DOCENTE:
M.C. Schisani
a.a. 2004-2005
…i
mutamenti
nel
settore
AGRICOLO,
INDUSTRIALE, dei TRASPORTI, nella POLITICA
DOGANALE, nel SETTORE MONETARIO e
BANCARIO
La storia della costituzione del sistema economico italiano è legata ad
una cronologia particolare che risente delle vicende politiche relative al
progressivo processo di unificazione del Paese cui furono legate le
vicende relative al ritardato sviluppo economico e conseguentemente al
ritardato sviluppo del sistema bancario…
CRONOLOGIA POLITICA
CRONOLOGIA ECONOMICA
• 1860 UNITA’ D’ITALIA;
• 1866
LIBERAZIONE
DEL
VENETO
(III
guerra
d’Indipendenza);
• 1870 ANNESSIONE di ROMA
(Breccia di Porta Pia);
• 1915-18
ANNESSIONE
di
TRENTO e TRIESTE dopo la I g.m.
• 1861-1893/94 periodo di crescita
tormentata
dell’economia
seguente
al
processo
di
unificazione (CRISI del 1866, 1874,
1888-93);
nel
1882
viene
liberalizzata la costituzione di SpA;
•1894/96-1913 sviluppo economico
italiano (CRISI del 1907)
All’atto dell’unificazione (1860), l’Italia può essere intesa come un
paese sottosviluppato rispetto alle realtà economiche e sociali di altri
stati europei tanto da essere definita un “late comer” (insieme alla
Germania, alla Spagna, al Giappone…) rispetto alle condizioni che
storicamente vengono indicate come indici dello sviluppo economico.
“Dalla fine del ‘600 […] l’Italia aveva iniziato la sua carriera di
Paese sottosviluppato d’Europa” (C.M. Cipolla)…
Per dare un indice sommario di quelle che sono le condizioni al 1861,
basti pensare che fatto pari a 100 il PIL interno italiano, quello inglese
era pari a 230, quello svizzero pari a 200, quello francese pari a 170 e
quello tedesco pari a 115 in aggiunta ad un tasso di analfabetizzazione
pari al 75% della popolazione di età superiore ai 6 anni.
L’unità politica si andò a sovrapporre ad una realtà economica e sociale
estremamente frammentata, ad un mosaico di segmenti regionali,
spesso in forte contrasto tra loro… (N.B.: differenza con la Germania)
Scriveva Francesco Ferrara, economista liberale, nel 1866, “la nazione
resta immobile nella nicchia del suo passato, la scintilla del progresso
non l’ha toccata; coltiva come già coltivava; esercita i suoi antichi
mestieri; non sente il bisogno di grandi imprese e non trova la via di
eseguirle; […] la persona del suo governo le è sempre ai fianchi per
regolarne le azioni, per concedere il credito. […] ma lo Stato medesimo
non ha speranza se ogni anno è costretto a riproporre il problema della
sua esistenza, alimentarsi di prestiti, lasciarsi divorare dalle grandi
usure”….
Questo ci dà la dimensione dello stato di arretratezza agricola e
industriale dell’Italia unita che contava su un’agricoltura ancora non
modernizzata e non del tutto sviluppata e su insediamenti industriali
che solo nelle regioni – ex stati – del Nord, Piemonte e Lombardia si
erano pressoché sviluppate facendo leva sulla sericoltura e
beneficiando rispettivamente dell’illuminata politica liberista cavouriana
e dell’influenza e del mercato austriaci.
Il Mezzogiorno, viceversa, arrivò all’unificazione politica con un
sistema agricolo e industriale arretratissimo soprattutto a causa della
politica economica borbonica connotata da:
• scarsi investimenti in infrastrutture, che erano generalmente
strumentali alle esigenze della corte;
• comparto agricolo estremamente eterogeneo – con zone molto
produttive (terra di Lavoro e Tavoliere delle Puglie) e zone ancora
paludose – e mancanza assoluta di innovazione;
• comparto industriale che mancava di iniziativa privata: prevaleva
l’industria di Stato, generalmente tessile e siderurgica (ferriere della
Mongiana) e lo Stato (la corte, l’esercito) costituiva il maggior mercato
di domanda dei prodotti, quindi il regno delle Due Sicilie era un
mercato chiuso;
• chiuso anche a causa della politica fortemente protezionistica dei
Borbone che tesero a proteggere l’industria dalla concorrenza estera.
POLITICA DOGANALE
Dalla caduta di Napoleone (1815) alla metà dell’800, in quasi tutti gli stati
preunitari fu adotta una politica doganale protezionistica. Dopo il 1850,
l’orientamento doganale di alcuni stati mutò in base alle condizioni
dell’economia e alla volontà di maggiore o minore apertura delle relazioni
con l’estero. Alla vigilia dell’Unità, il Piemonte e la Toscana avevano
ridotto notevolmente le proprie tariffe daziarie, a differenza dell’alto
protezionismo adottato dallo Stato Pontificio e dal Regno delle Due
Sicilie. Nel 1861, la tariffa doganale piemontese, informata ai principi
liberistici cavouriani, fu estesa al nuovo regno d’Italia.
Nel primo decennio dell’Unità la politica liberistica fu rafforzata dai trattati
di commercio stipulati tra i vari paesi europei, in particolare con Francia,
Inghilterra e Austria. Tale politica fu fatale alle già fragili strutture
industriali del Mezzogiorno che furono travolte dalla concorrenza
straniera. Ma in generale, il liberismo del primo decennio unitario, non
agevolò lo sviluppo economico del paese, per cui dal 1870 in poi
cominciò ad affermarsi un orientamento favorevole al protezionismo
fortemente sostenuto dai primi industriali.
POLITICA DOGANALE
L’orientamento si rafforzò a partire dal 1874 (fino al 1896), quando si aprì il periodo della “depressione dei prezzi”.
Il primo passo verso il protezionismo fu fatto con la tariffa doganale approvata nel 1878 che elevò molti dazi del 1020%. Una maggiore protezione derivò anche dalla sostituzione dei dazi “ad valorem” con i “dazi specifici”.
L’obiettivo della tariffa protezionista era anche quello di incrementare le entrate statali ma in tal senso i risultati
furono deludenti. Furono deludenti anche rispetto alla difesa del mercato interno dato che il continuo ribasso dei
prezzi internazionali non riuscì ad impedire la concorrenza estera.
Per tale motivo si arrivò ad un inasprimento del protezionismo con una nuova tariffa nel 1887 che elevò alcuni dazi
anche in misura del 200-300% superiore alla tariffa del ’78. La nuova tariffa doganale diede avvio a quel periodo
conosciuto come “guerra commerciale” con la Francia che danneggiò fortemente l’economia dei due paesi e in
particolare l’agricoltura italiana. Tuttavia, la nuova tariffa doganale aprì la strada al decollo dell’economia italiana e
incoraggiò gli investimenti nel settore industriale con il rinnovamento tecnico delle aziende già avviate e con la
formazione di nuove industrie (elettricità e chimica). Dalla metà degli anni ’90, con l’avvio del vero e proprio take off,
l’Italia condusse una politica orientata al liberismo attraverso la stipula di convenzioni commerciali con i singoli stati.
TRASPORTI
Lo sviluppo delle ferrovie italiane fu altrettanto ritardato. Prima dell’unificazione ogni stato aveva provveduto alla
costruzione di proprie linee ferroviarie molto limitate. Dopo l’Unità, fino al 1865, lo Stato si occupò
direttamente della costruzione delle ferrovie investendo ingenti capitali. Ma poi, a causa della crescita
vertiginosa del debito pubblico, cedette la rete a 4 società private con apporti di capitale italiano e
straniero: la Compagnia delle ferrovie dell’Alta Italia, la Compagnia delle Strade Ferrate Romane, la Società delle
Ferrovie Meridionali e la Società anonima Vittorio Emanuele, che si trovarono subito in difficoltà. Per cui,
nuovamente, tra il 1868 e il 1882, lo Stato rilevò tutta la rete ferroviaria. Nel 1884, un nuovo
piano, previde il passaggio della gestione delle ferrovie ai privati a condizioni particolari: lo Stato rimaneva
proprietario degli impianti fissi e le società private – attraverso una convenzione ventennale –
fornivano il materiale mobile e in cambio di tale impegno ricevano una proporzione nella divisione degli utili
molto elevata. Il fallimento di tali convenzioni allo scadere dei 20 anni fu dovuto alla scarsa remunerazione
che le compagnie private ottenevano, per cui l’intera rete ferroviaria tornò in gestione allo Stato ai
primi del ‘900.
INDUSTRIA
L’Italia arrivò dunque all’Unità con un già evidente “dualismo” economico,
tra Nord (più sviluppato) e Sud (arretrato). Proprio questo fenomeno di
eterogeneità economica rese lunga e tormentata la “via allo sviluppo”,
per l’intero paese. Il periodo compreso tra l’Unità e il 1913, ai fini
dell’industrializzazione italiana va diviso in due parti:
• 1861-94 – caratterizzata da un’organizzazione ancora prevalentemente
artigianale, da una produzione destinata quasi totalmente al consumo e
alla preparazione dello sviluppo futuro;
•1894/96 -1913 (take off italiano) – caratterizzata da un’organizzazione
industriale moderna e dall’accelerazione produttiva. Tale sviluppo fu
favorito essenzialmente dai finanziamenti delle banche (nascita della
BANCA MISTA), dalla disponibilità di energia elettrica e dalla politica
doganale fortemente protezionistica a difesa delle industrie interne. Le
industrie traenti furono essenzialmente tessili e siderurgiche (Terni, Elba,
Ilva). Queste ultime, in particolare, beneficiarono delle commesse statali
e della nascente industria meccanica e automobilistica. Fu del 1899,
infatti, la creazione della Fiat ad opera di Giovanni Agnelli.
• Banche di emissione: molte banche di emissione tra cui le
più importanti sono: Banca Nazionale degli Stati Sardi,
Banca Nazionale Toscana, Banca dello Stato Pontificio (ex
Banca Romana), Banca Pontificia delle Quattro Legazioni,
Banco Regio dei Reali Domini al di qua del Faro e Banco
Regio dei Reali Domini al di là del Faro…
• Casse di risparmio
LE BANCHE DI EMISSIONE
Prima dell’unificazione esistevano molti istituti di circolazione
variamente abilitati alla emissione di carta moneta ma spesso con
circolazione limitata agli stati di appartenenza. Di questa moltitudine di
istituti, molti scomparvero immediatamente subito dopo l’Unità, ma
quelli di quattro stati preunitari, in particolare, sono importanti per la
successiva storia dell’emissione dell’Italia unita: Piemonte, Toscana,
Stato Pontificio e Regno delle Due Sicilie.
Nella fattispecie, sul finire degli anni ’40 del XIX sec., il Piemonte e il
Granducato di Toscana avevano scelto la banca unica, il cui modello
preconizza i futuri sviluppi dell’organizzazione creditizia del trentennio
successivo all’Unità. Non a caso tale scelta avvenne nei due Stati
economicamente più avanzati che avevano optato per il liberismo
commerciale…
In PIEMONTE nel 1844 e nel 1847 furono fondate, a Genova e a Torino 2
banche commerciali, S.p.A. con privilegio di emissione.
La BANCA DI SCONTO, DEPOSITI E CONTI CORRENTI DI GENOVA (o
BANCA DI GENOVA) istituita nel 1844 da Carlo Alberto, fu autorizzata allo
sconto di effetti e all’emissione pagabili a vista al portatore di 500 e 1000 £,
senza corso legale e coperti da una riserva di 1/3. Andò in crisi a causa dei
finanziamenti allo stato per la prima guerra di indipendenza (1848).
Nel 1847, venne istituita una seconda banca con privilegio di emissione, la
BANCA DI TORINO, con forma sociale, capitale e statuto simili a quelli della
Banca di Genova. Fra i promotori vi era il Conte di Cavour. Questa Banca
iniziò ad operare due anni più tardi, quando, però, in realtà già ne era stata
decretato l’assorbimento da parte della Banca di Genova.
La fusione dei due istituti avvenne nel 1849-50 e la nuova banca
assunse il nome di BANCA NAZIONALE SARDA.
In TOSCANA c’era il sistema creditizio più moderno d’Italia. Tra il 1816 e il
1850 erano state costituite 6 banche sotto forma di S.p.A. che potevano
fare sconto di cambiali ed emettere biglietti a corso fiduciario
convertibili a vista, con circolazione limitata al raggio di azione della
banca stessa.
Alla fine1857 (ma fu operativa dal 1859), le banche di sconto di Firenze e
Livorno si fusero dando origine alla BANCA NAZIONALE TOSCANA
autorizzata ad emettere biglietti fino ad un massimo del triplo del proprio
capitale sociale e coperti da riserve metalliche pari ad 1/3 della
circolazione. Nel 1860, i rimanenti 4 istituti (Arezzo, Lucca, Pisa e Siena) si
fusero con la Banca Nazionale Toscana e così il Granducato entrò
nell’Italia Unita con un unico istituto di emissione.
