(Marcello Marchesi) ISSN 2281-5597 9 772281 559003 Innovazioni Il fenomeno dei fan film made in Italy Focus Il cinema nella Russia di Putin Polemiche KulturInfarkt: esplode la discussione sui finanziamenti alla cultura 30003 Dossier inediti Una lettera di Aldo Moro a Giulio Andreotti su cinema e emigrazione P er chè i n I ta l i A c ' è a n c o ra ta nta p a u ra d el s uc c e s s o ? Poste Italiane SpA - Spedizione in abbonamento postale -70% - Aut. GIPA/C/RM/04/2013 "Il successo fa scandalo. Lo scandalo fa successo." www.8-mezzo.it marzo 2013 - numero "Ho avuto talento ma non successo. Tanta gente ha successo senza avere talento." 3 marzo 2013 5,50 € numero 3 (Victor Francen in La fin du jour, 1938, di Julien Duvivier) Perchè in Italia c'è ancora tanta paura del successo? SUL PROSSIMO NUMERO IN USCITA APRILE 2013 SCENARI Emergenza pirateria Innovazioni Cinema italiano apolide I talenti di casa nostra che lavorano all'estero Focus Il cinema dell'Austria EDITORIALE diGianni Canova 8½ MILIONI DI EURO PER IL FILM DI TORNATORE. UN EXPLOIT INATTESO CHE OBBLIGA TUTTI A UNA SERIA RIFLESSIONE. N on è vero che è crollato tutto. Né che il gennaio 2013 è stato per il cinema in Italia una sorta di tsunami. Uno tsunami distrugge tutto quello che trova sulla sua strada e si lascia alle spalle solo macerie e rovine. Nel cinema, in Italia, non è andata così. Se non altro perché almeno un film italiano si è salvato dalla catastrofe e ha incassato molto più di quanto ipotizzassero le più ottimistiche previsioni: La migliore offerta di Giuseppe Tornatore. Nel momento in cui scrivo queste righe, gli incassi del film viaggiano su cifre ormai molto vicine agli 8 milioni e mezzo di euro (numero evidentemente molto amato da questa testata…), ma sono pronto a scommettere che saliranno ancora, visto che il tamtam positivo non accenna ad arrestarsi. Io l’avevo intuito subito: ho visto La migliore offerta in un multiplex, il sabato sera del secondo weekend di programmazione. Sala piena, senza un solo posto a sedere. Sentivo in sala la tensione fisica, la partecipazione, l’empatia. Quell’effetto unico che solo la visione in sala ti può dare, e che ti fa sentire al contempo solo col film e immerso in un corpo collettivo che sente il film come lo stai sentendo tu. Alla fine, ricordo che è partito perfino un timido applauso. In un multiplex! Ricordo che la gente si fermava all’uscita a discutere e a commentare. Non mi capitava da tempo, con un film italiano. Un successo inatteso di queste dimensioni dovrebbe indurre a un serio ripensamento tutta una serie di persone. Quelli che pensano che da noi funziona solo la commedia. Quelli che dicono che non c’è spazio per altri generi. Quelli che ritengono che sia impossibile fare un film raffinato che piaccia anche a un grande numero di spettatori. Quelli che si ostinano a pensare che non è possibile realizzare in Italia film dal respiro internazionale. La migliore offerta dimostra in un sol colpo l’infondatezza di tante querule litanie che si sentono ripetere spesso sul nostro cinema. Non fa ridere, il film di Tornatore. Neanche per sbaglio. Si misura con un genere rischioso come il thriller psicologico e lo domina con una sicurezza magistrale. Non cerca star di facile popolarità, ma punta su attori internazionali di grande levatura. Non chiude in modo rassicurante, ma interroga il suo pubblico. Fa discutere e vince. Vogliamo tenerne conto? Vogliamo cominciare a pensare che il pubblico italiano è un po’ meglio di come spesso lo immaginiamo, e che quel che non sappiamo dargli, troppo spesso, sono film capaci di sorprenderlo e di emozio- narlo? Vogliamo ricominciare a interrogarci, una buona volta, su che tipo di film e di storie e di mondi e di visioni servono oggi al nostro cinema, e a tutti noi in quanto spettatori? 1 SOMMARIO 06 08 EDITORIALE 01 8½ MILIONI DI EURO PER IL FILM DI TORNATORE. UN EXPLOIT INATTESO CHE OBBLIGA TUTTI A UNA SERIA RIFLESSIONE. di Gianni Canova 09 10 12 LA RIMOZIONE DEL 14 QUEL TRIONFO “COMMERCIALE” NON PREVISTO diAlberto Pezzotta DA CRITICI E DISTRIBUTORI PER CHI SI diAlberto Pezzotta SCRIVONO 16 ISTRUZIONI I LIBRI? PER CHI SI PER FARE FANNO I FILM? UN FILM ITALIANO di G.C. CHE PIACE ALLA CRITICA. I FILM NON diAngelo Pannofino SI FANNO PER IL PUBBLICO 17 I TRE MIGLIORI diFausto Brizzi INCASSI ITALIANI DEGLI ULTIMI SE AMI IL CINEMA, 13 ANNI VUOI GLI INCASSI ALLE STELLE 18 EXPLOIT E FLOP, diRoberta Torre 10 DOMANDE A REGISTI TUTTI GLI ALIBI E PRODUTTORI DI VINCITORI di Stefano (E VINTI) Stefanutto Rosa diMaurizio Nichetti COSA MI PIACE DEL CINEMA ITALIANO 26 40 Intervista ad Fabrizio Rizzolo di Nicole Bianchi INNOVAZIONI 28 30 PERCHÈ QUALITÀ E QUANTITÀ DA NOI NON VANNO D'ACCORDO? di Gianni Canova HANS HURCH intervista di Micaela Taroni INEDITI 44 SCENARI 04 43 FINANZIAMENTI ICONE MADE IN ITALY ALLA CULTURA, di Andrea Guglielmino FUORI DALLA e Lucio Laugelli POLITICA DEL SANTUARIO 38 DARK di Andrea Cancellato RESURRECTION: TRULY AMAZING! intervista ad Angelo Licata di Andrea Guglielmino 32 QUANDO IL SOTTOSEGRETARIO MORO SCRIVEVA AL SOTTOSEGRETARIO ANDREOTTI diAndrea Corrado POLEMICHE FAN POWER diAndrea Guglielmino 41 KULTURINFARKT FENOMENOLOGIA 42 L’ANNO ZERO DEI BUROCRATI DEL FAN FILMAKER di Salvatore Carrubba diSerafino Murri 8½ NUMERI, VISIONI E PROSPETTIVE DEL CINEMA ITALIANO Mensile d’informazione e cultura cinematografica Iniziativa editoriale realizzata da Istituto Luce-Cinecittà in collaborazione con ANICA e Direzione Generale Cinema Direttore Responsabile Giancarlo Di Gregorio Direttore Editoriale Gianni Canova In Redazione Carmen Diotaiuti Andrea Guglielmino Vice Direttore Responsabile Cristiana Paternò Coordinamento redazionale DGCinema Andrea Corrado Capo Redattore Stefano Stefanutto Rosa Coordinamento editoriale Nicole Bianchi 2 Hanno collaborato Fausto Brizzi, Giulio Bursi, Andrea Cancellato, Salvatore Carrubba, Federica D'Urso, Fabio Ferrazza, Iole Maria Giannattasio, Lucio Laugelli, Cristiana Mainardi, Umberto Marino, Francesca Medolago Albani, Serafino Murri, Maurizio Nichetti, Angelo Pannofino, Alberto Pasquale, Alberto Pezzotta, Giovanni Marco Piemontese, Rossella Rinaldi, Roberta Ronconi, Micaela Taroni, Roberta Torre, Michail Trofimenkov SOMMARIO NUMERI NEL MONDO 49 52 "UN GIORNO DEVI ITALIA E FRANCIA: APPUNTAMENTO ANDARE": DIARIO A CANNES SEMI-SERIO DAL CON IL FONDO PER SUNDANCE 2013 LE SCENEGGIATURE di Cristiana Mainardi diIole Maria 55 AMO GLI Giannattasio ITALIANI 51 L’ANNO PEGGIORE CHE SANNO NELLE SALE STUPIRE CINEMATOGRAFICHE diRossella Rinaldi ITALIANE 57 DI COSA SI diFabio Ferrazza PARLA QUANDO SI PARLA DI (IN)SUCCESSO AL BOX OFFICE di Federica D’Urso e Francesca Medolago Albani per Ufficio Studi ANICA Progetto Creativo 19novanta communication partners Creative Director Bruno Capezzuoli Designer Giulia Arimattei, Matteo Cianfarani, Lorenzo Mauro Di Rese, Simona Merlini, Cristina Nardelli Videoimpaginazione Valeria Ciardulli FOCUS 60 IL CASO RUSSIA 61 IL CINEMA RUSSO? È UNA MATRIOSKA. diRoberta Ronconi 64 MA LA VERA RUSSIA E RACCONTATA DAI SUOI DOC di Ro. Ro. 65 IL NOSTRO È UN CINEMA SENZA REALTÀ diMichail Trofimenkov Stampa ed allestimento Arti Grafiche La Moderna Via di Tor Cervara, 171 00155 Roma Distribuzione in libreria Joo Distribuzione Via F.Argelati,35 Milano GEOGRAFIE 66 I LUOGHI DEL CINEMA. diNicole Bianchi CINEMA ESPANSO 68 IL MARKETING DEL CINEMA ITALIANO 70 PUNTI DI VISTA 76 RICOMINCIAMO diUmberto Marino 80 BIOGRAFIE QUANDO IL PASSAPAROLA FA LA DIFFERENZA diAlberto Pasquale INTERNET E NUOVI CONSUMI FINE DELLA SPECIE: SUCCESSIONE 72 TORMENTONI DI ATTI SUL FILM O NUOVI EROI? QUE VIVA MEXICO! diCarmen Diotaiuti di Giulio Bursi Direzione, Redazione, Amministrazione Istituto Luce-Cinecittà Srl Via Tuscolana, 1055 - 00173 Roma Tel. 06722861 fax: 067221883 [email protected] Registrazione presso il Tribunale di Roma n° 339/2012 del 7/12/2012 3 SCENARI Chi ha paura del successo? Perchè qualità e quantità da noi non vanno d’accordo? diGianni Canova Q ualche tempo fa ho ospitato nella mia università i giovani “creatori” di una delle web serie di maggior successo (Freaks!) per un incontro con gli studenti. Durante il dibattito, per spiegare la decisione di diffondere la nuova stagione della serie non solo sul web ma anche attraverso un canale televisivo, uno degli autori ripeteva con fermezza rivolto ai ragazzi: “Tranquilli, non ci siamo venduti. Non siamo diventati commerciali…!”. Tralascio qui ogni considerazione sul luogo comune secondo cui il web sarebbe il regno della purezza incontaminata e della libertà espressiva mentre la tv (e il cinema…) sarebbero invece il luogo del compromesso e della mercificazione. In questa sede voglio interrogarmi piuttosto sul perché l’epiteto “commerciale” in tanta parte del pubblico italiano (e tra i giovani in modo particolare) continui a essere percepito come un insulto. O, nel migliore dei casi, come un’onta, o una vergogna. È un sintomo rivelatore: siamo un paese che non ha mai accettato fino in fondo l’idea di industria culturale e che continua a bamboleggiarsi con quei cascami tardo-romantici che identificano il successo di un prodotto culturale come un disvalore. Che l’arte e la cultura siano anche “merci” continua a essere guardato e considerato con orrore da tante parte dell’establishment 4 culturale, soprattutto da quello che maschera con una patina di ostentato progressismo il proprio intimo, atavico, profondo e ontologico aristocraticismo. Da noi, qualità e quantità continuano a essere considerate inconciliabili. Nel cinema come nella letteratura. Se un prodotto è di qualità – pensano in tanti – non può ambire anche alla quantità. Per converso, per arrivare alla quantità (ai grandi numeri…) è indispensabile abbassare la qualità. Quando su uno dei più autorevoli quotidiani nazionali un autorevole e influente “critico letterario” arriva a scrivere che è meglio non leggere nulla, e non prendere neanche in mano un libro, piuttosto che leggere i bestseller di autori come Faletti o Coelho (lo ha scritto Pietro Citati sul “Corriere” del 9 marzo 2012) a me prende lo sconforto. Poi, se ci ripenso, mi sale la rabbia. Per lo snobismo elitario con cui la cultura italiana tratta i consumi culturali cosidetti “popolari”. Per la disinvoltura con cui ritiene di delegare il compito di occuparsi dei consumi culturali popolari ai reality show televisivi, o ai talent show, e ai loro guru e profeti e padroni. Con i risultati disastrosi che sono sotto gli occhi di tutti. Eppure gli esempi di come sia possibile conciliare quantità e qualità da noi non mancano: basta pensare alla straordinaria lezione del design italiano, e alla sua capacità di SCENARI // Chi ha paura del successo? realizzare un grande progetto politico di democrazia culturale (e oggettuale) portando la bellezza nelle case di tutti: qualità altissima, grandi serie, vendite soddisfacenti, solido successo. In passato anche il cinema italiano funzionava così (e infatti era grande, e ap- dell’articolo dedicato a La migliore offerta se la cava definendo Tornatore un regista “ingiustamente sopravvalutato”. Che è l’espediente retorico più ovvio e banale a cui ricorre il critico per continuare a illudersi che il suo personalissimo giudizio e i suoi privatissimi incolti spetazzanti divoratori di cinema fastfood). Tertium non datur. E invece il cinema italiano avrebbe bisogno proprio di una via di mezzo: di quel cinema sperimentale di massa che in passato era praticato non solo da autori come Fellini e Pasolini, ma anche Quelli che amano un film solo se l’hanno visto loro e i loro quattro amici. Quelli che se un film piace a più di venticinque spettatori è inevitabilmente una schifezza. Quelli che dicono che i film non si fanno per il pubblico. Quelli che dicono che tanto il pubblico non capirebbe. Quelli che non capiscono come certi film possano piacere tanto. Quelli che non capiscono come il loro film possa piacere tanto poco. Quelli che vorrebbero sbancare il box office, ma si offendono se definisci “commerciale” il loro film. prezzato in tutto il mondo, e venduto in tutto il mondo: esattamente come il design). Oggi no. Oggi, se appena appena un film prova a conciliare qualità e quantità, e si permette di incassare oltre che di provare a inventare un universo estetico coerente e originale, subito i gendarmi del gusto arricciano il naso. È successo di recente con l’ultimo (e secondo me bellissimo) film di Tornatore. Andate a vedere il sussiego con cui lo tratta, ad esempio, una testata web molto colta e molto snob come “Doppiozero”: incapace di accettare il fatto che un film così piaccia e incassi, l’autrice criteri di gusto contino più di quelli di migliaia e migliaia di persone. Insomma: il successo da noi continua a essere il totem della piccola borghesia e il tabu degli intellettuali. Tutti lì a consultare Cinetel o le classifiche degli incassi, ma poi a dire in pubblico che gli incassi non sono tutto e che il denaro è lo sterco del diavolo. Insomma: o sei coté cinepanettone o sei coté frammartino. Siamo ancora fermi a due secoli fa e alla distinzione del Berchet: o piaci ai “parigini” (i colti raffinati esigenti beneducati profumati cinéphiles) o piaci agli “ottentotti” (i rozzi da straordinari confezionatori di prodotti di qualità legati ai generi (da Petri a Monicelli, da Argento a Leone). Che avevano successo perché intercettavano bisogni diffusi, mettevano in circolo fantasie, offrivano a tutti concrete possibilità di incremento delle proprie esperienze emotive e cognitive. Perché quel modello è andato in crisi? Di chi è la responsabilità? È possibile oggi provare un’altra volta a conciliare qualità e qualità? Sono queste alcune delle domande su cui cerchiamo di indagare nelle pagine che seguono. 5 SCENARI // Festival del cinema LA RIMOZIONE DEL “COMMERCIALE” Oggi non c’è più nessun critico che usi l’etichetta come marchio infamante. Eppure negli anni ’50… diAlberto Pezzotta 6 SCENARI // Chi ha paura del successo? L a metà degli Anni ‘50 è tempo di bilanci. E i critici prendono atto, con sgomento, che il Neorealismo non è stato popolare come speravano. I film di De Sica e Rossellini non hanno quasi mai avuto successo di massa: mentre ad avere riempito le sale sono stati film popolari sì, ma non nel senso gramsciano del termine. I film neorealisti erano infatti “antidivistici, antiepici, critici, documentari, antimelodrammatici e anticatartici”, scrive nel 1955 Renzo Renzi su “Cinema Nuovo”. La sua conclusione è di un candore disarmante: date queste premesse, era inevitabile che il Neorealismo fosse anche “impopolare”. Rimaneva un problema: come comportarsi con i film di successo? Stigmatizzarli o meglio capirli? A questo proposito “l’Unità” ospita un lungo dibattito, inaugurato nel novembre 1955 da un articolo di Ugo Casiraghi, che parte dal successo dei “film d’appendice” di Matarazzo e della serie di Don Camillo. Che film considerati retrivi potessero piacere alle masse (e anche agli elettori del Pci) era un fatto che turbava i critici. In questa sede non interessa ricostruire un dibattito polveroso, ma va sottolineato come proprio qui si siano formati categorie e miti che per decenni hanno condizionato il rapporto degli intellettuali italiani con il cinema. Qui prende forma il pregiudizio per cui gli incassi di un film sarebbero inversamente proporzionali alla sua artisticità (o correttezza ideologica). Un pregiudizio mai scalfito dagli straordinari successi dei film di Fellini, Visconti, Pasolini, Petri, Rosi, che non a caso, negli Anni’70, spesso venivano contestati per questo motivo. Anche un critico acuto come Alberto Moravia, di fronte al successo, reagiva col paraocchi: “commerciale” equivale a “convenzionale”, scrive a proposito di Anna (1952), presunto scivolone nella carriera di Lattuada. Le conseguenze sono state gravi. Non tanto e non solo perché si è creata una frattura tra i registi e i critici imbevuti di Croce o di Zdanov, ma soprattutto perché l’incapacità di ragionare sull’economia ha impedito di riflettere sul rapporto tra cinema, pubblico e industria. Non sono mancate le eccezioni. Nel 1948 Carlo Lizzani scriveva su “Vie nuove”, settimanale del Pci, una specie di promo di Riso amaro (1949), auspicando nuovi modi di pubblicizzare i film per portarli alle masse. Un anno dopo Antonello Trombadori stroncò il film di De Santis in quanto insufficientemente “artistico”: la fusione di spettacolarità e popolarità era un’eresia. Insieme a Lizzani, Italo Calvino e Nanni Loy sono stati tra i pochi a teorizzare un cinema “medio”: che, senza vergognarsi di cercare il profitto, “volgarizza” (cito il primo) “i motivi fondamentali che alcuni artisti riescono a creare, e stabilisce un rapporto continuativo e solidale tra il grande pubblico e le punte più avanzate della produzione”. Ma di questo si trovano poche tracce nei dibattiti. Su “l’Unità” e “Cinema Nuovo”, per un malinteso populismo, si preferiva riflettere sui generi “di profondità” (mélo, film-opera ...) invece che su Pane, amore e fantasia (Luigi Comencini, 1953): che anzi venne bollato come un traditore del Neorealismo. Anche di ciò patiamo le conseguenze: oggi i generi bassi sono più celebrati dei film di Zampa, Bolognini e Damiani. Da un paio di decenni il quadro sembra completamente cambiato. Forse non c’è più nessun critico che usi l’aggettivo “commerciale” come marchio infamante per un film italiano. Piuttosto, si elogia un dato autore per essere “del tutto fuori da logiche meramente commerciali”; mentre “commerciali” sono sempre gli altri, in primis gli americani. Anche di fronte a prodotti destinati al consumo di massa, non si usa più l’ideologia. Ma non è per forza un bene: anziché analizzare il rapporto tra film e spettatori, la critica si limita a elogi aprioristici, in nome di uno spirito trash nato dallo sdoganamento dei generi bassi, o di una difesa patriottica del prodotto nazionale. Anche Natale a Beverly Hills (Neri Parenti, 2009) può ricevere parole lusinghiere da Gian Luigi Rondi, e a nessuno si nega la qualifica di “autore”. Quanto a chi fa film destinati al grande pubblico, si attribuiscono quarti di nobiltà con insistenza sospetta. È ormai un luogo comune il richiamo alla commedia italiana, massima espressione di quel cinema medio che Moravia bistrattava. Oggi giustamente è un valore riconosciuto, ma di rado è evocata con pertinenza da chi pretende di esserne erede e di fare “critica di costume”. In questo modo non si fa che perpetuare la rimozione del “commerciale”. Non si mette in dubbio la sincerità di registi i cui film sono distribuiti in centinaia di copie, quando dichiarano che “questo mestiere non si fa per soldi”. L’idealismo, però, non serve. Piuttosto, bisogna capire come far crescere un cinema medio, come aiutare i film piccoli e non sostenuti dalle major ad affrontare il mercato. Il rosso e il blu (2012) di Piccioni ci è riuscito con buoni incassi (oltre 1 milione di euro): di questi non c’è nulla da vergognarsi, anzi. 7 SCENARI // Chi ha paura del successo? Per chi si scrivono i libri? Per chi si fanno i film? In un libro di quarant’anni fa, Vittorio Spinazzola sottolineava come i sogni e i bisogni del grande pubblico dovessero essere al centro non solo delle strategie di crescita dell’industria culturale, ma anche delle preoccupazioni degli autori. Un monito rimasto purtroppo inascoltato. N egli Anni ‘70, quando in tante università italiane si faceva finta di leggere Marx, lui – che Marx l’aveva letto e studiato per davvero – ai suoi studenti della Facoltà di Lettere dell’Università di Milano faceva studiare i gialli di Scerbanenco, i fumetti porno e i primi romanzi di Paolo Villaggio con protagonista Fantozzi. Era convinto che bisognasse mettere il pubblico – con i suoi sogni e i suoi bisogni – al centro di ogni sistema culturale e che le dinamiche del consumo dovessero diventare il cuore di ogni analisi. Nel decennio precedente, non a caso, Vittorio Spinazzola aveva pubblicato un libro ancora oggi esemplare (Cinema e pubblico. Lo spettacolo filmico in Italia 1945-1965, Bompiani) in cui tentava di mettere a fuoco una fenomenologia dei successi del cinema italiano dal dopoguerra al boom economico, studiando con lucida attenzione anche e soprattutto quei film di grande successo popolare (da Totò a Don Camillo e Peppone) che 8 diG.C. la critica di allora (solo di allora?) snobbava e disprezzava. Classe 1930, vicino al Partito Comunista sul piano politico ma eretico (e per ciò stesso guardato con sospetto) sul piano culturale, Spinazzola ritiene che una delle grandi colpe della cultura italiana sia stata quella di esorcizzare il mercato. “Qualsiasi attività umana – ci dice – si estrinseca dentro un mercato. Implica un dare e un avere. Una negoziazione. Negarlo significa essere o ciechi o bugiardi”. Oltre a mercato, ci sono altre due parole tabù nella nostra storia culturale: successo e concorrenza. “Un tempo – dice ancora Spinazzola – bastava pronunciarle perché ti guardassero come un alieno… Eppure, qualsiasi prodotto culturale, anche il libro di poesia più criptico ed ermetico, anche il film più sperimentale, nel momento in cui vengono pubblicati, e quindi circolano, diventano merci, hanno un prezzo, vengono comprati e venduti. E si confrontano di fatto con le categorie del successo e dell’insuccesso. Perché il successo – conclude – non riguarda solo i bestseller: anche tra i prodotti di nicchia ci può essere quello che ha successo e quello che non ce l’ha. Il problema – caso mai – è capire come e perché”. Da sempre severo contro l’elitarismo congenito dell’establishment culturale italiano, Spinazzola ritiene che solo incrementando qualitativamente ma anche quantitativamente i consumi culturali di massa il nostro paese possa sperare di ricominciare a crescere. Per la verità lo diceva già 40 anni fa, ma non si può dire che sia stato davvero ascoltato. SCENARI // Chi ha paura del successo? C diFausto Brizzi Il blockbuster è un rigore a porta vuota, ma non dimentichiamoci di sperimentare. os’è un blockbuster? Un film predestinato al successo, una manna cinematografica destinata a rimpinguare (non sempre) le tasche di produttori e distributori. E, ordunque, perché nel mio personale lessico ha un’accezione negativa? Semplice. Perché al blockbuster manca quella che dovrebbe essere la fiamma principale che accende un film: la novità. Chiamiamola idea, ispirazione, fantasia, insomma quello che rende un film diverso da tutti gli altri. Il blockbuster è un rigore a porta vuota: una storia a lieto fine, la coppia di attori del momento, una regia solida ma non invasiva, alla Ron Howard, un brano del cantante più caldo, un marketing asfissiante e il gioco (spesso ma non sempre) è fatto. Che si tratti di vampiri, maghetti, naufragi, agenti di sua maestà britannica, supereroi newyorchesi, viaggi nel tempo, meridionali che si trasferiscono a Milano o attacchi alieni, la ricetta non cambia: James Bond non morirà, Will Smith salverà il pianeta e Julia Roberts troverà l’amore. Il che non vuol dire che i blockbuster non vadano fatti, anzi. Ben vengano sequel, prequel e remake, che sono una delle forze motrici dell’industria cinematografia (e io ne ho scritti e diretti una discreta quantità), ma non dimentichiamo di sperimentare. Ahia… ho usato la parola “sperimentare”, che fa pensare subito ad un certo tipo di cinema da cineforum col morettiano dibattito dopo, per cercare di capire cosa volesse dire il regista con quel silenzio insistito o quel primo piano sfocato. Che sia proprio io a usare la parola “sperimentare”, magari farà sorridere i cinefili più accaniti. Permettetemi di spiegare. Ci sono mille modi di “sperimentare”: ovviamente nel linguaggio cinematografico (Nouvelle Vague), ma anche nella sceneggiatura (Tarantino), o nella computer grafica (Jurassic Park), o nella tecnologia 3D (Avatar), o nel marketing (Blair Witch Project). Curiosamente, gli esperimenti più riusciti sono stati anche dei successi commerciali. Non così curiosamente. Il pubblico premia quasi sempre la novità, il prototipo, a patto che sia davvero un film ben fatto. A volte si tratta di piccole scommesse quasi autoprodotte (ci lamentiamo sempre che il cinema italiano sia tutto ambientato in cucina: poi arrivano gli americani, lo ambientano in camera da letto – Paranormal Activity – ci mettono una porta che scricchiola e fanno i miliardi), altre volte sono follie produttive a lieto fine (lo specialista è il “superegistassoluto” Cameron, da Titanic ad Avatar) o genialità incredibili, The Artist. Quel pizzico di follia che registi e produttori dovrebbero avere almeno una volta nella vita. 9 SCENARI // Chi ha paura del successo? SE AMI IL CINEMA, VUOI GLI INCASSI ALLE STELLE diRoberta Torre Q uesto il sommo Pasolini ci raccontava sul successo, suo degli altri, degli uomini in genere, ma questo vale anche per gli uomini registi? C’è da credere che la sua riflessione fosse più generale e profonda, quasi esistenziale e difficile dargli torto a giudicare dalla trasformazione mostruosa che il successo provoca sull’essere umano. La disumanizzazione è sotto gli occhi di tutti, ma innanzitutto dovremmo fare un passo indietro e chiederci: che cos’è il successo? È essere riconosciuti per strada, essere indicati al supermercato per essere apparsi di fronte a milioni di persone in mutande e sotto la doccia? E dunque quello certo è un successo che ormai non si nega a nessuno come ci ha insegnato il buon vecchio Andy Warhol. Qui però stiamo parlando di film, di Cinema per fare una più precisa distinzione. E dunque circoscriviamo. Siamo certi che anche Pier Paolo Pasolini non avrebbe voluto visti i suoi film da moltitudini sterminate? Credo proprio di sì. Un regista non può desiderare che il suo film resti invisibile, non ci crederò mai. Io personalmente ho sempre desiderato, con risultati diversi, che i miei film arrivassero al più cospicuo numero di persone e quando questo non è stato possibile mi è dispiaciuto, ne ho sofferto profondamente. No, non ho mai coltivato lo snobistico vezzo dell’invisibilità per le mie creature, non ho mai storto il naso di fronte alla popolarità, forse perché nel 10 mio linguaggio e nel mio cinema il pop è appunto tanto presente . E dunque che il Cinema sia per la gente. In realtà la mia esperienza è stata fin ora certo quella di un successo particolare, difficile da prevedere, difficile anche da riprodurre, come recentemente ha scritto un noto distributore italiano a cui ho proposto il mio prossimo film, nella scheda di valutazione: “Roberta Torre è talentuosa ma commercialmente pericolosa”, con un curioso gioco di rime baciate. “Commercialmente pericoloso” sembra dunque essere definitivamente nel 2013 una categoria temibile per un regista… Certo, se poi un film che è stato il mio meno fortunato, Mare nero, lo fanno uscire con 40 copie il 10 di agosto o giù di lì, il pericolo aumenta… Ma a me piace il pericolo, l’audacia non manca. E se anche nelle ormai celebri valutazioni che adotta il MiBAC per stabilire di che cifra graziare l’autore che presenta al vaglio la sua sceneggiatura , il criterio “Incassi superiori al milione di euro” conseguiti con propri film negli ultimi dieci anni rappresenta una variabile non indifferente per poter essere certi di avere un nuovo finanziamento, è proprio vero che il successo si deve valutare anche a numero di spettatori. Quando il mio primo film (Tano da morire) ha fatto ballare e cantare nelle sale il pubblico presente io ero solo contenta, quando abbiamo percorso l’Italia con l’intero cast di “vuc- SCENARI // Chi ha paura del successo? Il successo non è niente. Il successo è l'altra faccia della persecuzione. E poi il successo è sempre una cosa brutta per un uomo. Può esaltare in un primo momento, può dare delle piccole soddisfazioni a certe vanità, ma in realtà appena ottenuto si capisce che è una cosa brutta per un uomo, il successo. P.P.Pasolini cirioti” circensi per promuovere il film non mi sono certo tirata indietro. E così è stato per tutti i film che sono venuti dopo, più o meno fortunati. Ma se la storia dei miei film non è stata finora quella dei classici blockbuster, devo dire che ho sempre goduto comunque di una particolare forma di successo e di popolarità che mi ha dato moltissimo, un piacevole riconoscimento su cui mi sono adagiata senza remore, godendone come di un panino spalmato di burro e zucchero. Quando a Mosca, l’anno scorso, durante una rassegna organizzata da Marco Müller sui film italiani, un noto attore russo che non parlava una parola di italiano mi ha cercato felice di potermi finalmente incontrare perché conosceva tutti i miei film, mi sono chiesta per un attimo dove diavolo li avesse potuti vedere, ma la cosa mi ha reso molto contenta. Quando al Sundance nel 2010, dove tornavo per la seconda volta in concorso con I baci mai dati, a distanza di qualche anno c’erano spettatori che ricordavano innamorati il primo film con cui mi avevano conosciuto (Angela, era il 2003) il fatto non poteva che rendermi felice. Anche perché queste cose sono molto interessanti e ti fanno pensare che esiste una storia parallela a quella che i film hanno in Italia, probabilmente, che forse all’estero una strana forma di devozione al Cinema che da noi è quasi scomparsa e anche a questo punto, una forma di successo che non risiede solo nei grandi numeri. E qui torniamo al tema: successo sì o successo no? Secondo me: successo sempre e comunque, da perseguire per i propri film, da auspicare e da cercare tenacemente perché il cinema invisibile non serve a nessuno, né a chi lo fa né a chi non lo vede. Lo dice un’autrice che ha lottato e lotta tenacemente proprio con la scarsa attenzione dei distributori, con la malafede dei produttori, con la sciatteria degli esercenti, con l’ottusità dei funzionari finan- ziatori che si pongono a censori prima ancora della nascita di un film, tanto da indurmi alla tentazione del solito scherzo che prima o poi farò: portare in giro lo script di Rashomon con il titolo mutato in L’estate di Martino e vedere le reazioni inorridite dei nostri Signori preposti al finanziamento... Ma no… qui non c’è la storia… e poi i personaggi secondari… pessimi…!! Quando vedo un film meraviglioso come Amour, mi chiedo, ma oggi in Italia chi l’avrebbe capito, prodotto, finanziato e infine visto? Eppure non credo mai a nessun autore che si dica felice di non aver avuto una folla in sala. Se ami quello che fai, se ami il Cinema, vuoi la sala piena e gli incassi alle stelle. Se non ce li hai, pazienza, hai perso. Può non essere solo causa del film certamente, ma stai bluffando se fingi la felicità. Stai giocando sporco invece se il tuo film va malissimo e tu dai la colpa allo Tsunami, agli Yankee cattivi, all’Uomo Nero, o come spesso si sente al Pubblico che non capisce: faresti anche bene a dire “sì ho fatto un film brutto, può capitare”. Se ti capita e hai il marito produttore ti va meglio, se ti capita e hai già il prossimo film finanziato sei più tranquillo, ma comunque la verità è anche che film brutti se ne fanno eccome però ad oggi non ho mai sentito un regista ammetterlo. E questa è l’altra faccia del non avere un buon rapporto con il successo. Non ammettere mai di aver toppato un film. Il successo è come l’amore: chi lo ha conosciuto sa ammettere anche quando l’ha perso. Ma sa che prima o poi ritorna. 