PERIODICO DI PERGINE SPETTACOLO APERTO
IN-FORMAZIONE * APPROFONDIMENTI * RIFLESSIONI * A MARGINE DEL FESTIVAL ESTIVO
ANNO 3 * NUMERO 2 * MAGGIO 2010
Teatro, installazioni, video, musica, performance, art in progress
op
, cibo, non st
REALTÀ COMPRESSE, SUBITE, UOMINI-CUCINE, MOSTRI MECCANICI.
UNA SETTIMANA FUORI E DENTRO
3 - 10 LUGLIO 2010 PERGINE EX CUCINE OP
GLI SPAZI DELL’EX OSPEDALE PSICHIATRICO
SGUARDI MUTANTI, DEFORMAZIONI DELLO SGUARDO, DENTI-MOBILI, COLORI CHE MISTIFICANO.
Decostruzione
GLI SPAZI DELL’EX OP SONO CANTIERI DOVE TUTTO PUÒ ESSERE COSTRUITO: IL NUOVO TEATRO DI PERGINE
ABITERÀ I LUOGHI DELLA FOLLIA. FONDAMENTA PRECARIE SU CUI SI ERGONO IMPREVEDIBILI SIGNIFICATI.
Trasformazione
e
Mi sveglio sempre in forma
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UNIVERSI INTERSTIZIALI. SCENE TRASVERSALI. UN CONTINUO RIMANDO ALL’ALTRO DA SÉ.
L’ARTE SI FA GUARIGIONE A PARTIRE DAL SUO ESSERE ARTE PRIMA CHE TERAPIA.
Rappresentazione
TEATRO, MUSICA E DISAGIO PSICHICO DIALOGANO FRA LORO, SI INTERSECANO, SI NUTRONO A VICENDA.
IL RISULTATO È UNA GRANDE ART IN PROGRESS, POROSA E CANGIANTE. NON STATE FERMI!
DUCCIO CANESTRINI
DANIELA ROSI
MARCO DE MARINIS
LUCA VIGNALI
cantieri mutanti
Muri invisibili e teste di legno
■ DI CRISTINA PIETRANTONIO DIRETTORE ARTISTICO DI PERGINE SPETTACOLO APERTO
C’era una volta un parco circondato da alte mura, dove vivevano i diversi,
accuratamente separati dai normali. Oggi il muro non c’è più. O meglio:
buttate giù le pietre, è come se si fosse fatto etereo, impalpabile. Le persone
diverse e le persone normali percorrono confusamente le stesse strade, abitano
case uguali e il muro si insinua tra loro di soppiatto. Nel parco, intanto, è
iniziato un cantiere per costruire un’alta torre. Fatta di legno come Pinocchio
e come lui desiderosa di diventare viva.
La torre scenica del nuovo teatro all’aperto, che sorgerà all’interno del parco dell’ex Ospedale
Psichiatrico è, a detta di molti, parte di un progetto eccessivo, irrispettoso e campato in aria. Un progetto
che mette il canto, la danza, la musica, il teatro e l’arte in primo piano nell’esistenza di una comunità:
non preziosi accessori, ma attività fondamentali per la vita umana. Un progetto che ritiene giusto
spendere tempo e denaro per dare loro dimora. Perché è lì, in quelle stesse attività, che il diverso si fa
motore per il sorgere di cose nuove e diventa valore in sé. E senza diversità, senza follia, l’arte muore,
diventa decorazione, intrattenimento, svago, distrazione.
Ecco perché teniamo tanto alla nostra “città dei matti”, il nucleo più vitale e creativo del Festival. Ci serve
a ricordare che l’accoglienza del “non conforme” permette il cambiamento, che solo la follia apre al nuovo,
che Pinocchio (attorno alla cui favola ruota la nuova produzione
teatrale con gli utenti di Maso S. Pietro) diventa di carne attraverso
un percorso accidentato, continuamente deviante dalla norma.
In copertina Nuvole di passaggio
Il cantiere mutante del Festival ripone la propria anima nei ferdi Antonio Viganò
menti disordinati della “città dei matti”. A tutti l’augurio sincero e
Festival PSA, 15 luglio 2009
“junghiano” di attingere a piene mani a questo fecondo squilibrio,
Immagine da Cage Sculpture
sorgente
primordiale di vita e creatività che ciascuno può trovare
coreografia Roberto Zappalà
in sé.
Festival PSA, 17 e 18 luglio 2009
PROGETTO EDITORIALE
Giuliano Geri
IN REDAZIONE
Maria Giovanna Franch
PROGETTO GRAFICO E STAMPA
Publistampa Arti grafiche
via Dolomiti, 36
38057 Pergine Valsugana (TN)
HANNO COLLABORATO
Duccio Canestrini
Marco De Marinis
Daniela Rosi
Sara Sciortino
GIUGNO 2008
| 2 | LA CITTÀ DEI MATTI | NUMERO 20 * MAGGIO
2010
FOTOGRAFIE
Archivio PSA
Per informazioni, richieste e contributi:
[email protected]
* La Città dei Matti. Con questo
nome era conosciuta, fino a poco
tempo fa, Pergine Valsugana.
Una città il cui paesaggio, reale
e simbolico, era dominato dal
manicomio, un luogo senza nome,
come tutti i manicomi, un luogo
della vergogna, che per oltre un
secolo ha ospitato gente di lingua e
cultura diverse, italiani e tedeschi,
ma anche ladini e mocheno-cimbri.
Un luogo in cui ogni identità
– culturale, linguistica, ma
soprattutto umana – si perdeva
in un’esistenza anonima, dove
l’estraneità della parola era la muta
traccia che conduceva dentro storie
di dolore e segregazione, ma anche
di speranza e riscatto.
Dall’Ospedale Psichiatrico sono
transitate migliaia di esistenze, che
hanno intrecciato la loro vicenda
personale con quella di un’intera
città: tanti pazienti, altrettanti
medici e paramedici, ma anche
personale di servizio e di gestione,
che aveva il compito di tenere
in piedi l’istituzione totale.
Un universo di microstorie, racconti
e testimonianze di chi stava dentro,
di chi stava fuori, di chi stava un
po’ dentro e un po’ fuori. È forse
il luogo più autentico della memoria
collettiva, un patrimonio con cui
un’intera comunità si specchia
nel suo passato.
Quest’anno la Città dei Matti
è un “cantiere mutante”, vuole
trasformarsi in altro, abitare nuovi
spazi simbolici a partire da quello
che è ed è stato. In attesa
di un teatro vero che si faccia
“casa”, ogni scena diventa
rappresentazione, gioco, fantasia.
Luogo – e occasione – di
cambiamento. *
REDAZIONE
Via Guglielmi, 19
38057 Pergine Valsugana (TN)
FESTIVAL PERGINE SPETTACOLO APERTO
Via Guglielmi, 19
38057 Pergine Valsugana (TN)
tel. 0461 530179 fax 0461 533995
[email protected]
www.perginepsa.it
DISSONANZE
Dal 3 al 10 luglio si animano gli spazi fuori e dentro le cucine dell’ex Ospedale
Psichiatrico di Pergine: un grande atelier in presa diretta condotto e vissuto da
artisti provenienti da mondi e culture diverse. Art in progress. Oltre l’outsider.
TRANS-FORM-ACTION
L’ARTE IN CANTIERE DI DANIELA ROSI
Come può darsi forma senza trasformazione? Niente cambia senza l’azione. Nessuno cambia se non in relazione. Per questo motivo quest’anno la “città dei matti” si fa cantiere: un atelier vissuto
da artisti di varia provenienza che mettono in moto le loro azioni creative per ottenere forme e modificazioni di forme. Per tessere relazioni e allacciare rapporti artistici. Si sono scelte tutte le
forme di diversità nell’arte: diversità geografiche, diversità di codice espressivo, diversità di stili, diversità di materiali, diversità
di condizione sociale. Una grande opera collettiva, unità d’intenti artistici, che solo alla fine della settimana si farà compiuta e
sfocerà nella più folle delle mostre collettive.
