la Biblioteca di via Senato Milano mensile anno II n.10 – novembre 2010 La Commedia Dante e l’Islam: illustrata di un dialogo già Monika Beisner vivo tra le arti L’archivio inedito di G. Martini nuova perla BvS Chiara Nicolini Annette Popel Pozzo Francesca Flores d’Arcais la Biblioteca di via Senato - Milano MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO II – N.10/18 – MILANO, NOVEMBRE 2010 Sommario 5 L’Utopia: prìncipi e princìpi QUEL FAMOSO DISCORSO CONTRO MACHIAVELLI di Gianluca Montinaro 11 “Dante e l’Islam” in BvS EUROPA E MEDIORIENTE, UN DIALOGO “AD ARTE” di Francesca Flores d’Arcais * 23 Un nuovo Archivio in BvS L’INEDITO SCHEDARIO DI GIUSEPPE MARTINI di Annette Popel Pozzo 29 IN SEDICESIMO - Le rubriche GLI APPUNTAMENTI CON “DANTE E L’ISLAM”, I CATALOGHI, L’INTERVISTA D’AUTORE, LE RECENSIONI, LE MOSTRE, LE ASTE 45 Libri illustrati in BvS LA MANO DI MONIKA BEISNER RILEGGE LA “COMMEDIA” di Chiara Nicolini 55 BvS: rarità per veri bibliofili LA “PAROLA” ILLUSTRATA DI UN SETTIMANALE ANTIMILITARISTA di Chiara Bonfatti 63 Dal fondo Emeroteca di BvS ARTS ET MÉTIERS GRAPHIQUES, UNA PERLA FRANCESE TRA LE GUERRE di Giacomo Corvaglia 68 BvS: un’utopia sempre in fieri RECENTI ACQUISIZIONI DELLA BIBLIOTECA DI VIA SENATO 68 La pagina dei lettori BIBLIOFILIA A CHIARE LETTERE * tratto dal catalogo “Dante e l’Islam”, Biblioteca di via Senato Edizioni, Milano 2010 Consiglio di amministrazione della Fondazione Biblioteca di via Senato Marcello Dell’Utri (presidente) Giuliano Adreani, Carlo Carena, Fedele Confalonieri, Maurizio Costa, Ennio Doris, Paolo Andrea Mettel, Fabio Perotti Cei, Fulvio Pravadelli, Carlo Tognoli Segretario Generale Angelo De Tomasi Collegio dei Revisori dei conti Achille Frattini (presidente) Gianfranco Polerani, Francesco Antonio Giampaolo Fondazione Biblioteca di via Senato Elena Bellini segreteria mostre Beatrice Porchera sala Campanella Arianna Calò sala consultazione Sonia Corain segreteria teatro Giacomo Corvaglia sala consultazione Marcello Dell’Utri conservatore Margherita Dell’Utri sala consultazione Claudio Ferri direttore Luciano Ghirelli servizi generali Laura Mariani Conti archivio Malaparte Matteo Noja responsabile dell’Archivio e del Fondo Moderno Donatella Oggioni responsabile teatro e ufficio stampa Annette Popel Pozzo responsabile del Fondo Antico Gaudio Saracino servizi generali Stampato in Italia © 2010 – Biblioteca di via Senato Edizioni – Tutti i diritti riservati Direttore responsabile Angelo Crespi Ufficio di redazione Matteo Tosi Progetto grafico e impaginazione Elena Buffa Coordinamento pubblicità Margherita Savarese Direzione e redazione Via Senato, 14 – 20121 Milano Tel. 02 76215318 Fax 02 782387 [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Bollettino mensile della Biblioteca di via Senato Milano distribuito gratuitamente Fotolito e stampa Galli Thierry, Milano Referenze fotografiche Saporetti Immagini d’Arte Snc, Milano L’editore si dichiara disponibile a regolare eventuali diritti per immagini o testi di cui non sia stato possibile reperire la fonte Immagine in copertina: Illustrazione di Monika Beisner per il Canto XXVIII del Paradiso, da la Divina Commedia, edizione 2005, Stamperia Valdonega, Verona Questo periodico è associato alla Unione Stampa Periodica Italiana Reg. Trib. di Milano n. 104 del 11/03/2009 Editoriale a novità più importante di questo mese per la Biblioteca di via Senato è senza dubbio la mostra “Dante e l’Islam”: un percorso tra edizioni rare e pregiate della Divina Commedia e non solo, per testimoniare le possibili influenze della cultura e della spiritualità musulmana nell’opera del sommo Poeta. Un’altra novità è rappresentata dall’acquisizione nei fondi della Biblioteca dell’archivio bibliografico e dello schedario di Giuseppe Martini. Bibliofilo e libraio di indiscutibile autorevolezza, vissuto a cavallo tra XIX e XX secolo, Martini è universalmente riconosciuto come una delle maggiori autorità in materia di incunaboli e manoscritti antichi, opere che ha collezionato censito e catalogato con scientifica dovizia di particolari operando tra Italia, Stati Uniti, Svizzera e ovunque riscuotendo il medesimo apprezzamento. L Le quasi 8.000 schede autografe che compongono il suo inedito schedario, sono un’eredità che valorizzeremo nei mesi a venire studiandole e recensendole per metterle a disposizione degli studiosi. Continua in questo numero la rassegna sull’Utopia di Gianluca Montinaro che sta perseguendo con noi un ambizioso progetto: presentare al più presto una completa e dettagliata bibliografia del fondo antico sul tema. Allestirne poi una mostra col relativo catalogo sarà per la BvS un ulteriore motivo di orgoglio. Inauguriamo infine il 6° Salone del Libro Usato in Fieramilanocity (dal 5 all’8 dicembre) con centinaia di bancarelle provenienti da tutta Italia e dall’estero per la gioia di grandi e piccini che possono trovarvi libri da 5 € in su. Il motto del Salone a questo proposito è quanto mai esplicativo: “Leggere nuoce gravemente all’ignoranza/ regala un libro, regali un tesoro”. novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 5 L’Utopia: prìncipi e princìpi QUEL FAMOSO DISCORSO CONTRO MACHIAVELLI Una cinquecentesca perla della trattatistica politica “protestante” GIANLUCA MONTINARO ra i testi più affascinanti che affollano i palchetti e gli scaffali della Biblioteca di via Senato di Milano si nasconde un apparentemente innocente volume in ottavo, rilegato in pelle, con fregi dorati al dorso. Ponendo attenzione si può leggerne il titolo, scritto a caratteri d’oro, sull’elegante tassello rosso. È una prima edizione, datata 1576, del Discours sur les moyens de bien gouverner et maintenir en bonne paix un royaume ou autre principauté. Divisez en trois parties: a savoir, du conseil, de la religion & police que doit tenir un prince. Contre Nicolas Machiavel Florentin di Innocent Gentillet (stampato probabilmente a Ginevra o a Parigi da Jacques Stoer o da François Estienne). Dedicata al duca Francesco d’Alençon, fratello del re di Francia Enrico III, l’opera è in assoluto il più importante trattato politico ascrivibile non solo al fiorente filone antimachivelliano ma più in generale alla nascente trattatistica politica di ambito protestante. Divenuta presto famosa col titolo di Discorso contro Machiavelli, o Antimachiavelli, è stata tradotta in latino e in inglese, e quindi ripubblicata svariate volte nell’arco dei successivi cento anni (a volte, per ragioni di opportunità, omettendo luogo e stampatore, o ponendoli in «Utopia», come nel caso di un’edizione latina del 1655). A buon diritto fra i testi più importanti del progetto “La Biblioteca dell’Utopia”, l’opera di Gentillet non va letta solo nei suoi significati letterali, ma anche F A sinistra: frontespizio dell’edizione di Innocent Gentillet con marca tipografica vista in filigrana, utile chiave di interpretazione del passaggio fra il mondo aristocratico rinascimentale e le nascenti monarchie assolutiste delle nazioni moderne. L’opera di Gentillet prende forma in rapporto dialettico con un’altra opera fondamentale del pensiero politico moderno e contemporaneo: Il principe di Niccolò Machiavelli. Senza soffermarsi sulle vicende immediatamente successive alla pubblicazione postuma del trattato del Segretario fiorentino (opera scritta dal «dito di Satana», secondo la nota definizione datane dal cardinale Reginald Pole) e all’immenso dibattito culturale, politico e religioso sollevato dalla sua apparente amoralità, è interessante notare come la percezione del testo di Machiavelli muti, con fascino quasi perverso, nella sostanza. Formalmente sono ben pochi coloro che prendono posizione a favore delle teorie politiche contenute ne Il principe, ma nella sostanza molti trattatisti ne abbracciano le teorie, spostandone l’oggetto: non è più la persona del principe il fine, bensì la ragion di Stato. Essa, secondo una celebre definizione di Friedrich Meinecke è la norma dell’azione politica, la legge motrice dello Stato. Essa dice all’uomo di governo ciò ch’egli deve fare per conservare lo Stato vigoroso e forte, e poiché questo è formazione organica, che mantiene tutta la sua forza soltanto se capace di crescere ancora in qualche maniera, la ragion di Stato indica pure di questo sviluppo le vie e le mete. Non le sceglie però ad arbitrio, né fissa una via uniforme, valevole per tutti gli stati, in quanto lo Stato è anche una formazione individuale, retta novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano dalla propria idea di vita, in cui le leggi generali della specie vengono modificate dalla particolarità della struttura e dell’ambiente. Quindi la ragione dello Stato consiste nel riconoscere se stesso e il suo ambiente, e nel trarre da questa conoscenza le massime dell’operare. Esse presenteranno sempre un carattere individuale e uno generale, uno stabile e uno mutevole ad un tempo; cangeranno nel flusso delle trasformazioni dello Stato e del suo ambiente, ma dovranno corrispondere anche alla struttura permanente dello Stato individuale e alle permanenti leggi di vita di tutti gli Stati.1 La ragion di Stato suppone, a differenza di ciò che è sostenuto da Machiavelli, la conciliazione fra etica (cioè la giustificazione formale dello Stato alla sua stessa esistenza) e politica. In sostanza, lo Stato esiste in quanto “ordine divino”, difensore della ragione di fronte alla violenza bruta, dell’uomo davanti alla natura. Risulta inevitabile e necessario allo Stato, per non cadere esso stesso nel suo opposto, abbracciare i principi dell’etica in quanto suo fine e sua ragione d’esistenza. Allo stesso tempo, essendo il suo agire etico per antonomasia (in quanto non disgiunto dall’etica) esso è automaticamente e sempre etico, giustificando quindi nell’etica superiore quell’agire che all’apparenza e nel particolare non etico potrebbe apparire. Paradossalmente, nei fatti, la ragion di Stato si configura come prosecuzione ideale della speculazione di Machiavelli. L’antimachiavellismo di facciata «si incontra col tacitismo, laddove quest’ultimo risulta non altro che una riscrittura di Machiavelli», diventando quindi un «interessante fenomeno di più o meno consapevoli fraintendimenti, dovuti alla necessità di rimuovere un testo condannato recuperandone l’insegnamento».2 In sostanza, sulla scia dell’interpretazione “obliqua” datane nel De legationibus da Alberico Gentili, si elabora il pensiero del Segretario fiorentino in chiave controriformista. Spesso è lo storico latino Cornelio Tacito (letto assiduamente, fra gli altri, da Cosimo de’ A sinistra: dettaglio della terza parte dell’Antimachiavelli 7 Medici e da Paolo III Farnese) a fornire, in chiave “obliqua”, ai trattatisti del Cinquecento, l’occasione per fare propri gli insegnamenti di Machiavelli. Scipione Ammirato ricorda come: Cornelio Tacito, [...] perché trattando di principato, più a’ nostri tempi si confà, et meno si darà occasione a’ mormoratori, se, non entrando io per quelle vie, che altri prima di me calpestò, il quale fece discorsi sopra autore, che scrisse di Republica, sarommi posto a scrivere sopra uno il quale habbia trattato di Principe.3 Il fenomeno assume proporzioni così vaste che alcuni anni più tardi Traiano Boccalini nota: Tacito, prime autor solo stimato degno de’ principi, ora così publicamente va per le mani d’ognuno, che fino i bottegai e i facchini non d’altra scienza mostrandosi più intendenti della ragion di Stato.4 Negli scontri religiosi che dilaniano l’Europa, il punto rimane sempre il medesimo, sia per i cattolici che per i riformati: il realismo politico di Machiavelli, segno di una immoralità tutta mondana, risulta da condannare nel modo più netto. Di più, è lo stesso Machiavelli, benché morto da più di vent’anni, a essere individuato come un nemico da abbattere, un pomo della discordia, un vessillo da agitarsi in battaglia: dagli ugonotti contro i cattolici, da questi contro gli ugonotti e da entrambi contro i politici. I protestanti francesi e inglesi vedono in Machiavelli la perfetta immagine del cinismo politico degli Italiani e dei gesuiti. Per contro questi ultimi l’immoralità religiosa che guida i primi. Innocent Gentillet (1535-1588), ugonotto moderato, avvocato e parlamentare, ravvisa in Machiavelli il mandante occulto del massacro della notte di San Bartolomeo (1572) e il consigliere segreto dell’odiata regina Caterina de’ Medici e della sua cerchia di fiorentini atei. Nell’Antimachiavelli scrive: non dubito affatto che molti cortigiani, che maneggiano affari di stato, e altri della stessa genia, trovino assai strano ch’io parli in questo modo del loro grande dottore Machiavelli, i libri del quale a buon diritto li si può chiamare il Corano dei corti- 8 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 Da sinistra: Santi di Tito (1536-1603), ritratto di Niccolò Machiavelli, (particolare), Palazzo Vecchio, Firenze. Scuola francese, ritratto di Caterina de’ Medici, (particolare), Galleria Palatina, Firenze giani, tanto essi lo tengono in stima, seguendone e osservandone e precetti e le massime, né più né meno di quel che fanno i Turchi con il Corano del loro grande profeta Maometto.5 Dedicato, come detto, a Francesco d’Alençon, fratello del re e riferimento della fazione dei “Malcontenti” (di orientamento ugonotto), l’Antimachiavelli, nella sua ricetta per creare un ottimo governo, sembra più ricercare i rimedi ai contemporanei mali della Francia che indicare regole generali e sempiterne. Per Gentillet lo Stato deve improntare il suo agire alla pietà e alla moralità. Gentillet afferma anche che la ricchezza di uno Stato arriva necessariamente dalla sua popolazione: è quindi necessario evitare i conflitti interni così come le leggi che inibiscono le libertà personali (libertà di culto compresa). A distinguere l’antimachivellismo di Gentillet e di altri autori protestanti (La Noue, Languet, ecc.) dall’antimachivellismo cattolico è ciò che si potrebbe definire come rapporto fra la questione del fine e la questione dei mezzi. Il problema, per così dire, non sta tanto, o non solo, nei comportamenti dei Principi, ma nel fine, che può essere il potere di per sé (ed è questo un fine cattivo) o l’affermazione del regno di Dio (che è il buon fine). Così è nell’ottica protestante, poco disposta al compromesso, che la questione del comportamento dell’uomo dabbene e del principe diventa capitale e quasi un fine in sé, in quanto è nel comportamento individuale che si testimonia il proprio destino di salvezza; come nell’ottica cavalleresca è più la strada che non la meta, poiché la bontà della meta è definita dai modi del viaggio.6 Ma proprio in virtù di ciò, ribaltando le posizioni, per gli avversari cattolici di Gentillet la virtù, come in Machiavelli, si misura soltanto nella giustezza del fine e non nella valutazione morale del comportamento in sé. È quindi lecito per un principe poter assumere anche comportamenti personali “scorretti” e “immorali” in sé, a patto che tali comportamenti abbiano come unico fine la difesa dello Stato, la maggior gloria di Dio e la difesa della religione. Tali comportamenti vengono quindi ad assumere significato positivo nell’ottica della superiore ragion di Stato. Molti intellettuali si allineano a questa interpretazione. Angelo Ingegnieri, un trattatista all’epoca discretamente famoso, nella sua opera Il perfetto segretario, senza mai nominare Machiavelli, scrive che «l’uso d’oggi delle cose di Stato, et questa materia, a nostri giorni sì male intesa, è gran pericolo che corrompa gli novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano animi, per altro virtuosamente abituati, e vestendogli d’inordinato desiderio, et d’interesse senza misura, sia cagione di molti danni nell’operatione e nel consiglio. Per la qual cosa da fuggire istimo io certi autori, comeché tolerati e perventura anco commendati assai: e vera politica penso esser quella c’ha per fine la gloria del Signor Iddio, e l’essaltatione della santa fede di Christo». 7 Più spregiudicato è Antonio Ciccarelli da Foligno che, benché imiti Machiavelli nella sostanza e nel metodo, lo accusa, senza mai citarlo, di essere colui che «andò formando le tirannidi, dando precetti talvolta molto empii».8 Anche Jean Bodin (1529-1596) nei suoi Sei libri dello Stato, accusando Machiavelli di empietà, sostiene che è dovere del principe essere giusto, pena la rovina dello Stato, perché la vera sovranità (maiestas) è fonte di legge e essa «dipende da colui che ha la sovranità: egli può obbligare tutti i sudditi, e non può obbligare se stesso; mentre il patto è mutuo, tra principi e sudditi, e obbliga le due parti reciprocamente né una delle parti può venir meno a esso a danno dell’altra e senza il suo consenso».9 Allo stesso tempo «la legittimità dello Stato è in realtà la sovranità del suo principe, vale a dire un “sommo potere sciolto dalle leggi”».10 In campo protestante Gentillet rifiuta questa proposta che ai suoi occhi sembra dettata dalla semplice e cruda necessità di salvare la forma, e di allinearsi nella sostanza alle teorie del Segretario fiorentino (quasi una sorta di gattopardismo che pare dominare ab origine la storia della cultura italiana). Inoltre, come già notato da Friedrich Meinecke, la reazione di Gentillet a Machiavelli si pone come baluardo di difesa della classe nobiliare feudale. Gentillet aveva compreso come tutto il mondo aristocratico, il suo sistema di vita, la morale, l’onore, l’interesse della NOTE 1 F. Meinecke, L’idea della ragion di Stato nella storia moderna, Firenze, Vallecchi, 1942, I, p. 7. 2 F. Tateo, La letteratura della Controriforma, in Storia della letteratura italiana, a c. di E. Malato, Roma, Salerno, 1997, V, p. 178. 3 S. Ammirato, Discorsi sopra Cornelio Tacito, Firenze, Giunti, 1594, proemio. 9 sua classe erano messe in pericolo (come in effetti poi sarà, nel secolo XVII, con l’assolutismo monarchico) dal “diabolico calcolo principesco”. Nella reazione degli antimachiavellici si può quindi anche vedere una reazione delle classi nobiliari, ancora fortemente attaccate ai loro valori di cortesia e cavalleria e che quindi mal potevano sopportare il gretto opportunismo e utilitarismo delle teorie di Machiavelli. Sono due morali che vengono qui in urto come acqua e fuoco. In Gentillet non c’è soltanto il pio ugonotto, ma soprattutto il francese di sensi e costumi cavallereschi che insorge, in quanto sa che tutto il suo mondo, tutto il suo sistema di vita e in più la morale, l’onore, l’interesse della sua classe e ogni tranquilla sicurezza nel godimento degli antichi diritti e privilegi sono compromessi quando il freddo calcolo diabolico del vantaggio principesco regga senza freno lo Stato.11 La condanna per Machiavelli è pesante e senza appello. La sua affermazione di una amoralità in politica (presto vista come immoralità) e di un agire politico sciolto da una morale “fissa” lo additeranno ai posteri come il teorico della tirannia, del “fine che giustifica i mezzi”, del sangue, dell’inganno e delle stragi. Gentillet non sfugge a questo sistematico travisamento de Il principe. Allo stesso tempo, in modo più acuto rispetto a molti altri, ne ravvisa anche la tremenda carica di modernità. Quella stessa modernità che, attraverso il bagno di sangue delle guerre di religione e della notte di San Bartolomeo (rifiutato anche da Giordano Bruno nello Spaccio della bestia trionfante), avrebbe portato presto a una Francia pacificata e forte, tesa alla conquista dei propri confini naturali. Avrebbe presto portato alla Francia dell’era moderna e di Luigi XIV. 4 T. Boccalini, Ragguagli di Parnaso. Centuria prima, Venezia, Farri, 1612, pp. 404405, XXVI. 5 I. Gentillet, Discours contre Machiavel, a c. di A. D’Andrea, Firenze, Casalini, 1974, p. 11. 6 M. Domenichelli, Cavaliere e gentiluomo, Roma, Bulzoni, 2002, pp. 90-91. 7 A. Ingegnieri, Il perfetto segretario, Milano, Locarni e Bidelli, 1613, p. 13. 8 A. Ciccarelli, Discorsi sopra Tito Livio, Roma, Paolini, 1598, introduzione. 9 J. Bodin, Sei libri dello Stato, I, 3. 10 S. Romano, Europa. Storia di un’idea, Milano, Longanesi, 2004, p. 101. 