IL SECOLO
AZZURRO
1910-2010
0i
10
ann
MINERVA EDIZIONI
LA STORIA
Il secolo azzurro
Dal 1910 al 2010,
dalla nascita a campioni del mondo
1910-1920
Commissario
per forza
Le Olimpiadi di Stoccolma vennero affrontate con un… Commissario per forza, come si definì Vittorio Pozzo, dopo le dimissioni del presidente federale,
il marchese Alfonso Ferrero di Ventimiglia: «Mi pregò insistentemente di restare in carica con qualche altro dirigente» avrebbe poi ricordato lo stesso
Pozzo «e di portare a termine la nostra partecipazione alle Olimpiadi. Mi fece
il seguente discorso: “Andare bisogna andare, altrimenti nasce un uragano.
Lei se ne intende, lei parla le lingue. Prenda lei il comando, vada, faccia quello che può. Buona fortuna”. Fu quella, in “articulo mortis”, la mia ultima attività come segretario della Federazione, e, combinazione, la mia prima come
dirigente della Squadra Nazionale. Una specie di Commissario per forza.
Partecipai per l’Italia al Congresso della Federazione Internazionale di Calcio a Stoccolma, e ripresi contatto diretto, in quella città, con quell’ambiente
internazionale che per qualche mese più non avevo potuto seguire se non
per via epistolare». La formazione messa insieme per miracolo, in un paio
di giorni di telefonate, con pochi mezzi e ancor meno appoggi, andò incontro
a un memorabile fiasco, uscendo subito dalla scena principale, sconfitta ai
supplementari dalla apparentemente facile Finlandia. Nel torneo di consolazione riuscirono a battere di misura i padroni di casa, poi furono travolti 5-1
dagli austriaci, che rimandarono senza fatica a casa una squadra stanca e
impossibilitata a dare il cambio ai giocatori in più precarie condizioni. Riprese dunque il girotondo delle commissioni, con l’aggiunta, all’indomani di tre
sconfitte consecutive, di un allenatore a gettone, l’inglese William Garbutt,
allenatore del Genoa, col compito di preparare sul campo le partite della
squadra. Un primo tentativo di formare un “blocco”, con i giocatori della Pro
Vercelli, portò al liberatorio successo sul Belgio a Torino, seguito dalla solita sconfitta a Vienna contro gli austriaci, mentre già il clima internazionale
virava al brutto. Scoppiò la guerra, gli azzurri poterono scendere in campo
altre tre volte, sempre contro la Svizzera, poi il calcio dovette fermarsi, lasciando il posto ai cannoni.
1930-1940
Ritorno in
bianco
Concluso il conflitto, occorse oltre un anno per riprendere il filo del discorso interrotto. Alla fine del 1919 veniva invitata a Milano la stessa Francia
dell’esordio: ancora una volta gli italiani dovettero giocare in bianco (per ragioni di ospitalità) e ancora una volta il loro successo fu vistoso: 9-4. Subito dopo
si prepararono le Olimpiadi in Belgio. Una breve avventura: il successo di misura sull’Egitto, la sconfitta con la Francia, il giorno dopo, senza possibilità di
un minimo di riposo e con le gambe pesanti per il trasferimento da Gand ad
Anversa. Gli azzurri, si ritrovarono nel torneo di consolazione. Qui, due giorni
dopo, la maratona con la Norvegia veniva vinta addirittura nel… terzo tempo
supplementare, prevedendone il regolamento quattro complessivi in caso di
perdurante parità. A sbloccare il risultato fu il debuttante bolognese Emilio
Badini. Quarantotto ore più tardi, gli azzurri esausti affrontavano la dura battaglia contro la Spagna, nell’anteprima della finale. Nonostante la superiorità
numerica dopo 35 minuti per l’infortunio di Pagaza, nonostante l’espulsione
del formidabile ma nervoso Zamora, reo di un calcione a un avversario, a sei
minuti dalla fine (in porta andò l’ala sinistra Silveiro), l’Italia riuscì soltanto a
salvare l’onore con una prova largamente dignitosa, soccombendo per 0-2. Il
balletto delle Commissioni intanto continuava e vi fu cooptato anche Vittorio
Pozzo, che da autorevole opinionista era tra i più critici di quel sistema così
litigioso ed esposto alle influenze dei club. Tra i motivi di discordia, il preteso
dualismo tra i due assi del momento: l’alessandrino Baloncieri e l’interista
Cevenini III detto Zizì, in realtà perfettamente complementari, volendo, posto
che il primo sapeva essere regista sublime e il secondo attaccante di rifinitura di assoluto livello. A complicare le cose, giunse la scissione traumatica
tra i club, dovuta alla insanabile opposizione di quelli piccoli, indisponibili
ad addivenire a una formula di campionato meno polverizzata e dispersiva,
e quelli grandi, che aveva ottenuto da Vittorio Pozzo un progetto di riforma
5
dei tornei basato su logici criteri di
valore tecnico, anzianità di costituzione, forza finanziaria. La stagione
1921-22 vide dunque disputarsi due
tornei. Quello della Figc fu vinto dalla Novese, piccolo club il cui presidente, commendator Ferretti, aveva
fatto incetta di giocatori di vaglia,
tra cui Zizì Cevenini, allettandoli con
lauti ingaggi (nonostante il formale
dilettantismo) e con la prospettiva
di giocare in Nazionale, riservata
ovviamente ai partecipanti al torneo
“ufficiale”. Il titolo del torneo della
CCI fu invece appannaggio della Pro
Vercelli e sarebbe stato il suo ultimo, dato che poi, per un paradosso
della storia, i limitati mezzi finanziari non le avrebbero più consentito di La formazione di un’amichevole giocata nella stagione 1910-11; in piedi da sinistra: il segnalinee (così allora si chiamavano) Saguatti, il
competere ad armi pari coi grandi dirigenteGradi,Bianchi,Corinaldesi,GuidoDellaValle,ArrigoGradi,Bignardi,Donati,Paillard,Arnstein;accosciati:Nanni,Bernabeu,Koch,
club con cui si era schierata. Ciò
Rivas
che interessa questa storia, tuttavia, è proprio l’accenno appena fatto agli effetti sulla rappresentativa azzurra. Il suo ritorno in campo in novembre avvenne agli ordini di una
Commissione nuova di zecca, ancora ristretta a tre membri, con Aldo Cevenini, primo della dinastia, nelle vesti di allenatore, e schierando
il meglio che si potè pescare nelle squadre dei piccoli centri, nerbo del campionato ufficiale. A Ginevra il 6 novembre 1921 indossarono la
maglia azzurra ben otto esordienti, provenienti da club come Valenzana, Novese, Reggiana, Virtus, Sampierdarenese, Saronno, Lucchese.
