Chiara Ingrosso Barcellona storia dell’architettura e della città A02 96 Copyright © MMVI ARACNE editrice S.r.l. www.aracneeditrice.it [email protected] via Raffaele Garofalo, 133 A/B 00173 Roma (06) 93781065 ISBN 88–548–0421–5 I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi. Non sono assolutamente consentite le fotocopie senza il permesso scritto dell’Editore. I edizione: marzo 2006 a chi mi è stato vicino in questi anni di viaggi e di studi, al mio professore, ai miei amici, a Barcellona venturi non immemor aevi I NDICE I. _1.1 le origini......................................................................................................9 _1.2 la rivoluzione industriale.............................................................................19 _1.3 il plan Cerdà..............................................................................................25 _1.4 Gaudí e il modernismo.............................................................................31 _1.5 le esposizioni universali............................................................................41 _1.6 nuove migrazioni.........................................................................................51 _1.7 il moderno...................................................................................................61 _1.8 il franchismo.............................................................................................. 67 _ 1.9 realismi....................................................................................................64 II. _2.1 autonomia locale.......................................................................................89 _2.2 fare centro nel Raval................................................................................ 99 _2.3 le Olimpiadi..............................................................................................127 _2.4 il nuovo Raval........................................................................................ 147 _2.5 Barcellona 2005.............................................................,,........................163 BIBLIOGRAFIA INDICE DEI NOMI INDICE DEI LUOGHI 189 202 207 I capitolo 7 1.1 le origini Resti della murazione trecentesca presso Drassanes, stato attuale Intorno all’anno mille, cacciati definitivamente i Mori1 , incominciò la storia di Barcellona autonoma, capitale del regno indipendente di Catalogna e poi di Aragona e Catalogna. Nel XIII secolo, Barcellona, dotata delle sue istituzioni di governo, il Consiglio dei Cento, l’organo politico ed amministrativo della città, la Generalitat, preposta alla riscossione delle imposte2 , e di una lingua, divenne una grande potenza commerciale e militare ed arrivò ad estendere i suoi confini fino a comprendere la Sicilia, Malta, la Sardegna, Valencia, le Baleari, le regioni francesi di Rossiglione e della Cerdagne e parte della Grecia. Tutta la costa catalana fu allora una vivente regione marina3 , che aveva il suo fulcro nella città di Barcellona: […] senza Barcellona, ossia senza il concorso dei suoi artigiani, dei suoi mercanti giudei, nonché dei suoi soldati avventurieri […] non si comprenderebbe l’importanza della costa catalana […] dove andavano ad accostare i velieri delle Baleari, i battelli, sempre un po’ rivali, di Valenza, le baleniere di Biscaglia e, clienti fedeli, le navi marsigliesi e italiane4 . A testimoniare la sua potenza, nel nucleo antico della città, lì dove i Romani avevano tracciato il primo insediamento a cardini e decumani, recintato da una murazione5 , sorsero a partire dalla fine del XIII secolo palazzi, chiese, cattedrali, in stile catalano, per noi gotico-catalano. Le architetture gotiche di Barcellona si caratterizzarono per un’estrema semplicità e purezza dell’articolazione volumetrica e dei decori murari, per il prevalere dell’orizzontalità, ovvero dell’ampiezza, sulla verticalità, del pieno sul vuoto. Il gotico catalano non è il gotico francese e le cattedrali di Barcellona, tra tutte, le più rappresentative, Santa Maria del Mar e Santa Maria del Pi, ma anche la Cattedrale, si ispirano alla semplicità cistercense declinata con l’abilità costruttiva delle maestranze locali: ampie navate che culminano in un’abside e precedute da un coro, con campanili tozzi e contrafforti privi di pinnacoli, prospetti che si caratterizzano per pochi elementi decorativi, tra cui il rosone ed il portale. In tutte le architetture gotiche di Barcellona si fa ampio uso del mattone, dell’arco e della volta, impiegati con grande perizia costruttiva, così come nella tradizione lasciata dai Romani nella loro colonia iberica. In particolare, nella Llotja, l’antica borsa dei mercanti barcellonesi della fine del ‘300, composta da un’unica aula su cui affacciava una galleria, tre teorie di ampi archi su pilastri innervati ritmano lo spazio interno e reggono una copertura piana di travi lignee. Analogamente, il saló dei Cents (1372), la sede dove il Consiglio si riuniva per amministrare la città, e il saló del Tinell (1362), ovvero dei banchetti, pure sede del Parlamento, si basano sulla reiterazione di grandi arcate, qui poggianti su pilastri inglobati nella muratura, che reggono coperture piane. Le abitazioni della classe emergente, commercianti, artigiani facoltosi, banchieri, che formavano il tessuto edilizio di quello che poi diverrà il Barri Gòtic (Barrio Gotico in castigliano), erano i palaus. Dalle strette e sinuose strade, attraverso portali decorati, che caratterizzavano le austere e compatte cortine edilizie in mattoni, si accedeva a una sfarzosa corte centrale, da cui partiva una scala, coperta o aperta, che sovente poggiava su un arco ribassato, e che smontava a un primo livello loggiato, con archi a ogiva su esili pilastri, da dove si accedeva alle residenze, come nella tradizione mediterranea e araba. Nel 1248 la città, che si avviava a diventare una città imperiale, si ingrandì al punto che il re Jaume I dovette programmare una nuova murazione lungo il lato occidentale , parallela al letto di un ruscello, in parte sotterraneo, la Rambla, dall’arabo ram-la, luogo per il passaggio delle acque6 . A occidente del nucleo antico, ai piedi della collina di Montjuïc, extra moenia, al di là del ruscello, in un terreno in gran parte paludoso, si estendeva il Raval, dall’arabo arrabal, sobborgo, attraversato dai cammini di accesso alla città: via Morisca o camì de Llobregat, camì de Sarrià e camì de Montjïuc7 . Nel 1389, sotto Pietro III, Pere III el Cerimonioso (1336-1387), si costruì una nuova murazione, la terza, contando quella costruita dai Romani, che circondò il Raval, senza tuttavia abbattere quella duecentesca: il quartiere veniva a essere completamente circondato da un continuo di murazioni cosicché per accedervi dal cosiddetto Barri Gòtic, ovvero da oriente, era necessario passare attraverso 10 Chiesa di Santa Maria del Pi (1322), vista aerea, primi anni ‘80 11 le porte della muraglia di Jaume I che correva lungo la Rambla8 . Le casas de payes (case dei contadini) e le casas de gremial (case delle maestranze) erano le abitazioni tipiche del Raval nell’epoca medioevale. Le prime, dotate di un orto, si sviluppavano generalmente su due piani, con un primo livello destinato alle mansioni agricole ed un secondo adibito a residenza familiare. Analogamente, le casas de gremial erano composte di un piano terra dove si svolgevano le attività commerciali-artigianali e un piano superiore destinato ad abitazione. La più alta concentrazione di casas de gremial, in particolare, si trovava in corrispondenza delle strade di accesso alla città, dove si praticava il commercio: sul cammino di Montjïuc, sul cammino di Sarrià, sulla via Morisca o sul cammino de Llobregat erano presenti le corporazioni di fabbri; su carrer Tallers abbondava il commercio alimentare, in particolare di carne. Numerose erano le costruzioni religiose che trovarono sede nel Raval, tra cui: il monastero benedettino di Sant Pau del Camp (914), con l’annesso chiostro duecentesco e gli orti, il convento di Sant Antoni Abat, ospedale per lebbrosi (1157), il convento di Montalegre (1256), il convento del Carme delle Carmelites Calçats (1291), il priorato di Nazaret, antico ospedale dei lebbrosi, con la cappella romanica di Sant Llàtzer (1312), il convento di Sant Joan de Jerusalem (1300 circa). A partire dal 1255, nella parte sud del Raval, iniziò la costruzione de Les Drassanes, gli arsenali della flotta catalana, dove erano fabbricate e trovavano ricovero le imbarcazioni, composti di una serie di navate parallele di diversa lunghezza ed ampiezza (per un massimo di 120 metri di lunghezza e 12 metri di ampiezza) con copertura a capriate sorrette da ampie arcate che pure ripartivano lo spazio interno. In epoca medioevale, il Raval era un’area totalmente circondata da murazioni, caratterizzata da una parcellizzazione a lotti stretti e lunghi, da un sistema di strade di attraversamento est-ovest, ed era occupato in larga parte da conventi e orti. Mentre il centro antico appariva caratterizzato da un denso tessuto edificato e da un’altissima concentrazione di popolazione, il Raval, nonostante fosse stato inglobando dalla murazione, si presentava come una zona per lo più a bassa 12 Dall’alto verso il basso, Les Drassanes (1255), particolare del prospetto e vista dalle Rambles, stato attuale Monastero di San Pau del Camp (914), stato attuale Hospital de Santa Creu (1401), stato attuale 13 densità di costruito e popolazione. Era netta la divisione tra un “dentro” e un “fuori” della città, ovvero tra una città antica, ricca di monumenti e una nuova, per lo più agricola e sede di strutture religiose e di piccole attività commerciali. Nel 1410 si estinse il regno catalano-aragonese e Barcellona, passata sotto il dominio di Castiglia, perse il suo ruolo di capitale. Iniziò quella che è stata definita la decadenza della Catalogna come grande potenza moderna: La Catalogna, Stato-Nazione eccezionalmente precoce, dotata, dal XII secolo, di una solidità interna e di una coscienza di impero, unica senza dubbio di quel periodo, è entrata nel cammino della decadenza alla maniera degli stati moderni, compresi gli stati contemporanei: decremento demografico della metropoli, spreco delle risorse interne di produzione, perdita dello spirito di imprenditorialità a favore dello spirito di rendita, disequilibrio nei costumi, crisi (da allora) della valuta e delle finanze pubbliche, rottura dell’equilibrio delle classi, divorzio tra le forze economiche nuove, problemi legislativi, ed, in fine, profonde lotte sociali unite con le rivalità locali dei gruppi dirigenti9 . Mentre la Castiglia estendeva i suoi domini alle nuove colonie d’America, Barcellona dovette aspettare il 1550 per ottenere il permesso di commerciare con le Americhe, permesso che gli fu revocato nel 1615, quando tornò ad affermarsi il monopolio di Siviglia, per posizione geografica più vicina a Madrid e alle nuove colonie. La decadenza catalana, latente nel secolo XV, si fece evidente nel XVI. La sua vita marittima si ridusse allora a piccoli viaggi di barche verso Marsiglia e le Baleari, molto di rado una «nave» si spingeva sino in Sardegna, a Napoli o in Sicilia, talvolta sino ai presidi d’Africa10 . La vocazione religiosa del Raval si andò consolidando e risalgono a quel periodo: l’ospedale di Santa Creu, che comprende una fabbrica gotica (1401) ed una barocca nominata casa de Convalescència, il convento Jerònimes (1418), il collegio di Betlem (metà del 1500), il convento dei Dominiques dels Angeles (1562), con l’annessa chiesa gotica, il convento di Sant Josep (1593), il collegio di Sant Àngel Martir (1593), i Servites de Bonsuccès (1619), il convento degli Agustins Descalços e l’annessa parrocchia di Santa Mònica (1636), il convento dei Trinitaris 14 Piazza del Pedrò,vista aerea, primi anni ‘80. Al centro, la chiesa di Sant Llàtzer. Nella pagina accanto, chiesa di Sant Llàtzer (1312), abside, stato attuale 15 Descalços (1639), la chiesa di Betlem (1680). L’ospedale di Santa Creu è il più grande complesso religioso dell’epoca adibito a ricovero degli indigenti della città. Oltre al cortile gotico, di notevole interesse è la sala che ospitava i degenti al secondo livello, coperta con grossi archi ad ogiva che reggono una copertura a capriate lignee. Con la Guerra di Successione alla Corona Spagnola (1701-1714) si inasprirono ulteriormente i rapporti tra Catalogna e Castiglia. Già dal 1700, con la morte di Carlo II, ultimo sovrano della dinastia degli Asburgo, Barcellona, come Madrid, era governata da Filippo V di Borbone, nipote del noto Luigi XIV. La Guerra di Successione fu colta dai Catalani come l’occasione per rovesciare la reggenza borbonica e proclamare, con un colpo di stato, re di Catalogna e Castiglia il pretendente degli Asburgo, Carlo III. Nonostante la resistenza catalana, la guerra fu vinta dai Borbone e le conseguenze furono durissime per l’autonomia politica di Barcellona. In seguito al Decreto de Nueva Planta (1716) si affermò il nuovo regime centralista assai simile alle monarchie assolute diffuse nel resto d’Europa in quel periodo: vennero eliminati tutti gli organi di amministrazione autonoma, il Consiglio dei Cento e la Generalitat, e il vice-re fu sostituito da un governatore; fu bandito l’uso pubblico e l’insegnamento della lingua catalana; fu proibita l’espansione della città; la Catalogna fu privata delle sue colonie nel Mediterraneo. I Borbone lasciarono una prima traccia della loro dominazione nel cuore della città antica, impiantando nel quartiere della Ribera, a est del primo nucleo di fondazione romana, il carcere militare e civile della Ciutadella (1715), progettato dall’ingegnere militare olandese J. Prosper Verboom. In concomitanza alla costruzione della fortezza, fu rinforzata la murazione trecentesca: una nuova muraglia bastionata, parallela a quella preesistente, partiva dalla Ciutadella e abbracciava la città da oriente ad occidente, passando per i confini settentrionali e arrivando a Les Drassanes. Il Decreto de Nueva Planta vietò l’espansione della città al di là di tale murazione. La costruzione della Ciutadella comportò la distruzione di 1.345, tre conventi e varie istituzioni religiose11 . Solamente 4.500 su 10.000 persone conservarono il loro alloggio, le restanti non furono indennizzate12 e furono tra- 16 Hospital de Santa Creu (1401), vista aera, primi anni ‘80 17 sferite, in parte, nel nuovo quartiere di Barceloneta, vicino al porto, costruito nel 1753 per iniziativa del capitano generale marchese de la Mina13 . La Barceloneta fu progettata in modo da rispondere alle moderne istanze di igiene, ripetizione e soprattutto di controllo sociale dei Borbone nei confronti dei Catalani. Gli edifici tutti simili, di non più di due piani, aggregati a formare delle “stecche” divise da strade parallele, furono orientati verso la fortezza della Ciutadella, in modo da poter essere controllati da quel punto d’osservazione. Qualsiasi eventuale insurrezione veniva prontamente avvistata e repressa dalle forze militari borboniche insediate nella Ciutadella. 18 1.2 la rivoluzione industriale La prima Rivoluzione Industriale, che partì dall’Inghilterra nella seconda metà del XVIII secolo, trovò campo fertile a Barcellona che fu l’unica città della Spagna a dotarsi di industrie in grado di trasformare il vapore a fini produttivi. La produzione di materiali tessili, soprattutto di tessuti di cotone, già largamente diffusa a Barcellona, si meccanizzò. Con la Ordenanza de Libre Comercio del 1778, il governo centrale concesse alla capitale catalana definitivamente il via libera ai commerci con l’America. All’industrializzazione si unì la capacità commerciale dei Catalani che importavano le materie prime, anche dalle Nuove Indie, da trasformare e impiegare nelle nuove industrie, carbone e cotone, di cui erano carenti nella loro terra, ed esportavano i prodotti lavorati. Cataluña es la fábrica de España ed i Catalani costituiscono un esempio chiaro di un gruppo tecnico esterno, che per la loro condizione di estraneità e per la loro comunità di lingua e cultura, si possono introdurre negli interstizi di un’economia e controllare in larga parte gli scambi, soprattutto se si tratta di traffici a lunga distanza14 . Come sempre avviene, lo sviluppo economico necessita di manodopera e produce immigrazione: la città crebbe e la popolazione si arricchì di nuovi abitanti provenienti dai sobborghi per lavorare nelle nuove industrie. Si trattò di migrazioni “interne”, ovvero all’interno della stessa Catalogna, dalle zone rurali alle città.15 Così come avviene tra due vasi comunicanti, i processi di urbanizzazione, ovvero di concentrazione della popolazione dalla campagna alla città, furono acceleratissimi e irreversibili e si registrò un notevole incremento di abitanti passati da 37.000 nel 1717 a 53.000 nel 1759 e 115.000 nel 178516 . Con l’immigrazione e l’ascesa della borghesia commerciale e industriale catalana si determinarono le condizioni per una rivoluzione borghese catalana e per la conseguente nascita del proletariato urbano. Le fortune economiche della borghesia catalana si accrebbero anche e soprattutto per il lavoro prestato dalle nuove masse di popolazioni povere provenienti dalla campagna. Barcellona guada- 19 gnò un’autonomia, se non politica, senz’altro economica dal governo centrale. Il rapporto con Madrid e il resto della Spagna fu, comunque, assai ambiguo: la città catalana poteva vendere i nuovi prodotti, soprattutto tessili, in Spagna e nelle colonie, non certamente in Francia o in Inghilterra, più avanzate nei processi industriali, cosicché essa si avvantaggiò della politica protezionista dei Borbone. Il protezionismo e il catalanismo erano considerati tutt’uno dentro e fuori della Catalogna. I liberi madrileni deridevano «il provincialismo» dei Catalani: i notabili di Barcellona, ai banchetti municipali, inveivano da un capo all’altro della tavola imbandita contro la «letargia» del resto della Spagna17 . Il processo di industrializzazione implicò quello di urbanizzazione, ovvero di concentrazione della popolazione dalla campagna alla città e segnò la nascita del capitalismo, mentre Barcellona assunse i connotati di una città-capitale. A tale fine, si rendeva necessario l’abbattimento delle mura e l’ampliamento del tessuto urbano. A partire dal 1775 iniziò la distruzione della murazione duecentesca lungo la Rambla e, in concomitanza, la striscia di terreno, letto dell’antico ruscello che delimitava il primo nucleo urbano, veniva trasformata in viale alberato, luogo di passeggio e svago della borghesia barcellonese. Al di là dei resti dell’antica murazione e del nuovo viale, il Raval, benché inglobato nella murazione trecentesca, era ancora un‘area periferica piuttosto libera e quindi atta a divenire la prima zona industriale della città, ricca di nuove industrie e delle residenze degli operai immigrati dalla campagna catalana18 . In carrer Tallers, nel 1831, fu istallata la fabbrica Bonaplata specializzata nella lavorazione del cotone, la prima industria a vapore dotata di un sistema di fusione del ferro della Spagna 19 . Numerosi laboratori di piccole dimensioni si istallarono in edifici preesistenti modificati per soddisfare le nuove attività. In quel periodo si contavano nel Raval 74 fabbriche per un totale di 2.443 telai e 657 macchine per filare. Le case esistenti a Barcellona nel 1832 erano 6.867 e, solamente nella zona del Raval, 2.224, ovvero il 32% del totale. La popolazione del quartiere era in quell’anno di 49.718 abitanti, con una densità abitativa di 2,7 abitanti per stanza, mentre nel 1848, il numero degli abitanti saliva a 54.370, con una densità abitativa di 20 Fabbrica del Raval, stato attuale 21 2,9, contro una media nella città di 2,1. Le unità abitative misuravano da 15 a 20 mq, con punte anche minori. Molte case erano prive di finestre e servizi20 . La struttura urbana medioevale dovette adeguarsi ai nuovi edifici industriali di grandi dimensioni e i lotti si ampliarono arrivando a raggiungere 10-20 metri di larghezza. Il tessuto edificato si faceva sempre più denso: gli orti scomparirono, gli edifici guadagnarono spazio sulle strade e aumentarono in altezza, inizialmente non superavano uno-due piani, successivamente finirono per raggiungere anche sette piani, le abitazioni si frazionarono e comparve un nuovo tipo di alloggio, la casa de vicinos (condominio), dove numerose famiglie coabitavano in uno stesso edificio. Il valore d’uso della residenza divenne valore di scambio, si andò affermando il mercato delle locazioni e nel 1842 venne promulgata la prima legge sulla libera contrattazione degli affitti. In seguito ad un decreto del 1846 che imponeva il trasferimento delle industrie al di fuori del centro antico, molte fabbriche del Raval furono dismesse. Il quartiere divenne sede di piccoli laboratori artigianali, per la lavorazione del metallo, di falegnamerie, di tipografie e di distillerie. Le attività produttive erano generalmente ubicate nei piani terra degli edifici e nei patii, mentre i piani alti erano desinati a abitazioni. Inoltre, data la vicinanza col porto, il quartiere ospitò tutti gli edifici amministrativi, gli uffici e i magazzini delle imprese. I nuovi immigrati risiedevano nelle grandi fabbriche dismesse, riadibite per l’occorrenza. Le condizioni abitative erano pessime: gli alloggi, sovraffollati, erano per lo più privi di aria, luce e acqua. Complessivamente, in epoca borbonica, il Raval fu coinvolto da un’intensa urbanizzazione e furono realizzate: carrer Comte del’Asalto, conosciuta anche con il nome di Nou de la Rambla (1762-1772), Barberà (1790-92), Guàrdia (179093), Om (1790), Cadena (1790), Lancàster (1792-96), Sant Pacià (1797), Sant Rafael (1798), Sant Ramon (1800), Sant Oleguer (1800), Tapiès (1802), Reina Amalia, Hort de la Bomba, Hort d’en Ferlandina (1806), Sant Jeroni (1807). Dal 1850 in poi incominciò l’urbanizzazione dell’ultimo brano di territorio libero, ad ovest, tra Riera Alta e la murazione. La legge di Desamortitzaciò de Mendizàbal del 1837 sancì l’acquisizione dei beni 22 Fabbrica del Raval, stato attuale 23 ecclesiastici da parte della borghesia industriale, legittimando l’appropriazione da parte dei privati di molti terreni. Alle proprietà ecclesiastiche si sostituivano le nuove istituzioni dell’epoca moderna, nel centro di Barcellona fu venduto l’80% delle aree fabbricabili21 . Nel Raval, il convento dei Dominiques dels Angeles con l’annessa chiesa gotica fu oggetto della desamortització e passò in mani private. Nel 1840 iniziò la costruzione, in prossimità della Rambla, nella zona occupata dal convento di Sant Josep, secolarizzato ed incendiato nel 1835, della piazza del mercato della Boqueria, su progetto dell’architetto Josep O. Mestres. Il mercato fu completato nel 1869, con l’acquisizione di un ulteriore pezzo di terreno, in seguito alla distruzione, nel 1888, dell’attiguo convento di Sant Joan Jerusalem. A testimoniare l’antica vocazione del Raval rimaneva il convento trecentesco di Montalegre, nell’omonima strada, adibito a seminario alla fine del ‘500 e poi convertito in Casa de la Caritat nel 1770. Oltre che offrire ricovero ai poverelli, la Casa de la Caritat promuoveva i servizi funebri ed era sede di numerosi laboratori artigianali. Nel 1875, si costruirono in carrer del Carme, sui terreni occupati dal convento del Carme delle Carmelites Calçats, che fu quindi in parte distrutto, i carrers dels Angels, Doctor Dou, Notariat, Pintor Fortuny: strade ampie e rettilinee, con residenze per la borghesia. Tutta la città venne coinvolta da un’intensa opera di trasformazione urbanistica e in quel periodo si realizzarono: il teatro Liceu22 (1844-1848), piazza Sant Jaume (1820-1823), piazza Reial (1850-1860), le nuove strade Princesa (1852-1864) e Ferràn (1820-1848), il passatge Bacardì (1850-1860), e il passatge del Credit (1873-1876), con gallerie commerciali coperte, il passeig de Gràcia (1840-1877). La pratica degli sventramenti era ormai consolidata, così come quella della sostituzione di interi brani di tessuto edilizio. 24 1.3 il plan Cerdà All’indomani dello scoppio del colera del 1854, quando le condizioni igieniche erano divenute insostenibili, il capitan general concesse alla città di Barcellona di espandere i suoi confini al di là delle murazioni e, pertanto, permise il loro abbattimento a condizione che non si toccasse il baluardo della Ciutadella. Era appena iniziato lo smantellamento delle muralles, simbolo della prepotenza borbonica, che durò circa dieci anni e impegnò tutta la popolazione, che l’amministrazione municipale bandì un concorso per l’ampliamento della città, in seguito al quale risultò vincitore il piano compilato dall’architetto A. Rovira y Trias. Il progetto, il cui motto era «Il piano di una città è opera più del tempo che dell’architetto», proponeva un’urbanizzazione della campagna secondo uno schema “a ventaglio”, composto da una maglia di isolati radiocentrici, delimitato a nord da una canale e da una linea ferroviaria. Un viale centrale, prolungamento del passeig de Gràcia, tagliava il “ventaglio” terminando in una grande piazza, centro ideale della nuova città che, pertanto, si poneva in relazione diretta con quella vecchia, di cui costituiva l’espansione. Nel 1860, contrariamente agli esiti della gara, un editto regio sancì la vittoria del piano che prese il nome di Projecte de reforma i Eixample de Barcelona (Proyecto de Reforma y Ensanche in castigliano) dell’ingegnere Ildefonso Cerdà y Suñer23 . Del piano di Cerdà si realizzò la parte concernente l’ampliamento, l’Eixample, e non trovò attuazione la riforma del nucleo antico: la tabula rasa extra-urbana veniva colmata da un impianto omogeneo a “scacchiera”, virtualmente estendibile all’infinito, con strade di 20 metri di larghezza e 550 isolati quadrati di 113,3 metri per lato, orientati a 45° secondo il nord, così come la maglia romana del primo insediamento della città. Gli isolati o manzanas presentavano i quattro spigoli smussati a 45°, in modo da consentire il parcheggio e le manovre dei carri, nonché offrire un’occasione progettuale per i quattro prospetti degli spigoli che si affacciano sull’incrocio. Cerdà stabilì che solamente il 50% degli isolati fosse edificabile, corrispondenti a due suoi lati, e che lo spazio interno 25 fosse lasciato libero ed adibito a giardino; ogni gruppo di cento edifici fosse dotato di servizi comuni (scuola, ospedale, mercato, parco, etc.); un minimo di cento alberi avrebbe arricchito ogni isolato. La tipologia del blocco residenziale a corte, non più alta di due piani, viene aperta e svuotata di modo che la nuova città, ricavata dalla campagna, suddivisa per unità, ciascuna dotata, riprendendo categorie utilizzate dall’urbanistica moderna, di standard di attrezzature e verde, conservi un basso indice di edificazione. La “scacchiera” fu tagliata da grandi assi di ampiezza da 60 a 80 metri, in particolare vennero tracciate: la Gran Via, asse orizzontale parallelo al mare; la avenida Diagonal, che attraversa la città in senso nord-ovest, sud-est; la avenida Meridiana perpendicolare alla Diagonal; il Paral.lel, l’asse tangente al nucleo antico che si ricongiunge virtualmente alla Meridiana nel mare. All’incontro tra la Diagonal, la Meridiana e la Gran Via, nell’area orientale dell’Eixample, lontana dal mare e dalla città storica, Cerdà aveva previsto una piazza, la più grande e rappresentativa della nuova Barcellona, che prenderà il nome di piazza de les Glòries Catalanes. Le manzanas si innestano come un corpo aggiunto sul fitto edificato storico, arrestandosi a ridosso delle preesistenze ed ivi cambiando di geometria: nelle zone di transizione, come quella del Raval nord-Eixample, per esempio, le manzanas hanno pianta triangolare in corrispondenza del tracciato delle mura. La Rambla divenuta les Rambles, (Ramblas in castigliano) in quanto divisa per tratti a secondo delle attività o degli edifici più importanti che accoglieva, diventa da allora un viale di collegamento mare-Eixample che attraversa la città vecchia. Con il plan Cerdà, il Raval non è più considerato sobborgo né “zona di espansione”: incomincia a far parte della città antica, di cui, però, costituisce un settore a parte, isolato non più da murazioni ma dai grandi assi viari tracciati in corrispondenza (carrer Pelai, ronda de Sant Antoni, ronda de Sant Pau, Parall.el, Rambles). Il territorio del quartiere assume le dimensioni e la perimetrazione attuale: di 92,8 ettari, è delimitato a est dal tracciato delle Rambles, a sud dal mare e dal quartiere di Poble Sec, a nord e a ovest dall’Eixample. 26 Dall’alto verso il basso, Plànol de la Rodalia de Barcelona, I. Cerdà 1855 e Projecte de reforma i Eixample de Barcelona, I. Cerdà 1859 27 Per il centro antico il progetto di Cerdà prevedeva tre nuovi assi di sventramento chiamati Gran Vias A, B, C. La prima, ad andamento nord-sud, era l’asse di collegamento dell’Eixample con il mare a oriente del quartiere gotico; la seconda doveva tagliare il Raval in senso longitudinale collegando l’Eixample con Drassanes, la zona meridionale del quartiere; la terza doveva passare per il centro della città antica, in direzione est-ovest, da passeig de Sant Joan fino alla Ciutadella. Mentre l’ampliamento fu realizzato, gli sventramenti per la parte vecchia rimasero, per ora, sulla carta. Con il piano di Cerdà nasce una nuova idea di città e fu l’ingegnere catalano a rivendicare l’introduzione della nuova scienza dell’urbanizzazione24. Il passaggio da una città mercantile alla metropoli capitalista imponeva nuovi problemi legati alla circolazione e all’economia fondiaria che solo un piano complessivo sulla città avrebbe potuto risolvere. La nuova disciplina dell’urbanistica si pose il problema della pianificazione e del governo non più di pezzi di città isolati, così come era d’uso nella pianificazione neo-classica e barocca, ma della città come organismo o, meglio, come macchina, per la quale andava progettato il suo complessivo funzionamento, a partire dalla rete, continua, della viabilità. La pianificazione della città diventa un processo che passa attraverso fasi distinte, dalla schematizzazione del suolo, al tracciato viario, all’edificazione. Cerdà, pertanto, può essere considerato un pionere di quella che successivamente verrà definita la città funzionale, che ebbe, come si vedrà, una precisa declinazione anche a Barcellona, negli anni’30. Il Plan Cerdà risulta, altresì, emblematico per la sua parte concernente l’ampliamento, essendo un modello di espansione di città mediterranea. Dalla città antica, compatta, racchiusa da mura, si passa ad una città nuova, che, abbattute le murazioni, ingloba i suoi sobborghi, secondo una logica pianificatoria virtualmente estendibile all’infinito. L’espansione a Barcellona, contrariamente a quanto avviene oggi, è il territorio della nuova borghesia, dove essa abita e svolge le sue attività quotidiane, di lavoro e svago, contrapposto al malsano centro antico. Le nuove residenze dell’Eixample, a causa degli alti prezzi, furono precluse ai più 28 Dall’alto verso il basso, Projecte de reforma i Eixample de Barcelona, I. Cerdà 1859; Plan Baixeras de Reforma Interior 1889; Plan Darder 1918; Plan Vilaseca de Reforma Interior 1934 bisognosi di una casa, di modo che la situazione abitativa della città antica continuò a versare in pessime condizioni, date l’estrema densità del costruito e il numero degli abitanti nonché lo stato fatiscente delle abitazioni, pur rilevati da Cerdà nei suoi studi sociologici sulla città25 . Vuoi per lo scollamento del piano durante la sua realizzazione, vuoi per la carica utopica insita nel piano stesso, la “città ideale” teorizzata da Cerdà non trovò una completa realizzazione. In particolare, l’impianto “a scacchiera”, concepito come modello di una città egualitaria, in cui tutta la popolazione avrebbe avuto una residenza degna26 , finì per creare una città nuova contrapposta ad una città vecchia e conseguentemente innescò l’esodo della popolazione borghese nella parte alta della città e l’abbandono del centro antico occupato dalla popolazione povera e dagli stranieri. Il progetto dell’asse A di Cerdà fu riproposto nel successivo Plan Baixeras del 1889 e nel 1913 divenne la via Laietana. Si trattò di un intervento di enorme rilevanza che trasformò radicalmente la morfologia e l’identità del nucleo antico, diviso in due parti destinate ad avere uno sviluppo totalmente indipendente. Per la costruzione del nuovo asse furono abbattute decine di edifici residenziali, di modo che la popolazione meno abbiente fu costretta a cercare un nuovo alloggio nel già densissimo centro antico. I nuovi edifici furono destinati al terziario, così come era uso nelle capitali nord-americane, e molti di essi furono progettati alla maniera della scuola di Chicago. Le residenze previste furono destinate alla ricca borghesia. Il piano dell’architetto Antoni Darder, approvato nel 1918 e il Plan de Reforma Interior compilato da Josep Vilaseca, approvato nel 1934, riproposero gli altri due sventramenti programmati da Cerdà. La relazione al piano così motiva la necessità di apertura della via B, passante per il Raval: Nella misura in cui la popolazione si è fatta più numerosa, l’unica via interna di comunicazione con il mare si è dovuta riservare per quella corrente umana, che con il calore di una vecchia e graziosa usanza, ostruisce le Rambles di Barcellona, trasformate in agorà stretta della nostra vita civile, e il transito commerciale si è dovuto traslare per le ronde e 29 il passeig del Marqués Duero, senza penetrare nel centro antico27 . L’asse di collegamento mare-montagna, passante per il Raval, parallelo alle Rambles, inoltre, avrebbe comportato l’abbattimento di numerosi lotti e quindi avrebbe contribuito alla decongestione del quartiere e al suo risanamento, rispondendo alle esigenze igieniste dell’urbanistica dell’epoca, che pure Cerdà considerava prioritarie28 . I tempi, tuttavia, non erano ancora maturi per la realizzazione di uno sventramento nel Raval. 