11 Tutti gli alibi di vincitori (e vinti) diMaurizio Nichetti 12 SCENARI // Chi ha paura del successo? S e un film esce nella prima giornata di sole pieno dell’anno, per giunta nel primo giorno di applicazione dell’ora legale estiva, per intenderci quella che “allunga le giornate” che fa venire a tutti la voglia di vivere all’aperto… e se in seguito a un magro incasso viene smontato in ventiquattr’ore, possiamo definirlo un brutto film? E se no, ha un valido alibi al suo insuccesso? Se un film esce in un periodo festivo, in 750 copie, si avvantaggia di una programmazione esclusiva in più di un paese e sfrutta l’effetto sorpresa rastrellando comunque milioni di euro in dieci giorni, è davvero un bel film? E se no, possiamo dire che ha un valido alibi al suo successo? Tra questi due casi estremi si svolge tutta la vita commerciale del prodotto cinematografico italiano, senza che nessuno si senta minimamente in colpa per aver sottratto al mercato un’opera degna o aver imposto un prodotto semplicemente programmato al successo. Fortunatamente esistono anche le eccezioni. Film che scompaiono in poche ore a pieno merito e film che incassano milioni a giusto diritto. Ma sono eccezioni: nella stragrande maggioranza dei casi ci si sente vittime sacrificali alla ricerca di alibi da raccontare a destra o a sinistra o, magari, anche solo ai proprio parenti. Come si può negare a un povero regista, dopo anni di preparazione e fatiche per arrivare a girare un film, il diritto a raccontarsi qualche piccola bugia? E poi non è forse vero che ogni bugia nasconde un piccolo fondo di verità? E così via elencando: colpa della programmazione, della stagione, dell’esercente, del titolo, del manifesto, colpa del distributore, del produttore, dell’ufficio stampa, colpa della critica, del pubblico, della televisione, colpa delle partite di calcio (ma quante ce ne sono?), colpa del prezzo del biglietto, colpa degli americani, colpa del freddo, colpa del caldo… mai colpa del regista che, miracolato per essere riuscito a girare il film, non è stato interpellato per null’altro. Eppure qualche sospetto doveva farselo venire già sul set, quando il produttore gli diceva: “Non abbiamo ancora la distribuzione, ma ho buoni contatti!”. Per decretare la fortuna di un film non servono i contatti servono le sale! Questa è la madre di tutti gli alibi della nostra categoria. Una volta potevamo illuderci nel passaparola, valeva la regola del passaparola: “se il film vale si farà…”, ci dicevano. Oggi il tempo di dire “passa” e dire “parola” … e il film è già stato smontato. Abbiamo sperato che l’arrivo delle multisale significasse diversificare l’offerta. Non potevamo immaginare lo stesso film alla sala 8 alle 15, alla sala 9 alle 16, alla sala 10 in 3D, alla sala 11 in originale. E nel frattempo al posto delle vecchie sale cinematografiche nascevano garage, shopping center, ristoranti. Non ci sono più sale! Ma che razza di alibi è? Non è un alibi, purtroppo è un dato di fatto. In certe zone, in certe province per andare al cinema occorre prendere l’auto, organizzare una trasferta e se poi, nel tuo paese, una sala viene attrezzata a proiezione cinematografica da un solerte assessore alla cultura, di sicuro riceverà il film che è già in tutte le multisale, quello che ha 750 copie da utilizzare, con l’ unico indubbio vantaggio che lo spettatore risparmierà benzina e vedrà, a domicilio, il film che, comunque, gli avrebbero fatto vedere a 30km di distanza. Tutto questo fa bene al cinema? O assottiglia sempre di più quelle fasce di spettatori che non si riconoscono in un genere, che non accettano un’imposizione, che hanno voglia di vedere altro? Tanto poi c’è la rete, i film si scaricano, come la musica: così anche il cinema finirà come l’industria discografica che ha visto crollare le sue vendite, il suo giro d’affari concentrato ormai solo su un paio di talent televisivi, surrogato di un lavoro di scouting che, una volta, rischiava di intercettare anche l’eccentricità, l’originalità, il successo imprevisto. Oggi si viene selezionati prima, programmati poi e infine votati da giurie popolari secondo criteri di banale omologazione alle mode correnti che promuovono solo i più fotogenici, creati per vivere una sola stagione. Il cinema, come altre arti, rischia lo stesso percorso. Cosa è di moda? Cosa chiede lo spettatore? Stampiamo 700 copie e diamo in pasto al pubblico quello che ha già mostrato di apprezzare in televisione, in rete: così il cinema rastrella briciole di popolarità altrui e rinuncia alla sua capacità di imporre un modello, uno star system, delle storie nate, pensate e strutturate per il grande schermo e, perché no, proprio per questo vendute anche fuori dai confini nazionali. Che un regista, anche nei suoi momenti migliori, forse soprattutto in quelli, venga lasciato solo non è un alibi, è una verità. Tanto più un regista ha potere contrattuale e tanto più si spera che funzioni automaticamente. Tutti sono bravi a lanciare, distribuire, produrre il fenomeno del momento, ma quando si tratta di parlare di un soggetto, di credere in una storia, di lottare per imporla, di faticare a realizzarla nel modo migliore, dove sono i produttori, i distributori, gli esercenti che hanno voglia di impegnarsi? Di spiegare al pubblico che quella storia è da vedere. Ogni storia ha il suo pubblico, deve solo fare la fatica di andarselo a cercare o, almeno, di riuscirlo ad avvicinare, per informarlo dell’esistenza di un certo film. Non tutti sono fanatici del televoto. Molti spettatori hanno smesso di andare al cinema perché si sono sentiti traditi, abbandonati, presi in giro da chi li vorrebbe vedere tutti intruppati a comando davanti all’ultimo campione d’incassi deciso da loro. 13 SCENARI // Chi ha paura del successo? Quel trionfo non previsto da critici e distributori diAlberto Pezzotta Analisi di due successi - The Avengers e Quasi amici L ’analisi degli incassi è un esercizio che si dovrebbe fare di più. I risultati ci parlano di un paese che i critici ignorano, e a volte anche i distributori. Prendiamo il box office 2012, dominato da Benvenuti al Nord ( 27.000.000 di incasso). In una top ten senza grandi sorprese, i due titoli meno prevedibili sono The Avengers di Joss Whedon (4° posto, 17.994.537, circa 2,1 milioni di spettatori) e Quasi amici (Intouchables) di Nakache e Toledano (7° posto, 14.961.380, circa 2,5 milioni di spettatori). E su questi si può spendere qualche parola. Il successo di un blockbuster della Disney, come The Avengers, che negli USA ha raccolto 623mil. di dollari (terzo incasso di sempre), non stupisce. Qualche rischio di minore introito però ci poteva essere per un film uscito alla fine di aprile, con star medie (Downey Jr., Johansson, Ruffalo) nella parte di un gruppo di super eroi targati Marvel, quasi tutti già protagonisti “in singolo” di film il cui successo da noi non è stato eccezionale: Iron Man (6,9mil.), Iron Man 2 (8mil.), Thor 14 (7,4mil.), Captain America: il primo vendicatore (6,2mil.), L’incredibile Hulk (3,9mil.). The Avengers è stato ignorato dalla critica e dalla stampa generalista: i due maggiori quotidiani gli hanno dedicato solo schede brevi. Ha avuto riscontri molto positivi in rete, da parte dei fan dei fumetti, che hanno apprezzato il lavoro del regista. L’attesa del film preesisteva quindi al suo lancio, che da noi non sembra avere goduto di strategie particolarmente complesse. Ma ciò che ha garantito gli incassi è stata anche una distribuzione capillare: 800 copie, di cui 450 in 3D e il resto in 2D. Analizzando la composizione geografica degli incassi, non c’è grande differenza tra nord e sud nell’affluenza ai multiplex, se non per quanto riguarda la quota relativa al 3D, dal biglietto più caro. Moncalieri ha fatto 16mila spettatori per il solo 3D; Vimercate, 20mila di cui 10mila per il 3D; Limena, 25mila di cui 9mila per il 3D; Ostia, 15mila per il solo 3D; Marcianise, 19mila di cui 5mila per il 3D; San Giovanni la Punta, 15mila di cui 3mila per il 3D. SCENARI // Chi ha paura del successo? Tra le grandi città, Roma ha il maggior numero di spettatori (204mila, 133mila per il 3D), seguita da Milano (79mila, 58milaper il 3D) e Torino (56mila, 46mila per il 3D). Quasi amici è stato in Francia il caso della stagione 2011/12: oltre 19,4 milioni di spettatori, terzo successo di sempre dopo Titanic e Giù al nord. Anche in questo caso l’esportazione del successo di un film diretto da sconosciuti e privo di star non era automatica, ma ha interessato tutto il mondo: dopo Germania e Spagna, l’Italia è stato il mercato straniero in cui il film ha avuto maggiore successo, prima di Corea del Sud e Messico. Negli USA il film ha incassato quasi 10.000.000 di dollari (1,3 milioni di spettatori), ottima performance per un film straniero. Il lancio iniziale in 300 copie è la prova di un’indubbia fiducia da parte del distributore (Medusa), ma forse non fino a quel punto. Quasi amici ha goduto inoltre di buona stampa sui quotidiani: articoli ampi, critiche positive con rare eccezioni (“Dovremo abituarci a film sempre più abili e sempre più furbi. Tanto divertenti quanto lontani dalla nostra esperienza”: Fabio Ferzetti su “Il Messaggero”). Anche se forse, più che indirizzare il pubblico, questi hanno confermato la sua scelta. Rispetto a The Avengers, il film francese tiene alla grande nei multiplex, cedendo solo al centro-sud. Moncalieri ha fatto 17mila spettatori; Vimercate, 25mila; Limena, 23mila; Ostia, 9mila; Marcianise, 15mila; San Giovanni la Punta, 10mila. L’incasso nelle grandi città è più ragguardevole rispetto a The Avengers: Roma 260.000 spettatori, Milano 130.000, Torino 110.000. È la prova di un appeal più forte per un pubblico maturo, ma non di una drastica spaccatura. Che cosa dedurre da questi dati? Quasi amici è stato comunicato e vissuto come un film di qualità, in grado di trattare con ironia problemi come l’handicap e la società multirazziale. Ma la sua redditività è stata pari (e superiore, per numero di spettatori e media incasso a copia) a quella di un blockbuster come The Avengers, assai amato ma privo di un’immagine qualificante. In una tendenziale omogeneità del mercato, quello che conta è l’indice di soddisfazione dello spettatore: che non è quantificabile, ma può fare a meno di star, autori, premi e recensioni. Il guaio è che per trovare film appetibili a un pubblico over-40, bisogna scendere al 17° e al 18° posto (Posti i piedi in paradiso di Carlo Verdone e Midnight in Paris di Woody Allen). E per trovare un film analogo a Quasi amici (europeo, non di genere), bisogna scendere al 45° posto di Carnage (Roman Polanski) o al 59° posto di The Artist (Michel Hazanavicius). E qui il divario tra grandi città e multiplex si fa più sensibile. Significa che Quasi amici è l’eccezione che conferma la regola, o che il mercato non può assorbire più di un film così per stagione? Certo è la prova che esista una nicchia che dovrebbe essere più coltivata. Ci guadagnerebbero tutti, tranne le majors americane. 15 SCENARI // Chi ha paura del successo? ISTRUZIONI PER FARE UN FILM ITALIANO CHE PIACE ALLA CRITICA “ diAngelo Pannofino Il contenuto è stato tratto dal blog bollettinodallitalia.gqitalia.it per gentile concessione di GQ.com Ecco alcune semplici regole per andare alla Mostra del cinema di Venezia e ottenere recensioni positive. Trama: Lui è un… a) disoccupato in crisi b) camorrista in crisi c) operaio in crisi d) prete in crisi …interpretato da un bravissimo… a) Elio Germano b) Pierfrancesco Favino c) Valerio Mastandrea d) Toni Servillo …vive una vita vuota e ripetitiva fino a quando, una sera, tornando a casa, si imbatte nella sua vicina di pianerottolo… a) Una disoccupata che in passato è stata stuprata b) Una commessa che si droga c) Una puttana che ha un figlio segreto d) Una commessa che fa la puttana part time e ha un figlio segreto che si droga 16 …magistralmente interpretata da… a) Alba Rohrwacher b) Alba Rohrwacher c) Alba Rohrwacher d) Alba Rohrwacher Tra i due nasce un amore travolgente, sullo sfondo di una… a) Napoli fatiscente b) Napoli mai così lontana dalla Napoli da cartolina c) Napoli assolata e torbida d) Napoli mai così oscura e spietata …finché, per uno scherzo del destino, lui scopre la verità che lei non ha avuto il coraggio di rivelargli per paura di rovinare tutto. Ma lui non la abbandona e, insieme, si aggrappano all’amore e alla speranza di… a) Aprire un bar b) Aprire un bar con sala giochi c) Aprire un bar con sala giochi e souvenir d) Apire un bar con sala giochi, souvenir e ceramiche fatte da lei Tutto sembra andare per il meglio ma, proprio quando lei scopre di essere incinta… a) Muore uccisa dalla Camorra b) Muore uccisa dalla Camorra dando alla luce il figlio c) Muore investita da un’auto della Camorra d) Muore contagiata da una malattia della Camorra Rimasto solo, lui… a) Torna alla vecchia vita ma viene ucciso dalla Camorra b) Decide di vendicarla ma viene ucciso dalla Camorra c) Prova a fuggire da Napoli ma viene ucciso dalla Camorra d) Decide di uccidersi ma viene ucciso dalla Camorra SCENARI // Chi ha paura del successo? prima uscita incasso nel periodo incasso totale 2000 ›› Chiedimi se sono felice di Aldo Baglio, Giacomo Poretti, Giovanni Storti e Massimo Venier ›› Bodyguards di Neri Parenti ›› Pane e tulipani di Silvio Soldini 15/12/2000 22/12/2000 3/3/2000 17.787.709 5.649.744 5.497.390 28.458.895 9.972.363 5.501.696 2001 ›› L’ultimo bacio di Gabriele Muccino ›› Chiedimi se sono felice di Aldo Baglio, Giacomo Poretti, Giovanni Storti e Massimo Venier ›› Merry Christmas di Neri Parenti 2/2/01 13.106.949 13.108.510 15/12/2000 21/12/01 10.671.186 9.805.139 28.458.895 15.144.832 11/10/02 26.082.536 26.197.231 2002 ›› Pinocchio di Roberto Benigni ›› La leggenda di Al, John e Jack di Aldo Baglio, Giacomo Poretti, Giovanni Storti e Massimo Venier ›› Natale sul Nilo di Neri Parenti 13/12/02 20/12/02 19.191.396 18.920.747 22.266.459 28.297.578 2003 ›› Natale in India di Neri Parenti ›› Il paradiso all’improvviso di Leonardo Pieraccioni ›› La finestra di fronte di Ferzan Ozpetek 19/12/03 19/12/03 28/2/03 16.023.324 11.499.909 10.807.587 19.189.345 24.954.365 10.813.276 2004 ›› Il paradiso all’improvviso di Leonardo Pieraccioni ›› Christmas in Love di Neri Parenti ›› Tu la conosci Claudia? di Aldo Baglio, Giacomo Poretti, Giovanni Storti e Massimo Venier 19/12/03 17/12/04 13.454.456 11.499.587 24.954.365 17.442.166 15/12/04 10.776.918 16.877.871 2005 ›› Natale a Miami di Neri Parenti ›› La tigre e la neve di Roberto Benigni ›› Manuale d’amore di Giovanni Veronesi 16/12/05 14/10/05 18/3/05 14.889.777 14.791.015 14.015.379 21.236.905 14.864.479 14.015.865 2006 ›› Il mio miglior nemico di Carlo Verdone ›› Natale a New York di Neri Parenti ›› Notte prima degli esami di Fausto Brizzi 10/3/06 15/12/06 17/2/06 18.595.807 18.303.918 12.462.807 18.596.201 23.569.676 12.467.727 2007 ›› Natale in crociera di Neri Parenti ›› Manuale d’amore 2 (Capitoli successivi) di Giovanni Veronesi ›› Una moglie bellissima di Leonardo Pieraccioni 14/12/07 19/1/07 14/12/07 19.293.910 19.031.518 14.746.931 23.461.758 19.031.590 20.030.324 2008 ›› Natale a Rio di Neri Parenti ›› Grande, grosso e...Verdone di Carlo Verdone ›› Scusa ma ti chiamo amore di Federico Moccia 19/12/08 7/3/08 25/1/08 17.675.144 12.940.795 12.670.074 24.678.792 12.940.795 12.670.074 2009 ›› Natale a Beverly Hills di Neri Parenti ›› Cado dalle nubi di Gennaro Nunziante ›› Italians di Giovanni Veronesi 18/12/09 27/11/09 23/1/09 16.479.369 12.787.578 12.159.598 20.983.634 14.083.285 12.159.598 2010 ›› Benvenuti al sud di Luca Miniero ›› Io, loro e Lara di Carlo Verdone ›› Natale in Sudafrica di Neri Parenti 1/10/10 5/1/10 17/12/10 29.699.918 15.788.992 14.138.278 29.872.728 15.789.256 18.654.579 2011 ›› Che bella giornata di Gennaro Nunziante ›› Qualunquemente di Giulio Manfredonia ›› Immaturi di Paolo Genovese 5/1/11 21/1/11 21/1/11 43.474.380 15.883.605 15.181.131 43.474.380 15.883.653 15.181.181 2012 I TRE MIGLIORI INCASSI ITALIANI DEGLI ULTIMI 13 ANNI ›› Benvenuti al nord di Luca Miniero ›› Immaturi-Il viaggio di Paolo Genovese ›› Posti in piedi in paradiso di Carlo Verdone 18/1/12 4/1/12 2/3/12 27.193.895 11.820.941 9.323.514 27.193.895 11.820.941 9.323.901 Fonte: dati Cinetel 17 SCENARI // Chi ha paura del successo? E x p l o i t 10 e f l o p , domande a registi e produttori diStefano Stefanutto Rosa “Il maggior successo ‘reputazionale’? Compagni di scuola, nessuno se l’aspettava. E se non ricevetti subito un attestato di stima come autore lo si deve al fatto che ero quello che faceva anche gli sketch in tv. La solita insopportabile diffidenza del critico ortodosso verso un comico che sta mostrando un’altra parte della sua anima. Che poi è quella vera”, afferma Carlo Verdone. Allo stesso quesito e ad altri ancora rispondono, senza reticenze, Argento, Bellocchio, Montaldo, Placido, e i produttori Barbagallo, Cerri, Corsi e Romoli, Gianani, Giuliano, Valsecchi e Volpi. Quale è stato il film di maggior successo commerciale della sua carriera e se l’aspettava? Quale è stato il maggior successo ‘reputazionale’ della sua carriera e se l’aspettava? Quale è stato l’insuccesso commerciale più inatteso della sua carriera e quali i motivi? Quale è stato il maggior insuccesso ‘reputazionale’ più doloroso della sua carriera e quali le cause? Nella sua esperienza la fortuna commerciale e quella ‘reputazionale’ nella maggior parte dei casi coincidono o divergono? 18 1 6 2 7 3 8 4 9 5 10 Preferirebbe vincere il Leone d’oro a Venezia e incassare meno di 300mila euro o incassare 10 milioni di euro e essere stroncato da tutta la critica e perché? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi della rete nella costruzione del successo? Indichi tre grandi successi del cinema italiano. Indichi tre grandi insuccessi del cinema italiano. Perché la cultura italiana continua a guardare con grande diffidenza i prodotti di successo commerciale ? SCENARI // SCENARI // Chi ha paura del successo? Ovviamente vincere il Leone d’oro. Anche se mi vergognerei per l’incasso col produttore, verso il quale ho sempre avuto molto rispetto. Ma una porcheria mi farebbe ancora di più vergognare perché avrei rubato soldi al pubblico. 6 7 La rete crea “celebrità”. Crea “casi”. Non crea nessun vero “eroe”. Un protagonista lo si individua nel tempo e ammirandolo o su un grande schermo o su un palcoscenico. 8 9 La dolce vita, Ladri di biciclette, Una giornata particolare. Non saper imporre film italiani all’estero, non gradire i film in lingua originale con i sottotitoli, precipitarsi a fare il remake della prima commedia straniera per avere un enorme successo in Europa. CARLO VERDONE 1 Difficile dare una risposta perché bisognerebbe fare il calcolo delle presenze. In quanto Viaggi di nozze incassò in totale quasi 29/30 miliardi in lire. Il mio miglior nemico complessivamente quasi 21 milioni di euro. In ogni caso non mi sono mai aspettato dai miei film delle cifre molto alte. Non faccio mai previsioni perché è impossibile farle. Far entrare gente è importante. Ma più importante è come farla uscire. 2 Credo Compagni di scuola. Nessuno se lo aspettava. E se non ricevetti subito un attestato di stima come autore, lo si deve al fatto che ero quello che faceva anche gli sketch in tv. La solita insopportabile diffidenza del critico ortodosso verso un comico che sta mostrando un’altra parte della sua anima. Che poi è quella vera. 3 Non ho mai fatto perdere nella mia carriera nessun produttore con film diretti ed interpretati da me. Possiamo citare C’era un cinese in coma come un film che fece molto meno del dovuto. Ma alla fine portò 5 miliardi di lire a casa. E ne costò due e mezzo. Se ci mettiamo le vendite televisive, con conseguente rivalutazione del film, posso dire che in 20 anni solo quel film mi deluse come risultato. Ma è normalissimo nella carriera di un attore regista avere una battuta d’arresto. Presi quel risultato con filosofia e me ne uscii di scena per due anni. Viaggiai molto con i miei figli e preparai un rinnovamento in punta di piedi con un buon film Ma che colpa abbiamo noi. Spesso il modo migliore per non perdere la battaglia è non partecipare a nessuna battaglia. 4 Non saprei dire se Il bambino e il poliziotto si possa considerare un insuccesso ‘reputazionale’. Forse no. Semmai il fatto che, arrivando da un film come Compagni di scuola, necessitava da parte mia una maggiore attenzione verso un soggetto altrettanto importante. Ma è anche vero che quell’anno fu molto depressivo dal punto di vista privato e non avevo idee ed energia. Quel soggetto me lo diedero Leo Benvenuti e Piero De Bernardi. Era per un film mai fatto, scritto 10 anni prima. 10 Qualche volta hanno ragione perché i prodotti di successo commerciale si rivolgono alla curva sud e puntano solo a un incasso “furbo” con i soliti temi. Altre volte sbagliano perché pensano che ridere non sia una cosa seria. E perdono di vista magari una buona commedia. Ma è anche vero che di buone commedie, allo stato attuale, non se ne vedono molte. ANGELO BARBAGALLO Bibi Film Tv 1 2 3 La stanza del figlio. Non me l’aspettavo. La meglio gioventù e no, non me l’aspettavo. Fortapásc. Era passato troppo poco tempo dall’uscita di Gomorra: il pubblico non era pronto a vedere un altro film sul tema della camorra, anche se affrontato con tono diverso. Non so rispondere, perché non credo di aver avuto un insuccesso ‘reputazionale’ così doloroso. Metà e metà. Sceglierei l’incasso. Di riconoscimenti ne ho avuti. Vedo solo vantaggi. Lo svantaggio sta nel non saper usarla per promuovere i nostri film. Ovviamente non sto parlando della pirateria, il problema più grande del nostro cinema in questo momento. Se non sapremo affrontarla, la pirateria renderà impossibile la sopravvivenza dei produttori di contenuti. Checco Zalone, L’ultimo bacio, Benvenuti al sud. Amici miei. Come tutto ebbe inizio di Neri Parenti, Dracula 3D di Dario Argento e Barbarossa di Renzo Martinelli. Perché spesso, anche se non sempre, sono film brutti e poco divertenti. Incassano moltissimo, volere anche i complimenti mi sembra chiedere un po’ troppo. Il mondo della cultura italiana forse è un po’ snob, ma non l’ho sentito criticare Quasi amici, Benvenuti al sud e Colpi di fulmine. 4 5 6 7 8 9 10 5 Non sempre coincidono. Per esempio credo di avere più reputazione ora rispetto a prima. A prescindere da quanto ho fatto incassare o meno. Se sei rimasto in piedi 34 anni un minimo di reputazione devi averla. Ma con l’età si diventa più saggi e anche più sinceri. E forse il pubblico se ne accorge. 19 SCENARI // Chi ha paura del successo? DARIO ARGENTO 1 Dovrei citare due film, Profondo rosso e Suspiria, perché il primo è stato il mio più grande successo in Italia, mentre il secondo lo è stato all’estero: in America, Francia, Giappone. 2 Forse Suspiria in parte me lo aspettavo, poiché si trattò di un giro completo rispetto ai miei primi film e poi perché mi impegnai in modo molto profondo nella realizzazione e nella messa in scena del film. 3 Per l’insuccesso commerciale indicherei Giallo, che in Italia è uscito solo in DVD. Le ragioni del suo insuccesso sono molteplici e ne citerei solo alcune: la produzione americana che si intromise troppo nel processo creativo e realizzativo e l’inesperienza che la stessa dimostrò nel momento della distribuzione. 4 5 In questo caso ripeterei Giallo, che è stato poco visto e su cui è stato poco scritto. Nella mia esperienza di solito coincidono con uno strano destino: i miei film nel mio paese sono stati apprezzati di più a distanza di anni dalla loro prima uscita. 6 7 Preferirei la seconda opzione perché ci sarà poi tempo per essere apprezzati dalla critica. I vantaggi sono notevoli visto che in rete si dibatte molto sui film e questo diventa veicolo di diffusione per il prodotto. 8 9 10 La dolce vita, La vita è bella e C’era una volta in America. Di insuccessi nel cinema italiano ce ne sono stati più d’uno, mi riesce difficile indicarne solo tre. È un dilemma che non ho mai saputo risolvere. PIETRO VALSECCHI Taodue Film 1 Una bella giornata, che è stato il film italiano di maggior incasso mai realizzato. Devo ammettere che anche se le aspettative erano alte (il primo film di Checco Zalone, Cado dalle nubi, era stato un campione di incassi), non mi sarei aspettato un risultato addirittura storico. 2 Un eroe borghese dedicato alla figura di Giorgio Ambrosoli, uno dei primissimi film che ho realizzato. È stato un film molto sofferto, realizzato in un momento storico particolare - durante il periodo di Mani Pulite - ed ha condensato in sé quella sintesi di rigore narrativo e capacità di creare emozione che sono gli elementi che amerei vedere al cinema. È stato un film coraggioso, importante, che mi ha dato grandissime soddisfazioni, sia da parte del riscontro del pubblico che dell’apprezzamento di una certa critica che è spesso un po’ prevenuta. Ed è un film che ancora è “vivo”, viene proiettato nelle scuole, in manifestazioni pubbliche e sa ancora suscitare emozione e dibattito. 20 3 Ci sono due film che hanno deluso dal punto di vista commerciale. In entrambi lo sviluppo del lavoro è stato molto tormentato in quanto non ho condiviso l’approccio dei registi e ho dovuto combattere molto con loro per trovare la “quadra”. C’era un’idea che appassionava, ma i registi li hanno trasformati in film “privati”. È difficile, solo pochi grandi autori riescono a raccontare il loro mondo e a renderlo universale: nei due casi citati invece la sensazione che il film non si “offrisse” al pubblico l’avevo anche prima dell’uscita e purtroppo ne ho avuto conferma dal riscontro in sala. 4 5 Fortunatamente non ricordo titoli che hanno fatto vacillare la mia reputazione di produttore. Nella mia esperienza hanno coinciso nella maggior parte dei casi, però attenzione: più fortuna commerciale hanno i film e più nasce l’invidia. Purtroppo in Italia una certa critica premia di più chi fa cinema parlando a se stesso o a una stretta cerchia di pubblico, mentre chi cerca nuove storie, nuovi talenti, nuovi linguaggi viene attaccato. Il problema è che il nostro cinema è sempre più una balena “spiaggiata”, incrostata di piccoli interessi, parassitismo, e quando qualcuno ce la fa si viene subito attaccati. La verità è che nel nostro paese il successo non si perdona a nessuno. 6 Verrebbe da rispondere che il Leone d’oro dovremmo darlo alla maggior parte dei film italiani che purtroppo non arrivano a 300mila euro di incasso. A parte gli scherzi, mi tengo i 10 milioni e sapete quanti Leoni d’oro posso comprarmi! 7 Se parliamo della rete come strumento promozionale e di diffusione del cinema, soprattutto per il pubblico più giovane, sicuramente le potenzialità sono enormi. Tuttavia va assolutamente affrontato il problema della pirateria on line che rischia seriamente di distruggere il cinema, privandolo delle risorse economiche che consentono di continuare ad investire sul prodotto. 8 9 Roma città aperta, Il sorpasso, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Nella storia del cinema italiano ci sono stati grandi insuccessi che nel corso degli anni sono stati rivalutati e sono diventati delle pietre miliari come Il gattopardo, che costò una cifra enorme e che portò il produttore Lombardo ad abbandonare la produzione cinematografica e a dedicarsi alla distribuzione. Un altro esempio è quello di Miracolo a Milano, che partì come insuccesso in Italia e si tramutò in successo vincendo la Palma d’oro a Cannes. Oppure, per restare a casi più recenti, ricordo film d’autore su cui erano concentrate grandi aspettative che poi sono andate deluse, come La condanna di Marco Bellocchio da me prodotto. 