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COMUNITÀ PASTORALE DEL LIDO DI VENEZIA
Testi a cura di don Luigi Vitturi
È bello per noi stare qui
emozioni e stupore in Terra Santa
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Indice
Introduzione......................................................3
Mercoledì 26 dicembre 2007 ............................4
Giovedì 27 dicembre 2007................................6
Venerdì 28 dicembre 2007..............................11
Sabato 29 dicembre 2007................................15
Domenica 30 dicembre 2007 ..........................18
Lunedì 31 dicembre 2007 ...............................22
Martedì 1 gennaio 2008 ..................................26
Mercoledì 2 gennaio 2008 ..............................29
Indice ..............................................................31
© Comunità Pastorale del Lido di Venezia (2008)
Testi a cura di don Luigi Vitturi
Impaginazione di Fabrizio Favaro
Stampato in proprio-edizione fuori commercio
Foto di copertina: La spianata del tempio di Gerusalemme con la Cupola
della roccia; la valle del Cedron
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può “fare silenzio” anche in mezzo alla gente e ai negozi. E c’è l’attesa per
la troppa gente: attendere per arrivare a toccare con la mano la roccia dov’era piantata la croce o il luogo dove Gesù era stato deposto… ma qui c’è
anche il silenzio, la sofferenza e la preghiera. C’è da aspettare anche per
entrare nel sepolcro vuoto per poi restarvi solo per pochi attimi: qui c’è la
gioia non tanto di trovare una pietra annerita dal passare del tempo e dal
fumo delle candele, quanto di assaporare lo stupore di una certezza, quella del Cristo risorto.
Lacrime di commozione velano i nostri occhi, mentre ci passano davanti i volti di tante persone che amiamo. Se pensiamo oggi alla nostra
vita, è come se continuassimo il pellegrinaggio in Terra Santa: ogni giorno
ci sono compagne la preghiera, il silenzio, la gioia, la sofferenza, la solitudine, la condivisione, l’amore e l’attesa… anche di poterci ritornare.
È bello per noi stare qui!
Stupore ed emozione in terra santa
Andare pellegrini in Terra Santa significa mettersi alla ricerca del volto
di Dio e, contemporaneamente, farsi vedere da Lui; significa staccarsi almeno per alcuni giorni dalla propria terra, dalle proprie abitudini e comodità per fare esperienza del cammino della vita; significa andare dove la Parola è entrata nella storia, dove Dio è entrato in dialogo con gli uomini. Le
“condizioni” per un fruttuoso pellegrinaggio in Terra Santa sono il cercare il
volto di Dio, il vivere spiritualmente un certo distacco e mobilità, rispetto
alle sicurezze quotidiane, il rendersi interiormente ascoltatori e contemplativi nei confronti di quella Parola che un giorno risuonò nei luoghi santi,
che per trentatre anni assunse i lineamenti umani di Gesù di Nazareth.
Una domanda: c’è differenza tra il leggere la Bibbia in Terra Santa e leggerla e pregarla al Lido o a Marghera o da qualche altra parte del mondo?
Sicuramente il messaggio della Bibbia è lo stesso ovunque. Ma il fatto di
leggere la Bibbia in posti dove è stata scritta e dove la maggior parte degli
eventi narrati sono accaduti, dalla peregrinazione di Abramo alla ascensione al cielo di Gesù, dà alla lettura un sapore particolare, un desiderio interiore di capire il testo più profondamente.
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Mercoledì 26 dicembre 2007
Mercoledì 2 gennaio 2008
Le abitudini quotidiane abbiamo dovuto cambiarle subito, alzandoci
molto presto, “quando ancora era buio”, per raggiungere prima il Tronchetto e poi l’aeroporto “Valerio Catullo” a Villafranca di Verona, per svolgere
per tempo tutte le formalità di imbarco per Tel Aviv. Siamo partiti con un
po’ di ritardo e, dopo poco più di tre ore di volo, siamo atterrati in Israele, al
“Ben Gurion” di Lod. Sbrigàti, con una certa lentezza, gli obblighi doganali
e ritirati i bagagli, abbiamo fatto conoscenza con la nostra guida, padre
Federico, e con l’autista, Emilio.
E’ l’ultima mattina a Gerusalemme e in Terra Santa. In programma,
prima di andare in aeroporto, c’è un’unica tappa: ritornare al Santo Sepolcro per una visita “spirituale” più prolungata e per celebrare la messa. Leggiamo il Vangelo della Resurrezione: il centro della vita di ogni cristiano è
Gesù Cristo, lui è anche il cuore di tutta la Bibbia, così come lo è stato del
nostro pellegrinaggio in Terra Santa: quel che abbiamo visto è come una
“materia senza forma”, se non viene modellato dalla presenza di Gesù.
Chi conosce, ha letto e legge la Bibbia, in questa terra trova che ogni
sasso parla, ogni luogo rivela, ogni angolo evoca gesti profondi e perenni
di Dio nei confronti del suo popolo, e quindi del suo popolo di sempre.
Leggere ogni giorno la Bibbia, con passione, deve essere l’unico grande
ricordo che abbiamo portato a casa da questa esperienza nella terra di
Gesù.
Siamo andati a Gerusalemme ciascuno con il cuore gonfio di tante cose: preoccupazioni, pensieri, speranze, desideri, volti di persone che si
sono affidate alle nostre preghiere. Lì abbiamo vissuto una bella e ricca
esperienza, abbiamo cercato il volto di Dio e ciascuno lo ha trovato in realtà diverse: un gesto, una parola, una persona, un ricordo, una intuizione,
una preghiera, un momento di emozione profonda.
Forse i nostri occhi carichi di attese hanno faticato a “leggere” in questa
terra i segni della presenza di Dio. Ora, tornati da Gerusalemme alle nostre case, con il cuore che arde per ciò che abbiamo visto e ascoltato, abbiamo il desiderio forte di raccontare ciò che ci è successo.
L’attesa, la chiamata, la preghiera, il silenzio, la sofferenza, la solitudine, la gioia… ogni giorno passato in Terra Santa poteva scandire uno stato
d’animo, una sensazione. Un giorno poteva essere l’attesa, uno la chiamata, uno la preghiera… come in uno stesso giorno si potevano provare queste emozioni tutte assieme.
Ricordi, che anche oggi danno un senso di indicibile gioia. Ricordi, che,
pure ormai lontani nello spazio, sono ancora vicinissimi nella memoria.
Ricordi che fanno desiderare di dire, di raccontare, di partecipare ad altri.
Ricordi per continuare sulla strada della fede e dell’amore.
Un ricordo tra i tanti: ci svegliamo presto, ci aspetta una giornata intensa e piena di nomi che destano la voglia di vedere, di provare: la “via dolorosa”, il calvario, il sepolcro… Questo, per me, il giorno che racchiude tutte
le sensazioni, le emozioni profonde provate negli altri giorni: l’attesa a Betlemme, la chiamata a Cafarnao, la gioia a Cana, la solitudine nel deserto,
la preghiera al Getsemani, la sofferenza al calvario.
Ed è proprio percorrendo la via della croce che ci accorgiamo che si
“Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6, 24-26): queste parole della benedizione di Aronne sugli
Israeliti nel deserto sono il più bell’augurio a chi giunge in Israele. Altrettanto significative sono le parole usate da Giovanni Paolo II, il 21 marzo
del 2000, quando, pellegrino in Terra Santa, scese dall’aereo, proprio qui
a Lod: “E’ con profonda emozione che calpesto il suolo della terra sulla
quale Dio scelse di piantare la sua tenda e permise all’uomo di incontrarlo
in modo più diretto”.
Da Lod a Nazareth
Visto il ritardo sul programma, si decide di non salire subito al Carmelo
per la Messa, ma di andare direttamente a Nazareth. Da Lod, sede dell’aeroporto internazionale, e lasciandoci alle spalle la periferia di Tel Aviv, capitale amministrativa di Israele, procediamo direttamente verso nord. Non
dovendo passare per Haifa, non prendiamo la “Via Maris”, la strada di cui
parla Isaia: “In quel giorno ci sarà una strada dall’Egitto verso l’Assiria… in
quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in
mezzo alla terra” (19, 23-25). Molti anni dopo il profeta, nel 1977, parlando
della stessa strada, Sadat affermava: “La Via Maris è la carta dell’economia della salvezza del mondo intero e di tutti i paesi che il Signore Dio ha
scritto partendo strategicamente da quel paese particolarissimo – e quasi
insignificante agli occhi mondani – “su cui si posano sempre i suoi occhi
dal principio dell’anno sino alla fine” (Dt 11, 12)”.
Padre Federico, approfitta comunque, per parlarci di questa arteria
stradale, importante come via di comunicazione tra Egitto e Mesopotamia,
non solo nei tempi antichi, ma anche oggi, anche se “facilitata” dalle più
moderne autostrade. Due luoghi, lungo questa strada, sono importanti per
la nostra fede: Giaffa e Cesarea Marittima. In queste due città si svolge il
racconto degli Atti degli Apostoli che vede come protagonisti Pietro e il
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bella e giungesti fino a essere regina… “ (Ez 16, 9-14). Che cosa non ci ha
dato Dio? “Cos’hai che tu non abbia ricevuto?”, dirà più tardi S.Paolo (1
Cor 4, 7). Ma che cosa abbiamo fatto dei suoi doni? Che ne facciamo del
suo amore? “Non capì che io le davo grano, vino nuovo e olio, e le prodigavo l’argento e l’oro…” (Os 2, 10). Da qui il dolore di Dio, il suo sgomento
di fronte a chi “ha abbandonato Me, sorgente di acqua viva, per scavarsi
cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua” (Ger 2, 13), e i suoi
richiami, i suoi castighi per farle aprire gli occhi: “Perciò, ecco, ti sbarrerò
la strada di spine e ne cingerò il recinto di barriere e non ritroverà i suoi
sentieri” (Os 2, 8). Solo allora l’uomo, avendo sperimentato la sua miseria,
si ricorda di Dio: “Inseguirà i suoi amanti, ma non li raggiungerà, li cercherà senza trovarli. Allora dirà: Ritornerò al mio marito di prima perché ero
più felice di ora!” (Os 2, 9). E’ bello rileggere qui nel deserto la figura del
profeta Osea, che vede nella sua esperienza di sposo “tradito, ma innamorato” la stessa esperienza di Dio verso Israele e l’umanità in genere. Dio
non pretende di “cambiare” Israele, semplicemente glielo propone: “La
attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore…” (Os 2, 16).
