RASSEGNA STAMPA giovedì 12 giugno 2014 ESTERI INTERNI LEGALITA’DEMOCRATICA RAZZISMO E IMMIGRAZIONE SOCIETA’ BENI COMUNI/AMBIENTE INFORMAZIONE CULTURA E SCUOLA INTERESSE ASSOCIAZIONE ECONOMIA E LAVORO CORRIERE DELLA SERA LA REPUBBLICA LA STAMPA IL SOLE 24 ORE IL MESSAGGERO IL MANIFESTO L’UNITÀ AVVENIRE IL FATTO REDATTORE SOCIALE PANORAMA L’ESPRESSO VITA LEFT IL SALVAGENTE INTERNAZIONALE L’ARCI SUI MEDIA Da repubblica.it dell’ 11/06/2014 Caporalato, gli immigrati denunciano il sistema delle truffe e l'Arci di Salerno si costituisce parte civile Domani l'udienza preliminare per il rinvio a giudizio di 26 imputati di truffa aggravata e continuata ai danni dei migranti della Piana del Sele. La denuncia di cinque cittadini marocchini, assistiti dall'Arci, ha permesso la scoperta di un'organizzazione criminale che opera tra il Marocco, la provincia di Salerno, la Basilicata e la Calabria, che avrebbe venduto ai migranti falsi posti di lavoro SALERNO - Si terrà domani, presso il tribunale di Salerno, l'udienza preliminare per il rinvio a giudizio di 26 imputati di truffa aggravata e continuata ai danni dei migranti della Piana del Sele. Grazie alla denuncia di cinque cittadini marocchini, assistiti dall'Arci e dall'avvocato Liana Nesta, è stata scoperta un'organizzazione criminale che opera tra il Marocco, la provincia di Salerno, la Basilicata e la Calabria, che avrebbe venduto ai migranti falsi posti di lavoro, approfittando della loro situazione di vulnerabilità, chiedendo dai tremila fino ai dodicimila euro, a secondo che il malcapitato si trovasse già in Italia oppure no. Oltre 200 immigrati truffati. Truffa, minacce, a volte anche percosse ai danni di immigrati colpevoli solo di voler lavorare regolarmente nel nostro paese. Si ipotizza che il giro, organizzato da faccendieri italiani e marocchini, commercialisti e vari professionisti tra la Campania e la Basilicata, abbia truffato più di duecento immigrati. L'Arci, da sempre a fianco dei lavoratori immigrati con assistenza materiale, il sostegno linguistico, l'orientamento al lavoro, la tutela dei diritti, denuncia come questa inchiesta scopra finalmente la punta di un iceberg enorme, che stringe nella morsa della criminalità e dello sfruttamento non solo i migranti ma anche l'economia ed il tessuto civile del meridione d'Italia. L'Arci di Salerno si costituisce parte civile, per continuare a svolgere un lavoro di promozione e difesa dei diritti dei migranti, di lotta per la legalità, per il riscatto dei più deboli. http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2014/06/11/news/arci-88675158/ Da Redattore Sociale dell’11/06/14 Immigrati truffati con falsi posti di lavoro, processo al via Si terrà domani l'udienza preliminare per il rinvio a giudizio di 26 imputati, appartenenti a un'organizzazione criminale che opera tra il Marocco, la provincia di Salerno, la Basilicata e la Calabria. L'Arci si costituisce parte civile 2 ROMA - Si terrà domani presso il tribunale di Salerno l'udienza preliminare per il rinvio a giudizio di 26 imputati di truffa aggravata e continuata ai danni dei migranti della Piana del Sele. “Grazie alla coraggiosa denuncia di cinque marocchini, assistiti dall'Arci e dall'avvocato Liana Nesta – dichiarano Francesca Coleti, presidente Arci Campania, e Giuseppe Cavaliere, presidente Arci Salerno - , è stata scoperta un'organizzazione criminale che opera tra il Marocco, la provincia di Salerno, la Basilicata e la Calabria, che avrebbe venduto ai migranti falsi posti di lavoro, approfittando della loro situazione di vulnerabilità, chiedendo dai tremila fino ai dodicimila euro, a secondo che il malcapitato si trovasse già in Italia oppure no. Truffa, minacce, a volte anche percosse ai danni di immigrati colpevoli solo di voler lavorare regolarmente nel nostro paese. Si ipotizza che il giro, organizzato da faccendieri italiani e marocchini, commercialisti e vari professionisti tra la Campania e la Basilicata, abbia truffato più di duecento immigrati. L'Arci, da sempre a fianco dei lavoratori immigrati con assistenza materiale, il sostegno linguistico, l'orientamento al lavoro, la tutela dei diritti, denuncia come questa inchiesta scopra finalmente la punta di un iceberg enorme, che stringe nella morsa della criminalità e dello sfruttamento non solo i migranti ma anche l'economia ed il tessuto civile del meridione d'Italia. L'Arci di Salerno si costituisce parte civile, per continuare a svolgere un lavoro di promozione e difesa dei diritti dei migranti, di lotta per la legalità, per il riscatto dei più deboli. 3 ESTERI del 12/06/14, pag. 14 Italia arbitro a Bruxelles Renzi dà un ruolo a Blair Il premier vede a Pechino l’ex primo ministro britannico ● Nel gruppo Pse salgono le quotazioni di Pittella ● Grillini divisi, oggi il referendum sul web Cercasi gruppo parlamentare europeo disperatamente. I militanti grillini dovranno decidere oggi, con un referendum sul web, dove siederanno i 17 eurodeputati che da due giorni girano spaesati per i corridoi dell’Europarlamento di Bruxelles. La scelta è tra gli euroscettici di Farage, sempre più soli e in procinto di tornarsene a Londra, i Verdi europei e i Conservatori. Ieri il capodelegazione del Movimento 5 Stelle, Ignazio Corrao, ha detto di essere pronto a «turarsi il naso» pur di portare avanti il proprio programma europeo. Il problema è capire se i Verdi europei saranno disponibili a turarsi il naso per accogliere i grillini, visto che non accettano che gli eurodeputati siano teleguidati da qualcuno a suon di espulsioni. D’altra parte però il leader xenofobo Farage, amato da Grillo e Casaleggio ma poco digeribile per la base pentastellata, a Bruxelles è sempre più isolato e non riesce a mettere insieme il minimo di 25 eurodeputati provenienti da 7 Paesi differenti necessari per formare un gruppo parlamentare. Lui ha già annunciato di essere pronto a candidarsi al Parlamento britannico l’anno prossimo e ad abbandonare Strasburgo per Westminster. A scavare il terreno sotto i piedi agli euroscettici britannici è il potere di attrazione di Marine Le Pen. Mentre in Francia la leader del partito di estrema destra Front National deve fare i conti con le rivendicazioni fasciste e antisemite del padre 85enne, Jean-Marie Le Pen, a Bruxelles pare che sia riuscita a sfilare a Farage l’alleanza con altri due gruppi di estrema destra di Polonia e Lituania, arrivando così al traguardo dei 7 Paesi. Resta solo da finalizzare l’accordo con i lituani di Ordine e Giustizia che hanno smentito fino all’ultimo l’alleanza. VALZER DI ALLEANZE Mail valzer delle alleanze e delle nomine riguarda tutti i gruppi politici e tutte le poltrone, a cominciare da quella più importante del presidente della Commissione europea. Oggi la questione delle nomine Ue è stata al centro dei colloqui in Cina tra il premier Matteo Renzi e l’ex primo ministro britannico Tony Blair, che potrebbe aspirare a una posizione di primo piano a Bruxelles. Renzi è sempre di più l’ago della bilancia nei delicati equilibri europei sulla scelta del capo dell’esecutivo comunitario. Oltre alla buona reputazione per l’avvio delle riforme, ieri a fare i complimenti è stato il presidente della Repubblica Cinese, Xi Jinping, a favore del premier italiano gioca il brillante risultato elettorale che garantisce ai 31 eurodeputati Pd la leadership del gruppo dei Socialisti e Democratici a Strasburgo. Secondo le voci di corridoio il gruppo S&D potrebbe essere guidato per qualche settimana da Martin Schulz, in attesa di una sua possibile nomina in Commissione, per poi passare a un europarlamentare italiano, probabilmente l’attuale vicepresidente del Parlamento Gianni Pittella. I neoeletti del Partito Democratico potrebbero conservare la poltrona di vicepresidente dell’aula di Strasburgo, forse con l’ex capodelegazione Pd David Sassoli, che lascerebbe la guida degli eurodeputati democratici a Simona Bonafé. Tutte le nomine comunque restano provvisorie fino a quando non si capirà chi siederà alla presidenza della Commissione. Il Parlamento europeo, che ha il potere di ratificare o bocciare il nome 4 indicato dai governi dei 28 Stati membri, è sempre meno compatto nella sua battaglia per imporre alle capitali il principio che il presidente lo scelgono gli elettori. Su questo un gruppo di intellettuali europei ha promosso l’appello «l’ora della democrazia europea». Il prossimo presidente della Commissione, affermano, deve essere scelto tra i candidati indicati dai partiti prima delle elezioni. Gli eurodeputati però sono più fedeli alle logiche nazionali e di partito che alla causa dell’europeismo e domenica gli europarlamentari laburisti britannici hanno fatto sapere di non essere disponibili a votare Jean-Claude Juncker, il candidato del Ppe arrivato primoalle elezioni. Inoltre il voto decisivo sulla presidenza della Commissione che si terrà nella sessione plenaria di inizio luglio sarà a scrutinio segreto. In un colpo solo quindi si rischia di iniziare la legislatura contraddicendo i tanti bei discorsi sulla legittimità democratica e sulla trasparenza dell’Ue. del 12/06/14, pag. 16 Bombe, sequestri, kamikaze Così Isis ha oscurato Al Qaeda L’ Isis ha intensificato gli attacchi a partire dal 2012 alternando terrore e guerriglia Guido Olimpio WASHINGTON — L’ Isis è una tribù di guerra. Un movimento ben organizzato. Con un’agenda che non tiene conto dei confini coloniali. Dunque punta alla creazione di uno Stato islamico che, per ora, ingloba una parte di Siria e di Iraq. Un punto di partenza e non di arrivo. Il successo nella provincia di Ninive è l’inevitabile conseguenza di una lunga campagna, portata avanti con determinazione e favorita dall’incapacità dei governativi, poco disposti a battersi e mal guidati. L’ Isis ha intensificato gli attacchi a partire dal 2012 alternando terrore e guerriglia. Al pari di altre fazioni islamiste ha dosato le tattiche. Dove aveva già una presenza territoriale ha evitato attacchi indiscriminati mentre in aree in mano al nemico ha impiegato la falce, con largo uso di attentatori suicidi. Chiunque doveva pagare. La discriminazione di Bagdad nei confronti dei sunniti ha fatto il resto, spingendo molte tribù a ribellarsi al regime sciita. Oggi l’ Isis è la punta di lancia, ma in parallelo si muovono gruppi minori, alcuni reduci della resistenza agli Usa. Nazionalisti, islamici, ex baathisti celati dietro tante etichette. Non vanno d’accordo tra loro, ma sono uniti nel picchiare sui lealisti. Al centro della strategia dettata dall’emiro del movimento, Abu Bakr Al Baghdadi, tre punti, che troviamo tanto in Iraq quanto in Siria. Primo. Ripulire l’area dal nemico. Secondo. Controllarla in modo ferreo. Terzo. Costruire il consenso. E in omaggio a questi dogmi l’ Isis ha perseguito in modo spietato alcuni obiettivi. Intanto la cacciata degli sciiti. Quindi la lotta alla Sawa, la milizia anti-qaedista. Tenendo in mente questi bersagli, ha puntato alcuni luoghi simbolo. Ramadi, Falluja e infine Mosul. Solo il tempo dirà se l’Isis riuscirà a «tenere»: spesso, con le sue rigide regole di vita e le esecuzioni sommarie, ha spaventato i civili. Flessibile il modus operandi. Per rendere insicure le strade l’Isis ha impiegato un gran numero di ordigni improvvisati. Quindi ha preso di mira gli avamposti. Con manovre sempre più sofisticate è stato in grado di assaltare le prigioni. Nel quadro della «pulizia etnica» si è dedicato alla distruzione delle case di agenti e soldati. Terra bruciata per indebolire l’avversario. Infine raffiche di autobomba. In particolare nei quartieri sciiti di Bagdad. Numerosi gli attentatori suicidi. Tra loro molti gli stranieri. Di recente la fazione ha 5 diffuso informazioni sugli attacchi kamikaze condotti nei 16 «wilayat», i distretti, dove l’Isis vanta una sua presenza. La fascia esplosiva è stata indossata da francesi, danesi, russi, nord africani, arabi del Golfo. A conferma di un carattere trasnazionale. Tutto questo è stato reso possibile da una rete autonoma. Secondo gli Usa il movimento dispone di diverse fonti economiche: singoli individui e associazioni private; tassa rivoluzionaria; estorsioni; sequestri di persona in Iraq e in Siria. Nella sola Mosul — dicono le autorità — i jihadisti sono stati capaci di raccogliere cifre consistenti ogni mese. E questo ben prima di innalzare il loro vessillo nero. Le cifre oscillano tra 1 e 8 milioni di dollari. A queste si somma il bottino saccheggiato nelle banche in queste ore. E non va dimenticato che il conflitto siriano ha portato armi, riscatti, combattenti e prestigio. Arriviamo così alla sfida interna. Al Baghdadi prima si è scontrato con i gruppi ribelli «pragmatici» in Siria, poi ha messo in discussione l’autorità del leader qaedista Ayman al Zawahiri. E dopo averne ignorato la scomunica ne ha preso le distanze convinto di essere molto più autorevole. Lui ha la tunica sporca della battaglia e non quella immacolata indossata dal dottore egiziano nei rari video. Una scelta premiata da altre organizzazioni mediorientali che hanno pronunciato un giuramento di fedeltà in favore dell’ Isis. Solo gli ideologi «anziani» sono rimasti legati alla vecchia guardia. Uno scisma storico. Oggi a far paura è l’ Isis e non Al Qaeda. Guido Olimpio Del 12/06/2014, pag. 18 Al Qaeda avanza, ora trema Bagdad Il nuovo Bin Laden è Abu Bakr al-Baghdadi I suoi guerriglieri dell’Isis prendono Tikrit Obiettivo: l’area del petrolio. Ankara invoca la Nato. Gli Usa: aiuteremo gli iracheni MARCO ANSALDO DAL NOSTRO INVIATO DIYARBAKIR La bandiera nera di un’entità fantasma e spietata, l’Isis, lo Stato islamico di Iraq e Siria, sventola impunita a sud di questa linea di confine. Oltre Diyarbakir e la frontiera turca, issata sulle camionette dei ceffi di Al Qaeda convertitisi alla nuova sigla della “guerra santa”, compare e scompare su una frontiera divenuta labile, ma percorre stabilmente il nord della Siria e buona parte dell’Iraq. Ieri, nel giorno della loro grande offensiva di terra, i jihadisti dell’ultima leva, dopo aver messo a ferro e fuoco Mosul si sono mossi verso sud, tormentando la provincia di Kirkuk, conquistando in un lampo Tikrit, la città nativa di Saddam Hussein, e minacciando Samarra. Bagdad, solo un paio d’ore d’auto più in giù, trema e urla al complotto. Da Mosul, capoluogo della provincia di Ninive, decine di migliaia di persone — qualcuno parla di 500 mila — fuggono l’odio e le rivalse incomprensibili del gruppo terrorista sunnita. Sul suo profilo Twitter, l’Isis ha annunciato nuove offensive, dichiarato di aver preso «il pieno controllo» di Ninive, e annunciato che «questi attacchi “benedetti” non avranno fine». L’obiettivo di un movimento che manipola il Sacro Corano, ma è ultramoderno nei suoi scopi reali, è duplice, dopo il ritiro degli americani. Da una parte mettere le mani sui fiorentissimi pozzi petroliferi di Mosul e Kirkuk nella provincia di Baiji, che il governo centrale di Bagdad rimpiange di aver lasciato completamente in mano ai curdi. Dall’altra, tentare la carta della costituzione di uno Stato cuscinetto, un nuovo Emirato al confine fra Iraq e Siria, con l’obiettivo, se la Turchia non si dà una mossa, di disegnare una nuova 6 realtà strappata a morsi ai territori di tre Paesi e asservita all’estremismo religioso e alle rotte strategiche dell’oro nero. Chi è con Abu Bakr al-Baghdadi, l’oscuro leader proclamatosi il nuovo Bin Laden, è pronto a seguire quest’orda di fanatici. Chi è contro rischia di fare la fine dei 15 poliziotti iracheni giustiziati ieri a Kirkuk. A farne le spese, adesso, è persino Ankara, criticata spesso in Occidente per non aver fatto pulizia totale dei movimenti jihadisti operanti nei 900 chilometri che la separano dalla Siria. Nella sua furia conquistatrice, l’Isis ieri è penetrata nel consolato turco di Mosul, e ha sequestrato il console e l’intero personale, famiglie e bambini compresi, trasferendoli altrove. Ankara ha chiesto subito una riunione d’emergenza della Nato. Il segretario generale Onu, Ban Ki Moon, si è detto «scioccato» dalla notizia e ha definito il sequestro dei diplomatici turchi come «totalmente inaccettabile». Il ministro degli Esteri di Ankara, Ahmet Davutoglu, ha detto che il suo Paese reagirà «con rappresaglie durissime se i cittadini turchi saranno minacciati». Da parte loro, gli Usa «si tengono pronti» ad aiutare l’Iraq, come ha annunciato il Dipartimento di Stato, precisando che Washington si impegna a «lavorare con il governo iracheno per sostenere un approccio unificato contro l’aggressione». Preoccupa poi la situazione della comunità cristiana presente a Mosul, città in maggioranza sunnita. «Mai avevamo assistito a qualcosa di simile — ha detto ieri l’arcivescovo caldeo monsignor Amel Shimon Nona — una grande città come Mosul in preda al caos e ai gruppi che l’hanno attaccata». La bandiera nera dell’Isis ha percorso le strade del centro, fatto cadere l’aeroporto e aperto il carcere a centinaia di detenuti. L’intera comunità cristiana è così fuggita verso la vicina piana di Ninive. «Fino alle 5 di mattina abbiamo accolto le famiglie in fuga e cercato di trovare loro un alloggio nelle scuole, nelle aule del catechismo, nelle case abbandonate», ha detto monsignor Nona, ora a Tall Kayf, un villaggio a tre chilometri da Mosul. Quattro chiese e un monastero sembrano essere stati attaccati. «Tutti i fedeli hanno abbandonato la città — ha aggiunto il presule iracheno — chissà se mai potranno mai farvi ritorno ». Nel 2003 la comunità cristiana di Mosul contava 35 mila fedeli. Negli undici anni successivi all’inizio della guerra, il numero è drammaticamente sceso a tremila. