i quaderni di Il consultorio familiare pubblico Un “ponte” tra sanitario e sociale al servizio della famiglia ZADIG editore Copia non destinata alla vendita In copertina Arlecchino e la sua amica Pablo Picasso, 1901 IL CONSULTORIO FAMILIARE PUBBLICO Il consultorio familiare pubblico C’è un filo rosso che lega la legge regionale di istituzione dei consultori familiari, la legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale, la legge 180, ed è l’affermarsi prepotente delle ragioni delle donne. Senza queste ragioni la società non sarebbe stata costretta a prendere coscienza di alcune sue profonde difficoltà, contraddizioni, ingiustizie e non sarebbe stata costretta a produrre leggi che hanno fatto fare passi avanti alla storia civile di questo Paese. Adesso sono passati trent’anni, e ci chiediamo se quelle ragioni persistono. Non solo persistono, ma sono ancora più pressanti nell’obbligo di rispondere ai diritti del più debole: il bambino, il minore, la famiglia in difficoltà, la donna in difficoltà, la persona che non sa cosa fare. La storia del consultorio dice che siamo attrezzati per affrontare queste nuove sfide. I quaderni di Janus © Zadig editore Via Ravenna 34, 00161 Roma tel. 06 8175 644 e-mail: [email protected] www.mhjanus.it supervisione testi e coordinamento editoriale: Paolo Gangemi progetto grafico e impaginazione: Corinna Guercini IL CONSULTORIO FAMILIARE PUBBLICO Un “ponte” tra sanitario e sociale al servizio della famiglia Questo volume raccoglie gli interventi del convegno sui consultori familiari della Regione Friuli Venezia Giulia a 30 anni dalla Legge regionale 81 del 22 luglio 1978 che ne ha deliberato la creazione (Teatro Pasolini, Casarsa della Delizia (PN) – 17 e 18 ottobre 2008) Responsabile scientifica Tiziana Martuscelli Direzione scientifica Silvano Ceccotti, Patrizia Cicuto, Elodia Del Pup, Annamaria Dolcet, Lorena Fornasir, Fulvia Loik, Ilia Martellini, Laura Nadalini, Massimo Sigon, Maria Vanto Si ringraziano Enrica Cappellari, Elena Tajariol, Monica Vanzella, Enza Scarpino, Giuliano Bidoli per la trascrizione di alcune relazioni, Eleonora Gobbo per le illustrazioni presenti nella pubblicazione. i n d i c e Presentazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11 Venerdì 17 ottobre Prima parte. Il perché di un incontro Chairman: Paolo Piergentili Il perché di un incontro e di questa pubblicazione Nicola Delli Quadri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14 I consultori familiari in Italia: normativa e progettazione in corso Gianni Ascone . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17 Lo stato dell’arte dei consultori familiari-funzioni caratterizzanti Tiziana Martuscelli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25 Seconda parte. Consultorio familiare: tra il sostegno alla funzione genitoriale e la tutela del minore Chairman: Luisa Menegon Introduzione al tema Luisa Menegon . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 40 Diritti in conflitto? Marinella Malacrea. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 43 Indice 5 Tavola rotonda Progettualità e percorsi di integrazione. Tra diritto e sostegno alla genitorialità Chairman: Luisa Menegon Come affrontare le nuove complessità della famiglia e la multiproblematicità. Un esempio di integrazione tra Ass e ambito: il protocollo minori Gabriella Bozzi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 53 Il difensore di parte nel rapporto con i servizi consultoriali: fra opportunità e criticità Maria Antonia Pili . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 56 Gli orientamenti del tribunale per i minorenni in merito alla strategia d’interazione con i servizi consultoriali per il recupero e sostegno delle funzioni genitoriali Luisa Onofrio, Lucio Prodam . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 68 Gli orientamenti del tribunale ordinario in merito alla strategia d’interazione con i servizi consultoriali nella separazione in coppie conflittuali Gaetano Appierto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 71 La gestione integrata con i servizi consultoriali: quale evoluzione? Maura Clementi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 74 Esperienze di collaborazione in riferimento alla tutela dei minori con i servizi pubblici (consultorio familiare e ambito) dalla richiesta spontanea al mandato Maria José Mores. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 77 La solidarietà familiare come risorsa in rete con i servizi Renata Maddalena. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 82 6 Il consultorio familiare pubblico Discussione, sintesi e proposte Luisa Menegon . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 88 Sabato 18 ottobre Terza parte. Il percorso nascita nella regione Friuli Venezia Giulia Chairman: Silvano Ceccotti Introduzione al tema Silvano Ceccotti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 90 Progetto obiettivo materno infantile nazionale e consultorio familiare: il percorso nascita Michele Grandolfo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 91 Il percorso nascita nei consultori familiari della Regione Friuli Venezia Giulia Annamaria Dolcet, Elodia Del Pup . . . . . . . . . . . . . . . . . 110 Monitoraggio di gravidanza integrazione con i punti nascita ed equipe consultoriale Luciana Ramon . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 120 L’assistenza alla gravidanza e al puerperio Annamaria Cortese . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 126 L’accompagnamento alla genitorialità tra fisiologia e patologia Maria Virginia Fabbro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 132 Come si partorisce in Friuli Venezia Giulia Giovanni Del Frate . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 147 Indice 7 Il punto nascita: quali linee guida di integrazione con il consultorio familiare Franco Colonna . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 155 Ruolo del pediatra di famiglia nel percorso nascita: quale integrazione Flavia Ceschin . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 161 Discussione, sintesi e proposte Silvano Ceccotti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 167 Quarta parte. Interruzione volontaria di gravidanza Chairman: Ilia Martellini Introduzione al tema Ilia Martellini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 172 L’interruzione volontaria di gravidanza: esempi di approccio metodologico Laura De Gregori, Adriana Monzani . . . . . . . . . . . . . . . . 175 L’obiezione di coscienza tra diritti e doveri Luigi Conte . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 183 Discussione, sintesi e proposte Ilia Martellini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 187 Quinta parte. La promozione della salute della donna Chairman: Massimo Sigon Introduzione al tema Massimo Sigon. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 192 8 Il consultorio familiare pubblico Il consultorio familiare privato: quale integrazione possibile? Mario Puiatti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 193 Le donne immigrate come promotrici di salute Silvia Genovese . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 197 Sesta parte. Incontro con chi decide Chairman: Nicola Delli Quadri Quale il futuro dei consultori familiari a cura di Tiziana Martuscelli, Silvano Ceccotti, Patrizia Cicuto, Elodia Del Pup, Annamaria Dolcet, Lorena Fornasir, Fulvia Loik, Ilia Martellini, Laura Nadalini, Massimo Sigon, Maria Vanto Relatore: Silvano Ceccotti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 202 Il carattere educativo del lavoro sociale nelle reti sociali e istituzionali Giovanni Zanolin . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 205 Conclusioni Vladimir Kosic . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 209 Indice 9 Presentazione I consultori familiari pubblici sono strutture sociosanitarie nate per rispondere ai vari bisogni della popolazione, della donna, della famiglia, della coppia, del singolo, dell’infanzia e dell’adolescenza. Le attività e i servizi dei consultori sono organizzati attraverso il lavoro di equipe di professionisti specializzati in vari settori che collaborano tra loro. Il convegno intende evidenziare come queste strutture costituiscano un vero e proprio “ponte” tra sanitario e sociale e siano imprescindibili al fine di aiutare tutti i cittadini a far fronte ai loro bisogni garantendone la tutela della salute. Il programma dei lavori è di particolare interesse e si articola in due giornate. La prima, venerdì 17 ottobre, è rivolta, oltre che agli operatori di consultorio familiare, a psicologi, assistenti sociali, medici, avvocati, giudici, educatori e alle altre figure professionali di tutti gli altri enti e associazioni che lavorano in rete con il consultorio familiare, compreso il privato sociale. Questa sessione è dedicata al riconoscimento delle problematiche emergenti tra il sostegno alla funzione genitoriale e la tutela del minore; vengono poste in luce le nuove complessità della famiglia, le problematiche emergenti e i nuovi compiti richiesti al consultorio. Durante i lavori vengono formulate ipotesi di strategie di integrazione tra i vari soggetti pubblici e privati e i servizi consultoriali, dando evidenza all’evoluzione attesa per la gestione integrata con questi ultimi. La seconda giornata, sabato 18 ottobre, è focalizzata sul tema della maternità e paternità responsabile, quindi sulla tutela della salute della donna, sul percorso nascita e sull’interruzione volontaria della gravidanza (Ivg) anche alla luce delle nuove problematiche collegate alla presenza, nella nostra Regione, di un’alta percentuale di popolazione straniera. La sessione è rivolta, oltre che agli operatori dei consultori, anche ai medici di famiglia, ai pediatri di libera scelta, al personale medico e sanitario dei punti nascita e a tutti gli operatori dei servizi territoriali che, integrandosi con l’offerta consultoriale, possono offrire un miglior servizio ai cittadini. Particolare attenzione sarà posta allo “stato dell’arte” nell’applicazione del Progetto obiettivo materno infantile e alla possibilità di integrazione tra i consultori della Regione nella presa in carico multidisciplinare della promozione della salute della donna, del monitoraggio di gravidanza e nell’assistenza al puerperio. Il convegno costituisce una rilevante occasione di confronto tra tecnici e amministratori affinché, in un’ottica regionale, si possa tracciare il percorso futuro dei consultori familiari, primo servizio ancora oggi pionieristico nell’ambito dell’interazione tra il sociale e il sanitario a trenta anni dalla sua istituzione nella nostra Regione (Leggi 18 e 81 del 1978). L’incontro è stato organizzato dall’Azienda per i servizi sanitari n. 6 “Friuli Occidentale” con la collaborazione di tutte le aziende sanitarie della Regione, del Centro regionale di formazione per l’area delle cure primarie e con il patrocinio della Regione Friuli Venezia Giulia e del Comune di Pordenone. Tiziana Martuscelli 12 Il consultorio familiare pubblico Prima parte. Il perché di un incontro Chairman: Paolo Piergentili Nicola Delli Quadri Il perché di un incontro e di questa pubblicazione S ono trent’anni che ricordiamo la legge regionale di istituzione dei consultori familiari, la legge nazionale sulla nascita del Servizio sanitario, la legge sulla psichiatria, la 180. C’è un filo rosso che lega tutte queste vicende: l’affermarsi prepotente nella storia di questo Paese del movimento delle donne, delle ragioni delle donne. Se non ci fossero state queste ragioni, che si sono espresse nei versanti più vari e nei modi più diversi, certamente la società non sarebbe stata costretta a prendere coscienza di alcune sue profonde difficoltà, contraddizioni, ingiustizie e non sarebbe stata costretta a produrre leggi che hanno fatto fare passi avanti alla storia civile di questo Paese. Adesso sono passati trent’anni. La domanda che ci poniamo è se quel senso che la storia ha dato rimane, se quelle ragioni persistono. La mia opinione è che non solo persistono ma che sono ancora più pressanti. Spesso temiamo di perdere i riferimenti, di perdere punti di appoggio, di perdere un senso del cammino e allora abbiamo la necessità di riaffermare tutti insieme i motivi per i quali il consultorio familiare, pubblico, privato, tutte queste organizzazioni che si sono messe a servizio della famiglia, dei minori, dei deboli, hanno ancora una radice etica e umana nel rispondere ai bisogni di chi è esposto, di chi è più debole. Ma più che ai bisogni, rispondono ai diritti di queste persone. Se c’è un punto sul quale possiamo essere tutti d’accordo è che le motivazioni persistono ancora di più nell’obbligo di rispondere ai diritti del più debole, che è il bambino, il minore, la famiglia in difficoltà, la donna in difficoltà, la persona che arriva e che non sa cosa fare. La storia del consultorio mi fa dire che siamo attrezzati per affrontare queste nuove sfide. Siamo nella condizione di riprenderle con grande slancio, ovviamente per la parte che ci riguarda come 14 Il consultorio familiare pubblico azienda sanitaria. C’è la necessità forse di ripensare ad alcuni modelli organizzativi, alcuni percorsi, alcune modalità operative. Però essendo qui a Casarsa della Delizia, al Teatro Pasolini, non ho potuto resistere alla tentazione. Pierpaolo Pasolini va ricordato e io lo ricordo con quattro versi, che secondo me testimoniano la sua disperata fede negli esigenti privilegi della ragione dell’anima: «Io non so cosa sia questa non ragione, questa poca ragione: Vico, o Croce, o Freud mi soccorrono: ma con la sola suggestione del mito, della scienza, della mia abulia». Il perché di un incontro e di questa pubblicazione 15 I consultori familiari in Italia: normativa e progettazione in corso di Giovan Battista Ascone L a normativa sui consultori familiari parte dal 1975 con la Legge 405 di istituzione dei consultori familiari, che definisce gli scopi di questo servizio di assistenza alla famiglia e alla maternità: l’assistenza psicologica e sociale per la preparazione alla maternità e alla paternità responsabile e per i problemi della coppia e della famiglia, anche in ordine alla problematica minorile la somministrazione dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte dalla coppia e dal singolo in ordine alla procreazione responsabile nel rispetto delle convinzioni etiche e dell’integrità fisica degli utenti la tutela della salute della donna e del prodotto del concepimento la divulgazione delle informazioni idonee a promuovere ovvero a prevenire la gravidanza consigliando i metodi e i farmaci adatti a ciascun caso. Questi temi sono ancora attualissimi e la missione del consultorio con il passare del tempo si è sempre più ampliata. Successivamente alla Legge 405 sono state emanate, negli anni a seguire, tutte le leggi regionali di applicazione della legge madre. Nel 1978 la Legge 194 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” ha stabilito che i consultori familiari assistano la donna in stato di gravidanza: informandola sui diritti a lei spettanti in base alla legislazione statale e regionale, e sui servizi sociali, sanitari e assistenziali concretamente offerti dalle strutture operanti nel territorio informandola sulle modalità idonee a ottenere il rispetto delle norme della legislazione sul lavoro a tutela della gestante 18 Il consultorio familiare pubblico attuando direttamente o proponendo all’ente locale competente o alle strutture sociali operanti nel territorio speciali interventi, quando la gravidanza o la maternità creino problemi per risolvere i quali risultino inadeguati i normali interventi di cui al primo punto contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza. I consultori, sulla base di appositi regolamenti o convenzioni, possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita. La legge ha stabilito anche la somministrazione su prescrizione medica, nelle strutture sanitarie e nei consultori, dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile anche ai minori. Infine, nel 1996, la Legge 34 ha stabilito una corrispondenza fra consultori e territorio, indicando come idonea una corrispondenza di un consultorio ogni 20.000 abitanti nelle aree urbane e uno ogni 10.000 nelle aree rurali, e destinando una quota pari a 200 miliardi di lire anche per la realizzazione degli interventi di completamento della rete consultoriale. Nell’anno 2000 è stato poi adottato il Progetto obiettivo materno infantile. Il Progetto obiettivo non ha avuto poi una completa applicazione. È stato recepito in alcune Regioni sì e in altre o solo parzialmente o per nulla, anche perché subito a ridosso del Progetto obiettivo c’è stata, nel 2001, la modifica del titolo V della Costituzione che ha stabilito ancora più nettamente le competenze dello Stato e delle Regioni. Poiché il Progetto obiettivo si basa molto sugli aspetti organizzativi, le Regioni hanno avocato a sé gli aspetti organizzativi. Un mese dopo la modifica del titolo V è stato emanato il Decreto del presidente del Consiglio dei ministri sulla definizione dei livelli essenziali di assistenza (Lea) in cui, nell’assistenza territoriale, vengono ribadite tutte le attività assistenziali del consultorio, dell’assistenza sociosanitaria alle donne, alle coppie, alle famiglie. Andando a vedere le fonti normative che regolano i Lea in questo settore ritroviamo la Legge 405/75, la 194/78, il Progetto obiettivo materno infantile, l’attività sociosanitaria con il Decreto del presidente del Consiglio dei I consultori familiari in Italia: normativa e progettazione in corso 19 ministri del 2001 e ancora viene ribadita la presenza di un consultorio ogni 20.000 abitanti. Quando andiamo poi a vedere la lista delle prestazioni presenti nei Lea, ritroviamo tutte quelle presenti nel Progetto obiettivo materno infantile. Si vive quindi questo doppio senso: da una parte una discrezionalità da parte delle Regioni di adottare la norma, dall’altra quanto presente nel Progetto obiettivo viene sempre richiamato in una normativa della massima importanza quale i Lea. Nel Progetto obiettivo, per quanto riguardava i consultori, in sintesi, si prevede che questo servizio costituisca un importante strumento, all’interno del distretto sanitario di base, per attuare gli interventi previsti a tutela della salute della donna, dell’età evolutiva, delle relazioni di coppia e familiari. Si evidenzia l’esigenza di integrazione nel modello dipartimentale, e soprattutto la messa in rete dei consultori familiari con gli altri servizi sia sanitari sia socioassistenziali degli enti locali, prevedendo un loro adeguamento nel numero, nelle modalità organizzative e nell’organico, privilegiando l’offerta attiva di interventi di promozione della salute attraverso la realizzazione di strategie operative finalizzate al raggiungimento degli obiettivi di salute da perseguire nel settore materno infantile. Si prevede, inoltre, che l’attività consultoriale dovrà privilegiare la globalità e l’unitarietà delle risposte ai bisogni emergenti nei vari ambiti di azione (tutela dell’età riproduttiva ed evolutiva, tutela della famiglia, delle fasce socialmente deboli, dell’handicap) e l’integrazione con le unità operative territoriali e le ospedaliere afferenti al Dipartimento della prevenzione e al Dipartimento materno infantile. Il consultorio familiare mantiene la propria connotazione di servizio di base fortemente orientato alla prevenzione, informazione ed educazione sanitaria, riservando all’attività di diagnosi e cura una competenza di “prima istanza”, integrata con l’attività esercitata al medesimo livello, sul territorio di appartenenza, dalle unità operative distrettuali e ospedaliere e dai servizi degli enti locali. Sul piano organizzativo, l’integrazione deve essere completamente attivata da una parte all’interno del consultorio familiare stesso, tra figure a competenza prevalentemente sanitaria e quelle a competenza psicosociale e socioassistenziale sviluppando il lavoro di equipe, e dall’altra con gli altri servizi e unità operative territoriali nonché con le unità operative ospedaliere. 20 Il consultorio familiare pubblico La realizzazione di un proficuo e serio rapporto fra territorio e ospedale, che deve essere configurato nell’ambito dell’organizzazione dipartimentale dell’area materno infantile, deve basarsi sulla complementarità dei diversi servizi nel rispetto delle reciproche autonomie e specificità, da realizzare attraverso ben definiti progetti che vedano coinvolti diversi ambiti operativi e attraverso lo sviluppo di programmi di aggiornamento permanente, alla luce degli indicatori di esito e di processo. È necessario identificare un responsabile del consultorio (o dei consultori, qualora siano più di uno nel territorio del dipartimento) che coordini l’attività del consultorio familiare e monitorizzi il conseguimento degli obiettivi, fungendo da garante nei confronti dell’organizzazione dipartimentale all’interno del distretto sanitario. Questo è importante perché le attività territoriali fanno capo al distretto, e al distretto fanno capo anche i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta. Quindi in questo modo la medicina del territorio viene coordinata e integrata in un modello dipartimentale con funzione di coordinamento (a livello di Asl) fra territorio e strutture di secondo e terzo livello, presenti a livello di struttura sanitaria o struttura ospedaliera. I consultori dovevano essere adeguati nel numero, nelle modalità organizzative, nell’organico e soprattutto si sottolineava la necessità di privilegiare l’offerta di interventi e l’integrazione con le altre strutture già presenti sul territorio. Se andiamo a vedere nel percorso nascita i corsi di accompagnamento alla nascita, vediamo che non c’è una grossa percentuale di utenza che viene coperta: la cifra è un 30%, e con una grossa diversificazione fra il Nord, il Centro e il sud. Al Nord e al Centro siamo su un 40%, ma il Sud tra un 10 e un 15%. All’interno della stessa Regione c’è poi una grande variabilità fra struttura e struttura. A rischio di non frequentare i corsi di accompagnamento alla nascita sono poi le donne che ne avrebbero più bisogno. La gravidanza nella maggior parte dei casi è seguita dal medico privato. La caratteristica principale del consultorio è il lavoro di equipe, che con il tempo sta andando forse a perdersi: con la carenza di personale, con la distrettualizzazione dei consultori, spesso non c’è più quel riferimento di un Consultorio ogni 20.000 abitanti, ma il distretto è mediamente più popoloso (50.000 e più abitanti) e non sempre l’organico del consultorio è stato rapportato a quella I consultori familiari in Italia: normativa e progettazione in corso 21 che è diventata poi la popolazione di riferimento. In più le persone che prima erano di ruolo vengono pian piano sostituite o affiancate con persone a contratto, persone che stanno poche ore nel consultorio: spesso quel lavoro di equipe può andare perso, perché le differenti figure possono essere presenti in orari differenti. Nel Progetto obiettivo sono ben rappresentate le aree di competenza del consultorio che vanno dagli adolescenti, alle relazioni di coppia e famiglia e al disagio familiare, al controllo della fertilità e della procreazione responsabile, all’assistenza di gravidanza, la prevenzione dell’aborto, dei tumori femminili. Sono competenze sulle quali si possono costruire progetti, individuare obiettivi, sviluppare azioni, avere indicatori per misurare come sta procedendo quel progetto ed eventualmente come modificarlo per migliorarlo. La Legge del 27 dicembre 2006 (finanziaria 2007) all’articolo 1 prevede la riorganizzazione dei consultori familiari per potenziare gli interventi sociali a favore delle famiglie (in base a quanto sancito dall’Intesa in Conferenza unificata il 20 settembre 2007). Con la finanziaria 2007 è stato istituito il fondo per la famiglia (97 milioni di euro per l’anno 2007), finanziamento ripetuto per l’anno 2008. A carico del fondo sono previsti 3 punti: l’abbattimento dei costi per le famiglie che hanno più di 4 figli, la riorganizzazione dei consultori per potenziare gli interventi sociali a favore delle famiglie, l’attività di formazione per gli assistenti domiciliari per le badanti. Tutte le Regioni hanno presentato le progettualità e ottenuto i finanziamenti relativi all’anno 2007 e, una volta effettuato il monitoraggio di queste attività, dovranno presentare le progettualità per poter vedere assegnati anche i fondi relativi all’anno 2008. In conclusione si può dire che in molte realtà i consultori presentano una carenza di risorse, sia umane sia economiche, a volte il Consultorio è poco conosciuto, a volte scarsamente frequentato. Molti di questi servizi hanno continuato a lavorare e aggiornare gli interventi lavorando su specifici programmi, altri hanno sviluppato un ambito prettamente “prestazionale”, non aderente alla cultura del cambiamento. L’ambito esclusivamente prestazionale non è il più adatto per il consultorio. Il consultorio deve svolgere un’attività sociosanitaria integrata dove il sociale non può essere distinto dal sanitario. Molti consultori lavorano bene, rappresentando degli esempi, e 22 Il consultorio familiare pubblico nel portale del Ministero (www.ministerosalute.it), nell’area salute delle donne, sono state riportate, nel rapporto “Lo stato di salute delle donne in Italia”, e precisamente nel capitolo dedicato alla “Salute sessuale e riproduttiva”, alcune buone pratiche. A Torino sono state sperimentate l’assistenza al percorso nascita con la presenza dell’ostetrica nel rapporto “one to one”, la collaborazione fra strutture territoriali e ospedaliere e la possibilità della donna di essere seguita sempre da una persona dalla gravidanza fino alla sala parto. A Roma è stata attivata una buona integrazione fra territorio e ospedale nell’assistenza alla gravidanza (attività sul territorio per quanto riguarda la gravidanza fisiologica e negli ambulatori ospedalieri per la patologia ostetrica) e ci sono buone esperienze riguardo alla mediazione culturale verso le cittadine straniere. In Toscana è stato sviluppato l’allattamento al seno e in Calabria, a Trebisacce, è stato utilizzato l’invito per lo screening del cervicocarcinoma per accreditare il servizio presso la popolazione. Si segnalano poi ancora le linee guida sulla contraccezione nell’Asl 2 dell’Umbria, la presa in carico per la donna che effettua l’interruzione di gravidanza a Matera, la partecipazione dei maschi nel consultorio adolescenti per la prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale fino all’attività di collaborazione dei consultori contro la violenza sessuale. Giovan Battista Ascone I consultori familiari in Italia: normativa e progettazione in corso 23 Lo stato dell’arte dei consultori familiarifunzioni caratterizzanti di Tiziana Martuscelli I consultori nascono negli anni Settanta, anni delle grandi riforme. Nascono sulla spinta delle donne che in quegli anni sostengono il potente messaggio del cambiamento del concetto di salute: da un modello biomedico che intendeva la salute come assenza di malattia, a un modello sociale. Salute, quindi, intesa come stato di benessere generale sul piano fisico, psichico e sociale. Da questo momento storico in poi la produzione legislativa seguirà questo modello sociale. Il modello sociale, diversamente dal modello biomedico, richiede agli operatori della sanità di aumentare nelle persone le capacità di controllo della propria salute, promuovendo competenza e consapevolezza. Il consultorio familiare è il servizio che per primo ha rivoluzionato la relazione tra operatori e cittadini improntandola alla partecipazione e all’interlocuzione. La valenza sanitaria e psicosociale del servizio consultoriale determina la nascita del primo vero modello multidiscilpinare e interdisciplinare di lavoro nella realtà italiana (precedente alla Legge nazionale 833, già di per se stessa innovativa). La Legge nazionale 405 del 29 luglio 1975 ha istituito il consultorio familiare definendolo come servizio di assistenza alla famiglia e alla maternità avente come scopi: assistenza psicologica e sociale per la preparazione alla maternità e alla paternità responsabile, e per i problemi della coppia e della famiglia somministrazione dei mezzi per la procreazione responsabile tutela della salute della donna e del prodotto del concepimento divulgazione delle informazioni idonee a promuovere o a prevenire la gravidanza consigliando i metodi e i farmaci adatti a ciascun caso. La Legge nazionale ha definito i titoli professionali necessari alla composizione dell’equipe: «Deve essere in possesso di titoli in medicina, 26 Il consultorio familiare pubblico psicologia, pedagogia e assistenza sociale, nonché dell’abilitazione, ove prescritta all’esercizio professionale». Come si evidenzia dagli stessi scopi la Legge 405 è una legge “rivoluzionaria” perché pone l’accento sulla prevenzione piuttosto che sulla cura. La Regione Friuli Venezia Giulia ha recepito la Legge nazionale istitutiva dei consultori familiari con due leggi: la 81 del 1978 e la 18 del 1979. Queste leggi definiscono tra le altre cose che «ogni consultorio familiare deve disporre di almeno uno psicologo, un sociologo, un’ostetrica, un ginecologo, un pediatra, un assistente sociale, un’assistente sanitario»: di fatto definisce che la presenza di competenze multidisciplinari è fondamentale per riconoscere i determinanti sociali della salute. Affermano, inoltre, che «il servizio è gratuito» e «dotato di budget finalizzato». Ogni consultorio familiare disponeva di una quota che la Regione stabiliva e distribuiva annualmente, prima attraverso i Comuni poi attraverso le Usl, e che veniva utilizzato per favorire la sopravvivenza stessa del servizio attraverso convenzioni con personale specializzato, acquisto di materiali, strumentazioni, ecc. Il finanziamento dei consultori familiari con fondi autonomi e finalizzati da parte della Regione, come previsto dalla legge, si è concluso con l’istituzione delle aziende per i servizi sanitari nel 1995. Al fine di comprendere la caratterizzazione che i consultori hanno assunto nella Regione Friuli Venezia Giulia, è necessario comprendere la loro evoluzione in relazione all’evoluzione storica della famiglia e della società e alle leggi nazionali e regionali che ne hanno decretati i cambiamenti. Evoluzione della famiglia e della società La famiglia è cambiata sia culturalmente sia economicamente, sia nella struttura dei nuclei familiari sia nei rapporti interni. Queste modificazioni sono state molto rapide e hanno determinato dei profondi cambiamenti nell’organizzazione sia sociale sia familiare, negli stili di vita delle persone e nei rapporti tra partner. In modo sintetico si può dire che le persone attraversano le fasi del ciclo di vita con molta più difficoltà e che se si verifica un arresto importante le conseguenze sull’individuo possono dare esiti di malattie fisiche, psicopatologie o disturbi del comportamento, anche con conseguenze penali. È evidente come tutto ciò abbia una ricaduta negli ambulatoLo stato dell’arte dei consultori familiari-funzioni caratterizzanti 27 ri e negli ospedali con ovvie conseguenze sulla spesa sanitaria. Parallelamente al cambiamento della famiglia c’è stato un grosso cambio della società. Ci sono state delle accelerate trasformazioni tecnologiche, oltre che economiche e culturali; ciò ha portato a fragilità, squilibrio, contraddizioni, nuove forme di povertà, di devianza anche in strati sociali benestanti, microcriminalità, nuove forme di esclusione. Soprattutto è aumentata la percezione del disagio: le persone fanno più fatica a gestirlo, a gestire la frustrazione e richiedono interventi professionali atti a risolvere tensioni e contraddizioni concernenti la propria sfera personale e relazionale. Inoltre a livello sociosanitario tutti i servizi, avendo fatto proprio l’approccio riferito al “modello sociale”, hanno di conseguenza acquisito una maggiore attenzione ai segnali precoci di disagio per poter intervenire il più precocemente possibile, al fine di evitare che la “forbice” del disagio si allarghi troppo: ovviamente, più tardi si interviene più drastici possono essere gli interventi necessari, soprattutto nel caso dei bambini. Si assiste pertanto a un forte aumento della richiesta “coatta”, attraverso i tribunali, o spontanea, perché i cittadini hanno acquisito maggiore consapevolezza dell’importanza di affrontare i problemi, le situazioni di disagio sociofamiliare e socioambientale, di abbandono scolastico, di difficoltà nelle reti psicosociali. C’è un aumento di fenomeni di abuso e maltrattamento con un alto indice di occultamento (per ogni caso segnalato ce ne sono almeno dieci occulti), di violenza sessuale, di criminalità minorile e un forte aumento di intercettazione precoce di situazioni multiproblematiche. La multiproblematicità si riferisce a famiglie che presentano uno o entrambi i genitori portatori di patologie fisiche o psichiche, e con figli che necessitano di interventi di protezione per poter crescere in modo equilibrato ed evitare la trasmissione del danno che si può ripercuotere in un soggetto in età evolutiva. In proposito, la Regione Friuli Venezia Giulia alcuni anni fa ha promosso una ricerca-intervento che ha coinvolto l’attività dei consultori familiari, dei servizi di neuropsichiatria infantile o dell’età evolutiva e i servizi degli ambiti socioassistenziali dei Comuni, servizi che in Regione collaborano, se pur con organizzazioni e modalità diverse, nei casi di famiglie multiproblematiche. Questi servizi si avvalgono anche dell’intervento dei Dipartimenti di salute mentale, dei servizi per le tossicodipendenze e di altri servizi specialistici in relazione alle problematiche presentate 28 Il consultorio familiare pubblico dalla famiglia. La ricerca-intervento, organizzata e supervisionata dalla Fondazione Emanuela Zancan di Padova, per due anni ha verificato la qualità e la metodologia di approccio ai casi multiproblematici. La conclusione della ricerca, tra l’altro, ha evidenziato che «circa l’11% della popolazione minorile può considerarsi in situazione multiproblematica» e che la capacità dei servizi della Regione Friuli Venezia Giulia di intercettare e affrontare le situazioni multiproblematiche è elevata: si attesta infatti intorno al 4-5%. Cambiamenti e criticità hanno sollecitato una ridefinizione dei compiti e degli assetti organizzativi del servizio consultoriale Negli anni, di conseguenza, il legislatore ha integrato le leggi istitutive del servizio sia a livello nazionale sia a livello regionale. Alcune leggi aggiungono competenze ai consultori familiari, altre richiedono un lavoro integrato: Legge Nazionale 184/1983 “Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori” e L.N. 476/1998 “Ratifica ed esecuzione della convenzione per la tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale – Aja 1993 – modifiche alla legge 184 in tema di adozione di minori stranieri” L.N. 285/1997 “Disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza” D.R. del 1995 “Indirizzi per il completamento e stabilizzazione dei Consultori familiari” L.N. 328/2000 “Per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali” e al Piano Nazionale degli interventi e dei servizi sociali 2001-2003 Progetto Obiettivo Materno Infantile Nazionale Piani Sanitari Regionali Piano Obiettivo Materno Infantile Regionale 2000 L.R. 6/2006 “Sistema integrato di interventi e servizi per la promozione e la tutela dei diritti di cittadinanza sociale” L.N. 40/2004 “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita” infine, a completamento culturale e legislativo coerente L.R. 11/2006 “Interventi a sostegno della famiglia e della genitorialità” Il Piano sanitario regionale 2006-2008 ribadisce la necessità di «rendere omogenei su tutto il territorio regionale i consultori familiari per quanto attiene la tipologia di interventi, le prestazioni, i modelli orgaLo stato dell’arte dei consultori familiari-funzioni caratterizzanti 29 nizzativi, anche in considerazione dei nuovi compiti, in particolare della prevenzione e nell’area dei minori». A questo scopo prevede «l’attivazione di un coordinamento regionale dell’attività dei consultori familiari che garantisca l’omogeneità del servizio e il conseguimento dei risultati previsti». Il Piano obiettivo materno infantile regionale, facendo proprio quanto proposto dall’Organizzazione mondiale della sanità che ha individuato nel miglioramento della qualità della vita della madre e del bambino uno degli obiettivi sanitari prioritari a livello mondiale, definisce «la tutela della salute in ambito materno un impegno di valenza strategica dei sistemi sociosanitari per il riflesso sulla qualità del benessere psicofisico nella popolazione generale attuale e futura». Relativamente ai consultori familiari, il Progetto obiettivo materno infantile afferma che il consultorio familiare deve garantire quattro ambiti di attività: area ostetrica area ginecologica area pediatrica area psicosociale. Inoltre l’organizzazione deve garantire: accessibilità e fruibilità diretta da parte dell’utenza stabilità della dotazione organica dell’equipe lavoro di equipe superamento dell’ottica di tipo prestazionale, ambulatoriale e inserimento nella rete dei servizi. A seguito di recenti innovazioni normative, ai consultori sono stati assegnati nuovi compiti in particolare nell’area della prevenzione e tutela dei minori: abbandono grave trascuratezza adozioni nazionali e internazionali nuclei familiari a rischio 30 Il consultorio familiare pubblico presa in carico precoce delle situazioni di disagio psicosociale garantire la continuità assistenziale della coppia madre-bambino deve inoltre svolgere un’attività di proiezione sul territorio a cui non ha fatto seguito una loro adeguata riorganizzazione. La Legge regionale 11 del 7 luglio 2006 “Interventi regionali a sostegno della famiglia e della genitorialità” all’articolo 5 sostituisce l’articolo 3 della Legge regionale 81/1978 istitutiva dei consultori familiari relativamente ai compiti del servizio. 1. Il consultorio familiare, nel rispetto dei principi etici e culturali degli utenti e delle loro convinzioni personali, tenendo conto della loro appartenenza etnico-linguistica, in collaborazione con i servizi e le strutture sanitarie e sociali del territorio, al fine di garantire l’integrazione degli interventi e la continuità assistenziale, opera per assicurare: a.l’informazione sui diritti spettanti alla donna e all’uomo in base alla normativa vigente in materia di tutela sociale della maternità e della paternità, nonché interventi riguardanti la procreazione responsabile, garantendo la diffusione dell’informazione sulle deliberazioni dei comitati di bioetica nazionale e locale b. la collaborazione con le strutture preposte delle aziende per i servizi sanitari, delle aziende ospedaliere e delle aziende ospedaliere universitarie, con il Policlinico universitario di Udine e con gli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, per la prevenzione e riduzione delle cause di infertilità e abortività spontanea e lavorativa, nonché delle cause di potenziale danno per il nascituro, in relazione alle condizioni ambientali, ai luoghi di lavoro e agli stili di vita c. l’assistenza sanitaria, psicologica e sociale per le donne e le coppie in caso di interruzione volontaria della gravidanza, con particolare attenzione alle minorenni, ai sensi degli articoli 1, 2, 4, 5 e 12 della legge 194 del 22 maggio 1978 (“Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”) d. l’assistenza sanitaria, psicologica e sociale, anche domiciliare, alle donne e alle famiglie in situazione di rischio sanitario e Lo stato dell’arte dei consultori familiari-funzioni caratterizzanti 31 psicosociale, prima del parto e nel periodo immediatamente successivo, anche su segnalazione dei punti nascita, nonché attraverso la promozione di reti di autoaiuto e. l’informazione riguardo ai problemi della sterilità e dell’infertilità, nonché l’informazione alle coppie che ricorrono alle tecniche di riproduzione medicalmente assistita, l’attività di orientamento verso i centri che la praticano e il raccordo operativo con gli stessi f. la consulenza e l’assistenza psicologica e sociale nelle situazioni di disagio familiare derivante da nuovi assetti familiari, da separazioni e da divorzio, anche attraverso la predisposizione di percorsi di mediazione familiare, adeguatamente certificati secondo standard europei e internazionali g. l’informazione e lo studio psicosociale di coppia rivolto alle coppie disponibili all’adozione nazionale e internazionale, nonché il sostegno nel periodo di affido preadottivo h. l’assistenza psicologica e sociale e gli interventi sociosanitari al singolo e alla coppia in riferimento a difficoltà di ordine relazionale, sessuale e affettivo nelle diverse fasi del ciclo vitale i. le prestazioni sanitarie e psicologiche, anche riabilitative e postraumatiche, alle vittime di violenza sessuale intra ed eterofamiliare e ai minori vittime di grave trascuratezza e maltrattamento, in collaborazione con i servizi sociosanitari per l’età evolutiva preposti, all’interno dei progetti personalizzati elaborati dai Comuni j. la collaborazione con il servizio sociale dei Comuni per le prestazioni di carattere sociosanitario relative agli affidamenti familiari k. la realizzazione di programmi di educazione e promozione della salute, con particolare riguardo ai temi dell’identità sessuale, dei rapporti tra i generi e della sessualità responsabile per gli adolescenti e i giovani, in attuazione dei programmi aziendali di prevenzione e in concorso con la scuola, con i centri e i luoghi di aggregazione e con l’associazionismo l. la somministrazione, anche ai minori, previa prescrizione medica, qualora prevista, dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile 32 Il consultorio familiare pubblico m. l’assistenza psicologica, sociale e sanitaria relativa alle problematiche sessuali, relazionali e affettive degli adolescenti. 2. La Regione, le aziende per i servizi sanitari e i Comuni attuano gli interventi di cui al comma 1 attraverso gli strumenti di programmazione previsti dalla Legge regionale 23 del 17 agosto 2004 (“Disposizioni sulla partecipazione degli enti locali ai processi programmatori e di verifica in materia sanitaria, sociale e sociosanitaria e disciplina dei relativi strumenti di programmazione, nonché altre disposizioni urgenti in materia sanitaria e sociale”), e dalla Legge regionale 6 del 31 marzo 2006 (“Sistema integrato di interventi e servizi per la promozione e la tutela dei diritti di cittadinanza sociale”). 