11 F. Meinecke, L’idea della ragion di Stato nella storia moderna, cit., I, pp. 78-79. novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 11 “Dante e l’Islam”, la grande mostra targata BvS EUROPA E MEDIORIENTE, UN DIALOGO “AD ARTE” Architetture, arredi e dipinti svelano la vicinanza tra i due mondi FRANCESCA FLORES D’ARCAIS on è facile comprendere le opere d’arte del mele cui opere d’arte, a partire dall’architettura, erano legadioevo italiano, specie nella fase “romanica”, te alle analoghe manifestazioni dei centri orientali delnella varietà delle forme, dei modelli, degli ogl’ecumene islamico; e quando i Normanni conquistarogetti, dei colori, se non si analizza la molteplicità dei rapno la Sicilia, l’arte islamica, in particolare nell’architetporti tra le diverse popolazioni che si sono incrociati nei tura e nella decorazione architettonica, era così radicata territori della penisola. Infatti la sua posizione particolanel territorio che gli edifici costruiti da e per i nuovi sire, al centro, si può dire, del Mediterraneo, ne fece un gnori erano talmente simili a quelli degli Arabi da poterpunto strategico per le rotte commerciali, e a ciò si agsi leggere in una continuità linguistica assolutamente cagiunsero le più o meno lunghe conquiste delle popolaratteristica, così che alcuni monumenti si possano defizioni arabe nell’ Italia meridionale. nire come “arte arabo-normanna”. Mi riferisco, a PalerÈ così che, accanto alla ripresa della classicità, romo, al bellissimo edificio della Zisa, che riprende nell’almana o greca, che costituisce l’elemento linguistico dozato e nella pianta le tipologie dei castelli e delle dimore minante, nelle architetture e nella scultura, e, soprattutto signorili arabe, o all’originalissimo soffitto ligneo della nei centri dell’Adriatico, alle testimonianze bizantine, Cappella Palatina, forse opera di una maestranza islaminon minore importanza ebbe l’influsso dell’arte islamica. ca, sia per la struttura stessa sia per i dipinti che decorano Quest’ultimo aspetto sta sollevando anche in Italia un inle tavolette. teresse sempre maggiore, sia attraverso le ricerche degli Ma anche altri elementi decorativi sembrano essestudiosi, sia attraverso alcune mostre che hanno attirato re derivati dalle architetture islamiche – anche provel’attenzione di un vasto pubblico, non ultima quella che nienti dalla Spagna - come gli archetti pensili intrecciati attualmente è aperta a Milano condelle più importanti chiese palermitemporaneamente – non a caso - alla tane, come il Duomo di Monreale o mostra Dante e l’Islam (1). In occasione della grande mostra quello di Cefalù, per citare solo i monumenti più universalmente noti. dal titolo Al-Fann. Arte islamica, Proprio dalla Sicilia molti elementi, organizzata dal Comune di Milano Dall’inizio dell’invasione araspecie decorativi, influenzarono i a Palazzo Reale in collaborazione ba in Sicilia sulla metà del nono secentri più importanti della Campacon il Museo del Kuwait dal 18 colo, l’isola divenne un grosso e imnia, come Amalfi, Caserta Vecchia e ottobre prossimo, la BvS con la mostra portante centro di cultura islamica, Salerno, per esempio nell’uso freDante e l’Islam vuol fornire un’insolita quentissimo degli archetti pensili premessa per meglio comprendere Monreale, Chiostro: veduta dei intrecciati e le tipologie elegantissiil fitto scambio culturale in atto me dei chiostri con strette colonne contrarchi a sezione cilindrica, sin dal Medioevo tra i popoli cattolici che sorreggono gli archi intrecciati. elemento decorativo di gusto arabo. e islamici nel bacino del Mediterraneo. N 12 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 Più recente è per gli studiosi l’interesse per le opere d’arte delle città adriatiche, dove gli influssi islamici si colgono piuttosto nei pulpiti – particolarmente in Abruzzo, nei preziosi manufatti in bronzo, come la porta del mausoleo di Boemondo a Canosa o la celebre porta di Barisano da Trani a Trani. E si arriva addirittura a Venezia, solitamente considerata una sorta di colonia bizantina, che rivela invece in alcuni elementi architettonici strettissimi influssi islamici: basti pensare all’uso dell’arco inflesso, addirittura in san Marco, nella bellissima Porta dei fiori della parete nord e persino all’interno della Basilica nella porta di accesso al Tesoro. Ancora novità nelle architetture si incontrano nelle tipologie dei pavimenti di marmo, a segmenti che si intrecciano con movimenti geometrici (tipico elemento arabo), mentre amboni, cattedre episcopali e cibori elaborano e mescolano elementi decorativi di matrice islamica con quelli bizantini e romanici in senso stretto e basterà ricordare la Cattedra di san Nicola a Bari o i pulpiti abruzzesi, particolarmente fantasiosi. Certamente ancora di influsso islamico sono ornamentazioni dei portali, come nel San Nicola a Bari, o anche a Pavia, oppure i fregi con animaletti che ornano gli esterni delle chiese: particolare eleganza offre ad esempio la facciata di marmo della chiesa di san Michele a Lucca. Infine, dal Maghreb, come scambi commerciali, erano arrivati in Italia, in particolare nell’area pisana, i caratteristici bacili ceramici, di vivaci colori e fantasiosi motivi, che i costruttori ponevano ad adornare le facciate e i campanili delle chiese (2). Una moda abbastanza diffusa, che venne imitata dagli artigiani italiani e che arrivò anche in altri centri; tra ANTICHI TOMI E iPad PER SONDARE LA RICCHEZZA DEL NOSTRO MEDIOEVO a mostra DANTE E L’ISLAM. Incontri di civiltà è organizzata dalla Fondazione Biblioteca di via Senato, in collaborazione col Comune di Milano – Cultura, in occasione dell’esposizione dal titolo Al-Fann. Arte islamica, che si terrà a Palazzo Reale. L’accostamento del nome del Poeta alla civiltà islamica è sempre stato oggetto di incomprensioni, dibattiti e discussioni. Partendo dalle analogie presenti nel Poema dantesco con le leggende della tradizione islamica sui viaggi oltremondani di Maometto, si vuole solo rimarcare quanto l’epoca del Poeta, permeata del pensiero, della cultura e delle scoperte provenienti dal mondo arabo e fosse un’epoca feconda per il pensiero e per la cultura occidentale. All’inizio della mostra, un breve preambolo introduce alla situazione storica e politica del tempo, mettendo in luce le sorprendenti analogie del Poema con alcuni esempi della letteratura mistica islamica riguardanti il mira’j, ovvero l’ascensione L mistica di Maometto, narrata dal Corano. Il percorso espositivo prevede la suddivisione degli spazi e delle opere secondo le tre Cantiche – Inferno, Purgatorio, Paradiso – in cui sono esposte 35 edizioni illustrate della Divina Commedia di proprietà della Fondazione Biblioteca di via Senato, che testimoniano la fortuna di Dante attraverso i secoli: dalla seconda edizione illustrata di Bonino de’ Bonini [1487] all’edizione illustrata da Salvador Dalì, e a quella illustrata da Monika Beisner. Sono, inoltre, esposti alcuni preziosi reperti provenienti dalle Raccolte Extrauropee del Comune di Milano, dal Museo d’Arte Orientale di Torino, da collezioni private e da altri musei, che cercano di rendere l’importanza dell’artigianato e delle arti minori, delle scienze e della filosofia musulmane. All’esterno è possibile visitare la sezione multimediale con la versione 3D della Divina Commedia per iPad (curata da Carraro Multimedia), allestita in modo da far ricordare ai visitatori le figure e i brani più importanti del Poema dantesco. La Biblioteca di via Senato si è avvalsa della collaborazione di Giovanni Curatola – docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e l’Università di Udine, esperto di arte islamica, curatore della mostra di Palazzo Reale; Tullio Gregory – professore emerito di Storia della filosofia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma “La Sapienza”; Francesca Flores D’Arcais – docente di Storia dell’Arte Medievale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Annette Popel Pozzo, conservatrice dei Fondi Antichi, e Matteo Noja, conservatore dei Fondi Moderni, della Fondazione Biblioteca di via Senato. Il dialogo culturale che rappresenta le radici della nostra civiltà si è formato novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano questi sarà importante l’uso che se ne fece a Pavia (3), che del resto era un importantissimo centro ove si incrociavano le vie commerciali da e verso il nord Europa, da e verso l’Oriente (3). Grandissima importanza, inoltre, ebbero i numerosi oggetti, anche di piccole dimensioni, che arrivavano in Italia, ed erano una sorta di modelli per le opere d’arte italiane. Il cospicuo numero di tali oggetti, ancora oggi conservati nei musei, ma anche nelle sacrestie delle chiese e nei Tesori delle Cattedrali, fa pensare che ci fosse nel tardo medioevo un fiorente commercio di tali opere: si tratta di avori, di bronzi, di vetri, di cristalli di rocca, e soprattutto di stoffe (4). Oggetti di straordinaria raffinatezza, dove il principale elemento decorativo era dato dalla grafìa in caratteri “cufici” o “naski”: l’apparenza era quella di un elegante nastro che si snodava attorno all’oggetto, in certamente nel cristianesimo, potentemente rafforzato dalla tradizione della razionalità greca e romana, ma è stato attraversato e stimolato dalle correnti di pensiero del Vicino Oriente, ebraico e arabo. Per capire la nostra identità, non si può fare a meno di nessuna di queste voci. Di alcune di queste voci, meno percepite nel passato per motivi ideologici, politici e religiosi, solo ora l’Europa comincia a prendere coscienza; tra queste, sicuramente, quella dell’Islam. In un’epoca come quella attuale, nella quale si assiste a una contrapposizione sempre più drammatica tra il mondo occidentale e quello islamico, è bene ricordare come il periodo in cui visse Dante fu un periodo fecondo della nostra storia, anche perché i rapporti fra il mondo cristiano e il mondo musulmano si fecero molto più stretti, in tutta l’area mediterranea, a dispetto delle feroci guerre di religione che lo contraddistinsero. Scopo della mostra è evidenziare come la cultura islamica fosse diffusa 13 particolare sull’orlo dell’oggetto stesso. Tra tutti gli oggetti i più numerosi dovettero essere le stoffe di seta, spesso con ornamentazioni semplici, decorate di bordure con iscrizioni in alfabeto islamico, che dovevano produrre un fascino particolare, così da essere imitate nei laboratori italiani. Possiamo incontrare bellissimi vasi di vetro, di produzione alessandrina o siriaca, decorati con fregi aniconici con le lettere cufiche, che riportavano qualche versetto del Corano: si tratta per esempio di lampade per moschee. Continuano gli oggetti metallici, ma soprattutto sembra poter ipotizzare un gran numero di stoffe, le quali poi hanno dato origine a stoffe, tessute in Italia, ma che copiavano i motivi islamici. A partire dal secondo Duecento, questi raffinati oggetti non vennero solo copiati ma diventano anche per i grandissimi artisti, scultori e pittori, dei modelli dai quali trarre ispirazione. È una sorta di “moda” che si dif- in tutta l’Europa medievale e come ciò sia, direttamente o indirettamente, volutamente o no, testimoniato nella Divina Commedia. Nel Duecento, due uomini incarnarono sopra tutti questo evento di contaminazione culturale: Federico II di Svevia, lo “Stupor Mundi”, che in Sicilia costruì attorno a sé una corte di grande livello intellettuale sul modello di quelle arabe, favorendo, tra l’altro, la nascita della poesia italiana; e Alfonso X, il saggio re di Castiglia e León, che istituì una scuola di traduzione a Toledo, e la cui corte fu la via maestra, il principale centro di assimilazione, traduzione e ritrasmissione della filosofia e della scienza dei Mori e ne favorì la diffusione in tutta Europa. Ma è proprio Dante che trasfuse ogni conoscenza a lui contemporanea nella Divina Commedia, compilando, in un supremo testo, una sorta di enciclopedia del tempo. La mostra vuole quindi offrire un punto di vista particolare ma privilegiato che ha come punto focale la Commedia e che, seguendo la sua prospettiva, suggerisca i temi e le circostanze della vicinanza tra le due culture. Il percorso espositivo, lungi dal volersi presentare esaustivo della sterminata materia che riguarda la Divina Commedia, ne illustra la natura e la struttura cercando di richiamare alla mente quei personaggi e quelle teorie che Dante ha ricordato nei suoi versi e che testimoniano quanto detto sopra. Molti dei personaggi citati direttamente da Dante nel Poema sono legati al mondo musulmano: il sultano Salah ad’Din [Saladino], Avicenna, Averroè, Brunetto Latini, Pietro Ispano, tra gli altri; oltre a quelli non citati direttamente, ma di cui il Poeta aveva ben presente l’importanza, se non altro attraverso gli insegnamenti del “maestro” Brunetto Latini, e di cui mostra di conoscere le opere e il pensiero. 14 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 Da sinistra: Palermo, la Zisa: sala della fontana a pianterreno. Pavia, San Michele, particolare della porta di destra. fonde rapidamente, ma che, come vedremo, non avrà vita lunga, perché presto sopraffatta dal gusto “gotico” piuttosto di influenza francese. Uno dei più interessanti e precoci esempi di questa “moda” è nel bellissimo vaso che l’angelo- cariatide di Arnolfo di Cambio, ora conservato al Museo del Bargello, ma proveniente dalla tomba di san Domenico della omonima chiesa di Bologna, tiene in mano: si tratta infatti di una interessante rielaborazione di un vaso di vetro, siriaco o egiziano, che reca al centro una fascia con iscrizioni cufiche. Dati gli stretti rapporti dei domenicani, e in particolare del convento di Bologna con i paesi islamici, se non altro per motivi missionari, è possibile che oggetti di quei centri fossero presenti nel convento bolognese, dove Arnolfo può averli visti e copiati. Ma vedremo che questo elemento del rapporto dei domenicani con l’I- slam, potrà avere anche altri interessanti esiti. Ma sembra che sui pittori abbiano avuto influenza in particolare le stoffe, sia che si tratti dei motivi ornamentali, per esempio il susseguirsi dei polilobi che imitano le “piastrelle”, sia che si tratti delle bordure formate da parole scritte con l’alfabeto islamico. Il più antico esempio dell’uso di una stoffa dipinta a ricoprire il trono della Madonna è la bellissima stoffa sericea della “Madonna Rucellai” di Duccio – e siamo al 1284 – esemplata sulle tipologie delle cosiddette stoffe a “piastrelle” di uso islamico. Si viene, a partire da ora, a sostituire la tradizionale stoffa di tipo “bizantineggiante”, con questo nuovo tipo di tessuto, sui troni delle Madonne e addirittura dietro la figura del Cristo Crocefisso. L’esempio più clamoroso è il “velario” che cinge tutta la parte inferiore della Basilica superiore di san Francesco di Assisi, transetto e navata. Si tratta di una straordinaria finta stoffa i cui motivi sono variazioni dei motivi a novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 15 Da sinistra: Palermo, Cattedrale, particolare dell’abside centrale. Venezia, Cattedrale di S. Pietro in Castello: cattedra di S. Pietro piastrella, di volta in volta diversi in ogni campata, che corrono lungo tutte le pareti, a costituire una novità assoluta nel genere dei paramenti. Non so se Giotto, del resto attento proprio alle stoffe, anche perché possedeva un telaio e quindi lo si può supporre un esperto in materia, sia stato il protagonista principale di questo affascinante mutamento di gusto. È certo però che dietro l’immagine della “Madonna col Bambino”, di recente scoperta nella cappella di san Pasquale Baylon della chiesa romana di Aracoeli, e da me attribuita alla giovinezza di Giotto (6), troviamo un tessuto col motivo a “piastrelle” assolutamente innovativo, rispetto alla tradizione più antica. Un parato del tutto analogo ricopre le pareti delle due stanze con i due episodi delle Storie di Isacco nella Basilica superiore di Assisi. Gli stessi motivi si trovano anche talvolta nelle vesti e nei manti: nella Cappella degli Scrovegni nell’Ascensione e nella Pentecoste san Bartolomeo porta un elegante manto bianco con il consueto motivo a “piastrelle”. Giotto dunque a partire dall’ultimo decennio del Duecento se non prima inventa forse, o almeno usa molto frequentemente questo nuovo motivo decorativo, negli affreschi, come fondale, dietro la figura della Vergine a coprire il trono, e dietro la figura del Cristo Crocifisso. Bellissima la stoffa a colori vivaci che copre il trono della Madonna col Bambino, proveniente dalla chiesa fiorentina di san Giorgio alla Costa (ultimo decennio del Duecento). Un tessuto a motivi geometrici si stende dietro la Croce lignea del Crocifisso di santa Maria Novella, e poco più tardi in quello del Tempio Malatestiano a Rimini. Il secondo elemento diffusissimo negli stessi ambiti, sono le iscrizioni cosiddette “pseudocufiche”, perché nella maggior parte dei casi imitano, ovviamente senza comprenderle, le epigrafi scritte con alfabeto islamico (7). novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 17 Pagina a fianco: Milano, Castello Sforzesco, Museo Civico: coppa invetriata con decorazione policroma, in relazione con prodotti ifrigeni e siciliani; coppa protomaiolica, Sicilia; due pissidi d’avorio, arte islamica di Sicilia, XII sec. Sopra da sinistra: Palermo, Galleria Nazionale della Sicilia, grande anfora con grande iscrizione in caratteri cufici (Malaga, XIV sec.); dalla stessa Galleria, giara con decorazione stampata in rilievo e serie di archetti polilobati con fasce d’iscrizioni cufiche e palmette (Andalusia, XIV sec.) Si tratta delle bordure dei manti e delle vesti che, proprio a partire da dipinti quali la Madonna di san Giorgio alla Costa, sostituiscono il tradizionale zig zag bizantino con motivi che assomigliano alle letterine dell’alfabeto islamico. La decorazione a fasce con versetti coranici era consueta negli oggetti islamici, e caratterizzava in particolare le bordure e gli interni delle stoffe, con felicissimi effetti decorativi. L’alfabeto ovviamente non veniva letto e compreso, ma il fascino di quegli eleganti motivetti influenzò profondamente i pittori e anche gli scultori degli anni a cavallo tra Due e Trecento. Giotto ne adorna il manto della Madonna di san Giorgio alla Costa, così come arricchisce del motivo a piastrelle le stole degli angeli. Ma l’uso delle letterine pseudo-cufiche si diffonde anche nelle incorniciature: ancora nella stessa tavola, ove vengono proposti vari finissimi motivi, come dei ricami, il fondo oro della tavola termina con una sorta di cornice interna punzonata con eleganti letterine. Ancora più singolare è l’uso, molto frequente, delle stesse letterine nelle aureole. E qui è ancora Giotto a ornare le aureole della Madonna della tavola di san Giorgio con le letterine imitate dall’alfabeto islamico. Analoghe soluzioni adornano nella Croce di Santa Maria Novella le aureole della Madonna e di san Giovanni dei tabelloni, mentre la cornice lignea si arricchisce di sottili nastri che intrecciano gli sfondi scuri con scritture dorate. E infine ancora Giotto a Padova inserisce cinque dei dieci tondi della volta della cappella degli Scrovegni con una banda che presenta gli stessi motivi. Mentre però le bordure e le altre ornamentazioni delle vesti scompaiono a partire dagli anni trenta del Trecento, sopraffatte dal nuovo gusto gotico alla francese, l’uso delle aureole con lettere pseudo-cufiche, talvol- 18 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 ta addirittura ben comprensibili, continua o viene ripreso fino al primo Quattrocento. Il caso più caratteristico è Gentile da Fabriano, che usa frequentemente le aureole con lettere cufiche, talvolta ben leggibili (8). In questo contesto, ove si parla di Dante e dei libri della Divina Commedia, credo interessante un’osservazione che riguarda manoscritti miniati, databile tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento, di area bolognese e padovana, che presentano singolari decorazioni che sembrano anch’esse ispirate alle letterine cufiche, argomento sul quale mi sono altre volte soffermata (9). Nella Biblioteca Universitaria di Bologna il Salterio ms. 346, di probabile fattura bolognese, databile alla fine del Duecento, reca a piè di pagina più volte dei tondi con figurazioni, incorniciati da un piccolo nastro con de- Amalfi, Chiostro del Paradiso: l’antico cimitero (paradiso) dei nobili corazioni a lettere pseudo cufiche; analogo tipo di decorazione troviamo nella carta iniziale del Lezionario, forse già trecentesco, della Biblioteca Capitolare di Padova, ms. A 19, probabilmente esemplato a Padova. Un uso molto interessante di questo tipo di decorazioni è nella miniatura della pagina iniziale delle Decretali, ms. 1818 della Biblioteca Capitolare di Toledo, certamente eseguito a Bologna e illustrato da un bolognese: qui le architetture dello sfondo della illustrazione sono sottolineate da una bordura a piccole letterine pseudo cufiche. Sono i motivi a nastro assai frequenti nelle stoffe islamiche, ma anche, come si è visto altrove, nei vasi di vetro e anche nei vasi di metallo, e comunque diventati di uso frequente, per non dire comune, nelle decorazioni. novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano Dall’alto: Lucca, San Michele in Foro, particolare della facciata. Canosa, Bari, Mausoleo di Boemondo, porta di bronzo, e (nel particolare) medaglione centrale del battente sinistro. Caltagirone, Museo Statale della Ceramica, stucchi della manomessa chiesetta normanna di San Giuliano. Si tratta di una sorta di bollini decorati all’interno da motivetti che sembrano imitare le letterine islamiche, inseriti nelle barre fogliacee che adornano i margini delle pagine dei manoscritti. Cito qui una breve serie di manoscritti, per lo più liturgici, esemplati tra Bologna e Padova entro i primi decenni del Trecento: tra questi, assai interessanti due Antifonari, i mss. 522 e 534, ora conservati al Museo Medievale di Bologna, ma provenienti dal convento domenicano della stessa città. Gli Statuti dei Merciai di Bologna; ancora dal convento dei Domenicani e 19 sempre al Museo civico di Bologna gli Antifonari 21, 25, 26. Un Breviario, di miniatore bolognese, proveniente da santa Maria in Porto fuori di Ravenna e ora ms. 373 della Pierpont Morgan Library. Nella Biblioteca Capitolare di Padova cito il Lezionario C 26 , l’Epistolario C 30 e l’Evangelario C 31. Ancora opere illustrate da artisti bolognesi si trovano a Venezia, come l’Antifonario V 131 del Museo Correr. Infine vi sono manoscritti miniati con analoghi motivi anche in Croazia, nelle citta più legate a Venezia, e quindi probabilmente provenienti da Venezia. Ma questa sarebbe un’ulteriore ricerca da intraprendere. Il problema sarebbe di capire da dove i miniatori avessero tratto questa ispirazione: perché infatti pare diversa da quella che troviamo nelle stoffe dipinte, nel- 20 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 le bordure dei manti e delle vesti e nelle aureole. Forse potrebbe trattarsi di monete arabe che certamente circolavano in Italia: ma addirittura potrebbe trattarsi di Corani – libro proibito, ma certamente presente, dove si trova il motivo dei bollini dorati con iscrizioni a sottolineare le singole Sure. E certamente Bologna era una città dove la cultura e gli oggetti islamici erano diffusi negli ambienti colti: pensiamo solo alla presenza del Collegio di Spagna, e gli studenti spagnoli potevano avere portato sia monete che Corani. In Spagna, infatti, la lingua araba era diffusa e poteva essere insegnata. Ma vi è un’altra pista, anch’essa da approfondire e indagare. Alcuni manoscritti che abbiamo indicato provengono dal convento bolognese dei Domenicani. I Domenicani, e proprio quelli di Bologna erano in stretti rapporti con i paesi islamici e la conoscenza della cultura islamica diventa una prerogativa dei Domenicani per motivi apologetici e missionari. Tra l’altro è un domenicano, il fiorentino Ricoldo da NOTE 1) F. GABRIELI – U. SCERRATO, Gli Arabi in Italia, Milano Scheiwiller, 1979, e in particolare la parte di U. SCERRATO, dedicata a L’ arte islamica in Italia, pp. 275-570. 