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio che il Papa visiterà domenica, teme una «catastrofe umanitaria». E spiega: «Un’esplosione di violenza estremista sta compromettendo il successo di un progetto di integrazione religiosa e di sviluppo sociale, basato sulla convivenza e la collaborazione fra cristiani e musulmani, un modello per tutto il Paese». Da Bagdad il premier Nuri al-Maliki urla al «complotto», perché «l’Isis non ha la forza della polizia e dei militari iracheni». I suoi militari, sostiene, hanno respinto l’attacco dei jihadisti e ripreso il controllo di Tikrit. Gli iracheni — assicura — sapranno risolvere la crisi «con le proprie mani, senza l’aiuto di nessuno». Al Maliki promette il pugno di ferro, minaccia chi abbandona il posto e lancia l’arruolamento di volontari. Ma solo ieri 37 persone sono morte per attentati anti-sciiti nella capitale. Dove la bandiera nera della nuova guerra santa sembra avvicinarsi. del 12/06/14, pag. 16 L’obiettivo Usa realizzato da al Qaeda: la spartizione dell’Iraq Iraq. La disfatta del governo Al Maliki Giuliana Sgrena 7 Sarà al Qaeda a realizzare quello che era l’obiettivo degli americani in Iraq? Se continua l’avanzata nelle zone sunnite dell’Esercito islamico dell’Iraq e del Levante la spartizione del paese sarà un dato di fatto. L’organizzazione legata ad al Qaeda ha realizzato negli ultimi giorni un’offensiva fulminea che l’ha portata a conquistare Mosul, la seconda città irachena, Baiji, sede della raffineria più importante, Tikrit, città natale di Saddam Hussein, fino ad arrivare ad occupare alcuni quartieri di Kirkuk. L’esercito di Baghdad non ha saputo opporre resistenza, anzi ha abbandonato il campo pur essendo più numeroso dei combattenti jihadisti. Tanto che i capi militari potrebbero essere portati davanti alla corte marziale per aver nascosto la gravità della situazione. Circa 500.000 persone hanno abbandonato Mosul: un altro esodo di dimensioni bibliche. Non è il primo e non sarà l’ultimo in Iraq. Com’è potuta avvenire questa disfatta del governo sciita di al Maliki, il cui esercito non è stato in grado di riprendere il controllo di Falluja, da gennaio in mano ad al Qaeda, e ora di opporsi all’avanzata in gran parte delle zone sunnite o sunno-kurde? In realtà il governo al Maliki con il suo esercito sciita non ha mai avuto il controllo di quelle zone, in città miste e rivendicate dai kurdi, come Mosul e Kirkuk. L’addestramento americano in tutta quest’area non ha mai avuto successo, anzi ora gli armamenti forniti dagli Usa sono finiti nelle mani dei qaedisti. A Mosul vivono circa 7.000 ex ufficiali di Saddam e oltre 100.000 ex soldati, rimossi dal loro servizio dopo il processo di de-Baathificazione. La situazione era già peggiorata nel 2007 con l’arrivo dei qaedisti espulsi da Baghdad e dalla provincia di Anbar da al Sahwa (il movimento del risveglio), appoggiato dagli Usa. Da allora Mosul e la provincia di Ninive sono diventati la base dell’Isil che aveva lanciato una campagna contro le minoranze, soprattutto i cristiani e gli yazidi. Gli imam che non seguivano la linea indicata venivano giustiziati, i negozi di alcolici dati alle fiamme, minacciate le donne che non vestivano «appropriatamente», gli artisti e gli universitari. Molte le teste rotolate, molte le vittime civili delle grandi prove per la costituzione del nuovo Califfato. Le mire dell’Isil si sono estese, in seguito alla guerra in Siria, anche al Libano (infatti il nome è cambiato da Isi in Isil). I due anni – dal 2011 al 2013 – in cui i qaedisti hanno combattuto soprattutto in Siria portandosi dietro anche molti jihadisti iracheni, hanno dato un po’ di respiro alla città. Ma dopo lo scontro con l’altro gruppo qaedista, il fronte al Nusra (rappresentante ufficiale di al Qaeda in Siria) l’Isil, seguendo la propria strategia di non combattere dove non può reggere il confronto, è ripiegato sull’Iraq, pur mantenendo le proprie postazioni nel nord della Siria. Ma nel frattempo la guerra contro Assad aveva procurato all’Isil popolarità, soldi, armi e uomini, ai quali si sono aggiunti i prigionieri liberati. L’ effetto si è visto negli ultimi giorni. Chi potrà fermare i qaedisti? Solo i peshmerga kurdi potrebbero farlo, del resto sono stati gli unici a garantire negli ultimi anni quel poco di sicurezza di cui hanno goduto queste zone. Un aiuto al governo centrale che il governo kurdo farà pesare visto il contrasto con Baghdad sulla rendita petrolifera. Del 12/06/2014, pag. 18 Un Jihadistan tra Siria e Iraq rinasce il sogno del califfato RENZO GUOLO 8 LA PRESA di Mosul da parte di forze jihadiste risveglia vecchi fantasmi. In particolare quello di un emirato nelle provincie sunnite della Mesopotamia, che allunga le sue propaggini sino alle rive libanesi del Mediterraneo. Questo, del resto, è il programma dell’Isis, enunciato a chiare lettere nel suo nome in arabo: Dawla islamiyya fi Iraq wa Chaam. La cui contrazione, Dai’ch , è tradotta come Stato islamico in Iraq e nel Levante. Solo qualche anno fa i jihadisti iracheni sembravano alle corde, relegati nelle province rurali di Anbar e Ninive. Ma il desolante vuoto di offerta politica nel campo sunnita è stato colmato dall’Isis, diventando agli occhi di parte della popolazione l’unico soggetto politico e militare in grado di contenere lo strapotere sciita e le spinte centrifughe dell’indipendentismo curdo. Inspiegabile, altrimenti, la sua rinascita. Non basta la leadership di Abu Bakr al-Baghdadi, riuscito a attirare nuovamente combattenti da ogni angolo del mondo e dare al gruppo, in precedenza diviso da protagonismi e rivalità dei suoi comandanti militari, una struttura centralizzata e meglio addestrata. Sfuggito al rischio del dissolvimento, l’Isis ha messo in pratica la teoria del teatro mesopotamico come unico scenario di guerra, nell’intento di trasformare la Terra dei Due Fiumi e il Levante in unico grande Paese della Jihad, una sorta di vero e proprio “Jihadistan”. Da qui la partecipazione al conflitto siriano. Insieme necessità strategica e programma ideologico. L’alleanza con i siriani ha, infatti, permesso agli iracheni di aprirsi un passaggio verso la Turchia, dalla quale transitano volontari, armi, denaro, rifornimenti, ma anche di praticare quella jihad senza confini costitutivo nella visione del mondo del jihadista globale. Un’alleanza che ha generato competizione interna per l’egemonia. La “naturale” espansione del gruppo di al-Baghdadi ha incontrato le resistenze del Fronte al Nusra, il più efficiente raggruppamento jihadista in Siria. I jihadisti siriani hanno una strategia propria, più locale che transnazionale. La strategia globalista dei qaedisti iracheni rischiava di mettere a soqquadro le alleanze che al Nusra ha costruito con fatica. Del repertorio fanno parte anche le violenze dell’Isis contro i cristiani, che hanno contribuito a rinsaldare la loro alleanza con gli alawiti sostenitori di Assad. Nelle fila di al Nusra militano oggi non solo mujahiddin provenienti dal mondo della Mezzaluna o dall’Europa, ma anche combattenti islamo-nazionalisti che ritengono inevitabile, dopo la stabilizzazione del regime di Assad e la crisi dei Fratelli musulmani nell’area di Homs, la scelta di aggregarsi al Fronte. Il conflitto tra i due principali gruppi radicali del Paese della Jihad è giunto al punto che, investita della questione, la stessa leadership di Al Qaeda storica ha concesso l’uso del marchio dell’organizzazione ad Al Nusra, meno incline a ripetere gli errori collezionati dall’ala irachena sin dai tempi di Zarqawi. Almeno sino a oggi. Perché se l’Isis riuscisse a produrre quella tripartizione dell’Iraq destinata a fungere da embrione e nucleo portante del Califfato, dando forma politica a quello che finora è stato un mito, sarebbe difficile continuare a tenerlo ai margini. Certo, il sogno — o l’incubo — di uno Stato islamico radicale che vada da Baghdad a Beirut, passando per Damasco e la Grande Siria, è arduo da realizzare. Non solo per le divisioni nel campo jihadista. Troppe le forze ostili all’idea che il vessillo nero di Al Qaeda sventoli sui pennoni della Grande Mezzaluna. Ogni volta che il jihadismo è uscito dalla logica del conflitto asimmetrico, necessario ad una territorializzazione su vasta scala, è stato sconfitto. Se non altro perché ha finito per mobilitare chi era diviso sugli obiettivi di lungo termine, unendoli di fronte alla minaccia qaedista. del 12/06/14, pag. 2 Le concessioni di Dilma per il calcio d’inizio 9 David Gallerano Brasile. Tregua del Movimento Trabalhadores Sem Teto e dei «metroviarios» Sembra tutto pronto, a São Paulo, per la gara d’apertura della ventesima Coppa del Mondo Fifa. Non è una frase fatta buona per l’inaugurazione di oggi, ma una notizia. Le nubi minacciose che incombevano sull’esordio del Brasile contro la Croazia si sono diradate dopo intense giornate di febbrili negoziazioni. Soluzioni precise per rivendicazioni precise. In gioco il diritto alla casa e aumenti salariali, con due assoluti protagonisti: Movimento Trabalhadores Sem Teto (Mtst) e metroviarios. Quelli dell’Mtst, che cinque giorni fa avevano manifestato in 15.000 nella capitale paulista, si sono placati. Mentre i metroviarios, i lavoratori della metropolitana, oggi dovrebbero lavorare regolarmente. L’Itaquerao, il nuovo stadio di São Paulo, dopo un processo di costruzione travagliatissimo, sarà aperto a tutti i 61.000 spettatori che hanno acquistato il biglietto. I pompieri hanno dichiarato agibili le tribune «provvisorie» sistemate per l’occorrenza, e i paulisti per la strada scherzano: «Fidati, vai a sederti da un’altra parte». Intanto a Granja Comary, dove si allena la Seleção, i medici rassicurano la nazione: Neymar, colpito alla caviglia, sta bene. Dagli Stati Uniti Jennifer Lopez fa sapere che ci sarà: la sua non era una protesta contro il mondiale, come qualche pagina facebook anticoppa ci aveva fatto credere, ma una questione di soldi. E allora, finalmente, Dilma Rousseff può uscire allo scoperto: «La partita comincia adesso, e i pessimisti hanno perso — dice la presidente in un video a reti unificate — Sono stati sconfitti dalla capacità e dalla determinazione del popolo brasiliano, che non molla mai». Il prezzo pagato per questa sicurezza ritrovata sono le concessioni politiche. Più di tutti ne beneficia il Mtst — nato come costola urbana del Movimento dei senza terra — che è molto forte a São Paulo, dove ha occupato vari edifici abbandonati e terre non costruite. Dalle proteste del giugno scorso in poi si sono fatti più forti. Il loro leader è Guilherme Boulos, uno psicanalista che non ama parlare di sé. Che non tiferà Brasile perché tifa solo il Corinthians. Per il notissimo editorialista di destra Reinaldo Azevedo, Bouzos è «un radical chic», che non sta in prigione «soltanto perché è un estremista delle elite, divenuto l’eroe di una certa stampa nonostante le sue pratiche truculente». Nelle loro manifestazioni, Bouzos e i suoi bruciano pneumatici in mezzo alla strada per fermare il traffico. Il 3 maggio l’Mtst ha occupato un terreno di 150.000 metri quadrati e ci ha portato dentro 2.500 famiglie. In proporzione alla grandezza della capitale paulista, il terreno è considerato «prossimo» all’Itaquerao, da cui dista quattro chilometri. L’occupazione rischiava di chiamarsi Doutor Socrates, in omaggio al capitano degli anni Ottanta, alla fine si è scelto Copa do Povo (Coppa del Popolo). Martedì il movimento ha convocato una conferenza stampa. È andata così. Bouzos inizia: «Domani manifesteremo di fronte al Grand Hotel Hyatt — dove ieri si è celebrato il 64esimo congresso della Fifa (disertato da Dilma e anche dal vecchio fuoriclasse colombiano Carlos Valderrama) — Giovedì (oggi, ndr) invece saremo di fronte all’Itaquerao». Poi uno dei suoi tre telefoni squilla. Il leader risponde, è Gilberto Carvalho, capo della segreteria del presidente. Finisce la telefonata, Bouzos ritorna: «Ricominciamo daccapo, dimenticatevi quello che ho detto. Il Movimento cessa le proteste». Il Partido dos Trabalhadores ha promesso la costruzione di 2.000 abitazioni nel terreno di Copa do Povo, l’istituzione di una commissione contro le rimozioni forzate e maggiore potere dei movimenti sociali nella direzione del programma federale Minha Casa Minha Vida: ora, nell’ambito del programma, l’Mtst potrà supervisionare la costruzione di 4.000 10 unità abitative per volta, prima erano 1.000. Bouzos ottiene tutto quello che aveva chiesto soltanto una settimana fa. I metroviarios hanno sospeso lo sciopero che andava avanti da cinque giorni. il sindacato è vicino al Ptsu, piccolo partito trotzkista, e non scende a patti facilmente né con il Pt né tantomeno con il governatore conservatore dello Stato di São Paulo, Geraldo Alckmin. Quest’ultimo ha rigettato la proposta di una «giornata di tornello libero»: prestazioni gratuite dei lavoratori con trasporto gratuito per i passeggeri. Soprattutto, Alckmin usa la mano durissima: negli ultimi cinque giorni sono stati licenziati per «giusta causa» quaranta lavoratori. I metroviarios non hanno ancora accettato l’offerta di un aumento salariale dell’8% e hanno deciso di sospendere lo sciopero per «solidarizzare con la cittadinanza». Ma se i quaranta licenziati non saranno reintegrati — dicono — «potremmo riprendere lo sciopero». Al momento di andare in stampa, i metroviarios non hanno ancora preso una decisione. Tutto sembra pronto per l’inizio della Copa das Copas, come la chiama Dilma. Qualsiasi cosa accada fuori dall’Itaquerao è difficile si riveli più che rumore di fondo. Nella capitale paulista, almeno per un giorno, ci sarà la pace sociale. Della cui difesa, in ogni caso, si occuperanno migliaia di poliziotti e soldati. In tutto il paese, 172.000 uomini. Tre per ogni turista, 40.000 uomini in più che nella guerra del Paraguay (1865–1870). 11 INTERNI del 12/06/14, pag. 6 Pronte le norme per Expo: definito il ruolo di Cantone Elisabetta Soglio Il programma per mettere Expo in sicurezza è pronto. Lo ha definito, limando punto per punto, la presidenza del Consiglio lavorando con i tecnici dei ministeri delle Infrastrutture e della società che gestisce l’evento. La regia affidata ad Antonella Manzione, che il premier Renzi ha voluto come capo del suo dicastero degli Affari giuridici e amministrativi, ha risolto tre dei quattro punti che il commissario unico Giuseppe Sala aveva posto al premier, inserendo un capitolo Expo nel maxi decreto che verrà votato domani pomeriggio dal Consiglio dei ministri. E dunque. La prima novità è il rapporto con Italferr, la società braccio operativo del gruppo Ferrovie dello Stato, che affiancherà l’attuale direzione dei lavori del cantiere del sito espositivo, fin qui in capo alla società regionale Infrastrutture Lombarde. Il rapporto con Italferr richiama a Marco Rettighieri, nominato direttore generale dei lavori di Expo dopo l’arresto del top manager Angelo Paris nell’ambito dell’inchiesta sulla mini-cupola che cercava di pilotare alcuni appalti dell’esposizione. Rettighieri, già al lavoro da un mese, era direttore generale operativo di Italferr e potrà utilizzare le competenze e gli uomini della società che aveva guidato con successo. Secondo punto: saranno elencate una serie di procedure cui Expo potrà ricorrere nel caso di contenziosi con le imprese impegnate nel sito. Il caso più urgente riguarda i rapporti con Maltauro, l’azienda vicentina che si è aggiudicata due appalti Expo ed è finita nel mirino dei pm milanesi: l’ex ad Enrico Maltauro è agli arresti con l’accusa di corruzione e associazione a delinquere. L’ipotesi su cui si lavora è creare una sorta di amministrazione controllata per la parte che riguarda gli appalti Expo, in modo che la società non si debba interfacciare con Maltauro. Infine, sarà definito il rapporto fra Anac ed Expo in modo da precisare, finalmente, la collaborazione con il magistrato Raffaele Cantone che ieri ribadiva: «Al momento, il nostro è un potere monco». Risolte le prime tre questioni, rimane senza risposta la possibilità, sollecitata da Expo, di affidare a Fiera spa l’incarico di occuparsi di tutti gli allestimenti dei padiglioni affidati alla società (non quelli dei Paesi). Per questo, si stanno cercando altre vie che esuleranno dal decreto. Nel frattempo, non si smorza la polemica a distanza fra il governatore lombardo Roberto Maroni, che ha ventilato l’ipotesi di non arrivare in tempo con i lavori conclusi attaccando il governo per le inadempienze rispetto agli impegni presi e il premier Matteo Renzi che ieri da Shanghai ha accusato il governatore di essere stato «scorretto, perché non è vero che i lavori sono stati rallentati». Semmai, se problemi ci sono, «dipendono da Milano e non dal decreto», ha incalzato Renzi. Maroni non arretra: «Il mio non è allarmismo ma un allarme fondato». Infine, ieri il commissario Sala era a Parigi per l’assemblea generale del Bureau International des Expositions, l’organismo che gestisce le esposizioni. Malgrado le notizie che arrivano da Milano, «i Paesi sono tranquilli e continuano a esserci aspettative molto alte rispetto all’Expo di Milano». Sala ha confermato che la definizione degli ultimi spazi disponibili e le assegnazioni avverranno entro giugno. Già 53 Paesi hanno firmato il contratto di partecipazione con il loro padiglione e la società, che sta seguendo i lavori di 12 scavi e fondazioni delle prime 15 nazioni, ha pronto il cronoprogramma degli arrivi. A settembre ci saranno in cantiere più di 3.000 operai di nazioni diverse: una città nella città. Del 12/06/2014, pag. 1-2 Guardia di Finanza, il grande scandalo La Camera contro i giudici, caos nel Pd Un emendamento della Lega alla legge comunitaria, teso a introdurre la responsabilità civile dei giudici, spacca