Una riflessione sulle radici spirituali e culturali dell’Europa di Enrico Carioni Da qualche anno – si può dire – il tema “Europa” è oggetto dell’attenzione di tutti: al riguardo vorremmo offrire il modesto contributo della nostra riflessione, scaturita dalla nostra concreta esperienza personale e dalle ricerche e dagli studi storici che abbiamo compiuto e svolgiamo tuttora. L’essenza più pura e schietta dell’Europa è per noi di duplice natura, una culturale e l’altra spirituale (in senso proprio): le radici culturali del nostro Continente sono senza dubbio Latine in Occidente e Greche in Oriente: per capire l’importanza dell’elemento Latino nella evoluzione di questa parte di Europa, basta entrare in qualsiasi Archivio Parrocchiale antico almeno di quattrocento anni, oppure fermarsi con curiosità intellettuale – ad esempio – presso l’Archivio Comunale di Via Fissiraga, o l’Archivio Diocesano nei pressi della Cattedra di San Bassiano (entrambi a Lodi): è stata questa Lingua (e questa civiltà), già propria dell’universalismo imperiale di Roma e poi fatta propria dalla Chiesa Cattolica, a conquistare le genti germaniche le quali – grazie alla inesausta azione missionaria propria del Vescovo di Roma – sono state saldamente coinvolte nei destini dell’Occidente, di cui entrano a far parte a pieno titolo; si potrebbe dire concluso questo processo al tempo di Liutprando (re dei Longobardi), quando anche questa temibile popolazione è ormai parte dell’Europa Occidentale plasmata dalla Cultura Latina e dal Cristianesimo: è infatti quest’ultimo che permette la fusione e l’incontro tra Latini e Germani, dando forma e vita all’Europa Occidentale, così come è oggi; non possiamo però dimenticare il contributo dato dal Cristianesimo delle regioni celtiche come Irlanda e Scozia: basti pensare a San Colombano. Accanto alla Latinità spicca anche l’elemento Greco, di pari rilevanza: perché due sono le anime dell’Europa, quella Latina e quella Greca; pensiamo certamente alla Grecia classica (che va oltre la Grecia geografica: eloquente, ad esempio, è la “Passione di Sant’Agata” scritta pure in Greco), ma anche alla grande esperienza dell’Impero Romano d’Oriente: struttura statale romana, cultura greca e religione cristiana sono le fonti culturali principali dello sviluppo dell’Impero Bizantino (G. Ostrogorsky, “Storia dell’impero bizantino”, Einaudi, 1993, traduzione di Pietro Leone, p. 25); è stata Costantinopoli a conquistare spiritualmente il vasto mondo slavo (e la grande Russia), ancorandolo saldamente all’Europa; e a proposito dei profondi legami spirituali e culturali della Russia con l’Europa, ci viene in mente non solo l’illustre operato degli architetti italiani a San Pietroburgo, ma anche la rilevanza dei romanzieri russi dell’Ottocento. Fin qui il nostro discorso è stato prevalentemente impostato sulla Cultura Umanistica Latina e Greca, che ci è più familiare (in particolare la storia – e soprattutto la storia dell’Impero Bizantino - è stata da noi coltivata e amata ben prima degli anni dell’Università): ma il tutto è cementato e prende il suo senso profondo dal Cristianesimo; ciò è evidente per lo Stato Bizantino di cui abbiamo parlato prima, ma anche per l’Occidente Medioevale; al riguardo ha scritto – in modo come sempre significativo e magistrale – il grande Benedetto XVI: “Il medioevo conobbe nelle università, negli ordini monastici e nei concili altrettante istituzioni europee che si ponevano come una realtà concreta, non statuale, e proprio per questo efficace. Ricordo, per fare solo qualche esempio, che Anselmo di Canterbury proveniva da Aosta, fu abate in Bretagna e arcivescovo in Inghilterra, che Alberto Magno veniva dalla Germania, insegnò altrettanto bene a Parigi come a Colonia e potè essere vescovo a Ratisbona, mentre Tommaso 1 d’Aquino ha insegnato a Napoli, ma anche a Parigi e a Colonia, e Duns Scoto a sua volta insegnò tanto in Inghilterra quanto a Parigi e a Colonia.” (Joseph Ratzinger – Papa Benedetto XVI, “Perché siamo ancora nella Chiesa”, Rizzoli, 2008, traduzione di Valentina Rossi, p. 182); allora il “candido manto di chiese” (Rodolfo il Glabro) unificò l’Europa (senza dimenticare ovviamente Santa Sofia di Costantinopoli e gli altri innumerevoli edifici religiosi di quella Capitale), e fra queste le Cattedrali di Cremona e Lodi; circa la “Cappella Sistina dell’Italia Settentrionale” (“Cattedrale di Cremona 900 anni di