PERIODICO DI PERGINE SPETTACOLO APERTO IN-FORMAZIONE * APPROFONDIMENTI * RIFLESSIONI * A MARGINE DEL FESTIVAL ESTIVO ANNO 3 * NUMERO 2 * MAGGIO 2010 Teatro, installazioni, video, musica, performance, art in progress op , cibo, non st REALTÀ COMPRESSE, SUBITE, UOMINI-CUCINE, MOSTRI MECCANICI. UNA SETTIMANA FUORI E DENTRO 3 - 10 LUGLIO 2010 PERGINE EX CUCINE OP GLI SPAZI DELL’EX OSPEDALE PSICHIATRICO SGUARDI MUTANTI, DEFORMAZIONI DELLO SGUARDO, DENTI-MOBILI, COLORI CHE MISTIFICANO. Decostruzione GLI SPAZI DELL’EX OP SONO CANTIERI DOVE TUTTO PUÒ ESSERE COSTRUITO: IL NUOVO TEATRO DI PERGINE ABITERÀ I LUOGHI DELLA FOLLIA. FONDAMENTA PRECARIE SU CUI SI ERGONO IMPREVEDIBILI SIGNIFICATI. Trasformazione e Mi sveglio sempre in forma ra att o m efor d i m so ver gli rini a Me d l ri. A alt UNIVERSI INTERSTIZIALI. SCENE TRASVERSALI. UN CONTINUO RIMANDO ALL’ALTRO DA SÉ. L’ARTE SI FA GUARIGIONE A PARTIRE DAL SUO ESSERE ARTE PRIMA CHE TERAPIA. Rappresentazione TEATRO, MUSICA E DISAGIO PSICHICO DIALOGANO FRA LORO, SI INTERSECANO, SI NUTRONO A VICENDA. IL RISULTATO È UNA GRANDE ART IN PROGRESS, POROSA E CANGIANTE. NON STATE FERMI! DUCCIO CANESTRINI DANIELA ROSI MARCO DE MARINIS LUCA VIGNALI cantieri mutanti Muri invisibili e teste di legno ■ DI CRISTINA PIETRANTONIO DIRETTORE ARTISTICO DI PERGINE SPETTACOLO APERTO C’era una volta un parco circondato da alte mura, dove vivevano i diversi, accuratamente separati dai normali. Oggi il muro non c’è più. O meglio: buttate giù le pietre, è come se si fosse fatto etereo, impalpabile. Le persone diverse e le persone normali percorrono confusamente le stesse strade, abitano case uguali e il muro si insinua tra loro di soppiatto. Nel parco, intanto, è iniziato un cantiere per costruire un’alta torre. Fatta di legno come Pinocchio e come lui desiderosa di diventare viva. La torre scenica del nuovo teatro all’aperto, che sorgerà all’interno del parco dell’ex Ospedale Psichiatrico è, a detta di molti, parte di un progetto eccessivo, irrispettoso e campato in aria. Un progetto che mette il canto, la danza, la musica, il teatro e l’arte in primo piano nell’esistenza di una comunità: non preziosi accessori, ma attività fondamentali per la vita umana. Un progetto che ritiene giusto spendere tempo e denaro per dare loro dimora. Perché è lì, in quelle stesse attività, che il diverso si fa motore per il sorgere di cose nuove e diventa valore in sé. E senza diversità, senza follia, l’arte muore, diventa decorazione, intrattenimento, svago, distrazione. Ecco perché teniamo tanto alla nostra “città dei matti”, il nucleo più vitale e creativo del Festival. Ci serve a ricordare che l’accoglienza del “non conforme” permette il cambiamento, che solo la follia apre al nuovo, che Pinocchio (attorno alla cui favola ruota la nuova produzione teatrale con gli utenti di Maso S. Pietro) diventa di carne attraverso un percorso accidentato, continuamente deviante dalla norma. In copertina Nuvole di passaggio Il cantiere mutante del Festival ripone la propria anima nei ferdi Antonio Viganò menti disordinati della “città dei matti”. A tutti l’augurio sincero e Festival PSA, 15 luglio 2009 “junghiano” di attingere a piene mani a questo fecondo squilibrio, Immagine da Cage Sculpture sorgente primordiale di vita e creatività che ciascuno può trovare coreografia Roberto Zappalà in sé. Festival PSA, 17 e 18 luglio 2009 PROGETTO EDITORIALE Giuliano Geri IN REDAZIONE Maria Giovanna Franch PROGETTO GRAFICO E STAMPA Publistampa Arti grafiche via Dolomiti, 36 38057 Pergine Valsugana (TN) HANNO COLLABORATO Duccio Canestrini Marco De Marinis Daniela Rosi Sara Sciortino GIUGNO 2008 | 2 | LA CITTÀ DEI MATTI | NUMERO 20 * MAGGIO 2010 FOTOGRAFIE Archivio PSA Per informazioni, richieste e contributi: [email protected] * La Città dei Matti. Con questo nome era conosciuta, fino a poco tempo fa, Pergine Valsugana. Una città il cui paesaggio, reale e simbolico, era dominato dal manicomio, un luogo senza nome, come tutti i manicomi, un luogo della vergogna, che per oltre un secolo ha ospitato gente di lingua e cultura diverse, italiani e tedeschi, ma anche ladini e mocheno-cimbri. Un luogo in cui ogni identità – culturale, linguistica, ma soprattutto umana – si perdeva in un’esistenza anonima, dove l’estraneità della parola era la muta traccia che conduceva dentro storie di dolore e segregazione, ma anche di speranza e riscatto. Dall’Ospedale Psichiatrico sono transitate migliaia di esistenze, che hanno intrecciato la loro vicenda personale con quella di un’intera città: tanti pazienti, altrettanti medici e paramedici, ma anche personale di servizio e di gestione, che aveva il compito di tenere in piedi l’istituzione totale. Un universo di microstorie, racconti e testimonianze di chi stava dentro, di chi stava fuori, di chi stava un po’ dentro e un po’ fuori. È forse il luogo più autentico della memoria collettiva, un patrimonio con cui un’intera comunità si specchia nel suo passato. Quest’anno la Città dei Matti è un “cantiere mutante”, vuole trasformarsi in altro, abitare nuovi spazi simbolici a partire da quello che è ed è stato. In attesa di un teatro vero che si faccia “casa”, ogni scena diventa rappresentazione, gioco, fantasia. Luogo – e occasione – di cambiamento. * REDAZIONE Via Guglielmi, 19 38057 Pergine Valsugana (TN) FESTIVAL PERGINE SPETTACOLO APERTO Via Guglielmi, 19 38057 Pergine Valsugana (TN) tel. 0461 530179 fax 0461 533995 [email protected] www.perginepsa.it DISSONANZE Dal 3 al 10 luglio si animano gli spazi fuori e dentro le cucine dell’ex Ospedale Psichiatrico di Pergine: un grande atelier in presa diretta condotto e vissuto da artisti provenienti da mondi e culture diverse. Art in progress. Oltre l’outsider. TRANS-FORM-ACTION L’ARTE IN CANTIERE DI DANIELA ROSI Come può darsi forma senza trasformazione? Niente cambia senza l’azione. Nessuno cambia se non in relazione. Per questo motivo quest’anno la “città dei matti” si fa cantiere: un atelier vissuto da artisti di varia provenienza che mettono in moto le loro azioni creative per ottenere forme e modificazioni di forme. Per tessere relazioni e allacciare rapporti artistici. Si sono scelte tutte le forme di diversità nell’arte: diversità geografiche, diversità di codice espressivo, diversità di stili, diversità di materiali, diversità di condizione sociale. Una grande opera collettiva, unità d’intenti artistici, che solo alla fine della settimana si farà compiuta e sfocerà nella più folle delle mostre collettive. Quale la novità rispetto alle edizioni passate? Quest’anno – spiega Daniela Rosi – l’idea è quella di dimostrare in modo performativo, e quindi più vicino alla storia di spettacolo del festival perginese, che l’arte è sempre “out”, sempre aperta al “fuori”. Outsider quest’anno viene interpretato nel suo senso più letterale: fuori dal ristretto confine del nostro paese, della nostra città, della