I Vestiti Nuovi dell’Imprenditore
o l’economia narrata a Martina.
Ruggero Zanini
Prefazione
All’alba del secolo XXI l’intera vita degli individui è ormai dominata da un apparato tecnico ed
economico che, pur in assenza di metodi violenti e anzi nel rispetto formale della libertà e delle
regole democratiche, riesce a manipolarne i bisogni, le opinioni e i valori.
Modelli di comportamento indotti dai mezzi di comunicazione di massa, stereotipi spersonalizzanti
e false priorità soffocano le potenzialità creative delle persone, cancellano le differenze
nell’uniformità di comportamenti seriali, caratterizzati da un acritico adattamento ai moduli imposti
dalle forze politiche dominanti.
Un esame realistico delle tendenze prevalenti nei paesi sviluppati lascia prevedere la possibilità di
un mondo sempre più omologante, abitato da uomini sempre più simili tra loro, sempre più succubi
e conformisti, ridotti a meri consumatori da catalogare e organizzare a favore degli interessi dei
grandi monopoli industriali e finanziari.
Se a tale scenario si aggiunge la presenza di una miseria degradante per la maggioranza del genere
umano, una seria riflessione sui valori e sull’etica sottesi all’odierna concezione dell’economia di
mercato nella sua variante capitalistica non può più essere lasciata sullo sfondo.
La strada da percorrere non è certo quella della rinuncia alle conquiste della scienza, ai vantaggi
prodotti dalla tecnologia, ai benefici offerti dalle società aperte, democratiche. Si tratta piuttosto di
ripensare alle ragioni profonde della disuguaglianza, dell’opulenza finalizzata allo spreco, alle
dinamiche della liberalizzazione dei rapporti economici e all’utilizzo dei risultati del progresso, in
modo che tutti i paesi – inclusi quelli del Terzo Mondo – possano conseguire livelli di sviluppo che
garantiscano dignità, libertà e conoscenza agli individui.
L’opera di Ruggero Zanini – rivolta ai più giovani per il suo stile confidenziale, ma ricca di
suggestioni anche per i lettori più maturi – nasce dall’esigenza di spiegare i principi basilari dei
meccanismi economici che muovono la potente macchina dell’economia mondiale, un apparato
gigantesco che pochi conoscono, ma che tantissimi alimentano inconsapevolmente con la loro vita
anestetizzata, inquadrata e istupidita dalle leggi del mercato. Il suo sguardo perspicuo sul mondo
attuale promuove dubbi inquietanti, domande radicali sul senso esistenza umana nelle società
industriali avanzate dell’Occidente.
Quando gli individui sono ossessionati dal bisogno irrefrenabile di produrre, di consumare, di
sprecare, di lavorare fino alla spersonalizzazione, di delegare ad altri la gestione del loro tempo
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libero, di riconoscersi narcisisticamente nelle loro merci di marca, è lecito chiedersi – suggerisce tra
le righe l’autore – dove sia finita la loro originaria aspirazione alla felicità.
Nel libro che tenete in mano, Ruggero Zanini non offre facili ricette per riconquistare una presunta
armonia perduta, un Eden da cui qualcuno ci avrebbe cacciato a pedate (ci sono già in giro tanti
ciarloni che, se ben pagati, sostengono di potervi indicare le giuste coordinate).
La sua è una proposta più modesta, ma, a nostro parere, più incisiva: poniamoci le domande più
semplici, più elementari, sapete, quelle imbarazzanti che pongono talvolta i bambini, e cerchiamo di
rispondervi con coraggio, serietà e, magari, con un po’ di fantasia.
Lorenzo Mantia
(Liceo Pedagogico)
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DIPARTIMENTO DI ECONOMIA AZIENDALE E LETTERE
Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri L. e V. Pasini Schio
Desideriamo portare all’attenzione del Collegio docenti il nuovo lavoro del nostro collega prof.
Zanini, insegnante di Economia e scrittore per passione.
“L’economia narrata a Martina “ è un esempio di divulgazione scientifica che ha il pregio di
coniugare la riflessione sul sistema economico, non sempre di per sé di facile comprensione, con il
piacere del racconto che, in questo caso, ha per protagonista un’adolescente di oggi.
L’opera, di circa settanta pagine, scritte con uno stile accattivante, discorsivo ma preciso nel lessico,
oltre che nell’esposizione scientifica, è tale da farsi apprezzare anche dai nostri giovani studenti e,
opportunamente, l’amico Ruggero Zanini l’ha voluta dedicare a loro, alle “Martine del primo anno
di ragioneria, a volte in difficoltà nell’affrontare una materia del tutto nuova come l’economia ma di
grande importanza nella società attuale fondata sul sistema di libero mercato e sulla
globalizzazione.
Il patrocinio offerto alla pubblicazione di questo testo vuol essere, certo, un riconoscimento e un
sostegno alla meritoria fatica del nostro simpatico collega, ma rappresenta, soprattutto,
un’opportunità interdisciplinare da cogliere, a vantaggio sia degli studenti di ragioneria sia, anche,
di un pubblico più vasto di lettori che potranno gustare con “l’economia spiegata a Martina” un
piacevole e utile prodotto culturale.
Schio, 18 gennaio 2006
Dipartimento di Economia Aziendale
Dipartimento di Lettere
Giovanni Vanzo
Francesco Falvo
Mara Mondin
Alessandra Sartore
Antonella Summa
Aureliana Strulato
Ilario Trentin
Claudio Binotto
Loredana Maule
Rosella Dal Brun
Ugo Scapin
Vincenzo Scalzotto
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Anche per Alessandro, carissimo
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INDICE
PARTE PRIMA
1. La mano invisibile
2. Dove il mondo si fa piccolo
3. Notte quieta
4. Morte, Vita…
5. Sì, volare
6. Fra coppa e collo Parte II
7. Home
8. Déjà vu, lu, entendu
Parte II
1. Per cominciare.
(ossia, finalmente: da do’ che i vien)
2. La mano invisibile (rieccola)
3. Mercato, valore, prezzi
4. Un certo gonfiore
5. La moneta
6. L’interesse
7. Ancora mercato
8. Lo stato del mercato
9. Dove si parla di occupazione
10. Commercio mondiale
11. Cambi
12. Insomma: Stato o Mercato?
13. Cenno di commiato
14. Dove si fa cenno a felicità, etica ed economia
15. Bye bye, be happy
16. Caro Jimi
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Parte I
Signore, dammi una buona
digestione,
e anche qualcosa da digerire.
Dammi un corpo sano, Signore,
e la saggezza per conservarlo tale.
Dammi una mente sana,
che sappia penetrare la verità
con chiarezza,
e alla vista del peccato non si
sgomenti,
ma cerchi una via per
correggerlo.
Dammi un’anima sana Signore,
che non si avvilisca in
lamentele e sospiri.
E non lasciare che mi preoccupi
eccessivamente
di quella cosa incontentabile
che si chiama “io”.
Signore, dammi il senso
dell’umorismo:
dammi la grazia di cogliere uno
scherzo,
per trarre qualche allegrezza
dalla vita,
e per trasmetterla agli altri.
Amen.
(Sir Thomas More)
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1. La mano invisibile
Da do’ che i vien…
Da do’ che i vien?
E chi se ne frega da do’ che i vien!
L’aria pungeva, e un vago sentore di calicanto…
Calicanto? Che bellezza. Sarà vero?
… ma non è un po’ troppo in anticipo adesso? a gennaio sì, ma dicembre? Boh?!
Il calicanto che amava tanto, quel sapore di sacro e… d’erotico l’aveva sempre fatta sospirare, e
annusare con voluttà.
Ma sacro, è lo stesso che erotico, no? sacrerotico, allora! Ma… ma che freddo fa. Brrr… e dove
sono?
La terra intorno era fredda e indurita; l’erba stessa, la poca ancora rimasta, bruciava d’un gelo da
non dirsi. Poco più in là, cordoni irregolari di zolle di terra cioccolato e caffè rigirate brillavano al
sole pallido, frammenti vetrosi.
I vecchi noci pallidi, anche loro freddi, ai lati del campo arato, mandavano gli spogli stecchi al
cielo bigio in un grido acuto; e, dove i filari parevano finire, ecco un succedersi di vallette
irregolari, frammentate da immediate e ripide scarpate che nascondevano la vista. E poi conche, o
meglio, conchette sparse come stampi capovolti di budini. E ancora rade siepi stravolte da un
insolito freddo. Un grande freddo.
Dove sono, ma dove sono? Case… non ce n’è. L’ultima, mezz’ora fa; e anche più.
Era uscita da scuola, quasi fuggendo, e aveva vagato… da quanto non lo sapeva più.
Aveva perduto cognizione del tempo e dello spazio, e in fondo non le importava più un granché.
Voleva solo andare, andare senza meta e perdersi, annullarsi per non sentire più nulla di sé e degli
altri.
Esser lì, in quel posto così strano… non le pareva poi tanto strano. Desiderava mettersi fuori
gioco, relegarsi nei sotterranei oscuri della mente dove tutto diventa incerto, indefinito, precario…
Sì, così voleva essere: la foglia secca portata dal vento, leggera, impalpabile, vacua.
Quella desolazione, fuori e dentro, riusciva a calmarla: l’effetto di un leggero narcotico.
Respirava. Ah… E lo teneva stretto, malgrado il rosa della lana che fasciava le magre dita, con
dolore irrigidite, se lo teneva stretto, quel diario. Lo stringeva al cuore: da lì pareva trarre, da quei
battiti amplificati dalla rigida copertina, l’unico conforto del momento, l’unica certezza.
Cammina e cammina, lontano da tutto il rumore del mondo, arrivò al centro di una piccola radura:
snelli abeti neri sfrangianti lassù, formavano una linea irregolare contro un cielo nero che ricordava
la frangetta di Giulia.
Giulia! Quel nome, quel volto… arrivarono d’incanto: vecchi amici in un giorno di smarrimento
totale.
Allora, il volto fu tutto illuminato da inconsapevole sorriso. Ben presto però la luce si spense, man
mano che affioravano in primo piano ombre di tempi meno remoti.
Giulia, poi! No, non ci voleva… pure lei adesso!
Un guazzabuglio di pensieri distorti le turbinavano in testa fin dal mattino ed ora, l’idea di Giulia,
non faceva che aumentare confusione e smarrimento.
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Era a terra, giù… pericolosamente giù. Avrebbe voluto sedersi sul tronco gigante adagiato lì
davanti a lei, e aprire il cuore al suo Jimi. Che ne sarebbe uscito?
Respirò forte. L’aria in quel momento tornava a profumare di calicanto. Amava quel fiore che si
dava in tutta bellezza nel cuore dell’inverno. Singolare occasione per farsi amare. Farsi amare? A
lei non riusciva proprio. Eh già, col muso lungo che mi ritrovo…
Al mattino era andata da schifo. Un senso di noia, di torpore che diventava pericolosamente
sempre più familiare in lei l’aveva colta fin dalla prima ora di lezione. La voce della prof di Storia,
quella voce fatua e fasulla, le giungeva ovattata, lontana, lontana come salisse a fatica dal pozzo
della preistoria. Più che parole, percepiva confusi suoni monotoni: litania senza fine.
Volgeva allora disperata lo sguardo alla finestra in cerca d’una via di scampo. Volare, sì, volare,
poter migrare… Lassù nel cielo si sperdeva, là dove ancora indugiavano i lembi rosa del primo
mattino. Sentiva dentro uno struggimento senza nome che le prendeva la gola; provava il disagio
forte d’essere fuori posto, stretta fra quelle mura che diventavano un giorno dopo l’altro sempre più
strette: una morsa senza pietà.
La mente continuava ad indugiare su vaghi spazi vasti e lontani al di là del vetro, seguiva il gioco
bizzarro delle nubi in continuo andare, in continuo divenire: forme libere che diventavano
all’improvviso magici gatti, cavalli, agnelli…
Un passerotto, senza cappotto, volò sul ramo nudo dell’unico albero del cortile, vicino alla
finestra: pareva invitarla con occhio rotondo e vispo a seguirlo nell’aria fredda e libera. Allora
ricordò:
Mais voilà l’oiseau lyre
qui passe dans le ciel
l’enfant le voit
l’enfant l’entend
l’enfant l’appelle
Sauve-moi
joue avec moi
Oiseau!
A casa, dopo scuola, aveva trovato una madre furibonda. Non vedeva che l’enorme bocca
spaventosa, spalancata a gettare fiumi d’imprecazioni; sempre le stesse, poi. E ancora nessun cenno
al voto di matematica! Lei continuava imperterrita, lamentava il disordine in cui lasciava la
cameretta. Il fatto che si permettesse certi piccoli capricci - normali fra le compagne della sua età,
no? - la montava in bestia. A stento riusciva a sbarcare il lunario, lei, con i pochi soldi che il marito
le mandava una volta al mese, e quella piccola peste si permetteva di scialacquare i miseri risparmi
in libri - in francese, poi - musica e robaccia varia, ma dico, io!
E finiva poi invariabilmente con la formula rituale che non concedeva appello; frase misteriosa e
terribile: “Parché non te sé da do’ che i vien!”
Ah… quando sua madre gridava quelle parole, la odiava, la odiava perché non riusciva a capirla.
Un forte senso di disagio la prendeva, la forzava ad andarsene; e non riusciva a farlo senza sbattere
la porta dietro di sé.
Sua madre stava dando di matto. La vedeva giorno dopo giorno sempre più confusa e smarrita:
soldi e sentimenti, partite difficili da bilanciare, conti che non tornavano mai. Avrebbe voluto far
qualcosa per lei, rinunciare agli studi, perché no? cercarsi un lavoro… un lavoro qualsiasi, per
aiutarla. Tutto, pur di non vederla così. Il sentimento di compassione veniva però subito sopraffatto
dal suo contrario, e non riusciva a destreggiarsi fra i due. Se solo, quella donna, si fosse calmata,
l’avesse ascoltata, le avesse lasciato il tempo di spiegarle… tutto inutile. Ogni migliore disposizione
d’animo veniva quasi sempre, quasi subito, stravolta dal più banale pretesto che portava allo
scontro, e il battibecco che ne seguiva diventava immancabilmente un crescendo di accuse
reciproche che la lasciavano in uno stato di languore e di sfinimento angoscioso, e senza uscita.
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Quel pomeriggio, in preda ai singhiozzi, le aveva detto: “Tu non sei mia figlia, tu sei un piccolo
demonio!” E subito dopo, “Non te sé da do’ che i vien…”
Era troppo. Non aveva resistito, era scappata senza sapere verso dove. Aveva preso al volo la
prima corriera che passava per la piazza; e poi era scesa, non sapeva nemmeno dove, e aveva
camminato, camminato nel freddo pomeriggio, stringendosi nel vecchio cappotto e alzando il
bavero a nascondere gli occhi, ad immergervi gli orecchi.
Adesso, eccola lì, intirizzita dal gelo, la pancia vuota, vagare a zonzo per i campi, su e giù per
conchette e vallette: senza legge né chi la protegge.
Che ne sarà di mia madre, che ne sarà di me; e mio padre? Ripensando a lui, una tenerezza mal
trattenuta la fece tremare in tutto il suo essere. Papi, dove sei? Perché non posso più zomparti in
braccio come da bambina quando mi facevi giocare coi bottoni della tua giacca? Quando metterai
ancora le pantofole di lana che correvo a prenderti al tuo ritorno, la sera? Ah, se fossi qui adesso,
che voglia di piangerti in grembo.
Un vento gelido la scosse, in men che non si dica la rapì. Gli stecchi, in un fremito, scrollarono le
ultime foglie rimaste. Alcune indugiarono in aria, volteggiarono, lei le seguì fino a quando, piccole
api ormai lontane, sparirono frusciando nell’aria nera e grigia.
Il vento montava, montava. Soffiava, soffiava il vento: piccoli turbini mulinavano a terra,
scompigliandone i rari ciuffi secchi; e di nuovo montava, montava sempre più in alto, sempre più
fragoroso; i rami dei noci, gli abeti e i pioppi tutti, lanciavano il loro s.o.s. al cielo: gemevano,
fremevano, scricchiolavano da far paura; la campagna ondulata mugghiava: mare in tempesta. Il
vento non la risparmiava, le strappava di dosso il vecchio cappotto. Lei lottava, a fatica tratteneva i
lembi che parevano sfuggirle di continuo. Trascinata, incespicando di continuo, cercava un riparo.
Sostò presso il vecchio noce, vi si appoggiò per un istante, riprese fiato. Allora ricordò la tv della
sera prima, le previsioni del tempo: il Cinese, il temutissimo Cinese, si stava per abbattere sul
vecchio e stanco Nord-Est, senza pietà. Il Cinese montava al ritmo del dieci per cento ogni altro
minuto: di quel passo, in soli sette minuti, la sua velocità sarebbe raddoppiata.
Eccolo qua, si disse. Disdetta, proprio adesso… e adesso, che cosa faccio?
Giusto allora successe qualcosa di straordinario. Proprio quando si slanciò in avanti e stava
correndo per tornare verso il bosco, in cerca di un migliore riparo, un turbine l’avvolse e la scosse
tutta, una mano invisibile strappò il piccolo diario che ancora stringeva al cuore, ed eccolo… oh…
già in alto; lei tendeva le braccia, sollevata sulle punte, graffiava il cielo tentando un’inutile presa.
Jimi, Jimi ma dove vai, non lasciarmi, torna qua, Jimi.
Parole inutili, soffocate dal fragore che tutto scuoteva, tutto sconvolgeva. Non restava altro che
seguirlo con gli occhi lassù, dove danzava nell’aria, volteggiava come larga foglia di platano lassù,
sempre più su, nel nero risucchiato d’un vortice fischiante, fino a quando non sparì del tutto, come
le foglie morte.
E si sentì ancora più sola… povero Jimi, dove andrai, cosa farai senza di me?
Per un momento lo vide svolazzare nella luce abbagliante, sopra le dune di sabbia dorata d’un
torrido Sahara senza fine.
Ma subito il freddo la scosse tutta: le tue pagine non sono ali, i pensieri, sì, ma le pagine…
Si riprese, e di nuovo si buttò con forza in avanti, penetrò nel fitto del bosco, al riparo dalla
tormenta.
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2. Dove il mondo si fa piccolo
Cammina, cammina… a stento riusciva ad orientarsi, a districarsi fra i rami. S’era fatto tardi, tanto
tardi. Ma che ora è? Le pareva che tutto il giorno fosse stata soltanto una lunga notte nera,
uniformemente nera: ore indistinte e nere. E adesso, il Cinese!
Papà, papà mio, perché mi hai abbandonato? Dove hai nascosto il mio angelo?
Gli abeti erano mostri che incombevano su di lei, le strappavano i capelli, le strattonavano il
cappotto, mancava poco che la raggiungessero e la sbranassero.
Tese gli orecchi: un leone! Un ruggito selvaggio pareva giungere dagli alberi, poco più in là.
Guardò meglio attorno, alzò gli occhi un po’ oltre i passi, dove fin allora s’erano concentrati.
Non c’erano case di cioccolata nel fitto del bosco, a mo’ di riparo dietetico: niente di tutto questo;
ah, l’inganno delle favole!
Lanciò un urlo, ancora delle grida, subito in un sibilo soffocate; chiamò forte scandendo tanto di
gnomi e cognomi: gnomi non ce n’erano. No, nessuna fata gentile a indicare la via.
Era na’ selva oscura, ché la diritta… macché, non c’era vita.
Una lonza, sì, magari… una lonzetta presta e leggiera almeno, un pericolo reale: sempre meglio
che i mostri immaginari, i mostri nascosti nel cervello dei pazzi.
Confusa e atterrita andava, le mani protese in avanti: eppure teneva gli occhi bene aperti. Ma non
bastava, no, non bastava.
Chissà come, chissà perché… finalmente la foresta d’incanto svanì davanti a lei. Allora la paura
allentò la presa sul cuore, il respiro trovò un poco di giovamento. D’istinto si girò di scatto, il
respiro ancora affannoso, e di nuovo fissò il nero pericolo scampato, come fa il naufrago appena
tratto in salvo dal maremoto.
Ora che aveva ripreso fiato, cominciò ad osservare intorno con calma; poi ricominciò la marcia,
ma verso dove? E che importa: un gravissimo pericolo era stato superato.
Il vento, al di qua della foresta s’era acquietato; e forse, proprio quel vento, il Cinese, aveva
spazzato via tutto il nero, tutte le nubi.
Una luce serena illuminava i campi, e gli alberi netti si stagliavano contro il blu del cielo aperto.
La luna chiara si liberava dell’ultimo velo di sottili nubi fruscianti per comparire in tutta pienezza: il
naso all’insù, gli occhi larghi e sornioni, viso amico.
Quanto spazio attorno a lei, quanto! non l’aveva mai sentito così ampio, così slargo e aperto come
in quel momento di profondo silenzio, di profonda quiete; e di profondissima solitudine.
Allora ricordò casa sua, il piccolo appartamento, lo spazio minimo conteso alla madre: là non
sapeva dove collocare il corpo che non fosse alla mercé delle continue perlustrazioni di lei, là non
c’era spazio per quietare l’anima, nei momenti che sentiva necessari; non poteva nemmeno pensare
di portare un’amica, là.
Una sensazione nuova la percorse da naso ad alluci e, mista al freddo umido della notte, la fece
rabbrividire. Un senso di dolce e dolorosa libertà s’insinuò pian piano in lei.
Alzò gli occhi alla luna, pienotta luna: irraggiava serenità. Respirò in accordo con l’immagine di
pace che il pallido disco mandava.
Questa è la mia prima graziosa luna che vedo, sapendo… già: luna nuova, in tutti i sensi.
Chissà se laggiù, lontano lontano nelle steppe dell’Asia… chissà se un pastorello, gli occhi alla
luna, penserà mai ad un’alunna errante d’Europa…
Andava, andava la favorita della luna, l’alunna della luna, passo sicuro, respiro beato: il tracciato
ben visibile, rischiarato da sorella luna.
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Era uscita dalla foresta, non ricordava più da quanto, confortata un poco dalla leggera luce
azzurro-blu che avvolgeva il mondo, quand’ecco all’improvviso, nel momento di massimo
languore, altre luci riverberarono nell’aria pulita, d’altra intensità. Case?
Via via che saliva il ripido e breve pendio, si parò davanti a lei un intreccio bello di tetti bagnati,
scintillanti nella pallida luce. Ancora pochi passi su per la china ed ecco drizzarsi i muri solidi d’un
folto di case di campagna, abbracciate le une alle altre in difensiva ritrosia. Non parevano di
cioccolata, di meglio: era la solida realtà.
Affrettò il passo e fu subito sotto l’arco di pietra che dava su un ampio cortile aperto.
La luce pallida vi pioveva dentro inondando il cortile ben liscio di terra battuta. Tutt’intorno
s’affacciavano finestre da cui filtravano fievoli luci che portavano le tonalità delle spesse tende
attraversate. Dall’altra parte, giusto opposto all’arco, dove ancora indugiava, le spalle appoggiate
alla pietra, due finestre più luminose mandavano luce bianca dalle esili tendine appese. A sinistra, in
un angolo del cortile, c’era un bel falò acceso: avrebbe voluto avvicinarsi per riscaldarsi un po’.
Ma restò lì immagata, incapace di agire; cullata dal rumore ovattato della beata animazione che
proveniva dall’interno delle abitazioni, nel conforto del vociare festoso che giungeva attutito e
gradito.
Avrebbe voluto spiare oltre le cortine, carpire un po’ dell’aria festosa che le giungeva nella notte
umida, partecipare del calore umano che percepiva e che già le metteva una piccola gioia dentro. E
poi aveva fame, sì, adesso sentiva il vuoto della fame, s’immaginava ancora più magra di quello che
già era.
Ma ecco che, proprio quando stava per gustare la gioia del vicino conforto, dal nero della tettoia
in fondo a destra, sbucò il nero d’un cane, un lupo famelico, che, ringhiando, a gran balzi
s’avvicinava pericolosamente, gli occhi di fiamma, diventavano sempre più grandi, sempre più
vicini.
Esausta com’era, non ebbe nemmeno un moto di sorpresa, inarcò appena le sopracciglia e,
trattenendo il respiro, ristette immobile addossata all’arco di pietra.
La bestia nera, da quando era scattata fuori dalla tenebra, non aveva smesso un momento di urlare
ossessiva. Ancora due passi appena, solo lo spazio di due passi; e nel buio delle fauci spalancate,
magnifiche zanne risplendevano acute.
Ma, come colse la fanciulla tremante di freddo, la bestia fu d’improvviso mossa a compassione:
tanta mansuetudine nell’esile corpo di lei la rese mansueta a sua volta; percorse i due passi che
ancora la separavano con tanta mitezza e ritrosia che sorpresero di nuovo la fanciulla. Ora che le era
accanto, leccava soltanto dolcemente le mani.
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3. Notte quieta
La bella e la bestia stavano ancora annusandosi, scambiandosi piccole confidenze, carezze gentili,
quando, non dimentica del suo più lungo e acuto languore - ma sarà fame, oppure amore? - la porta
della casetta dalle tendine bianche s’aperse di botto, mandando al cielo un gran fragore e gettando
un fascio di luce nel mezzo del cortile, come il cono proiettato dal riflettore d’un circo che illumina
il povero clown. E ne uscì un ometto, una variante di clown, due secchi pesantissimi di lamiera
zincata ai fianchi gli stiravano le braccia lungo i fianchi facendolo procedere incerto sui piedi, come
una scimmia.
Marco, ehi Marco, vien qua! Gridò la scimmia dalla voce gentile, mentre voltava a destra, verso le
stalle buie. Portame la pila. E poi, cercando senza esito nel buio, Kira, tuonò … sst… Kira, vien
qua!
Allora la lupa, obbediente, lasciò la fanciulla e, scodinzolando, trotterellò gaia verso la scimmia,
scomparve nel buio da dove era sgusciata.
Pochi istanti dopo:
Eccomi, zio, urlò la giovane voce che apparve subito dopo sull’uscio. La pila accesa tenuta
orizzontale abbagliava e non permetteva di vedere, se non un’indistinta sagoma alta e smilza,
incorniciata dall’uscio.
Ehi, chi c’è là? Gridò, allora, sempre la voce che proveniva dall’altra parte del faro che la
investiva facendole strizzare gli occhi.
Chi c’è là? insistette di nuovo la voce, avvicinandosi all’arco di pietra.
Sono io, sono… sono di passaggio.
Di passaggio… da queste parti? Disse il ragazzo ormai a due passi dall’arco. E che ci fai di
passaggio da queste parti, se posso domandartelo?
Marco, urlò la scimmia, meno gentile, adesso.
Eccomi, disse il giovane fissandola con occhi indagatori, e poi fece per voltarsi, aspetta… aspetta
un momento, torno subito. Son qua, zio.
Non erano passati ancora due minuti che, rieccolo trafelato.
Scusami, ma stasera siamo un po’ indaffarati. E s’arrestò. La fissò slargando gli occhi per metterla
meglio a fuoco nella penombra misteriosa, aleggiante sopra il cono instabile di luce orientata a
terra. Davanti a lui si trovò una fanciulla sbucata, chissà come, chissà da dove, nella notte umida.
Era una ragazza magra, alta; una massa nera di capelli stava a stento contenuta dentro una fascetta
rossa, gialla e verde. Le sorrise, pensando alla criniera d’un leone. I capelli incorniciavano un volto
smagrito, pallido da ricordare un buffo neonato timoroso che faceva muovere qualcosa dentro.
Allora si ricordò e le tese la mano:
Ciao, sono Marco.
Lei allungò il braccio, rispondendo alla stretta.
Enchantée…
Onsanté… te si foresta, te si?
Oh… scusa… incantà dal freddo, pensò rabbrividendo. No, non sono foresta… l’abitudine che…
che non ho ancora perduto…
Francese… parigina, eh?
No, no… be’, son nata in Francia, sì, ma… ma ormai son anni che sto qua. Ma certe abitudini…
mica si perdono in fretta, sai?
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Già, disse lui tutto acceso in volto mentre ancora, agitato dentro, agitava con rinnovato vigore
quel povero braccio esile. Proprio vero, ne so qualcosa, io… e scuoteva, scuoteva il braccio da non
dirsi.
Mi chiamo Martina, tagliò corto, cercando inutilmente di liberarsi dalla presa che non voleva
mollare e che la faceva sussultare oltre modo.
Ma lui no, lui non mollava; e quel ponte di corde oscillava oscillava, pareva franare dentro
l’abisso spumeggiante su cui era teso. Stentava a mollare la mano esile e scuoteva, scuoteva. Ma sei
congelata, che mani fredde che hai… vieni, vien dentro che c’è un bel fuoco.
Lei lo seguì docile, attraversò il cortile senza riflettere. Aveva modi ruvidi ed era impacciato nei
movimenti, ma sprizzava, quel volto, una tranquilla e gentile sicurezza che la faceva star bene,
qualcosa di familiare, insomma, dopo tanto.
Entrarono e si trovarono dentro un grande stanzone, in fondo c’era un caminetto acceso che
mandava su belle vampe inquiete e intorcolate rosso e arancio.
Dentro, attorno alla tavola ancora da sparecchiare, c’erano sette otto persone che volsero subito
occhi increduli verso la nuova arrivata, salutandola con calore.
Sotto quel fuoco di sguardi concentrati, lei percepiva le gote imporporarsi lievemente, ma forse
era soltanto per i diavoli, i geloni che l’avevano assalita nel passare dal freddo umido della notte
nera al rifugio caldo e accogliente.
Salutò e strinse le mani a tutti, e tutti, impressionati, risposero monotoni: che mani fredde che hai.
E il cuore caldo, disse la mamma di Marco. Al che tutti risero di cuore.
Marco ci fa una sorpresa con la morosa, eh? disse quello che doveva essere un altro zio. Aveva
capito bene?
Senti el mas-ciaro… corre in fretta, lui! Questa era la nonna. Certo che sì.
Marco, nella confusione festosa, rispondeva agli scherzi poi, notando l’imbarazzo di Martina, si
avvicinò e le sussurrò all’orecchio: non li badare, fan sempre così, son sempre imboressà. Stasera
poi che hanno bevuto più del solito… ma è buona gente, sai?
Lo so, lo so, disse Martina, riprendendosi dalla confusione improvvisa seguita al peregrinare nel
gelo, lo so… tanto simpatici, sì.
Lo sono, altroché se lo sono, tutta buona gente. Gli voglio bene, un gran bene a tutti, anche a
quello là, quel violento del mas-ciaro…
Del mas-ciaro?
Sì, il norcino, uno di famiglia anche lui. Tutti gli anni, puntuale come un orologio svizzero. Ma
vieni, vieni qua. Accomodò una panchetta vicino al fuoco vispo. Ti devi riscaldare, preparo
qualcosa di caldo, avrai fame, no?
Sì, grazie, disse calma, dissimulando in modo poco convincente, il grande appetito che provava in
quel momento.
Subito un bel gotto de vin brulé bell’e fumante le fu porto sotto al naso da qualcuno che sparì per
ritornare con la vecchia sopressa e tre tocchi di polenta abbrustolita.
Martina si riprendeva. Sotto quei colpi di gentilezza riprendeva fiato, dentro quel rifugio si sentiva
a casa: qua, le pareva d’essere una di famiglia.
Tutti cantavano adesso, sotto l’effetto del vino e per l’aspettativa della gran festa del mas-cio.
Marco, mentre gli altri uscivano per raggiungere la stalla, le spiegò perché quella sera fosse una
sera particolare e perché anche lui fosse tornato da Padova, dove frequentava l’ultimo anno
dell’istituto tecnico di informatica, sua vera passione.
Era il tempo in cui se copa e se fa su ‘l mas-cio, si uccidono i maiali e si preparano le carni: ben
tre erano i maiali da preparare in quell’occasione, c’era tanto lavoro da fare, per tutti. Perché non
veniva anche lei ad aiutarli?