30 1.4 Gaudí e il modernismo A.Gaudí, il desván di casa Milá (1910) Le vicende urbanistiche finora trattate dimostrano come la capitale della Catalogna alla fine dell’800 sia caratterizzata da una tensione verso la definizione di una cultura autenticamente locale e allo stesso tempo aperta all’Europa. L’industrializzazione, lo sviluppo dei commerci, l’ascesa della borghesia, il sorgere delle nuove classi operaie, costituite per lo più da immigrati, conferivano alla città la capacità di allinearsi alle più avanzate città europee e di distinguersi dalle limitrofe città spagnole. Già dalla prima metà del XIX secolo, si sviluppò la Renaixença catalana, un movimento culturale di chiara impronta romantica, impegnato a favorire la rinascita dell’identità locale, ovvero a recuperare la lingua29 , l’arte e l’architettura autonoma catalana. La Renaixença raggruppò una stretta élite di intellettuali e fu pilotata dalla classe dirigente locale, la borghesia industriale e commerciale che romanticamente guardava al suo passato, alla tradizione, per ritrovare le sue origini. In architettura, la Renaixença si tradusse in un eclettismo storicistico. L’architetto Lluís Domènech i Montaner, personaggio di spicco della politica locale, pubblicò nel 1878 il libro «En busca d’una arquitectura nacional», in cui proponeva un’architettura nazionale eclettica, sintesi di varie componenti stilistiche. La tradizione spagnola era fatta coincidere, da un lato con il romanico ed il gotico, espressione della tradizione artistica e culturale del nord del paese, e quindi catalana, e dall’altro con lo stile moresco, mujédar, del sud. Pertanto lo stile catalano doveva romanticamente rifarsi al medioevo, il periodo di massimo splendore architettonico della Catalogna indipendente. L’assenza di una forte tradizione classicista induceva a ricercare, nel locale patrimonio medioevale, le ragioni di una diversa continuità di cultura figurativa in decisa opposizione alle tendenze neoclassiche ancora dominanti30 . Gli elementi formali vennero realizzati con le tecniche costruttive ed i materiali impiegati nel medioevo, integrati con tecniche e materiali moderni: l’arco, la volta e il mattone armati, il ferro forgiato, la ceramica, il vetro colorato, il 31 ferro. Si cercò di coniugare arte ed industria e, seguendo l’esempio dell’Inghilterra, si puntò al ritorno dell’artigianato medioevale: L’esaltazione della propria nazionalità supponeva l’intento di riferirsi all’Età Media, punto algido della storia di Catalogna. Questa evocazione storica venne a coincidere esattamente con il ritorno all’artigianato medioevale e allo spirito sociale e collettivo che le era proprio, propagandato dall’Arts and Craft. Di modo che l’orientamento delle nuovi arti industriali in Catalogna da un lato si appoggiò ad una direzione culturale ispirata ai movimenti inglesi quasi contemporanei, dall’altro ebbe il supporto di un movimento patriottico molto più popolare31 . Tutte le maggiori correnti europee proponevano un ritorno stilistico al medioevo: così in Francia, nello stesso periodo, Violletle-Duc stabiliva la necessità di prendere a prestito le forme gotiche, reinterpretate a formare nuove fabbriche, attraverso nuove tecniche, espressione di nuove esigenze. Più a nord, in Germania, Gottfried Semper, considerava lo stile, Der Stil32 , come espressione della società che l’ha prodotto, dei suoi bisogni concreti33 . L’autonomia economica e non politica di Barcellona si legittimò attraverso la partecipazione ai dibattiti culturali di matrice internazionale e la Renaixença catalana in architettura si aprì all’internazionalismo partecipando al dibattito extrapeninsulare. Fu un movimento complesso: il conservatorismo romantico insito in un’operazione, per così dire, patriottica e borghese, di una classe sociale che legittima se stessa attraverso il suo passato, conviveva con il cosmopolitismo, l’apertura all’esterno, al di là dei Pirenei, ovvero a tutto ciò che si produceva e di cui si discuteva fuori dalla Spagna caratterizzata da una cultura quasi per nulla partecipe al dibattito internazionale. Il primo esponente della nuova tendenza fu Elies Rogent, direttore della Scuola di Architettura, maestro di Lluís Domènech i Montaner, autore dell’edificio della nuova Università in stile romanico catalano con elementi moreschi, ubicata nell’Eixample immediatamente a nord del Raval. Altri illustri rappresentanti del medioevalismo furono Juan Martorell, maestro di A. Gaudí, e August Font y Carreras, vincitore con O. Mestres, alla fine dell’800, del concorso per il rifacimento della facciata della Cattedrale in gotico “alla francese”. 32 Quel che di innovativo vi era nella Renaixença fu mutuato dal Modernismo, una forma spagnola di Art Nouveau34 che si sviluppò all’interno della Renaixença alla fine del XIX secolo 35 . Quanto osservato a proposito dell’architettura della Renaixença vale, in parte, per l’architettura del Modernismo: eclettismo e, segnatamente, impiego di forme gotiche, implicazione ideologica e politica dell’architettura. Tuttavia, con il Modernismo l’impiego dei codici del passato riesce finalmente a trasformarsi in un’autentica tradizione, ovvero si trasforma in forme nuove, in un nuovo stile, moderno. Il Modernismo è definito da D. Mackay come una fase, all’interno del movimento moderno universale, che unì una relazione eclettica di riferimenti storici con l’introduzione di materiali moderni, e che dotò la decorazione, ma anche la costruzione, di linee ondulate, prese a prestito dalla natura. Fu molto di più di una variante locale dell’Art Nouveau, perché arrivò ad essere uno stile che si identificò con un movimento globale di affermazione del carattere nazionale della Catalogna e della sua autonomia culturale, contro la spagnolità, in armonia con altre tendenze europee36 . In tale clima si formò e fu attivo A. Gaudí che del Modernismo, così inteso, offrì una declinazione assai particolare. L‘architetto si fece portatore, originalissimo, delle tendenze maturate nel contesto barcellonese, declinandole secondo una linea spiccatamente moderna. L’esordio di Gaudí non è contrassegnato da una solitaria opposizione alla cultura locale; esso si svolge anzi in un’atmosfera di cordiale comunanza di intenti, in cui il maggiore fondamento va riconosciuto nella diffusa coscienza di una popolare originalità della cultura catalana37 . All’architettura storica e alle arti minori della tradizione, Gaudí attinse ecletticamente: dal mujédar, dal romanico, dal gotico, dal manierismo, egli trasse elementi formali per progettare fabbriche spiccatamente moderne. L’architettura del medioevo, in particolare, gli offriva un repertorio a cui riferirsi per trovare le migliori soluzioni strutturali. Le grandi coperture dei Les Drassanes o del saló dei Cents, la muratura in mattoni, le volte a foglio (bóvedas tabicadas) dei solai dei palaus gotici sono stati riferimenti precisi per la sua opera. Sebbene Gaudí fosse un fervente catalanista, il largo uso da lui fatto delle tecniche e dei materiali appartenenti alla 33 tradizione medioevale catalana costituiscono, più che una scelta ideologica, l’esito di una ricerca di soluzioni strutturali, reperite tra quelle già realizzate nel passato. Il medioevalismo di Gaudí, diversamente da quello di Morris38 , è una scelta pratica influenzata da una temperie culturale39 . Evidente risulta l’influenza sull’opera dell’architetto catalano esercitata dal pensiero di Viollet-le-Duc, per cui l’architettura del medioevo, opportunamente aggiornata, è in grado di offrire soluzioni valide da applicarsi a quella moderna40 . L’arco parabolico, per esempio, verrà sempre impiegato da Gaudí come una correzione dell’imperfetto sistema di equilibrio dell’arco a sesto acuto gotico41 . Complessivamente, l’uso che Gaudí fece degli stili storici fu tanto eclettico da perdere una valenza storicistica42 . Neanche l’eclettismo, considerato come uno stile, riesce ad inquadrare la sua opera: perché gli stili storici erano proprio ciò di cui egli si andava liberando nella ricerca di un’espressione personale43 . Come in un processo organico, Gaudí derivava, in modo sempre inedito e assolutamente creativo, la geometria delle sue architetture dalla meccanica. L’esigenza di soddisfare al meglio le ragioni statiche, accuratamente studiate attraverso una metodologia sperimentale44 , porta l’architetto catalano a progettare fabbriche originalissime, caratterizzate da complesse strutture tettoniche, tra cui archi e volte con tracciati iperbolici e pilastri inclinati45 . Accadeva, così, che Gaudí ideasse geometrie che alludevano a forme organiche, anche se Gaudí non imita la natura46 . Più che nella decorazione dei suoi edifici, del resto complessivamente eclettica, più che nelle linee curve, assimilabili in alcuni casi a quelle da egli stesso definite las curvas de sentimiento, impiegate nella coeva architettura dell’Art Nouveau, è in questo processo organico e complesso dalla meccanica alla forma che va rintracciato il riferimento alla natura di Gaudí. L’uso sperimentale di tecniche e strutture, tra cui le volte sottili, il laterizio armato, il cemento precompresso, hanno trovato largo impiego cinquant’anni dopo nell’architettura moderna, confermando il carattere innovativo della produzione del maestro catalano. Ma l’importanza di Gaudí non risiede solamente nell’aver sperimentato tecniche e materiali all’avanguardia, bensì nella sua prolifica invenzio- 34 A.Gaudí, palau Güell (1890), stato attuale e sezione ne di forme47 , e la forma, come afferma R. Pane, non è mai riducibile ad una vera e propria razionalità48 . Quando già aveva realizzato il padiglione per la finca Güell (1882-1887), casa Vicens (1883-1885), la residenza detta El Capricho (1883-1885), tutte opere di gusto mudéjar, e erano iniziati i lavori per la Sagrada Familia (1883), Gaudí progettò il palau Güell (1885-1890), dimora del mecenate industriale Eusebio Güell e sede del circolo di intellettuali ed artisti. La famiglia Güell apparteneva alla ricca borghesia locale arricchitasi con il commercio nelle Antille, secondo una tipica dinamica coloniale. L’America Latina, e segnatamente Cuba, avevano offerto ai Güell, come ai López (committenti de El Capricho) una “terra vergine” dove fare fortuna. Tornati dalle Nuove Indie i borghesi catalani, chiamati comunemente Indianos, investirono i capitali accumulati nella creazione di industrie, sovente di tessuti. L’ascesa sociale di questi self made men, che spesso si completava con il conferimento di un titolo nobiliare, si legittimava anche attraverso l’arte, di modo che essi furono i più attivi promotori della restaurazione della cultura locale, la Renaixença49 . Il Modernismo si espresse, per lo più, nelle ricche e fastose dimore che la borghesia catalana si fece costruire nella città nuova progettata da Cerdà. L’incontro con Güell rappresenta una svolta decisiva per Gaudí, che da questo momento fino alla morte dell’industriale, nel 1918, vive il raro e anacronistico privilegio di essere l’architetto esclusivo di un mecenate colto e liberale, tanto prodigo nei confronti delle sue dispendiose esigenze costruttive quanto disponibile a condividerne le eccentriche scelte estetiche50 . Palau Güell sorge in carrer Nou de la Rambla, la strada del Raval che insieme a carrer Pintor Fortuny ospitò più fabbriche moderniste e che più si avvicinava per misure, “carattere” e destinazione alle infrastrutture moderne à la Cerdà. Riprendendo l’impianto della corte islamica-mediterranea, il palazzo s’incentra intorno alla sala della musica che dal piano terra si sviluppa in altezza per tre livelli, coperta da una grande volta parabolica forata, sormontata da lanterna. Qui i vari elementi formali del codice stilistico dell’architetto, archi parabolici che alludono 35 allo stile gotico-veneziano51 , comignoli, cupole e maiolica di suggestioni arabe, finestrature e balconi in ferro battuto come era d’uso per l’Art Nouveau, si combinano in una fabbrica spiccatamente scenografica ed innovativa. In quest’opera, l’architetto catalano sperimenta per la prima volta un nuovo uso del tetto. La lanterna coronamento della sala della musica e le ciminiere dei camini emergono dal solaio di copertura e diventano sculture rivestite di frammenti di maioliche, secondo la tecnica decorativa araba del trencadís (da trencar, in catalano rompere). Agli inizi del XX secolo Gaudí iniziò a lavorare al progetto del parc Güell, un villaggio sub-urbano sul modello inglese ubicato sulle pendici del monte Tibidabo che doveva ospitare sessanta case, commissionatogli da Eusebi Güell, successivamente trasformato in parco urbano. Oltre che la planimetria generale ed il sistema della viabilità, Gaudí progettò una serie di elementi architettonici, tra cui: i viadotti panoramici che attraversano il parco sostenuti da rustici pilastri inclinati in pietra, i due padiglioni ai lati dell’entrata principale, la scalinata d’ingresso, un mercato ipostilo, coperto da una terrazza belvedere e un teatro greco. Il mercato, in particolare, è una sala sostenuta da colonne che, per la scanalatura, il capitello espanso, i triglifi, alludono allo stile dorico. Le colonne lungo il perimetro del mercato, inclinate per resistere meglio a compressione, reggono una trabeazione ondulata corrispondente al livello superiore a panchine della piazza belvedere. Secondo il progetto dell’allievo di Gaudí, J. M. Jujol, le panchine, in parte dipinte, il basamento delle colonne e l’intradosso increspato a rocaille della copertura del mercato, sono rivestiti, tramite la tecnica del trencadís, da frammenti ceramici di piastrelle tazze, piatti e bottiglie, anticipando i moderni collagés. Storicismo e organicismo trovano un’inedita sintesi in quest’opera che più di architettura andrebbe considerata d’arte tout court, per la coesistenza in essa di architettura, scultura e pittura. In concomitanza al parc Güell, Gaudí progettò tre case nell’Eixample di Cerdà: casa Calvet (1898-1904), casa Batlló (1905-1907), casa Milá (1905-10). Mentre casa Calvet è un’opera chiaramente ascrivibile al Modernismo, che risponde alla tipologia residenziale della nuova urbanizzazione, 36 A.Gaudí, parc Güell (1900-1914), sala ipostila e terrazza di copertura. Nella pagina accanto, A.Gaudí, casa Milá (1905-10) per casa Batlló si nota una progressiva personalizzazione della tendenza contemporanea, a vantaggio di un uso nuovo della decorazione floreale (rivestimenti ceramici, balaustre in ferro) e di una maggiore espressività nell’organizzazione delle forme, dal basamento al coronamento. Con la casa Milà tutto ciò che vi era di mimetico nei confronti della natura o di storicistico nelle opere anteriori dell’architetto catalano scompare. L’analogia con la natura è tutt’al più nella conformazione complessiva del volume, nel movimento a cui essa allude, nella spazialità degli ambienti interni. Come un grande masso scultoreo di pietra calcarea, da cui l’appellativo di La Pedrera (la cava) che comunemente le viene associato, la casa occupa uno degli angoli smussati di un isolato di Cerdà sul passeig de Gràcia. 37 Tutto l’edificio era stato concepito come basamento per la statua della Vergine del Rosario che non fu mai innalzata per timore che un edificio d’affitto venisse scambiato per un convento e quindi incendiato durante le insurrezioni anti-clericali della cosiddetta semana trágica del 1909. La pianta, che si sviluppa intorno a due patii, è “libera” ed ogni ambiente è di dimensioni differenti, in quanto la struttura dell’edifico è un telaio in ferro rivestito da blocchi di pietra calcarea tutti diversi, sbozzati in modo da sembrare grezzi, come se fossero appena uscita dalla cava, montati con un’estrema perizia artigianale. Il prospetto, caratterizzato da una siffatta “pelle” di pietre, che corre continuo lungo lo spigolo dell’isolato, ha un andamento concavo-convesso, di modo che le finestre e i balconi, dalle pregevoli balaustre in ferro battuto, sono alloggiati nelle rientranze e sporgenze della cortina muraria. Il coronamento, arretrato, ospita la mansarda (desván), che presenta una copertura di archi parabolici in mattoni, reinterpretazione delle bóvedas tabicadas, di diversa ampiezza dovendo impostarsi sulle murature dei vani inferiori di diverse grandezze. La differenza di ampiezza dei vari archi parabolici posti in successione fa sì che essi siano tutti di differenti altezze, creando nell’ultimo livello, nel tetto, una serie di dislivelli. Qui, in una complessa articolazione di livelli, raccordati da piccole scale, Gaudí concentra i suoi “oggetti a reazione poetica”, come direbbe Le Corbusier, e come nel palau Güell, innalza fantastiche ciminiere-sculture rivestite da frammenti di ceramica colorata. Gaudí dedicherà interamente gli ultimi anni della sua vita alla realizzazione della Sagrada Familia, un grande tempio espiatorio voluto dall’associazione dei giuseppini, devoti di San Giuseppe, in onore del culto di Gesù, Giuseppe e Maria, da costruirsi interamente attraverso le elemosine. Al progetto egli subentrò, sotto segnalazione di J. Martorell, in seguito alle dimissioni dell’architetto Villar, primo progettista dell’opera, che era riuscito ad ultimare parzialmente soltanto la cripta. Come il progetto di Villar, anche quello di Gaudí, soggetto a continue ridefinizioni, è apparentemente di ispirazione neo-gotica. La chiesa, non ultimata, che secondo il progetto doveva avere una pianta a croce latina con cinque navate, un ampio transetto e un’abside, presenta delle eccezioni rispetto ad un tipico impianto goti- 38 A.Gaudí, tempio della Sagrada Familia (1883-2005), sezione. Nella pagina accanto, vista della facciata della Natività, anni’80 39 co, tra le quali: un ampio deambulatorio esterno che corre lungo il rettangolo in cui è inscritta la croce latina, dodici campanili oltre al tiburio, tre imponenti prospetti, di cui due alle estremità del transetto.La revisione del stile gotico coinvolge anche la tettonica: Gaudí superò il sistema statico gotico introducendo una complessa struttura basata su archi parabolici e colonne inclinate che si ramificano “ad ombrello” in modo da trasmettere i carichi sulle forti fondazioni rocciose del tempio ed evitare, quindi, l’uso dei contrafforti, inutili muletas (stampelle). Le uniche parti ultimate del progetto di Gaudí sono la cripta, l’abside e la facciata della Natività che occupa il versante orientale della chiesa. Essa si caratterizza per la presenza accanto ai lati del portale di quattro campanili, aggruppati a due a due, di cui quelli interni sono più alti in modo che unendo le loro estremità si descrive virtualmente un arco parabolico. Un ricchissimo apparato iconografico composto di figure religiose e motivi animali e vegetali adorna la facciata e avrebbe dovuto caratterizzare l’intera chiesa. La costruzione della facciata della Natività con le torri durò fino al 1935, quando durante la Guerra Civile il tempio fu incendiato e gran parte dei disegni e dei plastici dell’architetto catalano, custoditi nella cripta, andarono persi. Allora Gaudí era già morto da nove anni, in un incidente, durante una delle sue lunghe quotidiane passeggiate dal parc Güell, dove viveva in una delle sessanta case costruita dal suo allievo F. Berenguer, alla chiesa di San Filippo Neri, nel Barri Gòtic. Dall’alto verso il basso, Esposizione Universale del 1888, vista aerea e G. Buïgas, monumento a Colombo (18821886) 40 1.5 le esposizioni universali Cacciati temporaneamente i Borbone nel 186852 , una delle prime azioni del generale catalano Joan Prim fu quella di abbattere il baluardo della Ciutadella e di adibire il grosso spazio libero di 110 ettari a parco e a residenze private. Il progetto del parco, moderno “polmone” di una nuova città industriale, fu affidato a Josep Fontseré che disegnò uno spazio in stile neoclassico francese di forma rettangolare chiuso a sud da un semicerchio e attraversato da un asse verticale in direzione Eixample-mare che alludeva ad un foro romano. Anche del progetto delle residenze fuori dal parco, sull’attuale passeig de Picasso, fu autore Fontseré che propose una tipologia di appartamenti borghesi porticati sul tipo di quelli realizzati a Parigi a rue de Rivoli. Nel parco trovarono sede diversi edifici tra cui un museo botanico, un interessante umbracle, con struttura in ghisa e rivestimenti a graticci lignei dello stesso Fontseré, una fonte la cui imponente decorazione è attribuita, in parte, al giovane Gaudí. Nel 1888 il parco della Ciutadella fu scelto come sede dell’Esposizione Universale: Barcellona, dopo Londra e Parigi, ebbe l’opportunità di mostrarsi sul panorama internazionale come una moderna città industriale. La Ciutadella, l’antico carcere borbonico, simbolo “pietrificato” del loro potere di “sorvegliare e punire”53 la capitale catalana, fu sostituito dalla fiera del progresso industriale ed architettonico di Barcellona. La capitale catalana coi suoi comignoli neri da sobborgo inglese, coi suoi ristoranti e le librerie da boulevard parigino, con i suoi giardini e le barche a vela su un mare da porto italiano appariva rispetto alle altre città della Spagna come qualcosa di diverso, di continentale anziché peninsulare54 . Barcellona era l’unica città economicamente avanzata della Spagna e pertanto in grado di promuovere un’esposizione universale. Così si parlava dell’evento sulle pagine di un famoso quotidiano dell’epoca: Abbiamo sempre creduto che se un giorno si fosse celebrata un’esposizione univer- 41 sale in Spagna, si sarebbe dovuta svolgere a Barcellona. [...] La facilità dei trasporti per mare, il suo carattere essenzialmente industriale e mercantile, la sua ricchezza e la sua bellezza e l’invidiabile situazione topografica, fanno preferire Barcellona per questo concorso55 . Il parco si riempì di padiglioni e di alcuni edifici disegnati ad hoc, tra cui: il palazzo dell’Industria, di E. Rogent, la galleria delle Macchine, il palazzo delle Scienze. In occasione dell’esposizione, Lluís Domènech i Montaner progettò il Cafè-Restaurant e, fuori dal parco, l’Hotel Internacional. Entrambi costituiscono opere chiave del Modernismo catalano per l’impiego del mattone e dell’arco ribassato, per l’eclettismo con cui l’autore attinge agli stili della storia, dall’arabo al rinascimentale passando, ovviamente, per il gotico ed il romanico locale. L’Hotel Internacional era il primo grand hotel di Barcellona: un edificio di sei piani, che ospitava 800 stanze, con una struttura in ferro e mattoni a vista. Fu costruito in soli quattro mesi, grazie al duro lavoro degli immigrati, e fu abbattuto a esposizione finita56 . All’epoca dell’esposizione Domènech i Montaner aveva già progettato la sede per casa editrice Montaner i Simon (1881-1886), ora Fondació Tàpies. Di pochi anni dopo sono la casa Lleó e Morera (1905), il palau de la Musica Catalana (1908), dove l’autore coniuga eclettismo con un uso moderno dei materiali e decorazioni di gusto floreale. Nell’ospedale di Sant Pau (1902-1910) sperimenta una pianta spiccatamente moderna, composta da 48 padiglioni, collegati nel sottosuolo, “isolati” morfologicamente e funzionalmente, orientati secondo la diagonale della manzana di Cerdà. Ad un milione e mezzo di visitatori dell’Esposizione Universale si mostrava una città in pieno sviluppo architettonico e urbanistico: più di 8000 alloggi già costruiti nell’Eixample, numerose opere di Gaudí già realizzate o in fase di costruzione (casa Vicens, 1883-1885, palau Güell, 1885, il tempio della Sagrada Familia, 1883), i nuovi mercati costruiti con capriate in ferro e chiusure vetrate (il mercato del Born, 1873-1876, il mercato di Sant Antoni, 1876-1882, il mercato di Santa Caterina, 1847). 42 Dall’alto verso il basso, Domènech i Montaner, sede per casa editrice Montaner i Simon (1881-1886), ora Fondació Tàpies, stato attuale e hospital di Sant Pau (1902-1910), stato attuale e assonometria Nella pagina accanto, in alto, Esposizione Universale del 1888, locandina; in basso, da destra a sinistra, Domènech i Montaner, Hotel Internacional e Cafè Restaurante 43 Tutta la città si arricchì di nuovi edifici eclettici e monumentali, tra gli altri: l’arco di Trionfo, di J. Vilaseca, il palazzo di Giustizia, di J. Doménech i Estapà e E. Sagnieri Villavecchia, la stazione del nord, di P. Andrés i Puigdoller, il monumento a Colón, di G. Buïgas57 . Carrer Ferràn, Carme, il passeig de Gràcia, per citare alcune delle strade più importanti, furono illuminate e dotate di nuovi arredi urbani. Nacquero le prime società immobiliari fondate dalla nuova borghesia barcellonese che si occupavano dell’acquisto del suolo, l’urbanizzazione e l’edificazione dei nuovi isolati dell’Eixample: questa urbanizzazione sarà finanziata dai promotori privati in consorzio con il settore pubblico che controlla il rigore del processo. È la prima forma di partnership pubblico-privato58 . I ritmi di costruzione gestiti dai promotori privati furono acceleratissimi e nella seconda metà del XIX secolo si costruirono nella maglia di Cerdà annualmente da 750 a 1900 abitazioni. Contrariamente a quanto previsto da Cerdà, gli edifici dell’Eixample raggiunsero altezze di sei piani e occuparono tutti i lati delle manzanas, a discapito degli spazi verdi e collettivi. L’impianto omogeneo della griglia di Cerdà cominciò a riempirsi di edifici modernisti. L’omogeneità della scacchiera dell’ingegnere catalano, che pure nasceva da una carica utopica e ugualitaria, divenne il bersaglio della critica di molti architetti modernisti, tra tutti Josep Puig i Cadafalch che così si pronunciava nel 1901: Occorre studiare il modo di rompere l’uniformità opprimente di quei quadrati da falansterio comunista o da chiostro di clausura, [...] occorre fare un organismo dotato di vita, libertà e varietà […]59 . Josep Puig i Cadafalch costituisce un’altra figura centrale del Modernismo catalano, che rappresentò in maniera emblematica la doppia natura architettonica e ideologica del movimento. Esponente della Lliga Regionalista, il partito indipendentista catalano consolidatosi all’inizio del ‘900, presidente della Mancomunitat, il governo regionale autonomo che riuniva le quattro province catalane istituito nel 1914, e consigliere all’Ajuntament per le opere pubbliche, fu attivo nella promozione di un’architettura autenticamente catalana che affondasse le sue radici nella sua tradizione gotica. Tra le sue opere ricordiamo: la casa 44 Nella pagina accanto, in alto, passeig de Gràcia, prima metà del XX secolo, in basso, da destra a sinistra, A. Gaudí, casa Batlló (1905-1907); L. Domènech i Montaner, casa Lleò Morera (1905); J. Puig i Cadafalch, casa Amatller (18981900) 45 Amatller (1898)60 , la fabbrica Casarramona (1909-1911), la casa Rubió i Bellvè (1903-1913). Dal 1907 si programmò una nuova esposizione per Barcellona. La manifestazione doveva essere, ancora una volta, dopo l’Esposizione del ’88, un evento propagandistico e d’impulso per lo sviluppo produttivo e tecnico della città e della sua architetture, nonché l’occasione per annettere alla città un ulteriore brano di territorio relativamente periferico. La sede scelta fu la collina di Montjïuc, non lontana dal Raval, e fu incaricato della sistemazione dell’area l’architetto Josep Puig i Cadafalch. Il progetto preliminare prevedeva una grande piazza, poi nominata piazza di Spagna, ad esedra con un porticato colonnato. Dalla piazza partiva la Gran Avenida, sulla quale prospettavano i nuovi spazi espositivi e che, attraverso una serie di terrazzamenti e scalinate, portava a un grande edificio monumentale, il palazzo Nazionale, sormontato da una grande cupola. La Prima Guerra Mondiale e la successiva dittatura di Primo Rivera (1923) fecero differire la data di inizio della manifestazione, che fu inaugura dal re Alfonso XIII nel 1929 e che, in ragione della recente introduzione dell’elettricità, fu l’Esposizione dell’Industria Elettrica. Già nel ‘27 Josep Puig i Cadafalch si dimise dal suo incarico, in disaccordo con il nuovo potere politico61 e con il nuovi criteri espositivi, per i quali gli edifici non erano più suddivisi in base ai differenti settori produttivi (siderurgia, tessile, agricoltura, etc.), ma per nazione. Del progetto di Puig i Cadafalch si realizzarono due padiglioni, già costruiti nel ’23, i palazzi dell’Arte Moderna, oggi Victòria Eugenia, e dell’Arte Industriale, oggi Alfonso XIII. L’eclettismo colto del vecchio maestro del Modernismo fu sostituito dal monumentalismo espressione del regime centralista e repressivo62 , la cui opera emblematica fu il palazzo Nazionale, ubicato alla fine del grande asse. L’esigenza auto-celebrativa comportava, in architettura, la scelta quasi inevitabile di un linguaggio accademico e storicista, ed infatti i padiglioni espositivi esibivano, salvo rarissime eccezioni, lo scontato spettacolo di una esercitazione sul tema del neoclassicismo e dello storicismo63 . Un’eccezione fu il padiglione tedesco di Mies Van de Rohe che costituì la prima 46 Dall’alto verso il basso, Esposizione del 1929, vista aerea e E. Catà i Catà, P. Cendoya Oscoz , palacio Nacional (1929). Nella pagina accanto, Mies Van de Rohe, vista esterna del padiglione, foto d’epoca 47 opera moderna europea che varcava i confini spagnoli. Mies, già personaggio di spicco dell’architettura tedesca, nel 1919 direttore del Novembergruppe, nel 1927 progettista della Weissenhofsiedlungen di Stoccarda, porta a Barcellona un’opera emblematica di quello che si chiamerà il Movimento Moderno. L’architetto tedesco decise di ubicare il padiglione in un’area appartata, sull’asse perpendicolare alla Gran Avenida, lì dove partiva un sentiero gradinato che portava al Pueblo Español, un folcloristico parco tematico, realizzato in concomitanza, che ospita le riproduzioni delle più note architetture e piazze delle regioni spagnole, riambientate e collezionate per formare un nuovo micro-insediamento urbano recintato. Di pianta rettangolare, con una maglia di modulo 1,10 m per 1,10 m, il padiglione sorge su di un podio posto alla stessa quota dell’inizio del sentiero, con il quale era in diretta connessione nella parte retrostante. Esso si compone di una serie di elementi distinti: il podio di travertino di forma prismatica, “rotto“ in uno spigolo dalla scala di accesso, alta otto scalini, i piani-parete che ripartiscono fluidamente lo spazio, otto pilastri cruciformi di acciaio che reggono una grande copertura aggettante, bianca, indipendente strutturalmente dai piani, due laghetti artificiali, nel più piccolo dei quali fu posta una statua dell’artista Georg Kolbe. Tali elementi, il podio, i piani-parete, i pilastri, la copertura, gli specchi d’acqua, vengono composti in modo da assumere una configurazione statica ma che, al contempo, allude a un virtuale “slittamento” che comporterebbe un’ulteriore configurazione. L’assemblaggio degli elementi risponde a una logica geometrica e proporzionale relazionata alle architetture e al paesaggio: al palazzo di Alfonso XIII, immediatamente adiacente, che impone l’orientamento del lato breve del rettangolo, alla Gran Avenida a cui il lato lungo del rettangolo è parallelo, al sentiero per il Pueblo Español a cui esso si ricollega nella parte posteriore. Grande importanza assunse l’uso dei materiali: l’acciaio cromato dei pilastri cruciformi, il marmo verde delle Alpi della Valle d’Aosta e quello greco detto del Tinos, l’onice dorata algerina, ed il travertino dei muri e del pavimento, i vetri grigi, verdi e bianchi smerigliati dei serramenti, l’acqua il cui colore cangiante è esaltato dal rivestimento marmoreo nero della vasca. I materiali usati sono, pertanto, clas- 48 Mies Van de Rohe, pianta del padiglione dell’Esposizione Internazionale del 1929, schizzo e pianta. Nella pagina accanto, dall’alto verso il basso, Mies Van de Rohe, vista del laghetto piccolo con la statua di G. Kolbe, durante l’inaugurazione e vista interna del padiglione, foto d’epoca 49 sici e preziosi64 , il modo in cui sono impiegati è, invece, assai innovativo e ricalca le ammonizioni di Loos sulla necessità di una loro intrinseca espressività, attraverso il vigore della loro geometria, l’esattezza dei loro pezzi, la chiarezza del loro montaggio65 . In una siffatta ambientazione, al contempo moderna e preziosa, sulle poltrone che Mies disegnò appositamente per il padiglione, e che assomigliano a troni stilizzati, sedettero il re Alfonso con la regina Victoria Eugenia il giorno dell’inaugurazione, tra il rosso delle tende, il nero del tappeto ed il giallo della parete in onice, i colori, appunto, della bandiera della giovane repubblica di Weimar. Ad esposizione finita, il padiglione, considerato un’opera effimera nonostante la durabilità dei suoi materiali e la mestria delle sue trovate costruttive, fu smontato e le sue varie parti furono vendute o distrutte. L’opera del maestro tedesco, oggi ricostruita nel suo sito originario a Montjïuc, rappresenta uno degli episodi fondamentali della storia dell’architettura moderna di Barcellona. 50 1.6 nuove migrazioni All’indomani della Prima Guerra Mondiale, tra il 1920 e il 1930, a Barcellona si registrò un ulteriore incremento demografico e la popolazione raggiunse il milione di abitanti. I lavori per la realizzazione dell’Esposizione Universale del 1929 e delle due prime linee della metropolitana, dalle Rambles per passeig de Gràcia fino a Lesseps e lungo la Gran Via, per unire le aree dove si realizzarono le esposizioni, richiamarono nuova manodopera, e non solo dalle campagne della Catalogna ma anche dal sud della Spagna, dall’Andalusia e da Murcia. Nel 1920 la popolazione immigrata raggiunse 300.000 unità, ovvero il 40% della popolazione municipale, nel 1930, 400.000 unità, il 37%66 . Barcellona si aprì ad accogliere nuovi immigrati non catalani. Da questo momento in poi, la cultura locale entrò in contatto con quelle degli immigrati del sud della Spagna che, funzionali alla crescita della città, furono accolti soltanto come manodopera. Essere una gran città industriale di un Paese senza Stato, però con gruppi politici che giocano a confrontarsi con il governo di Madrid, essere il feudo di una borghesia sovente egoista e poco generosa con i suoi impiegati, essere il centro nevralgico del nazionalismo rivendicativo e spesso un po’ intransigente, essere una città aperta all’Europa e, pertanto, innovatrice rispetto alla tradizione nostalgica, tutto questo genera un’infinità di situazioni conflittuali, di ordine interno e di ordine esterno67 . La popolazione si dispose territorialmente occupando particolari porzioni di territorio, in maniera che i Catalani risiedevano in maggioranza nel territorio a nord della città antica, l’Eixample, nei sobborghi della parte alta della città ed erano totalmente assenti nella città antica e nel Raval. Murciani e Andalusi erano i più numerosi nella città vecchia e risiedevano nel quartiere di Barceloneta e nell’area sud del Raval, da carrer de l’Hospital, fino al porto, detta Drassanes per la presenza degli antichi cantieri navali68 . Il sito, a cui intono al 1925 fu dato l’appellativo di Barrio Chino, esteso successivamente all’intero quartiere, divenne, in quel periodo, la zona più degradata del Raval e il basso fondo della città, sede di locali notturni, cafes, tabernas, e di ogni sorta di commercio illegale. Grande fortuna ebbero le 51 cosiddette casas de dormir, dormitori collettivi, molto frequentati da immigrati senza famiglia e senza un lavoro fisso, costituiti da un’unica grande sala dove si poteva noleggiare un letto per un numero determinato di ore in condizioni di totale carenza igienica e in completa promiscuità69 . La guerra incrementò l’afflusso di stranieri, le attività illecite e la prostituzione: il Raval si popolò di emigranti volontari e forzosi, avventurieri e contrabbandieri, trafficanti e spie70 . Ai vecchi immigrati, si aggiunsero i nuovi e la densità abitativa complessiva del Raval divenne altissima. Si cercò di utilizzare al massimo tutto lo spazio disponibile e si diffuse il fenomeno del barraquisme vertical, con la trasformazione delle terrazze di copertura in abitazioni. Molte case grandi vennero frazionate e, in molti casi, subaffittate per accogliere quanti più possibili locatari. Nel frattempo, tra il 1883 e il 1892, molti municipi vicini vennero annessi a Barcellona che allargò i suoi confini e diventò una città metropolitana71 . In ragione della congestione abitativa del centro, molti immigrati trovarono alloggio nella nuova periferia, sovente in baracche e in alloggi autocostruiti. In genere, le baracche erano costruite di materiali di scarto (tra i quali legno, latta, canne di bambù), erano per lo più prive di servizi di urbanizzazione e si potevano trovare su terreni pubblici o privati. Nel primo caso, l’amministrazione pubblica alternava la rimozione forzata con politiche di tolleranza e richiedeva agli abitanti delle baracche una tassa di occupazione del suolo, tassa obbligatoria e più alta nel caso le baracche ricadessero in terreni privati, pretendendo i proprietari del suolo un fitto quotidiano dagli utenti72 . Il barraquisme della periferia ed il barraquisme vertical del centro consolidato divenne in quel periodo una questione cruciale e numerose furono le denuncie attraverso conferenze ed articoli sulla carenza di decoro e di igiene di tali alloggi. Incominciò a delinearsi il problema della residenza per una nuova popolazione operaia povera costituita per lo più da immigrati e, fatta eccezione per alcune leggi di casas baratas, non esisteva ancora al principio del secolo scorso una politica pubblica che affrontasse il problema in maniera strutturale. 