storia”, “magazine” “La Provincia”, 16 Giugno 2007, p. 37) Domenico Bordigallo nel 1515 scrisse che “Turis, terrarum in orbe unica, prealiis pulchrior, imaginis pro arbore huius navis Cremone situata est et eminet […] Tenus hanc turrim excelsam et pulchram Catedralis Ecclesia sub vocabulo Assumptionis Virginis Marie insurgit, cuius festum a Cremonensibus omni anno vehementer de mense augusti veneratur” (D. Bordigallo, “Urbis Cremonae syti designum”, trascrizione, traduzione e note a cura di Emanuela Zanesi, Fantigrafica Cremona 2011, p. 60); inoltre A. Campi (“Cremona fedelissima città […]”, Milano, G. Battista Bidelli, 1645, pp. 23 – libro I° - e 81 – libro III° ) afferma che “L’istess’anno MCLXVII. Diedero principio i Cremonesi nel mese di Marzo alla bellissima fabrica del Battisterio” considerando anche “L’altissima, e bellissima Torre del Duomo, detta communemente il Torraccio”; in particolare delle origini del massimo Tempio della Città di Cremona dice Francesco Robolotti (“Storia di Cremona e sua provincia”, Editore Fausto Sardini Bornato in Franciacorta, 1974 2 ) che “è poi un prodigio per tempi sì infelici alle arti la sua vastità, magnificenza e bellezza”; né si può dimenticare l’importanza della stessa Cattedrale come centro di diffusione culturale, in quanto si conosce “il caso del cospicuo gruppo di frammenti, tutti liturgici dei secc. XII/XIII […] che, prodotti in uno scrittoio attivo presso la Cattedrale di Cremona dai tempi del vescovo Offredo (1168-1185) alla metà del Duecento, vi furono utilizzati e conservati fino alla loro dispersione, avvenuta probabilmente agli inizi dell’età moderna” (“Bollettino Storico Cremonese”, Nuova Serie XI (2004), contributo di E. Giazzi, p. 17); si pensi anche alla Cattedrale di Lodi: in “seguito alla distruzione di Lodi Vecchio per opera dei milanesi nel 1158, fu scelto il colle Eghezzone come luogo dove riedificare la città, le cui mura vennero iniziate nel 1160. Con ogni probabilità la conquista di Milano ad opera del Barbarossa, protettore della città lodigiana, favorì la ripresa edilizia del nuovo borgo e della cattedrale, per la cui costruzione fu impiegato materiale proveniente da Lodi Vecchio, ad indicare la continuità tra i due insediamenti. Una prima fase edilizia riguardante l’abside e il corpo centrale dell’edificio dovette essere stata condotta a buon punto nel 1163 quando furono trasportate dal S. Bassiano di Lodi Vecchio le spoglie del santo titolare. La facciata, che nel 1183 aveva solo le fondamenta, venne probabilmente ultimata assieme alla parte alta della muratura delle navate e alle volte a crociera, nella seconda metà del XIII secolo, visto che l’edicola contenente la statua del santo e il protiro furono collocati nel 1282-1284. A partire dal XIV secolo si intervenne sulla struttura originaria con l’apertura di alcune cappelle gentilizie lungo il fianco meridionale, a cui nel XV secolo si aggiunsero il cortile dei canonici e la sacrestia” (“Arte gotica in Lombardia”, a cura di Roberto Cassanelli, Sesaab Editrice, Bergamo, Ottobre 2007, p. 152); la Cattedrale di Lodi ricorda anche l’incontro che in riva all’Adda avvenne nei mesi di Novembre e Dicembre 1413 tra le supreme potestà del Medioevo, il Papa (uno dei tre allora in carica, perchè perdurava ancora il grande Scisma d’Occidente) e l’Imperatore del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica (allora Sigismondo del Lussemburgo) per comporre la divisione della Cristianità: da qui il 9 Dicembre 1413 Giovanni XXIII emanò la Bolla di convocazione del risolutivo Concilio di Costanza (dal titolo “Ad pacem et exaltationem ecclesiae”); lo stesso Vescovo di Lodi – Giacomo Arrigoni – nell’ambito di questo evento svolse un ruolo di primo piano: 2 domenicano (come San Tommaso d’Aquino) e capace teologo, fu oratore ufficiale e tenne il discorso “in eligendo pontifice” (8 Novembre 1417) ai Cardinali (“Konzil im Blick 27 November 2013/Sonderausgabe”); ma è altresì curioso notare come Cremona e Lodi siano saldamente legate ai sovrani di quell’Impero tedesco medioevale nel quale il Cristianesimo aveva un ruolo centrale: perché la storia della Germania, di quella Germania che ha svolto un ruolo di primo piano nella storia del Medioevo e della Età Moderna in Europa (e pure, e in positivo, nella storia della Chiesa, aspetto da non dimenticare) – il paese europeo che conosciamo meglio e anche per esperienza personale oltre all’Italia – è stata veramente grande quando questa Nazione ha posto il Cristianesimo alla base del proprio agire, come nel Medioevo ma anche – più vicino a noi – come ha fatto Johann Sebastian Bach (16851750); abbiamo ripetutamente constatato i segni di questo notevole passato nel corso dei nostri viaggi in Germania, Austria e Svizzera: Trier, patria di Sant’Ambrogio, Freiburg im Breisgau e la splendida Cattedrale gotica, Bingen (patria della mistica medioevale S. Hildegard), Aachen e Paderborn, luoghi legati soprattutto al ricordo di Carlo Magno (il quale amava risiedere in queste due città nella seconda delle quali nel 799 incontrò il Papa Leone III), la “Domschatzkammer” di Aachen (che ospita pure dei bellissimi dipinti tedeschi del Quattrocento e del Cinquecento), la splendida Cattedrale di Köln, Hildesheim, meravigliosa città con una piazza centrale (“Markt”) indimenticabile, la suggestiva città del Duca Enrico il Leone – Braunschweig – nel cui Duomo è sepolto con la moglie, Würzburg, città di Vescovi Principi, il Duomo gotico di Ulm, la Chiesa Abbaziale barocca di Ottobeuren, Salzburg con il suo “Dom”, l’abbazia di Melk, la bellissima Wien con lo “Stephansdom” (che ricorda l’illustre figura di Padre Marco d’Aviano), Innsbruck (legata ai Cattolici sovrani Asburgo), Altötting e il suo Santuario Mariano, München (ove operò come Nunzio il grande Eugenio Pacelli), Bremen, Hamburg e Lübeck sono eloquenti segni di questa grandezza; al riguardo è stata significativa l’esperienza che ci è toccato di vivere nel 2011, quando abbiamo partecipato ad uno splendido pellegrinaggio da Ripalta Guerina (Diocesi di Crema) ad Hildesheim (Germania) per accogliere la Reliquia che il Vescovo di Hildesheim, S. Ecc. Norbert Trelle, con atto di squisita cortesia ha donato alla Comunità di San Gottardo; infatti leggiamo nella autentica (sottoscritta dallo stesso Presule e recante la data del 15 Agosto, Solennità della Madonna Assunta Patrona della Cattedrale e della Diocesi di Hildesheim): “a tutti e ai singoli che vedranno la presente lettera attestiamo in virtù del nostro incarico che abbiamo estratto dai resti autentici e riconosciuto come originale la sacra particola tratta dalle ossa di San Gottardo Vescovo di Hildesheim e l’abbiamo deposta con riverenza in un contenitore argenteo per la Chiesa di San Gottardo Vescovo in Ripalta Guerina”; lo stesso Vescovo si è reso presente con una lettera (testualmente è scritto: “Bischof Norbert lässt Ihnen viele Grüße ausrichten. Er erbittet der Pilgergruppe aus Ihrer Pfarrgemeinde und Ihnen persönlich Gottes reichen Segen! ”); si è trattato di una esperienza che ci ha aiutato a capire quello spirito (e quella cultura) Cristiani che univano l’Europa Medioevale. Del resto gli elementi peculiari appena tratteggiati ci sembrano – in un certo senso – ben presenti nel sorgere e nell’evolversi lungo i secoli della “civiltà” cremasca, essi costituiscono il contesto in cui il Cremasco entra nella Storia. Una declinazione: le Pievi del Cremasco Si pensi ad esempio alla vicenda delle Pievi medioevali, le quali ci rimandano al tempo in cui la Terra nostra faceva capo alle Chiese e ai Vescovi di Piacenza, Cremona e Lodi. Santa Maria di Ripalta Arpina ci narra una storia di Capitanei e di Arcipreti: i primi lasciarono estesi possedimenti al Vescovo di Cremona, di cui divennero vassalli maggiori; si 3 stabilirono poi a Crema, e sin dal 1199 la loro famiglia dava il nome ad una delle vicinanze di Porta Ripalta; si ricorda il nome di Dionisarco dei Capitanei di Rivoltella, Prevosto di Santa Maria Maggiore nel 1314; sempre Angelo Zavaglio (che ci guida nella nostra Storia come Virgilio, Beatrice e San Bernardo guidano Dante nella Commedia) riferisce che la Pieve di Santa Maria di Ripalta Arpina tra l’altro controllava le località di Ripalta Nuova, Ripalta Vecchia, Ripalta Guerina, Gombito, Montodine e Moscazzano, e aveva la sua brava Collegiata costituita da sacerdoti investiti di beneficio proprio, addetti a proprie Chiese e vincolati, nell’esercizio di determinate funzioni, alla vita comune; infatti conosciamo l’esistenza di una Chiesa campestre dedicata a Sant’Eusebio, un’altra dedicata a San Giovanni Battista in paese, e (stando ad un documento del 1051) di altri tre Edifici sacri (San Benedetto, San Vincenzo e San Pietro); nel 1223 sappiamo che Bocapano era Arciprete e Giovanni Canonico (“sub domino Bocapano Archiepresbitero de Rivoltella