Report Is Murusu: quando i muri aprono spazi per l'interazione sociale Il report si riferisce all’osservazione sul campo durante i lavori de “Is Murusu de Santa Teresa”sostanziandosi delle prime impressioni su questo intervento artistico e sociale. Si renderà necessario completarle con un successivo approfondimento nel medio periodo sugli effetti prodotti nel quartiere e,in particolare,nel sentire e agire dei suoi residenti. Se pensiamo alle città come ad “oggetti territoriali sintetici che riassumono e rappresentano versioni proprie delle ragioni, cause , degli effetti e delle dinamiche delle relazioni, dell’organizzazione spaziale” ( F. Governa, M. Memoli, 2011, p.14) i quartieri, e segnatamente alcuni di essi, sono ulteriori versioni ad una scala locale sempre più ridotta ma non meno significativa, di questa visione. In accordo a ciò, per una comprensione delle città e dei suoi molteplici aspetti, l’osservazione e l’analisi di interventi sull’urbano come quello in oggetto del progetto “Is murusu de Santa Teresa”, se valutato nei suoi obbiettivi, nelle sue modalità di attenderli, sugli effetti che esplica, sui cambiamenti eventualmente prodotti nel sentire e nel vivere in primo luogo dei residenti del territorio in cui è realizzato, può offrire nuovi spunti e chiavi alla riflessione sull’urbano che tenterò di approfondire in un prossimo lavoro di tesi, dalla prospettiva privilegiata, ma allo stesso tempo multidisciplinare, della geografia urbana. Grazie alla disponibilità dell’associazione Urban Center Cagliari e in particolare del responsabile del progetto Daniele Gregorini e della curatrice della parte sociale e dei laboratori Adriana Pisanu, dell’accoglienza dimostrata dai partner, direttore artistico e artisti stessi ho potuto seguire le ultime fasi preparatorie (fine ottobre 2015) e assistere quotidianamente alla realizzazione dei lavori. “Is Murusu de Santa Teresa” realizzato dall’associazione culturale Urban Center, nasce da un’idea dell’artista Manu Invisible presentata nel settembre 2014 in occasione del ciclo di incontri “Un giorno migliore sarà” all’interno del workshop dal titolo “L’arte come strumento di integrazione e superamento del disagio sociale”. Il dibattito, organizzato dalla fondazione onlus Domus de Luna, si è tenuto al centro di aggregazione giovanile Exmè, nato dalla riqualificazione del mercato civico di Via Antonio Sanna nel quartiere di Santa Teresa, dismesso e in stato di abbandono e degrado dalla sua chiusura nel 1998. Qui la fondazione ha creato uno spazio dove, coerentemente con la sua mission, assiste bambini, ragazzi e mamme in gravi difficoltà. Le attività del centro vengono illustrate nel sito della fondazione “ (...) è un centro giovani in cui usiamo la musica e l’arte come alternativa alla strada, per aggregare i giovani e stare con loro. E’ un centro diurno dove si svolgono attività socio-educative. E’ un centro culturale dove si organizzano concerti, spettacoli e seminari che trattano le problematiche e il disagio dei giovani. E’ anche un centro di formazione dove i ragazzi intraprendono un percorso di crescita acquisendo qualità professionali che potranno sfruttare per realizzarsi in un futuro impiego”(Domus De Luna). Durante l’incontro alla presenza dello psicoterapeuta Luigi Cancrini, della presidente della fondazione Alta Mane Italia Maria Teresa Scassellati Sforzolini, dell’assessore all'urbanistica del comune di Cagliari Paolo Frau e un gruppo di artisti tra cui Manu Invisible , si sottolinea da più punti di vista l’importanza del ricorso all’arte nel sociale come strumento di integrazione, linguaggio diretto che possa favorire l’espressione di sé e la crescita personale. In quell’occasione insieme agli artisti Conan, Crisa, la Fille Bertha e Ufoe, è presentata l’idea progettuale che l’associazione Urban Center Cagliari accoglie e mette in atto con il finanziamento dell’assessorato alla cultura del Comune di Cagliari. Il proponente, costituito in associazione nel luglio del 2012, è impegnato nello sviluppo di “progetti ed eventi di innovazione territoriale (...) costruendo reti e collaborazioni tra persone ed attori locali”(Urban Center Cagliari). Nella propria pagina riassume la sua attività nelle parole chiave di “idee, innovazione e creatività per il territorio”(ibidem). L’organizzazione e coordinazione del progetto “Is Murususu de Santa Teresa” fa pertanto leva sull’esperienza maturata dall’associazione nel favorire la cooperazione fra hab territoriali. Inoltre, servirsi dell’arte non solo da un punto di vista estetico ma come motore di un nuovo rapporto con il territorio, in particolare nelle aree periferiche perchè la collettività se ne riappropri in maniera più attiva e consapevole, sostanzia gli interventi nella “Galleria del Sale”che, nell’agosto 2014, nell’ambito del progetto “Iniziative di creatività urbana – Inter20”, finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale, e promosso dall’Assessorato all’Istruzione, Politiche Giovanili, Sport, Cultura e Spettacolo del Comune di Cagliari, crea “la prima galleria di arte contemporanea a cielo aperto nel comune di Cagliari” (ibidem). Nell’ambito di “Is Murusu de Santa Teresa” a partire dal 3 novembre 2015 vengono realizzate quattro opere di grandi dimensioni su