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di Anna Coppola De Vanna
1. “Rivestirsi” ogni giorno
Tradizione vuole che il numero 13 porti sfortuna, forse per quell’eccedenza alla perfezione del dodici (divisibile per 2, 3, 4 e 6, poi
ci sono gli apostoli, i mesi, i segni zodiacali, i figli di Giacobbe e
le tribù di Israele, i cavalieri della Tavola rotonda e le porte della
Gerusalemme celeste, le fatiche di Ercole e le ore nel quadrante
dell’orologio, ecc. ecc.); ma, come in tutte le cose umane soggette
ad interpretazione, basta cambiare prospettiva per vederle diversamente: e allora tredici sono i mesi del calendario lunare legato
al ciclo delle donne e alla fertilità (con tutto il suo grappolo di simboli e di significati), e “fare tredici” fino a non molto tempo fa da
noi significava avere un colpo di fortuna (vincere la schedina); in
Giappone il numero tredici (san) porta fortuna, per assonanza con
il verbo vivere; destino simile e contrario al nostro 17, malaugurante perché in cifre romane (XVII) contiene le stesse lettere della
parola VIXI (sono morto). Da sempre l’uomo ha bisogno di significare la vita, di dare un senso all’incomprensibile, di leggere trame
narrative sul nulla anche a costo di vedere paesaggi nei fondi di
caffé; ed è il linguaggio, il logos a permetterci di costruire il mondo
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e ordinare gli eventi per dare ordine al caos (in principio era il
Verbo…)1. Non abbiamo altra via che continuare – nonostante
tutto – a rifondare fiducia e speranza nelle nostre collettive capacità, interpretando e non fuggendo quel nichilismo di cui, per
ovvia necessità storica, non possiamo non udire la costante presenza in ogni fatto del vivere; a maggior ragione per chi come noi,
ognuno con la sua professione, si trova quasi ogni giorno a doversi
incontrare con la forza dirompente della “nuda vita”2; dal dolore
privato di una separazione alla devastazione psicologica di una vittima di reato, dall’incontinenza viscerale di un abbandono alla
rara, ma pur tuttavia esistente, totale sordità emotiva; meglio: totale sordità empatica perché poi, su se stessi, a commuoversi viene
molto più facile… Insomma, lavorare con “materiale umano” richiede doppia vigilanza; è già di per sé un lavoro (ri)trovare ogni
giorno quelle motivazioni in grado di rendere unico e (fosse anche
solo per questo) eccezionale qualsiasi incontro ti riservi l’agenda;
è già di per sé un lavoro non farsi intrappolare nelle vischiosità di
situazioni particolarmente delicate e coinvolgenti così come è già
di per sé un lavoro ricordarsi di mantenere le giuste distanze senza
rischiare la routine e il torpore dell’apatia. Una mediazione, abbiamo sempre sostenuto, non è un atto notarile ma un’esperienza
di vita e, pur in presenza di un accordo, se non si esce da quella
stanza tutti un po’ diversi da come ci si è entrati, qualcosa non ha
funzionato. Mantenere alta la vigilanza su se stessi è un dovere
professionale; fosse anche uno sforzo di pura volontà, è qualcosa
dalla quale non possiamo fuggire poiché seppur neutrali (come da
1
Mi piace sempre ricordare che «Morte e Vita sono in potere della lingua e chi l’accarezza ne mangerà i frutti», dal Libro dei Proverbi (18,21 Vecchio Testamento).
2
Concetto più complesso – rispetto a quello intuitivo di ipotetico grado
zero dell’umanità – su cui ha scritto il filosofo Giorgio Agamben (rileggendo
Walter Benjamin). Vedi: G. Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda
vita, Einaudi, Torino 1995.
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statuto) non siamo strumenti neutri nelle mani dell’altro; e così
come nelle scienze esatte l’osservatore condiziona l’esperimento,
altrettanto la nostra stessa “pura” presenza ha effetti sulle dinamiche relazionali, effetti amplificati nel contesto particolarissimo
di una mediazione.
2. Adolescenti e intercultura
Tra i lavori pubblicati in questo numero segnaliamo il dossier di
Alberto Fornasari (L’altro tra noi: la percezione delle diversità culturali, etniche, religiose, di genere, negli adolescenti italiani), frutto
di una ricerca sulla percezione dell’alterità negli adolescenti italiani. Non è la prima volta che la mediazione si occupa di dialogo
interculturale come strumento di lavoro per contrastare l’esclusione sociale, uno dei migliori parametri per capire e prevenire il
disagio sociale3.
All’interno della ricerca troviamo un ottimo dizionario per cercare di capire – attraverso l’analisi del lessico di riferimento – la
complessità del tema. Difatti «problematizzare alcune parolechiave4 che ritornano spesso nei discorsi contemporanei relativi
alla costruzione simbolica e sociale della percezione dello straniero» è uno dei pochi strumenti a nostra disposizione per decostruire quelle narrazioni che diventano «intenzionalità politiche
più o meno consapevoli». E spesso queste narrazioni si basano sull’idea che «i confini tra i vari gruppi umani sono “naturali” e fissi»
quando invece, come del resto abbiamo avuto già modo di trattare5, sono concetti «che fanno riferimento a un ordine culturale
3
Nella ricerca si parla del nostro come «il Paese in cui è più alta la percentuale di persone che si sentono escluse dalla società (21%, rispetto ad
una media nell’Unione Europea del 9%)».
4
Nello specifico: etnocentrismo/esotismo/razzismo, etnia/etnicità/confini etnici, identità/appartenenze, cultura, multiculturale/interculturale.