Nonostante questo, non mancavano i campioni e uno di questi, il debuttante Moscardini della Lucchese, realizzò il gol del vantaggio azzurro
dopo dieci minuti, pareggiato solo nel secondo tempo dagli uomini di
casa. Poco tempo dopo – e non poteva essere altrimenti – scoppiava
la pace tra le due fazioni in lite. Non giovando a nessuno perpetuare la
scissione, si trovò un compromesso per il ritorno all’ovile nella stagione successiva e per l’intanto la ritrovata armonia veniva suggellata con
la riapertura delle porte della Nazionale ai giocatori militanti nei club
dissidenti della CCI. Naturalmente i risvegliati appetiti dei grandi club
pretesero un allargamento della Commissione e a farne le spese fu
l’allenatore Cevenini I, che non venne sostituito. Le liti vennero messe
temporaneamente da parte in vista del delicato impegno che attendeva la squadra il 15 gennaio 1922, quando solo in rimonta gli austriaci
riuscirono a pareggiare 3-3. Che la Nazionale fosse ormai in grado di
cimentarsi coi grandi del continente senza timori reverenziali fu chiaro
Laformazionediun’amichevolegiocatanellastagione1910-11;inpiedidasinistra:ilsegnalinee a tutti un mese dopo – pareggio 1-1 a Torino contro la fortissima Ce(cosìallorasichiamavano)Saguatti,ildirigenteGradi,Bianchi,Corinaldesi,GuidoDellaValle, coslovacchia finalista alle ultime Olimpiadi – e più ancora il 21 maggio,
Arrigo Gradi, Bignardi, Donati, Paillard, Arnstein; accosciati: Nanni, Bernabeu, Koch, Rivas quando a Milano fu di scena, sul campo del Milan in viale Lombardia, il
Belgio campione olimpico, battuto 4-2.La stagione successiva ruotava
attorno a un confronto inedito atteso con trepidazione: il giorno di capodanno 1923 sarebbe calata in Italia la Germania, formazione circondata da un’aura di temibilità ed espressione di una nazione col dente politico avvelenato nei confronti dei paesi vincitori della guerra, causa
le pesanti condizioni subite nei trattati di pace. Dopo un pari preparatorio con la Svizzera, il gran giorno dei tedeschi si risolse in un secco
3-1 per gli azzurri, trascinati da Cevenini III in veste di centravanti. Un risultato salutato dalle ovazioni del folto pubblico del campo di via
Lombardia.
1930-1931
Domenica 22 dicembre 1912 ore 14.30
Genova (Campo Genoa e Andrea Doria, Marassi)
ITALIA-AUSTRIA 1-3
Amichevole
Reti: 9’ Sardi, 19’ Schmieger, 54’ Kuthan, 79’ Kohn.
ITALIA: Campelli (Inter) 4, Binaschi (Pro Vercelli) 8, R.
De Vecchi (Milan) 10, Ara (Pro Vercelli) 6, Fossati (Inter) 6 (cap.), Leone (Pro Vercelli) 6, Milano II (Pro Vercelli) 2, Bontadini (Inter) 4, Sardi (Doria) 3, Rampini I
(Pro Vercelli) 6, Corna (Pro Vercelli) 2. Commissione
tecnica della Federazione: Goodley, U. Meazza (allenatore), Ferraris, Armano, Faroppa, Baruffini e Pedroni.
AUSTRIA: V. Müller, Kiessling, F. Tekusch, Brandstätter, Braunsteiner, K. Tekusch, Bauer, Kohn, Kuthan,
6
Schmieger, Schmid. Ct: H. Meisl.
Arbitro: Barette (Belgio).
Domenica 12 gennaio 1913 ore 14.30
Parigi (Stade de Saint Ouen)
FRANCIA-ITALIA 1-0
Amichevole
Rete: 35’ Maës.
FRANCIA: Chayriguès, Letailleur, Hanot, Tousset, Ducret, Barreau, Rochet, Mesnier, Maës, Vialmonteil, Lafouge. Commissione tecnica interfederale.
