USI E ABUSI
(SPAGNA) *
DELLE TESTIMONIANZE STORICHE NELLA CITTÀ DI
TARRAGONA
Ho accolto con piacere l’invito degli organizzatori di questo corso ad
una riflessione su alcuni aspetti delle testimonianze storiche presenti nelle
città e, più concretamente, sull’interessantissimo dibattito in merito alle scel­
te da compiere sia per evitare che il peso della storia blocchi lo sviluppo
urbano, sia per impedire che questo sviluppo faccia scomparire i resti immo­
bili testimonianza del nostro passato collettivo. Un ulteriore argomento di
riflessione, se possibile ancora più affascinante, cerca di cogliere quale sia
veramente il valore che i nostri concittadini danno ai resti del nostro passato.
Le realtà sono, sicuramente, molto diverse e una lunga serie di fattori sono
alla base di tale disparità di situazioni.
Gli argomenti proposti sono tanto interessanti quanto complessi e arti­
colati, e per questo motivo ho scelto di presentare una serie di esempi che,
credo, permetteranno di comprendere quanto accaduto al riguardo nella cit­
tà di Tarragona, la capitale dell’antica provincia Hispania citerior, negli ulti­
mi due decenni del XX secolo. Il caso di Tarragona merita veramente una
riflessione.
Il titolo che ho scelto per questo mio contributo suggerisce sia la dispa­
rità delle situazioni che verranno analizzate sia un giudizio personale, dun­
que soggettivo, sulle realtà che si sono prodotte. Sono convinto che per pro­
gredire, in questo caso nella gestione globale delle testimonianze storiche, sia
necessario guardare indietro e valutare i pro e i contro di quanto fatto. Non
bisogna avere paura di denunciare quello che si ritiene ingiusto o sbagliato,
in quanto sono sicuro che proprio dal dibattito possano nascere le migliori
soluzioni ai problemi.
La città di Tarragona, una capitale di provincia di circa centomila abi­
tanti, conserva, come molte altre città dell’Occidente, una non trascurabile
quantità di testimonianze del suo passato storico. L’importanza, lo stato di
conservazione e la bellezza dei resti e degli edifici del periodo romano, quan­
do la Colonia Iulia Urbs Triumphalis Tarraco era uno dei principali porti del
Mediterraneo occidentale, costituiscono il motivo fondamentale del ricono­
scimento di Tarragona come città monumentale. Una splendida cattedrale,
altri edifici medievali presenti nel tessuto urbano e costruzioni suburbane di
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epoca romana completano il panorama dei principali monumenti 1. I più di
quattrocento anni durante i quali (dagl’inizi dell’VIII alla metà del XII seco­
lo) l’antica città rimase abbandonata sono una delle cause determinanti dell’elevato grado di conservazione degli edifici antichi.
I precedenti
Il riconosciuto valore del patrimonio storico di Tarragona è alla base
della dichiarazione di “Conjunto Histórico-Artístico”, del 1966, nello spirito
della legislazione sui B.B.C.C. esistente all’epoca in Spagna, e risalente al
1933. Tale dichiarazione costituì lo strumento più importante, anche se usa­
to in modo troppo moderato, per la tutela delle testimonianze storiche dell’antica città negli anni centrali del XX secolo 2. La tutela di quello che allora
si conosceva come Patrimonio histórico-artístico era competenza del ministe­
ro statale che aveva, nella Comisión Provincial de Monumentos e nel Museo
Arqueológico Provincial i due strumenti per attuare la propria politica dei
beni culturali. Il panorama della piccola cittadina di provincia era completa­
to dalla Real Sociedad Arqueológica Tarraconense, di impianto e impostazio­
ne ottocentesca. Il panorama di quell’epoca è caratterizzato dalla mancanza
di programmi di ricerca spagnoli indirizzati alla conoscenza e allo studio
della storia della città o dei suoi singoli monumenti. Gli unici interventi de­
gni di attenzione furono, da una parte lo scavo dell’anfiteatro finanziato dall’americana The William L. Bryant Foundation (1948-1957), dall’altra gli
scavi condotti dalla delegazione di Madrid del Deutsches Archäologisches
Institut. Nel primo caso si trattò del semplice sterro del monumento, mentre
nel secondo dell’unico vero e proprio programma di ricerca condotto nella
Tarragona di quegli anni che, inoltre, fornì degli ottimi risultati 3. Come esem­
pio dei criteri usati in quel periodo voglio presentare i due interventi condot­
ti nell’anfiteatro (1973) (Fig. 1) e nella Torre de Pilats (1971) (Fig. 2), quando
squadre di operai del Patrimonio Nacional invece di restaurare ricostruivano
gli antichi edifici secondo il gusto degli architetti preposti agli interventi.