Nello stesso anno dell’Unità, il governo provvisorio, promosse la
costituzione della BANCA TOSCANA DI CREDITO PER LE INDUSTRIE E
IL COMMERCIO società anonima che ottenne l’autorizzazione ad emettere
BUONI DI CASSA PAGABILI A VISTA AL PORTATORE privilegio che in
realtà la rendeva una vera e propria banca di emissione.
Nello STATO PONTIFICIO operavano due banche di emissione una a
Roma e l’altra a Bologna.
Nel 1833, il governo papale autorizzò il parigino Maurice Rubichon a
fondare una banca di sconto. La BANCA ROMANA sotto forma di S.p.A.
ottenne la facoltà di emettere biglietti per il triplo delle riserve metalliche
ma fu male amministrata dai dirigenti. Per cui, già nel 1848, la Banca
Romana andò in crisi e fu assorbita dalla BANCA DELLO STATO
PONTIFICIO, una nuova banca costituita dal Governo papale. Questa
banca, con l’annessione di Roma all’Italia, nel 1870, riprese il nome
di BANCA ROMANA.
L’altro istituto di emissione dello Stato Pontificio era la BANCA
PONTIFICIA PER LE QUATTRO LEGAZIONI (Bologna, Ferrara, Ravenna
e Forlì) costituita a Bologna nel 1855. Ebbe vita molto breve e nel 1861,
alla data dell’unificazione italiana, essa fu assorbita dalla Banca Nazionale
Sarda.
Nel REGNO DI NAPOLI, dopo la caduta dei francesi nel 1815, il governo
restaurato dei Borbone riconobbe il BANCO DELLE DUE SICILIE creato
da Murat sotto forma di Banco pubblico, strumento della finanza statale
diviso in due rami: la CASSA DEI PRIVATI che riceveva depositi dai privati
e faceva anticipazioni su pegno di metalli, tele e stoffe; e la CASSA DI
CORTE incaricata del servizio di Tesoreria pubblica.
Il Banco di Sicilia fu una filiazione del Banco delle Due Sicilie. Nel 1843 il
Banco delle Due Sicilie estese la sua attività alla Sicilia istituendo due
Casse di Corte succursali a Palermo e a Messina. La rivoluzione del
1848, e in seguito la riforma che separava l’amministrazione della Sicilia
da quella di Napoli, si posero alla base della costituzione del Banco Regio
dei Reali Domini al di qua e del Banco Regio dei Reali Domini al di là del
Faro. Quest’ultimo, incorporò le filiali di Messina e Palermo e
successivamente assumerà la denominazione di Banco di Sicilia.
Le CASSE DI RISPARMIO si erano diffuse già agli inizi del
XIX secolo. Le prime furono fondate in Veneto, nel 1822, sotto
la spinta del governo austriaco generalmente per iniziativa dei
locali monti di pietà. Esse si diffusero essenzialmente al Nord e
alla vigilia dell’Unità, 4 di esse – Milano, Firenze, Roma e
Bologna – detenevano il 78% della raccolta dei depositi di tutte
le casse italiane. Quella che in particolare assunse maggiore
importanza per operazioni e dimensione fu la CASSA DI
RISPARMIO DI MILANO poi denominata CASSA DELLE
PROVINCE LOMBARDE (CARIPLO), all’Unità essa
amministrava il 55% dei risparmi di tutte le casse italiane
impiegati essenzialmente in titoli pubblici.
•Credito cooperativo
• Casse Postali
• Banche di emissione:
- Al 1861 sono 2, Banca Nazionale Sarda e Banca Nazionale
Toscana;
- Al 1866 sono 5, si aggiungono cioè i due Banchi meridionali
(Napoli e Sicilia) e la Banca Toscana di Credito e la Banca Nazionale
Sarda cambia nome in Banca Nazionale nel Regno d’Italia;
- Al 1870 sono 6, si aggiunge cioè la Banca Romana dopo
l’annessione di Roma all’Italia.
- Dall’agosto 1893 sono 3, Banca d’Italia, Banco di Napoli e
Banco di Sicilia.
•Banche di credito mobiliare
BANCHE POPOLARI
Sull’esempio delle banche cooperative tedesche anche in Italia
cominciarono a diffondersi le BANCHE POPOLARI soprattutto ad opera di
LUIGI LUZZATTI. La prima banca di questo tipo fu fondata a LODI, nel
1864, e a distanza di un anno iniziarono a diffondersi nelle principali città del
centro-nord. Nel 1871, veniva fondata la BANCA POPOLARE DI NOVARA
divenuta ai giorni nostri la più grande del settore. Ebbero una diffusione
assai rapida passando, tra il 1870 e il 1913, da appena 50 a 800, e la loro
distribuzione territoriale fu assai omogenea.
Esse sorsero sotto forma di società anonime a responsabilità limitata.
Inizialmente i soci potevano accedere a prestiti di valore non superiore al
doppio dell’ammontare delle azioni sottoscritte. In seguito, il credito da esse
erogato iniziò ad estendersi anche ai non soci. Esse modificarono
profondamente anche gli impieghi che si orientarono maggiormente allo
sconto di cambiali, anticipazioni e prestiti a lungo termine.
CASSE RURALI
Le CASSE RURALI, sul modello di quelle di Raiffeisen, si svilupparono
una ventina di anni più tardi. Nel 1883, Leone Wollemborg fondò la
prima cassa in provincia di Padova con il sostegno di 30 soci e del
parroco del paese. Si diffusero inizialmente solo in Veneto. Dopo la
pubblicazione dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII iniziarono a
sorgere molte casse di ispirazione cattolica e si iniziò a fare una
distinzione tra casse rurali NEUTRE e CATTOLICHE. Queste ultime si
diffusero molto più delle neutre. In genere le casse rurali non si diffusero
nel Mezzogiorno d’Italia ma restarono concentrate nelle regioni del Nord.
I soci avevano RESPONSABILITA’ SOLIDALE E ILLIMITATA e i prestiti
erano riservati ai soli soci, i quali, tra l’altro, non percepivano alcun
dividendo per il capitale versato.
CASSE POSTALI
Le CASSE DI RISPARMIO POSTALI, istituite nel 1875,
cominciarono a funzionare nel gennaio dell’anno successivo ed
ebbero uno sviluppo inatteso. La loro organizzazione capillare
consentì la raccolta di ingenti somme soprattutto nel
Mezzogiorno dove esse si diffusero maggiormente e dove a
partire dalla fine del secolo i depositi crebbero grazie alle
cospicue rimesse degli emigranti. Le somme raccolte venivano
trasferite alla CASSA DEPOSITI E PRESTITI, in attività dal
1863, che le impiegava in titoli pubblici, in prestiti a comuni,
province e altri enti previsti dalla legge.
Nel 1861, un primo passaggio verso l’unificazione fu quello
dell’unificazione monetaria. Venne esteso a tutta l’Italia il SISTEMA
BIMETALLICO E DECIMALE in uso nello stato piemontese e la lira
italiana divenne la moneta ufficiale con il ritiro progressivo dalla
circolazione delle monete degli stati preunitari. L’Italia preferì adottare il
bimetallismo per allinearsi con la Francia (SISTEMA DEL FRANCO
GERMINALE) che era da sempre il referente politico ed economico a
livello internazionale. Nel 1865, poi, come abbiamo ricordato a proposito
dei sistemi monetari internazionali, l’Italia entrò nell’Unione Monetaria
Latina che, dal 1878, decise di sospendere la libera coniazione di
monete d’argento e, dunque, nella sostanza aderì al Gold Standard.
Oltre alla circolazione metallica, vi era la circolazione cartacea, che però
ancora stentava a decollare a causa dell’elevato taglio dei biglietti che
non ne permetteva un uso diffuso per le contrattazioni minori.
Molto più difficoltoso fu il processo di unificazione dell’Istituto
di emissione, progetto caldeggiato dal Conte di Cavour e
appoggiato dal direttore della Banca Nazionale Sarda, Carlo
Bombrini.
Scomparso prematuramente Cavour, proprio nel corso del
1861, il progetto della banca unica di emissione si incagliò in
diversi ostacoli di diversa natura, presentandosi subito come
progetto difficilmente esportabile dall’esperienza sabauda a
quella del regno italiano. Infatti esso naufragò definitivamente
nel periodo 1863-66…
Al marzo 1861 esistevano nel regno d’Italia solo due istituti di
emissione: BANCA NAZIONALE SARDA e la BANCA NAZIONALE
TOSCANA, gli altri istituti verranno riconosciuti tali solo dopo.
Come si è detto, l’unificazione dell’emissione non poté essere realizzata
dal Cavour ma la Banca Nazionale Sarda, favorita dal Governo,
condusse una politica di espansione dei propri sportelli su tutto il
territorio italiano, ottenendo l’autorizzazione all’apertura degli sportelli al
sud solo a partire dal 1863.
Il progetto per l’unificazione dell’istituto di emissione fallì nel 1866
quando la Camera dei Deputati non approvò la convenzione per la
fusione della Banca Nazionale Sarda con quella Nazionale Toscana
il governo cadde e la Banca Sarda assunse la denominazione di
BANCA NAZIONALE NEL REGNO D’ITALIA.
…il nuovo stato unitario viveva intanto condizioni economiche e
finanziarie estremamente precarie, che comportarono un aumento
vertiginoso del disavanzo pubblico attraverso un sempre crescente
ricorso all’indebitamento estero mediante l’emissione di titoli, collocati per
oltre 1/3 su piazze straniere, specie in Francia. L’afflusso di capitali esteri,
anche e soprattutto per la costruzione delle ferrovie, permetteva di
mantenere elevata la circolazione metallica all’interno del paese.
Sulla politica finanziaria di quegli anni, l’Economist, scriveva, che l’Italia
appariva come “una mendica che batte a tutte le porte e che può da
un’ora all’altra trascinare nella sua rovina chiunque sia stato così incauto
da accettare gli impegni”…
Quindi il problema fondamentale dell’Italia unita era il disavanzo
pubblico…
La situazione fu sostenibile fino al 1866, quando lo sforzo finanziario
della III guerra d’indipendenza (liberazione del Veneto), che sollecitò
nuovi prestiti pubblici, si sovrappose alla recessione internazionale che
interessò principalmente le piazze di Londra e Parigi. Quest’ultima
indusse gli investitori stranieri, in particolare francesi, a realizzare il
proprio portafoglio con il risultato di un forte abbassamento del valore dei
titoli della Rendita pubblica Italiana 5%. Tale ribasso rese i titoli italiani
oggetto di acquisti speculativi da parte di banchieri, commercianti e
finanzieri italiani che, per procurarsi i mezzi finanziari per tali operazioni,
vendettero azioni, chiesero ed ottennero anticipazioni su titoli alla Banca
Nazionale e ritirarono i loro depositi dalle banche…
Questa situazione comportò l’esigenza della dichiarazione del
CORSO FORZOSO dei biglietti della Banca Nazionale, il 1 maggio
1866 (decreto 01/05/1866 n. 2873).
CORSO FORZOSO (1866)
Il provvedimento prevedeva che la Banca Nazionale concedesse un
ulteriore prestito al governo di 250 milioni di £ al tasso dell’1,5% e proprio
per questo motivo il corso forzoso durò 15 anni dato che lo Stato trovava
convenienza nel finanziarsi mediante emissione di biglietti, sui quali
pagava un tasso di interesse molto più modesto rispetto a quello da
corrispondere sui titoli di rendita pubblica.
Il decreto stabilì inoltre che la BANCA NAZIONALE TOSCANA e la BANCA
TOSCANA DI CREDITO, il BANCO DI NAPOLI e il BANCO DI SICILIA
potevano continuare ad emettere biglietti e fedi di credito convertibili a
scelta in MONETA METALLICA o IN BIGLIETTI INCONVERTIBILI DELLA
BANCA NAZIONALE NEL REGNO. Dal 1866, quindi, operarono nel
Regno d’Italia 5 BANCHE DI EMISSIONE.
L’inconvertibilità dei biglietti provocò una perdita di valore reale della carta
moneta sulla quale comparve un aggio, nel senso che la stessa veniva
spesa sul mercato ad una valore inferiore a quello nominale. Così, la
circolazione cartacea iniziò a scacciare dalla circolazione le monete
metalliche e si divise in due categorie:
• circolazione per CONTO DELLO STATO che scaturiva dai mutui della
Banca Nazionale al Tesoro che aumentò vertiginosamente a partire dal
1870 (800 ml di £), quando il Ministro delle Finanze varò la politica di
risanamento del bilancio statale contraendo prestiti sempre maggiori con
la Banca Nazionale ad un tasso di interesse bassissimo, lo 0,5%;
• circolazione per CONTO DEL COMMERCIO o DELLE BANCHE
costituita dai biglietti emessi dalle banche per i prestiti ai privati che
aumentò anche a seguito dell’annessione della BANCA ROMANA (ex
BANCA DELLO STATO PONTIFICIO) che, dopo il 1870, con
l’annessione di Roma, era divenuto il SESTO ISTITUTO DI
EMISSIONE.