ITALIA: Campelli (Inter) 5, Trerè (Milan) 3 [46’ Galletti
(Doria) 1], Valle (Pro Vercelli) 3, Ara (Pro Vercelli) 7, Fossati (Inter) 7 (cap.), Leone (Pro Vercelli) 7, Milano II (Pro
Vercelli) 3, Rizzi (Milan) 4, Cevenini I (Milan) 8, Rampini I
(Pro Vercelli) 7, Varese (Casale) 1. Commissione tecnica
dellaFederazione:Goodley,U.Meazza(allenatore),Ferraris, Armano, Faroppa, Baruffini e Pedroni.
Arbitro: Willing (Olanda).
Giovedì 1° maggio 1913 ore.15.30
Torino (Stadio Piazza d’Armi)
ITALIA-BELGIO 1-0
Amichevole
Rete: 57’ Ara.
ITALIA: G. Innocenti (Pro Vercelli) 1, Valle (Pro Vercelli) 4, R. De Vecchi (Milan) 11, Ara (Pro Vercelli) 8,
Milano I (Pro Vercelli) 9 (cap.), Leone (Pro Vercelli)
8, Milano II (Pro Vercelli) 4, Berardo (Pro Vercelli) 8,
A. Fresia (Doria) 1, Rampini I (Pro Vercelli) 8, Corna
(Pro Vercelli) 3. Commissione tecnica della Federazione: Goodley, U. Meazza (allenatore), Ferraris, Armano,
Faroppa, Baruffini e Pedroni.
BELGIO: Baes, Swartenbroeks, Hubin, Braeckman,
Bossaert, Suetens, Bessems, De Veen, Brebart, Saeys,
Becquevort. Commissione tecnica della Federazione –
senza allenatore.
Arbitro: Goodley (Inghilterra).
Domenica 15 giugno 1913 ore 15.30
Vienna (WAC-Platz)
AUSTRIA-ITALIA 2-0
Amichevole
Reti: 36’ e 87’ Brandstätter.
AUSTRIA: Kaltenbrunner, Poppovich, Sudrich, Sedlacek, Brandstätter, K. Tekusch, Bauer, Twaroch, Kuthan, Grundwald, Körner. Ct: H. Meisl.
ITALIA: G. Innocenti (Pro Vercelli) 2, Milano II (Pro Vercelli) 5, R. De Vecchi (Milan) 12, Binaschi (Pro Vercelli) 9,
Milano I (Pro Vercelli) 10 (cap.), Parodi (Casale) 1, Berardo (Pro Vercelli) 9, Valobra (Piemonte) 1, V. Fresia
(Pro Vercelli) 1, Trerè (Milan) 4, Corna (Pro Vercelli) 4.
Commissione tecnica della Federazione: Goodley, U.
Meazza (allenatore), Ferraris, Armano, Faroppa, Baruffini e Pedroni.
Arbitro: Fehery (Ungheria).
L’ENCICLOPEDIA
Il secolo azzurro
Dal 1910 al 2010,
dalla nascita a campioni del mondo
A
gladiatori. Nato a Milano da padre svizzero e madre
italiana, possedeva anche la nazionalità svizzera e
per questo fu considerato il primo “oriundo” [vedi]
della Nazionale italiana, quando vi esordì a 28 anni
alla ripresa dopo la lunga sosta bellica. Aveva cominciato a giocare giovanissimo, cooptato a 18 anni
da Giovanni Paramithiotti, presidente dell’Internazionale, nella squadra nerazzurra, fondata da appena due anni e già frequentata da parecchi giocatori
svizzeri, per lo più impiegati in filiali locali di aziende
elvetiche. Aveva esordito in nerazzurro il 10 aprile
1910 contro ilTorino (battuto 7-2) e subito contribuì
alla conquista del primo scudetto del club interista,
giocando tra l’altro la discussa finale contro la Pro
Vercelli, in campo con i ragazzi delle giovanili. Ben
più decisivo sarebbe stato dieci anni dopo, realizzando 19 reti in 21 partite per il secondo titolo nerazzurro. D’altronde, a illustrare eloquentemente il
suoapportodiattaccanteelegantequantoefficaceè
sufficiente il dato della sua milizia di club: 142 partite complessive, 106 reti. La sua avventura in Nazionale invece ebbe fine già al secondo appuntamento,
forse per l’essere legato da una intesa tecnica con
Aldo Cevenini, il fuoriclasse più discusso dell’epoca, spesso oggetto principale di divisione all’interno
delle commissioni tecniche.
1919-20 Internazionale
ABATINO
Termine ironicamente spregiativo applicato negli
anni Sessanta da Gianni Brera agli esponenti di una
generazionedigiocatoridicentrocampodellaNazionale molto dotati sul piano stilistico per quanto deficitaridiqualitàagonistico-atletiche,capintestaGianni Rivera (seguito da Mario Corso, Antonio Juliano,
Sandro Mazzola ). Lo stesso coniatore del termine
definiva l’abatino «termine settecentesco, molto vicino – per dirla schietta – al cicisbeo; un
omarino fragile ed elegante, così dotato di stile
da apparire manierato e, qualche volta, finto».
La radice del termine è letteraria. Nel primo capitolo
delle sue “Confessioni di un italiano” Ippolito Nievo
parla del“pievano di Teglio”, precettore di dottrina e
calligrafia del protagonista, come di «un bel pretone di montagna, poco amico degli abatini
d’allora», con ciò facendo riferimento, come scrive
Carlo Culcasi in un suo commentario all’opera (Edizioni Scolastiche Mondadori, 1958), ai «preti galanti ed azzimati e dal fare secolaresco, che
frequentavano le case signorili. Potevano non
avere gli ordini sacri, ma vestivano sempre
l’abito talare. Gli abatini furono, per così dire,
una istituzione del Settecento».