52 Casa da dormir nel Raval dei primi anni del ‘900, foto d’epoca 1.7 il moderno L’architettura moderna varca i confini spagnoli e approda a Barcellona nel 1929, quando fu realizzato il padiglione tedesco di Mies Van der Rohe e quando, poche settimane prima, venne allestita alla sala Dalmau, spazio già adibito alle esposizioni di, tra gli altri, Duchamp e Miró, una mostra di architettura moderna a cui parteciparono, accanto ad Antoni Puig Gairalt e Nicolau M. Rubió i Tudurí, esponenti del Nouecentisme73 , alcuni giovani architetti locali. Tra questi, Jose Lluís Sert, Josep Torres i Clavé, Francesc Fàbregas, Ricardo de Churruca, Germán Rodríguez Arias. Contro la cultura e l’arte ufficiale, contro un linguaggio architettonico accademico e storicista, che aveva trovato piena realizzazione nella maggior parte dei padiglioni espositivi dell’ultima Esposizione Universale, si incomincia ad affermare una corrente di pensiero che propone una cultura ed un’arte diversa, nuova, moderna74 . L’architettura nuova era per i Catalani l’architettura che, già ampiamente diffusa in quegli anni, al di fuori della Spagna veniva definita moderna. Con evidente analogia con quanto andava predicando Le Corbusier, così Sert scriveva nel 1929: Abbiamo il dovere di dare un contenuto di modernità alla nostra opera. […] Iniziamo, dunque a confrontarci con uno spirito nuovo75 . Il Moderno fu, al principio, una forma di reazione all’architettura della dittatura di Primo Rivera: un linguaggio architettonico che si apriva alle influenze esterne e, al contempo, affermava l’autonomia della Catalogna dal resto della Spagna. Come il Modernismo, infatti, l’architettura moderna, ebbe una forte implicazione ideologica. Fu così che, cambiate le condizione politiche, con il proclamarsi nel 1931 della II Repubblica Spagnola e nel 1932 della Repubblica indipendente di Catalogna, l’architettura moderna divenne arte non più di opposizione ma, per così dire, di Stato. Se il Modernismo fu l’architettura della borghesia progressista che incrementò gli sforzi culturali, sociali e politici della Renaixença nella seconda metà del XX secolo, il razionalismo […] fu l’architettura della Generalitat repubblicana, in piena autonomia nazionale76 . 53 La cultura democratica si associò con una nuova architettura di impronta razionalista e per farlo dovette guardare fuori dalla Spagna, dove, negli anni ’30, il dibattito sulla nuova architettura e la nuova città era già stato innescato. Jose Lluís Sert fu il trait d’union con Le Corbusier che, a sua volta, dal 1928 si recò diverse volte a Barcellona ed in Spagna. Con Le Corbusier Sert lavorò nei primi anni della sua carriera77 e fu lui ad invitarlo a Barcellona a tenere le prime conferenze nonché a metterlo in contatto con l’allora presidente della Generalitat Francesc Macià. In Catalogna, Le Corbusier ebbe modo di apprezzare l’opera di Gaudí e di Cerdà, le fabbriche gotiche e l’architettura mediterranea della Costa Brava e delle isole Baleari. Quest’ultima con i suoi volumi puri esprimeva a pieno la “matematica” perfezione a cui doveva riferirsi la nuova architettura. Nella cronaca locale dell’epoca si riportano alcune osservazioni dell’architetto svizzero: L’architettura che predico è essenzialmente latina, perché è matematica ed ha chiarezza di concezione. Capite perché la credo adeguata alla vostra terra, dove si trovano soluzioni strutturali chiare e ben ragionate? 78 . L’incontro tra Le Corbusier e Barcellona fu estremamente felice e l’architetto alimentò la sete di modernità dei giovani architetti locali. Nel 1930, molti degli architetti che avevano partecipato all’esposizione del ’29 nella sala Dalmau, costituirono il GATCPAC (Grupo de Artistas y Tecnicos Catalanes para el Progresso de la Arquitectura Catalana), tra questi: Sert, Josep Torres i Clavé, Francesc Fàbregas, Ricardo de Churruca, Germán Rodríguez Arias, Sixte Illescas, Francesc Perales, Manuel Subiño. Il gruppo fu esteso a architetti di provenienze diverse, tra cui Fernando Garcia Mercadel79 , di Madrid, e José Manuel Aizpurúa, di San Sebastian, e prese il nome di GATEPAC (Grupo de Artistas y Tecnicos Españoles para el Progresso de la Arquitectura Catalana). Attraverso la sua rivista «A.C. Documentos de Actividad Contemporánea»80 , fondata nel 1931, e numerose mostre e conferenze nella sua sede di passeig de Gràcia, il GATCPAC fu attivo nella definizione di un’architettura moderna catalana e impegnato a definire i rapporti tra politica (progressista e indipendentista) e architettura (moderna). 54 Una riunione del CIRPAC81 , tenuta nella città catalana nel 1932, preparatoria del III CIAM, il congresso nel quale si formulò il modello della Città Funzionale, suggellato nella successiva Carta di Atene, vide il Gatepac come sezione spagnola del comitato, anche se il “nucleo duro” fu quello catalano, il Gatcpac. Il più esteso Gatepac rimase in piedi proprio per rappresentare l’intera Spagna nei congressi di architettura moderna82 . A Barcellona soggiornarono i più illustri esponenti dell’architettura contemporanea: Gropius, Giedion, Van Eesteren. Il dibattito sulla città moderna si diffondeva tra gli architetti catalani mentre, nel 1932, Le Corbusier incominciò a ideare con il Gatcpac un piano urbanistico per Barcellona, che nel ’33 prese il nome di plan Macià, in onore del presidente della Generalitat morto in quell’anno. Così Le Corbusier descriveva il primo incontro con Macià e la presentazione del nuovo piano: Nella primavera del 1932 Lluís Sert, che guida così correttamente i destini del gruppo del Gatepac (Gruppo Catalano dei Congressi Internazionali di Architettura Moderna)83 a Barcellona mi fece avere un’udienza con il Presidente Macia. Il Futuro della Repubblica Catalana e l’urbanistica erano tutt’uno nello spirito chiaroveggente del presidente e delle persone attente che lo circondavano. Io esposi le mie tesi, la mia ammirazione per la città di Barcellona - luogo geografico fatale per una capitale e per lo splendore naturale messi insieme. L’intensità di questa città, la giovinezza di spirito dei suoi dirigenti, permettevano ogni speranza: finalmente in un punto vivo della terra, i temi moderni avrebbero trovato asilo. Il Presidente entrò nel mio modo di vedere. D’altra parte, disinteressati da ogni questione di denaro, noi offrivamo il nostro servizio al Governo Catalano. Il Presidente Macià fu d’accordo. Ci mettemmo a lavoro senza esitazione. E, improvvisamente, mi incaricò di esporre i miei punti di vista in una conferenza davanti alle autorità dello Stato, del Comune, delle Camere dei Mestieri e dei Sindacati. Questa relazione fu tenuta nel salone dei Cent, nel cuore stesso del palazzo della Generalitat, in questo magnifico salone gotico, tappezzato di arazzi, luogo di solennità civiche. Avevamo stabilito un piano regolatore per Barcellona, destinato a guidare lo sviluppo della città, un piano sufficiente perché una legislazione efficace potesse as- 55 ssicurarne l’effetto. Questo lavoro fu in piena collaborazione con il Gatepac84 Barcellona puntava a diventare capitale di uno stato autonomo e pertanto si rendeva necessario progettare una nuova città. Seguendo i dettami della Città Funzionale, il piano divide la città in zone funzionali: zona di abitazione, zona di produzione, zona di centro civico, zona di riposo, zona di traffico e circolazione. Il centro civico, per la capitale del nuovo stato è localizzato nella parte bassa della città vecchia, a formare un nuovo fronte mare. Nella bozza di programma si legge: Il fatto che la nostra città diventi capitale della Catalogna comporterà la costruzione di edifici destinati alle funzioni di Governo, ai Ministeri, agli Uffici Amministrativi, alle Associazioni di Lavoratori come pure di un Palazzo di Città, sale espositive ecc.. In una zona verde, vicina alla città degli affari, questi troveranno collocazione quando sarà completato il risanamento del Barri Xino, ai piedi del Montjïuc, lasciando in bella mostra il profilo della città85. Il piano prevedeva la demolizione di tutto l’edificato che occupava la parte meridionale del Raval, corrispondente a Drassanes. Quest’area, ampliata colmando una parte di mare, diveniva la sede dei palazzi amministrativi, scuole, biblioteche, musei, sindacati. Il nuovo centro era collegato al resto della città attraverso le Rambles e le due vie di Cerdà, Paral.lel e Meridiana, prolungate in modo da ricongiungersi idealmente nel mare, in corrispondenza delle Rambles. Era previsto un complessivo ridisegno del “fronte mare” che si estendeva fino alla Ciutadella, per una lunghezza complessiva di 1200 metri e che ospitava tre grattacieli a forma di “Y”, aperti verso il mare. La restante parte della città antica, che costituiva una delle zone residenziali, era considerata eccessivamente densa, priva di spazi liberi, incapace di soddisfare le condizioni minime di vivibilità86. A proposito del Raval i componenti del Gatcpac denunciano: […] dobbiamo oggi segnalare il cancro barcellonese del cosiddetto Barrio Chino, caso clinico esistente in quasi tutte le grandi città. Ciò che affermiamo vale per tutte le città ad alta e compatta densità di popolazione che si sono sviluppate senza 56 Gatepac, Plan Macià Ciutat Vella, 1932. Nella pagina accanto, schizzo di Le Corbusier per il Plan Macià, 1932 57 un piano di insieme, lontane da ogni idea funzionale [...] dovendo risolvere senza soluzioni urbanistiche l’enorme crisi di alloggi e locali per le nuove industrie nuove industrie […] le case di questi quartieri sono scadute a livelli disumani87 . Si rendeva necessario l’abbattimento del tessuto maggiormente degradato e la sostituzione di quest’ultimo con spazi liberi e nuovo costruito, al fine di procurare soleggiamento e ventilazione. Gli edifici più rappresentativi preesistenti sarebbero stati isolati abbattendo il costruito tutt’intorno, mentre la popolazione, costretta ad abbandonare la propria residenza, non rispondente a criteri di igiene e vivibilità, doveva essere rialloggiata in edifici economici, a “stecca”, alti fino a 400 metri. Per sanare le disastrose condizioni igieniche del quartiere furono previste numerose strutture sanitarie, tra cui un dispensario antitubercolare, destinato alle cure dei malati, alla ricerca ed alla didattica. Per quanto attiene ai monumenti, era prevista la conservarvazione solamente se avessero consentito uno sviluppo funzionale della città ed una vita salubre alla popolazione. Non furono previste nel piano le grandi vie di sventramento proposte prima da Cerdà e poi da Baixeras, Darder e Vilaseca, considerate anti-economiche per il numero elevato di modifiche che avrebbe comportato ai lotti preesistenti. Al posto della Gran Via C, che, secondo gli autori del piano, avrebbe finito col diventare un asse turistico, furono proposti percorsi secondari di attraversamento trasversale del nucleo antico. Al di là della città consolidata, ad ampliamento dell’Eixample, nella recente periferia, furono ipotizzati nuovi quartieri residenziali su una nuova super-maglia alla Cerdà, con un modulo di 400 per 400 metri. Nella zona orientale, a nord della Gran Via, il Gatcpac previde un zona residenziale à redent che si rifaceva chiaramente alla Ville Radieuse di Le Corbusier; in quella occidentale, nella zona bassa dell’Hospitalet, a sud della Gran Via, fu proposto un sistema insediativo che prese il nome di «una casa, un albero». In quest’ultimo caso, la macro-manzana è divisa in sei isole composte in parte da abitazioni unifamiliari di tre piani e in parte da spazio verde pubblico, occupato da un albero. Tale tipologia abitativa fu ideata sotto l’esplicita richiesta di alcuni membri del gruppo secondo i quali edifici di 58 J. Lluís Sert e J. Baptista Subirana, J. Torres i Clavé, dispensari antituberculoso (1936), prospettiva piccole dimensioni, eventualmente ampliabili, avrebbero meglio soddisfatto le esigenze degli immigrati, ideali destinatari delle nuove residenze88 . Il piano fu esposto nel 1934 in una mostra dal titolo «La nuova Barcellona» e su di un diorama lungo sette metri il pubblico poté contemplare la vista della nuova e funzionale capitale catalana. Il bienio negro dal 1934 al 1936, caratterizzato da un governo di destra, la guerra dal 1936 al 1939, innescata dalla rivolta militare capeggiata dal generale Francisco Franco, e la successiva dittatura del Generalissimo, comportarono lo scioglimento del Gatepac. Poco prima dell’affermarsi della dittatura, nel 1937, mentre in tutta la Spagna dilagava la Guerra Civile e a Barcellona i comunisti ortodossi erano impegnati in una vera e propria guerriglia urbana con gli anarchici del POUM, d’ispirazione trotzkista, che di fatto governavano la città, resistendo a Franco 89, la Generalitat supportata dalla fervente mente di Torres i Clavé, avviò diverse riforme rivoluzionarie, tra cui, la municipalizzazione della proprietà urbana e dell’industria di costruzione. Il plan Macia non trovò realizzazione e del gruppo di architetti catalani furono costruite solo alcune architetture, tra queste, nel Raval, il dispensari antituberculoso, di J. Lluís Sert, J. Baptista Subirana, J. Torres i Clavé, datato 1934-38. O. Bohigas lo descrive come l’opera maestra del razionalismo spagnolo, uno dei pezzi più importanti d’Europa90 . L’impianto planimetrico a forma di “L”, che si inserisce nel perimetro irregolare del lotto, in modo da non aderire al suo perimetro e lasciare uno spazio libero centrale verde, risponde a criteri igienici di massimo soleggiamento e ventilazione. L’edificio composto di due blocchi parallelepipedi di quattro piani, con copertura a terrazza, è rotto da un volume aggettante al centro del lato breve della “L”. Il linguaggio tipicamente razionale delle facciate, ove si legge chiaramente la struttura metallica porticata, con bucature tompagnate in vetrocemento e finestre ”a nastro”, si arricchisce di numerosi elementi che appartengono alla tradizione locale, tra cui le piastrelle verdi che rivestono il basamento. Altre opere notevoli del Gatcpac realizzate a Barcellona sono la casa Bloch 59 (1932-36), di J. Lluís Sert e J. Baptista Subirana, J. Torres i Clavé, ed il padiglione della Repubblica progettato da Sert, realizzato in occasione dell’Esposizione Internazionale di Parigi nel 1937. La casa Bloch, ubicata nel quartiere periferico di Sant Andrei, costituisce una chiara realizzazione dell’Immeubles-Villes teorizzato da Le Corbusier e, pertanto, aderisce fedelmente a tutti i postulati razionalisti: la pianta a forma di greca si sviluppa secondo un orientamento eliotermico, il livello terra è “liberato” e adibito a spazio verde e collettivo, le abitazioni, 107 in tutto, sono duplex e distribuite da una rue corridor. La guerra civile rese impossibile il completamento dell’opera, cosicché non furono realizzati i previsti servizi collettivi. Il padiglione della Repubblica rappresentò all’Esposizione parigina del ’37, durante la Rivoluzione Civile, la Spagna repubblicana. Si tratta di una leggera scatola, con struttura metallica e pannelli smontabili, colorati di rosso e bianco e, all’epoca, supporto di cartelloni e manifesti di propaganda. Il prospetto si caratterizza per la presenza di una rampa esterna che porta al secondo e ultimo livello e da lì ridiscende a un patio interno, dove, in occasione dell’esposizione, furono allestite numerose opere d’arte, tra cui la nota Guernica di Picasso. Complessivamente le opere del Gatepac si iscrissero in un “razionalismo ortodosso”, aderendo ad un linguaggio internazionale, funzionalista e igienista, tipico dell’estetica Bauhaus. La storia dell’avanguardia razionale ebbe un triste epilogo, durante il franchismo molti dei suoi rappresentanti furono sospesi dall’esercizio della professione91 . Sert fu costretto all’esilio negli Stati Uniti e Torres i Clavé morì combattendo. Ricostruzione del padiglione della Repubblica per l’Esposizione Internazionale di Parigi del 1937 di J. Lluís Sert 60 1.8 Il franchismo La dittatura di Franco dal 1939 al 1975 impose nuovi sventramenti. In particolare, nel Barri Gòtic, furono realizzate: la avinguda de la Catedral, il tratto della via C di Cerdà che congiunge la via Laietana con la piazza Nova, antistante la Cattedrale, così come proposto da Vilaseca nel suo Plan de Reforma Interior del 1934. Il Barri Gòtic fu restaurato in stile medioevalista, grazie al contributo di Adolfo Florensa, che avviò la ricostruzione della muraglia romana in corrispondenza della Cattedrale. Florensa si dedicò pure a studiare alcune soluzioni all’insegna del diradamento edilizio dei tessuti degradati da sostituire con piccole piazze o zone di verde. Nel 1953 fu approvato il Pla Comarcal o Pla de Ordenacion Urbana de la Provincia de Barcelona e preposta alla gestione del piano fu la Comision de Urbanismo y Servicios Comunes de Barcelona. Il Pla Comarcal distinse 39 zone metropolitane, tra cui il Casc Antic, per ciascuna delle quali furono previsti interventi specifici. Josep Soteras e Emili Bordoy furono gli autori del Pla Parcial d’Ordinaciò, approvato definitivamente nel 1959, in cui si programmò la realizzazione per il Raval di un grande asse di sventramento dalla ronda di Sant Antoni alle Rambles, in prossimità del porto. L’asse fu realizzato per il suo tratto meridionale, fino a carrer Nou de la Rambla. Sebbene il progetto della gran via del Raval, come noto, fosse in gestazione da molti anni, la sua realizzazione fu possibile solamente allor quando le bombe della guerra civile avevano raso al suolo interi brani di tessuto edificato. La zona più danneggiata fu quella di Drassanes, dove sorgeva la caserma, e fu proprio lì che si realizzò l’avenida Garcìa Morato, oggi avinguda Drassanes. Il piano Comarcal stabiliva, inoltre, una generale riorganizzazione dell’area meridionale del Raval per la quale tutti gli edifici ivi ubicati, in parte colpiti dai bombardamenti, sarebbero stati abbattuti e ricostruiti. I suoli coinvolti dall’in- 61 62 Plan Parcial 1953, avenida G. Morato. Nella pagina accanto, Drassanes, dopo i bombardamenti della Guerra Civile 1.8 il franchismo La dittatura di Franco dal 1939 al 1975 impose nuovi sventramenti. In particolare, nel Barri Gòtic, furono realizzate: la avinguda de la Catedral, il tratto della via C di Cedà che congiunge via Laietana con piazza Nova, antistante la cattedrale, così come proposto da Vilaseca nel suo Plan de Reforma Interior del 1934. Il Barri Gòtic fu restaurato in stile medioevalista, grazie al contributo di Adolfo Florensa, che avviò la ricostruzione della murazione romana in corrispondenza della Cattedrale. Florensa si dedicò pure a studiare alcune soluzioni all’insegna del diradamento edilizio dei tessuti degradati da sostituire con piccole piazze o zone di verde. Nel 1953 fu approvato il Pla Comarcal o Pla de Ordenacion Urbana de la Provincia de Barcelona e preposta alla gestione del piano fu la Comision de Urbanismo y Servicios Comunes de Barcelona. Il piano Comarcal distinse 39 zone metropolitane, tra cui il Casc Antic, e per ciascuna di esse furono previsti interventi specifici. Josep Soteras e Emili Bordoy furono gli autori del Pla Parcial d’Ordinaciò, approvato definitivamente nel 1959, in cui si programmò la realizzazione per il Raval di un grande asse di sventramento dalla ronda di Sant Antoni alle Rambles, in prossimità del porto. L’asse fu realizzato per il suo tratto meridionale, fino a carrer Nou de la Rambla. Sebbene il progetto della Gran Via del Raval, come noto, fosse in gestazione da molti anni, la sua realizzazione fu possibile solamente allor quando le bombe della guerra civile avevano raso al suolo interi brani di tessuto edificato. La zona più danneggiata fu quella di Drassanes, dove sorgeva la caserma, e fu proprio lì che si realizzò l’avenida Garcìa Morato, oggi avinguda Drassanes. Il piano Comarcal stabiliva, inoltre, una generale riorganizzazione dell’area 63 tervento furono espropriati. Di fatto, il progetto di risistemazione non si realizzò completamente e furono costruiti solo gli edifici-cortina allineati sull’attuale avinguda Drassanes. Dietro di essi rimasero celate le fatiscenti costruzioni del Barrio Chino da allora afectadas, ovvero sottoposte a futuro, ipotetico, abbattimento. In taluni casi una afectación urbanistica o ombra, mai eseguita però mai cancellata […] utilizzata dai proprietari delle case afectadas per non riparare le costruzioni vecchie e cattive che si convertivano in autentici tuguri. Questa indecisione tra le “ombre” dei piani e le attuazioni urbanistiche è stata una delle cause che spiegano l’esistenza di aree degradate e spazi “amorfi” perché non rispondono, né alla logica dei tessuti storici riabilitati né al nuovo concetto degli stessi, frutto di idee innovatrici92 . Per la prima volta con il plan Comarcal la zona metropolitana venne coinvolta nella pianificazione: il piano rappresentò la presa d’atto della costituzione di un sistema territoriale composto da differenti nuclei esterni a Barcellona città che stavano acquisendo via via più importanza. A partire dagli anni ’50, infatti, i sobborghi registreranno un forte incremento demografico, divenendo la meta preferita degli immigrati 93 che qui troveranno casa e lavoro. Gli stabilimenti della produzione in serie si istallarono nei grossi spazi della periferia, mentre la piccola e media industria venne dislocata in modo più differenziato, continuando ad occupare le zone centrali, dove pure si trovavano le attività legate al commercio e all’amministrazione. Accanto alle industrie sorsero le residenze per gli operai di modo che alla specializzazione funzionale del territorio corrispondeva una precisa segregazione sociale. Come molte altre società moderne, la Catalogna si trasforma in una struttura sociale etnificata nella quale le posizioni di classe, lo status, si correlazionano con l’origine geografica94 . L’alto livello di industrializzazione raggiunto, coniugato con una politica di apertura alla Spagna, promossa da Franco, nella speranza di attutire la componente etnica catalana, fecero affluire una grande quantità di nuovi immigrati stranieri e tra il 1961-1965 ne arrivarono a Barcellona circa 400.000 95 . 64 Carrer Arc du Teatre, primi anni ’50 65 Mentre negli anni della prima tappa dell’immigrazione, il centro antico, e specialmente il Raval, costituiva la meta preferita degli immigrati provenienti dal Principato, col passare degli anni esso diventerà territorio dell’immigrazione proveniente dalla Spagna. Nel 1963 la popolazione non catalana residente nel Raval costituiva il 25-30%96 e gli immigrati provenivano per lo più dal sud della Spagna: Andalusia, Murcia, Extremadura97 . In alcuni casi, il quartiere divenne punto di arrivo, “porta di entrata” dell’immigrazione che trovava lì una prima sistemazione per poi trasferirsi in periferia. Nacque, conseguentemente, una miriade di alloggi temporanei e pensioni gestite dalla popolazione del quartiere. Complessivamente, la popolazione del Raval era costituita da individui poveri e la distinzione tra autoctoni e immigrati diventa sempre più labile e meno quantizzabile. Nel 1954 fu stilato il Plan Nacional de la Vivienda, piano per la costruzione di alloggi sovvenzionati e fu varata la Ley de Viviendas de Renta limitada che incentivavano il settore privato alla costruzione di abitazioni sociali. Si costruirono nuovi quartieri residenziali, in modo unitario e ordinati in blocchi lineari e/o a torre che rispondono ad un tipo di edificazione ripetitiva e molto omogenea98 , dove, tra gli altri, andarono a risiedere gli immigrati: Bes ós, Congres de Badalona, Mataró, Ciutat Meridiana, etc.. È il periodo dei “poligoni”, grandi alloggi di massa costruiti in periferia che si aggiungono alle baracche, di cui apparentemente costituiscono una più decorosa alternativa99 . 66 1.9 realismi La Spagna uscì dal secondo conflitto mondiale con ritardo e con una situazione politica assai differente dal contesto europeo: la dittatura. A Barcellona, le teorie razionaliste, che avevano avuto una brevissima vita, coincidente con gli anni della Repubblica, furono messe all’indice, in quanto sinonimo di indipendentismo e i valori dimenticati della tradizione furono intesi come depositari di verità e morali autentiche100 . L’architettura moderna europea, e quindi internazionale, fu associata dal regime all’ideologia indipendentista (la arquitectura moderna es rojoseparatista101 ), e fu bandita. Il moderno, tuttavia, rimase come un ideale verso il quale orientarsi, magari clandestinamente, per affermare un’architettura catalana e la storia architettonica locale fu riletta per trovare esempi e precedenti. Il più convinto storiografo del moderno catalano fu senz’altro O. Bohigas, che attraverso i suoi scritti102 ha formulato un progetto intellettuale103 in base al quale determinati momenti della storia architettonica della Catalogna, segnatamente, il gotico, il Modernismo e il Gatcpac, vengono individuati come antecedenti del moderno locale. La storicizzazione del moderno servì alla costruzione di una tradizione separatista, contrapposta alla verità e alle morali del regime e, al contempo, comportò la revisione dei principi dell’ortodossia razionalista, a favore di una maggiore attenzione alla tradizione. Nessuno si meravigli se […] l’architettura fu del mattone e della ceramica104 , ovvero se l’architettura del dopoguerra adoperò il lessico della storia architettonica locale considerata moderna, e quindi il mattone e la ceramica, ampiamente impiegati, come si è visto, dal Modernismo e prima ancora nelle fabbriche gotiche. La costruzione di una tradizione separatista significò anche il recupero della matrice mediterranea della Catalogna e un altro modello di riferimento furono le case tradizionali della Costa Brava, già elogiate da Le Corbusier come esempi di architetture “pure”, costruite con le tecniche e materiali locali. La storia ed il contesto, così interpretate, furono la realtà concreta con cui si confrontò la migliore 67 architettura di quegli anni a Barcellona. Fu ancora Bohigas a tracciare, come storico ed architetto, il prosieguo della genealogia del moderno catalano: dopo il Gatcpac, il Gruppo R e la Scuola di Barcellona, aggregazioni piuttosto eterogenee di architetti, attivi negli anni del Franchismo, che si resero promotori di un’intensa ricerca compositiva tesa a delineare i capisaldi dell’architettura moderna catalana. In particolare, una seconda “ondata moderna”, dopo quella degli anni ’30’ si ebbe quando, nel 1951, gli architetti Antoni Coderch, Oriol Bohigas, Joaquim Gili, Antoni de Moragas i Gallissà e, successivamente, Federico Correa, si unirono a formare il Gruppo R. Se il Gatecpac può essere rappresentato come un’associazione disciplinare d’attacco e con delle effervescenti iniziative propositive, il Gruppo R è piuttosto una coalizione necessaria per la protezione delle stesse idee non trasmissibili nei luoghi accademici, e che tenta di aggiornare la disciplina e portarla al livello della situazione internazionale contemporanea105 Si trattò pertanto di una coalizione d’opposizione all’architettura ufficiale, nazionale, franchista, che rivendicava un’architettura locale, moderna e indipendentista, aperta al dibattito extra-peninsulare. Strettamente legato al Team X, con cui Coderch aveva contatti, il Gruppo R si sforzò di mediare l’esperienza del Movimento Moderno, epurato dalla sua componente più “eroica”, con la tradizione locale. A differenza delle architetture moderne del “razionalismo ortodosso”, che avevano portato l’avanguardia architettonica degli anni ’20 a Barcellona, rispondenti a tipologie e standard che si sperimentavano un po’ per tutta l’Europa, caratterizzate da volumi puri, tetti piani, etc., le nuove architetture moderne cercavano di ambientarsi nel contesto regionale. L’architettura degli anni ‘50’ si dedica a piccoli interventi, spesso con committenza privata, è per lo più residenziale, usa materiali poveri, è molto attenta ai particolari e predilige la fattura artigianale. Si caratterizza per forme e tecniche appartenenti al repertorio spiccatamente mediterraneo e locale: piante funzionali compongono volumi semplici ed espressivi, a volte rivestiti di materiali 68 ceramici, sovente costruiti in mattoni, anche a vista, su cui si aprono terrazze, logge e balconi, schermati da persiane. In particolare, gran uso è fatto del mattone, già utilizzato dai Modernisti, che pure si rifacevano alla tradizione medioevale, e bandito dal razionalismo ortodosso. La produzione di Coderch è considerata espressione di una corrente dell’architettura moderna tipicamente regionalista106 , nella quale il moderno si coniuga con il locale e il popolare. Dice Coderch: L’influenza dei fattori nazionali e regionali nella creazione e nello sviluppo dell’architettura moderna mi sembrano decisivi, per lo meno sono stati decisivi per me giacché in un’epoca nella quale la Spagna era praticamente isolata da tutta l’influenza esterna fu l’architettura regionale che mi orientò nel lavoro e mi permise di realizzare opere che successivamente furono considerate moderne. Credo che l’architettura popolare in tutti i paesi parta da premesse molto concrete e realiste, ed abbia sempre una dignità della quale sono carenti molte opere dell’architettura moderna107 . Tra le opere di Coderch realizzate a Barcellona sono da segnalare: l’edificio per abitazioni a Barceloneta (1952-54), la casa Tàpies (1962-63), le torri dell’officina Trades (1966-69), la sede dell’Istituto Francese (1972-74), l’ampliamento della Universitat Politècnica de Catalunya (1978-1982). L’edificio di Barceloneta costituisce una delle opere emblematiche dell’architetto catalano. La sua pianta ha un perimetro che disegna una linea spezzata, mentre la composizione dei prospetti è caratterizzata da fasce spigolose, piene, in mattoni a vista, alternate da finestrature che corrono in verticale per tutta l’altezza dell’edificio, chiuse da persiane bianche. L’angolo libero è svuotato ed è chiuso da persiane. Il basamento non partecipa di tale movimento e si presenta come un volume compatto, arretrato rispetto ai piani superiori, rivestito di mattoni, aperto da grossi ingressi vetrati. Un tetto sottile, fortemente aggettante, chiude il volume. Evidenti sono le analogie dell’edificio di Barceloneta di Coderch con la casa degli impiegati della Borsalino ad Alessandria del 1952 di Ignazio Gardella per ciò che concerne l’articolazione espressiva e spezzata della massa, per l’uso delle finestrature e delle persiane, per il tetto aggettante. 69 Attraverso riviste, conferenze e molte altre iniziative, il Gruppo R si rese promotore di un’intensa attività di diffusione di un’architettura catalana moderna, e frequenti furono, in quel periodo, gli scambi culturali tra Italia e Barcellona, dove arrivarono i testi e le opere di, tra gli altri, Albero Sartoris, Ignazio Gardella, Giò Ponti. La rivista di diffusione delle nuove idee e dei nuovi prodotti architettonici del postguerra, e precisamente a partire dal 1944, fu «Cuadernos de Arquitectura», pubblicata dal Collegio degli Architetti di Catalogna e delle Baleari. Qui, oltre alle architetture del Gatepac, illustrate nel primo numero, fu pubblicata l’opera di Coderch. Nel 1962 Bohigas scrisse un famoso articolo dall’emblematico titolo «Cap a un’arquitectura realista» (Verso un’architettura realista) in cui proclama la necessità di un’architettura aderente alla realtà: Un punto fondamentale del linguaggio del nuovo stile, è che bisogna esigere da parte di ciascun architetto che eviti sistematicamente le deviazioni, che si adegui alle realtà tecnologiche e sociali del paese e di questo momento, che faccia un’opera per essere abitata da un determinato gruppo di uomini e che abbia l’umiltà di non proclamare quotidianamente grandi verità trascendentali108 . Il realismo significò anche rifiutare lo schematismo e l’astrattismo a cui era stata sottoposta la lezione razionalista, a favore di un’architettura attenta alle preesistenze storiche-ambientali catalane. Le teorie diffuse dalla «Casabella» di E. N. Rogers negli stessi anni, le pubblicazioni di V. Gregotti, in base alle quali l’architettura italiana del dopoguerra si caratterizzava per un’aspirazione alla realtà intesa come storia e come tradizione e come connessione con la preesistenza ambientale109 , trovarono un equivalente nel realismo proposto da Bohigas. La costruzione storiografica di O. Bohigas, […] mette a punto una doppia articolazione: da un lato, persevera nella definizione di un cammino lineare tra i diversi momenti della storia architettonica catalana, evidenziando i suoi picchi progressisti (romanico-gotico, Modernismo, Gatcpac, Gruppo R, realismo), dall’altro, unisce come momento valido di consanguineità le esperienze parallele affrontate dall’ar- 70 A. Coderch, casa a Barceloneta (1954), foto e piante; in alto a destra, I. Gardella, appartamenti per la Borsalino di Alessandria (1952) 71 chitettura italiana110 . Gli insegnamenti di Coderch, le teorie sul realismo di Bohigas, interpretate secondo il principio per cui era l’esistente a dettare le regole per la nuova architettura e la nuova città, la ricerca di un linguaggio locale, da cercare anche attraverso la lezione della storia della Catalogna, crearono le premesse, a partire dal 1962, per individuare un movimento culturale specifico, che prese il nome di “Scuola Barcellona”. Bohigas, il più convinto sostenitore dell’esigenza di istituire tale scuola, ne descrive, ancora una volta attraverso un noto articolo111 , le caratteristiche, individuate, in particolare, da alcuni principi: committenza catalana, adeguamento alla realtà, anche se problematica, ricerca di procedimenti e risultati che si iscrivono nella linea razionalista. Secondo Bohigas gli architetti che rientrano nella scuola, oltre i suoi soci J. M. Martorell e D. Mackay, sono: A. Correa, A. Milá, L. Domènech, R. Puig, L. Sabater, R. Bofill, L. Clotèt, O. Tusquets, J. Bonet, C. Cirici. Nella pratica, una siffatta teoria si traduceva in una sincerità assoluta nell’aspetto costruttivo, un rispetto sacro verso le preesistenze ambientali, un’attenzione verso i piccoli dettagli, una valorizzazione dei muri e dei tramezzi, rispetto per le forme tradizionali, e una lotta a morte contro il formalismo112 . Sono opere che si inscrivono a pieno in questo clima culturale: i complessi di abitazioni in carrer Pallars (1958-61), in avenida de la Meridiana (1959-65), in ronda Guinardò (1961-64), dello studio Martorell-Bohigas-Mackay (MBM), grandi edifici, dalle piante estremamente razionali “stile Francoforte”, i cui prospetti si caratterizzano per le rientranze e le sporgenze delle composite cortine murarie rivestite in mattoni o delle finestre, dei balconi, delle logge e delle verande, così come nella tradizione modernista. Al dibattito sull’architettura si associò quello sulla città, cosicché il razionalismo venne superato da un realismo che intendeva definire anche la forma urbana. Nel 1966 A. Rossi pubblicò «L’architettura della città»113 , in cui pose una nuova relazione, analogica, tra il modo di progettare l’architettura e la città. A monte vi era un’analisi morfologica sincronica dei tipi architettonici, edifici e spazi liberi, di tutte le città. Poco dopo, nel 1972 venne edito il numero 0 della rivista «2C. Costrucción 72 de la Ciudad», nel cui editoriale si legge: Ci interessa l’elaborazione di una teoria della città dal punto di vista specifico della sua dimensione architettonica […]. Si tratta di passare allo studio delle relazioni tra analisi urbana e progettazione architettonica114 . Come A. Rossi, G. Grassi e V. Gregotti, Bohigas insieme a J. Busquets e M. Solá-Morales continuarono la riflessione sulla città e l’architettura cercando di definire la forma urbis di Barcellona per proporre interventi specifici a partire dalla realtà esistente. Il centro dell’interesse sembra situarsi ora verso la ricerca di una forma urbana immediata e chiaramente definita, segnata dall’architettura115 . 