Giorgio Arnosti
IL NUME TUTELARE DELLA "STIPE" DI VILLA DI VILLA
Nel catalogo della mostra su "I PALEOVENETI", Maria Grazia Maioli, autrice della scheda sulla
"stipe" di Villa di Villa in Comune di Cordignano "TV" "1" , propone quale protettore del santuario
un nume maschile, paragonabile al Marte gallico ed al Quirino dei Romani.
Nelle fonti letterarie sugli antichi Veneti, l'esistenza di divinità maschili è scarsamente documentata
"3" , tuttavia in molti santuari si ritrovano dediche a divi del pantheon greco-romano, scritte in
latino; compaiono ovviamente in seguito alla romanizzazione del territorio e documenterebbero
l'interpretazione e la schematizzazione degli dei indigeni alla luce della nuova preponderante
cultura. Questa constatazione della presenza di divinità maschili nel panteon dei Paleoveneti in
epoca tarda, può subito suggerire che questa presenza sia stata in qualche modo mediata o
propiziata, prima della romanizzazione, dal contatto con il mondo celtico, che ebbe una innegabile
influenza su quello paleoveneto, almeno per quel che riguarda il costume "4" .
Vediamo questo passaggio delineato in Cadore, dove dalla LOUDERA delle iscrizioni di Valle di
Cadore, si passa alla TRUMUSIATE degli ex-voto in lingua venetica del santuario di Lagole:
questa divinità viene paragonata dagli studiosi odierni ad una Ecate trimorfa o una Diana tricapite,
di influenza celtica, e secondo le più tarde dediche in latino dei devoti romanizzati venne
"interpretata" come APOLLO o come ERCOLE. Questi cambi di nome e talvolta di personalità
delle divinità indigene non fanno meraviglia se pensiamo che i più grossi santuari paleoveneti
furono frequenti per quasi un millennio. Lo
GIORGIO ARNOSTI, studi classici e laurea in Scienze Politiche. Insegnante. È curatore o autore di
numerose pubblicazioni del Gruppo Archeologico del Cenedese di cui è attualmente il Presidente.
stesso fenomeno si constata frequentemente con la cristianizzazione per cui molti templi pagani
furono "esaugurati", e dedicati a santi cristiani con le medesime prerogative delle divinità
soppiantate.
Anche al santuario di Villa di Villa, la frequentazione da parte di popolazioni celtiche della sinistra
Livenza, o retiche alpine, tralasciando gli apporti di viandanti o mercanti da zone più lontane,
potrebbe aver portato a ravvisare, e a sovrapporre un p0' alla volta alla divinità paleoveneta locale,
un "deivo" maschile.
Divinità o pastore?
Consideriamo ora le figurazioni della divinità che compaiono sulle lamine votive del deposito sacro,
in particolare quelle con bovidi su cui campeggia la figura umana. Quest'ultima è sempre riprodotta
vestita "nel mondo greco-romano e celtico le divinità maschili erano normalmente rappresentate
ignude o quasi" , e su qualche lamina le vesti sono evidentemente di foggia femminile, come la
corta tunica a pieghe e balze fermata alla vita, che si ritrova in numerose figurazioni paleovenete.
La figuretta incede a sinistra o si presenta in posizione frontale molleggiata, porta gli stivali tipici
paleoveneti con il bordo rivoltato; il capo è coperto da un berretto con tutulo e frontino rialzato
"foto 1, fig. 1" , una specie di "pileus" sullo stile di quello della "dea" di Caldevigo, ma che è forse
una elaborata acconciatura dei cappelli con diadema. Questo copricapo, in alcune figurazioni
sommarie delle lamine, può molto facilmente apparire come un elmo di tipo greco-etrusco con il
"lophos", cioè il pennacchio, pronunciato "foto 3, fig. 3" . Il braccio destro è libero, piegato in
avanti, a volte regge una semplice coppa, altrove un vaso sacro per aspersioni, un "rhytòn" dalla
vaga foggia di stivale, ma forse a testa di ariete; sulla sinistra tiene una ghirlanda vegetale eretta, il
"tirso" "o la fiaccola, che èun attributo di Ecate?" , ed una pelle d'animale pendente, la "leontèa"
"foto 1, figg. 1, 2, 3" .