nostra nazione, del nostro continente; fuori dall’idea tradizionale di “mostra d’arte”; fuori dagli schemi classici dell’arte preconfezionata, scelta in base al valore commerciale, rodata e fuori dal rischio del risultato certo; fuori dal concetto di “artista insider” e “artista outsider”, per un linguaggio aperto senza definizioni di appartenenza all’una o all’altra categoria; fuori dal concetto di extracomunitario perché il linguaggio del- l’arte è il solo vero esperanto; fuori dall’idea che esista un’arte dei sani e un’arte dei malati; fuori dall’idea che sia impossibile un grande ideale atelier del mondo che sia in grado di contemplare anche la propria follia. Dunque un grande laboratorio a cielo aperto in cui convivono artisti “normali” e artisti outsider… Che gli artisti possano esprimersi assieme, in vicinanza, mantenendo la loro autonomia specifica, mi sembra una bella cosa, specie se non ci sono barriere fra loro, siano essi italiani o stranieri, giovani o vecchi, sani o malati, figurativi o astratti, visionari o iperrealisti, fotografi o disegnatori, pittori o scultori, videomaker o performer. Ritengo che la vicinanza di “tante diversità” non possa che essere feconda. Ma allora perché chiamare gli artisti “outsider”? Non si rischia forse di stigmatizzare utilizzando questo termine? Il termine “outsider” ha valenza storica e non si riferisce tanto all’opera o al suo valore artistico, quanto piuttosto alla posizione di marginalità in cui si trova a vivere, suo malgrado, l’artista a cui il termine si riferisce. Dopo Flavio Eracliti - Atelier Fatato Gengiscao, aereo la morte di Dubuffet tutto l’interesse del mondo dell’arte per Ramón Ramírez Ruiz, Lienzos (Dipinti) DANIELA ROSI nasce a Isola della Scala (Verona) nel 1959. Diploma accademico in Scenografia, è stata curatrice di oltre cinquanta mostre di Arte irregolare, realizzate in diverse città italiane, tra cui la sezione speciale dedicata all’Outsider Art alla fiera mercato ArtVerona fin dalla prima edizione del 2005. È coordinatrice del progetto sull’Outsider Art all’Accademia di Belle Arti di Verona e degli atelier dei reparti di psichiatria delle aziende ospedaliere di Verona e di Mantova. Autrice di diversi articoli e saggi sul tema dell’Outsider Art per riviste e cataloghi d’arte nazionali e internazionali, dirige la collana “I Funamboli” per i tipi della Campanotto di Udine, dedicata agli artisti marginali. È responsabile culturale del Centro di Riabilitazione neurologica “Franca Martini” di Trento. Per le edizioni 2008 e 2009 del festival PSA ha curato l’esposizione outsider e le installazioni realizzate all’interno del Padiglione Perusini e dentro le cucine dell’ex OP. MAGGIO 2010 * NUMERO 2 | LA CITTÀ DEI MATTI | 3 | DISSONANZE / GLI ARTISTI TRANS-FORM-ACTION da sabato 3 a sabato 10 luglio Cucine ex OP Pergine dalle ore 17.00 le produzioni spontanee, realizzate da autori non colti, non formati accademicamente e spesso rivolti a produrre soprattutto per sé, più che per gli altri o per il mercato, trova il suo termine di riferimento nella parola “outsider”, coniata da Roger Cardinal nel 1974 e che verrà poi adottata da tutti coloro che vorranno indicare “la creazione spontanea, originaria, primitiva”. All’interno della categoria non trovano spazio solo le produzioni dei malati di mente, ma quelle di ogni artista marginale, sia esso visionario, solitario, analfabeta isolato, graffitaro e altro ancora. Il problema dello stigma esiste in chi guarda, non nel termine in sé. Se fosse appurato che la malattia mentale non è un problema, per nessuno la produzione di un malato mentale costituirebbe “un caso” in sé. Tanto più che la dilazione percettiva di chi ha visioni allucinatorie è grande e può donare punti di vista ignoti ai più. Il termine, quindi, è talmente lato da perdere addirittura i suoi confini e non costituisce per niente un “vulnus”, anzi. Io sono convinta che, a parità di talento, l’artista colpito da malattia psichica, che sente voci e vede immagini surreali e allucinate, possiede un quid in più. Ha una percezione dilatata, come Mirco Tarsi, Autoritratto n. 60 dicevo, e quindi attinge a po- a cura di Daniela Rosi In collaborazione con l’Osservatorio Nazionale di Outsider Art operativo presso l’Accademia di belle Arti “G.B. Cignaroli” di Verona in convenzione con il Centro di riabilitazione Franca Martini A.T.S.M. Onlus di Trento. Si ringraziano per la collaborazione Monica Demattè, Giovanni Monzon e Leonardo Zoccante ARTISTI IN CANTIERE, PERFORMANCE, ART IN PROGRESS * RAMÓN RAMÍREZ RUIZ. Noto artista cubano, rappresenta gigantesche e mostruose cucine, simili a fabbriche, che dominano, schiacciano, uomini minuscoli. Oppure fonde questi due elementi in un unico soggetto, l’uomo-cucina o la cucina-uomo. Il riferimento chiaro è alla realtà cubana degli anni Novanta, quando le famiglie, pur avendo da mangiare, non potevano cucinare per la mancanza di combustibile: cade il muro di Berlino e a Cuba non c’è più fuoco. L’artista, circondato dalle sue opere, lavorerà dentro le cucine dell’ex Ospedale Psichiatrico. La follia dentro la follia. * MENG HUANG e * ZHU BING. Due quotati artisti cinesi portati a Pergine dalla storica dell’arte Monica Demattè vivranno per una settimana su una impalcatura che diventerà teatro della loro performance creatrice. Un esile cantiere, punto di osservazione per rappresentare unicamente ciò che rientra nel proprio raggio visivo. Uno sguardo su Pergine che viene dall’Oriente. La follia del diverso. * MIRCO TARSI. Un giovane e promettente talento artistico che digrigna i denti al mercato dell’arte e dipinge, in maniera ossessiva e ripetitiva, denti. Folle sarcasmo. * CATERINA MARINELLI. Artista outsider di grandissimo talento, versatile su tutti i fronti espressivi, dalla scultura alla pittura, dalla musica alla fotografia. Sarà alle prese con la creazione delle sue crete che stanno ottenendo un grande successo di pubblico e di critica in tutta Italia. Per l’occasione sarà anche proiettato il video “Caterina” con la regia di Giulio Bazzanella, prodotto da FORMAT della Provincia autonoma di Trento in collaborazione con Centro Franca Martini A.T.S.M., Stella bianca di Segonzano e Pergine Spettacolo Aperto. Follia delle mani. ARTISTI CONDUTTORI di atelier storici e nuovi atelier di Outsider Art: IGOR NOVELLI (co-conduttore con CRISTINA JÖCHLER) - Atelier AutArt, Mantova e Atelier Fatato Gengiscao, Marzana (Verona) PAOLA PONTIGGIA - Atelier Officina Creativa La Manica Lunga, Sospiro (Cremona) RICCARDO BARGELLINI - Atelier Blu Cammello, Livorno tenziali espressivi più vasti. Per me dire outsider vuol dire riconoscere un qualcosa in più all’opera rispetto a quello che può essere riconosciuto a un artista che non “gode” di queste alterazioni. Avere quest’anno un mega-atelier di tanti artisti diversi, che accoglieranno anche artisti provenienti dai vari