I profondi cambiamenti che sconvolsero la società spagnola dopo la
morte del dittatore Francisco Franco (1975) sono alla base di un fatto, acca­
duto nella città di Tarragona nel 1977, che segna la transizione tra la politica
di beni culturali franquista ed un nuovo approccio, individuale e collettivo,
alle testimonianze storiche. Ne fu protagonista il teatro romano di Tarragona
e quanto accadde può essere definito come la prima protesta cittadina in
difesa di un monumento che, in quel caso, stava per essere distrutto dagli
interessi dei “palazzinari”. L’opposizione alle ruspe realizzata con un impo­
nente corteo di cittadini riuscì a bloccare il misfatto e rappresenta tuttora,
per Tarragona, l’unico esempio di sollevazione popolare in difesa di un bene
comune, di una testimonianza storica collettiva (COSTAFREDA 1992, pp. 56­
57). Quanto accaduto all’epoca deve essere contestualizzato in quell’ambien©2003 Edizioni all’Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale –
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te di euforia vissuto in Spagna quando il piacere, da poco gustato, di vivere in
democrazia ci faceva credere in fin troppe cose belle. Più di venti anni dopo,
i resti del teatro romano di Tarragona sono ancora lì, ma abbandonati e tra­
scurati perché una lunga causa nei tribunali e l’incuria di troppi politici e
gestori culturali hanno impedito la giusta messa in valore, all’epoca augura­
ta, dei resti (Fig. 3).
Gli anni ’80
Per comprendere quanto accaduto nel mondo dei Beni Culturali nella
Tarragona degli anni ottanta, bisogna tener conto di una serie di importanti
cambiamenti politici e amministrativi. A livello politico era stata approvata
da poco la nuova Costituzione (1978) che sanciva un nuovo modello di orga­
nizzazione dello Stato, un modello che, caratterizzato da un fortissimo de­
centramento, dette origine alla cosidetta España de las Autonomías. Nel 1979
veniva approvato il nuovo statuto di autonomia della Catalogna e il governo
regionale (Generalitat de Catalunya) assumeva quasi tutte le competenze sui
Beni Culturali 4. In occasione delle prime elezioni comunali (1979), lo storico
Josep M. Recasens (RECASENS 1966) divenne sindaco di Tarragona.
In questo panorama, la nomina a Direttore del Museo Nacional
Arqueològic de Tarragona di Francesc Tarrats (1979) e l’arrivo di chi scrive
come Arqueòleg Territorial nel 1981 5, significarono un importante stimolo
nell’immobile panorama archeologico della città, monopolizzato da una pic­
cola università – all’epoca ancora dipendente da Barcelona – e dalla Real
Sociedad Arqueológica Tarraconense.
Per comprendere cosa era stata l’archeologia prima di quegli anni è
molto utile dare uno sguardo ad un volume pubblicato nel 1982 che voleva
essere uno status questionis nel momento in cui il nuovo Servei d’Arqueologia
assumeva la responsabilità della gestione dell’archeologia in Catalogna. Da
tale volume (Excavacions 1982) risulta che l’attività archeologica svolta a
Tarragona negli anni precedenti si limitava a due interventi: gli scavi condot­
ti in occasione dei lavori di restauro effettuati nel circo (pp. 346-349), e
quelli realizzati dal DAI nelle mura della città e diretti da Theodor Hauschild
(pp. 350-351). Questo volume miscellaneo, insieme ad altri due abbastanza
simili pubblicati più recentemente (Anuari 1993; Tarraco 99), costituisce,
come avremo opportunità di vedere, uno splendido strumento di analisi dell’evoluzione dell’archeologia a Tarragona nelle decadi ’80 e ’90.
Per Tarragona gli anni ottanta rappresentano un momento ricco di no­
vità e di tante speranze. In quegli anni i cittadini di Tarragona, per la prima
volta, si sentirono i veri destinatari di una serie di iniziative istituzionali in­
traprese sia nel campo della diffusione, attraverso il museo archeologico, sia
nel campo della ricerca e della tutela, attraverso il Servei d’Arqueologia. A
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questo periodo appartengono una serie di importanti mostre organizzate dal
museo che, nel frattempo, lottava per ottimizzare le limitate risorse per mi­
gliorare sia le sale, sia i criteri espositivi delle ricche collezioni 6.