Questi ultimi attributi escludono assolutamente che la figura possa rappresentare un pastore o un
offerente in genere.
Su alcuni ex-voto la figura è riprodotta col medesimo punzone due volte, ora ai due angoli alti della
lamina "foto 3" , ora in sequenza verticale al centro "foto 4" . In questo caso le figurette sono molto
stilizzate, sempre con il berretto tipo "pileus", e sembrano reggere un bastone, un "lituo" "?" con la
mano destra, in atteggiamento pastorale "fig. 4" . Ed è interessante notare come i bovidi, da cui le
due figurette sono"circondate, hanno le corna vistosamente ornate con ghirlande vegetali "foto 5" ,
le "infule" sacre con cui venivano adornati gli animali per i sacrifici; e dunque anche in questo caso
la figura rappresenterebbe un dio, cui gli animali vengono donati anche se solo "in effigie".
4
Gli attributi della divinità
Per avere una idea più completa della personalità della dea di Villa di Villa è importante individuare
le "specializzazioni", gli attributi, ed i doni votivi sono chiarificatori al riguardo. Non ne facciamo
qui l'elenco, ma questi ce la presentano come una patrona della salute, dell'allevamento, della
caccia, della fecondità, come pronuba e come protettrice dei guerrieri e dai pericoli delle guerre.
Sono proprio le medesime specializzazioni di REITHIA, la dea di Este, di TRUMUSIATE di
Lagole di Cadore, ed in parte della "potnia theròon" "signora delle fiere" dei dischi di
Montebelluna.
Vetusa: il nume tutelare
Purtroppo le lamine con iscrizioni sono rarissime alla Stipe di Villa di Villa, e non semplificano
l'identificazione della dea. L'iscrizione in caratteri latini "VETVS.P. FLAVIVS.VETUSAE.V.
S.L.M." trattati a bulino sul manico in bronzo di una situla, dice che Vetus Flavius figlio di Publio,
un indigeno romanizzato che con ogni probabilità ha conseguito i "tria nomina" all'epoca di
Augusto, scioglie volentieri un voto a VETUSA. La sigla latina "V.S.L.M." è abbastanza frequente
a Lagole, dove c'è addirittura un Vettius, che fa offerte ad Apollo. Ma chi sarebbe questa Vetusa
finora sconosciuta nel pantheon delle divinità preromane e romane? G.B. Pellegrini "5" tenderebbe
a riconoscere in essa, dalla radice "vet" collegata con "*etas" "=età, tempo" , una divinità agreste
connessa con il ciclo delle stagioni.
Un accostamento può essere fatto con VIDASVS, sacro agli Illiri, accompagnato nei monumenti da
THANA, ed identificato dai romani con Silvano, protettore di sorgenti, foreste, campi, e con Diana
"Artemide" dea della caccia. E interessante la raffigurazione della Diana illirica che ha come
attributi non l'arco e la faretra, ma la palma in una mano ed il tralcio di vite nell'altra "61,
iconografia simile a quella dei dischi votivi di Montebelluna, dove la dea locale regge con una
mano una chiave "come Ecàte Kleidoùkos, o Artemide" , ed è circondata da tralci d'edera o di vite,
da una cornacchia e da un lupo. Queste ultime figurazioni non ci appariranno casuali o
semplicemente decorative se rammentiamo il rito dei doni di focacce alle cornacchie e la leggenda
dei lupi che diventano mansueti nei boschi sacri dei paleoveneti, come ci riferiscono Teopompo e
Strabone "71. Quanto alle divinità abbinate, non è infrequente trovare fra i popoli antichi il culto del
dio guerriero accompagnato a quello della dea madre, e l'esistenza di divinità a coppie si segnala
con frequenza nel mondo romano arcaico ed anche nel Veneto antico "8 ". Non possiamo escludere
ovviamente un culto abbinato anche al santuario di Villa di Villa. Un'altra forse non casuale
rassomiglianza è col nome della "VETIS" etrusca, simile alla VESTA dei Romani, richiamata
dall'altra laminetta votiva frammentaria in cui, con l'alfabeto venetico questa volta, è inscritto
6
"... OS VESUTAS", con un particolare caso di genitivo in "-as" infrequente nella lingua
paleoveneta, ma documentato fra i latini in "pater familias".