il Pd, mette in difficoltà il governo (battuto sette volte alla Camera) e scatena la levata di scudi dell’Anm. In serata interviene anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. In Aula sull’emendamento si astengono i grillini, tra i democratici una cinquantina i franchi tiratori. Intanto è bufera sulla Guardia di Finanza, indagato tra gli altri dalla procura di Napoli il numero due, Vito Bardi. GRANDISSIMA preoccupazione e fortissimo sconcerto. Nelle mailing list. E direttamente al telefono. Un allarme che monta per tutta la giornata. Le toghe reagiscono molto male al voto di Montecitorio sull’emendamento Pini. Di primo acchito paiono non crederci. Poi legano questo voto ad altri fatti «negativi» che li stanno riguardando, l’insistenza su una nuova giustizia disciplinare, l’ipotesi di abbassare da un giorno all’altro l’età pensionabile, il paventato taglio degli stipendi, la stretta sulla custodia cautelare, e anche il caso Milano che mette in cattiva luce la procura più esposta d’Italia. Come dice un pm in un messaggio via mail «ma che bisogno c’è di riformare la giustizia proprio mentre i magistrati arrestano politici, imprenditori, finanzieri, ma anche colleghi?». Inevitabilmente, le critiche e gli interrogativi piovono sul Pd di Renzi. C’è chi ricorda il recente voto sull’arresto del deputato messinese Francantonio Genovese che, alla vigilia del voto europeo, fu a scrutinio palese per il timore che, se fosse stato segreto, sarebbe stato respinto. Tale è la forza della delusione e della protesta che le differenze di orientamento ideologico tra un magistrato e l’altro si annullano. Ecco Rodolfo Maria Sabelli, il presidente dell’Anm, moderato di Unicost, infuriarsi proprio come Anna Canepa, segretaria di Magistratura democratica. Il primo: «È un segnale pessimo, soprattutto perché s’inserisce in un momento di indagini importanti sulla corruzione». La seconda: «Mentre il Paese è affogato nel malaffare, il problema sono i magistrati». Sabelli ironizza: «O sono profetico o porto sfiga, ma giusto sabato scorso, nella riunione dell’Anm, parlavo di un’idea bizzarra che si sta affacciando, cade il tabù sulle riforme durato un ventennio ed ecco palesarsi proprio la riforma disciplinare e quella della responsabilità civile... ed eccola qua, la seconda è arrivata». È nettamente contrario pure Cosimo Maria Ferri, la toga di Magistratura indipendente divenuta sottosegretario alla Giustizia: «È un passo indietro. Sono contrarissimo. Indebolisce i giudici». Twitter, Facebook, le liste delle singole correnti, zeppe dei messaggi in vista del voto per il Csm. Ogni via è buona per contestare non solo l’emendamento Pini in sé («incostituzionale »), ma i 187 voti a favore, soprattutto quelli del Pd. Si può strappare solo una battuta (non autorizzata) ad Armando Spataro, neo procuratore di Torino: «Da non crederci ». Su Fb si sfoga Ezia Maccora, giudice a Bergamo, ex Csm, oggi Anm, nota toga di Md: «È terribile. Com’è possibile che il Parlamento torni indietro di due anni, voti ancora questo emendamento, dopo decine di audizioni di giuristi importanti? Com’è possibile che lo faccia proprio in questo momento, mentre i miei colleghi garantiscono la legalità? Ci si dovrebbe preoccupare di garantire 13 la nostra indipendenza e invece ecco il segnale che le toghe devono pagare in prima persona». Maccora vede un “effetto spada” che pende su tutta la magistratura italiana. «Chiunque potrà far causa al suo pm e al suo giudice» dice Sabelli. E Giuseppe Maria Berruti, direttore del Massimario della Cassazione, preoccupatissimo, si chiede le ragioni di uno scenario che disegna come catastrofico. Partendo dalla premessa “politica” che «dopo le grandi indagini è sempre scattata una “voglia” di responsabilità civile, come un riflesso condizionato». Poi, esterrefatto: «Solo in Italia si può pensare che il giudice, mentre fa il processo, stia guardando un suo possibile avversario in una causa di risarcimento del danno. Nel civile poi la causa diventa certezza matematica perché chi perde tra i due contendenti la farà». Il commento: «Un orrore giuridico. Una vicenda pazzesca». Il voto sull’emendamento Pini come spia di una generale insofferenza: «La politica soffre e non vuole su di sé i poteri di controllo ». Per dirla con la deputata di Fi Jole Santelli: «Col voto segreto, qui a Montecitorio, la magistratura perde sempre». «Una contraddizione latente », come la chiama Luca Palamara, il pm di Roma che per Unicost corre per le elezioni del Csm: «Tutti dicono di voler fare la lotta alla corruzione, ma è solo uno slogan. Quando c’è da votare una norma contro di noi non si perde tempo». Di questo, nell’attuale Csm, chiede conto l’ex pm di Bari Roberto Rossi, toga di Area. Ieri, a pochi minuti dal voto, ha preso la parola in plenum: «Questa norma è incomprensibile e incostituzionale ». E poi: «C’è poco da fare, la magistratura continua a non essere molto amata, per usare un eufemismo...». A Messina, il procuratore aggiunto Sebastiano Ardita, che ha firmato per l’arresto di Genovese, toga di Mi, dice quello che tutti hanno detto per l’intera giornata: «È una battuta di arresto. Un momento di grave confusione in un processo di riforma». Del 12/06/2014, pag. 1-2 Renzi attacca anche sulle riforme “Con il 40% diremo dove porteremo il Paese. L’Expo? I ritardi sono di Maroni” “Un trappolone ma rimedieremo subito al Senato Il testo cambierà” ALBERTO D’ARGENIO Matteo Renzi è concentrato sulla missione in Cina, si appassiona a parlare del cambio di passo che progetta nei rapporti con Pechino. Quando però il discorso cade sulla politica italiana, sull’incidente alla Camera dove la maggioranza è andata sotto sulla responsabilità civile delle toghe, prende tempo, sfodera lo smartphone e legge una serie di sms arrivati da Roma per capire quanto successo a Montecitorio. Poi minimizza: «È una tempesta in un bicchier d’acqua, certo era meglio se non accadeva, si tratta di un voto importante ma le reazioni esagerate di chi dice che il governo deve andare a casa vengono da una realtà parallela». Per il premier «il voto segreto è sempre l’occasione perfetta per i trappoloni ». Come rimediare? La linea del Pd è chiara, «al Senato con il voto palese cambieremo il testo». E poi c’è quel sospetto che i Cinquestelle abbiamo votato a favore dell’emendamento del leghista Pini coperti dal voto segreto per fare uno sgambetto al governo. Renzi allarga le braccia, sorride, «Grillo ci ha fatto un dispetto? E io sono Carletto…». La seconda giornata cinese del premier è intensa. In mattinata la visita privata con la moglie Agnese alla Città proibita, poi gli incontri ufficiali all’Assemblea del popolo. Nel pomeriggio l’incontro con il presidente cinese Ji Xinping. Ma c’è un errore nel protocollo, 14 l’appuntamento slitta di una decina di minuti e il premier rientra in albergo, si accomoda su un divanetto del bar e prende un tè verde. «Le visite in Vietnam e Cina sono state davvero importanti - racconta a un gruppetto di cronisti – nel mondo c’è una grande domanda di Italia ma noi non siamo in grado di dare una risposta adeguata». Renzi ricorda l’apertura del Business Forum tra Italia e Cina, il lancio del programma di investimenti bilaterali. «Oggi l’Italia perde 23 miliardi a 10» negli scambi commerciali con Pechino, dobbiamo invertire la rotta. Più investimenti cinesi da noi, più imprese italiane nell’Impero di mezzo. «Entrare con il sistema paese in Cina è importante, così come nelle realtà più piccole. Vedrete, lo faremo anche in Africa». La chiave, per Renzi, è culturale, basta dire che chi delocalizza crea disoccupazione in Italia, «chi viene qui internazionalizza, crea posti di lavoro e aiuta il Paese a uscire dalla crisi». L’esempio è quello della Piaggio, «che se è ancora aperta a Pontedera è perché lavora in Vietnam e India». Dunque «dobbiamo fare sistema, ci vuole una presenza dello Stato che aiuti, se la Cina investe nei consumi e l’Italia si fa trovare organizzata ha fatto bingo. La politica è stata il peggior manager dell’Italia, dobbiamo cambiare direttore commerciale e del marketing». Renzi viene avvertito dal cerimoniale che è ora di andare. Saluta. La chiaccerata riprenderà a sera. Al rientro in hotel Renzi tira le somme della giornata. La Cina va veloce, l’Italia «deve correre di più», servono le riforme. Si parla da giorni di un incontro con Berlusconi su quelle costituzionali, sarà decisivo? «Se devo vedere una data importante è l’assemblea del Pd di sabato», taglia corto, «alle europee abbiamo preso il 40,8%» e le polemiche sul fatto che il Pd avrebbe perso perché Grillo ha vinto 4 comuni su 4.000 sono surreali: «Io so cosa significa prendere tutti quei voti, ora il Pd ha il dovere di dire dove andare, se prendi una percentuale così e cincischi sei morto, sabato dirò dove vogliamo portare il Paese». E chi non ci sta è tagliato fuori? «E’ un fatto oggettivo, gli italiani hanno parlato chiaro, vogliamo ascoltarli?». Per cambiare passo l’altra occasione da non mancare è l’Expo di Milano. «Non faccio polemica con Maroni, lo stimo ma il predicozzo anche no». Se i lavori sono bloccati non dipende dal governo, «i problemi sono nati a Milano, poi se un federalista convinto come Maroni chiede aiuto allo Stato siamo ben contenti di darglielo. Sono sicuro che il primo maggio l’Expo partirà bene». Oggi Renzi sarà in Kazakistan, in tarda serata il rientro a Roma. Da domani cercherà di cogliere i frutti della vittoria alle europee. Del 12/06/2014, pag. 4 Dietro il voto dei franchi tiratori anti-toghe l’insofferenza per il giustizialismo. Speranza: “Il problema c’è” Ma c’è chi sospetta anche una vendetta contro le inchieste o un segnale della minoranza a Renzi Garantismo e veleni, il Pd si spacca GOFFREDO DE MARCHIS La spaccatura del Pd segnala che un pezzo consistente del partito, con Berlusconi alle corde e il nuovo corso, sogna il tramonto della stagione giustizialista a sinistra. Il gruppo democratico si è trovato solo contro tutti ieri mattina. Ma sarebbe bastato per respingere l’emendamento sulla responsabilità civile dei giudici. Invece non ha retto dimostrando che il 41 per cento dei consensi tra gli elettori non è sufficiente per garantire il governo, Matteo Renzi, la maggioranza da incidenti parlamentari e divisioni interne. resta però il problema di fondo: bisogna “cambiare verso” anche nel legame tra magistratura e politica. 15 C’è quindi un pezzo di Pd garantista che ieri ha deciso di farsi sentire. «Il tema della giustizia c’è. Non si affronta così ma c’è», ammette il capogruppo alla Camera Roberto Speranza annunciando in pratica la fine di una fase durata vent’anni. C’è anche un pezzo di Pd che non vedeva l’ora di vendicarsi con le toghe dopo le inchieste sull’Expo e sul Mose. Forse c’è un pezzo di Pd che vuole dimostrare al segretario di contare ancora molto, almeno nelle aule parlamentari, tanto più dopo le polemiche sui ballottaggi e la disputa vecchionuovo. «Questo lo escludo. Come escludo una rivincita sui magistrati spiega Speranza -. Per dire, Giachetti è un superenziano ma ha votato a favore del testo leghista. Anzi il suo intervento è stato una specie di tana libera tutti per il gruppo. E se si vota secondo coscienza, un gruppo di garantisti esiste anche nel Pd». I numeri dicono che la questione non è affatto secondaria. Non è «una tempesta in un bicchiere d’acqua», come ha detto Renzi da Pechino. I deputati democratici presenti al momento del voto erano 214. L’emendamento è stato approvato con 187 voti favorevoli. Un Pd compatto lo avrebbe stoppato con non chalance. Secondo i calcoli più prudenti sono dunque 50 i dissidenti Pd che non hanno seguito le indicazioni del gruppo e del governo. La confusione avvolge le motivazioni politiche di questa scelta. Mentre l’esecutivo finiva sotto, tutto l’emiciclo ha assistito a una violenta lite tra il sottosegretario Sandro Gozi e la responsabile Giustizia Alessia Morani (dunque renziana) che aveva mancato l’appello perché stava parlando a una trasmissione tv. Comunque, un quarto dei presenti ha voluto mandare un segnale. In maniera trasversale, con tutte le correnti Pd coinvolte. Puntando i magistrati, il governo, cavalcando la polemica sui ballottaggi. Nessuno si sente di escludere a priori alcuna pista. Anche perché, come nella vicenda dei 101 di Prodi, il voto segreto mette al riparo volti, nomi e storie. «La scorsa legislatura - dice ancora Speranza - i deputati del Pd si spaccarono alla stessa maniera. È la prova che la ragione sta solo nel tema giustizia. E nella sensibilità presente nel Pd per il problema della responsabilità civile». Lo dice anche Walter Verini, capogruppo nella commissione Giustizia di Montecitorio: «È stata colpa dell’improvvisazione. Un voto sbagliato. Bisogna trovare una soluzione che garantisca insieme l’autonomia della magistratura e i cittadini vittime di errori dolosi ». Significa cambiare una linea storica della sinistra, legata al ventennio berlusconiano. Ecco, è arrivato il momento di voltare pagina nel rapporto sinistra- magistrati. Chiudere l’era del «collateralismo», come lo definisce qualcuno. «Il tema garantista è molto presente tra di noi - spiega il bersaniano Alfredo D’Attore -. Ma esiste anche il problema della corruzione che in Italia appare ormai fuori controllo. Se non teniamo insieme i due aspetti perdiamo la bussola ». È successo ieri nell’aula di Montecitorio. La rotta giusta è affidata alla riforma della giustizia che il ministro Andrea Orlando sta preparando e che nel crono- programma di Renzi va presentata entro fine mese. Il pasticcio è sotto gli occhi di tutti. Speranza e il vicesegretario Lorenzo Guerini sono arrivati sul filo di lana al momento del voto: erano sulla tomba di Berlinguer per i 30 anni della sua scomparsa. Ben 80 deputati dem risultavano in missione, cioè assenti giustificati. Un po’ troppi. Persino la presidente della commissione Giustizia Donatella Ferranti era impegnata in un convegno. Ma bastavano i presenti, senza la spaccatura inattesa. Rimane l’evidente frattura dentro il Pd. Le accuse a Giachetti si sprecano. Vengono dagli alleati della maggioranza e dal suo partito. Il vicepresidente della Camera renziano invoca la disciplina del gruppo sulla legge elettorale ma fa come vuole su altre leggi, è l’accusa che circola negli ambienti dem. Ma Giachetti ha scoperchiato il vaso. All’interno c’è il tema, vasto, della giustizia. Materiale che scotta. 16 Del 12/06/2014, pag. 6 “Quei 150 mila euro extra per i generali romani DARIO DEL PORTO CONCHITA SANNINO Le rate mensili non bastavano più. Ci voleva un salto di qualità. Ci voleva un «versamento extra» da 150 mila euro. «Serviva per “foraggiare” i generali romani», accusano i magistrati. Ci sono scenari allarmanti e filoni ancora inesplorati, nell’inchiesta che fa tremare la Finanza. Tutto nasce dal lungo rapporto fra il colonnello Fabio Massimo Mendella, ora in carcere, l’amico commercialista Pietro Luigi De Riu e i fratelli Giovanni e Francesco Pizzicato. Un intreccio di favori così stretto che quando l’alto ufficiale lascia Napoli e va a Roma, anche la Gotha spa , la holding dei Pizzicato, trasferisce la sua sede nella capitale per poter godere ancora della “impunità fiscale” garantita dagli omessi controlli. I GENERALI NELLA BUFERA Compare il nome di Emilio Spaziante, nelle lunghe deposizioni dei fratelli Pizzicato, che ormai sembrano aver acquisito la “protezione” da parte del colonnello Mendella. «Nel 2010 — racconta Giovanni Pizzicato — il commercialista De Riu mi disse che era opportuno trasferire a Roma la sede della società, allora Gotha spa, così da ricadere sempre nel controllo del Mendella. Io seguii il consiglio. Dopo sette giorni, ci fu una verifica di carattere generale, condotta dai finanzieri di Roma. De Riu mi disse che erano arrivati una serie di esposti e quindi l’avvio di una verifica su disposizione del Mendella era un modo per continuare ad assicurarmi protezione ». Ma la norma non prevedeva, in teoria, che fosse il Mendella ad occuparsi di quel controllo. «De Riu — aggiunge Pizzicato — mi aveva detto che questa verifica, per poter essere autorizzata, in quanto di competenza territoriale di un altro comando, aveva richiesto una speciale autorizzazione concessa da due generali, uno dei quali mi fu detto essere il generale Spaziante». Aggiunge l’imprenditore: «De Riu mi chiese la somma di 150mila euro perché, a suo dire, erano stati coinvolti, data la natura straordinaria dell’iniziativa, i generali che l’avevano autorizzata ». I Pizzicato non pensano mai di denunciare. Hanno guai con altri accertamenti all’estero. E difatti: «Anche in quell’occasione ritenni di dover pagare». Ma chi sono davvero quei due generali? È la prossima tappa dell’inchiesta. Questo episodio non risulta contestato a Spaziante, sotto inchiesta per corruzione in un diverso filone. Ma c’è anche il generale Vito Bardi, indagato con la stessa ipotesi, in un capitolo dai dettagli ancora riservati. Non risulta sotto inchiesta, il generale Ignazio Gibilaro, che risulta aver autorizzato la verifica fiscale al centro delle indagini. LE TANGENTI NELLE SCATOLE DEI CELLULARI È il 2 novembre del 2013, Giovanni Pizzicato comincia la sua lunga deposizione che svela alla Procura una sorta di «sistema» di corruzione all’interno della Finanza. «Le nostre società hanno beneficiato di alcune coperture. Ma non sono andate a cercarmele io. Sono stato cercato da persone che mi hanno imposto questo servizio», è la sua premessa. «De Riu ci propose di trovare un accordo economico con Mendella in misura proporzionale al volume d’affari della società, che allora si chiamava Magenta. Non fu indicata una percentuale, ma mi fu