Perché no?
Mancava poco che Martina non svenisse ascoltando Marco raccontare in dettaglio come
procedeva il lavoro del norcino; e proprio in quel momento, manco farlo apposta, giunsero dalla
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stalla urla assordanti, acute e prolungate di agonia, strilli umani, troppo umani perché non ne fosse
scossa e uno squasso profondo le mettesse sossopra lo stomaco.
Marco, comprensivo, cercava di sviare il discorso in quel momento, ma lei atterrita e con le mani
alle orecchie, non voleva sentire.
Finalmente le grida, orripilanti grida d’agonia, cessarono. Adesso si percepivano soltanto le voci e
l’andirivieni attutiti delle persone che aiutavano il norcino nella stalla, al di là del muro.
Qualcuno chiamò Marco.
Dopo che fu uscito, Martina si ritrovò tutta sola nella grande stanza. Respirò profondamente: il
caminetto e la cordialità delle persone le avevano ridonato forza e calore.
Forse bisogna davvero perdersi, per trovare qualcosa, si disse meravigliata, stupita delle riflessioni
che la giornata la portava a fare.
Si guardò allora attorno, con lo sguardo percorse le pareti bianche e rustiche, non prive di
bellezza, semplice e pulita. Anche gli oggetti parevano antichi e del tutto lontani dalla moda delle
riviste patinate. Non mancava neppure qualche oggetto vistoso, esagerato, ma non destava sdegno,
no, tenerezza semmai. La gondola nera, ricordo di Venezia, per esempio, sulla tv, appoggiata sopra
un centrino a colori vivissimi, annodato da qualche militare della famiglia durante il periodo di leva;
oppure il quadro sopra il divano, la riproduzione in serie del vecchio beone, lo sguardo fiero,
alterato appena dalla metà di quanto stava dentro il fiasco sul tavolo davanti a lui; e poi ancora la
ceramica della torre di Pisa, ricordo d’un viaggio felice. Tutta roba che, se non ci fosse, metterebbe
in evidenza l’autentica bellezza di un mondo semplice. Ma sarebbe stato altrettanto umano?
Lo stanzone dava la misura delle cose, la misura dei rapporti umani. Che abisso la separava dal
suo mondo piccolo: piccolo mondo, in tutti i sensi, di spazio e di persone; e un magone antico la
fece deglutire amaro.
Poi ricordò le parole di Marco: è ‘na festa per tutti, questo momento, si fa ancora come mill’anni
fa, sai, non ci credi? grandi e piccoli vi partecipano. E via con l’entusiasmo per l’evento.
Il maiale…? ‘na vera musina! un salvadanaio per i contadini.
Ah, ecco perché i vecchi salvadanai han la forma d’un maialino ingentilito, si disse, entusiasta per
l’improvvisa intuizione.
Il maiale… tutti ce l’avevano in salotto… no, non in salotto: in sta-lo-to, capisci? Ed era
scoppiato a ridere, che per poco non cadeva dallo sgabello.
Lei, col dialetto, aveva ancora qualche difficoltà: era quasi ‘na seconda lingua per lei, il dialetto.
Le famiglie dei contadini… continuava lui, il loro benessere era legato all’animale che dava ogni
ben de Dio… cibo abbondante e scorte per tutto l’anno. E non si buttava via nulla del maiale…
nulla si buttava. Del mas-cio no’ se buta via gnente.
Ricordò allora il mantra della madre: “Da do’ che i vien…”
Ecco da dove vengono. Dalla terra, dalle bestie, dalla natura. Qua era facile capirlo, tutto concreto
fra ‘sta gente, tutto immediato: cos’erano in fondo gli euro, le monete tintinnanti, la cartamoneta
rispetto ai salami, alle sopresse, alle bóndole, agli ossocòli, alle luàneghe, ai cuissìni, alle braciole?
Buttar via un pezzo di cartamoneta era solo sciocco; ma sprecare ‘na parte del maiale, una sola parte
di un convivente così stretto, per un anno almeno, uno di famiglia, insomma! No, sarebbe stato
molto più grave… sacrilego, sarebbe stato.
Si riprese dalle riflessioni che il fuoco era ancora vivo nel caminetto; si sentiva meglio adesso,
molto meglio, aveva la sensazione d’aver le idee un po’ più chiare, avrebbe potuto anche capire, se
non condividere, il punto di vista di sua madre. Ma chissà, forse un giorno avrebbe cercato di
spiegarsi meglio: l’incomprensione è quasi sempre fatta di due metà.
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4. Morte, Vita…
Si alzò, la stanza era ancora vuota, si sentiva leggera ora e, soprappensiero, decise di raggiungere gli
altri, aveva bisogno di confidarsi, di parlare con qualcuno, di condividere le nuove impressioni.
Uscì per raggiungerli nella stalla da dove ancora giungeva viva animazione.
Come aprì la porta, però, si trovò a due palmi dal naso la gran carcassa pallida e indecente
dell’animale ucciso poco prima, sospesa alle funi che pendevano dal soffitto, un forte odore
dolciastro e nauseante di sangue denso che ancora colava a terra, salì per le nari, costringendola a
portarsi d’istinto la mano alla bocca.
Dietro la carcassa, un po’ a sinistra, intravide sul pavimento una lunga e ampia vasca di legno con
i manici dalla quale salivano vapori d’acqua bollente; e dentro vi oscillava oscena la massa enorme
d’un bianco spettrale, sfumante fra i vapori. Più lontano sulla destra, invece, dove nauseata aveva
stornato d’impulso lo sguardo, tre uomini, fra i quali riconobbe Marco, scossi da frenetici e
demoniaci movimenti, con le funi tese e imbrigliate attorno alla mandibola superiore, cercavano di
tener ferma la terza creatura; e, in fondo a quella, due ragazzini, in un perverso gioco, tiravano il
povero animale per la coda, venendone strattonati, a loro volta, di qua e di là. Fra i tre corpi lividi,
altri bambini sembravano compresi, ipnotizzati in un primitivo rito voodoo, e danzavano, ruotavano
come dervisci intorno alle carcasse brandendo trofei mollicci e sanguinolenti di parti di interiora.
Soltanto allora riuscì a udire le urla penosissime della bestia indifesa: parevano strilli senza fine
d’un neonato affamato che stava per essere strappato alla vita. Ma già un altro uomo vi capitò sopra
con la pistola che rapido schiacciò contro il cranio e immediato sparò il colpo diretto al cervello.
Fu tutto simultaneo, quando spalancò la porta, tutto accadde in un baleno, che non ebbe nemmeno
il tempo di comprendere cosa realmente le stava dinnanzi: durò la frazione d’un secondo, ma pareva
un film d’una durata incredibile; e quando richiuse la porta per scappare, le immagini, quelle
immagini, erano più nitide che mai: danza macabra in un quadro mortifero.
Allora, a lunghi passi raggiunse il falò, che aveva già scorto fin dal suo arrivo, in fondo al cortile:
poche fiamme si agitavano ancora nell’aria pura; in alto brillava la luna.
Respirò profondamente l’aria fredda che le pareva così necessaria per disinfettare la vista di poco
fa. E… si guardò attorno, di nuovo le arrivò cordiale un denso profumo di calicanto… sì, era lì,
poco lontano, addossato alla mura di sassi pallidi.
Ma anche lì tornarono a dipanarsi, come dentro un rumine visivo, le immagini raccolte in un
sospiro poco prima, salivano a ricomporsi al rallentatore, nella mente, a svolgersi pian piano,
mettendone a fuoco i dettagli prima soltanto strappati in un fugace morso.
Poteva infatti vedere adesso, ciò che prima aveva solo raccolto, ciò che prima “non aveva visto”.
Il sangue, per esempio, saranno stati litri raccolti in quei recipienti posati a terra fra i quali
trotterellavano disinvolti i bimbi ancora in piedi e festanti a quell’ora. Pensò a Marco, dev’essere
stato così anche per lui: fin da piccolo abituato a queste scene, indifferente alla morte.
Lei non aveva memoria di morti, non aveva mai incontrato prima di allora niente che facesse
riflettere sulla vita e sulla morte.
E tornava di nuovo a pensare quanto indifferente fosse per quei bimbi. Doveva essere soltanto
abitudine, soltanto quello, nient’altro.
E ancora quegli ammassi di corpi mollicci, specie di spugne rosso cupo sparse sulle tavole, sorta
di fanghiglia emanante tepore dolciastro, ributtante.
Anche noi. Ammassi di frattaglie tenute insieme per qualche anno, per pochi giorni in più.
Rabbrividì, si riscosse, stese le braccia sopra il fuoco e respirò profondamente. Non s’accorse che
Marco le stava muto lì accanto, non seppe dire da quanto.
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Mi dispiace, le disse a mezza voce, dovevo immaginarlo.
Fa niente, per te è normale, no? ci sei abituato… lo disse tranquilla, e si stupì della calma che la
pervadeva. Aveva adesso il profumo del calicanto nei polmoni, una sorta di disinfettante.
Già, non ci penso… tutto così facile, se non ci pensi… e, dopo un lungo momento di silenzio fra i
due, riprese:
La mamma ti ha preparato la camera, ha detto che puoi fermarti da noi stanotte, se vuoi…
Che strano, disse riprendendosi dai suoi pensieri, non ci avevo pensato, non so nemmeno dove mi
trovo… posso fare una telefonata?
Sicuro, vieni. E mentre stavano rientrando, riprendendo la sua naturale allegria, le disse:
Domani vedrai la vita…
La vita?
Sì, la vita. C’è la Nina che aspetta… se ti fermi domattina…
La Nina che aspetta, e chi è la Nina, tua zia?
No, disse ridendo, noi diamo un nome ad ogni vacca che abbiamo nella stalla, la Nina sta per dare
alla luce un vitello. Ti fermerai, no? così rimediamo alla morte.
Lasciami fare questa telefonata, poi vediamo.
Quella notte, Martina, dormì profondamente ed ebbe sogni ricchi e confusi, interessanti molto, che
le parevano molto nitidi, al momento del risveglio, ma quando s’affacciò alla finestra che dava
sull’aia, di colpo svanirono nel sole luminoso del freddo mattino.
Era strano trovarsi lì nella stalla dove pendevano ancora le tre carcasse della sera prima, ci faccio
l’abitudine?
Quando arrivò insieme a Marco, il papà e lo zio erano già pronti con le corde in mano intorno alla
Nina. Era una vacca grossa, ma grossa che non aveva mai visto niente di più grosso, ed era molto
paziente, gli occhi umidi.
T’amo, pia vacca.
Poi successe tutto così all’improvviso che non si rese neppure ben conto di come fosse andata: le
mani esperte dei due avevano fatto in modo che, aiutati dalle continue spinte della Nina, due zampe
comparissero all’aria, con un musetto schiacciatovi sopra.
Veloci allora legarono la corda alle zampe sporte, e lei si trovò con la corda in mano mentre tutti
tiravano tiravano con gran vigore, invitandola a fare altrettanto. Lei capiva la situazione ma, poiché
aveva paura di farla soffrire, la Nina, non riusciva a tirare con la stessa convinzione degli altri, con
pari vigore. Insomma, faceva finta di tirare.
E intanto soffriva per la Nina che sopportava lo sforzo ed era dolce e paziente nella sua umiltà.
T’amo, pia vacca, si ripeté Martina.
Finalmente il vitellino fu fuori, nuovo alla vita, e Martina, che non aveva fatto nessuno sforzo nel
tirare la fune, si ritrovava grondante di sudore, come se la vacca fosse stata lei, e non la Nina.
Marco fissava Martina e notava con gioia lo stupore fissarsi sul volto di lei mentre osservava il
vitellino tutto gambe, magre e lunghe, che goffamente cercava di mantenersi già in piedi, che
scivolava sul pavimento di ciottoli lucidi, che tornava a rialzarsi per zampettare intorno alla madre,
e di nuovo giù a terra, ma presto dritto in piedi; e, dopo pochi altri tentativi di ubriaco, era già su,
sicuro di sé.
Tutti questi movimenti erano partecipati con le espressioni più buffe di pena, di gioia, di pena
ancora e infine di gioia, definitiva, dipinte sul volto di Martina. Marco vi poteva leggere, su quel
volto, i successi e le cadute del vitellino, senza nemmeno guardarlo.
Le carezzava adesso il capo, sorpresa nel percepire quanto fossero scabri e ispidi i fitti e corti peli
fra le nocche che già s’immaginava svilupparsi in gigantesche corna. L’animale le rivolgeva lo
sguardo all’insù, il muso umido, appena timido, soltanto un po’.
È una vitellina, disse estasiato Marco, alla vista di tanta confidenza fra le due vitelline, la
chiameremo Martina…
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Martina girò allora lo sguardo di volto in volto; e la muta e buffa smorfia dipinta in viso fece
sorridere di tenerezza i presenti.
… se non ti offendi, naturalmente, disse una voce cavernosa, quella del papà di Marco.
No, no… non mi offendo; anzi, mi piace… sì, mi piace per davvero… una nuova Martina è nata
oggi, disse raggiante, la voce sostenuta; e intanto pensava al suo nuovo stato interiore.
Nel confronto col nuovo essere, si trovava molto più goffa di quello. A quindici anni non riusciva
ancora a star su sulle proprie gambe; e lei… a lei eran bastati solo pochi minuti, da quando era nata,
che pareva vispa e scalciante, già sicura di sé. Ma già, si giustificava Martina, lei di gambe ne ha il
doppio di me: non è giusto fare simili confronti, no, non è giusto.
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5. Sì, volare
Era un’aria frizzante quella che sull’aia respirava Martina, che cercava, con passo crepitante, di
passare sopra le pozzanghere ghiacciate.
Devo andare, disse, un poco sconsolata all’idea di dover lasciar quel mondo, e non so come fare,
soggiunse ancor più scoraggiata nel sollevare gli occhi a Marco per ringraziarlo di tutto. Allora
ricordò il diario, il suo Jimi, e l’espressione si fece ancora più penosa.
Che c’è, disse Marco piegando leggermente il capo per portare gli occhi all’altezza di quelli di lei,
che hai? Soggiunse posandole la mano sulla spalla.
Allora lei, dal profondo dell’abisso tirò su a stento queste spezzate parole, ho perduto qualcosa di
caro, di molto caro… si perdono sempre le cose più care, disse ancora scrollando il capo.
Marco, stringendola a sé, non stare a preoccuparti, io lo so, le cose care ritornano, vedrai ritornano
sempre, ricordatene… non pensarci adesso. E poi, allontanandosi, come fosse stato colto da
improvviso pensiero, aspetta, aspetta solo un momento, disse.
Sparì, per ricomparire subito dopo con un paio d’antichi superbi e grossi scarponi di foggia
arcana, due fibbie scintillanti d’oro e le suole in legno di noce spesso così, ricoperte di borchie di
ferro.
Tieni, disse. Scarpe grosse… e l’aiutò.
Son belle, disse meravigliata mentre le calzava, son belle altroché…
Sono sgalmare …
… sgalmare?
Sì, le sgalmare di nonno Bovo.
Ah, Bovo… sospirò distratta, sollevando i talloni da terra e ruotando alta in equilibrio sulle punte
rotonde, come una ballerina della Scala, lo sguardo sopra la spalla, rivolto a Marco; e anche meglio
degli anfibi visti in vetrina l’altro giorno… e che m’han fatto litigare con la mamma, pensò, ma non
lo disse. Ma… ma, disse poi che posò lo sguardo stupefatto a terra mentre si abbassava sui tacchi,
dove sono?
Ecco, disse Marco, le sgalmare di nonno Bovo sono sgalmare magiche, sai… mica sgalmare
qualsiasi, altroché…
Altroché, ripeté esterrefatta Martina, e subito dopo, meccanicamente, fissando i piedi, ripeté:
altroché…
… come vedi; anzi no, come non puoi vedere, hanno la particolarità, una volta calzate, di rendersi
invisibili.
Vedo, vedo… anzi no, non le vedo; e continuava a fissare i piedi nudi mentre provava qualche
passo, sgalmarando elastica, avanti e indietro: calzavano perfette, calde e morbide: cloppete…
cloppete… cloppete…
Bene, soggiunse infine Marco, bene, con queste potrai tornare a casa…
… a casa?
Sì, a casa… è lì che è il tuo pensiero adesso, no?
Già, disse sorpresa, ma… ma come fai a leggermi…
… a casa, e in men che non si dica, tagliò corto, Marco. Basta dire le parole magiche: credo quia
absurdum…
Credo che… e che vuol dire?
Boh… e che ne so… è un non senso, ma… funziona… funziona sempre.
Martina fissava le sgalmare, incantata. E mi portano a casa…
… in men che non si dica.
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Basta dire… basta dire … non lo ricordo più, disse sgomenta.
Devi dire: credo quia absurdum; e subito dopo: pim pum pam, sgalmaron sgalmaran, portame
lontan. Non dimenticare. Poi, fa’ tre passi e… oplà, sei già dove stavi pensando di essere. Bello,
no?
Caspita!
Si abbracciarono forte forte, restando in silenzio per qualche momento. Poi, Martina sospirò,
Marco… come faccio a incontrarti di nuovo?
Le sgalmare, disse serafico, ammiccando ai piedi di lei. Ripeti le parole magiche e… oplà, sei già
qua. Ma ricorda: questo vale solo per tornare e andare da questo posto, non mai per altri.
Vuoi dire…
Sì, proprio così, funziona soltanto così. E ricorda, qui sono le tue origini, qui sono le origini di
tutti, qui siamo tutti amici, potrai tornare a noi tutte le volte che vorrai, e io sarò tuo amico per
sempre, sempre, sempre. E adesso vai, e non dimenticare le parole magiche.
Tornarono ad abbracciarsi stretti, stretti da non dirsi. Solo una lacrima rigava la guancia di
Martina. Poi, dette le parole magiche, fece tre balzi e… subito fu alta, alta nell’aria azzurra.
Ricorda, gridò Marco, piccolo piccolo, sempre più piccolo, le braccia al cielo oscillanti
nell’ultimo saluto, ricorda che le cose care non vanno mai perdute, mai! non dimenticarlo,
Martina…
Martina che volava nel blu, e giusto in quel mentre stava superando un passerotto che, stupefatto,
alzò verticale il capino per seguire il folle volo di lei, ebbe appena il tempo di udire le ultime parole
di Marco e gridargli di rimando: a presto, che… era già giunta a casa.
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6. Fra coppa e collo
Il sole brillava alto nel cielo azzurro senza nubi. Il Cinese del giorno prima era passato sul Nord-Est
senza lasciar traccia del temuto disastro annunciato; anzi, aveva spazzato la nera caligine che da
giorni ammorbava l’aria.
La vita continuava come sempre: in quel mondo, nella pianura laggiù, fra i pochissimi campi arati
ancora rimasti, sempre più stretti, sempre più schiacciati dallo sviluppo continuo di nuove zone
urbane, di nuove zone industriali, mescolate le une alle altre, con le case costeggianti gli ingolfati
serpenti neri stradali e i bianchi torrenti esangui, con i condomini e i palazzi che crescevano,
crescevano collegando un paese all’altro fin a confonderli, a mescolare i vecchi ai nuovi paesi,
incorporati gli uni negli altri, indistinguibili in un pazzo puzzle; nella zona industriale tappezzata di
capannoni e magazzini, officine e stabilimenti, laggiù nella pianura, l’attività si svolgeva con i
consueti ritmi frenetici.
Ma quassù, i rumori giungevano smussati, attutiti, impercettibili. Gabriele stava quel mattino sul
prato leggermente in pendenza davanti casa. Le cime degli abeti del bosco sottostante salivano a lui
formando una cortina densa e nera che nascondeva gran parte delle case e dei capannoni per lasciare
libera la vista oltre quella, più in là, verso Sud, dove, nell’azzurra lontananza, si potevano
confusamente intuire i campanili di Vicenza.
Era uscito presto dalla cucina con l’idea di piantare tre nuovi calicanti nell’angolo del prato più
alto, quello che riceveva più luce. Ma qualcosa lo trattenne; fissò la vista su un punto lontano, come
per penetrare la caligine laggiù; poi sollevò gli occhi al cielo, ammirato per la bellezza del giorno
che seguiva una notte di vera tormenta.
Fortuna che non ha fatto danni alle piante qua intorno!
Per un momento rimase inspiegabilmente dritto in piedi, le braccia lungo i fianchi, immobile
come in una fotografia; qualcosa lo tratteneva lì, in mezzo al prato, un pensiero ripetitivo, ossessivo,
senza pietà lo bloccava in quella posizione: un simulacro di se medesimo.
Vi rimase per un tempo che gli parve dolorosamente eccessivo: misteriosamente penoso.
Finalmente, come per magia, si riscosse ricordando perché era uscito presto, allora in un modo che
gli era proprio, si diede due leggeri colpetti ai gomiti alternando le mani e, con la stessa familiarità,
si piegò per spolverarsi le ginocchia.
Fu a questo punto che successe una cosa davvero straordinaria. Proprio quando stava per drizzarsi,
un violento colpo, fra coppa e collo, lo raggiunse fino a schiantarlo, a farlo ruzzolare sul pur leggero
pendio.
Per alcuni istanti, che a lui parvero senza tempo, il mondo girava, girava veloce attorno, senza che
potesse rendersi ben conto che cosa fosse successo. Rimase sdraiato sull’erba umida cercando di
mettere a fuoco il mondo che girava, girava senza posa: una vertigine, una nauseante vertigine.
Finalmente, sempre dolorante, sembrò riscuotersi, prendere coscienza; e si stupì di esistere.
Lentamente si sollevò da terra, si pulì gli abiti con gesti rapidi: gomiti… no, non ripeté la sequenza.
Strano, rifletté, strano davvero.
Ricordava e non ricordava. Gli pareva che il gran botto avesse cancellato qualcosa.
Già, ma cosa?
Sentiva crescere dentro una strana forza, una nuova energia, un sano vigore mai provato prima:
nuovo, sì, come si fosse svegliato solo adesso da lunghissimo e arcano, metafisico torpore.
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Girò lo sguardo stuporosamente di pino in pino e dopo aver riconosciuto e non riconosciuto il
posto dov’era, gli occhi furono catturati da qualcosa di misterioso che giaceva lì sul terreno, poco
lontano dai piedi; e cosa vide? Vide un mattoncino scuro, liscio e sottile, ben squadrato. Si guardò
attorno sempre più incredulo. Probabilmente era l’oggetto che l’aveva colpito.
Già, ma chi…
… e da dove?
Ancora un giro a trecentosessanta gradi: niente. Al di sopra della sua testa: solo azzurro puro.
Boh, scrollò le spalle, si sentiva meglio, no? molto meglio… e allora?
Allora si avvicinò al misterioso oggetto, lo osservò dall’alto della sua statura, esitò un istante, solo
un istante. Infine sorrise nel piegarsi per raccoglierlo: era un diario, un semplice diario - lo sfogliò
veloce e pieno di curiosità -… di un’adolescente: Martina.
Caro Jimi, - iniziava sempre ogni nuova pagina. Caro Jimi, si ripeté, frenando la lingua e
indugiando sul Ji, per sfumare impercettibilmente sul mi.
Lesse una pagina a caso.
a caso, dal “Diario di Martina”
Caro Jimi,
……………………………………………………………………………………………...
…………………………………………………………………………………………………………
…………………………………………. Giulia… ma sì, Giulia… ma va al diavolo! Anzi, sai? mi
hai veramente rotto… tu sempre tu, sempre lì, come la mia cattiva coscienza, e già, la sai lunga tu…
tu sì che sai “da do’ che i vien”! Tu mi guardi dentro; e sorridi… della povera Martina. Imbranata
Martina che non conosce le regole del gioco, che gioca spudoratamente, che gioca ancora con le
bambole. Giulia, mia seduttrice, cosa volevi, che cavolo cercavi che tu non avessi già trovato? Lo
so, sì lo so, ti ho spiato… se mi piacevi, caspita! Tu, così sicura di te: spavalda, arrogante, antipatica
molto e molto… simpatica. Sì, sì… un ragazzo di nome Giulia, Giulia! Sai che ti dico? La prima
volta che ti ho visto mi son detta: “che cosa sei, che femmina sei, tu?” Certo, sì, t’ho subito piantato
gli occhi addosso, ma perché poi? Che corpo strano… che gambe lunghe che hai, che mani lunghe,
che bocca grande, e che collo… la giraffa di Modì, sì ecco cosa sei: la giraffa di Modì. E gli occhi:
freddi e lucenti. Già, i tuoi occhi… specchio dell’anima mia. E i miei, della tua.
Quando te lo chiesi, fu solo per gioco: l’impulso d’un momento. Per te no, per te era una faccenda
seria… e già… e chi l’avrebbe immaginato che poi ………………………………….………………
……………………………………………………………………………………………………..
……………………………………………………………………………………………………..
Richiuse il misterioso oggetto, e rincasò.
Seduto sulla sedia a dondolo, davanti ad una tazza di tè bollente, sfogliava, sfogliava…
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7. Home
Ancora Giulia, eh?… e sì, perché è da lei che sei andata, vero?… Un giorno quella la becco io, e
gliene dico quattro ‘na volta per tutte. Non è possibile che…
Lì, in cucina, quella mattina, Martina stava affrontando una madre furibonda, anche più del solito.
No mamma… fermati, calma… calmati mamma… non… non è come tu pensi. Giulia non c’entra,
non c’entra davvero…
Come?
Sapessi mamma dove sono stata, e come sono contenta e… e incredula pure.
Incredula sì… per che cosa poi…
Sai, mamma, ho visto far su ‘l mas-cio, ma… ma ho visto anche nascere Martina…
El mas-cio… Martina, disse la mamma al colmo dello stupore, ma… ma cosa ti stai inventando?
Sì, la piccola Martina è uscita nuova nuova dalla sua mamma. Oh, com’era dolce e tenera! Disse
trasognata. E poi sai… ho conosciuto un ragazzo… Marco, lì, in quella casa… Sono stati tutti tanto
gentili con me, avevo tanto, tanto freddo e sai, loro… che caldo, che bel caminetto acceso!
Senti un po’ questa! Di cosa mi parli, adesso…
Ah… la gentilezza, il calore di quella gente…
Chi?
Ma sì, te l’ho detto, no? Marco, e suo padre, e anche lo zio, quello buffo… sì, la scimmietta…
Martina, sveglia, dimmi tutto, dai, ti sei fatta?
No, mamma: un mondo meraviglioso…
E che sei, Alice, adesso?
Mamma, vedessi che bella la campagna laggiù…
Sì, ho capito, cioè non ti capisco… stai parlando di campagna, di contadini…
Eh sì, proprio quelli…
Ma contadini quali, se non esistono più… stai parlando di un mondo sparito… puff volato via…
Sì, contadini… dove? Non raccontarmi frottole, basta!
Ma… santo Iddio, cosa fai a piedi nudi, dove sono le tue scarpe nuove? Ma lo sai quanto mi sono
costate…
Ma mamma, le sgalmare, ho le sgalmare, mamma …
Le che… le sgal… ma che dici?
Sì, sì le sgalmare di nonno Bovo, disse Martina dimentica della particolarità di quanto calzava.
Ma che dici? Vaneggi… tu… tu non sei più tu… Va’, va’ là, smettila, va’ a lavarti i piedi con
l’acqua calda, vai che sennò ti ammali, e io non posso starti sempre dietro, ma quand’è che cresci,
quando…
Mamma, ti prego ascoltami, voglio che tu mi capisca almeno questa volta… che…
Basta, urlò la madre.
Ma già, tutto inutile, tutto come sempre… uffa! Martina controbatteva, voleva farsi capire, ma già
tutto inutile, ripeteva di nuovo fra sé sconsolata. Gli adulti non vedono mai niente, non capiscono
mai niente i grandi. Non crede alle sgalmare, lei, non ci crede, ripeté fra i singhiozzi. Siamo alle
solite. E si tappò nella sua cameretta, alzando al massimo volume The times they are a-changin’.
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8. Déjà vu, lu, entendu
All’uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri… ops… questa è un’altra… storia.
I ragazzi formavano dei crocchi, poi, diradandosi lentamente, sciamavano a piccoli gruppi o a due a
due, verso casa. Si scambiavano distrattamente qualche parola, un po’ ingobbiti dagli zaini.
L’aria si faceva pungente e il cielo scolorava verso l’imbrunire. Martina, girando l’angolo in
fretta, entrò nel largo spazio del parco e rallentò il passo. Non aveva nessuna voglia di rientrare a
casa. Le ore pomeridiane di scuola l’avevano stremata, e adesso voleva godersi un po’ dell’aria
frizzante della sera, da sola.
Le foglie secche degli ippocastani scricchiolavano sotto le scarpe che trascinava stancamente.
In quel parco, già da alcuni giorni aveva notato un signore, sempre lo stesso, seduto sulla solita
panchina. Guardava le ragazze un po’ di sottecchi, le scrutava.
Il giorno prima, ricordò, l’aveva veduto scambiare qualche parola con Giovanna, l’antipatica della
classe. Tipo strano, equivoco e misterioso; e così solo! E adesso, imboccando il viale e alzando gli
occhi svogliatamente, la figura ricomparve lontano.
Eccolo là , ancora una volta, ancora lui. Ancora tu, sempre là. La testa china, fra le mani qualcosa.
All’improvviso l’uomo scattò in piedi, come preso dalla frenesia al ricordo di qualcosa.
La sagoma alta e sottile si stagliava netta contro il cielo, ormai scuro. Avanzava con passo sicuro
verso lei. Man mano che s’avvicinava, la figura si faceva sempre più chiara: magro, di una
magrezza essenziale, andatura felpata, nervosa; un lupo che avvista la preda. Le spalle leggermente
arcuate, il torace incassato, lo sguardo a terra.
Proprio allora, Martina, ebbe la netta sensazione che l’uomo fosse lì per lei; si guardò attorno
sgomenta: il vialetto era completamente deserto; un grandissimo silenzio. Alberi e buio, sinistre
forme maligne, minacciose. Inevitabile lo scontro! Le gambe cominciarono a tremarle, si sentiva
braccata: un animale nella rete. Il cuore sbatteva forte forte: ritmi martellanti la soffocavano.
Il cervello cominciava a dare di matto. Si trovò catapultata in una dimensione inquietante. Tutto
intorno era confuso, annebbiato, vorticava da dare le vertigini.
Un richiamo dal turbinio emerse sempre più netto: Dove vai bella bambina, tutta sola nel bosco?
Spalancò gli occhi terrorizzata e vide nell’ombra che avanzava il lupo fissarla con occhio
famelico. Vado dalla nonna, è malata… ha bisogno di me, saltò fuori la voce infantile nascosta in
lei, ti prego, lasciami andare!
Ciao, Martina…
Nessuna risposta. Vi fu un lungo momento di silenzio fra i due.
Sei Martina, vero? Riprese la voce, più gentile e dubbiosa di prima. Scusa, mi vuoi rispondere, per
favore?
Chi mi chiama adesso? Martina, sbigottita, stava immobile, ancora confusa nei pensieri. Papi, sei
tu? Papi, ti prego, aiutami…
Figure confuse le stavano dinnanzi. Il volto del padre si sovrapponeva al muso del lupo, e poi
ancora suo padre… ma di chi era quel volto che le stava ad un palmo dal naso?
A stento Martina riacquistava il senso della realtà, con occhi socchiusi tentava di mettere a fuoco
la figura che aveva davanti.
Martina, Martina… ripeteva la figura.
La voce, in Martina, si faceva sempre più chiara, sempre più familiare, la portava per mano fuori
dal confuso mondo di poco prima. Adesso sapeva…
Finalmente spalancò gli occhi. Pareva d’emergere da un lunghissimo e profondissimo sonno.
Quale incantesimo mi teneva, e perché gli occhi vedono ora così chiaro?
