SOMMARIO IN PRIMO PIANO Pif, le fatiche di un “quasi vip”_6 MUSICA Rita Collura, tra gioia e malinconia_10 Martorio, la devozione del Ditirammu_12 Wintercase, nuova brezza elettronica_14 Waines: have you heard the blues?_15 10 TEATRO Claudio Collovà, dalla destructio alla resurrectio_16 Maria Teresa de Sanctis, anima determinata e sensibile_18 Sergio Vespertino, eclettico ed impegnato_20 ARTE Guttuso e il mestiere del pittore_22 Gagini, restauri fra Sicilia e Malta_24 Daniele Palma, scenari onirici_26 LIBRI Nei “quartieri” di Mario Valentini_28 Il Primitivo e il “concreto disimpegno” _30 Giorgio D’Amato, “Sonata per i porci”_32 Igor D’India, “Era meglio se dormivo”_33 16 CINEMA Isabella Ragonese, nuova stella del cinema di qualità_34 Alessio Vassallo e “La vita rubata”_36 “L’avvoltoio”, un corto e uno spot contro l’usura_38 Benedetta contro il lavoro minorile_39 22 SOCIETA’ Isolepedonali.org, Palermo una città europea?_40 Il Rifugio del cane abbandonato_42 COSTUME 34 Couch Surfing, i “viaggi sul sofà”_44 Tutta la tv a trecento60gradi_46 Galeria Lamanai, ai confini dell’etnico_47 CIBO La signora con la “cucchiara”_48 www.balarm.it balarm magazine bimestrale di cultura e società anno II n°4 febbraio/marzo 2008 registrazione tribunale di palermo n° 32 del 21.10.2003 editore balarm edizioni direttore responsabile fabio ricotta progetto grafico salvo leo redazione via candelai 73 - 90134 palermo tel/fax +39 091.7495020 [email protected] comitato di redazione barbara randazzo, letizia mirabile, maria teresa de sanctis, marina giordano, saverio puleo, tonya puleo articoli alessia rotolo, antonella bonura, antonio castiglia, barbara giordano, claudia scuderi, daniele sabatucci, dario giacomazzi, dario prestigiacomo, fabio manno, floriana giallombardo, giorgia lo piccolo, giorgio aquilino, laura maria simeti, manuela pagano, rossella puccio, sonia papuzza, tommaso gambino, veronica caggia fotografie dario carzan, federico maria giammusso, giacomo mulè, giuseppe sinatra, lucio forte, maurizio buscarino, mirta lispi, riccardo culotta, rosa gattuso, soraya gullifa pubblicità tel. 091.7495020 / mob. 328.5351236 [email protected] stampa artigiana grafica progetto web fabio pileri tiratura e distribuzione numero chiuso in redazione il 31/1/2008, stampato in 12.000 copie e distribuito gratuitamente in 176 punti a palermo, mondello, monreale, bagheria, termini imerese e villafrati (la lista completa dei punti è consultabile a pagina 50 di questo numero) balarm magazine 3 EDITORIALE Io SPERIAMO che me la cavo di FABIO RICOTTA Non è un bel periodo quello che stiamo attraversando. Non è un momento facile da parecchi anni, anche se una sensazione positiva, stranamente, mi riempie il cuore e mi fa sperare. L’ottimismo, si sa, ci fa andare avanti nella vita di tutti i giorni, e, se unito a una sana dose di leggerezza e ad un pizzico di autoironia, si rivela prezioso antidoto contro un malessere sempre più diffuso. La nostra dose di ottimismo, contro il disagio del quotidiano, traspare nelle pagine del magazine che avete tra le mani, che racconta fatti positivi, storie e volti che danno lustro a questa amata-odiata Palermo, nonché alla nostra Sicilia. In questo numero (il quinto ad essere pubblicato, primo il numero zero) abbiamo cercato di approfondire diversi argomenti, più o meno colti, più o meno istituzionali, ma mantenendo sempre un occhio di riguardo (e questo per noi è fondamentale) ai fermenti e alle iniziative culturali che provengono dal basso, dalla strada e dalle cantine. Ed è proprio dalla tv fatta in “cantina”, in particolare da un talk show realizzato da un’emittente locale, che nasce un volto palermitano che è tutto un “programma”. Quello di Pif o meglio Pierfrancesco Di Liberto, conosciuto ormai dal grande pubblico come la Iena, timida e dissacrante, dell’omonimo programma televisivo di Mediaset. Un classico esempio di cu niesce arriniesce (anche se lui dice di aver avuto “culo”). Pierfrancesco, che è il protagonista di questo numero (a lui è dedicata la copertina e il primo piano), è la dimostrazione tangibile che, nonostante i numerosi ostacoli, in questo irredimibile Sud è possibile raggiungere degli obiettivi importanti. Non c’è nessun “segreto” da svelare, ma solo luoghi comuni, i più gettonati: costanza e tenacia, che uniti a un’abbondante porzione di passione (per quello che si fa), sono la vera panacea ai nostri dubbi e alle nostre incertezze. E adesso cambiamo argomento e passiamo alle comunicazioni di sevizio. Come ho scritto in un precedente editoriale, Balarm Magazine è il frutto di un lavoro svolto con amore, che prende forma grazie al confronto tra persone. Proprio in questa ottica aggregativa, e soprattutto di apertura, invitiamo i lettori, a segnalarci nuove idee e spunti per crescere. E se qualcuno di voi ha qualcosa da dire, una storia da raccontare o un argomento da approfondire, che si faccia avanti. Su Balarm Magazine c’è spazio per tutti. Scriveteci all’indirizzo della redazione ([email protected]). E adesso non mi resta che augurarvi buona lettura. balarm magazine 5 IN PRIMO PIANO PIF, le fatiche di un “quasi vip” Nome: Pierfrancesco; cognome Di Liberto; età: 35; stato civile: celibe; titolo di studio: diploma liceo scientifico; voto: 42/60; segno zodiacale: gemelli; soprannome: PIF; professione: Iena. Un ragazzo leggero che fa sul serio. Un personaggio televisivo con ambizioni da regista impegnato. Un eterno Peter Pan con una coscienza civile di un attivista politico. Alla presentazione del suo libro “Piffettopoli. Le fatiche di un quasi vip”, edito da zero91 (www.zero91.com), Pif si svela. Sei stato raccomandato per fare la iena? «No. Ho avuto culo. Spero che con questo libro si capisca. Ho fatto un corso per autore televisivo a Mediaset. Una di quelle cose che hanno organizzato una sola volta e basta. Faccio fatica a rispondere a questa domanda. Non c’è un casting. C’è una figura che è il capo autore - una di quelle persone che non ha mai tempo che decide su tutto. Ci vuole un minimo di esperienza televisiva ed essere portati a fare un programma come “Le Iene”. Ci vuole qualcuno di professionalmente credibile che ti introduca - che non è la raccomandazione. Se ti propone una persona professionalmente credibile che dice: “Guarda che questo potrebbe fare la iena. Allora lui - come ha fatto con tutti noi - ti dice: “Hai un’idea?...Ok. Prendi la telecamera. Ti do un autore, così proviamo”». A quanti anni la prima volta? «Beh…in televisione…a 26 anni. Si chiamava “Dubius”. Era un talk show su gli argomenti più disparati. Andava in onda su Antenna 1 a Palermo. Ero autore e regista. In certi casi intervenivo pure. Alcune puntate venivano bene perché riuscivo a trovare personaggi opposti. Altre no. A volte l’ospite all’ultimo momento non si presentava. In realtà non gliene fregava niente di venire a “Dubius”… però era molto divertente». Navighi molto su internet? «Faccio tutto su internet. Ho l’assicurazione e il conto on line. Non potrei vivere senza internet. Ho comprato un portatile molto piccolo e la sera prima di addormentarmi navigo tantissimo». L’attrice che clicchi di più? «Ognuno di noi ogni tanto si fissa con qualcuno. Ultimamente mi sono fissato con Francesca Inaudi…è un’attrice che fa una soap tipo “Cento Vetrine”. Poi comunque mi passa». Guadagni tanto in televisione? «All’inizio alle “Iene” non molto. Pero poi, una volta che ho ingranato, sì. Non so quanto guadagno esattamen- te. È solo da due anni che guadagno molto. Veramente tanto rispetto ad un operaio». Quando hai capito che eri arrivato al successo? «Quando ho cominciato a fare dei servizi molto personali con le mie idee, con il mio spirito, col mio modo di fare. Quando ho visto che la gente si divertiva e capiva il senso delle cose che facevo, mi sono detto: “Va bene è fatta. Ho trovato la mia strada per fare televisione”. Nei servizi che faccio sono davvero me stesso quindi non mi devo neanche sforzare troppo». Possibile che i veri giornalisti in Italia siate voi de “Le Iene” piuttosto che Bruno Vespa con il “teatrino di Cogne” o Emilio Fede che sembra il direttore di un circo? «Io ho una teoria. Noi delle Iene non siamo dei veri giornalisti, siamo dei cialtroni. Non abbiamo nulla da perdere quindi non abbiamo nessun problema ad andare da Andreotti e ricordargli che era colluso con la mafia. Probabilmente Vespa che scrive libri con la prefazione di Andreotti non glielo dirà mai. Non essendo nel giro del potere come sono molti giornalisti, non abbiamo nulla da perdere. Non vado a cena con degli imprenditori collusi o politici corrotti. Quindi vado da loro e faccio la domanda che i giornalisti dovrebbero fare». A “Le Iene” avete realizzato un servizio sull’uso di droga da parte dei nostri “onorevoli”. Il garante per le telecomunicazioni ne ha bloccato la messa in onda. Voi sapevate i nomi dei politici dopati? «La cosa comica è che il servizio in sé non era niente. I politici erano oscurati. I tamponi con i quali abbiamo rilevato la presenza di sostanze stupefacenti venivano messi tutti insieme in un sacco proprio per evitare problemi. Era impossibile risalire alla persona. Con questo sistema non si poteva capire quale politico si drogasse. A noi interessa raccontare il peccato, non il peccatore. Noi dobbiamo raccontare quello che succede in Italia: alcuni politici si drogano. Noi non siamo carabinieri. L’equivoco è proprio questo: “Le Iene” non devono arrestare proprio nessuno». Quale personaggio del tuo nuovo programma “Il Testimone” ti ha colpito di più? «L’imprenditore Caponetti di Gela, che si è sempre rifiutato di pagare la mafia, e i ragazzi di Addio Pizzo. È successo proprio nella prima puntata, quando ho trattato di FABIO MANNO balarm magazine 7 IN PRIMO PIANO il tema del pizzo - che da palermitano mi coinvolge tanto. Bisogna far conoscere a tutto il mondo persone come loro. L’Italia è incredibile. Ci sono senatori a vita collusi con la mafia e gente come Caponetti che per anni si è opposta al racket senza neanche avere una scorta. Proprio lui bisognerebbe fare senatore a vita». C’è un politico che ti fa arrabbiare? Io ce l’ho con Cuffaro. Come cittadino ma anche come autore. Cuffaro è un problema autoriale. Non appena ne fa una “grossa”, io decido di fare un servizio. Ma ecco che ne fa un’altra ancora più grossa e un’altra ancora! Mi mette in crisi come Iena. L’idea per un servizio su Cuffaro me l’ha ispirata uno scrittore inglese che fece uno scherzo a dieci politici. Scrisse una lettera anonima a ognuno di loro che recitava: “Scappa! Hanno scoperto tutto”. Otto su dieci scapparono via. L’idea era quella di andare da Totò Cuffaro e dire: “Sappiamo tutto, Totò!” Chissà cosa sarebbe accaduto…» Ci sono dei vantaggi ad essere un “quasi vip” come tu stesso ti definisci sul libro? «Per ora va bene, d’altronde non avendo la popolarità di Fiorello, l’unica cosa che ti può capitare è che entri in un locale e tutti ti guardano. Non ti puoi più scaccolare liberamente. Tutto qua. Però una volta è stata una tortura. Ero triste e non volevo parlare con nessuno. Ho preso un libro e sono andato in un lido al mare. Non l’avessi mai fatto…giustamente la gente ti riconosce e ti ferma. Non mi sono abituato ad essere un “quasi vip”. Quando a Milano incontro la Canalis che mi saluta, io mi guardo attorno per capire se davvero sta salutando me. Succederà che un giorno o l’altro non mi stupirò più. A quel punto ci proverò». Tra dieci anni come ti vedi? A casa sposato con figli o che presenti il Festival di Sanremo? «Io non voglio presentare Sanremo. L’ho scritto sul mio libro quello che desidero. Voglio fare il regista cinematografico. Ho superato tanti bivi prima di arrivare a ciò che sono adesso. Qualche anno fa mia zia da Frosinone mi chiamò e mi chiese se volevo fare l’assicuratore. A quel tempo tra l’assicuratore e il nulla, scelsi il nulla. Col senno di poi dico che mi è andata bene. Ho fatto televisione per tirare a campare. Mi è andata benissimo però ancora la mia strada non è finita». Svelaci quale sarà il soggetto del tuo primo film? «Parla della Sicilia e ovviamente anche di Palermo. Inevitabilmente sarà anche autobiografico. Leggendo i libri che trattano della lotta contro la mafia, mi sono accorto che basterebbe raccontare nei dettagli quello che è successo per far sobbalzare la gente e fagli esclamare min…!». balarm magazine 8 MUSICA RITA COLLURA "Mare" è il nuovo disco della sassofonista palermitana: sette tracce che seguono un filo comune, tra gioia e malinconia, con una nostalgia che addolcisce i ricordi di BARBARA GIORDANO La copertina del disco è bianca e azzurra: l’az- Roberto e Diego c’è una notevole differenza di età: zurro del mare e del cielo, il bianco delle nuvole. sono giovani ma estremamente disponibili alla musica, E “Mare” si intitola il primo disco di Rita Collura, sasso- felici di suonare e ricchi di grande talento. Con gli altri fonista palermitana che, dopo una lunga esperienza c’è un rapporto di amicizia pluriennale che aiuta a fatta di concerti, arrangiamenti ed insegnamento, è lavorare bene insieme, a far funzionare bene le cose. arrivata a questo primo importante traguardo. «Ogni Valeria Milazzo scrive tutti i testi per i miei brani e non musicista - ci dice - ha il desiderio di incidere un disco è una cosa facile: sono pezzi nati per gli strumenti, con per molti motivi: è un punto di non ritorno, ti aiuta a intervalli particolari ed è complicato trovare frasi con vedere dove sei arrivato, in che direzione proseguire. E la metrica giusta. Nonché poi cantarli. Con questi musipoi si soddisfa anche la semplice curiosità di vedere cisti sono pronta a registrare un nuovo album: i brani come funziona. Ovviamente, però, non è una cosa sono pronti, spero di iniziare presto». Le sette tracce di semplice. Non basta scrivere i brani, trovare dei bravi “Mare” seguono un filo comune tra gioia e malinconia compagni che ti aiutino nell’impresa. La parte più dif- con una nostalgia che addolcisce i ricordi: «L’ultimo ficile è trovare qualcuno che lo produca. Abbiamo inci- brano dà il titolo al disco. - continua Rita - E’ il più so il disco due anni fa, poi è iniziata la ricerca. romantico, racconta di un amore irreale a partire dalla Raccoglievo grandi consensi e complimenti ma non suggestione di Lighea di Tomasi di Lampedusa: l’amotrovavo nessuno che fosse disposto a impegnarsi eco- re di chi rinuncia alla vita, si lascia abbracciare dalle nomicamente (purtroppo il meccanismo è quello del acque del mare pur di stare accanto alla sua sirena. E contribuire alle spese), finché Gaetano Randazzo e la l’atmosfera è sicuramente