IL SECOLO AZZURRO 1910-2010 0i 10 ann MINERVA EDIZIONI LA STORIA Il secolo azzurro Dal 1910 al 2010, dalla nascita a campioni del mondo 1910-1920 Commissario per forza Le Olimpiadi di Stoccolma vennero affrontate con un… Commissario per forza, come si definì Vittorio Pozzo, dopo le dimissioni del presidente federale, il marchese Alfonso Ferrero di Ventimiglia: «Mi pregò insistentemente di restare in carica con qualche altro dirigente» avrebbe poi ricordato lo stesso Pozzo «e di portare a termine la nostra partecipazione alle Olimpiadi. Mi fece il seguente discorso: “Andare bisogna andare, altrimenti nasce un uragano. Lei se ne intende, lei parla le lingue. Prenda lei il comando, vada, faccia quello che può. Buona fortuna”. Fu quella, in “articulo mortis”, la mia ultima attività come segretario della Federazione, e, combinazione, la mia prima come dirigente della Squadra Nazionale. Una specie di Commissario per forza. Partecipai per l’Italia al Congresso della Federazione Internazionale di Calcio a Stoccolma, e ripresi contatto diretto, in quella città, con quell’ambiente internazionale che per qualche mese più non avevo potuto seguire se non per via epistolare». La formazione messa insieme per miracolo, in un paio di giorni di telefonate, con pochi mezzi e ancor meno appoggi, andò incontro a un memorabile fiasco, uscendo subito dalla scena principale, sconfitta ai supplementari dalla apparentemente facile Finlandia. Nel torneo di consolazione riuscirono a battere di misura i padroni di casa, poi furono travolti 5-1 dagli austriaci, che rimandarono senza fatica a casa una squadra stanca e impossibilitata a dare il cambio ai giocatori in più precarie condizioni. Riprese dunque il girotondo delle commissioni, con l’aggiunta, all’indomani di tre sconfitte consecutive, di un allenatore a gettone, l’inglese William Garbutt, allenatore del Genoa, col compito di preparare sul campo le partite della squadra. Un primo tentativo di formare un “blocco”, con i giocatori della Pro Vercelli, portò al liberatorio successo sul Belgio a Torino, seguito dalla solita sconfitta a Vienna contro gli austriaci, mentre già il clima internazionale virava al brutto. Scoppiò la guerra, gli azzurri poterono scendere in campo altre tre volte, sempre contro la Svizzera, poi il calcio dovette fermarsi, lasciando il posto ai cannoni. 1930-1940 Ritorno in bianco Concluso il conflitto, occorse oltre un anno per riprendere il filo del discorso interrotto. Alla fine del 1919 veniva invitata a Milano la stessa Francia dell’esordio: ancora una volta gli italiani dovettero giocare in bianco (per ragioni di ospitalità) e ancora una volta il loro successo fu vistoso: 9-4. Subito dopo si prepararono le Olimpiadi in Belgio. Una breve avventura: il successo di misura sull’Egitto, la sconfitta con la Francia, il giorno dopo, senza possibilità di un minimo di riposo e con le gambe pesanti per il trasferimento da Gand ad Anversa. Gli azzurri, si ritrovarono nel torneo di consolazione. Qui, due giorni dopo, la maratona con la Norvegia veniva vinta addirittura nel… terzo tempo supplementare, prevedendone il regolamento quattro complessivi in caso di perdurante parità. A sbloccare il risultato fu il debuttante bolognese Emilio Badini. Quarantotto ore più tardi, gli azzurri esausti affrontavano la dura battaglia contro la Spagna, nell’anteprima della finale. Nonostante la superiorità numerica dopo 35 minuti per l’infortunio di Pagaza, nonostante l’espulsione del formidabile ma nervoso Zamora, reo di un calcione a un avversario, a sei minuti dalla fine (in porta andò l’ala sinistra Silveiro), l’Italia riuscì soltanto a salvare l’onore con una prova largamente dignitosa, soccombendo per 0-2. Il balletto delle Commissioni intanto continuava e vi fu cooptato anche Vittorio Pozzo, che da autorevole opinionista era tra i più critici di quel sistema così litigioso ed esposto alle influenze dei club. Tra i motivi di discordia, il preteso dualismo tra i due assi del momento: l’alessandrino Baloncieri e l’interista Cevenini III detto Zizì, in realtà perfettamente complementari, volendo, posto che il primo sapeva essere regista sublime e il secondo attaccante di rifinitura di assoluto livello. A complicare le cose, giunse la scissione traumatica tra i club, dovuta alla insanabile opposizione di quelli piccoli, indisponibili ad addivenire a una formula di campionato meno polverizzata e dispersiva, e quelli grandi, che aveva ottenuto da Vittorio Pozzo un progetto di riforma 5 dei tornei basato su logici criteri di valore tecnico, anzianità di costituzione, forza finanziaria. La