10 Perché siamo schiavi dell’ideologia. KEYWORDS 1) successo commerciale 2 ) s u c c e s s o r e p u ta z i o n a l e 3) insuccesso commerciale 4 ) i n s u c c e s s o r e p u ta z i o n a l e 5) fortuna 6) L e o n e d’o r o o i n c a s s o 7) rete, pro e contro 8 ) e x p l o i t i ta l i a n i 9 ) f l o p i ta l i a n i 1 0 ) c u lt u r a v s . s u c c e s s o SCENARI // Chi ha paura del successo? be le cose. Dovendo compiere una scelta ardua, dipenderebbe dal momento della vita in cui mi trovo, per propendere verso una scelta di vanità o di concretezza. La rete connessa alla promozione di un film è un mondo che stiamo scoprendo adesso. È un mezzo di comunicazione di una potenza incommensurabile ma molto difficilmente governabile. Dipende anche dal progetto che si ha per le mani. Non tutti i prodotti si prestano ad un utilizzo diffuso della rete. 7 8 9 10 Se consideriamo gli ultimi dieci anni direi Gomorra di Matteo Garrone, Il Divo di Paolo Sorrentino e Benvenuti al sud di Luca Miniero. Vorrei indicare solo i titoli da me prodotti MARCO BELLOCCHIO 1 2 3 4 5 6 Nel mondo I pugni in tasca, in Italia La Cina è vicina (calcolando l’inflazione). I pugni in tasca. Non me l’aspettavo. Gli occhi, la bocca. La mia scelta, sbagliata, del protagonista. Insuccesso e dolore non vanno necessariamente insieme. A metà. È ovvio che preferirei incassare 10 milioni di euro perché sarei più libero di fare il film successivo. Anche perché spesso la critica sbaglia o capisce con molto ritardo… La domanda è sciocca. Non lo so. Non navigo in rete. Penso a un numero maggiore. Non rispondo Penso a un numero maggiore. Non rispondo Quale cultura? Domanda troppo generica. E poi penso il contrario. Leggo spesso di sopravvalutazioni di film insignificanti. 7 8 9 10 MARIO GIANANI Wildside 1 2 3 Com’è bello far l’amore di Fausto Brizzi. Me l’aspettavo considerando i film da me precedentemente prodotti! Private di Saverio Costanzo. Non me l’aspettavo. Pazze di me di Fausto Brizzi. I motivi possono riscontrarsi nella scelta del cast, non così conosciuto al grande pubblico, e nel posizionamento nella stagione, che lo ha visto confrontarsi con grandi titoli internazionali. Nessuno per fortuna, al momento. 4 5 6 Forse perché spesso non sono belli. TILDE CORSI e GIANNI ROMOLI R&C Produzioni 1 La finestra di fronte di Ferzan Ozpetek. Ci aspettavamo che andasse abbastanza bene perché venivamo sia noi che il regista dal grande e inatteso risultato de Le fate ignoranti. Ma mai avremmo pensato che un film drammatico avrebbe vinto il Biglietto d’oro insieme ai cinepanettoni. 2 Le fate ignoranti. Successo assolutamente inatteso e iniziato prima all’estero, in concorso al festival di Berlino, dove venne accolto molto bene sia dal pubblico che dalla stampa internazionale. Molto meno da quella italiana che poi si è ricreduta negli anni successivi. 3 20 sigarette di Aureliano Amadei: opera prima che ebbe una calorosissima e unanime accoglienza del pubblico sia alla Mostra di Venezia, dove venne premiato, sia ovunque venisse presentato. Tutto questo ci illuse di avere tra le mani un ‘film sorpresa’ al botteghino. In sala invece ebbe il solito scarso risultato di quasi tutte le opere prime, forse perché il tema di ‘Nassirya’ era più respingente di quanto avevamo supposto. 4 Non c’è stato. Perché, anche se abbiamo fatto molti film di insuccesso - soprattutto opere prime -, ci è sempre stata riconosciuta la qualità produttiva. 5 Nella nostra coincidono. Caso clamoroso La finestra di fronte, terzo incasso italiano dell’anno 2003 e vincitore di innumerevoli premi. Ma anche Le fate ignoranti e Saturno contro premiati da incassi sempre oltre gli 8 milioni e oggetto di molti premi nazionali e internazionali. 6 Essendo in due a produrre, siamo costretti per sincerità a scegliere tutte e due le opzioni. Tilde preferisce i soldi. Gianni invece il Leone d’oro (forse perché, oltre a produrli, spesso li scrive). 7 Se non hai in mano un vero blockbuster potenziale serve a poco. Diciamo così, forse, perché siamo stati scottati dal totale insuccesso de L’amore è imperfetto di Francesca Muci lanciato esclusivamente sulla rete. O forse perché siamo ‘antichi’… E poi non dimentichiamo che la cultura della rete fa proliferare il pirataggio dei film che è un modo selvaggio di sottrarre i giusti incassi a chi i film li finanzia molto faticosamente. Coincidono solo in rari casi. Come sopra. È raro il caso in cui puoi ambire ad entram- 21 SCENARI // Chi ha paura del successo? 8 9 10 Tra quelli recenti: La migliore offerta, Gomorra, Che bella giornata. Tra quelli recenti: Reality, Pazze di me, Quando la notte. Non è più così. Anche il pubblico colto ormai è attratto e addirittura un po’ in soggezione rispetto ai risultati numerici e poi negli ultimi anni c’è stata una rilettura e rivalutazione critica di tutta la produzione commerciale, anche di serie B e C. In Italia dagli anni ’50 in poi ha sempre prevalso una cultura ideologica che separava in maniera totalmente manichea il cinema d’autore da quello di intrattenimento. Non dimentichiamoci che anche la ‘Commedia all’italiana’, ora ampiamente nobilitata, ai suoi tempi non raccoglieva buone critiche. Ma oggi anzi è molto di moda giudicare i film anche in base ai loro incassi. 3 Pummarò, il mio esordio alla regia del 1990, uno tra i primi docufilm sull’immigrazione africana in Italia. Il film non poteva certo riempire le sale, perché il protagonista era un ragazzo africano sconosciuto. Tuttavia Pummarò ottenne delle buone recensioni, andò a Cannes alla Quinzaine, e come docufilm ha avuto un certo successo nelle reti televisive, ricordo che lo acquistò Channel 4. 4 montaldo Ovunque sei, in concorso alla Mostra di Venezia, una storia di fantasmi con Stefano Accorsi, Violante Placido e Barbora Bobulova. Venne fischiato in sala, ma si sa al Lido è successo a tanti altri. Tuttavia il film, respinto dalla critica, andò discretamente in sala, infatti la stampa scrisse: Ovunque sei fischiato a Venezia, ma ai primi posti nel box office. 5 Io cerco una mia qualità che è rivolta al pubblico, a differenza di quei registi che cercano di mantenere una loro linea. Ma il pubblico cambia, perché muta la società, e noi registi dovremmo adeguarci a questo cambiamento. Il cinema americano ha la grande umiltà di lasciare da parte l’autorialità per capire le necessità degli spettatori. Negli Anni ‘60 gli stessi produttori, da Ponti a De Laurentiis, obbligavano i grandi sceneggiatori a scrivere sia film commerciali per Totò sia film impegnati per Fellini. Manca a certi nostri autori l’umiltà di scrivere per il pubblico e non per se stessi. Ammiro Tornatore che, dopo storie ispirate alla sua vita, scrive un film di genere come La migliore offerta e viene ripagato dal pubblico. 6 Istintivamente 10 milioni di euro perché, conoscendo la mia onestà all’interno di quello che vado a raccontare, il premio poi me lo do io. Alla fine per me è il pubblico che conta. 7 Non ho un’esperienza tale da indicare vantaggi e svantaggi. Tuttavia è necessario adeguarsi e allora vorrei uno specialista al mio fianco perché un film arrivi ovunque, dia più informazioni possibili e raggiunga qualsiasi tipo di pubblico, dagli adolescenti ai sessantenni. Per il prossimo mio film mi piacerebbe dialogare con il pubblico attraverso la rete, offrendo informazioni precise del prodotto. 8 C’era una volta in America, Ultimo tango a Parigi e La vita è bella. Il film di Benigni è una favola meravigliosa, è andato bene agli Oscar e in tutto il mondo, nonostante alcuni critici, vedendolo, abbiano storto la bocca. 9 MICHELE PLACIDO 1 Un viaggio chiamato amore piuttosto che Romanzo criminale, anche se le cifre sono vicine. Mi sorprese il suo successo perché era una storia in costume di due poeti: Stefano Accorsi è Dino Campana e Laura Morante è Sibilla Aleramo. Alla Mostra di Venezia il film ebbe contro una parte dei critici scandalizzati perché avevo messo in mutande Sibilla Aleramo, forse si aspettavano un film più intellettuale. Ma nella corrispondenza della donna con il poeta Campana si capiva quanto appassionata fosse la loro storia d’amore, aspetto che avevo evidenziato. Ma la critica s’indispettì anche per la Coppa Volpi vinta da Accorsi. 2 Un eroe borghese, perché è un film di forte impegno civile che racconta la vicenda di Giorgio Ambrosoli. Ma è Romanzo criminale ad aver ottenuto il maggior numero di premi - 8 David di Donatello e 5 Nastri d’argento - e dunque ad avermi dato fama. Soprattutto grazie a un complesso attoriale di primissimo livello, una nuova generazione di interpreti che a sua volta venne lanciata dal film. Romanzo criminale ha poi avuto anche successo internazionale, grazie ai francesi che lo videro al festival di Berlino. 22 Il più recente E la chiamano estate, insuccesso di critica e pubblico. Poi L’odore del sangue, film che ho amato e da me interpretato accanto a Fanny Ardant, un film difficile che non è arrivato al pubblico. E poi Così ridevano, il Leone d’oro di Amelio che non ha avuto fortuna. Avrei messo anche uno dei miei film, ma hanno avuto sempre una buona media d’incasso, compreso Ovunque sei che, nonostante i fischi al Lido, incassò 3,2 milioni. 10 Perché la nostra cultura ha voluto alzare il cinema a valori etici e morali. Il cinema americano sperimenta molto di più in rapporto con il pubblico, ha più coraggio. Tutto italiano è invece credere che il cinema abbia delle formule. Sbagliano i critici quando pretendono che tutti i film commerciali abbiano dei canoni che hanno stabilito loro sul piano del gusto e del significato sociale. Una commedia è semplice intrattenimento e grazie ai suoi incassi si realizzano film autoriali. Del resto è raro che un successo commerciale corrisponda a una grande autorialità, possiamo citare alcune eccezioni: Leone, Benigni e Moretti. montaldo SCENARI // Chi ha paura del successo? LIONELLO CERRI LumiEre & Co. 1 Tra i film che ho prodotto il maggior successo commerciale è stato Giorni e nuvole diretto da Silvio Soldini. Ho creduto molto nel progetto, da subito, e il film ultimato ha confermato le mie aspettative, ma devo dire che non mi aspettavo il successo di pubblico e critica che ha avuto. 9 10 Dal punto di vista degli incassi, l’ultimo film di Fausto Brizzi Pazze di me e i film di Natale italiani usciti nel 2012. Non c’è diffidenza nei confronti di prodotti che coniugano la qualità con il successo commerciale. Quello che la cultura italiana rifiuta sono le “vie facili”, quei progetti che raggiungono un ampio pubblico, ma che spesso sono privi di contenuto. 2 Sicuramente Fuori dal mondo diretto da Giuseppe Piccioni, un successo inatteso dal momento che si trattava del mio primo film come produttore. 3 L’ultimo film prodotto, Il comandante e la cicogna di Silvio Soldini. Pensavo già in fase di sviluppo, e continuo a pensare tuttora, che si tratti di un film molto bello, attuale, che approfondisce, utilizzando i toni della commedia, importanti temi del quotidiano di tutti. 4 La forza del passato di Piergiorgio Gay. Alcune testate importanti non lo hanno nemmeno recensito, nonostante il film fosse stato presentato in concorso alla Mostra di Venezia. 5 6 Direi che divergono: penso di essere un produttore da successi ‘reputazionali’ più che da fortune commerciali. Tra le due opzioni, preferirei, una volta nella vita, incassare 10 milioni di euro. Poi non è detto che la critica abbia sempre ragione. 7 La rete ha diversi vantaggi in termini di comunicazione: può raggiungere un ampio pubblico e, attraverso linguaggi nuovi, può raggiungere anche pubblici nuovi che non sarebbero arrivati al prodotto filmico con i canali di comunicazione “tradizionali”. Tra gli svantaggi, c’è sicuramente il problema della pirateria che continua ad essere molto diffuso; un ulteriore svantaggio, e questa è forse una considerazione più da esercente che da produttore, è la diffusione di una socialità “digitale” che sta pian piano mettendo in discussione il ruolo sociale della sala cinematografica. Tre grandi successi di “oggi” sono Gomorra, Cado dalle nubi, Benvenuti al sud. 8 GIULIANO MONTALDO 1 Sacco e Vanzetti grazie ai due interpreti e alla musica di Ennio Morricone e la ballata con la voce di Joan Baez. Nella prima settimana di programmazione non vennero staccati molti biglietti d’ingresso. Ma, giorno dopo giorno, grazie al “tam-tam” dei giovani, il film entrò prepotentemente nella graduatoria dei migliori incassi. Non solo nel nostro paese. 2 KEYWORDS 1) successo commerciale 2 ) s u c c e s s o r e p u ta z i o n a l e 3) insuccesso commerciale 4 ) i n s u c c e s s o r e p u ta z i o n a l e 5) fortuna 6) L e o n e d’o r o o i n c a s s o 7) rete, pro e contro 8 ) e x p l o i t i ta l i a n i 9 ) f l o p i ta l i a n i 1 0 ) c u lt u r a v s . s u c c e s s o In realtà non si tratta di un film ma della serie tv Marco Polo. Un grande successo di ascolti e la trasposizione in 2 episodi proiettati nelle sale in diversi paesi (è stato venduto e visto in 65 diversi stati). Accanto a me avevo dei grandi professionisti del nostro cinema: il direttore della fotografia Pasqualino De Santis; il costumista Enrico Sabatini; l’architetto Luciano Ricceri; la colonna sonora di Ennio Morricone e il mio collaboratore Vera Pescarolo. Nel cast Burt Lancaster, Anne Bancroft, Leonard Nimoy, Murray Abraham, Riccardo Cucciolla e il protagonista Ken Marshall e tanti arabi, mongoli, tibetani e cinesi. Era un prodotto per le televisioni ed è diventato anche un film. 23 SCENARI // Chi ha paura del successo? 3 Una bella grinta, il mio secondo lavoro dietro alla macchina da presa. Un film a bassissimo costo, con una troupe di 7 persone, ambientato a Bologna. Gli attori: Renato Salvatori, Norma Bengell, Antonio Segurini e, per gli altri ruoli, solo “incontrati per strada”. Il film, inaspettatamente, venne presentato in concorso al Festival di Berlino. Ottima accoglienza. Premio della Giuria e Premio del Senato (un premio in marchi, quasi il costo del film). Il tema forte. Una distribuzione debole. Poche copie con l’uscita nelle sale nel mese di agosto. 4 Il mio esordio nella regia è Tiro al piccione. Il produttore Alessandro Jacovoni mi offrì di dirigere il mio primo lavoro dal racconto biografico di Giose Rimanelli, la storia di un ragazzo - nato e cresciuto in una scuola e in una famiglia fascista - che s’arruolava volontario tra i “repubblichini” di Salò. Dopo la dolorosa e drammatica avventura il protagonista scopriva che la Patria era dall’altra parte e non dalla “sua”. Ho pensato che si poteva proporre questa storia e non avevo ben capito che questo tema veniva affrontato per la prima volta. Allora (1960) il tentativo di un dialogo tra sinistra e destra era giudicato “blasfemo”. L’ho capito, con dolore, quando il film è stato presentato alla Mostra di Venezia. La critica di sinistra e di destra hanno sparato al Tiro al piccione e il “piccione” ero io. Un dolore forte, indimenticabile. 5-6 Si spera che successo commerciale e quello “reputazionale” siano il più felice dei matrimoni. Ma se realizzi dei film che narrano la tua insofferenza per l’intolleranza spesso - parte della critica - è “costretta” alla stroncatura. Accade che, dopo anni, il film venga riabilitato. 7 Quasi tutti i miei lavori vengono trasmessi a notte fonda. Gli inserzionisti pubblicitari preferiscono interrompere con gli spot delle storie meno… problematiche. 8 La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo; C’era una volta in America di Sergio Leone; La grande guerra di Mario Monicelli. Non ho citato i citatissimi film di Rossellini, De Sica, Fellini e di tanti altri. 9 10 Roma ore 11 di Giuseppe De Santis, Italiani brava gente dello stesso autore. Da tempo sogno un Festival dedicato ai “Martiri della Qualità”, per ricordare i film dei registi che, con i loro incassi, hanno consentito l’esordio di tanti altri giovani registi. Per loro una pallina di critica e straordinari successi di pubblico. È grazie a loro che sono riuscito a realizzare il mio primo film. GRAZIA VOLPI Kaos Cinematografica 1 Per “successo commerciale” non ci si deve riferire unicamente al mercato italiano (come molti fanno) ma piuttosto a quello internazionale. Da sempre questo è stato il mio obiettivo così come mi è stato trasmesso dal mio maestro Giuliani G. De Negri, primo produttore dei fratelli Taviani, al quale mi sono associata dopo aver esercitato per qualche anno il ruolo di organizzatore generale in tutti i film da lui prodotti e dal quale ho ereditato la produzione dei geniali film dei Taviani. Per merito sia di Giuliani che dei Taviani ho sempre realizzato film di coproduzione europea e, nel caso di Good morning Babilonia, anche in associazione con gli Stati Uniti. I film di maggior successo commerciale? Padre padrone, La notte di San Lorenzo e Cesare deve morire, tutti premiati da grandi festival internazionali e tutti realizzati “a basso costo”. Mi aspettavo il loro successo perchè ho sempre pensato che il cinema culturale e quello commerciale non sono necessariamente “nemici”. Infatti, mentre il mercato italiano tende ad evitare il cinema d’autore secondo il concetto che il cinema culturale e quello commerciale sono inconciliabili, nel resto del mondo (in Francia in particolare) i film premiati ottengono sempre anche il successo commerciale. Tutti noi dovremmo modificare quel disprezzo per la cultura che porta addirittura uomini del governo a dire “con la cultura non si mangia” invece di far sì che, con l’introduzione del cinema nelle scuole o in molti altri modi, si crei un gusto del pubblico che apprezzi il cinema come un prodotto d’arte e di cultura, e non solo di pura evasione. 2 Devo rifarmi ai tre titoli appena citati, perché i film premiati a Venezia, Cannes e Berlino sono stati i maggiori successi “reputazionali” e, di conseguenza, anche commerciali. 3 Tre film, non di basso costo e di registi diversi, da cui mi attendevo tanto successo non solo perchè mi piacevano molto, ma anche perchè avevano un cast notevole, sia nel senso di bravura che di fama tale da aiutare il box office. Negli Anni ‘80 Figlio mio infinitamente caro di Valentino Orsini, negli Anni 2000 Il padre e lo straniero di Ricky Tognazzi, tratto dal romanzo di Giancarlo De Cataldo, e sempre in questi ultimi anni il film dei Taviani La masseria delle allodole, tratto dal romanzo di Antonia Arslan e con un cast di fama internazionale. Soprattutto per quest’ultimo film aspettavo il maggior successo in assoluto, per la qualità del prodotto, per il tema e per i costi sostenuti. Non dimentichiamo che per valutare il successo 24 SCENARI //Chi ha paura del successo? commerciale bisogna rapportare gli introiti al costo. Non è difficile capire i motivi di queste delusioni da box office: tutti quanti affrontano temi dolorosissimi: da quello della droga (in un momento in cui il problema era particolarmente sofferto) a quello dei figli disabili( problema rifiutato e difficile da trattare); infine il tema importantissimo del genocidio degli armeni da parte dei turchi, affrontato nel momento in cui la Turchia stava per entrare nella Unione Europea con la condizione posta dalla Francia di riconoscere tale genocidio. Tutto questo quando in Italia trionfava la “moda” del film commedia. 4 Non vedo nella mia carriera alcun doloroso insuccesso “reputazionale”, anche se devo ammettere che qualche tentativo di affrontare la commedia non ha aiutato la mia reputazione di produttore impegnato. 5 In generale le due cose devono coincidere e non divergere: fortunatamente è andata sempre così nella mia attività produttiva. 6 Indubbiamente preferirei vincere il Leone d’oro, ma non vorrei apparire un imprenditore inefficiente. Non posso però dimenticare che il mio ‘maestro’ dichiarava: “Non voglio essere chiamato produttore, ma operatore culturale”. E da questa teoria è nato il mio amore per il cinema. 7 Assurdo che un elemento così importante per aumentare le occasioni di mercato e la visibilità del prodotto cinematografico non sia aiutato da regole legislative che impediscano il suo utilizzo nella pirateria. La rete è uno strumento per una nuova fase di sviluppo del cinema. 8 Non essendo ipocrita, ma orgogliosa e innamorata dei miei film, dovrei parlare di nuovo delle opere dei Taviani, ma tanti sono i film italiani di successo che non me la sento di citarne solo tre. Ricordando che il nostro cinema, partendo dal Neorealismo, è stato l’ispiratore del grande cinema perfino negli Stati Uniti (come Martin Scorsese ha raccontato in modo più che lusinghiero). Scegliere tre film vorrebbe dire ignorare Rossellini, De Sica, Visconti, Antonioni, Fellini e molti altri senza trascurare i giovani di oggi. 9 Non trovo una risposta, forse per delicatezza nei confronti dei miei colleghi o perchè amo troppo il cinema italiano. 10 Trovo sbagliata questa domanda. Quella che farei io sarebbe: perché il mercato italiano continua a guardare con grande diffidenza i prodotti culturali? Ricordiamoci anche che quando i critici fanno la recensione di un film non conoscono ancora i risultati del box office, perciò non si può parlare di diffidenza per i prodotti di successo commerciale. NICOLA GIULIANO IndiGo Film 1 2 This Must Be The Place. Direi di sì. Non credo stia a me dirlo. Senz’altro tutti film di Paolo Sorrentino. Non tralascerei La ragazza del lago, La doppia ora, La bocca del lupo e La kryptonite nella borsa. 3 Forse Hai paura del buio, come incasso al box office. La sua uscita ha coinciso con la consacrazione della crisi al botteghino del film puramente arthouse. 4 Le critiche fanno sempre molto male, ma si accettano con fair play. E sono molto orgoglioso di tutti i film che ho prodotto. 5 Non sempre. Non ho prodotto film che abbiano mai veramente fatto sconquassi al box office. Gioco in un campionato diverso. Mai dire mai, però. 6 Vincere il Leone ed incassare 10 milioni ovviamente. Se devo scegliere, e la domanda si riferisce allo stesso film, prendo i 10 milioni. Ormai il nostro mercato non perdona più l’insuccesso commerciale e quell’incasso mi permetterebbe una serie di operazioni meno commerciali e più rischiose. 7 Non vedo svantaggi. La rete è un formidabile nuovo strumento di promozione ed è il futuro della distribuzione. Un futuro che in altri paesi è già arrivato e da noi tarda a giungere per una miope e suicida scelta di non contrasto legislativo alla pirateria. 8 Nell’intera storia del cinema, in quella recente? Fino a quando? Nel rapporto costi/incassi? O in quello costi/ qualità/ riconoscimenti/ incassi? La domanda è troppo generica. Cito solo un film allora, ovviamente non mio. Le quattro volte di Michelangelo Frammartino. Un capolavoro italiano misconosciuto in patria e che ha conquistato il mondo. 9 10 Idem e mi sembra poco elegante chiederlo a un produttore a meno che non risponda solo con tre film suoi. Io la formulerei così: “Perché la critica italiana non guarda più con diffidenza ai prodotti di successo commerciale?”. Scherzo, ma il problema mi sembra veramente superato. Il riconoscimento del valore culturale, per non parlare di quello estetico di un film, la sua risonanza nel milieu culturale mi sembrano oggi ai minimi storici. KEYWORDS 1) successo commerciale 2 ) s u c c e s s o r e p u ta z i o n a l e 3) insuccesso commerciale 4 ) i n s u c c e s s o r e p u ta z i o n a l e 5) fortuna 6) L e o n e d’o r o o i n c a s s o 7) rete, pro e contro 8 ) e x p l o i t i ta l i a n i 9 ) f l o p i ta l i a n i 1 0 ) c u lt u r a v s . s u c c e s s o 25 COSA MI PIACE DEL CINEMA ITALIANO HANS HURCH intervista diMicaela Taroni Non nasconde la sua passione per il nostro paese il direttore del festival di Vienna che visita regolarmente la Mostra di Venezia e che ha scelto L’intervallo di Leonardo Di Costanzo per chiudere l’ultima edizione della Viennale: “ Ha avuto un successo pari a Argo di Ben Affleck. E il pubblico ha amato anche L’estate di Giacomo di Alessandro Comodin, un film pieno di delicatezza e sentimento”. N egli ultimi 15 anni e con un budget piuttosto ridotto è riuscito a rendere la Viennale, con i suoi 100mila spettatori, una stella fissa nell’olimpo dei festival internazionali. Hans Hurch, confermato fino al 2016 alla guida del festival cinematografico non competitivo che si svolge ogni anno a ottobre nella capitale austriaca, ha impresso alla Viennale un carattere cosmopolita e vitale, capace di richiamare un largo pubblico. Non nasconde la sua passione per l’Italia e il suo cinema Hurch, che visita regolarmente la Mostra di Venezia e trascorre le sue vacanze estive ad Amalfi. Come mai ha scelto L’intervallo di Leonardo Di Costanzo per la chiusura dell’ultima edizione della Viennale? Ho visto questo film a Venezia e l’ho trovato molto particolare e indicato per il nostro concorso, a differenza del film di Daniele Ciprì È stato il figlio che invece mi ha deluso, perché poco profondo. La scelta de L’intervallo 26 si è rivelata invece azzeccata, Di Costanzo con il suo esordio ha riscosso un successo di pubblico pari alla produzione americana Argo di Ben Affleck con cui abbiamo aperto la Viennale. Il pubblico è molto più curioso di quanto si pensi, vuole vedere nuovi film di paesi diversi e non pellicole con sempre gli stessi volti noti. La Viennale ha mostrato negli ultimi anni un crescente interesse per il cinema italiano. Quali nostri film hanno avuto maggiore riscontro a Vienna? Nelle edizioni 2010 e 2011 abbiamo avuto un grande successo con L’estate di Giacomo di Alessandro Comodin, un film pieno di delicatezza e sentimento, girato con giovani attori di talento che il pubblico qui a Vienna ha davvero amato. Abbiamo mostrato grandi successi come Habemus Papam alla presenza di Nanni Moretti, ma anche lavori più di nicchia come Palazzo delle Aquile, la storia di diciotto famiglie rimaste senza casa che occupano per un mese, giorno e notte, la sede del municipio di Palermo. Mi colpiscono i film che non si attengono a schemi e cliché. Purtroppo ho notato che le opere italiane sono spesso influenzate nella drammaturgia e nell’estetica dalla televisione. Alcune di loro sembrano delle produzioni televisive. Questo è un peccato perché ne perde il realismo e la vitalità che sono da sempre caratteristiche rilevanti del vostro cinema. In base a quali criteri sceglie i titoli italiani che partecipano alla Viennale? Frequento vari festival e poi mi arrivano molte segnalazioni anche da amici. Non conosco i film più commerciali, quelli per intenderci che vengono prodotti in ogni paese e che perlopiù non vanno all’estero. Questo vale per le pellicole italiane ma anche per quelle francesi e austriache. Quali film italiani recenti l’hanno colpita? Mi è piaciuto molto Vincere per la capacità di Marco Bellocchio di fondere la drammatica vicenda privata con gli eventi storici. Non COSA MI PIACE DEL CINEMA ITALIANO ho invece apprezzato il suo La bella addormentata, troppo semplicistico nelle sue tesi e carico di stereotipi. Un grande successo in Austria è stato Gomorra, un film molto italiano nella tematica ma che tocca lo spettatore per le figure, il linguaggio e anche per la sua caratteristica di film d’azione. Mi ha deluso invece La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo. E pensare che il romanzo di Paolo Giordano mi era tanto piaciuto. È troppo costruito, senza atmosfera, manca la vitalità che traspare dal libro da cui è tratto. Trovo che i personaggi siano un po’ troppo scontati. Anche in questo caso ho rilevato l’influenza della televisione. Habemus Papam ha avuto grande successo alla Viennale. Le è piaciuto? Questo film vive in modo decisivo della personalità di Michel Piccoli, Moretti è stato bravissimo nella scelta del protagonista. Il film contiene alcuni elementi cari al regista, penso alla figura dello psicanalista, alla partita di basket in Vaticano. Moretti fa spesso film “alla Moretti” in cui mette in evidenza le sue qualità sofisticate e intellettuali. Del suo cinema preferisco La messa è finita che trovo straordinario. Non mi ha invece convinto Il Caimano, debole e con poca struttura. I nuovi film contribuiscono a cambiare l’immagine dell’Italia all’estero? Indubbiamente essi formano l’immagine che si ha di un paese. Alcune pellicole confermano gli stereotipi di una nazione, altri li sfatano. Per esempio ne L’estate di Giacomo emerge un elemento molto italiano. È incontestabile che voi prendiate le cose più alla leggera rispetto ad altri, è un aspetto tipicamente vostro. Una commedia inglese ad esempio è molto diversa da una italiana, deve sempre avere un carattere di critica sociale, alla Ken Loach per intenderci. Qual è il segreto del successo della Viennale, che lei dirige dal 1997? Il successo non è solo merito mio, ma è il risultato del solido e leale sostegno che la città di Vienna garantisce al festival. Il comune di Vienna ama la Viennale, mi lascia lavorare liberamente, non s’immischia nelle nostre scelte, non ci sono intrighi come spesso avviene altrove. Ci siamo sviluppati progressivamente negli anni senza forzare la crescita con grandi budget e star. Il fatto che la Viennale non sia competitiva costituisce da questo punto di vista un vantaggio. Siamo riusciti a conquistare la fiducia del pubblico che sa che presentiamo film di qualità anche se non c’è il tappeto rosso ogni sera. Hans Hurch è nato nel 1952 a Schärding, in Austria. Dopo aver studiato storia dell’arte, filosofia e archeologia all’Università di Vienna ha lavorato come giornalista culturale, come esperto di cinema della rivista “Falter” e come autore per diverse testate internazionali, per poi dedicarsi all’organizzazione di retrospettive cinematografiche. Tra il 1986 e il 2000 ha lavorato come assistente alla regia e collaboratore dei lavori cinematografici e teatrali dei cineasti Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, in particolare per La morte di Empedocle (1987), Peccato nero (1989) e Antigone (1992). Tra il 1993 e 1996 si è occupato dell’organizzazione di mostre e rassegne cinematografiche; dal 1997 è il direttore della Viennale, incarico confermatogli sino al 2016. 