influenzata dal testo in franKelidon non si sono offerti. Il loro progetto è proprio cese scritto da Valeria Milazzo. Ma sono molto legata quello di portare avanti i talenti siciliani». Il disco, tra anche ad altri brani. “La voce a te dovuta” è la melodia jazz, etnica e pop, si muove su melodie semplici e da cui è partito tutto. E’ un tango scritto circa cinque immediate: «Sono contenta – anni fa ed è stato allora che continua Rita - di ricevere ho rinnovato il mio modo di «Non basta scrivere i brani e dalle persone che ascoltano i comporre, lo stesso che brani risposte emotive forti trovare dei bravi musicisti che ti adesso ha portato alla nascita ed in linea con ciò che avevo aiutino nell’impresa. La parte di “Mare”. Ma è legato al mio intenzione di comunicare. E’ più difficile è trovare qualcuno cuore anche “Senza docuuna delle soddisfazioni più menti”, dove suono il flauto che produca il disco» grandi lasciar passare le traverso. “Metamorfosi” l’ho emozioni che avevi dentro scritto per Ruggiero, mio quando hai scritto il pezzo. Tutti i musicisti che hanno grande amico e ispiratore per quel che riguarda la collaborato con me, mi hanno aiutata molto a raggiun- musica etnica. In realtà, quasi tutti i brani nascono per gere questo obiettivo. Prima di iniziare a suonare, cer- fisarmonica e sax». Rita suona sia il sax soprano che il co di farli entrare nel brano, racconto loro come, quan- contralto: «Nel disco ho scelto solo il soprano. Era un do e perché è nato. E da lì si crea una sorta di intenzio- periodo in cui avevo lasciato da parte l’alto per conne comune. E’ certo, comunque, che nessuno è mai centrarmi in una sola direzione, ma adesso l’ho ripreso pienamente soddisfatto di quello che fa: si cerca sem- e nel prossimo cd suonerò entrambi». A completare pre di cambiare, di crescere, di migliorare». “Mare” è l’attività musicale di Rita è anche l’insegnamento: stato inciso con Aldo Oliveri alla tromba, Giuseppe «Lavoro alla Scuola di Musica del Brass Group di Costa al basso, Giuseppe Madonia e Giuseppe Urso alla Palermo dalle 15 alle 22 quasi ogni pomeriggio, tra batteria, Ruggiero Mascellino alla fisarmonica, Mauro lezioni di musica d’insieme e solfeggio. E’ un aspetto Schiavone al piano, Valeria Milazzo alla voce e Lino importante della mia vita che mi dà grandi soddisfazioCosta alla chitarra ma nel tempo la formazione è cam- ni. Ho allievi dai cinque anni e mezzo ai cinquanta ed è biata. Il disco, infatti, è stato presentato lo scorso bello vedere come crescono, ti rendi conto della valididicembre al Montevergini con Roberto Brusca al piano, tà del tuo operato. Forse i momenti più belli me li regaDiego Tarantino al basso, Giampaolo Terranova alla lano proprio i bambini, quando mi accorgo che riesco batteria, in una sala affollata piena di calore e di amici- a comunicare la gioia del suonare, del salire sul palco zia per Rita «Della precedente formazione restano gli con serenità, per divertirsi. Perché sbagliare è normaimmancabili e indispensabili Ruggiero e Valeria. Con le e aiuta loro a crescere». balarm magazine 11 MUSICA MARTORIO Lo spettacolo della compagnia Ditirammu verrà presentato al Teatro Palladium di Roma di SONIA PAPUZZA Già sonanu a mortoriu li campani / l’artari su di nivuro vistuti. Recità così una delle novene per i defunti tipiche della tradizione siciliana riscoperte e raccolte in “Martorio”, che nella versione targata 2008, è scritta, musicata e messa in scena dalla compagnia teatrale Ditirammu. “Martorio” viene presentato ogni anno già dal 2002 in occasione della settimana santa. Quest‘anno però lo spettacolo che raccoglie le “lamentazioni” avrà anche un pubblico diverso, perché verrà presentato al Teatro Palladium di Roma pochi giorni prima di Pasqua. «Martorio – spiega Vito Parrinello, che insieme alla moglie Rosa Mistretta (nella foto) ha fondato la compagnia – è uno dei tre atti di fede che abbiamo voluto donare alla nostra tradizione popolare. Lo spettacolo diventa per noi e per chi ci segue una manifestazione di devozione». La prima volta che i Ditirammu lo portarono in scena, lo spettacolo era molto diverso e continua a cambiare, tanto da fare dire a Vito e agli altri che «Martorio è in viaggio, forse non è ancora arrivato». All’inizio i msicisti e gli attori stavano nascosti dietro un drappo di seta nera, fino al momento della calata ra tila, simbolo della resurrezione. «Ma rendeva difficile il rapporto col pubblico - dice Vito - Adesso la tela l’abbiamo alle spalle e sopra vengono proiettate immagini delle tradizioni siciliane». “Martorio” non è solo uno spettacolo, è quasi una celebrazione religiosa: «Il nostro pubblico è di due tipi - continua Vito - c’è chi viene come per andare a teatro e chi invece per celebrare il rito». C’è un contastorie, Filippo Luna, che tesse le fila del racconto, e c’è una madre, Rosa Mistretta, che piange il figlio che muore. E’ un dramma popolare, e da parte del pubblico c’è la condivisione del dolore materno. I personaggi non sono necessariamente Gesù e la Madonna, diventano veri, e la suggestione e l’identificazione è immediata. «Un anno abbiamo presentato “Martorio” in Piemonte - racconta Vito - e alla fine è venuta da noi una signora che piangeva e ci ringraziava anche se non aveva capito le parole». Arrivare ad uno spettacolo completo non è stato facile: «Abbiamo preso le registrazioni dal Folkstudio - dice Rosa - e solo dopo mesi sono riuscita a sentire veramente certi canti e a ripeterli. Solo seguendo le proprie emozioni si può dare vita ad una rappresentazione del genere». Anche Filippo Luna è stato spinto dallo stesso principio per imbarcarsi nell’avventura: «All’inizio non volevo partecipare - racconta - mi sembrava folle quest’idea. Poi, senza troppa convinzione, ho ascoltato una ninna nanna cantata da Rosa e mi sono innamorato. Però è difficile, non è come un normale spettacolo teatrale. E’ un rito, ci vuole molta verità per arrivare al cuore della gente». Nell’ultima versione di “Martorio”, Vito ha dato più spazio alle lamentazioni e ha impugnato il microfono: «Ho una voce di anatroccolo - scherza - ma mi hanno obbligato. Io gli dicevo: questo cantalo così, questo invece così… E alla fine mi hanno risposto “ma picchì ‘un u fai tu?”. E così è stato». A “Martorio”, scritto da Rosa insieme a Fabrizio Lupo, partecipano anche Daniele La Mantia al contrabbasso, Salvo Lupo al violino, Giacco Pojero alla fisarmonica, Massimo Vella al clarinetto e Rosalia Raffa al flicorno baritono. balarm magazine 12 MUSICA WINTERCASE Il festival internazionale di musica elettronica organizzato da Alcapone Records di DARIO GIACOMAZZI Siete i classici palermitani lagnusi e amanti del tepore domestico ma in cuor vostro apprezzate la musica elettronica (quell’elettronica non troppo tunz tunz ma neanche eccessivamente ricercata e minimalista)? Allora sappiate che, ogni venerdì sera tra il 25 gennaio e il 28 marzo, al Blow Up di piazza Sant’Anna a Palermo, ritorna la seconda edizione di Wintercase, festival internazionale di musica elettronica organizzato dall’etichetta indipendente Alcapone Records di Simone Vesco (a destra nella foto). «Il progetto “Wintercase” – dice Vesco – nasce quando io, che mi occupo prevalentemente del lato organizzativo, e il direttore artistico dell’etichetta Ettore Sorrentino (a sinistra nella foto) decidiamo di portare a Palermo una nuova ventata di musica elettronica con un’impronta un po' più studiata, seguendo un certo filo conduttore che si allontani allo stesso tempo dalla musica house e dall'elettronica troppo intellettuale». Questa seconda edizione ha in programma dieci serate con dj provenienti da tutta Europa (da Barcellona a Mosca, passando per Parigi e Berlino) e vede anche il coinvolgimento del dj e producer palermitano Danilo Rispoli quale curatore dei rapporti con le label estere, tra le quali “Mis Records” di Copenhagen e “Upon You” di Berlino, che hanno scelto “Wintercase” come prima tappa dei loro tour europei. Una grossa soddisfazione per Simone, dato che spesso le etichette, quando vengono contattate da Palermo, storcono il naso: «Dicono che non c'è alcun movimento, non ci sono antecedenti grossi, non c'è un humus col quale si possono confrontare. Palermo è fuori da molte realtà - dice Simone - non solo elettroniche ma musicali in genere. Abbiamo dj e gruppi validi che potrebbero sfondare, ma spesso noi (e mi ci metto anch'io in prima persona) non siamo abbastanza narcisisti e capaci di ritagliarci uno spazio maggiore in questo mondo, che forse non abbiamo ancora capito del tutto». Ciò non vuol dire rinunciare alla propria città: «Per me – continua Simone - è fondamentale sia vivere che lavorare qui, anche se è una città difficile dal punto di vista artistico. Ma è proprio da queste difficoltà, da questa sorta di terreno vergine, che nascono gli stimoli a far meglio». L’esperienza di Simone Vesco comincia nel 1999 come organizzatore di eventi a Villa Lampedusa, circostanza nella quale gli fu affibbiato ironicamente il soprannome di “Al Capone”, perché come ci spiega: «Avevo sempre le “mani in pasta” e mi ritrovavo sempre in mezzo all’organizzazione degli eventi, e quindi mi è sembrato azzeccato farlo diventare il nome della mia etichetta». Da allora Vesco ha fatto tesoro di tutte le sue esperienze che gli hanno permesso nel tempo di affermarsi come organizzatore e di esterndere i suoi contatti anche all’estero. Tra i progetti di Alcapone Records c’è la produzione del primo singolo del dj palermitano Doctor Rouge che verrà distribuito su scala europea tramite iTunes (la vetrina musicale della Apple, Ndr) ed altri siti web. «La produzione – conclude Vesco è un modo diverso di costruire l'evento musicale: un'etichetta non si deve fermare alla vendita ma deve costruire una realtà musicale, tessere ragnatele che pian piano prendano forma all'interno del circuito». Potete contattare il nostro “Al Capone” su MySpace all’indirizzo www.myspace.com/alcaponeecolabel. balarm magazine 14 MUSICA WAINES: have you heard the blues? Tre palermitani votati al rock ‘n’ blues, tra sonorità garage e groove inarrestabile Sì, copiano. “Derivativi”, li chiamerebbe qualche illuminata testa indie-snob. Ma c’è un’altra verità: sono irresistibili. E poi chi inventa qualcosa al giorno d’oggi? Quindi tanto vale copiare bene. I WAINES (ci tengono al maiuscolo) si stanno ritagliando un’attenzione particolare in Italia grazie a dei live esplosivi a base di un garage-blues elettrico ed elettrizzante. Da San Francisco a Detroit, dal delta del Mississippi a New York, in questo ideale viaggio nell’anima statunitense di musica nera fatta da bianchi, esprimono sudore, adrenalina e metallo in concerti tiratissimi e sempre affollati. I WAINES sono un trio formato da Fabio Rizzo (voce e chitarra), Roberto Cammarata (chitarra) e Ferdinando Piccoli (batteria). Provengono da un’esperienza musicale comune, i Pastense, band rock-blues dal discreto successo regionale all’inizio del decennio. Dopo lo scioglimento, si ritrovano nella primavera del 2005. Scelgono di bandire il basso e registrano nell’aprile di quello stesso anno, a Corleone, “Anatomy of a Barcode”, un demo di tre pezzi, due dei quali finiscono nell’ep “A Controversial Earl Playing”. Sei brani che si dividono tra granitici strumentali (“Have You Heard the News?”) e altri blues cantati in inglese, infarciti di slide e affrontati con piglio punk, compresa una cover di “Ny Excuse” dei Soulwax. È l’unico brano non autografo fissato su supporto, per il momento, ma altri ne propongono ai concerti: dal di DANIELE SABATUCCI connubio berlinese Bowie-Fripp-Eno di “Heroes” alla viscerale “Personal Jesus” dei Depeche Mode, fino alla rilettura di “I’m Waiting for the Man” dei Velvet Underground. A metà 2006, quando ancora il loro nome circola poco, sbaragliano chiunque allo Shownoprofit dell’Agricantus, facendo gara a sé per la potenza delle canzoni e la sicurezza nel padroneggiare il materiale (resistente) già portato in auge da gente come Jon Spencer Blues Explosions e White Stripes. Con l’ep in circolazione, quello è il trampolino di lancio per una clamorosa vittoria nazionale all’Italia Wave Love Festival, con relativa esibizione nel main stage durante l’ultima serata della manifestazione. Nell’estate del 2007 aprono per gli Architecture in Helsinki nella serata conclusiva dell’Ypsigrock Festival di Castelbuono. E il trio ha l’onore di rappresentare la scena rock palermitana al Meeting delle etichette indipendenti di Faenza, nell’ambito del progetto-compilation “Rocket PA Sound Connection”. Il futuro prevede la registrazione del primo album in aprile, con circa sette nuovi brani che integreranno l’ep. E poi, naturalmente, tanti concerti, con novità e sorprese in scaletta: quattro canzoni inedite e tre cover alla maniera dei WAINES: l’inno punk-rave dei Prodigy “Breathe”, “Little Bird” dai White Stripes meno conosciuti di “De Stijl” e “Stack Shot Billy”, tratta dall’album “Rubber Factory” del duo blues-rock Black Keys. balarm magazine 15 TEATRO CLAUDIO COLLOVA’ Dalla destructio alla resurrectio: il regista palermitano racconta la sua esperienza di teatro nel carcere minorile Malaspina di LETIZIA MIRABILE Quale magnifica esperienza girare per il centro storico di Palermo! Se il sole illumina l’oro del tufo, il colore delle nuvole crea una velatura grigiastra, che Tamara de Lempicka non resisterebbe alla tentazione di riprodurla sui tendaggi e sulle pareti della sua casastudio. È una casa-studio quella che raggiungo, in piazza Montevergini, chiamata Officine Ouragan, un luogo dove ormai da qualche anno è possibile sperimentare, creare, studiare teatro e danza. Palazzo Cupane, primo piano a sinistra, una porta aperta ed ad accogliermi Claudio Collovà. Le solite domande di rito e iniziamo da dove lui ha finito qualche mese fa: il teatro nel carcere minorile. L’ultimo spettacolo, “Quel che resta del mio regno”, una riscrittura del King Lear, è un progetto che, per la prima volta in Italia, ha visto la collaborazione di tre registi e di tre città: Claudio, che ha lavorato al Malaspina di Palermo, Paolo Billi al Pratello di Bologna e Giuseppe Scutellà al Beccaria di Milano. Il ricordo di questa avventura è stata affidata all'arte di Maurizio Buscarino, fotografo di Kantor, il più grande tra i fotografi del teatro di ricerca in Italia degli ultimi trent'anni. Tre letture della stessa tragedia e dei motivi che la animano: l’ereditarietà, la conflittualità familiare, la perdita del potere, temi al centro della ricerca di Claudio, trasferiti in uno spettacolo, da molti apprezzato, che ricordava “Che cosa sono le nuvole?” di