VI – SCHEDARIO TOPOGRAFICO
(1) Località La Selva (Q.120 III-4781/670)
430 m s.l.m.; versante poggio; argille; fosso Proticciano; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Campo non esteso, di forma vagamente triangolare, il cui lato lungo è delineato dalla strada a sterro che collega
Chiusdino a Frassini, nel tratto antistante il podere La Selva. Confina a sud con il prato di fronte al podere e a est con un altro campo,
dal quale lo divide un piccolo bosco.
Descrizione unità topografica – Emergenza di reperti mobili in superficie (dimensioni 85 m) posta nella parte alta del sito, in prossimità del confine con la strada; è composta da materiale ceramico
grezzo e depurato in associazione a scorie ferrose (tra queste una riporta l’impronta in negativo della bocchetta del forno) e laterizi, presenti in modo sparso su gran parte della superficie arata. La consistenza reale del deposito conservato nel sottosuolo è, in effetti, difficilmente valutabile a causa delle pratiche agricole: la visibilità dei
reperti è fortemente limitata da un tipo di aratura molto profonda e
da lavori di scasso che hanno provocato una decisa dispersione del
materiale, alterando le dimensioni dell’emergenza in superficie.
Presenza, media per mq – Tre reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Campo di forma rettangolare posto in leggero
pendio; confina a sud con l’abitazione antistante il podere La Selva,
a ovest con una piccola oliveta e a est con la strada che collega Chiusdino a Frassini.
Descrizione unità topografica – Nello spazio compreso fra il pilone
della luce con centralina e l’edificio abitativo, si riconosce una concentrazione (dimensioni 64 m) composta da pietre di dimensioni
omogenee, non lavorate, poste in allineamento; sono associate a pochi frammenti di ceramica e laterizio. Nel campo limitrofo, posto in
forte pendenza, si reperiscono altri frustuli di ceramica, identificabili
come spargimento della stessa emergenza.
Presenza, media per mq – Due reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Impasto di consistenza medio-dura, farinoso, colore beige rosato.
Forma chiusa: 7 frustuli di parete; 2 frammenti di fondo: uno piano
apodo a sezione triangolare regolare; l’altro piano, apodo, a sezione triangolare con punto di attacco della parete (estremamente irregolare e sagomata dalla tornitura) molto marcato da una profonda linea di tornio.
Acroma grezza
Impasto 2.
Forma chiusa. Olla: 5 frammenti di parete.
Laterizi
Impasto di consistenza dura, omogeneo e di colore arancio scuro-bruno.
Forma chiusa: pochi frustuli di parete, fra cui uno con decorazione a un
unico solco a stecca, in corrispondenza della strozzatura del collo; 1 frammento di bordo, con orlo ingrossato e appuntito con leggera inclinazione
verso l’esterno.
Impasto 2.
Interpretazione – Casa con elevati in pietra e copertura laterizia.
Elementi datanti
Acroma grezza
Ciotola riconducibile al tipo CHIANTI, tav. XXXVIII, n. 11/13, rinvenuto in contesti ellenistici.
Acroma grezza
Impasto 3.
Forma chiusa. Olla: 10 frammenti di parete; 1 frammento di bordo.
Cronologia – III-II secolo a.C.
Rinvenimento inedito
Laterizi
Impasto 3.
(3) Località La Selva (Q.120 IV-4781/670)
426 m s.l.m.; leggero pendio; argille; fosso Proticciano; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Piccola porzione di seminativo confinante a sudovest con una vigna, a est con un fienile e a sud-est con la strada a
sterro che collega Chiusdino a Frassini in corrispondenza della curva
a gomito.
Descrizione unità topografica – Emergenza di reperti mobili in superficie, dimensioni 54 m, posta nella parte orientale del campo, a
circa 15 m dalla vigna e 20 m dal fienile. È composta da laterizi e ceramica molto frammentati, associati a pietre disposte in modo disomogeneo. In linea con la concentrazione, in direzione del fienile, si
Interpretazione – Casa realizzata con materiale deperibile e copertura laterizia; è dotata di una struttura per la riduzione e lavorazione
del minerale per uso domestico.
Elementi datanti
Acroma grezza
Olla tipo CHIANTI, tav. LXI nn. 4 e 8, simile al tipo FIESOLE, tav. 45, n.
28 rinvenuto in contesti di fine IV-V secolo d.C. e al tipo SANTA MARIA
DELLA SCALA, tav. IX, n. 187 trovato in stratigrafie di VI secolo d.C.
Cronologia – VI-VII secolo d.C.
Rinvenimento inedito
(2) Località La Selva (Q.120 III-4781/670)
430 m s.l.m.; pendio; conglomerati poligenici; fosso Proticciano;
seminativo.
49
raccoglie ceramica acroma depurata, pertinente alla stessa unità topografica, residua dal trascinamento dei mezzi meccanici.
Presenza, media per mq – Quattro reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
(4.2)
Nell’angolo orientale del campo, si trova materiale pertinente all’unità topografica precedente, trascinato per 4 m in direzione sud dai
mezzi meccanici; fra i reperti si raccolgono frammenti di ceramica
datante e due scorie ferrose.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Impasto di consistenza friabile e colore arancio vivo.
Forma chiusa: 18 frammenti di parete; 3 di fondo, piano, apodo a sezione triangolare, con angolo molto marcato.
Laterizi
Impasto di consistenza molto dura, omogeneo di colore beige scuro.
Forma chiusa: pochi frustuli di parete; 1 frammento di fondo piano,
apodo, arrotondato nel punto di appoggio, senza distinzione dalla parete.
Impasto 4.
Interpretazione – Casa con elevati in materiale deperibile e copertura laterizia.
Elementi datanti
Maiolica arcaica
Acroma grezza
Impasto 2.
Laterizi
Ciotola decorata sulla superficie interna della carenatura con motivo a
treccia irregolare in ramina (simile al tipo FRANCOVICH, 1982, S. 9.1) e
sulla superficie esterna della parete con motivo a bande in ramina e manganese: 2 frammenti di bordo e di parete.
Boccale in maiolica arcaica con decorazione a graticcio in ramina: 2 frammenti di parete.
Impasto 2.
Interpretazione – Spargimento di materiale pertinente all’unità topografica 4.1.
Elementi datanti
Vernice nera
Cronologia – III-II secolo a.C.
Rinvenimento inedito
Cronologia – XIV secolo.
Rinvenimento inedito
(5) Località San Galgano (Q.120 III-4779/675)
298 m s.l.m.; pianura; depositi alluvionali; fiume Feccia e Merse; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: ottima; stato di conservazione del deposito: ottimo.
Descrizione sito – Campo di forma rettangolare regolare posto nella
pianura antistante l’abbazia di San Galgano. È delimitato a nord dal
bosco sottostante Monte Siepi, a est dalla strada a sterro diretta all’eremo e a sud da quella che porta all’abbazia.
La porzione occidentale del sito mostra una composizione geologica
a prevalenza di pietrisco associato a un suolo molto friabile e secco.
Descrizione unità topografica – Circa 40 m in direzione nord-ovest
dall’angolo occidentale dell’abbazia, in linea orizzontale con il terzo
palo della luce a partire dallo sterrato per Monte Siepi, si individua
una fortissima concentrazione (dimensioni 64 m) di scorie di ferro,
per lo più di fusione, associate a un numero consistente di laterizi refrattari con tracce evidenti di combustione; comprende anche scorie
vitree, frammenti di vetro lavorato di piccole dimensioni e ceramica.
Al di fuori dell’emergenza, nell’area compresa fra l’inizio del campo
e l’area di pietrisco, sono presenti in forma sporadica numerosi frammenti di laterizio e di ceramica.
Presenza, media per mq – Nove reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
(4) Località La Selva (Q.120 III-4781/671)
390 m s.l.m.; versante poggio; argille; fosso Proticciano; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Campo di forma triangolare posto in pendenza
verso sud. Confina a nord con la strada a sterro che collega Chiusdino a Frassini nel tratto rivolto verso il bosco e a est con un campo
lasciato a pascolo; a sud-ovest guarda il podere La Selva, da cui lo
divide il fondo valle.
Vi si distinguono due unità topografiche, pertinenti alla stessa giacitura.
Descrizione unità topografiche
(4.1)
Emergenza di reperti mobili in superficie presente nella porzione
orientale del sito; ha dimensioni 64 m ed è composta quasi esclusivamente da frammenti ceramici (acroma depurata, acroma grezza
e vernice nera) e scorie di ferro. Al margine dell’unità topografica, si
riconosce una concentrazione abbastanza consistente di laterizi.
Presenza, media per mq – Quattro reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Impasto di consistenza molto dura, omogeneo di colore beige scuro.
Forma chiusa: pochi frustuli di parete; un’ansa a nastro non sagomata,
pertinente a grande contenitore.
Impasto di media durezza, compatto e omogeneo, con varietà cromatica
fra l’arancio brillante e il rosso scuro.
Forma chiusa: 40 frammenti di parete; 6 frammenti di bordo non identificabili; 1 frammento di ansa a bastoncello a sezione ellissoide.
Forma aperta: 9 frammenti di parete.
Acroma grezza
Impasto 2, con variazione cromatica tendente al nero nei punti più sottoposti a cottura.
Vernice nera
Forma aperta non riconducibile a tipologie note.
Acroma grezza
Laterizi
Impasto 4.
Forma chiusa. Olla: 8 frustuli di parete; 1 frammento di bordo indistinto, con orlo arrotondato e parete estroflessa.
Impasto 2.
Interpretazione – Casa con elevati in materiale deperibile e copertura laterizia, dotata di una struttura per la lavorazione del ferro per
autoconsumo.
Cronologia – III-II secolo a.C.
Laterizi
Impasto 5.
50
Interpretazione – L’evidenza è interpretabile come traccia di due strutture produttive affiancate e di dimensioni medio-piccole, destinate
l’una alla forgiatura dei pani di ferro e l’altra alla lavorazione del vetro.
Data la loro posizione centrale rispetto all’ingresso principale dell’abbazia, è possibile ritenere che si tratti di due strutture semipermanenti
in uso durante il periodo di attività del cantiere (1224-1341). L’assenza
delle grosse scorie spugnose, risultato del primo processo di lavorazione
del vetro, lascia ipotizzare che nella vetreria avvenisse la lavorazione dei
pani già composti (verosimilmente importati) per la fabbricazione di
elementi per vetrate e piccoli oggetti d’uso quotidiano.
Elementi datanti
Maiolica arcaica
Interpretazione – Struttura generica, pertinente all’abbazia, con funzione non interpretabile dal deposito in superficie. La presenza di scorie di fusione del ferro è verosimilmente da mettere in relazione all’attività di forgia, posta a 7-8 m di distanza e corrispondente al sito 5.
Cronologia – Inizi XIII-XVI secolo.
Rinvenimento inedito
(7) Località La Poggiarella (Q.120 III-4781/672)
313-351 m s.l.m.; versante collinare; argille; torrente Gallessa; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: ottimo.
Descrizione sito – Campo di enormi dimensioni posto a occupare
entrambi i versanti della collina. Confina con la strada a sterro che
collega Chiusdino a Casette, a ovest con un campo arato, da cui lo
separa una fila di alberi, e a sud-est con il fosso Gallessa.
Nell’intera estensione del sito si individuano 11 unità topografiche,
disposte lungo l’intera superficie del campo, tutte riferibili a un
unico nucleo insediativo.
Descrizione unità topografiche
Ventisei frammenti riconducibili a 6/17 forme di boccale in maiolica arcaica: i motivi decorativi riconosciuti descrivono graticci in ramina e
manganese racchiusi da bande in manganese, anelli in ramina, parzialmente riempiti da graticci e sbaffi in manganese, decorazione del tipo
FRANCOVICH, 1982, p. 115, fig. 146.
Otto frammenti di parete e 3 di fondo di maiolica arcaica riconducibili
a 3/5 forme di ciotola. Nessun motivo decorativo riconoscibile.
Cronologia – XIII-prima metà XIV secolo.
Rinvenimento inedito
(6) Località San Galgano (Q.120 III-4779/675)
298 m s.l.m.; pianura; depositi alluvionali; fiume Feccia e Merse; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Campo di forma rettangolare posto nel piano antistante l’abbazia; è delimitato a nord e a est dalle strade dirette rispettivamente all’abbazia di San Galgano e al chiostro. Il tracciato
dello sterrato nel suo tratto finale in corrispondenza del portale divide il campo dal sito 5.
Descrizione unità topografica – Ricca concentrazione composta da
laterizi con tracce di combustione e scorie, disposta a occupare uno
spazio pari a 74 m nell’angolo settentrionale del sito. Il materiale
si estende anche lungo il lato nordorientale e in parte lungo quello
nordoccidentale. Al di fuori dell’area di emergenza, risulta costante
la presenza di laterizi e coppi in associazione a frammenti di maiolica arcaica e acroma depurata.
Presenza, media per mq – Sei reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
(7.1)
Emergenza di reperti mobili in superficie riconoscibile a circa metà versante, lungo il confine occidentale del campo; ha dimensioni di 98
m ed è definita nelle misure dalla presenza di laterizi associati a una modesta quantità di pietre di medie dimensioni, poste in ordine sparso.
La presenza di ceramica è rilevante lungo tutta la porzione inferiore
del versante nordoccidentale, per un’estensione complessiva di 20 m
in direzione sud-ovest e di altri 7-8 m verso nord.
Il materiale ceramico è presente anche, in forma sporadica, lungo il
sentiero di delimitazione del campo sul lato occidentale; tende a diminuire procedendo in direzione della pendenza in senso sud/nord.
Presenza, media per mq – Sette reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata.
Impasto di consistenza dura, omogeneo, di colore beige scuro.
Forma chiusa: 24 frammenti di parete, di cui uno pertinente alla porzione del collo, molto svasato; 1 frammento di ansa a bastoncello, con
marcata depressione centrale, che distingue due porzioni a sezione triangolare, poste speculari.
Acroma grezza
Impasto 1a e 1b.
Forma chiusa. Olla: 30 frustuli di parete; 1 frammento di ansa a nastro
con depressione al centro e bordi rialzati poco sporgenti.
Impasto di consistenza dura, compatto e omogeneo, di colore beige rosato.
Forma chiusa: 15 frammenti di parete; 1 frammento di fondo, piano,
apode, a sezione triangolare regolare molto sottile; 1 frammento di
bordo, indistinto leggermente estroflesso, con orlo squadrato e piano; 1
frammento di ansa a nastro con scanalatura spostata sul lato; 1 frammento di ansa a bastoncello.
Laterizi
Impasto 1.
Interpretazione – Casa con elevati in pietra e copertura laterizia.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
Acroma grezza
(7.2)
Notevole concentrazione di grumi di argilla associati a pochissimi
frustuli di laterizio, dimensioni 22 m, posta nell’angolo del campo
delimitato dalla curva precedente il podere.
Presenza, media per mq – Quattro reperti.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Impasto 4.
Forma chiusa. Olla: pochi frustuli di parete.
Maiolica arcaica
Quindici frammenti di forma chiusa in maiolica arcaica riconducibili a
4/8 forme di boccale. I motivi decorativi variano fra quello a “colature”
verticali in manganese e quello a bande circolari in manganese alternati
a motivi in ramina.
Nove frammenti di forma aperta in maiolica arcaica riconducibili a 5/6
ciotole con decorazione in ramina-manganese.
Impasto 1.
Forma chiusa: 1 frammento di fondo, piano, apodo a sezione triangolare.
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Laterizi
Elementi datanti
Acroma depurata
Impasto 1.
Interpretazione – Capanna di piccole dimensioni realizzata in materiale deperibile e probabile copertura laterizia.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
Ciotola riconducibile al tipo CHIANTI, tav. XXXII, n. 13 e al tipo POGGIO DEL BOCCACCIO, tav. X, n. 160 rinvenute in stratigrafie di metà
III secolo a.C.
Acroma grezza
Olla molto simile al tipo CHIANTI, tav. XXVIII, n. 7, che trova confronto
anche in MODENA, tipo Aa, datato alla prima metà del II secolo a.C.
(7.3)
Concentrazione di frustuli di laterizio e ceramica acroma grezza posta a circa 7 m in direzione sud dal podere. Ha dimensioni di 64
m; al di fuori di questo spazio è ancora presente materiale in forma
diffusa per altri 2 m verso sud-est.
Presenza, media per mq – Due reperti.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Cronologia – III-II secolo a.C.
(7.5)
Concentrazione di forma rettangolare, dimensioni 34 m, composta da pietre poste in ordine non omogeneo con scarsa presenza di
ceramica e laterizi; si trova in linea con l’unità topografica 7.4 ma
spostata di 3-4 m in direzione ovest.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Impasti 1a e 1b con stessa distinzione di utilizzo.
Forma chiusa. Olla: 1 frammento di fondo, piano, apodo a sezione triangolare, con spessore molto ingrossato in corrispondenza della base.
Laterizi
Impasto simile a quello dell’UT4. Forma chiusa: pochi frustuli di parete
riconducibili a forma chiusa.
Impasto 1 e 2.
Interpretazione – Casa con elevati in materiale deperibile e copertura laterizia.
Elementi datanti
Acroma depurata
Acroma grezza
Impasto 1b.
Forma chiusa: pochi frammenti di parete.
Laterizi
Ciotola riconducibile al tipo PISA, tav. 15, n. 26, da cui si distingue solamente per l’assenza di una leggera depressione sull’orlo, datata fra la
fine VII-inizi VI secolo a.C.
Impasto 1.
Interpretazione – Casa con elevati in pietra e copertura laterizia.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
(7.6)
Concentrazione di forma rettangolare, dimensioni 54 m, composta da pietre poste in modo non omogeneo, con scarsa presenza di
ceramica e laterizi; è situata in linea con l’unità topografica 7.5 spostata di circa 4 m in direzione ovest.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Laterizi
(7.4)
A circa 8 m in direzione nord-est dal secondo dei pali Enel che attraversano il campo in direzione nord/sud, è riconoscibile una concentrazione (56 m), di laterizi e materiale ceramico, quest’ultimo
in maggiore quantità.
Presenza, media per mq – Due reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Impasto 1.
Impasto di consistenza dura, compatto e omogeneo, con colorazione variabile fra l’arancio vivo e il bruno.
Forma chiusa: 22 frammenti di parete; 2 frammenti di ansa, di cui una
a nastro privo di scanalatura e un’altra a bastoncello che tende a restringere verso il punto inferiore di attacco; 1 frammento di fondo piano e
apodo, a sezione triangolare solcato nella superficie interna da una marcata linea di tornio all’attacco della parete; 1 frammento di bordo a mandorla leggermente estroflesso.
Interpretazione – Casa con elevati in pietra e copertura laterizia.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
(7.7)
Concentrazione di forma rettangolare (64 m) di pietre di medie dimensioni, associate a ceramica e laterizi, disposta a circa 3 m dall’unità topografica 7.6.
Presenza, media per mq – Tre reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Acroma grezza
Impasto 2.
Forma chiusa. Olla: 19 frammenti di parete; 2 frammenti di ansa diversi
per dimensioni ma riconducibili alla stessa tipologia a nastro con depressione centrale, più o meno marcata. 3 frammenti di fondo: uno
piano, apodo con leggera solcatura sulla superficie esterna in corrispondenza dell’avvio della parete; uno apodo a sezione triangolare con diminuzione evidente dello spessore all’attacco della parete, da cui è distinto
da un marcato solco interno; infine uno piano, apodo, a sezione triangolare irregolare relativamente all’interno del fondo.
Grande contenitore: 3 frammenti di parete di impasto 1a.
Impasto simile al materiale dell’UT3.
Forma chiusa: 9 frustuli di parete.
Acroma grezza
Impasto 2.
Forma chiusa: 18 frustuli di pareti; 1 frammento di bordo, molto rovinato, con orlo arrotondato, breve bordo rettilineo ingrossato nella parte
terminale all’esterno e rettilineo sulla superficie interna.
Interpretazione – Casa con elevati in pietra e copertura laterizia.
Elementi datanti
Acroma depurata
Laterizi
Impasto 1.
Forma chiusa riconducibile al tipo CHIANTI, tav. XXX, n. 16, datato sul
confronto con MONTEREGGI, forma 4 riferito a contesti di V-IV secolo a.C.
Interpretazione – Casa con elevati in materiale deperibile e copertura laterizia.
Cronologia – V-IV secolo a.C.
52
(7.8)
Ricca concentrazione, dimensioni 34 m, di ceramica acroma
grezza e depurata associata a pochi laterizi, riconoscibile a circa
metà del versante sudoccidentale del poggio, nella porzione occidentale del sito.
Presenza, media per mq – Quattro reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Acroma grezza
Impasto 1b.
Molti frustuli di pareti per lo più riferiti a olle.
Interpretazione – Casa con elevati in pietra e copertura laterizia.
Elementi datanti
Acroma depurata
Forma chiusa corrispondente al tipo CHIANTI, tav. XXX, n. 16 e MONTEREGGI, forma 4, rinvenuto in stratigrafie di V-IV secolo a.C.
Impasto di consistenza dura, molto compatto, colore bruno-arancio.
Forma chiusa: 14 frammenti di parete; frammenti di un’ansa a nastro,
con marcata depressione interna e bordi molto sporgenti e rientranti.
È attestato un unico esempio di impasto, di consistenza durissima, di colore beige molto chiaro, in un frammento di ansa a nastro con netta solcatura centrale.
Cronologia – V-IV secolo a.C.
(7.11)
All’interno di questa unità topografica, viene compreso tutto il materiale trovato al di fuori delle concentrazioni segnalate.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Acroma grezza
Impasto 2.
Forma chiusa. Olla: 45 frammenti di parete; 1 frammento di fondo,
piano e apodo, a sezione triangolare con una tendenza ad aumentare lo
spessore all’attacco della parete.
Colino: 1 fondo.
Impasto 1a e 1b.
Forma chiusa. Olla: numerosi frustuli di parete.
Grande contenitore. Pithos: 1 frammento di bordo convesso e ingrossato
rispetto all’orlo arrotondato.
Laterizi
Interpretazione – Casa con elevati in pietra e copertura laterizia.
Elementi datanti
Acroma grezza
Impasto 1.
Interpretazione – Materiale sporadico pertinente alle precedenti
unità topografiche.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
Interpretazione sito – Villaggio, costituito da un totale di 10 nuclei
abitativi, rappresentati da diverse tipologie edilizie (casa in pietra e
laterizi; in materiale deperibile e laterizi; interamente deperibile) collocabili in un contesto cronologico etrusco-arcaico. Le concentrazioni prive di materiale datante possono essere inserite nello stesso
contesto cronologico, sulla base dei confronti degli impasti laterizi e
ceramici.
Le evidenze delle restituzioni delle unità topografiche 4 e 8 permettono di estendere la fase di frequentazione del sito a tutto il II secolo a.C. e, probabilmente, senza soluzione di continuità, come attestano i materiali pertinenti all’unità topografica 7, riferibili al periodo V-IV secolo d.C.
Rinvenimento inedito
Ciotola tipo PIAZZA DANTE, tav. 15, n. 25, datato a fine VII-inizi VI secolo a.C.
Coperchio riconducibile al tipo CHIANTI, tav. XXX, n. 13, trovato in associazione a vernice nera di II secolo a.C.
Cronologia – VII-II secolo a.C.
(7.9)
Emergenza di reperti mobili in superficie posta a una distanza di
circa 60 m in direzione sud dal secondo palo Enel; ha dimensioni di
65 m ed è caratterizzata dalla presenza di una grande quantità di
materiale ceramico. Al di fuori dell’unità topografica è presente ancora materiale ceramico.
Presenza, media per mq – Cinque reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Impasto riconosciuto nella ceramica dell’UT4.
Forma chiusa: 15 frammenti di parete.
Forma aperta. Ciotola: 1 frammento di bordo con orlo leggermente arrotondato, bordo introflesso e parete con minima estroflessione.
(8) Località La Poggiarella (Q.120 III-4781/672)
342-415 m s.l.m.; versante collinare; argille; torrente Gallessa; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Campo di forma triangolare posto in forte pendenza in direzione del fosso che lo delimita a ovest. Confina a nord
con la strada a sterro che collega da Chiusdino a Casette e a ovest con
un campo lasciato a prato.
Descrizione unità topografica – Nell’estensione del campo si raccolgono pochissimi frustuli di ceramica di acroma grezza e di acroma
depurata.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Acroma grezza
Impasto 2.
Forma chiusa. Olla: 22 frammenti di parete.
Forma aperta. Ciotola: 1 frammento di bordo indistinto e orlo piano.
Laterizi
Impasto 1.
Interpretazione – Casa con elevati in pietra e copertura laterizi.
Cronologia – III-II secolo a.C.
(7.10)
Scendendo di 4-5 m dall’unità topografica 9, in corrispondenza del
limite orientale del sito, si trova una concentrazione di dimensioni
58 m composta da laterizi e materiale ceramico.
Presenza, media per mq – Due reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Impasto di consistenza molto dura e colore bruno-arancio.
Laterizi
Impasto 1.
Interpretazione – Materiale sporadico.
Impasto di consistenza molto dura, compatto e di colore bruno.
Forma chiusa: 18 frammenti di parete.
53
(10.1)
Concentrazione di frustuli di ceramica, associati a pochissimi laterizi
molto frammentati, posta circa 10 m in direzione nord-est dal secondo albero lungo la strada vicinale. Per altri 10 m a nord-est e nord
si raccoglie altro materiale ceramico, presente in forma sparsa, comunque riferibile alla stessa emergenza.
Presenza, media per mq – Due reperti.
Cultura materiale presente
Laterizi
Elementi datanti
Acroma grezza
Olla riconducibile al tipo CHIANTI, tav. IX, n. 12 datato sul confronto
con BASSA MODENESE, rinvenuto in stratigrafie di VI-V secolo a.C.
Cronologia – VI-V secolo a.C.
Rinvenimento inedito
(9) Località Il Casino (Q.120 III-4782/671)
352 m s.l.m.; versante collinare; argille; fosso Rigo; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Campo di forma rettangolare delimitato a sud dal
campo lasciato a prato limitrofo al fosso Rigo e a ovest dalla piccola
strada che partendo dalle case, separa questo seminativo da quello vicino.
Descrizione unità topografica – Lungo tutto il campo sono presenti
in forma sparsa piccoli frammenti di ceramica e laterizi; sono state
inoltre rinvenute tre scorie di riduzione del ferro. Nel lato occidentale del sito, a 2 m dall’area di massima concentrazione dei reperti,
si individua un’emergenza di superficie costituita da pietre di piccole
e medie dimensioni, poste in allineamento a coprire uno spazio di
54 m.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Impasto 2.
Interpretazione – Casa con elevati in materiale deperibile e copertura laterizia. L’emergenza viene datata sulla base del confronto degli impasti con quelli rinvenuti in contesti ben datati.
Cronologia – III-II secolo a.C.
(10.2)
Presenza modesta di ceramica frammentata riconoscibile a circa metà
dello spazio compreso fra il terzo albero e il primo pilone Enel, in
corrispondenza del canale di scolo.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Impasto di consistenza molto dura, compatto e omogeneo, di colore
beige scuro.
14 frammenti di parete, pertinenti a forma chiusa e uno di bordo ingrossato in prossimità dell’orlo piano.
Acroma grezza
Impasto di consistenza medio-dura, molto compatto e omogeneo di colore arancio brillante.
Forma chiusa: 27 frustuli di parete.
Forma aperta: 3 frammenti di parete.
Impasto 2.
Forma chiusa. Olla: 23 frustuli di parete.
Interpretazione – Struttura realizzata interamente in materiale deperibile databile alla fase ellenistica sulla base del confronto dei materiali con l’unità topografica 10.1.
Cronologia – III-II secolo a.C.
Acroma grezza
Impasto 2.
Forma chiusa. Olla: 9 frammenti di parete.
Laterizi
(10.3)
Materiale ceramico pertinente all’unità topografica 10.2 trascinato
dai mezzi meccanici fino all’angolo settentrionale del campo (circa 7
m dal piccolo bosco che delimita il campo), per uno spazio complessivo di 158 m.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Impasto 1.
Scorie
Tre ferrose derivate da processo di riduzione.
Interpretazione – Casa con elevati in pietra e copertura laterizia, dotato probabilmente di una piccola struttura per la riduzione del ferro.
L’emergenza può essere datata al generico periodo etrusco per confronto di impasti ceramici e laterizi con altri rinvenuti in contesti ben
datati.
Cronologia – III-II secolo a.C.
Rinvenimento inedito
Impasto di consistenza molto dura, compatto e omogeneo, di colore
beige con tendenza al grigio verso l’interno.
Forma chiusa: 6 frammenti di parete, uno dei quali riguarda la parte dell’attacco inferiore dell’ansa.
(10) Località La Poggiarella (Q.120 III-4780/672)
337 m s.l.m.; versante collinare; argille; torrente Gallessa; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Campo di enormi dimensioni e forma pressappoco rettangolare, confinante a est con il fosso che lo divide dal sito
8, a nord-ovest/sud-est con piccoli boschi e a sud-ovest con la strada
vicinale diretta a un edificio abitativo. Il sito è prospiciente al podere
La Selva.
Descrizione unità topografiche
Acroma grezza
Impasto 2.
Forma chiusa. Olla: 5 frammenti di parete.
Maiolica arcaica
Forma chiusa. Boccale: 1 frammento di parete con decorazione in manganese.
Interpretazione – Materiale sporadico. Si tratta per la maggior parte
di materiale pertinente alle emergenze riferibili all’età etrusca; i rari
frammenti di ceramica medievale sono collegabili alle fasi di frequentazione del nucleo abitato adiacente il campo.
Cronologia – Plurifrequentazione.
Rinvenimento inedito
54
prima del punto di attacco della parete, che sale estroflessa; uno piano,
apodo, a sezione triangolare, con spessore ingrossato nel punto di innesto della parete, mostra una lavorazione a tornio lento testimoniata dalle
profonde solcature interne; uno piano, apodo, a sezione triangolare pressoché regolare.
(11) Località La Poggiarella (Q.120 III-4781/672)
369 m s.l.m.; versante collinare; argille; torrente Gallessa; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Campo di forma rettangolare allungata posto in
forte pendenza in senso nord-est. Confina a sud con la strada a sterro
che collega Chiusdino a Casette e a ovest e a est con campi arati.
Descrizione unità topografica – Concentrazione di ceramica
acroma, per lo più depurata, in associazione a pochi frammenti di laterizi, dimensioni 54 m, riconoscibile a circa 5 m a sud del pozzetto in mattoni posto al centro del campo. Altro materiale pertinente alla stessa emergenza di superficie è stato trascinato dai mezzi
meccanici e disperso su quasi tutta l’estensione del campo.
Il deposito, composto da reperti molto fluitati, si presenta danneggiato a causa dell’intensa attività agricola.
Presenza, media per mq – Tre reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Maiolica arcaica
Impasto simile al materiale depurato.
Forma chiusa. Boccale: 4 frammenti di parete, di cui uno corrispondente
all’attacco inferiore dell’ansa che mostra la tipica decorazione a bande regolari in ramina e manganese.
Interpretazione – Casa realizzata con elevati in materiale deperibile
e copertura laterizia.
Elementi datanti
Maiolica arcaica
Boccale con decorazione a bande in ramina e manganese.
Boccale con decorazione a treccia in ramina sul collo, incorniciato da due
bande in manganese riconducibile per il motivo decorativo al tipo FRANCOVICH, 1982, fig. 124, n. 5.
Cronologia – Metà XIV secolo.
Impasto di consistenza medio-dura, farinoso, colore rosa-arancio.
Forma chiusa. 16 frammenti di parete; 1 frammento di bordo, pertinente a trilobatura, 1 frammento di fondo piano, apodo a sezione triangolare, con aumento graduale di spessore in corrispondenza dell’attacco
della parete.
(12.2)
Reperti ceramici presenti in forma sporadica al di fuori della concentrazione in uno spazio complessivo di 67 m.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Acroma grezza
Impasto simile al 3.
Forma chiusa. Olla: 10 frammenti di parete; 2 frammenti di fondo di cui
uno con base d’appoggio arrotondata e indistinta e un altro piano, apodo
a sezione triangolare regolare.
Impasto di consistenza molto dura con colorazione bruno-arancio.
Acroma grezza
Impasto 1a.
Forma chiusa. Olla: 8 frammenti di parete.
Interpretazione – Casa con elevati in materiale deperibile e copertura laterizia.
Cronologia – Generica età romana.
Rinvenimento inedito
Laterizi
Impasto 1.
Interpretazione – Materiale sporadico. Il materiale è traccia di un
deposito presente nel sottosuolo molto compromesso in seguito alle
pratiche agricole continuate.
Cronologia – Generica età etrusca; sulla base del confronto degli impasti rinvenuti con quelli trovati in contesti ben datati.
Rinvenimento inedito
(12) Località La Poggiarella (Q.120 III-4781/671)
350 m s.l.m.; versante collinare; argille; torrente Gallessa; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Campo di enormi dimensioni e forma rettangolare allungata, confinante a nord con la strada a sterro diretta al podere situato nell’angolo nord-ovest del campo, a est con il sito 13 e
a sud con il bosco.
Descrizione unità topografiche – Nella porzione nord-ovest del seminativo si individuano due unità topografiche attestanti la stratificazione insediativa del sito.
(13) Località La Poggiarella (Q.120 III-4781/672)
330 m s.l.m.; versante collinare; argille; torrente Gallessa; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: molto scarso.
Descrizione sito – Campo di enormi dimensioni e forma irregolare
confinante a nord-ovest con il sito 12: per i restanti lati è circondato
da piccoli boschetti.
Descrizione unità topografica – Presenza molto sporadica di materiale ceramico e fittile sparsa lungo tutto il campo.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Interpretazione – Materiale sporadico.
Elementi datanti
Ingubbiata e graffita
(12.1)
Emergenza di reperti mobili in superficie costituita da ceramica
acroma depurata associata a una grande quantità di materiale da costruzione, riconoscibile nell’angolo nordoccidentale del sito a una distanza di circa 6 m dall’albero.
Presenza, media per mq – Tre reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Ciotola con decorazione simile al tipo MANNONI, 1975, tav. V n. 84
delle ceramiche smaltate.
Impasto di consistenza durissima, omogeneo, compatto con colorazione
bruno-arancio.
Forma chiusa: 1 frammento di ansa a nastro e 3 di fondo: uno pertinente
a grande contenitore, piano, apodo, con leggero arrotondamento esterno
Cronologia – XV secolo.
Rinvenimento inedito
55
(14) Località Casette (Q.120 III-4781/672)
311 m s.l.m.; versante collinare; argille; torrente Gallessa; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Campo di forma irregolare definito a sud-ovest
dalla strada a sterro che congiunge Frassini a Casette, a nord-est con
un boschetto di delimitazione fra i seminativi e per i restanti lati con
altri campi arati.
Descrizione unità topografica – Nell’angolo sudoccidentale del
campo, non molto distante dal fienile, si individua una concentrazione di materiale in superficie, dimensioni 67 m, composta da
frammenti ceramici, laterizi e poche pietre.
Presenza, media per mq – Due reperti.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Elementi datanti
Acroma grezza
Olla riconducibile a una forma rinvenuta nel sito 60 ben datato sulla base
dei confronti ceramici.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
Rinvenimento inedito
(16) Località Casette (Q.120 III-4781/673)
300 m s.l.m.; versante collinare; argille; torrente Gallessa; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Campo rettangolare regolare ricavato all’interno di
un altro, che presenta grandi dimensioni, parzialmente adibito a pascolo; è posto in pendio digradante in direzione sud-ovest verso il fosso
Gallessa. Confina a nord-est con la strada a sterro che collega Frassini
al Tiro a Volo, a nord con un campo a pascolo e a sud con il sito 15.
Descrizione unità topografica – Emergenza di reperti mobili in superficie posta a metà del lato lungo verso a nord, a una distanza di
circa 30-40 m da due alberi posti lungo il bordo nord-ovest del
campo; è estesa 54 m ed è composta da frammenti di laterizio e ceramica acroma grezza.
Presenza, media per mq – Due reperti.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Impasto 3.
Forma chiusa. Olla: 12 frammenti di parete; 1 frammento di fondo
piano apode.
Laterizi
Impasto 3.
Interpretazione – Casa di medio-piccole dimensioni costruita con
elevati in pietra e copertura laterizia.
Elementi datanti
Ceramica acroma depurata ingubbiata di rosso
Impasto 1a.
Forma chiusa. Olla: 19 frammenti di parete.
Grande contenitore. Pithos: 10 frammenti di parete; 1 frammento di
bordo, estroflesso indistinto dalla parete convessa di spessore uguale, con
orlo piatto inclinato verso l’esterno; 1 frammento di fondo, sempre relativo alla stessa forma, piano, apodo, con la base d’appoggio arrotondata.
Boccale tipo CHIANTI, tav. LXXV, n. III.
Cronologia – VI-VII secolo d.C.
Rinvenimento inedito
(15) Località Casette (Q.120 III-4781/673)
300 m s.l.m.; versante collinare; argille; torrente Gallessa; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Campo di forma irregolare che occupa il versante
collinare confinante a nord con la strada sterrata che collega Frassini
al Tiro a Volo. È rivolto a sud verso Casette Burchianti ed è circondato, a ovest e sud-ovest, con un bosco; infine, a est e sud-est, con
un campo arato.
Descrizione unità topografica – Concentrazione di frammenti di
ceramica acroma grezza, estesa a occupare un’area di 32 m; è posta a circa 7 m dal confine orientale, in corrispondenza della parte
mediana del sito. L’emergenza è caratterizzata da una fortissima percentuale di grumi di argilla concotta interpretabili come tracce di
intonaco di capanna: alcuni frammenti conservano l’impronta dell’incannicciato.
Presenza, media per mq – Due reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Interpretazione – Casa con elevati in pietra e copertura laterizia.
Elementi datanti
Acroma grezza
Pithos del tipo MURLO N3, n. 334; PISA, p. 300, tav. 6, n. 10.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
Rinvenimento inedito
(17) Località Casette (Q.120 III-4781/672)
325 m s.l.m.; versante poggio; argille; torrente Gallessa; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Campo di forma pressoché rettangolare al centro
del quale è situato un bosco di piccola estensione. È delimitato a sudovest dalla strada che parte dal podere La Poggiarella, a sud-est e a
nord-ovest da appezzamenti tenuti a pascolo e, infine, a nord-est da
un piccolissimo bosco che divide il sito dal prato sottostante Casette.
Vi si riconoscono due unità topografiche, disposte a poca distanza
l’una dall’altra lungo il lato corto del campo.
Descrizione unità topografiche
Impasto di consistenza friabile, omogeneo, colore arancio brillante.
Acroma grezza
Impasto 1a.
Forma chiusa. Olla: 36 frammenti di parete pertinenti a forme di varie
dimensioni.
(17.1)
Piccola concentrazione di materiale di impasto grezzo, dimensioni
23 m, posta nell’angolo sud-est della porzione meridionale del
campo.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Argilla concotta
Interpretazione – Struttura realizzata interamente in materiale deperibile.
56
Acroma grezza
Descrizione unità topografica – Sporadica presenza di laterizi, fra
cui alcuni combusti, in associazione a pietre di grandi e medie dimensioni; i materiali si dispongono in forma sparsa nella porzione di
campo allineato alla strada asfaltata diretta alla cappella.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Laterizi
Impasto 1a e 1b.
Forma chiusa: 15 frammenti di parete.
Laterizi
Impasto 1.
Interpretazione – Capanna di piccole dimensioni realizzata interamente in materiale deperibile.
Cronologia – Generica età etrusca; sulla base del confronto degli impasti.
Impasto 5.
Interpretazione – Il deposito di superficie può essere letto come area
di concentrazione, oppure di scarico volontario, di materiali di risulta delle ristrutturazioni o, infine, del degrado di alcune parti strutturali del nucleo.
Cronologia – XIII-XIV secolo. Sulla base della tipologia dei laterizi.
Rinvenimento inedito
(17.2)
A circa metà del lato nord del campo, si individua una concentrazione di materiale ceramico grezzo associato a pochi frammenti di laterizi (dimensioni 36 m).
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
(20) Località Case Burchianti (Q.120 III-4781/673)
309 m s.l.m.; versante collinare; argille; fiume Merse; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Campo di enormi dimensioni posto in forte pendenza digradante verso il piccolo torrente che lo delimita a nord; a
est confina con un’area boschiva e a sud con la strada a sterro che collega Casette con la provinciale per Prata.
Descrizione unità topografica – Emergenza di reperti mobili in superficie, di dimensioni limitate, posta nella porzione superiore del
campo, in prossimità della strada a sterro. È estesa a coprire un’area
di circa 34 m ed è caratterizzata da materiale di impasto (laterizi e
acroma grezza) e pochi frammenti di ceramica acroma depurata.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Impasto 1a e 1b.
Forma chiusa: 11 frammenti di parete.
Interpretazione – Casa, di piccole dimensioni, con elevati in materiale deperibile e copertura laterizia.
Cronologia – Generica età etrusca; sulla base del confronto degli impasti.
Rinvenimento inedito
(18) Località Poggio di Monte Siepi (Q.120 III-4779/674-675)
301-345 m s.l.m.; versante poggio; sabbia; fiume Merse; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Versante collinare sottostante il poggio di Monte
Siepi; è confinante a ovest con la strada a sterro che porta all’eremo
e a est con un campo lasciato a prato. Lungo tutto il sito, e in particolar modo nella porzione superiore del poggio, sono presenti pietre
di medie e grandi dimensioni, non lavorate e disposte in modo non
coerente.
Descrizione unità topografica – Ricca concentrazione, dimensioni
87 m, definita da laterizi, laterizi combusti e alcune scorie; il materiale
ceramico è assente. L’area interessata è compresa fra la strada a sterro e
il confine del campo in prossimità della cappella.
Presenza, media per mq – Cinque reperti.
Cultura materiale presente
Laterizi
Impasto di consistenza friabile, molto farinoso, di colore arancio scuro.
Forma chiusa: 6 frammenti di parete; 1 frammento di fondo ad anello,
con base d’appoggio a sezione triangolare leggermente arrotondato.
Acroma grezza
Impasto simile al tipo 3.
Forma chiusa. Olla: 5 frammenti di parete.
Laterizi
Impasto con caratteristiche riconducibili al tipo 3.
Interpretazione – Casa, di piccole dimensioni e pianta probabilmente quadrangolare, realizzata con elevati in materiale deperibile e
copertura laterizia.
Elementi datanti
Ceramica acroma depurata ingobbiata di rosso
Impasto 5.
Interpretazione – Fornace da laterizi.
Cronologia – XIII-XIV secolo. Sulla base della tipologia dei laterizi.
Rinvenimento inedito
3 frammenti di parete.
Cronologia – Fine VI-VII secolo d.C.
Rinvenimento inedito
(19) Località Poggio di Monte Siepi (Q.120 III-4779/674-675)
301-345 m s.l.m.; versante collinare; sabbia; fiume Merse; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Esteso campo posto in forte pendenza a occupare
il versante nord-ovest del poggio di Monte Siepi. È delimitato a
nord-ovest e a nord-est dalle due strade (una asfaltata e l’altra bianca)
di collegamento all’eremo e a sud da una piccola area boschiva che
divide il sito dal sito 5.
(21) Località San Galgano (Q.120 III-4779/675)
301m s.l.m.; pianura; depositi alluvionali; fiume Merse; incolto.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno incolto; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: scarsa; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Porzione di terreno pianeggiante, di forma triangolare, delimitato a sud da un grande incolto, a ovest da un bosco e
a est da una piccola strada diretta al fiume Merse. Il campo è attra-
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versato da un piccolo stradello. La visibilità è fortemente limitata
dalla fitta vegetazione presente.
Descrizione unità topografica – Nell’angolo definito dal sentiero diretto al fiume Merse e da quello di accesso al campo, emerge una
concentrazione di frammenti di laterizi di varie dimensioni, grandi
frammenti di refrattari con evidenti tracce di arrostimento e alcuni
frustuli di acroma depurata e maiolica arcaica. La ripulitura del contesto, in un’area campione di 21 m, mette in luce un terreno di colore rosso (forse in seguito al disfacimento dell’argilla) ricco di frammenti di laterizio; anche la sezione, creata dall’apertura dello stradello in direzione est, presenta un deposito nel sottosuolo con
identiche caratteristiche.
Presenza, media per mq – Due reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Descrizione unità topografica – La scheda redatta durante la ricognizione anglo-italiana del “Progetto Montarrenti” segnala un rinvenimento sporadico di laterizi e ceramica (50 frammenti, di cui non
vengono offerte specifiche).
Attualmente il sito non è controllabile perché adibito a pascolo stabile: le aree limitrofe, indagate nel settembre 1994, non hanno restituito nessuna evidenza di reperti mobili in superficie.
Presenza, media per mq – Non riportata.
Interpretazione – Non definibile.
Cronologia – Dubbia.
Bibliografia – Scheda di ricognizione topografica C 7.2 (1983) consultabile presso il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena.
(24) Località Podere Ticchiano (Q.120 III-4781/675)
306 m s.l.m.; versante collinare; depositi alluvionali; fiume Merse;
pascolo.
Rinvenimento edito
Ricognizioni effettuate: 1; pascolo; condizioni di luce: non riportate.
Attendibilità identificazione: scarsa; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Il campo, genericamente descritto nella scheda,
può essere identificato con buona affidabilità in uno dei campi posti lungo la strada provinciale, a poca distanza dal bivio per Prata in
corrispondenza del versante nordorientale del poggio di Monte
Siepi.
Descrizione unità topografica – La scheda compilata durante la ricognizione svolta nell’ambito del “Progetto Montarrenti” segnala il
rinvenimento sporadico di materiale litico (per lo più selci), fra cui
figura anche una punta di freccia.
Il campo è adibito a pascolo e dunque l’emergenza di reperti in superficie segnalata non è verificabile; neppure la ricognizione del campo
immediatamente limitrofo, parzialmente lavorato, non ha fornito alcuna indicazione utile a definire meglio le caratteristiche del deposito.
Presenza, media per mq – Non riportata.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Generica preistoria.
Forma chiusa: 3 frustuli di parete.
Maiolica arcaica
Forma chiusa: 4 frustuli di parete.
Laterizi
Impasto 4.
Interpretazione – Fornace di laterizi, attiva nel periodo di vita del
monastero di San Galgano.
Cronologia – XIII-XIV secolo.
Rinvenimento inedito
(22) Località Pian di Feccia (Q.120 IV-4783/674)
278 m s.l.m.; pianura; depositi alluvionali; fiume Feccia; pascolo.
Rinvenimento edito
Ricognizioni effettuate: 1; condizioni di luce: non riportate.
Attendibilità identificazione: scarsa; stato di conservazione del deposito: non definibile.
Descrizione sito – Campo pianeggiante circondato da boschi, raggiungibile percorrendo la strada vicino alla baracca Anas posta tra il
Km 50 e il Km 49 della S.S. 73.
Descrizione unità topografica – Emergenza di reperti mobili in superficie individuata durante il survey anglo-italiano “Progetto Montarrenti”, nel 1983. Il deposito è descritto nella scheda di unità topografica come “concentrazione di frammenti di dolio (30 frammenti) e ceramica più fine”; sono riportate le dimensioni (pari a
510 m) e la localizzazione è posta di fronte alla fine della strada vicino al grande traliccio della luce “tra il palo e la roccia”.
Non è possibile verificare il rinvenimento né definirne ulteriormente
le caratteristiche in quanto il campo è attualmente tenuto a pascolo.
Presenza, media per mq – Non riportata.
Interpretazione – Generica abitazione.
Cronologia – Generica età romana. Nella scheda non vengono indicati i criteri di attribuzione di questa cronologia.
Bibliografia – Scheda di ricognizione topografica C 7.4. (1983) consultabile presso il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università
di Siena.
(25) Località Monte Siepi (Q.120 III-4780/675)
345-298 m s.l.m.; versante collinare; argille; fiume Merse; pascolo.
Rinvenimento edito
Ricognizioni effettuate: 2; pascolo; condizioni di luce:non riportate.
Attendibilità identificazione: discreta; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Campo di forma rettangolare allungata posto
a ovest della strada provinciale in corrispondenza del Km. 31 dopo
il ponte. A nord-est è delimitato dal corso di un affluente della
Merse.
Descrizione unità topografica – La scheda redatta dall’équipe impegnata nel “Progetto Montarrenti”, attesta un rinvenimento sporadico di rari frammenti di laterizio e una selce.
Nel settembre 1993 è stata effettuata la ricognizione della parte meridionale del sito che ha restituito materiale litico di età preistorica
(scheda sito 64); è plausibile dunque sostenere l’attendibilità del rinvenimento.
Presenza, media per mq – Non riportata.
Bibliografia – Scheda di ricognizione topografica F 77.2 (1983) consultabile presso il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università
di Siena.
(23) Località Podere Ticchiano (Q.120 III-4781/675)
306 m s.l.m.; versante collinare; argille; fiume Merse; seminativo.
Rinvenimento edito
Ricognizioni effettuate: 1; condizioni di luce: non riportate.
Attendibilità identificazione: scarsa; stato di conservazione del deposito: non definibile.
Descrizione sito – Versante collinare leggermente digradante verso
il torrente che lo delimita a sud-est.
58
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Generica preistoria.
nette (collina nord e sud), prospicienti l’una all’altra, poste alla quota
massima del poggio: il dislivello definito dalla depressione è di 7 m.
Entrambe le colline digradano lungo tutti i versanti del poggio fino
a raggiungere il livello dell’area circostante (342 m s.l.m.).
Descrizione unità topografiche – Nel sito si riconoscono due unità
topografiche, corrispondenti al castello e all’abbazia, che necessitano
trattazioni distinte per quanto riguarda l’inquadramento storico.
Bibliografia – Scheda di ricognizione topografica C 16.1 (1983) consultabile presso il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università
di Siena.
(26) Località Podere Ticchiano (Q.120 III-4781/675)
268 m s.l.m.; pianura; argille; fiume Merse; pascolo.
Rinvenimento edito
Ricognizioni effettuate: 2; pascolo; condizioni di luce: cielo aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Il sito corrisponde a uno dei campi posti sulla sinistra della strada diretta all’abbazia di San Galgano all’altezza del
ponte al Km 30.
Descrizione unità topografica – Rinvenimento sporadico di frammenti di selce e ceramica, molto probabilmente moderna, segnalato
durante il survey anglo-italiano nel 1983.
La seconda ricognizione, effettuata nel settembre 1994, ha restituito
evidenze simili.
Presenza, media per mq – Un reperto (II ricognizione).
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Generica preistoria.
(27.1)
Notizie storiche – La prima attestazione del castello risale al 1004,
quando viene donato da Gherardo II e Willa, della famiglia Gherardeschi, all’abbazia benedettina fondata al suo interno per volontà dei
conti stessi.
Rappresenta probabilmente un caso di “castello curtense”, fondato
negli anni a cavallo fra la fine del X secolo e gli inizi dell’XI secolo.
Nell’atto di dotazione viene infatti indicato come “castrum cum
curte et pertinentia cum ecclesiis”.
Inoltre, la presenza di una “casa donnicata iusto castello de Serina”,
ricordata in un contratto del 1008, ricorda un’organizzazione di tipo
curtense; dal momento che il signore in questo caso è rappresentato
dal conte Gherardo II, è difficile sostenere la presenza di una sua residenza esterna al castello, se non come retaggio di un sistema insediativo precedente.
Il castrum, passato sotto la tutela formale del monastero, nel 1116
diventa oggetto di contesa fra la famiglia e i religiosi; non conosciamo l’esito della diatriba.
Negli anni 1125-1133 viene coinvolto nella lotta accesasi fra il Vescovato volterrano e i Gherardeschi ed è raso al suolo durante un’azione di guerra; fra le clausole poste da papa Crescenzio III per la stipula della pace si impone il divieto di riedificarlo.
La scarsità dei documenti di XI secolo impedisce di elaborare certezze
in merito al ruolo svolto dal castello all’interno della politica comitale;
vari elementi concorrono però a definirlo residenza privilegiata e centro di potere. Innanzitutto la decisione di fondarvi all’interno l’abbazia, fondamentale per l’affermazione della loro signoria territoriale. Il
lodo di pace poi, assegna un’assoluta preminenza nella trattazione alle
sorti di Serena ed esplicita, attraverso il divieto alla ricostruzione, la volontà precisa di distruggere il simbolo dell’egemonia signorile; non ultima forse la necessità di interrompere la potente catena di fortificazioni (Serena, Miranduolo, Soveioli; in seguito anche Chiusdino) che
incombeva in modo pressante sull’area mineraria di Montieri.
Attestazioni documentarie
Bibliografia – Scheda di ricognizione topografica C 7.5 (1983) consultabile
presso il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di
Siena.
(27) Località Poggio della Badia, castello di Serena (Q.120
III-4779/670)
410 m s.l.m.; sommità poggio; rocce silicee e argille; fosso della Badia; vegetazione stabile.
Ricognizioni effettuate: 2; vegetazione stabile; condizioni di luce:
cielo aperto.
Attendibilità identificazione: discreta; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Poggio posto al Km 37 della S.S. per Massa Marittima, in prossimità del bivio opposto a quello diretto al Mulino
delle Pile.
È delimitato a est dal fosso (denominato appunto della Badia), a sudest dalla strada e a nord e a ovest da superfici lasciate a pascolo; la sua
sommità si raggiunge attraversando il campo in direzione nord-ovest
e seguendo la strada che costeggia il poggio, tracciata in tempi recenti
per il trasporto del legname a valle.
Morfologicamente particolare rispetto alla superficie pianeggiante
circostante, presenta una sommità spianata artificialmente, coperta
da vegetazione boschiva a bassa densità. L’anomalia è stata rilevata
anche tramite la lettura della foto aerea ed è descritta nella scheda n.
165 dello schedario relativo alle emergenze dei siti incastellati, curato da Marcello Cosci (consultabile presso il Laboratorio di Fotoaereointerpretazione del Dipartimento di Archeologia di Siena).
Nel novembre del 1994 è stato effettuato il rilevamento plano-altimetrico con il teodolite tramite il posizionamento di tre stazioni, inquadrate in un sistema di assi cartesiani con origine nel picchetto
centrale (P100; quota relativa di 100 m, quota assoluta circa 410 m
s.l.m.), orientati con l’asse del campanile di Chiusdino. Sono stati
battuti circa 250 punti necessari sia per la descrizione morfologica
che per la ricostruzione delle evidenze materiali.
La sommità del poggio, estesa per circa 800 mq, ha andamento ellissoidale allungato con una depressione al centro che determina la configurazione a sella d’asino; vengono disegnate quindi due piccole colli-
ASF, Diplomatico, Vallombrosa, 1004: “Primum nominamus castellum de
Serena cum curte et pertinentia cum ecclesiis [...] curtis et casis seu castellis et rochis sive ecclesiis et rebus donnicatis et massaritiis rebus”.
CAVALLINI, 1969-1972: 1008: Gerardo fu Gerardo (“de genere longubardorum”) vende a Rollando fu Guidone vicecomes la metà di sei massaricie “infra plebem S. Ioannis sito Casale” rette già da Raco ora da Urso, Bonizo e
Filbo in Pastina, in Perito, in Aquaviva, con case corti donicati orti vigne
selve oliveti castagneti pascoli monti piani laghi paludi sorgenti e corsi d’acqua mobile e immobile, prezzo nappo uno de argento per lire 20 in prefinito, pena il doppio. La moglie Guilla fu Bernardo (“de genere francorum”)
consente. “Voloterrense, in casa donicata iuxta castello de Serina, Rodilando
giudice imp., testi Rozzo fu Ingilfredo detto Ingizzo, Teuzo fu Sigizo, Ildibrando e Guido. Eriberto not. imp. Copia di Raineri not. d. Frederici imp.”.
ASF, Deposito Della Gherardesca, Pergamene, 5, settembre 1133: “laudamus
et precipimus ut Gena et omnes filii eius iurent quod non sint in consilio
vel facto vel consensu quod castrum Serene ulterius edificetur”.
Interpretazione – Castello.
Cronologia – XI-XII secolo.
59
(27.2)
Notizie storiche – Il cenobio maschile di Santa Maria, vivente secondo la regola benedettina, viene fondato nel 1004 dal conte Gherardo II dei Gherardeschi.
Non rimane l’atto di fondazione bensì una donazione con la quale i
signori dotano il monastero del loro intero patrimonio; un totale di
18 castelli e nove chiese, dislocati in almeno sei contee della Toscana
occidentale e meridionale, comprese a nord dall’Arno, a sud dal Lago
di Bolsena, a est dall’Alta Val di Merse e a ovest dal mare.
L’iniziativa si inserisce perfettamente nel quadro delle numerose
fondazioni monastiche decise da ricche e potenti famiglie nei decenni compresi fra la fine del X secolo e gli inizi dell’XI secolo. In
questa fase i monasteri venivano intesi come centri organizzativi di
beni fiscali e allodiali e finivano così per rappresentare un elemento
di coesione delle proprietà della famiglia e, contemporaneamente,
un segno della riuscita della casata; divenivano infatti un punto di
riferimento di larghi strati della società locale (dai coloni che ne
coltivavano i campi, alle famiglie più ricche che ne prendevano le
terre a livello o vi ponevano alcuni dei loro membri come monaci)
e favorivano il radicamento delle famiglie fondatrici, in particolare
di quelle che miravano a rendere dinastici i loro poteri di origine
pubblica (come appunto i Gherardeschi); non svolgevano dunque
un compito molto diverso dal castello nel facilitare la costituzione
di signorie di carattere territoriale.
In primo luogo il conte intendeva affidare all’abbazia una funzione
di coagulazione dell’ampio e disperso patrimonio familiare e di coordinamento territoriale a beneficio dei nipoti; a questi motivi si affiancano obiettivi di stabilizzazione della casata all’interno degli equilibri politici più ampi.
A pochi mesi dalla fondazione l’abbazia viene donata ad Enrico di
Sassonia, sceso in Italia nella primavera di quell’anno per essere incoronato re a Pavia. Da parte dei signori, la mossa ha lo scopo di rendere chiara la loro scelta politica (sostenere Enrico contro Arduino)
ma soprattutto mira a rafforzare se stessi e la casata grazie al nuovo
legame con l’imperatore (permette ad esempio, di conservare l’ufficio comitale di Volterra fino a poco dopo il 1034, benché i vincoli
con la città si stessero progressivamente allentando). Tali elementi
mostrano la funzione prettamente politica svolta dall’abbazia.
Non sono chiari invece i rapporti stabiliti fra i fondatori e il monastero soprattutto per quanto riguarda la gestione del patrimonio; entrambi compaiono come amministratori dell’intera proprietà,
creando una situazione di ambiguità istituzionale, non priva di complicazioni.
Vengono infatti operati numerosi tentativi di sopraffazione a danno
della comunità monastica.
Il 28 aprile 1100, la contessa Matilde presiede a un placito in favore
dell’abate Ugo, che reclama il possesso su uno dei castelli donati nel
1004. Il 23 marzo 1111, Enrico V si pronuncia in merito alla liberazione dell’abbazia, nel rispetto dell’impegno contratto con il fondatore di salvaguardare il monastero dai soprusi dei discendenti; quest’ultima affermazione, non realmente contenuta nel documento del
1004, è invece strumentale alla volontà dell’abate di eliminare fastidiose interferenze dei conti nella gestione monastica.
Alcuni documenti, datati 1116, riguardanti i castelli posti in aree
strategiche (Val di Merse e Valdera) mostrano una parziale soluzione
dei contrasti. Il 30 marzo dello stesso anno il conte Ugo garantisce,
attraverso la vendita formale della sua quota sul castello di Capannori in Valdera, il rispetto dei patti relativi ai castelli di Serena e Sovioli: verosimilmente impegnandosi a non molestare il monastero.
Pochi mesi dopo, il fratello Ranieri stipula un contratto simile per
alcuni castelli in Valdera.
Negli anni 1125-1133 l’abbazia viene coinvolta nel contrasto sorto
fra i figli di Ugo di Guido II e il vescovo volterrano Crescenzio III.
Gli accordi di pace del 1133 non tengono conto delle donazioni del
1004 e i castelli di proprietà della Serena vengono inglobati nel patrimonio del Vescovato, che li concede direttamente in feudo ai
conti. Da questo momento, come rendono chiaro le vicende del castello del Miranduolo (sito 28), il rispetto dei patti del 1004, sarà puramente funzionale a una ulteriore espansione del vescovo sulle poche proprietà rimaste ai signori. Perde anche il controllo del castello
di Chiusdino (sito 29), probabilmente fondato dagli stessi monaci,
all’interno del quale riescono a mantenere solamente la cappella dei
SS. Jacopo e Martino: nel 1165, il vescovo Ildebrando comunque si
impegna a non costruire chiese nel castello e nel suo borgo e di non
fare discussione in merito alla “ecclesiam SS. Iacobi et Martini iuxta
muros de Cluslini”. Queste ultime vicende segnano di fatto l’inizio
della crisi dell’abbazia che porta papa Celestino III, in data 13 gennaio 1196, a inserirla nell’ordine vallombrosano, riducendo a semplici diritti di patronato l’intervento dei conti.
Privati oltretutto della protezione delle mura castrensi, distrutte durante la guerra, i monaci sono costretti a spostarsi in breve tempo all’interno di Chiusdino, trasferendo la loro clausura in San Martino
(non si hanno date precise per il trasferimento da collocare verosimilmente nella seconda metà del XII secolo). Ricordiamo per cronaca
che il Targioni scrive che il monastero viene abbandonato “per
quanto dicesi a cagione dell’aria cattiva”; mentre Gigli sostiene che sia
andato distrutto durante la guerra, sicuramente fraintendendo le vicende del castello.
L’allontanamento dell’abbazia dalla sfera di influenza dei conti
marca un altro passaggio drastico.
Nonostante la conferma di Federico I ai diplomi proclamati dai predecessori (1167), alla protezione imperiale viene progressivamente a
sostituirsi quella pontificia, secondo un processo comune a molti altri cenobi: in data 20 dicembre 1152, è infatti il papa Eugenio III a
confermare all’abate Guido le cappelle dipendenti dall’abbazia e le
decime del patrimonio monastico.
Nel clima precario che si delinea a partire dal XII secolo per i monaci diventa difficile gestire un patrimonio così esteso e frazionato;
si vedono quindi costretti a restingere la loro sfera d’azione in Val di
Merse e nella bassa Val di Cecina, cedendo consistenti porzioni dei
loro beni (nei documenti datati al 19 febbraio e al 24 novembre
1158 si registrano consistenti cessioni patrimoniali).
Ad aggravare la già incombente crisi, sia economica che religiosa, si
aggiunge la fondazione del monastero di San Galgano, che immediatamente diviene recettore delle donazioni dei privati: esemplificativo in tal senso, il lascito testamentario del 1233 (a soli 30 anni
dalla fondazione cistercense) dove viene prevista una cifra pari a 100
soldi da destinare all’abbazia di San Galgano, mentre di soli 20 soldi
per il monastero di Serena.
Nella prima metà del XIII secolo si concentrano poi una serie cospicua di atti relativi ai contrasti fra le due abbazie relativamente alla
proprietà di alcuni terreni; testimoniano il tentativo di Serena di sottrarsi alla sopraffazione del monastero cistercense, che le subentra nel
controllo di importanti nuclei insediativi e di tutte le strutture produttive poste nelle sue immediate vicinanze.
Nella seconda metà del XIII secolo è da collocare la definitiva scomparsa dell’ente ecclesiastico: compare infatti nell’elenco delle Rationes Decimarum negli anni 1275-1276 e 1276-1277 mentre non è ricordata in quelle del 1302-1303.
60
un terreno alle Piaggie de’ Monti confinante con il “cursus Merse”.
Inoltre, ASS, KSG 163, c. 132r; c. 238r. ASS, KSG 161, c. 346v; 346v-347v;
c. 347rv; c. 349r-350r; c. 365r-366r; c. 366v-367r; c. 361v-362v.
Attestazioni documentarie
ASF, Diplomatico, Vallombrosa, 1004: “Gherardus comes et uxor mea Guilla
[...] providemus tibi omnipotenti Deo et Ecclesie et Monasterio Sanctae
Mariae Matris nostrae, quod nos construimus infra Episcopatum Volaterranensis inter castellum de Serena [...] et faciat exinde tam ipsa Dei ecclesia et monasterio quam nos atque Boniperto abbas istius monasterii cum
fratribus suis, qui in ipsa eclesia et monasterio nunc detinetur, aut alii successores sui, qui pro tempore fuerint, quidquid iuxta legem voluerint”.
STUMPF BRENTANO, 1865-1883: 23 novembre 1111: “comes quondam Gerardus cum coniuge sua Guilla unanimi voto ecclesiam eandem construxerunt, ad quam omnia ipsorum bona et certas possessiones pro animarum suarum remedio tradiderunt et confirmarunt, quam etiam cum
omnibus datis et dandis tirannicis potestatibus et a suis parentibus, ne post
suum decessum potuissent invadere vel diripere”.
RP, p. 298: 20 dicembre 1152: “Eugenius III [...] suscipit monasterium beatae Mariae de Serena sub Apostolicam protectione et concedit licentiam
cappellas disponendi et ordinandi sub cenzu bisantii 1 apost sediannis singulis persolvendo”.
RV, pp. 70-71: 7 maggio 1165: “Galganus Vulterranensis episcopus consensu canonicorum se obligavit Silvestro abbas S. Marie de Serena se non
edificaturum ecclesiam in castro et burgo de Cluslino nec litem facturum
de ecclesiam S. Iacobi et S. Martini iuxta muros de Cluslino”.