atelier outsider italiani, significa dare diritto di cittadinanza a “ogni differenza positiva”, così che si possa senz’altro affermare che l’Arte, ovunque si manifesti, rappresenta sempre la condizione sana di una società. * MGF GIUGNO 2008 | 4 | LA CITTÀ DEI MATTI | NUMERO 20 * MAGGIO 2010 Questa volta saranno gli artisti conduttori degli atelier outsider che si metteranno all'opera, portatori del loro talento, talvolta dichiaratamente contaminato con il talento degli outsider. Un grande atelier/cucina in cui ogni giorno tutti lavorano e dialogano con tutti. E dove gli artisti presenti lavoreranno anche con gli artisti outsider che arriveranno da diverse parti d’Italia. Veri laboratori folli. Interpretazione fotografica del “cantiere” a cura di Mauro Fiorese (www.maurofiorese.it) Documentazione video a cura di FORMAT - Centro audiovisivi della Provincia autonoma di Trento E inoltre… “SIAMO IN MOLTI A CUI MANCA UNA ROTELLA!” - Atelier per bambini che vogliono sperimentare la differenza. Condotto da artisti /utenti del Centro di riabilitazione Franca Martini A.T.S.M. Onlus di Trento Meng Huang, International Face No.2 Zhu Bing, Scrap garden NO11 Ramón Ramírez Ruiz, Dibujos (Disegni) MAGGIO 2010 * NUMERO 2 | LA CITTÀ DEI MATTI | 5 | DISSONANZE / GLI ARTISTI Cucine ex OP Ramón Ramírez Ruiz GIUGNO 2008 | 6 | LA CITTÀ DEI MATTI | NUMERO 20 * MAGGIO 2010 Caterina Marinelli - Cani di terracotta Ci sono pittori che scrivono con le rime e disegnano foreste entro cui vanno a vivere con i loro amori. Si contentano di un solo pensiero, lo vestono di rubini e credono che sia un re. I poeti non credono alle date, credono che la loro storia cominci dalla presenza. (Alda Merini) MAGGIO 2010 * NUMERO 2 | LA CITTÀ DEI MATTI | 7 | CONSONANZE / I PROTAGONISTI CORPOMATTO. ANTROPOLOGIA DEI GESTI INCONSULTI* ■ DI DUCCIO CANESTRINI Quand’ero bambino mi dicevano spesso di non fare gesti inconsulti. Era una strana espressione. La usava soprattutto mia zia, che quando la innervosivo con la mia irrequietezza esclamava: «Non fare gesti inconsulti, corpo di Bacco!». Io non capivo. Devo dire che anche l’evocazione del corpo di una divinità “pagana” mi risultava alquanto misteriosa. Bacco: rischiavo forse di diventare come lui? Non fare gesti inconsulti era un po’ come non commettere atti impuri, una cosa semplicemente incomprensibile. Sapevo, per esempio, che non si dovevano prendere a fiondate i lampioni, ma l’inconsultaggine del gesto, come categoria concettuale astratta, mi sfuggiva. Ora so che si trattava di astenersi dal compiere movimenti che mancassero di prudenza e riflessione, e che perciò avrebbero messo nei guai mia zia, quando mi portava in giro. Inconsultus in latino significa sconsiderato, da consŭlere, deliberare, esaminare. Se si parla di gesti, dunque, sarebbero movimenti non esaminati con attenzione. Ma da chi? Da me stesso, dalle convenzioni, da un’autorità preposta alla loro valutazione? In ogni caso, suppongo che quella raccomandazione tendesse a pilotarmi verso una forma di autocontrollo all’inglese, in stile Phileas Fogg, protagonista del giro del mondo in ottanta giorni: algido, laconico, sempre calibrato. Un bel modello, non c’è che dire. Ma se l’avessi seguito, probabilmente i miei compagni mi avrebbero preso in giro a morte e le bambine non mi avrebbero mai degnato di uno sguardo. 2. Ho l’impressione che il corpo, in genere, lo sia dia un po’ troppo per scontato. E se, tanto per cominciare, dicessimo “la corpa”, al femminile? Per quale motivo il corpo dev’essere maschile, visto che nasce da madre femmina? Studi di filosofia, da ragazzo, mi hanno introdotto al curioso dualismo corpo/anima, teorizzato da Platone e travasatosi nella tradizione ebraica e cristiana: soma e psiche. Dove il corpo è assimilato a una prigione che racchiude l’aspetto psichico, cioè l’anima. Trasformando l’Iperuranio dei greci nel Regno dei Cieli (secondo la comune logica dell’ulteriorità), il cristianesimo ha svalutato il corpo riducendolo a una sorta di scatola. Cagionevole e sempre pronta a cedere al peccato. S. Agostino e gli altri padri della Chiesa per secoli predicheranno la mortificazione del corpo e della carne, perché è attraverso la sofferenza che si guadagna il Paradiso. Questa dimensione di mortificazione al limite dell’autolesionismo, di cui sono esempi pratiche penitenziali come il cilicio, il ciclismo in montagna, i pomeriggi davanti alla televisione e i pranzi a base di carne di mammiferi, ha sicuramente influenzato, per non dire inficiato, la nostra cultura del corpo. Quanto all’anima, successivi studi di antropologia culturale mi hanno fatto scoprire che diverse culture, ciascuna con pari dignità, hanno forgiato anime in quantità. In quasi tutta l’America settentrionale, per esempio, la tradizione indigena assegna agli esseri umani due anime: una, assimilata al respiro, darebbe autocoscienza al corpo; l’altra, staccata dal soma, ha caratteristiche oniriche e può compiere viaggi e recare messaggi. Se questa anima resta prigioniera nel regno dei defunti, la perMental disease (malattia mentale) I MISTERI DEL MONTE DI VENERE Conferenza spettacolo di Duccio Canestrini Incisioni tratte da Marija Gimbutas, Il linguaggio della dea. Mito e culto della dea madre nell’Europa neolitica, Longanesi, 1989 GIUGNO 2008 | 8 | LA CITTÀ DEI MATTI | NUMERO 20 * MAGGIO 2010 Emblema della Pudicitia, Cesare Ripa, Iconologia, 1603 Georg Groddeck, Lo scrutatore d’anime, immagine di copertina dell’autore (1920) DUCCIO CANESTRINI è membro dell’Associazione Italiana per le Scienze Etno-Antropologiche (Roma). Insegna Antropologia e Cinema all’Università del turismo di Lucca. Giornalista e conferenziere, dopo anni di viaggi presenta conferenze spettacolo multimediali che interpretano diverse realtà e illustrano scenari CORPOMATTO Conferenza spettacolo di Duccio Canestrini Acconciatura tradizionale dell’etnia papua (Nuova Guinea), in uso fino a qualche anno fa futuri. Tra le sue pubblicazioni: Una penna tra i tamburi (Giorgio Mondadori), Trofei di viaggio (Bollati Boringhieri), Andare a quel paese (Feltrinelli), Non sparate sul turista (Bollati Boringhieri), I misteri del monte di Venere (Rizzoli). Sito web personale http://www.ducciocanestrini.it Johnny Depp nel ruolo del Cappellaio matto - Alice in Wonderland, Tim Burton, 2010 I MISTERI DEL MONTE DI VENERE martedì 6 luglio Teatro Tenda Pergine ore 21.15 CORPOMATTO giovedì 8 luglio Cucine ex OP Pergine ore 16.30 Contorsionista. Un uso del corpo anticonvenzionale, provocatorio, eversivo Johann Kaspar Lavater (1741 - 1801) L’arte di studiare la fisionomia, 1772. La scienza fisiognomica pretendeva di dedurre dai tratti somatici dei soggetti studiati indicazioni circa la loro psiche sona muore. Tra i Taulipang della Guiana, per fare un altro esempio, le anime sono addirittura cinque e rimangono tutte esterne al corpo. Il mondo è bello perché è vario, recita l’adagio. E tutto sommato è meglio che lo resti. 