La circolazione cartacea aveva finanziato in maniera facile il sorgere di
molte imprese e società bancarie, la cui formazione era stata fortemente
accelerata a causa dell’euforia finanziaria derivante:
• dall’apertura del Canale di Suez (1869) con le conseguenti proiezioni di
futuri incrementi commerciali che si aprivano per il Mediterraneo;
• dall’euforia speculativa che arrivava in Italia dalla Germania unificata che
– dopo la vittoria della guerra franco-prussiana – viveva il suo slancio
industriale.
Il numero delle società per azioni autorizzate all’esercizio del credito
ordinario – tra il 1870-1873 – crebbe in Italia da 19 a 143 con una
quadruplicazione del capitale nominale e dunque delle azioni in
circolazione.
La maggior parte di tali banche fu travolta dalla CRISI economica del
1872-73…
LEGGE BANCARIA DEL 1874
Tale crisi indusse anche i più accaniti sostenitori della libera emissione di
carta moneta a valutare la necessità di un riordino del sistema di
emissione e a maturare un provvedimento diretto al riequilibrio dei rapporti
fra gli istituti di emissione e fra questi e lo Stato. Così si arrivò alla LEGGE
MINGHETTI-FINALI DEL 1874 (l. 30 aprile 1874 n. 1920).
Questa legge stabiliva una netta distinzione tra BIGLIETTI EMESSI PER
CONTO DELLO STATO e BIGLIETTI EMESSI PER CONTO DEL
COMMERCIO. In particolare, si stabilì che un CONSORZIO DI BANCHE
avrebbe emesso biglietti di colore bianco, per un ammontare non
superiore a 1 miliardo di £, di taglio variabile tra 50 centesimi e 1000 lire,
detti CONSORZIALI (a corso forzoso), come anticipazione allo Stato per
le sue necessità finanziarie e non fruttiferi di interesse.
LEGGE BANCARIA DEL 1874
Le altre banche di emissione, compresa la Banca Nazionale:
a) venivano autorizzate ad emettere biglietti convertibili in metallo o in
biglietti consorziali;
b) i biglietti dovevano essere garantiti da una riserva pari ad 1/3 del
loro valore.
In tal modo la legge del 1874 diede un minimo di ordine alla circolazione
cartacea. Il predominio della Banca Nazionale rimase immutato. I
suoi biglietti avevano una circolazione territorialmente molto estesa,
mentre i biglietti delle altre banche di emissione continuavano ad
avere circolazione limitata alle zone di appartenenza.
Superata la crisi economica del 1873 l’economia italiana iniziò una fase
di crescita dovuta essenzialmente alla politica di risanamento portata
avanti con successo attraverso un fortissimo aumento delle entrate
statali. Indici della ripresa furono l’incremento dei depositi a risparmio
presso le banche, l’incremento del commercio con l’estero, il
miglioramento della bilancia commerciale e l’aumento delle quotazioni
della Rendita Italiana. Si erano dunque verificate condizioni tali da
permettere un ritorno alla convertibilità soprattutto perché il
pareggio del bilancio statale aveva portato lo Stato a non
dipendere più dal finanziamento delle Banche attraverso
l’emissione dei biglietti. Era però necessario rimborsare le
anticipazioni ricevute al fine di ripristinare le riserve delle banche
per permettere loro di tornare alla convertibilità dei biglietti.
IL RITORNO ALLA CONVERTIBILITA’ 1881-83
A tal fine il Governo stipulò un ingente prestito attraverso l’emissione di
nuove cartelle di Rendita Italiana che furono collocate essenzialmente
all’estero tra Londra e Parigi e tra i maggiori sottoscrittori vi furono i
Rothschild, gli Hambro, i Baring, etc. La legge MAGLIANI DEL 1881,
stabilì che:
a) si aboliva il corso forzoso;
b) si scioglieva il consorzio di banche;
c) si impegnava lo Stato a ritirare dalla circolazione i biglietti consorziali,
dando in cambio monete metalliche o biglietti di stato. Tale operazione
iniziò a partire dal 1883.
SPECULAZIONE EDILIZIA E CRISI DEL 1888-89
L’abolizione del corso forzoso restituendo pieno potere di
acquisto alla carta moneta, aveva riportato i capitali stranieri
in Italia con un conseguente clima di euforia negli affari. Si
accese una fortissima speculazione edilizia che coinvolse
molte banche nel finanziamento delle costruzioni, in
particolare a Napoli e a Roma, e ben presto, alla fine degli
anni ’80, scoppiò una fortissima crisi dovuta ad una
sovrabbondante offerta di abitazioni e la Banca Nazionale
dovette intervenire più volte anche dietro sollecitazione del
governo Crispi per sostenere o salvare le banche coinvolte
nel crack…
SPECULAZIONE EDILIZIA E CRISI DEL 1888-89
La crisi edilizia e bancaria iniziata nel 1888-89 si innestava su una crisi
generale dell’economia del paese che risentiva di vari fattori:
• la crisi agraria apertasi con la sottoproduzione del 1884;
• la crisi commerciale dovuta alla “guerra doganale” con la Francia e
apertasi con la tariffa del 1887;
• la ricomparsa dell’aggio sulla carta moneta che rendeva
conveniente il cambio dei biglietti in moneta metallica dato che le
banche di emissione erano tenute a cambiarli alla pari. Per tale
motivo le riserve di queste ultime furono sottoposte a fortissime tensioni
di liquidità...
LE BANCHE DI CREDITO MOBILIARE
Il settore delle società ordinarie di credito divenne il maggiore del sistema
bancario italiano a partire dagli anni ’70 del XIX sec. Fra queste, le banche di
credito mobiliare, sull’esempio del Credit Mobilier francese, si impegnarono in
investimenti a medio e lungo termine. Le due più importanti furono il
CREDITO MOBILIARE e la BANCA GENERALE (ma c’erano anche il Banco
di Sconto e Sete, la Banca Tiberina).
Il CREDITO MOBILIARE nacque dalla trasformazione della Cassa del
commercio e dell’industria sorta a Torino nel 1852. Per impulso del Cavour
quest’ultima si era indirizzata verso operazioni di credito mobiliare grazie
anche all’intervento dei Rothschild. E nel 1863 essa fu trasformata nella
Società Generale di Credito Mobiliare Italiana grazie anche all’intervento dei
Fratelli Pereire.
La BANCA GENERALE venne fondata a Roma nel 1871 con un capitale di
30 milioni ¼ del quale fu sottoscritto dall’Union Bank Austriaca e il resto da
banchieri e capitalisti italiani.
LE BANCHE DI CREDITO MOBILIARE
Lo sviluppo dei due istituti fu abbastanza lento dato che la loro limitata
espansione territoriale influì negativamente sulle risorse di cui erano in
grado di disporre. Le somme raccolte venivano impiegate a lungo termine
mediante l’acquisto di titoli molto differenziati: ferroviari, tranviari,
alimentari, siderurgici, assicurativi, ma soprattutto titoli immobiliari e di
imprese impegnate nella costruzione delle opere pubbliche. Proprio questi
cospicui investimenti furono la causa del fallimento di queste due
importanti istituzioni bancarie, coinvolte nella crisi generale del 1892-94.
Già nel 1892 il CREDITO MOBILIARE per cattivi investimenti di carattere
immobiliare aveva perso buona parte dei suoi capitali.
La Banca Nazionale intervenne inizialmente per il salvataggio delle più
importanti società di credito mobiliare, ma la crisi non ne permise la
ripresa.
LE BANCHE DI CREDITO MOBILIARE
Nel 1893, sulle azioni del CREDITO MOBILIARE iniziò una
speculazione al ribasso che comportò il ritiro dei depositi e il ritiro
dei fidi delle banche estere.
L’immobilizzo del portafoglio titoli della banca rendeva
impossibile realizzare a breve la liquidità necessaria per far fronte
alle richieste del mercato interno ed estero e così, alla fine del
1893, il Credito Mobiliare chiudeva i propri sportelli. E poco
più tardi, la Banca Generale, che era ritenuta più solida, sotto la
pressione dei ritiri dei depositanti dovette chiudere nel gennaio
del 1894. Fallivano così le due istituzioni bancarie più prestigiose
d’Italia.
Per far fronte alle crescenti esigenze dell’economia e soprattutto della
speculazione edilizia, con finanziamenti a breve (sconti e anticipazioni),
intanto, gli istituti di emissione erano ricorsi in larga misura ad emissioni
di biglietti eccedenti i limiti di copertura.
Tale condizione di irregolarità divenne particolarmente evidente nel
momento in cui la convenienza al cambio delle banconote – di cui si è
precedentemente – accelerò la corsa agli sportelli delle banche di
emissione per la conversione…
Cosi nel 1889, il Ministro dell’Agricoltura, Luigi Miceli, ordinò
un’inchiesta amministrativa sulle banche di emissione, sotto la
guida del senatore Alvisi, che portò alla luce gravi irregolarità,
INCHIESTA ALVISI (1889) SUGLI ISTITUTI DI
EMISSIONE
In particolare le irregolarità della Banca Romana erano le più gravi
dato il forte coinvolgimento dell’istituto nella speculazione edilizia, che
aveva alimentato con emissioni crescenti di cartamoneta non coperta
da riserva, per un totale di circa 9 milioni di £. L’emissione era inoltre
servita a coprire un pesante vuoto di cassa dovuto anche ai continui
prestiti a uomini politici molto in vista dell’epoca, tra cui Crispi
(presidente del Consiglio) e Giolitti (Ministro del Tesoro). Questi ultimi
segretarono i risultati dell’inchiesta e addirittura Giolitti, divenuto
successivamente presidente del Consiglio, nel 1892, nominò senatore
Bernardo Tanlongo, direttore della Banca Romana.
INCHIESTA FINALI (1893) SUGLI ISTITUTI DI
EMISSIONE
La nomina di Tanlongo non fu approvata e così – i risultati
dell’inchiesta Alvisi – vennero resi noti dal deputato radicale
Napoleone Colajanni, portando alla luce quello che sarà il più grave
scandalo bancario del XIX secolo. Fu infatti ordinata una nuova
indagine nel 1893. L’indagine svolta di Gaspare Finali portò alla
luce che la Banca Romana aveva ecceduto il proprio limite di
emissione di quasi il doppio, che aveva tentato di immettere sul
mercato biglietti con serie duplicata e che aveva falsificato i
bilanci per più di 20 anni. L’inchiesta rivelò irregolarità anche nella
emissione del Banco di Napoli e di Sicilia e della Banca Nazionale. Le
uniche ad essere relativamente in ordine erano le banche toscane.
LA CREAZIONE DELLA BANCA D’ITALIA (1893)
…era evidentemente giunto il momento di un riordino del sistema di
emissione e così, la BANCA NAZIONALE TOSCANA, LA BANCA
TOSCANA PER IL CREDITO E L’INDUTRIA E LA BANCA NAZIONALE
NEL REGNO diedero luogo ad una convenzione per fondersi e dare vita ad
un unico istituto la BANCA D’ITALIA, e tale convenzione fu inclusa nel
progetto di legge che prevedeva anche la liquidazione della Banca
Romana e la concessione del privilegio di emissione per 20 anni alla Banca
d’Italia e ai due banchi meridionali. La legge fu varata il 10 agosto 1893
n. 449 ma suscitò malcontento dato che non era riuscita a portare il
sistema di emissione al monopolio, lasciando una situazione di triopolio.
Con le disposizioni sull’emissione, però, la Banca d’Italia si configurava
come un “primus inter pares”, tra i tre istituti superstiti, posizione che fu
consolidata, nel 1895 (r.d. 15.01.95 n. 16) che le affidava il SERVIZIO DI
TESORERIA DELLO STATO.
LA LEGGE 10 AGOSTO 1893
La BANCA D’ITALIA nacque come SpA con un capitale di 300
milioni di £ e iniziò ad operare il primo gennaio del 1894, con il
compito di provvedere alla liquidazione della Banca Romana.
La legge fissava inoltre il LIMITE MASSIMO DI EMISSIONE che:
• doveva essere pari a 1097 milioni di £ (di cui 800 dovevano essere
emessi dalla Banca d’Italia, 242 dal Banco di Napoli e 55 dal Banco di
Sicilia);
• doveva essere, nel giro di 10 anni, progressivamente e
proporzionalmente ridotto ad un totale di 864 milioni di £;
•se si voleva eccedere il limite di emissione, c’era bisogno di una
copertura metallica del 100% pena una tassazione pari al doppio del
tasso di sconto.