73 note 1 Barcellona fu fondata dai cartaginesi intorno al 250 a.C.. Colonia romana sotto l’impera- tore Augusto (27 a.C.-14 d.C.), con il nome di Faventia Julia Agusta Pia Barcino, invasa dai Visigoti nel 415 e poi dagli Arabi nel 711, fu liberata dall’esercito franco nel 801 e riconquistata dagli Arabi nel 985. Nel 988 nacque il regno indipendente di Catalogna, che divenne nel 1137 di Aragona e Catalogna. 2 Il Consell de Cent fu istituito nel 1249 dal Giacomo I, Jaume I el Conqueridor (1213- 1276). Esso era un organo composto da un’ampia base democratica: cinque consellers, il sindaco ed un magistrato sceglievano cento rappresentanti tra il popolo, e tutti avevano lo stesso diritto di voto. La Generalitat, che a partire dal 1640 divenne organo di governo dell’intera Catalogna, era costituita, sotto il re Pietro IV d’Aragona, Pere el Gran (12761285), dai tre ordini oligarchici della nobiltà, del clero e dei mercanti, più tre revisori contabili. 3 F. Braudel, La Mediterranée et le Monde méditerranée à l’époque de Philippe II, Librairie Armand Colin, Parigi 1949, edizione consultata F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, (Vol. I), Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 2002, p. 141. 4 Ibidem. 5 Si tratta del tipico impianto a scacchiera, con cardine, attuale carrer Bisbe, e decumano, attuale carrer Llibreteria, che si incrociavano nella piazza del Foro, attuale piazza San Jaume. Era un oppidum fortificato da una murazione dotata di quattro porte. 6 Corrispondente alle attuali Rambles. Alcuni storici sostengono, infatti, che le Rambles erano il letto del ruscello del Cagallel. Secondo Pau Vila, (cit. in J. Fabre, J. M. Huertas Claveria, Tots els barris de Barcelona, Ed. 62, Barcellona 1977, p. 285) invece, si trattava di una striscia di territorio in pendenza che convogliava le acque piovane che passavano attraverso le porte della murazione duecentesca. 7 Tali cammini corrispondono rispettivamente alle attuali carrer de l’Hospital, carrer Tallers, carrer Sant Pau. 8 74 Le porte erano così nominate: Santa Ana, Portaferissa, Boqueria e Trentaclaus. La nuo- va fortificazione, a sua volta, era dotata di tre porte: Portal de Tellers, Sant Antoni e Santa Madrona. Resti di quest’ultima sono ancora visibili nella parte meridionale del Raval, a Drassanes, in prossimità dell’attuale Paral.lel. 9 P. Vilar, La Catalogne dans l’Espagne moderne, Parigi 1963, cit. in O. Bohigas, Reseña y catalogo de la arquitectura modernista, Editorial Lumen, Barcellona 1968, p. 44. 10 F. Braudel, op. cit., p. 143. 11 P. Villar, Historia y Leyenda del Barrio Chino, La Campana, Barcellona 1997, p. 20. 12 Ibidem. 13 Secondo J. Fabre e J. M. Huertas Claveria, (J. Fabre e J. M. Huertas Claveria, op. cit., p. 295) alcuni degli sfollati si trasferirono nel Raval, nell’attuale carrer Robador. 14 J. Nadal, J. Maluquer, A. Carreras, Catalunya. La fábrica d’Espanya. Un siglo de industrialización catalana (1833-1936), Generalitat de Catalunya, Barcellona 1985, p. 163. 15 Cfr. J. Gottman, Megalopolis. The Urbanized Northeastern Seabord of the United States, New York 1961, edizione consultata Megalopoli. Funzioni e relazioni di una pluricittà, Einaudi, Torino 1970. 16 J. Artigues i Vidal, F. Mas i Palahì, X. Sunol i Ferrer, El Raval, història d’un barri servidor d’una ciutat, Francesc Mas i Palahì editor, Barcellona 1980, p. 21. 17 R. Hughes, Barcellona. Duemila anni di arte, cultura e autonomia, Mondadori, Milano 2004, p. 213. 18 Tra le nuove industrie, vi fu quella di Erasmo de Gomina costruita nel 1783-1784, in carrer Riera Alta, che contava più di mille operai. Numerose industrie erano concentrate in carrer de les Tapis. 19 La fabbrica, dove lavoravano più di 700 operai, ebbe breve vita e fu distrutta nel 1835 da un incendio appiccato dagli stessi operai durante una protesta. 20 J. Artigues i Vidal, F. Mas i Palahì, X. Sunol i Ferrer, op.cit., pp. 33-38. 21 R. Hughes, op. cit., p. 196. 22 La costruzione del teatro Liceu, progettato dall’architetto M. Garriga, comportò l’abbatti- mento dell’adiacente convento dei Trinitaris Descalços. Il teatro, fortemente danneggiato da un incendio, fu ricostruito nel 1862 su progetto dell’architetto O. Mestres. 23 La vicenda concorsuale del plan Cerdà è ricostruita da A. Soria Puig in Trabajos sobre 75 Cerdà y Barcelona, Barcellona 1992, dove l’autore mette in evidenza le varie fasi che portarono alla vittoria del piano di Cerdà. Già nel 1855, l’ingegnere aveva compilato un anteproyecto che si trasformò nel 1859 nel progetto per Eixample, approvato nel medesimo anno dal Ministerio de Fomento di Madrid. Contemporaneamente, l’Ajuntament bandì il concorso nel quale risultò vincitore Antonio Rovina y Trias. Nel 1860 si raggiunse un compromesso tra Barcellona e il governo centrale di Madrid e si scelse il progetto di Cerdà mutilato di alcune sue parti, ovvero, le ordenanzas e il pensamento económico. 24 Fu l’ingegnere catalano a rivendicare, nel suo libro Teoría General de la urbanización, l’introduzione della nuova scienza dell’urbanizzazione. Cfr. I. Cerdà, Teoría general de la urbanización y ensanche de Barcelona, 1867, edizione consultata Teoria general de la urbanización. Reforma y ensanche de Barcelona, Istituto de Estudios Fiscales, Barcellona 1968. 25 Tra questi, la Monografia statistica della classe operaia di Barcellona nel 1856, allegata alla relazione del progetto preliminare di Cerdà (1856). 26 Cerdà aveva previsto che la ricchezza creata dallo sviluppo della nuova città sarebbe stata utilizzata per ristrutturare la città antica e per migliorare la vita delle popolazioni operaie. Questa parte del progetto non trovò realizzazione. A proposito dei sobborghi, di cui all’epoca il Raval faceva parte, Cerdà afferma: por lo común todos son irregulares: no obedecen a ley alguna; sus edificios, sus vías interiores son la expresión de la voluntad y de la conveniencia individual, que sucesivamente los ha ido levantando a medida y en la forma y en el sitio que mejor parecieron al objeto y propósito de sus respectivos dueños. I. Cerdà, Teoria general de la urbanizacìon. Reforma y ensanche de Barcelona, Istituto de Estudios Fiscales, Barcellona 1968, cit. in J. Artigues i Vidal, F. Mas i Palahì, X. Sunol i Ferrer, op.cit., p. 36. 27 J. Sobrequés i Callicó, Barcelona, aproximació a vint segles d’historia, La Busca edicions s.l., Barcellona 1999, p. 142. 28 Il parere della Accademia d’Higiene de Catalunya del 1895 rispetto all’apertura dello sventramento nel Raval era negativo: Cuando à las ventajas de la vía B, con ser positivas, resultan ilusorias ante lo astroso de las vecinas calles. Es à granel que se muestran inmundas, asquerosas, centros de corrupción empapados de poder. Esa vía las deja de 76 lado, y sin embargo, se pretende que con ella basta para mejorarlas. Qué ha de bastar si no se las toca! [...] No son las grandes vías las más convenientes [...] La Reforma limitada a la apertura de las tres grandes vías no satisface las necesidades de Higiene. Ayuntamiento Constitucional de Barcelona, Información pública sobre la reforma urbana de esta ciudad, abierta por alcaldía de la misma en 23-II-1894. Conclusiones contenidas en los informes presentados, Barcellona 1895, cit. in J. Fabre, J. M. Huertas Claveria, op.cit., pp. 318-319. 29 La Renaixença fu prima di tutto un movimento letterario che recuperò la lingua locale per troppo tempo rimossa. La rinascita delle lingua catalana è fatta coincidere con il 1833, quando Bonaventura Carles Aribau pubblica la «Oda a la Patria», il primo poema moderno scritto in catalano. L’opera letteraria più rappresentativa di questo fervore culturale fu «L’Atlántida», scritta dal sacerdote J. Verdaguer e premiata ai Jocs Florals del 1877, che fece assumere dignità di lingua al catalano. I Jocs Florals, in particolare, furono i premi di poesia catalana reistituiti dopo circa quattro secoli a partire dal 1859. 30 Cfr. R. Pane, Gaudí, Edizioni Comunità, Milano 1964, p. 72. 31 O. Bohigas, Reseña y catalogo...cit., p. 53. 32 G. Semper, Der Stil in den technischen und tektonischen Künsten, oder praktische Aesthetik, ein Handbuch für Techniker, Künstler und Kunstfreunde, 1860–1863, edizione consultata G. Semper, Lo stile nelle arti tecniche e tettoniche, o Estetica pratica: manuale per tecnici, artisti e amatori, Laterza, Bari 1992. 33 M. Tafuri, F. Dal Co, Architettura contemporanea, Electa, Milano 2003, p. 74. 34 G. R. Collins, Antoni Gaudí, New York 1960, edizione consultata G. R. Collins, Antonio Gaudí, Il Saggiatore, Milano 1961, p. 23. 35 Alcuni autori vedono nel Modernismo la declinazione architettonica della Renaixença (Cfr. R. Pane, op. cit., O. Bohigas, Reseña y catálogo…cit.; M. Tafuri, F. Dal Co, op. cit.), altri lo interpretano come il filone più innovativo della Renaixença (V. Magnaghi Lampugnani, Dizionario Skira dell’architettura del Novecento, voce Modernismo, Skira, Milano-Ginevra 2000), altri ancora come una sua evoluzione (R. Hughes, op. cit.) e indicano come la data spartiacque tra l’uno e l’altra l’Esposizione Universale del 1888, di cui si dirà di seguito (M. Reixa, Modernismo, in M. Cristina Tullio, a cura di, Barcellona, Città Olimpica, Inasa, Catalogo alla mostra, Roma, Palazzo della Civiltà del Lavoro, 13 Maggio-14 Giugno 1992, p.286). 77 36 D. Makay, L’arquitectura moderna a Barcelona, (1854-1939), cit. in J. Busquets, Barcelona. La costrucción urbanística de una ciudad compacta, Ediciones del Sebal, Barcellona 2004, p. 166. 37 R. Pane, op. cit., pp. 61-62. 38 Cfr. B. Zevi, Storia dell’Architettura Moderna, Einaudi, Torino 1950. La copertina del libro di Zevi era dedicata alla panchina del parc Güell di Gaudí, di cui si dirà di seguito. Come a dire: «Ecco l’architettura moderna». Grazie anche all’opera dello storiografo romano, l’architetto catalano e la sua opera incominciarono ad essere apprezzate fuori dalla Spagna. Fu la mostra su Gaudí organizzata da H. R. Hitchcock al MOMA di New York nel 1956 a suggellare l’interesse internazionale per l’architetto catalano. 39 Se un’ideologia si può riconoscere a monte delle opere dell’architetto catalano essa è di matrice religiosa. Gaudí sembrò considerare la sua professione come una missione apostolica – la costruzione di una nuova Utopia per ospitare e formare la Società perfetta. G. R. Collins, op. cit., p. 10. Un’interpretazione dell’opera di Gaudí potrebbe essere compiuta, infatti, sulla base del suo fervente cattolicesimo. Nota è, per esempio, la descrizione dell’architetto catalano della figura geometrica del paraboloide iperbolico come l’incontro di due rette infinite unite da una terza, pure infinita, rappresentanti la Trinità. Tutte le opere dell’architetto catalano, tranne le prime di gusto mudéjar, presentano simboli religiosi. 40 K. Frampton, Modern Architecture: a critical history, London 1980, edizione consultata Storia dell’architettura moderna, Zanichelli, Bologna 1997, p. 65. 41 J.J. Lahuerta, Antoni Gaudí 1852-1926, Electa, Milano 1992, p. 34. 42 Ivi, p. 58. 43 G. R. Collins, op. cit., p. 21. Pane riporta una discussione tra Pevsner e Zevi sullo stile di Gaudí: Così a Pevsner, il quale candidamente scrive che Gaudí «imbarazza chi vuole assegnargli un posto storico», Zevi risponde che «se una grande personalità non trova posto in uno schema storico, la colpa non è della personalità ma dello schema». R. Pane, op. cit., p. 44. 44 Di seguito è citata la descrizione del noto diagramma funicolare che Gaudí ideò per la costruzione della cripta della chiesa nella colonia Güell del 1908: Dopo aver disegnato il pavimento della cripta appese una cordicella in ciascuno dei punti in cui andavano poste le 78 colonne che avrebbe trasmesso alle fondamenta la spinta della struttura. Poi unì le cordicelle sospese con stringhe trasversali che dovevano rappresentare gli archi e le volte, attaccando a ciascuna di esse un sacchettino di cotone riempito di pallini da caccia, pesati con estrema precisione, per simulare le sollecitazioni della compressione su ciascuna colonna, volta e arco. […] Gaudí quindi fotografò il modellino da tutte le angolature possibili e rovesciò le fotografie. La tensione divenne compressione. R. Hughes, op. cit., p. 447. 45 Come rileva R. Pane, esempi illustrati di archi iperbolici e pilastri inclinati sono presenti nei Dictionnaire di Viollet -le-Duc, ampiamente diffusi all’epoca nella Scuola di Architettura di Barcellona, dove Gaudí svolse i suoi studi. R. Pane, op. cit., pp. 72-80. 46 Ivi, p. 6. 47 G. R. Collins, op. cit., p. 9. 48 R. Pane, op. cit., p. 106. A continuazione Pane afferma: Ciò sembra essere ovvio sia per lui che per ogni vero artista; eppure, l’angustia razionalista dei moderni discorsi «funzionali» ha a tal punto estraniato ogni concretezza da rendere necessario che si insista su simili constatazioni. Pane si sente in dovere di ribadire l’artisticità di Gaudí e l’indipendenza del valore formale dal piano razionale, contro l’interpretazione della critica moderna che ha invece apprezzato la perizia dell’architetto catalano nell’uso delle tecniche e dei materiali, trascurando la qualità puramente formale delle sue architetture. 49 Furono i Güell e i López a finanziare la pubblicazione de «L’Atlántida» di J. Verdaguer. 50 L. Quattrocchi, Gaudí, in «Art Dossier» n°. 84, 1993. 51 G. R. Collins, op. cit., p. 20. 52 La monarchia borbonica si restaurò nel 1874. 53 M. Foucault, Surveiller et punir. Naissance de la prison, Ed. Gallimard, Parigi 1976, edizione consultata, M. Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino 1993. 54 J. Yxart, El año pasado. Letras y artes en Barcelona, cit. in J.J. Lahuerta, op. cit., p. 7. 55 In «La Época» del 12 agosto del 1886, cit. in J. Sobrequés i Callicó, op. cit., p. 149. 56 J. Busquets, op. cit., p. 162. 57 Alcuni Catalani dell’epoca, particolarmente patrioti, sostenevano che Colombo in realtà fosse catalano. Ai Barcellonesi non è mai sfuggito che Colombo, in cima alla sua colonna, leggermente più alta di quella di Nelson a Trafargar Square, ha il volto rivolto verso il mare 79 e la schiena verso la Castiglia. Peccato che, per via della seccante configurazione della costa, guardi verso la Libia piuttosto che verso l’America; ma il mare è catalano. R. Hughes, op. cit., p. 326. 58 J. Busquets, Il livello intermedio, in M. Cristina Tullio, a cura di, Barcellona…cit., p. 48. 59 Cit. in J. Sobrequés i Callicó, op. cit., p. 139. 60 Quest’ultima, si trova sul passeig de Gràcia, accanto alla nota casa Batlló, costruita suc- cessivamente da Gaudí (1905-1907) e alla casa Lleó e Morera di Domènech i Montaner (1905) a formare quella che comunemente è indicata come la manzana del la discordia (in castigliano, la mela, ma, anche, l’isolato della discordia). 61 Tra le disposizioni del nuovo regime vi fu la sospensione della Mancomunitat di cui, come noto, Puig i Cadafalch era presidente. 62 Cfr. O. Bohigas, Modernidad en la arquitectura de la España republicana, Tusquets Editores, Barcellona 1998, p. 68. 63 G. Denti, 1929-1986. Dalla costruzione alla ricostruzione, in G. Calzà, G. Denti, Mies Van der Rohe. Il padiglione di Barcellona, Alinea Editrice, Firenze 1989, p. 6. 64 Cfr. I. Solá-Morales, C. Cirici, F. Ramos, Mies Van der Rohe, el pabellon de Barcelona, Ed. Gustavo Gil, Barcellona 1993, p. 13. 65 Se ne accorsero i visitatori dell’epoca che pur biasimando l’eccessiva innovazione del padiglione ne apprezzarono i materiali: Bisogna segnalare l’unità che in questo stile esageratamente innovatore ha imposto la Germania a tutte le sue istallazioni, a tutta la sua architettura. […] Un’attenuante è la ricchezza dei materiali: per ragioni di questo trucco sempre lodabile, l’angustia non uccide e aiuterà gli spiriti pazienti ad adorare con fede l’evidenza di queste forme di munizioni. Cit. in. O. Bohigas, Modernidad en…cit., pp. 71-72. 66 L’origine geografica della popolazione di Barcellona nel 1930 era la seguente: Catalogna 630.000 (62%) Aragò, Valencia, Baleari 180.000 (18%) Spagna del sud 80 96.000 (10%) Spagna del centro 50.000 (5%) Spagna del nord 20.000 (2%) Altri 30.000 (3%) Fonte: T. Vidal Bendito, Ciutat i immigraciò: dos fets inseparables. El cas barceloni (segles XIX i XX) in, Ciutat i immigraciò, Centre de Cultura Contemporanea de Barcelona, Barcellona 1997, p. 28. 67 J. Sobrequés i Callicó, op. cit., pp.145-146. 68 L. Oyon, J. Maldonado, E. Griful, Barcelona 1930: un atlas social, Edicions UPC, Barcellona 2001, pp. 49-87. 69 Stanze completamente prive di finestre, dove la luce non penetrava e l’aria non si rinno- vava, né di giorno né di notte, […] che contenevano già dodici letti con quattordici individui con la circostanza aggravante di trovarsi il dormitorio al livello del suolo dietro un negozio privo di illuminazione. Carlos Ronquillo, Cuerpo médico especial de Higiene de Barcelona, Tipografia Balmas Plaas, Barcellona 1889, cit. in P. Villar, op. cit., pp. 37-38. Quello della calle Cid era una specie di casa-quartiere, con un portale di entrata, le cui porte rimanevano sempre aperte. Entrando si incontrava un patio quadrangolare, nello stile delle case andaluse, lastricato di ciottoli di ruscello, però più sporco delle case povere dell’Andalusia. Intorno al patio, al piano terra, c’erano sei o otto abitazioni private per famiglie, e al piano superiore, al quale si saliva per una scala di legno, situata in un angolo, altre sei o otto abitazioni ubicate in corrispondenza delle sottostanti. […] Qui si trovavano diciotto o venti brande destinate a dormitorio pubblico. Dormire in una di queste brande costava un Real. Però non si poteva rimanere di più di otto ore nella branda. Chi stava ancora dormendo doveva pagare venticinque centesimi. I turni erano: dalle sei della mattina alle due del pomeriggio, dalle due alle dieci di notte e dalle dieci alle sei della mattina. Di qui, quelli che avevano la disgrazia di usare tal esemplare dormitorio, li chiamavano “Los tre ochos” (“I tre otto”). R. Vidiella, Los de ayer, cit. in P. Villar, op.cit., p. 40-41. 70 M. Moreta, Historia de Barcelona, cit. in P. Villar, op.cit., p. 66. 71 Tra questi: Les Cortes, Gràcia, Sant Andrei, Sant Gervasi, Sant Marti, Horta, Hospitalet. 72 Cfr. J. Busquets, Urbanización marginal en Barcelona, Publ. LUB, Barcellona 1975. 73 Intorno alla Prima Guerra Mondiale si sviluppò un nuovo movimento culturale, in gran parte debitore al Modernismo, che la storiografia indica con il nome di Noucentisme. Come il Modernismo nacque in ambito letterario, intorno all’Istituto di Studi Catalani, e, come il Modernismo, ebbe un forte legame con la politica, e fu teso alla ricerca di un’identità cultu- 81 rale autenticamente catalana. L’Istituto di Studi Catalani fu costituito nel 1907 da Eugeni D’Ors, autore del romanzo «La Ben Plantada» (E. D’Ors, La Ben Plantada, Ed. 62, Barcellona 1980), vero e proprio caposaldo della letteratura catalana, in cui la protagonista, Teresa, sintetizza le varie identità dei paesi mediterranei. L’ideologia novecentista può essere così sintetizzata: volontà di modernizzazione, vocazione di una cultura cosmopolita, europeismo e autonomia rispetto alla cultura madrilena, incremento delle istituzioni rappresentative, sistema urbano contro regionalismi pittoreschi (Cfr. O. Bohigas, Modernidad en la arquitectura cit…, p. 46). Il Noucentisme in architettura si tradusse in un linguaggio classico, neutro, che ricerca i suoi riferimenti nella cultura mediterranea ma anche nella produzione di Loos e Perret e che può a pieno titolo rientrare nella linea della prima modernità. Ascrivibili al Novecentismo sono: Puig y Cadafalch, vecchio maestro del Modernismo, Francesc Folguera, Ramón Raventós, Raimon Duran i Reynals, Antoni Puig Gairalt, Nicolau M. Rubió i Tudurí. Il Noucentisme può essere considerato come il punto di passaggio tra il Modernismo ed un’architettura nuova, ovvero moderna. Uno dei suoi esponenti di spicco, Rubió i Tudurí, fu autore, nel 1927, di «Diàlegs sobre l’Arquitectura», il primo libro di critica catalano che diffonde il pensiero architettonico moderno, e, segnatamente, di Le Corbusier, contrapposto dialetticamente alla “dignitosa” teoria dell’architettura della tradizione. Per la sua matrice classica-razionale il Novecentismo può essere paragonato al contemporaneo movimento del Novecento Italiano, i cui massimi esponenti furono G. Muzio e F. Finetti. 74 Di quegli anni sono le prime opere surrealiste di Dalì e Buñuel e astratte di Mirò. A Cadaqués, sulla Costa Brava, Dalì e Buñuel girarono nel 1929 il lungometraggio «Un chien andalou». 75 76 77 Cit. in R. Bennet, Art Nou. Cop de Maça, in «La Ciutat i la Casa», n.°6, 1929. Cfr. O. Bohigas, Modernidad en la arquitectura …cit., p. 68. Risale al 1926 il primo viaggio di Sert a Parigi. Finiti gli studi, l’architetto catalano lavora a Parigi con Le Corbusier dal 1929 al 1930, collaborando al progetto per l’edificio della Società delle Nazioni. Cfr. J. M. Rovira, Sert 1901-1983, Electa, Milano 2000 e Le Corbusier y Barcelona, Fundació Caixa Catalunya, Barcellona 1989. 78 Cit. in J. Oliveras i Samitier, Le Corbusier a Barcellona e il Plan Macia. Le tappe di Le Corbusier a Barcellona ed i viaggi in Spagna, in M. Cristina Tullio, a cura di, Barcellona…cit., p. 5. 82 79 Mercadel era stato il delegato spagnolo al I Congresso Internazionale di Architettura Mo- derna (CIAM) del ’28 a La Sarraz. 80 «A.C» era chiaramente inspirata alla contemporanea rivista tedesca «Das neue Frankfurt» fondata da E. May nel 1926, di cui imitava il formato (26 per 26 cm) ed i caratteri. Altro modello di riferimento fu «ABC», la rivista svizzera di H. Meyer, fondata nel 1924. 81 Il CIRPAC (Comité International pour la Résolution des Problèmes Architecturaux Contemporaines), si era costituito nel ‘28 a La Sarraz e costituì il comitato organizzativo di tutti i successivi CIAM. 82 Cfr. O. Bohigas, Modernidad en la arquitectura …cit.. 83 Si noti che qui Le Corbusier interpreta erroneamente e riduttivamente il significato della sigla Gatepac, attribuendo al gruppo l’unica funzione di rappresentare l’architettura spagnola ai CIAM. 84 Le Corbusier , Ville Radieuse, Editions de l’Architecture d’Aujourd’hui, Parigi 1935, p. 305. 85 Bozza di programma GATCPAC. Urbanizzazione della Barcellona futura in «Mirador», maggio 1932, cit. in J. M. Rovira, op.cit., p. 58. 86 In uno studio elaborato dal Gatcpac sulle condizioni igieniche della città antica, si regi- strava, intorno agli anni ’30, una mortalità nel Raval pari al 15%. In particolare, al n°10 di carrer Migdia in un periodo di cinque anni erano morti 134 abitanti su 150, al n°11, 88 su 174; a Arc du Teatre n° 63, 15 su 56; a carrer Reina Amalia n°15, 22 su 91. J. Fabre, J. M. Huertas Claveria, op.cit., p. 317. 87 In «A.C. Documentos de Actividad Contemporánea », n°.6, 1932. 88 Cfr. J. Busquets, Cada casa un arbre, un model actual d’habitage en el Pla Macià, in Le Corbusier y …cit.. 89 La vicenda della resistenza catalana a Franco e della guerriglia tra anarchici e comunisti è narrata, tra gli altri, da Gorge Orwell in Omaggio alla Catalogna, edito nel 1938. Cfr. G, Orwell, Omaggio alla Catalogna, Il Saggiatore, Milano 1964. 90 Cfr. O. Bohigas, Modernidad en la arquitectura …cit., p. 94 91 Tra questi, anche il maestro del Modernismo Puig i Cadafalch. 92 J. Busquets, Barcelona… cit., p. 200. 83 93 Fino agli anni ’50 la più alta concentrazione di popolazione si registra a Barcellona (intor- no al 80-85% della popolazione complessiva), nel 1960 le percentuali si modificarono sensibilmente, di modo che nel territorio periferico era presente il 77% della popolazione. Tra il 1960 e il 1975 tutti i sobborghi duplicarono la loro popolazione e in alcuni casi la triplicarono o quadruplicarono. Memoria del Plan Estratégico Metropolitano de Barcelona, Ajuntament de Barcelona, Barcellona 1999-2003, pp. 3-4. 94 J. Costa, A.Ros, Diversitat dels fluxos J.Roca i Albert, a cura di, L’articulaciò social de la Barcelona contemporània, Istitut Municipal d’Historia de Barcelona, Barcellona 1997, p. 237. 95 J . Busquets, Barcelona…cit., p. 271. 96 J.Moreras, Escenes dels estrangers, Raval espacio de convivencia, espacio de socializaciòn, in Escenes-Escenas del Raval, Centre de Cultura Contemporánea de Barcelona, Barcellona 1998, p. 127. 97 Cfr. T. Vidal Bendito, op.cit., p. 28. 98 Ivi, p. 287. 99 Cfr. O. Bohigas, Entre el Plan Cerdà i el barrachisme, Edicion 62, Barcellona 1963. 100 A. Pizza, Casa, quartiere, città nell’esperienza degli anni cinquanta, in M. Cristina Tullio, a cura di, Barcellona…cit., p. 14. 101 Cfr. O. Bohigas, Modernidad en la arquitectura …cit., p. 13. 102 Tra cui, il già citato Reseña y catalogo de la arquitectura modernista del 1968 e Arquitectura española de la segunda República del 1970, ampliato e ripubblicato nel 1998 con il titolo Modernidad en la arquitectura de la España repubblicana. 103 A. Pizza, J. M. Rovira, Presentación, in Ideas de arquitectura en una cultura de oposición, in A. Pizza, J. M. Rovira, a cura di, 1958-1975. Desde Barcelona, arquitectura y ciudad, Col.legi d’Arquitectes de Catalunya, Barcellona 2002, p. 8. 84 104 Ibidem. 105 A. Pizza, Casa, quartiere, città… cit., p. 16. 106 K. Frampton, op. cit, p. 374. 107 J. A. Coderch, Historia de una castañuelas, cit. in J. M. Ballarín, op.cit., p. 207. 108 O. Bohigas, Cap a un’arquitectura realista, in «Serra d’Or», Barcellona 8 maggio 1962. 109 V. Gregotti, Orientamenti nuovi nell’architettura italiana, Electa, Milano 1969, p. 39. 110 A. Pizza, Ideas de arquitectura ...cit., in A. Pizza, J. M. Rovina, a cura di, 1958-1975. Desde Barcelona…cit., p. 25. 111 O. Bohigas, Una posible Escuela de Barcelona, in «Arquitectura» n°.118, 1968. 112 J. M. Rovira, Las venas del sílex,, in Ideas de arquitectura en una cultura de opocición, in A. Pizza, J. M. Rovina, a cura di, 1958-1975. Desde Barcelona…cit., p. 8. 113 Ibidem. 114 A. Rossi, L’architettura della città, Marsilio, Padova 1966. 115 Editoriale, in «2C. Costruccion de la Ciudad», n.°0, 1972. 85 II capitolo 87 2.1 autonomia locale Per chi possieda solo informazioni approssimative sui cambiamenti verificatisi in Spagna alla metà degli anni Settanta, l’unica spiegazione apparente può essere la modificazione della situazione politica causata dalla morte del generale Franco, nel novembre del 1975. Si tratta, infatti, di un avvenimento decisivo nella recente storia spagnola, le cui conseguenze si estendono oltre il campo strettamente politico, a tutti gli aspetti dell’organizzazione sociale116 . La dittatura ebbe fine nel 1975, nel 1978 fu reistituita la Generalitat, l’ente politico e amministrativo autonomo della regione della Catalogna. L’autonomia amministrativa sancì il recupero da parte dell’Ajuntament e del suo organo sovraordinato delle competenze in materia urbanistica. Due anni dopo, il nuovo sindaco socialista117 , Narcís Serra, nominò Oriol Bohigas responsabile per l’urbanistica della città. Dice Bohigas: La politica ed i metodi urbanistici di Barcellona a partire dal 1980 - vale a dire, poco dopo la prima elezione democratica della giunta a maggioranza socialista rappresenta in un certo qual modo un cambiamento rispetto alla politica e ai metodi tradizionali, un cambiamento che, una volta consolidato, ha avuto anche una certa risonanza in altre città europee e ha permesso di parlare di un “modello Barcellona”. Verso la metà degli anni ’80, con il sindaco Narcís Serra, si diede inizio a una riflessione che si alimentò subito con le esperienze dei progetti realizzati dai dipartimenti per l’urbanistica che iniziai a dirigere allora118. Già si è parlato di Bohigas come uno degli esponenti della seconda “ondata moderna” e come membro illustre della cosiddetta Scuola di Barcellona, anche alla sua figura di tecnico impegnato nel dibattito culturale e politico si deve la rinascita di Barcellona, al principio degli anni ’80. Ricostruire Barcellona119 fu la priorità di questi anni, che significava affermare fisicamente e ideologicamente la sua identità di capitale della Regione autonoma di Catalogna e superare l’isolamento a cui l’avevano condannata tanti anni di regime dittatoriale. Durante gli anni immediatamente precedenti la morte di Franco, quando già si 89 respirava un certo ottimismo per l’incipiente cambiamento politico, numerosi architetti catalani, appoggiandosi, spesso, ad istituzioni accademiche, avevano incominciato a formulare progetti per la nuova Barcellona democratica. Si trattava di architetti dichiaratamente anti-franchisti, nati all’indomani della Guerra Civile, che anche per la carenza di lavoro, dovuta ad una complessiva crisi economica, alimentavano serrati dibattiti, spesso clandestini. L’ortodossia razionalista, lo si è detto, aveva lasciato il passo a una pratica architettonica moderna e realista, ovvero vicina al fare architettonico, alla tecnica e alla funzione. Gli architetti catalani si erano specializzati nel disegno dei particolari, degli oggetti, degli interni, divenendo abilissimi nella distribuzione delle piante e nella composizione degli alzati, usando materiali moderni ma anche locali. Il dibattito sulla città venne incentrato sulla qualità della forma urbana. La città venne considerata come una macroarchitettura, studiata formalmente e disegnata, magari per esercitazione, nelle sue singole parti. Il periodo di transizione dittatura-democrazia si caratterizzò, inoltre, per un forte attivismo della società civile. Le associacions de veïns (associazioni di abitanti di quartiere)120 si resero promotrici di numerose proteste e proposte tese al miglioramento della loro condizione abitativa alimentando una prima forma di partecipazione democratica. Fu così che durante gli anni ’70 tra professionisti e abitanti si realizzò un fervente scambio di idee e progetti per la città. All’epoca, direttore della scuola di Barcellona, ovvero dell’Università, era proprio Bohigas, che ebbe modo, così, di diffondere le sue teorie incentrate sui principi del realismo e del progressismo democratico. A Bohigas si rivolse Serra per riprogettare Barcellona, convinto di trovare in lui, e nella sua scuola, un gruppo qualificato di esperti del suo stesso orientamento politico. La democrazia e l’autonomia amministrativa garantivano nuovi margini di azione e fu così che al principio degli anni’80 una nuova classe dirigente composta da tecnici specializzati, democratici e autonomisti, ebbe l’opportunità di ricostruire la città. La volontà di ricostruire la città coincise con quella di “fare città”: fare città vuol dire risanare i quartieri antichi e “monumentalizzare” la città nuova121. Attraverso lo studio atten- 90 to della forma fisica della città, delle preesistenze, si doveva progettare una nuova città, rispondente ai nuovi tempi, ovvero ai nuovi valori democratici che si erano affermati. Dopo la Repubblica del ’36, nuovamente Barcellona è socialista, si tratta, evidentemente, di un socialismo diverso, per così dire, politically correct, e l’intelligentia locale ebbe l’opportunità di governare la città quando già le classi dirigenti di altri paesi europei si erano sfinite nella ricerca di un compromesso o si erano “abbrutite” nelle grandi illusioni postbelliche. Tardi al potere, quindi, ma con la possibilità di fare tesoro di tutti gli errori che gli altri avevano compiuto122. La forma urbis di Barcellona all’indomani della dittatura era chiara: esisteva una “città compatta”123, consolidata, fatta di strade, isolati e piazze e una periferia composta, per lo più, dai grandi poligoni residenziali, il nucleo antico si distingueva nettamente dall’espansione otto-novecentesca e dal resto del territorio. Come tutte le città mediterranee, Barcellona aveva un tessuto urbano denso, stratificatosi nel tempo, dalla morfologia complessa, che accoglieva varie funzioni e popolazioni. Il Pla General Metropolità (PGM), lo strumento di regolamentazione urbanistica della città, tutt’ora vigente, era stato redatto nel ’76 da Juan Antoni Solans, dal ’77 responsabile per l’urbanistica. Il PGM regola l’uso del suolo, le sue superfici e il sistema di comunicazioni, dà prescrizioni relative alla struttura generale della città, localizzando gli spazi liberi da destinarsi a parchi pubblici, a verde e attrezzature. Il PGM, compilato in un periodo di forti tensioni, in cui si attendeva il cambiamento di regime politico, pur figlio della tradizione razionalista dello zoning e dello standard, fu considerato progressista per la grande quantità di aree che riserva a verde e spazi pubblici a discapito della costruzione privata e, pertanto, la nuova amministrazione decise di lasciarlo come strumento urbanistico di riferimento. Tuttavia, il PGM, per la sua ampia scala, non consentiva di dettagliare concretamente la morfologia urbana e quindi di indicare i corretti processi di trasformazione e conservazione. La scarsità di risorse economiche, d’altra parte, rendeva impossibile la realizzazione di grandi interventi: era necessario partire con pro- 91 getti piccoli, puntuali, emblematici, per conferire alla città qualità e dignità. È la poetica o, se si vuole, la politica, della nueva urbanidad che si consolida attraverso le buone maniere del fare urbano ovvero attraverso: la riabilitazione delle residenze, il recupero della pavimentazione, il riequilibrio delle attrezzature e degli spazi pubblici, degli edifici istituzionali e di livello cittadino, la riutilizzazione del patrimonio culturale, etc.124. Si introdussero, così, piani urbanistici specifici di dettaglio, tra cui i Pla Especial de Reforma Interior, i PERIs, letteralmente, Piani Speciali di Ristrutturazione/ Recupero Interno, che trovano un analogo italiano nei Piani di Recupero, entrambi mutuati dalla legge francese sul recupero che stava producendo effetti considerevoli nel territorio d’oltralpe. Essi sono descritti come quei piani che riguardano la realizzazione sul suolo urbano di interventi isolati o integrati, indirizzati alla decongestione, alla creazione di attrezzature e servizi comuni, al risanamento di quartieri degradati, alla risoluzione di problemi di circolazione e di estetica ed al miglioramento dell’ambiente e dei servizi pubblici125 In particolare furono redatti per la Ciutat Vella: il PERI del Raval, del Sector Oriental para el Casc Antic e quello di Barceloneta. Tra il 1984 ed il 1986 il centro antico venne dichiarato Area di Riabilitazione Integrata (ARI) e si istituì una struttura di gestione degli interventi con un relativo programma che coordinasse i singoli PERIs. Vennero così individuate delle aree di attuazione prioritaria, si previdero meccanismi di finanziamento per le operazioni pubbliche di gestione del suolo e si incrementò l’iniziativa privata. Venne istituita l’Oficina de Rehabilitació Ciutat Vella (ORCV) che somministra ai privati finanziamenti pubblici per gli interventi di riabilitazione che riguardano gli edifici residenziali ricadenti in aree ARI. Parallelamente, fu avviata una rivoluzionaria riforma amministrativa per la quale la città fu suddivisa in 10 unità territoriali omogenee, di circa 