DIREPUBBLICA DOMENICA 20 SETTEMBRE 2015 NUMERO 549 Cult La copertina. L’era del realismo digitale Straparlando. Rodotà: “Io sedotto dal cinema” Mondovisioni. Shanghai a 250 all’ora “L’INFORMATION SCOLAIRE”, 1956 / ROBERT DOISNEAU/RAPHO/GETTY Daniel Pennac Buonascuola! DANIEL PENNAC Inunastraordinaria lezione l’auguriodelloscrittore (edexprofessore) aglistudentie agli insegnanti G UARDATE UN BAMBINO CHE GIOCA, vive in un presente eterno. Guardate invece un adolescente che si annoia: il suo presente è una condanna all’ergastolo. Il bambino è convinto che durerà così per sempre e l’adolescente pensa che non finirà mai. Considerano il tempo a grandi linee. La durata è per loro una sensazione riconducibile a uno stato interiore. Molto spesso, proprio in quegli anni capita loro di incontrare un adulto decisivo. Quando appare, lui (o lei) non sembra un adulto come gli altri. Sotto il suo sguardo non ci si accontenta più di planare in eterno o di macerare a vita. Quel nuovo ve- nuto, infatti, apre una finestra sul futuro. Che boccata d’aria! È un futuro immediato, tanto per cominciare, il desiderio di rivederlo al più presto: Quand’è la prossima lezione con la professoressa Taldeitali? Ed è anche il futuro della lenta acquisizione: imparare quello che lui/lei sa, fare quello fa… E infine è il futuro lontano, che dietro una guida del genere potrebbe anche essere appassionante! Per la prima volta ci sentiamo una persona in divenire. Questo forse intendiamo quando, molti anni dopo, ricordiamo la maestra, il professore, l’educatore o il mentore che “ci ha cambiato la vita”. >SEGUE NELLE PAGINE SUCCESSIVE L’attualità. Un campo profughi raccontato dai bambini L’officina. Mary Moore, gli scultori sono i migliori genitori del mondo Spettacoli. Mika: “C’è un esercito di bravi ragazzi pronto a difendermi” Next. Quanti posti di lavoro ci soffieranno i robot? Repubblica Nazionale 2015-09-20 LA DOMENICA la Repubblica DOMENICA 20 SETTEMBRE 2015 32 Lacopertina.Buonascuola! R <SEGUE DALLA COPERTINA DANIEL PENNAC L’AUTORE E IL LIBRO DANIEL PENNAC HA INSEGNATO PER VENTOTTO ANNI PRIMA DI DIVENTARE SCRITTORE. IL TESTO QUI PUBBLICATO È TRATTO DALLA LECTIO MAGISTRALIS PRONUNCIATA ALL’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA CHE DUE ANNI FA GLI CONFERÌ LA LAUREA AD HONOREM. LA VERSIONE INTEGRALE VERRÀ PUBBLICATA SOLO ORA DA ASTORIA IN “UNA LEZIONE DI IGNORANZA”. IN LIBRERIA DAL 22 OTTOBRE. IL 2 NOVEMBRE L’AUTORE PRESENTERÀ IL LIBRO AL TEATRO FRANCO PARENTI DI MILANO ICONOSCIAMO CHE SENZA DI LORO non saremmo ciò che siamo. E ci diciamo anche che non li dimenticheremo mai. In realtà, non li abbiamo mai dimenticati. Uno degli aspetti più toccanti dei nostri ricordi è l’immagine intatta che serbiamo di loro. Ne abbiamo nitida in mente la voce, lo sguardo, i gesti, l’abbigliamento, le manie, l’esatto volume che il loro corpo occupava in classe. Che qualità speciali avevano, questi indimenticati, per suscitare una tale gratitudine? Innanzitutto quella di non essere né i nostri genitori (che per noi erano tutto), né gli altri nostri professori (che per noi non erano niente). Erano qualcuno, improvvisamente. Erano speciali. In cosa, speciali? Per esempio nel fatto che, in quanto professori, sembravano incarnare la loro materia. Gli altri si limitavano a insegnarla e, a giudicare dalla loro espressione, a un uditorio che non ne era neanche degno. Loro no. Ci reputavano in grado di condividere il loro entusiasmo. Proprio questo effetto di incarnazione è stato la prima cosa decisiva. Visti oggi, forse nella loro materia quegli insegnanti non erano le cime che immaginavamo allora. Ma ci hanno comunque trasmesso la voglia di sapere. E non solo: grazie al loro entusiasmo e alle loro richieste, quella materia diventò per noi una compagnia, e lo sforzo un compagno. Un’altra cosa. Sembravano avere tempo. La nostra ignoranza non li spazientiva. Eppure non avevano certo più tempo dei colleghi; un’ora è un’ora, una classe è una classe, cinquantacinque minuti per una trentina di studenti. Ma l’attenzione che suscitavano dilatava la durata. Con loro facevamo un viaggio che bastava a se stesso. Del tutto secondaria, la questione del loro carattere. Secondo i termini successivi delle varie generazioni, potevano sembrarci simpatici, mitici, fighi o viceversa carogne o quello che vi pare, ma la cosa fondamentale è un’altra. Erano prima di tutto la professoressa Taldeitali, mia insegnante di matematica, il professor Taldeitali, mio insegnante di lettere. Da dove viene questo possessivo? Dalla sensazione di un rapporto privilegiato. Come se condividessimo un segreto. La immaginavano reciproca, questa intimità, e lo era di rado. Spesso per quell’insegnante eravamo solo un allievo fra i tanti, ma lui/lei per noi era unico, perché sapeva darci la sensazione della nostra assoluta singolarità. I miei indimenticati sono arrivati a un momento già avanzato del mio percorso scolastico: il professor Prioult in prima liceo, il professor Baldenweg e la professoressa Gigliormini in terza, il professor Seignon all’ultimo anno: lettere, matematica, storia, filosofia. Degli altri ho solo un ricordo vago. Il pedagogo Il pedagogo nutre la nostra solitudine ontologica con un sapere proteiforme, dischiude in noi la curiosità, risveglia la nostra sete di sapere, stimola il nostro spirito critico, esercita sulla nostra mente un’influenza dialogante, contribuisce insomma a fare di noi individui pensanti, aperti e tolleranti, che messi insieme formano una comunità umana solida e democratica. Il demagogo, invece, approfitta del sentimento di solitudine suscitato dai nostri fallimenti, dalle nostre carenze, dalle no- stre frustrazioni, dalle nostre pene, dalle nostre paure e dal nostro risentimento. Sostituisce il dogma allo spirito critico, lo slogan al ragionamento, il pettegolezzo all’evidenza dei fatti, le convinzioni cieche ai dubbi illuminati, le credenze ai saperi, il diktat indiscutibile a una pedagogia misurata, e soprattutto, soprattutto, addita il colpevole ponendosi come il vendicatore inviato dalla provvidenza. Così facendo costui riesce ad ammaliare, nell’accezione più arcaica del termine: è il pifferaio che ci strappa alla nostra solitudine e noi siamo i bambini perduti che lo seguono in massa verso il fiume dove affogheremo. Lungi da me, tuttavia, l’idea che ogni studente abbandonato a se stesso si trasformerà in un adulto che brucerà i libri e bistratterà gli intellettuali. Fortunatamente, se così posso dire, il pubblicitario (altro opposto del pedagogo) gli propone un’alternativa meno violenta. Gli offre un ideale consumistico facendogli prendere il proprio desiderio di essere per un bisogno di avere. (A proposito, ricordatemi che devo cambiare il cellulare, non mi sento me stesso con questa anticaglia. Voglio rinascere con l’ultimo modello). La scuola è un baluardo molto fragile contro la pubblicità e la demagogia. La nostra è una lotta impari. La lettura Parliamo un po’ della lettura, ora. Del famoso ruolo della lettura. Non penso affatto che la letteratura sia la panacea assoluta contro la stupidità massificata o il consumismo ipnotico. (In fondo, alcuni intellettuali della mia generazione non sono stati indenni da certi briganteschi intruppamenti… così come ci sono senz’altro ottimi lettori che vogliono cambiare l’auto tutti gli anni). Tuttavia, tuttavia, non riesco a togliermi dalla testa l’idea che la compagnia dei nostri autori preferiti ci renda più frequentabili da noi stessi, più capaci di salvaguardare la nostra libertà di essere, di tenere a bada il nostro desiderio di avere e di consolarci della nostra solitudine. Proprio questa libertà occorre restituire ai nostri studenti più in collera con la letteratura, ricon- Lalezione delprofessor Repubblica Nazionale 2015-09-20 la Repubblica DOMENICA 20 SETTEMBRE 2015 ciliandoli con la lettura. Perché, poi, questi ragazzi ce l’hanno così tanto con la lettura? A sentir noi, se loro «non amano leggere» la responsabilità è tutta del mondo che abbiamo sotto i nostri occhi: disoccupazione, famiglie monoparentali, abdicazione della figura paterna, crollo dei valori, consumismo sfrenato, ciber-tentazioni… È colpa del sistema, è colpa della modernità. Certo, è vero, la colpa è di tutto questo. Ma non è anche colpa nostra? Di noi insegnanti di lettere? Vi propongo un esercizio. All’inizio dell’anno scolastico, mettetevi all’ingresso di una libreria. Noterete che la maggior parte degli studenti entra