ASS, KSG 161, c. 361v-362v: 8 gennaio 1220: “donnus Bonus, abbas monasterii de Serena, donnus Gualterius camerarius, [...]. Dederunt, cesserunt et mandaverunt donno Deodato, priori monasteri Sancti Galgani,
recipienti pro ipso monasterio et conventu, presenti et futuro, totum et
quidquid ipsius de Sirena [...]. Similis sicut trahit per Costaçenam, et vadit per Filicariam, et redit in fluminum Feccia et venit per Fecciam et redit in Mersem usque ad vadum ipsius, et quidquid habent in Tichianum
et eius pertinentis. Et sicut vadit per eundem Camurlum supradicto et
trahit Gallessam et recedit recte ad fontem Regineta et inde redit al molendinum in fluminum Merse. [...] medietatem pro indiviso totius terre
citra et ultra Mersam, ubi constructa fuerunt molendina quondam Guaschi et construenda et rehedificanda sunt. [...] Renuntians exceptionis non
numerate pecunie, et omni legum et iniurum auxilio sibi super hoc aliquatenus et futato, quae non lib. L expendende sunt in rehedificatione
dictorum molendinorum [...] dictus donnus [...] mandavit dicto abbati
et capitulo seu conventu de Sirena dictam medietatem pro indiviso totus
dicte terre citra et ultra Merseam ubi constructa fuerunt molendina quondam Guaschi et costruenda et rehedificanda sunt eum omni iure et pertinentiis suis tam aque ducto quam sticcaria, gora et reditibus ad dictam
terra ubi sconstructa fuerunt dicta molendina et construnda et rehedificanda sunt pertinentibus Ildibrandini”.
ASS, Diplomatico, Comune di Montieri, 27 aprile 1257: Tedicingo del fu Gherardo, Lotterenga sua madre, Palmiera figlia del fu Tancredo da Frosini, sua
moglie e Imilia sua sorella vendono ad Arrigo del fu Gualtiero di Cantone
comprante e ricevente per sé e per i suoi fratelli Uberto e Maffeo, alcuni terreni fra cui “quandam aliam petiam terre laboratoriam et aboscata dictam
Aiam Becharelli cui de super Talomuccij et alii confines et de subter dictorum emptorum ab alio latere est monasterii de Serena ex alio quandam fossatum”; “quandam aliam petiam terre positam prope Cavallioni”; “quandam aliam petiam terre positam in Villicani prope Castrum Merse cui a
duabus lateribus est dictorum emptorum et ex alio abatie de Serena et alii
confines”; “quandam aliam petiam terre posite a Isora di Conia” confinante
con il “cursus Mersem et cursus Piagiam [...] et viam da vado Pontorese”;
un terreno detto Campo Gualandi, confinante con la strada del vado Cicianese e il “cursus Merse”; un terreno in contrada la Conia; un terreno nel
piano di Filicaia; un terreno in Chiusurli, confinante con la Piaggia del Piano
di Filicaia; un terreno al ponte al Frasso confinante con l’abbazia di Serena;
Interpretazione – Abbazia.
Cronologia – 1004-XIII secolo.
Descrizione unità topografica – La cinta muraria si segue lungo
tutto il lato sudoccidentale del poggio, dove se ne conserva traccia
per 30 m, in corrispondenza dell’area morfologicamente depressa, e
per altri 40 m nel lato sottostante la collina sud.
Il primo tratto corre con andamento lineare lungo il lato a valle dello
stradello. La tendenza a chiudere in direzione del lato nord-ovest
sembra suggerire un andamento del circuito rivolto a escludere la
collina nord.
Il secondo tratto presenta una maggiore articolazione. Per 15 m segue perfettamente l’andamento del primo allineamento, poi mostra
un lato posto obliquamente rispetto alla pendenza naturale del terreno; dopo circa 7 m, si congiunge a un altro segmento, proseguendo
per altri 20 m, 4 m più a valle rispetto al primo.
Questo lascia ipotizzare una variazione tenuta a ospitare la porta di
accesso al castello; lettura confortata dalla presenza di due brevissimi
allineamenti, posti ad angolo retto e di uno in orizzontale, interpretabili come labili tracce di una scalinata (attualmente lo stato di degrado del sito ha provocato la cancellazione di queste tracce).
Sul lato nord-est, si continua a seguire l’andamento della cortina attraverso emergenze, appena intuibili sul terreno, che chiudono la collina in corrispondenza del declivio.
Mancano invece indizi murari lungo il lato orientale, dove la funzione difensiva poteva essere svolta dalla forte pendenza naturale e
dalla presenza del corso d’acqua, posto a delimitazione del poggio.
Il castello doveva estendersi per una superficie di circa 450 mq e avere
una pianta ellissoide allungata (adattandosi di fatto alla morfologia
della collina). Sulla scorta dell’esempio di Miranduolo (castello con
cui mostra chiare analogie per quanto riguarda la struttura materiale),
possiamo ipotizzare che esistesse una distinzione interna fra l’area
sommitale (collina sud), tipo cassero, connotata dalle strutture più
imponenti e distaccata fisicamente dal resto dell’insediamento, in corrispondenza dell’area morfologicamente depressa (probabile fossato).
La collina nord non restituisce per il momento emergenze in superficie; ma è comunque difficile pensare alla sua esclusione dall’insediamento fortificato.
Nella collina meridionale, in corrispondenza dello sbocco della stradello, si distinguono due spezzoni di muro posti in direzione nordest/sud-est, pertinenti a una stessa struttura; perpendicolarmente a
essi, a una quota superiore di circa 3 m, si riconosce un lungo tratto
murario, lungo circa 7 m e orientato sud-ovest/nord-est. In direzione
est, sono leggibili altri ruderi, perpendicolari al muro lungo e, con
un dislivello di circa 3 m, un altro tratto di circa 2 m.
Si tratta di un edificio rettangolare allungato, con dimensioni di
15,59 m e orientamento sud-ovest/nord-est. La differenza di quota
fra le varie porzioni si spiega con una maggiore conservazione in elevato del lato nordorientale della struttura, che ha determinato una
diversificazione del livello di interro; in altre parole, mentre del lato
meridionale si conservano le fondazioni, dei lati opposti sono ancora
visibili le interfacce definite dal crollo dell’ambiente.
La costruzione presenta muri perimetrali con uno spessore di 90 cm;
un campione dell’elevato, visibile in un tratto di parete crollato, mostra una tessitura muraria per filari paralleli in conci di travertino,
ben squadrati e di piccole dimensioni.
Quasi certamente si tratta dell’edificio abbaziale. L’assenza di altri
monumenti con la stessa cronologia in ambito chiusdinese impedi-
61
attraverso lo sterrato che costeggia l’edificio opposto al bivio per Colordesoli. Superato il corso del torrente Cona e, dopo pochi metri,
quello del Merse, si prosegue fino ad arrivare a un esteso campo, che
termina in prossimità del bosco; si accede alla macchia tramite una
strada tracciata in tempi recenti dai mezzi meccanici e a sinistra dell’imbocco, si sale fino a raggiungere la sommità della collina.
Nel 1994 è stata effettuata la prospezione del poggio, accompagnata
dal rilievo plano-altimetrico dell’area con l’impiego della stazione totale (400 punti battuti).
Nell’agosto 2001 è iniziato lo scavo del castello, sotto la direzione
scientifica di Riccardo Francovich e Marco Valenti (docenti dell’Area di Archeologia Medievale dell’Università di Siena) e con la direzione sul cantiere di chi scrive; in quest’occasione è stato fatto un
nuovo rilievo topografico, più dettagliato, ottenuto battendo circa
2.000 punti, distribuiti su una superficie totale di 6.000 mq circa.
La sommità della collina (estesa per 105 m lineari) presenta un andamento progressivamente digradante in direzione nord-est/nordovest con brusche pendenze su tutti i versanti (dislivello medio 4 m
in 6 m lineari); sul lato nord-est e sud-ovest, in corrispondenza del
tratto più alto dei corsi d’acqua, si calcola un dislivello di 9 m nello
spazio di 6 m lineari.
Notizie storiche – Di proprietà dei Della Gherardesca, nel 1004 il castello viene donato con la sua chiesa intitolata a San Giovanni Evangelista all’abbazia di Santa Maria, eretta all’interno del castello di Serena.
Si tratta della prima attestazione di Miranduolo e non abbiamo notizie certe in merito alla sua fondazione; la citazione come “castrum
cum curte cum ecclesia” lascia ipotizzare una preesistenza come centro curtense (nel documento la curtis sembra intesa proprio come
struttura curtense e non come territorio di pertinenza castrense).
Occupa sicuramente un posto centrale all’interno della politica dei
Gherardeschi; si pone a controllo della viabilità principale verso la
Maremma e Montieri, ma soprattutto domina un’area connotata da
potenziale estrattivo. All’interno della sua corte si annoverano giacimenti di argento (ricordati nei documenti) e punti di estrazione di
mineralizzazioni a solfuri misti (individuati durante la nostra ricerca); insieme al castello di Serena e di Soveioli (posto in corrispondenza di coltivazioni di rame) rappresentava di fatto il fulcro del
potere familiare in Val di Merse.
In ragione del suo ruolo, negli anni 1125-1133, viene pesantemente
coinvolto nel conflitto sorto fra il vescovo volterrano e i conti, divenendo scenario almeno di un violento episodio bellico che causa agli
assediati pesanti perdite in armi e cavalli: le clausole della pace del 1133
prevedono un cospicuo risarcimento in denaro per i danni subiti. Non
sappiamo fino a che punto la struttura sia stata danneggiata, è però da
respingere la tesi di Vatti riguardo a una totale distruzione avvenuta in
questa circostanza; egli ritiene di potere attribuire l’indicazione contenuta nella pace “castrum Irene non ulterius edificetur” a Miranduolo
mentre è inequivocabile il riferimento a Serena (il testo del documento
oltretutto riporta “castrum Sirene” e non “castrum Irene”).
A seguito degli accordi, il castello di Miranduolo rimane in pieno
possesso dei discendenti di Ugo del ramo di Guido II; chiaramente
non viene considerata la donazione del 1004, in base alla quale i diritti sul castello spettano invece all’abbazia di Serena.
Valendosi dell’autonomia concessa, Ugo, per contrastare l’assoluto
dominio della zona del presule volterrano, tenta nel 1178 un accordo
con Siena, offrendole la metà del castello che riceverà poi indietro a
titolo di feudo. Immediata è la risposta del vescovo che ora ricorre al
possesso di Serena per esautorare i conti anche su Miranduolo; con
sce di proporre datazioni sulla base del confronto tipologico; la mancanza di analogie con i campioni murari, databili a partire dalla fine
dell’XI secolo, può comunque confermare la datazione dei ruderi agli
anni immediatamente intorno al Mille. L’interpretazione proposta
viene sostenuta anche da fattori oggettivi come l’estensione e l’imponenza delle evidenze, decisamente superiori alle altre rinvenute sul
sito; dal momento che l’abbazia è l’unico edificio che sopravvive alla
distruzione violenta del castello è del tutto plausibile che conservi
una maggiore consistenza in elevato.
Nella parte sudorientale del sito, sono intuibili altre emergenze in superficie, pesantemente stravolte dai recenti lavori di disboscamento;
restituiscono solo alcuni allineamenti non leggibili e una grande
quantità di blocchi di travertino, più o meno lavorati, sparsi in modo
non omogeneo sull’area. Le frequenti variazioni morfologiche del
terreno (indizio di strutture nel sottosuolo) testimoniano la presenza
di altri edifici, obliterati da un massiccio strato di interro.
In prossimità della cinta muraria rimangono tracce chiare di murature poste in modo parallelo e perpendicolare a essa. Collegando i
vari tratti, si individuano ambienti di forma rettangolare posti a
sfruttare come parete la parte interna della fortificazione, forse funzionali alle opere difensive.
Cultura materiale presente
La ripulitura di una delle emergenze ha restituito pochi frammenti ceramici, rappresentati da un frammento di parete di olla e uno di bordo
di coperchio, entrambi in acroma grezza di impasto 3 con filettatura a
maglie strette sulla superficie esterna; due frammenti di testo, di impasto molto grezzo con inclusi di medie e grandi dimensioni, a orlo arrotondato, parete inclinata e fondo piano non molto marcato.
Bibliografia – CAMMAROSANO-PASSERI, 1976, II, p. 307; CAPPELLETTI,
1844-1870, XVIII, p. 261; CECCARELLI LEMUT, 1993, pp. 47-75; CIACCI,
1835, II, n. 297; COTTINEAU, 1939, col. 3013; GIGLI, 1974, II, p. 706; LITTA,
1819, tav. 1; KURZE, 1989, pp. 295-316 (in particolare, pp. 314-315); MURATORI, 1745, III, pp. 1067-1068; V, pp. 745-747; NARDINI, 1999; PFLUGK
HARITUNG, 1881-1888, n. 286, p. 271; REPETTI, 1841, I, p. 26; ROSSETTI,
1973, pp. 312-317; RS, pp. 70-71, 164,. 200, 201; RV, pp. 74, 272, 273, 324.
(28) Costa Castagnoli, castello di Miranduolo (Q.120 III-4776/669)
390 m s.l.m.; sommità poggio; rocce carbonatiche brecciate; fosso
Gallosa; vegetazione stabile.
Ricognizioni effettuate: 2; vegetazione stabile; condizioni di luce:
cielo aperto.
Attendibilità identificazione: discreta; stato di conservazione del deposito: discreto.
Descrizione sito – I ruderi del castello sono stati rintracciati agli inizi
degli anni Sessanta da Simonetta Bertini, nel corso di una ricerca incentrata sul riconoscimento delle sedi scomparse della Val di Merse.
Fino ad allora, non si avevano informazioni valide per localizzare il
sito; la letteratura infatti offriva indicazioni molto vaghe e talvolta
prive di veridicità. Targioni Tozzetti proponeva una collocazione generica nell’esteso bosco della Costa Castagnoli; il Repetti invece,
fraintendendo l’affermazione del naturalista circa la vicinanza a Castelluccio, localizzava erroneamente Miranduolo nei pressi di Castelletto Mascagni (nelle vicinanze di Chiusdino ma molto distante dalla
Costa Castagnoli). Nel Repertorio di Cammarosano e Passeri, la struttura viene indicata “su una collinetta alla confluenza di due torrentelli”, senza fornire però coordinate utili all’individuazione del luogo.
In realtà, il sito occupa le estreme propaggini occidentali della Costa
Castagnoli ed è interamente coperto da una fitta vegetazione boschiva di castagno. È raggiungibile dalla statale per Massa Marittima,
62
electo et Rainerii Montonis electo consiliario nomine sociorum suorum
med. castri Miralduolo vocati, hominum ibi manentium, totius iuris et actionis in Monte Beccario, argentariarum et omnium generum metallorum
infra dictos fines; pen. L lib. arg. Recepimus remunerationis nomine C lib.
den. et unum confalonem. Turrem ibi edificare Senenses non impediemus.
Populum castri hoc totum iurare faciemus; defendemus Senenses et amicos
eorum, nisi fuerint inimici nostri manifesti, prius requisitis consulibus, ne
eos secum ducant. Defensabimus eos contra omnes homines exceptis quibus iuramento tenemur et inantea nulli iuramentum faciemus”.
RV, n. 231, pp. 79-80: 5 gennaio 1191: “Ricoverus, abbas s. Marie de Serena per permutationem trado Ildebrando Vult. ep. med. castri de Mirandolo, patronatus ecclesie castri et alterius s. Cosme et Damiani”.
RS, n. 364, pp. 143-144; ASS, Spoglio Conventi 161, c. 376t: 18 dicembre
1193: “Ego Ildibrandinus Vult. ep. [...] Rescindam comperam seu cambium que feci de Miranduolo ab abate de Serena: si comites voluerint Mirandolum rehedificare, permittam eis, et mobilia perdita in Miranduolo
emendabo ad dictum Montanelli et Guaschi”.
RV, n. 232, p. 80: 13 febbraio 1191: “Abbas s. Marie de Serena promisit (Ildebrando) ep. (Vult.) se aliam med. castri de Mirandolo nulli nisi episcopo velle vendere, pignorare, infeare”.
CV, n. 71, I, p. 104: 1202: “Ego Ugolinus de Strido iuro [...] non vendidi
nec permutavi nec aliquo modo alienavi vel obbligavi id quod habeo ad
Frosinem vel in eius curte et id quod habeo ad Mirandolum vel in eius
curte in totum vel in partem, nec aliquo ius quod in his habeo [...] Ildebrando episcopo Vulterrrano nec alteri persone pro eo aliquo modo”.
RS, n. 410, p. 167: 1202: “Ego Ugolinis de Strido iuro, quod non alienavi id
quod habeo ad Frosinem et ad Miraldolum vel in curtibus eorum Ildibrandino ep. Vulterr. nec concessi aliquod ius ex illis eidem et quod dicta
non alienabo, nisi hoc facerem cum parabola omnium consulum vel potestatis Sen. cum accordamento consilii canpane Sen. Promitto vobis Sen.
consulibus, videlicet Uguicioni Beringerii tunc priori, Guidoni Mariscotti,
Guinisio et Bartalomeo Rainaldini presentibus, hec omnia observare. – Acta
Senis in curia de s. Peregrino. – Baverio de Frosine. Phylippo Malavolte.
Rainaldo Rain(erii). Rainerio Montonis. Uberto Gilii. Cristofano iudice.
Orlando Codennacci. Trombecto Scricioli, aliis tt. – Scottus iudex et not.”.
ASS, Ms. B.95: 7 gennaio 1255: Buonristoro del fu Burnaccio di Rustichino
da Ciciano vende ad Arrigo del fu Gualtiero de Cantoni, e ai suoi fratelli
Uberto e Maffeo, un terreno in parte vignato, posto in piano di Miranduolo in luogo detto “le Pincesche”, descritto nei suoi confini.
ASS, Diplomatico, Comune di Montieri: 14 luglio 1255: Buonristoro del fu
Burnaccio di Rustichino da Ciciano vende ad Arrigo del fu Gualtiero di
Cantone che compra per sé e per i suoi fratelli Uberto e Maffeo: “quandam petiam terre aratorie posite propre castellare de Miranduolo cui a
primo latere est via publica quam viam dicitur chiassus de Miranduolo a
secundo de super est dicti emptoris et a tertio est Albertini Torelli et a
quarto de subter est Ildini Bavini”.
ASS, Diplomatico, Comune di Montieri: 24 gennaio 1257: Uguccio, Raniero,
Ugolino del fu Bartolo da Frosini vendono ad Arrigo del fu Gualtiero di
Cantone, che copra per sé e per i fratelli Uberto e Maffeo: “sextam partem pro indiviso nos pertinentes castellaris castri Miranduolo cum plateis, casalinis, muris, edificiis, appendiciis, carbonariis et fossis et cum omnibus iuriis”; “sextam partem pro indiviso curtis, districtus castellaris predicti cum ortas, casas, cultis et non cultis, vineis, silvis, nemoribus, pratiis, pascuis, erbis, lapidibus, riviis, aquiis castellare predicti”; vendono
pure i propri villani, censuari, diritti d’albergaria, diritti d’arme; “medietatem pro indiviso patronatum ecclesie Sancti Jiacobi ville supradicte de
Cusa”; “medietatem pro indiviso podii qui dictum Collebeccai positi in
dicta curia de Miranduolo in contrata de Cusa [...ch]”; cedono inoltre i
loro possessi “apud Fogali in loco dicto Gorgoli” e alcune terre “in loco
una bolla del 1187 di papa Urbano III, il vescovo riesce a fare confermare alla Badia di Serena il possesso delle terre donatele nel 1004;
di seguito, al vescovo Ildibrandino il possesso di tutte le proprietà inserite fra i confini di Sovicille e Tocchi, ivi comprendendo anche il
monastero e quindi, tutto il suo patrimonio. Fiaccato dai primo contrasti con la Repubblica, nel 1193 Ildebrando però finisce con il rinunciare al controllo appena raggiunto; rescinde quindi il contratto
del 1191 e restituisce tutti i diritti ai conti che nel 1202 si rivolgono
ancora a Siena, rinnegando tutti i patti contratti con la sede volterrana dopo il 1178. L’espressione, contenuta nella cessione ai signori
“si comites voluerint Mirandolum rehedificare, permittam eis”, palesa che la struttura del castello in questa data è fortemente compromessa se non addirittura distrutta.
I Gherardeschi, estranei ormai da obiettivi politici in questa zona, si
liberano progressivamente delle loro proprietà a favore della famiglia
Cantoni di Montieri; come loro, anche il gran numero di proprietari della zona vendono quote fondiarie all’interno della corte del castellaris (definito in tal modo dal 1257). La famiglia Cantoni, a pochi anni di distanza, cede l’intero patrimonio ai Broccardi; questi a
loro volta nel 1336-1337 trasferiscono tutto al Comune di Montieri
che, dopo l’acquisto delle quote possedute da privati di Chiusdino e
Greppoli, diventa unico proprietario dell’ormai podere e del suo distretto territoriale. Le cessioni di terre riguardano tutta l’estensione
del territorio di pertinenza del castello (definito a sud da Fogari, a
sud-ovest da Cusa, attualmente nel comune di Montieri e a nord dal
castello di Serena).
Dalle dinamiche dei primi atti di vendita possiamo ricavare alcuni
indizi sul tipo di gestione economica esercitata dal signore: ha un
controllo diretto sulla struttura materiale del castello e sul potenziale di risorsa, che egli cede in prima persona, ma non compare (o
compare limitatamente) nelle vendite di quote fondiarie del territorio di pertinenza. Questo fenomeno testimonia forse gli effetti di
una gestione della terra delegata a lavoranti a contratto; per il perpetuarsi degli accordi nel tempo, possono essere divenuti titolari di
fatto del terreno, o per un allentamento del controllo del signore o
addirittura per consuetudine.
Per gli aspetti inerenti l’organizzazione economica del castello rimandiamo comunque al capitolo specifico all’interno di questo volume.
Attestazioni documentarie
ASF, Diplomatico, Vallombrosa, 1004: “Ecclesia sancte Marie de Padule medietatem cum curte castello de Miranduolo cum Ecclesia Sancti Iohanni
Evangelista cum curte”.
ASF, Deposito Della Gherardesca, Pergamene, 5, 1133: “Laudamus etiam atque precepimus ut pro equis et armis in Miraldolo perditis triginta libras
Lucensium monete Gene comitisse episcopum reddat”.
CV, n. 17, I, pp. 29-30: 19 dicembre 1178-15 agosto 1179: “in integrum
medietatem generaliter totius castri, quod vocatur Miralduolo et totius
eiusdem territorii atque adstrictus et omnis curtis ipsius, cum omnibus
rebus infra se existentibus [...] vel quam habemus nos et iamdicte persone
in Monte Beccario et in eius pertinentiis et omnium argentariarum atque
omnium generum metallorum infra praedictos fines [...]. Insuper promittemus vobis, quod si aliquo in tempore comune Senarum turrem vel
palatium vel aliud hedificium in aliquo loco predicte donationis hedificare voluerit, sive hedificaverit eum, non impediemus”. Il documento è
regestato in RS, n. 286, pp. 107-108, riportato di seguito.
RS, n. 286, pp. 107-108: 19 dicembre 1178: “Nos Tedicius comes de Frosine
f. Ugolini comitis pro Baviero, Tedicengo, Guerriero filiis et pro Ugolino
de Strido, et ego Ugolinus Pepi similiter comes de Frosine donamus toti comuni Sene per manus Baruffe f. Gregori nunc existente consule et rectore
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ASS, Diplomatico, Comune di Montieri: 29 dicembre 1257: Tedicingo del
fu Gherardo, conte di Frosini, vende ad Arrigo del fu Gualtiero di Cantone comprante e ricevente per sé e per i suoi fratelli Uberto e Maffeo: la
sesta parte “pro indiviso” del Castellare di Miranduolo, con la sua corte,
distretto, borghi, case, piazze, casalini, muri, fosse, carbonaie, dominio,
giurisdizione, villani, censuari, diritti d’albergaria e d’arme; tra i confini
segnalati “ex uno latere est curie castra de Bochegianum ex alio curie de
Lugnianum ex alio curie de Clusdinum”; vende “unum petium terre aboschate positum in loco dicto a le coste Ulertelli [...] a capite est campus al
Capitanie” e “unum aliud petium terre aboschate positum in contrata
dicta Colle al Lupo” allineato a Buonfigliuolo di Mignone; vende un terreno boschivo, in luogo detto “Ligia” allineato a Giunta da Cusa; un terreno boschivo detto “L’aia bona” presso al fosso di Ricavolo; (i sopradetti
terreni boschivi sono descritti nei loro confini). Inoltre la quarta parte “pro
indiviso” dei seguenti terreni lavorativi: il primo detto “Le Latara”, il secondo “Vignale, positum in contrata terra Butignano, il terzo “Mocali”,
il quarto “Ripacciano”, il quinto “Tassinaia del Ricavolo”.
ASS, Diplomatico, Comune di Montieri: 4 settembre 1261: Talamuccio del
fu Bonaccurso e sua sorella Erminia, che si dichiara minore di 25 anni,
alla presenza e con il consenso di Donna Mabilia loro madre, vendono ad
Arrigo di Gualtiero di Cantone da Montieri, che compra per sé e per i fratelli Uberto e Maffeo: “totum podere et tenimentum que habet [...] in curia et districtu de Miranduolo et [...] in castellari eiusdem cum homines
et personas”; alcuni appezzamenti di terreni lavorativi e boschivi, posti
nella corte di Miranduolo, in località dette “Colle della Selva”, “Colle dell’Olio”, “Scandolaia”; tra i confini è citato un “locus qui dicitur Mocali
et ex alia parte silva de Miranduolo [...] usque ad flumen Merse”; ”medietatis unius petie terre laboratorie pro indiviso posite ubi dicitur Chisurli que ex una parte flumen Merse”; “unum petium terre laboratorie positum in plano de Miranduolo in loco qui dicitur Mazete”; “infine medietas pro indiviso terre et nemoris posite in Colle de Muschialia”.
ASS, Ms. B.95: 11 gennaio 1263: Guido del fu Ruggerotto e Guidengo del
fu Tancredi, che dimorano e stanno a Strido, e di Strido sono detti e chiamati, conti di Frosini, per loro stessi e come eredi di Ugolino di Strido,
figlio di Guidengo, per prezzo di centodieci lire di denari senesi minuti,
vendono ad Arrigo del fu Gualtiero de Cantoni da Montieri, stipulante e
ricevente per Maffeo ed Uberto suoi fratelli, la sesta parte “pro indiviso”
di tutto il castellare di Miranduolo e tutte le sue appendici e piazze, casalini, carbonaie e fossi, il dominio e giurisdizione; la sesta parte “pro indiviso” della corte o distretto di Miranduolo con le terre, selve, boschi, prati,
paludi, pascoli, cave e argentiere; la selva detta del Miranduolo, in territorio di Cusa, un terreno detto “Colle Ugoli di Strindo”, in territorio di
Cusa. Un terreno in parte lavorativo e in parte boschivo in luogo detto
“Lignaia”, i sopradetti terreni vengono descritti nei loro confini. Cedono
pure ogni loro diritto e giurisdizione sopra “hominum et villanorum, abscriptitiorum et servorum” aggiungendovi questa dichiarazione “Item dictos homines et villanos nostros cum servitutitus ipsorum nobis competentibus et competituris, videlicet urbanorum prediorum, et rusticorum,
et cum lectis, albergariis, messaggiariis, operibus, omnibus quibuscumque
nobis competentibus et competinturis et cum angariis, pro angariichis
censitibus, abscriptitiatum, villanatus, colonatus, abscriptitiatus et censitus et cum datiis, colleptis, imponendis prodictis personis et locis omnibus et cum omni aliis servitus nobis e dictis hominibus et personis et locis, debitis et debendis in perpetuum”. Il documento non è originale, bensì
copia autenticata che venne trascritta dall’originale il 27 maggio 1267.
ASS, Diplomatico, Comune di Montieri: 3 febbraio 1263: Arrigo del fu Gualtiero Cantone da Montieri, in proprio e a nome dei i fratelli Uberto e Maffeo, per mantenere i diritti di giurisdizione e possesso sopra i beni che avevano nel castellare, corte e distretto di Miranduolo, prende possesso e cor-
dicto fonte Muccioli”; “medietatem pro indiviso terrarum et nemororum
in loco dicto Scandolariam et Colledelolio et cum aliis vocabulis quibus
ex uno latere est fossatus de Conia”; [...] unam petiam terre aboschate posite a le piagie di Colletechaio que sint marchesi de Lavaiano”; “unam petiam terre posite all’Aia Buona”; il documento non è originale, ma copia
autenticata che venne trascritta dall’originale il 24 aprile 1277.
ASS, Ms. B.95: 29 febbraio 1257: Ildebrandino del fu Baverio, conte di Frosini, vende, per se e per Raniero suo fratello figlio del sudetto Baverio, ad
Arrigo di Gualtiero de Cantoni, comprante e ricevente per se e per i suoi
fratelli Uberto e Maffeo, la sesta parte “pro indiviso” di tutto il castellare
di Miranduolo con la sua corte, distretto, borghi, strade, e casalini, la metà
di un terreno presso il bastione e il fosso di detto castellare, e altri appezzamenti di terreno che per essere la pergamena in parte lacerata e mancante non si possono leggere con sicurezza. Cede pure i diritti di giurisdizione sopra i villani e censuari, cede pure i diritti sopra le argentiere. Il
documento non è originale, bensì copia autenticata che venne trascritta
dall’originale il 27 maggio 1267.
ASS, Diplomatico, Comune di Montieri: 5 marzo 1257: Ildebrandino del fu
Baverio, conte di Frosini, vende, per se e per Raniero suo fratello figlio del
sudetto Baverio, ad Arrigo di Gualtiero di Cantone, che compra per se e
per i fratelli Uberto e Maffeo: “sextam partem pro indiviso totis casalinis,
plateis, muris et carbonariis sive appendiciis et fossis et cum sexta parte
pro indiviso totius curie et districtus dicti castellaris cum silviis, nemoribus, pratis, pascuis, rivis et aquis, lapidibus et paludibus”; “dimidiam pro
indiviso unius petie pro indiviso posite subter dictum castellare cui ex uno
latere et de subter est via et ex alio est fossus sive vallus dicti castellaris”;
segue la vendita di una serie di terreni arativi e boscati posti tra il castellare di Miranduolo, la villa di Castagnuolo, i luoghi detti Cavallona e
Fonte Miccioli e il corso del fiume Coina. Lo spoglio (Ms. B.95) riporta,
erroneamente, la data del 25 febbraio 1257.
ASS, Diplomatico, Comune di Montieri: 27 aprile 1257: Tedicingo del fu
Gherardo, Lotterenga sua madre, Palmiera figlia del fu Tancredo da Frosini, sua moglie e Imilia sua sorella vendono ad Arrigo del fu Gualtiero di
Cantone comprante e ricevente per sé e per i suoi fratelli Uberto e Maffeo:
“medietatem unius petie terre pro indiviso laboratorie et aboschate posite
a capite Culti da Conia cui ex uno latere est Martini Rustichini ex alio fossatum de Gallosa a tertio Guidocti de Castagnuolo et viam in medio”; “medietatem pro indiviso cuiusdam alteri petie terre dicte Culto Biancuccj posite in confinibus Miranduoli cui a primo latere de super est Gualfredi de
Miranduolo a secundo la Coina a tertio Chiassus”; “medietatem pro indiviso unius petie terre dicte Vignali”, confinante con detto Chiasso e con la
strada; un terreno lavorativo e vignato confinante con detto Chiasso; “medietatem pro indiviso cuisudam alterius petie terre posite infra Ortalis Miranduoli”; “quandam petiam quam dictam Campum al Ischiam”; “alia petiam terram dictam Ortale Buonamici”; te [...] de quactuor partibus terres
posites [...] in loco dicto Campo al Pereto”; “terra dicta Vignali Buonamici”; “quandam aliam petiam terre posite in loco dicto Vigne Vecchie”;
“quandam aliam petiam terre laboratoriam et aboscata dictam Aiam Becharelli cui de super Talomuccij et alii confines et de subter dictorum emptorum ab alio latere est monasterii de Serena ex alio quandam fossatum”;
“quandam aliam petiam terre positam prope Cavallioni”; “quandam aliam
petiam terre positam in Villicani prope Castrum Merse cui a duabus lateribus est dictorum emptorum et ex alio abatie de Serena et alii confines”;
“quandam aliam petiam terre posite a Isora di Conia” confinante con il
“cursus Mersem et cursus Piagiam [...] et viam da vado Pontorese [...]; un
terreno detto Campo Gualandi, confinante con la strada del vado Cicianese e il “cursus Merse”; un terreno in contrada la Conia; un terreno nel
piano di Filicaia; un terreno in Chiusurli, confinante con la Piaggia del
Piano di Filicaia; un terreno al ponte al Frasso confinante con l’abbazia di
Serena; un terreno alle Piaggie de’ Monti confinante con il “cursus Merse”.
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porale tenuta dei beni a essi venduti dai conti di Frosini: “hoc modo laborando et laborari faciendo ipsorum accipiendo de terra lapidibus fraschis et erbis ipsius [...]. Item [...] incidendo et incidi faciendo [...] per se
et suis fratribus de lingnis et fraschis et accipiendo [...] lapidibus et ramis
ipsorum arborum dicte contrade”.
ASS, Ms. B.96: 24 febbraio 1263: I tre fratelli Arrigo, Uberto e Maffeo di
Gualtiero vendono a Bonaccorso di Bencivenne tutto il legname mosso
nella selva del Miranduolo.
ASS, Ms. B.23: 24 febbraio 1263: Uberto del fu Gualtiero Cantoni da Montieri, per Arrigo e Maffeo, “omnia et singula ligna qua nuovo supersunt
in Silva, dicta Silva de Miranduolo, ut ipsa ligna omnia debeat elevare et
trabere de dicta silva, bene a unum sensum proximum completum”.
ASS, Ms. B.95: 26 febbraio 1263: Uberto del fu Gualtiero Cantoni da Montieri, per se Arrigo e Maffeo suoi fratelli, per ritenere e conservare i diritti
di giurisdizione e possesso sulla corte del Miranduolo.
ASS, Ms. B.95: 2 marzo 1263: Uberto del fu Gualtiero Cantoni da Montieri, per Arrigo e Maffeo, per ritenere e conservare il diritto e il possesso
della selva detta del Miranduolo, vi esercita atti di dominio, incidendovi
e tagliandovi, e facendovi incidere e tagliare degli alberi.
ASS, Ms. B.95: 3 marzo 1263: Uberto del fu Gualtiero Cantoni da Montieri, per Arrigo e Maffeo, per ritenere e conservare la possessione, il diritto e l’autorità, nella corte e nel castellare di Miranduolo, vi esercita atti
di dominio lavorando e facendo lavorare, incidendo e tagliando, e facendo
incidere e tagliare, nei boschi, rimuovendo e facendo rimuovere pietre
delle mura del castellare secondo gli usi del tempo.
ASS, Ms. B.95: 6 marzo 1263: Arrigo, Maffeo e Uberto fratelli, del fu Gualtiero di Cantoni da Montieri, per conservare e ritenere le possessioni e i
diritti del castellare di Miranduolo, vi esercitano atti di dominio secondo
gli usi dei tempi.
ASS, Ms. B.95: 19 agosto 1263: Bruno del fu Maffeo di Colle Rotundo vende
ad Arrigo del fu Gualtiero de Cantoni che compra per sé e per i fratelli
Uberto e Maffeo: la metà “pro indiviso” di un terreno lavorativo in curia
di Miranduolo in luogo detto “a piè le pallonete” descritto nei suoi confini, per il prezzo di lire 4 denari minuti pisani.
ASS, Diplomatico, Comune di Montieri: 4 ottobre 1265: Nuto di Viviano
da Castagniuolo, per se e per Giovanni suo fratello e Irnigarda e Beatrice
sue sorelle vendono ad Arrigo del fu Gualtiero Cantone comprante per se
e per i suoi fratelli Uberto e Maffeo: “duas petias terre positas in Plano de
Miranduolo una quarum posita in loco dicto Culto Biancucci cui a primo
latere est fossatus Conie et ex aliis est dicti emptoris et suorum fratrum
[...] alia vero posita est in loco dicto Piano Fagiani cui desubtus est via et
ex duabus dictis emptoris et fratrum eorum vel alterii[...]”; due appezzamenti di terreni nel piano di Miranduolo, detti uno “Colto di Brancaccio” e l’altro “Pian de Fagiani” descritti nei loro confini.
ASS, Diplomatico, Comune di Montieri: 4 giugno 1276: Arrigo e Maffeo del
fu Gualtiero di Cantone vendono a Giacomo di Ranieri di Ricciardi: “castellare de Miranduolo que olim dicebat castrum de Miranduolo cum
omni curte et districtu suo et cum omnibus iuribus [...] spectantibus et
pertinentibus ad ipsum castellare [...] pertinente ad dictum castellare et
curtem et districtum eius et cum omnibus terris cultis et incultis et egrestibus et cum omnibus silvis et nemoribus et cum omnibus aquis et aquarum al[...] et cum omnibus insulis et cum omnibus domibus [...] in dicto
castellare et curte et districtu eius et cum omnibus poderibus et nominatim in villa de Cicioris, in villa de Cas(t)eldicçi, in villa de Castagnuolo,
in villa de Cusa et in villa de Fogari et in quolibet alio loco de curte et districtu”. I terreni sopradetti sono descritti nei loro confini.
ASS, Ms. B.95: 9 giugno 1276: Arrigo e Maffeo suddetti trasferiscono la giurisdizione e il possesso della corte e del castellare di Miranduolo a Gia-
como di Ranieri di Broccardi che aveva da essi comprate, e nella medesima corte e castellare.
Il documento non è originale, bensì copia autenticata che venne trascritta dall’originale il 15 febbraio 1337.
ASS, Ms. B.95: 17 agosto 1322: Michele del fu Nuti Lugli da Boccheggiano
dona per nozze a Cheloccio e Giovanni del fu Tintarello della Villa di Fogari nel distretto di Cusa, ricevente e stipulante per donna Giovanna loro
sorella e futura sposa di detto Michele, gli fanno esercitare gli atti di presa
di dominio propri del tempo, per 100 di denari senesi minuti.
ASS, Ms. B.95: 18 giugno 1336: Nerio del fu Giacomo di Raniero da Montieri, erede universale del detto Giacomo, in nome proprio e di donna Bartala figlia del fu Paganello fratello carnale di esso venditore, vende a Periniano, sindaco e procuratore del Comune e degli uomini di Montieri, ogni
signoria e giurisdizione totale, su tutti i pascoli, gabelle e pedaggi del castellare del palazzo, del mantenimento delle carbonaie dette delle ore delle
fonti, dei ponti di tutta la corte e distretto di Miranduolo, rinunciando a
tutti i patti presi in passato tra Nerio suo padre e fratello con il Comune e
uomini di Montieri, relative alla giurisdizione, signoria, pascoli e gabelle di
Miranduolo, che con la presente vendita restarono cassati.
ASS, Ms. B.23: 18 giugno 1336 “pascui, cabelle et predagiorum, castellaris,
palatii, tenimenti, carbonariarum, foveorum, viarum, fontium et pontium
et totius curte et destricta de Miranduolo”.
ASS, Diplomatico, Comune di Montieri: 12 gennaio 1337: Camuccio di Convenevole da Chiusdino vende alla comunità di Montieri (“universitati castra Montieri”): la metà parte che aveva nel tenimento di Miranduolo fra
Chiusdino, Cuniano, (Luniano), Boccheggiano e Montieri (vi sono riportati i confini); “unam partem trigenta sex partibus infrascripte partis
distincte et confinante prout interus contineturi poderis et tenimenti de
Miranduolo positi intra confines et territoria castrorum Chiuslini, Montieri, Boccheggiani e Luriani et aliarum terrarum circumstantium que par
se flumen Mersis et cursus Cussam [...] totius terreni et tenimenti dicti
poderem quod est et incipit a vado Mersis vocato el Ponte al Frasso quo
transit veniendo de Monterio et eundo ad castellare de Miranduolo et facit sicut trahit et itur per viam quam itur ad dictum castellare usque fossatum Coniem et continuando per dictum fossatum Coniem usque ad
pedem fossati de Kollelungo [...] ipso Collelungo cursus villam Castagnuoli quod quadam Collelungum non veniant neque venire intelligatur
ad dictam venditionem et faciat trahat eundo cursum per Vallem ad Viti
usque terram nostram de Cusa et transeundo dictam terram et eundo cursus Villa de Cusa recta linea deinde sicut trahat et eundo [...] per quemdam vallicellom seu fossatum que vocatur fossatum a la Lama que est inter terenum hominum de Fogari et dictum terrenum usque viam qua itur
de Villa de Valacchio ad castrum Boccheggiani quam viam est subter ecclesia Ville de Cusa et facit trahit eundo per dictam viam usque terram
del Collelungo et facit trahit continuando per dictam terram usque flumen S(F)armolle et deinde facit trahit eundo cursum [...] dictum flumen
S(F)armolle usque fossatum Listignani que fossatum mictit in dictum flumen et faciat trahat veniendo cursum per dictum fossatum Listignani
usque ad viam terre qua itur de Villa de Valacchio ad castrum Boccheggianum et faciat trahat”. Nello spoglio Ms. B.95 una parte delle 36 parti
della corte e distretto di Miranduolo, e dei territori di Chiusdino, Montieri, Boccheggiano, Luriano.
ASS, Ms. B.95: 14 gennaio 1337: Sampogna del fu Martinello da Chiusdino
vende a Periniano del fu Rollando, Dote del fu Casino, Nerio del fu Cecco
da Montieri, sindaci e procuratori del Comune e uomini di Montieri, la
diciottesima parte di una parte del podere e terreno di Miranduolo, che
detto Sampogna e i suoi consoci comprarono da Nerio del fu Giacomo
di Ranieri da Montieri, e vende per il prezzo di 100 lire di denari senesi
minuti.
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ASS, Ms. B.23: 14 gennaio 1337: “dictis Comunis, hominum et personarum de Monterii” la diciottesima parte di una parte “poderis et terreni de
Miranduolo”, che detto Sampogna, et suis consotii et consorte, comprarono da Nerio del fu Giacomo di Raniero da Montieri.
ASS, Ms. B.96: 14 gennaio 1337: Sampogna di Martinello della terra di Chiusdino uno dei compratori del podere, e terreni del Miranduolo venduti
da Neri di Giacomo di Montieri di 18 parti ne vende una alla comunità
e uomini di Montieri di là da la Mersa e verso Cusa.
ASS, Ms. B.95: 14 gennaio 1337: Gualfredino del fu Mino da Chiusdino
procuratore di Comuccio vende a Periniano del fu Rollandi, Dote del fu
Casino, e Nerio del fu Cecco di Montieri, sindaci e procuratori di Montieri, una metà delle diciotto parti del podere di Miranduolo, che il detto
Gualfredino e i suoi consoci comprarono da Nerio del fu Iacobo di Maniero da Montieri.
ASS, Ms. B.23: 14 gennaio 1337: “decan et otto partibus una poderis terreni
de Miranduolo, che a Comuccio di Condenevole et sui consocii, et consortes, vendi a Nerio del fu Iacobi Ranieri da Montieri, per ottantaquattro libre di denari senesi minuti”.
ASS, Ms. B.96: 17 gennaio 1337: Donna Memma di Bene da Greppoli vedova di Forbino di Bonifazio di Chiusdino vende a Dota di Capino e Ceroncino di Rolando, sindaci e procuratori eletti dalla Comunità di Montieri, una metà di diciotto parti,una del podere di Miranduolo verso Collebeccajo e Cusa e come sono descritti nell’istrumento di compra che fece
fare marito Forsini e suoi consorti da Neri di Giacomo di Montieri.
ASS, Ms. B.23: 17 gennaio 1337: Donna Gemma figlia di Benno e vedova di
San Brancaccio della Curia di Chiusdino vende “unam partem de decem
et octo partibus [...] sicut Factinus vir anus predulo et sui consortes emerunt a Nerio olim Iacobi Ranieri per 85 libbre di denari senesi minuti”.
ASS, Ms. B.23: 17 gennaio 1337: Benno del fu Monaldi da Greppoli contado di Chiusdino vende Dote del fu C(h)bsini e Perincino del fu Rollandi da Montieri sindaci e procuratori di detto comune “unam partem
cum dimidis de decem et octo partibus poderis de Miranduolo, sicut pro
et consortes sui emerum a Nerio olim Iacobi Raneri de Monterii per il
prezzo di trentacinque denari senesi minuti”.
ASS, Ms. B.96: 17 gennaio 1337: La comunità e gli uomini di Montieri per
mezzo del suo sindaco Cerancino di Rolandi comprano da Benno di Monaldo da Greppoli di diciotto parti una e mezza di tutto il tenimento del
Miranduolo, come egli e i suoi consorti avevano comprato da Neri di Giacomo di Montieri con tutti i terreni descritti nelle instrumento rogato da
Benno e che sono di la da la Mersa in contrada Colle Beccajo e verso Cusa
per il prezzo di 150 libre.
ASS, Ms. B.96: 17 gennaio 1337: Duccino di Monaldo da Greppoli del Castel di Chiusdino vende a Dota di Capino, e Ceroncino di Rolando, sindaci e uomini del Comune di Montieri, una delle diciotto parti di tutto
il podere del Miranduolo comprato da lui e suoi consorti da Neri di Giacomo con tutti i terreni di là dalla Mersa e vendo Cusa descritti nell’istrumento di compra .
ASS, Ms. B.23: 17 gennaio 1337: Nuccio del fu Monaldi da Greppoli al pari
di suo fratello Benno ricordato nell’istrumento di sopra uguale porzione
di beni per prezzo di novanta lire di denari senesi, ai suddetti sindaci del
Comune di Montieri. In ogni parte il documento è identico a quello precedente.
Il lato meridionale del circuito si conserva molto frammentato per
circa 50 m; il tratto più lungo (18 m) taglia obliquamente la pendenza naturale in direzione della superficie spianata, evidenziando la
volontà di seguire l’inizio dello scosceso declivio naturale.
Nella porzione orientale non si riconoscono evidenze relative allo sviluppo della fortificazione.
Le murature sono realizzate in conci irregolari, con sbozzatura solo
superficiale; la tecnica costruttiva e il tipo di apparecchiatura non
sono comprensibili a causa del forte dilavamento del terreno che ha
provocato in più punti lo slittamento dei filari e la dispersione della
malta.
Nella collina ovest, in corrispondenza del punto dove la pendenza
inizia ad aumentare, troviamo un doppio ordine di muri, posti a
circa 1,5 m l’uno dall’altro, con una variazione di quota di circa 1 m.
Il tratto inferiore presenta andamento curvilineo, particolarmente
marcato nell’estremità settentrionale, a seguire la morfologia del terreno; il tratto superiore, invece, si presenta più lineare.
La tecnica costruttiva, simile a quella riconosciuta nei muri di cinta,
potrebbe far pensare a un secondo circuito murario che cinge la parte
sommitale dell’insediamento; nel resto della superficie però non si
rintracciano altre evidenze a supporto di tale interpretazione.
Nella collina orientale si concentrano i resti più consistenti dell’insediamento. Nel versante occidentale, si individuano tracce in elevato di un ambiente a pianta rettangolare, di cui si conserva l’angolo
sudorientale, definito da due spezzoni murari posti perpendicolarmente (uno ha una lunghezza di 4 m e altezza di 2 m mentre l’altro
è lungo 2,5 m e alto 2 m) e da un terzo (lunghezza 3,5 m, altezza
1,40) situato a nord immediatamente a ridosso dell’inizio del declivio. Sono realizzati con conci di travertino, sbozzati e non squadrati
(dimensione media 2520 cm) posti in filari paralleli, spesso suborizzontali, e hanno uno spessore di 90 cm; dal tipo di apparecchiatura possiamo proporre una datazione nel corso del XIII secolo.
Tre metri verso sud-ovest, troviamo un’altra emergenza di 2,5 m di
lunghezza che si conserva in elevato per 1,30 m. Nonostante lo spanciamento dovuto al peso del grande muro che la oblitera (descritto
in seguito), presenta una tecnica costruttiva più attenta. Realizzata
con materiale uguale ai casi precedenti, mostra conci regolari, approssimativamente squadrati e perfettamente lavorati sulla superficie esterna; la messa in opera è definita da filari paralleli ottenuti con
l’alternanza da corsi omogenei di blocchi squadrati ad altri con pietre più piccole e irregolari.
Sul lato occidentale si conserva un lungo tratto di parete che, crollando, si è spezzato al contatto con il muro appena ricordato. All’interno dello spazio definito dalla parete e dal muro sottostante, si individua una concentrazione di mattoni legati, che si appoggiano alla
parete; sono interpretabili come tramezzi divisori, previsti in successive modifiche all’originaria struttura.
Il muro, realizzato a sacco e rivestito in pietre squadrate, presenta
uno spessore di 1,40 m; nonostante l’impossibilità di vedere la faccia esterna della parete, dalla sua sezione possiamo, comunque, riconoscere un tipo di apparecchiatura regolare sul tipo del precedente.
Su tutta l’estensione della collina, troviamo altre tracce di allineamenti, per lo più non visibili nel loro paramento esterno, che vanno
a rappresentare piccoli ambienti di forma rettangolare forse pertinenti a un’unica struttura.
Un altro probabile vano si individua nel versante meridionale. A due
allineamenti paralleli, conservati a livello della rasatura, si associa un
moncone di parete, addossata alla collina, crollata sul suo fianco
esterno: la sezione, anche in questo caso, testimonia una messa in
Descrizione unità topografica
Indagine di superficie 1993-1994 – La cinta muraria si conserva sul
lato occidentale del poggio in due tratti di cui il primo segue per
25 m l’andamento curvilineo della superficie sommitale e l’altro
corre per 32 m lungo l’estremità occidentale. Due spezzoni posti
perpendicolarmente alla cinta delimitano un piccolo ambiente di
circa 6 mq.
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opera molto regolare, realizzata con conci perfettamente squadrati,
posti a rivestire il sacco interno del muro.
Nella parte sommitale del dosso, si conserva una profonda buca scavata nel terreno, definita nei lati da blocchi di travertino, legati fra
loro, di dimensioni regolari, sbozzate e squadrate; su uno dei lati, si
trova un’apertura, difficilmente interpretabile come buca pontaia, in
quanto profonda più di 2 m. È problematico interpretare l’emergenza; possiamo comunque proporne in via ipotetica la lettura come
punto di sbocco (pozzetto) di una cisterna per l’acqua.
Ricognizione di superficie 2001 – La nuova ricognizione effettuata
sul sito nell’imminenza dello scavo, dopo una parziale smacchiatura
della collina, ha permesso di completare l’ipotesi preliminare sulla
topografia del castello.
L’ipotesi contempla un castello esteso in un’area di 4.650 mq, ripartito in un cassero che occupa circa 410 mq e un’area abitativa di
circa 4240 mq.
Il cassero era delimitato da due fossati (uno molto chiaro, posto sul
lato est; l’altro ben marcato ma da chiarire attraverso una ripulitura,
posto sul lato ovest) che raggiungevano i dirupi naturali tracciati da
due fossi molto profondi oggi asciutti. Non è visibile ancora una
cinta muraria, né sono rintracciabili gli indizi della chiesa attestata
dalle fonti scritte. La cinta muraria dell’intero insediamento invece
potrebbe essere doppia (ma non siamo ancora in grado di dirlo con
certezza). Attraverso il confronto con Rocca San Silvestro (Campiglia Marittima, Livorno), il castello più vicino tra quelli scavati per
ampia estensione (80% del complesso), abbiamo cercato poi di congetturare il numero di abitazioni possibili a Miranduolo. Applicando
sistemi di analisi spaziale alle piattaforme GIS dei due castelli, si può
ipotizzare la presenza di 27-28 edifici che attesterebbero una popolazione di circa 130 persone (nucleo familiare medio di 5 unità)
esclusi i residenti all’interno del cassero.
Dati considerati per Rocca San Silvestro.
Estensione totale dell’insediamento: 7540 mq
Estensione del cassero: 400 mq (esclusa l’area della chiesa e il grande
piazzale aperto)
Estensione dell’area abitativa e produttiva: 7140 mq
Edifici presenti all’interno dell’area: 60
Edifici abitativi presenti all’interno dell’area: 47. Il calcolo è stato fatto
dividendo l’area occupata (7.140 mq) per il numero di edifici presenti (60); l’estensione media di un edificio, (comprensiva di spazi
non edificati e spazi aperti), risulta di 118 mq.
Ipotesi sul territorio del castello – In contemporanea con l’inizio dell’indagine di scavo, lo studio sul castello di Miranduolo è stato incentrato sulla costruzione di un modello ipotetico concernente l’estensione del territorio di sua pertinenza e il tipo di uso, dal punto
di vista dello sfruttamento economico, che ne veniva fatto.
Per definire il territorio legato al castello è stata calcolata la maglia
dei poligoni di Thiessen (intesi come territorio teorico di pertinenza) prendendo in considerazione tutti i castelli di XI e XII secolo compresi nella fascia degli attuali comuni di Chiusdino, Roccastrada, Montieri, Monticiano, Sovicille, Radicondoli e Casole
d’Elsa.
Il poligono di Miranduolo lascia ipotizzare un territorio di circa
12 kmq che, come provano i dati tratti dalle fonti archivistiche,
racchiude tutte le località indicate come confini del suo comprensorio o in esso inserite.
Il poligono ha come limiti a nord la strada Massetana e un corso
d’acqua, ripercorre uno dei fossi affluenti della Merse sul lato ovest,
comprende una grande anomalia mineraria a est e a sud-ovest la zona
del Poggettone che le fonti archivistiche indicano come zona di localizzazione delle miniere d’argento controllate dal castello.
Inoltre, il territorio ipotetico di Miranduolo, racchiude una miniera
a solfuri misti posta a poche decine di metri dal castello (circa 50 m
in linea d’aria) e riconosciuta attraverso ricognizione di superficie;
comprende anche la collina detta del “Castelluccio”, dove ancora la
prospezione ha mostrato la presenza di una ferriera.
Il poligono comprende infine a nord-est le superfici individuabili
come i piani del Miranduolo e sull’intera zona centro orientale quelle
superfici riconoscibili come la selva del Miranduolo, ambedue citate
dalla documentazione scritta.
L’elaborazione dei dati permette di ipotizzare con un buon grado di
attendibilità il tipo di economia in atto nel territorio del castello tra
XI e XIII secolo.
A nord-ovest, distanti circa 50-60 m da Miranduolo, su spazi pianeggianti, il terreno veniva sfruttato a uso agricolo. Le aree boschive
a nord-est e sud dovevano essere destinate ad attività silvo-pastorali.
La zona centrale, un’area di circa 200 ettari potenziali, doveva invece
essere legata anche allo sfruttamento dell’anomalia mineraria (estraibili limonite, blenda, calcopirite e galena; individuata già una miniera sottostante il castello) e una delle località di lavorazione era posta nella collina del Castelluccio dove abbiamo riconosciuto la presenza di una ferriera (facilmente raggiungibile a piedi dai lavoranti
residenti nel castello) in un raggio di 1.300 m in linea d’aria. Venivano infine sfruttate le miniere d’argento del Monte Beccaio, attuale
Poggettone (anch’esse non difficilmente raggiungibili da eventuali
maestranze residenti nel castello) in direzione sud entro un raggio di
2.300 m.
Scavo 2001 – La prima campagna di scavi condotta, durante i mesi
di agosto-settembre, sul sito di Costa Castagnoli, si è incentrata nell’indagine della parte sommitale del poggio, al fine di individuare i
resti materiali delle fortificazioni pertinenti l’insediamento castrense.
La collina, estesa per circa 500 mq, è delimitata a nord-est e sudovest dal tracciato di due torrenti di vasta portata, ora asciutti; nel
lato orientale, dal punto di incontro con le pendici di Poggio Fogari.
La ripulitura dell’area ha messo in evidenza un fossato di chiara origine antropica che corre con andamento parallelo a un’altra depressione: posta a occidente, marca una distinzione fisica tra questa parte
del poggio, più elevata, e il resto della collina.
In quest’area (area 1), interpretabile come cassero, l’indagine stratigrafica ha riportato alla luce un edificio con muri di forte spessore
(1,6 m). Le sue dimensioni corrispondono probabilmente a 129,5
m (i limiti est e ovest possono essere ipotizzati sulla base della presenza di muri e allineamenti di pietre parzialmente ripuliti dall’humus, ma non interessati dallo scavo). L’edificio, per dimensioni e tecnica edilizia, sembra identificabile come una struttura tipo palatium.
Presenta una muratura formata da conci e bozze ben squadrate di
calcare, posti in opera in corsi orizzontali e paralleli. L’apparecchiatura muraria regolare mostra le angolate non gerarchizzate e una lavorazione della pietra (il calcare “spugnoso” reperibile in zona), piuttosto accurata. Riguardo alla lavorazione dei materiali, i conci spianati presentano tracce di uno strumento a punta, non sempre ben
leggibili, e, raramente, di “nastrino” (si veda il capitolo VIII, 2, Campione CH 17).
Parte dei muri perimetrali dell’edificio si sono conservati, al momento del crollo, in situ: è questo il caso della parete ovest crollata
esternamente alla struttura con una rotazione verso nord-est (mantiene una lunghezza di circa 5 m) e di parte della parete est, collassata verso l’interno. L’indagine archeologica ha inoltre portato alla
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luce altri livelli di crollo (area 1, settore B) che hanno rivelato la presenza di strutture in mattoni in parte conservate (probabilmente riferibili a muri divisori interni e a volte di copertura) e, al di sopra, i
resti della copertura in lastre di ardesia. La dinamica del crollo, evidenziata dalla sequenza stratigrafica, ha visto da principio lo sfondamento del tetto che, cadendo sulla volta e provocandone il cedimento, ha determinato il crollo degli elevati.
Benché la fondazione del palatium sembri attribuibile alla fine dell’XI-inizi XII secolo, la presenza di strutture in laterizio indica una
fase tarda di utilizzo dell’edificio, da collocare probabilmente nel
corso del XIII secolo.
Privi di tracce di arrotatura o graffiatura superficiale, i laterizi hanno
dimensioni medie oscillanti tra 27,9-28 cm di lunghezza,
12,1-12,6 cm di larghezza e 5,3-5,7 cm di profondità; questi dati, se
confermati dal proseguimento dello scavo, attesteranno un utilizzo
della struttura nei decenni centrali del XIII secolo. Dalla successione
dei livelli di crollo si evince che il grande edificio, seppure in stato di
degrado fin dal XIV secolo, ha subìto il crollo definitivo dei muri portanti solo in tempi recenti.
L’indagine della collina, estesa a tutta la parte del cassero, ha inoltre evidenziato la presenza di ambienti addossati a nord e a est del
palatium.
A nord, nella parte sottostante (area 1, settore A), troviamo i resti di
un edificio a pianta quadrangolare (6,504,30 m), forse articolato
in più vani, di cui si leggono i quattro lati (i lati est e nord si conservano in elevato). Le murature visibili, presentano un paramento in
conci di medie e medio-piccole dimensioni, disposti a “filaretto” per
orizzontale e faccia quadra su corsi generalmente orizzontali e paralleli. I conci sono squadrati e sommariamente squadrati, spianati a
picconcello con tracce di finitura ad ascettino, non sempre ben leggibili (si veda capitolo VIII, 2, Campione CH 19).
L’edificio, databile al XIII secolo, registra nel tempo alcuni rimaneggiamenti che ne hanno cambiato decisamente la fisionomia. In
origine mostrava muri “a filaretto” e copertura in lastrine d’ardesia
di grandi dimensioni. Il tetto, allo stato attuale delle ricerche, sembra essere stato a un solo spiovente, orientato verso nord e poggiante
sul muro perimetrale che, in questo punto, sembra aver riutilizzato
un tratto di cinta muraria.
Lungo il lato meridionale l’indagine stratigrafica ha portato alla luce
i resti di una struttura annessa, di piccole dimensioni, probabilmente
funzionale ad attività svolte quotidianamente nella casa; si tratta di un
piano di appoggio, formato da terra coperta e impermeabilizzata tramite la stesura di una colata di malta, formata da calce e sabbie fini
con aggregati di piccole e medie dimensioni. Il piano si impostava su
uno zoccolo in muratura e aveva una lunghezza di circa 2,5 m e una
larghezza di circa 1 m.
I livelli d’uso interni all’abitazione hanno evidenziato la presenza di
una pavimentazione realizzata attraverso la stesura di un battuto di
terra spesso 50 cm circa e più sottile verso il punto di appoggio alla
roccia. I materiali ceramici rinvenuti mostrano corredi composti da
boccali in ceramica acroma depurata, uno o più grandi contenitori a
impasto grezzo, olle e testi. Lo studio dei reperti osteologici animali
(30 frammenti circa), offrirà un piccolo campione della dieta carnea
del nucleo familiare ivi residente.
L’abitazione ha subìto, alla fine del XIII secolo, pesanti danneggiamenti: è crollato interamente il tetto in lastrine e in parte anche
i muri. Nel corso del XIV secolo la struttura viene in parte ricostruita con una pavimentazione in terra che copriva il crollo del
tetto e parte del muro perimetrale nord-est (zona nella quale venne
aperta una porta). In questo punto viene costruito un muro di consolidamento (con conci di reimpiego, murati a secco e regolarizzati
tramite l’inserimento di laterizi nei letti e nei giunti di posa), reso
necessario dallo stato di degrado in cui versava il muro perimetrale
originario.
Lungo il muro perimetrale est del probabile palatium (area 1, settore
C) si colloca un edificio di forma trapezoidale; è riferibile al XIII secolo e si imposta su un piano di calpestio precedente.
Nell’angolo sud-ovest si conserva la parte inferiore di una struttura
in muratura quadrangolare, interpretabile come latrina (durante la
prima ricognizione tale struttura era stata ipotizzata come cisterna),
impostata, forse nel corso del XIII secolo, sulla parete esterna est
del grande edificio. Funzionale al palatium, presenta all’interno
un’apertura quadrangolare di 5050 cm con due imbocchi, nelle
pareti nord e sud, per il sistema di canalizzazione. La parete interna
ovest della struttura, a scarpa, è delimitata da una lastra posta in
obliquo per consentire un miglior deflusso delle acque; a nord, una
canaletta, rinvenuta nel versante settentrionale del cassero (area 1,
quadrato C3), dotata di pareti in muratura e copertura a grandi lastre di ardesia, consentiva lo smaltimento delle acque. In questo
punto la presenza di tre laterizi posti in opera con la muratura circostante, fa supporre un suo utilizzo a partire dalla prima metà del
XIII secolo.
La zona circostante la latrina (settore C), si caratterizza per una successione di livelli di calpestio esterni ascrivibili fra XIII e XIV secolo,
attualmente non riconducibili ad alcuna attività. L’intera zona poggia su massicciate formate da pietre di varia pezzatura e scarti di lavorazione della pietra, sulle quali si impostano successivi livelli di frequentazione ancora da indagare. Questa sistemazione del lato nord
della collina sembra riconducibile alla costruzione della canaletta fognaria collegata alla latrina, pertanto può ipotizzarsi una cronologia
riferibile al XIII secolo.
L’intera parte sommitale del poggio è stata probabilmente interessata, in questo periodo, da una ristrutturazione apparentemente
generalizzata che investe il palatium e gli spazi esterni posti a est e
a nord. La realizzazione di un edificio, forse adibito a uso abitativo, che sfrutta, riusandole, strutture in abbandono, è invece databile a un periodo di poco precedente la prima metà del XIV secolo; in questi anni è, infatti, collocabile l’abbandono del cassero,
come sembrano confermare i reperti rinvenuti negli ultimi battuti
di vita e nei livelli di crollo (maiolica arcaica in associazione a bicchieri databili a partire dal primo ventennio del secolo) delle strutture scavate.
Tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo è probabilmente collocabile la costruzione del circuito murario visibile lungo il versante
meridionale del poggio (area 2). Individuato per una lunghezza complessiva di 60 m circa, dei quali 44 m ben leggibili nella tecnica muraria e nel tipo di paramento (si veda capitolo VIII, 2, CH 18). Il
muro ha uno spessore di 1,60-1,70 m e presenta fondazioni “a gradoni” in bozze di calcare cavernoso (spaccate e poste su filari orizzontali), elevato con nucleo a sacco e paramento in bozze di calcare
cavernoso di medie dimensioni e forma irregolare, poste su corsi
orizzontali e paralleli con frequenti zeppe in scaglie di pietra lamellari a regolarizzarne l’andamento. Le pietre risultano sommariamente
spianate a picconcello.
Una pulitura superficiale dei livelli di humus ha inoltre rivelato un
edificio di forma quadrangolare (con probabili dimensioni di
5,702,90 m) posto nella parte centrale del versante meridionale
del poggio (area 3). I muri perimetrali sono orientati est/ovest e
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hanno spessore di 90 cm mentre quello meridionale ha uno spessore di 1,20 m e conserva solo parte del paramento esterno. Inserito
nel tracciato del circuito murario, è preesistente e inglobato nell’innalzamento della cortina difensiva, che gli si appoggia. La tecnica
costruttiva, dove visibile, è particolarmente accurata e formata da
pietre squadrate poste in opera su corsi orizzontali e paralleli.
L’indagine stratigrafica ha infine portato alla luce, nell’area 1 (settore A), stratigrafie probabilmente riconducibili o alle prime fasi del
castello o a fasi anteriori. Sono stati evidenziati, infatti, resti parziali
di una struttura tipo capanna di forma rettangolare, retta da un allineamento centrale di pali doppi (attestato da buche di grandi dimensioni) e definita in pianta da allineamenti di pali di dimensioni
minori (attestati da tre buche con diametro di 15 cm, disposte a distanze regolari, probabilmente non portanti e funzionali agli elevati).