200.000 abitanti126, dotate di organi autonomi di gestione127 , chiamate distretti, tra le quali fu individuato il distretto di Ciutat Vella. Nel 1988, fu istituita PROCIVESA (Promociò de Ciutat Vella sa)128 , una società a capitale misto (61% pubblico, 39% privato)129 , preposta a gestire gli espropri dei terreni e 92 E. Miralles e B. Tagliabue, mercato di Santa Caterina in costruzione 93 l’eventuale abbattimento degli edifici, l’acquisizione e la riabilitazione di edifici preesistenti130. PROCIVESA usufruisce dei finanziamenti pubblici131 e dei proventi che le derivano dalle proprie attività immobiliari (i fitti delle abitazioni riabilitate e di nuova costruzione, le vendite degli edifici a imprese immobiliari). La Ciutat Vella, il nuovo distretto amministrativo, dichiarato ARI, si compone di quattro parti, che negli anni’80 presentavano caratteristiche distinte: sul versante est delle Rambles, il Barri Gòtic, testimonianza dell’illustre passato gotico delle città; su quello ovest, il Raval, estremamente degradato, contraddistinto, complessivamente, da una edilizia consolidatasi in epoca borbonica, con qualche emergenza architettonica, coincidente con gli antichi complessi religiosi; al di là della via Laietana, l’area orientale della città antica, pure contraddistinta da numerose architetture gotiche e da un tessuto medioevale; Barceloneta, lo storico quartiere dei pescatori, costruito a ridosso della Ciutadella. Tre PERIs, come si è E. Miralles e B. Tagliabue, mercato di Santa Caterina, in costruzione 94 detto, prevedevano interventi specifici coordinati dal programma di attuazione redatto dalla nuova figura giuridica dell’ARI. Non fu formulato un PERI per il quartiere gotico e gli interventi attuati si rifecero alle prescrizioni contenute nel PGM: riqualificazione del costruito e degli spazi pubblici (plaça Reial, architetti F. Correa e A. Milà, plaça Geoge Orwell, architetto J. Barjuan), piccole operazioni di diradamento edilizio che mirano alla creazione di nuove piazze (placeta al carrer de la Palla, architetto L. Aguado, plaça de la Mercè, architetti dei servizi municipali). La avinguda de la Catedral, il tratto della via C di Cerdà che va dallo spazio antistante la Cattedrale alla via Laietana, fu trasformata in una piazza con un parcheggio sotterraneo. Il PERI del Sector Oriental para el Casc Antic, redatto dagli architetti Ricard Fayos, Pere Giol, Joan Galimany, Rafael de Cáceres, Pedro Domínguez, Carles Pareja, si concentra sull’area a nord-est della via Laietana, costituita dai quartieri di Santa Il prolungamento dell’avinguda Cambò, in via di realizzazione 95 Caterina, Sant Agustí e La Ribera. Esso distingue aree di conservazione e aree di remodelació, coincidenti con quelle più degradate. Complessivamente, il piano stabilisce la creazione di un percorso, prolungamento della avinguda Cambò, il tratto orientale della via C, continuazione dell’avinguda de la Catedral, che, inoltrandosi per la città medioevale al di la della via Laietana, arriva, passando per il mercato di Santa Caterina, ricostruito, ad un nuovo viale alberato, adibito a piazza pubblica, compreso tra le strade Jaume Giralt e Metges i Montanyans. La progettazione del mercato di Santa Caterina e delle residenze lungo il prolungamento della avinguda Cambò sono state affidate all’architetto Enric Miralles. Il progetto dell’architetto catalano stabilisce di recuperare parte delle antiche facciate del mercato ottocentesco e su di queste collocare una grande copertura “organica”, in legno lamellare, rivestita di piastrelle colorate a mosaico e sorretta da pilastri costituiti da fasci di tubolari metallici. La parte retrostante del mercato è adibita a residenze per anziani, mentre quella sotterranea è, parzialmente, destinata a parcheggio132 . I lavori per il prolungamento della avinguda Cambò e per la costruzione del nuovo mercato di Santa Caterina sono tutt’oggi in via di realizzazione. Il PERI per Barceloneta, redatto da Manuel Solá-Morales, Antoni Font, Ignacio Paricio, prevede il recupero, anche tipologico, delle residenze, la ristrutturazione del sistema degli spazi pubblici e la connessione del quartiere con la linea di costa attraverso la creazione di una strada parallela al mare e quindi tangente al quartiere. Complessivamente, i PERIs raccolgono una serie di progetti puntuali, a volte già formulati a livello di studi negli anni precedenti, e si rifanno alle prescrizioni contenute nel PGM, di modo che molte delle aree di remodelació coincidono con le zone già sottoposte a vincolo di abbattimento ed espropriate. Interventi puntuali sono i progetti urbani: Il progetto urbano non è né un piano urbanistico, né un progetto architettonico. E’ un progetto che definisce la forma e il contenuto di un frammento di città, dallo spazio pubblico fino all’architettura […]. Il progetto urbano si riferisce ai quartieri, o settori omogenei poiché è impossibile arrivare alla comprensione globale della città se non attraverso la somma dei suoi diversi fram- 96 menti. […] Il progetto urbano impone una predisposizione morfologica e funzionale decisiva, ma al tempo stesso lascia aperti progetti successivi e sovrapposti. E’ un progetto per metà architettonico e per metà urbanistico, uno strumento molto reale, con volontà e possibilità di realizzazione immediata, che contiene al suo interno il sistema per la sua gestione definitiva133 . Con i progetti urbani si trova un “compromesso”, ovvero una scala intermedia134, tra piano e progetto, si sintetizzano gli assunti elaborati precedentemente nei dibattiti sulla qualità e sulla forma urbana e si risolve, come si è detto, il problema della mancanza di risorse pubbliche che avrebbe reso impossibile l’attuazione di grandi trasformazioni urbanistiche. È il discorso sulla forma urbana avviato a partire dagli anni ’60 che ora trova attuazione. Se, come oramai è assodato, non è con i grandi piani di insieme, astratti e generalizzanti, che si programma la città contemporanea, se la Città Funzionale non è più in grado di descrivere e trasformare la complessa compagine degli insediamenti di oggi, se il modello desarrollista degli anni del franchismo è risultato foriero di altrettanti danni interpretativi delle esigenze reali di sviluppo per la popolazione tutta, è il saper pratico che deve caratterizzare la pianificazione. Gli strumenti urbanistici tradizionali sono utilizzati nella maniera più flessibile e dinamica e, se non bastano, se ne creano di nuovi. L’adeguamento realistico ha consentito di avviare piccole operazioni locali di esclusiva competenza comunale135. Le piccole operazioni o progetti urbani derivano da un’attenta analisi morfologica del preesistente e, soprattutto, da una pianificazione razionale e pratica delle possibilità effettive per incidere, nel quadro delle risorse disponibili, nella vita di tutti i giorni dei cittadini136 . Lo spazio privilegiato del progetto urbano è stato quello pubblico. Le piazze, le strade, i parchi sono gli spazi a cui si è dedicata con forse più attenzione la pianificazione urbanistica di Barcellona: i grandi parchi, generalmente periferici, le nuove piazze ricavate nelle aree irrisolte dell’Eixample, le piccole piazze e giardini della città antica, gli interventi lineari, ovvero gli assi pedonali, i paseos, le nuove Rambles. Mancava, allora, quella forma dello spazio pubblico che attribuisce un significato ad ogni area urbana, che la fa uscire dall’anonimato e le dona una 97 personalità propria137. Lo spazio pubblico serve appunto a “fare la città”, per conferirle identità e memoria, urbanidad. Quel che si lamenta sulla città contemporanea, per cui i luoghi, non più identitari, relazionali e storici, diventano non-luoghi138, è intuito da Bohigas, che realisticamente propone strade, piazze come nuovi monumenti rappresentativi della nuova urbanidad. La città è essenzialmente il suo spazio pubblico, a condizione che sia uno spazio leggibile […] e per far sì che un quartiere o una città sia leggibile, si devono utilizzare parole e frasi note che, nella maggior parte dei casi, sono quelle già concretizzate nel corso della storia di tutte le città [...]139. È un’operazione, quella di Bohigas, in contro-tendenza rispetto al panorama europeo, ma l’architetto catalano, politico e uomo di cultura, ha i suoi riferimenti, che sono da un lato Cerdà e dall’altro il Gatcpac. Le strade, le piazze, gli isolati dell’Eixample, compongono la maggior parte della città di Barcellona, il suo tessuto, ne costituiscono la regola da applicare per la progettazione degli spazi “irrisolti”. Gli insegnamenti dell’ortodossia razionalista, pur non tradottisi che sporadicamente in progetti, rappresentano utili spunti metodologici e fu così che Bohigas formulò la nota teoria delle metastasi: lo spazio pubblico nelle zone densamente costruite, tra cui la città vecchia, è da ottenersi attraverso operazioni di diradamento edilizio, creando vuoti, così come fu proposto dal Gatcpac. Abbattendo singoli edifici degradati è possibile guadagnare piccole piazze e allargare le strade: attraverso lo svuotamento puntuale, secondo Bohigas, si ottiene un miglioramento complessivo dell’area e non si stravolge il tessuto urbano. Il metodo proposto è di tipo induttivo: il progetto urbano puntuale, di diradamento ma in genere di recupero/ riqualificazione è in grado di rigenerare le zone al contorno, è una metastasi benigna. All’utopia “sistematica” dei grandi piani generali che sovente si legano ai regimi totalitari, Bohigas contrappone la poetica democratica del particolare140 . Il diradamento, ovvero la sostituzione puntuale di un edificio, lo svuotamento di una parte di tessuto congestionata, che spesso coincise con la creazione di uno spazio pubblico, attraverso un progetto urbano, al fine di creare una metastasi, si operò in via prioritaria sulle zone già afectadas dal PGM, ovvero, come si è detto, sottoposte a vincolo di abbattimento. 98 2.2 fare centro nel Raval Per ricostruire Barcellona diventata capitale della Regione autonoma di Catalogna era necessario riqualificare il centro della città. La riqualificazione del centro antico, caratterizzato da un estremo degrado fisico e sociale fu tra gli obiettivi prioritari della nuova politica urbana: dopo anni di incurie e di immobilismo, bisognava intervenire nel cuore della città, dove si conservano le testimonianze del passato. Il Raval si presentava al principio degli anni ‘80 come un quartiere occupato da una popolazione povera e anziana, composta, in parte, da immigrati spagnoli naturalizzati barcellonesi e, in parte, da immigrati stranieri141. La densità di costruito era la più alta della città142 : lo sviluppo urbanistico, per lo più spontaneo, aveva portato all’occupazione di tutto lo spazio disponibile e alla conseguente mancanza di aree libere. Le residenze erano piccole, per la maggior parte inferiori a 60 mq143. La qualità del costruito andava diminuendo nel settore meridionale, a Drassanes, dove si concentrano per la maggior parte le popolazioni immigrate. Complessivamente, la maggior parte della abitazioni erano carenti in quanto a impianti elettrici, della luce, dell’acqua e del gas144 , erano prive di ventilazione adeguata e avevano coperture e facciate fatiscenti. Assai deficienti per quantità e funzionalità erano le attrezzature. In particolare, erano totalmente assenti ospedali per lunghe degenze e strutture di assistenza sanitaria per gli anziani che pure, stando ai dati, costituivano la maggioranza della popolazione. Data la densità di costruito, il sistema stradale risultava insufficiente a garantire il traffico veicolare, specie per il collegamento nord-sud. La vocazione commerciale del Raval persisteva ed in particolare, lungo carrer Hospital, Sant Pau, Carme e Tallers. In carrer Nou de la Rambla e in tutta la zona meridionale, prossima alla avinguda Drassanes, erano presenti locali destinati allo svago diurno e notturno. Nella zona limitrofa alle Rambles si concentravano le attività legate al turismo, tra le quali, quelle alberghiere. Erano pure presenti, per lo più nella zona nord, piccoli laboratori artigianali, tra cui, falegnamerie, tap- 99 pezzerie, arti grafiche che frequentemente si trovano situati accanto alle residenze degli artigiani. Gli antichi complessi religiosi rimanevano “in piedi” ma erano per lo più abbandonati ed in pessimo stato di conservazione, tra questi il monastero romanico di Sant Pau del Camp, con l’annesso chiostro e gli orti, in carrer Sant Pau, la cappella romanica di Sant Llatzaret in plaça del Pedró, il convento di Montalegre, del 1362, nell’omonimo carrer, l’Hospital de Santa Creu, risalente al 1401, ubicato tra carrer del Carme e de l’Hospital, il convento dei Dominiques dels Angeles, del 1562, che comprende la chiesa gotica, in carrer dels Angeles ed il convento degli Agustins Descalços, del 1639, e l’annessa parrocchia di Santa Mònica, ubicato sulle Rambles. Laboratori e piccole industrie ottocentesche testimoniavano il passato del Raval come barri industriale. Numerosi edifici risalenti ai primi decenni del ‘900, ascrivibili al Modernismo, erano presenti nel quartiere. Di fronte a tale scenario, le priorità che la nuova amministrazione si pose per il recupero/riqualificazione del Raval furono: la risoluzione della congestione di costruito e la creazione di spazi liberi, la risistemazione della viabilità per garantire maggior accessibilità al quartiere, il recupero dell’edificato che versava in cattive condizioni e l’abbattimento di quello maggiormente degradato, la rifunzionalizzazione e il recupero dei grandi edifici religiosi, la creazione di nuove funzioni in grado di conferire nuova vita al quartiere. Il PERI del Raval, redatto dagli architetti Xavier Sust e Carles Diaz e approvato definitivamente nel 1985, propone, pertanto: la creazione di spazi liberi mediante l’abbattimento del costruito più degradato, a partire da quello di proprietà pubblica, già espropriato; la riabilitazione o sostituzione dell’abitato; la massima conservazione del tessuto edificato esistente, compatibilmente con la pur necessaria risistemazione dell’assetto della mobilità; il recupero dei tracciati preesistenti e la creazione di nuovi; l’uso del suolo pubblico per il potenziamento delle attrezzature di quartiere. Il PERI sottolinea il valore storico del Raval nella sua interezza, più per il suo carattere generale che per i singoli edifici che lo compongono. Riconosce nei tracciati viari di antico impianto una valenza peculiare del Raval, accen- 100 Il Raval, aereofotogrammetria, prima dell’apertura della Rambla del Raval 101 tuata dalla localizzazione su tali strade di numerose attività commerciali e di svago che danno vita al quartiere. La riqualificazione del Raval, pertanto, è da ottenersi attraverso operazioni di ristrutturazione urbana a partire dall’esistente145. Dopo una realistica analisi del tessuto consolidato, la decongestione ed il recupero del quartiere, sancite dal PERI come prioritarie, si realizzano attraverso operazioni di diradamento edilizio e di sostituzione del costruito più degradato, tali da comportare la ristrutturazione, intesa come intervento “forte”, utile per creare una nuova struttura del tessuto edilizio, finalizzata alla realizzazione di spazi pubblici, strade e piazze, e nuove residenze. Recuperare non significa restaurare, ma innescare una rigenerazione, dare nuova vita, per tale motivo i progetti urbani non si limitarono a stabilire le condizioni di un ripristino della singola architettura o di un brano di territorio, ma si spinsero ad ipotizzare l’abbattimento del costruito più degradato, per il quale non era ipotizzabile un nuovo uso. Il sacrificio dell’edificato irrimediabilmente danneggiato è considerato auspicabile qualora generi un miglioramento della zona, in termini funzionali e sociali. Dice Bohigas: Fatta eccezione per casi di alto livello, la conservazione di un edificio ha senso solo quando può svolgere un ruolo preciso nel sistema della città; e questo rende ammissibili anche interventi molto decisi, tanto decisi quanto quelli che lo stesso edificio avrà sicuramente subito nel corso della sua lunga storia, per essere progressivamente adattato a nuovi usi ed a nuove sensibilità146. Occorre finanche il coraggio di demolire un’architettura di un certo valore se ostacola una più importante azione di rigenerazione urbanisticamente determinante147. Un approccio moderno alla città storica implica la sua attualizzazione e quindi la sua trasformazione148 . Uno degli interventi di sostituzione edilizia realizzati nel Raval meglio riusciti è quello di J. Llinàs elaborato alla fine degli anni’80 e realizzato nel 1994, situato all’incrocio tra carrer Carme ed il più piccolo carrer Roig. Invece di occupare tutto il suolo disponibile del lotto rettangolare, che si estende in lunghezza per il carrer Roig, l’architetto ha progettato un sistema di tre edifici separati ed in parte porticati, in modo da far passare aria e luce e migliorare le condizioni ambientali del carrer 102 J. Llinàs, complesso di abitazioni in carrer Roig-Carme (19801994), stato attuale 103 Roig. I tre edifici, di altezze diverse, arretrati e ruotati rispetto alla strada, creano slarghi e passaggi a metà tra il pubblico ed il privato. Il volume dell’edificio su carrer Carme è svuotato nello spigolo compreso tra le due strade che delimitano il lotto da terra fino all’altezza del primo livello, così da aprire ulteriormente il carrer Roig e da porlo visivamente in connessione con il più ampio carrer Carme. I tre corpi sono semplicemente intonacati e tutte le bucature sono chiuse da persiane di legno, comprese quelle che marcano lo spigolo tra i due carrers, con un’evidente citazione della casa a Barceloneta di Coderch. Nel Raval, come in tutta la Ciutat Vella, si rileva la scarsità di luoghi pubblici e, anche qui, la strategia urbanistica-architettonica mira a sanare questa deficienza, perché, come si è visto, è la piazza, la strada, il parco, a conferire urbanidad ad un luogo. Il Raval come quartiere centrale della città antica, pure a lungo periferico, in senso letterale e metaforico, non poteva che dotarsi di spazi pubblici e quindi assumere un ruolo e un’identità urbana centrale. Per ovviare alla densità dell’edificato, bisognava realizzare nuovi spazi liberi e, considerato lo stato di estremo degrado in cui versava gran parte del costruito, si sono attuate operazioni di diradamento edilizio per la creazione di nuovi spazi pubblici. Esempio emblematico è la piazza Emili Vendrell, progettata da un gruppo di architetti dei servizi municipali, sorta dall’abbattimento di una parte di un isolato fatiscente, delimitato dai carrer Joaquin Costa e Peu de la Creu. La piazza, inaugurata alla metà degli anni’80, fu concepita come un giardino compreso tra i muri che correvano lungo il perimetro del lotto. Oltrepassato il filtro della cortina muraria, il piccolo spazio pubblico si costituiva di un’unica aiuola, con una panchina e una fontana. Oggi, i muri sono stati abbattuti perché lo spazio, di fatto chiuso alla strada, era considerato insicuro. La densità del costruito ed i processi di occupazione del suolo non pianificati avevano portato alla quasi inesistenza di un sistema di strade di attraversamento, fatta eccezione per i percorsi medioevali, evidentemente insufficienti per le moderne esigenze del traffico veicolare, e il grande asse, interrotto, dell’avinguda Drassanes. Come noto, il piano Comarcal, ideato in pieno regime franchista, in 104 Architetti dei servizi municipali, piazza E. Vendrell, stato attuale 105 base al quale fu realizzata l’avenida Morato, oggi avinguda Drassanes, non aveva trovato realizzazione per la parte concernente le aree limitrofe lo sventramento, pure espropriate. Il Barri Xino, dove risiedeva la popolazione più povera, colpito dai bombardamenti della guerra civile, versava ancora in condizioni abitative al limite della vivibilità. Fu così che, a partire dalla fine degli anni ’80, l’area di Drassanes fu coinvolta da un’intensa opera di trasformazione: la avinguda Drassanes venne riprogettata, in modo da inglobare nuove piccole piazze e giardini ricavati negli spazi interstiziali, al di là delle cortine che chiudevano l’invaso stradale. Attraverso operazioni di svuotamento puntuale la strada si aprì agli spazi retrostanti ed il suo percorso si fece più articolato. Nello stesso periodo intorno al monatero romanico di Sant Pau, ubicato immediatamente a ridosso dell’avinguda Drassanes, venne realizzato un giardino di 13.000 mq. A continuazione della avinguda Drassanes, lungo il percorso indicato dalla pianificazione precedente per il grande asse di sventramento del Raval, denominato da Cerdà via B, si progettò la realizzazione di un enorme spazio pubblico, che prenderà il nome di Rambla del Raval. L’idea è contenuta nel PERI dell’85 ma subì diverse modifiche149 , di modo che da spazio pubblico, in tutto e per tutto assimilabile ad una piazza, divenne, com’è tutt’oggi, una grade strada carrabile, orientata in direzione nord-sud. Un apposito piano di dettaglio del PERI del 1985, il Pla Central, adibì tale area a spazio libero da ottenersi attraverso l’abbattimento dei cinque isolati circondati dai carrer Sant Jeroni e Cadena, dove erano localizzate 1.384 residenze e 293 locali commerciali150 . Al posto del costruito, come spazio libero, il piano previde la realizzazione di una piazza, di forma rettangolare allungata, simile alla piazza Navona di Roma. Per gli abitanti coinvolti dalle operazioni di esproprio fu previsto il rialloggiamento nelle nuove residenze di promozione pubblica da realizzarsi alle estremità nord e sud della Rambla, rispettivamente, nei due nuovi carrer Maria Aurelia Capmany e Sant Oleguer. Con la Modificaciò del PERI del Raval. Reordenaciò del Pla Central del 1992 ed i piani di dettaglio151 si stabilì la configurazione del nuovo spazio pubblico. La piazza urbana prevista dal PERI dell’85 divenne uno spazio dotato di sei filari di 106 Avinguda Drassanes, stato attuale 107 alberi, con un tratto centrale di 32 metri adibito al passeggio dei pedoni e ad attività civiche, due strade carrabili ai lati, ciascuna a due sensi di marcia, di 7 metri, e due marciapiedi di circa 6 metri, così come nella tradizione spagnola delle Rambles. La sezione della strada risulta complessivamente di 58 metri di larghezza per 317 metri di lunghezza. Agli estremi nord e sud del tratto centrale pedonale si prevedono due rotonde di forma ovale che permettono alle automobili l’inversione di senso di marcia. Vengono ampliate le strade a sud e a nord della Rambla del Raval, rispettivamente Sant Oleguer (18 metri) e Maria Aurelia Capmany (15 metri). Per i carrer Hospital e Sant Pau si prevede un uso preferenziale per i pedoni. In occasione della festa della Mercè del 2000 si celebrò l’inaugurazione della Rambla del Raval. Il costo dell’opera è stato di 5 milioni di euro, stanziati per l’80% dal Fondo di Coesione Europea. Così Xavier Casas, primer teniente del sindaco di Barcellona, descrive gli interventi realizzati nel Raval: La Rambla del Raval culmina un processo di trasformazione che non solo ha sostituito vicoli e oscurità con piazze, spazio libero, luce e vita, ma ha anche collocato il centro antico e Barcellona nello scenario delle città storiche più importanti d’Europa. Durante la decade degli anni ’80 abbiamo iniziato un progetto che cercava di rivitalizzare il centro antico di Barcellona, dargli lucentezza, ridargli vita […]152 . All’inaugurazione della Rambla, furono esposti numerosi cartelli con le scritte: «La nuova Rambla del Raval per la gente» e «Il quartiere del Raval darà il benvenuto alla signora Luce e al signor Spazio». Per le sue dimensioni e per l’entità della trasformazione che ha innescato nella morfologia e nell’identità del quartiere la Rambla costituisce un’eccezione alla politica dei piccoli interventi. Più che alla strategia del diradamento per la creazione di spazi pubblici, essa si rifà alle previsioni contenute nella pianificazione ottonovecentesca, da Cerdà in poi. Nel Pla Espacial de Millora del Medi Urbà (PEMMU) del Pla Central del Raval del 1992 si legge: La concezione urbanistica del Pla Central, la sua forma e le sue dimensioni estranee alla tradizione della città, non hanno un’autonomia progettuale giustificata, né sono prodotte da una riflessione 108 Rambla del Raval, sezione. Nella pagina accanto, Rambla del Raval, 2004 109 distributiva dello spazio pubblico della zona (GATCPAC), piuttosto sono creditori della prolungazione della avinguda Drassanes e della propria cultura delle grandi vie, e in questo senso la pianificazione e i suoi risultati, lo spazio alberato, hanno riflesso questa referenza153 . Il PEMMU, tuttavia, giustifica le dimensioni e la tipologia dell’intervento considerando prioritaria l’esigenza di fornire uno spazio libero. Più che di diradamento, la vastissima “piazza-strada dura”, costituisce un esempio di sventramento, le cui dimensioni fuori scala sono in netto contrasto con la complessità del tessuto del Raval, composto da lotti medioevali sui quali si è stratificata un’urbanizzazione d’epoca borbonica. Se si considera la Rambla del Raval una strada di collegamento mare-montagna, così come previsto da Cerdà per il suo asse B, è una strada interrotta e con una sezione sproporzionata rispetto al flusso di macchine che convoglia. Se la si considera una piazza, per soddisfare l’esigenza di spazi liberi di un quartiere densamente edificato, risponde, ad una tipologia lontana da quelle delle tradizione spagnola. Oltre che per ragioni funzionali, un intervento così forte si motiva anche per motivi ideologici e storici. Il Raval è un quartiere per lo più consolidatosi in epoca borbonica. La cultura catalana, così degnamente rappresentata dall’architettura gotica che si concentra nel quartiere ad oriente delle Rambles, il Barri Gòtic, non ha trovato espressione che in pochi esempi dell’ex Barri Xino, tra cui quelle architetture che la pianificazione ha indicato come emergenze, coincidenti, per lo più con gli antichi complessi religiosi. La maggior parte dell’urbanizzazione del quartiere era borbonica e, per affermare l’identità catalana, l’amministrazione locale e i suoi architetti non si fecero scrupolo di rimuoverla, sostituirla, diradarla. Accadde, però, che nelle operazioni di abbattimento per la realizzazione del grande sventramento furono distrutti anche edifici ascrivibili al Modernismo, tra cui: la farmacia del Dr. Sastre i Marques di Josep Puig i Cadafalch, la casa Buxeres di Antoni Serrallach e la casa Josep Gelabert, pure inclusi nel Catalogo del Patrimonio Architettonico Storico e Artistico della città di Barcellona, nonchè nel libro compilato da O. Bohigas sugli edifici più rappresentativi del modernismo catalano154 . In particolare, per ciò che concerne la farmacia Sastre i Marques, che si trovava 110 La zona centrale del Raval 111 in carrer de l’Hospital n° 109, il piano di Modificaciò del PERI del Raval, Reordenaciò del Pla Central, prevedeva un cambiamento di livello di protezione, da “B” a “E” che implica la possibilità di un suo trasferimento in un luogo diverso dall’originario. La farmacia si trovava su un lotto per cui era stato previsto l’abbattimento e, considerando che tutti gli elementi di maggior pregio si concentravano nel basamento, il piano stabilì il loro trasferimento. Attualmente la farmacia, priva delle antiche decorazioni, è stata traslata in un nuovo edificio ubicato sul tratto settentrionale della Rambla del Raval154. Come noto, per la realizzazione della Rambla del Raval, si è drasticamente ridotto il numero delle residenze, di modo che sono state rase al suolo 1.384 residenze, per un totale di 1.800 abitanti coinvolti nelle operazioni di abbattimento edilizio155. Gli inquilini delle abitazioni abbattute sono stati trasferiti in parte nelle nuove residenze in regime di protezione ufficiale di carrer Santa Elena, Sant Oleguer e Maria Aurelia Capmany, e in altre di sovvenzione pubblica dislocate nel quartiere. A commento dei nuovi edifici di promozione pubblica si riportano le parole di O. Bohigas: Si tratta di caseggiati pesanti, monotoni che non hanno niente a che veder con l’intorno, che non aiutano a ridefinire nuove varianti dei tradizionali elementi urbani e che si articolano con una finestratura, con materiali e colori che sembrano presi in prestito dai peggiori sobborghi più o meno sovvenzionati dei contesti antiurbani156 . Molti dubbi stanno a monte dell’intervento di rialloggiamento degli abitanti gestito da PROCIVESA, per lo sradicamento insito nell’operazione e perché è voce diffusa che non tutti gli abitanti abbiano trovato posto nei nuovi appartamenti. L’intervento della Rambla del Raval era in fase di realizzazione quando, nella parte nord del Raval, furono create due istituzioni museali, tra le più importanti della città, il Museo di Arte Contemporanea (MACBA) ed il Centro di Cultura Contemporanea (CCCB). La loro sede coincise con l’area occupata dal complesso conventuale della Carità, rifunzionalizzato, appunto, a isola museale. La creazione dei due musei s’iscrive nella politica di rivitalizzazione delle architetture e del quartiere: il riuso preserva dal degrado fisico le architetture storiche che si 112 Scheda di casa Buxeres di A. Serrallach compilata da O. Alexandre ed inclusa nel suo catalogo della distruzione del patrimonio architettonico In alto, Josep Puig i Cadafalch, farmacia Sastres y Marques, inizi del XX secolo, in carrer de l’Hospital n° 109. In basso, la farmacia Sastres y Marques oggi, nell’estremità settentrionale della Rambla del Raval. A destra, edilizia sovvenzionata in carrer Sant Oleguer, 2005 113 trasformano in contenitori di nuove funzioni pubbliche e innescano nuove modalità di fruizione del quartiere e della città. I monumenti si trasformano in attrezzature al servizio dei cittadini ma anche dei turisti. Già il PERI del Raval dell’85, come si è visto, rilevava l’esistenza di una grande quantità di edifici pubblici inutilizzati ed in pessimo stato di conservazione, tra cui: la Casa de la Caritat e la Casa de la Misericordia, con i patii annessi, occupati da garage e magazzini, e la chiesa dels Angeles. Per i due complessi, della Carità e della Misericordia, e la vicina chiesa dels Angels, il PERI ripropose lo studio Dal Liceu al Seminari, formulato nel 1980 dagli architetti Lluìs Clotet e Oscar Tusquets, che prevedeva la risistemazione della zona dal teatro Liceu alla piazza dell’Università e il riuso degli edifici monumentali a fini culturali e ricreativi157 . Con la fondazione, nel 1988, del consorzio Casa della Carità Complesso di Cultura Contemporanea si stabilì di recuperare e rivitalizzare un’importante area del Raval, creando un centro di Cultura Catalana che rifletta, potenzi e diffonda la capacità creativa della città e del paese nell’arte moderna158 . Il Pla Especial d’ordinació del Conjunt de la Casa Caritat del 1990 prescrive la trasformazione del complesso religioso per la sua rifunzionalizzazione a sede museale, ovvero ad attrezzatura non solo di quartiere ma anche urbana. Si vuole rivitalizzare il settore (il cuore del Raval) introducendo elementi che catalizzino attività cittadine, contribuiscano alla rinascita di un tessuto urbanistico e sociale molto degradato159. Così come previsto dal progetto urbano Clotet-Tusquets, la nuova isola museale dovrà costituire uno polo culturale e una tappa di un percorso, anche turistico, che dal teatro Liceu, ricostruito nel ’94, dopo un incendio, arriva fino all’Università. L’area oggetto di trasformazione del piano è compresa tra le attuali strade Joachin Costa, Valldonzella, Montalegre e Ferlandina ed include, su carrer Valldonzella, la sala d’Actes in stile modernista, su progetto di August Font y Carreras, la chiesa neo-medioevale di Santa Maria de Montalegre, opera di Josep Goday i Casals, l’annesso patio Manning, risalente al 1743, e l’ottocentesco patio de les Dones, su carrer Montalegre. È esclusa dal piano la striscia di edificato preesistente che chiude il lotto su carrer Joachin Costa. 