la Biblioteca di via Senato
Milano
mensile
anno II
n.10 – novembre 2010
La Commedia Dante e l’Islam:
illustrata di
un dialogo già
Monika Beisner vivo tra le arti
L’archivio inedito
di G. Martini
nuova perla BvS
Chiara Nicolini
Annette Popel Pozzo
Francesca Flores d’Arcais
la Biblioteca di via Senato - Milano
MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO II – N.10/18 – MILANO, NOVEMBRE 2010
Sommario
5 L’Utopia: prìncipi e princìpi
QUEL FAMOSO DISCORSO
CONTRO MACHIAVELLI
di Gianluca Montinaro
11 “Dante e l’Islam” in BvS
EUROPA E MEDIORIENTE,
UN DIALOGO “AD ARTE”
di Francesca Flores d’Arcais *
23 Un nuovo Archivio in BvS
L’INEDITO SCHEDARIO
DI GIUSEPPE MARTINI
di Annette Popel Pozzo
29 IN SEDICESIMO - Le rubriche
GLI APPUNTAMENTI CON
“DANTE E L’ISLAM”,
I CATALOGHI, L’INTERVISTA
D’AUTORE, LE RECENSIONI,
LE MOSTRE, LE ASTE
45 Libri illustrati in BvS
LA MANO DI MONIKA
BEISNER RILEGGE
LA “COMMEDIA”
di Chiara Nicolini
55 BvS: rarità per veri bibliofili
LA “PAROLA” ILLUSTRATA
DI UN SETTIMANALE
ANTIMILITARISTA
di Chiara Bonfatti
63 Dal fondo Emeroteca di BvS
ARTS ET MÉTIERS
GRAPHIQUES, UNA PERLA
FRANCESE TRA LE GUERRE
di Giacomo Corvaglia
68 BvS: un’utopia sempre in fieri
RECENTI ACQUISIZIONI
DELLA BIBLIOTECA
DI VIA SENATO
68 La pagina dei lettori
BIBLIOFILIA A CHIARE
LETTERE
* tratto dal catalogo “Dante e
l’Islam”, Biblioteca di via Senato
Edizioni, Milano 2010
Consiglio di amministrazione della
Fondazione Biblioteca di via Senato
Marcello Dell’Utri (presidente)
Giuliano Adreani, Carlo Carena,
Fedele Confalonieri, Maurizio Costa,
Ennio Doris, Paolo Andrea Mettel,
Fabio Perotti Cei, Fulvio Pravadelli,
Carlo Tognoli
Segretario Generale
Angelo De Tomasi
Collegio dei Revisori dei conti
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Fondazione Biblioteca di via Senato
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Bollettino mensile della
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distribuito gratuitamente
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L’editore si dichiara disponibile
a regolare eventuali diritti per
immagini o testi di cui non sia stato
possibile reperire la fonte
Immagine in copertina:
Illustrazione di Monika Beisner
per il Canto XXVIII del Paradiso,
da la Divina Commedia, edizione 2005,
Stamperia Valdonega, Verona
Questo periodico è associato alla
Unione Stampa Periodica Italiana
Reg. Trib. di Milano n. 104 del
11/03/2009
Editoriale
a novità più importante di questo mese
per la Biblioteca di via Senato è senza
dubbio la mostra “Dante e l’Islam”:
un percorso tra edizioni rare e pregiate
della Divina Commedia e non solo,
per testimoniare le possibili influenze
della cultura e della spiritualità musulmana
nell’opera del sommo Poeta.
Un’altra novità è rappresentata
dall’acquisizione nei fondi della Biblioteca
dell’archivio bibliografico e dello schedario
di Giuseppe Martini. Bibliofilo e libraio
di indiscutibile autorevolezza, vissuto a cavallo
tra XIX e XX secolo, Martini è universalmente
riconosciuto come una delle maggiori autorità
in materia di incunaboli e manoscritti antichi,
opere che ha collezionato censito e catalogato
con scientifica dovizia di particolari operando
tra Italia, Stati Uniti, Svizzera e ovunque
riscuotendo il medesimo apprezzamento.
L
Le quasi 8.000 schede autografe che
compongono il suo inedito schedario,
sono un’eredità che valorizzeremo nei mesi
a venire studiandole e recensendole per metterle
a disposizione degli studiosi.
Continua in questo numero la rassegna
sull’Utopia di Gianluca Montinaro che sta
perseguendo con noi un ambizioso progetto:
presentare al più presto una completa e
dettagliata bibliografia del fondo antico sul tema.
Allestirne poi una mostra col relativo catalogo
sarà per la BvS un ulteriore motivo di orgoglio.
Inauguriamo infine il 6° Salone del Libro
Usato in Fieramilanocity (dal 5 all’8 dicembre)
con centinaia di bancarelle provenienti da tutta
Italia e dall’estero per la gioia di grandi e piccini
che possono trovarvi libri da 5 € in su. Il motto
del Salone a questo proposito è quanto mai
esplicativo: “Leggere nuoce gravemente
all’ignoranza/ regala un libro, regali un tesoro”.
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
5
L’Utopia: prìncipi e princìpi
QUEL FAMOSO DISCORSO
CONTRO MACHIAVELLI
Una cinquecentesca perla della trattatistica politica “protestante”
GIANLUCA MONTINARO
ra i testi più affascinanti che affollano i palchetti
e gli scaffali della Biblioteca di via Senato di Milano si nasconde un apparentemente innocente
volume in ottavo, rilegato in pelle, con fregi dorati al
dorso. Ponendo attenzione si può leggerne il titolo,
scritto a caratteri d’oro, sull’elegante tassello rosso. È
una prima edizione, datata 1576, del Discours sur les moyens de bien gouverner et maintenir en bonne paix un royaume ou autre principauté. Divisez en trois parties: a savoir, du
conseil, de la religion & police que doit tenir un prince. Contre Nicolas Machiavel Florentin di Innocent Gentillet
(stampato probabilmente a Ginevra o a Parigi da Jacques Stoer o da François Estienne).
Dedicata al duca Francesco d’Alençon, fratello
del re di Francia Enrico III, l’opera è in assoluto il più
importante trattato politico ascrivibile non solo al fiorente filone antimachivelliano ma più in generale alla
nascente trattatistica politica di ambito protestante.
Divenuta presto famosa col titolo di Discorso contro Machiavelli, o Antimachiavelli, è stata tradotta in latino e in
inglese, e quindi ripubblicata svariate volte nell’arco
dei successivi cento anni (a volte, per ragioni di opportunità, omettendo luogo e stampatore, o ponendoli in
«Utopia», come nel caso di un’edizione latina del
1655).
A buon diritto fra i testi più importanti del progetto “La Biblioteca dell’Utopia”, l’opera di Gentillet
non va letta solo nei suoi significati letterali, ma anche
F
A sinistra: frontespizio dell’edizione di Innocent Gentillet
con marca tipografica
vista in filigrana, utile chiave di interpretazione del passaggio fra il mondo aristocratico rinascimentale e le nascenti monarchie assolutiste delle nazioni moderne.
L’opera di Gentillet prende forma in rapporto
dialettico con un’altra opera fondamentale del pensiero politico moderno e contemporaneo: Il principe di
Niccolò Machiavelli. Senza soffermarsi sulle vicende
immediatamente successive alla pubblicazione postuma del trattato del Segretario fiorentino (opera scritta
dal «dito di Satana», secondo la nota definizione datane dal cardinale Reginald Pole) e all’immenso dibattito
culturale, politico e religioso sollevato dalla sua apparente amoralità, è interessante notare come la percezione del testo di Machiavelli muti, con fascino quasi
perverso, nella sostanza. Formalmente sono ben pochi
coloro che prendono posizione a favore delle teorie politiche contenute ne Il principe, ma nella sostanza molti
trattatisti ne abbracciano le teorie, spostandone l’oggetto: non è più la persona del principe il fine, bensì la
ragion di Stato. Essa, secondo una celebre definizione
di Friedrich Meinecke
è la norma dell’azione politica, la legge motrice
dello Stato. Essa dice all’uomo di governo ciò
ch’egli deve fare per conservare lo Stato vigoroso
e forte, e poiché questo è formazione organica,
che mantiene tutta la sua forza soltanto se capace
di crescere ancora in qualche maniera, la ragion di
Stato indica pure di questo sviluppo le vie e le mete. Non le sceglie però ad arbitrio, né fissa una via
uniforme, valevole per tutti gli stati, in quanto lo
Stato è anche una formazione individuale, retta
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
dalla propria idea di vita, in cui le leggi generali
della specie vengono modificate dalla particolarità della struttura e dell’ambiente. Quindi la ragione dello Stato consiste nel riconoscere se stesso e
il suo ambiente, e nel trarre da questa conoscenza
le massime dell’operare. Esse presenteranno
sempre un carattere individuale e uno generale,
uno stabile e uno mutevole ad un tempo; cangeranno nel flusso delle trasformazioni dello Stato e
del suo ambiente, ma dovranno corrispondere
anche alla struttura permanente dello Stato individuale e alle permanenti leggi di vita di tutti gli
Stati.1
La ragion di Stato suppone, a differenza di ciò che
è sostenuto da Machiavelli, la conciliazione fra etica
(cioè la giustificazione formale dello Stato alla sua stessa esistenza) e politica. In sostanza, lo Stato esiste in
quanto “ordine divino”, difensore della ragione di
fronte alla violenza bruta, dell’uomo davanti alla natura. Risulta inevitabile e necessario allo Stato, per non
cadere esso stesso nel suo opposto, abbracciare i principi dell’etica in quanto suo fine e sua ragione d’esistenza.
Allo stesso tempo, essendo il suo agire etico per antonomasia (in quanto non disgiunto dall’etica) esso è automaticamente e sempre etico, giustificando quindi
nell’etica superiore quell’agire che all’apparenza e nel
particolare non etico potrebbe apparire.
Paradossalmente, nei fatti, la ragion di Stato si
configura come prosecuzione ideale della speculazione
di Machiavelli. L’antimachiavellismo di facciata «si incontra col tacitismo, laddove quest’ultimo risulta non
altro che una riscrittura di Machiavelli», diventando
quindi un «interessante fenomeno di più o meno consapevoli fraintendimenti, dovuti alla necessità di rimuovere un testo condannato recuperandone l’insegnamento».2
In sostanza, sulla scia dell’interpretazione “obliqua” datane nel De legationibus da Alberico Gentili, si
elabora il pensiero del Segretario fiorentino in chiave
controriformista. Spesso è lo storico latino Cornelio
Tacito (letto assiduamente, fra gli altri, da Cosimo de’
A sinistra: dettaglio della terza parte
dell’Antimachiavelli
7
Medici e da Paolo III Farnese) a fornire, in chiave
“obliqua”, ai trattatisti del Cinquecento, l’occasione
per fare propri gli insegnamenti di Machiavelli. Scipione Ammirato ricorda come:
Cornelio Tacito, [...] perché trattando di principato, più a’ nostri tempi si confà, et meno si darà
occasione a’ mormoratori, se, non entrando io per
quelle vie, che altri prima di me calpestò, il quale
fece discorsi sopra autore, che scrisse di Republica, sarommi posto a scrivere sopra uno il quale
habbia trattato di Principe.3
Il fenomeno assume proporzioni così vaste che alcuni anni più tardi Traiano Boccalini nota:
Tacito, prime autor solo stimato degno de’ principi, ora così publicamente va per le mani d’ognuno, che fino i bottegai e i facchini non d’altra
scienza mostrandosi più intendenti della ragion
di Stato.4
Negli scontri religiosi che dilaniano l’Europa, il
punto rimane sempre il medesimo, sia per i cattolici che
per i riformati: il realismo politico di Machiavelli, segno di una immoralità tutta mondana, risulta da condannare nel modo più netto. Di più, è lo stesso Machiavelli, benché morto da più di vent’anni, a essere individuato come un nemico da abbattere, un pomo della discordia, un vessillo da agitarsi in battaglia: dagli ugonotti contro i cattolici, da questi contro gli ugonotti e
da entrambi contro i politici. I protestanti francesi e inglesi vedono in Machiavelli la perfetta immagine del cinismo politico degli Italiani e dei gesuiti. Per contro
questi ultimi l’immoralità religiosa che guida i primi.
Innocent Gentillet (1535-1588), ugonotto moderato, avvocato e parlamentare, ravvisa in Machiavelli
il mandante occulto del massacro della notte di San
Bartolomeo (1572) e il consigliere segreto dell’odiata
regina Caterina de’ Medici e della sua cerchia di fiorentini atei. Nell’Antimachiavelli scrive:
non dubito affatto che molti cortigiani, che maneggiano affari di stato, e altri della stessa genia,
trovino assai strano ch’io parli in questo modo del
loro grande dottore Machiavelli, i libri del quale a
buon diritto li si può chiamare il Corano dei corti-
8
la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010
Da sinistra: Santi di Tito (1536-1603), ritratto di Niccolò Machiavelli, (particolare), Palazzo Vecchio, Firenze.
Scuola francese, ritratto di Caterina de’ Medici, (particolare), Galleria Palatina, Firenze
giani, tanto essi lo tengono in stima, seguendone e
osservandone e precetti e le massime, né più né
meno di quel che fanno i Turchi con il Corano del
loro grande profeta Maometto.5
Dedicato, come detto, a Francesco d’Alençon,
fratello del re e riferimento della fazione dei “Malcontenti” (di orientamento ugonotto), l’Antimachiavelli,
nella sua ricetta per creare un ottimo governo, sembra
più ricercare i rimedi ai contemporanei mali della
Francia che indicare regole generali e sempiterne. Per
Gentillet lo Stato deve improntare il suo agire alla pietà
e alla moralità. Gentillet afferma anche che la ricchezza
di uno Stato arriva necessariamente dalla sua popolazione: è quindi necessario evitare i conflitti interni così
come le leggi che inibiscono le libertà personali (libertà
di culto compresa).
A distinguere l’antimachivellismo di Gentillet e
di altri autori protestanti (La Noue, Languet, ecc.) dall’antimachivellismo cattolico è ciò che si potrebbe definire come rapporto fra la questione del fine e la questione dei mezzi. Il problema, per così dire, non sta tanto, o non solo, nei comportamenti dei Principi, ma nel
fine, che può essere il potere di per sé (ed è questo un fine cattivo) o l’affermazione del regno di Dio (che è il
buon fine). Così è nell’ottica protestante, poco disposta
al compromesso, che la questione del comportamento
dell’uomo dabbene e del principe diventa capitale e
quasi un fine in sé, in quanto è nel comportamento individuale che si testimonia il proprio destino di salvezza; come nell’ottica cavalleresca è più la strada che non
la meta, poiché la bontà della meta è definita dai modi
del viaggio.6
Ma proprio in virtù di ciò, ribaltando le posizioni,
per gli avversari cattolici di Gentillet la virtù, come in
Machiavelli, si misura soltanto nella giustezza del fine e
non nella valutazione morale del comportamento in sé.
È quindi lecito per un principe poter assumere anche
comportamenti personali “scorretti” e “immorali” in
sé, a patto che tali comportamenti abbiano come unico
fine la difesa dello Stato, la maggior gloria di Dio e la difesa della religione. Tali comportamenti vengono
quindi ad assumere significato positivo nell’ottica della
superiore ragion di Stato.
Molti intellettuali si allineano a questa interpretazione. Angelo Ingegnieri, un trattatista all’epoca discretamente famoso, nella sua opera Il perfetto segretario, senza mai nominare Machiavelli, scrive che «l’uso
d’oggi delle cose di Stato, et questa materia, a nostri
giorni sì male intesa, è gran pericolo che corrompa gli
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
animi, per altro virtuosamente abituati, e vestendogli
d’inordinato desiderio, et d’interesse senza misura, sia
cagione di molti danni nell’operatione e nel consiglio.
Per la qual cosa da fuggire istimo io certi autori, comeché
tolerati e perventura anco commendati assai: e vera politica penso esser quella c’ha per fine la gloria del Signor Iddio, e l’essaltatione della santa fede di Christo». 7
Più spregiudicato è Antonio Ciccarelli da Foligno
che, benché imiti Machiavelli nella sostanza e nel metodo, lo accusa, senza mai citarlo, di essere colui che
«andò formando le tirannidi, dando precetti talvolta
molto empii».8 Anche Jean Bodin (1529-1596) nei suoi
Sei libri dello Stato, accusando Machiavelli di empietà,
sostiene che è dovere del principe essere giusto, pena la
rovina dello Stato, perché la vera sovranità (maiestas) è
fonte di legge e essa «dipende da colui che ha la sovranità: egli può obbligare tutti i sudditi, e non può obbligare
se stesso; mentre il patto è mutuo, tra principi e sudditi,
e obbliga le due parti reciprocamente né una delle parti
può venir meno a esso a danno dell’altra e senza il suo
consenso».9 Allo stesso tempo «la legittimità dello Stato è in realtà la sovranità del suo principe, vale a dire un
“sommo potere sciolto dalle leggi”».10
In campo protestante Gentillet rifiuta questa proposta che ai suoi occhi sembra dettata dalla semplice e
cruda necessità di salvare la forma, e di allinearsi nella
sostanza alle teorie del Segretario fiorentino (quasi una
sorta di gattopardismo che pare dominare ab origine la
storia della cultura italiana).
Inoltre, come già notato da Friedrich Meinecke,
la reazione di Gentillet a Machiavelli si pone come baluardo di difesa della classe nobiliare feudale. Gentillet
aveva compreso come tutto il mondo aristocratico, il
suo sistema di vita, la morale, l’onore, l’interesse della
NOTE
1
F. Meinecke, L’idea della ragion di Stato
nella storia moderna, Firenze, Vallecchi,
1942, I, p. 7.
2
F. Tateo, La letteratura della Controriforma, in Storia della letteratura italiana, a c.
di E. Malato, Roma, Salerno, 1997, V, p. 178.
3
S. Ammirato, Discorsi sopra Cornelio
Tacito, Firenze, Giunti, 1594, proemio.
9
sua classe erano messe in pericolo (come in effetti poi
sarà, nel secolo XVII, con l’assolutismo monarchico)
dal “diabolico calcolo principesco”. Nella reazione degli antimachiavellici si può quindi anche vedere una
reazione delle classi nobiliari, ancora fortemente attaccate ai loro valori di cortesia e cavalleria e che quindi
mal potevano sopportare il gretto opportunismo e utilitarismo delle teorie di Machiavelli.
Sono due morali che vengono qui in urto come
acqua e fuoco. In Gentillet non c’è soltanto il pio ugonotto, ma soprattutto il francese di sensi e costumi cavallereschi che insorge, in quanto sa che tutto il suo
mondo, tutto il suo sistema di vita e in più la morale, l’onore, l’interesse della sua classe e ogni tranquilla sicurezza nel godimento degli antichi diritti e privilegi sono compromessi quando il freddo calcolo diabolico del
vantaggio principesco regga senza freno lo Stato.11
La condanna per Machiavelli è pesante e senza
appello. La sua affermazione di una amoralità in politica (presto vista come immoralità) e di un agire politico
sciolto da una morale “fissa” lo additeranno ai posteri
come il teorico della tirannia, del “fine che giustifica i
mezzi”, del sangue, dell’inganno e delle stragi. Gentillet non sfugge a questo sistematico travisamento de Il
principe.
Allo stesso tempo, in modo più acuto rispetto a
molti altri, ne ravvisa anche la tremenda carica di modernità. Quella stessa modernità che, attraverso il bagno di sangue delle guerre di religione e della notte di
San Bartolomeo (rifiutato anche da Giordano Bruno
nello Spaccio della bestia trionfante), avrebbe portato presto a una Francia pacificata e forte, tesa alla conquista
dei propri confini naturali. Avrebbe presto portato alla
Francia dell’era moderna e di Luigi XIV.
4
T. Boccalini, Ragguagli di Parnaso. Centuria prima, Venezia, Farri, 1612, pp. 404405, XXVI.
5
I. Gentillet, Discours contre Machiavel, a
c. di A. D’Andrea, Firenze, Casalini, 1974, p. 11.
6
M. Domenichelli, Cavaliere e gentiluomo, Roma, Bulzoni, 2002, pp. 90-91.
7
A. Ingegnieri, Il perfetto segretario,
Milano, Locarni e Bidelli, 1613, p. 13.
8
A. Ciccarelli, Discorsi sopra Tito Livio,
Roma, Paolini, 1598, introduzione.
9
J. Bodin, Sei libri dello Stato, I, 3.
10
S. Romano, Europa. Storia di un’idea,
Milano, Longanesi, 2004, p. 101.
11
F. Meinecke, L’idea della ragion di Stato
nella storia moderna, cit., I, pp. 78-79.
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
11
“Dante e l’Islam”, la grande mostra targata BvS
EUROPA E MEDIORIENTE,
UN DIALOGO “AD ARTE”
Architetture, arredi e dipinti svelano la vicinanza tra i due mondi
FRANCESCA FLORES D’ARCAIS
on è facile comprendere le opere d’arte del mele cui opere d’arte, a partire dall’architettura, erano legadioevo italiano, specie nella fase “romanica”,
te alle analoghe manifestazioni dei centri orientali delnella varietà delle forme, dei modelli, degli ogl’ecumene islamico; e quando i Normanni conquistarogetti, dei colori, se non si analizza la molteplicità dei rapno la Sicilia, l’arte islamica, in particolare nell’architetporti tra le diverse popolazioni che si sono incrociati nei
tura e nella decorazione architettonica, era così radicata
territori della penisola. Infatti la sua posizione particolanel territorio che gli edifici costruiti da e per i nuovi sire, al centro, si può dire, del Mediterraneo, ne fece un
gnori erano talmente simili a quelli degli Arabi da poterpunto strategico per le rotte commerciali, e a ciò si agsi leggere in una continuità linguistica assolutamente cagiunsero le più o meno lunghe conquiste delle popolaratteristica, così che alcuni monumenti si possano defizioni arabe nell’ Italia meridionale.
nire come “arte arabo-normanna”. Mi riferisco, a PalerÈ così che, accanto alla ripresa della classicità, romo, al bellissimo edificio della Zisa, che riprende nell’almana o greca, che costituisce l’elemento linguistico dozato e nella pianta le tipologie dei castelli e delle dimore
minante, nelle architetture e nella scultura, e, soprattutto
signorili arabe, o all’originalissimo soffitto ligneo della
nei centri dell’Adriatico, alle testimonianze bizantine,
Cappella Palatina, forse opera di una maestranza islaminon minore importanza ebbe l’influsso dell’arte islamica.
ca, sia per la struttura stessa sia per i dipinti che decorano
Quest’ultimo aspetto sta sollevando anche in Italia un inle tavolette.
teresse sempre maggiore, sia attraverso le ricerche degli
Ma anche altri elementi decorativi sembrano essestudiosi, sia attraverso alcune mostre che hanno attirato
re derivati dalle architetture islamiche – anche provel’attenzione di un vasto pubblico, non ultima quella che
nienti dalla Spagna - come gli archetti pensili intrecciati
attualmente è aperta a Milano condelle più importanti chiese palermitemporaneamente – non a caso - alla
tane, come il Duomo di Monreale o
mostra Dante e l’Islam (1).