27 INNOVAZIONI Come ti reinvento il blockbuster FA N POWER! Superfranchise fatti in casa diAndrea Guglielmino 28 “ Saranno i fan a decidere!” Questa frase l’abbiamo sentita spesso, in coda a interviste a registi e produttori, circa il destino commerciale di un determinato franchise. Ci sarà un sequel? “Saranno i fan a decidere”. Il tal attore riprenderà il ruolo di tal personaggio? “Saranno i fan a decidere”. È un’iperbole, chiaro , per indicare che, in definitiva, gli incassi al botteghino sono il fattore determinante. Per lo più, poi, se i fan sono delusi si limitano a lamentele sui forum online, come quelle che hanno devastato la reputazione di Brandon Routh, l’attore statunitense ‘colpevole’ di aver incarnato sullo schermo, in maniera inadatta, l’Indagatore dell’incubo Dylan Dog, tra i più amati personaggi dei fumetti italiani. Ma a volte, qualcuno impugna una videocamera e si mette al lavoro da sé. Ecco cosa accade quando il pubblico “decide” per davvero. La maggior parte delle volte i cosiddetti ‘fan film’ sono prodotti di stampo amatoriale, fatti da amici e per amici, con budget inesistenti e mezzi che non si potrebbe che definire “poveri”. Qualcuno si arena dopo aver girato e montato un paio di scene. Ma alle volte, i risultati sorprendono. Naturalmente, si tratta di prodotti realizzati senza alcun fine di lucro – il che li salva da rischi notevoli di violazione del diritto d’autore – per cui sembrerebbe impossibile trovare delle fonti di finanziamento. Che spesso invece ci sono e sono… altri fan, che pur di vedere un film sul proprio beniamino realizzato secondo certi crismi sono disposti a partecipare economicamente alla produzione, con piccole o grandi somme, magari in cambio di una visita sul set, di un dvd o del piacere di vedere il proprio nome scorrere sui titoli di coda. Lo sforzo produttivo è dunque il primo elemento che distingue un vero ‘fan film’ da un semplice filmato in cui qualcuno si traveste da supereroe per far ridere la fidanzata. Il secondo è l’utilizzo di un linguaggio squisitamente cinematografico: tutto è curato, come se si trattasse di una vera produzione. C’è una sceneggiatura, ci sono delle inquadrature, un montaggio, cura della fotografia, dei costumi, del suono e degli effetti speciali. Il budget è chiaramente limitato, ma alcuni di questi prodotti, a una prima occhiata, sembrano davvero realizzati per il cinema o la televisione. La distribuzione, oggi, avviene prevalentemente online, tramite canali conosciuti come YouTube o direttamente sui siti degli autori. Ci sono anche portali specializzati in ‘pop-culture’ che ospitano una ricca sezione, come theforce.net, che ha iniziato con Guerre Stellari e poi si è espanso a tutti i generi, o superherohype.com, che si interessa particolarmente di fumetti e supereroi. Com’è facile immaginare, proprio la grande diffusione dei mezzi di distribuzione online ha incoraggiato negli ultimi anni lo sviluppo di tali progetti, il cui ritmo di produzione fino alla seconda metà degli anni ’90 era decisamente più rarefatto. Altri luoghi deputati alla circolazione di fan film, specie in Usa, sono le grosse fiere di fumetto come il ComiCon, dove si organizzano spesso anteprime antecedenti la messa online, donando alla visione un carattere ‘esclusivo’ che fa impazzire i frequentatori, sempre a caccia dell’evento da raccontare all’invidioso amico che è rimasto a casa. Solitamente, per motivi di budget, ci si attiene a minutaggi brevi, variando dal corto al mediometraggio ed è variabile anche la “formula”: c’è chi inventa una nuova storia e la mette in scena, chi monta un finto trailer di un film in (altrettanto finta) uscita, chi riutilizza, rielabora o ridoppia materiale già esistente, chi sceglie la carta della parodia o del citazionismo. Il bello è che non ci sono limiti: si possono far incontrare e scontrare personaggi che sul grande schermo difficilmente potrebbero incrociarsi, a meno di accordi di valore astronomico tra major di grande rilevanza. È quello che accade in uno dei più famosi e riusciti fan film di sempre, Batman: Dead End (2003) di Sandy Collora, dove il Cavaliere Oscuro (al cinema di proprietà di Warner) si scontra, oltre che col suo acerrimo nemico Joker, anche con gli extraterrestri delle saghe di Alien (Fox) e Predator (Universal). I fan, si sa, sono attenti ai dettagli: di questo corto ad esempio li ha fatti impazzire il fatto che L’Uomo Pipistrello fosse incarnato finalmente da un nerboruto in tuta – proprio come nei fumetti – piuttosto che da un attore in armatura come avviene nelle ultime pellicole ‘ufficiali’. Proprio Batman, tra l’altro, ispirò quello che potremmo definire uno dei primi fan film della storia: Batman/Dracula, realizzato nel 1964 nientemeno che da Andy Warhol, assieme al filmmaker Jack Smith, senza scopo di lucro e senza il supporto di una major. Del film, conosciuto anche con i titoli di Batman vs. Dracula o Warhol Batman, non esistevano che poche copie. Qualche spezzone è sopravvissuto nel documentario Jack Smith and the Destruction of Atlantis, e lo si trova anche su YouTube. Sfortunatamente, in queste sequenze, Batman non appare. Altri progetti nascono come prova d’esame, come Spider-Man vs. Kraven the Hunter, girato in maniera semiprofessionale (pellicola 16 mm, suono e colore), dagli studenti del professore newyorkese Bruce Cardozo, oppure come dimostrazione delle proprie capacità. È il caso di The Green Goblin’s Last Stand (1992): il regista (nonché protagonista ed esperto di stunt) Dan Poole voleva assolutamente un ruolo nella crew del poi abortito progetto di James Cameron sull’Uomo Ragno, e realizzò questo sorprendente low-budget con una videocamera VHS per convincerlo a farsi assumere. Oggi è un piccolo cult, di cui circolano dvd ‘fatti in casa’ richiestissimi dai collezionisti su e-bay. Con gli esempi, si potrebbe continuare all’infinito. Il filone trova un suo pubblico perché soddisfa esigenze a cui Hollywood o altri studios non sanno, non possono o non vogliono rispondere. L’Italia non sta a guardare: tra i vari progetti in pentola (vedi schede) non poteva mancare lui, il fascinoso Indagatore dell’Incubo, il più amato tra i personaggi dei fumetti della nostrana Sergio Bonelli Editore, per cui segnaliamo in particolare il divertente Comics Casting Call – Dylan Dog 1951, finto documentario che immagina come sarebbero andate le cose se il film fosse stato prodotto negli anni ’50, con spassosi risultati: nel ruolo del protagonista c’è nientemeno che Gregory Peck, il cattivo Xabaras ha il volto di Vincent Price, mentre la spalla Groucho e l’eterno amico Ispettore Bloch non potevano che essere incarnati rispettivamente da Groucho Marx e da Robert Morley, che avevano ispirato i disegnatori per le controparti fumettistiche. Ora sì che ci siamo! 29 INNOVAZIONI // Come ti reinvento il blockbuster Fenomenologia del Fan Filmaker diSerafino Murri Il fan movie è un fenomeno antico quanto il cinema: riappropriazione soggettiva, radicalmente antiprofessionale, della cultura tra mitologie hollywoodiane e trailer di film inesistenti. I fan film è un fenomeno antico quanto il cinema. Quando il sempre stato l’appropriazione d’amore: per i “giovani turchi” dei Capotere immaginifico hollywoodiano, con quelli che Chaplin hiers, Godard e Truffaut, fare cinema era anche rendere omaggio alla definiva i suoi “drammi in lattina”, aveva come competitors la memoria, traghettare nel filmmaking lo stupore infantile di riscrivere radio e i primi comics su scala industriale, i cineamatori della le proprie fiabe preferite. Lo stile eversivo di Godard può discronicaCarolina del Sud realizzavano, nel 1926, spin-off della celebre mente essere letto come un prodigioso, sgrammaticante mash-up di serie Our Gang. Attraverso un cinema underground di matrice per lo memorie visive. Ma quel che si profila al fan-prosumer è un’orizzonte più universitaria, passando per la riproducibilità Pop della Factory di di libertà che intrattiene una “relazione pericolosa” con la falsa diaWarhol, il fenomeno emerge col diffondersi delle tecnologie amato- lettica di un’industria che ammette solo ciò che può sussumere, per riali a basso costo negli anni ’70, quando i fedeli di chiese seriali sci-fi, quanto rivoluzionario, come caso particolare della norma: il fatto che come Star Trek, fanno della riproduzione dei loro mondi possibili un la Lucasfilm organizzi ogni anno uno Star Wars Fan Film Award, incorito magico-evocativo. Serialità e fan-filmmaking traggono linfa dallo raggiando l’infrazione del Dogma del Copyright invece di combatterla stesso impulso: smentire la finitezza dell’opera, l’enigma del suo (come spesso accade), è sintomatico di una “pericolosità” del fan essere conclusa, perorandone la causa di un’utopistica autonomia, film. Il fan-filmmaker è libero di esercitare la sua fantasia in un’ di una “vita” eterna e reversibile. Nell’era della ri-mediazione digitale anarchia produttiva, che se di rado sortisce effetti oltre la coazione dell’Immaginario, le cui cliccabili Terre Desolate sono spazzate dal a ripetere il mantra visivo delle proprie immagini di culto, si arroga il privilegio di scrivere il cinema con vento di una postmodernità in metastasi, dove la sola originalità “A un giovane che mi chiedeva come fare il cinema, utilizzare immaginari come alfabeti di un viaggio oniconcessa alle orde di aspiranti e talents della metamorfosi liquida è del cinema ho detto questo: prendi una roide tra i fluttuanti confini della memoria collettiva: riscrivendo la replica dell’esistente, la fenomenologia del fan movie si rivela come telecamera video-8 o magari il nuovo mondi – alla maniera di Philip Dick – mutandone le regole lama a doppio taglio della Società super-8 digital. e, metti un annuncio sul K. che li governano, e con esse, dello Spettacolo Integrato: la riappropriazione delle sue reificate im- giornale: Si filmano battesimi, comunioni più o meno volontariamente, la rassicurazione ideologica che il magini archetipiche, che attualizza nel rito mimetico-identificatorio e matrimoni a prezzi modici e comincia a cinema svolga una santificazione commerciale del Sogno. Alla privato miti collettivi. In questa prospettiva, Be kind, rewind del jon- girare quelli. Intanto ti guadagnerai da base della caduta d’aura dall’ogleur Gondry è qualcosa di più della vivere e dopo due anni potremo vedere tutto riginale alle sue desideranti imitazioni, c’è un lavoro ri-creativo scanzonata epopea dell’ombelicale cinefilia che trova in Tarantino, quel che hai messo insieme e fare un film (nel doppio senso di svago da dopo-lavoro e creatività di sel’ex-commesso di videonoleggio, condo grado), una riappropriail suo profeta cultuale. A diffe- che potresti intitolare Il mondo.” zione soggettiva, radicalmente renza della cinefilia integrata con anti-professionale, della cultura, i suoi “furti d’autore”, il fan movie Marco Ferreri che mette in discussione la è un’amorosa dissacrazione che toglie l’aura dell’ufficialità all’icona e la trasforma in rito carnascia- “professionalità” come braminica autorizzazione di iniziati lesco, dove l’oggetto del culto è “abbassato” nella simulazione ludica all’esercizio della creatività. Il fan-filmmaking, dagli highlights che, mentre la mette in discussione, ne conferma la grandezza. Il dell’epica hollywoodiana ai trailer di film inesistenti (che trovano fan movie raramente raggiunge compiutezza artistica, perché non nell’italiano, fin troppo italiano, Maccio Capatonda, un’apoteosi ambisce all’originalità ma al suo contrario. Eccezion fatta per sortite cosmi - comica, nel crisma - consustanziale ad internet - della parodia di genio come quella dello stesso Gondry, che dirige e interpreta colto-demenziale dei tanti folgorati figliocci putativi di Mel Brooks), détournandola la strage di Taxi Driver (Martin Scorsese, 1976), il vive così all’incrocio tra uno spaccio di dosi di immagini per addicted valore estetico di questo cimento lo si ritrova nella stralunata loca- tagliate male e diluite peggio e un anti-mercato residual. È la presa (in lizzazione di prodotti global che effettua. Nella prassi di re-making prestito) del potere espressivo da parte di un drappello di fedeli, che cine-amatoriale, diversamente dai lucranti espropri hollywoodiani elaborano dogmi e feticci in versioni apocrife dei Vangeli della Con“alla Tarantino”, la creatività del filmaker definito con significativo ne- formità, realizzando l’antico sogno di ripercorrerne i mondi in libertà: ologismo ontologizzante professional-consumer (prosumer), consu- come protagonisti de La rosa purpurea del Cairo (Woody Allen, 1985) matore professionista, è multi-livellare, e realizza una (relativamente) alla rovescia, capitombolati dalla sala alla finzione e rimasti gioiosanuova concezione estetica: un linguaggio di linguaggi, un mash-up di mente prigionieri al di là dello schermo. memoria collettiva, una ri-alfabetizzazione cultuale. Il sogno cinefilo è 30 31 INNOVAZIONI // Come ti reinvento il blockbuster ICONE MADE IN ITALY A cura di Andrea Guglielmino e Lucio Laugelli INNOVAZIONI // Come ti reinvento il blockbuster C METAL GEAR SOLID: PHILANTROPY hi ama i videogiochi è ormai abituato, da anni, a cocenti delusioni per quanto riguarda le trasposizioni cinematografiche delle gesta dei suoi beniamini. Con qualche rara eccezione (ad esempio il Prince of Persia del 2010 ), e sebbene il linguaggio dei due media – cinema e videogame – si sia gradualmente sovrapposto grazie anche agli sviluppi tecnologici che ormai permettono ai personaggi di silicio di parlare, muoversi e agire quasi come attori reali, le versioni ‘da sala’ di avventure nate nel mondo del videoludo hanno sempre lasciato i fan con molto amaro in bocca. Colpa di un fraintendimento di base, probabilmente: i produttori pensano che basti riprodurre al cinema le fasi action – sparatorie, inseguimenti, combattimenti – per mandare in visibilio chi quelle esperienze le ha già vissute sul piccolo schermo di casa, collegato alla sua fedele console. Ma non è così, semplicemente perché al cinema non c’è il joypad che permette di controllare le azioni e la mancanza di interattività va compensata con qualcos’altro. Niente di così strano: trama, colpi di scena, emozioni, recitazione. Ma la maggioranza dei produttori di Hollywood, concettualmente fermi agli anni ’80, non riescono ancora a concepire con fluidità la necessità di accorpare un complesso narrativo ‘reale’ a quello che evidentemente vedono ancora come una manciata di quadratini su schermo accompagnati da qualche ‘beep’. Ci vuole tempo. Così capita che a volte, anche franchise videoludici importanti, che potrebbero portare a notevoli guadagni, come quello di Metal Gear Solid – saga storica, campione di vendite – vengano tralasciati. Ecco dunque che entrano in ballo coraggiosi come gli Hive Division, piccolo gruppo nato in Veneto e poi ampliatosi grazie a Internet, nel comune interesse di sviluppare un film no-profit dedicato alla saga. Si tratta in realtà di una trilogia, il cui primo capitolo, Overnight Nation, è stato rilasciato il 27 settembre 2009. Giacomo Talamini, che oltre a curarne la regia ne è anche l’interprete principale, dichiara: “Abbiamo creato Philanthropy per imparare sul campo i rudimenti del filmmaking digitale e dei visual effects, per creare una solida squadra di lavoro e per farci conoscere. Ora contiamo di investire questo patrimonio in idee originali, come In Memoria (www.progettoinmemoria.net) e altri progetti di fantascienza che annunceremo a breve. Senza perdere le speranze di riuscire, un giorno, a completare la saga grazie a cui la nostra realtà è nata!” A.G. www.mgs-philanthropy.net www.hivedivision.net 33 INNOVAZIONI // Come ti reinvento il blockbuster THE UFO “Si trasforma in un razzo missile, tra circuiti di mille valvole, tra le stelle sprinta e va…”. Versi che hanno segnato una generazione, tratti dalla sigla del più celebre – nonché primo – cartoon giapponese approdato sulle nostre reti televisive, Ufo Robot Goldrake (conosciuto anche come Atlas Ufo Robot, per un fraintendimento di traduzione, dato che acquistammo il cartoon dalla Francia dove ‘Atlas’ significa ‘guida’. Al funzionario Rai che ricevette il pacco, corredato appunto di ‘guida’ alla serie, parve che si trattasse del titolo). Mai approdato al cinema se non con lungometraggi rabberciati unendo spezzoni del serial, il colosso d’acciaio guidato da Actarus è stato protagonista di un tentativo interessante di realizzazione in computer graphics da parte di un gruppo italiano, i Gtgroup, a capo del progetto The Ufo. Tutto inizia nel 2001, quando due appassionati si incontrano fortuitamente su un treno e iniziano a parlare manifestando le relative competenze in campo di regia, montaggio e cgi. “Vorrei realizzare in 3D la sigla di Goldrake”, 34 dice uno. “Perché non un prequel”, risponde l’altro. Scrivono allora una sceneggiatura per circa venti minuti di film (lungo, cioè, come un episodio della serie) e man mano il gruppo si allarga, fino alla formazione che poi realizzerà i primi materiali: Gianluca Miragoli, Emiliano Guarneri, Francesco Ciocca, Tullio Zanibelli, Filippo Lottici e Alessandro Baldasseroni. Poi si passa a un accurato lavoro di restyling e modernizzazione dei personaggi, di cui resta traccia nei progetti visibili sul sito. Qualche ripresa dal vivo – da integrare poi con quanto elaborato al PC – viene effettuata sulle Alpi. I due trailer rilasciati, di una manciata di secondi ciascuno, sono impressionanti. Purtroppo però il progetto sembra essersi arenato, presumibilmente per mancanza di fondi e tempo. Le ultime notizie risalgono infatti al 2008, ma la persistenza del sito online lascia ancora un margine di speranza a chi vorrebbe vedere il prodotto finalmente terminato. A.G. www.theufo.net INNOVAZIONI // Come ti reinvento il blockbuster BASETTE L’incorreggibile Lupin III diventato romano nel 2008, quando il regista Gabriele Mainetti ha pensato che il Giappone poteva essere molto più vicino alle periferie capitoline di quanto non si pensasse. Sì, immaginarci il ladro gentiluomo per eccellenza (insieme agli inseparabili soci: il burbero Jigen e il silenzioso Goemon) con accento romanesco avrebbe potuto risultare molto improbabile. E invece no. Dura 16 minuti il cortometraggio con protagonista Valerio Mastandrea, si intitola Basette ed è un omaggio sincero al ladro più famoso del mondo, oltre che alla romanità. LUPIN III Oltre che nel cortometraggio Basette, Lupin III viene omaggiato anche dal regista Gabriel Cash che, nel gennaio di due anni fa, ha rilasciato il trailer del suo fan-film. L’ideatore del progetto racconta che l’ispirazione gliel’ha data proprio il protagonista del film: Luca Conticelli; l’interprete aveva infatti la faccia e il fisico perfetti per rivestire il ruolo del ladro ideato da Monkey Punch. Anche in questo caso la location è la capitale italiana invasa questa volta da una gang di spietati criminali che può essere contrastata solo ed unicamente dal nostro (anti)eroe in giacca e cravatta. Non mancano ovviamente gli abituali compagni di avventure e le bellezze mozzafiato tipiche del cartone. Il lavoro di Cash si intitola Lupin III – The Fan movie e naturalmente – per ovviare al problema dei diritti d’autore – è stato girato a fini non lucrativi e con filosofia low budget. In questa operazione si è cercato (attraverso il casting, la scelta dei costumi, ecc.) di essere il più fedeli possibile all’originale: al contrario di quel che avviene in Basette i personaggi non parlano romano, anzi, si è tentato di far lavorare i doppiatori del cartone alla postproduzione dell’audiovisivo in modo da rendere il coinvolgimento più alto possibile. Il risultato dovrebbe essere un film ispirato Il processo di antropomorfizzazione di un cartone animato è quasi sempre molto complesso e di difficile riuscita: basti pensare ai numerosi flop derivati da operazioni analoghe, su tutti la produzione titanica e made in Usa dei Flinstones che, nonostante il grande cast, ha deluso i fan di Hanna & Barbera. Mainetti invece mette in scena il soggetto e la sceneggiatura di Nicola Guaglianone con intelligenza, a testimoniare la riuscita dell’audiovisivo sono anche i prestigiosi premi come quelli per “Miglior Corto” al Festival “La 25ora” (promosso da LA7) e al “Sardinia Film Festival”, solo per citarne alcuni. The fan movie alla seconda serie (che i fan chiamano “ con la giacca rossa”, dal look del protagonista ) che miscela diverse situazioni tratte da più episodi. Dalle informazioni che circolano in rete si evince che il film è del 2011 e dura 11 minuti, ma il reperimento è estremamente difficile dato che non risulta presente nè su Vimeo, nè su YT, nè sottoforma di download. L.L. Antonio, il protagonista predestinato a diventare ladro, proviene da una famiglia di taccheggiatori del Quadraro e, fin da piccolo, subisce il fascino di Lupin…tanto da immaginarsi una vita da anime dove i suoi compagni di batteria sono in realtà un pistolero col cappello e un misterioso samurai, tanto da rispondere al paramedico che lo soccorre dopo una rapina andata male di chiamarsi, semplicemente, Lupin. L.L. INNOVAZIONI // Come ti reinvento il blockbuster DYLAN DOG L’indagatore dell’incubo dei fumetti è molto gettonato nell’ambito dei fan-film: il lungometraggio ufficiale girato a New Orleans e diretto da Kevin Munroe era uscito nel 2010 e non era piaciuto per nulla ai lettori incalliti dello spericolato playboy dalla camicia rossa, tanto da mettere in moto quasi subito operazioni no-profit alternative al film americano. Sono tre i principali tributi dedicati all’investigatore, in Italia: Denis Frison, nel 2012, ha diretto, interpretato e musicato La morte puttana (disponibile su YouTube) che, nonostante riveli un grande amore e una grande passione, mostra la sua natura amatoriale sia sotto il profilo recitativo che sotto quello tecnico, specie nelle scene d’azione. Il lavoro di Frison è anche condannato dall’eccessiva durata di 130 minuti. Sempre nel 2012 esce on-line un altro fanmovie scritto e diretto da Roberto D’Antona e intitolato Il trillo del diavolo che invece 36 dura solo 55 minuti ed è più scorrevole. Non è il primo lavoro di questo tipo firmato da D’Antona: i fan potranno infatti seguire un’altra avventura di Dylan intitolata L’inizio, leggermente inferiore sotto il profilo qualitativo, disponibile su YouTube. Alex Dante invece, proprio all’inizio di questo 2013, pubblica un trailer accattivante (e ottimamente confezionato) di un film impossibile: cosa sarebbe successo se si fosse girato il film di Dylan Dog negli anni Cinquanta con un cast stellare a disposizione? Dante prova a rispondere nella sua breve e brillante clip. Il fallimentare film capostipite a stelle e strisce interpretato da Brandon Routh; a causa di problemi legati ai diritti d’autore, trasferiva le vicende da Londra a New Orleans e trasformava Groucho (il celebre assistente di Dylan) in un anonimo personaggio chiamato Marcus. Questi ed altri elementi hanno fatto scemare l’interesse nei confronti del film ali- mentando, al contrario, la voglia da parte di videomaker indipendenti di creare la propria versione cinematografica dell’eroe. L.L. INNOVAZIONI // Come SCENARI ti reinvento // Festival il blockbuster del cinema D ark Resurrection è certamente il fan film italiano più famoso e tra i più celebri, a livello internazionale, tra quelli ispirati alla saga di Star Wars. Riavvolgiamo il nastro fino al 2007, quando un intraprendente dentista di Ventimiglia, armato di telecamera casalinga e dosi massicce di spirito d’avventura, insieme a un gruppo di amici, per gioco, si mette a girare un film di Guerre Stellari. La trama viaggia ‘in parallelo’ rispetto a quella delle pellicole ufficiali, posizionandosi cronologicamente un paio di secoli dopo Il ritorno dello Jedi. Un’antica profezia convince il potente maestro del nuovo ordine Jedi Sorran a iniziare la ricerca ossessiva di un luogo mitico capace di donare infinita conoscenza a chi lo trova. Per colpa della sua ambizione, molti apprendisti muoiono e Sorran viene allontanato e apparentemente ucciso dai capi del suo stesso ordine. Dopo molti anni egli riappare, avendo appreso come ingannare la morte… Non è difficile immaginare di leggere queste poche righe di trama scritte con carattere giallo, mentre scorrono obliquamente verso uno sfondo stellato, scomparendo prospetticamente all’orizzonte. La fedeltà all’universo creato da George Lucas è assoluta, il livello qualitativo, dati i mezzi a disposizione (7.000 euro per il primo capitolo, circa 60 minuti di film, prima che si tramutasse in saga, proprio come l’originale) veramente impressionante. Tanto che leggenda narra - lo stesso George Lucas lo avrebbe definito entusiasticamente ‘truly amazing’, “davvero strabiliante”. Cosa c’è di vero? 8½ lo chiede al regista Angelo Licata - quel coraggioso dentista di Ventimiglia che, tra gli appassionati, in Rete, è diventato una piccola grande star - e al produttore esecutivo Fabrizio Rizzolo, che ci spiegano anche come si sta sviluppando il progetto, alimentato economicamente dai contributi degli appassionati, che dopo il successo del primo capitolo ha avuto anche un prequel, Volume 0, e si sta dirigendo verso l’obiettivo del secondo episodio… 37 Intervista ad ANGELO LICATA di Andrea Guglielmino Iniziamo dalla fine: a che punto siamo con Volume 2? Abbiamo raggiunto una cifra notevole (9.000 euro circa) ma sfortunatamente ancora non sufficiente a cominciare le riprese. Lo scopo che ci siamo prefissati è di raggiungere un livello qualitativo di un film internazionale ad alto budget. Con Dark Resurrection - Volume 0 credo che in parte ci siamo riusciti, ma solo grazie ad una storia limitata a poche ambientazioni e a pochi personaggi. Nel Volume 2 invece ci sono decine di location e davvero tantissimi ruoli. Per questo il punto di arrivo che ci siamo prefissati - circa 100.000 euro supera di tre volte il budget del Volume 0. Ci spieghi come funziona la raccolta fondi? Il sistema con cui operiamo è la donazione volontaria, mediata dalla associazione culturale no profit Riviera Film. Quando abbiamo iniziato tramite il nostro sito ufficiale eravamo dei pionieri, nessuno usava il crowdfunding all’epoca, solo successivamente sono nate piattaforme in grado di convogliare molti utenti ed in grado di raccogliere cifre assai più elevate, superiori persino a 500.000 euro, come Kickstarter, la più conosciuta, che sfortunatamente è riservata a chi lavora negli Usa o in UK. Nelle ultime riunioni stiamo valutando la possibilità di provare con Indiegogo, sperando di partire avvantaggiati grazie alla presentazione del lavoro precedente, il Volume 0, appunto, per cui raccogliemmo circa 22.000 euro. Ma 5.000 li abbiamo messi di tasca nostra io e il coproduttore Angelo Giampietro. È un investimento ‘per la gloria’, come dipingere un bel quadro per il solo gusto di farlo vedere. Non temi che, passato il “fattore sorpresa”, il pubblico possa diventare più severo nei tuoi confronti? Non saprei, ma già i riscontri di Volume 0 mi hanno fatto ben sperare. Ci sono state pochissime critiche, moltissimi complimenti e un numero di fan sempre crescente. Certo, capisco cosa vuoi dire, con il Volume I sicuramente il fattore “sorpresa”, o “simpatia”, ha giocato a 38 nostro favore. Non potevamo fare altro perché le risorse erano davvero limitatissime, per cui stringevamo molto i piani per risparmiare sugli ambienti. Con il Volume 0 le cose sono state diverse, una base di attrezzature, costumi professionali... mezzi, insomma. Limitati ma comunque presenti, che ci hanno permesso un risultato inaspettato per gli utenti, e infatti il responso è molto positivo: mezzo milione di contatti con un aumento di 3.000 al giorno, e questo solo su YouTube. La leggenda narra che George Lucas in persona abbia definito Volume I “truly amazing”, “veramente strabiliante”… C’è del vero, ma la stampa esagera sempre. Nel 2007 mandai il prodotto alla Lucasfilm e dopo qualche giorno Steve Sansweet - e non Lucas in persona - mi rispose usando appunto quell’espressione. Inoltre - cosa che mi interessava particolarmente - scrisse che, da parte loro, nulla ostava alla distribuzione, a patto che non ci avessimo ricavato lucro. La Lucasfilm non solo non ostacola questo genere