Prima di salire ancora a Gerusalemme, facciamo tappa a Betania,
presso la casa di Lazzaro, di Marta e di Maria: è la casa dell’amicizia.
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centurione Cornelio (10, 1-48). Qui i primi cristiani presero coscienza della
dimensione universale dell’annuncio a cui erano stati chiamati: “Dio vuole
che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità.
Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo
Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti” (1 Tm 2, 4-5). A
Cesarea viene imprigionato Paolo prima di essere condotto a Roma, e
sempre in questa città avrà sede una delle scuole cristiane dei primi secoli, quella presieduta da Origene e poi da Eusebio.
Ci prepariamo a entrare a Nazareth con la preghiera del Rosario, contemplando il misteri della gioia: l’annuncio dell’angelo a Maria, la visita ad
Elisabetta, la nascita di Gesù, la sua presentazione e ritrovamento al tempio. Un modo molto semplice, non tanto per “sostituire” la messa che non
abbiamo celebrato, ma per cominciare ad entrare nel mistero dell’Incarnazione, evento fattosi visibile in questi luoghi. “Ti benedico, o Dio, perché mi
hai fatto secondo la tua volontà”. La guida ci suggerisce questa preghiera
di benedizione che anche Maria deve aver pronunciato ogni mattina. Accettare se stessi, anche nella propria corporeità, è il modo per poter accettare anche chi è diverso da noi. Una appropriata introduzione in una terra
dove la diversità è all’ordine del giorno e dove il dialogo tra religioni e tra
culture è molto difficile.
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Giovedì 27 dicembre 2007
Da Nazareth a Cesarea di Filippo. “Chi sono io per voi?”, sono le parole
che Gesù ha rivolto ai suoi discepoli proprio passando da queste parti. E’
una domanda che ci farà compagnia per tutto il giorno, anche se a pensarci bene questa domanda è il “caso serio” della nostra fede. Visitiamo i resti
imponenti di una città che deve essere stata grandiosa: il palazzo del tetrarca Filippo, il tempio dedicato ad Augusto, la grotta dove veniva venerato il dio Pan: tutto ci riporta a quel momento forte in cui Pietro fa la sua
professione di fede in Gesù come Figlio del Dio vivente. Tra il culto dell’autorità (non dimentichiamo che gli imperatori romani si facevano chiamare
“Signore del cielo e della terra”) e l’idolo della sfrenatezza e della vita vissuta senza limiti, c’è la fede semplice di Pietro. Vediamo anche le sorgenti
del Giordano e qui facciamo memoria, anche se il luogo effettivo è un altro, più vicino al Mar Morto, del battesimo di Gesù e rinnoviamo le promesse del nostro. Certo non è questo il luogo, dove, secondo la tradizione,
Giovanni immergeva nell’acqua coloro che desideravano convertirsi e
cambiare vita, dove anche Gesù “per adempiere ogni giustizia” era andato
per farsi battezzare e dimostrarsi così vicino a ogni uomo. L’importante per
noi è l’occasione di essere a contatto con quest’acqua. La “giustizia” invocata da Gesù per convincere il Battista non è la giustizia umana, ma quella
di Dio, la sua volontà che ogni uomo sia salvo. Gesù, facendosi battezzare, mostra questa volontà divina, questo desiderio di Dio di aprile i cieli e di
scendere tra gli uomini. “Se tu squarciassi i cieli e scendessi”, cantava secoli prima il profeta Isaia. E’ qui che ascoltiamo il racconto del Battesimo di
Gesù (Mt 3, 13-17) e rinnoviamo le promesse battesimali, perché anche
noi vogliamo, come Gesù, “adempiere ogni giustizia”, fare cioè nella nostra vita la volontà di Dio.
Scendiamo ora verso il Lago di Tiberiade: attraversando i campi, già
verdi per le piogge d’autunno, ci viene suggerito di leggere la parabola del
seminatore che sparge il suo seme a piene mani senza fare troppi calcoli
di dove darà più frutto. Importante è che la semente arrivi dappertutto. Intanto in lontananza si comincia a vedere lo specchio d’acqua del lago. Ci
fermiamo sulla collina che sovrasta Tabga, in una posizione che permette
una panoramica suggestiva sullo stesso lago: qui secondo la tradizione
Gesù ha pronunciato le famose “Beatitudini”. Con lo stesso panorama davanti agli occhi, celebriamo l’Eucaristia.
Davvero questo è un posto di beatitudine. Se sia questo, o un altro vicino, quello in cui Gesù ha sostato per annunciare il grande discorso, poco
importa. Piace pensare che le beatitudini siano state pronunciate in un
posto alto, in un luogo in cui le cose possono essere guardate in una pro-
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menti di ricarica; Giovanni Battista vi svolse il suo ministero; Gesù lo consacrò nei 40 giorni delle sue scelte drammatiche; Paolo stesso vi si ritirò
dopo la sua conversione.
Il deserto è prima di tutto esperienza di silenzio, di povertà, di essenzialità, di percezione della propria debolezza e dell’assoluta dipendenza
da Dio. E’ lasciare sfogo, nel silenzio, a quella nostalgia di purezza, di valori, di ideali che la vita affannosa soffoca: è desiderio profondo di Dio che
qui in questo immenso mare di mistero sembra così presente. “Signore, ha
sete di te l’anima mia!” (Sal 41). Il deserto è tempo di prova: “Ricordati di
tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello
che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi” (Dt 8, 2-
3). Come Giacobbe lottò al torrente Jabbok (Gn 32, 25), così Israele fu
tentato dalla fame, dalla sete, dall’idolatria, dalla nostalgia della schiavitù…
e fu vinto! Gesù, nuovo Israele, rifà la prova e vince, rispondendo a Satana: “Non di solo pane vive l’uomo. Non sfidare il Signore Dio tuo. Adora il
Signore Dio tuo, e a Lui solo rivolgi la tua preghiera” (cfr. Mt 4, 1-11). Un
Gesù tentato è un Dio vicino: “Non abbiamo un sommo sacerdote che non
sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in
ogni cosa, come noi” (Eb 4, 15).
“Così dice il Signore Dio a Gerusalemme: Tu sei per origine e per nascita del paese dei Cananei” (Ez 16, 3). Quindi nessun diritto alla cittadinanza divina. “Alla tua nascita, quando fosti partorita, non ti fu tagliato l’ombelico e non fosti lavata con l’acqua per purificarti; non ti fecero frizioni
di sale, né fosti avvolta in fasce. Occhio pietoso non si volse verso di te
per farti una sola di queste cose e usarti compassione, ma come oggetto
ripugnante fosti gettata via in piena campagna, il giorno della tua nascita” (16, 4-5). Destinata a morire, come ogni uomo! “Passai vicino a te e ti
vidi mentre ti dibattevi nel sangue e ti disse: Vivi e cresci come l’erba del
campo!” (16, 6). E’ la prima parola di Dio sull’uomo che si dibatte nel suo
destino di morte: vivi! Ma poi, molto di più: “Crescesti e ti facesti grande e
giungesti al fiore della giovinezza: il tuo petto divenne fiorente ed eri giunta
ormai alla pubertà. Passai vicino a te e ti vidi; ecco, la tua età era l’età dell’amore; giurai alleanza con te, dice il Signore, e divenisti mia” (16, 7-8).
Se Dio crea per la vita, poi ci cerca per l’amore! Un innamoramento in piena regola con esplicita promessa di matrimonio: “Sì, come un giovane spo-
sa una vergine, così ti sposerà il tuo creatore; come gioisce lo sposo per la
sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62, 5). E’ quindi con la baldanza dell’innamorato e la tenerezza del fidanzato che Dio entra nella storia dell’uomo: “Ti lavai con acqua, ti ripulii del sangue e ti unsi con olio; ti vestii di
ricami, ti calzai di pelle di tasso, ti cinsi il capo di bisso e ti ricoprii di seta; ti
adornai di gioielli: ti misi braccialetti ai polsi e una collana al collo, misi al
tuo naso un anello, orecchini agli orecchi e una splendida corona sul tuo
capo… fior di farina e miele e olio furono il tuo cibo… diventasti sempre più
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paradiso terrestre, nella Gerusalemme luogo della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Ma l’uomo si mosse alla ricerca di un’altra felicità, verso
la città del peccato, che è Gerico. Come avviene per il figliol prodigo, questo abbandono del Padre è fatale: l’umanità incappa nei briganti, il satana
tentatore, che la spoglia dei doni della vita divina e la ferisce nelle sue
stesse capacità umane; tanto che oggi l’uomo, lasciato solo a se stesso, è
incapace di resistere al male, e langue destinato alla morte lungo la strada
della sua storia. Il sacerdote e il levita dell’antica alleanza passano a fianco di questa umanità, ma è un passaggio inefficace. Finché viene un samaritano, Cristo Salvatore che, chinandosi su quest’uomo, lo mette sulla
sua cavalcatura, l’umanità da lui assunta, per portarlo alla locanda, che è
la Chiesa, dentro la quale l’uomo possa trovare ristoro e guarigione, nell’attesa del suo ritorno. Nella Chiesa è possibile il recupero dell’uomo grazie alle due monete lasciate dal samaritano: la parola di Dio e i sacramenti. E’ una sintesi della storia della salvezza! Viene proprio da qui, da questo esempio di amore divino, l’impegno a vivere ognuno il medesimo atteggiamento di amore e salvezza facendoci prossimi a chi incontriamo
lungo la strada della nostra vita”.
spettiva diversa. Poter salire ci permette di vedere la nostra vita con occhi
diversi, con una bellezza interiore che ci fa accorgere che la vita non è poi
sempre una tragedia. E’ importante portarci via questo pensiero: quando
sono nel buio del quotidiano, dei problemi che mi assillano, provo a cercare un luogo, un incontro che mi faccia salire di quota e mi aiuti a guardare
al quotidiano con maggior pace, con più serenità. Le beatitudini sono una
litania di situazioni di povertà, ma nello stesso tempo sono il luogo in cui
queste stesse situazioni vengono trasfigurate dalla premura e dalla tenerezza di Dio.