Pasolini. Un ritorno a un poeta che rimanda agli inizi del percorso di Claudio con i giovani detenuti. Nel 1997, infatti, lavorava allo spettacolo “Miraggi Corsari”, ed era in cerca di un’umanità particolare. Per questo si è avvicinato all’area penale, ambiente abitato da giovani caratterizzati da tre cose: forza, immediatezza e verità. Una verità non mediata da sovrastrutture culturali e sociali. Ciò implica la costituzione di rapporti che abbiano meno fronzoli. Ma non significa che si faccia teatro-terapia. Gli spettacoli che escono da tali esperienze hanno una grande capacità di coinvolgimento, proprio perché non sono fatti per il carcere, hanno una propria autonomia e autorevolezza artistica; sono il frutto di mesi, di anni di duro lavoro, fatto di laboratori fisici, curati dalla coreografa e danzatrice Alessandra Luberti; musicali, curati da Giacco Pojero e Nino Vetri; e teatrali curati da Claudio. Il lavoro è completato dai laboratori tecnici di scenografia e costumi diretti da Massimiliano e Francesca Pipi. L’impegno è lo stesso di quello dei professionisti. E in effetti il sogno è che i ragazzi coinvolti in un lavoro così duro possano alla fine scegliere di fare teatro e raggiungere l'indipendenza artistica. In qualche caso è successo. Fortissima in tutti i lavori è la componente visuale e corporea; la parola, la scrittura scenica, a volte scarna e ossessiva, nasce dopo mesi di osservazione e riflessione di mondi apparentemente lontani dal teatro. E a me sembra che in una civiltà del differimento, in cui si surroga il desiderio, in cui ci dobbiamo saziare, in cui l’eco delbalarm magazine 16 l’anima non si riesce ad ascoltare, in cui il silenzio va totalmente riempito, riscontrare un metodo di lavoro improntato sull’analisi profonda della realtà, che si fonda sull’ascolto, sulla percezione dell’altro, sul “levare”, come si dice in musica e in scultura, sia una rarità! Claudio mi dice che si passa più tempo a sbrogliare matasse di problemi, anche burocratici, e a cercare le condizioni per sviluppare il proprio lavoro, che a occuparsi del lato artistico. Poi afferma: «Ma io sono cambiato, sono più positivo, mi concentro su ciò che va». Per esempio le lunghe tournée all’estero: due anni fa a Bucarest con “Hamlet” di Heiner Müller, l’anno scorso a Budapest con il “Woyzeck” di Georg Büchner, che sarà riallestito anche quest'anno con la sua regia dal teatro Maladype, diretto da Zoltàn Balàzs, che con Arpa Schilling dirige uno dei gruppi più interessanti della ricerca ungherese. L’impegno successivo è “Ulisse” di Joyce, un romanzo che mette a dura prova anche i lettori più infervorati. Ma Claudio è convinto della strada che ha intrapreso e mi congeda confidandomi la speranza di un cambiamento del rapporto, ancora difficile, tra gli artisti: più cooperazione e collaborazione, l’accettazione delle differenze - non l’annullamento di qualcuno, aggiungerei io - e di un affidamento degli spazi abbandonati agli artisti, affinché si trasformino in luoghi di scambio, di creazione. «Io credo – conclude Claudio - che si possa fare tanto e che sia giunto il momento che gli artisti si riprendano ciò che spetta loro di diritto e che troppo spesso l'ingerenza della politica e la mancanza di leggi chiare e trasparenti hanno reso impossibile». Ma a patto che si smetta di sventolare la bandiera egoica della libertà creativa solo per conquistare macchie di potere. Sono le quattordici circa ed è giunta l’ora di migrar, lascio Claudio con la speranza, araba fenice sempiterna, che possano concretizzarsi le necessità di cui ha parlato. balarm magazine 17 TEATRO MARIA TERESA DE SANCTIS Ritratto dell'attrice e regista palermitana, anima portante del Gruppo Teatro Totem di VERONICA CAGGIA “Arietaccio testardo” si definisce Maria Teresa de Sanctis. Determinata e sensibile direi io. Occhi vivaci, combattivi e scrutatori che sezionano e osservano il mondo, ne traggono il drammatico e il fiabesco traducendoli in teatro o scrittura. La prima esperienza teatrale risale al liceo e alla fine degli anni Settanta quando l’attrice partecipa al Gruppo Copiato, la sua prima compagnia: «Avevo 18-20 anni - spiega - e non me ne fregava niente del teatro istituzionale o dell’accademia… amavo il linguaggio e la ricerca teatrale di quegli anni». La sua formazione prosegue a Roma, alla Scuola di mimo e clownerie, MTM (Mimo Teatro Movimento), per un anno, poi il ritorno a Palermo e l’esperienza con la scuola Teatès diretta da Michele Perriera, la persuasione di voler fare le cose seriamente e di non fermarsi lì: studiare, controllare il corpo, affinare l’arte. «Sono così ritornata a Roma e ho frequentato il Duse Studio… lì mi hanno dato gli strumenti per continuare a crescere, per capire che il teatro è un lavoro introspettivo. Tornata a Palermo ero cambiata». Nel 1986 nasce, così, da un gruppo di ex alunni della Scuola Teatès, la compagnia Gruppo Teatro Totem di cui ancor oggi Maria Teresa fa parte. Del gruppo originario rimangono però solo lei, regista e attrice, e sua sorella Donatella, danzatrice. L’intesa tra le due sorelle sembra perfetta. E’ Maria Teresa a scrivere i testi avendo già chiaro in mente cosa Donatella dovrà tradurre in danza o gesto: «La danza è qualcosa che nasce col testo». Parola e gesto raccontano insieme, creando un armonioso equilibrio poetico. «Il teatro, la rappresentazione e la parola per me sono poesia. Lo scrivere mi porta a lavorare sulla parola a 360 gradi. La parola è suono, è elemento fondamentale dell’immaginario, è un vagone che si porta appresso un mondo!». Con orgoglio mi annuncia che a breve uscirà un suo libro di racconti seguito da una raccolta di liriche. A parte due fiabe musicali, i testi teatrali dell’artista palermitana sono intrisi di drammaticità e si ispirano, a volte, alle cronache dei giornali. Si popolano di donne spesso vittime di violenze psicologiche e fisiche, anime sfortunate trafitte da dolori esistenziali e costrette a fare i conti con una società malata e decadente. Scene vuote le sue, pochi oggetti evocativi, dotati di forte carica simbolica, facilmente riconoscibili dagli spettatori: «Mi piace l’idea del poco ed efficace, la mia sfida è dire tanto con niente, io rifuggo dagli intellettualismi. L’arte è comunicazione, se il teatro non esprime nulla allo spettatore, hai toppato». Un altro elemento caratteristico è l’attenzione riservata alle sonorità, al sondaggio delle possibilità vocali e alla musica (in alcuni casi composta da lei stessa, in altri in collaborazione con diversi musicisti). Mi colpisce tanto quando mi parla del rapporto col suo pubblico: «La mia forza di superare le delusioni di questo mestiere deriva dalla gratificazione che mi dà il pubblico. Adoro vedere ai miei spettacoli le persone interessate, emozionate, commosse…». Resta il sogno comune a diversi artisti palermitani: avere uno spazio proprio dove lavorare. «Certo che non mi accontento e vorrei di più, vorrei fare più spettacoli… e dato che sono un arietaccio schifoso vado avanti!». balarm magazine 18 TEATRO SERGIO VESPERTINO Un attore eclettico che passa dal teatro serio a quello comico con la naturalezza e la semplicità dei veri artisti di FABIO MANNO Credetemi sulla parola. Non è mica vero che i più “ricercati” sono i politici. Anche gli attori non scherzano. L’unico modo per scambiare due chiacchiere con Sergio Vespertino è raggiungerlo al lavoro. Solitamente in teatro, sempre più spesso all’Agricantus di Palermo dove ormai è di casa e dove vanno in scena a rotazione continua i suoi spettacoli: “Petrafennula”, “Il Signor Vattelappesca”, “Fiato di Madre”. Questa volta però si trova sul set della fiction “Agrodolce”. Siamo su un caravan adibito a camerino-attori durante la pausa pranzo. Sergio sceglie un menù in bianco: risotto speck e carciofi, arrosto panato alla palermitana. «Alla palermitana…quello con la mollica e che ti affuma tutta la casa, facendo andare in estasi il gatto!», commenta Sergio innescando il dubbio a quei palati d’oltremare che non sanno ancora che la mollica qui da noi è il pangrattato. Sergio possiede un talento strepitoso. Senza paura si tuffa nella quotidianità più banale e trash riemergendo con una perla di delicatezza e arguzia tra le dita. Decostruisce la realtà in simboli e ne rivela con il suo stile naif la verità paradossale e ineluttabile che ci sovrasta. Azzardo un po’: secondo me ha letto Camus magari l’Etranger. Forse persino Flaubert. I suoi occhi sono veloci. E’ come se indossasse quegli occhiali ad infrarossi (vedi La Settimana Enigmistica anni ‘90) capaci di svelare la biancheria intima di ognuno di noi. Si lascia trascinare dal suo istinto da «bestia da palcoscenico» - come lui stesso si definisce ai tempi dei Treunquarto - per tutto ciò che benché piccolo e apparentemente insignificante ci accomuna tutti sotto un’unica etichetta. Ormai è diventato un attore completo come ben pochi in Sicilia sanno essere. Passa da un set cinematografico al mattino ad uno spettacolo pomeridiano in teatro stile one man show ad un apparizione serale in tv con i suoi monologhi esilaranti. Sono passati più di venti anni da quando debuttò nel teatrino della parrocchia vicino casa con “La conversione di Zaccheo”, una sorta di “Mistery play” che mi racconta con tono trionfante ed epico e che mi ricorda tanto Fantozzi alle prese con “La Corazzata Potëmkin”. Sergio non butta via niente. E’ molto divertente ascoltarlo. Negli anni ha messo insieme esperienze uniche e diversissime tra loro: dieci anni con i Treunquarto, l’incontro con Pippo Spicuzza, il teatro “serio” con Turi Ferro, Riccardo Garrone - quello della pubblicità della Lavazza precisa lui - e Tuccio Musumeci ai quali ha rubato professionalmente tutto ciò che poteva. Tuttavia il suo passato di cabarettista puro ed intrattenitore di platee non lo ha mai dimenticato. Ciò che ne è venuto fuori è un istrione che sfugge alle etichette, capace di emozionare chiunque lo ascolti. Un vero incantatore di serpenti. Recentemente con “Fiato di Madre” è approdato perfino al teatro Greco di Roma. Di fatti con i suoi spettacoli – bonificati dal dialetto più stretto e arabeggiante - varca lo stretto sempre più spesso. È proprio questo il suo prossimo obiettivo. Far conoscere a tutti chi sono i siciliani veri. balarm magazine 20 ARTE partecipando con estrema passione agli avvenimenti del proprio tempo, reinventando sempre, fino all’ultimo giorno della propria vita, il modo di vedere e sentire ciò che si ama, che si odia o che ci è indifferente. Guttuso, animo e temperamento passionale, impetuoso, brillante, estroverso, pittore del proprio tempo, sempre, ma anche affabulatore, poetico e tragico, come la sua pittura. Un’artista la cui intelligenza pittorica è un tutt’uno con la potenza dell’immagine della memoria, del ricordo mai abbandonato di una terra d’origine dove il sole, il colore e gli odori sembrano gridati, lui siciliano emigrato a Roma appena ventenne, con la lava dell’Etna nelle vene e il lucore mediterraneo negli occhi. Una pittura realista, la sua, che ha ricevuto numerose ed ineccepibili definizioni, ma che meglio si esplicita attraverso le sue parole: «Mi consi- Artista di fama internazionale che però si è sempre messo in gioco, non si è mai arroccato su posizioni di superiorità, anzi ha “costeggiato l’immagine di altri pittori, sia antichi che moderni, traendo fuori sempre un risultato diverso, non ibrido, ma dove l’immagine è investita da quel fluido che è come se una bottiglia di vetro viene riempita, che non si cancella il vetro, ma la bottiglia diviene diversa, luce, colore, materia: diversa anche dal liquido che la riempie”(C. Brandi). Ecco quindi i suoi confronti dialettici con i grandi del passato (Michelangelo, Caravaggio, Rembrandt, Cranach), e del presente (Morandi, De Chirico, Picasso), ma anche con artisti appena affermati (Ceroli, Arroyo, Schifano, Angeli). A vent’anni dalla morte di Renato Guttuso, la mostra “Renato Guttuso la Potenza dell’Immagine 1967-1987”, curata da Fabio Carapezza Guttuso e Dora Favatella Lo Cascio, presso il Museo Guttuso, Villa Cattolica, Bagheria (visitabile fino al 30 maggio; da martedì a domenica, ore 913,30/14,30-19), cerca di ricostruire le trame dell’ultimo ventennio di un artista che rimane, ancora oggi, in grado di sorprendere, svelando aspetti nascosti del proprio fare e opere tanto attuali da stupire. Si apprende la capacità dell’artista di nutrire di immagini memoriali ed ideologiche le proprie tele, senza concedersi al populismo epico (Funerali di Togliatti, 1972); di donare unici omaggi alla terra d’origine, «una grande natura morta con in mezzo un cunicolo entro cui la gente s’incontra», come definì Guttuso La Vucciria (1974); di confrontarsi con maestri come De Chirico (Caffè Greco, 1976, raffigurato in alto a sinistra) e Picasso (Il Convivio, 1973), e divenire fonte dero realista, se per attitudine realista si intende la d’ispirazione per giovani artisti (Schifano, Angeli, continua e ininterrotta presa di coscienza di ciò che Adami). A colpire è anche un “altro” Guttuso, quello siamo e del nostro rapporto con il mondo esterno. malinconico e intimistico, che medita sulla vanitas e L’opera deve essere lo specchio del soggetto e di ciò sulla morte, “nell’ora della Malinconia, la nera compaentro cui il soggetto vive». E gna con cui da tempo dialodurante più di un cinquanga l’artista proietta la sua «Mi considero realista, se per tennio di attività Guttuso ha ombra su luoghi familiari indagato il “reale più del reaattitudine realista si intende la riempiendoli di oscuri presale”, cercandone l’aspetto continua presa di coscienza di gi” (Fabio Carapezza misterioso anche negli Guttuso), o forse la semplice ciò che siamo e del nostro oggetti più banali, confrondi una trarapporto con il mondo esterno» consapevolezza tandosi con gli avvenimenti monto, solo fisico, che condel proprio tempo, e stabiduce l’artista ad entrare in lendo un rapporto sempre dialettico con l’arte del suo una dimensione esistenziale, dalle tinte magiche ed presente e del suo passato. Politico militante (a lui allegoriche. Guttuso continua a dipingere fino all’ultiTogliatti chiese di ridisegnare il simbolo della falce e mo giorno della sua esistenza, esercitando il suo martello), ma soprattutto, intellettuale, con i suoi “mestiere”, il suo modo di rapportarsi al mondo, lui intensi scritti, oltre che con le sue opere, ha commen- che “voleva arrivare alla totale libertà in arte, libertà tato il presente e il passato, sia storico che artistico. che, come nella vita, consiste nella verità”. balarm magazine 22 balarm magazine 23 GUTTUSO e