In occasione della grande mostra
quello di Cefalù, per citare solo i monumenti più universalmente noti.
dal titolo Al-Fann. Arte islamica,
Proprio dalla Sicilia molti elementi,
organizzata dal Comune di Milano
Dall’inizio dell’invasione araspecie decorativi, influenzarono i
a Palazzo Reale in collaborazione
ba in Sicilia sulla metà del nono secentri più importanti della Campacon il Museo del Kuwait dal 18
colo, l’isola divenne un grosso e imnia, come Amalfi, Caserta Vecchia e
ottobre prossimo, la BvS con la mostra
portante centro di cultura islamica,
Salerno, per esempio nell’uso freDante e l’Islam vuol fornire un’insolita
quentissimo degli archetti pensili
premessa per meglio comprendere
Monreale, Chiostro: veduta dei
intrecciati e le tipologie elegantissiil fitto scambio culturale in atto
me dei chiostri con strette colonne
contrarchi a sezione cilindrica,
sin dal Medioevo tra i popoli cattolici
che sorreggono gli archi intrecciati.
elemento decorativo di gusto arabo.
e islamici nel bacino del Mediterraneo.
N
12
la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010
Più recente è per gli studiosi l’interesse per le opere d’arte delle città adriatiche, dove gli influssi islamici si colgono
piuttosto nei pulpiti – particolarmente in Abruzzo, nei preziosi manufatti
in bronzo, come la porta del mausoleo di Boemondo a Canosa o la celebre porta di Barisano da Trani a Trani. E si arriva addirittura a Venezia,
solitamente considerata una sorta di
colonia bizantina, che rivela invece in alcuni elementi architettonici strettissimi influssi islamici: basti pensare all’uso dell’arco inflesso, addirittura in san Marco, nella bellissima Porta
dei fiori della parete nord e persino all’interno della Basilica nella porta di accesso al Tesoro.
Ancora novità nelle architetture si incontrano nelle tipologie dei pavimenti di marmo, a segmenti che si
intrecciano con movimenti geometrici (tipico elemento
arabo), mentre amboni, cattedre episcopali
e cibori elaborano e mescolano elementi
decorativi di matrice islamica con
quelli bizantini e romanici in senso
stretto e basterà ricordare la Cattedra di san Nicola a Bari o i pulpiti
abruzzesi, particolarmente fantasiosi. Certamente ancora di influsso islamico sono ornamentazioni dei
portali, come nel San Nicola a Bari, o
anche a Pavia, oppure i fregi con animaletti che ornano gli esterni delle chiese:
particolare eleganza offre ad esempio la facciata di marmo della chiesa di san Michele a Lucca.
Infine, dal Maghreb, come scambi commerciali,
erano arrivati in Italia, in particolare nell’area pisana, i
caratteristici bacili ceramici, di vivaci colori e fantasiosi
motivi, che i costruttori ponevano ad adornare le facciate
e i campanili delle chiese (2).
Una moda abbastanza diffusa, che venne imitata
dagli artigiani italiani e che arrivò anche in altri centri; tra
ANTICHI TOMI E iPad PER SONDARE LA RICCHEZZA DEL NOSTRO MEDIOEVO
a mostra DANTE E L’ISLAM. Incontri di
civiltà è organizzata dalla Fondazione
Biblioteca di via Senato,
in collaborazione col Comune di Milano –
Cultura, in occasione dell’esposizione
dal titolo Al-Fann. Arte islamica, che si terrà
a Palazzo Reale. L’accostamento del nome
del Poeta alla civiltà islamica è sempre stato
oggetto di incomprensioni, dibattiti e
discussioni. Partendo dalle analogie presenti
nel Poema dantesco con le leggende della
tradizione islamica sui viaggi oltremondani
di Maometto, si vuole solo rimarcare quanto
l’epoca del Poeta, permeata del pensiero,
della cultura e delle scoperte provenienti
dal mondo arabo e fosse un’epoca feconda
per il pensiero e per la cultura occidentale.
All’inizio della mostra, un breve
preambolo introduce alla situazione storica
e politica del tempo, mettendo in luce le
sorprendenti analogie del Poema con alcuni
esempi della letteratura mistica islamica
riguardanti il mira’j, ovvero l’ascensione
L
mistica di Maometto, narrata dal Corano.
Il percorso espositivo prevede
la suddivisione degli spazi e delle opere
secondo le tre Cantiche – Inferno,
Purgatorio, Paradiso – in cui sono esposte
35 edizioni illustrate della Divina Commedia
di proprietà della Fondazione Biblioteca
di via Senato, che testimoniano la fortuna
di Dante attraverso i secoli: dalla seconda
edizione illustrata di Bonino de’ Bonini
[1487] all’edizione illustrata da Salvador
Dalì, e a quella illustrata da Monika Beisner.
Sono, inoltre, esposti alcuni preziosi
reperti provenienti dalle Raccolte
Extrauropee del Comune di Milano,
dal Museo d’Arte Orientale di Torino,
da collezioni private e da altri musei,
che cercano di rendere l’importanza
dell’artigianato e delle arti minori, delle
scienze e della filosofia musulmane.
All’esterno è possibile visitare la
sezione multimediale con la versione 3D
della Divina Commedia per iPad (curata
da Carraro Multimedia), allestita in modo
da far ricordare ai visitatori le figure e
i brani più importanti del Poema dantesco.
La Biblioteca di via Senato si è
avvalsa della collaborazione di Giovanni
Curatola – docente presso l’Università
Cattolica del Sacro Cuore di Milano e
l’Università di Udine, esperto di arte
islamica, curatore della mostra di Palazzo
Reale; Tullio Gregory – professore emerito
di Storia della filosofia presso la Facoltà
di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma
“La Sapienza”; Francesca Flores D’Arcais –
docente di Storia dell’Arte Medievale presso
l’Università Cattolica del Sacro Cuore
di Milano; Annette Popel Pozzo,
conservatrice dei Fondi Antichi, e Matteo
Noja, conservatore dei Fondi Moderni,
della Fondazione Biblioteca di via Senato.
Il dialogo culturale che rappresenta le
radici della nostra civiltà si è formato
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
questi sarà importante l’uso che se ne fece a
Pavia (3), che del resto era un importantissimo centro ove si incrociavano le vie
commerciali da e verso il nord Europa, da e verso l’Oriente (3).
Grandissima importanza, inoltre, ebbero i numerosi oggetti, anche
di piccole dimensioni, che arrivavano
in Italia, ed erano una sorta di modelli
per le opere d’arte italiane. Il cospicuo numero di tali oggetti, ancora oggi conservati nei
musei, ma anche nelle sacrestie delle chiese e nei Tesori
delle Cattedrali, fa pensare che ci fosse nel tardo medioevo un fiorente commercio di tali opere: si tratta di avori,
di bronzi, di vetri, di cristalli di rocca, e soprattutto di
stoffe (4). Oggetti di straordinaria raffinatezza, dove il
principale elemento decorativo era dato dalla grafìa in
caratteri “cufici” o “naski”: l’apparenza era quella di un
elegante nastro che si snodava attorno all’oggetto, in
certamente nel cristianesimo, potentemente
rafforzato dalla tradizione della razionalità
greca e romana, ma è stato attraversato
e stimolato dalle correnti di pensiero
del Vicino Oriente, ebraico e arabo. Per
capire la nostra identità, non si può fare a
meno di nessuna di queste voci. Di alcune di
queste voci, meno percepite nel passato per
motivi ideologici, politici e religiosi, solo ora
l’Europa comincia a prendere coscienza; tra
queste, sicuramente, quella dell’Islam. In
un’epoca come quella attuale, nella quale si
assiste a una contrapposizione sempre più
drammatica tra il mondo occidentale e
quello islamico, è bene ricordare come il
periodo in cui visse Dante fu un periodo
fecondo della nostra storia, anche perché i
rapporti fra il mondo cristiano e il mondo
musulmano si fecero molto più stretti, in
tutta l’area mediterranea, a dispetto delle
feroci guerre di religione che lo
contraddistinsero.
Scopo della mostra è evidenziare
come la cultura islamica fosse diffusa
13
particolare sull’orlo dell’oggetto stesso.
Tra tutti gli oggetti i più numerosi
dovettero essere le stoffe di seta, spesso
con ornamentazioni semplici, decorate di bordure con iscrizioni in alfabeto islamico, che dovevano produrre un fascino particolare, così da
essere imitate nei laboratori italiani.
Possiamo incontrare bellissimi
vasi di vetro, di produzione alessandrina o siriaca, decorati con fregi aniconici
con le lettere cufiche, che riportavano qualche versetto del Corano: si tratta per esempio di
lampade per moschee. Continuano gli oggetti metallici,
ma soprattutto sembra poter ipotizzare un gran numero
di stoffe, le quali poi hanno dato origine a stoffe, tessute in
Italia, ma che copiavano i motivi islamici.
A partire dal secondo Duecento, questi raffinati
oggetti non vennero solo copiati ma diventano anche per
i grandissimi artisti, scultori e pittori, dei modelli dai
quali trarre ispirazione. È una sorta di “moda” che si dif-
in tutta l’Europa medievale e come ciò
sia, direttamente o indirettamente,
volutamente o no, testimoniato nella
Divina Commedia.
Nel Duecento, due uomini
incarnarono sopra tutti questo evento
di contaminazione culturale: Federico II
di Svevia, lo “Stupor Mundi”, che in Sicilia
costruì attorno a sé una corte di grande
livello intellettuale sul modello di quelle
arabe, favorendo, tra l’altro, la nascita
della poesia italiana; e Alfonso X, il saggio re
di Castiglia e León, che istituì una scuola
di traduzione a Toledo, e la cui corte fu
la via maestra, il principale centro
di assimilazione, traduzione e ritrasmissione
della filosofia e della scienza dei Mori
e ne favorì la diffusione in tutta Europa.
Ma è proprio Dante che trasfuse
ogni conoscenza a lui contemporanea
nella Divina Commedia, compilando,
in un supremo testo, una sorta
di enciclopedia del tempo.
La mostra vuole quindi offrire
un punto di vista particolare ma
privilegiato che ha come punto focale la
Commedia e che, seguendo la sua
prospettiva, suggerisca i temi e le
circostanze della vicinanza tra le due
culture.
Il percorso espositivo, lungi
dal volersi presentare esaustivo della
sterminata materia che riguarda la Divina
Commedia, ne illustra la natura
e la struttura cercando di richiamare
alla mente quei personaggi e quelle teorie
che Dante ha ricordato nei suoi versi
e che testimoniano quanto detto sopra.
Molti dei personaggi citati
direttamente da Dante nel Poema sono
legati al mondo musulmano: il sultano
Salah ad’Din [Saladino], Avicenna, Averroè,
Brunetto Latini, Pietro Ispano, tra gli altri;
oltre a quelli non citati direttamente, ma di
cui il Poeta aveva ben presente l’importanza,
se non altro attraverso gli insegnamenti
del “maestro” Brunetto Latini, e di cui
mostra di conoscere le opere e il pensiero.
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la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010
Da sinistra: Palermo, la Zisa: sala della fontana a pianterreno. Pavia, San Michele, particolare della porta di destra.
fonde rapidamente, ma che, come vedremo, non avrà vita lunga, perché presto sopraffatta dal gusto “gotico”
piuttosto di influenza francese.
Uno dei più interessanti e precoci esempi di questa
“moda” è nel bellissimo vaso che l’angelo- cariatide di Arnolfo di Cambio, ora conservato al Museo del Bargello,
ma proveniente dalla tomba di san Domenico della omonima chiesa di Bologna, tiene in mano: si tratta infatti di
una interessante rielaborazione di un vaso di vetro, siriaco o egiziano, che reca al centro una fascia con iscrizioni
cufiche. Dati gli stretti rapporti dei domenicani, e in particolare del convento di Bologna con i paesi islamici, se
non altro per motivi missionari, è possibile che oggetti di
quei centri fossero presenti nel convento bolognese, dove Arnolfo può averli visti e copiati. Ma vedremo che
questo elemento del rapporto dei domenicani con l’I-
slam, potrà avere anche altri interessanti esiti.
Ma sembra che sui pittori abbiano avuto influenza
in particolare le stoffe, sia che si tratti dei motivi ornamentali, per esempio il susseguirsi dei polilobi che imitano le “piastrelle”, sia che si tratti delle bordure formate
da parole scritte con l’alfabeto islamico.
Il più antico esempio dell’uso di una stoffa dipinta a
ricoprire il trono della Madonna è la bellissima stoffa sericea della “Madonna Rucellai” di Duccio – e siamo al
1284 – esemplata sulle tipologie delle cosiddette stoffe a
“piastrelle” di uso islamico. Si viene, a partire da ora, a
sostituire la tradizionale stoffa di tipo “bizantineggiante”, con questo nuovo tipo di tessuto, sui troni delle Madonne e addirittura dietro la figura del Cristo Crocefisso. L’esempio più clamoroso è il “velario” che cinge tutta
la parte inferiore della Basilica superiore di san Francesco di Assisi, transetto e navata. Si tratta di una straordinaria finta stoffa i cui motivi sono variazioni dei motivi a
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
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Da sinistra: Palermo, Cattedrale, particolare dell’abside centrale. Venezia, Cattedrale di S. Pietro in Castello: cattedra di S. Pietro
piastrella, di volta in volta diversi in ogni campata, che
corrono lungo tutte le pareti, a costituire una novità assoluta nel genere dei paramenti.
Non so se Giotto, del resto attento proprio alle
stoffe, anche perché possedeva un telaio e quindi lo si
può supporre un esperto in materia, sia stato il protagonista principale di questo affascinante mutamento di gusto. È certo però che dietro l’immagine della “Madonna
col Bambino”, di recente scoperta nella cappella di san
Pasquale Baylon della chiesa romana di Aracoeli, e da me
attribuita alla giovinezza di Giotto (6), troviamo un tessuto col motivo a “piastrelle” assolutamente innovativo,
rispetto alla tradizione più antica. Un parato del tutto
analogo ricopre le pareti delle due stanze con i due episodi delle Storie di Isacco nella Basilica superiore di Assisi.
Gli stessi motivi si trovano anche talvolta nelle vesti e nei
manti: nella Cappella degli Scrovegni nell’Ascensione e
nella Pentecoste san Bartolomeo porta un elegante manto
bianco con il consueto motivo a “piastrelle”.
Giotto dunque a partire dall’ultimo decennio del
Duecento se non prima inventa forse, o almeno usa molto frequentemente questo nuovo motivo decorativo, negli affreschi, come fondale, dietro la figura della Vergine
a coprire il trono, e dietro la figura del Cristo Crocifisso.
Bellissima la stoffa a colori vivaci che copre il trono
della Madonna col Bambino, proveniente dalla chiesa fiorentina di san Giorgio alla Costa (ultimo decennio del
Duecento). Un tessuto a motivi geometrici si stende dietro la Croce lignea del Crocifisso di santa Maria Novella, e
poco più tardi in quello del Tempio Malatestiano a Rimini. Il secondo elemento diffusissimo negli stessi ambiti,
sono le iscrizioni cosiddette “pseudocufiche”, perché nella maggior parte dei casi imitano, ovviamente senza comprenderle, le epigrafi scritte con alfabeto islamico (7).
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Pagina a fianco: Milano, Castello Sforzesco, Museo Civico: coppa invetriata con decorazione policroma, in relazione con
prodotti ifrigeni e siciliani; coppa protomaiolica, Sicilia; due pissidi d’avorio, arte islamica di Sicilia, XII sec.
Sopra da sinistra: Palermo, Galleria Nazionale della Sicilia, grande anfora con grande iscrizione in caratteri cufici
(Malaga, XIV sec.); dalla stessa Galleria, giara con decorazione stampata in rilievo e serie di archetti polilobati con fasce
d’iscrizioni cufiche e palmette (Andalusia, XIV sec.)
Si tratta delle bordure dei manti e delle vesti che,
proprio a partire da dipinti quali la Madonna di san Giorgio alla Costa, sostituiscono il tradizionale zig zag bizantino con motivi che assomigliano alle letterine dell’alfabeto islamico.
La decorazione a fasce con versetti coranici era
consueta negli oggetti islamici, e caratterizzava in particolare le bordure e gli interni delle stoffe, con felicissimi
effetti decorativi. L’alfabeto ovviamente non veniva letto
e compreso, ma il fascino di quegli eleganti motivetti influenzò profondamente i pittori e anche gli scultori degli
anni a cavallo tra Due e Trecento. Giotto ne adorna il
manto della Madonna di san Giorgio alla Costa, così come arricchisce del motivo a piastrelle le stole degli angeli. Ma l’uso delle letterine pseudo-cufiche si diffonde anche nelle incorniciature: ancora nella stessa tavola, ove
vengono proposti vari finissimi motivi, come dei ricami,
il fondo oro della tavola termina con una sorta di cornice
interna punzonata con eleganti letterine.
Ancora più singolare è l’uso, molto frequente, delle
stesse letterine nelle aureole. E qui è ancora Giotto a ornare le aureole della Madonna della tavola di san Giorgio
con le letterine imitate dall’alfabeto islamico. Analoghe
soluzioni adornano nella Croce di Santa Maria Novella le
aureole della Madonna e di san Giovanni dei tabelloni,
mentre la cornice lignea si arricchisce di sottili nastri che
intrecciano gli sfondi scuri con scritture dorate. E infine
ancora Giotto a Padova inserisce cinque dei dieci tondi
della volta della cappella degli Scrovegni con una banda
che presenta gli stessi motivi.
Mentre però le bordure e le altre ornamentazioni
delle vesti scompaiono a partire dagli anni trenta del
Trecento, sopraffatte dal nuovo gusto gotico alla francese, l’uso delle aureole con lettere pseudo-cufiche, talvol-
18
la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010
ta addirittura ben comprensibili, continua o viene ripreso fino al primo Quattrocento. Il caso più caratteristico è
Gentile da Fabriano, che usa frequentemente le aureole
con lettere cufiche, talvolta ben leggibili (8).
In questo contesto, ove si parla di Dante e dei libri
della Divina Commedia, credo interessante un’osservazione che riguarda manoscritti miniati, databile tra la fine
del Duecento e i primi decenni del Trecento, di area bolognese e padovana, che presentano singolari decorazioni
che sembrano anch’esse ispirate alle letterine cufiche, argomento sul quale mi sono altre volte soffermata (9).
Nella Biblioteca Universitaria di Bologna il Salterio ms. 346, di probabile fattura bolognese, databile alla
fine del Duecento, reca a piè di pagina più volte dei tondi
con figurazioni, incorniciati da un piccolo nastro con de-
Amalfi, Chiostro del Paradiso: l’antico cimitero (paradiso)
dei nobili
corazioni a lettere pseudo cufiche; analogo tipo di decorazione troviamo nella carta iniziale del Lezionario, forse
già trecentesco, della Biblioteca Capitolare di Padova,
ms. A 19, probabilmente esemplato a Padova.
Un uso molto interessante di questo tipo di decorazioni è nella miniatura della pagina iniziale delle Decretali, ms. 1818 della Biblioteca Capitolare di Toledo, certamente eseguito a Bologna e illustrato da un bolognese:
qui le architetture dello sfondo della illustrazione sono
sottolineate da una bordura a piccole letterine pseudo
cufiche. Sono i motivi a nastro assai frequenti nelle stoffe
islamiche, ma anche, come si è visto altrove, nei vasi di
vetro e anche nei vasi di metallo, e comunque diventati di
uso frequente, per non dire comune, nelle decorazioni.
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
Dall’alto: Lucca, San Michele in Foro, particolare della
facciata. Canosa, Bari, Mausoleo di Boemondo, porta di
bronzo, e (nel particolare) medaglione centrale del battente
sinistro. Caltagirone, Museo Statale della Ceramica, stucchi
della manomessa chiesetta normanna di San Giuliano.
Si tratta di una sorta di bollini decorati all’interno
da motivetti che sembrano imitare le letterine islamiche,
inseriti nelle barre fogliacee che adornano i margini delle
pagine dei manoscritti. Cito qui una breve serie di manoscritti, per lo più liturgici, esemplati tra Bologna e Padova
entro i primi decenni del Trecento: tra questi, assai interessanti due Antifonari, i mss. 522 e 534, ora conservati al
Museo Medievale di Bologna, ma provenienti dal convento domenicano della stessa città. Gli Statuti dei Merciai di Bologna; ancora dal convento dei Domenicani e
19
sempre al Museo civico di Bologna gli Antifonari 21, 25,
26. Un Breviario, di miniatore bolognese, proveniente da
santa Maria in Porto fuori di Ravenna e ora ms. 373 della
Pierpont Morgan Library. Nella Biblioteca Capitolare di
Padova cito il Lezionario C 26 , l’Epistolario C 30 e l’Evangelario C 31. Ancora opere illustrate da artisti bolognesi si
trovano a Venezia, come l’Antifonario V 131 del Museo
Correr. Infine vi sono manoscritti miniati con analoghi
motivi anche in Croazia, nelle citta più legate a Venezia, e
quindi probabilmente provenienti da Venezia. Ma questa sarebbe un’ulteriore ricerca da intraprendere.
Il problema sarebbe di capire da dove i miniatori
avessero tratto questa ispirazione: perché infatti pare
diversa da quella che troviamo nelle stoffe dipinte, nel-
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la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010
le bordure dei manti e delle vesti e nelle aureole. Forse
potrebbe trattarsi di monete arabe che certamente circolavano in Italia: ma addirittura potrebbe trattarsi di
Corani – libro proibito, ma certamente presente, dove
si trova il motivo dei bollini dorati con iscrizioni a sottolineare le singole Sure. E certamente Bologna era
una città dove la cultura e gli oggetti islamici erano diffusi negli ambienti colti: pensiamo solo alla presenza
del Collegio di Spagna, e gli studenti spagnoli potevano avere portato sia monete che Corani.
In Spagna, infatti, la lingua araba era diffusa e poteva essere insegnata. Ma vi è un’altra pista, anch’essa
da approfondire e indagare. Alcuni manoscritti che abbiamo indicato provengono dal convento bolognese
dei Domenicani. I Domenicani, e proprio quelli di Bologna erano in stretti rapporti con i paesi islamici e la
conoscenza della cultura islamica diventa una prerogativa dei Domenicani per motivi apologetici e missionari. Tra l’altro è un domenicano, il fiorentino Ricoldo da
NOTE
1) F. GABRIELI – U. SCERRATO, Gli Arabi in
Italia, Milano Scheiwiller, 1979, e in particolare la parte di U. SCERRATO, dedicata a L’ arte islamica in Italia, pp. 275-570.