5
Cfr. Editoriale, in “Mediares”, 9, 2007, pp. 14-15.
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e non naturale». Insomma, al di là delle differenze fenotipiche,
«qualunque gruppo umano può essere razzizzato […] essendo
l’esito di un processo di costruzione sociale e simbolica»; a volte
queste stigmatizzazioni sono frutto di consapevoli operazioni culturali e politiche, a volte invece sono solo conseguenza di pigrizia
cognitiva, fondata su credenze, stereotipi e pregiudizi, cioè processi basati sul risparmio intellettuale per ridurre la complessità
del mondo. E che siano frutto di consapevoli operazioni culturali
e politiche o conseguenza di creduloneria e analfabetismo, starà
ovviamente alle classi dirigenti, ai professionisti del sociale, della
scuola e della comunicazione continuare a contrastare quella che
sappiamo già essere una tendenza sostanzialmente ricorsiva, e
quindi prevedibile. Da qui l’importanza di pedagogie e strumenti
di facilitazione che dovrebbero diventare strutturali e non soltanto
occasionali, cioè dipendenti dalla buona volontà o dalla lungimiranza di un progetto a termine.
Altro lemma preso in esame è quello di identità: «Oggi la tendenza dominante è quella che porta alla mono-identificazione, all’identità esclusiva, tramite un’operazione che porta a naturalizzare
ed essenzializzare l’identità culturale». La riflessione sulla percezione e costruzione dell’identità come «costruzione sociale e simbolica e quindi fluida, soggetta a cambiamenti» in quanto
anch’essa appartenente all’ordine culturale e non a quello naturale, è una delle “battaglie” alle quali teniamo di più, in quanto
direttamente riconducibile al cuore del nostro lavoro. Difatti sarebbe praticamente impossibile fare mediazione (come del resto
qualsiasi altra professione “socialmente utile”) se non fossimo esseri metastabili, singolarità, potenzialità inespresse6. Perché è
chiaro che un’identità culturale naturalizzata ed essenzializzata
viene vista con la stessa rigidità di un tratto somatico, e di certo
non si può diventare più alti di statura con la sola forza della pa6
Cfr. Editoriale, in “Mediares”, 11, 2008, pp. 23-24.
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rola. Tuttavia, pensare «che la costruzione identitaria sia solo un’illusione è sbagliato, in quanto produce effetti nel sociale»7. E, aggiungerei, non solo nel sociale ma anche nel nostro Sé percepito:
ciò che ci riflette l’Altro agisce sulla “costruzione” della nostra immagine identitaria, per questo l’identità «va pensata in un’ottica
relazionale e situazionale» già dalla nascita, perché «il bambino si
forma nell’utero, ma l’individuo si forma nella relazione»8; insomma la relazione «precede l’individuo, non viceversa. In altre
parole, non sono gli individui a creare la società, ma piuttosto è la
società a creare gli individui». Viene messo in discussione il cuore,
la credenza stessa della modernità; e cioè la forza dell’individuo
autonomo e autosufficiente che decifra oggettivamente ciò che è
fuori da sé ed esercita la propria volontà sul mondo. Se Cartesio
disincarnava l’esperienza pensando ad una res cogitans separata e
alla guida dalla res extensa (cioè della materia) e se anche Kant in
qualche modo astraeva l’intelletto come se avessimo una pura e
astratta volontà a dirigere i nostri corpi e a plasmare il mondo (l’io
trascendentale), in realtà noi siamo i nostri corpi e continuiamo a
cambiare continuamente: sia in senso propriamente fisico (non
solo non abbiamo le stesse cellule di quando siamo nati, ma nemmeno quelle di stamattina) sia in senso “spirituale”, attraverso
quella rete di relazioni con le quali costruiamo il nostro mondo e
7
Vale sempre ricordare il teorema del sociologo americano William Thomas: «Se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle
loro conseguenze».
8
J. Rifkin, La civiltà dell’empatia. La corsa verso la coscienza globale del
mondo in crisi, Mondadori, Milano 2010, p. 58. Continua il testo con una citazione da Winnicott: «Quando mi si mostra un neonato, mi si mostra certamente anche qualcuno che bada al bambino, o almeno una carrozzina con
incollati addosso gli occhi e le orecchie di qualcuno. Ci troviamo in presenza
di una coppia formata dal bambino e da chi gli bada». Di Rifkin altrettanti importanti lavori sono: La fine del lavoro (1995), L’era dell’accesso (2000), Economia all’idrogeno (2002).
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la nostra cultura; la percezione di noi stessi che chiamiamo coscienza altro non è che l’epifenomeno di un sistema nervoso in
continua elaborazione (viceversa saremmo macchine preprogrammate [DNA] ed un buon calcolatore non avrebbe difficoltà
a prevedere il futuro). La possiamo tranquillamente continuare a
chiamare – la nostra percezione dell’io – anima mortale, se per
anima intendiamo appunto la complessa attività dei nostri cervelli
in continua contrattazione. La nostra esperienza della realtà è
esperienza incarnata e si forma sempre in relazione con l’esperienza degli altri; quanto più estesa e profonda è la nostra rete di
relazioni (da non confondere con la popolarità), tanto più profondamente potremmo comprendere i significati dell’esistenza. Se
Hofstadter parla di cervelli condivisi9, Bachtin scrive: «Essere significa comunicare […] Essere significa essere per l’altro e, attraverso l’altro, per se stesso. Un individuo non ha un territorio
sovrano interiore, ma è completamente e sempre sul confine; guardando dentro sé, guarda negli occhi dell’altro e con gli occhi dell’altro»10. In psicologia, e in pedagogia, lo riassumono con il
concetto di «esperienza incarnata»11.
