SOMMARIO
IN PRIMO PIANO
Pif, le fatiche di un “quasi vip”_6
MUSICA
Rita Collura, tra gioia e malinconia_10
Martorio, la devozione del Ditirammu_12
Wintercase, nuova brezza elettronica_14
Waines: have you heard the blues?_15
10
TEATRO
Claudio Collovà, dalla destructio alla resurrectio_16
Maria Teresa de Sanctis, anima determinata e sensibile_18
Sergio Vespertino, eclettico ed impegnato_20
ARTE
Guttuso e il mestiere del pittore_22
Gagini, restauri fra Sicilia e Malta_24
Daniele Palma, scenari onirici_26
LIBRI
Nei “quartieri” di Mario Valentini_28
Il Primitivo e il “concreto disimpegno” _30
Giorgio D’Amato, “Sonata per i porci”_32
Igor D’India, “Era meglio se dormivo”_33
16
CINEMA
Isabella Ragonese, nuova stella del cinema di qualità_34
Alessio Vassallo e “La vita rubata”_36
“L’avvoltoio”, un corto e uno spot contro l’usura_38
Benedetta contro il lavoro minorile_39
22
SOCIETA’
Isolepedonali.org, Palermo una città europea?_40
Il Rifugio del cane abbandonato_42
COSTUME
34
Couch Surfing, i “viaggi sul sofà”_44
Tutta la tv a trecento60gradi_46
Galeria Lamanai, ai confini dell’etnico_47
CIBO
La signora con la “cucchiara”_48
www.balarm.it
balarm magazine
bimestrale di cultura e società
anno II n°4 febbraio/marzo 2008
registrazione tribunale di palermo
n° 32 del 21.10.2003
editore
balarm edizioni
direttore responsabile
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tiratura e distribuzione
numero chiuso in redazione il 31/1/2008,
stampato in 12.000 copie e distribuito
gratuitamente in 176 punti a palermo,
mondello, monreale, bagheria, termini
imerese e villafrati (la lista completa dei
punti è consultabile a pagina 50 di questo
numero)
balarm magazine 3
EDITORIALE
Io SPERIAMO che me la cavo
di FABIO RICOTTA
Non è un bel periodo quello che stiamo attraversando. Non è un momento facile da parecchi anni, anche
se una sensazione positiva, stranamente, mi riempie il cuore e mi fa sperare. L’ottimismo, si sa, ci fa andare
avanti nella vita di tutti i giorni, e, se unito a una sana dose di leggerezza e ad un pizzico di autoironia, si rivela prezioso antidoto contro un malessere sempre più diffuso. La nostra dose di ottimismo, contro il disagio del
quotidiano, traspare nelle pagine del magazine che avete tra le mani, che racconta fatti positivi, storie e volti
che danno lustro a questa amata-odiata Palermo, nonché alla nostra Sicilia. In questo numero (il quinto ad
essere pubblicato, primo il numero zero) abbiamo cercato di approfondire diversi argomenti, più o meno colti, più o meno istituzionali, ma mantenendo sempre un occhio di riguardo (e questo per noi è fondamentale)
ai fermenti e alle iniziative culturali che provengono dal basso, dalla strada e dalle cantine. Ed è proprio dalla
tv fatta in “cantina”, in particolare da un talk show realizzato da un’emittente locale, che nasce un volto palermitano che è tutto un “programma”. Quello di Pif o meglio Pierfrancesco Di Liberto, conosciuto ormai dal grande pubblico come la Iena, timida e dissacrante, dell’omonimo programma televisivo di Mediaset. Un classico
esempio di cu niesce arriniesce (anche se lui dice di aver avuto “culo”). Pierfrancesco, che è il protagonista di
questo numero (a lui è dedicata la copertina e il primo piano), è la dimostrazione tangibile che, nonostante i
numerosi ostacoli, in questo irredimibile Sud è possibile raggiungere degli obiettivi importanti. Non c’è nessun
“segreto” da svelare, ma solo luoghi comuni, i più gettonati: costanza e tenacia, che uniti a un’abbondante porzione di passione (per quello che si fa), sono la vera panacea ai nostri dubbi e alle nostre incertezze. E adesso
cambiamo argomento e passiamo alle comunicazioni di sevizio. Come ho scritto in un precedente editoriale,
Balarm Magazine è il frutto di un lavoro svolto con amore, che prende forma grazie al confronto tra persone.
Proprio in questa ottica aggregativa, e soprattutto di apertura, invitiamo i lettori, a segnalarci nuove idee e
spunti per crescere. E se qualcuno di voi ha qualcosa da dire, una storia da raccontare o un argomento da
approfondire, che si faccia avanti. Su Balarm Magazine c’è spazio per tutti. Scriveteci all’indirizzo della redazione ([email protected]). E adesso non mi resta che augurarvi buona lettura.
balarm magazine 5
IN PRIMO PIANO
PIF, le fatiche di un “quasi vip”
Nome: Pierfrancesco; cognome Di Liberto; età: 35; stato civile:
celibe; titolo di studio: diploma liceo scientifico; voto: 42/60;
segno zodiacale: gemelli; soprannome: PIF; professione: Iena.
Un ragazzo leggero che fa sul serio. Un personaggio televisivo con ambizioni da regista impegnato. Un eterno Peter Pan con una coscienza civile di un
attivista politico. Alla presentazione del suo libro
“Piffettopoli. Le fatiche di un quasi vip”, edito da zero91
(www.zero91.com), Pif si svela.
Sei stato raccomandato per fare la iena?
«No. Ho avuto culo. Spero che con questo libro si capisca. Ho fatto un corso per autore televisivo a Mediaset.
Una di quelle cose che hanno organizzato una sola volta e basta. Faccio fatica a rispondere a questa domanda. Non c’è un casting. C’è una figura che è il capo
autore - una di quelle persone che non ha mai tempo che decide su tutto. Ci vuole un minimo di esperienza
televisiva ed essere portati a fare un programma come
“Le Iene”. Ci vuole qualcuno di professionalmente credibile che ti introduca - che non è la raccomandazione. Se ti propone una persona professionalmente credibile che dice:
“Guarda che questo potrebbe fare la
iena. Allora lui - come ha fatto con
tutti noi - ti dice: “Hai un’idea?...Ok.
Prendi la telecamera. Ti do un autore,
così proviamo”».
A quanti anni la prima volta?
«Beh…in televisione…a 26 anni. Si
chiamava “Dubius”. Era un talk show
su gli argomenti più disparati.
Andava in onda su Antenna 1 a
Palermo. Ero autore e regista. In certi casi intervenivo pure. Alcune puntate venivano bene perché riuscivo a
trovare personaggi opposti. Altre no.
A volte l’ospite all’ultimo momento non si presentava.
In realtà non gliene fregava niente di venire a
“Dubius”… però era molto divertente».
Navighi molto su internet?
«Faccio tutto su internet. Ho l’assicurazione e il conto
on line. Non potrei vivere senza internet. Ho comprato
un portatile molto piccolo e la sera prima di addormentarmi navigo tantissimo».
L’attrice che clicchi di più?
«Ognuno di noi ogni tanto si fissa con qualcuno.
Ultimamente mi sono fissato con Francesca Inaudi…è
un’attrice che fa una soap tipo “Cento Vetrine”. Poi
comunque mi passa».
Guadagni tanto in televisione?
«All’inizio alle “Iene” non molto. Pero poi, una volta che
ho ingranato, sì. Non so quanto guadagno esattamen-
te. È solo da due anni che guadagno molto. Veramente
tanto rispetto ad un operaio».
Quando hai capito che eri arrivato al successo?
«Quando ho cominciato a fare dei servizi molto personali con le mie idee, con il mio spirito, col mio modo di
fare. Quando ho visto che la gente si divertiva e capiva
il senso delle cose che facevo, mi sono detto: “Va bene
è fatta. Ho trovato la mia strada per fare televisione”.
Nei servizi che faccio sono davvero me stesso quindi
non mi devo neanche sforzare troppo».
Possibile che i veri giornalisti in Italia siate voi de
“Le Iene” piuttosto che Bruno Vespa con il “teatrino di Cogne” o Emilio Fede che sembra il direttore
di un circo?
«Io ho una teoria. Noi delle Iene non siamo dei veri giornalisti, siamo dei cialtroni. Non abbiamo nulla da perdere quindi non abbiamo nessun problema ad andare da
Andreotti e ricordargli che era colluso
con la mafia. Probabilmente Vespa che
scrive libri con la prefazione di
Andreotti non glielo dirà mai. Non
essendo nel giro del potere come sono
molti giornalisti, non abbiamo nulla da
perdere. Non vado a cena con degli
imprenditori collusi o politici corrotti.
Quindi vado da loro e faccio la domanda che i giornalisti dovrebbero fare».
A “Le Iene” avete realizzato un servizio sull’uso di droga da parte dei
nostri “onorevoli”. Il garante per le
telecomunicazioni ne ha bloccato la
messa in onda. Voi sapevate i nomi
dei politici dopati?
«La cosa comica è che il servizio in sé non era niente. I
politici erano oscurati. I tamponi con i quali abbiamo
rilevato la presenza di sostanze stupefacenti venivano
messi tutti insieme in un sacco proprio per evitare problemi. Era impossibile risalire alla persona. Con questo
sistema non si poteva capire quale politico si drogasse.
A noi interessa raccontare il peccato, non il peccatore.
Noi dobbiamo raccontare quello che succede in Italia:
alcuni politici si drogano. Noi non siamo carabinieri.
L’equivoco è proprio questo: “Le Iene” non devono
arrestare proprio nessuno».
Quale personaggio del tuo nuovo programma “Il
Testimone” ti ha colpito di più?
«L’imprenditore Caponetti di Gela, che si è sempre rifiutato di pagare la mafia, e i ragazzi di Addio Pizzo. È successo proprio nella prima puntata, quando ho trattato
di FABIO MANNO
balarm magazine 7
IN PRIMO PIANO
il tema del pizzo - che da palermitano mi coinvolge tanto. Bisogna far conoscere a tutto il mondo persone
come loro. L’Italia è incredibile. Ci sono senatori a vita
collusi con la mafia e gente come Caponetti che per
anni si è opposta al racket senza neanche avere una
scorta. Proprio lui bisognerebbe fare senatore a vita».
C’è un politico che ti fa arrabbiare?
Io ce l’ho con Cuffaro. Come cittadino ma anche come
autore. Cuffaro è un problema autoriale. Non appena
ne fa una “grossa”, io decido di fare un servizio. Ma
ecco che ne fa un’altra ancora più grossa e un’altra
ancora! Mi mette in crisi come Iena. L’idea per un servizio su Cuffaro me l’ha ispirata uno scrittore inglese
che fece uno scherzo a dieci politici. Scrisse una lettera
anonima a ognuno di loro che recitava: “Scappa! Hanno
scoperto tutto”. Otto su dieci scapparono via. L’idea
era quella di andare da Totò Cuffaro e dire: “Sappiamo
tutto, Totò!” Chissà cosa sarebbe accaduto…»
Ci sono dei vantaggi ad essere un “quasi vip” come tu stesso ti definisci sul libro?
«Per ora va bene, d’altronde non avendo la popolarità
di Fiorello, l’unica cosa che ti può capitare è che entri in
un locale e tutti ti guardano. Non ti puoi più scaccolare
liberamente. Tutto qua. Però una volta è stata una tortura. Ero triste e non volevo parlare con nessuno. Ho
preso un libro e sono andato in un lido al mare. Non
l’avessi mai fatto…giustamente la gente ti riconosce e
ti ferma. Non mi sono abituato ad essere un “quasi vip”.
Quando a Milano incontro la Canalis che mi saluta, io mi
guardo attorno per capire se davvero sta salutando
me. Succederà che un giorno o l’altro non mi stupirò
più. A quel punto ci proverò».
Tra dieci anni come ti vedi? A casa sposato con figli
o che presenti il Festival di Sanremo?
«Io non voglio presentare Sanremo. L’ho scritto sul mio
libro quello che desidero. Voglio fare il regista cinematografico. Ho superato tanti bivi prima di arrivare a ciò
che sono adesso. Qualche anno fa mia zia da Frosinone
mi chiamò e mi chiese se volevo fare l’assicuratore. A
quel tempo tra l’assicuratore e il nulla, scelsi il nulla. Col
senno di poi dico che mi è andata bene. Ho fatto televisione per tirare a campare. Mi è andata benissimo
però ancora la mia strada non è finita».
Svelaci quale sarà il soggetto del tuo primo film?
«Parla della Sicilia e ovviamente anche di Palermo.
Inevitabilmente sarà anche autobiografico. Leggendo i
libri che trattano della lotta contro la mafia, mi sono
accorto che basterebbe raccontare nei dettagli quello
che è successo per far sobbalzare la gente e fagli esclamare min…!».
balarm magazine 8
MUSICA
RITA COLLURA
"Mare" è il nuovo disco della sassofonista palermitana: sette
tracce che seguono un filo comune, tra gioia e malinconia, con
una nostalgia che addolcisce i ricordi
di BARBARA GIORDANO
La copertina del disco è bianca e azzurra: l’az- Roberto e Diego c’è una notevole differenza di età:
zurro del mare e del cielo, il bianco delle nuvole. sono giovani ma estremamente disponibili alla musica,
E “Mare” si intitola il primo disco di Rita Collura, sasso- felici di suonare e ricchi di grande talento. Con gli altri
fonista palermitana che, dopo una lunga esperienza c’è un rapporto di amicizia pluriennale che aiuta a
fatta di concerti, arrangiamenti ed insegnamento, è lavorare bene insieme, a far funzionare bene le cose.