il mestiere di pittore L’ultimo ventennio dell’artista è in mostra fino al 30 maggio al Museo Guttuso di Bagheria “Pensare secondo pittura”, per il maestro siciliano Renato Guttuso (1911-1987), più che una semplice affermazione era un imperativo categorico a cui durante la sua vita non ha mai saputo rinunciare, tanto da affermare durante i tragici anni della guerra: «Se io potessi, per un’attenzione del padreterno, scegliere un momento nella storia, e un mestiere, sceglierei questo tempo e il mestiere di pittore». Un’esistenza, quella guttusiana, nutrita sin dagli esordi (frequenta appena adolescente a Bagheria lo studio del pittore naturalistico Quattrociocchi e del pittore di carretti Murdolo) di una passione unica e travolgente per il mezzo d’espressione più povero, quello del pennello. Una ricerca che non si è mai arrestata, in una spasmodica tensione a voler esaminare il mondo contingente, il reale, dipingendo la “cosalità” del quotidiano, di GIORGIA LO PICCOLO ARTE GAGINI, restauri fra Sicilia e Malta Il restauro delle statue della Cattedrale di Palermo nel libro di Ivana Mancino di MARINA GIORDANO Nel 1507 l’Arcivescovo di Palermo Giovanni Paternò affida allo scultore Antonello Gagini (Palermo 1478-ivi 1536), figlio di Domenico (anch’egli scultore, originario di Bissone, sul Lago di Lugano, e formatosi alla bottega di Brunelleschi a Firenze) il progetto e l’esecuzione di una tribuna per la Cattedrale sul modello dei retabli spagnoli: “un’enorme struttura in marmo, alta tra i 16 e i 22 metri, si estendeva per tutta l’abside […] ed era ripartita in tre diversi livelli, in ognuno dei quali c’era- no nicchie che ospitavano statue di altezza superiore anche ai due metri. […] ripartita orizzontalmente in due ordini corinzi, separati tra loro da una larga cornice.” La descrive così Ivana Mancino, la restauratrice che si è occupata, tra il luglio 2005 e il febbraio 2006, di far tornare a nuova luce la tribuna gaginiana che occupa la zona absidale del Duomo palermitano, nel suo libro di recente pubblicazione intitolato “Antonello Gagini fra Sicilia e Malta. Il restauro delle statue della cattedrale di Palermo” (edito dalla Fondazione Culturale Salvatore Sciascia di Caltanissetta, pp. 165, 78 illustrazioni e 32 tavole a colori con fotografie di Melo Minnella delle statue restaurate; prezzo 40 euro). Il prezioso volume ripercorre passo passo la genesi dell’opera in questione e di altre statue di Gagini in Cattedrale (quelle della Cappella di Santa Maria degli Angeli e la Madonna della Scala), descrivendo in maniera attenta e con dovizia di dettagli tutte le fasi del restauro, che ha fatto emergere non poche novità rispetto a ciò che delle opere gaginiane era già noto: ad esempio, ha permesso di rintracciare sulla superficie marmorea tracce di colore, andato per il resto quasi del tutto perduto, di recuperare pezzi mancanti di alcuni rilievi, ritrovati per puro caso dal parroco della Cattedrale, Don Gino Lo Galbo, di liberare da superfetazioni in stucco preziose decorazioni e antiche cornici (specie nei sei ovali con angeli e motivi floreali sovrastanti le nicchie con statue degli apostoli), come pure la figura di uno dei soldati ai piedi della statua del Redentore, celata da un’urna. A questo aspetto tecnico è dedicata la seconda parte del libro, corredata da un ampio e articolato repertorio illustrativo delle statue prima e dopo il restauro (finanziato per circa 100mila euro dal Banco di Sicilia) e delle varie fasi degli interventi in cantiere. Nella prima, invece, vengono descritti, con uno stile di scrittura attento, supportato da numerosi documenti, ma al tempo stesso mai banale, la biografia dell’artista e il suo itinerario creativo, svoltosi tra Palermo e Messina e che vede il nascere di numerose commissioni da Malta (come il celebre monumento sepolcrale del gran maestro Philippe de Villiers de l’Isle d’Adama, oggi custodito presso la Cattedrale di San Giovanni a La Valletta, o la statua di Sant’Agata nell’omonima chiesa a Rabat), il destino della bottega gaginiana alla morte di Antonello (1536), gestita dai figli e da alcuni collaboratori, a cui si deve, attorno al 1574, la conclusione della realizzazione della tribuna palermitana, oggi visitabile in tutto il suo splendore, magniloquente testimonianza di un artista tra i maggiori del panorama artistico siciliano. balarm magazine 24 ARTE Daniele PALMA, scenari onirici Ambigui ambienti metropolitani protagonisti nella pittura dell'artista palermitanto Paesaggi urbani dalle atmosfere metafisiche, in cui le impreviste inquadrature prospettiche suggeriscono dilatazioni temporali meditative, si offrono nella pittura di Daniele Palma (Palermo, 1971), esposta nella mostra “Lo Schermo dell’Altrove” a cura di Marina Giordano, presso la Galleria La Piana Arte Contemporanea, fino al 29 febbraio. Il design, il fumetto, la modellistica, la scenografia sono gli interessi che Palma coltiva sin dalla giovinezza. Laureato in filosofia, manager nella vita, pittore autodidatta, diviso fra mondanità e amore per la solitudine, Palma riversa e trasfigura nella pittura le sue contraddizioni. L’ambiente metropolitano, con le sue monotone architetture di periferia, ne è protagonista ambiguo e sfuggente. Sono opere dal taglio fotografico, in cui la resa analitica dei dettagli si esprime attraverso un tratto nitido, pulito, che rimanda sia alla grafica e al fumetto giapponese, sia alla nuova figurazione europea. Interminabili teorie di finestre scandiscono il ritmo delle immagini, ora concitato, nei precipizi delle fughe prospettiche ingoiate dal buio, ora allentato, nelle lunghe distese di cielo. In ogni caso, si tratta di un ritmo altro, diverso dal tempo del quotidiano, piuttosto simile a quello bloccato, dilatato, della meditazione e del sogno. Le proporzioni degli scenari urbani di Palma sono spesso sfalsate, deformate dallo scorcio (dal basso verso l’alto, di sbieco, ravvicinato) che rivela il gusto per il punto di vista inatteso di deriva- di FLORIANA GIALLOMBARDO zione fotografica, ma anche per i tagli prospettici alterati della pittura metafisica. Oppure, i soggetti sono sezionati e ricomposti nella forma del trittico, espediente evocativo, per altro, della suddivisione in riquadri degli strips. Come scenografie oniriche, queste “popolose e gigantesche architetture” hanno un aspetto insieme familiare e spiazzante: la precisione fotografica nei particolari, dissimulando sottili incongruenze, si carica di mistero. Oggetti comuni, panni stesi, balconi di falansteri contemporanei sono schermi di presenze alluse, di abitanti invisibili. Assenze e silenzi impregnano la tela, procurando una sottile inquietudine. Proprio come nel sogno, si perdono le coordinate del noto e ogni luogo può dischiudere inaspettati passaggi verso un Altrove. Un osservatore attento può veder pulsare le esistenze nascoste, solo apparentemente tutte uguali, dietro la monotonia delle facciate, che convivono come tante realtà parallele, ognuna con un suo tempo, un suo spazio unici. Il riferimento sono le atmosfere surreali di Magritte, che oltrepassano l’apparente banalità del reale, svelandone gli enigmi. Non a caso Palma ne fa delle esplicite citazioni: nel tema della finestra, con la sottesa dialettica interno-esterno, e negli accostamenti incongrui, in uno stesso soggetto, di illuminazione notturna e diurna. Si tratta di veri e propri omaggi al surrealista belga, i cui temi Palma rivisita in chiave metropolitana e contemporanea. balarm magazine 26 LIBRI Nei “quartieri” di Mario VALENTINI Vizi e virtù dei palermitani visti e raccontati da un “forestiero” a spasso tra i budelli della città I siciliani, si sa, in molti sono campanilisti, anche tra di loro. Sfoglio “In certi quartieri”. Centoquarantaquattro pagine di immagini quotidiane che spingono la parola su per la gola, così si inizia a leggere quelle storie cittadine ad alta voce. Leggo e sorrido del verduraio che sembra proprio quello che, abusivo staziona sotto casa, dei parcheggi e parcheggiatori “arbitrari”, delle ossequiosissime feste di quartiere con galatei privati di colori e mimiche eccessive. Vizi e virtù raccontati da un “forestiero”, così Mario Valentini si definisce nel suo viaggio tra i budelli palermitani che dura ancora dopo sette anni, dopo i natali messinesi e il periodo bolognese. Le sue istantanee sono tratti di una Palermo che riconosci. Poi però ti soffermi su alcune frasi: in cui il quartiere Zisa è descritto come “amena contrada fatta di vecchie case e antiche piazze”, così pensi che in quella Sicilia delle Sicilie ti dà anche un po' fastidio che un “forestiero” pungoli a quel modo la tua città. Sacrosante verità s'in- di ROSSELLA PUCCIO tende: “ciaffico”, guida selvaggia, ma anche un manuale di sopravvivenza che Valentini dice necessario, sebbene a lui nessuno l'abbia mai dato, per viveresopravvivere e muoversi in città. Così intonando una delle frasi del suo libro “Nella città di Palermo io non vi ero nato. Vi ero giunto tardi in età e senza essermi preparato a dovere” domando al mio dirimpettaio-scrittore: perché uno che si definisce forestiero alle prese con una città in cui gli animali non sono solo i cani randagi, decide di raccontarla e viverla? «Palermo è intrigante ed io ci sto bene. Questo è un libro incompetente e dell'incompetenza fa la propria virtù. Non pretende di sapere alcunché». Palermo raccontata, dunque, per caso perché per lo scrittore: «vivere in altri luoghi è anche una fortuna, fondamentale per la scrittura. Bisogna spiazzarsi, dislocarsi, perché un'idea ti venga a trovare. Per questo mi piace prendere l'auto e andare da qualche parte». Dopo qualche battuta dal tono colloquiale sembra avere balarm magazine 28 dimenticato quel disagio iniziale di vedermi muovere attraverso il suo libro con fare attento e scrupoloso. «Avevo un po' paura dei critici» così parla di quello «spirito erodoteo dell'attraversamento dei luoghi e della scrittura, che serpeggia nei racconti»: le sbavature volontarie e la compensazione della sua fantasia fatta di vie inventate, numeri di telefono falsi sino a quelle formule divertenti e retoriche per agganciare il lettore: “perché si sappia”. Adesso è tempo della citazione, mi dico, quella che ho cercato tra le pile dei miei appunti quando ho letto il libro. Borsellino diceva: “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell'amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare”. E allora “In certi quartieri” dire perché si sappia o dire per cambiare? «Non penso che i libri cambino. Possono far prendere consapevolezza o offrirti nuove prospettive. I libri sono parole e a me piace pensare che sono le azioni che cambiano». Le vene ironiche del libro non vogliono essere di denuncia o polemica, «le verità di “In certi quartieri” sono dosate in egual modo con la finzione, perché» mi confessa «scrivere della realtà non è assolutamente possibile visto che sensibilità e occhi filtrano la realtà. Poi c'è il germe, un po' maligno forse, della fantasia che ti porta a costruire storie in cui anche le persone reali diventano personaggi». Sorride e mi spiega che il libro nasce da appunti diaristici a volte più simili a racconti. «Non è un diario ma quasi un diario. La realtà è marginale e la verità, centrifugata e ributtata via, è quella tipica dei racconti che lavorano per analogie, metafore, salti di senso, secondo dei motori interni che attingono chissà dove e che ti conducono lontano da dove sei partito. Raccontare è un po' come viaggiare e il passo della mia scrittura è da viaggio. Taccuini con cui sono andato in giro, su cui ho annotato quello che mi incuriosiva, che vedevo con occhi nudi senza avere un retroterra di memoria». Voce narrante e scrittore sono due identità distinte o si mescolano? «Camminano insieme». Il personaggio però sembra uno gnorri che subisce la realtà. «Sì, la subisce perché non conosce i codici per fronteggiarla. Codici che a Palermo servono per sopravvivenza e navigazione, che il personaggio però non vuole, per vedere cosa accadrà». Come vorresti che venisse letto il tuo libro? «A voce alta, magari intorno ad un tavolo mentre si mangia e saltano fuori mille cose in cui ritrovarsi e ritrovare pezzi della propria quotidianità». MARIO VALENTINI IN CERTI QUARTIERI MESOGEA, PP 144 / EURO 11 di TONYA PULEO E se fossimo marziani? Se scoprissimo che Palermo è una colonia extraterrestre all’interno dell’isola, con “extraregole” ed “extranezze” solo nostre? Ci si riflette su questa cosa, sorridendo, durante e dopo la lettura di “In certi quartieri” di Mario Valentini. L’autore messinese, che dopo Bologna ha scelto casa nel capoluogo siciliano, narra con occhio da forestiero il respiro di Palermo, le sue arterie irrorate di sangue di Sicilia e quanto altro ancora si è ritrovato ad osservare, ci pare con interesse. Compiaciuti nel sentir raccontare il nostro “panormita style”, soprattutto negli ultimi anni, sottolineamo a volte - anche con ardita fierezza - le difettose abitudini per le quali, da turisti e viaggiatori, di certo non verremo mai dimenticati. Questa volta si occupa di noi un visitatore in pianta stabile, ormai del luogo da quasi un decennio che, a piedi o in auto, si distrae di città vissuta. Il testo narra quartieri di asfalto e quartieri mentali, personaggi e personalità “quasi inventati”, potenziali vicini di casa di chiunque (se non noi stessi): «Vedo un palco, un presentatore, molta gente attorno. Diceva: “Salutiamo questo grande artista del nostro quartiere (…)”. Il fatto era strano, perché era proprio di questi quartieri, palermitano, ma cantava canzoni in dialetto napoletano composte da lui. Una canzone, ad esempio, si chiamava ’O latitante. Il latitante fa una vita disagevole e per questo probabilmente è triste». A tratti narrante altri luoghi, sia d’asfalto che mentali, il testo nell’insieme pecca d’armonia ma è viaggio che può allietare, quando si ha voglia di muoversi, in città o altrove. balarm magazine 29 LIBRI IL PRIMITIVO Il “concreto disimpegno” di un editore emergente che non si prende “troppo sul serio” di ANTONIO CASTIGLIA “Il primitivo” (www.autistici.org/ilprimitivo) è un esempio di artigianato editoriale moderno. Nasce dalla passione del suo creatore, Giampiero Di Maida, per il libro come oggetto da realizzare con le proprie mani, curare nella sua forma plastica come farebbe un falegname o un maestro d’ascia con le proprie creazioni. Strumento principale – in questo caso – è il più moderno che l’editoria oggi abbia a disposizione: lo spazio web, offerto da www.autistici.org collettivo informatico indipendente sorto nel 2001 sulla