Quale la novità rispetto alle edizioni passate?
Quest’anno – spiega Daniela Rosi – l’idea è quella di dimostrare
in modo performativo, e quindi più vicino alla storia di spettacolo del festival perginese, che l’arte è sempre “out”, sempre aperta
al “fuori”. Outsider quest’anno viene interpretato nel suo senso
più letterale: fuori dal ristretto confine del nostro paese, della
nostra città, della nostra nazione, del nostro continente; fuori
dall’idea tradizionale di “mostra d’arte”; fuori dagli schemi classici dell’arte preconfezionata, scelta in base al valore commerciale, rodata e fuori dal rischio del risultato certo; fuori dal concetto
di “artista insider” e “artista outsider”, per un linguaggio aperto
senza definizioni di appartenenza all’una o all’altra categoria;
fuori dal concetto di extracomunitario perché il linguaggio del-
l’arte è il solo vero esperanto; fuori dall’idea che esista un’arte
dei sani e un’arte dei malati; fuori dall’idea che sia impossibile
un grande ideale atelier del mondo che sia in grado di contemplare anche la propria follia.
Dunque un grande laboratorio a cielo aperto in cui convivono
artisti “normali” e artisti outsider…
Che gli artisti possano esprimersi assieme, in vicinanza, mantenendo la loro autonomia specifica, mi sembra una bella cosa, specie se non ci sono barriere fra loro, siano essi italiani o stranieri,
giovani o vecchi, sani o malati, figurativi o astratti, visionari o
iperrealisti, fotografi o disegnatori, pittori o scultori, videomaker o
performer. Ritengo che la vicinanza di “tante diversità” non possa
che essere feconda.
Ma allora perché chiamare gli artisti “outsider”? Non si rischia
forse di stigmatizzare utilizzando questo termine?
Il termine “outsider” ha valenza storica e non si riferisce tanto all’opera o al suo valore artistico,
quanto piuttosto alla posizione
di marginalità in cui si trova a
vivere, suo malgrado, l’artista a
cui il termine si riferisce. Dopo
Flavio Eracliti - Atelier Fatato
Gengiscao, aereo
la morte di Dubuffet tutto l’interesse del mondo dell’arte per
Ramón Ramírez Ruiz, Lienzos (Dipinti)
DANIELA ROSI nasce a Isola della Scala (Verona) nel 1959. Diploma accademico
in Scenografia, è stata curatrice di oltre cinquanta mostre di Arte irregolare,
realizzate in diverse città italiane, tra cui la sezione speciale dedicata all’Outsider
Art alla fiera mercato ArtVerona fin dalla prima edizione del 2005. È coordinatrice
del progetto sull’Outsider Art all’Accademia
di Belle Arti di Verona e degli atelier dei
reparti di psichiatria delle aziende ospedaliere
di Verona e di Mantova. Autrice di diversi
articoli e saggi sul tema dell’Outsider Art
per riviste e cataloghi d’arte nazionali e
internazionali, dirige la collana “I Funamboli”
per i tipi della Campanotto di Udine, dedicata
agli artisti marginali. È responsabile culturale
del Centro di Riabilitazione neurologica
“Franca Martini” di Trento. Per le edizioni
2008 e 2009 del festival PSA ha curato
l’esposizione outsider e le installazioni
realizzate all’interno del Padiglione Perusini
e dentro le cucine dell’ex OP.
MAGGIO 2010 * NUMERO 2 | LA CITTÀ DEI MATTI | 3 |
DISSONANZE / GLI ARTISTI
TRANS-FORM-ACTION da sabato 3 a sabato 10 luglio
Cucine ex OP Pergine dalle ore 17.00
le produzioni spontanee, realizzate da autori non colti, non formati accademicamente e spesso rivolti a produrre soprattutto
per sé, più che per gli altri o per il mercato, trova il suo termine
di riferimento nella parola “outsider”, coniata da Roger Cardinal
nel 1974 e che verrà poi adottata da tutti coloro che vorranno
indicare “la creazione spontanea, originaria, primitiva”. All’interno della categoria non trovano spazio solo le produzioni dei
malati di mente, ma quelle di ogni artista marginale, sia esso visionario, solitario, analfabeta isolato, graffitaro e altro ancora. Il
problema dello stigma esiste in chi guarda, non nel termine in
sé. Se fosse appurato che la malattia mentale non è un problema, per nessuno la produzione di un malato mentale costituirebbe “un caso” in sé. Tanto più che la dilazione percettiva di
chi ha visioni allucinatorie è grande e può donare punti di vista
ignoti ai più.
Il termine, quindi, è talmente lato da perdere addirittura i suoi
confini e non costituisce per niente un “vulnus”, anzi. Io sono
convinta che, a parità di talento, l’artista colpito da malattia
psichica, che sente voci e vede
immagini surreali e allucinate,
possiede un quid in più. Ha
una percezione dilatata, come
Mirco Tarsi, Autoritratto n. 60
dicevo, e quindi attinge a po-
a cura di Daniela Rosi
In collaborazione con l’Osservatorio Nazionale di Outsider Art operativo presso l’Accademia di belle Arti “G.B. Cignaroli” di Verona in
convenzione con il Centro di riabilitazione Franca Martini A.T.S.M.
Onlus di Trento.
Si ringraziano per la collaborazione Monica Demattè, Giovanni Monzon
e Leonardo Zoccante
ARTISTI IN CANTIERE, PERFORMANCE, ART IN PROGRESS
* RAMÓN RAMÍREZ RUIZ. Noto artista cubano, rappresenta gigantesche e mostruose cucine, simili a fabbriche, che dominano, schiacciano, uomini minuscoli. Oppure fonde questi due elementi in un
unico soggetto, l’uomo-cucina o la cucina-uomo. Il riferimento chiaro è alla realtà cubana degli anni Novanta, quando le famiglie, pur
avendo da mangiare, non potevano cucinare per la mancanza di
combustibile: cade il muro di Berlino e a Cuba non c’è più fuoco.
L’artista, circondato dalle sue opere, lavorerà dentro le cucine dell’ex
Ospedale Psichiatrico. La follia dentro la follia.
* MENG HUANG e * ZHU BING. Due quotati artisti cinesi portati a Pergine dalla storica dell’arte Monica Demattè vivranno per una settimana su una impalcatura che diventerà teatro della loro performance
creatrice. Un esile cantiere, punto di osservazione per rappresentare
unicamente ciò che rientra nel proprio raggio visivo. Uno sguardo su
Pergine che viene dall’Oriente. La follia del diverso.
* MIRCO TARSI. Un giovane e promettente talento artistico che digrigna i denti al mercato dell’arte e dipinge, in maniera ossessiva e ripetitiva, denti. Folle sarcasmo.
* CATERINA MARINELLI. Artista outsider di grandissimo talento, versatile su tutti i fronti espressivi, dalla scultura alla pittura, dalla musica alla fotografia. Sarà alle prese con
la creazione delle sue crete che stanno ottenendo un grande successo di pubblico e di critica in tutta Italia. Per l’occasione sarà anche proiettato il video “Caterina” con la
regia di Giulio Bazzanella, prodotto da FORMAT della Provincia autonoma di Trento in collaborazione con Centro
Franca Martini A.T.S.M., Stella bianca di Segonzano e Pergine Spettacolo Aperto. Follia delle mani.
