Ultimo atto
a cura di Graziella Priulla
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Si parla finalmente di femminicidio.
Si parla ancora troppo poco delle diverse forme che la
violenza sulle donne assume, delle sue dinamiche
spesso invisibili.
Troppo poco delle diverse strade che tante donne
coraggiose intraprendono, riuscendo a reagire
interrompendo la spirale della violenza, e
riconoscendola al primo apparire.
Troppo poco di come dovremmo collettivamente
reagire di fronte a questa barbarie. Perché c’è bisogno
di un cambiamento culturale profondo, che attraversi
tutta la società.
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E’ l’adeguamento - stentato - della lingua a una
stortura di millenni
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E’una recente categoria di analisi socio-criminologica delle
violenze perpetrate nei confronti delle donne entro un rapporto
di coppia.
E’ un neologismo per indicare ogni forma di violenza posta in
essere contro la donna in quanto donna.
Inventare nuove parole serve: finché non hanno
un nome, le cose sono invisibili
Dare un nome a un problema è essenziale sia per far sorgere
consapevolezza della sua esistenza, sia per agire.
Iniziare a chiamare gli omicidi misogini con il termine
femminicidio serve a rimuovere la generalizzazione che deriva
dall’uso di parole quali “omicidio” e “uccisione” e comprendere
invece i fattori di rischio specifici, la loro diffusione, le modalità
per effettuare le indagini.
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Un triste primato
Ogni tre giorni in Italia una donna viene uccisa per
mano del proprio partner
Un fenomeno allarmante per le Nazioni Unite: eppure in Italia è
trattato come un reato di scarsa pericolosità sociale, quasi
fisiologico e inevitabile.
Anche per l’informazione, il reiterarsi di questo crimine fa sì che
scenda la soglia di attenzione e che il trattamento della notizia sia
ormai scaduto in un racconto di routine. E colpisce la frequenza
con cui si usano, per raccontare questi crimini, categorie come
"delitto passionale", "raptus di follia", o che si leggano titoli
come: "l’ex confessa: l’amavo più della mia vita". "Gelosia",
"passione", "amore" diventano facile movente e persino
attenuante, che abbassa la soglia dell’allarme sociale, nel silenzio
delle famiglie “normali”.
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Nel mondo oltre 600 milioni di donne subiscono
violenze
sono 6 milioni 743.000 le donne italiane tra i 16 e i
70 anni che hanno subìto almeno una violenza fisica
o sessuale nel corso della vita
3 milioni 961.000 donne sono state vittime di
violenze fisiche (pugni, schiaffi ecc.)
5 milioni (il 23,7%) hanno subìto violenze sessuali
le vittime e i loro aggressori appartengono a tutte le
classi e a tutti i ceti
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Una mattanza sotto traccia
E’ difficile conoscere il fenomeno
della violenza dai dati delle
statistiche amministrative,
essendo le denunce scarsissime.
Solo circa il 7% delle violenze, sia
fisiche che sessuali da partner o
ex-partner sono state denunciate,
nel 33% dei casi le vittime non
hanno parlato con nessuno della
violenza subìta, e soltanto nel
2,8% si sono rivolte ad un Centro
antiviolenza.
Ricerche nazionali e
internazionali hanno
evidenziato che 7-8 donne su
10 prima di essere uccise dal
loro partner o ex partner
avevano subìto
maltrattamenti o erano state
perseguitate.
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Il sommerso resterà sommerso?
Emergerà quando almeno i medici e gli operatori
psico-sociali impareranno a cogliere le richieste
d’aiuto non esplicite
Troppo spesso gli stereotipi e i pregiudizi,
ancora sottesi in tradizioni, istituti, ruoli e
realtà sociali attuali, trovano la donna
incapace di quella consapevolezza che la
condurrebbe a percepirsi nel suo ruolo di
vittima quando questo fosse.
E’ soggiogata troppe volte anche da una
fragilità psicologica che la mantiene passiva,
indulgente e tollerante, incline a
sopportazione e oblatività come
caratteristiche materne e quindi confacenti
con il suo ruolo di donna.
E’ soggiogata troppo spesso da una sudditanza
economica, quando non possa contare
sull’efficienza di una rete istituzionale
sistemica e coordinata che la protegga e la
difenda.
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Il giudizio degli altri
In molti casi, una donna in condizione di fragilità
psicologica subisce l’ulteriore carico del giudizio dei
familiari, che sminuiscono la sua condizione di
sofferenza con frasi come "Te lo sei sposato e te lo
tieni", e delle forze dell’ordine, che spesso
scoraggiano quelle che vanno a denunciare:
"Signora, è il padre dei suoi figli: ci pensi bene".