Gli alzati, costruiti in materiali lignei e vegetali, avevano un’intonacatura in argilla concotta; ne resta un campione su cui rimane impressa l’impronta di una foglia.
La capanna, ascrivibile per ora al generico alto Medioevo, è tagliata
da un muro identificabile forse come un tratto della cinta muraria
pertinente la prima fase di incastellamento, e databile, sulla base di un
confronto tipologico con un’evidenza presente a Montarrenti (Sovicille, Siena), in un ambito di poco anteriore al Mille (950-1000).
Allo scopo di censire le strutture ancora intuibili in superficie e formulare una prima ipotesi concernente la topografia del castello, è
stata condotta, parallelamente allo scavo, un’indagine di superficie
che ha interessato l’intero poggio. Sono stati rilevati frequenti allineamenti di pietre e crolli nella parte più orientale della collina, mentre nella porzione sudoccidentale del versante meridionale (area 4) è
stato individuato un edificio (dimensioni 10,307,20 m) al momento non interpretabile.
Ipotesi al termine dello scavo 2001 – L’articolazione in un cassero
di circa 410 mq e in un’area abitativa caratterizzata da 27-28 edifici
resta ancora plausibile. Il cassero (delimitato da due fossati) risulta
ora composto da una grande struttura probabilmente estesa 129,5
m (misure provvisorie) e interpretabile come palatium; le tecniche
murarie datano la sua edificazione fra la fine dell’XI secolo e gli inizi
del XII secolo. La costruzione del palatium sembra quindi da collocare in quella fase di ristrutturazione di periodo romanico (connotata da un uso esteso della pietra) che caratterizza l’evoluzione topografica della grande maggioranza dei castelli toscani.
In fase con l’edificazione del palatium possiamo mettere anche la
probabile torre che si trova inserita sul tratto sud-est della cinta muraria. Rimangono ancora oscure le strutture riferibili all’impianto
del castello attestato dalle fonti scritte sino dall’anno 1004. Si trattava di materiali deperibili o misti oppure già alcune strutture dovevano essere in pietra? La ristrutturazione di età romanica e le successive trasformazioni ne hanno cancellato o meno le tracce?
Quanto era esteso il complesso di inizi XI secolo? A queste domande
non siamo ancora in grado di rispondere; tuttavia, in via estremamente ipotetica, la delimitazione del cassero attraverso i due fossati
sembra rimandare a un tipo di castello più antico, di dimensioni ridotte (750 mq), circoscritto alla parte sommitale della collina e
quindi poco più di una residenza fortificata.
Un ulteriore interrogativo di ricerca riguarda le origini del castello:
si trattò di una fondazione ex novo oppure venne fortificato un insediamento preesistente, di origine altomedievale, come la precoce
attestazione di Miranduolo (anno 1004) potrebbe fare pensare? Al
momento preferiamo non sviluppare questa tematica poiché non
abbiamo ancora indagato verticalmente i depositi stratigrafici; tut-
tavia il riconoscimento di un ‘orizzonte’ di vita altomedievale apre
alcune prospettive.
Se la successione troverà conferma nel proseguo dello scavo, potremmo ipotizzare che il castello nasca e si sviluppi su un villaggio di
capanne preesistente. Nonostante questi primi indizi, rimangono comunque ancora aperte tutte le domande.
Altri dati registrati nel corso di questa campagna riguardano la
cinta muraria, la cui costruzione sembra coincidere con un nuovo
momento di ristrutturazione dell’insediamento; la cronologia supposta (fine XII-inizi XIII secolo) trova apparentemente coincidenza con un documento del 1193 (RS, pp. 143-144) nel quale il
vescovo di Volterra dichiara “si comites voluerint Mirandolum
rehedificare, permittam eis”. Il castello, forse danneggiato nel corso
della guerra fra il vescovo stesso e i conti Gherardeschi e probabilmente mai restaurato, può avere avuto un progressivo degrado nel
corso del XII secolo.
Gli interrogativi che si pongono adesso riguardano la topografia dell’insediamento: la cinta ripercorre il tracciato delle difese precedenti?
Viene allargata a chiudere l’intera collina e quindi ha un andamento
e un’estensione diversa e maggiore rispetto a quella più antica? L’unico dato certo è che ingloba un edificio preesistente, la torre sud.
Quest’ultima ha una cronologia di fine XI-inizi XII secolo; inoltre,
nel loro rapporto stratigrafico, la cinta gli si appoggia e lo stesso spessore dei corpi di fabbrica è diverso (lo spessore di quelli della torre è
inferiore di 30 cm circa).
Riguardo ancora la cinta, abbiamo riconosciuto una probabile porta
sul lato sud; sulla base della sua posizione e della morfologia del sito,
si propone una viabilità esterna (costeggia il fosso naturale seguendo
il pendio) della quale resta un piano di calpestio esteso fra l’apertura
e, per un breve tratto, l’esterno della cinta (strato attualmente in
corso di scavo).
I depositi della parte sommitale sottolineano poi ulteriori trasformazioni nell’urbanistica dell’insediamento; si assiste nel XIII secolo
a una ristrutturazione apparentemente generalizzata che investe il palatium (modifiche interne e realizzazione della latrina), gli spazi
esterni est (impianto del sistema fognario della latrina e forte rialzamento del piano di calpestio), gli spazi sottostanti a nord (costruzione di una struttura in pietra e copertura in lastrine).
L’abbandono del cassero non sembra porsi oltre la prima metà del
XIV secolo, preceduto dalla realizzazione di un edificio forse abitativo che sfrutta, riusandole, strutture in abbandono. Questa cronologia viene confermata dalla ceramica e dai vetri rinvenuti sui crolli
e sugli ultimi battuti di vita. In questo caso le fonti archeologiche
confermano le indicazioni delle fonti scritte che individuano ormai
il castello come un podere.
Documentazione nello scavo del Castello di Miranduolo (aggiornamento ottobre 2001)
Rilievo tecnico: 37 piante, 4 prospetti, 7 sezioni
Diapositive: 353
Fotografie digitali: 1.047
Riprese digitali: 124 minuti
Videodocumentazione elettronica: 190 scatti
Fotografie digitali per QTVR: 90
Animazione QTVR: 12 movies
Produzione di filmati multimediali: analisi territoriale, rilievo dei castelli di Serena e Miranduolo
Gestione GIS del territorio: 207 siti georeferenziati, applicazione poligoni di Thiessen alla maglia dei castelli
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gli impongono il rinnovo del tributo annuo ed esigono a garanzia le
rendite dei castelli di Frosini e Montalcinello e il riconoscimento dei
loro diritti su Montieri e Chiusdino.
Il vescovo, ormai del tutto esautorato, nel 1242 cede tutti i suoi diritti su Chiusdino all’abbazia di San Galgano; quest’ultima però, nonostante la stretta vicinanza, non riuscirà mai a giocarvi un ruolo attivo. La penetrazione cistercense, infatti, è decisamente frenata dalla
composizione stessa della comunità castrense, economicamente attiva e vitale, decisa anche a conquistare la propria autonomia. Tale
obiettivo è alla base del contrasto secolare con il Comune di Siena;
poco dopo il giuramento del 1215, sfruttando una pretestuosa oscurità relativa all’elezione del podestà (non era chiaro se dovesse avvenire per imposizione da Siena o anche per elezione diretta della popolazione), i Chiusdinesi assegnano la carica a un residente del castello. I Senesi nel 1271 prendono le armi e intimano la scelta di un
loro concittadino; ai temporeggiamenti oppongono la minaccia di
favorire il reingresso dei Pannocchieschi; il rischio del ritorno della
supremazia volterrana fa scegliere ai Chiusdinesi il male minore e accettano così per i successivi 30 anni un podestà del Comune. Nel
1303 si ripropone il problema ma, dopo una breve attesa di Siena,
segue la scelta di confermarle di nuovo l’autonomia decisionale; negli anni successivi l’incarico viene affidato a numerosi esponenti delle
sue migliori famiglie (come dimostrano gli elenchi dei podestà). Non
mancano comunque ricadute dell’accordo se, nel 1361, il Consiglio
dei Dodici riconosce l’annessione e obbliga il paese al pagamento di
un tributo annuo di 100 fiorini.
Dopo una lunga tregua, determinata forzatamente dal periodo di
crisi demografica ed economica seguito alle decimazioni della peste,
ancora verso la fine del XV secolo la comunità si ribella ma, dopo
una prima vittoria, viene tradita dall’alleanza con le comunità di
Montieri, Massa e Prata; Massa vende il paese ai Senesi che entrano
a Chiusdino, devastandolo. Nuovamente nel 1510 i vincitori riprendono le armi e cinque anni dopo pongono decisamente fine alla
questione stroncando i tumulti, con l’uccisione di tutti i rivoltosi.
Nel periodo di massima espansione, collocabile fra la prima metà del
XIII secolo e la fine del XIV, la corte di Chiusdino risulta delimitata
a nord dalle proprietà di Ticchiano e Papena (che rappresentavano
il limite ultimo della corte di Frosini), a est dall’abbazia di San Galgano, a sud dai villaggi di San Pietro e Greppoli e a ovest dall’attuale
confine con Montieri (corrispondente al confine fra le due corti medievali). La sua pieve comprendeva le cinque chiese, attestate nelle
Rationes Decimarum, di San Pancrazio, San Pietro, Sant’Andrea,
Bossolino, Chiusdino. Aveva tre chiese castrensi: la pieve di San Giovanni, la chiesa di San Martino, e quella dei SS. Jacopo e Martino di
proprietà dell’abbazia di Serena.
Attestazioni documentarie
Gestione GIS dello scavo archeologico: rilievo collina di Miranduolo e
allineamenti murari; intera successione stratigrafica rilevata.
Database relazionale US: 152 record
Archivi multimediali scavo: 310 record
Archivi multimediali atlante delle murature medievali del territorio di
Chiusdino: 497 record
Realizzazione pagine Web: 176 pagine
Modellazione 3D: castello di Miranduolo (in corso), castello di Serena (collina, allineamenti murari, ipotesi)
Interpretazione – Castello.
Cronologia – XI secolo-XIV secolo
Bibliografia – BICHI, III, pp. 139-140, III; CAMMAROSANO-PASSERI, 1976, II,
p. 306; CECCHINI, 1932, pp. 29-30; CECCARELLI LEMUT, 1982, pp. 13, 19,
20, 23; CECCARELLI LEMUT, 1993, p. 47; GIACHI, 1796, p. 571; MURATORI,
1738-1742, V, pp. 745-747; III, pp. 1067-1068; NARDINI, 1999; REPETTI,
1833-1843, III, p. 221; RS, pp. 107-108; TARGIONI TOZZETTI, 1778-1779,
IV, pp. 24-25; VATTI, 1931, pp. 124-127; VOLPE, 1908, p. 384; <http://archeologiamedievale.unisi.it/NewPages/MIRANDUOLO/MIR.html>.
(29) Chiusdino (Q.120 III-4780/669)
564 m s.l.m.; sommità collinare; conglomerati poligenici; fosso Proticciano; area edificata.
Notizie storiche – Nel lodo di pace del 1133 il castello di Chiusdino
compare fra le proprietà gherardesche coinvolte nel conflitto con il
vescovo di Volterra. La sua fondazione è oscura; la Ceccarelli Lemut
ipotizza che sia stata intrapresa dai monaci di Serena, secondo uno
schema già adottato dai Gherardeschi nel caso del castello di Piombino (fu fortificato dai monaci del vicino monastero di San Giustiniano di Falesia); a questo proposito, non si ha però nessuna certezza.
È sicuramente più tardo degli altri castelli signorili, dal momento che
non viene attestato nella donazione del 1004 all’abbazia di Santa Maria, eretta all’interno del castello di Serena (ASF, Diplomatico, Vallombrosa, 1004) nonostante l’estrema vicinanza.
Nella pace del 1133 fra i conti e il presule volterrano, Chiusdino
viene assegnato al vescovo che, pur concedendone la metà in feudo
ai conti, si riserva il diritto di costruirvi una torre con l’antemurale e
ulteriori fortificazioni; agli avversari viene negata qualsiasi iniziativa
autonoma all’interno della cinta.
L’intervento dell’abbazia di Serena è limitato al minimo come dimostrano gli accordi del 1165 e del 1191, che mirano a lasciare all’abbazia la sola proprietà della chiesa di SS. Jacopo e Martino, negandole poi ogni ingerenza nella giurisdizione ecclesiastica della comunità religiosa di Chiusdino; nel 1191 il vescovo, donando la
chiesa di San Giusto a Colle Bifolcoli, esclude infatti la cessione dei
diritti sulla pieve castrense, appartenuti a detta chiesa.
Già dal 1137 Siena tendeva ad affermarsi su Chiusdino come base
di avanzamento sul territorio della Val di Merse, partecipando così,
attivamente e in prima persona, nelle trattative relative al possesso
delle argentiere di Montieri. In tale data il vescovo volterrano Ademaro aveva ceduto, in cambio delle tre pievi senesi di Scorgiano, tre
piazze e un edificio all’interno del castello, in più la metà del castello
e delle argentiere di Montieri. Tale atto dà inizio a una lunga contestazione da parte dei successori di Ademaro e innesca in pratica il
conflitto fra le due potenze. Nel 1181 Ugo riconosce ai senesi i diritti su Montieri e si impegna a far giurare fedeltà agli uomini di
Chiusdino, Frosini, Travale e Gerfalco. Nel 1210, il vescovo Pagano
riaccende il contrasto in forma di vero e proprio scontro armato; cinque anni dopo i senesi irrompono a Chiusdino, dove il Pannocchieschi si era rifugiato, prendendolo prigioniero; in cambio della libertà
ASF, Deposito Della Gherardesca, Pergamene, 5, settembre 1133: “Laudamus
atque precepimus ut Gena et omnes filii eius iurent quod medietatem castri Cluslini cum curte eiusdem castri, cum antemurali facto vel faciendo
et donicatis et allodiis, que in predicta curte episcopatus Vulterranus in
presentiarum habet, non imbrigabunt nec minuent, non auferent, non
turrem vel munitionem ibi construent neque per se neque per aliquam
submissam personam et, si ea omnia vel partem eorum episcopus perdiderit, ipsi per bonam fidem sine fraude adiuvabunt eum ea recuperare et
recuperata retinere. Laudamus atque precepimus etiam ut hoc idem iurent omnes homines de alia medietate Cluslini, quam predictus episcopus filiis Ugolini in feudum tribuit”.
CV, I, pp. 26-27: novembre 1137: “eodem modo do et trado et concedo permutationis nomine tibi prelibato Rainerio episcopo, tuisque successori-
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bus, integram unam plateam cum edificio suo, quam detinet Marchisellus filius Guittoni in castello de Cluslino. Similiter do et trado et concedo
duas plateas in burgo predicti castri in abiliori loco, una queque illarum
sedecim brachiorum per amplum, triginta vero per longitudinem”.
RV, n. 196, p. 70: 7 maggio 1165: “Galganus ep. Vult. consensu canonicorum se obligavit Silvestro abb. s. Marie de Serena, se non edificaturum ecclesiam in castro et burgo de Cluslino nec litem facturum de eccl. s. Iacobi et s. Martini iusta muros de Cluslino; [...] presentia Guidonis et Tedicii comitum qd. Ugolinus comitis”.
RS, n. 304, pp. 117-118: settembre 1181: Ugo, vescovo di Volterra “iurare
faciam omnibus hominibus de Montelio, Cluslino, Montalcino, Frosini,
Gerfalco ad festum s. Michaelis, quos consules petierint”.
RV, n. 231, pp. 79-80: 5 gennaio 1191: “Ricovero abbas s. Marie de Serena
[...]. Recepi ecclesiam s. Iusti lanbardorum ad Colle Bifolcoli cum omni
iure, excepto iure plebis de Cluslino, tres plateas in castello de Cluslino,
duabus ante est via, retro murus castri, ex uno latere filiorum Rubavillani,
ex alio Rainerii; tertio ex uno latere Bonaccorsi, ex alio hominum de Magrignano, retro murus castri, ante via, et quattuor plateas in suburbio castelli de Cluslino, ex uno latere episcopi, ex alio abbatie, de subtus murus
burgi; preter hec duos villanos meos homines, Martinum Berguccie et
Iohannem Bolge”.
CV, I, p. 137: 2 marzo 1208: “Ego Riccius de Cluslino do, cedo [...] omne
ius et actionem et petitionem mihi quoquo modo vel iure competentia
adversus universos et singulos homines civitatis Senensibus pro dannis,
iniuriis et expensis, que substinui et feci occasione guerre et pro guerrra
que fuit inter Senenses et Florentinos et Aretina et promitto vobis, quod
nulli alii dedi, cessi, concessi, manavi nec aliquo modo alienavi quicquam
de prefato iure meo[...]”.
RS, n. 530, pp. 233-234: 22 maggio 1215: “ego Paganellus ep. Vulterr. [...]
pena eius, de qua re est instrumentum factum a qd. Rainerio iudice; qui
fuerunt M. march. arg. Refuto tibi nomine comunis et hominum, quia
fuerunt in exercitu cum Senensibus super castrum Cluslini, de comitatu
Sen. vel aliunde iura et actiones meam, episcopatus et comunis de Cluslino contra Senenses et comune pro damnis, maleficiis, rapinis, arsionibus, incisionibus commissis comuni de Cluslino vel alii loco episcopatus
Vulterr. Spontaneo voluntate promitto querimoniam motam in curia pape
Innocentii contra comune Sen. non repetere de inquietatione possessionis castri de Montieli, castri de Frosine, Montis Alcini Vulterr. episcopatus et castri Montisregionis in territorio civitatis Sen. posit. [...] Actum
extra portam de Cluslino prope carbonariam castelli”.
CANESTRELLI, p. 142: 1242; “Nos Nicola vicarius in castro de Chiuslino, episcopus Vulterranus [...] nomine Communis dicti castri [...] damus, cedimus et mandamus, remictimus et refutamus vobis domino Forensi abbati
Abbatie Sancti Galgani, nomine monasterii dicte Abbatie recipienti et in
vos pro eo transferimus omnia jura et actiones et petitiones reales et personales, utiles vel directas, competentia vel competentes et competitura dicto
Communi et nobis vel aliarum nostrarum (sic) in silva et nemora et plano
et aliis rebus positis prope dictum Monasterium in loco qui dicitur Monte
Sepi et Monte Sebio, cui ex una parte fluit flumen Merse, ex alias parte est
Gallessa, et alia parte fossatum de Righineto et siqui sunt confines”.
un’apparecchiatura muraria non sempre regolare. Dalla porta si diparte un vicolo lastricato, via San Martino, che, ricalcando in parte
la viabilità esterna al castello di XII secolo, è delimitato a sinistra
da un fronte di case costruite probabilmente sul primitivo tracciato
del circuito murario.
La chiesa dei SS. Iacopo e Martino, situata sul versante della collina che digrada verso la Val di Merse, ha un impianto ad aula
unica ed è priva di terminazione absidale; di modeste dimensioni,
presenta le caratteristiche dell’architettura religiosa romanica di
fine XI-inizio XII secolo. La facciata, particolarmente interessante,
è in conci squadrati di calcare posti su filari orizzontali e paralleli.
Nella parte inferiore del prospetto sono visibili le fondazioni dell’edificio che, una volta abbassata la quota del piano d’uso, necessitò di una nuova sistemazione. In quest’occasione, infatti, fu tamponata la parte superiore della porta, già ampliata asportando la
muratura sottostante, e fu aperta una finestra tagliando parte dell’archivolto del portale d’ingresso.
La chiesa originaria presentava una facciata a capanna con portale d’ingresso concluso da un architrave, monolitico, sormontato da un arco a
tutto sesto. Alcune irregolarità nella tecnica costruttiva, come la posizione asimmetrica del portale, denotano una non perfetta padronanza
dei moduli compositivi caratterizzanti invece gli edifici religiosi romanici del XII secolo, come la vicina pieve di San Michele Arcangelo.
Il prospetto laterale sinistro, coperto in gran parte dai fabbricati dell’annesso convento, presenta nella parte inferiore una muratura in
bozze quadrangolari di calcare marnoso, databile al XIII secolo (si
veda il capitolo VIII, 1, Campione CH 14).
Un’analoga cesura nell’apparecchiatura muraria si nota all’interno
dell’edificio, oggi sconsacrato, dove i prospetti laterali presentano, a
partire da circa un metro d’altezza, una muratura a filaretto (in fase
con l’impianto dell’edificio e con il piano pavimentale originario),
mentre al di sotto è visibile una muratura a bozze di calcare, più
tarda. L’edificio retrostante la chiesa, inglobato nella sua struttura,
ne amplia lo spazio interno, alterandone però l’aspetto.
Situata all’interno del circuito murario più antico, in posizione sommitale e parte integrante del primo nucleo castrense, la pieve di San
Michele Arcangelo (Propositura) rappresenta, con la torre scapezzata
posta a breve distanza e la chiesa dei SS. Iacopo e Martino, una delle
poche attestazioni riconducibili al castello di XII secolo.
La pieve, a pianta rettangolare, è ad aula unica con terminazione absidale a scarsella. In buono stato di conservazione, ha il prospetto di
facciata e il fianco occidentale ben leggibili. Il lato sinistro invece è
inglobato nel cortile dell’adiacente canonica mentre edifici tardi si
sono addossati alla parte absidale, impedendone la vista.
La facciata, a capanna, presenta un’apparecchiatura muraria omogenea in conci ben squadrati disposti su filari orizzontali e paralleli. Il
portale d’ingresso, di grandi dimensioni, è chiuso da un architrave
monolitico sorretto da mensole concave e sormontato da un arco a
tutto sesto con leggera estradossatura (aumento di spessore dalle imposte alla chiave). Non si conserva la lunetta originale, oggi tamponata in mattoni; il rosone è di epoca moderna.
Il fianco destro, con evidenti tracce di rimaneggiamenti, presenta
un corpo aggiunto, in mattoni, probabilmente costruito allo scopo
di creare una nicchia all’interno dell’edificio (una costruzione simile è visibile, in posizione simmetrica, sul fianco sinistro della
pieve). La porta laterale presenta gli stipiti e l’architrave opera di
un recente restauro, mentre l’arco di scarico superiore, a sesto
acuto, è l’unica parte originale conservatasi; di pregevole fattura è
formato da conci di travertino perfettamente squadrati e spianati
ad ascettino.
Descrizione unità topografica – L’attuale abitato di Chiusdino si
è sviluppato attorno a un primo nucleo, a pianta ellittica, posto
sulla vetta della collina. L’accesso al castello era garantito da una
porta, ancora oggi conservata, presso la quale sorgeva la chiesa dei
SS. Iacopo e Martino, definita dalle fonti storiche come “iusta muros castri Cluslini”. La porta ha subìto forti rimaneggiamenti, compreso un abbassamento del piano di calpestio che ne ha messo in
evidenza le fondazioni. I prospetti interni mostrano resti di murature a grandi bozze sommariamente squadrate poste in opera con
71
La torre campanaria, visibile sul retro dell’edificio religioso e addossata alla scarsella, è posteriore al primitivo impianto della chiesa.
A pochi metri di distanza emerge la parte superiore di una torre scapezzata che, circondata da edifici che la inglobano quasi totalmente,
presenta una muratura in conci ben squadrati di calcare su corsi
orizzontali e paralleli. Situata, insieme alla pieve, nel quartiere detto
del “Portino” (dall’antica porta di accesso al castello posta nel primo
circuito murario), è l’unico edificio civile conservatosi, attribuibile
con certezza al castello di XII secolo. Il prospetto sud, l’unico libero
da sovrastrutture, mostra numerosi rifacimenti in mattoni dovuti
alla trasformazione in monastero della struttura in epoca rinascimentale. Di grandi dimensioni, non conserva aperture originali; il
tipo di apparecchiatura muraria, particolarmente accurato, e la posizione dominante, rendono probabile una sua identificazione come
residenza signorile.
La Casa di San Galgano, il palazzo dove si presume sia nato, nel
1148, Galgano Guidotti, è situato tra la Propositura e la chiesa di
San Sebastiano. Quest’ultima, costruita per accogliere le reliquie del
santo portate a Chiusdino dall’abbazia di San Galgano, presenta
sulla facciata, completamente intonacata, un bassorilievo con la data
1466.
La Casa di San Galgano, profondamente rimaneggiata, presenta
nella parte inferiore del prospetto laterale ovest e nella facciata,
una muratura in bozze regolari di calcare marnoso poste su filari
orizzontali e paralleli. È questa la parte dell’edificio che maggiormente conserva le caratteristiche costruttive medievali, genericamente databili al XIII secolo, come la stretta porta d’ingresso all’edificio, con arco di scarico parzialmente ricostruito, sorretto da
mensole scolpite. L’apertura è inquadrata da tre finestre strombate, di epoca recente, delimitate alle estremità da due peducci in
Cinta di XII secolo
Cinta di fine XIII - inizio XIV secolo
Edificio di XII secolo
Edificio di XIII secolo
1 - Pieve di S. Michele Arcangelo
(Propositura)
2 - Chiesa dei SS.Jacopo e Martino
3 - Casa di S. Galgano
4 - Edificio di XII secolo
5 - Porta della cinta di XII secolo
(portino)
6 - Porta della cinta di fine XIIIinizio XIV secolo (Porta Senese)
Figura 16. Chiusdino, emergenze architettoniche di epoca medievale (XII-XIV secolo)
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pietra. La parte superiore dell’edificio, profondamente rimaneggiata, fu adibita a carcere fino al XIX secolo, come mostrano le
strette finestre strombate, chiuse da inferriate, aperte nei due prospetti visibili.
Il borgo, sviluppatosi nel corso del Duecento e del primo Trecento
intorno a questo primitivo nucleo sul versante occidentale della collina, conserva ancora una serie di stretti vicoli intorno ai quali si organizzarono piccoli isolati ben distinti. Attraversato da un asse viario, le attuali via Roma e via Mascagni, fu inglobato da un nuovo circuito murario che presentava alle estremità due porte, una verso
Siena, detta Porta Bacucchi o Barlucchi, un’altra verso Montieri,
detta Porta Piana e distrutta in epoca recente; una terza porta, detta
Porta al Poggio, dava sulla Val di Merse.
L’unica porta conservatasi è quella aperta verso Siena. Presenta gli
stipiti formati da conci di calcare squadrati sui quali si imposta un
arco a tutto sesto, in conci di travertino ben squadrati, privo del concio di chiave. Il paramento murario circostante presenta una muratura in bozze e conci sommariamente lavorati di calcare.
La presenza di una porta situata tra via della Ruga e via dei Camperoni, inglobata nelle abitazioni del borgo e profondamente trasformata nel suo aspetto originario dal rifacimento in mattoni
dello stipite sinistro e dell’arco superiore, ha fatto ipotizzare la
presenza di un circuito murario che, inglobando nel castello il
quartiere della “Buche”, si ricongiungeva alla Porta Bacucchi.
L’analisi delle emergenze architettoniche di periodo medievale,
unitamente a uno studio topografico dell’abitato, rendono difficilmente confermabile l’esistenza di un altro circuito, passante
da Porta Bacucchi e diretto verso via della Ruga. In questo caso,
infatti, il percorso delle mura cambierebbe bruscamente direzione
proprio all’altezza della Porta suddetta, dove il tratto di circuito
murario conservatosi, con andamento verso via delle Mura,
smentisce tale ipotesi.
La cinta attualmente conservata, che da Porta Bacucchi, passando
internamente a via delle Mura, portava a Porta al Poggio, è ben documentato negli ampi tratti di mura che ancora circondano l’abitato di Chiusdino. Il paramento murario, in bozze e conci sommariamente lavorati su corsi sub-orizzontali e paralleli, è in genere
ben conservato nella parte inferiore della muratura; la parte superiore del paramento mostra invece, nelle cantonate tuttora visibili
e nei numerosi rifacimenti, l’attività edilizia delle abitazioni che vi
si sono impostate.
A partire dalla metà del XIV secolo, l’abitato aveva probabilmente
raggiunto le dimensioni dell’attuale centro storico; colpito da una
grave crisi socio-economica alla fine del secolo, tra XV e XVI secolo
subì, a causa di una serie di conflitti e calamità naturali, danni ad alcuni edifici situati nel cassero.
Interpretazione – Castello.
Cronologia – Inizi XII-età contemporanea.
(30) Argentiera del “Monte Beccario”, località Poggettone (Q.120
III-4776/668)
476-502 m s.l.m.; poggio; flysh prevalentemente argillitici; fiume
Merse; vegetazione stabile.
Notizie storiche – Nell’atto di sottomissione al Comune di Siena stipulato nel dicembre 1178 i conti di Frosini, membri della famiglia
dei Gherardeschi, si impegnano a cedere la metà del castello di Miranduolo e la metà “totius iuris et actionis in Monte Beccario, argentarium et omnium generum metallorum infra dictos fines”. Dichiarano inoltre il diritto del Comune senese di usufruire della metà
dell’argento e di qualunque altro metallo venga eventualmente reperito o dalla famiglia, dal Comune o da chiunque altro in quella
zona; confermano però che dovrà comunque rimanere sempre in
loro possesso la metà del patrimonio minerario.
I giacimenti argentiferi sono ubicabili nell’attuale località Il Poggettone (Comune di Montieri), identificata ancora nel Catasto Leopoldino nel toponimo di Poggio di Colle Beccajo (sezione U detta di
Sambra-comunità di Chiusdino), specificato nei documenti di XIII
secolo “in dicta curia de Miranduolo, in contrata de Cusa”; benché
inseriti nella corte del castello di Miranduolo (estesa, secondo le
fonti, fino a toccare Luriano, Ciciano e Boccheggiano) erano distaccati fisicamente dalle pertinenze immediate del castello.
La presenza di emergenze di blenda e galena (minerali dai quali appunto si estrae l’argento) nella zona è confermata anche dalle analisi
mineralogiche, effettuate in tempi recenti.
I documenti non danno indicazioni ampie utili a definire la qualità
e l’importanza dei depositi; la clausola finale imposta all’atto di sottomissione induce a pensare che l’area del Monte Beccaio potesse essere abbastanza ricca se si contempla l’eventualità di scoprire nuovi
giacimenti (può comunque trattarsi di una semplice formula rituale).
Ciò che emerge in modo innegabile (ma altrettanto ovvio) è che le
miniere fossero sottoposte al diretto controllo del conte; nel 1263,
figurano infatti fra le proprietà cedute direttamente dal signore alla
famiglia Cantoni, insieme alla sesta parte del castellare e alle terre,
selve e boschi: elementi sui quali tradizionalmente venivano esercitati i diritti di banno da parte del signore.
I filoni arrivano all’esaurimento, con tutta probabilità, prima del
1337: nell’ultimo atto di cessione relativo all’ormai “podere” di Miranduolo, in favore del Comune di Montieri, non viene infatti
espresso alcun riferimento alle aree minerarie.
Attestazioni documentarie
RS, n. 286, pp. 107-108: 19 dicembre 1178: “Nos Tedicius, comes de Frosine f. Ugolini comitis pro Baviero, Tedicengo, Guerriero filiis et pro Ugolino de Strido, et ego Ugolinus Pepi similiter comes de Frosine donamus
toti comuni Sene per manus Baruffe f. Gregorii nunc existente consule et
rectore civitatis et Fortearrigi Adelardi consule et rectore electo et Rainerii Montonis electo consiliario nomine sociorum suorum med. Castri Miralduolo vocati, hominum ibi manentium, totius iuris et actionis in Monte
Beccario, argentariarum et omnium generum metallorum infra dictos fines [...] Adiuvabimus comune Sen. habere med. argentarie seu alterius generis metalli, que ibi nunc est vel quam nos vel comune Sen. vel quilibet
alius ibidem inantea invenerit; aliam med. nomine nostro debemus habere. Volumus, quod Cactaneus de Monte Arrenti et Gualandus et Bonusaccorsus de Suvicille sint castaldiones argentarie.[...]”.
CV, n. 17, pp. 29-30: 19 dicembre 1178- 15 agosto 1179: “in integrum medietatem generaliter totius castri, quod vocatur Miralduolo et totius eiusdem territorii atque adstrictus et omnis curtis ipsius, cum omnibus rebus infra se existentibus [...] vel quam habemus nos et iamdicte persone
in Monte Beccario et in eius pertinentiis et omnium argentariarum atque
omnium generum metallorum infra praedictos fines [...]. Insuper pro-
Bibliografia – ASCHERI-CIAMPOLI, 1986, pp. 104-105; CAMMAROSANO-PASSERI, 1976, II, p. 306; CANESTRELLI, 1993, appendice; CAPPELLETTI, 18441870, XVIII, pp. 209-210; CECCARELLI LEMUT, 1982, pp. 11, 16, 17, 19, 20,
documenti in appendice; CECCARELLI LEMUT, 1993, p. 63; CECCHINI, I, pp.
26, 27, 137, 219; FELLI, 1899; CONTI, 1985; 1986; DAVIDSOHN, 1965, I, pp.
614, 719, 875; MARRARA, 1961, pp. 100, 249; PARDI, 1925, p. 6; PECCI, 1645;
RDI, I, pp. 158, 162, 168; RDI, II, pp. 202, 218, 219; REDON, 1975, pp. 105139; REPETTI, 1839, I, pp. 707, 708; RS, pp. 70-71; RV, pp, 107, 181, 183185; VOLPE, 1908, pp. 342-343; VOLPE, 1923, pp. 155, 242, 310; Constituto
1262, p. 314.
73
“Item dictos homines et villanos nostroscum servitutitus ipsorum nobis
competentibus et competituris, videlicet urbanorum prediorum, et rusticorum, et cum lectis, albergariis, messaggiariis, operibus, omnibus quibuscumque nobis competentibus et competinturis et cum angariis, pro
angariis censitibus, abscriptitiatum, villanatus, colonatus, abscriptitiatus
et censitus et cum datiis, colleptis, imponendis prodictis personis et locis omnibus et cum omni aliis servitus nobis e dictis hominibus et personis et locis, debitis et debendis in perpetuum”. Il documento non è originale, bensì copia autenticata che venne trascritta dall’originale il 27 maggio 1267.
ASS, Diplomatico, Comune di Montieri: 4 giugno 1276: Arrigo e Maffeo
del fu Gualtiero di Cantone vendono a Giacomo di Ranieri di Ricciardi:
“castellare de Miranduolo que olim dicebat castrum de Miranduolo cum
omni curte et districtu suo et cum omnibus iuribus [...] spectantibus et
pertinentibus ad ipsum castellare [...] pertinente ad dictum castellare et
curtem et districtum eius et cum omnibus terris cultis et incultis et egrestibus et cum omnibus silvis et nemoribus et cum onibus aquis et aquarum al[...] et cum omnibus insulis et cum omnibus domibus [...] in dicto
castellare et curte et districtu eius et cum omnibus poderibus et nominatim in villa de Cicioris, in villa de Cas(t)eldicçi, in villa de Castagnuolo,
in villa de Cusa et in villa de Fogari et in quolibet alio loco de curte et
districtu” diritto di signoria su villani, livellari, boschi, selve e miniere
d’argento.
mittemus vobis, quod si aliquo in tempore comune Senarum turrem vel
palatium vel aliud hedificium in aliquo loco predicte donationis hedificare voluerit, sive hedificaverit eum, non impediemus”.
RS, n. 286, pp. 107-108: 19 dicembre 1178: “Nos Tedicius comes de Frosine
f. Ugolini comitis pro Baviero, Tedicengo, Guerriero filiis et pro Ugolino
de Strido, et ego Ugolinus Pepi similiter comes de Frosine donamus toti comuni Sene per manus Baruffe f. Gregori nunc existente consule et rectore
electo et Rainerii Montonis electo consiliario nomine sociorum suorum
med. castri Miralduolo vocati, hominum ibi manentium, totius iuris et actionis in Monte Beccario, argentariarum et omnium generum metallorum
infra dictos fines; pen. L lib. arg. Recepimus remunerationis nomine C lib.
den. et unum confalonem. Turrem ibi edificare Senenses non impediemus.
Populum castri hoc totum iurare faciemus; defendemus Senenses et amicos
eorum, nisi fuerint inimici nostri manifesti, prius requisitis consulibus, ne
eos secum ducant. Defensabimus eos contra omnes homines exceptis quibus iuramento tenemur et inantea nulli iuramentum faciemus”.
ASS, Ms. B.95: 29 febbraio 1257: Ildebrandino del fu Baverio, conte di Frosini, vende, per se e per Raniero suo fratello figlio del sudetto Baverio, ad
Arrigo di Gualtiero de Cantoni, comprante e ricevente per se e per i suoi
fratelli Uberto e Maffeo, la sesta parte “pro indiviso” di tutto il castellare
di Miranduolo con la sua corte, distretto, borghi, strade, e casalini, la metà
di un terreno presso il bastione e il fosso di detto castellare, e altri appezzamenti di terreno che per essere la pergamena in parte lacerata e mancante non si possono leggere con sicurezza. Cede pure i diritti di giurisdizione sopra i villani e censuari, cede pure i diritti sopra le argentiere.
ASS, Diplomatico, Comune di Montieri: 24 gennaio 1257: Uguccio, Raniero,
Ugolino del fu Bartolo da Frosini vendono ad Arrigo del fu Gualtiero di
Cantone, che copra per sé e per i fratelli Uberto e Maffeo: “sextam partem
pro indiviso nos pertinentes castellaris castri Miranduolo cum plateis, casalinis, muris, edificiis, appendiciis, carbonariis et fossis et cum omnibus
iuriis”; “sextam partem pro indiviso curtis, districtus castellaris predicti cum
ortas, casas, cultis et non cultis, vineis, silvis, nemoribus, pratiis, pascuis,
erbis, lapidibus, riviis, aquiis castellare predicti”; vendono pure i propri villani, censuari, diritti d’albergaria, diritti d’arme; “medietatem pro indiviso
patronatum ecclesie Sancti Jiacobi ville supradicte de Cusa”; te [...] medietatem pro indiviso podii qui dictum Collebeccai positi in dicta curia de
Miranduolo in contrata de Cusa”; cedono inoltre i loro possessi “apud Fogali in loco dicto Gorgoli” e alcune terre “in loco dicto fonte Muccioli”;
“medietatem pro indiviso terrarum et nemororum in loco dicto Scandolariam et Colledelolio et cum aliis vocabulis quibus ex uno latere est fossatus de Conia”; “unam petiam terre aboschate posite a le piagie di Colletechaio que sint marchesi de Lavaiano”; “unam petiam terre posite all’Aia
Buona”; il documento non è originale, ma copia autenticata che venne trascritta dall’originale il 24 aprile 1277.
ASS, Ms. B.95: 11 gennaio 1263: Guido del fu Ruggerotto e Guidengo del
fu Tancredi, che dimorano e stanno a Strido, e di Strido sono detti e chiamati, conti di Frosini, per loro stessi e come eredi di Ugolino di Strido,
figlio di Guidengo, per prezzo di centodieci lire di denari senesi minuti,
vendono ad Arrigo del fu Gualtiero de Cantoni da Montieri, stipulante
e ricevente per Maffeo ed Uberto suoi fratelli, la sesta parte “pro indiviso” di tutto il castellare di Miranduolo e tutte le sue appendici e piazze,
casalini, carbonaie e fossi, il dominio e giurisdizione; la sesta parte “pro
indiviso” della corte o distretto di Miranduolo con le terre, selve, boschi,
prati, paludi, pascoli, cave e argentiere; la selva detta del Miranduolo, in
territorio di Cusa, un terreno detto “Colle Ugoli di Strindo”, in territorio di Cusa. Un terreno in parte lavorativo e in parte boschivo in luogo
detto “Lignaia”, i sopradetti terreni vengono descritti nei loro confini.
Cedono pure ogni loro diritto e giurisdizione sopra “hominum et villanorum, abscriptitiorum et servorum” aggiungendovi questa dichiarazione
Interpretazione – Area di giacimento minerario.
Cronologia – Anno 1178-anno 1276.
Bibliografia – AA.VV., 1991, p. 105, scheda n. 76; FRANCOVICH-FARINELLI, 1994, pp. 458-460; LISINI, 1935, p. 199; RS, pp. 107-108; VATTI,
1931, p. 125; VOLPE, 1961, p. 331.
(31) Località Costa Castagnoli (Q.120 III-4776/669)
370 m s.l.m.; versante poggio; rocce carbonatiche brecciate; fosso
Gallosa; vegetazione stabile ad alta densità.
Ricognizioni effettuate: 2; vegetazione stabile; condizioni di luce:
cielo coperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Poggio posto sulle prime propaggini occidentali
della Costa Castagnoli; fronteggia i ruderi del castello di Miranduolo; le due collinette sono distinte da una profonda incisione corrispondente al tracciato di un torrente, ora asciutto.
Descrizione unità topografica – Galleria di estrazione a imboccatura
ellittica con dimensioni 1,61,9 m, posta nel versante settentrionale
del poggio a sud del sito di Miranduolo. Si tratta di una coltivazione
a seguire il filone; il taglio corre parallelo in direzione sud-est. La
profondità attuale (4-5 m) è falsata dal crollo della parete interna
della galleria. Al centro della sala è individuabile un pozzetto, con
diametro di 60 cm circa, utilizzato verosimilmente per la risalita del
minerale.
L’individuazione di un taglio di forma quadrangolare (dimensioni
22 m) di chiara origine antropica, posto nella parte sommitale del
poggio, lungo il filone su cui è stata rilevata la miniera, evidenzia
un’articolazione della coltivazione in almeno due gallerie.
La mineralizzazione è rappresentata da un filone a solfuri misti associati a idrossidi di ferro nella zona di ossidazione superficiale (cappellaccio limonitico) mentre la roccia incassante è costituita da calcare cavernoso; nelle superfici interne rimangono tracce visibili di limonite.
L’assenza di frammenti di minerale in superficie impedisce di individuare con certezza il tipo di minerale cavato. È noto però che, in
74
presenza di solfuri misti, si tendeva sempre a cavare i solfuri di rame
(calcopirite) e i solfuri di piombo (galena); l’estrazione dei solfuri di
ferro, presenti in superficie, invece, era subordinata al raggiungimento dei giacimenti più profondi e più ricercati, dal momento che
la limonite produce ferro di qualità scadente. In considerazione di
questo, possiamo quasi certamente produrre l’ipotesi che si tratti di
una coltivazione di calcopirite e galena, associate solo secondariamente a quella di limonite.
Interpretazione – Coltivazione a solfuri misti, destinata all’estrazione di calcopirite, galena e limonite.
Cronologia – XI-XII secolo. L’assenza di materiale datante sul sito
impedisce di produrre datazioni certe. La tecnica di aggredire la
massa mineralizzata seguendo il filone riporta comunque in ambito
premoderno e la strettissima vicinanza con il castello di Miranduolo
converge verso l’ipotesi di una contemporaneità con la fase di vita
del centro castrense: oltre a ciò, il rinvenimento del forno per la riduzione del ferro, rinvenuto in località Castelluccio in territorio di
proprietà signorile, conferma l’esistenza di un tipo di produzione siderurgica controllata dal castello. Nonostante il mancato reperimento di tracce in superficie riconducibili a strutture per la lavorazione di rame e di argento, possiamo sostenere l’estrazione dei minerali di calcopirite e galena.
Rinvenimento inedito
In ogni caso, a sollecitare l’arrivo dei Cistercensi a Monte Siepi e a
consolidarne la presenza furono i vescovi di Volterra e in particolare
Ildebrando, le cui ampie donazioni di terre furono determinanti per
lo sviluppo iniziale della comunità. Non è da escludere che alla base
di tale interessamento vi fosse la speranza di trovare nei monaci dell’Ordine di Citeaux un efficace punto di appoggio per arginare la
progressiva perdita, sotto la spinta espansionistica di Siena, del controllo politico di una zona della propria Diocesi che la vicinanza alle
principali miniere d’argento della Toscana meridionale rendeva strategicamente importante” (GABBRIELLI, 1998a).
Nel giro di alcuni anni la comunità cistercense, filiazione dell’abbazia laziale di Casamari, della linea di Clairvaux, raggiunse una condizione sociale ed economica di primo piano, al punto da creare le
premesse, intorno al 1220, per il trasferimento della sede nella valle
immediatamente sottostante, in un luogo più consono alle proprie
esigenze, organizzato secondo i canoni architettonici dell’Ordine. La
cappella, tuttavia, non è mai stata abbandonata, e ha continuato a
esercitare, fino a oggi, la propria funzione.
Descrizione unità topografica – L’edificio presenta un volume cilindrico, con piccola abside semicircolare di fronte all’ingresso e copertura a cupola emisferica, forse in origine con estradosso a vista. Il
paramento murario della parte inferiore è a conci di calcare disposti
secondo corsi orizzontali e paralleli, mentre quello della parte superiore, comprese le monofore e l’intradosso della cupola, è a filari di
mattoni alternati a filari di conci. Al di sopra è una decorazione,
coeva all’impianto originale, a ricorsi di mattoni disposti a dente di
sega. Al centro della cappella è la famosa spada conficcata nella roccia, che recenti indagini hanno datato al XII secolo.
Il portale di ingresso, con arco a tutto sesto, è preceduto da un
atrio, probabilmente di poco posteriore all’assetto originale, con
arco in pietre e laterizi e soprastante cornicione con teste scolpite.
La parte inferiore dell’atrio è a conci di pietra, quella superiore in
mattoni.
Nel 1340 fu aggiunta una cappella a pianta rettangolare, con paramento murario in laterizi e basamento in pietra. Al suo interno si conservano affreschi di Ambrogio Lorenzetti e della sua bottega. In età
moderna, probabilmente nel Cinquecento, il corpo cilindrico è stato
soprelevato con una struttura in mattoni sormontata da una lanterna.
“Se dal punto di vista planivolumetrico la chiesa rappresenta un
unicum nel panorama dell’architettura romanica toscana, la cui interpretazione dovrà pertanto misurarsi con un raggio di relazioni internazionali nonché con il forte contenuto simbolico legato alla figura di Galgano e alla sua esperienza mistica, alcuni elementi architettonici rimandano, invece, all’architettura tardo-romanica
locale. In particolare Italo Moretti ha ben evidenziato come la “rotonda” di Monte Siepi costituisca l’esempio più eclatante di un folto
gruppo di chiese, situate in una fascia territoriale quasi interamente
compresa tra Volterra e Siena, che adottano, in tutto o in parte, un
rivestimento murario a fasce bicrome alternate di pietre e laterizi,
secondo una tecnica costruttiva, ma con palesi risvolti anche sul
piano estetico, che è stata interpretata come la versione ‘povera’ dell’analogo motivo, di ascendenza pisana, ottenuto con l’impiego di
pregiati materiali lapidei. Si tratta di ben 18 edifici, 14 dei quali situati nella Diocesi medievale di Volterra. Il fenomeno è documentato anche per il tessuto urbano senese, soprattutto per l’edilizia civile, dove risulta associato ai caratteri tipici dell’architettura locale,
in pietra o in laterizi, compresa tra la seconda metà del secolo XII e
la metà circa del XIII. Del resto anche per altri elementi non è difficile trovare puntuali riscontri in varie zone della Toscana, soprat-
(32) Montesiepi (Q.120 III-4780/675)
345 m s.l.m.; sommità poggio; sabbie; fiume Merse; area edificata.
Notizie storiche – “Le origini della cappella di Montesiepi sono legate alla figura di Galgano Guidotti da Chiusdino, eremita vissuto
tra la metà del secolo XII e il 1181, che in tale località, sulla cima
della collina che sovrasta il luogo dove più tardi fu edificata la grande
abbazia di San Galgano, fondò una piccola comunità. Pochi anni
dopo la morte del santo, il cui culto assunse subito forme popolarissime, gli eremiti vennero affiancati da alcuni monaci cistercensi, la
cui presenza è attestata per la prima volta in un diploma di Enrico
VI del 1191 con il quale l’imperatore accorda loro privilegi e protezione. In breve tempo i monaci, inizialmente organizzati in priorato
e poi in abbazia, termine che ricorre solo a partire dal 1205, sostituirono la comunità eremitica, proponendosi come eredi della spiritualità galganiana.
Un documento del 1196 attesta l’esistenza di una chiesa, sul colle di
Monte Siepi, da poco tempo edificata, probabilmente da identificare
nella cappella tuttora esistente, unica struttura ben conservata di un
complesso edilizio profondamente modificato nei secoli successivi.
Stando ai dati documentari la costruzione dell’edificio dovrebbe
quindi collocarsi tra il nono e il decimo decennio del XII secolo, datazione verso la quale la critica si è prevalentemente orientata. Rimane tuttavia incerto stabilire se al tempo della sua edificazione l’insediamento fosse abitato solo dalla comunità eremitica oppure se a
essa si fossero già affiancati i primi monaci cistercensi. Nel secondo
caso questi ultimi avrebbero concorso alla realizzazione di un edificio estraneo alla loro tradizione, secondo una scelta che potrebbe essere spiegata sia con un ruolo ancora marginale all’interno dell’insediamento, sia con la lucida consapevolezza di farsi eredi di un culto
che a livello locale si era già fortemente radicato. Non suffragata da
documenti è invece la notizia, riportata da Antonio Libanori (XVII
secolo), secondo la quale il vescovo volterrano Ugo Saladini, morto
nel 1184, avrebbe promosso la costruzione della ‘rotonda’, poi consacrata dal successore Ildebrando Pannocchieschi.
75
specializzati, i Cistercensi furono incaricati dal Comune di svolgere
delicate funzioni per la città. In cambio essi ottennero sgravi fiscali
ed esenzione di pedaggi. Dal 1257 al 1376 furono così nominati, a
più riprese, camarlenghi della Biccherna, e dal 1258 al 1295, e poi
nel 1313, operai della fabbrica del duomo. Nel 1268 i Senesi affidarono a frate Agnolo l’incarico di studiare la deviazione fino a
Siena delle acque del fiume Merse, un’impresa che risulterebbe
enorme anche per i nostri tempi. Nel 1290, infine, il rapporto con
la città venne suggellato con l’acquisizione, da parte del Comune,
del patronato sull’abbazia, e la conseguente esenzione, per i monaci,
di tutte le gabelle.
Il XIV secolo fu l’anticamera di una recessione che portò a una decadenza irreversibile, con il conseguente semiabbandono dell’insediamento e degrado delle strutture. Segnali di una condizione sensibilmente mutata si ebbero già alla fine del secolo, quando il numero dei monaci presenti nell’abbazia scese a otto, contro i
quarantasei del 1281, e l’abate riuscì a pagare le decime solo a condizione di vendere alcune proprietà. Il passaggio delle compagnie
militari, che a più riprese, nella seconda metà del Trecento, sconvolsero la comunità e il territorio circostante, certamente contribuì
ad aggravare la situazione. Una delibera del Concistoro del 1424
informa già di uno stato di degrado del complesso architettonico,
denunciando la necessità di restaurare la chiesa e il convento poiché
minaccianti rovina in più parti.
Nel 1503, malgrado le resistenze delle autorità senesi, l’abbazia fu
data in commenda da Giulio II al cardinale Federico Sanseverino,
una scelta che, come per altre sedi cistercensi, determinò un ulteriore
peggioramento della situazione. Alla metà del secolo una visita apostolica attesta la presenza di un solo frate, che doveva soddisfare gli
uffici del monastero e delle sette chiese dipendenti. Nel 1652, nell’ambito delle soppressioni innocenziane, i Cistercensi dovettero abbandonare l’abbazia e l’anno successivo essa divenne un semplice beneficio di collazione del vescovo di Volterra. Nel 1693 l’ufficiatura
della chiesa fu affidata ai Minori Osservanti e nel 1712 passò ai Vallombrosani di Santa Maria di Serena, presso Chiusdino. Nel 1729
furono di nuovo introdotti i Francescani i quali vi rimasero fino al
1787, anno di abbandono della chiesa. Successivamente il complesso
edilizio divenne proprietà della famiglia Feroni, che dal 1727 aveva
ottenuto di condurre i beni dell’abbazia in enfiteusi.
Tra il continuo alternarsi di Ordini e di abati commendatari il comune denominatore è dato dalle notizie sempre più gravi in cui versavano la chiesa e i locali monastici, i richiami all’urgenza dei restauri
e al tempo stesso l’assoluto immobilismo, salvo sporadiche eccezioni,
degli abati e di coloro che ne detenevano la responsabilità.
Nel 1786 la torre campanaria rovinò provocando notevoli danni alla
chiesa e ai locali attigui. Il 31 marzo dello stesso anno Pietro Leopoldo dette la sua approvazione alla proposta del marchese Feroni di
sconsacrare la chiesa, di demolirla insieme al monastero e con i loro
materiali fabbricare una canonica presso la cappella di Monte Siepi,
dove trasferire il curato. Nel 1789 giunse il consenso del vescovo di
Volterra. A tale decisione seguirono il crollo di altre strutture e, all’occorrenza dei proprietari, lo spoglio dei materiali.
Nel 1894, anno in cui San Galgano, anche grazie all’infaticabile lavoro di Antonio Canestrelli, fu dichiarato monumento nazionale, la
chiesa era ormai priva del tetto e del pavimento, presentava le creste
dei muri perimetrali rovinate e le volte in gran parte crollate. Gli attuali locali monastici erano utilizzati come stalle, cantine e abitazioni
coloniche. Più nulla rimaneva del chiostro e dei fabbricati che ne delimitavano i lati sud e ovest.
tutto centro-settentrionale, come le decorazioni in cotto, a zig-zag
e a denti di sega, degli estradossi dei portali di accesso all’atrio e al
corpo circolare, gli archi rialzati, la bicromia a due diverse tonalità
di pietre e la ghiera a spessore crescente dalle imposte alla chiave,
motivo quest’ultimo diffuso nell’intera regione, a dimostrazione di
come un progetto speciale sia stato tradotto in un linguaggio comune all’architettura locale del tempo. Interessante è inoltre la disposizione in senso radiale, indipendentemente dal motivo, delle
decorazioni situate nell’arco del portale dell’atrio, realizzato entro il
1220 e restaurato nel Novecento, una soluzione che rimanda a
Lucca, a Pisa e alla Val d’Elsa, ma che esclude Siena, dove risulta del
tutto assente” (GABBRIELLI, 1998a).
Interpretazione – Eremo e cappella.
Cronologia – 1180 ca.-età contemporanea.
Bibliografia – ASS, KSG, 161, 162, 163; ASF, KSGF; AMANTE-MARTINI,
1969, pp. 51-85; BARLUCCHI, 1991; BIANCHI, 1938; BORSOOK, 1969; CANESTRELLI, 1989; CARDINI, 1994; GABBRIELLI, 1998a; La spada, 2001; MORETTI, 1982; NORMAN, 1993; PFISTER, 2001; RAININI, 2001, pp. 23-40;
SUSI, 1993; VITI, 1977; VOLPINI, 1965.
(33) Abbazia di San Galgano (Q.120 III-4779/675)
301 m s.l.m.; pianura; sabbia e detriti e discariche; fiume Merse; area
edificata.
Notizie storiche – Verso la fine del secondo decennio del Duecento
i monaci cistercensi di Montesiepi (sito 32) iniziarono la costruzione
di una nuova sede, situata nella valle immediatamente sottostante,
nella quale trasferirsi. I lavori, iniziati intorno al 1218, si protrassero
per tutto il secolo, interessando prima i locali monastici e una parte
della chiesa e poi, nella seconda metà inoltrata, portando a compimento quest’ultima.
Negli stessi anni vi fu un progressivo affrancamento dal Vescovato
di Volterra, che era stato il promotore e il protettore della comunità,
e l’inizio di una politica di avvicinamento alla città di Siena, che nel
1215 era riuscita a sottomettere definitivamente l’alta Val di Merse,
sottraendola all’episcopato volterrano. A partire dagli anni Venti la
stessa espansione patrimoniale dell’abbazia fu da un lato indirizzata
verso Siena e gli immediati dintorni e dall’altro verso l’alta Val di
Merse, dove i monaci misero in piedi un latifondo compatto e di
enormi dimensioni.
Per quasi tutta la seconda metà del secolo il patrimonio terriero, organizzato in grange, fu in continuo incremento, interessando sempre nuove zone del contado senese, come la Scialenga, la Val d’Elsa
e la bassa Val di Merse, dove furono acquistati e impiantati mulini e
gualchiere. Il periodo di massima espansione, attuata prevalentemente tramite acquisti, si ebbe tra il 1270 e il 1289, quando l’abbazia mostrò una disponibilità eccezionale di risorse finanziarie. Solo
alla fine del secolo, negli anni Novanta, l’assetto economico della comunità entrò in crisi. E se anche nel primo ventennio del Trecento,
a seguito di una ristrutturazione del patrimonio, vi fu una certa ripresa, i livelli di sviluppo del secolo precedente non furono più raggiunti. Ciò nonostante, nel 1316-20, quando venne redatta la Tavola delle Possessioni, San Galgano risultava ancora una grande potenza economica, paragonabile a quella del pur ricchissimo ospedale
di Santa Maria della Scala e inferiore solo alle consorterie dei Salimbeni e dei Tolomei.
A partire dalla metà del Duecento l’attrazione dell’abbazia verso
Siena si trasformò in un forte legame reciproco. Grazie alla fama di
cui godevano, a livello europeo, quali abili amministratori e tecnici
76
1994; CHIERICI, 1923; CHIERICI, 1924; CORTESE, 1997, pp. 100-114; CU1985; ENLART, 1891; ENLART, 1894, passim; FRACCARO
DE LONGHI, 1958, pp. 248-256; GABBRIELLI, 1998a; GABBRIELLI 1998b;
GABBRIELLI 1999, pp. 18-20, 26-27; GABBRIELLI 2000; GABBRIELLI 2001;
GARZELLI, 1969, pp. 57-61; GIGLI, 1974; GIOVANNONI, 1922; LAMBERT,
1896; La spada, 2001; LIBANORI, 1645; LISINI, 1935; MARINI, 1981; MARINI, 1995; MORETTI, 1982; MORETTI-STOPANI, 1981 passim; MORETTISTOPANI, 1982, pp. 155-159; NEGRI, 1981; NERI, 1991-92; NORMAN,
1993; PFISTER, 2001; PUGLISI, 1978; PUGLISI, 1979; PUGLISI, 1980; RAININI, 2001; REMONDINI, 1995-96; SALMI, 1927, pp. 21, 53, 63; SCHEVILL
1966, pp. 361-386; SCHNEIDER, 1914-24; SUSI, 1993; TESTI CRISTIANI,
1987, pp. 143, 151-152; VISMARA, 1976; VITI, 1977; VITI 1988; VOLPE,
1964; VOLPINI, 1965; ZDEKAUER, 1984; WAGNER RIEGER, 1956-57, II,
pp. 226-229.
Qualche restauro fu eseguito nei primi del XX secolo ma solo nel
1922 fu stanziata una consistente somma per l’inizio dei lavori di
consolidamento della chiesa, diretti dall’architetto Gino Chierici.
Nel 1929 lo Stato acquistò l’intero complesso e nel 1932, a seguito
di un nuovo finanziamento, ripresero i lavori che, con varie interruzioni, proseguirono per tutti gli anni Trenta. In tale occasione fu
realizzata, su progetto dell’architetto Egisto Bellini, l’attuale porzione di chiostro, in parte con materiali nuovi e in parte con elementi rinvenuti durante uno scavo. I lavori continuarono anche negli anni Quaranta e nell’immediato dopoguerra, prima sotto la direzione del Bellini e poi dell’architetto Mario Moretti, interessando
le strutture più deteriorate della chiesa ed estendendosi anche agli
ex-locali monastici.
Descrizione unità topografica – La chiesa presenta una planimetria
a croce latina, a tre navate spartite in otto campate da archi a sesto
acuto su pilastri cruciformi, coro quadrangolare e transetto con quattro cappelle sul lato orientale e una navatella su quello occidentale.
In origine era coperta con volte a crociera costolonate, ora quasi tutte
crollate o rifatte. Il paramento murario esterno è interamente formato da conci e bozze squadrate di travertino, a eccezione della parte
inferiore del fianco sud del corpo longitudinale, in laterizi, e la parte
superiore della facciata, anch’essa in mattoni ma priva di rivestimento. All’interno gli archi e i pilastri sono tutti in pietra, a cunei e
conci di travertino ben squadrati e spianati, mentre il resto della muratura presenta soluzioni assai diversificate, a pietra, pietra e laterizi
o solo laterizi.
Riguardo all’evoluzione del cantiere, “tutti gli elementi convergono nell’individuare nei primi due livelli del braccio sud del transetto, dell’adiacente lato del coro e dell’ultima arcata sud del corpo
longitudinale, le strutture corrispondenti alla prima fase, presumibilmente databile entro la fine degli anni Venti. I lavori dovettero
quindi proseguire con la perimetrazione dell’intero edificio, facciata compresa, forse spingendosi, nel coro, fino al secondo livello
ma senza i relativi capitelli. [...] A questo punto il cantiere della
chiesa dovette subire un rallentamento o forse un’interruzione al
fine di accelerare i lavori ai locali monastici, analogamente a quanto
verificato per altre abbazie dell’Ordine. Nella seconda metà del
Duecento il cantiere riprese con decisione, prima completando, in
tutta la sua altezza, il settore orientale, comprese le ultime due campate verso la crociera del corpo longitudinale, e poi proseguendo
con la realizzazione delle cinque campate della navata centrale
verso la facciata” (Gabbrielli, 1998a).
Da recenti studi sulla scultura e sulla stereotomia degli archi è
emerso come il cantiere della chiesa abbia visto, in circa settant’anni, un continuo avvicendamento di maestranze, sia provenienti da altre abbazie dell’Ordine, e quindi da un circuito cistercense di reclutamento, sia di ambito toscano, in particolare pisane,
senesi e volterrano-valdelsane, mentre il contributo di maestri lombardi sembra concentrarsi, e in modo non esclusivo, sui locali monastici. Di questi ultimi gli ambienti situati al pianoterra, corrispondenti all’armarium, la sacrestia, la sala capitolare, il parlatorio
e la sala dei monaci, conservano ancora gran parte delle strutture
originarie, mentre i locali situati al piano superiore hanno subìto
pesanti trasformazioni.
Interpretazione – Abbazia.
Cronologia – 1218 ca.-età contemporanea.
CINI-PAOLUCCI,
(34) Località Luriano (Q.120 III-4775/673)
538 m s.l.m.; sommità poggio; conglomerati poligenici; fosso
Grande.
Rinvenimento edito
Attendibilità identificazione: scarsa; stato di conservazione del deposito: nullo.
Descrizione unità topografica – Si ha notizia di rinvenimento di
materiale archeologico non meglio precisato. Non vengono riportate
informazioni utili a localizzare l’emergenza.
Interpretazione – Materiale sporadico.
Cronologia – Dubbia.
Bibliografia – ASAT, p. 310; SE XXXI, 1963, p. 494.
(35) La Castellaccia (Q.120 III-4775/672)
545 m s.l.m.; sommità collinare; conglomerati poligenici; fosso
Grande.
Rinvenimento edito
Descrizione sito – Poggio antistante Luriano, da cui dista pochi metri. La sua sommità è poco estesa ed è spianata artificialmente. L’anomalia della collina è stata segnalata anche durante la lettura dei
voli regionali (scheda n. 157, schedario consultabile presso il Dipartimento di Archeologia di Siena).
Descrizione unità topografica – Nel Repertorio di Cammarosano e
Passeri sono indicate in località La Castellaccia “molte tracce di muraglie crollate” ritenute testimonianza di un antico castello. Nell’Atlante dei Siti Archeologici della Toscana viene invece riportata la notizia, proposta da Mazzeschi, relativa all’esistenza di cerchia di mura
concentriche residuali di un castelliere (quindi attribuibile alla protostoria). Nel corso della nostra prospezione, abbiamo potuto esplorare solo parzialmente il poggio della Castellaccia, oggi compreso in
un’area privata e recintata. La verifica ha permesso di constatare la
presenza di grandi spargimenti di materiale edilizio lapideo in parte
squadrato, non riferibile però ad alcuna struttura; fonti orali testimoniano la scomparsa delle tracce murarie, ricordate nei due testi
precedenti.
In assenza di altri dati, osservata la contiguità spaziale con la località
di Luriano e infine l’assenza in quest’ultima di evidenze materiali riferibili a fortificazioni, ipotizziamo che le tracce di mura attestate
dalle due notizie e i reperti mobili in superficie osservati durante la
prospezione possano indicare la Castellaccia (toponimo peraltro sospetto) come sede originaria del castello di Luriano. È comunque da
escludere con certezza una fase insediativa di età protostorica.
Interpretazione – Probabile castellare.
Cronologia – Generica età medievale.
Bibliografia: ALBERGO, 1981; AMANTE-MARTINI, 1969; BARLUCCHI, 1991;
BARLUCCHI, 1992; BASSI, 1975; BIANCHI, 1938; BORSOOK, 1969; CANESTRELLI, 1989; CANESTRELLI, 1913; CAPPELLETTI, 1844-1870; CARDINI,
77
Bibliografia – ASAT, p. 310; CAMMAROSANO-PASSERI, 1976, II, p. 306;
MAZZESCHI, 1976, p. 86.
mente attestata è la maiolica arcaica, associata a numerosi frammenti di vetro di diverse qualità cromatiche (fra cui compare anche la parte di un fondo a calice con cavità conica e un frammento
pertinente a un tappo di ampolla per funzioni liturgiche) e ad abbondanti scorie ferrose; queste ultime aumentano in corrispondenza dell’angolo sud-est in prossimità dell’area in cui sorge la ferriera (sito 47).
In corrispondenza della concentrazione di pietre è stato aperto un
saggio stratigrafico di dimensioni 66 m, compreso nello spazio retrostante lo scriptorium e l’abside.