di operazioni, ma anzi le promuove e le incoraggia, organizzando concorsi (Atomfilm per esempio). Per motivi di “tempistica”, finora non siamo riusciti a partecipare. Immagino che tutto questo successo per te sia stata una sorpresa… Certo che sì, io non immaginavo nemmeno di poter uscire dai confini della Liguria. Dark Resurrection nasce come una cosa fatta da amici e per amici, in un momento in cui Internet si stava ancora sviluppando. Poi ho caricato il video online e mi sono reso conto che le visite superavano le centinaia di migliaia, tanto da provocare il crollo della piattaforma ospitante. Non ero preparato, a un certo punto non ero più in grado di contare il numero delle connessioni. Addirittura qualcuno lo ha sottotitolato in inglese per permettere una facile comprensione anche in Usa e in UK, e questa versione ha ottenuto nel giro di pochi mesi oltre un milione di contatti. Ma sogni di fare anche altro cinema, prima o poi? Qualcosa nell’audiovisivo, per la verità, la sto già facendo, proprio grazie alla visibilità ottenuta con Dark Resurrection. Ho lavorato con Brizzi, come regista della seconda unità in Maschi contro femmine, ad esempio, ed è mia la supervisione degli effetti visivi della pubblicità del Mulino Bianco che vedete attualmente in Tv, quella con Banderas. In questo momento scrivo sceneggiature, ma continuo anche a fare il dentista, sto cercando di portare avanti entrambe le attività. A parte l’online, ci sono altre vie in cui i tuoi prodotti vengono distribuiti? Non possiamo vendere il film in nessun modo, ma Rai 4 lo ha mandato in onda all’interno del loro programma Wonderland, raddoppiando gli ascolti. Poi, a chi sostiene il progetto, e supera una certa cifra, oltre alla tessera di socio mandiamo in omaggio il dvd. Chi ha dato più di 30 euro per il Volume 0 è diventato socio di Riviera Film e ha ricevuto il dvd del Volume I. Chi ne dona più di 100 per il Volume 2 riceverà il dvd (o il Blu-ray, a scelta), del Volume 0. Ma naturalmente, quel che piace di più a chi ci sostiene è la possibilità di vedere il proprio nome nei titoli di coda ed entrare a far parte del progetto attivamente. Siamo passati anche in alcuni cinema, ma sempre con proiezioni gratuite, incluse le ‘spettacolari’ anteprime al Teatro Ariston di San Remo, e per questo devo ringraziare il presidente di AGIS Ligure Walter Vacchino, che ha preso a cuore il progetto e ha fornito la sala gratuitamente. Anche l’entrata era ’free’, fino a esaurimento posti, e chiaramente c’è stato il pienone. Ne abbiamo approfittato per fare un po’ di sensibilizzazione sulla ricerca sul cancro, raccogliendo anche buone cifre per una giusta causa. Il protagonista assoluto della saga è il tuo papà, Giuseppe Licata, nei panni di Lord Sorran, ma hai “catturato” anche parecchi volti noti per il tuo progetto: Brizzi lo abbiamo già nominato, ma anche Giorgia Wurth, Sergio Mùñiz… …E anche Daniel McVicar, Elena Cucci, il regista Enzo Aronica, la modella Nina Seničar. Nel caso di Mùñiz, è stato lui a contattarmi, perché aveva visto online il trailer del Volume I e ne era rimasto entusiasta. Trovò il mio numero tramite un musicista che aveva curato parte della colonna sonora di Dark Resurrection e mi chiamò - lui che era appena uscito da L’Isola dei famosi e guadagnava 15.000 euro per una serata in discoteca - dicendosi disponibile a lavorare gratis e a dormire in un furgone. L’ho rassicurato sul fatto che, almeno, lo avrei potuto ospitare, ma effettivamente i soldi per pagarlo non ce li avevo. Giorgia Wurth invece l’ho ‘agganciata’ io. Ci siamo incontrati alla proiezione di un film e le ho allungato un dvd coni trailer e qualche clip. Mi ha ricercato entusiasta facendomi mille domande su come ero riuscito a realizzare il film, e dicendomi che voleva assolutamente partecipare. Ma di lì a una settimana io sarei partito con le riprese. Ho dovuto togliere il ruolo a un’amica, mettendo a rischio il nostro rapporto, perché ero convinto che Giorgia fosse perfetta per quella parte. Se tutto va bene lavoreremo insieme ancora per il prossimo capitolo. Come lo vedi il futuro dei fan film? Ce n’è qualcuno che ti ha particolarmente colpito? Ci vuole uno spirito di volontà irrefrenabile per riuscire in un’impresa del genere, che sfoci anche un po’ nell’ossessione. Non è che siamo dei geni, abbiamo solo lavorato molto più sodo di altri. Per ciò che riguarda Star Wars, onestamente, un po’ come accaduto per Guerrestellari.net, storico portale di cui sono fondatore, se ho fatto il mio film è proprio perché in giro non trovavo altro che mi soddisfacesse. Eppure ce n’è uno in particolare, del 2001, Star Wars - Duality, che mi ha incoraggiato e mi ha fatto capire che quello che avevo in mente era fattibile. Si tratta in assoluto del primo fan film dedicato a Star Wars. Guerre Stellari a parte, mi hanno parlato bene anche del fan film ispirato a Lupin III di Gabriel Cash, ma non sono ancora riuscito a dargli un’occhiata. 39 INNOVAZIONI // Come ti reinvento il blockbuster Intervista a FABRIZIO RIZZOLO di Nicole Bianchi Nella vita quotidiana, chi è Fabrizio: mini biografia. Nasco ad Asti nel 1964. Dopo l’avvicinamento da protagonista al musical, ho seguito la carriera di compositore: ho scritto per Gloria Gaynor, Arthur Miles, e curato arrangiamenti per la Disney. Poi, ho raggiunto notorietà europea negli Anni ‘80 con lo pseudonimo di Brian Ice. Alla fine dei ’90 sono tornato al musical in Tutti insieme appassionatamente, regia di Saverio Marconi. Nel 2005 ho esordito al cinema, come protagonista di Tuttotorna, di Cribari, che mi ha diretto ancora tre anni dopo in Brokers, eroi per gioco, evento speciale al Festival di Roma: nel 2007 ho preso parte a Dark Resurrection, lo Sci-Fi movie italiano diretto da Angelo Licata. Sono poi seguiti altri progetti, accanto a importanti nomi del cinema, tra cui Ennio Fantastichini, Fausto Brizzi, Murray Abraham. Adesso sto interpretando Valjean nel musical omonimo e Alex Giunti in Cercando Maria. Da protagonista sulla scena, Fabrizio è passato “dietro le quinte”, diventando produttore esecutivo: motivazione iniziale, investimento economico e ruolo esecutivo. Fare l’attore non è esattamente un “mestiere normale”, quindi dal punto di vista psicologico il passo è stato breve. I ruoli sono decisamente differenti, però. Sono stato aiutato dal mio senso dell’organizzazione e della mia spinta naturale a creare un gruppo di persone “speciali”, a mantenere alta la tensione e l’emozione, cose per me davvero motivanti. Il budget che la Riviera Film aveva a disposizione, proveniente dalle donazioni, era di 27.000 euro complessivi. Mettere insieme le esigenze di tutti, sincronizzare le giornate di ripresa, gestire decine di comparse, come il budget, e trovare insieme al regista le soluzioni, è stata un’impresa clamorosa. Per questo la determinazione di tutti è stata importante, una sfida vinta contro ogni pronostico. Definire l’esatto motore che spinge a realizzare e produrre un fan film: celebrazione, aspirazione all’immortalità della pellicola, affettuosa dissacrazione dell’originale, identificazione di ruolo con i personaggi, volontà di affermazione di un’espressione d’arte. Cosa? La volontà di fare una cosa bella, di riuscire in un’impresa. Tutti noi, professionisti, volontari e esordienti, abbiamo contribuito per la gioia di fare qualcosa che non era stato mai fatto prima. Abbiamo tutti riconosciuto in Angelo Licata quel genio che avrebbe fatto sì che un sogno diventasse una vera, libera espressione di qualità artistica in Italia. Il mito di Star Wars è affascinante: partire da lì è stato vincente perché tutti abbiamo nel cuore questa magnifica saga. 40 Il fan film come fenomeno e/o come possibile nuovo genere cinematografico. Il fan film esiste in tutto il mondo da decine di anni ed è un omaggio, più o meno riuscito o addirittura dissacratorio, alle più grandi storie ed avventure scritte e realizzate al cinema, in tv o nei fumetti. Per Dark Resurrection potremmo parlare di crossover tra il fan film (cosa che DR rimane fino in fondo) ed una nuova saga con personaggi creati da zero: una storia che non è necessariamente legata al filone principale dell’Universo di SW, ma che per alcuni potrebbe addirittura rappresentarne la naturale conclusione. Il produttore cinematografico tradizionale ha l’obiettivo dell’incasso, anche se lei riveste il ruolo esecutivo: racconto di quale sia il guadagno morale e economico che deriva dal produrre un fan film. Il mio obiettivo non è il profitto, ma la riuscita del film dal punto di vista organizzativo, produttivo e ovviamente anche artistico. La produzione è la Riviera Film, nella persona del presidente Angelo Giampietro, insieme ai Produttori Associati, tutti coloro che hanno contribuito con le donazioni. La mia soddisfazione morale è al 200%, mentre quella economica, si sa, è sotto zero, perché in questa operazione tutti, a partire da Angelo Licata, abbiamo messo risorse e denaro. Essendo Dark Resurrection un’iniziativa no profit, è evidente che non c’è stato, non c’è e non ci sarà mai un profitto, e questo per le regole che sin dall’inizio Angelo e la Rivera hanno stabilito. Il cinema è sogno, a qualunque livello lo si realizzi e qualunque ruolo si occupi. Vissuto dal nuovo punto di vista della produzione non escludiamo la sua confessione sulla possibile voglia di farne il vero mestiere della vita. Oppure no. Recitare al cinema, a teatro, incidere musica, fare regia sono la mia vita. È dal 1985 che sono la mia professione e non credo potrei vivere senza. Fare il produttore esecutivo rimane una missione a scadenza: ho messo le abilità naturali e acquisite in anni di frequentazione di set al servizio di Dark Resurrection, sperando di essere sempre utile, e di avere fatto qualcosa di grande. Qualcuno dice che ci siamo riusciti, io rispondo: “Aspettate il Volume 2...” www.darkresurrection.com POLEMICHE // Kultirinfarkt Finanziamenti alla cultura, fuori dalla politica del santuario di Andrea Cancellato Direttore Generale Fondazione Triennale di Milano N on è facile commentare, per chi dirige un’istituzione culturale di proprietà pubblica, un libro la cui tesi principale è che: “per una ripresa e uno sviluppo culturale ci vuole l’azzeramento del finanziamento pubblico”. È una tesi ardita, ormai non lontana dal vero quanto al mezzo, vista l’esiguità del fi- nanziamento pubblico della cultura, un po’ più lontana riguardo agli obiettivi. Che ci siano sprechi, improduttività, inefficienze e peggio, in ambito culturale, così come in altri ambiti del sistema pubblico, è fuori discussione. Si tratta però di intendersi, quanto ai rimedi. Ovvero se di fronte alla mala-gestione, occorre far fuori l’oggetto della gestione invece che il gestore. Ma la tesi, nemmeno sottotraccia, è che il contributo pubblico, e la sua attesa, generi la cattiva gestione, induca a sperare che la mano pubblica risolva i problemi (i deficit) e, quindi, incentivi la pigrizia nel cercare e trovare soluzione innovative ai problemi. A parte che di finanza creativa stiamo patendo non poco (visto che ha generato il più grande “buco” economico/finanziario della storia del mondo se è vero, come è vero, che circola finanza per un multiplo di dieci volte il PIL del mondo!), io credo che i nodi siano nel medesimo tempo più semplici e più complessi. Più semplici poiché si tratta di intendersi sugli obiettivi: si vogliono istituzioni culturali che vivano senza contributi pubblici? Si può fare, purché vengano liberate dagli obblighi di una gestione “pubblica” che impedi- sce loro flessibilità gestionali. Del resto, la Triennale di Milano in dieci anni è passata da una contribuzione pubblica pari al 90% del proprio bilancio (che era di poco superiore a 3 milioni di euro nel 2001) al 25% del 2012 (con un bilancio di 10 milioni). Quindi, volendo si può ridurre l’attività a come era nel 2001, tanto la dimensione del contributo pubblico non ha alcuna relazione con la quantità e la qualità delle cose che vengono fatte. Ma non mi pare una buona soluzione! Più complessi, perché cultura, patrimonio culturale e istituzioni che ne sovraintendono le attività (siano esse di conservazione, di promozione, di ricerca, di rappresentazione, ecc.) sono importanti asset strategici nel nostro paese (si potrebbe dire di tutti i paesi, visto che ne sono ovunque un “vanto” e ovunque, ad esempio, si aprono musei, non credo per far prendere aria alle opere d’arte). Se è vero questo, occorrono nuovi sistemi di gestione delle istituzioni culturali indipendentemente che siano pubbliche o private. Del resto il nostro paese, come tutti i paesi, sostiene, ad esempio la ricerca scientifica (sia essa fatta da centri pubblici che dal sistema privato) perché se si hanno nuovi e migliori prodotti l’economia dell’intera nazione ne ha un beneficio. La cultura non è un settore economico come gli altri? Oppure, deve contribuire allo sviluppo di un paese, anche quando ne conserva e valorizza la memoria, senza che però ne venga riconosciuto il ruolo? Investire nella ricerca culturale forse è meglio che investire nella ricerca di una nuova automobile, o perlomeno non peggio, anche dal punto di vista del possibile ritorno occupazionale ed economico se pensiamo che la cultura è anche un fattore di competitività per il turismo, per non parlare dei suoi scopi tipici. Quindi, no alla politica dei tagli lineari (meno 10% di soldi pubblici a tutti ogni anno, tanto si sopravvive lo stesso, perché se sei sopravvissuto con 90 euro invece di cento un anno, l’anno dopo puoi anche farcela con 81, e quello successivo con 73, ecc.), e invece sì alla capacità e alla volontà di scegliere (compresa quella di chiudere attività e strutture che non rispondono a requisiti predefiniti e a obiettivi prefissati) sostenendo la cultura come se fosse, perché lo è, un soggetto attivo per il paese. Del resto è questa la vera tesi del libro, forse troppo lungo (anche qui qualche taglio non lineare andava fatto), perché mentre parte affermando: “basta con il finanziamento pubblico della cultura”, conclude auspicando “un finanziamento selettivo sulla base di progetti qualificati e misurabili”. Forse è tempo, qui sta il pregio della provocazione del libro, di guardare alla cultura e alla sua gestione fuori dallo schema classico del “santuario” e dell’inutile che inevitabilmente bisogna, almeno per un poco, elemosinare, per passare a una vera strategia della cultura come a un settore decisivo per il destino di un paese, di una città, di un territorio. 41 POLEMICHE // Kulturinfarkt L’anno zero dei burocrati di Salvatore Carrubba assessore alla Cultura del Comune di Milano dal 1997 al 2005 “Azzeriamo i fondi pubblici per far rinascere la cultura”: questa volta, a sostenerlo, non è uno sparuto gruppo di liberisti, ma un agguerrito quartetto di esperti di lingua tedesca, tra cui l’ex responsabile di Pro Helvetia, cioè l’agenzia governativa elvetica che distribuisce i finanziamenti alla cultura. È comprensibile il clamore suscitato nei rispettivi paesi dalla loro tesi, contenuta in un libro il cui titolo non ha avuto bisogno di traduzione nella versione italiana, tanto è perentorio: Kulturinfarkt (di Dieter Haselbach, Armin Klein, Pius Knüsel, Stephan Opitz; Marsilio). Espressamente richiamandosi, tra l’altro, a un articolo di Alessandro Baricco che aveva lanciato la stessa tesi qualche anno fa, i quattro fanno giustizia dei molti cliché che punteggiano il dibattito (ormai universale!) sui tagli dei finanziamenti alla cultura. Per gli autori, l’intervento pubblico non ha raggiunto lo scopo principale che si era prefisso, ossia democratizzare la cultura che, viceversa, resta appannaggio di ceti socio-culturali medio-alti. Né vale l’argomento, sollevato dalle lobby in cerca di finanziamenti, secondo il quale la vera arte libera sarebbe quella foraggiata, dato che l’altra, quella pagata dal pubblico, cioè affidata al 42 mercato, ricade nella diabolica categoria dell’intrattenimento: l’arte autentica sarebbe proprio quella che il pubblico, di bocca buona, aborre, perciò deve essere lo stato (o i comuni, o le regioni) a finanziarla. Secondo i quattro autori, viceversa, è proprio il mercato a rappresentare ancora oggi “il più grande esperimento culturale”, grazie anche alle innovazioni tecnologiche e di contenuto che esso favorisce. Tipico è il caso della radio, “dove le emittenti pubbliche si servono da tempo delle stesse ricette per il successo di quelle private” (e lo stesso potrebbe dirsi, aggiungo, per la tv di stato, che ha abdicato a qualsivoglia funzione di interesse pubblico). Attenzione: il libro non intende affatto escludere del tutto l’intervento pubblico. Da un lato, tuttavia, vuole rimettere al centro delle decisioni i comportamenti e le scelte individuali, riducendo la discrezionalità riservata ai burocrati; dall’altro, invoca la responsabilità dei decisori pubblici, i quali non potranno più pensare di distribuire a pioggia soldi pubblici con l’innaffiatoio (sempre più bucato), ma dovranno anzi “elargire generosi finanziamenti in que- gli ambiti che (lo stato) intende destinare alla produzione di beni di interesse pubblico. Non vanno rianimate le istituzioni in coma”. Il che vuol dire, in primo luogo, selezionare. Il libro si conclude con l’esame di alcune proposte concrete in settori specifici, tra cui, naturalmente il cinema (che continua anch’esso a essere “innaffiato”): in questo caso, gli autori raccomandano di rompere il “sistema chiuso autoreregista-critico-autoreregista”, per individuare meccanismi in grado di premiare la capacità di rispondere alle attese del sovrano. Il quale, ricordiamolo, non è il ministro, l’assessore o il burocrate di turno, ma il cittadino contribuente e consumatore. POLEMICHE // Kultirinfarkt Finanziamenti alla cultura, fuori dalla politica del santuario di Andrea Cancellato direttore generale Fondazione Triennale di Milano N on è facile commentare, per chi dirige un’istituzione culturale di proprietà pubblica, un libro la cui tesi principale è che: “per una ripresa e uno sviluppo culturale ci vuole l’azzeramento del finanziamento pubblico”. È una tesi ardita, ormai non lontana dal vero quanto al mezzo, vista l’esiguità del fi- nanziamento pubblico della cultura, un po’ più lontana riguardo agli obiettivi. Che ci siano sprechi, improduttività, inefficienze e peggio, in ambito culturale, così come in altri ambiti del sistema pubblico, è fuori discussione. Si tratta però di intendersi, quanto ai rimedi. Ovvero se di fronte alla mala gestione, occorre far fuori l’oggetto della gestione invece che il gestore. Ma la tesi, nemmeno sottotraccia, è che il contributo pubblico, e la sua attesa, generi la cattiva gestione, induca a sperare che la mano pubblica risolva i problemi (i deficit) e, quindi, incentivi la pigrizia nel cercare e trovare soluzioni innovative ai problemi. A parte che di finanza creativa stiamo patendo non poco (visto che ha generato il più grande “buco” economico/finanziario della storia del mondo se è vero, come è vero, che circola finanza per un multiplo di dieci volte il PIL del mondo!), io credo che i nodi siano nel medesimo tempo più semplici e più complessi. Più semplici poiché si tratta di intendersi sugli obiettivi: si vogliono istituzioni culturali che vivano senza contributi pubblici? Si può fare, purché vengano liberate dagli obblighi di una gestione “pubblica” che impedi- sce loro flessibilità gestionali. Del resto, la Triennale di Milano in dieci anni è passata da una contribuzione pubblica pari al 90% del proprio bilancio (che era di poco superiore a 3 milioni di euro nel 2001) al 25% del 2012 (con un bilancio di 10 milioni). Quindi, volendo si può ridurre l’attività a come era nel 2001, tanto la dimensione del contributo pubblico non ha alcuna relazione con la quantità e la qualità delle cose che vengono fatte. Ma non mi pare una buona soluzione! Più complessi, perché cultura, patrimonio culturale e istituzioni che ne sovraintendono le attività (siano esse di conservazione, di promozione, di ricerca, di rappresentazione, ecc.) sono importanti asset strategici nel nostro paese (si potrebbe dire di tutti i paesi, visto che ne sono ovunque un “vanto” e ovunque, ad esempio, si aprono musei, non credo per far prendere aria alle opere d’arte). Se è vero questo, occorrono nuovi sistemi di gestione delle istituzioni culturali indipendentemente che siano pubbliche o private. Del resto il nostro paese, come tutti i paesi, sostiene, ad esempio la ricerca scientifica (sia essa fatta da centri pubblici che dal sistema privato) perché se si hanno nuovi e migliori prodotti l’economia dell’intera nazione ne ha un beneficio. La cultura non è un settore economico come gli altri? Oppure, deve contribuire allo sviluppo di un paese, anche quando ne conserva e valorizza la memoria, senza che però ne venga riconosciuto il ruolo? Investire nella ricerca culturale forse è meglio che investire nella ricerca di una nuova automobile, o perlomeno non peggio, anche dal punto di vista del possibile ritorno occupazionale ed economico se pensiamo che la cultura è anche un fattore di competitività per il turismo, per non parlare dei suoi scopi tipici. Quindi, no alla politica dei tagli lineari (meno 10% di soldi pubblici a tutti ogni anno, tanto si sopravvive lo stesso, perché se sei sopravvissuto con 90 euro invece di cento un anno, l’anno dopo puoi anche farcela con 81, e quello successivo con 73, ecc.), e invece sì alla capacità e alla volontà di scegliere (compresa quella di chiudere attività e strutture che non rispondono a requisiti predefiniti e a obiettivi prefissati) sostenendo la cultura come se fosse, perché lo è, un soggetto attivo per il paese. Del resto è questa la vera tesi del libro, forse troppo lungo (anche qui qualche taglio non lineare andava fatto), perché mentre parte affermando: “basta con il finanziamento pubblico della cultura”, conclude auspicando “un finanziamento selettivo sulla base di progetti qualificati e misurabili”. Forse è tempo, qui sta il pregio della provocazione del libro, di guardare alla cultura e alla sua gestione fuori dallo schema classico del “santuario” e dell’inutile che inevitabilmente bisogna, almeno per un poco, elemosinare, per passare a una vera strategia della cultura come a un settore decisivo per il destino di un paese, di una città, di un territorio. 43 INEDITI Il dossier della DG Cinema 44 INEDITI // Il dossier della DG Cinema Quando il sottosegretario Moro scriveva al sottosegretario Andreotti diAndrea Corrado Dall’Archivio della DG Cinema la lettera originale che, nel luglio 1949, il 33enne sottosegretario agli Affari Esteri Aldo Moro indirizzò all’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega allo Spettacolo. Nel testo è evidente la richiesta di risorse per realizzare, con lo strumento offerto dai cinegiornali Incom, il programma di sostegno all’emigrazione che raggiungeva le 300mila unità l’anno. E intanto nelle maglie della censura finiva Il cammino della speranza di Pietro Germi, tagliato e ignorato dal sostegno pubblico. È il 12 luglio 1949 quando Aldo Moro, sottosegretario agli Affari Esteri, firma la lettera diretta a Giulio Andreotti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, con delega allo Spettacolo. Moro espone i tanti problemi che “il nostro Governo incontra per assicurare al paese nuovi sbocchi emigratori, che contribuiscano ad assorbire il notevole eccedente di mano d’opera esistente in Italia”, aggravati dalla mancanza di “una vera e propria coscienza emigratoria” in vasti strati della popolazione. Sono gli anni della ricostruzione, l’emigrazione degli italiani all’estero è ritenuta un sacrificio collettivo inevitabile per superare le difficoltà nazionali e ridurre le tensioni sociali. Gli sbocchi occupazionali sono cercati soprattutto in paesi dell’Europa occidentale a forte sviluppo urbano e industriale. Con il Belgio, l’Italia arriva a stipulare nel 1946 un accordo che prevede l’invio di manodopera nelle miniere in cambio di forniture energetiche, necessarie per alimentare lo sforzo di industrializzazione. Quando Moro si rivolge ad Andreotti, gli italiani che emigrano sono circa 300mila l’anno, un numero simile a quello degli stranieri che attualmente arrivano nel nostro paese. Pochi anni prima, con Fuga in Francia (1947) Mario Soldati aveva messo in luce aspetti poco luminosi del dopoguerra italiano, inclusa l’emigrazione come scelta obbligata di chi non riusciva a trovare lavoro e confidava, come i protagonisti del film, nell’espatrio clandestino come soluzione per migliorare le proprie condizioni di vita. Nel film di Soldati, la prassi sembra tollerata dalla polizia di frontiera: “Non è difficile, basta non dare nell’occhio alle guardie. Se non gli pestate i piedi vi lasciano passare”. “Vogliamo soltanto lavorare” dicono Immagini dell'Archivio storico Luce gli aspiranti emigranti “È colpa nostra se in questo paese non si trova più lavoro?”. Un anno prima della lettera di Moro, anche Aldo Fabrizi con Emigrantes (1948), esordio da regista, racconta scene di emigrazione italiana, questa volta diretta oltreoceano, con più ironia e un pizzico di retorica. Sulla nave verso il Sudamerica, Fabrizi affida agli interventi del professore (Adolfo Celi) il riassunto di un po’ di storia: “L’Argentina fino a oggi ha mandato in Italia piroscafi e piroscafi di grano. Il governo italiano ha stabilito che le rimesse dei migranti dovranno servire proprio a pagare quel grano”. Con l’aggiunta di qualche considerazione qualunquista dei vari personaggi: “Per apprezzare l’Italia bisogna viverci lontano… Il governo italiano dovrebbe fare obbligatorie l’emigrazione e la permanenza all’estero. E poi state tranquilli che tutti quegli italiani che si sputano in faccia l’uno con l’altro ritornerebbero a modo”. Fratellanza, un po’ di melodramma alternato alla comicità, piegano la realtà rappresentata dal film a una fiducia di fondo nell’intervento della provvidenza benevola e il dramma dell’emigrazione passa in secondo piano. Tanto che alla fine i protagonisti, dopo alterne vicissitudini in Argentina, recriminano senza convinzione - “Maledetta la guerra e chi ci ha ridotto così” - e tornare in Italia diventa meno urgente. Il trentatreenne Moro chiede il sostegno del sottosegretario con delega allo Spettacolo, di tre anni più giovane, per contrastare l’idea che emigrando si possa “arricchire a buon mercato … lavorando poco o niente”, insieme alla convinzione diffusa che gli organi governativi preposti alla tutela degli emigranti siano insufficienti o che funzionino solo su “pressioni più o meno lecite, se non addirittura in seguito ad esose corruzioni”. Così, “per correggere nell’opinione pubblica gli errori” e orientarla “verso una visione più aderente alla realtà”, Moro coglie la possibilità di usare a questi fini “uno dei mezzi più efficaci offertici dal nostro tempo: il cinema” e, in particolare, sollecita il suo collega di Governo a intervenire con le risorse della Presidenza del Consiglio per realizzare il suo programma di sostegno all’emigrazione con lo strumento offerto dai cinegiornali Incom. Il sottosegretario Andreotti era lo stesso che, proprio nel 1949, aveva presentato la legge per sostenere e promuovere il cinema italiano, frenando l’avanzata dei film americani e limitando i danni di immagine del neorealismo. Con le nuove norme, prima di accedere ai finanziamenti pubblici, la sceneggiatura doveva essere approvata da una commissione statale. E se un film diffamava l’Italia, poteva essergli negata la licenza di esportazione. Nelle maglie di questa sorta di censura preventiva era incappato subito Il cammino della speranza (1950) di Pietro Germi. Dopo avere interpretato uno dei protagonisti nel precedente film di Soldati, il regista prende spunto delle migrazioni illegali in Francia, per soffermarsi, con la sceneggiatura firmata insieme a Fellini e Pinelli, sulle cause di una scelta così dolorosa come quella di abbandonare la terra di origine, sulle aspettative che la sostengono e sui rischi che porta con sé. Terroni era il significativo titolo di lavorazione della pellicola che, oltre a essere tagliata dalla censura in alcune “scene lesive della forza pubblica”, fu ignorata dal sostegno pubblico perché rischiava di danneggiare la nuova immagine di paese democratico, civile e in corsa sulla strada della modernizzazione. Nelle pagine seguenti, la lettera originale di Aldo Moro a Giulio Andreotti. 