CRISI BANCARIA E CORSO FORZOZO (1894)
La legge del 1893 non ebbe effetti immediati rispetto alla ripresa
dell’economia che viveva una profonda crisi generale, sociale e
finanziaria. Nel 1894, come si è detto, fallirono le due istituzioni bancarie
più prestigiose d’Italia, il CREDITO MOBILIARE e la BANCA GENERALE.
La crisi investì anche le casse di risparmio e le banche popolari e la
Banca d’Italia dovette intervenire immediatamente per evitare il crollo
dell’intero sistema bancario sollecitando l’autorizzazione del governo ad
un aumento straordinario della circolazione di carta moneta dato che le
banche di emissione avevano già raggiunto il limite massimo previsto
dalla legge del 1893. Un decreto del 23 gennaio 1894 del ministro delle
finanze Sidney Sonnino autorizzò una temporanea emissione
straordinaria di biglietti per consentire anticipazioni alle casse di risparmio
e alle altre banche in difficoltà. Sonnino, sempre nel 1894, decretò il
CORSO FORZOSO dei biglietti di banca mai più sostanzialmente
revocato da allora.
• LA BANCA MISTA:
•BANCO DI ROMA (1880 e 1905-06)
•COMIT (1894)
•CREDIT (1895)
•SOCIETA’ BANCARIA ITALIANA (SBI) (1898)
Superata la crisi del 1893-94, con il risanamento anche delle banche di
emissione, il settore bancario italiano vide la nascita di nuove grandi
banche ispirate alle grandi banche miste di tipo tedesco.
Si trattava della BANCA COMMERCIALE ITALIANA (1894); del
CREDITO ITALIANO (1895); della SOCIETA’ BANCARIA ITALIANA
(1896); del BANCO DI ROMA (1880/1905-06). Le due ultime si
connotano come gli anelli deboli delle banche miste.
In Italia, come in Germania, questo tipo di banche andava a supplire ad
un prerequisito mancante, cioè un capitalismo privato in grado di
addossarsi il rischio dell’investimento industriale. La banca mista si
poneva dunque come “fattore sostitutivo”, come canale di
raccolta del risparmio diffuso per convogliarlo verso investimenti
industriali.
Queste 4 banche arrivarono a rappresentare il 57% dell’attivo di bilancio
di tutte le società ordinarie di credito, nel 1906.
La Banca Mista visse due fasi:
• Nella fase fisiologica (1894-1907), la banca mista svolse un ruolo
positivo di supporto allo sviluppo italiano. Sebbene molto evidente fin
dall’inizio l’intreccio tra capitale industriale e bancario, in questa fase
banche e imprese mantennero una certa autonomia operativa e
gestionale. Questo fu il momento dello sviluppo trainato da un mercato
in espansione e caratterizzato da alti profitti;
• La fase patologica prese avvio a partire dalla crisi del 1905-07,
quando il mercato era saturo e stava invertendosi il ciclo economico e
il legame banca/industria si strinse fino a diventare osmotico dando
origine alla “mostruosa fratellanza siamese” (la definizione fu di
Raffaele Mattioli, presidente COMIT fino al 1972), con la
trasformazione del modello “di banca mista alla tedesca” al modello “di
banca mista alla tedesca all’italiana”. In questa fase la flessione del
profitto portò banchieri e industriali ad affrontarsi nei CdA per
disputarsi il controllo delle reciproche imprese (SCALATE ALLE
BANCHE E CONTROSCALATE ALLE IMPRESE).
COMIT (1894)
La BANCA COMMERCIALE ITALIANA – COMIT –(1894) fu fondata con
capitale sottoscritto per quasi 4/5 da SEI BANCHE TEDESCHE (le 4D
e la Berliner Geselshaft e una Casa Bancaria privata) e per il resto da
banche austriache e svizzere. Nelle trattative un ruolo molto importante
ebbe OTTO JOEL, banchiere di origine tedesca, che governò l’istituto
per 20 anni. La presenza azionaria tedesca e austriaca fu di breve
durata in quanto gli aumenti di capitale furono effettuati da parte dei
francesi, in particolare da Paribas, all’indomani del miglioramento dei
rapporti commerciali italo-francesi dopo la guerra doganale degli ultimi
anni ‘80. Inoltre, il capitale italiano, nel giro di pochi anni divenne
maggioritario, nel 1900. La COMIT finanziò essenzialmente le
industrie tessili, siderurgiche, meccaniche e alimentari e in misura
minore quelle elettriche.
CREDIT (1895)
Il CREDITO ITALIANO - CREDIT - (1895) ebbe origine diversa in
quanto derivava dalla trasformazione di una banca di Genova che
andò in crisi nel 1893. Nel 1894, il suo presidente, Erasmo
Piaggio, avviò trattative con alcune case bancarie italiane e
tedesche, i cui capitali risollevarono le sorti della banca. Nel
febbraio 1895 la Banca di Genova modificava la ragione sociale in
CREDITO ITALIANO. Continui aumenti di capitale modificarono
rapidamente la composizione dei soci con l’aumento della
presenza svizzera e con l’ingresso di capitali francesi e belgi. Il
CREDIT finanziò essenzialmente i settori siderurgico, tessile,
elettrico, bancario e chimico.
COMIT E CREDIT – IL FINANZIAMENTO
DELLA SIDERURGIA ITALIANA
In particolare, il finanziamento alla siderurgia fu alla base della
concorrenza tra COMIT e CREDIT e anche della crisi in cui le stesse
vennero coinvolte, nel 1907, a causa dalle difficoltà del settore
industriale che aveva come unico cliente lo Stato che acquistava
materiale per la costruzione di ferrovie e per la marina da guerra,
mentre l’industria meccanica preferiva rifornirsi all’estero o presso
piccole acciaierie, e dunque gli impianti a ciclo continuo delle grosse
imprese non potevano essere sfruttati appieno. Così, nel 1911, si rese
necessaria una grossa operazione di salvataggio industriale e il
risanamento finanziario di queste imprese fu sostenuto da un
CONSORZIO BANCARIO, formato dalla Banca d’Italia e da COMIT,
CREDIT, SBI e Banco di Roma e dalle principali casse di risparmio
italiane.
Il primo conflitto mondiale ebbe conseguenze disastrose sulle economie
nazionali dei paesi che vi avevano preso parte e, conseguentemente, a
livello internazionale, laddove vennero sconvolti gli equilibri finanziari e
monetari che - dall’ultimo trentennio del XIX sec. - avevano garantito,
attraverso l’adozione del Gold Standard, un periodo di stabilità e benessere
che aveva permesso a tutti gli Stati di vivere il proprio take off, con la
formazione di una propria identità politica, economica e finanziaria. Il
periodo postbellico fu caratterizzato da una serie di effetti di breve, medio e
lungo periodo che possono essere così sintetizzate:
• Effetti di breve periodo – distruzione materiale di strutture economiche e
ricchezze;
• Effetti di medio periodo – crisi del 1920-21 di riconversione delle
economie (da economie di guerra in economie di pace) e inflazione
monetaria e crollo delle monete;
• Effetti di lungo periodo – il fallimento del Gold Standard e l’adozione del
Gold Exchange System (GES)…
Partiamo dall’analizzare le conseguenze di terzo tipo, quelle di carattere
internazionale. L’adozione e il fallimento del GES pongono di fronte al
problema fondamentale del periodo che intercorre tra le due guerre
mondiali: la mancanza di cooperazione internazionale e la ricerca di una
supremazia finanziaria, economica e/o politica da parte dei singoli stati in
alcuni dei quali trova spazio l’affermazione di regimi totalitari quali fascismo
e nazismo (lo stalinismo in Russia, dove dal 1917, la rivoluzione di ottobre
aveva portato all’affermazione del comunismo).
COSA SUCCEDE A LIVELLO ECONOMICO E FINANZIARIO
INTERNAZIONALE CON LA FINE DEL PRIMO CONFLITTO
MONDIALE??? Gli Stati Uniti – ultimo paese ad entrare in guerra – erano
divenuti esportatori e creditori mondiali, soppiantando il ruolo secolare di
Londra, approfittando del blocco dell’economia e della finanza che colpiva
le economie dei paesi europei belligeranti. A partire dal 1919, la Gran
Bretagna perse definitivamente il proprio monopolio finanziario e
scomparve la centralizzazione finanziaria internazionale con la
creazione di più valute chiave.
La guerra era stata largamente finanziata, in ogni Stato, con emissione di
carta moneta non convertibile (causa dell’inflazione in ogni Stato). Alla fine
della guerra, dunque, gli stock di oro a disposizione delle banche centrali
dei singoli paesi non erano in alcun modo sufficienti a garantire un ritorno
alla convertibilità in oro. Il tentativo di tornare al Gold Standard fallì molto
presto e così, si arrivò all’adozione del GOLD EXCHANGE SYSTEM nella
CONFERENZA MONETARIA INTERNAZIONALE DI GENOVA del 1922.
Dalle risoluzioni della Conferenza i punti essenziali erano:
1. il mantenimento del valore aureo delle monete doveva essere
garantito da un’adeguata riserva di averi non necessariamente in oro;
2. quando il progresso economico lo avesse consentito i paesi
partecipanti avrebbero tornare al Gold Standard nazionale divenendo
così CENTRI AUREI;
3. la CONVENZIONE TRA PAESI si sarebbe fondata, dunque, sul GOLD
EXCHANGE SYSTEM.
Secondo le disposizioni di Genova, quindi, i GOVERNI potevano
autorizzare LE BANCHE CENTRALI a INCLUDERE NELLA LORO
RISERVA LEGALE DIVISE CONVERTIBILI IN ORO come copertura
all’emissione di carta moneta. La CONSEGUENZA IMMEDIATA di tale
sistema era l’istituzionalizzazione della differenza TRA LE VALUTE CHIAVE
O DI RISERVA dei paesi che potevano mantenere o recuperare la propria
identità di centri aurei e LE VALUTE PERIFERICHE CONVERTIBILI
INDIRETTAMENTE IN ORO. Le VALUTE CHIAVE erano DOLLARO e poi
la STERLINA (1925) e dal 1926 il FRANCO.
La CONVENZIONE della Conferenza di Genova NON FU MAI
FIRMATA e inoltre, la possibilità che ogni paese, una volta riprese
le sorti delle proprie economie interne, potesse divenire CENTRO
AUREO (e quindi paese con valuta chiave) scatenò una vera e
propria concorrenza internazionale tra piazze finanziarie (New
York/Londra/Parigi). IL GES FUNZIONO’ DAL 1922 AL 1931.
COME NASCE LA PREMINENZA FINANZIARIA DI NEW YORK?
Mentre la posizione dominante della City di Londra era stata il risultato di
una lunga evoluzione storica, il ruolo internazionale di New York fu, come si
è detto, conseguenza della guerra. Gli enormi bisogni dei paesi belligeranti
costrinsero ad importare merci americane e per il finanziamento delle
importazioni SORSE E SI SVILUPPO’ una DOMANDA MONDIALE DEL
DOLLARO, mentre la tradizionale attività di Londra era paralizzata dalla
guerra e Wall Street era l’unica Borsa al mondo funzionante. I BANCHIERI
AMERICANI, al fine di rendere New York piazza finanziaria internazionale,
orientarono i loro sforzi nella specializzazione del credito a breve termine
(accettazioni) e a lungo termine (mutui). Alla fine della guerra, New York
aveva preso il ruolo che prima era di Londra nei finanziamenti
internazionali e divenne mercato guida del credito a b. e l. termine, alle
cui condizioni doveva adeguarsi anche Londra nella lenta ripresa delle
proprie attività creditizie. Fino al 1925, inoltre, il DOLLARO era l’unica
moneta convertibile (gli USA erano centro aureo).
CONCORRENZA TRA LONDRA E NEW YORK
Proprio la volontà di bilanciare il crescente potere degli USA indusse
l’Inghilterra a tornare al SISTEMA AUREO nazionale (convertibilità), il 13
maggio 1925, con il GOLD STANDARD ACT, alla PARITA’ ANTEGUERRA.
Al fine di dare un’idea di immutabilità della situazione della piazza
londinese rispetto al periodo precedente alla guerra, si scelse la stessa
definizione in oro del 1816 (legge fondamentale del sistema monetario
inglese). Questa manovra comportò una RIVALUTAZIONE DELLA
STERLINA che si era fortemente deprezzata sul mercato dei cambi. Tale
rivalutazione agì sfavorevolmente sulla bilancia commerciale inglese
scoraggiando le esportazioni (che già risentivano negativamente della
concorrenza internazionale) a causa dell’aumento dei prezzi in termini reali.
Per tale motivo, l’Inghilterra non beneficiò della fase espansiva del 1926-29.
Il RITORNO DI LONDRA a CENTRO AUREO FU EFFETTUATO AD UN
COSTO TROPPO ELEVATO PER L’ECONOMIA INGLESE.