3. Come ti muovi, sei nel vero. L’antropologo inglese Desmond Morris, a questo proposito, parla di una fuga di informazioni non verbali, nel senso che noi, per quanto cerchiamo di controllare le parole, i gesti e le espressioni facciali, siamo comunque traditi dal corpo. Molte cose si possono capire dalla fuga di queste informazioni, per esempio da come atteggiamo braccia o accavalliamo le gambe al cospetto di un interlocutore: la disposizione d’animo, la sicurezza di sé, la nostra educazione. Quanto alla cultura, negli ultimi tempi le ispirazioni e le connessioni si sono intensificate. Anche se le suggestioni esotiche, arcaiche o primitiviste sono sempre esistite. Il piercing al labbro era diffuso tra gli eschimesi dell’Alaska fino al XIX secolo e da millenni in Africa e in Brasile è invalso l’uso di piattelli labiali: orpelli che anche i punk nostrani, per quanto animati da sentimenti antagonisti, ritengono estremi. La United Colors of Benetton ha pubblicato un libro-rivista intitolato Venere preistorica e Venere in Internet. A distanza di ventimila anni, le “cose” non sono cambiate Caricatura di Sigmund Freud: “Ciò che l’uomo ha in testa” foto di Chema Madoz, Dreming of Objects Bambole kokeshi con la foto di un punk giapponese la cui cresta è foggiata esattamente come quella dell’ultimo dei Mohicani. Forse il Mohicano del romanzo di James Fenimore Cooper (1826) non era l’ultimo. Dipingersi il corpo come fanno gli indios brasiliani, cospargersi il volto di fondotinta come fanno le nostre signore, abbronzarsi, farsi il lifting o rimodellarsi il seno, truccarsi, imbottire le spalle delle giacche, decolorare i capelli, esaltare le labbra con un tocco di rossetto sono altrettanti messaggi – più o meno socialmente accettati – che l’individuo lancia alla comunità. Ma il corpo è sempre soggetto a forme di controllo e di coercizione, a un codice di gesti consulti di cui non sempre ci rendiamo conto. I sistemi simbolici non sono semplici strumenti di conoscenza, ma anche strumenti di dominio ed espressioni di particolari assetti sociali. Ecco allora che usare il corpo in maniera non convenzionale, muoverlo in maniera inconsueta, o viceversa fermarsi all’improvviso a pensare mentre si cammina in corteo, diventa roba da matti. * * Testo adattato dall’autore tratto dal saggio Corpi comunicanti, in “A lezione dal corpo. Per una didattica interculturale attraverso l’espressione corporea”, Iprase del Trentino, 2005. Gustave Courbet, L’origine du monte, 1866 Wonder Woman MAGGIO 2010 * NUMERO 2 | LA CITTÀ DEI MATTI | 9 | CONSONANZE / MUSICA CANONE INVERSO LUCA VIGNALI E MAURIZIO MASTRINI I SUONI DELLA GUARIGIONE Sono stato un violinista precoce e la passione per lo strumento era tale da farmi vivere ogni momento immerso nella musica e nel suo ascolto. La musica era ed è il nutrimento della mia vita, della mia fantasia e della mia umanità. Ho capito molto presto il potere che essa esercita sugli esseri umani. Mi divertiva osservare come incideva sull’umore, sulle tensioni, sulla postura, GIUGNO 2008 | 10 | LA CITTÀ DEI MATTI | NUMERO 20 * MAGGIO 2010 sulla gestualità e sul benessere delle persone. Il suono è così diventato un compagno di vita che ha evoluto le mie emozioni, interagendo nei momenti tristi e nei momenti felici, ha alimentato le mie visioni e i progetti di una vita piena d’amore per gli altri e la consapevolezza di poterli aiutare attraverso la mia conoscenza approfondita del suono e dei suoi effetti terapeutici. LUCA VIGNALI, direttore d’orchestra e musicoterapeuta, è stato premiato in vari concorsi nazionali e internazionali. Ha studiato gli effetti del suono sul corpo e sulla mente umana con John Beaulieu, Jonathan Goldman e Sarah Benson negli Stati Uniti e ha lavorato sull’improvvisazione musicale con diversi maestri in varie parti del mondo. Ha ricevuto insegnamenti sul potere del suono dagli sciamani indio-americani; in Tibet, a Kumbum, dai dottori tibetani e dai lama tibetani sulle tecniche energetiche, sul suono orientale e sul lavoro corporeo. In Siberia ha beneficiato di tutti gli insegnamenti e le esperienze della sciamana del suono; in un monastero Zen in Giappone; in Australia con tribù aborigene e in India. Inoltre ha partecipato a vari gruppi di tantra in Nepal, India, Australia e alla School of Tantra. Da questa conoscenza di teoria e pratica di meditazione, suono e tantra, ha cominciato a diffondere il Tantra Sound, una sintesi di tecniche con suoni e tantra nel campo della guarigione e Luca Vignali, direttore d’orchestra e musicoterapeuta “globetrotter” di fama internazionale, sarà a Pergine con una conferenza e un concerto: tra musica tantrica e meditazione, per ritrovare il proprio suono interiore. Lei ama dire che la salute è “il suono del corpo, della mente e dello spirito”. Quale connessione c’è tra guarigione e suono? A me piace questa definizione, perché incorpora la parola suono; ampliando il concetto possiamo definire la salute come “l’alta risonanza di corpo, mente e spirito”. Su questo fondamento si erige il concetto proprio della medicina vibrazionale secondo cui le ossa, gli organi, i tessuti e i sistemi energetici del corpo umano hanno tutti una propria frequenza di risonanza. Quando questa risonanza armonica viene disturbata a causa di stress, trauma, inquinamento, allora si manifesta un disagio o una malattia. Attraverso l’uso del suono e di altre modalità vibrazionali è possibile instaurare un bilanciamento e ristabilire la normale frequenza che è alla base della salute. Approfonditi studi hanno dimostrato che la musica equilibra la temperatura corporea, aumenta la produzione di endorfine, migliora la funzione immunitaria, acuisce la percezione spazio-temporale, aiuta l’apprendimento e stimola la digestione. La guarigione vibratoria con l’uso di suono e voce è uno dei metodi più efficaci per equilibrare il nostro stato energetico e tutte le nostre condizioni vitali. Vale anche per gli animali? Certo, l’effetto si ha anche sugli animali, spesso più recettivi ai suoni e con una sensibilità più acuta rispetto all’uomo. Luca Vignali direttore d’orchestra, violinista precoce: possiamo definirla musicoterapeuta? Sono terapista del suono. La musicoterapia tratta più nello specifico il mondo dell’handicap, mentre la terapia del suono lavora su una gamma leggermente più varia e vasta che comprende diverse problematiche oltre all’handicap. Leggo dalla sua biografia che ha ricevuto insegnamenti sul potere del suono dagli sciamani indio-americani, in Tibet a Kumbum dai dottori tibetani e dai lama tibetani sulle tecniche energetiche, sul suono orientale e sul lavoro corporeo. In Siberia ha beneficiato di tutti gli insegnamenti e le esperienze della sciamana del suono; in un monastero Zen in Giappone; in Australia con tribù aborigene e in India. Inoltre ha