AEBI Hermann – giocatore
Interno
Nato a Milano
il 13-1-1892
Presenze in Nazionale 2
reti 3
Esordio in Nazionale:
18-1-1920 Italia-Francia 9-4
Ultima partita in Nazionale:
28-3-1920Svizzera-Italia 3-0
Lo chiamavano “Signorina”, soprannome senza secondi fini, unicamente debitore alla figura smilza e
allacorrettezzaincampo;maancheallanaturaleeleganza dei movimenti. Il suo calcio, talora, sembrava
più una danza con la sfera che un duro cimento di
10
2
3
AEREO
Il complesso di superiorità dei brasiliani è una tradizione del calcio internazionale, che ai Mondiali del
1938 arrivò addirittura a… volare sulle ali non della
fantasia, ma di un velivolo vero e proprio. Ecco cosa
accadde il 15 giugno, alla vigilia di Italia-Brasile,
semifinale della competizione, nel racconto in presa diretta del protagonista, Vittorio Pozzo [vedi],
Commissario tecnico italiano: «Chi fra noi due,
Brasile e Italia, vinceva la semifinale di Marsiglia doveva ripartire subito per Parigi, dove
si sarebbe disputata la finale tre giorni dopo.
Ora tra Marsiglia e Parigi v’era, che facesse
al caso, un aereo solo. E questo era stato prenotato, per intero, dai brasiliani. Bisognava
convincere questi ultimi a lasciare l’apparecchio a disposizione di quella fra le due squadre che avesse vinto la semifinale: tanto più
che chi avesse perso, avrebbe dovuto recarsi
a Bordeaux, per la finale relativa al terzo ed
al quarto posto della classifica. Venne il Presidente Vaccaro ad Aix, e pregò me di andare a
trattare coi dirigenti del Brasile. Io non ne volevo sapere, ma dovetti finire per accettare. I
brasiliani erano sul Mediterraneo, in un centro
non lontano da quella caratteristica cittadina
che è La Ciotat. Potei finalmente parlare con
due dirigenti, e feci la proposta che mi pareva
così semplice e naturale. Dolenti, ma l’aereo
era già stato da giorni riservato per loro. “Va
bene, ma eventualmente esso potrà venire passato
a chi vincerà la semifinale”. “Dolenti, ma a Parigi
ci dobbiamo andare noi”. “Ma se perdete, dovrete
allora cambiare rotta ed andare a Bordeaux”. “Dolenti, ma questo non succederà”. “Perché?”. “Perché a Marsiglia vinceremo noi”. “Già stabilito?”.
“Già stabilito”. “Allora dolente sono io di avervi disturbato”. Furono irremovibili, ma dissero che,
conoscendomi bene, mi avrebbero volentieri
ospitato nel loro aereo per portarmi a Parigi
ad assistere alla finale. Grazie, ma dato quan-
to essi avevano così irremovibilmente deciso,
io sarei stato costretto ad andare a Bordeaux,
colla mia squadra. Dolenti loro, dolente io. E
me ne venni via. E tornai ad Aix. Chiamai subito i giuocatori a rapporto, e narrai loro per filo
e per segno la conversazione avuta coi nostri
avversari, cercando, beninteso, di suscitare la
dovuta reazione morale e materiale nell’animo
degli Azzurri». Che la sera dopo si recarono a Parigi (per disputare e vincere la finale). In treno.
AGRODOLCE
L’esordio in Nazionale, un momento felice della carriera di ogni calciatore. Quello di Gianfranco Leoncini, mediano della Juve, il 22 giugno 1966 a Torino
contro l’Argentina (battuta 3-0), venne guastato in
extremis: all’ultimo minuto infatti, il giocatore non
riuscì a trattenersi dopo aver subito una pallonata in
faccia dall’avversario Solari e il suo fallo di reazione
gli costò l’espulsione.
ALBERTOSI Enrico – giocatore
Portiere
Nato a Pontremoli (MS)
il 2-11-1939
Presenze in Nazionale 34
reti 27
Esordio in Nazionale:
15-6-1961 Italia - Argentina 4-1
Ultima partita in Nazionale:
21-6-1972 Bulgaria-Italia 1-1
Flashback sui Mondiali 1970, storica semifinale tra
ItaliaeGermaniaOvest,secondotemposupplementare. Il centravanti tedesco Gerd Müller colpisce di
testa su assist di Seeler, sulla linea azzurra c’è Rivera, cui Ricky Albertosi grida imperioso: «Tua!».
Il “golden boy”, però, inopinatamente si scansa, il
pallone entra in rete e lo stesso Rivera sta cercando
di addentare il palo dalla rabbia quando il portiere
azzurro, inveendo contro di lui, gli prende il collo tra
le mani e sembra volerlo strozzare. Il Gianni nazionale si divincola, trotterella in avanti e va a segnare
il gol del definitivo 4-3, nell’azione immediatamente
successiva. Enrico Albertosi, il portiere fenomeno
della manifestazione, stringe i pugni: l’Italia è in finale. Un traguardo conquistato a suon di prodezze,
con voli mozzafiato che ne fanno uno dei più spettacolari guardiani di ogni tempo. E certo uno dei più
duri con i compagni, per i quali, a ogni gol subito,
si chiamino Rivera o Nessuno, ha sempre pronto un
rimprovero a muso duro: «Guai se un portiere
si fa prendere dal dubbio di avere sbagliato»
spiega: «una sola certezza deve assisterlo: lui
non sbaglia mai, la colpa è sempre degli altri.