arrivata a questo primo importante traguardo. «Ogni Valeria Milazzo scrive tutti i testi per i miei brani e non
musicista - ci dice - ha il desiderio di incidere un disco è una cosa facile: sono pezzi nati per gli strumenti, con
per molti motivi: è un punto di non ritorno, ti aiuta a intervalli particolari ed è complicato trovare frasi con
vedere dove sei arrivato, in che direzione proseguire. E la metrica giusta. Nonché poi cantarli. Con questi musipoi si soddisfa anche la semplice curiosità di vedere cisti sono pronta a registrare un nuovo album: i brani
come funziona. Ovviamente, però, non è una cosa sono pronti, spero di iniziare presto». Le sette tracce di
semplice. Non basta scrivere i brani, trovare dei bravi “Mare” seguono un filo comune tra gioia e malinconia
compagni che ti aiutino nell’impresa. La parte più dif- con una nostalgia che addolcisce i ricordi: «L’ultimo
ficile è trovare qualcuno che lo produca. Abbiamo inci- brano dà il titolo al disco. - continua Rita - E’ il più
so il disco due anni fa, poi è iniziata la ricerca. romantico, racconta di un amore irreale a partire dalla
Raccoglievo grandi consensi e complimenti ma non suggestione di Lighea di Tomasi di Lampedusa: l’amotrovavo nessuno che fosse disposto a impegnarsi eco- re di chi rinuncia alla vita, si lascia abbracciare dalle
nomicamente (purtroppo il meccanismo è quello del acque del mare pur di stare accanto alla sua sirena. E
contribuire alle spese), finché Gaetano Randazzo e la l’atmosfera è sicuramente influenzata dal testo in franKelidon non si sono offerti. Il loro progetto è proprio cese scritto da Valeria Milazzo. Ma sono molto legata
quello di portare avanti i talenti siciliani». Il disco, tra anche ad altri brani. “La voce a te dovuta” è la melodia
jazz, etnica e pop, si muove su melodie semplici e da cui è partito tutto. E’ un tango scritto circa cinque
immediate: «Sono contenta –
anni fa ed è stato allora che
continua Rita - di ricevere
ho rinnovato il mio modo di
«Non basta scrivere i brani e
dalle persone che ascoltano i
comporre, lo stesso che
brani risposte emotive forti trovare dei bravi musicisti che ti adesso ha portato alla nascita
ed in linea con ciò che avevo
aiutino nell’impresa. La parte di “Mare”. Ma è legato al mio
intenzione di comunicare. E’
più difficile è trovare qualcuno cuore anche “Senza docuuna delle soddisfazioni più
menti”, dove suono il flauto
che produca il disco»
grandi lasciar passare le
traverso. “Metamorfosi” l’ho
emozioni che avevi dentro
scritto per Ruggiero, mio
quando hai scritto il pezzo. Tutti i musicisti che hanno grande amico e ispiratore per quel che riguarda la
collaborato con me, mi hanno aiutata molto a raggiun- musica etnica. In realtà, quasi tutti i brani nascono per
gere questo obiettivo. Prima di iniziare a suonare, cer- fisarmonica e sax». Rita suona sia il sax soprano che il
co di farli entrare nel brano, racconto loro come, quan- contralto: «Nel disco ho scelto solo il soprano. Era un
do e perché è nato. E da lì si crea una sorta di intenzio- periodo in cui avevo lasciato da parte l’alto per conne comune. E’ certo, comunque, che nessuno è mai centrarmi in una sola direzione, ma adesso l’ho ripreso
pienamente soddisfatto di quello che fa: si cerca sem- e nel prossimo cd suonerò entrambi». A completare
pre di cambiare, di crescere, di migliorare». “Mare” è l’attività musicale di Rita è anche l’insegnamento:
stato inciso con Aldo Oliveri alla tromba, Giuseppe «Lavoro alla Scuola di Musica del Brass Group di
Costa al basso, Giuseppe Madonia e Giuseppe Urso alla Palermo dalle 15 alle 22 quasi ogni pomeriggio, tra
batteria, Ruggiero Mascellino alla fisarmonica, Mauro lezioni di musica d’insieme e solfeggio. E’ un aspetto
Schiavone al piano, Valeria Milazzo alla voce e Lino importante della mia vita che mi dà grandi soddisfazioCosta alla chitarra ma nel tempo la formazione è cam- ni. Ho allievi dai cinque anni e mezzo ai cinquanta ed è
biata. Il disco, infatti, è stato presentato lo scorso bello vedere come crescono, ti rendi conto della valididicembre al Montevergini con Roberto Brusca al piano, tà del tuo operato. Forse i momenti più belli me li regaDiego Tarantino al basso, Giampaolo Terranova alla lano proprio i bambini, quando mi accorgo che riesco
batteria, in una sala affollata piena di calore e di amici- a comunicare la gioia del suonare, del salire sul palco
zia per Rita «Della precedente formazione restano gli con serenità, per divertirsi. Perché sbagliare è normaimmancabili e indispensabili Ruggiero e Valeria. Con le e aiuta loro a crescere».
balarm magazine 11
MUSICA
MARTORIO
Lo spettacolo della compagnia
Ditirammu verrà presentato al
Teatro Palladium di Roma
di SONIA PAPUZZA
Già sonanu a mortoriu li campani / l’artari su di
nivuro vistuti. Recità così una delle novene per i defunti tipiche della tradizione siciliana riscoperte e raccolte
in “Martorio”, che nella versione targata 2008, è scritta,
musicata e messa in scena dalla compagnia teatrale
Ditirammu. “Martorio” viene presentato ogni anno già
dal 2002 in occasione della settimana santa. Quest‘anno
però lo spettacolo che raccoglie le “lamentazioni” avrà
anche un pubblico diverso, perché verrà presentato al
Teatro Palladium di Roma pochi giorni prima di Pasqua.
«Martorio – spiega Vito Parrinello, che insieme alla
moglie Rosa Mistretta (nella foto) ha fondato la compagnia – è uno dei tre atti di fede che abbiamo voluto
donare alla nostra tradizione popolare. Lo spettacolo
diventa per noi e per chi ci segue una manifestazione di
devozione». La prima volta che i Ditirammu lo portarono in scena, lo spettacolo era molto diverso e continua
a cambiare, tanto da fare dire a Vito e agli altri che
«Martorio è in viaggio, forse non è ancora arrivato».
All’inizio i msicisti e gli attori stavano nascosti dietro un
drappo di seta nera, fino al momento della calata ra
tila, simbolo della resurrezione. «Ma rendeva difficile il
rapporto col pubblico - dice Vito - Adesso la tela l’abbiamo alle spalle e sopra vengono proiettate immagini delle tradizioni siciliane». “Martorio” non è solo uno spettacolo, è quasi una celebrazione religiosa: «Il nostro
pubblico è di due tipi - continua Vito - c’è chi viene
come per andare a teatro e chi invece per celebrare il
rito». C’è un contastorie, Filippo Luna, che tesse le fila
del racconto, e c’è una madre, Rosa Mistretta, che piange il figlio che muore. E’ un dramma popolare, e da parte del pubblico c’è la condivisione del dolore materno. I
personaggi non sono necessariamente Gesù e la
Madonna, diventano veri, e la suggestione e l’identificazione è immediata. «Un anno abbiamo presentato
“Martorio” in Piemonte - racconta Vito - e alla fine è
venuta da noi una signora che piangeva e ci ringraziava anche se non aveva capito le parole». Arrivare ad
uno spettacolo completo non è stato facile: «Abbiamo
preso le registrazioni dal Folkstudio - dice Rosa - e solo
dopo mesi sono riuscita a sentire veramente certi canti
e a ripeterli. Solo seguendo le proprie emozioni si può
dare vita ad una rappresentazione del genere». Anche
Filippo Luna è stato spinto dallo stesso principio per
imbarcarsi nell’avventura: «All’inizio non volevo partecipare - racconta - mi sembrava folle quest’idea. Poi,
senza troppa convinzione, ho ascoltato una ninna nanna cantata da Rosa e mi sono innamorato. Però è difficile, non è come un normale spettacolo teatrale. E’ un
rito, ci vuole molta verità per arrivare al cuore della
gente». Nell’ultima versione di “Martorio”, Vito ha dato
più spazio alle lamentazioni e ha impugnato il microfono: «Ho una voce di anatroccolo - scherza - ma mi hanno obbligato. Io gli dicevo: questo cantalo così, questo
invece così… E alla fine mi hanno risposto “ma picchì
‘un u fai tu?”. E così è stato». A “Martorio”, scritto da
Rosa insieme a Fabrizio Lupo, partecipano anche
Daniele La Mantia al contrabbasso, Salvo Lupo al violino, Giacco Pojero alla fisarmonica, Massimo Vella al clarinetto e Rosalia Raffa al flicorno baritono.
balarm magazine 12
MUSICA
WINTERCASE
Il festival internazionale di
musica elettronica organizzato
da Alcapone Records
di DARIO GIACOMAZZI
Siete i classici palermitani lagnusi e amanti del tepore domestico ma in cuor vostro apprezzate la musica
elettronica (quell’elettronica non troppo tunz tunz ma
neanche eccessivamente ricercata e minimalista)? Allora
sappiate che, ogni venerdì sera tra il 25 gennaio e il 28
marzo, al Blow Up di piazza Sant’Anna a Palermo, ritorna la seconda edizione di Wintercase, festival internazionale di musica elettronica organizzato dall’etichetta
indipendente Alcapone Records di Simone Vesco (a
destra nella foto). «Il progetto “Wintercase” – dice Vesco
– nasce quando io, che mi occupo prevalentemente del
lato organizzativo, e il direttore artistico dell’etichetta
Ettore Sorrentino (a sinistra nella foto) decidiamo di portare a Palermo una nuova ventata di musica elettronica
con un’impronta un po' più studiata, seguendo un certo filo conduttore che si allontani allo stesso tempo dalla musica house e dall'elettronica troppo intellettuale».
Questa seconda edizione ha in programma dieci serate
con dj provenienti da tutta Europa (da Barcellona a
Mosca, passando per Parigi e Berlino) e vede anche il
coinvolgimento del dj e producer palermitano Danilo
Rispoli quale curatore dei rapporti con le label estere,
tra le quali “Mis Records” di Copenhagen e “Upon You”
di Berlino, che hanno scelto “Wintercase” come prima
tappa dei loro tour europei. Una grossa soddisfazione
per Simone, dato che spesso le etichette, quando vengono contattate da Palermo, storcono il naso: «Dicono
che non c'è alcun movimento, non ci sono antecedenti
grossi, non c'è un humus col quale si possono confrontare. Palermo è fuori da molte realtà - dice Simone - non
solo elettroniche ma musicali in genere. Abbiamo dj e
gruppi validi che potrebbero sfondare, ma spesso noi (e
mi ci metto anch'io in prima persona) non siamo abbastanza narcisisti e capaci di ritagliarci uno spazio maggiore in questo mondo, che forse non abbiamo ancora
capito del tutto». Ciò non vuol dire rinunciare alla propria città: «Per me – continua Simone - è fondamentale
sia vivere che lavorare qui, anche se è una città difficile
dal punto di vista artistico. Ma è proprio da queste difficoltà, da questa sorta di terreno vergine, che nascono
gli stimoli a far meglio». L’esperienza di Simone Vesco
comincia nel 1999 come organizzatore di eventi a Villa
Lampedusa, circostanza nella quale gli fu affibbiato ironicamente il soprannome di “Al Capone”, perché come
ci spiega: «Avevo sempre le “mani in pasta” e mi ritrovavo sempre in mezzo all’organizzazione degli eventi, e
quindi mi è sembrato azzeccato farlo diventare il nome
della mia etichetta». Da allora Vesco ha fatto tesoro di
tutte le sue esperienze che gli hanno permesso nel tempo di affermarsi come organizzatore e di esterndere i
suoi contatti anche all’estero. Tra i progetti di Alcapone
Records c’è la produzione del primo singolo del dj palermitano Doctor Rouge che verrà distribuito su scala
europea tramite iTunes (la vetrina musicale della Apple,
Ndr) ed altri siti web. «La produzione – conclude Vesco è un modo diverso di costruire l'evento musicale: un'etichetta non si deve fermare alla vendita ma deve costruire una realtà musicale, tessere ragnatele che pian piano
prendano forma all'interno del circuito». Potete contattare il nostro “Al Capone” su MySpace all’indirizzo
www.myspace.com/alcaponeecolabel.
balarm magazine 14
MUSICA
WAINES: have you heard the blues?
Tre palermitani votati al rock ‘n’ blues, tra
sonorità garage e groove inarrestabile
Sì, copiano. “Derivativi”, li chiamerebbe qualche illuminata testa indie-snob. Ma c’è un’altra verità: sono irresistibili. E poi chi inventa qualcosa al giorno d’oggi? Quindi
tanto vale copiare bene. I WAINES (ci tengono al maiuscolo) si stanno ritagliando un’attenzione particolare in Italia
grazie a dei live esplosivi a base di un garage-blues elettrico ed elettrizzante. Da San Francisco a Detroit, dal delta
del Mississippi a New York, in questo ideale viaggio nell’anima statunitense di musica nera fatta da bianchi, esprimono sudore, adrenalina e metallo in concerti tiratissimi e
sempre affollati. I WAINES sono un trio formato da Fabio
Rizzo (voce e chitarra), Roberto Cammarata (chitarra) e
Ferdinando Piccoli (batteria). Provengono da un’esperienza musicale comune, i Pastense, band rock-blues dal
discreto successo regionale all’inizio del decennio. Dopo lo
scioglimento, si ritrovano nella primavera del 2005.
Scelgono di bandire il basso e registrano nell’aprile di quello stesso anno, a Corleone, “Anatomy of a Barcode”, un
demo di tre pezzi, due dei quali finiscono nell’ep “A
Controversial Earl Playing”. Sei brani che si dividono tra
granitici strumentali (“Have You Heard the News?”) e altri
blues cantati in inglese, infarciti di slide e affrontati con
piglio punk, compresa una cover di “Ny Excuse” dei
Soulwax. È l’unico brano non autografo fissato su supporto, per il momento, ma altri ne propongono ai concerti: dal
di DANIELE SABATUCCI
connubio berlinese Bowie-Fripp-Eno di “Heroes” alla
viscerale “Personal Jesus” dei Depeche Mode, fino alla
rilettura di “I’m Waiting for the Man” dei Velvet
Underground. A metà 2006, quando ancora il loro nome
circola poco, sbaragliano chiunque allo Shownoprofit
dell’Agricantus, facendo gara a sé per la potenza delle
canzoni e la sicurezza nel padroneggiare il materiale (resistente) già portato in auge da gente come Jon Spencer
Blues Explosions e White Stripes. Con l’ep in circolazione,
quello è il trampolino di lancio per una clamorosa vittoria
nazionale all’Italia Wave Love Festival, con relativa esibizione nel main stage durante l’ultima serata della manifestazione. Nell’estate del 2007 aprono per gli Architecture
in Helsinki nella serata conclusiva dell’Ypsigrock Festival di
Castelbuono. E il trio ha l’onore di rappresentare la scena
rock palermitana al Meeting delle etichette indipendenti di
Faenza, nell’ambito del progetto-compilation “Rocket PA
Sound Connection”. Il futuro prevede la registrazione del
primo album in aprile, con circa sette nuovi brani che integreranno l’ep. E poi, naturalmente, tanti concerti, con
novità e sorprese in scaletta: quattro canzoni inedite e tre
cover alla maniera dei WAINES: l’inno punk-rave dei
Prodigy “Breathe”, “Little Bird” dai White Stripes meno
conosciuti di “De Stijl” e “Stack Shot Billy”, tratta dall’album “Rubber Factory” del duo blues-rock Black Keys.
balarm magazine 15
TEATRO
CLAUDIO COLLOVA’
Dalla destructio alla resurrectio: il regista
palermitano racconta la sua esperienza di
teatro nel carcere minorile Malaspina
di LETIZIA MIRABILE
Quale magnifica esperienza girare per il centro storico di Palermo! Se il sole illumina l’oro del tufo, il colore delle nuvole crea una velatura grigiastra, che
Tamara de Lempicka non resisterebbe alla tentazione
di riprodurla sui tendaggi e sulle pareti della sua casastudio. È una casa-studio quella che raggiungo, in
piazza Montevergini, chiamata Officine Ouragan, un
luogo dove ormai da qualche anno è possibile sperimentare, creare, studiare teatro e danza. Palazzo
Cupane, primo piano a sinistra, una porta aperta ed ad
accogliermi Claudio Collovà. Le solite domande di rito
e iniziamo da dove lui ha finito qualche mese fa: il teatro nel carcere minorile. L’ultimo spettacolo, “Quel che
resta del mio regno”, una riscrittura del King Lear, è un
progetto che, per la prima volta in Italia, ha visto la
collaborazione di tre registi e di tre città: Claudio, che
ha lavorato al Malaspina di Palermo, Paolo Billi al
Pratello di Bologna e Giuseppe Scutellà al Beccaria di
Milano. Il ricordo di questa avventura è stata affidata
all'arte di Maurizio
Buscarino, fotografo
di Kantor, il più grande tra i fotografi del
teatro di ricerca in
Italia degli ultimi
trent'anni. Tre letture della stessa tragedia e dei motivi che
la animano: l’ereditarietà, la conflittualità
familiare, la perdita
del potere, temi al
centro della ricerca
di Claudio, trasferiti
in uno spettacolo, da
molti apprezzato,
che ricordava “Che
cosa sono le nuvole?” di Pasolini. Un
ritorno a un poeta
che rimanda agli inizi del
percorso di Claudio con i
giovani detenuti. Nel 1997,
infatti, lavorava allo spettacolo “Miraggi Corsari”,
ed era in cerca di un’umanità particolare. Per questo
si è avvicinato all’area
penale, ambiente abitato
da giovani caratterizzati da
tre cose: forza, immediatezza e verità. Una verità
non mediata da sovrastrutture culturali e sociali. Ciò
implica la costituzione di
rapporti che abbiano meno
fronzoli. Ma non significa
che si faccia teatro-terapia.