et Iohanne Canonico Plebis de Rivoltella”); nel 1457 era Arciprete Bernardo de Lollo; ai tempi di Leone X l’Arciprete di Ripalta Giacomo Filippo Ferrari fu delegato dal Papa per effettuare il passaggio di certe religiose dalla regola benedettina a quella domenicana; la coscienza della Dignità di Pieve Collegiata fu sempre viva: non citeremo solo la celebre controversia insorta nei Sinodi della “Età Diedo” con l’Arciprete di Offanengo e il Priore di Madignano (cui fa cenno anche Don Antonio Moretti nella classica monografia sulla Collegiata del suo paese natale), ma anche la significativa continuità – lungo la storia – del Titolo Arcipresbiterale spettante al Parroco di Ripalta; la Visita Lombardi parla di “Stephanum Olearium tunc Archipresbyterum Ripaltelle Arpinorum” e “Bernardus Carionus Archipresbiter Ripaltelle Arpinorum”; la Visita Gardini a Ripalta Arpina (29 Maggio 1787) e altra documentazione contemporanea a questo Vescovo del resto sono costanti nell’indicare la tradizionale Dignità Arcipretale della Chiesa di Ripalta Arpina. A Piacenza invece faceva capo la Pieve di San Martino in Palazzo Pignano: già nell’anno 1000 la “cortem que dicitur Palatium Apiniani, cum plebe, capellis et decimis, cunctisque suis pertinentiis” è di proprietà del Monastero di San Savino di Piacenza; nel 1004 l’Imperatore Enrico II di Sassonia conferma al predetto Monastero il possesso di “Palatium Apiniani”; undici anni dopo la “plebem Sancti Martini sita Palazo Piniano” appare “de subregimine, et potestate” all’ “episcopio Sancte Placentine Ecclesie”; nel 1155 la definizione della controversia tra il Vescovo di Piacenza e il Monastero di San Benedetto in Crema circa la Chiesa di Santa Maria di Ombriano finì per ribadire gli speciali diritti spettanti all’Ordinario piacentino e alla Pieve di Palazzo Pignano: il Priore del Monastero “in uno die letaniarum omni anno ad plebem Palatii cum letaniis accedet. Ad capitulum eiusdem plebis vocatus veniet”; altra questione insorge nel 1174 (questa volta tra le Diocesi di Piacenza e Cremona) per San Lorenzo di Ripalta Nuova: tra i testimoni “Obizonem, presbiterum plebis Palatii” e soprattutto il “prepositus Albericus ecclesie de Pallatio”; quest’ultimo fra l’altro disse testualmente: “ego semel fui interpellatus in quodam festo sancti Laurentii a quibusdam, qui tenebant vel stabant ad istam ecclesiam, ut irem in eo festo canere missam; et ivi et feci ibi missam quiete; de tempore non recordor. Et ego postea precepto huius episcopi Placentie, qui modo est, posui in possessionem ipsius ecclesie Guidonem clericum, qui postea fuit frater meus, et dedi in manu sua de panno altaris eiusdem ecclesie quiete”; venticinque anni dopo (5 Novembre 1199) alla “plebem de Palatio Apiniani cum omnibus capellis et pertinentiis suis” spetta anche la “capellam Cremae, ad eandem plebem pertinentem”; nel frattempo cresce l’importanza di Crema – largamente appartenente alla Chiesa di Piacenza – anche dal punto di vista strettamente ecclesiastico: dell’anno 1367 sappiamo di “et Dominus Presbiter Benedictus de Carate Prepositus Ecclesie Sancte Marie Mayoris de Crema et una 4 cum eo Dominus Presbiter Cristofanus de Albergate Dominus Presbiter Bertolmus de Famelo et Rugerius Guarnerius de Crema omnes Canonici dicte Ecclesie”; tuttavia la Pieve di Palazzo Pignano – punta avanzata di Piacenza sin qui – fin quasi all’ultimo mantenne vestigia dell’antica supremazia; nel 1357 abbiamo “Dominus Presbiter Beltraminus de Cuxatris Prepositus Ecclesie Sancti Martini de Pallatio Districtus Creme et Diocesis Placentine etiam nomine et Canonicorum et Capituli dicte Ecclesie et Dominus Presbiter Tonselmus Turta Benefitiallis et Rector Ecclesie Sancti Sepulcri predictorum Districtus et Diocesis” ; dieci anni dopo, nel 1367, Bertramino era ancora Prevosto di Palazzo (“Domino Presbitero Bertramino de Cuxatris Preposito Plebis Sancti Martini de Palazo” ); nel 1365 sappiamo di “Girardus Suppa Canonicus Ecclesie Sancti Martini de Palazo Districtus Creme et Diocesis Placentine nomine dicti sui Canonicatus”; tra il 1379 ed il 1390 fu Prevosto Arpino de’ Colli d’Alessandria: nel 1379 abbiamo “Dominus Arpinus de Collis de Alexandria de Borgolio Aquensis Diocesis Prepositus Curato et Colligatus Plebis Sancti Martini de Palazo Districtus Creme Placentine Diocesis”; nel 1390 così è nominato il Prevosto di San Martino: “Arpinus de Collis de Alexandria Prepositus