come in una farmacia. Si presentano al libraio con la famosa “lista dei libri da leggere”, come un paziente con la ricetta. Vedono il libraio sparire nel retro, con la lista in mano, e ricomparire nascosto dalla pila dei testi “indicati”. Sia detto fra parentesi, il termine “indicazione” non mi pare il più appropriato quando si parla di invito alla lettura. Sa troppo di foglietto illustrativo di una medicina: «Mi prendi tre gocce di Mallarmé (o di Pascoli) mattina e sera in un bicchiere di commenti… Un mese di Madame Bovary (o dei Promessi sposi) e vedremo poi i risultati delle tue analisi… La ricerca del tempo perduto (o La coscienza di Zeno) e mi raccomando non interrompere la cura prima della fine». Orribile. Finiti gli studi, la maggior parte di questi giovani adulti ricorderà tali autori soltanto come nomi che hanno incarnato l’obbligo di leggere imposto dai programmi scolastici. E, il giorno in cui un fast food prenderà il posto della libreria o della biblioteca di quartiere, anziché protestare vi porteranno la prole per trascorrere un momento di libertà in un posto qualsiasi purché non connesso ai libri. Questa indifferenza verso la lettura è anche il frutto di un insegnamento medico-legale della letteratura. Ma l’unica frettolosa conclusione che ne sappiamo trarre è che loro non si interessano alla letteratura e che, pertanto, «non amano leggere». In realtà, così come alcuni medici specialisti si interessano più alla malattia che ai malati, troppo spesso noi pedagoghi scendiamo in campo in difesa della letteratura senza preoccuparci di creare dei lettori. Ci atteggiamo a guardiani di un tempio che ci rammarichiamo di vedere ogni giorno più vuoto, compiaciuti però di saperlo così ben custodito. I passeur Altri, per fortuna — professori, critici letterari, librai, bibliotecari — preferiscono essere dei passeur. Ed è ben più di un ruolo, è un modo di essere, un comportamento. I passeur sono curiosi di tutto, leggono tutto, non si accaparrano niente e trasmettono il meglio al maggior numero di persone. Passeur sono i genitori che non pensano solo ad armare i figli di letture utili a farli laureare al più presto, ma che, conoscendo il valore inestimabile della lettura in sé, sperano di farne lettori di lungo corso. Passeur è il professore di lettere la cui lezione ti fa venire voglia di correre subito in libreria. E costui non si limita a insegnare la letteratura francese in Francia, l’italiana in Italia o la tedesca in Germania, ma apre tutte le frontiere letterarie, dà accesso all’Europa, al mondo, all’umanità e a tutte le epoche della letteratura. Passeur è il libraio che inizia i suoi giovani clienti agli arcani della classificazione, che insegna loro a viaggiare fra generi, soggetti, autori, paesi e secoli… che fa della libreria il loro universo. Passeur sono gli universitari che non vogliono formare soltanto dei chirurghi della letteratura, ma degli stimolatori della coscienza, degli attivatori della meraviglia. Passeur è il bibliotecario capace di raccontare i romanzi presenti sui suoi scaffali! Passeur è l’editore che si rifiuta di investire solo nelle collane di best seller, ma che non per questo si chiude nella torre d’avorio della letteratura sperimentale. Passeur è il critico letterario che legge Pennac Perchélascuola sia buonasul serio civogliono buonipedagoghi, pochidemagoghi, almeno un“indimenticato” esvariati “passeur” Parola diunoscrittore scesodalla cattedra 33 tutto, scopre e invita a leggere il giovane romanziere, il giovane drammaturgo, il nuovo poeta, o che risuscita la grande penna dimenticata anziché gongolare delle proprie raffinate stroncature. Passeur è il lettore la cui biblioteca contiene solo pessimi romanzi o saggetti di quart’ordine perché i libri migliori li ha prestati e nessuno glieli ha restituiti. D’altronde l’atto di leggere è per definizione un atto di antropofagia, perciò è assurdo aspettarsi che un libro prestato sia restituito. Passeur supremo, infine, è colui che non ti chiede mai la tua opinione sul libro che hai letto, poiché sa che la letteratura ha ben poco a che fare con la comunicazione. Per quanto desiderosi di trasmettere, siamo anche i guardiani del nostro tempio intimo. L’ho scritto in Come un romanzo: “L’uomo vive in gruppo perché è gregario, ma legge perché si sa solo. La lettura è per lui una compagnia che non prende il posto di nessun’altra, ma che nessun’altra potrebbe sostituire. Non gli offre alcuna spiegazione definitiva sul suo destino ma intreccia una fitta rete di connivenze tra la vita e lui. Piccolissime, segrete connivenze che dicono la paradossale felicità di vivere, nel momento stesso in cui illuminano la tragica assurdità della vita. Cosicché le nostre ragioni di leggere sono strane e personali quanto le nostre ragioni di vivere”. Sì, è questa la paradossale missione del passeur di libri: offrire a ciascuno di noi il piacere segreto di essere il Guardiano del nostro Tempio. Ai passeur devo tutto. Devo loro la mia resurrezione scolastica, grazie alla fantasia pedagogica e alla generosità intellettuale di alcuni insegnanti. Ai passeur devo la felicità dei momenti di lettura, che tanto peso hanno nella felicità di una vita. Ai passeur devo il successo del mio lavoro di scrittore, che con il passaparola è arrivato fino a voi. (Traduzione di Yasmina Melaouah) ©RIPRODUZIONE RISERVATA LA PAGELLA ARTE: “DISEGNA OVUNQUE, TRANNE CHE IN CLASSE”; INGLESE: “PARLA MOLTO, MA NON UNA PAROLA DI INGLESE”; TECNICA: “NON HA FATTO NIENTE”; MATEMATICA: “GLI MANCANO LE BASI”. I GIUDIZI DEI PROFESSORI SULLA PAGELLA DEL PICCOLO PENNAC Repubblica Nazionale 2015-09-20 LA DOMENICA la Repubblica DOMENICA 20 SETTEMBRE 2015 L’attualità.Istantanee 34 1 Un famosofotoreporterha messonelle mani di ungruppodiragazzinifuggiti dallaSiria alcunemacchine fotografiche. Pensava cheimparando a usarleavrebbero mostrato almondol’orroredellaloro vitaquotidiana Nonèandata esattamentecosì Autoritratto di bambini incampo profughi M «E QUANDO CHIESI A MAYA PERCHÉ ERA ARRIVATA IN RITARDO AL CORSO LEI MI HA FATTO VEDERE LA FOTO DELLE SUE SNEAKER CONGELATE» 3 ANAIS GINORI PARIGI AYA ASPETTAVA fuori dalla tenda. Il sole tramontava, era dicembre, il ter- mometro segnava già meno due gradi nel campo profughi di Kawergosk, nord del Kurdistan iracheno. La bambina non si muoveva. «Voglio partecipare anche io alle lezioni». «Il primo corso è già cominciato, dovrai aspettare il prossimo» le rispose Reza. Maya rimase ferma, impassibile. Reza allora la fece entrare, ascoltò la storia della sua fuga dalla Siria, i rumori della guerra, l’esodo forzato sotto il sole, la paura che tutto fosse finito e l’arrivo nella tendopoli dell’Unhcr come un’oasi di salvezza. Il workshop che Reza aveva cominciato nel campo da qualche giorno — “Exile Voices”, la vita quotidiana nei campi profughi attraverso gli occhi dei bambini — prevedeva una rigida procedura di iscrizione, ma scelse di fare un’eccezione. La piccola scappò via con la “sua” nuova macchina fotografica come se portasse con sé un tesoro. Il mattino dopo, alle nove, Maya non si presentò al corso. Ci arrivò dopo due ore, correndo. «Perché sei così in ritardo?» la sgridò Reza. «Mi hai detto che con questa posso raccontare la mia vita, ecco perché sono in ritardo». E gli porse la macchina digitale con un’immagine sullo schermo. «Lo ammetto», ricorda oggi il celebre fotografo iraniano-francese, «ho avuto un tuffo al cuore». Maya aveva fotografato le sue scarpine da ginnastica così come le aveva trovate al risveglio: avvolte nella brina, congelate durante la notte. Provate voi, sembra dire quello scatto, a camminare con delle scarpe ghiacciate. Maya Rostam, tredici anni, è una dei piccoli reporter a cui Reza ha insegnato il mestiere e forse altro. La prima cosa che ha detto loro è stata: «Non sono venuto qui per insegnarvi la fotografia. Imparerete invece a usare uno strumento che può raccontare al mondo la vostra vita». Di solito lo fanno gli altri, i giornalisti, i volontari. «Questa volta sarete voi». Gli apparecchi devono essere puliti spesso dalla polvere nei campi. I migliori scatti vengono mandati a Parigi per sviluppo e stampa. Ogni due settimane, Reza propone un tema sul quale i piccoli reporter devono concentrarsi. E così per la parola “specchio” Zeraf Rasoul ha scattato il riflesso della tendopoli. Per la parola “giochi” Maryam Husein ha fatto il ritratto di una bambola sbilenca con violino. Maya invece ha fotografato i bambini che si