Minerva?
Tornando alle figurazioni delle lamine con bovidi, il nume che regge con la sinistra un lungo
bastone o lancia (?) e a volte un vaso (o scudo) sulla sinistra (foto 3, fig. 5), rappresentato con veste
a balze e "pileus", che può essere confuso anche con un elmo greco-etrusco, potrebbe suggerire
un'identificazione con MINERVA. Anche quest'ultima divinità non è estranea all'ambito tardo
paleoveneto e difatti figurazioni precise della dea si ritrovano nella stipe paleoveneta di Gurina, in
Austria, e nel santuario di REITHIA ad Este con particolare riferimento alla figuretta di Minerva in
argento con bastone e simpulo"9". Nei vari santuari italici dedicati a Minerva, come anche in quello
di Reithia a Este, si rileva una costante di doni votivi che la identificano come dea della fortuna e
della sorte; non sarebbe strano trovare una figurazione che rappresenti questa dea anche a Villa di
Villa, ma lascià perplessi il fatto che nel deposito votivo locale non siano presenti le lamine di uso
mantico o divinatorio, od in genere scrittorio, come in altri famosi santuari.
"Interpretatio" con Ercole
La ripetuta presenza nelle rappresentazioni del nume di Villa di Villa di una pelle pendente dal
braccio e del tirso, che potrebbe anche essere una dava, ricorda gli attributi di Ercole "10", come nei
bronzetti del dio a Lagole ed in altre località del Veneto. Ercole era molto venerato dalle varie stirpi
italiche, in particolare dai popoli di allevatori, invocato come presidio contro i razziatori, in ricordo
dell'episodio della mandria tolta al mostro Gerione dalle tre teste (che ricorda a sua volta il nome
dell'oracolo alle acque salutari di APONOS, a Montegrotto)('1). La presenza di vasetti potòri in
vetro o in ceramica fine anche a Villa di Villa è una testimonianza inequivocabile (ed ai giorni
nostri non c'è traccia di sorgenti) che il culto era collegato a libagioni di acque salutari. Ed il culto
d'Ercole collegato con sorgenti salutari ed oracolari, attirando a sè alcuni attributi di Apollo,
deriverebbe da una componente celtica del mito. Difatti il culto del dio, che è documentato presso
gli antichi Veneti dal ritrovamento di varie statuette (si pensi a quella famosissima di Contarina, di
provenienza etrusca), è particolarmente diffuso presso i Galli del territorio aquileiese e carnico dove
il mito di Ercole si mescola a quello di Apollo (vedi anche Lagole), ma soprattutto del dio celtico
BELENO.
È evidente tutto un groviglio quasi inestricabile di attributi e prerogative che riguardano i culti delle
genti paleovenete ed i loro colle
7
gamenti con quelli del mondo mediterraneo e celtico.
È interessante citare P.M. Martin " '2 " quando annota che i santuari di Ercole in Italia del Nord
sono legati al ricordo di vie commerciali che risalgono all'età del bronzo, e una tradizione già
ricordata da Aristotele parla di una via di Heracles verso occidente lungo la quale ogni passante era
inviolabile " '3 " . Ercole dunque è anche un protettore delle strade e dei viandanti ed è pure un eroe
civilizzatore, prima di diventare al tempo di Augusto, il precursore delle bonifiche imperiali e delle
colonie dei veterani " 14 " . E come Ercole, a nostro avviso, la dea di Villa di Villa potrebbe essere
stata interpretata dai coloni e dai devoti romanizzati della centuriazione cenedese.