ARTISTI CONDUTTORI di atelier storici e nuovi atelier di Outsider
Art:
IGOR NOVELLI (co-conduttore con CRISTINA JÖCHLER) - Atelier
AutArt, Mantova e Atelier Fatato Gengiscao, Marzana (Verona)
PAOLA PONTIGGIA - Atelier Officina Creativa La Manica Lunga,
Sospiro (Cremona)
RICCARDO BARGELLINI - Atelier Blu Cammello, Livorno
tenziali espressivi più vasti. Per me dire outsider vuol dire riconoscere un qualcosa in più all’opera rispetto a quello che può
essere riconosciuto a un artista che non “gode” di queste alterazioni.
Avere quest’anno un mega-atelier di tanti artisti diversi, che accoglieranno anche artisti provenienti dai vari atelier outsider italiani, significa dare diritto di cittadinanza a “ogni differenza
positiva”, così che si possa senz’altro affermare che l’Arte, ovunque si manifesti, rappresenta sempre la condizione sana di una
società. *
MGF
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2010
Questa volta saranno gli artisti conduttori degli atelier outsider
che si metteranno all'opera, portatori del loro talento, talvolta
dichiaratamente contaminato con il talento degli outsider.
Un grande atelier/cucina in cui ogni giorno tutti lavorano e
dialogano con tutti. E dove gli artisti presenti lavoreranno
anche con gli artisti outsider che arriveranno da diverse parti
d’Italia. Veri laboratori folli.
Interpretazione fotografica del “cantiere” a cura di Mauro Fiorese
(www.maurofiorese.it)
Documentazione video a cura di FORMAT - Centro audiovisivi della
Provincia autonoma di Trento
E inoltre… “SIAMO IN MOLTI A CUI MANCA UNA ROTELLA!” - Atelier
per bambini che vogliono sperimentare la differenza.
Condotto da artisti /utenti del Centro di riabilitazione Franca Martini
A.T.S.M. Onlus di Trento
Meng Huang, International Face No.2
Zhu Bing, Scrap garden NO11
Ramón Ramírez Ruiz, Dibujos (Disegni)
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DISSONANZE / GLI ARTISTI
Cucine ex OP
Ramón Ramírez Ruiz
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2010
Caterina Marinelli - Cani di terracotta
Ci sono pittori che scrivono con le rime
e disegnano foreste entro cui
vanno a vivere con i loro amori.
Si contentano di un solo pensiero,
lo vestono di rubini e
credono che sia un re.
I poeti non credono alle date,
credono che la loro storia cominci
dalla presenza.
(Alda Merini)
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CONSONANZE / I PROTAGONISTI
CORPOMATTO.
ANTROPOLOGIA
DEI GESTI INCONSULTI*
■ DI DUCCIO CANESTRINI
Quand’ero bambino mi dicevano spesso di non fare gesti inconsulti. Era una strana espressione. La usava soprattutto mia zia, che quando la innervosivo con la mia
irrequietezza esclamava: «Non fare gesti inconsulti, corpo di Bacco!». Io non capivo. Devo dire che anche l’evocazione del corpo di una divinità “pagana” mi risultava
alquanto misteriosa. Bacco: rischiavo forse di diventare
come lui? Non fare gesti inconsulti era un po’ come non
commettere atti impuri, una cosa semplicemente incomprensibile. Sapevo, per esempio, che non si dovevano
prendere a fiondate i lampioni, ma l’inconsultaggine del gesto, come categoria concettuale astratta, mi sfuggiva. Ora so che
si trattava di astenersi dal compiere movimenti che mancassero di
prudenza e riflessione, e che perciò avrebbero messo nei guai mia
zia, quando mi portava in giro. Inconsultus in latino significa sconsiderato, da consŭlere, deliberare, esaminare. Se si parla di gesti,
dunque, sarebbero movimenti non esaminati con attenzione. Ma
da chi? Da me stesso, dalle convenzioni, da un’autorità preposta
alla loro valutazione? In ogni caso, suppongo che quella raccomandazione tendesse a pilotarmi verso una forma di autocontrollo all’inglese, in stile Phileas Fogg, protagonista del giro del
mondo in ottanta giorni: algido, laconico, sempre calibrato. Un
bel modello, non c’è che dire. Ma se l’avessi seguito, probabilmente i miei compagni mi avrebbero preso in giro a morte e le bambine non mi avrebbero mai degnato di uno sguardo.
2. Ho l’impressione che il corpo, in genere, lo sia dia un po’ troppo
per scontato. E se, tanto per cominciare, dicessimo “la corpa”, al
femminile? Per quale motivo il corpo dev’essere maschile, visto che
nasce da madre femmina? Studi di filosofia, da ragazzo, mi hanno
introdotto al curioso dualismo corpo/anima, teorizzato da Platone
e travasatosi nella tradizione ebraica e cristiana: soma e psiche. Dove il corpo è assimilato a una prigione che racchiude l’aspetto psichico, cioè l’anima. Trasformando l’Iperuranio dei greci nel Regno
dei Cieli (secondo la comune logica dell’ulteriorità), il
cristianesimo ha svalutato il
corpo riducendolo a una
sorta di scatola. Cagionevole e sempre pronta a cedere al peccato.
S. Agostino e gli altri padri della Chiesa per secoli predicheranno
la mortificazione del corpo e della carne, perché è attraverso la
sofferenza che si guadagna il Paradiso. Questa dimensione di
mortificazione al limite dell’autolesionismo, di cui sono esempi
pratiche penitenziali come il cilicio, il ciclismo in montagna, i pomeriggi davanti alla televisione e i pranzi a base di carne di mammiferi, ha sicuramente influenzato, per non dire inficiato, la
nostra cultura del corpo. Quanto all’anima, successivi studi di antropologia culturale mi hanno fatto scoprire che diverse culture,
ciascuna con pari dignità, hanno forgiato anime in quantità. In
quasi tutta l’America settentrionale, per esempio, la tradizione indigena assegna agli esseri umani due anime: una, assimilata al respiro, darebbe autocoscienza al corpo; l’altra, staccata dal soma,
ha caratteristiche oniriche e può compiere viaggi e recare messaggi. Se questa anima resta prigioniera nel regno dei defunti, la perMental disease (malattia mentale)
I MISTERI DEL MONTE DI VENERE
Conferenza spettacolo di Duccio Canestrini
Incisioni tratte da Marija Gimbutas,
Il linguaggio della dea. Mito e culto
della dea madre nell’Europa neolitica,
Longanesi, 1989
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2010
Emblema della Pudicitia,
Cesare Ripa, Iconologia,
1603
Georg Groddeck, Lo
scrutatore d’anime,
immagine di copertina
dell’autore (1920)
DUCCIO CANESTRINI è membro
dell’Associazione Italiana per le
Scienze Etno-Antropologiche
(Roma). Insegna Antropologia e
Cinema all’Università del turismo
di Lucca. Giornalista e
conferenziere, dopo anni di viaggi
presenta conferenze spettacolo
multimediali che interpretano
diverse realtà e illustrano scenari
CORPOMATTO
Conferenza spettacolo di Duccio Canestrini
Acconciatura tradizionale dell’etnia
papua (Nuova Guinea), in uso fino a
qualche anno fa
futuri. Tra le sue pubblicazioni:
Una penna tra i tamburi (Giorgio
Mondadori), Trofei di viaggio
(Bollati Boringhieri), Andare a
quel paese (Feltrinelli), Non
sparate sul turista (Bollati
Boringhieri), I misteri del monte
di Venere (Rizzoli).
Sito web personale
http://www.ducciocanestrini.it
Johnny Depp nel ruolo del Cappellaio
matto - Alice in Wonderland,
Tim Burton, 2010
I MISTERI DEL MONTE DI VENERE martedì 6 luglio
Teatro Tenda Pergine ore 21.15
CORPOMATTO giovedì 8 luglio
Cucine ex OP Pergine ore 16.30
Contorsionista. Un uso del corpo
anticonvenzionale, provocatorio,
eversivo
Johann Kaspar Lavater (1741 - 1801)
L’arte di studiare la fisionomia, 1772.