2) Eredità dell’ Islam. Arte islamica in Italia, Catalogo della Mostra (Venezia 1993-94) , a cura di G. CURATOLA, Milano, Pizzi 1993. Il Catalogo si distingue anche per la accuratissima e vastissima bibliografia sull’ argomento. Segnalo del catalogo in particolare il completo, ottimo saggio di M. V. FONTANA, L’ influsso dell’ arte islamica in Italia, pp. 455-76. Più di recente si vedano i Cataloghi delle Mostre: Venice and the islamic world: 8231797, a cura di S. CARBONI, New Haven, CT, Yale University Press, 2007. Venezia e l’ Islam: 823-1797, Venezia, a cura di S. CARBONI, Venezia 2007. 3) G. BERTI, L. TONGIORGI, I bacini ceramici medievali delle chiese di Pisa, Roma 1981; ID: ID, I bacini ceramici del Duomo di San Miniato, Genova 1981. 4) F. AGUZZI, Bacini architettonici a Pavia, in “Atti del II Convegno internazionale della Montecroce che, agli inizi del Trecento, scrive un testo sulla religione islamica. Si può quindi pensare che proprio nello scriptorium domenicano di Bologna, o negli scriptoria dove i frati portavano ad esemplari e loro libri, vi fossero anche libri Corani e che nei conventi circolassero o fossero presenti oggetti di pregio islamici. E qui torniamo da Arnolfo di Cambio e al bellissimo vaso di ispirazione islamica che tiene in mano la cariatide che sorreggeva in San Domenico, la Tomba del Santo. Questa moda che arricchisce di preziosismi raffinatissimi oggetti, dipinti e sculture è un fatto estremamente interessante a definire un particolarissimo gusto. Essa scompare, salvo casi particolari come si è detto, verso gli inizi del quarto decennio del Trecento, quando prevarrà nelle decorazioni l’elemento gotico alla francese. ceramica”, Albisola 1969, pp. 111-115. 5) A. M. MARTELLI, Influssi islamici. L’impatto delle arti islamiche sull’Italia e sull’Europa, in Oriente e Occidente nel Rinascimento, Atti del XIX Convegno Internazionale (Chianciano-Pienza 16-19 luglio 2007) a cura di L. SECCHI TARUGI, Firenze, Cesati 2009, pp. 767782. 6) F. FLORES d’ ARCAIS, La cappella degli Scrovegni, inGiotto e il Trecento, Catalogo della Mostra, Roma 2009, a cura di A. TOMEI, T. 2, Milano Skira, 2009, pp. 101-112. pp. 783-788. 7) Nei più recenti restauri di opere giottesche presso l’ Opificio delle Pietre Dure sono stati eseguiti i disegni delle aureole di Cristo, della Madonna, degli Angeli e dei Santi. Si veda, a cura di M. CIATTI e C. FROSININI, La Madonna di san Giorgio alla Costa di Giotto. Studi e restauro, Firenze 1995, in particolare il saggio di P. BRACCO, La tavola di san Giorgio alla Costa: costruzione, tecnica artistica, stato di conservazione e restauro, pp. 67-80; e Giotto La Croce di santa Maria Novella, a cura di M. CIATTI e M. SEIDL, Firenze 2001, in particolare M. V. FONTANA; I caratteri pseudo epigrafici dell’ alfabeto arabo, pp. 217-225, con un completo apparato bibliografico. Testo fondamentale per la grafia “cufica” nel primo Trecento pittorico italiano è I. TANAKA, Oriental scripts in the paintings of Giotto’s period, in “Gazette des Beaux-Arts, 113” (1989), pp. 214-26. 8) In particolare per Gentile da Fabriano vedi S. AULD, Kuficising Inscriptions in the Work of Gentile da Fabriano, in “Oriental Art” 32/3 (1986). 9) F. FLORES d’ARCAIS, Elementi ornamentali di tipo arabo nelle miniature delle aree di Bologna e di Padova dall’ inizio del XIV secolo, in World Art Themes of Unity in Diversità, Atti del XXV Congresso Internazionale di Storia dell’ Arte, a cura di I. LAVIN, vol. II, Pittsburg, Pennsylvania University Press, 1989, pp. 335340. E ID, Influssi islamici nell’ Arte italiana tra Tre e Quattrocento, in Oriente e Occidente, Atti del XIX Convegno Internazionale, (Chianciano-Pienza 16-19 luglio, a cura di L. SECCHI TARUGI. la Biblioteca di via Senato Milano 21 2 novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 23 Il nuovo Archivio conservato in BvS L’INEDITO SCHEDARIO DI GIUSEPPE MARTINI Qualche nota sull’opera del noto bibliofilo e libraio antiquario ANNETTE POPEL POZZO l nome di Giuseppe Martini (Lucca 1870-Lugano 1944) è inevitabilmente legato al mondo del libro antico e di pregio. Nelle più celebri biblioteche del mondo sono censiti manoscritti e incunaboli con la sua provenienza. Tracce dei libri passati per le sue mani si ritrovano – sia in forma di note manoscritte a lapis, ad esempio, “Coll. Compl.” per indicare “collezionato completo” sia in forma di ex libris (foto 1, 2 e 3) – nei repertori, nei cataloghi dei librai antiquari e nelle schede delle case d’asta. Nonostante la sua presenza sia significativa, sappiamo relativamente poco sul libraio antiquario e collezionista, contemporaneo di Leo S. Olschki (18611940), di Ulrico Hoepli (1847-1935), di Tammaro De Marinis (1878-1969) e del direttore della Libreria Antiquaria Hoepli in quel periodo, Mario Armanni (18781956), e che assieme a loro figura tra i più celebri librai antiquari italiani della prima metà del secolo ventesimo: «Il a décrit environ 500 manuscrits et à peu près 2.000 livres imprimés» (dice di Martini Mario Armanni nell’introduzione alla Bibliothèque bibliographique, Vente aux enchères à Genève, salle Kundig, 1946, p. 5). I Lucchese d’origine e figlio dell’architetto e professore Domenico Martini, Giuseppe Martini (foto 4) operò dapprima a Lucca tra il 1898 e il 1910, periodo Secondo tipo di ex libris allegorico con motto “Ioseph Martini Luc.”, probabilmente su disegno del padre Domenico Martini nel quale pubblicò otto cataloghi (oggi quasi tutti introvabili e con pochissimi esemplari censiti). Proprio nella sua città natale, presso l’Archivio Arcivescovile e la Biblioteca Capitolare viene custodita la Collezione Martini, acquisita dall’Archivio nel 1945 a seguito delle disposizioni testamentarie del proprietario: contiene circa 500 pergamene, divise tra diplomi imperiali e regi, alcuni provenienti dalle cancellerie longobarde e carolinge, documenti pontifici e atti privati, compresi tra l’anno 726 e il 1793, manoscritti, una raccolta d’archivio e varie edizioni di interesse lucchese. All’inizio del secolo ventesimo Martini si sposta negli Stati Uniti, a New York. I suoi cataloghi 9-18 vengono pubblicati proprio lì, tra il 1912 e il 1922. Contatti importanti con il mondo bibliofilo americano esistevano sicuramente già prima, visto che nel 1904 la più nobile associazione bibliofila americana, il Grolier Club di New York (fondata nel 1884), pubblica il Catalogue of an exhibition of original and early editions of Italian books selected from a collection designed to illustrate the development of Italian literature, specificando che «for the material used as the basis of this catalogue the club is indebted to Mr. Joseph Martini». Negli anni compresi tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, Martini torna in Europa, stabilendosi a Lugano, dove tra il 1929 e il 1942 pubblica gli ultimi cataloghi 19-30. Un’essenziale delineazione della vita di Martini è stata presentata pochi anni or sono da Francesco Radaeli nel contributo “Sulla figura di Giuseppe Martini” che fa da introduzione al catalogo Aspetti di cultura veneziana del Cinquecento (Bredford Libri Rari, 2000, 292 schede). 24 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 1 3 Da sinistra: probabile primo ex libris in forma di un timbro tondo in inchiostro nero con motto “Iosephi Martini Lucensis” e al centro arma famigliare; terzo ex libris allegorico (quello più diffuso) con motto “Adsit Fortuna Non Invita Minerva” e “Iosephi Martini Lucensis”. Nella pagina a destra: fotografia di Giuseppe Martini e marca tipografica di Leonardo Torrentino Una svolta importante per future ricerche e studi su questo importante collezionista e libraio antiquario è ora possibile dall’acquisizione da parte della Fondazione Biblioteca di via Senato dello schedario personale inedito di Giuseppe Martini, custodito a lungo presso il libraio antiquario milanese Carlo Alberto Chiesa (1926-1998). Lo schedario contiene oltre 7.900 schede autografe per libri a stampa, ma anche numerose schede riguardanti manoscritti posseduti da Martini. Ordinata in ordine alfabetico (normalmente dell’autore), ogni scheda contiene la descrizione diplomatica del titolo e delle note tipografiche, alle quali si aggiungono una minuziosa collazione e la segnalazione di eventuali illustrazioni e di diversi repertori e infine una dettagliata descrizione bibliografica che fa capire che Martini «fut vraiment l’homo bibliographicus», con un apparato «si élaboré, le raisonnement si convaincu, qu’on peut difficilement s’y opposer […] Il donne les détails les plus minutieux avec une précision absolue et il parle des auteurs, qu’elle qu’en soit l’époque, comme de ses contemporains» (Introduzione di Mario Armanni, Bibliothèque bibliographique, Vente aux enchères à Genève, salle Kundig, 1946, p. 5). Similmente viene ricordato in un articolo, indicando che «per lui la ricerca bibliografica non si esauriva mai con gli scopi pratici ai quali essa avrebbe dovuto mirare. Ne conseguiva che i suoi cataloghi, modelli di precisione, avevano un carattere erudito tutto speciale e parevano diretti più a una ristretta cerchia di studiosi che non a una folla di compratori [...] Le conoscenze bibliografiche del Martini si irraggiavano in tutte le direzioni dello scibile, ma egli eccelleva particolarmente in quelle attinenti agli incunaboli, alla letteratura italiana e ai manoscritti» (La Bibliofilia XLVII, 1945, p. 128). novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 25 4 7 Basta scegliere qualche scheda a caso per dare un’idea della profondità della disamina. La descrizione della prima edizione de La Zucca di Anton Francesco Doni (Venezia, Francesco Marcolini, 1551-1552) contiene in quattro e più pagine un riassunto dettagliato e analitico, con indicazione delle illustrazioni e l’importante osservazione che «queste figure per la grandissima maggioranza sono stampate da legni che avevano già servito per le Ingeniose Sorti [sottolineato] del Marcolini, Venezia, 1540: generalmente furono considerate come suo lavoro, ma invece è molto più probabile che siano opera di Giuseppe Porta detto il Garfagnino, che sappiamo aver lavorato per il Marcolini» (foto 5). Martini cita con grande agio repertori sei-settecenteschi che sono di regola miniere di informazioni utili, ma oggi purtroppo spesso dimenticati a favore di repertori più moderni. Per esempio in una sua scheda sull’incunabolo Liber de homine, Libro del Perché (Bologna, Ugo Rugerius e Doninus Bertochus, 1474) del medico ed astrologo bolognese Girolamo Manfredi (1430-1493) Martini cita l’opera settecentesca di Johann Albert Fabricius, Bibliotheca Latina (Padova, 1754) che contiene cenni sulla biografia dell’autore. Per quanto riguarda la vita del bresciano Domenico Mantova, indica l’opera seicentesca di Ottavio Rossi, Elogi historici di bresciani illustri (Brescia, 1620). Molti anche i repertori e le fonti anglosassoni, chiara traccia dell’importanza del soggiorno americano nella vita professionale del libraio antiquario. Del resto, una gran quantità di schede non sono redatte in italiano, ma in inglese. Oltre alla descrizione generica dell’edizione, le schede contengono informazioni sull’esemplare, la legatura e la provenienza, e molto spesso sui prezzi d’acquisto o vendita. Il tema del prezzo aiuta nell’ambito di ricerche sulla valutazione storica dei libri. Sicuramente le schede erano destinate a essere inserite almeno parzialmente nei libri in vendita presso la libreria antiquaria. La renommée di Martini deriva anche dalla sua dimestichezza proprio in fatto di incunaboli. Il suo Catalogo della Libreria Giuseppe Martini compilato dal possessore da servire come saggio per una nuova bibliografia di storia e letteratura italiana. Parte prima Incunabuli (Prefazione del prof. Achille Pellizzari, Milano, Ulrico Hoepli, 26 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 5 novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 27 6 Schede manoscritte dell’Archivio Giuseppe Martini 1934) descrive nei dettagli 405 edizioni. La copia del Catalogo conservata presso la nostra biblioteca contiene la firma autografa di Martini, in più trattasi dell’esemplare 1 sulla tiratura totale di 300. Alla descrizione della prima edizione commentata della Divina Commedia, stampata nel 1477 a Venezia da Vindelino da Spira (numero 144), legata in marocchino rosa da Bredford, corrisponde nello schedario la seguente scheda manoscritta: «Folio, rose marocco, […] by the well known English binder Francis Bredford». Oltre alla copia in legatura di Bredford, lo schedario riporta altre due copie della stessa edizione, una in «late 16th century Italian binding in vellum, a very fine and large copy» e una in «18th century Italian vellum binding» (foto 6). L’importanza di Martini come collezionista diviene subito chiara dai libri da lui posseduti e descritti nelle schede manoscritte. A proposito della prima edizione seicentesca della Divina Commedia, stampata nel 1613 a Padova, leggiamo nella sua scheda che la copia fu l’«esemplare proveniente dalla biblioteca di George John Warren Vernon, quinto barone Vernon. I disegni a penna sulla copertina mostrano chiaramente la maniera di Dante Gabriel Rossetti, e con tutta probabilità sono suo lavoro; sappiamo inoltre che Lord Vernon era amicissimo del Rossetti, il quale come segno di amicizia reciproca gli avrà abbellita la legatura del Dante». Va aggiunto che lord Vernon fu il più importante collezionista dantesco dell’Ottocento. L’incunabolo Prognostico per il 1482/83 del già citato Girolamo Manfredi, stampato presumibilmente a Bologna per Henricus de Colonia nel 1483 (si trova fra l’altro anche nel Catalogo della Libreria di Giuseppe Martini, Incunaboli, scheda 245) si rivela l’unica copia conosciuta al mondo con l’indicazione manoscritta nella scheda «Apparently the only known copy of this edition witherto undescribed». L’esemplare, in seguito passato nel possesso del famosissimo libraio antiquario newyorkese Hans P. Kraus, viene censito oggi nell’Incunable Short Title Catalogue della British Library sotto «Martini-Kraus copy». Achille Pellizzari in una sua citazione rende proprio omaggio alla celebrità di Martini e dei suoi clienti: «Comprava con piacere, lietamente, 28 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 8 anche a costo di pagar caro. E allora fra gli spettatori, che avevan seguito la gara con interesse a volte drammatico (Duecentomila… Duecentodieci… Duecentotrenta… - Armanni batteva, contento e impaziente, il piccolo martello sul tavolo), frusciavan, mormorati, nomi famosi: - È per Harper… - No, per Rosenbach… - Per Morgan, direttamente…». (Introduzione di Achille Pellizzari, Catalogo della Libreria di Giuseppe Martini, 1934, p. XII). Un’altra peculiarità si individua nel commento sull’editio princeps di De gli Hecatommithi di Giovanni Battista Giraldi (Mondovì, Leonardo Torrentino, 1565) quando Martini nella scheda manoscritta di sei pagine aggiunge un dettaglio interessante sull’impresa tipografica usata da Leonardo Torrentino: «L’impresa dell’elefante assunta dallo stampatore Leonardo Torrentino è probabilmente un’allusione all’altra dell’elefante in mezzo al gregge portata da Emanuele Filiberto duca di Savoia, il quale volendo fondare un’università o accademia a Mondovì, aveva chiamato i Torrentino per stabilirvi una tipografia» (foto 7). La copia descritta in una “legatura eseguita da Riviere di Lon- dra” è proprio quella conservata oggi presso la nostra biblioteca. Oltre a un esemplare della più piccola Divina Commedia mai stampata (Salmin e Hoepli 1878), Martini possedeva un esemplare della limitatissima tiratura del 1879: “Milano, Ulrico Hoepli - 1879 […] Con 30 fotografie eseguite sui disegni di Francesco Scaramuzza […] «Esemplare N. Di questa edizione illustrata del DANTINO esistono cinquantuno esemplari numerati portanti le firma di [lettera cancellata]» (manca il numero dell’esemplare e la firma, [alcune parole cancellate] che dovevano essere apposti da Hoepli); Medesima edizione della precedente, ma coll’occhietto e il frontespizio ristampati e l’aggiunta di 2 altre cc. contenenti la dichiarazione del [alcune parole cancellate] degli esemplari pubblicati colle fotografie e l’indice di queste” (foto 8). Gli occasionali esempi di schede finora presentate in questo articolo suggeriscono, anche se in piccola parte, l’enorme potenziale di studio e ricerca insito nell’Archivio Martini, che sicuramente costituisce un tassello fondamentale per ricostruire la collezione e anche la carriera del grande libraio antiquario. novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 29 inSEDICESIMO GLI APPUNTAMENTI CON “DANTE E L’ISLAM”, I CATALOGHI, L’INTERVISTA D’AUTORE, LE RECENSIONI, LE MOSTRE, LE ASTE NON FERMATEVI A GUARDARE, METTETECI IL NASO! Visite guidate, conferenze, incontri, reading, laboratori per studenti: la nuova mostra in BvS è molto più che una semplice esposizione 4 novembre 2010 - 27 marzo 2011 ATTIVITÀ DIDATTICHE Fondazione Biblioteca di via Senato via Senato 14, Milano da martedì a domenica orario continuato 10-18 lunedì chiuso Ingresso libero Per informazioni tel. 02 76215323-314 fax 02 782387 [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Biblioteca di via Senato F O N DA Z I O N E A cura della Fondazione Biblioteca di via Senato Durante tutta la durata della mostra sono organizzate per il pubblico adulto visite guidate pomeridiane, nella pausa pranzo o serali. Per le Scuole di ogni ordine e grado sono proposte, invece, sia visite guidate che laboratori didattici. Per maggiori informazioni e per il calendario dettagliato degli appuntamenti consultare il sito internet www.bibliotecadiviasenato.it, oppure telefonare al n. 02/76215323-314-318. SCUOLA PRIMARIA: VISITA GUIDATA CON CACCIA AL PARTICOLARE Destinatari: classi 1a – 2a Ai bambini viene data una scheda da compilare durante la visita guidata, affinché siano aiutati nel riconoscimento delle opere. La scheda contiene domande sull’arte e sulla civiltà islamica, e sui personaggi danteschi. Durante la visita vengono illustrati oggetti di provenienza islamica: brocche, piatti, oggetti in metallo, volumi pregiati, ecc... L’Islam, civiltà lontana e (spesso) poco conosciuta, in realtà ha avuto enormi influenze sulla civiltà occidentale. Gli Arabi erano navigatori, combattenti, Incontri di civiltà Con il patrocinio di In collaborazione con Si ringrazia Sponsorizzazione tecnica abili artigiani; a loro si deve l’utilizzo delle cifre numeriche che poi un commerciante italiano ha importato in Europa nel XII secolo. Partendo dai testi esposti in mostra, la seconda parte della visita è un’introduzione semplificata alla Divina Commedia (struttura del poema, narrazione del viaggio dantesco, personaggi principali, ecc...). Durata: 45’ Costo a persona: 3 euro VISITA GUIDATA E “IL GIOCO DELL’OCA CON DANTE” Destinatari: classi 3a - 4a - 5a Durante la visita i ragazzi fanno conoscenza del mondo islamico attraverso gli oggetti esposti: brocche, piatti, oggetti in metallo, volumi pregiati, ecc... L’Islam, civiltà lontana e (spesso) poco conosciuta, in realtà ha avuto enormi influenze sulla civiltà occidentale. Sulla base dei testi esposti in mostra, la seconda parte della visita è un’introduzione semplificata alla Divina Commedia (struttura del poema, narrazione del viaggio dantesco, personaggi principali, ecc...). Al termine della visita attraverso un insolito gioco dell’oca i ragazzi entrano in contatto coi personaggi della Divina Commedia e la struttura del Poema attraverso gli