Immediatamente sotto l’humus, è stato messo in luce un banco di
argilla molto pura e compatta di colore giallo brillante; si tratta di un
deposito sicuramente artificiale (larghezza costante di 3, 60-3, 80 m)
con una curvatura precisa a schiena d’asino.
Al limite dello strato corre una struttura in mattoni legati da malta
ricca di calce, disposti in modo abbastanza regolare a formare un allineamento in direzione est/ovest. Parallelamente a essa, si conserva
un solo filare di un piccolo muro, formato da pietre di medie dimensione faccia a vista spianata, legate da calce e con pezzi di mattoni negli interstizi. Le due strutture conservano un allineamento
preciso sulla fronte interna verso il banco di argilla; entrambe sono
intaccate da taglio posteriori.
Due strati composti da sassi, pietre di medie dimensioni e pezzi di
mattoni slegati, ubicati lungo i due tagli paralleli, sono interpretabili
come massicciate con funzione di drenaggio.
Al di sotto di queste, sono state portate alla luce due canalette per lo
scolo delle acque; si tratta di due semplici strutture, costruite a secco
in pietra e laterizi lungo i due muri paralleli (sopra citati): sono costituite da due filari paralleli con andamento sinuoso di pietre sbozzate di medie dimensioni e pezzi di mattoni e coperte con grosse pietre rozze o mattoni interi disposti trasversalmente.
La sequenza è stata letta secondo due fasi distinte di frequentazione.
Alla piena età medievale risale l’impianto di una piattaforma di argilla impermeabile; ai due lati, le due strutture in muratura la delimitavano nel senso della lunghezza. Viene interpretata come
strada: significativa la larghezza costante (3,70 m) e la sezione a
schiena d’asino, per assicurare lo scolo delle acque. L’assenza di
materiale impedisce di dare cronologia all’impianto e del primo
uso. La strada è coerente all’impianto abbaziale; si trova in asse
con il parlatorio (ambiente accanto alla sala capitolare, aperto sul
chiostro) che costituisce l’elemento principale di comunicazione
fra abbazia e mondo esterno: poteva collegare quindi il monastero
al transito principale.
A una fase successiva risale l’impianto delle canalette ai bordi della
strada. Dal momento che intaccano le strutture murarie allineate
alla strada, è evidente che in questo momento avevano perso la loro
funzione. L’intervento è databile fra metà XIV e XV secolo; in quest’epoca si mantiene l’uso della strada ma non delle strutture a essa
originariamente connesse. L’azione è stata collegata a un’opera di
manutenzione, collocabile in una fase di decadenza dell’abbazia
(prima comunque della fine del XV secolo quando i monaci si trasferiscono a Siena).
Interpretazione – Strada.
Cronologia – XIII-XV secolo.
(36) Località Palazzetto (Q.120 III-4779/672)
375 m s.l.m.; pianura; depositi alluvionali; fiume Merse.
Rinvenimento edito
Descrizione unità topografica – Viene segnalato il rinvenimento di
una tomba a camera; mancano dati georeferenziali utili alla sua localizzazione.
Interpretazione – Tomba a camera.
Cronologia – Generica età romana.
Bibliografia – ASAT, p. 309 n. 99; CA, F. 120, 17 n. 1.
(37) Località San Galgano (Q.120 III-4779/675)
298 m s.l.m.; pianura; detriti e discariche; fiume Feccia e Merse; seminativo.
Rinvenimento edito
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Area posta a nord-ovest dell’abbazia di San Galgano
(codificata come area A) sottoposta a indagine di superficie, durante
settembre 1983, nell’ambito del Progetto Montarrenti.
Descrizione unità topografica – Nel campo è stata rilevata una concentrazione di laterizi in associazione a scarsi frammenti di ceramica.
Interpretazione – Non fornita.
Cronologia – Dubbia.
Bibliografia – CUCINI-PAOLUCCI, 1985.
(38) Località San Galgano (Q.120 III-4779/675)
298 m s.l.m.; pianura; detriti e discariche; fiume Feccia e Merse; seminativo.
Rinvenimento edito
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Area contigua al sito 37 in direzione ovest (codificata come area B), sottoposta a indagine di superficie nel settembre
1983, all’interno del Progetto Montarrenti.
Descrizione unità topografica – Nel campo è stata individuata una
concentrazione di pietre squadrate e laterizi; frammenti ceramici
erano presenti in forma sparsa su tutta la superficie, con una maggiore concentrazione in prossimità del sito 37.
Interpretazione – Non fornita.
Cronologia – Dubbia.
Bibliografia – CUCINI-PAOLUCCI, 1985.
(39) Località San Galgano (Q.120 III-4779/675)
298 m s.l.m.; pianura; detriti e discariche; fiume Feccia e Merse; seminativo.
Rinvenimento edito
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Area a nord e nord-est dell’abbazia (codificata
come area C), sottoposta a indagine di superficie, nel settembre 1983,
nell’ambito del Progetto Montarrenti.
Descrizione unità topografica – Su tutta l’estensione del sito, è
emersa una grande quantità di laterizi e pietre, queste ultime talvolta lavorate; la presenza dei reperti ceramici aumenta in prossimità della concentrazione di pietre (area che diventerà poi oggetto
di un intervento stratigrafico; saggio II, 1). Qui, la classe maggior-
Bibliografia – CUCINI-PAOLUCCI, 1985.
(40) Località San Galgano (Q.120 III-4779/675)
298 m s.l.m.; pianura; detriti e discariche; fiume Feccia e Merse; seminativo.
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Rinvenimento edito
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Spazio posto a sud dell’abbazia (codificata come
area D), sottoposta a indagine di superficie, durante il settembre
1983, nell’ambito del Progetto Montarrenti.
Descrizione unità topografica – Su tutta l’estensione del campo si
raccolgono un frammento di pietra serpentina e ceramica riconducibile a un arco cronologico compreso fra XIV e fine XV secolo (fra
questa ceramica ispano-moresca, italo-moresca, maiolica rinascimentale); la classe maggiormente attestata risulta comunque la maiolica arcaica.
Si rileva anche una fortissima concentrazione di laterizi (mattoni ed
embrici) soprattutto in prossimità del sito 39.
In corrispondenza di questo spazio, è stato aperto un saggio di scavo,
di dimensioni 56 m, in corrispondenza dell’angolo sud-est dello
scriptorium (codificato nel progetto come saggio I,1).
Immediatamente al di sotto dell’humus, è stato individuato uno
strato di terra friabile mista a radici, laterizi spezzati e pietre. Il deposito, di spessore considerevole, contiene piccoli lacerti di muri e
pochi frammenti ceramici (il materiale è eterogeneo e comprende
acroma grezza e depurata, maiolica arcaica, ceramica smaltata monocroma, pentolame invetriato e ceramica moderna): costituisce la
porzione estrema di un crollo di materiale da un livello superiore a
quello dell’abbazia.
Lo strato copre altri livelli ascrivibili genericamente all’età moderna.
Al di sotto di questi, si conserva uno strato di crollo, di notevole spessore, esteso su quasi tutto il saggio, a eccezione dell’angolo nord. È
composto per il 90% circa da laterizi, nella maggior parte mattoni,
più rari frammenti di tegole e coppi e blocchi di malta. Fra i mattoni, anche qualche lacerto di muro: in totale sono stati rinvenuti
quattro blocchi di mattoni legati da malta, molto raro l’uso di pietre
e travertino o ciottoli fluviali (materiali utilizzati nello scriptorium e
nell’ala est dell’abbazia). Il livello restituisce un numero consistente
di frammenti ceramici, per lo più pertinenti a forme in maiolica arcaica e acroma grezza; si trova anche una moneta in bronzo databile
al XIV secolo. Lo scavo si interrompe a una quota poco inferiore allo
strato appena descritto.
Tutti i livelli sono riferibili all’età moderna; possono essere interpretati come successione stratigrafica di smottamenti e depositi dovuti
a fenomeni naturali di erosione e deposizione uniti ad attività antropiche e di accumulo rifiuti. Solamente il crollo, descritto sopra,
può essere interpretata come tale.
L’assenza di evidenze riconducibili a strutture è stata ritenuta una
conferma dell’assenza di edifici, descritta nella pianta redatta dell’architetto Alessandro Galilei nel 1724; nel corso dell’indagine, si considera comunque l’eventualità che in quella data si fosse già verificato il crollo delle strutture eventualmente presenti.
I lacerti di muro individuati sono stati interpretati come opera di
contenimento (resa necessaria dalla ripidità del terreno), realizzata
tramite un muro a retta, a secco, formato da filari irregolari di
bozze di travertino, certamente di spoglio con mattoni in funzione
di zeppe; è comunque possibile che si riferisca all’adattamento dell’area a scopo agricolo nel corso degli ultimi secoli. Il recente uso
della zona come immondezzaio è indicato dalla massiccia frequenza di frammenti ceramici medievali, ossa animali e altro materiale di butto.
Interpretazione – Muro di contenimento e area di scarico materiali.
Cronologia – Età moderna.
(41) Località Castelluccio (Q.120 III - 4777/670)
420 m s.l.m.; versante poggio; depositi alluvionali; fosso dei Rigoletti; vegetazione stabile.
Ricognizioni effettuate: 2; vegetazione stabile; condizioni di luce:
cielo coperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Area boschiva che occupa il versante occidentale
della Costa di Rapaia.
Posta a sud-est del podere Santa Pace, si raggiunge dalla strada a
sterro per Fogari; all’altezza del bivio del Podere Case Sant’Agata, sul
lato opposto a fianco di un piccolo laghetto, si trova una strada carraia, ora abbandonata, diretta a un ruscello che scorre in direzione
nord-est/sud-ovest. Dopo averlo attraversato, circa 10-15 m sulla sinistra, si percorre un viottolo nel bosco fino ad arrivare a un campo
lasciato a pascolo, con uno stagno al centro. Oltrepassando una recinzione in filo spinato, al termine del prato, si giunge a un piccolo
poggio, coperto da vegetazione stabile, caratterizzato da una forte
concentrazione di pietre, assenti altrove.
Descrizione unità topografica – Forte concentrazione di pietre,
molto sommariamente lavorate, disposte a definire evidenti accumuli di terra. È difficile studiare i rapporti fra le diverse emergenze:
sono appena comprensibili tre allineamenti che, apparentemente, disegnano un ambiente rettangolare; si riconoscono anche tre brevi
tratti murari che mostrano un tipo di messa in opera irregolare, realizzata con conci appena sbozzati.
Ciò che identifica il deposito è il rinvenimento di grosse scorie di
ferro, concentrate soprattutto in corrispondenza degli allineamenti
perpendicolari, appena descritti; si tratta di grosse masse spugnose
senza tracce di tapping, dunque non fuoriuscite dal forno allo stato
liquido. Sono il risultato di un processo di produzione con una bassa
resa in metallo (molto pesanti, mantengono un’elevata percentuale
di metallo); mostrano inoltre tracce di lining (cioè tracce della parete
interna del forno in argilla fusa nel corso della lavorazione e aderita
dunque alla scoria).
A distanza di circa 6 m dall’area di massima concentrazione si trova
un buco con diametro di circa 4-5 m, scavato nella terra; fonti orali
attestano che, durante la fase di sfruttamento del terreno, era utilizzato come abbeveratoio per gli animali, grazie ai costanti affioramenti di abbondante acqua.
La visibilità del sito è fortemente limitata dalla fitta coltre di foglie e
muschio che ricopre tutto il sito.
Presenza, media per mq – Sei reperti.
Interpretazione – Forno per la riduzione del minerale di ferro,
alimentata manualmente. Le caratteristiche del sito impediscono
infatti di sostenere l’impiego di energia idraulica; il torrente che
scorre nei suoi pressi non poteva essere convogliato come forza
motrice per i mantici in quanto troppo lontano, in posizione sfavorevole (è infatti a una quota più bassa) e troppo esiguo per trasmettere movimento alle ruote con regolarità. Sulla base delle numerose scorie a calotta rinvenute, possiamo ipotizzare un diametro medio della ciambella di 13 cm; potrebbe anche trattarsi di
uno o più forni di piccole dimensioni, costruiti ad hoc per ogni
lavorazione.
In considerazione di ciò, è possibile proporre una datazione nell’ambito dell’XI-metà XIII secolo, antecedente cioè all’introduzione
dell’energia idraulica in Val di Merse.
È plausibile ritenere che l’attività della struttura sia da relazionare alla
fase di vita del castello di Miranduolo; la zona doveva essere inserita
Bibliografia – CUCINI-PAOLUCCI, 1985.
79
nella sua corte e il toponimo stesso ricorda un contesto di stretta pertinenza signorile (perciò riferibile alla struttura produttiva).
Cronologia – XI-prima metà XIII secolo.
Rinvenimento inedito
Descrizione unità topografica – Segnalazione del rinvenimento di
un’industria litica di periodo musteriano: non vengono forniti dati
georefenziali utili a una sua esatta localizzazione.
Interpretazione – Industria litica.
Cronologia – Paleolitico medio (cultura musteriana).
(42) Molino vecchio (Q.120 IV-4784/674)
270-280 m s.l.m.; pianura; depositi alluvionali; fiume Feccia-fosso
Frelle.
Descrizione sito – L’impianto si può genericamente collocare nel
Piano di Feccia, non distante dallo sbocco del fosso Frelle.
Notizie storiche – Nel periodo compreso fra il 1232 e il 1283 si
hanno frequenti acquisti del monastero di San Galgano nel “loco
dicto Molino vecchio”, compreso nella corte di Frosini. In base al toponimo, si deduce la presenza di una struttura molitoria, identificabile forse con quella collocata sul corso del Feccia, inserita nel patrimonio dell’abbazia di San Galgano e censita nella Tavola delle Possessioni nell’ambito della grangia di Valloria.
Attestazioni documentarie
Bibliografia – ASAT, p. 314.
(45) Casa Ferriera (Q.120 I-4785/680)
210 m s.l.m.; pianura; depositi alluvionali; fiume Merse; vegetazione
stabile.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Terreno pianeggiante di forma allungata, ricoperto da una fitta vegetazione boschiva. Confina a ovest con il corso
del Merse e a est dal Poggio Ragnaia. Il sito è raggiungibile attraverso
un sentiero che costeggia la riva sinistra del fiume, partendo da
Brenna. A circa 50 m dal fiume è presente un podere, ora abbandonato, quasi totalmente nascosto dalla vegetazione.
Notizie storiche – Corrisponde alla ferriera denominata di “Capo
Strarchi” o “di Brenna”, di proprietà dei Saracini. L’attività della
struttura è attestata a partire dalla fine del XVI secolo ma è retrodatabile, con ottima probabilità, alla prima metà del XV secolo: in questo periodo, infatti, si ha notizia di un commercio di partite di ferro
provenienti da un impianto, posto a Brenna, identificabile con
quello in oggetto.
Attestazioni documentarie
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 318t: 17 giugno 1232: “loco dicto Molino vecchio, corte di Frosini”. Seguono numerosi atti di vendita e cessione di terre
(in cui il toponimo è sempre definito come “loco dicto”) fino al 22 giugno 1283 (Spoglio Conventi 163, cc. 267t-268).
ASS, Estimo 2, (Frosini), c. 267: “unam petiam terre laborate vineate et sode
cum sex domibus cum claustris plateis et molendinum cum duobus palmentis positam in dicta curia loco dicto Vallora et piano de Feccia et Frelle
cui ex una flumen Feccie, et ex tribus via”.
Interpretazione – Le indicazioni documentarie collocano l’opificio nella corte di Frosini, sul confine con quella di Castiglion Balzetti, all’interno del Piano di Feccia a breve distanza dallo sbocco
del fosso Frelle.
Cronologia – Anno 1232-anno 1283.
ASS, AVG, t. 69, fasc. 13: 6 aprile 1600: la moglie e gli eredi di Sallustio Saracini danno in affitto ad Alessandro Scaramucci e Astilio Vannini, entrambi fabbri di Siena, “uno edifitio da far ferro detto la ferriera di Campo
Starchi in corte di Castiglion Balzetti et il distendino continuo al detto
edifitio, la stalla, carbonili et ancho la casa et capanna che è solito servire
per tale Edifitio a Brenna per anni tre [...]. Item li detti affittuari dover
pagare tutte le masseritie che sono necessarie a detta ferriera cioè li ferramenti a peso di stadera et gli altri salvo che le ruote, albori, ciocchi, mantici et altri legniami et questi s’intendino pigliarli e rendergli lavoranti e
no altrimenti la stima [...]. Item le dette Rede et sua tutrice sieno obbligati mantenere muraglie tetti e finestre [...]. Item le dette Rede sieno obblighati mantenere l’acqua al detto defizio talmente che possa lavorare del
lor proprio senza pregiudizio di detti affittuari et lor possin lavorare”.
ASS, AVG, t. 69, fasc. 3: 19 novembre 1610: Enea Saracini dà in affitto a
Giovanta di Salustio Saracini la sua parte della ferriera di Campo Starchi
per tre anni.
ASS, AVG, t. 69, fasc. 13: 15 giugno 1612: la ferriera di Campo Starchi è
presa in affitto da Ascanio Venturi che, alle stesse condizioni contrattuali,
subentra a Giovanta di Salustio Saracini.
Bibliografia – CORTESE, 1997, p. 310.
(43) Ciciano (Q.120 III-4778/668)
506 m s.l.m.; sommità collinare; detriti e discariche; fosso Collicioni;
area edificata; emergenze monumentali assenti.
Notizie storiche – Villaggio attestato a partire dal 1229. Nel 1255
“Buonristorio del fu Burnacchio di Rustichino da Ciciano” compare come venditore di un terreno lavorativo presso Miranduolo.
Ancora nel XIV secolo risulta privo di chiesa parrocchiale, eretta
solo in seguito dai Chiusdinesi, che ne conservano a lungo il giuspatronato.
Attestazioni documentarie
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 346t: 18 marzo 1229: “Actum in Ciliano”.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 25: 26 maggio 1229: “Actum in villa di Ciciano”.
ASS, Diplomatico, Comune di Montieri: 15 luglio 1255: “Buonristoro del fu
Burnacchio di Rustichino da Ciciano vende ad Arrigo del fu Gualtiero di
Cantone che compra per sé e per i fratelli Uberto e Maffeo un terreno lavorativo presso Miranduolo in località Chiasso del Miranduolo”.
Descrizione unità topografica – A ovest del moderno podere, emergono, in alcuni tratti di murature (conservate in elevato per un’altezza massima di circa 1,5 m) i resti consistenti di una struttura destinata alla lavorazione del ferro (obliterata da una costruzione più
recente). Si tratta della parete a est, realizzata con pietre di varie dimensioni (solo in parte squadrate) messe in opera in modo molto irregolare: al centro del muro è ben conservata un’apertura ad arco con
ghiera in laterizi, attualmente tamponata, probabilmente identificabile con la bocca del forno sulla base delle tracce di arrostitura ancora visibili sui laterizi dell’arco. Rimangono inoltre tratti degli angoli nord e sud e dell’altra parete, costruita con grosse pietre squadrate (forse in parte di riutilizzo) e un’apparecchiatura molto
irregolare: su questo tratto sono poste due piccole aperture passanti,
foderate in laterizio, con funzione non ipotizzabile.
Interpretazione – Villaggio.
Cronologia – Anno 1229-età contemporanea.
Bibliografia – TARGIONI TOZZETTI, 1778-1779, IV, p. 44; REPETTI, 1841, I,
p. 731.
(44) Località San Galgano (Q.120 III-4779/674)
301 m s.l.m.; pianura; depositi alluvionali; fiume Merse.
Rinvenimento edito
Attendibilità identificazione: scarsa; stato di conservazione del deposito: non definibile.
80
stinare e a valorizzarne l’antica struttura. Attualmente è sede di un
agriturismo di élite ed è accessibile ai soli clienti.
Si tratta di un mulino a ruote orizzontali. In adiacenza al ponte sul
Merse nella strada per Luriano, si rintracciano resti della steccaia
in cinque grossi pali in legno presso la sponda destra e due presso
la sinistra infissi nell’alveo del fiume. Il canale di alimentazione è
costituito da una gora a cielo aperto parzialmente colmata nel suo
percorso e corre con andamento rettilineo lungo la strada di accesso
al mulino.
Interpretazione – Mulino da grano e gualchiera.
Cronologia – XVI-XX secolo. È possibile anche proporre una retrodatazione della struttura: senza pretese di veridicità sulla base di indicazioni topografiche generiche, possiamo proporne infatti l’identificazione con uno dei mulini di proprietà dell’abbazia di Serena citati
in un atto di cessione al monastero di San Galgano datato all’8 gennaio 1220 riguardante la metà delle terre “citra e ultra Mersam ubi
constructa fuerunt molendina quondam Guaschi et construenda et
rehedificanda sunt”.
Un piccolo saggio di scavo (limitato alla ripulitura dell’humus) effettuato nell’area antistante la bocca del forno ha restituito frammenti di
ceramica seicentesca, una grande quantità di carbone e concrezioni con
inclusioni ferrose forse provenienti dalle pareti interne del forno. Un
grande accumulo di scorie ferrose (larghezza 15 m circa), individuato
circa 40 m a nord-ovest dell’edificio, ha permesso di effettuare analisi
di laboratorio sui residui di lavorazione, arrivando a stabilire che all’interno dell’opificio avveniva la riduzione e la forgiatura di ematite.
Lungo il sentiero che costeggia il fiume Merse rimangono alcuni tratti
di un canale artificiale, forse identificabile con la vecchia gora; a circa
500 m a sud della struttura si trova uno sbarramento del fiume posto
a formare un bacino abbastanza ampio che conserva memoria del
punto di sbarramento delle acque, in fase con l’attività della ferriera.
Interpretazione – Opificio per la riduzione e forgiatura del ferro.
Cronologia – Inizi XV secolo-(?).
Bibliografia – CORTESE, 1997, pp. 245-247.
(46) Mulino delle Pile (Q.120 III-4778/670)
328 m s.l.m.; pianura; travertini e calcari organogeni; fiume Merse;
vegetazione stabile.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Area pianeggiante delimitata a nord, est e nordovest dall’ansa del Merse, antistante il Poggio della Badia e a sudovest dalla strada per Luriano.
Notizie storiche – Le prime notizie riferibili a questa struttura risalgono alla seconda metà del XVI secolo. In questo periodo il mulino appartiene alla comunità di Chiusdino, poi, probabilmente,
viene ceduto ai monaci Vallombrosani: è infatti rappresentato in
una pianta, redatta nel 1580 (ASS, Quattro Conservatori, Piante
205), raffigurante alcune proprietà, prossime al fiume Merse, forse
devolute dalla comunità di Chiusdino all’abbazia di Serena al momento dell’arrivo dei Vallombrosani nella zona. Nel documento,
compare in primo piano un mulino (indubbiamente identificabile
con la struttura in oggetto) a corpo rettangolare allungato, con
torre, gora di alimentazione e chiusa con saracinesca nei pressi del
punto di presa dell’acqua.
L’impianto è rimasto attivo fino al XX secolo: secondo i dati della
Carta Idrografica del 1893, vi era ubicata anche una gualchiera.
Attestazioni documentarie
Bibliografia – CORTESE, 1997, pp. 251-252.
(47) Località San Galgano (Q.120 III-4779/675)
301 m s.l.m.; pianura; depositi alluvionali; fiume Merse; vegetazione
stabile.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Piccola porzione di terreno pianeggiante, coperto da bosco; è delimitato sui lati nord ed est da un campo incolto e sul lato sud da un fosso quasi asciutto che scorre verso il
fiume Merse in direzione ovest/est. Dista circa 750 m dall’abbazia
di San Galgano.
Descrizione unità topografica – Grandi ammassi di carbone misto
a frammenti di minerale e scorie posti a occupare uno spazio complessivo di 5050 m circa. La concentrazione maggiore consiste in
un cumulo alto circa 3 m posto al centro dell’area.
Su tutta l’estensione, si raccolgono poche pietre e una notevole quantità di laterizi, per lo più con tracce di arrostitura.
Al margine orientale dell’emergenza di reperti mobili in superficie,
è presente un fossato artificiale che corre in direzione nord/sud,
privo di acqua e quasi del tutto colmato da scorie nel suo angolo
nordoccidentale.
Interpretazione – Opificio ad alimentazione idraulica per la riduzione di ematite, probabilmente di proprietà dei monaci di San Galgano. Una notizia del 1278 informa, infatti, dell’acquisto da parte
del monastero della diciottesima parte di due mulini, una gualchiera
e una ferriera sul fiume Merse; nel 1369, poi, i religiosi concedono
in affitto ad alcuni membri degli Azzoni (famiglia impegnata nella
gestione degli impianti di Monticiano) due ferriere, sempre sul
Merse (ASS, AVG, t. 102, p. 371). Inoltre Targioni Tozzetti (TARGIONI TOZZETTI, 1786-1779, IV, p. 30) riporta che il Trattato legale
de Mineralibus di Giovanni Guidi Seniori si scrive “consuluit Fed.
de Senis in Consilio 207 pro Fratibus S. Galgani, qui venam ferri
trahebant insula Ilvae, et illam eorum artificiis redigebant in ferrum
purum, quod licite facerent, et non dicerentur negotiari et no tenerentur ad solutionem gabellae.”
Cronologia – XIII-XIV secolo. Si segnala un parziale sfruttamento
della zona nel XX secolo. Nel 1952 infatti il deposito di scorie viene
parzialmente asportato per essere rifuso, come informa l’istanza di
concessione per l’asportazione delle scorie di ferro contenuta in
Corpo Minerario di Grosseto, 47-213, 888.
GHERARDINI, Ms. D.86, p. 107: 1676: “Molino della comunità: serve questo fiume (Merse) a tenere andante un Molino della Comunità oggi dato
a linea a Michel Angelo Perrini per mog. 5 di grano et a tutte sue spese
del mantenimento della steccaia posta in mezzo al fiume e costata di gran
denaro della Comunità, e questo è stato il motivo dell’allinearlo. Serve
questo molino non solamente per il bisogno di tutto il paese, ma ancora
a molte terre, e castelli, che ne hanno bisogno quando l’estate va asciutta.
Vi era di già poco lontano dal mulino un Ponte di sassi molti anni fa caduto né mai rifatto vedendone solo le vestigia”.
Descrizione unità topografica – La tipologia architettonica della
struttura è riferibile all’epoca medievale. L’edificio è stato comunque
sottoposto in tempi recenti a pesanti rimaneggiamenti che ne hanno
quasi totalmente stravolto l’originario impianto: acquistato dalla Barilla, è stato trasformato nel “Mulino Bianco” previsto dagli spot pubblicitari, con conseguente aggiunta di corpi di nuova costruzione (collocata ad hoc nel lato est la falsa ruota verticale in legno) e totale rivestimento con pannelli bianchi a simularne la copertura a intonaco.
In tempi recenti, dopo l’interruzione della campagna pubblicitaria,
è stato nuovamente rimaneggiato con opere di restauro tese a ripri-
81
subtus labit fluvius Merse, de super via, ex alio latere planum de Campore [...] cum goris et casis et steccariis et terris et ad hedificatione et
rehedificazione.
ASS, Spoglio Conventi 162, cc. 129-130: 30 giugno 1216: donazione di
Pagano Pannocchieschi, si veda scheda di Monte Siepi (sito 32).
ASS, Spoglio Conventi 162, c. 130-130t: 30 giugno 1216: Pagano concede all’abate di San Galgano di poter fare acquedotti per condurre acqua ai mulini di Campora e in qualunque altro mulino del Vescovato.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 318: 30 novembre 1218: vendita al monastero di San Galgano di terre “positas in Campora super quas est gora cum
steccaria quattuor molendinorum et unius gualchiere dicti monasterii”.
ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 419t-420: agosto 1220: vendita di terra
posta a capo della steccaia del molino di Campora.
ASS, KSG I, cc. 359t-360: 11 novembre 1221: Bonifazio di Guido di
Civitella in proprio e in nome del fratello Bernardino dona a Renaldo
monaco e procuratore del monastero di San Galgano “totum ius decimarum de dictis molendinis(de Campora) michi concessum a donno
plebano de Lugriano”.
ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 345t-346: 1 giugno 1223: vendita al monastero di San Galgano della parte spettante di un mulino posto in piano
di Campora.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 301-301t: 1 maggio 1273: “loco dicto
Campora, in corte di Lugriano” cfr. ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 301t302: 20 dicembre 1277.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 348-348t: 14 giugno 1296: vendita fra privati di terre “in corte di Luriano, loco dicto Campora”.
Altri documenti: ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 379, 380, 380t, 381,
381t: 14 gennaio 1273; 17 gennaio 1273; 18 gennaio 1273.
ASS, Estimo 118, cc. 292, 292v, 297v, 298: Proprietà del monastero di
San Galgano in “loco dicto Campora in corte di Lugriano”.
Bibliografia – BORRACELLI, 1996; CORTESE, 1997, pp. 249-251; CUCINIPAOLUCCI, 1985, p. 448; ENLART, 1891, pp. 230-231; TARGIONI TOZZETTI, 1786-1779, IV, p. 30.
(48) Località Podere Padule (Q.120 III-4780/671)
345 m s.l.m.; versante poggio; argille; torrente Gallessa; area edificata; emergenze monumentali assenti.
Notizie storiche – La chiesa di Santa Maria di Padule, di proprietà
dei Della Gherardesca, compare nell’elenco delle donazioni in favore
dell’abbazia di Serena nel 1004.
Nelle Rationes Decimarum del 1302-1303 è inserita nel piviere di
Chiusdino.
Nel Sinodo Belforti del 1356 viene citata la chiesa di Sant’Andrea di
Padule; non conosciamo il motivo del cambio di intitolazione, sembra comunque improbabile la presenza di due chiese distinte.
Non abbiamo notizie utili a sostenere l’esistenza di un nucleo insediativo corrispondente all’edificio religioso.
Attestazioni documentarie
ASF, Diplomatico, Vallombrosa, 1004: “ecclesia sancte Marie de Padule medietatem cum curte”.
Descrizione unità topografica – La località citata dalle fonti come
“Padule” è certamente da identificare con il Podere Padule, posto a
breve distanza dai nuclei incastellati di Serena e Miranduolo e dalla
stessa abbazia di Santa Maria di Serena.
Interpretazione – Chiesa.
Cronologia – Anno 1004-anno1356.
Bibliografia – CECCARELLI LEMUT, 1993, p. 48; GIACHI, 1786, p. 584; MURATORI, 1745, III, p. 1067; RDI, II, p. 219; REPETTI, 1833-1843, IV, p. 7.
(49) Località Campora (Q.120 III-4778/674)
298 m s.l.m.; pianura; depositi alluvionali; fiume Merse; uso del
suolo; seminativo e pascolo.
Descrizione sito – Ampia porzione pianeggiante posta a cavallo del
confine fra i comuni di Chiusdino e Monticiano, rappresentato in
quel punto dal tratto mediano del Merse.
Notizie storiche – La località è attestata dalle fonti a partire dagli
inizi del XIII secolo per la presenza di alcune strutture molitorie.
Nel 1216 il vescovo di Volterra, Pagano Pannocchieschi, con autorizzazione papale, concede all’abbazia di San Galgano i diritti su
questi mulini e sui loro annessi; nel 1218 un altro contratto di vendita di terreni, dichiara i mulini di proprietà monastica. Dalla prima
metà del XIII secolo, dunque, i religiosi vengono progressivamente
allargando il controllo su queste strutture, anche a danno della pieve
di Luriano, che vi vantava inizialmente diritti; nel 1221 il conte Bonifazio di Civitella elargisce all’ente plebano i suoi diritti sulle decime e nel 1223 acquisisce ulteriori percentuali dei mulini.
La località viene sfruttata dai monaci cistercensi anche a scopo agricolo, almeno a partire dal 1273, data del primo contratto relativo a
terre poste in “loco dicto Campora”.
Nella Tavola delle Possessioni del 1318 risulta far parte della corte
di Luriano: viene attestato un mulino di proprietà di non residenti.
Gli opifici sono attestati fino a tutto il XVI secolo; in questa data infatti si ricorda la proprietà della “metà di un mulino guasto” da parte
della famiglia Venturi (ASS, AVG, t. 40, fasc. 4).
Attestazioni documentarie
Interpretazione – Area di sfruttamento agricolo caratterizzata dalla
presenza di strutture molitorie da grano.
Cronologia – Inizi XIII-XVI secolo (?).
Bibliografia – CANESTRELLI, 1993, p. 3; CORTESE, 1997, p. 299.
(50) Località Mocini (Q.120 III-4780/666)
593 m s.l.m.; versante collinare; detriti e discariche; fosso Trisondola; emergenze monumentali assenti.
Notizie Storiche – Nel 996 Willa, della futura famiglia dei Della
Gherardesca, dona alla cattedrale di Volterra otto “casis et cassinis”
fra cui una “casa et res massaricie a Mucina”.
Attestazioni documentarie
RV, n. 85, p. 31: 9 febbraio 996: ”Uuilla mulier Gherardi et filia b. m. Berardi consenziente viro, ubi interesse videtur notitia ad Johannes iudex
inp. Interrogata sequenter edicti pagina, cum viro pro remedio anime nostre offero domo s. Marie fra mura civitatem Volot. in potestatem de canonica s. Ottabiani, que infra episcopio in corpore requiessci, octo inter
casis et cassinis seu integris sortibus infra comitato et territurio Volot. in
loco ubi nuncupantes [...]; casa et res mass. a Mucina”.
Interpretazione – Unità agricola.
Cronologia – X secolo d.C.
Bibliografia – CECCARELLI LEMUT, 1982, p. 14; CECCARELLI LEMUT, 1993,
pp. 55-56; RV, pp. 31-32.
(51) La Pieve (Q.120 III-4775/672)
476 m s.l.m.; versante collinare; conglomerati poligenici; torrente
Seggi; area edificata.
Descrizione sito – Località posta immediatamente a nord-ovest di
Luriano, lungo la strada a sterro che si diparte dalla S.S. Massetana
all’altezza del Mulino delle Pile.
ASS, KSG I, c. 360: 21 febbraio 1209: Ranieri di Cielo, Raganella e
Bernardino di Ugolino e Bonifazio di Guido vendono a Burgundione
di Dono di Luriano “quattuor molendina et unam gualcheriam posita
in curte et distictu Luriani que sic decernuntur: ex uno latere et de-
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Notizie storiche – L’esistenza di una pieve intitolata a Santa Maria
è documentata nel 1171 da un privilegio pontificio di Alessandro III
a favore dei vescovi di Volterra. Ricordata ancora alla metà del XIII
secolo come plebes Santa Maria de Lugriano, il suo titolo sarà successivamente modificato in quello di San Giovanni Battista. Officiata
per tutto il XIX secolo, fu poi sconsacrata e trasformata in podere insieme all’adiacente canonica.
Descrizione unità topografica – Dell’originaria pieve sono oggi visibili solo il prospetto di facciata, a ovest, e il prospetto est. Inglobata nelle strutture del podere di epoca recente (XVIII-XIX secolo), presenta in particolare il fianco sinistro coperto dagli annessi
della struttura a conduzione poderale (la stalla, oggi trasformata in
abitazione); al lato destro invece sono addossati i corpi di fabbrica
formanti l’antica canonica.
La pieve mostra nel prospetto di facciata tracce dell’originaria
struttura romanica con un paramento murario, realizzato in filaretto, in conci di calcare ben squadrati disposti su filari orizzontali e paralleli; parzialmente nascosta da un rivestimento a intonaco, la muratura conserva le tracce delle trasformazioni subite
dalla struttura quando, nel XIX secolo, fu rialzata e trasformata,
insieme alla canonica, nell’abitazione del podere. Al posto dell’originario portale di ingresso, del quale è oggi visibile solo parte del-
l’archivolto a sesto acuto, fu aperta una porta di dimensioni minori e, al di sopra, una finestra.
La chiesa, una semplice aula rettangolare priva di terminazione absidale, mostra nel prospetto est, la presenza di due fasi costruttive
principali: a una muratura in pietra, nella fase inferiore, segue un rialzamento in mattoni e pietre, di epoca imprecisata, sormontato dal
campanile. La parte inferiore del prospetto presenta una muratura in
conci di calcare posti su filari sub-orizzontali e paralleli; in questo
punto la parete, rinforzata da basi a scarpa laterali, ha come unica
apertura originale una stretta monofora fortemente strombata, forse
tamponata internamente da una muratura più tarda.
Interpretazione – Pieve.
Cronologia – Anno1171-età contemporanea.
Bibliografia – CAMMAROSANO-PASSERI, 1976, II, p. 306; KEHR, 1906, n. 9;
REPETTI, 1833-1843, II, p. 953.
(52) Località Castelluccio (Q.120 III-4777/69)
347 m s.l.m.; lieve pendio; depositi alluvionali; fosso Gallosa; pascolo.
Descrizione sito – Il toponimo, non più riportato nella cartografia
attuale, compare nel Catasto Leopoldino del 1820 a indicare una località posta sulle pendici del versante della Costa Castagnoli, a una
distanza di circa 250 m dal corso del fiume Merse.
Notizie storiche – Targioni Tozzetti cita Castelluccio, insieme a
Sambra, nell’elenco dei castelli distrutti compresi nell’attuale territorio comunale di Chiusdino. Le fonti non riportano alcuna notizia
in merito all’esistenza di questo insediamento.
Descrizione unità topografica – Fonti orali ricordano il rinvenimento nel campo, indicato appunto con il nome di Castelluccio, di
“terracotte, ossa umane, grosse pietre squadrate”.
Nel corso della nostra indagine, non è stato possibile verificare la
notizia in quanto il sito è adibito stabilmente a pascolo. La battitura
del campo adiacente ha permesso di individuare una struttura tipo
ferriera (corrispondente al sito 41 di questo schedario) relazionabile
alla fase di attività del castello di Miranduolo. È probabile che l’errore di Targioni Tozzetti sia originato proprio dal toponimo; in
realtà secondo quanto abbiamo esposto in merito al sito 41 con il
termine Castelluccio doveva identificarsi un’area di stretto controllo
signorile.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Dubbia.
Bibliografia – BERTINI, 1972-1973, p. 257; TARGIONI TOZZETTI, 1779-1786,
IV, p. 24.
(53) Località Podere La Ripa (Q.120 IV-4785/674)
320 m s.l.m.; versante collinare; argille argille sabbiose; fosso della
Badia; area edificata.
Descrizione sito – È raggiungibile dalla strada a sterro che si diparte,
immediatamente a valle di Frosini, in direzione del Podere La Ripa.
Oltrepassato il cimitero, poche centinaia di metri prima di giungere
al podere, sulla destra della strada è visibile il rudere.
Descrizione unità topografica – L’edificio, allo stato di rudere, è
orientato parallelamente alla limitrofa strada a sterro; di limitate dimensioni (9,415 m ca.) si presenta composto da un unico ambiente,
a pianta rettangolare, delimitato da muri portanti di spessore notevole (1,5 m ca.). Il lato est, l’unico che conserva un alzato di circa
mezzo metro, presenta il paramento murario esterno formato da
conci di calcare ben squadrati, di medio-grandi dimensioni, disposti
su filari orizzontali e paralleli. All’interno e all’esterno della struttura
Figura 17. La Pieve, pieve di Santa Maria a Luriano
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La costituzione del nucleo insediativo va comunque probabilmente
retrodatata almeno alla metà del XIII secolo; nel 1252 viene infatti attestata per la prima volta la chiesa di San Pietro a Cellole e allo stesso
decennio, rimandano alcuni contratti di vendita in favore del monastero di San Galgano relativi a terre poste in “loco dicto San Pietro”.
La chiesa viene ricordata ancora nelle Rationes Decimarum del 13021303: nel Sinodo Belforti, datato al 1356, compare fra le chiese dipendenti dalla pieve di Chiusdino.
Attestazioni documentarie
ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 215t-216: 19 luglio 1253: vendita di vigna
“in loco dicto San Pietro, in corte di Chiusdino”.
ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 387-388: 2 febbraio 1257: vendita al monastero di San Galgano di terre in corte di Chiusdino “loco dicto San Pietro di Valle Serena”.
ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 386-387t: 30 settembre 1283: privati cedono
al monastero di San Galgano beni posseduti nella villa di San Pietro, distretto di Chiusdino.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 421t: 12 settembre 1229: vendita di terre in
Val di Cellole.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 354-354t: 22 aprile 1252: atto di vendita stipulato nella chiesa di Val di Cellole.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 419-419t: 6 novembre 1264: Rettore della
chiesa di San Pietro a Cellole vende con il consenso del pievano di detta
chiesa al monaco di San Galgano terre poste a Cellole.
Figura 18. Località Podere La Ripa, particolare del paramento esterno del rudere
sono visibili livelli di crollo formati da materiale lapideo di varie dimensioni e rari laterizi.
La struttura, difficilmente interpretabile, è databile, grazie al paramento
murario in filaretto conservatosi, ai secoli centrali del Medioevo.
Interpretazione – Emergenza monumentale.
Cronologia – XI-XII secolo.
Rinvenimento inedito
Interpretazione – Villaggio.
Cronologia – XIII-XIV secolo.
(54) Podere Greppoli (Q.120 III-4778/672)
347 m s.l.m.; pendio; depositi alluvionali; fiume Merse; area edificata; emergenze monumentali assenti.
Descrizione sito – Podere posto a circa 500 m da Palazzetto lungo
la strada provinciale per Prata.
Notizie storiche – La frequentazione della località, compresa
nella corte di Chiusdino, è attestata a partire dalla prima metà del
XIII secolo; l’esistenza di un nucleo abitato, di consistenza indefinibile, è deducibile dalla citazione di un tale “Duccio del fu Monaldo da Greppoli”, in uno degli atti di vendita relativi al castello
di Miranduolo (1337).
Attestazioni documentarie
Bibliografia – CANESTRELLI, 1993, pp. 26-27; GIACHI, 1786, p. 584; RDI,
II, p. 218.
(56) Podere Ticchiano (Q.120 III-4781/675)
306 m s.l.m.; sommità poggio; argille; fiume Merse; area edificata;
emergenze monumentali assenti.
Notizie storiche – Risale al 1143 la prima menzione del “loco dicto
Teclano”, citato in un contratto di vendita di terre al monaco Martino dell’abbazia di Serena, ente religioso che possiede, per tutto il
XII secolo, ingenti quote patrimoniali della zona. A partire dagli inizi
del XIII secolo il monastero di San Galgano si sostituisce a Serena,
attraverso una progressiva acquisizione dei terreni, nella gestione economica di tali spazi.
Almeno a partire dal 1152 viene attestata la chiesa di San Giorgio a
Ticchiano che fu annessa, insieme con la chiesa di Bossolino, alle
proprietà dell’abbazia di Serena per decisione di papa Eugenio III.
Sicuramente, nel 1231 il processo di espansione di San Galgano culmina nella costituzione di una grangia.
Attestazioni documentarie
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 252: 6 maggio 1229: atto di vendita stipulato
“in loco dicto Greppole, in curte di Chiusdino”.
ASS, Diplomatico, Comune di Montieri: 17 gennaio 1337: “Duccio del fu
Monaldo da Greppini vende a Date del fu Cosimo, Nerio del fu Cecco
da Montieri, sindaci e procuratori del Comune di Montieri, una diciottesima parte del podere di Miranduolo”.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – XIII-XIV secolo.
(55) San Pietro in Vallicelloli (Q.120 III-4778/673)
341 m s.l.m.; pianura; travertini e calcari organogeni; fiume Merse;
area edificata; emergenze monumentali assenti.
Descrizione sito – L’identificazione con il piccolo agglomerato rurale di Case San Pietro, vicino a Palazzetto, viene confermata dalla
specificazione contenuta in un contratto datato al 1257, che ubica
il sito in “Valle Serena”; l’attuale edificio è infatti compreso nell’area pianeggiante, definita dal corso mediano de Merse, sul quale
domina il Poggio della Badia (sede appunto del castello di Serena).
Nel Catasto Leopoldino del 1820 compare menzionato con il toponimo (attualmente ancora nell’uso popolare) di “Santo Pietro”.
Notizie storiche – L’esistenza del villaggio, compreso nella corte di
Chiusdino, è attestata con certezza a partire dal 1283, quando il toponimo viene specificato con la definizione di villa.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 81: agosto 1143: Alberto di Benetoso vende a
Martino, prete e monaco e suoi confratelli della chiesa di Santa Maria Benedetto alcuni beni che aveva “in loco dicto Teclano” o in Meletolo e Arenario tra la Merse e la Feccia. “Actum in loco dicto Serena”. Ordina, inoltre, che qualora a cagione di tale vendita la propria moglie o il nipote molestasse detto compratore vuole che tutti i beni che aveva a Papena e nella
corte di Frosini pervengano a detto convento.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 184-184t: 1149: Privati donano a Santa Maria di Serena terre a Tecchiano e Montescibio. Fatto presso la pieve di
Sursciano.
CANESTRELLI, p. 107: 1201: Donazione Ildebrando Pannocchieschi a Monte
Siepi “et damus eis terras nostre jurisdictionis sibi perpetuo possidendas inter refinos istos positas, vidilicet, in Papena, et in Lupinare, et in Ticchiano”.
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(58) Luriano (Q.120 III-4775/673)
538 m s.l.m; sommità poggio; conglomerati poligenici; fosso
Grande; area edificata.
Descrizione sito – Piccolo poggio definito da una depressione sul
versante del rilievo della Castellaccia; è antistante la sommità di quest’ultimo e domina verso sud-est la valle che decresce in prossimità
del corso del fiume Merse. L’anomalia è stata segnalata durante la
lettura dei voli regionali effettuata da Marcello Cosci (si veda scheda
n. 149 dell’archivio consultabile presso il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena).
Notizie storiche – Al 1171 risale la prima citazione della pieve di
Santa Maria di Luriano: non si fa menzione dell’esistenza del castello
che compare solo nel 1230 nell’elenco delle fortezze distrutte dall’esercito del Comune di San Gimignano durante le azioni di guerra rivolte al vescovo volterrano; pur non sapendo nulla riguardo alla fondazione, possiamo verosimilmente desumere che si trovasse sotto il
dominio vescovile.
Non sappiamo quando e come diventi proprietà dei conti Ardengheschi (ramo degli Aldobrandeschi), che ne detengono il controllo fino al 1317; in questa data avviene la cessione di tutti i loro
diritti sul castello e corte di Luriano al Comune di Siena. Quest’atto rappresenta in qualche modo il momento finale del progressivo espandersi della città in questa zona, attestato sin dai primi
decenni del XIII secolo: nel patto di alleanza con i conti Aldobrandeschi, infatti, la comunità di Luriano compare fra quelle vincolate al pagamento di tributi al Comune senese. Segue nel 1259
la cessione da parte dei signori di Torniella di tutte le loro proprietà
nella corte del castello, sempre a beneficio della città.
All’epoca della stesura della Tavola delle Possessioni, la struttura
e il territorio pertinente risultano frazionati in proprietà di alcune
famiglie, tra le quali prevale quella senese degli Incontri (gli altri
proprietari sono Tollo di Giovanni da Monticiano e Salamone da
Sassoforte) e, in misura più limitata, di enti ecclesiastici: scarsi i
possedimenti del convento dei frati Agostiniani di Siena e strettamente rivolto al controllo dei mulini di Campora la presenza del
monastero di San Galgano.
Ancora dalla Tavola delle Possessioni sappiamo che all’interno del
“borgo di Luriano” sono attestate otto case (delle quali una figura essere di proprietà di non residenti) e cinque casalini dei quali solo quattro sono proprietà di residenti; nel “castrum di Loriano” invece sono
censite 11 case e 26 casalini, tutti di proprietà di residenti.
Il processo di integrazione della comunità nell’amministrazione ordinaria del contado della città di Siena culmina nel 1438 con il passaggio a comune del contado. Nel corso del XV secolo l’insediamento decade, come dimostra la consistente cifra del debito con la
città senese ricordata nell’elenco delle tassazioni del 1436 (Lugriano
e Fulguri risultano avere un debito di 611 lire 13 soldi).
La corte di Luriano si estende nella porzione sudorientale del comune di Chiusdino; è delimitata a nord e a ovest dal corso del Merse
e doveva occupare buona parte dell’attuale comune di Monticiano e
forse anche di quello di Roccastrada.
Il paesaggio agricolo dell’area doveva essere molto più articolato e antropizzato rispetto a oggi; ne è prova la perdita della maggior parte
dei toponimi contenuti nella Tavola delle Possessioni che rendono
impossibile la ricostruzione dell’assetto territoriale trecentesco nella
zona circostante l’agglomerato.
La chiesa plebana, intitolata a San Giovanni Battista (San Gianbattista), nel XIV secolo aveva filiali fra cui compare anche la canonica
di Monticiano.
Figura 19. Podere Ticchiano, veduta d’insieme
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 94: maggio 1214: vendita di 6 porzioni di terra,
due delle quali poste sotto la chiesa di Ticchiano.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 452-452t: 14 marzo 1220: il monastero di San
Galgano acquista da privato metà podere a Ticchiano.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 394-394t: 18 agosto 1231: atto di vendita stipulato nella “grangia” di Ticchiano.
Descrizione unità topografica – Il nucleo, attualmente in stato di
abbandono, è composto da tre edifici principali più i relativi annessi.
È attraversato da una strada vicinale che lo collega con il vicino Podere Costarzena (sito 138). L’edificio principale, la fattoria, alloggiava al piano terreno le stalle, mentre al piano superiore vi risiedevano due famiglie. Il fienile è posto sul retro del complesso rurale, il
forno nei pressi della fattoria. L’intero nucleo abitativo, difficilmente
databile, ha oggi l’aspetto delle strutture a conduzione poderale di
epoca moderna (con annessi adibiti all’alloggio dei materiali e magazzini per le macchine agricole). Non restano tracce riconducibili
alla grangia di epoca medievale.
Interpretazione – Loco dicto, chiesa, poi grangia.
Cronologia – XII–XIII secolo.
Bibliografia – BARLUCCHI, 1991; BARLUCCHI, 1992, pp. 56-57; CANESTRELLI, 1993, p. 35.
(57) Località Casa Sala (Q.120 III-4779/669)
470 m s.l.m.; versante collinare; conglomerati poligenici; fosso
Frella; seminativo.
Descrizione sito – È raggiungibile dalla strada a sterro che si diparte
a sinistra di Casa Sala; dopo pochi metri, un bivio a sinistra porta alla
sommità di un piccolo poggio occupato da annessi adibiti a uso agricolo. Confina a sud-ovest con il sito 162.
Descrizione unità topografica – Sono visibili i resti di due strutture
in muratura che, disposte ad angolo retto, sembrano delimitare, a
sud-ovest, ciò che resta di un edificio ormai completamente scomparso. Formate da bozze di calcare compatto disposte su filari orizzontali e paralleli, presentano a vista parte del paramento murario
esterno (con un alzato di circa 1,5 m), lesionato in più punti e con
la muratura del sacco interno a vista. Difficilmente interpretabili,
sono databili, in base alla tecnica muraria individuata, al XIII-XIV
secolo. A est, a pochi metri di distanza, si conserva un altro muro;
costruito con una muratura mista in ciottoli di fiume e mattoni, è
genericamente databile a un periodo posteriore l’epoca medievale.
Interpretazione – Emergenza monumentale.
Cronologia – Generica età medievale.
Rinvenimento inedito
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altri, l’apertura di una serie di finestre che, poste a intervalli regolari,
conferiscono aspetto unitario all’edificio.
A questo periodo va probabilmente riferita la costruzione del corpo
laterale situato a nord; il portale d’ingresso, di fattura rinascimentale,
è sormontato da due stemmi in marmo bianco, con le insegne della
famiglia Chigi, proprietari del castello fin dal XVII secolo. Il corpo
aggiunto a sud, invece, di epoca tarda, presenta una muratura in ciottoli di fiume e laterizi spezzati, spesso di riutilizzo, o scarti di lavorazione, come ad esempio mattoni semifusi.
Ai piedi della struttura e lungo la strada di accesso, alcuni edifici formano un piccolo borgo. Le caratteristiche edilizie del nucleo rurale,
come l’espansione volumetrica in orizzontale dovuta ad aggiunte, in
tempi diversi e senza un preciso ordine costruttivo, di annessi rurali,
non rende possibile l’individuazione di eventuali parti databili all’epoca medievale.
Interpretazione – Castello.
Cronologia – Inizi XII-XV secolo.
Figura 20. Luriano, il borgo
Attestazioni documentarie
Bibliografia – ASCHERI-CIAMPOLI, 1986, p. 61; ASCHERI-CIAMPOLI, 1990,
p. 157; BOWSKY, 1970, p. 40; CAMMAROSANO-PASSERI, 1976, II, p. 306;
CANESTRELLI, 1993, p. 27; CAPPELLETTI, 1844-1870, XVIII, p. 211;
CIACCI, 1980, II, 42; CV nn. 172, 620; GIORGI, 1994, p. 259; KEHR, 1906,
n. 9; PECCI, pp.288-289; REDON, 1975, p. 131; REPETTI, 1833-1843, II, p.
953; RV, n. 472, 673n; VERDIANI-BANDI, 1926, p. 153.
CV, n. 172, pp. 251-257: 2 ottobre 1221: I Senesi garantiscono aiuto ai conti
Aldobrandeschi in qualsiasi azione di guerra eccetto quelle rivolte a “omnes terras et homines qui usque nunc sunt suppositi vel tenentur ad dandum tributum vel redditos comuni Senensi, videlicet civitatem Clusinam,
Monte Latronem, Montem Pinzutum, Potentinum, Lugrianum et terras
abbatie Sancti Antimi et Vicum”.
RV, n. 472, p. 167: 24 gennaio 1230: “Petitiones Iacobi, procuratoris ep. et
capituli Vult. contra potestatem et comune Sancti Geminiani. Pot. et comune S. Gem. cum arcais episcopum Vult. in castro Gambassi veteris obsiderunt, lapidibus, sagittis, igne, machinis leserunt; petit eos dampnari
quattuor milibus marc. arg. et excommunicatos denuntiat.[...]. Petit satisfacionem dampnorum, incendiorum, rapinarum in curia castri [...]. Pro
destructis castris [...] Luriani”.
CV, n. 620: “Ego Ranerius quondam domini Ranerii de Torniella [...] remitto
vobis domino Francisco Dei gratia Senensi potestati, recipienti pro comuni
Senensis [...]. Et promitto non hedificare, vel hedificari facere vel permittere hedificari, aliquid in castro Tornielle, et non facere aliquam fortilitiam
in curia et districtu de Tornielle nec in Lucriano vel eius curia”.
ASS, Estimo 102, cc. 147v, 148, 200, 200v, 202v: Proprietà della famiglia
Incontri poste “in burgho castri de Lugriano”, consistenti in alcuni terreni boschivi e coltivati e alcune strutture (“domus” 3; “casalini” 1).
ASS, Estimo 109, cc. 1, 2v: Proprietà del convento dei frati Agostiniani di
Siena conistenti in tre piccole porzioni di terreno “laborative positum in
burgho Lugriane”.
(59) Località Ciglierese (Q.120 III-4779/673)
327 m s.l.m.; versante poggio; depositi alluvionali; fiume Merse; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Piccola porzione di seminativo, ritagliata all’interno di un campo di grandi dimensioni attualmente lasciato a pascolo; confina a ovest con un’area boschiva allungata verso la strada
provinciale in prossimità della curva prima di Palazzetto.
Descrizione unità topografica – Piccola concentrazione di grumi di
argilla concotta, dimensioni 23 m, riconoscibile a circa metà del
lato lungo del campo confinante con il bosco; del tutto assente il materiale ceramico.
Presenza, media per mq – Due reperti.
Interpretazione – Capanna.
Cronologia – Dubbia; l’assenza di elementi datanti impedisce di
proporre datazioni.
Rinvenimento inedito
Descrizione unità topografica – Non rimangono tracce dell’originaria struttura castrense. Profondamente rimaneggiata e ampliata,
attualmente ha l’aspetto di una villa-fortilizio, come denota il basamento a scarpa conservatosi nelle murature del lato a valle. Il complesso architettonico presenta un’impostazione plano-volumetrica
articolata su tre volumi principali: a un corpo centrale, a pianta rettangolare, sono stati addossati due edifici laterali, aggettanti. La parte
centrale del complesso, dunque, è la più antica; fortemente rimaneggiata, presentava in origine un’altezza maggiore rispetto a quella
attuale, come dimostra l’odierna copertura che occulta in parte le
aperture superiori del prospetto est. È questa la parte dell’edificio che
più conserva i caratteri della residenza due-trecentesca, con una muratura in ciottoli e pietre spaccate di calcare impostate su filari orizzontali. Le uniche due aperture riconducibili a questa fase, monofore
con arco a tutto sesto formato da cunei ben lavorati di arenaria, si
trovano nella parte superiore del prospetto est. La villa-fortilizio, dotata probabilmente di poche aperture in questo periodo, tra XVI e
XVII secolo fu oggetto di restauri e trasformazioni che videro, tra gli
(60) Località Ciglierese (Q.120 III – 4779/673)
327 m s.l.m.; pianura; travertini e calcari organogeni; fiume Merse;
seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Porzione di seminativo di grandi dimensioni,
pianeggiante con una leggera pendenza in direzione sud-est; confina a nord e nord-ovest con il bosco e sugli altri lati con campi lasciati a pascolo.
Descrizione unità topografica – Piccola concentrazione, estesa a coprire uno spazio di 32 m, costituita da materiale a impasto grezzo
e frustuli di laterizi; occupa la porzione alta del sito in corrispondenza
del suo angolo sudoccidentale.
86
diaspro, parzialmente lavorati (scarti di lavorazione) e uno strumento
databile genericamente tra paleolitico medio ed età dei metalli. I manufatti litici aumentano in prossimità dell’estrema porzione nordoccidentale; i reperti ceramici si concentrano invece in corrispondenza
dell’angolo nordorientale del sito.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Industria litica
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Impasto 1a.
Forma chiusa. Olla: 8 frammenti di parete; 1 frammento di bordo non
identificabile.
Laterizi
Impasto 1.
Sei frammenti di diaspro riferibili a scarti di lavorazione.
Interpretazione – Casa di piccole dimensioni realizzata con elevati
in materiale deperibile e copertura laterizia.
Elementi datanti
Acroma grezza
Acroma grezza
Impasto semidepurato non attestato in altri contesti.
Forma chiusa. Olla: 6 frammenti di parete; 2 frammenti di fondo, piano,
apodo, a sezione triangolare regolare.
Olla tipo MURLO, tipo M1, con datazione fine VII-VI secolo a.C.
Maiolica arcaica
Cronologia – Fine VII–VI secolo a.C.
Rinvenimento inedito
Tre frammenti di parete.
Interpretazione – Frequentazione.
Elementi datanti
Industria litica
(61) Località Le Segalaie (Q.120 III-4779/673)
337 m s.l.m.; pianura; travertini e calcari organogeni; fiume Merse;
seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Campo pianeggiante di forma trapezoidale, confinante a nord-ovest con la vicinale per Ciglierese, a ovest e sud-ovest
con aree boschive e a est con il tratto rettilineo della strada provinciale per Prata in prossimità di Palazzetto.
Descrizione unità topografica – Lungo tutta l’estensione del sito sono
presenti, in forma sparsa, frammenti di diaspro rosso, privi di tracce di
lavorazione. Sul confine con l’area boschiva, in corrispondenza dell’angolo sudoccidentale del campo, si raccolgono invece numerose
schegge sia ritoccate che di scarto; fra i materiali, anche uno strumento,
interpretato come raschiatoio e databile, sulla base della tecnica di
scheggiatura e ritocco, al generico paleolitico medio/superiore.
In associazione al deposito troviamo anche numerosi frammenti di
ceramica e laterizi, evidentemente moderni, provenienti dal nucleo
abitativo.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Interpretazione – Frequentazione.
Elementi datanti
Industria litica
Scheggia laminare in diaspro.
Cronologia – Plurifrequentazione. I manufatti litici riportano a una
fase di occupazione del sito databile genericamente tra paleolitico
medio ed età dei metalli. I reperti ceramici (maiolica arcaica e acroma
grezza) indicano una frequentazione dell’area anche in epoca medievale: l’assenza di materiale da costruzione e la scarsità del deposito ceramico non offre indizi utili a definire le caratteristiche di utilizzo dell’area.
Rinvenimento inedito
(63) Località Ciglierese (Q.120 III-4779/673)
327 m s.l.m.; pianura; travertini e calcari organogeni; fiume Merse;
seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Esteso campo pianeggiante leggermente digradante in direzione della piccola vigna, antistante il podere Ciglierese;
è confinante a est con l’aia dell’abitazione e sugli altri lati da campi
incolti.
Descrizione unità topografica – Nella metà superiore del campo, in
prossimità della strada vicinale, si ha una presenza sporadica di ceramica associata a pochi frammenti di laterizi e scorie ferrose.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Tre schegge non ritoccate, 1 raschiatoio denticolato, 1 denticolato in
forma di incavo, 2 nuclei subdiscoidali.
Cronologia – Paleolitico medio-superiore.
Rinvenimento inedito
Impasto di consistenza dura, di colore arancio-brillante.
Forma chiusa: 6 frustuli di parete.
(62) Località Le Segalaie (Q.120 III-4779/673)
337 m s.l.m.; pianura; travertini e calcari organogeni; fiume Merse;
seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Campo posto a occupare una porzione pianeggiante, con leggerissima pendenza verso ovest; confina a est
con la strada provinciale per Palazzetto e a sud con la vicinale diretta a Ciglierese.
Descrizione unità topografica – Lungo tutta l’estensione del campo,
si raccoglie materiale sporadico associato a numerosi frammenti di
Ingubbiata e graffita
Forma aperta. Ciotola: 1 frammento di fondo ad anello con superficie
d’appoggio leggermente arrotondata e decorazione in ramina e manganese.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – XV secolo.
Rinvenimento inedito
(64) Località Le Segalaie (Q.120 III-4779/673)
337 m s.l.m.; pianura; sabbia; fiume Merse; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: scarso.
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Descrizione sito – Campo pianeggiante di forma allungata irregolare; è confinante a est con l’ultima curva della strada provinciale
per Prata prima di Palazzetto e sugli altri lati con campi lasciati a
pascolo.
Descrizione unità topografica – Piccola concentrazione di schegge
di diaspro (di queste due non sono ritoccate), associate a un grande
raschiatoio, databile al paleolitico medio/superiore sulla base della
tecnica di lavorazione.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Elementi datanti
Industria litica
(66.1)
Concentrazione, dimensioni 64 m, costituita da frammenti di ceramica acroma grezza e depurata associata a laterizi; occupa lo spazio immediatamente a nord del prato (a circa 150 m dal podere Il Caggiolo)
e a ovest del laghetto, a 20 m dall’accesso al campo in direzione nord.
Materiale pertinente alla stessa giacitura è presente anche in un’area
estesa circa 208 m verso sud.
Nel prato antistante si trovano reperti ceramici in grande quantità;
data la visibilità limitata dalla vegetazione stabile è però impossibile
stabilire se questi appartengano a una diversa emergenza o siano spargimento della stessa unità topografica.
Presenza, media per mq – Cinque reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Due schegge non ritoccate, 1 raschiatoio profondo, 1 bulino su frattura,
1 nucleo subdiscoidale.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Paleolitico medio/superiore.
Rinvenimento inedito
Impasto friabile e farinoso, colore rosa-arancio, con anima spesso grigiastra a seconda della cottura.
Forme chiuse: 12 frammenti di parete; 3 frammenti di bordi, di cui uno
non identificabile.
Forme aperte: Ciotola. 4 frammenti di fondo: 2 sono ad anello, con attacco della parete poco inclinato rispetto al piano interno del fondo.
(65) Località Ciglierese (Q.120 III-4779/674)
327 m s.l.m.; pianura; depositi alluvionali; fiume Merse; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Porzione di seminativo pianeggiante, leggermente
digradante sul lato nordorientale in corrispondenza di un piccolo
corso d’acqua. È confinante a est con un esteso campo, per metà boschivo e per metà arato, ed è definito dall’ultima curva della strada
provinciale per Prata, prima di Palazzetto.
Descrizione unità topografica – Presenza sporadica di materiale
ceramico e frustuli di laterizio disposti lungo il lato nordoccidentale del sito.
Si tratta di una giacitura fortemente danneggiata dalle arature; inoltre la visibilità dei reperti portati in superficie è limitata dalle infiltrazioni d’acqua che interessano questo tipo di suolo, particolarmente permeabile.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Acroma grezza
Impasto 1b e 2.
Forma chiusa.
Impasto 2.
Olla: 9 frammenti di parete e un’ansa a bastoncello.
Impasto 1b.
Olla: 22 frammenti di parete; 3 frammenti di fondo, piano, apodo, con
modesta espansione in corrispondenza della base.
Un frammento di bordo con orlo a mandorla, privo dell’attacco della parete da cui si distingue per uno spessore molto maggiore.
Grande contenitore: 10 frammenti di pareti, 4 frammenti di bordo.
Dolio di medie dimensioni (24,5 cm di diametro esterno), a sezione
sporgente squadrata.
Dolio di 39 cm di diametro interno, a sezione sporgente squadrata.
Forma aperta. Tegame: bordo rettilineo di modesto spessore a orlo indistinto, con presa semicircolare parallela al piano orizzontale dell’orlo.
Laterizi
Impasto 1. Spessore medio 3-4 cm.
Interpretazione – Casa con elevati in materiale deperibile e copertura laterizia.
Elementi datanti
Acroma grezza
Impasto simile al tipo 2.
Interpretazione – Materiale sporadico.
Cronologia – Generica età etrusca.