3. L’avvenuta programmazione a livello locale delle azioni previste dal presente articolo è condizione per il consolidamento, ai sensi della Legge regionale 49 del 19 dicembre 1996 (“Norme in materia di programmazione, contabilità e controllo del Servizio sanitario regionale e disposizioni urgenti per l’integrazione sociosanitaria”), dei Piani attuativi locali di cui alla Legge regionale 23/04. Come si può notare, in linea con i cambiamenti dell’assetto familiare e sociale, la Legge ha definito nuovi compiti quali: prevenire le cause di infertilità in collegamento con tutti gli ospedali della Regione; assistere, sia dal punto di vista sanitario sia psicosociale, anche a domicilio, le donne e le famiglie a rischio psicosociale, prima del parto e subito dopo; fornire informazioni alle coppie che ricorrono alle tecniche di riproduzione medicalmente assistita; dare consulenza e assistenza psicologica e sociale nelle situazioni di disagio familiare, derivanti dai nuovi assetti familiari, da separazione e da divorzio, attraverso percorsi di mediazione familiare; dare prestazioni psicologiche sociali, anche riabilitative e post traumatiche alle vittime di violenza sessuale e ai minori vittime di grave trascuratezza e maltrattamento. L’evoluzione dei consultori Avviati nel 1979 dai Comuni o dai consorzi, sono stati gestiti dagli stessi fino al 1982 quando sono state istituite le Unità sanitarie locali. I consultori familiari sono diventate delle unità operative all’interno Lo stato dell’arte dei consultori familiari-funzioni caratterizzanti 33 del settore materno infantile, che ha iniziato una politica di collegamento tra i suoi servizi (all’epoca anche il Sert era inserito in questo settore) e gli alti servizi ospedalieri (ostetricia e pediatria) e territoriali (Centro di salute mentale, consorzio per l’assistenza specializzata). Nel 1995 sono state istituite le aziende per i servizi sanitari e i consultori familiari sono stati inseriti nei distretti sanitari, assumendo diverse modalità organizzative. Dal 1979 al 1995 c’è stata una forte presenza della Regione per l’avvio e il consolidamento iniziale dei consultori. Un funzionario regionale era stato preposto al loro coordinamento; aveva costituito e ovviamente coordinato un gruppo di operatori in rappresentanza delle varie realtà territoriali (coordinamento regionale) con il quale ha lavorato per il consolidamento iniziale dei consultori, la loro omogeneità nel territorio regionale, la formazione omogenea di tutti gli operatori sulle diverse tematiche di competenza del servizio. Localizzazione e struttura organizzativa dei consultori nella Regione La Regione Friuli Venezia Giulia è organizzata in 6 aziende per i servizi sanitari e conta 21 sedi principali e 14 sedi periferiche di consultori familiari. A differenza delle sedi principali, dove vengono erogate tutte le attività previste dalla legge, nelle sedi periferiche vengono svolte alcune attività peculiarmente strategiche per quel territorio. L’Azienda per i servizi sanitari n. 1 è organizzata in 4 distretti, conta 4 sedi di consultorio a cui si aggiungono 3 sedi periferiche. Con il nuovo atto aziendale, in ogni distretto sanitario è inserita un’unità operativa complessa “Bambini adolescenti donne famiglie”. Ogni unità operativa complessa ha al suo interno 2 o 3 unità operati34 Il consultorio familiare pubblico ve semplici, il consultorio familiare e l’unità operativa “Bambini adolescenti”. Ogni unità operativa semplice, e quindi il consultorio familiare, ha un responsabile. L’Azienda per i servizi sanitari n. 2 è organizzata in 2 distretti sanitari; in ogni distretto c’è una sede di consultorio. Entrambe le sedi appartengono a un’unica unità operativa: Consultorio familiare di Gorizia e Monfalcone, con un responsabile. Con il nuovo atto aziendale le due sedi diventeranno singole unità operative semplici, ognuna con un responsabile, e saranno inserite all’interno della Struttura operativa complessa “Area della famiglia e dell’età evolutiva”. L’Azienda per i servizi sanitari n. 3 è organizzata in 2 sedi principali di consultorio e 4 periferiche. Con il nuovo atto aziendale ogni distretto sanitario avrà al suo interno una struttura operativa semplice “Area materno infantile e dell’età evolutiva”, in cui sono accorpate le funzioni dei consultori familiari: età evolutiva, neuropsichiatria infantile, equipe multidisciplinare, handicap. L’area materno infantile per la tutela minori si integra con l’area minori dell’ambito sociale, la cui gestione viene esercitata dall’Azienda su delega dei Comuni. L’Azienda per i servizi sanitari n. 4 è organizzata in 5 distretti, con 5 sedi di consultorio familiare, a cui se ne aggiungono 2 periferiche. Con Lo stato dell’arte dei consultori familiari-funzioni caratterizzanti 35 il nuovo atto aziendale in ogni distretto sanitario sarà presente un’unità operativa semplice “Area materno infantile e dell’età evolutiva e della disabilità”, all’interno della quale si trova il consultorio, senza strutturazione organizzativa autonoma, e senza responsabile. L’Azienda per i servizi sanitari n. 5 è organizzata in 2 distretti con 3 sedi di consultorio familiare, ora con un unico responsabile. Con il nuovo atto aziendale in ogni distretto ci sarà un’unità operativa complessa “Area materno infantile” comprendente la struttura operativa semplice Consultorio familiare e la struttura operativa semplice Equipe multidisciplinare per l’handicap, entrambe con responsabile. L’Azienda per i servizi sanitari n. 6 è organizzata in 5 distretti, conta 5 sedi di consultorio familiare, a cui se ne aggiungono 5 periferiche. Ora i consultori sono organizzati in tre strutture operative semplici con tre responsabili. Una struttura operativa semplice è nel Distretto Nord, la seconda si occupa dei Distretti Urbano e Ovest, la terza dei Distretti Est e Sud. Con il nuovo atto aziendale ci sono tre strutture operative semplici “Area materno infantile e dell’età evolutiva” con tre responsabili. 36 Il consultorio familiare pubblico Da quanto sopra si evince l’eterogeneità relativa alla struttura organizzativa dei consultori familiari e la necessità di un’omogeneizzazione come indicato, peraltro, nel Progetto obiettivo materno infantile regionale. Le equipe In tutte le equipe della Regione sono presenti: lo psicologo, l’assistente sociale, il ginecologo, l’ostetrica, l’assistente sanitaria. Inoltre, a seconda delle diverse realtà troviamo la presenza di altri operatori: l’infermiere professionale, l’operatore sociosanitario, la puericultrice, l’infermiere pediatrico, il legale, il pediatra. L’accesso In tutti i consultori si accede con quattro diversi canali: 1. accesso spontaneo, sia telefonico sia di persona 2. tramite proposta attiva. Qui ritroviamo tutte la attività proposte nel percorso nascita che avremo occasione di approfondire, i programmi di educazione e promozione della salute, con particolare riguardo ai temi della sessualità, per gli adolescenti e i giovani, i corsi e gli incontri su tematiche varie relative al ciclo di vita. In particolare sono attivi in diverse realtà della Regione gruppi di sostegno alla funzione genitoriale. La proposta attiva dello screening tramite pap test, attività deputata ai consultori familiari in quasi tutte le aziende, permette di incontrare tutta la popolazione femminile ogni tre anni 3. su richiesta dei magistrati del Tribunale per i minorenni, del Tribunale ordinario 4. su richiesta dei servizi territoriali e ospedalieri, nonché del medico di famiglia. In questi 30 anni di storia i consultori hanno spostato molto le loro attività dalla richiesta spontanea alla proposta attiva e alla richiesta della magistratura e dei servizi territoriali e ospedalieri con cui lavora in rete. Vengono garantite da tutti i consultori familiari della Regione: la continuità delle cure (percorso nascita): infatti nel caso di problematiche complesse (a valenza sanitaria o sociosanitaria) Lo stato dell’arte dei consultori familiari-funzioni caratterizzanti 37 c’è la segnalazione della situazione da parte del punto nascita al consultorio familiare la presa in carico delle situazioni multiproblematiche: in tutta la Regione avviene attraverso l’Unità di valutazione distrettuale minori; solo nell’Azienda n. 6 c’è l’Unità di valutazione minori organizzata nei Comuni. L’accesso è gratuito e si è garantiti nell’anonimato e nella riservatezza. Le attività In tutta la Regione i consultori familiari intervengono, con varie attività, nella popolazione sana perché salvaguardi la propria salute. Come richiesto dalle ultime leggi e che approfondiremo nelle diverse sessioni di questo convegno, intervengono, se pur con modalità e organizzazioni diverse, insieme agli ambiti socioassistenziali, ai servizi territoriali e ospedalieri, con persone che presentano problematicità generazionali stabilizzate, gravi disagi conclamati o che hanno poche risorse personali e familiari e delegano passivamente le loro scelte di vita. Intervengono, inoltre, con persone che vengono inviate dai magistrati, dai servizi e che prese dai loro conflitti non hanno alcuna intenzione di collaborare. Il sistema informativo Il Progetto di informatizzazione regionale dei consultori familiari, coordinato dall’Agenzia regionale salute, ha permesso: un confronto sui servizi erogati una verifica delle diversità determinate dalle singole realtà territoriali e dalle scelte distrettuali la consapevolezza della necessità di un’unica definizione dei servizi fondamentali da erogare in modo uniforme la definizione concordata della mission del consultorio familiare concretizzata in un elenco articolato di aree di intervento condivise. Tiziana Martuscelli Seconda parte. Consultorio familiare: tra il sostegno alla funzione genitoriale e la tutela del minore Chairman: Luisa Menegon Luisa Menegon Introduzione al tema Q uesta seconda parte della mattinata, che si svilupperà poi anche nel pomeriggio, apre all’area più prettamente psicosociale del consultorio familiare che chiama in causa la famiglia fatta di bambini e adulti. Quest’area rappresenta peraltro una corposa parte di lavoro attinente al consultorio familiare. Come assistente sociale sono stata invitata a destreggiarmi tra le varie e diverse relazioni che il programma prevede, e in questo senso riprendo la metafora del titolo del convegno, dove rispetto al “ponte” mi trovo sull’argine del sociale, e sempre questo “ponte” collega il sostegno alla tutela. E vado quindi a introdurre la relazione magistrale della dottoressa Marinella Malacrea, un’autorità nel campo della neuropsichiatria infantile, nella psicoterapia con le figure genitoriali, nello studio e nella pubblicazione di letteratura scientifica. Lavora nel centro specialistico “Ti ama” di Milano, che opera e studia nell’ambito del maltrattamento e abuso. È unanimemente conosciuta dagli operatori qui presenti attraverso la sua partecipazione in qualità di esperta ai molteplici corsi di formazione che tutte le aziende sanitarie e i consultori familiari della Regione hanno negli anni organizzato, e che hanno portato alla definizione di linee metodologiche comuni per la valutazione della recuperabilità e capacità genitoriali nell’ambito degli interventi prettamente consultoriali rivolti agli adulti. A lei e ai professionisti come Stefano Cirillo e Dante Ghezzi va il merito di aver tracciato una nuova modalità di lavoro nel campo della tutela, aiutando gli operatori a rileggere l’annoso dilemma che ci si pone fra “intervento spontaneo” e “intervento coatto”, dando valore e dignità agli interventi di valutazione e recupero dei genitori trascu40 Il consultorio familiare pubblico ranti e maltrattanti. Il diritto del bambino fa da faro all’operato dell’equipe psicosociale, ma perché non resti solo un mero enunciato è necessaria una traduzione pratica: in questo caso intervenendo sui genitori per aiutarli a riconoscere il bisogno dei figli possiamo rendere esigibile questo diritto del figlio. Prima di passare la parola mi permetto anch’io una citazione in omaggio alla sede intitolata a Pasolini riportando l’attenzione a un’altra grande figura di studioso eclettico di origini carniche e friulane: Giorgio Ferigo, medico, letterato, storico. In questo caso richiamo un suo monito alla genitorialità attuale e a una sottolineatura del diritto del bambino alla libertà. Il testo si intitola Elogio ragionato dei papins (termine carnico dialettale che può essere tradotto in “scappellotti”): «Ormai, una sorta di idolatria soffocante circonda tutta l’esistenza dei bambini, irretiti in una fitta maglia di pediatri, maestri di nuoto e di sci, psicologi infantili e adolescenziali, logopedisti per la “corretta” pronuncia e docenti per la “corretta” alimentazione, catechisti e organizzatori di centri vacanze, insegnanti di ogni ordine e grado e specialisti di ogni materia e disciplina, nell’incertezza delle parole d’ordine e nella perentorietà moltiplicata dei divieti: un carico di adulti per bambino, insopportabile da ogni bambino; e un carico di impegni per bambino, intollerabile perfino da un adulto». Introduzione al tema 41 Diritti in conflitto? di Marinella Malacrea N ell’intervento precedente della dottoressa Martuscelli ho trovato alcuni spunti che vorrei approfondire. Si è notato come progressivamente all’interno dei consultori familiari si sono ampliate le aree psicosociali, l’assistenza postraumatica, anche con trattamenti di presa in carico, ed è aumentata la percezione del disagio, cambiando la panoramica dei bisogni a cui dare risposta. I consultori familiari sono nati come servizi rivolti alla maggioranza della popolazione normale, non per gruppi patologici. Eppure lo spazio di intervento viene sempre più invaso da aree di disagio. Per quanto riguarda l’aumento della percezione del disagio forse sta accadendo che ci sono degli stadi quando si attraversa la società civile nelle sue fasce deboli, e che quindi la società civile sta naturalmente progredendo in questi stadi. Per tutti gli altri fattori diamo la parola ai dati. Finalmente il consultorio familiare sta assumendo le proporzioni che ha e che aveva anche quaranta anni fa. Le esperienze sfavorevoli infantili rendono il mondo del bambino malsicuro e violento, imprevedibile e malvagio. Ritroviamo esperienze che possono essere vissute direttamente dal bambino oppure indirettamente, come la violenza assistita, l’alcolismo, le malattie psichiatriche di genitori o altri familiari, le gravi malattie fisiche invalidanti, i tracolli finanziari. Tutte queste situazioni fanno parte di quello che può rendere il mondo imprevedibile e malsicuro, che dà rotture, che dà esiti di funzionamenti postraumatici. Vediamo cosa può derivare dalle esperienze sfavorevoli infantili (per maggiori informazioni: www.centrotiama.it). Le esperienze sfavorevoli infantili provocano numerosi guai fisici che pesano sulla spesa sanitaria negli ospedali, negli ambulatori e danno tutta una serie di esiti psicopatologici e comportamentali. Per far comprendere quante sono queste esperienze sfavorevoli infantili, faccio riferimento alla ricerca “Vita in bilico”: una ricerca retrospettiva, finanziata su iniziativa dell’Osservatorio nazionale sull’infanzia e l’adolescenza, che ci fornisce dati italiani statisticamente affida44 Il consultorio familiare pubblico bili relativamente alla rilevazione delle esperienze di abuso sessuale sia nella popolazione infantile sia in quella adulta, ovviamente per quest’ultima nel ricordo di quanto era avvenuto nell’infanzia. In realtà si è successivamente estesa ai maltrattamenti vari, comprendendo maltrattamento fisico, psicologico, trascuratezza e violenza assistita. Per le aree di indagine sono state fatte delle interviste sia telefoniche sia di persona a donne e uomini. Quando dovevamo elaborare questi dati i soldi erano terminati, perciò abbiamo un numero elevato di dati non ancora elaborati. La parte delle interviste fatte di persona è stata invece elaborata con metodi statistici, scegliendo alcune Regioni. Ecco i dati relativi alla popolazione femminile italiana: Nessun abuso sessuale né maltrattamenti 26,4% Abuso sessuale (sommando le forme pure e miste) 24% Maltrattamenti (sommando le forme pure e miste) 67% Forme miste di abuso sessuale e altre forme di maltrattamento 18% L’età delle donne intervistate variava dai 19 ai 55 anni: abbiamo quindi raggiunto almeno tre generazioni; per questo motivo posso affermare che questi problemi esistevano ben prima della nascita dei consultori familiari, ma non si riteneva fossero così diffusi, non si connettevano in modo preciso le conseguenze psicopatologiche o le malattie fisiche e nessuno se ne faceva carico. È stata fatta una suddivisione nell’analisi dei dati in tre fasce d’età. Si è visto che mentre le esperienze riguardanti le altre forme di abuso diminuiscono con l’età, la fascia della gravità rimane inalterata con il cambio degli stili educativi, dell’età, della società: nelle tre fasce è uguale. Tutte le altre indagini fatte negli Stati Uniti, in Nuova Zelanda e in altri Paesi occidentali danno gli stessi risultati. Abbiamo poi fatto una distinzione fra situazioni lievi, medie e gravi, dal punto di vista della previsione dell’impatto. Tra le esperienze ad alto impatto traumatico quelle gravi sono il 7% (un target accessibile), moderate il 20% (target di intervento più rassicurante). Le condizioni di salute sia psichica sia fisica di tutte le persone che hanno subito importanti esperienze sfavorevoli infantili sono peggioDiritti in conflitto? 45 ri di coloro che non l’hanno subita; a volte la sproporzione è molto ampia, altre meno. A seguito di esperienze traumatiche nell’area della sessualità ci possono essere due reazioni: disagio o fastidio verso la sessualità oppure utilizzo del sesso come unico modo per avere relazioni. Il 65% delle donne ha parlato delle proprie esperienze con qualcuno; di queste un terzo ha visto delle conseguenze concrete, il 5% ha visto una mobilitazione delle istituzioni. In conclusione, le ricerche retrospettive si confermano come metodo di ricerca più sensibile di altri approssimati per difetto. Abbiamo una certezza, in linea con i dati nazionali: le esperienze sfavorevoli infantili gravi sono un dato sostenibile di intervento, danno patologia importante in età adulta sul piano fisico e psichico, gravando sulla spesa sanitaria. Intervenire sui funzionamenti postraumatici può ridurre molti tipi di patologie correlate. Vi illustrerò un caso che presenta molti aspetti generalizzabili. Il caso è di Maria. Ha 40 anni, laureata, sensibile, di aspetto gradevole; per contro nella sua vita non è riuscita a combinare nulla di buono. È rimasta ad abitare in un appartamento attiguo a quello dei suoi genitori: da loro dipende economicamente (ha avuto solo lavori precari) e per la cura dei figli. Il conflitto con i suoi genitori, i quali la considerano pazza e “puttana”, è molto aspro. Ha due figli: la primogenita Alessandra è nata da un matrimonio con un uomo politico sudamericano, alcolista e violento che la picchiava da quando era incinta. L’unione si è conclusa perché Maria è fuggita nella casa dei genitori che avevano sempre disapprovato il matrimonio. Lui è sparito nel suo Paese d’origine e non ha avuto più alcun rapporto con la figlia, che ha vissuto con i nonni materni; in particolare con il nonno ha instaurato un rapporto intenso costituito anche da toccamenti fisici, in bagno, in occasione di giochi ambigui. Maria è stata eliminata come figura genitoriale, tanto che la figlia non la riconosceva come madre, come figura di attaccamento. La bambina ha abitato nella casa dei nonni e, pur vivendo nell’abitazione attigua, ha frequentato la madre in rare occasioni. Maria ha molto sofferto della situazione, ma si sentiva impotente, in quanto rifiutata dalla figlia e dai genitori. Il secondo figlio, Blado, ha 5 anni ed è figlio di un uomo albanese, conosciuto casualmente. Maria rimane incinta al primo rapporto sessuale e decide di non abortire. L’unione è strumentale, non c’è alcuna affinità fra 46 Il consultorio familiare pubblico i due, lui è incolto e grezzo. Quando Blado ha 1 anno, la convivenza finisce. Lui continua a occuparsi del bambino, con metodi educativi poco tolleranti e a volte violenti. Di questo bambino i genitori di Maria non si occupano: è un maschio, quindi non interessante per il nonno materno che continua il suo rapporto esclusivo con Alessandra. Scarso è il rapporto della nonna con entrambi i nipoti. Anche i rapporti tra i due fratelli sono occasionali, nonostante la vicinanza di abitazione. Mentre Alessandra è una bambina tendenzialmente depressa, facile al pianto, brava a scuola e dai comportamenti tendenzialmente controllati, Blado è un bambino problematico, irrequieto. La scuola materna segnala alla madre queste difficoltà del figlio, motivo che spinge Maria a mettere fine al groviglio relazionale che ha caratterizzato fino ad allora la sua esistenza. Ritenendo impossibile convincere il padre a lasciarle avvicinare Alessandra, Maria ricorre al Tribunale dei minorenni. Ne nasce una battaglia legale fra nonni e figlia per il collocamento dei bambini. Il nonno materno va in grande allarme perché teme che la figlia voglia allontanare da lui la nipote. Il Tribunale incarica i servizi per la tutela dei minori che chiedono e ottengono l’allontanamento in comunità di Alessandra come per una sorta di camera di decompressione. I rapporti sia con la mamma sia con i nonni sono all’inizio molto limitati e controllati. Iniziano una serie di interventi valutativi su Alessandra, Blado, Maria e i nonni materni. Maria è molto diffidente, ma paradossalmente questo allontanamento tanto sofferto non le sembra un passo tanto sbagliato. Almeno la bambina è al sicuro. Nell’ultimo periodo ha colto atteggiamenti del nonno con Alessandra non più solo ambigui, ma francamente erotizzati. Ricorda che quella di Alessandra è proprio l’età in cui anche lei ha cominciato a diventare interessante per il padre, e poco più tardi erano iniziati i toccamenti sul seno, sui glutei, la gelosia violenta per ogni rapporto che non fosse con lui; il tutto nell’indifferenza e nel disprezzo della madre. Maria è consapevole che la sua quotidianità sarà tutt’altro che facile: i suoi genitori l’hanno sempre “avuta vinta” con lei, ha una figlia “contro” e un bambino con difficoltà. Guardando la sua vita attraverso gli avvenimenti accaduti, pensa sia stata un disastro e che come madre non ha dato il meglio di sé. Ma è decisa a lottare. Pur credendo di non essere ascoltata e creduta parla dei suoi ricordi del padre con la psicologa incaricata per la valutazione. Non solo viene creduta, ma viene inviata al nostro centro Diritti in conflitto? 47 per una terapia personale che le permetta di affrontare il suo passato, dandole in questo modo la possibilità di rivederlo con occhi diversi e, quindi, di guardare anche al futuro. Maria arriva diffidente anche al centro, si chiede come possa aiutarla la psicologia e se vale la pena cambiare e non utilizzare più lo stile dissociativo per fuggire dalle sue difficoltà. Ha già cercato però di staccarsi dai genitori. In modo precario ha trovato un piccolo appartamento dove va a vivere con Blado, che dopo meno di un anno diventa meno inquieto. Si aprono nuove possibilità di lavoro e di collaborazione. La stima di sé un po’ risale. Maria si ingaggia in terapia. Il lavoro su di sé le dà nuovo benessere. Progressivamente conquista anche la fiducia di Alessandra. Il percorso continua. Il rischio per Maria e i suoi figli era molto alto. Che cosa ha potuto scongiurarlo? le conoscenze scientifiche sull’importanza delle esperienze infantili nello sviluppo della personalità la conoscenza scientifica e la consapevolezza della diffusione delle esperienze sfavorevoli infantili e delle loro conseguenze la consapevolezza dell’alta frequenza della trasmissione intergenerazionale delle esperienze sfavorevoli infantili non fermarsi ai mezzi giuridici di tutela, ma basarsi sulla propria mission mantenere una salda visione integrata delle sofferenze della madre e dei bambini la gestione delle esperienze sfavorevoli infantili con tecniche precise centrate sul trauma la nozione di finestra di plasticità, gli eventi turbativi negativi e positivi ad alto investimento emotivo che contengono in sé un alto potenziale di cambiamento. Qualsiasi trigger, situazione ad alto investimento emotivo positivo o negativo, apre una finestra di plasticità in comportamenti, in sistemi difensivi spesso arrugginiti dall’esperienza. È qui che abbiamo la possibilità di inserirci per fare “lo scambio dei binari”. Se invece agiamo in modo giustizialista, non interventista, autoreferenziale, facilmente la finestra di plasticità produrrà una riattivazione traumatica, riattivando le stesse difese. Se si chiude la finestra di plasticità, ritorna la 48 Il consultorio familiare pubblico pietra. Se invece ci inseriamo “dentro” come agenti, capaci di trasformare quel trigger in stress moderato, attraverso l’ascolto, l’accompagnamento, l’intervento specifico e competente, si può andare verso una strada di contenimento del lutto e quindi di guarigione anche di quel pregresso. Marinella Malacrea Diritti in conflitto? 49 Progettualità e percorsi di integrazione. Tra diritto e sostegno alla genitorialità Tavola rotonda Chairman: Luisa Menegon Luisa Menegon Diamo inizio alla tavola rotonda che richiama ai diversi progetti di integrazione nell’area della genitorialità e della tutela dei minori in quanto nelle intenzioni del comitato scientifico, come sottolineato nella mattinata, potrà dar voce alle diverse aree di lavoro dei consultori familiari che richiamano all’integrazione e che rappresentano la variegata attività regionale. La collaborazione di tanti colleghi nella preparazione di questo convegno ci permetterà di fare il punto della situazione dei servizi e di andare a conoscere alcune realtà interessanti anche per poter riflettere sui 30 anni di attività dei consultori familiari. Intervengono alla tavola rotonda operatori dei servizi consultoriali pubblici e privati, dei servizi sociali degli ambiti con i quali i consultori familiari collaborano costantemente, rappresentanti dei magistrati e del Tribunale per i minorenni, giudici del Tribunale ordinario e un rappresentante dell’Ordine degli avvocati. Il punto della riflessione di questo pomeriggio riguarda la famiglia e il bambino e attorno a questo focus si orienteranno gli interventi dei vari relatori. Una Regione come la nostra con un panorama territoriale fatto di diverse realtà ha portato a configurare diversi assetti organizzativi dove il consultorio familiare è comunque parte attiva e dove si sono sviluppati nel tempo aspetti e prassi metodologiche comuni che hanno anche espresso scambi e progettualità originali. Passerei alla prima relazione della dottoressa Gabriella Bozzi, psicologa e psicoterapeuta. Dal 1998 opera presso il consultorio familiare di Gorizia-zona isontina, con precedente esperienza dal 1993 presso il servizio di neuropsichiatria infantile isontina. Parlerà di come favorire l’integrazione fra i diversi operatori, servizi 52 Il consultorio familiare pubblico responsabili di un intervento, anche attraverso la costituzione di equipe integrate e gruppi trasversali di lavoro. La prospettiva dovrà quindi essere multidisciplinare, dove la diversità dei servizi sia esclusivamente funzionale organizzativa, mentre l’integrazione nella presa a carico sia progettuale, unitaria e tanto specializzata da superare gli specialisti. Gabriella Bozzi Come affrontare le nuove complessità della famiglia e la multiproblematicità. Un esempio di integrazione tra Ass e ambito: il protocollo minori D a molti anni gli operatori del consultorio familiare e del servizio per l’età evolutiva hanno iniziato a lavorare per affrontare i problemi dei minori attivando interventi di rete. Era infatti evidente come in passato molto spesso nei programmi d’intervento predisposti sui casi alcuni operatori si inserissero con azioni decise autonomamente senza accordarsi o coordinarsi con colleghi anche di agenzie diverse. Questa mancanza di condivisione del problema e l’attivazione di strategie d’intervento, a volte anche in contraddizione tra loro, in alcuni casi diventava un importante elemento che contribuiva spesso al fallimento degli interventi e al non raggiungimento degli obiettivi. Tutto ciò comportava una ricaduta negativa sugli utenti e una contemporanea frustrazione degli operatori. Il consultorio familiare si è sempre attivato promuovendo iniziative di sensibilizzazione e formazione coinvolgendo via via un numero sempre maggiore di operatori e di agenzie. La principale difficoltà nel processo di integrazione dei servizi consisteva prevalentemente nel fatto che ogni iniziativa dipendeva dalla disponibilità individuale di ogni operatore e dei singoli servizi. Alcuni operatori del consultorio familiare hanno quindi progettato uno strumento che vincolasse i servizi alla partecipazione e alla condivisione nelle situazioni di minori a rischio e, in particolare, in quelProgettualità e percorsi di integrazione. Tra diritto e sostegno alla genitorialità 53 le su cui era intervenuta in qualche modo l’autorità giudiziaria. Si è così iniziato un lavoro congiunto del consultorio e del servizio per l’età evolutiva, che ha portato nel 1998 alla stesura del protocollo sottoscritto dal direttore generale dell’Azienda sanitaria e dei sindaci dei Comuni capofila dell’ambito. Il Protocollo minori ha come obiettivo generale l’attivazione di risposte integrate alla problematica minorile, sia a livello individuale sia programmatorio. In quest’ottica sono stati definiti due livelli d’intervento con obiettivi specifici: a. costituzione di un gruppo integrato composto dai referenti del consultorio familiare, l’Unità operativa per l’età evolutiva e la prevenzione dell’handicap, il Dipartimento di salute mentale, il Sert e il servizio sociale dei Comuni, con compito di promuovere una ricerca metodologica, elaborare procedure condivise e garantire la congruità degli interventi b. attivazione di gruppi operativi integrati composti da operatori del servizio sociale dei Comuni, del consultorio familiare, dell’Unità operativa per l’età evolutiva e la prevenzione dell’handicap e, se necessario, degli altri servizi specialistici dell’azienda sanitaria (Centro di salute mentale e Sert) per la presa in carico congiunta attraverso una prassi definitiva. Ci soffermeremo in particolare sul secondo obiettivo e cioè sui gruppi operativi integrati. Azioni relative all’obiettivo b) Il gruppo operativo attua la presa in carico congiunta attraverso: la valutazione delle situazioni di minori in situazioni di pregiudizio la valutazione della necessità di segnalare al Tribunale dei minori l’accoglimento delle situazioni segnalate con decreto dal Tribunale dei minori e dal Tribunale ordinario ipotesi diagnostica programma d’intervento con le diverse componenti d’azione 54 Il consultorio familiare pubblico trattamento del caso verifiche periodiche relazioni per il Tribunale dei minori o per il Tribunale ordinario concordate e sottoscritte da tutti i servizi coinvolti (ogni servizio predispone la relazione del proprio intervento). Struttura organizzativa Il gruppo operativo è composto da operatori del consultorio familiare, dell’Unità operativa per l’età evolutiva e la prevenzione dell’handicap e del servizio sociale dei Comuni che valuteranno la situazione e, di volta in volta, qualora ne ravvisino la necessità, richiederanno l’intervento del Sert e del Centro di salute mentale. Tenendo conto delle competenze di ogni servizio si predisporrà un programma d’intervento sul caso e si valuterà l’opportunità di integrare il gruppo convocando anche altri servizi dell’Ass ed eventuali agenzie del territorio. Il gruppo operativo potrà essere convocato indifferentemente da uno dei servizi (servizio sociale dei Comuni, consultorio, Unità operativa per l’età evolutiva e la prevenzione dell’handicap, Centro di salute mentale, Sert) che incontra situazioni e casi per i quali ritiene utile una valutazione congiunta. L’attivazione avviene attraverso una convocazione scritta usando un apposito modello prestabilito. La documentazione del lavoro integrato sul caso avviene attraverso la stesura di un verbale sottoscritto da tutti gli operatori presenti, che viene fatto pervenire a ogni servizio coinvolto. Il progetto concordato all’interno del gruppo operativo vincola i responsabili dei servizi e non solo gli operatori stessi. Gli interventi degli operatori coinvolti nel progetto sono garantiti dal responsabili dei rispettivi servizi. Al momento, pur essendo ancora in attesa della stipula di un nuovo protocollo tra Azienda sanitaria e ambiti, spontaneamente gli operatori continuano ad attivarsi secondo il modello che abbiamo descritto. A ognuno di noi infatti risulta ormai pressoché impossibile pensare di affrontare situazioni complesse senza attivare queste modalità operative. L’importanza di questo protocollo nel tempo si è andata via via evidenziando, tenendo conto anche del fatto che le situazioni di minori sui quali intervengono il Tribunale per i minori e il Tribunale Progettualità e percorsi di integrazione. Tra diritto e sostegno alla genitorialità 55 ordinario costituiscono la maggioranza dei casi su cui intervengono gli operatori dell’area psicosociale del consultorio familiare. Luisa Menegon Il dottor Lazzaro, assente per malattia, è stato sostituito dal dottor Appierto che ci raggiungerà più tardi. Passiamo quindi all’intervento della dottoressa Maria Antonia Pili, avvocato del Foro di Pordenone e Udine, ideatrice e presidente del Laboratorio forense di Pordenone: esperienza pilota partita da un lavoro congiunto tra magistratura, servizi e avvocati. Questa esperienza, che si può definire unica in Regione e forse anche a livello nazionale, è stata possibile proprio perché ha trovato il supporto dei vertici della magistratura del Tribunale, della cancelleria e degli operatori dei servizi. La collaborazione trasversale tra mondi istituzionali diversi ha permesso anche un’integrazione di conoscenze e di linguaggi facilitanti il dialogo. È interessante in questo caso poter interagire con il difensore di parte, figura con la quale gli operatori di consultorio familiare che si occupano di separazioni o mediazione si muovono sempre con una certa cautela proprio per preservare quella posizione di neutralità assunta con la coppia. Maria Antonia Pili Il difensore di parte nel rapporto con i servizi consultoriali: fra opportunità e criticità M i rendo conto di essere in un’“arena” – quella dei consultori – non propriamente favorevole alla categoria che rappresento, ma le sfide, o meglio in questo caso il confronto, non mi preoccupano 56 Il consultorio familiare pubblico e oltretutto il dibattito sul punto mi sembra aver preso avvio già con gli altri interventi precedenti! Sono infatti stata invitata a partecipare a questo interessante incontro in qualità di presidente di un’associazione di avvocati pordenonesi, il “Laboratorio forense”, costituita da circa 10 anni principalmente con l’intenzione di affrontare nella pratica e in un’ottica propositiva quelle situazioni problematiche e conflittuali relative al diritto di famiglia, dei minori e della personalità in genere che riscontravamo già da allora sempre più frequenti. L’iniziativa, almeno per tutti quelli fra noi che si occupano già da tempo di questo settore del diritto, si era resa per così dire quasi obbligatoria, poiché le allarmanti conflittualità familiari – alcune delle più gravi forse all’epoca erano ancora in nuce – ci facevano presagire l’aggravarsi del problema tanto da rischiare di assumere rilevanza sociale, cosa che in effetti è poi avvenuta. Si trattava, a nostro parere, di individuare una sorta di linguaggio comune fra i vari operatori coinvolti nel settore: avvocati, magistrati, servizi consultoriali e sociali, psichiatri, psicologi, assistenti sociali, insomma tutti coloro che, seppur in forma, misura e funzioni diverse, sono chiamati a impiegare le rispettive risorse e competenze specifiche per cercare di risolvere o quantomeno contenere e arginare le crescenti “patologie” del settore. In quest’ultimo decennio la conflittualità si è in effetti acuita in maniera preoccupante e in questi ultimi tempi, per così dire, sta andando proprio a briglie sciolte. L’attività del Laboratorio forense si è posta in primo luogo come fondamento la necessità di un comune modus operandi proprio fra gli avvocati – ora vengono definiti “familiaristi” – i quali devono necessariamente rispettare la priorità deontologica volta a privilegiare i diritti, gli interessi e le aspettative dei minori e dei soggetti più deboli in genere. Non sempre è un obiettivo semplice da raggiungere, poiché non tutti i colleghi, in prima battuta, sono disponibili ad accettare il principio che per l’avvocato familiarista valga la regola che “il cliente non ha sempre ragione”. Spesso ci sono fra di noi confronti anche aspri sul punto, come cercherò di specificare in seguito, ma a onor del vero devo dire che alla fine, nella maggior parte dei casi, stiamo riuscendo a parlare lo stesso linguaggio; chi, dopo non facile approccio, alla fine si appassiona alla materia e alla risoluzione delle inevitabili Progettualità e percorsi di integrazione. Tra diritto e sostegno alla genitorialità 57 problematiche che comporta, si ritrova concorde con la nostra opera di sensibilizzazione e mediazione che in primis è culturale. Per esempio discipline come la psicologia, la psicanalisi, la sociologia e la mediazione familiare e interpersonale in genere fino a qualche tempo fa non facevano assolutamente parte del patrimonio del sapere forense se non in misura minima, e anzi molti colleghi erano soliti affermare quasi con aria di sufficienza, che loro non erano assistenti sociali ma avvocati. Ora, grazie alle prassi comuni che si sono attivate un po’ ovunque, tutti convengono che in effetti molti problemi non si possono risolvere se non attraverso la sinergia di varie discipline e professionalità. Non è stato un caso che la prima iniziativa di prassi comune organizzata dal Laboratorio forense presso il Tribunale di Pordenone sia stata quella relativa alle consulenze tecniche d’ufficio richieste dal Tribunale nei casi più problematici, e in particolare sulla “formulazione dei quesiti” da sottoporre agli esperti, pubblici e privati. Devo dire che gli innumerevoli incontri succedutisi, che hanno visto anche l’interessata partecipazione di tutti i consultori e i servizi sociali della Provincia, e lo scambio tecnico culturale che ne è sortito fra gli stessi e gli avvocati e i magistrati del Tribunale di Pordenone, hanno portato quanto meno alla formulazione unitaria di un quesito standard al quale grosso modo tutti ci stiamo ancora attenendo, nell’ottica di arrivare alla decisione – che in ultima analisi spetta sempre al magistrato – di adottare i provvedimenti migliori possibili nell’interesse prioritario dei minori. Addirittura nell’ambito di quei confronti è emersa l’ipotesi condivisa di richiedere al Tribunale, da parte dell’avvocato, di incaricare i servizi di redigere, in vista della prima comparizione dei coniugi, una breve relazione preliminare indicativa delle migliori modalità possibili – allo stato – di affidamento dei figli, dopo aver sentito seppur sommariamente le parti e aver verificato le condizioni di vita della famiglia. Il beneficio di questa prassi, che il Tribunale di Pordenone ha pienamente accolto e approvato, è che fin da subito il magistrato ha un’indicazione perlomeno di massima in ordine ai provvedimenti provvisori che deve adottare relativamente ai figli, e quindi il margine di errore viene considerevolmente ridotto. Succedeva infatti per lo più che in sede di udienza presidenziale si verificasse una sorta di pantomima dove un coniuge rendeva una versione della realtà familiare 58 Il consultorio familiare pubblico diametralmente opposta a quella dell’altro. Ovviamente ciascuno era supportato dal proprio avvocato (il quale tante volte non sapeva se credere al proprio cliente o meno). Sicché il giudice, il più delle volte “preso fra due fuochi”, assumeva i provvedimenti provvisori secondo il suo libero convincimento o addirittura – come qualche magistrato ha avuto modo ironicamente e tristemente di dire – “tirando a sorte” nella speranza di decidere per il meglio (salvo poi doversi ricredere nel prosieguo del giudizio, allorché però il danno, a volte anche irreparabile, si era ormai prodotto). Ed ecco allora che poter contare su un’indicazione di massima obiettiva (basata cioè su verifiche realmente effettuate) può avere un’importanza enorme e a volte addirittura immediatamente risolutiva delle controversie (basate spesso inizialmente sul puro pretesto dell’uno o dell’altro coniuge). A seguito di verifiche anche sommarie, infatti, ciascuno potrebbe sentirsi “scoperto” e potrebbe anche arrivare ad accettare spontaneamente – magari attraverso un percorso di mediazione – delle soluzioni condivise per il bene dei figli. Posso dire che usando gli accorgimenti appena illustrati, cioè la formulazione di un quesito omogeneo e condiviso e l’ingresso di una verifica seppur sommaria in vista dell’udienza presidenziale, nell’8085% dei casi si riesce a risolvere il problema e addirittura a trasformare la separazione da giudiziale a consensuale. Grande contributo, come ho già sopra accennato, è ovviamente quello degli avvocati familiaristi, che fin dal primo approccio con il cliente dovrebbero adottare modelli comunicativi basati sulla lealtà ed evitare di prestarsi a rafforzare la convinzione (a volte fuorviate) del proprio cliente di avere ragione tout court. Si evitano così anche situazioni come «voler rovinare l’altro che gli ha rovinato la vita», «volerlo morto», «non voler nemmeno ipotizzare che i figli stiano con lui o lei», «non dargli nemmeno un soldo per vederlo morire di fame o finalmente vederlo strisciare ai miei piedi» e altre amenità del genere, progettate il più delle volte a totale discapito dei figli, sempre e comunque vittime “privilegiate” dei conflitti coniugali. Tuttavia, anche e nonostante la buona volontà e l’impegno di tutti i soggetti coinvolti, avvocati in primis, succede che una percentuale pari al 10-15% di casi sia veramente di difficile se non impossibile soluzione. Magari perché si è partiti con il piede sbagliato o perché i coniugi sono affetti da gravi patologie psichiche o perché il conflitto si Progettualità e percorsi di integrazione. Tra diritto e sostegno alla genitorialità 59 è talmente incancrenito negli anni che le parti sognano ora soltanto la vendetta o perché ci sono violenze psicofisiche o sessuali nei confronti dei minori o del coniuge molto difficili da “stanare”. In quei casi, almeno per quanto riguarda la nostra esperienza locale, la collaborazione di cui sopra purtroppo è quasi sempre naufragata miseramente, o addirittura non ha nemmeno potuto avere inizio. Nella maggior parte di quelle situazioni purtroppo, e qui mi si conceda di spezzare una lancia a favore di noi avvocati, l’intervento dei servizi è per lo più veramente modesto, in quanto difficilmente riesce a suggerire ai magistrati una soluzione adattabile ai casi. Inoltre, poiché gli operatori si rendono conto di non riuscire a portare adeguatamente a termine il loro compito, il più delle volte rischiano di erigere un vero e proprio muro di incomunicabilità fra le parti e con i loro avvocati, che finisce addirittura per aumentare la conflittualità. È per questo motivo che noi avvocati, appena avvertiamo che i servizi “girano a vuoto” attorno al problema, che via via va peggiorando con il rischio di non risolvere nulla, chiediamo che venga dato ingresso nella causa a una vera propria consulenza tecnica d’ufficio. In questo modo si ha la possibilità di nominare i consulenti di parte, che in qualche modo interagiscano con quello del giudice in una corretta dialettica processuale che tenga comunque prioritariamente conto dei diritti e degli interessi superiori dei minori e dei soggetti più deboli. Dico ciò poiché, non avendo l’avvocato nessuna facoltà di intervenire sull’operato dei servizi sociali, se non su loro esplicito invito, è ovvio che si crea una sorta di rapporto mentale di subordinazione difficilmente recuperabile allorquando la relazione viene depositata e il giudice quasi sempre si attiene a essa, proprio per mancanza di sue dirette conoscenze tecniche. E purtroppo diverse volte le soluzioni proposte dai servizi si rivelano inadeguate o addirittura non viene proposta nessuna soluzione: ci si barcamena fra una richiesta di “ulteriore monitoraggio” e l’altra, e così possono passare anche anni e gli animi si esasperano sempre di più. A volte addirittura sono i magistrati stessi che si spazientiscono per l’inconcludenza dei servizi consultoriali e allora possono nascere ulteriori diversi problemi. Non si dimentichi che di norma le parti sono molto ostili e diffidenti nei confronti del servizio pubblico che ritengono un “nemico” o un “controllore” piuttosto che un aiuto alla risoluzione di problemi. 