Ma questi anni possono essere definiti anche come quelli in cui sbocciò
veramente l’attività di scavo legata alla tutela della città e del suo centro
storico. Per la prima volta furono attuati, grazie a la sempre più stretta intesa
tra Soprintendenza e Comune, gli strumenti necessari per la tutela dei beni
archeologici. Questa intensa attività diede ottimi risultati e uno sguardo ad
un volume miscellaneo sull’attività di scavo condotta in Catalogna dal 1982
al 1989 risulta molto chiaro: 49 interventi vennero realizzati nella sola città
di Tarragona (Anuari 1993, pp. 219-262).
Certamente, non si tratta di fare un computo degli scavi condotti in
quanto il cambiamento più importante non è consistito nell’aumento vertigi­
noso degli interventi di scavo preliminare, ma nella metodologia, nella filo­
sofia degli interventi e nel modo in cui le ricerche archeologiche venivano
inserite in un più ampio programma di recupero delle testimonianze storiche
per la città. Vediamone alcuni esempi.
Agli inizi degli anni ottanta, i responsabili della delegazione di Tarrago­
na dell’albo degli architetti (Col.legi Oficial d’Arquitectes de Catalunya, COAC)
mi manifestarono la loro preoccupazione per il fatto che, essendo sul punto
di commissionare ad un famoso architetto (Rafael Moneo) il progetto per la
realizzazione della loro sede su un terreno del centro storico ricco di impor­
tanti testimonianze antiche, desideravano evitare di incorrere in qualsiasi tipo
di problema e mi chiesero una soluzione. Risposi che, se per progettare un
edificio era necessario un architetto, per conoscere l’importanza dei resti con
lo scavo e lo studio relativi, occorreva un archeologo e proposi un program­
ma di ricerca da attuare preventivamente al progetto di costruzione del nuo­
vo edificio, ma in totale coordinamento. Gli scavi, diretti da Xavier Aquilué,
vennero realizzati negli anni 1984, 1986 e 1988; l’edificio, progettato nel
1987, venne inaugurato nel 1992 e l’anno successivo fu pubblicata la memo­
ria scientifica degli scavi (COSTAFREDA 1992, pp. 76 ss.; AQUILUÉ 1993).
Non ho dubbi che l’intervento del COAC costituisce un punto fermo
nel cambiamento della città di fronte alle testimonianze del passato. L’archeologia, in questo caso, cessò di essere un ostacolo alla progettazione, conver­
tendosi in una base di conoscenza per la realizzazione di architettura con­
temporanea nel rispetto del passato (Fig. 4).
Nello stesso periodo, e sempre nel centro storico della città, venne con­
dotto un programma di scavi e ricerche nella Antiga Audiència (Fig. 5), un
edificio neoclassico che all’interno conservava i resti di uno degli accessi mo­
numentali al foro provinciale di Tarraco. I lavori di scavo e di documentazio­
ne furono realizzati nel corso degli anni 1985-1987 e pubblicati nel 1993
(DUPRÉ RAVENTÓS, CARRETÉ 1993). Anche questo caso doveva costituire un esem­
pio di coordinamento tra ricerca e nuove destinazioni d’uso nel rispetto del
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passato ma, purtroppo, quando negli anni ’90 fu completato il progetto archi­
tettonico il risultato fu abbastanza diverso di quello augurato. L’architetto
comunale responsabile dei lavori non solo manifestò il più evidente disinte­
resse per il risultato dei lavori di ricerca, ma fece addirittura scalpellare i resti
di intonaco di età flavia che i nostri restauratori avevano consolidato.
Un altro intervento che non può essere dimenticato è la costruzione, ad
opera dell’architetto Estanislau Roca, di una scala destinata a collegare i per­
corsi di visita tra il Museu d’Història de Tarragona e il museo archeologico
(Fig. 6). L’intervento rispondeva alla necessità di permettere ai visitatori di
effettuare un percorso di visita a due installazioni museali con discorsi espo­
sitivi complementari ma che, pur essendo molto vicine, erano alloggiate in
edifici molto diversi: il primo, in una torre di epoca flavia gemella all’Antiga
Audiència, il secondo in un edificio della metà del XX secolo. La scelta fatta
dall’architetto, con il pieno appoggio dei responsabili dei musei, del Comune
e della Soprintendenza, fu oggetto di un’accesa polemica di breve durata.
Credo possa essere scelto come un esempio d’intervento deciso e d’impatto,
realizzato nel pieno rispetto dell’antico, per permettere la fruizione dei beni
storici e, in ogni caso, reversibile.