stagione 1921-22 vide dunque disputarsi due tornei. Quello della Figc fu vinto dalla Novese, piccolo club il cui presidente, commendator Ferretti, aveva fatto incetta di giocatori di vaglia, tra cui Zizì Cevenini, allettandoli con lauti ingaggi (nonostante il formale dilettantismo) e con la prospettiva di giocare in Nazionale, riservata ovviamente ai partecipanti al torneo “ufficiale”. Il titolo del torneo della CCI fu invece appannaggio della Pro Vercelli e sarebbe stato il suo ultimo, dato che poi, per un paradosso della storia, i limitati mezzi finanziari non le avrebbero più consentito di La formazione di un’amichevole giocata nella stagione 1910-11; in piedi da sinistra: il segnalinee (così allora si chiamavano) Saguatti, il competere ad armi pari coi grandi dirigenteGradi,Bianchi,Corinaldesi,GuidoDellaValle,ArrigoGradi,Bignardi,Donati,Paillard,Arnstein;accosciati:Nanni,Bernabeu,Koch, club con cui si era schierata. Ciò Rivas che interessa questa storia, tuttavia, è proprio l’accenno appena fatto agli effetti sulla rappresentativa azzurra. Il suo ritorno in campo in novembre avvenne agli ordini di una Commissione nuova di zecca, ancora ristretta a tre membri, con Aldo Cevenini, primo della dinastia, nelle vesti di allenatore, e schierando il meglio che si potè pescare nelle squadre dei piccoli centri, nerbo del campionato ufficiale. A Ginevra il 6 novembre 1921 indossarono la maglia azzurra ben otto esordienti, provenienti da club come Valenzana, Novese, Reggiana, Virtus, Sampierdarenese, Saronno, Lucchese. Nonostante questo, non mancavano i campioni e uno di questi, il debuttante Moscardini della Lucchese, realizzò il gol del vantaggio azzurro dopo dieci minuti, pareggiato solo nel secondo tempo dagli uomini di casa. Poco tempo dopo – e non poteva essere altrimenti – scoppiava la pace tra le due fazioni in lite. Non giovando a nessuno perpetuare la scissione, si trovò un compromesso per il ritorno all’ovile nella stagione successiva e per l’intanto la ritrovata armonia veniva suggellata con la riapertura delle porte della Nazionale ai giocatori militanti nei club dissidenti della CCI. Naturalmente i risvegliati appetiti dei grandi club pretesero un allargamento della Commissione e a farne le spese fu l’allenatore Cevenini I, che non venne sostituito. Le liti vennero messe temporaneamente da parte in vista del delicato impegno che attendeva la squadra il 15 gennaio 1922, quando solo in rimonta gli austriaci riuscirono a pareggiare 3-3. Che la Nazionale fosse ormai in grado di cimentarsi coi grandi del continente senza timori reverenziali fu chiaro Laformazionediun’amichevolegiocatanellastagione1910-11;inpiedidasinistra:ilsegnalinee a tutti un mese dopo – pareggio 1-1 a Torino contro la fortissima Ce(cosìallorasichiamavano)Saguatti,ildirigenteGradi,Bianchi,Corinaldesi,GuidoDellaValle, coslovacchia finalista alle ultime Olimpiadi – e più ancora il 21 maggio, Arrigo Gradi, Bignardi, Donati, Paillard, Arnstein; accosciati: Nanni, Bernabeu, Koch, Rivas quando a Milano fu di scena, sul campo del Milan in viale Lombardia, il Belgio campione olimpico, battuto 4-2.La stagione successiva ruotava attorno a un confronto inedito atteso con trepidazione: il giorno di capodanno 1923 sarebbe calata in Italia la Germania, formazione circondata da un’aura di temibilità ed espressione di una nazione col dente politico avvelenato nei confronti dei paesi vincitori della guerra, causa le pesanti condizioni subite nei trattati di pace. Dopo un pari preparatorio con la Svizzera, il gran giorno dei tedeschi si risolse in un secco 3-1 per gli azzurri, trascinati da Cevenini III in veste di centravanti. Un risultato salutato dalle ovazioni del folto pubblico del campo di via Lombardia. 1930-1931 Domenica 22 dicembre 1912 ore 14.30 Genova (Campo Genoa e Andrea Doria, Marassi) ITALIA-AUSTRIA 1-3 Amichevole Reti: 9’ Sardi, 19’ Schmieger, 54’ Kuthan, 79’ Kohn. ITALIA: Campelli (Inter) 4, Binaschi (Pro Vercelli) 8, R. De Vecchi (Milan) 10, Ara (Pro Vercelli) 6, Fossati (Inter) 6 (cap.), Leone (Pro Vercelli) 6, Milano II (Pro Vercelli) 2, Bontadini (Inter) 4, Sardi (Doria) 3, Rampini I (Pro Vercelli) 6, Corna (Pro Vercelli) 2. Commissione tecnica della Federazione: Goodley, U. Meazza (allenatore), Ferraris, Armano, Faroppa, Baruffini e Pedroni. AUSTRIA: V. Müller, Kiessling, F. Tekusch, Brandstätter, Braunsteiner, K. Tekusch, Bauer, Kohn, Kuthan, 6 Schmieger, Schmid. Ct: H. Meisl. Arbitro: Barette (Belgio). Domenica 12 gennaio 1913 ore 14.30 Parigi (Stade de Saint Ouen) FRANCIA-ITALIA 1-0 Amichevole Rete: 35’ Maës. FRANCIA: Chayriguès, Letailleur, Hanot, Tousset, Ducret, Barreau, Rochet, Mesnier, Maës, Vialmonteil, Lafouge. Commissione tecnica interfederale. ITALIA: Campelli (Inter) 5, Trerè (Milan) 3 [46’ Galletti (Doria) 1], Valle (Pro Vercelli) 3, Ara (Pro Vercelli) 7, Fossati (Inter) 7 (cap.), Leone (Pro Vercelli) 7, Milano II (Pro Vercelli) 3, Rizzi (Milan) 4, Cevenini I (Milan) 8, Rampini I (Pro Vercelli) 7, Varese (Casale) 1. Commissione tecnica dellaFederazione:Goodley,U.Meazza(allenatore),Ferraris, Armano, Faroppa, Baruffini e Pedroni. Arbitro: Willing (Olanda). Giovedì 1° maggio 1913 ore.15.30 Torino (Stadio Piazza d’Armi) ITALIA-BELGIO 1-0 Amichevole Rete: 57’ Ara. ITALIA: G. Innocenti (Pro Vercelli) 1, Valle (Pro Vercelli) 4, R. De Vecchi (Milan) 11, Ara (Pro Vercelli) 8, Milano I (Pro Vercelli) 9 (cap.), Leone (Pro Vercelli) 8, Milano II (Pro Vercelli) 4, Berardo (Pro Vercelli) 8, A. Fresia (Doria) 1, Rampini I (Pro Vercelli) 8, Corna (Pro Vercelli) 3. Commissione tecnica della Federazione: Goodley, U. Meazza (allenatore), Ferraris, Armano, Faroppa, Baruffini e Pedroni. BELGIO: Baes, Swartenbroeks, Hubin, Braeckman, Bossaert, Suetens, Bessems, De Veen, Brebart, Saeys, Becquevort. Commissione tecnica della Federazione – senza allenatore. Arbitro: Goodley (Inghilterra). Domenica 15 giugno 1913 ore 15.30 Vienna (WAC-Platz) AUSTRIA-ITALIA 2-0 Amichevole Reti: 36’ e 87’ Brandstätter. AUSTRIA: Kaltenbrunner, Poppovich, Sudrich, Sedlacek, Brandstätter, K. Tekusch, Bauer, Twaroch, Kuthan, Grundwald, Körner. Ct: H. Meisl. ITALIA: G. Innocenti (Pro Vercelli) 2, Milano II (Pro Vercelli) 5, R. De Vecchi (Milan) 12, Binaschi (Pro Vercelli) 9, Milano I (Pro Vercelli) 10 (cap.), Parodi (Casale) 1, Berardo (Pro Vercelli) 9, Valobra (Piemonte) 1, V. Fresia (Pro Vercelli) 1, Trerè (Milan) 4, Corna (Pro Vercelli) 4. Commissione tecnica della Federazione: Goodley, U. Meazza (allenatore), Ferraris, Armano, Faroppa, Baruffini e Pedroni. Arbitro: Fehery (Ungheria). L’ENCICLOPEDIA Il secolo azzurro Dal 1910 al 2010, dalla nascita a campioni del mondo A gladiatori. Nato a Milano da padre svizzero e madre italiana, possedeva anche la nazionalità svizzera e per questo fu considerato il primo “oriundo” [vedi] della Nazionale italiana, quando vi esordì a 28 anni alla ripresa dopo la lunga sosta bellica. Aveva cominciato a giocare giovanissimo, cooptato a 18 anni da Giovanni Paramithiotti, presidente dell’Internazionale, nella squadra nerazzurra, fondata da appena due anni e già frequentata da parecchi giocatori svizzeri, per lo più impiegati in filiali locali di aziende elvetiche. Aveva esordito in nerazzurro il 10 aprile 1910 contro ilTorino (battuto 7-2) e subito contribuì alla conquista del primo scudetto del club interista, giocando tra l’altro la discussa finale contro la Pro Vercelli, in campo con i ragazzi delle giovanili. Ben più decisivo sarebbe stato dieci anni dopo, realizzando 19 reti in 21 partite per il secondo titolo nerazzurro. D’altronde, a illustrare eloquentemente il suoapportodiattaccanteelegantequantoefficaceè sufficiente il dato della sua milizia di club: 142 partite complessive, 106 reti. La sua avventura in Nazionale invece ebbe fine già al secondo appuntamento, forse per l’essere legato da una intesa tecnica con Aldo Cevenini, il fuoriclasse più discusso dell’epoca, spesso oggetto principale di divisione all’interno delle commissioni tecniche. 1919-20 Internazionale ABATINO Termine ironicamente spregiativo applicato negli anni Sessanta da Gianni Brera agli esponenti di una generazionedigiocatoridicentrocampodellaNazionale molto dotati sul piano stilistico per quanto deficitaridiqualitàagonistico-atletiche,capintestaGianni Rivera (seguito da Mario Corso, Antonio Juliano, Sandro Mazzola ). Lo stesso coniatore del termine definiva l’abatino «termine settecentesco, molto vicino – per dirla schietta – al cicisbeo; un omarino fragile ed elegante, così dotato di stile da apparire manierato e, qualche volta, finto». La radice del termine è letteraria. Nel primo capitolo delle sue “Confessioni di un italiano” Ippolito Nievo parla del“pievano di Teglio”, precettore di dottrina e calligrafia del protagonista, come di «un bel pretone di montagna, poco amico degli abatini d’allora», con ciò facendo riferimento, come scrive Carlo Culcasi in un suo commentario all’opera (Edizioni Scolastiche Mondadori, 1958), ai «preti galanti ed azzimati e dal fare secolaresco, che frequentavano le case signorili. Potevano non avere gli ordini sacri, ma vestivano sempre l’abito talare. Gli abatini furono, per così dire, una istituzione del Settecento». AEBI