PARIGI NUOVO CENTRO AUREO
Gli effetti negativi della rivalutazione della sterlina furono aggravati dalla
SVALUTAZIONE DEL FRANCO attuata dal governo francese, nel 1926,
che aveva fortemente ridotto la parità aurea del franco rispetto alla
definizione del franco germinale del 1803. Il provvedimento del 1926,
subentrava ad una situazione monetaria catastrofica che in Francia si era
creata a partire dal 1914, con un deprezzamento inarrestabile del franco sul
mercato dei cambi. Il 27 luglio 1926 era salito al governo Raymond
POINCARE’ che diede immediatamente inizio alla politica di
STABILIZZAZIONE DEL FRANCO. Parigi tornò a riaccreditarsi come
piazza di destinazione di capitali e così molti speculatori puntarono ad una
rivalutazione della moneta francese acquistando franchi sul mercato e
facendo così affluire oro e divise nelle casse e riserve della Banca di
Francia. Nel giugno del 1928, il FRANCO FU RIAGGANCIATO ALL’ORO
e Parigi diveniva il terzo centro aureo internazionale.
LA CONCORRENZA TRA LONDRA E PARIGI
La CONCORRENZA CON LONDRA iniziò nel momento in cui il governo
dichiarò che la Banca di Francia avrebbe immediatamente iniziato a
trasformare in oro le sue divise. Nel giro di un biennio la conversione delle
divise – tutte in sterline – da parte della Banca di Francia comportò un
incremento enorme delle riserve di oro di quest’ultima a scapito della Banca
d’Inghilterra che, nel 1927, chiese l’appoggio della Banca di Francia di
sospendere i ritiri. Lo scontro duro tra Parigi e Londra avveniva sulla
questione della Germania. L’Inghilterra, infatti, aveva fortemente sostenuto
la ripresa del marco tedesco per tenerlo nell’orbita della sterlina e dunque
sarebbe bastato che l’Inghilterra ritirasse i suoi averi dalla Germania per
compensare i versamenti di oro alla Banca di Francia.
Iniziava così la fine del GES, in cui un ruolo determinante ebbe la politica
della banca centrale francese, ma in realtà molti istituti centrali dei paesi
aderenti al GES tra il 1926 e il 1930, seguirono l’esempio francese.
La crisi del 1929-33 ebbe il suo culmine nel crollo del mercato
azionario di New York, Wall Street, il 29 ottobre del 1929, conosciuto
come il martedì nero. Le dimensioni e il carattere dello sconvolgimento
economico furono generali; in ogni paese ed in ogni settore i prezzi, la
produzione e gli investimenti crollarono, i salari e i consumi diminuirono, e
la disoccupazione divenne dilagante. La tendenza che emerse nei singoli
paesi fu quella di isolarsi inaugurando politiche protezionistiche – rifiutando
qualsiasi tentativo di risoluzione internazionale ai problemi comuni – e, in
un primo tempo, altamente deflazionistiche. Il primo paese ad intuire che la
soluzione della crisi stava nelle teorie keynesiane della spesa pubblica fu
l’America che, nel 1933, con Roosevelt, adottò la politica del NEW DEAL,
che attuava una politica del deficit spending a supporto di tutti i settori
dell’economia e diretta a riportare il ciclo economico dalla fase di
recessione alla fase di espansione…
J.M. Keynes nacque a Cambridge dall’economista J. Neville Keynes e dalla
scrittrice Ada Brown. Formatosi al College di Eton, da subito le sue idee
innovative segnarono una rottura con il passato e con il Liberismo trovando
massima espressione nel trattato “Teoria Generale” del 1936. Egli si
dichiarava difensore del capitalismo e della libera concorrenza ma
esprimeva sfiducia nel liberismo quale strumento di efficiente allocazione
delle risorse, introducendo una nuova concezione dell’intervento dello Stato
nell’economia. Le azioni dello Stato, per Keynes, influenzavano il livello
della produzione e dell’occupazione all’interno di uno scenario libero dalla
tradizionale idea del laissez faire. Questo perché la spesa pubblica
modificava l’ampiezza del mercato e generava (attraverso il moltiplicatore)
un aumento della spesa per consumi e del reddito nazionale. L’intervento
dello Stato, attraverso politiche razionali, non costituiva una risposta ad
esigenze di assistenza e solidarietà, ma un’assunzione di compiti per
eliminare gli sprechi derivanti dalla disoccupazione e le inefficienze
conseguenti al non utilizzo di capacità produttive.
Tale concezione derivava dall’idea del “potere attivo della moneta” che
diveniva uno strumento di intervento per superare gli squilibri economici;
dall’individuazione della disoccupazione come stato normale dell’economia
liberale e quindi dalla negazione della validità del concetto di equilibrio
tradizionale (espresso dalla “legge di Say”), il tutto collegato alla “legge
delle aspettative” che era alla base delle “decisioni di risparmio” e delle
“decisioni di investimento” degli imprenditori.
Per Keynes, infatti, gli imprenditori – secondo la legge delle aspettative (di
profitto) – non investono in condizioni depressive, senza cioè aspettative di
profitto. Era su questa base che egli auspicava un “capitalismo guidato” da
interventi monetari (atti a ridurre il divario tra risparmio e investimento) e da
investimenti pubblici, affiancati a quelli privati a seconda della fase del ciclo
economico, con intenti stabilizzatori.
IL FALLIMENTO DEL GES
Dopo il crollo di Wall Street del 1929, la depressione si estese rapidamente ai paesi europei e l’INGHILTERRA non fu
risparmiata. Il MAY COMMETTEE, incaricato di analizzare lo stato delle finanze inglesi, nel 1931, impose il ricorso
ad una SEVERA POLITICA DEFLAZIONISTICA. Le difficoltà dell’Inghilterra furono aggravate dalle crescenti difficoltà
dell’Austria e della GERMANIA che non furono più in grado di restituire il credito inglese che, al 1931, quando
furono chiusi tutti gli sportelli bancari tedeschi, ammontavano a circa 70 milioni di sterline.
Il sistema bancario inglese era al collasso per cui, nel SETTEMBRE DEL 1931, L’INGHILTERRA ABBANDONO’
DEFINITIVAMENTE IL SISTEMA AUREO E LA STERLINA DIVENNE MONETA FLUTTUANTE. QUESTO DECRETO’ LA FINE
DEL GOLD EXCHANGE STANDARD. E dopo il fallimento del GES cosa succede???
AREE MONETARIE
AREA DELLA STERLINA: molti paesi seguirono la sterlina mantenendo fisso il tasso di
cambio tra la loro moneta e la sterlina. Come in passato essi continuarono a detenere le
proprie riserve di liquidità internazionale sotto forma di divise inglesi. I paesi che
continuarono ad aderire all’AREA della STERLINA, erano i paesi del Commonwealth, il
Portogallo, i Paesi scandinavi, l’Iran…etc. L’AREA DELLA STERLINA funzionò bene anche e
soprattutto grazie ai LEGAMI COMMERCIALI tra i paesi aderenti. In particolare si mise a
punto il SISTEMA DELLA PREFERENZA IMPERIALE, ufficialmente sancito con gli ACCORDI DI
OTTAWA nel 1932, con i quali i soli paesi del Commonwealth concedevano reciprocamente
vantaggi doganali o abolizione dei diritti doganali. Oltre che sugli accordi commerciali, il
funzionamento dell’AREA STERLINA fu garantito anche dalla POLITICA DEI PRESTITI ESTERI
con lo scopo di aiutare i paesi mutuatari a mantenere stabile il tasso di cambio con la
sterlina e per evitare la fuoriuscita di tali paesi dall’area. Il governo inglese, inoltre, favorì
ampiamente la formazione di banche centrali nei Dominions e la Banca d’Inghilterra
divenne una SUPERBANCA centrale di un sistema di giovani banche centrali ridando alla
sterlina il ruolo di divisa internazionale.
AREE MONETARIE
BLOCCO DELL’ORO: i paesi del blocco dell’oro, Francia, Italia, Polonia,
Belgio, Olanda e Svizzera, tentarono di tutto per difendere il sistema
aureo, ma il blocco si disgregò tra il 1934 e il 1936.
AREA DEL DOLLARO: Gli Stati Uniti nel 1933 SVALUTARONO il
DOLLARO dopo aver SOPPRESSO LA LIBERTA’ DELLE OPERAZIONI
SULL’ORO e RISTABILIRONO IL SISTEMA AUREO NEL 1934. Nel 1934,
il GOLD RESERVE ACT riconobbe la svalutazione del dollaro, dopo che
la moneta americana, tra il 1933 e il 1934, era rimasta MONETA
FLUTTUANTE. Molti paesi dell’America Centrale e Meridionale
riagganciarono la loro moneta al dollaro formando così l’AREA del
DOLLARO della quale facevano parte anche alcuni paesi fuoriusciti
dall’area della sterlina.
IL FALLIMENTO DELLA CONFERENZA DI
LONDRA (1933)
Con la Conferenza di Londra del 1933, si cercò di ritornare all’oro ma
ROOSEVELT RESPINSE QUALSIASI TENTATIVO in tal senso.
Nell’ottobre 1936, la FRANCIA SVALUTO’ IL FRANCO e DICHIARO’
L’INCONVERTIBILITA’ DEI BIGLIETTI IN ORO. Appena il mese prima, per
salvaguardare la stabilità dei cambi, la FRANCIA, con l’INGHILTERRA e
gli USA FIRMARONO UN ACCORDO PER RENDERE CONVERTIBILI IN
ORO I BIGLIETTI AD USO ESCLUSIVO DELLE BANCHE CENTRALI. Si
andava così affermando UN SISTEMA IN CUI L’ORO ADEMPIVA
ESCLUSIVAMENTE LA FUNZIONE DI MONETA INTERNAZIONALE.
Infatti tutti e tre i paesi promotori di tale accordo, avevano sospeso la
convertibilità delle proprie monete all’interno.
Con la fine della I g.m, nel 1919, fu convocata a Weimar la Costituente
che istituiva in Germania una repubblica democratica, parlamentare e
federale (REPUBBLICA DI WEIMAR). La Repubblica durò fino
all’avvento di Hitler, nel 1933, e la sua vita fu tormentata dai contrasti tra i
partiti e dalla incapacità di arrivare ad un governo stabile, tanto che tra il
1919 e il 1930, si succedettero ben 17 governi di coalizione.
L’instabilità politica si sovrapponeva alla instabilità economica del paese
che venne colpito, più degli altri stati belligeranti da un processo di
IPERINFLAZIONE che portò i prezzi a moltiplicarsi per 1000 mld, fra il
1914 e il 1923.
La Germania aveva finanziato la partecipazione al conflitto
prevalentemente con le emissioni cartacee che, a guerra finita,
continuarono per la copertura delle spese statali cui si aggiungeva la
cospicua indennità di guerra da versare ai paesi alleati (33 mld $).
Un primo crollo del marco si ebbe all’inizio del 1920 ma, la situazione
precipitò nel 1923, con l’occupazione della Ruhr da parte delle truppe
franco-belghe, finalizzata a sollecitare il pagamento dei debiti di guerra. A
quella data il valore nominale dei biglietti emessi dalla Reichsbank
ammontava a 93 mld di mld di marchi. Per tale motivo, il governo
tedesco fu il primo governo (tra i paesi coinvolti nel conflitto mondiale) a
varare provvedimenti per la STABILIZZAZIONE MONETARIA.
La stabilizzazione del marco avvenne in due fasi:
• in un primo momento si introdusse il c.d. RENTENMARK, una moneta
provvisoria garantita dalle ipoteche sulle proprietà immobiliari
industriali, emesse da una nuova banca, la Deutsche Rentenbank, che
immetteva i nuovi biglietti in circolazione attraverso la Reichsbank ad un
cambio con la vecchia carta moneta in proporzione di 1 rentenmark a
1000 mld di vecchi marchi. La nuova moneta aveva circolazione limitata
all’interno del paese.
• La seconda fase prevedeva il ripristino di una moneta agganciata all’oro.
Per raggiungere tale obiettivo, il governo tedesco e la Reichsbank
(presieduta da Hjalmar Schacht, che sarà il banchiere di Hitler)
perseguirono una rigida politica deflazionistica arrivando, all’agosto del
1924, al ritorno al Reichsmark, alla stessa parità dell’anteguerra e la
Reichsbank riprese le sue funzioni di istituto di emissione sotto il controllo
dei paesi creditori della Germania. Il nuovo marco era convertibile, a
scelta della banca di emissione, in monete d’oro o lingotti o banconote
straniere. In tal modo anche la Germania aveva aderito al GES.
Il pagamento delle indennità di guerra, come si è accennato, influì
fortemente sul processo iperinflazionistico della Germania, per cui più
volte, i paesi alleati creditori dovettero rivedere il piano di pagamento
delle stesse, anche a causa della successiva sovrapposizione della crisi
mondiale del 1929-33.
Molto presto, la Germania non fu più in grado di assolvere agli impegni relativi alla
restituzione delle riparazioni di guerra.