114 Il complesso della Caritat, proposta di decatalogazione 115 Considerato lo stato di “rovina” in cui versava la parte del complesso che prospettava su carrer Ferlandina, il piano stabilisce il suo abbattimento e la costruzione di un nuovo fabbricato, sede del MACBA. Dato che il complesso aveva un livello di tutela “B”, ovvero rientrava tra gli edifici d’interesse artistico, storico, archeologico, tipico o tradizionale, le preesistenze ricadenti nell’area di progetto160 vennero escluse dal Catalogo del Patrimonio Storico-Artistico: La configurazione dell’ambito di de-catalogazione è imposta dalla localizzazione del MAC, avvallata da diverse istituzioni161 . Nella parte retrostante il nuovo edificio è ubicato il pati de les Dones che si presentava con una volumetria molto definita su tre delle sue ali. La quarta, prossima al patio Manning così come il corpo di contatto con quest’ultimo, presenta delle caratteristiche molto diverse rispetto al complesso, che impediscono una lettura bi-assiale […] e per questo si potranno abbattere per essere sostituiti162. La quarta ala del patio venne abbattuta ed al suo posto fu costruito un nuovo edificio, sede del Centro di Cultura Contemporanea. Si lasciarono inalterati la chiesa del carrer Valldonzella ed il patio Manning, restaurati nel 1986. Il nuovo museo di arte contemporanea progettato da Richard Meier e inaugurato nel 1995, sorge ad un metro rispetto la quota della nuova piazza dels Angeles, ricavata Studi per piazza de les Angels (Dal Liceu al Seminari, L. Clotet, O. Tusquets, 1980) 116 abbattendo una parte dell’antistante convento dels Angeles, ed è formato da due corpi di fabbrica, rispettivamente adibiti ad esposizioni e all’amministrazione, tra i quali è ricavato un passaggio che porta alla retrostante piazza Joan Coromines. La piazza, in diretta connessione con piazza dels Angeles e con il patio de les Dones, con cui forma un unico sistema di spazi aperti, è chiusa sul versante occidentale da un nuovo edificio, sede della facoltà di scienze della comunicazione dell’Università Ramon Llull, progettato da D. Freixes, V. Miranda, V. Bou e E. González nel 1996. Il corpo adibito alle mostre si compone di una grande hall a tutt’altezza, vetrata su di un lato, sulla quale si affacciano gli ambienti espositivi, a cui si accede tramite una rampa che corre parallela alla vetrata, ed una più piccola, circolare, che “sfonda” lo spigolo nord-ovest del corpo. La piazza Joan Coromines, il passaggio che conduce ad essa, la connessione tra i due corpi è schermata da una superficie continua che fa da fronte all’edificio e sulla quale si giustappongono volumi e superfici. Tra questi: l’ampia vetrata dalla quale si intravede la rampa e la grande hall espositiva, un enorme volume curvilineo, una parete “ritagliata” in più punti dalla quale fuoriesce un balcone, uncorpo scale cilindrico. Tutte le superfici ed i volumi, fatta eccezione per la vetrata, 117 sono bianche. L’effetto complessivo per chi osserva l’edificio dalla piazza dels Angeles è di un enorme contenitore parallelepipedo di un bianco brillante. Il progetto per il patio de les Dones, compilato da Helio Viaplana e Albert Piñón, inaugurato nel 1994, comprende la risistemazione delle tre ali preesistenti e la costruzione di un nuovo edificio a sostituzione dell’ala nord-est, abbattuta. Quest’ultimo è composto da una facciata in lamina di cristallo che si sviluppa in altezza fino a raggiungere il livello delle ali adiacenti dove curva ad angolo ottuso, così da riflettere il paesaggio circostante, altrimenti non percepibile all’interno del patio. Il moderno edificio sfonda, così, virtualmente, lo spazio interno che pure delimita. Funzionalmente, ospita gli spazi di comunicazione verticale (scale mobili, ascensori etc.) e sale conferenze. Le sale espositive sono ubicate sotto il livello del piano di calpestio del patio, di modo che al museo si accede attraverso una ram- R. Meier, Museo di Arte Contemporanea di Barcellona (1995). Nella pagina accanto, piazza Joan Coromines 118 119 In alto, R. Meier, Museo di Arte Contemporanea di Barcellona, particolare della vetrata. In basso, A. Viaplana, H. Piñon,schizzo dello studio del Centro Cultura Contemporanea di Barcellona. Nella pagina accanto, A. Viaplana, H. Piñon, Centro Cultura Contemporanea di Barcellona (1994) pa che corre parallela al nuovo edificio, sull’ala opposta. A marcare l’ingresso e a schermarlo è posta una grossa lastra di marmo a cui si appoggia un piano-seduta anch’esso di marmo, dove chi sosta può contemplare, riflesso nell’ampia vetrata del nuovo edificio, il paesaggio urbano. Se da quanto detto si comprende quanto forti siano stati gli interventi di trasformazione nell’area nord del Raval, non si può che rilevare la qualità delle nuove architetture e le loro capacità di inserimento nel contesto. Il bianco parallelepipedo del MACBA, pur essendo chiaramente un’opera di Meier, non può certo dirsi atopica. In particolare, il passaggio tra le due ali espositive del nuovo museo mette il relazione diretta la piazza dels Angeles con la piazza interna Joan Coromines e, quindi, con il patio de les Dones a esso collegato. Il passaggio, stretto, non rettilineo, in parte schermato dalla bianca cortina, allude, poi, chiaramente alle strade del quartiere. La nuova ala del patio de les Dones, realizzata da Viaplana e Piñón, risulta perfettamente contestualizzata con i corpi preesistenti che riflette sul suo prospetto, con le loro decorazioni di ceramica e graffiti risalenti alla fine degli anni ’20 del secolo scorso. Il nuovo edificio, inoltre, attraverso un gioco di riflessi, mette in relazione l’interno del patio con il paesaggio esterno. Più che dialogare con il contesto si potrebbe dire che il nuovo edificio si smaterializza diventando contesto. Il complesso della Carità costituisce un esempio emblematico della politica di riuso delle preesistenze storiche e di rivitalizzazione del quartiere: gli antichi complessi religiosi si trasformano in attrezzature dell’età contemporanea, ovvero contenitori per la cultura, che attraggono nuovi fruitori, tra cui i turisti. Altre attrezzature sono state create nel Raval attraverso il riuso degli edifici storici, tra cui: l’antico hospital de Sant Pau è stato adibito a sede della Biblioteca Nazionale, Les Drassanes, gli arsenali, sono stati restaurati e riconvertiti in Museo Marittimo, su progetto di Esteve e Robert Terrades i Muntañola, il convento degli Agustins Descalços con l’annessa chiesa, ubicato sul tratto meridionale delle Rambles, è stato rifunzionalizzato e restaurato da Viaplana e Tuñon ed è divenu- 122 La parte Nord del Raval, vista area, fine anni ‘90 123 124 A. Viaplana, H. Piñon, chiesa dell’ex convento degli Agustins Descalços (1992), stato attuale. Nella pagina accanto, Centro d’Arte Santa Mònica (1992), stato attuale 125 to il Centro d’Arte Santa Mònica, nell’ex convento dels Angeles, riprogettato da L.Clotet, I. Paricio e C. Diaz, ha trovato sede il FAD, Fondaciò Arte e Design. In particolare, il Centro d’Arte Santa Mònica, realizzato nel 1992, è stato il primo museo del Raval. Il recupero della preesistenza e la sua rifunzionalizzazione è stato attuato attraverso un’operazione di “montaggio” di nuovi elementi spaziali e funzionali spiccatamente moderni. Gli ambienti espositivi sono ricavati nel chiostro barocco dell’ex-convento e negli ambienti pertinenti, restaurati, mentre gli uffici sono dislocati nel versante meridionale del lotto, in un nuovo edificio. Tra l‘antico edificio ed il nuovo, dalle linee estremamente minimali, vi è un vuoto, sottolineato dalla presenza di un setto, delle stesse dimensioni del vuoto, slittato poco più avanti. Il prospetto principale sulla Rambla si caratterizza per la presenza di una pensilina, progettata per essere libera, poi chiusa per ospitare uffici di informazione culturale, che funge da terrazza-ristorante al primo livello, al quale si accede attraverso una rampa che corre dietro la pensilina, addossata al prospetto. Il versante del lotto che dà sulla Rambla ospita pure una nuova chiesa, non allineata al fronte preesistente del convento e divisa da esso tramite un setto che divide l’area dello svago culturale da quella sacra. Come nel CCCB, anche nel Centro Santa Monica, del resto anteriore, Viaplana e Tuñon hanno dimostrato la loro perizia nella composizione del nuovo con l’antico. 126 2.3 le Olimpiadi A partire dalla seconda metà degli anni ’80, accanto alla pianificazione di piccola scala, per interventi puntuali, si incominciò a formulare una strategia di trasformazione della città nel suo complesso: ai piani per la grande città si affiancarono nuovi grandi piani per la città163 . Mentre gli interventi di recupero del centro erano in corso e la prassi del progetto urbano e delle metastasi erano oramai consolidate, l’amministrazione locale, presieduta dal nuovo sindaco Pasqual Maragall e supportata da Joan Busquets, direttore dei servizi per l’urbanistica, stabilì di intervenire nei territori periferici e di avviare una serie di interventi sul sistema infrastrutturale. La ricerca di nuove procedure pianificatorie si fece sempre più ricca e complessa: tra piano e progetto, tra area vasta e progetto puntuale, tra politiche settoriali (trasporti, residenze, verde, attrezzature, etc.) e piani per distretti. Il progetto sulla città a grande scala fu formulato nel 1986, attraverso il Piano di Aree di Nuova Centralità compilato da Busquets. Il piano coinvolgeva i terrain vague ubicati ai margini della città, caratterizzati da una morfologia indeterminata e da usi obsoleti, potenzialmente in grado di assumere un ruolo propulsivo nello sviluppo urbano in ragione della loro buona posizione in relazione al sistema di accessi alla città, del loro legame con importanti assi viari, e della vicinanza a punti di intercambio tra sistemi di trasporto urbano, metropolitano e internazionali164 . Si incominciarono a redigere plans especials, varianti al PGM, che prevedevano la delocalizzazione delle attività sportive-ricreative, alberghiere, commerciali, concentrate nella città storica, nelle nuove aree centrali, “punti di cerniera” a basso livello di urbanità e a basso rendimento funzionale165. La Diagonal, la grande arteria disegnata da Cerdà, fu riprogettatata in molti suoi tratti, dall’estremità occidentale a quella orientale passando per piazza Maciá e piazza de les Glories Catalanes. Un complessivo riassetto delle infrastrutture, in base al quale una nuova ronda di circonvallazione, già prevista nel PGM, avrebbe circondato l’intera città, e la risistemazione ferroviaria con la creazione delle nuove sta 127 zioni di La Sagrera e Sants, completavano la strategia di trasformazione del territorio urbano. Nel 1986, mentre Busquets compilava il nuovo piano per la città, Barcellona venne eletta sede dei futuri giochi olimpici del 1992: si presentò un’occasione imperdibile per completare la ricostruzione della vecchia Barcellona e per “monumentalizzare” la città nuova. La trasformazione di Barcellona è sempre avvenuta storicamente anche attraverso eventi eccezionali e, dopo le esposizioni del 1888 e del 1929, le Olimpiadi costituirono un’altra grande occasione che favorì lo sviluppo urbano. La manifestazione del ’92, infatti, comportò la necessità e l’opportunità per Barcellona di dotarsi di infrastrutture, di interventi di carattere Piano delle Aree di Nuova Centralità 1986. Nella pagina accanto, le quattro aree olimpiche 128 strutturale e di attrezzature da ubicarsi nelle aree irrisolte o dismesse del territorio urbano, anche vicino alla costa. Fu così che le aree olimpiche coincisero con quattro delle dodici “aree di nuova centralità” del piano di Busquets, ovvero, la Vall d’Hebrón, l’estremità orientale della Diagonal, la collina di Montjïuc ed il quartiere di Poblenou. [...] L’operazione del ’92 può essere considerata un’operazione infrastrutturale ma, per la sua ubicazione territoriale, può anche essere considerata una «operazione di periferia» tendente a sviluppare le aree urbane inattive. [...] Per quanto riguarda localizzazione, metodologia progettuale e gestione, gli interventi di questa fase potrebbero essere classificati in tre categorie: grandi infrastrutture, grandi attrezzature di cerniera, progetti di intensificazione del rapporto mare-città166. Le Olimpiadi offrirono lo spunto per uscire da una politica di interventi settoriali e 129 per avviare un’operazione di riassetto complessivo della città. Se la riabilitazione della città fu intrapresa tramite il miglioramento degli spazi pubblici e degli edifici, dei servizi, la riattivazione economica aveva bisogno dell’introduzione di un processo più ampio, capace di mobilizzare risorse abbastanza disperse e spazi tra loro diversi167 . Le Olimpiadi furono il grande evento che diede la possibilità di realizzare progetti già ideati, di valenza a scala urbana, per la cui attuazione occorrevano massicci finanziamenti. É lo stesso MaragalI a denunciare la necessità di investimenti esterni per realizzare le trasformazioni urbanistiche previste e a sottolineare l’importanza delle Olimpiadi come evento catalizzatore: sebbene soffriamo una certa deficienza cronica, una certa “sete di investimenti”, dovuta in parte alla crisi del petrolio, l’organizzazione dei giochi olimpici a Barcellona può contribuire a compensare questa carenza e accelerare i contributi, soprattutto del settore pubblico, verso la nostra città168. I finanziamenti furono acquisiti tramite un accordo istituzionale169 , di modo che furono stanziati per il 51% dallo Stato spagnolo e per il rimanente dall’Ajuntament e dalla Genaralitat. L’Ajuntament, come si vedrà, costituì una serie di società a capitale misto preposte alla realizzazione e alla gestione delle opere olimpiche di modo che, per alcune operazioni, si avvalse anche di capitali privati. Non si tratta più di metastasi provocate da piccole azioni di «guerriglia» di disegno urbano, bensì di operazioni fortemente strutturate, di costruzione di nuove infrastrutture, di intervento di capitale privato e pubblico che, insieme, coordinano un’operazione come quella della Villa Olimpica170. Tra le quattro aree olimpiche, che costituiscono i vertici di un quadrato ideale disegnato sulla pianta della città, furono progettati degli itinerari che attraversano altre aree di nuova centralità individuate da Busquets, dove erano previsti o in parte erano già stati realizzati altri progetti: tra Vall d’Hebrón e l’estremità occidentale della Diagonal è prevista la realizzazione del Gran Cinturon, arteria di circonvallazione della città; tra Vall d’Hebron e Montjïuc s’incontrano la piazza dei Països Catalanes, l’emblematico spazio pubblico ubicato di fronte alla nuova stazione di Sants progettato da A. Viaplana e H. Tuñon, il parco urbano della España Industrial e quello de l’Escorxador; tra Montjïuc e Poblenou, è previsto il complessivo rifaci- 130 Poblenou, primi anni ‘80 mento della linea di costa, dal Port Vell al nuovo porto olimpico, passando per il quartiere di Barceloneta; tra Poblenou e Vall d’Hebrón è ubicata piazza de les Glòries Catalanes, di cui fu prevista la complessiva risistemazione, al fine di razionalizzare il traffico veicolare che ivi converge dalla avinguda Meridiana e dalla Gran Via171. Complessivamente, si concepì un struttura di progetti urbani che comprendeva l’intero territorio municipale assimilabile ad un vero e proprio piano regolatore, ma c’era una differenza: era un piano di ampiezza territoriale molto limitata e fatto solo per coordinare una serie di progetti urbani, concepito come semplice riassunto su scala metropolitana. Non era un punto di partenza, bensì una conseguenza172 . Di fatto, nuovamente dopo il Plan Maciá, si formulò uno strumento atto a realizzare lo sviluppo complessivo della città. La Villa Olimpica fu localizzata nel quartiere di Poblenou, la zona industriale e sede delle baracche e poi delle case degli immigrati del primo dopo guerra indica- 131 ta nel piano di Busquets come area Carles I-avinguda Icaria. Qui, in base al Pla Especial d’Ordenació Urbana de la façana mar de Barcelona, al sector del passeig de Carles I e dell’avinguda d’Icaria, variante al PGM, redatto da J. Martorell, O. Bohigas e D. Mackay e approvato nel giugno dell’86, si stabilì di creare un nuovo quartiere a carattere funzionale misto, diviso dalle spiagge e dal mare attraverso una nuova strada pedonale. Il quartiere era una specie di vuoto urbano e, pertanto, un luogo idoneo per realizzare una trasformazione radicale, impiantando il primo quartiere moderno vicino al mare, al quale, sin dal principio, demmo il nome di Nuova Icaria173. Quando nell’ottobre del ’96 Barcellona fu eletta sede delle Olimpiadi, il quartiere della Nova Icaria, per il quale lo studio MBM aveva previsto Villa Olimpica in costruzione. Nella pagina accanto, il “fronte mare” prima delle trasformazioni olimpiche 132 133 un uso residenziale, commerciale e ricreativo con la presenza di alcune strutture pubbliche, fu prescelto come la sede di 2.000 residenze per gli atleti, hotel, negozi, uffici e attività ricreative. Funzionalmente l’Olimpiade dura quindici giorni, la città, invece, rimane174 e a giochi olimpici finiti fu prevista la riconversione dell’area a nucleo polifunzionale a carattere prevalentemente ludico-sportivo. Il primo quartiere moderno vicino al mare fu progettato all’insegna dell’apertura verso il mare della città, tema, come si è visto, rimosso dal piano di Cerdà, con il suo ampliamento verso la montagna, e affrontato da Le Corbusier e il Gatcpac nel Plan Maciá. Il “fronte mare” della Nova Icaria, infatti, fu concepito come uno dei tratti del nuovo “fronte mare” di Barcellona, da Montjïuc fino al confine orientale della città in corrispondenza del fiume Besòs. «Barcellona “fronte mare”» diventa uno slogan importante dal momento che salda interessi e potenzialità con la diffusa ideologia mediterraneista rispetto alla tradizione autonomista catalana175 . Il processo di “mediterraneizzazione” di Barcellona affonda le sue radici e si legittima nella tradizione moderna di autonomista e repubblicana risonanza176 . L’intervento si ricostruzione della linea di costa non arrivò ad estendersi fino al confine Dall’alto verso il basso, MBM, macromanzana della Villa Olimpica (1992); C. Ferrater, Jardins de Can Torras (1992); E. Torres e J. A. Martinez Lapeña, complesso di abitazioni (1992); MBM, porto olimpico (1992). Nella pagina accanto, “fronte mare” in costruzione 134 135 orientale della città ed il progetto di un unico “fronte mare” da Montjïuc al fiume Besós, dove termina il suo corso la Diagonal, tutt’ora in corso di realizzazione, sarà ripreso successivamente, in occasione di un altro grande vento, il Forum Internazionale delle Culture del 2004, di cui si dirà di seguito. L’apertura della Villa Olimpica al mare passò attraverso alcuni interventi di carattere infrastrutturale: l’interramento della linea ferroviaria e la realizzazione di un nuovo sistema della viabilità, al fine di garantire la “permeabilità” trasversale, la creazione di collettori per lo smaltimento delle acque piovane, la bonifica delle spiagge occupate dei rifiuti industriali e dalle baracche. La nuova ronda di circonvallazione della città, già prevista dal PGM e poi dal piano del Busquets e finalmente realizzata, fu sdoppiata in due rami: il primo fu interrato e separato dalla costa da un sistema lineare di parchi attrezzati di perlomeno 60 metri di larghezza, il secondo, chiamato ronda Litoral, segue l’andamento sinuoso delle spiagge. Il tratto di costa in prossimità della Nova Icaria fu progettato in continuità con quello precedente da Montjïuc a Barceloneta: il vecchio porto commerciale, in prossimità della città antica, fu trasformato in porto turistico e sportivo. In base al progetto compilato da Ignasi Solá-Morales nel 1987, fu realizzato il moll de la Fusta, un progetto lineare che si estende per 800 metri lungo la costa, dove un tempo erano localizzate le strutture portuali, dal paseo de Colon, in prossimità delle Rambles, fino a Barceloneta. Nel tratto intermedio, il moll de la Fusta è una passeggiata attrezzata con chioschi e ristoranti e con una piantumazione di palme, che ospita al livello interrato un parcheggio e una corsia coperta per il primo tratto della nuova ronda. Nel porto, Viaplana e Tuñon progettarono tra il 1990 e il 1993 il Maremagnum, una penisola costruita su di una vecchia banchina, sede di attività ricreative (cinema multisala, discoteche, ristoranti, acquario), collegata alla terra ferma tramite una passerella, ideale continuazione del percorso delle Rambles, da cui il nome Rambla del mar. Da Barceloneta fino a Poblenou, dove in corrispondenza della Villa Olimpica venne localizzato il nuovo porto sportivo, poi turistico, della Nueva Icaria, si realizza- 136 MBM, Villa Olimpica (1992), plastico 137 rono 4,2 km di spiaggia, ricostruita con l’apporto di sabbia da altre zone e si creò il paseo marítimo, un percorso pedonale attrezzato parallelo alla linea di costa. Per la realizzazione dei nuovi interventi furono demoliti tutti gli antichi edifici portuali con l’eccezione dei Magazzini Generali, recuperati e trasformati in Museo della Storia di Catalogna. La metodologia di urbanizzazione della Nova Icaria fu la stessa sperimentata a partire dai primi anni ’80: il progetto urbano come strumento privilegiato di intervento, la centralità dello spazio pubblico. Principi informatori del quartiere furono: il rifiuto della zonizzazione a favore di un sistema funzionale totalmente misto; l’estensione della maglia di Cerdà rivista in base alle esigenze moderne: isolati tre volte più grandi di quelli tradizionali, altezze e densità variabili anche all’interno dello stesso isolato, nuove tipologie; competenze progettuali ripartite tra trenta gruppi di architetti tutti coordinati dalle direttive del progetto urbano dei MBM177 che Bohigas chiama plan-proyecto per la sua valenza intermedia, ancora una volta, tra piano e progetto. Evidentemente, nel progetto per la Villa Olimpica sono stati attuati tutti i capisaldi della metodologia di Bohigas: il ruolo preminente del progetto urbano come strumento in grado di garantire omogeneità nella diversità, il rapporto con la regola insediativa, che è stata individuata nel sistema a grossi isolati alla Cerdà. Il carattere di omogeneità si ottiene ricercando una regola che è l’essenza della progettazione urbanistica locale. Senza una regola, che è poi un’idea di città, la costruzione di un’immagine per essa, non è possibile progettare spazi di qualità. Dice Bohigas: Io credo che la coerenza urbanistica non sia mai una limitazione per la qualità architettonica; al contrario […] le città sono sempre state fatte con progettazione urbanistiche molto chiare con divisioni di particelle o del sistema costruttivo; ed i buoni architetti hanno lavorato sempre con questi elementi restrittivi178. Esiste una differenza di partenza tra Barcellona e le altre città europee, poiché essa è costituita da un connettivo chiaro e omogeneo, formato di strade, isolati e piazze, ed è in questo connettivo che ha operato Bohigas. Dunque, lontano dalle suggestioni sub-urbane, lontano dal Movimento Moderno, per quanto di esso ha a che fare con la zonizzazione, la negazione delle strade e 138 Dall’alto verso il basso, Port Vell (1987-1993), metà degli anni ‘90; MBM, Villa Olimpica (1992), metà degli anni ‘90 139 delle piazze, con la produzione di oggetti distaccati dal contesto, autosufficienti179 , Bohigas propone il ritorno alla città, ovvero di “monumentalizzare” la periferia, dopo anni di infatuazione per l’estetica da città diffusa. Il principio su cui si basa l’intervento della Villa Olimpica è che è ancora possibile ricostruire la città europea rifacendosi alla sua morfologia tradizionale e che questa morfologia è adattabile alle nuove forme di vita180. Riferimento di Bohigas è l’Eixample di Cerdà, che costituisce un modello esemplare di un’urbanistica in grado di conferire allo stesso tempo una regola precisa e la capacità di infrangerla attraverso delle eccezioni. La Villa Olimpica è una nuova Eixample, in cui le regole insediative degli edifici derivano dall’urbanizzazione, ovvero dal rapporto strade-lotto, e con un basso indice di densità che forse si approssima di più a quelli previsti da Cerdà per la sua Eixample. La maglia à la Cerdà, nella periferia di Poblenou appena accennata o “slabbrata”, viene “ricucita” ma con misure diverse e su di essa si posizionano edifici di tipologie e forme varie, in base ai progetti dei singoli architetti. Tra gli edifici di tipologie “anomale”, sono due grattacieli di 140 metri di altezza rispettivamente sede di uffici e attività ricreative (architetti F. O. Gehry B. Graham) e di un hotel (architetti I. Ortiz e E. León) posti di fronte al nuovo porto olimpico e alla fine del paseo Carles I, a segnare un ideale accesso al vilaggio olimpico e al nuovo quartiere della Nova Icaria. Oltre a nomi internazionali, furono incaricati dei progetti i più affermati architetti spagnoli, selezionati tra i vincitori del premio FAD per il migliore edificio dell’anno costruito a Barcellona, istituito annualmente dal 1958: F. Correa e A. Milá, C. Ferrater, L. Domènech, E. Torres e J. A. Martínez Lapeña, L. Clotet e I. Paricio, A. Bonet, O. Tusquets e C. Diaz, Viaplana e Piñón, R. Bofill, E. Bonell, F. Rius, J. M. Gil, tra gli altri. Il complesso di abitazioni progettato da E. Torres e J. A. Martinez La Peña, in particolare, è emblematico per il rapporto che istaura rispetto alla super-manzana dell’urbanizzazione olimpica. Esso sorge a cavallo di due isolati, in un lotto composto dalla fusione di tre manzanas, chiuso parzialmente da edifici posti sul perimetro. Si compone di tre blocchi che in pianta descrivono un semicerchio, aperto 140 Dall’alto verso il basso, il nuovo “fronte mare” dal Port Vell al porto olimpico e la linea di costa da Montjïuc a Poblenou 141 a sud, che termina a ridosso del perimetro del lotto con andamento rettilineo. Il più piccolo dei tre blocchi, ubicato in prossimità della fine del semicerchio, è un edificio a torre, di pianta ellittica, il cui volume allude ad una barca con la prua rivolta verso il mare. Gli altri due edifici, più lunghi, sono divisi tramite un passaggio orientato secondo la giacitura inclinata del paseo Bogatell. Essi presentano un’articolazione curva delle facciate, rientranti e sporgenti, caratterizzate dalla presenza di persiane scorrevoli, tali da segnare orizzontalmente le superfici e creare interessanti giochi di luce. Tutto il complesso è in mattoni. L’intervento della Villa Olimpica si concretizzò attraverso un’articolata procedura. Subito dopo l’elezione della città a sede olimpica, fino all’87, un’agenzia pubblica, la VOSA (Villa Olímpica Sociedad Anónima), comprò, espropriò il suolo e abbatté le costruzioni che ricadevano lì dove il progetto prevedeva nuovi interventi. Il programma moderno di “monumentalizzazione” della periferia imponeva dei sacrifici e per fare spazio alle nuove architetture della Barcellona olimpica furono rimosse fabbriche, magazzini e numerosi edifici, testimonianze del passato operaio del quartiere e della rivoluzione industriale. Nell’88 subentrò la società NISA (Nueva Icaria sa), preposta alla costruzione delle abitazioni, di cui era azionista solamente per il 40% la società pubblica VOSA. Si determinò, in questo modo, sulla geografia degli attori, sul controllo degli obiettivi pubblici e sociali delle operazioni, una progressiva ascesa di peso contrattuale di alcuni grandi operatori immobiliari in grado sempre più di condizionare, e di inquinare, talvolta, le scelte dell’Amministrazione Pubblica […] determinando una sostanziale modifica degli equilibri sociali posti alla base delle scelte urbanistiche originarie, con un crescente peso della questione immobiliare e delle rendite ad essa connessa181 . Fu così che nel 1990 furono resi pubblici i primi prototipi di abitazioni e, a giochi olimpici finiti, le nuove residenze furono messe in vendita ai privati senza alcuna strategia capace di soddisfare una domanda socialmente diversificata182 . Numerose critiche furono mosse nei confronti di una tale ingerenza di capitale privato nella trasformazione di questo brano di città: Paradossalmente, un’area residenziale di lusso, che si è costruita a costo di annichilire la memoria industriale della zona, ha adottato il 142 Il paseo marítimo di Poblenou 143 cinico nome di Nova Icaria, nuova città utopica in omaggio alle aspirazioni collettive del principio del secolo. Aspirazioni che la stessa Villa Olimpica ha annichilito completamente183 . Conferire nuova centralità all’area di Montjïuc significò trasformarla in un nuovo parco urbano, dove collocare le più grandi strutture sportive e porsi, quindi, in ideale continuità con il programma dell’Esposizione del ’29. A Montjïuc fu localizzato l’Anillo Olimpico, un parco urbano in forte connessione con l’area metropolitana, che diveniva un’area attrezzata utile per collegare la città con il suo intorno. Il piano di Montjïuc fu redatto da F. Correa e A. Milá e anche qui, come per la Villa Olimpica, i singoli progetti furono affidati a differenti architetti: lo stadio olimpico, realizzato durante gli anni ’30, fu restaurato e rifunzionalizzato dal gruppo composto, tra gli altri, da V. Gregotti, F. Correa e A. Milá, il palazzetto dello sport di Sant Jordi ed il palazzo delle comunicazioni della INEFC furono progettati, rispettivamente, da A. Isozaki e R. Bofill, la piscina Bernat Picornell fu rifunzionalizzata da F. Fernández e M. Gallego, la torre delle comunicazioni fu ideata da S. Calatrava. Anche qui, una società municipale, la Anella Olimpica de Montjïuc (AOMSA), attuò e gestì l’intervento. Il piano per la Vall d’Hebrón fu compilato da E. Bru che trasformò il grosso vuoto urbano, genericamente adibito a parco dal PGM del ’76, in una vasta area urbanizzata. Una serie di piattaforme panoramiche, destinate alle attività olimpiche, divise da un nuovo sistema di infrastrutture furono ricavate nel dislivello delle pendici del monte Collcerola. Tra gli edifici progettati, il padiglione di tiro con l’arco di E. Miralles e C. Pinós ed il complesso residenziale, adibito a centro stampa durante le Olimpiade, di C. Ferrater. Il “ritorno del moderno”, declinato secondo le nuove esigenze pratiche e ideologiche, che già nel 1986 aveva portato alla ricostruzione del padiglione tedesco di Mies Van der Rohe del 1929 nel suo sito originario, a Montjuïc, portarono alla ricostruzione, a Vall d’Hebron, in occasione delle Olimpiadi, del padiglione della Repubblica progettato da Sert nel 1937. Il progetto di trasformazione dell’estremità occidentale della Diagonal, compilato da O. Clos e M. Rubert, completò il programma di interventi nella parte settentrio- 144 Dall’alto verso il basso, area di Montjïuc, e Diagonal, planimetria degli interventi previsti per le le Olimpiadi 145 nale della città, verso la montagna. Il piano per la Diagonal, in particolare, portò alla ristrutturazione di preesistenti strutture sportive, ubicate anche nella zona universitaria che ha sede, appunto, nella Diagonal Nord. Furono costruiti ex novo, tra la fine degli anni ’80 e per tutti gli anni ’90, tra gli altri: l’hotel Juan Carlos I e il palazzo dei Congressi, entrambi di Carlos Ferrater, il complesso multifunzionale Joan Güell e quello della Illa Diagonal, progettati rispettivamente da Josep Lluís Mateo e Rafael Moneo, numerosi edifici della zona universitaria, tra cui l’edifico Nexus di Luis Nadal, la biblioteca della facoltà d’ingegneria di Josep Llinás. Ed è fatta la Barcellona olimpica che cerca di compensare tutti i ritardi accumulati a causa della disgraziata storia di Catalogna e della Spagna durante il XX secolo184 . Il nuovo “fronte mare”, il centro antico recuperato, l’ex periferia trasformata, trasmessi in diretta dalle televisioni mondiali in occasioni delle Olimpiadi, suscitarono una grossa risonanza internazionale. A suggellare la fama acquisita, nel 1996 si organizzò a Barcellona il congresso dell’UIA (Unión Internaciónal de Aquitectos), per il quale giunsero nella capitale catalana diecimila architetti e che portò alla pubblicazione del Catalogo dell’Architettura Moderna in Catalogna, e nel 1998 il RIBA di Londra conferì la medaglia d’oro alla città. Con le Olimpiadi, di nuovo, dopo le esposizioni storiche, Barcellona esporta la sua identità distinguendosi dalla Spagna castigliana, ma con una diffusione maggiore, di ampiezza globale, tanto da porsi come un nuovo modello, il “modello Barcellona”, a cui guardare come esempio di rinascita culturale e fisica di una città. 146 2.4 il nuovo Raval Rambla del Raval, 2005 Dagli anni’80, l’Ajuntament continua a rendersi promotore di interventi “forti”, di ristrutturazione edilizia e urbanistica, volti alla riqualificazione fisica del Raval: apertura di strade e piazze, recupero della viabilità preesistente, abbattimento di edifici fatiscenti, costruzione di nuovi fabbricati, potenziamento delle attrezzature, complessiva turistizzazione del quartiere185 . Sono state realizzate nuove attrezzature culturali e sportive nella zona sud, a Drassanes, e in quella nord: oltre ai già citati MACBA, CCCB e FAD, il polisportivo Milà i Fontanals, in carrer del Carme e, nel complesso della Misericordia, la facoltà di Geografia, Storia e Filosofia (architetti C. Cirici, C. Bassó, J. Sala, X. Vallcorba), ad oggi non ancora completata. La politica di riuso delle preesistenze monumentali è ribadita e per il 2005 è previsto l’inizio dei lavori di ampliamento del CCCB che annetterà gli spazi dell’adiacente edificio modernista su carrer Valldonzella, noto come sala d’Actes. Il progetto, compilato da José Antonio Martínez Lapeña e Elias Torres, prevede la ristrutturazione del teatro ed il suo riuso a sede di un auditorio e nuovi spazi per conferenze, uffici e magazzini. Il teatro si connetterà con una delle ali del patio de les dones attraverso un passaggio sotterraneo. Per il 2006 è prevista l’apertura del nuovo complesso sportivo nella preesistente fabbrica di Can Ricart, nel nuovo carrer di Sant Oleguer il cui progetto è stato redatto da Pere Buil e Jordi Fornells. In vista della realizzazione della nuova struttura sportiva, che ospiterà anche una nuova piscina, è stata abbattuto un edificio, considerato fatiscente, che ospitava le medesime funzioni in piazza Folch y Torres. Complessivamente, in tutto il quartiere, si assiste ad un incremento di attività turistiche con la conseguente apertura di numerosi locali di svago alla moda e gallerie d’arte disegnate dagli architetti locali. La specializzazione turistica-culturale è attualmente concentrata, oltre che nella zona nord del quartiere, intorno ai complessi museali realizzati negli anni ’90, anche lungo i percorsi che portano alle attrezzature culturali, nei carrer Tallers, d’Elisabets, Pintor Fortuny. Le struttu- 147 re alberghiere sono localizzate in prossimità delle Rambles, nell’area orientale del quartiere. Tra gli interventi a tutt’oggi in corso di realizzazione nel Raval, ancora in linea con la strategia del diradamento e della sostituzione edilizia, nonchè della turistizzazione del quartiere, è da annoverare la trasformazione dell’area adiacente la Rambla del Raval, occupata dal lotto delimitato dalle strade d’en Robador, Sant Rafael, Rambla del Raval (ex carrer Cadena), Sant Josep Oriol e dalla piazza de Salvador Seguì. Al fine di decongestionare l’area, che, nonostante l’intervento della Rambla, veniva considerata ad altissima densità di costruito, è stata compilata la Modificaciò del PERI per la Ubicaciò de la Universitat en l’Illa della Misericordia i decongestiò del Pla Central, approvata nel 1993, che converte il lotto in esame, destinato dal PERI ad edilizia, a parchi e giardini di nuova creazione. Il successivo piano, Modificaciò del PERI del Raval per la nova ordenaciò de l’area delimitada pels carrers Robador, Sant Rafael, Rambla del Raval, Sant Josep Oriol i la plaça de Salvador Seguì, del 2001186, compilato dallo studio MBM, attualmente vigente, stabilisce per l’area l’istallazione di due complessi residenziali, un hotel, uffici, attività commerciali e ricreative. Lo studio di Bohigas ha prescritto le direttive del progetto, altezze, ubicazione e volumetria del costruito e quantità di spazi liberi, i singoli progetti saranno compilati da architetti selezionati in base ad un concorso. L’isolato è suddiviso in due parti, Illa de la Rambla del Raval e Illa del carrer d’en Robador tramite il preesistente carrer de Sadurnì, parallelo alla Rambla. La parte più vicina a quest’ultima, Ia illa de la Rambla del Raval, sarà occupata da una piazza pubblica aperta e sottoposta, la piazza del Raval, da un hotel, di 11 piani, per un’altezza complessiva di 37,75 metri, di forma prismaticocilindrica per lo meno fino al quinto livello, e da un edificio a forma di L, di altezza variabile tra i 5 e i 7 livelli, destinato ad attività commerciali e ricreative nei piani bassi e residenze in quelli alti. Al di là del carrer de Sadurnì, nell’illa del carrer d’en Robador, è prevista la costruzione di un edificio a forma di lumaca, con corte centrale, ad altezza variabile tra 4 e i 6 livelli, destinato, anch’esso, ad attività 148 Planimetria del Raval, 2005 149 commerciali e ricreative nei piani bassi e residenze in quelli alti, la cui progettazione esecutiva sarà realizzata dallo stesso studio MBM. Per ciò che concerne il rialloggiamento degli espropriati, il piano stabilisce di adottare le stesse procedure previste nell’operazione di apertura della Rambla del Raval. Le abitazioni in regime di protezione pubblica costituiscono il 25% del suolo edificabile. Si prevede inoltre l’ubicazione nel suolo prospiciente piazza Salvador Seguì della nuova sede della Filmoteca de Catalunya187 , di due sale cinematografiche per 400 e 200 spettatori con annessi una cineteca, un archivio, una biblioteca, gli uffici dell’Istitut Català de les Indùstries Culturales (ICIC) e la sede di una fondazione privata, per un totale di 5000 mq. La realizzazione del progetto è prevista per la fine del 2006. Nel settembre del 2005 l’Ajuntament ha assegnato, tramite concorso, la progettazione dell’hotel di forma prismatica, alto circa 40 metri, all’architetto Pere Puig, che ha previsto per la struttura recettiva una “pelle” traslucida che si illuminerà di notte come una grande lampada188. L’intervento, ancora una volta di ristrutturazione urbanistica, per il quale sono stati rasi al suolo numerosi edifici della già diradata parte centrale del Raval, sancisce la totale trasformazione di quest’area del quartiere, in termini morfologici, funzionali e sociali. Sulla capacità di dialogo del nuovo con l’antico, si potrà valutare a progetti realizzati, per ora si possono muovere dubbi circa la validità di un intervento così invasivo, che stravolge una grande parte del quartiere. Gli interventi nell’area centrale del Raval stanno portando alla scomparsa di interi brani di tessuto edificato e importanti tracce viarie aventi un valore di insieme perchè testimoni coralmente dell’evoluzione storica del quartiere. L’edilizia d’età borbonica, che forma la maggior parte del costruito del Raval, è rasa al suolo e le emergenze monumentali per lo più gotiche vengono “isolate”. È da rilevarsi, pertanto, un’evidente contraddizione tra quanto affermato nella relazione del PERI dell’85, dove si sottolineava il valore storico del Raval nella sua interezza, e quindi più per il suo carattere generale che per i singoli edifici che lo compongono. 