2) Eredità dell’ Islam. Arte islamica in Italia,
Catalogo della Mostra (Venezia 1993-94) , a
cura di G. CURATOLA, Milano, Pizzi 1993. Il Catalogo si distingue anche per la accuratissima
e vastissima bibliografia sull’ argomento. Segnalo del catalogo in particolare il completo,
ottimo saggio di M. V. FONTANA, L’ influsso
dell’ arte islamica in Italia, pp. 455-76.
Più di recente si vedano i Cataloghi delle
Mostre: Venice and the islamic world: 8231797, a cura di S. CARBONI, New Haven, CT, Yale University Press, 2007. Venezia e l’ Islam:
823-1797, Venezia, a cura di S. CARBONI, Venezia 2007.
3) G. BERTI, L. TONGIORGI, I bacini ceramici medievali delle chiese di Pisa, Roma 1981; ID:
ID, I bacini ceramici del Duomo di San Miniato,
Genova 1981.
4) F. AGUZZI, Bacini architettonici a Pavia,
in “Atti del II Convegno internazionale della
Montecroce che, agli inizi del Trecento, scrive un testo
sulla religione islamica.
Si può quindi pensare che proprio nello scriptorium
domenicano di Bologna, o negli scriptoria dove i frati
portavano ad esemplari e loro libri, vi fossero anche libri
Corani e che nei conventi circolassero o fossero presenti
oggetti di pregio islamici. E qui torniamo da Arnolfo di
Cambio e al bellissimo vaso di ispirazione islamica che
tiene in mano la cariatide che sorreggeva in San Domenico, la Tomba del Santo.
Questa moda che arricchisce di preziosismi raffinatissimi oggetti, dipinti e sculture è un fatto estremamente interessante a definire un particolarissimo gusto. Essa scompare, salvo casi particolari come si è detto, verso gli inizi del quarto decennio del Trecento,
quando prevarrà nelle decorazioni l’elemento gotico
alla francese.
ceramica”, Albisola 1969, pp. 111-115.
5) A. M. MARTELLI, Influssi islamici. L’impatto delle arti islamiche sull’Italia e sull’Europa, in Oriente e Occidente nel Rinascimento,
Atti del XIX Convegno Internazionale (Chianciano-Pienza 16-19 luglio 2007) a cura di L.
SECCHI TARUGI, Firenze, Cesati 2009, pp. 767782.
6) F. FLORES d’ ARCAIS, La cappella degli
Scrovegni, inGiotto e il Trecento, Catalogo della Mostra, Roma 2009, a cura di A. TOMEI, T. 2,
Milano Skira, 2009, pp. 101-112. pp. 783-788.
7) Nei più recenti restauri di opere giottesche presso l’ Opificio delle Pietre Dure sono
stati eseguiti i disegni delle aureole di Cristo,
della Madonna, degli Angeli e dei Santi. Si veda, a cura di M. CIATTI e C. FROSININI, La Madonna di san Giorgio alla Costa di Giotto. Studi
e restauro, Firenze 1995, in particolare il saggio di P. BRACCO, La tavola di san Giorgio alla
Costa: costruzione, tecnica artistica, stato di
conservazione e restauro, pp. 67-80; e Giotto
La Croce di santa Maria Novella, a cura di M.
CIATTI e M. SEIDL, Firenze 2001, in particolare
M. V. FONTANA; I caratteri pseudo epigrafici
dell’ alfabeto arabo, pp. 217-225, con un completo apparato bibliografico.
Testo fondamentale per la grafia “cufica”
nel primo Trecento pittorico italiano è I. TANAKA, Oriental scripts in the paintings of Giotto’s
period, in “Gazette des Beaux-Arts, 113”
(1989), pp. 214-26.
8) In particolare per Gentile da Fabriano
vedi S. AULD, Kuficising Inscriptions in the
Work of Gentile da Fabriano, in “Oriental Art”
32/3 (1986).
9) F. FLORES d’ARCAIS, Elementi ornamentali di tipo arabo nelle miniature delle aree
di Bologna e di Padova dall’ inizio del XIV secolo, in World Art Themes of Unity in Diversità,
Atti del XXV Congresso Internazionale di Storia dell’ Arte, a cura di I. LAVIN, vol. II, Pittsburg,
Pennsylvania University Press, 1989, pp. 335340. E ID, Influssi islamici nell’ Arte italiana tra
Tre e Quattrocento, in Oriente e Occidente, Atti
del XIX Convegno Internazionale, (Chianciano-Pienza 16-19 luglio, a cura di L. SECCHI TARUGI.
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Il nuovo Archivio conservato in BvS
L’INEDITO SCHEDARIO
DI GIUSEPPE MARTINI
Qualche nota sull’opera del noto bibliofilo e libraio antiquario
ANNETTE POPEL POZZO
l nome di Giuseppe Martini (Lucca 1870-Lugano
1944) è inevitabilmente legato al mondo del libro
antico e di pregio. Nelle più celebri biblioteche del
mondo sono censiti manoscritti e incunaboli con la sua
provenienza. Tracce dei libri passati per le sue mani si
ritrovano – sia in forma di note manoscritte a lapis, ad
esempio, “Coll. Compl.” per indicare “collezionato
completo” sia in forma di ex libris (foto 1, 2 e 3) – nei repertori, nei cataloghi dei librai antiquari e nelle schede
delle case d’asta.
Nonostante la sua presenza sia significativa, sappiamo relativamente poco sul libraio antiquario e collezionista, contemporaneo di Leo S. Olschki (18611940), di Ulrico Hoepli (1847-1935), di Tammaro De
Marinis (1878-1969) e del direttore della Libreria Antiquaria Hoepli in quel periodo, Mario Armanni (18781956), e che assieme a loro figura tra i più celebri librai
antiquari italiani della prima metà del secolo ventesimo: «Il a décrit environ 500 manuscrits et à peu près
2.000 livres imprimés» (dice di Martini Mario Armanni nell’introduzione alla Bibliothèque bibliographique,
Vente aux enchères à Genève, salle Kundig, 1946, p. 5).
I
Lucchese d’origine e figlio dell’architetto e professore Domenico Martini, Giuseppe Martini (foto 4)
operò dapprima a Lucca tra il 1898 e il 1910, periodo
Secondo tipo di ex libris allegorico con motto
“Ioseph Martini Luc.”, probabilmente su disegno del
padre Domenico Martini
nel quale pubblicò otto cataloghi (oggi quasi tutti introvabili e con pochissimi esemplari censiti). Proprio
nella sua città natale, presso l’Archivio Arcivescovile e
la Biblioteca Capitolare viene custodita la Collezione
Martini, acquisita dall’Archivio nel 1945 a seguito delle
disposizioni testamentarie del proprietario: contiene
circa 500 pergamene, divise tra diplomi imperiali e regi, alcuni provenienti dalle cancellerie longobarde e carolinge, documenti pontifici e atti privati, compresi tra
l’anno 726 e il 1793, manoscritti, una raccolta d’archivio e varie edizioni di interesse lucchese.
All’inizio del secolo ventesimo Martini si sposta
negli Stati Uniti, a New York. I suoi cataloghi 9-18 vengono pubblicati proprio lì, tra il 1912 e il 1922. Contatti importanti con il mondo bibliofilo americano esistevano sicuramente già prima, visto che nel 1904 la più
nobile associazione bibliofila americana, il Grolier
Club di New York (fondata nel 1884), pubblica il Catalogue of an exhibition of original and early editions of Italian
books selected from a collection designed to illustrate the development of Italian literature, specificando che «for the
material used as the basis of this catalogue the club is indebted to Mr. Joseph Martini».
Negli anni compresi tra la Prima e la Seconda
Guerra Mondiale, Martini torna in Europa, stabilendosi a Lugano, dove tra il 1929 e il 1942 pubblica gli ultimi cataloghi 19-30. Un’essenziale delineazione della
vita di Martini è stata presentata pochi anni or sono da
Francesco Radaeli nel contributo “Sulla figura di Giuseppe Martini” che fa da introduzione al catalogo
Aspetti di cultura veneziana del Cinquecento (Bredford Libri Rari, 2000, 292 schede).
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3
Da sinistra: probabile primo ex libris in forma di un timbro tondo in inchiostro nero con motto “Iosephi Martini Lucensis”
e al centro arma famigliare; terzo ex libris allegorico (quello più diffuso) con motto “Adsit Fortuna Non Invita Minerva” e
“Iosephi Martini Lucensis”. Nella pagina a destra: fotografia di Giuseppe Martini e marca tipografica di Leonardo Torrentino
Una svolta importante per future ricerche e
studi su questo importante collezionista e libraio antiquario è ora possibile dall’acquisizione da parte della
Fondazione Biblioteca di via Senato dello schedario
personale inedito di Giuseppe Martini, custodito a lungo presso il libraio antiquario milanese Carlo Alberto
Chiesa (1926-1998). Lo schedario contiene oltre 7.900
schede autografe per libri a stampa, ma anche numerose schede riguardanti manoscritti posseduti da Martini.
Ordinata in ordine alfabetico (normalmente dell’autore), ogni scheda contiene la descrizione diplomatica del titolo e delle note tipografiche, alle quali si aggiungono una minuziosa collazione e la segnalazione di
eventuali illustrazioni e di diversi repertori e infine una
dettagliata descrizione bibliografica che fa capire che
Martini «fut vraiment l’homo bibliographicus», con un
apparato «si élaboré, le raisonnement si convaincu,
qu’on peut difficilement s’y opposer […] Il donne les
détails les plus minutieux avec une précision absolue et
il parle des auteurs, qu’elle qu’en soit l’époque, comme
de ses contemporains» (Introduzione di Mario Armanni, Bibliothèque bibliographique, Vente aux enchères à Genève, salle Kundig, 1946, p. 5).
Similmente viene ricordato in un articolo, indicando che «per lui la ricerca bibliografica non si esauriva mai con gli scopi pratici ai quali essa avrebbe dovuto
mirare. Ne conseguiva che i suoi cataloghi, modelli di
precisione, avevano un carattere erudito tutto speciale
e parevano diretti più a una ristretta cerchia di studiosi
che non a una folla di compratori [...] Le conoscenze bibliografiche del Martini si irraggiavano in tutte le direzioni dello scibile, ma egli eccelleva particolarmente in
quelle attinenti agli incunaboli, alla letteratura italiana
e ai manoscritti» (La Bibliofilia XLVII, 1945, p. 128).
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4
7
Basta scegliere qualche scheda a caso per dare un’idea della profondità della disamina. La descrizione della
prima edizione de La Zucca di Anton Francesco Doni
(Venezia, Francesco Marcolini, 1551-1552) contiene in
quattro e più pagine un riassunto dettagliato e analitico,
con indicazione delle illustrazioni e l’importante osservazione che «queste figure per la grandissima maggioranza sono stampate da legni che avevano già servito per
le Ingeniose Sorti [sottolineato] del Marcolini, Venezia,
1540: generalmente furono considerate come suo lavoro, ma invece è molto più probabile che siano opera di
Giuseppe Porta detto il Garfagnino, che sappiamo aver
lavorato per il Marcolini» (foto 5).
Martini cita con grande agio repertori sei-settecenteschi che sono di regola miniere di informazioni
utili, ma oggi purtroppo spesso dimenticati a favore di
repertori più moderni. Per esempio in una sua scheda
sull’incunabolo Liber de homine, Libro del Perché (Bologna, Ugo Rugerius e Doninus Bertochus, 1474) del
medico ed astrologo bolognese Girolamo Manfredi
(1430-1493) Martini cita l’opera settecentesca di Johann Albert Fabricius, Bibliotheca Latina (Padova,
1754) che contiene cenni sulla biografia dell’autore.
Per quanto riguarda la vita del bresciano Domenico
Mantova, indica l’opera seicentesca di Ottavio Rossi,
Elogi historici di bresciani illustri (Brescia, 1620). Molti
anche i repertori e le fonti anglosassoni, chiara traccia
dell’importanza del soggiorno americano nella vita
professionale del libraio antiquario.
Del resto, una gran quantità di schede non sono
redatte in italiano, ma in inglese. Oltre alla descrizione
generica dell’edizione, le schede contengono informazioni sull’esemplare, la legatura e la provenienza, e
molto spesso sui prezzi d’acquisto o vendita. Il tema del
prezzo aiuta nell’ambito di ricerche sulla valutazione
storica dei libri. Sicuramente le schede erano destinate
a essere inserite almeno parzialmente nei libri in vendita presso la libreria antiquaria.
La renommée di Martini deriva anche dalla sua dimestichezza proprio in fatto di incunaboli. Il suo Catalogo della Libreria Giuseppe Martini compilato dal possessore da servire come saggio per una nuova bibliografia di storia
e letteratura italiana. Parte prima Incunabuli (Prefazione
del prof. Achille Pellizzari, Milano, Ulrico Hoepli,
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6
Schede manoscritte dell’Archivio Giuseppe Martini
1934) descrive nei dettagli 405 edizioni. La copia del
Catalogo conservata presso la nostra biblioteca contiene la firma autografa di Martini, in più trattasi dell’esemplare 1 sulla tiratura totale di 300. Alla descrizione
della prima edizione commentata della Divina Commedia, stampata nel 1477 a Venezia da Vindelino da Spira
(numero 144), legata in marocchino rosa da Bredford,
corrisponde nello schedario la seguente scheda manoscritta: «Folio, rose marocco, […] by the well known
English binder Francis Bredford». Oltre alla copia in
legatura di Bredford, lo schedario riporta altre due copie della stessa edizione, una in «late 16th century Italian binding in vellum, a very fine and large copy» e una
in «18th century Italian vellum binding» (foto 6).
L’importanza di Martini come collezionista diviene subito chiara dai libri da lui posseduti e descritti
nelle schede manoscritte. A proposito della prima edizione seicentesca della Divina Commedia, stampata nel
1613 a Padova, leggiamo nella sua scheda che la copia
fu l’«esemplare proveniente dalla biblioteca di George
John Warren Vernon, quinto barone Vernon. I disegni
a penna sulla copertina mostrano chiaramente la maniera di Dante Gabriel Rossetti, e con tutta probabilità
sono suo lavoro; sappiamo inoltre che Lord Vernon era
amicissimo del Rossetti, il quale come segno di amicizia
reciproca gli avrà abbellita la legatura del Dante». Va
aggiunto che lord Vernon fu il più importante collezionista dantesco dell’Ottocento.
L’incunabolo Prognostico per il 1482/83 del già citato Girolamo Manfredi, stampato presumibilmente a
Bologna per Henricus de Colonia nel 1483 (si trova fra
l’altro anche nel Catalogo della Libreria di Giuseppe Martini, Incunaboli, scheda 245) si rivela l’unica copia conosciuta al mondo con l’indicazione manoscritta nella
scheda «Apparently the only known copy of this edition witherto undescribed». L’esemplare, in seguito
passato nel possesso del famosissimo libraio antiquario
newyorkese Hans P. Kraus, viene censito oggi nell’Incunable Short Title Catalogue della British Library sotto
«Martini-Kraus copy». Achille Pellizzari in una sua citazione rende proprio omaggio alla celebrità di Martini
e dei suoi clienti: «Comprava con piacere, lietamente,
28
la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010
8
anche a costo di pagar caro. E allora fra gli spettatori,
che avevan seguito la gara con interesse a volte drammatico (Duecentomila… Duecentodieci… Duecentotrenta… - Armanni batteva, contento e impaziente, il
piccolo martello sul tavolo), frusciavan, mormorati,
nomi famosi: - È per Harper… - No, per Rosenbach…
- Per Morgan, direttamente…». (Introduzione di
Achille Pellizzari, Catalogo della Libreria di Giuseppe
Martini, 1934, p. XII).
Un’altra peculiarità si individua nel commento
sull’editio princeps di De gli Hecatommithi di Giovanni
Battista Giraldi (Mondovì, Leonardo Torrentino,
1565) quando Martini nella scheda manoscritta di sei
pagine aggiunge un dettaglio interessante sull’impresa tipografica usata da Leonardo Torrentino: «L’impresa dell’elefante assunta dallo stampatore Leonardo
Torrentino è probabilmente un’allusione all’altra dell’elefante in mezzo al gregge portata da Emanuele Filiberto duca di Savoia, il quale volendo fondare un’università o accademia a Mondovì, aveva chiamato i Torrentino per stabilirvi una tipografia» (foto 7). La copia
descritta in una “legatura eseguita da Riviere di Lon-
dra” è proprio quella conservata oggi presso la nostra
biblioteca. Oltre a un esemplare della più piccola Divina Commedia mai stampata (Salmin e Hoepli 1878),
Martini possedeva un esemplare della limitatissima tiratura del 1879: “Milano, Ulrico Hoepli - 1879 […]
Con 30 fotografie eseguite sui disegni di Francesco
Scaramuzza […] «Esemplare N. Di questa edizione illustrata del DANTINO esistono cinquantuno esemplari numerati portanti le firma di [lettera cancellata]»
(manca il numero dell’esemplare e la firma, [alcune parole cancellate] che dovevano essere apposti da Hoepli); Medesima edizione della precedente, ma coll’occhietto e il frontespizio ristampati e l’aggiunta di 2 altre cc. contenenti la dichiarazione del [alcune parole
cancellate] degli esemplari pubblicati colle fotografie
e l’indice di queste” (foto 8).
Gli occasionali esempi di schede finora presentate in questo articolo suggeriscono, anche se in piccola
parte, l’enorme potenziale di studio e ricerca insito nell’Archivio Martini, che sicuramente costituisce un tassello fondamentale per ricostruire la collezione e anche
la carriera del grande libraio antiquario.
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
29
inSEDICESIMO
GLI APPUNTAMENTI CON “DANTE E L’ISLAM”, I CATALOGHI,
L’INTERVISTA D’AUTORE, LE RECENSIONI, LE MOSTRE, LE ASTE
NON FERMATEVI A GUARDARE, METTETECI IL NASO!
Visite guidate, conferenze, incontri, reading, laboratori per studenti:
la nuova mostra in BvS è molto più che una semplice esposizione
4 novembre 2010 - 27 marzo 2011
ATTIVITÀ DIDATTICHE
Fondazione
Biblioteca di via Senato
via Senato 14, Milano
da martedì a domenica
orario continuato 10-18
lunedì chiuso
Ingresso libero
Per informazioni
tel. 02 76215323-314
fax 02 782387
[email protected]
www.bibliotecadiviasenato.it
Biblioteca
di via Senato
F O N DA Z I O N E
A cura della Fondazione Biblioteca
di via Senato
Durante tutta la durata della
mostra sono organizzate per il pubblico
adulto visite guidate pomeridiane, nella
pausa pranzo o serali.
Per le Scuole di ogni ordine
e grado sono proposte, invece, sia visite
guidate che laboratori didattici.
Per maggiori informazioni e per il
calendario dettagliato degli appuntamenti
consultare il sito internet
www.bibliotecadiviasenato.it, oppure
telefonare al n. 02/76215323-314-318.
SCUOLA PRIMARIA:
VISITA GUIDATA CON CACCIA
AL PARTICOLARE
Destinatari: classi 1a – 2a
Ai bambini viene data una scheda
da compilare durante la visita guidata,
affinché siano aiutati nel riconoscimento
delle opere. La scheda contiene domande
sull’arte e sulla civiltà islamica,
e sui personaggi danteschi.
Durante la visita vengono illustrati
oggetti di provenienza islamica: brocche,
piatti, oggetti in metallo, volumi pregiati,
ecc... L’Islam, civiltà lontana e (spesso)
poco conosciuta, in realtà ha avuto
enormi influenze sulla civiltà occidentale.
Gli Arabi erano navigatori, combattenti,
Incontri di civiltà
Con il patrocinio di
In collaborazione con
Si ringrazia
Sponsorizzazione tecnica
abili artigiani; a loro si deve l’utilizzo delle
cifre numeriche che poi un commerciante
italiano ha importato in Europa
nel XII secolo.
Partendo dai testi esposti
in mostra, la seconda parte della visita
è un’introduzione semplificata alla Divina
Commedia (struttura del poema,
narrazione del viaggio dantesco,
personaggi principali, ecc...).
Durata: 45’
Costo a persona: 3 euro
VISITA GUIDATA E “IL GIOCO
DELL’OCA CON DANTE”
Destinatari: classi 3a - 4a - 5a
Durante la visita i ragazzi fanno
conoscenza del mondo islamico
attraverso gli oggetti esposti: brocche,
piatti, oggetti in metallo, volumi pregiati,
ecc... L’Islam, civiltà lontana e (spesso)
poco conosciuta, in realtà ha avuto
enormi influenze sulla civiltà occidentale.
Sulla base dei testi esposti in mostra, la
seconda parte della visita è
un’introduzione semplificata alla Divina
Commedia (struttura del poema,
narrazione del viaggio dantesco,
personaggi principali, ecc...).
Al termine della visita attraverso
un insolito gioco dell’oca i ragazzi
entrano in contatto coi personaggi della
Divina Commedia e la struttura del
Poema attraverso gli episodi principali.
Durata: 1 h. e 30’
Costo a persona: 3 euro
SCUOLA SECONDARIA
DI PRIMO GRADO
VISITA GUIDATA
Durante la visita i ragazzi fanno
conoscenza del mondo islamico
attraverso gli oggetti esposti: brocche,
piatti, oggetti in metallo, volumi pregiati,
ecc... Una civiltà lontana e (spesso) poco
conosciuta che in realtà ha avuto enormi
influenze sulla civiltà occidentale. Gli
Arabi erano navigatori, combattenti, abili
artigiani; a loro si deve l’utilizzo delle cifre
30
numeriche che poi un commerciante
italiano ha importato in Europa nel XII
secolo.
Attraverso le illustrazioni della
Divina Commedia esposte in mostra,
vengono esposte l’ideazione del poema
dantesco, la struttura delle cantiche, i
personaggi principali, la simbologia, ecc...
Durata: 45’
Costo a persona: 3 euro
LABORATORIO “CREIAMO LA
NOSTRA DIVINA COMMEDIA”
Ciascun partecipante riceve
un’immagine tratta dai volumi esposti
in mostra e che raffigura un episodio
dell’opera dantesca con versi della terzina
corrispondente. Viene così svolto
un lavoro di gruppo, in cui dapprima
è ricostruita la storia, collocando le
immagini nella giusta sequenza narrativa
e successivamente si colora ogni
immagine con la tecnica del pastello. Al
termine del laboratorio la classe ha creato
la propria Divina Commedia.