altrettante facciate del quartiere di edilizia popolare di Santa Teresa a Pirri (meno delle otto previste) che ha visto coinvolti per circa due settimane un gruppo di artisti scelti e coordinati dalla direzione artistica di Manu Invisible (autore anche lui di un intervento): locali come Warpix Duo, Davide Medda e Kofa; nazionali come Frode e internazionali come il belga Dzia. Il gruppo, eterogeneo per età, provenienza, esperienza artistica e familiarità con il quartiere ha lavorato seguendo un filo comune dichiaratamente volto a valorizzare la rinascita di Santa Teresa. Ognuno con la sua sensibilità e personale interpretazione: la scelta dei colori che riprendano il verde dei numerosi giardini e spazi realizzati e curati dai residenti; la rappresentazione dell’importanza della comunicazione e dello scambio che può essere motore della rinascita dei rapporti di vicinato; la ripresa della tradizione coniugata ad uno sguardo verso il futuro e la luce che illumina la rigenerazione del rione. I muri del quartiere diventano così uno spazio da cui rilanciare un’idea di città che si contrapponga alla frammentarietà e accostamento l’una all’altra di aree che non dialogano fra loro ma sono separate e isolate da frontiere (Secchi B., 1999). Il linguaggio artistico è scelto come mezzo immediato per “rivitalizzare aree cittadine” (come da progetto) molto spesso marginali rispetto ai “processi innovativi, del sapere, del mondo del lavoro, conservando solo nella collocazione spaziale l’idea di urbano ” (Amato F., 2014, p.24). L’osservazione compiuta durante “Is Murusu” mi ha portato a riflettere su quelli che ritengo siano i punti di forza e quali, in chiave costruttiva, le criticità o meglio le potenzialità da esprimere di questa esperienza. Fin dalla fase preparatoria appaiono evidenti alcuni punti di forza del progetto: in primo luogo la conoscenza e la familiarità con il quartiere che i capo fila, il partner e il direttore artistico, seppur a diversi livelli e mediati da esperienze differenti, possiedono. Risulta fondamentale quando si voglia concretizzare un intervento efficace e non fine a se stesso, finalizzare la richiesta dei fondi alla realizzazione di un’idea con una sua precisa storicità, parte di un percorso iniziato precedentemente da parte degli attori coinvolti. Urban Center, il capofila, possiede una buona preparazione sulla storia passata e sulle vicissitudini presenti del quartiere, oggetto di diversi articoli pubblicati sul sito dell’associazione e maturata grazie al lavoro sul campo con la partecipazione a “Linee di Faglia” avviato nell’autunno 2014 con il coinvolgimento “ insieme ad altre tre associazioni, in un processo di innovazione sociale e di rigenerazione urbana nel quartiere di Santa Teresa.” (Urban Center Cagliari). Manu Invisible, direttore artistico, ha lavorato nel rione svolgendo laboratori di pittura per ragazzi e collaborando con l’Exmè. La fondazione Domus De Luna, partner, si è progressivamente radicata sul territorio grazie alla creazione di un centro giovanile che, dal 2012, propone ai ragazzi dai sei ai quindici anni una serie di attività diversificate da parte di personale specializzato non soltanto nel campo educativo, ma in diversi ambiti tra cui quello artistico e musicale. Proprio la familiarità con il quartiere ha reso possibile la realizzazione del progetto in una realtà così peculiare e allo stesso tempo poco conosciuta del tessuto urbano cagliaritano. “Santa Teresa è un paese nel bene e nel male”questo è quello che si sente dire da chi in quel quartiere lavora. La stessa impressione si ha nell’attraversarlo e nel trascorrevi del tempo. Dall’altra parte il rione è inserito nella realtà particolare di Pirri , “paese antico ”(M.R.Lai 2006), istituita come Municipalità nel 2000 (di cui all'art. 17 del D.Lgs. 267/2000 che modifica l’art 53 dello Statuto del Comune di Cagliari) e confermata come circoscrizione di decentramento comunale nel 2011 ( in virtù dell'art. 2, comma 1, della Legge Regionale n.10 del 18 marzo 2011). Secondo le definizioni di alcuni importanti dizionari (Treccani, De Mauro) un paese può essere identificato dal suo aspetto fisico di luogo abitato di modeste dimensioni, con riferimento alle persone che ci vivono e dalla capacità di differenziarsi rispetto al resto del territorio per caratteristiche proprie e omogenee. In queste definizioni emergono e si intrecciano caratteristiche fisiche (spaziali) e sociali ( relazione fra le persone) in una combinazione che non può essere trascurata da interventi che vogliano risultare efficaci sul territorio. La progressiva espansione di Pirri, divenuta frazione del capoluogo nel 1928, favorisce l’appropriazione da parte del centro urbano delle sue periferie, ettari di terreno prima adibiti alla coltivazione. “Molti ettari di terreno furono lottizzati ad uso edificatorio nelle località nordoccidentali di Bingia Bonaria e Santa Teresa e in quelle orientali di San Nicol ò e Is Bingias” (Ibidem, p.174). Questo dato viene confermato da un residente della zona antistante Via Antonio Sanna che, nei giorni di realizzazione del progetto “Is Murusu”, parla di quell’area come di un’aperta campagna in cui si coltivava il grano ed altri prodotti. Nel 1987 in questa periferia, in un’area un tempo di proprietà