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Prologo
1761, VECCHIO CONTINENTE
cor vide uccidere suo padre dopo soli cinque anni dalla sua
transizione. Accadde sotto i suoi occhi e, ciononostante, non
capì come fosse potuto succedere.
La serata era cominciata come qualunque altra, con le tenebre che
calavano su uno scenario di foreste e spelonche; le nubi velavano la
luna, offrendo una copertura a lui e a chi cavalcava insieme a lui. Il
suo gruppo era composto da sei gagliardi soldati: Throe, Zypher, i
tre cugini e lui stesso. E poi c’era suo padre.
Il Carnefice.
Un tempo membro della Confraternita del Pugnale Nero.
Il motivo che li aveva spinti a uscire era il medesimo che li chiamava in servizio ogni sera, al calar del sole: erano a caccia di lesser,
quelle armi senz’anima ai comandi dell’Omega che ritenevano giusto sterminare la razza dei vampiri. E li trovavano. Spesso.
Loro sette, tuttavia, non facevano parte della confraternita.
In contrasto con quel gruppo schivo e osannato di guerrieri, la
banda di bastardi guidati dal Carnefice era un semplice gruppo di
soldati: niente cerimonie, niente venerazione da parte della popolazione civile, niente leggende o celebrazioni. Potevano avere origini
aristocratiche, ma ciascuno di essi era stato rinnegato dalla propria
famiglia, nato con difetti o al di fuori del sacro vincolo del matrimonio.
Non sarebbero mai stati altro che carne sacrificabile all’interno
della più vasta guerra per la sopravvivenza.
Ciò detto, tuttavia, erano l’élite dei soldati, i più forti e spietati, e si erano cimentati infinite volte col più crudele condottiero
della razza: il padre di Xcor. Selezionati con cura, quei vampiri
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erano letali contro il nemico e privi di un codice d’onore nell’ambito della società dei vampiri. Privi di un codice d’onore anche
quando si trattava di uccidere: poco importava che la preda fosse
un lesser, un umano o un animale, essi volevano veder scorrere il
sangue.
Avevano fatto un giuramento e uno soltanto: il padre di Xcor era
il loro capo, lui e nessun altro. Dove andava lui andavano loro, non
c’era altro da dire. Molto più semplice delle elaborate scempiaggini
della confraternita. Xcor non era interessato a diventare un fratello,
quand’anche avesse potuto candidarsi a tale posizione in virtù della
sua stirpe. Non anelava alla gloria, poiché essa non reggeva il confronto con la dolce esaltazione procurata dall’assassinio. Meglio lasciare tale inutile tradizione e rituale sprecato a chi rifiutava di brandire altro che un pugnale nero.
Xcor era pronto a usare qualunque arma a sua disposizione.
E lo stesso valeva per suo padre.
Il fragore degli zoccoli rallentò fino a spegnersi nel silenzio, allorché i soldati emersero in una radura di querce e boscaglia. La
brezza portava con sé il fumo di focolari domestici; finalmente erano
nei pressi del paesino che cercavano e ne ebbero ulteriore conferma:
su un alto dirupo scosceso, un castello fortificato se ne stava appollaiato come un’aquila, le fondamenta affondate al pari di artigli nella
roccia.
Umani. In guerra tra loro.
Che noia.
E tuttavia la costruzione incuteva rispetto. Se mai avesse deciso
di stabilirsi in un luogo, Xcor avrebbe massacrato la dinastia che vi
alloggiava, impadronendosi della fortezza. Molto più pratico spodestare che edificare.
«Al villaggio», ordinò suo padre. «Andiamo a divertirci.»
Girava voce che là vi fossero dei lesser; le bestie pallide si mescolavano ai paesani che si erano ritagliati dei fazzoletti di terra, erigendo case di pietra all’ombra del castello. Ciò era tipico della strategia di reclutamento della Società: infiltrarsi in un centro abitato,
sopraffare gli uomini uno dopo l’altro, uccidere o vendere donne e
bambini, nascondersi con armi e cavalli e, infine, passare in numero
ancora maggiore al villaggio successivo.