Così non si abbatte». Il che tradotto significa: per
un grande portiere non bastano mezzi fisici e tecnici
diprim’ordine.Occorreanchequelparticolareingrediente che si chiama personalità.
Toscano di Pontremoli, Albertosi si era segnalato
nello Spezia e giovanissimo era approdato alla Fiorentina, conquistando subito tecnici e tifosi grazie a
fisico da superman, riflessi felini e quella capacità di
inarcarsi in volo che lo faceva assomigliare negli interventi più arditi a un saltimbanco. Davanti, però, a
Firenzesiritrovavaunautenticomonumento,GiulianoSarti,ilportieredelloscudetto1956,antispettacolareperantonomasia,maestrodelpiazzamentoedel
calcolo a scapito della spericolatezza. Così si ebbe
l’assurdo: Albertosi, precoce e brillante esordiente
in A, conquistò presto anche il debutto in Nazionale,
tantodapartecipareallaspedizionemondialeinCile
nel 1962 come terzo portiere (dietro Buffon e Mattrel), restando tuttavia riserva nella sua squadra di
club. Solo nel 1963, quando Sarti emigrò alla corte
di Helenio Herrera per murare la difesa della Grande
Inter, Albertosi riuscì a occupare a tempo pieno la
porta gigliata. Anche in azzurro si ritrovò a competere con il suo ex rivale in viola, e poi contro l’emergente Negri, il pupillo di Fabbri: riuscì a superarli
entrambi, ma il gol di Pak Doo Ik ai Mondiali il 19
luglio 1966 a Middlesbrough lo fece finire nella lista
nera dei“coreani”. Dovette aspettare quasi un anno
per tornare in azzurro. Quando FerruccioValcareggi
rimase solo al comando della Nazionale per il ritorno di Helenio Herrera alle esclusive cure interista, lo
rivolle titolare per dare la caccia al titolo europeo. A
quel punto cominciò il duello con un altro grande,
Dino Zoff, che gli soffiò il posto da titolare nella fase
finalecontinentalechiusatrionfalmenteil10giugno
1968 a Roma contro la Iugoslavia. Fu quella l’estate
decisiva della sua carriera: Nello Baglini, presidente della Fiorentina, voleva fortissimamente l’interno
Rizzo del Cagliari, il cui presidente Arrica pretese
in cambio Albertosi e Brugnera. Fu il grande colpo.
Sull’isola lo stangone di Pontremoli tornò a svettare
come il miglior portiere del campionato, tanto che,
vinto lo storico scudetto con la maglia rossoblù, fu
grande protagonista come titolare ai Mondiali 1970,
chiusi al secondo posto dietro il grande Brasile di
Pelé. Lo sguardo sgherro, il sorriso da simpatica
canaglia,l’ostentazionediunabeataindifferenzaalle
regole correnti (gli piaceva fumare e frequentare gli
ippodromi), tutto si sublimava nel rendimento sul
campo. Quando venne ceduto al Milan, dopo sei stagioni sull’isola, aveva 35 anni e pareva avviato a un
sereno declino. Invece tirò avanti alla grande. Vinse
nel 1979, a quarant’anni, lo scudetto in rossonero e
già si parlava di un possibile, clamoroso ritorno in
Nazionale quando lo scandalo delle scommesse lo
appiedò per quattro anni. Tornò a riveder le stelle
grazie alla vittoria azzurra in Spagna e volle tornare
sul campo, stavolta in C2, all’Elpidiense, a far miracoli a quarantatrè anni suonati. Chiuse nell’84, dopo
un grave infortunio, il primo della carriera, a un
ginocchio. In totale, aveva collezionato 532 partite
in A (185 nella Fiorentina, 177 nel Cagliari, 170 nel
Milan) e 47 in C2. Con due scudetti, tre Coppe Italia
e una Coppa delle Coppe.
1960-61
1964-65
1965-66
1966-67
1967-68
1968-69
1969-70
1970-71
1971-72
Fiorentina
Fiorentina
Fiorentina
Fiorentina
Fiorentina
Cagliari
Cagliari
Cagliari
Cagliari
1 -1
3 -3
9 -3
1 -0
4 -4
1 -1
8 -10
3 -2
4 -3
ALTAFINI José– giocatore
Centravanti
Nato a Piracicaba (Brasile)
il 24-7-1938
Presenze in Nazionale 6
reti 5
Esordio in Nazionale:
15-10-1961 Israele-Italia 2-4
Ultima partita in Nazionale:
7-6-1962 Italia-Svizzera 3-0
La sua milizia in Nazionale rappresentò uno degli assurdi dell’epoca degli
“oriundi” [vedi] facili: giocava infatti con la maglia
azzurra pur essendo campione del mondo in carica
con quella del Brasile. José Altafini è stato uno dei
più grandi attaccanti della storia del calcio, grazie
agli exploit realizzati in Italia. La sua carriera prende ad arrampicarsi da Piracicaba, nello stato di San
Paolo. Là il piccolo José cresce in una famiglia povera, mordendo il calcio e la fame, chiudendo con
la scuola dopo la quarta elementare e già a nove
anni provando coi lavori più disparati a portare la
sua pietruzza al muro della vita familiare. Niente: in
tavola c’era sempre lo stesso piatto, riso e fagioli.