Avvertiamo ancora che mancano conferme epigrafiche o figurative al riguardo, e che quanto scritto
sulle interpretazioni di Vetusa èsemplice ipotesi.
Le lamine geometriche
Anche le lamine votive a forma geometrica nascondono un piccolo enigma: sono state identificate
ora con una città fortificata (foto 7), e più recentemente con gioghi stilizzati " 15 " , ma anche
queste due interpretazioni non sono pienamente soddisfacenti. La nostra ipotesi individuerebbe in
quelle lamine la raffigurazione di un ponte fortificato a doppio fornice sopra due corsi d'acqua
navigabili (pensate come forma a quello di Rialto): l'acqua è sommariamente rappresentata, almeno
in due lamine, nelle impressioni lineari verticali sparse sotto gli archi del "ponte" (foto 6, figg. 6, 7).
Se tale interpretazione è corretta, ed a meno che la raffigurazione di ponte non abbia un significato
simbolico connesso con la sacralità dell'acqua, ci si chiede quale manufatto possa rappresentare,
connesso con la via paleoveneta che passava presso il santuario. In piena epoca romana viene
nominato in una "novella" del Codice Teodosiano (XI, 10, 2) il restauro sotto Valentiniano e
Valente del "pons Liquentiae "16 " . Quale fosse questo ponte non è indicato: sappiamo però che
presso Cavolano esisteva in epoca longobarda un ponte, poi distrutto nel Medioevo dal Patriarca di
Aquileia. A Cavolano infatti, secondo Paolo Diacono, "ad pontem Liquentiae fluminis, (...) in
silvam quae Capulanus dicitur latens" (sic!: H.L., V, 39) il duca longobardo Alahis in lotta contro il
re Cunincpert, si era nascosto per intercettare i Foroiuliani, che viaggiavano probabilmente lungo la
"Postojma de Campo Mollo", dei Camoi, come verrà in seguito chiamata quella strada, ora dispersa
"17". Si tratta del medesimo ponte indicato da Valentiniano e riprodotto sulle lamine della Stipe?
Forse, a meno che non si voglia interpretare le lamine una rappresentazione di una cittadella
fortificata in zona più solida verso le sorgenti, e perchè no?, dove ora sorge Sacile, su due rami del
Livenza.
Ma solo le ricerche archeologiche lungo il Livenza o il Meschio potrebbero portareall'individuazione di questo doppio ponte, che resta, al momento, mera ipotesi.
9
Datazioni
Aggiungiamo qualche considerazione riferita alla datazione dei reperti del santuario: in genere
viene datato sommariamente dai III sec. a.C. al III sec. d.C., e con più precisione la Fogolari dal IV
a.C. al IV d.C. nel recente libro su "I Paleoveneti".