60 Il consultorio familiare pubblico Tante volte noi avvocati dobbiamo mediare anche sotto questo profilo con i clienti. Non sempre ciò è facile per tutti i miei colleghi, poiché spesso i clienti riferiscono di commenti e giudizi che alcuni addetti ai servizi rivolgono anche verso il nostro operato. Ecco spiegato perché all’inizio del mio intervento ho esordito dicendo di essere in un’“arena” non proprio favorevole alla categoria che rappresento. Ma la mia critica viene svolta in termini, se si vuole anche crudi, ma sicuramente propositivi poiché dal riconoscimento dei rispettivi errori sono certa si possa raggiungere il giusto equilibrio che viene richiesto ai nostri rispettivi interventi. Per fortuna, quelli a cui mi sono da ultimo riferita sono casi abbastanza limitati e facilmente individuabili, la cui percentuale si assesta intorno al 10%, massimo 15%. E non è detto che un impegno e a volte una professionalità più accurati e dialettici non possano ridurre anche questa percentuale: noi lo auspichiamo. Al proposito, e per focalizzare la casistica più allarmante, vorrei sottolineare che una problematica emergente in questi ultimissimi anni, purtroppo anche presso i nostri Tribunali, è rappresentata dalla cosiddetta “sindrome da alienazione genitoriale”. Vale a dire: un genitore denigra l’altro davanti ai figli minori per raggiungere propri scopi specifici che possono riguardare o profili economici o di pura e semplice vendetta o di desiderio di distruggere l’altro. Ebbene, una delle strategie preferite dal genitore alienante è rappresentata dall’adoperarsi in ogni modo, lecito o illecito che sia, per convincere il mondo intero (e soprattutto il figlio minore interessato) che il genitore alienato abusa o ha abusato sessualmente di lui. Le nostre Procure sono state letteralmente intasate da queste ipotesi di reato che in buona parte si sono poi rivelate infondate, con ulteriore danno nonché abuso anche giudiziario nei confronti dei minori – abuso secondario così definito dalla “Convenzione dei diritti del fanciullo” di New York. In queste situazioni è necessario che gli interventi – soprattutto quelli di prime cure – degli esperti siano assolutamente prudenti e approfonditi e che le interpretazioni che vengono fornite alle condotte “reattive” dei minori in questione siano assolutamente formulate sulla base di criteri scientifici a partire dagli elementi forniti nel corso delle audizioni. Se infatti l’interpretazione di ciò che emerge dalle dichiarazioni dei minori sono inesatte o addirittura improprie, si rischia di innescare Progettualità e percorsi di integrazione. Tra diritto e sostegno alla genitorialità 61 una serie di reazioni a catena in cui il danno finale viene comunque prodotto ancora una volta e ancora di più nei confronti del minore. Con i colleghi del Laboratorio forense abbiamo promosso un’iniziativa volta ad allestire all’interno del Tribunale di Pordenone dei locali predisposti specificatamente per l’audizione dei minori, perché possa avvenire in sede di procedimenti sia civili sia penali, alla presenza delle parti che ne hanno diritto (che ovviamente staranno dietro lo specchio unidirezionale senza alcuna possibilità di essere viste o percepite dai minori). Questa corretta modalità a nostro parere può sicuramente aiutare a risolvere molti problemi fin dall’origine: se ci sono situazioni di pericolo, di disagio o addirittura di abuso verso i minori, potranno essere immediatamente percepite anche dalle parti con l’aiuto di consulenti, e ci si potrà muovere quindi all’unisono sempre nell’interesse prioritario dei minori. Oltretutto è parere della sottoscritta, non condiviso però da diversi miei colleghi soprattutto penalisti, che quando ci si trova in presenza di abusi gravi verso i minori, benché provenienti dai propri assistiti, ci sia l’“obbligo” comunque di denunciarli senza per questo incorrere nella violazione del segreto professionale. La gravità dei reati di questo genere e l’impossibilità delle vittime di autodifendersi possono senz’altro costituire la giustificazione per una segnalazione da parte di chiunque, quindi anche dell’avvocato difensore della parte che delinque. L’interesse da tutelare è pubblico perché riguarda soggetti minori indifesi per loro natura. So che i colleghi penalisti, anche quelli che mi stanno ascoltando in questo momento, avrebbero molto da ridire ed eventualmente lo potranno fare dopo nel dibattito, anche perché l’argomento in questi ultimi tempi è piuttosto vivace nonché sulla cresta dell’onda nell’ambito dei molti corsi di formazione psicogiuridici che sono stati promossi proprio in questi ultimi tempi. Per tornare ai locali per l’audizione dei minori, volevo solo informare che il progetto è in dirittura d’arrivo: il Tribunale ha riservato due ampi locali al piano terra con accesso autonomo rispetto a quello per il pubblico; la Procura ha dato il suo consenso e anzi ne auspica la realizzazione in tempi brevi data la crescente necessità; il Comune di Pordenone ha dato la disponibilità alla realizzazione delle opere strutturali necessarie; alcuni sponsor privati hanno assicurato il loro contributo per gli arredi e l’impianto di videoregistrazione. 62 Il consultorio familiare pubblico Insomma l’iniziativa ha incontrato il favore di tutti e ciò è segno che la proposta nei termini da noi formulati di intervenire nell’interesse e per il benessere dei minori è più che sentita a livello sociale e percepita come un problema di pubblico interesse da seguire con grande cura, sensibilità e competenza professionale, sempre nel rispetto dialettico dei ruoli di ciascuno. Per concludere il mio intervento vorrei parlarvi di un recente caso giudiziario avvenuto nel nostro territorio e che ha visto coinvolto il Tribunale civile e penale di Pordenone, la Procura della Repubblica di Pordenone, il Tribunale per i minorenni di Trieste e la Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Trieste. È un caso molto triste e di una gravità inaudita, che ha causato un pesante abuso giudiziario su due fratellini, con danni probabilmente irreparabili che nessuno potrà adeguatamente risarcire, quantomeno sotto il profilo psichico dell’irreversibilità. Quel che è peggio, si tratta di una situazione che avrebbe potuto e dovuto essere arginata già sul nascere, solo che si fossero usati maggiori professionalità, accuratezza nelle verifiche, sapere scientifico e soprattutto una dose media di buonsenso da parte di tutti i soggetti intervenuti. Ho deciso di chiudere il mio intervento con questo caso, che rappresenta un vero e proprio fallimento di tutti i soggetti intervenuti a tutela dei minori, non per mera provocazione ma per dare un messaggio a tutti noi: se ci fosse maggior comunicazione e interdisciplinarità, ciascuno nel rispetto del proprio ruolo con una dialettica leale e rispettosa dell’altro, casi simili non si verificherebbero, e non vogliamo che ciò avvenga per il futuro. Con i miei colleghi del Laboratorio forense cerchiamo di farlo e speriamo che l’opera di sensibilizzazione possa coinvolgere noi tutti per evitare gli errori passati proiettandosi verso un modo nuovo di analizzare e risolvere i conflitti familiari sempre più frequenti, sottolineandone adeguatamente e approfonditamente sia le cause principali sia i modi più adeguati per eliminarle. Noi avvocati familiaristi stiamo tra l’altro aspettando da tempo che il Legislatore giunga alla formulazione di un corpus omogeneo che riguardi il diritto di famiglia, dei minori e della personalità. Così si potranno evitare inutili e a volte dannose sovrapposizioni di giudicati e di interpretazioni. Il corpus deve prevedere una formazione permanente anche de iure condendo e multidisciplinare – fra avvocati, Progettualità e percorsi di integrazione. Tra diritto e sostegno alla genitorialità 63 magistrati e tutti gli operatori del settore, siano forze dell’ordine, servizi consultoriali e sociali – con l’unico fine comune di rendere un adeguato servizio alla società proprio negli aspetti più importanti e coinvolgenti che riguardano i rapporti familiari e interpersonali. Quindi nessuna censura e nessun rimprovero per nessuno, ma una speranza che anche noi, insieme, possiamo cambiare alcune regole, malamente consolidate, con buone prassi comuni. Oltretutto nella nostra realtà locale, in una Regione tutto sommato piccola e dunque quantitativamente più facile anche sotto i profili delle emergenze, sarebbe bello riuscire a lavorare insieme nell’ottica di un modello sociale in questo settore da esportare anche in altre realtà più vaste, così come è già avvenuto con alcune piccole ma utili prassi ormai consolidate nel nostro Tribunale di Pordenone. Concludo illustrandovi il caso augurandoci che non si ripeta più nulla di analogo. Tizio e Caia si separano consensualmente tre anni fa optando per l’affidamento condiviso dei due figli minori X e Y rispettivamente di 8 e di 6 anni. Concordano altresì che i bambini rimangano collocati prevalentemente presso la madre e stabiliscono le modalità di permanenza con il padre. Subito dopo la separazione Caia intraprende una relazione con un altro uomo che nel giro di pochi mesi va a vivere con lei insieme ai figli minori. Da quel momento inizia una vera e propria opera di demolizione di Caia e del suo nuovo compagno nei confronti di Tizio, che sfocia nella presentazione di un ricorso per modifica delle condizioni di separazione (oltretutto dopo appena un anno dall’accordo consensuale) con il quale Caia chiede l’affidamento esclusivo dei figli X e Y per una generica inadeguatezza del padre. Contestualmente Caia presenta formale denuncia penale presso la Questura nei confronti di Tizio asserendo che la figlia minore, da rivelazioni fornite alle maestre nonché al suo convivente, avrebbe subito degli abusi sessuali da parte del padre nelle occasioni di sua permanenza presso di lui durante i fine settimana a lui assegnati. A seguito di questi episodi la bambina sarebbe molto scossa e non vorrebbe più andare dal papà. Ovviamente di questa denuncia viene data subito comunicazione al Tribunale per i minorenni e alla Procura della Repubblica di Trieste. Da quel momento inizia un lungo calvario giudiziario che vede in primo luogo i due figli minori vittime inconsapevoli dei difficili rap64 Il consultorio familiare pubblico porti tra adulti, e in secondo luogo mette Tizio in una posizione veramente infamante dalla quale si deve difendere in svariate sedi giudiziarie per proclamare e vedere riconosciuta la sua estraneità ai fatti che gli contesta la moglie Caia. Ciascuna delle autorità giudiziarie adite prende contemporaneamente (e l’una all’insaputa dell’altra) posizione: 1. il Tribunale per i minorenni sospende inaudita altera parte la potestà genitoriale al padre Tizio e affida entrambi i minori, in via provvisoria e urgente, al Comune di residenza con collocazione presso la madre 2. il Tribunale ordinario conferisce incarico a un consulente tecnico d’ufficio per esaminare la situazione, e questi pare suggerire l’affidamento dei minori al padre in quanto sarebbe in atto una vera e propria sindrome da alienazione genitoriale posta in essere dalla madre a danno sia del padre sia dei minori 3. la Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario avvia un procedimento penale nei confronti del padre Tizio per violenza carnale nei confronti della figlia minore Y, con coinvolgimento psicologico, pare, anche del figlio minore X. Risultato più eclatante di questi “pasticci giudiziari” è che il padre non è più riuscito a vedere i figli: gli è sempre stato sistematicamente impedito di farlo sia, in primis, dalla moglie, sia dai servizi sociali che parevano decisamente propendere per la versione di Caia, forse “spaventati” dal procedimento penale in corso che di fatto paralizzava tutto. Le lungaggini processuali e la contraddittorietà fra un’autorità giudiziaria e l’altra sono facilmente immaginabili, così come è facilmente intuibile la condizione psicofisica dei minori e del padre. Oltretutto anche il Tribunale ordinario, che in un primo momento a seguito della consulenza tecnica d’ufficio si era addirittura orientato per l’affidamento esclusivo al padre, prendeva successivamente posizione assai decisa contro di lui, visto il procedimento penale in corso. Dichiarava poi estinto il procedimento civile di modifica delle condizioni di separazione, in quanto della vicenda se ne stava occupando il Tribunale per i Minorenni, ricalcando nel provvedimento di estinzione esattamente le posizioni adottate da quest’ultimo a danno del padre Tizio. Quindi nessun contatto, nemmeno protetto, è stato più ristabilito fra Progettualità e percorsi di integrazione. Tra diritto e sostegno alla genitorialità 65 padre e figli, nemmeno dopo l’indicazione del Tribunale per i minorenni che aveva in un primo tempo incaricato i servizi quanto meno di sondare se ci fosse una possibilità di loro ripresa. Il procedimento penale, dopo numerose perizie e consulenze, è stato archiviato riconoscendo il giudice penale sia l’inattendibilità a testimoniare dei minori, sia l’esclusione presso gli stessi di qualsiasi indice di violenza subìta. Conseguentemente la sentenza di proscioglimento è stata portata alla conoscenza del Tribunale per i minorenni che, presone atto, ha revocato il proprio decreto di sospensione della potestà genitoriale al padre nonché di affidamento dei minori al Comune di residenza. Questa sua ultima decisione è stata motivata col fatto che il Tribunale ordinario aveva statuito, in sede di estinzione del procedimento per modifica delle condizioni di separazione, di far proprie le posizioni del Tribunale per i minorenni. Dire che è il solito “gatto che si morde la coda” è un eufemismo. In definitiva quindi: il Tribunale ordinario non era più competente in quanto aveva delegato la soluzione del problema al Tribunale per i minorenni; il Tribunale per i minorenni, una volta avuta contezza dell’assoluzione di Tizio in sede penale, aveva a sua volta revocato ogni provvedimento limitativo della sua potestà genitoriale, dichiarandosi altresì incompetente a decidere sul resto visto il provvedimento adottato dal Tribunale ordinario. Risultato: a tutt’oggi il padre Tizio non ha ancora potuto rivedere i suoi figli e pare valga ancora per lui il divieto, impartitogli all’epoca dai servizi sociali, perfino di telefonare ai bambini. Tempo trascorso dall’inizio dell’inquietante caso giudiziario: due anni. I danni provocati ai minori e al loro padre sono incommensurabili e purtroppo in buona parte anche irreparabili: i responsabili di tutto quanto è accaduto forse non se ne sono resi nemmeno conto, ma sta di fatto che, se ci fosse una maggiore sinergia fra tutti i soggetti chiamati a intervenire e se il linguaggio psicogiuridico fosse comune, condiviso e senza pregiudizi reciproci, probabilmente storie come questa non si verificherebbero in quanto bloccate sul nascere se dovute a condotte pretestuose e strumentali, o portate a rapida definizione con punizione dei colpevoli se effettivamente rispondenti a verità. 66 Il consultorio familiare pubblico Luisa Menegon La dottoressa Bottan, presidente del Tribunale per i minorenni di Trieste, ha delegato come sostituti ben due giudici onorari: in questo caso la dottoressa Luisa Onofrio, giudice onorario dal 1998, assistente sociale presso la Prefettura e che presta attività come formatrice, peraltro coautrice del testo La comunicazione scritta tra servizi e autorità giudiziaria; e il dottor Lucio Prodram, giudice onorario dal 2002, laureato in sociologia, assistente sociale presso la Prefettura. Per introdurre queste relazioni e rendere visibile l’entità del lavoro che i servizi curano rispetto ai decreti emessi dal Tribunale per i minorenni, vi sottopongo questa tabella che riassume alcuni dati raccolti in previsione del convegno grazie alla collaborazione fattiva di tutti i colleghi dei consultori della Regione. Tipologia dei mandati pervenuti da Tribunale per i minorenni Intervento prescritto ai servizi di C.F. o specialistici Tot Indirizzo/sostegno alla genitorialità 127 Valutazione capacità genitoriali 39 Presa in carico dei servizi specialist. del M/e, dei gg. e dei nonni 95 Rapportarsi servizi specialistici 17 Mediazione fam. per indirizzo e sostegno alle funzioni genitoriali 48 Studi di coppia per adozione 98 Sostegno postadottivo/affido (8) 78 Aggiornamento situazione personale e familiare del minore Continuare gli interventi al M/e e ai gg. disponendo l’archiviazione TOT. +76 ASS - TS - 3 8 513 Si osservi che il maggior numero di decreti è orientato al «sostegno e indirizzo della funzione genitoriale», aspetto che richiama alla responsabilità genitoriale e al diritto del minore secondo la Convenzione del 1989, stella polare di riferimento per operatori e giudici. Il Tribunale per i minorenni si occupa di proteggere i minori come soggetti deboli e questo giustifica l’intervento dei giudici e servizi, ma ne determina anche il limite. L’intervento diventa illegittimo se non perseProgettualità e percorsi di integrazione. Tra diritto e sostegno alla genitorialità 67 gue questo scopo. L’interesse del minore non va inteso come formula astratta ma come elemento relazionale di un rapporto tra figlio e genitore orientato all’esigenza di crescita del figlio stesso. Il Tribunale per i minorenni, va quindi inteso come luogo dove la giustizia può essere sensibile e dove il diritto che “non è mite” può essere mitigato nell’applicazione dei magistrati. Luisa Onofrio, Lucio Prodam Gli orientamenti del tribunale per i minorenni in merito alla strategia d’interazione con i servizi consultoriali per il recupero e sostegno delle funzioni genitoriali I nterveniamo e questa tavola rotonda come giudici onorari in rappresentanza del Tribunale per i minorenni di Trieste. I giudici onorari nel contesto minorile, come è noto, entrano a pieno titolo nel collegio del Tribunale ma non hanno una professionalità di tipo giuridico: il requisito necessario è essere «cittadino benemerito dell’assistenza sociale» e «cultore di biologia, psichiatria, antropologia criminale, pedagogia o psicologia», come recita l’articolo 2 del regio Decreto legge 1404 del 20 luglio 1934 e successive modifiche. La terminologia è senza dubbio un po’ arcaica, ma l’idea di funzione è esplicitata chiaramente: sono stati concepiti, già nel regio Decreto del 1934, proprio per portare all’interno del Tribunale un sapere diverso da quello giuridico, con lo scopo di facilitare e integrare una visione il più completa possibile del minore e della sua situazione. Attualmente, in considerazione del rilevante carico di lavoro e in linea con le direttive ministeriali, alcuni giudici onorari, tra i quali i presenti, sono stati delegati tra l’altro a seguire in maniera più approfondita la materia relativa alla volontaria giurisdizione anche nella fase istruttoria. È da questa esperienza che possiamo trarre alcune considerazioni, che sono il prodotto di un costante confronto con i giudici togati e necessitano di un dialogo coerente con i sevizi del territorio. 68 Il consultorio familiare pubblico Obbligatoriamente il Tribunale per i minorenni pone al centro del suo intervento il soggetto minore di età che per mandato istituzionale deve tutelare. È importante però chiarire che cosa significhi la tutela per il Tribunale, quali sono le azioni che può o non può mettere in atto, quali sono gli elementi conoscitivi essenziali sulla situazione affinché il giudice si trovi nelle condizioni di orientarsi rispetto alla decisione da prendere. Il giudice conosce la condizione del minore prevalentemente attraverso comunicazioni scritte. Il fascicolo a suo nome si apre su segnalazione delle forze dell’ordine, della scuola, degli stessi servizi, per ricorso di uno o di entrambi i genitori. In ogni caso, da subito, la situazione viene rappresentata a chi in seguito dovrà decidere attraverso una comunicazione di tipo scritto. Il giudice allora cerca di raccogliere più elementi possibili, con richieste e mandati precisi, sulla storia di quel bambino, sulla sua rete familiare e sociale, sui suoi bisogni e sulle sue risorse. Per fare ciò si avvale dei servizi territoriali, di base e specialistici. È evidente che la situazione del minore è imprescindibile dalla sua situazione familiare, che si tratti di disagio dovuto a conflittualità genitoriale, a inadeguatezza genitoriale, a abbandono o mancanza genitoriale o a temporanea difficoltà dei genitori. Per questo motivo spesso l’interlocutore privilegiato è proprio il consultorio familiare (senza nulla togliere, ovviamente, agli altri servizi di base e specialistici che sono essenziali per la conoscenza e il sostegno del minore in disagio). Il Tribunale deve comporre, quasi come un puzzle, un quadro integro con “pezzi” diversi, ognuno dei quali è importante, “pezzi”che devono alla fine convergere nella stessa direzione per poter applicare, o avere chiare indicazioni a non farlo, provvedimenti a tutela del minore. La valutazione del Tribunale rispetto alla situazione è sempre in termini di diritto leso e diritto da tutelare. Può emettere provvedimenti di tipo autoritativo nei confronti del minore, di tipo prescrittivo nei confronti dei genitori e può limitare la potestà genitoriale. Deve essere chiaro, soprattutto ai cittadini, che il Tribunale per i minorenni non si occupa del contenzioso e non assume la funzione di arbitrio tra le parti. E qui si apre un versante che presenta indubbie criticità. Nella situazione “ideale” le notizie che arrivano sono esaustive, chiare, argomentate, coerenti tra servizi e uffici diversi. Possono esserci delle diversità relative al punto dal quale si osserva o all’aspetto specifico che si osserProgettualità e percorsi di integrazione. Tra diritto e sostegno alla genitorialità 69 va, e queste diventano un momento di ricchezza e di completezza per il Tribunale. Non dovrebbero esserci, cosa che invece a volte avviene, analisi contrastanti in merito alla valutazione della stessa situazione. Questo disorienta il Tribunale, che ha a sua disposizione solamente strumenti giuridici per valutare e intervenire. Va assolutamente chiarito e condiviso con i servizi anche il concetto di tutela giuridica, al fine di rendere gli interventi incisivi, non pleonastici e realmente integrati tra servizi e Tribunale. C’è una corrispondenza tra diritti e bisogni. Per esempio al “diritto di crescere nella propria famiglia” corrisponde un “bisogno psicoaffetivo, educativo, di protezione”, ecc. Tuttavia è necessario tener presente che la qualità della vita (i diritti della “quotidianità”) non è codificata nel diritto e che i servizi territoriali e specialistici hanno la possibilità di gestire molte situazioni su cui il Tribunale dei minorenni non ha competenza: conflittualità, disagio, relazioni affettive ed educative non valide non sempre possono trovare una tutela giuridica. Qui a volte si ingenerano incomprensioni: l’organo giudiziario può intervenire sui diritti giuridicamente tutelabili e non sempre le situazioni che pure implicano sofferenza e disagio presentano queste caratteristiche. Viceversa una comunicazione poco chiara, contraddittoria tra servizi, priva di elementi propositivi può indurre il Tribunale a individuare situazioni di tutela giuridica, laddove questa non è necessaria o diviene addirittura controproducente. Allora l’integrazione sta proprio nell’assumersi, secondo le proprie competenze, quella parte di responsabilità nel farsi carico della situazione, e nel condividere, attraverso l’implementazione dello scambio comunicativo e nel reciproco riconoscimento, la soluzione più adeguata per quel minore. Luisa Menegon In sostituzione del presidente del Tribunale ordinario di Pordenone, dottor Antonio Lazzaro, interviene il dottor Appierto, magistrato giudice e attuale presidente della Sezione civile del Tribunale ordinario di Pordenone. 70 Il consultorio familiare pubblico L’attività comune tra il Tribunale ordinario e il consultorio familiare richiama all’area della separazione e del divorzio, e introduce il termine di “mediazione familiare”, definibile come “modalità per ristabilire un dialogo”, che va a sostituire il termine “conciliazione”, più restrittivo e limitato a un semplice accordo tra le parti in conflitto. Negli ultimi anni i servizi consultoriali hanno incrementato l’utilizzo della mediazione familiare quale strumento più idoneo a favorire il superamento del conflitto. Esistono due scuole di pensiero dove la mediazione viene intesa come libera scelta della coppia e in un secondo caso prescritta per decreto da alcuni tribunali alle coppie altamente conflittuali. Rispetto alla mediazione, secondo alcuni giuristi, la recente Legge 54/06 sull’affido condiviso è stata un’occasione mancata. Gaetano Appierto Gli orientamenti del tribunale ordinario in merito alla strategia d’interazione con i servizi consultoriali nella separazione in coppie conflittuali B uongiorno a tutti, sono il presidente della Sezione civile presso il Tribunale di Pordenone, in sostituzione del presidente del Tribunale, dottor Lazzaro, oggi impedito. Il Tribunale di Pordenone, in tema di diritto della famiglia, si occupa dei momenti di crisi: non solo quindi dei casi di separazione e divorzio, ma anche delle fattispecie di abusi e violenza, per poi intervenire in ambito civile e penale. Appare utile ricordare, preliminarmente, che il magistrato non è una figura ideale e asettica, ma è anche e soprattutto una persona con il suo bagaglio professionale e di esperienza. Nell’ambito del diritto di famiglia forte è la componente di merito, nel senso che pur nel rispetto degli istituti giuridici e dei precedenti, preminente risultano la vicenda umana, il dolore delle persone, i rancori, le necessità materiali e morali che regolano la gestione dei minori. Progettualità e percorsi di integrazione. Tra diritto e sostegno alla genitorialità 71 In questo contesto si inserisce l’attività del giudice, che interviene e decide in base alle sue conoscenze e all’interpretazione dei fatti e delle norme, convergendo necessariamente in detto processo l’aspetto professionale e le altre componenti della persona del magistrato. I provvedimenti dei magistrati, quindi, non devono essere letti come pronunciamenti “divini” o al contrario come viziose espressioni di potere. Si tratta di atti della giurisdizione, pronunciati nel nome del popolo italiano, frutto di un processo interpretativo condivisibile o meno. Non a caso, quindi, sono impugnabili e lo Stato garantisce il patrocinio gratuito. Orbene, dagli interventi degli operatori che mi hanno preceduto appare evidente come, in materia di diritto di famiglia, plurimi siano gli uffici e le competenze che si occupano della materia, magari con ottiche diverse. Tuttavia, poiché l’obiettivo primario è la corretta e ordinata gestione della crisi coniugale o familiare, appare necessario coordinare gli interventi, nel reciproco rispetto degli ambiti di riferimento, tutti animati dalla consapevolezza che il risultato finale, attesa la delicatezza della materia trattata, dovrebbe essere tendenzialmente coerente e completo. Io penso che per ottenere questo risultato sia necessario un duplice nuovo atteggiamento: da un punto di vista istituzionale bisogna lavorare per la costituzione di procedure semplificate e snelle, idonee a garantire interventi tempestivi e puntuali. A questo scopo appare necessaria la comunicazione tra gli uffici diversamente competenti in materia di famiglia, onde evitare sovrapposizioni e contrasti non voluti, in un contesto che è già caratterizzato dalla forte opposizione delle parti. È auspicabile l’istituzione di un Tribunale della famiglia che compendi tutte le competenze attualmente frazionate e sovrintenda all’attività anche degli operatori territoriali, monitorando le situazioni a rischio e aggiornando i provvedimenti in atto a seconda dell’evoluzione degli eventi da un punto di vista comportamentale, appare opportuno abbandonare una logica di frazionamento e di stretti ambiti di competenza, valorizzando il contenuto umano e sociale della materia che attiene le crisi familiari. Ciascun soggetto interessato alla gestione e alla soluzione delle vicende non dovrebbe 72 Il consultorio familiare pubblico atteggiarsi a “monade” autoreferenziale, senza comunicazione con l’esterno, ma dovrebbe sviluppare uno spirito collaborativo e una visione completa e coerente dei fenomeni, che coniughi gli aspetti giurisprudenziali con la natura personale e sostanziale delle fattispecie trattate. Luisa Menegon Maura Clementi è assistente sociale dal 1987, responsabile dell’ambito distrettuale Alto Isontino, già responsabile dell’ambito di Gorizia e da poco trasferita. Nel primo intervento della dottoressa Bozzi si è affrontato il tema dell’integrazione tra Azienda per i servizi sanitari e ambiti; con la relazione a seguire il punto di vista si sposta dall’ambito al consultorio familiare. Si affronterà quindi il tema della relazione fra servizi socioassistenziali (che si interfacciano con i Comuni) e quelli dell’area sociosanitaria del consultorio familiare e del distretto. Il riferimento immediato va alla Legge regionale 6/06 “Sistema integrato di interventi e servizi per la promozione e la tutela dei diritti di cittadinanza sociale”, perché questa legge richiama proprio all’integrazione e non solo fra i principali e classici servizi sociali e sanitari, ma l’estende a tutti i possibili attori del pubblico e del privato, finalizzata quindi a rendere le persone sempre più soggetti attivi. Ambiti e consultori familiari sono inoltre chiamati in causa quale ulteriore impegno di interrelazione nella Legge regionale 11/06 sulla famiglia e genitorialità. Emerge quale considerazione che i consultori familiari partiti negli anni Ottanta come centri per la promozione della salute della popolazione, con particolare riferimento alla donna e ai minori e all’ambito della famiglia, si ritrovano in questi ultimi anni a rispondere a una crescente richiesta di interventi nell’ambito della tutela e della genitorialità per minori e famiglie con gravi difficoltà, confermati dai dati relativi al numero di mandati attivi pervenuti da parte del Tribunale per i minorenni. Progettualità e percorsi di integrazione. Tra diritto e sostegno alla genitorialità 73 Maura Clementi La gestione integrata con i servizi consultoriali: quale evoluzione? P er affrontare il tema dell’integrazione sociosanitaria mi pare opportuno ricordare gli inquadramenti normativi specifici e generali che permettono di delineare il circuito di regolazione per il perseguimento della modalità di intervento sociosanitaria integrata. A questo scopo ricordo le indicazioni regionali: la Legge regionale 41/96 in materia di disabilità che definisce l’equipe multidisciplinare per l’handicap quale sede di integrazione funzionale e gestionale la Legge regionale 10/98 in materia di interventi nell’area della non autosufficienza che prevede l’istituzione delle Unità di valutazione distrettuali la Legge regionale 23/04 che delinea i livelli di programmazione sociosanitaria territoriale e i rapporti funzionali tra i diversi livelli di governo del territorio regionale, aziendale e degli ambiti distrettuali la Delibera della Giunta regionale 3236 del 29 novembre 2004 che definisce le linee guida per la programmazione territoriale attraverso l’utilizzo degli strumenti del Piano di zona e del Programma delle attività territoriali la Legge regionale 6/06 che delinea il sistema intergrato di interventi, prestazioni e servizi regionali la Legge regionale 11/06 quale norma specifica in tema di interventi rivolti alla fascia minorile della popolazione, alla genitorialità e alla famiglia con specifici richiami alle funzioni dei servizi sociali dei Comuni e ai consultori familiari. Nell’arco temporale che comprende le diverse produzioni legislative si è andato configurando un modello ben delineato di processi di integrazione sociosanitaria che ha visto i diversi territori regionali sviluppare varie e ricche esperienze nelle diverse aree: nell’area della disabilità: la Legge regionale 41/96 con l’istitu74 Il consultorio familiare pubblico zione di equipe multidisciplinari per l’handicap che rappresentano uno dei settori in cui l’operatività integrata è maggiormente consolidata nell’area dei minori e famiglia, di cui un esempio di modalità integrate è quello riportato nella relazione della dottoressa Gabriella Bozzi e riferito all’area isontina nell’area degli anziani e della non autosufficienza, con l’utilizzo dello strumento dell’Unità di valutazione distrettuale, il cui funzionamento è disciplinato da specifici atti normativi (a partire dalla Legge regionale 10/98). Su questi si innestano regolamentazioni relative all’utilizzo di precise risorse o servizi messi a disposizione della progettualità di quell’organismo, che hanno investito l’Unità di valutazione distrettuale dell’obiettivo di transitare da una funzione operativa di intervento sulle singole situazioni problematiche complesse a quella di assumere una dimensione gestionale delle risorse messe a dispostone per la realizzazione di servizi e interventi rivolti alla non autosufficienza nell’area della salute mentale con le Unità di valutazione adulti estese in alcuni territori all’area delle dipendenze e dell’emarginazione grave, in cui si sta anche consolidando la realizzazione di una programmazione sociosanitaria integrata grazie anche alla messa in atto di una misura regionale di intervento in particolare nella salute mentale con l’utilizzo del Fondo per l’autonomia possibile per la salute mentale. La programmazione nelle aree sociosanitarie prevede che vi sia un’elaborazione congiunta sociosanitarie che deve riguardare: la prevenzione e l’assistenza materno infantile l’assistenza, riabilitazione e integrazione sociale delle persone disabili la cura e il recupero dei soggetti tossicodipendenti la cura e il recupero dei soggetti malati di mente le situazioni di non autosufficienza, temporanea o permanente, derivanti da patologie diverse. Le linee guida ci riportano alla necessità di operare in un contesto di programmazione e definizione del sistema di integrazione sociosaniProgettualità e percorsi di integrazione. Tra diritto e sostegno alla genitorialità 75 taria territoriale e superando le eventuali criticità definitorie degli organismi in cui si realizzano gli interventi sociosanitari integrati. Le linee guida, infatti, prevedono che gli obiettivi strategici del sistema sociosanitario integrato riguardino il perseguimento di azioni congiunte fra Piano di zona e Programma delle attività territoriali per: sviluppo e riqualificazione delle unità multiprofessionali in tutte le aree di integrazione sociosanitaria. L’unità multiprofessionale diviene il luogo dell’integrazione professionale e gestionale utilizzo diffuso del progetto personalizzato sviluppo della funzione di coordinatore del caso (case manager) diffusione di punti unici di accesso ai servizi integrati. Luisa Menegon La dottoressa Maria José Mores, psicologa, con master in psicologia forense, dirige il consultorio familiare privato Noncello, in cui opera da ormai 30 anni, anniversario festeggiato proprio nell’anno 2008. Il consultorio familiare fa parte della rete dell’Unione consultori italiani prematrimoniali e matrimoniali presenti a Pordenone, Udine e Trieste. Il consultorio familiare di Pordenone è convenzionato con l’Azienda per i servizi sanitari “Friuli Occidentale” dall’anno 1980 (allora era un Consorzio sociosanitario). Infatti la Legge regionale 81 del 1978, che all’epoca prevedeva l’istituzione dei consultori familiari sia pubblici sia, privati ha anticipato di fatto l’attuale assetto del welfare che si è aperto anche alle realtà del terzo settore, delle imprese, del no profit in una logica di offerta plurima ai cittadini e alla sussidiarietà. L’esperienza di collaborazione in atto tra soggetti pubblici e privati è resa possibile dalla cultura della comunicazione sviluppata attraverso teorie comuni, prassi condivise, abilità professionali orientate a uno stesso obiettivo: il benessere delle persone e delle famiglie. 