Rinvenimento inedito
Olla riconducibile al tipo CHIANTI, tav. IX, n. 1, datato alla metà del VI
secolo a.C. in contesti quali POGGIO BUCO, fig. 70, n. 20, p. 145 e fra la
fine del VI e il V secolo a.C., in RUBIERA, tav. XX, n. 9, p. 89.
Olla confrontabile al tipo CHIANTI, tav. VII, n. 9, con cronologia di VIIVI secolo a.C. (confronti POGGIO BUCO, fig. 47 nn. 94-96; ARTIMINO,
fig. 109, n. 240).
Pithos tipo CHIANTI, tav. XV, n. 5, con cronologia di fine VII secolo a.C.
sul confronto in BASSA MODENESE, tav. LXXXIII, n. 7.
(66) Località Il Caggiolo (Q.120 IV-4783/672)
330 m s.l.m.; versante poggio; argille e conglomerati poligenici; fosso
Rigo; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Campo di grande estensione di forma trapezoidale, posto in forte pendenza; è confinante a nord-ovest con la strada
principale per Chiusdino, nel tratto antistante il casottino ANAS e a
sud-est con il fosso Rigo. Occupa parte del poggio che fronteggia a
nord il podere Il Caggiolo e a sud Frassini.
Nella porzione nordoccidentale del campo, si individuano tre distinte unità topografiche.
Descrizione unità topografiche
Acroma depurata
Ciotola che trova il confronto nel tipo CHIANTI, tav. III, n. 2, con datazione VII-VI secolo a.C.
Coppa con carenatura netta tipo CHIANTI, tav. IV, n. 10, datata nel corso
del VI secolo a.C. sul confronto di RUBIERA, tav. XVII, n. 8, p. 86.
Grande contenitore riconducibile al tipo CHIANTI, tav. IX, n. 4, datato
al VII-VI secolo (LAGO DELL’ACCESA, p. 145, n. 94, seconda metà del
VI secolo; PISA, tav. 6, n. 20, p. 300, VII-VI secolo).
Cronologia – Fine VII–VI secolo a.C.
88
(66.2)
Emergenza di reperti mobili in superficie, dimensioni 67 m, caratterizzata da laterizi e pochi frammenti di ceramica acroma grezza;
si dispone a circa 15 m dall’unità topografica 66.1.
Presenza, media per mq – Tre reperti.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
(68) Località Piano di Feccia (Q.120 IV–4784/673-675)
274 m s.l.m.; pianura; depositi alluvionali; fiume Feccia; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: scarsa; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Porzione pianeggiante di forma rettangolare, ritagliata all’interno di un campo di grandi dimensioni adibito a bosco. Confina a est con il fiume, che originariamente doveva bagnare
anche la parte inferiore del sito; questa parte di campo è fortemente
interessato da infiltrazioni d’acqua.
È raggiungibile dalla strada principale che collega Frosini a Chiusdino, nel tratto antistante il bivio verso il capoluogo di comune.
Descrizione unità topografica – Presenza sporadica lungo tutto il
campo di laterizi, per la maggior parte superfici arrotondate e lisciate,
assumendo l’aspetto di ciottoli di fiume.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Laterizi
Impasto 1a e 1b.
Forma chiusa. Olla: 5 frammenti di parete.
Laterizi
Impasto 1.
Interpretazione – Struttura con elevati in materiale deperibile e copertura laterizia. Si tratta probabilmente di un annesso all’abitazione,
descritta al 66.1, come annesso; converge verso tale interpretazione
la presenza esclusiva di ceramica da conserva.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.; la datazione viene attribuita
sulla base dell’omogeneità delle forme e degli impasti (sia dei laterizi
che dei reperti ceramici) con quelli individuati all’unità topografica
precedente.
Impasto 1.
(66.3)
Concentrazione di forma pressoché quadrangolare (22,5 m) di
grumi di argilla concotta di medie e piccole dimensioni, presente nel
livello sottostante l’unità topografica 66.2 ma spostata di circa 3040 m verso sud.
Presenza, media per mq – Due reperti.
Interpretazione – Struttura realizzata interamente in materiale deperibile.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C. In via induttiva può essere
proposta una contemporaneità con il nucleo indiziato dalle unità topografiche 66.1 e 66.2.
Rinvenimento inedito
Interpretazione – Materiale sporadico.
Cronologia – Generica età etrusca; sulla base della tipologia degli
impasti.
Rinvenimento inedito
(69) Località La Battellona (Q.120 IV-4782/670)
390 m s.l.m.; versante collinare; argille; fosso Trisondola, seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Campo molto esteso, di forma semicircolare (secondo l’andamento della curva di livello) posto in forte pendenza su
un versante della collina di fronte al nucleo abitato La Battellona. È
delimitato a sud-ovest dalla curva della strada per Montalcinello,
prima del bivio per Castelletto Mascagni, a ovest da un ruscello derivante dal fosso Trisondola e a est da un campo lasciato a pascolo.
Descrizione unità topografica – Concentrazione composta prevalentemente da frammenti di laterizi associati a pochi frammenti di
ceramica acroma depurata e a una maggiore quantità di frammenti
di acroma grezza.
In questo caso, è difficile individuare una precisa concentrazione
del materiale, che risulta sparso in modo esteso e costante su tutta
la superficie arata, con una maggiore presenza nello spazio sottostante la curva: la dispersione dei reperti è collegata ai recenti lavori
agricoli, che hanno finito per compromettere la buona conservazione della giacitura.
Presenza, media per mq – Due reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
(67) Località Piano di Feccia (Q.120 IV–4784/674)
274 m s.l.m.; pianura; depositi alluvionali; fiume Feccia; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: scarsa; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Campo pianeggiante di forma rettangolare allungata con orientamento est/ovest; è confinante a est con il corso
del fiume Feccia, a ovest con un campo arato e a nord e sud con
campi non lavorati di grande estensione.
La visibilità risulta fortemente limitata dalle consistenti infiltrazioni
d’acqua che determinano il compattamento del terreno, immediatamente dopo l’aratura.
Descrizione unità topografica – Modesta presenza di laterizi, rinvenuti prevalentemente nell’angolo sud-ovest del campo a coprire uno
spazio di 45 m, in prossimità del confine laterale esterno verso sud.
Sporadici frammenti di laterizi sono presenti anche nella porzione
occidentale del campo in associazione a pochi frustuli di ceramica
acroma depurata.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Laterizi
Impasto di consistenza friabile, omogeneo, di colore arancio brillante.
Forma chiusa: 6 frammenti di parete.
Acroma grezza
Impasto 1b.
Forma chiusa. Olla: 18 frammenti di parete.
Impasto 1 e 2.
Interpretazione – Materiale sporadico.
Cronologia – Generica età etrusca; sulla base della tipologia degli
impasti.
Rinvenimento inedito
Laterizi
Impasto 1.
Interpretazione – Casa con elevati in materiale deperibile e copertura laterizia.
89
Elementi datanti
Acroma grezza
Descrizione sito – Campo di forma rettangolare allungata di enormi
dimensioni, digradante con andamento costante in direzione del
fosso che lo delimita a sud.
Confina a nord con la strada vicinale, che congiunge il podere
Greppini al podere Papena, a ovest con un campo arato (sito 72) e
a est con uno lasciato a pascolo. Nella parte meridionale del campo
si rileva una forte presenza di minerale di quarzo allo stato naturale.
Descrizione unità topografiche – Si riconoscono due emergenze
di reperti mobili in superficie pertinenti alla stessa unità abitativa.
Olla tipo CHIANTI, tav. XIII, n. 10, in contesti etrusco-arcaici.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
Rinvenimento inedito
(70) Località Il Caggiolo (Q.120 IV-4783/672)
326 m s.l.m.; leggero pendio; argille e depositi alluvionali; fosso
Cona; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: scarsa; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Campo di forma rettangolare allungata, posto in
leggera pendenza in direzione del fosso Cona che lo delimita a nord-est;
i lati lunghi confinano a sud-est con la strada e con il bosco a nord-ovest.
Descrizione unità topografiche – Si individuano due concentrazioni
poste a distanza di circa 15 m l’una dall’altra, non ascrivibili alla
stessa fase di frequentazione.
(71.1)
Concentrazione notevole, di dimensioni 34 m, composta da numerosi frammenti di laterizio e ceramica posta nella parte settentrionale del campo, a sinistra dell’ingresso dalla strada. La giacitura
è comunque stata compromessa dall’impiego dei mezzi meccanici.
Presenza, media per mq – Cinque reperti.
Interpretazione – Casa con elevati in materiale deperibile e copertura laterizia.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
(70.1)
Forte presenza di laterizi molto frammentati, rinvenuti in modo costante ed esteso nella parte superiore del campo a sud-ovest, nella
metà posta alla sinistra dell’ingresso; in associazione al materiale da
costruzione si trovano anche frammenti di ceramica acroma grezza e
depurata. In corrispondenza della parte mediana dell’area di spargimento si individua una concentrazione di 54 m.
Presenza, media per mq – Tre reperti.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Impasto friabile, farinoso e di colore rosa-arancio.
Forma chiusa: 4 frammenti di parete; 1 frammento di fondo piano,
apodo a sezione triangolare regolare leggermente assottigliato in corrispondenza dell’inizio della parete.
Forma aperta: 1 frammento di parete.
Acroma grezza
Impasto 1a.
Forma chiusa. Olla: 19 frammenti di parete; 1 frammento di bordo, 1
fondo piano senza marcatura della superficie d’appoggio.
Pithos: 1 frammento di fondo, piano, apodo con sezione regolare arrotondata, 1 bordo indistinto, estroflesso con orlo squadrato inclinato verso
l’esterno e parete convessa.
Impasto 1a e 1b.
Forme chiuse. Olla: 9 frammenti di parete.
Grandi contenitori. 3 frammenti di parete.
Laterizi
Laterizi
Impasto 1.
Impasto 1.
Interpretazione – Casa con elevati in materiale deperibile e copertura laterizia.
Elementi datanti
Acroma grezza
Elementi datanti
Acroma grezza
Olla tipo CHIANTI, tav. IX, n. 2 datata al VII-VI secolo (PISA, tav. 6, n.
20, p. 300) e tra 525-450 a.C. (BASSA MODENESE, tav. XI, n. 5).
Pithos tipo BASSA MODENESE, tav. LXXXIII, n. 7, fine VII-inizi VI secolo.
Olla: tipo CHIANTI, tav. XII, n. 9 datato al VII-VI secolo a.C. che ricorda
SCARLINO, tav. VI, n. 28.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
(70.2)
Vicino al limite orientale nella parte inferiore del sito (a destra dell’ingresso) è stato rinvenuto materiale litico in diaspro.
Presenza, media per mq – Inferiore a un reperto.
Interpretazione – Frequentazione.
Elementi datanti
Industria litica
(71.2)
Concentrazione, estesa in uno spazio di 54 m, composta da
grumi di impasto associati a pochi frammenti di laterizi e ceramica
grezza posta a nord-est, nella parte superiore del sito. L’unità topografica è stata individuata dopo il dilavamento nella sezione del
fosso per lo scolo delle acque che divide il 71.1 dal campo arato a
ovest.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Schegge non ritoccate, 1 denticolato in forma di incavo, 1 nucleo discoidale.
Cronologia – Paleolitico medio (?).
Rinvenimenti inedito
Impasto 1.
Forma chiusa. Olla: 12 frammenti di parete.
Grande contenitore: 3 frammenti di parete.
(71) Località Greppini (Q.120 IV-4784/672)
321 m s.l.m.; lieve pendio; argille argille sabbiose; fosso Cona; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Interpretazione – Casa interamente realizzata in materiale deperibile.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
Rinvenimento inedito
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito:
scarso.
90
(tav. 11, PM 78.78). Per il III secolo sono attestate, invece, ad Ostia, mentre a Luni si trovano associate a materiale di IV secolo (LUNI I, tav.
153.177, 166.177).
(72) Papena (Q.120 IV-4784/672)
313 m s.l.m.; pendio; depositi alluvionali-argille argille sabbiose;
fosso Cona; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: ottima; stato di conservazione del deposito: ottimo.
Descrizione sito – Campo di forma triangolare, leggermente digradante verso il fosso che lo delimita a sud. Il lato lungo del triangolo
segue l’andamento del tratto iniziale della strada a sterro, che collega
il podere Papena con quello di Greppini dopo la prima curva partendo da Papena. Confina a ovest con il sito 71, a est con la strada e
a sud-ovest con un terreno lasciato a stoppie.
Descrizione unità topografiche – Si individuano tre unità topografiche, di cui le prime due, corrispondenti a depositi consistenti, sono
poste a pochi metri l’una dall’altra, mentre l’altra raccoglie il materiale sporadico raccolto nell’intera estensione del campo.
Cronologia – III-V secolo d.C.
(72.2)
A distanza di circa 5 m verso est dal 72.1 si riconosce una fortissima
concentrazione di ceramica acroma depurata e di frammenti di ceramica a vernice nera, dai quali si ricostruiscono parzialmente tre
forme aperte; in associazione, si trovano alcuni laterizi e pietre appena sbozzate.
Per altri 3015 m al di fuori del deposito, si raccolgono materiali,
evidentemente pertinenti a esso, fatti slittare dallo spostamento dei
mezzi meccanici.
Presenza, media per mq – Quattro-cinque reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Impasto colore arancio chiaro, farinoso e friabile.
Forma chiusa: 35 frammenti di parete. 4 frammenti di fondi riconducibili a due tipi principali. Tipo 1: apodo, piano, con una marcata variazione dello spessore in corrispondenza immediata dell’attacco della parete, molto più sottile. Tipo 2: fondo ad anello convesso, con marcata
solcatura nel punto di attacco della parete, che presenta il punto di appoggio leggermente arrotondato.
Coperchio: 1 presa.
(72.1)
A circa 8 m in direzione nord-ovest dall’albero posto lungo la strada
poco prima della curva, si individua una concentrazione di blocchi
di travertino lavorati compresi in un’estensione di circa 108 m in
associazione a ceramica datante. La giacitura si presenta in ottimo
stato di conservazione, poiché le arature hanno intaccato solo i livelli
superficiali del crollo. Rileviamo che l’abitazione si dispone in prossimità del tracciato della strada attuale così da far pensare a una sua
contemporaneità con l’insediamento.
Presenza, media per mq – Sei reperti.
Cultura materiale presente
Laterizi
Acroma grezza
Impasto 2.
Forma chiusa. Olla: 5 frammenti di parete. 2 frammenti di fondo: uno,
apodo, arrotondato nel punto d’appoggio, senza distinzione né interna
né esterna dalla parete; l’altro, apodo, a una sezione triangolare, con angolo d’appoggio molto marcato e leggera estroflessione in corrispondenza
dell’inizio della parete, che va progressivamente diminuendo di spessore.
Impasto 2.
Pietra da macina
Si raccoglie un frammento di pietra da macina e pochissimi grumi di argilla concotta.
Laterizi
Impasto 2.
Interpretazione – Casa a pianta rettangolare con elevati in pietra e
copertura in lastrine; la concentrazione sul lato sud di ceramica da
conserva associata a frammenti di pietra da macina testimonia la presenza di un ambiente funzionale adibito a uso magazzino.
Elementi datanti
Acroma depurata
Interpretazione – Casa con elevati in pietra e copertura laterizia.
Elementi datanti
Vernice nera
Coppa del tipo rinvenuta da Phillips (fig. 6 n. 28) nello scavo delle tombe
di Papena, ricordate anche in MOREL, 1262, a1) e in altri contesti (Malignano, Volterra, Siena, Chiusi e Montepulciano): sulla base della disposizione dei rinvenimenti è stata ipotizzata una produzione locale o regionale.
Coppa simile al tipo VOLTERRA, fig. 1, n. 179; è riconducibile alle coppette senza anse e con alto piede della forma LAMBOGLIA 4, la cui cronologia in ambito volterrano rimane ancora incerta.
Patera tipo MOREL, 2256b1, Pl. 41; si tratta di un manufatto di produzione locale, come dimostra la modesta qualità della vernice di copertura,
di colore bruno scuro, in cattivo stato di conservazione.
Anfora tipo KEAY, LII, T/6/649 (fig. 114, n. 3, p. 267) descritto con
corpo a collo allungato, cilindrico con pareti molto convesse e orlo con
un piccolo sporgenza, che si innesta immediatamente sotto il labbro.
Nella maggior parte dei casi queste anfore, presentavano una copertura
che variava dal camoscio al marrone chiaro. Prodotte nel Mediterraneo
occidentale, trovano diffusione in contesti Catalani dal tardo V secolo
d.C. mentre in Andalusia, vengono utilizzate fino agli inizi del VI secolo
d.C. In Italia il primo caso, attestato negli scavi della Basilica Costantiniana in via Labicana (tav. V PM 78 34/80/85), riporta alla prima metà
del IV secolo; altri esempi sono stati raccolti negli scavi di Cartagine e in
quelle della Schola Praeconum (fig. 11, 154, 158) infine, in ambito siracusano sono stati trovati in associazione di sigillata africana (tipi HAYES
58, 61A, 61B, 67, 73, 76, 91B).
Anfora tipo KEAY, XLIII, T/1/113 (fig. 112, n. 1, p. 257), presenta larghe spalle, collo non molto allungato con leggera estoflessione del bordo,
a sezione triangolare. Le anfore di produzione tunisina, vengono immesse
nei mercati italiani fra la fine del II e gli inizi del III secolo d.C e mostrano
una continuità d’uso fino al terzo quarto del IV-inizi V secolo d.C., come
dimostrano i rinvenimenti i contesti di questo periodo di Via Labicana
Cronologia – III-II secolo a.C.
(72.3)
Si raccolgono in questa unità topografica tutti i frammenti, rinvenuti sporadicamente nella restante superficie.
Presenza, media per mq – Inferiore a un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Impasto 1a.
Forma chiusa. Olla: 4 frammenti di parete. 1 frammento di bordo riconducibile ai tipi ascrivibili al VI-VII secolo d.C.
91
Ingubbiata e graffita
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Un frammento pertinente a ciotola con carenatura marcata. Non si riconoscono motivi decorativi.
Impasto di consistenza friabile e colore arancio brillante.
Forma chiusa: 6 frammenti di parete.
Laterizi
Acroma grezza
Prevalenti sono quelli di impasto 1 mentre più rari quelli di impasto 2.
Impasto 1a e 1b.
Forma chiusa. Olla: 10 frammenti di parete.
Interpretazione – Materiale sporadico.
Cronologia – Plurifrequentazione.
Rinvenimenti inedito
Laterizi
Impasto 1.
Interpretazione – Casa con elevati in pietra e copertura laterizia.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
(73) Località Poggio al Monte (Q.120 IV-4784/669)
398-316 m s.l.m.; versante collinare; argille; fosso Fonte Rossa; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: scarsa; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Campo di enormi dimensioni, con andamento
irregolare e molto articolato in forti pendenze, delimitato dalla prima
curva dopo il ponte della strada per Montalcinello.
Descrizione unità topografica – Materiale ceramico sporadico presente nella parte bassa del campo; nell’area prossima al podere Le
Morane, si trovano frammenti di ceramica medievale associata a pochissimi frammenti di materiale moderno, pertinente alla fase di frequentazione dell’edificio.
Presenza, media per mq – Inferiore a un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
(74.2)
Al centro del campo, in direzione nord/sud, si riconoscono tracce di
un muro di terrazzamento posto in corrispondenza della depressione
della collina che la taglia a metà. Il muro è realizzato in pillole di
fiume di piccole e medie dimensioni.
Interpretazione – Terrazzamento, forse riferibile alla fase di vita dell’abitazione descritta al 74.1.
Cronologia – Dubbia.
(74.3)
Reperti ceramici concentrati in uno spazio di circa 79 m, ubicati a
circa 2-3 m lungo il confine con il boschetto.
Presenza, media per mq – Tre reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Impasto di consistenza molto friabile e colore arancio brillante.
Forma chiusa: 15 frammenti di parete.
Impasto di consistenza medio-dura, farinoso, di colore arancio.
Forma chiusa: 5 frammenti di parete.
Acroma grezza
Acroma grezza
Impasto 1a e 1b.
Forma chiusa. Olla: 28 frammenti di parete; 1 attacco di ansa a bastoncello con diametro di 2 cm; 1 frammento di ansa a nastro con depressione centrale e bordi poco sporgenti e rientranti.
Impasto 2.
Forma chiusa. Olla: 2 frammenti di parete.
Maiolica arcaica
Boccale: 1 frammento di fondo ad anello piano, con base d’appoggio leggermente arrotondata.
Laterizi
Impasto 1.
Interpretazione – Materiale sporadico.
Cronologia – XIII-XIV secolo.
Rinvenimento inedito
Interpretazione – Materiali riferibili al deposito descritto al 74.1 che
hanno subìto lo spostamento a opera dei mezzi meccanici.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
Rinvenimento inedito
(74) Località Poggio al Monte (Q.120 IV-4783/670)
331 m s.l.m.; pendio; depositi alluvionali; torrente Saio; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buona.
Descrizione sito – Campo di forma irregolare digradante verso il fosso
Fonte Rossa (ora asciutto) che lo delimita a sud-ovest. Confina a ovest
e a nord con la strada diretta a Montalcinello e a est con un boschetto.
Verso il torrente il campo mostra una forte presenza di ciottoli di fiume
che fanno pensare a una recente retrocessione della acque.
Descrizione unità topografiche – Si riconoscono tre unità topografiche, concentrate nella porzione nordoccidentale del campo.
(75) Località Poggio al Monte (Q.120 IV-4783/670)
331 m s.l.m.; pendio; argille e detriti e discariche; torrente Saio; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: discreta; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Campo di forma irregolare posto in un pendio
digradante verso il torrente che lo delimita a est. Confina a nordovest con la strada diretta a Montalcinello nel tratto immediatamente prima della curva lungo il bosco, a sud e sud-est con il bosco
e a nord-est con un campo lasciato a pascolo.
Descrizione unità topografiche – Si individuano due unità topografiche, poste a poca distanza fra loro, pertinenti alla stessa emergenza.
(74.1)
Concentrazione estesa in una superficie di 78 m, in cui sono presenti laterizi, ceramica acroma grezza e depurata in associazione a
pietre da costruzione; è posta nell’angolo superiore del campo sul
confine con il boschetto.
Presenza, media per mq – Due reperti.
(75.1)
Concentrazione, dimensioni 75 m, costituita da pietre associate a
ceramica e riconoscibile sul punto più alto del pendio; la giacitura appare comunque molto compromessa dai recenti lavori agricoli.
92
Presenza, media per mq – Tre reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Laterizi
Impasto 1.
Interpretazione – Materiale sporadico.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
Rinvenimento inedito
Impasto di consistenza medio-dura, farinoso, di colore arancio.
Forma chiusa: 7 frammenti di parete; 2 frammenti di fondo.
Acroma grezza
Impasto 1a.
Forme chiuse. Olla: 10 frammenti di parete.
(77) Località Poggettone (Q.120 IV-4784/669)
385 m s.l.m.; versante poggio; conglomerati poligenici e detriti e discariche; fosso Fonte Rossa; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: ottima; stato di conservazione del deposito: ottimo.
Descrizione sito – Campo di forma rettangolare posto in leggera
pendenza in direzione sud; è confinante a nord con il Podere San
Magno, a sud con la strada diretta a Montalcinello e a ovest con la
strada a sterro che porta all’abitato.
Descrizione unità topografiche – Si distinguono due diverse unità
topografiche, di cui una articolata in quattro attività, pertinenti a
uno stesso complesso abitativo.
Laterizi
Impasto 1.
Interpretazione – Casa con elevati in pietra e copertura laterizia.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
(75.2)
Presenza costante di materiale disperso lungo tutta la collina fino a
valle dal dilavamento.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Impasto di consistenza medio-dura, farinoso, di colore arancio.
Forma chiusa: 28 frammenti di parete; 3 frammenti di bordo; 1 frammento di fondo, apodo, di tipologia non identificabile.
(77.1)
Concentrazione estesa per uno spazio di 67 m caratterizzata da una
notevole quantità di laterizi associati a un minor numero di frammenti di ceramica; è riconoscibile nella porzione inferiore del campo,
compresa nell’angolo definito dall’incrocio della strada a sterro con
quella asfaltata.
Presenza, media per mq – Due reperti.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Acroma grezza
Impasto 1a.
Forma chiusa. Olla: 19 frammenti di parete.
Grande contenitore: 5 frammenti di parete.
Laterizi
Impasto 1.
Interpretazione – Materiale sporadico. Materiale pertinente al deposito descritto al 75.1 fatto slittare lungo il versante dallo spostamento dei mezzi meccanici.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
Rinvenimento inedito
Impasto 3.
Forma chiusa. Olla: 6 frammenti di parete, 1 frammento di bordo.
Laterizi
(76) Località Poggio al Monte (Q.120 IV-4783/670)
316 m s.l.m.; versante collinare; depositi alluvionali; torrente Saio;
seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: scarsa; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Campo di enormi dimensioni di forma irregolare
posto in forte pendenza in direzione del torrente che lo delimita a sud;
a est è delimitato dalla strada per Montalcinello, nel tratto del ponte
dell’Acqua Rossa, e a ovest da un grande campo lasciato a pascolo.
Descrizione unità topografica – Presenza sporadica di frammenti
di impasto grezzo e frammenti di ceramica acroma depurata, rinvenuti nella parte alta del campo lungo il confine con il bosco e il
campo arato. L’emergenza in superficie è fortemente compromessa
dai lavori agricoli.
Presenza, media per mq – Inferiore a un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Impasto 3.
Interpretazione – Casa con elevati in materiale deperibile e copertura laterizia; è forse precedente al nucleo abitativo descritto nel 72.2
anche se ha continuità di frequentazione nel periodo di attività di
quest’ultimo.
Elementi datanti
Acroma depurata
Ciotola: i due frammenti rinvenuti trovano un confronto generico nelle
ciotole ingobbiate di rosso, attestate nel Chianti senese per la fase tardoantica.
Cronologia – V-fine VI/inizi VII secolo d.C.
(77.2.1)
Emergenza di reperti mobili in superficie disposta al centro del
campo ed estesa a occupare uno spazio di 98 m; è caratterizzata
da pietre di piccole e medie dimensioni associate a frammenti di
laterizi, ceramica acroma grezza e depurata in uguale proporzione.
Presenza, media per mq – Quattro reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Impasto di consistenza friabile, colore arancio.
Forma chiusa: 4 frammenti di parete.
Forma aperta. Ciotolina: 1 frammento di bordo indistinto lineare, lievemente marcato in prossimità dell’orlo.
Impasto molto omogeneo, non friabile di colore beige rosato.
Forma chiusa: 8 frammenti di parete; 1 frammento di bordo riferito a
una piccola forma chiusa, con orlo piano che si estroflette nel punto di
massima espansione della bocca e viene a salire perpendicolare; presenta
Acroma grezza
Impasti 1a e 1b.
Forma chiusa. Olla: 6 frammenti di parete.
93
Figura 21. Modellazione 3D dell’emergenza di superficie in località Poggettone
l’ansa impostata immediatamente sotto la carenatura. 1 frammento di
fondo, pertinente a un grande contenitore (diametro della base 22 cm);
piano, apodo, con attacco della parete convesso e non distinto; 5 frammenti di ansa di diversa tipologia: tipo a nastro non sagomato, a cui si riconduce anche un altro frammento; a bastoncello (diametro 1,5 cm); a
sella con scanalatura centrale; a bugna.
Forma aperta. Ciotola: i frammenti trovano un confronto generico nelle
ciotole ingobbiate di rosso, attestate nel Chianti senese per la fase tardoantica.
Elementi datanti
Acroma grezza
Olla: tipo CHIANTI, tav. LIV n. 10, si data alla metà del VI-inizi VII secolo d.C. da contesti in cui si trova in associazione con ceramica ingobbiata di rosso.
Cronologia – VI-VII secolo d.C.
(77.2.2)
Concentrazione posta a distanza di circa 5 m verso ovest dal 72.2.1,
in direzione dei pali Enel, composta da ceramica, materiale da costruzione (pietre piccole e medie e laterizi), scorie, frammenti di pietre da macina e frammenti di laterizi da colonna.
Presenza, media per mq – Tre/quattro reperti.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Acroma grezza
Impasto simile al tipo 3 dal quale si distingue per il colore, in questo
caso, rosso-arancio: invariate rimangono la consistenza e la dimensione
e il tipo degli inclusi.
Forma chiusa. Olla: pochi frammenti di parete di piccole dimensioni;
1 frammento di bordo a tesa leggermente sporgente;1 frammento di
ansa a nastro con scanalatura profonda non corrispondente all’asse centrale; 1 frammento di fondo piano, apodo, a sezione triangolare con una
marcata riduzione dello spessore in corrispondenza dell’inizio della parete; 1 frammento di bordo, pertinente a una piccola olla, con orlo a tesa
leggermente ingrossata e rientrante.
Forma chiusa. Olla: 13 frammenti di parete.
Grande contenitore: 3 frammenti di parete.
Scorie di lavorazione
5 intere
Pietra da macina
3 frammenti.
Laterizi
Laterizi
Impasto 3. Più rari esempi di impasto simile al tipo 2.
Impasto 3.
Interpretazione – Casa a pianta rettangolare con elevati in pietra e
copertura laterizia.
Interpretazione – Si può identificare il deposito come zona adibita
a magazzino, pertinente all’abitazione riconosciuta al 72.2.1.
94
Elementi datanti
Nonostante l’assenza di elementi datanti, attraverso il confronto degli impasti sia della ceramica che dei materiali da costruzione, possiamo sostenere una datazione contemporanea a quella di 72.2.1.
Cronologia – VI-VII secolo. d.C.
(79) Località Le Morane (Q.120 IV-4784/669)
389 m s.l.m.; versante collinare; argille; torrente Saio; pascolo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno incolto; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: scarsa; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Il campo, attualmente adibito a pascolo, occupa
il versante nella collina retrostante il podere Le Morane.
Descrizione unità topografica – La segnalazione ci è stata fornita dal
proprietario, che ha raccolto durante i lavori agricoli ceramica
acroma depurata concentrata in un unico punto; afferma anche di
aver visto affiorare laterizi e frammenti di acroma grezza in quantità
abbondante.
Presenza, media per mq – Non rilevabile.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
(77.2.3)
Cinque m a sud di 72.2.2 sono state rinvenuti reperti osteologici
umani pertinenti a mano, braccio e gomito sinistro. L’interpretazione è stata formulata da Don Walker, antropologo che collabora
nel progetto Poggio Imperiale.
Interpretazione – Tomba a fossa relativa al nucleo abitativo descritto
in 72.2.1.
Cronologia – VI-VII secolo. d.C.
(77.2.4)
A circa 8 m da 72.2.2 verso ovest si rinviene una concentrazione di
ossa umane craniali.
Interpretazione – Tomba a fossa relativa al nucleo abitativo descritto
in 72.2.1.
Cronologia – VI-VII secolo. d.C.
Rinvenimento inedito
Impasto beige-rosato, di consistenza friabile, molto omogeneo. I frammenti sono probabilmente pertinenti a una o due forme chiuse, con
orlo sottile e appuntito, estroflesso e fortemente inclinato verso l’interno; ansa a nastro con scanalatura centrale impostata in corrispondenza della strozzatura del collo (da cui ha origine l’estroflessione del
bordo); fondo ad anello solo leggermente scavato, con base d’appoggio
arrotondata e sporgente, distinta dalla parete da una marcata solcatura.
Il materiale data genericamente all’epoca romana, ma la totale assenza
di materiale da costruzione e di ceramica grezza impedisce di proporre
datazioni più precise, attraverso il confronto degli impasti con altri
contesti ben datati.
(78) Località Saio (Q.120 IV-4784/670)
355 m s.l.m.; versante collinare; argille; fosso Fonte Rossa e torrente
Saio; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: discreto.
Descrizione sito – Campo di grande estensione di forma vagamente
rettangolare, posto in pendio digradante in direzione del torrente che
lo delimita a sud; a nord e a est confina con il bosco delle Segalaie e
a ovest con il prato antistante il podere. Circa a metà campo si rileva
una forte concentrazione di forma rettangolare allungata composta
da ciottoli di fiume che corrisponde anche a un cambiamento del terreno, più friabile e di colore scuro.
Descrizione unità topografica – Al centro e al confine del campo
con il prato nella porzione settentrionale, è stato raccolto materiale
ceramico per lo più depurato e due frammenti di acroma grezza in
associazione a pochi frustuli di laterizi. Non è possibile individuare
una vera e propria concentrazione in quanto la giacitura è stata fortemente compromessa dai lavori agricoli.
Presenza, media per mq – Due reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Interpretazione – Materiale sporadico.
Cronologia – Generica età romana.
Rinvenimento inedito
(80) Località Il Casino (Q.120 IV-4782/670)
379 m s.l.m.; versante poggio; argille; fosso Trisondola; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: discreto.
Descrizione sito – Campo di forma trapezoidale che digrada verso
il torrente ora asciutto; confina a ovest con un tratto di campo lasciato a stoppie confinante con il sito 69, a nord con il torrente e a
est con un campo arato.
Descrizione unità topografica – Emergenza di reperti mobili in superficie, costituita da pochi laterizi e frammenti di grande contenitore non circoscrivibile in una concentrazione; può trattarsi di un deposito compromesso per l’azione dei mezzi meccanici.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Impasto di consistenza medio-dura, omogeneo e colore arancio brillante.
Forma chiusa: 7 frammenti di parete di cui una decorata, a stecca molto
marcata, con motivi lineari sormontati da bande ondulate.
Grande contenitore: tappo appiattito circolare, con diametro di 6,5 cm,
e impasto dei laterizi.
Impasto 1a e 1b.
Forma chiusa. Olla: 8 frammenti di parete.
Grande contenitore: 1 frammento di bordo. Pithos: 1 frammento di bordo.
Acroma grezza
Impasto simile al 2.
Forma chiusa: 4 frammenti di parete.
Laterizi
Laterizi
Impasto 1.
Impasto 4.
Interpretazione – Casa realizzata in materiale deperibile con copertura laterizia.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
Rinvenimento inedito
Interpretazione – Materiale sporadico.
Cronologia – Generica età romana.
Rinvenimento inedito
95
(81) Località Podere San Magno (Q.120 IV-4784/669)
350 m s.l.m.; pendio; detriti e discariche; torrente Saio; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: ottima; stato di conservazione del deposito: ottimo.
Descrizione sito – Campo di forma rettangolare posto in leggerissima pendenza sul lato opposto alla strada provinciale per Montalcinello che lo delimita a nord e a est; a ovest è invece delimitato da
campi lasciati a pascolo e a sud-ovest dal bosco.
Descrizione unità topografica – Concentrazione di ceramica
acroma e laterizi, presenta dimensioni di 34 m; è posta nel punto
più vicino alla strada a circa metà del lato corto del campo confinante con la strada, all’altezza di un paletto in cemento contrassegnato da una sigla.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Forma chiusa: 7 frammenti di parete.
Acroma grezza
Impasto 2.
Forma chiusa. Olla: 4 frammenti di parete.
Grande contenitore: 3 frammenti di parete.
Laterizi
Impasto 1.
Interpretazione – Casa realizzata con elevati in materiale deperibile
e copertura laterizia.
Cronologia – III-II secolo a.C.
(82.2)
Forte concentrazione di pietre di grandi e medie dimensioni posta a circa 15 m in direzione nord-ovest dal IV pilone della luce.
Le dimensioni dell’area di massima presenza sono 63 m; le
stesse pietre si trovano inoltre per circa 86 m in direzione nordest verso la strada provinciale. Al materiale litico da costruzione
si associano laterizi, ceramica in quantità rilevante e grumi di argilla concotta.
Presenza, media per mq – Quattro reperti.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Impasto di consistenza medio-dura, farinoso, di colore variabile fra arancio e rosa chiaro.
Forma chiusa: 5 frammenti di parete.
Acroma grezza
Impasto 1b.
Forma chiusa. Olla: 7 frammenti di parete.
Grande contenitore: 3 frammenti di parete; 1 frammento di fondo
piano, apode, a sezione triangolare con diminuzione di spessore in corrispondenza dell’attacco della parete.
Impasto 2.
Forma chiusa. Olla: 18 frammenti di parete.
Grande contenitore: 4 frammenti di parete.
Maiolica arcaica
Forma chiusa. Boccale: 1 frammento di fondo piano, apodo, con leggera
estroflessione della superficie d’appoggio: non si riconosce il motivo decorativo, mentre all’interno si conserva la vetrina neutra.
Laterizi
Impasto 1.
Interpretazione – Casa con elevati in pietra e copertura laterizia, con
probabile annesso di piccole dimensioni realizzato interamente in
materiale deperibile.
Cronologia – III-II secolo a.C.
Laterizi
Impasto 1.
Interpretazione – Casa con elevati in materiale deperibile e copertura laterizia. Il materiale medievale potrebbe provenire dai nuclei
insediativi circostanti, senza indicare una vera e propria frequentazione dell’area.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
Rinvenimento inedito
(82.3)
Materiale ceramico pertinente alle due precedenti unità topografiche
disposto a ovest di 82.2 in uno spazio di 46 m.
Presenza, media per mq – Tre reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
(82) Località Le Morane (Q.120 IV-4784/669)
381-358 m s.l.m.; versante collinare; argille; torrente Saio; seminativo.
Ricognizioni effettuate: terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: ottima; stato di conservazione del deposito: ottimo.
Descrizione sito – Campo di forma semicircolare posto in forte pendenza verso ovest. Confina a nord con la strada provinciale per Montalcinello, a est con la vicinale per il podere Le Morane e a sud con
un campo a pascolo.
Descrizione unità topografiche – Distinguiamo tre unità topografiche, disposte a pochi metri di distanza, corrispondenti a una stessa
unità abitativa.
Impasto di consistenza friabile, farinoso di colore arancio brillante.
Forma chiusa: 2 frammenti di parete; 1 frammento di ansa a bastoncello.
Forma aperta: 2 frammenti di parete; 1 fondo ad anello con superficie
d’appoggio sottile e appuntita.
Acroma grezza
Impasto 2.
Forma chiusa. Olla: 9 frammenti di parete; 1 frammento di fondo piano,
apode, a sezione triangolare regolare, leggermente sagomato in corrispondenza dell’attacco esterno della parete; 1 frammento di ansa a nastro con depressione centrale non marcata.
Ceramica da fuoco. Tegame: 1 presa.
Laterizi
Impasto 1.
(82.1)
Concentrazione di ceramica acroma grezza e depurata con laterizi
molto frammentati, di dimensioni 34 m; è riconoscibile a circa
25 m a nord-est del III palo della luce (partendo dalla strada vicinale).
Presenza, media per mq – Due reperti.
Interpretazione – Materiale pertinente a 82.1, fatto slittare dagli
spostamenti a opera dei mezzi meccanici.
Cronologia – III-II secolo a.C.
Rinvenimento inedito
96
(83) Località Il Casino (Q.120 IV-4782/671)
361 m s.l.m.; versante collinare; argille; fosso Rigo; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: discreta; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Campo di forma irregolare delimitato a est dalla
stradina a sterro che parte dalle case con la quale confina anche il sito
84; confina a ovest con l’allineamento di piante che lo divide dal sito
9, a nord dal prato antistante la casa e a sud dal grande prato delimitato dal Fosso Rigo.
Descrizione unità topografica – Presenza sporadica lungo tutto il
campo di ceramica grezza e laterizi.
Presenza, media per mq – Due reperti.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Descrizione unità topografica – Modesta concentrazione di frammenti di impasto grezzo e ceramica depurata, dimensioni 43 m, riconoscibile nella porzione inferiore del campo a nord-est, a circa 9
m a est di un boschetto e a circa 30 m a sud del boschetto che lo delimita nella parte inferiore.
Presenza, media per mq – Due reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Impasto di consistenza friabile, omogeneo, colore arancio brillante.
Forma chiusa: 6 frammenti di parete; 1 fondo, piano, apodo, a sezione
triangolare regolare.
Acroma grezza
Impasto 1a.
Forma chiusa. Olla: 9 frustuli di parete.
Laterizi
Impasto 1.
Impasto 1a e 1b.
Forma chiusa. Olla: 6 frammenti di parete.
Ceramica da fuoco. Tegame: 1 presa.
Interpretazione – Casa realizzata in materiale deperibile con probabile copertura laterizia (due frammenti raccolti), datata alla fase etrusco arcaica per confronto degli impasti.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
Rinvenimento inedito
Laterizi
Impasto 1.
Interpretazione – Potrebbe trattarsi di una piccola struttura in materiale deperibile e laterizi le cui tracce sono state rese illeggibili dai
lavori agricoli.
Cronologia - VI-II secolo a.C.
Rinvenimento inedito
(86) Località Frosini (Q.120 IV-4786/674)
362 m s.l.m.; versante collinare; detriti e discariche-rocce carbonatiche brecciate; fiume Feccia; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: discreta; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Campo di forma pressoché rettangolare delimitato a ovest dalla strada per Frosini, nel punto prima della curva, di
fronte al castello e sugli altri lati da campi arati. Il campo attualmente
si presenta diviso in piccoli appezzamenti, delimitati da piccole siepi.
Si segnala su tutta l’estensione presenza di pietre naturali.
Descrizione unità topografica – In ogni porzione di terreno si raccolgono materiali sporadici, per i quali non è possibile individuare
punti di concentrazione; sono associati a notevoli quantità di ceramica moderna proveniente dal nucleo di case affiancato ai seminativi.
Presenza, media per mq – Due reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
(84) Località Il Casino (Q.120 IV-4782/671)
357 m s.l.m.; versante collinare; argille; fosso Rigo; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: ottima; stato di conservazione del deposito: ottima.
Descrizione sito – Campo di piccole dimensioni circondato da un allineamento di alberi comunicante nell’angolo nord-est con il sito 83.
Descrizione unità topografica – Presenza modesta di frammenti di
acroma grezza con una maggiore concentrazione nell’angolo nordest del sito, dimensioni 32 m.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Impasto 1a.
Forma chiusa. Olla: 11 frammenti di parete e 1 di fondo, apodo piano a
sezione triangolare regolare.
Impasto di consistenza friabile e colorazione rosa-arancio.
Forma chiusa: 1 frammento di bordo pertinente a trilobatura; pochi frammenti di parete, di cui due decorati (uno presenta decorazione marcata a
pettine a sottolineare la strozzatura del collo mentre l’altro ha decorazione
a pettine appena accennata, con gocce di ingobbio bianco sovrapposto).
Interpretazione – Casa realizzata interamente in materiale deperibile, datata in base alla tipologia degli impasti.
Cronologia – VI-II secolo a.C.
Rinvenimento inedito
Acroma grezza
Impasto 2.
Forma chiusa. Olla: pochissimi frammenti.
(85) Località Fonte al Bonichi (Q.120 IV-4781/671)
368-365 m s.l.m.; versante poggio; argille; torrente Gallessa; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: ottima; stato di conservazione del deposito: ottimo.
Descrizione sito – Campo di forma semicircolare posto in pendenza
in direzione nord. Confina a ovest e a sud con la strada a sterro per
Casette, a sud-est, est e nord-est con un boschetto e a nord-ovest con
un prato.
Laterizi
Impasto 1.
Interpretazione – Materiale sporadico.
Elementi datanti
Acroma depurata
Ciotola con bordo leggermente ingrossato con orlo arrotondato riconducibile al tipo CHIANTI, tav. XXI n. 8 rinvenuto in contesti ellenistici.
Cronologia – III-II secolo a.C.
Osservazione – L’integrità della giacitura è stata compromessa dalle
frequenti arature e dalla forte pendenza del versante che ha determi-
97
nato lo slittamento a valle dei materiali. Non si esclude la possibilità
di una frequentazione del sito in epoca basso medievale sulla base
delle incerte informazioni fornite dalla ceramica depurata.
Rinvenimento inedito
rivela abbastanza omogenea. È notevole la presenza di pietre, talvolta
appena sbozzate.
Presenza, media per mq – Tre reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
(87) Località Frosini (Q.120 IV-4786/674)
344 m s.l.m.; versante poggio; rocce carbonatiche brecciate; fiume
Feccia; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: discreta; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Campo di forma semiellittica delimitato sul lato
ovest/sud-est dalla curva antistante il castello e sul lato nord dal
campo arato, sottostante il Bar di Frosini.
Descrizione unità topografica – Concentrazione di laterizi e pietre
di grosse dimensioni poste a delimitare uno spazio di 57 m; all’interno sono presenti reperti ceramici in quantità rilevante. L’emergenza è ubicata all’altezza dell’inizio del rettilineo dopo la curva nella
parte nord-ovest/ovest (a circa 2-3 m dall’inizio del campo e a circa
5 m dall’albero sulla curva).
Presenza, media per mq – Tre reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Impasto di consistenza dura, compatto, di colore arancio bruno tendente
al grigio nella sezione.
Forma chiusa: 9 frammenti di parete, 5 frammenti di ansa a nastro senza
scanalatura; 3 frammenti di fondo piano, apodo, con superficie d’appoggio lievemente arrotondata e uno piano, apodo con marcata solcatura in corrispondenza dell’attacco della parete; 3 frammenti di bordo di
cui uno lineare indistinto leggermente estroflesso e un altro corrisponde
ai tipici orli a mandorla di età ellenistica.
Acroma grezza
Impasto 2.
Forma chiusa. Olla: 22 frammenti di parete, 6 frammenti di bordo non
interpretabili, 1 frammento di fondo, piano e apodo.
Forma aperta. Testo: 1 frammento di parete con bordo indistinto e orlo
arrotondato.
Maiolica arcaica
Forma aperta. Boccale: 1 frammento di parete con motivo decorativo a
foglia in ramina.
Laterizi
Impasto del tipo 1a e 1b, con inclusi più radi.
Interpretazione – Unità abitativa composta da un nucleo centrale
(riconoscibile nell’angolo meridionale del sito) e da altri annessi funzionali costruiti sia interamente in materiale deperibile che solo parzialmente con copertura laterizia. La ceramica medievale è proveniente dal castello sovrastante.
Elementi datanti
Acroma grezza
Impasto di consistenza dura, molto omogeneo e compatto di colore
bruno scuro.
Forma chiusa: 22 frammenti di parete.
Acroma grezza
Impasto 1a e 1b.
Forma chiusa: 10 frammenti di parete.
Maiolica arcaica
Olla riconducibile al tipo CHIANTI, tav. XXX n. 20, con cronologia
III-II a.C.
Forma chiusa. Boccale: 1 frammento di parete, su cui si riconosce un
probabile motivo decorativo a foglia in manganese.
Cronologia – III-II secolo a.C.
Rinvenimento inedito
Invetriata
Forma aperta. Ciotola: 1 frammento di parete con invetriatura verde interna.
(89) Località Piano di Papena (Q.120 IV-4785/674)
303 m s.l.m.; versante poggio; argille argille sabbiose; fiume Feccia;
seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: ottima; stato di conservazione del deposito: ottimo.
Descrizione sito – Campo di forma rettangolare posto su una porzione del poggio retrostante il piccolo nucleo abitativo in Piano di
Feccia; è confinante a nord-ovest con un campo arato, a est con la
provinciale per Frosini e a sud con le prime propaggini del Piano di
Papena.
Descrizione unità topografica – Concentrazione di ceramica acroma
grezza e pochi laterizi, dimensioni 43 m, riconoscibile nell’angolo
sudoccidentale, in prossimità della siepe di delimitazione del campo.
Presenza, media per mq – Tre-quattro reperti.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
Laterizi
Impasto 1.
Interpretazione – Casa realizzata con elevati in pietra e copertura laterizia. Riteniamo che i frammenti di ceramica rivestita, non debbano compromettere una datazione certa del sito al periodo etrusco;
la ceramica medievale è da ricondurre, con tutta probabilità, alla frequentazione del castello di Frosini.
Cronologia – Fine VII/VI secolo a.C.-XIV secolo.
Rinvenimento inedito
(88) Località Frosini (Q.120 IV-4785/674)
349 m s.l.m.; versante poggio; rocce carbonatiche brecciate; fiume
Feccia; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: ottima; stato di conservazione del deposito: ottimo.
Descrizione sito – Campo di forma triangolare sottostante il castello
di Frosini delimitato a nord, est e sud dalla curva della strada provinciale in direzione Chiusdino e a ovest dal boschetto del castello.
Descrizione unità topografica – Il campo offre una presenza costante di materiali. Si sono individuate sul campo cinque unità topografiche, corrispondenti ai punti di massima concentrazione: non
se ne è dato definizioni spaziali precise in quanto la disposizione si
Impasto di consistenza friabile, colore beige-rosato.
Forma chiusa: 1 frammento di parete con decorazione a stecca a linee
geometriche.
Acroma grezza
Impasto 1a e 1b.
Forma chiusa. Olla: 15 frammenti di parete.
98
Laterizi
Descrizione sito – Campo di forma trapezoidale posto in pendio
verso sud-est confinante a nord, ovest e sud con campi arati. È collocato in posizione sottostante il podere Il Casino.
Descrizione unità topografica – Concentrazione (21 m) di modestissime proporzioni di ceramica acroma grezza e laterizi.
Presenza, media per mq – Due reperti.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Impasto 1.
Interpretazione – Casa di piccole dimensioni realizzata con elevati
in materiale deperibile e probabilmente copertura in laterizio.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
Rinvenimento inedito
(90) Località Podere San Giovanni (Q.120 IV-4781/673)
300 m s.l.m.; versante; argille; torrente Gallessa; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: discreto.
Descrizione sito – Campo di forma rettangolare confinante a nord
con la strada a sterro che parte da Frassini diretta verso al Tiro a volo,
a est e a ovest con campi a pascolo e a sud con il corso del torrente
La Gallessa.
Descrizione unità topografica – Piccolissima concentrazione di ceramica acroma grezza posta a circa metà campo a occupare uno spazio di 32 m.
Presenza, media per mq – Due reperti.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Impasto 1a.
Forma chiusa. Olla: 8 frammenti di parete.
Laterizi
Impasto leggermente più fine del tipo 1.
Interpretazione – Casa di piccolissime dimensioni realizzata con elevati in materiale deperibile e copertura in laterizio.
Cronologia – Fine VI/V-III/II secolo a.C.
Rinvenimento inedito
(93) Località Fonte al Bonichi (Q.120 IV-4782/671)
376 m s.l.m.; forte pendio; argille; torrente Gallessa; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Campo di forma rettangolare con una pendenza
marcata in direzione ovest; confina a est e a sud-est con la strada a
sterro che collega Chiusdino a Frassini, a nord-est con il cimitero e
con il prato antistante. A nord-est, nord, nord-ovest, a ovest è delimitato da con un altro campo arato e a sud/sud-ovest dal boschetto.
Descrizione unità topografica – Piccola concentrazione di ceramica
grezza, dimensioni 34 m, riconoscibile a metà del lato lungo il
campo confinante con il bosco, a mezza costa. La giacitura è comunque molto compromessa dall’azione dei mezzi meccanici.
Presenza, media per mq – Due/tre reperti.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Impasto 1a.
Forma chiusa: 9 frammenti di parete.
Interpretazione – Casa di piccole dimensioni realizzata interamente
in materiale deperibile. Viene datata alla fase arcaica in quanto presenta unicamente l’impasto 1a, tipico di questo periodo.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
Rinvenimento inedito
(91) Località Borgo Villanuova (Q.120 IV-4786/675)
409 m s.l.m.; versante collinare; detriti e discariche; fosso Fonte Bomari; pascolo.
Ricognizioni effettuate: 1; pascolo; condizioni di luce: cielo aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Campo antistante il podere Villanova lasciato a
prato dove si rinvengono frammenti di impasto laterizio e pochi
frammenti di ceramica grezza e depurata.
Descrizione unità topografica – Raccolta sporadica di materiali visibili nonostante la tenuta a pascolo del terreno.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Impasto 1b.
Forma chiusa. Olla: 5 frammenti di parete; 1 frammenti di bordo ingrossato ed estroflesso con orlo squadrato.
Impasto 1a.
Forma chiusa. Grandi contenitori: 5 frammenti di parete; 1 frammenti
di bordo, ingrossato estroflesso con orlo piano e squadrato, a parete leggermente convessa.
Interpretazione – Casa di piccole dimensioni realizzata interamente
in materiale deperibile.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
Rinvenimento inedito
Impasto 1a.
Forma chiusa: 6 frustuli di parete.
(94) Località Frassini (Q.120 IV-4782/671)
376 m s.l.m.; versante; argille; fosso Rigo; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Campo di forma pressoché semicircolare digradante in direzione sud e sud-est. Segue a nord, nord-est, nord-ovest
l’andamento curvilineo di un poggio (sito 95) che si presenta in forte
dislivello rispetto al campo. A ovest e a est confina con campi lasciati
a prato.
Descrizione unità topografiche – Si individuano tre emergenze di reperti mobili in superficie, disposte a coprire la metà orientale del sito.
Laterizi
Impasto 1.
Interpretazione – Materiale sporadico.
Cronologia – VI/V-III/II secolo a.C.
Rinvenimento inedito
(92) Località Il Casino (Q.120 IV-4782/670)
361 m s.l.m.; versante; argille; fosso Rigo; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: discreto.
99
meridionale per uno spazio di 78 m. La giacitura è molto incoerente e non evidente.
Presenza, media per mq – Inferiore a un reperto.
Cultura materiale presente
Laterizi
(94.1)
Concentrazione di materiale ceramico, dimensioni di 54 m, posto
a circa metà del lato corto verso sud; l’evidenza risulta danneggiata
non ben evidenziata dai lavori agricoli che hanno operato un’aratura
troppo superficiale.
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Impasto 1.
Interpretazione – Casa con elevati in materiale deperibile e copertura laterizia.
Cronologia – VI/V-III/II secolo a.C.
Rinvenimento inedito
Impasto 1a e 1b.
Forma chiusa. Olla: 10 frammenti di parete.
Laterizi
(96) Località Podere Arca (Q.120 IV-4790/675)
305 m s.l.m.; pendio; flysh prevalentemente argillitici; torrente Rosia; seminativo.
Rinvenimento edito
Ricognizioni effettuate: 2; terreno arato, pascolo; condizioni di luce:
cielo aperto.
Attendibilità identificazione: discreta; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Campo sottostante il podere, di forma irregolare
ritagliato all’interno di una grande area boschiva; è confinante a
ovest con lo spazio circostante l’edificio e sugli altri lati, appunto,
con vegetazione boschiva.
Descrizione unità topografica – L’emergenza di reperti mobili in superficie è stata individuata nel corso della ricognizione anglo-italiana
ed è costituita da materiale sporadico, per lo più ceramico; nella parte
bassa del sito sono presenti anche schegge di diaspro (non viene specificato se ritoccate). Il campo non è verificabile in quanto è attualmente lasciato a riposo.
Presenza, media per mq – Non riportata.
Interpretazione – Materiale sporadico.
Cronologia – Plurifrequentazione.
Impasto 1.
Interpretazione – Casa pertinente a 94.2 realizzata interamente in
materiale deperibile.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
(94.2)
Concentrazione di materiale ceramico simile a 94.1 associato a molti
frammenti di laterizio e alcune pietre disposte in modo non omogeneo, posta a circa 8 m da 94.1 in direzione nord-ovest.
Presenza, media per mq – Inferiore a un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Impasto 1a e 1b.
Forma chiusa. Olla: 8 frammenti di parete;1 ansa a bastoncello.
Laterizi
Impasti 1 e 6.
Interpretazione – Casa con elevati in pietra e copertura laterizia.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
(94.3)
Procedendo da 94.2 di circa 15 m in direzione nord-est, si riconosce
la presenza di frustuli dello stesso materiale delle altre unità topografiche; è diffusa in un’area molto estesa e copre la parte alta del
campo, costituita da tutto il pianoro (circa 2010 m).
Presenza, media per mq – Un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Bibliografia – Scheda F/730 (1985) consultabile presso il Dipartimento di
Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena.
(97) Località Cotorniano (Q.120 IV-4790/673)
531 m s.l.m.; sommità collinare; flysh prevalentemente argillitici;
fosso Parapanna.
Notizie storiche – Nel 996 Willa, della futura famiglia dei Della
Gherardesca, dona alla cattedrale di Volterra otto “casis et cassinis”
fra cui una “casa et res massaricie in Cuturgnano”.
Attestazioni documentarie
Impasto 1a e 1b.
Forma chiusa. Olla: 10 frammenti di parete; 1 ansa a nastro con scanalatura.
Laterizi
Impasto 1.
Interpretazione – Materiale pertinente al deposito 94.2, che ha
subìto il trascinamento dei mezzi meccanici durante le arature.
Cronologia – Fine VII-VI secolo a.C.
Rinvenimento inedito
RV, n. 85, p. 31: 9 febbraio 996: “Uuilla mulier Gherardi et filia b. m. Berardi consenziente viro, ubi interesse videtur notitia ad Johannes iudex
inp. Interrogata sequenter edicti pagina, cum viro pro remedio anime nostre offero domo s. Marie fra mura civitatem Volot. in potestatem de canonica s. Ottabiani, que infra episcopio in corpore requiessci, octo inter
casis et cassinis seu integris sortibus infra comitato et territurio Volot. in
loco ubi nuncupantes: [...] casa et res mass. in Coturgnano, modo r. per
Dominicho mass.; pen. dupli”.
(95) Località Frassini (Q.120 IV-4782/671)
389 m s.l.m.; sommità poggio; argille; fosso Rigo; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: discreta; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Poggio occupato nel versante nord, nord-ovest,
sud dal bosco e in quello verso nord, nord-est, sud da un campo
arato. Confina a sud-est con il sito 94, a sud-ovest con la vicinale,
che parte dalla strada a sterro per Frassini proveniente da Chiusdino
e costeggia il fienile posto sulla curva.
Descrizione unità topografica – Scarsa presenza di materiale laterizio diffuso nella sola porzione pianeggiante, posta a coprire l’angolo
Interpretazione – Unità agricola.
Cronologia – X secolo d.C.
Bibliografia – CECCARELLI LEMUT, 1982, p. 14; CECCARELLI LEMUT, 1993,
pp. 55-56; RV, p. 31.
(98) Località Le Cetine (Q.120 IV-4789/676)
342 m s.l.m.; pianura; detriti e discariche; torrente Rosia, pascolo.
Rinvenimento edito
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: scarso.
100
Descrizione sito – Sulla base delle indicazioni contenute nella scheda
della ricognizione effettuata all’interno del progetto Montarrenti, il
sito viene collocato genericamente nei campi sottostanti il nucleo
abitato delle Cetine, in posizione di lieve pendio.
Descrizione unità topografica – Viene segnalata una concentrazione
(di cui non è riportata l’estensione) caratterizzata dalla presenza di
materiale da costruzione (tegole e laterizi) e di una grande quantità
di ceramica (54 frammenti) fra cui anche 6 frammenti di sigillata e
uno di dolio.
Il campo, non lavorato negli anni 1994-1995 (anni della nostra ricerca sul campo), non è stato verificato autopticamente.
Presenza, media per mq – Non riportata.
Interpretazione – Villa.
Cronologia – Generica età romana.
Descrizione sito – Campo di modeste dimensioni, posto sopra il
fiume Feccia, in corrispondenza del bivio presso il Km. 73 della
strada provinciale per Prata.
Descrizione unità topografica – Durante la ricognizione prevista nell’ambito del progetto Montarrenti sono state raccolte “selci sporadiche”, per le quali non si specifica la presenza di tracce di lavorazione.
Presenza, media per mq – Non riportata.
Interpretazione – Materiale sporadico.
Cronologia – Generica preistoria.
Bibliografia – Scheda F 77.4 (1983), consultabile presso il Dipartimento di
Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena.
(102) Località Il Casino (Q.120 IV-4782/671)
383 m s.l.m.; versante collinare; argille; fosso Rigo; seminativo.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno arato; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: discreta; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Campo di forma irregolare posto in forte pendenza; è delimitato a nord dalla strada diretta a Chiusdino, e a est e
ovest confina con campi adibiti a pascolo.
Descrizione unità topografica – Notevole concentrazione di laterizi
e ceramica acroma grezza e depurata, dimensioni 35 m, ubicata
nella parte bassa del campo e allineata con il palo della luce posto sul
campo a pascolo. Gli stessi materiali sono presenti anche al di fuori
dell’area di massima presenza.
Presenza, media per mq – Tre reperti.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Bibliografia – Scheda F 18/107 (1986) consultabile presso il Dipartimento
di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena.
(99) Località Le Cetine (Q.120 IV-4789/676)
342 m s.l.m.; pianura; detriti e discariche; torrente Rosia; seminativo.
Rinvenimento edito
Attendibilità identificazione: buona; stato di conservazione del deposito: discreta.
Descrizione sito – Campo genericamente localizzabile nelle vicinanze del sito 98.
Descrizione unità topografica – Presenza sporadica di materiale romano, da mettere probabilmente in connessione con le evidenze di
superficie individuate nel sito 98; l’emergenza è stata individuata durante il survey anglo-italiano.
Presenza, media per mq – Non riportata.
Interpretazione – Materiale sporadico.
Cronologia – Generica età romana.
Impasto 1a e 1b, 2.
Forma chiusa. Olla: 12 frammenti di parete.
Ceramica da fuoco. Tegame: 1 frammento di presa a corno.
Bibliografia – Scheda F 18.15 (1986) consultabile presso il Dipartimento
di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena.
Laterizi
Impasto 1.
Interpretazione – Casa di piccole dimensioni con elevati in materiale deperibile e copertura laterizia.
Cronologia – Generico etrusco.
Rinvenimento inedito
(100) Località Podere Arca (Q.120 IV-4790/675)
330 m s.l.m.; pianura; flysh prevalentemente argillitici; torrente Rosia; seminativo.
Rinvenimento edito
Attendibilità identificazione: discreta; stato di conservazione del deposito: scarso.
Descrizione sito – Porzione di seminativo, sottostante il podere, parzialmente adibito a vigna; è posto in leggera pendenza e confina a
ovest, sud, sud-est con campi incolti.
Descrizione unità topografica – La scheda, redatta durante la ricognizione effettuata dall’équipe anglo-italiana, riporta la presenza
di ceramica medievale e probabilmente romana, tegole e laterizi,
ed è distinta in due unità topografiche: non vengono fornite coordinate né alcuna rappresentazione grafica per definire la loro disposizione nel sito.
Presenza, media per mq – Non riportata.
Interpretazione – Materiale sporadico.
Cronologia – Plurifrequentazione.
(103) Montalcinello (Q.120 IV-4784/669)
378 m s.l.m.; sommità collinare; conglomerati poligenici; fosso Fiumarello; area edificata; emergenze in elevato assenti.
Descrizione sito – Sommità collinare, interamente occupata dall’insediamento, raggiungibile dal bivio che, dalla strada provinciale
per Chiusdino proveniente dal Piano di Feccia, porta a Radicondoli.
Notizie storiche – Il “castrum Montis Alcini” compare citato per la
prima volta nel lodo di pace del 1133 stipulato fra i conti Gherardeschi e il vescovo volterrano. Le origini del castello sono da rintracciare, con tutta probabilità, nel “castrum S. Magni”, fortificato
per volontà vescovile negli anni fra il 997 e il 1005 (in proposito si
veda il sito 104).
In base agli accordi, Montalcinello (nella duplice variante Montis Alcini/Montalcino) rimane di proprietà assoluta del vescovo; non sappiamo però in quale misura fu coinvolto nel conflitto.
I conti, da sempre esclusi nella gestione del castello, rimangono comunque proprietari di alcune terre comprese nella sua corte; in una
vendita di terreni rogata all’interno delle mura, Tedice, figlio di Ugo
di Guido II, si definisce eccezionalmente “conte di Montalcinello”.
A partire dalla fine del XII secolo, la storia della struttura castrense
si lega strettamente alle vicende della famiglia Pannocchieschi, i cui
Bibliografia – Scheda F7.10 (1984) consultabile presso il Dipartimento di
Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena.
(101) Località Podere Cerinalto (Q.120 III-4781/675)
303 m s.l.m.; versante poggio; argille; fiume Feccia; seminativo.
Rinvenimento edito
Attendibilità identificazione: discreta; stato di conservazione del deposito: scarso.
101
RS, n. 304, pp. 117-118: settembre 1181: Ugo, vescovo Volterrano “iurare
faciam omnibus hominibus de Montelio, Cluslino, Montalcino, Frosini,
Gerfalco ad festum s. Michaelis, quos consules petierint. Possessionem castelli dabo Senensibus ad festum s. Michaelis”.
CV, n. 22, I, pp. 35-36: gennaio 1193: Pronunciato dal Vescovo Ildebrando
“Pro quibus, nomine pignoris, obligo vobis nomine Senensis comunis et
vestris successoribus castrum de Fruosine et curtem eius totam et nominatim totum feudum quod habent ibi comites et tenent a me, et castrum
et curtem totam de Montalcino”.
RS, n. 364, pp. 143-144: 18 dicembre 1193: “Ego Ildibrandinus Vult. ep.
iuro quod restituam comitibus Ugolino de Strido et filiis Baverio, Tedicingo, Tancredo, Beliocto Fruosinem et eius curtem, sicut ipsi, patres, avi
habuerunt, et ubicumque per episcopatum aliquid habuerunt, vel ad
Montalcinum vel ubicumque: feudum pro feudo, allodium pro allodio”.
esponenti ricoprono l’ufficio vescovile dal 1150 fino al 1215, senza
soluzione di continuità.
Divenuto residenza privilegiata e sede di una delle zecche del Vescovato, negli ultimi anni del XII secolo subisce le pesanti conseguenze degli scontri sorti con il Comune di Siena in merito al controllo dei castelli di Val di Merse, di Montieri e Gerfalco.