Gli spettacoli che escono
da tali esperienze hanno
una grande capacità di
coinvolgimento,
proprio
perché non sono fatti per il carcere, hanno una propria
autonomia e autorevolezza artistica; sono il frutto di
mesi, di anni di duro lavoro, fatto di laboratori fisici,
curati dalla coreografa e danzatrice Alessandra
Luberti; musicali, curati da Giacco Pojero e Nino Vetri;
e teatrali curati da Claudio. Il lavoro è completato dai
laboratori tecnici di scenografia e costumi diretti da
Massimiliano e Francesca Pipi. L’impegno è lo stesso di
quello dei professionisti. E in effetti il sogno è che i
ragazzi coinvolti in un lavoro così duro possano alla
fine scegliere di fare teatro e raggiungere l'indipendenza artistica. In qualche caso è successo. Fortissima
in tutti i lavori è la componente visuale e corporea; la
parola, la scrittura scenica, a volte scarna e ossessiva,
nasce dopo mesi di osservazione e riflessione di mondi apparentemente lontani dal teatro. E a me sembra
che in una civiltà del differimento, in cui si surroga il
desiderio, in cui ci dobbiamo saziare, in cui l’eco delbalarm magazine 16
l’anima non si riesce ad ascoltare, in cui il silenzio va
totalmente riempito, riscontrare un metodo di lavoro
improntato sull’analisi profonda della realtà, che si
fonda sull’ascolto, sulla percezione dell’altro, sul “levare”, come si dice in musica e in scultura, sia una rarità!
Claudio mi dice che si passa più tempo a sbrogliare
matasse di problemi, anche burocratici, e a cercare le
condizioni per sviluppare il proprio lavoro, che a occuparsi del lato artistico. Poi afferma: «Ma io sono cambiato, sono più positivo, mi concentro su ciò che va».
Per esempio le lunghe tournée all’estero: due anni fa a
Bucarest con “Hamlet” di Heiner Müller, l’anno scorso
a Budapest con il “Woyzeck” di Georg Büchner, che
sarà riallestito anche quest'anno con la sua regia dal
teatro Maladype, diretto da Zoltàn Balàzs, che con
Arpa Schilling dirige uno dei gruppi più interessanti
della ricerca ungherese. L’impegno successivo è
“Ulisse” di Joyce, un romanzo che mette a dura prova
anche i lettori più infervorati. Ma Claudio è convinto
della strada che ha intrapreso e mi congeda confidandomi la speranza di un cambiamento del rapporto,
ancora difficile, tra gli artisti: più cooperazione e collaborazione, l’accettazione delle differenze - non l’annullamento di qualcuno, aggiungerei io - e di un affidamento degli spazi abbandonati agli artisti, affinché
si trasformino in luoghi di scambio, di creazione. «Io
credo – conclude Claudio - che si possa fare tanto e
che sia giunto il momento che gli artisti si riprendano
ciò che spetta loro di diritto e che troppo spesso l'ingerenza della politica e la mancanza di leggi chiare e
trasparenti hanno reso impossibile». Ma a patto che si
smetta di sventolare la bandiera egoica della libertà
creativa solo per conquistare macchie di potere. Sono
le quattordici circa ed è giunta l’ora di migrar, lascio
Claudio con la speranza, araba fenice sempiterna, che
possano concretizzarsi le necessità di cui ha parlato.
balarm magazine 17
TEATRO
MARIA TERESA
DE SANCTIS
Ritratto dell'attrice e regista
palermitana, anima portante
del Gruppo Teatro Totem
di VERONICA CAGGIA
“Arietaccio testardo” si definisce Maria Teresa de
Sanctis. Determinata e sensibile direi io. Occhi vivaci,
combattivi e scrutatori che sezionano e osservano il
mondo, ne traggono il drammatico e il fiabesco traducendoli in teatro o scrittura. La prima esperienza teatrale risale al liceo e alla fine degli anni Settanta quando
l’attrice partecipa al Gruppo Copiato, la sua prima compagnia: «Avevo 18-20 anni - spiega - e non me ne fregava niente del teatro istituzionale o dell’accademia…
amavo il linguaggio e la ricerca teatrale di quegli anni».
La sua formazione prosegue a Roma, alla Scuola di
mimo e clownerie, MTM (Mimo Teatro Movimento), per
un anno, poi il ritorno a Palermo e l’esperienza con la
scuola Teatès diretta da Michele Perriera, la persuasione di voler fare le cose seriamente e di non fermarsi lì:
studiare, controllare il corpo, affinare l’arte. «Sono così
ritornata a Roma e ho frequentato il Duse Studio… lì mi
hanno dato gli strumenti per continuare a crescere, per
capire che il teatro è un lavoro introspettivo. Tornata a
Palermo ero cambiata». Nel 1986 nasce, così, da un
gruppo di ex alunni della Scuola Teatès, la compagnia
Gruppo Teatro Totem di cui ancor oggi Maria Teresa fa
parte. Del gruppo originario rimangono però solo lei,
regista e attrice, e sua sorella Donatella, danzatrice.
L’intesa tra le due sorelle sembra perfetta. E’ Maria
Teresa a scrivere i testi avendo già chiaro in mente cosa
Donatella dovrà tradurre in danza o gesto: «La danza è
qualcosa che nasce col testo». Parola e gesto raccontano insieme, creando un armonioso equilibrio poetico.
«Il teatro, la rappresentazione e la parola per me sono
poesia. Lo scrivere mi porta a lavorare sulla parola a
360 gradi. La parola è suono, è elemento fondamentale dell’immaginario, è un vagone che si porta appresso
un mondo!». Con orgoglio mi annuncia che a breve
uscirà un suo libro di racconti seguito da una raccolta di
liriche. A parte due fiabe musicali, i testi teatrali dell’artista palermitana sono intrisi di drammaticità e si ispirano, a volte, alle cronache dei giornali. Si popolano di
donne spesso vittime di violenze psicologiche e fisiche,
anime sfortunate trafitte da dolori esistenziali e costrette a fare i conti con una società malata e decadente.
Scene vuote le sue, pochi oggetti evocativi, dotati di
forte carica simbolica, facilmente riconoscibili dagli
spettatori: «Mi piace l’idea del poco ed efficace, la mia
sfida è dire tanto con niente, io rifuggo dagli intellettualismi. L’arte è comunicazione, se il teatro non esprime nulla allo spettatore, hai toppato». Un altro elemento caratteristico è l’attenzione riservata alle sonorità, al
sondaggio delle possibilità vocali e alla musica (in alcuni casi composta da lei stessa, in altri in collaborazione
con diversi musicisti). Mi colpisce tanto quando mi parla del rapporto col suo pubblico: «La mia forza di superare le delusioni di questo mestiere deriva dalla gratificazione che mi dà il pubblico. Adoro vedere ai miei
spettacoli le persone interessate, emozionate, commosse…». Resta il sogno comune a diversi artisti palermitani: avere uno spazio proprio dove lavorare. «Certo
che non mi accontento e vorrei di più, vorrei fare più
spettacoli… e dato che sono un arietaccio schifoso
vado avanti!».
balarm magazine 18
TEATRO
SERGIO
VESPERTINO
Un attore eclettico che passa
dal teatro serio a quello
comico con la naturalezza e
la semplicità dei veri artisti
di FABIO MANNO
Credetemi sulla parola. Non è mica vero che i più
“ricercati” sono i politici. Anche gli attori non scherzano. L’unico modo per scambiare due chiacchiere con
Sergio Vespertino è raggiungerlo al lavoro. Solitamente
in teatro, sempre più spesso all’Agricantus di Palermo
dove ormai è di casa e dove vanno in scena a rotazione continua i suoi spettacoli: “Petrafennula”, “Il Signor
Vattelappesca”, “Fiato di Madre”. Questa volta però si
trova sul set della fiction “Agrodolce”. Siamo su un
caravan adibito a camerino-attori durante la pausa
pranzo. Sergio sceglie un menù in bianco: risotto speck
e carciofi, arrosto panato alla palermitana. «Alla palermitana…quello con la mollica e che ti affuma tutta la
casa, facendo andare in estasi il gatto!», commenta
Sergio innescando il dubbio a quei palati d’oltremare
che non sanno ancora che la mollica qui da noi è il pangrattato. Sergio possiede un talento strepitoso. Senza
paura si tuffa nella quotidianità più banale e trash riemergendo con una perla di delicatezza e arguzia tra le
dita. Decostruisce la realtà in simboli e ne rivela con il
suo stile naif la verità paradossale e ineluttabile che ci
sovrasta. Azzardo un po’: secondo me ha letto Camus
magari l’Etranger. Forse persino Flaubert. I suoi occhi
sono veloci. E’ come se indossasse quegli occhiali ad
infrarossi (vedi La Settimana Enigmistica anni ‘90)
capaci di svelare la biancheria intima di ognuno di noi.
Si lascia trascinare dal suo istinto da «bestia da palcoscenico» - come lui stesso si definisce ai tempi dei
Treunquarto - per tutto ciò che benché piccolo e apparentemente insignificante ci accomuna tutti sotto
un’unica etichetta. Ormai è diventato un attore completo come ben pochi in Sicilia sanno essere. Passa da
un set cinematografico al mattino ad uno spettacolo
pomeridiano in teatro stile one man show ad un apparizione serale in tv con i suoi monologhi esilaranti. Sono
passati più di venti anni da quando debuttò nel teatrino della parrocchia vicino casa con “La conversione di
Zaccheo”, una sorta di “Mistery play” che mi racconta
con tono trionfante ed epico e che mi ricorda tanto
Fantozzi alle prese con “La Corazzata Potëmkin”. Sergio
non butta via niente. E’ molto divertente ascoltarlo.
Negli anni ha messo insieme esperienze uniche e diversissime tra loro: dieci anni con i Treunquarto, l’incontro
con Pippo Spicuzza, il teatro “serio” con Turi Ferro,
Riccardo Garrone - quello della pubblicità della Lavazza
precisa lui - e Tuccio Musumeci ai quali ha rubato professionalmente tutto ciò che poteva. Tuttavia il suo
passato di cabarettista puro ed intrattenitore di platee
non lo ha mai dimenticato. Ciò che ne è venuto fuori è
un istrione che sfugge alle etichette, capace di emozionare chiunque lo ascolti. Un vero incantatore di serpenti. Recentemente con “Fiato di Madre” è approdato
perfino al teatro Greco di Roma. Di fatti con i suoi spettacoli – bonificati dal dialetto più stretto e arabeggiante - varca lo stretto sempre più spesso. È proprio questo il suo prossimo obiettivo. Far conoscere a tutti chi
sono i siciliani veri.
balarm magazine 20
ARTE
partecipando con estrema passione agli avvenimenti
del proprio tempo, reinventando sempre, fino all’ultimo giorno della propria vita, il modo di vedere e sentire ciò che si ama, che si odia o che ci è indifferente.
Guttuso, animo e temperamento passionale, impetuoso, brillante, estroverso, pittore del proprio tempo, sempre, ma anche affabulatore, poetico e tragico,
come la sua pittura. Un’artista la cui intelligenza pittorica è un tutt’uno con la potenza dell’immagine della memoria, del ricordo mai abbandonato di una terra d’origine dove il sole, il colore e gli odori sembrano
gridati, lui siciliano emigrato a Roma appena ventenne, con la lava dell’Etna nelle vene e il lucore mediterraneo negli occhi. Una pittura realista, la sua, che ha
ricevuto numerose ed ineccepibili definizioni, ma che
meglio si esplicita attraverso le sue parole: «Mi consi-
Artista di fama internazionale che però si è sempre
messo in gioco, non si è mai arroccato su posizioni di
superiorità, anzi ha “costeggiato l’immagine di altri
pittori, sia antichi che moderni, traendo fuori sempre
un risultato diverso, non ibrido, ma dove l’immagine
è investita da quel fluido che è come se una bottiglia
di vetro viene riempita, che non si cancella il vetro,
ma la bottiglia diviene diversa, luce, colore, materia:
diversa anche dal liquido che la riempie”(C. Brandi).
Ecco quindi i suoi confronti dialettici con i grandi del
passato (Michelangelo, Caravaggio, Rembrandt,
Cranach), e del presente (Morandi, De Chirico,
Picasso), ma anche con artisti appena affermati
(Ceroli, Arroyo, Schifano, Angeli). A vent’anni dalla
morte di Renato Guttuso, la mostra “Renato Guttuso
la Potenza dell’Immagine 1967-1987”, curata da Fabio
Carapezza Guttuso e Dora Favatella Lo Cascio, presso
il Museo Guttuso, Villa Cattolica, Bagheria (visitabile
fino al 30 maggio; da martedì a domenica, ore 913,30/14,30-19), cerca di ricostruire le trame dell’ultimo ventennio di un artista che rimane, ancora oggi, in
grado di sorprendere, svelando aspetti nascosti del
proprio fare e opere tanto attuali da stupire. Si
apprende la capacità dell’artista di nutrire di immagini memoriali ed ideologiche le proprie tele, senza concedersi al populismo epico (Funerali di Togliatti,
1972); di donare unici omaggi alla terra d’origine,
«una grande natura morta con in mezzo un cunicolo
entro cui la gente s’incontra», come definì Guttuso La
Vucciria (1974); di confrontarsi con maestri come De
Chirico (Caffè Greco, 1976, raffigurato in alto a sinistra) e Picasso (Il Convivio, 1973), e divenire fonte
dero realista, se per attitudine realista si intende la d’ispirazione per giovani artisti (Schifano, Angeli,
continua e ininterrotta presa di coscienza di ciò che Adami). A colpire è anche un “altro” Guttuso, quello
siamo e del nostro rapporto con il mondo esterno. malinconico e intimistico, che medita sulla vanitas e
L’opera deve essere lo specchio del soggetto e di ciò sulla morte, “nell’ora della Malinconia, la nera compaentro cui il soggetto vive». E
gna con cui da tempo dialodurante più di un cinquanga l’artista proietta la sua
«Mi considero realista, se per
tennio di attività Guttuso ha
ombra su luoghi familiari
indagato il “reale più del reaattitudine realista si intende la riempiendoli di oscuri presale”, cercandone l’aspetto
continua presa di coscienza di gi” (Fabio Carapezza
misterioso anche negli
Guttuso), o forse la semplice
ciò che siamo e del nostro
oggetti più banali, confrondi una trarapporto con il mondo esterno» consapevolezza
tandosi con gli avvenimenti
monto, solo fisico, che condel proprio tempo, e stabiduce l’artista ad entrare in
lendo un rapporto sempre dialettico con l’arte del suo una dimensione esistenziale, dalle tinte magiche ed
presente e del suo passato. Politico militante (a lui allegoriche. Guttuso continua a dipingere fino all’ultiTogliatti chiese di ridisegnare il simbolo della falce e mo giorno della sua esistenza, esercitando il suo
martello), ma soprattutto, intellettuale, con i suoi “mestiere”, il suo modo di rapportarsi al mondo, lui
intensi scritti, oltre che con le sue opere, ha commen- che “voleva arrivare alla totale libertà in arte, libertà
tato il presente e il passato, sia storico che artistico. che, come nella vita, consiste nella verità”.
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GUTTUSO e il mestiere di pittore
L’ultimo ventennio dell’artista è in mostra
fino al 30 maggio al Museo Guttuso di Bagheria
“Pensare secondo pittura”, per il maestro siciliano
Renato Guttuso (1911-1987), più che una semplice
affermazione era un imperativo categorico a cui
durante la sua vita non ha mai saputo rinunciare, tanto da affermare durante i tragici anni della guerra: «Se
io potessi, per un’attenzione del padreterno, scegliere un momento nella storia, e un mestiere, sceglierei
questo tempo e il mestiere di pittore». Un’esistenza,
quella guttusiana, nutrita sin dagli esordi (frequenta
appena adolescente a Bagheria lo studio del pittore
naturalistico Quattrociocchi e del pittore di carretti
Murdolo) di una passione unica e travolgente per il
mezzo d’espressione più povero, quello del pennello.