La creazione, alla fine del 1986, del Taller Escola d’Arqueologia (TED’A)
ha significato per l’archeologia di Tarragona l’inizio di un periodo, concluso­
si nel 1990, di importanti trasformazioni (Fig. 7). L’argomento è stato già
trattato in altre occasioni (TED’A 1990; DUPRÉ RAVENTÓS 1992; IDEM 1994),
ma vorrei soffermarmi su una serie di interventi realizzati dal TED’A che
costituiscono un buon esempio del modo in cui noi responsabili di questo
centro credevamo che le testimonianze storiche potessero essere inserite nel­
la vita quotidiana della città.
Obiettivi fondamentali del TED’A furono gli interventi su due impor­
tanti monumenti della città: il circo e l’anfiteatro. Si trattava, in entrambi i
casi, di grandi edifici di spettacoli molto noti ma non studiati e, di conse­
guenza, sconosciuti. Il primo nel centro storico della città che si era sviluppa­
ta sui suoi resti, il secondo vicino al mare e già liberato in parte dalle costru­
zioni sovrapposte 7.
Nel 1987 il complesso monumentale dell’anfiteatro romano di Tarra­
gona – costituito dall’edificio romano con una basilica visigotica e una chiesa
romanica sovrapposte – era diventato un punto nero della città. L’accesso
libero all’area consentiva ai molti visitatori di godere della visione dei resti,
mancanti di ogni supporto didattico e arricchiti da spazzatura e carcasse di
motorini. Con l’operato del TED’A, oltre alla pulizia, l’organizzazione dei
percorsi di visita e la creazione di una serie di giardini intorno al monumen­
to 8 (Fig. 8) furono realizzati una serie di interventi di scavo e di analisi e
documentazione dei resti dei diversi edifici che, nel 1990, culminarono con
la pubblicazione di una monografia (Amfiteatre 1990). Tra i risultati ottenuti
è da sottolineare la datazione dell’anfiteatro alla prima metà del II sec. d.C.,
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per disposizione di un flamen romae divorum et augustorum della provincia
Hispania citerior 9.
Al processo di messa in valore e di studio del monumento ad opera
del TED’A, faceva seguito un ambizioso progetto, ad opera dell’architetto Andrea Bruno, che doveva integrare l’anfiteatro ed il circo in un’unica
area di acceso monumentale al centro storico della città (Fig. 9) (Amfiteatre
1990, pp. 69-79). Si trattava, in questo caso, di una nuova iniziativa nella
quale i risultati delle attività di studio e di documentazione dei resti, ad opera
degli archeologi, costituivano la base sulla quale gli architetti avrebbero pro­
gettato nuovi spazi e nuovi usi per dare risposta alle domande poste dai
committenti: i cittadini, cioè, tramite i loro rappresentanti (il Comune e
la Soprintendenza).
Nel 1989, un cambiamento politico nell’amministrazione comunale fu
la causa per cui il sindaco Recasens, lo storico che aveva guidato la città negli
anni ottanta, si ritirasse dalla politica attiva. Recasens, uno degli autori di un
progetto urbanistico che era stato alla base delle attività condotte nel circo
romano in quegli anni 10, fu il vero motore di quanto di buono si era realizza­
to negli anni ottanta per la messa in valore dei beni storici di Tarragona. La
nuova amministrazione comunale con il sindaco Joan Miquel Nadal ha se­
gnato, come avremo modo di vedere, la Tarragona degli anni ’90 e, per quan­
to riguarda il progetto dell’architetto Bruno, è stata la causa della realizzazio­
ne tardiva, e solo in minima parte, di quanto era stato progettato (MASTROPIERO
1996, pp. 124 ss.) (Fig. 10).
Gli interventi di scavo e di studio del circo di Tarraco condotti dal TED’A
alla fine degli ottanta si erano sviluppati in due programmi di attuazione
diversi: il primo interessava l’estremità orientale del monumento, di proprie­
tà comunale, e il secondo, la parte restante del monumento nascosta dall’edilizia privata e veniva attuato man mano che si progettavano lavori di ristrut­
turazione.
Nell’estremità orientale del circo, studiata e pubblicata (DUPRÉ RAVENTÓS
et al. 1988) pochi anni prima dalla Soprintendenza (Servei d’Arqueologia), i
lavori consistettero nella realizzazione degli scavi delle aree liberate dalle
costruzioni precedentemente demolite, nella documentazione e nello studio
dei resti. Queste attività, oltre ad essere fondamentali per la comprensione
delle caratteristiche formali e dell’evoluzione storica del monumento, costi­
tuivano la base per la progettazione della sistemazione finale dell’insieme.
Nell’estremità orientale del circo, infatti, si concentravano una serie di testi­
monianze storiche che, dalle mura del II sec. a.C. fino al manto stradale
contemporaneo, costituivano un insieme straordinario per la comprensione
della storia della città (Fig. 11) 11.