schizzano facendo il bagno in una scatola di polistirolo. Per la parola “movimento” Deliar Zenal ha avuto un’idea: far cadere un sassolino davanti all’obiettivo e poi subito scattare. Il risultato è sorprendente: sembra di vedere un macigno che vola sulla collina. «Un effetto speciale fabbricato in modo artigianale, senza photoshop. Non so quanti fotografi professionisti ci sarebbero riusciti» osserva Reza. E poi ancora: un tavolo apparecchiato solo con briciole di pane, una piantina che germoglia in mezzo alla spazzatura. Non sono le immagini di disperazione che vediamo in questi giorni sui giornali, o in tv. Non è neppure la foto del piccolo Alan che pare assopito sul bagnasciuga di Bodrum. È il racconto di una possibilità di vita. I bambini crescono, studiano al lume di una lampada a petrolio come mostra Amer Abdullah, costretto a fare i compiti 7 per terra. Sono oltre quattro milioni i rifugiati siriani scappati dal paese e accolti tra Turchia, Libano e Giordania. Molti di loro non arriveranno mai in Europa, resteranno in questa terra di mezzo, un tempo sospeso che i bambini abitano, e che si rispecchia nel grande mosaico di “Exile Voices”. Una parte del progetto è diventata una mostra sul Lungosenna di Parigi, Rêve d’humanité, un affresco fotografico lungo 370 metri, nel quale i bambini siriani sorridono, giocano, sognano a occhi aperti. Uno scatto mostra un bambino che sorride sdentato. Anche lui, come Maya, aveva assillato Reza per giorni. Non voleva fotografare, voleva essere fotografato. Convinto che la macchina fotografica ALLA PRIMA LEZIONE HO DETTO LORO: fosse magica pensava di poter trovare i suoi genitori atNON VI INSEGNERÒ A FOTOGRAFARE, traverso di lei. E non era solo una fantasia da bambino: IMPARERETE INVECE A USARE UNO STRUMENTO insieme all’Unicef e alla Croce Rossa, Reza ha scattato CHE PUÒ SERVIRVI A RACCONTARE LA VOSTRA VITA. dodicimila ritratti di adulti per aiutare i minorenni dei DI SOLITO SONO GLI ALTRI A FARLO. campi profughi a ritrovare i propri genitori. Grazie a QUESTA VOLTA SARETE VOI questo progetto, oltre tremila bambini hanno potuto ricongiungersi con le loro famiglie. Quel bambino sdentato, invece, è rimasto solo. «SEMBRA UN MACIGNO, È UN PICCOLO SASSO: UN EFFETTO SPECIALE ARTIGIANALE. LO SCATTO DI DELIAR È DA FARE INVIDIA AI PROFESSIONISTI» 5 ‘‘ ©RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale 2015-09-20 la Repubblica DOMENICA 20 SETTEMBRE 2015 35 2 Le immagini LE FOTOGRAFIE PUBBLICATE IN QUESTE PAGINE SONO STATE REALIZZATE NEL CORSO DEL PROGETTO INTITOLATO “EXILE VOICES”. COMINCIATO NEL DICEMBRE 2013 DURERÀ CINQUE ANNI. IN QUESTO PERIODO IL FOTOGRAFO IRANIANO NATURALIZZATO FRANCESE, REZA DEGHATI, INSEGNERÀ TEORIA E PRATICA DELLA FOTOGRAFIA A BAMBINI E RAGAZZI CHE VIVONO IN DIVERSI CAMPI PER RIFUGIATI. IN QUESTE IMMAGINI IL CAMPO PROFUGHI DELL’UNHCR È QUELLO DI KAWERGOSK, NEL KURDISTAN IRACHENO 1. MAYA ROSTAM,13 ANNI HA LASCIATO LA SIRIA IL 17 AGOSTO 2013. QUESTA È UNA DELLE SUE FOTO SCATTATE DURANTE IL CORSO DI FOTOGRAFIA TENUTO DA REZA NEL CAMPO PROFUGHI DI KAWERGOSK, NEL KURDISTAN IRACHENO: LE SUE SNEAKER GHIACCIATE «PER LA PAROLA “GIOCHI” MARYAM HA SCELTO DI RITRARRE LA SUA BAMBOLA CON VIOLINO, AMER LE ALTALENE IN CIMA ALLA COLLINA» 4 2. AMER ABDULLAH, 15 ANNI HA LASCIATO LA SIRIA IL 15 AGOSTO 2013. QUANDO REZA HA CHIESTO DI “FOTOGRAFARE” LA PAROLA “GIOCO” LUI È SUBITO SALITO SULLA COLLINA CHE SOVRASTA IL CAMPO PROFUGHI: QUI, SOTTO UNA TETTOIA, I RAGAZZINI HANNO TIRATO DA UN PALO ALL’ALTRO ALCUNE CORDE E LE HANNO TRASFORMATE IN ALTALENE 3. DELIAR ZENAL, 13 ANNI HA SCELTO DI LANCIARE UN SASSOLINO DAVANTI ALL’OBIETTIVO E POI SUBITO DOPO DI FOTOGRAFARLO: REZA AVEVA CHIESTO AI RAGAZZI DI RITRARRE QUALCUNO O QUALCOSA CHE DESSE L’IDEA DEL “MOVIMENTO” 4. MOHAMMAD HUSEIN, 15 ANNI ANCORA UNA SCENA DI VITA QUOTIDIANA NEL CAMPO PROFUGHI DI KAWERGOSK: UN RAGAZZO SI LAVA LA FACCIA AIUTATO DA UNO PIÙ PICCOLO CHE GLI PORGE L’ACQUA (RAZIONATA). L’AUTORE, MOHAMMAD, HA DOVUTO LASCIARE IL CAMPO PER ANDARE A LAVORARE A ERBIL E COSÌ AIUTARE LA FAMIGLIA. MA SI È PORTATO CON SÈ LA SUA MACCHINA FOTOGRAFICA 5. AMINA MORAD, 15 ANNI HA LASCIATO DERIK, LA SUA CITTÀ, IN SIRIA, IL 16 AGOSTO 2013. MENTRE SCATTAVA QUESTA FOTOGRAFIA NON SAPEVA COSA STESSE FACENDO LA BAMBINA RITRATTA DI SPALLE: SBIRCIA DENTRO LA TENDA? GIOCA A NASCONDINO? QUELLA MATTINA REZA LE AVEVA SOLO CHIESTO DI POSARE IL SUO SGUARDO SU UNA SITUAZIONE APPARENTEMENTE INSIGNIFICANTE, MA DIETRO CUI AVREBBE POTUTO CELARSI UN PICCOLO MISTERO «QUEL GIORNO LA PAROLA CHE AVEVO ASSEGNATO ERA “SPECCHIO”. E COSÌ ZERAF HA INFILATO IN UNO SPECCHIO TUTTO IL CAMPO DI KAWERGOSK» 6 6. ZERAF RASOUL, 13 ANNI FOTOGRAFATE COME VEDETE LA VOSTRA VITA, HA DETTO UN GIORNO REZA AI RAGAZZI CHE PARTECIPAVANO AL SUO CORSO. E COSÌ ZERAF HA FOTOGRAFATO IL CAMPO RIFLESSO IN UN PICCOLO SPECCHIO 7. REZA DEGHATI, 63 ANNI IL CELEBRE FOTOGRAFO IRANIANO ATTORNIATO DAI SUOI “STUDENTI” DEL PROGETTO “EXILE VOICES” LA MOSTRA “RÊVE D’HUMANITÉ” È IL TITOLO DELLA MOSTRA OSPITATA SUL LUNGOSENNA DI PARIGI, AI PIEDI DEL MUSEO D’ORSAY, FINO AL 15 OTTOBRE: UN AFFRESCO FOTOGRAFICO LUNGO 370 METRI Repubblica Nazionale 2015-09-20 LA DOMENICA la Repubblica DOMENICA 20 SETTEMBRE 2015 36 L’officina.Formed’amore FOTO GAMMA-KEYSTONE / GETTY IMAGES FOTO POPPERFOTO/GETTY IMAGES ‘‘ Era sempre a casa, una gioia da bambina vederlo lavorare Un uomo estroverso, affettuoso, generosissimo L LEONETTA BENTIVOGLIO FORTE DEI MARMI E FORME TONDE DELLE SUE IPERBOLICHE sculture paiono sfida- re la durezza del metallo o della pietra che le plasma. Davanti all’arte dello scultore inglese Henry Moore viene da immaginare un amalgama di estremi: violenza e delicatezza, magia sensuale e furore dinamico, brutalità della natura e sentimenti materni evocati dalle statue di “nutrici” e dai celebri “gruppi di famiglia”. Anche grazie a questa convivenza degli opposti, i lavori di Moore, iconici quasi come cliché della modernità, sono simboli del Novecento. Fungono da specchi tridimensionali di apocalissi belliche, rivoluzioni sessuali e ritmi ansiosi. E dichiarano il rifiuto di canoni classici in favore di culture altre, lontane dall’accademismo d’Occidente. Di fatto Moore, al quale Roma sta per dedicare un’imponente mostra monografica, ha riletto il proprio tempo con tanta pertinenza da trasformarsi nello scultore di massimo successo del secolo. Ovvio come tale eredità sia in egual misura ricca e ingombrante per la sua unica figlia Mary, che tende a non esporsi e a non dare interviste. Tuttavia, dopo complicate trattative, si manifesta finalmente come una signora risoluta e abbronzata, disposta a parlare del padre in un ventoso caffè sul lungomare di Forte dei Marmi, luogo prediletto dall’illustre genitore, nato nel 1898 e morto nel 1986: «Trascorse al Forte ogni estate dalla fine degli anni Cinquanta in poi», riferisce Mary, «e anch’io ho maturato un legame irrinunciabile con questo posto. Vivo a Londra, ma continuo a venire qui in vacanza, affittando una casa per passarvi i mesi estivi con figli e nipoti». Fu il gallerista di New York Curt Valentin, che conosceva la Versilia per la frequentazione dello scultore toscano Marino Marini, a svelare a Moore questi scenari di arene sabbiose e di montagne intarsiate da cave di marmo: «All’epoca gli era stata commissionata una scultura per la sede dell’Unesco a Parigi», ricorda Mary, «e scoprendo questa terra volle creare qualcosa di significativo col travertino. Prima aveva usato soprattutto il bronzo». Ne derivò una candida e massiccia silhouette orizzontale, di proporzioni enormi e con membra intrecciate, che spicca come l’archetipo di una fertile madre-terra. Moore «s’innamorò della zona e nel ’65 volle comprarvi una casa», continua la figlia. «Tra i no- DIDA LO SPAZIO CHE EQUIVALE A 001 RIGHE CARTELLA. TESTO CHE MISURA LO SPAZIO CHE EQUIVALE A 002 RIGHE CARTELLA. TESTO CHE MISURA LO SPAZIO CHE EQUIVALE A 003 RIGHE CARTELLA. TESTO CHE MISURA LO SPAZIO CHE EQUIVALE A Henry Moore mio padre Un criticomoltospecialericordal’artista acuiRoma dedica unagrande mostra “Gliscultori? I miglioritra i genitori” Repubblica Nazionale 2015-09-20 la Repubblica DOMENICA 20 SETTEMBRE 2015 ‘‘ ‘‘ L’intesa con mia madre nacque solo dalla comune cognizione del dolore. Ma per il resto erano come il sole e la luna 37 Suonavano, andavo ad aprire, e potevo trovarmi davanti Peggy Guggenheim, Mitterand o la regina d’Inghilterra LA MOSTRA FOTO BY FELIX H. MAN/PIX INC./THE