detto che con 15 mila euro al mese potevamo star tranquilli». I Pizzicato cominciarono a pagare. Prosegue l’imprenditore: «I versamenti iniziali furono di 15 mila euro mensili, nel tempo cresciuti a 20 mila e a 30 mila euro. Era sempre De Riu 17 che, per giustificare l’aumento della richiesta, mi ricordava che il volume d’affari era cresciuto, che gli affari andavano bene e che questo naturalmente in conseguenza dei controlli che venivano omessi. Infatti non abbiamo mai avuto alcun controllo generale o comunque mirato dalla Finanza. In tutto, avrò versato oltre un milione di euro». Pizzicato precisa però di non aver «mai parlato di soldi direttamente con l’ufficiale Mendella». I contatti avvenivano con De Riu. «In qualche circostanza ho messo i soldi contanti in una confezione di un cellulare, chiedendo alle mie segretarie di consegnali a De Riu. Tutti i versamenti sono stati a Napoli, anche se in luoghi diversi. Qualche volta De Riu veniva a casa mia, al mio studio». LA FESTA IN BARCA CON VIP E CALCIATORI Estate del 2006. Il rapporto tra il colonnello Mendella e l’imprenditore dei locali notturni, e delle società con affari in Lituania e Bulgaria, è strettissimo. Racconta Pizzicato ai pm: «Voglio aggiungere un ulteriore episodio a riscontro dei miei rapporti con il Mendella, quando nell’estate del 2006 raggiungemmo a Capri il presidente degli Industriali Paolo Graziano, che festeggiava in barca il suo compleanno. Si trattava di un Mangusta e a bordo c’era anche l’ex calciatore del Napoli Ciro Ferrara, con la famiglia di Fabio Cannavaro, quest’ultimo sulla sua barca. Lo yacht di Graziano fu da noi raggiunta con un gommone di mio cugino, Sergio Reale, l’imprenditore della catena di negozi “Acqua & Sapone”». Aggiunge Pizzicato: «Noi partimmo da Ischia, con la mia barca su cui c’era anche Mendella con la sua compagna, oltre De Riu con la sua fidanzata dell’epoca». Graziano, sentito dai pm, conferma di aver avuto come ospiti, tra gli altri, anche quei personaggi: ma è estraneo alle indagini, come i due ex calciatori e Reale. Nell’estate del 2007, rivela ancora Pizzicato: «La società Magenta (una delle loro imprese, ndr) pagò una settimana di soggiorno al residence “La smeraldina” di Porto Rotondo dove alloggiarono sia il De Riu, che il Mendella». LE CABINE TELEFONICHE PER DEPISTARE Indagato per rivelazione di segreto anche un penalista napoletano, Marco Campora, amico di Mendella e De Riu. L’alto ufficiale, pur di non lasciare traccia di rapporti diretti con De Riu, avrebbe contattato l’amico penalista usato come “ponte telefonico” e avrebbe utilizzato persino cabine telefoniche pubbliche (le ultime rimaste sul territorio) o l’utenza del suo autista, che non a caso si insospettì e ne parlò con il suo ex comandante. Il colonnello Mendella sarebbe stato «informato da Campora delle intercettazioni in corso». Ma gli avvocati Domenico Ciruzzi e Anna Ziccardi, legali di Campora, che è stato perquisito, parlano di «totale estraneità » del penalista «ad ogni ipotesi di reato ». Del 12/06/2014, pag. 9 Dalla Finanza ai servizi segreti la cordata dei Pollari boys Spaziante, Bardi, Speciale, Forchetti, Adinolfi, Manzon e gli altri: ecco come opera da anni il sistema deviato degli alti ufficiali Lo scandalo CARLO BONINI NELL’ARCO di soli sette giorni, cadono nel disonore dell’accusa di corruzione due generali di corpo d’armata: Emilio Spaziante e Vito Bardi. Il secondo succeduto al primo a settembre scorso nell’incarico di Comandante in seconda del Corpo, il più alto gradino di 18 carriera. Nell’arco di sette giorni, dal saccheggio del Mose al baratto napoletano sulle verifiche fiscali, si ripropone la saga nera di una congrega di altissimi ufficiali e del loro ramificato sistema di relazioni che ha trasformato le guardie in ladri e i ladri in guardie. Spaziante, come Bardi, sono oggi i campioni e l’esito di una stagione che ha il suo atto fondativo alla fine degli anni ‘90. Quando un brillante e giovane ufficiale di nome Nicolò Pollari stringe un patto che è insieme di fedeltà e potere con un gruppo di altrettanto giovani ufficiali, per lo più gravitanti nel II Reparto del Comando Generale (l’Intelligence del Corpo), e la cui posta in palio è prendersi la Guardia di Finanza. Pollari è tanto ambizioso quanto politicamente spregiudicato. Comincia flirtando con un pezzo dell’ex Pci, si lega a quel Lorenzo Necci nelle cui Ferrovie parcheggia i più fedeli e funzionali tra i suoi ufficiali, ma è lesto a comprendere che la stagione del trionfo Berlusconiano (2001) offre un’opportunità irripetibile. Diventare il cardine di un Sistema che è, insieme, di potere e ricatto e in cui la Guardia di Finanza è braccio politicamente orientato del Presidente del Consiglio (Berlusconi) e del suo ministro dell’Economia (Tremonti). Pollari va dunque al Sismi e, al Comando generale, il suo delfino Emilio Spaziante (che per altro ha comandato il II Reparto) ne diventa fedele ventriloquo. Il Servizio segreto militare e la Guardia di Finanza diventano vasi perfettamente comunicanti che garantiscono agli ufficiali che hanno prestato giuramento di fedeltà alla cordata di entrare e uscire dai due apparati. Accumulando potere, informazioni, capacità di ricatto. Spaziante, per dirne una, dai Servizi va e viene due volte (al Side prima, da capo reparto, al Cesis, poi, da vicedirettore). Ai Servizi transita Mario Forchetti (nel 2010 è capo dell’intelligence economica dell’Aise) dopo essere stato, da generale di divisione, comandante della Guardia di Finanza in Lombardia. Ai Servizi va Andrea Di Capua, ufficiale il cui fratello, Marco (oggi direttore vicario dell’Agenzia delle Entrate e in predicato di succedere a Befera), è nei pensieri di Pollari esattamente come in quelli di Spaziante e Tremonti. Non fosse altro perché, nella vicenda della maxi evasione di “Bell” (mancato versamento di imposte sui 2 miliardi di plusvalenza nella cessione di Telecom), da direttore generale dell’accertamento dell’Agenzia delle entrate, il suo ufficio, sulla scorta di due perizie, ha concluso per l’impossibilità di dimostrare i presupposti di diritto che consentirebbero di pretendere da Bell il maltolto. La consorteria in alta uniforme ha un centro di gravità politico, la Lombardia e il ministro forzaleghista che esprime (Tremonti), un meccanismo interno di cooptazione che agli ufficiali che giurano fedeltà assicura un percorso di carriera rapido e irreversibile perché “dopato” dal riconoscimento abnorme di encomi che assicurano l’automaticità degli avanzamenti. Tra il 2003 e il 2007, da comandante generale (l’ultimo non espresso dal Corpo), ne è custode Roberto Speciale, il generale fellone che consegna se stesso alla storia del Corpo anche per aver costretto i baschi verdi a umilianti ponti aerei per il trasporto di spigole che allietino le sue vacanze nelle Dolomiti. Il “doping” di Speciale (il Pdl lo ricompenserà con un seggio in Parlamento) consegna definitivamente il vertice del Corpo e le sue più prestigiose articolazioni di comando a un network che conta ufficiali quali Mario Forchetti, Vito Bardi, Michele Adinolfi, Walter Cretella Lombardo, Vincenzo Delle Femmine, Walter Manzon. Su ognuno di questi ufficiali si posa la mano benedicente di Tremonti e il nullaosta della sua cinghia di trasmissione con il Comando Generale, Marco Milanese. Ognuno di questi ufficiali finisce, a partire dal 2011, e a diverso titolo, nel radar delle Procure italiane. Con una costante. Il sospetto di aver quantomeno commerciato in informazioni privilegiate in vicende cruciali dove potere politico e potere economico si sono contaminati torcendo le regole del mercato. Bardi e Adinolfi rimangono impigliati nelle intercettazioni dell’inchiesta P4. Di Manzon sappiamo dagli atti del Mose. Delle Femmine (già vicecapo di gabinetto di Tremonti) finisce nelle carte dell’inchiesta Bpm per i suoi rapporti con Massimo Ponzellini e il suo spicciafaccende Antonio Cannalire (l’uno e l’altro accusati di associazione a 19 delinquere). Walter Cretella Lombardo, sopravvissuto all’inchiesta “Why not” di De Magistris, finisce stritolato a Napoli dall’accusa di corruzione. Il baratto tra la cordata della doppia obbedienza e Tremonti ha ragioni solide. Spaziante, oltre a un flusso di informazioni privilegiate, assicura al ministro che presto sarà possibile liberarsi (cancellandoli) dei Nuclei speciali di polizia valutaria, i reparti di eccellenza che sfuggono al controllo gerarchico dei comandi provinciali e regionali e indagano sui grandi evasori, sulle banche. Gli stessi di cui, una volta su due, lo studio Tremonti cura gli aspetti fiscali. In cambio, gli ufficiali che hanno giurato obbedienza hanno carta bianca. A meno che (è il caso di Michele Adinolfi) non si mettano in testa di giocare in proprio per il Comando soffiando all’orecchio di Berlusconi. Nel 2011 la cordata era data appunto per morta. Ma lei non si è mai data per vinta. Ancora il 5 settembre 2013, Spaziante poteva cedere il suo ufficio di Comandante in seconda a Vito Bardi godendo dell’enfatico e pubblico ringraziamento del Comandante generale e suo dichiarato avversario Saverio Capolupo. «A mio nome e a nome di tutta la Guardia di Finanza esprimo i più sentiti ringraziamenti per l’opera prestata dal generale Spaziante». Del 12/06/2014, pag. 13 Il senatore contrario alla riforma costituzionale e ago della bilancia viene sostituito dal capogruppo Zanda La decisione di Renzi. Nella Affari costituzionali entrano permanentemente anche Migliavacca e Cociancich Il Pd: via Mineo dalla commissione SILVIO BUZZANCA ROMA Il Pd rompe gli indugi sulle riforme istituzionali e “caccia” Corradino Mineo dalla commissione Affari costituzionali del Senato. Il senatore è infatti molto critico sul progetto presentato dal governo e in particolare osteggia l’elezione di secondo grado dei nuovi senatori. Mineo, che sostituiva in commissione Marco Minniti entrato al governo, si era anche assentato al momento del voto in commissione su un documento di Roberto Calderoli, poi approvato, che proponeva l’elezione diretta dei senatori. E il suo voto era determinante per fare passare o meno all’aula il testo presentato dal governo. Il posto di Mineo sarà preso in maniera permanente da Luigi Zanda, capogruppo dei senatori. Anche Maurizio Migliavacca che sostituiva Vannino Chiti, nominato presidente della Commissione per l’Unione europea, diventa membro permanente. L’ufficio di presidenza del gruppo ha anche deciso di rendere permanente la sostituzione di Luciano Pizzetti, neo sottosegretario, con Roberto Cocianich. La mossa di Renzi dopo l’analogo “sfratto” comminato dai Popolari per l’Italia di Casini a Mario Mauro, serve a riacquistare la maggioranza in commissione. Che adesso può contare su 15 voti su 29 e si spera così di rendere l’iter della discussione più rapido. Arrivando in posizione di forza al nuovo possibile confronto fra Renzi e Berlusconi. La decisione è arrivata dopo una giornata tutta giocata in bilico fra la scelta di rompere con Chiti e Mineo, che fanno parte di un’area che raccoglie una ventina di colleghi democratici, e il tentativo di ricucire un rapporto. Dal gruppo dirigente del Pd è partita la richiesta a Chiti di riformulare gli emendamenti che vogliono modificare il testo del governo e a Mineo la richiesta di adeguarsi alla maggioranza. Ma alla fine è prevalsa la linea dura. Fonti renziane spiegano che il testo passerà e si arriverà ad un accordo con Forza Italia e Lega. Ma, si continua, «il problema è la compattezza del Pd. I “dissidenti” finiscono per indebolirci al tavolo della trattativa e 20 non vorremmo prestare il fianco a richieste che potrebbero arrivare da Forza Italia e che il Pd non è disponibile a concedere». Richieste che, complici gli ultimi risultati elettorali, potrebbero arrivare ad uno scambio tra le riforme e la cancellazione del ballottaggio dall’Italicum. La legge elettorale torna dunque al centro della scena. E lo stesso Mineo nel pomeriggio aveva fatto capire che si poteva trattare su questo tema. «Tutto si risolve se il governo dà un segnale di aver colto le diverse voci sull’argomento - diceva il senatore -. Ritirare il testo base? Non dico ritirare il testo base, ma dare un segnale sull’elettività dei senatori o sull’Italicum» Ma alla fine il segnale il governo lo ho inviato. E non è certo quello sperato da Mineo. Del 12/06/2014, pag. 7 Renzi balla da solo, Delrio è già in declino IL PREMIER È ANCORA SENZA STAFF E NON HA FIRMATO LA NOMINA DEI COLLABORATORI DEL SOTTOSEGRETARIO Matteo Renzi ha la tendenza a comandare da solo. Prima o poi, tutti i suoi collaboratori decadono come se avessero la data di scadenza. Tutti, incluso l’unico davvero indispensabile, Graziano Delrio. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, nelle prime settimane, si muoveva come un premier aggiunto, che andava in Banca d’Italia a discutere con il governatore Ignazio Visco la scelta del ministro dell’Economia (Renzi aveva chiesto consiglio anche a Mario Draghi che gli aveva detto: “Meglio un politico”, cioè Delrio). Oggi è già tutto cambiato. Nei corridoi di Palazzo Chigi tutta la struttura amministrativa è perplessa: come si fa a governare un Paese se il premier lavora da solo e non discute più neppure col suo braccio destro? Matteo Renzi è ancora senza staff: il suo unico collaboratore è Filippo Sensi, che agisce come portavoce unico del governo, ma da contratto è il capo dell’ufficio stampa del Partito democratico. IL PREMIER non ha fatto una sola nomina: a giorni, dicono i deputati più fedeli, dovrebbe scegliere un po’ di consiglieri per creare quella struttura di regia (soprattutto delle Politiche economiche) che è funzionale al disegno renziano di governare tutto dal centro, invece che lasciare troppo potere al ministero del Tesoro. L’unico nome che risulta nelle tabelle governative sui collaboratori è quello del consigliere diplomatico Armando Varicchio, ma anche questa è una “nomina in corso di registrazione” (dati del 7 maggio). Delrio, invece, si è insediato a Palazzo Chigi con una squadra già pronta, in gran parte la stessa che lo affiancava come ministro degli Affari regionali del governo Letta. Dal segretario generale di Palazzo Chigi, Mauro Bonaretti (ex city manager di Reggio Emilia che ha preso il posto del consigliere di Stato Roberto Garofoli, emigrato al Tesoro) alla portavoce Luisa Gabbi e, ancora, un suo collaboratore e un consigliere giuridico. Delrio ha la sua squadra, ma Renzi non ha vistato nessuna nomina: nella tabella sugli incarichi di diretta collaborazione il sottosegretario risulta privo di staff (quando era ministro di Letta contava su dieci persone). Tutti i suoi collaboratori lavorano gratis da tre mesi. Circolano due spiegazioni: Renzi vuole prima fare le nomine del suo staff (ha aspettato che passassero le Europee) e poi quelle dei ministri, ma c’è anche chi dice che il presidente del Consiglio non abbia apprezzato troppo la prontezza con cui Delrio ha preso possesso della struttura amministrativa dopo aver allontanato gli uomini di Letta. Da Palazzo Chigi arrivano resoconti perplessi di un premier sempre più solo, che delega sempre meno anche a Delrio, col risultato che interi blocchi di provvedimenti anche delicati vengano approvati senza un vero imprimatur politico del 21 premier o del suo (teorico) braccio operativo. Anche dall’esterno comincia a essere evidente che l’armo - nia iniziale si è ridimensionata: il volto del governo non è più quello serio del medico di Reggio Emilia diventato politico, al suo posto la più telegenica Maria Elena Boschi, ministro per le Riforme. E il potere romano in cerca di interlocutori ormai chiama soltanto il numero di Luca Lotti , amico d’infanzia del premier che ha una delega simbolica all’Editoria, ma che allarga sempre più la sua influenza. DELRIO, COME Marco Carrai, non è più considerato ventriloquo di Renzi. Lotti invece sta ampliando frequentazioni e ambizioni, si occupa dello sciopero della Rai, interviene nella complessa questione dell’aeroporto di Pisa (una partita finanziaria in cui è coinvolto Carrai, presidente dell’Aero - porto di Firenze), si occupa anche delle celebrazioni per i cento anni della Prima guerra mondiale, vetrina che garantisce sicura visibilità e segue, e qui non occorre visibilità, le mediazioni per le nomine di Consap, Consip, Agenzie delle Entrante e di un commissario Consob. Renzi ha scelto Lotti come segretario del Cipe, il comitato interministeriale da cui dipendono i fondi per le grandi opere (come dimostra l’in - chiesta sul Mose). E Lotti, dunque, si trova a essere informato e in parte a coordinare su dossier che valgono miliardi le attività di ministeri importanti come le Infrastrutture, i Trasporti e l’Economia. Anche Lotti è ancora privo di collaboratori, ma a differenza di Delrio non ha mansioni ufficiali che richiedano uno staff imponente. E poi ha il timbro, quello più importante, di renziano più ascoltato nel silenzio di Palazzo Chigi. Un timbro che gli permette di essere, sempre, un interlocutore autorevole. Del 12/06/2014, pag. 14 Grillo: fuori Pizzarotti Il sindaco: “Fiumi di bile” Torna il rischio scissione Il leader vuole espellerlo, il Movimento si spacca Oggi voto web sulle alleanze Ue, Verdi già esclusi TOMMASO CIRIACO ROMA Vogliono sfiancare Federico Pizzarotti. Costringerlo alla resa o, più brutalmente, sbatterlo fuori dal Movimento. Basta un post di Max Bugani - consigliere comunale di Bologna e, soprattutto, amico personale di Beppe Grillo - per mandare al macero mille promesse post elettorali. Altro che moratoria sui conflitti intestini, la Casaleggio associati soffia incessantemente sul fuoco dello scontro. Adesso tutto è possibile, se