9
«Se credete […] che i concetti siano simboli attivi in un cervello e che
le persone, non diversamente dagli oggetti, siano rappresentate da simboli nel
cervello e se infine che anche un sé è un concetto anche se molto più complesso […] da questo insieme di convinzioni discende necessariamente e inevitabilmente che il vostro cervello sia abitato in misura variabile da altri io,
da altre anime, una misura che dipende, per ciascuna, dal grado di fedeltà con
cui vi rappresentate – e siete in sintonia con – l’individuo in questione.» D.
Hofstadter, Anelli nell’io. Che cosa c’è al cuore della coscienza?, Mondadori,
Milano 2008, p. 301.
10
Rifkin, La civiltà cit., p. 137. In un dialogo di Saul Bellow: «È una questione di principio. La cosa sembra sfuggirti. Solo perché non sono più
iscritto al loro partito hanno dato istruzioni a lui e agli scemi come lui di non
parlarmi. Non capisci cosa significa? […] È un mio diritto che mi rivolgano
la parola. È la cosa più elementare del mondo. […] Proibisci a un uomo di
parlare con un altro, e gli hai vietato di pensare, perché, come ci insegnano
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Per questo guardare negli occhi dell’altro e con gli occhi dell’altro non è un atto di generosità ma il fondamento stesso con cui
è iniziata a formarsi la nostra coscienza, la nostra intelligenza; il
problema è che questa azione cognitiva spesso si blocca al cerchio
più ristretto: alla famiglia, o alla propria tribù; e questo non fa che
renderci più poveri (di spirito) e meno portati all’empatia e alla
comprensione del mondo e di noi stessi perché ci impedisce di incontrare quella sorprendente moltitudine inespressa che anima la
nostra vita; irrigidirsi in un’unica, prevedibile e sclerotica identità
è quanto di più facile si possa fare per fuggire da ogni prova di autenticità; e la paura dell’altro fa il paio con la paura della libertà,
che è una costante dell’uomo moderno. Del resto più monocordi,
semplici e prevedibili siamo, meglio è per qualsiasi forma di sotanti grandi scrittori, il pensiero è un tipo di comunicazione. E il suo partito
non vuole che lui pensi, vuole che sia succube della sua disciplina. […]
Quando un uomo obbedisce a un ordine del genere sta aiutando ad abolire
la libertà e a dare inizio alla tirannia». S. Bellow, L’uomo in bilico, Mondadori,
Milano 1953, pp. 32-33.
11
Sia la religiosità che il razionalismo della filosofia moderna (compreso
l’Illuminismo) condividono un approccio incorporeo all’esistenza: «I nuovi
sviluppi della psicologia e delle scienze cognitive stanno gettando le basi per
una interpretazione completamente nuova della coscienza umana. L’idea premoderna secondo cui fede e grazia divina costituiscono l’unica vera prospettiva sulla realtà, e le idee dell’Illuminismo che hanno posto la ragione al
vertice della coscienza moderna cominciano a cedere il posto a un approccio più sofisticato alla teoria della mente. […] tutte le attività umane sono
esperienze incarnate – cioè, di partecipazione all’altro – e che la capacità di
capire l’altro e rispondergli “come se” fosse noi stessi è la chiave delle modalità di coinvolgimento dell’uomo nel mondo, della creazione dell’identità
individuale, dello sviluppo del linguaggio, dell’apprendimento del pensiero
razionale, della socialità, dell’elaborazione di narrazioni culturali e della definizione della realtà e dell’esistenza. Il concetto di “esperienza incarnata” è
una sfida diretta ai vecchi approcci alla coscienza basati su fede e ragione. Le
nuove teorie della mente lasciano spazio a entrambi, nel contesto di un più
vasto sistema di riferimento empatico». Rifkin, La civiltà cit., pp. 133-34.
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vranità: un’identità rigida e catalogata una volta per tutte come un
codice a barre è un dispositivo illiberale. Vivere sul confine invece
significa riconoscere che si è se si è con gli altri, tra gli altri e per
gli altri.
Anche la ricerca di Fornasari insiste sul concetto di empatia:
«un impegno educativo che voglia connotarsi in direzione dell’interculturalità dovrà curare che i soggetti maturino: empatia, cioè
la capacità di mettersi nei panni dell’altro per capirne dall’interno
i vissuti e i pensieri, ed exotopia, cioè il distanziamento culturale
che consente di accettare la diversità dell’altro». La comprensione
della realtà – secondo la teoria dell’esperienza incarnata – non avviene «mediante il distacco e l’esercizio del potere, bensì attraverso la partecipazione e la comunione empatica: più
profondamente empatizziamo con i nostri simili e con le altre creature, più intenso e ampio è il nostro livello di partecipazione, e più
ricco e universale è l’ambito di realtà a cui abbiamo accesso»12.
Negli ultimi anni il concetto di empatia ha suscitato grandissimo interesse, sia nella divulgazione giornalistica che nella ricerca
scientifica con la scoperta dei neuroni-specchio13. Così scrive la
poetessa polacca Wiesława Szymborska in una sua lirica (Ogni
caso): «Poteva accadere. Doveva accadere / … / Ti sei salvato perché eri il primo. Ti sei salvato perché eri l’ultimo / … / Non c’è
fine al mio stupore, al mio tacerlo. Ascolta come mi batte forte il
tuo cuore»14.