LIFE IMAGES COLLECTION/GETTY IMAGES FOTO VINCE TALOTTA/ GETTY IMAGES FOTO WWW.SCALARCHIVES.COM HENRY MOORE CON LA FIGLIA MARY NEL 1950. SOTTO, “GRUPPO DI FAMIGLIA”. LA MOSTRA A LUI DEDICATA APRE IL 24 SETTEMBRE ALLE TERME DI DIOCLEZIANO DI ROMA IN COLLABORAZIONE CON TATE E ELECTA (CHE CURA ANCHE IL CATALOGO). CHIUDERÀ IL 10 GENNAIO na Radetsky e aveva avuto un’infanzia tragica «che a lei non piaceva rievocare. Nata a Kiev, era stata abbandonata durante la Rivoluzione russa dalla mamma fuggita a Parigi. Restò con la nonna che morì presto, e lei crebbe per la strada. Anche mio padre aveva sofferto da ragazzo, combattendo giovanissimo nelle trincee della Prima guerra mondiale. Nel 1917 aveva partecipato alla battaglia di Cambrai, dove fu intossicato dai gas. Dopo aver visto tanto orrore, scrisse, non posso più credere in Dio. La sua intesa con mia madre nasceva proprio dalla comune cognizione del dolore. Si stabilì tra loro un vincolo incrollabile, pur nelle differenze. Lui era il sole, aperto e accogliente. Lei era la luna, introversa e segreta». Si erano conosciuti a Londra, dove la giovane Irina stava studiando pittura al Royal College of Art: «Un giorno Henry, che insegnava lì, guardò fuori dalla finestra e la scorse nel cortile, alta e bellissima. Così gli apparve la sua musa». Mary sarebbe «cresciuta nel verde del Hertfordshire, in una grande casa di campagna. Oggi, coi suoi settanta ettari di terra disseminati di sculture, è diventata la sede della Fondazione Moore. Ci venivano a trovare Billy Wilder, Benjamin Britten, Carlo Ponti, Peggy Guggenheim, Charles Laughton, Mitterand e la regina d’Inghilterra. Si sedevano in salotto e mia madre serviva loro il tè, semplicemente. Aprire la porta a questi personaggi era per me normalissimo». Nella prospettiva di Mary tutto era così quotidianamente gigantesco che «a dieci anni pensai: farò sculture solo se avrò il talento di Michelangelo. O capolavori o niente. Ho studiato in una scuola d’arte e per un po’ ho anche illustrato libri per bambini. Ma è finita lì». Oggi le fotografie di Henry ci mostrano un uomo carismatico, al tempo stesso dolce e virile: «Piaceva molto alle donne», taglia corto Mary con fierezza, «tra le sue ammiratrici ci furono Lauren Bacall e Sophia Loren. Aveva un vigore pratico e un’abilità diretta, manuale, che emanava testosterone e magnetizzava tutFOTO AFP stri amici al Forte c’erano i Mondadori e gli Agnelli. Lasciò la proprietà alla Henry Moore Foundation, cui aveva affidato la gestione di tutte le sue opere dal ‘77, decidendo di ricevere per sé un salario minimo e di devolvere il resto ad attività altruistiche. Era generosissimo. Purtroppo alla sua morte la Fondazione vendette l’immobile, che sarebbe dovuto diventare un punto di riferimento per scultori internazionali», racconta Mary — che nel periodo successivo alla scomparsa del genitore ebbe divergenze con la Fondazione, oggi appianate. Ascoltandola si avverte con immediatezza il suo sconfinato attaccamento al padre. Sembra ancora attraversata da quel misto di entusiasmo e orgoglio che doveva animare la bambina felice di osservare per ore il glorioso concretizzarsi dell’estro di Henry, acquattata in un angolo del suo atelier tra polvere e scalpelli: «Vederlo lavorare mi riempiva di gioia». Descrive un papà «estroverso e cordiale, che amava davvero il prossimo, e questa sua indole affascinava tutti». Il più auspicabile dei padri: «D’altra parte gli scultori, stando sempre a casa, sono i migliori genitori possibili. In più aveva un temperamento spontaneamente affettuoso. Figlio di un minatore dello Yorkshire, era stato il settimo bambino di una numerosa famiglia, e in lui si percepiva questo passato carico di calore umano. Mi faceva anche da madre, visto che mia mamma non era portata al ruolo». La madre di Mary si chiamava Iri- FOTO TORONTO PUBLIC LIBRARY DOMANI IN REPTV NEWS (ORE 19.45, CANALE 50 DEL DIGITALE E 139 DI SKY) LEONETTA BENTIVOGLIO RACCONTA HENRY MOORE VISTO CON GLI OCCHI DELLA FIGLIA MARY (NELLA FOTO QUI SOPRA) te». Irina non era gelosa, «sapendo quanto lei e mio padre fossero complementari. Una foto fatta durante l’esposizione al Forte Belvedere di Firenze del 1972, che rappresentò il vertice dell’ascesa di mio padre, riflette la loro simbiosi basata sui contrari: lui, frontale, sfoggia un sorriso lucente. Lei, di fianco, è chiusa e discreta». Secondo Mary il genio di Henry Moore «consiste nel toccare, tramite le sue opere, l’essenza subliminale della vita. Con energia materica e senza intellettualismi. Quando irruppe nel panorama artistico, il paesaggio era dominato dall’arte vittoriana, totalmente narrativa. Lui spezzò quest’ottica inventando un linguaggio vitalissimo e astratto che ormai, nella nostra percezione dell’arte, diamo per acquisito». Lo fece attingendo alla visionarietà delle culture tribali, «da quelle africane alla pre-colombiana, dalla messicana a quelle dell’Oceania. Era un accanito visitatore del British Museum, del Musée de l’Homme di Parigi e del Leopold Museum di Bruxelles, pieno d’arte congolese». Tra i motori della sua ispirazione, segnala Mary, c’era un intenso rapporto con l’Italia: «Venerava Michelangelo, Cimabue, Giotto, Masaccio e Tiziano. E fu Giovanni Bellini il modello della Madonna and Child che realizzò per la cattedrale di Northampton, dove un abbraccio colmo di emotività, pur nella semi-astrazione, unisce madre e figlio». ©RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale 2015-09-20 LA DOMENICA la Repubblica DOMENICA 20 SETTEMBRE 2015 38 Spettacoli.Goodguys Mika Horottoilmuro enonhopaura Repubblica Nazionale 2015-09-20 la Repubblica DOMENICA 20 SETTEMBRE 2015 “Seaggredito reagisco,nonmifaccio calpestare Epoi c’èun esercitodibravi ragazzi pronti adifendermi:Bowie, Cocteau, ColePorter...” L’artistainglese-libanese-siriano, nonchégiudice diX-Factor, parladi omofobia, bulliespiritiliberi. E confessa: “Cantoperché non sapevo scrivere” S GIUSEPPE VIDETTI ROMA E L’ITALIA l’ha accolto a braccia aperte, dice, è tuttomerito della sua «caldezza» mediterranea. «È stata una sorpresa, non mi aspettavo che questo paese diventasse parte della mia vita», dice Mika, che del suo personale esperanto — ma ormai parla italiano fluentemente — ha fatto un ulteriore elemento di simpatia. «Sono nato in Inghilterra ma ho nelle vene sangue libanese e siriano — tutto questo ha condizionato in maniera determinante la mia musica e il mio universo visuale». Quando nel 2007 trionfò nelle classifiche di mezzo mondo con il singolo Grace Kelly e l’album Life in Cartoon Motion, l’Italia era l’ultima delle sue priorità. Ma poi è scattata un’attrazione reciproca, complice X-Factor, dove è garbato e irresistibile giurato anche in questa nona edizione. Ma c’è di più dopo dieci milioni di copie vendute: il successo dell’ultimo album No Place in Heaven, un libro per Rizzoli in lavorazione «che è un’estensione della rubrica che scrivevo su XL di Repubblica», un tour di grande impatto teatrale realizzato con un’équipe tutta italiana (il 27 settembre a Milano, il 29 a Roma, il 30 a Firenze), «una bomba di pop song» appena registrata con Fedez e un duetto «con un super super big della canzone italiana di cui non posso ancora rivelare il nome», tanto big che gli occhi quasi gli schizzano fuori dalle orbite per la gioia, e vien da pensare a Mina o Celentano. Lunare, creativo, dinamico, esplosivo sul palco; affettuoso, familiare, tenero, ottimista in tivvù, Mika, trentadue anni, è una presenza che fa pensare all’indimenticato Don Lurio. Poi il gelo di quest’estate. Su un manifesto del concerto fiorentino di Mika un cretino scrive con la vernice FROCIO a caratteri cubitali. Un tempo sarebbe passato sotto silenzio, ne abbiamo visti a centinaia di quegli insulti, persino sui manifesti elettorali, e non solo in Italia. Oggi è un’altra storia, il villaggio globale fibrilla di con- formismo, diverso da quando negli anni Settanta si rumoreggiava che Jagger e Bowie se la spassassero e nessuno tranne i tabloid si scaldava più di tanto. Oggi si è ufficialmente omosessuale solo dopo il coming out — e Mika l’ha fatto tagliando la testa ai si dice. Ad amplificare qualsiasi banalità ci pensa il web, i social sono una cassa di risonanza più minacciosa che utile. L’insulto a Mika è diventato il caso dell’estate. Si è sentito tradito dall’Italia quando la scritta omofoba è cominciata a circolare in rete? «No. Mi sono arrabbiato perché quando per tanto tempo hai subìto questo tipo di