spinta del motto socializzare saperi, senza fondare poteri. L’obbiettivo di autistici è «liberare degli spazi sulla rete, dove discutere e lavorare su due piani: da un lato, il diritto/bisogno alla libera comunicazione, alla privacy, all'anonimato e all'accesso alle risorse telematiche, dall'altro i progetti legati alla realtà sociale». La comunicazione per autistici deve essere «libera, gratuita e quindi universalmente accessibile». Con questo spirito il collettivo offre spazio web, posta elettronica, mailing-list, chat fuori dalla logica commerciale dell'offerta di servizi e di spazi a pagamento, accogliendo molto volentieri «chi vive conflittualmente la censura culturale, mediatica, globalizzante dell'immaginario che ci viene preconfezionato e venduto». Insomma autistici è la cornice ideale per “Il primitivo”. Abbiamo chiesto a Giampiero Di Maida qual è il libro tipo del suo catalogo, ovviamente la risposta è stata: «non esiste un libro tipo, se vuoi ti dico qual è il mio preferito». Esiste tuttavia un filo conduttore, un elemento comune a tutto il catalogo (e che da’ conto probabilmente del nome scelto per questa realtà editoriale): netto e costante è il rifiuto per l’impegno sbandierato. Attenzione però a non cogliere in maniera corretta lo spirito di questa posizione perché di “impegno” in realtà è intriso fino in fondo tutto il catalogo, dai libri dello scrittore di punta Paolo Filardo, al fumetto “istituzionale” della casa editrice. La parola d’ordine per “Il primitivo” è «non prendersi troppo sul serio», non fare del proprio impegno una griffe. Molto meglio dice Giampiero Di Maida «creare situazioni», cosa che sicuramente rappresenta il leit motiv durante le nostre presentazioni dei libri e che fa riflettere sullo spirito di abbandono alla “Serendipity” con cui parrebbe essere condotta la gestione di questa casa editrice. Assolutamente in sintonia con tutto quanto osservato finora è la distribuzione. Il libri de “Il primitivo” sono venduti attraverso i centri sociali Cox e Phoenix, il canale distributivo insomma è autonomo e a Palermo sfocia in librerie come Altroquando e Modus vivendi. Molto chiare e interessanti sono le idee di Giampiero Di Maida sul prossimo futuro della sua casa editrice: imminente l’uscita del nuovo libro di Paolo Filardo “Il cibo dal cuore d’oro”, con le riflessioni dell’autore sul rapporto cibo/religione; in uscita anche il terzo numero de “Il primitivo magazine”, già citato fumetto “istituzionale”; particolarmente brillante poi l’idea di indire un concorso di scrittura estemporanea, sulla scorta di precedenti esperienze analoghe dello stesso Di Maida. Una realtà nuova dunque “Il primitivo”, della quale è apprezzabile la voglia di “concreto disimpegno”, una voce artigiana opportunamente stonata in un coro di buoni propositi prodotti industrialmente, in catena di montaggio. balarm magazine 30 LIBRI LIBRI In memoria delle vite dimenticate Ironia, tragedia e ricordo si intrecciano nel nuovo libro dello scrittore bagherese di TOMMASO GAMBINO Quattro movimenti in una ballata letteraria sul filo dell’ironia, quella che l’esordiente Giorgio D’Amato ci offre con “Sonata per i porci” (Michele Di Salvo Editore, pagg. 175, euro 10). Nato dal fortuito incontro dell’autore con Antonio Olivieri, presidente dell’associazione piemontese “Verso il Kurdistan”, e da un viaggio in Turchia, il romanzo suona come un carillon strano. Quanti conoscono l’odissea del popolo Kurdo? Com’è possibile parlare del maledetto oro nero che banalizza il valore della vita? Si può legare la distanza fra cultu- re? Giorgio D’Amato sceglie una sua via: allontanare il lettore per poi portarlo vicinissimo al centro della questione, alla conoscenza evidente. E così siamo in Germania, in un piccolo sperduto paesino di mangiatori di crauti e stinchi di maiale, ma anche di estimatori di birre e di kebab. Margherita Castiglia è un’emigrante siciliana, fra tedeschi, turchi e kurdi, che dopo un dissesto finanziario si trova in fase d’espiazione, solitudine e ricordo. Margherita cuoce panelle e pensa; serve ai tavoli e ricorda. Escono fuori i personaggi della nonna Donna Margherita, della Braciera e del Caporale. Ma cosa c’entrano le panelle con i Kurdi? perché la Germania? chi sono i porci? E qui sta il punto. Il “cosa, perché e chi” non sono che un’unica domanda, a cui viene data risposta nei restanti movimenti del romanzo: dove si sta svolgendo la vera azione e come si sta svolgendo? Quella di Margherita Castiglia, che conosce il kurdo Mihemed, è pertanto un pretesto: accelerare l’avvicinamento a una Nazione che non c’è. A quei trentamilioni di Kurdi, senza sovranità e territorio, spalmati su quattro e più Stati. Quando il mondo si capovolge, come avviene per Margherita Castiglia, il suono dell’esistenza vibra e tutto nell’apparire più nitido può offrire delle verità alte, su cui non si è avuto tempo, o compiacenza, di riflettere. Distanze incolmabili si congiungono e dalle odissee dell’uomo fuoriesce la sua miseria. La condizione terrena viene vista ora come ironia ora come tragedia. Si parla di malessere del vivere, inquietudine, voglia di rivalsa e chi racconta visualizza la malvagità dell’io. Il ritorno all’Eden, l’antico giardino perduto, viene intercalato dai racconti dei poeti, dai cantori della vita, dalle leggendarie imprese che per poche pagine distolgono dalla realtà oppressa. Esistono demoni, pulsioni inspiegabili, strane vie dell’essere e dell’incontro, che ostacolano il ritorno all’infanzia dell’uomo, anche se sommessamente, da qualche parte, si promuove quella armonia vitale che spezzi l’incantesimo fatale. Nonostante tutto con la sua tonalità la “Sonata” non vuole essere rivelazione, ma testimonianza, denuncia, memoria di ciò che è stato visto dagli occhi dei sopravvissuti. Inoltre vuole essere un omaggio a tutte le vite dimenticate e forse, anche per casuale scelta o mirata volontà, un richiamo alla speranza di un mondo che è stato e che non c’è. Una speranza che alimenta la coscienza. Una coscienza che si mantiene viva attraverso il sapere delle cose e dei fatti. Fatti come montagne utili a risvegliare un Occidente dormiente. Che tutto si sappia, dunque, anche con un carillon strano, per offrire un servizio alla ragione al di là d’ogni pretestuosa fantasia. balarm magazine 32 Era MEGLIO se dormivo Il diario-reportage del giovane videomaker palermitano Igor D’India sulla strage di Beslan Se dovessimo, per puro gusto di provocazione, dividere i palermitani in coloro che si pongono il quesito “che fare?” e coloro che invece lo sostituiscono con il più auto indulgente “chi me lo fa fare?”, se dovessimo fare questo, sicuramente Igor D’India apparterrebbe al primo gruppo. Il nostro è un giovane regista che nel 2005, a ventuno anni, munito di una modesta videocamera, ha progettato e condotto una spedizione “fai da te” in Ossezia del Nord per documentare i fatti riguardanti la strage di Beslan. Nel settembre 2004, nella scuola N. 1 di Beslan, un vero commando ribelli di dubbia provenienza e identità ha sequestrato milletrecento persone e, dopo gli infruttuosi tentativi diplomatici, un confuso blitz di tre diversi apparati militari russi ha provocato la morte di trecento persone, la maggior parte dei quali bambini al primo giorno di scuola. Il film “Le finestre di Beslan”, frutto di questa esperienza formativa, che è stato realizzato nel 2006 dallo stesso D’India e da Martino Lo Cascio, ricostruisce attraverso interviste e moltissimo materiale inedito la tragedia avvenuta in quella scuola, e, soprattutto, solleva dubbi sull’operato dei dirigenti russi. Il documentario, infatti, fa propria la tesi secondo cui la caduta del tetto della scuola - che a parere degli esperti ha provocato il massacro – sia da addebitare ai lanciagranate azionati dalle milizie russe per stanare i terroristi. La forza del film, che ha ricevuto la menzione speciale al Festival del Documentario “Libero Bizzarri”, non si ferma però al rigore dell’inchiesta. Irremovibili dalla memoria, per tensione e dolore, sono le espressioni, gli occhi e perfino le rughe delle donne e degli uomini osseti, segnati prima dalla perdita dei cari e poi dalle menzogne dei potenti. Il videomaker palermitano, che non riesce a dimenticare i volti e le parole delle madri e dei padri di Beslan, che sa di essere “una piccola goccia nel mare” ma ha fiducia che il suo apporto possa smuovere qualche coscienza, nel frattempo ha esordito come scrittore con “Era meglio se dormivo – Diario reportage sulla strage di Beslan” (Il Filo edizioni, pp. 103, euro 13), una summa del suo vissuto nei territori russi, in cui aggiunge all’indagine già apprezzata nel documentario, la diaristica del viaggio. Il risultato di questa ultima fatica è controverso e giustificata ci pare la tentazione di paragonarlo all’inchiesta fil- di SAVERIO PULEO mata. Tanto è rigoroso e potente il documentario, tanto è flebile il libro. Quello che non convince è il linguaggio. Il diario di bordo, scritto a tratti in maniera talmente “giovanilistica” da essere urticante, stride parecchio con le interviste di ben altro spessore fatte ai protagonisti della vicenda; e gli stessi colloqui, che dal “girato” vengono riversati nello scritto quasi integralmente, sembrano perdere una parte di quel dolore che le immagini esprimono compiutamente. Ebbene, pensiamo che il libro sia una testimonianza utile per chi ha dimenticato o sconosce l’esistenza di una “polveriera” nei territori del Caucaso, nel centro della civilissima Europa, e riteniamo invece che la visione de “Le finestre di Beslan”, attraverso cui si appura lo scempio di un massacro di povera gente, sia una necessità. balarm magazine 33 CINEMA ISABELLA RAGONESE Il nuovo volto del cinema di qualità: dall’esordio in “Nuovomondo” a “Tutta la vita davanti”, il nuovo film di Paolo Virzì in uscita a marzo di BARBARA RANDAZZO Nell’odierno deserto occupazionale, il miraggio più diffuso è l’oasi del call-center, dove cerca riparo l’ultima generazione di precari, senza bussola nè punti di riferimento. Ed è il limbo lavorativo per eccellenza, l’ambientazione di “Tutta la vita davanti”, il nuovo film di Paolo Virzì, in uscita nelle sale il 14 marzo. Una commedia di costume dal retrogusto amaro, che conferma il regista di “My name’s Tanino” pigmalione di talenti locali. Dopo aver lanciato Corrado Fortuna nell’empireo di celluloide, adesso è la volta di Isabella Ragonese ad essere promossa stella emergente del cinema di qualità. Il suo esordio sul grande schermo risale al 2005, nel pluripremiato “Nuovomondo” di Emanuele Crialese, in cui incarna una fanciulla siciliana in viaggio verso una “Terra promessa” che infrangerà miti e speranze. Un piccolo ruolo per un’opera corale che suggella l’ultima apparizione di Vincent Schiavelli, alla cui memoria è stato dedicato il concorso organizzato dal “Palermo Teatro Festival”, vinto dalla Ragonese nel 2006 con l’opera “Asina”, da lei scritta, diretta e interpretata. Perché la nostra concittadina è un’artista a 360° che spazia dalla scrittura alla danza; con una formazione di tutto rispetto, che annovera un diploma in recitazione presso la scuola Teatès di Michele Perriera e numerosi stage con maestri internazionali. «Il teatro è la passione primordiale da quando avevo 14 anni. E’ un parco giochi per adulti, dove permettersi cose che non puoi nella realtà» rivela Isabella, che sul palcoscenico ha scoperto la disciplina, la “sacralità” dell’arte e del corpo. In “Tutta la vita davanti” la 26enne palermitana è Marta, neolaureata con lode in Filosofia e, ovviamente, disoccupata. Unico spiraglio prospettato, un impiego di telemarketing presso la Multiple, produttrice di un millantato robot da cucina. Da Socrate alla vendita di un tritatutto è una tragicomica odissea… nel “call-center Virzì” il futuro si costruisce con bonus, slogan motivazionali, sorrisi imposti da contratto che celano crisi esistenziali. Un’analisi provocatoria, a partire dal titolo, che fa il verso alla tipica frase augurale rivolta ai giovani. Ma la saggezza popolare deve fare i conti con disillusioni, assenza di tutele, identità “a termine”. «Paolo è un fine osservatore che lascia molte domande in sospeso. Tutti sono tirati in ballo, senza distinzione politica» evidenzia la Ragonese «La protagonista è un po' Alice nel pese delle meraviglie, catapultata in un mondo che va in un'altra direzione». Non a caso il regista definisce la sua ultima fatica “una fiaba nera”, affidando il racconto narrativo alla calda voce di Laura Morante. La nostra eroina si confronterà con i nuovi mostri di questo universo sur-reale: la procace team leader (Sabrina Ferilli), il cinico boss (Massimo Ghini), l’onesto sindacalista (Valerio Mastrandrea), l’esaltato venditore (Elio Germano)…Un cast d’eccezione che ha manifestato apprezzamenti unanimi per la dotata esordiente. «Sono stati tutti balarm magazine 34 estremamente disponibili nel confidarmi trucchi da veterani. I mesi di riprese sono valsi tre anni d’Accademia d’Arte Drammatica!» afferma entusiasta la bella attrice, grata dell’occasione d’oro, conquistata dopo cinque provini e un intenso studio sul personaggio a cui ha dato spessore e palermitanità. Deludente il curtigghiu dal set: niente capricci da divi e perfetto savoir faire generale; grazie al credo del capoclan Virzì “Gli attori non si discutono, si amano”. E il cineasta livornese ha coccolato molto la sua pupilla, definendola “Un mistero buffo e dolente”. Una duplicità che caratterizza questa ragazza dal viso angelico e fare da maschiaccio; solare e sfuggente, come la sua Palermo. «E’ il mio punto di riferimento, ma se ti adagi troppo ti fagocita, come un incantesimo che sussurra ”rimani…rimani…”». Ma c’è un trucco per sfuggire al sortilegio: «A casa mi ricarico per affrontare la frenetica capitale, Roma mi strappa dal torpore palermitano». E da un ristagno culturale che fa rimpiangere i tempi d’oro della movida nostrana, sostituendo le ombre ai riflettori. Al contrario dell’eclettica Ragonese, che sotto quelle luci si è distinta anche come precoce drammaturga, collezionando prestigiosi riconoscimenti per “Che male vi fò”, “Bestino” e “Mamùr”, finalista al Premio Scenario 2007. «Le mie opere sono incentrate sull’incomunicabilità, la dimensione fantastica; una visione emozionale che vuole scuotere gli spettatori» dichiara l’autrice. Che nell’attesa del prossimo ciak si divide tra casting e gli studi, guarda caso, in Filosofia. «E’ una focale sui molteplici punti di vista che stimola l’ascolto delle sfumature umane». Una conoscenza strategica per la sua vita professionale e privata, entrambe