episodi principali. Durata: 1 h. e 30’ Costo a persona: 3 euro SCUOLA SECONDARIA DI PRIMO GRADO VISITA GUIDATA Durante la visita i ragazzi fanno conoscenza del mondo islamico attraverso gli oggetti esposti: brocche, piatti, oggetti in metallo, volumi pregiati, ecc... Una civiltà lontana e (spesso) poco conosciuta che in realtà ha avuto enormi influenze sulla civiltà occidentale. Gli Arabi erano navigatori, combattenti, abili artigiani; a loro si deve l’utilizzo delle cifre 30 numeriche che poi un commerciante italiano ha importato in Europa nel XII secolo. Attraverso le illustrazioni della Divina Commedia esposte in mostra, vengono esposte l’ideazione del poema dantesco, la struttura delle cantiche, i personaggi principali, la simbologia, ecc... Durata: 45’ Costo a persona: 3 euro LABORATORIO “CREIAMO LA NOSTRA DIVINA COMMEDIA” Ciascun partecipante riceve un’immagine tratta dai volumi esposti in mostra e che raffigura un episodio dell’opera dantesca con versi della terzina corrispondente. Viene così svolto un lavoro di gruppo, in cui dapprima è ricostruita la storia, collocando le immagini nella giusta sequenza narrativa e successivamente si colora ogni immagine con la tecnica del pastello. Al termine del laboratorio la classe ha creato la propria Divina Commedia. Durata visita guidata + laboratorio: 1 h. e 30’ Costo visita guidata + laboratorio: 5 euro a partecipante LABORATORIO LA DIVINA COMMEDIA “IN MINIATURE” Il laboratorio si compone di una breve parte teorica: una spiegazione della storia del libro dall’antichità fino ai giorni nostri (le origini della scrittura, le origini del libro, le pagine scritte e miniate, l’invenzione della stampa, ecc...). In particolar modo si pone l’attenzione su come venivano prodotti e scritti i libri al tempo di Dante: i materiali, le miniature. La parte pratica invece prevede la realizzazione di una pagina della Divina Commedia. A ciascun ragazzo viene dato un foglio su cui sono riprodotte alcune terzine dell’opera dantesca. I ragazzi disegnano il capolettera secondo la loro fantasia la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 e poi colorano la miniatura con i pastelli; infine riproducono col pennarello la grafia dei versi del poema. Durante il lavoro si ricostruisce in gruppo la storia, collocando le immagini nella giusta sequenza narrativa. Al termine del laboratorio la classe ha illustrato la propria Divina Commedia. Durata visita guidata + laboratorio: 1 h. e 30’ Costo visita guidata + laboratorio: 5 euro a partecipante SCUOLA SECONDARIA DI SECONDO GRADO VISITA GUIDATA Partendo dalla Divina Commedia – che si può considerare un’enciclopedia del sapere del tempo – si entra in contatto con luoghi e figure che testimoniano la contaminazione culturale tra il mondo occidentale e islamico, e la volontà di accogliere le reciproche diversità. Lo stesso impianto del Poema è influenzato dalla tradizione islamica che Dante conosceva sicuramente, e mostra forti analogie con i racconti del viaggio ultramondano di Maometto narrati nel Libro della Scala, che una volta tradotto in Spagna veniva diffuso in Occidente. Durante la visita guidata vengono evocati i personaggi contemporanei al Poeta che incarnano la contaminazione culturale fra Islam e Occidente. La visita ha un taglio storico/letterario: inquadramento della civiltà islamica e analisi della Divina Commedia. Durata: 1 h. Costo a persona: 3 euro VISITATORI ADULTI PER I GRUPPI: Visita guidata alla mostra Partendo dalla Divina Commedia – che si può considerare un’enciclopedia del sapere del tempo – si entra in contatto con luoghi e figure che testimoniano la contaminazione culturale tra il mondo occidentale e islamico e la volontà di accogliere le reciproche diversità. Lo stesso impianto del Poema è influenzato dalla tradizione islamica che Dante conosceva sicuramente, e mostra forti analogie con i racconti del viaggio ultramondano di Maometto narrati nel Libro della Scala, che una volta tradotto in Spagna veniva diffuso in Occidente. Durante la visita guidata vengono evocati i personaggi contemporanei al Poeta che incarnano la contaminazione culturale fra Islam e Occidente. La visita ha un taglio storico/letterario: inquadramento della civiltà islamica e analisi della Divina Commedia. Durata: 1 h. Costo a persona: 3 euro (min. 15 partecipanti) PER I VISITATORI SINGOLI SONO PREVISTE DELLE VISITE GUIDATE LA PRIMA DOMENICA DI OGNI MESE alle h. 15.00 e h. 17.00 (SU PRENOTAZIONE tel. 02-76215323-314) Durata: 50’ Costo: 3 euro AUDIOGUIDA Presso la biglietteria della mostra è disponibile l’audio-guida al costo di 2 euro, lasciando in deposito un documento d’identità. CONFERENZE “Dante e l’Islam: la mostra” a cura dei curatori della mostra: Dott. Matteo Noja – Dott.ssa Annette Popel Pozzo LUNEDÌ 22 NOVEMBRE 2010 h. 18.00 Ingresso libero senza prenotazione fino a esaurimento posti Come nasce e si sviluppa la mostra: il progetto, l’allestimento, i materiali esposti. L’esposizione nasce dal desiderio novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano di rendere noti i Fondi più importanti della Biblioteca di via Senato e dalla collaborazione con il Comune di Milano che ha organizzato la mostra a Palazzo Reale al-Fann. Arte della civiltà islamica. All’epoca di Dante il pensiero islamico era diffuso nella cultura occidentale, con questa esposizione si cerca di renderne omaggio. L’accostamento del nome del Poeta alla civiltà islamica è sempre stato oggetto di incomprensioni, dibattiti e discussioni. Durante la conferenza verranno inoltre presentate le pregiate edizioni illustrate della Divina Commedia provenienti dal Fondo Antico della Biblioteca. “Scacco matto” a cura della Dott.ssa Monica Colombo - Opera d’Arte LUNEDÌ 13 DICEMBRE 2010 h. 18.00 Ingresso libero senza prenotazione fino a esaurimento posti Il grande storico Henri Pirenne affermò con una boutade che per l’occidente l’unico frutto derivante dalle crociate fu …l’albicocca. Prendendo sul serio questo paradosso vogliamo analizzare in questa conferenza l’eredità culturale e scientifica che il mondo araboislamico ha trasmesso all’occidente medievale partendo dal patrimonio lessicale di origine araba o persiana che, insieme al greco e al latino, è entrato a far parte della lingua italiana. Dall’alambicco alla melanzana, dal baldacchino all’algebra, la storia delle parole, arricchita dall’osservazione di immagini derivanti da manoscritti e oggetti d’arte arabi e occidentali, ci permetterà di approfondire i punti di incontro di due grandi civiltà. “I rapporti artistici fra l’Italia medievale e i Paesi islamici” a cura della Prof.ssa Francesca Flores D’Arcais - docente di Storia dell’Arte Medievale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano LUNEDÌ 17 GENNAIO 2011 h. 18.00 31 Ingresso libero senza prenotazione fino ad esaurimento posti L’Italia è terra privilegiata per i rapporti artistici nel Medioevo con i Paesi islamici. La Sicilia fu occupata dagli Arabi dalla metà del secolo IX e in Sicilia abbiamo tra i più importanti monumenti islamici conservati; ma anche monumenti, costruiti dai Normanni, che sono ispirati alle architetture arabe. Elementi islamici si diffusero dalla Sicilia anche lungo le coste meridionali del Tirreno. Molti centri italiani avevano continui rapporti con i Paesi islamici, per motivi commerciali. Con le merci arrivarono anche le opere di manifattura islamica, tra cui le stoffe, molto apprezzate in Italia. Tra fine Due e inizi Trecento anche i maggiori artisti italiani furono influenzati dagli oggetti islamici, colpiti soprattutto dagli elementi decorativi. Arnolfo di Cambio, Duccio e soprattutto Giotto, che dipinge alle spalle delle Madonne stoffe con motivi islamici. La grafia islamica si trova anche in alcune decorazioni di manoscritti miniati, di area bolognese: sono piccoli bollini che sembrano essere ispirati alle monete o piccoli fregi che sembrano copiare lettere arabe. Questa moda dura tuttavia in Italia solo fino agli anni 30 del Trecento, viene in seguito sopraffatta dalle decorazioni goticheggianti, di ispirazione francese. di espressione artistica predilette dal mondo islamico: l’architettura e le arti decorative, in special modo la miniatura e la calligrafia. La proiezione di immagini digitali ci condurrà in un viaggio attraverso le meraviglie dell’arte medievale islamica che rapporteremo e metteremo a confronto con l’estetica occidentale. “Iddio è bellezza e ama ciò che è bello” a cura della Dott.ssa Monica Colombo - Opera d’Arte LUNEDÌ 7 FEBBRAIO 2011 h. 18.00 Ingresso libero senza prenotazione fino a esaurimento posti Queste parole compaiono in un Hadith del Profeta dell’Islam, ovvero in un detto attribuito a Maometto, e questa affermazione ci accompagnerà in un percorso di introduzione all’arte islamica che intende proporre alcune chiavi interpretative delle due forme Fondazione Biblioteca di via Senato Tel. 02/76215323-314-318 [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it INCONTRO “La Divina avventura” – lettura scenica PER FAMIGLIE E RAGAZZI di 6 – 12 anni SABATO 20 NOVEMBRE h. 15.30 a cura di Enrico Cerni, co-autore de “La Divina avventura” Ingresso libero senza prenotazione fino a esaurimento posti. La Divina avventura è un libro illustrato in versi, è la narrazione della Divina Commedia vista con gli occhi dei ragazzi. L’autore ci conduce all’interno dell’avventura, narrando alcuni passi tra i più celebri e spiegando l’opera anche ai più piccoli. L’incontro si divide in due momenti: una chiacchierata col pubblico in cui si parla dell’opera dantesca e la sua fortuna fino ad oggi e poi una lettura animata del testo della Divina avventura. Durata: 1 h. circa PER INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI Tutti i GRUPPI (gruppi scolastici e pubblico adulto), che intendano visitare la mostra liberamente o con una propria guida, hanno comunque l’obbligo di prenotare anticipatamente l’ingresso. La prenotazione e l’ingresso alla mostra sono gratuiti. 32 IL CATALOGO DEGLI ANTICHI Libri da leggere per comprare libri di annette popel pozzo I NATURALISTI ARDUINI E I LIBRI DI THOMAS STANLEY Jonathan A. Hill Bookseller Catalogue 194: Science, Medicine, Natural History, and Bibliography Il libraio antiquario newyorkese specializzato in blibliografie antiche offre sempre titoli interessanti e spesso rari, come per esempio l’Indice degli scritti stati pubblicati fino a Luglio dell’anno 1785. del Sig. G. Arduini [& Pietro Arduini], pubblicato senza indicazioni editoriali ma probabilmente stampato a Venezia nel 1785 ($500). L’edizione di sole 24 pagine, non censita nelle biblioteche italiane, rappresenta la prima bibliografia delle opere del geologo Giovanni Arduini (1714- la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 1795) e di suo fratello, il botanico Pietro (1728-1805). Interessante anche il catalogo d’asta della Bibliotheca Stanleiana. A splendid selection of rare and fine books from the distinguished library of colonel Stanley. The selection contains all his rare Italian and Spanish poetry, novels and romances (Londra 1813). Thomas Stanley (1749-1818), oltre a essere politico e membro del Parlamento inglese, fu un appassionato bibliofilo. Molti dei suoi 1136 libri in vendita furono acquistati da Richard Heber. La copia offerta da Jonathan Hill è particolarmente interessante dato che contiene i prezzi e i nomi degli acquirenti in forma manoscritta. Queste informazioni, spesso assenti, si rivelano strumenti fondamentali per studi sui prezzi e valutazioni storiche. Jonathan A. Hill Bookseller 325 West End Avenue, Apt. 10B New York (NY) 10023-8143 www.jonathanahill.com COMO CAPUT MUNDI: STORIA, LUOGHI E DIALETTI Gabriele Maspero Libri Antichi Catalogo 4 - Autunno 2010 Nei cataloghi del libraio antiquario comasco chiaramente non mancano mai titoli di argomento lariano. Segnaliamo per esempio l’edizione di Carlo Amoretti, Viaggio da Milano ai tre laghi Maggiore, di Lugano e di Como e ne’ monti che li circondano (Milano, Silvestri, 1824, €300) o la prima edizione di Giulio Cesare Gattoni, Codicillo (Como, Luigi Noseda, 1803, €300). «Nel Codicillo [il canonico erudito e collezionista Gattoni] scrive le più balorde cose, e si burla certamente anche del lettore» (Voltiana I-XI, p. 432). In vendita anche la Storia di Como di Maurizio Monti (Como, Ostinelli, 18291832, 3 volumi, €400), come anche l’importante Vocabolario dei dialetti della città e diocesi di Como con esempi e riscontri di lingue antiche e moderne dell’abate Pietro Monti (Milano, Società Tipografica de’ Classici Italiani, 18451856, 2 volumi contenenti anche l’aggiunta dell’appendice, €680). L’Autore, avverso al purismo toscano, cita oltre diecimila voci del lago di Como e delle valli vicine. Infine indichiamo anche la Guida illustrata turistica descrittiva di Lecco e paesi finitimi della Brianza, del Pian d’Erba, dell’Alto Lario, ecc. di Alberto Villani (Lecco, fratelli Grassi, 1928, €140). Gabriele Maspero Libri Antichi via Luigi Cadorna 22 – 22100 Como www.masperolibri.com novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano IL CATALOGO DEI MODERNI Libri da leggere per comprare libri di matteo noja I PIONIERI DELLO SPAZIO Didier Lecointre - Dominique Drouet Architecture des années 60 Telematicamente ci giunge dalla capitale francese, dai librai Didier Lecointre e Dominique Drouet, un interessante catalogo dal titolo Architecture des années 60. Il catalogo ci permette di conoscere da vicino alcuni gruppi di architetti, ma non solo, che movimentarono la scena culturale della fine degli anni ’60 e dei primi ’70. Questi gruppi possono in qualche modo esser visti come lo spartiacque tra un vecchio modo di intendere l’architettura, in chiave realizzativa, e avvicinarsi a quanto è stato recentemente proposto anche dalla Biennale d’architettura di Venezia, un’architettura attenta allo spazio e al tempo e alla loro percezione e all’utilizzo dei materiali nel pieno rispetto dell’uomo e della natura. Il primo gruppo che si fa avanti è quello chiamato “Eventstructure Research Group” (ERG) fondato nel 1968 ad Amsterdam da Jeffrey Shaw, Theo Botschuijver and Sean Wellesley-Miller. Il gruppo proponeva performance e happening per cambiare la nozione di spazio e tempo in relazione all’interazione di nuovi media e nuove strutture. Il depliant che viene offerto (6 Events in Amsterdam. Pneutube Cushion. 17 sept. 1969. Frederiksplein. Totems - Waterwalk. 20 sept. Sloterplas Grassroll - Brickhill. 22 sept. Museumplein. 480) riguarda le performance che il gruppo oranizzò nel settembre del 1969. Subito dopo, con la rivista omonima si affaccia appunto il francese “Groupe Utopie”. Capitanato dai sociologi Jean Baudrillard e Jean Loureau e composto anche dagli architetti Jean Aubert, Jean Paul Jungmann e Antoine Stinco, dall’architetto paesaggista Isabelle Auricoste e dall’editore Hubert Tonka, venne fondato a Parigi nel 1967 per promuovere un’architettura fatta di strutture «sacrificabili, gonfiabili, pneumatiche, momentanee, trasportabili». In realtà, dopo poco tempo si affermò come espressione di un pensiero puramente sociologico, senza alcuna applicazione. Del gruppo i due librai offrono tutto il pubblicato della rivista (Utopie, dal n. 1 al n. 17, pubblicati da maggio 1967 a dicembre 1977; €4.500) e alcuni fascicoli legati alla lotta di classe e alla sua urbanizzazione. Tra questi, il catalogo di un’interessante e insolita mostra tenuta al Musée d’Art Moderne de la ville de Paris nel marzo 1968, dal titolo Structures gonflables. Catalogue de l’exposition précédé des essais «Technique et société»; «Considérations inactuelles sur le gonflable» et «Particularités des structures gonflables». (Utopie; pp.103, €300): organizzata dal gruppo, la mostra presentava un centinaio di oggetti “pneumatici”: veicoli per la terra, l’acqua, l’aria e lo spazio, lavori d’ingegneri e architettura, mobili, gadget pubblicitari e opere d’arte. I testi sono di Pierre Gaudibert, Claude e Léon Gaignebet, Jean Aubert. Gli architetti del gruppo Utopie si riuniranno sotto il nome di “Aérolande” e si specializzeranno nel progettare strutture pneumatiche come il Dyodon, una cupola gonfiabile e destinata a essere posta sulla terra come sull’acqua e per aria. Tra i documenti di questo gruppo notiamo la rivista L’ivre de pierres (Edité par J.P Jungmann avec la collaboration de J. Aubert, A. Stinco et H. Tonka. Paris, Aérolande, 1977,1978, 1980, 1983. 4 volumi, €600) che presenta i lavori e i progetti di tutti i suoi componenti. Altro gruppo, il viennese “HausRucker-Co” (Traslocatori & Co., verrebbe da tradurre). Fondato nel 1967 da Laurids e Manfred Ortner, Günter Zamp Kelp, Klaus 33 Pinter e altri esponenti di diverse discipline. Partendo dalla capitale austriaca il gruppo diventò in breve tempo internazionale aprendo uffici a Düsseldorf (1970) e New York (1971), specializzandosi in “architetture disponibili”, strutture pneumatiche, materassi ad aria, sistemi di sopravvivenza. Riproposto in questi ultimi anni in Germania e negli Stati Uniti, il lavoro del gruppo viene considerato dagli storici dell’architettura come uno dei più importanti contributi all’architettura sperimentale. Il catalogo propone, tra l’altro, la pubblicazione Cover (Museum Haus Lange Krefeld, 1971; con altri documenti relativi alla mostra “Cover”, €1.200). Un ultimo gruppo, italiano anzi fiorentino, il gruppo 9999 composto dagli architetti Giorgio Birelli, Carlo Caldini, Fabrizio Fiumi, e Paolo Galli. Il libro che ci propone il catalogo è Ricordi di architettura - Architectural memoirs (Firenze, Tipolitografia G. Capponi, 1972; pp. 271, €1.500). «Cinque anni di ricerche sperimentali sono raccolte con veste uniforme a testimoniare una presenza continua e attenta sulle vicende culturali nel tentativo d’incidere sulla formazione stessa della società». Tra i progetti illustrati nel volume: Los Angeles Megastruttura; Ipotesi di Spazio; Concorso Chiesa a Cattolica Italia; Arredo Urbano Ponte Vecchio Firenze; Concorso Padiglione Italiano Osaka; Space Electronic; Teatro in Relazione con le Arti Figurative; Progetto “Appollo”; Concorso Aeroporto di Genova; S-Space Controllo Albrei Sonorizzati; S-Space Interno Jam Session N.1; Concorso Salvataggio di Venezia; Concorso Graz Urban Intermedia; Concorso Nuova Università a Firenze; Concorso "Italy, a new domestic landscape" (progetto vincitore del concorso con quello di G. Mari); S-Space Mondial Festival N. 1. Didier Lecointre Dominique Drouet 9 rue de Tournon, 75006 Paris Tel. 00 33 (0) 1 43 26 02 92 www.lecointredrouet.com 36 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 L’intervista d’autore SIMONE BERNI E I SEGRETI DELLA SUA BIBLIOTECA “IMPOSSIBILE” ercate un libro scomparso? Una prima edizione rarissima? Un titolo dato per disperso o ritirato dal mercato per misteriose ragioni? Bene, la persona giusta a cui chiedere è Simone Berni, il miglior esperto sul mercato di “insolito libresco”, ferocissimo cacciatore di libri ed egli stesso collezionista di “fantasmi di carta” che tiene nascosti nella sua casa-biblioteca di Siena. Sull’argomento ha persino scritto una vera e propria guida, appena pubblicata dall’editore Biblohaus: Questo è Berni, sottotitolo “Manuale del cacciatore di libri introvabili” (titolo e sovraccoperta, per altro, sono una citazione del rarissimo “Questo è Cefis”, la biografia non autorizzata del presidente dell’Eni e della Montedison scritta da un mai identificato Giorgio Steimetz nel 1972 dall’Agenzia Milano Informazioni e subito fatta sparire da tutte le librerie e le biblioteche italiane: insomma, il libro introvabile per eccellenza). Il “Manuale” di Berni è un prontuario prodigo di consigli e trucchi per chi bazzica mercatini, librerie, bancarelle e siti internet specializzati; che mappa i luoghi e le tecniche della caccia; e che cataloga le tipologie dei personaggi che popolano il mondo dei libri. Ma nello stesso tempo è un “catalogo delle meraviglie” di tutti i testi scomparsi o perduti (lo sapevate che nel ’62 Bompiani stampò ma non distribuì “Il tamburo di latta” di Günter Grass, che poi uscì da Feltrinelli?), i titoli rari&rarissimi (come C di luigi mascheroni l’autobiografia di Moana Pozzi…), le edizioni fantasma e pirata (i vari “Larry Potter”...), i falsi e gli apocrifi (un meraviglioso “Il Gatto brasiliano” di Conan Doyle apparso a Milano nel ’32 per Valdieri), e così via. Si dice che Lei sia il più feroce cacciatore di libri proibiti, scomparsi, introvabili. Immagino che non li cerchi solo per rivenderli a dei collezionisti, ma molti li tenga Lei stesso. Può dirci cosa c’è esattamente nella sua biblioteca? Qualcuno l’ha definita biblioteca dei libri perduti, salvo poi scoprire che è il titolo di un romanzo di John Harding. Sì, ammetto di avere qualcosa di interessante ma non la apro a cuor leggero ai visitatori. Sono convinto che la maggior parte dei bibliofili neanche sospetti dell’esistenza di alcuni libri in mio possesso. Vorrei continuare a preservarli. Ciò che è segreto è in salvo... Delle mie raccolte forse un giorno nascerà un museo… Tra edizioni clandestine, false, fantasma, libri ritirati dal mercato, quanti “pezzi” possiede? Non moltissimi, direi circa 1.500. Ovviamente lascio fuori da questo conteggio i libri cosiddetti “normali”. Molti di questi libri sono stati dei