violenza risprofondi spietatamente nel passato. Uno spaventoso riflesso emozionale: mi sono sentito esattamente come quando da adolescente mi prendevano in giro. In un microsecondo sono tornato a scuola, quando deridevano la mia sessualità e io non avevo ancora scoperto di avere una sessualità. Da quel tipo di sentimento non ne esci, non cambia, suppongo sia lo stesso se avessi cinquant’anni o settantacinque». Qual è stata la prima reazione? «All’inizio ho cercato di ignorare la cosa, pensando che il silenzio sarebbe stata la risposta migliore. Come facevo da ragazzo: fingere di non vedere, guardare dall’altra parte. Poi ho cominciato a vedere l’indignazione del mio fan club che cresceva e cresceva, e dopo dieci ore ho capito che far finta di nulla era un privilegio che non potevo permettermi. Là fuori ci sono tanti quattordicenni o magari anche adulti che non hanno la libertà che mi sono conquistato attraverso l’arte, non hanno quella zona franca che è il palcoscenico dove tutto è permesso, anche essere se stessi senza pregiudizi, interferenze, bullismo. A loro non è concesso di guardare dall’altra parte, di ignorare quegli insulti senza pagarne le conseguenze. Dovevo trovare un modo di gestire la situazione, ho cominciato a usare quell’immagine come una bandiera, l’ho sbattuta anche sul mio profilo twitter. Ho rotto il muro di pudore e di silenzio, quel sorvolare borghese che spesso fa seguito a episodi del genere». E la risposta del pubblico? «Sorprendente, assolutamente sorprendente. Non me l’aspettavo. La solidarietà non è arrivata solo dagli amici o dai fan, ma incredibilmente anche dalla stampa. A quel punto la foto con la scritta non era più una cosa che parlava solo di me ma un manifesto, un J’accuse, una piccola onda che ne ha generato una più grande e infine una immensa». Siamo abituati a credere che le pop star, che da sempre giocano con l’ambiguità, sono immuni da questo tipo di problemi. Evidentemente un conto sono le allusioni altro è un coming out forte e chiaro come quello che hanno fatto artisti come lei, Michael Stipe o Tiziano Ferro. «Non ne farei un fatto politico. Un cantante è un cantante e basta. La mia dimensione pubblica è quella che mostro sul palco. Lo faccio con discrezione e gentilezza, non voglio entrare nella vita degli altri o mettere a soqquadro le famiglie, rispetto le scelte anche quando sono diametralmente opposte alle mie, anche quando propongono un modello sociale o religioso che non è il mio — una sorta di gentlemen agreement. Ma di fronte a comportamenti violenti, aggressivi o abusivi la mia reazione cambia. Mi rifiuto di farmi calpestare, non mi metto a tappetino, non lo facevo neanche alle medie quando non potevo seguire il resto della classe perché ero dislessico». In che modo la musica le ha dato modo di reagire positivamente senza continuare ad accumulare traumi? «L’arte — cinema, musica, letteratura — è sempre un invito alla tolleranza. Quando penso a David Bowie vedo un artista, un gigante, che è stato in grado di comunicare in maniera totale e prepotentemente creativa al di sopra della politica e della sessualità. Ambiguo nel vero senso della parola, un vessillo di libertà, indefinibile, non etichettabile». Come riusciva da ragazzo a compensare la paura e il disagio del bullismo? Con i sogni? «Non erano sogni, erano film. Era la mia realtà, il mio universo, ci sprofondavo dentro quotidianamente. A nove anni mi hanno buttato fuori da scuola, ero diventato il bersaglio di un’insegnante isterica che aveva deciso di distruggermi. Come gli altri ra- 39 gazzini che avevano subìto i suoi abusi mi ero chiuso in me stesso e mi rifiutavo di parlare. Un giorno me ne andai e lasciai la mia cartella in mezzo alla strada. Fu mia sorella Paloma a scoprire la verità e riferì a mio padre. Lui venne a scuola e disse all’insegnante quel che tutti pensavamo di lei: “Professoressa, lei è una strega, abbiamo scoperto quel che sta facendo ai ragazzi”. Dopo venti minuti eravamo nell’ufficio del preside: “Signor Penniman, lei e suo figlio non potete più metter piede in questa scuola”, ci disse. Che sollievo. È stato il più bel giorno della mia vita, ce ne tornammo a casa ballando, cantando “Ding dong the witch is dead” (“La strega è morta”, dal Mago di Oz). Papà mi disse: “Non sai scrivere? Non riesci a leggere? Canta!”. A quel punto, spronato anche da mia madre, cominciai a studiare musica, canto e pianoforte, e in quel modo, libero, lavorai cento volte di più che a scuola. Dopo dieci mesi cantavo alla Royal Opera House di Londra». I good guys, quei bravi ragazzi della sua canzone — Rufus Wainwright, James Dean, Bowie, Ralph Waldo Emerson, Wilfred Owen, Walt Whitman, Rimbaud, Kinsey, Cole Porter, Cocteau — erano un piccolo, immaginario esercito che lavorava in sua difesa. «Lo è ancora oggi, mi canta la ninnananna, con lui al fianco potrei affrontare la fine del mondo e anche il giorno del giudizio». Ma lei canta anche: dove sono andati tutti quei bravi ragazzi gay? Vuol dire che per gli artisti gay oggi è più difficile dichiarare la propria sessualità? «La realtà è che oggi non abbiamo più tante icone gay, personaggi scomodi anche senza essere politici, senza incontrare leader e presidenti, senza fare discorsi alle Nazioni Unite. La loro forza stava in quello che scrivevano e cantavano, agivano senza pensare alle conseguenze. Il fatto di esistere era già di per sé rivoluzionario. Sono loro che hanno acceso questi colori forti dentro di me, mi hanno dato l’ardire di provocare senza aver paura». Cosa dirà al pubblico durante il concerto di Firenze? «Nessun messaggio, nessuna polemica, parlerò attraverso la musica e l’energia dei miei fan. Faremo rumore insieme, per esprimere gioia e tolleranza. La risposta all’insulto è: siamo qui, siamo tanti, siamo forti». ©RIPRODUZIONE RISERVATA IN TOUR MIKA HA 32 ANNI. DAL 27 SARÀ IN TOUR A MILANO, ROMA E FIRENZE. SOPRA, GIURATO A “X-FACTOR” CON (DA SINISTRA) ELIO, SKIN E FEDEZ. IL SUO ULTIMO CD “NO PLACE IN HEAVEN” È USCITO LO SCORSO 15 GIUGNO Repubblica Nazionale 2015-09-20 LA DOMENICA la Repubblica DOMENICA 20 SETTEMBRE 2015 40 Next.A.A.A.Cercasi Daqui al2025nei soliStati Uniti ventidue milionidipersoneperderanno ilposto.Asoffiarglielosarannosoftware sempre piùintelligenti e macchine sempre più“umane”.Losostieneun importante istitutodiricerca. Ecco qualisonoi mestieri piùa rischio. Ecosa nepensano duesuper esperti Lamappa dei lavori perduti Se il robot Sam vale tre muratori C ALESSANDRO LONGO HE SIATE OPERAI, MEDICI O AVVOCATI, preparatevi: con i robot dovrete fare per forza i conti, a partire dai prossimi dieci-quindici anni. Se siete fortunati, vi troverete a lavorare con loro fianco a fianco. Se va male invece vi ruberanno il lavoro. Ed è uno scenario che riguarda professioni anche molto diverse tra loro, secondo gli esperti, alcune delle quali inaspettate. L’ultima previsione a riguardo arriva da un osservatorio di ricerca americano tutt’altro che incline all’allarmismo: Forrester Research. E infatti si autodichiara persino prudente nelle stime, rispetto a studi precedenti, ancora più minacciosi. Forrester prevede infatti che i robot ruberanno ventidue milioni di posti di lavoro nei soli Stati Uniti, da qui al 2025. Considerando però i lavori creati di conseguenza — manutenzione, progettazione e gestione dei robot — il bilancio netto sarà negativo “solo” per 9,1 milioni di posti. Va detto che con il termine “robot”, questo studio — come pure i precedenti — intende sia i robot fisici (plastica, metallo e chip) sia i software di intelligenza artificiale, che pure — comunque — riescono a emulare funzioni umane. Le novità più spettacolari delle ultime settimane ricadono nella prima categoria, quella dei robot come siamo abituati a pensarli dai racconti di fantascienza: la catena di hotel americana Aloft infatti ha appena inaugurato Botlr, il robot-inserviente che porta lenzuola e kit vari nelle camere dei clienti. Forrester Research nota anche che molti lavori si perderanno con la complicità degli stessi clienti, proprio a causa del self service: «Le persone preferiscono sempre più spesso fare le cose da soli. Il fenomeno a cui si è già assistito con le macchine bancomat e le pompe di benzina si estenderà molto presto ad altri settori», dice J.P. Gownder, autore del rapporto. Un esempio estremo è Oshbot, che fa le veci di un commesso nei negozi di bricolage della catena Lowe’s in California. Accompagna i clienti allo scaffale dove