ricche d’incognite. «Sono single “per priorità”» ironizza Isabella che, in questo periodo, alle relazioni sentimentali antepone l’amore per le arti; consapevole che «Chi sceglie di recitare sceglie il precariato perenne». E chi insegue i suoi sogni ha “Tutta la vita davanti”… balarm magazine 35 CINEMA Alessio VASSALLO Il ventiquattrenne palermitano è tra i protagonisti de "La Vita Rubata", il nuovo film di Graziano Diana di CLAUDIA SCUDERI È in uscita con nuovi progetti Rai: “Noi 2” su Rai 2 e al fianco di Beppe Fiorello ne “La Vita Rubata”, su Rai 1. E non solo. In entrambi ricopre ruoli di spicco e gli anni compiuti ad agosto sono solo 24. Ma chi l’ha detto che i giovani di oggi non si prefiggono più obiettivi? Coraggio, ostinazione e testardaggine. Tre le caratteristiche chiave perché un giovanissimo spinto da un sogno decida di partire per un destino incerto. É il caso del palermitano Alessio Vassallo, uno dei ventiquattrenni più adulti che conosca. Non sceglie la via più semplice, vuole apparire ma essere, e soprattutto non contempla “piani B”. «Nella vita bisogna fare poche cose, ma buone – spiega Alessio - Sto sudando per il “piano A” e me lo tengo stretto!». Espressione accigliata, quasi irritata, poche le parole al primo minuto di conversazione. “Ah bene, il ragazzo fa il bel tenebroso”, ho pensato. Ma il bel tenebroso ha un animo gentile e studia molto per diventare inattaccabile. Appena lasciata l’isola, dopo il liceo, entra all’accademia Silvio D’amico: «Ho avuto l’onore di lavorare con maestri come Mario Ferrero e Luca Ronconi, che mi hanno dato gli “anticorpi” per sopravvivere in un mondo in cui, se non stai attento, ti mangiano vivo!». Però nessun “piano B” per Alessio da quando ha costatato che è capace di far emozionare un pubblico vero (o almeno così millanta!). Perciò, finita l’accademia, si mette immediatamente alla prova. «Per avere 24anni ho la fortuna di far già parte di grandi progetti, come “Agrodolce”». Infatti anche lui è nel “misterioso” cast della nostrana fiction Rai girata negli studios di Termini Imerese. Peccato che “l’integro” Alessio non si faccia scappare proprio nulla tranne che sarà uno dei protagonisti del team, tale Salvatore Cutò. Dopo tanta gavetta con “La cantatrice Calva” di Tullio Solenghi a teatro o il recente “Parlami D’Amore” di Silvio Muccino al cinema, oggi Alessio corre tra Roma e Palermo, dividendosi tra la casa natia e una casina a Porticello che condivide con altri tre interpreti di “Agrodolce”. Nel frattempo attende le uscite in Rai, prima tra tutte de “La vita rubata”, pronta alla messa in onda da mesi e bloccata dall’ex ministro della Giustizia Mastella in persona per un processo ancora aperto (e iniziato 20anni fa). Molte le polemiche, tanto che dopo pochi giorni si è subito decisa una nuova data, il 24 febbraio. Alessio è indignato soprattutto dato il legame creatosi con la vera famiglia protagonista del film, la famiglia Campagna, che per mesi ha seguito le riprese a stretto contatto con il cast. Lo vedremo quindi co-protagonista al fianco di un Fiorello che oltre ad essere una “guida” sul set, lo è stata anche fuori: «Beppe per me è stato un vero fratello maggiore! Anche Rori Quattrocchi, attrice che stimo moltissimo, è stata una mamma a tutti gli effetti». A questo punto non ci resta che dargli credito e vedere se è davvero capace di farci emozionare. balarm magazine 36 CINEMA L’AVVOLTOIO Film breve e spot contro l'usura firmato da Giuseppe Morchella ed Emanuela Mulè di MANUELA PAGANO Volteggia silenzioso sulla preda senza mai perderla d’occhio fino a quando questa, allo stremo delle forze, non cade esanime. Allora scende in picchiata per cibarsi avidamente di un corpo senza più vita. È la natura dell’avvoltoio. È la natura dell’usuraio che con la stessa ferina rapacità si avventa sulle sue vittime distruggendole nel corpo e nell’anima, in nome del diabolico dio denaro. Nella Sicilia de “L’avvoltoio”, film breve diretto e interpretato da Giuseppe Morchella - recentemente premiato dalla giuria del Chicago International Film Festival 2007 con un certificato di merito - sono le donne a ribellarsi al carnefice, stravolgendo la regola non scritta secondo cui lo strozzino comanda e il debitore obbedisce. In questa terra dai forti contrasti, fuori dal tempo e dallo spazio, la storia sconfina in una dimensione che ricorda quella del mito, luogo per eccellenza dove l’impossibile diventa possibile. Capita allora che Francesca, donna fragile e sopraffatta dai debiti, si trasformi in regina guerriera, a capo di un corteo di donne silenziose, armate soltanto di un disperato dolore. La corifea di questo coro greco pronto a reclamare giustizia, è una intensa Emanuela Mulè che nello sguardo rivolto all’aguzzino denuncia ciò che le parole non sarebbero in grado di dire. Lo sottolinea bene il regista con la scelta rigorosa del bianco e nero e con le musiche di Diego Spitaleri che riecheggiano tra i suggestivi vicoli stretti di Sutera e i solitari cretti di Gibellina. Solo una profetica voce fuori campo spezza il silenzio surreale con litanie e rosari fino al momento della resa dei conti, quella in cui giustizia è fatta e la puzza dei soldi sporchi si avverte prepotentemente. Colpisce che, ad eccezione dell’eclettica attrice Emanuela Mulè, che vanta diverse esperienze nel cinema, nella televisione come in teatro (La baronessa di Carini, Alla Luce del Sole, Scarafaggi Beatles), nessuna delle donne del film sia una professionista. La stessa toccante voce narrante è di un’anziana donna che, spiegano i due protagonisti compagni anche nella vita, rappresenta la memoria storica di Sutera. «Quando Giuseppe mi ha fatto leggere la sceneggiatura de “L’avvoltoio”, ho subito pensato a Sutera, il paese dei miei nonni, dove poi abbiamo girato le scene iniziali», racconta la Mulè, produttrice con Moschella di questo film che fa parte di un progetto di ampio respiro a cui entrambi tengono molto. «Oltre al film breve, di cui esiste una prima seppur diversa versione del 1994 (premiata in Campidoglio), abbiamo realizzato uno spot pubblicitario contro l’usura utilizzando alcune scene chiave, proprio perché volevamo che in pochi secondi, con una frase efficace e senza retorica, fosse chiaro a tutti, ai bambini come ai vecchi di qualunque estrazione sociale, che l’usura è una cosa che puzza». Il cinema, in quanto strumento di comunicazione, ha il compito di veicolare significati, ma quando, come nel caso de “L’avvoltoio”, alla forza espressiva dell’immagine gestita con tecnica e maestria si associa un messaggio dal forte valore civico e morale, allora si può dire che si è raggiunto il punto più alto dell’arte. balarm magazine 38 CINEMA Benedetta contro il lavoro minorile Il cartoon diretto dalla palermitana Rosalba Vitellaro affronta il tema dei diritti dell’infanzia Può esistere un mondo senza lavoro minorile, un mondo dove nessun bambino sia privato dei grandi diritti dell’infanzia quali l’istruzione, il gioco e la spensieratezza? È questo l’importante interrogativo che ci pone il cortometraggio “Benedetta”, cartoon realizzato dal centro di produzione Larcadarte in coproduzione con Rai fiction e il Comune di Palermo, andato in onda su Raidue lo scorso 20 novembre. Un lavoro intenso, a tratti duro, che sa emozionare e sa far sognare. Lo special, della durata di 26 minuti realizzato secondo la tecnica dell'animazione tradizionale, narra la storia di Benedetta, una bimba palermitana di soli 11 anni, e del suo gruppo di amici, costretti a vendere un po’ di tutto all’incrocio di un semaforo. Saranno la fantasia e il coraggio della piccola a salvarla da una realtà di miseria e di sfruttamento e soprattutto dalle angherie del cattivo “Enzo”. La fame, la sete e i soprusi patiti, lasciano spazio ad un finale colmo di speranza. Benedetta e i suoi amici, infatti, volano via a cavallo dello stesso semaforo attorno cui si sono riuniti per lavorare. «La scena finale, il decollo di Benedetta verso una vita migliore, è una citazione di “Miracolo a Milano”, film di Vittorio De Sica, un artista che ammiro molto» ci racconta la regista del cartoon, Rosalba Vitellaro, che fa del neorealismo una fonte di ispirazione di tutto il suo lavoro di film-maker. Un neorealismo, quello della di LAURA MARIA SIMETI Vitellaro, radicato profondamente nel contesto cittadino. Il cartone è ambientato a Palermo e della nostra città ritroviamo oltre che i luoghi storici della Cala e della Vucciria, colori, atmosfere, situazioni. Tutti gli artisti coinvolti, inoltre, sono siciliani: l’attrice Donatella Finocchiaro dà la sua voce alla protagonista, mentre tra gli altri doppiatori figurano nomi importanti della scena artistica nostrana quali Corrado Fortuna, Stefania Blandeburgo e Claudio Gioè. Di grande effetto anche la colonna sonora alla quale hanno collaborato gli Agricantus. “Benedetta” ha incontrato subito il favore della Rai, dopo l’attento lavoro di contatto svolto da Alessandra Viola, responsabile comunicazione di Larcadarte, ma è stato sostenuto vivamente anche dal vice sindaco Dario Falzone. «La sinergia che si è creata tra la Rai e il Comune di Palermo - dice la regista - è qualcosa di unico: è la prima volta, infatti, che la Rai coproduce qualcosa insieme ad un ente pubblico». La collaborazione tra Larcadarte e il Comune è stata florida: il Comune, infatti, è stato committente anche di altri lavori firmati da Larcadarte come gli spot, per citarne alcuni, realizzati per promuovere la conoscenza sulla legge 285 e sull’ufficio diritti dei minori. «In cantiere - conclude Rosalba - c’è anche un altro cartoon in coproduzione con la Rai». Per conoscere l’argomento, però, dovremo attendere ancora un po’. balarm magazine 39 SOCIETA’ ISOLEPEDONALI.ORG Il movimento, che nasce nel febbraio 2007, coinvolge centinaia di palermitani e una settantina di commercianti del centro storico di DARIO PRESTIGIACOMO Mariangela fa un mestiere pericoloso: la guida to a raccogliere le adesioni. Il manifesto ha avuto subito turistica. Di norma la sua occupazione non ne una grossa eco sulla stampa locale ed è riuscito a coinmette a rischio l’incolumità. Ma quando arriva a Palermo volgere in breve tempo centinaia di palermitani, tra cui (e per fortuna dell’economia cittadina vi viene ancora – miracolo - una settantina di commercianti del centro spesso), sa che dovrà prestare molta attenzione per non storico, la categoria che da sempre si è più opposta alle farsi male e, soprattutto, perché i suoi clienti tornino a isole pedonali. «Per quanto ci sia ancora una forte resicasa sani e salvi. Se credete si tratti di un’esagerazione stenza da parte dei negozianti e dei loro sindacati – spieprovate a farlo voi, solo un per un giorno. ga – in molti hanno capito che non si tratta solo di una «Accompagnare i turisti in giro per il centro storico è questione ambientale. Se il centro diventa davvero il diventata un’impresa – racconta – Bisogna fare continui “salotto” della città, gli affari non possono che miglioraslalom tra le macchine, i marciapiedi sono stretti, basta re. Primo, perché si implementa il turismo. In secondo spostarsi un attimo sulla strada per finire sotto un auto luogo, perché il traffico non porta clienti, ma li allontao, peggio, sotto un autobus. E poi, l’aria è veramente na». La prima iniziativa pubblica di isolepedonali.org reca irrespirabile». Ma non è solo questo: «I miei clienti – con- la data del 22 aprile. Da allora, le manifestazioni per libetinua - vengono a Palermo per ammirare i monumenti e rare il cuore di Palermo dalla morsa asfissiante delle auto spesso, viste le difficoltà dei percorsi, riescono a visitare sono state tante. Ci sono i “cortei” in bicicletta, organizsolo la metà di quello che è messo in programma. E’ un zati con i ragazzi di Critical Mass, che lottano per l’istitupeccato, perché così il turista ci penserà due volte prima zione di piste ciclabili: ci si riunisce l’ultima domenica di di tornare e difficilmente segnalerà la città agli amici». Il ogni mese e si sale fino a Santa Rosalia. C’è stata la maniracconto di Mariangela aggiunge un’altra buona ragione festazione del 16 dicembre per protestare contro la decia quelle già numerose per cui sione del sindaco Cammarata di da qualche tempo un fronte sospendere l’isola pedonale «Palermo deve scegliere se domenicale: un lungo corteo di sempre più nutrito di palermitadiventare o meno una ni chiede a gran voce la chiusu«pedoni, ciclisti, mamme e papà città europea, ma prima di con il passeggino, utenti Amat, ra al traffico del centro storico. La proposta, fino a pochi anni tutto vanno salvaguardati la pattinatori, automobilisti fa, era più una nobile idea per coscienziosi, ambientalisti consalute della gente e lo pochi: glob trotter, che avrebvinti», che si è mosso al centro sviluppo economico di bero voluto importare a dell’asse tra il Politeama e il teaquesta stupenda città» Palermo questa prassi nord tro Massimo per impedire alle europea, o ambientalisti accorti, auto di transitare. Alla fine, qualche già prefiguravano un innalzamento pericoloso dei che risultato si è cominciato a vedere. Il movimento di livelli d’inquinamento. Oggi, invece, le cose sembrano Ficarra è stato affiancato in questa lotta civica da quoticambiate. Certo, c’è ancora una grande fetta della città diani come La Repubblica, associazioni ambientaliste che avverte come un attacco alle libertà costituzionali come Italia nostra, Wwf, Legambiente, e da singoli cittal’ipotesi di non poter posteggiare tranquillamente in dini stremati dall’assalto quotidiano dello smog. E in doppia fila a due passi dal Teatro Massimo. Ma rispetto questi giorni anche la Giunta comunale sembra seriaal passato, i fautori dell’isola pedonale sono meno soli. mente intenzionata a chiudere permanentemente al Ne sa qualcosa Davide Ficarra (nella foto), autore e pro- traffico una parte del centro, anche se l’influente orgaduttore di documentari. Nel 2005 ne realizzò uno sulla nizzazione degli esercenti, la Confcommercio, continua mobilità sostenibile in Europa e da questa esperienza ad opporsi (e a preferire le targhe alterne che, è ormai maturò la convinzione che anche a Palermo fosse neces- pacifico, contro lo smog servono a poco). Vedremo saria la pedonalizzazione del centro storico. come andrà a finire. Quelli di isolepedonali.org, comun«Contrariamente a quanto si pensi – dice – la struttura que, promettono ancora battaglie. «Palermo deve ormai urbanistica della città si presta facilmente ad una misu- scegliere se diventare o meno un città europea – dice ra del genere». E così, coinvolto un gruppo di amici, Ficarra – Certo, i