dei padri gesuiti ,viene edificato dal comune di Cagliari il quartiere di edilizia pubblica di Santa Teresa che costituisce, insieme i rioni di San Giuseppe e di Parteolla, uno dei trentuno quartieri di Cagliari, appunto di San Giuseppe – Santa Teresa – Parteolla (A. Zedda, 2014). Nelle intenzioni della pubblica amministrazione nasce per regolamentare un’area di abusivismo edilizio soprattutto del vicino quartiere, poi risanato a norma di legge, di Barracca Manna dove vivono “circa 6000 persone (...) esponenti di ogni classe sociale, alloggiate in unità immobiliari delle più diverse tipologie: ad abitazioni modeste fanno da contraltare ville lussuose ” (M.R.Lai, 2006, p.175). Ragionando in termini di geografia urbana la relazione tra la costruzione del complesso di case popolari e la sua gestione negli ultimi ventotto anni ha contribuito a costituire l’identità non solo fisica, ma anche sociale del quartiere, contribuendo a costruirne l’immagine. Senza volermi dilungare troppo nell’analisi di un tema che ho necessità di approfondire ulteriormente nelle prossime settimane, la sensazione di camminare in un “paese” con dinamiche proprie estranee a quelle del centro urbano della municipalit à e del Comune stesso a mio avviso è innegabile. Queste osservazioni di contesto sono necessarie per comprendere dove il progetto “Is Murusu” si inserisca e in rapporto a quali attori. Sebbene possa qualificarsi come intervento esterno, nel senso di non essere stato promosso direttamente dai beneficiari diretti, sicuramente si realizza come tappa di un percorso avviato dai suoi attori, peraltro come tappa intermedia e non come punto d’arrivo. Questo ha permesso al progetto di integrarsi nel quartiere. Un altro merito di “Is Murusu ” risiede nella scelta e nella padronanza del linguaggio artistico proposto. Come è stato condiviso nelle riunioni precedenti l’avvio dei lavori, l’opera è centro ma come veicolo vero: l’utilizzo stesso del linguaggio della street art non è casuale e non è collegato solamente alle sue potenzialità espressive. A Santa Teresa c’è un tasso abbastanza significativo di giovani che non hanno compiuto quindici anni. Secondo l’analisi del contesto demografico che ha come fonte l’Atlante Demografico del Comune di Cagliari,rielaborata e ripresa dal magazine online Sardarch, infatti al 2013, nonostante una tendenza all’invecchiamento, vari indicatori collocherebbero Santa Teresa nel gruppo dei quartieri meno anziani se rapportato all’indice di invecchiamento molto elevato del capoluogo ( Zedda A., 2014). I giovani hanno familiarità con il linguaggio artistico della street art, anche grazie alle attività svolte all’interno del quartiere nel centro di aggregazione giovanile Exmè che hanno visto come protagonisti Manu Invisible e alcuni degli artisti poi coinvolti in “Is Murusu ”. Tuttavia non è mancata la presa di posizione e l’apprezzamento da parte di residenti appartenenti a fasce di età più mature. Durante le fasi preparatorie e nella realizzazione del progetto gli attori hanno sottolineato il pregio artistico delle opere e il valore aggiunto che potevano rappresentare per il quartiere. La forza di questo messaggio è stata sostenuta dalla sinergia fra i partecipanti su questa e altre linee guida. Ma soprattutto scaturisce dal processo di attivazione della partecipazione locale, parte integrante e senso del progetto stesso. Diversi abitanti hanno espresso apprezzamento sulla qualità artistica delle opere realizzate che sebbene non corrispondesse sempre ad un consenso generalizzato dal punto di vista estetico, si manifestava abbastanza diffusamente nel riconoscimento del valore e della nuova immagine che le facciate interessate assumevano, progressivamente, dopo l’intervento. Non sono mancate in questa fase le occasioni di confronto previste o innescate collateralmente dal progetto stesso. Fondamentale in questo senso è stato l’ obbiettivo più volte dichiarato, sul quale gli attori del progetto fondavano la loro collaborazione, di realizzare un’arte sociale. Questa finalità prevista in fase progettuale diventa un messaggio forte e identitario del progetto stesso: tutti gli attori coinvolti orientano i loro comportamenti e il confronto con la popolazione e il suo coinvolgimento su alcune linee guida, frutto della previsione di meccanismi di partecipazione e del confronto fra gli attori stessi. La capacità di gestire la non facile coordinazione fra più soggetti, l’apertura ai contributi e al confronto fra i partecipanti in fase preparatoria, la disponibilità degli operatori, il convincimento sulla validità del progetto, la presenza costante nel quartiere durante i lavori a disposizione di qualsiasi necessità di chiarimento da parte dei residenti, hanno reso possibile per i beneficiari individuare chiaramente il tipo di intervento che si realizzava nel loro rione. Artistico ma anche sociale (come viene definito dagli stessi organizzatori), finanziato da un assessorato ben distinto da quello che soprintende ai necessari lavori strutturali, al quale gli stessi abitanti del quartiere erano chiamati a partecipare con opinioni e suggerimenti. Attraverso il linguaggio ad elevato impatto comunicativo della street art e della tecnica di pittura muraria,”Is Murusu” si propone di innescare