I resti, anche se non pienamente musealizzati, sono tuttora visitabili
attraverso l’accesso progettato da A. Bruno (Fig. 10).
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Sono sinceramente convinto che è nelle attività condotte dal TED’A nel
resto del circo, e in altri punti del centro storico, che venga alla luce la poli­
tica di integrazione dei resti archeologici nella vita quotidiana della città at­
tuata in quegli anni. È chiaro che un centro come il Taller Escola d’Arqueologia
non era in grado di portare avanti da solo questo tipo di interventi ma, grazie
all’appoggio del Comune e dei singoli proprietari, fu possibile realizzare una
serie di interventi in cui, finite le ricerche, i resti del passato risultavano per­
fettamente inseriti nella quotidianità.
Per illustrare quanto detto ho scelto gli esempi del negozio di alimenta­
ri “El podium” e della pizzeria “Pulvinar” (Figg. 12-13). In entrambi i casi, in
occasione della richiesta di autorizzazione municipale per la realizzazione di
lavori di ristrutturazione dei locali, venne imposta l’esecuzione di scavi ar­
cheologici preliminari. Completate le ricerche e documentata l’entità dei re­
sti, un lavoro coordinato con i responsabili dei progetti di ristrutturazione
consentì che sia i resti del podio sia i resti della tribuna del circo risultassero
entrambi ben visibili rispettivamente nel nuovo negozio di alimentari e in
una delle sale della pizzeria (TED’A 1990, pp. 27, 30-31; Anuari 1993, pp.
236-238). Oltre a ciò, si riccorda che i proprietari delle attività commerciali
chiesero consiglio circa la scelta dei nomi da dare all’attività stessa. Questi
esempi non furono isolati e eccezioni, ma parte di una lunga lista di inter­
venti simili.
In una città in cui il centro storico si sovrappone alle costruzioni che in
età romana costituivano la sede monumentale (11 ettari) del consiglio pro­
vinciale della Hispania citerior, non si può pensare a degli interventi di de­
molizione che, oltre a creare un deserto urbano, significherebbero la cancel­
lazione di una parte della storia della città e la distruzione delle potenzialità
economiche di un intero quartiere. Per tornare al circo, basti tenere conto
del fatto che quello che in età flavia era un’unica unità costruttiva di proprie­
tà pubblica, è attualmente suddiviso in tante proprietà private e pubbliche,
fondamentali per la vita dei cittadini, quale una farmacia o lo stesso munici­
pio.
Proprio per questo motivo intendevamo che occorresse portare avanti
un’attività di ricerca e di conoscenza del monumento, fondamentale per at­
tuare scelte ragionate nel momento in cui l’evoluzione della città ci offrisse
l’opportunità di intervenire in uno o in un altro punto concreto. Con gli
anni, continuando questi piccoli interventi di integrazione, sarebbe stato
possibile vivere nel centro storico di Tarragona – andare in farmacia, com­
prare bistecche o bere un “drink” – arricchendosi nella comprensione dell’evoluzione storica della città attraverso la frequentazione quotidiana di
una serie di testimonianze storiche. Queste testimonianze costituivano dei
tasselli che, integrati da pannelli informativi sul posto, da depliant e una
visita al museo, permettevano di acquisire una visione di insieme della sto­
ria della città.
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La fine di questo interessante periodo, per quanto riguarda l’uso che la
collettività destinava alle testimonianze storiche, iniziò con l’arrivo del sin­
daco Nadal (1989) e con la conseguente fine traumatica del TED’A nella
primavera del 1990. Per la conclusione del TED’A, un cantiere scuola muni­
cipale di vita limitata, avevamo progettato la nascita del CAUT (Centre
d’Arqueologia Urbana de Tarragona), un centro di gestione – con partecipa­
zione comunale e regionale – che consolidasse le linee guida dell’attività del
TED’A: efficienza negli interventi, accurata metodologia, rigore scientifico,
coordinamento con gli altri enti preposti e diffusione dei risultati 12. Invidie,
gelosie e una serie di interessi politici distrussero quello che con tanta fatica
era stato costruito e il nome CAUT fu utilizzato per circa due anni per scopi
molto diversi da quelli per cui era stato progettato 13.
Gli anni ’90
Se la politica dei beni culturali realizzata a Tarragona nella decade degli
anni ottanta è da attribuire alla personalità del sindaco Recasens, un uomo
colto e rispettoso della storia, quanto accaduto negli anni novanta risponde,
invece, alle convinzioni del nuovo sindaco nei confronti delle testimonianze
storiche: in certi casi un freno allo sviluppo della città, in altri un bene da
sfruttare sia per interesse economico, sia a vantaggio della propria immagine.