Una ricerca che non si è mai arrestata, in una spasmodica tensione a voler esaminare il mondo contingente, il reale, dipingendo la “cosalità” del quotidiano,
di GIORGIA LO PICCOLO
ARTE
GAGINI, restauri
fra Sicilia e Malta
Il restauro delle statue della
Cattedrale di Palermo nel libro
di Ivana Mancino
di MARINA GIORDANO
Nel 1507 l’Arcivescovo di Palermo Giovanni Paternò
affida allo scultore Antonello Gagini (Palermo 1478-ivi
1536), figlio di Domenico (anch’egli scultore, originario
di Bissone, sul Lago di Lugano, e formatosi alla bottega di Brunelleschi a Firenze) il progetto e l’esecuzione
di una tribuna per la Cattedrale sul modello dei retabli
spagnoli: “un’enorme struttura in marmo, alta tra i 16
e i 22 metri, si estendeva per tutta l’abside […] ed era
ripartita in tre diversi livelli, in ognuno dei quali c’era-
no nicchie che ospitavano statue di altezza superiore
anche ai due metri. […] ripartita orizzontalmente in
due ordini corinzi, separati tra loro da una larga cornice.” La descrive così Ivana Mancino, la restauratrice
che si è occupata, tra il luglio 2005 e il febbraio 2006,
di far tornare a nuova luce la tribuna gaginiana che
occupa la zona absidale del Duomo palermitano, nel
suo libro di recente pubblicazione intitolato “Antonello
Gagini fra Sicilia e Malta. Il restauro delle statue della
cattedrale di Palermo” (edito dalla Fondazione
Culturale Salvatore Sciascia di Caltanissetta, pp. 165,
78 illustrazioni e 32 tavole a colori con fotografie di
Melo Minnella delle statue restaurate; prezzo 40 euro).
Il prezioso volume ripercorre passo passo la genesi
dell’opera in questione e di altre statue di Gagini in
Cattedrale (quelle della Cappella di Santa Maria degli
Angeli e la Madonna della Scala), descrivendo in
maniera attenta e con dovizia di dettagli tutte le fasi
del restauro, che ha fatto emergere non poche novità
rispetto a ciò che delle opere gaginiane era già noto:
ad esempio, ha permesso di rintracciare sulla superficie marmorea tracce di colore, andato per il resto quasi del tutto perduto, di recuperare pezzi mancanti di
alcuni rilievi, ritrovati per puro caso dal parroco della
Cattedrale, Don Gino Lo Galbo, di liberare da superfetazioni in stucco preziose decorazioni e antiche cornici
(specie nei sei ovali con angeli e motivi floreali sovrastanti le nicchie con statue degli apostoli), come pure
la figura di uno dei soldati ai piedi della statua del
Redentore, celata da un’urna. A questo aspetto tecnico è dedicata la seconda parte del libro, corredata da
un ampio e articolato repertorio illustrativo delle statue prima e dopo il restauro (finanziato per circa
100mila euro dal Banco di Sicilia) e delle varie fasi degli
interventi in cantiere. Nella prima, invece, vengono
descritti, con uno stile di scrittura attento, supportato
da numerosi documenti, ma al tempo stesso mai banale, la biografia dell’artista e il suo itinerario creativo,
svoltosi tra Palermo e Messina e che vede il nascere di
numerose commissioni da Malta (come il celebre
monumento sepolcrale del gran maestro Philippe de
Villiers de l’Isle d’Adama, oggi custodito presso la
Cattedrale di San Giovanni a La Valletta, o la statua di
Sant’Agata nell’omonima chiesa a Rabat), il destino
della bottega gaginiana alla morte di Antonello (1536),
gestita dai figli e da alcuni collaboratori, a cui si deve,
attorno al 1574, la conclusione della realizzazione della tribuna palermitana, oggi visitabile in tutto il suo
splendore, magniloquente testimonianza di un artista
tra i maggiori del panorama artistico siciliano.
balarm magazine 24
ARTE
Daniele PALMA, scenari onirici
Ambigui ambienti metropolitani protagonisti
nella pittura dell'artista palermitanto
Paesaggi urbani dalle atmosfere metafisiche, in cui le
impreviste inquadrature prospettiche suggeriscono dilatazioni temporali meditative, si offrono nella pittura di
Daniele Palma (Palermo, 1971), esposta nella mostra “Lo
Schermo dell’Altrove” a cura di Marina Giordano, presso
la Galleria La Piana Arte Contemporanea, fino al 29 febbraio. Il design, il fumetto, la modellistica, la scenografia
sono gli interessi che Palma coltiva sin dalla giovinezza.
Laureato in filosofia, manager nella vita, pittore autodidatta, diviso fra mondanità e amore per la solitudine,
Palma riversa e trasfigura nella pittura le sue contraddizioni. L’ambiente metropolitano, con le sue monotone
architetture di periferia, ne è protagonista ambiguo e
sfuggente. Sono opere dal taglio fotografico, in cui la resa
analitica dei dettagli si esprime attraverso un tratto nitido, pulito, che rimanda sia alla grafica e al fumetto giapponese, sia alla nuova figurazione europea. Interminabili
teorie di finestre scandiscono il ritmo delle immagini, ora
concitato, nei precipizi delle fughe prospettiche ingoiate
dal buio, ora allentato, nelle lunghe distese di cielo. In
ogni caso, si tratta di un ritmo altro, diverso dal tempo
del quotidiano, piuttosto simile a quello bloccato, dilatato, della meditazione e del sogno. Le proporzioni degli
scenari urbani di Palma sono spesso sfalsate, deformate
dallo scorcio (dal basso verso l’alto, di sbieco, ravvicinato)
che rivela il gusto per il punto di vista inatteso di deriva-
di FLORIANA GIALLOMBARDO
zione fotografica, ma anche per i tagli prospettici alterati della pittura metafisica. Oppure, i soggetti sono sezionati e ricomposti nella forma del trittico, espediente evocativo, per altro, della suddivisione in riquadri degli strips.
Come scenografie oniriche, queste “popolose e gigantesche architetture” hanno un aspetto insieme familiare e
spiazzante: la precisione fotografica nei particolari, dissimulando sottili incongruenze, si carica di mistero. Oggetti
comuni, panni stesi, balconi di falansteri contemporanei
sono schermi di presenze alluse, di abitanti invisibili.
Assenze e silenzi impregnano la tela, procurando una sottile inquietudine. Proprio come nel sogno, si perdono le
coordinate del noto e ogni luogo può dischiudere inaspettati passaggi verso un Altrove. Un osservatore attento può veder pulsare le esistenze nascoste, solo apparentemente tutte uguali, dietro la monotonia delle facciate,
che convivono come tante realtà parallele, ognuna con
un suo tempo, un suo spazio unici. Il riferimento sono le
atmosfere surreali di Magritte, che oltrepassano l’apparente banalità del reale, svelandone gli enigmi. Non a
caso Palma ne fa delle esplicite citazioni: nel tema della
finestra, con la sottesa dialettica interno-esterno, e negli
accostamenti incongrui, in uno stesso soggetto, di illuminazione notturna e diurna. Si tratta di veri e propri omaggi al surrealista belga, i cui temi Palma rivisita in chiave
metropolitana e contemporanea.
balarm magazine 26
LIBRI
Nei “quartieri” di Mario VALENTINI
Vizi e virtù dei palermitani visti e raccontati da un
“forestiero” a spasso tra i budelli della città
I siciliani, si sa, in molti sono campanilisti, anche tra
di loro. Sfoglio “In certi quartieri”.
Centoquarantaquattro pagine di immagini quotidiane
che spingono la parola su per la gola, così si inizia a
leggere quelle storie cittadine ad alta voce. Leggo e
sorrido del verduraio che sembra proprio quello che,
abusivo staziona sotto casa, dei parcheggi e parcheggiatori “arbitrari”, delle ossequiosissime feste di quartiere con galatei privati di colori e mimiche eccessive.
Vizi e virtù raccontati da un “forestiero”, così Mario
Valentini si definisce nel suo viaggio tra i budelli palermitani che dura ancora dopo sette anni, dopo i natali
messinesi e il periodo bolognese. Le sue istantanee
sono tratti di una Palermo che riconosci. Poi però ti
soffermi su alcune frasi: in cui il quartiere Zisa è
descritto come “amena contrada fatta di vecchie case
e antiche piazze”, così pensi che in quella Sicilia delle
Sicilie ti dà anche un po' fastidio che un “forestiero”
pungoli a quel modo la tua città. Sacrosante verità s'in-
di ROSSELLA PUCCIO
tende: “ciaffico”, guida selvaggia, ma anche un
manuale di sopravvivenza che Valentini dice necessario, sebbene a lui nessuno l'abbia mai dato, per viveresopravvivere e muoversi in città. Così intonando una
delle frasi del suo libro “Nella città di Palermo io non vi
ero nato. Vi ero giunto tardi in età e senza essermi preparato a dovere” domando al mio dirimpettaio-scrittore: perché uno che si definisce forestiero alle prese con una città in cui gli animali non sono solo i
cani randagi, decide di raccontarla e viverla?
«Palermo è intrigante ed io ci sto bene. Questo è un
libro incompetente e dell'incompetenza fa la propria
virtù. Non pretende di sapere alcunché». Palermo raccontata, dunque, per caso perché per lo scrittore:
«vivere in altri luoghi è anche una fortuna, fondamentale per la scrittura. Bisogna spiazzarsi, dislocarsi, perché un'idea ti venga a trovare. Per questo mi piace
prendere l'auto e andare da qualche parte». Dopo
qualche battuta dal tono colloquiale sembra avere
balarm magazine 28
dimenticato quel disagio iniziale di vedermi muovere
attraverso il suo libro con fare attento e scrupoloso.
«Avevo un po' paura dei critici» così parla di quello «spirito erodoteo dell'attraversamento dei luoghi e della
scrittura, che serpeggia nei racconti»: le sbavature
volontarie e la compensazione della sua fantasia fatta di
vie inventate, numeri di telefono falsi sino a quelle formule divertenti e retoriche per agganciare il lettore:
“perché si sappia”. Adesso è tempo della citazione, mi
dico, quella che ho cercato tra le pile dei miei appunti
quando ho letto il libro. Borsellino diceva: “Palermo non
mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il
vero amore consiste nell'amare ciò che non ci piace per
poterlo cambiare”.
E allora “In certi quartieri” dire perché si sappia o
dire per cambiare?
«Non penso che i libri cambino. Possono far prendere
consapevolezza o offrirti nuove prospettive. I libri sono
parole e a me piace pensare che sono le azioni che cambiano». Le vene ironiche del libro non vogliono essere di
denuncia o polemica, «le verità di “In certi quartieri”
sono dosate in egual modo con la finzione, perché» mi
confessa «scrivere della realtà non è assolutamente possibile visto che sensibilità e occhi filtrano la realtà. Poi
c'è il germe, un po' maligno forse, della fantasia che ti
porta a costruire storie in cui anche le persone reali
diventano personaggi». Sorride e mi spiega che il libro
nasce da appunti diaristici a volte più simili a racconti.
«Non è un diario ma quasi un diario. La realtà è marginale e la verità, centrifugata e ributtata via, è quella tipica dei racconti che lavorano per analogie, metafore, salti di senso, secondo dei motori interni che attingono
chissà dove e che ti conducono lontano da dove sei partito. Raccontare è un po' come viaggiare e il passo della
mia scrittura è da viaggio. Taccuini con cui sono andato
in giro, su cui ho annotato quello che mi incuriosiva, che
vedevo con occhi nudi senza avere un retroterra di
memoria».
Voce narrante e scrittore sono due identità distinte
o si mescolano? «Camminano insieme».
Il personaggio però sembra uno gnorri che subisce
la realtà.
«Sì, la subisce perché non conosce i codici per fronteggiarla. Codici che a Palermo servono per sopravvivenza
e navigazione, che il personaggio però non vuole, per
vedere cosa accadrà».
Come vorresti che venisse letto il tuo libro?
«A voce alta, magari intorno ad un tavolo mentre si
mangia e saltano fuori mille cose in cui ritrovarsi e ritrovare pezzi della propria quotidianità».
MARIO VALENTINI
IN CERTI QUARTIERI
MESOGEA, PP 144 / EURO 11
di TONYA PULEO
E se fossimo marziani?
Se scoprissimo che
Palermo è una colonia
extraterrestre all’interno dell’isola, con
“extraregole”
ed
“extranezze”
solo
nostre? Ci si riflette su
questa cosa, sorridendo, durante e dopo la
lettura di “In certi
quartieri” di Mario
Valentini.
L’autore messinese,
che dopo Bologna ha
scelto casa nel capoluogo siciliano, narra con
occhio da forestiero il respiro di Palermo, le sue
arterie irrorate di sangue di Sicilia e quanto altro
ancora si è ritrovato ad osservare, ci pare con
interesse. Compiaciuti nel sentir raccontare il
nostro “panormita style”, soprattutto negli ultimi anni, sottolineamo a volte - anche con ardita
fierezza - le difettose abitudini per le quali, da
turisti e viaggiatori, di certo non verremo mai
dimenticati. Questa volta si occupa di noi un
visitatore in pianta stabile, ormai del luogo da
quasi un decennio che, a piedi o in auto, si
distrae di città vissuta. Il testo narra quartieri di
asfalto e quartieri mentali, personaggi e personalità “quasi inventati”, potenziali vicini di casa
di chiunque (se non noi stessi): «Vedo un palco,
un presentatore, molta gente attorno. Diceva:
“Salutiamo questo grande artista del nostro
quartiere (…)”. Il fatto era strano, perché era
proprio di questi quartieri, palermitano, ma cantava canzoni in dialetto napoletano composte
da lui. Una canzone, ad esempio, si chiamava ’O
latitante. Il latitante fa una vita disagevole e per
questo probabilmente è triste».
A tratti narrante altri luoghi, sia d’asfalto che
mentali, il testo nell’insieme pecca d’armonia
ma è viaggio che può allietare, quando si ha
voglia di muoversi, in città o altrove.
balarm magazine 29
LIBRI
IL PRIMITIVO
Il “concreto disimpegno” di
un editore emergente che
non si prende “troppo sul serio”
di ANTONIO CASTIGLIA
“Il primitivo” (www.autistici.org/ilprimitivo) è un
esempio di artigianato editoriale moderno. Nasce dalla
passione del suo creatore, Giampiero Di Maida, per il
libro come oggetto da realizzare con le proprie mani,
curare nella sua forma plastica come farebbe un falegname o un maestro d’ascia con le proprie creazioni.
Strumento principale – in questo caso – è il più moderno che l’editoria oggi abbia a disposizione: lo spazio
web, offerto da www.autistici.org collettivo informatico
indipendente sorto nel 2001 sulla spinta del motto
socializzare saperi, senza fondare poteri. L’obbiettivo di
autistici è «liberare degli spazi sulla rete, dove discutere
e lavorare su due piani: da un lato, il diritto/bisogno alla
libera comunicazione, alla privacy, all'anonimato e
all'accesso alle risorse telematiche, dall'altro i progetti
legati alla realtà sociale». La comunicazione per autistici
deve essere «libera, gratuita e quindi universalmente
accessibile». Con questo spirito il collettivo offre spazio
web, posta elettronica, mailing-list, chat fuori dalla logica commerciale dell'offerta di servizi e di spazi a pagamento, accogliendo molto volentieri «chi vive conflittualmente la censura culturale, mediatica, globalizzante
dell'immaginario che ci viene preconfezionato e venduto». Insomma autistici è la cornice ideale per “Il primitivo”. Abbiamo chiesto a Giampiero Di Maida qual è il libro
tipo del suo catalogo, ovviamente la risposta è stata:
«non esiste un libro tipo, se vuoi ti dico qual è il mio preferito». Esiste tuttavia un filo conduttore, un elemento
comune a tutto il catalogo (e che da’ conto probabilmente del nome scelto per questa realtà editoriale): netto e costante è il rifiuto per l’impegno sbandierato.