La scienza fisiognomica pretendeva di
dedurre dai tratti somatici dei soggetti
studiati indicazioni circa la loro psiche
sona muore. Tra i Taulipang della Guiana, per fare un altro esempio, le anime sono addirittura cinque e rimangono tutte esterne al
corpo. Il mondo è bello perché è vario, recita l’adagio. E tutto
sommato è meglio che lo resti.
3. Come ti muovi, sei nel vero. L’antropologo inglese Desmond
Morris, a questo proposito, parla di una fuga di informazioni non
verbali, nel senso che noi, per quanto cerchiamo di controllare le
parole, i gesti e le espressioni facciali, siamo comunque traditi dal
corpo. Molte cose si possono capire dalla fuga di queste informazioni, per esempio da come atteggiamo braccia o accavalliamo le
gambe al cospetto di un interlocutore: la disposizione d’animo, la
sicurezza di sé, la nostra educazione. Quanto alla cultura, negli ultimi tempi le ispirazioni e le connessioni si sono intensificate. Anche se le suggestioni esotiche, arcaiche o primitiviste sono sempre
esistite. Il piercing al labbro era diffuso tra gli eschimesi dell’Alaska fino al XIX secolo e da millenni in Africa e in Brasile è invalso
l’uso di piattelli labiali: orpelli che anche i punk nostrani, per
quanto animati da sentimenti antagonisti, ritengono estremi. La
United Colors of Benetton ha pubblicato un libro-rivista intitolato
Venere preistorica e Venere in
Internet. A distanza di ventimila
anni, le “cose” non sono
cambiate
Caricatura di Sigmund
Freud: “Ciò che l’uomo
ha in testa”
foto di Chema Madoz,
Dreming of Objects
Bambole kokeshi con la foto di un punk giapponese la cui cresta è
foggiata esattamente come quella dell’ultimo dei Mohicani. Forse
il Mohicano del romanzo di James Fenimore Cooper (1826) non
era l’ultimo. Dipingersi il corpo come fanno gli indios brasiliani,
cospargersi il volto di fondotinta come fanno le nostre signore, abbronzarsi, farsi il lifting o rimodellarsi il seno, truccarsi, imbottire
le spalle delle giacche, decolorare i capelli, esaltare le labbra con
un tocco di rossetto sono altrettanti messaggi – più o meno socialmente accettati – che l’individuo lancia alla comunità. Ma il corpo
è sempre soggetto a forme di controllo e di coercizione, a un codice di gesti consulti di cui non sempre ci rendiamo conto. I sistemi
simbolici non sono semplici strumenti di conoscenza, ma anche
strumenti di dominio ed espressioni di particolari assetti sociali.
Ecco allora che usare il corpo in maniera non convenzionale, muoverlo in maniera inconsueta, o viceversa fermarsi all’improvviso a
pensare mentre si cammina in corteo, diventa roba da matti. *
* Testo adattato dall’autore tratto dal saggio Corpi comunicanti,
in “A lezione dal corpo. Per una didattica interculturale attraverso l’espressione corporea”, Iprase del Trentino, 2005.
Gustave Courbet, L’origine du monte,
1866
Wonder Woman
MAGGIO 2010 * NUMERO 2 | LA CITTÀ DEI MATTI | 9 |
CONSONANZE / MUSICA
CANONE INVERSO
LUCA VIGNALI E MAURIZIO MASTRINI
I SUONI DELLA GUARIGIONE
Sono stato un violinista precoce e la passione per lo strumento era
tale da farmi vivere ogni
momento immerso nella
musica e nel suo ascolto.
La musica era ed è il nutrimento della mia vita, della mia
fantasia e della mia umanità. Ho
capito molto presto il potere che essa esercita sugli esseri umani. Mi divertiva osservare come
incideva sull’umore, sulle tensioni, sulla postura,
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sulla gestualità e sul
benessere delle persone. Il suono è così diventato un compagno di
vita che ha evoluto le mie
emozioni, interagendo nei
momenti tristi e nei momenti
felici, ha alimentato le mie visioni e i progetti di una vita piena
d’amore per gli altri e la consapevolezza di
poterli aiutare attraverso la mia conoscenza approfondita del suono e dei suoi effetti terapeutici.
LUCA VIGNALI, direttore d’orchestra
e musicoterapeuta, è stato
premiato in vari concorsi nazionali
e internazionali. Ha studiato gli
effetti del suono sul corpo e sulla
mente umana con John Beaulieu,
Jonathan Goldman e Sarah
Benson negli Stati Uniti e ha
lavorato sull’improvvisazione
musicale con diversi maestri in
varie parti del mondo.
Ha ricevuto insegnamenti sul
potere del suono dagli sciamani
indio-americani; in Tibet,
a Kumbum, dai dottori tibetani
e dai lama tibetani sulle tecniche
energetiche, sul suono orientale
e sul lavoro corporeo. In Siberia
ha beneficiato di tutti gli
insegnamenti e le esperienze della
sciamana del suono; in un
monastero Zen in Giappone; in
Australia con tribù aborigene e in
India. Inoltre ha partecipato a vari
gruppi di tantra in Nepal, India,
Australia e alla School of Tantra.
Da questa conoscenza di teoria e
pratica di meditazione, suono e
tantra, ha cominciato a diffondere
il Tantra Sound, una sintesi di
tecniche con suoni e tantra nel
campo della guarigione e
Luca Vignali, direttore d’orchestra e musicoterapeuta “globetrotter” di fama internazionale, sarà a Pergine con una conferenza e un concerto: tra musica
tantrica e meditazione, per ritrovare il proprio suono interiore.
Lei ama dire che la salute è “il suono del corpo, della mente e
dello spirito”. Quale connessione c’è tra guarigione e suono?
A me piace questa definizione, perché incorpora la parola suono;
ampliando il concetto possiamo definire la salute come “l’alta risonanza di corpo, mente e spirito”. Su questo fondamento si erige
il concetto proprio della medicina vibrazionale secondo cui le ossa, gli organi, i tessuti e i sistemi energetici del corpo umano hanno tutti una propria frequenza di risonanza. Quando questa
risonanza armonica viene disturbata a causa di stress, trauma, inquinamento, allora si manifesta un disagio o una malattia. Attraverso l’uso del suono e di altre modalità vibrazionali è possibile
instaurare un bilanciamento e ristabilire la normale frequenza
che è alla base della salute. Approfonditi studi hanno dimostrato
che la musica equilibra la temperatura corporea, aumenta la produzione di endorfine, migliora la funzione immunitaria, acuisce
la percezione spazio-temporale, aiuta l’apprendimento e stimola
la digestione. La guarigione vibratoria con l’uso di suono e voce è
uno dei metodi più efficaci per equilibrare il nostro stato energetico e tutte le nostre condizioni vitali.
Vale anche per gli animali?
Certo, l’effetto si ha anche sugli animali, spesso più recettivi ai
suoni e con una sensibilità più acuta rispetto all’uomo.
Luca Vignali direttore d’orchestra, violinista precoce: possiamo
definirla musicoterapeuta?
Sono terapista del suono. La musicoterapia tratta più nello specifico il mondo dell’handicap, mentre la terapia del suono lavora su
una gamma leggermente più varia e vasta che comprende diverse
problematiche oltre all’handicap.
Leggo dalla sua biografia che ha ricevuto insegnamenti sul potere
del suono dagli sciamani indio-americani, in Tibet a Kumbum dai
dottori tibetani e dai lama tibetani sulle tecniche energetiche, sul
suono orientale e sul lavoro corporeo. In Siberia ha beneficiato di
tutti gli insegnamenti e le esperienze della sciamana del suono; in
un monastero Zen in Giappone; in Australia con tribù aborigene e in
India. Inoltre ha partecipato a vari gruppi di tantra in Nepal, India,
Australia e alla School of Tantra. Da queste esperienze è nato il suo
Tantra Sound, una sintesi di tecniche con suoni e tantra nel campo
della guarigione e dell’esplorazione interiore. Ce ne parli.