Durata visita guidata + laboratorio:
1 h. e 30’
Costo visita guidata + laboratorio:
5 euro a partecipante
LABORATORIO LA DIVINA
COMMEDIA “IN MINIATURE”
Il laboratorio si compone di una
breve parte teorica: una spiegazione della
storia del libro dall’antichità fino ai giorni
nostri (le origini della scrittura, le origini
del libro, le pagine scritte e miniate,
l’invenzione della stampa, ecc...). In
particolar modo si pone l’attenzione su
come venivano prodotti e scritti i libri al
tempo di Dante: i materiali, le miniature.
La parte pratica invece prevede la
realizzazione di una pagina della Divina
Commedia.
A ciascun ragazzo viene dato un foglio
su cui sono riprodotte alcune terzine
dell’opera dantesca. I ragazzi disegnano
il capolettera secondo la loro fantasia
la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010
e poi colorano la miniatura con i pastelli;
infine riproducono col pennarello la grafia
dei versi del poema. Durante il lavoro
si ricostruisce in gruppo la storia,
collocando le immagini nella giusta
sequenza narrativa. Al termine
del laboratorio la classe ha illustrato
la propria Divina Commedia.
Durata visita guidata + laboratorio:
1 h. e 30’
Costo visita guidata + laboratorio:
5 euro a partecipante
SCUOLA SECONDARIA
DI SECONDO GRADO
VISITA GUIDATA
Partendo dalla Divina Commedia –
che si può considerare un’enciclopedia
del sapere del tempo – si entra in
contatto con luoghi e figure che
testimoniano la contaminazione culturale
tra il mondo occidentale e islamico, e la
volontà di accogliere le reciproche
diversità. Lo stesso impianto del Poema
è influenzato dalla tradizione islamica che
Dante conosceva sicuramente, e mostra
forti analogie con i racconti del viaggio
ultramondano di Maometto narrati nel
Libro della Scala, che una volta tradotto
in Spagna veniva diffuso in Occidente.
Durante la visita guidata vengono
evocati i personaggi contemporanei
al Poeta che incarnano la contaminazione
culturale fra Islam e Occidente. La visita
ha un taglio storico/letterario:
inquadramento della civiltà islamica
e analisi della Divina Commedia.
Durata: 1 h.
Costo a persona: 3 euro
VISITATORI ADULTI
PER I GRUPPI: Visita guidata
alla mostra
Partendo dalla Divina Commedia –
che si può considerare un’enciclopedia
del sapere del tempo – si entra in
contatto con luoghi e figure che
testimoniano la contaminazione culturale
tra il mondo occidentale e islamico e la
volontà di accogliere le reciproche
diversità. Lo stesso impianto del Poema
è influenzato dalla tradizione islamica che
Dante conosceva sicuramente, e mostra
forti analogie con i racconti del viaggio
ultramondano di Maometto narrati nel
Libro della Scala, che una volta tradotto
in Spagna veniva diffuso in Occidente.
Durante la visita guidata vengono
evocati i personaggi contemporanei
al Poeta che incarnano la contaminazione
culturale fra Islam e Occidente. La visita
ha un taglio storico/letterario:
inquadramento della civiltà islamica
e analisi della Divina Commedia.
Durata: 1 h.
Costo a persona: 3 euro
(min. 15 partecipanti)
PER I VISITATORI SINGOLI SONO
PREVISTE DELLE VISITE GUIDATE
LA PRIMA DOMENICA DI OGNI MESE
alle h. 15.00 e h. 17.00
(SU PRENOTAZIONE
tel. 02-76215323-314)
Durata: 50’
Costo: 3 euro
AUDIOGUIDA
Presso la biglietteria della mostra
è disponibile l’audio-guida al costo
di 2 euro, lasciando in deposito
un documento d’identità.
CONFERENZE
“Dante e l’Islam: la mostra”
a cura dei curatori della mostra:
Dott. Matteo Noja –
Dott.ssa Annette Popel Pozzo
LUNEDÌ 22 NOVEMBRE 2010
h. 18.00
Ingresso libero senza prenotazione
fino a esaurimento posti
Come nasce e si sviluppa la mostra:
il progetto, l’allestimento, i materiali
esposti. L’esposizione nasce dal desiderio
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
di rendere noti i Fondi più importanti
della Biblioteca di via Senato e dalla
collaborazione con il Comune di Milano
che ha organizzato la mostra a Palazzo
Reale al-Fann. Arte della civiltà islamica.
All’epoca di Dante il pensiero islamico era
diffuso nella cultura occidentale, con
questa esposizione si cerca di renderne
omaggio. L’accostamento del nome del
Poeta alla civiltà islamica è sempre stato
oggetto di incomprensioni, dibattiti e
discussioni. Durante la conferenza
verranno inoltre presentate le pregiate
edizioni illustrate della Divina Commedia
provenienti dal Fondo Antico della
Biblioteca.
“Scacco matto” a cura della Dott.ssa
Monica Colombo - Opera d’Arte
LUNEDÌ 13 DICEMBRE 2010 h. 18.00
Ingresso libero senza prenotazione fino a
esaurimento posti
Il grande storico Henri Pirenne
affermò con una boutade che
per l’occidente l’unico frutto derivante
dalle crociate fu …l’albicocca. Prendendo
sul serio questo paradosso vogliamo
analizzare in questa conferenza l’eredità
culturale e scientifica che il mondo araboislamico ha trasmesso all’occidente
medievale partendo dal patrimonio
lessicale di origine araba o persiana che,
insieme al greco e al latino, è entrato a far
parte della lingua italiana. Dall’alambicco
alla melanzana, dal baldacchino
all’algebra, la storia delle parole, arricchita
dall’osservazione di immagini derivanti
da manoscritti e oggetti d’arte arabi e
occidentali, ci permetterà di approfondire
i punti di incontro di due grandi civiltà.
“I rapporti artistici fra l’Italia
medievale e i Paesi islamici” a cura
della Prof.ssa Francesca Flores D’Arcais
- docente di Storia dell’Arte
Medievale presso l’Università Cattolica
del Sacro Cuore di Milano
LUNEDÌ 17 GENNAIO 2011 h. 18.00
31
Ingresso libero senza prenotazione fino ad
esaurimento posti
L’Italia è terra privilegiata
per i rapporti artistici nel Medioevo
con i Paesi islamici.
La Sicilia fu occupata dagli Arabi
dalla metà del secolo IX e in Sicilia
abbiamo tra i più importanti monumenti
islamici conservati; ma anche monumenti,
costruiti dai Normanni, che sono ispirati
alle architetture arabe. Elementi islamici
si diffusero dalla Sicilia anche lungo
le coste meridionali del Tirreno. Molti
centri italiani avevano continui rapporti
con i Paesi islamici, per motivi
commerciali. Con le merci arrivarono
anche le opere di manifattura islamica,
tra cui le stoffe, molto apprezzate in Italia.
Tra fine Due e inizi Trecento anche
i maggiori artisti italiani furono
influenzati dagli oggetti islamici, colpiti
soprattutto dagli elementi decorativi.
Arnolfo di Cambio, Duccio e soprattutto
Giotto, che dipinge alle spalle delle
Madonne stoffe con motivi islamici. La
grafia islamica si trova anche in alcune
decorazioni di manoscritti miniati, di area
bolognese: sono piccoli bollini che
sembrano essere ispirati alle monete o
piccoli fregi che sembrano copiare lettere
arabe. Questa moda dura tuttavia in Italia
solo fino agli anni 30 del Trecento, viene
in seguito sopraffatta dalle decorazioni
goticheggianti, di ispirazione francese.
di espressione artistica predilette
dal mondo islamico: l’architettura e le arti
decorative, in special modo la miniatura
e la calligrafia. La proiezione di immagini
digitali ci condurrà in un viaggio
attraverso le meraviglie dell’arte
medievale islamica che rapporteremo
e metteremo a confronto con l’estetica
occidentale.
“Iddio è bellezza e ama ciò che è
bello” a cura della Dott.ssa Monica
Colombo - Opera d’Arte
LUNEDÌ 7 FEBBRAIO 2011 h. 18.00
Ingresso libero senza prenotazione
fino a esaurimento posti
Queste parole compaiono
in un Hadith del Profeta dell’Islam,
ovvero in un detto attribuito a Maometto,
e questa affermazione ci accompagnerà
in un percorso di introduzione all’arte
islamica che intende proporre alcune
chiavi interpretative delle due forme
Fondazione Biblioteca di via Senato
Tel. 02/76215323-314-318
[email protected]
www.bibliotecadiviasenato.it
INCONTRO “La Divina
avventura” – lettura scenica
PER FAMIGLIE E RAGAZZI
di 6 – 12 anni
SABATO 20 NOVEMBRE h. 15.30
a cura di Enrico Cerni, co-autore
de “La Divina avventura”
Ingresso libero senza prenotazione
fino a esaurimento posti.
La Divina avventura è un libro
illustrato in versi, è la narrazione della
Divina Commedia vista con gli occhi
dei ragazzi. L’autore ci conduce all’interno
dell’avventura, narrando alcuni passi tra i
più celebri e spiegando l’opera anche ai
più piccoli. L’incontro si divide in due
momenti: una chiacchierata col pubblico
in cui si parla dell’opera dantesca e la sua
fortuna fino ad oggi e poi una lettura
animata del testo della Divina avventura.
Durata: 1 h. circa
PER INFORMAZIONI
E PRENOTAZIONI
Tutti i GRUPPI (gruppi scolastici
e pubblico adulto), che intendano
visitare la mostra liberamente
o con una propria guida, hanno
comunque l’obbligo di prenotare
anticipatamente l’ingresso.
La prenotazione e l’ingresso
alla mostra sono gratuiti.
32
IL CATALOGO
DEGLI ANTICHI
Libri da leggere
per comprare libri
di annette popel pozzo
I NATURALISTI ARDUINI E I
LIBRI DI THOMAS STANLEY
Jonathan A. Hill Bookseller
Catalogue 194: Science, Medicine,
Natural History, and Bibliography
Il libraio antiquario newyorkese
specializzato in blibliografie antiche
offre sempre titoli interessanti e spesso
rari, come per esempio l’Indice degli
scritti stati pubblicati fino a Luglio
dell’anno 1785. del Sig. G. Arduini [&
Pietro Arduini], pubblicato senza
indicazioni editoriali ma probabilmente
stampato a Venezia nel 1785 ($500).
L’edizione di sole 24 pagine, non censita
nelle biblioteche italiane, rappresenta
la prima bibliografia delle opere
del geologo Giovanni Arduini (1714-
la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010
1795) e di suo fratello, il botanico Pietro
(1728-1805). Interessante anche
il catalogo d’asta della Bibliotheca
Stanleiana. A splendid selection of rare
and fine books from the distinguished
library of colonel Stanley. The selection
contains all his rare Italian and Spanish
poetry, novels and romances (Londra
1813). Thomas Stanley (1749-1818),
oltre a essere politico e membro
del Parlamento inglese, fu un
appassionato bibliofilo. Molti dei
suoi 1136 libri in vendita furono
acquistati da Richard Heber. La
copia offerta da Jonathan Hill è
particolarmente interessante dato
che contiene i prezzi e i nomi
degli acquirenti in forma
manoscritta. Queste
informazioni, spesso
assenti, si rivelano
strumenti fondamentali per studi
sui prezzi e valutazioni storiche.
Jonathan A. Hill Bookseller
325 West End Avenue, Apt. 10B
New York (NY) 10023-8143
www.jonathanahill.com
COMO CAPUT MUNDI:
STORIA, LUOGHI E DIALETTI
Gabriele Maspero Libri Antichi
Catalogo 4 - Autunno 2010
Nei cataloghi del libraio
antiquario comasco chiaramente non
mancano mai titoli di argomento
lariano. Segnaliamo per esempio
l’edizione di Carlo Amoretti,
Viaggio da Milano ai tre
laghi Maggiore, di Lugano
e di Como e ne’ monti
che li circondano
(Milano, Silvestri, 1824,
€300) o la prima
edizione di Giulio
Cesare Gattoni,
Codicillo (Como,
Luigi Noseda,
1803, €300).
«Nel Codicillo [il
canonico erudito e
collezionista Gattoni] scrive le più
balorde cose, e si burla certamente
anche del lettore» (Voltiana I-XI, p. 432).
In vendita anche la Storia di Como di
Maurizio Monti (Como, Ostinelli, 18291832, 3 volumi, €400), come anche
l’importante Vocabolario dei dialetti
della città e diocesi di Como con esempi
e riscontri di lingue antiche e moderne
dell’abate Pietro Monti (Milano, Società
Tipografica de’ Classici Italiani, 18451856, 2 volumi contenenti anche
l’aggiunta dell’appendice, €680).
L’Autore, avverso al purismo toscano,
cita oltre diecimila voci del lago di
Como e delle valli vicine.
Infine indichiamo anche la Guida
illustrata turistica descrittiva di Lecco e
paesi finitimi della Brianza, del Pian
d’Erba, dell’Alto Lario, ecc. di Alberto
Villani (Lecco, fratelli Grassi, 1928,
€140).
Gabriele Maspero Libri Antichi
via Luigi Cadorna 22 – 22100 Como
www.masperolibri.com
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
IL CATALOGO
DEI MODERNI
Libri da leggere
per comprare libri
di matteo noja
I PIONIERI DELLO SPAZIO
Didier Lecointre - Dominique Drouet
Architecture des années 60
Telematicamente ci giunge dalla capitale francese, dai librai Didier Lecointre e
Dominique Drouet, un interessante catalogo dal titolo Architecture des années 60.
Il catalogo ci permette di conoscere
da vicino alcuni gruppi di architetti, ma
non solo, che movimentarono la scena culturale della fine degli anni ’60 e dei primi
’70. Questi gruppi possono in qualche modo esser visti come lo spartiacque tra un
vecchio modo di intendere l’architettura,
in chiave realizzativa, e avvicinarsi a quanto è stato recentemente proposto anche
dalla Biennale d’architettura di Venezia,
un’architettura attenta allo spazio e al
tempo e alla loro percezione e all’utilizzo
dei materiali nel pieno rispetto dell’uomo e
della natura.
Il primo gruppo che si fa avanti è
quello chiamato “Eventstructure Research
Group” (ERG) fondato nel 1968 ad Amsterdam da Jeffrey Shaw, Theo Botschuijver
and Sean Wellesley-Miller. Il gruppo proponeva performance e happening per
cambiare la nozione di spazio e tempo in
relazione all’interazione di nuovi media e
nuove strutture. Il depliant che viene offerto (6 Events in Amsterdam. Pneutube Cushion. 17 sept. 1969. Frederiksplein. Totems - Waterwalk. 20 sept. Sloterplas Grassroll - Brickhill. 22 sept. Museumplein.
480) riguarda le performance che il gruppo
oranizzò nel settembre del 1969.
Subito dopo, con la rivista omonima
si affaccia appunto il francese “Groupe
Utopie”. Capitanato dai sociologi Jean Baudrillard e Jean Loureau e composto anche
dagli architetti Jean Aubert, Jean Paul
Jungmann e Antoine Stinco, dall’architetto paesaggista Isabelle Auricoste e dall’editore Hubert Tonka, venne fondato a Parigi
nel 1967 per promuovere un’architettura
fatta di strutture «sacrificabili, gonfiabili,
pneumatiche, momentanee, trasportabili».
In realtà, dopo poco tempo si affermò come espressione di un pensiero puramente
sociologico, senza alcuna applicazione.
Del gruppo i due librai offrono tutto
il pubblicato della rivista (Utopie, dal n. 1 al
n. 17, pubblicati da maggio 1967 a dicembre 1977; €4.500) e alcuni fascicoli legati
alla lotta di classe e alla sua urbanizzazione. Tra questi, il catalogo di un’interessante
e insolita mostra tenuta al Musée d’Art
Moderne de la ville de Paris nel marzo 1968,
dal titolo Structures gonflables. Catalogue
de l’exposition précédé des essais «Technique et société»; «Considérations inactuelles
sur le gonflable» et «Particularités des
structures gonflables». (Utopie; pp.103,
€300): organizzata dal gruppo, la mostra
presentava un centinaio di oggetti “pneumatici”: veicoli per la terra, l’acqua, l’aria e
lo spazio, lavori d’ingegneri e architettura,
mobili, gadget pubblicitari e opere d’arte. I
testi sono di Pierre Gaudibert, Claude e
Léon Gaignebet, Jean Aubert. Gli architetti
del gruppo Utopie si riuniranno sotto il nome di “Aérolande” e si specializzeranno nel
progettare strutture pneumatiche come il
Dyodon, una cupola gonfiabile e destinata
a essere posta sulla terra come sull’acqua e
per aria. Tra i documenti di questo gruppo
notiamo la rivista L’ivre de pierres (Edité par
J.P Jungmann avec la collaboration de J.
Aubert, A. Stinco et H. Tonka. Paris, Aérolande, 1977,1978, 1980, 1983. 4 volumi,
€600) che presenta i lavori e i progetti di
tutti i suoi componenti.
Altro gruppo, il viennese “HausRucker-Co” (Traslocatori & Co., verrebbe da
tradurre). Fondato nel 1967 da Laurids e
Manfred Ortner, Günter Zamp Kelp, Klaus
33
Pinter e altri esponenti di diverse discipline.
Partendo dalla capitale austriaca il gruppo
diventò in breve tempo internazionale
aprendo uffici a Düsseldorf (1970) e New
York (1971), specializzandosi in “architetture disponibili”, strutture pneumatiche,
materassi ad aria, sistemi di sopravvivenza.
Riproposto in questi ultimi anni in Germania e negli Stati Uniti, il lavoro del gruppo
viene considerato dagli storici dell’architettura come uno dei più importanti contributi all’architettura sperimentale. Il catalogo propone, tra l’altro, la pubblicazione
Cover (Museum Haus Lange Krefeld, 1971;
con altri documenti relativi alla mostra
“Cover”, €1.200).
Un ultimo gruppo, italiano anzi fiorentino, il gruppo 9999 composto dagli architetti Giorgio Birelli, Carlo Caldini, Fabrizio Fiumi, e Paolo Galli. Il libro che ci propone il catalogo è Ricordi di architettura - Architectural memoirs (Firenze, Tipolitografia G. Capponi, 1972; pp. 271, €1.500).
«Cinque anni di ricerche sperimentali sono
raccolte con veste uniforme a testimoniare
una presenza continua e attenta sulle vicende culturali nel tentativo d’incidere sulla formazione stessa della società». Tra i
progetti illustrati nel volume: Los Angeles
Megastruttura; Ipotesi di Spazio; Concorso
Chiesa a Cattolica Italia; Arredo Urbano
Ponte Vecchio Firenze; Concorso Padiglione Italiano Osaka; Space Electronic; Teatro
in Relazione con le Arti Figurative; Progetto “Appollo”; Concorso Aeroporto di Genova; S-Space Controllo Albrei Sonorizzati;
S-Space Interno Jam Session N.1; Concorso Salvataggio di Venezia; Concorso Graz
Urban Intermedia; Concorso Nuova Università a Firenze; Concorso "Italy, a new domestic landscape" (progetto vincitore del
concorso con quello di G. Mari); S-Space
Mondial Festival N. 1.
Didier Lecointre Dominique Drouet
9 rue de Tournon, 75006 Paris
Tel. 00 33 (0) 1 43 26 02 92
www.lecointredrouet.com
36
la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010
L’intervista d’autore
SIMONE BERNI E I SEGRETI DELLA
SUA BIBLIOTECA “IMPOSSIBILE”
ercate un libro scomparso?
Una prima edizione rarissima?
Un titolo dato per disperso
o ritirato dal mercato per misteriose
ragioni? Bene, la persona giusta a cui
chiedere è Simone Berni, il miglior
esperto sul mercato di “insolito
libresco”, ferocissimo cacciatore di libri
ed egli stesso collezionista di “fantasmi
di carta” che tiene nascosti
nella sua casa-biblioteca di Siena.
Sull’argomento ha persino scritto una
vera e propria guida, appena pubblicata
dall’editore Biblohaus: Questo è Berni,
sottotitolo “Manuale del cacciatore di
libri introvabili” (titolo e sovraccoperta,
per altro, sono una citazione del
rarissimo “Questo è Cefis”, la biografia
non autorizzata del presidente dell’Eni
e della Montedison scritta da un mai
identificato Giorgio Steimetz nel 1972
dall’Agenzia Milano Informazioni e
subito fatta sparire da tutte le librerie
e le biblioteche italiane: insomma,
il libro introvabile per eccellenza).
Il “Manuale” di Berni è un prontuario
prodigo di consigli e trucchi per chi
bazzica mercatini, librerie, bancarelle
e siti internet specializzati; che mappa
i luoghi e le tecniche della caccia;
e che cataloga le tipologie dei
personaggi che popolano il mondo
dei libri. Ma nello stesso tempo è
un “catalogo delle meraviglie” di tutti
i testi scomparsi o perduti (lo sapevate
che nel ’62 Bompiani stampò ma non
distribuì “Il tamburo di latta” di Günter
Grass, che poi uscì da Feltrinelli?),
i titoli rari&rarissimi (come
C
di luigi mascheroni
l’autobiografia di Moana Pozzi…),
le edizioni fantasma e pirata (i vari
“Larry Potter”...), i falsi e gli apocrifi
(un meraviglioso “Il Gatto brasiliano”
di Conan Doyle apparso a Milano nel
’32 per Valdieri), e così via.
Si dice che Lei sia il più feroce
cacciatore di libri proibiti, scomparsi,
introvabili. Immagino che non li cerchi
solo per rivenderli a dei collezionisti,
ma molti li tenga Lei stesso. Può dirci
cosa c’è esattamente nella sua
biblioteca?
Qualcuno l’ha definita biblioteca dei
libri perduti, salvo poi scoprire che è il
titolo di un romanzo di John Harding. Sì,
ammetto di avere qualcosa di interessante
ma non la apro a cuor leggero ai visitatori.
Sono convinto che la maggior parte dei
bibliofili neanche sospetti dell’esistenza di
alcuni libri in mio possesso. Vorrei
continuare a preservarli. Ciò che è segreto
è in salvo... Delle mie raccolte forse un
giorno nascerà un museo…
Tra edizioni clandestine, false,
fantasma, libri ritirati dal mercato,
quanti “pezzi” possiede?
Non moltissimi, direi circa 1.500.
Ovviamente lascio fuori da questo
conteggio i libri cosiddetti “normali”.