si trova il prodotto desiderato, segnala le promozioni, si occupa degli inventari. Se la richiesta è troppo complessa, chiama in aiuto i commessi in carne e ossa. Stessa filosofia per i chioschi-camerieri usati in un ristorante di Austin, Texas (Scholotzsky’s Deli). Ordiniamo il cibo da queste macchine dotate di schermo touch, che pure ci riconoscono (tramite la carta di credito utilizzata) e sono quindi in grado di proporci i umano, a cui quindi resteranno da affidare solo i compiti di maggior precisione. Il ronostri piatti preferiti. La moda del self service mette a rischio, bot al momento è già all’opera in un cantiesecondo l’indagine, anche molti lavori da re di una scuola di Washington. Oppure, già da qualche anno, c’è Baxter venditore (negozianti e responsabili commerciali delle aziende): su sofisticati porta- (creato da Rethink Robotics): fa parte di li online ormai possiamo comprare di tutto una nuova generazione di robot che nelle (prodotti e servizi), in autonomia e anche catene di montaggio dialogano con gli opesupportati dai consigli di un’intelligenza ar- rai e imparano grazie a loro nuovi compiti e abilità. tificiale. Sono invece super computer come WaIl rapporto nota però che, invece, molti altri lavori saranno solamente affiancati da tson, di Ibm, a dare già oggi supporto ai merobot (almeno nell’orizzonte dei dieci-quin- dici (per le diagnosi) o agli ingegneri (per dici anni): è il caso di operai e muratori da lo sviluppo prodotti). Certi software riescouna parte e medici, avvocati, giornalisti e no invece ad automatizzare alcuni lavori di routine di avvocati (ricerca informazioni in ingegneri dall’altra. Per i primi è appena nato un robot come database) e giornalisti (articoli sui nuovi Sam 100: è il primo robot muratore che sa dati finanziari di aziende). C’è chi teme che le intelligenze artificiali costruire tre volte più velocemente di un 22 milioni POSTI SCOMPARSI È IL NUMERO DEI POSTI DI LAVORO CHE SI PREVEDE VERRANNO “CANNIBALIZZATI” DAI ROBOT DA QUI AL 2025 NEGLI STATI UNITI tra qualche decennio potranno sostituire del tutto anche questi tipi di lavoro ed è così che arriviamo alle previsioni più catastrofiche. Come quella dei docenti di Oxford Carl Frey e Michel Osborn, secondo cui negli Stati Uniti ben il quarantasette per cento dei lavori sono ad “alto rischio” di essere rimpiazzati da robot (e il diciannove per cento sono a “medio rischio”). All’estremo opposto, un recente studio di Deloitte, secondo cui negli ultimi centoventi anni la tecnologia ha sempre creato più lavoro di quanto ne abbia distrutto e continuerà a fare così. Grazie a un circolo virtuoso (favorito dalla tecnologia) di maggiore efficienza produttiva, crescita economica e dei consumi. Scettico, infine, Andrew McAfee, del Repubblica Nazionale 2015-09-20 la Repubblica DOMENICA 20 SETTEMBRE 2015 41 Sonoottimista Distruggendo alla fine si crea IAN STEWART N L’ECONOMISTA/1 Ian Stewart lavora per la società di consulenza anglosassone Deloitte ed è autore di uno studio degli impatti della tecnologia sul lavoro: “The Great Job-creating Machine” la tecnologia ha sempre creato più lavoro di quanto ne abbia distrutto e in futuro non vedo perché le cose non debbano andare così, anche con l’avvento di robot e intelligenze artificiali sofisticati. Gli avanzamenti tecnologici hanno sempre aumentato il potere d’acquisto e favorito una qualificazione del lavoro, con un impatto benefico anche sulla qualità della vita della popolazione. Ma ogni generazione pensa che la tecnologia del proprio tempo sia diversa, più rivoluzionaria e che quindi distruggerà il lavoro. Non si tiene mai conto del fatto che i desideri umani sono infiniti. In realtà, la tecnologia migliora la produttività del lavoro, riduce i costi dei prodotti e quindi permette ai nuovi bisogni di emergere. E per soddisfare i nuovi bisogni ci saranno nuove professioni. Il pessimismo di alcuni nasce esattamente qui: dal fatto che è facile intuire quali lavori si perderanno ma è molto difficile prevedere i nuovi che nasceranno. Possiamo dire solo che c’è uno spazio infinito di crescita del lavoro nelle aree dell’intrattenimento, della sanità e del benessere. E possiamo dirne anche un’altra: che le macchine non potranno mai sostituire le persone nella costruzione di relazioni. (Testo raccolto da a. l.) EL CORSO DELLA STORIA ©RIPRODUZIONE RISERVATA Sono pessimista Bisogna aiutare la classe media ANDREW MCAFEE C Mit (Massachusetts Institute of Technology) e autore (con il collega Erik Brynjolfsson) dell’ormai celebre bestseller The Second Machine Age. Come leggete qui a fianco McAfee è meno catastrofista dello studio di Oxford perché considera a rischio solo i lavori di medio livello, né fisici né molto specializzati: per esempio quelli di routine negli uffici e nei negozi. Ma la sua è comunque una previsione allarmante, soprattutto per i ceti medi che sarebbero i più penalizzati. Una cosa è certa: la tecnologia avanza veloce, mentre il dibattito politico su possibili correttivi (come un salario minimo garantito sovvenzionato dallo Stato, proprio come propone McAfee) spesso resta al palo. L’ECONOMISTA/2 Andrew McAfee ricercatore, scrittore, esperto degli effetti della tecnologia sulla società, lavora al Mit e ha scritto con Erik Brynjolfsson “Race Against the Machine”. In italiano è uscito “La nuova rivoluzione delle macchine” ORRIAMO UN GROSSO rischio: che le persone siano lasciate indietro mentre la tecnologia va avanti. In particolare l’allarme rosso riguarda la classe media. La sua professionalità sarà quella che più facilmente potrebbe essere sostituita da robot e software intelligenti: penso a chi lavora negli uffici, nei servizi di assistenza ai clienti e in generale a tutti i lavori intellettuali di routine. Le macchine sono bravissime a svolgerli. Non si può dire lo stesso vale per i lavori ad alta professionalità, quello di medici, ingegneri, manager. E non vedo grandi problemi nemmeno per i lavori di basso livello. Il problema riguarda dunque, principalmente, la classe media. Come farvi fronte? I governi dovrebbero da una parte spingere la crescita economica con investimenti infrastrutturali; dall’altra, fissare un minimo salariale sovvenzionato con fondi pubblici. Come fare a ottenere le risorse necessarie? Per esempio tassando le ricchezze che la tecnologia genera proprio grazie alla maggiore efficienza produttiva. (Testo raccolto da a. l.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA ©RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale 2015-09-20 LA DOMENICA la Repubblica DOMENICA 20 SETTEMBRE 2015 42 Sapori.Distagione AutumninNewYork. DaBrooklynaHarlem lacenaèconvista “L’ LICIA GRANELLO NEW YORK AUTUNNO A NEW YORK/ PERCHÉ sembra così in- vitante?/ L’autunno a New York racconta l’emozione di un’investitura/ Folle splendenti e nuvole sgargianti/ in tunnel d’acciaio/ Mi fanno sentire a casa/ Amanti che benedicono il buio/sulle panchine di Central Park/ È autunno a New York/ Bello viverlo ancora una volta”. Quando Frank Sinatra intona Autumn in New York, le immagini sono quelle regalate dai mille film ambientati nella Grande Mela: alberi grondanti foglie rosse, ragazze che rabbrividiscono negli abitini smanicati, i primi sbuffi dalle grate della metropolitana. In realtà, i capricci del clima stanno rimandando a data da destinarsi — magari anche solo tra qualche giorno — pullover di lana e scarpe chiuse. Nel frattempo, da Brooklyn a Harlem è tutto un rincorrersi di serate outdoor, tra cocktail estivi e grigliate nei parchi, con l’intento di fare il pieno di sole e di luce, visto che l’inverno qui sembra non finire mai e il timore dichiarato è di bissare l’ultimo, capace di annichilire perfino le siepi garantite dai giardinieri fino a trenta gradi sotto zero. E siccome la skyline più celebrata del mondo non smette di incantare perfino chi a New York vive da sempre, il massimo dei desideri di nativi e turisti diventa sbocconcellare all’aria aperta e tiepida cibi più o meno deliziosi, mentre lo sguardo spazia tra i grattacieli. Negli ultimi anni, l’offerta gastronomica newyorchese è cresciuta in modo deciso, non soSONO PIÙ DI CENTO I LOCALI lo nella verticalità dei suoi interpreti più prestiCON GIARDINO O TERRAZZA giosi, corredati di stelle in quantità, ma anche DA CUI AMMIRARE LA SKYLINE nelle declinazioni meno sontuose (e costose). PIÙ CELEBRE DEL MONDO Certo, catene e chioschi di fa(s)t food assorbono ECCONE ALCUNI. DA PROVARE ancora la gran