12
Ivi, p. 143.
Una decina di anni fa un gruppo di neuroscienziati dell’Università di
Parma scoprì nel cervello di scimmia un’area che si attivava non solo quando
eseguiva azioni finalizzate a raggiungere un obiettivo, ma anche quando osservava fare quelle stesse azioni da un altro esemplare. I neuroni coinvolti
vennero chiamati “neuroni specchio”.
14
Wiesława Szymborska (1923), Premio Nobel nel 1996. Negli Essais
(1580) Montaigne così descriveva la cosa: «Fortis imaginatio generat casum
(Una forte immaginazione genera l’evento), dicono i dotti. Io sono di quelli
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Ritornando al dossier di Fornasari, se per un verso l’autore invita a sostenere forme di pedagogia interculturale che educhino
all’alterità e alla solidarietà affinché si vada al di là dei «confini del
proprio individualismo e del proprio gruppo di appartenenza per
riconoscersi membro di una comunità più vasta che collega tutti
e tutte nella solidarietà, al di là dei contesti culturali di provenienza, del genere, delle fedi religiose, delle convinzioni politiche», di contro non nasconde che questi altissimi obiettivi
necessitano di complicità nei sistemi dell’informazione che costruiscono immagini e narrazioni che plasmano la nostra visione
del mondo: «E perciò diventa importante l’immagine che noi abbiamo dell’“altro”; come ce lo rappresentiamo, come lo disegniamo, come ce lo raccontiamo nelle grandi agorà delle
trasmissioni televisive e dell’informazione». E questo vale non solo
per modulare la consapevolezza di noi ospitanti, ma è importante
anche «sul piano della costruzione simbolica che realizza agli occhi
dell’immigrato stesso, troppo spesso avvezzo a vedersi posto in relazione a miseria e problemi, quasi una condanna a un destino sociale di sofferenza». Insomma, per riconoscersi membro di una
che sentono moltissimo la forza dell’immaginazione. Tutti ne sono colpiti,
ma alcuni ne sono sconvolti. Essa incide su di me tanto da trafiggermi. […]
La vista delle angosce altrui mi angoscia materialmente, e la mia sensazione
ha spesso fatta propria la sensazione di un terzo. Uno che tossisce di continuo mi irrita i polmoni e la gola. […] Io afferro il male che osservo e lo pongo
in me». Montaigne, Saggi, Adelphi, Milano 2005, vol. I, cap. XXI, p. 125. Nel
suo ultimo lavoro dedicato all’empatia, il già citato Rifkin verte la storia dell’uomo secondo una visione integrata che vede nell’empatia il motore evolutivo della civiltà umana: «Più è sviluppato e individualizzato il sé, più è
grande la nostra percezione dell’unicità e caducità dell’esistenza, della nostra solitudine esistenziale e dell’infinità di sfide che dobbiamo affrontare
per esistere e prosperare». Insomma, non si tratta del mito del buon selvaggio, ma del suo contrario: è il soggetto moderno – proprio in quanto individualizzato, differenziato, metropolitano… – a potersi confrontare più
facilmente con l’empatia.
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comunità più vasta15 bisognerebbe essere in grado di cogliere la
“nuda vita”, l’haplòs con cui la filosofia prima definisce l’essere
puro; ben sapendo che «la nuda vita è altrettanto indeterminata e
impenetrabile dell’essere haplòs […] e che la ragione non può
pensarla se non nello stupore e nell’attonimento (quasi attonita,
Schelling)»16. Ma non per questo non ci si può approssimare con i
mezzi a nostra disposizione, con il continuo esercizio all’apertura,
al dialogo, al dubbio…, continuando – ognuno a modo suo – ad
investire i propri capitali di fiducia. E questa (la fiducia) si costruisce soprattutto esponendo e non soffocando la propria vulnerabilità, il che non significa affatto debolezza o vittimismo; anzi
è vero il contrario, richiede coraggio non farsi schiacciare dalla
consueta immagine dell’homo homini lupus…, richiede coraggio e
volontà non farsi annichilire dopo un tradimento senza cedere al
«lato oscuro della Forza»17. È spesso nel confronto delle proprie
caducità che si costruiscono le relazioni più significative. Esporsi
all’altro, fidarsi dell’altro apre mondi inesplorati. Dice un vecchio
proverbio napoletano: «quando tieni fame in piazza devi uscire
col palinco in bocca», cioè fatti vedere in giro con lo stecchino tra
i denti a simulare una serena digestione. Fino a che punto ha senso
simulare risorse inesistenti per timore di mostrare la propria reale
condizione? Ci sarà una via di mezzo tra legittimo senso della dignità ed irritante ipocrisia? In verità da un po’ di tempo sta cam15
«È questo il processo che caratterizza ciò che chiamiamo “civiltà”: il
superamento dei legami di sangue tribali e la risocializzazione di individui
distinti sulla base di legami associativi. L’estensione empatica è il meccanismo
psicologico che rende possibili la conversione e la transizione». Rifkin, cit. p.
25.
16
Agamben, Homo sacer cit., p. 203.
17
Fortunatissima formula della saga cinematografica Star wars (insieme
all’altrettanto fortunata: «Che la Forza sia con te…»); va da sé che queste
pennellate di cultura pop servono solo a colorare e ad alleggerire la scrittura.
È curioso e indicativo al tempo stesso constatare però quanto successo abbia
l’epica cinematografica impregnata di religiosità e spiritualità.