Dopo il pranzo presso l’Ospizio delle suore alle Beatitudini, proseguiamo il nostro itinerario lungo le rive del lago di Galilea. Le tappe sono vicine
tra loro, si sale e si scende velocemente dall’autobus. Prima tappa è Cafarnao, la città scelta da Gesù, dopo aver lasciato Nazareth, dov’era cresciuto. Qui vive e opera i primi miracoli, da qui si espande in tutta la regione la sua fama. Oggi, grazie agli scavi archeologici, possiamo camminare
per le vie di Cafarnao, immaginando di essere in compagnia di Gesù e dei
suoi discepoli. Entriamo nella sinagoga, per rivivere l’episodio della guarigione dell’indemoniato (Mc 1, 21-28) o per riascoltare il discorso di Gesù
sul pane di vita (Gv 6, 22-70): “Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei
venuto a rovinarci?”, sono le parole dell’indemoniato; “Questo linguaggio è
duro…”, sono le parole dei discepoli di fronte all’invito di Gesù a mangiare
la sua carne. “Taci, esci da quell’uomo” e “Forse anche voi volete andarvene?” sono le risposte di Gesù. In ambedue i casi l’uomo si scontra con il
mistero dell’incarnazione, il mistero di un Dio che si fa uomo.
Poi, seguendo il racconto di Marco (1, 29-36), abbiamo seguito Gesù
fino alla casa di Pietro, per l’incontro con la suocera colpita dalla febbre,
per non trovare spazio neanche davanti alla porta per la troppa gente desiderosa di ascoltarlo, per vedere i quattro che portano un paralitico e che
scoperchiano il tetto della casa per metterglielo davanti e sentirci dire:
“Davvero grande è la vostra fede!” (Mc 2, 1-12). La casa di Pietro, che è
diventata subito il luogo di incontro di un piccola comunità cristiana, una
chiesa/casa, diventa per noi il luogo dell’intimità con il Maestro, il luogo
dell’incontro, anche se solo sulla porta, il luogo della solidarietà per farci
carico delle difficoltà altrui. Come non ricordare qui di ringraziare il Signore
per Giovanni Paolo II e soprattutto per Benedetto XVI, ma anche per Giovanni XXIII e per papa Luciani? Un ultimo sforzo di immaginazione all’uscita da Cafarnao: vedere Matteo, seduto al banco di raccolta delle tasse.
Gesù ha chiamato anche lui e chiama anche me, perché “non sono i sani
che hanno bisogno del medico, ma i malati!” (Mt 9, 9-13).
Masada, Qumran, il Mar Morto… il deserto. Al di là dei fatti storici accaduti in questi luoghi straordinari, questa giornata, dedicata al deserto, ci ha
permesso di rivivere l’esperienza di Israele e di Gesù, e di capire la robusta pedagogia di Dio nell’educare il suo popolo. Tante pagine della Bibbia
sono legate al deserto: Israele vi abitò per 40 anni; Elia vi si ritirò nei mo-
Brevissimo spostamento in autobus ed eccoci nella basilica che ricorda
la moltiplicazione dei pani e dei pesci: vediamo la roccia su cui sarebbero
stati deposti i canestri con i pezzi avanzati e il mosaico, molto antico, che
raffigura i pani e i pesci, simbolo dell’Eucaristia. Leggiamo il racconto di
Marco (6, 34-44). Ci soffermiamo su alcuni particolari del testo. Emerge la
Martedì 1 gennaio 2008
E’ il primo giorno del nuovo anno. Qualcuno si è alzato di buon mattino,
“quando ancora era buio” per vivere l’esperienza delle donne che la mattina di Pasqua vanno al sepolcro e trovano la pietra ribaltata. Le strade sono ancora deserte: al Calvario non c’è ancora nessuno, non c’è confusione. Riusciamo ad assaporare un silenzio carico di preghiera e di contemplazione.
Oggi è anche la giornata dedicata al deserto. Partiti da Gerusalemme
verso Gerico, ci inoltriamo per qualche centinaio di metri sul tracciato della
vecchia strada romana del tempo di Gesù, entro la vallata del Wadi Kelt,
per celebrare l’Eucaristia. “Il Signore ti benedica e ti protegga. Faccia bril-
lare il suo volto su di te e ti sia propizio. Rivolga su di te il suo volto e ti
conceda pace!”. L’orizzonte è talmente sconfinato che quasi ci si perde.
Entro le rughe di questa porzione del deserto di Giuda, Gesù ambientò
una delle sue più belle parabole, quella del buon Samaritano (Lc 10, 3035): “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…”. Sant’Agostino legge così questo racconto: “L’umanità creata da Dio stava nell’intimità del
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“compassione” di Gesù: il verbo greco non indica solo un moto di pietà o di
preoccupazione, ma una profonda partecipazione, molto simile a quel
blocco allo stomaco che ci prende in attesa di un esame scolastico o di un
responso medico, un essere toccati nell’intimo da una situazione che invade la nostra vita e che ci porta a metterci a disposizione. Gesù sente compassione perché la gente è sballottata di qua e di là da troppe voci e da
troppe mode: spesso siamo attratti dalle cose o dalle persone, ma non
accompagnati, talvolta lasciati soli. Gesù ha compassione e si avvicina
alle persone. Non fa tutto da solo: chiede collaborazione. “Quanti pani avete?”. Una domanda che mette di fronte alla propria povertà e ai propri
limiti, davanti ai grandi problemi che affliggono l’umanità: la fame, le malattie, le guerre… Ed io che posso fare? Sicuramente poco, ma è importante
che io lo faccia! Sono due i miracoli della moltiplicazione dei pani: quello
della fede e quello dell’amore. Il primo mi chiede di fidarmi di Dio, il secondo mi “impone” di farmi vicino al mio fratello che soffre o che ha bisogno
del mio aiuto. Non devo sempre cercare lontano, spesso si trova vicino a
me, anche in casa mia.
Qualche centinaia di metri e ci fermiamo ancora sulla riva del lago: è la
chiesa detta del Primato di Pietro, che poggia su una costruzione più antica, su quei gradini di pietra, tuttora visibili, “sopra i quali il Signore stette”,
così come scrive nel suo diario la pellegrina Egeria, nel IV secolo. Qui ricordiamo una delle apparizioni di Gesù dopo la sua resurrezione: seguiamo il racconto di Giovanni (21, 1-19). I discepoli erano rientrati alle loro
case in Galilea e alle loro quotidiane occupazioni. L’invito di Pietro di andare a pescare non dice una novità, ma una consuetudine. Infatti gli altri
accettano volentieri. Fanno esperienza del limite della vita umana (“Quella
notte non presero nulla”) e della presenza misteriosa ma reale di Gesù
risorto (“Gettate la rete… e troverete… non potevano più tirarla su per la
gran quantità di pesci!”). Dopo un momento di convivialità a base di pesce
arrostito e di pane, Gesù prende in disparte Pietro e dialoga con lui. Un
dialogo veloce, fatto solo di una domanda e di una risposta, ripetute per
tre volte, che si conclude con una parola-invito: “Seguimi!”. La storia riprende lì dove era iniziata. Padre Federico ha provato a dare una lettura
particolare del botta e risposta tra Pietro e Gesù, cogliendo delle sfumature nell’uso dei verbi greci usati da Giovanni. La lingua greca ha diversi verbi per esprimere l’azione di amare: uno per dire l’amore “fisico” tra uomo e
donna, uno per l’amore dei genitori verso i figli, uno per dire l’amicizia e,
infine, uno, poco usato nel greco classico, per indicare l’amore di chi è
disposto a dare la vita per la persona amata. Gli evangelisti scelgono questo verbo, da cui deriva anche la parola “agàpe/charitas/amore”, per descrivere l’amore di Dio per l’umanità. “Dio ha tanto amato il mondo da dare
il suo figlio unigenito”, dice Gesù a Nicodemo (Gv 3, 16). Ma torniamo al
dialogo tra Gesù e Pietro: “Simone di Giovanni, mi ami come io ti amo, fino
al dono della tua vita?”. “Signore, tu sai che posso amarti come un ami-
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alla vista della città, Gesù pianse su di essa, dicendo: Se avessi compreso
anche tu, in questo giorno la via della pace…” (Lc 19, 41-42). I vangeli ricordano solo due volte il pianto di Gesù: davanti alla tomba dell’amico
Lazzaro, qui davanti a Gerusalemme. Lì il pianto è provocato dal sentimento dell’amicizia e dell’affetto, qui dalla constatazione che la sua città
non l’ha accolto: “Gerusalemme, Gerusalemme… quante volte ho voluto
raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi
non avete voluto!” (Mt 23, 37). Purtroppo siamo un po’ in ritardo per la
Messa al Getsemani e non riusciamo a fare sosta nel santuario. Lo lasciamo sulla destra e continuiamo a scendere.
La strada corre veloce e ripida tra cimiteri ebraici, ricoperti di sassi, segno di un “ricordo che resta”, passa davanti alla chiesa russa di S.Maria
Maddalena che spicca con le sue cupole durate e conduce al Getsemani,
ai piedi del monte, nella valle del Cedron. Entriamo in chiesa per la Messa.