76 Il consultorio familiare pubblico Maria José Mores Esperienze di collaborazione in riferimento alla tutela dei minori con i servizi pubblici (consultorio familiare e ambito) dalla richiesta spontanea al mandato I nizio con la storia di Lucia: sono passati 28 anni, Lucia è deceduta già da anni, la figlia Eleonora invece è una felice moglie e madre e quando ci incontra ci saluta cordialmente. Lucia viene al consultorio familiare Noncello di Pordenone quasi portata a peso dalla signora dove faceva in nero qualche ora di stiratura, ormai solo al mattino perché Lucia il pomeriggio arrivava brilla. Sposata con una figlia di 7 anni, il marito operaio, la casa in affitto. I famigliari di lei lontani; i famigliari di lui sono un fratello etilista e una cognata disponibile, preoccupata ma con quattro figli da crescere. Lucia nega il bere, è preoccupata per la figlia perché il marito «se la porta a letto» e manda lei a dormire nel letto della figlia. Sospetto di abuso? Tutela del padre sulla figlia perché la madre beve? Lucia accetta di venire in consultorio perché è sola a Pordenone. Le liti con il marito sono frequenti; forse una caduta dichiarata accidentale è invece provocata da una sberla del marito. Dopo alcuni colloqui la signora arriva con una busta verde: «Devo andare in Tribunale, mio marito vuole separarsi e vuole mandarmi fuori casa… sono caduta con la bicicletta, ero ubriaca… vuole tenersi la bambina… io non mi fido di lui… ma è vero, io bevo». Il ricorso è per separazione giudiziale con addebito di colpa. La signora non ha reddito, non ha rete. È piacevole quando è sobria, diventa molto aggressiva quando ha assunto alcool. Il consultorio chiede alla signora di poter contattare l’assistente sociale del Comune, ma la signora è restia, si vergogna. Infine accetta e inizia un percorso in collaborazione tra consultorio e servizio sociale, con l’obiettivo di supportare la signora nella ricerca di un lavoro, valutare le sue capacità genitoriali e la sua azione di difesa legale dal marito. In poco si evince che anche il marito un po’ beve, ma soprattutto va da un bar all’altro tutto il pomeriggio e spesso porta con sé la bambina che così non riesce a fare i compiti. All’udienza presidenziale il giudice nomina una consulente tecnica d’ufficio presso il consultorio che è citato dalla signora come servizio al quale si è riferita. Progettualità e percorsi di integrazione. Tra diritto e sostegno alla genitorialità 77 La gravità della dipendenza della signora emerge in modo più netto, ma anche il buon legame con la figlia. Il marito è esasperato dalla situazione; non abusa della figlia ma sicuramente nell’ottica di proteggerla dalla madre ha imboccato la via di sottrarre la figlia, senza peraltro avere un’adeguata capacità né di cura né di attenzione alle reali esigenze della minore. L’affido della minore è ai servizi sociali del Comune che trovano subito, attraverso la parrocchia, una valida famiglia affidataria. Alla madre è richiesto un percorso di disintossicazione e al padre di valutare la sue capacità genitoriale. La signora accetta, per non perdere la figlia, un ricovero a Castellerio (Provincia di Udine), un impianto sottocutaneo di antabuse, poi l’inserimento in un club di alcolisti in trattamento. Il marito per protesta del non affido esclusivo della figlia si licenzia immediatamente e il Tribunale blocca la sua liquidazione a tutela della minore. Le verifiche con il servizio sociale dell’ospedale, il servizio sociale del Comune, il consultorio familiare sono frequenti e le relazioni al Tribunale sono trimestrali. Eleonora ritorna a vivere con la madre dopo un anno e riprende gli incontri con il padre dopo tre anni, per sua iniziativa, dopo alcune lettere alla quali il padre finalmente risponde. È un caso seguito dal consultorio familiare Noncello e dal servizio sociale per ben cinque anni. C’erano allora meno casi rispetto ai tanti che oggi arrivano ai consultori familiari e ai servizi sociali. È stato il caso che ha insegnato a noi giovani operatori del consultorio familiare Noncello a lavorare in collaborazione con il servizio sociale e il Tribunale. È stato il caso che ci ha fatto acquisire competenze adeguate partecipando ai primi seminari organizzati negli anni Ottanta dal professor Quadrio e dal Giudice Pajardi del Tribunale di Milano in ordine alla tutela dei minori coinvolti nelle separazioni dei genitori. Da allora il consultorio familiare Noncello ha sempre operato convinto che spetta ai consultori familiari accogliere le richieste di consulenza psicologica, di valutazione della capacità genitoriali, di consulenza legale e di accompagnamento durante l’iter della separazione dei coniugi-genitori nell’ottica di una tutela dei minori. Le richieste di consulenza psicologica in materia di conflittualità genitoriale giunte in consultorio negli anni sono state centinaia e 78 Il consultorio familiare pubblico aumentano ogni anno a conseguenza della crescente fragilità dei rapporti di coppia. Gli incarichi di consulenza tecnica d’ufficio del Tribunale ordinario sono andati a selezionare per il consultorio le situazioni di particolare complessità o di difficile valutazione. La consulenza in materia di tutela dei minori, che rappresentava 11% dell’attività del consultorio familiare Noncello, si è raddoppiata, rappresentando ora il 22%. L’esperienza ci ha insegnato che è diverso operare quando il genitore viene di sua iniziativa rispetto a quando è invece inviato dal Tribunale: contesti operativi diversi che richiedono abilità e strategie diverse. La richiesta spontanea è spesso caratterizzata, oltre che da un’adeguata preoccupazione per sé e per i figli, anche da molte richieste di alleanza («io sono il buon genitore e la vittima, fuori c’è un cattivo che non verrà mai in consultorio»). Il consultorio familiare Noncello opera nel tentativo di coinvolgere anche l’altro genitore, in coppia se il livello di conflitto è ancora modesto, individualmente e con un altro operatore se la conflittualità è molto alta o le resistenze sono molto forti. Questa richiesta dell’operatore è motivata dall’esclusivo interesse dei figli: se entrambi i genitori entrano in un percorso di consulenza psicologica, ancorché individuale, le rotture, le battaglie di cui i figli pagano in genere il conto più salato possono diminuire. Spesso durante la consulenza psicologica abbiamo osservato come siano fondamentali e importanti consulenze legali adeguate e competenti, perché tra i genitori prevale il sentito dire circa diritti e doveri, a volte anche con generalizzazioni superficiali. Periodicamente arrivano al consultorio familiare Noncello richieste apparentemente spontanee di un percorso di consulenza psicologica durante o dopo una difficile separazione coniugale. Emerge poi durante il colloquio che di fatto la coppia è già stata inviata a un consultorio familiare dell’Azienda sanitaria o ad altri consulenti tecnici d’ufficio incaricati dal Tribunale. È allora prassi normale approfondire la vera domanda del genitore: accoglierla se è orientata ad avere precisazioni e informazioni su un iter che a volte sembra troppo difficile e genera ansia o paura; contenerla e chiarirla quando è un tentativo di boicottare, sottrarsi, opporsi a percorsi iniziati spontaneamente o ordinati presso altri servizi o professionisti. Negli anni il Tribunale ordinario ha inviato al consultorio familiare Progettualità e percorsi di integrazione. Tra diritto e sostegno alla genitorialità 79 Noncello per una consulenza o per una valutazione nuclei familiari o singoli soggetti già noti e a volte ancora in carico ad altri servizi operanti nel territorio. Questa situazione a volte si evidenzia dal fascicolo, altre volte dall’anamnesi. Viene allora puntualmente avvisato l’utente o l’intero nucleo familiare che il consultorio si metterà in contatto con il servizio già operante al fine di avere una breve illustrazione del caso, conoscere il progetto in atto e valutare tra operatori le eventuali collaborazioni e integrazioni. La prassi consolidata va anche nella direzione inversa: quando il Tribunale ordinario o dei minori richiede una valutazione su genitori o minori che sono stati in consulenza al consultorio Noncello, gli operatori dei consultori del territorio chiedono di potersi confrontare su percorsi fatti o in essere. Negli anni abbiamo così collaborato con numerosi consultori familiari e servizi vari della Regione Friuli Venezia Giulia, del Veneto e anche di altre Regioni, perché al consultorio familiare Noncello affluiscono persone di diversi territori. È stata interessante e proficua la collaborazione con il servizio di consulenza familiare della base aeronautica americana di Aviano. Dall’esperienza maturata si avverte l’assenza di protocolli di intervento condivisi anche sulle modalità operative più semplici (solo colloqui individuali, solo colloqui di coppia, visite domiciliari, comunicazione diretta con gli avvocati). Nelle collaborazioni emergono le diverse formazioni professionali che possono avere una prospettiva di armonizzazione attraverso l’allenamento a lavorare assieme, dopo una puntuale precisazione del proprio iter formativo e degli obiettivi che il singolo servizio persegue. La collaborazione tra servizi avviene mantenendo il rispetto della privacy e la tutela del segreto d’ufficio. Non sempre per l’utente queste garanzie sono chiare e a volte servono precisazioni in merito. La recente introduzione della mediazione familiare ha messo in luce come ci siano dei quadri di riferimento teorici diversi sia nell’interpretazione delle dinamiche familiari, sia nell’organizzazione del lavoro tra operatori di diversi servizi. Per esempio: audizione del minore sì o no? Scuole diverse hanno dato vita a modelli di intervento diversi tanto che di fatto, adesso, la prassi dei Tribunali ordinari in ordine all’audizione del minore, resa più possibile dalla Legge 54 sull’affido condiviso, trova diverse attuazioni in Tribunali di città diverse. Il confronto permette arricchimento, richie80 Il consultorio familiare pubblico de il tempo di più operatori, permette l’esplicitazione delle modalità di intervento, degli obiettivi perseguiti, dei progetti realizzati. Servizi pubblici e servizi privati, in ordine alla tutela dei minori, non hanno di fatto compiti e mandati diversi: hanno piuttosto la Legge istitutiva dei consultori familiari (405/75) che orienta gli interventi. Possibili protocolli di collaborazione sono sicuramente auspicabili, ma ancora poco diffusi e sperimentati. Le unità di valutazione distrettuali e le unità di valutazione multidisciplinari stanno diventando un nuovo strumento operativo utile anche nell’ottica dell’integrazione dei servizi pubblici e privati. L’interesse e la tutela del minore diventano il punto di condivisione anche se questo può non essere subito così evidente. Purtroppo la pratica di 30 anni di lavoro ci fa dire che spesso i bambini sono i soggetti più deboli sia nelle liti dei genitori, sia nell’iter legale che consegue alle separazioni giudiziali molto conflittuali, soprattutto quando durano anni. La durata dell’iter legale delle separazioni spesso è molto lontana dalle esigenze di tutela nel qui e nell’ora del minore. È vero che ci sono i provvedimenti provvisori e i ricorsi al giudice tutelare, ma è altrettanto vero che rinvii di un trimestre e anche di più per esigenze legali non tengono in debita considerazione il rapporto tra il tempo del rinvio e l’età del minore. Conta poco un trimestre per un adulto, è assolutamente significativo per un minore, soprattutto nei primi anni di vita. Una buona integrazione tra ambito e servizi privati potrà evitare ulteriori perdite di tempo e dispersione di energie operative. Luisa Menegon La dottoressa Renata Maddalena è assistente sociale e lavora dal 1991 nel consultorio familiare di Latisana, occupandosi del servizio affidi. La collaborazione con la rete sociale, con i soggetti privati, con le famiglie è parte della concezione moderna delle organizzazioni di aiuto: famiglie come risorsa sociale, che si attivano e si mettono a disposizione, che collaborano con i servizi. Progettualità e percorsi di integrazione. Tra diritto e sostegno alla genitorialità 81 Per usare un termine tecnico, si opera per l’empowerment dei gruppi di mutuo aiuto con modalità di lavoro orientate anche a stimolare le risorse informali della comunità in una sorta di sostegno e motivazione che mantenga efficienti queste risorse considerando proprio il loro elevato grado di mortalità. Renata Maddalena La solidarietà familiare come risorsa in rete con i servizi C on il mio intervento andrò a illustrare un’esperienza di collaborazione tra ambito socioassistenziale, consultorio familiare e reti di famiglie affidatarie. Verrà presentata l’esperienza del servizio affidi operante nel territorio del distretto sanitario Ovest dell’Ass 5 “Bassa Friulana”. L’esperienza nasce nel 1998 su impulso dell’ambito socioassistenziale del distretto di Latisana-San Giorgio di Nogaro, che ha richiesto formalmente la collaborazione del servizio consultoriale per costituire un’equipe di lavoro integrata e multidisciplinare che si occupasse di affidi familiari. Si è così costituito un gruppo di lavoro composto da due psicologi e un’assistente sociale del consultorio di Latisana e due psicologi e tre assistenti sociali afferenti all’ambito di Latisana-San Giorgio. Questo gruppo è giunto alla stesura di un regolamento, accolto dalle rispettive amministrazioni, che ha consentito di dare un’organizzazione definendo competenze e ruoli di ciascun servizio. L’assetto organizzativo, nel corso degli anni, ha subito modifiche dovendo prevedere l’integrazione con un nuovo servizio: l’Equipe integrata per la tutela dei minori e delle famiglie, che si occupa della presa in carico delle situazioni di grave trascuratezza, maltrattamento e abuso sessuale. In sintesi il sistema organizzativo comprende: il servizio sociale del Comune che ha la responsabilità della tutela del minore e svolge compiti di regia e coordinamento dell’intero progetto di tutela e dell’affido 82 Il consultorio familiare pubblico l’equipe tutela minori che svolge il lavoro di valutazione e trattamento del minore e della sua famiglia il consultorio familiare che svolge il lavoro di valutazione e sostegno della famiglia affidataria e che cura e aggiorna la banca dati delle famiglie affidatarie l’ambito socioassistenziale che svolge, in collaborazione con il consultorio familiare, tutti gli interventi di sensibilizzazione e reperimento delle famiglie affidatarie e gestisce il gruppo delle famiglie affidatarie. Accanto all’assetto organizzativo ci si è dati una metodologia, che nel tempo ha subito modifiche grazie ai contributi portati dalle esperienze formative svolte. Il percorso inizia con la segnalazione al consultorio della situazione del minore per cui si ipotizza di avviare un affido familiare, segnalazione che viene preceduta dall’intervento di valutazione delle competenze genitoriali della famiglia d’origine da parte dell’Equipe tutela minori. La valutazione positiva della recuperabilità della famiglia d’origine rappresenta la premessa fondamentale per pensare e organizzare un affido. La fase successiva è rappresentata dall’abbinamento tra il minore e la famiglia affidataria; in questa fase le informazioni sul bambino e la sua famiglia, fornite dal servizio sociale e dall’Equipe tutela minori, si incrociano con quelle messe a disposizione dal consultorio sulla famiglia affidataria, precedentemente valutata, con la finalità di trovare l’abbinamento migliore, reciprocamente vantaggioso, tra le caratteristiche del minore e quelle del nucleo che lo accoglierà. La costruzione del progetto di affido avviene con il contributo dei servizi competenti (il servizio sociale, l’Equipe tutela minori, il consultorio familiare) e di tutti gli altri servizi eventualmente coinvolti sul caso (Sert, Centro di salute mentale, equipe multidisciplinare territoriale). Il progetto deve contenere gli obiettivi dell’affido, la durata prevista, la tipologia di affido (tempo pieno, diurno) e le sue caratteristiche (affido educativo, nutritivo o riparativo), le modalità di rapporto tra il minore e la sua famiglia e tra le due famiglie nel corso dell’affido, il lavoro previsto per recuperare la famiglia naturale, gli interventi di supporto a favore del bambino e della famiglia affidataria, modalità e tempi per le verifiche del progetto. Progettualità e percorsi di integrazione. Tra diritto e sostegno alla genitorialità 83 Il progetto viene poi presentato dal consultorio alla famiglia affidataria individuata nella fase di abbinamento. Se questa accetta, si passa alla fase di conoscenza tra le due famiglie e tra la famiglia affidatarie e il bambino attraverso specifici incontri gestiti dagli operatori del consultorio, del servizio sociale e dell’Equipe tutela minori. Questo momento diventa l’occasione per illustrare i contenuti del progetto a tutti gli attori coinvolti. L’incontro di conoscenza tra le due famiglie, secondo la nostra esperienza, assume un significato importante poiché consente di allentare le reciproche diffidenze e paure e permette quindi di facilitare l’inserimento del bambino nel nuovo contesto familiare, potendo ricevere dai suoi genitori messaggi di rassicurazione e non di opposizione. Il momento successivo è rappresentato dal primo incontro tra il bambino e la famiglia affidataria. Il bambino ci arriva già preparato dalla psicologa dell’Equipe tutela minori, che lo ha informato sugli obiettivi del progetto, sulla sua durata prevista, sui tempi e le modalità dei rapporti con la sua famiglia d’origine e su chi si occuperà della sua famiglia affinché possa riaccoglierlo, superando le difficoltà che hanno determinato l’affido. Dal momento di avvio graduale del progetto e per tutta la sua durata, sono previsti i seguenti interventi coordinati e integrati: accompagnamento psicologico del bambino da parte della psicologa dell’Equipe tutela minori; sostegno alla famiglia affidataria da parte del consultorio (attraverso colloqui e il sostegno del gruppo delle famiglie affidatarie); trattamento della famiglia d’origine (fase successiva alla valutazione della capacità genitoriali) da parte dell’Equipe tutela minori; mantenimento dei rapporti tra il bambino e la sua famiglia che in situazioni di pregiudizio prevedono l’organizzazione di incontri protetti alla presenza dell’educatore dell’Equipe tutela minori. La fase conclusiva dell’affido prevede la preparazione psicologica del bambino e della famiglia d’origine al rientro. Quest’ultima deve essere adeguatamente sostenuta, anche con interventi sociali ed educativi, affinché possa riaccogliere il figlio dopo un periodo più o meno lungo di distacco. In questa fase appare utile prevedere anche un lavoro di supporto alla famiglia affidataria per aiutarla a elaborare i vissuti connessi alla separazione, affinché possa assumere, per il bambino, una funzione di aiuto e rassicurazione in questo delicato passaggio. 84 Il consultorio familiare pubblico Alcuni sintetici dati ci consentono di delineare l’esperienza. I minori in affido, dal 1998 al 2008 (primo semestre), sono stati 34, di cui 19 femmine e 15 maschi. Abbiamo avuto una prevalenza di affidi giudiziali (21) rispetto agli affidi consensuali (13), 27 sono stati gli affidi a tempo pieno e solo 7 gli affidi diurni. 29 sono stati gli affidi eterofamiliari e solo 5 parentali. Dei 26 affidamenti conclusi, la prevalenza (16) sono rientrati in famiglia in condizioni di sufficiente tutela. In 3 casi l’affido si è concluso con il passaggio in comunità, per altri 3 casi con l’inserimento in famiglia adottiva e per un caso con il passaggio da una famiglia affidataria ad altra famiglia affidataria. Si sono avuti 3 casi di affido sine die. In numero degli affidi conclusi con il rientro in famiglia appare un dato confortante poiché ci indica la reale possibilità di un recupero della famiglia d’origine del bambino, rispondendo in questo modo allo spirito dell’affido e alle finalità della legge. Arrivando poi ad alcune considerazioni metodologiche acquisite in questi dieci anni di lavoro, si può affermare che non esistono affidi facili: a nostro avviso anche gli affidi consensuali presentano dei livelli di complessità e difficoltà. L’affido è infatti un progetto complesso che coinvolge molti attori, sistemi di servizi e sistema giudiziario con complessità emotiva, operativa e organizzativa che chiaramente va gestita e presuppone capacità di interconnessione e di integrazione tra i diversi soggetti coinvolti. In linea con le indicazioni metodologiche ampiamente teorizzate, ci sentiamo di condividere l’affermazione secondo cui «l’affido mal si concilia con l’urgenza», poiché richiede dei tempi di preparazione del bambino, dei tempi di valutazione sulla recuperabilità della sua famiglia e dei tempi di valutazione e preparazione del nucleo affidatario. È quindi preferibile, nei casi di allontanamento urgente, privilegiare l’inserimento in una struttura comunitaria, in modo da consentire una sufficiente conoscenza del bambino, del suo funzionamento ed eventualmente dei danni che ha subito. In questo ambito il bambino può allentare le tensioni legate all’allontanamento in un contesto protetto e contenitivo e sperimentare un rapporto di fiducia verso figure adulte significative, primo passo per potersi affidare alla nuova famiglia. Si ribadisce, quale presupposto per la predisposizione del progetto di affido, un lavoro di valutazione delle competenze genitoriali del nucleo d’origine che consenta di fare un’ipotesi di recuperabilità sulla Progettualità e percorsi di integrazione. Tra diritto e sostegno alla genitorialità 85 base della quale si possono prevedere la durata del progetto e le reali prospettive di rientro del bambino nella sua famiglia. Riteniamo, inoltre, che non tutte le famiglie valutate idonee siano adatte a tutti i minori. Ciò implica un attento lavoro di abbinamento bambino-famiglia affidataria secondo i criteri di compatibilità tra le caratteristiche del bambino e il nucleo affidatario e di reciproca utilità evolutiva, intesa come processo di crescita e arricchimento per tutti i soggetti coinvolti. L’esperienza di lavoro ci ha confermato la necessità di predisporre un percorso di sostegno alla famiglia affidataria strutturato (prevedendo attività cadenziate: colloqui, gruppo, visite domiciliari) ma anche flessibile in grado di garantire una risposta anche per esigenze di consulenza urgente nei momenti critici (reperibilità telefonica). La complessità del progetto richiede costanti momenti di scambio strutturati tra i servizi coinvolti (incontri di rete). Ciò si rende opportuno per tenere sempre aperti ed efficienti i flussi comunicativi tra i vari attori, al fine di evitare interpretazioni divergenti che rischiano di attivare pericolose alleanze o coalizioni tra chi si occupa del bambino, chi ha in carico la famiglia d’origine e chi segue il nucleo affidatario. Infine, facendo un breve accenno agli affidi parentali, riteniamo che per le peculiarità di questi progetti sia necessario prevedere percorsi specifici soprattutto in relazione alla valutazione sull’opportunità di attivazione di un affido parentale, analizzando, caso per caso, i rischi e i vantaggi per il bambino. In conclusione, facendo una sintetica analisi dei punti di forza e di criticità dell’esperienza, si sono individuati i seguenti aspetti: punti di forza: • formalizzazione del servizio affidi (regolamento) • formazione congiunta che ci ha consentito di raggiungere una buona condivisione del percorso metodologico • collaborazione con l’Equipe tutela minori • gruppo delle famiglie affidatarie che negli anni si è dimostrato un valido riferimento e occasione di confronto e sostegno per le famiglie Punti di debolezza: • difficoltà nel reperimento di nuove famiglie disponibili a un’esperienza di accoglienza 86 Il consultorio familiare pubblico • difficoltà conseguente a fare abbinamenti mirati • necessità di reperire e formare famiglie affidatarie “esperte” in particolare per gli affidi più complessi a valenza “terapeutica”. Pensando a possibili prospettive future ci sembra utile sperimentare: nuove forme di collaborazione con le realtà del privato sociale che si occupano di affidi (per esempio associazioni e gruppi di auto-aiuto di famiglie affidatarie) più efficaci percorsi di sensibilizzazione sul territorio finalizzati a reperire nuove famiglie nuovi percorsi operativi per migliorare le capacità di integrazione all’interno della rete dei servizi coinvolti. Bibliografia Centro ausiliario per i problemi minorili (a cura di), L’affido familiare: un modello di intervento. Manuale per gli operatori dei servizi. FrancoAngeli, Milano, 1988. S. Cirillo, P. Di Blasio, La famiglia maltrattante. Diagnosi e terapia. Raffaello Cortina, Milano, 1989. D. Ghezzi, “La protezione e oltre. Tutela del minore e allontanamento”. In: Prospettive sociali e sanitarie 4, 1994. D. Ghezzi, numero monotematico della rivista Maltrattamento e abuso all’infanzia vol. 1, n. 2, giugno 1999. FrancoAngeli, Milano, 1999. D. Ghezzi, F. Vadilonga (a cura di), La tutela del minore. Raffaello Cortina, Milano, 1996. F. Sbattella (a cura di), Quale famiglia per quale minore: Una ricerca sull’abbinamento nell’affido familiare. FrancoAngeli, Milano, 1999. Progettualità e percorsi di integrazione. Tra diritto e sostegno alla genitorialità 87 Luisa Menegon Discussione, sintesi e proposte G li interventi della tavola rotonda, attraverso le approfondite relazioni, hanno in parte occupato l’intero spazio, comprimendo la parte di dibattito previsto. Sono comunque emersi come aspetti significativi rilevati dall’interazione fra i relatori e il pubblico in sala: l’importante ruolo del Tribunale per i minorenni e il rapporto con le altre istituzioni della giustizia: si sottolinea che esiste un’importante distinzione culturale dove per il primo si parla di “diritto da tutelare” e non di “diritto leso” vengono segnalati come aspetti critici i tempi lunghi per i decreti da parte del Tribunale dei minorenni e l’evidenza di decreti a volte in contrasto emessi dal Tribunale dei minorenni e dal Tribunale ordinario sulla stessa situazione la complessità che permea tutta quest’area rende quanto mai impegnativo anche l’aspetto valutativo assegnato ai servizi. Peraltro l’emissione di un provvedimento da parte del Tribunale dei minorenni diventa a volte difficile se le relazioni valutative dei servizi si presentano in forma discordante il ruolo dei difensori di parte nella collaborazioni con i servizi ha introdotto delle sollecitazioni importanti orientate a prassi condivise anche con gli operatori utilizzabili nell’area della mediazione familiare, ascolto del minore, grossa conflittualità familiare sono stati sottolineati da più parti l’aumentato ruolo del consultorio familiare e la necessità di potenziare i livelli di integrazione con le altre istituzioni del pubblico e del privato. 88 Il consultorio familiare pubblico Terza parte. Il percorso nascita nella Regione Friuli Venezia Giulia Chairman: Silvano Ceccotti Silvano Ceccotti Introduzione al tema S ono stato giustamente sollecitato a dare inizio ai lavori, anche perché il programma è molto ricco e rischiamo veramente di sforare ben più di com’è successo ieri. Questa sessione, che è il percorso nascita, è molto ricca e molto interessante. Alcuni temi sono già stati anticipati ieri, fra cui è stato interessantissimo l’intervento della Dottoressa Malacrea; oggi abbiamo il piacere di avere qui il dottor Grandolfo, dell’Istituto superiore di sanità. Per chi, come me, da molti anni lavora nei consultori, il dottor Grandolfo è una persona molto conosciuta: è una persona che ha sostenuto in modo forte la nascita e la crescita dei consultori familiari ed è inoltre l’artefice principale del progetto Obiettivo materno infantile a livello nazionale. Sicuramente ci darà degli spunti forti e farà anche una proposta estremamente interessante, della quale abbiamo parlato prima del convegno. Riguarderà tutte le aziende sanitarie e potrebbe diventare uno strumento corrente, per quanto riguarda la valutazione delle risorse di cui i consultori familiari hanno bisogno, soprattutto nell’ambito del percorso nascita. Questo della valutazione è uno dei temi presenti nel Progetto obiettivo materno infantile nazionale, mentre nel Progetto materno infantile regionale è poco accennato. È però una funzione che va portata avanti dagli stessi operatori proprio per non essere tacciati di autoreferenzialità, com’è stato accennato nel Progetto obiettivo materno infantile regionale. Oltre a questo, altri temi importanti saranno quelli della formazione, dei Dipartimenti materno infantili integrati, dove la nostra Regione ha segnato un po’ al passo, alla luce anche di quanto è stato detto ieri, dove l’integrazione tra primo, secondo e terzo livello non sempre funziona in modo adeguato. Cedo la parola al dottor Grandolfo, grazie. 90 Il consultorio familiare pubblico Progetto obiettivo materno infantile nazionale e consultorio familiare: il percorso nascita di Michele Grandolfo I consultori familiari sono stati istituiti nel 1975 sull’onda della pressione del movimento delle donne, che ne anticipò l’esistenza istituzionale con la realizzazione di servizi autogestiti. Venivano concepiti come servizi innovativi, nello scenario della sanità pubblica del tempo, anticipando le linee di indirizzo della riforma sanitaria che subito dopo è stata varata (Legge 833/78). Basi epistemologiche Il tradizionale modello di stato sociale paternalistico direttivo aveva caratterizzato la sanità pubblica della fine dell’Ottocento. La Legge Crispi-Paliani del 1888 recitava che l’igiene pubblica va comandata e non solo raccomandata. L’istituzione prima dei medici condotti e successivamente degli ufficiali sanitari rifletteva un’impostazione “militare”, tanto che il Commissariato della sanità era un dipartimento del ministero degli Interni: la sanità pubblica veniva considerata nella prospettiva dell’ordine pubblico. Questo modello era stato messo pesantemente in discussione all’inizio degli anni Settanta del Novecento dal movimento dei gruppi omogenei operai (Maccacaro), da Basaglia con la liberazione dall’inferno concentrazionario dei malati di mente e, soprattutto, dal movimento delle donne, che con la proposizione del punto di vista di genere ponevano potentemente all’ordine del giorno la soggettività e l’autodeterminazione. La questione di fondo posta all’ordine del giorno era il rifiuto di un modello di salute biomedico nella convinzione che i determinanti sociali, storicamente determinati, sono le cause dietro le cause biologiche dello stato di salute. E i determinanti sociali sono anche espressione delle relazioni di potere tra le persone. Per questo il movimento delle donne ha avuto un ruolo così determinante nel proporre la messa in discussione delle relazioni di potere basate sul genere. Di qui la proposizione del punto di vista di genere e la contestazione del patriarcato come espressione di dominio. 92 Il consultorio familiare pubblico La prospettazione di un modello sociale di salute si accompagnava a una nuova visione di stato sociale, a partire dalla convinzione che i determinanti sociali sono dicibili e modificabili solo dalle persone e dalle comunità. Ciò implicando un approccio relazionale basato sulla partecipazione e sulla capacitazione (empowerment), a partire dal sostegno, con l’arte socratica della maieutica, alla persona nella capacitazione a parlare di sé e riflettere sulla propria condizione. Oggi si parla di medicina narrativa, ma se la medicina non è narrativa che cos’è? I consultori familiari sono stati fondati nella prospettiva di sostenere le persone nello sviluppo della consapevolezza e delle competenze (empowerment), a partire dal riconoscimento del punto di vista di genere. Per fare ciò si presentavano come servizi sociosanitari, con competenze multidisciplinari, per cogliere in modo integrato i determinanti della salute e, a partire dalla loro conoscenza, agire in termini di promozione della salute. Si dimostrava così chiaramente la connessione tra il paradigma epistemologico del modello sociale di salute con quello del modello di stato sociale (welfare) della partecipazione e dell’empowerment. La finalità della promozione della salute ha rappresentato la scelta innovativa per l’attività dei consultori familiari. Ma che cos’è la promozione della salute? La Carta di Ottawa ne dà una sintesi: l’insieme delle attività che hanno come obiettivo l’aumento della capacità delle persone e delle comunità di avere controllo sul proprio stato di salute. La promozione della salute, secondo questa definizione, rappresenta il suggello dei due paradigmi epistemologici. Basi epidemiologiche Se la promozione della salute ha come obiettivo l’aumento della capacità di controllo delle persone e delle comunità sul proprio stato di salute, come si misura l’efficacia di questo insieme di attività, tenendo conto che nessuna azione svolta con la singola persona è valutabile a livello individuale per la non disponibilità della prova controfattuale? E se ciò è vero nell’attività di cura, in cui comunque usualmente si osserva una transizione di stato che però può avvenire grazie, nonostante o indipendentemente dalle cure, è a maggior ragione vero nella promozione della salute. Progetto obiettivo materno infantile nazionale e consultorio familiare 93 L’azione deve essere in grado di coinvolgere la persona, con l’arte socratica della maieutica, in un processo di riflessione sul proprio vissuto quotidiano, sulla memoria storica della comunità di appartenenza al fine di promuovere, alla luce delle nuove conoscenze, delle possibili soluzioni, con consapevolezza e competenza per scelte responsabili e autonome. Si tratta quindi di un vero e proprio processo di empowerment. La promozione della salute determina una riduzione del rischio di eventi sfavorevoli (per il maggior controllo del proprio stato di salute), produce “non eventi” e, quindi, determina una riduzione del tasso di incidenza degli eventi o del tasso di prevalenza delle condizioni di “sofferenza” che si avrebbero senza l’intervento stesso nella popolazione di riferimento. Ma la popolazione di riferimento non è omogenea rispetto al rischio e, assumendo un modello sociale di salute, non è una sorpresa riconoscere che il rischio è maggiore nelle sezioni di popolazione maggiormente esposte a condizioni di deprivazione sociale, caratterizzate in primo luogo da scarsa capacità di “cercare salute” (lack of health seeking behaviour). Il coinvolgimento di tutte le sezioni sociali della popolazione, soprattutto quelle a maggior rischio, nel processo di promozione della salute è fondamentale. La conoscenza delle articolazioni sociali della popolazione rispetto al rischio è il cardine epidemiologico delle strategie di promozione della salute. Infatti, se non vengono coinvolte efficacemente tutte le persone in tutte le articolazioni, soprattutto in quelle a maggiore deprivazione sociale, non si osserveranno modificazioni significative degli indicatori di esito. La non omogeneità della distribuzione del rischio fa sì che non c’è relazione lineare tra livello di coinvolgimento della popolazione (tasso di rispondenza) e livello di riduzione dell’indicatore di esito: ipotizzando una popolazione di 10.000 unità, di cui il 20% (2000) con rischio 5% e l’80% a rischio 0,5%, nelle due sezioni verranno prodotti 100 + 40 casi (tasso 14/1000= 0,014). Se l’intervento di promozione, efficace nell’annullare il rischio, coinvolge efficacemente il 10% della sezione più a rischio e il 90% di quella meno a rischio, dalla prima sezione si produrranno 90 casi residui (5% di 1800) e dalla seconda sezione 4 casi (0,5% di 800), per un totale di 94 casi. Il tasso di rispondenza totale è in questo caso 200 + 7200 = 7400 su 10.000, pari al 74%, 94 Il consultorio familiare pubblico mentre il numero di eventi residui è 94, con un tasso di 94 su 10.000, cioè 0,0094, con una riduzione del tasso di incidenza pari a [(0,0094 –0,014) / 0,014] x 100 = –32,9%. A un tasso di rispondenza del 74% corrisponde una riduzione del tasso di incidenza di poco meno del 33%. Se il cardine epidemiologico delle strategie di promozione della salute sono l’identificazione della popolazione bersaglio e le sue articolazioni rispetto al rischio, il cardine operativo è l’offerta attiva. Offerta: ci si rivolge alla persona, sia perché accetti di farsi coinvolgere, sia per attivare il processo di empowerment (arte socratica della maieutica), con rispetto, gentilezza, empatia, compassione (intesa nel senso etimologico del termine e non nel senso miserabile di commiserazione) e umiltà. Attiva: se la persona non accetta di farsi coinvolgere o il processo di coinvolgimento non è efficace, è responsabilità del professionista investigare sugli errori commessi nella comunicazione o nella relazione. Lo scopo è identificare le barriere della comunicazione nelle dimensioni fisiche, psicologiche, sociali, culturali, etiche e antropologiche, cercando soluzioni anche innovative, raccogliendo gli stimoli, i segnali e i suggerimenti che la persona o la sua comunità di appartenenza possono più o meno esplicitamente inviare. Di qui l’importanza dell’umiltà come competenza professionale fondamentale e primaria. Risulta quindi decisivo rifuggire da messaggi standardizzati (ogni persona è diversa) e, a maggior ragione, da informazioni veicolate con i tradizionali mezzi di comunicazione di massa. Questi, di scarsa utilità, al più sono utili come sostegno e sfondo alla comunicazione individuale. Parlare di popolazione bersaglio questo significa: è responsabilità dell’arciere raggiungere con la freccia il bersaglio, non è il bersaglio a muoversi per intercettare la traiettoria della freccia stessa. Sono raccomandabili la conoscenza dei modi di vivere sociale delle specifiche popolazioni con le quali si deve intervenire, l’utilizzo di canali già dimostratisi praticabili per altri interventi, anche da parte di altri servizi e istituzioni. Le persone più attive nella popolazione possono rappresentare formidabili aiuti nel fornire suggerimenti per intercettare le persone, soprattutto quelle più difficili da raggiungere. Deve essere costantemente presente la consapevolezza che le persone più difficili da raggiungere sono anche quelle più a rischio, e si è già evidenziato come non raggiungerle adeguatamente possa mettere in Progetto obiettivo materno infantile nazionale e consultorio familiare 95 discussione il successo della strategia: gli indicatori di esito subiscono una modificazione molto minore di quanto desiderabile per giustificare la ragione dell’impegno di sanità pubblica e la priorità dell’intervento. Se gli indicatori di esito servono per valutare se gli obiettivi sono stati raggiunti e in quale misura, l’indicatore di processo, dato dal tasso di rispondenza, è l’indicatore primario da assumere nel monitoraggio e nella valutazione. Per quanto detto questi indicatori devono essere disponibili per ogni stratificazione sociale della popolazione di riferimento. I loro differenziali per stratificazione sociale rappresentano comunque un segnale importante di scarsa qualità nell’offerta attiva o scarsa qualità nel processo di empowerment. Gli indicatori di risultato descrivono l’efficacia pratica delle azioni nel determinare i risultati attesi perché gli obiettivi siano raggiunti. In definitiva, si può parlare di strategie di promozione della salute quando vengono definiti obiettivi misurabili attraverso opportuni indicatori di esito o outcome (per esempio la riduzione di incidenza di una malattia prevenibile mediante vaccinazione, la riduzione di incidenza del tumore del collo dell’utero, l’aumento della prevalenza di bambini allattati esclusivamente al seno al sesto mese di vita, ecc.), attraverso i quali valutare se siano stati raggiunti gli obiettivi. Questi ultimi possono essere conseguiti solo se sono stati ottenuti risultati significativi, misurabili con altri adeguati indicatori di risultato o di output (per esempio la percentuale di siero conversione, la percentuale di donne identificate positive dal pap test che completano il ciclo specifico dei trattamenti previsti, la percentuale di donne che sono in grado di risolvere un problema di allattamento o sono in grado di rivolgersi a chi le aiuta a risolvere efficacemente il problema, sul totale delle donne che hanno problemi nell’allattamento). Lo svolgimento delle attività necessarie per ottenere i risultati attesi è a sua volta misurabile attraverso specifici indicatori di processo (per esempio la percentuale di persone vaccinate sul totale di quelle candidate alla vaccinazione, la percentuale di donne che effettuano un pap test sul totale di quelle invitate, la percentuale di donne che accettano una visita domiciliare per ricevere counselling e sostegno all’allattamento materno, sul totale delle donne che partoriscono). Si deve riflettere attentamente sul fatto che uno scadente tasso di rispondenza è prognostico di scarsa qualità in generale e in ogni stra96 Il consultorio familiare pubblico tificazione sociale, soprattutto quando si evidenziano differenziali. Le competenze professionali per farsi accettare sono le stesse necessarie per attivare il processo di empowerment: rispetto, gentilezza, empatia, compassione e umiltà. Vale a dire che se queste competenze sono scarse il primo effetto è la ridotta adesione, soprattutto per le sezioni di popolazione affette da deprivazione sociale rispetto alle quali le barriere della comunicazione possono essere molto consistenti. Ma anche le persone che comunque accettano di farsi coinvolgere possono essere esposte a un’esperienza meno valida proprio a causa della minore qualità di quelle competenze professionali. Usualmente l’approccio direttivo paternalistico, esplicito o più o meno mascherato, produce i maggiori danni, determinando una minore rispondenza, soprattutto nelle condizioni di deprivazione sociale, a cui si associa una minore qualità dei risultati tra le persone raggiunte, con conseguente scarso miglioramento degli indicatori di esito. Come si è detto, la promozione della salute ha come obiettivo l’aumento della capacità di controllo da parte delle persone sul proprio stato di salute. Poiché ciò comporta una maggiore competenza a ridurre l’esposizione ai rischi, la valutazione dell’efficacia (meglio sarebbe dire l’impatto) di una strategia di promozione della salute si effettua osservando una significativa modificazione degli indicatori di esito (tassi di incidenza o di prevalenza), non altrimenti giustificata. Ma proprio perché si tratta di un processo di empowerment si valuta l’efficacia della strategia anche osservando con indicatori adeguati l’aumentata capacità delle persone di cercare salute. Aumenta la richiesta di aiuto per problemi che prima non si pensava potessero trovare soluzione, o per i quali non si aveva idea a chi rivolgersi o, ed è il caso più interessante, perché di quei problemi si provava vergogna e non si aveva il coraggio di confidarli, anche perché vissuti come esperienza di fallimento di vita: basti pensare all’iceberg del disagio familiare, soprattutto quando sostenuto da manifestazioni di violenza. Avere consapevolezza di questa opportunità è fondamentale per non cedere alla tentazione di organizzare “sportelli” per le condizioni di disagio (disagio familiare, violenza sulle donne, disagio adolescenziale, ecc.) sempre esposti al rischio di stigmatizzazione delle vittime, comunque in grado di avere a che fare con la punta dell’iceberg, in ogni caso con il problema esploso e non in fase prodromica. A quel punto non servono più servizi di primo livello ma servizi terapeutici Progetto obiettivo materno infantile nazionale e consultorio familiare 97 almeno di secondo livello, per esempio per il recupero di un bambino maltrattato e per la terapia familiare per una famiglia maltrattante o per interventi psicoterapeutici. Anche da queste considerazioni deriva l’importanza che nei servizi consultoriali, di primo livello perché dedicati prioritariamente alla promozione della salute, siano previste figure professionali esperte di patologia (ginecologo, psicologo, pediatra), in grado quindi di effettuare la presa in carico ed eventualmente, quando il problema richiede un intervento complesso, di riferire a servizi di secondo livello. Gli esperti di patologia sono ovviamente necessari anche per accogliere l’eventuale richiesta di aiuto spontanea, sempre per interventi di prima istanza e di filtro. Un’ulteriore manifestazione, preziosissima, di un’efficace azione di empowerment, sempre apprezzabile con opportuni indicatori, è il desiderio delle persone che hanno acquisito consapevolezza e competenze di farsi parte dirigente verso altre persone, sia nel facilitare il superamento delle barriere testimoniando la credibilità dei servizi, sia svolgendo un’attività di aiuto tra pari, costituendo gruppi di autoaiuto, attivando momenti di coinvolgimento della comunità per la presa di coscienza sui diritti di salute e sulle possibilità di intervento. Questo aspetto può rappresentare una possibilità straordinariamente importante quando si ha a che fare con adolescenti, coinvolti primariamente nel contesto scolastico con gli incontri di educazione sessuale. A partire da questi incontri possono essere stimolati in piccoli gruppi a sviluppare approfondimenti nel contesto della didattica curricolare e interessantissime connessioni tra i vissuti e la memoria storica della comunità di appartenenza, recuperati con interviste nella comunità, e l’esperienza umana globale espressa nella storia, nella letteratura, nell’arte, confrontando culture nella loro evoluzione nel tempo e nelle espressioni geografiche delle diverse civiltà. Il corpo docente, opportunamente supportato, può svolgere un ruolo prezioso, nell’esercizio professionale della didattica, nel guidare i gruppi. La disponibilità di internet moltiplica le potenzialità di questi sviluppi, con conseguenze straordinarie di fidelizzazione alla scuola. Lo spazio adolescenti (per esempio un pomeriggio a settimana a loro esclusivamente dedicato) nel consultorio o in altro luogo fisico può essere l’occasione per gli approfondimenti delle riflessioni e delle conoscenze acquisite con gli operatori consultoriali. Così si creano condizioni non stigmatizzanti perché una condizione di disagio trovi 98 Il consultorio familiare pubblico un canale facilitato e schermato di espressione e di conseguente presa in carico (altro che sportelli di ascolto nelle scuole!). Appaiono evidenti altre straordinarie potenzialità nel momento in cui i prodotti delle ricerche e degli approfondimenti, espressi sul piano letterario, drammatico o artistico, vengono proposti alla comunità connettendo vissuti e memoria storica locale con l’esperienza umana globale. È la scuola (e l’età evolutiva) che si fa promotrice di salute nella comunità. Si pensi al contributo formidabile delle persone in formazione che acquisiscono e diffondono gli strumenti per la rappresentazione dello stato di salute della comunità con validi indicatori, perché la comunità abbia una più adeguata consapevolezza del proprio stato di salute e dei conseguenti diritti esigibili. Centri anziani, associazioni culturali, centri sociali e altri luoghi di aggregazione possono essere le sedi privilegiate, anche con il supporto logistico delle autorità comunali e il possibile sostegno finanziario delle forze produttive locali. Basi operative Interventi individuali sporadici di promozione della salute non hanno significato di sanità pubblica perché non valutabili. Si devono considerare strategie di promozione della salute. Una strategia di prevenzione e promozione della salute deve prevedere un modello organizzativo che tenga conto delle caratteristiche della popolazione e delle risorse disponibili e di quelle potenzialmente attivabili (anche provenienti dalla popolazione stessa). Il modello deve prevedere poi che ogni singola persona sia raggiunta da operatori motivati e addestrati in grado di farsi accettare con modalità di comunicazione modulate sulle caratteristiche della persona e quindi capaci di tener conto degli aspetti culturali, relazionali, psicologici, etici, sociali e antropologici. L’espressione del rifiuto individuale deve essere considerata dall’operatore un formidabile stimolo a riflettere su potenziali errori di comunicazione su uno o più degli aspetti citati. Questo impone l’obbligo, che la strategia operativa deve prevedere, di svolgere periodicamente una valutazione epidemiologica dei fattori di rischio associati al rifiuto e dell’entità della persistenza del problema nelle persone non raggiunte. Di qui l’importanza strategica dell’indicatore costituito dal tasso di rispondenza. Per la progettazione operativa di una strategia di promozione della salute si deve partire da: Progetto obiettivo materno infantile nazionale e consultorio familiare 99 una chiara definizione di obiettivi di salute specifici una descrizione dei sistemi e degli indicatori di valutazione (di esito, di risultato e di processo che si sviluppano nel corso della progettazione operativa stessa) l’identificazione della popolazione bersaglio (frazione della popolazione generale a rischio di produrre eventi o condizioni negativi che il programma di promozione della salute intende prevenire) e le sue articolazioni per livello di rischio l’identificazione di adeguate e articolate modalità di offerta attiva, con conseguente identificazione degli indicatori di processo la caratterizzazione delle modalità di esecuzione di attività efficaci nella pratica, con conseguenti momenti di aggiornamento e addestramento professionale la ricerca e l’attivazione delle sinergie tra i servizi e le professionalità la descrizione dei risultati attesi associati alle attività previste e agli obiettivi posti, e la conseguente identificazione degli indicatori di risultato. La progettazione deve anche prevedere indagini: sui fattori di rischio della non rispondenza sull’incidenza dei problemi, che la strategia intendeva prevenire, nella sezione della popolazione bersaglio non raggiunta. Dall’attività prevista per l’offerta attiva e per l’intervento è possibile calcolare i carichi di lavoro per ogni singola figura professionale, articolati nello spazio (bacini di riferimento consultoriale e di distretto) e nel tempo, anche al fine di caratterizzare i carichi di lavoro settimanale. Nella valutazione dei carichi di lavoro è necessario calcolare i tempi anche tenendo conto che scegliendo aree strategiche di intervento è possibile innestare programmi satellite e tener conto delle necessità di presa in carico di problematiche per le quali si esprime la richiesta di aiuto, stimolata dall’attività di promozione della salute. Se il percorso nascita, l’educazione sessuale nelle scuole e lo screening per il tumore del collo dell’utero sono certamente aree strategiche di intervento di promozione della salute, appaiono evidenti le possibilità di innestare programmi satellite. 