processi di “sviluppo sociale e territoriale”(come da progetto); è un esempio di innovazione sociale che cerca di introdurre buone prassi replicate, frutto del “lavoro di ricerca sulle esperienze sociali più innovative e meritevoli di attenzioni”(ibidem) che in Italia utilizzano lo stesso linguaggio per progetti di riqualificazione e rigenerazione urbana, e replicabili, avendo come obbiettivo il contagio a livello della stessa area di intervento e più ampio. Dal punto di vista degli attori del progetto diventa una preziosa occasione per entrare nel quartiere e approfondirne la conoscenza, condizione imprescindibile per essere volano di un’apertura verso l’esterno e permettere ad altri di fruire quegli spazi, favorendo il dialogo all’interno del tessuto urbano, come lo stesso capofila auspica negli obbiettivi attesi in fase progettuale. In un’ intervista alla radio locale “Radio X” andata in onda il due novembre Manu Invisible chiarisce il ruolo di medium svolto dalle opere che saranno realizzate. Alla domanda dell’intervistatore su cosa si aspetti di ricavare dall’esperienza di “Is murusu” risponde: “ Innanzitutto una scusa per parlare al quartiere, la scintilla (...)per accendere discussioni semplicemente per strada anche con una persona che non conosco. Con questa piccola scusa ho conosciuto molte persone nel quartiere che adesso saluto”. Il rapporto fra il territorio e chi lo abita è fondamentale per l’intervento. I residenti del quartiere e in particolare i giovani, sono al centro di un percorso che mira ad un un loro coinvolgimento attivo, favorendone “l’espressività e la socializzazione” (ibidem) e la partecipazione, nel tentativo di renderli attori di un processo che ribalti il rapporto centro – periferia. L’arte è mezzo di dialogo con il territorio e cerca di conferire centralità e visibilità ad un’area che, per localizzazione e rapporto con il resto del tessuto cittadino, si connota e viene riconosciuta e spesso stigmatizzata come periferica. “Signora a noi interessa principalmente la sua opinione”. Penso che questa frase più volte detta ai residenti che nei giorni dei lavori si rivolgevano agli organizzatori, sempre presenti in loco, riassuma efficacemente l’anima del progetto. Ecco cosa fa di un intervento artistico un’azione sociale: l’ atteggiamento assertivo e aperto al confronto con la popolazione, la presenza costante sul luogo, la scelta mirata dei partner, la sinergia fra gli attori. Grazie a queste sue caratteristiche “Is Murusu” nelle settimane di realizzazione è progressivamente riuscito ad affermarsi in maniera specifica rispetto ai diversi interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria avviati dall’autorità pubblica e con un legame di continuità rispetto all’imprescindibile partner territoriale presente in loco, la fondazione Domus de Luna, grazie anche alla disponibilità dei suoi operatori. Sono senza dubbio presenti degli elementi di originalità rispetto ai precedenti interventi che hanno usato lo stesso linguaggio artistico. In passato le azioni creative conferiscono una precisa immagine al centro giovanile, colorata, vivace e caotica e ne segnalano la presenza nel quartiere, oltre che essere usate principalmente come strumento di avvicinamento e coinvolgimento dei ragazzi. Con “Is Murusu” si cerca di interessare progressivamente ( a partire per il momento dai quattro civici) il rione, tentando di conferire ad un luogo ad alta criticità una nuova identità visiva, cercando di costruire un nuovo senso di appartenenza fondato sulla percezione del proprio muro come di un bene pubblico, di tutti e per tutti É in questo modo che il progetto si fa alternativa concreta per il quartiere rispetto ad uno stato di marginalità che la lontananza dal centro, non solo fisica, ma rappresentata dall’esclusione da interventi diretti da parte dell’amministrazione pubblica negli ultimi trent’anni, produce. La condizione di alta criticità sociale e isolamento di Santa Teresa viene favorita anche dal modello di edilizia residenziale pubblica concentrato che tende a realizzare aree omogenee, poco integrate nel tessuto urbano circostante, lontane dai servizi più comuni come esercizi commerciali o trasporto pubblico, farmacie e guardie mediche. Un esempio antiquato se si pensa ai modelli residenziali pubblici o alla diffusione di ibridi tra edilizia residenziale pubblica e libero mercato come la formula dell’housing sociale diffuso in Francia, Gran Bretagna, Olanda e Danimarca e disciplinato dall’Unione Europea con la Decisione 2005/842/Ce. La prima impressione che ho avuto entrando nel quartiere e osservando i caratteristici edifici di edilizia popolare, vicini e talvolta dirimpettai alle abitazioni e villette unifamiliari di strade attigue come Via Santa Teresa di Gallura, è stata quella di due realtà con antitetiche connotazioni spaziali e sociali, simili a due mondi che si osservano senza incontrarsi. Stando nel rione durante il progetto ho potuto notare che la comunicazione fra le due realtà era praticamente assente, dall’altra parte il quartiere è privo di servizi essenziali e di luoghi di socializzazione quali ad esempio piazze e giardini pubblici, dove possa avvenire una reale interazione quotidiana fra le persone che abitano una stessa area. Questa relazione