Ecclesie Sancti Martini de Palaço Districtus Creme Placentine Diocesis”; con l’età di Pantaleone Zurla (successore di Giacomino Boni) si ha in pratica il canto del cigno della Piacentina Pieve di Palazzo: egli – fra l’altro detto nelle fonti “Reverendo in Christo Patre Domino Fratre Pantaleone de Zorlis Dei gratia Episcopo Sicharensi ac in terra Creme et eius districtu in temporalibus et spiritualibus Vicario Generali Reverendissimi in Christo Patris Domini Fratris Alexii Dei et Apostolice Sedis gratia Episcopi Piacentini et Comitis ac Preposito sive Comendatario Ecclesie et Plebis Sancti Martini de Pallazo Placentine Diocesis sive cui ipsa Plebs et Ecclesia Sancti Martini de Pallazo fuit et est comendata et tradita in Comenda” – in qualità di Vicario del Vescovo di Piacenza nella Terra Cremasca si trova coinvolto nell’elezione al Duomo di Crema del nuovo Prevosto Guglielmo “de Anglia” di presumibile provenienza inglese; con il suo successore Tommaso Pennari – anno 1459, quando Venezia era già tra noi – termina in parte, solo in parte, una storia di grande gloria legata a quelle Comunità che con Palazzo Pignano hanno testimoniato la presenza della grande Chiesa di Piacenza in queste Terre; non cessò del tutto la Collegiata, non venne totalmente meno la supremazia dell’antica Pieve sul territorio circostante; sappiamo (anno 1470) di una “Locacio Domini Thome De Penariis Archidiaconi Ecclesie Maioris Creme et Canonicorum Plebis Sancti Martini de Palacio” in cui sono nominati: “Presbiteri Francisi de Guaciis Canonici Benefficiati in prefata Plebe Sancti Martini de et super Canonicatum quem ipse Presbiter Franciscus obtinet in prefata Plebe; et Franciscus et Stefanus de Penariis Canonici Benefficiati prefate Plebis Sancti Martini”; alcuni anni dopo siamo informati di “Domino Presbitero Aluisio de Papia Capellano in Ecclesia Plebis Pallatii dicti Districtus Creme et dicte Placentine Diocesis”; in quel tempo Rettore di Sant’Ambrogio in Torlino era il Sac. Francesco de Fonduli: “Venerabilis Domini Presbiteri Francisci Fonduli Rectoris Beneficiati Ecclesie Sancti Ambroxii loci Turlini Districtus Creme dicte Placentine Diocesis”; abbiamo quindi le prime attestazioni della presenza di una Chiesa Rettorale di Sant’Ambrogio Vescovo in Torlino: ciò in sé è molto significativo se si considera che in questi anni oltre il confine diocesano ad Azzano (in Diocesi di Cremona) la Chiesa di San Lorenzo Martire conquistava la sua autonomia dalla Pieve di Arzago (fatto che del resto è dettagliatamente e – oseremmo dire – documentato nei minimi particolari); come abbiamo detto, San Martino continuò a esercitare una forte influenza sui centri immediatamente circostanti, perché ancora nel 1579 (come si può dedurre dalla Visita Apostolica Castelli) le Chiese di Scannabue, Monte e Vaiano risultano ancora legate in qualche modo alla antica Pieve; a Vaiano (27 Settembre 1579) “idem Reverendus Dominus Vincentius visitavit Ecclesiam Parochialem Sanctorum Martirum Cornelii, et Cipriani ville Vaiani que non est 5 erecta in titulum beneficii, sed cum alias esset vicinie Sancti Martini de Pallatio”; a Scannabue (28 Settembre 1579) “idem Reverendus Dominus Laurentius visitavit Ecclesiam seu Capellam” di San Giovanni Battista “que est intra fines Parochialis Ecclesie Sancti Martini de Palatio”; a Monte (28 Settembre 1579) “idem Reverendus Dominus Laurentius visitavit Ecclesiam Sanctorum Celsi et Nazarii loci Montis que est Capella et infra fines Ecclesie Sancti Martini de Palatio”; ma oramai si può dire che nel 1580 iniziava veramente per tutto il Cremasco un’altra Storia, e si passava dalle antiche e gloriose Sedi Vescovili di Piacenza, Cremona e Lodi al nuovo Vescovado di Crema che in un certo senso rappresenta il coronamento del processo di consolidamento della Chiesa nel Territorio, processo portato avanti dalle Pievi e anche dai Monasteri (anche qui Angelo Zavaglio docet). Torniamo quindi in Diocesi di Cremona, e sostiamo alla Pieve di Santa Maria in Offanengo: qui ai primi del Quattrocento incontriamo le interessanti figure dell’Arciprete Antonio “De Millio” ma anche dei Canonici Gasparino Palotti e Bartolomeo “de Pozolis”. Le Pievi Medioevali della nostra Terra narrano quindi una Storia complessa e ricca al tempo stesso, una Storia qualitativamente per niente inferiore a quella delle aree a noi prossime. Senso dell’uso del termine “civiltà” applicato al Cremasco Il senso