servizi di viabilità pubblica sono ancora Ficarra ha cominciato la sua battaglia: nel febbraio del insufficienti a sostenere una vera pedonalizzazione. Ma 2007 ha scritto un appello all’amministrazione comuna- questo è un problema secondario. Prima di tutto vanno le per l’istituzione di sei zone chiuse al traffico, lo ha salvaguardati la salute della gente e lo sviluppo economesso in rete sul sito isolepedonali.org e ha comincia- mico di questa stupenda città». balarm magazine 41 SOCIETA’ IL RIFUGIO Il Rifugio del cane abbandonato della Favorita chiede aiuto ai cittadini di buon cuore di ANTONELLA BONURA Salvare e dare una casa a tutti quei cani abbandonati, ma anche vittime della violenza, è il compito del “Rifugio del cane abbandonato” di Palermo (www.legadelcane-pa.org), situato nel parco della Favorita in viale Diana. Un’associazione retta esclusivamente da volontari, che cerca di offrire una condizione di vita migliore a circa duecentottanta cani, provando a trovare in molti casi un’adozione e un affidamento. «Un lavoro che cerchiamo di fare nel migliore dei modi possibili – spiega Elena La Porta (nella foto), presidente dell’associazione dal 1989 - Il nostro lavoro si basa sull’attività di molti ragazzi e studenti che nel tempo libe- ro offrono il loro aiuto, in più abbiamo la collaborazione di due veterinari che ci offrono sostegno oltre che per le cure mediche, anche nella delicata fase dell’affidamento. Infatti non diamo nessun cane in adozione senza prima aver vagliato le reali possibilità di intesa tra l’animale e gli eventuali affidatari. Anche dopo l’adozione non smettiamo di monitorare ogni caso per verificare che tutto funzioni bene». Il Rifugio del cane abbandonato della Favorita nasce a Palermo circa 50 anni addietro. Prima del 1989 non aveva la medesima organizzazione, non c’erano volontari, mancava il controllo veterinario e si contavano circa 800 animali. Dal 1989, da cioè quando il rifugio è sotto il controllo della Lega Nazionale per la Difesa del Cane, è stata istituita la presenza giornaliera di un medico veterinario, di una vera e propria “zona terapie” e di una zona per l’isolamento dei cani con malattie contagiose. In più l’organizzazione ha cercato il dialogo con i cittadini e con le istituzioni con cui nel tempo è nato un rapporto di collaborazione. Un aiuto, quello dei cittadini, che è richiesto proprio adesso in un momento non molto facile per il rifugio. «Le nostre difficoltà sono di ordine economico - spiega La Porta - Ormai le nostre risorse sono al limite. Nel 2005 avevamo ricevuto dal Comune 100.000 euro da dividere in sette associazioni, nel 2006 il contributo si è drasticamente ridotto a 6.500 euro, l’anno scorso non abbiamo ricevuto nulla e non sembrano esserci prospettive migliori per quest’anno». Così i volontari si rivolgono al buon cuore dei cittadini chiedendo un aiuto o attraverso donazioni da effettuare attraverso c/c postale n° 13980909 intestato a Lega Nazionale per la Difesa del Cane – sezione di Palermo, viale Diana 3 - 90142 Palermo o sul c/c bancario n° 274755, Abi 1020, Cab 04667, Cin O (di Otranto). Non solo denaro chiedono i volontari ma anche cibo e in particolare medicine. L’assessore comunale all’Igiene e Sanità Filippo Cannella fa sapere che: «il rifugio di viale Diana, come altri rifugi privati, purtroppo non è in regola ed occupa un terreno abusivamente. Stiamo però cercando di trovare una soluzione per non rendere lo sfratto esecutivo. Per quanto concerne la mancanza di risorse non viene meno la volontà di collaborazione. Infatti, con un decreto dell’assessore regionale La Galla, sarà data la possibilità a tutti i rifugi privati di mettersi in regola, offrendo il sostegno per il 50% delle spese. Noi come Comune ci siamo offerti come mediatori in questa fase, facendo da tramite tra Regione e privati. Chiediamo ai rifugi di presentare al più presto i progetti di messa in regola e poi sarà nostro compito inoltrarli alla Regione». balarm magazine 42 COSTUME COUCH SURFING I “viaggi sul sofà”, ovvero la nuova frontiera dei viaggi low cost per gli utenti del web. A Palermo sono 157 gli aderenti al progetto di BARBARA RANDAZZO Viaggiatori squattrinati del pianeta, preparatevi davanti un aperitivo, così come si possono declinare le a “surfare”! Niente onde azzurre, oggi per una richieste pervenute. Il portale offre un supporto multivacanza intelligente occorrono un collegamento inter- lingue, consigli utili, forum, chat e gruppi tematici. «E’ net e tanto spirito d’avventura. Si chiama fondamentale non fare un uso improprio del club, non “CouchSurfing” (letteralmente “saltare da un divano serve per “acchiappare”, è uno stile di vita» evidenzia all'altro”) la nuova frontiera low cost per i globetrotter Filippo, 37 anni, geologo e punto di riferimento locale tecnologici, un servizio di ospitalità online per scam- con il ruolo di “ambasciatore”, per la diffusione della biare il sofà o un letto, a costo zero. Se finora ci si couch philosophy. Da semplice database, CS è diventaarrangiava in ostelli o campeggi, nell’era telematica to un fenomeno di costume, eterogeneo luogo d’ins’impongono le comunità virtuali, con buona pace dei contro per oltre 400 mila open-minded dislocati in 223 tour operator. Passepartout per le “case aperte” il sito nazioni, dall’Antartide allo Zimbabwe. I “surfers del www.couchsurfing.com, nato nel 2000 dall’intuizione canapé” sono universitari, impiegati, liberi professionidi Casey Fenton, informatico americano con un bigliet- sti con un’età media di 29 anni, buon livello d’istruzioto last minute per l'Islanda e le finanze azzerate. Dato ne, conoscenza dell’inglese e, fondamentale, ottima che la necessità aguzza l’ingegno, l’intraprendente capacità d’adattamento. Identikit che rispecchia pergiovane chiese alloggio via email a 1.500 studenti del fettamente anche i 157 soci palermitani, di cui 49 le posto, che lo sommersero di risposte solidali. Il sor- “quote rosa”. Molti si frequentano regolarmente, ogni prendente esito spinse Casey a fondare il “Progetto pretesto va bene per vedersi: cene, feste, passiate…. CouchSurfing”, un’organizzazione no-profit dall’obiet- «E’ un’idea meravigliosa! Quando non puoi partire contivo ambizioso: “connettere luoghi e persone attraver- senti al mondo di entrare in casa» aggiunge Giovanni, so oceani, continenti e cultu28enne, esperto ambientale. re”. Un social networking che Certo condividere gli spazi con cambia il modo di viaggiare, Il “Progetto CouchSurfing” estranei comporta qualche diffondendo il valore dell’acco- è un'organizzazione no-profit imprevisto, capita che il divano glienza. Si afferma così un nuonon sia a cinque stelle o non che ha un obiettivo vo linguaggio, in cui “surfare” scatti un particolare feeling, ma ambizioso: “connettere diventa sinonimo di opportunisono rare eccezioni. Tutti gli luoghi e persone attraverso intervistati concordano neltà, l’ospite è guest e il padrone di casa host. Da una parte si oceani, continenti e culture” l’aver sempre dormito comodaconcede una sistemazione mente, entusiasti delle numero(anche uno spazio per il sacco se amicizie e possibilità di cona pelo) dall’altra si parte per le mete prescelte dove fronto nate. I “viaggi sul sofà” aprono la porta alla relasostare gratis per qualche giorno. Un approdo stimo- zione. «Per un breve periodo si dà e si riceve il meglio lante, al di fuori dei canali turistici preconfezionati. dagli altri, con il rischio d’instaurare una vera dipenDurata e termini di soggiorno sono chiariti anticipata- denza» sottolinea Marianna, 30 anni, impiegata. «E’ mente tra le parti e in ogni caso non è previsto alcun inutile negare che si spera sempre nell’arrivo della belcorrispettivo monetario. A visita terminata ci si scam- la svedese» ammette ridendo Toti, 38 anni, docente e bia un feedback che testimonia l’esito dell’esperienza. bamboccione doc. Immancabili le conquiste amorose, Entrare a fare parte della cosmopolita tribù è molto spesso cementate tra i fornelli, galeotta la cucina sicisemplice: basta essere maggiorenni e registrarsi sul liana, universalmente apprezzata. E con la classica sito. Ogni utente dispone di una pagina personale con guantiera di cannoli offerta in dono, il figurone è profilo (interessi, viaggi compiuti, riflessioni di vita…), garantito! Pochi i pregiudizi riscontrati, se la mafia fotografie, link alle sezioni “Amici” e “Referenze”, che suscita folkloristiche curiosità, ad incantare i visitatori ne confermano l’affidabilità. Ad ulteriore tutela degli è la qualità dei rapporti umani, il sacro senso dell’ospiiscritti, inoltre, si applicano procedure di verifica, con talità che ci rende gli anfitrioni più amurusi. «Da cicepiù livelli di controllo. Il primo è gratuito e certifica che rone amo mostrare la Palermo by night, i ristorantini il nome e l’indirizzo inseriti siano validi; per gli altri tipici…io stesso mi sorprendo della città» rivela Ivan, bisogna pagare una quota di 25 dollari, destinata al 24 anni, universitario. Al precariato socio-economico i finanziamento del progetto. Ricambiare l’ospitalità non ribelli del turismo rilanciano l’arte del viaggiare, oltre i è obbligatorio, bastano anche quattro chiacchere propri confini. “Divano dopo divano”. balarm magazine 45 COSTUME Galeria LAMANAI Dai monili all’oggettistica etnica: viaggio d’autore ai confini del Centro America di ALESSIA ROTOLO Non è solo una “bottega” di oggetti etnici, ma soprattutto un luogo di incontro e di scambio dove si fondono sinergie tra diverse culture. La Galeria Lamanai, con sede a Palermo in via Giuseppe Giusti 43, è uno spazio unico nel suo genere. Una sorta di stargate verso una dimensione “altra”, più precisamente messicana. Ad Akumal, infatti, ad una quarantina di chilometri dalla celebre Playa del Carmen in uno dei luoghi più suggestivi di tutta la Riviera Maya, si trova la sua gemella. Due realtà nate sette anni fa da un intento comune, quello di scovare oggetti unici e particolari, che raccontano tradizioni e saperi antichi. Lamanai, che è il nome di un sito archeologico Maya, significa “città del coccodrillo sommerso” in ricordo di una numerosa colonia di coccodrilli che in passato popolava le acque della laguna. Alla Galeria si trovano manufatti particolari, dai monili all’oggettistica etnica, ognuno dei quali ha alle spalle una storia, un artigiano o un artista che lo ha creato. Ma l’accento va posto anche sulla cura per la scelta e la ricerca di ogni singolo pezzo, unico per l’appunto. Antonella Troncato e Rosario Arena, proprietari di questo particolare luogo dal dicembre 2006, curano minuziosamente ogni dettaglio e aspetto di ogni singolo oggetto: chi lo ha fatto, come è stato realizzato e le tecniche e i materiali utilizzati. «All’inizio – spiega Antonella - la ricerca era delimitata al Centro America, ma successivamente si è estesa anche ad altri luoghi del Sud del mondo, che rimane ancora un contenitore genuino di tradizioni degne di essere raccontate». Si nota subito l’entusiasmo e la cura che Antonella e Rosario mettono nel raccontare le storie particolari che stanno dietro ai singoli oggetti, ci tengono a far capire l’importanza, il valore e la sacralità di una “cosa” che si ha tra le mani. Pezzi unici, fatti assolutamente a mano con tecniche antiche, come per esempio un tappeto messicano dai colori sgargianti. «L’artigiano che lo ha fatto – spiega Rosario - mi ha portato nel suo giardino per farmi vedere una coltivazione di cocciniglia, un insetto dal quale estrae il rosso, e altre piante dalle quali derivano vari colori naturali da lui utilizzati». Poi ci sono gli Alebrjches, piccole sculture di legno copal che rappresentano animali coloratissimi, ricavate da un unico pezzo di legno sacro che viene bruciato per particolari riti religiosi e le cui decorazioni, per lo più floreali, riprendono i fiori del peyote utilizzati in Messico per i riti iniziatici. La Galeria Lamanai è anche esclusivista di oggetti creati da due artisti messicani. Roberto Rodriguez, che riprende nelle sue opere le donne Totonaca, un’antica etnia del Centro America; e Manuel De Jesus Velazquez Torres, che realizza statue di legno colorate con tecniche particolari, che rappresentano il mondo naturale e quello sacro. Unici sono anche i gioielli che provengono dal Pakistan, Afganistan, Iran, Turkmenistan, Uzbekistan e da molti altri luoghi lontani. In particolare un talismano Tuareg chiamato Tcherot, costruito con diversi tipi di metalli (ottone, rame e argento), che contiene al suo interno versetti del Corano e formule magiche per attraversare indenni il deserto. Provate ad acquistarlo, magari vi porterà un po’ di fortuna in più. balarm magazine 46 Tutta la tv a trecento60GRADI Il format televisivo di Marco Alduina e Riccardo Ruta Ruta è rivolto a tutti, dalla zia Pina di corso Olivuzza all'erudito di via Libertà Tutto ci gira intorno, gira cosi veloce da farci perdere la testa, si perde il senno, ma poi basta girare l'angolo ed ancora la voglia di dire la propria ti spinge ad andare avanti... Marco: «Perché non facciamo un programma tv?», Riccardo: «Va bene ma come si fa?». Basta comunicare, in modo diretto semplice e chiaro un’informazione. Dare dei messaggi che chiunque possa comprendere, qualcosa di completo, insomma a “trecento60gradi”. Tutti possono vederlo, dalla zia Pina di corso Olivuzza, all'erudito di via Libertà, e non c'è offesa perché se non ti va cambi canale, sta a noi intrattenerti con un mix di comicità, allegria insieme alla cultura ed i problemi sociali di una città come Palermo. Diversi incontri o meeting, per sentirci più integrati al sistema, sono la culla di “trecento60gradi”, un format televisivo, nuovo per le emittenti televisive locali. La sera dopo cena le menti si riuniscono e scelgono i soggetti della nuova puntata, poi si passa alla macchina da scrivere. Nasce cosi un servizio pronto per essere girato, via in montaggio e “trecento60gradi” può andare in onda. «L'importante e non perdere di vista il messaggio, la comunicazione, noi parliamo di tutto, ci occupiamo di tutto». Marco Alduina e Riccardo Ruta Ruta (nella foto), ideatori del format raccontano cosi, quello che può sembrare un semplice lavoro, ma che in realtà non è altro che fare televisione. Tra tanta tv spazzatura cerchiamo di distinguerci, proviamo ad essere al passo coi tempi, ed il confessionale è un arma in più, un canale per chi la notte gira tra i locali, ed è disposto a mettersi in gioco. «Tutti coinvolti perché noi vi giriamo intorno», cosi dicono dagli studi di “trecento60gradi”. Marco e Riccardo, continuano il loro lavoro artistico commerciale