Siamo nel luogo del dolore, dell’agonia, dell’angoscia. I nostri piedi poggiano su questa pietra che è l’emblema di tutti i dolori del mondo. Non però un dolore rifiutato, non un dolore come richiamo per avere attenzioni
dagli altri, non un dolore che diventa ripiegamento su se stessi. Quello che
Gesù vive qui è un dolore che riassume tutte le paure di morte degli uomini. Gesù ci fa guardare in alto: “Non la mia, ma la tua volontà sia fatta!”.
Gesù ci fa alzare gli occhi verso Dio. Ci fa alzare in piedi, ci fa prendere in
mano i nostri dolori perché riusciamo, noi, a leggerli nel segno della speranza della Risurrezione.
Scendiamo ancora e facciamo visita alla “Tomba della Vergine”, alla
Madonna dell’Assunzione. E’ una chiesa crociata, oggi ortodossa: la si
raggiunge scendendo per una scalinata fino a una antica zona cimiteriale
risalente al I secolo. Fu presto luogo di culto: qui si venera la tomba della
Vergine, assunta subito in cielo col suo corpo come è tramandato dalla
tradizione e ribadito dal dogma dell’Assunzione. Anche noi baciamo l’altare che copre l’antico sasso sul quale era stato collocato il corpo di Maria.
Qui c’è anche un’icona che è considerata la più bella della Terra Santa:
una Madonna dal volto dolcissimo, dallo sguardo che ispira tenerezza e
misericordia, e un Bambino che dona serenità.
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qui per confermare la nostra fede e da qui ripartire ad annunciare una speranza nuova per l’uomo. Completiamo la “Via Crucis” salendo al Calvario e
sostando, come Maria e Giovanni, sotto la croce di Gesù. Non trova parole
il gesto di toccare la roccia su cui era piantata la croce: “Come Mosè innal-
zò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo” (Gv 3, 14). Abbiamo appena il tempo di “osservare da lontano” il sepolcro scavato nella roccia, il tempo sufficiente perché la croce rifulga della luce della resurrezione. Andiamo via forse un po’ delusi per non essere
entrati nel sepolcro, ma torneremo…
A est Gerusalemme è chiusa dal monte degli Ulivi, sul quale domina
l’alto campanile di un monastero russo femminile, detto del “Viri Galilaei”,
punto di riferimento da tutto il deserto di Giuda, che da qui scende fino a
Gerico. In cima al monte vi è il ricordo dell’ascensione: entriamo in una
piccola cappella, coperta da una cupola, ma che all’inizio era a cielo aperto. E’ soprattutto Luca a raccontarci questo momento della vita di Gesù (At
1, 9-11), tentativo di rendere in forma descrittiva il fatto della esaltazione di
quel Gesù di Nazareth che con la resurrezione viene a “sedere alla destra
del Padre”, promettendo di rimanere con noi per sempre (Mt 28, 20), attraverso il dono dello Spirito Santo (At 1, 4-5). Perché Gesù se n’è andato?
Perché noi cristiani, suoi discepoli, avessimo la possibilità di camminare
con le nostre gambe, prendendoci le nostre responsabilità: il mistero dell’ascensione è il mistero della fiducia di Dio nell’uomo. “Perché state a guardare il cielo? Questo Gesù tornerà un giorno…” (At 1, 11): la vita non è un
guardare in alto, ma un guardare in avanti.
Più sotto vi è un posto prezioso. Il luogo “dove Gesù iniziò i suoi discepoli ai sacri misteri”: qui Sant’Elena costruì la basilica “in Eleona”, cioè nell’Oliveto. Probabilmente qui Gesù si ritirava a pregare, come faceva in Galilea, “in luoghi solitari” (Lc 5, 16). Del resto era un po’ sulla strada che portava a Betania. Un giorno i suoi discepoli gli chiesero: “Signore, insegnaci
a pregare” (Lc 11, 1). Siamo nella “grotta del Padre Nostro”, raccolta dentro un convento di carmelitane, nel cui chiostro su maioliche la preghiera di
Gesù è riprodotta nelle lingue più diverse. Fa venire i brividi ascoltare in
ebraico dalla guida la preghiera che talvolta diciamo per abitudine, senza
fermarsi troppo sulle parole che pronunciamo. Gesù ha il coraggio e la
confidenza di chiamare Dio col nome di “Papà, Abbà, Abunah”, come un
bambino chiama il suo papà. “Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un
pane gli darà una pietra?… quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!” (Lc 11, 9-13). La fiducia e la perse-
veranza sono le caratteristiche del chiedere: Dio vede e vuole il mio bene
più di quello che io non veda e voglia per me. Per questo ci ha insegnato a
dire: “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra!”.
Scendiamo ancora e, avendo davanti uno splendido panorama sulla
città santa, si incontra il santuario del “Dominus Flevit”. “Quando fu vicino,
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co!”. Stessa domanda e stessa risposta anche per la seconda volta. Alla
terza, Gesù chiede: “Simone di Giovanni, mi vuoi essere amico?”. Pietro
rimane addolorato che il Maestro abbia adeguato la sua esigente domanda di amore alle sue limitate capacità e risponde: “Signore, tu sai tutto, tu
sai che desidero esserti amico”. Già una volta, poco prima della passione,
Pietro aveva mostrato il suo affetto per Gesù, dichiarandosi pronto ad andare in carcere e anche a morire per amor suo, ma poi preso dalla paura e
dalle tristi vicende del venerdì santo era giunto a rinnegarlo, a dire di non
conoscerlo. Aveva pianto e capito che Gesù lo amava ugualmente e andava a morire sulla croce anche per lui. E’ evidente nella triplice domanda il
ricordo del triplice rinnegamento: Gesù appoggia la sua Chiesa sulla debolezza di quest’uomo: “Pasci le mie pecorelle!”.
Dall’autobus alla barca: dobbiamo attraversare il lago, “passare all’altra
riva”, verso Tiberiade. Una traversata densa di ricordi evangelici e sono
tanti i testi che possiamo leggere e meditare. Approfittiamo di una breve
sosta, a motore quasi spento, in mezzo al lago. Scegliamo di seguire l’esperienza diretta di Pietro. Marco (1, 16-20) ci racconta brevemente il suo
incontro con Gesù. Ci colpisce la “quotidianità” del camminare di Gesù
lungo la spiaggia, il suo osservare ciò che lo circonda per farlo diventare
annuncio del Regno, il “subito” che caratterizza la risposta dei due fratelli,
che lasciate le reti, si abbandonano a un’esperienza nuova e inattesa. Forse quel “subito” nasconde tutta una storia personale, fatta di incontri, di
parole e di attese. Gesù da Nazareth era venuto a Cafarnao e aveva fissato la sua nuova dimora, con la sicurezza che ci viene dall’archeologia, proprio in casa di Pietro. Luca (5, 4-11) dimostra che c’è una certa familiarità
tra Gesù e Pietro, quando racconta che il Maestro gli chiede in prestito la
barca per poter predicare senza essere schiacciato dalla gente che voleva
ascoltarlo. E’ proprio in questa occasione che Pietro si sente rivolgere l’invito a “prendere il largo”, lo stesso invito, “Duc in altum”, che Giovanni Paolo II ha fatto proprio per “traghettare” la Chiesa nel terzo millennio. Il
“subito” allora sta alla fine di un cammino di conoscenza e di discernimento e all’inizio dell’avventura che porterà Pietro ad annunciare il Vangelo
fino al martirio. Stando qui, in mezzo al lago, non possiamo non contemplare anche l’episodio di Gesù che cammina sulle acque, come ce lo racconta Matteo (14, 22-31). E’ l’occasione per cogliere un altro particolare
della personalità di Pietro. Era un uomo sincero, entusiasta, forse un po’
precipitoso. Quando vede Gesù camminare sul mare, vuole imitare il Maestro e, all’invito di Gesù, “Vieni!”, scende dalla barca e va verso di lui. Che
gesto di coraggio! Quale temerarietà! Chi di noi sarebbe sceso dalla barca? Pietro ha fiducia, non vuole mettere alla prova, è trasportato dall’amore che lo lega a Gesù, ma è anche debole, limitato, affonda, o almeno questa è la sensazione che prova… il vento, le onde… e proprio in questo momento ecco l’atto di fede, il grido di aiuto: “Signore, salvami!”. Gesù lo
prende per mano, non lo rimprovera, riconosce la “poca fede”, non la sua
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assenza. E Pietro continua a “stare con” lui. La barca accelera e approdiamo sulla spiaggia dell’odierna Tiberiade: il giorno ormai volge al termine.
Ritorniamo in albergo, non senza aver fatto una sosta nel punto in cui il
Giordano riprende il suo corso uscendo dal lago.
credenza giudaica attribuiva poteri terapeutici. Gesù non ha bisogno del
“potere” delle acque per guarire il paralitico, gli basta la parola, una parola
efficace, la stessa parola creatrice di Dio: viene pronunciata e ha subito
effetto. Gesù compie quello che il Padre gli mostra come modello da imitare. Il suo agire non fa che manifestare l’agire del Padre. Accanto alla piscina sorge la chiesa di Sant’Anna , costruita dai crociati su delle grotte che il
Protovangelo di Giacomo, un testo apocrifo, dice essere stata l’abitazione
di Gioacchino e Anna e quindi la casa natale della Vergine Maria. Questa
tradizione è importante perché ci fa conoscere i nomi dei nonni di Gesù.
“Donaci, Signore, i tesori della tua misericordia e poiché la maternità della
Vergine ha segnato l’inizio della nostra salvezza, la festa della sua Natività
ci faccia crescere nell’unità e nella pace”: è questa una breve colletta della
liturgia che può unire in un’unica preghiera la guarigione del paralitico e
l’intercessione materna di Maria.
Siamo nei pressi della Torre Antonia, la fortezza fatta costruire da Erode per controllare e difendere la spianata del tempio. Qui, probabilmente,
abitava anche il procuratore romano Pilato, quando veniva a Gerusalemme in occasioni della grandi feste giudaiche, per essere pronto a sedare
sul nascere eventuali sommosse popolari contro Roma. Qui c’era il pretorio, il luogo dove si tenevano i processi quando il magistrato era presente.