Recasens scelse di creare un’équipe di persone e di cercare dei consu­
lenti con i quali confrontarsi (architetti, archeologi, museologi, urbanisti...).
Puntò sulla professionalità, il rigore scientifico e fu sempre aperto al dialogo.
Nadal si è affidato ad una visione campanilista dei fatti, avvalendosi delle
opinioni sia della Real Sociedad Arqueológica Tarraconense, sia dei successivi
consulenti per il Patrimonio Storico 14.
Avendo chiaramente illustrato, spero, il modo in cui negli anni ottanta
le testimonianze storiche venivano integrate nella città, non vorrei dilungar­
mi nell’analizzare le cause del profondo cambiamento occorso nel decennio
successivo. Preferisco, invece, presentare una serie di esempi che, al mio pa­
rere, sono illustrativi di questo mutamento.
Nel 1994, al fine di risolvere una serie di problemi di traffico, fu decisa
la costruzione di una strada sopraelevata che doveva collegare la stazione
ferroviaria con l’accesso occidentale alla città, strada che, in ricordo dell’antico asse viario romano, viene chiamata Vía Augusta. Il tracciato della nuova
strada passava presso l’anfiteatro romano il quale, grazie alla dichiarazione
di monumento, gode di un’area di rispetto. Nella scelta del tracciato finale
della nuova strada, gli interessi privati prevalsero sulla tutela del monumento
e la sopraelevata venne costruita, malgrado le molti voci alzatesi contro tale
misfatto, a ridosso dei ruderi dell’anfiteatro con dei risultati che condiziona­
no qualsiasi futuro intervento di recupero del monumento (Fig. 14). La vo©2003 Edizioni all’Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale –
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lontà del sindaco riuscì in questo caso a neutralizzare tutti i meccanismi pre­
visti dalla legge per la tutela dei beni storici. Inoltre, a dimostrazione di igno­
ranza e di mancanza di rispetto, la nuova strada venne dedicata a William J.
Bryant, il mecenate americano che aveva pagato i primi scavi condotti nel
monumento.
Negli stessi anni, la costruzione di un parcheggio sotterraneo a più pia­
ni nella piazza della Font, la piazza del municipio, offre un altro interessante
esempio della nuova politica archeologica. La piazza coincide con il qua­
drante sud-occidentale dell’arena del circo romano della città (DUPRÉ RAVENTÓS
et al. 1988) e, proprio per essere uno spazio non costruito, costituiva una
delle riserve archeologiche del centro storico in cui fare degli scavi su grande
area (si tenga presente che il parcheggio ha coinvolto un’area di m 150×30)
(Fig. 15). Cinque anni dopo la realizzazione, da parte dell’Universitat Rovira
i Virgili, degli scavi che precedettero la costruzione del parcheggio, nell’unico resoconto di tali lavori pubblicato fino ad oggi, si può leggere quanto
segue: «Malauradament, aquestes restes es veieren afectades per l’activitat de
la maquinària de l’empresa constructora del pàrquing. Una de les bases de
decantació fou pràcticament arrasada...» (Tarraco 99, p. 63). Lo stesso Servei
d’Arqueologia regionale, i tecnici ma non i capi, si è espresso criticamente su
questo intervento (MIRÓ 1999, p. 349). Ne possiamo concludere che una
straordinaria opportunità per realizzare un grande scavo esemplare non sola­
mente fu sprecata, ma che una parte dei resti furono distrutti, prima degli
scavi comunque affrettati e parziali, dai costruttori del parcheggio. Chi oggi
visita la città può comodamente parcheggiare dove una volta gareggiavano
bighe e quadrighe ma, anche se spazi all’interno del parcheggio ce ne sono
tanti, non c’è la minima allusione al fatto di trovarsi nell’area dell’antico
circo e neppure, evidentemente, un semplice panello didattico.
Sicuramente, l’intervento più rappresentativo del ruolo assegnato ai beni
archeologici nella Tarragona degli anni novanta è lo scavo e il successivo
smontaggio di una basilica tardo-antica nelle vicinanze del fiume Francolí 15.