Attenzione però a non cogliere in maniera corretta lo
spirito di questa posizione perché di “impegno” in realtà è intriso fino in fondo tutto il catalogo, dai libri dello
scrittore di punta Paolo Filardo, al fumetto “istituzionale” della casa editrice. La parola d’ordine per “Il primitivo” è «non prendersi troppo sul serio», non fare del proprio impegno una griffe. Molto meglio dice Giampiero Di
Maida «creare situazioni», cosa che sicuramente rappresenta il leit motiv durante le nostre presentazioni dei
libri e che fa riflettere sullo spirito di abbandono alla
“Serendipity” con cui parrebbe essere condotta la
gestione di questa casa editrice. Assolutamente in sintonia con tutto quanto osservato finora è la distribuzione.
Il libri de “Il primitivo” sono venduti attraverso i centri
sociali Cox e Phoenix, il canale distributivo insomma è
autonomo e a Palermo sfocia in librerie come
Altroquando e Modus vivendi. Molto chiare e interessanti sono le idee di Giampiero Di Maida sul prossimo
futuro della sua casa editrice: imminente l’uscita del
nuovo libro di Paolo Filardo “Il cibo dal cuore d’oro”, con
le riflessioni dell’autore sul rapporto cibo/religione; in
uscita anche il terzo numero de “Il primitivo magazine”,
già citato fumetto “istituzionale”; particolarmente brillante poi l’idea di indire un concorso di scrittura estemporanea, sulla scorta di precedenti esperienze analoghe
dello stesso Di Maida. Una realtà nuova dunque “Il primitivo”, della quale è apprezzabile la voglia di “concreto
disimpegno”, una voce artigiana opportunamente stonata in un coro di buoni propositi prodotti industrialmente, in catena di montaggio.
balarm magazine 30
LIBRI
LIBRI
In memoria delle
vite dimenticate
Ironia, tragedia e ricordo si
intrecciano nel nuovo libro
dello scrittore bagherese
di TOMMASO GAMBINO
Quattro movimenti in una ballata letteraria sul filo
dell’ironia, quella che l’esordiente Giorgio D’Amato ci
offre con “Sonata per i porci” (Michele Di Salvo Editore,
pagg. 175, euro 10). Nato dal fortuito incontro dell’autore con Antonio Olivieri, presidente dell’associazione
piemontese “Verso il Kurdistan”, e da un viaggio in
Turchia, il romanzo suona come un carillon strano.
Quanti conoscono l’odissea del popolo Kurdo? Com’è
possibile parlare del maledetto oro nero che banalizza
il valore della vita? Si può legare la distanza fra cultu-
re? Giorgio D’Amato sceglie una sua via: allontanare il
lettore per poi portarlo vicinissimo al centro della questione, alla conoscenza evidente. E così siamo in
Germania, in un piccolo sperduto paesino di mangiatori di crauti e stinchi di maiale, ma anche di estimatori di
birre e di kebab. Margherita Castiglia è un’emigrante
siciliana, fra tedeschi, turchi e kurdi, che dopo un dissesto finanziario si trova in fase d’espiazione, solitudine e ricordo. Margherita cuoce panelle e pensa; serve
ai tavoli e ricorda. Escono fuori i personaggi della nonna Donna Margherita, della Braciera e del Caporale. Ma
cosa c’entrano le panelle con i Kurdi? perché la
Germania? chi sono i porci? E qui sta il punto. Il “cosa,
perché e chi” non sono che un’unica domanda, a cui
viene data risposta nei restanti movimenti del romanzo: dove si sta svolgendo la vera azione e come si sta
svolgendo? Quella di Margherita Castiglia, che conosce
il kurdo Mihemed, è pertanto un pretesto: accelerare
l’avvicinamento a una Nazione che non c’è. A quei trentamilioni di Kurdi, senza sovranità e territorio, spalmati su quattro e più Stati. Quando il mondo si capovolge,
come avviene per Margherita Castiglia, il suono dell’esistenza vibra e tutto nell’apparire più nitido può
offrire delle verità alte, su cui non si è avuto tempo, o
compiacenza, di riflettere. Distanze incolmabili si congiungono e dalle odissee dell’uomo fuoriesce la sua
miseria. La condizione terrena viene vista ora come ironia ora come tragedia. Si parla di malessere del vivere,
inquietudine, voglia di rivalsa e chi racconta visualizza
la malvagità dell’io. Il ritorno all’Eden, l’antico giardino
perduto, viene intercalato dai racconti dei poeti, dai
cantori della vita, dalle leggendarie imprese che per
poche pagine distolgono dalla realtà oppressa.
Esistono demoni, pulsioni inspiegabili, strane vie dell’essere e dell’incontro, che ostacolano il ritorno all’infanzia dell’uomo, anche se sommessamente, da qualche parte, si promuove quella armonia vitale che spezzi l’incantesimo fatale. Nonostante tutto con la sua
tonalità la “Sonata” non vuole essere rivelazione, ma
testimonianza, denuncia, memoria di ciò che è stato
visto dagli occhi dei sopravvissuti. Inoltre vuole essere
un omaggio a tutte le vite dimenticate e forse, anche
per casuale scelta o mirata volontà, un richiamo alla
speranza di un mondo che è stato e che non c’è. Una
speranza che alimenta la coscienza. Una coscienza che
si mantiene viva attraverso il sapere delle cose e dei
fatti. Fatti come montagne utili a risvegliare un
Occidente dormiente. Che tutto si sappia, dunque,
anche con un carillon strano, per offrire un servizio alla
ragione al di là d’ogni pretestuosa fantasia.
balarm magazine 32
Era MEGLIO se dormivo
Il diario-reportage del giovane videomaker
palermitano Igor D’India sulla strage di Beslan
Se dovessimo, per puro gusto di provocazione, dividere i palermitani in coloro che si pongono il quesito
“che fare?” e coloro che invece lo sostituiscono con il
più auto indulgente “chi me lo fa fare?”, se dovessimo
fare questo, sicuramente Igor D’India apparterrebbe al
primo gruppo. Il nostro è un giovane regista che nel
2005, a ventuno anni, munito di una modesta videocamera, ha progettato e condotto una spedizione “fai da
te” in Ossezia del Nord per documentare i fatti riguardanti la strage di Beslan. Nel settembre 2004, nella
scuola N. 1 di Beslan, un vero commando ribelli di dubbia provenienza e identità ha sequestrato milletrecento
persone e, dopo gli infruttuosi tentativi diplomatici, un
confuso blitz di tre diversi apparati militari russi ha provocato la morte di trecento persone, la maggior parte
dei quali bambini al primo giorno di scuola. Il film “Le
finestre di Beslan”, frutto di questa esperienza formativa, che è stato realizzato nel 2006 dallo stesso D’India e
da Martino Lo Cascio, ricostruisce attraverso interviste e
moltissimo materiale inedito la tragedia avvenuta in
quella scuola, e, soprattutto, solleva dubbi sull’operato
dei dirigenti russi. Il documentario, infatti, fa propria la
tesi secondo cui la caduta del tetto della scuola - che a
parere degli esperti ha provocato il massacro – sia da
addebitare ai lanciagranate azionati dalle milizie russe
per stanare i terroristi. La forza del film, che ha ricevuto la menzione speciale al Festival del Documentario
“Libero Bizzarri”, non si ferma però al rigore dell’inchiesta. Irremovibili dalla memoria, per tensione e dolore,
sono le espressioni, gli occhi e perfino le rughe delle
donne e degli uomini osseti, segnati prima dalla perdita
dei cari e poi dalle menzogne dei potenti. Il videomaker
palermitano, che non riesce a dimenticare i volti e le
parole delle madri e dei padri di Beslan, che sa di essere
“una piccola goccia nel mare” ma ha fiducia che il suo
apporto possa smuovere qualche coscienza, nel frattempo ha esordito come scrittore con “Era meglio se
dormivo – Diario reportage sulla strage di Beslan” (Il Filo
edizioni, pp. 103, euro 13), una summa del suo vissuto
nei territori russi, in cui aggiunge all’indagine già
apprezzata nel documentario, la diaristica del viaggio. Il
risultato di questa ultima fatica è controverso e giustificata ci pare la tentazione di paragonarlo all’inchiesta fil-
di SAVERIO PULEO
mata. Tanto è rigoroso e potente il documentario, tanto
è flebile il libro. Quello che non convince è il linguaggio.
Il diario di bordo, scritto a tratti in maniera talmente
“giovanilistica” da essere urticante, stride parecchio con
le interviste di ben altro spessore fatte ai protagonisti
della vicenda; e gli stessi colloqui, che dal “girato” vengono riversati nello scritto quasi integralmente, sembrano perdere una parte di quel dolore che le immagini
esprimono compiutamente. Ebbene, pensiamo che il
libro sia una testimonianza utile per chi ha dimenticato
o sconosce l’esistenza di una “polveriera” nei territori
del Caucaso, nel centro della civilissima Europa, e riteniamo invece che la visione de “Le finestre di Beslan”,
attraverso cui si appura lo scempio di un massacro di
povera gente, sia una necessità.
balarm magazine 33
CINEMA
ISABELLA RAGONESE
Il nuovo volto del cinema di qualità: dall’esordio
in “Nuovomondo” a “Tutta la vita davanti”,
il nuovo film di Paolo Virzì in uscita a marzo
di BARBARA RANDAZZO
Nell’odierno deserto occupazionale, il miraggio più
diffuso è l’oasi del call-center, dove cerca riparo l’ultima generazione di precari, senza bussola nè punti di
riferimento. Ed è il limbo lavorativo per eccellenza,
l’ambientazione di “Tutta la vita davanti”, il nuovo film
di Paolo Virzì, in uscita nelle sale il 14 marzo. Una commedia di costume dal retrogusto amaro, che conferma
il regista di “My name’s Tanino” pigmalione di talenti
locali. Dopo aver lanciato Corrado Fortuna nell’empireo di celluloide, adesso è la volta di Isabella Ragonese
ad essere promossa stella emergente del cinema di
qualità. Il suo esordio sul grande schermo risale al
2005, nel pluripremiato “Nuovomondo” di
Emanuele Crialese, in cui incarna una fanciulla siciliana
in viaggio verso una “Terra promessa” che infrangerà
miti e speranze. Un piccolo ruolo per un’opera corale
che suggella l’ultima apparizione di Vincent Schiavelli,
alla cui memoria è stato dedicato il concorso organizzato dal “Palermo Teatro Festival”, vinto dalla
Ragonese nel 2006
con l’opera “Asina”,
da lei scritta, diretta e
interpretata. Perché la
nostra concittadina è
un’artista a 360° che
spazia dalla scrittura
alla danza; con una
formazione di tutto
rispetto, che annovera
un diploma in recitazione presso la scuola
Teatès di Michele
Perriera e numerosi
stage con maestri
internazionali. «Il teatro è la passione primordiale da quando
avevo 14 anni. E’ un
parco giochi per adulti, dove permettersi
cose che non puoi nella
realtà» rivela Isabella,
che sul palcoscenico ha
scoperto la disciplina, la
“sacralità” dell’arte e
del corpo. In “Tutta la
vita davanti” la 26enne
palermitana è Marta,
neolaureata con lode in
Filosofia e, ovviamente,
disoccupata. Unico spiraglio prospettato, un
impiego di telemarketing presso la Multiple,
produttrice di un millantato robot da cucina. Da
Socrate alla vendita di
un tritatutto è una tragicomica odissea… nel
“call-center Virzì” il
futuro si costruisce con
bonus, slogan motivazionali, sorrisi imposti da contratto che celano crisi esistenziali. Un’analisi provocatoria,
a partire dal titolo, che fa il verso alla tipica frase augurale rivolta ai giovani. Ma la saggezza popolare deve
fare i conti con disillusioni, assenza di tutele, identità “a
termine”. «Paolo è un fine osservatore che lascia molte domande in sospeso. Tutti sono tirati in ballo, senza
distinzione politica» evidenzia la Ragonese «La protagonista è un po' Alice nel pese delle meraviglie, catapultata in un mondo che va in un'altra direzione». Non
a caso il regista definisce la sua ultima fatica “una fiaba nera”, affidando il racconto narrativo alla calda
voce di Laura Morante. La nostra eroina si confronterà
con i nuovi mostri di questo universo sur-reale: la procace team leader (Sabrina Ferilli), il cinico boss
(Massimo Ghini), l’onesto sindacalista (Valerio
Mastrandrea), l’esaltato venditore (Elio Germano)…Un
cast d’eccezione che ha manifestato apprezzamenti
unanimi per la dotata esordiente. «Sono stati tutti
balarm magazine 34
estremamente disponibili nel confidarmi trucchi da
veterani. I mesi di riprese sono valsi tre anni
d’Accademia d’Arte Drammatica!» afferma entusiasta
la bella attrice, grata dell’occasione d’oro, conquistata
dopo cinque provini e un intenso studio sul personaggio a cui ha dato spessore e palermitanità. Deludente
il curtigghiu dal set: niente capricci da divi e perfetto
savoir faire generale; grazie al credo del capoclan Virzì
“Gli attori non si discutono, si amano”. E il cineasta
livornese ha coccolato molto la sua pupilla, definendola “Un mistero buffo e dolente”. Una duplicità che
caratterizza questa ragazza dal viso angelico e fare da
maschiaccio; solare e sfuggente, come la sua Palermo.
«E’ il mio punto di riferimento, ma se ti adagi troppo ti
fagocita, come un incantesimo che sussurra ”rimani…rimani…”». Ma c’è un trucco per sfuggire al sortilegio: «A casa mi ricarico per affrontare la frenetica
capitale, Roma mi strappa dal torpore palermitano». E
da un ristagno culturale che fa rimpiangere i tempi
d’oro della movida nostrana, sostituendo le ombre ai
riflettori. Al contrario dell’eclettica Ragonese, che sotto quelle luci si è distinta anche come precoce drammaturga, collezionando prestigiosi riconoscimenti per
“Che male vi fò”, “Bestino” e “Mamùr”, finalista al
Premio Scenario 2007. «Le mie opere sono incentrate
sull’incomunicabilità, la dimensione fantastica; una
visione emozionale che vuole scuotere gli spettatori»
dichiara l’autrice. Che nell’attesa del prossimo ciak si
divide tra casting e gli studi, guarda caso, in Filosofia.
«E’ una focale sui molteplici punti di vista che stimola
l’ascolto delle sfumature umane». Una conoscenza
strategica per la sua vita professionale e privata,
entrambe ricche d’incognite. «Sono single “per priorità”» ironizza Isabella che, in questo periodo, alle relazioni sentimentali antepone l’amore per le arti; consapevole che «Chi sceglie di recitare sceglie il precariato
perenne». E chi insegue i suoi sogni ha “Tutta la vita
davanti”…
balarm magazine 35
CINEMA
Alessio VASSALLO
Il ventiquattrenne palermitano è tra
i protagonisti de "La Vita Rubata",
il nuovo film di Graziano Diana
di CLAUDIA SCUDERI
È in uscita con nuovi progetti Rai: “Noi 2” su Rai 2 e
al fianco di Beppe Fiorello ne “La Vita Rubata”, su Rai 1.
E non solo. In entrambi ricopre ruoli di spicco e gli anni
compiuti ad agosto sono solo 24. Ma chi l’ha detto che
i giovani di oggi non si prefiggono più obiettivi?