dell’uso del termine “civiltà” applicato al Cremasco nasce naturalmente dalla sua storia; certo, è ben vero che “Negli scritti di Sant’Ambrogio, nelle varie lettere ed omelie dei Vescovi, che ressero le varie diocesi di Lombardia verso la fine dell’Impero Romano ed il principio della dominazione dei Goti e Bizantini, non ricorre mai il nome di Crema, né di Insula Fulcheria. Nemmeno si trova la più breve menzione nel migliaio di documenti, che vanno dal 712 al 1000, pubblicati nel Codex Diplomaticus Langobardiae. Tutto ciò lascia supporre che questa regione in gran parte boscosa e paludosa, fosse in quei tempi assai poco abitata” (Francesco Piantelli, “Folclore Cremasco”, ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di S. Maria della Croce Crema 1985, pp. 101-102); ma è anche vero che fin dai tempi di Federico I di Hohenstaufen, Imperatore del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica (“Heiliges römisches Reich deutscher Nation”) dal 1152 al 1190, Crema gioca un ruolo rilevante nello scontro tra Milano da una parte e il Sovrano tedesco dall’altra (e le sue alleate Cremona e Lodi); si vedano al riguardo le vicende dell’assedio postovi da Federico nel 1159: situata “in pianura, Crema era protetta da un lato da paludi, ed era circondata tutt’intorno da larghi fossati colmi d’acqua e da un’alta cinta di mura […] Crema, un catenaccio contro il potere dell’Imperatore romano […] Crema, sacrificandosi per Milano, aveva assolto il suo compito. Per sette mesi aveva tenuto testa alle armate dell’Imperatore e dei suoi alleati. Sette mesi di cui Milano, la grande Milano, all’ombra di Crema aveva approfittato per approntare le difese”(Ernst W. Wies, “Federico Barbarossa”, Rusconi, Milano, 1991, pp. 129-135, traduzione dal tedesco di Aldo Audisio); riguardo lo spirito che pervase gli albori dell’identità Cremasca – coincidenti con l’esperienza del Comune medioevale – ha scritto Francesco Sforza Benvenuti (1822-1888), storico ottocentesco di Crema: “Spettacolo stupendo ! Sul principiare del secolo duodecimo le città di Lombardia reggevansi a comune, ed ordinavano liberamente i loro statuti, inspirati dalle tradizioni romane, da antichissime consuetudini che il ferro dei Barbari non valse ad estirpare onninamente […] Spettacolo più stupendo ancora, se riflettiamo che il cielo a que’ nostri Comuni affidava la missione di spargere per l’universo i veri beni dell’incivilimento, stenebrando l’intelletto a nazioni che dormivano ancora fra catene il sonno dell’ignoranza. Notisi però che i Comuni di Lombardia non erano affatto indipendenti, imperocchè riconoscevano su di loro l’alto dominio dell’impero germanico. 6 Quell’agitarsi nel terreno lombardo di tanti municipii o repubblichette, che si governavano separatamente con particolari statuti, lamentarono alcuni scrittori, siccome causa che impedì all’Italia d’unificarsi in un compatto corpo politico. Eppure quelle forme municipali si confacevano mirabilmente all’indole degli Italiani, alle antiche tradizioni dei loro padri. L’Italiano fu dalla natura privilegiato di uno spirito che è ricco di forze morali, quanto è ricca e bella la materia che lo circonda. Perciò meglio degli altri popoli egli è dominato dal sentimento della propria personalità, e sente profondo il bisogno di svilupparla, di espanderla, non soltanto come uomo, ma come cittadino. Una patria, alla quale consacrar con amore le generose facoltà dello spirito, una patria nel cui recinto fosse concesso a tutti i cittadini di operare per lei, di grandeggiare coll’intelletto o col braccio, fu l’aspirazione dei nostri avi appena riebbero la coscienza dei loro naturali diritti. Ed una patria si composero nel Comune […] Crema, anch’essa, con un palmo di terra, rappresentò, benchè piccolissima, una sovranità, uno Stato, quando Parigi e Londra, grandiose metropoli, non erano che vaste prigioni di un popolo servo. Ed ecco il motivo per cui la storia di tante illustri città della Francia può scriversi scrivendo quella delle dinastie che le dominarono: nell’Italia invece ciascuna terra ha i suoi fasti particolari, perché nella nostra penisola, moltissime città nel breve ambito del loro territorio furono regine. Geograficamente considerata, la repubblichetta di Crema formava un punto microscopico; ma quanto fosse robusta la vita ond’era animata, lo seppe Federico Barbarossa che per domarla consumò sette mesi d’assedio, adoperando tutte le