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biando la sensibilità su questi temi e ciò che prima era tabù adesso
viene nascosto con minore enfasi se non qualche volta addirittura
esibito. Attori holliwoodiani e varie celebrità tendono a celare
sempre meno i propri problemi di salute (cancro, tossicodipendenza, alcolismo, ecc.) o la propria omosessualità. L’outing non
solo alleggerisce dalla tensione di dover continuare perennemente
a mantenere credibile una farsa, ma li rende più umani, li avvicina
di più al loro pubblico; e dopo i primi pionieri sembra ormai diventare uno standard (una cosa impensabile ai tempi di John
Wayne e Rock Hudson). Certo, a volte può infastidire l’esibizionismo televisivo di gente in cerca del suo quarto d’ora di celebrità,
anche alla luce del fatto che la televisione non è e non fa comunità.
Ma, sappiamo tutti, nella vulgata di qualsiasi nuovo atteggiamento
“che piace” si paga sempre un piccolo conto alla spettacolarizzazione di massa; stesso destino per le inedite sensibilità esibite dalle
star. Se ciò porta a rendere meno esasperante la ricerca ossessiva
di una superiorità cinica e competitiva (più esibita che non reale)
che il più delle volte porta a frustrazione e nevrosi, allora «una
messa varrà bene Parigi». Educarsi alle proprie e altrui imperfezioni non significa rinunciare alla battaglia, ma significa affrontare
la vita e le sue asperità con identico accanimento, soltanto un po’
più calibrato, consapevoli dei propri limiti e delle altrui debolezze.
Sono forse liberi gli uccelli dalle catene del cielo? cantava Bob
Dylan18. Solo vivere appieno le proprie reali possibilità porta alla
pienezza di sé e ad un’autentica libertà condivisa con gli altri. Una
piena autosufficienza (o meglio: la percezione di una totale autosufficienza) al contrario può portare all’egotismo più nocivo – e
non solo per la comunità – ma per la stessa salute mentale di chi
si lascia andare a tale supponenza e che porta inevitabilmente a
quello che chiamano “spotlight effect” (effetto riflettore) e cioè
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Ballad in plain d (Ballata in semplice re), dall’album Another side of
Bob Dylan del 1964.
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alla convinzione che gli altri ci notino e ci giudichino più di quanto
non facciano effettivamente.
Insomma, c’è tutto un mondo da costruire e in tal senso non
solo va sostenuto il cambiamento di quelle norme sociali che in
qualche modo incoraggiano atteggiamenti ipocriti se non addirittura preventivamente aggressivi – come fanno spesso gli animali
intimoriti – ma, ad esempio nel caso dell’educazione all’intercultura, è auspicabile promuovere momenti di mediazione in ambito
pedagogico «non potendo dare per scontato che un contatto spontaneo, e tantomeno sporadico, possa offrire occasioni di crescita
interculturale». Ci sono insomma delle tendenze positive all’incontro e al dialogo, ma vanno incoraggiate e sostenute perché non
ancora metabolizzate e sempre a rischio regressione.
3. Gli altri interventi
3.1. Grande sogno vs libertà
In questo numero ospitiamo ancora un lavoro di Donato Torelli e
Ignazio Grattagliano (Fenomenologia della coppia postmoderna), i
quali da tempo portano avanti acute riflessioni sugli aspetti di
“normalità” e “patologia” della coppia e della famiglia post moderna. Le loro teorie sul percorso che esita nella scelta del coniuge
definito del «togliersi una voglia», sulla qualità relazionale tra i
componenti della coppia, individuata nella «terapia della solitudine», sull’ambivalenza della scelta del partner per la quale «le relazioni amorose oscillano ancora tra due strutture mitologiche
fortemente contrastanti tra di loro: quella che spinge verso la realizzazione del grande sogno e quella, decisamente più recente, che
orienta fortemente a coltivare la voglia di libertà ed indipendenza», trovano piena rispondenza nella nostra esperienza professionale di psicoterapeuti e di mediatori familiari. Esse, inoltre,
echeggiano il pensiero di Giddens: «fra tutti i cambiamenti che
sono in atto nel mondo nessuno è più importante di quelli che ri-
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guardano le nostre vite personali: sessualità, relazioni, matrimonio e famiglia.
È in atto una rivoluzione globale nel modo in cui pensiamo noi
stessi e in cui formiamo legami e connessioni con gli altri, una rivoluzione che avanza in maniera non omogenea nelle differenti
culture e regioni, incontrando molte resistenze […]. Ma le trasformazioni che riguardano le sfere personali ed emozionali vanno
ben oltre i confini di un singolo paese […]. In Cina, per esempio,
lo Stato sta considerando di rendere più difficile il divorzio. Sulla
scia della rivoluzione culturale sono passate leggi matrimoniali
molto liberali secondo le quali il matrimonio va considerato come
un contratto di lavoro risolvibile […]. Anche se uno dei partner
non è d’accordo, il divorzio può essere concesso quando nel matrimonio non sussiste più il reciproco affetto: bastano due settimane, dopo di che la coppia paga l’equivalente di quattro dollari
e riacquista l’indipendenza»19.
Anche per quanto riguarda la costituzione della coppia coniugale, Giddens prospetta tesi comparative tra la coppia post moderna e la coppia tradizionale: «Una volta formatasi, una coppia
ha la propria storia esclusiva, la propria biografia basata sulla comunicazione emozionale o intimità.