sottovoce i falchi non escludono neanche l’estrema mossa contro il primo cittadino: la sospensione dal Movimento e il divieto di utilizzare il simbolo pentastellato. I vertici spaccherebbero così la pattuglia grillina, provocando anche una scissione nel gruppo di Montecitorio. E chissà che non sia proprio questo il piano dei Capi. Poche righe sul blog, ma con la massima evidenza possibile, rovinano martedì notte i sogni del sindaco. Neanche il tempo di chiudere il collegamento con Otto e mezzo - in cui tutto fila liscio, visto il registro decisamente soft - che Pizzarotti si ritrova sotto l’attacco del leader. «Non mi piace - scrive Bugani chi fa il furbo nel M5S». Il consigliere rimprovera al primo cittadino di non aver frenato l’inceneritore e di non aver sottoposto la questione a un referendum comunale. L’altra accusa? Non aver rinnegato il rapporto con l’ala dissidente: «Roba da fare accapponare la pelle. Solo chi ama essere ambiguo conclude il sodale di Grillo - non riesce mai ad essere chiaro». In un attimo Pizzarotti comprende che non è più possibile trincerarsi dietro presunte «falsità» dei giornalisti. Stavolta capisce che la situazione è disperata. E sui social network è costretto a replicare contro quelli che «versano fiumi di 22 bile e cattiverie». «Chi è che spacca il movimento? - scrive il primo cittadino - Per quale motivo è concesso ad un consigliere comunale di utilizzare il blog di Beppe per sparare contro di me?», domanda. E ancora: «Io sono ancora nel Movimento», mentre Bugani «spara» contro i compagni «per creare così una corrente interna». Botte da orbi, insomma. L’eco della faida emiliana arriva in un attimo a Montecitorio, lasciando di sasso molti deputati. Non tutti sono dissidenti: «A me questi post non piacciono », confida Francesco D’Uva. Il gruppo delle colombe, poi, trascorre il pomeriggio tra mille riunioni in cortile. Hanno individuato in Pizzarotti un leader alternativo, si sentono in bilico. Valutano un comunicato congiunto di solidarietà, poi ci ripensano. Non lascerebbero cadere un’eventuale espulsione, anzi scatenerebbero una nuova scissione. Quando si diffonde l’indiscrezione - non confermata da fonti ufficiali - di verifiche legali richieste dai vertici cinquestelle per arrivare alla cacciata di Pizzarotti, la reazione è rabbiosa. E anche sul web sono tantissimi a sconfessare la linea dura di Grillo&Casaleggio. Oggi, intanto, il Movimento è chiamato ad affrontare un altro passaggio strettissimo. Intorno a mezzogiorno gli attivisti voteranno on line per stabilire le alleanze all’Europarlamento. Decideranno tra almeno quattro opzioni - compresa quella dei conservatori inglesi ma l’intesa favorita dai vertici è sempre quella dell’Ukip, la destra euroscettica britannica guidata da Nigel Farage. Tra le preferenze proposte dal blog non dovrebbero esserci invece i Verdi: la linea del Movimento è di valutare solo le offerte concrete avanzate dalle leadership di altri gruppi comunitari. Gli eurodeputati non la prendono bene. A nulla varrà, quindi, il semplice appello di José Bové a sostenere l’intesa tra Beppe e gli ecologisti. Del 12/06/2014, pag. 7 Ingorgo a Palazzo Chigi E le riforme restano slide Di Wanda Marra Ingorgo legislativo, collaboratori in attesa di conferma, provvedimenti che tardano ad arrivare. L’abitudine di Matteo Renzi di fare tutto da solo e di non affidarsi praticamente a nessuno ha dei risultati diretti sull’attività del governo. Dove i nodi politici si uniscono a quelli tecnici. PRIMA di tutto, c’è la questione dei decreti. Di rimando in rimando, il Cdm di venerdì si ritrova con una serie di provvedimenti da approvare tutti insieme. C’è la riforma della Pubblica amministrazione, che è praticamente pronta, ma si aspetta il ritorno di Renzi dalla Cina per decidere sulle coperture. Poi c’è la decisione sui poteri da dare all’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone. Resta da sciogliere il nodo più importante: commissariare o meno i contratti delle società indagate. Scelta che potrebbe avere come effetto collaterale quello di fermare i lavori. E visto che l’Expo ha una precisa data di consegna non è decisione semplice. Nel Cdm dovrebbe entrare anche il decreto sull’Agricoltura (“misure urgenti in materia di semplificazione e competitività del settore agricolo nonché di sicurezza alimentare”), praticamente pronto. Ma anche scrivere tutte queste leggi non è semplice. Il Dagl, il Dipartimento Affari giuridici e legislativi, guidato da Antonella Manzione, l’ex comandante dei vigili urbani di Firenze che il premier ha voluto assolutamente a Palazzo Chigi, è affogato. Anche perché lei è una delle pochissime di cui Renzi si fida, con la conseguente crescita esponenziale del lavoro. E allora per cercare di risolvere prima le questioni il governo sta pensando di fare un decreto 23 omnibus, che metta insieme tutto. Sta già circolando una bozza di 26 articoli che tiene insieme i componenti delle autorità indipendenti, la mobilità degli impiegati pubblici, i poteri speciali per Cantone, norme per la semplificazione fiscale. Certo, un omnibus è una scelta difficile da giustificare. E anche da sostenere rispetto a un Parlamento che è sempre più fuori controllo, con i rischi del caso. Comunque vada, non finisce tutto con il Cdm di venerdì: per venerdì 20 si attende un provvedimento sulla riforma della giustizia. E Federica Guidi, ministro dello Sviluppo economico, insiste perché si faccia presto lo Sblocca Italia. Ma anche lì le coperture non sono certe. L’ingorgo continua. C’È POI un’altra questione, anche questa diretta conseguenza delle troppe decisioni da prendere, ma anche della poca convinzione del premier. Ci sono una serie di collaboratori nei ministeri senza portafoglio, dunque direttamente dipendenti da Palazzo Chigi (Riforme e Rapporti col Parlamento, Affari regionali, Pubblica Amministrazione) che lavorano ormai da quasi 4 mesi senza contratto e senza stipendio. Ci vuole un Dpcm (decreto della presidenza del Consiglio dei ministri) che deve quantificare i loro stipendi. In pratica, hanno tutti un decreto di nomina, ma non sanno assolutamente qual è il loro trattamento economico. Il primo, infatti, rimanda al secondo ancora inesistente. Quindi, stanno lavorando gratis in attesa del decreto che stabilisca i budget e i criteri di assegnazione. Per ora non è ancora stato fatto. E le interpretazioni sulle motivazioni si sprecano: c’è chi racconta che il premier di alcuni di loro preferirebbe fare a meno, non fosse altro che perché magari non li conosce e vorrebbe tagliare i costi della struttura di Palazzo Chigi; chi, invece, pensa sia solo un effetto delle troppe cose da fare; chi lo attribuisce a guerre interne a Palazzo Chigi. Fonti governative assicurano che la situazione è in via di soluzione che la settimana prossima ci sarà un provvedimento unico che sanerà la situazione di tutti i collaboratori in questione. Un altro problema in scadenza. 24 LEGALITA’DEMOCRATICA del 12/06/14, pag. 1/15 Come rendere la vita difficile alla corruzione Massimo Villone Ci sono priorità vere, e priorità inventate. L’ondata degli scandali ha messo in chiaro che la vera emergenza per il paese non è l’inseguimento di riforme sbagliate, ma la lotta alla corruzione. Un percorso accidentato, come dimostra la sconfitta del governo sulla responsabilità civile dei giudici. Ha ragione l’Anm quando afferma che con la tempesta in atto è un segnale davvero brutto. È opinione comune che per la corruzione sia importante reprimere, ma che più ancora valga prevenire. Quindi va bene puntare alla ridefinizione di profili di codice penale o procedura penale, come il riciclaggio, l’autoriciclaggio, la concussione, la prescrizione, magari correggendo al volo qualche nefandezza come la sostanziale cancellazione del falso in bilancio. Ma non si previene alcunché solo con i reati o le pene. Chi delinque lo fa comunque pensando di essere troppo bravo, furbo o fortunato per essere colto con le mani nel sacco. Soprattutto con i tempi lunghi della giustizia italiana. La prevenzione è volta a creare condizioni sfavorevoli al verificarsi di fenomeni corruttivi. Si può ostacolare l’intesa criminosa, comunque motivata, tra il corruttore e il corrotto. E allora è chiaro che la prevenzione si realizza guardando ai processi decisionali, allo svolgersi dell’attività dei soggetti pubblici o parapubblici. Si attua non attraverso il codice penale o di procedura penale, ma con una riforma – epocale davvero e non per immagine – della pubblica amministrazione. Su che cosa puntare? Suggeriamo — per dirla in una lingua che piace al governo — open data e whistleblower. Il dibattito sugli open data possiamo riassumerlo ai nostri fini così. Oggi l’amministrazione pubblica è informata al principio che i dati di cui dispone sono riservati, salvo consentire l’accesso a chi ha interesse. Ciò comporta che qualcuno abbia notizia di quel che accade, e che sussista un legame con la vicenda che giustifichi la richiesta di ulteriore conoscenza, o che vi sia una prescrizione di pubblicità per il dato specifico. E se capovolgessimo il principio affermando che tutti i dati sono pubblici, salvo quelli per cui esiste una puntuale prescrizione di riservatezza? Questo sì che sarebbe un terremoto. Il whistleblower è chi informa l’autorità o l’opinione pubblica del profilarsi o del compiersi di un illecito. In sostanza, solleva l’allarme. Per la corruzione nella PA, in specie, è chi dall’interno segnala quel che accade, e apre la via all’intervento di controllo o repressivo delle autorità competenti. Qual è il problema? Nessuno, formalmente. Di fatto, esiste un problema di cultura e di etica pubblica. Mentre nella letteratura mondiale il whistleblower è ritenuto centrale nella prevenzione della corruzione, e ci si chiede come difenderlo da possibili vendette nell’ambiente di lavoro, nel nostro sistema è visto con diffidenza e sospetto, quasi omologato al delatore. Ci si chiede anzitutto quali reconditi motivi e inconfessabili aspettative l’abbiano indotto a parlare. Mentre sono frequenti le vicende in cui il conto è stato molto salato per chi ha avuto il coraggio di parlare. Una iniziativa di governo non occasionale sulla lotta alla corruzione dovrebbe puntare ad aprire i processi decisionali a visibilità e conoscenza. Internet e la digitalizzazione consentono possibilità fin qui ignote. Si può fare molto, e senza stravolgere il ruolo degli attori già in campo. Su quest’ultimo punto. Cosa deve fare l’Autorità anticorruzione? Ovviamente, deve impegnarsi sulla prevenzione, e non sulla repressione, dove potrebbe solo complicare la 25 vita alla magistratura. Un’attività di vigilanza e controllo, che passi la mano al magistrato non appena ve ne siano gli estremi. Inoltre, un’attività non generalizzata, ma puntuale e mirata. Sarebbe un moloch mostruoso e ingestibile quello che ponesse occhiuti controlli su tutte le attività di tutti i soggetti pubblici e parapubblici. Evitiamo degenerazioni orwelliane. E cosa c’entra l’Expo? Nulla. Tutto è già accaduto. Qui le esigenze sono solo due. La prima è lasciar lavorare la magistratura. La seconda è far procedere i lavori rispettando le scadenze. Ma questa è un’esigenza di amministrazione attiva, non di vigilanza e controllo. I poteri speciali a Cantone sono una scelta di immagine, che cala sull’Autorità un ruolo commissariale improprio rispetto alla sua missione fondamentale. Per intenderci, Cantone, un nome, una garanzia. Ancora, bisogna assicurare che qualunque iniziativa non sia limitata all’amministrazione centrale, ma raggiunga le attività amministrative che fanno capo soprattutto alle Regioni. Lì si annida buona parte della corruttela, e le garanzie costituzionali di autonomia sono un ostacolo giuridico non irrilevante. Non per la repressione, che è già nella competenza esclusiva dello stato, ma certo per la prevenzione. Una integrazione della riforma del Titolo V già messa in campo non guasterebbe. E c’è da capire che una politica liquida, di partiti evanescenti costruiti su periodiche ordalie primariali, senza finanziamento pubblico, è di per sé terreno favorevole alla corruzione. O si pensa che ogni candidato stampi in casa propria il denaro per le campagne elettorali? Come anche non si inietta per legge l’etica pubblica nel DNA di un paese che non la possiede. Ma qui si impongono lavori di lunga lena, e intanto bisogna agire. Evitiamo errori, e manteniamo le idee chiare. Non abbiamo a che fare con Pinocchio, simpatico e innocuo, ma con la banda Bassotti. Del 12/06/2014, pag. 10 L’interrogatorio del sindaco: “Pressato da Marchese, Mognato e Zoggia” Galan prepara la sua difesa e chiede di essere sentito alla Camera Mose, le accuse di Orsoni “Così il Pd veneto mi spinse ad accettare quei soldi” FABIO TONACCI FRANCESCO VIVIANO Mister X è il Partito Democratico del Veneto. La fantomatica «terza persona», a cui sarebbero andati i soldi che il Consorzio Venezia Nuova ha girato a Giorgio Orsoni, 110 mila euro «contabilizzati — sostiene la procura, che ha anche parlato di altri 450mila euro in nero — ma frutto di sovraffatturazioni», è dunque il Pd locale. La loro casa madre. È stato lo stesso sindaco a farlo capire chiaramente ai magistrati durante l’interrogatorio di garanzia, avvenuto nell’aula bunker di Mestre sei giorni fa. Durante il quale ha spiegato un retroscena ancora inedito: «Fui spinto dal partito ad accettare i finanziamenti di Mazzacurati, ma io non ho mai visto un euro». Fa anche tre nomi, Orsoni. Quelli di Michele Mognato, Gianpietro Marchese e David Zoggia. Cioè gli uomini che nel 2010 avevano in mano il Pd veneto. Due sono diventati deputati. Uno è finito agli arresti. L’INTERROGATORIO DI ORSONI 26 Orsoni ha parlato per due ore, davanti ai pm Paola Tonini, Stefano Ancillotto e Stefano Buccini. I suoi legali sostengono che abbia chiarito tutto, per cui hanno fatto istanza di scarcerazione dai domiciliari. Richiesta che però, al momento, non è stata ancora accolta. Così come è stata rigettata quella di Giancarlo Galan, il quale chiede di essere ascoltato dai pubblici ministeri e, soprattutto, vuole essere sentito alla Camera. Secondo quanto ha ricostruito nell’interrogatorio il sindaco, durante la campagna elettorale del 2010 per le comunali e per le provinciali, la segreteria del Pd veneto non era contenta di come stavano andando le cose. Soprattutto temevano la candidatura di Renato Brunetta, che si presentava per la carica di sindaco. «È a quel punto che vennero da me in tre», sostiene Orsoni. Appunto Michele Mognato, allora segretario provinciale del partito, Zoggia (eletto nel 2013, come Mognato, alla Camera dei deputati) e Marchese, l’ex vicepresidente regionale del Pd arrestato due settimane fa. Sono loro, secondo quanto dice il sindaco, ad aver insistito perché si avvicinasse al Consorzio e ottenesse il finanziamento. I pm, nei 16 faldoni dell’inchiesta, hanno già ricostruito come avvenne quel passaggio di 110mila euro. Sia Piergiorgio Baita, ex ad del Mantovani, sia Giovanni Mazzacurati, il gran burattinaio del Mose, sostengono di aver dato il denaro a Ferdinando Sutto — la persona che effettuava i pagamenti per conto del “supremo” — e di lì al commercialista di Orsoni, il gestore del comitato elettorale. Sutto, secondo un’informativa del nucleo tributario della guardia di Finanza, lo avrebbe anche spinto a fare un bonifico di 30mila euro alla Fondazione Marcianum, nata per la volontà dell’allora patriarca Angelo Scola. “IL MINISTERO IN MANO A BAITA” Dalle 110mila carte depositate dal gip, viene fuori anche un interrogatorio ancora inedito di Claudia Minutillo, la segretaria di Galan, la quale racconta di un incontro al ministero delle Infrastrutture, al tempo guidato da Pietro Lunardi: «Ci fu una riunione dell’allora ministro alla presenza cinque presidenti di regioni e Lunardi propose di non fare più la VeneziaCesena ma la Venezia-Orte, che poi addirittura diventò Venezia-Civitavecchia ». I presenti si trovarono subito d’accordo: «In altre occasioni ci avrebbero impiegato 10 anni, invece in pochissimo tempo misero Vito Bonsignore, che era il promotore di questa cosa, si dice legato a Caltagirone... Mi ricordo che erano tutti d’accordo, anche i vertici di Forza Italia perché ne avevano parlato a Galan sia Dell’Utri che Previti... Baita teneva i contatti con il dottore Albanese del gruppo di Bonsigonore e poi avevano dentro al ministero delle persone…». E qui spunta, ancora una volta, l’ex amministratore del colosso delle costruzioni Mantovani: «C’era il direttore generale delle Infrastrutture, la dottoressa Barbara Marinali, che rispondeva totalmente a Baita. E poi c’era Ercole Incalza… quello era da sempre un riferimento per tutti quanti». Nell’ennesimo interrogatorio fiume, la Minutillo racconta di una busta con 500-600mila euro. Chi erano i destinatari, chiede il magistrato? «Spesso mi fu fatto il nome di Gianni Letta, che era quello che gestiva per nome e per conto del governo Berlusconi, molto spesso per far sì che venissero stanziati i soldi per i fondi destinati al Mose». I LUSSI DI MAZZACURATI Leggendo tutte le informative dei finanzieri, che per due anni hanno seguito Mazzacurati, si capisce bene di che pasta è fatto l’uomo. Dell’amore per il lusso, a spese degli Italiani. Analizzando conti correnti e intercettazioni, viene fuori «l’innegabile spreco» e lo «sfrenato uso privatistico delle risorse pubbliche» « del patron del Consorzio Venezia Nuova. Al quale non bastava aver comprato «a spese del contribuente», l’installazione di impianti di climatizzazione «in abitazioni private», «rinfreschi alla Mostra del cinema», non gli era sufficiente essersi aumentato lo stipendio di