Xcor la pensava come il nemico, sotto questo aspetto: terminato
di combattere, saccheggiava e depredava sempre quanto più poteva
prima di proseguire verso la battaglia successiva. Notte dopo notte
il Carnefice e i suoi soldati attraversavano la landa che gli umani
denominavano Inghilterra; una volta raggiunta la punta estrema del
territorio scozzese facevano dietrofront, affrettandosi a tornare indietro per scendere a sud, sempre più a sud, finché il tacco dell’Italia li costringeva a fermarsi. Poi ripercorrevano di nuovo tutte quelle
lunghe miglia. E così via, senza sosta.
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«Lasciamo qui le provviste», disse Xcor, indicando un maestoso
albero caduto sopra un ruscello.
Il trasferimento delle modeste vettovaglie fu accompagnato solo
dal cigolio del cuoio e dagli sbuffi degli stalloni. Dopo aver stipato
tutto sotto il tronco della quercia, i soldati rimontarono in sella ai
loro cavalli di razza, le uniche cose di valore in loro possesso, oltre
alle armi. Xcor non vedeva l’utilità di possedere oggetti belli o confortevoli: sono solo un peso che ti intralcia nel viaggio. Un cavallo robusto e un pugnale ben bilanciato invece sì che sono beni inestimabili.
I sette entrarono nel villaggio al galoppo, senza curarsi di smorzare lo zoccolio dei destrieri. Non lanciarono grida di guerra, tuttavia. Era tutta fatica sprecata, poiché i loro nemici non avevano bisogno di inviti per venire fuori ad accoglierli.
A mo’ di benvenuto, un paio di umani fecero capolino dagli usci
di casa, per poi affrettarsi a barricarsi di nuovo dentro. Xcor li ignorò,
perlustrando con lo sguardo le tozze abitazioni di pietra, la piazza
centrale e le botteghe fortificate, in cerca di qualche forma bipede
pallida come un fantasma e fetida come un cadavere coperto di melassa.
Suo padre gli si avvicinò con un sorriso malvagio. «Forse dopo ci
godremo i frutti dei giardini del luogo.»
«Forse», mormorò Xcor mentre il suo stallone scrollava la testa.
In verità non era molto interessato a giacere con femmine o a forzare i maschi a sottomettersi, ma non era consigliabile contraddire
suo padre, neppure riguardo svaghi e sollazzi.
Usando le mani, Xcor diresse tre della banda a sinistra, verso una
piccola struttura con una croce in cima al tetto a punta. Lui e gli altri sarebbero andati a destra. Suo padre avrebbe fatto ciò che voleva.
Come sempre.
Costringere gli stalloni a stare al passo era un’impresa che metteva a dura prova anche le braccia più nerborute, ma Xcor, avvezzo
a quel tiro alla fune, si reggeva saldamente in sella. Con ferma determinazione, i suoi occhi penetravano le ombre gettate dalla luna,
cercando, scrutando...
I lesser che sbucarono da dietro la bottega del maniscalco erano
carichi di armi.
«Cinque», ringhiò Zypher. «Benedetta sia questa nottata.»
«Tre», lo corresse Xcor. «Due sono umani, anche se ucciderli...
sarà comunque un piacere.»
«Chi desideri colpire, mio signore?» chiese il suo compagno
d’arme, con una deferenza che Xcor si era guadagnato sul campo, e
che non era garantita da un diritto di nascita.
«Gli umani», rispose Xcor, preparandosi a lanciare al galoppo lo
stallone. «Se ci sono altri lesser nei paraggi, in questo modo usciranno allo scoperto.»
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Chino sulla sella, Xcor diede di sprone al maestoso animale, sorridendo nel vedere che i lesser, in cotta di maglia e con le armi in
pugno, non arretravano di un passo. I due umani al loro fianco non
avrebbero dato prova di altrettanta fermezza, tuttavia. Pur essendo
anch’essi in tenuta da combattimento, si sarebbero dati alla fuga al
primo bagliore di zanne, spaventati come un cavallo da tiro davanti
a un colpo di cannone.