Per aiutarle a uscire dall’isolamento è dunque
importante avvicinarsi loro con cautela e istruire in
modo adeguato forze dell’ordine e operatori sociali.
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Il discorso pubblico prende forma
Solo da pochi decenni abbiamo parole per descrivere questa forma
di relazione che è la violenza di un individuo su un altro di genere
sessuale diverso.
Scostato (strappato) il velo della normalità da quello che per secoli è
stato considerato naturale nella relazione tra i sessi, si cominciano
a evidenziare e contare le uccisioni che prima rimanevano sullo
sfondo della cronaca, quelle di donne da parte di uomini familiari e
conoscenti.
Prende forma un discorso pubblico intorno al fenomeno della
violenza maschile sulle donne; emerge la sua portata.
Solo individuando le cause profonde, psicologiche e culturali, della
disuguaglianza di genere è possibile affrontare adeguatamente la
questione della violenza sulle donne che fortunatamente trova
sempre più spazio nel dibattito pubblico.
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Da una ricerca svolta nel 2010 nella provincia di Roma:
Gli adolescenti si dividono a metà tra i possibilisti e coloro che
non accettano la violenza di genere.
Uno su tre pensa sia lecito schiaffeggiare una donna e solo poco
meno di uno su due ritiene che la gelosia non giustifichi un
comportamento violento, continuando a vedere la gelosia
come qualcosa di positivo, espressione dell’amore e non della
possessività o della prevaricazione.
Quasi un adolescente su tre pensa che siano più a rischio le
donne «provocanti»: lo stereotipo sottostante è che queste
donne siano corresponsabili della violenza che subiscono.
Inoltre, l’uomo si deve far valere e deve sempre sapersi imporre:
due terzi degli adolescenti ha interiorizzato questa virilità
aggressiva.
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La rappresentazione mediatica
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Vittoria, giugno 2013
Un bidello uccide un’insegnante.
Si scrive che l'assassino era "ferito" dall'"indifferenza" e
"freddezza" dell'insegnante, quasi la colpa fosse di
quest'ultima.
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O la colpa è del caldo?
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Titoli di giornale su donne importanti
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Maschi vestiti, donne svestite:
perché pare normale
anche a molte donne?
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Paradossi
E le pubblicità, che
relazioni umane
suggeriscono?
E perché i maschi accettano
che li si rappresenti così?
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Ciò che quasi sempre i media ci
rimandano è l’esaltazione di un
modello veicolato da volti e corpi
selezionati per rispondere a criteri
estetici ed ipersessuati: dalla
messa in posa, allo sguardo
seducente, all’enfatizzazione di
dettagli anatomici, fino ai ritocchi
e ai rifacimenti che esaltano la
perfezione formale.
Troppo spesso la pertinenza delle
immagini femminili non ha alcun
nesso col tema in oggetto; la sola
ragione fondante è l’attrattiva
sessuale, piegata alle esigenze
della comunicazione persuasiva (il
sesso fa vendere).
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4 compagnie telefoniche concorrenti
14 offerte diverse in anni diversi
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Non stiamo dicendo che messaggi come questo
provochino direttamente la violenza. Non è così
semplice.
Trasformare un essere umano in una cosa che è
quasi sempre il primo passo per giustificare la
violenza contro la persona. Lo vediamo con il
razzismo. Lo vediamo con l’omofobia. Lo vediamo
con il terrorismo.
Nella storia della nostra specie deumanizzare
serve a pensare l’altro essere umano incompleto,
animale, oggetto. Serve a compiere azioni
inaccettabili in un contesto normale.
Queste sottrazioni di umanità accompagnano la
nostra vita senza che spesso ne abbiamo
consapevolezza.
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Ti amo,
perciò ti uccido
L’analisi storica e sociologica aiuta a comprendere.
Non è perché gli uomini sono malvagi che alcuni di loro umiliano o
uccidono le loro compagne, ma perché la società nel corso dei
secoli ha creato in loro la convinzione di essere i legittimi
proprietari del corpo femminile e che il loro desiderio fosse il
solo a contare.
Questa convinzione, costruita socialmente e culturalmente e
radicata nella legge, nella letteratura e nei media, crea quello
squilibrio di genere che è all’origine della violenza e che deve
cambiare.
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27
Remo Bodei, filosofo:
Quali sono le radici della violenza?
Possiamo individuarne due. Una viene dal passato, ed è l’eredità
della cultura patriarcale secondo la quale la donna deve essere
sottomessa al volere del maschio, che sia il padre, il marito o il
fidanzato: un essere senza autonomia da educare a cinghiate
ogni volta che si ribella.