Hermann – giocatore Interno Nato a Milano il 13-1-1892 Presenze in Nazionale 2 reti 3 Esordio in Nazionale: 18-1-1920 Italia-Francia 9-4 Ultima partita in Nazionale: 28-3-1920Svizzera-Italia 3-0 Lo chiamavano “Signorina”, soprannome senza secondi fini, unicamente debitore alla figura smilza e allacorrettezzaincampo;maancheallanaturaleeleganza dei movimenti. Il suo calcio, talora, sembrava più una danza con la sfera che un duro cimento di 10 2 3 AEREO Il complesso di superiorità dei brasiliani è una tradizione del calcio internazionale, che ai Mondiali del 1938 arrivò addirittura a… volare sulle ali non della fantasia, ma di un velivolo vero e proprio. Ecco cosa accadde il 15 giugno, alla vigilia di Italia-Brasile, semifinale della competizione, nel racconto in presa diretta del protagonista, Vittorio Pozzo [vedi], Commissario tecnico italiano: «Chi fra noi due, Brasile e Italia, vinceva la semifinale di Marsiglia doveva ripartire subito per Parigi, dove si sarebbe disputata la finale tre giorni dopo. Ora tra Marsiglia e Parigi v’era, che facesse al caso, un aereo solo. E questo era stato prenotato, per intero, dai brasiliani. Bisognava convincere questi ultimi a lasciare l’apparecchio a disposizione di quella fra le due squadre che avesse vinto la semifinale: tanto più che chi avesse perso, avrebbe dovuto recarsi a Bordeaux, per la finale relativa al terzo ed al quarto posto della classifica. Venne il Presidente Vaccaro ad Aix, e pregò me di andare a trattare coi dirigenti del Brasile. Io non ne volevo sapere, ma dovetti finire per accettare. I brasiliani erano sul Mediterraneo, in un centro non lontano da quella caratteristica cittadina che è La Ciotat. Potei finalmente parlare con due dirigenti, e feci la proposta che mi pareva così semplice e naturale. Dolenti, ma l’aereo era già stato da giorni riservato per loro. “Va bene, ma eventualmente esso potrà venire passato a chi vincerà la semifinale”. “Dolenti, ma a Parigi ci dobbiamo andare noi”. “Ma se perdete, dovrete allora cambiare rotta ed andare a Bordeaux”. “Dolenti, ma questo non succederà”. “Perché?”. “Perché a Marsiglia vinceremo noi”. “Già stabilito?”. “Già stabilito”. “Allora dolente sono io di avervi disturbato”. Furono irremovibili, ma dissero che, conoscendomi bene, mi avrebbero volentieri ospitato nel loro aereo per portarmi a Parigi ad assistere alla finale. Grazie, ma dato quan- to essi avevano così irremovibilmente deciso, io sarei stato costretto ad andare a Bordeaux, colla mia squadra. Dolenti loro, dolente io. E me ne venni via. E tornai ad Aix. Chiamai subito i giuocatori a rapporto, e narrai loro per filo e per segno la conversazione avuta coi nostri avversari, cercando, beninteso, di suscitare la dovuta reazione morale e materiale nell’animo degli Azzurri». Che la sera dopo si recarono a Parigi (per disputare e vincere la finale). In treno. AGRODOLCE L’esordio in Nazionale, un momento felice della carriera di ogni calciatore. Quello di Gianfranco Leoncini, mediano della Juve, il 22 giugno 1966 a Torino contro l’Argentina (battuta 3-0), venne guastato in extremis: all’ultimo minuto infatti, il giocatore non riuscì a trattenersi dopo aver subito una pallonata in faccia dall’avversario Solari e il suo fallo di reazione gli costò l’espulsione. ALBERTOSI Enrico – giocatore Portiere Nato a Pontremoli (MS) il 2-11-1939 Presenze in Nazionale 34 reti 27 Esordio in Nazionale: 15-6-1961 Italia - Argentina 4-1 Ultima partita in Nazionale: 21-6-1972 Bulgaria-Italia 1-1 Flashback sui Mondiali 1970, storica semifinale tra ItaliaeGermaniaOvest,secondotemposupplementare. Il centravanti tedesco Gerd Müller colpisce di testa su assist di Seeler, sulla linea azzurra c’è Rivera, cui Ricky Albertosi grida imperioso: «Tua!». Il “golden boy”, però, inopinatamente si scansa, il pallone entra in rete e lo stesso Rivera sta cercando di addentare il palo dalla rabbia quando il portiere azzurro, inveendo contro di lui, gli prende il collo tra le mani e sembra volerlo strozzare. Il Gianni nazionale si divincola, trotterella in avanti e va a segnare il gol del definitivo 4-3, nell’azione immediatamente successiva. Enrico Albertosi, il portiere fenomeno della manifestazione, stringe i pugni: l’Italia è in finale. Un traguardo conquistato a suon di prodezze, con voli mozzafiato che ne fanno uno dei più spettacolari guardiani di ogni tempo. E certo uno dei più duri con i compagni, per i quali, a ogni gol subito, si chiamino Rivera o Nessuno, ha sempre pronto un rimprovero a muso duro: «Guai se un portiere si fa prendere dal dubbio di avere sbagliato» spiega: «una sola certezza deve assisterlo: lui non sbaglia mai, la colpa è sempre degli altri. Così non si abbatte». Il che tradotto significa: per un grande portiere non bastano mezzi fisici e tecnici diprim’ordine.Occorreanchequelparticolareingrediente che si chiama personalità. Toscano di Pontremoli, Albertosi si era segnalato nello Spezia e giovanissimo era approdato alla Fiorentina, conquistando subito tecnici e tifosi grazie a fisico da superman, riflessi felini e quella capacità di inarcarsi in volo che lo faceva assomigliare negli interventi più arditi a un saltimbanco. Davanti, però, a Firenzesiritrovavaunautenticomonumento,GiulianoSarti,ilportieredelloscudetto1956,antispettacolareperantonomasia,maestrodelpiazzamentoedel calcolo a scapito della spericolatezza. Così si ebbe l’assurdo: Albertosi, precoce e brillante esordiente in A, conquistò presto anche il debutto in Nazionale, tantodapartecipareallaspedizionemondialeinCile nel 1962 come terzo portiere (dietro Buffon e Mattrel), restando tuttavia riserva nella sua squadra di club. Solo nel 1963, quando Sarti emigrò alla corte di Helenio Herrera per murare la difesa della Grande Inter, Albertosi riuscì a occupare a tempo pieno la porta gigliata. Anche in azzurro si ritrovò a competere con il suo ex rivale in viola, e poi contro l’emergente Negri, il pupillo di Fabbri: riuscì a superarli entrambi, ma il gol di Pak Doo Ik ai Mondiali il 19 luglio 1966 a Middlesbrough lo fece finire nella lista nera dei“coreani”. Dovette aspettare quasi un anno per tornare in azzurro. Quando FerruccioValcareggi rimase solo al comando della Nazionale per il ritorno di Helenio Herrera alle esclusive cure interista, lo rivolle titolare per dare la caccia al titolo europeo. A quel punto cominciò il duello con un altro grande, Dino Zoff, che gli soffiò il posto da titolare nella fase finalecontinentalechiusatrionfalmenteil10giugno 1968 a Roma contro la Iugoslavia. Fu quella l’estate decisiva della sua carriera: Nello Baglini, presidente della Fiorentina, voleva fortissimamente l’interno Rizzo del Cagliari, il cui presidente Arrica pretese in cambio Albertosi e Brugnera. Fu il grande colpo. Sull’isola lo stangone di Pontremoli tornò a svettare come il miglior portiere del campionato, tanto che, vinto lo storico scudetto con la maglia rossoblù, fu grande protagonista come titolare ai Mondiali 1970, chiusi al secondo posto dietro il grande Brasile di Pelé. Lo sguardo sgherro, il sorriso da simpatica canaglia,l’ostentazionediunabeataindifferenzaalle regole correnti (gli piaceva fumare e frequentare gli ippodromi), tutto si sublimava nel rendimento sul campo. Quando venne ceduto al Milan, dopo sei stagioni sull’isola, aveva 35 anni e pareva avviato a un sereno declino. Invece tirò avanti alla grande. Vinse nel 1979, a quarant’anni, lo scudetto in rossonero e già si parlava di un possibile, clamoroso ritorno in Nazionale quando lo scandalo delle scommesse lo appiedò per quattro anni. Tornò a riveder le stelle grazie alla vittoria azzurra in Spagna e volle tornare sul campo, stavolta in C2, all’Elpidiense, a far miracoli a quarantatrè anni suonati. Chiuse nell’84, dopo un grave infortunio, il primo della carriera, a un ginocchio. In totale, aveva collezionato 532 partite in A (185 nella Fiorentina, 177 nel Cagliari, 170 nel Milan) e 47 in C2. Con due scudetti, tre Coppe Italia e una Coppa delle Coppe. 1960-61 1964-65 1965-66 1966-67 1967-68 1968-69 1969-70 1970-71 1971-72 Fiorentina Fiorentina Fiorentina Fiorentina Fiorentina Cagliari Cagliari Cagliari Cagliari 1 -1 3 -3 9 -3 1 -0 4 -4 1 -1 8 -10 3 -2 4 -3 ALTAFINI José– giocatore Centravanti Nato a Piracicaba (Brasile) il 24-7-1938 Presenze in Nazionale 6 reti 5 Esordio in Nazionale: 15-10-1961 Israele-Italia 2-4 Ultima partita in Nazionale: 7-6-1962 Italia-Svizzera 3-0 La sua milizia in Nazionale rappresentò uno degli assurdi dell’epoca degli “oriundi” [vedi] facili: giocava infatti con la maglia azzurra pur essendo campione del mondo in carica con quella del Brasile. José Altafini è stato uno dei più grandi attaccanti della storia del calcio, grazie agli exploit realizzati in Italia. La sua carriera prende ad arrampicarsi da Piracicaba, nello stato di San Paolo. Là il piccolo José cresce in una famiglia povera, mordendo il calcio e la fame, chiudendo con la scuola dopo la quarta elementare e già a nove anni provando coi lavori più disparati a portare la sua pietruzza al muro della vita familiare. Niente: in tavola c’era sempre lo stesso piatto, riso e fagioli. Si iscrive a una scuola professionale, diventa meccanico, studio e lavoro. La