E’ questo il contesto storico degli ultimi giorni della vita terrena di Gesù.
Da qui inizia il percorso della “Via dolorosa” che si conclude nella basilica del Santo Sepolcro. Nella cappella della condanna possiamo immaginare Pilato che si lava le mani e Gesù che viene caricato della croce. Possiamo appoggiare i nostri piedi sulle pietre del “Lithostrotos”: qui, in quello
che era il cortile della caserma, i soldati hanno “giocato” con Gesù. Sulle
pietre ci sono ancora i segni dei giochi dei militari, compreso uno detto “del
re”, come appunto è riferito dai vangeli: il condannato era preso in giro
come re e… incoronato di spine. Questo è un luogo di meditazione e di preghiera.
Venire a Gerusalemme e fare la Via Crucis sembra la cosa più ovvia!
Non lo è affatto, essa richiede infatti un grande sforzo, culturale e di fede.
Culturale perché è necessario ritrovare le tracce autentiche e così commoventi di quell’itinerario doloroso; di fede perché oggi come allora, il cammino dell’Uomo che va alla morte per la salvezza del mondo, passa se non
tra l’ostilità almeno tra l’indifferenza. E’ difficile concentrarsi mentre si passa nel suk, il colorito e chiassoso mercato arabo, ma è altrettanto vero che
percorrendo la via della croce si può fare silenzio anche in mezzo alla gente, tra i negozi dove il “turista” viene continuamente invitato a spendere. Di
questo momento “forte” restano sicuramente molte emozioni che si radicano in profondità nel cuore di ciascuno. Prima, seconda, terza… stazione, il
tempo passa veloce, strade strette, piene di gente, strade in salita, piene
di voci… e quasi improvvisamente la mèta del nostro pellegrinaggio: il santo sepolcro. “Domine, ivimus!”, Signore, finalmente siamo arrivati! Siamo
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Lunedì 31 dicembre 2007
Stamattina siamo nel cuore di Gerusalemme, l’antico monte, nel territorio di Moria, indicato da Dio per il sacrificio di Isacco, un luogo santo per
ebrei, cristiani e mussulmani che vedono in Abramo il “padre nella fede”.
Qui sorgeva il Tempio della “presenza” di Dio in mezzo al suo popolo, oggetto del desiderio di ogni ebreo sparso nel mondo. Costruito prima da
Salomone e distrutto da Nabucodonosor, fu ricostruito dopo il ritorno dall’esilio in Babilonia. Erode lo trovò fatiscente e decise di restaurarlo con
grandezza e sontuosità: è il tempio frequentato da Gesù: iniziata la ristrutturazione nel 20 a.C., fu terminato solo nel 62 d.C., ma subito dopo fu definitivamente distrutto nel 70 dall’imperatore Tito. Di questa enorme costruzione resta solo il muro occidentale, detto “Muro del pianto”, dove gli ebrei
si riuniscono, giorno e notte, per la preghiera. Non riusciamo ad avvinarci
al muro, ma possiamo osservarlo solo dalla passerella che conduce alla
spianata delle moschee. Ricordiamo brevemente le parole dello
“Shemàh”, la preghiera quotidiana di ogni buon ebreo: “Ascolta, Israele: il
Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio
con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6, 4-9).
Nel VII secolo a Gerusalemme giunsero i mussulmani, che fecero del
recinto del tempio il loro terzo luogo santo, dopo La Mecca e Medina, costruendovi la Moschea El-Aqsa, “La lontana”, e la Cupola della Roccia, sul
luogo da cui, secondo la tradizione, Maometto ascese al cielo.
Il Vangelo è pieno di episodi legati al tempio perché Gesù “vi veniva
ogni anno” (cfr. Lc 2, 41): qui Zaccaria ricevette l’annuncio della nascita di
Giovanni Battista (Lc 1, 8-20), qui avviene l’incontro tra il vecchio profeta
Simeone e Gesù, portato in braccio da Maria e Giuseppe (Lc 2, 27-35), qui
Gesù si ferma a parlare con i dottori della legge (Lc 2, 41-50), qui Gesù ha
scacciato i venditori di bestiame e i cambiavalute, presentando il suo corpo come il vero tempio (Gv 2, 14-22), qui gli portarono davanti la donna
sorpresa in fragrante adulterio (Gv 8, 2-11), qui si presenta come la luce
del mondo (Gv 8, 12-16), qui, passeggiando sotto il Portico di Salomone,
annuncia la sua identità con il Padre (Gv 10, 22-30), qui propone come
modello ai discepoli il gesto della povera vedova che getta due spiccioli
nel tesoro del tempio (Mc 12, 41-44).
Usciti dalla spianata delle moschee, ci dirigiamo verso la porta di Santo
Stefano. Qui vicino è ambientato uno dei “segni” raccontato da Giovanni
(5, 1-9): la guarigione di un uomo malato da trentotto anni. Tale miracolo
avviene presso la Piscina Probatica, a cinque portici, alle cui acque una
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Venerdì 28 dicembre 2007
Ancora una sveglia all’alba. La giornata prevede anche la salita al Tabor, ma le voci dicono che ci sono in giro più di venti gruppi. Pensiamo
allora di aggirare l’ostacolo, cercando di presentarci per primi all’appuntamento con i taxi. L’ascesa oggi è certo meno faticosa di quella intrapresa
da Gesù con Pietro, Giacomo e Giovanni. Erano saliti sul monte, che poi
la tradizione ha identificato con il Tabor, sei giorni dopo che Pietro, alla
domanda a bruciapelo di Gesù: “Chi sono io per voi?”, aveva risposto confessando la propria fede nel Maestro come Messia, Figlio del Dio vivente.
In questa occasione di grazia, Gesù aveva cominciato a parlare della sua
passione, della sofferenza che avrebbe dovuto sopportare per il bene degli
uomini. Pietro aveva reagito, dimostrandogli tutto il suo affetto, ma anche
quanto difficile era per lui e per i suoi amici comprendere il senso di quelle
parole: “…doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli
anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il
terzo giorno” (Mt 16, 21). Era difficile non ragionare come gli uomini e così
comprendere il disegno di Dio! Ma è difficile anche oggi! Salgono sul monte per una esperienza forte. Anche Mosè era salito al Sinai in un momento
drammatico per la sua fede: dopo il peccato del popolo, dopo il vitello d’oro, come reagirà Dio?(Es 32). Anche Elia arriva all’Oreb, disorientato e alla
ricerca del piano di Dio: “Sono pieno di zelo per il Signore… sono rimasto
solo…” (1 Re 19, 10). Trasfigurandosi sul Tabor, in dialogo proprio con Mosè ed Elia per parlare del suo “esodo” a Gerusalemme, come racconta
Luca (9, 31), Gesù manifesta ai discepoli la sua divinità. C’è identità tra
“servo sofferente” e “messia glorioso”: è un volto cui i discepoli non si erano mostrati pronti ad aderire. Non capivano… non capiamo. Eppure quella
della trasfigurazione è un’esperienza cui tutti siamo chiamati, un’esperienza che possiamo cogliere nel quotidiano. La veste candida di Gesù è il
ritorno alla veste trasparente di Adamo, alla nudità originaria che è trasparenza. E’ la preghiera che ci dà la possibilità di recuperare questa trasparenza. La guida ci invita a pensare al nostro volto come alla menorah, il
candelabro a sette braccia del culto ebraico. Nella preghiera, le sette aperture del volto (naso, bocca, occhi ed orecchie) si “accendono” trasfigurando il volto. Forse è un po’ azzardato, ma la trasfigurazione può essere avvicinata al processo fisico della assimilazione del cibo che diventa nutrimento, che si trasforma in vita. Pensiamo alla donna in attesa di un bambino: quello che mangia fa vivere lei, ma fa crescere anche il figlio che è in
lei. Pensiamo all’Eucaristia, pane e vino che realmente sono corpo e sangue di Gesù: ogni volta che “facciamo la comunione”, cresce in noi la vita
divina, che dà alla nostra vita la stessa forma della vita di Gesù, la nostra
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vita si trasfigura nella vita di Gesù, la nostra vita è chiamata ad essere dono. E questo costa fatica… è la fatica della salita che poi si apre alla gioia
di poter dire: “E’ bello per noi stare qui!”, e diventa testimonianza scendendo a valle tra la gente, alla vita di tutti i giorni. Anche noi scendiamo dal
monte…
… verso Cana. Qui, nella chiesa che ricorda il primo segno dato da Gesù ai suoi discepoli trasformando l’acqua in vino, celebriamo la Messa e
riascoltiamo da Giovanni (2, 1-11) il racconto di quelle nozze che non avevano in sé niente di straordinario, ma che tra gli invitati contavano Maria e
Gesù con i suoi discepoli. Maria è attenta alle necessità di questi sposi,
come oggi è attenta alle nostre. Come allora non cogliere l’occasione per
fare memoria del dono della vita coniugale, anche se questa talvolta domanda fatica e pazienza reciproca? Rinnovare un impegno, rivivere lo
scambio degli stessi anelli di tanti anni prima, chiedere di nuovo la benedizione di Dio e la protezione della Vergine Maria, per alcuni di noi è stato
davvero un momento bello. Come è bello pensare di poter mettersi al posto di quei due sposi di tanti anni fa e invitare alle proprie nozze Maria e
Gesù. Può darsi che nel corso della vita il vino dell’amore reciproco sia
scarseggiato o anche venuto a mancare…ed è proprio “quando si indeboliscono in noi i motivi del bene e fatichiamo a render ragione della speranza
che è in noi”, che dobbiamo tornare a quei due “prestigiosi” invitati per rinnovare con loro il prodigio di Cana. Usciamo dalla chiesa con lo stesso
invito che Maria ha rivolto ai servi: “Fate quello che vi dirà!”