casi “a tempo”, cioè hanno rivestito un interesse particolare solo per un periodo temporale ben preciso. Oggi, a distanza anche di pochi anni, rivestono solo un valore documentale. Altri, invece, hanno dato vita a dei casi destinati a fare epoca, basti pensare a Pasque di sangue di Ariel Toaff pubblicato nel febbraio del 2007 e ritirato dal Mulino pochissimi giorni dopo l’uscita (ne sono girate solo 3mila copie, le restanti sono finite al macero) per le violente proteste della comunità ebraica: nella prima versione del testo, poi ripubblicato «purgato», Toaff sosteneva la fondatezza della voce secondo cui nei secoli passati gli ebrei ashkenaziti, in talune circostanze, compirono sacrifici umani durante i riti pasquali. Scritto da un ebreo, ce n’era abbastanza per farne un libro maledetto… Ci sono delle materie o temi particolari che predilige? Il campo delle scienze perdute e di quelle alternative, per esempio. Lo sapeva che l’Italia ha avuto forse il massimo ricercatore nel campo dei cosiddetti fenomeni fluttuanti, una branca non riconosciuta della chimica-fisica? Sto alludendo a Giorgio Piccardi, un pioniere in questa materia così singolare. Il suo La base chimica della climatologia medica è poco conosciuto ma è un testo che novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano potrebbe divenire fondamentale quando la sua teoria che le eruzioni solari influenzano le reazioni chimiche terrestri sarà provata. Si ricorda il primo volume acquistato non per necessità di studio o di lettura, ma per il puro piacere del possesso? È stato il primo mattone della mia casa. Alludo a Come funziona la dittatura fascista di Gaetano Salvemini, un libro in italiano stampato a New York per sfuggire alla censura. Mi colpì subito quella copertina. Il volto di Benito Mussolini alla sommità di due tibie incrociate. Era chiaro, mi dissi quando lo notai in un sobborgo di Amsterdam, che in Italia un libro del genere, stampato alla fine degli anni ’20, non avrebbe potuto circolare liberamente. Dopo la mia segnalazione nel 2005 oggi è diventato un oggetto del desiderio. E il primo libro “introvabile” su cui ha messo le mani? Mondi in collisione di Immanuel Velikovsky. Edizione Garzanti del ‘55, con la sovraccoperta originale e l’introvabile fascetta azzurra. Come argomento stiamo sempre attingendo al filone delle scienze perdute. Il libro è un vero e proprio must del genere. In America Velikovsky è stato demonizzato per almeno mezzo secolo, dal 1950 in poi, anno in cui osò sfidare la comunità scientifica con il suo libro. Quello che le è costato più tempo e fatica? Un libro acquisito lo scorso ottobre, sul quale però per ora voglio mantenere un riserbo assoluto. Si tratta di un’edizione scomparsa e quella da me trovata ritengo possa essere l’unica copia sopravvissuta. È una mosca bianca che può riscrivere la storia di uno dei più grandi e famosi romanzi del ‘900, in quanto la sua stessa esistenza è la prova della teoria che porta in sé. Dico solo che questa specifica edizione, non dovrebbe esistere. Quello con la storia più curiosa? Forse è Les Septe Têtes du Dragon Vert di Teddy Legrand, un libro francese degli anni ’30 sul simbolismo iniziatico che cercai e trovai con grosse difficoltà e una serie di peripezie per conto di un docente universitario di Roma, ma che poi mi sono tenuto per me. Il libro è rarissimo. E il pezzo a cui dà maggiormente la caccia e non ha ancora trovato? Su onda 31 Roma non risponde di Franco Tabasso, un libro del 1957 sul carteggio Mussolini-Churchill, scritto dal figlio di un agente del servizio segreto italiano. C’è gente che per un libro è pronta a fare follie. La letteratura insegna che può anche uccidere. Quale è il caso più incredibile in questo senso che le è capitato di conoscere? Un collezionista emiliano che ha la mono-mania dei libri dei grandi artisti della fotografia. Da Helmut Newton a Mario Testino, a William Claxton o David Lachapelle, per non dire di Slava Mogutin, un fotografo russo contemporaneo, specializzato in soggetti umani di realtà urbane degradate. I suoi album fotografici degli esordi sono introvabili e spuntano valutazioni altissime tra i suoi truci fans. Oltre ai libri proibiti 37 e scomparsi, e ai risultati degli errori “imperdonabili”, cosa c’è nella sua biblioteca? Ci sono le prime edizioni di Luciano Bianciardi, perlopiù autografate, quelle di Ignatius Donnelly, un politico del Minnesota vissuto alla fine dell’800 che scriveva strani romanzi d’utopia. C’è la collana completa de I quaderni del sale (cinque in tutto)! Poi una nutrita collezione di opuscolistica antifascista. E molti libri d’esordio, un’altra branca di ricerca assai interessante. Che so, Concerto a sei voci, il primo libro di Giulio Andreotti (del 1945), o Commiato dal tempo di pace di Indro Montanelli (anno 1935). O magari il meno pretenzioso Ho ucciso la morte di Maurizio Costanzo (1958). Tra i tanti bibliofili e bibliomani che lei ha incontrato chi è il “peggiore”: quello che non conosce limiti, che non si soddisfa mai? Il più accanito e instancabile è Bruno Baronchelli, il massimo collezionista italiano di fantasy e fantascienza. È veramente unico. Possiede, per fare un esempio, una delle tre copie note di Dalla terra alle stelle di Enrico Novelli (Yambo), anzi la più ambita di tutte in quanto impreziosita dalla dedica alla madre. 38 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 PAGINE CHE PARLANO DI LIBRI Dove e come Garamond creò i “garamond”, i viaggi di Rosetti e la poesia della Mistral di matteo noja e matteo tosi UN VIAGGIO DI FORMAZIONE ALLA FONTE DELLA “FONT” uove tecnologie incalzano, il panorama del libro si popola di apparecchi che lo sostituiscono e che lo relegano all’antiquariato. Oggetti elettronici che riproducono il colore della carta e sui quali, i tecnici dicono, si prova lo stesso piacere nello sfogliare le pagine, virtualmente è ovvio; aggeggi che collegandosi alla rete permettono di scaricare storie infinite, enciclopedie, vocabolari, opere di riferimento… Si assiste alla fine del libro? O forse il libro è sempre stato in pericolo sin dal suo comparire nella storia? E qual è stato l’orizzonte d’attesa nel quale si affacciò il libro a caratteri mobili? Un romanzo affascinante, anche se con qualche pecca, scritto a volte in una lingua troppo colloquiale, ci porta nell’estate del 1513 quando due francesi, dopo un lungo viaggio a piedi attraverso l’Europa, raggiungono la città dove si va formando una vera e propria industria editoriale. I francesi sono Antoine Augerau, anziano tipografo, e Claude Garamond, giovane di belle speranze, si direbbe: vogliono vedere quei prodigi della nuova arte tipografica che sono i libri stampati dal primo “editore” moderno in assoluto, Aldo Manuzio. Arrivano in una Venezia notturna, addormentata, e scoprono con sorpresa, all’insegna dell’Ancora e del Delfino, una stamperia in piena attività nonostante l’ora. Per qualche tempo collaborano con Aldo a comporre, correggere, stampare, ma loro che erano giunti da tanto N lontano per ammirare i caratteri – quelli che oggi, usando anche in tipografia il computer, chiamiamo “font”, con termine anglosassone – che Aldo aveva disegnato per rendere più leggibili i testi della nuova lingua volgare e dei classici del mondo greco e latino, hanno sete di conoscere e imparare. Sete che li conduce da Francesco Griffo che pazientemente insegnerà loro ad apprezzare i bei caratteri che egli va delineando per Aldo, e soprattutto spiegherà al giovane Claude come disegnare le “grazie” necessarie per forgiare un carattere maggiormente leggibile degli ormai poco comprensibili caratteri gotici, e gli farà riconoscere i pregi dei caratteri disegnati da altri maestri, come Nicolas Janson. Questo incontro sarà la svolta della vita per Claude Garamond, che da quel momento diventerà uno dei più grandi ideatori di caratteri del Cinquecento e soprattutto lascerà a noi in eredità un carattere che ancora oggi si usa largamente nella composizione dei testi, sia in piombo, sia in digitale. Quel carattere Garamond che risplende in molte varianti, tra cui il Simoncini, carattere prediletto da uno dei grandi editori del secolo scorso, Giulio Einaudi, che pur utilizzando tipografie industriali non era insensibile al fascino dei bei libri e curava personalmente la scelta del carattere, appunto, della carta e della legatura: nel 1958 lo vide disegnare nella fonderia di Francesco Simoncini a Bologna e se ne innamorò: da allora tutti i suoi libri sono composti con quel particolare Garamond; la carta dei suoi volumi, sempre bianchi e brillanti, la importava direttamente dalla Russia. Ma torniamo al romanzo di Anna Cuneo. Il racconto che Garamond fa in prima persona si snoda attraverso le vicissitudini dei personaggi a lui vicini, dal confronto con nuove religioni come il protestantesimo, da quello con gli studenti della Sorbona che di anno in anno premevano maggiormente per avere nuovi testi sempre più curati per poter studiare, anche in barba alle disposizioni ecclesiastiche e contro le istituzioni che controllavano le università. Dopo il tirocinio veneziano, durato qualche anno, i due amici intraprendono il viaggio di ritorno e sul loro cammino incontrano personaggi come il monaco François Rabelais, molto prima che diventasse scrittore chiamandosi “Alcofribas Nasier”, e con lui spartiscono qualche avventura quasi picaresca. Ma saranno le notizie su Martin Lutero e sul suo nuovo modo di intendere la religione che sconvolgeranno le loro novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano vite, soprattutto quella del mentore Antoine Augerau. Alcuni teologi intransigenti sorvegliano con la censura quanto sta avvenendo tra gli stampatori, che spinti da nuove necessità e da nuove richieste, si trovano a pubblicare testi che paiono in odore d’eresia. La censura non basta e, nonostante la richiesta di pubblicazione venga a volte da persone in alto loco – tra tutte la sorella del re, Margherita di Navarra, scrittrice e ispiratrice di una edizione della Bibbia in volgare – i teologi cominciano a eliminare fisicamente gli eretici, stampatori compresi. Maestro Antoine viene accusato di avere stampato ed esposto alcuni manifesti blasfemi contro la messa e viene imprigionato; a nulla valgono i tentativi di chiedere la grazia al re: egli viene impiccato dal boia sulla Place Maubert nel 1534. L’amico assiste impotente al martirio di quello che definisce un “giusto”, con l’unica colpa d’essere devoto più al piombo dei caratteri e alla carta dei fogli che al resto. Claude Garamond nel 1540 viene incaricato dal re, attraverso la mediazione del grande tipografo Robert Estienne a disegnare i famosi caratteri greci «i cui punzoni, al pari di tutti in punzoni di Garamond che si sono conservati, sono classificati come monumento nazionale francese». Da quella data si dedica solo all’incisione dei caratteri. Il suo tentativo d’essere editore dura solo due anni, 1545 e 1546: la decina di magnifici volumi pubblicati ci fa pensare che se avesse voluto sarebbe stato un grandissimo editore al pari del vecchio Aldo. Muore nel 1561, mentre si fanno più aspre le lotte di religione, e dal suo testamento si può indovinare una sua tiepida adesione al protestantesimo. Anna Cuneo, “Il maestro di Garamond”, Sironi editore, Milano 2010, pp. 490, €19,90 EMILIO ROSETTI: 480MILA KM LUNGO TUTTO L’OTTOCENTO Certo, i racconti di viaggio, specie quando sono viaggi di formazione e quindi biografie al tempo stesso, sono una delle strade più affascinanti per conoscere anche la storia dei luoghi e delle persone, e non per niente, i diari, se non le autobiografie sono tra i generi più ghiotti per i bibliofili. A maggior ragione se inediti e “segreti”, come quelli recentemente dati alle stampe per i tipi della fiorentina Polistampa, con protagonista l’ingegnere e geografo Emilio Rosetti, che annotò minuziosamente le sue innumerevoli peripezie attraverso il Vecchio Continente e il Sud America lungo tutto il secondo Ottocento. Una vera e propria passeggiata nel tempo, quindi, lunga più di 480.000 chilometri percorsi in treno o in nave, ma anche a dorso di mulo da un fine intellettuale pratico sia di scienza che di cultura, spinto da una vera e propria sete di conoscenza. E così, ecco le oltre 1.500 pagine manoscritte che oggi prendono forma di libro dopo essere state studiate e commentate da Giulia Torri, che ridona anche alla sua patria una figura qui 39 poco nota, ma celeberrima in Argentina, ad esempio, dove ha fondato la facoltà di Ingegneria di Buenos Aires e ha progettato diverse opere pubbliche. “Memorie” concrete come quelle appuntate nei suoi diari, con stile limpido e avvincente, senza alcun intento di stupire chicchessia, ma semmai di lasciare tangibile testimonianza delle esotiche meraviglie incontrate nel suo incessante peregrinare fisico e non. , Giulia Torri (a cura di), “I viaggi e le memorie di Emilio Rosetti”, Polistampa, Firenze, 2010; pp. 352, €29,00 POESIE SCELTE DI GABRIELA MISTRAL, PREMIO NOBEL ’45 Tra le tante raccolte poetiche pubblicate ogni anno in Italia da editori di tutte le “taglie” vale senza dubbio la pena segnalare la prima e inedita raccolta di poesie scelte di Gabriela Mistral, premio Nobel 1945 e forse la più grande poetessa sudamericana di sempre, oltre che uno dei personaggi ancora più cari all’intero popolo cileno. Nata nel 1889 nel cuore delle Ande, Gabriela Mistral è sempre stata autrice di una poesia musicale e avvolgente, semplice e immediata, ma ricca di temi anche politici e sociali, splendidamente fusi con l’amore per la propria terra e per la propria famiglia, oltre che con un’insopprimibile speranza in un mondo più generoso e attento alle sofferenze del prossimo. Il testo spagnolo a fronte si confronta con la traduzione di Matteo Lefèvre e si arricchisce di belle fotografie. Gabriela Mistral, “Canto che amavi”, Marcos y Marcos, Milano, 2010; pp. 336, €17,00 L’impegno di Med 6.000 spot gr iaset per il sociale atuiti all’anno 6.000 i passaggi tv che Mediaset, in collaborazione con Publitalia’80, dedica ogni anno a campagne di carattere sociale. Gli spot sono assegnati gratuitamente ad associazioni ed enti no profit che necessitano di visibilità per le proprie attività. 250 i soggetti interessati nel 2008 da questa iniziativa. Inoltre la Direzione Creativa Mediaset produce ogni anno, utilizzando le proprie risorse, campagne per sensibilizzare l'opinione pubblica su temi di carattere civile e sociale. 3 società - RTI SpA, Mondadori SpA e Medusa SpA costituite nella Onlus Mediafriends per svolgere attività di ideazione, realizzazione e promozione di eventi per la raccolta fondi da destinare a progetti di interesse collettivo. 42 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 ANDANDO PER MOSTRE Il “bodoni” come segno contemporaneo, bestie fantastiche e carte fotografiche di chiara bonfatti e matteo tosi ENRICO BENETTA, GIOVANE ARTISTA “DI CARATTERE” nrico Benetta è un giovane artista - giovanissimo per l’Italia - che dopo un monumentale esordio tra prestigiosi spazi pubblici e privati del “suo” Trevigiano sbarca oggi a Milano con una personale nello spazio “giovane” e sperimentale di una prestigiosa e ben consolidata galleria romana. Verrebbe da pensare a uno di quei nuovi guru del kitsch e della provocazione, allora, a lavori sospesi tra tubi al neon e videoarte, elaborazioni digitali e performance sedicenti dissacranti, e invece non è niente di tutto questo. Il suo lavoro, anzi, coraggiosamente in fuga da tutto ciò che è ipertecnologico e forzatamente modernista, si sviluppa intorno a un ormai quasi inedito incontro tra scultura e pittura, quelle vere, che prendono forma in omaggio a uno E dei più classici “simboli” della bibliofilia, quei caratteri “bodoni” che ancora oggi portano il nome di quel supremo Giovan Battista che dalla sua Parma conquistò le corti dell’intera Europa. Proprio così, perché i protagonisti indiscussi delle sue opere sono proprio dei caratteri tipografici, singole lettere prima ancora che parole, che Enrico Benetta usa per dare corpo a una texture quasi monocroma, ora evidente ora più nascosta, che senza il timore di apparire decorativa nasconde in sé una riflessione profonda sul significato e sull’importanza del linguaggio verbale, anche all’interno della nostra cosiddetta civiltà dell’immagine, come cifra distintiva dell’uomo. Lavoro etico ed estetico al tempo stesso, quindi, che infatti non scade mai né in accostamenti cromatici “shock”, né in composizioni eccessivamente ardite, ma - pur nella sua informalità di fondo - tiene sempre conto di quel canone di armonia e di quel senso del bello che sono tutt’uno con la nostra più profonda tradizione culturale. Il “verbo” del Principio, quindi, ma anche quello del lògos e della filosofia, parole ancora da venire che qui sono omaggiate alla radice, “alla lettera”, come per sottolineare il peso di ogni singolo tassello, suono, segno o fonema che dir si voglia. Un peso non solo metaforico, ma reale a tutti gli effetti, visto che con il procedere della sua ricerca, Benetta ha dato sempre più spesso un vero e proprio corpo ai suoi “caratteri”, lavorandoli in un’apposita lega metallica che sapesse portare su di sé i segni del tempo, e liberandoli così dalla tela o facendoli sgorgare da essa per conquistare le tre dimensioni. Solo pittorici o scolpiti che siano, i “bodoni” di Enrico Benetta dialogano dolcemente con le morbide sfumature dello sfondo, spesso infittite da ulteriori segni grafici, sempre lettere e scritte, questa volta però in un corsivo molto ampio e “romantico”. ENRICO BENETTA. “VERBA MANENT SCRIPTA VOLANT” MILANO, GALLERIA RUSSO - ASSO DI QUADRI, DAL 17 NOVEMBRE AL 10 DICEMBRE info: tel. 02/3966364 www.galleriarusso.it novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 43 UN FANTASTICO BESTIARIO PER IMPARARE COS’È LA STAMPA FESTIVAL FOTOGRAFICO ITALIANO: DAI PRIMI SCATTI D’AUTORE ALLA FRONTIERA DI J&PEG a casa di Virginio Ariosto, figlio del più celebre Ludovico, ospita una mostra di bellissime xilografie dell’incisore e artista belga Alain Regnier. L’ambientazione è quella di un piano mansardato della casa adibita a Museo Archeologico e si trova in un piccolissimo borgo chiamato Stellata, frazione del paese di Bondeno, luogo conosciuto alla storia del libro per l’ormai noto frammento Parsons-Scheide. In questo borgo Alain Regnier presenta un’esposizione di 20 testi tipografici e xilografie dedicate a favole di Patrick Virelles. Magistralmente dalle complici incisioni di Alain Regnier, queste piccole favole in prosa di Patrick Virelles svelano l’uomo che si cela dietro a ogni animale con uno humour critico che è il al 6 al 28 novembre, va in scena la prima edizione del Festival Fotografico Italiano, organizzato da AFI, Comune di Busto Arsizio e Fondazione Bandera per l’Arte. Oltre al museo bustocco, quasi tutta la città prende parte all’even- L D to, aprendo alla fotografia spazi pubblici e privati, la biblioteca, librerie, gallerie e scuole, per un totale di 22 esposizioni e quasi altrettanti appuntamenti tra corsi, seminari, workshop e letture di portfolio. Molto interessanti le immagini sto- condimento di quest’opera. (La mostra, “Alain Regnier - Bestiario impertinente”) è visitabile dal 30 ottobre fino a tutto gennaio 2011 con apertura: sabato dalle 15,00 alle 19,00 e domenica e giorni festivi dalle 9,30 alle 12,30 e dalle 15,00 alle 19,00). In occasione dell’inaugurazione, l’artista ha coinvolto i bambini delle Scuole Statali in un progetto di lavoro per la stampa di un piccolo libro, per i quali hanno realizzato un disegno dedicato al bestiario mitologico e la stessa iniziativa verrà estesa a ogni visitatore interessato in occasione della chiusura della mostra, SARMEDE È PER TUTTI “IL PAESE DELLA FIABA”, E QUEST’ANNO RENDE OMAGGIO ALLA TRADIZIONE FANTASTICA BRASILIANA uesta ventottesima edizione dell’ormai mitica “Mostra Internazionale Q d’Illustrazione per l’Infanzia” di Sarmede, in provincia di Treviso, è dedicata al Brasile e all’incredibile pluralità della sua tradizione fiabesca. Una diversità che fa eco a quella delle razze e delle culture che qui si sono intrecciate nel corso dei secoli, ognuna lasciando il proprio contributo culturale anche e soprattutto in termini di “fantastico”. Oltre al- la grande monografica dedicata alla tradizione carioca, la mostra (“Le immagini della fantasia”, fino al 19 dicembre; info; tel. 0438/959582) propone la consueta carrellata dedicata ai più bei lavori editoriali per bambini degli ultimi tre anni: per questa edizione sono stati selezionati 38 illustratori di 21 Paesi, tra cui la nostra Beatrice Alemagna. riche di Ghitta Carell e Lanfranco Colombo, così come le moderne contaminazioni artistiche tipiche del duo J&Peg. Info: tel. 0331/322311. un modo per sperimentare la stampa e la confezione di quello che intende essere a tutti gli effetti un libro d’artista. La mostra raccoglie le pregevoli xilografie dell’artista e le traduzioni su linoleum che l’Artista ha realizzato a partire da 9 disegni scelti come i migliori tra tutti. Un matrimonio perfetto, quello tra l’artista belga e i bambini, perché anche i suoi animali sono semplici e “quotidiani”, ma soprattutto immortalati con un fare canzonatorio e ironico che sa del beffardo sorriso di ogni piccolo che finalmente se la ride un po’. Info: www.reaeditions.net 44 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 ASTE, FIERE E MOSTRE-MERCATO Qualche regalo da farsi in giro per l’Europa in attesa del Natale, tra libri e fotografie di annette popel pozzo IL 19 E 20 NOVEMBRE, BRUXELLES Asta – Books and Prints Info: www.romanticagony.com Un promettente catalogo da 1.500 lotti. Tra le Cinquecentine segnaliamo un piccolo ma bel gruppo di libri di militaria e fortificazioni: in asta la prima edizione di Giovanni Battista Belluzzi, Nuova inventione di fabricar fortezze di varie forme (Venezia, Meietti, 1598, lotto 1145, stima €2000-2500). Da non perdere, anche la rara prima edizione di Gabriele Busca, Della espugnatione, et difesa delle fortezze (Torino, Bevilacqua, 1585) contenente 10 tavole a doppia pagina (lotto 1146, stima €3000-3500, bellissima copia); e finalmente la princeps di Maggi, Della fortificatione delle città (Venezia, Borgominiero, 1564, lotto 1148, stima €3000-3500). Interessante dettaglio il fatto che l’Autore, al servizio della Serenissima come ingegnere militare, lavorò alla fortificazione di Famagosta, dove venne catturato dai Turchi nel 1571 e morì strangolato durante la prigionia a Costantinopoli l’anno successivo. IL 23 NOVEMBRE, LONDRA Asta – Valuable Printed Books and Manuscripts Info: www.christies.com L’asta di 91 lotti contiene manoscritti illuminati, incunaboli e libri a stampa di pregio. In vendita la prima edizione de L’Architettura a cura di Cosimo Bartoli, stampata nel 1550 da Torrentino a Firenze (lotto 41, stima £8.000-12.000), e le due prime edizioni di Giovanni Boccaccio, Amorosa visione e Urbano, legate insieme in legatura rinascimentale eseguita da Claes van Doermaele (Milano, 1521 e Bologna, c. 1492-1493, lotto 43, stima £4.000-6.000). un’asta in favore dell’Associazione Bianca Garavaglia con una quarantina di opere provenienti dalla manifestazione e non solo. Un nome su tutti, Mario Giacomelli. IL 24 NOVEMBRE, PARIGI IL 30 NOVEMBRE, LONDRA Asta – Books and Manuscripts Info: www.sothebys.com All’asta, la collezione del bibliofilo e presidente dell’Association Royale des Bibliophiles Belges, Henri Florin de Duikingberg. Da segnalare una copia dell’edizione Germanicarum rerum scriptores (1600-1611) in tre volumi, legati da Le Gascon alle armi di J.