Ciò indusse i paesi alleati a riesaminare la questione tedesca e, nel 1924, venne approvato
il “piano DAWES” che riduceva l’ammontare delle annualità dovute dalla Germania, senza
però ridurre il debito totale. Tale meccanismo funzionò fino alla prima metà del 1929,
grazie soprattutto ai prestiti americani e inglesi.
Lo scoppio della crisi del ’29 e il progressivo ritiro dei crediti a breve da parte di USA e
Inghilterra portò ad una nuova revisione del piano delle riparazioni. Il “piano Young”
prevedeva una riduzione del debito tedesco e un ulteriore ridimensionamento delle
annualità.
Nonostante il maggior favore del piano Young, la crisi comportò la necessità, da parte del
governo statunitense di proporre, nel 1931, una moratoria dei pagamenti tedeschi
(MORATORIA HOOVER) che pose fine al pagamento delle riparazioni di guerra da parte
della Germania che si avviava, al gennaio 1933, all’avvento del terzo Reich (Hitler).
La crisi economica del primo dopoguerra – risolta all’inizio del 1922 – era
stata molto intensa e caratterizzata dalla riconversione economica (da
economia di guerra a economia di pace), da fortissime tensioni sociali
dovute all’incremento della disoccupazione ma, soprattutto, dalla pesante
crisi della banca mista legata alla siderurgia.
Nella situazione di generale disordine politico ed economico nacque il
Movimento Fascista che iniziò ufficialmente con la “marcia su Roma”, il 28
ottobre 1922, quando Mussolini fu chiamato dal re a formare il Governo.
La politica del fascismo può dividersi in tre tempi:
1. Nel primo triennio, 1922-25, con il ministro Alberto De Stefani fu
applicata una politica economica liberista che favorì un’accelerazione dello
sviluppo industriale - nei settori principalmente dell’elettricità, della
siderurgia e della chimica - fortemente sostenuto da parte del mercato di
Borsa e anche da una politica doganale moderatamente protezionista…
2. Il triennio 1925-28 avviava la politica fascista verso l’autarchia, con
la destituzione di De Stefani e la nomina a ministro delle finanze di
Giuseppe Volpi di Misurata e successivamente (1928) di Antonio
Mosconi.
In questi anni, lo Stato intervenne direttamente nel recupero
dell’economia. Il 1926 fu un anno particolarmente importante per i
provvedimenti che furono varati:
a. Conversione del debito pubblico in titoli consolidati a lunga
scadenza del c.d. “Prestito Littorio”;
b. Decreti bancari (monopolio di emissione – vigilanza bancaria);
c. La soppressione del diritto di sciopero e la regolazione del lavoro
della produzione attraverso la formazione dello STATO
CORPORATIVO, introdotto dalla Legge Rocco, con lo scopo di
regolare i rapporti tra produttori e lavoratori;
d. Stabilizzazione della lira – “quota ‘90”….
In ITALIA, la lira aveva perso gran parte del proprio valore, circa il 70%, e
a poco valse la creazione – nel 1917 – dell’ISTITUTO NAZIONALE DEI
CAMBI CON L’ESTERO che doveva accentrare la vendita e l’acquisto di
divise estere. Più efficace fu il sostegno dell’Inghilterra e degli Stati Uniti
che, nel 1918, acquistarono lire sul mercato internazionale per sostenerne
il corso. Ma, il cambio della lira non accennava ad una ripresa. Il governo
italiano concluse allora, tramite la banca MORGAN un prestito di 100
milioni di $ da utilizzare per sostenere il corso della lira. Così nel 1926 – a
seguito di un’ondata speculativa che coinvolse il mercato dei cambi –
Mussolini, nel discorso di Pesaro, annunciò nuovi interventi di
stabilizzazione della lira, che miravano a riportare il cambio della sterlina
con la lira da 145£ a 90£, QUOTA 90. A tal fine, Mussolini adottò una
politica fortemente deflazionistica con una riduzione dell’emissione e del
debito del tesoro, che portò, nel 1927, ad una rivalutazione del cambio
della lira sul mercato internazionale. In seguito al verificarsi della
congiuntura positiva, la lira fu dichiarata NUOVAMENTE CONVERTIBILE
IN ORO e l’Italia aderì al GES.
3. L’AUTARCHIA, tra il 1928-39, era una politica economica di totale isolamento internazionale dell’Italia al fine
di raggiungere l’autosufficienza economica. L’Autarchia prese avvio con i provvedimenti della BATTAGLIA DEL
GRANO (1929) e della BONIFICA INTEGRALE (1929-33). La “Battaglia del grano” aveva l’obiettivo di ridurre le
importazioni di grano dall’estero e aumentare la produzione interna mettendo a coltura nuove terre. Proprio
per questo, parallelamente fu avviata la “Bonifica integrale” con la quale si prosciugarono molti terreni
ancora paludosi del Lazio (l’agro Pontino) e del Mezzogiorno recuperandoli all’agricoltura.
L’Autarchia fu rafforzata per fronteggiare anche la crisi internazionale del 1929-33. Questa si manifestò anche in
Italia con un forte abbassamento dell’indice dei prezzi ed una crisi industriale che portò ad un crollo delle
quotazioni in Borsa. La crisi industriale coinvolse quegli istituti di credito che avevano i propri portafogli
fortemente immobilizzati nei titoli industriali: le BANCHE MISTE (COMIT e CREDIT in particolare). Per
risollevare le sorti di queste ultime fu necessario l’intervento della Banca d’Italia che formò l’ISTITUTO DI
LIQUIDAZIONE che si accollò tutte le passività e attività delle banche e cercò di smobilizzare i portafogli
cedendo i titoli sul mercato. (segue)
(segue) 3. L’AUTARCHIA – L’Istituto non riuscì nel suo obiettivo a causa
delle troppe immobilizzazioni di COMIT e CREDIT e, dunque, fu
necessario creare l’IMI (ISTITUTO MOBILIARE ITALIANO), nel 1931,
con la possibilità di raccogliere risparmi privati (attraverso emissioni
obbligazionarie) e supportare le banche nel credito industriale (solo
aziende sane). La creazione dell’IMI non riuscì ad arginare la caduta
dei corsi azionari in Borsa, per cui, nel 1933, fu costituito l’IRI
(ISTITUTO PER LA RICOSTRUZIONE INDUSTRIALE) diviso in due
sezioni: a) finanziamenti, con la possibilità di assumere partecipazioni
industriali; b) smobilizzi, con la possibilità di acquisire i pacchetti
industriali dai portafogli bancari, pacchetti che mantenne arrivando a
controllare interi settori produttivi attraverso finanziarie di settore
(Finmare, Finmeccanica, Finsider, etc). Esso doveva essere un istituto
provvisorio ma divenne ente permanente nel 1937.
L’opera di riordino e risanamento definitivo del settore creditizio fu
avviata nel 1936 con la legge bancaria…
La Seconda Guerra Mondiale comportò sconvolgimenti di carattere politico
ed economico di portata molto superiore a quella della PRIMA g.m. Nel
panorama politico internazionale si delinearono in maniera netta i due
blocchi di influenza politica dell’URSS e degli USA con l’inizio di quel
periodo che sarà definito della “guerra fredda” e che caratterizzerà gli
equilibri mondiali fino ai primi anni ’90 con il movimento della Perestroika di
Michail Gorbaciov.
Il secondo dopoguerra fu caratterizzato da una ripresa economica degli stati
europei più rapida di quanto non fosse stata nel primo dopoguerra. Questo
grazie a due ordini di fattori:
• l’inizio della cooperazione internazionale;
• gli aiuti statunitensi.
Riguardo agli inizi della cooperazione, all’indomani della II g.m. i governanti
delle maggiori potenze occidentali maturarono la convinzione che per
sostenere lo sviluppo economico del mondo occorresse rimuovere gli
ostacoli protezionistici al commercio mondiale.
Così, nel 1947, a Ginevra, tra 23 paesi fu stipulato il GATT (General
Agreement on Tariffs and Trade operativo dal 1948) che si proponeva di
liberalizzare il commercio tra gli Stati aderenti. Il GATT è un accordo che si è
progressivamente esteso a molti paesi del mondo - nel 1990 vi aderivano 90
paesi – man mano che si rafforzava lo spirito della cooperazione
internazionale.
Rispetto agli aiuti statunitensi, bisogna fare una premessa. La II guerra
mondiale portò ad una nuova affermazione degli Stati Uniti come primo
esportatore mondiale. Gli stati europei incrementarono le importazioni dagli
USA di materie prime per l’industria bellica a fronte di una caduta generale
di esportazioni, dovuta essenzialmente alla politica protezionista adottata
dagli USA nel periodo bellico. I paesi importatori dovettero pagare in
contanti e provvedere al trasporto del materiale acquistato (cash & carry)
dato che gli USA proibirono la concessione di prestiti a paesi già insolventi
oltre che la destinazione delle proprie navi nei paesi in guerra.
Tale sistema comportò, nel 1941, la crisi della G.B., maggiore importatore di
materiale bellico, che aveva esaurito le proprie disponibilità in dollari. Per
tale ragione e soprattutto per contrastare l’eventualità di una vittoria dei
paesi dell’Asse, Roosevelt approvò la legge LEND-LEASE che consentì la
concessione di lunghe dilazioni dei pagamenti per forniture di materiale
bellico ai paesi alleati.
Gli Stati Uniti da allora contribuirono fortemente al sostegno delle economie
degli alleati. Quando ancora era in corso la guerra, nel 1943, l’America con
altri 43 Stati costituì l’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation
Administration) per soccorrere le economie dei paesi più deboli
economicamente e che subivano le conseguenze più pesanti del conflitto.
La funzione precipua dell’ente fu quella di distribuzione di prodotti alimentari
e di manufatti e, quindi, non era mirato a sostenere la ripresa economica
attraverso la ripresa delle attività produttive, scopo, successivamente
perseguito con gli Accordi di Bretton Woods (1944) e con il Piano Marshall
(1948).
Ancora durante la guerra, nel 1942, inglesi e americani avevano iniziato a
gettare le basi di un nuovo sistema economico e finanziario internazionale.
J.M. KEYNES (per l’Inghilterra) e H.D. WHITE (per gli Stati Uniti) avevano
pubblicato le proprie proposte fondate sulla necessità di una
COOPERAZIONE ECONOMICA INTERNAZIONALE al fine di evitare le
rivalità che avevano animato i rapporti tra i vari paesi già all’indomani
dell’adozione del GES. I due piani arrivarono alla riunione di 44 paesi che
nell’estate del 1944 si tenne a BRETTON WOODS. Il PIANO WHITE ebbe la
meglio e gli STATI UNITI ottennero che il sistema monetario internazionale
fosse basato su un DOLLARO CONVERTIBILE IN ORO (gli Stati Uniti,
all’epoca, detenevano i 2/3 dello stock aurifero mondiale) che diveniva anche
MEZZO DI RISERVA. Gli ACCORDI di BRETTON WOODS condussero ad
una nuova versione del GES, in cui il dollaro era l’unica moneta convertibile
in oro: il Dollar Standard. Veniva adottato nuovamente un SISTEMA di
CAMBI FISSI e ogni paese doveva dichiarare la parità della propria moneta
con l’oro e difenderla sul mercato dei cambi, consentendo oscillazioni
massimo dell’1% in più o meno rispetto alla parità dichiarata.
Nella conservazione della stabilità dei cambi un
ruolo dominante dovevano avere le BANCHE
CENTRALI dei vari paesi che dovevano
intervenire sul mercato aperto delle monete,
laddove la propria moneta si fosse svalutata o
rivalutata entro il limite massimo di oscillazione. A
sostegno della politica monetaria internazionale
furono creati due istituti: il Fondo Monetario
Internazionale (FMI) e la Banca Internazionale
per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS) o Banca
Mondiale.
Il FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE con sede a Washington iniziò ad operare dal 1946 (l’Italia vi aderì nel
1947). Esso doveva agevolare la cooperazione economica e monetaria internazionale attraverso due precipue
funzioni:
1 - far rispettare le norme che regolavano il funzionamento del sistema monetario internazionale (assicurare la
parità dei cambi);
2 - concedere prestiti agli stati membri con bilance dei pagamenti temporaneamente deficitarie (assicurare
pareggio bilance dei pagamenti dei vari Stati).
A tal scopo, il FMI era dotato di un fondo di 10 mld di $ composto dalle quote versate dai vari stati aderenti.
La BANCA PER LA RICOSTRUZIONE E LO SVILUPPO, anch’essa con sede a Washington, iniziò ad operare dal
1946, con un capitale di 10 miliardi di $ fornito dalle quote dei paesi membri. La funzione della BIRS era quella
di erogare aiuti finanziari per la ricostruzione ai paesi devastati dalla seconda guerra mondiale. In realtà, per
questa funzione essa fu soppiantata dal PIANO MARSHALL e quindi i suoi finanziamenti furono dedicati a
programmi di investimento di lungo termine dei paesi del terzo mondo.