Queste mie esperienze mi hanno portato a una conoscenza profonda nell’ambito sia del suono sia del mondo tantrico (per inciso
dell’esplorazione interiore. Insegna
il violino, individualmente e in
gruppo, conduce laboratori
sull’ascolto guidato e sulle
proprietà risanatrici della musica
nella vita quotidiana. Svolge
seminari e sessioni individuali
in Italia e all’estero.
MUSICATANTRA Conferenza terapeutica mercoledì 7 luglio
Cucine ex OP Pergine ore 16.30
MUSICATRANTRA Concerto meditativo con campane
tibetane giovedì 8 luglio
Cucine ex OP Pergine ore 19.00
tantra non è un’atletica del sesso, bensì un’occasione per entrare
in contatto con il proprio mondo interiore). Il percorso fatto mi
ha dato la possibilità di fondere e mettere in relazione attraverso
il suono, il movimento e la voce le nostre capacità di riconoscere
e sperimentare – appunto tramite i suoni, l’ascolto, la voce e i movimenti corporei – i diversi stati d’animo vissuti nella quotidianità, rilasciando così ogni tensione, creando armonia, equilibrio,
benessere e ritrovando la pace interiore.
E a Pergine Spettacolo Aperto cosa porterà? Una performance o
un atto di guarigione collettivo?
Avrò la possibilità di esprimermi in due momenti diversi. In uno
terrò una sorta di conferenza “interattiva”, diciamo una guida
teorico-pratica basata su esercizi finalizzati all’utilizzo dei suoni
nel processo di guarigione. L’obiettivo è quello di sperimentare attraverso i suoni e la voce l’autotrasformazione e la guarigione nella vita quotidiana. Ci sarà poi un concerto di campane di cristallo
e tibetane, vero e proprio momento di meditazione e sperimentazione. *
Il manicomio è una grande cassa
con atmosfere di suono
e il delirio diventa specie,
l’anonimità misura,
il manicomio è il monte Sinai
luogo maledetto
sopra cui tu ricevi
le tavole di una legge
agli uomini sconosciuta.
(Alda Merini)
MAGGIO 2010 * NUMERO 2 | LA CITTÀ DEI MATTI | 11 |
CONSONANZE / MUSICA
MAURIZIO MASTRINI si è diplomato
al Conservatorio “F. Morlacchi” di
Perugia in contemporanea e si è
perfezionato con il Maestro
Vincenzo Vitale. Compositore e
direttore d’orchestra, manifesta la
sua massima espressione artistica
con il pianoforte. Dal 1992
assume la direzione artistica di
diversi festival, mentre nell’ambito
della composizione firma
numerosi lavori per radio e
televisione. Il suo stile
compositivo evidenzia in maniera
netta i caratteri essenziali di un
linguaggio colto e complesso e al
tempo stesso emozionale e
immediato. I suoi concerti in Italia
hanno riscosso attenzione ed
entusiasmo, ma il riconoscimento
della sua statura in campo
internazionale come compositore
arriva quest’anno con la
realizzazione del primo album
“Il mio mondo al contrario”, in
cui Mastrini suona composizioni
classiche e originali al contrario,
ovvero partendo dall’ultima nota
verso la prima, con un riscontro
musicale sorprendente.
L’attenzione dei media lo consacra
tra i più quotati pianisti
contemporanei, ispirato da una
continua ricerca e dalla
sperimentazione di frontiere
sempre nuove.
Immagine da Il piano piange
Festival PSA, 17 e 18 luglio 2009
IL PIANISTA CONTRARIO
Artista eccentrico e ispirato, Maurizio Mastrini
è un talento unico nel panorama della musica
internazionale, divenuto celebre come “il pianista
che suona al contrario”, perché suona celebri opere
della musica classica partendo dall’ultima nota
fino a risalire alla prima. A Pergine porterà
il suo ultimo lavoro “Il mio mondo al contrario”,
compendio di tutto il suo modo di suonare,
concepire e vivere la musica.
L’idea di suonare al contrario è venuta a Mastrini qualche anno
fa, in sogno.
Stavo cercando brani per rinnovare il repertorio concertistico ma
non ne venivo a capo – ricorda il Maestro. – Quella notte ho sognato Bach che mi diceva «prendi il Preludio dal Clavicembalo
ben temperato, suonalo dall’ultima alla prima nota e vedrai che
troverai un nuovo brano». Così ho fatto e ho scoperto che uscivano melodie fantastiche, irriconoscibili e bellissime.
All’inizio ero spaesato e disturbato fisicamente perché non è facile andare dalla fine all’inizio – prosegue – poi mi sono abituato a
suonare al contrario e adesso scrivo da destra verso sinistra. Suonare al contrario funziona sempre, con qualsiasi brano, e io non
cambio nulla, rimango fedele alla scrittura. Unico precedente illustre – precisa Mastrini – è Paul Hindemith, autore tedesco del
’900, che ha scritto un brano che fa parte del Ludus tonalis prima
in un senso poi nell’altro. A parte questo, non c’è stato niente di
simile finora.
GIUGNO 2008
| 12 | LA CITTÀ DEI MATTI | NUMERO 20 * MAGGIO
2010
IL MIO MONDO AL CONTRARIO
Concerto per pianoforte dall’ultima nota alla prima
venerdì 9 luglio
Cucine ex OP Pergine ore 19.00
Mastrini, che vive in un eremo in Umbria, ha ancora un’altra particolarità, quella di esibirsi in frac e scalzo.
La mia è una necessità perché il suono si calibra anche con l’uso
dei pedali e per una maggiore sensibilità preferisco avere i piedi
scoperti, altrimenti – conclude – sarebbe come suonare con i
guanti. *
SS
CONSONANZE / TEATRO
Il teatro fa maggior effetto
quando fa diventare reali le cose
irreali. Allora la scena diventa
il periscopio psichico che
dall’interno illumina la realtà.
Il teatro che cura. Due giorni dedicati all’approfondimento
del rapporto tra teatro e psichiatria, tra conferenze, tavole rotonde
e spettacoli a tema.
(Franz Kafka)
DIVERSAMENTE ATTORI
IL TEATRO SOCIALE TRA TERAPIA E ARTE *
■ DI MARCO DE MARINIS
ANTONIN ARTAUD
Negli anni Quaranta l’autore de
Il teatro e il suo doppio ritornò
letteralmente alla vita e al lavoro, dopo il
lungo buio degli internamenti, a Rodez,
grazie al teatro, inteso e praticato
naturalmente non più come spettacolo ma
come lavoro su se stesso, training del
souffle, strumento per il rifacimento del
moi-corps, luogo in cui il corpo
finalmente “senz’organi” riapprende a “danzare alla
rovescia”.1
TRE ESEMPI-DEDICA
GIULIANO SCABIA
ROBERT WILSON
L’esperienza pionieristica, fondatrice,
del Laboratorio P da lui creato nel 1973 e
coordinato per due mesi nell’Ospedale Psichiatrico provinciale di Trieste diretto da Franco Basaglia, dimostrò quanto il teatro possa rivelarsi efficace in
contesti terapeutico-riabilitativi se esso si dilata al massimo e si de-istituzionalizza il più possibile e soprattutto se
non si pone direttamente delle finalità terapeutiche:
Alle origini della straordinaria carriera teatrale del grande regista statunitense
ci sono, fra l’altro, due handicappati, un sordomuto (Raymond Andrews) e un cerebroleso (Christopher Knowles), che furono suoi collaboratori
artistici fra gli anni Sessanta e gli anni Settanta e che,
grazie a questo, fecero progressi straordinari che nessun’altra terapia era mai riuscita a ottenere.2 In una
conferenza tenuta nella primavera del 1998 all’UniEssi non intendono fare dell’ “arte
versità di Bologna Wilson incentrò il suo discorso
terapeutica”,
che ritengono pericolosamente
interamente sul ricordo di queste due collaboraequivoca, né psicodrammi alla Moreno, né altri sperizioni, mostrando di continuare a considerarle
mentalismi del genere sulla pelle dei malati trattati come cafondamentali per tutto il suo lavoro sucvie. La loro intenzione è invece di inserirsi nel processo di
cessivo, anche a quasi trent’anni
trasformazione e di “apertura” in atto nell’Ospedale Psichiatrico e di
di distanza.