è stata compromessa a mio avviso dalla chiusura di un luogo emblematico in questo senso, il mercato civico di Via Sanna, essendo di per sé il mercato un luogo privilegiato di interazione sociale. Costruito dieci anni prima proprio per sopperire alla mancanza di servizi nel rione, insieme alle scuole secondarie di primo grado “Dante Alighieri”, viene chiuso nel 1998 (Matta F. 2013). Recentemente la sua funzione viene in qualche modo assolta dal mercato organizzato dalla Coldiretti ogni mercoledì che mette in comunicazione Santa Teresa con il resto della città, mentre con altri tipi di fini e su un target specifico sono realizzate le attività del centro giovanile che oggi prende il suo posto. Quello che ho maggiormente avvertito nelle due settimane è stata l’esigenza da parte dei residenti di trovare uno spazio per comunicare la propria realtà o interagire: la rivendicazione rispetto ai tardivi lavori di manutenzione dell’autorità pubblica era sicuramente l’argomento privilegiato, ma non mancava la disponibilit à a raccontare la propria storia e la vita nel quartiere. A dispetto dell’impressione avuta e condivisa da alcuni partecipanti al progetto di trovarsi di fronte ad uno spazio chiuso e difficile da attraversare, il merito dell’intervento di creatività urbana è stato, grazie alla scelta oculata dei partner, all’ampio spazio riservato all’attivazione della partecipazione dei residenti e non ultimo alla loro accoglienza e disponibilità, quello di permettere l’ingresso nel quartiere, abbatterne quotidianamente i confini, almeno quelli più superficiali, costruendo un dialogo con il resto della città. Ha innanzitutto permesso a chi non c’era mai stato o a coloro che non sapevano della sua esistenza di rapportarsi con questa realtà urbana, anche grazie ad un lavoro di comunicazione costante passo dopo passo del progetto portato avanti dall’ufficio stampa dell’associazione che ha incentivato la copertura mediatica dell’intervento. Per alcune settimane il quartiere, non semplicemente il progetto in sé, è stato oggetto dell’interesse di varie testate locali, blog e riviste specializzate. La forza del linguaggio delle opere e della street art che si trasforma in arte pubblica soprattutto per merito del processo attivato dagli attori del progetto, è stata, secondo me, proprio questa: trasformare dei muri, che concretamente e nell’immaginario rappresentano un confine, in piazze a cielo aperto, luoghi di incontro, scontro e scambio. Per chi realizzava l’opera, per chi seguiva il progetto, è stata un’occasione per stare in strada, interagire, scambiare impressioni, raccogliere storie, entrare nel quartiere costruendo simbolicamente uno spazio di interazione. La necessità di aree di socializzazione dall’altra parte è un’esigenza, tra le altre, espressa apertamente dai residenti. Anche se ovviamente creare spazi che favoriscano l’integrazione fra i vari frammenti del tessuto urbano è un’esigenza che riguarda la città in generale e dovrebbe essere favorita da politiche urbane che vogliano realmente qualificarsi come innovative. I responsabili del progetto hanno dato particolare attenzione all’interazione con i residenti, con varie fasi elaborate per favorirne la partecipazione. Viene prevista e realizzata una comunicazione “porta a porta” rivolta agli abitanti dei palazzi interessati sulle modalità di realizzazione del progetto, con la visione delle bozze delle opere. Si organizza un incontro collettivo che sarebbe dovuto essere occasione per i residenti per esprimere eventuali dubbi e richiedere ulteriori chiarimenti sull’intervento. Infine è strutturata un’attività di laboratorio che avrebbe dovuto coinvolgere bambini e ragazzi del quartiere nel rappresentare creativamente ciò che avrebbero voluto fosse realizzato sulle facciate. Sullo stesso tema lavora attivamente l’associazione Codice Segreto che in questo modo partecipa al progetto con le sue attività di integrazione delle diverse abilità (Codice Segreto). I meccanismi di partecipazione hanno dato un esito positivo soprattutto grazie alla fase “porta a porta” mentre l’occasione assembleare è stata disertata dalla popolazione. Penso che questo possa essere dipeso da diversi fattori. I residenti di Santa Teresa non sono nuovi ad occasioni di incontro e confronto pubblico, come dimostra l’assemblea tenutasi nel marzo 2015 nei locali della Biblioteca di Via Santa Maria Goretti, nella quale lo stesso sindaco presenta in prima persona l’avvio dei lavori di riqualificazione del quartiere. L’assenza dei residenti all’incontro collettivo previsto da “Is Murusu” potrebbe essere legato all’aver considerato soddisfacente la presentazione porta a porta, durante la quale non è mancato lo stupore degli abitanti nell’essere coinvolti nelle scelte. L’occasione per il confronto si è spostata dall’ambito previsto in sede progettuale a quello che poi si è qualificato come privilegiato durante i lavori. Nelle strade del quartiere gli organizzatori, gli operatori dell’Exmè e gli artisti sono stati variamente disponibili nel rispondere a qualsiasi curiosità, critica o dubbio del quartiere, “mettendoci la faccia” in senso proprio. In questo modo hanno costruito e rafforzato la legittimità dell’intervento che è stato accolto dagli abitanti come il risultato di