un milione di euro e aver messo sul bilancio del Consorzio anche il personale di servizio di casa propria. Aveva puntato pure un super attico a Piazza di Spagna. Un appartamento che aveva visto con la consorte Rosangela Taddei, «da acquistare — annotano gli investigatori, che dunque ritengono avere elementi 27 per sostenerlo — sempre a spese del contribuente». Questa era la loro intenzione, erano a un passo dall’effettuare il contratto, ma poi l’affare è sfumato. SPAZIANTE E PALENZONA «Di interesse investigativo» ci sono anche i contatti tra l’ex generale casertano Emilio Spaziante e Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit. «Il Big», come lo chiamava Spaziante. Agli atti ci sono decine di sms tra loro. I due si incontrano il 4 ottobre 2013 nella torre A della sede della banca a Milano. «Emilio — si legge nell’informativa della finanza — potrebbe aver avuto la promessa di un impiego nel management della banca ». Ciò si desume dai messaggi che il militare invia a tale Nando Cazzaniga subito dopo l’appuntamento: «Ho accettato eh…sono molto molto contento», scrive Spaziante. Ma non ha raccolto solo per sé, a quanto pare. «Ha utilizzato l’incontro in parola per ottenere indubbi vantaggi per suo figlio (si tratta verosimilmente di un finanziamento) ». Telefona a Daniele (il figlio, ndr ), poco dopo aver contattato Cazzaniga: «È andato tutto benissimo, la pratica è tutta completa quando la porti da Bologna, appena portiamo le carte la trattazione lì dopo una settimana, dieci giorni, dovrebbe passare». Del 12/06/2014, pag. 11 Da Venezia all’Expo l’alleanza di ferro con le coop rosse Una sinistra coincidenza lega Milano a Venezia e annoda l’Expo al Mose. La Mantovani e il Co. Ve. Co., il consorzio rosso da cui Pio Salvioli attingeva denaro per “oliare” amici e possibili nemici, sono gli stessi soggetti che hanno vinto e stanno portando avanti l’appalto più sostanzioso dell’Esposizione Universale milanese, quello della cosiddetta piastra. Uno “scherzo” da 164 milioni di euro, diventati più di 200 con due successive opere complementari (una da 41 milioni) che ha fatto sollevare più di un dubbio all’Authority per i contratti pubblici. È tutt’altro che un caso, dunque, che gli unici atti inviati finora dai pm veneziani Stefano Ancillotti, Stefano Buccini e Paola Tonini a un altro ufficio giudiziario siano stati, nei giorni scorsi, gli interrogatori di Piergiorgio Baita, che della Mantovani è stato amministratore delegato fino a quando non l’hanno arrestato nel febbraio del 2013. La sua azienda era un cardine della “cupola” messa in piedi da Giovanni Mazzacurati, così come lo era il Co. Ve. Co.: entrambe con quote importanti nel Consorzio Venezia Nuova. Il passaggio che interessa ai magistrati di Milano è questo, messo a verbale da Baita il 17 settembre scorso. Gli inquirenti gli domandano quale fosse l’esigenza di aver costituito anche per la piastra dell’Expo una Ati, una associazione temporanea di imprese, che comprendeva la Socostramo di Erasmo Cinque, vicino all’ex ministro Matteoli indagato per la faccenda delle bonifiche di Marghera. Dato quantomeno curioso, visto che lo stesso Baita l’aveva definita nel precedente interrogatorio «incapace » di svolgere i lavori che aveva ottenuto nella provincia di Venezia. «Noi e il Co. Ve. Co. l’abbiamo accettata con due considerazioni: la Socostramo aveva messo sul tavolo la cessione dei diritti che aveva acquisito nel far vincere all’Ati di Strabag il secondo lotto della Pedemontana lombarda, bandito da Infrastrutture lombarda. Per cui, considerati i rapporti che Socostramo aveva con Infrastrutture Lombarde, e in particolare con l’amministratore delegato, e considerato che, per male che fosse andata, ne avremmo ricavato il subentro nel suo diritto all’esecuzione di un semilotto della Pedemontana lombarda, l’abbiamo preso nell’Ati». Erasmo Cinque, per l’uomo della cupola del Mose, ha anche una funzione in più: «Dopo l’aggiudicazione, mi ha presentato all’ad di infrastrutture lombarde, Antonio Rognoni». 28 Nelle intercettazioni allegate ai 18 faldoni dell’inchiesta, spunta però altro. Ce n’è una tra Franco Morbiolo, presidente del Co. Ve. Co. e Pio Savioli, giudicata di rilievo investigativo: «Se Mazzacurati è interessato all’Expo — dice Morbiolo al telefono — perché il Consorzio vuole pensare ad altre cose, hanno fatto questa associazione che si chiama Expo bonifiche... adesso mi mandano tutto… il presidente è un certo Bordini. C’è dentro anche la provincia di Milano, l’Imi e Intesa San Paolo, c’è la Bocconi…». Savioli ipotizza un possibile interessamento di Thetis, ma Morbiolo gli spiega la sua idea: «Io come Co. Ve. Co. Pensavo di entrare… è tutta roba fatta bene, costruita anche politicamente e anche con l’università… questa rischia di diventare come il Consorzio Venezia Nuova, da associazione poi si trasformerà, arriveranno i finanziamenti. Vittorio Addis di Tecno Habitat mi ha detto “mica male, il Consorzio è un peso forte, l’unico concessionario in Italia”…. perché il Consorzio ha i rapporti a Roma, ma Impregilo non vuole Co. Ve. Co., ché poi, dice, rompe i coglioni». Baita è un nome ben conosciuto anche da Gianstefano Frigerio, il faccendiere finito in carcere per le tangenti all’Expo: «…la Regione (Lombardia) si è anche incazzata — dice al telefono con Walter Iacaccia, il suo uomo di fiducia — per via dello sconto del 40 per cento (riferito al ribasso con cui la Mantovani ha ottenuto la commessa della Piastra, ndr), ma loro cosa hanno un rapporto privilegiato con il mio amico ex presidente del Veneto ». Appunto, Giancarlo Galan. 29 RAZZISMO E IMMIGRAZIONE del 12/06/14, pag. 9 Toghe e migranti, le partite aperte del leader Francesco Verderami Adesso Renzi dovrà «metterci la faccia». Perché se da leader del Pd è stato abile in campagna elettorale a schivare gli argomenti, incassando con il bonus Irpef un formidabile dividendo nelle urne, da presidente del Consiglio è chiamato ora a sciogliere i nodi della giustizia e dell’immigrazione: il primo si è attorcigliato ieri alla Camera, dov’è passata la norma sulla responsabilità civile dei giudici che è stata presentata dalla Lega e ha spaccato in Aula i Democratici; il secondo si va drammaticamente aggrovigliando giorno dopo giorno con gli sbarchi sulle coste italiane, che impongono una decisione definitiva rispetto all’operazione Mare nostrum. Sul voto di Montecitorio, il premier ha cercato di derubricare il passo falso della maggioranza, la cui debolezza in materia di giustizia è stata messa a **** da M5S, che ha spiazzato il Pd decidendo di astenersi. E sarà pure «una tempesta in un bicchier d’acqua», come l’ha definita Renzi, perché in effetti non ha implicazioni sulla stabilità del governo. Ma torna a sollevare una questione irrisolta che si trascina da un ventennio: la riforma della magistratura. Lo psicodramma vissuto dai rappresentanti del governo alla Camera evidenzia quale sia la sensibilità su questo nervo scoperto: non si era mai visto il sottosegretario Gozi perdere il suo aplomb e lanciarsi livido in volto verso i banchi del Pd, da dove è stato ricacciato indietro. Quella trentina e passa di franchi tiratori democratici sono il sintomo di una frattura che Renzi dovrà comporre prima di affrontare un tema che, secondo il capogruppo pd Speranza, «bisogna avere il coraggio di mettere in agenda»: «Certo va deplorato l’atteggiamento dei Cinquestelle, e va detto che non è con un emendamento che si risolve un problema tanto delicato. Ma sulla responsabilità dei magistrati è ormai maturo il tempo di allinearci alle normative europee, dato che siamo l’unico Paese a esser rimasto indietro. E soprattutto dobbiamo mettere in campo la riforma della giustizia». Riuscirà il premier a infrangere l’ultimo totem? Perché il voto della Camera ha scatenato la reazione dell’Anm, che — dice l’ncd Cicchitto — «da anni continua a fare opera di lobbing e blocca l’azione dei governi». Come non bastasse, il combinato disposto dell’esternazione di Napolitano e del suo vice presidente al Csm Vietti, imporranno al premier un cambio di timing e un approccio più prudente. Non a caso il Guardasigilli Orlando ammette che «il pasticcio non aiuta». Ma Renzi, che due mesi fa aveva chiesto ai magistrati di «portar rispetto» verso le decisioni della politica, e che ieri invece è parso rinculare dicendo che l’emendamento votato alla Camera sarà cancellato al Senato, potrà far marcia indietro dopo aver annunciato di voler riformare la giustizia? Su questo tema di tempo ne avrà per «metterci la faccia». Di tempo invece non ne ha più per intervenire sull’emergenza migranti e decidere le sorti dell’operazione Mare nostrum. Ieri la nota congiunta dei presidenti delle commissioni Difesa dei due rami del Parlamento è stato un segnale chiaro: «Così non si può andare avanti. Attendiamo che il governo sciolga un nodo non più rinviabile». Le parole di Casini e Cicchitto vogliono essere (anche) un sostegno ad Alfano, che attende il rientro di Renzi dall’Asia per affrontare l’argomento. Non basta, non può bastare la mozione di maggioranza che oggi verrà votata in Parlamento. Il fatto è che sul Viminale è stato fin qui caricato politicamente e mediaticamente un peso che andrebbe diviso per competenze: gli Esteri per il problema libico, la Difesa per il 30 pattugliamento in , oltre gli Interni cui spetta l’accoglienza. Invece fin qui è andato in scena una sorta di scaricabarile, e per tutto il periodo della campagna elettorale — con palazzo Chigi in posizione defilata — è stato su Alfano che si è concentrato l’attacco di Lega e Forza Italia, ancora in corso. Dentro Ncd è montata la rivolta verso il premier, culminata in una riunione l’altra sera: «Ora basta, Renzi fa finta di nulla e intanto noi veniamo massacrati». È vero, più volte Napolitano ha coperto la missione, anche ieri ha detto che «noi non abbiamo girato la testa dinnanzi a questo dramma». E non ha mai smesso di perorare la causa, mettendo in campo riservatamente le proprie conoscenze internazionali, per esortare l’Europa e l’Onu a intervenire. Ma finora l’appello non è stato raccolto. Anzi, nelle riunioni tecniche i partner europei se ne lavano le mani: «Non avete concordato con noi questa iniziativa». Così Alfano è uscito allo scoperto: «L’Europa non dà risposte e noi siamo stanchi. Sappiamo che il dramma non finirà con la fine di Mare nostrum, ma questa operazione è da considerarsi superata». Toccherà ora a Renzi intervenire, usando la prima fiche del grande consenso ottenuto nelle urne al tavolo del Consiglio europeo di fine giugno, vigilia del semestre italiano. Toccherà al premier «metterci la faccia» per portare a casa il risultato. del 12/06/14, pag. 13 Arrivati ottomila profughi «Milano non ce la fa più» Sono giunti nel capoluogo lombardo da gennaio ad oggi ● La maggior parte sono siriani. La città è solo una tappa per raggiungere l’altra Europa Indossano cappotti, giacconi e sciarpe, in una mattina da oltre 30 gradi, e questo contribuisce a rendere la loro presenza ancora più stridente rispetto alla cornice creata dai viaggiatori indaffarati della Stazione Centrale di Milano. Sono più di un centinaio i profughi siriani, accampati sul mezzanino, che si guardano in giro un po’ storditi. In modo particolare i bambini, che sono una ventina. Sono arrivati con il treno al mattino presto, come altre centinaia prima di loro e rimangono in attesa di essere smistati nei centri di accoglienza. ASILO Sono tutti alla ricerca di asilo politico, anche se non tutti, a sentire gli uomini della protezione civile, che assieme ad alcune associazioni coadiuva il comune di Milano nell’accoglienza, provengono dalla Siria martoriata dalla guerra civile. Ci sono palestinesi, giordani, egiziani, ma essendo tutti senza documenti è molto difficile distinguerli dai profughi che sono effettivamente di nazionalità siriana. Ma anche tra i veri siriani ci sono delle sorprese, perché per molti di loro la Libia non è stata solo una base di partenza. Come nel caso di Salah, in viaggio con la moglie e le due figlie. Ci racconta di «aver vissuto a Tripoli per più di un anno, facevo l’operaio ed altri lavoretti, ma adesso, con lo scontro tra le milizie islamiche e le forze di Khalifa Haftar (ex generale di Gheddafi), la situazione per noi siriani è diventata insostenibile. Siamo presi di mira, in quanto stranieri e perché pensano che siamo ricchi». Nur invece è arrivato da Aleppo, passando per Turchia e Libia con il suo amico Akram. Hanno poco più di vent’anni e raccontando di aver visto e vissuto incredibili atrocità in 31 patria: «La guerra sta mangiando tutto, per prima la coscienza delle persone. Le stragi sono all’ordine del giorno e non c’è più alcuna giustizia, solo la legge del più forte. Attraverso dei conoscenti abbiamo avuto la possibilità di varcare il confine con la Turchia ed arrivare in Libia. Quanto ci è costato? Tanto, le nostre famiglie hanno fatto una colletta per farci andar via, salvarci la vita ed avere un futuro». A scappare dalla Siria, visto i costi elevati, sono soprattutto le classi più abbienti ed istruite. E questo rende ancora più drammatico ed incerto il futuro di quel paese, privata non solo delle classi dirigenti del presente, ma soprattutto di quelle di domani. Dallo scorso gennaio a Milano sono arrivate più di ottomila persone ed il comune fatica a gestire la situazione di emergenza. Le coperture economiche, secondo l’accordo firmato con la prefettura, prevede un massimo di 500 persone da ospitare nelle strutture,ma quando l’afflusso di rifugiati è quello di questi giorni, quel numero viene abbondantemente superato. Addirittura raddoppiato. Tanto che l’assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino, martedì è sbottato: «Forse è il caso che il ministro degli Interni, Alfano, si trovi un altro lavoro. Ho letto che la sua ricetta per rispondere all’emergenza profughi è quella di approfittare della presidenza di turno italiana della Ue per porre la questione. Ma se fossi in lui mi preoccuperei di far partire un piano nazionale per l’accoglienza, in caso contrario sarà proprio Milano, la città sede della presidenza, a essere piena di profughi che dormono per strada. Sarà questa l’immagine che accompagnerà l’Italia nel semestre. Non certo un grande risultato per il nostro paese, impegnato a guidare tutti gli altri». Anche perché, a differenza di quanto si immagina, la maggior parte dei profughi non ha nessuna intenzione di fermarsi in Italia, ma vuole proseguire il suo viaggio verso il Centro ed il Nord Europa, in modo particolare verso la Svezia, che offre da circa un anno asilo permanente ai profughi siriani. SOMALIA E OLTRE A Milano non sono arrivati solo loro, ma anche centinaia di profughi provenienti dalla Somalia e dall’Africa sub-sahariana. Li hanno fatti accampare alla stazione di Rogoredo. Sono considerati dai trafficanti di essere umani come merce di secondo livello, perché pagano meno rispetto agli arabi. In una nota l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) esprime il suo «sconcerto per la maniera in cui sono stati trattati circa 400 migranti e rifugiati di varie nazionalità dopo essere stati sbarcati lunedì a Taranto. Agli operatori hanno riferito di essere stati divisi in gruppi in base alla destinazione preferita. Sono stati poi caricati sui pullman e, dopo aver viaggiato tutta la notte, sono stati abbandonati nei parcheggi di Roma Anagnina e Milano Rogoredo. Sono stati trovati scalzi, disorientati, senza che avessero ricevuto né da bere né da mangiare». 