vedere in che modo il teatro (inteso nell’accezione dilatata di strumento
di ricerca/ascolto/conoscenza/comunicazione) poteva contribuire al conseguimento di uno degli obiettivi principali di questo processo: fare in
modo che “il ‘dentro’ (i malati e tutto il mondo del manicomio) si riappropri del ‘fuori’, del mondo esterno da cui è separato; di quel mondo
esterno che è chiuso e rifiuta chi sta ‘dentro’”. Si trattava, più precisamente, di rimettere in comunicazione prima il malato con se
stesso (riappropriazione del corpo e dell’identità), poi i malati fra di loro e con gli altri del manicomio, e infine
Una sola riflessione, fra le tante possibili, su questi
i malati (il “dentro”) con la città e il territorio (Trieste, il “fuori”).3
tre esempi-dedica, e in particolare sugli ultimi due.
Esistono modi d’espressione e di comunicazione,
linguaggi insomma, che vanno ben al di là
di quelli “canonici”, “normali” etc., e che di solito
ci rimane molto difficile, se non proprio impossibile,
cogliere, capire. Occorrono, per questo, attenzione,
sensibilità, capacità d’ascolto. Ecco, il teatro – ci
insegnano Wilson e Scabia – può essere anche
(o meglio, ormai dovrebbe essere soprattutto) questa
particolare qualità d’attenzione, questa altissima
capacità di ascolto.
DIVERSAMENTE ATTORI. TEATRO E DISAGIO PSICHICO
TRA ARTE E TERAPIA Conferenza, tavola rotonda,
spettacolo e guarigione mercoledì 7 e giovedì 8 luglio
Cucine e Casetta veneziana ex OP Pergine dalle ore 10.00
MAGGIO 2010 * NUMERO 2 | LA CITTÀ DEI MATTI | 13 |
CONSONANZE / TEATRO
Il panorama attuale: due ottiche (che sono una sola)
Non è questa la sede per entrare nei dettagli del vario e ricco panorama offerto oggi dal campo che potremmo chiamare teatro e disagio oppure teatro e diversità. Vorrei limitarmi a elencare qualche
nome particolarmente significativo: da quelli, internazionali di
Oiseau Mouche e Candoco Dance, caratterizzati dall’integrazione
di ballerini professionisti e danzatori con handicap, a Enzo Toma,
con il suo pluriennale lavoro con downs e disabili di vario tipo presso il Teatro Kismet di Bari, a Danio Manfredini, con le sue esperienze in varie strutture psichiatriche a Milano (in parte confluite
artisticamente nello straordinario “solo” Al presente), a Pippo Delbono e Pepe Robledo, la cui compagnia, facendo incontrare (non
solo professionalmente) attori professionisti e diversi ed emarginati
di vario tipo, ha proposto negli ultimi anni una serie di spettacoli di
forte poesia e amara bellezza (Rabbia, Barboni, Guerra, Odissea), 4
alla ricerca di Lenz Rifrazioni di Parma (penso, in particolare, ad
un recente Amleto) o all’impegno che da molti anni il Teatro Nucleo
testimonia in questo campo a Ferrara. 5 E si tratta, ripeto, solo di
qualche esempio, sicuramente scelto fra i più significativi. 6
I nomi che ho citato, e le esperienze che li riguardano, hanno almeno una cosa in comune, oltre a quella di muoversi appunto nel
campo del disagio e della diversità: gli spettacoli che propongono
sono quasi sempre di alta qualità artistica.
Di solito si è portati a pensare che esistano, almeno in astratto, due
ottiche completamente diverse, secondo cui è possibile considerare
questo genere di proposte teatrali: chiamiamole la considerazione
sociale e la considerazione artistica.
La considerazione sociale è quella che pone l’accento – a prescindere dalla qualità artistica degli eventuali risultati – sull’indiscutibile
efficacia degli strumenti teatrali nella terapia, o più precisamente
nel migliorare le possibilità da parte del malato, del diverso, dell’emarginato, di evadere – sia pure solo in parte e a tratti – dalla
prigione della sofferenza, dell’isolamento, dell’incomunicabilità.
(Una cosa mi ha colpito più di tutte, nell’assistere a una rappresentazione del Sogno di una notte di mezza estate messo in scena
da Nanni Garella insieme a pazienti del Dipartimento di Salute
Mentale della AUSL di Bologna Nord all’Arena del Sole di Bologna
nel gennaio del 2000: che persone addirittura incapaci di parlare
all’inizio del processo – mi è stato detto – fossero riuscite comunque a stare in scena e a recitare, sfondando almeno per un po’, ma
chissà, il muro della loro “fortezza vuota”).
La considerazione artistica guarda invece alla qualità del lavoro e soprattutto del risultato spettacolare, quando c’è, a prescindere dalle
caratteristiche particolari e anomale del contesto, dei partecipanti,
delle condizioni del processo, e delle stesse finalità extra-artistiche
(utilità sociale, pedagogica, terapeutica, etc.). Il caso emblematico è
sicuramente quello rappresentato dal lavoro di Armando Punzo e
dal suo Teatro della Fortezza composto di detenuti del carcere di
Volterra: i loro spettacoli in questi anni si sono venuti imponendo
progressivamente (da Marat-Sade a La prigione, da Eneide a I negri e
Orlando Furioso, fino al recente Macbeth) con la spinta autonoma
della loro forza artistica, a prescindere da qualunque altra, pur legittima, considerazione.
Ma in realtà il caso della Fortezza, per quanto straordinario, non è
isolato, come dicevo prima. Accade spesso di constatare il valore
artistico assoluto di tanti lavori prodotti nell’area che chiamiamo
del teatro del disagio o della diversità. Ciò mi spinge a formulare
un’ipotesi: e cioè che le due considerazioni testé indicate non debbano essere divaricate eccessivamente, che anzi – a dispetto delle
apparenze e dei luoghi comuni – tutto lascia supporre come in
questi casi l’utilità sociale (e dunque l’efficacia pedagogico-terapeutica etc.) sia direttamente proporzionale alla qualità artistica, e
dunque all’efficacia estetica, e da essa dipendente.
Se l’ipotesi è corretta e fondata, come a me pare, la raccomandazione pratica che ne discende è quella di cercare di inserire sempre, in
Associazione culturale StradaNòva e Servizio Salute Mentale di Cles
Con il sostegno della Provincia autonoma di Trento
Teatro a Canone e Casa del Sole di Trento
SOAVE SIA IL VENTO
IL BABAU. VIAGGIO NEL MONDO DI DINO BUZZATI
Regia di Elena Galvani e Jacopo Laurino
Quando abbiamo cominciato neppure ci conoscevamo.
Ci trovavamo una o due volte a settimana al Centro Diurno di Cles e
stavamo insieme. Provavamo a fare teatro: parlavamo, ci raccontavamo storie, leggevamo di
tutto, poesie, racconti, articoli di giornale, pensieri personali… senza nessuna regola.