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Quello che le stava ad un palmo dal naso era qualcosa che profumava di familiare e nuovo
insieme. Non era suo padre, non era il lupo famelico: l’uno si confondeva nell’altro.
Caspita! Esclamò Martina sospirando e stiracchiandosi un po’. Ce ne hai messo del tempo ad
arrivare… mio principe, ma quanto ho dormito?
Eh… caspita, quanto hai dormito! disse la figura impaziente. È mezz’ora che ti faccio la stessa
domanda: insomma, sei Martina, sì o no?
Eh… Martina, chi… io… ma dici a me? Certo che sì, son io Martina… ma… ma… e tu chi sei?
disse infine, sorpresa, tutto d’un fiato.
Ecco… veramente… ma sei sicura di sentirti bene?
Benissimo, ma lei… lei mi vuol dire chi è, per favore, e cosa vuole da me?
Ecco… veramente io… ho qualcosa da darti… e tirò fuori dalla tasca del giaccone…
Oh… il mio Jimi! disse sorpresa da non dirsi. Le cose care non vanno mai perdute, pensò,
ricordando allora le parole di Marco. Ma come l’hai avuto, il mio diario?
È un fatto strano…
Un fatto strano?
Sì, non saprei che dire… solo il cielo lo sa.
Ah… ad ogni modo, come vedi, sono tanto, tanto, tanto contenta… mi pare di rinascere, di essere
un po’ più me stessa, disse quasi danzando per la gioia.
Lo vedo, sorrise lui.
Be’, tante grazie, disse allungandogli la mano, signor… come … come…
Gabriele… Gabriele Serafino e si scosse, come riemergesse proprio allora da misteriose riflessioni
in cui pareva essere sprofondato.
Tante grazie, signor Gabriele. Non so… davvero non so come ringraziarti, disse confusa ed
ancora emozionata.
Be’, un modo ci sarebbe, disse, fissandola sornione.
Un modo… si sorprese lei.
Sì, un modo c’è, disse convinto lui.
Be’, su, sentiamo, disse ammiccando un debole e penoso sorriso.
Ecco… esitava lui.
Su, lo incoraggiò lei, su… starei volentieri a parlare con te, Serafino, fino a sera, ma a casa la
mamma m’aspetta…
Bene, so che frequenti il liceo economico, è così, vero?
Sì, disse sorpresa.
Allora c’è una cosa che dovresti fare…
Una cosa… il liceo economico? Sempre più stupita.
Ecco, desidero vederti più impegnata in quello che fai…
… ma lo sono! Protestò lei. Be’, non sempre, non tutti i giorni, si capisce…
… no, no… non intendevo questo. Non la forma, no… lo so che sei brava, che i tuoi voti sono
buoni, anche se in matematica… potresti fare meglio; ma non basta…
… come non basta?
Sì, devi fare di più, quello che stai facendo a scuola non basta. Desidero di più, da te.
Ohibò! Scusa, sai, ma chi saresti tu per voler questo da me… e perché poi?
Perché io sono tuo amico, e voglio aver cura di te.
Ah… vorresti essere mio amico…
No, io sono tuo amico.
Che strana sicurezza che hai! E vorresti questo da me?
Sì.
Bene, sentiamo, disse infine, dopo lunga esitazione.
Ecco, dovrai approfondire l’economia.
Economia?
Sei al liceo economico, no?
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Giusto, ma…
Niente ma… Martina. Se tu frequentassi il liceo scientifico ti aiuterei con la matematica; se fossi
al liceo classico ti proporrei un intensivo di latino o greco; oppure, al liceo linguistico, tedesco o
inglese…
… oppure francese.
Sì, francese. Ma essendo iscritta al primo anno di liceo economico…
… Economia, eh? Ma tu conosci bene tutte queste materie… sì… come fai?
Conosco, conosco… le conosco tutte. Si dà il caso poi che economia non sia nemmeno quella che
conosca meglio…
Scienza infusa, biascicò sbigottita, Martina. Ma se devo fare di più perché non basta quello che si
fa a scuola, come dici tu, vorrei almeno poter fare quello che mi piace. Visto che conosci tutte le
materie… Vorrei approfondire francese, conosci il vecchio Rimbaud?
Martina, non sempre si può scegliere…
… questo diario mi sta costando troppo, disse sorridendo. E non posso scegliere, bella questa!
Hai già scelto.
Ma il liceo… l’ho scelto… l’ho scelto perché non avevo scelta.
Spesso, nella vita, succede così. Ma è bene portare avanti quello che si è iniziato. Anche da lì,
soprattutto da lì, s’impara di più. È il confronto con la capacità a tener duro, il vedere al di là delle
difficoltà presenti, il rispetto di certe misure assegnate che ci aiutano nel processo di crescita.
Da do’ che i vien. Ricordò il ritornello, ricordò sua madre, senza malinconia. Strano! si sentiva
perfino euforica, rassicurata. Quel Gabriele…
Sorrise. E tu m’insegnerai da do’ che i vien…
Io ti aiuterò a comprendere da dove viene la ricchezza. Tu imparerai a farne buon uso nella vita.
Le pareva fosse anche quello un modo, strano, per riconciliarsi con sua madre. Dopotutto ci
teneva a vederla tornare a sorridere, voleva fosse più serena, no?
Va bene, disse, ti seguirò nel viaggio economico.
Prima classe!
Spiritoso, pensò, e sorrise felice.
S’incamminarono che ormai era buio pesto, attraversarono il parco sotto la fioca luce dei
lampioni, camminando fianco a fianco, parlando poco. I loro corpi, vicini, adesso s’esprimevano
senza parole, travolti da un’onda di nuove emozioni che la vicinanza sollecitava.
Nell’attraversare la strada ancora rumorosa, Gabriele, le afferrò il gomito. Martina avvertì la
stretta dura, quasi dolorosa, fin nel più profondo dell’essere. Una stretta piena di forza, tenera e
protettiva alla quale il suo fragile corpo rispondeva, aderendo al fianco di lui, con
un’arrendevolezza mai conosciuta prima.
Era felicità quella che provava? Annusò intensamente l’aria della sera che pareva, stranamente,
portare un vago anticipato sentore di primavera… quel profumo caldo e intenso che la inebriava…
era quello il profumo della vita?
Gabriele la guardava e gli occhi erano come le mani: forti e teneri. Lei pensò che aveva sempre
amato quegli occhi, fin dal primo giorno che aveva aperto i suoi.
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Parte II
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1. Per cominciare.
(ossia, finalmente: da do’ che i vien)
Si trovarono puntuali al caffè Margot, quello dall’aria vagamente francese, leggermente in alto
rispetto alla piazzetta del centro ma che soprattutto, sul retro, dava su un bellissimo parco ricco di
ogni varietà di alberi.
Era uno splendido pomeriggio di metà gennaio in cui l’aria profumava ancora del calicanto e la
gente già cominciava a percepire il pur flebile allungarsi del giorno.
Un café crème e un gelato. E subito Gabriele iniziò senza esitazione.
Bene, devi sapere, Martina, che le condizioni di vita materiale di un cubano o di un marocchino di
oggi sono più o meno le stesse di un italiano all’inizio del secolo scorso. E, per restare ad oggi,
considera che il reddito medio di un nepalese è all’incirca novanta volte minore di quello di un
italiano.
Già, perché così tanta differenza? disse Martina leccando con gusto il suo cono.
È qualcosa che ha a che fare con lo sviluppo, il progresso, la crescita di un Paese. È, se vuoi, lo
stesso problema che si poneva Adam Smith nel suo “Indagine sopra la natura e le cause della
ricchezza delle nazioni” già nel 1776.
Adamo?
Sì, Adam Smith, il fondatore dell’economia politica, il padre degli economisti classici al quale
ancor oggi si ritorna. Ma questa è un’altra storia.
Come un’altra storia?
Sì, ne riparleremo… Ora vediamo cos’è che fa la Ricchezza delle Nazioni. Prima di tutto però
tieni presente che non basta distribuire moneta, stamparla, come ancora si dice, per creare ricchezza.
Troppo semplice…
Già, Col sudore della fronte ti guadagnerai il pane…
Adamo Smith?
No, l’altro, quello biblico.
Ma scusa…
Che c’è?
Niente, pensavo agli esagerati e improvvisi guadagni delle Borse…
… e perdite improvvise! Ma devi avere pazienza, una cosa per volta. Dunque, dicevo, non c’è
altro che il lavoro, il capitale e, in passato, si dava molta importanza alla terra: questi sono i fattori
produttivi…
Il capitale, potresti essere più preciso? Grazie.
Sì. Considera l’acciaio, il petrolio, il riso, il grano… ossia tutte le materie prime, e poi ancora i
macchinari, gli impianti, i mezzi di trasporto e quelli di comunicazione; e ancora tecnologia e
innovazione: tutto ciò costituisce il capitale.
Das Kapital, mi ricordo di Marx, dallo studio della storia…
Già, quando parliamo di capitalismo intendiamo un sistema economico caratterizzato da diversi
elementi innovativi rispetto ai sistemi anteriori, quali ad esempio quello feudale, della servitù della
gleba, oppure, prima ancora, della schiavitù, caratteristici di un sistema economico chiuso, che
aveva pochi scambi verso l’esterno del sistema stesso. Tipici del capitalismo sono invece la crescita
degli scambi commerciali, l’esistenza della figura dell’imprenditore, l’accumulazione del capitale,
come appena detto, un più elevato ricorso al prestito, un differente rapporto di lavoro. Questo
sistema però preesisteva già alla rivoluzione industriale, iniziata verso la metà del Settecento.
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Possiamo così parlare di capitalismo mercantile, grosso modo dopo il Mille, e capitalismo
industriale.
Ho capito. Dunque, per lo sviluppo delle nazioni: lavoro e capitale.
E non dimenticare il progresso tecnico, e l’innovazione sia tecnica che organizzativa o sociale.
Pure sociale?
Certamente, prendi il diritto di proprietà e la legge sulle società commerciali: due esempi di
istituti che hanno storicamente favorito l’espansione di cui stiamo parlando. E ancora la società
democratica, quella che si accorda con il libero mercato, con il sistema capitalistico, con tutti i suoi
limiti, se vuoi, ma, come diceva Churchill: Il peggiore dei sistemi, fatta eccezione per tutti gli altri.
Ah, il fallimento del comunismo, l’Europa dell’Est…
Già, non c’è oggi in giro nessuno che proponga un’alternativa all’economia di mercato. Vedi cosa
succede in Russia e, soprattutto, in Cina.
Moriremo capitalisti, dunque?
Non si vedono alternative. Nel migliore dei casi si può sperare di difendere la gente dagli effetti
peggiori del sistema capitalistico.
Vorrei, però, tornando alle origini della ricchezza, insistere e sottolineare l’importanza del
progresso tecnico, più influente ancora del lavoro e del capitale stesso nella crescita del reddito pro
capite. Si stima che per l’80% lo sviluppo sia dovuto ad esso.
Parlami di questo, allora, se è così importante.
Bene, qui bisogna parlare allora di istruzione, di scuola, non fare quella smorfia, di formazione in
senso più ampio, ma anche di salute: tutto questo puoi benissimo chiamarlo “capitale umano”.
Spiegati meglio, per favore.
Una semplice considerazione ti chiarirà il punto. All’inizio del secolo scorso, il 30% degli italiani
era analfabeta e il 70% della popolazione attiva era occupata nel lavoro dei campi. Oggi, cent’anni
dopo, grazie al progresso tecnico e alla diffusa scolarizzazione, gli addetti all’agricoltura sono meno
del l0%. Questo significa che, nel passare dalla vanga alla coltivazione moderna che fa largo uso di
mezzi meccanici e prodotti chimici, per soddisfare le esigenze agroalimentari della popolazione,
basta un numero notevolmente inferiore di addetti al settore primario, quello agricolo, per
l’appunto. Se facciamo riferimento agli Usa, i contadini rappresentano solo un tre per cento circa
della forza lavoro, cioè di tutti i lavoratori impiegati nei vari settori dell’attività umana. E, con quel
tre per cento, non solo soddisfano completamente le necessità alimentari di tutta la nazione, ma
riescono anche ad esportare milioni di tonnellate di prodotti agricoli. Ti chiederai ora, dove saranno
finiti i contadini…
Già… è sbalorditivo…
Bene, i contadini e i loro discendenti hanno trovato impiego crescente nel settore industriale,
portando, come puoi immaginare uno sconvolgente ribaltamento in tutta la società. Ma il progresso
scientifico e tecnico, che ha così massicciamente interessato il settore primario, cioè l’agricoltura,
sta adesso, in questi ultimi vent’anni, ripetendo la stessa cosa nel settore secondario, cioè
l’industria.
La storia si ripete…
Sicuro, l’industria, che aveva creato milioni di posti di lavoro in Italia, pensa soltanto alle
immigrazioni del dopoguerra dal Sud alla Fiat di Torino, solo per dirne una, adesso, con
l’introduzione di nuova tecnologia, nuovi processi produttivi altamente automatizzati, pensa ancora
alle linee computerizzate alla Fiat… l’industria, dicevo, non ha più bisogno di tanti operai come
prima: con meno operai riesce a fare, grazie alla tecnologia, la stessa produzione, e anche di più.
Vuoi dire che… che…
Che la storia degli ultimi anni ha confermato che tanto più una società è industrializzata, anzi,
innovativa e tecnologica, tanto meno avrà bisogno di operai…
… così come era successo per i campi: più progresso agricolo, minore bisogno di contadini, vero?
Esattamente così. E allora, perché tutto questo?
Già, mi domando: dove andremo a finire?
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No, intendo dire… com’è stato possibile tutto ciò?
Scienza, tecnologia…
… e studio, formazione, cultura… e… niente smorfie, Martina!
Va bene… studio, studio… ma dove vanno tutti gli uomini e tutte le donne che non sono più
necessarie all’industria, voglio dire, che ne è di loro?
Ecco, come s’è sgonfiato il settore primario, l’agricoltura, per accrescere il secondario, l’industria,
stiamo ora assistendo alla terza fase: l’espansione del terziario…
… e fra qualche decennio… il quaternario…
Non tanto “qualche decennio”… qualche anno.
Ma esiste il quaternario? Io dicevo… per dire: dopo il tre, il quattro… quattro e quattr’otto…
Sì, si parla di terziario avanzato e di quaternario… ma già dentro il terziario, oggi, si includono le
occupazioni più eterogenee: da quelle più tradizionali, come il commercio, la salute, a quelle più
avanzate: progettazione, ricerca ed innovazione. Ma, tanto per darti un’idea del fenomeno,
considera questi semplici dati: in Italia, circa un terzo della forza lavoro trova ancora occupazione
nel settore industriale; mentre negli Stati Uniti, un paese decisamente più industrializzato, soltanto
un quarto circa.
Già, più progresso, meno occupazione…
… meno occupazione in agricoltura e nell’industria, ma si aprono appunto prospettive nel
terziario. Questo, per dirti che la nuova occupazione, che riguarderà te e i tuoi carissimi coetanei,
ben difficilmente sarà nei prossimi anni, anzi, già da ora, offerta dal settore industriale.
Come puoi capire, il mondo del lavoro non offre più le vecchie certezze. Offre piuttosto numerose
opportunità che richiederanno sempre maggiore flessibilità, cioè capacità di adattamento alle nuove
situazioni. Ecco perché è tanto importante considerare la formazione dei giovani.
Sì, prima parlavi però del terziario come di un settore che include le più diverse occupazioni, vuoi
spiegarti meglio?
Hai ragione. Terziario non vuol dire necessariamente settore progredito… parliamo allora appunto
di terziario avanzato, o quaternario, come dicevi tu, in considerazione del contenuto tecnologico
delle attività incluse in questo settore. Possiamo dire che le attività più avanzate, quelle che offrono
le migliori prospettive d’occupazione, sono quelle collegate ad uno sviluppo qualitativo, più che
quantitativo. Infatti, come abbiamo visto, la tecnologia ha permesso di raggiungere alte quantità di
produzione, soltanto pochi anni prima inimmaginabili; ma ora, in un mondo fortemente
competitivo, non è più la quantità, bensì l’aspetto qualitativo che permette l’espansione e innalzare
il livello di ricchezza e di benessere di un Paese. Se guardi ai Paesi più avanzati troverai le seguenti
caratteristiche a contraddistinguerli: maggiore specializzazione, maggiore attenzione alla ricerca e
innovazione a tutti i livelli: scientifici ed organizzativi.
Infine, è importante avere un sistema di mercato flessibile che permetta il razionale collocamento
di persone e capitali.
Caspita, sento che c’è tanta roba in pentola!
Proprio così. La ricchezza dipende da una relazione virtuosa che lega fra loro, e vorrei li
considerassi esattamente nel seguente ordine: la tecnologia, la produttività, la crescita dei salari, la
domanda di beni e servizi prodotti, l’occupazione.
Adesso che hai soltanto intravisto da do’ che i vien, che hai soltanto annusato quel che c’è dentro
la pentola, passiamo a controllare gli ingredienti nel dettaglio, assaggiando, per prima cosa, le
ricette di base fornite dai primi grandi cuochi. Vediamo cosa offre il menu.
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2. La mano invisibile (rieccola)
C’era una volta… la scienza economica.
Ma non “tanto ma tanto tempo fa”, bensì, torniamo al ‘700, soltanto meno di trecento anni fa:
disciplina giovane, dunque, dell’epoca moderna. Ancora adesso si discute se sia scienza oppure
no, l’economia. Ma questo, per adesso, non ha nessuna importanza: chiamiamola economia
politica, o semplicemente economia. Dunque, s’inizia con una favola, che ha fatto grande
scandalo al suo tempo attirando a sé ire e lodi dei due maggiori rappresentanti della filosofia in
Inghilterra: G. Berkeley e D. Hume, questo pro, quell’altro contro. Diciamo subito che nella
favola sono, stranamente, condensate quelle che saranno le due ali in cui si dividono gli
economisti da allora a tutt’oggi e su cui torneremo più avanti. L’autore, Bernard de Mandeville,
dottore olandese stabilitosi a Londra, dopo essere stato coinvolto in una rivolta popolare nel suo
Paese, sosteneva…
Ma dimmi il titolo…
Hai ragione, si tratta de La favola delle api (1714) che porta l’esplicativo sottotitolo di Vizi
privati, pubblici benefici. In essa, à la La Fontaine, del quale traduceva le favole in inglese,
l’autore ci racconta di un alveare nel quale ricchezza ed intemperanza, eccessi e smoderatezza
sono regolarmente diffusi fra tutte le api, sennonché, un bel giorno, non si sa come, non si sa
perché, fra le api si va diffondendo un’etica che condanna simili comportamenti; e un lamento
contro una società così in preda al peccato si fa sempre più frequente ed insistente. Irritato da
simili piagnistei il loro dio decide di esaudirne le preghiere, e pertanto, tutto d’un botto… oplà,
la società delle api viene trasformata in un modello di morigeratezza e virtù. Ma non passa tanto
tempo che l’alveare arriva alla stasi. Tutto si ferma: industria e commerci sono abbandonati, le
api si ritirano in una vita semplice, lontano dal florido alveare, nel cavo di alberi lontani.
Brutta cosa, l’esaudire i desideri… ammiccò Martina.
Be’, l’autore sosteneva, in contrasto con la morale di allora, che la prosperità e la ricchezza
della società - la metafora usata era appunto quella dell’alveare - è favorita precisamente dai vizi
privati quali la vanità, il lusso, la prodigalità, l’avidità; e questo perché proprio da essi hanno
origine i bisogni che sviluppano i commerci e danno opportunità di maggior lavoro, di più
occupazione. Così, secondo la morale di questa singolare favola, l’egoismo dell’uomo sarebbe
fonte di vantaggi collettivi e, anziché costituire un limite, sarebbe invece il vero propulsore della
ricchezza.
Ah, come dire… beati i primi… e gli altri?
Aspetta, in natura, la gente che persegue il proprio interesse, il proprio tornaconto, senza
pensare alle conseguenze che avranno sugli altri, automaticamente porterà la collettività al
benessere generalizzato.
Automaticamente?
Sì, sempre secondo la favola…
Già, le favole…
Be’, non solo favole… Smith…
Adamo?
Sì, te ne ricordi…
Il primo economista classico…
Bene, Adam Smith condivideva l’ottimismo del medico olandese. E ancora oggi si parla di
liberismo economico, di laissez-faire, laissez-passer…
Perché parli francese? disse Martina divertita.
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Perché è rimasta nell’uso la frase attribuita a Quesnay (1694-1774), massimo rappresentante
dei fisiocrati (dal greco “governo di natura”), contrari all’intervento dello Stato in materia
economica. Sostenevano infatti che il governo di un Paese dovrebbe “lasciar fare” alla Natura,
“lasciar passare” la Natura, che possa avere il suo corso, guidando l’economia in modo
efficiente verso il suo felice stato “naturale”. E questo era meglio che lasciar governare agli
uomini, perché, dicevano, la Natura è “saggia e sa quello che fa”, mentre i governi umani sono
fallibili, facilmente fuorvianti, e spesso stupidi.
Naturalmente…
Letteralmente…
Ma ci credevano davvero?
Be’, si può dire che i fisiocrati erano più efficaci nel proporre slogan che nel metterli in atto.
Ci fu un momento di interesse per il “laissez-faire” alla corte di Luigi XVI, ma non durò per
molto.
Forse ha contribuito ad accelerare l’inizio della rivoluzione… disse maliziosamente Martina.
Martina...
Scusa, come non detto… ma ho ancora in mente lo tsunami, il maremoto, quello del ventisei
dicembre scorso e… e non riesco a pensare alla Natura come… come i fisocrati…
Fisiocrati.
Ah già, i fis-i-ocrati. Ma… sembra che il “lassa fer”…
… “Laissez-faire”, Martina, il francese.
E che ho detto? Sì, insomma, il “laissez-faire” avrebbe avuto miglior fortuna in Inghilterra…
Proprio così. La dottrina ebbe maggior successo oltre Manica, dove occupò un posto centrale
nel pensiero di Smith che nel primo testo “classico” di economia politica…
Ricerche sopra le cause…
Sì, abbreviato in La ricchezza delle nazioni, parlava in termini di “laissez-faire” in un passo
citato da tutti i testi di economia, ecco il refrain:
Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il
nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse. Noi non ci rivolgiamo
alla loro umanità, ma al loro egoismo, e con loro non parliamo mai delle nostre necessità, ma
dei loro vantaggi.
Le api egoiste…
Sì, Smith spiegò nel dettaglio, portandolo alla condizione di generalità, questo principio per
cui, mirando al proprio vantaggio personale, si finisce, in un mercato libero da interferenze
statali, col favorire l’”interesse generale”. Senti ancora come s’esprime lo Smith:
…(l’individuo) adempie a un fine che non entra affatto nelle sue intenzioni… Perseguendo il
suo interesse, egli spesso persegue l’interesse della società in modo molto più efficace di
quando intende effettivamente perseguirlo.
Qui Smith parla di quella forza che regola tutto per il meglio e che viene chiamata “la mano
invisibile”.
Mano monca.
Come?
Come la mettiamo con le crisi, con la disoccupazione, in particolare giovanile, col terzo
mondo, con…
Ehi, aspetta, aspetta… ti sto esponendo la teoria…
Già, la teoria… e la pratica?
Senti, è bene che chiariamo subito una cosa, e cioè quello che avrei dovuto dirti prima di
iniziare il “viaggio economico”.
32
Sentiamo.
Bene, da una parte ci sono gli uomini con i loro bisogni da soddisfare, tanti bisogni, pensa al
nutrimento, alla salute, alla difesa dal freddo e dal caldo, alla casa, all’istruzione, e anche al
divertimento. Pensa al numero crescente della popolazione mondiale; e poi ancora, una volta
soddisfatti, i bisogni si ripresentano di nuovo, con intensità differente a seconda dei diversi
soggetti e ancora diversi secondo i tempi: pensa ai bisogni in un’Europa di solo cinquant’anni fa
e pensa a quelli dell’europeo di oggi. E poi, non solo i bisogni personali, cibo, vestiti, casa… ma
anche collettivi; e cioè: giustizia, istruzione, sicurezza… tutti bisogni pubblici.
Dall’altra, per soddisfare appunto tutti i bisogni, ci sono i beni, ossia tutto quello che è utile
all’uomo, materiale o immateriale che sia.
Ed è appunto qua che sta il problema economico: la soddisfazione dei bisogni umani. La
soddisfazione dei bisogni, che sono praticamente illimitati, attraverso l’uso dei beni, che, a loro
volta, sono limitati, scarsi rispetto ai bisogni dell’uomo. Un rapporto fra bisogni e beni che non
va mai in pari, una relazione destinata a restare drammaticamente insoddisfatta.
La coperta troppo corta, disse Martina convinta.
Sì, ciò comporta una scelta alternativa: si deve decidere fra una cosa e un’altra. Anche tu devi
decidere come distribuire il tuo tempo fra studio, amicizia, relax…
Ho tanto tempo…
No, non credere.
Il tempo è denaro?
Se vuoi. Non si può soddisfare tutto. Ed è per questo che è necessario stabilire una scala, una
graduatoria dei bisogni da soddisfare, quelli più urgenti per primi e poi, via via, tutti gli altri,
fino ad esaurimento dei beni disponibili. Ed ecco allora che parliamo di efficienza, quando la
società ottiene il massimo possibile dalle proprie risorse (sempre scarse); e di equità, quando la
ricchezza disponibile è distribuita in parti uguali fra i componenti della società. Spesso non si
può avere efficienza ed equità allo stesso tempo.
Già.
Come vedi, non è il paradiso…
Ma le scelte… è una questione soggettiva…
… E politica. E qui l’economia può indicare la strada, o le strade, se vuoi, ma poi il discorso
non è più economico, ma politico. Torniamo adesso alla favola?
Le api…
Se da un lato contiene un esplicito riferimento all’ottimismo del libero mercato, dall’altro può
essere vista anche come un anticipo del paradosso del risparmio: due secoli prima della teoria
relativa alla domanda insufficiente, formulata da Keynes.
Chi?
Keynes. Sì, abbi pazienza, ne parleremo in un altro momento, per adesso ricorda soltanto che
la favola può essere letta anche nel modo seguente: l’attività “morale” del risparmio è di fatto la
causa della recessione, della crisi; mentre il consumo di lusso (un “vizio”) è uno stimolo
all’attività. In tal senso de Mandeville poteva essere accostato al “mercantilismo”, la corrente di
pensiero economico che sosteneva l’intervento del governo per stimolare e regolare l’economia,
incoraggiando le esportazioni e scoraggiando le importazioni, promovendo l’afflusso di metalli
preziosi, al fine di consolidare la potenza dei grandi stati nazionali che si stavano affermando
sulla scena europea. Ecco, in una favola condensate, le due linee contraddittorie di pensiero
economico che ritroviamo presenti, da allora, fino ai giorni nostri: libero mercato, con Smith, da
una parte; sostegno al mercato, con Keynes, dall’altra.
Le favole!
Già, le favole.
Scusa, vorrei capire meglio il punto di vista di Adamo… l’egoismo e “la mano invisibile”, se
non ti spiace. Com’è possibile evitare che l’alveare umano descritto come egoista, assetato di
profitto, non cada vittima poi della sopraffazione e delle rapine da parte degli individui che lo
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compongono? Come può essere che un comportamento così indifferente degli uni rispetto agli
altri possa portare all’armonia sociale, al progresso, anziché alla confusione e
all’autodistruzione?
Bene, siamo così giunti al centro della questione: il meccanismo del mercato e della
formazione dei prezzi in libera concorrenza.
Considera che ogni individuo egoista, del tutto disinteressato agli altri, si trova immerso in un
ambiente - il mercato - composto da altrettanti “egoisti” quanto lui. Ogni soggetto, nel comprare
o vendere, dovrà quindi confrontarsi con i prezzi offerti dagli altri. Un industriale che tenti di
vendere ad un prezzo maggiore di quello degli altri non troverà nessuno disposto ad acquistare
da lui. Così, lo stesso industriale che tenti di pagare un salario minore di quello pagato dagli altri
industriali non troverà nessuno disposto a lavorare per lui. E, al contrario, un lavoratore che
pretenda un salario più alto di quello normalmente praticato in quel momento, resterà
disoccupato. Questo era ciò che intendeva Smith per libero mercato, libera concorrenza.
Più esattamente si parla della “legge della domanda e dell’offerta”, tuttora al centro del
pensiero economico capitalistico quali “forze di mercato” regolatrici…
La mano invisibile, disse Martina.
Già. Come detto, La ricchezza delle nazioni è del 1776, giusto l’anno della più grande
protesta, mai avvenuta nella storia, contro la tassazione. Lo scozzese…
E giusto… uno scozzese… oppure un genovese dovevano essere i fondatori dell’economia…
Niente succede per caso…
… tutto secondo “natura”.
Già. Ad ogni modo Smith, per oltre due secoli non ha cessato d’essere il punto di riferimento
dei conservatori, i sostenitori del libero mercato che non hanno in antipatia nessuna parola più
della parola “tasse”. E così dicendo, Gabriele, aperse il libro e lo pose fra le mani di Martina,
invitandola a leggere il capitolo secondo del quarto libro de La ricchezza delle nazioni.
Martina sgranò gli occhi e iniziò a leggere:
Ogni individuo necessariamente lavora per rendere il prodotto sociale annuo il più elevato
possibile. Egli, in verità, non intende affatto promuovere l’interesse pubblico generale, e
nemmeno si rende conto di quanto, di fatto, lo stia promovendo. Col preferire l’industria locale
piuttosto che quella straniera, egli non fa che rispondere al bisogno della propria sicurezza; e
nel gestire l’industria in modo che il suo prodotto possa risultare del più alto valore possibile,
egli intende perseguire soltanto il proprio guadagno, ed è in questo, come in tanti altri casi,
guidato da una mano invisibile…
Martina si trattenne eccitata, pose il libro ancora aperto sulle magre ginocchia, alzò e slargò gli
occhi in un’espressione comicamente sorniona, che mosse Gabriele ad un impercettibile sorriso.
Zzzz… zzz… Rieccole, le api, che tornano a ronzare, disse annuendo, la bocca ancora aperta.
E poi riprese, concentrata:
… una mano invisibile che promuove un fine che andava al di là delle sue intenzioni. Ma non è
sempre male per la società, che questo non facesse parte dei suoi interessi precipui…
Martina piegò il capo all’insù, le labbra contratte in una buffa smorfietta. Ci siamo, disse. E poi:
Nel perseguire il proprio tornaconto egli frequentemente promuove quello della società più
efficacemente che non quando egli non si applichi con l’intenzione esplicita di operare per il
bene sociale.
La mano invisibile. Caspita, più chiaro di così!
Vedi cosa vuol dire un “classico”?
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La classica chiarezza. Quindi il mercato come l’alveare di Mandeville.
La “legge della domanda e dell’offerta”: questa è la mano invisibile per Smith, le forze del
mercato che lo guidano a perseguire anche quell’altra funzione sempre presente nel nostro
classico: quella della “allocazione ottima” delle risorse.
Che vuol dire “allocazione ottima” delle risorse?
Significa che attraverso il meccanismo del mercato, alla società saranno forniti proprio quei
beni e servizi di cui ha esattamente bisogno, e nella quantità richiesta, senza la necessità che
qualcuno debba sottostare agli ordini di qualche particolare autorità.
Nessun vincolo, nessun controllo…
Sì. Smith è il fautore del libero mercato, fortemente avverso a controlli e interferenze da parte
del governo o di qualche altra autorità. Ma adesso… un pettegolezzo…
… un pettegolezzo sul vecchio Adamo! Sì sì…
Devi sapere che il padre del liberismo economico, aveva a sua volta un padre, da lui mai
conosciuto, che faceva…
… che faceva, il padre del vecchio Adamo?
… faceva il doganiere, era cioè al servizio dell’apparato pubblico che controllava e poneva
limiti e balzelli alla circolazione delle merci…
… ma caspita… Questa è proprio bella! Si direbbe la classica relazione padri-figli.