partecipato a vari gruppi di tantra in Nepal, India, Australia e alla School of Tantra. Da queste esperienze è nato il suo Tantra Sound, una sintesi di tecniche con suoni e tantra nel campo della guarigione e dell’esplorazione interiore. Ce ne parli. Queste mie esperienze mi hanno portato a una conoscenza profonda nell’ambito sia del suono sia del mondo tantrico (per inciso dell’esplorazione interiore. Insegna il violino, individualmente e in gruppo, conduce laboratori sull’ascolto guidato e sulle proprietà risanatrici della musica nella vita quotidiana. Svolge seminari e sessioni individuali in Italia e all’estero. MUSICATANTRA Conferenza terapeutica mercoledì 7 luglio Cucine ex OP Pergine ore 16.30 MUSICATRANTRA Concerto meditativo con campane tibetane giovedì 8 luglio Cucine ex OP Pergine ore 19.00 tantra non è un’atletica del sesso, bensì un’occasione per entrare in contatto con il proprio mondo interiore). Il percorso fatto mi ha dato la possibilità di fondere e mettere in relazione attraverso il suono, il movimento e la voce le nostre capacità di riconoscere e sperimentare – appunto tramite i suoni, l’ascolto, la voce e i movimenti corporei – i diversi stati d’animo vissuti nella quotidianità, rilasciando così ogni tensione, creando armonia, equilibrio, benessere e ritrovando la pace interiore. E a Pergine Spettacolo Aperto cosa porterà? Una performance o un atto di guarigione collettivo? Avrò la possibilità di esprimermi in due momenti diversi. In uno terrò una sorta di conferenza “interattiva”, diciamo una guida teorico-pratica basata su esercizi finalizzati all’utilizzo dei suoni nel processo di guarigione. L’obiettivo è quello di sperimentare attraverso i suoni e la voce l’autotrasformazione e la guarigione nella vita quotidiana. Ci sarà poi un concerto di campane di cristallo e tibetane, vero e proprio momento di meditazione e sperimentazione. * Il manicomio è una grande cassa con atmosfere di suono e il delirio diventa specie, l’anonimità misura, il manicomio è il monte Sinai luogo maledetto sopra cui tu ricevi le tavole di una legge agli uomini sconosciuta. (Alda Merini) MAGGIO 2010 * NUMERO 2 | LA CITTÀ DEI MATTI | 11 | CONSONANZE / MUSICA MAURIZIO MASTRINI si è diplomato al Conservatorio “F. Morlacchi” di Perugia in contemporanea e si è perfezionato con il Maestro Vincenzo Vitale. Compositore e direttore d’orchestra, manifesta la sua massima espressione artistica con il pianoforte. Dal 1992 assume la direzione artistica di diversi festival, mentre nell’ambito della composizione firma numerosi lavori per radio e televisione. Il suo stile compositivo evidenzia in maniera netta i caratteri essenziali di un linguaggio colto e complesso e al tempo stesso emozionale e immediato. I suoi concerti in Italia hanno riscosso attenzione ed entusiasmo, ma il riconoscimento della sua statura in campo internazionale come compositore arriva quest’anno con la realizzazione del primo album “Il mio mondo al contrario”, in cui Mastrini suona composizioni classiche e originali al contrario, ovvero partendo dall’ultima nota verso la prima, con un riscontro musicale sorprendente. L’attenzione dei media lo consacra tra i più quotati pianisti contemporanei, ispirato da una continua ricerca e dalla sperimentazione di frontiere sempre nuove. Immagine da Il piano piange Festival PSA, 17 e 18 luglio 2009 IL PIANISTA CONTRARIO Artista eccentrico e ispirato, Maurizio Mastrini è un talento unico nel panorama della musica internazionale, divenuto celebre come “il pianista che suona al contrario”, perché suona celebri opere della musica classica partendo dall’ultima nota fino a risalire alla prima. A Pergine porterà il suo ultimo lavoro “Il mio mondo al contrario”, compendio di tutto il suo modo di suonare, concepire e vivere la musica. L’idea di suonare al contrario è venuta a Mastrini qualche anno fa, in sogno. Stavo cercando brani per rinnovare il repertorio concertistico ma non ne venivo a capo – ricorda il Maestro. – Quella notte ho sognato Bach che mi diceva «prendi il Preludio dal Clavicembalo ben temperato, suonalo dall’ultima alla prima nota e vedrai che troverai un nuovo brano». Così ho fatto e ho scoperto che uscivano melodie fantastiche, irriconoscibili e bellissime. All’inizio ero spaesato e disturbato fisicamente perché non è facile andare dalla fine all’inizio – prosegue – poi mi sono abituato a suonare al contrario e adesso scrivo da destra verso sinistra. Suonare al contrario funziona sempre, con qualsiasi brano, e io non cambio nulla, rimango fedele alla scrittura. Unico precedente illustre – precisa Mastrini – è Paul Hindemith, autore tedesco del ’900, che ha scritto un brano che fa parte del Ludus tonalis prima in un senso poi nell’altro. A parte questo, non c’è stato niente di simile finora. GIUGNO 2008 | 12 | LA CITTÀ DEI MATTI | NUMERO 20 * MAGGIO 2010 IL MIO MONDO AL CONTRARIO Concerto per pianoforte dall’ultima nota alla prima venerdì 9 luglio Cucine ex OP Pergine ore 19.00 Mastrini, che vive in un eremo in Umbria, ha ancora un’altra particolarità, quella di esibirsi in frac e scalzo. La mia è una necessità perché il suono si calibra anche con l’uso dei pedali e per una maggiore sensibilità preferisco avere i piedi scoperti, altrimenti – conclude – sarebbe come suonare con i guanti. * SS CONSONANZE / TEATRO Il teatro fa maggior effetto quando fa diventare reali le cose irreali. Allora la scena diventa il periscopio psichico che dall’interno illumina la realtà. Il teatro che cura. Due giorni dedicati all’approfondimento del rapporto tra teatro e psichiatria, tra conferenze, tavole rotonde e spettacoli a tema. (Franz Kafka) DIVERSAMENTE ATTORI IL TEATRO SOCIALE TRA TERAPIA E ARTE * ■ DI MARCO DE MARINIS ANTONIN ARTAUD Negli anni Quaranta l’autore de Il teatro e il suo doppio ritornò letteralmente alla vita e al lavoro, dopo il lungo buio degli internamenti, a Rodez, grazie al teatro, inteso e praticato naturalmente non più come spettacolo ma come lavoro su se stesso, training del souffle, strumento per il rifacimento del moi-corps, luogo in cui il corpo finalmente “senz’organi” riapprende a “danzare alla rovescia”.1 TRE ESEMPI-DEDICA GIULIANO SCABIA ROBERT WILSON L’esperienza pionieristica, fondatrice, del Laboratorio P da lui creato nel 1973 e coordinato per due mesi nell’Ospedale Psichiatrico provinciale di Trieste diretto da Franco Basaglia, dimostrò quanto il teatro possa rivelarsi efficace in contesti terapeutico-riabilitativi se esso si dilata al massimo e si de-istituzionalizza il più possibile e soprattutto se non si pone direttamente delle finalità terapeutiche: Alle origini della straordinaria carriera teatrale del grande regista statunitense ci sono, fra l’altro, due handicappati, un sordomuto (Raymond Andrews) e un cerebroleso (Christopher Knowles), che furono suoi collaboratori artistici fra gli anni Sessanta e gli anni Settanta e