sua passione però resta il calcio, sfogata nell’Atletico Piracicabano, con una parentesi nell’Union Porto. Nel 1954 vince il campionato del Quarto centenario di San Paolo, il padre non gli consente il trasferimento al Bangù, ma quando a chiamare, nel 1955, è il Palmeiras, la squadra degli italiani di San Paolo, dire ancora no diventa impossibile. L’allenatore della prima squadra, Claudio Cardoso, lo nota negli allenamenti, gli affibbia una somiglianza col grande Valentino Mazzola e lui diventa,d’acchito,secondol’abitudinetuttabrasiliana dei soprannomi, “Mazola”, con una sola “z”. Gioca interno,mal’allenatoredellegiovaniliglisuggerisce: diventa centravanti, ce ne sono pochi, di veramente bravi, in Brasile, mentre abbondano le mezze ali. Il ragazzo, cui non manca il sano realismo dettato dalla fame, si adegua e diventa un fuoriclasse. Arriva giovanissimo alla prima squadra e poi in Nazionale, grazie al grande rinnovamento allestito dopo il fiasco al Sudamericano 1957. Al Mondiale 1958 il Ct Feola lo fa partire titolare, poi lo toglie per far posto a Vavá e si dice che più che una scelta tecnica sia una punizione per la cessione, praticamente già fissata, al Milan, che ne è rimasto impressionato dalle partite di allenamento disputate in Italia dalla Seleção in viaggio verso la Svezia.“Mazola”(sui tabellini risulta così) vince il Mondiale e dal 18 luglio 1958 è rossonero. Il suo rendimento in Italia superò ogni aspettativa: vinse subito lo scudetto, bissato nel 1962, quando conquistò anche la classifica dei cannonieri e poi, l’anno dopo, la Coppa dei Campioni, la prima di un club italiano, grazie ai due gol diWembley nella finale delle botte col Benfica. Con 14 reti stabilì il primato di reti in una stagione di Coppe europee. Aveva classe, forza fisica, colpo di testa e un senso del gol spaventoso. L’unico punto debole l’avrebbe confessato anni dopo, quando, stilando i bilanci di carriera, avrebbe sempre messo al primo posto le tante, troppe botte prese: «La partita più sofferta? La finale di Coppa dei Campioni a Wembley, dalle botte la notte successiva non riuscii a dormire. Però avevamo vinto ed era ciò che contava». Il contatto fisico era il brutto del calcio e Gipo Viani, gran mago del Milan, lo inquadrò velenosamente come “coniglio”per la refrattarietà ai duri scontri d’area di rigore. Eppure quel“coniglio”sapeva essere un leone, se occupò il meglio della sua carriera a segnare gol esaltando maree di tifosi: così venne ribattezzato in un celebre titolo “il conileone”. E non fu un caso che, nella drammatica carenza di attaccanti di grande valore, i tecnici azzurri pensassero a lui: nel marzo 1960, mentre la Nazionale maggiore guidata da Viani perdeva seccamente (1-3) a Barcellona dalla Spagna guidata dall’argentino Di Stefano (“naturalizzato” spagnolo, come si diceva allora), gli azzurri Under 23 battevano i pari età spagnoli grazie a tre reti di Altafini, che l’anno dopo esordiva in Nazionale conquistandovi il posto da titolare per i Mondiali in Cile. Proprio la disfatta col Cile nella rissa [vedi] di Santiago il 2 giugno 1962 gli costa la maglia azzurra. Chiude la breve avventura col significativo bilancio di cinque reti in sei partite. Di lì a poco, nel 1964, il conflitto con Viani diventa insanabile e lui cerca di risolverlo nel modo peggiore, cioè tornando in Brasile e chiudendo la porta in faccia al suo club, per scoprire che in patria nessuno lo considera più e che, dall’altra parte dell’Oceano, il Milan senza di lui vola felice verso un nuovo scudetto. A febbraio, dopo lunghe trattative economiche, si decide a tornare, ma con lui in squadra il Milan precipita clamorosamente, fino a lasciare in volata il titolo ai cugini nerazzurri, protagonisti di una storica rimonta. Subito dopo viene ceduto al neopromosso Napoli. Sotto il Vesuvio, in accoppiata con l’altro asso ripudiato, Sivori, porta il pubblico al delirio, ma l’albo d’oro si arricchisce solo di una Coppa delle Alpi. Quando, a 34 anni, la Juventus, che lo ha a lungo cercato negli anni d’oro, lo fa finalmente suo, sembra una barzelletta. Invece il vecchio leone torna a ruggire, conquistando come implacabile centravanti part time due scudetti in quattro stagioni. Si ritira a 38 anni, dopo una comparsata nel Chiasso: nel campionato italiano ha segnato 216 gol in 459 partite. 