32 SOCIETA’ del 12/06/14, pag. 1/15 Fecondazione Renzi rinunci a difendere la legge 40 Filomena Gallo La Corte Costituzionale ha cancellato il divieto di fecondazione eterologa. Ora a Matteo Renzi non resta che scegliere da che parte stare: se con chi continua a difendere la legge 40 o con noi che in dieci anni, in tutte le sedi, abbiamo lottato per demolire questa legge, ideologica e antiscientifica, ormai smantellata da 30 interventi di tribunali e che ha impedito a molti cittadini di sperare in una gravidanza. Come agire? Innanzitutto mostrando, il 18 giugno, davanti alla Corte di Strasburgo che deciderà su uno degli ultimi divieti della legge 40, quello di donazione degli embrioni alla ricerca, il volto più laico dell’Italia. Rinunciando cioè a difendere questo assurdo divieto e quel che resta della legge. E cancellando, invece, i restanti limiti, dimostrando così di stare accanto alle coppie e di saper rispettare il principio di autodeterminazione e la libertà di cura e di ricerca scientifica. In sintesi di rappresentare un Governo dei diritti civili. Rispondiamo adesso alla domanda più importante: chi può accedere ora a questa tecnica? Coloro ai quali sia stata diagnosticata una patologia che sia causa di sterilità o infertilità assolute ed irreversibili. E quali sono i punti salienti della sentenza? La decisione della Consulta, la numero 162/anno 2014, è stata motivata in 32 pagine dai giudici che hanno messo in evidenza, tra l’altro, quanto questa legge sia anacronistica: «Il divieto in esame non costituisce, peraltro, il frutto di una scelta consolidata nel tempo, in quanto è stato introdotto nel nostro ordinamento giuridico proprio dal censurato art. 4, comma 3. Anteriormente, l’applicazione delle tecniche di fecondazione eterologa era, infatti, lecita». Un divieto – quello della donazione con gameti esterni alla coppia – inutile e discriminatorio. Che è stato giustificato erroneamente per scongiurare fantomatici rischi eugenetici e che di fatto ha impedito la nascita di nuove vite. Un paradosso se si pensa che i più accaniti difensori di questa legge si definiscono pro-life. I giudici, in riferimento alle eccezioni formulate dal governo in difesa del divieto, in via preliminare hanno osservato infatti «che la Pma di tipo eterologo mira a favorire la vita e pone problematiche riferibili eminentemente al tempo successivo alla nascita. La considerazione che il divieto è stato censurato nella parte in cui impedisce il ricorso a detta tecnica nel caso in cui sia stata accertata l’esistenza di una patologia, che è causa irreversibile di sterilità o infertilità assolute, deve escludere, in radice, infatti, un’eventuale utilizzazione della stessa ad illegittimi fini eugenetici». Di fatto in tal modo viene rigettata ogni eccezione di difesa della norma formulata dall’Avvocatura per il Governo. Nelle motivazioni è chiarito che il divieto di applicazione di tecniche eterologhe è privo di adeguato fondamento costituzionale. I giudici ricordano che il concetto di famiglia con figli è presente in diritto ma non è vincolato al dato della provenienza genetica, che non costituisce un imprescindibile requisito della famiglia stessa. Inoltre i giudici chiariscono che, «per giurisprudenza costante, gli atti dispositivi del proprio corpo, quando rivolti alla tutela della salute, devono ritenersi leciti» (sentenza n. 161 del 1985), sempre che non siano lesi altri interessi costituzionali. È stato ribadito quanto già scritto nella precedente sentenza del 2009 sulla legge 40, in materia di pratica terapeutica: la regola di fondo deve essere l’autonomia e la responsabilità del medico, che, con il consenso del paziente, 33 opera le necessarie scelte professionali, fermo restando il potere del legislatore di intervenire in modo conforme ai precetti costituzionali. Leggere nelle motivazioni che «alla luce delle notorie risultanze della scienza medica, non comporta, inoltre, rischi per la salute dei donanti e dei donatari eccedenti la normale alea insita in qualsiasi pratica terapeutica, purché eseguita all’interno di strutture operanti sotto i rigorosi controlli delle autorità, nell’osservanza dei protocolli elaborati dagli organismi specializzati a ciò deputati» conferma che di fatto la politica italiana per 10 anni ha costretto senza motivi le coppie a dover andare all’estero, a costi elevati, per provare ad avere un figlio. La Corte più volte all’interno della sentenza ha ribadito l’assenza di un vuoto normativo determinato dalla cancellazione del divieto e che non viene meno il livello minimo di tutela costituzionalmente necessario all’interno della legge. Dunque si parta subito con la tecnica. I centri italiani sono pronti. *Segretario dell’Associazione Luca Coscioni 34 BENI COMUNI/AMBIENTE del 12/06/14, pag. 5 Legambiente Rapporto 2014: ecocriminali senza confini Adriana Pollice Nel 2013 sono diminuiti gli incendi dolosi, fine delle buone notizie. Il Rapporto ecomafia 2014 di Legambiente, presentato ieri a Roma, mostra come la criminalità organizzata continui a devastare il territorio mentre il parlamento non approva la legge sui reati ambientali. Nel frattempo, vige ancora una normativa basata sulle contravvenzioni, che riconosce le ragioni dell’economia ma tralascia i costi ambientali, sanitari e sociali. L’anno scorso sono state quasi 30mila le infrazioni accertate (più di 80 al giorno) per 321 clan. Un business di 15 miliardi di euro agevolato anche dall’aiuto di funzionari e dipendenti pubblici corrotti, che hanno semplificato iter e processi autorizzativi. Aumentano i reati nel ciclo dei rifiuti (15% del totale) e contro la fauna (22%), raddoppiano rispetto al 2012 nel settore agroalimentare (25% del totale nel 2013), mentre il 14% riguarda il ciclo del cemento. Sono ventuno le amministrazioni comunali sciolte per condizionamento mafioso. Gli ecocriminali non conoscono confini: i rifiuti, ad esempio, non finiscono solo sotto terra ma anche nei circuiti del riciclo in nero o del finto riciclo; nelle banche straniere transitano soldi accumulati trafficando rifiuti, prodotti alimentari contraffatti e opere d’arte rubate. «All’inizio di quest’anno — ha dichiarato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza — sembrava possibile uno scatto politico in avanti per affrontare finalmente reati ambientali e corruzione. Invece entrambi i disegni di legge in materia sono bloccati in parlamento e la commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti non è ancora operativa». Certo, il taglio alla spesa pubblica ha ridotto le occasioni di guadagno per il business ecocriminale ma rimane invariato nel settore rifiuti speciali (3,1 miliardi) e abusivismo edilizio (1,7 miliardi). Il 40% dei reati avviene nelle regioni a tradizionale insediamento mafioso, Campania in testa con 953 reati, il 17% del totale, seguita da Puglia, Calabria e Lombardia. Tra le provincie, prima è Napoli seguita da Roma quindi Reggio Calabria e Salerno. La regione del centro Italia con più ecocrimini è il Lazio con 2.084 reati, mentre la prima regione del nord è la Liguria con 1.431 reati. Se il settore della grande distribuzione è uno dei più contaminati dai clan, anche la green economy è entrata nel mirino, grazie anche agli incentivi pubblici. Infine la Terra dei fuochi, dove prima lo stato mostra i muscoli dopo decenni di colpevole ritardo e poi taglia i fondi ai campionamenti. del 12/06/14, pag. 25 Il no degli agricoltori bio agli Ogm: l’Italia punti sulle colture tipiche La battuta che ferisce di più il mondo del biologico è quella di uno dei promotori dell’appello dei 716 agricoltori pro-Ogm: «Se mi trovassi davanti una polenta ogm e una biologica, non avrei dubbi. Quella biologica potrebbe essere piena di tossine…» ha detto ieri al Corriere Franco Nulli, imprenditore lombardo. «Totalmente falso — protesta Paolo Carnemolla, presidente di Federbio —. Semmai tutte le ricerche dimostrano che nei 35 prodotti biologici il contenuto delle micotossine è significativamente inferiore a quello che si rileva in quelli coltivati in modo diverso». Ovviamente il nodo non è solo questo. Di fronte alla richiesta di oltre 700 agricoltori — e all’apertura della scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo — il comparto del naturale mostra i suoi «muscoli». «Con 43.815 imprenditori abbiamo il primato in Europa e siamo ottavi nel mondo — elenca il presidente Carnemolla —. Il nostro Paese è vocato per il tipico e per la qualità, è forte la preoccupazione che la contaminazione accidentale con gli Ogm vanifichi il nostro lavoro». Timori condivisi da Roberto Moncalvo, alla guida della Coldiretti: «Quando lo scorso anno venne seminato in Friuli mais transgenico la Forestale misurò un inquinamento nei campi vicini del 10 per cento. In Italia, con una estensione media degli appezzamenti di 8 ettari, non è possibile la coesistenza». Proprio per quelle pannocchie fatte crescere per sfida da Giorgio Fidenato è attesa in questi giorni la decisione del Consiglio di Stato. A bloccare in Italia la coltivazione di organismi modificati fu agli inizi del 2000 il governo Amato e l’allora ministro Alfonso Pecoraro Scanio. «Venne istituita una commissione, anche con il contributo di Rita Levi Montalcini — ricorda Pecoraro Scanio —. La conclusione fu che non c’era nessun elemento di sicurezza sugli effetti di una semina in campo aperto. Tanto per capirci, tutti dovrebbero ricordarsi quanti scienziati sostenevano che alimentare gli animali con farine animali non aveva conseguenze. Quando scoppiò mucca pazza gli scienziati erano scomparsi. Non dico che l’Ogm è come il prione, ma il principio di precauzione deve valere sempre». Fiorello Cortiana, l’ex vicepresidente della commissione Agricoltura del Senato che volle l’indagine conoscitiva sugli Ogm, invita la senatrice Cattaneo a rileggersi «la relazione finale, approvata all’unanimità. Usciamo dall’ipocrisia, qui non c’entra la fame nel mondo ma la brevettabilità della conoscenza umana». Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf, tiene invece a sottolineare l’importanza della biodiversità. «La vera priorità è la sua conservazione altrimenti non c’è futuro per la specie umana». Il Wwf è tra i sostenitori del «Protocollo di Milano», promosso dala Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition per far sì che Expo 2015 assuma impegni concreti anche su questi temi. «Sugli Ogm — conclude Bologna — la conoscenza scientifica è ancora in fase embrionale, serve grandissima cautela per non distruggere i nostri ecosistemi». Riccardo Bruno del 12/06/14, pag. 6 Spazi Occupati a Milano, il Clima Non è Cambiato Luciano Muhlbauer Ma cosa succede in città? Mentre il sistema dei controlli e protocolli di legalità sugli appalti Expo sta mostrando tutta la sua tragica inconsistenza, c’è invece una macchina che gira a pieno regime, anzi, che accelera pure: è quella degli sgomberi degli spazi sociali occupati. E così, dopo l’annuncio dello sgombero del Lambretta di alcune settimane fa, ora è arrivato a sorpresa anche quello relativo a Zam. Insomma, a Milano c’è una vera e propria escalation, un uno-due capace di far vacillare chiunque. È unacoincidenza? La pulizia in vista di Expo? Un complotto? Un ordine dall’alto? E da chi? Un sacco di domande e tutte importanti, anche perché stiamo parlando della città che tre anni fa scelse di voltare pagina. “Il vento è cambiato” si diceva e del cambiamento atteso faceva parte anche una nuova politica rispetto agli spazi, al riuso, alla socialità e un diverso rapporto con le esperienze di autogestione. 36 Certo, il clima è cambiato, non c’è più la politica dell’odio di De Corato, ma poi, appunto, come la mettiamo con gli sgomberi e con l’accelerata di queste settimane? Lasciamo perdere le teorie del complotto, che non hanno mai spiegato nulla. Zam e il Lambretta occupano spazi di due proprietari diversi e sono sotto sgombero con motivazioni formali differenti. Zam sta in una ex scuola di proprietà del Comune nel quartiere Ticinese ed è sotto sgombero a causa di una perizia tecnica che dice che l’ala inagibile e chiusa dello stabile renderebbe pericolosa anche la parte occupata. Un pericolo in realtà molto remoto: gli uffici comunali avevano detto la stessa cosa già un anno fa senza che accadesse nulla. Ma ora c’è una nuova perizia, sollecitata da un “comitato” vicino alla destra, che è finita sul tavolo del Questore. Il Lambretta, invece, occupa delle ex case popolari nel quartiere Lambrate, che Regione e Aler tentano da anni di vendere a privati senza riuscirci. In questo caso non si capisce chi o che cosa abbia spinto sull’acceleratore, si sa soltanto che la decisione era stata presa dal Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. No, il problema non sono i complotti, il problema è la politica, anzi, il vuoto di politica, che fa sì che gli eventi seguano il loro corso, magari con l’aiutino di una perizia o di un capriccio. E in questo senso è più che sintomatico che in ambedue i casi, gli unici a contattare gli occupanti per avvisarli degli imminenti sgomberi sia stata la Questura. L’assenza della politica fa sì che siano le decisioni “tecniche” a dettare la linea, la mancanza di un indirizzo chiaro da parte del Comune consegna libertà di manovra a chi, magari stando nella stessa maggioranza, vorrebbe normalizzare anche Milano. Un Comune immobile e silente fa prevalere anche qui la tendenza nazionale che individua nella repressione dei movimenti antagonisti e del conflitto la risposta alla crisi sociale. C’è un solo modo per tentare di uscirne: il Sindaco Pisapia deve prendere in mano il bandolo della matassa e aprire un confronto cittadino. Anche perché quella delle aree vuote e abbandonate e quella degli spazi sociali occupati non sono un problema privato di qualcuno, ma una questione pubblica che riguarda tutta la città, anzi, che riguarda la stessa idea di città. Insomma, occorre una scelta politica. Comunque sia, Zam e Lambretta dovranno affrontare giorni duri, forse vacilleranno, ma sicuramente non finiranno a tappeto, per il semplice fatto che sono realtà vive e non involucri vuoti. Ma hanno anche bisogno di non camminare da soli, che la parte più lungimirante della città si schieri al loro fianco. 37 INFORMAZIONE del 12/06/14, pag. 7 Rai, sciopero riuscito. Ma si apre un buco da 160 milioni Massiccia adesione dei lavoratori contro il taglio di 150 milioni e per RaiWay ● Stretta in arrivo per i palinsesti Sui canali di RadioRai solo musica o trasmissioni registrate, telegiornali e gr ridotti al minimo sindacale, saltati il Tg1 della mattina e Unomattina, Buongiorno Regione, la rassegna stampa di Rai- News e Agorà, sostituito da una replica di Presadiretta e così via... È riuscito lo sciopero nazionale dei lavoratori Rai contro il taglio di 150 milioni previsto dal decreto Irpef del governo. Anzi, è stato un «successo, il 75% dei lavoratori ha aderito», con punte «del 95% su alcune sedi regionali» commenta soddisfatta la Slc Cgil che lo ha organizzato insieme agli altri sindacati (Uilcom Uil, Ugl Tlc, Snater e LibersindConfSal), tranne la Cisl e giornalisti dell’Usigrai che non vi Hanno più partecipato. Tanti i presidi davanti alle sedi Rai di tutta Italia, a Roma in via Teulada sotto la grande antenna, dove si sono ritrovati operatori, tecnici, programmisti (anche alcuni giornalisti), dipendenti di RaiWay, tutti seccati dall’essere stati associati ai manager e alle star dai supercompensi, mentre loro esibivano le buste paga che, al massimo, arrivano a 1.400 euro al mese. La preoccupazione maggiore è che la cessione del 40% di una quota (di minoranza) di RaiWay, sia il preludio alla privatizzazione, alla perdita di quei «gioielli », gli impianti, che solo il servizio pubblico ha con una diffusione capillare (un ripetitore ogni 300mila abitanti, per obbligo di servizio pubblico) e anche come asset nevralgico per «la sicurezza nazionale », spiegano gli impiegati, visto che «sui tralicci di RaiWay ci sono anche gli impianti delle Forze dell’Ordine, della Protezione civile e di tutti i vari organi di sicurezza nazionale». Una ricchezza che farebbe gola a molti, da Mediaset (che pure ha venduto le sue antenne) a De Benedetti, per la possibilità di fare business sul cablaggio per l’accesso internet in zone remote o per ospitare broadcasting. Il timore più grande è che il taglio dei 150 milioni ricaschi sull’occupazione, ma se i lavoratori ieri firmavano i fogli per una diffida al Cda di viale Mazzini, la presidente, Anna Maria Tarantola, ascoltata in commissione di Vigilanza con i consiglieri, ha confermato che «si andrebbe verso la perdita di 162 milioni da settembre e questo avrebbe conseguenze anche in termini di capitale netto ». Però ha assicurato: «Non ho indicazioni di nessun genere sulla privatizzazione della Rai». I 150 milioni del canone se ne vanno subito, mentre per la quotazione in Borsa diRaiWaysi cerca ancora l’advisor che ne quantifichi il valore. La consigliera Luisa Todini accusa: «Il Tgr di mezzanotte costa 12 milioni l’anno », ma pare non sia così. Oggi si riunisce il Cda, con 12 punti all’ordine del giorno; si attende il parere di Enzo Cheli sulla costituzionalità del decreto sul prelievo (Pace e Ainis lo hanno già definito incostituzionale essendo fondi pagati dai cittadini per il canone), poi il consiglio dovrà dire si o no a un ricorso, per ora ci tiene molto il forzista Verro. In coda all’odg i palinsesti autunnali: anche lì lo tsunami dei tagli potrebbe colpire, magari per un fuggi fuggi dei big, se dovessero vedersi tagliati troppo i compensi. Ballarò è nei programmi di RaiTre per l’autunno ma le voci sull’uscita di Floris, pur smentite, restano. Il governo tira dritto e dall’estate avvierà la consultazione aperta sul ruolo del servizio pubblico, ha spiegato Antonello Giacomelli, sottosegretario allo Sviluppo, per arrivare a un 38 provvedimento a fine anno sulla concessione e forse sui criteri di nomina. In autunno sarà varata la riforma del canone. Il vero nodo resta il superamento della legge Gasparri, possibile solo se Alfano decidesse di dire addio per sempre a Berlusconi. Si ventilano ipotesi di «commissariamento » della Rai che avrebbe in mente Renzi, di dimissioni del Cda, di ben servito al dg Gubitosi, di uscita del direttore di RaiUno Giancarlo Leone, con nuovi ruoli per il renziano DeSiervo (come la Sipra). Nel Cda il centristra De Laurentiis sbotta: «Abbiamo chiuso il bilancio con 5 milioni di utile, pensavo ci dicessero bravi, invece, sembra che dobbiamo vergognarci di essere nel Cda...». Del 12/06/2014, pag. 8 RAI, SCIOPERANO TRE SU QUATTRO E I CANALI VANNO IN TILT PRESIDI IN TUTTE LE SEDI, SALTANO LE DIRETTE PERCHÉ LE MAESTRANZE PROTESTANO Di Carlo Tecce Mercoledì di sciopero in viale Mazzini. Ore 15 e una manciata di minuti. A Rai3 è prevista una diretta da Montecitorio. Il telespettatore è ignaro, ma pure curioso. Scena prima: una donna nuda, avvinghiata a un uomo (nudo), ansima e lo stringe a sé. Forse un’i nterferenza. Capita, e spesso. Scena seconda: la donna e l’uomo, ancora non vestiti, rotolano verso il pavimento. Evidente, non c’era il collegamento con i deputati in seduta. E la mobilitazione contro il prelievo da 150 milioni e la svendita di Rai Way, che doveva scivolare senza ferire i camaleonti di viale Mazzini, fa rumore e provoca una serie di figuracce involontarie. Come l’inutile levataccia imposta agli ospiti di Uno Mattina – ne è testimone Pietro Spataro, vicedirettore all’Unità – con la presunzione che la televisione possa continuare senza l’operaio che spinge il bottoncino rosso o il tecnico che fa fluire il segnale. L’azienda ha ignorato la protesta di quelli che non devono proteggere rendite di posizione, ma una televisione pubblica senza (tele) comando. Quelli che, anonimi, formano le maestranze; quelli che sono precari con contratti stagionali; quelli che non mediano perché non sanno come mediare. Susanna Camusso (Cgil) e Luigi Angeletti (Uil), nonostante le fughe dei giornalisti (Usigrai) e di Raffaele Bonanni (Cisl), non hanno revocato l’agitazione perché i dipendenti insistevano, non per oscurare sprechi enormi, disfunzioni velenose di sistema interno, ma per contrattare con il governo senza essere passivi per convenienza. I cinque sindacati reduci hanno vinto: le adesioni, in media, superano il 75 per cento. E un mercoledì di ordinaria assuefazione s’è trasformato in una replica costante: niente dirette, telegiornali di sei minuti, prime serate da ripiego. Soltanto Bruno Vespa, monumento a una Rai che trapassa qualsiasi bandiera politica a Palazzo Chigi, è riuscito a preservare l’ultima puntata di Porta a Porta: scaltro, l’ha registrata martedì. I mezzibusti erano negli uffici, presenzialisti senza (poter) lavorare. Fuori, in via Teulada, c’era il corteo. E così davanti a ciascuna sede regionale, due ore di presidio e di insulti ai giornalisti (definiti “quaquaraquà”), che hanno scontato le ingenuità di Usigrai: prima avevano proclamato lo sciopero con durezza senza convocare le assemblee in redazione e poi, senza un motivo inconfutabile, hanno battuto in ritirata. “Hanno venduto la dignità”, dice Giuseppe Sugamele (Libersind Conf.Sal), di fronte ai cancelli di Teulada, studi di Porta a Porta e Ballarò. Con la Rai spezzata a metà – rivolta di fragili dipendenti e 39 silenzio (assenso?) di tanti privilegiati – in Commissione di Vigilanza c’era l'intero Consiglio d’a m m i n i s t r a z i one assieme al presidente Annamaria Tarantola. Confusione globale. Oggi Cda e nuove nomine. Luisa Todini, doppia poltrona (è capo di Poste Italiane), rivela che l’edizione Tgr costa 12 milioni di euro. Antonio Verro, berlusconiano estremo, prevede una privatizzazione di viale Mazzini. Tarantola precisa: “La cessione di Rai Way non riguarda le frequenze”. A proposito di frequenze, fa notare Michele Anzaldi, guerriero renziano spedito a marcare viale Mazzini, che Rai Sport ha sofferto l’ennesima caduta di un segnale perché la conferenza stampa di Andrea Pirlo non è andata in onda. Anzaldi, telespettatore ignaro, s’è scordato che c’era lo sciopero. 