forze dell’impero germanico, ed altre pure considerevoli di città lombarde pugnanti sotto il suo vessillo” (Francesco Sforza Benvenuti, “Storia di Crema”, Milano coi tipi di Giuseppe Bernardoni di Gio. 1859, riedizione anastatica, stampato dall’Atesa Editrice, Bologna, marzo 1985, vol. I, pp. 48-50). I fatti appena menzionati denotano la rapidità del processo di formazione di un nucleo politico autonomo a Crema e territorio circostante, territorio che è fondamentale per l’evoluzione storica della stessa Crema, definibile come figlia medioevale dell’immigrazione dai paesi circostanti; e si badi che essa è menzionata come “locus” nel 1074 e “castrum” nel 1084 (François Menant, “Lombardia feudale Studi sull’aristocrazia padana nei secoli XXIII”, Vita e Pensiero, Milano, 1992, pp. 245-276, traduzione di Raffaella Tomadini); le nostre asserzioni trovano conforto anche e soprattutto dalle indagini di Angelo Zavaglio (1884-1943), il più grande Storico Cremasco di ogni tempo, che oltre ad una enorme passione per il passato della Sua Terra, aveva anche una conoscenza perfetta dei luoghi che studiava; nel Volume “Terre nostre” (Mons. Angelo Zavaglio, “Terre nostre Storia dei paesi del Cremasco”, Crema nel IV centenario della erezione della Diocesi 15801980, Crema Arti Grafiche di Crema, 1980 2 ) indica con assoluta precisione la data del primo documento che menziona le varie località cremasche: Azzano (753), Bagnolo (1000), Bottaiano (948), Camisano (960), Campagnola (1178), Capergnanica (1123), Capralba (1151), Casale (978), Casaletto Vaprio (1178), Castel Gabbiano (862), Chieve (886), Credera (1019), Cremosano (1120), Farinate (919), Izano (979), Madignano (1000), Monte (1187), Montodine (1023), Moscazzano (979), Offanengo (947), Palazzo Pignano (1000), Pieranica (1130), Quintano (1192), Ricengo (842), Ripalta Arpina (1021), Rubbiano (1187), Sabbioni (1098), Salvirola (1192), Sergnano (947), Torlino (993), Trescore (1192), Vaiano (1192), Vidolasco (949); si noterà quindi che il grosso delle località del territorio sono coeve o antecedenti Crema; non solo: già nel 1192 lo stesso territorio si presenta già organizzato in forma compiuta, e abbiamo quindi non solo Crema – già nota a livello europeo per gli eventi bellici cui abbiamo accennato – ma anche il Cremasco; infatti il Diploma dell’Imperatore Enrico VI (del citato anno 1192, e col quale immette i Cremonesi nel 7 possesso di Crema e dell’Insula Fulcheria) accenna “Castro Cremae et eius pertinentiis”; in particolare in esso (che abbiamo considerato nella trascrizione di Angelo Zavaglio) leggiamo: “Nomina locorum, de quibus mentio praehabita est, sunt haec: Azanum, Farinatum, Capralba, Campesego, Terzolascus, Seregnanum, Albernengum, Pianengum, Vageranum; et haec sunt ultra Serium. Gabianum, Vidolascus, Casale Runcengum, Camisianum, Botajanum, Offanengum unum et aliud, Zosanum, Suave, Madegnanum: haec sunt citra Serium versus Cremonam. Haec autem sunt loca in Insula Fulkerii constituta: Palazum, Pignanum, Montes, Vajnum, Bagnoli, Clevus, Cavregnanega, Palazanum, Credaria, Roveretum, Muscazanus, Montodanus, Rivoltella, Rivolta; Umbrianus. Haec sunt in Vavre: Cremosianus, Trescore, Casaletum, Bordenacium, Quintanus, Piranega et Torlinus”. Il discorso civile non sarebbe completo senza l’accenno al rapporto con Venezia, di cui Crema fu una delle sentinelle più occidentali: dal 1449 al 1797 il Cremasco fu parte attiva della Serenissima; decisive le conseguenze di questo stato di cose: fu proprio durante il governo veneziano che per volontà di Gregorio XIII fu istituita la Diocesi di Crema (1580), coincidente con il territorio della corrispondente Provincia veneta; è da notarsi che tale – tuttora – è l’ambito di diffusione della parlata Cremasca; dal 1580 al 1678 i primi cinque Vescovi furono veneziani, e comunque assai incisiva per l’autonoma evoluzione ecclesiastica e in parte anche civile del Territorio fu l’azione di Gian Giacomo Diedo (15841616, veneziano), Pietro Emo (1616-1629, veneziano), Alberto Badoer (1633-1677, veneziano), Marco Antonio Zollio (1678-1702, bergamasco), il Servo di Dio Faustino Griffoni (1702-1730, cremasco), Ludovico Calini (1730-1751, bresciano), Marco Antonio Lombardi (1751-1782, veronese), Antonio Maria Gardini (1782-1800, veneziano), Tommaso Ronna (1808-1828, milanese), Giuseppe Sanguettola (1835-1854, milanese), Ernesto Fontana (1893-1910, milanese) e Francesco Maria