parte della richiesta calorica newPRIMA CHE SIA TROPPO FREDDO yorchese. Ma si comincia ad apprezzare anche l’altra cucina, quella bio, vegetariana, con le carni da animali grass feed, cioè nutriti con l’erba indei ristoranti interni. Impensabile aprire un alvece dell’orrido trinciato di mais, in assenza di orbergo di qualità senza aggiungere il plusvalore moni e antibiotici. di una eatery golosa, che sia una semplice taqueCosì, la scelta ha smesso di essere confinata al ria o un santuario gastronomico. Se poi basta albello, per estendersi al buono, perché anche il palungare un dito per toccare il Chrysler o la Freelato vuole la sua parte. Se il numero di locali di cidom Tower, allora il successo è certo. bo tout court rivaleggia con quello dei taxi — inSe il dolce autunno newyorchese vi attrae, torno ai 15mila assommando i cinque superquarnon avete che l’imbarazzo della scelta, dalle tavotieri della città (Manhattan, Brooklyn, Staten le preziose di “Per Se”, che accarezzano le cime Island, Bronx, Queens) — quelli forniti di terrazdegli alberi di Central Park, a quelle dell’“Eleven ze, attici, affacci e giardini con vista superano coMadison”, a pochi metri dal glorioso Flatiron, munque il centinaio. E tra questi, alcuni valgono grande vecchio dei grattacieli cittadini. In caso davvero il viaggio. Come spesso succede qui, la di serata economica, salite sulla terrazza del Mecombinazione hotel-ristorante dà risultati ecceltropolitan Museum e sorseggiate una birra, con lenti, vuoi per l’importanza di molte location, il mondo ai vostri piedi. vuoi per la firma gourmand che vincola l’attività ©RIPRODUZIONE RISERVATA Laricetta. Granchio del Maine basilico e zucca INGREDIENTI PER 4 PERSONE PER LA FARCITURA 1 PICCOLA ZUCCA LUNGA BIO (MAX 10 CM DI DIAMETRO), 450 G. DI POLPA DI GRANCHIO COTTA, 150 G. DI POMODORI CONFIT, 60 G. DI MELONE, 1 CUCCHIAINO DI SCALOGNO, 1CUCCHIAINO DI ERBE MISTE (MENTA, PREZZEMOLO, DRAGONCELLO, ERBA CIPOLLINA), 2 CUCCHIAINI DI ACETO DI MIELE, 3 CUCCHIAINI DI EXTRAVERGINE PER LA SALSA 85 G. DI FAGIOLI DI SOIA AL VAPORE, 55 G. DI EXTRAVERGINE PROFUMATO CON BASILICO, 1 CUCCHIAIO DI PURÈ DI CIPOLLA, 2 CUCCHIAI DI BRODO VEGETALE, 2 CUCCHIAINI DI ALBICOCCHE, QUALCHE GOCCIA DI LIME A ffettate la zucca in fette sottilissime. Tritate il melone e lo scalogno. In una ciotola riunite tutti gli ingredienti e mescolate con cura a formare una polpa con cui farcire i sandwich. Quindi assemblate la salsa a freddo mettendo insieme i fagioli, il purè di cipolla, le albicocche precedentemente tritate, il brodo, l’olio extravergine e qualche goccia di lime e usarla per condire. Decorate con fiori eduli e servite freschissimo LO CHEF MICHAEL ANTHONY SI DIVIDE CON SAPIENZA TRA LA CUCINA DEL CLASSICO GRAMERCY TAVERN E QUELLA DELL’UNTITLED, NUOVISSIMO RISTORANTE TUTTO VETRO DEL WHITNEY MUSEUM PROGETTATO DA RENZO PIANO DAVANTI ALL’HUDSON, AI PIEDI DELL’HIGH LINE Repubblica Nazionale 2015-09-20 la Repubblica DOMENICA 20 SETTEMBRE 2015 8 43 A piedi nel park (Riverside non Central) indirizzi & piatti ANDREA VISCONTI Riverpark Alma 450 E 29th Street Tel. (+1) 2127299790 187 Columbia Street, Brooklyn Tel. (+1) 7186435400 Affacciato sulla baia davanti a Governors Island, regala un tramonto incantato, fruibile anche in inverno (terrazza riscaldata). Menù di ispirazione messicana, guacamole in primis ILLUSTRAZIONE DI CARLO STANGA Affacciato sull’East River a pochi isolati dall’Empire, il locale di Tom Colicchio utilizza ingredienti del vicino orto urbano, come la burrata con pomodorini, pesche e verbena La Piscine-Americano Hotel Penthouse 808 Profuma di America Latina l’hotel messicano, che propone una cucina semplice, a partire dalla tagliata di melanzane, zucchine e asparagi. Il tramonto sull’Hudson è spettacolare Quasi ottocento metri quadrati, protetti da vetrata invernale con vista mozzafiato su Roosvelt Island e Queensboro Bridge. Nei piatti, sapori hawaiani e orientali, come l’aragosta con zenzero e miso 518 W 27th Street Tel. (+1) 2122160000 8-08 Queens Plaza S, Long Island Tel. (+1) 7182896101 Asiate-Mandarin Oriental The River Café 80 Columbus Circle Tel. (+1)2128058881 1 Water Street, Brooklyn Tel. (+1) 7185225200 La vetrata superba al trentacinquesimo piano allarga lo sguardo su tutto Central Park. Cucina di fusione, misurata, coreografica e leggera, tipo il tonno marinato con alghe e chips Pioniere della rinascita dell’area intorno al ponte di Brooklyn, di fronte ai grattacieli di Wall Street, offre ricette raffinate, come i gamberi con granchi, asparagi e salsa al limone F NEW YORK INO ALL’INIZIO dell’autunno il ristorante più bello di New York è un locale “stagionale” lungo il fiume Hudson. Ristorante: beh, è una parola grossa. Non si va da “Pier i Cafe” per l’alta cucina e neppure per l’impeccabile servizio. Non si va per le tovaglie di lino o i piatti di porcellana. Qui si mangia con posate e piatti di plastica. Ma la vista è strepitosa e l’atmosfera incantevole, oltre al fatto che lo conoscono quasi esclusivamente i newyorchesi. Molti non sanno neppure che esiste questo gioiellino all’aperto dove è la vibrazione di una scatolina elettronica nera ad avvertire che il piatto è pronto da portare in tavola. “Pier i Cafe” chiude solo quando l’aria si fa troppo fresca per cenare all’aperto, ma in queste giornate la vista del fiume e di Riverside Park è impagabile. In questo parco lungo e stretto, così diverso da Central Park, si possono fare passeggiate bellissime. Niente turisti, piccoli negozietti e spettacolini improvvisati. Riverside Park è per chi fa jogging, per chi va in bicicletta o semplicemente per chi vuole camminare guardando le barche che si muovono sull’Hudson o alzando gli occhi verso gli aceri che cambiano colore prendendo tutte le tonalità di rosso, giallo, viola, arancione. Passeggiate su, su, su fino al Washington Bridge, oppure giù in fondo fino a Battery Park, ma fatelo a piedi, non sui double decker che fanno i giri obbligatori della città, e solo così scoprirete New York. È a piedi che ho scoperto per esempio Astor Row, a Harlem: ventotto villette con porticato costruite lungo la 130esima Street per soddisfare residenti neri abituati allo stile del sud. È camminando che mi sono imbattuto nelle palazzine di West End Avenue in stile olandese, che fanno capire perché un tempo New York fosse chiamata New Amsterdam. Ed è a piedi che ho scovato la sede originale del Museo Whitney dove nel 1914 Gertrude Whitney portò la sua collezione privata d’arte contemporanea. Un passo dopo l’altro per trovarsi fra le sorprendenti pasticcerie egiziane lungo Steinway Street, i coloratissimi negozietti di vestiti da sposa indiani a Jackson Heights o le indecifrabili pescherie vietnamite a Sunset Park. Quello che incontrerete lungo la strada sarà ancora più affascinante della meta che vi eravate prefissi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA Robert (MAD Museum) Lincoln (Lincoln Center) 2 Columbus Circle Tel: (+1) 2122997730 142 W 65th Street Tel. (+1) 2123596500 Ultimo piano con vista strepitosa su Broadway e Central Park. Originale e romantico, piatti golosi, come petto d’anatra, ciliegie e puré di pastinaca Nel triangolo di cristallo di fronte alla scultura di Henry Moore una cucina ispirata alla tradizione italiana, vedi l’agnello alla griglia con olive taggiasche Repubblica Nazionale 2015-09-20 LA DOMENICA la Repubblica DOMENICA 20 SETTEMBRE 2015 44 L’incontro.Amletici ‘‘ IL TEATRO È LA MIA VITA E LA MIA MALEDIZIONE, MI HA INCASTRATO E NON SONO PIÙ STATO CAPACE DI ANDARMENE HO DUE FIGLI CHE FANNO GLI ATTORI. IN CHE GUAIO SI SONO CACCIATI È stato Edipo, è stato Macbeth, soprattutto è stato Amleto (“oltre settecento volte, come fare un incontro di pugilato con Cassius Clay”) e ora sarà Galileo (“ma non sono io che voglio farlo, è lui che vuole essere fatto”). A settantré anni, jeans, maglietta e non un capello bianco ne dimostra cinquanta: “Dormo poco e lavoro molto. E poi mi muovo, durante le prove salgo e scendo continuamente dal palco. È che preferisco sempre stare in fondo alla platea: quando faccio la regia per recitare. «Il teatro è la mia vita». Lo dice come fosse una maledizione. «Lo è, pernoi non decidiamo nulla. È la vita che decide. Io mi sono incastrato nel teatro, senza essere più capace di andarmene». non vedere le porcherie, e quan- ché Il teatro gli ha dato soddisfazioni, il teatro lo ha fatto innamorare, il teatro lo arricchisce di stimoli, pensieri, lo ha reso famoso. Negli