Il vecchio Sigmund…
… Zigmund, un economista tedesco stavolta?
… Freud, il padre della psicanalisi, avrebbe avuto tanto da dire sulla genesi del capitalismo.
Se tieni conto poi che Smith, che come ti ho detto non incontrò mai il padre, visse tutta la vita
accanto alla madre… be’, c’è di che riflettere in termini di analisi psicologica.
Mi piacciono i pettegolezzi.
Sì, ma ora torniamo a noi, al libero mercato…
… che adesso mi pare un po’ più femminile, se penso all’influenza che potrà aver esercitato la
madre sul piccolo vecchio Adamo…
Martina, non divaghiamo oltre…
Già, dicevi che attraverso il meccanismo del mercato, alla società saranno forniti i beni e
servizi di cui ha giusto bisogno, e nella quantità richiesta, senza che qualcuno sia sottoposto agli
ordini di qualcun altro, del governo o dello Stato, no?
Sì, brava…
Vedi che ricordo tutto?
Bene. E questo avviene nella libertà…
Del tutto liberamente…
Sì, un po’ come agli incroci…
Agli incroci, che vuoi dire?
Hai presente che da qualche anno in qua si costruiscono molte “rotonde” per il traffico
automobilistico?
Sì, meno semafori…
Appunto, meno “controllo”, e il traffico fluisce via libero con minori “inutili” attese.
Lasciato alla “libera iniziativa”… degli automobilisti! Chiaro.
Proprio così, secondo gli economisti “classici” e i sostenitori del libero mercato, fortemente
contrari appunto all’intervento di un “controllo” da parte dello Stato…
Lo Stato-semaforo. E il fallimento dei regimi comunisti…
Dove lo Stato, con piani quinquennali disposti dall’autorità centrale, dirigeva tutto…
… e non accontentava nessuno: patatrac…
Così finiscono i sogni…
… sempre all’alba. Ma chi l’ha detto?
Mah… E così ancora adesso senti parlare di economia con le stesse parole già usate dal
vecchio Smith.
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Simpatico, il vecchio Adamo, ma duecento anni fa e passa… non è un tantino un po’ più
complicata la società dei nostri giorni, si può ancora affidarsi ciecamente al mercato, come dice
lui? E le crisi attuali, ricorda che devi ancora chiarirmi i problemi della disoccupazione, in
particolare quella dei giovani. Mai possibile non ci sia nient’altro che la vecchia teoria delle apiuomini?
Aspetta, ogni cosa a suo tempo, dobbiamo ancora parlare di Keynes, ricordi?
Sì, ancora le api di Mandeville: il “vizio” del risparmio porta alla crisi l’alveare, giusto?
Giusto, ma non corriamo troppo, come abbiamo detto, allo stato attuale, gli economisti si
dividono grosso modo fra conservatori-liberisti e keynesiani-interventisti.
Le due ali su cui vola l’economia. Ma perché dici “grosso modo”, offre forse qualcos’altro “il
mercato degli economisti”? disse Martina perplessa.
Dico grosso modo perché è difficile trovare un economista che sia fortemente radicato in una
delle due posizioni estreme: sarebbe una caricatura, d’economista.
Già il mondo non è in bianco e nero…
Brava.
(e tutti e due in coro) Ma una sfumatura di grigi.
Hai presente quel cerchio cinese, il simbolo del Tao…
… lo spazio del cerchio si divide in bianco e nero, ma il bianco non è tutto bianco, e
altrettanto vale per il nero.
Così è la vita. E anche gli economisti oggi presentano le loro teorie con una prevalenza per un
campo o per l’altro, ma non mancano considerazioni e osservazioni presenti nel campo opposto.
La saggezza cinese. Sento che il prossimo argomento sarà il mercato.
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3. Mercato, valore, prezzi
Bene, non devi pensare al mercato come al supermercato o a quello dei banchi in piazza al
mercoledì. Ma neppure dovresti considerarlo come qualcosa di astruso…
Non è una teoria…
No, Martina, è qualcosa di pratico, di molto pratico, anche se non è sempre localizzabile in un
posto determinato. Per iniziare, puoi considerare il mercato come un punto d’incontro fra offerta
e domanda di beni e di servizi; e come si fanno ad incontrare queste due parti, l’offerta e la
domanda?
Via internet!
Certo, tutto ciò che mette in comunicazione gli operatori del sistema economico: telefono, fax
e computer, come avviene nelle Borse Merci dove si scambiano materie prime con
caratteristiche ben definite, pensa ad esempio al petrolio, all’acciaio, al grano. Oppure nelle
Borse Valori nelle quali l’incrocio offerta/domanda di valuta e di titoli azionari avviene tramite
sistemi computerizzati alla velocità della luce. E dietro a questa offerta/domanda ci sono gli
operatori concreti: i risparmiatori, piccoli e grandi, con le loro attese, le loro ansie e speranze, la
loro vita; e, dall’altra, le imprese che hanno bisogno dei capitali finanziari per svolgere la loro
attività produttiva: gli imprenditori, anche loro con le proprie convinzioni, i loro sentimenti e
aspettative. Ecco incontrarsi in una piazza virtuale un mondo di interessi diversi.
“Et vive la différence!” lo dice spesso la mia prof di francese, parlando di noi alunni.
Già, proprio così. È giusto la differenza di comportamento e di aspettative fra i diversi soggetti
che rende possibile lo scambio, l’offerta/domanda, il mercato. Come vedi un mondo reale,
concreto sta alle spalle di un semplice listino prezzi. Perché sono precisamente loro, i prezzi, il
fulcro del meccanismo dello scambio. Tornando all’esempio stradale, puoi considerare questa
volta i prezzi come le luci dei semafori che regolano i flussi di domanda e offerta. Una loro
variazione informa i produttori o i compratori quanto produrre o acquistare in più o in meno.
Ora parli di mercato come sinonimo di scambio, e fin qua va bene, ma vorresti, per cortesia
chiarire meglio quando parli di offerta/domanda, che usi con lo stesso senso di mercato? Grazie.
Giusto. Partiamo da te…
Da mee…?
Sì, un semplice esempio. Dimmi, Martina, di cosa sei veramente ghiotta?
Be’, d’estate non resisto al gelato, posso mangiarne anche tre di seguito… e poi, be’ la dieta,
oh…
Bene, va bene… prendiamo il gelato. Adesso un cono lo paghi…
La bellezza di due euro e mezzo, un piccolo cono così…
Mettiamo che un giorno ti ritrovi, di punto in bianco, e per lo stesso cono, a doverlo pagare
quattro volte tanto…
… dieci euro! Vuoi scherzare?
Scherziamo pure.
Be’, allora mirerei di sicuro più alla dieta, ne sarei incoraggiata… nessun più senso di colpa, e
pace al gelato. Amen. Ma non è possibile…
Mettiamo per un momento, solo per un momento. Forse allora compreresti qualcos’altro…
Un chinotto…
Un chinotto, appunto.
La risposta italiana all’imperialismo commerciale della cocacola… stesse bollicine, stesso
colore…
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Va bene, va bene.
Ho capito, stai solo scherzando. Così, se per esempio il prezzo del cono mi scendesse a mezzo
euro o a un quarto addirittura… sai che scorpacciate…
Bene, questo è esattamente il modo in cui si comportano tutti i consumatori, i compratori di
fronte alle variazioni del prezzo di un bene: gelati o petrolio, acciaio o chinotti. Si dice così che
esiste una relazione inversa fra prezzo e domanda di quel bene: all’aumentare del prezzo, la
quantità domandata di un bene o servizio diminuisce; e viceversa.
Per il gelato va bene, non di solo gelato si vive; ma il pane, e tutti i generi di prima necessità?
Ecco, non tutti i beni si comportano allo stesso modo rispetto ad una variazione di prezzo: non
per tutti si hanno le medesime variazioni in reazione al variare del prezzo. Si parla allora di beni
a domanda più o meno elastica. rispetto ai prezzi, come tu stessa ti ponevi la questione, la
reazione rispetto al pane o al gelato non è la stessa.
Ora bisogna portare l’attenzione sull’altra ala del meccanismo dello scambio…
L’offerta.
Infatti. Torniamo ancora al gelato…
Poi me ne compri uno?
Certo, mi piace il tuo interesse per l’economia…
… dei gelati.
Dei gelati, appunto. Adesso invertiamo le parti, passa dalla parte di chi produce: il gelataio.
Con molto gusto… mucho gusto.
Allora, se il prezzo salisse a dieci euro… che faresti?
Ne mangerei da impazzire, poi, pensando agli affari miei, da vera ape, aumenterei la
produzione, e le vendite, sempre che me li comprino a un prezzo da follia…
Magari saresti indotta a comprare altre macchine, assumeresti ancora personale…
Farei lavorare tutti i miei compagni di classe... se il mercato assorbisse i miei gelati a prezzi
così elevati.
Viceversa se il prezzo diminuisse, l’attività diventerebbe meno profittevole e limiteresti così la
quantità offerta.
Già, finché il prezzo copre i costi e mi lascia un guadagno potrei sempre produrre gelati, sotto
un certo prezzo, no.
Ed è così, non soltanto per i gelati, ma per tutti i beni e servizi oggetto di compravendita. Si
dice allora che esiste un relazione diretta fra prezzo e quantità offerta di un bene o di un
servizio: all’aumentare del prezzo, la quantità offerta aumenta; e viceversa se il prezzo
diminuisce.
E qui entra in gioco un’altra considerazione fatta, questa volta, dalla scuola economica
successiva - siamo intorno al 1870 - detta “neoclassica”. I “marginalisti”, detti anche
neoclassici, concentrarono l’attenzione sulle motivazioni dei compratori e sulla loro domanda di
beni e servizi. E pervennero così a formulare la teoria dell’”utilità marginale decrescente”.
E che vuol dire? Disse sempre più incuriosita, Martina.
Un esempio?
Un esempio col gelato, sorrise Martina.
Col gelato. La prima leccata al tuo cono ti darà una grandissima soddisfazione, e sarai
soddisfatta pienamente finché non l’avrai mangiato tutto. Ora ne prenderai un altro, ma la
soddisfazione di questo secondo cono sarà meno intensa. Sì, conoscendoti, sarà ancora alta la
tua gioia, ma non come la leccata del primo cono.
La prima leccata non si scorda mai, sospirò romanticamente Martina.
Se vuoi… ma, al terzo cono, la soddisfazione sarà ancora minore del secondo, al quarto poi…
… e poi al quinto… mi viene il vomito.
Proprio così, le utilità “marginali”, cioè le soddisfazioni procurate dal consumo dei coni
aggiunti, quelli dopo il primo, saranno via via minori, fino a diventare negative, ossia
procurandoti non più utilità o soddisfazione, ma sazietà e poi nausea, per finire col malessere.
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Mi ricorderò allora dell’utilità marginale decrescente, in un funesto momento d’algida
debolezza…
Ma come parli, Martina?
Amo gli arcaismi, eh… ognuno ha le sue debolezze!
Questa, poi…
Scusa, mi è chiara la nausea marginalista, ma… ma non capisco dove vuoi arrivare…
È presto detto: il valore dei beni.
Il valore dei beni, embe’?
Prendi il “classico” paradosso economico, già posto, ma non risolto dal vecchio Smith: perché
l’acqua, bene essenziale, ha un prezzo così modesto, mentre un diamante, per niente necessario
alla vita, ha un prezzo esagerato?
Perché “un diamante è per sempre”.
Rispondi con la tua testa, non con gli slogan.
Be’, per me un diamante non ha, appunto, nessun valore…
D’accordo, ma guardati d’attorno: i gusti sono gusti. Non devi generalizzare le tue preferenze.
Già, hai ragione. E che ne so, io, allora? Dimmelo tu.
Bene, lo si può spiegare appunto con la legge appena incontrata. Infatti, l’acqua abbonda, i
diamanti, no. Così, le quantità marginali, ossia le dosi in più di acqua avranno, come appena
visto, una utilità molto bassa, a differenza delle quantità in più di diamanti che avranno un alto
grado di “utilità” per il loro possessore, data la scarsità di diamanti in rapporto alla loro quantità
domanda.
Per tirare le somme, quanto maggiore è la quantità esistente di un bene, tanto minore sarà la
soddisfazione relativa all’ultima dose disponibile di quel dato bene.
Caspita! E il vecchio Adamo non c’era arrivato…
Il vecchio Smith dava un’altra interpretazione…
… errata…
… sì, perché non teneva conto della reale implicazione della rarità. Per lui ciò, che fa il valore
d’un bene, non era l’utilità, bensì la quantità di lavoro impiegata per ottenere i diversi beni.
Io posso lavorare tanto per produrre un bene che non sarà utile a nessuno, e allora il suo valore
sarà nullo, alla faccia del mio sudore.
Proprio così. In economia si parla allora di efficienza ed efficacia.
Efficienza ed efficacia?
Già. Io posso produrre una merce con processi tecnologici molto evoluti, molto efficienti
appunto, ma se la merce non è richiesta… si tratterà di risorse sprecate.
Sprecate in modo efficiente, disse definitiva Martina.
Il che non consola nessuno. E qui troviamo più d’un esempio in cui lo Stato è intervenuto con
massicci investimenti in settori industriali che non avevano più prospettive: l’acciaio per
esempio.
Com’è possibile investire dove non c’è mercato?
Be’, devi pensare che l’attuazione di un progetto, un progetto piuttosto complesso, come un
impianto siderurgico per esempio, non è affatto una cosa immediata: fra il momento delle
decisioni e quello della loro realizzazione passa un certo tempo, nel caso delle decisioni statali
possono passare anche anni…
Lasciar fare alla Natura, eh? Ancora il vecchio Adamo.
Sì, l’alternativa fra intervento ed astensione nell’economia da parte dello Stato è sempre un
problema di accesa attualità.
Che c’è, Martina, ti vedo perplessa?
Niente. È solo che pensavo… pensavo che hai parlato tanto di “utilità”… che sarebbe in base
a questa utilità che si prendono decisioni, che si muove l’attività dell’uomo.
Certo. Puoi dire che è uno dei postulati, una ovvietà, su cui si basa tutto il ragionamento
economico. Si parla allora, con John Stuart Mill, il filosofo del periodo classico che più di altri
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ha approfondito la riflessione sulle basi stesse dell’economia, di utilitarismo, di calcolo delle
utilità. Il soggetto razionale farà le sue scelte in base al principio del proprio tornaconto.
Ancora il vecchio Adamo.
La questione è, se vuoi, banale, logica. Non è possibile, nel fare le proprie scelte, non tenere in
considerazione i propri interessi. Tutto il calcolo economico si fonda su questo buon senso
utilitarista.
Certo, certo… come si fa a non essere d’accordo?
Ma tu non sei d’accordo, eh, Martina? Dai, sputa…
Vediamo ‘sta utilità più da vicino, allora; questa ovvietà, come dici tu.
Be’, per gli economisti è utile qualsiasi bene adatto a soddisfare un bisogno.
Qualsiasi bene, eh?
Proprio così.
Anche la sigaretta, lo spinello, la vodka… allora soddisfano dei bisogni, ma non è mica la
stessa cosa… voglio dire, cioè… nel significato “normale”, io, mi pare, s’intenda utile qualcosa
che mi dà un vantaggio, che mi aiuta, che mi serve…
Hai ragione, c’è differenza, eccome, fra utile in senso comune e utile in senso economico.
E ti par poco… la differenza? Uno mangia mangia mangia… perché soddisfa un bisogno:
quello della bulimia. E allora si dice che tutto quel che mangia è utile, salvo poi essere utili
anche le pillole, le palestre, le cure: tutta un’attività economica basata sull’utilità del bulimico,
eh?
Un momento di silenzio.
E così è proprio vero… come dice Marco: ‘na volta se fasea la fame, adesso se fa le diete.
E chi è Marco?
Ah… niente, niente… un mondo lontano, non so nemmeno se esista più, disse Martina
incantata, il pensiero lontano, la voce appena appena percepibile.
E poi, come riaffiorando da un mondo lontanissimo, riprese scrollando il capo, con lucidità.
Be’, capisco… l’utilità è importante… per una famiglia dove c’è uno solo che lavora… non
stiamo neanche a discutere. È utile procurarsi i soldi per far fronte ai bisogni, e in quelle
condizioni i bisogni son tanti. E dopo breve pausa, tutto d’un fiato. Ma prendi chi ne ha già
tanti, di soldi, che senso ha parlare di utilità. Voglio dire, che significato ha guadagnare ancora
per avere più soldi per ottenerne degli altri… e così via… insomma qual è l’utilità di
guadagnare di più di quanto si può consumare? E a che serve l’utilità, andando di questo passo?
Non parlavi proprio tu, poco fa, dell’utilità marginale decrescente? Tutta quella ricchezza in
più… quel quinto gelato… che poi mi viene il vomito…
Seguì un lungo silenzio che nessuno sembrava voler rompere. Poi, esitando, Gabriele disse:
Martina, non ho parole, il re è nudo!
John Mill è nudo! Se mi dici che su quell’”utilitarista” si basa tutto l’edificio economico…
che riflettere sulle basi stesse dell’economia porta a questa ovvietà…
Un altro momento di silenzio fra i due.
Finalmente, riprendendo fiato, Gabriele disse:
Bene, Martina, mi piaci.
A quel punto, Martina lo fissò con occhi slarghi di stupore.
Sì, mi piaci… mi piaci, dico davvero… c’è bisogno di “economisti in erba” che riflettano e
che rimettano in discussione le “ovvietà” consolidate nel tempo: forse soltanto questo ci salverà.
Ma il mio compito - ricordi? - è di presentarti, per quanto posso, l’economia così com’è
attualmente. A te, e a tutti i tuoi coetanei, alle nuove generazioni, il compito di rinnovarla, di
portarla verso i “reali” bisogni della gente, di una popolazione mondiale in continua crescita,
bisogni compatibili con una natura sempre più scarsa di risorse.
Già, e quali sono allora questi bisogni? Vorrei almeno che facessimo un’altra considerazione
su questo punto, visto che, mi pare, sta alla base di tutto.
E facciamole, sento che su questo punto hai le tue brave idee, esprimile.
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Ma io sono confusa, non ho idee certe… solo delle cose che mi vien da pensare. Ecco, per
esempio, la pubblicità. La pubblicità me la trovo dappertutto. E che relazione sta fra me, i miei
reali bisogni, e quelli che la pubblicità mi fa danzare attorno?
Conosci te stessa.
Se conosco me stessa?
No, non è una domanda, Martina: è un’affermazione, un invito che già più di duemila anni fa
Socrate rivolgeva a tutti. Se conosci te stessa, conosci realmente quello che sei, che vuoi, non
sarai preda della danza pubblicitaria, per esempio.
Ecco, se è per quello, io ho i miei gusti… per esempio in fatto di musica. E ci tengo. Ossì, non
cedo mica, sai!
Immagino. Disse Gabriele, con un sorriso, convinto.
Ma… ma mi chiedo, tanto per tornare a questa benedetta “utilità”: è utile la pubblicità? Sì, è
utile perché fa aumentare le vendite, giusto?
Dà impulso all’attività economica, fa diminuire la disoccupazione.
E questo è giusto. Ma mi domando: che cosa fa vendere? Importa forse qualcosa di ciò che
viene venduto? No, giusto? Pane… e cellulare provvisto di trecentosessanta tipi di suoneria e
quattrocentottanta giochi; libri… e tv dove ti reclamizzano quali televisori nuovissimi comprare
per vedere programmi che ti fanno vedere come vive la gente fuori dalla tv, cioè la gente
normale. Insomma, non importa cosa, purché si venda, giusto? Dunque, merce che, senza la
pubblicità, uno manco si sognerebbe d’averne bisogno. Cioè tutto questo è utile all’attività
economica: produrre e pubblicizzare merce che non ha nessun valore, giusto per tenere in moto
il macchinario economico, per mantenere occupata la gente. L’attività economica come fine,
non più come mezzo per soddisfare… reali bisogni.
Che dire… dall’economia classica in poi, la produzione è un fine. La società sana è misurata
in termini di reddito pro capite. Ti dirò di più, dal vecchio Smith a certi ultimi premi Nobel pare
di trovare differenze, tutto sommato, piuttosto trascurabili; anche se durante questi duecent’anni,
e ai nostri giorni, non tutti la pensano così.
Già, il sistema peggiore, fatta eccezione per tutti gli altri, non è così?
Proprio. Quel che si dice, un sano realismo.
Ma in questi duecent’anni il mondo mi pare un po’ tanto cambiato, posso capire la novità e
l’importanza del vecchio Adamo, allora… ma da allora, non è poi un tantino più complessa, la
società… possibile che la risposta a nuovi problemi sia ancora la favola delle api?
Be’, per seguire il tuo discorso, e per dirla tutta, ma proprio tutta… sì, hai ragione: le cose ora
sono ben diverse da allora, la società è notevolmente più complessa, non serve neppure fare
qualche esempio…
… è ovvio.
Già, è così. Adam Smith faceva le sue riflessioni al tempo dell’Illuminismo, un’epoca di gran
cambiamenti, l’epoca della rivoluzione industriale, caratterizzata da un sorprendente ottimismo
sulle capacità razionali dell’uomo nell’interpretare il mondo. Senza dubbio la sua riflessione è
figlia diretta di questo fervore illuminista, quando si riteneva che alcune semplici leggi naturali
potessero spiegare l’intero meccanismo che sottostà ai fenomeni dell’universo. Ma, la storia del
pensiero umano, soprattutto alla fine del XIX secolo e con l’inizio del seguente, sotto la spinta
delle nuove interpretazioni circa i fenomeni fisici; faccio qui riferimento alle scoperte
sull’elettricità e sul magnetismo, che hanno condotto poi a ripensare in modo rivoluzionario il
concetto di materia, di spazio-tempo, del mondo in cui viviamo… la storia del pensiero umano,
in generale, dicevo, ne è stata profondamente influenzata. E un pessimismo generale è andato
sostituendosi all’ottimismo illuminista. S’è visto che il mondo, proprio come dici tu, è ben più
complesso di com’era stato inteso fin allora. Per farla breve, diciamo che quelle che parevano
essere acquisizioni scientifiche, ma anche più in generale filosofiche, indubitabili, erano adesso
soltanto delle ipotesi provvisorie, in attesa di una possibile ulteriore ipotesi, alla luce di nuovi
dati sperimentalmente acquisiti, che portasse un passo più vicino alla verità…
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Ehi… aspetta, fermati… la verità… che paroloni. Già non ti seguo più.
Sì, scusa, ma lascia che concluda, perché sei tu che mi hai portato da queste parti, ricordi?
Be’, hai ragione, scusami tu… ma una volta o l’altra mi chiarirai anche questo, vero?
Certo. Per finire, voglio solo aggiungere che si è passati dalla fisica newtoniana alla fisica
della relatività, dei quanti. Questo ha portato a notevoli ripensamenti che sono andati al di là del
campo strettamente fisico, molti concetti, proprio sotto questa spinta, sono stati rivisti anche in
campo sociale, psicologico…
… ma non economico! È questo che volevi dirmi?
Proprio così, Martina.
E non potevi dirmelo subito?
Gabriele, continuò indifferente, come non registrasse, ma seguisse il filo d’un suo pensiero a
voce alta:
A società complessa, riflessione complessa. Ciò non vuol dire che si debbano trascurare le
semplificazioni che, in mancanza di meglio, troviamo oggi in materia economica, soltanto non
dobbiamo crederle definitive, ecco.
Sei contento adesso?
Sì, provocante Martina.
Scusami, non volevo…
… e di che? Trovo molto stimolante la tua attenzione, ma siete tutti così, oggi, a scuola?
Boh, e che ne so!
Si guardarono dritto dritto negli occhi, e scoppiarono in una fragorosa risata.
Boh, e che ne so… le fece il verso, Gabriele, sai mai niente tu, di ciò che ti riguarda…
Lei si strinse nelle spalle, la buffa smorfia che le piegava comicamente il volto fece ancora
sorridere impercettibilmente Gabriele, che non seppe trattenersi dal posarle la mano sui capelli.
In quel cavo lei indugiò, e come un gatto irrigidì il torto collo portando il capo a un maggior
contatto con la mano per il breve tempo in cui lui ve la trattenne. Dopo alcuni attimi di silenzio,
Gabriele riprese il filo del discorso interrotto:
Torniamo dunque al libero mercato in libera democrazia, ricordi? È lì che abbiamo divagato…
… e il divagar m’è dolce in questo mar…
Già, ma orsù… è ora di tornar… vogliamo riassumere la questione del prezzo e del mercato?
Presto detto: l’interazione fra la domanda e l’offerta porta alla formazione di un certo prezzo
che permetterà di sintonizzare l’offerta con la domanda. In questo caso si parlerà di prezzo
d’equilibrio.
Vuoi dire che non soltanto la domanda e l’offerta variano al variare del prezzo, ma anche che
il prezzo dipende a sua volta dalle quantità offerte e domandate?
Precisamente questo. Se la quantità di beni o di servizi offerta dai produttori supera quella
domandata dai compratori, allora i prezzi scendono; mentre invece, se l’offerta di beni immessi
sul mercato è scarsa in relazione alla quantità domandata dai compratori, i prezzi salgono, come
succede ad esempio quando ad un concerto di… chi ti piace?
Bob Marley.
To begin with, Marley was dead. Martina!
Scusa ma… va bene, Bob Dylan, allora.
Scegli soltanto roba di giornata, eh, Martina?
Oh, se è per quello… mi piace anche il vecchio Mozart; e moltissimo Eine kleine
nachtmuzik… i gusti son gusti, eh…
Va bene, va bene… se ad un concerto del vecchio Bob…
… Dylan.
… Dylan, la domanda di biglietti supera il limitato numero di posti disponibili, allora che cosa
succede?
Che i prezzi salgono, salgono… e comparirebbero in piazza i bagarini.
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Il bagarinaggio, già. Mentre se nessuno vuole andare al concerto, la prossima volta i biglietti
costerebbero di meno.
E sparirebbero i bagarini.
Proprio così. Lo stesso accade per tutte le merci e servizi in circolazione nel sistema
economico. Possiamo pertanto dire che i prezzi sono l’effetto di una continua contrattazione fra
le due parti: venditori e compratori; ossia che riflettono in sintesi un sistema complesso di
informazioni diffuse ed elaborate dagli operatori. Il sistema di mercato e dei prezzi dimostrano
una intelligenza che di fatto va ben oltre quella dei singoli operatori.
La mano invisibile che ritorna.
Appunto. Così, come in precedenza accennato, i prezzi, agendo come segnali di scarsità o
abbondanza, assicurano, sempre per la teoria economica classica, l’”ottima” allocazione delle
risorse.
E tutto questo era già stato detto dal vecchio Adamo?
Esattamente. Poco originale, se vuoi, ma chiaramente intuito e descritto dal vecchio Smith.
E ancora funziona. Caspita! Ma… ma, aspetta, non è tutto così semplice e meccanico, no?
dobbiamo ancora parlare della disoccupazione dei giovani…
Abbi pazienza…
Sento che c’è dell’altro ancora.
Certo, come hai detto tu stessa, poco fa, non è tutto così semplice. Torniamo al periodo
classico dell’economia.
Cioè al vecchio Adamo.
Sì, e non solo. Puoi ricordare accanto a lui i nomi di David Ricardo e John Stuart Mill…
… il vecchio Mill… il mill…antatore utilitarista… puah…
Gabriele continuò dritto, per niente scosso dall’inciso:
Certo, lui. Nei loro studi fu costante l’interesse prevalente per il lato dell’offerta, vale a dire,
per i processi di produzione e per i fattori che condizionano le quantità di merci offerte. I fattori
produttivi, ricordi?
Sì, lavoro, capitale e terra.
Bene. Proprio considerando il fattore terra, allora ancora molto rilevante, pervennero ad
un’altra legge: “la legge dei rendimenti decrescenti”.
Bisogna che spieghi.
Con un esempio, volentieri, ma prima lascia che te la enunci.
Se proprio ci tieni, lo sai che io capisco meglio con gli esempi, i gelati, i chinotti, qualcosa di
pratico… di gustoso, abbi pazienza, son fatta così…
Certo, certo. Cominciamo allora con l’esempio.
I gelati…
Infatti, o meglio, in questo caso, la gelateria, il locale dove ti siedi comoda a… be’, lo sai.
Dove vuoi arrivare?
Aspetta. Anzi, no, non ti piace aspettare.
Giusto.
Mettiamo allora che il locale abbia un certo numero di tavoli e un solo garçon, che può servire
quaranta clienti in un’ora. Volendo far felici i clienti, il gestore assume un nuovo garçon svelto
come il primo. Adesso in tutti e due potranno accontentare, sempre in un’ora, supponiamo,
settanta clienti e non gli ottanta che ti aspetteresti.
Perché?
Perché devi considerare che il gelataio, che sta al bancone, non sarà in grado di seguire con la
stessa velocità di prima i due garçons, che, dopo aver raccolto le ordinazioni, probabilmente si
troveranno dei tempi morti, scambievolmente, d’attesa per avere il gelato pronto. Andiamo
avanti e aggiungiamo…
Ho capito, il terzo garçon, bravo come gli altri, insieme a loro potrà servire, per esempio,
novanta clienti, anziché i centoventi supposti.
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Brava, Martina. Ogni unità assunta in più fa calare la produttività…
Produttività, che vuol dire?
Produttività non va confusa con produzione. Produttività significa quantità prodotta in
relazione all’unità di fattore produttivo impiegato. Nel nostro esempio il primo garçon, “l’unità
di fattore produttivo” impiegato, aveva una produttività pari a quaranta clienti per ora; con due
garçon la produttività del secondo scende a trenta clienti, sempre per ora. Si parla di produttività
“marginale”, quella cioè dell’ultima unità aggiunta, il garçon aggiunto del nostro esempio.
Per il terzo la produttività sarà di venti clienti serviti per ora, giusto?
Bene, Martina, proprio così. È questa “la legge della produttività marginale decrescente”,
studiata appunto dai nostri classici. In altre parole, se tutti i fattori produttivi restano costanti, il
banconiere del nostro esempio, tranne uno, il garçon dell’esempio, l’aumento di quest’ultimo
fattore produttivo conduce ad un aumento sì della produzione totale (il totale dei clienti serviti
in un’ora, nell’esempio), ma questo aumento sarà via via minore se riferito all’ultimo fattore
impiegato, cioè il garçon. Si tratterà allora di agire su altri fattori produttivi, quali ad esempio
l’assunzione di un nuovo banconiere, un salone più ampio, se si vuole mantenere alta la
produttività dei garçons.
Non basta aumentare un fattore…
Certo che no! Ed è proprio meditando sulla produttività marginale decrescente del fattore
terra, che un altro economista di allora, certo Malthus, arrivò a predire un avvenire fosco per la
società umana nel suo complesso. Molto in sintesi, Malthus diceva che la produzione di grano,
ad esempio, crescerà sì, nel tempo, ma in misura meno che proporzionale all’aumentare della
popolazione. È bastata questa “malthusiana“ previsione a far sì che l’economia venisse, nel XIX
secolo, definita la “scienza triste”.
Ma non è così, vero?
Se alludi alle previsioni di Malthus, no! Infatti, nonostante la popolazione sia adesso sei volte
quella di due secoli fa, il tenore medio di vita oggi è molto più alto di allora: il pessimismo di
Malthus non lo portava ad intuire che il genio umano si sarebbe sviluppato in maniera ben più
rapida della popolazione.
Conseguenza delle innovazioni.
Proprio così: l’evoluzione tecnologica in tutti i campi ha prodotto una ricchezza tale da
compensare l’aumentato numero della popolazione mondiale.
Questo non vale per tutto il mondo.
Purtroppo stiamo parlando di tenore medio…
… già, sento che dovremo ritornare sul punto.
Proprio così.
E intanto, evviva il mercato!