Ecco perché, quasi subito, Xcor si lanciò sulla destra. Dietro il cottage del maniscalco tirò le redini, liberandosi della cavalcatura. Il
suo stallone era una bestia selvaggia, ma quando doveva far scendere il suo padrone si mostrava obbediente, e avrebbe aspettato...
Una umana si lanciò fuori dalla porta sul retro, arrancando nella
mota, con la camicia da notte che spiccava bianca nelle tenebre. Alla
vista di Xcor, rimase impietrita dal terrore.
Reazione logica: Xcor era grosso il doppio, se non il triplo, di lei
e vestito non per il sonno, come lei, ma per la guerra. Quando la
donna si portò una mano alla gola, Xcor fiutò nell’aria il suo odore.
Mmm, forse suo padre non aveva tutti i torti nel voler godere delle
grazie del giardino...
A quel pensiero emise un ringhio gutturale che la fece scattare in
avanti in una corsa forsennata, in preda al panico; quella fuga portò
alla ribalta il predatore che era in lui. Con la sete di sangue che gli
rimescolava le viscere, Xcor ricordò che da settimane non si nutriva
da una femmina della sua specie; quella giovane era solo una umana,
ma per quella sera poteva bastare.
Purtroppo, però, ora non c’era tempo per quel diversivo – ma suo
padre l’avrebbe di certo catturata in seguito. Se Xcor aveva bisogno
di sangue per rifocillarsi, lo avrebbe succhiato da quella donna o da
un’altra.
Voltando le spalle alla poveretta in fuga, piantò i piedi per terra
sfoderando la sua arma prediletta: per quanto i pugnali fossero efficaci, lui preferiva la falce, con il suo lungo manico e appositamente
modificata per stare nel fodero che portava legato alla schiena. Era
un’arma pesante, ma Xcor era esperto nel maneggiarla; sorrise, fendendo l’aria con la letale lama ricurva, in attesa di fungere da rete
per la coppia di pesci che, senza ombra di dubbio, stavano per nuotare fin lì...
Eh sì, che bello avere ragione.
Subito dopo un lampo di luce accecante e uno schiocco, provenienti dalla strada principale, i due umani sbucarono gridando da
dietro la bottega del fabbro, quasi fossero inseguiti da predoni.
Ma si sbagliavano: il predone li attendeva lì dietro.
Senza un grido, un’imprecazione o anche solo un ringhio, Xcor si
lanciò all’inseguimento, brandendo la falce con entrambe le mani,
mentre le possenti cosce divoravano la distanza che lo separava dalle
sue prede. Un’occhiata al vampiro e gli umani si fermarono di colpo,
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allargando le braccia per non perdere l’equilibrio, simili ad anatre
che battono le ali planando sull’acqua.
Il tempo parve rallentare quando Xcor si avventò su di loro, tracciando un arco nell’aria con la sua arma preferita e colpendoli al
collo.
Un unico colpo li decapitò di netto; i volti sconcertati sparivano
e ricomparivano mentre le teste mozzate rotolavano per terra e il
sangue schizzava sul petto di Xcor. Perduto il cranio come si perde
una corona, il corpo cadde a terra con una curiosa grazia liquida, atterrando inanimato in un intrico di arti.
Fu allora che Xcor gridò.
Voltandosi di scatto, piantò gli stivali di cuoio nel fango, trasse
un respiro profondo e liberò il fiato in un urlo belluino, agitando la
falce davanti a sé, l’acciaio rosso cremisi assetato di altro sangue.
Sebbene le sue prede fossero semplici umani, l’euforia derivante dall’uccisione era meglio di un orgasmo, la sensazione di aver stroncato
due vite lasciandosi alle spalle dei cadaveri gli scorreva nelle vene,
inebriante come idromele.