100 Il consultorio familiare pubblico Per esempio nel percorso nascita possono (devono) essere sviluppate la promozione della corretta alimentazione, a partire dalla promozione dell’allattamento al seno, la promozione della procreazione responsabile, tenendo conto che dopo la nascita la ripresa dei rapporti sessuali nella generalità dei casi avviene nella prospettiva di non avere subito dopo una nuova gravidanza, e così via. Dei possibili sviluppi si è già accennato nel caso dell’educazione sessuale nelle scuole e nel caso dello screening con il pap test. Sarebbe assurdo organizzare i tempi operativi alla stretta esecuzione della manovra, senza cogliere l’enorme opportunità, favorita da un’accoglienza adeguata, di esplorare con la donna la dimensione della procreazione responsabile, del desiderio di fecondità, della prevenzione dell’obesità, della prevenzione del tumore del seno, della menopausa, tanto per citare aree di interesse di sanità pubblica riguardo la promozione della salute. Si tratta di donne di età compresa tra 25 e 64 anni, cioè donne attive, prevalentemente con responsabilità di cura familiari, veri pilastri della famiglia, in grado di irradiare alla stessa consapevolezze e competenze. Se si vuole arrivare alle famiglie è necessario farlo a partire dalle donne: se si vuole arrivare agli uomini bisogna partire dalle loro compagne di vita. Come si è accennato prima, l’instaurarsi di una relazione valida favorisce l’espressione di un eventuale disagio familiare, soprattutto quello in fase prodromica, permettendo all’equipe consultoriale l’offerta di aiuto e presa in carico. È determinante per la crescita della professionalità nel campo della promozione della salute valutare continuamente i risultati acquisiti e gli obiettivi raggiunti, rispetto a quelli programmati. Diventa inoltre essenziale porsi la domanda sul perché del non raggiungimento e quanto pesa la sua estensione nel non perseguimento degli obiettivi programmati. Il fallimento nel raggiungere le persone e nel loro coinvolgimento deve stimolare il professionista della promozione della salute a rimettere in discussione i modelli interpretativi e i paradigmi epistemologici assunti (la propria visione del mondo), rifuggendo dall’autoreferenzialità (cioè non biasimando le vittime, che appaiono brutte, sporche e cattive). Solo in questo modo si determinano le condizioni per trovare modalità innovative di comunicazione e di coinvolgimento. Quindi come la programmazione, scientificamente intesa, anche la valutazione è parte integrante, non opzionale, dell’attività lavorativa, Progetto obiettivo materno infantile nazionale e consultorio familiare 101 e deve rappresentare un carico di lavoro definito e programmato. La valutazione è l’attività senza la quale non si può parlare di attività professionale; senza valutazione non c’è stimolo alla crescita professionale. La valutazione quindi è nel processo della formazione continua. Programmazione, valutazione e formazione continua o stanno assieme o, se considerate separatamente, sono esercizi sterili. La valutazione consiste: 1. nel verificare la distanza tra gli obiettivi raggiunti e quelli previsti utilizzando gli indicatori di esito, di output e di processo (valutazione a lunga, media e breve distanza) e le ragioni di questa distanza (controllo di qualità interno) 2. nel confrontare la propria esperienza, rappresentata dagli indicatori, con quella dei servizi analoghi dislocati in altri ambiti territoriali (controllo di qualità esterno). Nel Progetto obiettivo materno infantile si possono individuare tre progetti strategici: percorso nascita, adolescenti e prevenzione dei tumori femminili. Tre priorità non tanto per la gravità e la frequenza dei problemi che possono essere prevenuti, quanto soprattutto per l’alta possibilità di intervento e per la straordinaria esemplarità pedagogica (quanto aumenta la competenza dei professionisti, quanto si sviluppa l’empowerment delle persone e delle comunità). Basti pensare alle relative popolazioni bersaglio: donne e coppie nella realizzazione concreta del desiderio di maternità e genitorialità, adolescenti in via di formazione, donne di età compresa tra 25 e 64 anni. Sono le donne nella massima potenza della loro attività di cura e sostegno della famiglia e quindi veri e propri pilastri della società, e gli adolescenti nel massimo della potenza formativa e quindi a più alta resa di investimento. Sono soggetti forti (tutt’altro che deboli e vulnerabili) su cui l’approccio nei termini di empowerment può avere il massimo di efficacia, non solo per le persone coinvolte, ma anche per tutte quelle con cui sono in relazione affettiva e sociale. Quindi parliamo di un’offerta attiva di: consulenza prematrimoniale consulenza in gravidanza (sarebbe opportuno che il certificato di esenzione dal ticket venisse rilasciato dai consultori familiari) 102 Il consultorio familiare pubblico corsi di preparazione alla nascita visite domiciliari o in consultorio dopo il parto corsi di educazione sessuale nelle scuole spazi adolescenti dentro e fuori i consultori pap test e mammografia, in un contesto di integrazione negoziata dei servizi distrettuali e di Asl. Il tasso di rispondenza (indicatore primario di processo) testimonierà la qualità comunicativa e la sua efficacia nell’avviare il processo di empowerment. Quanta opportunità, se la qualità comunicativa fosse buona, verrebbe data perché problematiche ancora in fase prodromica relative al disagio familiare delle donne, della coppia, dei bambini, degli adolescenti vengano a essere proposte a interlocutori sensibili e rispettosi e non stigmatizzanti! Quante problematiche in atto potranno essere evidenziate e quante relative richieste di aiuto verranno esplicitate con fiducia a interlocutrori accreditati per la qualità della comunicazione! Quante occasioni di integrazione si verranno a porre! Basti solo pensare, in occasione dell’offerta attiva del pap test, all’offerta di counseling per la menopausa per le donne oltre i 45 anni, per la gravidanza programmata o per la procreazione consapevole per le donne in età feconda. In questi tre programmi strategici è essenziale promuovere lo sviluppo delle consapevolezze sulla procreazione consapevole; nel far ciò si produce la migliore azione per la prevenzione delle gravidanze indesiderate, come è stato ripetutamente raccomandato (anche nelle relazioni dei ministri della sanità al Parlamento sull’applicazione della Legge 194/78) dalla seconda metà degli anni Ottanta. Le proposizioni del Progetto obiettivo materno infantile, soprattutto per quanto attiene ai progetti strategici, implicano una disponibilità di risorse che non è detto sia garantita. Opportunamente il Progetto obiettivo materno infantile fa riferimento alla Legge 34/96, che definisce la necessità di un consultorio ogni 20.000 abitanti ed esplicita nel dettaglio figure professionali e orario di lavoro minimo per ogni servizio consultoriale. Ogni progetto strategico può essere tradotto in ore di lavoro per figure professionali per unità di popolazione bersaglio. Per avere un’idea di prima approssimazione dei carichi di lavoro per figura professionale, in relazione alla realizzazione dei tre progetti Progetto obiettivo materno infantile nazionale e consultorio familiare 103 strategici, si riporta un calcolo orientativo nell’ipotesi di un consultorio che opera in un bacino territoriale di 20.000 abitanti: Popolazioni bersaglio Numerosità Nascite (1% della popolazione totale) 200 (di cui 100 prime nascite) Adolescenti in una fascia di età annuale (1% della popolazione totale) 200 Donne di età 25-64 anni (30% della popolazione totale) 6000 L’offerta attiva di corsi di accompagnamento alla nascita, ha come obiettivo l’80% delle primipare (80 donne). Ipotizzando quali operatori vengono coinvolti in ogni singolo incontro e per quanto tempo, sommando su tutti gli incontri previsti per ogni corso, si ricava per ogni singolo operatore il tempo totale impegnato e quanta parte (in percentuale) è del tempo totale. Assistente Ostetrica Ginecologo Assistente sociale Psicologo Pediatra sanitario % del tempo totale in cui si presume coinvolto lo specifico operatore 75 35 20 30 30 20 Ore 108 50 28 e 48 minuti 43 e 12 minuti 43 e 12 minuti 28 e 48 minuti Per le visite in puerperio, l’obiettivo è l’80% di tutte le donne che partoriscono in un anno: 160 puerpere in totale, di cui 50% in consultorio e 50% a domicilio. Assistente Ostetrica Ginecologo Assistente sociale Psicologo Pediatra sanitario % del tempo totale in cui si presume coinvolto lo specifico operatore 80 30 60 30 20 80 Ore 376 141 282 141 94 376 104 Il consultorio familiare pubblico Per gli adolescenti, una fascia di età (per esempio la terza media) è costituita da 200 adolescenti, ai quali rivolgersi con corsi di educazione sessuale a scuola e spazio giovani in consultorio. Assistente Ostetrica Ginecologo Assistente sociale Psicologo Pediatra sanitario % del tempo totale in cui si presume coinvolto lo specifico operatore 25 50 30 50 10 25 Ore 108 213 108 215 43 108 Per la prevenzione del tumore del collo dell’utero si considera la popolazione femminile tra 25 e 64 anni, pari a circa il 30% della popolazione generale. Si assume che il 30% faccia regolarmente il pap test spontaneamente, per cui sui 2000 pap test all’anno (uno ogni 3 anni) sono da coinvolgere 1400 donne; ipotizzando un tasso di accettazione dell’80% si devono effettuare 1120 pap test. Assistente Ostetrica Ginecologo Assistente sociale Psicologo Pediatra sanitario % del tempo totale in cui si presume coinvolto lo specifico operatore 50 15 20 15 10 40 Ore 500 150 200 150 100 400 Nella tabella seguente si riportano le ore all’anno totali per ogni progetto, per ogni figura professionale e il carico di lavoro settimanale. Percorso nascita 1 Percorso nascita 2 Adolescenti Pap test Ore all’anno Ostetrica Ginecologo Assistente sociale Psicologo 108 50 29 43 376 141 282 141 108 215 108 215 500 150 200 150 1092 556 619 549 Ore settimanali (su 40 settimane) 27 e 18 minuti Progetto 13 e 54 minuti 15 e 30 minuti 13 e 42 minuti 43 94 43 100 280 Assistente sanitario 29 376 108 400 913 7 22 e 48 minuti Pediatra Progetto obiettivo materno infantile nazionale e consultorio familiare 105 Tenendo conto del livello di approssimazione, è ragionevole ipotizzare che una stima dei carichi di lavoro effettuata con un’analisi più dettagliata non modifichi sostanzialmente il quadro ottenuto. L’ordine di grandezza dell’impegno fa comprendere perché la legge richiede un consultorio familiare ogni 20.000 abitanti e perché il Progetto obiettivo materno infantile raccomandi un organico adeguato. Come già accennato, ogni progetto strategico può supportare progetti satelliti sfruttando fino in fondo le sinergie, cioè mettendo in comune il tempo necessario per il raggiungimento della popolazione bersaglio e sfruttando l’accreditamento conseguente al successo del programma strategico. Per esempio, nel caso della prevenzione del tumore del collo dell’utero, il tempo dedicato al colloquio serve per sviluppare con la donna riflessioni su temi che, in relazione al suo stato, meritano di essere presi in considerazione (procreazione consapevole, desiderio di fecondità da realizzare, menopausa, arruolamento per screening senologico, disagio familiare, ecc.). Anche per i programmi satelliti si possono calcolare i carichi di lavoro necessari in relazione al quadro logico corrispondente (obiettivi, risultati, attività e relativi indicatori). La realizzazione di progetti strategici basati sull’offerta attiva farà emergere una serie di bisogni di salute insoddisfatti che potranno essere presi in carico per l’intervento di prima istanza e riferiti al secondo livello, se necessario. Sulla base dell’esperienza si può valutare quanta domanda viene così prodotta e quali carichi di lavoro devono essere calcolati, in relazione alle prevedibili attività che si rendono necessarie. Permane in ogni caso l’accesso libero, senza vincoli, che anche in questo caso, opportunamente vagliato, costituisce un carico di lavoro la cui stima può essere calcolata. È evidente che il calcolo dei carichi di lavoro è pregiudiziale a qualunque altra valutazione di risorse necessarie (presidi, infrastrutture e strumentazione, materiale di consumo), che pure si deve fare per valutare la compatibilità tra progetti dimensionati sugli obiettivi e sulla popolazione bersaglio e le risorse necessarie per svolgere le attività previste per ottenere i risultati necessari al raggiungimento degli obiettivi. Come si è visto, i carichi di lavoro nei programmi di promozione della salute si calcolano a partire dagli obiettivi, e quindi da quanta popolazione bersaglio si intende raggiungere (tasso di rispon106 Il consultorio familiare pubblico denza): non si calcolano, come solitamente si fa in analogia con i servizi di cura a partire dalle utenze spontanee per unità di tempo. Nel Progetto obiettivo materno infantile è chiaramente raccomandata l’integrazione dei servizi sia nell’ambito distrettuale (secondo livello) sia sovradistrettuale (terzo livello); se a livello dipartimentale si colloca la progettazione operativa, soprattutto per quanto attiene la fase decisionale, è nell’organizzazione distrettuale che si realizzano l’allocazione delle risorse e l’integrazione dei servizi, alla luce della progettazione operativa. È molto ragionevole pensare che nella presente temperie grandi miglioramenti nella disponibilità di risorse non ci saranno (anche se, come si è detto, sarebbe utile verificare come sono state impiegate le risorse messe a disposizione dalla Legge 34/96, e sarebbe interessante analizzare quante risorse vengono consumate per realizzare attività non organizzate secondo le raccomandazioni del Progetto obiettivo materno infantile). Per quanto attiene il ruolo e i compiti dei consultori familiari però si può fare molto per il riorientamento delle attività. Non è percorribile la strada dell’assumere le responsabilità altrui come alibi a non riqualificare l’attività consultoriale, volta alla promozione della salute, nel senso scientificamente fondato e quindi di sanità pubblica. Certo è che le risorse disponibili potranno permettere programmi con obiettivi commisurati a esse, e non voli pindarici. È necessario sviluppare capacità negoziali per vincere le resistenze ad assumere responsabilità nel processo decisionale e nell’integrazione dei servizi, come è necessario sviluppare capacità negoziali per coinvolgere la comunità sia nelle istanze istituzionali sia in quelle non istituzionali. Questo non solo per il coinvolgimento nel processo decisionale (in fondo si tratta di garantire diritti di salute ai cittadini), ma anche per verificare la possibilità di liberare risorse aggiuntive. Sarebbe auspicabile un impegno organizzato da parte delle istituzioni per promuovere l’implementazione dei progetti strategici, il loro monitoraggio e la loro valutazione, su cui incardinare la formazione continua. Sarebbe auspicabile anche che le organizzazioni professionali promuovessero di concerto, oltre all’attività istituzionale organizzata in conferenze di servizio, il confronto e la valorizzazione delle esperienze migliori, soprattutto se frutto di una sperimentazione prototipale. In conclusione si può dire che i consultori familiari rappresentano un Progetto obiettivo materno infantile nazionale e consultorio familiare 107 patrimonio prezioso sia per l’esperienza accumulata sia per le ragioni di fondo della loro esistenza, che non sono residui del passato ma fondamenti per sistemi sanitari del futuro, volti a tutelare e promuovere la salute pubblica. Il Progetto obiettivo materno infantile è un buon punto di partenza per un processo di riqualificazione. Michele Grandolfo 108 Il consultorio familiare pubblico Il percorso nascita nei consultori familiari della Regione Friuli Venezia Giulia di Annamaria Dolcet, Elodia Del Pup C ome ampiamente illustrato dal dottor Grandolfo nella relazione precedente, è ormai da tutti riconosciuto che, «la tutela della salute materno infantile costituisce un impegno di valenza strategica dei sistemi sanitari per i significativi riflessi sulla salute della popolazione attuale e futura». A questa consapevolezza corrisponde un’importante produzione legislativa (Progetto obiettivo materno infantile nazionale e regionale, Carta dei diritti sessuali e riproduttivi della partoriente, ecc.) che hanno riconfermato gli obiettivi del percorso nascita, e cioè: tutelare la salute fisica della madre e del neonato aiutare la donna e la coppia ad affrontare il parto nel miglior modo possibile favorire la capacità di prendersi cura del figlio, sia sul piano fisico sia affettivo relazionale, individuando precocemente situazioni di fragilità personale e familiare. La traduzione di questi obiettivi nella realtà dei servizi consultoriali ha implicato una continua rivisitazione dei modelli di intervento per renderli più rispondenti ai rapidi mutamenti dovuti alle dinamiche sociali e demografiche nell’ultimo decennio. Anche nella nostra Regione si è assistito infatti a un deciso aumento delle famiglie immigrate e delle situazioni di disagio socioambientale (famiglie monoparentali e madri con carenza di reti di supporto). Il lavoro degli operatori perciò è diventato più complesso, sia nella relazione diretta con l’utente, sia nell’accompagnarlo nel percorso all’interno della rete dei servizi. Infatti questi cambiamenti veloci e consistenti della struttura sociale hanno posto a tutti gli operatori nuovi problemi di conoscenza, di comunicazione e di mediazione in merito alle pratiche mediche e alle concezioni del corpo, della femminilità, dei rapporti tra i sessi e tra 110 Il consultorio familiare pubblico genitori e figli. Avviando questa verifica circa le modalità attraverso le quali il percorso nascita si declina nella nostra Regione, si è partiti dall’ipotesi che nel rispondere a queste nuove sfide siano state elaborate delle soluzioni organizzative a livello locale, ma che sia giunto il momento per un salto di qualità al sistema complessivo dei servizi coinvolti; riteniamo che le osservazioni raccolte abbiano confermato questa ipotesi. In attesa dell’implementazione del nuovo sistema informativo regionale di raccolta dati che consentirà un’analisi precisa, completa e organica, per avere almeno un quadro della realtà si è proposto a tutti i consultori un questionario con l’intento di esplorare le seguenti aree: il monitoraggio della gravidanza i corsi o incontri di accompagnamento prima della nascita gli incontri dopo la nascita l’assistenza al puerperio. Il percorso nascita è stato attivato in tutti i distretti e rappresenta una realtà consolidata. Pur con delle significative oscillazioni, quasi tutti i consultori si garantiscono il monitoraggio della gravidanza, i corsi preparto, i corsi post parto e delle forme di assistenza al puerperio: le prime due sono attività “storiche”, le altre sono state promosse più di recente dagli operatori. Il monitoraggio della gravidanza Nella nostra Regione, nelle primipare l’età media è di 30-34 anni; negli ultimi anni stanno aumentando, seppur leggermente, le fasce estreme (14-19 e 40-44): un dato che sarebbe utile monitorare in quanto può influire sul numero di visite e di controlli necessari. Come mostra la tabella nella pagina seguente, la percentuale delle gestanti seguite nei consultori rispetto al totale dei parti è molto variabile: in media risulta del 16,8%, ma si passa dallo 0,7% dell’Ass 3 al 39,5% dell’Ass 1. Queste differenze sono correlate sia all’insufficiente monte ore per ginecologo presente in alcune sedi, sia alle modalità attraverso le quali è organizzata l’offerta presente sul territorio. Il percorso nascita nei consultori familiari della Regione Friuli Venezia Giulia 111 Per esempio si è notato che l’esistenza di un ambulatorio ostetrico ginecologico di primo livello nella struttura ospedaliera costituisce una variabile importante e rende più difficile investire nell’offerta territoriale: sarebbe quindi necessario chiarire obiettivi e compiti del distretto in rapporto all’ospedale anche per evitare delle sovrapposizioni. Ass Parti Ass 1 792 Ass 2 529 Ass 3 289 Ass 4 1384 Ass 5 383 Ass 6 1312 Totale 5007 Seguite in Seguite in conStraniere in conStraniere in sultorio (totale) consultorio (%) sultorio (totale) consultorio (%) 313 21 2 124 27 352 839 39,5 4 0,7 9,2 7 26,8 16,8 91 9 / 69 7 198 374 29,07 42,85 / 55,64 25,92 56,25 44,57 Dati generali relativi al primo semestre del 2008 Nell’ultimo decennio si è registrato un significativo incremento delle gestanti immigrate, che mediamente rappresentano circa la metà del totale delle gestanti, e cioè ben il 44,57%. Pur in attesa di dati più completi, si può quindi ritenere che il servizio rappresenti un valido riferimento per questa parte della popolazione femminile che, in genere, instaura così il primo significativo contatto con il sistema sanitario pubblico. Anche le donne italiane che si rivolgevano al ginecologo privato si avvalgono sempre più del servizio consultoriale in quanto offre continuità e pluralità di servizi. Negli ultimi anni, però, tutto ciò ha determinato un forte incremento delle richieste, tanto che alcuni consultori si sono trovati nell’impossibilità di garantire il monitoraggio della gravidanza a tutte le utenti che ne facevano richiesta, anche nella misura del 30% (è il caso dell’Ass 6). In mancanza di nuove risorse, si sono riviste le loro priorità e, dove possibile, si sono stipulate delle convenzioni con alcune strutture private oppure si sono dovute rinviare le utenti agli ambulatori ospedalieri. 112 Il consultorio familiare pubblico Il questionario ha permesso di constatare che la dotazione strumentale presente nel servizio in genere non è adeguata: manca quasi ovunque uno strumento indispensabile come l’ecografo e per questo le donne vengono inviate ad altre strutture. Si rileva tuttavia che il 30% delle utenti ha difficoltà per poter fare le ecografie di base previste dal protocollo ministeriale nei tempi previsti, in particolare per quanto riguarda l’ecografia del secondo trimestre. È auspicabile che i consultori riescano a garantire il monitoraggio ecografico a esclusione dell’ecografia morfologica, per la quale sarebbe utile prevedere delle corsie preferenziali fra consultorio, reparti ospedalieri e strutture convenzionate nell’ottica della continuità assistenziale. Al momento, invece, le forme di collaborazione con la struttura ospedaliera sono varie, non costituiscono una prassi consolidata e riguardano meno della metà del campione. Tutti comunque concordano sul fatto che la completezza dell’assistenza fornita è un fattore determinante per la qualità del servizio offerto e che quindi, anche nell’area materno infantile, è necessario garantire all’utenza dei percorsi anziché delle singole prestazioni. Il modello di presa in carico prevede che la gravidanza sia seguita dallo specialista ginecologo. Alcuni consultori però sarebbero interessati a sperimentare dei modelli innovativi: per esempio, la gravidanza fisiologica potrebbe essere seguita dall’ostetrica con momenti di verifica puntuale con il ginecologo. Gli operatori maggiormente coinvolti nel percorso nascita ritengono che «l’assistenza ostetrica a tutte le gravidanze ha lo scopo di individuare quella piccola quota di gravidanze a rischio in modo da predisporre per esse interventi appropriati, ma non deve far sì che tutte le gestazioni vengano trattate come eventi patologici». Si tratta cioè di «recuperare la fisiologia dell’evento nascita, senza negare quei benefici in termini di riduzione della mortalità e morbilità materna e neonatale che la migliorata assistenza ostetrica negli anni ha portato». In sintesi, si può quindi affermare che occorre monitorare l’appropriatezza degli interventi per evitare la medicalizzazione: in questo senso, a livello regionale, sarebbe opportuno ridefinire le Linee guida per l’assistenza alla gravidanza attraverso il coinvolgimento sia delle strutture pubbliche sia dei professionisti e delle strutture private. Il percorso nascita nei consultori familiari della Regione Friuli Venezia Giulia 113 I corsi di accompagnamento alla nascita La partecipazione ai corsi mostra notevole variabilità: si oscilla da un 15% a un 40% sul totale dei nati, e ciò sembra correlato alla varietà di offerta dei singoli distretti (piscine, ospedale, palestre). L’età media delle donne varia dai 30 ai 35 anni e sono per lo più primipare. Le donne immigrate accedono con difficoltà ai corsi (da 0% al 20%), anche se in alcune sedi si comincia a vedere qualche cambiamento a seguito di un’offerta di incontri più mirata a sostenere la donna nell’orientarsi in un contesto sociale diverso. Quando invece le gestanti straniere sono residenti da più tempo e conoscono bene la lingua, partecipano ai corsi “tradizionali”. Questi in genere iniziano il settimo mese, in corrispondenza con l’astensione dal lavoro, ma in alcune sedi l’avvio è anticipato al quartoquinto mese: al momento, non si è in grado di fornire ulteriori informazioni in merito a obiettivi per fare un confronto sugli obiettivi che hanno certamente delle peculiarità. In tutti i consultori i gruppi sono stabili: non sono previste significative rotazioni delle utenti e degli operatori, per favorire il costituirsi di un sentimento di reciproca fiducia nel comunicare vissuti ed esperienze. L’ostetrica è la figura professionale di riferimento: organizza i corsi, è sempre presente agli incontri e può condurre il gruppo da sola o con lo psicologo. In alcuni casi, possono inserirsi altre figure (vigilatrici d’infanzia, assistenti sanitari, assistenti sociali, ginecologo). Si fa ricorso a tecniche corporee come il training autogeno respiratorio e lo stretching. Trattandosi quasi esclusivamente di primipare, sarebbe importante interrogarsi sull’obiettivo dei corsi, che non consiste solo nel dare informazioni sul travaglio, il parto, le prime cure rivolte al neonato, quanto nell’accompagnare la donna nel passaggio da figlia a madre, dal bambino immaginato al bambino reale, dall’essere coppia al diventare famiglia. Per favorire queste elaborazioni, in molti operatori esiste la consapevolezza che è opportuno partire dai saperi delle gestanti e utilizzare modalità di comunicazione che favoriscano lo scambio, la discussione e il sostegno reciproco. Fare richiede delle abilità precise e quindi va prevista un’adeguata formazione degli operatori. 114 Il consultorio familiare pubblico Nei corsi è da tempo consolidata l’attenzione al mutato ruolo dei padri nei confronti dell’evento nascita, e ovunque è prevista la loro partecipazione da uno a più incontri. Infine, dai dati raccolti è emerso che l’attività è conosciuta e apprezzata dai punti nascita in quanto viene notato che al momento del travaglio e del parto le gestanti appaiono più padrone della situazione. Gli incontri dopo il parto Si tratta di un’attività recente, sviluppata a seguito di bisogni di aiuto e sostegno espressi dalle neomadri che hanno scarse reti familiari o sociali. Questi incontri vengono organizzati pressoché ovunque e hanno una struttura variabile: in genere iniziano il primo mese, considerato il più critico dalle madri, e si protraggono per 4-5 volte. In genere, gli incontri sono condotti dagli stessi operatori del corso “pre” che, su questioni specifiche, possono integrarsi con fisioterapiste, educatrici dei nidi, ecc. L’obiettivo consiste nel fornire ascolto e supporto su temi come: le cure al neonato l’allattamento, lo svezzamento il massaggio al neonato il rapporto madre-bambino i cambiamenti nella coppia. La percentuale di madri che frequentano questi incontri si aggira attorno al 20%, ma non mancano sedi in cui è molto elevata (80%) perché chiedono di farvi parte anche donne che non hanno seguito il corso preparto. Le madri immigrate invece sono ancora poche: solo in un consultorio si organizzano incontri specifici per loro a partire dai particolari tipi di maternage. Per gli operatori, in genere, è indispensabile acquisire ulteriori conoscenze circa il modo di vivere la maternità delle donne straniere, soprattutto se in condizione di vulnerabilità o di isolamento sociale, per poi ipotizzare gli interventi più efficaci in collaborazione con i servizi sociali, il volontariato, ecc. In questo senso, la visita domiciliare in puerperio è risultata uno strumento sensibile capace di fornire elementi molto interessanti nelle condizioni più disagiate. Il percorso nascita nei consultori familiari della Regione Friuli Venezia Giulia 115 Puerperio Negli ultimi anni i punti nascita hanno organizzato la dimissione precoce, cioè entro 48-72 di vita del neonato. In mancanza di un progetto regionale specifico circa l’assistenza in puerperio, i consultori hanno messo in campo iniziative di vario tipo e, quindi, oggi siamo di fronte a un panorama alquanto variegato. In qualche Asl l’offerta è rivolta a tutte le madri anche attraverso il consenso informato alla visita domiciliare o al contatto da parte del consultorio subito dopo il parto. In altre a coloro che fanno un’esplicita richiesta o prevalentemente alle madri immigrate perché ritenute più a rischio. In alcuni casi, si privilegia la visita domiciliare, in altri si invita la donna presso il servizio. Gli operatori coinvolti sono le ostetriche, le puericultrici o le assistenti sanitarie secondo le possibilità del servizio. Il numero di madri a cui viene rivolta l’offerta e di madri effettivamente raggiunte è estremamente vario: da15% al 90%. Sarebbe importante avere informazioni più specifiche circa il servizio offerto, come il tipo di controlli effettuati sulla madre e sul bambino, il collegamento con i pediatri di libera scelta e i tempi di intervento. A questo proposito, è noto che solo l’intervento precoce, entro 10-15 giorni, è in grado di evitare che si abbandoni l’allattamento al seno alle prime difficoltà. In sintesi, attraverso i questionari, si è verificato che in tutti i consultori esiste l’assistenza nella fase del puerperio; è però necessario giungere, in analogia ad altri progetti regionali, a una ridefinizione condivisa degli obiettivi, delle modalità di lavoro e di raccordo sia con i punti nascita sia soprattutto con i pediatri. L’importanza di sviluppare una buona assistenza dopo la nascita deriva anche dalla notevole produzione scientifica che ha individuato nel puerperio un momento di fragilità per il nuovo nucleo familiare e in particolare per la neomamma che deve affrontare il delicato adattamento che la maternità comporta. Risulta infatti che il 20% delle puerpere attraversa una fase depressiva che, in alcuni casi, può raggiungere connotazioni di rilevanza clinica con importanti conseguenze sulla madre e sul bambino. Gli operatori dei consultori hanno da tempo dedicato la massima attenzione al problema cercando di sperimentare modelli di intervento che coinvolgano più attori. Per poter rendere più efficace la 116 Il consultorio familiare pubblico risposta, in alcune realtà, si sta tentando di sviluppare un lavoro di rete con la presenza del servizio sociale dei Comuni e del Dipartimento di salute mentale: accanto agli indispensabili interventi medici e psicologici vanno infatti previsti anche supporti domiciliari e sociali. Alle madri e ai familiari riesce ancora difficile esprimere e chiedere aiuto in relazione a questa sofferenza: è quindi necessario diffondere la conoscenza dei servizi e dei percorsi di aiuto prevedendo le risorse necessarie. Per concludere, alla luce delle informazioni cortesemente fornite dagli operatori, per l’immediato futuro riteniamo importante proporre le seguenti piste di lavoro: migliorare l’integrazione fra territorio e ospedale per garantire percorsi chiari e certi promuovere la deospedalizzazione delle attività ostetriche mediante il potenziamento della rete consultoriale, secondo il Piano sanitario nazionale del 2004 predisporre un protocollo tecnico scientifico per il monitoraggio della gravidanza e una cartella unica per controllarla colmare «il vuoto assistenziale dopo il parto», secondo le Raccomandazioni per l’assistenza alla madre in puerperio e al neonato del 2000. Annamaria Dolcet, Elodia Del Pup Il percorso nascita nei consultori familiari della Regione Friuli Venezia Giulia 117 Monitoraggio di gravidanza integrazione con i punti nascita ed equipe consultoriale di Luciana Ramon I l Progetto obiettivo materno infantile del 2000 assegna al consultorio familiare un ruolo centrale tra i servizi di primo livello per attuare gli interventi previsti a tutela della salute delle donne, lo individua come luogo per la continuità dell’assistenza della puerpera e del neonato e sottolinea come il percorso nascita sia un’area di intervento strategica. Non serve ricordare come nel consultorio familiare sia prioritario l’impegno alla difesa e promozione della salute con particolare attenzione alle fasce deboli, svolgendo attività che privilegiano la prevenzione, l’informazione e l’educazione sanitaria e avendo come punto di forza il lavoro di equipe. Dal Progetto obiettivo materno infantile emerge anche l’indicazione a realizzare un sistema fortemente integrato tra servizi territoriali, ospedalieri e gli altri servizi attivi nell’ambito dell’area materno infantile, al fine di garantire, come recita il Decreto ministeriale del 24 aprile 2000, «unità, efficienza e coerenza degli interventi», per una maggiore umanizzazione dell’evento nascita garantendo però la sicurezza di madre e bambino. Dall’analisi dell’evoluzione dell’evento nascita attraverso le statistiche ufficiali, ultima delle quali il rapporto della Commissione salute delle donne del ministero della Salute pubblicato nel marzo 2008 e attraverso le indagini epidemiologiche emerge che il 99% delle donne che hanno avuto figli negli ultimi 5 anni sono state seguite da un operatore sanitario durante la gravidanza. Secondo l’“Indagine conoscitiva sul percorso nascita 2002. Aspetti metodologici e risultati nazionali”, la figura preferita dalle gravide è quella del ginecologo privato (75%), e la percentuale di gravide seguita dal consultorio familiare varia dal 2,3% al 17,3%. La percentuale di gravide straniere assistite nella nostre realtà consultoriali è del 35,6%. Nonostante il miglioramento dell’assistenza in gravidanza nel nostro Paese, il rapporto “Gravidanza e parto: una nuova 120 Il consultorio familiare pubblico coscienza femminile, un nuovo protagonismo maschile” riferisce che ancora un 4% di donne straniere non ha ricevuto nessuna assistenza in gravidanza e il 17% di loro hanno dichiarato di aver avuto difficoltà a essere assistite. Anche gli esiti alla nascita continuano a essere peggiori rispetto alle italiane, con un 8,8% di parti pretermine tra le immigrate rispetto al 4,6% tra le italiane. Il numero di visite durante la gravidanza nella Regione Friuli Venezia Giulia è di oltre 4 nell’88,7% dei casi e minore o uguale a 4 nell’11% dei casi. È normalmente ritenuto importante avviare i controlli entro i primi tre mesi della gravidanza, ma secondo lo stesso rapporto il 18,6% delle donne straniere effettua la prima visita oltre la dodicesima settimana gestazionale. I controlli prenatali tardivi sono associati alla bassa età della donna, al basso livello di istruzione e al basso livello socioeconomico. Le donne immigrate hanno spesso difficoltà di accesso alle informazioni, non conoscono la diagnosi prenatale, partecipano poco ai corsi di preparazione al parto, hanno maggiori difficoltà a rapportarsi con i medici e le strutture sanitarie. Il numero di ecografie è fra 1 e 4 nel 14% dei casi, fra 4 e 6 nel 72,6% dei casi e di 7 o più nel 13,4% dei casi, con un numero medio di 4,3. Questa percentuale sale al 54,4% nella Liguria e al 47% in Abruzzo e Basilicata. Per il rapporto della Commissione salute delle donne il numero di ecografie non sembra avere nessuna correlazione con il decorso della gravidanza. Quale assistenza in gravidanza? In quasi tutti i Paesi con sistemi sanitari sviluppati si assiste a una forte medicalizzazione della gravidanza e a un consumismo di procedure diagnostiche e terapeutiche complesse nella totalità delle gravidanze. Osserviamo però come sia aumentata anche in questi stessi Paesi l’attenzione agli aspetti relazionali e affettivi della nascita, che costituisce occasione di grande cambiamento e crescita per l’individuo. Nella nostra realtà, la gravidanza fisiologica può essere assistita indifferentemente nella struttura consultoriale, ambulatoriale o ospedaliera; questo comporta la dispersione di risorse economiche, oltre che professionali e strutturali, in tre rivoli diversi per la stessa funzione. Monitoraggio di gravidanza integrazione con i punti nascita ed equipe consultoriale 121 Quale assistenza si presta alla gravida in consultorio? Il consultorio familiare offre: assistenza medica con garanzia di continuità delle cure, privilegiando la gravidanza fisiologica e inviando ai livelli superiori le gravidanze a rischio. Valorizza anche le capacità e la consapevolezza della donna contribuendo, attraverso il lavoro multidisciplinare (che è il punto di forza del consultorio, con stretta connessione tra sociale, psicologico e sanitario), alla creazione delle condizioni ambientali e relazionali affinché queste possano esprimersi assistenza psicologica alla donna o alla coppia in gravidanza e dopo il parto nelle situazioni di difficoltà interventi di supporto sociale con attività di sostegno alle maternità difficili attraverso formulazioni di progetti individuali sia in gravidanza sia dopo il parto nelle situazioni di disagio sociale. Cosa significa continuità assistenziale? La gravida ha diritto a scegliere la figura professionale o la struttura territoriale o ospedaliera a cui affidarsi nel percorso nascita. Strumenti essenziali per dare continuità alle cure sono: condivisione tra figure professionali diverse del medesimo modello di assistenza alla gravidanza operare utilizzando protocolli condivisi tra ospedale e territorio, per rendere il più possibile uniforme e omogenea l’assistenza prestata utilizzo della cartella ostetrica ambulatoriale della gravida che riporti le informazioni fondamentali relative allo stato di salute e sociale. Le criticità nella nostra realtà sono: mancanza di numero e di organico dei consultori familiari. Conseguenza di questo è un sottoutilizzo delle strutture consultoriali e territoriali, che potrebbero invece offrire un opportuno filtro tra fisiologia e patologia rimandando a strutture specializ122 Il consultorio familiare pubblico zate le gravidanze ad alto rischio. Oltre a essere poco presenti sul territorio, i consultori sono spesso poco conosciuti: anche le donne che partecipano ai corsi di preparazione al parto afferiscono poco al consultorio per l’assistenza in gravidanza o nel puerperio mancanza di omogeneità e coerenza nel percorso di assistenza alla nascita: servizi diversi, spesso non collegati tra loro, offrono assistenza alla gravidanza, al parto e al puerperio. I passaggi tra un servizio e l’altro possono essere a volte difficoltosi e le informazioni fornite alla donna diverse e a volte contraddittorie mancanza di momenti di incontro tra tutti gli operatori coinvolti nel percorso nascita. Ci devono essere contatti permanenti con i reparti con uno scopo comune condiviso: bisogna cioè migliorare la salute della donna in tutte le fasi della vita. Per il futuro l’obiettivo deve essere realizzare un percorso nascita che fornisca alla gravida una presa in carico completa, fatta di collaborazione, interazione e scambio proficuo tra i servizi. La presenza di donne straniere provenienti da aree povere del mondo rappresenta ormai una realtà nel nostro Paese. Il consultorio familiare può diventare luogo privilegiato per la costruzione di un futuro modello di assistenza alla nascita che ponga particolare attenzione alle diverse condizioni di vita, di cultura e di costumi: un “ponte” tra la donna immigrata e le altre strutture. Deve cercare in queste utenti di utilizzare la gravidanza come momento privilegiato per gettare le basi dell’attività preventiva che rappresenta uno degli scopi del servizio consultoriale. Bisogna evitare la frammentazione del percorso nascita. La collaborazione e il collegamento tra consultorio familiare e ospedale sono irrinunciabili per fornire una buona assistenza e garantire sicurezza alla gravida. Il percorso nascita può rappresentare il punto di partenza di un continuum che va dal consultorio familiare al punto nascita per poi concludersi con l’assistenza domiciliare integrata, dopo la dimissione precoce concordata tra gli operatori dell’ospedale e quelli della struttura territoriale. Sarà necessario condividere linee guida di assistenza alla gravidanza tra ospedale e territorio: la continuità assistenziale si attua anche attraverso l’omogeneità degli interventi e la coerenza dei messaggi. Monitoraggio di gravidanza integrazione con i punti nascita ed equipe consultoriale 123 Questo dà alla gravida la certezza di essersi affidata a un gruppo che lavora in modo sinergico. Luciana Ramon Bibliografia G.B. Ascone, “Rapporto della Commissione salute delle donne del ministero della Salute. Percorso nascita”. Roma, 2008. M. Grandolfo, S. Donati, A. Giusti, “Indagine conoscitiva sul percorso nascita 2002. Aspetti metodologici e risultati nazionali”. Roma, 2002. L.L. Sabbadini, “Gravidanza e parto: una nuova coscienza femminile, un nuovo protagonismo maschile”. Roma, 2001. 