Sì, per classici e neoclassici: c’era grande ottimismo, in merito al suo “ottimale”
funzionamento.
Ora, però, passiamo a vedere anche l’altra realtà: quando il mercato s’inceppa.
Volevo ben dire, la realtà, la dura realtà…
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4. Un certo gonfiore
Sì, succede, può succedere un inceppamento del mercato: come per qualsiasi altro meccanismo.
Come sai, per un buon funzionamento del mercato è necessario che le informazioni
quantità/prezzi siano chiare, abbondanti e disponibili, così da permettere agli operatori
economici di fare le scelte “ottimali”. E questo avviene per particolari mercati, dove le
informazioni viaggiano, come si dice, alla velocità della luce e i prezzi, di conseguenza, si
aggiustano sulle quantità scambiate in modo fulmineo. Mi riferisco, in questo caso, a quei
mercati specializzati in titoli e in valute estere che sono le Borse Valori: in questi mercati
finanziari i prezzi, i tassi di interesse e i cambi delle valute variano in continuazione, come avrai
ben inteso più e più volte prestando un minimo d’attenzione ai mezzi di informazione. E questo
è un esempio di mercato “ideale”, se non altro in senso “classico”.
Al contrario, abbiamo invece altri mercati, come quello relativo ai prodotti, soprattutto quelli
più tecnologici, oppure il mercato del lavoro…
… del lavoro?
Sì, del lavoro; un vero e proprio mercato, sempre secondo il punto di vista “classico”; del tutto
particolare, però, con il suo prezzo: il salario…
… il lavoro… come… come patate… mele… petrolio?
La domanda e l’offerta…
Già, ma il commerciante ha tanti beni diversi, se uno non va, vende l’altro. Ma il lavoro… un
lavoratore ha un solo lavoro…
Hai ragione. Il lavoro non è solo base materiale, ma senso stesso di vita. È vero, la merce non
venduta costituisce un problema, un individuo che non lavora, una tragedia.
Non è giusto… non è giusto. Ho letto che a causa delle macchine o perché cambiano i gusti
dei consumatori, ogni volta si ripete questa tragedia. Ma non si può fare niente, proprio niente?
Non è facile… le cose non sono mai troppo semplici, sono piuttosto intrecciate.
È duro… molto duro, un sistema che tratta tutti gli uomini e tutte le donne come fossero
merce.
Già non si può che essere d’accordo con te. Ma è l’unico che conosciamo: ricordi cosa diceva
Churchill?
Quell’insensibile fumoso!
E poi, non credere che la tecnologia, le macchine come dici, siano le responsabili della
disoccupazione, no: la cosa è più complessa. Ma di questo ne parleremo più avanti. Adesso
torniamo a noi, vuoi?
Martina, gli occhi sempre bassi, intenta a scrutare qualcosa di minuscolo, di invisibile, annuì
facendo oscillare il capo.
Stavamo accennando ai mercati diversi da quelli specializzati in titoli o cambi, dove le
informazioni sono abbondanti. A differenza di questi ultimi, abbiamo altri mercati in cui le
informazioni circolano in modo frammentario, con maggior lentezza e confusione: in una
parola, a queste “esitazioni”, fa seguito una incertezza diffusa. Se prima i prezzi erano chiari
come i semafori, di cui abbiamo parlato, ora, rosso e verde si confondono, il traffico ristagna
causando ingorghi e disastri. Fuor di metafora, ne è prova la storia, si avranno allora
conseguenze tragiche non solo in economia, bensì nell’ambito sociale e politico.
A cosa alludi?
All’inflazione.
Già, i prezzi vanno all’insù.
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Sì, si parla allora di un deprezzamento della moneta…
… scusa, ma inflazione, da dove ha origine questo buffo nome?
Inflazione viene dal latino inflare, e vuol dire “gonfiare”…
… gonfiare?
Sì, gonfiare… se mi dai il tempo… per farla breve, intanto… è come un gonfiare, come un
aumentare il flusso di moneta… che, non essendo richiesto dal mercato in quel dato momento,
porta alla diminuzione del potere d’acquisto della moneta stessa.
Come soffiare aria in un pallone già gonfio e ben teso: scoppia!
Brava, Martina, è giusta quella, l’idea. Ma con un po’ di pazienza vediamo come ciò avvenga.
Diciamo così che l’effetto sarà che la moneta perde il suo potere d’acquisto, vale a dire che, con
la stessa quantità di moneta di prima, si potranno acquistare via via sempre meno unità di quei
beni acquistabili in precedenza. Si deve però trattare di una variazione generale dei prezzi; non
si parla di inflazione, invece, nel caso in cui l’aumento (o la diminuzione, in tal caso si parla di
deflazione) riguardi un singolo settore particolare, un singolo prodotto: questo fa parte, come
ben sai, del libero gioco della domanda e dell’offerta. Se, per esempio, per mutata sensibilità dei
consumatori, la domanda di sigarette diminuisse per spostarsi verso un consumo compensativo
di gelato, si avrebbe una riduzione nel prezzo dei primi ed un aumento dei secondi: in tal caso si
avrebbe un aggiustamento senza effetti inflazionistici. Infatti il prezzo medio complessivo
risulterebbe pressoché invariato. Non basta quindi fare riferimento alla variazione del prezzo di
alcuni beni per parlare di inflazione.
Poco fa parlavi di tragiche conseguenze sociali…
Si, vedi, l’inflazione è anche definita come la tassa occulta, nascosta. Infatti, non solo si ha
una perturbazione del mercato e dell’”ottima” allocazione delle risorse, come si ha per le tasse,
sempre secondo i “classici”; ma, rendendo incerto il futuro del mercato, incoraggia la
speculazione disordinata nel breve periodo, e cioè entro l’anno, a tutto svantaggio di una
prospettiva di lungo periodo, necessaria per affrontare gli investimenti, l’unico modo per far
crescere il prodotto, la ricchezza, di una nazione.
Investimenti, ne ho sentito parlare tante volte, vorresti chiarire, prima di continuare? Grazie.
Certo, se ti ricordi, all’inizio parlavamo di accumulazione del capitale.
Sì, mi parlavi di tecnologia, innovazione…
Giusto, al di là dell’uso quotidiano che si fa del termine, in economia si parla di investimento
quando si rinuncia al consumo attuale per acquisire, in alternativa, beni capitali, ricordi?
Sì, macchinari, per esempio.
Sicuro, e scorte di materiali e ancora spese in ricerca e innovazione che daranno i loro frutti
nel futuro.
È come rinunciare oggi ai gelati per comprare, con quanto risparmiato, la macchinetta per
farseli a casa.
Se vuoi… Inoltre, per tornare alla tua domanda iniziale…
… gli effetti sociali.
Già, basta considerare che l’inflazione produce una redistribuzione iniqua - ecco la tassa
nascosta - perché le categorie sociali non sono tutte ugualmente difese contro l’aumento
generalizzato dei prezzi. Pensa ai lavoratori che percepiscono uno stipendio fisso, e pensa
invece agli imprenditori che possono cambiare i listini delle loro merci.
Velocemente, come cambiano le località di destinazione esposte nei tabelloni delle sale attesa
degli aeroporti, disse Martina con gli occhi roteanti.
Peggio ancora, quando l’inflazione arriva a livelli elevati o elevatissimi, non soltanto il
sistema economico va in tilt, ma l’intera società entra in un tunnel di caos politico che può
portare, a volte, alla dittatura. È sufficiente ricordare la Germania nazista negli anni venti e, in
tempi più recenti, nel 1973, il Cile.
Ma, più precisamente, come si arriva all’inflazione, e cosa si può fare per evitare che la storia
si ripeta?
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Semplificando al massimo e con le parole di Milton Friedman…
Altro “classico”?
Be’, più che un “classico”, si rifà ai classici. Milton, premio Nobel nel 1976, dice, molto in
sintesi: “l’inflazione è sempre e dovunque un fenomeno monetario”. Semplice, no?
Troppo… non nasconde qualcosa?
No. A parte un piccolo scandalo provocato fra gli economisti di allora, eravamo nei ruggenti
anni sessanta, adesso è accettata, pure se con alcune riserve, sostanzialmente da una larga
maggioranza di economisti.
Vuoi parlarne un po’?
Certo. L’affermazione sostiene che basta provvedere ad un efficace controllo sulla quantità di
moneta in circolazione per far sì che non si abbiano improvvisi aumenti nei prezzi, o, nel caso si
verificassero, gli aumenti non si avrebbero che per un breve periodo.
Più da vicino, possiamo dire che, con la teoria monetarista, quella espressa da Milton, al di là
delle cause apparenti che possono essere le più diverse, come i salari, il deprezzamento
dell’euro rispetto alle altre valute, e quindi il prezzo delle importazioni - pensa al petrolio,
quando l’euro perde valore nei confronti del dollaro, la valuta del mercato petrolifero -, e ancora
l’inquietudine sociale che può spingere ad una politica di redistribuzione dei redditi fra le
differenti classi sociali, il deficit dello Stato, al di là di queste, e di qualsiasi altra motivazione
citata, non vi sarà che la quantità di moneta e le sue variazioni quale causa ultima che si può
trovare al di sotto di tutte quelle citate o citabili. Ossia l’inflazione sarà consistente e duratura
soltanto nel caso in cui l’aumento della quantità di moneta in circolazione sia troppo elevato ed
improvviso. In altre parole, non in linea, non bilanciato, con la crescita della ricchezza reale. Ma
su questo è bene ritornarci con una certa calma.
Già, lo penso anch’io. Se la moneta, la quantità di moneta in circolazione, è così importante
per la stabilità sociale, sarà bene che me ne parli subito.
Non subito, a tempo debito. Per ora possiamo dire che se la quantità di moneta in circolazione
aumenta più di quanto aumenta la ricchezza reale, cioè l’offerta dei beni prodotti realmente dal
sistema economico, si avrà una maggiore domanda di beni - proprio perché più moneta in
circolazione significa più capacità di spesa - rispetto alla quantità reale effettivamente
disponibile di beni offerti…
Ancora la vecchia legge “classica” della offerta e domanda: poca offerta di beni, molta
domanda, perché molta moneta in circolazione, vuol dire… aumento dei prezzi, cioè inflazione.
Be’, per andare dritti dritti al nocciolo, sì. Più realisticamente possiamo dire che non avviene
tutto così meccanicamente. All’inizio del processo, un aumento di moneta, non trascina
immediatamente un aumento del livello generale dei prezzi: potrà servire piuttosto da stimolo
alla produzione, innescando un temporaneo virtuoso aumento della quantità di beni e servizi
offerti. Ma, appunto non durerà per molto, e i prezzi cominceranno a salire a mano a mano che
la massa monetaria cresce.
Per questo le istituzioni monetarie devono fare in modo che la quantità di moneta messa in
circolazione aumenti con regolarità, senza improvvise impennate. Si deve contare su una base
monetaria strettamente collegata con l’andamento dell’economia reale.
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5. La moneta
Sento che adesso mi parlerai della moneta, giusto?
Giusto.
E sento che la moneta non è soltanto fatta di spiccioli o cartamoneta in euro che posso
ritrovarmi fra le mani. E poi, dopo breve pausa, soggiunse pensosa, c’è dell’altro, vero?
Vero. Oltre a ciò che hai appena menzionato, e che chiamiamo “il circolante”, dobbiamo
considerare tutti gli altri “mezzi di pagamento”, ossia ciò che possiamo utilizzare per fare gli
acquisti. Questi ultimi strumenti rappresentano di gran lunga quelli maggiormente impiegati
negli scambi commerciali. Se tu vai all’edicola, tiri fuori le tue monetine, ma pensa alle imprese
che “comprano” fattori produttivi, come lavoro e macchinari, solo per citare due esempi, pensi
che regolino i loro “acquisti” con denaro contante, col circolante?
Certo che no!
E con che cosa allora?
E che ne so, io! Ho solo detto di no perché sentivo che era una domanda retorica…
Già. A questo punto dobbiamo tirare in ballo le banche e il sistema bancario…
Già, le banche… mi pareva… com’è che non sono saltate fuori prima? Le banche, le
banche… sempre loro in mezzo…
Proprio così, stanno giusto in mezzo, sono le intermediarie finanziarie: è adesso il momento di
parlarne. Che cos’è un intermediario?
Uno che sta in mezzo fra una parte e l’altra, è così, no?
Certo. E un intermediario finanziario è colui che sta fra chi ha un surplus di fondi…
… di fondi?
Sì, di fondi, per fondi intendiamo moneta…
… ma moneta, non soltanto denaro contante…
Calma, Martina… ci arriviamo subito. Allora, da una parte c’è chi ha “denaro” in più, denaro
che non usa oggi, ma che pensa di usare in futuro…
… i risparmiatori.
Già, i risparmiatori, le famiglie, per esempio. Mentre, dall’altra, ci sono gli operatori
economici in deficit di fondi, di denaro: le imprese, o lo Stato, che hanno bisogno di finanziare,
cioè di realizzare i loro progetti, di produzione o sviluppo di beni e servizi; ossia di effettuare gli
investimenti, ricordi?
Già, acquisto di macchinari, oppure scorte di materiali da lavorare, e anche gli investimenti in
ricerca, istruzione…
Bene. Le banche e le altre istituzioni finanziarie stanno fra i risparmiatori e gli investitori:
raccolgono i capitali finanziari dai primi e li mettono a disposizione dei secondi.
Come i mercanti di patate, prendono le patate dal contadino e le vendono a chi vuole fare gli
gnocchi.
Sì, mercanti di denaro. E anche qui abbiamo il formarsi di un prezzo…
… come per le patate…
Sì, come le patate. Il prezzo del “denaro” si chiama: tasso di interesse.
Ah, e più alto sarà questo tasso d’interesse, minore sarà la richiesta di moneta; mentre l’offerta
sarà maggiore; e al contrario, quando questo tasso di interesse sarà basso…
Brava, proprio così, come per qualsiasi altro bene…
… la legge della domanda e dell’offerta.
Ci siamo. Ma non andiamo troppo veloci.
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Già, la moneta…
Appunto! Dicevamo che la stragrande maggioranza dei pagamenti, dei regolamenti…
… quelli fra le imprese…
… avviene attraverso il sistema bancario. Ecco allora che troviamo i “depositi” bancari, cioè
quelle somme che, per esempio, le famiglie risparmiano e lasciano, appunto, “depositate” presso
le banche, che, a loro volta, le “girano”, cioè trasferiscono, a chi ne fa richiesta.
Le imprese.
Le imprese, per esempio.
Perciò, io, risparmiatore, deposito mille euro, di cui oggi non ho bisogno, in banca…
… in conto corrente…
… e la banca presta questa somma alle imprese. E io, quando mi servono le somme
depositate?
Le prelevi dal tuo conto corrente con un assegno o con il bancomat o la carta di credito.
Semplice. Ma è sicuro?
Sicuro. La fiducia…
Già, possiamo fidarci?
Sì, fidati, almeno per il momento, seguimi. Anzi, torniamo un po’ indietro, risaliamo alle
origini.
Bene, è molto antico l’uso delle monete?
Sì, tanto da perdersi nel tempo. Lo storico greco Erodoto ci racconta di una lega d’argento e
oro usata dagli abitanti della Lidia (la Turchia di oggi) nell’VIII secolo a.C. Ma dischetti
metallici con figure in rilievo, fatti risalire al XVI secolo a.C., sono stati ritrovati negli scavi di
Micene e Troia. La “moneta”, come termine, ha origini latine, dal nome della dea Giunone
Moneta (l’ammonitrice, colei che avvisava dei pericoli) nel cui tempio, sul Campidoglio, i
romani coniavano le loro “monete” metalliche. Ma, prima e dopo, gli oggetti più diversi sono
stati usati presso i popoli; e perfino il bestiame; per esempio, sempre i latini, usavano come
riferimento monetario le pecore (pecus), da cui “pecunia”, sinonimo di moneta.
La moneta ha sostituito il baratto, la forma di scambio “merce contro merce”, rendendo facili
e veloci, come puoi ben intendere, gli scambi commerciali. Ma la sua funzione non si limita
soltanto a “lubrificare” gli scambi. Infatti, oltre che “mezzo di scambio”, è “unità di conto”,
ossia serve quale unità di misura del valore “venale” dei beni; infine opera come “riserva di
valore”, ossia consente di conservare nel tempo la propria ricchezza, cioè reddito o capitale…
Purché non ci sia di mezzo l’inflazione, disse attenta, Martina.
Giusto. Come vedi si ritorna a considerare l’importanza del legame fra moneta e inflazione.
E quando abbiamo le prime monete di carta?
I biglietti di banca fecero la loro prima apparizione verso la fine del ‘600. E costituì fu ben
presto una vera novità, si può parlare addirittura di una rivoluzione finanziaria che anticipò
quella industriale. Ora tu sei abituata a veder circolare i biglietti di banca, la carta moneta, e non
ti poni nessun problema proprio perché sai, per semplice esperienza, che tutti l’accettano in
pagamento. Ma questo “accettarla” in pagamento, questa fiducia nello scambiarla contro
consegna di beni o prestazione di servizi, dev’essere stata davvero cosa molto sconcertante al
suo primo apparire. Tieni conto infatti che, come abbiamo detto poco fa, prima
dell’introduzione della moneta, lo scambio avveniva col baratto, ossia un bene contro un altro
bene, oppure con pecus, la pecora come moneta: in ogni caso si trattava sempre di scambiare dei
beni che avevano un valore di per s stessi, cioè si parla di un valore intrinseco; e, in tal caso, non
si può parlare di fiducia: uno lo vede ciò che sta scambiando e il valore che rappresenta per lui.
Una pecora è utile di per sé e, a meno che non si tratti di pecunia malata non immediatamente
visibile, non ha senso di parlare di fiducia. Per il modesto numero di scambi che
caratterizzavano quel tipo di economie statiche, pur con difficoltà, quelle forme di regolamento
bestiali potevano bastare all’occorrenza. Man mano però che gli scambi si sviluppavano, le
economie si muovevano, altri mezzi, più snelli, dovevano provvedere alle necessità. Ecco allora
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la funzione dei metalli preziosi come l’oro e l’argento, inalterabili nel tempo e sufficientemente
scarsi in natura da garantire, anche qui grazie al loro valore intrinseco, un adeguato mezzo di
scambio da tutti accettato. E finalmente veniamo alla carta moneta, come detto siamo già a fine
‘600. Qui manca del tutto un valore intrinseco: un semplice foglio di carta, con forma e timbri
particolari, se vuoi, non ha in se stesso nessun valore; se circola, se cioè vien accettato, com’è
adesso, ciò avviene soltanto perché ci si fida.
Ma perché ci si dovrebbe fidare?
Perché si ha fiducia verso colui che lo ha emesso, che lo ha stampato e fatto circolare, poiché
tutti sanno che presso l’emittente si trova depositata una quantità d’oro, per esempio, di pari
valore alla quantità di banconote circolanti. Cioè tu accetti una “carta”, che è molto più facile
detenere, maneggiare, trasportare, insomma che è molto più comoda del pecus, di quelle bestie
da scambio, e dello stesso oro o argento, pensa solo al loro peso… la accetti perché ti fidi, sai
che qualora volessi scambiarla con la quantità d’oro corrispondente, lo potrai fare senza
problemi. È su questo rapporto di fiducia, fra te e il soggetto che l’ha emessa, che la “carta” può
circolare tranquillamente.
Non sono mancate però situazioni a dir poco disdicevoli…
… disdicevoli?
Angoscianti. L’emittente, il depositario cioè, si rese ben presto conto che eran pochi coloro
che effettivamente chiedevano la conversione in oro, e che, in tal caso, poteva emettere
banconote per una quantità superiore al valore dell’oro presso di lui depositato. Così poteva
finanziare altre sue spese con facilità, una campagna militare, per esempio e nel caso delle
nascenti nazioni europee…
… scusa, ma non è l’inizio del processo inflazionistico, questo?
Appunto. Pensa dunque ai disastri sociali combinati da queste “finanze facili”. Ciò avvenne
per davvero in Svezia verso il 1665 quando il Banco di Stoccolma stampò oltre il limite dell’oro
depositato, quando se ne accorsero, il Banco fallì, non potendo restituire l’oro a tutti quelli che
gli presentavano le “carte” in eccesso stampate. Il suo “governatore” finì in prigione. Ma l’idea,
applicata in modo troppo disinvolto, non era di per sé niente male. Altri la sfruttarono in modo
più onesto e ciò contribuì al decollo degli scambi che già premevano negli Stati che
presentavano caratteristiche da economie capitalistiche, avviate verso forme di mercato molto
dinamiche. Per concludere, molto brevemente, sappi che una moneta deve sempre avere, al di là
della “carta” visibile, qualcosa di reale, di concreto su cui basarsi. Se all’inizio questo qualcosa
era rappresentato dall’oro e altri metalli preziosi, ora che gli Stati da molto tempo hanno
abbandonato la convertibilità delle banconote in oro, per ultimi gli Usa nel 1971, la circolazione
si basa esclusivamente sulla fiducia nello stesso Stato che emette le “carte”, uno Stato che dovrà
necessariamente avere un’economia sana che garantisca le monete, un’economia con le “carte”
in regola.
Già, con la cartamoneta in regola.
Con il termine “massa monetaria” intendiamo quanto sopra esposto, ossia l’insieme del denaro
circolante e dei depositi bancari utilizzabili nelle forme più diverse da parte degli operatori
economici.
Be’, ora ho una certa idea, un’idea più larga di che cosa sia la “moneta”, ma come si arriva a
farla circolare?
Ecco il punto, le banche… “creano” moneta immettendola nel circuito economico. Iniziamo il
percorso da monte: la Banca centrale europea (Bce), cioè la banca delle banche, procura la
liquidità, la moneta, al sistema bancario in differenti modi. prestando denaro o mettendo a
disposizione delle banche i fondi attraverso le operazioni di “mercato aperto”…
Mercato aperto? Un chiarimento, grazie.
Sì. Le open market consistono in operazioni di acquisto e vendita di obbligazioni - titoli di
credito - da parte della Banca centrale, appunto sul mercato aperto. Quando la Bce acquista
obbligazioni dai privati immette liquidità nel circuito; pagando i titoli acquistati crea un afflusso
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di moneta. Viceversa, quando vende obbligazioni ai privati, ne riceve in cambio moneta; in tal
caso ritirando moneta dal sistema, riduce la liquidità circolante.
Una pompa finanziaria.
Proprio così. Hai già compreso quanto importante sia, ai fini del controllo dell’inflazione, una
regolazione costante della massa monetaria in circolazione nel sistema in un dato momento.
Un esempio mi aiuterebbe, grazie.
Be’, in una situazione di generale disoccupazione, per esempio, la Banca centrale acquisterà
obbligazioni dai privati aumentando così la quantità di moneta che a sua volta stimolerà la
domanda di beni, influendo a sua volta sui livelli di produzione e di occupazione. Al contrario,
in una situazione surriscaldata di tipo inflazionistico, cioè quando la massa monetaria sia troppo
elevata, venderà obbligazioni per cercare di drenare, cioè di ridurre la quantità monetaria, ossia
contenere la domanda di beni reali.
C’è dunque un rapporto molto stretto fra il circuito monetario e quello reale dei beni e servizi.
Proprio così. Possiamo dire che ogni volta che la moneta passa dalla Banca centrale ad un
qualunque altro operatore economico - privati, altre banche del sistema, amministrazione
pubblica - abbiamo creazione di moneta per il sistema economico, cioè un aumento di liquidità.
Puoi chiarire meglio, magari, un esempio.
Hai ragione. Devi tener presente che la moneta che si trova presso la Banca centrale è fuori
dal sistema economico; così, quando la Banca d’Italia presta moneta al Tesoro, questo la userà
per pagare i dipendenti pubblici, le pensioni…
Il tesoro… tesoro mio, perché non ti spieghi meglio?
Scusa, il Tesoro è l’organo della pubblica amministrazione che provvede ai pagamenti per
conto di tutti i ministeri.
Grazie, sei un vero tesoro.
Ma ti pare, dovere. Per finire, nel caso opposto, abbiamo distruzione di moneta.
Distruzione?
Sicuro, la moneta in circolazione diminuisce, come quando il Tesoro restituisce la moneta che
aveva in precedenza preso a prestito dalla Banca d’Italia. Chiaro?
Meglio.
Ma c’è di più.
Di più? disse sgomenta Martina.
Sì. dobbiamo ritornare al deposito bancario, ricordi?
I miei mille euro, giusto?
Già, proprio quei mille euro da te depositati, devi considerare che non verranno lasciati a
giacere in un forziere, inattivi: no!
Eh già, ti pare che i banchieri se ne stiano con le mani in mano? Noo…
Proprio così, essi terranno presso le loro casse una quantità che servirà a rimborsare in
contanti coloro che ne faranno richiesta. Quindi, secondo la loro esperienza statistica, terranno
una quantità di moneta molto bassa…
Molto bassa?
Certo, considera che, nell’insieme, le operazioni di deposito e di prelievo si intrecciano in
continuazione; tu prelevi quanto depositato mentre altri depositano i loro risparmi. Così non c’è
bisogno che i tuoi risparmi restino chiusi in cassaforte, proprio per il continuo intrecciarsi delle
operazioni.
Devo aver fiducia.
Certo. Le banche devono soltanto trattenere, a titolo di riserva obbligatoria, una certa
percentuale delle somme raccolte presso i risparmiatori, percentuale stabilita volta per volta
dalla Banca centrale, attualmente questa riserva è pari al 2%. In tal modo, prendiamo i tuoi mille
euro depositati, la banca trattiene a riserva 20 euro e rende disponibili gli altri 980 euro per
finanziare le imprese che intendono procedere a nuovi investimenti…
… in macchinari…
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… e poi, questi 980 euro di credito concesso alle imprese saranno a loro volta depositati
presso altre banche…
… da chi li ha ricevuti in pagamento dalla prima impresa alla quale sono stati prestati.
Sicuro. Come vedi si ha ulteriore creazione di moneta, in tal caso si parla di “moltiplicatore
dei depositi”, e, in via teorica, possiamo dire che i tuoi mille euro iniziali sommati ai 980 in
seconda fase, sommati all’altro 98% dei 980 euro successivamente depositati e…
… ma non avrà mai fine, questo processo di moltiplicazione, e che sarà mai questo, i pani e
pesci evangelici?
No, in via teorica, si potrà arrivare a cinquantamila euro…
Una bella sommetta. Ma perché: in via teorica?
Perché in effetti il processo moltiplicativo incontrerà, di fatto, le limitazioni poste al sistema
dalla Banca centrale.
Le operazioni di mercato aperto.
Appunto, e altre ancora a sua discrezione a seconda che voglia espandere o restringere la
massa monetaria.
In relazione all’inflazione, alla disoccupazione…
Brava, si dice in relazione alla congiuntura economica, alla situazione economica del
momento.
Fffiuuuh… e questo è tutto sulla creazione di moneta? Spero proprio di sì!
Mi spiace contraddirti, ma…
Ma ne parliamo un’altra volta.
Aspetta, un veloce cenno per chiudere in gloria l’argomento, vuoi?
Ma ti pare, vai, vai pure.
Dunque, l’altro modo per creare nuova base monetaria è quello, già riportato come esempio,
dei prestiti concessi al Tesoro, ricordi?
Tesoro? Certo, tesoro. Moneta che viene dal nulla.
Proprio così, per magia! Ma se il governo abusasse per questa via…
Cosa vuoi dire?
Intendo che se il governo trovasse buon gioco nell’ottenere fondi dal governatore della banca
centrale, cioè se spende, per questa via, molto di più di quanto incassa con le sue entrate…
… quali entrate?
Le imposte, il sistema fiscale… se dovesse esagerare in questo deficit spending…
Per favore, un po’ d’italiano, s’il vous plaît.
Bien entendu. Deficit spending non significa altro che spendere di più delle entrate derivanti
da imposte e tasse.
Il che produrrebbe inflazione, o no?
Proprio così, vedo che sei molto sensibile all’inflazione.
È che… che i soldi non bastano mai, e poi… poi non mi piace ciò che è fasullo, e l’inflazione
mi fa quest’effetto.
Per tua pace, posso dirti che le moderne banche centrali non si prestano a tali servizi, “fasulli”,
come li chiami; e che è ormai ritenuto da tutti saggio che l’angelo monetario…
L’angelo monetario, ma… ma come parli, adesso?
Scusa, il governatore della banca centrale…
… scusami tu, è più vispo l’angelo monetario.
Come vuoi, insomma il responsabile della politica monetaria è bene che sia indipendente dal
potere politico rappresentato dal governo.
Adesso, questo è tutto, sulla moneta?
Per adesso sì; devo solo accennare alla bilancia dei pagamenti…
… la bilancia dei pagamenti?
Sì, quella relativa ai movimenti di entrate e uscite delle valute…
Valute? Spiegati, grazie.
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Semplicemente la moneta estera usata negli scambi internazionali. Ma di questo ne parleremo
in seguito. Per ora, ricorda soltanto che le esportazioni e le importazioni di beni e servizi
sull’estero costituiscono un altro modo rispettivamente per immettere e sottrarre moneta nel
circuito economico. E questo è tutto, per oggi.
Be’, un piccolo riassunto sulla creazione di moneta, lo faccio io, ti va?
Bene, vai allora.
La massa monetaria può essere creata in tre modi diversi: primo, le operazioni di mercato
aperto; secondo, le operazioni derivanti dal rapporto fra la banca centrale e il Tesoro o le altre
banche del sistema finanziario, ossia quando, ad esempio, la Banca d’Italia presta moneta al
Tesoro o ne ottiene il rimborso; terzo, i movimenti di valuta in relazione alle importazioni ed
esportazioni. È tutto?
Direi di sì: un bel riepilogo, Martina.
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6. L’interesse
Dunque, la moneta e il tasso di interresse.
Sento che si fa tutto sempre più interessante.
Come già visto, il tasso d’interesse è il prezzo per l’utilizzo dei fondi monetari. Da una parte
abbiamo il risparmiatore che rinuncia oggi all’uso del suo gruzzolo, il suo capitale, e lo presta
per un determinato periodo di tempo in cambio di un compenso; dall’altra, l’investitore
sprovvisto dei fondi necessari all’investimento che trova opportuno effettuare oggi e che quindi
è disposto a pagare il compenso richiesto per averli. E qui s’inserisce l’intermediario bancario
che facilita l’incontro fra offerta e domanda di fondi in quello che viene definito mercato
finanziario.
Insomma, come il prezzo di qualsiasi bene, il tasso d’interesse serve ad orientare e allocare i
capitali finanziari nel tempo.
Il tempo è denaro, esultò Martina.
Proprio così. Se vuoi, uno scambio di prestazioni fra presente e futuro a mezzo di un
compenso proporzionale all’intervallo di tempo fra i due momenti di scambio.
Quindi, da una parte i risparmiatori che rappresentano il lato dell’offerta di fondi, e cioè, le
famiglie, solo loro?
Tutti coloro che spendono di meno di quanto incassano, le famiglie, ma anche alcune imprese,
per lo meno per brevi periodi; e poi le banche.
Già, le banche. E poi abbiamo coloro che prendono in prestito i fondi e che rappresentano il
lato della domanda. Dal loro incontrarsi si forma il prezzo dei prestiti, cioè l’interesse. È così?
Hai detto bene.
Vuoi parlarmi di questi ultimi, allora… si tratta delle imprese che devono fare i loro
investimenti, e poi, chi altri ancora?
Le imprese, innanzitutto, ma anche le famiglie quando intendono comprar casa, l’automobile
nuova, gli ultimi elettrodomestici. E poi aggiungi lo Stato.
Quando spende più di quanto raccoglie con le tasse.
Già. Hai così il quadro di riferimento. E, come più volte detto, le quantità offerte/domandate
portano alla formazione del tasso d’interesse. Ma anche si può dire che più il tasso d’interesse è
elevato…
Aspetta… più è alto, meno si domandano fondi, e quindi si avranno minori investimenti.