-A. de Thou. In vendita anche una piccola raccolta di libri provenienti dalla biblioteca di Georges Pompidou. Asta – Fine Printed Books and Manuscripts Info: www.christies.com 389 lotti contenenti numerosi titoli sull’arte e architettura italiana. IL 2 E 3 DICEMBRE, ROMA Dal 2.12 al 3.12.2010, Roma Asta – Fotografia Info: www.bloomsburyauctions.com DAL 5 ALL’8 DICEMBRE, MILANO Asta – Important Books and Manuscripts Info: www.bloomsburyauctions.com Tra le edizioni bodoniane, l’Opera di Horatius Flaccus, Parma, Bodoni, 1791 (lotto 16, stima £600-800, 1 di 25 copie su carta Anonay). Mostra mercato – Sesta Edizione del Salone del Libro Usato: Bancarelle in Fiera Info: www.salonelibrousatomilano.com La fiera dedicata al libro fuori commercio più grande per numero di espositori e per la varietà di quanto esposto: dal libro antico a quello usato, da Topolino al manifesto cinematografico. DAL 25 AL 28 NOVEMBRE, IL 7 DICEMBRE, LONDRA IL 24 NOVEMBRE, LONDRA MADRID Mostra mercato - XIII Salón del Libro Antiguo de Madrid Info: www.salondellibro.com IL 27 NOVEMBRE, BUSTO ARSIZIO Asta benefica– Fotografia Info: www.bloomsburyauctions.com A conclusione della prima edizione del Festival Fotografico Italiano, la Fondazione Bandera per l’Arte ospita Asta – Magnificent Books, Manuscripts and Drawings from the Collection of Frederick, 2nd Lord Hesketh, Part I Info: www.sothebys.com Questa prima parte (a cui faranno seguito altre due) contiene tra l’altro The First Folio delle Comedies, Histories, & Tragedies di William Shakespeare (Londra, 1623, lotto 13, stima £1.000.0001.500.000). La stima relativamente bassa deriva dal fatto che la copia è priva delle prime quattro carte. novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 45 Libri illustrati in BvS La mano di Monika Beisner rilegge la “Commedia” Un’illustratrice contemporanea dal gusto quasi medioevale CHIARA NICOLINI P aolo e Francesca: c’è chi li ha raffigurati in costumi medioevali, intenti nella lettura o un attimo dopo, quando le labbra di Paolo si avvicinano tremanti a quelle di Francesca; c’è chi invece li ha ritratti nudi, i volti pieni di disperazione, i corpi allacciati travolti e squassati in eterno da un implacabile vortice. All’alba del XXI secolo, un’illustratrice tedesca di libri per bambini, Monika Beisner, li vede in un modo del tutto nuovo, e straordinariamente contemporaneo: disegna i lussuriosi come piccoli corpi nudi e grigi volteggianti in un buio infernale acceso da sinistri bagliori rossi, ma di Paolo e Francesca immagina solo i visi, diafani e quasi imperturbabili, uniti guancia a guancia a formare un cuore puro e luminoso (Fig. 1). come qualcosa di sorprendentemente originale e attuale nel vasto panorama dell’iconografia dantesca. Tant’è vero che quando la prima edizione delle miniature, pubblicata a Lipsia da Faber und Faber nel 2001, capitò nelle mani di uno dei più importanti collezionisti dell’opera di Dante, Livio Ambrogio, egli decise immediatamente di acquistare tutti gli originali delle illustrazioni, senza neppure averli visti dal vivo. Questo è un dettaglio rivelatomi dall’artista stessa, che è stata così gentile da dedicarmi diverse ore per parlarmi della sua opera e addirittura analizzare assieme a me ogni sua singola miniatura. Quanto segue è dunque il resoconto del mio lungo dialogo con Monika Beisner, della quale la Biblioteca di via Senato possiede una copia dell’edizione che Livio Ambrogio, una volta ottenute le illustrazioni originali, volle pubblicare a proprie spese nel 2005. Tale edizione, impressa a cura della nota Stamperia Valdonega di Verona, propone la Commedia nella versione di Gior- Sarà forse perché si tratta di una delle rarissime interpretazioni visive del poema dantesco realizzate da mano femminile1, e da una mano femminile specializzata nella figurazione di testi per l’infanzia, ma il ciclo di 100 miniature (una per ogni canto) con cui la Beisner ha illustrato la Divina Commedia si pone davvero 1 46 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 2 gio Petrocchi; essa consta di tre volumi in-4to con l’Inferno rilegato in rosso, il Purgatorio in verde, e il Paradiso in azzurro, ed è limitata a 400 esemplari. Di questi, 250 sono impressi su carta Gardapat Klassica e hanno una legatura cartonata, mentre 125 sono stampati su pregiata carta Magnani, rilegati in tela e conservati in tre custodie singole; le restanti 25 copie sono firmate dall’artista e arricchite da una preziosa suite delle tavole2. L’esemplare custodito alla Biblioteca di via Senato è uno dei 125 impressi su carta Magnani e rilegati in tela. 3 6 Monika Beisner lesse la Divina Commedia per la prima volta quando era molto giovane, in una traduzione tedesca in versi che non le piacque. Anni dopo riprese in mano il testo dantesco, questa volta nella rinomata versione inglese in prosa realizzata e commentata da Charles Singleton, e ne rimase profondamente colpita. Decise quasi subito che voleva provare a illustrarlo, perché Dante descrive il suo viaggio oltremondano in modo così vivido che le immagini di esso si formarono quasi spontaneamente di fronte agli occhi dell’artista tedesca, soprattutto le scene e i paesaggi realistici di Inferno e Purgatorio. L’unica vera sfida era rappresentata dall’immaterialità del Paradiso, ma, come vedremo, l’illustratrice ha saputo aggirare brillantemente l’ostacolo, in modo del tutto personale. Concepire qualcosa con la fantasia è un conto; trasformarlo in realtà è un altro. E infatti alla Beisner sono occorsi ben sette anni, a partire dal 1992, per portare a termine l’impresa, perché ha impiegato circa un mese per realizzare ogni miniatura. novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 47 4 Il procedimento adottato era il seguente: l’artista leggeva con attenzione i versi di Dante prendendo appunti sui dati principali di ogni canto (eventi, azioni, atmosfere); poi iniziava a tracciare doodles, cioè disegnini schizzati quasi per gioco, un po’ come quelli che si fanno quando si è impegnati in una conversazione telefonica. Ai doodles seguivano vari tentativi di composizione eseguiti a matita, con i quali l’artista decideva la collocazione delle figure, o degli elementi più significativi del canto, all’interno dello spazio illustrativo. Una volta completato, il bozzetto veniva infine colorato. La tecnica coloristica prediletta dalla Beisner è la tempera all’uovo. Essa produce tinte intense, brillanti e dense come quelle della pittura ad olio, ma non ha bisogno di solventi chimici perché è a base d’acqua; a differenza dell’acquarello, tuttavia, non asciuga così in fretta, e soprattutto offre la possibilità di lavorare più volte su una stessa area, e anche di raschiare via zone di colore. L’applicazione della tempera all’uovo, che un tempo l’artista preparava da sola, ma ora acquista in tubetto, avviene con pennelli così sottili che richiedono l’uso di una lente d’ingrandimento. Ogni miniatura è infatti costituita da un numero infinito di minuscole pennellate. Abbiamo già avuto modo di appurare come l’iconografia dantesca sia immensa3: sette secoli di affreschi, dipinti, sculture ed edizioni illustrate, dai codici miniati medioevali alle moderne interpretazioni di Salvador Dalì, Robert Rauschenberg e Tom Phillips. Ero dunque curiosa di sapere se la Beisner si fosse ispirata in modo particolare a qualche artista del passato, e cosa pensasse di edizioni famose come quelle illustrate da Gustave Doré, o da Amos Nattini, che hanno visualizzato i paesaggi danteschi con stili così diversi dal suo. Poiché abita a Londra, l’artista ha avuto occasione di visionare alla British Library antichi esemplari manoscritti della Divina Commedia come il codice Yates Thompson 36 realizzato a Siena attorno al 1450 e poi appartenuto ad Alfonso V, re d’Aragona, di Napoli, e della Sicilia. Questo codice contiene 110 miniature; Priamo della Quercia eseguì quelle relative all’Inferno e al Purgatorio, Giovanni di Paolo illustrò il 48 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 5 Paradiso4. E proprio Giovanni di Paolo, con le sue preziose immagini blu e oro popolate da piccoli personaggi colorati, è l’interprete dantesco che Monika Beisner ama di più, nonché il suo modello di riferimento per il Paradiso. Che la principale fonte d’ispirazione dell’artista tedesca fosse la miniatura medioevale si evince non solo dal taglio delle sue immagini, che raffigurano quasi sempre ampi spazi nei quali Dante e Virgilio, o Dante e Beatrice, sono figurine fissate in una determinata posa, ma anche per la voluta ingenuità di questi disegni, e per il modo in cui i protagonisti sono abbigliati. Come nelle miniature di Priamo della Quercia, o in quelle del “Codice Urbinate Latino 365” attribuite a Guglielmo Giraldi, Dante indossa una tunica azzurra e ha il volto incorniciato dai lembi bianchi della sua cuffietta, laddove spesso l’iconografia tradizionale tende a vestire il Sommo Poeta di rosso. Nelle miniature della Beisner è invece Virgilio a indossare una tunica rossa, mentre Beatrice porta i colori delle tre virtù teologali, fede, speranza e carità, simboleggiate, rispettivamente, dal bianco, dal verde e dal rosso. Dunque l’illustratrice ama soprattutto le antiche edizioni manoscritte della Divina Commedia, Giovanni di Paolo e l’arte della scuola senese in generale, a partire da Duccio di Buoninsegna. Le piacciono le immagini pulite, prive di inutili orpelli, quasi crude. Tra le altre edizioni illustrate, apprezza quella di Botticelli, in particolar modo le poche figure che egli riuscì a colorare, ma trova il suo Paradiso troppo ripetitivo. Apprezza anche Amos Nattini, Rauschenberg e Tom Phillips, mentre non ama né Dalì, né William Blake, e giudica Doré troppo vittoriano e kitsch, Flaxman troppo manierato. Vivaci e immediate come miniature medioevali, le 100 illustrazioni realizzate da Monika Beisner per la Divina Commedia hanno la forza di certe figurazioni infantili e primitive. Ma sono anche incredibilmente attuali. Non solo, come ho sottolineato all’inizio, per la freschezza con cui l’artista ha rivisitato alcune scene famose, ma pure per certe angolature sorprendenti, tipiche di una visione moderna, e per il novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 49 7 pathos reso in parte attraverso una gestualità elementare, in parte attraverso la scelta dei colori – cupi nell’Inferno, naturali nel Purgatorio, sgargianti nel Paradiso, dove dominano il blu, il giallo, il rosso. Quando parlo di “visione moderna” mi riferisco in particolare a immagini come quella relativa al canto IX dell’Inferno, che raffigura le mura della città di Dite con in cima le tre furie infernali, il messo celeste di fronte alla porta delle mura e, al di là di esse, gli avelli infuocati degli eretici (Fig. 2). Si tratta di una visione “aerea”, come se l’artista avesse non solo osservato la scena dall’alto, ma fosse stata lei stessa in movimento, un taglio che un miniatore medioevale, o chiunque prima della fronte a noi Dante e Beatrice che ascendono verso il sole; nella seconda, poi, la linea dell’orizzonte sul mare è stata appositamente inclinata dall’illustratrice per accentuare l’impressione della ripidezza della «costa superba». 15 conquista dei cieli da parte dell’uomo, non avrebbe saputo dare. Altre due immagini aeree sono quella che apre il volume del Paradiso e quella del canto V del Purgatorio (Fig. 3); nella prima vediamo in basso il monte del Purgatorio e la linea curva dell’orizzonte sul mare, e di L’illustrazione del canto IX dell’Inferno è anche un ottimo esempio di una delle caratteristiche principali della Commedia di Monika Beisner, e cioè la sua traduzione spiccatamente letterale di certi passi di Dante, in questo caso: “tre furïe infernal di sangue tinte, / che membra femminine avieno e atto, / e con idre verdissime eran cinte; / serpentelli e ceraste avien per crine, / onde le fiere tempie / erano avvinte. / […] / Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;” 50 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 11 Forse il messo celeste, che non mostra la potenza e lo sdegno descritti dal Poeta, non si può definire altrettanto aderente alla descrizione dantesca; è piuttosto una creatura fiabesca, nata dalla meravigliosa fantasia naif dell’artista, un po’ come anche la sua versione di Gerione (Fig. 4). Al messo celeste assomigliano i due angeli che intervengono a difesa della valletta amena nel VIII canto del Purgatorio (Fig. 5), dove di nuovo quanto narrato da Dante si ritrova puntuale nella miniatura della Beisner: il sorgere delle tre stelle, l’«essercito gentile» delle anime dei principi negligenti raccolto «palido e umìle», e i versi «e vidi uscir de l’alto e scender giúe / due angeli con due spade affocate, / tronche e private de le punte sue. / Verdi come fogliette pur mo nate / erano in veste, che da verdi penne / percosse traean dietro e ventilate». A mano a mano che il Poeta risale il monte del Purgatorio, la «famiglia del cielo» diviene sempre più luminosa; sono creature di luce pura, come nella bellissima illustrazione del canto XV (Fig. 6), o in quella del canto XXVII (Fig. 7), dove la Beisner rappresenta in modo formidabile anche l’andare lesto dei lussuriosi descritto dal Poeta: avvolti dalle fiamme, si incontrano, si baciano rapidi e poi proseguono, come formi- che in fila. Monika Beisner ha un’ammirazione sconfinata per la capacità di Dante di tradurre stati dell’essere umano in immagini icastiche, come appunto la lussuria greve dei dannati del canto V, travolti per l’eternità dal vortice della passione, o quella più leggera delle anime del Purgatorio, avvolti da fiamme che però non li consumano; o ancora la condizione dei peccatori della quinta cornice, così legati ai loro beni terreni da essere costretti nell’al di là ad aderire completamente a terra. Osservare il modo in cui l’artista, miniatura dopo miniatura, abbia a sua volta tradotto i versi del Sommo Poeta è un’attività davvero coinvolgente, e verrebbe la tentazione di riprodurre qui ogni sua singola illustrazione, con accanto i commenti e le spiegazioni fornitemi da lei stessa. Mancando purtroppo lo spazio, propongo invece una selezione di immagini che la Beisner mi ha detto di amare in modo particolare. Oltre a quelle già analizzate, vi è l’apparizione di Beatrice a Dante nel Paradiso Terrestre (Fig. 8), dove Beatrice si presenta in piedi su «una nuvola di fiori» ed è così luminosa da irradiare di luce gialla ogni dettaglio del paesaggio, mentre Dante, circondato da alberelli forse troppo piccoli per essere veramente realistici, abbassa vergognosamente lo sguardo. L’originalità dei disegni della Beisner consiste proprio anche in questo: che, come nella miniatura medioevale, nelle illustrazioni di certi libri per bambini, o nei sogni, non vi è in essi alcuna pretesa di verosimiglianza. Per l’artista l’importan- novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano te era evocare in modo semplice e diretto quanto raccontato dal Poeta, senza preoccuparsi se qualche volta non rispettava proporzioni o regole prospettiche (come accade ad esempio nell’illustrazione che rappresenta la porta dell’Inferno). Questo approccio non impedisce che alcuni dettagli vengano invece delineati dalla Beisner con grande realismo, come le rocce del Purgatorio, ispirate ai paesaggi aspri dell’isola di Gozo, dove l’artista si reca regolarmente da più di vent’anni, o come il modo in cui il «diavol nero» del canto XXI dell’Inferno trasporta uno dei barattieri (Fig. 9), che l’illustratrice mi ha detto esserle stato suggerito dalla vista di un macellaio con la carcassa di un bovino in spalla. O, ancora, come le «visiere di cristallo» sugli occhi dei traditori conficcati nei ghiacci del Cocito nell’immagine relativa al canto XXXIII dell’Inferno (Fig. 10), che è anche una delle due miniature in cui è ritratto il conte Ugolino, intento a divorare la nuca dell’arcivescovo Ruggieri. Incorporeo, evanescente, sempre più luminoso e ineffabile, il Paradiso rappresentò all’inizio una vera sfida per l’artista tedesca, che, dopo varie riflessioni, si risolse a trasporre i concetti espressi da Dante in immagini allegoriche e vagamente astratte. La maggior parte delle miniature del Paradiso sono infatti tonde perché il cerchio è simbolo di perfezione, e, oltre a Dante e Beatrice non contengono figure umane: quasi tutti i personaggi incontrati dal Poeta sono rappresentati dalla Beisner attraverso i simboli che vengono loro associati dall’iconografia tradizionale (come l’angelo, il leone, il bue e l’a- 8 9 10 51 52 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 13 quila per i quattro evangelisti), o anche attraverso simboli inventati dall’artista stessa, come la foglia di fico per Adamo, o la mela per Eva. La miniatura relativa al canto XXXII (Fig. 11), che illustra San Bernardo intento a spiegare a Dante la distribuzione dei beati nella Candida Rosa, racchiude molti dei simboli utilizzati dalla Beisner nelle illustrazioni della terza cantica. Il Poeta e il Santo sono ritratti al centro di un’enorme raggiera dove le uniche figure umane sono quella di Beatrice e quella, in basso a destra, di Sant’Anna. In basso a sinistra, gli occhi sul piatto simboleggiano naturalmente Santa Lucia, mentre, tra Sant’Anna e Santa Lucia, l’agnello con il vessillo è San Giovanni Battista, il 12 cordoncino e le gocce di sangue (provenienti dalle stimmate) rappresentano San Francesco, il libro bianco e nero è San Domenico, il cuore trafitto e in fiamme Sant’Agostino. Nel cerchio più esterno si riconoscono l’evangelista Giovanni (l’aquila sul libro), San Pietro (le due chiavi), Eva (la mela), Adamo (la foglia di fico) e Mosè (le Tavole della Legge). Gli altri beati sono fiamme alate. L’intera figura è dominata da una mandorla rossa (dove il rosso rappresenta la virtù teologale della carità), forma che nell’iconografia tradizionale spesso circonda la Vergine Maria; la mandorla è sormontata da un triangolo con inscritta una croce luminosa che simboleggia la Trinità. Nell’ultima miniatura, geniale sintesi del viaggio di Dante in Paradi- novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 53 so (Fig. 12), l’Empireo è disegnato sopra al cerchio che contiene i cieli dei vari pianeti, ed entrambi i dischi sono inscritti in una mandorla rossa perché è proprio grazie all’intercessione della Vergine che Dante riesce a penetrare con la sua vista nella luce di Dio. Altri due splendidi sunti visivi del percorso dantesco nel Paradiso sono l’illustrazione del canto VII (Fig. 13) e quella del canto XXII (Fig. 14); nella prima si vedono i quattro elementi – terra, acqua, aria e fuoco – sovrastati dal cielo della Luna e dal cielo di Venere, al quale Dante e Beatrice stanno ascendendo; nella seconda Dante e Beatrice osservano dall’alto la loro ascesa dalla Terra, raffigurata al centro, attraverso i quattro elementi e i sette cieli, fino all’ottavo cielo delle Stelle fisse e delle costellazioni dello zodiaco. 