che, grazie a questo, fecero progressi straordinari che nessun’altra terapia era mai riuscita a ottenere.2 In una conferenza tenuta nella primavera del 1998 all’UniEssi non intendono fare dell’ “arte versità di Bologna Wilson incentrò il suo discorso terapeutica”, che ritengono pericolosamente interamente sul ricordo di queste due collaboraequivoca, né psicodrammi alla Moreno, né altri sperizioni, mostrando di continuare a considerarle mentalismi del genere sulla pelle dei malati trattati come cafondamentali per tutto il suo lavoro sucvie. La loro intenzione è invece di inserirsi nel processo di cessivo, anche a quasi trent’anni trasformazione e di “apertura” in atto nell’Ospedale Psichiatrico e di di distanza. vedere in che modo il teatro (inteso nell’accezione dilatata di strumento di ricerca/ascolto/conoscenza/comunicazione) poteva contribuire al conseguimento di uno degli obiettivi principali di questo processo: fare in modo che “il ‘dentro’ (i malati e tutto il mondo del manicomio) si riappropri del ‘fuori’, del mondo esterno da cui è separato; di quel mondo esterno che è chiuso e rifiuta chi sta ‘dentro’”. Si trattava, più precisamente, di rimettere in comunicazione prima il malato con se stesso (riappropriazione del corpo e dell’identità), poi i malati fra di loro e con gli altri del manicomio, e infine Una sola riflessione, fra le tante possibili, su questi i malati (il “dentro”) con la città e il territorio (Trieste, il “fuori”).3 tre esempi-dedica, e in particolare sugli ultimi due. Esistono modi d’espressione e di comunicazione, linguaggi insomma, che vanno ben al di là di quelli “canonici”, “normali” etc., e che di solito ci rimane molto difficile, se non proprio impossibile, cogliere, capire. Occorrono, per questo, attenzione, sensibilità, capacità d’ascolto. Ecco, il teatro – ci insegnano Wilson e Scabia – può essere anche (o meglio, ormai dovrebbe essere soprattutto) questa particolare qualità d’attenzione, questa altissima capacità di ascolto. DIVERSAMENTE ATTORI. TEATRO E DISAGIO PSICHICO TRA ARTE E TERAPIA Conferenza, tavola rotonda, spettacolo e guarigione mercoledì 7 e giovedì 8 luglio Cucine e Casetta veneziana ex OP Pergine dalle ore 10.00 MAGGIO 2010 * NUMERO 2 | LA CITTÀ DEI MATTI | 13 | CONSONANZE / TEATRO Il panorama attuale: due ottiche (che sono una sola) Non è questa la sede per entrare nei dettagli del vario e ricco panorama offerto oggi dal campo che potremmo chiamare teatro e disagio oppure teatro e diversità. Vorrei limitarmi a elencare qualche nome particolarmente significativo: da quelli, internazionali di Oiseau Mouche e Candoco Dance, caratterizzati dall’integrazione di ballerini professionisti e danzatori con handicap, a Enzo Toma, con il suo pluriennale lavoro con downs e disabili di vario tipo presso il Teatro Kismet di Bari, a Danio Manfredini, con le sue esperienze in varie strutture psichiatriche a Milano (in parte confluite artisticamente nello straordinario “solo” Al presente), a Pippo Delbono e Pepe Robledo, la cui compagnia, facendo incontrare (non solo professionalmente) attori professionisti e diversi ed emarginati di vario tipo, ha proposto negli ultimi anni una serie di spettacoli di forte poesia e amara bellezza (Rabbia, Barboni, Guerra, Odissea), 4 alla ricerca di Lenz Rifrazioni di Parma (penso, in particolare, ad un recente Amleto) o all’impegno che da molti anni il Teatro Nucleo testimonia in questo campo a Ferrara. 5 E si tratta, ripeto, solo di qualche esempio, sicuramente scelto fra i più significativi. 6 I nomi che ho citato, e le esperienze che li riguardano, hanno almeno una cosa in comune, oltre a quella di muoversi appunto nel campo del disagio e della diversità: gli spettacoli che propongono sono quasi sempre di alta qualità artistica. Di solito si è portati a pensare che esistano, almeno in astratto, due ottiche completamente diverse, secondo cui è possibile considerare questo genere di proposte teatrali: chiamiamole la considerazione sociale e la considerazione artistica. La considerazione sociale è quella che pone l’accento – a prescindere dalla qualità artistica degli eventuali risultati – sull’indiscutibile efficacia degli strumenti teatrali nella terapia, o più precisamente nel migliorare le possibilità da parte del malato, del diverso, dell’emarginato, di evadere – sia pure solo in parte e a tratti – dalla prigione della sofferenza, dell’isolamento, dell’incomunicabilità. (Una cosa mi ha colpito più di tutte, nell’assistere a una rappresentazione del Sogno di una notte di mezza estate messo in scena da Nanni Garella insieme a pazienti del Dipartimento di Salute Mentale della AUSL di Bologna Nord all’Arena del Sole di Bologna nel gennaio del 2000: che persone addirittura incapaci di parlare all’inizio del processo – mi è stato detto – fossero riuscite comunque a stare in scena e a recitare, sfondando almeno per un po’, ma chissà, il muro della loro “fortezza vuota”). La considerazione artistica guarda invece alla qualità del lavoro e soprattutto del risultato spettacolare, quando c’è, a prescindere dalle caratteristiche particolari e anomale del contesto, dei partecipanti, delle condizioni del processo, e delle stesse finalità extra-artistiche (utilità sociale, pedagogica, terapeutica, etc.). Il caso emblematico è sicuramente quello rappresentato dal lavoro di Armando Punzo e dal suo Teatro della Fortezza composto di detenuti del carcere di Volterra: i loro spettacoli in questi anni si sono venuti imponendo progressivamente (da Marat-Sade a La prigione, da Eneide a I negri e Orlando Furioso, fino al recente Macbeth) con la spinta autonoma della loro forza artistica, a prescindere da qualunque altra, pur legittima, considerazione. Ma in realtà il caso della Fortezza, per quanto straordinario, non è isolato, come dicevo prima. Accade spesso di constatare il valore artistico assoluto di tanti lavori prodotti nell’area che chiamiamo del teatro del disagio o della diversità. Ciò mi spinge a formulare un’ipotesi: e cioè che le due considerazioni testé indicate non debbano essere divaricate eccessivamente, che anzi – a dispetto delle apparenze e dei luoghi comuni – tutto lascia supporre come in questi casi l’utilità sociale (e dunque l’efficacia pedagogico-terapeutica etc.) sia direttamente proporzionale alla qualità artistica, e dunque all’efficacia estetica, e da essa dipendente. Se l’ipotesi è corretta e fondata, come a me pare, la raccomandazione pratica che ne discende è quella di cercare di inserire sempre, in Associazione culturale StradaNòva e Servizio Salute Mentale di Cles Con il sostegno della Provincia autonoma di Trento Teatro a Canone e Casa del Sole di Trento SOAVE SIA IL VENTO IL BABAU. VIAGGIO NEL MONDO DI DINO BUZZATI Regia di Elena Galvani e Jacopo Laurino Quando abbiamo cominciato neppure ci conoscevamo. Ci trovavamo una o due volte a settimana al Centro Diurno di