Nel corso di uno scavo di urgenza, motivato dal progetto di costruzione di
un centro commerciale, venne individuata la presenza di importanti resti
archeologici, fondamentali per la comprensione della topografia di questo
settore extraurbano della città e, particolarmente interessante, i resti di una
molto ben conservata basilica di V secolo d.C. (MAR et al. 1996, LÓPEZ 1997)
(Fig. 16). L’importanza del ritrovamento venne subito oscurata dagli interes­
si economici dei promotori del centro commerciale che, con l’appoggio delle
autorità locali e regionali, riuscirono a condannare i resti della basilica ad
essere smontati e, successivamente, rimontati in uno scantinato dell’ipermercato. Da sottolineare che questo grande edificio si trovava a poca distanza
del grande complesso della necropoli paleocristiana di Tarragona di cui face­
va parte (DEL AMO, 1979-89). Vorrei far notare che la necropoli paleocristia­
na venne scoperta nel 1923, in occasione della costruzione di una fabbrica
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per la manifattura dei tabacchi, sotto la dittatura fascista del generale Primo
di Ribera. Allora la nuova fabbrica venne spostata, i resti scavati e costruito
un museo monografico sul posto; oggi, sotto un regime democratico e con
leggi teoricamente più adatte, si è trovata una soluzione molto più “moder­
na” che puzza di corruzione.
Un ultimo esempio lo possiamo trovare nella grande attività edilizia in
certi settori della città che, occupati fino ad oggi da capannoni, costituivano
una riserva archeologica di grande interesse. Non si trattava di bloccare la
costruzione di nuovi edifici, ma di stabilire regole precise nelle procedure
per garantire lo sviluppo della città nel rispetto della storia. Negli ultimi anni
c’è stata un’intensa attività archeologica nel settore conosciuto come P.E.R.I.
2 (Jaume I-Tabacalera) 16, un’attività che consisteva nella realizzazione di sca­
vi archeologici prima della costruzione dei diversi edifici di abitazione pro­
gettati. Le diverse amministrazioni non sono state capaci di trovare dei mec­
canismi per adeguare la fruibilità dei resti alla loro importanza e, di conse­
guenza, strutture anonime vengono conservate a vista in sotterranei la cui
gestione non si sa a chi appartenga, mentre importanti resti (si veda ad esem­
pio Tarraco 99, pp. 137-154), forse individuati nella proprietà contigua, re­
steranno coperti e rimarranno inaccessibili (Fig. 17).
Mentre nella città di Tarragona accadeva questo e altro, il sindaco Nadal
coinvolgeva tutta la popolazione in un obiettivo comune che, visti i mezzi
utilizzati e l’impegno messo nella iniziativa 17, credo potesse qualificarsi di
crociata: l’inclusione della città di Tarragona nella World Heritage List. Chiun­
que conosca la città di Tarragona concorderà su quanto sia giusta l’inclusione
della città nell’elenco ma, se si tiene in conto che l’ICOMOS, almeno sulla
carta, per dare il suo parere favorevole esige un’adeguata tutela e una corret­
ta gestione dei beni, allora le cose cambiano. Proprio per questo e tenendo
conto che, dopo un primo parere contrario degli esperti inviati dall’ICOMOS
le cose non cambiarono, risulta legittimo chiedersi quali mezzi siano stati
utilizzati per ottenere il riconoscimento 18.
Non c’è dubbio che l’attività archeologica condotta nella città di Tarra­
gona negli anni ’90 è importante e ha mantenuto, in maniera approssimativa,
i livelli degli anni ottanta. Ma il problema risiede non nel volume dei lavori
ma nella disparità metodologia applicata, nella mancanza di una politica co­
mune, non soltanto nei sistemi di registro, ma nei criteri di tutela, conserva­
zione, presentazione e integrazione dei resti 19. Un ultimo elemento che vor­
rei far notare è proprio la mancanza di interventi di scavo ai quali sia stata
dedicata un’accurata pubblicazione dei risultati. Si scava ma si studia e si
pubblica poco e, proprio per questo motivo, è stato necessario organizzare
un incontro di studio, grazie ai cui atti (Tarraco 99) la comunità scientifica
può venire a conoscenza dei progressi che, in maggiore o in minore grado, si
stano compiendo nella conoscenza dell’evoluzione storica della città di Tarraco.
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Vorrei concludere affermando, e questo non è valido soltanto per Tar­
ragona, che seppure abbiamo delle buone leggi per dare risposta alle esigenze
poste dalle testimonianze storiche queste, purtroppo, non vengono applicate
e i responsabili della loro cattiva applicazione non vengono puniti.
XAVIER DUPRÉ RAVENTÓS *
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* Questo testo è una versione riassuntiva della lezione tenuta il 29/1/2001. Ho eliminato il capitolo dedicato ad analizzare gli usi dati all’arco di Berà attraverso la storia perché
in parte già pubblicato (DUPRÉ 1999). Per la revisione finale del testo italiano ringrazio Walter
Pagnotta.