Sicuramente di difficile datazione sono le lamine bronzee votive con bovini e figure: per queste,
non essendoci riscontri puntuali e perfettamente datati, dobbiamo basarci sulla comparazione dei
motivi decorativi o sulle fogge del vestiario riprodotto.'Le lamine che presentano il costume
paleoveneto con vesti a balze, stivali con bordo rovesciato e "berretto" o capigliatura a tutulo
sembrerebbero di buona origine paleoveneta, per affinità con numerose raffigurazioni da altre
località, ed attribuite alla fase antica del IV periodo atestino, attorno al III sec. a.C. Molto più
interessante la datazione per mezzo della ceramica raccolta: infatti, escludendo quei pochi
frammenti della fine dell'Età del bronzo-inizio Età del ferro (che documentano nel sostrato una
significativa, anche se non meglio inquadrabile frequentazione del sito nella protostoria), molti
cocci indicano una diffusa presenza di tipi di vaso risalenti al III periodo atestino tardo (IIIC-D2) e
datati attorno al IV sec. a.C. Tra gli altri materiali che contribuiscono ad anticipare l'inizio della
frequentazione del santuario è uno spillone in bronzo con capocchia a vasetto, corrispondente a
tipologie di influsso celtico-hallstattiano e risalente sempre alla metà del I millennio a.C. ed alcuni
frammenti di vasetto con borchie in bronzo del VII-VI sec. a.C. ma che però continuano ad essere
prodotti fino ad epoca più tarda. Notevole la presenza di tipologie del IV periodo atestino e
interessante la presenza di impasti, forme e decorazioni di influsso celtico o retico (come a Lagole)
anche se mancano le forme più tipiche della produzione celtica. Sono presenti ancora fibuie Latène
del 111-I sec. a.C., ed Aucissa od a cerniera del 1-111 d.C. Alla piena epoca romana si possono
attribuire, oltre ai frammenti di anfore in genere Dressel i e Dressel 2-4, anche vasi di uso comune,
con impasto e forme che spesso continuano la tradizione della ceramica locale, e che si ritrovano
frequenti sui siti delle ville rustiche romane. Dei primi secoli dell'impero è la ceramica a pareti
sottili grigia e rosata, e la "terra sigillata" a vernice rossa. Le lamine a forma geometrica, che in
questo articolo vengono indicate come rappresentazioni di ponte munito, non trovano riscontri fra i
materiali paleoveneti; a volte in esse si riconosce una riutilizzazione di lamine dei tipo a pelle di bue
e con impressioni di punzone a cuppelle, senza dubbio più antiche e paleovenete. Si ipotizza che
siano contemporanee a tutta quella serie di monete del principato ed imperiali romane, che da
Augusto arrivano fino a Costantino, ed in particolare compaiono come doni votivi ai tempi delle
prime scorrerie dei popoli alpini verso la pianura, che furono combattuti prima da Druso e poi
definitivamente assoggettati dal figlio Tiberio Claudio verso la prima metà del I sec. d.C. Le lamine
geometriche ricompaiono forse alle prime incursioni barbariche (TI sec. d.C.), queste ultime
bloccate definitivamente da Marco Aurelio e Lucio Vero. Posto che sia valida l'ipotesi che la
comparsa di queste problematiche lamine sia connessa con eventi bellici, dobbiamo anche
considerare la possibilità di una loro deposizione nel periodo delle lotte fra imperatori del III sec.,
frequentemente incentrate nella "Venetia", e che sfoceranno nella supremazia di Costantino
all'inizio del IV sec. d.C. Con questo imperatore il santuario, frequentato ormai da quasi mille anni,
decade inesorabilmente, e comincia lo spoglio, ed un lungo periodo di abbandono.
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NOTE
1) 1 numerosi reperti del santuario di Villa di Villa sono esposti nella sala archeologica del Museo del Cenedese a
Serravalle, Vittorio Veneto (TV).
Sono stati raccolti negli anni '76-78 dai soci del Gruppo Archeologico dei Cenedese, con la supervisione della dott.
M.G. MAIOLI, allora della Soprintendenza Archeologica dei Veneto.
2) Maioli M.G., 1986, p. 259, AA.VV., 1988, p. 140.
3) Sintesi in: AA.VV., 1988, I Paleoveneti, Catalogo della Mostra sulla civiltà dei Veneti
Antichi, a cura di Chieco Bianchi A.M. e Tombolani M., (PD). Più ampiamente in:
Pellegrini G.B. - Prosdocimi A.L., La lingua venetica, PD, 1967.
AA.VV., 1984, Il Veneto nell'antichità, Preistoria e Protostoria, a cura di A. Aspes, VR.
Mastrocinque A., Santuari e divinità dei Paleoveneti, PD, 1987.
Fogolari G. - Prosdocimi AL., I Veneti Antichi, PD, 1988.