Giusto, in questo caso l’alto tasso incoraggia un maggiore consumo delle risorse già
disponibili, per esempio usando di più gli stessi vecchi macchinari e impianti, impiegando meno
persone nel processo produttivo; per le famiglie si tratterebbe di rinunciare alla casa o
all’automobile nuova. Quindi gli investimenti vengono scoraggiati, e meno investimenti oggi
significa minori consumi, minore benessere futuro.
Al contrario, lascia che continui io, più il tasso di interesse è basso, più si cerca di investire,
perché costa di meno il denaro.
Giusto. Investire, oggi, significa accrescere le possibilità di consumo in futuro…
Creando benessere per queste giovani generazioni, no?
Proprio così, Martina: è come se i padri pensassero all’avvenire dei figli.
Il tasso di interesse come pomo della discordia fra le generazioni…
Be’, come ormai dovresti sapere, le cose non sono mai semplici. C’è dell’altro.
E che cosa mai?
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La politica monetaria che, ricordi?, influisce a sua volta sul mercato finanziario e quindi sullo
stesso tasso d’interesse.
Già, mi pareva. Potresti essere più chiaro?
Certo. Una politica che mirasse all’espansione della base monetaria farebbe scendere i tassi.
Infatti, la banca centrale, per raggiungere il suo obiettivo, l’espansione monetaria, deve ridurre il
costo del denaro applicato alle banche del sistema, di modo che queste ultime siano invogliate
ad aumentare i fondi presi a prestito dalla banca centrale. A loro volta presteranno i maggiori
fondi di cui ora dispongono a tassi più bassi di quelli fino allora praticati per far sì che il
maggior afflusso di fondi sia totalmente collocato presso le imprese e i privati. Quindi il livello
dei tassi va diminuendo sui mercati finanziari, almeno finché non ci sarà un’impennata
dell’inflazione che farà, a sua volta, risalire verso l’alto i tassi d’interesse. In definitiva, si può
dire che un’espansione monetaria farà abbassare il tasso, ma potrà, qualche tempo dopo, dar
luogo ad un suo innalzamento. Pertanto si dovrà distinguere un effetto a breve termine, un
abbassamento del tasso; e uno a lungo termine, un suo innalzamento. E questa situazione
contraddittoria fra il breve e il lungo periodo di tempo è ricorrente in economia: ciò che è
positivo ora, può rivelarsi negativo domani. Nel nostro caso, per mantenere nel lungo periodo
bassi tassi, sarà opportuno pensare ad una politica monetaria che consideri, come obiettivo
centrale, la stabilità dei prezzi.
Spiegati meglio, temo di smarrirmi fra bassi tassi…
Bene, ti sembra chiaro quanto appena detto a proposito della relazione fra espansione
monetaria, calo dei tassi…
… nel breve periodo.
Giusto. Nel breve periodo, ma nel lungo…
… nel lungo tornano in ballo i prezzi.
Sì, e se non sono tenuti sotto controllo, i prezzi tendono al rialzo. Ricorda, infatti, che un
aumento di spesa per investimenti provocato proprio da bassi tassi tende a far sì che i prezzi
aumentino presto o tardi. E se i prezzi aumentano…
… la moneta si svaluta.
E allora, visto che una delle funzioni della moneta è quella di riserva di valori nel tempo, cioè
di mantenere la capacità di acquisto per il tempo futuro…
… ma solo in assenza di inflazione.
Appunto. Con l’inflazione nessuno darà più denaro a prestito se il tasso di interesse ricevuto, il
cosiddetto tasso nominale, non sarà più alto del tasso di inflazione, che misura proprio la perdita
della capacità monetaria d’acquisto: in caso contrario subirebbe una perdita secca.
Spiegati meglio, per favore.
D’accordo. Mettiamo che tu oggi possa comprare un chilo di gelato a…
… a 20 euro, lo so, lo so bene.
Bene, se fra un anno, per lo stesso chilo ti chiedessero 22 euro, si direbbe che la perdita di
potere d’acquisto della moneta, rispetto al gelato, ossia il tasso d’inflazione è stato, per
quell’anno, del 10%.
Due euro di aumento sui venti iniziali… sì, il 10%. Ho capito, per prestare il mio denaro per
un anno, dovrei ricevere più del 10%, sennò subirei una perdita secca… diciamo che lo presterei
al 15%, così avrei un compenso effettivo pari al 5%.
Bene, Martina, quello che tu chiami compenso effettivo, cioè quel cinque per cento in più
rispetto al tasso di inflazione, si chiama tasso reale d’interesse, ed è proprio per questo che
l’aumento dell’inflazione, o l’aspettativa di una sua impennata, farà, a sua volta, aumentare i
tassi di interesse.
Mentre, nell’esempio, il tasso nominale sarebbe stato del 15%, giusto?
Giusto. Come vedi, sono i tassi reali, non quelli nominali, che influiscono sui comportamenti
dei soggetti economici: risparmiatori o investitori che siano. E quindi si avranno ripercussioni
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dirette sull’entità degli investimenti, il che significa effetti sulla capacità di sviluppo futuro e
sull’occupazione.
Scusa, ma da che cosa dipende il tasso di interesse reale, a questo punto?
Il tasso reale di interesse sarà l’effetto di tutto ciò che influisce sulla offerta/domanda di
moneta.
Va bene, ma cos’è che influisce sull’offerta e sulla domanda di moneta? Non sarebbe male se
lo chiarissi.
Certo. Si tratta di più elementi combinati fra loro; possiamo ricordare i seguenti: innanzitutto
il risparmio e l’investimento, come sai sono i fattori direttamente implicati; poi abbiamo i
profitti attesi delle imprese e il tasso di inflazione probabile; il tasso di crescita del sistema
economico; la politica monetaria ritenuta più o meno stabile; il deficit del bilancio statale; il
livello della disoccupazione.
Caspita, un sacco di roba!
Sì, si parla dei dati fondamentali che l’economia di un paese presenta in un dato momento,
detto congiunturale. E permettimi che ne aggiunga un ultimo: il grado di rischio collegato agli
investimenti nel paese considerato.
Spiegati, per favore.
Be’, è presto detto. In un sistema economico globalizzato come l’attuale, tu sai come i capitali
si spostino facilmente da un paese all’altro. Ora, non tutti i paesi sono ritenuti sicuri, sotto il
profilo finanziario, per cui, laddove la fiducia nel sistema economico di un paese è scarsa, gli
investitori saranno disposti a collocare i loro fondi monetari soltanto in presenza di tassi di
interesse tanto elevati da poter giustificare il maggiore grado di rischio che dovranno sopportare.
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7. Ancora mercato
Torniamo a considerare un altro periodo dell’economia, detta neoclassica, situato fra la seconda
metà dell’800 e l’inizio del ‘900. Gli economisti di quel periodo non sono così famosi come il
classico dei classici…
Adamo!
Già, Adam Smith. Forse ti ricorderai di loro perché ne abbiamo accennato a proposito del
paradosso del valore, parlando dell’utilità marginale decrescente…
… e della nausea da supergelato: la prima leccata, la seconda, la terza… aufh… la quinta
proprio…
Sì, proprio così. Ma qui li vogliamo ricordare per un altro motivo.
Non solo per i gelati?
Non solo per quelli. Qui te li presento come gli “ottimisti” dell’economia.
Ah, meno male… avevi detto che l’economia era stata definita “scienza triste”: Economia,
parte seconda - la rivincita.
Non durerà tanto. Seguimi. Con questi signori abbiamo la formalizzazione in termini
matematici dell’economia: il primo modello, detto macroeconomico, articolato e coerente del
sistema economico. Con loro si parla di equilibrio generale del sistema economico.
Il modello sarebbe… come un plastico, no? non è la realtà, vero?
Sì, solo una teoria, o meglio, un’ipotesi.
Quindi un’astruseria…
Be’, non correre. Nelle loro ipotesi, il meccanismo del mercato funziona in modo perfetto…
… aggiustando tutto, come per le api dell’alveare…
… come per Adam Smith.
Niente di nuovo, allora!
Attendi, Martina. Perché il mercato sia perfetto, le informazioni devono essere abbondanti e
disponibili a tutti i soggetti in modo da raggiungere il punto d’equilibrio del sistema.
Me la spiegherai, questa dell’equilibrio…
Vuol dire che tutte le risorse saranno utilizzate al meglio…
… in modo ottimale.
Sì, possiamo dire così: in una situazione di libero mercato, cioè dove abbiamo le libere scelte
degli operatori, e considerato un certo grado di sviluppo tecnologico, l’occupazione e la
produzione tenderanno al massimo possibile.
E ci credevano?
Be’, t’ho detto di pazientare. E poi, è solo una teoria.
Scusa, io ti seguo nella tua teoria, ma… ma se mi guardo attorno… qui si parla di mercato
libero, libera concorrenza, e sarà vero che la produzione è massima: i supermercati
superboccheggiano di merci, ma l’occupazione non è precisamente al massimo, e non solo da
noi in Italia, ho letto che…
Martina, calma… solo un po’ di pazienza, no?
Occhei.
Allora, riprendiamo. In un modello così concepito i neoclassici suggerivano allo Stato di non
intervenire, di non sostenere la spesa pubblica e l’occupazione.
Niente di nuovo: il solito laissez-faire, no, perché parlarne allora?
Non irritarti, Martina. Allo Stato riconoscevano sì una sua funzione. Quella di vigilare perché
si potesse realizzare il mercato perfetto, che lottasse contro la formazione di monopoli, le
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posizioni dominanti di alcune imprese o gruppi d’impresa. In tal senso, il governo, deve
sostenere la concorrenza e l’informazione che permettono l’aggiustamento di risorse e prezzi,
incluso il salario…
… il salario?
Sì, il salario, cioè il prezzo della forza lavoro.
Ah!
In tal modo, fornito il quadro di riferimento e fattolo rispettare da parte dello Stato, tutto si
sarebbe aggiustato. Un’altra cosa, il governo doveva controllare la creazione di moneta, come
abbiamo visto…
… per evitare l’inflazione.
Proprio così.
Be’, sai che ti dico? Non mi convince.
Come ti dicevo è solo una teoria…
… ma che volevano applicare, no? se davan tutti quei suggerimenti a Stato e governo?
C’è da dire, in loro difesa, che quando i mercati si saranno aggiustati, nel lungo periodo…
See, nel lungo periodo. Nel lungo periodo siamo morti tutti!
È quel che diceva Keynes.
Chii?
Keynes, ne abbiamo accennato, ricordi?
Le api… il vizio che diventa virtù: l’alchimia dell’etica. Le favole… e la realtà?
La realtà arrivò brutale con la tremenda crisi del ’29.
Addio teoria…
Già, ma per essere sostituita con un’altra teoria.
Ancora teoria?
La Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta…
… sempre brevi, i titoli degli economisti, eh? Ricordo che una regista aveva lo stesso vizio
“Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”… l’ho visto in tv…
Bene, non divaghiamo.
E sarebbe chi?
Keynes.
Ah, già, il titolone me l’aveva fatto scordare. E che diceva il nuovo teorico?
Che era sbagliato considerare l’equilibrio economico generale con i prezzi del tutto flessibili,
cioè adattabili tanto all’insù che all’ingiù. In particolare il prezzo della forza lavoro, ossia il
salario, aveva una certa resistenza verso il basso, rendendo difficile l’automatismo della piena
occupazione. E visto che ti piacciono i film, te ne consiglio uno relativo al periodo in questione,
un film che ha un titolo breve breve: “Furore”, tratto dal romanzo di John Steinbeck, un vero
trattato di sociologia. E, aggiungeva, in contrasto questa volta con i classici, che non è
necessariamente vero che “l’offerta crea la propria domanda”…
… scusa, ti spiegheresti meglio? Grazie.
“L’offerta crea la propria domanda” era l’affermazione del francese J.B. Say un classico di
inizio ‘800.
Anche lui ottimista, mi par di intendere.
Quasi tutti ottimisti, i classici. Ma per tornare a noi, quanto affermato significa che la
produzione di beni e servizi (l’offerta), creerà un reddito che, una volta distribuito ai soggetti
che l’hanno formato, ossia lavoratori e imprenditori, sarà speso (la domanda) per acquistare i
beni e servizi prodotti.
Un ciclo perfetto!
Un perfetto ottimismo. La coincidenza fra reddito prodotto e reddito speso, e quindi, secondo
Say e i neoclassici, la certezza della piena occupazione sarebbe assicurata comunque perché,
anche nel caso di chi non spendesse tutto il reddito percepito, la parte risparmiata sarebbe stata
depositata in banca e avrebbe alimentato quindi la domanda di investimenti da parte degli
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imprenditori. Infatti, l’attrattiva del tasso d’interesse avrebbe portato i redditi risparmiati alle
banche, aumentando l’offerta di fondi che farà diminuire a sua volta il tasso d’interesse,
rendendo così più conveniente agli imprenditori prendere a prestito il denaro per investirlo in
nuovi macchinari.
Un circuito chiuso in cui il liquido, il denaro, non sfugge, ma autoalimenta il circuito stesso.
Non è troppo teorico?
Infatti. Keynes non la pensava così.
E meno male, qualcuno che sia un po’ meno teorico, vicino al mondo reale, oh! Cosa diceva
lui?
Per Keynes, il liquido poteva sfuggire, per usare la tua espressione, il denaro poteva non
essere reintrodotto tutto nel circuito, una parte poteva essere trattenuta dai risparmiatori, si dice
allora che una parte era tesaurizzata. Qualcuno preferisce, si sente più sicuro, tenersi in casa il
denaro, piuttosto che immetterlo nel circuito finanziario, ritenuto rischioso. Quindi le imprese
non disporranno per gli investimenti del totale delle somme risparmiate. Si avrà una differenza
fra redditi prodotti e redditi immessi nel circuito finanziario: i primi saranno più elevati dei
secondi, formati da spesa e investimenti. Questo farà sì che il sistema economico si collocherà
su livelli di produzione via via inferiori a quelli iniziali, non garantendo più il pieno impiego
delle risorse, la mano d’opera in particolare. Il ciclo si avvierà verso la recessione per arrivare
alla depressione economica con un incremento della disoccupazione, visto che il salario non
avrà la flessibilità di adeguarsi verso il basso, quella flessibilità di adeguamento automatico
supposta invece dai classici.
Mi pare un po’ debole, la spiegazione. Che tutto dipenda dal fatto che i risparmiatori tengano
il denaro in casa, mi sembra un’altra teoria, forse cent’anni fa, ma adesso, chi tiene i soldi in
casa?
Su questo hai perfettamente ragione, e lo vedremo subito dopo. Prima però voglio illustrarti le
conclusioni del pensiero keynesiano.
Per poter uscire dalla crisi depressiva, il nostro economista suggeriva l’intervento
compensativo dello Stato.
Cioè lo Stato doveva spendere per via di quelli che si tenevano i soldi in casa?
Più o meno così. Il suggerimento era di aumentare la spesa pubblica fino ad arrivare, se
occorre, al deficit spending, ricordi?
Sì, spendere più delle entrate derivate dalle tasse.
E ancora praticare una politica monetaria espansiva: abbassando i tassi di interesse e
aumentando la massa monetaria in circolazione.
Creando inflazione?
Be’, a quel tempo si trattava di partire da una fase di sottoccupazione, di ristagno. Insomma si
trattava di smuovere la macchina economica. Perché, diceva, non si può aspettare il lungo
periodo perché tutto si equilibri: bisogna intervenire subito.
Alla lunga siamo tutti morti.
Era la sua espressione. E da allora, fino ai nostri giorni, la ricetta economica è stata applicata
con una certa convinzione, contribuendo in parte alla formazione della pesante massa di debiti
pubblici. È stato calcolato che il debito pubblico diviso per il numero degli italiani corrisponde a
circa ventimila euro a testa.
Compresi i neonati?
Pure loro. E chi nascerà, se non si cambia politica economica.
Adamo, ancora lui!
Che dici?
È come il peccato originale!
Se vuoi, un peccato originale… finanziario.
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8. Lo stato del mercato
Bene, da Keynes in poi, come già accennato, si iniziò a premere sull’acceleratore della spesa
pubblica. Ma ciò che va bene nel breve…
… non necessariamente è bene nel lungo periodo.
E così siamo arrivati ai pesanti indebitamenti pubblici di cui si parlava.
Il peccato originale finanziario.
Già. E come sempre accade, ad una teoria…
… ne segue subito un’altra.
Certo, il mondo è così complesso che ci possiamo avvicinare solo per incerte approssimazioni:
la teoria è appunto questo, qualcosa di provvisorio, per sua natura. E allora, avanti. Stiamo così
rapidamente arrivando ai giorni nostri.
Le politiche che sollecitavano l’intervento statale, hanno portato dunque a forti indebitamenti,
e di questo abbiamo già parlato; ma, e siamo agli anni ’70, non solo non hanno risolto i
problemi relativi alla disoccupazione, ma hanno innescato processi inflazionistici molto difficili
da controllare. In una parola s’era giunti a ciò che in precedenza si riteneva keynesianamente
incompatibile: inflazione e disoccupazione allo stesso tempo. L’economia doveva tornare a
scuola… dai classici.
Adamo ancora!
Suppergiù.
Chi era l’Adamo del momento?
Un certo Milton Friedman, ricordi?
Quello che diceva, aspetta… ho preso appunti… ecco: “l’inflazione è sempre e dovunque un
fenomeno monetario”.
Proprio lui. Con la sua teoria “monetarista” si opponeva ostinatamente agli irriducibili
interventisti. Intanto prendeva di mira il punto debole della teoria keynesiana…
… che i soggetti tengono il denaro in casa, sgonfiando il circuito della spesa.
Oggi, diceva, sono trascurabili le somme risparmiate che stanno lontano dai depositi bancari.
Inoltre veniva dato il corretto peso all’effetto che le aspettative dei soggetti economici
producevano sul sistema economico. In opposizione ai keynesiani sosteneva che i privati e le
imprese rispondono in modo attivo alle eventuali politiche economiche di intervento attuate dal
governo. Ossia prendono decisioni che tengono conto delle aspettative, cioè delle previsioni sul
livello dei prezzi e dei redditi. In sostanza, le loro risposte tenderanno a spiazzare l’iniziativa
pubblica, rendendola, nel tempo, inefficace.
Qualcosa di pratico, una ricetta per governare, l’ha data?
I consigli pratici che elargiva, con effetti non sempre felici, erano, come intendi bene, contrari
agli interventi pubblici in economia. Pertanto sosteneva che le spese pubbliche sono inefficaci
rispetto al problema dello sviluppo e della piena occupazione.
Dipende, abbiamo visto che nel breve periodo, in certe situazioni…
… già, ma seguiamo, per il momento, il suo pensiero. Quando lo Stato si vede costretto ad
indebitarsi sul mercato finanziario, per far fronte a nuove spese non coperte da imposte, quale
pensi che sarà l’effetto…
… sui tassi d’interesse. Ovvio, un aumento di domanda di moneta farà salire il costo del
denaro rappresentato dal tasso d’interesse.
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E dunque, lo Stato si sostituisce, anziché aggiungersi, alla spesa dei privati e delle imprese,
che, a tassi più alti, troveranno sconveniente spendere ed investire. Questo è proprio il contrario
dell’effetto desiderato dagli interventisti.
Se ho capito bene, significa che: o spende lo Stato o spendono i privati, ma non tutti insieme
appassionatamente.
Brava. Inoltre, come già conosci, creare moneta per stimolare l’economia è molto rischioso
perché aggrava il processo d’inflazione. Per finire, i lavoratori, o meglio, le loro organizzazioni
sindacali, non accetteranno lo stesso salario nominale in tempi d’inflazione, come abbiamo visto
poco fa…
… i soggetti economici, i sindacati in questo caso, regoleranno i loro comportamenti in base
alle previsioni sull’inflazione.
Certo, Martina, proprio così. Il problema della disoccupazione dunque si complica e si rivela
di ardua soluzione.
Vuoi dire che non basta la spesa pubblica per aumentare l’occupazione?
È così, e gli anni ’70 ne sono un esempio.
Ma, ma… allora cosa bisogna fare?
Calma, Martina. Intanto i monetaristi volevano dimostrare che non era quella la via da seguire,
una via, che a loro modo di vedere, portava al baratro. Quelle che loro indicavano erano invece
riforme di tipo strutturale.
Strutturale?
Vuol dire provvedimenti che incidono sul lungo periodo, che non possono essere improvvisate
adesso. Per esempio tenevano molto al perfetto funzionamento del mercato, credendo nelle sue
possibilità di risolvere o evitare le crisi. E in questo senso consideravano di rivedere tutta la
normativa in materia di “mercato del lavoro”: come vedi, iniziative che non possono risolvere i
problemi immediati, ma che cercano soluzioni stabili, proiettate verso il lungo periodo.
La fine di Keynes?
Piuttosto un suo ridimensionamento, perché, allo stato attuale, le due ali continuano a volare:
una volta prevale l’una, un’altra volta prevale l’opposta tendenza economica: tesi, antitesi e
sintesi.
Che vuol dire?
Hegel…
Un altro economista?
Un filosofo, ma questa è un’altra storia.
Già.
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9. Dove si parla di occupazione
Passiamo ora a considerare il fenomeno della disoccupazione così rilevante oggi nel mondo.
Pensa, per restare alla sola area dell’Unione Europea, che sono circa venti milioni i lavoratori
disoccupati, pari a più del dodici per cento della forza lavoro.
Forza lavoro?
Sì, il numero di potenziali lavoratori occupabili. A questi devi aggiungere ancora quelli che,
nel gergo economico, vengono definiti “scoraggiati”, perché hanno perduto la speranza di un
lavoro.
Un vero esercito.
Già, che porta a considerazioni non solo di tipo economico, ma sociale e politico, come puoi
ben immaginare. In particolare ad esserne maggiormente colpiti, come abbiamo già ricordato,
sono i giovani e le donne.
Bella prospettiva! Io ne sarei il campione rappresentativo, allora: giovane e donna!
In un certo senso, dalle rilevazioni statistiche, la figura prevalente fra i disoccupati italiani
sarebbe una ragazza d’età compresa fra i sedici e i venticinque anni, del sud, provvista di titoli
scolastici.
Insomma, parliamone… però, finora, consideravi il problema dell’occupazione come il
mercato della carne… di qualsiasi altra merce, mi fa ancora un certo effetto…
Certo, si tratta di un mercato del tutto particolare, ma è bene, in un sistema capitalistico come
l’attuale, fare riferimento alla ben nota relazione offerta/domanda per comprendere meglio il
fenomeno.
L’offerta, cioè i lavoratori da una parte; e la domanda, le imprese dall’altra, è così, no?
Proprio così. Ed è salario di equilibrio quello che si forma dal libero incontro di queste due
quantità, appunto: offerta e domanda.
Il prezzo della prestazione lavorativa. Più è alto il numero dei lavoratori in un certo momento,
rispetto al numero di lavoratori domandati dalle imprese, minore sarà il salario, giusto?
Giusto. Con tutte le sue specificità. Devi sapere che, nel corso del tempo, dalla rivoluzione
industriale in qua, molti sono stati gli interventi migliorativi delle condizioni dei lavoratori,
tradotte in leggi e norme…
… grazie alle lotte degli operai. Abbiamo letto alcune pagine da Dickens, l’anno scorso con la
prof, e ricordo ancora certe condizioni di lavoro descritte…
Già. Ma non c’è, fra gli economisti di oggi, chi non trovi eccessive le normative a garanzia del
lavoro. Andiamo, però, con ordine. Come avrai certamente inteso il problema è piuttosto
complesso e non ci sono ricette facili o miracolose.
La coperta troppo corta, il ritornello dell’economia.
Già. Anche se le due ali di economisti - interventisti e neoliberisti - danno i loro suggerimenti
in relazione alle proprie opposte convinzioni, che vedremo subito, dobbiamo ricordarci che non
esistono soluzioni comode. Intanto, un fatto: negli ultimi vent’anni, nei paesi dell’UE, la
disoccupazione ha mostrato una certa insensibilità alla crescita del PIL…
… del pil? Parliamone…
Il Prodotto interno lordo, citato spesso dai mezzi d’informazione come uno dei principali
indicatori di “benessere” economico, rappresenta il valore di mercato dell’insieme dei beni e
servizi finali prodotti in un Paese, in un certo anno.
La ricchezza delle nazioni, il vecchio Adamo.
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Certo, e più è alto, più cresce nel tempo, maggiore dovrebbe essere il livello di occupazione
del Paese. Dicevo, dovrebbe, perché negli ultimi anni l’esperienza ha rilevato che non c’è
perfetta coincidenza fra crescita del PIL e posti di lavoro. Ossia, quando la produzione cala, si
ha pure un notevole calo di occupazione; viceversa, quando la produzione ricomincia a crescere,
l’occupazione non aumenta in modo proporzionalmente compensativo. Molti economisti
ritengono, oggi, che il sistema economico non sia capace di garantire uno sviluppo tale da poter
impiegare tutta la forza lavoro potenziale, e questo, appunto, anche quando si è in presenza di
una fase espansiva del ciclo economico.
Dobbiamo rassegnarci?
Dobbiamo rivedere molte delle nostre concezioni, e non solo in campo economico, ma sociale
e politico che, come sai, è l’altra faccia della questione economica. E, vorrei aggiungere,
psicologico.
E l’America, negli Usa, anche da loro, come da noi in Europa?
Da loro la situazione pare migliore. Con il rilancio dell’economia s’è verificata una riduzione
della disoccupazione, ma devi pensare che tanta parte dei nuovi posti è stata creata con salari
ribassati.
La legge della domanda e dell’offerta.
Da loro le normative in materia di lavoro non sono così rigide, come da noi: e questo è uno dei
punti messi in discussione anche da noi, e di cui ti parlavo all’inizio.
Tempi duri…
Sì, ma non Hard Times, non più tempi di Dickens.
Lo spero proprio, povero Oliver. Ma, senti, non sarà che tutta ‘sta tecnologia ruba posti…
Vecchio problema, almeno dal movimento dei luddisti, da un certo Ned Ludd, nell’Inghilterra
di inizio ‘800 che ritenevano l’introduzione delle macchine la causa della loro disoccupazione, e
pensavano di risolvere il problema distruggendole.
Non si fa così, vero?
Certo che no. Ma il problema, se la tecnologia crea disoccupazione o no, resta ancora aperto.
E anche qui troverai due ali.
Non è vero, si alza il coro da una parte, che le macchine producono disoccupazione. È un
fantasma che si agita tutte le volte che la situazione economica peggiora. Semmai, sostengono,
l’innovazione tecnologica, sposta l’occupazione da un settore vecchio ad uno nuovo e dinamico.
E, dalla loro parte, hanno la storia che li rende ottimisti.
La storia?
Sì, alla lunga…
… siam tutti morti.
Aspetta. Certamente nei momenti di rivoluzione tecnologica, come quello che ci riguarda, ci
saranno difficoltà nella transizione da settore a settore, inevitabili e dolorosi saranno gli
adattamenti del sistema. Ma alla fine…
… siam tutti morti.
Non essere lugubre. A loro ragione, considera solo questo. È stato stimato che negli ultimi
cent’anni l’innovazione tecnologica ha fatto sì che la produttività… ricordi?
Sì, la quantità totale prodotta divisa per il numero dei lavoratori impiegati nel produrla, per
esempio, che aumenta in relazione all’impiego delle macchine sempre più perfezionate.
Già. La produttività del lavoro è aumentata di più di dieci volte e, non solo il numero dei
lavoratori è fortemente aumentato, anziché diminuire come pensavano i luddisti, ma salario
medio e tenore di vita sono migliorati, per non parlare della diminuzione dell’orario di lavoro.
C’è chi parla di diminuire ancora l’orario di lavoro, in Francia, per esempio: “lavorare meno,
lavorare tutti”, mi raccontava Antonio, il mio vicino di casa, l’unico operaio che conosca.
Ecco, Antonio non è di sicuro d’accordo con gli economisti ottimisti.
Gli ecottimisti.
Ecottimisti?
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Sì, insomma… quelli che vedono rosa… non si dice?
Se vuoi, un modo economico per esprimersi, eh?
Che vuoi dire?
Dire il massimo con il minimo mezzo: il principio del tornaconto. Ma vediamo la posizione
dell’altra ala sulla questione.
Già, mi interessa sentirli, i pessimisti. E chi avrà ragione?
Difficile dirlo, stai a sentire. Intanto, chiariamo la posizione di Antonio. “Lavorare meno,
lavorare tutti” è uno slogan vecchiotto che circolava già molti anni fa anche da noi. Esso pare
considerare il lavoro come una quantità data, una quantità fissa di modo che tolta una fetta ai
lavoratori già occupati la si possa distribuire agli altri disoccupati. Ma è davvero così, la realtà?
Sono forse i lavoratori omogenei fra loro, cioè hanno tutti le stesse capacità per cui risultano
intercambiabili? E poi, non si può parlare in generale. La realtà di ogni azienda presenta
situazioni organizzative e di produttività ben differenziate le une dalle altre, per cui, una
riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, implicherebbe maggiori oneri per le une rispetto
alle altre; e, per tutte probabilmente, un aumento dei costi di produzione che porterebbe alla
diminuzione, non all’aumento, dei posti di lavoro. In tal caso si dovrebbe, non generalizzare con
una legge per tutti, ma considerare azienda per azienda.
Credo che Antonio… non la pensi così.
È per questo che la questione sta in piedi: vediamo le cose in modo diverso, gli uni dagli altri.
Et vive la différence!
Ad ogni modo, c’è oggi la convinzione abbastanza diffusa che alti tassi di crescita del PIL non
bastano a ridurre la disoccupazione. Si dubita fortemente su quanto esposto dagli ecottimisti,
come li chiami tu.
Torniamo alle due ali: interventisti e neoliberisti o ecottimisti, se vuoi, e consideriamo
distintamente, adesso, il loro punto di vista.
Come sai, per i primi, la disoccupazione dipende dalla insufficienza di domanda di beni e
servizi. Ed è pertanto compito del governo quello di stimolare la domanda con politiche
espansive, quali ad esempio la spesa pubblica e le agevolazioni fiscali o del mercato del credito.
I secondi invece, confidando sul fatto che l’economia tenderebbe spontaneamente alla piena
occupazione, considerano dannosi gli interventi pubblici di sostegno alla domanda di beni e
servizi che, in definitiva, porterebbero all’inflazione senza aumentare in modo durevole
l’occupazione. La disoccupazione si risolve, dicono, non agendo dal lato della domanda, bensì,
al contrario, dal lato dell’offerta, cioè sostenendo l’offerta delle imprese, vale a dire la loro
produzione. Per questo suggeriscono tagli fiscali, che stimolino gli imprenditori a produrre di
più, inoltre insistono sull’eliminazione di quelle che chiamano rigidità del sistema come, per
esempio, le norme sul salario e sul collocamento dei lavoratori, sul controllo della qualità e
tutela del consumatore, sulla tutela ambientale…
E ci credono per davvero?
È quello che dicono.
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10. Commercio mondiale
Martina, finora abbiamo preso in considerazione l’economia di un Paese come fosse isolata dal
resto dl mondo.
Ma così non è. Siamo nell’Unione Europea e ci troviamo in un sistema globale di relazioni. È
così, vero?
Appunto, per cui ora prenderemo in considerazione i rapporti che intercorrono fra gli Stati e le
conseguenze economiche che ne derivano. Come ben sai, il mondo economico attuale è
caratterizzato da una forte mobilità di merci, persone e capitali fra i varî Stati. Perlomeno,
nell’ambito UE, la circolazione avviene oggi in completa libertà, ed è sorprendente, non trovi?,
se pensi che solo sessant’anni fa la vecchia Europa era in guerra.
Già, la vecchia Europa… com’è cambiata, The times they are a-changin’!, disse Martina
assorta.