Molti di questi libri sono stati dei casi
“a tempo”, cioè hanno rivestito un
interesse particolare solo per un periodo
temporale ben preciso. Oggi, a distanza
anche di pochi anni, rivestono solo
un valore documentale. Altri, invece,
hanno dato vita a dei casi destinati a fare
epoca, basti pensare a Pasque di sangue
di Ariel Toaff pubblicato nel febbraio
del 2007 e ritirato dal Mulino pochissimi
giorni dopo l’uscita (ne sono girate solo
3mila copie, le restanti sono finite
al macero) per le violente proteste della
comunità ebraica: nella prima versione
del testo, poi ripubblicato «purgato», Toaff
sosteneva la fondatezza della voce
secondo cui nei secoli passati gli ebrei
ashkenaziti, in talune circostanze,
compirono sacrifici umani durante i riti
pasquali. Scritto da un ebreo, ce n’era
abbastanza per farne un libro maledetto…
Ci sono delle materie o temi
particolari che predilige?
Il campo delle scienze perdute e di
quelle alternative, per esempio. Lo sapeva
che l’Italia ha avuto forse il massimo
ricercatore nel campo dei cosiddetti
fenomeni fluttuanti, una branca non
riconosciuta della chimica-fisica? Sto
alludendo a Giorgio Piccardi, un pioniere
in questa materia così singolare. Il suo
La base chimica della climatologia medica
è poco conosciuto ma è un testo che
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
potrebbe divenire fondamentale quando
la sua teoria che le eruzioni solari
influenzano le reazioni chimiche terrestri
sarà provata.
Si ricorda il primo volume
acquistato non per necessità di studio
o di lettura, ma per il puro piacere
del possesso?
È stato il primo mattone della mia
casa. Alludo a Come funziona la dittatura
fascista di Gaetano Salvemini, un libro in
italiano stampato a New York per sfuggire
alla censura. Mi colpì subito quella
copertina. Il volto di Benito Mussolini alla
sommità di due tibie incrociate. Era chiaro,
mi dissi quando lo notai in un sobborgo
di Amsterdam, che in Italia un libro del
genere, stampato alla fine degli anni ’20,
non avrebbe potuto circolare liberamente.
Dopo la mia segnalazione nel 2005 oggi è
diventato un oggetto del desiderio.
E il primo libro “introvabile” su
cui ha messo le mani?
Mondi in collisione di Immanuel
Velikovsky. Edizione Garzanti del ‘55, con la
sovraccoperta originale e l’introvabile
fascetta azzurra. Come argomento stiamo
sempre attingendo al filone delle scienze
perdute. Il libro è un vero e proprio must
del genere. In America Velikovsky è stato
demonizzato per almeno mezzo secolo,
dal 1950 in poi, anno in cui osò sfidare la
comunità scientifica con il suo libro.
Quello che le è costato più
tempo e fatica?
Un libro acquisito lo scorso ottobre,
sul quale però per ora voglio mantenere
un riserbo assoluto. Si tratta di un’edizione
scomparsa e quella da me trovata ritengo
possa essere l’unica copia sopravvissuta.
È una mosca bianca che può riscrivere la
storia di uno dei più grandi e famosi
romanzi del ‘900, in quanto la sua stessa
esistenza è la prova della teoria che porta
in sé. Dico solo che questa specifica
edizione, non dovrebbe esistere.
Quello con la storia più
curiosa?
Forse è Les Septe Têtes du Dragon
Vert di Teddy Legrand, un libro francese
degli anni ’30 sul simbolismo iniziatico che
cercai e trovai con grosse difficoltà e una
serie di peripezie per conto di un docente
universitario di Roma, ma che poi mi sono
tenuto per me. Il libro è rarissimo.
E il pezzo a cui dà
maggiormente la caccia e non ha
ancora trovato?
Su onda 31 Roma non risponde
di Franco Tabasso, un libro del 1957
sul carteggio Mussolini-Churchill, scritto
dal figlio di un agente del servizio segreto
italiano.
C’è gente che per un libro è
pronta a fare follie. La letteratura
insegna che può anche uccidere. Quale
è il caso più incredibile in questo senso
che le è capitato di conoscere?
Un collezionista emiliano che ha
la mono-mania dei libri dei grandi artisti
della fotografia. Da Helmut Newton
a Mario Testino, a William Claxton o David
Lachapelle, per non dire di Slava Mogutin,
un fotografo russo contemporaneo,
specializzato in soggetti umani di realtà
urbane degradate. I suoi album fotografici
degli esordi sono introvabili e spuntano
valutazioni altissime tra i suoi truci fans.
Oltre ai libri proibiti
37
e scomparsi, e ai risultati degli errori
“imperdonabili”, cosa c’è nella sua
biblioteca?
Ci sono le prime edizioni di Luciano
Bianciardi, perlopiù autografate, quelle di
Ignatius Donnelly, un politico del
Minnesota vissuto alla fine dell’800 che
scriveva strani romanzi d’utopia. C’è la
collana completa de I quaderni del sale
(cinque in tutto)! Poi una nutrita collezione
di opuscolistica antifascista. E molti libri
d’esordio, un’altra branca di ricerca assai
interessante. Che so, Concerto a sei voci,
il primo libro di Giulio Andreotti (del 1945),
o Commiato dal tempo di pace di Indro
Montanelli (anno 1935). O magari il meno
pretenzioso Ho ucciso la morte
di Maurizio Costanzo (1958).
Tra i tanti bibliofili e bibliomani
che lei ha incontrato chi è il
“peggiore”: quello che non conosce
limiti, che non si soddisfa mai?
Il più accanito e instancabile
è Bruno Baronchelli, il massimo
collezionista italiano di fantasy
e fantascienza.
È veramente unico. Possiede, per fare un
esempio, una delle tre copie note di Dalla
terra alle stelle di Enrico Novelli (Yambo),
anzi la più ambita di tutte in quanto
impreziosita dalla dedica alla madre.
38
la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010
PAGINE CHE PARLANO DI LIBRI
Dove e come Garamond creò i “garamond”,
i viaggi di Rosetti e la poesia della Mistral
di matteo noja e matteo tosi
UN VIAGGIO DI FORMAZIONE
ALLA FONTE DELLA “FONT”
uove tecnologie incalzano,
il panorama del libro si popola di
apparecchi che lo sostituiscono
e che lo relegano all’antiquariato. Oggetti
elettronici che riproducono il colore della
carta e sui quali, i tecnici dicono, si prova
lo stesso piacere nello sfogliare le pagine,
virtualmente è ovvio; aggeggi che
collegandosi alla rete permettono
di scaricare storie infinite, enciclopedie,
vocabolari, opere di riferimento…
Si assiste alla fine del libro? O forse
il libro è sempre stato in pericolo
sin dal suo comparire nella storia? E qual
è stato l’orizzonte d’attesa nel quale
si affacciò il libro a caratteri mobili?
Un romanzo affascinante, anche se
con qualche pecca, scritto a volte in una
lingua troppo colloquiale, ci porta
nell’estate del 1513 quando due francesi,
dopo un lungo viaggio a piedi attraverso
l’Europa, raggiungono la città dove si va
formando una vera e propria industria
editoriale. I francesi sono Antoine
Augerau, anziano tipografo, e Claude
Garamond, giovane di belle speranze,
si direbbe: vogliono vedere quei prodigi
della nuova arte tipografica che sono
i libri stampati dal primo “editore”
moderno in assoluto, Aldo Manuzio.
Arrivano in una Venezia notturna,
addormentata, e scoprono con sorpresa,
all’insegna dell’Ancora e del Delfino, una
stamperia in piena attività nonostante
l’ora. Per qualche tempo collaborano con
Aldo a comporre, correggere, stampare,
ma loro che erano giunti da tanto
N
lontano per ammirare i caratteri – quelli
che oggi, usando anche in tipografia il
computer, chiamiamo “font”, con termine
anglosassone – che Aldo aveva disegnato
per rendere più leggibili i testi della
nuova lingua volgare e dei classici
del mondo greco e latino, hanno sete di
conoscere e imparare.
Sete che li conduce da Francesco
Griffo che pazientemente insegnerà loro
ad apprezzare i bei caratteri che egli
va delineando per Aldo, e soprattutto
spiegherà al giovane Claude come
disegnare le “grazie” necessarie per
forgiare un carattere maggiormente
leggibile degli ormai poco comprensibili
caratteri gotici, e gli farà riconoscere i
pregi dei caratteri disegnati da altri
maestri, come Nicolas Janson. Questo
incontro sarà la svolta della vita per
Claude Garamond, che da quel momento
diventerà uno dei più grandi ideatori
di caratteri del Cinquecento e soprattutto
lascerà a noi in eredità un carattere
che ancora oggi si usa largamente nella
composizione dei testi, sia in piombo,
sia in digitale. Quel carattere Garamond
che risplende in molte varianti, tra cui il
Simoncini, carattere prediletto da uno dei
grandi editori del secolo scorso, Giulio
Einaudi, che pur utilizzando tipografie
industriali non era insensibile al fascino
dei bei libri e curava personalmente la
scelta del carattere, appunto, della carta e
della legatura: nel 1958 lo vide disegnare
nella fonderia di Francesco Simoncini
a Bologna e se ne innamorò: da allora
tutti i suoi libri sono composti con quel
particolare Garamond; la carta dei suoi
volumi, sempre bianchi e brillanti, la
importava direttamente dalla Russia.
Ma torniamo al romanzo di Anna
Cuneo. Il racconto che Garamond
fa in prima persona si snoda attraverso
le vicissitudini dei personaggi a lui vicini,
dal confronto con nuove religioni come
il protestantesimo, da quello con gli
studenti della Sorbona che di anno
in anno premevano maggiormente
per avere nuovi testi sempre più curati
per poter studiare, anche in barba alle
disposizioni ecclesiastiche e contro le
istituzioni che controllavano le università.
Dopo il tirocinio veneziano, durato
qualche anno, i due amici intraprendono
il viaggio di ritorno e sul loro cammino
incontrano personaggi come il monaco
François Rabelais, molto prima che
diventasse scrittore chiamandosi
“Alcofribas Nasier”, e con lui spartiscono
qualche avventura quasi picaresca.
Ma saranno le notizie su Martin
Lutero e sul suo nuovo modo di intendere
la religione che sconvolgeranno le loro
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
vite, soprattutto quella del mentore
Antoine Augerau. Alcuni teologi
intransigenti sorvegliano con la censura
quanto sta avvenendo tra gli stampatori,
che spinti da nuove necessità e da nuove
richieste, si trovano a pubblicare testi
che paiono in odore d’eresia. La censura
non basta e, nonostante la richiesta
di pubblicazione venga a volte da persone
in alto loco – tra tutte la sorella del re,
Margherita di Navarra, scrittrice
e ispiratrice di una edizione della Bibbia
in volgare – i teologi cominciano
a eliminare fisicamente gli eretici,
stampatori compresi.
Maestro Antoine viene accusato
di avere stampato ed esposto alcuni
manifesti blasfemi contro la messa
e viene imprigionato; a nulla valgono
i tentativi di chiedere la grazia al re:
egli viene impiccato dal boia sulla Place
Maubert nel 1534. L’amico assiste
impotente al martirio di quello che
definisce un “giusto”, con l’unica colpa
d’essere devoto più al piombo dei
caratteri e alla carta dei fogli che al resto.
Claude Garamond nel 1540 viene
incaricato dal re, attraverso la mediazione
del grande tipografo Robert Estienne
a disegnare i famosi caratteri greci «i cui
punzoni, al pari di tutti in punzoni di
Garamond che si sono conservati, sono
classificati come monumento nazionale
francese». Da quella data si dedica solo
all’incisione dei caratteri. Il suo tentativo
d’essere editore dura solo due anni, 1545
e 1546: la decina di magnifici volumi
pubblicati ci fa pensare che se avesse
voluto sarebbe stato un grandissimo
editore al pari del vecchio Aldo. Muore
nel 1561, mentre si fanno più aspre
le lotte di religione, e dal suo testamento
si può indovinare una sua tiepida
adesione al protestantesimo.
Anna Cuneo, “Il maestro
di Garamond”, Sironi editore,
Milano 2010, pp. 490, €19,90
EMILIO ROSETTI: 480MILA KM
LUNGO TUTTO L’OTTOCENTO
Certo, i racconti di viaggio, specie
quando sono viaggi di formazione
e quindi biografie al tempo stesso, sono
una delle strade più affascinanti
per conoscere anche la storia dei luoghi
e delle persone, e non per niente, i diari,
se non le autobiografie sono tra i generi
più ghiotti per i bibliofili. A maggior
ragione se inediti e “segreti”, come quelli
recentemente dati alle stampe per i tipi
della fiorentina Polistampa,
con protagonista l’ingegnere e geografo
Emilio Rosetti, che annotò
minuziosamente le sue innumerevoli
peripezie attraverso il Vecchio
Continente e il Sud America lungo tutto
il secondo Ottocento.
Una vera e propria passeggiata nel
tempo, quindi, lunga più di 480.000
chilometri percorsi in treno o in nave,
ma anche a dorso di mulo da un fine
intellettuale pratico sia di scienza che
di cultura, spinto da una vera e propria
sete di conoscenza.
E così, ecco le oltre 1.500 pagine
manoscritte che oggi prendono forma
di libro dopo essere state studiate
e commentate da Giulia Torri, che ridona
anche alla sua patria una figura qui
39
poco nota, ma celeberrima in Argentina,
ad esempio, dove ha fondato la facoltà
di Ingegneria di Buenos Aires
e ha progettato diverse opere pubbliche.
“Memorie” concrete come quelle
appuntate nei suoi diari, con stile
limpido e avvincente, senza alcun
intento di stupire chicchessia,
ma semmai di lasciare tangibile
testimonianza delle esotiche meraviglie
incontrate nel suo incessante
peregrinare fisico e non.
,
Giulia Torri (a cura di),
“I viaggi e le memorie di Emilio
Rosetti”, Polistampa, Firenze, 2010;
pp. 352, €29,00
POESIE SCELTE DI GABRIELA
MISTRAL, PREMIO NOBEL ’45
Tra le tante raccolte poetiche
pubblicate ogni anno in Italia da editori
di tutte le “taglie” vale senza dubbio
la pena segnalare la prima e inedita
raccolta di poesie scelte di Gabriela
Mistral, premio Nobel 1945 e forse la più
grande poetessa sudamericana di
sempre, oltre che uno dei personaggi
ancora più cari all’intero popolo cileno.
Nata nel 1889 nel cuore delle Ande,
Gabriela Mistral è sempre stata autrice
di una poesia musicale e avvolgente,
semplice e immediata, ma ricca di temi
anche politici e sociali, splendidamente
fusi con l’amore per la propria terra
e per la propria famiglia, oltre che
con un’insopprimibile speranza
in un mondo più generoso e attento
alle sofferenze del prossimo.
Il testo spagnolo a fronte
si confronta con la traduzione di Matteo
Lefèvre e si arricchisce di belle fotografie.
Gabriela Mistral, “Canto che amavi”,
Marcos y Marcos, Milano, 2010;
pp. 336, €17,00
L’impegno di Med
6.000 spot gr
iaset per il sociale
atuiti all’anno
6.000
i passaggi tv che Mediaset, in collaborazione con
Publitalia’80, dedica ogni anno a campagne di carattere sociale.
Gli spot sono assegnati gratuitamente ad associazioni ed enti
no profit che necessitano di visibilità per le proprie attività.
250
i soggetti interessati nel 2008 da questa iniziativa.
Inoltre la Direzione Creativa Mediaset produce ogni anno,
utilizzando le proprie risorse, campagne per sensibilizzare
l'opinione pubblica su temi di carattere civile e sociale.
3
società - RTI SpA, Mondadori SpA e Medusa SpA costituite
nella Onlus Mediafriends per svolgere attività di ideazione,
realizzazione e promozione di eventi per la raccolta
fondi da destinare a progetti di interesse collettivo.
42
la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010
ANDANDO PER MOSTRE
Il “bodoni” come segno contemporaneo,
bestie fantastiche e carte fotografiche
di chiara bonfatti e matteo tosi
ENRICO BENETTA, GIOVANE
ARTISTA “DI CARATTERE”
nrico Benetta è un giovane artista
- giovanissimo per l’Italia - che
dopo un monumentale esordio tra
prestigiosi spazi pubblici e privati del
“suo” Trevigiano sbarca oggi a Milano con
una personale nello spazio “giovane” e
sperimentale di una prestigiosa e ben
consolidata galleria romana. Verrebbe da
pensare a uno di quei nuovi guru del
kitsch e della provocazione, allora, a lavori
sospesi tra tubi al neon e videoarte,
elaborazioni digitali e performance
sedicenti dissacranti, e invece
non è niente di tutto questo. Il suo
lavoro, anzi, coraggiosamente in fuga
da tutto ciò che è ipertecnologico e
forzatamente modernista, si sviluppa
intorno a un ormai quasi inedito incontro
tra scultura e pittura, quelle vere,
che prendono forma in omaggio a uno
E
dei più classici “simboli” della bibliofilia,
quei caratteri “bodoni” che ancora oggi
portano il nome di quel supremo Giovan
Battista che dalla sua Parma conquistò
le corti dell’intera Europa.
Proprio così, perché i protagonisti
indiscussi delle sue opere sono proprio
dei caratteri tipografici, singole lettere
prima ancora che parole, che Enrico
Benetta usa per dare corpo a una texture
quasi monocroma, ora evidente ora più
nascosta, che senza il timore
di apparire decorativa nasconde in sé una
riflessione profonda sul significato e
sull’importanza del linguaggio verbale,
anche all’interno della nostra cosiddetta
civiltà dell’immagine, come cifra distintiva
dell’uomo.
Lavoro etico ed estetico al tempo
stesso, quindi, che infatti non scade mai
né in accostamenti cromatici “shock”,
né in composizioni eccessivamente ardite,
ma - pur
nella sua informalità
di fondo - tiene sempre conto di quel
canone di armonia e di quel senso
del bello che sono tutt’uno con
la nostra più profonda tradizione
culturale.
Il “verbo” del Principio, quindi,
ma anche quello del lògos
e della filosofia, parole ancora da venire
che qui sono omaggiate alla radice,
“alla lettera”, come per sottolineare
il peso di ogni singolo tassello, suono,
segno o fonema che dir si voglia. Un peso
non solo metaforico, ma reale a tutti
gli effetti, visto che con il procedere
della sua ricerca, Benetta ha dato sempre
più spesso un vero e proprio corpo
ai suoi “caratteri”, lavorandoli
in un’apposita lega metallica
che sapesse portare su di sé i segni
del tempo, e liberandoli così
dalla tela o facendoli sgorgare da essa
per conquistare le tre dimensioni.
Solo pittorici o scolpiti che siano,
i “bodoni” di Enrico Benetta dialogano
dolcemente con le morbide sfumature
dello sfondo, spesso infittite da ulteriori
segni grafici, sempre lettere e scritte,
questa volta però in un corsivo molto
ampio e “romantico”.
ENRICO BENETTA.
“VERBA MANENT
SCRIPTA VOLANT”
MILANO, GALLERIA
RUSSO - ASSO DI QUADRI,
DAL 17 NOVEMBRE
AL 10 DICEMBRE
info: tel. 02/3966364
www.galleriarusso.it
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
43
UN FANTASTICO BESTIARIO PER
IMPARARE COS’È LA STAMPA
FESTIVAL FOTOGRAFICO ITALIANO: DAI PRIMI
SCATTI D’AUTORE ALLA FRONTIERA DI J&PEG
a casa di Virginio Ariosto, figlio del
più celebre Ludovico, ospita una
mostra di bellissime xilografie
dell’incisore e artista belga Alain Regnier.
L’ambientazione è quella di un piano
mansardato della casa adibita a Museo
Archeologico e si trova in un piccolissimo
borgo chiamato Stellata, frazione del paese
di Bondeno, luogo conosciuto alla storia
del libro per l’ormai noto frammento
Parsons-Scheide.
In questo borgo Alain Regnier
presenta un’esposizione di 20 testi
tipografici e xilografie dedicate a favole di
Patrick Virelles. Magistralmente dalle
complici incisioni di Alain Regnier, queste
piccole favole in prosa di Patrick Virelles
svelano l’uomo che si cela dietro a ogni
animale con uno humour critico che è il
al 6 al 28 novembre, va in scena la
prima edizione del
Festival Fotografico Italiano, organizzato da AFI,
Comune di Busto Arsizio e
Fondazione Bandera per
l’Arte. Oltre al museo bustocco, quasi tutta la città prende parte all’even-
L
D
to, aprendo alla fotografia spazi pubblici e privati, la biblioteca, librerie,
gallerie e scuole, per un
totale di 22 esposizioni e
quasi altrettanti appuntamenti tra corsi, seminari, workshop e letture
di portfolio. Molto interessanti le immagini sto-
condimento di quest’opera. (La mostra,
“Alain Regnier - Bestiario impertinente”)
è visitabile dal 30 ottobre fino a tutto
gennaio 2011 con apertura:
sabato dalle 15,00 alle 19,00 e domenica
e giorni festivi dalle 9,30 alle 12,30
e dalle 15,00 alle 19,00).
In occasione dell’inaugurazione,
l’artista ha coinvolto i bambini delle Scuole
Statali in un progetto di lavoro per la
stampa di un piccolo libro, per i quali
hanno realizzato un disegno dedicato al
bestiario mitologico e la stessa iniziativa
verrà estesa a ogni visitatore interessato
in occasione della chiusura della mostra,
SARMEDE È PER TUTTI “IL PAESE DELLA FIABA”, E QUEST’ANNO
RENDE OMAGGIO ALLA TRADIZIONE FANTASTICA BRASILIANA
uesta ventottesima edizione dell’ormai
mitica
“Mostra Internazionale
Q
d’Illustrazione per l’Infanzia” di Sarmede, in provincia di Treviso, è dedicata al
Brasile e all’incredibile
pluralità della sua tradizione fiabesca. Una diversità che fa eco a quella
delle razze e delle culture
che qui si sono intrecciate
nel corso dei secoli, ognuna lasciando il proprio
contributo culturale anche e soprattutto in termini di “fantastico”. Oltre al-
la grande monografica
dedicata alla tradizione
carioca, la mostra (“Le immagini della fantasia”, fino al 19 dicembre; info;
tel. 0438/959582) propone la consueta carrellata dedicata ai più bei lavori editoriali per bambini
degli ultimi tre anni: per
questa edizione sono stati
selezionati 38 illustratori
di 21 Paesi, tra cui la nostra Beatrice Alemagna.
riche di Ghitta Carell e
Lanfranco Colombo, così
come le moderne contaminazioni artistiche tipiche del duo J&Peg. Info:
tel. 0331/322311.
un modo per sperimentare la stampa
e la confezione di quello che intende
essere a tutti gli effetti un libro d’artista.
La mostra raccoglie le pregevoli xilografie
dell’artista e le traduzioni su linoleum che
l’Artista ha realizzato a partire da 9
disegni scelti come i migliori tra tutti.
Un matrimonio perfetto, quello
tra l’artista belga e i bambini, perché
anche i suoi animali sono semplici
e “quotidiani”, ma soprattutto immortalati
con un fare canzonatorio e ironico
che sa del beffardo sorriso di ogni piccolo
che finalmente se la ride un po’.