Coraggio, ostinazione e testardaggine. Tre le caratteristiche chiave perché un giovanissimo spinto da un
sogno decida di partire per un destino incerto. É il caso
del palermitano Alessio Vassallo, uno dei ventiquattrenni più adulti che conosca. Non sceglie la via più semplice, vuole apparire ma essere, e soprattutto non contempla “piani B”. «Nella vita bisogna fare poche cose,
ma buone – spiega Alessio - Sto sudando per il “piano
A” e me lo tengo stretto!». Espressione accigliata, quasi
irritata, poche le parole al primo minuto di conversazione. “Ah bene, il ragazzo fa il bel tenebroso”, ho pensato. Ma il bel tenebroso ha un animo gentile e studia
molto per diventare inattaccabile. Appena lasciata l’isola, dopo il liceo, entra all’accademia Silvio D’amico: «Ho
avuto l’onore di lavorare con maestri come Mario
Ferrero e Luca Ronconi, che mi hanno dato gli “anticorpi” per sopravvivere in un mondo in cui, se non stai
attento, ti mangiano vivo!». Però nessun “piano B” per
Alessio da quando ha costatato che è capace di far
emozionare un pubblico vero (o almeno così millanta!).
Perciò, finita l’accademia, si mette immediatamente
alla prova. «Per avere 24anni ho la fortuna di far già
parte di grandi progetti, come “Agrodolce”». Infatti
anche lui è nel “misterioso” cast della nostrana fiction
Rai girata negli studios di Termini Imerese. Peccato che
“l’integro” Alessio non si faccia scappare proprio nulla
tranne che sarà uno dei protagonisti del team, tale
Salvatore Cutò. Dopo tanta gavetta con “La cantatrice
Calva” di Tullio Solenghi a teatro o il recente “Parlami
D’Amore” di Silvio Muccino al cinema, oggi Alessio corre tra Roma e Palermo, dividendosi tra la casa natia e
una casina a Porticello che condivide con altri tre interpreti di “Agrodolce”. Nel frattempo attende le uscite in
Rai, prima tra tutte de “La vita rubata”, pronta alla messa in onda da mesi e bloccata dall’ex ministro della
Giustizia Mastella in persona per un processo ancora
aperto (e iniziato 20anni fa). Molte le polemiche, tanto
che dopo pochi giorni si è subito decisa una nuova
data, il 24 febbraio. Alessio è indignato soprattutto dato
il legame creatosi con la vera famiglia protagonista del
film, la famiglia Campagna, che per mesi ha seguito le
riprese a stretto contatto con il cast. Lo vedremo quindi co-protagonista al fianco di un Fiorello che oltre ad
essere una “guida” sul set, lo è stata anche fuori:
«Beppe per me è stato un vero fratello maggiore!
Anche Rori Quattrocchi, attrice che stimo moltissimo, è
stata una mamma a tutti gli effetti». A questo punto
non ci resta che dargli credito e vedere se è davvero
capace di farci emozionare.
balarm magazine 36
CINEMA
L’AVVOLTOIO
Film breve e spot contro
l'usura firmato da Giuseppe
Morchella ed Emanuela Mulè
di MANUELA PAGANO
Volteggia silenzioso sulla preda senza mai perderla d’occhio fino a quando questa, allo stremo delle forze, non cade esanime. Allora scende in picchiata per
cibarsi avidamente di un corpo senza più vita. È la
natura dell’avvoltoio. È la natura dell’usuraio che con
la stessa ferina rapacità si avventa sulle sue vittime
distruggendole nel corpo e nell’anima, in nome del
diabolico dio denaro. Nella Sicilia de “L’avvoltoio”, film
breve diretto e interpretato da Giuseppe Morchella -
recentemente premiato dalla giuria del Chicago
International Film Festival 2007 con un certificato di
merito - sono le donne a ribellarsi al carnefice, stravolgendo la regola non scritta secondo cui lo strozzino
comanda e il debitore obbedisce. In questa terra dai
forti contrasti, fuori dal tempo e dallo spazio, la storia
sconfina in una dimensione che ricorda quella del
mito, luogo per eccellenza dove l’impossibile diventa
possibile. Capita allora che Francesca, donna fragile e
sopraffatta dai debiti, si trasformi in regina guerriera,
a capo di un corteo di donne silenziose, armate soltanto di un disperato dolore. La corifea di questo coro
greco pronto a reclamare giustizia, è una intensa
Emanuela Mulè che nello sguardo rivolto all’aguzzino
denuncia ciò che le parole non sarebbero in grado di
dire. Lo sottolinea bene il regista con la scelta rigorosa del bianco e nero e con le musiche di Diego Spitaleri
che riecheggiano tra i suggestivi vicoli stretti di Sutera
e i solitari cretti di Gibellina. Solo una profetica voce
fuori campo spezza il silenzio surreale con litanie e
rosari fino al momento della resa dei conti, quella in
cui giustizia è fatta e la puzza dei soldi sporchi si
avverte prepotentemente. Colpisce che, ad eccezione
dell’eclettica attrice Emanuela Mulè, che vanta diverse esperienze nel cinema, nella televisione come in
teatro (La baronessa di Carini, Alla Luce del Sole,
Scarafaggi Beatles), nessuna delle donne del film sia
una professionista. La stessa toccante voce narrante è
di un’anziana donna che, spiegano i due protagonisti
compagni anche nella vita, rappresenta la memoria
storica di Sutera. «Quando Giuseppe mi ha fatto leggere la sceneggiatura de “L’avvoltoio”, ho subito pensato a Sutera, il paese dei miei nonni, dove poi abbiamo girato le scene iniziali», racconta la Mulè, produttrice con Moschella di questo film che fa parte di un
progetto di ampio respiro a cui entrambi tengono
molto. «Oltre al film breve, di cui esiste una prima seppur diversa versione del 1994 (premiata in
Campidoglio), abbiamo realizzato uno spot pubblicitario contro l’usura utilizzando alcune scene chiave,
proprio perché volevamo che in pochi secondi, con
una frase efficace e senza retorica, fosse chiaro a tutti, ai bambini come ai vecchi di qualunque estrazione
sociale, che l’usura è una cosa che puzza». Il cinema,
in quanto strumento di comunicazione, ha il compito
di veicolare significati, ma quando, come nel caso de
“L’avvoltoio”, alla forza espressiva dell’immagine
gestita con tecnica e maestria si associa un messaggio
dal forte valore civico e morale, allora si può dire che
si è raggiunto il punto più alto dell’arte.
balarm magazine 38
CINEMA
Benedetta contro il lavoro minorile
Il cartoon diretto dalla palermitana Rosalba
Vitellaro affronta il tema dei diritti dell’infanzia
Può esistere un mondo senza lavoro minorile, un
mondo dove nessun bambino sia privato dei grandi diritti dell’infanzia quali l’istruzione, il gioco e la spensieratezza? È questo l’importante interrogativo che ci pone il cortometraggio “Benedetta”, cartoon realizzato dal centro
di produzione Larcadarte in coproduzione con Rai fiction
e il Comune di Palermo, andato in onda su Raidue lo
scorso 20 novembre. Un lavoro intenso, a tratti duro, che
sa emozionare e sa far sognare. Lo special, della durata
di 26 minuti realizzato secondo la tecnica dell'animazione tradizionale, narra la storia di Benedetta, una bimba
palermitana di soli 11 anni, e del suo gruppo di amici,
costretti a vendere un po’ di tutto all’incrocio di un semaforo. Saranno la fantasia e il coraggio della piccola a salvarla da una realtà di miseria e di sfruttamento e soprattutto dalle angherie del cattivo “Enzo”. La fame, la sete e
i soprusi patiti, lasciano spazio ad un finale colmo di speranza. Benedetta e i suoi amici, infatti, volano via a cavallo dello stesso semaforo attorno cui si sono riuniti per
lavorare. «La scena finale, il decollo di Benedetta verso
una vita migliore, è una citazione di “Miracolo a Milano”,
film di Vittorio De Sica, un artista che ammiro molto» ci
racconta la regista del cartoon, Rosalba Vitellaro, che fa
del neorealismo una fonte di ispirazione di tutto il suo
lavoro di film-maker. Un neorealismo, quello della
di LAURA MARIA SIMETI
Vitellaro, radicato profondamente nel contesto cittadino.
Il cartone è ambientato a Palermo e della nostra città
ritroviamo oltre che i luoghi storici della Cala e della
Vucciria, colori, atmosfere, situazioni. Tutti gli artisti coinvolti, inoltre, sono siciliani: l’attrice Donatella Finocchiaro
dà la sua voce alla protagonista, mentre tra gli altri doppiatori figurano nomi importanti della scena artistica
nostrana quali Corrado Fortuna, Stefania Blandeburgo e
Claudio Gioè. Di grande effetto anche la colonna sonora
alla quale hanno collaborato gli Agricantus. “Benedetta”
ha incontrato subito il favore della Rai, dopo l’attento
lavoro di contatto svolto da Alessandra Viola, responsabile comunicazione di Larcadarte, ma è stato sostenuto
vivamente anche dal vice sindaco Dario Falzone. «La
sinergia che si è creata tra la Rai e il Comune di Palermo
- dice la regista - è qualcosa di unico: è la prima volta,
infatti, che la Rai coproduce qualcosa insieme ad un ente
pubblico». La collaborazione tra Larcadarte e il Comune è
stata florida: il Comune, infatti, è stato committente
anche di altri lavori firmati da Larcadarte come gli spot,
per citarne alcuni, realizzati per promuovere la conoscenza sulla legge 285 e sull’ufficio diritti dei minori. «In
cantiere - conclude Rosalba - c’è anche un altro cartoon
in coproduzione con la Rai». Per conoscere l’argomento,
però, dovremo attendere ancora un po’.
balarm magazine 39
SOCIETA’
ISOLEPEDONALI.ORG
Il movimento, che nasce nel febbraio 2007, coinvolge centinaia
di palermitani e una settantina di commercianti del centro storico
di DARIO PRESTIGIACOMO
Mariangela fa un mestiere pericoloso: la guida to a raccogliere le adesioni. Il manifesto ha avuto subito
turistica. Di norma la sua occupazione non ne una grossa eco sulla stampa locale ed è riuscito a coinmette a rischio l’incolumità. Ma quando arriva a Palermo volgere in breve tempo centinaia di palermitani, tra cui
(e per fortuna dell’economia cittadina vi viene ancora – miracolo - una settantina di commercianti del centro
spesso), sa che dovrà prestare molta attenzione per non storico, la categoria che da sempre si è più opposta alle
farsi male e, soprattutto, perché i suoi clienti tornino a isole pedonali. «Per quanto ci sia ancora una forte resicasa sani e salvi. Se credete si tratti di un’esagerazione stenza da parte dei negozianti e dei loro sindacati – spieprovate a farlo voi, solo un per un giorno. ga – in molti hanno capito che non si tratta solo di una
«Accompagnare i turisti in giro per il centro storico è questione ambientale. Se il centro diventa davvero il
diventata un’impresa – racconta – Bisogna fare continui “salotto” della città, gli affari non possono che miglioraslalom tra le macchine, i marciapiedi sono stretti, basta re. Primo, perché si implementa il turismo. In secondo
spostarsi un attimo sulla strada per finire sotto un auto luogo, perché il traffico non porta clienti, ma li allontao, peggio, sotto un autobus. E poi, l’aria è veramente na». La prima iniziativa pubblica di isolepedonali.org reca
irrespirabile». Ma non è solo questo: «I miei clienti – con- la data del 22 aprile. Da allora, le manifestazioni per libetinua - vengono a Palermo per ammirare i monumenti e rare il cuore di Palermo dalla morsa asfissiante delle auto
spesso, viste le difficoltà dei percorsi, riescono a visitare sono state tante. Ci sono i “cortei” in bicicletta, organizsolo la metà di quello che è messo in programma. E’ un zati con i ragazzi di Critical Mass, che lottano per l’istitupeccato, perché così il turista ci penserà due volte prima zione di piste ciclabili: ci si riunisce l’ultima domenica di
di tornare e difficilmente segnalerà la città agli amici». Il ogni mese e si sale fino a Santa Rosalia. C’è stata la maniracconto di Mariangela aggiunge un’altra buona ragione festazione del 16 dicembre per protestare contro la decia quelle già numerose per cui
sione del sindaco Cammarata di
da qualche tempo un fronte
sospendere l’isola pedonale
«Palermo deve scegliere se domenicale: un lungo corteo di
sempre più nutrito di palermitadiventare o meno una
ni chiede a gran voce la chiusu«pedoni, ciclisti, mamme e papà
città europea, ma prima di con il passeggino, utenti Amat,
ra al traffico del centro storico.
La proposta, fino a pochi anni tutto vanno salvaguardati la pattinatori,
automobilisti
fa, era più una nobile idea per
coscienziosi, ambientalisti consalute della gente e lo
pochi: glob trotter, che avrebvinti», che si è mosso al centro
sviluppo economico di
bero voluto importare a
dell’asse tra il Politeama e il teaquesta stupenda città»
Palermo questa prassi nord
tro Massimo per impedire alle
europea, o ambientalisti accorti,
auto di transitare. Alla fine, qualche già prefiguravano un innalzamento pericoloso dei che risultato si è cominciato a vedere. Il movimento di
livelli d’inquinamento. Oggi, invece, le cose sembrano Ficarra è stato affiancato in questa lotta civica da quoticambiate. Certo, c’è ancora una grande fetta della città diani come La Repubblica, associazioni ambientaliste
che avverte come un attacco alle libertà costituzionali come Italia nostra, Wwf, Legambiente, e da singoli cittal’ipotesi di non poter posteggiare tranquillamente in dini stremati dall’assalto quotidiano dello smog. E in
doppia fila a due passi dal Teatro Massimo. Ma rispetto questi giorni anche la Giunta comunale sembra seriaal passato, i fautori dell’isola pedonale sono meno soli. mente intenzionata a chiudere permanentemente al
Ne sa qualcosa Davide Ficarra (nella foto), autore e pro- traffico una parte del centro, anche se l’influente orgaduttore di documentari. Nel 2005 ne realizzò uno sulla nizzazione degli esercenti, la Confcommercio, continua
mobilità sostenibile in Europa e da questa esperienza ad opporsi (e a preferire le targhe alterne che, è ormai
maturò la convinzione che anche a Palermo fosse neces- pacifico, contro lo smog servono a poco). Vedremo
saria la pedonalizzazione del centro storico. come andrà a finire. Quelli di isolepedonali.org, comun«Contrariamente a quanto si pensi – dice – la struttura que, promettono ancora battaglie. «Palermo deve ormai
urbanistica della città si presta facilmente ad una misu- scegliere se diventare o meno un città europea – dice
ra del genere». E così, coinvolto un gruppo di amici, Ficarra – Certo, i servizi di viabilità pubblica sono ancora
Ficarra ha cominciato la sua battaglia: nel febbraio del insufficienti a sostenere una vera pedonalizzazione. Ma
2007 ha scritto un appello all’amministrazione comuna- questo è un problema secondario. Prima di tutto vanno
le per l’istituzione di sei zone chiuse al traffico, lo ha salvaguardati la salute della gente e lo sviluppo economesso in rete sul sito isolepedonali.org e ha comincia- mico di questa stupenda città».
balarm magazine 41
SOCIETA’
IL RIFUGIO
Il Rifugio del cane abbandonato
della Favorita chiede aiuto ai
cittadini di buon cuore
di ANTONELLA BONURA
Salvare e dare una casa a tutti quei cani abbandonati, ma anche vittime della violenza, è il compito del
“Rifugio del cane abbandonato” di Palermo
(www.legadelcane-pa.org), situato nel parco della
Favorita in viale Diana. Un’associazione retta esclusivamente da volontari, che cerca di offrire una condizione
di vita migliore a circa duecentottanta cani, provando
a trovare in molti casi un’adozione e un affidamento.