124 Il consultorio familiare pubblico L’assistenza alla gravidanza e al puerperio di Annamaria Cortese V orrei ridefinire il titolo e quindi il contenuto del mio intervento. Se infatti parliamo di assistenza alla gravidanza e al puerperio utilizziamo dei termini astratti che ci fanno perdere di vista i soggetti coinvolti in questo discorso: innanzitutto le donne che vivono in prima persona la gravidanza e il puerperio, e poi gli operatori con cui entrano in relazione in questo periodo della loro vita. Se pensiamo a un modello sociale di salute dobbiamo innanzitutto affrontare un processo di personalizzazione. Per questa relazione un titolo più adatto sarebbe “Il sostegno alla donna in gravidanza e dopo il parto”. Il concetto di sostegno comprende diversi aspetti. Ci sono i consigli e le informazioni. C’è l’assistenza concreta e tangibile che può essere rappresentata tanto dalla misura della pressione quanto dalla prescrizione di un farmaco, o dall’insegnare i movimenti corretti per la spremitura del latte dal seno. Sono tutte le azioni, mediche o ostetriche, che costituiscono aiuti pratici che diamo alle donne. C’è infine l’appoggio emotivo, fatto di presenza, ascolto, rassicurazione, conferme, che rappresenta una parte fondamentale del nostro lavoro con le donne che entrano nel percorso nascita del consultorio familiare. Questo punto di vista ci permette di uscire da una logica basata su singole prestazioni fatte da specifici operatori e di pensare piuttosto a una continuità dell’assistenza da immaginare nel tempo ma anche tra operatori e servizi diversi. Nel nostro servizio l’obiettivo della continuità nell’assistenza è stato perseguito cercando la condivisione nella filosofia di assistenza, nell’operare con protocolli comuni attraverso la gravidanza, il parto e il puerperio, anche grazie a una cartella della gravidanza unica concordata, anche se con fatica, fra gli operatori dei consultori e con il punto nascita della nostra città, nella dimissione dall’ospedale accompagnata dall’offerta attiva dei servizi territoriali. Quindi la continuità è rappresentata non tanto da un operatore unico che fornisce tutta l’assistenza, ma piuttosto da una coerenza nelle iniziative, nelle proposte, nei messaggi che riguardano le donne. 126 Il consultorio familiare pubblico Il progetto che costituisce il primo nucleo del percorso nascita dei consultori familiari è nato a Trieste nel 1998. Tre momenti formativi fondamentali hanno determinato la struttura del servizio. Il primo era dedicato all’organizzazione e alla gestione dei gruppi (che sono un momento importantissimo dell’assistenza alla gravidanza e nel dopo parto, ma non l’unico). Il secondo ha riguardato l’assistenza nella gravidanza fisiologica da parte delle ostetriche. È un punto sensibilissimo, che determina il sottofondo culturale di gran parte dei progetti passati e più recenti. È stato infine fondamentale un approfondito lavoro di formazione sul campo sui temi che riguardano il sostegno dell’allattamento al seno. Questa è stata la piattaforma da cui siamo partiti. Il tutto è stato affiancato dall’estrema attenzione, che caratterizza l’Ass 1, di garantire quanto più possibile l’equità nell’accesso ai servizi. Se la piattaforma d’azione della quarta Conferenza mondiale sulle donne del 1995 di Pechino è stato il primo punto di ispirazione per la filosofia del nostro progetto, poco dopo il Progetto obiettivo materno infantile nazionale e la progettazione regionale in materia si sono mostrati in sintonia con le nostre iniziative. È quindi possibile rappresentare la nostra attività alla luce degli obiettivi del Progetto obiettivo materno infantile. Esistono delle differenze nell’attuazione all’interno delle diverse realtà nei quattro distretti dell’Ass 1, legate soprattutto a necessità contingenti più che a differenti filosofie. Ogni consultorio, avendo presente l’obiettivo, cerca di volta in volta di utilizzare le risorse di cui dispone. Questo a volte è stato uno stimolo per immaginare proposte innovative. La prima di queste proposte è migliorare l’informazione e l’educazione alla salute delle donne sulla gravidanza e sulla sua gestione. È stato fatto uno sforzo per passare da un modello informativo a un modello educativo. Questo vuol dire innanzi tutto sbilanciarsi sull’enunciazione di alcuni principi, ma fornire al tempo stesso strumenti critici che ne consentano la messa in discussione. Accanto a questo c’è però anche un discorso che si riallaccia a quanto detto prima sull’equità di accesso e sull’attenzione alle iniziative di offerta attiva. La nostra offerta attiva riguarda infatti soprattutto le donne straniere e le donne seguite in gravidanza dal consultorio familiare, in particolare quando esistono problemi psicologici o sociali che le espongono al rischio dell’esclusione sociale. Pensiamo agli interventi di sostegno alla gravidanza come a una costellazione di azioni che si organizzano attorno ai bisogni rilevati da L’assistenza alla gravidanza e al puerperio 127 qualsiasi operatore si trovi a costituire il punto di ingresso nel sistema. Capiamo così come ogni operatore dell’equipe possa essere fonte di offerta attiva per interventi contigui. Per esempio, non è stato fatto un progetto specifico per le gravidanza delle donne straniere. Esiste però un progetto rivolto a facilitare l’accesso dei cittadini stranieri ai servizi sanitari. Una delle azioni di questo progetto riguarda la prevenzione dell’interruzione volontaria di gravidanza. Sappiamo che, se vogliamo prevenirla, dobbiamo agire nei momenti in cui è possibile sensibilizzare le donne sull’importanza della pianificazione familiare. Il puerperio è riconosciuto come uno di questi momenti. Alla donna che si rivolge al consultorio familiare unicamente per il monitoraggio clinico della gravidanza, se lo desidera, possono essere offerte altre forme di sostegno, di cui abbiamo parlato all’inizio, per esempio all’interno dei corsi di accompagnamento alla nascita. Le donne con difficoltà sociali o psicologiche possono essere indirizzate in questo senso e tutto questo è facilitato dall’esistenza di un gruppo di persone che lavorano a stretto contatto, negli stessi spazi, e possono quindi comunicare con una certa facilità. Abbiamo spesso sentito l’esigenza di valutare la nostra attività; prima ancora che venisse avviato il programma di rilevazione regionale abbiamo provato a elaborare degli indicatori sulla base delle fonti di dati disponibili: registri delle iscrizioni e frequenze ai corsi di accompagnamento alla nascita, certificati di assistenza al parto e, nell’ultimo anno, primi dati disponibili con il sistema regionale di raccolta dati sui consultori familiari. È importante vedere che molte delle donne che partoriscono a Trieste hanno avuto contatti in gravidanza con i consultori familiari, e ben il 56% si è iscritto a un corso di accompagnamento alla nascita. Percorso nascita nei C.F. - 1° semestre 2008 800 700 600 500 400 300 200 100 0 128 parti gravidanza in CF partecipanti CAN 792 472 448 59% 56% 1° semestre 2008 Il consultorio familiare pubblico Persistenza dell’allattamento esclusivo al seno a Trieste e nella Regione Friuli Venezia Giulia (2008) 80% 74,87% 70% 60% 64,89% 52,34% 50% 40% 37,46% TS FVG 30% 20% 10% 0% dimissione II vaccino Una seconda proposta è l’offerta attiva di visite domiciliari, con particolare riferimento al caso di dimissioni precoci o in situazioni di rischio sociale. Le azioni dell’Ass 1 sono rappresentate dall’offerta attiva a tutte le donne del sevizio di accoglienza alla coppia mammabambino presso i distretti al momento della dimissione dall’ospedale, ed eventualmente dalla visita domiciliare, con particolare riferimento al caso di dimissioni precoci o in situazioni di rischio sociale o psicologico. Gli incontri di gruppo proseguono, senza soluzione di continuità, attraverso gravidanza, puerperio e post parto, e sono aperti a nuovi ingressi nel post parto. L’allattamento al seno e la sua persistenza nei primi mesi di vita del bambino può essere considerato un indicatore complessivo della qualità delle cure perinatali. Abbiamo quindi utilizzato come indicatore le percentuali di allattamento esclusivo alla dimissione e al secondo appuntamento vaccinale fornite dal programma di rilevazione regionale. Annamaria Cortese L’assistenza alla gravidanza e al puerperio 129 L’accompagnamento alla genitorialità tra fisiologia e patologia di Maria Virginia Fabbro Non esiste un bambino senza relazioni di accudimento Donald Woods Winnicott D all’assunto di Winnicott possiamo desumere che il nostro esserci come soggetti dipende dalle nostre relazioni significative: dal bambino che siamo stati, dall’accudimento che abbiamo ricevuto, dal desiderio dei nostri genitori per noi è derivata la nostra storia di adulti. Nell’interrogarci su cosa significa diventare genitori, sicuramente un passaggio complesso nel ciclo vitale di ogni soggetto, e cosa significa diventare una madre o un padre, è inevitabile fare i conti con la nostra storia. Come può il consultorio accompagnare alla genitorialità, sia negli aspetti relativi alla cura sia in quelli di prevenzione/promozione della salute? Cosa significa diventare genitori oggi? Le questioni in gioco rimandano a diversi aspetti: biologici antropologici sociali soggettivi di genere. I dati statistici riguardanti le visite e gli esami medici in gravidanza hanno a più riprese aperto un dibattito mettendo in discussione la necessità di interventi sanitari ritenuti eccessivi o ridondanti nella gravidanza fisiologica, in quanto ciò pare indurre nelle donne dipendenza, scarsa autostima, riduzione della percezione di competenza rispetto alle proprie scelte e alla propria salute. Per quanto riguarda la fase del post parto questo dibattito è stato parziale; infatti, i dati pubblicati su vari documenti fanno riferimento, 132 Il consultorio familiare pubblico rispetto alle patologie psicologiche e psichiatriche, alle seguenti percentuali: oltre il 75% delle donne riguardo al baby blues dal 20% al 25% per la depressione post parto dallo 0,1% allo 0,2% per la psicosi puerperale. Tralasciando il baby blues e la psicosi puerperale, il dato sulla depressione post parto può far pensare che per quasi una donna su quattro la nascita di un bambino provoca una situazione emotiva patologica, inserita anche nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali Dsm IV. Siamo di fronte a una vera epidemia? Altre fasi evolutive femminili sono state, e sono tutt’ora, connotate da termini patologici, come per esempio la menopausa. Anche in questo caso il dibattito si sta aprendo criticamente e dalla nota introduttiva al documento della Conferenza di consenso di Torino nel maggio 2008, emerge come la necessità di proporre la «terapia ormonale sostitutiva implica una concezione della menopausa come sindrome da carenza d’ormoni e suggerisce una costruzione di senso in termini di patologia. Mentre la menopausa non è una malattia, ma una tappa evolutiva della vita della donna». Per certi aspetti questi esempi ci portano a una visione storico antropologica, a un modello che vede incarnati nel corpo della donna la magia e il maleficio, il potere sia in senso positivo e curativo sia malefico, un corpo capace di dare la vita così come di procurare morte. La potenza del corpo femminile, del ventre femminile, e dal corpo agli annessi (capelli, placenta, mestruo) e dei loro effetti, ha lasciato tracce fino a oggi. Di fatto il corpo femminile era considerato una matrice – così veniva definito l’utero – per la riproduzione, era inteso soltanto come un principio passivo, mentre la generazione umana dipendeva dal seme maschile (che portava la vita, l’identità umana, l’anima). La gravida aveva tutta una serie di interdizioni (come il divieto di sostare ai crocicchi infestati da streghe e spettri, di vegliare i defunti), per non parlare dei pronostici sul nascituro (dalla forma del ventre, dall’umore della gravida). Oggi è la scienza che decide e definisce, categorizzando l’evento nascita e i vissuti dei soggetti. L’interrogativo allora potrebbe essere: la transizione alla genitorialità, per gli aspetti emotivi associati, ha a che fare con la patologia, la psiL’accompagnamento alla genitorialità tra fisiologia e patologia 133 chiatria, o con una fase evolutiva normalmente, inevitabilmente pregna di eventi perturbanti? Utilizzare termini medici può favorire lo spostamento verso motivazioni mediche anche degli aspetti evolutivi e relazionali in gioco. Per esempio la giustificazione della fatica, della criticità nel post parto, viene ricondotta alla presenza degli ormoni, piuttosto che associata ad altri aspetti, al punto che le stesse neomadri (e i neopadri) quando si raccontano si identificano spesso nella definizione biomedica. Winnicott afferma che l’instabilità psicoemotiva nella genitorialità nascente deriva dal trovarsi ad affrontare sentimenti e stati d’animo che non trovano immediato riconoscimento e conseguente collocazione all’interno dei propri personali riferimenti, dalla paura di non essere all’altezza del compito, dal riferimento alla propria esperienza di figlia, di neonata accudita ed educata, la cui memoria aiuta o ostacola la propria esperienza genitoriale, estendendo la considerazione anche al padre. Per Monique Bydlowski, neuropsichiatra e psicanalista che da anni lavora in Francia all’interno di un reparto ostetrico ginecologico, «la creazione di un bambino risulta dall’unione da parte di due adulti del loro capitale genetico e delle loro rappresentazioni inconsce e singolari» e «in materia di filiazione umana un debito di vita inconscio lega in una catena transgenerazionale i soggetti ai loro genitori, ai loro antenati». In questo modo «per i futuri padri e madri il riconoscimento di questo dovere di gratitudine, di questo debito di esistenza, è il perno della capacità di trasmettere la vita». Le rappresentazioni psichiche inconsce, nella loro ambivalenza, guidano e regolano prima la relazione tra i genitori e il desiderio, e poi gli scambi successivi tra loro e il bambino. Questi concetti rimandano alla peculiarità di ogni singolo individuo. Rimandano cioè al neonato, non solo come prodotto biologico, ma anche come luogo di trasmissione psichica, che viene al mondo già dotato di una sua competenza psichica, seppur rudimentale, che si svilupperà nell’interazione con l’adulto significativo. In questo modo il bambino sarà anche il testimone delle disavventure dei suoi genitori. Questa fase del ciclo vitale comporta quindi, oggigiorno, una vera e propria rivoluzione, mentre in passato era considerata una semplice fase della vita, supportata da un sapere tramandato grazie a un’intensa rete di scambi familiari e sociali. 134 Il consultorio familiare pubblico Rispetto alle questioni psicologiche e sociali possiamo aggiungere che l’inevitabile crisi d’identità che accompagna la transizione all’esercizio della funzione genitoriale si esplica su più fronti: Il passaggio alla condizione adulta non coincide più con il matrimonio e l’abbandono della casa di origine come accadeva in passato. In questo contesto, avere un figlio e dunque diventare genitori, coincideva con il diventare adulti, con una delle più importanti crisi evolutive dell’adultità il protrarsi del tempo dello svincolo dalla famiglia d’origine può determinare, quando arriva il primo figlio, un’opposizione adolescenziale tardiva rispetto ai propri genitori che non rappresentano come un tempo, nell’immagine dei neogenitori, una risorsa nell’affrontare le problematiche legate alla vita con un bambino la nascita di un bambino comporta un salto generazionale nelle parentele: i coniugi diventano genitori, i genitori dei coniugi diventano nonni, e accettare il figlio significa accettare di invecchiare, acquisire una visione diversa dello scorrere del tempo, della vita e soprattutto della morte l’età tardiva con cui arriva il primo figlio è accompagnata da una maggiore consapevolezza nella scelta di diventare genitori; comporta alcuni vantaggi, ma anche un notevole aumento di ansie e paure, che spesso non trovano un adeguato contenimento in ambito sociale la nascita della genitorialità, intesa come assunzione di un nuovo ruolo nella vita, a volte può essere accompagnata da un profondo stato di smarrimento e ansietà, in particolare quando l’esperienza infantile con i propri genitori è stata il frutto di modalità relazionali distorte, che hanno lasciato cicatrici emotive anche la modernità, il bisogno di dare costantemente un’immagine di efficientismo, rischia di trasformare l’esperienza della maternità e della paternità in un periodo di grande frustrazione un altro elemento frutto della modernità è legato alla percezione di poter controllare tutti gli aspetti dell’esistenza, compreso quello della nascita e della genitorialità scelta e programmata, che pare incidere con un livello di aspettative onnipotenti e salvifiche di fronte alla nuova identità genitoriale, con scarsa o L’accompagnamento alla genitorialità tra fisiologia e patologia 135 nulla tolleranza per i livelli di sofferenza, frustrazione o difficoltà che normalmente emergono nel difficile processo di genitorializzazione un segnale della forte incertezza e ansia con cui molti genitori vivono l’esperienza della genitorialità è rappresentato dalla delega di un sapere alle istituzioni mediche che si esplica, per esempio, nell’eccessivo e improprio ricorso alle strutture sanitarie, ginecologiche o pediatriche, per falsi problemi, nella ricerca di una sorta di paternage simbolico. Come abbiamo potuto vedere il passaggio del soggetto alla funzione genitoriale è composto da più fattori che influenzano la personalità dell’individuo e ne sono a loro volta influenzati. I cambiamenti legati alle fasi del ciclo vitale a volte avvengono con un disagio che può diventare vera patologia, sia soggettiva sia relazionale, come per esempio quella materno infantile nel post parto o nella relazione genitoriale successiva. Diventare madre è una fondamentale esperienza psicologica: vengono riattivati conflitti e fantasie dell’infanzia ed è tramite la procreazione che una donna regola il suo debito di vita verso la madre. Diversi autori considerano l’importanza che la donna si identifichi con una buona immagine materna, il che significa che la donna ha sperimentato una buona relazione infantile con la propria madre, ma anche che è stata capace di riconoscerla come tale, di sentirsi da lei riconosciuta e di riferirsi a lei nella sua esperienza attuale, senza essere sopraffatta da elementi conflittuali. Alcuni autori hanno distinto due differenti tipologie con cui si può manifestare l’identificazione materna. La prima è una modalità tipicamente “imitativa”, caratterizzata dall’illusione di “essere come la propria madre”. La seconda deriva invece da un’introiezione che lascia aperta la possibilità di un’elaborazione personale e creativa della figura materna che implica la necessità di privilegiare l’identità di madre rispetto a quella di figlia. Come conseguenza di questo passaggio, che avrà tempi molto brevi, sarà possibile vivere una sensazione o di perdita o di conquista, responsabile del complesso d’emozioni che la maggioranza delle donne vive subito dopo il parto: capita, infatti, che a volte si sentano contemporaneamente tristi e felici. Bydlowski, ha effettuato numerosi studi per comprendere gli albori 136 Il consultorio familiare pubblico della relazione madre-bambino e il particolare processo psichico che accompagna una donna incinta dalla fase del progetto-bambino, alla fase del bambino immaginato fino alla maternità reale vissuta col bebè dopo la sua nascita. Bydlowski descrive con l’espressione “trasparenza psichica” un funzionamento psichico particolare in gravidanza, caratterizzato da un abbassamento delle resistenze abituali che la giovane donna oppone di fronte all’inconscio rimosso, e marcato da un iperinvestimento della sua storia personale e dai suoi conflitti infantili. È una particolare situazione emotiva caratterizzata da una maggiore sensibilità. Questo concetto tiene conto di due aspetti: che la donna, come all’epoca della sua adolescenza, è in una situazione relazionale speciale, di capacità di transfert, di richiesta d’aiuto che c’è un’autenticità particolare: lo stato di coscienza e i ricordi rimossi affiorano alla coscienza con più facilità. Winnicott ha denominato questo stato «preoccupazione materna primaria», paragonabile alla definizione data nell’intervento della dottoressa Malacrea in questo convegno, cioè come «una finestra di plasticità». Nella donna in gravidanza, frammenti di inconscio arrivano al conscio e il figlio rappresenta per la futura madre un oggetto attuale rappresentabile unicamente con gli elementi del passato. Le rappresentazioni mentali sono centrate su un’innegabile polarizzazione narcisistica. Le ragioni della trasparenza psichica paiono avere origine nell’iperinvestimento nel figlio che però appartiene alla propria persona – non è distinto da sé – e questo permette un disinvestimento delle tematiche psichiche estranee a questa invasione narcisistica. In questo modo, fantasmi regressivi affluiscono dall’inconscio senza incontrare la barriera abituale della rimozione. Può essere interessante per il personale che accompagna la gravida cercare di comprendere il dispiegarsi di questa maternità interiore, premonitrice del modo in cui si stabilirà la relazione con il bebè e anche indicativa dell’esistenza di equilibri destinati comunque a modificarsi. Comprenderne il senso, prima che questo accada, può essere utile in materia di prevenzione. L’accompagnamento alla genitorialità tra fisiologia e patologia 137 L’esistenza di questo processo in atto, per esempio, si può notare nel modo con cui sono affrontati il travaglio e il parto. Ci sono donne che faticano a separarsi dal loro bambino, bloccando il travaglio o non iniziandolo nemmeno, in un’angoscia di separazione, segnata dalla presenza di insonnia e paura di partorire, che può sottendere un lutto mai elaborato e un’illusione di ritrovare l’oggetto perduto attraverso il bambino atteso. La frustrazione presente nel post parto può essere ricondotta all’impossibilità di riconoscere nel bambino concreto il desiderio, ricercato in modo illusorio, di avere sostituito attraverso di lui quanto perso, così da determinare sintomi depressivi. Nell’interazione tra il neonato e la madre, quest’ultima mette in atto delle rappresentazioni attraverso i suoi gesti e la loro ripetizione. Lei traduce così le sue emozioni e i suoi mutamenti d’umore. Questo insieme è decifrabile dal bebè che, senza comprendere il senso delle parole, ha la capacità di cogliere il linguaggio del corpo e dei sentimenti. I segni sono legati a un senso nascosto, a un significante, a un significato sepolto nella memoria del soggetto. L’inconscio di ognuno dei due genitori prenderà corpo nello spazio psicocorporeo del piccolo. Il bambino atteso è, nel suo corpo e nella sua psiche, luogo di proiezione. Il bimbo parla anche dell’ambivalenza a volte presente dietro alla sua origine; l’amore e l’odio sono sentimenti presenti in ognuno di noi. La madre “gioca” con il suo bimbo i conflitti e le angosce che hanno fondato la sua prima relazione e il bambino può diventare luogo di espressione privilegiato di questi conflitti agiti, in quanto fantasmi rimossi dalla madre, in particolare nel primo anno di vita del figlio. Una vera prevenzione in materia di psicopatologia infantile deve prevedere la necessità di arrivare a una mobilizzazione delle rappresentazioni materne prenatali, al loro disinnesco eventuale, alla loro mobilizzazione dopo la nascita. Cito una ricerca realizzata presso il consultorio familiare di Gemona nel 2004, pubblicata sulla rivista Psicologia clinica dello sviluppo dell’agosto 2008. È stata effettuata, su un campione di gravide afferenti al nostro servizio consultoriale, da una specializzanda del master “Genitorialità” presso l’Università di Padova con la supervisione della dottoressa Graziella Fava Vizziello. Questo lavoro aveva l’obiettivo di indagare il ruolo di una serie di fattori personali, relazionali e conte138 Il consultorio familiare pubblico stuali nella transizione dalla gravidanza al terzo-quarto mese di vita del bambino. Il presupposto teorico si rifà, oltre che alla teoria dell’attaccamento, al modello processuale di Belsky, che presuppone come determinanti e influenti nella transizione alla genitorialità i fattori descritti. Il bambino è visto come risultato di una serie di fattori: la storia evolutiva dei suoi genitori, la loro personalità, la relazione di coppia, il tipo di supporto sociale, il lavoro. I risultati emersi rimandano ad alcune evidenti criticità, nella transizione alla genitorialità. La cura e la prevenzione Cosa può fare il consultorio familiare pubblico per accompagnare questo percorso nella cura, nel sostegno e nella prevenzione? La presa in carico della salute psicofisica delle persone nell’ottica della continuità, con un approccio di genere, la prevenzione delle distorsioni relazionali precoci, il sostegno alla genitorialità nascente e successivamente nelle criticità, il sostegno alla famiglia, sono tra gli obiettivi di salute perseguiti prioritariamente dal consultorio familiare e ribaditi anche dalla più recente legislazione in materia. Oltre alla presa in carico multiprofessionale delle singole situazioni per problematiche già evidenti, è la prevenzione che connota in modo specifico l’attività consultoriale nell’area materno infantile, riprendendo dalla Carta di Ottawa il concetto di prevenzione e promozione della salute inteso come «il processo che permette alle persone e alle comunità di sviluppare un’autonoma capacità di controllo sul proprio stato di salute». Nella nostra Ass è ormai consolidata una modalità di gestione delle cure e in particolare della multiproblematicità in forma integrata fra ospedale e territorio, in particolare tra i servizi dell’area materno infantile del Distretto 1, nella quale è inserito il consultorio familiare, e le unità operative di pediatria e di ostetricia e ginecologia del Dipartimento materno infantile, ma anche come integrazione sanitaria con il servizio sociale dell’area età evolutiva e famiglia. Nel caso di problematiche complesse (a valenza sanitaria o sociosanitaria) infatti, c’è la tempestiva segnalazione da parte del punto nascita al consultorio familiare. Per quanto riguarda la prevenzione, entrambi i distretti hanno attuato progetti dedicati alla genitorialità. Descrivo di seguito le attività attuate nel Distretto 1. L’accompagnamento alla genitorialità tra fisiologia e patologia 139 In sintesi, come viene descritto all’interno di un opuscolo informativo plurilingue da noi realizzato per potenziare l’offerta attiva in materia di genitorialità, le attività attuate sono le seguenti: incontri di accompagnamento alla nascita (con successivo approfondimento di seguito) incontri nel post parto visite domiciliari da parte di un’ostetrica alla puerpera e al neonato massaggio al bambino corsi per una comunicazione efficace in famiglia. Caratteristica di tutti i progetti descritti è la programmazione di interventi di prevenzione e promozione della salute con l’obiettivo prioritario di accompagnare i futuri e i neogenitori nel complesso percorso di costruzione della famiglia. La condivisione dell’esperienza della genitorialità in spazi finalizzati a dare un senso ai propri vissuti è favorita attraverso attività individuali e di gruppo gestite da un’equipe multiprofessionale, che utilizza metodologie comunicative condivise, facilitanti i percorsi soggettivi, con un approccio centrato sulla persona-coppia, l’empowerment, l’attenzione alle diversità di genere e culturali. Nel nostro modello di offerta consultoriale di servizi a supporto della gravidanza, nascita e post parto – una delle fasi più importanti del ciclo vitale delle persone – si è cercato, attraverso un attento approccio metodologico, di evitare che la presenza degli operatori possa rappresentare un “saccheggio” dell’esperienza soggettiva e della possibilità di crescita della nuova funzione genitoriale. La preoccupazione del gruppo di progetto quindi è stata di evitare di interferire nel naturale processo evolutivo e di cambiamento in atto, generalizzando un modello teorico che faccia riferimento a processi patologici anche quando si è nell’area di una “normale sofferenza evolutiva”, con l’indubbio effetto di distrarre risorse necessarie quando la malattia è reale. Le attività predisposte per accompagnare i futuri e neogenitori, dalla gravidanza al terzo anno di vita del bambino, permettono di filtrare le situazioni maggiormente a rischio, con lo scopo di una precoce presa in carico. 140 Il consultorio familiare pubblico Gli incontri di accompagnamento alla nascita Pur collaborando dagli anni Ottanta ai corsi di psicoprofilassi al parto organizzati dalla struttura ospedaliera, è dagli anni Novanta che il consultorio si è assunto progressivamente la titolarità dei corsi. Nel 2001 ha avuto il sostegno della Legge 285/97 e le indicazioni contenute nel Progetto obiettivo materno infantile nazionale. Il Decreto ministeriale del 24 aprile 2000 recita: 1. offrire attivamente i corsi di preparazione al parto, alla nascita, al ruolo genitoriale e all’assistenza post parto, con particolare riferimento alla promozione dell’allattamento al seno 2. offrire sostegno psicologico individuale e di coppia alle gestanti 3. perseguire e mantenere contatti permanenti con i reparti ospedalieri in cui le donne andranno a partorire, privilegiando l’integrazione degli operatori dei consultori familiari e ospedalieri per quanto attiene il percorso nascita 4. offrire attivamente visite domiciliari, con particolare riferimento al caso di dimissioni precoci o in situazioni di rischio sociale. Per attuare queste indicazioni si è formata un’equipe progettuale multiprofessionale e integrata, formata da operatori afferenti al consultorio familiare, alle unità operative di pediatria e ostetricia e ginecologia e alla pediatria di libera scelta. L’obiettivo è stato riorganizzare metodologicamente l’attività grazie all’apporto delle specifiche competenze professionali, competenze multidisciplinari indispensabili anche per poter comprendere i determinanti sociali in gioco nel campo della salute, alla luce delle complessità presenti nelle nuove famiglie. Indicazioni preziose sono stati i documenti prodotti dal dottor Grandolfo e i riferimenti contenuti nel primo rapporto sui lavori della Commissione salute delle donne prodotto dal ministero della Salute nel marzo 2008, nei quali i corsi di accompagnamento alla nascita sono associati a minori esiti negativi per la salute della donna e del neonato, riduzione dei cesarei e aumento dell’allattamento al seno. L’equipe, attiva operativamente nei corsi, è rappresentata da queste professionalità aziendali: ostetrica, psicologo, assistente sociale, pueL’accompagnamento alla genitorialità tra fisiologia e patologia 141 ricultrice, vigilatrice d’infanzia, pediatra di libera scelta e ospedaliero, ginecologo. Inoltre comprende gli stessi operatori presenti nelle attività istituzionali di rispettiva competenza che, tra l’altro, l’utenza ritrova nelle sedi di lavoro dell’Ass 3, in un’ottica di continuità delle cure. Dalle prime riflessioni si è giunti a condividere che: i genitori hanno in sé le competenze per affrontare i propri bisogni gli operatori devono essere “facilitatori” della loro crescita personale, favorendo, attraverso strumenti comunicativi efficaci, la maieutica, il processo di empowerment i servizi devono svolgere azioni di sostegno in una logica di continuità e di condivisione. La progettualità ha tenuto conto della complessità del contesto ambientale e territoriale, in cui in particolare: è presente la più bassa densità abitativa della Regione il contesto territoriale è fortemente decentrato e per gran parte montano, dove l’accesso ai servizi non sempre è agevole è presente, in particolare per le giovani coppie, una situazione di incertezza e precarietà economica e lavorativa il disagio personale si manifesta spesso in assenza di richieste d’aiuto espresse nel “passaggio all’atto suicidarlo” in misura maggiore alla media nazionale, in particolare da parte delle figure maschili. L’attenzione maggiore, nella riorganizzazione metodologica, è stata data alla funzione del conduttore-facilitatore presente nelle attività, che deve: saper accogliere (un modello di ascolto) accompagnare le persone a mettersi in contatto col bebè “pensato” e con i bisogni del bebè reale “tollerare di non sapere” per favorire l’emergere delle risorse delle persone lasciare che si “accenda” la curiosità 142 Il consultorio familiare pubblico favorire lo scambio essere professionalmente competente (anche sulla relazione) e in formazione permanente sentirsi parte di un’equipe multiprofessionale con cui condividere le esperienze. Nel Distretto 1 della nostra Azienda il consultorio organizza mediamente, in base alle richieste, 6 corsi all’anno presso la sede di Gemona e 3 corsi all’anno nel punto salute di Tarvisio. Ogni corso prevede 13 incontri, che si tengono in orario serale per favorire la presenza dei padri, prevista a tutti gli incontri. L’inizio è dal quinto mese di gravidanza. L’utenza complessiva media va dalle 150 alle 200 persone all’anno. L’iscrizione al corso avviene contestualmente a un colloquio informativo di accoglienza di coppia, che ha l’obiettivo di fornire, in uno spazio riservato, informazioni rispetto al programma e accogliere eventuali problematiche. Gli obiettivi prioritari dei corsi di accompagnamento alla nascita sono: favorire l’acquisizione nella coppia di una maggiore consapevolezza del futuro ruolo, con attenzione particolare alla funzione paterna sostenere i genitori favorendo la rimozione di eventuali problemi correlati a questa fase genitoriale (depressione post parto, fughe dei neopadri, conflitti con famiglie allargate) e prevenire lo strutturarsi di distorsioni relazionali patologiche tra madre, padre e bambino favorire la riduzione dell’isolamento sociale in contesti territoriali decentrati e in situazione di multiculturalità grazie anche alla rete di supporto che si crea tra i partecipanti ai corsi sostenere il puerperio. I risultati raggiunti sono stati: maggiore consapevolezza dei genitori della propria situazione in termini di difficoltà e di risorse consolidata presenza dei padri in tutte le attività proposte L’accompagnamento alla genitorialità tra fisiologia e patologia 143 aumento delle richieste d’aiuto ai servizi da parte dei genitori, per disagi e patologie correlate sia a questa fase del ciclo vitale, sia come “aggancio” per successive problematiche (depressioni post parto, difficoltà di coppia e familiari, ecc.) buon livello d’integrazione e condivisione raggiunti nell’equipe multiprofessionale, utile anche nella presa in carico di situazioni patologiche. Rimangono però alcune criticità: mancata stabilizzazione del personale nelle attività assenza di uno spazio dedicato per attività di gruppo carenza di opportunità di formazione specifica discontinuità nell’offerta, anche a causa di un’insufficiente cultura dell’efficacia delle attività di prevenzione e promozione alla salute. Maria Virginia Fabbro Bibliografia F. Ansermet, Clinica dell’origine. Il bambino tra medicina e psicanalisi. FrancoAngeli, Milano, 2004. G.B. Ascone, “Rapporto della Commissione salute delle donne del ministero della Salute. Percorso nascita”. Roma, 2008. M. Bydlowski, Il debito di vita. I segreti della filiazione. Quattroventi, Urbino, 2000. M. Bydlowski, Sognare un figlio. L’esperienza interiore della maternità. Pendragon, Bologna, 2004. Conferenza di consenso “Quale informazione per la donna in menopausa sulla terapia ormonale sostitutiva”. Torino, 16-17 maggio 2008. Direzione salute e protezione sociale, servizio programmazione interventi sociali, “Piano regionale di azione per la tutela dei minori nel sistema integrato dei servizi 2008-2009”. M. Grandolfo, “Basi epistemologiche ed epidemiologiche e progettazione operativa, implementazione e valutazione dei corsi di accompagnamento alla nascita”. Roma, 2005. 144 Il consultorio familiare pubblico A. Oliverio Ferraris, P. Sarti, Sarò padre. Giunti, Firenze, 2005. Organizzazione mondiale della sanità, “Politiche e piani d’azione per la salute mentale dell’infanzia e dell’adolescenza”, 2005. Organizzazione mondiale della sanità, “Mental health aspects of women’s reproductive health. A global review of the literature”, 2009. A. Simonelli, E. Driussi, G. Caprara, “Dalla gravidanza alla maternità. Indagine esplorativa sui fattori di influenza sulla qualità dell’interazione madre-bambino nei primi mesi di vita”. In: Psicologia clinica dello sviluppo 2, agosto 2008. S. Veggetti Finzi, Volere un figlio. Mondadori, Milano, 1998. D.W. Winnicott, La famiglia e lo sviluppo dell’individuo. Armando, Roma, 2002. D.W. Winnicott, Sviluppo affettivo e ambiente. Armando, Roma, 2005. L’accompagnamento alla genitorialità tra fisiologia e patologia 145 Come si partorisce in Friuli Venezia Giulia di Giovanni Del Frate V i parlerò di come si partorisce in Friuli Venezia Giulia. Non ho la pretesa di esaurire questo argomento, ma semplicemente vorrei fornirvi alcuni dati che spero siano utili per una riflessione su come si nasce nella nostra Regione. In Friuli Venezia Giulia partoriscono più di 10.000 persone ogni anno. La natalità in Regione è circa 8 su 1000; ciò significa che negli ultimi anni è la natalità è aumentata. Pensate che eravamo arrivati a essere il punto con la maggior denatalità, il punto al mondo in cui si nasceva di meno: avevamo raggiunto un indice di natalità del 7 per 1000; stiamo riprendendo qualcosa. La maggior parte delle gestanti partorisce in ospedale pubblico; c’è una piccola quota che partorisce in clinica privata accreditata. Il Friuli Venezia Giulia è una delle Regioni che ha il minor numero di cliniche private; si può dire che la sanità pubblica in Friuli Venezia Giulia assorbe la maggior parte delle risorse e dà la maggior parte delle risposte. È interessante osservare che abbiamo l’83% di donne italiane che partorisce, 8,7% dell’Est Europa e un 3,8% delle persone di origine africana; anche qui abbiamo una composizione abbastanza variegata. È aumentata l’età materna in cui si partorisce: non si partorisce più tra i 20 e i 30 anni ma la maggior parte della popolazione partorisce dai 30 ai 40 anni e una quota non banale partorisce oltre i 40 anni. È interessante osservare come le donne italiane partoriscono il primo figlio nel terzo decennio della vita; nel 2005 in media nel trentunesimo anno d’età; adesso siamo già oltre i 32 anni. Le donne straniere invece partoriscono il primo figlio intorno ai 25 anni, vicino all’età più favorevole per riuscire ad avere una gravidanza. Che tipo di visite vengono fatte? Quante ecografie? Quante delle prestazioni sanitarie sono utili? Quante sono invece sovrabbondanti? Che significato hanno? 148 Il consultorio familiare pubblico Concentriamoci sulle ecografie: quando si è steso l’ultimo Piano materno infantile nazionale, sono state proposte tre ecografie durante la gravidanza; per contro, il numero di ecografie fatte in media dalle donne è invece superiore: per lo più tra 4 a 6 ecografie durante la gravidanza. È interessante specificare che queste ecografie sono di supporto alla visita, di compiacenza alla persona. Ma le tre ecografie indicate dal Piano materno infantile (una al primo trimestre, quella cosiddetta morfologica intorno alla ventesima settimana, e una verso la fine della gravidanza, nel terzo trimestre) in realtà nella nostra Regione non vengono offerte dovunque. L’unica area nella nostra Regione che offre l’ecografia morfologica a tutta la popolazione in gravidanza è l’area triestina; l’area del Pordenonese ha un deficit di offerta significativa, e così pure l’area udinese. Chi lavora nel consultorio si trova a mandare le persone disperatamente in una struttura o nell’altra, per poi alla fine constatare che chi ha la possibilità è costretto a rivolgersi al privato. Le soluzioni a questo problema sarebbero molto semplici, basta non giocare sugli equivoci. Di chi è compito? Chi deve offrire? L’ospedale? Il territorio? Lasciando queste domande senza risposta, lasciamo le cose come stanno. Vediamo però che c’è un altro problema, ed è un problema di comunicazione: queste ecografie a cosa dovrebbero servire? Devono servire a monitorare la gravidanza, a dare delle risposte, delle informazioni per eseguire eventualmente degli accertamenti ulteriori se necessari. In tutto il resto d’Europa si fa un numero nettamente inferiore di esami di questo genere, non avendo risultati diversi dei nostri. Le Come si partorisce in Friuli Venezia Giulia 149 Regioni in Italia in cui si fanno più ecografie sono quelle che hanno gli end point peggiori; ne abbiamo conferma se andiamo a vedere sia l’esito finale dei bimbi nati, sia la percentuale di tagli cesarei. Uno degli esami che è abbastanza diffuso nella nostra Regione è quella che viene chiamata translucenza nucale, cioè un perfezionamento dell’ecografia che si fa nel primo trimestre per valutare qual è il rischio di avere un problema cromosomico. Il risultato qual è stato? Che abbiamo introdotto questa ulteriore prestazione, ma le informazioni che ci ha fornito la translucenza nucale non hanno assolutamente fatto diminuire il numero delle amniocentesi. Voi vedete che abbiamo un 20% di amniocentesi; la translucenza nucale avrebbe il significato di indurre, nel caso di un basso rischio, a non correre il rischio di un esame invasivo come l’amniocentesi che è gravato di una percentuale tra 1% e 2% di induzione di aborto. Facendo 2000 amniocentesi in Friuli Venezia Giulia noi provochiamo 30 interruzioni di gravidanza normali, per individuare tra i 7 e 8 bimbi down dei 12 attesi in Friuli Venezia Giulia. Invece di andare ad affinare il numero di prestazioni per fare quelle più corrette e ridurre quelle più invasive non facciamo altro che sommarle, aumentando il consumismo sanitario. In Friuli Venezia Giulia le nascite premature sono contenute: non abbiamo un numero di prematuri significativamente più elevato che nel resto del Paese. Durante il parto c’è la sempre la presenza di figure di supporto: i punti nascita ormai hanno il pediatra, il ginecologo, l’ostetrica e l’anestesista facilmente attivabile. 