Con un fischio richiamò lo stallone, che subito lo raggiunse. Un
balzo e fu in sella, la falce alta nella mano destra, mentre con la sinistra stringeva le redini. Spronandolo con vigore, lanciò il destriero
al galoppo in una viuzza sterrata e sbucò nel bel mezzo della battaglia.
Quei diavoli dei suoi compagni erano nel pieno dello scontro, le
lame cozzavano contro quelle dei nemici e le urla laceravano il silenzio della notte. Proprio come Xcor aveva previsto, un’altra mezza
dozzina di lesser sopraggiunsero al gran galoppo in sella ai loro stalloni, simili a leoni accorsi a difendere il proprio territorio.
Xcor si avventò contro le schiere nemiche, legando le redini al pomolo della sella e brandendo la falce con entrambe le mani, mentre
il suo stallone si scagliava contro gli altri cavalli, a denti scoperti.
Sangue nero e parti anatomiche volarono dappertutto, mentre Xcor
trinciava gli avversari in un attacco comune col suo cavallo, come se
lui e l’animale fossero una cosa sola.
Nel macellare con l’acciaio della falce l’ennesimo lesser, tagliandolo a metà all’altezza del torace, Xcor sapeva di essere nato per questo, sapeva che quello era l’uso migliore e più nobile del suo tempo
sulla terra. Lui era un assassino, non un difensore.
Combatteva non per la sua razza... ma per se stesso.
Lo scontro finì anche troppo in fretta; la foschia notturna si levava in spire intorno ai lesser caduti, che si contorcevano in pozze
di sangue nero come la pece. I membri della sua banda avevano riportato poche ferite. Throe aveva uno squarcio alla spalla, provocato
da una qualche lama, e Zypher zoppicava, una macchia rossa gli colava lungo la gamba imbrattando lo stivale, ma nessuno dei due rallentò o se ne curò minimamente.
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Xcor fermò il cavallo, smontò e rinfoderò la falce. Con profondo
rammarico estrasse il pugnale d’acciaio e cominciò a fare il giro dei
lesser per rispedirli al loro creatore. Avrebbe preferito continuare a
combattere...
Un urlo lacerante gli fece voltare la testa. La donna in camicia da
notte correva a perdifiato lungo la strada sterrata del villaggio, come
se qualcuno l’avesse stanata dal suo nascondiglio. In sella al suo stallone il padre di Xcor le stava alle calcagna, in una corsa impari.
Giunto in prossimità dell’umana, il Carnefice si sporse di lato e, affiancatala, la ghermì con un braccio, sollevandola in grembo.
Senza fermarsi, senza neanche rallentare, dopo la cattura la marchiò: l’umana sobbalzava, inerme, sullo stallone al gran galoppo, ma
il padre di Xcor riuscì comunque ad affondarle le zanne nel collo
sottile, quasi a tenerla ferma con i canini.
Sarebbe morta. Senz’ombra di dubbio.
Se il Carnefice non fosse morto prima di lei.
Dalla fitta coltre di nebbia emerse una figura spettrale, formata
all’apparenza dai filamenti di umidità che fluttuavano nell’aria. Appena avvistò lo spettro, Xcor socchiuse gli occhi, affidandosi al suo
fiuto finissimo.
Sembrava una femmina. Della sua stessa razza. Coperta da una
lunga veste bianca.
E il suo odore gli ricordava qualcosa che non riusciva a individuare.
Era sulla traiettoria di suo padre, ma appariva del tutto incurante
del sadico guerriero che stava per travolgerla sul suo cavallo. Il Carnefice, al contrario, ne era ammaliato. Appena la vide, lasciò andare
l’umana alla stregua di un osso di agnello già spolpato.
Era un errore, pensò Xcor. Era un soldato forte e abituato all’azione, non certo un codardo pronto a fuggire davanti a un membro
del sesso debole... ma ogni fibra del suo corpo lo metteva in guardia sul pericolo rappresentato da quell’entità eterea. Un pericolo mortale.