un processo in cui, in linea di massima,si sono sentiti partecipi, non come qualcosa per loro previsto e calato dall’alto. Se la strada diventa luogo privilegiato dell’incontro con i residenti, ampiamente prevista, come già detto, è la preparazione degli attori nel comunicare chiaramente il senso del progetto. L’interesse dell’attuale amministrazione comunale per il quartiere appare evidente in particolare dal 2014. Sono coinvolti più settori. In primo luogo quello dei lavori pubblici con l’avvio dei lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria a lungo attesi, annunciati in assemblee pubbliche molto partecipate dai residenti che hanno espresso il loro disappunto per le condizioni di abbandono in cui hanno vissuto per quasi trent’anni. Ma ad essere interessati sono anche l’urbanistica, i servizi sociali e la cultura con il finanziamento di vari interventi in occasione della candidatura e del programma della capitale italiana. Un’amministrazione che agisce da più ambiti, strutturali, come lo smantellamento dei tetti in eternit, o ancor prima con la realizzazione del campo da calcio nella via Sanna, o finanziando e accogliendo il suggerimento di interventi culturali e sociali come quello de “Is murusu”. Un’attenzione, tuttavia, non si può negare che arriva dopo anni di abbandono. Durante la realizzazione del progetto più volte lo stato di degrado del quartiere è stato denunciato dagli abitanti. Siamo stati più di una volta chiamati a considerare il fatto che, pur essendo apprezzabile, l’attività dei murales non andava a risolvere questioni avvertite giustamente come più urgenti quali i danni strutturali agli edifici, le infiltrazioni d’acqua durante le forti piogge, il deterioramento prodotto dall’umidità che si manifesta nel grigio dei palazzi attraverso insane chiazze di muffa. Nella piazza a cielo aperto de “Is murusu” questo è stato un argomento privilegiato, insieme alle storie raccontate dai residenti di più vecchia data che parlano, ad esempio, di come per lungo tempo il quartiere sia rimasto sprovvisto di segnaletica stradale e dopo quante lamentale e insistenze si sia provveduto a realizzarla. Un discorso più ampio potrebbe essere fatto riguardo lo smantellamento e sostituzione delle coperture in eternit, materiale riconosciuto come altamente dannoso per la salute, che per ventotto anni ha campeggiato sugli edifici di proprietà pubblica. Pur considerando le lunghe tempistiche previste per l'erogazione di fondi destinati a questo genere di lavori, è innegabile che si tratti di un anno importante per questa amministrazione che, al tornante delle prossime elezioni comunali, si trova ad intervenire in uno dei quartieri con una tra le più alte densità abitativa della città. La speranza è che faccia tesoro dei risultati ottenuti dai progetti che ha finanziato e dai suggerimenti di chi lavora per creare, a partire da movimenti dal basso, un nuovo modo di esprimere cittadinanza, come si propone anche l’Urban Center. La sua fortuna risiede nel possedere all’interno del tessuto urbano sensibilità e competenze capaci di lavorare nel campo dell’innovazione sociale sopperendo alle carenze del welfare con impegno e dedizione per un’estrema fiducia nei processi di sviluppo territoriale e sociale, come,fra altri, il progetto “Is murusu” pur con alcune criticità e secondo prospettive ancora da realizzare prevede. Questo, si auspica, dovrebbe essere un’occasione per incrementare l’impegno politico e finanziario del pubblico nell’affrontare i problemi complessi legati al rapporto centro – periferia. Ci si augura che l’amministrazione raccolga queste buone prassi per migliorare il suo rapporto con il cittadino, realizzando un dialogo con il territorio che concili innovazione e attivazione, ma soprattutto con un’attenzione profonda ai diritti fondamentali, primo fra tutti, quello alla città, al viverla e abitarla secondo condizioni e opportunità eque e dignitose. Questo, sembra ora, un percorso ancora lungo da compiere. Ovviamente si tratta, per quanto riguarda gli interventi del progetto, di azioni marginali e integrative di un processo di rigenerazione più profondo che riguardi il quartiere, per la riuscita della quale è necessario l’intervento integrato di più attori. I residenti come portatori di bisogni ma anche attivatori di processi; il settore pubblico con interventi ad ampio spettro, strutturali, atti a garantire condizioni abitative dignitose e a fornire di servizi aree che siano sempre più parte integrante del tessuto urbano, ma anche sociali, economici e culturali; soggetti ibridi che diventano attori delle politiche urbane (Petrini, Calvaresi, 2015). L’impressione, limitata alle due settimane dei lavori, è quella di un’accoglienza dell’intervento da parte del quartiere (che per lo meno non è stato apertamente osteggiato) a prescindere dal gradimento generalizzato per quanto rappresentato. Senza dubbio uno degli apprezzamenti più diffuso è stato quello da parte delle donne e in particolare delle giovani madri per il colore che trasformava le facciate rendendo il quartiere un luogo più vivibile per i bambini. Nei giorni precedenti, ma soprattutto durante i lavori, si sono alternati da più parti complimenti, critiche, suggerimenti sul soggetto rappresentato e su una