Il pomeriggio lo trascorriamo a Nazareth. Prima di visitare il piccolo museo, dove abbiamo potuto vedere i resti dell’antico villaggio di Nazareth e i
graffiti lasciati dai pellegrini nel corso dei secoli, sostiamo nel Santuario
della Nutrizione, che la tradizione vuole costruito sopra la casa dove andarono a vivere Maria e Giuseppe dopo il matrimonio e dove Gesù è cresciuto “in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2, 52). Qui
facciamo memoria della figura di Giuseppe, uomo giusto, così come ce lo
presenta Matteo (1, 18-24). La giustizia di Giuseppe non sta tanto nell’osservanza delle leggi giudaiche, che imponevano il ripudio della moglie, se
il marito trovava in lei qualcosa di sconveniente, quanto nel suo interrogarsi sul proprio ruolo in questa “opera” che Dio ha iniziato nella vita di Maria.
Giuseppe accetta il compito che Dio gli affida e “prese con sé la sua sposa”. Qui facciamo memoria anche della “vita nascosta” di Gesù o meglio
della sua vita quotidiana: “La parola che non esce dal silenzio è vuota!”. A
parte il racconto di Luca sul pellegrinaggio di Gesù dodicenne a Gerusalemme (Lc 2, 41-52), poi i vangeli non ci raccontano nulla dei circa trent’anni di Gesù a Nazareth. Trent’anni di crescita fisica, psicologica, intellettuale e spirituale nell’obbedienza ai genitori terreni e nel compiacimento
del Padre celeste. Le conoscenze attuali del mondo giudaico ai tempi di
Gesù ci permettono di essere meno concisi di Luca. A cinque anni, recita
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trattenere l’emozione! Qui il Dio invisibile si fece carne, uomo visibile tra
noi. Ci spostiamo in una grotta vicina, dove il santo dottore Gerolamo ha
vissuto la sua esperienza di monaco tutto preso dall’amore per la Parola di
Dio. Proprio qui intraprese la grande opera di traduzione della Sacra Scrittura direttamente dall’originale ebraico. A quel tempo la Bibbia, in occidente, era conosciuta solo attraverso la traduzione greca, detta dei Settanta.
La difficoltà maggiore era quella di procurarsi i testi in lingua originale gelosamente custoditi nelle sinagoghe. Gerolamo dovette lavorare di notte
quando un rabbino, in gran segreto, gli portava i sacri rotoli. Questi incontri
notturni ricordavano al santo l’incontro notturno di Gesù con Nicodemo.
Ricordare la figura di questo santo del passato è uno dei modi per ringraziare il Signore per la sua parola, la quale si fa carne, anche diventando
comprensibile alle orecchie di chi vuole ascoltarla: Dobbiamo essere grati
a coloro che studiano la Bibbia per poterla “tradurre”, cioè renderla comprensibile nel nostro linguaggio.
Di Betlemme colpisce e provoca sofferenza in noi anche la desolante
situazione sociale. La città è una di quelle “oltre il muro” e per entrarvi è
necessario passare attraverso i controlli del check-point. Se per noi pellegrini la pratica si risolve in poche decine di minuti, con un po’ di pazienza,
per gli abitanti di Betlemme si tratta spesso di controlli molto più accurati e
di attese estenuanti. Molti di loro, che lavorano “fuori”, sono costretti a
rientrare in città solo nei fine settimana per evitare il rischio di perdere il
lavoro. “All’interno” la situazione è quella di una città chiusa, dove l’economia e le relazioni sono stagnanti, dove le difficoltà e le tensioni vengono
ingigantite dalla stanchezza. Addolora vedere bambini che ti inseguono
nel tentativo di venderti della paccottiglia, addolora ancora di più vedersi
costretti a rifiutare le loro offerte!
Prima di rientrare in albergo, facciamo sosta al Charitas Baby Hospital,
dove fanno servizio le suore Elisabettine. Il loro entusiasmo è contagioso,
anche quando parlano di dolore e di sofferenza dei bambini. Abbiamo iniziato la giornata entrando nel mistero storico ed esistenziale del male e
questa realtà ci ha accompagnato fino a sera: difficile poi dimenticare il
volto e il sorriso di quei bambini. Nascendo a Betlemme, Dio entra nella
fragile storia dell’uomo, affronta il mistero del male, sia che questo si manifesti nella disumana violenza dell’Olocausto, sia che abbia il volto tenero e
innocenti di un bambino ammalato.
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come il lamento, chiedono il coinvolgimento di tutta la persona. Preghiamo
in piedi, seduti, in ginocchio, camminando, stando fermi, in silenzio, a voce
alta… è così che pronunciamo quotidianamente il nostro “Magnificat”.
Lasciamo Ain Karem per Betlemme. A tre km dalla città, verso est, a
Bet Sahur, entro le colline, in un ambiente sereno tra gli ulivi, vi è dal IV
secolo un monastero bizantino diroccato, ora proprietà dei francescani. E’
un luogo venerato, chiamato “Campo dei pastori”. Le grotte, rifugio notturno dei pastori, sono state trasformate in luoghi di culto. Più elevata una
recente cappella, a forma di tenda coronata da una cupoletta stellata e
volo d’angeli, ricrea il clima ideale per meditare la pagina evangelica dell’annuncio ai pastori (Lc 2, 8-16). “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in
terra agli uomini che egli ama”: Dio Padre ama proprio tutti gli uomini, a
qualunque razza, popolo, cultura e religione appartengano!
In una delle grotte dei pastori celebriamo l’Eucaristia della Sacra Famiglia. Al momento dell’omelia, i due nostri amici brasiliani, che si stanno
preparando al sacerdozio nel nostro Seminario, ci propongono la loro esperienza vocazionale. Dalle loro parole si comprende che credere a una
parola che si fa carne non è qualcosa di astratto, ma di molto concreto. Ci
piace pensare che Cristo è nato nella notte, perché abbiamo intuito che
c’è stato un fatto capace di vincere con la sua luce il nostro buio: non importa che Cristo sia nato di notte, importa sapere che è nato nella nostra
notte, nella notte del mondo, nella notte delle nostre coscienze. La notte è
tutto quello che ci resta tra le mani quando dimentichiamo il comandamento dell’amore: tanti uomini ancora oggi non sanno ancora quando la vita è
giorno. Quel che consola e che fa gioire, per cui questa notte è detta
“santa”, è sapere che Gesù non è entrato nella notte dell’uomo come una
meteora, di passaggio; né come un visitatore curioso di sapere come si
sta dalle nostre parti; né come uno che ha facili consigli. La verità di questa notte è tutta racchiusa nel titolo con cui gli angeli presentano il bambino di Betlemme ai pastori: “Oggi vi è nato un salvatore!”. Gesù ci salva
restituendoci alla luce. Ma noi ammettiamo di aver bisogno di salvezza? Di
aver bisogno di essere restituiti alla luce e alla pace? “Il fiume delle cose
vuole trascinarci con sé. Ma lungo il fiume è nato, come un albero, il Signore nostro Gesù Cristo. Sei in pericolo di essere travolto? Aggrappati a
quell’albero!” (S.Agostino).
E’ pomeriggio quando arriviamo a Betlemme. La porta della basilica è
molto bassa e così ci invita subito ad abbassare la testa come segno di
umiltà e rispetto. La gente è tanta ed è difficile anche solo ascoltare, nella
grotta della nascita, le parole semplici ma intense: “Si compirono per lei i
giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce
e lo depose in una mangiatoia” (Lc 2, 7), o anche svolgere il più piccolo
gesto di adorazione con il bacio della stella a quattordici punte. Difficile
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un antico testo giudaico, “si è obbligati a studiare la Bibbia, a dieci la Mishnah, a tredici a osservare i precetti, a quindici a studiare il Talmud, a
diciotto a celebrare il matrimonio, a venti a trovare lavoro, a trenta si è in
pieno vigore, a quaranta in piena saggezza” (Aboth 5, 21). Come ogni ragazzo ebreo Gesù ha frequentato per sette anni, a Nazareth, la scuola
d’obbligo. A imparato a leggere e a conoscere, in pratica mandandoli a
memoria nella lingua ebraica, tutti i libri biblici. Tredicenne è diventato “bar
mizva – figlio del precetto”, soggetto all’osservanza della Legge. Ha continuato il mestiere di Giuseppe, il carpentiere, eseguendo lavori artigianali in
legno, in pietra o in metallo. Raggiunti i diciotto anni Gesù non convolò a
nozze, ma restò celibe per tutta la vita. Perché questa scelta? Per operare
la salvezza degli uomini in obbedienza al volere del Padre, di cui due volte
al giorno proclama l’unicità con la professione di fede dello Shemà e a cui
rende culto in maniera particolare ogni sabato frequentando la sinagoga.
Per capire la vita di Gesù a Nazareth basta leggere le parabole che racconta alle folle per parlare loro del Regno di Dio. Pensiamo alla parabola
della dracma perduta, o del lievito che fermenta la pasta, o del seme di
senapa, o del seminatore che esce a seminare, o del pastore che cerca la
pecora smarrita. Esse dicono la vita vissuta, gli episodi accaduti, le persone incontrate: le meditazioni per descrivere il Regno di Dio, Gesù le ha
fatte a Nazareth e le ha raccontate percorrendo la Galilea. Le parabole
sono l’autobiografia di Gesù: il Regno che si incarna nella vita quotidiana.
E’ una strana sensazione quella di muoversi in questo luogo, così denso di
spiritualità e di umanità.
Entrati nella Basilica dell’Annunciazione attraverso la parte superiore,
scendiamo, e ci dirigiamo come attratti da una forza irresistibile verso i
resti di quella grotta che è stata la casa di Maria. Qui, secondo il vangelo
di Luca (1, 26-38), l’angelo Gabriele è venuto per annunciare la nascita del
Messia: “Verbum caro hic factum est” - “Qui la Parola si è fatta carne” è
scritto sull’altare dentro la grotta. Numerosi reperti archeologici, come i
resti di altre case/grotte che formavano il villaggio di Nazareth ai tempi di
Gesù, ma soprattutto alcuni graffiti, tra cui il “Chàire, Maria” – “Rallegrati,
Maria”, lasciato da chi era certo essere questa la casa della Vergine, documentano la sostanziale continuità di una devozione mariana dal periodo
apostolico fino ai nostri giorni.