150 Il consultorio familiare pubblico Per quanto riguarda le modalità di parto, solitamente il parto è ancora spontaneo: il numero dei tagli cesarei in Friuli Venezia Giulia è tra il 23% e il 25%. Per confronto vedete che in alcune Regioni è molto più alto. Qui in Regione c’è l’attenzione a offrire un parto di prova a chi ha avuto un cesareo precedente; questo è un segno del livello di assistenza che c’è in quel punto nascita: infatti offrire questo significa essere in condizione di monitorare il travaglio con un’attenzione significativa. La maggior parte dei bambini che nascono prematuri in Regione nascono nei due centri di terzo livello a Udine e Trieste. Come si partorisce in Friuli Venezia Giulia 151 Per quanto riguarda i parti cesarei c’è una certa diversità di percentuale tra i vari punti nascita: si va dal 12% al 40% a seconda delle aree. Il peso neonatale è distribuito in maniera analoga alla prematuranza: non ci sono scostamenti significativi. La partoanalgesia è un altro problema che è stato molto enfatizzato recentemente con la proposta dell’ultimo ministro della sanità; nel Friuli Venezia Giulia viene offerto in tutti i punti nascita, tranne uno, ed è disponibile 24 ore su 24. In alcuni casi è offerto addirittura in una modalità attiva; in altri casi invece viene lasciato su richiesta. È interessante vedere che le percentuali sono differenti a seconda dei centri: si passa da un 7,7 % a un 29%. I dati relativi al reparto che dirigo documentano che la domanda di partoanalgesia, nonostante venga offerta in maniera attiva da più di 5 anni (24 ore su 24, fine settimana compresi), quindi senza nessuna limitazione, si ferma al 12%. Questo significa che non bisogna pensare che tutte le donne vogliono avere un catetere nella schiena durante il travaglio. È giusto offrire questa possibilità a chi desidera la partoanalgesia, ma in Friuli Venezia Giulia la maggior parte delle donne preferisce avere un parto il più naturale possibile. Cerchiamo di avere un atteggiamento di offerta alla richiesta: l’oste152 Il consultorio familiare pubblico trica deve fare in modo che la persona esprima i suoi desideri; bisogna offrire delle modalità e delle tipologie che siano diversificate a seconda delle esigenze delle donne. Da 5 anni offriamo la partoanalgesia e a chi vuole anche il parto in acqua; nonostante quest’offerta c’è solo il 3% che chiede il travaglio e il parto in acqua. Rimangono alcuni problemi aperti: rispondiamo effettivamente alle richieste, oppure siamo ancora dirigisti? Ci sono sempre più persone straniere che vengono a partorire nei nostri punti nascita; siamo sufficientemente attenti alle domande espresse e a quelle non espresse? Da questo punto di vista c’è una strada infinita da fare. A mo’ d’esempio vi racconto un’esperienza personale, avendo lavorato per più periodi in Africa. Un tardo pomeriggio mi è capitato di vedere che sul ciglio della strada c’erano tre persone tra cui una donna in procinto di partorire. Mi adopero per favorire questa nascita nelle condizioni in cui eravamo. Nasce questo bambino; si improvvisano le soluzioni ai problemi quali come tagliare il funicolo, come legarlo, con un pizzico di compiacimento. Preso dal mio fare mi sembrava naturale appropriarmi di un pezzo di stoffa di una signora, per avvolgere il bambino. Lo sguardo esterrefatto dei presenti mi ha reso cosciente di aver fatto la cosa più disastrosa che potevo fare, perché non avevo tenuto conto del significato che aveva la stoffa che avvolge per prima un bimbo e di chi era compito fornirla. Questo per dirvi che il nostro livello di attenzione non sarà mai sufficiente. Giovanni Del Frate Come si partorisce in Friuli Venezia Giulia 153 Il punto nascita: quali linee guida di integrazione con il consultorio familiare di Franco Colonna I consultori e i percorsi nascita devono integrarsi, comunicare e creare cultura e percorsi assistenziali comuni accogliendo tutte le istanze e le proposte, anche innovative, della popolazione e dei tempi. Propongo, seppur schematicamente, alcune considerazioni e proposte operative. Un problema è che il numero dei servizi che si occupano a qualunque titolo delle donne, delle famiglie e dei bambini è elevato, fino a generare un “effetto labirinto”. Sussiste il rischio della frammentazione delle sedi, delle competenze, delle culture. La mia proposta è che i centri dovrebbero essere anche fisicamente vicini, non solo per facilitare l’accessibilità e la riconoscibilità da parte del pubblico, ma anche per permettere incontri e frequentazioni tra operatori, sia di lavoro sia informali. Ciò è il miglior presupposto per comunicare, conoscersi, aiutarsi, coordinarsi e prevenire i rischi di isolamento e autoreferenzialità. Un altro problema è che, se da un lato i consultori organizzano molte attività aperte al pubblico, tutte interessanti e di solito con buon afflusso, dall’altro la maggioranza delle donne non frequenta corsi nascita e altre iniziative preparto e postparto. È dunque prioritario raggiungere le donne assenti, che di solito sono quelle con maggiori problemi di accesso e conoscenza dei servizi per problemi linguistici, di trasporti, economici, lavorativi, sociali, culturali, ecc. Le gravidanze fisiologiche sono di solito eccessivamente medicalizzate, ma non è facile programmare i controlli: troppo spesso le donne devono “arrangiarsi” tramite il centro unificato di prenotazione per prenotare visite, prelievi, ecografie, con conseguente slalom tra vari servizi, molte sedi, troppi operatori diversi, o rivolgersi al privato. Propongo che tutte le gravidanze fisiologiche siano seguite in consultorio, riservando agli ospedali i casi patologici. Per ottenere ciò i consultori dovrebbero disporre di personale e tempi adeguati e offrire un servizio amichevole e completo (il “filo di Arianna”) fin dall’inizio. 156 Il consultorio familiare pubblico È auspicabile un centro unificato di prenotazione dedicato accessibile dai consultori che consenta la programmazione di tutti i controlli di una gravidanza fisiologica fin dalla prima visita e possibilmente in una o poche sedi. È auspicabile anche che una donna anche senza ricorrere al privato sia seguita da una sola ostetrica del consultorio. È auspicabile che il primo approccio di una gravida con il sistema sanitario (medico di famiglia, ospedale, farmacia, ecc.) si risolva da subito con l’invio in consultorio. È auspicabile infine che qualunque professionista segua una donna (per esempio un ginecologo privato) le raccomandi il prima possibile anche di iscriversi a un corso di accompagnamento alla nascita in consultorio. Un problema è che alcune donne in gravidanza o nel puerperio hanno rilevanti problemi di salute, psicologici, socioeconomici non sempre evidenti o esplicitati. Ogni donna è una storia e non un caso clinico. Per questo ogni servizio del percorso nascita (compresi i ginecologi privati e il punto nascita) dovrebbe avere capacità di ascolto per cogliere tutti i segnali verbali e non verbali di allarme e attivare quindi le attività di supporto del caso, sentiti i servizi consultoriali. Nei casi più rilevanti è indicata la segnalazione formale del problema al consultorio. A fronte dei numerosi e a volte ridondanti controlli prescritti in gravidanza, il postparto e il puerperio corrono il rischio di vedere la donna eccessivamente sola e a volte in crisi. Per risolvere questo problema, ogni centro nascita dovrebbe (previo consenso scritto della donna) segnalare formalmente al consultorio tramite fax o email l’avvenuta nascita. Il consultorio potrebbe contattare almeno telefonicamente tutte le puerpere per informarle di tutti i servizi consultoriali, informarsi di eventuali problemi (come stai? hai bisogno di aiuto?) e prevedere visite domiciliari almeno nei casi potenzialmente o manifestamente problematici. Ormai quasi tutti i servizi e gli operatori (medici in primis) “attendono” le persone e quasi nessuno va a domicilio: la conoscenza diretta del contesto abitativo e familiare è invece importante e non può essere sostituita da alcun altro metodo indiretto (questionari, anamnesi, numeri verdi, ecc). La vita, la realtà e le persone si vedono, si ascoltano, si toccano, si conoscono di persona. Il punto nascita: quali linee guida di integrazione con il consultorio familiare 157 Le donne (come tutti noi) corrono il rischio di delegare tutte le scelte di salute e di vita agli “esperti” e di diventare sempre più insicure, ansiose e ipocondriache, in balia del marketing sanitario e con crescente ricorso a servizi sanitari di ogni tipo. Scopo di un buon percorso nascita dovrebbe essere invece quello di rendere le donne consapevoli, autonome, serene e forti (è questo l’“empowerment”). Sarebbero allora utili corsi parto, un approccio consultoriale e dei centri nascita alle gravidanze tendente a rafforzare le competenze, l’autonomia, la fisiologia e la “potenza” delle donne e delle famiglie. Servirebbero poi progetti multidisciplinari di ampio respiro che “obblighino” a mettere in rete tutti gli attori del percorso nascita, che siano valutabili e che rappresentino indicatori forti di qualità globale di processo, delle cure e di una comunità. Pare impossibile, eppure esiste già in tutto il mondo. La mia proposta è di adottare i progetti dell’Unicef e dell’Oms di promozione dell’allattamento naturale in tutti gli ospedali della Regione (finora adottati in Friuli Venezia Giulia solo da due ospedali su 10 e solo nella Provincia di Pordenone). Si potrebbe poi ampliare questo processo a tutta la Regione, o almeno a distretti pilota tramite progetti dell’Unicef e dell’Oms “Comunità amica dei bambini” raccomandati anche dall’Istituto superiore di sanità. La promozione dell’allattamento non è infatti cosa da “ghiandola mammaria”, ma un processo di empowerment delle donne e di qualificazione in senso fisiologico, culturale e perfino etico di tutta la società. I suddetti programmi “obbligano” inoltre tutti i servizi a collaborare, incontrarsi, conoscersi, condividere orizzonti che vanno implicitamente ben oltre l’allattamento in sé. In sostanza è un programma a costo zero con rilevanti implicazioni di salute a breve e lungo termine e altrettante ricadute positive e virtuose “a cerchi concentrici” dal punto di vista dei servizi. L’Italia è agli ultimi posti nel mondo per la natalità, nonostante un crescente contributo delle donne immigrate. È ovvio che la spiegazione di questo dato, che avrà pesantissime implicazioni demografiche, economiche, sociali e familiari nei prossimi decenni, non è principalmente sanitaria ma ha motivazioni molto complesse di tipo economico, sociale, culturale, politico, riguardante qualità e quantità dei servizi e dei supporti alle famiglie, ecc. Tuttavia ritengo che ogni percorso nascita debba porsi questo problema e interrogarsi almeno 158 Il consultorio familiare pubblico sulla quota di responsabilità (per piccola che sia) che il sistema sanitario nel suo complesso può avere nel rendere le nascite un evento raro e problematico. Potrebbero essere utili un convegno, riflessioni e iniziative ad hoc. Infine, c’è il problema di fare squadra, conoscersi, ascoltarsi, rispettarsi, collaborare, perfino uscire dai propri servizi e ambiti fisici e mentali. È ipotizzabile che, oltre a occasioni di incontro, lavoro e aggiornamento comuni, alcune figure professionali possano a volte “ruotare” di sede: per chiunque di noi lavorare troppo a lungo in un unico ruolo può generare atteggiamenti di routine e settorialità. Alcune figure (pediatri, ginecologi, ostetriche, ecc.) potrebbero ogni tanto scambiarsi i ruoli tra ospedale, consultori e gli altri servizi territoriali. È probabile che ciò indurrebbe in ciascuno di noi una visione più ampia e articolata della realtà e dei servizi. Franco Colonna Il punto nascita: quali linee guida di integrazione con il consultorio familiare 159 Ruolo del pediatra di famiglia nel percorso nascita: quale integrazione di Flavia Ceschin S i è parlato di domicilio, ora parliamo di quando la mamma torna a casa dopo il parto. Come donne ci possiamo immedesimare in questa mamma che torna nella propria abitazione con il nuovo nato; forse c’è già anche un altro piccolo. Non c’è più la famiglia parentale alle spalle, i nonni sono ancora giovani e lavorano oppure sono lontani. Possiamo pertanto immaginare cosa succede: la neo mamma si sente centrifugata, presa dallo sconforto, si chiede dove siano lo psicologo, l’ostetrica, il ginecologo, la puericultrice e il pediatra che ha incontrato in consultorio o in ospedale al momento del parto: «Prima avevo tanti sostegni e adesso dove sono?». L’offerta attiva di visite domiciliari da parte del consultorio, nella nostra Regione e in particolare nella nostra Provincia, è strutturata a macchie di leopardo. Le considerazioni presenti nella relazione si riferiscono alla mia esperienza professionale nella città di Pordenone. Nella stessa, con un numero di nati da genitori immigrati pari quasi a uno su due, l’offerta attiva non è proposta: sono solo i pediatri di famiglia che si ritrovano, come alla fine di un imbuto, a gestire la mamma con il bambino sano (il bambino pretermine o con patologia fa riferimento anche all’ospedale). Il pediatra di famiglia, nel territorio, è l’unico referente certo per la mamma e il bambino: il maternage declinato in più lingue diventa perciò esperienza quotidiana. Il pediatra di famiglia si trova da un lato a vivere l’esperienza molto bella del rapporto con gli immigrati, che secondo me sono una grande risorsa (dalle mamme immigrate ho imparato tante cose: per il bambino piccolo che ha il raffreddore hanno inventato degli aspiratori nasali, ma una mamma del Centro America mi ha mostrato come aspirare con la bocca il muco dal naso del bimbo e poi sputarlo!); dall’altro lato la provenienza dei genitori dei piccoli da realtà eterogenee, spesso completamente diverse, unite a un’assente conoscenza dell’i162 Il consultorio familiare pubblico taliano crea non poche difficoltà: si prova a parlare inglese, francese e la lingua dei segni, che diventa spesso l’unico mezzo di comunicazione quando non c’è il supporto immediato del mediatore culturale. Vi presento alcuni numeri che riguardano i pediatri della nostra Regione. Per gruppo si intende più pediatri che operano nella stessa sede; l’associazione comprende più pediatri che operano ciascuno nel proprio ambulatorio ma collegati fra di loro: popolazione fra 0 e 14 anni: 149.000 circa pediatri di famiglia: 130 pazienti a carico per pediatra di famiglia: 891 gruppo o associazione: 40% collaboratore: 21%. Questi sono i dati che interessano i pediatri della Provincia di Pordenone: 33 pediatri di libera scelta assistono 31.183 bambini da 0 a 14 anni (80% del totale) numero medio di pazienti in carico: 945 numero minimo di pazienti: 300 numero massimo di pazienti: 1500 13 pediatri lavorano in gruppo 2 pediatri sono associati 27 pediatri hanno assunto un collaboratore o un infermiere. C’è molta disparità nel numero dei pazienti in carico e quindi nella mole di lavoro tra un pediatra e l’altro, non certo per scelta: il problema è che c’è scarsità di pediatri. Ci sono delle zone carenti che nessun pediatra vuol coprire, semplicemente perché manca la materia prima: i pediatri. I dati che ora vi presento fotografano il tipo di lavoro che facciamo; i numeri non hanno molto senso ma ci danno un po’ l’idea di quello che facciamo: sono 97.000 visite pediatriche all’anno per i 33 pediatri della Provincia. Con un software è stato calcolato il numero di telefonate che arriva nell’ambulatorio di un gruppo di 3 pediatri: sono 12.218 all’anno a cui viene fornita una risposta. Fra le criticità, i pediatri che operano in gruppo sono pochi, con perRuolo del pediatra di famiglia nel percorso nascita: quale integrazione 163 sonale insufficiente sia per la quotidianità sia per le progettualità future. C’è una scarsa integrazione con il consultorio e solo per i casi a rischio; il consultorio è già difficile contattarlo al telefono e a volte non hanno neanche personale per rispondere al telefono o si trova la linea occupata. A proposito di personale, cito un dato emerso dal congresso della Società italiana di pediatria che si è tenuto il 16 ottobre 2009 a Genova: in Italia mancano 5000 infermieri pediatrici e se ne formano solo 500 all’anno. Negli altri Paesi (per esempio Germania e Stati Uniti) pochi pediatri sono affiancati da un congruo numero di infermieri. I pediatri di famiglia formulano alcune proposte: aumentare il personale del consultorio da affiancare ai pediatri di famiglia nel maternage (l’offerta attiva di cui si parlava) favorire l’aggregazione tra pediatri e incentivare l’assunzione di personale formare quindi infermieri pediatrici destinati al territorio. Per fare questo è fondamentale un’azione propulsiva forte da parte dell’azienda sanitaria, che deve farsi carico di queste criticità oltre al fondamentale impegno da parte della Regione. L’azienda sanitaria dovrebbe promuovere e facilitare l’aggregazione, la formazione di forme associative complesse strutturate. I rapporti non si formano solo se c’è la buona volontà del singolo: come si può telefonare all’assistente sociale o al consultorio quando non si sa neanche qual è la figura professionale di riferimento che segue il minore? Le forme associative complesse possono favorire l’integrazione fra gli operatori del territorio. Soltanto se ci sono queste premesse, accanto a obiettivi chiari e con una progettualità condivisa, possiamo pensare a un percorso nascita veramente forte, un percorso nascita con una forte integrazione fra il sociale e il sanitario con valenza educativa. Al centro di questo percorso possiamo mettere il pediatra di famiglia che prende in carico il bambino, non più come anello secondario della catena ma anello principale che si relaziona con i servizi sociali, con i mediatori culturali, con il medico di medicina generale, con il medico di continuità assistenziale, con il centro di salute mentale. Penso che tutte queste relazioni siano importanti e che non debbano 164 Il consultorio familiare pubblico essere lasciate alla buona volontà del singolo per favorire una presa in carico globale. A conclusione del processo sarà il bambino, soggetto del progetto, a dirci grazie quando sarà diventato adolescente e adulto. Flavia Ceschin Ruolo del pediatra di famiglia nel percorso nascita: quale integrazione 165 Discussione, sintesi e proposte di Silvano Ceccotti A bbiamo avuto l’opportunità di ascoltare delle relazioni veramente ad alto livello, sia per quanto riguarda le esperienze riportate sia per lo spessore tecnico. Credo sia importante poter fere una sintesi di tutto ciò senza perdere di vista il mandato del Progetto obiettivo materno infantile, che deve rimanere il nostro indirizzo di riferimento. Da una parte abbiamo la proposta del dottor Michele Grandolfo, che parlandoci di offerta attiva induce operatori e amministrazione a fare mente locale sulle esperienze in atto. Infatti non sempre questa indicazione viene raccolta a partire dal presupposto che il percorso nascita si misura anche attraverso questo indicatore; lo trovo fondamentale. Bisogna raggiungere almeno l’80% della popolazione delle primipare. Dall’altra parte ci sono le esperienze molto diverse nella nostra Regione, anche per motivi legati alla conformazione del territorio, che in qualche modo rispondono in modo abbastanza adeguato ai bisogni. Di fatto, però, si rende necessario, come per altri temi consultoriali, avere delle linee guida o buone prassi che garantiscano l’interezza del percorso nascita. È interessante in questo senso la proposta del dottor Colonna, che suggerisce una sorta di “contratto” con la donna in gravidanza che la impegna ad avvalersi di tutti i supporti che vengono offerti dal quarto mese di gravidanza fino al primo anno di vita del bambino. C’è poi la richiesta di valorizzare alcune figure professionali, come le ostetriche, su dei compiti che tendono a demedicalizzare l’approccio nelle gravidanze fisiologiche. In questo senso va pure la proposta degli psicologi, che sollecitano l’implementazione dei gruppi e degli accessi già dal quarto mese di gravidanza, quando la donna non è ancora entrata in un percorso mentale fortemente condizionato dalle naturali ansie legate al momento del parto. Facciamo nostro l’assioma dell’Organizzazione mondiale della sanità, che definisce come uno degli elementi di benessere per tutta l’uma168 Il consultorio familiare pubblico nità «il modo nel quale viene gestito il momento del parto e il rapporto con il bambino nel primo anno di vita». Un altro dei nostri obiettivi è l’empowerment della donna, ossia garantirle tutta una serie di strumenti per aumentare in lei le conoscenze, l’autonomia e la sicurezza. Dobbiamo inoltre affrontare il tema della donna immigrata, in un momento in cui la nostra natalità regionale è fortemente arricchita dalla loro presenza. Ci vogliono i mediatori culturali e trovo estremamente interessante la proposta di prevedere un turnover tra operatori del territorio e dell’ospedale, in modo anche da abbattere quei confini che impediscono l’alta integrazione su questo tema. Silvano Ceccotti Discussione, sintesi e proposte 169 Quarta parte. Interruzione volontaria di gravidanza Chairman: Ilia Martellini Ilia Martellini Introduzione al tema B uongiorno a tutti, incominciamo questa nuova tavola rotonda sull’interruzione volontaria di gravidanza. Sono la dottoressa Illia Martellini, psicologa, psicoterapeuta, sessuologa, responsabile dei consultori familiari dell’Ass 5 “Bassa Friulana”, e ho l’incarico di condurre questa tavola rotonda. Negli anni Settanta l’altra metà del cielo ha cercato nuove frontiere nel suo determinarsi, scoprendo che poi non era proprio così azzurra. Con un breve flash storico, ricorderemo che: nel 1975 le donne di tutta Italia chiedono l’aborto nel 1978 viene approvata la Legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza nel 1979 il Movimento per la vita consegna un milione di firme per abrogare questa legge, ma al referendum del 1981 vincono i NO nel 2006 le donne scendono in piazza per difenderla nel 2008, l’8 marzo le ragazze chiedono venga difesa la Legge194. Un unico articolo, il primo, ci fa capire la finalità di questa legge, per porre fine alle morti di gravide che avendo deciso di abortire erano costrette ad affidarsi a “praticoni” in una condizione di rischio per la propria vita e di illegalità perseguita penalmente. La legge esordisce sottolineando nel primo articolo che «lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria di gravidanza non è un mezzo per il 172 Il consultorio familiare pubblico controllo delle nascite; lo Stato, le Regioni e i Comuni con le proprie funzioni e competenze promuovono e sviluppano i servizi sociosanitari e altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto venga utilizzato ai fini della limitazione delle nascite». Meritano una particolare attenzione i dati sul percorso e l’uso di questa legge da parte delle donne: rispetto alle 234.800 interruzioni volontarie di gravidanza del 1982, nel 2007 sono praticamente dimezzate. Tra queste interruzioni volontarie di gravidanza sono comprese, e in continuo aumento, quelle delle donne di cittadinanza straniera. Si evidenzia quindi, come il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza sia diminuito per le donne italiane e parallelamente in aumento per le straniere. Queste considerazioni di fatto devono influenzare la programmazione di interventi di prevenzione dell’interruzione volontaria di gravidanza. Nel 1998 le donne straniere che richiedevano un’interruzione volontaria di gravidanza erano il 10% del totale; nel 2006 sono salite al 31%. Giorgio Vittori, presidente della Società italiana di ginecologia e ostetricia, afferma che questo fenomeno nasconde la diminuzione del ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza delle donne italiane: vuol dire che la politica preventiva di fatto ha funzionato, e che il problema è che ora dobbiamo tenere conto di una nuova tipologia di utenza; pertanto i servizi sanitari devono attrezzarsi ad accogliere questa nuova utenza e a individuare nuove forme di sensibilizzazione che riescano a modificare l’approccio culturale al problema delle gravidanze indesiderate. In Friuli Venezia Giulia dal 2002 al 2007 possiamo notare un aumento del ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza, che però viene spiegato dalla tipologia delle richiedenti: donne straniere provenienti prevalentemente dai Paesi dell’Est. È di particolare interesse l’esame delle percentuali di donne recidive rispetto al totale di donne alla prima richieste di interruzione volontaria di gravidanza: il 38% è da ricondurre a donne di altri Paesi europei (prevalenza donne dell’Est) nei quali l’interruzione volontaria di gravidanza è un metodo contraccettivo; di questo si dovrà tenere conto nei progetti futuri di prevenzione. Relativamente alle classi d’età, in particolare per le recidive, si può notare che le donne interessate vanno dai 24-25 anni fino a 40 e oltre. Introduzione al tema 173 È interessante l’analisi delle relazioni collaborative tra strutture sanitarie e operatori: emerge una particolare difficoltà nel rapporto fra consultorio e ospedali; si rileva poi la quasi inesistenza di protocolli e, dove ci sono, nel 71% dei casi sono inapplicati. Relativamente alla scelta dell’utilizzo dell’anestesia totale o locale, solo nel 34% dei centri è garantita la locale. Non si può ignorare il grosso problema dell’applicazione della Legge 194 che prevede e permette l’obiezione di coscienza, e quindi contempla la possibilità per gli operatori sanitari di rifiutarsi di applicare quanto previsto per legge: il 72% dei medici sono obiettori, solo il 39,5% degli ospedali garantiscono personale non obiettore, mentre il 50% degli anestesisti sono obiettori. Ovviamente ne consegue un notevole allungamento dei tempi di attesa, che sono quasi raddoppiati con un acuirsi del disagio delle donne che sono condannate a un pellegrinaggio per la ricerca di una struttura che sia in grado di garantire un loro diritto. Il primo articolo dice che dobbiamo «imparare a scegliere quando fare un figlio», quindi dobbiamo usare dei metodi contraccettivi adatti ed efficaci che ci permettano paternità e maternità responsabili. L’Italia è agli ultimi posti, tra i Paesi occidentali, per l’uso di metodi contraccettivi: solo il 53% usano un contraccettivo per scelta, mentre ben il 38% trascura l’uso per scarsa conoscenza. C’è comunque da chiedersi se chi lo fa per scelta veramente poi abbia una buona conoscenza scientifica dell’efficacia e delle conseguenze: passo ora la parola nel primo intervento alla collega dottoressa Laura De Gregori, ginecologa consultoriale, Azienda sanitaria 6; nel secondo intervento alla collega dottoressa Adriana Monzani, psicologa psicoterapeuta consultoriale, Azienda sanitaria 2. 174 Il consultorio familiare pubblico L’interruzione volontaria di gravidanza: esempi di approccio metodologico di Laura De Gregori, Adriana Monzani Laura De Gregori S ono qui a condividere con voi l’esperienza che viene effettuata nei consultori familiari dell’Ass 6 “Friuli Occidentale” in merito a una prassi che si è consolidata nel tempo e che ci è sembrata idonea ad affrontare le criticità del passato e quelle emergenti. Innanzitutto ritengo utile ricordare alcuni articoli della Legge 194/78. La Legge 194/78 prevede che qualsiasi donna può richiedere l’interruzione volontaria di gravidanza entro i primi 90 giorni per motivi di salute, economici, sociali o familiari. La richiesta di interruzione volontaria di gravidanza è effettuata personalmente dalla donna che può rivolgersi a una struttura consultoriale, a una struttura ospedaliera, al medico di medicina generale o in ogni caso a un medico di fiducia; la richiesta è finalizzata al rilascio del certificato previsto che contiene le generalità della paziente, la presenza di motivi che non le consentano di proseguire la gravidanza e l’esplicito desiderio di interromperla. Dopo i primi 90 giorni di gravidanza l’interruzione può essere praticata o perché la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna o quando, accertate anomalie o malformazioni del nascituro, comportino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna. Nel caso di donna di età inferiore ai 18 anni, la legge prevede l’assenso di chi esercita sulla donna la potestà o la tutela; tuttavia nei primi 90 giorni, quando non è possibile ottenere l’assenso suddetto, è necessario l’autorizzazione del giudice tutelare. Qualora il medico accerti l’urgenza dell’intervento a causa di un grave pericolo per la salute della minore, indipendentemente dall’assenso di chi esercita la potestà o la tutela e senza adire il giudice tutelare, certifica l’esistenza delle condizioni che giustificano l’interruzione della gravidanza. Nelle strutture consultoriali in cui opero come ginecologa esistono varie figure professionali (ginecologi, psicologi, ostetriche, assistenti 176 Il consultorio familiare pubblico sanitarie, assistenti sociali, infermiere) che si integrano e, se l’integrazione professionale è uno strumento di lavoro valido, lo è tanto più quando si affronta una domanda di interruzione volontaria di gravidanza, perché soprattutto questa richiesta vuole che gli aspetti psicosociali e sanitari si affrontino in modo integrato. Colloquio di accoglienza Il momento in cui la donna chiede di poter effettuare un’interruzione volontaria di gravidanza si caratterizza per brevità e contingenza, perché nella maggior parte dei casi la donna è presa dall’ansia di interrompere una gravidanza a suo giudizio impossibile: le richieste ricorrenti sono legate agli aspetti pratici e concreti della procedura (date, scadenze, appuntamenti nella struttura ospedaliera, ecc.). Quando una donna accede presso le strutture consultoriali in cui opero, viene sempre effettuato un primo colloquio, cosiddetto di “accoglienza”, dall’assistente sanitaria, dall’assistente sociale o dall’ostetrica. La finalità del colloquio è ascoltare la domanda della donna e mostrare anche altre possibilità di soluzione, che però spesso non vengono considerate o accolte (per esempio sostegno economico e sociale). Ma l’obiettivo del colloquio è anche un altro: offrire uno spazio in cui la donna si senta ascoltata e non giudicata, dove possa fermarsi ad analizzare anche altri contenuti oltre a quelli pratici e concreti. In questo primo colloquio però spesso i contenuti emotivi sono negati; gli aspetti pragmatici della richiesta costituiscono una difesa su cui è giusto non intervenire. Sono queste le situazioni in cui gli operatori si sentono forse inopportuni e disarmati, esecutori di un atto dovuto, ma sono al tempo stesso molto attenti a cogliere eventuali brecce nelle difese, dove sia possibile accedere a contenuti emotivi, su cui intervenire con una consulenza psicologica concordata con la donna. Sempre e in ogni caso la donna viene invitata a ritornare, sia per un ulteriore colloquio, sia per una visita di controllo, sia per la contraccezione. Una volta ritenuto esaurito il colloquio di accoglienza sarà compito del ginecologo procedere alla valutazione per la certificazione. Colloquio con ginecologo È giusto e doveroso che il medico si attenga alle motivazioni dichiarate e consce, con la mente priva di giudizi e pregiudizi, per cercare di entrare nella realtà fisica e psichica di quella specifica donna. L’interruzione volontaria di gravidanza: esempi di approccio metodologico 177 Quando la donna che richiede l’interruzione volontaria di gravidanza giunge alla mia osservazione effettuo, come del resto in qualsiasi intervento medico, un colloquio per la raccolta anamnestica, finalizzata anche all’identificazione delle motivazioni addotte dalla paziente. Ritengo sia estremamente importante poter effettuare un’adeguata consulenza medica e non limitarmi alla frettolosa stesura del certificato, perché a volte, purtroppo nella minoranza dei casi, un’adeguata informazione sanitaria può chiarire dubbi sulla prosecuzione della gravidanza e può convincere la donna a tornare per la contraccezione futura. Mi riferisco soprattutto alle situazioni in cui la donna chiede una consulenza genetica perché, per esempio, è portatrice di una malattia ereditaria, oppure è affetta da malattia cronica che la rende oltremodo vulnerabile nei confronti di una prova da carico così gravosa come è in realtà una gravidanza. È anche importante, a mio avviso, soffermarsi a parlare con la donna per stabilire un rapporto emotivo. Per ogni donna, ogni gravidanza ha un significato e una storia diversa, motivazioni consapevoli e altre inconsce, conflitti e ambivalenze che se superati permettono di portare a termine la gravidanza. Soprattutto nelle adolescenti che incontro nel mio lavoro gli aspetti inconsci che determinano una gravidanza sono in alcuni casi i più potenti. Stabilire quindi un dialogo con le donne e soprattutto con le adolescenti è importante per poter porre le basi per la contraccezione futura. E allora per questo motivo è compito anche del ginecologo aprire una breccia nelle difese della donna e offrirle un’eventuale consulenza psicologica. Concluso il colloquio ed effettuati gli accertamenti sanitari istituzionali (visita ed eventuale ecografia), rilascio sempre la certificazione prevista dalla legge, con la quale la donna potrà rivolgersi alle strutture ospedaliere preposte. La Legge 194/78 prevede, ove la donna lo consenta, il coinvolgimento del padre del concepito nella decisione di interrompere la gravidanza. L’esperienza di oltre venti anni di attività di ginecologo consultoriale mi ha insegnato che spesso il grande assente è proprio il padre: si presenta ai colloqui per l’interruzione volontaria di gravidanza raramente, e anche quando accompagna la donna rimane fuori dall’ambulatorio; invitato dalla donna a entrare, è assalito dall’imbarazzo e spesso pronuncia la fatidica frase: «Per me la decisione sull’interruzione 178 Il consultorio familiare pubblico della gravidanza spetta alla donna». Dai racconti delle donne emergono uomini che scoraggiano la contraccezione sicura (per motivi di salute della donna?) e preferiscono il fallimentare “coito interrotto”, per poi spesso mettere in dubbio la paternità; uomini che dicono «arrangiati» se non decisamente «abortisci», altri che dicono «decidi tu, a me va bene qualsiasi cosa». Si rende necessaria qualsiasi iniziativa, a livello scolastico e non, che possa condurre i giovani a una maggiore partecipazione all’evento nascita. Un barlume di speranza sta in realtà nel fatto che sempre più coppie di giovani vengono in consultorio, negli spazi adolescenti a loro dedicati, per la contraccezione; probabilmente un buon lavoro è stato fatto dalla scuola e dai genitori al fine di avere giovani più responsabili e più educati al rispetto della donna. La prassi seguita da me e dall’equipe con cui lavoro, che sembrava consolidata ed efficace nel tempo, mostra attualmente qualche debolezza e la necessità di un ripensamento di fronte a nuove criticità. Mi riferisco alle problematiche insorte negli ultimi anni in seguito al crescente flusso immigratorio da parte di etnie diverse, che ha caratterizzato il nostro territorio. Le difficoltà emergono soprattutto nella fase del colloquio e sono rappresentate da: incomprensioni linguistiche non sempre risolte dal mediatore culturale, che spesso anzi rappresenta un’interposizione sfavorevole al dialogo che potrei instaurare con la donna incomprensioni culturali: in alcune popolazioni l’interruzione volontaria di gravidanza rappresenta una metodica contraccettiva in alcune culture la donna non ha autonomia decisionale nei confronti della contraccezione e delega il compagno. Diventano necessarie quindi tutte le iniziative volte ad aprire un dialogo con le donne immigrate, sia in termini linguistici sia culturali, allo scopo di far emergere la consapevolezza di essere donna-madre per una più autonoma contraccezione. L’interruzione volontaria di gravidanza: esempi di approccio metodologico 179 Adriana Monzani A tre decenni dall’istituzione del consultorio familiare, e con l’intento di valorizzare le disposizioni previste dalla Legge 194, il gruppo tecnico di progetto del consultorio dell’Ass 2 “Isontina”, composto da psicologi, ostetriche e assistenti sociali, ha provveduto a predisporre un protocollo d’intervento aziendale sull’interruzione volontaria di gravidanza, concertato con i medici e le ostetriche delle strutture operative complesse di ginecologia e ostetricia dei presidi ospedalieri di Gorizia e Monfalcone e con gli psichiatri del Dipartimento di salute mentale. L’evidente necessità di dare risposte di salute efficaci alla comunità, di mantenere l’attenzione sui soggetti deboli e di rilanciare la questione della centralità del paziente rispetto alla continuità assistenziale tra ospedale e territorio era emersa dall’analisi dettagliata dei disservizi verificatisi nelle situazioni di cui era venuto a conoscenza il consultorio. L’analisi degli elementi aveva infatti permesso di evidenziare alcuni nodi ricorrenti nelle situazioni che più di altre avevano determinato risposte inefficaci, frammentate, disorientanti e scarsamente tutelanti la donna proprio in un momento di grande impatto emotivo. Risultavano particolarmente evidenti l’assenza di un coordinamento tra le unità operative ospedaliere e il consultorio, con la conseguente mancanza di continuità assistenziale, ridondanze e sovrapposizioni di risposte, difficoltà di orientamento da parte della persona all’interno dei servizi sanitari, elevati tassi di fuga e non ultimo l’incapacità da parte dell’azienda di censire correttamente il fenomeno. Si era reso pertanto necessario progettare e condividere assieme a tutte le professionalità coinvolte uno strumento che garantisse una risposta di sistema, rafforzasse l’approccio multidisciplinare, integrasse ospedale e territorio e mettesse in sicurezza l’intero processo. Attraverso l’adozione del protocollo aziendale “Interruzione volontaria di gravidanza” dell’Ass 2, il consultorio mette di fatto a disposizione delle donne uno spazio qualificato di ascolto e di supporto psicosociale per l’eventuale attivazione degli interventi socioasssistenziali che alcune tipologie di utenza rendono necessari e che sono peculiari del servizio. Questa opportunità facilita lo specifico percorso sanitario verso la struttura ospedaliera e consente il mantenimento della relazione con 180 Il consultorio familiare pubblico l’utente nell’arco dell’intero processo, favorendo peraltro in prospettiva l’educazione alla fruibilità del servizio finalizzata alla prevenzione delle recidive, alla promozione della salute riproduttiva e, non da ultimo, al sostegno della maternità e della paternità responsabili. I punti di criticità emersi dall’analisi delle disfunzionalità di processo avevano evidenziato inoltre una maggiore incidenza nelle situazioni riguardanti l’interruzione volontaria di gravidanza delle minorenni e delle maggiorenni oltre termine; questo rilievo ha pertanto orientato l’attenzione dei componenti il gruppo di progetto tecnico aziendale verso la ricerca delle cause di questa problematica. Le cause più importanti del disservizio e del disagio riferito dalle donne sono: l’offerta dell’organizzazione sanitaria di più punti di accoglienza per fare richiesta di interruzione volontaria di gravidanza, tra loro non coordinati ed eroganti prestazioni articolate in maniera non omogenea la richiesta, da parte del ginecologo che effettuava l’intervento, che la diagnosi sullo stato di salute psichica della donna venisse effettuata necessariamente da uno psichiatra del Dipartimento di salute mentale. A ciò si aggiungeva l’impossibilità di garantire sempre che gli interventi oltretermine venissero effettuati all’interno dei reparti ospedalieri dell’azienda, creando le condizioni più sfavorevoli per la donna costretta a essere dirottata verso strutture extraziendali. L’individuazione del consultorio quale spazio esclusivo di prima accoglienza della domanda, di certificazione medica e di invio alle unità operative ospedaliere rappresenta il primo passo utile a garantire tempestività ed efficacia della risposta, intese come obiettivi di salute prioritari. In questa direzione si colloca inoltre il riconoscimento dello psicologo del consultorio come professionista qualificato a diagnosticare lo stato di salute psichica della donna che chiede l’interruzione volontaria di gravidanza oltretermine, e come interfaccia del medico responsabile dell’intervento nel presidio ospedaliero aziendale deputato a fornire la prestazione sanitaria. L’individuazione della struttura operativa complessa dell’Ass 2 depuL’interruzione volontaria di gravidanza: esempi di approccio metodologico 181 tata a effettuare gli interventi oltretermine e la definizione delle prassi di raccordo tra unità ospedaliere e consultorio a intervento effettuato attestano l’intenzionalità nell’assicurare alla persona l’accompagnamento costante nell’intero percorso assistenziale. Il gruppo di progetto ha inoltre definito quali obiettivi di sistema l’implementazione del modello organizzativo integrato tra ospedale e territorio, il monitoraggio dell’entità del fenomeno e la riduzione per quanto possibile del ricorso a strutture extraziendali. L’aver costruito assieme lo strumento del protocollo, nel rispetto delle specifiche competenze dei vari profili professionali e dell’expertise dell’organizzazione delle unità operative coinvolte, ha dato modo di conoscersi e confrontarsi su un tema che risuona emotivamente in ciascuno e rispetto al quale ognuno ha elaborato il suo sistema di difese e di opinioni. La centralità della persona e dei suoi bisogni di continuità di cura e di assistenza, definiti come riferimento costante al quale riferirsi, ha reso possibile superare resistenze, pregiudizi e inefficaci pretese di esclusività. 