FALLIMENTO DELLA CONVERIBILITA’ DELLA STERLINA...
All’indomani degli Accordi di Bretton Woods, si cercò di portare alla
convertibilità anche la sterlina, o per lo meno gli Stati Uniti ottennero la
promessa dal governo inglese che entro il 1947 la sterlina sarebbe
tornata convertibile. A tal fine vi fu un ACCORDO DI PRESTITO
ANGLO-AMERICANO negoziato da Keynes, con il quale gli Stati Uniti
si impegnavano a versare all’Inghilterra un prestito di 3750 milioni di
dollari, dopo che l’Inghilterra avesse soppresso ogni pratica
discriminatoria sul commercio con l’estero e cioè avesse abolito gli
accordi preferenziali con i dominions. L’Inghilterra, riuscì, il 15 luglio
1947 a rendere convertibile la sterlina, avendo ripristinato un certo
equilibrio. Ma la CONVERTIBILITA’ durò solo 5 settimane. Fu sospesa il
20 agosto 1947 a causa dello scompenso commerciale che non
permetteva l’equilibrio monetario (SQUILIBRIO FONDAMENTALE).
…E SCARSITA’ DI DOLLARI
Quella degli Stati Uniti si confermava l’unica economia ad essere uscita
rafforzata dalla seconda guerra mondiale. E si verificava in quello stesso
periodo un DEFICIT MONDIALE DI DOLLARI. Fu dalla concomitanza
del fallimento della convertibilità della sterlina e della scarsità di $ che gli
USA arrivarono alla determinazione che l’Europa aveva bisogno di aiuti
gratuiti. Si decise così di varare il PIANO MARSHALL. La lungimiranza
degli Stati Uniti fu proprio nell’intuire che il resto del mondo aveva
bisogno di prestiti a fondo perduto in denaro per risollevare le sorti delle
proprie economie e per rimettere in moto il circolo virtuoso degli
investimenti. La condizione di incertezza di molti paesi inibiva gli
investimenti e soprattutto inibiva lo scambio commerciale tra i paesi in
difficoltà.
L’European Recovery Program (Piano ERP Programma di Ricostruzione
Europea) meglio conosciuto come il Piano Marshall destinò, al
finanziamento a fondo perduto dei paesi europei in difficoltà, 4,8 mld $.
Gli obiettivi principali del Piano erano 3:
• Aiutare la ricostruzione economica nei paesi europei;
• Eliminare la disoccupazione;
• Attuare una cooperazione economica tra gli Stati europei.
Per realizzare il terzo obiettivo, nel 1948, 16 (poi 18) paesi europei
crearono l’OECE (Organization of Economic Cooperation for Europe)
con sede a Parigi con lo scopo di far funzionare il Piano Marshall
effettuando un’equa distribuzione degli aiuti e rafforzando il legame tra
gli stati beneficiari in vista di una futura unione politica ed economica.
Nel 1961, l’OECE fu sostituita dall’OCSE (Organizzazione di
Cooperazione e di Sviluppo Economico) con lo scopo di promuovere lo
sviluppo economico fra gli stati membri e intensificare gli scambi
commerciali.
Il duplice vantaggio offerto dal PIANO MARSHALL nel risanamento
monetario degli stati europei fu quello di favorire oltre che aiuti bilaterali
anche aiuti multilaterali legati ai meccanismi dei pagamenti intraeuropei. A tal proposito, infatti, al 1946, in Europa sussisteva un enorme
numero di accordi bilaterali di pagamento tra i vari paesi, con il
conseguente inconveniente che, i paesi dovevano ottenere scambi
equilibrati a due a due e dunque, poiché le valute erano inconvertibili tra
loro, il surplus ottenuto da un paese non era utilizzabile per sanare il
deficit dello stesso paese nei confronti di un paese terzo all’accordo.
Praticamente non vigeva alcun meccanismo di clearing internazionale.
Un primo passo verso il multilateralismo fu il COMITATO PER GLI
ACCORDI DI PAGAMENTO, costituito a Parigi il 18 novembre 1947, per
fare un punto sulle bilance dei pagamenti dei vari stati in modo da poter
programmare con maggiore efficacia gli aiuti del Piano Marshall...
A tale primo accordo, seguì, il 16 ottobre 1948, un successivo
ACCORDO DI COMPENSAZIONE tra i paesi europei
aderenti all’OECE legato alla ripartizione degli aiuti del piano
Marshall. Ciascun paese, oltre a ricevere AIUTI DIRETTI per
finanziare il proprio deficit in dollari riceveva AIUTI
INDIRETTI per far fronte al proprio deficit nei confronti di
altri paesi dell’OECE. Tale sistema contribuì ad incrementare
gli scambi intraeuropei aprendo sempre più la strada verso il
MULTILATERALISMO negli scambi che si avrà,
definitivamente l’anno seguente con il varo dell’UNIONE
EUROPEA DEI PAGAMENTI (UEP).
L’UEP venne creata nel 1950 dai paesi membri dell’OECE e restò
in vigore fino al 1958. Il funzionamento dell’UEP si basava su due
principi fondamentali:
a - garanzia della TOTALE TRASFERIBILITA’ delle
monete dei paesi membri per i pagamenti correnti;
b - creazione di INCENTIVI ISTITUZIONALI di
RIEQUILIBRIO per i quali i paesi che si trovavano in
deficit potevano ricevere aiuti dalla UEP, tanto più bassi,
però, quanto più alto era il deficit; mentre i paesi in surplus
erano autorizzati a poter convertire in oro o in dollari parte
del proprio surplus, tuttavia nessun paese poteva
accumulare un surplus troppo elevato.
I MECCANISMI DELL’UEP poggiavano sulla compensazione
automatica dei saldi creditori e debitori dei Paesi effettuata mensilmente
dalla BRI (Banca dei Regolamenti Internazionali) che era l’Istituzione
centrale del Sistema e le unità di conto con cui era tenuta la contabilità
erano equivalenti alla parità di oro del dollaro statunitense. Una volta
stabilite le POSIZIONI NETTE NEI CONFRONTI DELL’UEP dei singoli
paesi, il REGOLAMENTO DEI SALDI avveniva per QUOTE. Cioè un
saldo debitore netto o creditore netto che non eccedesse la quota
veniva regolato parte in crediti ricevuti o concessi e parte in oro, al di là
della quota i regolamenti andavano effettuati per intero in oro o dollari.
L’UEP funzionò alquanto bene ma al suo interno vi erano Stati che
comunque cumulavano surplus (Germania) o deficit (Francia,
Inghilterra) eccessivi, per cui dopo alcuni aggiustamenti dei meccanismi
di funzionamento, nel 1955, iniziarono i negoziati per l’ACCORDO
MONETARIO EUROPEO (AME).
L’OECE aveva intensificato il dibattito già attivo in molti stati europei relativamente all’integrazione economica
internazionale. Dopo la costituzione della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio - 1951), si diede
avvio alla costituzione della CEE che fu formata con il Trattato di Roma del 1957. Con la CEE si volle costituire un
mercato comune europeo relativo a tutti i prodotti. All’interno di tale mercato si realizzò gradualmente
l’abolizione dei dazi doganali e si iniziò un percorso di coordinamento delle politiche economiche, monetarie,
finanziarie e sociali e di liberalizzazione del movimento della manodopera, etc. In pratica nell’ambito della CEE
si mirava a stabilire una libera concorrenza negli scambi (merci, lavoro, capitali…). Per gli scambi esterni alla
Comunità, si adottava la TEC (Tariffa Esterna Comunitaria) tariffa comune applicata nei confronti non CEE. Il
buon funzionamento della Comunità era garantito da organismi sovranazionali con poteri decisionali e di
consulenza: Parlamento, Consiglio dei Ministri, Commissione con sede a Bruxelles con il compito di sorvegliare il
rispetto delle norme comunitarie da parte degli stati membri, Corte di Giustizia, etc.
L’anno successivo al trattato di Roma, nel 1958, entrò in vigore l’AME in
coincidenza con la scomparsa definitiva dell’UEP e in coincidenza del
RITORNO ALLA CONVERTIBILITA’ delle monete. Con l’AME si tornò al
GOLD EXCHANGE STANDARD, cioè i paesi occidentali tornarono a
poggiare il sistema monetario internazionale sui meccanismi
bancari di Londra e New York.
Con l’AME scomparvero i meccanismi di compensazione automatica
dell’UEP e si ritornò al meccanismo delle valute di riserva. Cioè le
liquidità internazionali venivano da quel momento tenute in oro o valute
chiave DOLLARO o STERLINA. Il regolamento delle posizioni dei vari
paesi avveniva attraverso il mercato dei cambi, cioè ogni BANCA
CENTRALE dichiarava a quali tassi – in oro, dollari o sterline –
acquistava e vendeva la propria moneta nazionale.
Con passaggi cronologici continui e scanditi dalle politiche monetarie
nazionali ed internazionali, si è percorso il periodo dal dopoguerra agli anni
’60. Nel corso di questo decennio, in particolare a partire dalla seconda
metà degli anni ’60, il quadro economico degli Stati Uniti si sovvertì. Iniziò
un processo deterioramento della bilancia dei pagamenti americana che,
nel 1968, andò definitivamente in deficit. Infatti, dalla seconda metà del
decennio l’economia americana era entrata in una fase fortemente
espansiva dovuta all’incremento del deficit del bilancio interno per la
politica di investimenti sociali portata avanti dai governi democratici
(Kennedy e Johnson) e alle spese militari sostenute per la guerra del
Vietnam (1965-70/75). Tale fase fu accompagnata da un incremento del
tasso di inflazione che in quegli anni quasi raddoppiò. Nel 1967 il nuovo
presidente repubblicano Richard Nixon dovette fronteggiare l’inversione di
tendenza del ciclo economico statunitense attraverso una politica
deflazionistica di alto tasso di sconto - per deprimere gli investimenti - e di
riduzione drastica della spesa pubblica militare e civile accompagnata da
un maggiore prelievo fiscale.
La disoccupazione aumentò ma l’inflazione non accennava a frenare e si
aggravava il deficit della bilancia dei pagamenti. Tale situazione fu
aggravata dalle manovre che, nella prima metà degli anni ’60 molti paesi
europei avevano iniziato, di conversione in oro dei dollari che detenevano
nelle proprie riserve (EURODOLLARI). In particolare tali rimborsi furono
chiesti dalla Francia di De Gaulle. La situazione generale si aggravò
quando, prima la Gran Bretagna, seguita poi dalla Francia e dalla
Germania, dovettero trasgredire al sistema dei cambi fissi. L’Inghilterra e la
Francia, tra il 1967 e il 1969 svalutarono sterlina e franco nei confronti del
dollaro, la Germania, invece rivalutò il marco. Gli Stati Uniti si trovarono
dunque a dover CONTENERE IL DISAVANZO DELLA BILANCIA DEI
PAGAMENTI e, al contempo, LIBERARE LE RISERVE D’ORO dalle
pressioni cui erano sottoposte.
Da queste esigenze scaturì la decisione di NIXON di DICHIARARE
L’INCONVERTIBILITA’ DEL DOLLARO, il 15 agosto 1971.
Parallelamente si imponeva una SOVRATTASSA del 10% sulle
IMPORTAZIONI.
La ripresa dell’economia americana seguita a tali provvedimenti fu di
brevissima durata a causa: a) della presenza costante dell’inflazione
alimentata da una politica economica espansiva tra il 1971 e il 1973; b) del
sopravvenire della crisi petrolifera del 1973-75, con l’aumento dei prezzi
del petrolio e delle materie prime che comportò una profonda crisi
produttiva. Fu in questo periodo che si verificò un crescente tasso di
inflazione accompagnato ad una crescente stagnazione dell’economia
(STAGFLAZIONE = presenza simultanea di bassi tassi di crescita del
prodotto e degli investimenti e di elevata inflazione).
Con la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro, il sistema
monetario varato con gli ACCORDI DI BRETTON WOODS falliva
trasformandosi definitivamente e ufficialmente in semplice DOLLAR
STANDARD. Il regime valutario può essere definito DOLLAR
STANDARD in quanto (n-1) monete sono convertibili in dollari
senza che il dollaro sia convertibile in nessun altra attività di
riserva (oro).
La dichiarazione di inconvertibilità del dollaro non fu immediatamente
percepita come il fallimento degli accordi di Bretton Woods. L’aspettativa
prevalente era che si sarebbe giunti ad un nuovo accordo che – pur
riformando le regole di Bretton Woods – si sarebbe comunque basato su
parità fisse ma aggiustabili.
Le consultazioni del G10, i dieci paesi più industrializzati del mondo,
avviate immediatamente dopo la dichiarazione di inconvertibilità – a
Washington nello Smithsonian Institute il 18 dicembre 1971 –
portarono agli ACCORDI SMITHSONIANI che avevano come
obiettivo proprio il riordino del sistema monetario internazionale.
Essi proponevano le stesse norme di Bretton Woods ma con
margini più ampi.