Alla casa dell’annunciazione stanno celebrando Messa e non possiamo
che stare in silenzio. Dopo alcuni minuti di profonda preghiera personale,
usciamo nel cortile e davanti alle parole del Salve Regina scolpite su una
delle facciate del tempio, recitiamo un mistero del rosario e ascoltiamo il
racconto di Luca.
Siamo nella casa del sì, nella casa del “Nulla è impossibile a Dio”, nella
casa dell’ ”Eccomi, avvenga di me secondo la tua parola”. Ci poniamo in
contemplazione davanti al mistero dell’incarnazione: “In principio era la
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Parola e la Parola era presso Dio e la Parola era Dio. (…) E la Parola si
fece carne e venne a piantare la sua tenda tra le nostre” (Gv 1, 1.14). Il
primo sì è pronunciato da Dio Padre che vuole che ogni uomo sia salvo e
consegna suo Figlio al mondo: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo
Figlio unigenito” (Gv 3, 16). Il secondo sì è pronunciato dal Figlio, che accoglie il disegno di amore del Padre e lo porta a compimento nel dono totale della sua vita, come pane spezzato e vino versato. E così entriamo in
punta di piedi nella vita intima di Dio, quasi ascoltando il dialogo tra Padre
e Figlio a nostro favore. Lo Spirito Santo, che come dono viene riversato
nei nostri cuori, ci invita a entrare in questo dialogo divino e contemporaneamente sostiene la nostra risposta. Se Dio ha fatto il nostro cuore, lo ha
fatto per compierne il desiderio. Dio non vuole “impegnarci a forza” nella
sua proposta di amicizia, rispetta la libertà di cui ci ha fatto dono. E’ qui
che ha il suo contesto il terzo sì, quello dell’uomo. Il sì di Maria è l’incontro
tra l’amore di Dio e la libertà dell’uomo, il suo sì provoca il nostro. Qui un
giorno la Parola si è fatta carne, oggi la stessa Parola ci chiede di incarnarsi in noi, di diventare concreta nella nostra vita quotidiana, di essere
dono attraverso di noi. E’ qui, in questi tre sì, che si radica la vocazione di
ciascuno di noi.
La precoce alzata mattutina ci offre l’opportunità di chiudere questa
giornata ad Haifa. E’ uno dei porti di Israele e si trova alle pendici del Monte Carmelo, vicina alla città di Acri, più a nord. La tappa è prevista presso il
santuario “Stella Maris”, costruito sopra la grotta, che, secondo la tradizione, ha ospitato il profeta Elia durante il periodo di siccità al tempo del re
Acab e in occasione della “gara” tra lo stesso Elia e i quattrocento profeti
di Baal. Il luogo dove ci troviamo è il simbolo della fede nel Dio unico in
perenne lotta contro gli idoli di questo mondo. Profezia è fare esperienza
del Dio che dà significato a tutto e testimoniarlo: che il Signore Dio dia
senso a tutto è una lotta anche contro se stessi. L’esperienza di Elia, il cui
nome, “YHWH è il mio Dio”, è già un atto di fede, ci dice che è bella la verità, ma non è comoda, dà la pace e la gioia, ma non rende la vita facile. La
“nuvoletta” (1 Re 18, 42-45), che all’orizzonte annuncia la pioggia e la fine
della siccità, è stata interpretata come “figura” di Maria, che porta nel mondo la luce e la salvezza, nella persona di Gesù. Giovanni (19, 25-27), sotto
la croce, riceve Maria come madre sua e di tutti i credenti, e “la prese tra le
sue cose più care”.
Quelli che viviamo qui in Terra Santa possono essere otto giorni di
“indigestione” sia per gli occhi che per le orecchie, tanti i posti da vedere,
tante le pagine bibliche da ascoltare “in loco”: l’atteggiamento più opportuno e più consono al pellegrinaggio è quello di non aver la pretesa di vivere
tutto e subito con la stessa intensità, ma di conservare nel cuore, di
“archiviare” le cose viste e udite, per “estrarle” quando la grazia di Dio vorrà che siano utili a noi e a chi le racconteremo.
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re…” (Lc 3, 4), una voce senza peli sulla lingua: “Razza di vipere, chi vi ha
insegnato a sfuggire all’ira imminente?” (Lc 3, 7). Il serpente è il simbolo
del doppio gioco, della furbizia, dell’incoerenza, del desiderio di non lasciarsi afferrare, di non lasciarsi guidare, di fare di testa propria, di nascondersi dietro le regole per fare quello che si vuole. Giovanni chiede a tutti
frutti di conversione, frutti concreti, non solo parole. Chiede di prendere sul
serio la carità: “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha” (3, 11);
chiede di prendere sul serio l’onestà nel lavoro e nella vita civile: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato” (3, 12); chiede di prendere sul
serio il rifiuto di ogni forma di violenza e di eccessiva paura per il futuro:
“Non maltrattate… accontentatevi della vostre paghe” (3, 14). Ma Giovanni
è anche il “precursore”, colui che viene prima per preparare la strada a chi
viene più tardi, colui che è disposto a farsi da parte quando il suo compito
si è concluso: “Lui deve crescere, io diminuire”. La tradizione liturgica ha
colto questa dimensione della vita del Battista anche nella collocazione
della festa della sua nascita. Il 24 giugno è il giorno in cui le ore di luce
cominciano a diminuire, mentre il 25 dicembre le stesse iniziano ad aumentare. E’ Gesù la luce del mondo: chi lo segue, “non cammina nelle
tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8, 12).
Il santuario della Visitazione è costruito sopra un pozzo: è la residenza
“di campagna” di Elisabetta in attesa di Giovanni. Qui avvenne l’incontro
con Maria, venuta a darle una mano al momento del parto. E’ l’incontro tra
due donne “graziate”, cioè fatte oggetto della predilezione di Dio. Il luogo
dove ci troviamo è accogliente e distensivo: vi si sale per un sentiero sufficientemente ripido, che noi percorriamo con un po’ di fatica recitando il
rosario. Sostiamo nella cripta. “Maria in quei giorni si mise in viaggio e raggiunse in fretta…” (Lc 1, 39): ci siamo fermati a riflettere su questa fretta.
Luca vi accenna altre volte nel suo vangelo, anche se non con gli stessi
termini: sono i pastori che in fretta vanno a Betlemme per vedere il bambino che è nato; è Zaccheo che in fretta scende dall’albero per accogliere
Gesù in casa sua; sono i due di Emmaus che in fretta tornano a Gerusalemme per dire agli altri discepoli di aver visto il Cristo risorto. In tutti quattro i casi la fretta non è dettata dall’ansia, ma dalla gioia e dall’entusiasmo
di annunciare qualcosa di grande: Maria le grandi cose che Dio sta facendo in lei e in Elisabetta, i pastori la nascita del Messia, Zaccheo la salvezza che entra nella sua casa, i due amici la resurrezione del crocifisso. E’ la
fretta di dire qualcosa di grande.
Abbiamo sottolineato anche un altro aspetto del testo di Luca: “Appena
Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo” (1, 41). Il testo greco per dire il movimento di Giovanni nel grembo della madre usa un verbo che riguarda la danza: “… il bambino danzò in lei”.
Quella di Maria e di Elisabetta è una gioia contagiosa, che tocca le fibre
più intime della persona, che ne richiede la completa partecipazione, corpo compreso. La preghiera, la lode come la domanda, il ringraziamento
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Domenica 30 dicembre 2007
Sabato 29 dicembre 2007
Iniziamo questa domenica, dedicata liturgicamente alla Sacra Famiglia,
faccendo tappa allo Yad Vashem, il luogo che ricorda l’Olocausto, i sei
milioni di ebrei uccisi nei campi di concentramento durante la seconda
guerra mondiale. Passeggiamo in silenzio lungo il Viale dei Giusti, entriamo nel memoriale dei bambini uccisi dai nazisti, un luogo buio, silenzioso,
costellato di tante piccole luci, un luogo denso di storia, carico di un’emozione forte, ci fermiamo senza parole nella sala del ricordo, dove una fiamma brucia in continuità: il pensiero va veloce a tutte le atrocità commesse
dall’uomo nel passato e a quelle che continuano ad essere perpetrate dallo stesso uomo anche oggi: dai bambini che ogni giorno muoiono di fame
e per malattia ai bambini uccisi ancor prima di nascere, dalle guerre che,
grazie alla televisione, entrano in casa nostra ogni giorno, ma che non ci
toccano poi più di tanto, a tutte le violenze contro la natura e il creato, dal
muro che Israele continua a costruire attorno ai territori occupati agli atti di
terrorismo che uccidono degli innocenti. Qualcuno, uscendo dal memoriale dei bambini, diceva: “E’ difficile dimenticare quel cielo di stelle, segno
vivente del dolore innocente!”.
Partiamo per Ain Karem: è il villaggio di Zaccaria e di Elisabetta, la città
di Giuda, sulla montagna, raggiunta da Maria dopo aver ricevuto l’annuncio della sua divina maternità da parte dell’angelo Gabriele. Lo stesso
messaggero era stato mandato ad annunciare anche la nascita di Giovanni, il Battista. Il Vangelo non precisa il nome del villaggio, ma un’antica
tradizione, documentata anche da scavi archeologici, ha eretto su questo
luogo due santuari, uno ricorda la nascita del Battista, l’altro la visita di
Maria a Elisabetta.
“Benedetto il Signore, Dio d’Israele…”: così Zaccaria aveva dato sfogo
alla sua gioia, così la sua lingua si era sciolta nella lode riconoscente al
Signore. Una coppia di sposi, giusti ma senza figli, racconta Luca (1, 525). Una sterilità resa feconda perché Dio interviene fin dalla nascita a
segnare i suoi uomini. Così era avvenuto per Sara, per la madre di Sansone, per Anna, la mamma di Samuele. Così, al vertice, e con un salto di
qualità, avviene per Maria con la sua maternità verginale per l’opera dello
Spirito Santo.