45 46 47 48 NUMERI Il dossier della DG Cinema ITALIA E FRANCIA: APPUNTAMENTO A CANNES CON IL FONDO PER LE SCENEGGIATURE diIole Maria Giannattasio I l 2013 si è aperto con diversi film italiani distribuiti nelle sale francesi: L’uomo che verrà di Giorgio Diritti è uscito a gennaio, Scialla! di Francesco Bruni a febbraio, Basilicata coast to coast di Rocco Papaleo e Gli equilibristi di Ivano De Matteo a marzo. È una buona notizia, soprattutto nel panorama degli ultimi anni, in cui gli scambi tra i due paesi sono apparsi attenuati nonostante i rapporti intensi tra le cinematografie di Italia e Francia siano parte significativa delle rispettive storie produttive e artistiche.La 49 NUMERI // L’economia del cinema italiano Francia è tradizionalmente il principale partner del cinema italiano nelle coproduzioni internazionali e la prossimità geografica e culturale garantisce da sempre un terreno fertile per la collaborazione tra i produttori, insieme a un elevato potenziale di interesse del pubblico nei confronti del cinema reciproco. Negli Anni ’50, ’60 e ’70, in particolare, le due cinematografie hanno avuto assidui scambi di opere, capitali e talenti, che hanno contribuito ad allargarne il mercato nella competizione con la produzione statunitense e ad arricchire l’immaginario dello star system con coppie memorabili come Mastroianni-Deneuve o Fernandel-Cervi. Ai giorni nostri risultano invece insoddisfacenti l’entità delle quote di mercato di film francesi in Italia e di film italiani in Francia e la tipologia di molte coproduzioni non ancora sfruttate a pieno nella dimensione internazionale, necessaria a conquistare il mercato interno ed estero, e ridotte spesso a mere coproduzioni “finanziarie”, senza implicazioni sul piano artistico. Per recuperare il fecondo rapporto di cooperazione di quegli anni e incrementare la circolazione dei film nazionali nei mercati reciproci, stanno partendo alcune iniziative, in gran parte concordate già a gennaio, nel corso degli incontri tra produttori e istituzioni 50 dei due paesi, ospitati dall’Istituto Italiano di Cultura a Parigi. In particolare, sono in fase di elaborazione diversi progetti congiunti per consolidare i rapporti, favorire la realizzazione di opere di respiro internazionale e sostenere obiettivi comuni a livello europeo. Uno dei progetti annunciati, che sarà presentato ufficialmente a Cannes, riguarda la costituzione di un fondo comune tra la Direzione Generale per il Cinema italiana e il Centre National du Cinéma et de l’image animée (CNC) francese, con una dotazione di 500mila euro destinati allo sviluppo di sceneggiature che trovino sbocchi nei due mercati nazionali. Il CNC, da parte sua, ha già istituito il dispositivo “Aide aux cinémas du monde” aperto al cinema italiano, con una dotazione di 250mila euro a film per finanziare coproduzioni italo-francesi anche in lingua italiana. Un’altra iniziativa è quella, proposta dall’Istituto Italiano di Cultura a Parigi, di organizzare una vetrina dei film italiani inediti Oltralpe, con proiezioni destinate ai possibili acquirenti e distributori francesi, quale occasione per agevolare la diffusione in Francia non solo delle opere, ma anche dei talenti artistici e tecnici del nostro paese. L’Istituto sta inoltre lavorando, d’intesa con Unifrance, alla realizzazione di incontri sistematici tra produttori italiani e francesi, a partire dall’autunno prossimo, con tre giornate dedicate rispettivamente al lungometraggio, cortometraggio e al documentario. In discussione c’è anche l’opportunità di preparare copie già sottotitolate in francese, coinvolgendo a questo scopo le scuole di cinema, per agevolare il processo di distribuzione internazionale. Tra le criticità evidenti, ci sono le difficoltà nel tradurre e adeguare alle rispettive normative i contratti di coproduzione, per affrontare le quali sono allo studio modelli standardizzati che permettano una migliore comunicazione tra i due sistemi legali, insieme alla diffusione di indicazioni operative che favoriscano la comprensione dei meccanismi di accordo tra i paesi. Da entrambe le parti è emersa la necessità di insistere sulla formazione comune per sviluppare la cooperazione italo-francese a tutti i livelli, dalla sceneggiatura alla distribuzione, e di prendere spunto dal “Club des 13” - composto in Francia da tredici personalità del comparto cinematografico - per istituire un gruppo di riflessione e proposta sui principali problemi del settore. NUMERI // L’economia del cinema italiano L’ANNO PEGGIORE NELLE SALE CINEMATOGRAFICHE ITALIANE diFabio Ferrazza I dalla SIAE con una rilevazione a carattere censuario, e non campionario, svolta sul territorio nazionale attraverso la rete degli uffici periferici. Sulla base di quanto osservato lo scorso anno nelle sale del campione Cinetel e dei risultati della rilevazione della SIAE relativi alle manifestazioni tenutesi nel primo semestre del 2012 e negli anni precedenti, è però possibile stimare il numero totale di ingressi nei cinema italiani nel 2012 ottenendo un valore pari a circa 100,7 milioni. Per l’anno terminato si stima così il valore più basso dal 2006, quasi 11,5 milioni in meno rispetto al 2011 e quasi 20 milioni in meno rispetto al 2010. Prima di superare la soglia dei 120 milioni nel 2010, il numero di ingressi è pari a circa 105 milioni nel 2006, sfiora i 116,5 milioni nel 2007 e scende sotto i 110 milioni nel 2009 (Figura 1). Non sono accaduti gli eventi catastrofici raccontati nel film 2012 diretto da Roland Emmerich, ma l’anno concluso è stato probabilmente per il cinema nelle sale italiane il peggiore dell’ultimo periodo, se non il peggiore del nuovo millennio (²). primi dati sul consumo di cinema in sala in Italia nel 2012 sono stati resi noti nel mese di gennaio dalle associazioni degli esercenti ANEC (Associazione Nazionale Esercenti Cinema) e ANEM (Associazione Nazionale Esercenti Multiplex) e dai distributori e produttori dell’ANICA (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Multimediali). I dati, rilevati da Cinetel, indicano rispetto al 2011 una diminuzione del 9,9% del numero di spettatori. Gli addetti ai lavori hanno descritto una situazione difficile per il mercato, nel contesto più ampio della crisi economica generale, hanno annunciato iniziative promozionali e richiesto l’intervento della politica. Cinetel è una società che cura la raccolta degli incassi e delle presenze in un campione di sale cinematografiche di tutta Italia. In estate con la pubblicazione dell’Annuario dello Spettacolo della SIAE (Società Italiana degli Autori ed Editori) sarà possibile conoscere il numero totale di ingressi nei cinema, con biglietto o con abbonamento, registrati nel 2012 (¹). I dati sulla fruizione degli spettacoli sono raccolti 125.000.000 120.582.757 120.000.000 116.429.995 112.119.910 111.017.381 115.000.000 110.000.000 105.000.000 100.000.000 109.228.858 100,7mln* 104.979.882 95.000.000 2006 2007 2008 2009 Fig. 1) Andamento del numero di ingressi nelle sale cinematografiche italiane, 2006-2012 Fonte: Elaborazione su dati SIAE e Cinetel *Valore stimato 2010 2011 2012 (1) La SIAE diffonde dati di riepilogo dell’attività di spettacolo con periodicità semestrale (L’attività di spettacolo in Italia-primo semestre) ed annuale (Annuario dello Spettacolo) (2) Nelle pubblicazioni della SIAE il numero di titoli d’ingresso rilasciati dal 2000 al 2005 è compreso tra i circa 100,9 milioni del 2000 ed i circa 115,1 del 2004 (Annuario dello Spettacolo, anni da 2000 a 2005). Nel corso degli anni la SIAE ha però modificato i criteri di raccolta delle informazioni e le procedure di elaborazione dei dati. Per preservare la confrontabilità dei dati nel tempo, si è scelto di considerare il periodo dal 2006 al 2012 (per ulteriori informazioni ed approfondimenti si possono consultare i documenti presenti nella sezione “Cultura e tempo libero” dell’“Archivio della statistica italiana”, messo a disposizione del paese dall’ISTAT in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, http://seriestoriche.istat.it) 51 NEL MONDO Cinema italiano nei festival stranieri GIORGIO DIRITTI : diario semi-serio dal Sundance 2013 diCristiana Mainardi 28.novembre.2012 (giorno -51) È ufficiale, dal Sundance Institute arriva una mail. Oggetto: Embargo lifted. A Los Angeles si è tenuto l’announcement, la conferenza stampa in cui sono stati presentati i film selezionati per l’edizione 2013 del festival del cinema fondato da Robert Redford. Un giorno devi andare di Giorgio Diritti è stato scelto per concorrere nella World Dramatic Competition. Non capita tutti i giorni a un film italiano! Ma c’è poco tempo per festeggiare, perché c’è poco tempo per preparare tutto, anche per chiudere il film, che è in postproduzione. 29.novembre.2012 (giorno -50) Ogni festival ha la sua burocrazia e quella del Sundance – poiché è un evento internazionale con molte sezioni e molti film – verte su una rigorosa macchina organizzativa. Sarà anche cinema indipendente celebrato in piccolo paese sulle montagne dello Utah, ma l’imponenza del sistema americano – dell’industria e dell’arte della comunicazione – è evidente: decine di email al giorno e telefonate, necessariamente incuranti del fuso, per tutte le scelte da fare, i materiali da inviare, i meccanismi da capire. Iniziamo a chiamare il film con il titolo per l’estero, There will come a day. La testa è già oltreoceano, meglio ripassare l’inglese. 52 3.gennaio.2013 (giorno -15) Sono passati un paio di giorni dal capodanno, il festival inizierà il 17 gennaio. Non è stato facile organizzare la logistica: Park City ha pochi alberghi e molti chalet immersi nella neve, perché l’economia della zona verte sulla passione per lo sci, oltre a quella per il cinema. Dal Sundance arriva un lungo documento con le istruzioni #toenjoythefestival. La prima avvertenza riguarda le cose da mettere in valigia: anche la biancheria intima – a quanto pare – è preferibile che sia termica! Temperature previste: -12 gradi come massima, - 24 la minima. Ecco perché al Sundance non c’è il red carpet, perché calpestarlo con i doposci sarebbe ostico. 18.gennaio (giorno 0) Si parte: Giorgio Diritti, l’attrice protagonista Jasmine Trinca; i produttori Lionello Cerri (Lumière & Co.) e Carlo Brancaleoni (Rai Cinema). È il 18 gennaio ed è fissata la proiezione “press&industry”, mentre l’anteprima mondiale sarà il 21. A Park City stanno già lavorando il distributore internazionale, Elle Driver, e l’ufficio stampa. 19.gennaio (giorno 1) Dell’accoglienza non si può che essere entusiasti: una straordinaria recensione di “Variety”, elogi dai corrispondenti della stampa italiana, il director’s brunch nel ranch di Robert Redford per Giorgio Diritti… E le previsioni meteo: si sta per verificare un evento straordinario, il tempo sarà bello (Sun- dance – in fondo - letteralmente sarebbe “danza del sole”). Non è un dettaglio, poiché nonostante lo stordimento del fuso orario e dei 2200 metri di altitudine, s’inizia a comprendere come funziona questo eccezionale festival anti star-system, dove Redford fa gli onori di casa con camicia di flanella scozzese sbottonata e un paio di pantofole imbottite ai piedi: qui contano i film e il pubblico dei film, qui tutto è finalizzato a favorire una relazione diretta, all’incontro. Si vive tutti insieme lungo le due strade principali di Park City, agli angoli dove si fa musica e nei bar dove le troupe di giornalisti cercano Nicole Kidman tra gli altri avventori, ci si muove con gli autobus e neppure il regista che deve presentare il suo film entra al cinema se non ha il suo biglietto! 20.gennaio (giorno 2) I pass del Sundance sono grandi come bavaglini. Sembra strano, perché anche gli addetti ai lavori – che siano produttori, artisti, giornalisti, distributori – non lo devono (possono) usare per accessi preferenziali: se vuoi andare a vedere un film, ti metti in coda per comprare i biglietti. In realtà, capisci che lo scopo principale è l’identificazione: non tanto personale, ma dei film, e in generale del ruolo delle persone nell’economia del festival. Tutto sembra uguale per tutti e deve poter essere compreso da chiunque: democratico, condiviso. Capita così che ti siedi in autobus, quello seduto accanto allunga l’occhio sul tuo pass (e tu sul suo) e il più delle volte inizia una conversazione: con una persona che giunge dall’altra parte del mondo e che probabilmente non incontrerai mai più, ma con cui per una manciata di minuti condividi un’esperienza e una passione. 53 NEL MONDO // Cinema Italiano nei festival stranieri 21.gennaio (giorno 3) È il giorno della prima per There will come a day. L’attività di comunicazione (interviste, incontri, foto) che ha impegnato Giorgio Diritti e Jasmine Trinca è finita nel primo pomeriggio. Resta qualche ora prima di una cena organizzata da Filmitalia al Terigo cafè, Main street, solo qualche passo dall’Egyptian Theatre, il cinema storico di Park City, e poi alle 21 tutti in sala per l’anteprima mondiale, senza cerimoniali. Ma con un’altra particolarità: ogni proiezione per il pubblico (e ce ne sarà una tutti i giorni in cinema diversi fino alla fine del festival) è preceduta da una presentazione del regista e seguita da una sessione di domande e risposte con gli spettatori. Ora tocca al giudizio del pubblico americano, e la proiezione è sold out. L’emozione è fortissima quando un caldo applauso irrompe sui titoli di coda, e li accompagna. Considerando che sono lunghi, molto lunghi… 22/23.gennaio (giorno 4/5) Inizia il minitour del film, con una proiezione in un multiplex alla periferia di Park City, un’altra a Salt Lake… Sale piene, piene anche di domande. Tutto molto sentito, tutto molto spontaneo. È vero che gli americani hanno una propensione ad esprimere l’entusiasmo molto marcata, ma qua sembra che everything sia davvero great. In parte dipende dal fatto che il pubblico è molto giovane, e in generale – a guardare le cose da fuori – che il Sundance è costruito apparentemente come una sagra di paese, per divertirsi. Apparentemente. Dietro ci sono 30 anni di storia costruiti con talento e perizia, che ne hanno fatto un evento cult in America. Un esempio: ci lavorano oltre 2000 volontari, scelti tra decine di migliaia di domande provenienti ogni anno da tutti gli States. La nostra interprete, per fare un esempio, è ricercatore genetico, ha 3 figli, ma per tutta la durata del festival lavora qui, svolgendo compiti diversi. “Perché – spiega con un orgoglio di appartenenza quasi commovente – chi ama il cinema qui condivide con gli altri questo amore, ed è onorato di poter dare il suo contributo”. 24.gennaio (giorno 6) Si rimpatria, con una domanda: ammesso che in Italia ci fosse uno figo come Robert Redford, si riuscirebbe a costruire un festival così? Su una cosa non ci sono dubbi, le nostre montagne sono anche più belle di quelle dello Utah… 54 NEL MONDO // Cinema Italiano nei festival stranieri diRossella Rinaldi INTERVISTA A THURE MUNKHOLM, RESPONSABILE DELLA PROGRAMMAZIONE DEL CPH PIX FILM FESTIVAL DI COPENAGHEN, CHE SI TERRÁ DALL’11 AL 24 APRILE 55 NEL MONDO // Cinema Italiano nei festival stranieri T hure Munkholm, fondatore del film magazine danese “Mifune”, dal 1997 giornalista e critico, tiene lezioni di cinema all’Università di Copenaghen, dove si è laureato in Letterature comparate. È stato programmatore del CPH:DOX. CPH PIX è nato nel 2009, ma in realtà deriva dall’unione di due festival. Ha sentito parlare della ‘rivalità’ tra i tre festival italiani, Venezia, Roma e Torino? Sembra che in Danimarca si riescano a trovare forme di collaborazione per migliorare i risultati... Siamo un festival giovane, ma con venti anni di storia. CPH PIX deriva dal NatFilm Festival, nato nel 1990 e dedicato ai film di genere per il grande pubblico. Poi circa 10 anni fa arrivò il Copenaghen International Film Festival, incentrato su film europei. Entrambi richiedevano gli stessi fondi statali, ma a un certo punto la politica governativa poteva supportare solo un festival. Invece di competere per accaparrarci i film migliori, abbiamo pensato a come lavorare insieme. È nato quindi il CPH PIX, che ha luogo ad aprile, ma sotto il suo ombrello ci sono anche due festival minori, CPH:DOX, dedicato ai documentari (a novembre) e Buster, per ragazzi e bambini (a settembre). Si può parlare di co-branding: abbiamo collaborato per fare di Copenaghen un centro di attrazione per il cinema di altri paesi. Credo che sia una scelta vincente. Tornando ai festival italiani, sono stato solo a Venezia. L’anno prossimo vorrei andare a Roma, ho studiato il programma e ho letto molte recensioni: credo che quest’anno siano accadute delle cose interessanti. Qual è il pubblico del vostro Festival? È misto. La maggior parte è giovane, sui 22-30 anni, interessata a film di genere e finzione, ma con il coraggio di vedere cose differenti. Un’altra parte del pubblico, che non si può classificare in base all’età, ha un forte interesse per il cinema straniero: è per questo che abbiamo delle forti sezioni francesi, tedesche e italiane (per il secondo anno ospiteremo un Focus Italia, con circa 5 film). Poi c’è un pubblico intorno ai 40 anni orientato verso i film d’avanguardia, educato dal Copenaghen Film Festival. Speriamo che i ventenni di oggi verranno ancora al festival tra 20 anni! Quest’anno la televisione statale danese ha acquistato 6 film italiani, addirittura prima del festival. Sono già stati trasmessi? L’anno scorso abbiamo iniziato una collabo- 56 razione con DR, la televisione statale danese, che ha un nuovo canale dedicato ai film d’autore ed esteri. Uno degli scopi del festival è quello di permettere ai film una vita in Danimarca, e collaboriamo con vari buyers. Abbiamo preannunciato una forte sezione italiana, ci hanno creduto perché pensavano che il pubblico sarebbe stato interessato, quindi hanno comprato i film, includendo nell’acquisto anche un altro film italiano non presente al festival. Speriamo di ripetere la collaborazione anche quest’anno. I film sono stati trasmessi subito dopo il festival. Crede che i numerosi premi vinti a livello internazionale in questi ultimi anni testimonino una ‘rinascita’ del cinema italiano? Rinascita è una parola grossa. È ovvio che i promotori culturali cercano di creare un caso, anche in Danimarca. Quello che mi piace del cinema italiano è che avete registi che fanno cose differenti, una cosa che manca a noi: da una parte c’è il cinema d’autore e dall’altra il cinema mainstream. Ma a me piacciono i registi che sono in bilico tra questi due poli. Seguo il cinema italiano da molto tempo e sono sicuro che sta succedendo qualcosa di molto forte. I film italiani riescono ad arrivare nelle sale danesi? Quali sono quelli distribuiti recentemente? È molto raro che vengano acquisiti per le sale: eccezion fatta per Nanni Moretti e Matteo Garrone, ma Il Divo ci ha messo molto tempo a trovare una distribuzione. È strano perché ero sicuro che sarebbe stato accolto molto bene dal pubblico. Non siamo un paese che ha molte affinità con l’Italia ma credo sia in atto un cambiamento: anche se non c’è una lunga tradizione di acquisizioni, come per i film tedeschi e francesi, esiste un pubblico per i film italiani. In base a quali criteri seleziona i film? Quest’anno ha già trovato dei titoli interessanti? È una risposta facile: cerco qualcosa che mi sorprenda. Ad esempio l’anno scorso abbiamo mostrato Ruggine, che è un film molto forte, come anche La leggenda di Kaspar Hauser e L’arrivo di Wang: tre film differenti, ma con un forte elemento di sorpresa. Per le selezioni di quest’anno ho già visto circa mille film da tutto il mondo e la maggior parte sono girati nello stesso modo. Ma tra gli italiani ho trovato moltissima originalità. NEL MONDO // Import-Export DI COSA SI PARLA QUANDO SI PARLA DI (IN)SUCCESSO AL BOX OFFICE di Federica D’Urso e Francesca Medolago Albani per Ufficio Studi ANICA L'antidoto: andare a cercare il pubblico dove questo si trova, lottare contro il consumo illegale, mettere in discussione sistemi delicati e complessi, sinora intoccabili I l 2012, ormai è storia, è stato un anno difficile per il mercato sala italiano, sia per i risultati complessivi al box office, sia per la quota di mercato del prodotto nazionale. I dati di incasso e presenze, confrontati con quelli degli anni precedenti, esprimono in via inequivocabile una caduta verticale, su cui vale la pena di riflettere. E, a distanza di un trimestre, ragionare a mente fredda sulla tendenza più che sul dato puntuale. Per il settore, il 2012 ha chiamato a raccolta tutte le forze verso la ripresa. È la creatività imprenditoriale che può fare la differenza in questa fase e, in molti casi, la comprensione dei problemi tra tutti gli attori sulla scena. LEGGERE I DATI CON LUCIDITÁ Il dato di box office oggettivo, si diceva, non lascia spazio a concessioni: l’incasso delle sale cinematografiche nel 2012 è calato dell’8% rispetto all’anno precedente, sfiorando i 609 milioni di euro Cinetel, le presenze sono tornate ampiamente sotto la soglia dei RISULTATO TOTALE BOX OFFICE 2012 Presenze 91.310.793 Incassi (€) 608.954.249 Numero film 363 (prime uscite) FONTE: CINETEL 2011 101.343.987 2010 var % var % var % 2011-2012 2011-2010 2012-2010 110.043.562 -9,90 -7,91 -17,02 661.679.788 735.283.842 -7,97 -10,01 -17,18 +0,83 +4,35 +5,22 360 345 100 milioni, con una caduta del 10% dei biglietti venduti rispetto all’anno precedente. Il dato è ancora più drastico se confrontato con il 2010, anno particolarmente brillante, l’apice della curva ascendente che aveva caratterizzato l’ultimo decennio: -17% in due anni sia per gli incassi che per le presenze. Per ritrovare dimensioni simili del mercato sala, risalendo la serie storica, bisogna tornare al 2005, quando si erano registrate presenze per 90,5 milioni di unità. Per comprendere con maggiore lucidità cosa è successo nelle sale italiane in questo biennio, vale la pena di osservare il dettaglio delle quote di mercato. L’anno 2010 può essere utilmente adottato come punto di riferimento: all’apice della curva ascendente appena rilevata, tutte le componenti del successo avevano funzionato al meglio, esprimendo in modo positivo le proprie potenzialità, da un lato con l’esplosione del 3D di cui è stato protagonista il prodotto americano (do you remember Avatar?), dall’altro con l’enorme successo di alcune commedie italiane in stato di grazia (Benvenuti al Sud, La banda dei Babbi Natale, Io, loro e Lara, Maschi contro femmine…), frutto anche della nuova spinta produttiva effetto delle agevolazioni fiscali, con tutte le conseguenze qualitative, quantitative e anche psicologiche di cui si è diffusamente parlato in varie sedi. Al di là del singolo campione d’incassi, il 2010 è stato l’anno in cui 8 film italiani si sono piazzati nella top 20 e il più basso di questi – Mine vaganti - ha incassato 8 milioni di euro. 57 Presenze 91.310.793 Incassi (€) 608.954.249 Numero film 363 101.343.987 110.043.562 -9,90 -7,91 -17,02 661.679.788 735.283.842 -7,97 -10,01 -17,18 +0,83 +4,35 +5,22 NEL MONDO // Import-Export (prime uscite) 360 345 FONTE: CINETEL SERIE STORICA BOX OFFICE 2012 2011 2010 2009 2008 2007 2006 2005 2004 2003 900.000.000 800.000.000 700.000.000 600.000.000 500.000.000 400.000.000 300.000.000 200.000.000 100.000.000 FONTE: CINETEL INCASSI IN EURO PRESENZE COSA SUCCEDE DOPO L’ANNO PERFETTO? Il 2011 è un anno di “tenuta” del mercato, si è detto: una caduta fisiologica (-10% di incassi sull’anno precedente) in un contesto di crisi annunciata ma non ancora conclamata, in cui però il prodotto italiano ha – in controtendenza – aumentato biglietti venduti e quota di mercato, portandola al massimo storico del 36%. È l’anno di Che bella giornata, Qualunquemente e Immaturi, il fil rouge con il 2010 è evidente e il mood del pubblico in sintonia. Nuova commedia popolare. A fare le spese della crisi, invece, è stato essenzialmente il prodotto americano, che sull’anno precedente ha 12 punti percentuali, pagando probabilmente l’assenza di grandi titoli e la perdita di novità del 3D. In modo non troppo sofisticato, quindi, si può affermare che il mercato sala del 2011 è stato “salvato” dal successo del prodotto nazionale, che ha compensato la grave caduta dei film americani. Ciò che è emerso nel 2012, allora, è stata l’impossibilità del cinema italiano di mantenere e consolidare i risultati del biennio precedente, pur tenendo presente che il 25% di quota di mercato è un dato assolutamente rispettabile e positivo se messo a confronto sia con la serie storica sia con i risultati del prodotto nazionale negli altri paesi europei. La frenata della quota italiana nel 2012 si è inoltre sommata alle non risolte difficoltà del prodotto americano, che ha comunque limitato i danni recuperando 5 punti: non c’è stata compensazione fra i due grandi motori del box office e il risultato al botteghino è stato quindi impie- 58 toso. Non irrilevante, infine, la componente europea se le due grandi mostrano stanchezza: senza troppo scandagliare la nazionalità di alcuni blockbuster, che hanno fatto negli anni la differenza della quota relativa, il 2012 è stato l’anno della Francia, con Quasi amici, The Artist, Cena tra amici e alcuni altri film che si sono fatti notare dal grande pubblico. L’andamento mensile della quota italiana, però, dice anche un’altra cosa sul confronto tra gli ultimi tre anni. Ed è che il calo si presenta in gennaio/febbraio e – drammaticamente – nei mesi estivi e in autunno. E che il calo di spettatori si combina con l’assenza di prodotto italiano dagli schermi. Azzarderemmo quindi tre ragioni diverse per i tre periodi: fisiologica la presenza di meno commedie forti a inizio anno (è pur sempre un’industria di prototipi, nessun anno è uguale all’altro), patologica l’assenza di film da aprile in poi nelle sale (nella speranza di un autunno migliore?), mortifera la “botta” di percezione generale degli effetti della crisi economica e della minore circolazione di denaro. Non è vero quindi (ci abbiamo vissuto per anni con questa convinzione) che il consumo di film è anticiclico. Se decido proprio di uscire di casa per un film, scelgo un grande spettacolo e vado sul sicuro. Ma, se riduco il mio consumo di cinema in sala, non è detto che io veda meno film a casa, legale o illegale che sia il modo da me scelto. I film italiani del 2012 sono quindi stati più difficili? Più cupi? Meno riusciti? Hanno risentito del clima più pesante o si sono “seduti” sul successo del biennio precedente? Fisiologicamente la wave di commedie leggere ha lasciato il posto alla wave di film d’impegno e riflessione, che meno pubblico raccolgono? O hanno scontato la contrazione della stagione ai 7/8 mesi invernali, lasciando la stagione estiva sguarnita e mangiandosi l’un l’altro la coda di pubblico? Ha inciso la chiusura delle sale che storicamente lo hanno ospitato? Risentendo quindi della scarsa tenitura, dell’assenza dell’effetto tam tam, della scarsità di tempo libero (o dell’eccesso di) delle persone, del mood depressivo e dell’imperativo categorico della spending review? Del poco coraggio? La paura dell’insuccesso ha generato l’insuccesso? Troppo presto per rispondere a ogni domanda (psicanalisti benvenuti), probabilmente un po’ di tutto ciò, in un mix negativo fulminante. Ciò che però è certo è che la componente italiana è fondamentale per il benessere dell’intero mercato, tanto quanto quella statunitense. Ma il tema vero è che deve crescere la dimensione complessiva: deve aumentare quel benedetto numero di biglietti venduti in un anno, tornare ai 110 milioni del 2010 e superarli. Deve esserci il successo di tutti, come nel 2010. IMMAGINARE IL FUTURO OLTRE LA STANCHEZZA Guardando al futuro, in sintesi, due considerazioni essenziali: non dal 2012, ma già da alcuni anni, il mercato sala riceve segnali di stanchezza, parzialmente mascherati nel dato generale dalle forze relative di alcuni fenomeni che alternandosi si sono compensati. In questo contesto, è ormai evidente e conclamata la necessità che il segmento dell’esercizio in particolare, ma anche quello della distribuzione si attrezzino per individuare soluzioni per ripartire verso una nuova crescita. Oltre alle azioni di “tamponamento” del danno, la proposta è quella di ripensare in modo nuovo e attuale il modello distributivo, prendendo in considerazione tutte le opportunità emerse in questi ultimi anni e facendole funzionare in contemporanea. In sintesi: andare a cercare il pubblico dove questo si trova, anche se in un luogo diverso da quello dove si trovava anche solo qualche anno fa. Gli strumenti sono diversi tra loro e, probabilmente, il mix dovrà essere diverso per ogni singolo film: posizionamento in corso di stagione (più lunga), multiprogrammazione (e quindi teniture più lunghe), specializzazione degli schermi e varietà dell’offerta, analisi dei nuovi modelli di consumo e lotta a quelli illegali, adattamento delle windows per raccogliere il massimo dei risultati dallo sfruttamento su più mezzi. Il 2012 sancisce la “fine di un’epoca” del cinema italiano, dal punto di vista produttivo. La rinascita del settore, partita all’inizio degli USA Italia+COP NEL MONDO // Import-Export Europa Altri 80% 100% QUOTE DI MERCATO INCASSI (serie storica, dati percentuali): 2012 2011 2010 2009 2008 2007 2006 2005 2004 USA 53,21 48,58 60,23 63,50 60,20 55,40 61,90 53,80 61,90 Italia 24,02 33,81 27,26 22,60 27,70 26,90 20,50 18,70 14,00 Italia+COP 25,2 35,64 29,28 23,40 29,00 31,70 24,80 24,70 20,30 Europa 17,4 13,84 9,74 11,50 9,80 11,60 11,20 19,60 10,90 Italia+COP+Europa 42,60 49,48 39,02 34,90 38,80 43,30 36,00 44,30 31,20 2004 61,90 20,30 10,90 2005 53,80 24,70 19,60 2006 61,90 24,80 11,20 2007 55,40 31,70 11,60 2008 60,20 29,00 9,80 2009 63,50 23,40 11,50 2010 60,23 29,28 9,74 2011 48,58 35,64 13,84 2012 53,21 25,2 FONTE: ELABORAZIONI SU CINETEL 0% Anni 2000 e frutto di una serie di interventi politici e normativi ma anche di una felice vena creativa e di nuova consapevolezza imprenditoriale degli operatori, ha riportato il prodotto nazionale nelle sale, ha parlato alle generazioni più giovani grazie all’ampliamento dei generi e degli stili proposti, ha certamente riportato il