Il vescovo, gravemente indebitato, ricorre spesso alla soluzione di impegnare le rendite di Montalcinello per il pagamento delle ingenti
somme di denaro dovute alla città; accade nel 1193 e ancora nel
1215 al termine della guerra che sancisce la supremazia senese sul territorio. Ugualmente, viene spesso offerto come garanzia ai finanzieri
cittadini che intervengono a colmarne le difficoltà economiche, derivate dalla sudditanza politica a Siena; nel 1251 è occupato da due
mercanti a titolo di pegno per un prestito e nel 1257 viene vincolato
per altri sette anni ad Ildebrandino Tolomei.
La grave recessione economica si palesa anche nelle leggi relative alla
monetazione, datate al 1321 e 1323; viene deciso di ridurre la percentuale dell’argento in modo che mezza oncia d’argento, prima utile
al conio di 55 soldi, sia sufficiente per la produzione di 58 soldi.
Nel 1327, nell’impossibilità di pagare il censo annuo secondo accordi, Montalcinello viene occupato dai Senesi; cinque anni dopo, il
governo dei Dodici obbliga tutti gli abitanti a versare 500 lire all’anno da consegnare alla festa di Santa Maria d’agosto.
Inizia dunque la reale decadenza della comunità, schiacciata dagli oneri
fiscali: quest’ultima, nel 1369, accetta la sottomissione alla Repubblica
in cambio della riduzione del tributo a 250 lire. Fino al 1376 fu amministrata da rappresentanti del Comune; nel 1385, al fine di diminuire le spese di gestione, le viene concessa l’autonomia. Nel 1398 ottiene un’ulteriore riduzione delle tasse con l’esonero dal pagamento del
sale e la concessione di altri privilegi, volti a ristabilire almeno in parte
l’equilibrio sociale ed economico del castello; la comunità in soli 40
anni si riduce da 120 uomini ai 25 attestati nel 1420.
Le ragioni dello spopolamento demografico sono da ricercare nella
povertà del territorio che, per metà boschivo, era diviso nella parte
lavorativa fra le proprietà del vescovo e quelle del Comune; condizione che, di fatto, penalizzava il formarsi della piccola proprietà, paralizzando così il dinamismo interno.
Alla metà del XV secolo il provvedimento emanato da Siena riguardo
all’esonero dal pagamento di qualsiasi imposta non serve ad arginare
il declino.
Secondo le descrizioni offerte da Gherardini e Pecci nel XVII-XVIII
secolo il nucleo, completamente desolato, constava di poche abitazioni, poco più che capanne in pessime condizioni, occupate da un
ridotto numero di persone; la totale assenza di strutture produttive
determinava poi una dipendenza sempre maggiore dalle comunità di
Elci e Monticiano.
Nel periodo di massima espansione, XII e XIII secolo, il territorio
compreso nelle pertinenze del castello non doveva essere esteso e popoloso: la sua corte, definita in base all’estensione delle corti di Chiusdino e Frosini di cui conosciamo i limiti, doveva spingersi poco oltre le mura castellane. La sua chiesa era annessa alla Pieve di Sorciano.
Attestazioni documentarie
Descrizione unità topografica – L’abitato di Montalcinello, probabilmente a causa del generale stato di depressione socio-economica
che coinvolse l’antico castello e il territorio circostante a partire dal
XV secolo, ha conservato lo sviluppo dell’insediamento medievale, a
eccezione di un recente ampliamento del nucleo abitato verso sud,
di limitate dimensioni, e di alcuni interventi di ristrutturazione all’interno. Dell’antico circuito murario non restano tracce, ma in più
punti l’andamento delle costruzioni poste al limite dell’insediamento
denota la presenza di strutture più antiche, sulle quali si sono addossate, nel corso dei secoli, le abitazioni.
La via principale che attraversa tutto il nucleo costituisce tuttora
l’asse portante della struttura urbanistica insediativa; da questa si dipartono una serie di vicoli che conducono all’interno, fino al limite
dato dal preesistente circuito murario.
Nonostante alcuni discutibili interventi di restauro, si nota una particolare attenzione alla conservazione delle caratteristiche originali
dell’abitato nel mantenimento dell’antica pavimentazione in pietra
di molti vicoli e nella valorizzazione degli elementi architettonici originali degli edifici di più antica costruzione.
All’estremità dell’insediamento, in posizione sommitale, si trova la
chiesa di San Magno. Una lapide murata all’interno del’edificio religioso, sulla parete di destra, lo vuole fondato dal vescovo Ranieri
degli Ubertini di Volterra nell’ultimo decennio del XIII secolo. Ad
aula rettangolare, priva di terminazione absidale, presenta l’interno,
a una sola navata e con copertura sorretta da capriate lignee, fortemente rimaneggiato.
Esternamente la chiesa propone una semplice facciata a capanna, in
bozze di arenaria e calcare di diversa altezza, squadrate e disposte a corsi
sub-orizzontali e paralleli. La parte superiore del prospetto presenta un
paramento in laterizi dovuto a un innalzamento della struttura; non
originali sono inoltre la parte superiore del portale con lunetta e architrave monolitico sorretto da mensole concave, e il rosone superiore.
I numerosi interventi subìti dalla struttura, che mostra il fianco sinistro coperto da edifici annessi, sono ben visibili nel prospetto laterale destro. I diversi tipi di tessitura muraria mostrano un utilizzo
della pietra calcarea che va dalla lavorazione in conci squadrati, al paramento in ciottoli di fiume alternati a bozze irregolari. A un periodo
tardo, va infine riferito l’intervento di tamponatura della porta laterale e i frequenti rifacimenti in laterizi, compresa l’apertura di due finestre monofore, visibili nella parte superiore del prospetto.
Interpretazione – Castello.
Cronologia – X secolo d.C.-età contemporanea.
ASF, Deposito Della Gherardesca, Pergamene, 5: 1133: “laudamus et precepimus etiam quod Gena et filii eius omnes hoc iurent de castro Montis
Alcini et curte eius”.
RV, n. 203, p. 72: 29 dicembre 1171: Privilegio di Papa Alessandro III per
il vescovo Volterrano, Ugo de’ Saladini. Tra l’altro gli conferma “il castello di Montalcinello con tutto ciò che gli appartiene e il popolo e i parrocchiani della chiesa di Sorciano”.
Bibliografia – AA.VV., 1994; ASCHERI-CIAMPOLI, 1986, pp. 184-185;
ASCHERI-CIAMPOLI, 1990, pp. 171-172; CAMMAROSANO-PASSERI, 1976, II,
p. 306; CECCARELLI LEMUT, 1982, documenti in appendice; CAPPELLETTI,
102
1844-1870, XVIII, pp. 207-208; CV, nn. 19, 22, 159; GHERARDINI, 1676,
PECCI, c. 298; SCHNEIDER, 1914, p. 14; REPETTI, 1841, II, p.288; RV, pp. 78, 31-33, 36, 69-70, 72, 74, 89, 209, 229; TARGIONI TOZZETTI, 1770, IV,
p.19; VISITE PASTORALI: anni 1436, 1440, 1508, 1550, 1565, 1574, 1599,
1625, 1663, 1678, 1717, 1784, 1811, 1851, 1884,1896, 1911, 1945.
Attestazioni documentarie
RV, n. 24, pp. 7-8: 943-944: “Boso Volat. [ep. Terentino..] liv. ordine firmo
in casa et res qui est [in loco.. et recta] fuit per Teudiprando mass. [at alia]
in s. Magno pro ann. pens. XII den”.
RV, n. 85, p. 31: 9 febbraio 996: “Uuilla mulier Gherardi et filia b. m. Berardi consenziente viro, ubi interesse videtur notitia ad Johannes iudex
inp. Interrogata sequenter edicti pagina, cum viro pro remedio anime nostre offero domo s. Marie fra mura civitatem Volot. in potestatem de canonica s. Ottabiani, que infra episcopio in corpore requiessci, octo inter
casis et cassinis seu integris sortibus infra comitato et territurio Volot. in
loco ubi nuncupantes: [...] casa et res mass. a Castangno prope eccl. s.
Mangni, modo r. per Iohanni mass”.
RV, n. 88, pp. 32-33: 23 maggio 997: “Benedictus Volot. ep. lib. nom do
Eriberto seu Ilditio qui Uuilo voc. gg. f. b. m. Iohanni qui Bonitio voc.
seu Uuido et Reintio gg. f. b. m. Atitii adque Raineri f. b. m.; Teutii barbas et nepotes casa in loco et fundo Flabiano, que r. fuit per Iohanni qui
Bonitio voc. et modo per vos germanis, barbas et nepotes, pertinens de
curte s. Mangni pro annua pens. in fest. s. Marie in agusto ad curte San
Manngni reddenda arg. den. duodeci b. exp. qualis per temp. o.; duo vicem in anno ad curte venire debetis; pen. arg. sol. LX., Act. loco Colletanuli territurio Volotenense”.
RV, n. 97, p. 36: 18 maggio 1005: “Benedictus ep. Volt. lib. nom. dedi Petrus presb. f. Oriprande q. Oritia voc. med. de casa mass. in loco et fundo
in Sursciano prope plebem, qui r. fuit per qd. Petrus mass. et modo per
te Petrus presb. pertinens de curte s. Mangni, ut in festa s. Marie in agusto solvas ad ministerialem in curte et castello s. Mangni pens. arg. din.
duodeci b. exp. qualis per temp. o.; decedente te res Anselmo, Grimaldo,
Rainbaldo gg. f. Peturnille deveniant; pen. arg. sol. LX. act. Volot. Benedictus ep. ss. petrus arcipresb. ss. S. m. Ildibrandi qui Ilditio voc. f. b. m.
Ildibrandi qui Ilditio voc. tt. Homitii f. b. m. Roitii tt. Fluritii f. b. m.
Urse tt. Gherardus not. inp.”.
(104) Podere San Magno (Q.120 IV-4784/669)
393 m s.l.m.; sommità poggio; conglomerari poligenici; fosso Fiumarello; area edificata; emergenze in elevato assenti.
Descrizione sito – Sommità collinare prospiciente Montalcinello, da
cui dista circa 2 km in linea d’aria. Occupa la porzione meridionale
della sommità del Poggettone; la superficie del poggio è parzialmente
tenuta a vegetazione stabile e a seminativo.
Notizie storiche – Nel 943-944 il vescovo volterrano Boso concede
a livello una casa posta “in s. Magno”. Nel 996, la donazione effettuata dalla contessa Willa, dei Gherardeschi, a favore della canonica
di Sant’Ottaviano attesta la presenza di un edificio religioso pertinente all’azienda curtense; nel documento, datato al 996, viene ricordata una “casa et res massarice a Canstagno prope ecclesia s. Magni”. All’anno successivo risale la prima attestazione della curtis s.
Mangni. È fuori dubbio la sua appartenenza al vescovo volterrano,
che riveste chiaramente il ruolo di dominus dell’azienda, a cui fanno
capo alcune unità contadine (dislocate nello spazio compreso fra
Montalcinello e Cerciano, nel Radicondolese), lavorate da massari,
gestiti a loro volta da livellari incaricati dal vescovo stesso.
Negli anni compresi fra il 997 e il 1005 la curtis viene incastellata; in
un livello (in data 18 maggio 1005) si prevede che il pagamento
debba avvenire “in curte et castello s. Mangni”. La formula della citazione mostra come in questa data il castello si affianchi in posizione
di complementarietà all’organismo curtense, che costituisce ancora
il centro principale; il nucleo fortificato non ha ancora assunto cioè
una posizione predominante.
Il castello viene citato per l’ultima volta nel 1064; dopo questa data,
compare nei documenti il castello di Montalcinello. I due nuclei
hanno punti di contatto per quanto riguarda l’assoluta gestione vescovile e la presenza intra moenia di una chiesa intitolata a San Magno; risultano però distinti relativamente all’ubicazione esatta, l’uno
posto sul poggio di San Magno, sede di curtis, l’altro presso l’attuale
paese di Montalcinello (circa 1,5 km in linea d’aria). Se esiste la possibilità che i due fenomeni (la scomparsa del primo castello e la creazione del secondo) siano del tutto autonomi, è comunque ipotizzabile che l’abbandono della prima struttura sia stato causato proprio
dalla volontà di insediare un altro spazio, morfologicamente più dominante e adatto ad accogliere un insediamento di più ampie dimensioni (come poi diventerà lo stesso Montalcinello).
Per quanto riguarda il castello di San Magno, non abbiamo alcun
tipo di evidenza materiale; nell’antistante Poggio Castellare si conservano alcuni tratti murari, disposti in una situazione morfologica
particolare di chiara origine antropica, genericamente riferibili all’età
medievale. L’assenza di indicatori cronologici esatti impedisce di stabilire relazioni sicure fra le due manifestazioni; certo è che la presenza
del toponimo non sembra essere casuale. In quest’ottica, potremmo
dunque pensare a un’originaria forma insediativa dove il centro fortificato (sul poggio Castellare) si colloca in una posizione distinta ma
contigua alla curtis (in località San Magno); l’acquisizione di un
ruolo predominante del castello, a partire dalla metà dell’XI secolo
(nel 1066 compare infatti citato solo come castello) può aver portato
alla decadenza di entrambi i siti e al trasferimento della sede castrense
a Montalcinello.
Interpretazione – Curtis-castello. Data l’assenza di tracce archeologiche relative alla struttura castrense abbiamo formulato l’ipotesi di
una sua realizzazione prevalente in materiale deperibile; la proposta
non ha però pretese di veridicità.
Cronologia – Anno 997-anno 1064.
Bibliografia – RV, pp. 7-8, 31-33, 69-70, 72, 74, 89, 209, 229.
(105) Frosini (Q.120 IV-4785/674)
346 m s.l.m.; sommità poggio; rocce carbonatiche brecciate-detriti e
discariche-depositi alluvionali; fosso di Fonte Bomari; area edificata.
Notizie storiche – Sottoposto al dominio gherardesco, compare, insieme alla sua chiesa, fra i castelli della Val di Merse citati nella donazione all’abbazia di Serena, avvenuta nel 1004: nonostante l’assenza di riferimenti precedenti, sulla base del testo, possiamo ipotizzare l’origine di Frosini dalla fortificazione di un centro curtense
preesistente, avvenuta per volontà signorile, alla fine del X secolo.
Il vuoto documentario impedisce di comprendere il ruolo svolto dal
castello nel corso dell’XI secolo all’interno dei patrimoni dei Gherardeschi: nella lotta accesasi fra i conti e il vescovo negli anni
1125-1133, Frosini non viene investito dalle pesanti azioni di guerra
rivolte invece alle proprietà comitali di Miranduolo e Serena. Non
sappiamo se questo elemento vada letto come effetto di una diversa
importanza dell’insediamento che, lontano dai punti focali della politica economica della famiglia comitale, sembra rivestire il ruolo di
avamposto del potere gherardesco; è posto a controllo dell’ultima propaggine della Diocesi di Siena e per di più occupa uno dei nodi principali della viabilità verso il mare e verso l’area mineraria (a poca distanza dal castello si incrociavano il tracciato della strada maremmana
e il diverticolo della Via Francigena, proveniente dalla Val d’Elsa).
103
Verso la fine del XIV e gli inizi del XV secolo, Frosini, pur rimanendo in dominio del Comune, viene chiaramente gestito dall’abbazia di San Galgano: il 25 novembre 1409 viene pronunciata una
deliberazione del governo senese in merito all’obbligo dell’abbazia di
sorvegliare il castello e impedirne la decadenza e la distruzione. Sottoposto alla dannosa gestione degli abati commendatari, delegati all’amministrazione dell’abbazia a partire dal 1503, decade e viene trasformato in residenza privata degli eredi dell’ultimo abate commendatario, il cardinale Feroni.
La corte di Frosini, estesa a occupare quasi interamente l’attuale Comune di Chiusdino, è delimitata a nord e a est dall’attuale confine,
a sud dal podere di Ticchiano e a ovest comprende i poderi di Greppini e Papena.
L’organizzazione interna del castello è definibile nelle tipologie abitative e nell’estensione, in base ai dati ricavati dalla lettura della Tavola delle Possessioni.
Il nucleo, piuttosto consistente, annovera al suo interno numerose
strutture organizzate intorno a vaste aree aperte e un solo edificio ecclesiastico, intitolato a San Michele Arcangelo; non sono ricordati
impianti produttivi, collocati invece nei nuclei circostanti (come ad
esempio nella vicina grangia di Valloria) o in aree più distanti, sempre, però, sottoposte al controllo castrense.
La proprietà degli edifici è divisa fra il monastero di San Galgano,
che vi possiede 14 abitazioni di cui nove dotate di piazza, due casalini e dieci spazi aperti, e gli abitanti del castello che possiedono una
ventina di case, di cui dieci con piazza, tre casalini e 13 spazi aperti.
Diseguale è, invece, la percentuale del patrimonio abbaziale sul territorio della corte che è squilibrato sia qualitativamente che quantitativamente a favore dell’ente ecclesiastico.
Attestazioni documentarie
In base agli accordi di pace del 1133, contravvenendo alla donazione
che lo vedeva di proprietà dell’abbazia di Serena, passa al vescovo, che
lo concede in feudo ai conti, in cambio dell’omaggio ligio; si riserva
però il diritto di rifugiarvisi o di usarlo in caso di guerra.
Nonostante le ingerenze volterrane, Frosini rimane l’unico dominio
saldo dei conti che nel 1178, in seguito alla divisione della famiglia
in quattro rami distinti, ne assumono il titolo comitale; dopo la
morte di Ugo infatti, i figli decidono di convogliare i propri possedimenti nella Val di Merse (tramite cessioni ai parenti delle loro
quote in Val d’Era) concentrandoli intorno ai castelli di Frosini e Miranduolo, sotto la guida di Tedice, e intorno a quello di Strido, controllato da Ugolino.
Negli stessi anni, i Gherardeschi si pongono come sostenitori dell’ingresso di Siena nella zona, a contrastare l’indiscussa egemonia dei
Pannocchieschi (ormai stabilmente rappresentanti del potere vescovile di Volterra); si sottopongono immediatamente come vassalli del
Comune, offrendo la metà del castello di Miranduolo e del loro patrimonio estrattivo posto sul Monte Beccario. La risposta del vescovo
verte sul recupero dei patti del 1004: rinnega la concessione, contrattando con l’abbazia la permuta di Miranduolo e vi conferma poi il
controllo benedettino, tramite l’emissione di una bolla papale. La
mossa non ha comunque effetto: sceso in conflitto aperto con la città,
Pagano è costretto, dopo una prima tregua, a dare in pegno i castelli
di Frosini e Montalcinello a garanzia del pagamento del tributo impostogli; pochi mesi dopo si impegna con i conti alla restituzione dell’intero patrimonio, compreso il castello di Frosini e la sua corte.
Quindi, nel 1202, il conte Ugolino conferma di non aver mai rescinto
i patti del 1178 e giura di mantenersi fedele alla città di Siena. Anche
sul castello in oggetto, il dominio indiretto del Vescovato si conclude
formalmente con il riconoscimento da parte di Pagano dell’autorità
cittadina sui propri possedimenti in Val di Merse (1215).
Contemporaneamente a queste vicende, sull’intero territorio di pertinenza e all’interno del nucleo stesso, si allarga progressivamente il
potere dell’abbazia di San Galgano, che qui trova il mezzo più efficace di penetrazione e affermazione territoriale. L’ingresso cistercense viene facilitato dalla classe dei Lambardi, ceto intermedio costituito da famiglie legate fra loro da vincoli parentali o consortivi;
retaggio dell’organizzazione signorile, è lontana dall’accogliere i fermenti di dinamismo, riconosciuti negli altri grandi centri limitrofi.
Pressati da pesanti difficoltà economiche, vendono quote fondiarie
sempre maggiori ai monaci; lo dimostrano i frequenti atti di acquisto stipulati a favore di queste famiglie.
Anche Siena arriva a scontrarsi con l’espansione monastica e nel 1274
è costretta a eleggere una deputazione specializzata che valuti la legittimità delle richieste dei religiosi per autorizzare il loro controllo assoluto sulla struttura: non conosciamo però l’esito della verifica.
Frosini, comunque, combatte al fianco del Comune senese durante
la guerra contro i conti Aldobrandeschi di Santa Fiora e riceve in
cambio l’esonero di un terzo dell’imposta dovuta; pochi anni dopo,
anche la dispensa dall’obbligo di visita del Podestà (già in precedenza, comunque, si era interrotto per brevi periodi l’invio di un cittadino senese con tale incarico). Nel 1364 subisce gravi danni a causa
degli assalti delle Compagnie di Ventura inglesi; in questa circostanza, la città esonera la comunità dal versamento di qualsiasi tributo per i cinque anni seguenti.
Alla metà del XIV secolo si verifica un tentativo da parte del vescovo
volterrano di sfruttare la venuta dell’Imperatore Carlo IV in Italia,
per riconquistare i suoi diritti su Volterra e su altri centri fra cui anche quello in oggetto: l’iniziativa fallisce per una netta opposizione
della sua città e di Siena.
ASF, Diplomatico, Vallombrosa: 1004: “castello de Frosini sexta parte cum
ecclesia sancti Michaelis archangeli cum curte”.
ASF, Deposito Della Gherardesca, Pergamene 5: settembre 1133: “Laudamus
etiam precipimus ut Gena et omnes filii eius episcopum et successores eius
et homines eius in castro Frosine contra omnes homines refugium, quandocumque necessarium fuerit, habere permittant; similiter, si necessitas
fuerit, ad guerram faciendam Vulterrano episcopo iamdictum castrum
Frosine habere concedant. [...] laudamus autem et precipimus quod Gena
cum omnibus filiis iuret quod castrum Frosine aut medietatem castri Cluslini, quam episcopus concedit eis, vel partem eorum nulli omnino hominum ad damnum Vulterrani episcopatus dabunt et, si factum est, infrigent”.
RS, n. 364, pp. 143-144: 18 dicembre 1193: “Ego Ildibrandinus Vult. ep.iuro
quod restituam comitibus Ugolino de Strido et filiis Baverio, Tedicingo,
Tancredo, Beliocto Fruosinem et eius curtem, sicut ipsi, patres, avi habuerunt, et ubicumque per episcopatum aliquid habuerunt, vel ad Montalcinum vel ubicumque: feudum pro feudo, allodium pro allodio [...]. Et
faciam pignus vobis consulibus Montalcinum et ius quod habeo in Frosine et dicti comites tenent a me”.
RS, n. 410, p. 167: 1202: “Ego Ugolinis de Strido iuro, quod non alienavi id
quod habeo ad Frosinem et ad Miraldolum vel in curtibus eorum Ildibrandino ep. Vulterr. nec concessi aliquod ius ex illis eidem et quod dicta
non alienabo, nisi hoc facerem cum parabola omnium consulum vel potestatis Sen. cum accordamento consilii canpane Sen. Promitto vobis Sen.
consulibus, videlicet Uguicioni Beringerii tunc priori, Guidoni Mariscotti,
Guinisio et Bartalomeo Rainaldini presentibus, hec omnia observare. – Acta
Senis in curia de s. Peregrino. – Baverio de Frosine. Phylippo Malavolte.
Rainaldo Rain(erii). Rainerio Montonis. Uberto Gilii. Cristofano iudice.
Orlando Codennacci. Trombecto Scricioli, aliis tt. – Scottus iudex et not.”.
104
CV, n. 22, I, pp. 35-36: gennaio 1193: Pronunciato dal Vescovo Ildebrando
“Pro quibus, nomine pignoris, obligo vobis nomine Senensis comunis et
vestris successoribus castrum de Fruosine et curtem eius totam et nominatim totum feudum quod habent ibi comites et tenent a me, et castrum
et curtem totam de Montalcino”.
CV, n. 71, I, p. 104: 1202: “Ego Ugolinus de Strido iuro [...] non vendidi
nec permutavi nec aliquo modo alienavi vel obbligavi id quod habeo ad
Frosinem vel in eius curte et id quod habeo ad Mirandolum vel in eius
curte in totum vel in partem, nec aliquo ius quod in his habeo [...] Ildebrando episcopo Vulterrrano nec alteri persone pro eo aliquo modo”.
ASS, Estimo 2, cc. 15, 17, 18, 29, 39, 48, 48v, 55, 57, 58, 63, 75, 76, 78, 79,
81, 93, 109, 119, 132, 135, 137, 146, 151, 151v, 176. Strutture di proprietà dei cittadini della corte di Frosini: “Domum”: 1; “Domum cum
platea”: 7; “Domum cum plateis”: 3; “Platea”: 13; “Casalini”: 3; “Domum cum cellario”: 1.
ASS, Estimo 118, cc. 269, 269v, 270, 270v, 271, 271v, 272. Strutture di proprietà del monastero di San Galgano: “Domum” 5; “Domum cum platea” 6; “Domum cum plateis” 3; “Platea” 10; “Casalini” 2.
chitettonici è visibile anche nella muratura, in conci di medie e medio-grandi dimensioni, perfettamente lavorati e spianati.
A questa seconda fase costruttiva fanno riferimento anche la facciata
e il fianco sinistro dell’edificio religioso. In particolare la facciata, a
capanna, conservatasi per un’altezza minore di quella prevista in origine, presenta come unica apertura un alto portale concluso da un
arco a sesto acuto. Nella parte superiore del prospetto sono visibili
tre buche pontaie tamponate, indizio forse di una tettoia oggi scomparsa. La muratura, in conci ben squadrati disposti su corsi orizzontali e paralleli, mostra i segni dello scalpello nella resa del ‘nastrino’
e di uno strumento a lama, l’ascettino, per la spianatura della faccia
a vista dei singoli pezzi.
Il fianco sinistro, in peggiore stato di conservazione, ha subìto pesanti rifacimenti e un rialzamento, in laterizi, della parte superiore.
L’inserimento, a intervalli regolari, di mensole modanate in pietra
(di riutilizzo) indica la presenza di un corpo di fabbrica addossato
alla struttura, oggi scomparso ma attestato nella cartografia del Catasto Leopoldino redatta nel 1820. Costruita in prossimità di un
salto di quota, la parte terminale della chiesa ha subìto un progressivo cedimento, con evidenti lesioni nella muratura.
Edifici pertinenti a un’abitazione colonica si addossano invece al
fianco destro, il cui paramento, in parte visibile, testimonia l’esistenza di una fase più antica con caratteristiche simili, per apparecchiatura muraria e tipologia costruttiva, a quelle constatate nella
zona absidale.
Descrizione unità topografica – L’insediamento è strutturato intorno al nucleo castrense, la cui originaria struttura è oggi in gran
parte scomparsa. Le alte mura di cinta che circondano il fronte principale (lato est) del complesso, sono opera del restauro che nel XIX
secolo trasformò in gran parte la struttura di epoca medievale. Racchiudono un torrione centrale, forse il primitivo nucleo del castello;
la struttura, visibile solo nella parte superiore, presenta un rialzamento della parte terminale, coronata da merli guelfi, riconducibile
agli interventi ottocenteschi. La muratura sottostante ha subìto interventi di restauro tali da rendere difficile uno studio degli elevati.
Gli edifici posti sul fronte ovest del complesso architettonico, organizzati intorno a una corte centrale, conservano le tracce dell’impianto medievale. In particolare la torre visibile a ovest, rinforzata
alla base da un contrafforte a scarpa, presenta una muratura in bozze
regolari di travertino poste in opera su corsi orizzontali e paralleli;
la tecnica costruttiva, insieme alla tipologia delle aperture conservate, consente di datarlo al XIII secolo. Nella parte superiore infatti
la torre conserva, nel lato est, un’apertura strombata con arco a tutto
sesto, in fase con la muratura circostante; nel prospetto sud è visibile una finestra tagliata dall’attuale copertura dell’edificio.
Si accede al fronte meridionale del castello attraverso una rampa in
laterizi che delimita, a sud-est, il palazzo di epoca duecentesca, nucleo centrale dell’insediamento. L’edificio, con muratura in bozze di
travertino di altezza regolare su filari orizzontali e paralleli, conserva
un bel portale con arco senese (un arco acuto sbarrato da un arco ribassato) in conci di travertino compatto perfettamente squadrati a
martellina dentata; è sormontato da una formella in marmo con
l’immagine di San Galgano, a ricordo del controllo cistercense sull’insediamento a partire dalla seconda metà del XIII secolo.
Nel pianoro antistante la rampa di accesso al castello sorge la chiesa
di San Michele Arcangelo. L’edificio, realizzato in pietra calcarea,
conserva ancora l’impianto romanico ad aula unica con terminazione absidale. La muratura del prospetto absidale mostra la presenza di due fasi costruttive principali: la prima fase, la più antica,
conservatasi fino a circa 1,5 m d’altezza dal suolo, presenta una
muratura in conci di calcare di medio-piccole dimensioni alternati
a tre semicolonne. La seconda fase, databile al XII-inizio XIII secolo (si veda il capitolo VIII, 1, Campione CH 2), occupa tutta la
parte superiore dell’abside, ornata da una monofora strombata con
archivolto formato da un unico blocco di calcare posto in opera
con estrema accuratezza, e da una cornice di archetti pensili su peducci capovolti. La particolare attenzione rivolta agli elementi ar-
Figura 22. Frosini, lato sud- est della torre
105
Interpretazione – Curtis poi loco dicto.
Cronologia – Anno 996-1282.
Bibliografia – CECCARELLI LEMUT, 1982, p. 14; CECCARELLI LEMUT, 1993,
pp. 55-56; RV, pp. 31-32.
(107) Località Bovigliano (Q.120 III-4777/672)
392 m s.l.m.; sommità poggio (collinare); conglomerati poligenici;
torrente Seggi-fosso di Cartonaia.
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 il toponimo è inserito all’interno della corte di Luriano con l’attestazione
di quattro casalini di proprietà di residenti.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 16.
(108) Località Collespecchi (Q.120 IV-4786/671)
320 m s.l.m.; sommità collinare; depositi alluvionali; torrente Saio;
seminativo e pascolo.
Descrizione sito – Il toponimo indica attualmente un’area molto
estesa, posta a ovest del podere San Martino, lungo il corso del Feccia: non è possibile identificare l’esatta ubicazione del sito.
Notizie storiche – Nel 1318 è ricordato uno sfruttamento seminativo, a coltura non specificata, posta “ex fluvium Feccie”.
Attestazioni documentarie
Figura 23. Frosini, chiesa di San Michele Arcangelo
Del castello originario, di XI-XII secolo, profondamente alterato dai
rimaneggiamenti susseguitisi nei secoli, restano poche tracce, a eccezione della chiesa. La presenza di un abitato sviluppatosi intorno al
nucleo castrense, è testimoniata da alcuni edifici colonici, di varia
grandezza e dimensione, posti a nord-est. A sud invece l’imponente
mole del castello è messa in risalto da uno spazio aperto, l’antico giardino, al quale si accedeva tramite una torretta in stile neogotico, decorata da sculture antropomorfe.
Interpretazione – Castello.
Cronologia – Anno 1004-età contemporanea.
ASS, Estimo 2, cc. 13, 48, 90, 116, 118, 123, 151. Estensione superfici: “Terra
laborata” 10s 77t; “Terra sode” 1s 18t.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Anno 1318-(?).
Bibliografia – ASCHERI-CIAMPOLI, 1986, pp. 61, 225; ASCHERI-CIAMPOLI,
1990, p. 181; BARLUCCHI, 1991; BARLUCCHI, 1992; CAMMAROSANO-PASSERI, 1976, II, p. 306; CANESTRELLI, 1993, pp. 25-27; CAPPELLETTI, 18441870, XVIII, p. 259; CECCARELLI LEMUT, 1982, passim; CECCARELLI LEMUT, 1993, pp. 49, 63; LISINI, 1893, p. 203; PECCI, cc. 171-172; REPETTI,
1841, II, pp. 347, 348; RS, pp. 107, 117, 143, 167, 307, 308; CV, pp. 2930, 35-36, 104, 219-223; Constituto 1262, p. 314.
(109) Località Vallone (Q.120 IV-4787/673)
386 m s.l.m.; versante poggio; argille; fosso Frella; pascolo.
Descrizione sito – Il toponimo corrisponde alla valle definita dalle
pendici dei poggi su cui si trovano i poderi di San Martino, Vesperino e il castello di Frosini: non è possibile definire l’esatta ubicazione
del sito.
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni vi è attestata una
coltivazione non estesa a vite e cereali; il toponimo viene specificato
“ex ecclesie Sancti Giusti” (non identificata).
Attestazioni documentarie
(106) Macarro (Q.120 IV-4783/671)
353 m s.l.m.; sommità poggio; conglomerati poligenici; fosso Rigo;
area edificata; emergenze in elevato assenti.
Notizie storiche – Nel 996 Willa, della futura famiglia dei Della
Gherardesca, dona alla cattedrale di Volterra otto “casis et cassinis”
fra cui una “casa et res massaricie in Macarro”.
Il conte Gherardo vi possedeva una curtis che il vescovo di Volterra
Benedetto acquistò per poi donarla alla canonica di Sant’Ottaviano:
la cessione fu poi confermata nel 1014 ai canonici dall’imperatore
Enrico II.
Non conosciamo l’evoluzione dell’azienda curtense; la notizia della
presenza ancora nel XIII secolo di terre lavorative poste in località
Macarro fa supporre il venir meno della configurazione giuridica dell’insediamento, senza però implicarne la desertazione.
Attestazioni documentarie
ASS, Estimo 2, cc. 101, 113v, 116v, 126v, 175. Estensione superfici: “Terra
laborata” 6s 47t; “Terra vineata” 3s 25t.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Anno 1318-(?).
(110) Tamignano (Q.120 IV-4785/676)
339 m s.l.m.; versante collinare; rocce carbonatiche brecciate; fosso
di Fonte Bomari; area edificata.
Descrizione sito – La località si trova nel versante occidentale della
collina, la cui sommità è occupata dal villaggio di Pentolina. Attualmente inserita in proprietà privata, vi si accede (previo permesso dei
proprietari) dalla strada a sterro che oltrepassa Pentolina, dopo il bivio nei pressi della chiesa di La Cura.
Notizie storiche – Il casalis di Tamignano è ricordato per la prima
volta nel 947 in un contratto di affitto a livello, concesso a un privato dall’abate del monastero di Sant’Eugenio di Siena. Nel 1000 si
concedono altre terre poste “ubi dicitur Tamignanisi”; se si interpreta correttamente la località citata come Tamignano, dobbiamo riconoscere fra i proprietari di quote fondiarie, accanto a Sant’Eugenio, anche la chiesa di San Pietro di Siena e privati di Lucca (menzionati nel documento fra i confinanti).
RV, n. 85: 9 febbraio 996: “Uuilla mulier Gherardi et filia b. m. Berardi consenziente viro, ubi interesse videtur notitia ad Johannes iudex inp. Interrogata sequenter edicti pagina, cum viro pro remedio anime nostre offero
domo s. Marie fra mura civitatem Volot. in potestatem de canonica s. Ottabiani, que infra episcopio in corpore requiessci, octo inter casis et cassinis seu integris sortibus infra comitato et territurio Volot. in loco ubi nuncupantes [...]; casa et res in Macarro, r. per [...]; in eodem Macarro”.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 14-14t: 26 dicembre 1282: Vendita di terra in
corte di Chiusdino “loco dicto Macharo”.
106
vento di San Galgano tutti i beni che detta abbazia aveva nel distretto di
Frosini “loci dicti Tamignano, Pentolina, Cotorniano e Papena. Actum
in ecclesia santa Maria de Serena”.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 271-271t: 23 aprile 1250; ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 61t-62t: 17 marzo 1251; ASS, Spoglio Conventi 161, c. 57:
22 agosto 1255; ASS, Spoglio Conventi 163, c. 270-270t: 18 giugno 1264;
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 87-87t: 3 maggio 1271: Atti di vendita stipulati “in villa de Tamignano”.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 89-89t: 1302: Atto di vendita stipulato “in Tamignano”.
ASS, Estimo 2, c. 183: 1318: toponimo citato “in curia de Tamignano”.
Descrizione unità topografica – Dell’antico villaggio attestato dalle
fonti non restano oggi tracce; il complesso di Tamignano mantiene
tuttora nella torre scapezzata il fulcro principale dell’intera costruzione. Quest’ultima, costruita interamente in calcare cavernoso locale, doveva un tempo sorgere isolata; si caratterizza per l’altezza, per
la base di dimensioni notevoli (1313,50 m ca.), e lo spessore delle
murature. Questi elementi, unitamente al numero e all’esiguità delle
aperture, tutte disposte a una discreta altezza, e alla presenza di un
imponente basamento a scarpa che fodera su tutti i lati la struttura,
ne identificano l’originaria funzione difensiva.
Il fronte ovest della struttura conserva ancora l’antico sistema di accesso, formato da due aperture sovrapposte: la prima situata a una
certa altezza dal livello del terreno e parzialmente tamponata per essere riutilizzata come finestra, la seconda, alta e stretta, posta al livello del suolo. La muratura, imponente e interrotta da poche aperture, presenta la parte inferiore, rinforzata dall’alta base a scarpa, dotata di due feritoie per lato. Le finestre monofore sono di medie
dimensioni e di foggia particolarmente accurata: centinata quella nel
lato ovest, architravate quelle presenti negli altri lati, con stipiti e arco
a tutto sesto resi in conci ben lavorati di travertino compatto.
Le soluzioni architettoniche adottate nella torre, databili al XIII secolo, denotano in generale una maggiore attenzione nella resa degli
elementi architettonici rispetto al paramento murario circostante,
risolto in bozze di calcare di altezze regolari (filaretto) su corsi orizzontali e paralleli (si veda il capitolo VIII, 1, Campione CH 8).
La base a scarpa, che risale al XIV secolo, presenta una tessitura muraria più irregolare con i conci delle aperture spianati a martellina
dentata. Il contrafforte, visibile sui fronti ovest e nord, è occultato
negli altri lati dagli annessi del nucleo abitativo che presentano lo sviluppo plano-volumetrico in orizzontale tipico delle strutture poderali. Il recente restauro dell’intero complesso ha valorizzato il corpo
centrale del nucleo, rappresentato dalla casa-torre, liberandola, ad
esempio, dalla presenza di un corpo annesso, il fienile, che, appoggiandosi al prospetto ovest, ne impediva la vista.
La stratigrafia dei corpi di fabbrica ha infine messo in evidenza, insieme alla disposizione e alla funzione degli edifici annessi di epoca
tarda, un antico ampliamento verso sud della torre. Nella parte superiore del prospetto ovest è, infatti, visibile nella muratura duecentesca un’azione di ‘cuci-scuci’, probabilmente operata in occasione
della costruzione della base a scarpa. Terminata la sua funzione difensiva, la struttura vide l’apertura di una serie di finestre rettangolari in laterizi e la progressiva trasformazione del nucleo originario,
inglobato negli edifici del podere.
Interpretazione – Villaggio.
Cronologia – Anno 976-anno 1318.
Figura 24. Podere Tamignano, la torre
Nel XII-XIII secolo vi vanta diritti anche l’abbazia di Serena, che nel
1245 vende tutti i suoi beni posti in “loco dicto Tamignano” al monastero di San Galgano; da questo momento, registriamo molti atti
di compravendita, stipulati dai cistercensi all’interno del villaggio,
che testimoniano la non marginalità dell’insediamento.
Nella Tavola delle Possessioni la “villa Tamignano” è caratterizzata
dalla presenza di sei case, di proprietà di residenti; definisce una sua
giurisdizione territoriale (alcuni toponimi citati nella Tavola delle
Possessioni relativa a Tamignano, Pentolina e Palazzo ai Fichi, compaiono “in curia de Tamignani”).
Il primo segno di decadenza si coglie nell’elenco delle tassazioni imposte nel 1444, ai comuni di villaggio del contado senese, di cui Tamignano fa parte dal 1239: la cifra modesta di 6 denari parla chiaro
rispetto alla esiguità del nucleo abitato, se consideriamo che l’imposta veniva calcolata in base al numero di fuochi e alla ricchezza complessiva della comunità.
Attestazioni documentarie
RS, n. 13, pp. 5-6: novembre 947: “Constat me Deodatus, abbas s. Eugenii
sito Pilasiano per consensum confratorum meorum monachorum, per hunc
libellum et nostram convenentiam, ad pensionem dare vobis Guillieradi f.
qd. Gerardi et Imize filia Petroni et Sigifredi et Gualhieri gg. f. tuis Imizech
sortis et rebus iuris monasterii in casalis de Tamignano et in Castagno rectas per Martino et Andrea gg., et Ambrosio, excepto quod antepono terras
et vineas q. Petrus f. Altiberti per libellum detinet da Litardo; aliis cum terris, arvis quam et cultis, vineis, silvis, rivis, pascuis odie ad sortem et masiam
pertinentibus in vos dedi et confirmavi; tu Guillierado potestam habeas per
libellum, talem personam firmare, q. tibi firmiter pensionem retdat et casam super ipsis rebus fieri faciat. Per omnia dedit mihi Deoti abb. successoribus, ad ministeriale nostro de mon. per singulos annos infra December
X den., et non amplius superinponamus; pen. sol. quinquaginta”.
PRUNAI, p. 217: novembre 1000: “Ego Uuido saligo [...] vi et Petro gg. ff [...]
qua [...] quod libr. dichuo cento [...] pretium pro integro duo petie de terra
iuris meo qui sunt in vocabulo Vico, ubi dicitur Tamignanisi et Sancti
Abondi [...], et duo partis est terra regi, [...] ad terra q.dic. Tamignanisi de
tertia terra San Petri et de quarta de. Sancti Eugenii, alia petis qui de uno
latere terra Eriberti omo lucense, de alio latere terra Sancti Eugenii et tertia pars terra q.dic. Tamignanisi, de quarta pars de subdus decurrit fossato”.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 58-58t: 2 settembre 1239: “Pentorina et Tamignano”.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 389-389t: 14 ottobre 1242: “loco dicto Tamignano, in curte de Frosini” (cfr. 14 gennaio 1257 ASS, Spoglio Conventi
163, c. 385).
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 114t-115: 9 aprile 1245: Mauro Abate di Santa
Maria di Serena vende a Matteo pisano, monaco e procuratore del con-
Bibliografia – ASCHERI-CIAMPOLI, 1986, p. 61; ASCHERI-CIAMPOLI, 1990,
p. 160; CAMMAROSANO-PASSERI, 1976, II, p. 307; CANESTRELLI, 1993, p. 28;
PRUNAI, 1966-1968, pp. 214-217, PASSERI-NERI, 1994, p. 42.
107
(111) Pentolina (Q.120 IV-4785/676)
421 m s.l.m.; sommità poggio; rocce carbonatiche brecciate; fosso di
Fonte Bomari; area edificata.
Descrizione sito – Sommità collinare, interamente occupata dal villaggio, raggiungibile dal bivio lungo la S.S. per Frosini.
Notizie storiche – La prima attestazione è relativa alla chiesa pievana
di San Bartolomeo che compare fra gli enti religiosi confermati dal
papa al vescovo Bono nel 1189, al momento del suo passaggio alla
sede senese.
L’assenza di notizie precedenti relative all’insediamento può far pensare che il processo di accentramento sia stato avviato proprio dalla
pieve: non abbiamo però dati che permettano di asserirlo con certezza.
Inserita nella Diocesi di Siena, nel 1241, figura nell’elenco delle
chiese di pertinenza cittadina, riportato nel lodo che pone termine
alla lite fra alcune abbazie del contado e i rettori delle varie chiese senesi, in merito al pagamento e raccolta delle collette pontificie e al
mantenimento dei legati e missi papali.
Come molti villaggi della zona, viene investito dagli interessi patrimoniali, prima dell’abbazia di Serena ed, in seguito, del monastero
di San Galgano: emblematico in tal senso è il passaggio di proprietà
di tutti i beni posseduti dai benedettini ai cistercensi, datato al 1245.
Dai contratti conservati nel Caleffo, possiamo affermare che la comunità viene comunque solo marginalmente toccata dalla fervida
politica di acquisti dei monaci; questi infatti limitano il loro intervento all’acquisizione di piccole quote di terreno, senza mai attuare
un controllo diretto sull’area abitata.
Abbastanza oscura è infine la presenza di membri della casata Pannocchieschi, certificata dalla menzione di alcune proprietà nel lascito
testamentario di Nello Inghirami della Pietra redatto nel 1322: fra
le clausole, egli vincola la cessione del castello di Tatti in favore dell’ospedale di Santa Maria alla costruzione di un piccolo ospedale a
Pentolina.
Non sembra comunque sostenibile la signoria della casata sul villaggio, ipotizzata da Repetti, priva di consistenza storica: è più verosimile ipotizzare una manifestazione isolata di interessi patrimoniali
del testatore.
Attestazioni documentarie
Figura 25. Pentolina, villaggio
intorno a una corte interna “murata”. L’accesso alla struttura, posto
sul fianco ovest, è garantito da un portone, con arco a sesto ribassato.
Il muro che circonda la corte è dotato di una torretta mozza, circolare,
adibita a forno e, sul lato meridionale, di un’apertura sopraelevata, con
architrave monolitico in travertino. L’intero complesso conserva ancora le caratteristiche rurali della dimora di campagna ed è databile al
XV-XVI secolo; il corpo di fabbrica posto sul fianco orientale, di
aspetto semplice e compatto, si sviluppa su tre piani e mostra una generale uniformità costruttiva nella sequenza delle aperture, poste a intervalli regolari. Un contrafforte a scarpa, frutto forse di interventi posteriori, rinforza infine l’angolo sud-est dell’edificio.
Non è dunque confermabile l’interpretazione del nucleo come centro
incastellato, proposta da Passeri (CAMMAROSANO-PASSERI, 1976, II,
p. 306). Gli elementi strutturali che ricordano la presenza di un antico
impianto fortificato, come la disposizione degli edifici disposti lungo
il fianco a valle della collina o la presenza della torretta semicircolare e
del basamento a scarpa nell’edificio centrale, sono frutto di interventi
e rielaborazioni posteriori al villaggio medievale. Tutto ciò, se confrontato con le notizie forniteci dalle fonti scritte, ci conferma l’esistenza a Pentolina, tra XI e XIV secolo, di un villaggio aperto.
Interpretazione – Villaggio.
Cronologia – Anno 1189-età contemporanea.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 58-58t: 2 settembre 1239: vendita di terre a
Pentolina e Tamignano.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 114t-115: 9 aprile 1245: Mauro, abate dell’abbazia di Santa Maria di Serena vende a Matteo pisano, monaco e procuratore del convento di San Galgano tutti i beni che detta abbazia aveva
nel distretto di Frosini nei “loci dicti” Tamignano, Pentolina, Cotorniano
e Papena. Fatto nella chiesa dell’abbazia di Santa Serena.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 157t-158: 27 dicembre 1255: “Actum in villa
de Pentoline”.
Bibliografia – ASCHERI-CIAMPOLI, 1986, p. 61; ASCHERI-CIAMPOLI, 1990,
p. 158; CAMMAROSANO-PASSERI, 1976, II, p. 306; CAPPELLETTI, 1844-1870,
XVII, p. 455; CIACCI, 1935, II, n. 653; RDI, I, p. 109, 111; RDI, II, p. 152;
REDON, 1975, p. 134; Constituto 1262, p. 314.
(112) Monte Landi (Q. 120 IV-4784/676)
392 m s.l.m.; sommità collinare; rocce carbonatiche brecciate; fosso
di Fonte Bomari; area edificata.
Descrizione sito – Poggio antistante Tamignano, raggiungibile seguendo in direzione ovest la strada a sterro che si biforca nei pressi
della chiesa La Cura.
Descrizione unità topografica – Complesso architettonico formato
da un edificio principale a pianta rettangolare e da un annesso di
epoca più recente, addossato alla parete est; un loggiato superiore, a
doppia arcata, contribuisce ad alleggerire l’aspetto dell’intera struttura, costruita quasi esclusivamente in pietra di dimensioni variabili.
Due angolate ancora in parte visibili, sul lato nord e sud dell’edificio
principale, testimoniano un suo ampliamento verso ovest, in un periodo non ben precisabile. La struttura più antica, quadrangolare, è
probabilmente riferibile all’epoca medievale come sembra testimoniare una mensola modanata in travertino, tutt’ora conservatasi nella
Descrizione unità topografica – Il villaggio, recentemente restaurato
e trasformato in residence, ha perso gran parte del suo carattere originario. Sono ancora riconoscibili i fabbricati colonici che, organizzati
intorno a uno spazio aperto centrale e a un edificio posto in posizione
preminente, conservano, nelle aperture e nelle finestre monofore architravate tardo medievali, tracce dell’agglomerato medievale. Il carattere rurale dell’insediamento è confermato dalla presenza di edifici
con loggiati al piano terreno e forno esterno alla struttura. La disposizione degli edifici abitativi segue la morfologia del terreno e, specialmente nel fianco a valle, presenta un fronte compatto di costruzioni; è questa la parte del villaggio di più antico impianto.
Al centro dell’insediamento è tuttora visibile un edificio, di notevoli
dimensioni, formato da due corpi di fabbrica disposti ad angolo retto
108
Descrizione unità topografica – Un massiccio torrione e la villa
che lo ingloba, strutturata attorno a un ampio cortile, forma un
complesso architettonico di notevoli dimensioni, comprendente
anche un insieme di quattro casali dal carattere prettamente colonico. La disposizione plano-volumetrica degli edifici componenti
la villa, come l’articolazione degli spazi, è tipica delle residenze rinascimentali.
La torre, dotata su tutti i lati di un’alta base a scarpa, posteriore alla
struttura originaria dell’edificio, presenta la parte superiore frutto
di un rifacimento di epoca rinascimentale e terminante con un coronamento costituito da archetti in arenaria impostati su beccatelli
in pietra, modanati, a sostegno di una merlatura superiore. Finestre
ad arco, in fase con la muratura circostante, ornano l’ultimo piano
dell’edificio. La torre, probabilmente mozza, doveva avere già subìto
a quest’epoca una prima sopraelevazione come mostrano le tracce,
parzialmente visibili, di rifacimenti e interruzioni nella muratura
sottostante.
A circa metà altezza la torre conserva tracce di coperture, a lastre di
pietra, impostate su mensole squadrate adibite al sostegno di travicelli; tutt’intorno alla struttura, inglobandola e lasciandone visibile
solo la parte superiore, sorgevano dunque una serie di edifici annessi,
scomparsi forse al momento della costruzione della villa.
L’impianto originario, a pianta rettangolare, della residenza degli
Spannocchi è riconoscibile attualmente nella parte inferiore della
torre, databile al periodo medievale (XIII-inizio XIV secolo). La struttura era dotata di finestre monofore con architrave monolitico sorretto da mensole convesse, inserite in una muratura, non sempre leggibile, formata da bozze di calcare cavernoso poste in opera con tecnica a “filaretto” e delimitate da cantonate ben evidenziate.
La definizione di castello, data dal Passeri (CAMMAROSANO-PASSERI,
1976, II, p. 307), al complesso di Spannocchia risulta dunque, in un
confronto tra analisi degli elevati e fonti scritte (nelle quali la località
non è mai definita “castello”), di difficile conferma. Gli elementi
spiccatamente difensivi di cui è dotata la torre, la base a scarpa e il
coronamento superiore ad archetti su beccatelli, sono riconducibili
al periodo rinascimentale quando ormai, privi della loro funzione
originaria e di ogni utilità pratica, assolvevano solo a una funzione
decorativa.
Interpretazione – Villaggio.
Cronologia – Anno 1200-età contemporanea.
Figura 26. Monte Landi, veduta d’insieme
parte inferiore del prospetto nord. Il recente restauro, attuato in concomitanza con la trasformazione di Pentolina in residence (vedere sito
111), ha in gran parte alterato l’aspetto originale della struttura impedendo, in particolare, la visibilità della tessitura muraria dell’edificio, che conservava ancora, fino a pochi anni fa, parti di muratura
in filaretto.
Interpretazione – Abitazione.
Cronologia – Generica età medievale. Non abbiamo nessun elemento che permetta di collocare cronologicamente quest’edificio, a
eccezione di generiche attestazioni di murature a filaretto che lo possono ricondurre ai secoli centrali del Basso Medioevo. È verosimilmente da collegare allo sviluppo del villaggio di Tamignano, dal
quale dista solamente 400-500 m.
Bibliografia – CAMMAROSANO-PASSERI, 1976, II, p. 306.
(113) Spannocchia (Q.120 IV-4788/678)
396 m s.l.m.; versante poggio; rocce carbonatiche massicce-rocce
carbonatiche brecciate; fosso Rigomagno; area edificata.
Descrizione sito – Sommità collinare, posta nell’estrema porzione
settentrionale del comune di Chiusdino, prospiciente il poggio occupato dal castello di Montarrenti. Inserito nella tenuta di Spannocchia, vi si accede attraverso la strada privata indicata in prossimità
della cava di marmo, sottostante Montarrenti.
Notizie storiche – La prima menzione documentaria della località
risale al 1200, dove si propone come riferimento topografico la “via
que venit et vadit Spannocchiam”. L’esistenza di un nucleo abitato
(di consistenza indefinita) è sostenibile sulla base di indicazioni, contenute in alcuni documenti di compravendita, relative a individui
provenienti da Spannocchia.
Un’evidente assonanza del toponimo collega il nucleo alla famiglia
Spannocchi, attestata in questa zona già agli inizi del XIII secolo;
supportano quest’affermazione i documenti dell’eremo di Santa Lucia, che vedono i membri della famiglia fra i principali patrocinatori
dell’ente religioso. Gli Spannocchi rimangono comunque estranei
alle vicende principali dell’area che è oggi compresa nel comune di
Chiusdino; arrivati a Siena da immigrati, si affermano economicamente come banchieri, tanto da costruirsi alla fine del XIV secolo un
palazzo “reggia” in città. Non dobbiamo escludere che il nucleo di
Spannocchia possa aver rappresentato l’iniziale residenza della famiglia, conservandone poi la memoria toponomastica.
Nella Tavola delle Possessioni del 1318, la “villa” Spannocchia figura all’interno della corte di Palazzo ai Fichi e Montecchio: vi sono
attestati due palazzi e dieci case di proprietà di residenti.
Bibliografia – ASCHERI, 1993, p. 11; CAMMAROSANO-PASSERI, 1976, II,
p. 307; DONATI, 1872, p. 29; PINTO, 1990, p. 90.
Figura 27. Spannocchia, particolare della torre
109
(114) Causa (Q.120 IV-4787/677)
416 m s.l.m.; pianura; depositi alluvionali; torrente Rosia; area edificata.
Descrizione sito – Località posta in situazione di pianura, lungo la
strada principale diretta a Pentolina, dopo pochi metri il bivio per la
strada per Spannocchia.
Notizie storiche – È attestato dal 1272 al 1300 come villaggio all’interno del quale l’abbazia di San Galgano aveva alcune proprietà
fondiarie. Nel provvedimento di ripristino della strada passante dal
Piano di Feccia diretta al monastero (deliberato dal Comune di Siena
nel 1262) è ricordata la comunità di Causa fra quelle che potranno
beneficiare del miglioramento della condizione di questa via, ormai
in stato di forte abbandono (si ricordano anche i villaggi di Montarrenti, Pentolina, Frosini, Chiusdino e Monticiano).
Attestazioni documentarie
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 173t-174: 19 aprile 1272: Atto di vendita rogato “in villa de Cavusa”.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 106t: 7 gennaio 1295; ASS, Spoglio Conventi
163, c. 395t: 2 giugno 1295: Atto di vendita stipulato “in villa di Causa”.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 395t-396: 26 dicembre 1296: “in villa di
Chausa”.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 183-183t: 4 maggio 1282: Vendita di una terra
“in villa di Chusa loco dicto Al Solaio”.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 185: 20 novembre 1300: Atto di vendita stipulato “in villa di Chusa”.
Const. 1262, CXXVI: “Et viam, per quam itur ad partes Sancti Galgani in
contrata de Feccia, bene actari et aperiri faciam et remundari et ampliari,
de arboribus et stirpibus et machiis, que sunt iuxta dictam viam et in ipsa
via; et arbores et stirpes et machie, que obturant seu impediunt dictam
viam, facia incidi et extirpari, et ipsam viam explanari, ubi et sicut expedierit et oportebit. Et fossarellos, qui sunt in ipsa via et per eam, faciam
repleri aut ponticellos fieri, sicut magis conveniens fuerit; et pontem super Fecciam reactari, ita quod homines et besties possint commodius et
melius et securius transire. Et hec fieri facia per homines et personas de
Montarienti et Pentorina et Gausa et de Frosini et Chiusdino et Monticiano et per illos de monasterio Sancti Galgani. Et ad hec exequenda et
facienda faciam eligi per .IIII. provisores comunis duos legales operarios
per totum mensem Marçii, quos iurare faciam predicta fieri facere et compleri per totum mensem Augusti et autea, si fieri poterit, ad hoc, ut homines et transeuntes non possint offendi a malefactoribus et latronibus,
qui quandoque latentes morabatur in dicta contata”.
Figura 28. Causa, particolare
L’intero complesso mostra, nella stratigrafia dei corpi di fabbrica, la
trasformazione da casa torre medievale a residenza di campagna.
Interpretazione – Villaggio.
Cronologia – Generica età medievale.
Bibliografia – CAMMAROSANO-PASSERI, 1976, II, p. 306; Constituto 1262,
p. 314.
(115) Località Buca delle Fate (Q.120 IV-4784/672)
330 m s.l.m.; sommità collinare; conglomerati poligenici; fosso
Cona; pascolo.
Rinvenimento edito
Descrizione unità topografiche – L’ASAT riporta la scarna notizia
del rinvenimento di tre tombe scavate nella roccia, prive di corredo;
gli assegna poi anche il toponimo di Buca delle Fate (non presente
nella cartografia IGM) senza specificare la sua localizzazione nei
pressi del podere Greppini, peraltro esplicitata dalla schematica planimetria contenuta nel contributo di Rittatore del 1941. Non viene
inoltre indicato lo scavo effettuato da Phillips nella necropoli, descritto dettagliatamente in “Notizie di Scavi Archeologici” del 1965.
In realtà l’intervento sul complesso si articola in due fasi distinte. Rittatore agli inizi degli anni ’40 segnala la presenza della necropoli (individuata in base a testimonianze orali circa la presenza di tombe di
età etrusca) e ne fornisce una brevissima descrizione. Ricorda anche
il materiale rinvenuto occasionalmente qualche anno prima (un urna
in pietra fetida, uno specchio in bronzo, alcuni vasi e un puntale di
lancia in ferro), pubblicato da Riesch in “Studi Etruschi”, 1937: gli
stessi reperti sono attribuiti da Phillips a una terza area necropolare,
compresa fra le due appena menzionate (sito 116.2).
Descrizione unità topografica – Il complesso architettonico, adibito
a residence, consta di tre corpi di fabbrica in pietra: all’edificio centrale sono addossati, a nord e a sud, due fabbricati. Il nucleo più antico, a pianta rettangolare, è formato da una torre, probabilmente
scapezzata, ampliata verso sud a formare una struttura a pianta rettangolare di grandi dimensioni. Parzialmente intonacata, la torre
conserva tratti di murature originali in conci squadrati di travertino
posti in opera su filari orizzontali e paralleli. Il paramento murario è
delimitato da angolate risolte con conci dello stesso materiale, distinti dalla muratura circostante per la resa più accurata.
L’intero complesso presenta sul lato est, posto lungo la strada, due loggiati sovrapposti. Il loggiato inferiore inquadra due aperture gemelle
con archivolti a tutto sesto, in conci di travertino compatto perfettamente spianati. In buono stato di conservazione, i due portali sono decorati l’uno da mensole convesse, l’altro da mensole concave. Sono databili, per tecnica costruttiva e tipologia architettonica, al XIII secolo.
In fase con la torre, formano, insieme a una finestra rettangolare con
architrave monolitico sorretto da mensole convesse visibili nella parte
superiore della struttura, le uniche aperture originali ancora leggibili.
(115.1)
Il primo vano scavato nella roccia è un ambiente di ampie dimensioni (1,900,85 m), in parte spaccato. È posto obliquamente rispetto al dromos della prima tomba a camera (115.2); gli accessi delle
due stanze sono contigui. L’assenza di ceramica impedisce di sostenere una cronologia certa: su base deduttiva, Phillips ne propone una
contemporaneità con le altre tombe.
(115.2)
Contigua al 115.1 si trova una tomba a camera, a doppio ambiente,
composta da un piccolo corridoio d’accesso (21,5 m), la cui volta
è caduta, e da una camera, leggermente più ampia (2,152,05 m),
con tetto a doppio spiovente. Lungo tre pareti di quest’ultima corre
110
la banchina per le deposizioni. La tomba è stata aperta in tempi non
recenti; nello strato di riempimento, rimasto sotto il crollo del tetto,
sono stati trovato frammenti di ceramica medievale, forse provenienti dal vicino nucleo di Greppini. Secondo quanto sostiene Phillips, la struttura della tomba si avvicina a quella delle tombe di Magliano databili fra il VI e il V secolo a.C. Sono stati rinvenuti una
punta di lancia in ferro, un frammento di ceramica attica a vernice
nera, pertinente a una tazza databile forse al V secolo e un vaso, interamente ricostruibile e interpretabile come offerta funeraria deposta all’esterno della tomba; per forma e tipo decorativo dei reperti si
può formulare un confronto con la ceramica di Magliano e del Casone e, di conseguenza proporre una datazione di tale tomba fra la
fine del VI e il V secolo (si consulti l’articolo di Phillips per una descrizione più precisa delle tipologie ceramiche).
(116.2)
Rittatore riporta la notizia del rinvenimento casuale durante i lavori
agricoli di materiale di vario tipo (urna in pietra fetida priva di coperchio, specchio in bronzo in cattivo stato di conservazione, puntale di lancia in ferro e alcuni vasetti fittili), Phillips attribuisce i reperti a una tomba, localizzata genericamente fra le altre due necropoli (sito 115 e 116.1). La mancanza di materiale datante impedisce
asserzioni certe in merito alla cronologia; Phillips propone una datazione compresa fra il VI e il II secolo a.C.
Definizione – Tombe.
Cronologia – Fine VI-inizi II secolo a.C.
Bibliografia – ASAT, p. 307; Studi Etruschi, 1937; Studi Etruschi, 1939;
RITTATORE, 1941; PHILLIPS, 1965; PHILLIPS, 1967.
(117) Località Costa Cavallona (Q.120 IV-4782/669)
437 m s.l.m.; versante poggio; conglomerati poligenici; fosso Girisondola; uso del suolo: raccolta del legname; vegetazione stabile.
Descrizione sito – Area di enormi dimensioni coperta da fitta vegetazione boschiva, posto nella porzione occidentale del territorio comunale. È prospiciente a nord verso Montalcinello e a sud verso Chiusdino ed è raggiungibile dalla strada provinciale che collega i due paesi.
Notizie storiche – Targioni Tozzetti ricorda un castello scomparso
situato nel “Bosco o Bandita, detta anche il Cavallone, tra Chiusdino
e Travale”: la località è identificabile certamente con la Costa Cavallona. Riteniamo difficile sostenere l’esistenza di un castello, data
la totale assenza di notizie documentarie coeve; è probabile, invece,
la presenza di un nucleo abitato.
Descrizione unità topografica – Tracce di frequentazione si rinvengono nella collinetta presso l’attuale podere Le Loccaie (in località
San Bastianino); ancora oggi sono visibili evidenze di muri e cumuli
di pietre sbozzate.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Generica età medievale.
(115.3)
La terza tomba, molto più vasta, non ha più traccia dell’entrata, probabilmente franata; vi è una sala centrale con tre altre stanze laterali
minori, disposte sui fianchi e sul fondo. Il tetto della camera è piano
e non presenta particolarità di rilievo. Il primo vano è leggermente
più stretto verso l’entrata (1,55 m) e si allarga poi nell’interno (1,70
m). La lunghezza è di 2 m; le camerelle laterali hanno misure che variano in larghezza da 1,90 m a 2,10 m, in lunghezza da 1,65 m a1,80
m. Nello strato di terra che la riempiva, Phillips ha rinvenuto poche
ossa combuste, frammenti di tegole, un frammento di tazza attica a
vernice nera del VI-V secolo a.C. e una fuseruola di impasto grigio
di incerta datazione.
Interpretazione – Tombe.
Cronologia – VI-V secolo a.C.
Bibliografia – ASAT, p. 313; RITTATORE, 1941; Studi Etruschi, 1965; PHILLIPS, 1965; PHILLIPS, 1967, pp. 23-30.
(116) Località Papena (Q.120 IV-4784/673)
330 m s.l.m.; sommità collinare; argille argille sabbiose; depositi alluvionali; fosso Cona; pascolo.
Rinvenimento edito
Descrizione unità topografiche – Per quanto riguarda le caratteristiche sommarie della descrizione contenuta nell’ASAT dell’intervento archeologico sull’area, rimandiamo alla scheda 115.
Risalendo alle notizie contenute negli “Studi Etruschi” e ai resoconti
del Phillips abbiamo tentato di chiarire i reali rapporti fra le diverse
emergenze riconosciute nell’area di Papena e abbiamo deciso quindi
di riunire le segnalazioni in uno stesso sito, distinguendo due unità
topografiche (le due emergenze sembrano infatti essere ubicate
molto vicine l’una all’altra).
Bibliografia – TARGIONI TOZZETTI, 1778-1779, IV, p. 24; BERTINI, 1972,
p. 258.
(118) Località Parapanna (Q.120 IV-4788/674)
330 m s.l.m.; versante poggio; flysh prevalentemente argillitici; fosso
Parapanna.
Descrizione sito – Il toponimo attualmente è conservato nel fosso
Parapannino, che bagna le superfici estreme a nord del comune, posto non lontano dal podere Braccolina.