con l'aiuto di un team affiatato e perché no, magari un domani li vedremo anche sul grande schermo...Giovani che hanno voglia di andare avanti e crescere come i tanti volti del confessionale di “trecento60gradi”, che dicono la loro e sperano anche di essere notati, o semplicemente apparire in tv. Anche gli esordienti registi possono andare in tv grazie ad una nuova sezione del programma dedicata ai cortometraggi. «Non è facile fare tv - spiega Riccardo – si rischia di cadere nel banale o essere ridicoli. Stiamo sempre attenti ai contenuti di una puntata prima che vada in onda, se no poi il pasticcio e fatto. Una telecamera può mostrarti cose che neanche immagini ed suscitare emozioni o rivelare verità che animano il tuo pensiero, un flusso di stimoli, ed altro ancora. Comunichiamo con tutti, non ci sono ignoranti davanti la tv, ignorante e chi sta dietro la tv perché ignora chi racconta le immagini e le immagini stesse. Troviamo sempre nella quotidianeità della vita aspetti positivi ed aspetti negativi, la vita va vissuta in ogni sua forme, la vita va a “trecento60gradi”». balarm magazine 47 CIBO L’ABBINAMENTO IL VINO di GIORGIO AQUILINO La SIGNORA con la “cucchiara” Tra moglie e marito non bisogna mettere il dito, chiedete soltanto un piatto di pasta cu sucu Arriva il Carnevale e inizia l’incubo del vestito. L’anno scorso il primo premio della gara, organizzata dall’associazione Cu sparte ‘ave a megghiu parte, è stato vinto da un gruppo di Catania. Quest’anno è obbligatorio rifarsi, per riscattare l’onore del capoluogo, che sarà illuminato da tale importante onorificenza. Presenzierà anche il sindaco. È nota a tutti la sua sensibilità cultural-patriottica. Anche per questo è necessario sconfiggere l’avversario. Ne va della dignità cittadina. Ma come fare? Da cosa vestirsi? Intanto avete notato qualche sporgenza laterale in più. Aaaah, orrore! Che nessuno vi proponga vestiti da suora sexy o infermiera sadomaso, peraltro molto banali. Quest’anno andrà la moda del cummogghiu! Ma cosa? Deve essere spiritoso e ironico, ma anche originale, magari si potrebbe prendere spunto da qualche personaggio locale, facilmente identificabile, conosciuto almeno dai partecipanti alla competizione, che fanno tutti parte della stessa comitiva. Scartabellate fra i ricordi. Persone sui generis a Palermo ce ne sono quant’a rrina ru mari, ma ne servirebbe una particolare. Ecco! Quella meravigliosa cuoca ruspante che conduce la bella trattoria rustica, dove di LETIZIA MIRABILE andavate spesso, prima che il fegato si materializzasse nello studio, rivendicando il diritto alla vita, per i modici prezzi, il cui menù è quello casalingo. La signora arrivava ai tavoli barcollando sotto il peso dei suoi centoventi chili, che spostava schiacciando prima un piedino, infagottato nella tappinella di plastica, e poi l’altro, quasi a saggiare la stabilità del pavimento ondulato. Vestiva, e dicono veste ancora, con maglioni lunghissimi a girocollo dai colori smorti, sopra gonne rigorosamente nere che tagliavano quei maritozzi rigati dalle vene varicose. “E allora ragazzi che vi pozzu sierbere, c’abbiamo pasta con i vruocculi arriminati sicci sparacelli o cu raù di sasizza” proclamava con un unico fiato e voi dovevate capire dove finisse una ricetta e iniziasse l’altra. Al dolce suono di sasizza, gli occhi di tutti si facevano brillanti. Il famoso raù della signora, che non si capì mai se in verità lo preparasse il marito, non aveva alternative. Dodici porzioni abbondanti di spaghettoni o margherita con un bellu sucu scuru, qualche callozzetto di sasizza e ‘na manciata di ricotta salata, era la richiesta, intendendo dire che se avesse calato un chilo e mezzo di pasta sarebbe sparita ugualmente. Lei lo sapeva e calava un balarm magazine 48 Le carni rappresentano un gruppo di alimenti con caratteristiche gusto-olfattive molto diverse tra loro, in funzione della tipologia e della preparazione considerata. Si prestano ad ogni genere di cottura, da quella alla brace, agli arrosti o agli umidi, e ciascun sistema può influenzare anche in modo rilevante la personalità delle diverse preparazioni e, di conseguenza, la scelta del vino in abbinamento. Nel caso concreto, si deve rilevare come la presenza del sugo aumenti la sensazione di succulenza già insita in questa categoria alimentare. Una base strutturata così ricca di condimenti determina, inoltre, una variegata complessità di sapori e profumi: la sapidità ed aromaticità dei numerosi tagli del maiale ed il bagaglio sensoriale rilasciato dall'alloro, il garofano, l'aglio e la cipolla. Rimane, infine, un particolare essenziale: la presenza del vino in cottura. In genere, infatti, la pietanza si accompagna con lo stesso vino utilizzato per la sua preparazione. Sarà quindi un rosso maturo, dal bouquet intenso, caldo, morbido, abbastanza tannico, sapido, di corpo e con buona persistenza aromatica. Tra le varie tipologie disponibili in commercio suggerisco un Cabernet sauvignon, vitigno alloctono particolarmente diffuso in Sicilia. chilo e trecento grammi, con sommo dispiacere di tutti. La signora ha un caratterino pizzuto. È la cucchiara di tutte le pignate, sape tutto di tutti e non si esime dal raccontare, con apparente discrezione, curiosità e vezzi dei suoi clienti. Nel suo locale non vige la regola “il cliente ha sempre ragione”. Se vi prende in antipatia sono guai. Tanto riesce a essere affettuosa e disponibile, tanto diventa acida e intollerabile. Dice sempre ciò che pensa, senza nessun freno inibitorio. Forse non si pone neanche il problema di poter imbarazzare gli ospiti. Famosa quella volta in cui le avevate chiesto una ricetta, dimostrando la vostra ignoranza in materia di parti anatomiche del suino, e vi ha freddato con un’affermazione categorica e senza speranza, in cui emergeva il suo rammarico “Sciatere e matri! Figghi miei, c’avete la laurea e manco sapete comu si compone ‘u porcu. Ma che v’aviti a mettere a cucinare. Manciate, ca è miegghiu!”. Il marito, anche lui rotondetto e barcollante, con pantaloni lisi e mocassini che sembrano vecchi barconi, è più diplomatico e docile. Approfittando della momentanea assenza della signora, una volta avete circuito il marito con i complimenti e gli avete strappato la ricetta segretissima del raù. Lui si era seduto e lusingato aveva iniziato in un italiano sicilianizzato “Intanto s’hannu a pigghiari i pezzi giusti di carne. Ci vuole un tocco di coscia e uno di spadda, na pocu ri coddu, pittinicchi, cutina e ‘a sasizza, chidda gruossa. Metti tutto ‘nta un tianu, li passi a olio e poi li usci appena sono tutti sbiancati. Nel tianu ci metti agghiu, abbunnanti cipudda, l’astrattu e un bellu bicchiere di vino russo ‘n pietra. Ci acciungi ‘a sarsa, nu pocu r’acqua e lasci cuocere lentamente pi un’ura. Quannu addiventa a mettà cci metti autra acqua e appena sbollisce cci fuddi la carne, inzieme all’alloro, sale, pipi, un chiodo di garofalo e aspetti pi un’orata e mienza. Appena u sucu è bello strittu e marroncino è prontu e cci fai primo e secunnu e ti stuoi u mussu”. Stava continuando a narrare le gesta culinarie, felice che qualcuno lo stesse ad ascoltare interessato, quando la signora aprì la porta. Lui scattò in piedi con fare disinvolto e andò in cucina. Dopo cinque minuti arrivarono i vassoi fumanti e regnò il silenzio. In realtà in cucina stava succedendo una bella sciarra: la signora non voleva far sapere che a cucinare era il marito. Voi eravate troppo concentrati per sentire rumori esterni al tavolo, avviluppati dai tentacoli degli spaghetti. Sì, questi erano proprio i vestiti adatti, quelli che avrebbero conquistato la giuria per l’originalità e l’ironia dell’idea. E in più infagottati come sareste stati non si sarebbe visto nulla di compromettente. Utile e divertente, cosa chiedere di più ? Un piatto di pasta cu sucu! balarm magazine 49 PUNTI DI DISTRIBUZIONE PALERMO 161 LoungeBar&Restaurant // Via Libertà 161 4 Canti pub // Piazzetta delle Vergini 9 Aborigenal Cafè // Via S. Spinuzza 51 Ai Chiavettieri / Via Chiavettieri 18 Al Siciliano // Via dell'Orologio 37 Al Viale // Via Archimede 189 Altroquando // Corso Vittorio Emanuele 145 Auditorium Rai // Viale Strasburgo 19 Banacalì wine bar // Via IV Aprile 9 Bar Manila // Via G. Galilei 155 Bar Magnolie // P.zza Franco Restivo 1 Birimbao pub// Via dei Leoni 85 Birmingham Cafè // Via R. Wagner 16/18 Bisogno di vino // Via Giacalone 2 Body Studio ai Colli // P.za Staz S. Lorenzo 1 Blow Up // P.zza Sant’Anna 17/18 Blue Brass // Via dello Spasimo 15 Byblo's wine bar // Via Simone Corleo 2 Cafè Moma // Via Gioacchino Di Marzo 61/c Caffè 442 // Piazza Don Bosco 1 Cayman club // Corso Vittorio Emanuele 246 Cambio Cavalli // Via Giuseppe Patania 54 Casa Pitrè pub // Via Sant'Oliva 18 Centro culturale Biotos // Via XII Gennaio 2 Centro culturale Francese // Via Paolo Gili 4 Ccp Agricantus // Via XX Settembre 82/a Centro del tè Cha // Via Velasquez 28/34 Centro di cultura Akiti // Via Lombardia 19 Centro di cultura Barag // Via De Spuches 7 Centro di cultura Rishi // Via S. Bono 19 Cinema ABC // Via Emerico Amari 166 Cinema Ariston // Via Pirandello 5 Cinema Aurora // Via Tommaso Natale 177 Cinema Arlecchino // Via I. Federico 12 Cinema Dante // Piazza Lolli 21 Cinema Fiamma // Largo degli Abeti 6 Cinema Gaudium // Via D. Almeyda 32 Cineteatro Golden // Via Terrasanta 60 Cinema Holiday // Via Mariano Stabile 223 Cinema Igea Lido // Via Ammiraglio Rizzo 13 Cinema Imperia // Via Emerigo Amari 160 Cinema Jolly // Via Costantino 54 Cinema King // Via Ausonia 111 Cinema Lux // Via Francesco Di Blasi 25 Cinema Marconi // Via Cuba 12/14 Cinema Rouge et Noir // Piazza G. Verdi 82 Cinema Tiffany // Viale Piemonte 38 Cineteatro Metropolitan // V. Strasburgo 356 Convivium Miceli // Via Generale Streva 18/a Cortile Patania wine bar // Via G. Patania 34 Coso Cafè // Piazzetta Sant'Onofrio 39 Country Time Club // Viale Dell'Olimpo 5 Desafinado // Via Vetreria 72 Dischi & Co // Via Alcide De Gasperi 32 Diskery // Via Aquileia 7/c El Mescalito // Via Libertà 84/b Ellepì dischi // Via Libertà 29/c Fides Time // Via Principe di Paternò 91 Fransal donna // Via Giuseppe La Farina 14 Fransal uomo // Via Giuseppe La Farina 9 Fresco // Via Enrico Albanese 24/26 Gagini wine bar // Via Cassari 35 Galeria Lamanai // Via G. Giusti 43 Galleria Expa // Via Alloro 97 Galleria Nuvole // Via Matteo Bonello 21 Galleria Sakbe // Via Isidoro Carini 8/10 Galleria Studio 71 // Via Vincenzo Fuxa 9 Gatto Nero // Rua Formaggi 15 Gattuso Musica // Via M. di Villabianca 50 Genesi pub // Via Monsignor Serio 6/c Gentleman Loser // Piazzale Ungheria 33 Gliamanti // Piazzetta Colonna Goethe Institut // Via Paolo Gili 4 Guitar Point // Via Cristoforo Colombo 14 Hammam // Via Torrearsa 17/d Hirsch pub // Via Damiani Almeyda 3/a I Candelai // Via Candelai 65 I Grilli // Largo Cavalieri di Malta 2 Jason Irish pub // Via dei Nebrodi 55 Jazz 'n Chocolate // Via Giacalone 26 Il Musichiere // Via Damiani Almeyda 15 International House // Via Quintino Sella 70 Istituto Cervantes // Via Argenteria 33 Jackass // Via Sammartino 117 John Milton Institute // Via G.G. Sirtori 73 Kursaal Kalhesa // Foro Umberto I 21 La Cuba // Viale Francesco Scaduto La Cueva // Via delle Balate 13/15 La Gorda // P.zza P. Camporeale 13-15 L’antro di Bacco // Via dell’Orologio 46 L'aperitivo // Via Giusti 34 L'Espace // Via G.B.F. Basile 3 Libr'Aria // Via Ricasoli 29 Libreria Ausonia // Via Ausonia 70/74 Libreria del Mare // Via della Cala 50 Libreria Dante // Via Maqueda 172 Libreria Broadway // Via Rosolino Pilo 18 Libreria Feltrinelli // Via Maqueda 395 Libreria Flaccovio // Via Ruggero Settimo 37 Libreria Flaccovio // P.zza V. E. Orlando 15 Libreria Kalòs // Via XX Settembre 56/b Libreria Liberamente // Via Villareale 53 Libreria Mercurio // Piazza Don Bosco 3 Libreria Modusvivendi // Via Q. Sella 79 Libreria Mondadori // Via Roma 287 Libreria Oliver // Via F. Bentivegna 9/13 Libreria Universitas // Corso Tukory 140 Lord Green // Via Enrico Parisi 30 Luan production // Via Mazzini 28 Lulu pub // Via San Basilio 37 Luppolo l'ottavo nano // Via Manin 36 Malaluna // Viale della Resurrezione 82 Malavoglia // Piazzetta G. Speciale 5 Marphi’s pub // Via Sciuti 252 Martin's Ristogallery // Via Calascibetta 25 Master dischi // Via XX Settembre 38 Mikalsa // Via Torremuzza 27 Mi manda Picone // Via A. Paternostro 59 Mondolibri // Corso Vittorio Emanuele 244 Mora Mora // Via R. Mastrangelo 21 More wine bar // Via Mariano Stabile 32 Nashville pub // Via Belgio 4 Nexus Street Bar // Piazza Cassarelli 21 Nuovo Montevergini // P.zza Montevergini 8 Oliver wine bar // Via F. Paolo Di Blasi 2 Palab // Via del Fondaco Palazzo Ziino // Via Dante 53 Pan Store // Via Siracusa 22 Parco T. di Lampedusa // Vicolo della Neve 2 Paskal // Corso Domenico Scinà 190 Pata Palo // Piazza Giovanni Borgese Pick Up // Via Catania 16 Reloj // Via Pasquale Calvi 5 Ricordi Box Office // Via Cavour 133 Robinson Vini // Via Ariosto 11/a Rocket Bar // P.zza S. Francesco di Paola 42 Roots // Piazza Santa Cecilia 22 Rumors Cocktail Bar // Via I. La Lumia 70 Scacco Matto // Via Nicolò Spedalieri 2 SestoSenso // Vicolo Fonderia (dietro la Cala) Spasimando // Via Spasimo 44/48 Spazio 500g // Via Bara all’Olivella 67 Spazio Deep // Via Rosolino Pilo 21/23 Spazio Nike // Via Monteleone 3 Spirito DVino // Via P. di Belmonte 44/46 Taco Loco // P.zza G. Campolo 27 Teatrino Ditirammu // Via Torremuzza 6 Teatro Bellini / Piazza Bellini Teatro Crystal // Via Mater Dolorosa 64 Teatro Al Convento // Via C. Bandiera 66 Teatro Al Massimo // Piazza G. Verdi 9 Teatro Biondo // Via Roma 258 Teatro Lelio // Via Antonio Furitano 5/a Teatro Libero // Piazza Marina Teatro Massimo // Piazza Giuseppe Verdi Teatro Orione Spicuzza // Via Don Orione 5 Teatro Politeama // P.zza R. Settimo Teatro Savio // Via Evangelista Di Blasi 102/b Teatro Zappalà // Via A. Siciliana 125 The Cube // Via Giotto 1 Travel Cafè // Via Carducci Giosuè 18 Tribeca // Via Mariano Stabile 134 Tutto Musica // Via Principe di Villafranca 5 Villa Giuditta // Via San Lorenzo 17 Vinile pub // Via Piazzi (piazza Lolli) Volo wine bar // Via Libertà 12 World Wide Web // Via P. di Belmonte 103/c Zsa Zsa Mon Amour // Via Angelitti 32 BAGHERIA Edicola Pippo Bonura // Corso Umberto I 38 Edicola M. Albanese // Corso Butera 531 Sikelia wine bar // Via del Cavaliere 92/a MONDELLO Libreria Sellerio // Viale Regina Elena 59/v MONREALE La Bettola Del Novelli // Via Torres 30 TERMINI IMERESE Libreria Caffè Punto 52 // Via Belvedere 52 VILLAFRATI Teatro del Baglio // Corso Sammarco balarm magazine 50