Un giorno incappammo per caso nei racconti di Dino Buzzati. Cominciammo a improvvisare
scene ispirandoci alle sue parole e, a mano a mano, ci sentivamo sempre più in sintonia con
i contenuti che veicolavano, fino a che quelle storie sono divenute anche nostre.
Improvvisammo per mesi... Ne è nato prima un copione e poi uno spettacolo vero e proprio. Dobbiamo tutto a Buzzati, ma di nostro c’è molto. Moltissimo.
Amleto e Ofelia sussurrano e gridano le loro strane storie.
Basato su Amleto di William Shakespeare e i racconti di Utenti e
Familiari Esperti (Ufe) del Servizio di Salute mentale di Trento
Regia di Simone Capula
Gli agenti, il mitra puntato, avanzarono. Intorno non un’anima viva. Il breve crepitio delle raffiche si ripercosse, d’eco in eco, molto lontano. Lentamente il Babau si girò su se stesso senza un sussulto e, zampe all’aria, calò fino a posarsi sulla neve, dove giacque supino, immobile
per sempre. Era molto più delicato e tenero di quanto si credesse. Era fatto di quell’impalpabile sostanza che volgarmente si chiama favola o illusione. Galoppa, fuggi, galoppa, superstite
fantasia. Avido di sterminarti, il mondo civile t’incalza alle calcagna, mai più ti darà pace.
(da Il Babau di Dino Buzzati)
L’incontro tra Teatro a Canone e gli Ufe di Trento ha fatto nascere
una sorta di mente collettiva che ha dato la drammaturgia dello
spettacolo (la drammaturgia è l'insieme di testo, movimento e musiche). Autori dello spettacolo sono tutte le persone che abbiamo incontrato durante i 40 giorni di permanenza a Trento e tutti quelli che
poi hanno assistito alle prove successive nella nostra sala prove di
Chivasso, nelle prove aperte di Modena, Rovigo e Roma.
Il Teatro a Canone ha assemblato le esperienze trentine con la
storia di Amleto, sparigliando le carte, in modo tale che ormai noi
stessi per primi non riusciamo più a capire quali sono le parole di
Shakespeare e quali quelle degli Utenti e Familiari Esperti-Ufe.
Questo processo di lavoro ci ha permesso di creare uno spettacolo
che è un semplice contributo a far conoscere le attività “avanguardiste” della psichiatria trentina attraverso le storie dei suoi protagonisti.
Mercoledì 7 luglio Cucine ex OP Pergine ore 19.00
Mercoledì 7 luglio Cucine ex OP Pergine ore 21.00
GIUGNO 2008
| 14 | LA CITTÀ DEI MATTI | NUMERO 20 * MAGGIO
2010
MARCO DE MARINIS (1949) è
professore ordinario di Discipline
Teatrali al Dipartimento di Musica
e Spettacolo della Facoltà di
Lettere e Filosofia dell’Università
di Bologna (Corso DAMS). Insegna
Storia del Teatro e dello Spettacolo
nella laurea triennale del DamsTeatro; Semiologia dello spettacolo
e Teorie e culture della rappresentazione nella laurea specialistica in
Discipline Teatrali. Nel 1999 ha
fondato la rivista “Culture Teatrali”,
di cui è direttore. Tra le sue
pubblicazioni più recenti: La danza
alla rovescia di Artaud. Il Secondo
Teatro della Crudeltà (19451948), I Quaderni del Battello
Ebbro, Bologna 1999 (nuova ed.
Bulzoni, Roma 2006); In cerca
dell’attore. Un bilancio del Novecento teatrale, Bulzoni, Roma 2000;
queste esperienze nel campo del teatro del disagio o della diversità,
il massimo possibile di rigore, di professionalità, di capacità artistica.
Beninteso, non si tratta di farsi ricattare dalla bellezza o piuttosto
dalle sue caricature consumistiche. Per quanto mi riguarda, non
ho dubbi che occorra rifuggire decisamente dall’estetismo del diverso o dal suo sfruttamento commerciale per pretesi, o presunti,
fini artistici (fra le due cose c’è meno differenza di quanto non si
pensi di solito). Si tratta invece di prendere atto di una cosa molto
diversa: e cioè che gli strumenti del teatro risultano tanto più efficaci in ambito socio-pedagogico-terapeutico, negli interventi sul disagio e sulla sofferenza, quanto più alta è la loro qualità artistica,
le competenze artigianali e professionali messe in gioco, la serietà
insomma del lavoro sottostante alla loro utilizzazione. Analogamente, i fatti dimostrano – ancora una volta contro il senso comune – che una motivazione artistica forte, diciamo pure un sano
egoismo d’artista, può rivelarsi pagante anche in termini sociopedagogico-terapeutici, molto più di generiche e magari dilettantesche motivazioni umanitario-filantropiche.
Un’altra cosa deve essere chiara: se il prodotto, il risultato, riguarda
soprattutto chi vi assiste, il pubblico insomma, selezionato o indifferenziato che sia, è soprattutto il processo di lavoro che porta a quel
risultato ciò che serve a chi vi prende parte. È nel processo, più che
nel prodotto, che il teatro dispiega tutte le sue potenzialità benefiche, e addirittura curative, per coloro che ne siano in qualche modo
partecipi. A tale riguardo, dopo aver tessuto l’elogio della qualità
Visioni della scena. Teatro e scrittura, Laterza, Bari-Roma 2004; En
busca del actor y del espectador.
Comprender el teatro II, Galerna,
Buenos Aires 2005. Fa parte del
comitato di redazione della rivista
“Versus Quaderni di Studi
Semiotici”, diretta da Umberto
Eco per l’editore Bompiani, e del
Consiglio scientifico de “L’Annuaire
théâtral” (Montréal, Canada) e di
“Teatro XXI”, diretta da Osvaldo
Pellettieri (Universidad de Buenos
Aires). È membro permanente
dell’équipe scientifica dell’ISTA,
International School of Theatre
Anthropology, diretta da Eugenio
Barba, con sede a Holstebro
(Danimarca). Dirige collane di
studi e ricerche sul teatro presso
vari editori e in particolare per la
Casa Editrice Bulzoni di Roma.
artistica, è giusto sottolineare l’ambivalenza del prodotto negli ambiti del teatro del disagio o della diversità: esso costituisce una sfida
ma nello stesso tempo un rischio. L’indicazione metodologica che
viene dall’esperienza di Scabia con Marco Cavallo a Trieste, nel ’73,
non ha perso nulla della sua importanza ancora oggi, perché essa
ha dimostrato una volta per tutte la fecondità (anche terapeutica,
in senso ampio) di un processo estremamente dilatato e non rigidamente finalizzato a un vero e proprio prodotto. *
* Estratto da M. De Marinis, Io e altro tra paura del diverso
e desiderio dell’alterità. Prospettive teatrali, in “Arte e follia”, a cura
di Stefania Guerra Lisi e Gino Stefani, Armando Editore,
Roma 2001.
1
Cfr. il mio La danza alla rovescia di Artaud. Il Secondo Teatro della Crudeltà, I Quaderni del Battello Ebbro, Bologna 1999.
Cfr. Bill Simmer, Teatro come terapia, in Il Teatro di Robert Wilson, a cura di Franco Quadri, edizioni de La Biennale di Venezia,
Venezia 1976, pp. 115-124.
3 Marco De Marinis, Al limite del teatro. Utopie, progetti e aporie nella ricerca teatrale degli anni sessanta e settanta, La Casa
Usher, Firenze 1983, pp. 54-55. La frase tra virgolette è estratta dal libro in cui Scabia ha raccontato questa straordinaria
esperienza (Marco Cavallo. Un’esperienza d’animazione in un ospedale psichiatrico, Einaudi, Torino 1976, p. 8).