4) Cfr. autori cit. nota i.
5) Comunicazioni orali.
6) Stipcevic A., Gli Illiri, MI, 1966, p. 182.
7) Teopompo (Fr. 274 Jacoby); Strabone (Geogr. V, 1, 9). Aut. cit. supra.
8) Bassignano, 1987.
9) Mastrocinque, p. 112.
10) Cfr. Bassignano M.S., 1987. Chevallier R., 1976. Chirassi Colombo I., 1976 B, p. 173206. Chirassi Colombo I., 1976 B, p. 157-189. Mastrocinque A., 1987.
11) Chirassi Colombo I., 1976, p. 162, n. 12; Mastrocinque, 1987, p. 59.
12) In Chevallier, 1976, p. 140.
13) Chirassi Colombo I., 1976 B, p. 163.
14) Chevallier R., 1976, pp. 140 e 153.
15) Maioli M.G., 1986, p. 257.
16) Bellis E., Oderzo Romana, Oderzo, 1978, p. 140, n. 74.
17) Vital A., 1931, doc. cit. p. 5, n. i e p. 4 n. 9.
BIBLIOGRAFIA
Sui Paleoveneti:
Pellegrini G.B. - Prosdocimi A.L., La lingua venetica, PD, 1967 AA.VV., 1984, Il Veneto nell'antichità, Preistoria e
Protostoria, a cura di A. Aspes, VR, 1984.
Capozzi M., La voce degli scrittori antichi, in Il Veneto nell'Età Romana, I, a cura di Buchi E., VR, 1987, pagg. 3-21.
AA.VV., 1988, Ipaleoveneti, Catalogo della Mostra sulla civiltà dei VenetiAntichi, a cura di Chieco Bianchi A.M. e
Tombolani M., 1988, (PD).
Fogolari G. - Prosdocimi A.L., I Veneti Antichi, PD, 1988.
Sulla stipe:
Maioli M.G., La stipe votiva di Villa di Villa a Cordignano (TV), in "Archeologia Veneta", VII, PD, 1984, pp. 99-114.
Maioli M.G., La stipe di Villa di Villa a Cordignano, in "Aquileia Nostra", 1986, col.
249-264.
Sul santuario artt. locali:
Maioli M.G., La Stipe Votiva, in "Vittorio Veneto" IV, a. 2, UD, 1978. Arnosti G., Ultime notizie dall'archeologia
locale, in "Il Quindicinale", Vittorio Veneto, a. IV, n. li, p. 6, del 1.6.85.
Arnosti G, Salvare il santuario di Vetusa, in "Il Quindicinale", Vittorio Veneto, a. VI, n. 11, p. 2, del 13.6.87.
Sui riti e culti:
Bassignano M.S., La religione: divinità, culti, sacerdoti, in Il Veneto nell'età romana, I, a cura di BUCHI E., VR, 1987,
pagg. 311 segg.
Battaglia R., Riti e culti delle genti paleovenete, Boll. Mus. Civ. di Padova, XLIV, PD, 1953.
Chevallier R., Un aspect de la personalité de L'Hercule Alpin, in Ce.S.D.I.R., voi. VII, 1975-76, MI, 1976.
Chirassi Colombo I., I culti locali nelle regioni alpine, in AAad, IX, UD, 1976 A, p. 173-206.
Chirassi Colombo I., Acculturazione e morfologia di culti alpini, in Ce.S.D.I.R., vol. VII, 1975-76, MI, 1976 B.
Degrassi A., I culti romani della Venezia Tridentina, in Nuovo Archivio Veneto, s. V, XXVI, 1940.
Mastrocinque A., Santuari e divinità dei Paleoveneti, PD, 1987.
Stipcevic A., Gli Illiri, MI, 1966.
Vari:
Bellis E., Oderzo Romana, Oderzo, 1978.
Vital A., Tracce di romanità nel territorio di Conegliano, in "Archivio Veneto", s.V., IX, 1931.
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