scelta dei muri che favorisse una maggiore visibilità. Non è mancato chi abbia candidato la propria facciata a prossimi interventi. Si inizia a diffondere fra alcuni residenti l’idea che sia possibile attivarsi per coinvolgere i propri palazzi, attraverso la richiesta diretta all’autorità pubblica nel finanziare progetti simili o incaricando essi stessi gli artisti, come accade per i lavori commissionati sulla facciata di un esercizio commerciale. In queste prime intenzioni si inizia ad intravedere come, in concreto, il progetto abbia posto le basi per la trasformazione dell’immagine del quartiere soprattutto coinvolgendone gli abitanti nell’ essere maggiormente protagonisti degli interventi futuri. Si tratta di potenzialit à che soltanto la partecipazione attiva potrà trasformare in atti. A “Is Murusu”, il merito di aver aperto una strada in questo senso. Sull’onda di esperienze simili (San Basilio, Torpignattara, Tormarancia, etc) “la muralizzazione delle periferie”(Misuraca L., 2015) riqualifica in senso urbanistico e culturale le aree periferiche. “Il linguaggio del murale, ibrido, informale, non legato a una lingua in particolare e, soprattutto, destinato alla strada (...) diventa il migliore strumento per veicolare la rinascita di un quartiere” (ibidem). I cambiamenti sono prodotti a livello dell’immaginario degli stessi residenti rispetto al proprio rione: il colore e l’arte apre a percezioni e sviluppi alternativi soprattutto in favore dei giovani. Tuttavia, come intervento fine a se stesso, comporta gravi rischi, in particolar modo perpetrando logiche assenteiste o assistenzialiste e passivizzanti (Ibidem). Per questo risulta significativo l’impegno degli organizzatori de “Is Murusu” a sottolineare la vocazione sociale del progetto che si propone di attivare processi ben più profondi. I murales di per sé non creano un cittadino attivo. La conoscenza e lo scambio tra gli attori sul luogo (residenti, partecipanti al progetto) e quelli collateralmente coinvolti ( autorità pubblica, resto di popolazione della città e oltre) prende l’avvio da “azioni –innesco” svolte da “attori ibridi” dalle quali la rigenerazione urbana potrebbe avere luogo (Petrini, Calvaresi, 2015) ponendo le premesse per la creazione di processi partecipativi e progettazione dal basso. Naturalmente questo processo ha necessità da parte dei proponenti di una conoscenza sempre più profonda del luogo e di un’accoglienza da parte degli attori locali, in primis i residenti. La sfida più grande è rappresentata dal favorire la trasformazione dell’attesa di un intervento esterno in azione sostenuta da una maggiore consapevolezza “ il lavoro sull’autopercezione delle potenzialità territoriali, cui contribuisce la street art, può favorire l’insorgere di una coscienza diffusa della necessità di reclamare condizioni di vita migliori” (ibidem). Si tratta di processi molto lunghi, ma “Is Murusu” ha piantato un seme e consegna al quartiere un’eredità. A questo proposito, della capacità di attivare la partecipazione degli attori locali, sono emerse, a mio avviso, alcune criticità, o meglio, potenzialità da esprimere in futuro. Se la forza della comunicazione sul progetto è stata condivisa, a mio avviso, non è stato dedicato ampio spazio allo sviluppo di alcune fasi studiate e preparate al fine di creare partecipazione. Mentre le attività dell’associazione Codice Segreto si sono svolte in maniera complementare al progetto, Il laboratorio aperto a bambini e ragazzi del quartiere non è riuscito ad essere realizzato secondo l’idea progettuale che gli affidava, non a torto, un ruolo fondamentale nel qualificare da un punto di vista sociale l’intervento creativo. Le attività non hanno trovato spazi e tempi propri, o comunque limitati, all’interno del complesso di attività previste dall’Exmè, dove la sua strutturazione non è avvenuta in piena sinergia fra gli attori rispetto alle intenzioni del progetto. Dall’altra parte la mancanza di risorse finanziarie adeguate a sostenere quest’intervento e la tempistica stringente per vari motivi, ha ridotto il tempo e l’impegno degli attori in questa attività. In generale, la velocità con la quale sono stati realizzati gli interventi artistici, evitando e limitando al massimo i disagi per i residenti, entra in contrasto con i tempi di attivazione della partecipazione che richiedono processi più dilatati che non sono o devono essere di esclusiva responsabilità dei proponenti, ma parte di un processo integrato fatto ancora una volta di collaborazioni e partecipazione diretta di chi vive il territorio. Il lavoro “Is Murusu” rappresenta, come sottolineato prima, la fase di un processo a tappe progressive di entrata e conoscenza del quartiere. Sceglie una partnership importante, ma ne trascura di significative. Quanto emerge è che il quartiere di Santa Teresa abbia il suo nodo nevralgico nella via Antonio Sanna e le sue propaggini periferiche nelle vie Trexenta e del Lentisco. L’intervento di arte pubblica e sociale Is Murusu di S. Teresa si realizza proprio in varie parti della via Sanna attivando la cooperazione fra attori locali. All’interno di questo unicum il progetto, sebbene sia rivolto all’intero quartiere, ripropone la centralità di Santa Teresa alta. Pur rimanendo un progetto con un