Franco (1877-1968, astigiano e vescovo a Crema dal 1933 al 1950); quindi nel corso dei secoli il Cremasco ha maturato una sua forte identità civile: Comune medioevale autonomo, poi parte della Serenissima, mentre Cremona e Lodi continuarono ad essere legate a Milano; dal 1580 si è aggiunta una forte caratterizzazione ecclesiastica. Anche dal punto di vista linguistico il Cremasco ha una sua individualità: “Strumento importantissimo del folclore, il dialetto, sotto questo punto di vista ci si presenta, più come un dato filologico, quale espressione, stato d’animo, carattere di una gente. Non è difficile rilevare che nel dialetto c’è un elemento etnico essenziale, che porta le tracce di un dato popolo attraverso secoli e secoli […] La questione dell’origine del nostro dialetto si riconnette a quella delle prime popolazioni, che si sono stanziate sul territorio cremasco […] Comunque possano essere le varie interpretazioni, ci pare più sicura questa: che il cremasco formi lo stesso gruppo dialettale gallico col bergamasco ed il bresciano, caratterizzato da somiglianze fonetiche evidenti, come l’assenza di ogni nasalizzazione tanto caratteristica negli altri dialetti lombardi […] Il lungo cammino dei secoli ha già però dato al dialetto cremasco una fisionomia sua propria per cui, pur manifestando lo stesso ceppo originario, se ne distingue per determinazioni stabili fonetiche e soprattutto morfologiche, che lo rivelano diverso non solo ai forestieri, ma anche ai parlanti il vernacolo degli altri due gruppi. Mentre più rare appariscono le differenze sintattiche, più varia si presenta l’impostazione dialettale linguistica, che dipende esclusivamente dall’elemento psicologico, ambientale e storico. In questo caso ogni ramo si è sbizzarrito a seconda della ricchezza di vivacità propria delle singole tre schiatte, degli usi, dei fatti storici, che diedero motivo a frasi e locuzioni speciali […] L’aspetto più interessante per noi, è quello che vede nel dialetto, e specialmente nel nostro, un fatto spirituale: la 8 manifestazione articolata, attraverso il linguaggio spontaneo dialettale, dell’intima struttura, dell’anima con la sua indole, col suo carattere, con la sua educazione e formazione” (F. Piantelli, “Folclore Cremasco”, cit., pp. 255-258); non sarà inutile osservare che il primo “Vocabolario cremasco-italiano” (opera di Bonifacio Samarani) è apparso nel 1852: l’opera contiene anche cenni di ortografia, pronuncia e grammatica cremasca (Bonifacio Samarani, “Vocabolario cremasco-italiano”, Crema a spese dell’autore, 1852, Arnaldo Forni Editore ristampa anastatica 1983); infine un accenno all’imponente patrimonio di proverbi dialettali, di cui si è sapientemente occupato trentacinque anni fa il Prof. Pietro Savoia: alcuni di essi trovano riscontro nel principale tra i libri didattici o sapienziali del Vecchio Testamento: il libro dei Proverbi (Pietro Savoia, “I proverbi dei cremaschi”, 1998, Leva Artigrafiche in Crema); dagli elementi che sopra sono stati evidenziati si comprende quindi come ben si possa parlare di “civiltà” cremasca, ma si capisce anche perché sempre F. Piantelli – parlando di “folclore cremasco” – scrive a buon diritto: “Anche la terra e la gente cremasca hanno una storia, delle memorie, delle tradizioni, una parlata, degli usi e costumi particolari: i loro sorrisi, i loro gemiti, le loro voci insignificanti per i più, perché non dovrebbero essere rivelazioni per l’uomo di scienza, che vi sente l’eco di schiatte e di generazioni tramontate da secoli e secoli ?” (F. Piantelli, “Folclore Cremasco”, cit., p. 28); un modo di procedere comunque utilissimo anche per l’indagine storica di altri tempi e altri luoghi e su scala più generale (parliamo principalmente dei secoli che vanno dal Duecento al Settecento) in quanto “coglie, in ogni situazione concreta, un momento unico della vita dello spirito, che continuamente diviene, e dunque assolutamente irripetibile” (Pietro Zerbi, “Schizzo di una storia della storiografia medioevale e moderna” II: la storiografia del XX secolo, Edizioni CUSL, 1997, p. 51). Conclusione Si comprende allora perché “non possiamo non dirci "cristiani"” (Benedetto Croce), si comprende allora perché le radici Cristiane sono quell’elemento che cementa indiscutibilmente Roma e Atene, Germania e Russia, Occidente romano-germanico e Oriente greco-slavo, in definitiva il passato e (si spera) il futuro dell’Europa. 9