1961-62 Milan 6 5 AMADEI Amedeo– giocatore Centravanti Nato a Frascati (Roma) il 26-7-1921 Presenze in nazionale 13 reti 7 Esordio in nazionale: 27-03-1949 Spagna-Italia 1-3 Ultima partita in nazionale: 17-5-1953 Italia-Ungheria 0-3 È stato il più giovane esordiente della Serie A, a quindici anni e 284 giorni, il 2 maggio 1937 a Roma contro la Fiorentina, ma per due stagioni dovette mordere il freno. Soprannominato “il fornaretto di Frascati” per l’impegno nel forno di famiglia, rivelatosi a una “leva” giallorossa al Testaccio dovette farsi le ossa in B nell’Atalanta prima di poter assaggiare davvero i colori della Roma. Al ritorno nella capitale nel 1939 incontrò la fiducia dell’allenatore Schäfer, il quale, rivelatosi il sudamericano Provvidente un… “provolone”, secondo il colorito soprannome dei delusi tifosi romanisti, gliene affidò il ruolo in attacco, mantenendovelo nonostante un lungo periodo iniziale di difficile rapporto col gol. Alla seconda stagione da titolare, l’aletta esplodeva sotto rete, e l’anno dopo Schäffer sfidava l’ostilità generale accentrandone la posizione per farne il centravanti tra Krieziu e Pantò. L’effetto era strepitoso, traducendosi nel primo scudetto della storia nella Capitale. E lo stesso pubblico che lo aveva definito apatico o negato per il ruolo di centravanti finì con l’innamorarsene, facendone il proprio idolo. Il 23 maggio 1943, in semifinale di Coppa Italia contro il Torino, Amadei venne accusato da un guardalinee di avergli rifilato un calcione durante una mischia. Squalificato a vita benché innocente ma in quanto rifiutatosi (non essendo certo) di denunciare il vero colpevole, venne graziato da una amnistia generale in avvio della stagione successiva (anni dopo, il vero colpevole del fattaccio, l’interno Dagianti, si sarebbe levato il peso della coscienza attribuendosi il fatidico calcione). Il “fornaretto” passò all’Inter dopo la guerra, impinguando ulteriormente i propri bottini sotto rete. Novo lo fece debuttare in Nazionale nell’amichevole con la Spagna che segnò l’ad11 dio della generazione del grande Torino, destinata a perire tragicamente poco più di un mese dopo, e, grazie anche allo splendido debutto con gol, ne fece per qualche tempo il centravanti titolare. Fu escluso tuttavia a favore di Cappello nel disgraziato esordio contro la Svezia ai Mondiali del 1950, per poi essere reinserito nell’inutile successiva partita contro il Paraguay. Subito dopo emigrava al Napoli, con cui avrebbe giocato fino al declino, frequentando ancora la Nazionale, penalizzato peraltro da impieghi all’ala o come mezzala in quel periodo ricco di attaccanti e povero di interni dopo la tragedia di Superga. Realizzò in tutto, tra Roma, Inter e Napoli, ben 189 reti in Serie A, terzo italiano dietro Piola e Meazza tra i più prolifici bomber di sempre prima dell’avvento di un altro giallorosso d.o.c., Francesco Totti. 1948-49 1949-50 1950-51 1951-52 1952-53 Internazionale Internazionale Napoli Napoli Napoli 3 4 3 2 1 2 1 2 2 0 AMERI Enrico La sua è stata una delle “voci” storiche del calcio italiano, per venticinque anni la prima per antonomasia di “Tutto il calcio minuto per minuto” e anche quella della Nazionale, di cui realizzòduetelecronacheprimadi dedicarsi esclusivamente al raccontoindirettadellepartite azzurre attraverso i microfoni della radio. Nato a Lucca il 15 aprile 1926, entrò in Rai nel 1949 e dopo un breve tirocinio come inviato, la radiocronacadiUdinese-Milan nel 1955 ne rivelò le doti instradandone la carriera. Dotato di una voce calda e pastosa, di una straordinaria capacità di raccontare l’evento sportivo adeguando il ritmo delle parole a quello del gioco, è stato protagonista anche della prima leggendaria edizione del“Processo del lunedì”, di cui fu tra gli ideatori. Imprescindibile protagonista di “Tutto il calcio minuto per minuto”, lo “stacco” «Scusa, Ameri», una specie di tormentone degli interventi degli altri inviati dai campi sulla voce principale, è diventato un classico della nostra radiofonia. Per anni,lesueradiocronacheindirettadellepartitedella Nazionale,contraddistintedallainappuntabileprofessionalità, hannoaccompagnatogliitaliani,tenendoli vicini alle vicende della squadra. È morto nel 2004. ANDREOLO Michele– giocatore Centrosostegno Nato a Montevideo (Uruguay) il 6-9-1912 Presenze in Nazionale 26- reti 1 Esordio in Nazionale: 17-5-1936 Italia-Austria 2-2 Ultima partita in Nazionale: 19-4-1942 Italia-Spagna 4-0 Parte spesso dall’Uruguay, la strada del calcio degli immortali della prima metà del secolo scorso. Michele Andreolo entrò giovanissimo nelle file del Nacional Montevideo. Centromediano naturale del Metodo [vedi], piccolo di statura ma atleticamente forte e dotato di un formidabile gioco di testa, costrinse i dirigenti del club a spostare il grande Faccio (poi emigrato all’Ambrosiana) a interno, per lasciare a lui il