L’idea di intimità sembra vecchia, […] ma in realtà è nuovissima, perché mai in passato il matrimonio si era fondato sull’intimità, sulla comunicazione emozionale […] che stanno sostituendo
i vecchi legami che univano le vite individuali delle persone e che
danno vita alla “relazione pura”. La relazione pura ha dinamiche
del tutto diverse dai tipi più tradizionali di legami sociali: essa dipende da un processo di fiducia attiva che induce un soggetto ad
aprirsi all’altro, condizione fondamentale perché si dia l’intimità.
La relazione pura è implicitamente democratica. La relazione pura
19
A. Giddens, Il mondo che cambia, il Mulino, Bologna 2000, pp. 69 sgg.
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è basata sulla comunicazione, in modo che risulti essenziale la
comprensione del punto di vista dell’altra persona: discutere o
dialogare è la base che fa funzionare il rapporto, che funziona al
meglio se le persone non si nascondono troppo l’uno all’altra e, insomma, nutrono fiducia reciproca. Infine un buon rapporto non
deve conoscere potere arbitrario, coercizione e violenza. Tutte
queste qualità corrispondono ai valori della democrazia politica
[…]; quando applichiamo alle relazioni questi principi […] arriviamo a parlare di qualcosa di veramente importante, vale a dire
la possibilità di ciò che chiamerò una democrazia delle emozioni
nella vita di tutti i giorni».
Ma la condizione della famiglia oggi sembra non rispettare queste fondamentali “leggi democratiche”, con la conseguenza che il
matrimonio e la famiglia sono diventate “istituzioni guscio”.
3.2. Sulla separazione collaborativa
Il prof. Gulotta, insieme a due suoi collaboratori (Moira Liberatore e Laura Lombardi) scrive a proposito di separazione collaborativa (La risoluzione stragiudiziale del conflitto coniugale: la
separazione collaborativa). Di che si tratta? «Il modello della separazione collaborativa – scrive Gulotta – costituisce una piccola
rivoluzione per quel che concerne la figura dell’avvocato, storicamente e tradizionalmente investito di un’immagine tutt’altro che
conciliativa». E questa «piccola rivoluzione» consiste nel vedere
gli avvocati «impegnati in prima persona in un lavoro di cooperazione finalizzato al raggiungimento dell’accordo». Per evitare
equivoci (e cioè che non si tratta di un’offensiva corporativa della
categoria) gli autori specificano in dettaglio le differenze con la
mediazione familiare – da cui pure prende ispirazione – evidenziando le situazioni in cui tale pratica è da preferire al modello nativo; rimandando quindi alla lettura integrale del pezzo, segnalo
solo il breve passaggio che sintetizza tale distinguo: «Rispetto alla
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mediazione familiare, nella pratica di separazione collaborativa vi
è il vantaggio che, essendo gestita direttamente dagli avvocati, questi possono fornire informazioni e pareri di natura legale, cosa che
invece non può fare il mediatore familiare. Anche le questioni di
natura economica – come tutti gli altri temi intorno ai quali è necessario giungere a una definizione – rientrano nella negoziazione
messa a punto negli incontri congiunti alla presenza delle parti,
dei rispettivi legali e degli eventuali consulenti tecnici. Rispetto
alla separazione collaborativa, la mediazione familiare appare più
idonea e quindi maggiormente indicata in quelle situazioni dove
il focus della diatriba riguarda l’educazione dei figli o le modalità
di visita del genitore non convivente, nonché i rapporti con le famiglie estese e gli eventuali nuovi partner dei genitori». Insomma,
la mediazione familiare funziona nelle questioni affettive ed emotive, ma quando bisogna trattare sui soldi o spartirsi le proprietà
di famiglia, meglio allora gente preparata all’artiglieria pesante:
quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare… E non sto facendo ironia perché Gulotta probabilmente ha ragione. Si tratta
dell’annosa e ancora irrisolta questione della formazione professionale: chi fa cosa, con quali risorse e con quali competenze…
Ciò riporta all’albo della categoria professionale, alla legge quadro, ecc. ecc. Troveremo il modo per affrontare la complessa questione.
3.3. La mediazione in Francia
Marc Juston, Presidente del Tribunale di Grande Istanza20 di Tarascon (Francia), e già ospite di “Mediares” n. 8, ci propone un interessante articolo (La mediazione familiare: un’occasione per le
separazioni di buon senso) che ci apre una finestra sull’operato dei
20
Erroneamente tradotto, a volte, con Corte d’Appello; in realtà è corte
di primo grado.