150 Il progetto per la Illa de la Rambla del Raval e Illa del carrer d’en Robador 151 Funzionalmente, si conferma la specializzazione turistica e culturale del quartiere: la realizzazione nell’illa Robador di un hotel di lusso e del complesso della Filmoteca lascia supporre l’intento da parte dell’amministrazione pubblica di trasformare questa parte del Raval, immediatamente adiacente all’ex Barri Xino, in modo da assomigliare a quella nord del quartiere, dove si trovano il MACBA e il CCCB. Socialmente, avviene che la popolazione povera del quartiere si trovi in difficoltà per la ricerca di un alloggio. Il Raval conta oggi complessivamente 45.611 abitanti di cui 19.995 sono stranieri. Il quartiere è caratterizzato dalla più alta percentuale di immigrati “esterni” della Ciutat Vella, corrispondenti al 27,6%189. A partire dalla metà degli anni ’80, l’immigrazione extracomunitaria approda nel Raval e condivide il quartiere con i figli degli abitanti immigrati spagnoli, o i figli dei figli degli immigrati catalani dei sobborghi: nel 1986 la popolazione straniera era appena il 2%, nel 2000 costituiva il 23%, oggi il 43,83%190 . Il Raval, come sempre è accaduto storicamente, ha offerto agli immigrati, confluiti in città per la crescente richiesta di lavoro, alloggi a basso prezzo, anche per la loro cattiva qualità. È avvenuto, così, che anche il realismo catalano non sia riuscito a prevedere il massiccio incremento di immigrazione straniera nel quartiere a partire dalla fine della dittatura e, mentre l’amministrazione socialista e i suoi tecnici realizzavano il risanamento del Raval, che passa anche attraverso le politiche e gli interventi di diradamento, sostituzione, sventramento, riqualificazione dell’edificato, riuso delle preesistenze monumentali, rifunzionalizzazione turistico-culturale, alla povertà dei vecchi immigrati si è aggiunta quella dei nuovi. All’indomani dell’apertura della Rambla, quando il fenomeno dell’immigrazione si faceva evidente, Bohigas dichiarava: Il progetto urbano […] è uno strumento efficace nei settori dove la conflittualità sociale non è molto grave, però è insufficiente per superare un forte degrado sociale191. Di seguito, l’architetto metteva in relazione il degrado sociale con i nuovi flussi migratori provenienti dai paesi in via di sviluppo, di modo che agli emarginati autoctoni si aggiungono, ora, quelli stranieri, che non si integrano nella cultura, nell’economia, nella socialità della città, creando una discontinuità di 152 Illa de la Rambla del Raval e Illa del carrer d’en Robador, 2004 153 ghetti. […] Questo Quarto Mondo, e, in esso, gli immigranti, necessitano di interventi urgenti: case, scuole che non siano, come sono ora, strumenti di discriminazione. […] Non si può contare solo sull’urbanistica, sull’architettura, sul progetto urbano. Con i forum, le piazze ben pavimentate, le ronde, l’arrivo della Diagonal al mare, le sculture, le palme e l’arredo urbano, si risolvono alcune cose, ma non tutte. […] Se l’urbanistica si propone innanzitutto la creazione di aree abitabili, è più urgente una riorganizzazione sociale di una riorganizzazione puramente fisica192. Il problema sociale si aggrava considerando le difficoltà per la popolazione meno abbiente di accedere ad una casa e conservarla. Già si è detto, a proposito dell’intervento della Rambla del Raval, dei dubbi sull’effettivo rialloggiamento della popolazione gestito da PROCIVESA, a questo si aggiunga che, come effetto indiretto delle trasformazioni urbanistiche, il valore immobiliare di tutto il quartiere è salito vertiginosamente ed i prezzi delle abitazioni nel Raval aumentano anno dopo anno193. Il PERI del 1985 citava la legge sulla locazione, che costituisce il regime di proprietà più diffuso in questa parte di città, come “baluardo” che si contrappone alla sostituzione delle attuali classi residenti per altre di maggiore capacità economica, dimostrando, se non altro, scarsa lungimiranza. Infatti, tale legge è andata via via modificandosi tra il 1995 e il 2000, fino a sancire la scomparsa di affitti a prezzi modici194. Allo stato attuale si assiste ad una convivenza tra popolazione povera e quella ricca. Cosa succederà quando gli interventi urbanistici volgeranno al termine? Le cause dello scollamento dei piani urbanistici dalla variegata identità storica e sociale della città sono da ricercarsi, tra le atre cose, nella mancanza di partecipazione degli abitanti alla loro compilazione. Di fatto, la trasformazione fisica di Barcellona è andata sviluppandosi sempre più al margine dei meccanismi di espressione cittadina dei conflitti e delle nuove situazioni create per una presenza esponenzialmente crescente dell’immigrazione, per una mancanza di pianificazione degli effetti di turistizzazione della città o per una riconversione di Barcellona nel settore terziario. […] Barcellona, una città di fortissima tradizione attivista per 154 Illa de la Rambla del Raval e Illa del carrer d’en Robador, 2004 155 ciò che attiene alla partecipazione degli abitanti e delle associazioni, ha assistito alle trasformazioni più recenti come spettatrice passiva delle iniziative municipali sempre più reticenti ad incorporare i meccanismi propri della democrazia partecipativa nella definizione del modello di città che dovrebbe orientare le trasformazioni fisiche e sociali dello spazio195 . Solo a partire dal 1986 fu introdotta una normativa specifica sulla partecipazione cittadina196 in base alla quale le associazioni di quartiere, associacions de veïns, selezionate tra quelle inscritte in un apposito albo degli enti cittadini197, entrarono a far parte dell’organo consultivo del distretto198. Il problema è capire se l’albo rappresenti realmente il complesso tessuto associativo della città199 e se le associazioni che svolgono un’attività di pubblica utilità, beneficiarie di finanziamenti da parte dell’Ajuntament, siano in grado di contrapporsi come interlocutori critici alle proposte dello stesso Ajuntament200 . Nel Raval, secondo l’antropologo G. Maza201 , c’è un simulacro di partecipazione, un simulacro nel quale partecipano gli organismi del quartiere, molti di essi vivono lì, ma i loro componenti non vivono nel quartiere, anche se lo rappresentano. Questo è stato uno di quei processi ben organizzati perché non si veda. Non ci sono stati movimenti sociali di opposizione perché in fondo continua ad esserci un estraneamento di questa parte di città. Le classi medie, medie-basse si mobilitano ma non quelle basse. Così è stato molto facile: mettersi d’accordo con quattro organismi e quattro associazioni di abitanti…l’Ajuntament dice che rappresentano il quartiere, in realtà rappresentano se stesse. Il “modello Barcellona” si è specializzato in partecipazione fittizia, la cosa migliore che ha fatto è fabbricare partecipazione. Secondo l’autore, la partecipazione del “modello Barcellona” si connota come un ulteriore slogan per pubblicizzare le politiche progressiste dell’amministrazione, uno slogan che pacifica l’opinione pubblica, in modo da sopire contrasti e opposizioni202. Attualmente, è in corso di elaborazione, con una procedura partecipata, la sistemazione di piazza de la Gardunya, adiacente all’antico Hospital de la Santa Creu, tra carrer San Pau e Hospital e antistante il mercato della Boqueria, recentemente restaurato in base al progetto dello studio Closet-Paricio. La piazza, sorta, come noto, in se- 156 Illa de la Rambla del Raval e Illa del carrer d’en Robador, 2004 157 Proposte degli abitanti per la destinazione di un suolo “liberato” in piazza Folch i Torres. Nella pagina accanto, Illa de la Rambla del Raval eIlla del carrer d’en Robador,2004 158 159 160 Butanero pakistano nel Raval. Nella pagina accanto, carrer d’en Robador da carrer de l’Hospital, 2004 guito all’abbattimento del convento di Santa Joan de Jerusalem, alla fine del XIX secolo, ospita attualmente un parcheggio all’aperto e una serie di strutture precarie connesse al mercato ed è delimitata da edifici che versano in cattivo stato di conservazione, per i quali il PGM aveva previsto l’abbattimento. Il distretto di Ciutat Vella ha avviato un processo di raccolta di idee da parte della popolazione del Raval che si sta espletando attraverso una serie di assemblee di quartiere. La procedura è a tutt’oggi in atto, si vedrà a lavori ultimati quanto e in che modo l’amministrazione del distretto sarà stato in grado di accogliere i suggerimenti degli abitanti del quartiere. 162 2.5 Barcellona 2005 L’identità della Barcellona contemporanea, rispecchiata puntualmente nella sua nuova forma urbana e nelle sue architetture, è quella di una città moderna, internazionale, multiculturale203 e, al contempo, saldamente ancorata alla sua tradizione catalana. È una città d’arte e di turismo guapa i moderna, nota per il suo centro in stile gotico-catalano, per i quartieri otto-novecenteschi, per gli edifici modernisti, per il nuovo Raval, sede di musei e gallerie, per Gaudí. Il tempio della Sagrada Familia è divenuto il logo della città, “la torre Eiffel di Barcellona”, visitata annualmente da milioni di turisti204 . Durante i tre anni successivi alle Olimpiadi si è registrato un incremento del turismo pari al 65%, tanto che dal 1990 al 1999 i turisti passarono da 1,7 milioni a 3 milioni all’anno205 . È un’evidenza non solo statistica che la città di Barcellona ha sperimentato uno sviluppo turistico senza precedenti che l’ha situata tra le città più dinamiche d’Europa206 . Come avviene nei centri antichi di molte città europee, la Ciutat Vella e il Raval, in particolare, è destinato dalla pianificazione municipale a sede di attività culturali, ma anche ludico-commerciali che richiamano in situ turisti stranieri. La ricostruzione-riqualificazione di Barcellona come capitale europea, contrapposta a Madrid, implica una politica urbana siffatta. Il turismo è considerato come un fattore di apertura all’Europa, che fa confluire capitali stranieri. Dice Bohigas, in un’intervista rilasciata nel 2004207: La Spagna è cambiata grazie al turismo: se non fosse stato per il turismo, ci sarebbe ancora Franco. Il primo contatto con l’esterno che ebbe questo paese arretrato per colpa della dittatura, fu grazie al turismo. Per merito dei turisti entrammo in contatto con una cultura diversa dalla nostra, più civilizzata, più avanzata, più di sinistra. Il turismo è un fatto positivissimo in qualsiasi città del mondo, soprattutto se esso, come avviene a Barcellona, non è solamente “di spiagge e tempo libero”, ma un turismo “di città”. Credo che quanto più turismo si introduca nei quartieri degradati, meglio è per i quartieri. 163 Barcellona è un ex-città industriale, dimesse le industrie, potenzia il terziario, la comunicazione, la tecnologia e diventa sede degli investimenti di imprese straniere. Il settore manifatturiero, che tanta rilevanza ebbe nello sviluppo industriale di Barcellona, cede il passo ad una nuova economia che si basa sui servizi, l’informatica, l’elettronica, l’industria plastica, chimica, grafica e delle automobili. Molte funzioni vengono delocalizzate nell’area metropolitana, di modo che la capitale catalana assume sempre più i connotati di un centro direzionale circondato da una rete di sottocentri. Attualmente, la pianificazione urbanistica coinvolge i territori in corrispondenza dei suoi confini naturali: il fiume Besòs, ad est, e quel del Llobregat, ad ovest. Qui è in corso di sviluppo il Plan Delta del Llobregat che prevede, tra l’altro, la bonifica del fiume e la sua deviazione, la riqualificazione paesaggista dell’area, l’ampliamento dell’aeroporto, ideato da Ricardo Bofill in occasione delle Olimpiadi, su progetto di Robert Terrades, e del porto per la creazione di una nuova piattaforma logistica. Grosso rilievo è dato alle infrastrutture e si progetta la nuova stazione di La Sagrera per la linea ferroviaria ad alta velocità, l’AVE, che collega Barcellona con Madrid, Siviglia e la Francia. Barcellona richiede una posizione più centrale nella mappa europea. Da periferia rispetto al centro della Spagna, diventa porta dei Pirenei con l’Europa e, di nuovo, un porto naturale dell’Europa verso il Mediterraneo e l’oltremare208. Nell’area orientale, nel distretto post-industriale di San Martì, ad est della Villa Olimpica, è stato avviato il Plan 22@BCN, Modificación del Plan General Metropolitano para la renovació de las áreas industriales del Poblenou, approvato nel 2000, che stabilisce la sua riconversione ad area per il terziario e polo tecnologico per la comunicazione e l’informazione. Ancora più ad est, è in corso la totale trasformazione di quella porzione di territorio triangolare, i cui vertici coincidono con le tre aree di La Sagrera, piazza de les Glòries Catalanes e lo sbocco a mare della Diagonal, nei pressi del fiume Besós. In piazza de les Glories è stata da poco ultimata la torre Agbar di Jean Nouvel, un grattacielo di 28 piani di pianta ellittica, con un coronamento a sezione parabolica. La particolarità dell’edificio, 164 Dall’alto verso il basso, progetto di risistemazione di piazza de les Glòries Catalanes (1986) e Plan 22 @ 165 oltre alle sue dimensioni, che gli conferiscono una valenza paesaggistica a scala urbana, è che esso è si compone di una doppia “pelle”: la muratura in cemento, colorata in alcuni punti di rosso e di blu, è involucrata da un orditura di listelli di vetro orizzontali inclinabili. La muratura colorata dietro il vetro è perfettamente visibile, così come la disposizione irregolare delle bucature, di modo che il prospetto continuo della torre curvilinea a forma di siluro si colora di tasselli di riflessi blu e rossi, come rivestito da un mosaico dai colori cangianti. Nouvel attinge alla tradizione delle persiane alla catalana e delle finestrature locali, che spesso presentano, al posto di un’unica lastra di vetro, una serie di lamine orizzontali inclinabili, e a quella dei mosaici, per trovare elementi tecnologici in grado di dare una valenza estetica al suo edificio. Fino agli anni’90, la avenida Diagonal si arrestava in corrispondenza di piazza de les Glòries Catalanes. Cerdà aveva previsto per la grande arteria uno sbocco a mare, ovvero che essa terminasse in una grande piazza, in corrispondenza del mare. La marginalità dell’area situata nei pressi del fiume Besós, e quindi a ridosso dei confini della città, portò, di fatto, alla non realizzazione del piano di Cerdà nella parte più orientale dell’attuale distretto di San Martì, che divenne dalla seconda metà del ’800 sede di industrie ed infrastrutture ad esse legate, nonché di baracche e alloggi auto-costruiti209. Lo sbocco al mare della Diagonal, una delle arterie più importanti di Barcellona, se non altro perché attraversa, con i suoi 10 km, l‘intera città da nord a sud, e perché passa per alcuni dei luoghi più rappresentativi, si perdeva tra le industrie, le infrastrutture e le baracche. Al di là del confine comunale, segnato dal fiume Besós, nel municipio di Sant Andrià de Besós, si costruirono negli anni ‘60 i poligoni residenziali de La Mina e de La Catalana, dove andarono ad abitare gran parte degli abitanti delle baracche di Poblenou. Come si è visto, le tre aree, vertici del triangolo ideale disegnato sulla planimetria della città (La Sagrera, piazza de les Glòries Catalanes, Diagonal-Prim), appartenevano, come la Villa Olimpica, al Piano di Nuova Centralità compilato alla metà degli anni ’80, e per esse erano già stati stilati piani parziali e PERI a partire dal principio degli anni ‘90. In particolare, come noto, gli interventi attuati in occasione 166 Il quartiere di Poblenou con sullo sfondo, J. Nouvel, torre Agbar (2004) 167 delle Olimpiadi avevano già avviato una complessiva trasformazione urbanistica del distretto di San Martì in cui ricade il quartiere di Poblenou: la dismissione della barriera della linea ferroviaria, la realizzazione della ronda Litoral, la risistemazione della piazza de les Glòries Catalanes, nodo cruciale della viabilità. Nel piano di Busquets si legge: L’area di nuova centralità Carles I - I’Avinguda Icaria si deve intendere come testa di ponte per la progressiva miglioria e riqualificazione del Poblenou, di modo che la costruzione e l’urbanizzazione del “fronte mare” della città si estenda fino al fiume Besós210 . Con il PERI Diagonal-Poblenou, approvato nel 1993, era iniziata l’operazione di “ricucitura” della maglia di Cerdà, da piazza de les Glories al fiume Besós, e di ridefinizione del percorso terminale della Diagonal. In concomitanza, l’area Diagonal Mar fu coinvolta da un plan parcial di iniziativa privata, in base al quale si previde la realizzazione di quattro isolati destinati ad accogliere un parco, un centro commerciale, uffici e residenze. In base a tale piano, fu realizzato il parco Diagonal Mar, progettato da Miralles-Tagliabue, un grosso centro commerciale, opera di Robert Stern, con 250 negozi, parcheggi e 24 appartamenti di lusso, realizzati nel 2000 dalla multinazionale americana a capitale privato Hines. A dare lo spunto per la definitiva trasformazione della Diagonal Mar è stata la manifestazione del Forum Universale delle Culture 2004, una conferenza internazione il cui tema è stato la diversità culturale, la pace, la sostenibilità, voluta da Pasqual Maragall e dal suo successore, il sindaco Joan Clos211 e Josep Anton Acebillo, attuale responsabile per l’urbanistica della città, e approvata dall’Unesco. Dopo lo sport con le Olimpiadi, la cultura con il Forum 2004: a Barcellona, che non può essere capitale, ma provincia, in senso amministrativo, o, meglio ciudad de las afueras212, come dire, di periferia, è data un’ulteriore occasione di crescita urbana. Barcellona ha inventato il triangolo virtuoso: gli avvenimenti generano sviluppo urbano, questo promuove crescita economica, la prosperità induce all’organizzazione di nuovi avvenimenti213 . Una volta stabilito che Barcellona sarebbe stata sede del Forum, l’amministrazione locale bandì un concorso per la progettazione di un polo congressuale e di una serie di attrezza- 168 J. Nouvel, torre Agbar (2004), particolare 169 ture nell’area Diagonal Mar, per la quale, come si è visto, già era in corso una trasformazione urbanistica e già si erano realizzati nuovi edifici, strutture ed infrastrutture. Gli obiettivi erano continuare la riqualificazione della linea costiera, già avviata durante gli anni ‘90, ovvero prolungare ad oriente il “fronte mare”, dare uno sbocco alla Diagonal, urbanizzare un brano di territorio irrisolto conferendogli nuova centralità. Per lo sbocco a mare della Diagonal risultò vincitore il progetto compilato da Lapeña & Torres, che idearono una grande piazza sul mare di 17 ettari, dove sono stati dislocati gli edifici che hanno ospitato nella primavera del 2004 il Forum Universale delle Culture. La piattaforma policroma di cemento di Lapeña & Torres inclinata verso il mare, è la piazza mai realizzata di Cerdà, che funge da copertura di un impianto di depurazione esistente, ivi istallato al principio degli anni ‘70. Il depuratore, insieme ad una centrale elettrica ed un inceneritore, costituiva una di quelle infrastrutture legate alle industrie che occupavano la zona a ridosso del fiume Besós, per le quali si è progettato una nuova strategia energetica214 (un nuovo ciclo di trattamento e depurazione delle acque, la riduzione degli impatti negativi dell’incenerimento dei rifiuti, la sostituzione della tecnologia elettrica a gasolio con altre meno inquinanti), per renderle compatibili con le nuove funzioni, residenziali, commerciali e ricreative della zona. Con il Forum, Barcellona guadagna terreno al mare, continua a liberare il “fronte mare”, risolve il problema dei rifiuti e sistema un ulteriore brano di città. Il cuore del Forum, che corrisponde alla parte più interna della piattaforma di Lapeña & Torres, è costituito dal Centro Congressi di J. Herzog & P. de Meuron e il Centro Congressi Internazionale di J. L. Mateo. L’edificio degli architetti svizzeri si colloca sulla piazza inclinata, senza assecondare il dislivello, come un disco volante, piatto, triangolare e blu cobalto o, come si dice a Barcellona, blu Miró. Sia le fasce dei prospetti che la copertura sono bucati e “ritagliati” a creare patii e lucernari che articolano il primo livello, a cui si accede direttamente dallo spazio pubblico. L’auditorio per 3.200 persone è ricavato in parte sotto il piano di calpestio. 170 J. Herzog & P. De Meuron, Centro Congressi (2004) 171 Scavalcando la nuova ronda Litoral, la piazza di Lapeña & Torres termina con delle “dita” che si prolungano sul mare, componendo una nuova, frastagliata linea di costa. L’immagine di una nuova avenida Diagonal che si estende come una mano – le membrana tra le dita trasformate in rampe e scalinate che portano alla nuova marina – è una delle basi di questo progetto215. Su di una delle tre dita è ubicata una grande pergola con una copertura composta da cellule fotovoltaiche, di 4000 mq, disegnata dagli stessi Lapeña & Torres. Attraverso un sistema di scale, dalla piazza si scende verso il mare, dove si sta realizzando un parco con un auditorium, progettato da Farshid Moussavi e Alejandro Zaera Polo, ed una nuova zona balneare, disegnata da Elisabet Galí. Accanto alla piazza del Forum, ad occidente, la linea di costa è fatta avanzare per accogliere il nuovo zoo marino al quale si accede tramite il padiglione della Biodiversità di MVRDV. In prossimità del fiume Besós, è in corso di realizzazione un eco-parco progettato da Abalos e Herreros che, inglobando la centrale elettrica, si ricongiunge al nuovo porto sportivo di Sant Adrià, compreso tra l’eco-parco e la piazza del Forum. Il recinto del Forum occupa solo la decima parte (30 di 200 ettari) della superficie in via di trasformazione: Un po’ alla maniera americana che utilizza un campo da golf o un parco d’attrazione per aggregare al suo intorno sviluppi residenziali e commerciali, la piazza ed il porto del Forum costituiscono il cuore vuoto dell’operazione immobiliare, d’altra parte le attività programmate facilitano il referente simbolico che ha consentito di tematizzare gli investimenti e muovere la volontà politica e cittadina216 . Nell’ambito dei progetti per il Forum, fuori dalla piazza di Lapeña & Torres, all’intorno del parco di Miralles-Tagliabue e del centro commerciale e dei grattacieli residenziali realizzati nel 2000 dalla multinazionale Hines, si stanno costruendo due hotel (architetti O. Tusquets e arch. E. Massip), un ospedale per anziani (architetti L. Clotet e I. Paricio), un campus universitario (arch. E. Bru) ed una serie di nuovi edifici residenziali (architetti J. Fargas e J. Rovira, G. Gili, tra gli altri). Per finanziare l’operazione del Forum sono stati utilizzati capitali di operatori privati che ne curano sia la realizzazione che la gestione217 e la procedura di attua- 172 Dall’alto verso il basso, J. M. Lapeña, E. Torres, pergola fotovoltaica (2004) e nuovo porto sportivo di Sant Adrià (2004). Nella pagina accanto, J. L. Mateo, Centro Congressi Internazionale (2004) 173 zione dell’intervento è stata, secondo molti autori, condotta in modo confuso, opaco e poco partecipativo218. Complessivamente, c’è chi sostiene che il Forum assomigli ad un grande parco tematico, fatto di tanti prodotti urbani ove gli affari prevalgono sul disegno unitario della città219 . Barcellona punta su di una politica economica, che è anche marketing urbano ed il realismo catalano sposa la causa della globalizzazione. L’architetto J. A. Acebillo parla a proposito dell’intervento di pragmatismo critico urbano: […] si tratta di non rimuovere dall’architettura i temi e le direttive che necessariamente ereditiamo dalla globalizzazione e dalla nuova economia220. Il nuovo pragmatismo proposto dalla nuova classe dirigente, sempre meno eroica e più politically correct, sarà in grado di realizzare una città realmente sostenibile, per riprendere uno dei temi discussi nel Forum? Il fatto che l’intervento del Forum si sia fondato su una strategia ecologica costituisce, come spesso accade, il rovescio della medaglia delle nuove politiche economiche globali. La globalizzazione e l’apertura alla maniera americana ha un suo risvolto architettonico e urbanistico: sancisce la fine della politica, e della poetica, del progetto urbano e dello spazio pubblico, sui quali, come si è visto, si era incentrata la pianificazione di Barcellona fino ad ora. A proposito del Forum, Bohigas facendo un paragone con la metodologia usata per la Villa Olimpica, afferma: Allora la matrice urbana era lo spazio pubblico, una matrice a cui si adattavano le successive architetture, il cui valore primordiale era esattamente questa capacità di adattamento operativo e significativo più che la qualità intrinseca o il carattere autonomo ed esclamativo. Ora pare invece prevalere l’individualità di ciascun progetto, si dà l’incarico di opere a grandi figure dello star system (Nouvel, Rogers, Perrault, Herzog & de Meuron, Gehry) e si spera che la qualità di quest’opera finisca per configurare la qualità e la struttura dello spazio pubblico e anche gli schemi della circolazione fondamentali221 . Gli edifici del Forum, i cui progetti sono stati affidati, tramite concorso, ai più illustri esponenti del panorama architettonico contemporaneo, si dispongono rifiutando un unico principio insediativo, non componendosi in un progetto unitario. L’omo- 174 In alto, R. Stern, centro commerciale in Diagonal Mar (2000), 2004; in basso vista della zona Diagonal Mar geneità e la coerenza conferita da un impianto che detta le regole insediative, che si inscrive nella tradizione della capitale catalana, da Cerdà a Bohigas, è sostituita da una tecnica del collage e la bontà degli interventi è lasciata all’illustre bravura dei singoli architetti. L’architettura vince sul progetto urbano. Dice Bohigas: Si crea una città che va incontro più alle icone che al contesto. La città di Barcellona fino ad ora stava considerando come base fondamentale il contesto, gli ultimi interventi si presentano come icone, elementi decontestualizzati. Nella Villa Olimpica, facemmo due grattacieli, assolutamente contestualizzati, alla fine di una avinguda, come porte d’ingresso alla città. Sono elementi che non sono stati progettati per essere autonomi, piuttosto si inseriscono e continuano il contesto. Al contrario, in Diagonal Mar, i grattacieli sono stati collocati senza alcuna volontà di continuare a fare città. Sono elementi insoliti, autonomi, isolati, senza capacità di costruire un contesto222. Le opere ubicate fuori la piattaforma, già realizzate ed in via di realizzazione, il centro commerciale e le residenze costruiti dalla multinazionale Hines, i due hotel, i nuovi edifici residenziali, etc., costituiscono una barriera che chiude la città al mare e conferiscono una densità edificatoria eccessiva a questa parte urbana. Si tratta di edifici “a torre”, isolati nel verde, che appartengono al modello americano, 175 più che a quello mediterraneo locale e che, pertanto, negano il valore della strada e dell’isolato. La distribuzione funzionale non prevede il commercio ai piani terra, essendo esso concentrato in unico edificio, la mall finanziata dalla multinazionale americana. Complessivamente, l’area della Diagonal Mar si sta trasformando in paesaggio disperso, orizzontale. Si può vedere, pertanto, nelle opere realizzate per il Forum ed il suo intorno un ulteriore fase del modello Barcellona: Le teorie urbanistiche di Oriol Bohigas, assieme ai principi della cosiddetta “Scuola Barcellona”, liberano il campo ad un approccio alla progettazione più creativo e mediatico, più aperto alla sperimentazione, che rielabora in funzione delle nuove priorità sociali il vecchio “modello Barcellona”223 . Il modello Barcellona si sgretola aprendosi agli influssi stranieri: è il rovescio della medaglia dell’internazionalismo, un effetto collaterale inaspettato. Al modello locale si sostituisce una procedura del frammento, di suggestione extra-locale che sancisce la morte del progetto urbano e la vittoria dell’architettura d’autore come icona. 176 note 116 I. Solà-Morales, op. cit., p. 18. 117 Il partito socialista di Catalogna (PSC) è legato al partito socialista operaio spagnolo (PSOE) che governa il paese dal 1982. 118 O. Bohigas, Barcellona: un’esperienza urbanistica. La città Olimpica e il fronte mare, in La città europea del XXI secolo, C. Mazzeri, a cura di, Skira, Milano 2002, p. 71. 119 O. Bohigas, Reconstrucciò de Barcelona, Ediciòn 62, Barcellona 1985, edizione consul- tata Ricostruire Barcellona, Etaslibri, Arriccia (RM) 1992. 120 La tradizione delle associacions de veïns di Barcellona è molto antica: essa ebbe origi- ne nella Ciutat Vella nel 1874. Durante i primi anni della dittatura le associazioni furono considerate come il focolare delle rivolte anarco-comuniste e pertanto furono soppresse. Essere furono restituite con la Llei d’associacions del 1964, approvata quando il regime incominciò a vacillare. F. Pindaco Sánchez, La participaciò ciutadana a la vida de les ciutats, Ediciones del Sebal, Barcellona 1999. 121 O. Bohigas, Ricostruire…cit., p. 26. 122 R. Baravalle, ¡Olé!,Spagna d’oggi tra modernità e tradizione, Touring Club Italiano, Mila- no 2005, p.199. 123 Cfr. J. Busquets, Barcelona…cit.. 124 O. Bohigas, Per una altra urbanitat, in Plans i projectes per a Barcelona 1981/1982, Ajuntament de Barcelona, Barcellona 1983, p. 15. 125 X. Canceller i Roqué, C. Perez Lamas, Legislaciò urbanistica a Catalunya. Curs Basic, UPC, Barcelona, 1992, cit. in O. Bohigas, Del dubte a la revoluciò. Epistolari public, 19951997, Barcellona 1998, edizione consultata Tra strada del dubbio e piazza della Rivoluzione. Epistolario sulle arti, l’architettura e l’urbanistica, Gangemi Editore, Roma-Reggio Calabria 2003, p. 59. 126 I distretti di Barcellona sono: Ciutat Vella, Eixample, Sants-Montjuïc, Les Corts, Sarrià- Sant Gervasi, Gràcia, Horta-Guinardó, Nou Barris, Sant Andreu e Sant Martí. Cfr. Normes Reguladores Del Funcionament Dels Districtes, Títol Preliminar: Disposicions Generals, Establiment i modificació dels límits dels districtes, Art. 2. 177 Attualmente, l’Ajuntament stabilisce i limiti territoriali del distretto e riserva una percentuale al meno pari al 15% annui delle sue risorse finanziarie per la loro gestione. Cfr. Carta Municipal, Titolo II, Els Districtes, Capitolo II, Organitzaciò dels districtes, Art. 21. 127 L’autonomia gestionale del distretto non coincide con un’autonomia politica in quanto l’organo di gestione del distretto, il Consiglio di Distretto, è composto da politici eletti in seno all’Ajuntament. Tale organo ha il compito, tra l’altro, di elaborare studi sulla propria area e di proporre progetti urbanistici al Municipio. In particolare, deve formulare progetti in merito alla localizzazione delle attrezzature pubbliche ed è suo compito incentivare i processi di decentralizzazione e partecipazione. Cfr. Carta Municipal, Titolo II, Els Districtes, Capitolo II, Organitzaciò dels districtes, Art. 23. Cfr. anche Normes Reguladores Del Funcionament Dels Districtes, Títol II. Organització Dels Districtes, Capítol 2n. El Consell del Districte, Art. 10. 128 Dal 2002, data in cui fu fissata la sua dissoluzione, PROCIVESA è stata sostituita da FOCIVESA (Foment de Ciutat Vella), una società in tutto analoga alla precedente. 129 I privati che partecipano ai finanziamenti sono: le banche BBV; BEX, Caixa de Pensiones, Caixa de Catalunya, la società di parcheggi SABA, le società Promociò Ciutat Nova, SCP, EURSA, CTNE. 130 Alla costruzione dei nuovi fabbricati di protezione pubblica (residenze e attrezzature) sui suoli espropriati è preposto l’INCASOL (Istitut Català del Sol), organo dipendente dalla Generalitat. 131 Tra il 1988 e il 2000 l’amministrazione pubblica ha investito 9000 milioni di euro nella riabilitazione del centro antico, di cui il 50%, in attrezzature, il 25% in spazi pubblici. Nel Raval si sono concentrati i maggiori investimenti pari al 60% del totale Cfr. J. Busquets, Barcelona…cit., p. 369 e J. Busquets, a cura di, La Ciutat Vella de Barcelona. Un Passat amb futur, Ajuntament de Barcelona, Barcellona 2003, p. 141. 132 Durante i lavori di realizzazione della nuova struttura sono stati ritrovati reperti del con- vento domenicano di Santa Caterina (chiesa, sala capitolare e due chiostri) del XIII secolo, su cui fu costruito nel 1847 il mercato omonimo, e tombe di età romana. Tali rinvenimenti hanno comportato la modifica del progetto originario, di modo che la parte posteriore del mercato avrà una pavimentazione in vetro attraverso la quale saranno visibili i resti 178 archeologici. Dal retro, inoltre, si accederà alla cripta dell’antica basilica. 133 O. Bohigas, Barcellona: un’esperienza …cit., p. 72. 134 J. Busquets, Le scale d’intervento, in «Rassegna» n°37, 1989. 135 La citazione è dell’architetto Josep Anton Acebillo, già direttore del dipartimento munici- pale dal significativo nome di Progetti Urbani e attualmente assessore all’urbanistica della città. J. A. Acebillo, Dalla plaza Trilla alla Villa Olimpica, in M. Cristina Tullio, a cura di, Barcellona… cit., p. 30. 136 La citazione è dell’allora sindaco Pasqual Maragall eletto nel 1982, quando Narcís Serra divenne Ministro della Difesa del governo spagnolo. P. Maragall, Presentació, in Plans i projectes …cit., p. 10. 137 I. Solà-Morales, op. cit., p. 18. 138 Sul luogo antropologico cfr. M. Augè, Non luoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Eléuthera, Milano 1993. 139 O. Bohigas, Barcellona: un’esperienza …cit., p. 73. 140 O. Bohigas, Per una altra … cit., in Plans i …cit., p. 14. 141 La popolazione del Raval al 1980 è pari a 48.326 abitanti di cui circa il 2% è composto da stranieri. Più del 20% è costituito da persone di età maggiore di 64 anni. Fonte: Ajuntament de Barcelona, Guia Estadistica, Ciutat Vella en xifres, Padrò Municipal d’Habitants 2000, Ajuntament de Barcelona, Barcelona, 2002, p. 43; Ajuntament de Barcelona, Departament d’Estadistica, www.bcn.es/estadistica. Il Padrò Municipal per sezioni censuali registra tutti gli individui che per motivi di vario ordine (lavorativi, sanitari, pensionistici, etc.) denunciano la loro residenza nel quartiere. Pertanto, non si può escludere che vi siano persone che per varie ragioni non si dichiarino come abitanti, tra questi, gli immigrati clandestini. 142 Si rileva una densità abitativa su ettaro elevatissima: nella zona centrale, nel cosiddetto Barri Xino, è di 200 ab/ha, mentre in prossimità delle strade Sant Jeroni, Cadena, Sant Rafael e Sant Pau è di 768 ab/ha. 143 Più del 66,8% delle abitazioni ha una superficie inferiore a 60mq e, generalmente, le superfici minori si registrano nella parte centrale e meridionale del quartiere (in media, 60mq in carrer Joaquin Costa e 35mq in carrer Sant Jeroni). 144 Il 12,1% delle abitazioni è privo di acqua e nella zona centrale la percentuale raggiunge 179 il 35%. I servizi, bagno e cucina, sono totalmente lontani dagli standard minimi. 145 I. Solà-Morales, op. cit., p. 13. 146 O. Bohigas, Ricostruire…cit., p. 27. 147 Ivi, p. 29. 148 Da quanto detto, si evince quanto siano diversi questi principi da quelli portati avanti in Italia, e il piano per il porto di Salerno, compilato dallo stesso Bohigas, lo dimostra. Per una trattazione più estesa dell’argomento rimando ad un prossimo contributo. 