posto di maggiore responsabilità. Trascinatore per vocazione, sapeva sganciarsi in attacco e trovare con facilità la via del gol (ma «l’area di rigore è troppo piccola per me» diceva, «a centrocampo si respira meglio»), però la sua specialità era contrare con aggressività il centravanti avversario e aprire il gioco grazie a un senso della manovra istintivo e razionale. In più, disponeva di un tiro al tritolo, con cui su punizione si diceva che avesse spaccato più d’un palo. Quando il connazionale Fedullo tornò in patria da Bologna per motivi familiari, i dirigenti del club rossoblù gli chiesero un consiglio per la sostituzione dell’altro “oriental” Occhiuzzi, centromediano rimpatriato. Fedullo non ebbe dubbi e indicò Andreolo, decidendone il destino. Appena arrivato, il nuovo leader (partito senza contratto, ma sicuro che i propri mezzi non avrebbero deluso) prese subito in mano la squadra, portandola allo scudetto, dopo cinque anni di predominio della Juventus. Il Ct azzurro Vittorio Pozzo notò in lui le doti per la pesante eredità di Luis Monti e la convocazione in Nazionale sortì di conseguenza, con risultati eccellenti. Non temeva gli scontri, al pari del predecessore, di cui era meno rude nell’uno contro uno, possedendo peraltro la stessa precisione nel lancio lungo e la vocazione a dettare i tempi del gioco. Così sintetizzava lo stesso Vittorio Pozzo: «Era forte, deciso ed energico nel giuoco di testa e negli interventi difensivi in genere. E, senza avanzare gran che dalla posizione prudenziale che teneva, arrivava a servire le ali con traversoni bassi od a mezza altezza, di rara potenza: trenta, quaranta, cinquanta metri. Era inizialmente un torello come robustezza, Andreolo: divenne poi anche un bel tecnico. Era nato nell’Uruguay, ma venuto fra noi, divenne presto il più italiano fra tutti gli oriundi. Fece il servizio militare in Italia, e lo fece sul serio ed a lungo. E, quando finì di giuocare, non si sognò nemmeno di andarsene. Fu una tempra di giocatore fra le più diritte e vigorose». Era tra i grandi protagonisti della vittoria mondiale di Parigi nel 1938 e rimase tra i fedelissimi di Pozzo anche dopo lo scoppio della guerra, giocando fino alla interruzione dell’attività azzurra.Vinceva ancora due scudetti, in quel grande Bologna, nel 1937 e nel 1939. Era leggendario il suo debole per la bella vita e il presidente Dall’Ara non riusciva a dire di no alle sue continue richieste di anticipi. Dopo il conflitto, ormai trentatreenne, si trasferiva al Napoli. Avrebbechiusolalunghissimacarrieragiocandonel Catania e poi nel Forlì, in C. Aveva un unico debole (oltre alle donne): il calcio di rigore. «Quando mi trovo testa a testa col portiere» confessava candidamente «mi cedono le gambe. Ho coraggio, ma al momento del tiro provo una sensazione di impotenza». Il tallone d’Achille di un fuoriclasse dalla straripante personalità. È morto nel 1981. Nato a Marsciano (PG) l’ 1-4-1954 Presenze in Nazionale 7 3 reti 7 Esordio in Nazionale: 20-11-1974 Olanda-Italia 3-1 Ultima partita in Nazionale: 16-11-1983 CecoslovacchiaItalia 2-0 Si presentò sulla ribalta accarezzando il pallone con tanta morbida classe da far gridare al miracolo: il grande Rivera, che andava incontro al tramonto, aveva pronto l’erede. Una profezia che Giancarlo Antognoni non onorò mai del tutto, anche se attinse vertici assoluti di arte del pallone. In una cosa eguagliò senza dubbio l’illustre predecessore, e fu il ruolo di eterno discusso. Finché arrivò la conquista dell’alloro mondiale, nel 1982 in Spagna, a tacitare anchelevocicontrariepiùostinate,suggellandouna grandezzaperaltrouniversalmentegiàriconosciutagli fuori dei confini. Giancarlo Antognoni era nato il primo di aprile del 1954 e lo scherzo al destino lo aveva fatto lui, divincolandosi alla vita con un fisico perfetto, armonico e potente insieme, nato per esaltare l’arte del pallone. Le prime fortune le trovò in Piemonte, ad Asti, dove proprio il primo aprile del 1970, al compimento del sedicesimo anno, esordì in D nell’Astimacobi. Fu subito gol e fu subito spettacolo, per la naturalezza della corsa e della battuta, per il lancio pulito e calibrato, per l’esplosiva violen 1935-36 Bologna 2 0 1936-37 Bologna 5 0 1937-38 Bologna 8 1 1938-39 Bologna 7 0 1939-40 Bologna 2 0 1941-42 Bologna 2 0 ANTOGNONI Giancarlo– giocatore 13 CARATTERISTICHE TECNICHE DELL’OPERA: Formato: 24 x 34 cm Pagine: 440 su carta patinata opaca di pregio da gr.130 Copertina: cartonata in plancia Illustrazioni: 1300 a colori e bianco e nero Prezzo al pubblico: € 59,00 Edizione: maggio 2010 ISBN: 978-88-7381-310-1