«Un lavoro che cerchiamo di fare nel migliore dei modi
possibili – spiega Elena La Porta (nella foto), presidente
dell’associazione dal 1989 - Il nostro lavoro si basa sull’attività di molti ragazzi e studenti che nel tempo libe-
ro offrono il loro aiuto, in più abbiamo la collaborazione di due veterinari che ci offrono sostegno oltre che
per le cure mediche, anche nella delicata fase dell’affidamento. Infatti non diamo nessun cane in adozione
senza prima aver vagliato le reali possibilità di intesa
tra l’animale e gli eventuali affidatari. Anche dopo
l’adozione non smettiamo di monitorare ogni caso per
verificare che tutto funzioni bene». Il Rifugio del cane
abbandonato della Favorita nasce a Palermo circa 50
anni addietro. Prima del 1989 non aveva la medesima
organizzazione, non c’erano volontari, mancava il controllo veterinario e si contavano circa 800 animali. Dal
1989, da cioè quando il rifugio è sotto il controllo della
Lega Nazionale per la Difesa del Cane, è stata istituita
la presenza giornaliera di un medico veterinario, di una
vera e propria “zona terapie” e di una zona per l’isolamento dei cani con malattie contagiose. In più l’organizzazione ha cercato il dialogo con i cittadini e con le
istituzioni con cui nel tempo è nato un rapporto di collaborazione. Un aiuto, quello dei cittadini, che è richiesto proprio adesso in un momento non molto facile per
il rifugio. «Le nostre difficoltà sono di ordine economico - spiega La Porta - Ormai le nostre risorse sono al
limite. Nel 2005 avevamo ricevuto dal Comune 100.000
euro da dividere in sette associazioni, nel 2006 il contributo si è drasticamente ridotto a 6.500 euro, l’anno
scorso non abbiamo ricevuto nulla e non sembrano
esserci prospettive migliori per quest’anno». Così i
volontari si rivolgono al buon cuore dei cittadini chiedendo un aiuto o attraverso donazioni da effettuare
attraverso c/c postale n° 13980909 intestato a Lega
Nazionale per la Difesa del Cane – sezione di Palermo,
viale Diana 3 - 90142 Palermo o sul c/c bancario n°
274755, Abi 1020, Cab 04667, Cin O (di Otranto). Non
solo denaro chiedono i volontari ma anche cibo e in
particolare medicine. L’assessore comunale all’Igiene e
Sanità Filippo Cannella fa sapere che: «il rifugio di viale
Diana, come altri rifugi privati, purtroppo non è in
regola ed occupa un terreno abusivamente. Stiamo
però cercando di trovare una soluzione per non rendere lo sfratto esecutivo. Per quanto concerne la mancanza di risorse non viene meno la volontà di collaborazione. Infatti, con un decreto dell’assessore regionale La Galla, sarà data la possibilità a tutti i rifugi privati
di mettersi in regola, offrendo il sostegno per il 50%
delle spese. Noi come Comune ci siamo offerti come
mediatori in questa fase, facendo da tramite tra
Regione e privati. Chiediamo ai rifugi di presentare al
più presto i progetti di messa in regola e poi sarà
nostro compito inoltrarli alla Regione».
balarm magazine 42
COSTUME
COUCH SURFING
I “viaggi sul sofà”, ovvero la nuova frontiera dei viaggi low cost
per gli utenti del web. A Palermo sono 157 gli aderenti al progetto
di BARBARA RANDAZZO
Viaggiatori squattrinati del pianeta, preparatevi davanti un aperitivo, così come si possono declinare le
a “surfare”! Niente onde azzurre, oggi per una richieste pervenute. Il portale offre un supporto multivacanza intelligente occorrono un collegamento inter- lingue, consigli utili, forum, chat e gruppi tematici. «E’
net e tanto spirito d’avventura. Si chiama fondamentale non fare un uso improprio del club, non
“CouchSurfing” (letteralmente “saltare da un divano serve per “acchiappare”, è uno stile di vita» evidenzia
all'altro”) la nuova frontiera low cost per i globetrotter Filippo, 37 anni, geologo e punto di riferimento locale
tecnologici, un servizio di ospitalità online per scam- con il ruolo di “ambasciatore”, per la diffusione della
biare il sofà o un letto, a costo zero. Se finora ci si couch philosophy. Da semplice database, CS è diventaarrangiava in ostelli o campeggi, nell’era telematica to un fenomeno di costume, eterogeneo luogo d’ins’impongono le comunità virtuali, con buona pace dei contro per oltre 400 mila open-minded dislocati in 223
tour operator. Passepartout per le “case aperte” il sito nazioni, dall’Antartide allo Zimbabwe. I “surfers del
www.couchsurfing.com, nato nel 2000 dall’intuizione canapé” sono universitari, impiegati, liberi professionidi Casey Fenton, informatico americano con un bigliet- sti con un’età media di 29 anni, buon livello d’istruzioto last minute per l'Islanda e le finanze azzerate. Dato ne, conoscenza dell’inglese e, fondamentale, ottima
che la necessità aguzza l’ingegno, l’intraprendente capacità d’adattamento. Identikit che rispecchia pergiovane chiese alloggio via email a 1.500 studenti del fettamente anche i 157 soci palermitani, di cui 49 le
posto, che lo sommersero di risposte solidali. Il sor- “quote rosa”. Molti si frequentano regolarmente, ogni
prendente esito spinse Casey a fondare il “Progetto pretesto va bene per vedersi: cene, feste, passiate….
CouchSurfing”, un’organizzazione no-profit dall’obiet- «E’ un’idea meravigliosa! Quando non puoi partire contivo ambizioso: “connettere luoghi e persone attraver- senti al mondo di entrare in casa» aggiunge Giovanni,
so oceani, continenti e cultu28enne, esperto ambientale.
re”. Un social networking che
Certo condividere gli spazi con
cambia il modo di viaggiare,
Il “Progetto CouchSurfing” estranei comporta qualche
diffondendo il valore dell’acco- è un'organizzazione no-profit imprevisto, capita che il divano
glienza. Si afferma così un nuonon sia a cinque stelle o non
che ha un obiettivo
vo linguaggio, in cui “surfare”
scatti un particolare feeling, ma
ambizioso: “connettere
diventa sinonimo di opportunisono rare eccezioni. Tutti gli
luoghi e persone attraverso intervistati concordano neltà, l’ospite è guest e il padrone
di casa host. Da una parte si oceani, continenti e culture” l’aver sempre dormito comodaconcede una sistemazione
mente, entusiasti delle numero(anche uno spazio per il sacco
se amicizie e possibilità di cona pelo) dall’altra si parte per le mete prescelte dove fronto nate. I “viaggi sul sofà” aprono la porta alla relasostare gratis per qualche giorno. Un approdo stimo- zione. «Per un breve periodo si dà e si riceve il meglio
lante, al di fuori dei canali turistici preconfezionati. dagli altri, con il rischio d’instaurare una vera dipenDurata e termini di soggiorno sono chiariti anticipata- denza» sottolinea Marianna, 30 anni, impiegata. «E’
mente tra le parti e in ogni caso non è previsto alcun inutile negare che si spera sempre nell’arrivo della belcorrispettivo monetario. A visita terminata ci si scam- la svedese» ammette ridendo Toti, 38 anni, docente e
bia un feedback che testimonia l’esito dell’esperienza. bamboccione doc. Immancabili le conquiste amorose,
Entrare a fare parte della cosmopolita tribù è molto spesso cementate tra i fornelli, galeotta la cucina sicisemplice: basta essere maggiorenni e registrarsi sul liana, universalmente apprezzata. E con la classica
sito. Ogni utente dispone di una pagina personale con guantiera di cannoli offerta in dono, il figurone è
profilo (interessi, viaggi compiuti, riflessioni di vita…), garantito! Pochi i pregiudizi riscontrati, se la mafia
fotografie, link alle sezioni “Amici” e “Referenze”, che suscita folkloristiche curiosità, ad incantare i visitatori
ne confermano l’affidabilità. Ad ulteriore tutela degli è la qualità dei rapporti umani, il sacro senso dell’ospiiscritti, inoltre, si applicano procedure di verifica, con talità che ci rende gli anfitrioni più amurusi. «Da cicepiù livelli di controllo. Il primo è gratuito e certifica che rone amo mostrare la Palermo by night, i ristorantini
il nome e l’indirizzo inseriti siano validi; per gli altri tipici…io stesso mi sorprendo della città» rivela Ivan,
bisogna pagare una quota di 25 dollari, destinata al 24 anni, universitario. Al precariato socio-economico i
finanziamento del progetto. Ricambiare l’ospitalità non ribelli del turismo rilanciano l’arte del viaggiare, oltre i
è obbligatorio, bastano anche quattro chiacchere propri confini. “Divano dopo divano”.
balarm magazine 45
COSTUME
Galeria LAMANAI
Dai monili all’oggettistica
etnica: viaggio d’autore ai
confini del Centro America
di ALESSIA ROTOLO
Non è solo una “bottega” di oggetti etnici, ma
soprattutto un luogo di incontro e di scambio dove si
fondono sinergie tra diverse culture. La Galeria Lamanai,
con sede a Palermo in via Giuseppe Giusti 43, è uno spazio unico nel suo genere. Una sorta di stargate verso
una dimensione “altra”, più precisamente messicana. Ad
Akumal, infatti, ad una quarantina di chilometri dalla
celebre Playa del Carmen in uno dei luoghi più suggestivi di tutta la Riviera Maya, si trova la sua gemella. Due
realtà nate sette anni fa da un intento comune, quello di
scovare oggetti unici e particolari, che raccontano tradizioni e saperi antichi. Lamanai, che è il nome di un sito
archeologico Maya, significa “città del coccodrillo sommerso” in ricordo di una numerosa colonia di coccodrilli che in passato popolava le acque della laguna. Alla
Galeria si trovano manufatti particolari, dai monili all’oggettistica etnica, ognuno dei quali ha alle spalle una storia, un artigiano o un artista che lo ha creato. Ma l’accento va posto anche sulla cura per la scelta e la ricerca
di ogni singolo pezzo, unico per l’appunto. Antonella
Troncato e Rosario Arena, proprietari di questo particolare luogo dal dicembre 2006, curano minuziosamente
ogni dettaglio e aspetto di ogni singolo oggetto: chi lo
ha fatto, come è stato realizzato e le tecniche e i materiali utilizzati. «All’inizio – spiega Antonella - la ricerca
era delimitata al Centro America, ma successivamente si
è estesa anche ad altri luoghi del Sud del mondo, che
rimane ancora un contenitore genuino di tradizioni
degne di essere raccontate». Si nota subito l’entusiasmo
e la cura che Antonella e Rosario mettono nel raccontare le storie particolari che stanno dietro ai singoli oggetti, ci tengono a far capire l’importanza, il valore e la
sacralità di una “cosa” che si ha tra le mani. Pezzi unici,
fatti assolutamente a mano con tecniche antiche, come
per esempio un tappeto messicano dai colori sgargianti. «L’artigiano che lo ha fatto – spiega Rosario - mi ha
portato nel suo giardino per farmi vedere una coltivazione di cocciniglia, un insetto dal quale estrae il rosso,
e altre piante dalle quali derivano vari colori naturali da
lui utilizzati». Poi ci sono gli Alebrjches, piccole sculture
di legno copal che rappresentano animali coloratissimi,
ricavate da un unico pezzo di legno sacro che viene bruciato per particolari riti religiosi e le cui decorazioni, per
lo più floreali, riprendono i fiori del peyote utilizzati in
Messico per i riti iniziatici. La Galeria Lamanai è anche
esclusivista di oggetti creati da due artisti messicani.
Roberto Rodriguez, che riprende nelle sue opere le donne Totonaca, un’antica etnia del Centro America; e
Manuel De Jesus Velazquez Torres, che realizza statue di
legno colorate con tecniche particolari, che rappresentano il mondo naturale e quello sacro. Unici sono anche
i gioielli che provengono dal Pakistan, Afganistan, Iran,
Turkmenistan, Uzbekistan e da molti altri luoghi lontani.
In particolare un talismano Tuareg chiamato Tcherot,
costruito con diversi tipi di metalli (ottone, rame e
argento), che contiene al suo interno versetti del Corano
e formule magiche per attraversare indenni il deserto.
Provate ad acquistarlo, magari vi porterà un po’ di fortuna in più.
balarm magazine 46
Tutta la tv a trecento60GRADI
Il format televisivo di Marco Alduina e Riccardo Ruta Ruta è rivolto
a tutti, dalla zia Pina di corso Olivuzza all'erudito di via Libertà
Tutto ci gira intorno, gira cosi veloce da farci perdere
la testa, si perde il senno, ma poi basta girare l'angolo ed
ancora la voglia di dire la propria ti spinge ad andare
avanti... Marco: «Perché non facciamo un programma
tv?», Riccardo: «Va bene ma come si fa?». Basta comunicare, in modo diretto semplice e chiaro un’informazione.
Dare dei messaggi che chiunque possa comprendere,
qualcosa di completo, insomma a “trecento60gradi”. Tutti
possono vederlo, dalla zia Pina di corso Olivuzza, all'erudito di via Libertà, e non c'è offesa perché se non ti va
cambi canale, sta a noi intrattenerti con un mix di comicità, allegria insieme alla cultura ed i problemi sociali di
una città come Palermo. Diversi incontri o meeting, per
sentirci più integrati al sistema, sono la culla di “trecento60gradi”, un format televisivo, nuovo per le emittenti
televisive locali. La sera dopo cena le menti si riuniscono
e scelgono i soggetti della nuova puntata, poi si passa alla
macchina da scrivere. Nasce cosi un servizio pronto per
essere girato, via in montaggio e “trecento60gradi” può
andare in onda. «L'importante e non perdere di vista il
messaggio, la comunicazione, noi parliamo di tutto, ci
occupiamo di tutto». Marco Alduina e Riccardo Ruta Ruta
(nella foto), ideatori del format raccontano cosi, quello
che può sembrare un semplice lavoro, ma che in realtà
non è altro che fare televisione. Tra tanta tv spazzatura
cerchiamo di distinguerci, proviamo ad essere al passo
coi tempi, ed il confessionale è un arma in più, un canale
per chi la notte gira tra i locali, ed è disposto a mettersi in
gioco. «Tutti coinvolti perché noi vi giriamo intorno», cosi
dicono dagli studi di “trecento60gradi”. Marco e Riccardo,
continuano il loro lavoro artistico commerciale con l'aiuto
di un team affiatato e perché no, magari un domani li
vedremo anche sul grande schermo...Giovani che hanno
voglia di andare avanti e crescere come i tanti volti del
confessionale di “trecento60gradi”, che dicono la loro e
sperano anche di essere notati, o semplicemente apparire in tv. Anche gli esordienti registi possono andare in tv
grazie ad una nuova sezione del programma dedicata ai
cortometraggi. «Non è facile fare tv - spiega Riccardo – si
rischia di cadere nel banale o essere ridicoli. Stiamo sempre attenti ai contenuti di una puntata prima che vada in
onda, se no poi il pasticcio e fatto. Una telecamera può
mostrarti cose che neanche immagini ed suscitare emozioni o rivelare verità che animano il tuo pensiero, un flusso di stimoli, ed altro ancora. Comunichiamo con tutti,
non ci sono ignoranti davanti la tv, ignorante e chi sta dietro la tv perché ignora chi racconta le immagini e le
immagini stesse. Troviamo sempre nella quotidianeità
della vita aspetti positivi ed aspetti negativi, la vita va vissuta in ogni sua forme, la vita va a “trecento60gradi”».
balarm magazine 47
CIBO
L’ABBINAMENTO IL VINO
di GIORGIO AQUILINO
La SIGNORA con la “cucchiara”
Tra moglie e marito non bisogna mettere il dito,
chiedete soltanto un piatto di pasta cu sucu
Arriva il Carnevale e inizia l’incubo del vestito.
L’anno scorso il primo premio della gara, organizzata
dall’associazione Cu sparte ‘ave a megghiu parte, è stato vinto da un gruppo di Catania. Quest’anno è obbligatorio rifarsi, per riscattare l’onore del capoluogo, che
sarà illuminato da tale importante onorificenza.
Presenzierà anche il sindaco. È nota a tutti la sua sensibilità cultural-patriottica. Anche per questo è necessario
sconfiggere l’avversario. Ne va della dignità cittadina.