Cles e stavamo insieme. Provavamo a fare teatro: parlavamo, ci raccontavamo storie, leggevamo di tutto, poesie, racconti, articoli di giornale, pensieri personali… senza nessuna regola. Un giorno incappammo per caso nei racconti di Dino Buzzati. Cominciammo a improvvisare scene ispirandoci alle sue parole e, a mano a mano, ci sentivamo sempre più in sintonia con i contenuti che veicolavano, fino a che quelle storie sono divenute anche nostre. Improvvisammo per mesi... Ne è nato prima un copione e poi uno spettacolo vero e proprio. Dobbiamo tutto a Buzzati, ma di nostro c’è molto. Moltissimo. Amleto e Ofelia sussurrano e gridano le loro strane storie. Basato su Amleto di William Shakespeare e i racconti di Utenti e Familiari Esperti (Ufe) del Servizio di Salute mentale di Trento Regia di Simone Capula Gli agenti, il mitra puntato, avanzarono. Intorno non un’anima viva. Il breve crepitio delle raffiche si ripercosse, d’eco in eco, molto lontano. Lentamente il Babau si girò su se stesso senza un sussulto e, zampe all’aria, calò fino a posarsi sulla neve, dove giacque supino, immobile per sempre. Era molto più delicato e tenero di quanto si credesse. Era fatto di quell’impalpabile sostanza che volgarmente si chiama favola o illusione. Galoppa, fuggi, galoppa, superstite fantasia. Avido di sterminarti, il mondo civile t’incalza alle calcagna, mai più ti darà pace. (da Il Babau di Dino Buzzati) L’incontro tra Teatro a Canone e gli Ufe di Trento ha fatto nascere una sorta di mente collettiva che ha dato la drammaturgia dello spettacolo (la drammaturgia è l'insieme di testo, movimento e musiche). Autori dello spettacolo sono tutte le persone che abbiamo incontrato durante i 40 giorni di permanenza a Trento e tutti quelli che poi hanno assistito alle prove successive nella nostra sala prove di Chivasso, nelle prove aperte di Modena, Rovigo e Roma. Il Teatro a Canone ha assemblato le esperienze trentine con la storia di Amleto, sparigliando le carte, in modo tale che ormai noi stessi per primi non riusciamo più a capire quali sono le parole di Shakespeare e quali quelle degli Utenti e Familiari Esperti-Ufe. Questo processo di lavoro ci ha permesso di creare uno spettacolo che è un semplice contributo a far conoscere le attività “avanguardiste” della psichiatria trentina attraverso le storie dei suoi protagonisti. Mercoledì 7 luglio Cucine ex OP Pergine ore 19.00 Mercoledì 7 luglio Cucine ex OP Pergine ore 21.00 GIUGNO 2008 | 14 | LA CITTÀ DEI MATTI | NUMERO 20 * MAGGIO 2010 MARCO DE MARINIS (1949) è professore ordinario di Discipline Teatrali al Dipartimento di Musica e Spettacolo della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna (Corso DAMS). Insegna Storia del Teatro e dello Spettacolo nella laurea triennale del DamsTeatro; Semiologia dello spettacolo e Teorie e culture della rappresentazione nella laurea specialistica in Discipline Teatrali. Nel 1999 ha fondato la rivista “Culture Teatrali”, di cui è direttore. Tra le sue pubblicazioni più recenti: La danza alla rovescia di Artaud. Il Secondo Teatro della Crudeltà (19451948), I Quaderni del Battello Ebbro, Bologna 1999 (nuova ed. Bulzoni, Roma 2006); In cerca dell’attore. Un bilancio del Novecento teatrale, Bulzoni, Roma 2000; queste esperienze nel campo del teatro del disagio o della diversità, il massimo possibile di rigore, di professionalità, di capacità artistica. Beninteso, non si tratta di farsi ricattare dalla bellezza o piuttosto dalle sue caricature consumistiche. Per quanto mi riguarda, non ho dubbi che occorra rifuggire decisamente dall’estetismo del diverso o dal suo sfruttamento commerciale per pretesi, o presunti, fini artistici (fra le due cose c’è meno differenza di quanto non si pensi di solito). Si tratta invece di prendere atto di una cosa molto diversa: e cioè che gli strumenti del teatro risultano tanto più efficaci in ambito socio-pedagogico-terapeutico, negli interventi sul disagio e sulla sofferenza, quanto più alta è la loro qualità artistica, le competenze artigianali e professionali messe in gioco, la serietà insomma del lavoro sottostante alla loro utilizzazione. Analogamente, i fatti dimostrano – ancora una volta contro il senso comune – che una motivazione artistica forte, diciamo pure un sano egoismo d’artista, può rivelarsi pagante anche in termini sociopedagogico-terapeutici, molto più di generiche e magari dilettantesche motivazioni umanitario-filantropiche. Un’altra cosa deve essere chiara: se il prodotto, il risultato, riguarda soprattutto chi vi assiste, il pubblico insomma, selezionato o indifferenziato che sia, è soprattutto il processo di lavoro che porta a quel risultato ciò che serve a chi vi prende parte. È nel processo, più che nel prodotto, che il teatro dispiega tutte le sue potenzialità benefiche, e addirittura curative, per coloro che ne siano in qualche modo partecipi. A tale riguardo, dopo aver tessuto l’elogio della qualità Visioni della scena. Teatro e scrittura, Laterza, Bari-Roma 2004; En busca del actor y del espectador. Comprender el teatro II, Galerna, Buenos Aires 2005. Fa parte del comitato di redazione della rivista “Versus Quaderni di Studi Semiotici”, diretta da Umberto Eco per l’editore Bompiani, e del Consiglio scientifico de “L’Annuaire théâtral” (Montréal, Canada) e di “Teatro XXI”, diretta da Osvaldo Pellettieri (Universidad de Buenos Aires). È membro permanente dell’équipe scientifica dell’ISTA, International School of Theatre Anthropology, diretta da Eugenio Barba, con sede a Holstebro (Danimarca). Dirige collane di studi e ricerche sul teatro presso vari editori e in particolare per la Casa Editrice Bulzoni di Roma. artistica, è giusto sottolineare l’ambivalenza del prodotto negli ambiti del teatro del disagio o della diversità: esso costituisce una sfida ma nello stesso tempo un rischio. L’indicazione metodologica che viene dall’esperienza di Scabia con Marco Cavallo a Trieste, nel ’73, non ha perso nulla della sua importanza ancora oggi, perché essa ha dimostrato una volta per tutte la fecondità (anche terapeutica, in senso ampio) di un processo estremamente dilatato e non rigidamente finalizzato a un vero e proprio prodotto. * * Estratto da M. De Marinis, Io e altro tra paura del diverso e desiderio dell’alterità. Prospettive teatrali, in “Arte e follia”, a cura di Stefania Guerra Lisi e Gino Stefani, Armando Editore, Roma 2001. 1 Cfr. il mio La danza alla rovescia di Artaud. Il Secondo Teatro della Crudeltà, I Quaderni del Battello Ebbro, Bologna 1999. Cfr. Bill Simmer, Teatro come terapia, in Il Teatro di Robert Wilson, a cura di Franco Quadri, edizioni de La Biennale di Venezia, Venezia 1976, pp. 115-124. 3 Marco De Marinis, Al limite del teatro. Utopie, progetti e aporie nella ricerca teatrale degli anni sessanta e settanta, La Casa Usher, Firenze 1983, pp. 54-55. La frase tra virgolette è estratta dal libro in cui Scabia ha raccontato questa straordinaria esperienza (Marco Cavallo. Un’esperienza d’animazione in un ospedale psichiatrico, Einaudi, Torino 1976, p. 8). 