«Ehi! Padre!» gridò. «Torna indietro!»
Xcor fischiò per chiamare il suo stallone, che prontamente lo raggiunse. Balzato in sella, affondò gli speroni nei fianchi dell’animale,
lanciandosi a rotta di collo per incrociare la strada di suo padre, in
preda a uno strano panico.
Troppo tardi. Suo padre ormai era all’altezza della femmina, che
lentamente si era accovacciata.
Oh cielo, stava per balzare sul...
Con uno slancio armonioso, la femmina afferrò la gamba di suo
padre, usandola come una leva per atterrare sul cavallo. Poi, agguantando il Carnefice per il robusto torace, si lanciò giù dall’altra
parte trascinandolo a terra con sé in un balzo che, per potenza, contrastava sia col suo sesso che con la sua natura spirituale.
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Non era un fantasma, dunque, ma un essere in carne e ossa.
Il che significava che poteva ucciderla, pensò Xcor preparandosi a
spronare lo stallone verso di loro.
Proprio allora, la femmina lanciò un grido che non aveva nulla
di femminile: più simile al grido di guerra che egli stesso era solito
lanciare, quell’urlo belluino sovrastò il fragore degli zoccoli del cavallo e i rumori della sua banda di bastardi, radunatisi per contrastare quell’attacco inatteso.
Non v’era un’immediata necessità di intervenire, tuttavia.
Superato lo sconcerto di ritrovarsi sbalzato di sella, il Carnefice
rotolò sulla schiena sfoderando il pugnale, sul volto il ringhio di una
belva. Con un’imprecazione, Xcor tirò le redini, interrompendo il
salvataggio, convinto che suo padre avrebbe ripreso in pugno la situazione: il Carnefice non era tipo da richiedere aiuto... in passato
aveva percosso Xcor per questo, e la dura lezione si era impressa
nella sua memoria.
E tuttavia Xcor smontò da cavallo, mantenendosi a debita distanza, pronto a intervenire nel caso in cui nel folto della foresta si
celassero altri di quegli esseri simili a Valchirie.
Fu così che udì chiaramente la femmina pronunciare un nome.
«Vishous.»
La rabbia di suo padre lasciò il posto a un istante di confusione.
Prima che il Carnefice potesse rimettersi in guardia, la femmina cominciò a risplendere di quella che doveva essere una luce demoniaca.
«Padre!» gridò Xcor, precipitandosi in avanti.
Troppo tardi. Non riuscì a impedire il contatto.
Intorno al volto duro, barbuto, di suo padre, divamparono delle
fiamme che avvolsero il suo corpo quasi fosse un covone di fieno.
Con la stessa grazia con cui lo aveva fatto cadere da cavallo, la femmina balzò all’indietro e rimase a guardarlo mentre egli tentava freneticamente di spegnere il fuoco, invano. Il Carnefice gridava, arso
vivo, nella notte, gli indumenti di cuoio incapaci di proteggere pelle
e muscoli.
Impossibile avvicinarsi al rogo; Xcor si fermò di colpo, alzando un
braccio davanti a sé e arretrando, curvo, di fronte a una vampa infinitamente più calda del normale.
La femmina rimase immobile accanto a quel corpo che si contorceva disperatamente... il bel volto crudele illuminato dalla tremolante fiamma arancione.
Sorrideva, la troia.
Fu allora che alzò lo sguardo su di lui. Quando Xcor la vide bene
in faccia, sulle prime si rifiutò di credere ai suoi occhi. Eppure il
chiarore delle fiamme non mentiva.
Stava guardando la versione femminile del Carnefice. Stessi capelli neri, stessa carnagione e occhi chiari. Stessa struttura ossea. Inoltre, stessa luce vendicativa negli occhi violenti: un misto di rapimento
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e soddisfazione nel dare la morte che Xcor stesso conosceva anche
troppo bene.
Un attimo dopo era scomparsa, svanita nella nebbia, non come si
smaterializzavano i suoi simili, ma piuttosto come si dissolve un fil
di fumo, dapprima piano e poi sempre più in fretta.