Gli ACCORDI SMITHSONIANI stabilirono:
• una RIVALUTAZIONE DELL’ORO;
• un RIALLINEAMENTO FRA LE PARITA’ CENTRALI DELLE VARIE
VALUTE;
• l’ampliamento della banda di OSCILLAZIONE INTORNO ALLA
PARITA’ DEL DOLLARO del +/- 2,5%.
In realtà gli ACCORDI SMITHSONIANI EBBERO DURATA MOLTO BREVE.
Dal marzo 1972, i paesi della CEE decisero di legare più strettamente le
proprie monete facendole fluttuare congiuntamente nella banda di
oscillazione intorno al dollaro attraverso il cosiddetto SERPENTE NEL
TUNNEL DEL DOLLARO. Era il tentativo di contenere le oscillazioni delle
valute europee intorno al dollaro attraverso un controllo delle oscillazioni
delle valute europee tra loro. Le manovre speculative sulle valute, in atto sul
mercato dei cambi impedirono la durata di tali accordi. Progressivamente i
vari paesi della CEE abbandonarono il tunnel, prima l’Inghilterra che lasciò
fluttuare liberamente la sterlina, poi l’Italia, poi la Svizzera e man mano tutti i
paesi abbandonarono il tunnel e uscirono dagli accordi smithsoniani. Pochi
mesi dopo il dollaro fu svalutato e questo comportò una perdita di
fiducia nella futura stabilità dei valori centrali dell’accordo
smithsoniano dato che il dollaro poteva essere svalutato in ogni momento.
Il FALLIMENTO DEGLI ACCORDI SMITHSONIANI, definitivamente alla fine
del 1972, portò all’adozione del REGIME DEI CAMBI FLUTTUANTI (il tasso
di cambio può variare nel tempo fluttuando in funzione della domanda e
dell’offerta di valuta senza che la Banca Centrale intervenga per
modificarlo).
La scelta della libera fluttuazione dei cambi, vista inizialmente come un
rimedio temporaneo, si strutturalizzò a causa della CRISI
PETROLIFERA del 1973 che, con la quadruplicazione del prezzo del
petrolio stabilita dall’OPEC, modificò nella sostanza la struttura
internazionale dei flussi di scambio finanziari e reali ed ebbe effetto sulle
politiche economiche dei singoli stati, che generalmente assistettero ad una
notevole caduta del tasso di crescita reale. La situazione di generale crisi
sanzionò il completo abbandono dell’illusione del ritorno ad un sistema
monetario internazionale a cambi fissi.
Nel 1978, la CONFERENZA DI JAMAICA stabilì la LEGITTIMAZIONE
DELL’ABBANDONO DEI CAMBI FISSI e il ruolo del FMI fu ridotto ad
una mera sorveglianza delle politiche adottate dai singoli Stati. Veniva
inoltre stabilita la DEFINITIVA DEMONETIZZAZIONE DELL’ORO, fu cioè
eliminata la funzione dell’oro come numerario nella determinazione
delle parità e fu stabilito di abolirne il prezzo ufficiale. Il NON-SISTEMA
DEI PAGAMENTI INTERNAZIONALI delineato nella Conferenza di
Jamaica era basato sulla ASSENZA DI SISTEMI DI CAMBIO COMUNI,
non vi erano quindi obblighi specifici rispetto ai riaggiustamenti degli
squilibri delle bilance dei pagamenti e questo, nel tempo creò forti squilibri
macroeconomici.
Parallelamente, nel luglio 1978, i paesi della COMUNITA’ EUROPEA,
nella CONFERENZA DI BREMA si impegnavano per la
COSTITUZIONE DI UN SISTEMA MONETARIO EUROPEO (SME)
con accordi di cambio che andavano a sostituire i precedenti accordi
del Serpente Monetario.
Gli Accordi di Brema trovarono le seguenti motivazioni:
• la volontà delle banche centrali europee di essere meno dipendenti
da una valuta veicolo quale era il dollaro che dimostrava di essere
sempre meno affidabile;
• la preoccupazione che la variabilità dei tassi di cambio delle valute
europee avrebbe potuto compromettere lo sviluppo dell’integrazione
dei mercati reali dei paesi membri della CEE innescando
competitività internazionale.
Lo SME iniziò a funzionare il 13 marzo 1979 e ad esso aderirono TUTTI I
PAESI MEMBRI DELLA CEE TRANNE L’INGHILTERRA. Il MECCANISMO
DEI TASSI DI CAMBIO (FISSI) previsto dallo SME era il seguente:
1.
si basava in primo luogo su una griglia di parità bilaterali (due paesi per
volta) fra le diverse valute aderenti. Tali parità potevano essere variate
solo con l’accordo reciproco di tutti gli stati membri. Intorno a tali parità
veniva stabilita una banda di oscillazione del +/- 2,25 % - ma ad alcune
valute, come la lira italiana, fu concesso un margine di oscillazione
maggiore, pari al 6% - limite oltre il quale doveva intervenire la banca
centrale. ESEMPIO: se la lira italiana si fosse svalutata nei confronti del
marco raggiungendo il limite massimo di oscillazione, la Banca d’Italia
doveva intervenire sul mercato dei cambi per vendere marchi contro lire
(al fine di far ribassare il valore del marco) e se lo squilibrio poi
perdurava, solo in tal caso si sarebbe poi dovuto intervenire con un
riallineamento della parità.
2. Il secondo elemento importante era l’ECU, una MONETA PANIERE
composta da quantità diverse delle valute di tutti i paesi aderenti
all’accordo. Lo scopo immediato dell’introduzione dell’ECU era
stabilire, con un margine di anticipo quale fosse la cosiddetta
VALUTA DEVIANTE dalla parità centrale. Cioè nel caso dell’esempio
precedente, bisognava capire quale delle due valute stesse assumendo
un valore deviante e cioè se era il marco che si stava rivalutando contro
la lira o se era la lira che si stava svalutando rispetto al marco. Stabilire
ciò significava automaticamente stabilire quale banca centrale doveva
intervenire se, nel primo caso la Bundesbank, o se, nel secondo caso la
Banca d’Italia. E questo si poteva appunto scoprire in anticipo valutando
il peso che ciascuna moneta progressivamente assumeva rispetto al
paniere stesso (indicatore di divergenza che però nel tempo non ha
funzionato come previsto).
Si è concordi nel ritenere che il periodo in cui lo SME ha funzionato
rispetto alla STABILITA’ DEI CAMBI può essere suddiviso in tre fasi:
1. da Marzo 1979 – a dicembre1986:
periodo caratterizzato da FREQUENTI RIALLINEAMENTI DELLE
PARITA’ CENTRALI FRA LE DIVERSE MONETE (10 in totale)
particolarmente legati alle crisi economiche internazionali che furono il
secondo shock petrolifero e la crisi del dollaro degli anni ‘80;
2. da Gennaio 1987 – all’estate 1992:
periodo più stabile. I riallineamenti erano giustificati dall’entrata di nuovi
paesi nella CEE. In questo periodo, nel 1991, l’Italia entrò nella banda
stretta di oscillazione del 2,25%. In questo periodo, i tassi di cambio
dello SME mantennero una ridotta variabilità.
3. dall’Estate 1992 in poi:
in realtà nell’ambito dello SME si era creata nel corso degli anni una
forte asimmetria rispetto al comportamento dei paesi membri. La
Germania divenne il paese dominante nell’ambito dello SME e ciò
comportò una notevole difficoltà a tenere la stabilità di cambio nei
confronti del marco. Dato che l’indicatore di divergenza delle monete
funzionò male, la Bundesbank intervenne raramente sui mercati delle
valute, investendo piuttosto su valute esterne (dollari) e scaricando il
peso della soluzione degli squilibri dei cambi sugli altri paesi.
Tale problema comportò:
• Nel 1992 (16 settembre) la fuoriuscita dell’Italia dagli accordi di cambio
dello SME;
• Nel 1993 (luglio-agosto) l’allargamento della banda di oscillazione
bilaterale al +/- 15% con conseguente crisi dell’intero Sistema Monetario
Europeo.
Il 9-10 dicembre del 1991 il CONSIGLIO EUROPEO composto dei capi di
Stato e di Governo della Comunità Europea, approvò una serie di
MISURE ATTE A MODIFICARE IL TRATTATO DI ROMA DEL 1957.
Tali misure entrarono in vigore il 7 febbraio del 1992 con l’obiettivo di
fornire un nuovo impulso e una strategia più incisiva al processo di
UNIFICAZIONE MONETARIA IN EUROPA. Gli accordi trovavano le
proprie basi nel RAPPORTO DELORS elaborato dalla Commissione
presieduta da Jacques Delors, nel 1988, appositamente costituita dal
Consiglio Europeo per porre le basi della moneta unica europea.
Il RAPPORTO DELORS, recepito dagli accordi di Maastricht,
conteneva un progetto per la realizzazione dell’UNIONE
MONETARIA EUROPEA (UEM) in tre fasi caratterizzate da
obblighi economici via via più stringenti per i paesi aderenti.
OBIETTIVI del Rapporto Delors:
1. la disponibilità dei paesi membri a delegare tutti i loro poteri agli
organi comunitari con riguardo alle politiche monetarie e accettare una
serie di regole riguardo alla gestione fiscale;
2. l’adozione di una politica unica riguardo alla credibilità e alla
diminuzione dei costi di transazione. A tal fine doveva essere costituita
una BANCA CENTRALE EUROPEA che definisse politiche monetarie
e creditizie dell’Unione.
Tre dovevano essere le fasi di realizzazione delle condizioni per l’unione
monetaria:
• FASE I – (1990-93)
• FASE II – (1994-96 o 98)
• FASE III – 1997 oppure 1999
FASE I – (1990-93) – questa fase doveva rappresentare l’inizio della
convergenza fra le diverse economie e del coordinamento delle
politiche economiche fra i paesi membri. In tale fase erano previsti:
• la rimozione di tutti i controlli sui movimenti di capitale all’interno
dell’Unione e provenienti (o diretti) verso paesi terzi;
• la predisposizione da parte dei singoli paesi di strumenti legislativi
necessari ad evitare che i deficit pubblici fossero finanziati ricorrendo
all’emissione di moneta;
• l’impegno di tutti i paesi a portare le proprie valute nella banda di
oscillazione del +/- 2,5%, a non ricorrere frequentemente a nuovi
riallineamenti e a mantenere inalterata la composizione del paniere
dell'ECU fino alla trasformazione dello stesso in moneta unica;
• adozione di programmi di convergenza a lungo termine in relazione ai
tassi di inflazione e ai deficit pubblici.
FASE II – (1994-96 o 98) – questa seconda fase prevedeva alcune azioni che richiedevano la modifica del trattato
di Roma. In questo periodo erano previsti importanti cambiamenti istituzionali a livello europeo e il
perseguimento di alcune azioni tendenti al conseguimento di alcuni obiettivi a medio termine e di regole
precise riguardo alla gestione del deficit di bilancio, al coordinamento degli interventi sul sistema dei cambi,
etc. Tali azioni possono essere riassunte come segue:
•
istituzione dell’ISTITUTO MONETARIO EUROPEO (IME), con il compito principale di coordinare le politiche
monetarie dei paesi membri e di gettare le basi per la costituzione del SISTEMA EUROPEO DI BANCHE
CENTRALI (SEBC) formato dalla BANCA CENTRALE EUROPEA (BCE) e dalle banche centrali dei paesi membri;
•
obbligo degli stati membri di uniformare ai principi dell’UEM le rispettive legislazioni interne concernenti le
banche centrali;
•
controllo da parte dei paesi membri del DEFICIT e del DEBITO PUBBLICO con l’obiettivo di ricondurli
rispettivamente al 3% ed al 60% del PIL;
•
eliminazione di ogni obbligo di aiuto ai paesi membri in difficoltà.
FASE III – questa fase sarebbe iniziata nel 1997 qualora la maggioranza dei paesi membri avesse raggiunto i
seguenti obiettivi in termini di convergenza:
•
Tasso di inflazione e di interesse a lungo termine non superiore dell’1,5% alla media di quello dei tre paesi
membri a minore inflazione;
•
Tasso di cambio stabile all’interno della banda di oscillazione per almeno due anni;
•
Disavanzo e debito pubblico come alle condizioni della fase 2.
Nel caso queste condizioni non si fossero verificate, la fase 3 sarebbe partita nel 1999.
In questa fase le regole della fase II divenivano cogenti:
•
Costituzione della SEBC che doveva assumere tutte le decisioni di politica monetaria con l’obiettivo principale
di assicurare la stabilità dei prezzi;
•
I tassi di cambio bilaterali delle valute venivano fissati irrevocabilmente, così come quelli rispetto all’ECU che
doveva divenire la moneta unica dell’Unione Europea;
•
L’Unione aveva la possibilità di infliggere sanzioni ai paesi che non rispettassero le regole finanziarie
previste.
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