Non prenderemo in considerazione, qui, il mercantilismo con le sue sollecitazioni a vietare le
importazioni di merci dagli altri Paesi e ad esportare merci verso l’estero, importando metalli
preziosi per consolidare le potenze nazionali di allora, ricordi?
Come no! Se tutti si comportano così…
Già. La libera circolazione, come abbiamo detto, è un fatto recente. Nel tempo, non troppo
tempo fa, si tendeva a proteggere l’economia di uno Stato attraverso barriere doganali, dazi e
regolamenti che vietassero o scoraggiassero le importazione di prodotti dall’estero. Ancora
adesso si discute di protezionismo, cioè se non sia meglio innalzare barriere verso certi Paesi, la
Cina ad esempio, dove i costi del lavoro sono irrisori rispetto a quelli che abbiamo qui da noi.
Per proteggere le nostre aziende, l’occupazione dei nostri lavoratori, è così?
Certo. Come hai visto, in economia, i problemi si ripresentano e si continua a discutere
sull’opportunità delle scelte di politica economica.
Già, ho visto: non c’è niente di definitivo. Alla lunga siamo tutti ottimisti, il mercato risolve,
con la sua mano invisibile, tutto per il meglio. Ma siamo morti.
Lugubre Martina…
Be’, è che l’economia porta a ripensare alla vita!
È vero economia e vita non sono che un tutto… ma torniamo a noi, ai nostri scambi
internazionali.
Ma per tornare alla Cina…
… la Cina è davvero vicina…
… sì, tutti quei prodotti che trovi da noi a basso prezzo… ma il punto su cui voglio insistere è
questo: non si può fare ricorso al protezionismo, per risolvere il problema della concorrenza
internazionale. Ancora una volta, voglio ricordarti l’importanza…
… della tecnologia e dell’innovazione, cioè la ricerca, no?
Certo, elettronica e computer hanno automatizzato alcune lavorazioni che nel passato, non
molto lontano, necessitavano di tanta manodopera. Dunque, il vantaggio, cinese, ad esempio, di
una manodopera poco qualificata e a basso costo, si ridurrà notevolmente.
Purché si faccia ‘sta ricerca…
… e si migliori il sistema di istruzione e formazione.
Già, lo studio…
Lo studio, infatti, Martina.
Vorrei, ora, collegandomi a quanto detto in merito al commercio internazionale, fare almeno
un cenno ad un altro “classico” dell’economia, David Ricardo, che sosteneva, nella teoria del
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vantaggio comparato, sempre attuale, la convenienza derivante dal libero scambio
internazionale, in contrasto con il protezionismo mercantilista del periodo anteriore. Molto in
breve, ad un Paese conviene specializzarsi nella produzione delle merci che sa fare meglio al
suo interno ed importare quelle che produrrebbe con maggior difficoltà rispetto alle prime. E
questa convenienza si mantiene anche se il Paese considerato dovesse trovarsi nella posizione di
produrre le merci, che gli conviene invece importare, in modo più efficiente, cioè ad un costo
minore, rispetto all’altro Paese.
Mi viene il mal di testa…
Va bene, lascia che ti faccia un esempio concreto, anziché fra Stati, fra due soggetti.
Occhei… grazie, mi sentirò subito meglio.
Mettiamo che Martina, una ragazza mora ma carina…
Dici a me? Fa Martina puntandosi l’indice al petto e sgranando tanto di occhi così.
Sì, Martina, tu sei molto carina, peccato che non sai di esserlo… un vero peccato.
Perché? S’infiammò Martina avvampando in viso e cercando con difficoltà di dissimulare il
suo imbarazzo.
Perché saresti più rilassata, più sicura di te stessa… e tutto ti sarebbe più semplice. Ma
l’adolescenza…
… è ‘na brutta bestia, nevvero? Disse riemergendo dal buco di confusione in cui si sentiva
precipitata.
Problema che si risolve col tempo…
Alla lunga siamo…
No, Martina, ti prego!
Occhei… occhei…veniamo all’esempio.
Ecco l’esempio. Una certa Martina, e qui Gabriele le strizza trasognato l’occhio, abita in una
casa confinante con Valentino…
Fiuuu… il campione di moto?
Già, proprio lui. Supponiamo ancora che Valentino, non solo sia veloce in pista, ma, visto il
virtuosismo acrobatico sulla moto, sia anche più svelto di Martina nel dare il bianco alle pareti
della sua stanza preferita. Pensi che a ragione della sua destrezza in entrambe le pratiche
dovrebbe fare tutto da sé; in altre parole, dovrebbe riverniciare lui la camera, oppure…
… oppure rivolgersi a me, cioè a Martina?
Bene, supponiamo che per imbiancare la stanza ci impieghi tre ore, e che per lo stesso tempo
possa partecipare ad uno spot per i chinotti da cui riceverebbe ventimila euro. Martina invece,
che impiegherebbe sei ore per verniciare la stanza, dovrebbe rinunciare, in alternativa, a sei ore
di aiuto commessa nel negozio di peluches dell’amica di famiglia dove guadagnerebbe dieci
euro all’ora, per un totale di sessanta euro. Che ne pensi?
Che a Valentino conviene assolutamente andare a fare i chinotti e assumere Martina, anche se
è più veloce lui a verniciare.
Martina, proprio questo è il vantaggio comparato. Entrambi hanno convenienza a
specializzarsi e a scambiare i loro servizi.
Parimenti ad un Paese converrà specializzarsi in quelle produzioni che saprà fare meglio degli
altri Paesi. In tal modo le merci saranno prodotte a costi inferiori avvantaggiando le
esportazioni. Mentre invece tenderà ad importare quei prodotti che naturalmente non possiede e
quelle merci che produrrebbe senza convenienza relativa. Così, Ricardo, giustificava la
convenienza allo sviluppo del commercio mondiale.
Mi pare un sogno… ma è proprio così?
Come ben sai, nella realtà le cose non stanno mai in termini così semplificati.
Meno che mai in economia, già lo so!
Se ti ho parlato di Ricardo e della teoria del vantaggio comparato è perché risulta significativo
il fatto che già duecento anni fa si ponesse l’attenzione sugli effetti positivi esercitati dal
commercio internazionale in merito allo sviluppo economico. Con tutte le critiche e limitazioni
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successivamente addebitate alla teoria ricardiana, pure resta innegabile l’intuizione verso la
convenienza allo scambio mondiale quale generatore di sviluppo e mezzo di integrazione
economica e sociale dei popoli.
Ed ora, per te che studi francese, ascolta questa, anche se non so di chi sia: Passagers
invisibles, les idées, voyagent avec les marchandises… e hai detto tutto.
Caspita, che ingardio… aspetta… come passeggeri invisibili, le idee, viaggiano assieme alle
merci, eh? Mi piace… mi piace molto: è la differenza che fa lo scambio, no ? et alors… toujours
vive la différence!
Ma non è sempre così…
… già, la teoria e la pratica…
Sì, non tutti sono come D. Ricardo che scrisse il primo trattato di economia teorica pura, fece
affari in un modo molto pratico raggiungendo la ricchezza. Ma soprattutto fu membro del
parlamento inglese dove difese cause che andavano contro gli interessi personali…
… da noi, invece…
… lasciamo perdere. Questo, tanto per dirti che, a parte il nostro Ricardo, per certi settori di
attività, in un dato momento, gli interessi immediati da proteggere sono così rilevanti che spesso
non si segue un principio di razionalità.
Vuoi dire che, nonostante la teoria del vantaggio comparato, si finisce per cadere nel
protezionismo?
Sì, l’esempio della Cina, poco fa ricordata, pone il problema in termini attuali. Da una parte,
per esempio i settori delle calzature, dell’abbigliamento o dell’assemblaggio dei componenti
elettronici, si domandano come si può competere con un Paese dove la manodopera costa anche
venti volte meno che da noi? E l’occupazione in questi settori, così importanti da noi, dove
andrà a finire?
Già… tutte le donne e tutti gli uomini dei calzaturifici, dell’abbigliamento, della concia…
disse perplessa Martina.
Dall’altra parte si risponde, richiamando la teoria del vantaggio comparato di Ricardo, che sì,
è vero che la produzione e l’occupazione in quei settori caleranno, fino a sparire, ma che la
produzione, e quindi l’occupazione, muoveranno verso altri e nuovi settori, quelli più
convenienti, quelli che presentano un vantaggio comparato. E intanto, sostengono, tutti i
consumatori saranno avvantaggiati dalle importazioni di scarpe e maglie che avranno prezzi
bassissimi e permetteranno di spendere in altro modo la differenza risparmiata su quei prodotti
che non converrà più prendere in considerazione.
Un momento, non è poi così automatico che tutte le donne e tutti gli uomini che facevano
scarpe, camicie, pellami… si possano trasferire da un giorno all’altro dalla conceria alle
produzioni di software, vero? O forse sarà la solita mano invisibile…
Il punto è proprio questo, la trasformazione potrà essere penosa e richiedere tempi lunghi…
… alla lunga siamo tutti morti…
Amen, Martina. È vero, la riorganizzazione del personale e delle stesse aziende necessitano di
impegno e sacrificio notevoli; tempi lunghi, soprattutto in presenza di rigidità normative in
materia di lavoro.
Spiegati meglio, per favore…
Certo, un mercato del lavoro come quello italiano è ritenuto poco flessibile, ossia poco
adattabile alle nuove situazioni; inoltre è ritenuto troppo protettivo nei confronti di chi è già
occupato, a svantaggio dei giovani in cerca di prima occupazione. Ancora, il livello minimo
salariale, cioè quel salario fissato per legge al di sotto del quale non si può scendere, non
favorirebbe l’occupazione, mantenendo la domanda delle imprese troppo bassa rispetto
all’offerta di lavoratori. Quest’ultimo punto è particolarmente vero per i lavori meno qualificati,
e riguarda specialmente i giovani che hanno, appunto, minore esperienza: il costo dei lavoratori
meno qualificati sarebbe così troppo alto perché le imprese trovino conveniente assumere altra
manodopera. Ed ecco allora il fenomeno della delocalizzazione…
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… de che? Che brutta parola!
Delocalizzare, cioè trasferire la produzione di camicie, per esempio, dall’Italia ai Paesi dove il
costo del lavoro è molto più basso, sarebbe la risposta delle aziende all’eccessiva rigidità del
mercato del lavoro appena vista.
La mano invisibile!
Be’, come vedi, il mondo globalizzato: un sistema di vasi comunicanti.
D’altra parte, in Europa, si va sempre più diffondendo la convinzione della necessità di
rivedere la normativa che disciplina il mercato del lavoro, che si tradurrebbe in maggiore
flessibilità e minori salari. Troviamo così il sistema italiano e francese che sono caratterizzati da
salari minimi garantiti, differenze salariali piuttosto contenute e sistemi di protezione diffusi (i
sussidi di disoccupazione); ciò comporta altresì una larga fetta di disoccupati, specie fra i
giovani…
… che stanno a casa dei genitori fin ai trent’anni.
Dall’altra troviamo il sistema inglese e tedesco con salari molto bassi in relazione alle
mansioni meno qualificate e, via via che si sale nella qualifica del personale, presenza di forti
differenze retributive, ma, all’opposto, un minore tasso di disoccupazione rilevabile.
La coperta troppo corta, sempre la stessa storia!
Già, la botte piena e la moglie ubriaca… non si può avere tutto… ben lo sai, oramai, che in
economia si tratta di fare delle scelte alternative su risorse che sono sempre scarse: il classico
problema economico che si ripete.
Non resta molto da fare…
E invece c’è molto da fare. Vista la dinamica dei cambiamenti, c’è ben poco da fare per
proteggere i settori nei quali i costi di manodopera sono elevati, se lo si fa, sarebbe solo un
dilazionare il processo in corso, che sarà inesorabile. D’altronde, vedi tu stessa che certi lavori
manuali non sono più accettati dagli italiani, e che le aziende di quei settori si trovano in
difficoltà quando devono assumere. Resta perciò molto da fare in direzione di una formazione
efficace, soprattutto dei giovani, per poter sviluppare capacità e competenze richieste dai nuovi
settori che presentano un vantaggio comparato, di cui ti parlavo fin dall’inizio.
E quindi investire nella scuola, nella ricerca, nell’innovazione… Da noi, in Italia, si spende
troppo poco in ricerca lo sento dire spesso alla tv, ne parlano i giornali e la radio.
Sì, se ne parla molto. Le spese in ricerca e innovazione tecnologica sono sempre molto basse,
non c’è paragone con gli altri Stati europei, per non parlare degli Usa… in Italia spendiamo
meno della metà di quanto spendono i Paesi industrializzati in termini percentuali rispetto al
PIL.
… e intanto le menti migliori di queste fresche generazioni fuggono, prendono il volo,,, menti
emigranti… disse Martina in un impeto, trasognata.
Ecco il problema. Bisogna investire di più in ricerca!
Già, ne sento spesso parlare alla tv, in radio, anche i giornali ne parlano. Ma cos’è ‘sta
globele?
Chee?
Sì, insomma tu parli di globalizzazione… a me pare una gran confusione internazionale, una
Babele globale: ‘na globele, no?
È lo sviluppo naturale del commercio mondiale…
… sarà bene che me ne parli subito, almeno un cenno…
Sicuro. Il termine globalizzazione, che ti risulta piuttosto indigesto, è presto inquadrato in
pochi dati. Le imprese multinazionali, quelle cioè che hanno la loro sede in uno stato, ma
attività di produzione e vendita in tutto il mondo, erano, alla fine degli anni sessanta,
pressappoco seimila, adesso sono quasi settantamila. In meno di quarant’anni dunque il loro
numero è più che decuplicato. Si stima inoltre che circa i due terzi del commercio mondiale è
nelle loro mani. Ti do altri due dati soltanto…
… che sennò mi viene il mal di testa, grazie.
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Soltanto questo aggiungiamo: esistono più di 800.000 succursali…
… e che vuol dire?
Succursali o filiali, sono i centri di produzione o vendita sparsi nel mondo che dipendono da
una sede, ossia da una casa-madre. Bene, in tutto questo sistema di filiali, trovano occupazione
poco meno di sessanta milioni di lavoratori.
È impressionante, impressionante davvero… è qualcosa che va al di là degli Stati, una potenza
che sfugge al loro controllo.
Proprio così, e il fenomeno pare non aver fine.
E le cause, come si è arrivati in soli quarant’anni ad uno sviluppo simile?
Tecnologia e istituzionali…
… piano, piano… ehi, vuoi parlare in modo più chiaro, grazie.
Tecnologia vuol dire sistemi di comunicazione sempre più efficienti e quindi meno costosi che
“tengono il mondo in un’unica rete”; poi, dalla caduta dei regimi comunisti, la logica del
mercato va sempre più diffondendosi: tutto ciò porta all’incredibile sviluppo del commercio
mondiale, riassunto nei pochi dati cui ho fatto cenno.
Caspita!
È così. Il nuovo corso intrapreso dall’economia mondiale è inarrestabile. Non si possono
annullare le dinamiche di questa nuova tendenza; non si può fermare il processo di
globalizzazione.
Amen. Vuoi parlarne un po’ di più… voglio dire… è successo tutto ad un tratto… no, non è
possibile, vero… com’è che siamo dentro ‘sto vortice frenetico, allora, eh?
Be’, ovviamente non è una cosa improvvisata, puoi ben capirlo… si può far iniziare già a
venti, trent’anni fa, ma ora ha subito una fortissima accelerazione con la già menzionata caduta
dei regimi comunisti e lo sviluppo della tecnologia elettronica delle informazioni.
Internet, insomma.
Già; e inoltre la facilità e il relativo abbassamento dei costi di trasporto a livello mondiale.
Tutto questo sta alla base di questa potente rivoluzione economica.
Così, solo per rimanere a tempi più vicini a noi, si è passati dalla rivoluzione industriale
vissuta al tempo di Adam Smith, al periodo della produzione di massa che portò ai grandi
colossi industriali del Novecento. Ed eccoci adesso nella fase accelerata di integrazione
mondiale dei mercati. Quest’ultima fase si basa su un forte sviluppo dell’innovazione e della
tecnologia.
Spiegati meglio su questo punto. Per favore.
Certo, parlavi poco fa di Internet, ma cosa lo rende così potente? È l’insieme di computer
sempre più piccoli e sempre più veloci, le connessioni attraverso fibre ottiche e satelliti, e
ancora l’espansione dei collegamenti a banda larga che consentono il trasferimento di
informazioni fra case e aziende ad elevata velocità e in quantità enormi di dati.
Tutto questo rivoluziona, come puoi ben intendere, il mercato. No, non come concetto, che
resta sempre definito al modo che già conosci, ma perché lo potenzia, lo rende più efficace.
Che vuol dire?
Ecco, ricorderai che per mercato s’intende l’incontro della domanda e dell’offerta,
indipendentemente da un luogo fisico, con queste potenti interconnessioni l’incontro viene
oltremodo ampliato. E poi c’è ancora un elemento importante perché un mercato sia efficiente,
cioè che porti ad un prezzo efficiente d’equilibrio, ed è l’informazione.
L’informazione?
Sì, informazione vuol dire possibilità di scelta, che è l’essenza stessa del mercato. Se conosci
tutti i prezzi di tutti i produttori del bene che vuoi acquistare, allora potrai scegliere, a parità di
qualità, quello che risulta essere il più basso. In tal modo costringerai tutti i produttori a
livellarsi su quel prezzo più basso e per fare ciò, i produttori, saranno costretti a diventare
sempre più efficienti per poter ridurre i loro costi di produzione e rimanere sul mercato. Ma di
questo abbiamo già parlato.
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Già, ora capisco l’importanza della disponibilità delle informazioni per poter scegliere. Lo
posso fare dal mio computer, non avrò bisogno di trascinarmi di negozio in negozio come ho
fatto l’anno scorso con mia madre per cercare di conoscere il prezzo più basso delle scarpe che
desideravo. Roba da diventare matti, non le andava mai bene, diceva sempre che ci sarebbe stato
un altro negozio a fare un prezzo più basso. Uffa, stavo già per rinunciare alle scarpe nuove!
E ancora, l’attuale orientamento produttivo va nella direzione di beni sempre più
personalizzati. Mentre una volta si ricorreva alla produzione uniforme per poter fare economie
di scala…
Fermati, fermati… aspetta un momento. Economie di scala, produzione uniforme… che roba
è?
Hai ragione. Bene, pensa alle grandi produzioni industriali in serie che hanno sostituito la
produzione artigianale su ordinazione, pezzo per pezzo, molto costosa, no?
Ho capito. Facendo tanti prodotti tutti uguali i costi diminuiscono. Lo so, un tailleur comprato
al supermercato, dice la mamma, costa molto meno che farlo fare dalla sarta, anche se non è
altrettanto bello.
Ecco, appunto. Nella produzione industriale abbiamo costi che sono fissi, che non variano al
variare della quantità prodotta, come per esempio il costo relativo al macchinario che si chiama
ammortamento: che tu produca zero oppure mille o diecimila, se questa è la capacità massima di
produzione della macchina, il costo della macchina (l’ammortamento) non cambia. Altri costi
invece sono variabili, come la materia prima, ad esempio, il tessuto nel caso dell’abbigliamento,
che aumenta in relazione alla quantità totale prodotta. Capisci quindi che l’incidenza del costo
fisso sul singolo tailleur, per seguire il tuo esempio, diventa via via minore all’aumentare della
quantità prodotta e venduta.
Ora mi è molto più chiaro, grazie, lo spiegherò alla mamma.
Il modo di produrre che si va imponendo sempre più oggi, è del tutto diverso da quello delle
grandi produzioni industriali in serie del recente passato ma anche del presente. A partire dagli
anni Settanta si è fatto sempre più necessario spostare l’attenzione della produzione dalla
quantità alla qualità. Una volta intasato il mercato di merce, il consumatore diventa più esigente,
non si accontenta più di avere un tailleur, ma vuole il tailleur, qualcosa di meno uniforme e più
conforme ai propri gusti personali.
Ecco allora che le tecnologie digitali consentono una produzione sempre più personalizzata, su
misura del cliente e a costi molto contenuti.
Come è possibile questo?
Bene, se prima le vecchie catene industriali permettevano di fare un oggetto soltanto e sempre
lo stesso; adesso, i nuovi sistemi computerizzati, ti forniscono, in men che non si dica, un
oggetto unico, e subito dopo, in modo velocissimo, un altro oggetto con caratteristiche del tutto
originali. Tua madre ordina un tailleur compilando una scheda del desiderio, questi dati
vengono inviati ad un computer ed elaborati al fine di comandare una macchina che esegue
taglio e cuciture secondo le istruzioni impartite dal cliente…
… dalla mamma.
Dalla mamma. Il sistema Internet e dei siti commerciali provvede a collegare clienti e
produttori.
Addio economie di scala…
Be’, no: questa di cui ho fato cenno è la tendenza in atto. L’economia di scala ha ancora la sua
importanza, ma non più come una volta. Il mercato stesso da vent’anni è sempre più orientato
verso il prodotto nuovo e unico. Insomma, quando non tutte le famiglie avevano la lavatrice in
casa, si trattava solo di produrre lavatrici, sempre le stesse, tutte uguali, finché non è stato
saturato il mercato, fino a quando la lavatrice era entrata nelle case di tutti. Da quel momento…
… si son fatte sentire le esigenze personali. Ma così è tutto più instabile, tutti devono correre
per fare qualcosa di nuovo, di diverso… non è mai finita. Tutto diventa più insicuro.
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Be’, l’insicurezza diventa lo stimolo dell’innovazione. Come diceva un economista già
all’inizio del Novecento: “un’economia vigorosa non è mai in perfetto equilibrio. L’equilibrio è
rotto sempre dall’innovazione”.
Bella roba. Via, sempre di corsa.
Proprio così. Chi si ferma è perduto. Ma questa è un’altra storia.
Per concludere, vorrei fare un cenno di geografia della produzione. Come visto si è passati, e si
continuerà a farlo, da una iniziale produzione concentrata nei paesi economicamente più
sviluppati, quelli del Nord del mondo, ad un decentramento verso i paesi del Sud del mondo,
quelli sottosviluppati o in via di sviluppo dove il costo del lavoro è molto basso. Pensa soltanto
che, e non facciamo nomi, un paio di scarpe sportive ultrareclamizzate costano appena un euro,
alla produzione svolta nei paesi asiatici. Mi domando, quanto lo paghi in negozio?
Già, non voglio nemmeno pensarci. Ma questo toglie lavoro ai paesi europei, alla stessa
America, no?
La minaccia diventa reale per i lavoratori meno qualificati. Che c’è adesso? Ti vedo
pensierosa.
Non sarà mica che gli italiani dovranno tornare ad emigrare… stavolta nei paesi asiatici, vero?
Perché dici questo?
Per quello che hai detto.
Spiegati…
Ecco, se tutto il lavoro materiale sarà svolto nei paesi asiatici dove il costo della mano d’opera
è più basso che in Europa o negli Usa…
… ma, nel vecchio mondo resteranno la tecnologia, la progettazione, i marchi, il marketing…
… see… appunto… e quante persone pensi che saranno coinvolte in queste “superiori”
attività, eh, quante?
Martina…
… ti faccio un esempio. In classe, siamo in ventiquattro, e ci saranno sì e no tre, al massimo
quattro di noi davvero bravi, adatti ai lavori “migliori” che hai elencato… e non parlo delle
valutazioni, se è per quelle…
Martina…
Aspetta, lasciami finire… No, non parlo di voti. Voglio dire, noi sappiamo bene, al di là dei
voti, cosa valiamo, ci conosciamo bene, sappiamo distinguere chi ha davvero le capacità…
… ho capito cosa intendi.
Sono preoccupata, Gabriele, sono preoccupata per gli altri venti!
Dove andranno a lavorare… faranno le valigie come si faceva fino agli anni cinquanta anche
qui; partiranno per Seoul, per Krung Thep, per Taipei, per Changchun o per qualche altra
sperduta campagna cinese?
Martina, come sei pessimista… e allora, tutto quello che abbiamo visto insieme finora, non è
servito a niente, non è chiaro, non basta a dare un po’ di ottimismo, no?
La mano invisibile? Non mi fido. Pare quella del prestigiatore.
Un lungo silenzio seguì fra i due.
L’aria sgomenta di Gabriele scosse Martina dal suo silenzio, dai lugubri pensieri. Allora ebbe
compassione di lui, gli sorrise e, baciandolo teneramente sulla guancia, gli sussurrò all’orecchio:
“non te la prendere, sei un bravo maestro, tu. Ma bisogna pur prepararsi al peggio, se vogliamo
vincere la scommessa del millennio, no?”
Gabriele si sentiva preso in giro, ma rispose a quella tenerezza impertinente con un caldo
sorriso e una languida carezza.
71
11. Cambi
Be’, parlando di economia internazionale, dovrai almeno fare un cenno alle monete degli altri
Paesi, anche se adesso, qui in Europa, le cose sono diverse, più semplici, con l’euro, la moneta
unica, no?
Certo. Un passo importante è stato fatto nel senso di sviluppare un commercio europeo che
non sia soggetto all’altalena del cambio. Altalena che persiste con le altre valute mondiali.
Andiamo con ordine. Intanto, il tasso di cambio, detto anche parità monetaria.
Già, il cambio euro-dollaro… per esempio.
Be’, non è nient’altro che il prezzo di una moneta, l’euro, ad esempio, in termini di un’altra, il
dollaro oppure la sterlina inglese, il franco svizzero… quando diciamo che un euro equivale a
1,35 dollari, vuol dire che ci vogliono appunto un dollaro e trentacinque cents per ottenere in
cambio un euro.
E non resta un rapporto fisso, no? si sente spesso alla tv parlare di questo cambio che non sta
mai fermo, che cambia in continuazione… chiariamo, grazie.
Riprendendo l’esempio, se il cambio euro/dollaro passasse da 1,35 a 1,40, allora vorrebbe dire
che per avere sempre la stessa unità fissa di un euro, ci vorrebbero adesso cinque centesimi in
più di dollaro, e, in tal caso, si dice che il dollaro si è svalutato rispetto all’euro, oppure, il che è
lo stesso, che l’euro s’è rivalutato rispetto al dollaro.
Comprendo. Dunque, se il cambio è il prezzo di una moneta espresso in quantità di un’altra…
allora, come per le patate, i gelati e tutte le merci… ci sarà di mezzo la vecchia legge… vorrà
dire che il suo variare, il suo cambiare, dipenderà da quantità offerte e domandate, giusto?
Proprio così, Martina.
Ma che cosa si domanda e si offre?
Moneta, valute… in relazione all’andamento del commercio mondiale, ossia delle
importazioni ed esportazioni delle merci, e dei servizi effettuati fra le diverse nazioni. Per
esempio, tu compri i tuoi jeans originali made in USA, e li paghi, qui in Italia, in euro,
naturalmente, ma chi te li fa trovare presso il tuo negozio, l’importatore ha dovuto comprare
dollari per pagare la Levi’s americana vendendo euro per ottenere i verdoni. Dunque, se le
importazioni dagli USA sono massicce e, al contrario, le vendite di merci europee agli USA
piuttosto scarse, cosa avremo?
Una elevata domanda di verdoni ed una altrettanto elevata offerta di euro…
E che succede al cambio euro/dollaro, in tal caso?
Ovvio, come per le merci ad elevata domanda, il suo valore salirà, salirà… mentre per l’euro
ad elevata offerta, calerà, calerà… giù, giù, sempre più giù…
Quindi, per esempio, il cambio euro/dollaro si porterà dagli iniziali 1,35 a 1,30 e magari se lo
sbilancio continuerà a favore delle merci americane, si arriverà a 1,20 e, forse, ancora più…
1,10… ossia ci vorranno una maggiore quantità di euro per comprare i dollari necessari a pagare
le importazioni.
Capisco…
… ti vedo perplessa…
… chi, io? no… noo... ti seguo, dico davvero, ti sto seguendo. Ti faccio dopo le domande.
Va bene. Allora diciamo subito che oltre ai movimenti nelle merci e servizi, ci sono altri
motivi che influiscono sul livello del cambio: sta a sentire, ascoltami bene, fa’ attenzione…
Eccomi.
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Ebbene, allora tu sai che la fabbrica di vasi in terracotta, per fiori… sì, quella del tuo
paesello… ha comprato una fabbrica negli USA e, sicuramente, ha speso altre somme per
ristrutturarla, potenziarla… insomma ha fatto il suo bravo investimento in quelle terre… e
anche qui si sono dovuti cedere euro in cambio di dollari, o lire, allora, all’inizio dell’operazione
d’investimento.
Per finire, consideriamo i mercati finanziari. Quei mercati che non dormono mai e nei quali si
scambiano titoli azionari e… le stesse valute. Anche questi movimenti influiscono sul livello dei
cambi. Ecco il quadro di riferimento.
Non devi aggiungere altro?
Vai.
Bene, intanto come avvengono tutti questi scambi di milioni e miliardi di euro, dollari,
sterline, anche yen, no? e poi, capisco i jeans importati o le nostre scarpe in capretto verniciato
vendute sulla Fifth Avenue in New York City… ma, ma il resto, perché?
Tanto per cominciare, le compravendite di valute avvengono attraverso le banche, nei mercati
finanziari, in Borsa. Poi, gli operatori prenderanno la decisione di comprare titoli azionari
americani, piuttosto che giapponesi o europei, in relazione ai tassi di interesse e alle condizioni
più o meno buone, più o meno favorevoli della situazione economica esistente nei differenti
Paesi del mondo. Gli operatori intervengono nel comprare azioni o valute di uno Stato, piuttosto
che di un altro, secondo le loro aspettative sui cosiddetti fondamentali del sistema economico, di
cui abbiamo già fatto cenno, ne ricordi qualcuno, di questi fondamentali?
Ossì… aspetta, si tratta di quegli stessi fattori che influiscono sul livello del tasso di interesse,
no?
Brava Martina. E qui troviamo…
… il livello dell’inflazione, questo lo ricordo bene, come no?
E poi il livello di crescita misurato dal PIL…
… il Prodotto interno lordo…
Già, e ancora: i costi di produzione…
… il livello dei salari, giusto?
Giusto. E ancora abbiamo da considerare il bilancio dello Stato se è in pareggio o in deficit, e
quindi la politica monetaria…
… se è più o meno espansiva rispetto alla crescita economica del Paese.
Bene, ne hai abbastanza? Tutti questi fattori sono considerati dagli operatori economici:
imprese multinazionali, grandi compagnie assicurative, gestori di fondi pensione, tanto per
citarne qualcuno; le loro decisioni si esprimono sul mercato finanziario mondiale portando le
valute alle continue fluttuazioni che senti comunicare alla tv.
E poi ci sono gli interventi, ovvio, delle banche centrali. Anche loro comprano e vendono
valute, con l’intento di dare una certa stabilità ai cambi, necessaria per un sistema commerciale
che si sviluppi con regolarità, senza scossoni. Vediamo, allora, questa situazione. Mettiamo il
caso che la domanda di euro, in un dato momento, sia molto bassa…
… perché, per esempio, ci sono troppe importazioni verso l’Europa e poche esportazioni
dall’Europa, è così?
Proprio così. Allora, il valore dell’euro cala rispetto alle altre valute, si dice che l’euro si
deprezza. Cosa fa allora la Bce, qualora intenda sostenere l’euro?
Lo compra, ovvio…
E con che cosa lo compra?
Già…
Lo comprerà cedendo parte delle sue riserve di dollari accumulati in momenti migliori.
Così facendo stabilizza il valore dell’euro, o almeno non lo farà scendere di troppo, giusto?
Giusto. Ma c’è un’altra cosa da aggiungere. Quando la Bce compra euro dalle banche cedendo
loro i dollari non fa altro, con tale operazione, che diminuire la liquidità in euro presente nel
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circuito monetario europeo, e quindi si avrà una restrizione della base monetaria. E viceversa
potrà, comprando dollari e cedendo euro, creare nuova base monetaria nel circuito europeo.