149 Dato il lungo e complesso procedimento necessario per varare un nuovo PERI, che, prodotto in seno all’Ajuntament, necessita dell’approvazione definitiva di una subcomissione composta da membri della Generalitat, con tutte le annesse problematiche di carattere partitico, spesso ci si avvalse di due stumenti di modifica più “agili”: Pla Especial e Estudi de Detall. In particolare, il Pla Especial (PE), che con la nuova Carta Municipal dal 1999 non è più competenza della Generalitat, può modificare per piccole zone le previsioni del PGM o di un PERI già approvato. 150 Pla Espacial de Millora del Medi Urbà del Pla Centra del Raval, Ajuntament de Barcelona, Barcellona 1992. 151 Il Pla Espacial de Millora del Medi Urbà (PEMMU) del Pla Centra del Raval, in particola- re, detta i criteri di riabilitazione, riconversione e ampliamento degli edifici prospicienti la Rambla, la rimodellazione dello spazio pubblico, attraverso il restauro delle facciate che fanno da fronte alla piazza, definisce gli arredi urbani, le pavimentazioni e le piantumazioni e prevede un sistema pneumatico di raccolta dei rifiuti. 152 X. Casas, Una joya por descubrir, in «El periodico», 8 ottobre 2003. 153 Remodelaciò de l’espai public i de les infrastructures, in Pla Espacial de Millora del Medi Urbà del Pla Centra del Raval, Ajuntament de Barcelona, Barcellona 1992. 154 Cfr. O. Alexandre, Catàleg de la destrucció del patrimoni arquitectònic històrico-artístic del centre històric de Barcelona, Veïns en defensa de la Barcelona Vella, Barcellona 2000. Tra le proposte e le critiche mosse dalla cittadinanza nei confronti del piano di Modificaciò approvato nel 1995, riportiamo parte dell’Allegato 5 dell’Informe per L’Aprovaciò Provisional de la Modificaciò del PERI del Raval. Reordinaciò del Pla Central, dove l’allegante è il dott. Francisco Sastre-Marquès Peix, proprietario dell’omonima farmacia. […] Mentre la modifi- 180 ca del PERI propone di trasferire gli elementi protetti del basamento in una delle vicine opere di residenze pubbliche […], il comparente considera impraticabile il suo trasferimento per ragioni tecniche insite all’opera di Puig i Cadafalch. D’altra parte, l’allegante fa presente lo speciale ordinamento farmaceutico di Catalogna agli effetti del suo trasferimento e delle distanze minime che si richiedono. Come conseguenza di tutto ciò, chiede che gli si notifichi l’atto di approvazione definitiva della modifica del Piano e domanda la modifica della normativa riguardante il trasferimento dell’opera artistica di Puig i Cadafalch, annullando il trasferimento e mantenendo la farmacia, e pertanto l’edificio, nella sua ubicazione attuale. Nell’ Informe, a risposta dell’Allegato 5, si ribadisce che la protezione della farmacia risulta garantita dalla normativa del piano di Modificaciò, conforme alle regole sulla Protezione del Patrimonio Storico-Artistico della città di Barcellona. 155 G. Maza, G. McDonogh, J. J. Pujadas, Barcelona, ciutat oberta: trasformacions urbanes, partecipaciò ciutadana i cultures de control al barri del Raval, in «Revista d’etnologia de Catalunya», n°21, 2002. 156 O. Bohigas, Architettura nella città vecchia, in Tra strada…cit., p. 59. 157 Per il complesso della Carità, Closet-Tusquets progettano un sistema di cinque patii che, connettendo gli edifici preesistenti di maggior pregio, e abbattendo quelli più deteriorati, conferiva unità morfologica al complesso. Gli architetti si rifanno ad un progetto del 1804 che prevedeva la costruzione di un insieme di edifici e due cappelle che si sviluppavano intorno a cinque patii quadrati ed uno rettangolare, con una facciata comune su carrer Montalegre. Del progetto ottocentesco fu realizzato solo la facciata su carrer Montalegre e un patio che corrisponde al pati de les Dones, modulo del progetto di Clotet-Tusquets. 158 Pla Especial d’ordinacio del Conjunt de la Casa Caritat, Justificació i objectus. 159 Ibidem. 160 L’area de-catalogata era occupata da due edifici risalenti alla metà del ‘800: l’edificio “de Fatus”, all’angolo tra carrer Montalegre e Ferlandina e l’edificio “d’impedides i distingides”, su carrer Ferlandina, un corpo rettangolare di quattro piani, progettato da Narcís Nuet. 161 Il regolamento sulla protezione del Patrimonio Architettonico Storico-Artistico della città, all’art.7, stabilisce che la de-catalogazione di un immobile o elemento architettonico 181 catalogato richiederà la concorrenza di alcune delle seguenti circostanze: a) La sua sparizione a causa di una distruzione o rovina […]; b) La necessità del suo abbattimento per le previsioni di un piano di interesse pubblico prevalente, per le quali non esista alternativa ponderata che permetta la sua conservazione; c) L’accertarsi dell’esistenza di errori nell’apprezzamento dei motivi che consentivano l’inclusione; d) La perdita d’interesse che anteriormente motivava la sua inclusione. Pla Especial d’ordinacio del Conjunt de la Casa Caritat, Justificació i objectus, Proposta de Nova definició de l’ambit de catalogació. 162 Ivi, Paràmetres edificatory i usos. 163 J. Busquets, Les diferents Escales de la Projectació Urbanistica, in Ajuntament de Barcelona, Urbanisme a Barcelona. Plans cap al 92, Ajuntament de Barcelona, Barcellona 1987, pp. X-XX. 164 Ajuntament de Barcelona, Arees de Nova Centralitat, Ajuntament de Barcelona, Barcellona 1987, p. 10. Le aree di nuova centralità furono, in particolare: Diagonal-Sarrià, il tratto della Diagonal in prossimità della piazza Francesc Maciá, carrer Tarragona, la strada che collega piazza Macia con piazza de España, ovvero l’ultima propagine dell’Eixample occidentale con Montjïuc, Renfe-Meridiana, a nord del tratto più orientale della avenida Meridiana, Carles I-avinguda Icaria, la parte più prossima alla Ciutat Vella del quartiere di Poblenou, piazza Cerdà, lungo il primo tratto urbano della Gran Via, il Port Vell, il vecchio porto dove sboccano le Rambles, piazza de les Glòries Catalanes, punto d’incontro della Diagonal, della Meridiana e della Gran Via, la Vall d’Hebrón, alle pendici del monte Collcerola, confine settentrionale della città, La Sagrera, la stazione ferroviaria a sud del tratto più orientale della Meridiana, Diagonal-Prim e Torre Melina, rispettivamente, l’estremità orientale e occidentale della Diagonal, ed infine la collina di Montjïuc. 165 J. A. Acebillo, op. cit., in M. Cristina Tullio, a cura di, Barcellona… cit., p. 35. Acebillo, come si vedrà è l’attuale assessore all’urbanistica della città. 166 Ivi, p.38-39. 167 J. A. Acebillo, op. cit., in M. Cristina Tullio, a cura di, Barcellona… cit., p. 44. 168 P. Maragall, El impulso olimpico, in Barcelona en joc, Col.legi d’Aparelladors Tècnics i Arquitectes de Barcelona, Barcellona 1986, p. 12. 169 182 L’accordo risale al 1989 e previde la costituzione della holding, Barcelona Holding Olim- pico (HOLSA). In base alla convenzione, furono fissati il quadro finanziario, l’elenco dei lavori con i rispettivi costi e la ripartizione degli oneri e delle spese tra Comune e Stato. Cfr. J. M. Martorell, O. Bohigas, D. Mackay, A. Puigdomènech, La Villa Olimpica. Barcelona 92. Arquitectura. Parques.Puerto deportivo, Editorial Gustavo Gili, Barcellona 1992, pp. 182187 e M. A. Badia Gasco, R. G. Bragados, La gestione dei progetti olimpici. Barcellona ’92, in M. Cristina Tullio, a cura di, Barcellona… cit., p. 71. 170 I. Solà-Morales, op. cit., p. 24. 171 Nel corso degli anni’90 in piazza de les Glòries Catalanes si realizzò una piazza di 23000 mq, di forma ellittica con un parcheggio sotterraneo, racchiusa da due corsie di viabilità sovrapposte che smistano il traffico proveniente dalla Meridiana e dalla Gran Via (architetti A. Arriola, A. Monclus). Nei pressi della piazza furono realizzati il Teatro Nazionale (architetto R. Bofill), l’Auditorio Municipale (arch. R. Moneo) e l’Archivio della Corona d’Aragona (architetti R. Amadó e L. Doménech). 172 O. Bohigas, Barcellona: un’esperienza urbanistica…cit., p. 82. 173 J. M. Martorell, O. Bohigas, D. Mackay, A. Puigdomènech, op. cit., Editorial Gustavo Gili, Barcellona 1992, p. 11. 174 J. Busquets, Barcelona…cit., p. 394. 175 La citazione è del sindaco Paqual Maragall. Cfr. I. Solà-Morales, op. cit., pp. 20-21. 176 177 I. Solà-Morales, op. cit., p. 21. J. Martorell, O. Bohigas, D. Mackay, A. Puigdomènech, La Villa Olimpica…cit., pp. 10- 11. 178 Su un possibile rapporto tra piano e progetto, testo della discussione avvenuta nello studio di Bohigas il 21 maggio 1992, a Barcellona, tra lo stesso autore, Ramón Serra i Masipi e Lucio Gazzarra, in Ricostruire…cit., p.XXVII. 189 Ivi, p. XXVI. 180 J. M. Martorell, O. Bohigas, D. Mackay, A. Puigdomènech, La Villa Olimpica…cit., p. 14. 181 C. Gasparrini, L’attualità dell’urbanistica, Etaslibri, Milano 1994, p. 82. 182 J. Busquets, Barcelona…cit., p. 401. 183 J. Maria Montaner, Máquina y mercado. Los significados de la Barcelona olímpica, in «Arquitectura Viva», n.°25, 1992. 183 184 M. Vázquez Montalbán, La ciudad inevitada. Paisajes de Barcelona, in «Arquitectura Viva», n.°25, 1992. 185 Gli edifici di nuova costruzione sono stati 25. Fonte: Federació D’associacions De Veïns De Barcelona. Observatori veïnal de Ciutat Vella, Barcelona, http://www.favb.com/ observatori. Molte strade, per lo più quelle ad andamento est-ovest, sono state rese pedonali, ripavimentate, ingrandite nella loro sezione e dotate di nuovi arredi urbani. Sono stati riabilitati gli elementi comuni (scale, patii, facciate, fogne, impianti elettrici e idrici) di 820 edifici, il 54% degli esistenti, e 165 hanno subito una riabilitazione integrale usufruendo dei finanziamenti pubblici da parte della Officina de Rehabilitaciòn de Ciutat Vella (ORCV). 186 Si tratta di un Pla Especial (PE) e in quanto tale, come si è detto, non necessita dell’ap- provazione della Generalitat. 187 La notizie è pubblicata ne «La Vanguardia», 6 Novembre 2003, dove si legge: Dopo due anni di negoziazioni con la Generalitat, la commissione di governo del Ajuntament, ha dato ieri definitivamente il via libera per la cessione all’ Istitut Català de les Indùstries Culturales (ICIC) di un suolo, situato vicino alla piazza Salvador Seguì e di fronte alle future Illa de la Rambla del Raval e Illa d’en Robador, dove si costruirà la nuova sede della Filmoteca de Catalunya, gli uffici dell’ICIC e la futura fondazione privata Catalans Films and TV. 188 Il paragone è dell’attuale assessore all’urbanistica J. A. Acebillo cit. in «El periodico», 7 settembre 2005. 189 Gli extra-comunitari sono gli immigrati più numerosi: la comunità pakistana costituisce il 21,2% della popolazione straniera, la comunità filippina il 16,5% e quella equadoregna e marocchina l’11,1%. 190 Fonti: Fundaciò CIDOB-Ajuntament de Barcelona, La immigraciò estrangera a Barcelona; l’observatori permanent de la immigraciò a Barcelona, 1994-1997, CIDOB Edicions, Barcelona, 1998, Tav. 23, p.86; Ajuntament de Barcelona, Guia Estadistica, Ciutat Vella en xifres, Padrò Municipal d’Habitants 2000, Ajuntament de Barcelona, Barcelona, 2002, p.43; Ajuntament de Barcelona, Evoluciò de la poblaciò enstranjera a Barcelona 1996-2003, Ajuntament de Barcelona, Barcelona, 2003; Ajuntament de Barcelona, Departament d’Estadistica, www.bcn.es/estadistica. 191 184 O. Bohigas, Menos urbanismo y más sociología, in «El Periódico», 8 ottobre 2000. 192 193 Ibidem. Per ciò che concerne il valore di mercato delle residenze, il prezzo medio di vendita di un’abitazione di prima mano nel centro antico è di 3.150 •/mq utili, nel Raval è di 3.166 • / mq. Si riportano di seguito i dati relativi all’incremento dei prezzi in • / mq di un’abitazione di prima mano nel centro antico dal 1994 al 2002 (Fonte: Centre de Política del Sòl i Valoracions UPC, www.bcn.es/estadistica). Prezzi di un’abitazione di prima mano in Ciutat Vella (• / mq utili) 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 1.764 1.561 1.921 2.010 2.007 1.779 2.175 2.996 3.150 Per il Raval i prezzi dal 1996 al 2002 delle abitazioni di prima mano sono i seguenti: Prezzi di un’abitazione di prima mano nel Raval (• / mq utili) 1996 1997 1998 2000 2001 2001 2002 1.957 1.931 2.007 1.906 2.207 3.132 3.166 I prezzi di un appartamento di seconda mano in Ciutat Vella, come si può vedere dalla tabella che segue, hanno subito negli ultimi anni un notevole incremento. Prezzi di un’abitazione di seconda mano in Ciutat Vella (• / mq utili) 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 965 864 965 1.066 1.779 1.660 2.017 2.439 3.096 Nel Raval si è assistito ad un’analoga ascesa dei prezzi per le abitazioni di seconda mano, ecco i dati: Prezzi di un’abitazione di seconda mano nel Raval (• / mq utili) 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 951 866 940 1.046 1.295 1.585 1.952 2.351 2.959 194 La nuova legge sulle locazioni urbane (Llei d’Arrendaments Urbans, LAU), attualmente vigente, coinvolge i fitti bassi e a tempo indeterminato, attualizzando i prezzi aumentati in seguito alle eventuali migliorie apportate alla zona o all’immobile. 195 X. Antich, Urbanismo e ciudadanìa, in«Quaderns», n.° 240, 2004. 196 Risalgono al 1986 le Norme Regolatrici della Partecipazione Cittadina. 197 Cfr. Normes Reguladores de la Participació Ciutadana, Títol Segon. El Foment de l’associacionisme, El Fitxer General d’Entitats Ciutadanes, Art. 9. 185 198 Cfr. Carta Municipal, Titolo II, Els Districtes, Capitolo II, Organitzaciò dels districtes, articolo 23. Cfr. anche Normes Reguladores Del Funcionament Dels Districtes,Títol II. Organització Dels Districtes, Capítol 2. El Consell del Districte, Art. 10 e Normes Reguladores Del Funcionament Dels Districtes, Títol IV, La Participació Ciutadana Als Districtes, Capítol 1r. El Consell Ciutadà Del Districto, Artt. 40-45. 199 Attualmente, vi sono ventitré associazioni nella Ciutat Vella che organizzano numerose attività legate alla cultura, lo sport, l’educazione, l’ambiente, etc.. Svolge un ruolo molto attivo l’associazione Veïns en Defensa de la Barcelona Vella, che, dal 1995, si occupa principalmente di fornire agli abitanti della città antica informazioni relative alle trasformazioni urbanistiche che li coinvolgono attraverso pubblicazioni, incontri, seminari e tavole rotonde. 200 Cfr. Normes Reguladores de la Participació Ciutadana Títol Segon. El Foment De L’associacionisme, Art. 8. Suport a les associacions. Il presidente di Veïns en Defensa de la Barcelona Vella, Pep Martì, afferma: […] oggi, alcune delle antiche associazioni di cittadini sono equivocamente imbrigliate economicamente con le misure di riforma urbana. Questo, non incrementa in assoluto il loro senso critico. Cit. in S. V. Heeren, Un Análisis critico del modelo Barcelona, Veïns en Defensa de la Barcelona Vella, Barcellona 2002, p. 62. 201 Le considerazioni che seguono fanno parte di un’intervista che l’antropologo mi rilasciò nel 2004. 202 G. Maza, Partecipación Urbana/ Representación Cultural, Cascos históricos: El Raval (Barcelona), Barcelona, 2004, articolo pervenuto per mano dell’autore. 203 La sua popolazione, pari a 1.582.738 abitanti, è composta per il 12,79% da immigrati extracomunitari. 204 I lavori per il completamento della Sagrada Familia sono ripresi e una fondazione privata si occupa di reperire i fondi necessari. Come tutte le cattedrali gotiche, l’opera non era stata concepita per essere terminata per mano di un solo architetto, ma il suo completamento in base al progetto di Gaudí risulta assai problematica. Dei disegni del progetto dell’architetto catalano, infatti, non restano che pochi schizzi incompleti e plastici parziali, senza contare che l’architetto era sempre solito modificare i suoi progetti in corso d’opera. Le novità ap- 186 portate dal nuovo progetto dall’architetto Jordi Bonet, coadiuvato dallo scultore Josep Subirachs, coinvolgono anche materiali e tecniche evidentemente aggiornate rispetto a quelle impiegate alla fine del ‘800. 205 H. Ibelings, Regeneración urbana impulsada por el consumo, in «Quaderns» n.° 240, 2004. 206 L’economista I. de Dalàs i de Ugarte, sottodirettore generale del Turismo di Barcellona, così si pronunciava nel 2001. cit. in Ibidem. 207 Si tratta di un’intervista che l’architetto mi rilasciò personalmente nell’aprile del 2004. 208 J. Busquets, Barcelona. La costrucción ...cit., p. 434. 209 Qui, sulla spiaggia più orientale di Barcellona, denominata Camp de la Bota, sorgeva, intorno alla fine del XIX secolo, il Pekín, un villaggio di baracche abitato da Cinesi dediti ai lavori legati alla pesca. Nel corso del XX secolo, il Camp de la Bota arrivò a ospitare circa 5000 abitanti che risiedevano per lo più in alloggi auto-costruiti. 210 Ajuntament de Barcelona, Arees de Nova …cit., p. 46. 211 Joan Clos fu eletto sindaco di Barcellona nel 1997. Il sindaco uscente, P. Maragall, è attualmente il presidente della Generalitat. 212 O. Bohigas, Ciudad y acontecimiento. Una nueva etapa del urbanismo barcelonés, in «Arquitectura Viva», n.° 84, 2002. 213 L. Fernández Galiano,Triángulos virtuosos. El Fórum como motor de regeneración ur- bana, in «Arquitectura Viva», n.° 94-95, 2004. 214 J. A. Acebillo Una nueva geografía urbana. Las cinco ideas prográmaticas del proyecto del Fórum, in «Arquitectura Viva», n.° 94-95, 2004. 215 J. A. Martinez Lapeña, E. Torres, Piazza/Plaza Forum 2004, in «Domus», n.°866, 2004. 216 L. Fernández Galiano,op. cit.. 217 I patrocinatori locali sono: Endesa, Telefònica, La Caixa, Toyota, El Corte Inglès. A que- sti si affiancano quelli sovra-nazionali: IBM, Indra, Iberia, Damm, Media Pro, Nestlè, Nutrexpa, Randstad, Henkel, Leche Pascual, Coca-Cola, Roca, GL Events, AGBAR. Tutte queste imprese sono accusate di aggressione all’ambiente e ai popoli indigeni dai loro stessi consumatori e dipendenti, e sono coinvolte nell’economia di guerra […]. Il contro Forum 2004, Le ragioni per essere contro il Forum 2004, in M. Poli, M. Zardini, a cura di, Barcellona 187 Forum 2004, in «Domus», n°866, 2004. 218 J. M. Montaner, Barcelona, urbanismo borroso, in «El Pais», 4 luglio 2003. 219 J. Borja, Forum 2004: un parco tematico? in «Domus», n°866, 2004. 220 J. A. Acebillo, Una nueva geografía… cit.. 221 O. Bohigas, Barcellona, un’esperienza…cit. p. 95. 222 La citazione è tratta dall’intervista che l’architetto mi rilasciò personalmente nell’aprile del 2004. 223 188 V. P. Bagnato, Barcellona verso il 2004: i nuovi progetti, in «Area», n.° 63, 2002. BIBLIOGRAFIA 189 _I. Cerdà, Teoría general de la urbanización y ensanche de Barcelona, 1867, edizione consultata Teoria general de la urbanizacìon. Reforma y ensanche de Barcelona, Istituto de Estudios Fiscales, Barcellona 1968. _«A.C. Documentos de Actividad Contemporánea », n°.6, 1932. Le Corbusier, Ville Radieuse, Editions de l’Architecture d’Aujourd’hui, Parigi 1935. _F. Braudel, La Mediterranée et le Monde méditerranée à l’époque de Philippe II, _Librairie Armand Colin, Parigi 1949, edizione consultata F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, (Vol I.), Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 2002. _B. Zevi, Storia dell’Architettura Moderna, Einaudi, Torino 1950. _G. R. 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G., 183 Antich X., 185 Braudel F., 74, 75 AOMSA (Anella Olimpica de Montjïuc), 144 Bru E., 144 Arriola A., 183 Buïgas G., 40, 44 Artigues i Vidal J., 75, 76 Busquets J., 73, 77, 79, 80, 81, 83, 84, 127, 128, Augè M., 179 130, 132, 177, 178, 179, 182, 183, 187 Augusto, imperatore, 74 Calatrava S., 144 Badia Gasco M. A., 183 Calzà G., 80 Bagnato V. P., 189 Canceller i Roqué X., 177 Baixeras A., 58 Cardini M., 188 Ballarín J. M., 84 Carlo II d’ Asburgo, re, 16 Baptista Subirana J., 59, 59, 60 Carlo III d’ Asburgo, re, 16 Baravalle R., 177 Carreras A., 75 Barjuan J., 95 Casas X., 108, 180 Bassó C., 147 Catà i Catà E., Cendoya Oscoz P., 46 Bennet R., 82 Cerdà y Suñer I., 25, 26, 26, 28, 28, 29, 30, 35, 36, Bofill R., 72, 140, 144, 164, 183 42, 44, 54, 58, 61, 75, 76, 95, 98, 106, 108, 110, Bohigas O., 59, 67, 68, 70, 72, 73, 75, 77, 80, 82, 127, 134,138, 140, 168, 170, 175 83, 84, 85, 89, 90, 98, 110, 112, 138, 140, 148, 152, 163, Cirici C., 72, 80, 147 Clos O., 144, 168, 187 174, 175, 176, 177, 179, 180, 181, 183, 184, 202 DEI NOMI .. ... Closet L., 126, 156, 181 Fargas J., 172 Clotèt L., 72, 114, 116 Fayos R., 95 172 Fernández F., 144 Coderch A., 68, 70, 70, 72, 84, 104 Fernández Galiano L., 187 Collins G. R., 77, 78, 79 Ferrater C., 134, , 140, 146 Colombo C., 79 Filippo V di Borbone, re, 16 Correa A., 72, 140 Finetti F., 82 Correa F., 68, 95, 140, 144 Florensa A., 61 Costa J., 84 FOCIVESA (Foment de Ciutat Vella), 178 D’Ors E., 82 Folguera F., 82 Dalì S., 82 Font A., 96 Darder A., 29, 58 Font y Carreras A., 32, 114 de Cáceres R., 95 Fontseré J., 41 de Churruca R., 53, 54 Foucault M., 79 de Dalàs i de Ugarte I., 183 Frampton K., 78, 84 de la Mina, generale marchese, 18 Franco F., 59, 61, 64, 83, 89 De Meuron P, 170, 170, 174 Freixes D., 117 de Moragas i Gallissà A., 68 Galí E., 172 Denti G., 80 Galimany J., 95 Diaz C., 100, 126, 140 Gallego M., 144 Doménech i Estapà J., 44 Gardella I, 69, 70, 70 Domènech i Montaner L., 31, 32, 42, 42, 80 Garriga M., 75 Domènech L., 72, 183 Gasparrini C., 183 Domínguez P., 95 GATCPAC, 54, 55, 56, 56, 58, 67, 68, 71, 83, 98, 110, 134 Duchamp M., 53 GATEPAC, 54, 55, 56, 59, 60, 68, 70, 83 Duran i Reynals R., 82 Gaudí A., 31, 32, 33, 34, 34, 35, 36, 36, 38, 38, 41, 42, 44, E. Bonell, 140 54, 78, 79, 80, 163, 183, 186 E. González, 117 Gehry F. O., 140, 174 Fabre J., 74, 75, 76 Giacomo I, Jaume I el Conqueridor, re, 10, 12, 74 Fàbregas F., 53, 54 Giedion S., 55 203 204 Gil J. M., 140 Lopez, famiglia, 35, 79 Gili G., 68, 172 Luigi XIV, re, 16 Giol P., 95 Macià F., 54, 55 Goday i Casals J., 114 Mackay D., 33, 72, 78, 183 Gottman J., 75 Magnaghi Lampugnani V., 77 Graham B., 140 Maldonado J., 81 Grassi G., 73 Maluquer J., 75 Gregotti V., 70, 73, 85, 144 Maragall P., 127, 130, 168, 179, 182, 183 Griful E., 81 Martì P., 186 Gropius W., 55 Martinez Lapeña J. A, 134, 140, 147, 170, 172, 172, Gruppo R, 68, 70, 71 187 Güell E., 35, 36, Martorell J.M., 72, 183 Güell, famiglia, 35, 79 Martorell J., 38 Heeren S. V., 186 Mas i Palahì F., 75 Herzog J., 170, 170, 174 Massip E., 172 Hitchcock H. R., 78 Mateo J. L., 146, 170, 172 Huertas Claveria J. M., 74, 75, 77, 83 May E., 83 Hughes R., 75, 77, 79 Maza G., 156, 181, 186 Ibelings H., 183 MBM (J. Martorell, O. Bohigas e D. Mackay), 132, 134, Illescas S., 54 136,138, 138, 148, 150 INCASOL (Istituto Catalano del Suolo), 178 Isozaki A., 144 Meier R., 116, 118, 120, 122 Mercadel G. F., 54, 83 Jujol J. M., 36 Mestres Josep O., 24 Kolbe G., 44, 44 Mestres O., 32, 75 L. Domènech, Meyer H., 83 Lahuerta J.J., 78, 79 Mies Van de Rohe, 44, 44, 48, 48, 50, 53, 144 Le Corbusier, 38, 53, 54, 55, 56, 58, 67, 82, 83, 134 Milá A., 72, 95, 144 León E., 140 Miralles E., 93, 94, 96, 168, 172 Llinàs J. A., 102, 103, 146 Mirando V., 117 Loos A., 50, 82 Miró J., 53, 82, 170 Monclus A., 183 Piñón A., 118, 120, 122, 125,126, 136, 140 Moneo R., 146,183 Pizza A., 84, 85 Montaner J. M., 183, 188 Poli M., 187 Moreras J., 84 Ponti G., 70 Moreta M., 81 Prim J., generale, 41 Morris W., 34 PROCIVESA (Promozione della Ciutat Vella sa), 92, Moussavi F., 172 94, 112, 154, 178 Muzio G., 82 Puig Gairalt A., 53, 82 MVRDV, 172 Puig i Cadafalch J., 44, 46, 80, 82, 83, 110, 113 Nadal J., 75 Puig P., 72, 150 NISA (Nuova Icaria sa), 142 Puigdomènech A., 183 Nouvel, J., 164, 165, 165, 168,174 Pujadas J. J., 181 Nuet N., 181 Quattrocchi L., 79 Oficina de Rehabilitació Ciutat Vella (ORCV), 92, 184 Ramos F., 80 Oliveras i Samitier J., 82 Raventós R, 82 Ortiz I., 140 Reixa M., 77 Orwell G., 83 Rius F., 140 Oyon L. , 81 Rivera P., generale, 46, 53 P. Vilar, 75 Rodríguez Arias G., 53, 54 Pane R., 35, 77, 78, 79 Rogent E., 32, 42 Pareja C., 95 Rogers E. N., 70, 174 Paricio I., 96, 126, 140, 156, 172 Ronquillo C., 81 Perales F., 54 Rossi A., 72,73, 85 Perez Lamas C., 177 Rovira J. M., 82, 83, 84, 85 Perret A., 82 Rovira J., 172 Pevsner N., 78 Rovira y Trias A, 25, 76 Picasso P., 60 Rubert M., 144 Pietro III, Pere III el Cerimonioso, re, 10 Rubió i Tudurí N.M., 53, 82 Pietro IV d’Aragona, Pere el Gran, re, 74 Sabater L., 72 Pindaco Sánchez F., 177 Sagnieri Villavecchia E., 44 205 Sala J., 147 Vázquez Montalbán M., 184 Sartoris A., 70 Verboom P. J., 16 Sastre-Marquès Peix F., 180 Verdaguer J., 77, 79 Scuola di Barcellona, 68, 176 Viaplana H., 118, 120, 122, 125, 136, 140 Semper G., 32, 77 Victoria Eugenia, regina, 50 Serra N., 89, 90 Vidal Bendito T., 81, 84 Serrallach A., 110 Vidiella R., 81 Sert J. L., 53, 54, 59, 59, 60, 60, 82, 144 Vila P., 74 Sobrequés i Callicó J., 76, 79, 80, 81 Vilaseca J., 29, 44, 58, 61 Solá-Morales I., 80, 136, 177, 179, 180, 183 Villar P., 75, 81 Solá-Morales M., 73, 96 Villar, architetto, 38 Solans J. A., 91 Viollet-le-Duc E. E., 32, 34, 79 Soria Puig A., 75 VOSA (Villa Olimpica Società Anonima), 142 Soteras J., 61 Yxart J., 79 Stern R., 168, 174 Zaera Polo A., 172 Subiño M., 54 Zardini M., 187 Subirachs J., 187 Zevi B., 78 Sunol i Ferrer X., 75 Sust X., 100 Tafuri M., Dal Co F., 77 Tagliabue B., 93, 94, 168, 172 Team X, 68 Terrades i Muntañola E., 122 Terrades i Muntañola R., 122 Torres E. 134, 140, 147, 170, 172, 172, 187 Torres i Clavé J., 53, 54, 59, 59, 60 Tullio M. C., 77, 80, 82, 84, 179, 182, 183 Tusquets O., 72, 114, 116, 140, 172, 181 Vallcorba X., 147 Van Eesteren C., 55 206 I NDICE DEI LUOGHI aeroporto, 164 cappella di Sant Llàtzer, 12, 14, 100 Anillo Olimpico, 144 carrer Arc du Teatre, 64, 83 Archivio della Corona d’Aragona, 183 carrer Barberà, 22 arco di Trionfo, 44 carrer Bisbe, 74 auditorium del Forum, 172 carrer Cadena, 22, 106, 148, 179 auditorium Municipale, 183 carrer Comte del’Asalto detta Nou de la Rambla, 22, avenida Garcia Morato, 61, 62, 106 35, 61, 99 avenida Meridiana, 26, 56, 131, 182, 183 carrer d’Elisabets, 148 avenida Paral.lel, 26, 56, 75 carrer d’en Robador, 148, 150, 154, 161 avinguda de la Catedral, 61, 95, 98 carrer de l’Hospital, 51, 74, 99, 100, 108, 112, 113, avinguda Diagonal, 26, 127, 129, 130, 136, 144, 144, 156, 161 146, 164, 166, 182 carrer de les Tapis, 75 avinguda Drassanes, 61, 64, 99, 104, 106, 106 carrer del Carme, 24, 44, 99, 100, 102, 103, 104, 147 avinguda F. Cambò, 95, 96 carrer dels Angeles, 24, 100 avinguda Icaria, 132, 168, 182 carrer Doctor Dou, 24 Barceloneta, 18, 51, 92, 94, 96, 131, 136 carrer Ferlandina, 114, 116, 181 Barri Gòtic, 10, 40, 61, 94, 110 carrer Ferràn, 24, 44 Barri Xino, 56, 106, 110, 152, 179 carrer Guàrdia, 22 Besós, quartiere, 66 carrer Hort d’en Ferlandina, 22 Besós, fiume, 136, 166, 168, 170 carrer Hort de la Bomba, 22 Biblioteca Nazionale, 122 carrer Jaume Giralt, 96 Cafè-Restaurante, 42, 42 carrer Joachin Costa, 104, 114, 116, 179 Cagallel, ruscello, 74 carrer Lancàster, 22 camì de Llobregat o via Morisca, 10, 12 carrer Llibreteria, 74 camì de Montjïuc, 10, 12 carrer Maria Aurelia Capmany, 106, 108, 112 camì de Sarrià, 10, 12 carrer Metges i Montanyans, 96 Camp de la Bota. 187 carrer Midgia, 83 207 208 carrer Montalegre, 114, 181 Tàpies, 42, 42 carrer Notariat, 24 casa Josep Gelabert, 110 carrer Om, 22 casa Lleó e Morera, 42, 44 carrer Pelai, 26 casa Milá, 31, 36, 36, 37 carrer Peu de la Creu, 104 casa Rubió i Bellvè, 45 carrer Pintor Fortuny, 24, 35, 148 casa Tàpies, 69 carrer Princesa, 24 casa Vicens, 35, 42 carrer Reina Amalia, 22, 83 Cattedrale, 9, 32, 61, 95 carrer Riera Alta, 22, 75 CCCB (Centro di Cultura Contemporanea di carrer Roig, 102, 103, 104 Barcellona), 84, 112, 116, 120, 126, 147, 152 carrer Sant Jeroni, 22 ,106, 179 centro commerciale Diagonal-Mar, 172, 174, 175 carrer Sant Josep Oriol, 148 Centro Congressi del Forum, 170 carrer Sant Oleguer, 22, 106, 108, 112, 113, 147 Centro Congressi Internazionale del Forum, 170, 172 carrer Sant Pacià, 22 Centro d’Arte Santa Mònica, 125, 126, carrer Sant Pau, 74, 99, 100, 108, 156, 179 chiesa della colonia Güell, 78 carrer Sant Rafael, 22, 148, 179 chiesa dels Angeles, 114 carrer Sant Ramon, 22 chiesa di Betlem, 15 carrer Santa Elena, 112 chiesa di San Felipe Neri, 40 carrer Tallers, 12, 20, 74, 99, 148 chiesa di Santa Maria del Mar, 9 carrer Tapiès, 22 chiesa di Santa Maria del Pi, 9, 10 carrer Tarragona, 182 chiesa Santa Maria de Montalegre, 114 carrer Valldonzella, 114, 116 Ciutadella, 16, 18, 28, 41, 56, 94 casa Amatller, 44, 44 Ciutat Meridiana, 66 casa Batlló, 36, 37, 44, 80 Ciutat Vella, 56, 92, 94, 104, 152, 162, 163, 177, 182, casa Bloch, 60 185, 186 casa Buxeres, 110, 112 Collcerola, monte, 144, 182 casa Calvet, 36 collegio di Betlem, 14 casa de la Caritat, 24, 114, 114 collegio di Sant Àngel Martir, 14 casa de la Misericordia, 114, 147 complesso di abitazioni in avenida de la Meridiana, 72 casa editrice Montaner i Simon, ora fondazione complesso di abitazioni in carrer Pallars, 72 complesso di abitazioni in ronda Guinardò, 72 galleria delle Macchine, 40 complesso multifunzionale della Illa Diagonal, 146 giardini de Can Torras, 134 complesso multifunzionale Joan Güell, 146 Gràcia, distretto, 80, 177 Congres de Badalona, 66 Gran Avenida, 48 convento degli Agustins Descalços, 14, 100, 122, 125 Gran Cinturon, 130 convento dei Dominiques dels Angeles, 14, 24, 100, Gran Via, 26, 51, 58, 131, 182, 183 117, 126 Horta-Guinardó, distretto, 177 convento dei Trinitaris Descalços, 14, 75 Hospitalet, 58 convento del Carme delle Carmelites Calçats, 12, 24 Hotel Internacional, 42, 42 convento di Montalegre, 12, 24, 100 hotel Juan Carlos I, 146 convento di Sant Antoni Abat, 12 isolato de la Misericordia, 148 convento di Sant Joan de Jerusalem, 12, 24, 162 isolato della Rambla del Raval, 152, 154, 156, convento di Sant Josep, 14, 24 158, 184 convento di Santa Caterina, 178 isolato Robador, 152, 156, 158, 184 convento Jerònimes, 14 La Catalana, poligono, 166 Diagonal-Mar, area, 170, 174, 175, 176 La Mina, poligono, 166 dispensario antitubercolare, 59, 59 La Ribera, 16, 96 Drassanes, 9, 28, 51, 56, 61, 62, 75, 99, 106, La Sagrera, stazione, 128, 164, 166, 182 122, 147 Les Drassanes, 12, 12, 16, 33, 122 eco-parco del Forum, 172 Les Corts, distretto, 177 edificio “d’impedides i distingides”, 181 Lesseps, 51 edificio “de Fatus”, 181 Llobregat, fiume, 164 edificio per abitazioni a Barceloneta, 69, 70, 104 Llotja, 10 Eixample, 25, 26, 28, 29, 32, 36, 42, 44, 51, 76, 97, MACBA (Museo di Arte Contemporanea di Barcellona), 98, 140, 177 112, 116, 118, 120, 122, 147, 152 fabbrica Can Ricart, 147 Magazzini Generali, 138 fabbrica Casarramona, 45 Maremegnum, 136 Facoltà di Geografia, Storia e Filosofia, 147 Mataró, 66 FAD (Fondazione Arte Design), 126, 140, 147 mercato del Born, 42 farmacia del Dr. Sastre i Marques, 110, 113 mercato della Boqueria, 24 209 210 mercato di Sant Antoni, 42 palazzo Güell, 34, 35, 38, 42 mercato di Santa Caterina, 42, 93, 94, 98 palazzo Nazionale, 44 moll de la Fusta, 136 parco Diagonal-Mar, 168, 172 monastero di Sant Pau del Camp, 12, 13, 100, 106 parco Escorxador, 130 Montjuïc, 10, 46, 50, 56, 129, 130, 134, 136, 140, parco España Industrial,130 144, 144, 182 parco Güell, 36, 36, 40, 78 monumento a Colón,40, 44, parco Pueblo Español, 48 Museo Botanico, 41 parrocchia di Santa Mònica, 14, 100 Museo di Storia della Catalogna, 138 paseo Bogatell, 142 Museo Marittimo, 122 paseo Carles I, 140 Nou Barris, distretto, 177 passatge Bacardì, 24 Nova Icaria, 132, 134, 136, 138, 140, 144 passatge del Credit, 24 ospedale di Sant Pau, 42, 42, 122 passeig de Gràcia, 24, 25, 37, 44, 44, 51, 54 ospedale di Santa Creu, 13, 14, 17, 100, 156 passeig de Picasso, 41 padiglione de El Capricho, 35 passeig de Sant Joan, 28 padiglione della Biodiversità,172 patio de les Dones, 114, 116, 117, 118, 122, 147, 181 padiglione della Repubblica, 60, 60, 144 patio Manning, 114, 116 padiglione di tiro con l’arco, 144 pergola fotovoltaica del Forum, 172, 170, 172 padiglione per la finca Güell, 35 piazza Cerdà, 182 padiglione tedesco di Mies Van de Rohe, 44, 44, piazza de España, 182 48, 48, 50, 53, 144 piazza de la Gardunya, 156 palazzetto dello sport di Sant Jordi, 144 piazza de la Mercè, 95 palazzo de la Musica Catalana, 42 piazza de les Glòries Catalanes, 26, 127, 131, 164, palazzo dei Congressi, 146 164, 166, 168, 183 palazzo dell’Arte Industriale, oggi Alfonso XIII, 44, 48 piazza dei Països Catalanes, 130 palazzo dell’Arte Moderna, oggi Victòria Eugenia, 44 piazza del Forum, 170 palazzo dell’Industria e delle Belle Arti, 42 piazza del Pedrò, 14, 100 palazzo delle comunicazioni della INEFC, 144 piazza del Raval, 148 palazzo delle Scienze, 42, piazza dels Angeles, 116, 117, 118, 122 palazzo di Giustizia, 44 piazza Emili Vendrell, 104, 104 piazza Folch y Torres, 147, 158 32, 46, 51, 52, 52, 55, 59, 61, 66, 75, 76, 83, 92, 94, piazza Francesc Maciá, 127, 182 piazza Geoge Orwell, 95 99, 100, 100, 102, 104, 110, 114, 122, 126, 136, 147, 147, 148, 148, 150, 152, 154, 156, 161, 162, 163, 178, piazza Joan Coromines, 117, 118, 122 185 piazza Nova, 61 ronda de Sant Antoni, 26, 61 piazza Reial, 24, 95 ronda de Sant Pau, 26 piazza Salvador Seguì, 148, 150, 184 ronda Litoral, 136, 168, 172 piazza San Jaume, 24 ,74 Sagrada Familia, 35, 38, 38, 42, 163, 186 piazzetta al carrer de la Palla, 95 sala d’Actes, 114 piscina Bernat Picornell, 144 sala Dalmau, 53, 54 Poble Sec, 26 salone dei Cents, 10, 33, 55 Poblenou, 129, 130, 130, 131, 136, 140, 140, 142, salone del Tinell, 10 164, 166, 166, 182 San Martì, distretto, 164, 166, 168, 177 polispostivo Milà i Fontanals, 147 Sant Agustí, quartiere, 96 Port Vell, 131, 138, 140 Sant Andreu, distretto, 177 porta Boqueria, 74 Santa Caterina, quartiere, 95 porta de Tellers, 75 Sants, stazione, 128, 130 porta Portaferissa, 74 Sants-Montjuïc, distretto, 177 porta Sant Antoni, 75 Sarrià-Sant Gervasi, distretto, 177 porta Santa Ana, 74 sede dell’Istituto Francese, 69 porta Santa Madrona,75 Servites de Bonsuccès, 14 porta Trentaclaus, 74 stazione del Nord, 44 porto olimpico, 131, 134, 140 teatro Liceu, 24, 75, 114 porto sportivo di Sant Adrià, 172, 172 torre Agbar, 164, 165, 168 priorato di Nazaret, 12 torre delle comunicazioni, 144 Rambla del Raval, 100, 106, 108, 108, 110, 110, Torre Melina, 182 112, 113, 147, 148, 150, 150, 152, 154, 180 torri dell’officina Trades, 69 Rambla/Rambles, 10, 12, 20, 24, 26, 29, 30, 51, Università Ramon Llull, 117 61, 74, 94, 97, 99, 100, 108 Università, 32, 114 Raval, 10, 12, 14, 20, 20, 22, 24, 26, 28, 29, 30, Universitat Politècnica de Catalunya, 69 211 Vall d’Hebrón, 129, 130, 131, 144, 182 via Laietana, 29, 61, 94, 95, 98 Villa Olimpica, 130, 131, 134, 136, 138, 138, 140, 142, 144, 164, 166, 174, 175 212 FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI Le illustrazioni dell’autore non si citano. 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Plans cap al 92, Ajuntament de Barcelona, Barcellona 1987: pp. 131, 132, 165 213 AREE SCIENTIFICO–DISCIPLINARI Area 01 – Scienze matematiche e informatiche Area 02 – Scienze fisiche Area 03 – Scienze chimiche Area 04 – Scienze della terra Area 05 – Scienze biologiche Area 06 – Scienze mediche Area 07 – Scienze agrarie e veterinarie Area 08 – Ingegneria civile e Architettura Area 09 – Ingegneria industriale e dell’informazione Area 10 – Scienze dell’antichità, filologico–letterarie e storico–artistiche Area 11 – Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche Area 12 – Scienze giuridiche Area 13 – Scienze economiche e statistiche Area 14 – Scienze politiche e sociali Le pubblicazioni di Aracne editrice sono su www.aracneeditrice.it Finito di stampare nel mese di ottobre del 2011 dalla « Ermes. Servizi Editoriali Integrati S.r.l. » 00040 Ariccia (RM) – via Quarto Negroni, 15 per conto della « Aracne editrice S.r.l. » di Roma