182 Il consultorio familiare pubblico L’obiezione di coscienza tra diritti e doveri di Luigi Conte I medici sono cittadini fra i cittadini, sono depositari di diritti e doveri nei confronti dei cittadini che a loro si rivolgono per avere delle cure mediche. Facendo riferimento al Codice di deontologia medica, si è visto come al medico spetti la sintesi dei diversi linguaggi dei cittadini, per potersi proporre successivamente in modo chiaro con loro. Nell’articolo 22 per la prima volta si fa riferimento al concetto di scienza e coscienza, in base al quale il medico può rifiutare la propria opera se questa va contro la sua coscienza o al proprio convincimento clinico. Il comportamento del medico, contemporaneamente, non deve in alcun modo nuocere alla salute del cittadino. È di fondamentale importanza che il medico fornisca al soggetto informazioni e spiegazioni, in quanto oltre ad avere il diritto di obiezione di coscienza, ha la responsabilità del cittadino, il quale non deve essere abbandonato a se stesso ma destinatario di un supporto informativo e chiarificatore. In base all’articolo 19 delle Legge 883, l’atto medico non dev’essere limitato da regole, ma va garantita l’autonomia di giudizio di chi presta opera secondo scienza e coscienza. Ciò non significa che il medico possa agire come meglio crede senza il rispetto delle leggi giuridiche del Paese o delle norme deontologiche. Occorre ispirarsi alla scienza: sono dunque basilari un costante aggiornamento dei medici e la contestualizzazione dell’esercizio alle norme pratiche della condotta professionale quotidiana. Il medico fonda sulla libertà e l’indipendenza la propria professione, garantendo al cittadino la scelta migliore; i diritti fondamentali della persona devono essere tutelati. Oltre a garantire le cure migliori, al paziente va dato il maggior numero di informazioni. L’associazione medica mondiale, con la Legge 194, attribuisce il diritto al medico di dirigere la sua opera verso il proprio convincimento etico religioso; ne consegue che, se in contrasto con la scelta 184 Il consultorio familiare pubblico del paziente, il medico può rifiutare la propria opera. Ciò non deve comportare però un pericolo immediato per la salute e la vita del paziente. Il cittadino gode del diritto alla libertà di autodeterminazione; non va dimenticato però che il medico resta eticamente, deontologicamente e giuridicamente il garante della salute. Secondo il concetto di alleanza terapeutica viene a instaurarsi un rapporto empatico tra medico e cittadino, di cui si condividono problemi e scelte. La pratica terapeutica, come sancito dalla Corte costituzionale, si pone tra due diritti: il primo riguarda la cura del soggetto in maniera efficace, il secondo pone l’attenzione sul rispetto del paziente come persona. Con il consenso del soggetto, o del suo legale rappresentante, il medico può prendere delle decisioni in base alle proprie conoscenze, in continua evoluzione. Fornire spiegazioni e chiarimenti è fondamentale; occorre inoltre garantire l’aiuto necessario a superare l’eventuale disagio psicologico emotivo che può accompagnare una scelta clinica. L’articolo 9 della Legge 194 nasce da esigenze non solo storiche per delimitare gli interventi di interruzione volontaria di gravidanza su richiesta della donna nei casi previsti dalla legge, ed evita un abuso dell’obiezione di coscienza. Dal 1995 in poi, ciascuna edizione della Legge fa riferimento al divieto di praticare aborti fuori dalle previsioni da essa dettate; prevede una severa condanna a specifici comportamenti professionali e un’attenzione verso la possibilità di pratiche abortive attuate a scopo di lucro. Il medico non può esimersi dai doveri di cura del paziente; la relazione che con lui viene a instaurarsi riguarda una fase antecedente e una conseguente l’intervento. La relazione con una donna che chiede l’interruzione di gravidanza richiede sensibilità e capacità relazionali. Comprese nelle indicazioni deontologiche ci sono per esempio l’articolo 20, riguardante il rispetto dei diritti della persona, l’articolo 21, relativo alla competenze professionale del medico e l’articolo 33, che pone l’attenzione sull’importanza di fornire informazioni al cittadino. Non si può ignorare la totale autonomia della donna, ma nemmeno il ruolo attivo e responsabile del medico a supporto di chi liberamente assume una decisione. Le occasioni di colloquio con la donna risultano fondamentali; anche i medici obiettori devono accogliere le richieL’obiezione di coscienza tra diritti 185 ste d’aiuto e grazie alla loro correttezza e competenza accompagnare chi affronta una decisione drammatica. Per diversi aspetti la Legge 194 non è stata valorizzata a sufficienza e non le è stata data la giusta rilevanza; anche se sono stati riscontrati risultati positivi, come la riduzione del numero di aborti clandestini, non sono invece mancati attacchi alla Legge. Luigi Conte 186 Il consultorio familiare pubblico Discussione, sintesi e proposte di Ilia Martellini R ingraziamo il dottor Grandolfo che ci ha di fatto anticipato le conclusioni; credo che ci abbia offerto un ottimo spunto di riflessione su quali siano le priorità che le aziende sanitarie debbano darsi. Troppo spesso i consultori familiari si sentono dire: «Ma se siete in pochi e non ce la fate, tagliate qualcosa», ma troppo spesso a essere tagliata è la prevenzione. Quindi si dedicano molte ore per esempio per fare i pap test ma forse, anzi senz’altro, si dedicano troppe poche ore per educare alla sessualità, che è propedeutica alla possibilità di raggiungere una consapevolezza che permetta una maternità e una paternità responsabili. Vorrei ora fare alcune considerazioni conclusive. Bisogna tenere presente la consapevolezza che: per nessuna donna il ricorso interruzione volontaria di gravidanza rappresenta una scelta facile e indolore ogni donna che ha scelto di abortire mantiene in sé, indelebile, il segno di quei figli mai nati in questi 30 anni i consultori si sono dimostrati una risorsa adeguata e competente. Perciò nell’accompagnare la donna in questa triste esperienza, in una logica di recupero del benessere psicofisico, con profondo rispetto dell’individuo, evitando atteggiamenti giudicanti e punitivi, si può giungere a una proposta che tenda: a rafforzare l’approccio multidisciplinare psicosociosanitario del consultorio come risorsa per aiutare le donne a superare i pregiudizi e le resistenze verso l’utilizzo di metodi anticoncezionali ai fini di ridurre sempre più il fallimento contraccettivo e quindi le recidive 188 Il consultorio familiare pubblico a definire, in forma condivisa, protocolli operativi tra operatori consultariali, reparti ospedalieri di ostetricia, medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, che condividano un percorso di prevenzione dell’interruzione volontaria di gravidanza. La diminuzione del ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza da parte delle italiane è indice rilevante, come suggerisce il dottor Grandolfo, dell’importanza di continuare a divulgare una corretta informazione contraccettiva e potenziare l’impegno nei progetti dell’educazione alla sessualità, non solo per promuovere un uso consapevole della contraccezione, ma soprattutto per aiutare i ragazzi a capire che la sessualità non è genitalità, ma è scelta consapevole nel rispetto di se e dell’altro. Inoltre, tenuto conto della provenienza territoriale e della diversità culturale, si dovrà collaborare, per le donne straniere, con i mediatori culturali. Da un lato potranno permetterci di aumentare la conoscenza e la comprensione di alcuni aspetti della loro cultura di provenienza; dall’altro dovranno essere loro stessi oggetto di una formazione specifica che li metta in condizione di comprendere il nostro linguaggio e i concetti da trasmettere per fare un vero accompagnamento al loro concittadino. Così potranno collaborare per rendere sempre più efficace la comunicazione, garantendo l’efficacia dell’attività informativa in merito a una contraccezione condivisa. Forse così anche l’altra metà del cielo potrà essere più azzurra. Ilia Martellini Discussione, sintesi e proposte 189 Quinta parte. La promozione della salute della donna Chairman: Massimo Sigon Massimo Sigon Introduzione al tema L’ 8,3% delle donne denuncia problemi di salute, mentre negli uomini la percentuale scende al 5,3%; anche la disabilità ha una prevalenza maggiore nelle donne (6,1%) rispetto agli uomini (3,1%). Uno studio del Servizio sanitario inglese evidenzia, inoltre, come la prevalenza degli accessi agli studi dei medici di medicina generale sia molto maggiore nelle donne. La “medicina di genere” ha quindi assunto un’importanza determinante anche ai fini di una corretta e adeguata programmazione sociosanitaria. È infatti noto che le donne si rivolgono agli ambulatori prevalentemente non per problemi o patologie riguardanti l’apparato genitale femminile, ma le comuni patologie della popolazione. Un’indagine dell’Istat evidenzia come alcune delle patologie croniche più rilevanti dal punto di vista epidemiologico nella società occidentale sono presenti in percentuale maggiore nelle donne rispetto agli uomini. Per esempio c’è una prevalenza maggiore nelle donne di diabete (+9%), di cataratta (+80%), di ipertensione arteriosa (+30%), di cefalea ed emicrania e di osteoporosi. Di conseguenza, rifacendosi anche a tutte le definizioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, è sempre più importante parlare di medicina di genere sottolineando le differenze tra maschi e femmine, che non sono semplicemente o solamente di tipo biologico e legate all’apparato riproduttivo, ma sono soprattutto influenzate e legate al contesto sociale, culturale e politico. La medicina di genere si caratterizza così per un approccio alle problematiche di salute, o anche semplicemente dei disagi, dal versante delle donne. La prevenzione primaria per la salvaguardia della salute delle donne, comprese le problematiche relative alla violenza, non è quindi solo un problema di tipo sanitario ma anche, e in alcuni casi forse soprattutto, un problema di tipo sociale e politico. 192 Il consultorio familiare pubblico Il consultorio familiare privato: quale integrazione possibile? di Mario Puiatti I n premessa qualche informazione storica per i giovani. L’Associazione italiana per l’educazione demografica) è stata costituita a Roma nel 1953 da un gruppo di personalità laiche (scienziati, intellettuali e giornalisti) con lo scopo di promuovere la cultura della procreazione libera e responsabile. Allora il Codice penale vietava la «propaganda dei mezzi atti a impedire la procreazione». Nel 1971, dopo anni di battaglie culturali, politiche e giudiziarie, l’Associazione italiana per l’educazione demografica ha ottenuto dalla Corte costituzionale l’abrogazione dell’articolo 553 che vietava la contraccezione, creando le premesse per la legge istitutiva dei consultori pubblici (Legge nazionale nel 1975 e regionale nel 1978). L’Associazione italiana per l’educazione demografica di Pordenone ha aperto il consultorio nella primavera del 1975. Veniamo al tema: quale integrazione tra pubblico e privato? Per quasi 30 anni i consultori pubblici e quelli privati non hanno avuto nessun rapporto: semplicemente si ignoravano. Era una situazione assurda, visto che in Friuli Venezia Giulia i consultori privati sono convenzionati con le aziende sanitarie e sono in parte finanziati con soldi pubblici. L’Associazione italiana per l’educazione demografica si è sempre sentita parte del sistema sanitario. Tre anni fa l’Ass 6, spinta dalla necessità, ha deciso di avviare un processo di collaborazione tra i consultori pubblici e quelli privati. Oggi, pur con molte difficoltà dovute alla tipologia dell’utenza (la maggioranza è straniera), esiste un buon rapporto di collaborazione. In tre anni ci sono state inviate dai consultori pubblici oltre 2000 donne, di cui oltre la metà in gravidanza. Crediamo che, nella nostra Regione, sia l’unico esempio concreto di integrazione tra consultori pubblici e privati. Speriamo che questo esempio venga imitato anche da altre aziende sanitarie. Nel rispetto reciproco delle storie e delle impostazioni, crediamo che tutti i servizi, pubblici e privati, debbano collaborare e integrarsi reci194 Il consultorio familiare pubblico procamente. Sicuramente il privato non deve sostituire il pubblico, ma il pubblico dovrebbe avvalersi delle opportunità offerte dal privato sociale. Per esempio, noi non ci occupiamo di adozioni e di tutela dei minori (attività che hanno stravolto le finalità previste dalla Legge 405 istitutiva dei consultori familiari). Facciamo però anche attività che i consultori pubblici non fanno: per esempio la diagnosi prenatale, l’andrologia e la sterilizzazione maschile (intervento che gli ospedali pubblici non eseguono). Queste diverse attività dovrebbero integrarsi. Il progetto “Percorso nascita” su cui l’Ass 6 sta lavorando sarà sicuramente un banco di prova verso l’integrazione vera. In conclusione presento alcune proposte: 1. è prioritario investire sull’educazione sessuale nelle scuole: oggi le adolescenti, sulla sessualità, non sanno di più di quanto sapevano le loro mamme alla stessa età 2. vigilare sui medici: ci sono medici del Servizio sanitario nazionale che fanno terrorismo sulla contraccezione mescolando la scienza con le proprie convinzioni etico religiose (non prescrivono la pillola del giorno dopo, dicono che la pillola fa molto male e applicano dispositivi intrauterini a ventenni nullipare) 3. garantire l’interruzione volontaria di gravidanza: i medici hanno il diritto di esercitare l’obiezione di coscienza ma le donne hanno il diritto di interrompere la gravidanza non voluta. Entrambi questi diritti devono essere garantiti. Teoricamente tutti i medici potrebbero fare obiezione (garantendo immediatamente il proprio diritto): in quel caso chi garantisce il diritto delle donne? C’e una sola strada: indire concorsi ”riservati” a medici non obiettori con clausola di decadenza se cambiano idea 4. aborti ripetuti: le donne italiane che ripetono l’aborto nella grande maggioranza hanno una cultura medio-alta e conoscono i metodi contraccettivi. Non è quindi un problema di conoscenza. Spesso c’è un conflitto tra il desiderio di maternità e la realtà quotidiana (lavoro, carriera, ecc.); queste donne devono essere aiutate a capire e risolvere i conflitti. Questa attività richiede tempo e specifica professionalità, due cose che spesso i medici di medicina generale non hanno; però rilasciano ugualIl consultorio familiare privato: quale integrazione possibile? 195 mente la stragrande maggioranza dei certificati per l’interruzione volontaria di gravidanza. Sarebbe opportuno attivare nei loro confronti una forte azione di sensibilizzazione affinché deleghino ai consultori la gestione della Legge 194/78 che regola l’interruzione volontaria di gravidanza. Mario Puiatti 196 Il consultorio familiare pubblico Le donne immigrate come promotrici di salute di Silvia Genovese S econdo dati del annuario statistico dell’immigrazione in Friuli Venezia Giulia nel 2005, queste sono alcune delle provenienze più rappresentative in Provincia di Pordenone: Provenienza Numero di residenti Percentuale di donne Albania 5.220 45,8% Romania 3.538 53,2% Ghana 2.384 43,1% Marocco 977 39,4% Ucraina 752 86,3% Moldavia 339 69,3% Colombia 308 72% 65.338 48% Popolazione totale Il numero delle donne che affrontano la migrazione è in crescita e possiamo individuare due principali modalità: le donne che migrano da sole e le donne che migrano per raggiungere il marito. In una società multiculturale come ormai è diventata l’Italia, è da capire che ci troviamo davanti a un panorama complesso: rappresentazioni del mondo diverse, sistema di valori diversi, modelli familiari diversi, religioni diverse, diversa percezione dei bisogni e dei servizi. Il processo migratorio comincia nel Paese di origine e continua nel Paese di accoglienza: andare in un altro Paese, perdere i propri punti di riferimento e ricostruire la propria vita da capo, a cominciare dall’apprendimento di un’altra lingua, comporta uno sforzo enorme e implica un periodo di adattamento; è un processo lento che ogni persona potrà elaborare in maniera diversa secondo le proprie risorse. La donna nella migrazione si trova in una situazione di particolare 198 Il consultorio familiare pubblico vulnerabilità, per la perdita dei propri punti di riferimento e dei propri sistemi di protezione. Mancano la rete famigliare, le strategie e gli strumenti che nel proprio Paese le possono permettere di superare una crisi; non ci sono i cibi che potrebbero fare bene, non c’è quel “pensare insieme” sulla difficoltà. La donna si trova isolata in un ambiente che non conosce, con regole implicite che a lei sfuggono. Le manca la padronanza della lingua per poter esprimere i suoi bisogni, i suoi dubbi, le sue paure. I servizi italiani sono diversi da quelli del Paese, e i consultori familiari sono strutture inesistenti in molti Paesi. Il sistema dell’appuntamento per accedere alle cure è incomprensibile per molte donne. Capire la differenza tra ambulatorio e pronto soccorso non è automatico (quando andare al pronto soccorso, quando all’ambulatorio). Le donne dicono speso che il corpo nella migrazione cambia: «Da quando sono arrivata non sento più il mio corpo, non capisco che cosa mi succede, mi fa male dappertutto, non so più che cosa mi fa bene e che cosa mi fa male, sono sempre stanca faccio fatica a dormire». Quando le parole non possono raccontare l’emozione o non c’è nessuno ad ascoltare è il corpo che si ammala per esprimere il dolore. In base alla definizione dell’Organizzazione mondiale della sanità, la salute non va concepita solo come assenza di malattia, ma come condizione di benessere sul piano fisico, psichico e sociale. Le donne immigrate come promotrici di salute Sono le donne immigrate che promuovono i processi di integrazione sociale e culturale in modo più attivo a partire dei loro bisogni di cura e della famiglia. Sono le donne che per rispondere ai bisogni dei bambini sono promotrici di un processo di integrazione al di là delle posizioni degli uomini. Le donne portatrici di saperi portano a un’alimentazione più naturale: da qui l’importanza di integrare i saperi. È importante sapere come comunicare, per avvicinare le donne immigrate ai servizi sociosanitari. Il linguaggio dei servizi sociosanitari coerente con i presupposti culturali della popolazione italiana è valido nell’ottenere risultati preventivi per quella popolazione ma sembra non essere compreso dalle donne immigrate. La possibile spiegazione è che il significato attribuito a concetti e valori condivisi dalla popolazione italiana può essere diverso tra la popolazione straLe donne immigrate come promotrici di salute 199 niera. Questo può interferire con la loro possibilità di accedere all’educazione sanitaria e alla prevenzione (contraccezione e interruzione volontaria di gravidanza): l’identità femminile ha una diversa rappresentazione a seconda della cultura di provenienza. La mediatrice linguistico culturale è importante come ponte tra due culture, tra due mondi, per facilitare la comunicazione e la comprensione, rendere comprensibile una realtà all’altra. Per questo il Circolo aperto “Lavorando per tutti” offre attività di mediazione, per rendere più facile la vita per tutti, italiani e stranieri. La mediazione nell’ambito sanitario significa lavorare per migliorare la qualità di vita di tutti. Silvia Genovese 200 Il consultorio familiare pubblico Sesta parte. Incontro con chi decide Chairman: Nicola Delli Quadri Relatore: Silvano Ceccotti Quale il futuro dei consultori familiari A cura di: Tiziana Martuscelli, Silvano Ceccotti, Patrizia Cicuto, Elodia Del Pup, Annamaria Dolcet, Lorena Fornasir, Fulvia Loik, Ilia Martellini, Laura Nadalini, Massimo Sigon, Maria Vanto I llustrissimo assessore, la sua presenza è per noi estremamente significativa e ci fa ben sperare in un suo impegno rispetto al futuro dei consultori familiari della Regione Friuli Venezia Giulia. Noi abbiamo elaborato un documento, alla fine di questo interessantissimo convegno, che in qualche modo sintetizza quelle che potrebbero essere delle richieste di intervento da parte sua e della Giunta regionale. A questa presentazione seguirà, con la sua disponibilità, un incontro dove le spiegheremo in modo più dettagliato quanto ora le leggerò, e che necessariamente non può che essere una bozza che grazie ai colleghi è stata prodotta in un tempo estremamente ristretto. Passo a leggerle il documento, che, in modo scherzosamente enfatico, abbiamo chiamato “I cinque punti di Casarsa”. Considerato che «ai consultori familiari sono stati assegnati, a seguito di recenti innovazioni normative, nuovi compiti in particolare nell’area della prevenzione, tutela dei minori (abbandono, grave trascuratezza, abuso e maltrattamento, adozioni nazionali e internazionali), a cui non ha fatto seguito una adeguata riorganizzazione degli stessi» (progetto obiettivo materno infantile); preso atto che il Piano sanitario regionale 2006-2008 ribadisce la necessità di «rendere omogenei, su tutto il territorio regionale, i consultori familiari per quanto attiene la tipologia di interventi, le presta202 Il consultorio familiare pubblico zioni e i modelli organizzativi, anche in considerazione dei nuovi compiti in particolare della prevenzione, tutela dei minori»; tenuto conto che si è avviata, dal 2005 a oggi, una sperimentazione di un sistema informativo regionale relativo all’attività di tutti i consultori familiari pubblici al fine di avere a disposizione dati maggiormente attendibili per una programmazione sociosanitaria integrata; verificato che questo percorso di fatto ha attivato la prima fase operativa dell’omogeneizzazione dei consultori familiari pubblici della Regione Friuli Venezia Giulia; preso atto che questa esperienza di confronto e collaborazione ha permesso di cogliere l’utilità della costituzione di un gruppo di operatori consultoriali, in qualità di referenti aziendali, eterogeneo per professionalità, rappresentativo delle sei aziende sanitarie con l’obiettivo di un’omogeneizzazione dell’attività consultoriale e nel rispetto delle peculiarità territoriali, proponiamo la formalizzazione di questo gruppo di operatori consultoriali, che abbia le seguenti finalità: contribuire a definire una formazione omogenea su tutto il territorio regionale tenendo conto di tutte le figure professionali inerenti alle tematiche prettamente consultoriali essere il gruppo di “consulenza tecnica” per il rappresentante dei consultori familiari in seno alla Consulta regionale della famiglia garantire la “consulenza tecnica” in ordine alla predisposizione degli atti di programmazione regionale che riguardino l’organizzazione dei consultori essere l’interlocutore competente per il referente regionale deputato a seguire le problematiche di competenza consultoriale garantire un monitoraggio regionale del conseguimento degli obiettivi definiti annualmente con riferimento agli atti di programmazione regionale mettere a disposizione la competenza tecnica delle commissioni consiliari in merito ai progetti di legge relativi alle politiche sociosanitarie, con specifico riferimento alle competenze consultoriali e all’integrazione con gli ambiti socioassistenziali collaborare all’elaborazione delle proposte atte all’adeguamento dei servizi consultoriali per quanto attiene le problemaQuale il futuro dei consultori familiari 203 tiche emergenti nell’ambito delle relazioni familiari e dell’età evolutiva essere riferimento, ogniqualvolta sia richiesto, per la Giunta regionale e per le commissioni consiliari sui risultati della propria attività. In relazione ai lavori del convegno regionale “Il consultorio familiare pubblico: un ponte tra sanitario e sociale al servizio della famiglia”, tenutosi a Casarsa della Delizia il 17 e 18 ottobre 2008, di seguito si riporta il documento “I cinque punti di Casarsa”: 1. predisporre un piano attuativo della Delibera di Giunta regionale 3412/1995, del Progetto obiettivo materno infantile nazionale e regionale, nonché delle indicazioni operative dell’Istituto superiore di sanità, in particolare per quanto riguarda l’offerta attiva di servizi 2. definire linee guida e protocolli a livello regionale, nonché livelli essenziali di assistenza, che consentano un’omogeneità di offerta tra le varie realtà consultoriali 3. istituire un coordinamento regionale per garantire l’omogeneizzazione delle attività consultoriali nel rispetto delle peculiarità territoriali, omogeneità che preveda anche una regia unica formativa degli operatori 4. individuare un referente regionale in Direzione regionale o in Agenzia regionale sanitaria con competenze relative ai consultori familiari 5. adeguare le risorse professionali sul piano sia qualitativo sia quantitativo per far fronte ai cambiamenti in atto nei bisogni che vengono dalla popolazione e dagli altri servizi, determinati da “nuovi” scenari: immigrati, minori in situazione di pregiudizio (Tribunale per i minorenni e Tribunale ordinario), mediazione familiare, adozioni. 204 Il consultorio familiare pubblico Giovanni Zanolin Il carattere educativo del lavoro sociale nelle reti sociali e istituzionali Q uesto confronto è particolarmente utile. Da molti anni infatti nella Provincia di Pordenone si fa un lavoro straordinario nell’importante campo della salute delle donne, dei bambini e di tutti i minori. È una questione decisiva per le nostre società, perché ci parla del futuro e interviene su un tema che è indicatore simbolico della trasformazione sociale e culturale in atto nella nostra Provincia. Salute delle donne, fertilità umana, riproduzione, salute dei piccoli, salute dei minori segnalano anche problematicità profonde: disagio, a volte dolore. Occupandocene, incontriamo anche fenomeni molto pesanti, come il crescente malessere legato alla fragilità delle nostre famiglie, la violenza contro le donne e i bambini, la grande difficoltà a diventare culturalmente e con responsabilità genitori, il conseguente frequente abbandono insensato dei minori, il diffondersi di stili di vita inadeguati e spesso profondamente sbagliati. Si tratta di temi e questioni sulle quali è necessario intervenire, per proporre un contributo a una trasformazione positiva della vita delle persone, che sempre e comunque dipende dalla loro volontà. Il carattere educativo del lavoro sociale è la prima condizione nuova da consolidare nel lavoro a cui partecipano, in una dimensione di integrazione sociosanitaria e di costruzione e manutenzione di reti sociali, anche i consultori. Credo che questa sia una delle chiavi del lavoro che i Comuni, gli ambiti sociali e l’azienda sanitaria con i suoi vari strumenti fanno con le reti sociali. In realtà dare questo indirizzo educativo al nostro lavoro e al nostro impegno nelle reti sociali non è affatto facile. Sembrerebbe quasi naturale, ma dare a ogni nostro intervento il carattere di qualche cosa di esemplare, tale per cui guardandoci fare lavoro sociale le persone imparano a vivere meglio e ad aiutare gli altri a vivere meglio, non è affatto facile: mentre si lavora gli operatori devono assumere la forma mentale di chi è disponibile a rivedere criticamente il proprio lavoro. Questo richiede un cambiamento per noi, e soprattutto richiede che il lavoro di cura divenga prioritario rispetto alle dinamiche relazionali all’interno dei servizi e fra i servizi. È una questione non semplice da affrontare, come sapeIl carattere educativo del lavoro sociale nelle reti sociali e istituzionali 205 te, che vale per tutto il lavoro sociale e il lavoro di cura, ma che è importante particolarmente in questo campo perché abbiamo a che fare con dei minori, persone che sono spugne e imparano in quei momenti cose fondamentali per la loro vita futura. Noi cioè operiamo con soggetti fortemente propensi a imparare, in questo settore più che altrove. Poi affrontiamo temi decisivi per gli esseri umani, come la fertilità. Dunque chi opera nei consultori è più di altri nella necessità di considerare la valenza educativa delle proprie parole e delle proprie azioni, ma non solo per essere molto accorti nel loro uso: anche e soprattutto per comprenderne l’enorme potenzialità in un’ottica di auto e mutuo aiuto. Più in generale, vi propongo di continuare a riflettere sull’impossibilità per noi di affrontare qualsiasi problema vero di promozione e protezione sociale se non ampliando il carattere educativo dei nostri interventi. La seconda condizione nuova per il nostro lavoro è lo sviluppo delle reti sociali. La condizione per sviluppare reti sociali di aiuto è dare un carattere fortemente educativo al nostro intervento di cura. Badate che la costruzione delle reti sociali è fortemente educativa: serve a stringere relazioni d’aiuto ma serve soprattutto ad autoconvincerci dell’utilità, della positività di questa relazione d’aiuto. Lavorare sulle reti sociali è uno dei compiti principali di fronte a noi. Sono molte decine, solo nell’area pordenonese, le associazioni che si occupano di minori e di questioni di genere, della scuola, dell’integrazione, insomma del lavoro a favore delle donne e dei minori. Queste associazioni sono diventate nel corso degli anni per i Comuni, per i consultori, per l’azienda sanitaria degli snodi straordinari di attività e di impegno. Sono strumenti fondamentali della nostra stessa azione. Dobbiamo riuscire a immaginare una cura particolare delle reti sociali e del lavoro di rete. Dobbiamo riuscire a immaginare nei prossimi anni una promozione di capitale sociale comunitario tale per cui queste reti si dotino degli strumenti per rafforzarsi, per consolidarsi sul territorio. Sto parlando di dotazioni strumentali, di sedi, di luoghi per giocare, di formazione e luoghi per l’informazione e l’educazione, di risorse finanziarie, di risorse umane da stimolare, di attenzione e sollecitudine nei loro confronti. Le reti sociali non sono spontanee: nascono dal lavoro sociale svolto in direzione educativa e hanno bisogno di un grande lavoro di manutenzione. Serve un serio impegno di rafforzamento delle reti dell’educazione sociale e per raggiungere questo obiettivo 206 Il consultorio familiare pubblico costruire un forte legame con la scuola. Ascoltandovi, ho appreso del lavoro positivo che si va facendo a Udine verso le scuole. So di un impegno simile a Pordenone e credo che si stia operando allo stesso modo anche nelle altre Province. Ci interroghiamo se questo lavoro basti, sappiamo che in realtà questo lavoro non è mai finito, sappiamo bene per esempio che l’educazione sessuale in senso lato, con le sue necessarie sensibilità, è impegno che percorre tutte le generazioni. L’educazione non termina mai nel percorso di vita di una persona, ed è legittimo interrogarsi su quali strumenti possiamo mettere in campo per aiutare i genitori a educare ed essere noi stessi promotori e propagatori di educazione, posto che davanti a noi stanno straordinari strumenti diseducativi con i quali facciamo i conti ogni momento. Ultimo e importante tema è quello delle relazioni di rete istituzionale e del lavoro nelle reti istituzionali. Abbiamo alle spalle delle esperienze positive ma anche criticità. I servizi sociali dei Comuni hanno svolto per un lungo periodo una funzione di puro supporto, anche se i servizi del Comune erano coprotagonisti nei momenti di relazione e c’era un lavoro condiviso con gli operatori sanitari. Ma sono stati anni nei quali lo sguardo sanitario, in questo campo, prevaleva. Negli ultimi anni c’è stato un rafforzamento delle strutture di cui sono dotati gli ambiti e i Comuni. Questo rafforzamento ha voluto dire per tanti anni lavorare duro sulla formazione degli operatori dei Comuni, sulle modalità e sulla qualità dei servizi che venivano dati, sull’attenzione che veniva prestata, sulle relazioni di cura che venivano costruite. Il risultato è che oggi tutti noi abbiamo un tessuto significativo di lavoro sociale da parte dei Comuni riuniti negli ambiti sociali. Questo tessuto si confronta con la positività, l’intelligenza, la cultura, la forza, il significato profondo del lavoro sanitario: i consultori e la neuropsichiatria infantile soprattutto. Si tratta di comprendere che una fase nuova è aperta: è la fase di una collaborazione che non si pone neanche più il problema di essere paritaria, bensì di riuscire a non schiacciare le persone dentro dinamiche istituzionali. Vogliamo valorizzare i percorsi delle persone, con il loro contributo, con la loro intelligenza, con la loro volontà, con la loro cultura e fare in modo che la collaborazione tra istituzioni sia un forte supporto allo sviluppo di queste volontà, di queste capacità. Per fare questo dobbiamo collaborare su un piano che sia quello dell’integrazione dei servizi e della definizione dei metodi di questa integraIl carattere educativo del lavoro sociale nelle reti sociali e istituzionali 207 zione. L’integrazione non può avvenire se i vari servizi, sia quelli sociali dei Comuni riuniti negli ambiti, sia dei consultori, sia dei servizi di neuropsichiatria, sono per esempio anche fisicamente lontani. C’è quindi un primo problema: avvicinare, tenere vicini i servizi. Si tratta di luoghi da costruire, nei quali collaborare, lavorando fianco a fianco. Ma lavorare fianco a fianco probabilmente non basta: serve definire anche delle metodologie di lavoro fianco a fianco, metodologie che dichiarino per esempio la possibilità di costruire dei budget unitari, unici, nei quali confluiscano le risorse dei vari Comuni e le risorse sanitarie, e sui quali si decide assieme. Può voler dire anche lavorare su un case management concordato e unico, per il quale la presa in carico viene effettuata da un’unica persona, quella che assieme giudichiamo più pronta, più preparata, più adeguata a quel caso, a quella situazione. Non è detto che sia di profilo necessariamente sanitario o sociale ed educativo, perché queste divisioni non avranno più senso d’esistere dentro un servizio pensato unitariamente. Significa insomma lavorare in una dimensione di integrazione così forte, così positiva, così rivolta ai diritti dei minori e delle donne, da determinare fra di noi, progressivamente, la possibilità di immaginarci come un unico servizio a favore della famiglia, della donna, dei minori, dei bambini, come un unico servizio che riesce a dare una risposta a temi che sono così importanti, decisivi per il nostro futuro, perché ci parlano di quello che sarà questa nostra società nei prossimi anni, nei prossimi decenni. Sono convinto che il vostro entusiasmo, la vostra intelligenza, la vostra cultura, l’attenzione con cui lavorate e vi prendete cura delle persone siano le condizioni migliori per poter pensare a un futuro positivo. 208 Il consultorio familiare pubblico Vladimir Kosic Conclusioni C on piacere chiudo questi due giorni di lavoro per chi ha resistito fino a sabato pomeriggio a quest’ora; credo sia anche legittimo avere sostenuto temi che ho visto elencati sulla questione dei minori oggi trattata più direttamente: significa sicuramente un segno di grande partecipazione. Quindi prima di tutto ringrazio gli organizzatori che hanno portato a compimento una progettualità, iniziata nei mesi di maggio e giugno, quando ci siamo visti la prima volta, alla quale ho dato adesione subito. Sembrava una meta lontana e invece ci siamo arrivati; il primo risultato è sicuramente questa due giorni: le proposte che sono state fatte saranno patrimonio dell’intera Regione, materiale che risulterà sicuramente utile per i lavori che stiamo per fare. Riassumendo le proposte fatte, a nome del Comitato scientifico, dal dottor Ceccotti, credo che ci sia una richiesta di linee guida sulle questioni relative ai minori e al percorso nascita. Questa richiesta dovrebbe essere ripresa nel piano sanitario, con indicazioni dal punto di vista organizzativo che dovrebbero esprimersi in un referente all’interno della direzione centrale. Il coordinamento dei consultori dovrebbe avere un ruolo preciso, registrando il fatto che oltre a ciò che si è fatto e si sta facendo, ci sono nuove attività rispetto alle quali ci vorrebbe forse una riflessione. Credo che il lavoro fatto in queste due giornate ha prodotto anche qualcosa in più: per esempio il progetto illustrato dal dottor Grandolfo, che tra l’altro riprende un percorso già avviato in questa Regione. Ci sono stati infatti un gruppo di Palmanova, la costituzione di un gruppo tecnico regionale, una delibera che ha ripreso tutto questo con attenzione. La prima assicurazione è che non c’è nessuna discontinuità, ma la massima continuità su queste questioni, sulle linee, sui contenuti: sicuramente sono contenuti preziosi che devono essere salvaguardati. Anche per ciò che riguarda la parte relativa agli aspetti organizzativi, che è stata esposta dal dottor Ceccotti, credo quindi che debba essere presa in considerazione; sarà da valutare assieme se con un coordinamento centralistico e quali ruoli assegnare. In una ricchezza come quella presentata da questa Regione lasciar fare a chi sa fare può essere Conclusioni 209 anche una soluzione che produce: sono scelte che dovranno eventualmente essere condivise. Gli interventi che mi hanno preceduto, fra cui quello di Zanolin, che apre orizzonti politici importanti di condivisione di scelte importanti, sono anch’essi molto propositivi, molto importanti. Ma i temi trattati che hanno a che fare con l’affettività credo che abbiano bisogno di alcune riflessioni più grandi. Io mi permetto di farle: non ho paura, Mi piace il termine educazione e condivido con l’assessore Zanolin che si debba andare oltre l’informazione. Non credo che sia una questione di scelte ideologiche ma di assunzione di responsabilità, che i servizi devono avere all’interno di problemi che oggi affrontiamo e a cui abbiamo difficoltà a dare risposte. Il tema non è tanto se una tredicenne di oggi abbia informazioni in più o in meno rispetto a una di trent’anni fa: il tema è che la vita e il mondo di una tredicenne di oggi sono molto diversi rispetto a quelli di sua mamma. Le sfide, ma anche i pericoli, ai quali vengono esposti questi ragazzini, sono diversi. Il tema della trasgressione, che è un tema fondamentale e ha a che fare con questi aspetti, deve essere necessariamente preso in considerazione. I consultori sono sicuramente il risultato di un bisogno e di un diritto delle donne, che da protagoniste hanno costruito un servizio; hanno prodotto modelli di servizi, competenze professionali e le hanno aggregate, hanno dato risposte e quindi benessere. Al di là di questo noi non dobbiamo confrontarci più con una storia che ha prodotto questi risultati importanti: la storia sicuramente conta, ma se ci guardiamo troppo diventiamo nostalgici. Credo che questi non siano tempi della nostalgia ma tempi delle sfide. Rispetto alle sfide dobbiamo guardare gli orizzonti che abbiamo in comune e che sono quelli di garantire i diritti di tutela che altrimenti si rischia di non intercettare. Credo che una riorganizzazione dal punto di vista regionale, e una ripresa all’interno del piano sociale anche di alcune linee guida che verranno sicuramente indicate, devono necessariamente contenere queste riflessioni: nelle nuove attività raccogliamo anche nuove sollecitazioni di carattere culturale, professionale, etico. Vorrei concludere questo pomeriggio con alcune riflessioni di carattere etico. Il momento della gravidanza, del percorso nascita e delle scelte connesse va aggiornato all’interno di un mondo emotivo che accompagna questi aspetti. Mi chiedo quanto nei nostri giorni il con210 Il consultorio familiare pubblico cetto di piacere e di felicità sia ancor più confuso di felicità e di benessere, di consapevolezza, di tutela. Mi chiedo quanto debba essere ancora rivisto rispetto a 30 anni fa, e se i diritti, i bisogni, gli aspetti connessi alle libertà sacrosante di emancipazione, che ora si sono compiuti, debbano essere aggiornati e riportati all’interno di una categoria di valori nuova, aggiornata anche questa. Non credo che si debba compiere una valutazione solo delle risorse che vengono dedicate a garantire questi servizi all’interno dei consultori: si deve andare oltre perché il consultorio deve diventare momento ulteriore di cultura, in cui il fulcro è proprio quello che ha saputo raccogliere, sedimentare, gestire, dare risposte anche in termini di proposte rispetto alla comunità in cui opera. E qui credo che anche le professioni esercitate all’interno (penso a tutte le professioni che hanno a che fare con la psicologia, con il benessere della persona complessiva) debbano avere più attenzione nelle scelte che vengono proposte, perché le sfide vanno oltre. Quindi, concludendo questo mio breve intervento, forse dobbiamo pensare a come ci raccordiamo agli ambiti, ai servizi sociali dei Comuni, a come guardiamo fuori dai consultori. Il tema è di aprirli maggiormente a queste istanze, a queste collaborazioni e a queste sfide perché vengono da quella parte, da quello che ci segnalano la gente, gli enti locali, le nuove minoranze con problematiche specifiche che vanno affrontate, gestite e quindi portate in quella direzione. Questi sono gli orizzonti senza più nostalgie, senza più guardare a una storia che, per quanto gloriosa ed eroica, ha raggiunto i suoi risultati e non ha più bisogno di eroi. Di eroi c’è stato bisogno nel passato; ora c’è bisogno di protagonisti, che devono saper costruire alleanze su contenuti e su responsabilità nuove. I protagonisti rimangono sempre gli stessi: sono coloro che portano i bisogni che invece sono nuovi. Sono quindi le donne, che nella loro condizione presuppongono sicuramente investimenti migliori per tutti. Conclusioni 211 I PARTECIPANTI Gaetano Appierto, Presidente Sezione civile, Tribunale ordinario di Pordenone Giovan Battista Ascone, Direttore tutela della salute della donna e dell’età evolutiva, Direzione generale prevenzione sanitaria Gabriella Bozzi, Psicologa e psicoterapeuta, consultorio familiare Ass 2 “Isontina” Silvano Ceccotti, Psicologo e psicoterapeuta, responsabile consultori familiari Ass 2 “Isontina” Flavia Ceschin, Pediatra di libera scelta Maura Clementi, Assistente sociale responsabile dell’ambito distrettuale Alto Isontino Franco Colonna, Medico pediatra, responsabile Dipartimento materno infantile, Ospedale San Vito al Tagliamento, Ass 6 “Friuli Occidentale” Luigi Conte, Presidente dell’Ordine dei medici di Udine Annamaria Cortese, Ostetrica, consultorio familiare, Ass 1 “Triestina” Laura De Gregori, Medico ginecologo, consultorio familiare Ass 6 “Friuli Occidentale” Giovanni Del Frate, Medico ginecologo, responsabile Dipartimento materno infantile, Ospedale San Daniele del Friuli, Ass 4 “Udinese” Nicola Delli Quadri, Direttore generale, Azienda per i servizi sanitari n. 6 “Friuli Occidentale” Elodia Del Pup, Psicologa e psicoterapeuta, responsabile dei consultori familiari, Distretti Urbano e Ovest, Ass 6 “Friuli Occidentale” Annamaria Dolcet, Psicologa e psicoterapeuta, responsabile del consultorio familiare, Distretto Nord, Ass 6 “Friuli Occidentale” Maria Virginia Fabbro, Psicologa e psicoterapeuta, consultorio familiare, area materno infantile, Ass 3 “Alto Friuli” Silvia Genovese, Presidente “Circolo aperto”, Pordenone Michele Grandolfo, Epidemiologo, Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute, Istituto superiore di sanità Vladimir Kosic, Assessore regionale alla salute e protezione sociale, Regione Friuli Venezia Giulia Renata Maddalena, Assistente sociale, consultorio familiare Ass 5 “Bassa Friulana” Marinella Malacrea, Medico neuropsichiatra infantile Ilia Martellini, Psicologa e psicoterapeuta, responsabile consultori familiari, Ass 5 “Bassa Friulana” Tiziana Martuscelli, Psicologa e psicoterapeuta, Responsabile consultori familiari, distretti Est e Sud Ass 6 ”Friuli Occidentale” Luisa Menegon, Assistente sociale, consultorio familiare, Ass 3 “Alto Friuli” Adriana Monzani, Psicologa e psicoterapeuta, consultorio familiare Ass 2 “Isontina” Maria José Mores, Psicologa e psicoterapeuta, consultorio Noncello Pordenone Luisa Onofrio, Assistente sociale, giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Trieste Paolo Piergentili, Direttore sanitario, Azienda per i servizi sanitari n. 6 “Friuli Occidentale” Maria Antonia Pili, Avvocato, Foro di Pordenone Lucio Prodam, Assistente sociale, giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Trieste Mario Puiatti, Responsabile consultorio familiare Associazione italiana per l’educazione demografica Luciana Ramon, Medico ginecologo, Ass 5 “Bassa Friulana” Massimo Sigon, Medico, direttore Distretto sociosanitario di San Daniele del Friuli, Ass 4 “Medio Friuli” Giovanni Zanolin, Assessore alle politiche sociali del Comune di Pordenone, presidente dell’Assemblea dei sindaci dell’Ambito sociale urbano 6.5 Finito di stampare nel mese di marzo 2010 da Iacobelli, Via Catania 8, Pavona di Albano Laziale (Roma)