Ho capito, è un altro modo per creare o contrarre la massa monetaria… come le operazioni sul
mercato aperto, vero?
Brava, Martina, proprio così.
Com’è intrecciata, l’economia!
Già, tutto si tiene, tutto comunica, ricordi il principio, in fisica, dei vasi comunicanti? Ma senti
ancora questa, che va pure bene per l’attuale sistema di globalizzazione. Senti, ascolta e rifletti,
è saggezza orientale: il battito delle ali di una farfalla in Cina può provocare un tornado all’altro
capo del globo.
Bella, eccessiva… mi piace perché eccessiva. Ma vorrei saperne di più circa l’altalena dei
cambi, vuoi?
Certo, che cosa vuoi sapere?
Ecco, gli importatori, dunque anche noi consumatori, e poi gli esportatori: in una parola, chi e
quando ci guadagna dal movimento dei cambi?
Bene, prendiamo l’Europa e l’America, tanto per cambiare. Vediamo per esempio che, per un
esportatore italiano, quando l’euro si svaluta, sarà in grado di esportare le merci con più facilità
perché l’americano potrà comprare più merci a parità di dollari di prima della svalutazione
dell’euro. Ma, ecco il rovescio della medaglia, in questo caso ecco il rovescio dell’euro, potrai
dire, la moneta incassata, convertita in euro, vale meno in quanto il potere d’acquisto è appunto
diminuito. A questo punto però, tu sai che l’Italia è un Paese povero di risorse naturali, te
l’hanno insegnato fin dalle elementari, e allora, quando l’esportatore dovrà importare la materia
prima per produrre nuove merci da esportare a loro volta, si troverà a doverle pagare di più e a
dover trasferire l’aumentato costo sulle stesse esportazioni.
È un gioco che dura poco.
Già, proprio così. Ma veniamo adesso all’importatore che, come avrai inteso, ripete
all’opposto quanto detto per l’esportatore. Vediamolo comunque. Lui avrebbe, nell’immediato,
un vantaggio quando l’euro si rivaluta nei confronti del dollaro perché, con la stessa somma di
euro potrà acquistare più merci di prima della rivalutazione. E questo, come visto sopra per
l’esportatore, farà sì che i prezzi in America aumentino…
… e quindi che si tornerà a pagare di più le importazioni dall’America, giusto?
È così. Infine, per il consumatore…
… per il consumatore italiano, un forte euro gli permetterà di pagare meno le merci importate,
ma mette in difficoltà le esportazioni italiane, dunque… minore produzione in Italia, maggiore
disoccupazione. Al contrario se l’euro fosse svalutato, farebbe lavorare di più le imprese
italiane, ma gli acquisti si fanno più cari, per non parlare dei prezzi di quanto importato,
insomma… si cadrebbe in un processo inflazionistico in cui i salari valgono via via di meno…
No, neppure così va bene… ma insomma siamo daccapo, è così?
Sì, come puoi vedere la manovra sul cambio non è una buona politica economica. Se nel
periodo lungo tutto tenderà in qualche modo a sistemarsi, c’è da dire che nel breve periodo si
avrà una differenza di interessi fra esportatori ed importatori; ma si tratterà di un vantaggio per
gli uni o per gli altri, in relazione rispettivamente ad una svalutazione, per i primi, o
rivalutazione, per i secondi, che sarà comunque destinato ad esaurirsi ben presto. Perciò l’unica
via d’uscita è rappresentata da una politica monetaria equilibrata fattibile in relazione ad accordi
internazionali che mirino a stabilizzare il valore delle monete; o, quanto meno, evitare
improvvise variazioni nei tassi di cambio che non favorirebbero le relazioni commerciali, se non
per pochi soggetti, ma a svantaggio della maggior parte.
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12. Insomma: Stato o Mercato?
E allora, Stato o mercato?
Siamo così giunti alla fine, e tu stessa puoi tirare le conclusioni su quanto già abbiamo detto a
più riprese in merito a quello che resta a tutt’oggi argomento di vivace dibattito, anche perché
va oltre l’ambito strettamente economico, si porta su dispute più strettamente politiche. Ad ogni
modo, ecco qua di seguito ripreso il tema: Stato o libero mercato? Rivediamo un po’ il tutto,
magari ripartendo dal vecchio Adamo, no?
Così, dalle origini, insomma, eh?
Sì, lui, Adamo: il primo uomo… economista.
Con Smith e i classici troviamo in primo piano quelle forze di Natura che portano tutto
all’equilibrio…
… le api della favola!
Certo, il laissez-faire, laissez-passer, lasciare fuori il più possibile lo Stato da tutto quel che
riguarda l’economia. Semmai lo Stato dovrà garantire la cornice entro cui esercitare il libero
commercio; ossia viene invocato per le sue funzioni relative alla difesa verso l’esterno,
all’ordine pubblico interno e al sistema della giustizia: al di là di queste funzioni, il suo compito
resta, nel pensiero dei classici, piuttosto marginale. Ricordi la mano invisibile?
E come no?
Bene, procedendo nel tempo, un secolo dopo Smith, ancora in periodo classico o neoclassico,
gli economisti presero atto del verificarsi di un liberismo industriale piuttosto aggressivo e
selvaggio; constatando un certo abuso, cercarono di giustificare un minimo intervento statale in
funzione di garanzia delle libertà fondamentali rivolte al buon funzionamento del mercato. A
tal proposito, si riteneva che lo Stato dovesse intervenire laddove si potesse verificare una
formazione di monopolio, di posizioni dominanti atte a disturbare la libera concorrenza. Molto
brevemente, e sempre più vicino ai nostri giorni, sotto la spinta degli eventi storici, rilevando le
inattese situazioni di recessione prodotte nel mercato da una carenza di domanda di beni e
servizi, con Keynes e i post-keynesiani, si è cominciato a sostenere l’intervento attivo dello
Stato nell’economia. Infine, dopo una eccessiva politica interventista dello Stato che ha portato,
e siamo al decennio che segue il 1970, ad una situazione di stagflazione…
Scusa, non continuare oltre, ti prego…
Sì, stagflazione vuol dire stagnazione, ossia recessione, disoccupazione, accompagnata dal
fenomeno inflazionistico, una situazione di contemporanea disoccupazione-inflazione, nel
dopoguerra, ritenuta incompatibile. Prima degli anni ’70 si riteneva che un aumento
dell’inflazione avrebbe favorito una ripresa della produzione e quindi dell’occupazione, ma i
forti deficit del bilancio pubblico, conseguenza di spese pubbliche eccessive e, soprattutto, non
bene selezionate secondo criteri di priorità ed efficienza, portarono al fenomeno che… rimise in
discussione appunto le politiche keynesiane, portando all’affermazione delle teorie
“monetariste”; ricordi Milton Friedman che cosa diceva?
Sì, aspetta… ecco qua: “l’inflazione è sempre e dovunque un fenomeno monetario”. È così,
no?
Proprio così. Ma neanche Friedman, deciso sostenitore del sistema di libero mercato, era
completamente contrario all’azione statale, sotto certe condizioni e in misura limitata. Fra le
funzioni statali riconosciute in pieno dai “monetaristi” rientravano le stesse ammesse dai
neoclassici citati poco fa.
Niente di nuovo, allora?
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Già, sostanzialmente è proprio così. Si assiste oggi ad una oscillazione fra economisti che si
appellano a politiche di sostegno, gli interventisti o neokeynesiani, e liberisti dall’altra.
Un’oscillazione fra una posizione e l’altra a seconda dell’andamento dell’economia…
… sì, la congiuntura economica apre spazio a dibattiti di politica economica che spesso sono
vere e proprie battaglie politiche.
E qui ha termine il compito dell’economista?
In un certo senso. Qualcuno si costituisce il suo alibi parlando di economia positiva e
normativa…
… e che vuol dire?
Economia positiva significa tentare di spiegare i fenomeni economici per come sono, una
teoria che cerca d’interpreta il mondo per come è; economia normativa, invece, quella che cerca
di spiegare come dovrebbe essere il mondo. Ma, come chiarito dal metodo scientifico
nell’interpretare la natura fisica, il soggetto che interpreta, scienziato o economista che sia, è
parte del processo interpretato, e lo condiziona.
Come dire che se mi trovo da una parte sociale, mettiamo quella opulenta… avrò una mia
teoria, mentre…
Già, hai capito benissimo.
“La Storia la fanno” i vincitori, racconta sempre la prof d’italiano e storia: è una sua fissa, non
manca mai momento per tirarla in ballo…
Va bene, va bene… che ne dici, adesso, di un bel gelato?
Un bel gelato? E come no! Certo, certo… nei limiti di un’utilità marginale decrescente
razionale, eh?
Diciamo… entro la terza dose.
Accipicchia, corriamo allora!
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13. Cenno di commiato
Bene, Martina, siamo così giunti alla fine…
Alla fine? Oh no… Adesso mi racconterai un’altra storia, spero… mi sono abituata a sentirti
narrare. Mi piace ascoltarti, dai raccontamene un’altra.
Non abbiamo molto tempo. Purtroppo è giunto il momento in cui ci dobbiamo separare.
Separare, che dici, io non mi voglio separare da te… tu… tu sei il mio angelo. Con te… con te
mi sento protetta, custodita…
Martina, ci sono cose che noi non possiamo decidere. E ci sono momenti in cui è necessario
crescere e prendersi la responsabilità della propria libertà.
Vuoi dire che mi lasci sola?
Intendo dire che adesso sarai in grado di continuare da sola: tutti alla fine dobbiamo affrontare
la vita contando sulle nostre proprie forze. E poi… ho una sorpresa per te, voleva dire, ma si
trattenne e si fece silenzioso.
Martina fraintese la muta espressione di lui scambiandola per improvvisa delusione.
Va bene, va bene… ho capito, non fare quella faccia. Hai ragione, lo dice sempre anche la mia
mamma che devo crescere, prendermi le mie responsabilità, eccetera, eccetera. Gabriele, io non
ti deluderò, saprò cavarmela… non è questo il punto, il fatto è che mi sono abituata a te, che sto
bene con te; e se tu dici che te ne devi andare per… per non so… avrai le tue buone ragioni…
io… io ti penserò sempre, tu sarai sempre al mio fianco, a darmi forza. Questo volevo solo dirti.
Allora Gabriele non poté trattenersi dal sorridere, alla vista della buffa e avvilita espressione
di lei.
Ci fu un lungo silenzio fra i due, concentrati sugli stessi pensieri, incantati dai colori del
giorno.
Era una giornata gloriosa. La luce splendeva e si spandeva d’intorno rendendo tutto palpitante
di vita, tutto vitale nel caldo tepore del pomeriggio. Martina percepiva il tutto per quello che era,
senza pensare ai nomi.
Era la sua prima primavera vera: un’esplosione di gioia scintillante in diecimila piccoli e
grandi dettagli: dall’esile filo d’erba verde trasparente ai suoi piedi, alla morbida matassa bianca
contro il denso azzurro, quella nuvolotta lassù, lontano nel cielo. Che gioia, che tepore: futuro
denso di promesse. Quanto tempo era passato dal freddo pomeriggio in cui vagava triste e
solitaria, quando la terra gemeva, quando il suo spirito gemeva. E adesso? il mio angelo mi dice
che se ne va, che devo trovare la forza in me stessa, che devo pur crescere, questo mi dice,
indicando la via, e la fatica del crescere. Ma confrontando quel lontano e freddo pomeriggio con
le promesse della nuova calda stagione, percepì il brivido di felicità che la percorse in
quell’istante. Un sorriso disteso le si dipinse in volto. Respirò avida, una lunga e calma
consapevole inspirazione, come mai aveva fatto fin allora, tirò dentro quanta più primavera
potesse, ve la trattenne per gustarla tutta fin a mandarla nelle regioni più remote del suo essere;
ed infine, quando non né poté più, riemergendo da lunga apnea, sbuffò sonoramente felice.
Restarono ancora a lungo in silenzio, lo sguardo alla pianura, fin all’imbrunire.
Poi Martina, tutto ad un tratto, esclamò: com’è bello tutto questo!
Gabriele, guardando lontano, annuì in silenzio.
Non sono i soldi che fanno la felicità… è un luogo comune, ma quassù vien proprio da dirle,
certe banalità, vero?
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Non sono banalità, Martina, sono soltanto mezze verità. L’altra è che non fanno la felicità, ma,
in qualche modo, aiutano. I luoghi comuni hanno il loro senso.
Essere o avere.
L’uno potrebbe non escludere l’altro.
Ma non è così per tutti.
Infatti: questo non è il migliore dei mondi possibili, lo sai.
Già.
Be’, cos’è ‘sta perplessità, ora… dai, butta fuori.
È che… che abbiamo parlato tanto d’economia, ho capito quello che mi hai spiegato, ma…
ma sono ancora dubbiosa.
Vediamo se possiamo fare sparire i tuoi dubbi.
Ma adesso è tardi, disse astuta Martina, è meglio se ne parliamo domani, domani tu ci sei,
vero?
Per l’ultima lezione?
Se così deve essere…
A domani, allora, i tuoi dubbi.
A domani, disse Martina, quasi danzando.
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14. Dove si fa cenno a felicità, etica ed economia
Bene, fuori tutto: vai.
Una cosa semplice. Torniamo alla favola delle api, più o meno.
Alle origini, dunque.
Già. Alla definizione di economia quale scienza che indaga sulle scelte razionali
dell’individuo per soddisfare, con gli scarsi beni disponibili, i tanti bisogni.
Be’, cosa t’inquieta, adesso?
Ecco, già ti avevo espresso i miei dubbi sul fatto che moltissime scelte, soprattutto nei paesi
del Nord del mondo, non mi sembrano molto utili.
Utilità e razionalità sono concetti fra loro collegati.
Appunto, è proprio qua che non mi tornano i conti: certe scelte che non danno utilità, non mi
sembrano poi tanto ragionevoli. Cosa c’è di razionale nel consumare risorse naturali per
soddisfare bisogni “malati”.
‘Na volta se fasea la fame, adesso se fa le diete, come dice Marco, mi pare. È questo,
insomma, che intendi…
… ecco sì, hai capito a volo. Non solo si fanno le diete, ma si è tristi, per giunta. Cosa serve
consumare se c’è tutta ‘sta tristezza in giro, eh?
Ho capito, qui dobbiamo davvero tornare al vecchio Adamo…
Ancora lui? Va bene per tutto, come il prezzemolo…
… è un classico…
… e un classico è qualcosa che non ha mai smesso di dire, quello che ha da dire.
Brava, Martina…
See… non è mia…
Ho capito, è Calvino, Italo Calvino…
… Italo chi, un altro economista?
Ma è quello che tu hai appena citato…
Ma io… ripetevo semplicemente quello che dice sempre la prof d’italiano…
Va bene, va bene… è comunque vero quello che hai appena detto. Adesso apri bene le
orecchie del cuore e sta a sentire:
“Per quanto egoista si possa ritenere l’uomo, sono chiaramente presenti nella sua natura
alcuni principi che lo rendono partecipe delle fortune altrui, e che rendono per lui necessaria
l’altrui felicità, nonostante da essa egli non ottenga altro che il piacere di contemplarla”.
Accipicchia! Papa Wojtyla, adesso?
Macché, è l’inizio della Teoria dei sentimenti morali, l’opera di Adam Smith del 1759, molto
anteriore dunque alla Ricchezza delle Nazioni.
Sembra decisamente l’opposto della favola delle api. Era forse un prete, prima di diventare
economista, il vecchio Adamo?
Non proprio. Era professore di filosofia morale all’università di Glasgow. E non pensare,
udendo il termine “morale”, che si tratti di religione o di peccato, o roba simile. Qui la religione
non è necessariamente implicata. “Sentimenti morali” è una forma di psicologia, qualcosa che
ha a che fare con il campo umano, con il comportamento umano: un’etica laica, dunque,
un’opera di antropologia e psicologia.
Morale, etica: ma non sono la stessa cosa?
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Se vuoi, senza andare per il sottile… ma torniamo al nostro classico.
Comincia a piacermi, il vecchio Adamo… son tutta orecchi… come un elefante.
In questa opera troviamo esposto, in modo più specifico, il rapporto fra economia e felicità. La
sua teoria è che la felicità si basi sulla deception, ossia sull’inganno. Il motore che dà impulso
sia alla società che allo sviluppo economico è la volontà degli individui, di chiunque, di imitare i
ricchi e potenti; si è spinti cioè a raggiungere lo stato di grandezza e di ricchezza di chi ha di
più.
Be’, fin qua niente di nuovo, disse Martina, ben lo sappiamo…
Sì, ma questa è solo la metà citata del vecchio padre Adam… fin qua, se vuoi, è sempre la
favola delle api.
Mi pare, sì.
Ma aspetta. Senti il resto. È lo spirito di competizione il motore che spinge a copiare il ricco,
che fa sì che il figlio del povero si dia la pena di sopportare grandi fatiche e sacrifici,
instancabilmente notte e giorno per “superare i concorrenti rivali”. Ecco la molla che fa scattare
i popoli…
… le api, no?
Aspetta, Martina… abbi pazienza ancora un istante…
Dicevo, la molla che fa correre la gente in direzione della ricchezza e del benessere, per
Adam, è la molla che si basa sulla deception, sull’inganno di cui l’individuo è
inconsapevolmente succube, ossia c’è nella gente la convinzione, per Smith errata, che il ricco
sia più felice o che abbia “maggiori mezzi per la felicità”, e che pertanto, raggiungere con
grande sacrificio lo stato di ricchezza e potenza, voglia dire diventare automaticamente più
felici.
A sostegno di questa tesi, Adam fornisce differenti esempi. Cita, tanto per cominciare, un
vecchio detto popolare: “the eye is lager than the belly”, e cioè, l’avidità dell’occhio supera i
limiti del ventre.
Ricordi l’utililità marginale decrescente?
Il quinto gelato…
… ma anche il terzo… L’uomo ricco, sostiene il nostro classico, può consumare “poco più del
povero”. E continua parlando dello stato di solitudine e delusione del ricco, una volta diventato
vecchio, dell’ansia che lo prende per dover lasciare tutti i beni accumulati su questa terra…
disagi evitati al povero che “prende il sole sul lato della strada” (la sai quella… barzelletta?).
Insomma, meno beni, meno preoccupazioni.
Così per Smith, che sottolinea come la felicità dei ricchi non sia molto diversa, nella sostanza,
da quella dei poveri.
Cioè la “mano invisibile” sarebbe un inganno che spinge l’uomo ad imitare il ricco?
Già, l’ingiustizia, così evidente nella ripartizione dei beni fra gli individui, maschera la realtà
alla gente comune; ma non al filosofo che conosce la verità, ovvero la potenziale parità fra gli
uomini in merito alla reale felicità.
Più filosofia e meno economia, allora… Mi fai venire in mente una vecchia storia che ho
sentito raccontare ancora alle elementari dal mio maestro. Mi ha molto colpito, e ancora la
ricordo con un senso di vera sorpresa.
C’era un vecchio, dev’essere stato nell’antica Grecia, che prendeva nudo il sole, ad un bel
momento, chi ti arriva davanti? nientemeno che il principe in persona che gli domanda: vecchio
saggio, che cosa posso io fare per te, chiedimi qualsiasi cosa che desideri e io l’esaudirò. Così
disse il principe o il re che fosse.
E sai che cosa rispose il vecchio saggio? No?… sta’ a sentire, rispose: scostati che mi togli il
sole. Scostati che mi togli il sole, capisci? Soltanto questo gli chiese. Quello era nudo, non
aveva niente, eppure… ragazzi, me ne ricordo ancora adesso!
Stai parlando di Diogene…
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… ah, era lui? Grazie… me lo ricordo ancora, che tipo, eh? Ma perché non l’hai detto subito,
ancora all’inizio, quando per la prima volta mi hai parlato del vecchio Adamo?
Perché, di fatto, nei testi d’economia non se ne parla più… non se ne parla più di questo
rapporto fra ricchezza e felicità. Il tema principale è la ricchezza, l’obiettivo di tutta l’economia
classica. La proposizione dominante è sempre stata, e lo è ancora…
… accipicchia, se lo è ancora!
… sì, ancora… ancora si parla di aumento di benessere in termini di PIL e che più ricchezza
porta più benessere, non distinguendo mai fra benessere economico, ossia materiale, e felicità,
ovvero benessere generale dell’individuo.
E così abbiamo ricchi tristi.
Già, anche i ricchi piangono.
Se piangon loro… poveri, i poveri, allora.
Come vedi, il discorso ora si fa più largo, proprio a partire dall’economia si torna a mettere,
non tanto i beni, al centro del discorso, ma l’uomo, l’uomo con le sue esigenze che vanno al di
là dei beni materiali; l’uomo da cui, come appena detto, partiva lo stesso Smith, già nella sua
prima opera di carattere psicologico.
Ma possiamo parlare ancora di economia, allora?
Certo che sì. Mettendo al centro di tutto il discorso l’uomo, ecco che non ha più senso fare
distinzioni specialistiche, piuttosto vale la pena di considerare l’uomo da più punti di vista.
Tanto per fare solo un breve cenno, considera che il premio Nobel per l’economia è stato
assegnato nel 1998 ad un economista indiano, un certo A. Sen, i cui studi riguardano il tema
Etica ed Economia, come vedi non soltanto i “beni materiali”. Ancora, nel 2002 lo stesso
premio per l’economia, fu assegnato ad un certo D. Kahneman che non è precisamente un
economista, bensì uno psicologo, interessato proprio a quanto tu stessa mettevi già in
discussione: le scelte “razionali” dell’homo oeconomicus, che stanno alla base di tutta la teoria
economica e che, per troppo tempo, è stato accettato come soggetto razionale, senza essere
minimamente messo in discussione. Come vedi, la definizione di scienza economica viene
ripresa e messa in discussione fin dai suoi elementi costitutivi, ovvero la razionalità e l’eticità
delle scelte che riguardano la distribuzione di beni scarsi per soddisfare bisogni tendenzialmente
illimitati.
Il futuro dell’economia, sarà dunque aperto ad altre materie?
Penso proprio di sì. Ci sarà una contaminazione con le altre discipline umane, come la
sociologia e la psicologia.
Come nella musica!
Già, come per la musica attuale… questione di armonia.
C’è insomma, in questi ultimi anni sempre più interesse per il soggetto economico, per il suo
comportamento, per le sue scelte che, come tu stessa mettevi in evidenza, sono il motore di tutto
il sistema economico. Ancora oggi, in effetti, la maggior parte degli economisti ragiona in
termini di PIL: più prodotti, tanto meglio; ritenendo questo tipo di indagini adeguato a spiegare
tutti i meccanismi economici.
Non si sono chiesti, gli economisti, cosa succede una volta che il consumatore ha ottenuto i
beni desiderati.
Già. Ma se questo andava bene fino a qualche anno fa, adesso le cose sono molto diverse. C’è
un crescente interesse, soprattutto nei paesi di lingua inglese, per quella che viene definita
l’economia della felicità o del benessere.
Cioè, come dicevi di Smith, a proposito del suo primo testo.
Proprio così, un classico…
… è quello che non finisce mai di dire quello che ha da dire.
Indagini svolte negli ultimi anni ci dicono che chi possiede più beni materiali non è
necessariamente più felice di chi ne possiede meno, almeno nei paesi più ricchi.
Be’, e c’era bisogno di fare un’indagine, per capirlo?
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Ma sai come sono gli americani, no? Cerca e ricerca, qualcosa salta fuori: l’adattamento, per
esempio.
L’adattamento?
Sì, sono state fatte indagini che hanno confermato come l’individuo si adatti molto
rapidamente ai beni di più elevato tenore, quelli più costosi, e come i desideri aumentino, una
volta soddisfatti, anziché cessare.
Una spirale diabolica, una sorta di droga.
Pensa per esempio ai vincitori della lotteria, a distanza di anni sono stati intervistati e che cosa
si è trovato?
Eh, cosa?
Che questi “fortunati”, passata la sbornia delle prime settimane, poi non sono affatto più felici.
Tante volte lo sono di meno.
Lo sospettavo.
Questione di adattamento: ci si adatta a tutto, tutto. Insomma, altro che il desiderato benessere
generale dell’individuo, un benessere ristretto piuttosto. Un benessere economico,
statisticamente rilevato e confermato da un aumento del PIL, ma di fatto scarsamente
significativo.
Un povero benessere, insomma.
Ecco il dramma. Se è logico che ad un aumento della ricchezza, si abbia anche un aumento di
felicità per chi si trova a livelli bassi di ricchezza; ciò non si ha invece per chi possiede già un
certo livello di ricchezza; in tal caso si possono avere invece effetti negativi.
Ma non c’è niente di nuovo, è il solito discorso dell’utilità del terzo o del quinto gelato, no?
È così. Perché, allora un individuo dovrebbe arricchirsi tanto fino a raggiungere il punto della
diminuzione della felicità?
Già, perché?
Con i gelati è facile rendersene conto… il vomito ti viene subito, ma la felicità… un
economista, un certo Scitovsky sosteneva già trent’anni fa in un testo, senti il titolo: The Joyless
Economy (L’economia infelice), che si supera il punto di passaggio dal benessere al malessere
inavvertitamente a causa dei troppi condizionamenti sociali e di una mancanza di
consapevolezza di quelli che sono i nostri veri bisogni.
Insomma non siamo razionali.
Già. La gente non si rende conto della necessità, della vera necessità, di una vita che sia felice.
Forse è più facile far soldi che far felici se stessi e gli altri. Quello che dicevo, no?
Sei contenta, adesso?
Come faccio, se i miei simili non sono razionali!
In effetti, la felicità delle persone dipende da ingredienti che non hanno carattere economico
che non c’entrano per nulla con il mercato.
Vero, c’era sull’ultimo numero di Tin-Teenager. Un’indagine metteva al primo posto, fra le
cose più desiderate dagli adolescenti, l’amicizia e l’affetto, e anche la spiritualità, cose che non
sono materiali, che non si possono contrattare al mercato. Proprio così.
C’è un legame stretto fra la nostra felicità o infelicità, con la felicità degli altri. La felicità è un
fatto di relazione.
Senza dubbio. E qui bisogna almeno ricordare e rivalutare gli illuministi italiani del ‘700 che
consideravano la felicità una questione pubblica, ossia politica, di relazione appunto.
L’economia era nata, qui in Italia, come scienza della pubblica felicità.
Niente di nuovo, un ritorno ai classici, insomma.
Certo, gli illuministi italiani insistevano sull’importanza di creare le condizioni oggettive per
la felicità soggettiva, del ben-vivere… quelle condizioni che rendono effettiva e praticabile una
vita felice.
Ah… molta luce, tutto chiaro… ma, allora, adesso… dopo più di duecento anni non avremmo
fatto nuova luce, non saremmo tanto più illuminati di allora, o no?
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Così pare… il Genovesi già allora parlava di creare le giuste condizioni… attraverso le giuste
istituzioni che consentissero la diffusione della fiducia pubblica - la fede pubblica, diceva… e
parlava di diritti e libertà, il terreno sul quale l’esistenza può sbocciare in tutta pienezza.
Caspita, come passa il tempo… e pur si continua nell’oscurità… aspettando un nuovo
illuminismo… pratico, ‘stavolta. Gabriele…
Sì…
Ho nostalgia dei classici…
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15. Bye bye, be happy
S’incontrarono, e fu per l’ultima volta, al solito caffè Margot; ma, anziché entrare, preferirono
indugiare nel parco, camminando lentamente, assaporando la bellezza della primavera in
esplosione.
Vi rimasero a lungo: a lungo, in quei pomeriggi, la luce giocava fra il verde giovane delle foglie.
Gabriele le consegnò una valigetta di pelle scura, pregandola di aprirla soltanto all’indomani, le
disse che conteneva disposizioni circa il suo patrimonio che lasciava interamente a lei.
Non le disse però a quale colossale fortuna ammontasse il patrimonio fra titoli di Stato,
obbligazioni private e titoli azionari; e poi, anche la casa su in collina e la Porsche nera del ’64,
parcheggiata nel garage dietro casa. No, voleva evitare un simile imbarazzo, doverle spiegazioni
che, anche a lui, risultavano arcane. La riteneva ormai capace di pensare con la propria testa e,
anche se non avevano mai parlato di titoli e Borsa Valori, se non di passaggio, era convinto che non
avrebbe avuto difficoltà ad orientarcisi in modo consapevole. Non c’erano raccomandazioni da fare:
in quei mesi l’aveva conosciuta bene, sapeva che Martina era una ragazza con la testa sulle spalle,
che per lei la ricchezza non era tutto, che c’era ben altro, oltre. Sapeva…
Quindi rimasero perlopiù vicini in silenzio camminando e annusando osservando la vita nei vicini
germogli, contemplando i colori sfumanti nell’azzurra lontananza.
E fu così che arrivarono le prime ombre della sera. Allora, solo allora, Martina sembrò destarsi
dall’incanto e, con un filo di voce, si rivolse a Gabriele.
Gabriele, tante volte ho cercato di capire, senza mai riuscirci… per me rimani sempre un mistero.
Chi sei?
Io… che domanda!
Silenzio.
Martina, è ora…
… ora?
Sì, Martina.
Le accarezzò i capelli mentre ripeteva per l’ultima volta:
Ricorda, va’ dal notaio Adami…
La baciò teneramente sulla fronte. E poi disse: Martina, tu credi nei fantasmi, vero?
Martina non rispose, non ne ebbe il tempo, alzò soltanto gli occhi indagatori in muta espressione
stupefatta per fissare quelli di lui, per cercare di comprendere le ultime strane e inaspettate parole;
ma, proprio quando gli occhi dei due s’incontrarono, ebbe appena il tempo di confondersi
beatamente nella dolce e tenera luce emanata dagli occhi di lui, che già non poteva più distinguerne
in modo chiaro la figura, ma soltanto gli occhi, la rassicurante tenerezza di luce persistente in quegli
occhi. Il volto s’annebbiava, si disfaceva, poi dall’immagine presero a svanire la testa, le mani; il
tronco si confuse con l’ippocastano e col crepuscolo, infine disparve del tutto.
E in lei, al di là della muta e stupefatta espressione con cui aveva assistito al caso, s’impresse,
rassicurante, il dolce e tenero sorriso che l’avrebbe accompagnata per il resto della sua nuova vita.
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16. Caro Jimi
Ero sola, quando ti ho perduto. Quante cose sono cambiate da allora. Adesso c’è Marco, ogni tanto
penso a lui, e tanto basta per farmi star meglio. A me pare che ci capiamo tanto, tanto.
Anche con mamma funziona meglio, ci capiamo di più, al volo. Dice che sono diversa, più attenta
a quel che faccio e dico… insomma… che sono cresciuta.
Eh, già: mi sento un po’ più grande.
E poi sapessi, Jimi, che faccia, quando le ho regalato quel tappeto persiano per cui andava matta
da tempo, la lavatrice nuova, il mega tv con schermo ultrapiatto al plasma, l’auto nuova nuova… e
anche i bot, sì, anche quelli ha saputo apprezzare, e poi i btp e i cct e i ctz… sì, pure quelli… e poi,
che altro?
Che dici, Jimi, le basterà tutto questo, pensi sia tutta qua la felicità, un continuo accumulare,
accumulare oggetti su oggetti, eh, che ne dici, caro Jimi?
Non cadrà per caso anche lei vittima del PIL, del Mibtel, del telcellulare e talaltro gadget…
…o riuscirà, un dì, a comprendere davvero, e razionalmente far proprio, il principio di utilità
marginale decrescente, con naturalezza?
Tu che ne dici?
Mi par di volare… adesso calzo le sgalmare e… pim pum pam, sgalmaron sgalmaran, portame
lontan, in men che non si dica raggiungerò Marco, il mio Marco.
Ah… sono felice, Jimi, felice.
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ciottoli lucidi