Si iscrive a una scuola professionale, diventa meccanico, studio e lavoro. La sua passione però resta
il calcio, sfogata nell’Atletico Piracicabano, con una
parentesi nell’Union Porto. Nel 1954 vince il campionato del Quarto centenario di San Paolo, il padre non
gli consente il trasferimento al Bangù, ma quando a
chiamare, nel 1955, è il Palmeiras, la squadra degli italiani di San Paolo, dire ancora no diventa impossibile. L’allenatore della prima squadra, Claudio
Cardoso, lo nota negli allenamenti, gli affibbia una
somiglianza col grande Valentino Mazzola e lui diventa,d’acchito,secondol’abitudinetuttabrasiliana
dei soprannomi, “Mazola”, con una sola “z”. Gioca
interno,mal’allenatoredellegiovaniliglisuggerisce:
diventa centravanti, ce ne sono pochi, di veramente
bravi, in Brasile, mentre abbondano le mezze ali. Il
ragazzo, cui non manca il sano realismo dettato dalla fame, si adegua e diventa un fuoriclasse. Arriva
giovanissimo alla prima squadra e poi in Nazionale,
grazie al grande rinnovamento allestito dopo il fiasco al Sudamericano 1957. Al Mondiale 1958 il Ct
Feola lo fa partire titolare, poi lo toglie per far posto a
Vavá e si dice che più che una scelta tecnica sia una
punizione per la cessione, praticamente già fissata,
al Milan, che ne è rimasto impressionato dalle partite di allenamento disputate in Italia dalla Seleção in
viaggio verso la Svezia.“Mazola”(sui tabellini risulta
così) vince il Mondiale e dal 18 luglio 1958 è rossonero. Il suo rendimento in Italia superò ogni aspettativa: vinse subito lo scudetto, bissato nel 1962,
quando conquistò anche la classifica dei cannonieri
e poi, l’anno dopo, la Coppa dei Campioni, la prima
di un club italiano, grazie ai due gol diWembley nella
finale delle botte col Benfica. Con 14 reti stabilì il primato di reti in una stagione di Coppe europee. Aveva
classe, forza fisica, colpo di testa e un senso del gol
spaventoso. L’unico punto debole l’avrebbe confessato anni dopo, quando, stilando i bilanci di carriera,
avrebbe sempre messo al primo posto le tante, troppe botte prese: «La partita più sofferta? La finale
di Coppa dei Campioni a Wembley, dalle botte
la notte successiva non riuscii a dormire. Però
avevamo vinto ed era ciò che contava». Il contatto fisico era il brutto del calcio e Gipo Viani, gran
mago del Milan, lo inquadrò velenosamente come
“coniglio”per la refrattarietà ai duri scontri d’area di
rigore. Eppure quel“coniglio”sapeva essere un leone, se occupò il meglio della sua carriera a segnare
gol esaltando maree di tifosi: così venne ribattezzato
in un celebre titolo “il conileone”. E non fu un caso
che, nella drammatica carenza di attaccanti di grande valore, i tecnici azzurri pensassero a lui: nel marzo 1960, mentre la Nazionale maggiore guidata da
Viani perdeva seccamente (1-3) a Barcellona dalla
Spagna guidata dall’argentino Di Stefano (“naturalizzato” spagnolo, come si diceva allora), gli azzurri
Under 23 battevano i pari età spagnoli grazie a tre
reti di Altafini, che l’anno dopo esordiva in Nazionale
conquistandovi il posto da titolare per i Mondiali in
Cile. Proprio la disfatta col Cile nella rissa [vedi] di
Santiago il 2 giugno 1962 gli costa la maglia azzurra.
Chiude la breve avventura col significativo bilancio
di cinque reti in sei partite. Di lì a poco, nel 1964,
il conflitto con Viani diventa insanabile e lui cerca
di risolverlo nel modo peggiore, cioè tornando in
Brasile e chiudendo la porta in faccia al suo club,
per scoprire che in patria nessuno lo considera più
e che, dall’altra parte dell’Oceano, il Milan senza di
lui vola felice verso un nuovo scudetto. A febbraio,
dopo lunghe trattative economiche, si decide a tornare, ma con lui in squadra il Milan precipita clamorosamente, fino a lasciare in volata il titolo ai cugini
nerazzurri, protagonisti di una storica rimonta. Subito dopo viene ceduto al neopromosso Napoli. Sotto
il Vesuvio, in accoppiata con l’altro asso ripudiato,
Sivori, porta il pubblico al delirio, ma l’albo d’oro si
arricchisce solo di una Coppa delle Alpi. Quando, a
34 anni, la Juventus, che lo ha a lungo cercato negli
anni d’oro, lo fa finalmente suo, sembra una barzelletta. Invece il vecchio leone torna a ruggire, conquistando come implacabile centravanti part time due
scudetti in quattro stagioni. Si ritira a 38 anni, dopo
una comparsata nel Chiasso: nel campionato italiano ha segnato 216 gol in 459 partite.