A questa violenza endemica se ne aggiunge un’altra. Molti
uomini non riescono ancora ad accettare l’emancipazione
femminile, non sopportano l’idea di aver perso autorità sulle
compagne. E per ristabilire il loro primato reagiscono in modo
violento. È una sottocultura revanscista molto più diffusa di
quello che pensiamo.
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Possesso
Il rapporto con la donna è fortemente segnato dal verbo avere: “ho
un moglie”, “ho una ragazza”, “farò di tutto per riaverti”, “sei
mia”, “l’ho posseduta” sono forme linguistiche che chiariscono
molto più di tante analisi a quale tipo di rapporto siamo stati/e
educati/e.
La donna “si ha”, e se è negata
è legittimo toglierle la vita,
romperla come un oggetto.
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Chi lavora stabilmente sui casi di violenza spiega come sia
indiscutibile che gli uomini che “condividono la subcultura
della superiorità maschile” siano più inclini a diventare
“partner abusanti”.
Così come è dimostrato dai fatti che “le donne portate a
concepire per sé un ruolo subalterno” nella coppia/famiglia
siano più inclini a subirla e a non denunciarla.
L’85% degli uomini che agiscono violenza l’hanno vista
perpetrata dai propri padri o familiari.
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Dietro gli aspetti più evidenti del potere,
sia privato che pubblico, ce ne sono altri
invisibili, che passano attraverso
l’educazione, la scuola, i saperi, la
comunicazione, il linguaggio, la
conoscenza che abbiamo di noi stessi e
del mondo. In altre parole siamo di
fronte a una forma di dominio che è
inscritta in tutto l’ordine sociale e opera
nell’oscurità dei corpi: cioè attraverso
l’immaginario, i sentimenti, le emozioni,
gli habitus mentali di uomini e donne.
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Imparare a problematizzare la propria identità di
genere nel periodo dell’adolescenza è un fattore
determinante per poter progettare il proprio futuro esistenziale, affettivo e lavorativo - al di fuori delle
aspettative dominanti sulla maschilità e la femminilità.
In questo processo, il mondo della scuola e quello della
formazione giocano un ruolo cruciale e sono chiamati
a introdurre una prospettiva di genere all’interno delle
proprie pratiche educative: un fare educazione che sia
in grado di disfare i modelli dominanti di genere
offrendo a studenti e studentesse gli strumenti teorici
e relazionali necessari a diventare gli uomini e le
donne che desiderano.
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Gli stereotipi vengono trasmessi e accolti spesso in modo
inconsapevole: è quindi importante capire come funziona il
meccanismo di trasmissione e renderlo visibile, per poter
cambiare i contenuti dei messaggi educativi.
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Retoriche e leggende
“L'uomo è cacciatore”: meccanismi linguistici e retorici come questo sono
la manifestazione della presenza culturale di un numero enorme di
pregiudizi e luoghi comuni sui ruoli sociali di ciascun genere.
Sono come la parte emersa di un iceberg di sessismi.
Che l’uomo non possa stare per un certo tempo senza fare sesso,
altrimenti sta male, è una leggenda sessista.
Che la donna dica no per dire sì è una leggenda sessista.
Che esistano luoghi nei quali la sola presenza indica la propria
disponibilità sessuale incondizionata, è una leggenda sessista.
Che una donna debba sempre gradire un complimento sul suo aspetto
fisico, altrimenti ha qualcosa che non va, è una leggenda sessista.
I precedenti illustri
C’è un principio buono che ha creato l’ordine, la luce e l’uomo, e un principio
cattivo che ha creato il caos, le tenebre e la donna.
Pitagora
L’uomo è per natura superiore, la donna inferiore; il primo comanda, l’altra
ubbidisce, nell’uno v’è il coraggio della deliberazione, nell’altra quello della
subordinazione.
Aristotele
Chi si affida ad una femmina si affida ai ladri.
Esiodo
Alla donna il silenzio reca grazia.
Sofocle
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Antica preghiera del mattino dei maschi ebrei
Che tu sia benedetto, o Dio nostro
Signore, re dell’Universo, per non
avermi fatto nascere gentile.
Che tu sia benedetto, o Dio nostro
Signore, re dell’Universo, per non
avermi fatto nascere schiavo.
Che tu sia benedetto, o Dio nostro
Signore, re dell’Universo, per non
avermi fatto nascere donna.