4 Barboni. Il teatro di Pippo Delbono, Ubulibri, 1999. 5 Cfr. Horacio Czertok, Teatro in esilio. Appunti e riflessioni sul lavoro del Teatro Nucleo, a cura di Barbara Di Pascale e Daniele Seragnoli, Bulzoni, Roma 1999. 6 Un’opera importante di informazione critica e di partecipe testimonianza è svolta, in questi ambiti, dalla rivista “CatarsiTeatri delle diversità”, giunta ormai al sesto anno di esistenza e promossa dall’Associazione Culturale Nuove Catarsi. 2 Utenti di Maso San Pietro e Teatro La Ribalta ASINI Liberamente ispirato al racconto di Pinocchio Regia di Antonio Viganò Nuova produzione PERGINE SPETTACOLO APERTO 2010 Ti prego, recita il pezzo come ho fatto io, facendo correre la lingua; se ti metti a declamarlo, come fanno tanti attori, tanto varrebbe chiamare un oratore. (W. Shakespeare, Amleto) Pinocchio è l’antipedagogia per eccellenza; è un burattino di legno che sfugge a ogni controllo, a ogni ordine sociale, a ogni tentativo di farsi modellare. Lo muove una curiosità tutta sua, ha fame di esperienza, non è né buono né cattivo, è solo molto diverso dagli altri. Un burattino continuamente rimproverato, prima dal Grillo, poi dalla Fata, minacciato di fare una brutta fine, o in prigione o in ospedale, facile preda dei ladri, dei gatti e delle volpi e dei cattivi compagni di viaggio. Ne pagherà personalmente tutte le conseguenze. Per diventare “bambino” dovrà imparare a stare al mondo, conoscere e accettare i valori che regolano le relazioni tra gli uomini, riconoscere e accettare le autorità. Pinocchio si scontra continuamente tra due principi: la realtà e il piacere. Questa sua matrice lo accompagnerà per tutto il suo viaggio, diventerà il suo stato sociale. Gli unici che lo riconoscono, che lo festeggiano e lo salvano sono gli altri burattini, quelli del gran Circo dei Burattini di Mangiafuoco. Ma Pinocchio è davvero così diverso da tutti noi? Antonio Viganò Giovedì 8 luglio Cucine ex OP Pergine ore 21.00 MAGGIO 2010 * NUMERO 2 | LA CITTÀ DEI MATTI | 15 | TESTIMONIANZE Una donna in manicomio Christine Lavant Pergine Spettacolo Aperto ringrazia: la Regione Autonoma Trentino Alto Adige, la Provincia Autonoma di Trento, il Comune di Pergine Valsugana, il Centro Servizi Culturali S. Chiara, la Cassa Rurale di Pergine, la Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto, l’Azienda per il Turismo Valsugana Lagorai - Terme - Laghi, l’Azienda provinciale per i Servizi sanitari - distretto di Pergine, la Fondazione Museo storico e l’Università di Trento, il Mediocredito Trentino Alto Adige, Vale SpA, Sant’Orsola Sca, Itas Assicurazioni Disertori Pergine V., ProLoco Pergine, Publistampa Arti grafiche, Videoframe Multimedia, Palcos srl, Pulinet, Shop Center Valsugana, Bimotor, Invisible Site carta riciclata Oikos Fedrigoni: 50% fibre riciclate FSC e 50% cellulosa ecologica FSC. Publistampa Arti grafiche è certificata FSC - Chain of Custody CQ - COC - 000016 GIUGNO 2008 | 16 | LA CITTÀ DEI MATTI | NUMERO 20 * MAGGIO 2010 La Magra, che stava nel secondo letto alla mia destra e passava il suo tempo a urlare o a dormire come una morta dopo le iniezioni, questa mattina è stata portata in agonia nella piccola stanza di fronte al bagno, dove infine è morta sulla barella. Nessuno ha pregato o pianto, ma anche così la morte ha agito come sempre. Di fatto avrei potuto pregare, ma il mio primo pensiero è stato che ora avrei potuto avere il suo letto per non dovere passare più le notti così vicino alla seggetta, naturalmente non ho il diritto di chiederlo, ma almeno uno dei medici potrebbe anche arrivarci … È questo il famoso amore per il prossimo: una muore dopo terribili sofferenze, muore come un animale da macello, e un’altra non ha che il pensiero di potere avere il suo letto di morte. Ancora una volta la cena è passata. Sì, mi sono seduta vicino a Magdalena, ma non per amore – come risulta impossibile qui questa parola! –, l’ho fatto soltanto per punirmi e Magdalena aveva tutto il diritto di guardare attraverso di me come attraverso una cosa pressoché impercettibile. Il suo sangue infetto deve procurarle una sofferenza infinita, dal momento che nonostante tutti gli ammonimenti si è graffiata a sangue senza sosta finché due infermieri del reparto maschile sono venuti a prenderla e con il loro aiuto sfacciato e osceno le hanno infilato le braccia nella camicia di forza. Non so se fosse veramente necessario, ma certamente non era necessario farlo in quel modo, visto che quando sono arrivati al suo seno non erano più infermieri, ma uomini, e ne hanno tratto piacere. Perché, se esistono gli angeli, a nessuno di loro spetta il compito di impedire che sulla terra avvengano cose che dovrebbero succedere soltanto nell’inferno più profondo? Scrivo queste cose usando normali parole, le scrivo come qualsiasi altra cosa, ma dovrei togliere dai muri una pietra dopo l’altra e scagliarle contro il cielo ad una ad una, affinché esso si ricordi di avere dei doveri anche nei confronti di chi sta sotto di lui. Forse con ognuna di queste parole finisco per dannarmi, ma il fatto che io scriva alla fin fine è una cosa prestabilita. Alcuni devono costruire ponti, altri dare alla luce bambini o tradurre in suoni le cose che hanno dentro di sé, da qualche parte qualcuno forse dipinge un quadro e a ogni pennellata si odia di più, ah, noi tutti andiamo nella direzione in cui siamo stati lanciati. Pietre! Pietre! Pietre! (Frammento tratto da Christine Lavant, Appunti da un manicomio, Forum, Udine 2008, pp. 23-24) CHRISTINE LAVANT (1915-1973) è una delle figure più affascinanti, intense e tormentate della letteratura austriaca del secondo Novecento. Poetessa dalla grande forza visionaria, paragonata per il suo linguaggio e la combattività della sua fede alle mistiche Hildegard von Bingen e Teresa d’Avila, è stata apprezzata da Thomas Bernhard, che ne ha curato un’antologia poetica, Paul Celan e Ingeborg Bachmann. Di recente pubblicazione in Italia una sua raccolta di racconti dal titolo Nell per la casa editrice Zandonai di Rovereto. Riflesso di una breve quanto intensa esperienza di ricovero volontario in un ospedale psichiatrico, seguito a un tentato suicidio, gli Appunti da un manicomio costituiscono una vibrante testimonianza biografica e un documento storico unico nel suo genere. Con drammatica lucidità, ma anche infinita pietas, l’autrice schizza un ritratto di medici, pazienti e infermiere stretti nella morsa della provincia austriaca degli anni Trenta, all’interno della logica della esclusione e della devianza. Il testo non fu mai pubblicato in vita dalla Lavant, preoccupata per le reazioni che ne sarebbero potute derivare, ed è stato ritrovato solo negli anni Novanta tra le carte della sua traduttrice inglese.