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cugini francesi. Il «buon senso» diventa la chiave di volta per sostenere il cambiamento in atto; ma siccome dietro ogni parola
dalla grande portata semantica si nascondono le trappole più insidiose e i grumi di significato più controversi, sarà bene – come
fa l’autore – declinare questo «buon senso» secondo le reali esigenze della pratica mediativa, a partire dalla comprensione e dall’accettazione che nulla è possibile senza partire da quei «principi
della trasversalità, della inter-professionalità e della collaborazione» per un lavoro collettivo e multidisciplinare perché il conflitto familiare «è proteiforme; e non è pensabile che le regole del
diritto bastino da sole a risolverlo». E se per noi mediatori è un sudato riconoscimento, è altrettanto importante ricordarsi di fuggire dalle lusinghe dell’autosufficienza rispettando tutte le
professionalità in gioco: «Sarebbe assurdo che i professionisti del
diritto di famiglia si facciano la guerra tra loro, sorretti dalla convinzione che ciascuno, da solo, possa trovare la soluzione al conflitto. È ridicolo considerarsi concorrenti, in quanto ognuno lavora
su terreni differenti». E nella suddivisione dei ruoli Juston ci rammenta il principio fondamentale della professione, ossia «lavorare
sulla comunicazione, cercare di ristabilire un dialogo tra le parti,
sollecitando la responsabilità e il mutuo rispetto». Mutuo rispetto
e comunicazione sono i pilastri d’appoggio per poter poi affrontare serenamente uno degli aspetti più difficili e delicati: la colpa;
che – se non va strumentalizzata come arma nella resa dei conti –
non va nemmeno ignorata poiché «tale atteggiamento offende la
sofferenza di colui che l’ha subita e molte persone hanno bisogno
che la colpa venga riconosciuta». Se Churchill riferendosi alla
guerra boera poteva dire che la situazione era pessima perché avevano tutti un poco ragione, potremmo dedurre che – se avessero
tutti un poco torto – la situazione potrebbe essere eccellente. Difatti una buona mediazione parte non solo con il riconoscimento
delle proprie emozioni ma anche, se non soprattutto, con il riconoscere i propri errori e le proprie colpe. Da capire, da confes-
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sare, da rinfacciarsi e da elaborare in maniera costruttiva. Perciò,
sottolinea Marc Juston, «le legislazioni europee che incoraggiano
le parti a intraprendere un percorso di mediazione considerano
proprio la mediazione il luogo idoneo in cui è possibile parlare di
colpa e di colpe».
Insomma, sembra che in Francia l’istituto della mediazione familiare stia determinando «risultati soddisfacenti e duraturi»; ma
il lavoro è ancora molto lungo perché «riforme culturali di tale
portata richiedono anni. Le reticenze sono ancora forti, le pressioni di alcuni attori giudiziari sono difficili da contrastare, le vecchie abitudini resistono». Se hai in testa un martello – diceva
Maslow21 – è normale vedere ogni problema sotto forma di
chiodo…; per questo, sottolinea l’autore, bisogna continuare a
spingere perché la mediazione sia «una rivoluzione culturale, un
cambiamento nella visione del conflitto, sia da parte degli operatori del diritto che da parte dei cittadini»; e, ancora di più, allargando gli orizzonti secondo i nostri costumi non possiamo non
condividere che «la mediazione è di certo uno strumento di pacificazione sociale; è una speranza di cambiamento. Come le energie alternative, è l’avvenire». E non è solo un auspicio, ma un fatto
sociale che – proprio come le energie alternative – richiede lavoro,
sostegno, pazienza e politica nel senso più alto del termine.
3.4. L’assistenza nelle istituzioni totali
Martin Barberan scrive invece sul lavoro degli assistenti sociali
giudiziari (Social workers of justice and the application of community sanctions in a context of respect of human rights [Assistenti sociali giudiziari e applicazione delle condanne nel rispetto dei diritti
umani]) i quali – se devono naturalmente attenersi all’ordinanza
21
Abrham Maslow, psicologo americano.
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emessa dal tribunale – non per questo devono sentirsi liberati dalla
responsabilità di proporre sanzioni alternative alla detenzione.
Piuttosto, avvalendosi di quella «esperienza professionale collettiva storicamente evolutasi» hanno il dovere di collaborare attivamente nella ricerca di quel «necessario equilibrio tra le funzioni di
controllo e l’inserimento sociale, nel quadro del rispetto scrupoloso dei diritti umani […], in grado di attivare cambiamenti positivi nella persona». Come qualsiasi cittadino – sottolinea Barberan
– la persona soggetta a misure penali «ha diritto ad accedere ai
servizi sociali di assistenza primaria e specializzata, in egual misura del resto della popolazione». L’intervento deve essere quindi
individualizzato, cucito a misura sulle caratteristiche personali di
ciascuno e, se il caso lo richiede, l’assistente sociale giudiziario ha
«la possibilità di proporre modifiche agli obblighi laddove questo
appaia conveniente»; e lì dove Barberan scrive di «possibilità», tra
le righe possiamo tranquillamente leggere: dovere. Se ogni persona ha una «responsabilità individuale verso la comunità», vale
altrettanto ricordarsi del contrario e cioè della «responsabilità sociale di ciascuna comunità nei confronti di ogni membro»; responsabilità sociale di cui l’assistente sociale giudiziario dovrebbe
farsi carico se non per propensione almeno per professione.
Quando si parla di prigione i discorsi diventano sempre delicati e complessi, soprattutto in questo momento storico particolarmente duro con le fasce più deboli della popolazione: sotto
l’egida della “sicurezza”, disagio sociale e criminalità diventano
spesso indistinguibili. Invece di asili e case popolari, lo Stato preferisce investire in prigioni (e nemmeno tanto, visto l’endemico
sovraffollamento delle stesse) e Cpt (Centri di permanenza temporanea)22. Tra i criminali di professione, in carcere si trovano tos22
«Nonostante i contorsionismi linguistici di cui hanno dato prova ministri, prefetti e giornalisti, i Cpt non sono altro che campi di internamento,
spazi in cui si recludono e puniscono persone che non hanno commesso
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sicomani che avrebbero piuttosto bisogno di cure, clandestini che
avrebbero bisogno di documenti e cittadinanza, e ladri di polli in
cerca di casa, lavoro, e magari anche di stabilità e di un orizzonte
di senso. E non è retorica buonista: è sufficiente andarsi a vedere
le statistiche carcerarie. Per questo il lavoro degli assistenti sociali
giudiziari è chiamato in causa in maniera estremamente responsabile; scrive Wacquant: «Nel momento in cui nello Stato postkeynesiano la differenza tra settore sociale e quello penale
diventa indistinguibile, l’istituzione carceraria opera sempre più
in concerto con gli organismi e i programmi volti a portare “assistenza” alla popolazione diseredata. In primo luogo, si può rilevare
come la logica panottica e punitiva del campo penale tende a contaminare e ridefinire gli obiettivi e i dispositivi dell’assistenza sociale»23.