Ma come fare? Da cosa vestirsi? Intanto avete notato
qualche sporgenza laterale in più. Aaaah, orrore! Che
nessuno vi proponga vestiti da suora sexy o infermiera
sadomaso, peraltro molto banali. Quest’anno andrà la
moda del cummogghiu! Ma cosa? Deve essere spiritoso
e ironico, ma anche originale, magari si potrebbe prendere spunto da qualche personaggio locale, facilmente
identificabile, conosciuto almeno dai partecipanti alla
competizione, che fanno tutti parte della stessa comitiva. Scartabellate fra i ricordi. Persone sui generis a
Palermo ce ne sono quant’a rrina ru mari, ma ne servirebbe una particolare. Ecco! Quella meravigliosa cuoca
ruspante che conduce la bella trattoria rustica, dove
di LETIZIA MIRABILE
andavate spesso, prima che il fegato si materializzasse
nello studio, rivendicando il diritto alla vita, per i modici
prezzi, il cui menù è quello casalingo. La signora arrivava ai tavoli barcollando sotto il peso dei suoi centoventi
chili, che spostava schiacciando prima un piedino, infagottato nella tappinella di plastica, e poi l’altro, quasi a
saggiare la stabilità del pavimento ondulato. Vestiva, e
dicono veste ancora, con maglioni lunghissimi a girocollo dai colori smorti, sopra gonne rigorosamente nere
che tagliavano quei maritozzi rigati dalle vene varicose.
“E allora ragazzi che vi pozzu sierbere, c’abbiamo pasta
con i vruocculi arriminati sicci sparacelli o cu raù di
sasizza” proclamava con un unico fiato e voi dovevate
capire dove finisse una ricetta e iniziasse l’altra. Al dolce
suono di sasizza, gli occhi di tutti si facevano brillanti. Il
famoso raù della signora, che non si capì mai se in verità lo preparasse il marito, non aveva alternative. Dodici
porzioni abbondanti di spaghettoni o margherita con un
bellu sucu scuru, qualche callozzetto di sasizza e ‘na
manciata di ricotta salata, era la richiesta, intendendo
dire che se avesse calato un chilo e mezzo di pasta
sarebbe sparita ugualmente. Lei lo sapeva e calava un
balarm magazine 48
Le carni rappresentano un gruppo di alimenti con caratteristiche gusto-olfattive molto diverse tra loro, in funzione della tipologia e della preparazione considerata. Si prestano ad
ogni genere di cottura, da quella alla brace, agli arrosti o agli
umidi, e ciascun sistema può influenzare anche in modo rilevante la personalità delle diverse preparazioni e, di conseguenza, la scelta del vino in abbinamento. Nel caso concreto, si deve rilevare come la presenza del sugo aumenti la sensazione di succulenza già insita
in questa categoria alimentare. Una base strutturata così ricca di condimenti determina, inoltre, una variegata complessità di sapori e profumi: la sapidità ed aromaticità dei numerosi tagli del maiale ed il bagaglio sensoriale
rilasciato dall'alloro, il garofano, l'aglio e la cipolla. Rimane, infine, un particolare essenziale: la presenza del vino in cottura. In genere, infatti, la pietanza si accompagna con lo stesso vino utilizzato per la sua preparazione. Sarà
quindi un rosso maturo, dal bouquet intenso, caldo, morbido, abbastanza
tannico, sapido, di corpo e con buona persistenza aromatica. Tra le varie
tipologie disponibili in commercio suggerisco un Cabernet sauvignon, vitigno alloctono particolarmente diffuso in Sicilia.
chilo e trecento grammi, con sommo dispiacere di tutti.
La signora ha un caratterino pizzuto. È la cucchiara di
tutte le pignate, sape tutto di tutti e non si esime dal
raccontare, con apparente discrezione, curiosità e vezzi
dei suoi clienti. Nel suo locale non vige la regola “il cliente ha sempre ragione”. Se vi prende in antipatia sono
guai. Tanto riesce a essere affettuosa e disponibile, tanto diventa acida e intollerabile. Dice sempre ciò che pensa, senza nessun freno inibitorio. Forse non si pone
neanche il problema di poter imbarazzare gli ospiti.
Famosa quella volta in cui le avevate chiesto una ricetta, dimostrando la vostra ignoranza in materia di parti
anatomiche del suino, e vi ha freddato con un’affermazione categorica e senza speranza, in cui emergeva il
suo rammarico “Sciatere e matri! Figghi miei, c’avete la
laurea e manco sapete comu si compone ‘u porcu. Ma
che v’aviti a mettere a cucinare. Manciate, ca è miegghiu!”. Il marito, anche lui rotondetto e barcollante, con
pantaloni lisi e mocassini che sembrano vecchi barconi,
è più diplomatico e docile. Approfittando della momentanea assenza della signora, una volta avete circuito il
marito con i complimenti e gli avete strappato la ricetta
segretissima del raù. Lui si era seduto e lusingato aveva
iniziato in un italiano sicilianizzato “Intanto s’hannu a
pigghiari i pezzi giusti di carne. Ci vuole un tocco di
coscia e uno di spadda, na pocu ri coddu, pittinicchi,
cutina e ‘a sasizza, chidda gruossa. Metti tutto ‘nta un
tianu, li passi a olio e poi li usci appena sono tutti sbiancati. Nel tianu ci metti agghiu, abbunnanti cipudda,
l’astrattu e un bellu bicchiere di vino russo ‘n pietra. Ci
acciungi ‘a sarsa, nu pocu r’acqua e lasci cuocere lentamente pi un’ura. Quannu addiventa a mettà cci metti
autra acqua e appena sbollisce cci fuddi la carne, inzieme all’alloro, sale, pipi, un chiodo di garofalo e aspetti
pi un’orata e mienza. Appena u sucu è bello strittu e
marroncino è prontu e cci fai primo e secunnu e ti stuoi
u mussu”. Stava continuando a narrare le gesta culinarie, felice che qualcuno lo stesse ad ascoltare interessato, quando la signora aprì la porta. Lui scattò in piedi
con fare disinvolto e andò in cucina. Dopo cinque minuti arrivarono i vassoi fumanti e regnò il silenzio. In realtà in cucina stava succedendo una bella sciarra: la
signora non voleva far sapere che a cucinare era il marito. Voi eravate troppo concentrati per sentire rumori
esterni al tavolo, avviluppati dai tentacoli degli spaghetti. Sì, questi erano proprio i vestiti adatti, quelli che
avrebbero conquistato la giuria per l’originalità e l’ironia
dell’idea. E in più infagottati come sareste stati non si
sarebbe visto nulla di compromettente. Utile e divertente, cosa chiedere di più ? Un piatto di pasta cu sucu!
balarm magazine 49
PUNTI DI DISTRIBUZIONE
PALERMO
161 LoungeBar&Restaurant // Via Libertà 161
4 Canti pub // Piazzetta delle Vergini 9
Aborigenal Cafè // Via S. Spinuzza 51
Ai Chiavettieri / Via Chiavettieri 18
Al Siciliano // Via dell'Orologio 37
Al Viale // Via Archimede 189
Altroquando // Corso Vittorio Emanuele 145
Auditorium Rai // Viale Strasburgo 19
Banacalì wine bar // Via IV Aprile 9
Bar Manila // Via G. Galilei 155
Bar Magnolie // P.zza Franco Restivo 1
Birimbao pub// Via dei Leoni 85
Birmingham Cafè // Via R. Wagner 16/18
Bisogno di vino // Via Giacalone 2
Body Studio ai Colli // P.za Staz S. Lorenzo 1
Blow Up // P.zza Sant’Anna 17/18
Blue Brass // Via dello Spasimo 15
Byblo's wine bar // Via Simone Corleo 2
Cafè Moma // Via Gioacchino Di Marzo 61/c
Caffè 442 // Piazza Don Bosco 1
Cayman club // Corso Vittorio Emanuele 246
Cambio Cavalli // Via Giuseppe Patania 54
Casa Pitrè pub // Via Sant'Oliva 18
Centro culturale Biotos // Via XII Gennaio 2
Centro culturale Francese // Via Paolo Gili 4
Ccp Agricantus // Via XX Settembre 82/a
Centro del tè Cha // Via Velasquez 28/34
Centro di cultura Akiti // Via Lombardia 19
Centro di cultura Barag // Via De Spuches 7
Centro di cultura Rishi // Via S. Bono 19
Cinema ABC // Via Emerico Amari 166
Cinema Ariston // Via Pirandello 5
Cinema Aurora // Via Tommaso Natale 177
Cinema Arlecchino // Via I. Federico 12
Cinema Dante // Piazza Lolli 21
Cinema Fiamma // Largo degli Abeti 6
Cinema Gaudium // Via D. Almeyda 32
Cineteatro Golden // Via Terrasanta 60
Cinema Holiday // Via Mariano Stabile 223
Cinema Igea Lido // Via Ammiraglio Rizzo 13
Cinema Imperia // Via Emerigo Amari 160
Cinema Jolly // Via Costantino 54
Cinema King // Via Ausonia 111
Cinema Lux // Via Francesco Di Blasi 25
Cinema Marconi // Via Cuba 12/14
Cinema Rouge et Noir // Piazza G. Verdi 82
Cinema Tiffany // Viale Piemonte 38
Cineteatro Metropolitan // V. Strasburgo 356
Convivium Miceli // Via Generale Streva 18/a
Cortile Patania wine bar // Via G. Patania 34
Coso Cafè // Piazzetta Sant'Onofrio 39
Country Time Club // Viale Dell'Olimpo 5
Desafinado // Via Vetreria 72
Dischi & Co // Via Alcide De Gasperi 32
Diskery // Via Aquileia 7/c
El Mescalito // Via Libertà 84/b
Ellepì dischi // Via Libertà 29/c
Fides Time // Via Principe di Paternò 91
Fransal donna // Via Giuseppe La Farina 14
Fransal uomo // Via Giuseppe La Farina 9
Fresco // Via Enrico Albanese 24/26
Gagini wine bar // Via Cassari 35
Galeria Lamanai // Via G. Giusti 43
Galleria Expa // Via Alloro 97
Galleria Nuvole // Via Matteo Bonello 21
Galleria Sakbe // Via Isidoro Carini 8/10
Galleria Studio 71 // Via Vincenzo Fuxa 9
Gatto Nero // Rua Formaggi 15
Gattuso Musica // Via M. di Villabianca 50
Genesi pub // Via Monsignor Serio 6/c
Gentleman Loser // Piazzale Ungheria 33
Gliamanti // Piazzetta Colonna
Goethe Institut // Via Paolo Gili 4
Guitar Point // Via Cristoforo Colombo 14
Hammam // Via Torrearsa 17/d
Hirsch pub // Via Damiani Almeyda 3/a
I Candelai // Via Candelai 65
I Grilli // Largo Cavalieri di Malta 2
Jason Irish pub // Via dei Nebrodi 55
Jazz 'n Chocolate // Via Giacalone 26
Il Musichiere // Via Damiani Almeyda 15
International House // Via Quintino Sella 70
Istituto Cervantes // Via Argenteria 33
Jackass // Via Sammartino 117
John Milton Institute // Via G.G. Sirtori 73
Kursaal Kalhesa // Foro Umberto I 21
La Cuba // Viale Francesco Scaduto
La Cueva // Via delle Balate 13/15
La Gorda // P.zza P. Camporeale 13-15
L’antro di Bacco // Via dell’Orologio 46
L'aperitivo // Via Giusti 34
L'Espace // Via G.B.F. Basile 3
Libr'Aria // Via Ricasoli 29
Libreria Ausonia // Via Ausonia 70/74
Libreria del Mare // Via della Cala 50
Libreria Dante // Via Maqueda 172
Libreria Broadway // Via Rosolino Pilo 18
Libreria Feltrinelli // Via Maqueda 395
Libreria Flaccovio // Via Ruggero Settimo 37
Libreria Flaccovio // P.zza V. E. Orlando 15
Libreria Kalòs // Via XX Settembre 56/b
Libreria Liberamente // Via Villareale 53
Libreria Mercurio // Piazza Don Bosco 3
Libreria Modusvivendi // Via Q. Sella 79
Libreria Mondadori // Via Roma 287
Libreria Oliver // Via F. Bentivegna 9/13
Libreria Universitas // Corso Tukory 140
Lord Green // Via Enrico Parisi 30
Luan production // Via Mazzini 28
Lulu pub // Via San Basilio 37
Luppolo l'ottavo nano // Via Manin 36
Malaluna // Viale della Resurrezione 82
Malavoglia // Piazzetta G. Speciale 5
Marphi’s pub // Via Sciuti 252
Martin's Ristogallery // Via Calascibetta 25
Master dischi // Via XX Settembre 38
Mikalsa // Via Torremuzza 27
Mi manda Picone // Via A. Paternostro 59
Mondolibri // Corso Vittorio Emanuele 244
Mora Mora // Via R. Mastrangelo 21
More wine bar // Via Mariano Stabile 32
Nashville pub // Via Belgio 4
Nexus Street Bar // Piazza Cassarelli 21
Nuovo Montevergini // P.zza Montevergini 8
Oliver wine bar // Via F. Paolo Di Blasi 2
Palab // Via del Fondaco
Palazzo Ziino // Via Dante 53
Pan Store // Via Siracusa 22
Parco T. di Lampedusa // Vicolo della Neve 2
Paskal // Corso Domenico Scinà 190
Pata Palo // Piazza Giovanni Borgese
Pick Up // Via Catania 16
Reloj // Via Pasquale Calvi 5
Ricordi Box Office // Via Cavour 133
Robinson Vini // Via Ariosto 11/a
Rocket Bar // P.zza S. Francesco di Paola 42
Roots // Piazza Santa Cecilia 22
Rumors Cocktail Bar // Via I. La Lumia 70
Scacco Matto // Via Nicolò Spedalieri 2
SestoSenso // Vicolo Fonderia (dietro la Cala)
Spasimando // Via Spasimo 44/48
Spazio 500g // Via Bara all’Olivella 67
Spazio Deep // Via Rosolino Pilo 21/23
Spazio Nike // Via Monteleone 3
Spirito DVino // Via P. di Belmonte 44/46
Taco Loco // P.zza G. Campolo 27
Teatrino Ditirammu // Via Torremuzza 6
Teatro Bellini / Piazza Bellini
Teatro Crystal // Via Mater Dolorosa 64
Teatro Al Convento // Via C. Bandiera 66
Teatro Al Massimo // Piazza G. Verdi 9
Teatro Biondo // Via Roma 258
Teatro Lelio // Via Antonio Furitano 5/a
Teatro Libero // Piazza Marina
Teatro Massimo // Piazza Giuseppe Verdi
Teatro Orione Spicuzza // Via Don Orione 5
Teatro Politeama // P.zza R. Settimo
Teatro Savio // Via Evangelista Di Blasi 102/b
Teatro Zappalà // Via A. Siciliana 125
The Cube // Via Giotto 1
Travel Cafè // Via Carducci Giosuè 18
Tribeca // Via Mariano Stabile 134
Tutto Musica // Via Principe di Villafranca 5
Villa Giuditta // Via San Lorenzo 17
Vinile pub // Via Piazzi (piazza Lolli)
Volo wine bar // Via Libertà 12
World Wide Web // Via P. di Belmonte 103/c
Zsa Zsa Mon Amour // Via Angelitti 32
BAGHERIA
Edicola Pippo Bonura // Corso Umberto I 38
Edicola M. Albanese // Corso Butera 531
Sikelia wine bar // Via del Cavaliere 92/a
MONDELLO
Libreria Sellerio // Viale Regina Elena 59/v
MONREALE
La Bettola Del Novelli // Via Torres 30
TERMINI IMERESE
Libreria Caffè Punto 52 // Via Belvedere 52
VILLAFRATI
Teatro del Baglio // Corso Sammarco
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