grande potere di trasformazione dell’immagine e dell’immaginario del e sul luogo, la sua efficacia e replicabilità passa anche per il rapporto, in questa prima fase trascurato, con alcuni importanti nodi che sono diretta espressione del quartiere: l’associazione “Donne e mestieri di Santa Teresa” nata nel rione su impulso del progetto “Mano” e dalla volontà di un gruppo di donne nel mettere insieme competenze e relazioni per il miglioramento della vita nel rione, sostenuta dall’intervento di Sardarch attraverso progetti di urbanistica partecipati (Cocco F., Lecis Cocco Ortu M., Fenu N. 2015) che hanno interessato il rione nel 2014; la Biblioteca comunale di Via Santa Maria Goretti; la scuola media “Dante Alighieri” il cui coinvolgimento non si è compiuto; l’istituto paritario Benvenuto Cellini. Soprattutto i residenti organizzati in comitati di quartiere o in forme di autorganizzazione all’interno dei palazzi. L’interazione sociale ha bisogno di spazi e gli interventi dovrebbero essere innescati da un bisogno per essere sostenibili. In un’intervista raccolta durante il “progetto Mano” nel 2014 A. “residente a Santa Teresa dalla sua fondazione, co-fondatrice dell’associazione Donne e Mestieri di Santa Teresa che ha tra le sue finalità trasmettere le esperienze e le conoscenze degli arti e dei mestieri presso la popolazione del quartiere” dice in proposito “Il quartiere ha bisogno di spazi. Sino a qualche anno fa non c’erano spazi pubblici e i ragazzi erano costretti a stare per strada. l’Exmè ha portato un valore aggiunto al quartiere, ma questo non basta, c’è bisogno di spazi anche per le persone adulte” (Cocco F., Lecis Cocco Ortu M., Fenu N. 2015, p. 14). Se è ancora presto per parlare dell’attivazione di una comunità, a mio avviso, il progetto” Is Murusu” ha il pregio di aver cercato, integrando e innovando le azioni passate, di aprire degli spazi perché questa comunità interagisse con l’esterno, presentasse le proprie istanze e partecipasse alla trasformazione del suo territorio. Alice Scalas 01/12/2015 Bibliografia · Governa F., M. Memoli (a cura di), Geografie dell’urbano. Spazi, politiche, pratiche della città. Carocci editore, Roma, 2011 · Lefebvre H.,Il diritto alla città, Marsilio editori, Padova, 1970 · Lai M.R, Pirri. Paese antico, Zonza editori, 2006. · Secchi B., Città moderna, città contemporanea e loro futuri, in Dematteis G. E altri, I futuri della città, Milano, FrancoAngeli, 1999, pp 41-70. · Amato F., La marginalità in questione. Una riflessione dalla prospettiva della geografia urbana e sociale in Aru S. e Puttili M., Forme, spazi e tempi della marginalità, Roma, Società geografica italiana, gennaio – marzo 2014, pp 17-29. · Statuto del Comune di Cagliari, approvato con deliberazione C.C. n. 176 dell’11.12.2000, modificato con deliberazioni C.C. n. 83 del 20.11.2001, n. 15 del 7.2.2006 e n. 34 del 3.6.2009. · Regolamento della Municipalità di Pirri, approvato con deliberazione del Consiglio Comunale n. 16 del 7/2/2006 Modificato con deliberazione del Consiglio Comunale n. 62 del 30/9/2009 · Abstracht della scheda progetto per la “Domanda di contributo per attività culturali e spettacolo” al Servizio Istruzione, Politiche Giovanili, Sport, Cultura e Spettacolo del Comune di Cagliari da parte dell’associazione culturale Urban Center, 2015. · Cocco F., Lecis Cocco Ortu M., Fenu N. (a cura di), Verso un’urbanistica della collaborazione, Siracusa, Lettera ventidue edizioni, 2015. Sitografia · Dal sito ufficiale del Comune di Cagliari Statuto del Comune di Cagliari http://www.comune.cagliari.it/portale/it/statuto.page · Regolamento della Municipalità di Pirri http://www.comune.cagliari.it/portale/it/municipalita.page?contentId=SCH2243 · Atlante Demografico 2014 http://www.comune.cagliari.it/resources/cms/documents/AtlanteDemografico2014_1.pdf · Dal magazine online Sardarch articolo di A. Zedda “ Il contesto demografico di Santa Teresa a Pirri”del 12 dicembre 2014. http://www.sardarch.it/index.php/2014/il-contesto-demografico-di-santa-teresa-pirri/ · Dal sito Urban Center http://urbancenter.eu/la-nostra-storia/ Artico di Matta, F. “ L’ExMé (ex mercato civico di Santa Teresa a Pirri)” in “La Cagliari che non c'è”, 13 novembre 2013. http://urbancenter.eu/2013/11/17/l-exme-ex-mercato-civico-di-santa-teresa-a-pirri/ Articolo di Matta, F. “Le case popolari di Santa Teresa a Pirri” in “La Cagliari che non c'è”, 27 maggio 2013. http://urbancenter.eu/2013/05/27/le-case-popolari-di-santa-teresa-a-pirri/ · Dalla pagine facebook Urban Center (comunicati ufficio stampa, raccolta articoli e interviste) https://www.facebook.com/urbancentercagliari/ · Da che-fare.com articolo di Petrini, Calvaresi “ I segnali di futuro della rigenerazione urbana”, 24 novembre 2015. https://www.che-fare.com/i-segnali-di-futuro-della-rigenrazione-urbana/ · Dal sito di Radio X Cagliari social radio: un muro per l’integrazione http://www.radiox.it/extralive/sociale/un-muro-per-lintegrazione/ · Dal sito Domus de luna http://www.domusdeluna.it/exme.html · Dal sito de Il lavoro culturale articolo di Misuraca L., “ Street art come trompe l’oeil dello stato sociale. I rischi della muralizzazione delle periferie ”, 13 maggio 2015. http://www.lavoroculturale.org/i-rischi-della-muralizzazione-delle-periferie/