Insomma, fa intendere Barberan, è una professione che richiede – oltre al consueto approccio interdisciplinare – una certa
accortezza e partecipazione per evitare «l’invasività e il condizionamento della persona oltre la misura prevista dalla sentenza».
3.5. Il Gruppo di parola
Costanza Marzotto ci offre invece un contributo (La transizione
del divorzio e gli strumenti d’aiuto per figli di genitori separati) su
alcun reato.» A. Russo, Un’altra Weimar è possibile?, in AA.VV., L’uniforme
e l’anima, Action30, Bari 2009, p. 25.
23
J.D. Wacquant, Parola d’ordine: tolleranza zero, Feltrinelli, Milano
2000, p. 72. Il panopticon è un luogo da cui poter osservare e controllare
senza essere visti. Lo ideò Bentham alla fine del ’700 ed era progettato per risparmiare sulla sorveglianza nelle prigioni. Sistema usato successivamente
anche nelle fabbriche manufatturiere in cui l’ufficio del proprietario era sopraelevato per controllare gli operai e la produzione. Nella seconda metà del
Novecento il filosofo francese Michel Foucault – partendo dalla figura (anche
metaforica) del panopticon – elaborò le sue riflessioni sulle trasformazioni del
potere: cfr. M. Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino 1976.
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un nuovo strumento parateraupetico che accompagna i figli di
coppie separate ad elaborare le inevitabili sofferenze dell’evento
familiare, spesso vissuto in silenzio come vergogna, delusione e
sfiducia nei confronti degli adulti. Che poi questa sofferenza non
elaborata possa produrre in futuro una gamma vastissima di esiti
– da un vago malessere esistenziale fino a più gravi forme di nevrosi e psicosi – è materia ormai consolidatissima nella comunità
scientifica. Per questo è dovere della comunità sociale continuare
ad investire in questi strumenti di accompagnamento alla coppia
genitoriale e alle famiglie divise «allo scopo di garantire alle nuove
generazioni il senso di appartenenza, far fare un’esperienza di fiducia ai soggetti più deboli del corpo familiare, affinché questi
possano continuare a sperare nei legami, con un termine sintetico
“per costruire capitale sociale”». Nello specifico lo strumento
adottato e di cui ci riferisce l’autrice è il cosiddetto “Gruppo di parola”, con l’obiettivo di accompagnare i figli a «transitare al di là
dell’evento critico “separazione della coppia genitoriale” e portare in salvo la fiducia nei legami e la propria autostima». Il gruppo
– dice la Marzotto riferendosi ai ragazzzi (e noi condividiamo in
pieno) – è «maestro di vita!». Nel gruppo e con il gruppo si impara
a elaborare la propria esperienza, si attenua la propria eccezionalità e, insieme al dolore, si condividono anche le esperienze positive e gli orizzonti di significato; nel gruppo «in breve tempo si
crea un clima di fiducia e di confidenzialità tale per cui ai partecipanti è dato nominare fatti e sentimenti assai complessi», quei fatti
e quei sentimenti che “ingombrano” e che hanno solo bisogno di
essere ascoltati e magari tradotti da un adulto “affidabile” e condivisi dai propri pari. Insomma, il corpo famigliare ha bisogno di
«essere parlato». E proprio da qui – per questioni di mentalità e
di provincialismo cui abbiamo accennato poco sopra – nasce un
impedimento alla divulgazione di tale salutare metodica: «Certamente dobbiamo tenere presente che oggi in Europa solo una minoranza di genitori separati o divorziati è così sensibile da iscrivere
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il proprio figlio a un Gruppo di parola, senza temere che il piccolo
riveli segreti di famiglia, o “sbugiardi” la famiglia davanti ad estranei…». Insomma, nonostante «la via della parola si conferma ancora una volta efficace per sviluppare quelle competenze
necessarie a fronteggiare le complesse sfide della vita futura», finora i beneficiari di tale strumento sono ancora un’elite; anche se
comunque, in ambiti più vasti di quello cui ci riferiamo, «la modalità gruppale di affiancare i soggetti nelle transizioni difficili»
sembra avere un trend positivo.
3.6. E in chiusura…
Infine due interventi più squisitamente tecnici: la dott.ssa Ana
Maria Sanchez ci aggiorna sulle novità legislative della mediazione
civile in Spagna, mentre Donatella Salari (che ospitiamo nella rubrica Itinerari del Diritto) approfondisce in maniera estremamente
dettagliata gli sviluppi di un casus giuridico creatosi intorno alla
legge Regione Lazio 24 dicembre 2008, n. 26 (recante interventi
sulla figura del mediatore familiare) successivamente censurata
d’incostituzionalità. Caso complesso, molto acutamente ricostruito
e commentato dalla Salari.
Come sempre, poi, le consuete rubriche tra cui il Forum curato
da Fulvia D’Elia, in cui un folto gruppo di magistrati dialoga e riflette sui temi della mediazione e della giustizia riparativa e un’occhiata flash su un poliedrico mediatore statunitense. Buona
lettura.
«Mediares», n. 13, 2009.
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