anni Ottanta, quando scena si vedevano lavori distaccati, riflessivi, lui da regista faceva spettacoli do sono un semplice spettatore inroventi per irrequietezza e voglia di sensazione. Da attore imponeva ai personaggi forza e intatta convinzione, e anche se una parte della critica arricciava il il pubblico faceva le code, trentamila abbonati solo all’Eliseo di Roma duperché non voglio guardare in naso, rante la sua direzione: Otello, Masnadieri, Il principe di Homburg, Don Carlos, e poi Misura per misura hanno fatto un pezzo di storia teatrale. «Ero stanco di teatro in punta di penna, tutto “biri biri biri”... La gente si rompeva le palle faccia gli attori. Io voglio vedere quel e io mi dicevo non può essere questo il teatro. Era morto, gli ho dato una scossa. E sì che i miei spettacoli erano lunghi. Feci un Amleto di sei ore. Mi ricordo che al Manzoni di Milano Berlusconi veniva una sera sì e una no, finché una volta mi Otello, voglio vedere Ofelia” disse: “Scusi Lavia, ma io lo porterei a cinque”. Fu un consiglio utile». Gabriele Lavia ANNA BANDETTINI P ‘‘ FIRENZE ER FORTUNA È UN PIGNOLO. «Pignolo è poco. Sono malato. Non mi si può sopportare». Anche l’occasione di questo incontro sembra preparata con una regia ad arte. «Appuntamento al Teatro La Pergola di Firenze, il più antico teatro all’italiana del mondo», dice Gabriele Lavia con l’orgoglio del neo-direttore artistico. E la prima immagine è d’effetto: platea vuota, Lavia seduto in una poltrona delle ultime file, nella semioscurità, assorto, lo sguardo rivolto verso il palcoscenico. «È guardando il boccascena che mi vengono le idee», confesserà. Poi si va in camerino. Non uno qualunque. «Lo volle qui, vicino al palcoscenico, Eleonora Duse per la prima di Rosmersholm. E glielo fecero. Ecco la lapide: “Il 5 dicembre 1906 Eleonora Duse e Gordon Craig qui univano nel nome di Henrik Ibsen la loro arte e il loro genio”. Qualche vibrazione di quei genii sento che è rimasta», sussurra prendendo posto davanti allo specchio dove la sera si prepara prima di andare in scena. Sul tavolo, in bella mostra, ricordi e ossessioni di una vita: una foto della nonna, quelle dei figli, i quadernetti con appunti di ricerche e studi, i carillon di varie fogge. «Quanti me me hanno rubati, c’è stato un periodo che mettevo carillon in tutti i miei spettacoli». Come faccia Gabriele Lavia a opporsi agli anni con tanta freschezza è un segreto. Ne compirà tra poco, il 10 ottobre,settantatré: non ha un capello bianco, niente pancia, in jeans e maglietta pare un cinquantenne. E poi è un fiume di parole, mescola energia a attimi di spaesamento, ti- MI IMBARAZZA QUANDO MI CHIAMANO MAESTRO, ANCHE SE POTREI ESSERLO PERCHÉ SAPREI INSEGNARE NON IMPARI A SUONARE IL PIANO CON “IL CIELO IN UNA STANZA” MA CON LISZT E BEETHOVEN. ACCETTO COSE DIFFICILI PERCHÉ MI VOGLIO DIVERTIRE midezza a frenesia, vitalità a nichilismo. «Dormo poco, lavoro molto e quando preparo uno spettacolo, come adesso, non c’è sosta. Ma ora l’età comincio a sentirla. Fare una regia per me vuol dire andare continuamente avanti e indietro dalla platea al palcoscenico, perché per seguire quello che fanno gli attori preferisco stare in fondo, così non vedo le porcherie. Anche se vado a assistere a uno spettacolo mi faccio mettere in ultima fila. Non voglio vedere le facce degli attori. Voglio vedere Ofelia, voglio vedere Amleto...». Umberto Orsini, l’amico più caro, quasi ogni mattina si incontrano al bar Faustini nella zona di Monteverde a Roma («un paesino»), dice di aver contato fino a milleduecento «su e giù» di Lavia dal palcoscenico fino al fondo della platea in una normale giornata di prove, e la sera magari deve anche Gabriele Lavia è un milanese per sbaglio. «I miei erano siciliani. Mio padre lavorava al Banco di Sicilia e per un periodo lavorò a Milano, dove nacqui. Ma quando cominciarono i bombradamenti tornammo in Sicilia. Ancora oggi è Catania quella che sento come la mia città. Eravamo tre figli, ma il cocco ero io. Specie di mia nonna, nipote di Don Josè Martinez de la Rosa, il più grande autore drammatico romantico di Spagna. Mi leggeva testi teatrali che non capivo, L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello in siciliano che anche dopo, nel ricordo, mi piaceva di più fatto da mia nonna che da Randone. Con mia madre erano loro le fondamenta della casa. Nonostante mio padre fosse un colosso di due metri, era mia mamma a tenere in mano tutto, una donna piccola ma con una forza assoluta. Mi ha sempre sostenuto quando andai in Accademia a Roma. Le donne guardano le cose con distacco. Mi diceva “Bravo Gabriellino” e mia nonna mi allungava 500 lire. Mio padre, invece, non fu felice della mia scelta. Ma pensò che ero “arrivato” quando su Bolero Teletutto per via di uno sceneggiato fecero un servizio su di me. Distribuì copie a tutto il condominio». E Lavia con i suoi figli? Due dei tre, Lucia e Lorenzo, sono attori: «Non hanno ancora capito in che guaio si sono cacciati. Come perché? Non è una vita semplice questa. Mi commuovono per la passione che hanno. E poi sì, hanno un rapporto affettuoso con me». Più complicato, intermittente, quello con le donne. «Ho tradito, ho sofferto, amato molto. Se non vengo tradito resto legato». Da qualche mese si è trasferito a Firenze, per via della direzione al Teatro Nazionale della Toscana. Alla Biblioteca nazionale è già un habitué.«Ho scovato i quaderni di Galileo, Petrarca, Macchiavelli, una lettera di Ugo Foscolo a una certa signora Albrizzi di Venezia per un contatto tipico foscoliano che credo sia anche andato a buon fine». Il tempo libero è preso dallo studio vero. «Tutti i giorni. E se non lo faccio sto male, devo recuperare. No, non studio teatro, ma studio per fare teatro. La mia passione è la filosofia». Adesso sta leggendo Gilles Deleuze Differenza e ripetizione, «che c’entra col teatro che è ripetizione», dice inerpicandosi verso sue filosofie: «Nella possibilità di ripetizione c’è l’eterno, una eternità che è una costante morte e una costante rinascita. Ma è qui che nasco- ‘‘ NEGLI ANNI OTTANTA LA GENTE SI ROMPEVA LE PALLE A TEATRO, IO HO DATO UNA SCOSSA ANCHE CON SPETTACOLI LUNGHI SEI ORE UNA SERA VENNE BERLUSCONI A VEDERCI: LAVIA, MI DISSE ALLA FINE, CINQUE BASTANO no i problemi, perché morire è facile ma rinascere no. Rifare con la stessa emozione la stessa vita è la cosa più difficile. Viene in soccorso quella cosa considerata a volte in maniera negativa che è la tradizione. La tradizione vuol dire trasferire dalla nostra origine al nostro presente, guardare l’anteriore, cioè davanti. Noi possiamo guardare solo quello che è già stato. È il futuro che sta dietro le spalle, è posteriore». Si sente un maestro? «No, mi imbarazza molto quando mi chiamano così, anche se potrei esserlo perché saprei insegnare, per la semplice ragione che ho fatto tanti ruoli difficili. Ho recitato per oltre settecento volte l’Amleto, che è come fare un incontro di pugilato con Cassius Clay, Edipo, Macbeth... Non impari a suonare il piano con Il cielo in una stanza ma con Liszt, Beethoven, non ci sono scorciatoie. È la scuola di oggi che crede di farti conoscere la Divina commedia con un canto o L’Odissea solo col primo capitolo. Io accetto di fare cose difficili perché mi voglio divertire». Non per niente sta lavorando a Vita di Galileo di Brecht: debutterà il 6 ottobre al Carignano di Torino e sarà il grande spettacolo di questo inizio di stagione, coprodotto tra Firenze e Torino, ventisei attori, più i musicisti, più i tecnici, ottanta personaggi. Un testo che fa paura, tanto più dopo la leggendaria regia di Giorgio Strehler al Piccolo del ‘63. «Lo vidi almeno dodici volte. È lo spettacolo più bello della mia vita, forse quello che mi convinse a fare teatro. Con Tino Buazzelli, il protagonista, divenni amico. E quanto a Strehler, con Orazio Costa, è stato il mio maestro. Aveva una umanità profonda e mascherata, nutriva affetti che non dimenticava. Avremmo dovuto fare insieme Amleto ma non aveva risolto il problema dello spettro, perché da materialista dialettico, diceva, non poteva accettare un fantasma. Perché io faccio questo Brecht? Perché un testo che dice “la verità è figlia del suo tempo, la verità non è mai figlia dell’autorità, la verità è figlia della libertà” non dovremmo farlo? Certo che dobbiamo. Non sono io che voglio fare il Galileo. È Galileo che vuole essere fatto». ©RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale 2015-09-20