1961-62 Milan
6
5
AMADEI Amedeo– giocatore
Centravanti
Nato a Frascati (Roma)
il 26-7-1921
Presenze in nazionale 13
reti 7
Esordio in nazionale:
27-03-1949 Spagna-Italia 1-3
Ultima partita in nazionale:
17-5-1953 Italia-Ungheria 0-3
È stato il più giovane esordiente della Serie A, a quindici anni e 284 giorni, il
2 maggio 1937 a Roma contro la Fiorentina, ma per
due stagioni dovette mordere il freno. Soprannominato “il fornaretto di Frascati” per l’impegno nel
forno di famiglia, rivelatosi a una “leva” giallorossa
al Testaccio dovette farsi le ossa in B nell’Atalanta prima di poter assaggiare davvero i colori della
Roma. Al ritorno nella capitale nel 1939 incontrò
la fiducia dell’allenatore Schäfer, il quale, rivelatosi il sudamericano Provvidente un… “provolone”,
secondo il colorito soprannome dei delusi tifosi
romanisti, gliene affidò il ruolo in attacco, mantenendovelo nonostante un lungo periodo iniziale di
difficile rapporto col gol. Alla seconda stagione da
titolare, l’aletta esplodeva sotto rete, e l’anno dopo
Schäffer sfidava l’ostilità generale accentrandone la posizione per farne il centravanti tra Krieziu
e Pantò. L’effetto era strepitoso, traducendosi nel
primo scudetto della storia nella Capitale. E lo stesso pubblico che lo aveva definito apatico o negato
per il ruolo di centravanti finì con l’innamorarsene,
facendone il proprio idolo. Il 23 maggio 1943, in
semifinale di Coppa Italia contro il Torino, Amadei
venne accusato da un guardalinee di avergli rifilato un calcione durante una mischia. Squalificato
a vita benché innocente ma in quanto rifiutatosi
(non essendo certo) di denunciare il vero colpevole, venne graziato da una amnistia generale in
avvio della stagione successiva (anni dopo, il vero
colpevole del fattaccio, l’interno Dagianti, si sarebbe levato il peso della coscienza attribuendosi
il fatidico calcione). Il “fornaretto” passò all’Inter
dopo la guerra, impinguando ulteriormente i propri
bottini sotto rete. Novo lo fece debuttare in Nazionale nell’amichevole con la Spagna che segnò l’ad11
dio della generazione del grande Torino, destinata
a perire tragicamente poco più di un mese dopo,
e, grazie anche allo splendido debutto con gol, ne
fece per qualche tempo il centravanti titolare. Fu
escluso tuttavia a favore di Cappello nel disgraziato
esordio contro la Svezia ai Mondiali del 1950, per
poi essere reinserito nell’inutile successiva partita
contro il Paraguay. Subito dopo emigrava al Napoli,
con cui avrebbe giocato fino al declino, frequentando ancora la Nazionale, penalizzato peraltro da impieghi all’ala o come mezzala in quel periodo ricco
di attaccanti e povero di interni dopo la tragedia di
Superga. Realizzò in tutto, tra Roma, Inter e Napoli,
ben 189 reti in Serie A, terzo italiano dietro Piola e
Meazza tra i più prolifici bomber di sempre prima
dell’avvento di un altro giallorosso d.o.c., Francesco Totti.
1948-49
1949-50
1950-51
1951-52
1952-53
Internazionale
Internazionale
Napoli
Napoli
Napoli
3
4
3
2
1
2
1
2
2
0
AMERI Enrico
La sua è stata una delle “voci” storiche del calcio italiano, per venticinque anni la prima per antonomasia
di “Tutto il calcio minuto per minuto” e anche quella
della Nazionale, di cui realizzòduetelecronacheprimadi
dedicarsi esclusivamente al
raccontoindirettadellepartite azzurre attraverso i microfoni della radio. Nato a Lucca
il 15 aprile 1926, entrò in Rai
nel 1949 e dopo un breve
tirocinio come inviato, la radiocronacadiUdinese-Milan
nel 1955 ne rivelò le doti instradandone la carriera. Dotato di una voce calda e
pastosa, di una straordinaria capacità di raccontare
l’evento sportivo adeguando il ritmo delle parole a
quello del gioco, è stato protagonista anche della prima leggendaria edizione del“Processo del lunedì”, di
cui fu tra gli ideatori. Imprescindibile protagonista di
“Tutto il calcio minuto per minuto”, lo “stacco” «Scusa, Ameri», una specie di tormentone degli interventi degli altri inviati dai campi sulla voce principale,
è diventato un classico della nostra radiofonia. Per
anni,lesueradiocronacheindirettadellepartitedella
Nazionale,contraddistintedallainappuntabileprofessionalità, hannoaccompagnatogliitaliani,tenendoli
vicini alle vicende della squadra. È morto nel 2004.