Appena possibile, Xcor si precipitò da suo padre, ma non c’era più
nulla da salvare... a stento restava qualcosa cui dare sepoltura. Gettandosi in ginocchio di fronte alle ossa fumanti e al puzzo di bruciato, ebbe un attimo di deplorevole debolezza, e si sciolse in lacrime.
Il Carnefice era un bruto, ma Xcor, come suo unico discendente maschio pubblicamente riconosciuto, gli era stato molto vicino... Padre
e figlio erano molto legati, in verità.
«Per tutti i santi», esclamò roco Zypher. «Cos’era quella?»
Xcor batté le palpebre frenetico prima di guardarlo da sopra la
spalla. «Lo ha ucciso.»
«Già. A dir poco.»
Mentre i bastardi della banda si raccoglievano, uno dopo l’altro,
intorno a lui, Xcor si chiese cosa dire, cosa fare.
Si raddrizzò, voleva chiamare il suo stallone, ma aveva la bocca
troppo secca per fischiare. Suo padre... a lungo la sua nemesi e pur
tuttavia anche le sue radici, era morto. Morto. Ed era accaduto così
in fretta, troppo in fretta.
Per mano di una femmina.
Suo padre, scomparso.
Quando ritrovò la forza, guardò uno a uno i soldati al suo cospetto, i due a cavallo, i due appiedati, quello alla sua destra. Il destino che li attendeva dipendeva da ciò che avrebbe fatto lì, in quel
momento, pensò gravemente.
Non era preparato a quell’eventualità, ma non si sarebbe sottratto
al suo dovere:
«Ascoltate bene, perché non lo ripeterò un’altra volta. Nessuno
deve dire una sola parola. Mio padre è morto in battaglia col nemico. Io l’ho cremato per rendergli omaggio e tenerlo con me. Giuratemelo. Subito.»
I bastardi con cui aveva a lungo vissuto e combattuto giurarono
e, dopo che le loro voci profonde si furono spente nella notte, Xcor
si chinò, passando le dita tra le ceneri. Portandosi le mani al volto
si cosparse di fuliggine, dalle guance alle grosse vene ai due lati del
collo – poi strinse nel palmo il teschio, duro e ossuto, tutto ciò che
restava di suo padre. Sollevando in alto quei resti fumanti e carbonizzati, reclamò come suoi i soldati davanti a lui.
«Ora sono io il vostro unico signore. In questo momento, o vi legate a me o sarete miei nemici. Cosa decidete?»
Senza esitazione i vampiri si piegarono sulle ginocchia, estrassero
i pugnali e si lanciarono in avanti con un grido di guerra, conficcando le lame nel suolo, ai suoi piedi.
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Xcor rimase a guardare il loro capo chino, con la sensazione che
una cappa gli fosse calata sulle spalle.
Il Carnefice era morto. Non più in vita, era una leggenda a partire da quella notte stessa.
Com’è giusto che sia, il figlio ora indossava i panni del genitore,
al comando di quei soldati che non avrebbero servito Wrath, il re
che non voleva regnare, né i membri della confraternita, che non si
degnavano di abbassarsi a quel livello... ma Xcor e Xcor soltanto.
«Andiamo nella direzione da cui è giunta la femmina», disse. «La
troveremo, foss’anche tra mille anni, e pagherà per ciò che ha fatto
stanotte.» Xcor lanciò un fischio forte e chiaro al suo stallone. «La
ucciderò io stesso.»
Balzò in groppa al cavallo, afferrò le redini e spronò il grosso destriero nella notte; la sua banda di bastardi lo seguì dappresso, in
formazione militare, pronta ad andare incontro alla morte per lui.
Uscendo dal villaggio con gran fragore di zoccoli, Xcor infilò il
teschio di suo padre nella camicia di cuoio che portava in battaglia,
proprio sopra il cuore.
Lo avrebbe vendicato. Anche a costo di morire.
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