Info: www.reaeditions.net
44
la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010
ASTE, FIERE E MOSTRE-MERCATO
Qualche regalo da farsi in giro per l’Europa
in attesa del Natale, tra libri e fotografie
di annette popel pozzo
IL 19 E 20 NOVEMBRE,
BRUXELLES
Asta – Books and Prints
Info: www.romanticagony.com
Un promettente catalogo da 1.500
lotti. Tra le Cinquecentine segnaliamo un
piccolo ma bel gruppo di libri di militaria
e fortificazioni: in asta la prima edizione
di Giovanni Battista Belluzzi, Nuova
inventione di fabricar fortezze di varie
forme (Venezia, Meietti, 1598, lotto 1145,
stima €2000-2500). Da non perdere,
anche la rara prima edizione di Gabriele
Busca, Della espugnatione, et difesa delle
fortezze (Torino, Bevilacqua, 1585)
contenente 10 tavole a doppia pagina
(lotto 1146, stima €3000-3500, bellissima
copia); e finalmente la princeps di Maggi,
Della fortificatione delle città (Venezia,
Borgominiero, 1564, lotto 1148, stima
€3000-3500). Interessante dettaglio
il fatto che l’Autore, al servizio della
Serenissima come ingegnere militare,
lavorò alla fortificazione di Famagosta,
dove venne catturato dai Turchi nel 1571
e morì strangolato durante la prigionia a
Costantinopoli l’anno successivo.
IL 23 NOVEMBRE, LONDRA
Asta – Valuable Printed Books and
Manuscripts
Info: www.christies.com
L’asta di 91 lotti contiene
manoscritti illuminati, incunaboli e libri
a stampa di pregio. In vendita la prima
edizione de L’Architettura a cura
di Cosimo Bartoli, stampata nel 1550
da Torrentino a Firenze (lotto 41, stima
£8.000-12.000), e le due prime edizioni
di Giovanni Boccaccio, Amorosa visione
e Urbano, legate insieme in legatura
rinascimentale eseguita da Claes van
Doermaele (Milano, 1521 e Bologna, c.
1492-1493, lotto 43, stima £4.000-6.000).
un’asta in favore dell’Associazione Bianca
Garavaglia con una quarantina di opere
provenienti dalla manifestazione e non
solo. Un nome su tutti, Mario Giacomelli.
IL 24 NOVEMBRE, PARIGI
IL 30 NOVEMBRE, LONDRA
Asta – Books and Manuscripts
Info: www.sothebys.com
All’asta, la collezione del bibliofilo
e presidente dell’Association Royale
des Bibliophiles Belges, Henri Florin
de Duikingberg. Da segnalare una copia
dell’edizione Germanicarum rerum
scriptores (1600-1611) in tre volumi,
legati da Le Gascon alle armi di J.-A.
de Thou. In vendita anche una piccola
raccolta di libri provenienti
dalla biblioteca di Georges Pompidou.
Asta – Fine Printed Books and Manuscripts
Info: www.christies.com
389 lotti contenenti numerosi titoli
sull’arte e architettura italiana.
IL 2 E 3 DICEMBRE, ROMA
Dal 2.12 al 3.12.2010, Roma
Asta – Fotografia
Info: www.bloomsburyauctions.com
DAL 5 ALL’8 DICEMBRE,
MILANO
Asta – Important Books and Manuscripts
Info: www.bloomsburyauctions.com
Tra le edizioni bodoniane, l’Opera
di Horatius Flaccus, Parma, Bodoni, 1791
(lotto 16, stima £600-800, 1 di 25 copie
su carta Anonay).
Mostra mercato – Sesta Edizione del
Salone del Libro Usato: Bancarelle in Fiera
Info: www.salonelibrousatomilano.com
La fiera dedicata al libro fuori
commercio più grande per numero
di espositori e per la varietà di quanto
esposto: dal libro antico a quello usato,
da Topolino al manifesto cinematografico.
DAL 25 AL 28 NOVEMBRE,
IL 7 DICEMBRE, LONDRA
IL 24 NOVEMBRE, LONDRA
MADRID
Mostra mercato - XIII Salón del Libro
Antiguo de Madrid
Info: www.salondellibro.com
IL 27 NOVEMBRE,
BUSTO ARSIZIO
Asta benefica– Fotografia
Info: www.bloomsburyauctions.com
A conclusione della prima edizione
del Festival Fotografico Italiano,
la Fondazione Bandera per l’Arte ospita
Asta – Magnificent Books, Manuscripts
and Drawings from the Collection
of Frederick, 2nd Lord Hesketh, Part I
Info: www.sothebys.com
Questa prima parte (a cui faranno
seguito altre due) contiene tra l’altro The
First Folio delle Comedies, Histories, &
Tragedies di William Shakespeare (Londra,
1623, lotto 13, stima £1.000.0001.500.000). La stima relativamente bassa
deriva dal fatto che la copia è priva delle
prime quattro carte.
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
45
Libri illustrati in BvS
La mano di Monika Beisner
rilegge la “Commedia”
Un’illustratrice contemporanea dal gusto quasi medioevale
CHIARA NICOLINI
P
aolo e Francesca: c’è chi li ha
raffigurati in costumi medioevali, intenti nella lettura o
un attimo dopo, quando le labbra di
Paolo si avvicinano tremanti a quelle
di Francesca; c’è chi invece li ha ritratti nudi, i volti pieni di disperazione, i corpi allacciati travolti e squassati in eterno da un implacabile vortice. All’alba del XXI secolo, un’illustratrice tedesca di libri per bambini,
Monika Beisner, li vede in un modo
del tutto nuovo, e straordinariamente contemporaneo: disegna i lussuriosi come piccoli corpi nudi e grigi
volteggianti in un buio infernale acceso da sinistri bagliori rossi, ma di
Paolo e Francesca immagina solo i
visi, diafani e quasi imperturbabili,
uniti guancia a guancia a formare un
cuore puro e luminoso (Fig. 1).
come qualcosa di sorprendentemente originale e attuale nel vasto panorama dell’iconografia dantesca.
Tant’è vero che quando la prima edizione delle miniature, pubblicata a Lipsia da Faber und Faber nel
2001, capitò nelle mani di uno dei
più importanti collezionisti dell’opera di Dante, Livio Ambrogio, egli
decise immediatamente di acquistare tutti gli originali delle illustrazioni, senza neppure averli visti dal vivo.
Questo è un dettaglio rivelatomi dall’artista stessa, che è stata così
gentile da dedicarmi diverse ore per
parlarmi della sua opera e addirittura
analizzare assieme a me ogni sua singola miniatura. Quanto segue è dunque il resoconto del mio lungo dialogo con Monika Beisner, della quale
la Biblioteca di via Senato possiede
una copia dell’edizione che Livio
Ambrogio, una volta ottenute le illustrazioni originali, volle pubblicare a
proprie spese nel 2005. Tale edizione, impressa a cura della nota Stamperia Valdonega di Verona, propone
la Commedia nella versione di Gior-
Sarà forse perché si tratta di
una delle rarissime interpretazioni
visive del poema dantesco realizzate
da mano femminile1, e da una mano
femminile specializzata nella figurazione di testi per l’infanzia, ma il ciclo di 100 miniature (una per ogni
canto) con cui la Beisner ha illustrato
la Divina Commedia si pone davvero
1
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2
gio Petrocchi; essa consta di tre volumi in-4to con l’Inferno rilegato in
rosso, il Purgatorio in verde, e il Paradiso in azzurro, ed è limitata a 400
esemplari. Di questi, 250 sono impressi su carta Gardapat Klassica e
hanno una legatura cartonata, mentre 125 sono stampati su pregiata
carta Magnani, rilegati in tela e conservati in tre custodie singole; le restanti 25 copie sono firmate dall’artista e arricchite da una preziosa suite
delle tavole2. L’esemplare custodito
alla Biblioteca di via Senato è uno dei
125 impressi su carta Magnani e rilegati in tela.
3
6
Monika Beisner lesse la Divina
Commedia per la prima volta quando
era molto giovane, in una traduzione
tedesca in versi che non le piacque.
Anni dopo riprese in mano il testo
dantesco, questa volta nella rinomata versione inglese in prosa realizzata
e commentata da Charles Singleton,
e ne rimase profondamente colpita.
Decise quasi subito che voleva provare a illustrarlo, perché Dante descrive il suo viaggio oltremondano in
modo così vivido che le immagini di
esso si formarono quasi spontaneamente di fronte agli occhi dell’artista
tedesca, soprattutto le scene e i paesaggi realistici di Inferno e Purgatorio. L’unica vera sfida era rappresentata dall’immaterialità del Paradiso,
ma, come vedremo, l’illustratrice ha
saputo aggirare brillantemente l’ostacolo, in modo del tutto personale.
Concepire qualcosa con la fantasia è un conto; trasformarlo in realtà è un altro. E infatti alla Beisner sono occorsi ben sette anni, a partire
dal 1992, per portare a termine l’impresa, perché ha impiegato circa un
mese per realizzare ogni miniatura.
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
47
4
Il procedimento adottato era il
seguente: l’artista leggeva con attenzione i versi di Dante prendendo appunti sui dati principali di ogni canto
(eventi, azioni, atmosfere); poi iniziava a tracciare doodles, cioè disegnini schizzati quasi per gioco, un po’
come quelli che si fanno quando si è
impegnati in una conversazione telefonica. Ai doodles seguivano vari
tentativi di composizione eseguiti a
matita, con i quali l’artista decideva
la collocazione delle figure, o degli
elementi più significativi del canto,
all’interno dello spazio illustrativo.
Una volta completato, il bozzetto
veniva infine colorato.
La tecnica coloristica prediletta dalla Beisner è la tempera all’uovo.
Essa produce tinte intense, brillanti
e dense come quelle della pittura ad
olio, ma non ha bisogno di solventi
chimici perché è a base d’acqua; a
differenza dell’acquarello, tuttavia,
non asciuga così in fretta, e soprattutto offre la possibilità di lavorare
più volte su una stessa area, e anche di
raschiare via zone di colore. L’applicazione della tempera all’uovo, che
un tempo l’artista preparava da sola,
ma ora acquista in tubetto, avviene
con pennelli così sottili che richiedono l’uso di una lente d’ingrandimento. Ogni miniatura è infatti costituita
da un numero infinito di minuscole
pennellate.
Abbiamo già avuto modo di
appurare come l’iconografia dantesca sia immensa3: sette secoli di affreschi, dipinti, sculture ed edizioni illustrate, dai codici miniati medioevali alle moderne interpretazioni di
Salvador Dalì, Robert Rauschenberg e Tom Phillips.
Ero dunque curiosa di sapere
se la Beisner si fosse ispirata in modo
particolare a qualche artista del passato, e cosa pensasse di edizioni famose come quelle illustrate da Gustave Doré, o da Amos Nattini, che
hanno visualizzato i paesaggi danteschi con stili così diversi dal suo.
Poiché abita a Londra, l’artista
ha avuto occasione di visionare alla
British Library antichi esemplari
manoscritti della Divina Commedia
come il codice Yates Thompson 36
realizzato a Siena attorno al 1450 e
poi appartenuto ad Alfonso V, re
d’Aragona, di Napoli, e della Sicilia.
Questo codice contiene 110 miniature; Priamo della Quercia eseguì
quelle relative all’Inferno e al Purgatorio, Giovanni di Paolo illustrò il
48
la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010
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Paradiso4. E proprio Giovanni di
Paolo, con le sue preziose immagini
blu e oro popolate da piccoli personaggi colorati, è l’interprete dantesco che Monika Beisner ama di più,
nonché il suo modello di riferimento
per il Paradiso.
Che la principale fonte d’ispirazione dell’artista tedesca fosse la
miniatura medioevale si evince non
solo dal taglio delle sue immagini,
che raffigurano quasi sempre ampi
spazi nei quali Dante e Virgilio, o
Dante e Beatrice, sono figurine fissate in una determinata posa, ma anche
per la voluta ingenuità di questi disegni, e per il modo in cui i protagonisti
sono abbigliati. Come nelle miniature di Priamo della Quercia, o in
quelle del “Codice Urbinate Latino
365” attribuite a Guglielmo Giraldi,
Dante indossa una tunica azzurra e
ha il volto incorniciato dai lembi
bianchi della sua cuffietta, laddove
spesso l’iconografia tradizionale
tende a vestire il Sommo Poeta di
rosso. Nelle miniature della Beisner
è invece Virgilio a indossare una tunica rossa, mentre Beatrice porta i
colori delle tre virtù teologali, fede,
speranza e carità, simboleggiate, rispettivamente, dal bianco, dal verde
e dal rosso.
Dunque l’illustratrice ama soprattutto le antiche edizioni manoscritte della Divina Commedia, Giovanni di Paolo e l’arte della scuola senese in generale, a partire da Duccio
di Buoninsegna. Le piacciono le immagini pulite, prive di inutili orpelli,
quasi crude. Tra le altre edizioni illustrate, apprezza quella di Botticelli,
in particolar modo le poche figure
che egli riuscì a colorare, ma trova il
suo Paradiso troppo ripetitivo. Apprezza anche Amos Nattini, Rauschenberg e Tom Phillips, mentre
non ama né Dalì, né William Blake, e
giudica Doré troppo vittoriano e
kitsch, Flaxman troppo manierato.
Vivaci e immediate come miniature medioevali, le 100 illustrazioni realizzate da Monika Beisner
per la Divina Commedia hanno la forza di certe figurazioni infantili e primitive. Ma sono anche incredibilmente attuali. Non solo, come ho
sottolineato all’inizio, per la freschezza con cui l’artista ha rivisitato
alcune scene famose, ma pure per
certe angolature sorprendenti, tipiche di una visione moderna, e per il
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
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7
pathos reso in parte attraverso una
gestualità elementare, in parte attraverso la scelta dei colori – cupi nell’Inferno, naturali nel Purgatorio,
sgargianti nel Paradiso, dove dominano il blu, il giallo, il rosso.
Quando parlo di “visione moderna” mi riferisco in
particolare a immagini come quella relativa
al canto IX dell’Inferno,
che raffigura le mura
della città di Dite con in cima le tre furie infernali, il messo celeste di fronte alla porta delle mura e,
al di là di esse, gli avelli infuocati degli eretici (Fig. 2). Si tratta di una visione “aerea”, come se l’artista avesse non solo osservato la scena dall’alto, ma fosse stata lei stessa in movimento, un taglio che un miniatore
medioevale, o chiunque prima della
fronte a noi Dante e Beatrice che
ascendono verso il sole; nella seconda, poi, la linea dell’orizzonte sul
mare è stata appositamente inclinata
dall’illustratrice per accentuare l’impressione della ripidezza della «costa superba».
15
conquista dei cieli da parte dell’uomo, non avrebbe saputo dare.
Altre due immagini aeree sono
quella che apre il volume del Paradiso
e quella del canto V del Purgatorio
(Fig. 3); nella prima vediamo in basso il monte del Purgatorio e la linea
curva dell’orizzonte sul mare, e di
L’illustrazione del canto IX
dell’Inferno è anche un ottimo esempio di una delle caratteristiche principali della Commedia di Monika Beisner, e cioè la sua traduzione spiccatamente letterale di certi passi di
Dante, in questo caso: “tre furïe infernal di sangue tinte, / che membra
femminine avieno e atto, / e con idre
verdissime eran cinte; / serpentelli e
ceraste avien per crine, / onde le fiere
tempie / erano avvinte. / […] / Con
l’unghie si fendea ciascuna il petto;”
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11
Forse il messo celeste, che non
mostra la potenza e lo sdegno descritti dal Poeta, non si può definire
altrettanto aderente alla descrizione
dantesca; è piuttosto una creatura
fiabesca, nata dalla meravigliosa fantasia naif dell’artista, un po’ come anche la sua versione di Gerione (Fig.
4). Al messo celeste assomigliano i
due angeli che intervengono a difesa
della valletta amena nel VIII canto
del Purgatorio (Fig. 5), dove di nuovo
quanto narrato da Dante si ritrova
puntuale nella miniatura della Beisner: il sorgere delle tre stelle, l’«essercito gentile» delle anime dei principi negligenti raccolto «palido e
umìle», e i versi «e vidi uscir de l’alto
e scender giúe / due angeli con due
spade affocate, / tronche e private de
le punte sue. / Verdi come fogliette
pur mo nate / erano in veste, che da
verdi penne / percosse traean dietro
e ventilate».
A mano a mano che il Poeta risale il monte del Purgatorio, la «famiglia del cielo» diviene sempre più
luminosa; sono creature di luce pura,
come nella bellissima illustrazione
del canto XV (Fig. 6), o in quella del
canto XXVII (Fig. 7), dove la Beisner rappresenta in modo formidabile anche l’andare lesto dei lussuriosi descritto dal Poeta: avvolti dalle
fiamme, si incontrano, si baciano rapidi e poi proseguono, come formi-
che in fila.
Monika Beisner ha un’ammirazione sconfinata per la capacità di
Dante di tradurre stati dell’essere
umano in immagini icastiche, come
appunto la lussuria greve dei dannati del canto V, travolti per l’eternità dal vortice della passione, o
quella più leggera delle anime del
Purgatorio, avvolti da fiamme che
però non li consumano; o ancora la
condizione dei peccatori della
quinta cornice, così legati ai loro
beni terreni da essere costretti nell’al di là ad aderire completamente
a terra. Osservare il modo in cui
l’artista, miniatura dopo miniatura,
abbia a sua volta tradotto i versi del
Sommo Poeta è un’attività davvero
coinvolgente, e verrebbe la tentazione di riprodurre qui ogni sua
singola illustrazione, con accanto i
commenti e le spiegazioni fornitemi da lei stessa. Mancando purtroppo lo spazio, propongo invece
una selezione di immagini che la
Beisner mi ha detto di amare in modo particolare.
Oltre a quelle già analizzate, vi
è l’apparizione di Beatrice a Dante
nel Paradiso Terrestre (Fig. 8), dove
Beatrice si presenta in piedi su «una
nuvola di fiori» ed è così luminosa da
irradiare di luce gialla ogni dettaglio
del paesaggio, mentre Dante, circondato da alberelli forse troppo
piccoli per essere veramente realistici, abbassa vergognosamente lo
sguardo. L’originalità dei disegni
della Beisner consiste proprio anche
in questo: che, come nella miniatura
medioevale, nelle illustrazioni di
certi libri per bambini, o nei sogni,
non vi è in essi alcuna pretesa di verosimiglianza. Per l’artista l’importan-
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
te era evocare in modo semplice e diretto quanto raccontato dal Poeta,
senza preoccuparsi se qualche volta
non rispettava proporzioni o regole
prospettiche (come accade ad esempio nell’illustrazione che rappresenta la porta dell’Inferno).
Questo approccio non impedisce che alcuni dettagli vengano invece delineati dalla Beisner con grande
realismo, come le rocce del Purgatorio, ispirate ai paesaggi aspri dell’isola di Gozo, dove l’artista si reca regolarmente da più di vent’anni, o come
il modo in cui il «diavol nero» del
canto XXI dell’Inferno trasporta uno
dei barattieri (Fig. 9), che l’illustratrice mi ha detto esserle stato suggerito dalla vista di un macellaio con la
carcassa di un bovino in spalla. O, ancora, come le «visiere di cristallo»
sugli occhi dei traditori conficcati
nei ghiacci del Cocito nell’immagine relativa al canto XXXIII dell’Inferno (Fig. 10), che è anche una delle
due miniature in cui è ritratto il conte Ugolino, intento a divorare la nuca dell’arcivescovo Ruggieri.
Incorporeo, evanescente, sempre più luminoso e ineffabile, il Paradiso rappresentò all’inizio una vera
sfida per l’artista tedesca, che, dopo
varie riflessioni, si risolse a trasporre
i concetti espressi da Dante in immagini allegoriche e vagamente astratte. La maggior parte delle miniature
del Paradiso sono infatti tonde perché il cerchio è simbolo di perfezione, e, oltre a Dante e Beatrice non
contengono figure umane: quasi tutti i personaggi incontrati dal Poeta
sono rappresentati dalla Beisner attraverso i simboli che vengono loro
associati dall’iconografia tradizionale (come l’angelo, il leone, il bue e l’a-
8
9
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13
quila per i quattro evangelisti), o anche attraverso simboli inventati dall’artista stessa, come la foglia di fico
per Adamo, o la mela per Eva.
La miniatura relativa al canto
XXXII (Fig. 11), che illustra San
Bernardo intento a spiegare a Dante
la distribuzione dei beati nella Candida Rosa, racchiude molti dei simboli utilizzati dalla Beisner nelle illustrazioni della terza cantica. Il Poeta
e il Santo sono ritratti al centro di
un’enorme raggiera dove le uniche
figure umane sono quella di Beatrice
e quella, in basso a destra, di Sant’Anna. In basso a sinistra, gli occhi
sul piatto simboleggiano naturalmente Santa Lucia, mentre, tra Sant’Anna e Santa Lucia, l’agnello con il
vessillo è San Giovanni Battista, il
12
cordoncino e le gocce di sangue
(provenienti dalle stimmate) rappresentano San Francesco, il libro bianco e nero è San Domenico, il cuore
trafitto e in fiamme Sant’Agostino.
Nel cerchio più esterno si riconoscono l’evangelista Giovanni (l’aquila sul libro), San Pietro (le due
chiavi), Eva (la mela), Adamo (la foglia di fico) e Mosè (le Tavole della
Legge). Gli altri beati sono fiamme
alate. L’intera figura è dominata da
una mandorla rossa (dove il rosso
rappresenta la virtù teologale della
carità), forma che nell’iconografia
tradizionale spesso circonda la Vergine Maria; la mandorla è sormontata da un triangolo con inscritta una
croce luminosa che simboleggia la
Trinità.
Nell’ultima miniatura, geniale
sintesi del viaggio di Dante in Paradi-
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
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so (Fig. 12), l’Empireo è disegnato
sopra al cerchio che contiene i cieli dei
vari pianeti, ed entrambi i dischi sono
inscritti in una mandorla rossa perché
è proprio grazie all’intercessione della Vergine che Dante riesce a penetrare con la sua vista nella luce di Dio.
Altri due splendidi sunti visivi
del percorso dantesco nel Paradiso
sono l’illustrazione del canto VII
(Fig. 13) e quella del canto XXII
(Fig. 14); nella prima si vedono i
quattro elementi – terra, acqua, aria
e fuoco – sovrastati dal cielo della
Luna e dal cielo di Venere, al quale
Dante e Beatrice stanno ascendendo; nella seconda Dante e Beatrice
osservano dall’alto la loro ascesa dalla Terra, raffigurata al centro, attraverso i quattro elementi e i sette cieli,
fino all’ottavo cielo delle Stelle fisse
e delle costellazioni dello zodiaco.