Notizie storiche – La prima attestazione di una frequentazione dell’area risale al 1251 nella vendita di terre “in loco dicto Parapanna”
da parte di privati all’abbazia di San Galgano. Seguono altri acquisti
nel 1258 e nel 1285. Non sembra ipotizzabile la presenza di un nucleo edificato: anche nell’elenco riportato dalla Tavola sono ricordate
solamente superfici agricole, a coltivazione prevalente di cereali.
Attestazioni documentarie
(116.1)
In prossimità dell’edificio di Papena, Phillips ha effettuato saggi di
scavo che hanno restituito materiale ceramico riferibile alla fase ellenistica (frammenti di tazze in vernice nera del tipo LAMBOGLIA 48
Campana A; frammento di ceramica affine a quella del gruppo delle
“philiai con tralci di vite”; un piatto derivante da forme campane, databile genericamente fra III-II secolo a.C.); riporta anche la testimonianza del proprietario del podere che dichiarava di aver rinvenuto
durante gli scassi alcuni frammenti di ceramica e due oggetti in oro.
Sulla base di questi elementi viene proposta un’interpretazione del deposito come piccola area cimiteriale, costituita da semplici tombe a
pozzetto, molto probabilmente secondo il rito incineratorio.
Interpretazione – Tomba.
Cronologia – III-II secolo a.C.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 217-217t: 2 giugno 1251: Privati vendono al
Monastero di San Galgano i beni che avevano in corte di Frosini, specificando, fra gli altri “in loco dicto Parapanna”.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 350-350t: 4 settembre 1258: monastero di San
Galgano acquista terre a Parapanna.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 147-148: 6 novembre 1285: Vendita di terreno “al vado Parapane alla valle”.
ASS, Estimo 2, cc. 34, 35, 100v, 101, 114, 161, 170: estensione delle superfici: “Terra laborata” 45 s 86 t; “Terra sode” 17 s 05 t.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Anno 1251-anno 1318.
111
(119) Località Pian di Feccia (Q.120 IV-4783/673-675)
269 m s.l.m.; pianura; depositi alluvionali; fiume Feccia; seminativo.
Descrizione sito – L’area di frequentazione è identificabile con l’attuale Piano di Feccia.
Notizie storiche – A partire dal 1240 fino al 1292 figurano contratti
di acquisto di terre “in plano Feccie” da parte del monastero di San
Galgano. Si riportano i toponimi di “Feccia” e “Feccia vecchia”, dei
quali non si conosce la distinzione. L’assenza di un nucleo abitato
viene confermato dalla Tavola (citazione anche come Fecciano), che
riporta una notevole estensione di spazi adibiti a coltivo, per lo più
a grano; fa eccezione un unica capana interpretabile come struttura
abitativa realizzata con elevati in materiale deperibile e probabile copertura laterizia (l’interpretazione del tipo edilizio deriva dall’individuazione di tracce in superficie pertinenti a strutture simili rinvenute
nel sito di Tassinaiola, sito 131). Nel 1250 poi viene acquistato un
podere presso la Feccia: non sappiamo però se questo interessi il
tratto fluviale compreso nella piana omonima.
Attestazioni documentarie
(121) Località Saio (Q.120 IV-4784/670)
354 m s.l.m.; pianura; argille; fosso Fonterossa; area edificata: emergenze in elevato assenti.
Descrizione sito – Il toponimo è conservato nel podere Costa al
Saio, posto nel poggio antistante il podere le Morane, non lontano
da Montalcinello.
Notizie storiche - Nel 1318 vi è attestata una frequentazione a scopo
agricolo.
Attestazioni documentarie
ASS, Estimo 2, cc. 150, 150v, 147. Estensione delle superfici coltivate: “Terra
laborata” 15s 9t.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Anno 1318-(?).
(122) Podere Ripa (Q.120 IV-4785/675)
328-350 m s.l.m.; depositi alluvionali-argille, argille sabbiose; fosso
Fonte Bomari; area edificata; emergenze in elevato assenti.
Descrizione sito – Attualmente il toponimo sta a indicare un podere,
posto nei poggi retrostanti il Piano di Feccia.
Notizie storiche – Nel 1318 vi è attestata una modesta estensione di
superfici coltivate, associata a zone lasciate a bosco.
Attestazioni documentarie
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 331t-332: 29 gennaio 1240: vendita di
un pezzo di terra in Pian di Feccia.
ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 45t-46: 1 marzo 1241: “loco dicto Feccia
Vecchia, in curte de Frosine” (seguono carte con stesso toponimo c. 4546-47 dello stesso anno).
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 1254-254t: 3 settembre 1250: acquisto da
parte del monastero di San Galgano di un podere presso la Feccia.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 37-37t: 30 agosto 1254: “loco dicto Feccia Vecchia, in curte de Frosine” (cfr. 11 giugno 1251: K I c. 23t).
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 161t-162: 6 agosto 1268: “loco dicto Feccia, in curte de Frosine”.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 522: 8 agosto 1258: terra in corte di Frosini “loco dicto Feccia Vecchia”.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 87-87t: 10 maggio 1271: terra posta nel
Piano di Feccia “loco dicto Cava, in curte de Frosine”.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 137t: 23 dicembre 1292: contratto stipulato in Pian di Feccia.
ASS, Estimo 2, cc. 7, 21, 25, 34v, 38v, 43, 45, 46, 51, 52, 89v, 90, 118,
144, 147, 147v, 150, 151, 175, 184: Estensione della superficie coltivata: “Terra laborata” 148s 48t; “Terra vineata” 6s 5t. Strutture: “Capana” 1.
ASS, Estimo 2, cc. 8v, 116v: “in loco Fecciano”: 15s, 91t.
ASS, Estimo 2, cc. 48v, 86v, 112v, 133. Estensione delle superfici: “Terra laborata” 4s 85t; “Terra sode” 4s 20t; “Terra boscata” 9s 50t.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Anno 1318-(?).
(123) Località Paganico (Q.120 III-4777/674)
382 m s.l.m.; sommità poggio; sabbia; torrente Seggi.
Descrizione sito – Il toponimo è generalmente identificabile con l’attuale poggio Paganico, inserito all’interno del comune di Monticiano.
Notizie storiche – Il toponimo, nella Tavola delle Possessioni del
1318 è compreso all’interno della corte di Luriano: sono censite due
case e un casalino di proprietà di residenti.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 17.
(124) Podere Corbaia (Q.120 IV-4787/670)
392 m s.l.m.; sommità poggio; argille; fiume Feccia; area edificata;
emergenze in elevato assenti.
Descrizione sito – Il toponimo è rintracciabile nel podere Corbaia,
posto immediatamente oltre il confine nordoccidentale del comune.
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 è attestato
una frequentazione a scopo agricolo nell’area, localizzata nel testo “ex
ecclesie Cotorniano”. Non sappiamo se la chiesa ricordata sia interpretabile come pertinente al nucleo di Cotorniano, molto distante
però dal podere Corbaia.
Attestazioni documentarie
Interpretazione – Villaggio.
Cronologia – Anno 1240-anno 1318.
(120) Località Piano di Spagna (Q.120 IV-4785/670)
310 m s.l.m.; pianura; argille argille sabbiose; fiume Feccia; uso del
suolo: pascolo e seminativo.
Descrizione sito – Il toponimo si conserva nel piano di Spagna; è
posto sul confine nordoccidentale con il Comune di Radicondoli ed
è definito a sud-est dal corso del torrente Quarta e a ovest dalle pendici orientali del poggio sul quale si trova il podere omonimo.
Notizie storiche – Nel 1318 il toponimo Spagna è attestato “in
plano Quartae”, come area a sfruttamento agricolo non estesa, con
coltivazione prevalente di cereali; vi figura anche una piccola porzione di terreno boschivo.
Attestazioni documentarie
ASS, Estimo 2, cc. 100, 128: Estensione delle superfici: “Terra laborata” 26s
85t; “Terra sode” 2s 25t.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Anno 1318-(?).
(125) Podere Le Querci (Q.120 III-4779/668)
465 m s.l.m.; sommità poggio; conglomerati poligenici-flysh prevalentemente argillosi; fosso Trisondola; area edificata; emergenze in
elevato assenti.
Descrizione sito – Il toponimo è riconducibile al podere Le Querci,
posto immediatamente a sud-ovest di Chiusdino.
ASS, Estimo 2, cc. 108, 120, 126v. Estensione della superficie coltivata: “Terra
laborata” 10s 24t; “Terra sode” 1s 56t; “Terra boscate” 1s 56t.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Anno 1318-(?).
112
Notizie storiche – Nel 1318 è attestata un’attività agricola di modesta estensione in località “Le Querci alle Valacchie”.
Attestazioni documentarie
(130) Podere Caggiolo (Q.120 IV-4783/672)
324 m s.l.m.; versante poggio; depositi alluvionali-argille; fosso Rigo;
area edificata: emergenze in elevato assenti.
Descrizione sito – Il sito è identificabile nel podere Caggiolo, posto
non lontano dal podere Papena.
Notizie storiche – La Tavola delle Possessioni del 1318 vi attesta uno
sfruttamento agricolo di media estensione.
Attestazioni documentarie
ASS, Estimo 2, cc. 85v, 113, 177. Estensione delle superfici: “Terra laborata”
5s 30t; “Terra sode” 2s 75t.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Anno 1318-(?).
(126) Podere La Sala (Q.120 III-4779/669)
472 m s.l.m.; versante collinare; conglomerati poligenici; fosso della
Badia; area edificata; emergenze in elevato assenti.
Descrizione sito – Il toponimo, ricordato nella Tavola delle Possessioni del 1318 come “Lasala”, è rintracciabile nel podere Sala, posto
immediatamente a sud di Chiusdino. Fra i confini riportati nel testo, viene ricordato anche un fosso, interpretabile con il fosso della
Badia, che scorre appunto nelle immediate vicinanze del podere.
Notizie storiche – Nel 1318 vi è attestata una frequentazione a scopo
agricolo dell’area.
Attestazioni documentarie
ASS, Estimo 2, c. 26. Estensione delle superfici: “Terra laborata” 8s.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Anno 1318-(?).
(131) Podere Tassinaiola (Q.120 III-4781/671)
360 m s.l.m.; versante collinare; argille; torrente Gallessa; area edificata; emergenze in elevato assenti.
Descrizione sito – Il toponimo, citato come “Tassiniano” (con segno grafico di abbreviazione posto sopra la n) è rintracciabile nel podere Tassinaiola, posto nella parte centrale del comune, nel Piano di
Padule
Notizie storiche – Nel 1235 si ricorda l’acquisto da parte del monastero di San Galgano di un appezzamento di terreno posto a
“Taxinaiola”. Nella Tavola delle Possessioni, viene attestata una frequentazione a scopo coltivo; vi sono ricordate due strutture, definite
come “capana”, interpretabili come strutture abitative realizzate in
materiale deperibile per gli elevati e copertura laterizia; tracce materiali di queste abitazioni sono state individuate durante la ricognizione di superficie (siti 12 e 13).
Attestazioni documentarie
ASS, Estimo 2, cc. 1v, 22, 27, 121. Estensione delle superfici: “Terra laborata”, 17s 24t.
Interpretazione – Frequentazione. La presenza di edifici coevi nell’area è attestata dal rinvenimento di emergenze monumentali a
breve distanza dal podere (sito 57)
Cronologia - Anno 1318-(?)
(127) Località Piano di Rigo (Q.120 IV-4787/675-676)
421 m s.l.m.; pianura; detriti e discariche-argille; fosso Rigo; pascolo.
Descrizione sito – La località è individuabile nella zona circostante
il fosso di Rigo, che scorre nella parte centrosettentrionale del comune, non lontano dall’attuale paese di Frassini.
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 viene ricordata una modesta frequentazione dell’area a scopo agricolo.
Attestazioni documentarie
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 223t-224: 31 giugno 1235: privati acquistano
una terra posta a Taxinaiola. “Actum apud montanam”.
ASS, Estimo 2, cc. 116v-117. Estensione delle superfici: “Terra laborata” 6s
90t; “Terra vineata” 2s 30t. Strutture: “Capana” 2.
Interpretazione – Abitazione e sfruttamento agricolo.
Cronologia – Anno 1318-(?).
ASS, Estimo 2, c. 69. Estensione delle superfici: “Terra laborata” 50t.
(132) Località Poggio al Santo (Q.120 IV-4787/678)
410 m s.l.m.; sommità poggio; rocce silicee; fosso Ricausa; vegetazione stabile.
Descrizione sito – Il toponimo, citato come “El Santo” è rintracciabile nel poggio denominato Poggio al Santo, situato lungo il confine
orientale del comune, nei pressi dei nucleo abitato di Causa.
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318, viene ricordata una frequentazione agricola dell’area. Vi compare una sola
struttura, definita “capana”, interpretabile come abitazione in terra
e laterizio.
Attestazioni documentarie
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Anno 1318-(?).
(128) Località Frelli (Q.120 IV-4787/674)
317-364 m s.l.m.; versante collinare; argille e sabbia; fosso Frella.
Descrizione sito – L’area è genericamente localizzabile in base alla
persistenza del toponimo nel fosso Frella.
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 vi è attestata un’attività agricola di dimensioni molto modeste.
Attestazioni documentarie
ASS, Estimo 2, cc. 55, 150. Estensione delle superfici: “Terra laborata” 6s 30t;
“Terra vineata” 3s.
ASS, Estimo 2, cc. 7, 17. Estensione delle superfici: “Terra laborata” 9s 5t.
Strutture: “Capana” 1.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Anno 1318-(?).
Interpretazione – Abitazione e sfruttamento agricolo.
Cronologia – Anno 1318-(?).
(129) Località Quarta (Q.120 IV-4786/669-670)
309-304 m s.l.m.; pianura; depositi alluvionali; fosso Quarta.
Descrizione sito – Il toponimo è localizzabile in base alla presenza
sulla carta del fosso Quarta.
Notizie storiche – Nel 1318 vi si collocano spazi arativi.
Attestazioni documentarie
ASS, Estimo 2, cc. 89v,175v. Estensione delle superfici: “Terra laborata” 3s 83t.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Anno 1318-(?).
(133) Molino “de Frilli” (Q. 120 IV-4786/674)
292 m s.l.m.; versante collinare; depositi alluvionali-argille; fosso
Frelli; pascolo.
Descrizione sito – Campo posto in leggera pendenza in direzione
ovest/est; è confinante con la sponda sinistra del fosso Frelli, in corrispondenza della sua ansa: è posto a circa 500 m verso sud della
strada principale per Frosini.
Notizie storiche – La prima attestazione dell’opificio risale al 1245
nella cessione fatta dal pievano di San Giovanni a Monti (pieve alla
113
quale la struttura apparteneva per metà) in favore dell’abbazia di San
Galgano. Nel 1271, il monastero detiene i 3/4 dell’impianto mentre la parte rimanente appartiene al conte di Frosini e a messer Filiano della Suvera; la loro parte patrimoniale viene ceduta all’ente religioso due anni dopo insieme a tutte le loro proprietà pertinenti al
castello di Frosini e alla sua corte.
Non sono riportate notizie successive relative al mulino.
Attestazioni documentarie
Descrizione unità topografica – Mineralizzazione antimonifera in
piccole lenti allineate lungo fratture nel calcare cavernoso silicizzato
interposto tra verrucano (ricco di solfati di alterazione) e liguridi. La
località è nota per la presenza di minerali rari (onoratoite, cetineite)
e di specie mineralogiche nuove qui riconosciute (sideronatrite, elpasolite, jurbanite), trovate per la prima volta in Italia. Altri minerali presenti: stibina, stibiconite, melanterite, cervantite, fibroferrite,
valentinite, rostite, millerite, cinabro, realgar, marcasite, pirrotina,
pirite, gesso, zolfo, calcite, dolomite e quarzo.
Interpretazione – Mineralizzazione e miniera.
Cronologia – XIX-XX secolo.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 346t: 15 settembre 1258: privati vendono terreno presso “Mulino de Frilli”.
ASS, Spoglio Conventi 162, c. 258t: 31 gennaio 1270: Galgano abate del monastero di San Galgano conviene con Ugolino di Bargalo detto Moscone,
proprietario della quarta parte dell’impianto di non vendere, alienare, concedere alcuna parte delle “tribus partes molendinorum tam incepti quam
fiendi posita a La Lama al Bagno, iusta flumen de Frelle”.
ASS, Catasto Toscano, Comunità di Chiusdino, sez. B di Frosini, part. 100
e 101: 1820: riporta la raffigurazione del mulino con gora annessa posto
sul fosso Frelle, a sud di Frosini.
Bibliografia – AA.VV., 1991, p. 114 n. 83.
Descrizione unità topografica – Il mulino è stato localizzato da Maria Elena Cortese in base alla mappa del catasto ottocentesco: consiste
in un piccolo impianto molitorio a ritrecine, con capacità produttiva
limitata dalla scarsissima portata del torrente. Attualmente la struttura
originaria si presenta rimaneggiata per la ristrutturazione ad abitazione.
La gora è stata completamente obliterata, mentre restano tracce del
bottaccio delimitato da muri in laterizio. L’edificio, di piccole dimensioni, è rettangolare ed è addossato al versante sul lato settentrionale.
I resti materiali della struttura non offrono identificatori cronologici;
la datazione al XIII secolo viene dunque proposta in via ipotetica.
Interpretazione – Mulino da grano.
Cronologia – Anno 1258-anno 1270.
(137) Località Spannocchia-Camporedaldi (Q.120 IV-4786/677)
396 m s.l.m.; versante collinare; depositi alluvionali-rocce carbonatiche brecciate; fosso Rigomagno.
Notizie storiche – Nei primi anni dell’Ottocento fu rinvenuta,
presso Spannocchia, della galena argentifera piuttosto ricca insieme
a baritina e iniziò una coltivazione per conto del governo imperiale
francese; tuttavia già alla metà dello stesso secolo, come risulta dalla
descrizione del Savi, la miniera doveva essere stata abbandonata.
Descrizione sito – Mineralizzazione in masse filoniane e lentiformi
concondanti con ganga gessosa incassate fra filladi, anageniti del Verrucano e Calcare Cavernoso triassico.
Specie mineralogiche presenti: galena, blenda, pirite, marcasite, melanterite, celestina, barite (queste ultime due sono di particolare interesse mineralogico).
Sostanze estratte: piombo e argento.
Interpretazione – Miniera di piombo argentifero.
Cronologia – XIX secolo.
Bibliografia – CORTESE, 1997, pp. 274-275.
Bibliografia – AA.VV., 1991, p. 115, n. 84.
(134) Località al Poggio (Q.120 III-4772/675)
492 m s.l.m.; sommità poggio (collinare); sabbia; torrente Farma.
Descrizione sito – Il toponimo è identificabile con Il Poggio, attualmente inserito all’interno del comune di Monticiano.
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 il toponimo indica una casa di proprietà di residenti compresa all’interno
della corte di Luriano.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
(138) Località Costarzena (Q.120 IV-4781/674)
285 m s.l.m.; versante poggio; argille; fiume Feccia; area edificata;
emergenze in elevato non verificabili.
Descrizione sito – Il toponimo corrisponde attualmente a un podere
isolato, posto sulla sommità di uno dei poggi antistanti il Piano di
Feccia. Si raggiunge dalla S.S. Senese-Aretina; l’accesso è impedito
dalla recinzione della proprietà privata.
Notizie storiche – Si deduce una frequentazione di questa località
nella prima metà del XIII secolo dalla menzione del toponimo in un
contratto di vendita.
Attestazioni documentarie
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 17.
ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 411t-412: 27 febbraio 1235: vendita di terra
posta a “Collezoro de Costarzena”.
(135) Località Rigualdo (Q.120 III-4776/673)
308-332 m s.l.m.; piede di collina-versante collinare; depositi alluvionali; botro Riguardo.
Descrizione sito – Attualmente l’unico riferimento topografico è riscontrabile nel botro Riguardo.
Notizie storiche – Con questo toponimo, nella Tavola delle Possessioni del 1318, compare una casa, di proprietà di residenti, posta
dentro i confini della corte di Luriano.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
Descrizione unità topografica – Un fabbricato a pianta rettangolare
forma il nucleo centrale del podere. La muratura, in gran parte intonacata, non è leggibile ma presenta cantonali in conci di travertino
squadrati, secondo una tipologia edilizia attestata frequentemente
nelle dimore rurali di epoca tarda presenti nel territorio (vedi scheda
sito 147). La facciata, esposta a nord, presenta al piano superiore un
loggiato a due arcate, con scale interne di accesso al piano. L’edificio
mantiene inalterata la distribuzione planimetrica tipica delle strutture a conduzione poderale: al piano terreno le stalle e il vano destinato al forno, con solaio ligneo e porta di accesso direttamente sulla
strada, al primo piano la residenza. In prossimità delle abitazione è
situato il pozzo.
Al lato ovest si addossa un corpo di fabbrica più tardo, in materiale
misto, che, insieme agli altri annessi presenti a est, forma una corte
rettangolare chiusa su tre lati.
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 17.
(136) Località Cetine di Cotorniano (Q.120 IV-4789/676)
342 m s.l.m.; versante collinare; detriti e discariche; torrente Rosia.
Notizie storiche – Il giacimento di antimonio è stato oggetto di coltivazione fra il 1800 e il 1900; nel 1914 viene abbandonato per poi
essere riutilizzato negli anni subito precedenti al 1940.
114
(141) Podere Castellare (Q.120 IV-4784/670)
354 m s.l.m.; versante poggio; conglomerati poligenici; fosso
Quarta-fosso Fonterossa; area edificata.
Descrizione sito – Il toponimo è attualmente conservato in un podere, posto nelle immediate vicinanze del podere San Magno, nei
pressi di Montalcinello.
Notizie storiche – Nel 1274 si ha l’unica menzione della località, inserita nella corte di Chiusdino. Non si hanno informazioni utili a definire le caratteristiche dell’insediamento.
Attestazioni documentarie
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 322-322t: 20 gennaio 1274: “loco dicto Castellare, in curte de Chiusdino”.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 298-298t: 3 giugno 1274: “loco dicto castellare, in curte de Chiusdino”.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – XI secolo d.C.-anno 1274.
Osservazioni – Il toponimo Castellare, utilizzato per indicare un
centro decastellato, può conservare la memoria del “castrum s. Magni”, risultato dell’incastellamento dell’omonima curtis, posta a breve
distanza dal podere in oggetto. Sul sito sono assenti (o cancellate) le
tracce materiali dell’eventuale frequentazione del sito in età medievale; rimangono invece indizi di occupazione in questa fase nel poggio antistante, descritto nel sito 161.
Figura 29. Costarzena, lato nord
Attualmente in stato di abbandono, ha perso il toponimo originale
di Podere Costarzena passato alla fattoria, di recente costruzione, situata a breve distanza dalla S.S. Senese-Aretina.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Anno 1235-(?).
(139) Braccolina (Q.120 IV-4788/674)
431 m s.l.m.; versante poggio; flysh prevalentemente argillitici; fosso
Parapannino; area edificata.
Descrizione sito – Il toponimo corrisponde al podere Braccolina,
posto a sud-ovest del podere le Cetine. Si raggiunge dalla S.S. per
Frosini, imboccando la strada a sterro dopo Montebello.
Notizie storiche – La località (inserita in corte di Frosini) a partire
dalla prima metà del XIII secolo fa parte del patrimonio fondiario
dell’abbazia di San Galgano. Dall’elenco conservato nella “Lira di
Sant’Agnolo a Montone” risultano in proprietà dei cistercensi alcune
appezzamenti di terreno e una “domum cum claustro et capana”.
L’abitato (di dimensioni forse modeste) decade precocemente; nel
1318 la località non è infatti registrata nella Tavola delle Possessioni
della corte di Frosini.
Attestazioni documentarie
(142) Località Cerbaiola (Q.120 IV-4782/677)
303-290 m s.l.m.; pianura; depositi alluvionali; fiume Feccia; condizione del suolo: vegetazione stabile.
Descrizione sito – Il toponimo, ancora oggi, corrisponde a un’area
boschiva, detta Cerbaiola vecchia, che copre un esteso poggio, definito a sud dall’ansa del fiume Merse, retrostante il Piano di Feccia.
Nelle immediate vicinanze del bosco si trova anche un podere moderno omonimo.
Notizie storiche – L’unica notizia dello sfruttamento del bosco di
Cerbaiola risale al 1248; evidentemente in questa data è già utilizzato (verosimilmente per la raccolta del legname), se alcuni privati
cedono le loro percentuali dei diritti e delle azioni ai monaci di San
Galgano.
Attestazioni documentarie
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 297-297t: 27 gennaio 1248: Privati donano a
Forese, abate di San Galgano, tutti i diritti e azioni che avevano in Selva
Cerbaiola.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 114-114t: 9 agosto 1243: terra “loco dicto Bracculina, in curte de Frosini” in cambio di già date “loco dicto Pietra”.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 114-114t: 20 dicembre 1243: “loco dicto Bracculina, in curte de Frosini”.
ASS, 118, c. 260v: “terre laborate vieneate boscate sode et domum cum claustro et capana loco dicto Bracculina”.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Anno 1248-(?).
(143) Podere Colleaperto (Q.120 IV-4785/672)
329 m s.l.m.; versante collinare; depositi alluvionali; fiume Feccia;
area edificata.
Descrizione sito – Area poco estesa posta a dominare una vasta superficie, adibita totalmente a pascolo, digradante progressivamente
verso il corso del fiume Feccia. Si trova lungo la strada a sterro diretta al podere San Martino.
Notizie storiche – Nella seconda metà del XIII secolo è attestata
una frequentazione a scopo agricolo della località, inserita in corte
di Frosini.
Attestazioni documentarie
Descrizione unità topografica – L’edificio, oggi in ristrutturazione,
conserva sporadici elementi di reimpiego inseriti nell’apparecchiatura evidentemente tarda.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – Anno 1243-(?).
Bibliografia – BARLUCCHI, 1992, pp. 60-61.
(140) Località Padule (Q.120 IV-4787/677)
350 m s.l.m.; versante collinare; rocce carbonatiche brecciate; fosso
Ricausa.
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 figura all’interno della corte di Palazzo ai Fichi e Montecchio: vi sono attestate sette case di proprietà di residenti.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 106-106t: 11 gennaio 1271: alcuni terreni a
Colleaperti.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 105t: 31 gennaio 1271: terra in corte di Frosini “loco dicto Colle aperti” cfr. ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 277t-278:
31 gennaio 1271.
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 25.
115
Descrizione unità topografica – Podere abbandonato che mostra
una muratura abbastanza recente, forse residuo di ristrutturazioni ottocentesche; nel paramento murario, sono evidenti sporadici materiali di reimpiego dell’antica struttura, quali blocchi di travertino,
perfettamente squadrati, non omogenei con il resto dell’edificio.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Anno 1271-(?).
(144) Castelletto (Q.120 IV-4783/671)
371 m s.l.m.; versante poggio; argille-conglomerati poligenici; torrente Saio-fosso Copa.
Descrizione sito – L’insediamento è individuabile con certezza nell’attuale Castelletto Mascagni, posto lungo la strada che collega
Chiusdino a Montalcinello. La struttura attuale, un castello di costruzione relativamente recente, non restituisce tracce di frequentazione anteriore all’epoca sei-settecentesca.
Notizie storiche – La “villa” di Castelletto è ricordata per la prima
volta dal Pecci; non viene comunque fatto riferimento a vicende anteriori al 1629, anno in cui viene eretta dal vescovo di Volterra la
chiesa di San Lorenzo, della quale prenderà il patronato la Comunità di Chiusdino.
Descrizione unità topografica – La strada di accesso al castello è delimitata da un muro di cinta in pietra e laterizi a chiudere l’edificio
principale del complesso, oggi in gran parte abbandonato. La struttura presenta le volumetrie semplici e severe dei palazzi rinascimentali: a pianta quadrata ha paramenti murari in pietra, con cantonate
evidenziate da conci squadrati. Le aperture visibili, poste a distanze
regolari e frutto di un probabile intervento di restauro, occultano
parzialmente quelle originali, in laterizio. Intorno all’edificio una serie di abitazioni, oggi in gran parte abbandonate e in avanzato stato
di degrado, formano un piccolo nucleo rurale, anch’esso databile,
come tutto il complesso, all’epoca moderna.
Interpretazione – Villaggio.
Cronologia – Anno 1629-età contemporanea.
Figura 30. Le Palazze, retro
nel 1444. Nel ’700-’800 è citato dal Gherardini e dal Pecci che riferiscono la presenza del “comunello” con una popolazione di circa 13
fuochi e 57 anime nel 1676. La località, priva di chiesa, è sottoposta
alla pieve di Monti; nel 1777 viene riunito al Comune di Chiusdino.
Attestazioni documentarie
Le carte degli Agostiniani relative all’insediamento sono datate al 23 agosto
1343, 12 giugno 1347, 13 aprile 1383 e sono trascritte da Repetti.
Descrizione unità topografica – Il nucleo attuale è composto da una
casa colonica, con i relativi annessi agricoli, e da un edificio, formato
da tre corpi di fabbrica, disposto con orientamento sud-ovest/nordest a delimitare una piccola corte ancora in parte lastricata.
Quest’ultimo complesso, il più antico, consta di una torre centrale
mozza, riconducibile al periodo medievale, alla quale sono addossati,
a nord e a sud, due edifici. Costruito interamente con il locale calcare verrucano presenta il prospetto principale, a nord-est, intonacato e rimaneggiato con l’aggiunta di una serie di aperture al piano
terreno e la costruzione di un contrafforte a scarpa che, obliterando
parzialmente una porta con stipiti in blocchi di travertino squadrati,
fu probabilmente posto in epoca tarda a consolidamento della struttura centrale del complesso, databile al periodo basso medievale.
Nella torre sono tuttavia visibili due aperture originali, in asse: la
prima, forse un ingresso sopraelevato, è conclusa da un arco a tutto
sesto e mostra una tamponatura della parte inferiore riferibile alla sua
trasformazione in finestra, la seconda, una monofora rettangolare
con architrave monolitico; entrambe sono risolte in conci ben squadrati e lavorati di travertino compatto. La particolare attenzione nella
resa degli elementi architettonici è evidente se confrontata con l’apparecchiatura muraria visibile nel prospetto a valle, meglio conservato e libero da rivestimenti a intonaco. La torre, databile al XIIIXIV secolo, presenta una muratura in bozze di verrucano poste su filari orizzontali e paralleli.
Da questo lato il complesso si presenta piuttosto imponente (la torre
centrale ha tuttora un’altezza di quasi 7 m), e dotato di poche aperture originali. In particolare i corpi di fabbrica aggiunti, utilizzati
fino a tempi recenti come annessi della struttura poderale, sono privi
di aperture, a eccezione di quattro feritoie poste a circa 1,5 m d’altezza dal suolo. Sono dotati di apparecchiatura muraria simile, in
bozze di verrucano e ciottoli di calcare posti su filari sub-orizzontali,
e sono delimitati esternamente da cantonate in conci squadrati. L’uniformità costruttiva che contraddistingue questi elementi, induce a
collocarli in una stessa fase edilizia, databile genericamente al pieno
XIV secolo, quando l’originaria torre fu gradualmente trasformata
in residenza di campagna. In questo periodo il nucleo abitativo doveva estendersi in direzione nord; rimangono, infatti, sul lato esterno
Bibliografia – PECCI, pp. 288-289.
(145) Le Palazze (Palazzo ai Fichi) (Q. 120 IV-4788/677)
328 m s.l.m.; versante; depositi alluvionali; torrente Rosia; area edificata.
Descrizione sito – Nonostante la scomparsa del toponimo è possibile risalire all’esatta ubicazione dell’insediamento sulla base delle
precise indicazioni fornite dalle fonti; queste, infatti, confluiscono
nell’indicare il podere, attualmente denominato Le Palazze, posto in
una zona definita localmente “Piaggia a’ Fichi”.
Occupa il poggio a nord-est di Spannocchia, posto a quota inferiore
rispetto a quest’ultimo; si raggiunge attraverso la strada diretta alla
fattoria, seguendo lo sterrato al bivio precedente l’ingresso al suo
giardino.
Notizie storiche – Non si hanno notizie anteriori alla citazione della
“villa di Palazzo Affichi” in alcune carte degli inizi del XIV secolo,
presenti negli archivi degli Agostiniani di Siena. Nonostante si sia
conservata la Tavola (sotto il nome di Palazzetto) relativa alla sua giurisdizione territoriale, la ricostruzione del paesaggio è resa impossibile dal basso livello di antropizzazione attuale, che ha determinato
la scomparsa quasi totale dei toponimi citati.
Nei secoli del basso Medioevo, l’insediamento doveva essere abbastanza esteso, popoloso e, soprattutto, economicamente vitale; mantiene infatti ancora nella prima metà del XV secolo una notevole densità demografica come dimostra l’elevata tassazione imposta ancora
116
del corpo di fabbrica situato più a nord, tracce di due muri paralleli,
l’uno sporgente dall’angolo esterno dell’edificio e l’altro, completamente rasato, visibile a livello del terreno.
Interpretazione – Villaggio.
Cronologia – Anno 1343-XVIII secolo.
Bibliografia – ASCHERI-CIAMPOLI, 1986, p. 230; ASCHERI-CIAMPOLI, 1990,
p. 158; BERTINI, 1972-1973, pp. 241-242; CAMMAROSANO-PASSERI, 1976,
II, p. 306; GHERARDINI, V, p. 133; PARDI, 1923, p. 20; PECCI, II, p. 283;
REPETTI, 1833-1843, IV, p. 33.
(146) Montecchio (Q. 120 IV-4788/678)
350 m s.l.m.; sommità poggio; rocce carbonatiche brecciate; torrente
Rosia; area edificata.
Descrizione sito – Il toponimo si conserva nel podere posto sul poggio prospiciente verso nord al nucleo delle Palazze.
Notizie storiche – Nel 1383 una carta appartenuta agli Agostiniani
di Siena viene redatta nella “villa di Montecchio, nella corte di Palazzo ai Fichi”.
Descrizione unità topografica – Unità abitativa abbandonata costituita da un edificio principale e altri piccoli ambienti annessi. I restauri novecenteschi rendono impossibile la lettura stratigrafica degli elevati. Originaria potrebbe essere, invece, la parete occidentale
del piccolo edificio a nord; è realizzata con pietre non lavorate, di dimensioni variabili, disposte in filari paralleli, con un tipo di apparecchiatura non raffinata; il massiccio utilizzo dello stesso materiale
nei muretti di contenimento, lascia supporre che possa trattarsi di
elementi di reimpiego delle più antiche strutture.
Interpretazione – Villaggio.
Cronologia – Anno 1383-(?).
Bibliografia – REPETTI, 1833-1843, IV, p. 33.
(147) Malcavolo (Q.120 IV-4787/675)
504 m s.l.m.; sommità collinare; flysh prevalentemente argillitici;
fosso Fonte Bomari; area edificata.
Descrizione sito – Il nucleo abitativo medievale è da localizzare
presso il podere Malcavolo, posto nel versante orientale del Poggio
ai Massi, non lontano da Frosini. È raggiungibile dalla S.S. per Frosini ed è indicato nel bivio dopo Montebello; attualmente inserito in
una proprietà privata, si presenta di difficile accesso.
Notizie storiche – La prima attestazione del villaggio di Malcavolo
risale al 1283. Nella Tavola delle Possessioni di Frosini, sono ricordate poche strutture abitative a controllo di una vasta estensione di
terreno, adibita a coltivazione solo per metà dell’intera superficie e
per il resto lasciata a bosco.
Attestazioni documentarie
Figura 31. Malcavolo, abitazione
moderna, il podere conserva ancora nella sua articolazione nella planimetria degli edifici la struttura attestata dalle fonti storiche. Del resedio di epoca medievale non si conservano tracce; la presenza, nell’edificio principale, di cantonali risolti in conci di calcare e travertino
ben squadrati fa supporre però un riutilizzo di materiale lapideo.
Interpretazione – Villaggio.
Cronologia – Anno 1283-anno 1318.
(148) San Pancrazio (Q.120 III-4779/672)
351 m s.l.m.; versante poggio; argille; fosso La Gallessa; area edificata; emergenze monumentali assenti.
Notizie storiche – La chiesa di San Pancrazio di “Cosini” viene annessa alla proprietà dell’abbazia di Serena grazie al privilegio proclamato da Enrico V in data 23 marzo 1111.
Sappiamo che l’edificio religioso era pertinente a un agglomerato, del
quale riusciamo solo parzialmente a definire le caratteristiche. L’unica attestazione documentaria della località, contenuta nel primo
Caleffo di San Galgano e datata al 1270, riguarda la vendita di terre
poste “a San Pancrazio, in corte di Chiusdino”: la citazione semplice
del toponimo suggerisce che con questo si possa identificare una piccola area insediativa. A conferma di ciò citiamo il Sinodo Belforti
che, alla metà del XIV secolo, lo indica come “casale con chiesa”.
La chiesa, inserita nel piviere di Chiusdino, compare negli elenchi
delle Rationes Decimarum del 1302-1303.
Attestazioni documentarie
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 431t: 22 ottobre 1283 “Actum in villa Malcavoli”.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 179t-180: 12 ottobre 1316: vendita al monastero di San Galgano di una vigna posta a Malcavolo.
ASS, Estimo 2, cc. 155, 155v, 172, 172v. Estensione delle superfici: “terra laborata”, 63s 63t; “terra vineata”, 31s 4t; “terra sode”, 105s; “terra boscata”,
67s 22t; “terra ortive” 30t. Strutture: “casalinum”, 1; “domus”, 1; “capana”, 2.
ASS, Estimo 118, c. 260v: “terre laborate boscate loco dicto Malcavallo”.
Descrizione unità topografica – Un fabbricato colonico, con murature in pietre di cava e laterizi legati con abbondante malta, forma l’edificio principale di un complesso poderale dotato di corte centrale.
L’accesso alla fattoria è garantito da una scala in cotto con loggiato superiore, mentre a nord e a ovest la corte è delimitata da edifici di limitate dimensioni, utilizzati come ambienti di rimessa ma un tempo
destinati ad alloggio degli animali. Fortemente rimaneggiato in epoca
ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 324t-325: 17 aprile 1270: vendita di terre a
San Pancrazio, in corte di Chiusdino.
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Interpretazione – Casale con chiesa.
Cronologia – Inizi XII-metà XIV secolo.
tati da spazi ortivi (claustrum), aree aperte (platee e aree, termini non
sinonimi in quanto spesso associati, dei quali però non conosciamo
il motivo di distinzione) e un edificio religioso, con intitolazione a
Santa Maria Novella: eccezionale, rispetto alle altre grange, la presenza di due palmentaria. In prossimità dell’azienda dovevano certamente trovarsi alcuni mulini, interpretati sulla base dei documenti e
qui schedati sotto il toponimo di Molino Vecchio (vedi sito 42).
L’insediamento si afferma rapidamente dal punto di vista sia economico che giuridico; nel primo decennio del XIV secolo, infatti, abbiamo prova della definizione di una “contrada” facente capo a Valloria (con tale termine, nella documentazione medievale si indica
una giurisdizione territoriale riferita a un nucleo abitativo di rilievo
sia economico che amministrativo).
Attestazioni documentarie
Bibliografia – CECCARELLI LEMUT, 1993, pp. 60-61, nota n. 52; GIACHI,
1786, p. 584; KEHR, 1906, III, pp. 116-117, n. 111; RDI, I, p. 158; II, p.
218; STUMPF-BRENTANO, 1865-1883, pp. 94-95, n. 85.
(149) Podere Greppini (Q.120 IV-4784/672)
354 m s.l.m.; versante poggio; conglomerati poligenici; fiume Feccia; area edificata; emergenze in elevato assenti.
Descrizione sito – Il toponimo si è conservato in un podere posto
su una collina, prospiciente il Piano di Papena, a circa 700-800 m
dal podere omonimo. Verso nord-ovest è delimitato da superfici coperte da fitta vegetazione boschiva, mentre a sud-est confina con
campi arati di enormi dimensioni, degradanti fino al corso del torrente Cona, che delimita a sud la collina.
Notizie storiche – La prima attestazione del villaggio di Greppini risale al 1259. Annovera al suo interno strutture abitative di varia tipologia anche se è probabile che non si espanda a coprire un’estensione territoriale più ampia; ciò si evince dall’assenza totale di documenti che ricordino terre poste in “loco dicto” di Greppini. Nel
1233 la sua chiesa, intitolata ai SS. Jacopo e Cristoforo, compare in
un lascito testamentario; sottoposta alla pieve di Sorciano, nel 1252
passa, per donazione del pievano di detta pieve, all’abbazia di San
Galgano, insieme con le chiese di Papena e Scopergiano. Ricordata
nelle Rationes Decimarum del 1302-1303, viene indicata nel Sinodo
Volterrano del 1356 come una delle chiese più povere comprese nel
territorio chiusdinese.
Non sappiamo se anche il villaggio abbia continuato a vivere fino alla
metà del XIV secolo; certamente, nel ’700 non doveva rimanerne
traccia se il Targioni Tozzetti, pur essendosi trattenuto a lungo a Castelletto Mascagni (distante non più di 1 km da Greppini) non ne fa
minima menzione.
Attestazioni documentarie
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 118-118t: 1249/1250: vendita di un pezzo di
terra “in curte di Frosini loco dicto Valloria”.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 105t-106: 31 gennaio 1271: atto di vendita
stipulato “presso Santa Maria di Valloria”.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 154-154t: 31 gennaio 1271: vendita a fratello
Giunta, “granciere di Vallis Orie” e sindaco di San Galgano, di un pezzo
di terra posta in corte di Frosini “loco dicto Colleprati”.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 156t-157: 23 maggio 1272: atto di vendita
stipulato “in S. Maria Novella di Valloria”.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 41-41t: 14 giugno 1242: “Actum in villa de
Greppine”.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 353-353t: 10 ottobre 1259: Privati entrano in
causa per definire alcune questioni relative a beni mobili e immobili posti a Greppine. Stipulato in villa di Greppine.
ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 28-29: 18 agosto 1283: vendita al monastero
di San Galgano un podere posto in Greppine, metà di un casalino e terreni a Greppine, terre a Piano del Sajo e boschi a Nelischieto.
ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 12t-13: 6 settembre 1252.
Interpretazione – Villaggio.
Cronologia – Anno 1229-anno 1356.
Bibliografia – RDI, II, p. 220; GIACHI, 1786, p. 583; REPETTI, 1833-1843,
II, p. 505.
(150) Valloria (Q. 120 IV-4785/674)
381 m s.l.m.; versante poggio; argille argille sabbiose; fiume Feccia;
area edificata.
Descrizione sito – Sommità del poggio, posto immediatamente a
sud-ovest di Frosini, delimitato a ovest dal fosso Frelli. È raggiungibile con la strada a sterro diretta alla Magione, voltando al primo bivio sulla destra, subito dopo l’imbocco.
Notizie storiche – La frequentazione della località (loco dicto) di Valloria è attestata a partire dalla metà del XIII secolo. Nel 1271 compare come grangia cistercense; con tutta probabilità, questo rappresenta il primo centro edificato. Rappresenta l’azienda a economia
specializzata più consistente, insieme a Papena e Ticchiano: il nucleo
centrale era costituito da edifici di varie dimensioni sempre comple-
Figura 32. Valloria, apertura sul lato nord
118
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 119t-120: 21 agosto 1303: atto di vendita stipulato presso grangia di Valloria.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 11t-12t: 25 maggio 1311: vendita di un pezzo
di terra “in contrada di Valloria loco dicto S. Maria”.
Attestazioni documentarie
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 141t: 8 ottobre 1229: vendita di terra posta a
Villanova.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 210t: 29 settembre 1299: “loco dicto Villanova,
in curte di Frosini”.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 35t-36: 5 agosto 1241: “Actum in Villanova,
in domo abbatie”.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 297: 25 agosto 1252: “Actum in grangia de
Villanova”.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 430-431: 16 dicembre 1288: Ranieri, abate
di San Galgano decide di vendere, pignorare e permutare tutti i beni che
l’abbazia aveva in corte di Frosini dalla Merse alla grangia di Villanova.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 10t-11: 205 giugno 1316: si vende a Pietro,
granciere di Villanova, procuratore di San Galgano un pezzo di terra “a
la Stalla”.
Descrizione unità topografica – Attualmente il nucleo abitativo, in
stato di abbandono, è composto da cinque edifici, articolati intorno
a una piccola corte, su cui si aprono tutti gli ingressi.
L’edificio principale, orientato parallelamente alla strada, presenta
il prospetto nord, intonacato, solo in parte leggibile e parzialmente
coperto da due strutture annesse, adibite ad alloggio degli animali.
Dell’originaria struttura medievale si è conservato un portale a sesto acuto, in conci di travertino ben squadrati e spianati ad ascettino. Tracce di un altro portale, seminterrato e in parte coperto da
residui di intonaco, sono visibili all’interno del corpo di fabbrica
aggiunto, posto a nord-est. I due ingressi, simmetrici e simili per
fattura e dimensioni, creavano il sistema di accesso all’edificio.
Il prospetto meridionale presenta ampliamenti della struttura centrale a est e a ovest, dove si conservano edifici annessi quali la stalla
e il pollaio. L’edificio principale conserva, nella parte inferiore, una
muratura realizzata in bozze di calcare a “filaretto” databile, come
tutto l’edificio, al XIII secolo. Nella parte superiore del prospetto è
visibile una finestra tamponata; l’apertura, in fase con l’impianto originario, risulta in parte tagliata dall’attuale copertura, indizio che la
grangia doveva avere in origine un’altezza maggiore rispetto a quella
attualmente conservata.
Di fronte e a breve distanza è situato il fienile; costruzione di epoca
relativamente tarda, presenta una muratura con frequenti conci di
riutilizzo, tra i quali si segnala, reinserito in uno dei pilastri di sostegno, un concio inciso.
Intepretazione – Grangia.
Cronologia – Anno 1249-anno 1311.
Descrizione unità topografica – Nucleo abitativo di dimensioni
medio-grandi, composto da cinque edifici e, nella parte occidentale
del complesso, da alcuni annessi che mostrano ristrutturazioni di
epoca recente (XIX-XX secolo).
L’edificio principale, in corso di restauro, ha un impianto plano-volumetrico semplice, quadrangolare; fortemente rimaneggiato, sono
riconoscibili, a nord-ovest, i corpi di fabbrica aggiunti alla struttura
originaria, a pianta rettangolare. La grangia medievale è stata infatti
ampliata con l’aggiunta di un fabbricato che, addossandosi al fianco
nord delle murature medievali, ha chiuso un’apertura con arco a sesto ribassato ancora visibile all’interno dell’edificio.
Bibliografia – BARLUCCHI, 1991; BARLUCCHI, 1992, pp. 59-61; CANESTRELLI, 1993, p. 35.
(151) Villanuova (Q.120 IV-4786/674)
409 m s.l.m.; versante collinare; detriti e discariche; fosso Fonte Bomari; area edificata.
Descrizione sito – Sommità del piccolo poggio, posto a nord di Frosini, delimitato a nord-est dalle Cave di Travertino; si raggiunge
prendendo il bivio al Km 54 della strada statale.
Notizie storiche – Il nucleo di Villanova presenta una storia analoga
a quello di Valloria. Attestato come loco dicto agli inizi del XIII secolo, acquista una fisionomia insediativa qualche decennio dopo, a
seguito della costituzione a grangia cistercense; è probabile infatti che
la prima edificazione dell’area si combini con l’ingresso dei monaci.
L’abbazia di San Galgano vi possedeva consistenti quote sia di terreni
coltivi sia, probabilmente, di edifici, come indica la menzione di una
“domo abbatie”. Si hanno notizie di un frate Ugolino di Maffeo che,
converso dell’abbazia e “magister operis”, vi dimorava fin dal 1275,
occupandosi di dirigere l’attività di estrazione e di lavorazione delle
pietre dalle vicine cave di travertino. La grangia di Villanova aveva infatti un ruolo particolare: la sua principale funzione consisteva nell’estrazione dei materiali destinati alla costruzione dell’abbazia.
Il nucleo, con tutta probabilità abbastanza esiguo e privo delle articolazioni interne testimoniate invece negli altri centri, constava di
pochissimi edifici. D’altra parte, la notevole estensione dei terreni a
esso pertinenti chiarisce la funzione dell’abitato; privo di una connotazione prettamente insediativa, si pone invece di supporto e riferimento fisico di un’organizzazione economica di tipo specializzato.
Figura 33. Villanuova,, particolare dell’interno
119
L’impianto originario dell’edificio presentava la facciata a ovest; su
questo lato sono conservati alcuni tratti di muratura in conci di travertino compatto ben squadrati e spianati ad ascettino, posti in opera
su corsi orizzontali e paralleli. L’apparecchiatura muraria, particolarmente accurata, si lega a un’apertura, con arco a sesto acuto, parzialmente interrata e tagliata per realizzarvi una delle porte di accesso
al fabbricato colonico. Quest’ultimo, trasformando radicalmente la
disposizione degli spazi interni, presenta l’accesso principale, con
loggiato ad archi, nel prospetto a monte.
A un periodo relativamente recente (XIX secolo) sono da ricondurre
anche le case coloniche, in stato di abbandono, situate a est dell’edificio principale e il fienile, recentemente restaurato.
Interpretazione – Grangia.
Cronologia – Anno 1229-anno 1316.
Figura 34. Vesperino, veduta d’insieme
Bibliografia – BARLUCCHI, 1991; BARLUCCHI, 1992, pp. 55-58; CANESTRELLI, 1993, p. 35, GABRIELLI, 1998b, p.18.
nord, dove si trova l’abitazione, è probabilmente di più antica costruzione rispetto al retro, adibito a magazzino per attrezzi agricoli.
In particolare la facciata esposta a nord-est mostra, a ovest e a est dell’ingresso, due angolate in conci squadrati di travertino, testimonianza di un ampliamento del nucleo più antico. Questa parte dell’edificio presenta una muratura in bozze di calcare e raro travertino,
legate da abbondante malta. L’apparecchiatura muraria, priva di
corsi e con periodici filari di orizzontamento, è riconducibile a un
periodo non anteriore al XVII-XVIII secolo.
A breve distanza, situato su un rilievo immediatamente sopra la viabilità principale, si trova Vesperino, agglomerato di una certa consistenza, composto da un nucleo principale, con orientamento
est/ovest, e da strutture annesse poste sul retro del complesso rurale;
tra queste sono ancora riconoscibili il pollaio e la porcilaia, di costruzione relativamente recente.
La struttura principale consta di tre corpi di fabbrica: a un originario edificio a pianta rettangolare si sono aggiunte due strutture, una
a nord-est e l’altra, il fienile, a sud-est. Il nucleo abitativo è stato infine ampliato lungo tutto il fronte ovest, come attesta la presenza di
un’angolata, ancora leggibile, sul fianco nord-ovest dell’edificio.
Il lato nord-est conserva ancora in elevato le tracce del nucleo più antico, riconducibile al XVI-XVII secolo per la muratura mista in pietre di cava e mattoni e la presenza di un architrave monolitico in pietra, di forma quasi semicircolare (forse una pietra da macina), di probabile riutilizzo come i conci in calcare squadrati e spianati visibili
nei cantonali dell’edificio.
Interpretazione – Villaggio.
Cronologia – Anno 1272-anno 1318.
(152) Vespero (Q.120 IV-4788/672)
426 m s.l.m.; sommità poggio; sabbia; fosso Foci; area edificata.
Descrizione sito – Sommità collinare prospiciente Poggio Carnevale, è confinante a ovest con la strada ed è delimitata a sud dal fosso
Foci. Si raggiunge seguendo la strada a sterro che parte da Frosini e
si trova a distanza di circa 1 km dopo il bivio per San Martino.
Notizie storiche – La prima attestazione del villaggio risale al 1272 e
nel 1286 si menziona la chiesa di San Lorenzo, eretta al suo interno.
Non è chiaro il rapporto fra questo nucleo e quello di San Martino,
spesso definito “a Vespero”: è da ritenere comunque che i due insediamenti vadano tenuti distinti, anche in considerazione della presenza di due chiese con intitolazioni diverse. Per tutto il XIII secolo,
fino al 1311, sono attestati frequenti acquisti, effettuati dal monastero
di San Galgano, di terreni posti nella sue pertinenze: fra le proprietà
dei religiosi anche una “domum cum claustro, capana et area”.
La Tavola delle Possessioni del 1318 restituisce l’immagine di un villaggio composto da strutture abitative di varia tipologia, all’interno
del quale sono presenti ampi spazi adibiti a uso ortivo; nella superficie agricola annessa è attestata una notevole percentuale di vigna, atipica rispetto agli altri villaggi compresi in questo territorio.
Attestazioni documentarie
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 21t-22: 14 febbraio 1272: atto di vendita stipulato “in villa di Vespero”.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 75t-76: 25 maggio 1283: vendita di una terra
“in loco dicto Vespero, in curte de Frosini”.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 23t-24: maggio 1286: atto di vendita stipulato “in ecclesia S. Lorenzo in Vespero”.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 298-298t: 13 maggio 1311: Graziano di Martinozzo della villa a Vespero vende a un privato un pezzo di terra “in curte
di Frosini loco dicto La Ripa.
ASS, Estimo 2, cc. 10, 14v, 34v, 35, 36, 37, 66v, 101, 113v, 116, 123, 128v,
129, 138, 139v, 144, 158, 158v. Estensione delle superfici: “terra laborata”, 45s 7t; “terra vineata”, 25s 55t; “terra ortive”, 63t. Strutture: “capana”, 3; “domum cum platea”, 2; “domum cum plateis”, 4; “domum
cum plateis et capana”, 2; “domum”, 1; “casalini et capana”, 1.
ASS, Estimo 118, c. 262: “terre laborate boscate et sode et domum cum claustro capanna et area in dicta curia (Frosini) loco dicto Vespero”.
Bibliografia – BARLUCCHI, 1991; BARLUCCHI, 1992; CANESTRELLI, 1993,
p. 35.
(153) Podere San Martino (Q.120 IV-4786/672)
407 m s.l.m.; versante poggio; sabbia; fiume Feccia; area edificata.
Descrizione sito – Sommità del Poggio Carnevale, posto a dominare
verso sud-ovest l’ampia piana di Colle Specchi; si raggiunge dalla
strada a sterro da Frosini, oltrepassando di circa 2 km il bivio per il
podere La Magione.
Notizie storiche – Citato come loco dicto a partire dal 1214, con tutta
probabilità corrisponde già in tale data a un nucleo edificato, attestato
comunque, con il termine di villa, solo dal 1246. È inserito nella corte
di Frosini e presenta al suo interno una chiesa intitolata a San Martino a Vespero, che possiede una percentuale cospicua del patrimonio fondiario del villaggio. In quest’area, per tutto il XIII secolo, si
concentra la maggior parte della piccola proprietà locale della corte di
Frosini, relegata a zone marginali dall’espansione cistercense. Verso la
Descrizione unità topografica – Attualmente si conservano due nuclei distinti, definiti Vespero e Vesperino, verosimilmente collegati
durante la fase abitativa del villaggio. Vespero corrisponde a un
unico edificio, posto immediatamente sulla strada, che non conserva
tracce in elevato di frequentazione medievale. La parte esposta a
120
fine del ’200 subisce la trasformazione a grangia, di cui possiamo tentare una ricostruzione materiale in base agli elementi descritti nella
Tavola delle Possessioni del 1318. I tre nuclei abitativi, affiancati da
due capanni da rimessa, con una piccola percentuale di terreno lavorativo, sostanzialmente restituiscono l’immagine di un nucleo produttivo medio-grande. Nei documenti, a partire dal 1300, il termine
corte è sostituito al loco dicto per definire le pertinenze territoriali dell’insediamento; il passaggio testimonia un’ulteriore espansione delle
proprietà del villaggio e, probabilmente, anche l’acquisizione di un’identità meglio definita a seguito della trasformazione in grangia.
Attestazioni documentarie
Interpretazione –Villaggio, poi grangia.
Cronologia – Anno 1214-anno 1318.
Bibliografia – BARLUCCHI, 1991; BARLUCCHI, 1992, pp. 61-62; CANESTRELLI, 1993, p. 35.
(154) Pieve di Monti (Q. 120 IV-4786/676)
382 m s.l.m.; versante poggio; rocce carbonatiche brecciate; fosso
Fiumarello; area edificata.
Descrizione sito – Il sito è ubicabile nell’attuale toponimo La Pieve,
posto nel versante sudorientale del Poggio ai Massi, a quota leggermente inferiore rispetto al podere di Malcavolo.
Notizie storiche – Antica pieve della quale possiamo definire l’estensione territoriale in base a una bolla del 1300, spedita dal vescovo Rogerio di Volterra al pievano di Monti e al suo clero; con questo documento, si autorizza a possedere, governare e ritenere “come in passato
i beni e le decime dei luoghi Ville o Masse” del piviere della Montagnola. Vi sono elencati più di 20 popoli, definiti con molti particolari
(si citano torrenti, fonti e strade dei quali, in alcuni casi, si è conservato il toponimo) utili a ricostruire i limiti giurisdizionali della suddetta pieve. In questo periodo probabilmente si è già verificato l’inglobamento della pieve di Malcavolo (si veda sito 205) dato che, tra i
luoghi nominati nella bolla, compaiono anche i villaggi di Vespero e
Causa, verosimilmente sottoposti in origine alla più vicina chiesa.
Viene citata nelle Rationes Decimarum del 1302-1303 e nel Sinodo
Belforti con le chiese a essa pertinenti.
Descrizione unità topografica – La chiesa, a pianta rettangolare, è
priva di terminazione absidale. La facciata, esposta a ovest, è costruita
interamente in conci di travertino perfettamente spianati ad ascettino
e, in alcuni casi, a gradina. Databile, in base all’iscrizione incisa nella
parte superiore della facciata, al 1870, non conserva tracce della chiesa
attestata in epoca medievale. L’edificio religioso rappresenta, nella
semplicità stilistica e nella resa dei materiali da costruzione, un tentativo di ritorno, tipico del XIX secolo, a schemi e volumetrie medievali. Una cornice geometrica in pietra delimita la parte sommitale
della facciata, sottolineando la presenza di un rosone semicircolare,
anch’esso in pietra. La copertura, a doppio spiovente, è decorata da
una cornice in laterizio che contribuisce ad alleggerire, insieme al
campaniletto a vela presente sul retro, l’aspetto severo della struttura.
Parzialmente inglobata in un fabbricato rurale, attualmente allo stato
di rudere, la chiesa è stata abbandonata nel primo trentennio del XX
secolo. Attualmente è adibita a rimessa per attrezzi agricoli e, in avanzato stato di degrado, necessita di un restauro conservativo.
ASS, Spoglio Conventi 162, cc. 252t-253: 14 settembre 1214: “loco dicto S.
Martino, in corte di Frosini”.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 17-17t: 18 novembre 1270: Vendita di terre in
corte di Frosini, “loco dicto S. Martino, Ala costa, Chanegrigole, Porcile”.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 69t-70; 30 maggio 1246: “villa di San Martino”.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 327t-328: 30 luglio 1317: “villa di San Martino in corte di Frosini”. La stessa definizione compare in 13 contratti
compresi in questo arco cronologico (Spoglio Conventi 163, cc. 19t-20;
20t-21t; 25t-26; 69t-70; 155t-156; 186t-187; 307t; 278-279; 327t-328;
269-269t; 268-268t; 223-223t; 253t-254).
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 61t-63: 9 maggio 1300: vengono vendute terre
poste “nella corte di San Martino. Actum in grancia di San Martino”.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 68t-69: 30 aprile 1284: viene fatta cessione
presso la chiesa di San Martino a Vespero.
ASS, Estimo 2, cc. 8, 38, 110, 126, 161v. Estensione dei terreni: “Terra laborata” 2s 66t; “Terra vineata” 3s 87t. Strutture “Capana” 2; “Domum
cum platea” 3 (estensione delle “platee” 10t, 10t, 18t).
Descrizione unità topografica – Sulla sommità del Poggio Carnevale si conservano tre edifici, articolati intorno a un’ampia corte costruita su un terrapieno artificiale, abbandonati nel corso della prima
metà del XX secolo. La struttura principale, di grandi dimensioni, è
orientata nord-est/sud-est a delimitare il fianco occidentale del complesso rurale. L’ingresso principale alla corte era a sud-ovest mentre
annessi di varia destinazione, un pozzo e un fienile allo stato di rudere, delimitavano rispettivamente a sud-ovest e a nord-est il nucleo
rurale. L’edificio principale, attualmente in corso di restauro, mostra
nei conci squadrati di un’angolata, ancora in parte visibile nel prospetto ovest, le tracce di un ampliamento verso sud. A una fase successiva va riferito l’innalzamento dell’intera struttura, come indica la
netta differenza di apparecchiatura muraria tra parte inferiore del
prospetto, in muratura mista di laterizi e pietre di cava legati con abbondante malta, e parte superiore, in bozze di calcare spaccate e poste in opera su periodici filari di orizzontamento. L’intero complesso
non conserva tracce della frequentazione di epoca medievale.
Figura 35. Podere San Martino
Figura 36. Pieve di Monti, facciata
121
gioso, intonacato, mostra due aperture, anch’esse frutto di interventi
posteriori all’impianto originario: una, in mattoni, tamponata, l’altra, con architrave monolitico in travertino.
Il fianco settentrionale è parzialmente coperto da un corpo di fabbrica, completamente intonacato, identificabile come la struttura
ospedaliera annessa all’edificio religioso, edificata all’inizio del XIV
secolo. Recentemente restaurata, ha perso il suo carattere originario;
presenta un impianto plano-volumetrico semplice, quadrangolare,
con cantonate lasciate a vista, in conci squadrati di travertino. Il fabbricato presenta, nell’angolo nord-ovest, lungo la strada, una lapide
di calcare reinserita, recante un’iscrizione con il nome “Pentolina”.
Interpretazione – Pieve.
Cronologia – Dubbia.
Interpretazione – Pieve.
Cronologia – Anno 1300-prima metà XX secolo.
Bibliografia – GIACHI, 1876, p. 583; RDI, II, p. 231; REPETTI, 1833-1843,
III, p. 324; RV, pp. 319-320.
(155) La Cura (Q.120 IV-4784/676)
421 m s.l.m.; sommità poggio; depositi alluvionali; fosso di Fonte
Bomari; area edificata.
Descrizione sito – Versante del poggio occupato dalla tenuta di Pentolina. Si trova nell’ansa disegnata dalla strada a sterro in prossimità
del bivio che porta a Tamignano.
Notizie storiche – Il complesso di La Cura è identificabile con l’antica chiesa plebana di San Bartolomeo a Pentolina, della cui esistenza si ha menzione fin dal 1189, situata a circa 300 m a valle
dell’abitato, e con l’annesso edificio adibito a “spedale”, edificato
nel 1322 su volontà di Nello Inghiramo della Pietra (v. sito 111).
Nel 1524 fu restaurata dalla famiglia Spannocchi, che ne aveva il
patronato, e intorno al 1810, ormai in condizioni di semi-abbandono, fu restaurata per volere dei marchesi Ferroni, proprietari di
Pentolina e del castello di Frosini. Le sue strutture subirono un ulteriore intervento nel 1939. Il nome della località ricorda oggi l’antica funzione ospedaliera del complesso. Restaurato di recente, attualmente è inserito tra le proprietà del residence di Pentolina.
Descrizione unità topografica – La pieve di San Bartolomeo, attualmente sconsacrata, consiste in un’aula rettangolare coperta con tetto
a doppio spiovente (frutto di un recente restauro), priva di abside. La
parte superiore della facciata, con il rosone centrale, è frutto di un restauro; un ulteriore rifacimento è leggibile nell’inserimento del campanile a vela, a doppia luce. La parte inferiore della facciata, esposta a
ovest, e la zona dei prospetti laterali vicina a questa, conservano la muratura originaria, databile al periodo romanico (XII-inizio XIII secolo). In conci di travertino perfettamente squadrati, posti su filari
orizzontali, mostra nella tessitura muraria un’attenzione particolare
alla resa delle angolate e alla lavorazione dei conci, spianati ad ascettino. Il portale, con piedritti in conci squadrati non distinti dalla muratura circostante, termina con una lunetta ad arco a tutto sesto, estradossato. L’apertura sembra avere subìto un intervento di restauro nell’inserimento di un architrave monolitico, di calcare compatto, su
doppie mensole concave. Tracce di una rifinitura a gradina nella parte
inferiore della muratura, in prossimità del portale, sono attribuibili a
un restauro di epoca moderna dell’intera struttura.
Posteriore all’impianto originario è il basamento a scarpa, in laterizi,
aggiunto nella parete a valle. Il fianco meridionale dell’edificio reli-
Bibliografia – CAPPELLETTI, 1844-1870, XVII, p. 455; RDI, I, pp. 109,
111, II, p. 152.
(156) Papena (Q.120 IV-4784/673)
330 m s.l.m.; sommità poggio; argille argille sabbiose-conglomerati
poligenici; fosso Cona; area edificata; emergenze in elevato assenti.
Descrizione sito – Sommità del poggio sovrastante il piano di Papena. Si raggiunge previo permesso ai proprietari, dal bivio a sterro
subito dopo l’incrocio del Piano di Feccia della strada provinciale per
Chiusdino.
Notizie storiche – Nel 1007, “in loco Papina prope ecclesiam S. Felicis territorio Voloterranense” viene stipulato il contratto fra il vescovo di Volterra Benedetto e la contessa Willa relativamente al possesso di castelli in Val d’Evola.