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1
Per la città romana, ALFÖLDY 1991; AQUILUÉ et al. 1999 con bibliografia. Per i primi
secoli della città medievale, Catalunya Romànica 1995, pp. 109 ss.
2
Sulla legislazione in materia, DUPRÉ 2001, pp. 79 ss. con bibliografia.
3
Per i risultati degli scavi tedeschi HAUSCHILD 1983; altre ricerche di fondamentale
importanza promosse dal DAI: ALFÖLDY 1975, KOPPEL 1985 e SCHLUNK 1988.
4
Servei de Museus, Servei d’Arqueologia e Servei de Patrimoni Arquitectònic erano tre
soprintendenze regionali create nel 1980 e inserite nella Direcció General de Patrimoni del
ministero catalano di cultura (Departament de Cultura).
5
Delegato territoriale dal Servei d’Arqueologia per un 70% de la provincia, inclusa la
città di Tarragona.
6
Da sottolineare l’interessantissima “Tarraco: objecte i imatge” del 1987. A questo
proposito si veda TARRATS 1986 e SADA 2001.
7
Questa liberazione include tragiche distruzioni con polvere nera per far passare la
ferrovia (1862) e la distruzione con la dinamite della chiesa romanica di Santa Maria del
Miracle nel 1923 (Amfiteatre 1990, pp. 27 ss.).
8
Si veda Amfiteatre 1990, pp. 55 ss. La recinzione del monumento e il controllo
dell’accesso permise di avere dei dati molto interessanti sul volume di visite: più di 80.000
l’anno, con punte di 19.525 visitatori nel mese di agosto del 1989 (Amfiteatre 1990, pp. 63­
67).
9
A proposito della monografia sull’anfiteatro si veda la recensione di J.C. GOLVIN in
«Revue des Études Anciennes», 96, nn. 1-2, pp. 663-664.
10
Pla Especial Pilats, redatto negli anni settanta e definitivamente approvato nel 1982.
11
I lavori condotti nel circo nel periodo 1986-1990 erano quasi pronti per essere
pubblicati ma i cambiamenti ai quali si è accennato in precedenza portarono all’inizio di una
vertenza giudiziaria che, fino ad oggi, ci ha impedito la pubblicazione degli interessantissimi
risultati raggiunti (TED’A 1990, pp. 14-15; Anuari 1993, pp. 234-235). Per quanto riguarda
i lavori degli anni novanta si veda MAR et al. 1998.
12
Ispirato al Centre National d’Archéologie Urbaine de Tours, il CAUT voleva essere
un punto di riferimento per l’arqueologia urbana spagnola che, già alla fine degli anni ottan­
ta, aveva visto nel TED’A un referente.
13
Uno sguardo alla stampa di Tarragona del momento permette di capire l’intensità
del dibattito aperto. Purtroppo, nonostante la quasi unanime adesione del mondo archeolo­
gico spagnolo, e le tante manifestazioni di solidarietà dall’estero, non fu possibile trovare una
soluzione al conflitto.
14
Compito svolto prima dallo storico X. Olivé e poi dall’architetto R. Mar. Il coinvol­
gimento di quest’ultimo nei più svariati scempi realizzati sul patrimonio condotti negli ultimi
anni, spiega la mancanza di una visione critica nella valutazione di quanto accaduto di recen­
te (MAR, RUIZ DE ARBULO 1999; RUIZ DE ARBULO, MAR 1999).
15
Scavo realizzato negli ani 1994-1997 da archeologi dell’Universitat Rovira i Virgili.
16
P.E.R.I., Pla Especial de Reforma Interna, documento urbanistico di dettaglio all’interno del piano regolatore.
17
L’iniziativa incluse, tra molte altre cose, l’adesione pubblica di enti, istituzioni e
personaggi pubblici, la creazione di logotipi, l’installazione di bandiere negli autobus...ed
evidentemente, ogni tipo di pressione politica. Cose tutte molto lontane dallo spirito che,
secondo l’ICOMOS (UNESCO), dovrebbe regolare l’inclusione o non di un monumento
nella lista.
18
La inclusione di Tarragona nella World Heritage List venne approvata il 30 novem­
bre 2000 nella città australiana di Cairns.
19
In questo panorama sono da sottolineare il ricco elenco di mostre organizzate dal
museo archeologico e le attività didattiche collegate (SADA 2001).
* Escuela Española de Historia y Arqueología en Roma – CSIC ([email protected]).
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X. DUPRÉ RAVENTÒS, Usi e abusi delle testimonianze