14
Per quanto ricche di simboli e
quasi astratte, le miniature che
adornano il volume del Paradiso
sono deliziose e geniali nella loro
immediatezza, grazia, infantile vivacità. Immaginatevi di dover disegnare Dio circondato da nove cori
angelici che mandano faville e ruotano a velocità differenti, e Beatrice
che spiega a Dante la corrispondenza tra l’ordine degli angeli e i
nove cieli. Sembra un rompicapo
matematico. Eppure l’illustrazione
della Beisner relativa a questo canto, il XXVIII, è squisita nella sua
semplicità (Fig. 15).
Potrei parlare ancora a lungo
della Divina Commedia di questa artista e di come persino Roberto Benigni abbia elogiato le sue miniature; della sua carriera d’illustratrice
per bambini, iniziata negli anni ’70,
e dei suoi progetti futuri (sta attualmente illustrando le Metamorfosi di
Ovidio). Ma preferisco suggerirvi
invece di procurarvi voi stessi una
copia di questo straordinario lavoro, per poter gustare appieno il perfetto matrimonio tra il genio immortale di Dante e l’incantevole talento di Monika Beisner.
NOTE
1
La Biblioteca di via Senato possiede
un’altra edizione, rarissima, illustrata da una
donna, Sofia Giacomelli, nota anche come
Madame Chomel: La Divina Commedia ridotta a miglior lezione con l’aiuto di vari testi a
penna da Gio. Battista Niccolini, Gino Capponi, Giuseppe Borghi, Fruttuoso Becchi, Firenze, Tipografia Borghi, 1836. Per questa edizione, che venne stampata per la prima volta a
Parigi nel 1813, Sofia Giacomelli realizzò 100
incisioni su rame in uno stile tipicamente
neoclassico, memore della lezione di John
Flaxman.
2
Nel 2007 Livio Ambrogio ha voluto pubblicare anche un’edizione inglese della Commedia illustrata da Monika Beisner. Tale edizione, tradotta dall’eminente dantista Robert
Hollander assieme alla moglie, la poetessa
Jean Hollander, ha una prefazione del celebre
comico Roberto Benigni ed è limitata a 500
copie, di cui 75 accompagnate da una suite
delle illustrazioni.
3
Cfr. “I cinque sensi nella lettura della Divina Commedia. L’opera del Sommo Poeta,
una summa della storia dell’arte”, in “La Biblioteca di via Senato” n. 1, gennaio 2010, pp.
52-59.
4
Cfr. http://www.worldofdante.org/gallery_yates_thompson.html.
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
55
BvS: rarità per veri bibliofili
La satirica “parola” illustrata
di un settimanale antimilitarista
Grafica d’avanguardia, dotti testi e propaganda antiprussiana
CHIARA BONFATTI
“Le Mot. Hebdomadaire illustré”. Parigi e Corbeil, Société
générale d’Impression [poi] Imprimerie du «mot» [poi] Imprimerie Crété, 1914-1915.
44,6 cm, 20 fascicoli, raccolti
in custodia in percallina grigia. Il
primo fascicolo di 2 carte, i successivi di 4 carte e i fascicoli 17-20
di 6 carte. Copertine a colori a
piena pagina e all’interno illustrazioni, anche a piena o doppia pagina, in bianco e nero e a colori, impaginate e composte secondo le
tendenze della grafica d’avanguardia. Stampato su carta di
scarsa qualità e affiancato da una
tiratura limitata su carta pregiata.
I
ntorno ai nomi di Paul Iribe
(1883-1935) e Jean Cocteau
(1889-1963) si inerpica la vicenda editoriale della rivista Le Mot, che
ebbe origine con una periodicità irregolare il 28 novembre del 1914,
proseguendo come settimanale e poi
quindicinale fino al fascicolo 20 del
1° luglio 1915, quando venne improvvisamente interrotta. Gerente
responsabile della rivista fu proprio
Paul Iribe che firmò anche la maggior parte delle copertine, tutte dominate da incisive caricature di de-
nuncia, in chiave satirica, della brutalità e delle atrocità della guerra. Iribe
e Cocteau, entrambi volontari della
Croce Rossa e ambulanzieri di Misia
Sert, godevano di una considerevole
libertà di movimento, libertà che
permise loro di fare la spola tra il
fronte e Parigi dividendosi tra il soccorso dei feriti di guerra e la pubblicazione del loro periodico, espressione di tendenze d’avanguardia e di
feroce denuncia antimilitarista.
La rivista si sviluppò dunque
nei circoli letterari e artistici di
Montmartre e Montparnasse e poté
godere della collaborazione e dei
contributi artistici di nomi di grandi
intellettuali attivi in quegli anni a Parigi, quali l’illustratore e caricaturista Georges Goursat (1863-1934),
che si rintraccia nella rivista nascosto
dietro lo pseudonimo di Sem, il pittore fauvista Raoul Dufy (18771953), il poeta e romanziere surrealista Louis Aragon (1897-1982), il pittore e scenografo simbolista Léon
Bakst (1866-1924), i cubisti Albert
Léon Gleizes (1881-1953) e André
Lothe (1885-1962).
I principali artefici della rivista
restarono, per tutta la breve ma intensa vita editoriale, Paul Iribe e Jean
Cocteau che scelse in maggioranza di
celarsi dietro le mentite spoglie di
JIM - nome del proprio cane - con il
quale firmò la maggior parte dei testi,
quattro copertine e alcune illustrazioni tra cui la serie dei 24 disegni
(distribuiti lungo i fascicoli a partire
dal numero 14 fino al numero 20)
delle Atrocités nei quali raffigurò i soldati prussiani con sembianze di mo-
Nella pagina a fianco: copertina
del Fascicolo 2 La marche sur Paris
Qui a sinistra: disegno
La fin de la grande guerre di Raoul
Dufy per il Fascicolo 13
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la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010
Copertina del Fascicolo 1 David
et Goliath con disegno di Paul Iribe
stri metallici, elmetti Hindenburg,
denti seghettati e mani a tenaglia.
Le Mot intendeva avere un’impronta e un aspetto raffinato e allo
stesso tempo forte e audace, e l’impegno di denuncia nei confronti del
conflitto mondiale lo sottoporrà anche a controlli e interventi della censura. Questa rivista dal nome ossimorico rispetto al contenuto si nutrì
soprattutto della satirica iconografia
dei propri collaboratori, raffinata e al
tempo stesso irriverente, cosa, que-
sta, che la rese assai diversa dai coevi e
altrettanto famosi giornali di trincea.
Tra le tante riviste d’avanguardia del Novecento che dominano il
fondo Emeroteca della Biblioteca di
via Senato, non poteva dunque mancare Le Mot, nei suoi venti fascicoli in
prima edizione racchiusi e protetti da
una custodia in percallina, pronti a
gridare il loro messaggio di sfida, già
dal primo numero intitolato David et
Goliath, simbolo della rivalità francotedesca e della verve antiprussiana
che domina tutta la rivista, e attraverso l’editoriale di Pierre Lauriel, probabile pseudonimo dello stesso Cocteau, che si sferza violentemente
contro la guerra tecnologica e a favore della guerra del cuore. Difficile
provvedere alla stesura di un indice
della rivista, ma ciò non distoglie dal
tentativo di fornire il maggior numero di informazioni su ciascuno dei
venti fascicoli di una rivista troppo
precocemente interrotta.
Il Fascicolo 1 (28 Novembre
1914) si compone di due sole carte e il
titolo di copertina David et Goliath è
seguito dal Commentaire di Pierre
Lauriel, da Une sensationnelle interview avec le général French di M.A.X. e
altri testi anonimi. Il Fascicolo 2 (7
Dicembre 1914) di quattro carte ha
come titolo La marche sur Paris e la
copertina è dominata dal disegno di
Paul Iribe intitolato Lohengrin et l’écrevisse; seguono poi il testo di Lauriel-Cocteau Simple formalité pour acte de naissance, altri testi anonimi e disegni dei due artefici principali della
rivista, intitolati Les saintes femmes,
Reims et le Taube ou Gott mit uns e Silence. Il Fascicolo 3 (19 Dicembre
1914) di quattro carte ha in copertina
l’intestazione Dans ce numéro Le
Kronprinz par SEM, ovvero Georges
Goursat del quale è presente anche il
disegno Le raté. Sull’ultima pagina è
ospitato il disegno di Paul Iribe Guillaume Hun change le nom de sa capitale.
Alla pagina 7 del fascicolo si trovano
inoltre alcune informazioni editoriali. Si annuncia infatti che, grazie a una
donazione, la redazione spedirà gratuitamente ogni settimana e per dieci
settimane un esemplare di Le Mot a
1000 ufficiali o soldati. Informa inol-
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
57
Copertina del Fascicolo 20
con disegno di JIM-Jean Cocteau
tre che del disegno Le raté furono tirate 100 prove su carta Japon a colori
da vendere separatamente.
Di ogni numero della rivista
venivano poi tirati alcuni esemplari
di lusso venduti al prezzo di 2 Franchi anziché 10 centesimi. Il Fascicolo 4 (2 Gennaio 1915) di quattro carte ha in copertina il disegno Notre
joujou di Paul Iribe e l’intestazione Le
Kaiser wilaine, elementi che sembrano annunciare le amare parole dell’editoriale: «Voici 1915. La grande
guerre entre dans une nouvelle phase. Les profonds instincts qui dirigent une race nous la font pressentir.
Le point mort des corbes, l’acte inerte des drames, la période confuse des
germes s’achèvent. Le “future” est
une mine pleine de surprises. Voici
l’heure grave où nul ne fait loi […]».
Seguono poi in forma anonima i disegni Le bonhomme Noel e La semaine
des anges, i brevi racconti Le petit garçon, Hérode e L’alouette e il componimento poetico Action de Grâces au Roi
de Belgique.
Il Fascicolo 5 (9 Gennaio 1915)
di quattro carte si apre con la xilografia di Paul Iribe e il titolo Après l’exécution; seguono il testo in lingua inglese di Jean Cocteau, firmato dalle
sole iniziali, A word or two with Maximilian Harden, A Frédéric-Guillaume, Kronprinz d’Allemagne, colonel des
Hussards de la mort dello stesso Jean
Cocteau (che firma per esteso), autore anche dei disegni Embusqué, La
lettre du camp de concentration e Beethoven, che firma con l’amato pseudonimo di JIM. A pagina 7 compare
poi un avviso al lettore che rende noti programmi e intenti e testimonia
la buona riuscita di Le Mot: «Rien de
plus gai que de réussir; rien de plus
doux que de voir ceux qui s’en réjouissent; rien de plus drôle que de
voir ceux qui en deviennet amers.
D’abord merci pour la réussite du
MOT. A vrai dire nous ne la supposions pas si prompte. Chaque jour,
les lettres nous émeuvent et le lien
s’affirme. Alors que tant de feuilles
ont de la peine à se trouver un public,
le MOT, tout de suite, A SU SE FAIRE DES AMIS. […]. Notre programme, c’est de faire un journal né
de la guerre et nourri de la guerre: un
journal qui montre toujours le même
visage, mais animé chaque semaine
d’une différente expression. Nul qui
se permette un dogme à une heure
tellement grave; mais il ne nous déplairait pas qu’on vît dans la plus indépendante des feuilles, un plaisir
peut-être maniaque à remettre les
choses en ordre et même à se contredire au besoin. […]».
Il Fascicolo 6 (16 Gennaio
1915) di quattro carte ha come titolo
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
59
Copertine del Fascicolo 8 a confronto:
La cicatrice versus La bonne croix,
quest’ultima censurata e solo più tardi
stampata per documentazione
di copertina Haute trahison, accompagnato da un disegno di Paul Iribe.
Il fascicolo contiene poi il testo
Quand nous serons “ceux de la guerre”
di Jean Cocteau e la traduzione dall’inglese al francese, dietro richiesta
dei lettori, del famoso testo di Cocteau Deux mots à Maximilien Harden.
Il Fascicolo 7 (23 Gennaio 1915) di
quattro carte ha come titolo François-Joseph ou… le perd la victoire, con
una xilografia di Paul Iribe. Contiene poi il disegno anonimo La lettre du
général turc, La chatelaire di JIM e il
testo La dernière version du Rhin Allemand privo di firma. Il Fascicolo 8
(30 Gennaio 1915) è costituito da tre
carte ripiegate a portfolio accompagnate da una carta che consiste nella
copertina censurata intitolata La
bonne croix, con il disegno di Paul Iribe e il sottotitolo: Ne peut être vendu.
Il titolo della copertina che venne
data alle stampe è La cicatrice e il disegno è sempre dello stesso Iribe. Il testo impresso per tutta l’estensione
del fascicolo è firmato da Jean Cocteau e si intitola La grande pitié des victimes de France. Il Fascicolo 9 (6 Febbraio 1915) di quattro carte con titolo Le mauvais berger e disegno di Iribe
alla pagina 7 propone ai suoi lettori
un curioso e divertente concorso,
con la domanda: “Que feriez-vous à
Guillaume Hun?”.
Il Fascicolo 10 (13 Febbraio
1915) di quattro carte ospita in copertina il disegno di Paul Iribe La rose de France mentre alle pagine 5-6 si
estende un disegno di Raoul Dufy
del quale vennero tirate 100 prove su
carta Japon vendute al prezzo di 5
Franchi. A pagina 7 si trovano invece
le diverse risposte alla domanda del
concorso indetto nel fascicolo precedente della rivista e la rubrica si intitola Quelques supplices pour Guillaume Hun. Ed ecco una scelta tra le tante sarcastiche e pungenti risposte dei
lettori: «Je le metterai dans un cage
comme faisait Louis XI, annonce
Mademoiselle Jeanne Fouché, et
toutes les mères, femmes, enfants,
sœurs, viendraient lui faire des misères… et voilà»; M. Marcel Pascaud
«le laisserait errer dans les contrées
dévastées et ne lui laisserait voir personne sinon que des personnes lui témoignant le plus profond dédain»;
De M. J. Restany: «Lui raser ses
moustaches et lui faire contracter un
engagement à la Scala comme gommeuse excentrique».
Il Fascicolo 11 (20 Febbraio
1915) di quattro carte ha in copertina
60
la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010
Disegno di SEM-George Goursat per il Fascicolo 3
il disegno di Iribe dal titolo L’affaire
Desclaux.
Il Fascicolo 12 (27 Febbraio
1915) di quattro carte si intitola Marine Allemagne. Petit poisson devenu
grand con disegno in copertina di Iribe. Ospita l’editoriale Nous voudrions
vous dire un mot: Réponse à des jeunes
musiciens firmato da Cocteau. Alle
pagine successive Spiritisme, disegno
di JIM e Iribe, e i contributi anonimi
Sauf chez Augias e Le renard et la cicogne. Il Fascicolo 13 (6 Marzo 1915) di
quattro carte ha per titolo Notre main
con disegno di Paul Iribe. Le pagine
4-5 ospitano il componimento La fin
de la grande guerre con il disegno a colori di Raoul Dufy. Il Fascicolo 14
(13 Marzo 1915) di quattro carte ha il
titolo di La piège russe, con disegno di
Paul Iribe e in esso ha inizio la serie di
24 disegni di JIM con il titolo Atrocités e vari sottotitoli.
Il Fascicolo 15 (27 Marzo
1915) di quattro carte ha titolo Pourquoi pas? con disegno di Iribe. Il Fascicolo 16 (3 Aprile 1915) di quattro
carte ha come titolo Un taube qui ne
viendra pas à Paris e ospita per la prima volta in copertina un disegno di
JIM-Cocteau. Contiene al suo interno un foglio sciolto editoriale con un
avviso al pubblico (impresso anche a
pagina 8) nel quale la redazione informa di alcuni cambiamenti a cui
sottoporrà la rivista: «Cher public, le
Mot se transforme. Après des recherches, il veut équilibrer ses changes et
son désir de répondre à la grande faveur du public. Donc, nous décidons
de paraître désormais à douze pages
au lieu de huit, deux fois par mois, et à
un prix, entre vingt et trente centimes, que décidera la couverture.
Ainsi le Mot devient la moins chère et
la plus luxueuse des publications artistiques fondées jusqu’à ce jour, et
trouve sa formule definitive. Tel
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
61
La trompette des Zeppelin, disegno di JIM-Jean Cocteau per il Fascicolo 10
paraîtra le 17e fascicule de Mot, dans
la seconde quinzaine d’Avril, avec un
nouvel appoint de collaborations et
sous notre ancienne formule: Entre
le goût et la vulgarité, l’un et l’autre
fastidieux, il reste un élan et une mesure: “Le fact de comprendre jusqu’où on peut aller trop loin”».
Dal Fascicolo 17 (1° Maggio
1915) aumenta dunque il numero
delle carte da quattro a sei, il prezzo
aumenta a 30 centesimi e diviene redattore capo Max Louis-Artus. Il titolo di copertina è La veillée des neutres con disegno di Iribe, l’editoriale
firmato da JIM e con disegni dei due
principali artefici della rivista, Iribe e
JIM-Cocteau. Il Fascicolo 18 (1°
Giugno 1915) di sei carte ha il titolo
Le Kaiser calme ses scrupulus e disegno
di Iribe e le pagine 6-7 ospitano un
disegno a colori di Léon Bankst. La
redazione si scusa per il ritardo con
cui il fascicolo viene dato alle stampe
facendolo uscire soltanto un mese
dopo il fascicolo 17 e giustifica tale
ritardo con la chiamata alle armi dei
lavoranti e le difficoltà riscontrate
nel trovare manodopera e fornitura
di carta, cosa questa che determinò
anche una tiratura inferiore. Il Fascicolo 19 (15 Giugno 1915) di sei carte
ha come titolo Les fronts augmentent,
les têtes diminuent con disegno di Iribe, mentre sulla contropertina si trova il disegno Dante avec nous di JIM.
Il Fascicolo 20 (1° Luglio
1915), privo di titolo, ha in copertina
un disegno di JIM e contiene alle pagine 6-7 un disegno di Albert Gleizes e a pagina 8 un disegno di André
Lhote. A partire da questo fascicolo
la pubblicazione venne interrotta ex
abrupto, senza alcun preavviso e ciò
fu dovuto a cause di forza maggiore
che conseguirono a una situazione
storico-politica di evidente crisi dovuta al conflitto mondiale.
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
63
Dal fondo Emeroteca in BvS
Arts et Métiers Graphiques,
perla francese tra le due guerre
I 68 numeri di una delle più approfondite riviste di arti grafiche
GIACOMO CORVAGLIA
A
rts et Métiers Graphiques
(AMG) è stata un’importante rivista francese di arti
grafiche che ha pubblicato un totale di sessantotto numeri, su base bimestrale, da settembre del 1927 a
maggio del 1939. La rivista trattava
diverse tematiche che hanno influito sulle arti grafiche, tra cui la storia
della stampa, la storia della tipografia, la grafica pubblicitaria, la fotografia e l’evoluzione tecnica del
tempo.
AMG è stata ideata da Charles
Peignot, capo della fonderia francese Deberny et Peignot (azienda
leader nel suo settore in Francia).
In AMG, Peignot ha voluto unire
tutti gli argomenti riguardanti la
stampa, la sua storia e le diverse manifestazioni contemporanee.
In oltre dieci anni di pubblicazione, l’ampio obiettivo editoriale di Peignot arrivò a comprendere
diversi temi che spaziavano dall’illustrazione alla storia del libro, dalle varie tecniche di stampa alle discipline in espansione come la grafica pubblicitaria e l’arte fotografi-
ca moderna. Inoltre, la rivista si caratterizzava per periodiche recensioni di libri in edizione limitata e
ristampe di brani della letteratura
classica in vesti tipograficamente
innovative.
Ogni edizione veniva stampata su carta di alta qualità con frequenti tip-in e inserti. Fino allo
scoppio della seconda guerra mondiale, AMG ha mantenuto uno dei
più alti standard qualitativi per le
riviste del suo tempo.
Nel 1927, Peignot pubblicò il
primo numero di AMG, una rivista
che sarebbe diventata un punto di
riferimento mondiale per le tendenze nel campo delle arti grafiche.
L’obbiettivo di Peignot era quello
di stampare «la rivista d’arte più interessante e lussuosa del mondo».
Lo ha fatto unendo un organico degno di nota e trattando argomenti
che vanno dalla storia della scrittura alla fotografia, e alle ultime tele
di Picasso.
La rivista aveva una tiratura
di circa 4.000 copie e veniva pubblicata bimestralmente il 15 del mese.
Questa tiratura esigua rendeva il
magazine un ricercato oggetto da
collezione. La vendita avveniva
principalmente tramite abbonamenti, un terzo dei quali stranieri,
provenienti da Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania ed Europa dell’est. Per questo motivo, molti dei
primi numeri includevano un inserto che riassumeva gli articoli in
inglese e durante l’ultimo anno di
pubblicazione l’indice degli argomenti e delle immagini erano tra-
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
dotte in inglese e stampate a fianco
del francese. La legatura avveniva
unendo meccanicamente le varie
parti del testo attraverso graffette
metalliche e in seguito veniva incollata la copertina.
L’attenzione ai dettagli sia
per quanto riguarda il design, la veste tipografica, la scelta degli articoli e delle fotografie è stata fondamentale per AMG poiché era rivolta a un pubblico composto per la
maggior parte da intellettuali francesi che erano veri e propri esperti e
appassionati di edizioni deluxe.
In questi libri, la veste tipografica, l’illustrazione ispirata dagli
argomenti, i processi di stampa e legatura hanno fortemente contribuito alla preziosità dell’opera, la
cui produzione ha richiesto l’impiego di scrittori, illustratori , disegnatori , tipografi, stampatori e legatori tra i più rinomati dell’epoca.
Nel 1925 durante “Exposition des Arts Décoratifs et Industriels Modernes” Charles Peignot
stabilì i primi contatti con i maggiori esponenti dell’Art Déco e del
Movimento Modernista. Quando
AM Cassandre, (pseudonimo di
Adolphe Jean-Marie Mouron),
vinse il primo premio all’Expo, con
un progetto per un negozio di mobili dal titolo “Au Bûcheron”, venne incaricato da Peignot di progettare i caratteri per la fonderia conosciuti appunto come “Caratteri
Peignot”.
Dopo l’Esposizione del 1925,
Cassandre con il designer Jean
Carlu mise insieme un gruppo di
artisti il cui compito sarebbe stato
quello di proporre un’estetica moderna in tutte le applicazioni della
progettazione e del pensiero. L’U-
65
nion des Artistes Modernes (UAM)
nasce da questo obiettivo comune.
Charles Peignot si unì a questo
gruppo formato da artisti del calibro dello scrittore Jean Cocteau,
del premio Nobel André Gide, dell’architetto Le Corbusier, della decoratrice Sonia Delaunay, di Maxmilien Vox, e da altri artisti.