Meditiamo sulla figura di Giovanni, leggendo insieme il racconto della
sua nascita (Lc 1, 57-80), soffermandoci soprattutto sulle parole stupite
della gente: “Che sarà mai questo bambino?”. Giovanni è cresciuto qui,
poi “visse in regioni deserte fino alla sua manifestazione a Israele”. Lo troviamo al Giordano, intento a battezzare invitando alla conversione e al
cambiamento di vita, “una voce che grida: preparate la via del Signo-
E’ scritto nel Talmud Rabbi Shim’on ben Lakhish: “Se il giardino dell’Eden si trova nella terra d’Israele, il portale d’ingresso è a Beit-Shéan”. La
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città, situata allo sbocco orientale della pianura di Esdrelon, verso la valle
del Giordano, per la sua posizione particolare, fu fin dall’antichità un luogo
di grande importanza strategica e militare. Le prime tracce risalgono al
3500 a.C., ma fu abitata anche dai cananei e fu conquistata da Tutmosis
III, nel 1480 aC. I monti che si alzano a sud-ovest della città, sono i biblici
monti di Gelboe, che evocano la sconfitta di Saul nella guerra contro i Filistei. Davide commemorando la morte del re e di suo figlio Gionata, caduto
in battaglia, compose il poema riportato nel secondo libro di Samuele (1,
17-27). Forse a causa di una invasione di Sciti, nel periodo ellenistico la
città prese il nome di Scitopoli e cominciò a far parte della “Decapoli”, di
cui si parla nei vangeli. Il Cristianesimo vi arrivò abbastanza presto: sappiamo che uno dei suoi vescovi partecipò al Concilio di Nicea nel 325. Importante l’opera di Cirillo di Scitopoli che racconta la vita dei grandi monaci
del tempo. Imponente è il teatro romano, costruito in pietre di basalto e
scavato nelle pendici del colle: è uno dei meglio conservati in Israele, insieme a quello di Cesarea Marittima. La visita di questo luogo è stata a dir
poco affascinante.
Seguendo il corso del Giordano e lasciando alla nostra destra la terra
di Samaria, l’odierna Cisgiordania, terra ancora martoriata dalla violenza,
tanto che, come ai tempi di Gesù, è opportuno evitarne il passaggio, entriamo in Gerico, ritenuta, oggi forse a torto, la più antica città fortificata al
mondo. Gli archeologi datano almeno a 8000 anni prima di Gesù il primo
insediamento umano. Ma, al di là dell’importanza storica di questo luogo,
quanti ricordi legati al Vangelo si affollano nella nostra mente: Gesù attraversava questa città ogni volta che saliva a Gerusalemme, qui ha incontrato Zaccheo che per vederlo era salito sul sicomoro, qui ha ridato la vista al
cieco Bartimeo, qui ha confidato per l’ultima volta ai suoi discepoli cosa lo
attendeva nella città santa.
Prima di fermarci per il pranzo, sostiamo in vista del monte della Quarantena, il luogo che la tradizione indica come lo scenario dei quaranta
giorni di Gesù nel deserto di Giuda, dopo aver ricevuto il battesimo da Giovanni: è il luogo delle tentazioni. Rileggiamo il racconto di Matteo (4, 1-11):
Gesù viene tentato dal diavolo, il “divisore”, come significa la stessa parola, a “diffidare” di Dio, a sentirlo come distante, a “piegare” la sua potenza
alle proprie esigenze. “Se tu sei il Figlio di Dio…”, allora puoi pretendere da
lui tutto. La tentazione che Gesù subisce, ma da cui esce vincitore, è quel-
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la di scegliere la strada per lui più comoda per salvare l’uomo. E’ la nostra
stessa esperienza: chiedere a Dio di mostrarci una prova della sua bontà
e vicinanza “obbedendo” alle nostre richieste, “piegandolo” alle nostre esigenze. E’ l’esperienza di Israele nei quarant’anni di pellegrinaggio nel deserto: mormorano per il pane, per l’acqua, per il viaggio, mettendo Dio alla
prova. Chissà quante volte, di fronte alle tragedie umane e al male che
spesso dilaga nel mondo, abbiamo pensato che Dio dovrebbe fare qualcosa… magari per dimostrare la sua esistenza!
Gerico è proprio un’oasi, la “città delle palme”, davvero un luogo di gradito refrigerio prima di riprendere il viaggio verso Gerusalemme. Basta
uscire dalla città per ritrovarsi in pieno deserto di Giuda. Passiamo accanto al “sicomoro” di Zaccheo e, lasciando la città, ci sembra di vedere Bartimeo che, lasciato per terra il mantello, se alza e corre da Gesù per chiedergli il dono della vista. Ci piacerebbe assistere al prodigio, ma soprattutto al suo canto di gioia e di lode… anche noi vogliamo vedere!
Anche se non più percorribile la vecchia strada romana, e si percorre la
più moderna autostrada, la salita da Gerico a Gerusalemme è comunque
faticosa. Rispetto al livello del mare, si sale da quasi meno quattrocento a
più ottocento: farla a piedi deve essere stato davvero sfiancante.
“Alzo gli occhi verso i monti, da dove mi verrà l’aiuto?” (Sal 120): possiamo solo immaginare il profondo significato che avevano queste parole
per chi saliva a Gerusalemme, possiamo solo immaginare la gioia e l’emozione, superata Betania e Betfage, di arrivare in cima al monte degli ulivi
e… eccola, la città di Davide, la santa Gerusalemme. “Quale gioia, quando
mi dissero: Andremo alla casa del Signore. E ora i nostri piedi si fermano
alle tue porte, Gerusalemme!” (Sal 121).
Ci siamo… si scioglie la nostra preghiera con le parole del salmo, il cuore di ciascuno canta in silenzio, senza parole: chi avrebbe mai pensato di
essere qui!
Passando sotto le mura, nella valle di Giosafat, andiamo verso il colle
occidentale della città. Siamo nella Sion cristiana: prima tappa al santuario
di S.Pietro “in gallicantu”. Qui si può ancora vedere la strada romana che
anche Gesù deve aver percorso per spostarsi dal Cenacolo all’orto del
Getsemani, passando per la valle del Cedron. Si suppone che la chiesa si
trovi nei pressi del luogo dov’era la casa di Caifa, dove Gesù fu condotto
subito dopo l’arresto. Nella cripta si possono visitare delle grotte che erano
abitazioni al tempo di Gesù: una di questa ha la netta caratteristica di una
prigione. Qui, secondo la tradizione, Gesù, dopo il sommario processo di
Anna e Caifa, avrebbe passato la notte prima di essere condotto da Pilato.
“Non novi illum – Non lo conosco”: sono le parole pronunciate da Pietro,
sono le parole che talvolta pronuncia anche la nostra incoerenza.
Presso la sala del Cenacolo ha visto il suo inizio la primitiva comunità
cristiana: qui avvennero l’istituzione dell’Eucaristia e del sacerdozio mini-
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steriale, qui il gesto della lavanda dei piedi testimonia la misura dell’amore
cristiano, qui Giovanni ambientò le parole più care e profonde di Gesù come suo testamento (cc. 15-17), qui apparve la prima volta, da risorto, la
sera di Pasqua, qui avvenne l’effusione dello Spirito Santo a Pentecoste.
Purtroppo la visita al Cenacolo è tra le più “desolanti”: la “sala al piano superiore” dove Gesù visse l’ultima cena con i suoi dovrebbe aiutare il silenzio e la contemplazione. Invece, spesso, mette in evidenza divisioni e confusione, gruppi che si sovrappongono e guide che cercano di farsi sentire,
anche se poi il canto del “Veni creator Spiritus” tenta di mettere tutti d’accordo almeno nella preghiera. Il Cenacolo è ora un’antica sala del periodo
crociato, adibita più tardi a moschea, tanto che vi è conservato ancora un
“mihrab”, la piccola nicchia che segnala la direzione della Mecca. L’unico
segno cristiano rimasto è un capitello crociato: rappresenta un pellicano,
simbolo del sacrificio di Cristo. Nella credenza popolare si ritiene che questo uccello per nutrire i suoi piccoli si scavi dentro il proprio petto fino a
consumarsi per loro.
Non può mancare il ricordo di Maria, che dopo aver generato a Betlemme il corpo fisico di Gesù, qui nel Cenacolo genera il corpo mistico di Cristo, la Chiesa. A fianco del Cenacolo vi è la basilica, a ricordo forse di una
abitazione di Maria a Gerusalemme e della sua “dormizione”. Avremo modo di visitare più avanti la “tomba della vergine”, per fare memoria della
sua Assunzione al cielo: “non conobbe la corruzione del sepolcro colei che
diede al mondo l’autore della vita”. Maria, assunta in cielo, è per noi segno
di consolazione e di sicura speranza.
Prima di Messa abbiamo il tempo di far visita alla chiesa officiata da
una comunità siriana, costruita secondo la tradizione sul luogo della casa
dell’evangelista Marco. Qui assistiamo a un suggestivo rito in lingua aramaica che ci riporta con un po’ di fantasia in una sinagoga del tempo di
Gesù. Ritorniamo sui nostri passi per vivere l’Eucaristia, celebrata nel vicino convento dei francescani, ci riuniamo attorno all’altare. La nostra fede è
festa, banchetto. Gesù si fa pane, perché nel semplicissimo segno della
quotidianità possiamo ritrovarlo, condividerlo, nutrirci. Siamo aiutati da chi
ha il compito di spezzare il pane: Gesù sa bene che ci vuole qualcuno davanti, qualcuno che sia capace di guardare più in là o che quando si è
stanchi segni il passo… per questo istituisce qualcuno che sia capace, con
la sua grazia, di staccarsi dalle occupazioni quotidiane e sia disponibile
per Lui e per i fratelli. Preghiamo così per la nostra chiesa diocesana, per
la nascente comunità pastorale del Lido, per i nostri preti, per il Seminario.
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