cinema italiano sotto una nuova luce nel mondo. Ma questo entusiasmante processo ha esaurito il suo corso e ciò a cui oggi i produttori sono chiamati è una nuova definizione di obiettivi e strategie per intraprendere la “fase 2”. Tra i temi su cui lavorare sicuramente c’è l’integrazione di saperi: forza d’impresa e innovazione; sicurezze e creatività; conoscenza e sperimentazione; consolidamento e start-up. Tanto coraggio, una più approfondita conoscenza del pubblico in tutte le sue componenti, una maggiore dimestichezza con la catena di sfruttamento dei diritti, in Italia e all’estero, un maggior dialogo con gli attori della distribuzione e con l’esercizio, una sempre maggiore coesione con l’autorialità e con i talenti. Tutti gli attori della filiera, quindi, sono coinvolti nella sfida imposta dal cosiddetto “insuccesso” di cui parlano i dati 2012. Oltre agli impegni legati a ogni specifico segmento, ciò che serve è soprattutto la ricerca di una nuova fluidità nell’affrontare il mercato, una reattività al cambiamento e una capacità di trovare strade produttive e distributive inedite e magari specificamente pensate per ogni singolo prodotto immesso nel circuito. Serve agilità nell’immaginare, anche creativamente, i percorsi più adatti per mettere in contatto il film con il suo pubblico. Anche a costo di mettere in discussione sistemi delicati e complessi, finora intoccabili. USA Italia+COP 17,4 Europa Altri 20% 40% 60% 80% 100% PRESENZE FILM ITALIANI PER MESE 2012-2012 2012 2011 2010 2009 2008 2007 2006 2005 2004 USA 53,21 48,58 60,23 63,50 60,20 55,40 61,90 53,80 61,90 Italia 24,02 33,81 27,26 22,60 27,70 26,90 20,50 18,70 14,00 Italia+COP 25,2 35,64 29,28 23,40 29,00 31,70 24,80 24,70 20,30 Europa 17,4 13,84 9,74 11,50 9,80 11,60 11,20 19,60 10,90 Italia+COP+Europa 42,60 49,48 39,02 34,90 38,80 43,30 36,00 44,30 31,20 14.000.000 12.000.000 10.000.000 8.000.000 6.000.000 4.000.000 2.000.000 2012 0 2011 GENNAIO FEBBRAIO MARZO APRILE MAGGIO GIUGNO LUGLIO AGOSTO SETTEMBRE OTTOBRE NOVEMBRE DICEMBRE 2010 59 Lingua ufficiale Popolazione 143.474.000 Superficie Russo ab sono presenti oltre 100 lingue differenti in tutto il paese 17.075.400 Densità 8,3 km2 ab./km2 Presidente Vladimir Putin Moneta RuBlo Russo 9 fusi orari Capitale Forma di governo Il caso Russia RePuBBlica PResidenziale FedeRale FOCUS 2000 digitali mosca 60 190 etnie 1000 analogici schermi cinematografici FOCUS // Dove il cinema sta meglio Il cinema russo? `E una matrioska. diRoberta Ronconi Il mercato distributivo del più grande paese del mondo, in termini geografici, è ampiamente dominato dal prodotto Usa (oltre il 70% dei titoli), seguito da quello nazionale (17-18%). Dei circa 120 lungometraggi prodotti in Russia lo scorso anno, 68 hanno ricevuto fondi statali, ma di questi solo 5 sono rientrati del budget di spesa. Due o tre titoli nazionali possono però a volte contare su buone posizioni nelle hit. I “ l cinema russo è una matrioska”, sostiene Alena Shumachova, selezionatrice attiva in vari festival italiani. E i critici nazionali concordano. Come a dire che, sotto la prima evidenza, c’è molto altro. E se a questa definizione aggiungiamo il fatto che la Russia è, ancora oggi, dopo la fine dell’Urss e la separazione di molte repubbliche, il Paese con la maggiore estensione territoriale del mondo, le deduzioni sono semplici. Il cinema russo è materia immensa, di cui noi, in Europa (Italia compresa), percepiamo sì e no un’infinitesima parte. E questo nonostante il fatto che i maggiori festival (Cannes in primis, ma anche Venezia e ora Roma) siano da sempre innamorati dei grandi autori russi e abbiano permesso, almeno ai frequentatori di festival, di conoscere opere spesso mai giunte al grande pubblico, italiano e russo. Stiamo parlando ovviamente dei lavori di Andrej Sokurov, Pavel Lungin, Andrej Konchalovskij, Nikita Michalkov, Kira Muratova, per citare i nomi più classici. Sino ad arrivare alle scoperte più recenti di Andrej Zvjagincev (Leone d’Oro a Venezia 2003 con Il ritorno), Alekseij Fedorchenko (Premio della critica a Venezia per Silent Souls nel 2010 e a Roma lo scorso anno con il bellissimo Spose celestiali dei mari di pianura), Alekseij Popogrebskij (Orso d’argento ai due attori nel 2010 per How I ended this summer). Nonostante gli sforzi e il coraggio dei distributori italiani (Istituto Luce, Lucky Red, Bim, Fandango), gli autori russi non hanno mai fatto buoni incassi in Italia. E lo stesso dicasi per la Russia, dove persino i film di Andrej Sokurov - riconosciuto anche in patria come il più grande autore degli ultimi decenni - in sala fanno di solito dei bagni di sangue. Il suo Faust lo scorso anno (2012) ha incassato poche centinaia di migliaia di rubli, a fronte di un budget di spesa di 14.5 milioni di dollari. Ma, a compensazione di queste difficoltà, gli autori e in generale la cinematografia russa, possono trovare notevole sostegno dalle televisioni pubbliche e private della Federazione oltre che dal sostanzioso supporto economico dello Stato, non interrotto dalle trasformazioni politiche nel paese. Dopo la pesante crisi economica del 2008, il sovvenzionamento statale per il settore viene completamente ripensato, anche nei suoi rapporti con il governo centrale del paese che chiede un’attenzione particolare ai temi patriottici, storici e di educazione morale. Nel 2009 nasce il Consiglio per lo sviluppo del cinema nazionale, sotto la guida di Vladimir Putin (poi sostituito da Dmitrij Medvedev). Cambia il concetto stesso di finanziamento pubblico 61 FOCUS // Dove il cinema sta meglio Faust di A.Sokurov 62 che viene erogato non più per promuovere progetti ex novo, ma per completare il listino dei film già in produzione. I fondi vengono gestiti ed erogati non solo dal Ministero per la cultura, ma anche da un nuovo soggetto, il Fond Kino, che dispone di ingenti risorse. Nel 2012, di un budget complessivo di 6 miliardi di rubli - 150 milioni di euro - il 66% sono stati gestiti dal Fond. La creazione del Fond Kino ha pesantemente sbilanciato il mondo della produzione, concentrando i finanziamenti su otto-dieci società scelte in base ai loro rendimenti commerciali e alle scelte produttive intorno ai temi più cari al governo centrale. Dalla metà del decennio 2000, ai fondi statali per la cinematografia si sono unite le finanze della televisione, pubblica e privata. Molto attivi nella produzione cinematografica sono il Pervij CanaI (proprietà: 51% pubblica, 49% di un consorzio finanziario legato all’imprenditore Roman Abramovich) e Rossija (della Compagnia Statale Panrussa VGTRK) , a cui si affiancano altre compagnie finanziarie di Media Holding proprietarie di canali tv, quali la Gazprom-Media (NTV e TNT) e la STS Media (DTV e STS). Sempre dalla metà degli anni 2000, si affacciano sul mercato russo i distributori stranieri, principalmente americani che, assieme alle compagnie russe rappresentanti di majors e ai pochi distributori indipendenti, si dividono un panorama composto da 3.000 schermi, di cui i 2/3 digitalizzati e con tecnologia 3D. Gran parte dei multiscreen si trovano all’interno dei centri commerciali e i biglietti di ingresso, soprattutto per le proiezioni serali, sono molto cari (in diverse sale ci sono le file centrali per “vip”). Una compensazione è data dai molti sconti e dalle facilitazioni di cui godono diverse categorie, tra cui gli studenti, gli universitari, i pensionati. Dei grandi edifici cinematografici di epoca sovietica, sotto il controllo delle municipalità, non è rimasto granché e molti sono stati venduti a privati. A rischio di vendita costante sono anche gli storici studi cinematografici della Lenfilm (la più antica Mosfilm è da tempo semiprivata e produce principalmente per la televisione), centro di produzione di San Pietroburgo che negli ultimi mesi è stato teatro di grandi battaglie dei cineasti contro la sua privatizzazione. Tornando alla matrioska, se per il mercato FOCUS // Dove il cinema sta meglio estero dei festival, la bambola più in evidenza è quella del cinema d’autore, in Russia il cinema nazionale più amato dal pubblico è quello delle commedie e dei blockbuster ad imitazione americana. A questi ultimi si sono “votati” anche diversi figli d’arte, come Fedor Bondarciuk (figlio di Serghej), che nel 2005 ha diretto blockbuster di enorme successo quali 9th Company (9 Rota) sul Vietnam russo, ovvero la guerra in Afghanistan del 197980 e The Inhabited Island (Obitaemy Ostrov, campione di incassi nel 2009). Ad aprire la scalata al box office dominato sino ad allora dai titoli americani era stato, nel 2004, Night Watch (Nochnoi dozor) di Timur Bekmambetov, seguito da Day Watch e Irony of Fate 2, tutti prodotti da Pervij Canal insieme ai primi studi privati di produzione (in questo caso, il Bazelevs dello stesso Bekmambetov). Da notare che nel 2003 anche il cinema d’essai aveva dato il suo primo vagito post-Urss con l’uscita di Koktebel (vincitore del Festival di Mosca) di Boris Chlebnikov e Aleksej Popograbskij , un film che farà scuola e che aprirà la strada al modello di produzione di mecenati privati, come Roman Borisevic che da allora, per la società Koktebel, ha prodotto una serie di film di qualità promuovendo nuovi talenti. Riassumendo, con uno sguardo ravvicinato ai dati del settore del 2012: il mercato distributivo russo è ampiamente dominato dal mercato Usa (oltre il 70% dei titoli), seguito - con un grafico in discesa - da quello russo (17-18%). Biglietti venduti: intorno ai 130 milioni. Dei circa 120 lungometraggi prodotti in Russia lo scorso anno, 68 hanno ricevuto fondi statali, ma di questi solo 5 sono rientrati del budget di spesa. Due o tre titoli nazionali possono però a volte contare su buone posizioni nelle hit. Nelle settimane delle scorse festività natalizie, ad esempio, al primo posto del box office troviamo l’animazione nazionale The Three Warriors on Distant Shores, che lascia al terzo posto Lo Hobbit: un viaggio inaspettato. Nelle passate stagioni, ottime posizioni hanno guadagnato anche commedie come O chem govovrjat mushyny (Di cosa parlano gli uomini, di Dmitrj Diachenko) e il film sorpresa del 2012, Duxless (Senza anima, di Roman Prygunov), rivisitazione di Wall Street con redenzione. Un grande successo di critica e pubblico che ha acceso una fiammella di speranza per un nuovo corso del cinema commerciale nazionale. Paper Soldier di A.German jr. Fonti: “The Film Industry in the Russian Federation”, rapporto della Nevafilm per the European Audiovisual Observatory, nov. 2012; Ksenija Leontieva direttrice di Nevafilm; Rapporto annuale 2012 dell’Unione dei cineasti russi; “Il cinema russo contemporaneo” Marsilio editore; materiali e cataloghi 46 e 47 della Mostra Internazionale del nuovo cinema di Pesaro. 63 FOCUS // Dove il cinema sta meglio `Ma la vera Russia e` raccontata dai suoi doc di Ro. Ro. B asterebbe dare uno sguardo alle impietose riprese di Selvaggia, spiaggia selvaggia (Dikij, dikij pliaz di Aleksandr Rastorguev, 2006) sulle nuove tipologie sociali dell’era Putin, per capire che tutto ciò che non riusciamo a vedere della Russia contemporanea nel suo cinema d’autore (sempre metafisico negli approcci), lo possiamo trovare nel documentario. Una scuola di lontanissima tradizione (il cine-giornalismo russo nasce con Dziga Vertov) che arriva agli Anni 2000 con voci e forza nuovi. Di titoli non-fiction in Russia ne vengono prodotti diverse centinaia l’anno. Negli ultimi cinque anni siamo sull’ordine dei 300 documentari prodotti dai canali televisivi (in particolare dai primi due canali nazionali, Pervij Canal e Rossija) e altrettanti finanziati direttamente dallo Stato. Tanta abbondanza sembrerebbe un miracolo vista dall’Italia, ma bisogna tenere presente che la produzione statale è figlia di un passato prolungato per ragioni spesso di mantenimento di addetti ai lavori e centri di produzione. Fuori da entrambi i giri troviamo i documentaristi più interessanti delle ultime generazioni, i cui lavori spesso circolano nei festival internazionali (in Italia, il merito va tutto alla Mostra di Pesaro). Ritornando ad Aleksandr Rastorguev, il suo Dikij pliaz - prodotto dal canale privato TNT con la produzione indipendente Kinoteatr.doc (una delle presenze più significative in Russia nell’ambito della ricerca artistica audio-visiva) - è un esempio di nuove combinazioni produttive. Accanto al provocatorio realismo di Rostorguev (autore nel 2008 del manifesto “Natural’noe kino”, dove promuove la lotta sociale attraverso “l’estetica pura e l’antropo- 64 logia totale”), troviamo i lavori della coppia Antoine Cattin e Pavel Kostomarov, che con Mat’ (2007) e Transformator lasciano ai loro personaggi il compito di raccontare paesaggi e nuove condizioni sociali. Più vicini al documentario classico, Viktor Kosakovskij e Sergej Dvorcevoj, ritenuti i veri eredi della scuola russa. Classico anche l’approccio di Sergej Loznica, grande maestro della forma. Il suo Blokada (L’assedio, 2006), sull’assedio di Leningrado ad opera dei tedeschi durante la seconda guerra mondiale (900 giorni!), è figlio del recupero certosino di materiali dell’epoca a cui il regista, assieme al direttore del suono Vladimir Golovnickij, ricostruisce completamente il sonoro mettendolo in primo piano, e restituendoci una contemporaneità uditiva che mette davvero i brividi. Molti documentaristi delle ultime generazioni hanno tentato, riuscendoci, di testimoniare dello sconvolgimento sociale avvenuto in Russia con la fine dell’Urss, dedicandosi a lavori in cui il prima e il dopo tentano un costante confronto. È il caso di Etjudi o Ljubvi (Studi sull’amore, 1991, 1994, 1995) di Vitalij Manskij in cui la realtà postsovietica ha ancora lo sguardo rivolto al passato. Stessa operazione quella di Ekaterina Eremenko, che con My Class (La mia classe, 2008) racconta il salto degli anni che vanno dal 1982 al 2008. Un esperimento che segue la strada tracciata dal documentario russo a lunga durata più importante sino ad oggi, ovvero quel Rozdennye v SSSR- Born in Urss (19901998-2006, andato in onda sulla tv di stato in forma ridotta) che, sul modello del britannico Up-Series di Michael Apted, segue le storie di migliaia di persone nate in un paese che non esiste più. Fuori da tutti gli schemi e anche da tutti i circuiti produttivi nazionali, troviamo infine alcuni outsider. Primo fra tutti Andrei Nekrasov, il cui doc in sei puntate Farewell Camrades! (2012) prodotto da Arte, sulla fine dei regimi dell’Est, ha fatto il giro dei festival Farewell Camrades! di A.Nekrasov mondiali lo scorso anno e che in patria si è fatto terra bruciata con lavori come Nedoverie (Sfiducia, 2004) sui retroscena delle esplosioni ai grattacieli russi nel 1999 in cui l’autore ipotizza la responsabilità del governo russo, Bunt (Il caso Litvinenko, accolto con entusiasmo a Cannes nel 2007 e ignorato dal festival di Mosca dello stesso anno) e Uroki russkogo (Lezioni di russo, 2009) sulle responsabilità del governo russo nella guerra in Georgia. Fonti: “Il cinema documentario in Russia”, di Victorja Belopol’skaja; “Il cinema documentario russo” di Barbara Wurm; Rapporto Nevafilm per lo European Audiovisual Observatory. FOCUS // Dove il cinema sta meglio Nel giorno del Giudizio universale toccherà ad Aleksej Balabanov, il più forte e il più tragicamente solo dei registi, rispondere per tutto il cinema russo. Solo i suoi film riescono a catturare questa nostra aria che odora di guerra civile e ad assorbire il fremito d’ansia e di paura che percorre il nostro paese. Il nostro, e` un cinema senza realta` diMichail Trofimenkov Filo diretto da San Pietroburgo. Il punto di vista critico. P er poter vedere qualcosa della produzione cinematografica russa nel suo insieme bisogna vivere a Mosca o a San Pietroburgo, e anche in queste città i film d’autore restano in cartellone con i giorni contati. Gli schermi sono letteralmente invasi, quando non dai titoli hollywoodiani, da commedie prodotte dalla televisione. E per commedie intendo o dei rozzi remake di titoli hit degli Anni ‘70, o delle imitazioni di show televisivi con comici sempre più volgari. La distribuzione è di solito garantita ai registi più vicini al potere politico, che mettono in scena una loro vaga idea dell’ideologia governativa. Il “Patriottismo” è il tema per eccellenza e i film di guerra non conoscono crisi. Bisogna dire però che è grazie a loro se sopravvivono alcune delle vestigia dell’antica cinematografia sovietica: le riprese di Stalingrado (2013) di Fedor Bondarciuk hanno dato lavoro a centinaia di maestranze dell’agonizzante centro di produzione della Lenfilm. Potere e società civile sono uniti nella venerazione delle “vacche sacre” della semi-dissidenza sovietica: Aleksej Yurevich German e Aleksandr Sokurov. German, esaurito il filone sugli orrori dell’era sovietica (tema ereditato poi dal figlio, nonché omonimo) da oltre sei anni sta lavorando al riadattamento del popolare romanzo fantascientifico degli Anni ‘60 Difficile essere Dio (scritto dai fratelli Strugatsky, ndt). Al contrario, Sokurov gira senza sosta, tentando di combinare la forza plastica delle sue immagini con un certo confuso filosofeggiare (Faust, 2012) e senza mai abbandonare l’immagine del profeta perseguitato. Come è noto, Sokurov deve dividere il titolo di “vero erede di Tarkosvkij” con il più giovane Andrej Zvjagincev, considerato in Russia “regista d’importazione” e i cui film non hanno alcuna relazione con la realtà russa. Negli ultimi 12 anni ci sono comunque stati almeno 3035 debutti interessanti. Ma questa “nuova onda” non riesce a prendere forma. I registi lavorano per la televisione nella perenne speranza di poter girare il proprio secondo film, aspettando per anni e finendo per immiserire le proprie capacità. Questi due poli del nostro cinema - quello commerciale e quello autoriale - si ricongiungono in una assenza. Nei film di entrambi infatti sono completamente assenti protagonisti con una fisionomia lavorativa precisa. Nelle commedie e nei melodrammi ci sono manager, designer, freelance, pittori, giornalisti, studenti. Ma queste professioni sono solo citate, non hanno alcun ruolo nella sceneggiatura. Nel cinema d’autore le cose vanno un po’ meglio. Negli ultimi 10 anni gli operai sono stati protagonisti in due film, in un terzo è raccontata la storia di un medico, in un quarto quella di uno scienziato. Con Oxotnik (Il cacciatore di Bakur Bakuradze, 2011) il pubblico sovietico ha potuto vivere una doppia esotica emozione: partecipare della vita di un protagonista con una professione chiara - il contadino - e in più vedere scene di vita dei campi, completamente scomparsi dal cinema russo come luogo narrativo. Quanto alla politica, il nostro cinema non la rappresenta in alcun modo. Non esiste nemmeno una propaganda governativa. A parte due eccezioni: Vladimir Merzoev, che ha trasposto ai giorni nostri il Boris Godunov (2011), rappresentazione grottesca quanto convincente del regime putiniano attraverso la fedele riproposizione del testo di Pushkin e Sa Marxa (Pro Marx, 2012) di Svetlana Baskova. Regista legata ai movimenti di sinistra, la Baskova lavora al di fuori del sistema ufficiale di cine-produzione e con Sa Marxa ha girato un film sulle lotte operaie in una fabbrica. Da 20 anni nel Caucaso c’è la guerra ma su questa guerra non c’è alcun film, nemmeno sui soldati che tornano a casa. Il cinema evita i soggetti più attuali: sistema giudiziario, chiesa, questione nazionale (in Russia esistono un’infinità di etnie e culture diverse, con enormi problemi di convivenza, ndt) che è forse il più importante. Nelle grandi città, i semischiavi dell’Asia centrale si trovano ad ogni angolo di strada, ma tra i registi li ha visti solo Boris Chlebnikov, che nel film Poka noch ne raslucit (Finché notte non ci separi, 2012) ha disegnato un ritratto satirico dei clienti e dei camerieri di un ristorante di lusso a Mosca. In poche parole, il cinema russo non ha alcuna relazione con la realtà. Sintomatico in questo senso il fatto che i registi di cinque tra i film “vedibili” dell’anno passato, abbiano tutti scelto protagonisti agonizzanti o già morti! Nel giorno del Giudizio universale credo toccherà ad Aleksej Balabanov (Brat, 1 e 2), il più forte e il più tragicamente solo dei registi, inarrestabilmente attento alla realtà, rispondere per tutto il cinema russo. Un autore, Balabanov, capace di trasporre il William Faulkner di Sanctuary nell’Urss del 1984 e di girare una parabola sulla morte in grado di dialogare con Stalker (Ia toge xochù, Anch’io voglio, 2012). Solo i suoi film riescono a catturare questa nostra aria russa che odora di guerra civile e ad assorbire il fremito d’ansia e di paura che percorre il nostro paese. Traduzione dal russo di Roberta Ronconi. 65 GEOGRAFIE I Luoghi del Cinema diNicole Bianchi Il cinema italiano è in equilibrio sul 42° parallelo. Sull’atlante della programmazione nazionale di febbraio 2013 è Roma la città scelta ripetutamente come sfondo urbano delle storie del grande schermo. 66 N el mese di febbraio (quasi) ogni volta che ci si è seduti in sala a guardare un film italiano, almeno per la durata della proiezione, di certo si era residenti a Roma. Una volta a Napoli, Torino e Milano. Uno soltanto è stato un rilevante superamento di confine: Educazione Siberiana di Gabriele Salvatores. È un dato trasversale al genere, alla portata della produzione e alla notorietà del regista o degli interpreti: nel complesso delle visioni per quattro volte Roma è stata la protagonista spaziale del cinema di mezzo inverno. La mia mamma suona il rock di Massimo Ceccherini, Vietato Morire di Teo Takahashi, Viva la libertà di Roberto Andò, Tutti contro tutti di Rolando Ravello. Sono “Rome” diverse, perché diverse sono le scelte scenografiche, diverse sono le trame che per motivi narrativi e/o estetici hanno “usato” la Capitale come paesaggio d’elezione. Taluni, come del caso del racconto di Ravello, scegliendo dichiaratamente quartieri popolari che però non consentono una localizzazione specifica, se non per un’ inequivocabile sonorità di parlata; altri, come Viva la libertà, semplicemente usandola come sfondo metropolitano, riconoscibile esplicitamente in brevi piani, come quello non confondibile di piazza del Quirinale. Per un’unica proiezione è bastato scendere di un solo parallelo, dal 42° al 41°, a Napoli, dove si colloca Il principe abusivo di Alessandro Siani, esordiente alla regia. L’assolo è precipuo anche per Milano e Torino, condivise per altro dallo stesso racconto, Studio Illegale di Carteni, che ha inoltre accennato lo sconfinamento a Dubai. Il vero viaggio fuori dai confini del paese è stato quello di Salvatores che, locato in Lituania, a Vilnius, con ambientazione narrativa in Transnistria, ha scelto per intero i pressi del gelido 35° parallelo nord. Il cinema italiano del mezzo inverno, a differenza di quello “natalizio” che ripetutamente si era fatto notare per la scelta di paesaggi spesso lontani da Roma, è tornato ad essere romanocentrico, come luogo comune vuole che sia il nostro cinema, considerazione fatta con accezione positiva s’intende. Dettaglio casuale ma curioso è che anche i set iniziati in questo periodo (La madre di Angelo Maresca - Roma; 41° parallelo di Davide Dapporto e Take Five di Guido Lombardi - Napoli) abbiano spesso scelto Roma e Napoli come location, come se questo istante stagionale avesse un comune afflato geografico. GEOGRAFIE 5 4 5 1 1 4 /////////////////////////// 1 STUDIO ILLEGALE Torino, Milano, Dubai Torino, Dubai /////////////////////////// 2 VIVA LA LIBERTÀ Roma Roma /////////////////////////// 3 LA MIA MAMMA SUONA IL ROCK Roma Roma /////////////////////////// /////////////////////////// 4 IL PRINCIPE ABUSIVO location di fantasia, Napoli Sud Tirolo, Napoli 5 EDUCAZIONE SIBERIANA URSS, Transnistria Lituania, Vilnius /////////////////////////// 6 TUTTI CONTRO TUTTI Roma Roma /////////////////////////// 7 VIETATO MORIRE Roma Roma 1 2 3 6 4 7 Ambientazione Location 67 CINEMA ESPANSO Fine della specie: successione di atti sul film Que viva Mexico! diGiulio Bursi B asta leggere le parole del call for artists con cui il pluripremiato gruppo di filmakers romagnoli Zapruder (Nadia Ranocchi, David Zamagni e Monaldo Moretti) descrive il suo ultimo titanico progetto Fine della specie, evento di 12 ore intorno al capolavoro mai terminato (o meglio: solo girato) di Ejzenstejn: “Fine della specie è un happening sulla fuga dell’opera dal genere, dal formato e dal contemporaneo. Una programmazione dedicata all’inafferrabilità e inattualità dell’arte, per sua natura irreperibile alle definizioni di genere e ambito. Zapruder ha invitato una serie eterogenea di autori (artisti, filmmaker, registi di teatro, musicisti) ad agire all’interno della sala cinematografica durante la proiezione di un film. La pellicola in questione è Que viva Mexico!(1933) di Ejzenstejn. Film di per sé sintomatico poiché l’attribuzione dell’opera all’autore è quantomeno parziale e controvertibile. Il regista infatti fu costretto a interrompere le riprese anzitempo e non venne mai in possesso del girato. Solo alla fine degli Anni ’70 i materiali vennero montati secondo la sceneggiatura e gli intenti dell’autore reinterpretati dall’ultimo uomo rimasto in vita tra i tre componenti della troupe, che girò il film in Messico tra il 1931 e il 1932. Per Fine della specie gli artisti sono chiamati a individuare una porzione di Que viva Mexico! su cui intervenire, in sala, durante la proiezione pubblica della stessa. Non è certo che si arriverà a vedere l’intero film, e se anche le scelte dei 10 autori ricadessero sugli stessi frame non si tratterà certo dello stesso film”. La scelta del film in questione spiega già l’idea e il modus operandi di Zapruder, semplice, diretto, contemporaneo e pienamente legittimo: riaprire un’opera aperta alla sua stessa infinità ed infinibilità, rimettendone in gioco i limiti fisico/chimici (la pellicola) e storico/filologici. Il film su cui gli artisti invitati dal gruppo hanno lavorato è frutto di un’interpretazione postuma degli appunti di Ejzenstejn da parte di uno dei suoi più fedeli collaboratori dell’epoca, nonché acclamato regista di musical stalinisti, Alexandrov. Tutto nel montaggio sembra imitare lo stile del maestro. Quel che viene ricreato è uno spettacolare documento sul film, un satellite dell’avanguardia cinematografica, una splendida vulgata eisensteiniana. È quindi il film stesso che ne legittima la reinterpretazione, che ne chiama lo scardinamento effettivo/affettivo, che si presta ad un progetto che mette in dialogo cinema, performance, video e musica sperimentale in un ambiente che quasi gli va stretto, come quello della sala della Cineteca di Bologna, che ospita l’evento e mette a di- 68 CINEMA ESPANSO sposizione una copia della versione italiana. Venendo alla scelta degli artisti/autori, l’invito proponeva di “ragionare su una messinscena da ambientare nella sala cinematografica, in live (…) I singoli contributi agiranno da somma, sottrazione o prisma, rispetto a quanto scelto per lo schermo. Modalità e tipo d’intervento, così come la sezione di film su cui inserirsi, vengono decise dagli stessi autori. La molteplicità e varietà di azioni che si susseguiranno presuppone una certa leggerezza scenotecnica e informalità dell’azione. Pressoché un’arca di Noè in viaggio per Babele. Da un lato, la “convivenza” dei rappresentanti di varie specie di linguaggi dell’arte tende ad ingenerare una chiara alterazione nella destinazione d’uso della sala cinematografica e del ruolo di spettatore, dall’altro, potrebbe liquidare, almeno per 12 ore, le questioni di oggettivazione e circoscrizione in generi dell’opera”. Con queste premesse, performer e autori come Kinkaleri, Cristian Chironi, Fanny&Alexander e Luigi de Angelis, Zapruder, Claudia Castellucci e Romeo Castellucci, Riccardo Benassi, artisti visivi come Flatform, Virgilio Villoresi, Emanuele Becheri, Grunewald e Limberty, Atelier Impopulaire e Gianluca Lo Presti, musicisti come Francesco Brasini, Zeus e Vincenzo Vasi, Dominique Vaccaro, critici come Rinaldo Censi hanno affrontato le immagini di Ejzenstejn aggiungendo, e in certi casi opponendo, un’interpretazione scenica, un contrappunto critico, una spinta surrealista, una performatività al liminare della visione, proponendo una versione parattatica e scardinata dell’opera stessa, aprendo il film al corpo, al suono, alla manipolazione visiva, all’emozione sonora. Un happening nel senso proprio del termine dove, per la durata di un ciclo solare, la contaminazione di generi e scambi linguistici voluta da Zapruder ha lasciato spazio ad una riflessione sull’oltre delle immagini: nell’assenza di immagini di una rivoluzione (il capitolo mai girato da Ejezenstejn per carenze produttive), in presenza di una cultura millenaria scomparsa, fino alle macabre e spettrali maschere del Dia de la Muerte messicano. Oltre i limiti dell’antropologia visiva, dove la natura dell’immagine si rivela attraverso le immagini della natura. Può esistere un’opera aperta oltre se stessa? Nel titolo troviamo una delle possibili risposte. 