Peignot chiarì poi lo scopo
del gruppo: «Insieme abbiamo cercato di rompere con lo stile che sopravvisse alla prima guerra mondiale. Non è sorprendente che abbia cercato di realizzare nel mio
campo quello che i miei amici sta-
66
la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010
vano facendo nel loro». Con un
gruppo di supporto senza eguali,
un pubblico predisposto, un’economia ringiovanita, e la buona reputazione della sua azienda, Charles Peignot era destinato a diventare un leader nel suo campo.
Arts et Métiers Graphiques si
basava su dieci punti fondamentali
e la loro importanza variava secondo le mode del tempo, tanto che alcuni argomenti venivano trattati in
alcuni numeri per poi ricomparire
molto tempo dopo su altri. Tuttavia
i temi costantemente trattati erano:
la storia del libro e della stampa,
l’illustrazione, la bibliofilia, le tecniche delle arti grafiche, il design
grafico contemporaneo, e infine
una miscellanea di articoli diversi.
Gli articoli sulla tipografia
erano una presenza costante. Nel
1930 fu dedicato un numero monografico alla fotografia che continuò
a essere un tema importante per
tutta la storia della rivista. Inoltre,
“Publicité” fu un argomento molto
trattato dal 1934.
Oltre ai temi di base, Arts et
Métieres Graphiques nel corso degli
anni pubblicò vari numeri monografici. “Photographie” AMG 16,
“Caricature” AMG 31, e “Publicité” AMG 42, sono esempi di edizioni speciali che raccontavano il
progresso internazionale in questi
campi.
Altri numeri speciali che si focalizzavano su specifici eventi erano: Il Numero 26, “L’Internazionale d’Arte del Libro”, che trattava
unicamente della mostra sulle arti
librarie avuta luogo a Parigi nel
1931. AMG 47 “Victor Hugo” che
commemorava l’anniversario della
morte dell’acclamato scrittore e
statista francese. Il numero 59 “Les
Arts et les Techiniques Graphiques” era un numero doppio in cui
venivano spiegate le ultime tecniche di stampa. AMG 60 “Les plus
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
67
beaux manuscrits francais à peintures du moyen age de la Bibliothèque Nationale” era un numero speciale in cui venivano illustrati i più
bei manoscritti medievali della Biblioteca Nazionale Francese esposti in mostra a Parigi nel 1937. L’ultimo di questi numeri speciali è stato pubblicato nel 1938: AMG 62
“Parigi 1937-New York 1939” e
descriveva i preparativi per la Fiera
di New York del 1939.
Il formato editoriale di AMG
rimane sostanzialmente immutato
nel corso degli anni. La rivista si
apriva con almeno due pagine di
pubblicità. Nel recto della pagina seguente si trovava l’indice dei contenuti, l’impronta, i crediti editoriali e
il listino prezzi, mentre sul verso della
pagina vi era il Colophon.
La seconda parte della rivista
includeva sempre un articolo su un
artista di successo. Questo articolo,
riccamente illustrato, era arricchito da riproduzioni di opere dell’artista, da una breve bibliografia delle
sue pubblicazioni e, talvolta, da un
ritratto fotografico o da un autoritratto.
Vi era poi la colonna denominata “L’Oeil du Bibliophile” in cui
venivano illustrati libri antichi e di
pregio ed era spesso seguita da recensioni dei migliori libri a tiratura
limitata. AMG forniva anche un
saggio delle edizioni di lusso inserendo spesso carte originali come
prova della loro ottima qualità.
Nella parte seguente si trovava la sezione denominata “l’Actualité Graphique” che era una vetrina
per nuove tecniche d’illustrazione
e graphic design. Qui vi erano manifesti pubblicitari e opuscoli che
venivano riprodotti con piccole didascalie e poco testo esplicativo; la
sezione era illustrata con numerosissime tavole a colori.
I numeri di Arts et Métiers
Graphiques si concludevano con
“Note et Echos”: una sezione per
gli annunci, le lettere al direttore,
brevi articoli e numerosi messaggi
pubblicitari da parte dei librai, case
editrici, produttori di carta, agenzie pubblicitarie e riviste straniere
di arti grafiche.
La rivista è stata un appuntamento fisso della stampa di pregio e
del giornalismo di settore per dodici anni, fino a quando, l’inizio della
seconda guerra mondiale ne ha prima interrotto e poi fatto definitivamente cessare la produzione.
68
la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010
BvS: un’utopia sempre in fieri
Recenti acquisizioni della
Biblioteca di via Senato
Prime edizioni originali o in ristampa dal Quattrocento a oggi
Arianna Calò, Giacomo
Corvaglia, Margherita Dell’Utri
e Annette Popel Pozzo
Antony de Witt, Antonio
(1876-1967).
Simulacri de la morte. Dieci silografie originali con una nota introduttiva di Pier Carlo Santini. Milano, all’insegna del Pesce D’oro - Vanni
Scheiwiller, 1963 (Serie Incisioni
Originali).
Edizione a cura di Vanni Scheiwiller che contiene 10 tavole silografiche numerate e firmate da Antony
de Witt, impresse al torchio della Officina Bodoni di Giovanni Mardersteig.
L’edizione consta di sessanta
copie contrassegnate da 1 a 60 e di
cinque contrassegnate con le lettere
A, E, I, O, U. Esemplare N. 30.
Bartolini, Luigi (1892-1963).
Addio ai sogni. 6 poesie e 6 acqueforti. Milano, all’insegna del Pesce
D’oro - Vanni Scheiwiller, 1953 (Serie Incisioni Originali).
Edizione a cura di Vanni
Scheiwiller con il testo su carta “japon”, contenente 6 acqueforti originali firmate da Luigi Bartolini,
consta di ottanta copie numerate da
1 a 80 e di cinque copie contrasse-
gnate con le lettere A, E, I, O, U.
Esemplare N. 16.
Borghi, Giuseppe (17901847).
In morte di Vinc. Bellini cantica di
Giuseppe Borghi. Palermo, Tipografia Pedone, 1835.
Prima edizione con un ritratto
di Vincenzo Bellini in antiporta. Al
recto dell’ultima carta l’indicazione:
“Le copie non firmate dall’autore saranno dichiarate apocrife, i contraffattori saranno soggetti alla legge del
5 febbraio 1828” a cui fa subito seguito la firma di Borghi.
Brandolini, Aurelio Lippo
(1454-1497).
Lippi Brandolini De ratione scribendi libri tres, numquam antea in lucem editi: [...] Adiecti sunt, Io. Ludovici
Vivis D. Erasmi Roterodami. Conradi
Celtis, Christophori Hegendorphini, De
conscribendis epistolis libelli. Cum locuplete rerum & verborum memorabilium indice. Basilea, Johann Oporinus, 1549.
Prima edizione a cura di Sebastiano Corradi dell’opera scritta nel
1485, ma data alle stampe soltanto
nel 1549. Il testo espone i precetti intorno allo scrivere con metodo.
L’Autore, vissuto alla corte di Mattia
Corvino, si ispirò a lui per il suo De
comparatione rei publicae et regni, dedicato dopo la morte di Mattia (1490) a
Lorenzo de’ Medici. Brandolini in
questo dialogo si serve di Mattia
Corvino non solo come modello per
la definizione del monarca rinascimentale, ma addirittura come personaggio interlocutore.
Carducci, Giambattista (18061878).
Su le memorie e i monumenti di
Ascoli nel Piceno discorso di Giambattista Carducci architetto. Fermo, Saverio Del-Monte (Tipografia Ciferri),
1853.
Prima edizione di quest’opera
dell’architetto fermano Giambattista Carducci, massimo esponente
dell’eclettismo neoclassico marchigiano, noto anche per la sua attività di
tutela, conservazione e restauro dei
monumenti. Il volume raccoglie 10
tavole che raffigurano la pianta topografica della città di Ascoli e diverse
novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
vedute della città: Piazza dell’Arringo; Battistero di S. Giovanni, e della
chiesa di S. Maria inter Vineas; del
Ponte di Cecco; della Piazza del Popolo; del Ponte di Solestà; di Porta
Romana; dell’acquedotto sul Ponte
di Porta Cartara; di S. Gregorio Magno e delle costruzioni dell’Annunziata; di Ponte Nativo e della chiesa
di S. Maria delle Donne.
Carroll, Lewis (1832-1898).
Le avventure d’Alice nel paese delle meraviglie. Bologna, Giuseppe Zanasi, dicembre 2009.
Edizione proposta nella prima
traduzione in italiano del 1872.
Esemplare 25/30 con disegno originale dell’artista Antonio Saliola
(1939-) raffigurante l’episodio della
sala del tè. Firmato al colophon da
Saliola che è autore anche delle 9 illustrazioni applicate su tela che arricchiscono l’edizione. Bellissima legatura amatoriale in pelle rossa firmata
Luigi Castiglioni, con il titolo “Alice” a intarsio in pelle verde e gialla al
piatto anteriore. Al contropiatto anteriore tre applicazioni incastonate
inerenti al tema di Alice nel paese
delle meraviglie: con applicazione di
camoscio e due piccole carte in ceramica dipinte a mano.
Collodi, Carlo (1826-1890).
Le avventure di Pinocchio. Storia
di un burattino. Roma, Trec Edizioni
Pregiate, 1983.
37 tavole a colori (di cui una in
antiporta), a piena pagina, di Venturino Venturi, più volte interprete
della storia del burattino e autore dei
mosaici nel Giardino di Pinocchio a
Collodi.
Impressa su carta a mano appositamente fabbricata dalla Cartiera
Miliani di Fabriano, è a tiratura limi-
tata e numerata. Esemplare n.
712/999 firmato da Venturi. Editio
Princeps Centenarii, tirata in occasione del centenario dalla prima pubblicazione de Le avventure di Pinocchio (1883, Libreria Editrice Felice
Paggi, con le illustrazioni di Enrico
Mazzanti) sotto gli auspici del Ministero della Pubblica Istruzione e della Fondazione Nazionale “Carlo
Collodi”. Precedono il testo, diviso
in XXXVI capitoli: C’era una volta un
pezzo di legno di Umberto Bosco;
Venturino: uno scultore per i cent’anni di
Pinocchio, di Giuseppe Selvaggi; Richiamo alla famiglia, ritorno allo studio
di Guido Bodrato; Per il monumento a
Pinocchio di Venturino in Collodi di
Alessandro Parronchi.
D’Annunzio, Gabriele (18631938).
Il compagno dagli occhi senza cigli.
Torino, Fògola editore, 2009 (La
Grande Collana, 39).
Uno dei LXXV esemplari su
carta a tino, ad personam e con le sei
incisioni all’acquaforte e fondino di
Xavier de Maistre e tirate su torchio
calcografico da Ivan Terreno. L’edizione contiene un saggio di Giorgio
Bàrberi Squarotti e una nota introduttiva di Franco Bracci. L’edizione
è accompagnata dal classico segnalibro editoriale in betulla.
Ferri, Luigi (1914-2007).
La psicologia di Pietro Pomponazzi secondo un manoscritto inedito dell’Angelica di Roma del Prof. Luigi Ferri. Roma coi tipi del Salviucci. 1876.
Roma, coi tipi del Salviucci, 1876.
Fondamentale opera sul celebre filosofo mantovano in occasione
del ritrovamento del manoscritto del
suo commento al De Anima aristotelico di cui vengono forniti ampi
69
squarci insieme a notizie sul suo pensiero e il suo insegnamento a cura del
noto studioso bolognese.
Genovesi, Antonio (17131769).
Della diceosina o sia Della filosofia
del giusto e dell’onesto per gli giovanetti.
Libro I [- II] dell’ab. **. Napoli, Stamperia Simoniana, 1766-1771, 2 volumi in un tomo.
Edizione napoletana di un testo di uno dei più importanti pensatori meridionali del Settecento, Antonio Genovesi, conosciuto per aver
allevato un’intera generazione di intellettuali, tra cui Francesco Pagano
e Gaetano Filangieri. La Diceosina,
testo stimato complesso, venne concepito dall’autore per l’uso universitario. Potente, per quanto controverso, tentativo di mediare tra la storia della filosofia morale e i problemi
della società commerciale del Settecento, ancor più è noto come un testo
base sui concetti del giusto e dell’onesto, con l’invito “ai giovanetti filosofi” ad avere una visione realistica di
tutta la società.
Gozzi, Carlo (1720, 1806).
La semplice in cerca di spirito. Acqueforti di Tullio Pericoli.Cento Amici
del Libro. Milano, Cento Amici del
Libro, 2010.
Edizione a cura di Cento Amici
del Libro. Prima edizione dell’inedita La semplice in cerca di spirito, atto
unico composto da Carlo Gozzi nel
1780 e mai pubblicato. Contiene
cinque acqueforti originali, tra cui la
copertina, di Tullio Pericoli. Pierluigi Puliti a Milano ha tirato le cinque
acqueforti su fogli al tino di carta Alcantara appositamente fabbricati da
Sicars nel formato 35x105, con filigrana al bordo Gozzi Pericoli 2010,
70
la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010
nonché i nove frammenti tratti dalle
stesse su carta Kinugawa Kozu. Il testo è stato impresso in carattere Custodia, con torchio a mano, da Alessandro Zanella nella sua officina in
Santa Lucia ai Monti. Lo stesso Zanella ha applicato i nove frammenti.
Edizione in 130 esemplari firmati
dall’artista. Esemplare n. 63 stampato per Marcello Dell’Utri. Precedono il testo la dedicatoria di Gozzi alla
signora Polissena Contarini Cavaliera Mocenigo, l’elenco dei personaggi
e gli Avvertimenti. Segue le XXII scene Un’inedita e maliziosa “commediola”
villereccia di Carlo Gozzi, nota di Fabio
Soldini.
Passi, Giuseppe (1569-1620).
Dello stato maritale trattato di
Giuseppe Passi ravennate nell’Accademia de’ signori informi di Ravenna l’Ardito ... Opera non meno utile, che dilettevole a ciascheduno. Con una tavola copiosissima delle cose più notabili, che nell’opera si contengono. Al molto illustre Signor mio sempre osservandissimo. Il signor Giulio Spreti. Venezia, Giacomo
Antonio Somasco, 1602.
Prima edizione. L’Autore
(1569-1620), di Ravenna, fu stimato
scrittore e letterato di gran fama. L’opera descrive minuziosamente ogni
aspetto della condizione matrimoniale.
Martini, Giuseppe (18701944).
Bibliothèque Joseph Martini. Première partie. Livres rares et précieux
d’autres provenances. Exposition 20/26
Août 1934. Vente les 27-28 Août 1934 à
14.30 H; le 29 Août 1934 à 9.30 H. Galerie Fischer Grand Hotel National Lucerne. Librairie ancienne Ulrico Hoepli
Galleria De Cristoforis. Milan. Milano, Ulrico Hoepli, 1934; Bibliothèque
Joseph Martini deuxième partie. Livres
rares et précieux d’autres provenances.
Exposition 15/20 Mai 1935. Vente les
21-22 Mai à 14,30 H. le 23 Mai à 9,30
H. Zunfthaus zur Meise Zurich. Librairie ancienne Ulrico Hoepli. Galleria De
Cristoforis Milan. Milano, Ulrico
Hoepli, 1935.
Due cataloghi d’asta rilegati insieme, contenenti importanti libri
rari e di pregio, in gran parte provenienti dalla Collezione di Giuseppe
Martini. Particolarmente interessante che oltre al listino con i prezzi di
stima, l’esemplare rechi i prezzi scritti dallo stesso Martini accanto ai singoli lotti con l’aggiunta manoscritta
“Prezzato Giuseppe Martini”.
Pomponazzi, Pietro (14621524).
Petri Pomponatii Mantuani.
Tractatus acutissimi, utillimi, & mere
peripatetici. De intensione & remissione
formarum ac de parvitate & magnitudine. De reactione. De modo agendi primarum qualitatum. De immortalitate
anime. Apologie libri tres. Contradictoris tractatus doctissimus. Defensorium
autoris. Approbationes rationum defensorij, per fratrem Chrysostomum theologum ordinis predicatorij divinum. De
nutritione & augumentatione. Venezia, eredi di Ottaviano Scoto & C,
1525.
Prima rara edizione collettiva
che comprende nove scritti fino al
1519 con l’aggiunta del De nutritione
et augmentatione del 1521. L’opera
viene considerata importante perché
contiene testi non pubblicati nell’edizione dell’Opera del 1567. Legatura coeva in piena pergamena floscia
con tracce di due bindelle e unghiatura. Copia proveniente dalla raccolta
del principe di Liechtenstein con l’ex
libris al contropiatto anteriore.
Salvini, Salvino (1667-1751)
Fasti consolari dell’Accademia
Fiorentina di Salvino Salvini Consolo
della medesima e Rettore Generale dello
Studio di Firenze all’Altezza Reale del
serenissimo Gio: Gastone Gran Principe
di Toscana in Firenze. 1717 Nella
Stamperia di S. A. R. Per Gio: Gaetano
Tartini e Santi Franchi. Firenze, Giovanni Gaetano Tartini, 1717.
Prima ed unica edizione di quest’opera biografica, rara. Nonostante
sia rimasta incompleta, l’opera raccoglie numerose biografie dei membri dell’Istituzione fondata da Cosimo I per la promozione e la diffusione del fiorentino. Contiene numerose notizie biografiche inedite su personaggi del calibro di Michelangelo e
Leonardo da Vinci; le pp. 397-446
contengono un Racconto istorico della
Vita del sig. Galileo Galilei scritto da
Vincenzo Viviani e qui pubblicato
per la prima volta. Moreni II, 301:
“Questo è un libro sommamente
pregevole, in cui l’Autore ebbe l’avvertenza per non apparire Plagiario
di tralasciare le notizie nell’altro, che
va sotto il nome di Iacopo Rilli”.
Tolomei, Claudio (14921555).
Versi, et regole de la nuova poesia
toscana. Roma, Antonio Blado, 1539.
Prima edizione a cura di Cosimo Pallavicino, in cui Tolomei teorizza, esemplificando con componimenti suoi e di altri autori, la possibilità di trasferire la metrica quantitativa latina alla poesia italiana. Nel 1538
Tolomei fondò a Roma l’Accademia
della virtù, che si riuniva nella casa
dell’arcivescovo Francesco Colonna,
e poco tempo dopo l’Accademia della
Poesia Nuova, con l’intento di introdurre i metri classici nella poesia volgare.
la Biblioteca di via Senato
Milano
la Biblioteca di via Senato
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mensile
anno II
n.3 – marzo 2010
Questo “bollettino” mensile è distribuito
gratuitamente presso la sede
della Biblioteca in via Senato 14 a Milano.
Chi volesse riceverlo al proprio domicilio,
può farne richiesta rimborsando
solamente le spese postali di 20 euro
per l’invio dei 10 numeri.
Pasolini: l’affaire
“Petrolio”,
e una mostra
di scatti e libri
Luigi Mascheroni
e Matteo Tosi
Dopo 30 anni ,
una nuova bio
di Malaparte?
Giordano Bruno Guerri
I furti di
Napoleone
esposti al Louvre
Chiara Bonfatti
la Biblioteca di via Senato
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mensile
anno II
n.7 – luglio/agosto 2010
La biblioteca di
Mario De Micheli
in via Senato
Italo Mazza, Matteo Tosi,
Anna e Gioxe De Micheli
I diari del Duce:
occhi su gerarchi
e Gran Consiglio
I libri di Borges
ne raccontano
vita e pensiero
Matteo Noja
e Laura Mariani Conti
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la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010
La pagina dei lettori
Bibliofilia a chiare lettere
Il “Fondo Impresa” e le novità pratesi a proposito di Malaparte
Leggendo l’articolo a firma di
Giacomo Corvaglia sul centocinquattresimo anniversario della Campari
sono venuto a conoscenza del vostro
fondo di storia dell’impresa. Vorrei
avere maggiori informazioni a proposito della sua dimensione e composizione, e inoltre sapere se è possibile consultarlo.
Alessandro Leone
Il “Fondo di storia dell'impresa in Italia dall'Unità a oggi” è
un vero e proprio unicum nel panorama delle biblioteche italiane.
È composto da oltre 6.000 volumi
e documenta le vicende dell'attività e della produzione imprenditoriale italiana dall’Unità d’Italia
ai giorni nostri. Si possono trovare
libri celebrativi di aziende, cataloghi di vendita, brochure e strenne, materiale spesso irreperibile
nei consueti canali di distribuzione editoriale. Il Fondo è accessibile
al pubblico, esclusivamente presso
la nostra sala di consultazione, dal
lunedì al venerdì nei consueti orari di apertura, previo appuntamento, chiamando ai nostri numeri telefonici o scrivendo un’email ai nostri indirizzi di posta
elettronica.
Dopo aver ammirato nei vostri
spazi milanesi la bella mostra dedicata
all’opera e alla figura di Curzio Malaparte, sono recentemente passato da
tese si costruì in quel di Capri. Non mi
aspettavo una così grande novità e mi
sono chiesto se fosse consuetudine della
vostra Fondazione rinnovare a tal
punto, di città in città, le proprie mostre itineranti.
Simone Nebuloni
Se volete scrivere:
[email protected]
Tutti i numeri sono scaricabili
in formato pdf dal sito
www.bibliotecadiviasenato.it
Prato per affari. Memore di un vostro
passato annuncio, ho fatto tappa a visitare anche questa “seconda puntata”
della suddetta esposizione, anche e soprattutto per accompagnarvi le persone con cui mi ero incontrato. Invece, è
stata un’esperienza nuova anche per
me, che sono rimasto assolutamente
sorpreso dall’enorme ricostruzione
della famosa villa che lo scrittore pra-
Molto spesso, le mostre che
organizziamo negli spazi della
Biblioteca di via Senato sono pensate come eventi “unici”, studiati
esclusivamente per la nostra Fondazione. Ma l’interesse riscosso da
questa esibizione sul Malaparte
uomo e scrittore è stato subito molto forte in tutta Italia e non solo, e
abbiamo quindi progettato un allestimento riadattabile a spazi e
luoghi diversi. La vastità dell’Archivio in nostro possesso, poi, potrebbe consentirci di portare una
mostra “nuova” in ogni occasione,
ma questo sarebbe francamente
troppo e forse nemmeno corretto.
L’idea di caratterizzare ogni singola tappa di questo “tour”, ognuna con la propria specificità, ci è
però sembrata affascinante e coerente al tempo stesso. E qui abbiamo approfittato degli immensi
spazi del Museo del Tessuto per dare vita a un progetto assolutamente inedito: la ricostruzione in scala
1 a 2 della celeberrima residenza
caprese dello scrittore, per restituirne più vividamente anche
questa “impresa” da architetto.
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