40 CULTURA E SCUOLA del 12/06/14, pag. 18 Premio Strega tutto pronto per la finale al Nifeo Doppia presenza per Bompiani, con Pressburger e Scurati accusato di «auto plagio» SFIDA ALL’ULTIMO VOTO IERI SERA NELLA STORICA SEDE DI VIA FRATELLI RUSPOLI, A ROMA, PER LA PENULTIMA TAPPA DEL PREMIO STREGA 2014… Ovvero quel procedimento alchemico per cui, mettendo in un crogiuolo la qualità dei libri in lizza e il peso delle cordate editoriali, e mescolando bene, da una dozzina nasce una cinquina: dai dodici libri scelti dal Comitato Direttivo in aprile escono i cinque qui votati dagli Amici della Domenica ed entrati quindi in lizza per il gran finale del 3 luglio al Ninfeo di Villa Giulia. La cinquina si è svelata dopo le dieci di sera,troppo tardi perché possiamo darvene conto su queste pagine. Però possiamo dirvi tutto il resto. A cominciare da un dettaglio: come ieri sera la modernità sia entrata nel salotto a boiserie dei Parioli, un luogo per definizione afoso e stavolta torrido, dove Walter Siti, vincitore del premio l’anno scorso, presiedeva allo spoglio delle schede. Il 2014 è l’anno che ha visto l’abolizione dell’ottocentesco voto per telegramma, per gli Amici lontani, in favore dell’e mail. Mentre, nella pertinace, perfino commovente ricerca di trasparenza che caratterizza la gestione De Mauro, è stato anche l’anno in cui gli altri Amici, i romani, sono dovuti venire personalmente al seggio a ritirare la scheda, anziché affidarle in blocco all’editore di riferimento. LoStrega, giunto alla LXVIII edizione, è un po’ come la Borsa: sensibilissimo a quanto avviene nel mondo della politica. E dunque l’anno scorso Emanuele Trevi diede il via,anche qui, ai boati in stile grillino contro la «casta». Mentre quest’anno non se ne parla più: tutto fila tranquillo, fatta salva la doppia presenza per Bompiani di Antonio Scurati, candidato di scuderia, e Giorgio Pressburger, autocandidato, e il corsivo con cui Sebastiano Vassalli, sul Corriere della Sera, visto bocciare il suo candidato Giuseppe Lupo, ha tuonato «Vinca il peggiore»… E fatta salva l’accusa di «auto plagio» che il giornale online Satisfiction, a firma Pippo Russo, muove a Scurati: analogie in effetti imbarazzanti tra alcune pagine erotiche del romanzo del 2009 Il bambino che sognava la fine del mondo e di quello attuale, Il padre infedele. Ma ecco qual era la dozzina: Non dirmi che hai paura (Feltrinelli) di Giuseppe Catozzella; Lisario o il piacere infinito delle donne (Mondadori) di Antonella Cilento; Bella mia (Elliot) di Donatella Di Pietrantonio; una storia (Coconino Press) di Gipi; Come fossi solo (Giunti) di Marco Magini; Nella casa di vetro (Gaffi) di Giuseppe Munforte; La terra del sacerdote (Neri Pozza) di Paolo Piccirillo; La vita in tempo di pace (Ponte alle Grazie) di Francesco Pecoraro; Il desiderio di essere come tutti (Einaudi) di Francesco Piccolo; Storia umana e inumana (Bompiani) di Giorgio Pressburger; Ovunque, proteggici( nottetempo) di Elisa Ruotolo; e appunto Il padre infedele (Bompiani) di Antonio Scurati. E qui da notare c’è anzitutto la presenza nella rosa di romanzi del primo graphic novel, l’opera notevole di Gipi ambientata nella Grande Guerra. Favoriti i soliti noti, cioè gli editori Einaudi (per il gruppo Mondadori), Bompiani (per Rcs), Feltrinelli e Ponte alle Grazie (per Gems), con un posto –uno- tradizionalmente libero per un editore piccolo-medio. Ora, il premio Strega di anno in anno, in linea con i tempi, va proliferando: novità di quest’anno lo 41 Strega Giovani e lo Strega Europa. Ed è dai 400 ragazzi di 40 scuole in Italia ed Europa che è arrivata la prima cinquina: il loro voto, fuori da cordate, ha scelto nell’ordine Giuseppe Catozzella, Gipi, Magini, Piccolo, Di Pietrantonio. Si disputeranno lo Strega Europa invece Jérôme Ferrari con Il sermone sulla caduta di Roma(e/o),Marcos Giralt Torrent e con Il tempo della vita, (Elliot), Georgi Gospodinov con Fisica della malinconia (Voland), Rosa Liksom con Scompartimento n. 6(Iperborea), Eugen Ruge con In tempi di Luce declinante, (Mondadori). Ah, buona notizia: lo Strega che l’anno scorso, assenti i fondi del Comune di Roma, era in austerity alla greca, quest’anno haricevuto50.000 euro dal Campidoglio e ha due nuovi sponsor, Un industria ed Eni. E dunque vai con prosecchi, minitimballi e capresi in miniatura, sulla terrazza odorosa di gelsomini, in via Fratelli Ruspoli. 42 ECONOMIA E LAVORO del 12/06/14, pag. 7 «Ci vediamo l’11 luglio», a Torino contro il Jobs Act Roberto Ciccarelli «Ci vediamo l’11», l’appello contro il vertice europeo sull’occupazione giovanile programmato a Torino il prossimo 11 luglio, sta ispirando una mobilitazione virtuale e molecolare in molte città italiane. Manca ancora un mese ma su twitter gli hashtag #civediamol11 e #renzistaisereno riempiono sempre più le «timeline», mentre su facebook c’è una pagina omonima che raccoglie documenti, foto e immagini di una mobilitazione contro la legge Poletti che precarizza i contratti a termine e la legge delega in discussione in parlamento che completerà il «Jobs Act», la proposta del presidente del Consiglio Matteo Renzi che estenderà l’«Aspi» e la «mini-Aspi» ai cocopro giudicata del tutto insufficiente per affrontare una disoccupazione giovanile al 46%, mentre quella generale ha raggiunto il 13,6% nel primo trimestre 2014. Nella piattaforma che ha convocato la manifestazione nel capoluogo piemontese a cui parteciperanno movimenti da Germania, Grecia e Francia non mancano i riferimenti al piano casa approvato dal governo Renzi considerato un atto di guerra contro i poveri costretti ad occupare palazzi a causa dell’emergenza abitativa e della disoccupazione di massa. Il corteo è stato convocato a seguito di un’assemblea a Palazzo Nuovo, la sede delle facoltà umanistiche a Torino, lo scorso 31 maggio. Cinquecento studenti, precari, lavoratori, centri sociali e sindacati di base (Usb, Cub, Cobas) hanno redatto un appello contro «i capi dell’Europa che vogliono incontrarsi per decidere del nostro futuro. Saremo presenti anche noi per imporre la voce di quanti non trovano rappresentanza dentro queste istituzioni e ne pagano i costi col proprio impoverimento e la propria precarizzazione». Mentre in rete continua il lancio della mobilitazione, e sui muri di molte città appaiono gli slogan, è stato chiarito il percorso di avvicinamento all’11 luglio. Numerose sigle (tra le quali Usb, Rifondazione Comunista, Ross@ e Rete dei comunisti) hanno indetto i l 28 giugno una manifestazione nazionale a Roma «contro i diktat dell’Unione Europea, per il lavoro, il reddito, il welfare, il diritto all’abitare e contro la guerra alle porte dell’Europa». Nel frattempo si moltiplicano i flash-mob e i blitz di protesta. Ieri gli studenti della Rete della Conoscenza hanno esposto lo striscione «Sessione estiva? Unico appello: l’11 luglio a Torino — ribaltiamo il vertice». Lo slogan è apparso negli atenei di Bari, Salerno, Padova, Pisa, Roma TorVergata e Sapienza, Urbino e Siena. Da ieri è attivo il sito www.ribaltiamoilvertice.it che raccoglierà le iniziative e i temi che saranno al centro del «semestre sociale dei movimenti» in antitesi a quello che Renzi vuole usare per «addolcire», ma non abolire, l’austerità in Europa. 43 Del 12/06/2014, pag. 28 Niente pensionati al lavoro e mobilità obbligatoria Sindacati contro la nuova Pa Domani il governo vara la riforma della Pubblica amministrazione Rincaro in vista per il bollo auto. Cgil-Cisl-Uil: “Solo un bluff” LUISA GRION ROMA Se staffetta generazionale deve essere, lo sia fino in fondo: nella pubblica amministrazione non devono entrare subito diecimila giovani, ma centomila. I soldi per finanziare il ricambio si trovano: basta sfoltire di un terzo il numero dei dirigenti pubblici, che sono troppi. Convocati stamattina, per la prima volta, a sole 24 ore dal varo della riforma della pubblica amministrazione i sindacati del settore rilanciano: la riforma in due step (decreto più legge delega) indicata da Renzi «è poca cosa» dicono. Dopo «l’estenuante fase preparatoria », commenta Rossana Dettori segretario generale Fp-Cgil, «restano sul tappeto interventi spot e nessun progetto organico per migliorare i servizi». La bozza in 24 pagine che dovrebbe entrare domani al Consiglio dei ministri, in realtà, contiene diverse novità. Nel decreto dovrebbe trovar posto la mobilità obbligatoria dei dipendenti entro 100 km; lo stop al trattenimento in servizio; il prepensionamento di due anni per i lavoratori pubblici considerati in esubero (secondo le stime elaborate per la spending review sarebbero 85 mila); la possibilità per i lavoratori in mobilità di essere ricollocati con qualifica più bassa; l’allentamento del blocco del turn over (i limiti previsti si riferiranno alla spesa complessiva non al numero delle persone in uscita), il dimezzamento dei permessi sindacali. La bozza introduce anche vari provvedimenti di semplificazione, fra i quali l’istituzione di un archivio unico sui veicoli in circolazione, con la possibilità di aumentare il bollo auto fino ad un massimo del 12 per cento entro il 2015. Provvedimenti che «non incidono sul funzionamento della macchina dello Stato», lamentano i sindacati, critici anche sul fatto che si rinuncerebbe a premiare il merito, legando lo stipendio dei dirigenti all’andamento del Pil. Al tavolo del ministro Marianna Madia Cgil, Cisl e Uil porteranno dunque le loro proposte, pur consapevoli che gli spazi per trattare, almeno per quanto riguarda il decreto, sono scarsi (tanto più che sul testo, in scadenza a ferragosto, si prospetta un voto di fiducia). Le critiche sono severe, nonostante due delle loro richieste siano già state incassate: una riguarda il ruolo dei segretari comunali (dovevano saltare, ora non più) l’altra il contratto (è fermo dal 2009, il ministro Madia ne ha promesso la riapertura). Il punto di maggiore scontro riguarda la staffetta generazionale. Ce n’è estremo bisogno — convengono i sindacati — visto che l’età media del settore è avanzata (fra i 52 e i 55 anni), ma il ricambio modello Madia, dicono, «è un bluff». La riforma prevede che dall’abolizione del trattenimento in servizio (la possibilità di restare al lavoro dopo il raggiungimento dell’età pensionabile) si possano liberare 10 mila posti. «In realtà non sono più di 5 mila, una proposta ridicola» commenta Giovanni Faverin, responsabile Cisl-Fp: si può arrivare appunto a 100 mila sfoltendo i dirigenti. Ma il tema del trattenimento in servizio è scottante in sé, soprattutto per quanto riguarda la categoria dei magistrati, che ora può restare al lavoro per altri 5 anni dopo il compimento dei 70. La Corte dei Conti ha protesto facendo notare che l’uscita anticipata di organici già carenti provocherebbe «gravissimi vuoti, difficilmente gestibili ». Nella bozza di 24 pagine che circola in queste ore, l’abrogazione del trattenimento c’è: articolo 1, a partire dal prossimo 31 ottobre di quest’anno. Ma il governo sarebbe disposto a prevedere, almeno per questa categoria, una norma transitoria. 44 del 12/06/14, pag. 11 Apple, Fiat, Starbucks profitti in fuga dal fisco Secondo le stime prudenziali di Bloomberg, la montagna di soldi che le grandi aziende statunitensi riescono a sottrarre al fisco grazie a ben oliate strategie di triangolazioni, paradisi esteri e scatole societarie basterebbe a saldare - tutto e subito - l’intero ammontare del debito pubblico italiano. Si può solo immaginare, dunque, quale cifra da capogiro le multinazionali siano in grado di risparmiare ai danni delle casse erariali di tutta Europa, si parla di circa mille miliardi di euro, una somma di sicuro sufficiente a far ripartire l’intera economia del Vecchio Continente che ancora non è stato in grado di lasciarsi completamente alle spalle. Ben si capisce, dunque, la determinazione con cui l’Unione europea si appresta a mettere sotto la lente d’ingrandimento le abitudini fiscali delle grandi aziende di ogni settore, che concentrano i propri costi dove si pagano più tasse, ma dirottano gli utili nei Paesi più clementi in fatto di tassazione. Nella speranza, inespressa ma evidente, di recuperare risorse finora sfuggite alle casse pubbliche. INDAGINI SU APPLE E FIAT Per il momento le imprese nei cui confronti Bruxelles ha aperto un’indagine sono Apple, Fiat e Starbucks, ma tutto lascia pensare che si tratti solo delle prime di una lunga lista di multinazionali che, ad esempio, non potrà tralasciare i giganti del web Amazon, Google, eBay e Facebook, che hanno collocato le loro sedi fiscali in Irlanda o in Lussemburgo, per pagare in tasse importi ridicoli rispetto a quelli che guadagnano nei diversi Stati dell’Ue. «Nel contesto attuale di restrizione di bilancio è particolarmente importante che le grandi multinazionali paghino la giusta parte di imposte» ha affermato il commissario europeo alla concorrenza, Joaquin Almunia, annunciando l’aperture di inchieste approfondite sulle decisioni fiscali prese da Irlanda, Olanda e Lussemburgo a favore rispettivamente del colosso tecnologico Apple (che ha concentrato il suo fatturato europeo in Irlanda), del gigante del caffè americano Starbucks (recentemente rientrato in Inghilterra dai Paesi Bassi) e di Fiat Finance and Trade, la società che si occupa di emettere bond e di raccogliere le risorse finanziarie per tutto il gruppo Fiat (con sede in Olanda). Un’iniziativa che, se «non sta mettendo in discussione i regimi fiscali generali dei tre Stati», certo mette in discussione la loro applicazione. Il problema, per tutte e tre le aziende coinvolte, riguarda il prezzo al quale le società controllate da una stessa capogruppo si vendono fra loro i servizi o i beni, il cosiddetto transfer pricing a cui si collega la sede fiscale: se questo avviene a prezzi di mercato, non si può parlare di aiuto di Stato,main caso contrario, è implicito che le società ricevano un trattamento di favore rispetto ad altri concorrenti. La decisione di indagare sulle pratiche fiscali di Irlanda, Lussemburgo e Olanda è stata presa dopo la pubblicazione di alcune inchiesta giornalistiche sui possibili sconti fiscali significativi garantiti alle imprese in questione attraverso decisioni ad hoc prese dalle autorità fiscali. Provvedimenti non illegittimi in quanto tali, ma che «potrebbero contenere aiuti di Stato illegali se comportano vantaggi specifici e selettivi ad alcune società o gruppi di società». «Le regole Ue impediscono agli Stati di prendere misure che permettono a certe imprese di pagare meno imposte rispetto a quelle che dovrebbero se le regole fiscali dello Stato membro fossero applicate in modo equo e non discriminatorio » ha spiegato ancora Almunia, che con questa iniziativa prosegue il percorso già tracciato dal collega Algirdas Semeta, commissario Ue per la tassazione, a cui si deve il deposito di una proposta di semplificazione fiscale volta a mettere i bastoni tra le ruote alla cosiddetta 45 «ottimizzazione fiscale» delle grandi imprese, che ora potrebbe trovare nuove spinte di realizzazione. Non si è fatta attendere la reazione di Fiat Chrysler, che si è detta «sorpresa » e «convinta che ogni esame condurrà alla conferma della legittimità dei fatti». Secondo la Ue, le autorità fiscali lussemburghesi potrebbero aver sottostimato la base di utili che genera la controllata di Fiat (su cui comunque esiste un prelievo prossimo allo zero, mentre in Italia le rendite finanziarie da luglio saranno tassate al 26%). 46