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Il linguaggio
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Un cortigiano: un uomo che vive a corte
Una cortigiana: una donnaccia
Un professionista: un uomo che conosce bene la sua
professione
Una professionista: una donnaccia
Un uomo pubblico: un uomo famoso
Una donna pubblica: una donnaccia
Un uomo di strada: un uomo duro
Una donna di strada: una donnaccia
Un uomo facile: un uomo col quale è facile vivere
Una donna facile: una donnaccia
Un intrattenitore: un uomo socievole
Un’intrattenitrice: una donnaccia
Un uomo molto disponibile: un uomo gentile
Una donna molto disponibile: una donnaccia
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Viviamo in una società
che insegna alle donne
come fare a non essere
violentate anziché
insegnare agli uomini a
non violentare
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Una sottocultura che addossa alla donna un concorso
di colpa
nella perdita dell’autocontrollo maschile
Quante volte abbiamo sentito dire
"guarda quella come va in giro, poi si
lamenta se la stuprano"?
Quante volte abbiamo sentito dire "se
l'è cercata"?
Quanti commenti odiosi siamo
costrette ad ascoltare davanti ad
ogni gonna corta, ad ogni maglietta
scollata, ad ogni donna che rivendica
il suo diritto di vivere la propria vita e
la propria sessualità come meglio
crede?
Stereotipi sulla violenza di genere (1)
Sulle donne …
• “Va in giro vestita in un modo tale che se l’è
cercata!”
• “Se lui la picchia ci sarà un motivo, no?”
• “Se lei proprio non voleva, non sarebbe successo”
• “Si è ricordata di andare dalla polizia troppo tardi,
di sicuro non è vero”
Stereotipi sulla violenza di genere (2)
Sugli uomini …
• “Un uomo di fronte ad una donna provocante non
può resistere all’istinto”
• “Gli stupratori sono uomini stranieri oppure
tossicodipendenti”
• “Gli ha fatto violenza perché è malato, un uomo
normale non farebbe una cosa così”
• “Gli uomini sono fatti così, la violenza e la forza
sono una loro caratteristica, ogni tanto si lasciano
andare”
Stereotipi sulla violenza di genere (3)
Sui luoghi …
• “Le violenze avvengono in strada o in luoghi
bui e isolati”
• “Casa mia è il luogo più sicuro del mondo, non
mi può succedere niente”
• “Sono cose che ti possono succedere con gli
estranei, non con le persone che conosci”
Stereotipi sulla violenza di genere (4)
Nella tradizione popolare …
• Picchia tua moglie ogni sera: tu non sai perché lo
fai, ma lei lo sa.
• Buono o cattivo che sia, al cavallo si dà di sprone.
Buona o cattiva che sia alla moglie si dà con il
bastone.
• La donna è come la chitarra. Prima la si suona e
poi la si appende al chiodo.
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Strategie di rivittimizzazione
• La negazione: anche le donne talvolta fanno violenza!
• La banalizzazione: in fondo sono casi singoli!
• La svalutazione: non esageriamo! ci sono problemi più gravi!
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La violenza assistita
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Secondo dati del 2006 sono state
690mila in Italia le donne che
hanno subìto violenze ripetute dal
partner e avevano figli al momento
della violenza.
Il 62,4% ha dichiarato che i figli
hanno assistito ad uno o più
episodi di violenza.
Le piccole vittime di violenza assistita
apprendono che l’uso della
violenza è normale nelle relazioni
affettive.
L’aver subìto e/o assistito a
maltrattamenti intrafamiliari è tra i
maggiori fattori di rischio per lo
sviluppo di comportamenti violenti
nella vita adulta.
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Gli esiti dannosi dovuti alla violenza familiare si
riscontrano anche a lungo termine nella vita
adulta:
paura, impotenza, colpa, vergogna, bassa
autostima, distacco emotivo, depressione,
disturbi d’ansia, aggressività, impulsività,
passività, dipendenza, somatizzazioni, sintomi
dissociativi, suicidio, abuso di sostanze, difficoltà
di autoprotezione e tendenza ad essere
vittimizzati, difficoltà genitoriali, trascuratezza,
violenza fisica, psicologica e sessuale, disturbi di
personalità.
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Argomenti per donne?
Comincio a stancarmi nel vedere le battaglie portate
avanti sempre e solo da donne, come se fosse solo un
problema nostro. Gli uomini, soprattutto quelli non
violenti, devono farsi carico della loro parte di
problema, perché a produrlo è il loro genere. Invece in
tutto il mondo, nei servizi sociali, nell’avvocatura, nel
volontariato, nei centri antiviolenza, trovi solo donne.
Come se fosse un argomento di serie B.
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