ANDREOLO Michele– giocatore
Centrosostegno
Nato a Montevideo (Uruguay)
il 6-9-1912
Presenze in Nazionale
26- reti 1
Esordio in Nazionale:
17-5-1936 Italia-Austria 2-2
Ultima partita in Nazionale:
19-4-1942 Italia-Spagna 4-0
Parte spesso dall’Uruguay, la
strada del calcio degli immortali della prima metà del secolo scorso. Michele Andreolo
entrò giovanissimo nelle file del Nacional Montevideo. Centromediano naturale del Metodo [vedi],
piccolo di statura ma atleticamente forte e dotato
di un formidabile gioco di testa, costrinse i dirigenti
del club a spostare il grande Faccio (poi emigrato
all’Ambrosiana) a interno, per lasciare a lui il posto
di maggiore responsabilità. Trascinatore per vocazione, sapeva sganciarsi in attacco e trovare con
facilità la via del gol (ma «l’area di rigore è troppo
piccola per me» diceva, «a centrocampo si respira meglio»), però la sua specialità era contrare
con aggressività il centravanti avversario e aprire il
gioco grazie a un senso della manovra istintivo e razionale. In più, disponeva di un tiro al tritolo, con cui
su punizione si diceva che avesse spaccato più d’un
palo. Quando il connazionale Fedullo tornò in patria
da Bologna per motivi familiari, i dirigenti del club
rossoblù gli chiesero un consiglio per la sostituzione
dell’altro “oriental” Occhiuzzi, centromediano rimpatriato. Fedullo non ebbe dubbi e indicò Andreolo,
decidendone il destino. Appena arrivato, il nuovo leader (partito senza contratto, ma sicuro che i propri
mezzi non avrebbero deluso) prese subito in mano
la squadra, portandola allo scudetto, dopo cinque
anni di predominio della Juventus. Il Ct azzurro Vittorio Pozzo notò in lui le doti per la pesante eredità
di Luis Monti e la convocazione in Nazionale sortì
di conseguenza, con risultati eccellenti. Non temeva
gli scontri, al pari del predecessore, di cui era meno
rude nell’uno contro uno, possedendo peraltro la
stessa precisione nel lancio lungo e la vocazione a
dettare i tempi del gioco. Così sintetizzava lo stesso
Vittorio Pozzo: «Era forte, deciso ed energico
nel giuoco di testa e negli interventi difensivi
in genere. E, senza avanzare gran che dalla
posizione prudenziale che teneva, arrivava a
servire le ali con traversoni bassi od a mezza
altezza, di rara potenza: trenta, quaranta, cinquanta metri. Era inizialmente un torello come
robustezza, Andreolo: divenne poi anche un
bel tecnico. Era nato nell’Uruguay, ma venuto
fra noi, divenne presto il più italiano fra tutti gli
oriundi. Fece il servizio militare in Italia, e lo
fece sul serio ed a lungo. E, quando finì di giuocare, non si sognò nemmeno di andarsene.
Fu una tempra di giocatore fra le più diritte e
vigorose». Era tra i grandi protagonisti della vittoria
mondiale di Parigi nel 1938 e rimase tra i fedelissimi
di Pozzo anche dopo lo scoppio della guerra, giocando fino alla interruzione dell’attività azzurra.Vinceva
ancora due scudetti, in quel grande Bologna, nel
1937 e nel 1939. Era leggendario il suo debole per la
bella vita e il presidente Dall’Ara non riusciva a dire
di no alle sue continue richieste di anticipi. Dopo il
conflitto, ormai trentatreenne, si trasferiva al Napoli.
Avrebbechiusolalunghissimacarrieragiocandonel
Catania e poi nel Forlì, in C. Aveva un unico debole
(oltre alle donne): il calcio di rigore. «Quando mi
trovo testa a testa col portiere» confessava candidamente «mi cedono le gambe. Ho coraggio,
ma al momento del tiro provo una sensazione
di impotenza». Il tallone d’Achille di un fuoriclasse
dalla straripante personalità. È morto nel 1981.
Nato a Marsciano (PG)
l’ 1-4-1954
Presenze in Nazionale 7 3 reti 7
Esordio in Nazionale:
20-11-1974 Olanda-Italia 3-1
Ultima partita in Nazionale:
16-11-1983 CecoslovacchiaItalia 2-0
Si presentò sulla ribalta accarezzando il pallone con
tanta morbida classe da far gridare al miracolo: il
grande Rivera, che andava incontro al tramonto,
aveva pronto l’erede. Una profezia che Giancarlo
Antognoni non onorò mai del tutto, anche se attinse vertici assoluti di arte del pallone. In una cosa
eguagliò senza dubbio l’illustre predecessore, e fu il
ruolo di eterno discusso. Finché arrivò la conquista
dell’alloro mondiale, nel 1982 in Spagna, a tacitare
anchelevocicontrariepiùostinate,suggellandouna
grandezzaperaltrouniversalmentegiàriconosciutagli fuori dei confini. Giancarlo Antognoni era nato il
primo di aprile del 1954 e lo scherzo al destino lo
aveva fatto lui, divincolandosi alla vita con un fisico perfetto, armonico e potente insieme, nato per
esaltare l’arte del pallone. Le prime fortune le trovò
in Piemonte, ad Asti, dove proprio il primo aprile del
1970, al compimento del sedicesimo anno, esordì
in D nell’Astimacobi. Fu subito gol e fu subito spettacolo, per la naturalezza della corsa e della battuta,
per il lancio pulito e calibrato, per l’esplosiva violen
1935-36 Bologna
2 0
1936-37 Bologna
5 0
1937-38 Bologna
8 1
1938-39 Bologna
7 0
1939-40 Bologna
2 0
1941-42 Bologna
2 0
ANTOGNONI Giancarlo– giocatore
13
CARATTERISTICHE TECNICHE DELL’OPERA:
Formato: 24 x 34 cm
Pagine: 440 su carta patinata opaca di pregio da gr.130
Copertina: cartonata in plancia
Illustrazioni: 1300 a colori e bianco e nero
Prezzo al pubblico: € 59,00
Edizione: maggio 2010
ISBN: 978-88-7381-310-1
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100 anni - Nazionale Italiana