14 Per quanto ricche di simboli e quasi astratte, le miniature che adornano il volume del Paradiso sono deliziose e geniali nella loro immediatezza, grazia, infantile vivacità. Immaginatevi di dover disegnare Dio circondato da nove cori angelici che mandano faville e ruotano a velocità differenti, e Beatrice che spiega a Dante la corrispondenza tra l’ordine degli angeli e i nove cieli. Sembra un rompicapo matematico. Eppure l’illustrazione della Beisner relativa a questo canto, il XXVIII, è squisita nella sua semplicità (Fig. 15). Potrei parlare ancora a lungo della Divina Commedia di questa artista e di come persino Roberto Benigni abbia elogiato le sue miniature; della sua carriera d’illustratrice per bambini, iniziata negli anni ’70, e dei suoi progetti futuri (sta attualmente illustrando le Metamorfosi di Ovidio). Ma preferisco suggerirvi invece di procurarvi voi stessi una copia di questo straordinario lavoro, per poter gustare appieno il perfetto matrimonio tra il genio immortale di Dante e l’incantevole talento di Monika Beisner. NOTE 1 La Biblioteca di via Senato possiede un’altra edizione, rarissima, illustrata da una donna, Sofia Giacomelli, nota anche come Madame Chomel: La Divina Commedia ridotta a miglior lezione con l’aiuto di vari testi a penna da Gio. Battista Niccolini, Gino Capponi, Giuseppe Borghi, Fruttuoso Becchi, Firenze, Tipografia Borghi, 1836. Per questa edizione, che venne stampata per la prima volta a Parigi nel 1813, Sofia Giacomelli realizzò 100 incisioni su rame in uno stile tipicamente neoclassico, memore della lezione di John Flaxman. 2 Nel 2007 Livio Ambrogio ha voluto pubblicare anche un’edizione inglese della Commedia illustrata da Monika Beisner. Tale edizione, tradotta dall’eminente dantista Robert Hollander assieme alla moglie, la poetessa Jean Hollander, ha una prefazione del celebre comico Roberto Benigni ed è limitata a 500 copie, di cui 75 accompagnate da una suite delle illustrazioni. 3 Cfr. “I cinque sensi nella lettura della Divina Commedia. L’opera del Sommo Poeta, una summa della storia dell’arte”, in “La Biblioteca di via Senato” n. 1, gennaio 2010, pp. 52-59. 4 Cfr. http://www.worldofdante.org/gallery_yates_thompson.html. novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 55 BvS: rarità per veri bibliofili La satirica “parola” illustrata di un settimanale antimilitarista Grafica d’avanguardia, dotti testi e propaganda antiprussiana CHIARA BONFATTI “Le Mot. Hebdomadaire illustré”. Parigi e Corbeil, Société générale d’Impression [poi] Imprimerie du «mot» [poi] Imprimerie Crété, 1914-1915. 44,6 cm, 20 fascicoli, raccolti in custodia in percallina grigia. Il primo fascicolo di 2 carte, i successivi di 4 carte e i fascicoli 17-20 di 6 carte. Copertine a colori a piena pagina e all’interno illustrazioni, anche a piena o doppia pagina, in bianco e nero e a colori, impaginate e composte secondo le tendenze della grafica d’avanguardia. Stampato su carta di scarsa qualità e affiancato da una tiratura limitata su carta pregiata. I ntorno ai nomi di Paul Iribe (1883-1935) e Jean Cocteau (1889-1963) si inerpica la vicenda editoriale della rivista Le Mot, che ebbe origine con una periodicità irregolare il 28 novembre del 1914, proseguendo come settimanale e poi quindicinale fino al fascicolo 20 del 1° luglio 1915, quando venne improvvisamente interrotta. Gerente responsabile della rivista fu proprio Paul Iribe che firmò anche la maggior parte delle copertine, tutte dominate da incisive caricature di de- nuncia, in chiave satirica, della brutalità e delle atrocità della guerra. Iribe e Cocteau, entrambi volontari della Croce Rossa e ambulanzieri di Misia Sert, godevano di una considerevole libertà di movimento, libertà che permise loro di fare la spola tra il fronte e Parigi dividendosi tra il soccorso dei feriti di guerra e la pubblicazione del loro periodico, espressione di tendenze d’avanguardia e di feroce denuncia antimilitarista. La rivista si sviluppò dunque nei circoli letterari e artistici di Montmartre e Montparnasse e poté godere della collaborazione e dei contributi artistici di nomi di grandi intellettuali attivi in quegli anni a Parigi, quali l’illustratore e caricaturista Georges Goursat (1863-1934), che si rintraccia nella rivista nascosto dietro lo pseudonimo di Sem, il pittore fauvista Raoul Dufy (18771953), il poeta e romanziere surrealista Louis Aragon (1897-1982), il pittore e scenografo simbolista Léon Bakst (1866-1924), i cubisti Albert Léon Gleizes (1881-1953) e André Lothe (1885-1962). I principali artefici della rivista restarono, per tutta la breve ma intensa vita editoriale, Paul Iribe e Jean Cocteau che scelse in maggioranza di celarsi dietro le mentite spoglie di JIM - nome del proprio cane - con il quale firmò la maggior parte dei testi, quattro copertine e alcune illustrazioni tra cui la serie dei 24 disegni (distribuiti lungo i fascicoli a partire dal numero 14 fino al numero 20) delle Atrocités nei quali raffigurò i soldati prussiani con sembianze di mo- Nella pagina a fianco: copertina del Fascicolo 2 La marche sur Paris Qui a sinistra: disegno La fin de la grande guerre di Raoul Dufy per il Fascicolo 13 56 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 Copertina del Fascicolo 1 David et Goliath con disegno di Paul Iribe stri metallici, elmetti Hindenburg, denti seghettati e mani a tenaglia. Le Mot intendeva avere un’impronta e un aspetto raffinato e allo stesso tempo forte e audace, e l’impegno di denuncia nei confronti del conflitto mondiale lo sottoporrà anche a controlli e interventi della censura. Questa rivista dal nome ossimorico rispetto al contenuto si nutrì soprattutto della satirica iconografia dei propri collaboratori, raffinata e al tempo stesso irriverente, cosa, que- sta, che la rese assai diversa dai coevi e altrettanto famosi giornali di trincea. Tra le tante riviste d’avanguardia del Novecento che dominano il fondo Emeroteca della Biblioteca di via Senato, non poteva dunque mancare Le Mot, nei suoi venti fascicoli in prima edizione racchiusi e protetti da una custodia in percallina, pronti a gridare il loro messaggio di sfida, già dal primo numero intitolato David et Goliath, simbolo della rivalità francotedesca e della verve antiprussiana che domina tutta la rivista, e attraverso l’editoriale di Pierre Lauriel, probabile pseudonimo dello stesso Cocteau, che si sferza violentemente contro la guerra tecnologica e a favore della guerra del cuore. Difficile provvedere alla stesura di un indice della rivista, ma ciò non distoglie dal tentativo di fornire il maggior numero di informazioni su ciascuno dei venti fascicoli di una rivista troppo precocemente interrotta. Il Fascicolo 1 (28 Novembre 1914) si compone di due sole carte e il titolo di copertina David et Goliath è seguito dal Commentaire di Pierre Lauriel, da Une sensationnelle interview avec le général French di M.A.X. e altri testi anonimi. Il Fascicolo 2 (7 Dicembre 1914) di quattro carte ha come titolo La marche sur Paris e la copertina è dominata dal disegno di Paul Iribe intitolato Lohengrin et l’écrevisse; seguono poi il testo di Lauriel-Cocteau Simple formalité pour acte de naissance, altri testi anonimi e disegni dei due artefici principali della rivista, intitolati Les saintes femmes, Reims et le Taube ou Gott mit uns e Silence. Il Fascicolo 3 (19 Dicembre 1914) di quattro carte ha in copertina l’intestazione Dans ce numéro Le Kronprinz par SEM, ovvero Georges Goursat del quale è presente anche il disegno Le raté. Sull’ultima pagina è ospitato il disegno di Paul Iribe Guillaume Hun change le nom de sa capitale. Alla pagina 7 del fascicolo si trovano inoltre alcune informazioni editoriali. Si annuncia infatti che, grazie a una donazione, la redazione spedirà gratuitamente ogni settimana e per dieci settimane un esemplare di Le Mot a 1000 ufficiali o soldati. Informa inol- novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 57 Copertina del Fascicolo 20 con disegno di JIM-Jean Cocteau tre che del disegno Le raté furono tirate 100 prove su carta Japon a colori da vendere separatamente. Di ogni numero della rivista venivano poi tirati alcuni esemplari di lusso venduti al prezzo di 2 Franchi anziché 10 centesimi. Il Fascicolo 4 (2 Gennaio 1915) di quattro carte ha in copertina il disegno Notre joujou di Paul Iribe e l’intestazione Le Kaiser wilaine, elementi che sembrano annunciare le amare parole dell’editoriale: «Voici 1915. La grande guerre entre dans une nouvelle phase. Les profonds instincts qui dirigent une race nous la font pressentir. Le point mort des corbes, l’acte inerte des drames, la période confuse des germes s’achèvent. Le “future” est une mine pleine de surprises. Voici l’heure grave où nul ne fait loi […]». Seguono poi in forma anonima i disegni Le bonhomme Noel e La semaine des anges, i brevi racconti Le petit garçon, Hérode e L’alouette e il componimento poetico Action de Grâces au Roi de Belgique. Il Fascicolo 5 (9 Gennaio 1915) di quattro carte si apre con la xilografia di Paul Iribe e il titolo Après l’exécution; seguono il testo in lingua inglese di Jean Cocteau, firmato dalle sole iniziali, A word or two with Maximilian Harden, A Frédéric-Guillaume, Kronprinz d’Allemagne, colonel des Hussards de la mort dello stesso Jean Cocteau (che firma per esteso), autore anche dei disegni Embusqué, La lettre du camp de concentration e Beethoven, che firma con l’amato pseudonimo di JIM. A pagina 7 compare poi un avviso al lettore che rende noti programmi e intenti e testimonia la buona riuscita di Le Mot: «Rien de plus gai que de réussir; rien de plus doux que de voir ceux qui s’en réjouissent; rien de plus drôle que de voir ceux qui en deviennet amers. D’abord merci pour la réussite du MOT. A vrai dire nous ne la supposions pas si prompte. Chaque jour, les lettres nous émeuvent et le lien s’affirme. Alors que tant de feuilles ont de la peine à se trouver un public, le MOT, tout de suite, A SU SE FAIRE DES AMIS. […]. Notre programme, c’est de faire un journal né de la guerre et nourri de la guerre: un journal qui montre toujours le même visage, mais animé chaque semaine d’une différente expression. Nul qui se permette un dogme à une heure tellement grave; mais il ne nous déplairait pas qu’on vît dans la plus indépendante des feuilles, un plaisir peut-être maniaque à remettre les choses en ordre et même à se contredire au besoin. […]». Il Fascicolo 6 (16 Gennaio 1915) di quattro carte ha come titolo novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 59 Copertine del Fascicolo 8 a confronto: La cicatrice versus La bonne croix, quest’ultima censurata e solo più tardi stampata per documentazione di copertina Haute trahison, accompagnato da un disegno di Paul Iribe. Il fascicolo contiene poi il testo Quand nous serons “ceux de la guerre” di Jean Cocteau e la traduzione dall’inglese al francese, dietro richiesta dei lettori, del famoso testo di Cocteau Deux mots à Maximilien Harden. Il Fascicolo 7 (23 Gennaio 1915) di quattro carte ha come titolo François-Joseph ou… le perd la victoire, con una xilografia di Paul Iribe. Contiene poi il disegno anonimo La lettre du général turc, La chatelaire di JIM e il testo La dernière version du Rhin Allemand privo di firma. Il Fascicolo 8 (30 Gennaio 1915) è costituito da tre carte ripiegate a portfolio accompagnate da una carta che consiste nella copertina censurata intitolata La bonne croix, con il disegno di Paul Iribe e il sottotitolo: Ne peut être vendu. Il titolo della copertina che venne data alle stampe è La cicatrice e il disegno è sempre dello stesso Iribe. Il testo impresso per tutta l’estensione del fascicolo è firmato da Jean Cocteau e si intitola La grande pitié des victimes de France. Il Fascicolo 9 (6 Febbraio 1915) di quattro carte con titolo Le mauvais berger e disegno di Iribe alla pagina 7 propone ai suoi lettori un curioso e divertente concorso, con la domanda: “Que feriez-vous à Guillaume Hun?”. Il Fascicolo 10 (13 Febbraio 1915) di quattro carte ospita in copertina il disegno di Paul Iribe La rose de France mentre alle pagine 5-6 si estende un disegno di Raoul Dufy del quale vennero tirate 100 prove su carta Japon vendute al prezzo di 5 Franchi. A pagina 7 si trovano invece le diverse risposte alla domanda del concorso indetto nel fascicolo precedente della rivista e la rubrica si intitola Quelques supplices pour Guillaume Hun. Ed ecco una scelta tra le tante sarcastiche e pungenti risposte dei lettori: «Je le metterai dans un cage comme faisait Louis XI, annonce Mademoiselle Jeanne Fouché, et toutes les mères, femmes, enfants, sœurs, viendraient lui faire des misères… et voilà»; M. Marcel Pascaud «le laisserait errer dans les contrées dévastées et ne lui laisserait voir personne sinon que des personnes lui témoignant le plus profond dédain»; De M. J. Restany: «Lui raser ses moustaches et lui faire contracter un engagement à la Scala comme gommeuse excentrique». Il Fascicolo 11 (20 Febbraio 1915) di quattro carte ha in copertina 60 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 Disegno di SEM-George Goursat per il Fascicolo 3 il disegno di Iribe dal titolo L’affaire Desclaux. Il Fascicolo 12 (27 Febbraio 1915) di quattro carte si intitola Marine Allemagne. Petit poisson devenu grand con disegno in copertina di Iribe. Ospita l’editoriale Nous voudrions vous dire un mot: Réponse à des jeunes musiciens firmato da Cocteau. Alle pagine successive Spiritisme, disegno di JIM e Iribe, e i contributi anonimi Sauf chez Augias e Le renard et la cicogne. Il Fascicolo 13 (6 Marzo 1915) di quattro carte ha per titolo Notre main con disegno di Paul Iribe. Le pagine 4-5 ospitano il componimento La fin de la grande guerre con il disegno a colori di Raoul Dufy. Il Fascicolo 14 (13 Marzo 1915) di quattro carte ha il titolo di La piège russe, con disegno di Paul Iribe e in esso ha inizio la serie di 24 disegni di JIM con il titolo Atrocités e vari sottotitoli. Il Fascicolo 15 (27 Marzo 1915) di quattro carte ha titolo Pourquoi pas? con disegno di Iribe. Il Fascicolo 16 (3 Aprile 1915) di quattro carte ha come titolo Un taube qui ne viendra pas à Paris e ospita per la prima volta in copertina un disegno di JIM-Cocteau. Contiene al suo interno un foglio sciolto editoriale con un avviso al pubblico (impresso anche a pagina 8) nel quale la redazione informa di alcuni cambiamenti a cui sottoporrà la rivista: «Cher public, le Mot se transforme. Après des recherches, il veut équilibrer ses changes et son désir de répondre à la grande faveur du public. Donc, nous décidons de paraître désormais à douze pages au lieu de huit, deux fois par mois, et à un prix, entre vingt et trente centimes, que décidera la couverture. Ainsi le Mot devient la moins chère et la plus luxueuse des publications artistiques fondées jusqu’à ce jour, et trouve sa formule definitive. Tel novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 61 La trompette des Zeppelin, disegno di JIM-Jean Cocteau per il Fascicolo 10 paraîtra le 17e fascicule de Mot, dans la seconde quinzaine d’Avril, avec un nouvel appoint de collaborations et sous notre ancienne formule: Entre le goût et la vulgarité, l’un et l’autre fastidieux, il reste un élan et une mesure: “Le fact de comprendre jusqu’où on peut aller trop loin”». Dal Fascicolo 17 (1° Maggio 1915) aumenta dunque il numero delle carte da quattro a sei, il prezzo aumenta a 30 centesimi e diviene redattore capo Max Louis-Artus. Il titolo di copertina è La veillée des neutres con disegno di Iribe, l’editoriale firmato da JIM e con disegni dei due principali artefici della rivista, Iribe e JIM-Cocteau. Il Fascicolo 18 (1° Giugno 1915) di sei carte ha il titolo Le Kaiser calme ses scrupulus e disegno di Iribe e le pagine 6-7 ospitano un disegno a colori di Léon Bankst. La redazione si scusa per il ritardo con cui il fascicolo viene dato alle stampe facendolo uscire soltanto un mese dopo il fascicolo 17 e giustifica tale ritardo con la chiamata alle armi dei lavoranti e le difficoltà riscontrate nel trovare manodopera e fornitura di carta, cosa questa che determinò anche una tiratura inferiore. Il Fascicolo 19 (15 Giugno 1915) di sei carte ha come titolo Les fronts augmentent, les têtes diminuent con disegno di Iribe, mentre sulla contropertina si trova il disegno Dante avec nous di JIM. Il Fascicolo 20 (1° Luglio 1915), privo di titolo, ha in copertina un disegno di JIM e contiene alle pagine 6-7 un disegno di Albert Gleizes e a pagina 8 un disegno di André Lhote. A partire da questo fascicolo la pubblicazione venne interrotta ex abrupto, senza alcun preavviso e ciò fu dovuto a cause di forza maggiore che conseguirono a una situazione storico-politica di evidente crisi dovuta al conflitto mondiale. novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 63 Dal fondo Emeroteca in BvS Arts et Métiers Graphiques, perla francese tra le due guerre I 68 numeri di una delle più approfondite riviste di arti grafiche GIACOMO CORVAGLIA A rts et Métiers Graphiques (AMG) è stata un’importante rivista francese di arti grafiche che ha pubblicato un totale di sessantotto numeri, su base bimestrale, da settembre del 1927 a maggio del 1939. La rivista trattava diverse tematiche che hanno influito sulle arti grafiche, tra cui la storia della stampa, la storia della tipografia, la grafica pubblicitaria, la fotografia e l’evoluzione tecnica del tempo. AMG è stata ideata da Charles Peignot, capo della fonderia francese Deberny et Peignot (azienda leader nel suo settore in Francia). In AMG, Peignot ha voluto unire tutti gli argomenti riguardanti la stampa, la sua storia e le diverse manifestazioni contemporanee. In oltre dieci anni di pubblicazione, l’ampio obiettivo editoriale di Peignot arrivò a comprendere diversi temi che spaziavano dall’illustrazione alla storia del libro, dalle varie tecniche di stampa alle discipline in espansione come la grafica pubblicitaria e l’arte fotografi- ca moderna. Inoltre, la rivista si caratterizzava per periodiche recensioni di libri in edizione limitata e ristampe di brani della letteratura classica in vesti tipograficamente innovative. Ogni edizione veniva stampata su carta di alta qualità con frequenti tip-in e inserti. Fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, AMG ha mantenuto uno dei più alti standard qualitativi per le riviste del suo tempo. Nel 1927, Peignot pubblicò il primo numero di AMG, una rivista che sarebbe diventata un punto di riferimento mondiale per le tendenze nel campo delle arti grafiche. L’obbiettivo di Peignot era quello di stampare «la rivista d’arte più interessante e lussuosa del mondo». Lo ha fatto unendo un organico degno di nota e trattando argomenti che vanno dalla storia della scrittura alla fotografia, e alle ultime tele di Picasso. La rivista aveva una tiratura di circa 4.000 copie e veniva pubblicata bimestralmente il 15 del mese. Questa tiratura esigua rendeva il magazine un ricercato oggetto da collezione. La vendita avveniva principalmente tramite abbonamenti, un terzo dei quali stranieri, provenienti da Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania ed Europa dell’est. Per questo motivo, molti dei primi numeri includevano un inserto che riassumeva gli articoli in inglese e durante l’ultimo anno di pubblicazione l’indice degli argomenti e delle immagini erano tra- novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano dotte in inglese e stampate a fianco del francese. La legatura avveniva unendo meccanicamente le varie parti del testo attraverso graffette metalliche e in seguito veniva incollata la copertina. L’attenzione ai dettagli sia per quanto riguarda il design, la veste tipografica, la scelta degli articoli e delle fotografie è stata fondamentale per AMG poiché era rivolta a un pubblico composto per la maggior parte da intellettuali francesi che erano veri e propri esperti e appassionati di edizioni deluxe. In questi libri, la veste tipografica, l’illustrazione ispirata dagli argomenti, i processi di stampa e legatura hanno fortemente contribuito alla preziosità dell’opera, la cui produzione ha richiesto l’impiego di scrittori, illustratori , disegnatori , tipografi, stampatori e legatori tra i più rinomati dell’epoca. Nel 1925 durante “Exposition des Arts Décoratifs et Industriels Modernes” Charles Peignot stabilì i primi contatti con i maggiori esponenti dell’Art Déco e del Movimento Modernista. Quando AM Cassandre, (pseudonimo di Adolphe Jean-Marie Mouron), vinse il primo premio all’Expo, con un progetto per un negozio di mobili dal titolo “Au Bûcheron”, venne incaricato da Peignot di progettare i caratteri per la fonderia conosciuti appunto come “Caratteri Peignot”. Dopo l’Esposizione del 1925, Cassandre con il designer Jean Carlu mise insieme un gruppo di artisti il cui compito sarebbe stato quello di proporre un’estetica moderna in tutte le applicazioni della progettazione e del pensiero. L’U- 65 nion des Artistes Modernes (UAM) nasce da questo obiettivo comune. Charles Peignot si unì a questo gruppo formato da artisti del calibro dello scrittore Jean Cocteau, del premio Nobel André Gide, dell’architetto Le Corbusier, della decoratrice Sonia Delaunay, di Maxmilien Vox, e da altri artisti. Peignot chiarì poi lo scopo del gruppo: «Insieme