L’impostazione del riferimento topografico porta a pensare che la
chiesa in quest’epoca non fosse incorporata in un villaggio, alla cui
formazione può aver concorso proprio la spinta organizzatrice e accentratrice dell’ente ecclesiastico. Non possiamo sostenere una cronologia certa per la nascita dell’agglomerato che, definito per tutto
il XII secolo loco dicto, trova la sua prima attestazione esplicita (villa)
alla metà del XIII secolo. È però improbabile ipotizzare un lasso cronologico di oltre due secoli per la strutturazione dell’insediamento
accentrato; più verosimile invece che l’impiego di tale termine non
escluda la presenza del nucleo bensì ne stia a indicare la “località” in
contratti di vendita riferiti a terreni, non direttamente compresi nelle
vicinanze degli spazi abitati.
Nella sua prima fase, Papena entra a far parte del patrimonio fondiario dell’abbazia di Serena, probabilmente a seguito di consistenti donazioni private; nel momento dell’affermazione del monastero di San Galgano invece rappresenta uno dei primi insediamenti, interessati dalle mire espansionistiche dei cistercensi. La
frequenza di contratti rende evidente la volontà dell’abbazia di convogliare i propri investimenti verso un villaggio vicino, che permetteva di imporsi in modo significativo sul tessuto insediativo
preesistente. Proprio per questo motivo, assistiamo alla sua precoce
trasformazione in grangia, attestata per la prima volta nel 1271; assume immediatamente notevoli dimensioni tanto da rappresentare, insieme con Ticchiano, circa l’85% dell’intero patrimonio
fondiario dell’abbazia nell’area a lei circostante. L’intervento cistercense sembra comunque aver contribuito al consolidamento
del villaggio che, nel 1300, definisce una propria corte di pertinenza: corte, peraltro, verosimilmente molto estesa, data la varietà
e la quantità dei toponimi citati nel Caleffo.
Il nucleo doveva presentare un’articolazione interna in edifici di varie tipologia (case con orto e senza, casalini) e spazi aperti quali
piazze, prevalentemente di proprietà monastica.
Figura 37. La Cura, chiesa di San Bartolomeo
122
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 33-33t: 19 agosto 1258: atto di vendita di un
casalino a Papena stipulato nella chiesa di Papena.
ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 13t-14: 7 agosto 1300: 13-13t: 8 luglio 1330:
“in corte di Papena”.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 238t: 7 giugno 1233: lascito testamentario di
V soldi alla chiesa di Papena (vi compaiono anche il monastero di San
Galgano, l’abbazia di Serena e le chiese di Frosini, Greppine, Scarpignano
e San Martino a Vespero).
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 476: 26 novembre 1264: acquisto da parte del
monastero di San Galgano di una “domum cum cellario” con terre annesse poste a Papena.
ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 12t-13, Spoglio Conventi 163, c. 177-177t: 6
settembre 1252.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 201t-202: 19 dicembre 1257: acquisto dell’abbazia di San Galgano di una “domum cum claustro” a Papena.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 41-41t: 14 giugno 1242: vendita di una “plateam positam in villa de Papena”.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 38-38t: 1 giugno 1248: acquisto di una casa
con piccolo orto nel villaggio di Papena.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 33-33t: 19 agosto 1258: vendita di un casalino
posto a Papena.
ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 7t-8: 11 novembre 1268: vendita di una casa
con orto annesso nel villaggio di Papena.
ASS, Estimo 118, c. 268: si ricordano le proprietà del monastero di San Galgano riassunte nella formula “terre laborate, sode prative cum domibus
cum claustro et plateis positi in curia de Frosini loco dicto Papena”.
Stesso destino delle proprietà fondiarie tocca alla chiesa di San Fabiano
e San Sebastiano che, inizialmente dipendente dalla pieve di Sorciano,
nel 1252, per donazione dell’abate Martino, passa sotto la giurisdizione ecclesiastica del monastero: l’intitolazione, apparentemente discordante con quella proposta dal documento del 1007, è frutto di graduali modificazioni di cui si trovano tracce nei documenti. L’originaria intitolazione si modifica nel 1246 in quella a “San Feliciano e San
Fabiano e San Sebastiano” per poi cadere nella nuova dedicazione a
“San Fabiano e San Sebastiano” attestata appunto nel documento di
cessione. Il ricordo della chiesa di “Santa Felicita” è sicuramente da imputarsi a un fraintendimento di quella originaria (non si deve scordare
che gli atti del Caleffo sono frutto di una trascrizione trecentesca) in
quanto non abbiamo nessun indizio della presenza di due chiese distinte: nel 1233 infatti un lascito testamentario indica fra i beneficiari
“la chiesa di Papena”, senza ulteriori specificazioni e così anche nelle
Rationes Decimarum degli anni 1302-1303.
Attestazioni documentarie
CIACCI, I, n. 121, p. 43; RV n. 104, p. 38: 10 ottobre 1007: “Cartula Commutationis” con la quale “Willa, filiae bonae memoriae Landulfi qui fuit
princeps Beneventanorum, et relicta bonae memoriae Rodulfi qui fuiti
comes, una consentientes Ildibrando filio et Mundualdo suo et filio de
praedicto Rodulfo comes” trasferisce in possesso del vescovo di Volterra,
Benedetto, terre e cose “in loco et fundo ubi dicitur Stignano quae est justa fluivis Arno, insimul cum medietate de Ecclesia quae est in honore B.
Sanctae Mariae quae ibi aedificata esse videtur” ne riceve in cambio la
corte, la corte, la chiesa e pertinenza di Santa Maria “in loco et fundo ubi
dicitur Spugnia que est juxta fluvis Elsa. Actum in loco Papina prope ecclesiam S. Felicis, territurio volaterranum. Gerardo not. Imp.”.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 81: agosto 1143: Alberto di Benetoso vende a
Martino, prete e monaco e suoi confratelli della chiesa di Santa Maria Benedetto alcuni beni che aveva “in loco dicto Teclano” o in Meletolo e Arenario tra la Merse e la Feccia. “Actum in loco dicto Serena”. Ordina, inoltre, che qualora a cagione di tale vendita la propria moglie o il nipote molestasse detto compratore vuole che tutti i beni che aveva a Papena e nella
corte di Frosini pervengano a detto convento.
ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 2-2t; 6-6t; 17-18t; 20t; 21-21t; 22t-23; 26t;
35t-36; 37t-38; 38t-39; 41t-42; 42-42t; 44t-45; 46. Spoglio Conventi 162,
cc. 265-266t; 260. Spoglio Conventi 163, cc. 5t-6; 9-9t; 68t; 74; 84t; 94t;
98-98t; 108t-109; 109-109t; 109t-110; 110-110t; 113t-114; 114t-115;
115-116; 116-117; 153t; 477-477t; 477t-478; 206t-207; 207t-208; 167167t; 205t-206. Contratti compresi fra il 16 maggio 1229 e il gennaio
1311, in cui il sito viene definito “loco dicto, in curte de Frosine” o semplicemente “in Papena”.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 282-282t; 342t-343; 339-339t; 228t. Spoglio
Conventi 161, cc. 63-63t; 18t-19; 190t-191; 191-192; 27-28; 30; 34-34t;
41-41t. Contratti compresi fra il 1260 e il 1258, in cui viene definito
“villa, in curte de Frosine”.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 319t. Spoglio Conventi 161, cc. 43-44; 28-29.
Contratti compresi fra il 19 maggio 1278 e il 18 agosto 1283 cui viene
definito “grangia”.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 30-30t: 11 marzo 1271: granciere di Papena
stipula un contratto a nome dell’abbazia di San Galgano.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 69t-70: 30 maggio 1246: donazione di prete
Giovanni, rettore della chiesa di San Feliciano e San Sebastiano di Papena
di alcuni beni che aveva in Papena”.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 227-228t: 31 gennaio 1287: lodo pronunziato
nella chiesa di San Fabiano e San Sebastiano di Papena.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 44: 21 marzo 1219: vendita a prete Martino,
che riceve per la chiesa di Santa Felicita, alcune terre a Papena”.
Figura 38. Papena, facciata della chiesa dei SS. Fabiano e Sebastiano
123
Descrizione unità topografica – Rimangono pochi edifici attribuibili al villaggio di epoca medievale, organizzati intorno a uno spazio
aperto centrale. L’intero complesso, recentemente restaurato e trasformato in residence, ha perso nel corso dei secoli gran parte del suo
carattere originario. Evidente a questo proposito è la trasformazione
in rimessa per attrezzi agricoli prima, in abitazione ora, dell’antica
chiesa del villaggio, dedicata ai SS. Fabiano e Sebastiano.
L’edificio, orientato est/ovest, conserva ancora i caratteri dell’architettura romanica di XII-XIII secolo, anche se la copertura a unico
spiovente attualmente visibile ne altera in parte l’aspetto. Ad aula
unica, rettangolare, presenta nel paramento murario esterno della
facciata e del fianco sinistro le tracce della struttura originaria.
La facciata conserva, nella parte inferiore, una muratura formata da
conci squadrati di travertino posti su filari orizzontali e paralleli, databile all’impianto della chiesa. Il portale, con piedritti in conci sovrapposti non distinti dalla muratura circostante, è ornato da un architrave monolitico su cui si imposta la lunetta superiore, tamponata.
Quest’ultima presenta un restauro in cemento dei conci situati in
prossimità della chiave dell’arco a tutto sesto, tagliati dall’inserimento
di un’apertura rettangolare di epoca moderna. Il fianco sinistro, esposto a sud, si presenta in buono stato di conservazione. Le aperture presenti sono frutto di interventi tardi; al centro è ancora visibile la porta
laterale di accesso all’edificio religioso, in parte tamponata. Opera anch’essa di un intervento posteriore all’edificazione della chiesa, fu
aperta al momento della costruzione del corpo di fabbrica addossato
al fianco destro dell’edificio. Il nuovo ambiente, infatti, attualmente
adibito a rimessa per attrezzi agricoli, chiudeva completamente l’ingresso laterale della chiesa, un portale di bella fattura, con architrave
monolitico impostato su mensole concave. Insieme alla stretta monofora tamponata, visibile nel prospetto est e al portale d’ingresso, è
l’unica apertura originale conservatasi nell’edificio.
Il corpo annesso, di forma triangolare, è di epoca recente e chiude lo
spazio compreso tra la chiesa e il grande fabbricato a pianta rettangolare, orientato con andamento sud/nord, addossato all’angolo
nord-est della chiesa. In questo punto, in parte nascosto alla vista, si
apre il bel portale di accesso all’edificio, realizzato con conci spianati
ad ascettino: di notevoli dimensioni presenta l’estradosso a tutto sesto e l’intradosso ribassato. Databile anch’esso ai secoli centrali del
basso Medioevo, per tipologia delle aperture conservatesi e tecnica
edilizia, forma, insieme alla chiesa, il nucleo più antico del villaggio.
Della grangia attestata fin dal 1271, restano tracce nel grande edificio posto a pochi metri di distanza dalla chiesa: al primo piano, un’apertura con arco senese in mattoni indica il prospetto originario, occultato dall’ampliamento verso nord della struttura. Il corpo centrale
della grangia, infatti, in parte rimaneggiato, presenta un alzato in laterizi impostato su uno zoccolo in pietra; il corpo di fabbrica aggiunto si presenta in pietre non lavorate, poste in opera senza regolarità su periodici filari di orizzontamento.
Gli edifici che si affacciano sulla corte lastricata, con pozzo centrale,
sono annessi agricoli adibiti recentemente ad abitazione.
Interpretazione – Villaggio.
Cronologia – Anno 1007-anno 1330.
Notizie storiche – Alcuni riferimenti contenuti nel Caleffo di San
Galgano attestano la presenza, nella prima metà del XIII secolo, di
una Magione Templare situata nella corte di Frosini, nei pressi di
Valloria; l’indicazione viene fornita da un contratto, datato al 1269,
relativo alla permuta di alcuni terreni posti tra il monastero e la “magione di Frosini”: vi presiede il “frater mansionis templi et nunc preceptor domus d.ce Mansionis posita ad Valloriam in contrata de
Fruosini”. Il riferimento alla grangia di Valloria rende individuabile
la residenza templare nell’attuale podere La Magione. L’ubicazione
è inoltre confermata dalla descrizione dei confini delle proprietà templari, fra cui compare il torrente Parapanna, che scorre alle pendici
del poggio in questione.
Solo apparentemente atipica rispetto alle altre magioni dell’Ordine,
la posizione di quella di Frosini trova motivazione nel suo ruolo all’interno del tessuto viario: vi convergevano le strade principali di
collegamento verso il mare e, soprattutto, verso l’area mineraria. In
primo luogo la strada Maremmana che, passando dalla pieve a Molli
attraverso la valle di Rosia, continuava di fronte alla Magione in corrispondenza dello sbocco della strada proveniente dalla Val d’Elsa;
da qui, si dipartivano la Massetana diretta a Massa, attraverso Chiusdino e Montieri, e la Maremmana che passando Frosini e Pentolina,
raggiungeva il bivio per Monticiano, nel punto di innesto della
strada proveniente da Volterra. Risulta chiara quindi la finalità
“ospedaliera” dell’insediamento (caratteristica di queste fondazioni)
particolarmente motivata dalla necessità di strutture di conforto per
i numerosi mercanti diretti ai principali centri minerari della Toscana. Le modifiche duecentesche, tendenti a facilitare il percorso,
eliminarono il passaggio dalla pieve di Pentolina e resero possibile
l’apertura della strada di fondovalle. Quest’ultima, dopo la costruzione del ponte sul Feccia nei pressi di Monte Siepi, diventerà il principale collegamento con l’abbazia di San Galgano. Il passaggio non
più obbligato dalla Magione e la ‘concorrenza’, nella funzione di spedale e di albergo, della vicina abbazia, determinò la progressiva decadenza dell’insediamento. Il monastero, approfittando di tale cedimento, iniziò progressivamente a incorporare le proprietà fondiarie
della Magione. Sono andati perduti gli atti relativi alle acquisizioni
da parte dell’abbazia, sappiamo però che nel 1323 tra le sue proprietà
si annoverava anche “terram laboratam, et vineatam, ortatam, sodam
et boscatam, domos claustro cum area e cappanna in curia de Fruosine [...] la Magione, ex fossatum Parapanne”.
Rimane sconosciuta la cronologia di fondazione; sappiamo invece
che fu amministrata da un precettore rappresentato da un frate dei
Templari, che dipendeva dal vicario in Toscana del Capo delle Case
del Tempio di tutta Italia. In altri documenti compaiono figure definite come “oblati” e “conversi”, forse delegati alla gestione economica.
Attestazioni documentarie
ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 308-309: 30 marzo-2 aprile 1269: documento
citato nel testo. Fra i testimoni compare Fiorenzetto Ricci “conversus et
oblatus eiusdem Mansionis”.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 16v: 1298: la carta è relativa alla descrizione dei
confini fra i possedimenti del monastero, compresi a sud del torrente Feccia e quelli dei Templari, a nord del torrente Parapanna.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 458t: frate Orlando de Sala “vicario in Toscana
di frate Enrico teutonico”.
ASS, Spoglio Conventi 162, c. 252-252v: 17 febbraio 1239: frate Ranieri procuratore della Casa del Tempio di Frosini, con licenza di Frate Orlando
della Sala, vicario in Tuscia “domini fratris Enrighi Teutonici domorum
militie Templi totius Italie”.
Bibliografia – BARLUCCHI, 1991; BARLUCCHI, 1992, pp. 57-59; CANESTRELLI, 1993, p. 27; RDI, II, p. 219; REPETTI, 1841, IV, p. 56.
(157) La Magione (Q.120 IV-4786/673)
355 m s.l.m.; versante poggio; argille; fiume Feccia; area edificata.
Descrizione sito – Versante meridionale di Poggio San Piero, delimitato a sud-ovest dalla strada a sterro che, partendo dalla curva sottostante Frosini, dopo circa 600-700 m porta al podere.
124
come indicano i frequenti rimpelli visibili nell’apparecchiatura muraria e l’apertura, con successiva tamponatura, di finestre in mattoni.
Il fienile, situato a breve distanza, mostra nel lato sud-ovest, tracce
di un edificio più antico con copertura a unico spiovente; la struttura originaria fu successivamente ampliata verso sud-ovest.
Interpretazione – Magione Templare.
Cronologia – Inizi XIII secolo-anno 1330.
Bibliografia – BORRACELLI, 1989, pp. 311-329; RDI, II, p. 201; SZABÒ,
1975, p. 154 sgg.
(158) Eremo di Santa Lucia (Q.120 IV-4789/678)
368 m s.l.m.; versante collinare; detriti e discariche; torrente Rosia;
area edificata.
Descrizione sito – Nel versante del poggio posto sul confine dei territori comunali di Chiusdino e Sovicille, raggiungibile attraverso il
ponte medievale “della Pia dei Tolomei”, si conservano ancora oggi
tracce evidenti dei ruderi della struttura eremitica; dopo la distruzione del nucleo originario, l’edificio è stato adattato a casa colonica
mantenendo, poi, una continuità di frequentazione fino all’epoca
moderna (inizi XX secolo).
Inserito nella tenuta di Spannocchia, negli anni Sessanta-Settanta
(campagne 1967-1969; 1970-1972; 1974) del nostro secolo è
stato fatto oggetto di campagne di scavo dirette dall’Etruscan Fondation di Detroit e patrocinate dal conte Cinelli, proprietario
della tenuta. Dopo un primo lavoro di consolidamento e ristrutturazione delle rovine, si è proceduto allo scavo stratigrafico dell’intero complesso: sono state individuate tre diverse fasi di frequentazione corrispondenti a tre distinte strutture, databili in una
arco cronologico compreso fra il X secolo e il XIII secolo.
Notizie storiche – Stando alle informazioni deducibili dalla documentazione disponibile, la fondazione dell’eremo degli Agostiniani
è da collocarsi genericamente nel corso del XII secolo; al 1200 risale
la prima donazione a favore del “rumitorio de Rusia” a cui fanno seguito frequenti contratti, stipulati nel corso dello stesso secolo, che
sembrano indicare in questo momento l’affermazione economica e
religiosa della chiesa. Fra i donatori compaiono frequentemente
membri della famiglia Spannocchi mentre, in misura minore, si ricordano la chiesa parrocchiale di Montarrenti e altri privati.
Scarne sono le notizie relative alle principali vicende storiche: dai documenti si evincono dati rispetto a una duplice costruzione dell’edificio, l’una collocabile nel corso della seconda metà del XIII secolo e
l’altra nella prima metà del XIV secolo. Nel maggio 1267, infatti, a
pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, sia il vescovo di Grosseto che
quello di Massa Marittima concedono indulgenza di 40 giorni ai loro
diocesani in cambio di elemosine destinate alla riedificazione della
chiesa; già l’anno precedente era stato preso un provvedimento simile da papa Clemente IV con identico scopo, compartendo indulgenza plenaria a chi avesse visitato la chiesa.
La seconda ricostruzione viene desunta dal provvedimento del gennaio 1326 in cui il vescovo Ranuccio di Volterra concede indulgenze
per chi avesse contribuito alla ricostruzione dell’edificio.
Controversa è anche la data di abbandono dell’eremo: stando alla testimonianza di Landucci viene abbandonato in corrispondenza dell’ultima guerra fra Siena e Firenze, collocabile nel corso del XIV secolo, mentre Lopez Bardon Thyrsus nel lavoro relativo ai Monastici
Agostiniani... ab anno 1620 usque ad 1700, riferisce dell’esistenza, in
tale data, della chiesa in “Provincia Senesis”.
Descrizione unità topografica – La prima fase corrisponde a un edificio ecclesiastico di modeste dimensioni (corpo rettangolare com-
Figura 39. La Magione
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 164-164t: 4 settembre 1242: Feriero de Uliviero “preceptor domus militie Templi de Fruosini” appare come procuratore di “Filippo preceptoris” dà in permuta alcuni terreni al monastero
di San Galgano.
ASS, Estimo 118, c. 510: documento citato nel testo relativo alle acquisizioni
del monastero.
ASS, Estimo 118, c. 266: “habet terre laborate et boscate in d.ca curia (Frosini) loco dicto ala costarina, cui ex foss. Parapanne ex via ex Mansionis
templi. Quia coem ht. cum domo Mansionis Templ”.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 221t-222: 17 dicembre 1258: “actum apud
Magionem templi de Frosini.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 246-246t: 9 giugno 1290: “loco dicto La Magione, in curte de Frosini”.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 16-16t: 26 ottobre 1298: atto di vendita stipulato presso La Magione.
ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 15t-16: 18 dicembre 1298: sentenza intorno
alla vertenza tra il monastero di San Galgano e due cittadini senesi riguardo alla casa annessa al podere detto “La Magione” in corte di Frosini
che i fratelli sostenevano il monastero avesse loro levato con la violenza.
RD, II, p. 201: “Mansio Templi de Fruosina”.
Descrizione unità topografica – Attualmente il complesso architettonico, situato lungo la strada, è formato da due strutture orientate
sud-ovest/nord-est: l’edificio a nord, destinato ad abitazione, rappresenta il corpo centrale del complesso, mentre l’altro, di dimensioni ridotte e in corso di restauro, era in origine il fienile.
L’abitazione, restaurata di recente, si presenta formata da due parti distinte, delle quali quella più antica, a pianta rettangolare, è disposta
parallelamente alla strada di accesso al complesso rurale, mentre il
corpo aggiunto, ampliando l’intera struttura verso sud, non è allineato al resto del complesso. L’edificio più antico, con ogni probabilità, era costruito interamente in pietra, il travertino compatto reperibile nelle cave situate nei pressi di Frosini. Sono ancora leggibili, infatti, nei prospetti sud-ovest e nord-est, porzioni di muratura
attribuibili con ogni probabilità all’epoca medievale, come parte delle
angolate originali del nucleo più antico, in conci in travertino squadrati e spianati. Nei punti in cui l’apparecchiatura muraria è ancora
leggibile, si presenta formata da bozze di medie dimensioni in travertino, sommariamente spianate, poste in opera con una certa regolarità. Cronologicamente riferibile al XIII secolo, si differenzia nettamente, per tessitura muraria e posa in opera (si veda il capitolo VIII,
1, Campione CH 7), dal corpo aggiunto; quest’ultimo infatti, databile non prima del XVI secolo, mostra un utilizzo di pietre di cava e
laterizi posti in opera in modo irregolare. L’intera struttura conserva,
nel complesso, tracce di numerosi interventi succedutisi nel tempo,
125
pletato forse da un portico sul lato occidentale), datato fra la fine del
X secolo e la prima metà dell’XI secolo, sulla base del materiale numismatico (una moneta di Enrico V e una del vescovo Ademaro di
Arezzo) e ceramico (frammenti di boccale a orlo svasato di Forum
Ware). Gli elevati, reimpiegati parzialmente come mura di terrazzamento, dovevano avere un’apparecchiatura irregolare, di tipo preromanico; più accurata invece la realizzazione delle fondazioni, ottenute con blocchi squadrati di travertino, associati a pietra locale parzialmente lavorata.
È probabile una precedente frequentazione del sito, evidenziata dal
rinvenimento di un’area cimiteriale, ricavata nello spazio retrostante la chiesa e delimitata su un lato dalle sue fondazioni e sugli
altri da piccoli muri in mattoni: qui, secondo l’interpretazione dell’équipe americana, sono stati fatti confluire tutti i resti umani e
animali, precedenti all’impianto, rinvenuti durante i lavori di costruzione.
La seconda fase determina un ampliamento della struttura che viene
così ad assumere l’aspetto dell’impianto di XIII secolo, sia per
quanto riguarda le dimensioni della navata centrale che per la presenza di alcuni elementi strutturali; è pertinente a questa fase, un
chiostro ampio, posto a sfruttare la pendenza naturale nella parte
meridionale e interamente realizzato in mattoni di impasto identico
a quelli impiegati nella costruzione del nucleo centrale. Vari elementi concorrono nella formulazione dell’ipotesi di un crollo omogeneo della struttura, quasi certamente causata da un incendio, che
ha lasciato tracce evidenti negli strati di abbandono: dalla sezione
del pavimento della navata inoltre sono stati rinvenuti due scheletri obliterati da frammenti di muri a conferma della distruzione totale e simultanea dell’eremo.
Il tempo intercorso fra questa fase e la successiva è verosimilmente
breve dato lo spessore limitato dello strato di abbandono.
La terza fase corrisponde alla struttura finale, a pianta rettangolare a
unica navata; le decorazioni rinvenute durante i lavori di scavo riguardano parti costitutive dell’altare, capitelli scolpiti con immagini
fantastiche e piccoli frammenti delle vetrate.
A ognuna delle tre fasi corrispondono distinte aree cimiteriali, che
mostrano una continuità nelle sepolture fino agli inizi del XVIII secolo: usualmente prive di corredo, quelle di terza fase, invece, sono
talvolta modestamente dotate. L’analisi antropologica degli scheletri
ha attestato la frequenza di casi di morte per malattie epidemiche,
quali ad esempio la peste: quest’elemento ha spinto l’équipe americana a ipotizzare che l’eremo abbia svolto nella sua fase più tarda una
funzione di tipo ospedaliero.
L’assenza di materiale datante impedisce di proporre cronologie precise per le due ricostruzioni: comunque probabilmente da collegare
a quelle di metà XIII secolo e di inizi XIV secolo, desunte dalla documentazione scritta.
Interpretazione – Eremo.
Cronologia – Fine X-inizi XI/XVIII secolo.
(160) Defizio (Q.120 II-4781/680)
227 m s.l.m.; pianura; depositi alluvionali; fiume Merse; vegetazione
stabile.
Descrizione sito – Area pianeggiante di forma triangolare allungata
delimitata a est dalla sponda sinistra del Merse, a ovest dal Masso degli Zingari e da Poggio Romitello. Il sito è raggiungibile dalla località
Casa Vecchia attraverso un sentiero nel bosco o dal Podere Mallecchi,
tramite un sentiero parallelo al Merse, oltrepassando il guado al fiume.
Notizie storiche – L’ipotesi di un’attività di fonderia idraulica in
epoca medievale viene formulata in base alla combinazione di indicazione fornite dall’istanza di concessione mineraria con la persistenza nel toponimo di un termine, indicante (nella documentazione
medievale) strutture destinate alla lavorazione del ferro, soprattutto
se alimentate da energia idraulica.
Attestazioni documentarie
M GR., 47/218, 907: 10 novembre 1952: “I cumuli di scorie in località Podere Defizio sono ubicati vicino a un’antica fonderia, di epoca etrusca, di
cui rimangono tracce di muri in pietrame. Dalla visita dell’area richiesta
è risultato che nel versante est della collina Masso degli Zingari esistono
tracce di vecchi lavori minerari ed esattamente l’imbocco di due vecchie
gallerie ormai franate e ricoperte da fitta boscaglia. Si suppone che con
questi lavori si coltivò un giacimento di minerali di ferro, ematite e magnetite, che poi venivano fusi nel vicino forno”.
Descrizione unità topografica – Dalle concessioni minerarie del
1952 è segnalata la presenza in questa zona di grandi cumuli di scorie e gallerie collocabili nel versante orientale del Masso degli Zingari, attualmente non localizzabili.
Interpretazione – Ferriera.
Cronologia – Dubbia.
Bibliografia – CORTESE, 1997, pp. 258-259.
(161) Località Podere Castellare (Q.120 IV-4784/670)
380 m s.l.m.; pianoro; conglomerati poligenici; fosso Fonterossa; vegetazione stabile.
Ricognizioni effettuate: 1; vegetazione stabile; condizioni di luce:
cielo aperto.
Attendibilità identificazione: discreta; stato di conservazione del deposito: buono.
Descrizione sito – Poggio posto a 160 m circa a sud-ovest del podere
Castellare, lungo la strada che lo collega al podere San Magno. Si tratta
di una collina di forma ovale ricoperta da vegetazione boschiva, di circa
11065 m, orientata verso nord-ovest e sormontata da un pianoro. I
versanti della collina appaiono molto scoscesi, particolarmente quello
occidentale e la parte sud-ovest di quello meridionale, mentre la parte
orientale del versante sud è stata alterata in tempi probabilmente recenti
per facilitare la salita sul pianoro, dove è stato realizzato un pozzo. La
collina è delimitata a nord e a nord-ovest dalla strada per il podere San
Magno e sugli altri lati da un sentiero boschivo; questo circonda la collina e la separa dal versante collinare che prosegue verso sud ed est.
Descrizione unità topografica – La morfologia della collina, evidentemente modificata in seguito all’intervento antropico, e la presenza
di emergenze murarie indicano una fase di occupazione del sito.
La sommità, definita da un pianoro di forma ovale, ha un’estensione
di 3573 m circa, ha orientamento est/ovest ed è cosparsa di pietrisco e pietre di medie e piccole dimensioni non lavorate, difficilmente
rilevabili a causa della fitta vegetazione; nella sua parte occidentale
presenta un rialzamento spianato, evidentemente artificiale, che si allarga per circa 9 m dal limite del dirupo, per discendere in modo abbastanza brusco verso est confluendo nel pianoro principale. Un’al-
Bibliografia – DONATI, 1872, p. 29; Etruscans, 1967-1969, 1970-1972,
1974; REPETTI, 1841, II, p. 74.
(159) Podere Le Cetine (Q.120 IV-4789/676)
342 m s.l.m.; pianura; detriti e discariche-rocce carbonatiche brecciate; torrente Rosia; area edificata.
Notizie storiche – Nel 1318 vi è attestata l’esistenza di un villaggio
per il quale non possediamo ulteriori notizie.
Interpretazione – Villaggio.
Cronologia – Anno 1318-(?).
126
tra variazione simile del terreno, posta a una quota leggermente più
bassa, si allunga dall’angolo meridionale di questo rialzamento e
corre sul bordo meridionale del pianoro, per una larghezza di circa
2 m e una lunghezza di 20 m.
Sulla sommità del rialzamento ovest si possono osservare tracce di
murature e situazioni di crollo, non facilmente leggibili; si tratta per
la maggior parte di protuberanze nel terreno, associabili a crolli di
murature posti immediatamente sotto l’humus, che sembrano circoscrivere un’area di 159 m.
Spargimento di materiale lapideo si rintraccia poi sui versanti della
collina, in particolar su quello settentrionale, che risulta tagliato dall’allargamento della strada per il podere Castellare, e nella cui sezione
è visibile una grande quantità di pietre e malta.
Alla base del versante est rimangono le possibili tracce di un fossato,
indicate da un piccolo ripiano avvallato prima di confluire nel viottolo boschivo che delimita i lati sud ed est del sito.
Sono stati raccolti alcuni frammenti di ceramica acroma grezza e depurata insieme a frammenti di ossa animali, all’interno di uno scasso
effettuato nella sommità del rialzamento occidentale e ripulito nel
corso della prospezione. I materiali sono databili al Medioevo, ma la
mancanza di forme tipologizzabili non permette di produrre attribuzioni cronologiche certe. La totale assenza di laterizi tra i reperti
presenti in superficie lascia ipotizzare una contestualizzazione del sito
nelle fasi anteriori al XIII secolo (momento di diffusione del laterizio nella zona chiusdinese).
Presenza, media per mq – Non presenti in superficie.
Cultura materiale presente
Acroma depurata
(163) Podere Fogari (Q.120 III-4775/670)
578 m s.l.m.; sommità poggio; flysh prevalentemente argillitici e detriti e discariche; fosso Gallosa; area edificata.
Descrizione sito – Località, distinta in Fogarino e Fogarone, posta
sulle pendici nordorientali del poggio di Fogari. Si raggiunge seguendo la strada diretta a Luriano, prendendo all’altezza del podere
Santa Pace.
Notizie storiche – La chiesa di San Vincenzo di “Fogali” viene annessa alla proprietà dell’abbazia di Serena grazie al privilegio proclamato da Enrico V nel 1111; è inoltre citata nelle Rationes Decimarum del 1302-1303 e nel Sinodo Belforti del 1356.
Nel corso del XIII secolo (e presumibilmente anche in precedenza)
è inserita nella corte castrense di Miranduolo.
Il villaggio compare nell’elenco delle tassazioni del contado senese
del 1444 in cui “Lugriano e Fulguri” vengono tassati per la cifra abbastanza contenuta di 21 lire, 15 soldi e 6 denari: l’insediamento
dunque, almeno in questa data, doveva essere modesto e non molto
popoloso.
Nella Tavola delle Possessioni del 1318, la “villa di Fogori” si trova
all’interno della corte di Luriano e vi sono censite tre case di proprietà di residenti e la chiesa di San Vincenzo.
Attestazioni documentarie
ASS, Diplomatico, Comune di Montieri: 24 gennaio 1257: Uguccio, Raniero,
Ugolino del fu Bartolo da Frosini vendono ad Arrigo del fu Gualtiero di
Cantone, che copra per sé e per i fratelli Uberto e Maffeo alcuni terreni
compresi nella corte di Miranduolo; cedono inoltre i loro possessi “apud
Fogali in loco dicto Gorgoli” e alcune terre “in loco dicto fonte Muccioli”;
“medietatem pro indiviso terrarum et nemororum in loco dicto Scandolariam et Colledelolio et cum aliis vocabulis quibus ex uno latere est fossatus de Conia”; “unam petiam terre aboschate posite a le piagie di Colletechaio que sint marchesi de Lavaiano”; “unam petiam terre posite all’Aia Buona”; il documento non è originale, ma copia autenticata che
venne trascritta dall’originale il 24 aprile 1277.
ASS, Diplomatico, Comune di Montieri: 4 giugno 1276: Arrigo e Maffeo
del fu Gualtiero di Cantone vendono a Giacomo di Ranieri di Ricciardi:
“castellare de Miranduolo que olim dicebat castrum de Miranduolo cum
omni curte et districtu suo et cum omnibus iuribus [...] spectantibus et
pertinentibus a ipsum castellare [...] pertinente ad dictum castellare et
curtem et districtum eius et cum omnibus terris cultis et incultis et egrestibus et cum omnibus silvis et nemoribus et cum onibus aquis et aquarum al[...] et cum omnibus insulis et cum omnibus domibus [...] in dicto
castellare et curte et districtu eius et cum omnibus poderibus et nominatim in villa de Cicioris, in villa de Cas(t)eldicçi, in villa de Castagnuolo,
in villa de Cusa et in villa de Fogari et in quolibet alio loco de curte et
districtu”.
ASS, Ms. B.95: 17 agosto 1322: Michele del fu Nuti Lugli da Boccheggiano
dona per nozze a Cheloccio e Giovanni del fu Tintarello della Villa di Fogari nel distretto di Cusa, ricevente e stipulante per donna Giovanna loro
sorella e futura sposa di detto Michele, gli fanno esercitare gli atti di presa
di dominio propri del tempo, per 100 di denari senesi minuti.
Ventisei frammenti di parete.
Acroma grezza
Due frammenti di parete, 1 frammento di bordo.
Interpretazione – Castello (?). Le tracce individuate possono essere
riferite in via puramente ipotetica (in assenza di dati più certi) al castello di San Magno (sito 104).
Cronologia – Generica età medievale.
Rinvenimento inedito
(162) Località Casa Sala (Q.120 III-4779/669)
472 m s.l.m.; versante collinare; conglomerati poligenici; fosso della
Badia; incolto.
Ricognizioni effettuate: 1; terreno incolto; condizioni di luce: cielo
aperto.
Attendibilità identificazione: scarsa; stato di conservazione del deposito: indefinibile.
Descrizione sito – Campo di medie dimensioni e forma irregolare, definito a sud e sud-est da una strada vicinale, sul lato nord dalla strada
che collega Chiusdino alla strada Massetana e a nord-est dal sito 57.
Descrizione unità topografica – Nella parte sudorientale del sito si raccolgono, in forma sporadica, frammenti di laterizio e di ceramica
acroma grezza: questo materiale potrebbe essere indizio di un deposito
conservatosi nel sottosuolo, non visibile a causa della tenuta a pascolo.
Presenza, media per mq – Inferiore a un reperto.
Cultura materiale presente
Acroma grezza
Descrizione unità topografica – Agglomerato costituito da tre edifici principale, abbandonati nel corso della seconda metà del nostro
secolo. Sono costruiti con pietra locale, non lavorata secondo una
messa in opera molto irregolare; non rimangono tracce, comunque,
dell’abitato medievale.
La struttura dalle caratteristiche più peculiari si trova a ovest del nucleo, lungo il versante del poggio: la presenza di un’unica apertura, di
forma stretta e allungata (oltre quella di accesso sul lato meridionale,
posta a circa 2,5 m di altezza del lato orientale), può rappresentare un
Cinque frammenti di parete.
Laterizi
Impasto 1.
Interpretazione – Materiale sporadico.
Cronologia – VII-VI secolo a.C.
Rinvenimento inedito
127
indizio per una sua possibile identificazione con l’edificio ecclesiastico,
attestato nel villaggio: siamo comunque nel campo della pura ipotesi.
Interpretazione – Villaggio.
Cronologia – Prima metà XII secolo-anno 1444.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – ASCHERI-CIAMPOLI, 1990, p. 157; CECCARELLI LEMUT, 1993,
pp. 60-61, nota n. 52; GIACHI, 1786, p. 586; PARDI, 1923, p. 21; RDI, II,
p. 219; STUMPF-BRENTANO, 1865-1883, pp. 94-95, n. 85; PASSERI-NERI,
1994, p. 16.
(170) Località Ferrioli
Notizie storiche – Con questo toponimo, nella Tavola delle Possessioni del 1318, è censita una casa, di proprietà di residenti, nella corte
di Luriano.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
SITI NON IDENTIFICABILI
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 16.
(164) Località al Piano
280 m s.l.m.; pianura; depositi alluvionali; fiume Merse.
Descrizione sito – Attualmente il toponimo Il Piano è inserito all’interno del confini comunali di Monticiano.
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 figura all’interno della corte di Palazzo ai Fichi e Montecchio: è attestata una
casa di proprietà di residenti.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
(171) Località Fontacchione
Notizie storiche – Nel 1318 si trova all’interno della corte di Luriano: vi sono censite tre case e un casalino di proprietà di residenti.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 16.
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 16.
(172) Località Fonte a Tassinaia
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318, con quattro case di proprietà di residenti, il toponimo è menzionato all’interno della corte di Luriano.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 26.
(165) Località al Santo
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 il toponimo è presente all’interno della corte di Luriano, con l’attestatazione di una casa di proprietà di residenti.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 16.
(173) Località Fonte Guilgli
Notizie storiche – Nel 1318 è ricordata all’interno della corte di Luriano: vi sono censite due case di proprietà di residenti.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 17.
(166) Località Casalino
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 figura all’interno della corte di Palazzo ai Fichi e Montecchio: sono censiti
un palazzo e otto case, tutti di proprietà di residenti.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 16.
(174) Località Fonte Orsi
Notizie storiche – Il toponimo, nel 1318, stava a indicare una pieve,
due case e due casalini di proprietà di residenti, attestati all’interno
della corte di Luriano.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 25.
(167) Località Caldanelle
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 Caldanelle figura nella corte di Luriano: vi è attestato un casalino di proprietà di residenti.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 17.
(175) Località le Fosse
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 sono attestate, sotto questo toponimo, due case e due casalini di proprietà
di residenti all’interno della corte di Luriano.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 16.
(168) Località Casa Marçeschi
Notizie storiche – Il toponimo è ricordato nella Tavola delle Possessioni del 1318 all’interno della corte di Luriano con due case, tre
casalini e un forno di proprietà di residenti.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 17.
(176) Località Marzaiuolo
Notizie storiche – Nel 1318, il toponimo è compreso all’interno
della corte di Luriano: sono censite 11 case e tre casalini di proprietà
di residenti.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 16.
(169) Località Coltora
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 Coltora
è attestato con tre case e un casalino di proprietà di residenti, nella
corte di Luriano.
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 17.
128
(177) Località Pilelle
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 figura all’interno della corte di Luriano: vi sono attestati due casalini di proprietà di residenti.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 17.
(185) Località la Via
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 il toponimo compare nella corte di Luriano: vi sono attestati un forno, cinque case e tre casalini di proprietà di residenti.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 17.
(178) Località al Poggiarello
Notizie storiche – Sotto questo toponimo, nella Tavola delle Possessioni del 1318, compaiono due casalini, di proprietà di residenti,
nella corte di Luriano.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 17.
(186) Località Vigne al Borgo
Notizie storiche – Il toponimo è censito, con tre case di proprietà di
residenti, nella Tavola delle Possessioni del 1318, relativa alla corte
di Luriano.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 17.
(179) Località Ripa
Notizie storiche – Il toponimo è ricordato nella Tavola delle Possessioni del 1318 dove figura all’interno della corte di Luriano: sono
attestati una casa e tre casalini di proprietà di residenti.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 17.
(187) Località Ancavaglioni
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 il toponimo figura all’interno della corte di Palazzo ai Fichi e Montecchio:
sono censiti due palazzi e due case, tutti di proprietà di non residenti.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 17.
(180) Località Salceto
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318, il toponimo, attestato con due case di proprietà di residenti, compare all’interno della corte di Luriano.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 25.
(188) Località il Botrio
Notizie storiche – Il toponimo, nella Tavola delle Possessioni del
1318, si trova attestato, con un palazzo di proprietà di non residenti,
all’interno della corte di Palazzo ai Fichi e Montecchio.
Interpretazione – Palazzo.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 17.
(181) Località Sopra le Calta
Notizie storiche –Nella Tavola delle Possessioni del 1318, si trova
all’interno della corte di Luriano: è censita una casa di proprietà di
residenti.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 25.
(189) Località Campo Grande
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 compare
all’interno della corte di Palazzo ai Fichi e Montecchio: sono censiti
un palazzo e 14 case, tutti di proprietà di residenti.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 17.
(182) Località Tassinaia
Notizie storiche – Il toponimo compare all’interno della Tavola
delle Possessioni del 1318 nella corte di Luriano: sono attestate tre
case di proprietà di residenti.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 25.
(190) Località Capeto
Notizie storiche – Il toponimo, compreso all’interno della Tavola
delle Possessioni del 1318, definisce una casa, di proprietà di residenti, inserita nella corte di Palazzo ai Fichi e Montecchio.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 17.
(183) Località Tramonte
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318, il toponimo (inserito nella corte di Luriano) indica una casa, di proprietà
di residenti.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 25.
(191) Località a la Casella
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 figura all’interno della corte di Palazzo ai Fichi e Montecchio: sono attestate
due case di proprietà di residenti.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 17.
(184) Località Valle al Pozzo
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318, il toponimo attesta la presenza di un casalino, di proprietà di residenti, presente all’interno della corte di Luriano.
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 25.
129
(192) Località Corte Sagra
Notizie storiche – Il toponimo compare attestato nella Tavola delle
Possessioni del 1318 relativa alla corte di Palazzo ai Fichi e Montecchio, con la chiesa e tre case di proprietà di non residenti.
Interpretazione – Villaggio (?).
Cronologia – 1318-(?).
Descrizione unità topografica – Il toponimo può essere ricollegato
all’affluente del fiume Merse, proveniente dal fianco meridionale
del Poggio di Montieri, denominato nel secolo scorso “Merse Sovioli” e attualmente “torrente Mersino”. In questa stessa area, Arduino segnala la presenza di coltivazioni di rame, sfruttate nell’antichità.
Interpretazione – Castello. È compreso nell’area di massima espansione e affermazione dei conti Gherardesca; collocato a breve distanza castelli di Serena e Miranduolo, poteva avere parte attiva e rilevante all’interno dell’economia della famiglia, grazie alla sua posizione favorevole rispetto ai giacimenti di rame.
Cronologia – XI-XII secolo d.C.
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 25.
(193) Località le Lame
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 si trova
all’interno della corte di Palazzo ai Fichi e Montecchio ed è attestato
con solo due case di proprietà di non residenti.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – CECCARELLI LEMUT, 1993, pp. 48-49; RDI, I, p. 219.
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 25.
(199) Bossolino
Notizie storiche – In data 20 dicembre 1152, la chiesa di Bossolino viene annessa (insieme con la chiesa di San Giorgio a Ticchiano) alle proprietà dell’abbazia di Serena per decisione di papa
Eugenio III.
Negli elenchi delle Rationes Decimarum del 1302-1303 è compresa
nella pieve di Chiusdino.
Attestazioni documentarie
(194) Località Lentile
Notizie storiche – Il toponimo indica, nella Tavola delle Possessioni
del 1318, una casa di proprietà di residenti, compresa all’interno
della corte di Palazzo ai Fichi e Montecchio.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 25.
RV, n. 196, p. 70: 7 maggio 1165: “Galganus ep. Vult. consensu canonicorum se obligavit Silvestro abb. s. Marie de Serena, se non edificaturum ecclesiam in castro et burgo de Cluslino nec lite facturum de eccl.
s. Iacobi et s. Martini iusta muros de Cluslino; pro quo abbas episcopo
suas possessiones in Borsolino, Partena, Suvennano, Maccareto, Mozzetta in emphiteosin. pro censu annuo in fest. s. Marie de aug. cereo
unius libre dedit; pen. dupli. Act. in eccl. s. Iacobi et s. Martini de Clusilino presentia Guidonis et Tedicii comitum qd. Ugolini comitis. Derate et Peldilupi qd. Ildibranducci”. Segue la conferma da parte della cessione da parte dell’abate di Santa Maria di Serena.
(195) Località Mozzeto
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 figura all’interno della corte di Palazzo ai Fichi e Montecchio: vi è attestata
una casa di proprietà di residenti.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 25.
(196) Località Pantaneto
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 il toponimo attesta l’esistenza di una casa di proprietà di residenti; è posta
all’interno della corte di Palazzo ai Fichi e Montecchio.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
Interpretazione – Chiesa.
Cronologia – XII secolo d.C.
Bibliografia – CECCARELLI LEMUT, 1993, p. 61; KEHR, 1906, III, n. III, pp.
116-117; RDI, II, pp. 218-219; REPETTI, 1841, I, p. 709.
(200) Castagno
Notizie storiche – È sede di una delle case donate da Willa alla cattedrale di Volterra nel 996. Nel documento viene localizzato in prossimità della chiesa di San Magno, antica pieve del castello di Montalcinello (vedi siti 103 e 104).
Attestazioni documentarie
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 25.
(197) Località al Castellare
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 questa località figura all’interno della corte di Tamignano: vi sono attestate
sette case di proprietà di residenti.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
RV, n. 85: 9 febbraio 996: ”Uuilla mulier Gherardi et filia b. m. Berardi
consenziente viro, ubi interesse videtur notitia ad Johannes iudex inp.
Interrogata sequenter edicti pagina, cum viro pro remedio anime nostre
offero domo s. Marie fra mura civitatem Volot. in potestatem de canonica s. Ottabiani, que infra episcopio in corpore requiessci, octo inter
casis et cassinis seu integris sortibus infra comitato et territurio Volot.
in loco ubi nuncupantes: [...], casa et res mass. a Castangno prope eccl.
s. Mangni”.
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 42.
(198) Sovioli
Notizie storiche – La prima attestazione del castello risale al 1004: è
infatti compreso, insieme alla sua chiesa intitolata a San Lorenzo,
nella donazione fatta da Gherardo e Willa dei Gherardeschi in favore
dell’abbazia di Santa Maria di Serena. Nel 1116 siamo informati di
una disputa sorta fra i conti Gherardeschi e i monaci di Serena in merito alle proprietà dei castelli di Serena e Sovioli: non conosciamo l’esito del contrasto. Negli elenchi delle Rationes Deciamarum del 13021303 risulta la chiesa di Soviola nominata nel piviere di Montieri.
Attestazioni documentarie
Interpretazione – Casa.
Cronologia – Anno 996-(?).
Bibliografia – CECCARELLI LEMUT, 1982, p. 14; CECCARELLI LEMUT, 1993,
pp. 55-56; RV, pp. 31-32.
(201) Località Camporella
Notizie storiche – Nel 1318 è attestato lo sfruttamento agricolo dell’area posta “ex ecclesie Cotorniano, ex fluvium Feccie”.
ASF, Diplomatico, Vallombrosa: 1004: “castello de Sovioli cum ecclesia Sancti
Laurenti cum curte”.
130
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 306t: 6 giugno 1302: discordie fra monastero
di San Galgano e privato intorno bosco di Casalina.
Attestazioni documentarie
ASS, Estimo 2, cc. 4v, 5, 37v, 86v, 97, 102, 114, 117, 117v, 129, 161v. Estensione delle superfici: “Terra laborata” 40s 6t.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Anno 1221- anno 1302.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Anno 1318-(?).
(205) Pieve di Malcavolo
Descrizione sito – Nonostante la vicinanza all’agglomerato di Malcavolo, non è interpretabile come la pieve a esso relativa; l’edificio
corrisponde infatti della pieve di Monti (sito 154) che le si sostituisce nel corso del XIII secolo.
Notizie storiche – La pieve, intitolata a Santa Maria viene ricordata
al momento dell’unione con quella di San Giovanni a Monti in un
unico edificio, che conserva entrambe le intitolazioni. Non sappiamo quando questo sia avvenuto è, comunque, certo che nel XIV
secolo la pieve di Malcavolo è già distrutta. Nel Sinodo Volterrano
del 1356 il villaggio risulta “sine Ecclesia, cum sit diruta in totum”
e il suo popolo viene unito a quello della pieve di Monti, posta nel
medesimo “sesto di montagna”.
Interpretazione – Pieve.
Cronologia – (?)-anno 1356 (terminus post quem).
(202) Fabbriche di Vespero
Notizie storiche – La citazione di toponimi quali “fabrica” o “fabriche” nella Tavola delle Possessioni di Frosini nel 1318, lascia
ipotizzare la presenza di strutture produttive da ferro (indicate
spesso con tali termini nella documentazione medievale). Accettando tale ipotesi, possiamo pensare che la loro ubicazione in prossimità di corsi d’acqua indichi un tipo di alimentazione a energia
idraulica.
Attestazioni documentarie
ASS, Estimo 2, c. 66: “terziam partem pro indiviso unius petie terre sode posita in dicta curia loco dicto Fabrica”.
ASS, Estimo 2, c. 97v: terra “positam in curia Castri de Fruosine loco dicto
le Fabriche cui ex duabus monasterii Sancti Galganii, ex una via”.
ASS, Estimo 2, c. 261v: “unam petiam terre sode positam in dicta curia (di
Frosini) loco dicto le Fabriche cui ex duabus dicti monasterii (di San Galgano) et ex una via.
ASS, Estimo 2, c. 262: “unam petiam terre [...] positam in curia de Fruosine
loco dicto le fabriche cui ex duabus fossatus”.
Bibliografia – CAPPELLETTI, 1844-1870, XVIII, p. 211; REPETTI, 18331843, III, p. 31.
(206) Località Poggio
Notizie storiche – Nel 1318 è attestata una frequentazione dell’area
a scopo agricolo; vi era ubicata una capana, interpretabile sia come
struttura di supporto ad attività agricolo sia come piccolo edificio
abitativo in materiale deperibile (riteniamo comunque più plausibile
la prima lettura).
Attestazioni documentarie
Descrizione unità topografica – Per la descrizione di Vespero si
veda la scheda di sito 152. Non è localizzabile la struttura produttiva, verosimilmente posta lungo il corso del fosso Foci, che scorre
ai piedi della collina su cui si trova il podere; la ricognizione dell’area compiuta da Maria Elena Cortese non ha restituito alcun tipo
di evidenza materiale.
Interpretazione – Struttura produttiva da ferro.
Cronologia – Anno 1318-(?).
ASS, Estimo 2, cc. 37v, 50, 97, 126. Estensione delle superfici: “Terra laborata” 28s 5t; “Terra vineata” 50t; “Terra sode” 12s 60t. Strutture: “Capana” 1.
Bibliografia – BORRACELLI, 1989, pp. 320-321; CORTESE, 1997, pp. 298-299.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Anno 1318-(?).
(203) Mulino di Filicata
Notizie storiche – Nel 1228 Martino e Guglielmo del fu Giovanni donano a Pietro, monaco e sottopriore del monastero di San
Galgano, alcune terre contigue da destinare alla costruzione della
steccaia e della gora per il “Mulino di Filicata”, posto in corte di
Frosini.
Attestazioni documentarie
(207) Ferriera dei Lambardi
Notizie storiche – Nel 1278 viene donata dalla famiglia Lombardi
di Monticiano al monastero di San Galgano una ferriera, che corrisponde, con tutta probabilità, a uno degli impianti dati in affitto
agli Azzoni nel 1369. In questa data, i monaci di San Galgano ratificano l’affitto di due ferriere poste sul fiume Merse, date precedentemente in affitto agli Azzoni (il documento è regestato in AVG,
T.102, p. 371).
Attestazioni documentarie
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 65: 4 luglio 1228.
Interpretazione – Mulino.
Cronologia – Anno 1228-(?).
(204) Località Casalina
Descrizione sito – Il toponimo non si è conservato. L’indicazione
della vicinanza con il Molino Vecchio, nonostante non sia specificata l’appartenenza alla corte di Frosini, permette la generica localizzazione nei pressi del Piano di Feccia, probabilmente nei poggi retrostanti la pianura.
Notizie storiche – Nel 1221 si ha la prima notizia di quote patrimoniali di proprietà del monastero di San Galgano nei boschi di Casalina, presso “Molino Vecchio”: evidente è l’interesse su questa
zona, data il contrasto sorto fra i monaci e i donatari nel 1302 riguardo al loro possesso.
Attestazioni documentarie
ASS, KSG 162, cc. 5r-6v: 1 dicembre 1278: Giovanna, figlia di Giacomo
Lombardi e moglie di Ruberto del fu Gioacchino vende a frate Giovanni
medico, che riceve in nome dell’abbazia di San Galgano, insieme con altre proprietà “octavam decimam partem pro indiviso duorum molendinorum et unius hedifitii a ferro et unius Ghualcherie cum terris et lamis
et nemoribus et arboribus et omnibus suis pertinentiis sitos in aqua fluminis Merse”.
Interpretazione – Ferriera.
Cronologia – Anno 1278.
Bibliografia – CORTESE, 1997, pp. 313-314.
(208) Molino di Bonaccorso
Notizie storiche – Nel 1223 è attestata la vendita al monaco di San
Galgano di un mulino che un privato aveva in comproprietà con al-
ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 305t-306: 24 agosto 1221: cessione da parte
i privati al monastero di San Galgano di un quarto dei “boski di Casalina”
presso Mulino vecchio.
131
tri, denominato “Molino di Bonaccorso”; posto sul fiume Merse, è
dotato di gora, steccaia e altre strutture accessorie.
Descrizione sito – La localizzazione sul fiume Merse è troppo generica per permettere non solo l’esatta ubicazione dell’impianto ma anche solo il territorio comunale di appartenenza.
Attestazioni documentarie
(212) Località Brumaldoli
Notizie storiche – Nel 1236 viene attestato per la prima volta il villaggio di Brumaldoli, posto nella corte di Chiusdino.
Nei Caleffi si conservano molti contratti di acquisto, datati nel corso
della prima metà del XIII secolo, stipulati da parte di una famiglia
proveniente da questa località.
Non si hanno elementi per proporre una ricostruzione della struttura interna e dell’estensione del villaggio. Era comunque abbastanza
esteso da definire, agli inizi del XIV secolo, una sua “contrada”; termine con il quale viene indicata una giurisdizione territoriale riferita
a un nucleo abitativo di rilievo sia economico che amministrativo.
Attestazioni documentarie
ASS, KSG 161, c. 345rv: 9 marzo 1223: “molendina mea que habui cum
domino Crivello Rainerii Bonacorsi et cum Bernardo in flumine Merse
que vulgariter appellabantur molendina Bonacordi cum gora et steccharia et fuitu aque et cum omnibus suis pertinentiis que antiquitus habuerant et cum hiis que habent supra se et infra se ad dicta molendina
spectantibus et cum omnibus iuribus et actionibus competentibus dictis molendinis”.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 397-397t: 6 settembre 1265: “actum in hospitio de Brumaldoli”.
ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 399t-400: 4 dicembre 1236: “actum in villa
de Brumaldoli”.
ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 407-408: 1 gennaio 1241: affrancamento di Bonaguida di Giovanni da Brumaldoli da parte di Bonacolto da Chiusdino.
ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 411t-412: 15 agosto 1277: vendita di terra nei
confini della villa di Brumaldoli.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 394-394t: 25 aprile 1307: terre poste in “contrada di Brumaldoli, corte di Chiusdino”.
Interpretazione – Mulino.
Cronologia – Anno 1223-(?).
Bibliografia – BORRACELLI, 1989, pp. 320-321; CORTESE, 1997, p. 316.
(209) Molino Bernardeschi
Notizie storiche – La struttura molitoria compare in un contratto di
acquisto, stipulato nel 1220 dal monastero di San Galgano, di alcune
terre poste in “loco dicto Molino Bernardeschi” ubicato lungo il
fiume Merse. In questa data viene prevista la riedificazione dell’opificio, evidentemente andato in rovina.
Attestazioni documentarie
Interpretazione – Villaggio.
Cronologia – Anno 1265-anno 1307.
ASS, KSG 161, c. 417rv: 9 gennaio 1220. “tertiam partem pro indiviso terre
poste in loco qui dictum est Molendinum Bernardesarum in fluvio Merse
in vado Bonacheta ad construendum et rehedificandum ibi molendinum
[...]. Viene inoltre concessa al monastero di San Galgano “licentiam plenam et potestatem integram [...] hedificandi et construendi ibi molendinum cum acqueductu gora et sticcharia et redito suo”.
(213) Località Tinierle
Notizie storiche – Nel 1273 si ha prova dell’esistenza del villaggio
di “Tinierla” o “Tinierle”, inserito in corte di Chiusdino.
Non possiamo definire le caratteristiche dell’insediamento.
Attestazioni documentarie
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 415t: 6 settembre 1273: “actum in villa de
Tinierla”.
ASS, Spoglio Conventi 161, c. 403-403t: 19 maggio 1286: vendita di terre
a “Tinierle, in corte di Chiusdino”.
ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 415t-416: 19 dicembre 1298: vendita di
alcune terre a Tinarle e Collenuncolo.
Interpretazione – Mulino.
Cronologia – Anno 1220-(?).
Bibliografia – CORTESE, 1997, p. 314.
(210) Camporegi
Notizie storiche – Dal 1232 al 1266 si concentrano 25 contratti di
acquisto di terre poste nel “loco dicto Camporegi, in curte de Frosine” da parte del monastero di San Galgano.
Attestazioni documentarie
Interpretazione – Villaggio.
Cronologia – Anno 1273-anno 1298.
(214) Scarpignano
Notizie storiche – Dalla prima metà del XIII secolo viene attestato
il villaggio di “Scarpignano” o “Scarpegnano”, inserito nella corte di
Frosini.
È dotato di chiesa, intitolata a San Pietro, che fino al 1252 è sottoposta alla pieve di Scorciano; in questa data, per donazione dell’abate, passa sotto il controllo del monastero di San Galgano. Un anno
dopo vengono cedute alle abbazie ulteriori diritti sulla chiesa, precedentemente detenuti da privati di Frosini.
Attestazioni documentarie
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 212t-213: 2 maggio 1232: attestato come
“loco dicto, in curte di Frosine”.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 263t-264: 15 giugno 1266: “loco dicto
Camporegi, in curte di Fruosine”.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Anno 1232-anno 1266.
(211) Località Solaio
Notizie storiche – Dal 1236 al 1302 la località compare frequentemente nei contratti di acquisto di terre stipulati dal monastero di San
Galgano. In un atto del 11 aprile del 1294 è attestata la vendita di
proprietà poste “in contrada Solajo”.
Attestazioni documentarie
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 401t-402; 288: 1 marzo 1231: atto rogato
presso la chiesa di Santa Maria di Scarpignano.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 347t: 9 novembre 1229: atto stipulato presso
Scarpignano.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 238t: 7 giugno 1233: citata la chiesa di Scarpigiano in un testamento con un lascito di X soldi.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 238-238t: 13 novembre 1234: atto stipulato
nella chiesa di San Pietro in Scarpignano.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 341t: 27 novembre 1235: atto stipulato nella
chiesa di San Pietro a Scarpignano.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 140t-141: 16 novembre 1236: “loco dicto
Scarpignano, corte di Frosini”.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 38: 19 maggio 1236: “loco dicto, in curte di
Frosine”.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 89-89t: 1302: “loco dicto Solaio”.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 121t: 11 aprile 1294: privati cedono al monastero di San Galgano tutti i loro beni posti “in contrada Solajo”.
Interpretazione – Frequentazione.
Cronologia – Anno 1236-anno 1294.
132
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 311t-312: 17 febbraio 1239: atto stipulato
nella villa di Scarpignano.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 169: 13 dicembre 1242: “loco dicto Scarpignano, corte di Frosini”.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 217-217t: 2 giugno 1251: privati vendono al
convento di San Galgano beni che avevano in corte di Frosini specificando
fra gli altri “loco dicto Scarpignano”.
ASS, Spoglio Conventi 161, cc. 12t-13; Spoglio Conventi 163, c. 177-177t: 6
settembre 1252: Renaldo pievano della pieve di Sorsciano con il consenso
dei suoi canonici, dona al frate e procuratore dell’abbazia di San Galgano
la chiesa di San Fabiano e San Sebastiano di Papena, di Santa Maria e San
Pietro di Scarpignano, di San Jacopo e San Cristoforo di Greppine.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 166-166t: 18 agosto 1253: Ranieri del fu Corrado da Frosini in proprio e in nome di Ugo, Alberto e Nero suoi fratelli
rinunziano a favore del convento di San Galgano e per esso ad Ambrogio
procuratore a tutti i diritti e azioni che avevano verso la chiesa di San Pietro a Scarpignano.
ASS, Spoglio Conventi 163, c. 346-346t: 22 maggio 1258: atto rogato in villa
di Scarpignano.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 290t-291: 17 novembre 1258: vendita di casa
con piazza all’interno della villa di Scarpignano.
ASS, Spoglio Conventi 163, cc. 147-148: 6 novembre 1285: “Santa Maria di
Scapergnano, al Vado Parapana alla Valle”.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 14.
(220) Località Fonte
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318, la località figura all’interno della corte di Frosini: vi sono attestate quattro
case di proprietà di residenti.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 14.
(221) Località Frassineta
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 il toponimo corrisponde a una casa di proprietà di non residenti compresa
nella corte di Frosini.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 14.
(222) Località Mocacocco
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 è attestata, sotto questo toponimo, una casa di proprietà di non residenti
all’interno della corte di Frosini.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
Interpretazione – Villaggio.
Cronologia – Anno 1231-anno 1285.
(215) Località Campo della Porta
Notizie storiche –Nella Tavola delle Possessioni del 1318, il toponimo, inserito nella corte di Frosini, indica una casa di proprietà di
non residenti.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 14.
(223) Località Montecasale Lagernai
Notizie storiche – Nel 1318, il toponimo è compreso all’interno
della corte di Frosini: vi è censita una casa di proprietà di residenti.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 14.
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 14.
(216) Località Casa Burecci
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 figura all’interno della corte di Frosini: vi è attestata una casa di proprietà di
non residenti.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
(224) Località Montelinari
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 figura all’interno della corte di Frosini: vi sono attestate due case di proprietà
di residenti e una di proprietà di non residenti.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 14.
(217) Località Collozzoli
Notizie storiche – Il toponimo compare nella Tavola delle Possessioni del 1318 relativa alla corte di Frosini e indica una casa di proprietà di non residenti.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – BARLUCCHI, 1992, p. 62; PASSERI-NERI, 1994, p. 14.
(225) Località Mozzeta
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 della corte
di Frosini, il toponimo indica una casa, di proprietà di residenti.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 14.
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 14.
(218) Località Cose
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 viene inserito nella corte di Frosini e indica una casa di proprietà di non residenti.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
(226) Località Pilli
Notizie storiche – Il toponimo è ricordato nella Tavola delle Possessioni del 1318 della corte di Frosini: vi sono attestate una casa e
una fornace di proprietà di non residenti.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 14.
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 14.
(219) Località Filicaia
Notizie storiche – Il toponimo indica, nella Tavola delle Possessioni
del 1318, una casa di proprietà di non residenti collocata all’interno
della corte di Frosini.
(227) Località Ponte a Popolo
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318, il topo133
nimo, attestato con una casa di proprietà di non residenti, compare
all’interno della corte di Frosini.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
(231) Località Sasse al Campo ai Frassini
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318, il toponimo sta a indicare una casa, di proprietà di residenti, compresa all’interno della corte di Frosini.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 14.
(228) Località Poggio di Montelinari
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 si trova
all’interno della corte di Frosini: vi sono censite una casa di proprietà
di non residenti e due di proprietà di residenti.
Interpretazione – Addensamento demografico.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 14.
(232) Località la Stalla
Notizie storiche – Nella Tavola delle Possessioni del 1318 il toponimo compare nella corte di Frosini: vi è attestata una casa di proprietà di non residenti.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 14.
(229) Località Prato Arruta
Notizie storiche – Il toponimo compare all’interno della Tavola
delle Possessioni del 1318 nella corte di Frosini: vi è registrata una
casa di proprietà di non residenti.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 14.
(233) Località Vignale
Notizie storiche – Il toponimo è censito, con una casa di proprietà di
residenti, nella Tavola delle Possessioni della corte di Frosini nel 1318.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 14.
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 14.
(230) Località San Giusto
Notizie storiche – Questo toponimo, nella Tavola delle Possessioni
del 1318, indica una casa, di proprietà di residenti, che figura all’interno della corte di Frosini.
Interpretazione – Casa.
Cronologia – 1318-(?).
* Tutte le schede sono di Alessandra Nardini, tranne le schede nn. 29,
56, 58, 103, 105, 110, 111, 112, 113, 114, 138, 144, 145, 147,
150, 151, 152, 153, 154, 155, 156, 157 di Alessandra Nardini e
Marie Ange Causarano, nn. 51, 53, 57 di Marie Ange Causarano,
n. 161 di Filippo Cenni, nn. 32-33 di Fabio Gabbrielli.
Bibliografia – PASSERI-NERI, 1994, p. 14.
134
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