69 Il marketing del cinema italiano I n un mercato dell’audiovisivo (e dell’intrattenimento, più in generale) sempre più affollato, in perenne contesa per la conquista del tempo libero del consumatore, diventa di vitale importanza farsi conoscere, fare ascoltare la propria voce in mezzo a un oceano di proposte concorrenti. Per attuare questo proposito, a livello produttivo, il cinema ricorre a strumenti ormai consolidati: scelta di soggetti già noti e/o collaudati presso il pubblico (opere letterarie, fumetti, lavori teatrali, sequel, remake, ecc.); ricorso ad artisti di comprovate capacità creative e/o di elevata popolarità (registi e attori, questi ultimi non solo in quanto tali, ma in veste di “personaggi” in carne ed ossa, come lo è Cetto Laqualunque piuttosto che Antonio Albanese, o immaginari, come Shrek); affiliazione a generi consolidati (horror, fantascienza, fantasy, ecc.); utilizzo di ambientazioni “ricche” (sia dal punto di vista paesaggistico, che di effetti speciali e spettacolari); scelta di soggetti particolarmente originali, inconsueti, “sfidanti”. Tutte queste opzioni creative sono già di per sé “scelte di marketing”, perché il marketing, è bene ricordarlo, non si riduce alla mera “vendita” o alla sola “comunicazione”. diAlberto Pasquale A L O R A P A ASS IL P Marketing e trappole per topi… Al poeta americano Ralph Waldo Emerson (1803-1882) viene attribuita la seguente affermazione in favore dell’innovazione: «costruite una trappola per topi migliore e il mondo costruirà un sentiero sino alla porta della vostra casa». In realtà, come a suo tempo pose in evidenza un grande studioso del marketing, Theodore Levitt 70 diAlberto Pasquale IL MARKETING DEL CINEMA ITALIANO (1925-2006), le caratteristiche innovative di un prodotto non sono affatto sufficienti a garantire il successo dello stesso sul mercato. «Il mondo non spalanca automaticamente le porte all’inventore della migliore trappola per topi; è anzi necessario che il mondo sappia, occorre stimolarlo, allettarlo, corteggiarlo ed interessarlo…». Anche quando si disponga di una tecnologia nettamente superiore, essa da sola non è garanzia di successo: la storia riporta numerosi casi di prodotti qualitativamente superiori che non sono riusciti ad affermarsi nei confronti di concorrenti commercialmente più abili. Ad esempio, la tecnologia di videoregistrazione Betamax della Sony, superiore come prestazioni, risultò perdente di fronte al VHS (Video Home System) della JVC. Tornando a Emerson, sino a quando il produttore della trappola per topi non sia riuscito a comunicare ai potenziali clienti, in modo convincente, gli effettivi vantaggi della nuova trappola e una vera buona ragione per cui dovrebbero scomodarsi a costruire il sentiero, i clienti continueranno a comprare le altre trappole per topi, magari peggiori, che però conoscono e che possono acquistare ovunque con sicurezza. Buzz e passaparola Ci sono due momenti fondamentali nella “vendita di un film”, a livello di comunicazione. C’è un “prima” e un “dopo” rispetto all’uscita in sala. Poiché il film appartiene alla categoria degli «experience good», ossia non è possibile conoscerne la qualità se non dopo il consumo, gli esperti di comunicazione si concentrano sul “prima” lavorando alla creazione del “buzz” (letteralmente: “brusio”, ma anche “voce che circola”), essendo molto difficile controllare il “dopo”, ossia il “passaparola” (o “word of mouth”, per dirla all’inglese). Cos’è il buzz ? Con questo termine s’intende un insieme di attività di marketing online e offline, finalizzate ad alimentare le conversazioni delle persone attorno al film. Il buzz marketing è una sorta di “passaparola indotto”. È come quando si lancia un sasso in un lago: l’impresa lancia il sasso (una notizia riguardante un film, il suo regista, gli attori, ecc.) e quando colpisce l’acqua, partono delle onde che si propagano autonomamente (le conversazioni). Ovviamente queste onde non riescono a raggiungere tutto il lago (il pubblico potenziale) ed è pertanto necessario lanciare più volte i sassi in punti diversi. Per scatenare il buzz, nella sua forma più “virale” (atta cioè a propagarsi come un virus attraverso i canali di comunicazione), occorre disporre di argomenti che si prestino in modo particolare a circolare. Fra questi, i cosiddetti “publicity stunt”, le “trovate pubblicitarie”, che presentino i requisiti necessari a “diventare notizia” ed hanno l’attitudine ad essere divulgate non solo dai responsabili della comunicazione delle imprese, ma da chiunque sia in qualche modo collegato a un social network. Si pensi, ad esempio, alla campagna per il lancio di Ted, l’orsacchiotto sporcaccione di Seth MacFarlane, la cui distribuzione nelle sale è stata preceduta da una campagna social esilarante e politicamente scorretta, soprattutto su Facebook. Qui, oltre a sposare l’idea di pubblicare i post in prima persona singolare, come fossero opera dello stesso Ted, sono comparse immagini altrettanto ardite, unitamente a diversi “meme” con parodie di film, delle notizie di attualità, della politica e della tv. Cos’è un “meme”? I memi digitali sono contenuti virali in grado di monopolizzare l’attenzione degli utenti sul web. Un video, un disegno, una foto diventa meme (termine coniato nel 1976 dal biologo Richard Dawkins nel libro Il gene egoista per indicare un’«entità di informazione replicabile») quando la sua “replicabilità”, che dipende dalla capacità di suscitare un’emozione, è massima. Altri esempi? Le foto del finto scoop di Sacha Baron Cohen ed Elisabetta Canalis su uno yacht per il lancio del film Il dittatore, di Larry Charles, o anche la diffusione del messaggio in codice (per “mascherare” il turpiloquio) D41 C4770! destinato alla tribù (si parla in proposito di “Marketing Tribale”) dei fan dei Soliti Idioti. Questi sono solo esempi, e va detto che il genere commedia meglio si presta a questo tipo di comunicazione, sebbene sia possibile individuare spunti potenzialmente virali anche per altre tipologie di film. A differenza del buzz, il “passaparola” non ha bisogno di definizioni complesse: consiste nell’apprendere una notizia e riportarla ad un’altra persona. Che differenza c’è tra buzz e passaparola? Il buzz è un passaparola indotto intenzionalmente mentre il word of mouth è spontaneo. Il che significa che, prima dell’uscita del film, è possibile tentare di propagare determinate informazioni. Dopo l’uscita, invece, si è nelle mani del pubblico e dei suoi giudizi. Il buzz alimenta le conversazioni e può dare qualche risultato nel primo weekend al cinema, ma è il passaparola che fa vendere i biglietti nel lungo termine. 71 INTERNET E NUOVI CONSUMI TORMENTONI O NUOVI EROI? COME NASCONO I DIVI DI YOUTUBE Dal rapper demenziale di Gangnam Style al documentario no profit KONY 2012. Analisi del successo online a partire dai protagonisti dei video più cliccati dell’anno. Alla ricerca di una possibile strategia per ottenere la popolarità sul web. di Carmen Diotaiuti C osa hanno in comune un rapper coreano che balla come se stesse galoppando un destriero, una chitarra suonata a cinque mani e un criminale spietato? Sono star del web, protagonisti dei video più popolari della rete consultati negli ultimi mesi da milioni di utenti. E per la prima volta tra i favoriti della rete, da sempre ammaliata da soli video musicali, c’è anche un documentario. Si tratta di KONY 2012, trenta minuti di riprese che hanno fatto il giro del web generando discussioni e un interesse senza precedenti. Oltre cento milioni di persone l’hanno visto, dieci milioni l’hanno condiviso (soprattutto su Facebook), seicentocinquantamila l’hanno commentato. A sorprendere è soprattutto la velocità con cui il video si è diffuso in rete: in soli sei giorni dalla sua pubblicazione era già stato visto oltre cento milioni di volte, guadagnando uno dei più alti tassi virali di sempre, superiore anche alla messa online dell’esibizione canora di Susan Boyle durante lo show televisivo inglese Britain’s Got Talent, un altro caso eclatante di successo sul web. 72 INTERNET E NUOVI CONSUMI Realizzato da Jason Russel - membro di un’associazione di attivisti no profit – KONY 2012 è in realtà una campagna promozionale che vuole gettare luce su una serie di atrocità commesse negli ultimi venti anni in Uganda. Protagonista involontario è Joseph Kony, criminale di guerra leader dell’LRA (Lord’s Resistance Army): una forza ribelle armata che, a partire dal 1987, ha terrorizzato il nord dell’Uganda e si è resa colpevole di innumerevoli nefandezze nei confronti della popolazione locale. Si stima che oltre trentamila bambini siano stati rapiti, schiavizzati e costretti a far parte dell’esercito armato, uccisi o avviati alla prostituzione. Lo scopo dichiarato del documentario è superare le barriere geografiche grazie alle enormi potenzialità di connessione del web e fare in modo che l’opinione pubblica mondiale, resa consapevole dell’urgenza, faccia pressione per fermare le atrocità dell’LRA. Il video vuole rendere provocatoriamente famoso Joseph Kony non per osannarlo ma per raccogliere consensi alla sua cattura. Acclamato da un lato come esempio di attivismo sociale del web e dall’altro criticato sia per l’eccessiva semplificazione del problema legato ai ribelli in Uganda che per presunti scopi “altri” che potrebbero sottendere in realtà la sua diffusione, KONY 2012 è indiscutibilmente il fenomeno virale dell’anno insieme al tormentone musicale (e demenziale) Gangnam Style di PSY, che in soli sei mesi di vita ha superato l’incredibile traguardo di un miliardo di visualizzazioni: un vero primato nella storia di YouTube. Al di là delle evidenti differenze e lungi dal voler tracciare un impraticabile decalogo di istruzioni per ottenere la popolarità sul web, i due filmati hanno tratti in comune che permettono di avanzare un certo numero di ipotesi riguardo una possibile semiologia (intesa come strategia testuale) e memetica (reiterazione di unità culturali ed elementi simbolici condivisi) che avrebbero contribuito a portare i due video al successo. Entrambi fanno leva sull’adesione attraverso l’identificazione da parte dello spettatore favorita da elementi di similarità percepita. La facilità del balletto di Gangnam Style suggerisce al pubblico un “posso farlo”, che si è tradotto in innumerevoli reinterpretazioni del filmato in rete. Lo stesso contesto d’ambientazione non a caso presenta elementi facilmente riconducibili alla vita quotidiana: un parco giochi, l’ascensore, la metro, il parcheggio. Scenari comuni che favoriscono il sentimento di familiarità e fanno sì che con l’evolversi della storia vengano a galla sentimenti di empatia con i personaggi. In maniera assai simile la distanza emotiva con lo spettatore viene superata anche in Kony 2012, girato in prima persona dal giovane regista americano che nei primi minuti del filmato presenta la sua famiglia, con un accattivante linguaggio da reality: “Il mio nome è Jason Russel e questo è mio figlio Gavin. Gli piace saltare sul trampolino, fingersi un ninja e ballare. Ma è nato in un mondo piuttosto complicato e come padre voglio che cresca in un pianeta migliore di quello in cui sono cresciuto io”. L’intera vicenda è illustrata a partire dalla dimensione privata del regista (la nascita del figlio, le foto di famiglia, la relazione padre-figlio) e la stessa rappresentazione delle vittime è raffigurata in un solo ragazzo che racconta in prima persona la sua storia di ex bambino soldato. Un percorso che per raggiungere lo spettatore parte dal personale, mette in scena codici emozionali condivisi iscritti nella memoria collettiva e agevola i meccanismi identificatori tra mittente e ricevente facendo leva sul fattore persuasivo del coinvolgimento per riconoscimento. Il video viene riconosciuto come corrispondente all’opinione di sé e lo spettatore è portato a condividerlo in retecome espressione della propria identità agli altri o per avvicinare la rappresentazione di sé al proprio concetto di identità ideale. La linearità e semplificazione del testo accrescono le possibilità di comprensione e 73 INTERNET E NUOVI CONSUMI comunicazione dei filmati. Difatti la semplicità del motivo musicale e la facilità della sua riproduzione hanno contribuito a fare di un video cantato in coreano un successo planetario. Così come l’identità criminale di Joseph Kony spiegata con semplicità disarmante al figlio del regista fa in modo che tutti comprendano il valore del messaggio, presentato in realtà utilizzando eccessive semplificazioni frutto di una serie di stereotipi occidentali sull’Africa e su cosa è necessario fare per “salvarla”. Potrebbe risiedere proprio nella “convenzionalità” del messaggio uno dei fattori cardine della popolarità del video: lo stereotipo agevola infatti l’identificazione, come sostiene Susan Rubin Suleiman in The Reader in the Text. Il pubblico non sembra cercare un’esperienza destabilizzante, ma vuole riprova di ciò che già sa di se stesso. Nel condividere i valori dell’eroe (l’attivista che promuove la cattura del criminale) lo spettatore rafforza l’idea che ha di sé. La condivisione pubblica di un valore personale (Joseph Kony va fermato per i crimini commessi contro l’umanità) è fondamentalmente rassicurante per lo spettatore perché il raggiungimento dell’obiettivo dimostrerebbe l’attendibilità di regole e valori che già gli appartengono. Guarda il tormentone Gangnam style È a partire dal gioco delle identificazioni che lo spettatore - sempre al tempo stesso elemento creativo e ricettivo della comunicazione sul web - è spinto a farsi promotore in prima persona del filmato impegnandosi a diffonderlo nella sua rete di contatti, poiché ha fatto suoi gli obiettivi e gli atteggiamenti del protagonista e si sente personalmente coinvolto nella soluzione del problema. E si potrebbe arrivare a ipotizzare che i video più popolari in rete siano proprio quelli che incontrano facilmente le aspettative dello spettatore e la sua identificazione con l’eroe, sebbene siano per lui sicuramente più stimolanti testi che lo costringano a ridefinire la propria identità attraverso il confronto con una differenza, piuttosto che con il più rassicurante riconoscimento. Emerge un altro tratto comune, sia Gangnam Style che KONY 2012 presentano la struttura 74 INTERNET E NUOVI CONSUMI morfologica della fiaba di cui rispettano pienamente gli elementi costanti di personaggi e funzioni in relazione allo svolgimento delle storie. Il criminale Joseph Kony è l’antagonista malvagio, i bambini rapiti sono le vittime e lo spettatore (che si identifica con il regista) è l’eroe buono che ha una missione da compiere nell’epica lotta tra il bene e il male. Anche il video musicale sembra seguire lo schema equilibrio – rottura – ristabilimento dell’equilibrio: “l’uomo in giallo” (l’antagonista) interviene come complicazione e crea squilibrio alla situazione iniziale, che trova poi risoluzione solo in un fantomatico duello rap con l’eroe (il protagonista del video) consumato in un parcheggio metropolitano, dove si ristabilisce lo status iniziale. Una messa in scena di azioni successive e stereotipate (l’eroe combatte e vince) che il pubblico, da un punto di vista logico, si aspetta; dunque l’evolversi della trama è appagante perché aderisce alle aspettative dello spettatore. Entrambe le storie, infine, enfatizzano attraverso il contesto epico il tono emozionale della narrazione: le nefandezze commesse in Uganda sono illustrate da primi piani su volti di bambini sfigurati e ispirano un sentimento di rabbia che percorre l’intero filmato; così come suscita stupore e divertimento il video musicale in cui il protagonista fa il verso – attraverso abbigliamento e movenze esuberanti – a parte della società benestante coreana. L’impatto emotivo è fondamentale per provocare la reazione sul pubblico, che viene sfruttata come stimolo motivazionale per spingerlo a ritenere i filmati suscettibili di essere segnalati a nuovi spettatori. Ma non tutti gli stati affettivi sembrano stimolare in egual misura nello spettatore la coazione a condividere, come dimostra la ricerca Emotion, Engagement and Internet Video di Jeffrey Bardzell, Shaowen Bardzell e Tyler Pace per l’americana “One to One Interactive”: sono proprio i sentimenti di divertimento e irritazione ad essere riconosciuti dallo stesso pubblico come i due fattori motivazionali più significativi nella scelta di ritrasmettere un video. Azione che in entrambi i filmati viene ulteriormente rafforzata da un richiamo diretto al concetto di unione e alla condivisione di emozioni collettive. In Gangnam Style rappresentato dalla massa man mano crescente che si muove alle spalle del protagonista e balla e canta all’unisono con lui; in KONY 2012 esplicitamente sottolineato da continui riferimenti ad una nuova dimensione sociale scaturita dall’avvento di Facebook e caratterizzata dalle continue e illimitate potenzialità di connessione: “Condividiamo tutte le cose che ci piacciono e che ci ricordano ciò che abbiamo in comune. E queste condivisioni stanno cambiando il modo in cui funziona il mondo”. Guarda il doc no profit KONY 2012 75 PUNTI DI VISTA RICOMINCIAMO E se raccontassimo la storia di Elisa Claps? Bisogna smettere di lamentarsi e pensare storie universali, anziché condominiali o per far contento un funzionario televisivo diUmberto Marino 76 PUNTI DI VISTA G li uomini amano sentirsi raccontare sempre le stesse favole, sta ai poeti di ogni tempo riportarle per i propri contemporanei. Questo, più o meno, è Schiller. Tuffarsi nello stagno dell’angoscia e riemergerne impugnando la spada d’oro della bellezza. Questi sono, sintetizzati e storpiati, Carmelo Bene e David Foster Wallace Lasciami gridare, / lasciami sfogare / io senza amore non so stare.... / Io non posso restare / seduto in disparte / né arte né parte / non sono capace / di stare a guardare questi occhi di brace / e poi non provare / un brivido dentro / e correrti incontro, gridarti ti amo. / Ricominciamo. E questo è, testuale, Adriano Pappalardo Perché raccontiamo? Perché vogliamo sentire delle storie? È tra questi due poli che passa l’energia, la necessità, il successo di un racconto. Raccontiamo per non sentirci soli. Raccontiamo per essere amati. Raccontiamo per diventare ricchi. Vogliamo sentire delle storie per divertirci, per imparare, per non essere soli, per essere consolati. In queste risposte sono racchiusi tutti i generi in cui un racconto può essere declinato: dal realismo sociale al fantasy, dal giallo alla commedia sofisticata, dall’horror alla farsa. La televisione e il cinema americani, quelli messicani, francesi e inglesi, cinesi e coreani, indiani e brasiliani si cimentano in alcuni o in tutti questi generi e, facendolo, rispondono alle domande di intrattenimento, di penetrazione intellettuale o di godimento estetico che il pubblico pone. Noi, però, siamo italiani e quindi non possiamo raccontare tutta una serie di storie. Non può essere un caso se praticamente non esistono gialli, commedie sofisticate, horror, spy, action, fantasy, mistery, avventura, racconti epici italiani al cinema e fantasy, spy, action, avventura, commedia sofisticata in tv. Ci deve essere una chiusura a monte o a valle. A monte - si è sempre detto - c’è una chiusura determinata dalla scarsa entità dei capitali disponibili. Ma se è vero che non possiamo fare Trono di Spade e Hugo Cabret, è vero anche che avremmo i soldi per fare Homeland e Gran Torino. Com’è che non li facciamo? Non ci vengono in mente? Basta cercare nei cassetti degli sceneggiatori e dei registi e quelle storie le troviamo. Perché, allora, non sono state realizzate? Ci giustifichiamo dicendo che c’è qualcuno (sostanzialmente nelle televisioni, che producono tutto il cinema e la fiction in commercio) che ha deciso che certe cose non si possono raccontare. Quel qualcuno è stato nominato da un politico o da un prelato (anche nelle reti private) ed è quindi logico che risponda a lui e non al pubblico. Non bisogna però pensare che quei qualcuno siano persone cattive o incolte. Se ci si parla si scopre che loro stessi detestano i racconti che producono e si dilettano dei racconti che non possono produrre. Sono, invece, persone che ci somigliano molto, soprattutto nel cinismo. Potremmo mai, noi e loro, conservare il posto se raccontassimo la storia di Elisa Claps o del questore Forleo? Ci promuoverebbero se raccontassimo il giro delle macchinette del videopoker o il caso dei due cooperanti “suicidi” a Kabul in circostanze incredibili? No. Quindi ci lamentiamo e intanto cerchiamo tutti insieme di mantenerci il pubblico che già abbiamo (molto giovane, molto anziano, sempre ignorante, un incantato mondo in cui sia Mediaset sia la Rai non hanno prodotto Giulietta e Romeo perché alla fine muoiono) e lasciamo alle altre cinematografie e televisioni il pubblico più giovane, colto e dinamico. E a valle? C’è una chiusura a valle, cioè da parte del pubblico che dovrebbe ascoltare quelle storie che non possiamo raccontare? Naturalmente non c’è riprova. Se non facciamo un giallo, un fantasy, un action, non potremo mai sapere se il pubblico lo accetta o 77 PUNTI DI VISTA lo rifiuta. Però si presume che lo rifiuti. Forse perché certe storie ci sembrano impossibili se ambientate nel nostro paese, con i nostri attori. Ma c’è qualcuno che vieta di ambientarle altrove, di farle recitare ad attori stranieri? Una volta lo facevamo (Il Gattopardo, C’era una volta in America, tutto Sergio Leone, ecc.), ma adesso non si può, non sta bene, anche se possiamo girare la Brianza in Lettonia e la Sicilia in Romania. Poi c’è l’impegno. Il nostro cinema e la nostra tv si muovono “nel solco della grande tradizione italiana”. Peccato che tutte le storie del cinema e della televisione d’impegno civile che vengono raccontate oggi siano situate o altrove o un’altra volta. O in una Napoli/Palermo che rischia (o persegue) un tremendismo folkloristico tardo fofiano, o in un’epoca remota di Piazze Fontana, Marcinelle e Borsellini (se ne producono a dozzine), che solo i vecchi ricordano. Nulla a che vedere con il qui ed ora de Il caso Mattei, con tutti i volti dei potenti di quel momento esposti nelle loro berline catodiche nella parte iniziale del film. Nessun racconto sul piccolo imprenditore neofascista ammazzato insieme alla moglie caraibica in una strada di Milano, niente preti pedofili a Pavia, niente inciuci per le poltrone che contano al circolo Aniene di Roma, niente Abu Omar, neanche attraverso il libro di Fava. Il tutto confortato da una rappresentazione pietistica, pre-marxista e sostanzialmente antipatica, di chi lavora con le mani. Perché non è dei nostri e quindi come possiamo ammettere che - per esempio – gioisca perché gli è nato un bambino o ha vinto la Roma? Tutti inviterebbero a cena un personaggio di Loach, nessuno inviterebbe a cena un proletario di un film italiano. Perché è successo questo? Perché siamo in questa situazione? Perché dobbiamo trovare scuse o giustificazioni? Perché ad un certo punto gli intellettuali italiani si sono convinti che dovevano andare al governo. Questo non avveniva all’epoca de Il caso 78 Mattei. Il PCI era fortissimo, condizionava realmente la politica del nostro paese, ma non governava, ed essere di sinistra significava essere non governativi, anti-governativi, che poi sarebbe il ruolo degli intellettuali: criticare il potere, non decidere chi debba conquistarlo o desiderarlo in proprio. Vogliamo andare al governo partendo dalla “società civile” e così ci restano le commedie con il titolo di una canzone o copiate di sana pianta da Little Britain (roba per il popolo: fotografia con diaframma aperto), o i film tratti dalle opere letterarie del coté sabaudopartenopeo (roba per i colti: diaframma chiuso). E poco altro, pochissimo d’altro. Per questo, prima di cominciare a raccontare qualsiasi storia, se proprio non si può stare zitti (e a volte è decisamente meglio), bisogna smetterla di lamentarsi e ribellarsi, chiamarsi fuori, sputare nel piatto dei padrini che controllano i contributi, i festival e le critiche. Smetterla di aver paura, di pensare che certe cose le possono fare solo gli autori stranieri, ridiventare ambiziosi, pensare in termini non paesani, non condominiali, tornare a raccontare cose che si possano capire all’estero, che possano durare un po’ di più di una critica più o meno partigiana o di un complimento timoroso di un futuro giudizio. Bisogna pensare da sportivi, fare i tempi, non accontentarsi dei regionali, ma pensare ai mondiali, perché il racconto audiovisivo è per sua natura universale e solo chi ha paura si accontenta di eccellere nel proprio quartiere. Bisogna ricominciare dal teatro, dalla radio, dai libri, da quelle forme espressive che costano molto meno del cinema e della fiction, ma che conservano ancora l’unico ingrediente necessario a poter raccontare delle storie: la libertà. Bisogna riconquistare la fierezza dell’autore senza vergognarsi di pensare storie che non piacciono ai committenti della tv, perché loro (come hanno genialmente intuito, o visto, gli autori di Boris) sperano solo di poter finalmente fare una telefonata esclamando giulivi “Walter, abbiamo un cinepanettone!” P.S. In questi giorni si è suicidato il ventiseienne Aaron Swartz, quello che ha inventato Reddit e Creative Commons, ma si è suicidato anche il figlio di una mia amica, e un’amica di mia figlia e un giovane violinista di grande avvenire. E il mio palazzo è pieno di anziani sopra i novanta, e gli ospedali sono pieni di vecchi, e gli ospizi scoppiano. I giovani si suicidano, i vecchi vivono troppo a lungo. In questi due fenomeni ci sono le chiavi di lettura dello spread, delle possibili politiche economiche, dello sviluppo nelle nostre vite, bisognerà rimboccarsi le maniche e raccontarli. PUNTI DI VISTA 79 BIOGRAFIE BIOGRAFIE FAUSTO BRIZZI F L A austo Brizzi, nato a Roma da genitori appulo-siculi. Passioni: fumetti (li leggo e li scrivo, il preferito è Alan Ford), tennis (lo vedo e lo gioco, il Dio della racchetta era John Mc Enroe), cinema (lo vedo e lo faccio, amo Robert Zemeckis), viaggi (li sogno e li faccio, di solito al mare). Ho scritto tante fiction e una ventina di film, ne ho girati 7 da regista ed ho vinto qualche premio (un David, due Nastri, ma soprattutto due Telegatti che mi hanno rubato i miei genitori). Non ho mai vinto Wimbledon. Ma non dispero. Il suo articolo è a pag. 9 aurea in giurisprudenza, Accademia Nazionale di Arte Drammatica. Ha scritto 7 radiodrammi e 30 pezzi teatrali, 22 film, 8 cartoni animati e serie e miniserie. Più di 200 regie radiofoniche, 26 regie cinematografiche televisive. 7 regie teatrali. Ha pubblicato saggi e commedie. Ha insegnato. È appassionato di restauro di mobili e di tennis. UMBERTO MARINO MAURIZIO NICHETTI Il suo articolo è a pag. 76 rchitetto, attore, sceneggiatore e regista di cinema e teatro. Attivo da oltre quarant’anni, ha lavorato in vari campi, sempre curioso di nuove tecnologie e pronto a contaminare i diversi linguaggi come in Ladri di Saponette dove cinema, televisione e pubblicità diventano una storia per riflettere sui mutamenti di un’epoca.Dal 1996 al 1999 consigliere d’Amministrazione di Cinecittà Holding, in giuria ai festival internazionali di Berlino 1998, Cannes 1999, Montreal 2002. Dal 2005 al 2010 direttore artistico del Festival Internazionale di Trento, montagna esplorazione, avventura. Il suo articolo è a pag. 12 ROBERTA TORRE R oberta Torre nasce a Milano e vive tra Roma e Palermo, senza tregua per scelta e per necessità. Regista di cinema e di teatro, tra i suoi film più noti Tano da morire, Angela e il recente I baci mai dati. A teatro ha diretto la trasposizione de La Ciociara, Lunaria di Vincenzo Consolo e Gli Uccelli di Aristofane al Teatro Greco di Siracusa. Ama dormire infinitamente, i macarons e le scarpe tutte, ma in particolare quelle di Chie Mihara. Attualmente sta lavorando alla messa in scena teatrale di Riccardo III con un gruppo di pazienti psichiatrici ai cantieri Culturali della Zisa, a Palermo. Ha in progetto di realizzare un lungometraggio sulla vita di suo nonno, lo scienziato Pierluigi Torre, inventore tra l’altro della scatola nera, della Lambretta e della Rosa Blu. Il suo articolo è a pag. 10 M ichail Trofimenkov, nato nel 1966 nell’allora Leningrado, è critico cinematografico e letterario. Dal 2000 lavora per “Kommersant” uno dei principali quotidiani nazionali russi. Per tre volte è stato eletto “miglior critico cinematografico dell’anno”. MICHAIL TROFIMENKOV 80 Il suo articolo è a pag. 65 SUL PROSSIMO NUMERO IN USCITA APRILE 2013 SCENARI Emergenza pirateria Innovazioni Cinema italiano apolide I talenti di casa nostra che lavorano all'estero Focus Il cinema dell'Austria (Marcello Marchesi) ISSN 2281-5597 9 772281 559003 Innovazioni Il fenomeno dei fan film made in Italy Focus Il cinema nella Russia di Putin Polemiche KulturInfarkt: esplode la discussione sui finanziamenti alla cultura 30003 Dossier inediti Una lettera di Aldo Moro a Giulio Andreotti su cinema e emigrazione P er chè i n I ta l i A c ' è a n c o ra ta nta p a u ra d el s uc c e s s o ? Poste Italiane SpA - Spedizione in abbonamento postale -70% - Aut. GIPA/C/RM/04/2013 "Il successo fa scandalo. Lo scandalo fa successo." www.8-mezzo.it marzo 2013 - numero "Ho avuto talento ma non successo. Tanta gente ha successo senza avere talento." 3 marzo 2013 5,50 € numero 3 (Victor Francen in La fin du jour, 1938, di Julien Duvivier) Perchè in Italia c'è ancora tanta paura del successo?