abbiamo cercato di rompere con lo stile che sopravvisse alla prima guerra mondiale. Non è sorprendente che abbia cercato di realizzare nel mio campo quello che i miei amici sta- 66 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 vano facendo nel loro». Con un gruppo di supporto senza eguali, un pubblico predisposto, un’economia ringiovanita, e la buona reputazione della sua azienda, Charles Peignot era destinato a diventare un leader nel suo campo. Arts et Métiers Graphiques si basava su dieci punti fondamentali e la loro importanza variava secondo le mode del tempo, tanto che alcuni argomenti venivano trattati in alcuni numeri per poi ricomparire molto tempo dopo su altri. Tuttavia i temi costantemente trattati erano: la storia del libro e della stampa, l’illustrazione, la bibliofilia, le tecniche delle arti grafiche, il design grafico contemporaneo, e infine una miscellanea di articoli diversi. Gli articoli sulla tipografia erano una presenza costante. Nel 1930 fu dedicato un numero monografico alla fotografia che continuò a essere un tema importante per tutta la storia della rivista. Inoltre, “Publicité” fu un argomento molto trattato dal 1934. Oltre ai temi di base, Arts et Métieres Graphiques nel corso degli anni pubblicò vari numeri monografici. “Photographie” AMG 16, “Caricature” AMG 31, e “Publicité” AMG 42, sono esempi di edizioni speciali che raccontavano il progresso internazionale in questi campi. Altri numeri speciali che si focalizzavano su specifici eventi erano: Il Numero 26, “L’Internazionale d’Arte del Libro”, che trattava unicamente della mostra sulle arti librarie avuta luogo a Parigi nel 1931. AMG 47 “Victor Hugo” che commemorava l’anniversario della morte dell’acclamato scrittore e statista francese. Il numero 59 “Les Arts et les Techiniques Graphiques” era un numero doppio in cui venivano spiegate le ultime tecniche di stampa. AMG 60 “Les plus novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 67 beaux manuscrits francais à peintures du moyen age de la Bibliothèque Nationale” era un numero speciale in cui venivano illustrati i più bei manoscritti medievali della Biblioteca Nazionale Francese esposti in mostra a Parigi nel 1937. L’ultimo di questi numeri speciali è stato pubblicato nel 1938: AMG 62 “Parigi 1937-New York 1939” e descriveva i preparativi per la Fiera di New York del 1939. Il formato editoriale di AMG rimane sostanzialmente immutato nel corso degli anni. La rivista si apriva con almeno due pagine di pubblicità. Nel recto della pagina seguente si trovava l’indice dei contenuti, l’impronta, i crediti editoriali e il listino prezzi, mentre sul verso della pagina vi era il Colophon. La seconda parte della rivista includeva sempre un articolo su un artista di successo. Questo articolo, riccamente illustrato, era arricchito da riproduzioni di opere dell’artista, da una breve bibliografia delle sue pubblicazioni e, talvolta, da un ritratto fotografico o da un autoritratto. Vi era poi la colonna denominata “L’Oeil du Bibliophile” in cui venivano illustrati libri antichi e di pregio ed era spesso seguita da recensioni dei migliori libri a tiratura limitata. AMG forniva anche un saggio delle edizioni di lusso inserendo spesso carte originali come prova della loro ottima qualità. Nella parte seguente si trovava la sezione denominata “l’Actualité Graphique” che era una vetrina per nuove tecniche d’illustrazione e graphic design. Qui vi erano manifesti pubblicitari e opuscoli che venivano riprodotti con piccole didascalie e poco testo esplicativo; la sezione era illustrata con numerosissime tavole a colori. I numeri di Arts et Métiers Graphiques si concludevano con “Note et Echos”: una sezione per gli annunci, le lettere al direttore, brevi articoli e numerosi messaggi pubblicitari da parte dei librai, case editrici, produttori di carta, agenzie pubblicitarie e riviste straniere di arti grafiche. La rivista è stata un appuntamento fisso della stampa di pregio e del giornalismo di settore per dodici anni, fino a quando, l’inizio della seconda guerra mondiale ne ha prima interrotto e poi fatto definitivamente cessare la produzione. 68 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 BvS: un’utopia sempre in fieri Recenti acquisizioni della Biblioteca di via Senato Prime edizioni originali o in ristampa dal Quattrocento a oggi Arianna Calò, Giacomo Corvaglia, Margherita Dell’Utri e Annette Popel Pozzo Antony de Witt, Antonio (1876-1967). Simulacri de la morte. Dieci silografie originali con una nota introduttiva di Pier Carlo Santini. Milano, all’insegna del Pesce D’oro - Vanni Scheiwiller, 1963 (Serie Incisioni Originali). Edizione a cura di Vanni Scheiwiller che contiene 10 tavole silografiche numerate e firmate da Antony de Witt, impresse al torchio della Officina Bodoni di Giovanni Mardersteig. L’edizione consta di sessanta copie contrassegnate da 1 a 60 e di cinque contrassegnate con le lettere A, E, I, O, U. Esemplare N. 30. Bartolini, Luigi (1892-1963). Addio ai sogni. 6 poesie e 6 acqueforti. Milano, all’insegna del Pesce D’oro - Vanni Scheiwiller, 1953 (Serie Incisioni Originali). Edizione a cura di Vanni Scheiwiller con il testo su carta “japon”, contenente 6 acqueforti originali firmate da Luigi Bartolini, consta di ottanta copie numerate da 1 a 80 e di cinque copie contrasse- gnate con le lettere A, E, I, O, U. Esemplare N. 16. Borghi, Giuseppe (17901847). In morte di Vinc. Bellini cantica di Giuseppe Borghi. Palermo, Tipografia Pedone, 1835. Prima edizione con un ritratto di Vincenzo Bellini in antiporta. Al recto dell’ultima carta l’indicazione: “Le copie non firmate dall’autore saranno dichiarate apocrife, i contraffattori saranno soggetti alla legge del 5 febbraio 1828” a cui fa subito seguito la firma di Borghi. Brandolini, Aurelio Lippo (1454-1497). Lippi Brandolini De ratione scribendi libri tres, numquam antea in lucem editi: [...] Adiecti sunt, Io. Ludovici Vivis D. Erasmi Roterodami. Conradi Celtis, Christophori Hegendorphini, De conscribendis epistolis libelli. Cum locuplete rerum & verborum memorabilium indice. Basilea, Johann Oporinus, 1549. Prima edizione a cura di Sebastiano Corradi dell’opera scritta nel 1485, ma data alle stampe soltanto nel 1549. Il testo espone i precetti intorno allo scrivere con metodo. L’Autore, vissuto alla corte di Mattia Corvino, si ispirò a lui per il suo De comparatione rei publicae et regni, dedicato dopo la morte di Mattia (1490) a Lorenzo de’ Medici. Brandolini in questo dialogo si serve di Mattia Corvino non solo come modello per la definizione del monarca rinascimentale, ma addirittura come personaggio interlocutore. Carducci, Giambattista (18061878). Su le memorie e i monumenti di Ascoli nel Piceno discorso di Giambattista Carducci architetto. Fermo, Saverio Del-Monte (Tipografia Ciferri), 1853. Prima edizione di quest’opera dell’architetto fermano Giambattista Carducci, massimo esponente dell’eclettismo neoclassico marchigiano, noto anche per la sua attività di tutela, conservazione e restauro dei monumenti. Il volume raccoglie 10 tavole che raffigurano la pianta topografica della città di Ascoli e diverse novembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano vedute della città: Piazza dell’Arringo; Battistero di S. Giovanni, e della chiesa di S. Maria inter Vineas; del Ponte di Cecco; della Piazza del Popolo; del Ponte di Solestà; di Porta Romana; dell’acquedotto sul Ponte di Porta Cartara; di S. Gregorio Magno e delle costruzioni dell’Annunziata; di Ponte Nativo e della chiesa di S. Maria delle Donne. Carroll, Lewis (1832-1898). Le avventure d’Alice nel paese delle meraviglie. Bologna, Giuseppe Zanasi, dicembre 2009. Edizione proposta nella prima traduzione in italiano del 1872. Esemplare 25/30 con disegno originale dell’artista Antonio Saliola (1939-) raffigurante l’episodio della sala del tè. Firmato al colophon da Saliola che è autore anche delle 9 illustrazioni applicate su tela che arricchiscono l’edizione. Bellissima legatura amatoriale in pelle rossa firmata Luigi Castiglioni, con il titolo “Alice” a intarsio in pelle verde e gialla al piatto anteriore. Al contropiatto anteriore tre applicazioni incastonate inerenti al tema di Alice nel paese delle meraviglie: con applicazione di camoscio e due piccole carte in ceramica dipinte a mano. Collodi, Carlo (1826-1890). Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino. Roma, Trec Edizioni Pregiate, 1983. 37 tavole a colori (di cui una in antiporta), a piena pagina, di Venturino Venturi, più volte interprete della storia del burattino e autore dei mosaici nel Giardino di Pinocchio a Collodi. Impressa su carta a mano appositamente fabbricata dalla Cartiera Miliani di Fabriano, è a tiratura limi- tata e numerata. Esemplare n. 712/999 firmato da Venturi. Editio Princeps Centenarii, tirata in occasione del centenario dalla prima pubblicazione de Le avventure di Pinocchio (1883, Libreria Editrice Felice Paggi, con le illustrazioni di Enrico Mazzanti) sotto gli auspici del Ministero della Pubblica Istruzione e della Fondazione Nazionale “Carlo Collodi”. Precedono il testo, diviso in XXXVI capitoli: C’era una volta un pezzo di legno di Umberto Bosco; Venturino: uno scultore per i cent’anni di Pinocchio, di Giuseppe Selvaggi; Richiamo alla famiglia, ritorno allo studio di Guido Bodrato; Per il monumento a Pinocchio di Venturino in Collodi di Alessandro Parronchi. D’Annunzio, Gabriele (18631938). Il compagno dagli occhi senza cigli. Torino, Fògola editore, 2009 (La Grande Collana, 39). Uno dei LXXV esemplari su carta a tino, ad personam e con le sei incisioni all’acquaforte e fondino di Xavier de Maistre e tirate su torchio calcografico da Ivan Terreno. L’edizione contiene un saggio di Giorgio Bàrberi Squarotti e una nota introduttiva di Franco Bracci. L’edizione è accompagnata dal classico segnalibro editoriale in betulla. Ferri, Luigi (1914-2007). La psicologia di Pietro Pomponazzi secondo un manoscritto inedito dell’Angelica di Roma del Prof. Luigi Ferri. Roma coi tipi del Salviucci. 1876. Roma, coi tipi del Salviucci, 1876. Fondamentale opera sul celebre filosofo mantovano in occasione del ritrovamento del manoscritto del suo commento al De Anima aristotelico di cui vengono forniti ampi 69 squarci insieme a notizie sul suo pensiero e il suo insegnamento a cura del noto studioso bolognese. Genovesi, Antonio (17131769). Della diceosina o sia Della filosofia del giusto e dell’onesto per gli giovanetti. Libro I [- II] dell’ab. **. Napoli, Stamperia Simoniana, 1766-1771, 2 volumi in un tomo. Edizione napoletana di un testo di uno dei più importanti pensatori meridionali del Settecento, Antonio Genovesi, conosciuto per aver allevato un’intera generazione di intellettuali, tra cui Francesco Pagano e Gaetano Filangieri. La Diceosina, testo stimato complesso, venne concepito dall’autore per l’uso universitario. Potente, per quanto controverso, tentativo di mediare tra la storia della filosofia morale e i problemi della società commerciale del Settecento, ancor più è noto come un testo base sui concetti del giusto e dell’onesto, con l’invito “ai giovanetti filosofi” ad avere una visione realistica di tutta la società. Gozzi, Carlo (1720, 1806). La semplice in cerca di spirito. Acqueforti di Tullio Pericoli.Cento Amici del Libro. Milano, Cento Amici del Libro, 2010. Edizione a cura di Cento Amici del Libro. Prima edizione dell’inedita La semplice in cerca di spirito, atto unico composto da Carlo Gozzi nel 1780 e mai pubblicato. Contiene cinque acqueforti originali, tra cui la copertina, di Tullio Pericoli. Pierluigi Puliti a Milano ha tirato le cinque acqueforti su fogli al tino di carta Alcantara appositamente fabbricati da Sicars nel formato 35x105, con filigrana al bordo Gozzi Pericoli 2010, 70 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 nonché i nove frammenti tratti dalle stesse su carta Kinugawa Kozu. Il testo è stato impresso in carattere Custodia, con torchio a mano, da Alessandro Zanella nella sua officina in Santa Lucia ai Monti. Lo stesso Zanella ha applicato i nove frammenti. Edizione in 130 esemplari firmati dall’artista. Esemplare n. 63 stampato per Marcello Dell’Utri. Precedono il testo la dedicatoria di Gozzi alla signora Polissena Contarini Cavaliera Mocenigo, l’elenco dei personaggi e gli Avvertimenti. Segue le XXII scene Un’inedita e maliziosa “commediola” villereccia di Carlo Gozzi, nota di Fabio Soldini. Passi, Giuseppe (1569-1620). Dello stato maritale trattato di Giuseppe Passi ravennate nell’Accademia de’ signori informi di Ravenna l’Ardito ... Opera non meno utile, che dilettevole a ciascheduno. Con una tavola copiosissima delle cose più notabili, che nell’opera si contengono. Al molto illustre Signor mio sempre osservandissimo. Il signor Giulio Spreti. Venezia, Giacomo Antonio Somasco, 1602. Prima edizione. L’Autore (1569-1620), di Ravenna, fu stimato scrittore e letterato di gran fama. L’opera descrive minuziosamente ogni aspetto della condizione matrimoniale. Martini, Giuseppe (18701944). Bibliothèque Joseph Martini. Première partie. Livres rares et précieux d’autres provenances. Exposition 20/26 Août 1934. Vente les 27-28 Août 1934 à 14.30 H; le 29 Août 1934 à 9.30 H. Galerie Fischer Grand Hotel National Lucerne. Librairie ancienne Ulrico Hoepli Galleria De Cristoforis. Milan. Milano, Ulrico Hoepli, 1934; Bibliothèque Joseph Martini deuxième partie. Livres rares et précieux d’autres provenances. Exposition 15/20 Mai 1935. Vente les 21-22 Mai à 14,30 H. le 23 Mai à 9,30 H. Zunfthaus zur Meise Zurich. Librairie ancienne Ulrico Hoepli. Galleria De Cristoforis Milan. Milano, Ulrico Hoepli, 1935. Due cataloghi d’asta rilegati insieme, contenenti importanti libri rari e di pregio, in gran parte provenienti dalla Collezione di Giuseppe Martini. Particolarmente interessante che oltre al listino con i prezzi di stima, l’esemplare rechi i prezzi scritti dallo stesso Martini accanto ai singoli lotti con l’aggiunta manoscritta “Prezzato Giuseppe Martini”. Pomponazzi, Pietro (14621524). Petri Pomponatii Mantuani. Tractatus acutissimi, utillimi, & mere peripatetici. De intensione & remissione formarum ac de parvitate & magnitudine. De reactione. De modo agendi primarum qualitatum. De immortalitate anime. Apologie libri tres. Contradictoris tractatus doctissimus. Defensorium autoris. Approbationes rationum defensorij, per fratrem Chrysostomum theologum ordinis predicatorij divinum. De nutritione & augumentatione. Venezia, eredi di Ottaviano Scoto & C, 1525. Prima rara edizione collettiva che comprende nove scritti fino al 1519 con l’aggiunta del De nutritione et augmentatione del 1521. L’opera viene considerata importante perché contiene testi non pubblicati nell’edizione dell’Opera del 1567. Legatura coeva in piena pergamena floscia con tracce di due bindelle e unghiatura. Copia proveniente dalla raccolta del principe di Liechtenstein con l’ex libris al contropiatto anteriore. Salvini, Salvino (1667-1751) Fasti consolari dell’Accademia Fiorentina di Salvino Salvini Consolo della medesima e Rettore Generale dello Studio di Firenze all’Altezza Reale del serenissimo Gio: Gastone Gran Principe di Toscana in Firenze. 1717 Nella Stamperia di S. A. R. Per Gio: Gaetano Tartini e Santi Franchi. Firenze, Giovanni Gaetano Tartini, 1717. Prima ed unica edizione di quest’opera biografica, rara. Nonostante sia rimasta incompleta, l’opera raccoglie numerose biografie dei membri dell’Istituzione fondata da Cosimo I per la promozione e la diffusione del fiorentino. Contiene numerose notizie biografiche inedite su personaggi del calibro di Michelangelo e Leonardo da Vinci; le pp. 397-446 contengono un Racconto istorico della Vita del sig. Galileo Galilei scritto da Vincenzo Viviani e qui pubblicato per la prima volta. Moreni II, 301: “Questo è un libro sommamente pregevole, in cui l’Autore ebbe l’avvertenza per non apparire Plagiario di tralasciare le notizie nell’altro, che va sotto il nome di Iacopo Rilli”. Tolomei, Claudio (14921555). Versi, et regole de la nuova poesia toscana. Roma, Antonio Blado, 1539. Prima edizione a cura di Cosimo Pallavicino, in cui Tolomei teorizza, esemplificando con componimenti suoi e di altri autori, la possibilità di trasferire la metrica quantitativa latina alla poesia italiana. Nel 1538 Tolomei fondò a Roma l’Accademia della virtù, che si riuniva nella casa dell’arcivescovo Francesco Colonna, e poco tempo dopo l’Accademia della Poesia Nuova, con l’intento di introdurre i metri classici nella poesia volgare. la Biblioteca di via Senato Milano la Biblioteca di via Senato Milano mensile anno II n.3 – marzo 2010 Questo “bollettino” mensile è distribuito gratuitamente presso la sede della Biblioteca in via Senato 14 a Milano. Chi volesse riceverlo al proprio domicilio, può farne richiesta rimborsando solamente le spese postali di 20 euro per l’invio dei 10 numeri. Pasolini: l’affaire “Petrolio”, e una mostra di scatti e libri Luigi Mascheroni e Matteo Tosi Dopo 30 anni , una nuova bio di Malaparte? Giordano Bruno Guerri I furti di Napoleone esposti al Louvre Chiara Bonfatti la Biblioteca di via Senato Milano mensile anno II n.7 – luglio/agosto 2010 La biblioteca di Mario De Micheli in via Senato Italo Mazza, Matteo Tosi, Anna e Gioxe De Micheli I diari del Duce: occhi su gerarchi e Gran Consiglio I libri di Borges ne raccontano vita e pensiero Matteo Noja e Laura Mariani Conti Versamento a mezzo bonifico intestato a “Fondazione Biblioteca di via Senato - via Senato 14 - Milano” presso Monte dei Paschi di Siena, agenzia di Segrate IBAN: IT 60 K 01030 20600 000001941807 Nome Cognome indirizzo a cui si intende ricevere la rivista Milano la Biblioteca di via Senato Inviare la scheda di abbonamento unitamente a copia del bonifico effettuato al numero di fax 02.782387. Per l’attivazione dell’abbonamento farà fede la ricezione del fax compilato secondo le modalità descritte telefono mail CF / Partita IVA firma consento che i miei dati personali siano trasmessi ad altre aziende di vostra fiducia per inviarmi vantaggiose offerte commerciali (Legge 675/96) Barri la casella se intende rinunciare a queste opportunità 72 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2010 La pagina dei lettori Bibliofilia a chiare lettere Il “Fondo Impresa” e le novità pratesi a proposito di Malaparte Leggendo l’articolo a firma di Giacomo Corvaglia sul centocinquattresimo anniversario della Campari sono venuto a conoscenza del vostro fondo di storia dell’impresa. Vorrei avere maggiori informazioni a proposito della sua dimensione e composizione, e inoltre sapere se è possibile consultarlo. Alessandro Leone Il “Fondo di storia dell'impresa in Italia dall'Unità a oggi” è un vero e proprio unicum nel panorama delle biblioteche italiane. È composto da oltre 6.000 volumi e documenta le vicende dell'attività e della produzione imprenditoriale italiana dall’Unità d’Italia ai giorni nostri. Si possono trovare libri celebrativi di aziende, cataloghi di vendita, brochure e strenne, materiale spesso irreperibile nei consueti canali di distribuzione editoriale. Il Fondo è accessibile al pubblico, esclusivamente presso la nostra sala di consultazione, dal lunedì al venerdì nei consueti orari di apertura, previo appuntamento, chiamando ai nostri numeri telefonici o scrivendo un’email ai nostri indirizzi di posta elettronica. Dopo aver ammirato nei vostri spazi milanesi la bella mostra dedicata all’opera e alla figura di Curzio Malaparte, sono recentemente passato da tese si costruì in quel di Capri. Non mi aspettavo una così grande novità e mi sono chiesto se fosse consuetudine della vostra Fondazione rinnovare a tal punto, di città in città, le proprie mostre itineranti. Simone Nebuloni Se volete scrivere: [email protected] Tutti i numeri sono scaricabili in formato pdf dal sito www.bibliotecadiviasenato.it Prato per affari. Memore di un vostro passato annuncio, ho fatto tappa a visitare anche questa “seconda puntata” della suddetta esposizione, anche e soprattutto per accompagnarvi le persone con cui mi ero incontrato. Invece, è stata un’esperienza nuova anche per me, che sono rimasto assolutamente sorpreso dall’enorme ricostruzione della famosa villa che lo scrittore pra- Molto spesso, le mostre che organizziamo negli spazi della Biblioteca di via Senato sono pensate come eventi “unici”, studiati esclusivamente per la nostra Fondazione. Ma l’interesse riscosso da questa esibizione sul Malaparte uomo e scrittore è stato subito molto forte in tutta Italia e non solo, e abbiamo quindi progettato un allestimento riadattabile a spazi e luoghi diversi. La vastità dell’Archivio in nostro possesso, poi, potrebbe consentirci di portare una mostra “nuova” in ogni occasione, ma questo sarebbe francamente troppo e forse nemmeno corretto. L’idea di caratterizzare ogni singola tappa di questo “tour”, ognuna con la propria specificità, ci è però sembrata affascinante e coerente al tempo stesso. E qui abbiamo approfittato degli immensi spazi del Museo del Tessuto per dare vita a un progetto assolutamente inedito: la ricostruzione in scala 1 a 2 della celeberrima residenza caprese dello scrittore, per restituirne più vividamente anche questa “impresa” da architetto. 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