4 Barboni. Il teatro di Pippo Delbono, Ubulibri, 1999.
5 Cfr. Horacio Czertok, Teatro in esilio. Appunti e riflessioni sul lavoro del Teatro Nucleo, a cura di Barbara Di Pascale e Daniele
Seragnoli, Bulzoni, Roma 1999.
6 Un’opera importante di informazione critica e di partecipe testimonianza è svolta, in questi ambiti, dalla rivista “CatarsiTeatri delle diversità”, giunta ormai al sesto anno di esistenza e promossa dall’Associazione Culturale Nuove Catarsi.
2
Utenti di Maso San Pietro e Teatro La Ribalta
ASINI
Liberamente ispirato al racconto di Pinocchio
Regia di Antonio Viganò
Nuova produzione
PERGINE SPETTACOLO APERTO 2010
Ti prego, recita il pezzo come ho fatto io,
facendo correre la lingua; se ti metti a declamarlo,
come fanno tanti attori,
tanto varrebbe chiamare un oratore.
(W. Shakespeare, Amleto)
Pinocchio è l’antipedagogia per eccellenza; è un burattino di legno che sfugge a ogni controllo, a ogni
ordine sociale, a ogni tentativo di farsi modellare. Lo
muove una curiosità tutta sua, ha fame di esperienza, non è né buono né cattivo, è solo molto diverso
dagli altri. Un burattino continuamente rimproverato, prima dal Grillo, poi dalla Fata, minacciato di fare una brutta fine, o in prigione o in ospedale, facile
preda dei ladri, dei gatti e delle volpi e dei cattivi compagni di viaggio. Ne pagherà personalmente tutte le
conseguenze. Per diventare “bambino” dovrà imparare a stare al mondo, conoscere e accettare i valori che
regolano le relazioni tra gli uomini, riconoscere e accettare le autorità. Pinocchio si scontra continuamente
tra due principi: la realtà e il piacere. Questa sua matrice lo accompagnerà per tutto il suo viaggio, diventerà il suo stato sociale. Gli unici che lo riconoscono, che lo festeggiano e lo salvano sono gli altri burattini, quelli del gran Circo dei Burattini di Mangiafuoco.
Ma Pinocchio è davvero così diverso da tutti noi?
Antonio Viganò
Giovedì 8 luglio Cucine ex OP Pergine ore 21.00
MAGGIO 2010 * NUMERO 2 | LA CITTÀ DEI MATTI | 15 |
TESTIMONIANZE
Una donna in manicomio
Christine Lavant
Pergine Spettacolo Aperto
ringrazia:
la Regione Autonoma Trentino
Alto Adige, la Provincia Autonoma
di Trento, il Comune di Pergine
Valsugana, il Centro Servizi Culturali
S. Chiara, la Cassa Rurale di Pergine,
la Fondazione Cassa di Risparmio
di Trento e Rovereto, l’Azienda per
il Turismo Valsugana Lagorai - Terme
- Laghi, l’Azienda provinciale per
i Servizi sanitari - distretto di Pergine,
la Fondazione Museo storico
e l’Università di Trento, il Mediocredito
Trentino Alto Adige, Vale SpA,
Sant’Orsola Sca, Itas Assicurazioni
Disertori Pergine V., ProLoco Pergine,
Publistampa Arti grafiche,
Videoframe Multimedia, Palcos srl,
Pulinet, Shop Center Valsugana,
Bimotor, Invisible Site
carta riciclata Oikos Fedrigoni: 50% fibre
riciclate FSC e 50% cellulosa ecologica FSC.
Publistampa Arti grafiche è certificata
FSC - Chain of Custody CQ - COC - 000016
GIUGNO 2008
| 16 | LA CITTÀ DEI MATTI | NUMERO 20 * MAGGIO
2010
La Magra, che stava nel secondo letto alla mia destra e passava il suo tempo a urlare o a
dormire come una morta dopo
le iniezioni, questa mattina è
stata portata in agonia nella
piccola stanza di fronte al bagno, dove infine è morta sulla
barella. Nessuno ha pregato o
pianto, ma anche così la morte
ha agito come sempre. Di fatto
avrei potuto pregare, ma il mio
primo pensiero è stato che ora
avrei potuto avere il suo letto
per non dovere passare più le
notti così vicino alla seggetta,
naturalmente non ho il diritto
di chiederlo, ma almeno uno
dei medici potrebbe anche arrivarci … È questo il famoso
amore per il prossimo: una
muore dopo terribili sofferenze, muore come un animale da
macello, e un’altra non ha che
il pensiero di potere avere il
suo letto di morte.
Ancora una volta la cena è passata. Sì, mi sono seduta vicino
a Magdalena, ma non per
amore – come risulta impossibile qui questa parola! –, l’ho
fatto soltanto per punirmi e
Magdalena aveva tutto il diritto di guardare attraverso di me
come attraverso una cosa pressoché impercettibile. Il suo
sangue infetto deve procurarle
una sofferenza infinita, dal
momento che nonostante tutti
gli ammonimenti si è graffiata
a sangue senza sosta finché
due infermieri del reparto maschile sono venuti a prenderla
e con il loro aiuto sfacciato e
osceno le hanno infilato le
braccia nella camicia di forza.
Non so se fosse veramente necessario, ma certamente non
era necessario farlo in quel
modo, visto che quando sono
arrivati al suo seno non erano
più infermieri, ma uomini, e
ne hanno tratto piacere. Perché, se esistono gli angeli, a
nessuno di loro spetta il compito di impedire che sulla terra
avvengano cose che dovrebbero succedere soltanto nell’inferno più profondo? Scrivo
queste cose usando normali
parole, le scrivo come qualsiasi
altra cosa, ma dovrei togliere
dai muri una pietra dopo l’altra e scagliarle contro il cielo
ad una ad una, affinché esso si
ricordi di avere dei doveri anche nei confronti di chi sta sotto di lui. Forse con ognuna di
queste parole finisco per dannarmi, ma il fatto che io scriva
alla fin fine è una cosa prestabilita. Alcuni devono costruire
ponti, altri dare alla luce bambini o tradurre in suoni le cose
che hanno dentro di sé, da
qualche parte qualcuno forse
dipinge un quadro e a ogni
pennellata si odia di più, ah,
noi tutti andiamo nella direzione in cui siamo stati lanciati. Pietre! Pietre! Pietre!
(Frammento tratto da Christine Lavant, Appunti da un manicomio, Forum, Udine 2008,
pp. 23-24)
CHRISTINE LAVANT (1915-1973) è
una delle figure più affascinanti,
intense e tormentate della
letteratura austriaca del secondo
Novecento. Poetessa dalla grande
forza visionaria, paragonata per il
suo linguaggio e la combattività
della sua fede alle mistiche
Hildegard von Bingen e Teresa
d’Avila, è stata apprezzata da
Thomas Bernhard, che ne ha
curato un’antologia poetica, Paul
Celan e Ingeborg Bachmann.
Di recente pubblicazione in Italia
una sua raccolta di racconti dal
titolo Nell per la casa editrice
Zandonai di Rovereto.
Riflesso di una
breve quanto
intensa
esperienza di
ricovero volontario
in un ospedale
psichiatrico,
seguito a un
tentato suicidio, gli Appunti da un
manicomio costituiscono una
vibrante testimonianza biografica
e un documento storico unico nel
suo genere. Con drammatica
lucidità, ma anche infinita pietas,
l’autrice schizza un ritratto di
medici, pazienti e infermiere
stretti nella morsa della provincia
austriaca degli anni Trenta,
all’interno della logica della
esclusione e della devianza.
Il testo non fu mai pubblicato in
vita dalla Lavant, preoccupata per
le reazioni che ne sarebbero
potute derivare, ed è stato
ritrovato solo negli anni Novanta
tra le carte della sua traduttrice
inglese.
Scarica

2 - Pergine Spettacolo Aperto