sales A Bollettíno RIVISTA DELLA FAMIGLIA SALESIANA FONDATA DA DON BOSCO NEL 1877 ANNO 102 N . 13-150 S PEDIZ . I N ABBONAMENTO POSTALE GRUPPO 2° (70) - 1a QUINDICINA • LUGLIO-AGOSTO 1978 Sommario «Caro BS . . .» Salesiano RIVISTA DELLA FAMIGLIA SALESIANA fondata da san Giovanni Bosco nel 1877 Quindicinale d'informazione e cultura religiosa ECCO PERCHE' CI ERAVAMO CAPITI hServizio di copertina, pag . 18 Foto: José Luis Mena Giovani . Dalla loro crisi tre domande per gli adulti, 3-5 Maturateli alla vera amicizia, 18-19 Concilio . Il progetto cristiano (libro), 23 Don Viganò . Maria madre della Famiglia Salesiana, 31 I UOMINI Exallievi. Studiato a Pompei il ruolo degli exallievi, 6 Giovani Cooperatori . Poi l'impegno diventa più profondo, 31 Convegno sulla vita interiore, 30 Salesiani. Corso per animatori, 31 L'AZIONE Austria. Ditelo con le mani, 31 Francia . Quando il collegio diventa villaggio, 20 Italia . Più futuro che passato per Selargius, 7-12 Sardegna : un'isola con Don Bosco, 8-9 Un amico : mons. Angrisani, 29 Don Ponzetto pugile, 29 Caro BS, ma guarda chi ti trovo sugli ultimi tuoi numeri : Teresa Francioso di Bari e poi Domenico Volpi di Roma, entrambi miei carissimi amici da molto tempo . Ecco perché ci eravamo subito capiti : appartenevamo alla stessa «famiglia», quella di Don Bosco, e non lo sapevamo! Come sarebbe bello ritrovarci tutti elencati da qualche parte, poche righe ciascuno : nome, cognome e indirizzo, nonché il « luogo salesiano» di origine . Lo so che ci sono i raduni degli exallievi, ma molti di noi hanno tre volte venti anni o giù di lì, poca salute, o impegni gravi di famiglia e di lavoro . Intanto permettimi di applaudire ai tuoi spassosissimi articoli su quel delizioso briccone di don Ponzetto : questi santi sono proprio tutti un po' matti . Però ricordo che, dopo un ritiro nel collegio di Via Gagliaudo (Alessandria), scrissi davvero nel mio diario : « Vorrei che il Signore mi desse la pazzia dei santi» . Invece mi ha solo un po' rincitrullita . Ricordo anche la mia prima festa di Maria Ausiliatrice, a Torino . Ci venni col collegio . Cantavamo «Don Bosco ritorna . . . », un'allegria scatenata . Portavo con me, per la solennità della cerimonia, un vestito da «zingara» : dovevo recitare un monologo vestita così . Purtroppo non ce ne fu il tempo e riportai il fagottello, molto mortificata, ad Alessandria . Ho dimenticato anche il testo, ma per molti anni quando gli amici dell'Università dichiaravano che ero un accidente di vagabondaccia (infatti vivevo sola, senza famiglia, e quindi senza orari e una vera casa) mi difendevo così : « E' colpa delle mie suore, mi hanno fatta venire a Torino con sotto il braccio un vestito da zingara» . La Stradellina di via Gagliaudo La «Stradellina », cioè l'exallieva Angioia Broccati Stradella, scrittrice e nonna, manda ogni tanto al Bollettino saporose osservazioni e ricordi (vedere BS di gennaio 1978, pag . 17) . Grazie. PUBBLICATE QUESTA Moro si trovava bene con i ragazzi, 29 Korea . «Come un albero in fiore» 21-23 Macau . Don Tiberi non ha tempo di andare in pensione, 15-17 Messico . Assassinato : difendeva i poveri, 31 Vietnam . Notizie sempre più tristi, 30 30 . 2 IL BS NEL MONDO Il BS esce nel mondo in 37 edizioni nazionali e 20 lingue diverse (tiratura annua oltre 10 milioni di copie) in : Antille (a Santo Domingo) - Argentina - Australia - Austria - Belgio (in fiammingo) - Bolivia Brasile - Centro America (a San Salvador) - Cile - BS Cinese (a Hong Kong) - Colombia - Ecuador - Filippine - Francia (per i paesi di lingua francofona) - Germania - Giappone - Gran Bretagna - India (in inglese e lingue locali malayalam, tamil e telugù) - Irlanda - Italia - Jugoslavia (in croato e in sloveno) - Korea del Sud - BS Lituano (edito a Roma) - Malta - Messico Olanda - Perù - Polonia - Portogallo - Spagna Stati Uniti -Thailandia-Venezuela . DIREZIONE i Via della Pisana 1111 - Casella Postale 909200100 Roma-Aurelio . Tel . (06) 69 .31 .341 Collaborazione . La Redazione invita a mandare notizie e foto riguardanti la Famiglia Salesiana, e s'impegna a pubblicarle secondo le possibilità del BS . Corrispondenza. Alla Direzione, se riguardante : - le rubriche Caro BS, BS risponde, Ringraziano i nostri santi, Preghiamo per i nostri morti; - informazioni sull'opera salesiana . DIFFUSIONE Ufficio Propaganda . Via Maria Ausiliatrice 32 10100 Torino . Tel . (011) 48 .29 .24. Abbonamenti. Il BS è gratuito : è il dono di Don Bosco - ai componenti la Famiglia Salesiana - agli amici e sostenitori delle sue Opere . Copie arretrate o di propaganda, a richiesta, nei limiti del possibile . I libri presentati sul BS vanno richiesti - o contrassegno ( spese di spedizione a carico del richiedente) ; - o con versamento anticipato su conto corrente postale (spedizione a carico dell'Editrice) . Indirizzo delle Editrici LAS : Libreria Ateneo Salesiano - Piazza Ateneo Salesiano 1, 00139 Roma . Ccp . 57.49.20 .01 . LDC : Libreria Dottrina Cristiana - 10096 Leumann (Torino) Ccp 2/27196 . SEI : Società Editrice Internazionale - Via Casalmonferrato 2/e-00182 Roma Ccp . 1 /27997. IL PASSATO Caro BS, 2 Libreria, 12 e 23 Educhiamo come Don Bosco, 18 Brevi da tutto il mondo, 29 Ringraziano i nostri santi, 32 Preghiamo per i nostri morti, 34 Solidarietà missionaria, 35 Direttore responsabile don ENZO BIANCO Collaboratori Giuliana Accornero - Pietro Ambrosio - Teresio Bosco - Elia Ferrante - Adolfo L'Arco -Jesús Mélida Fotografia Antonio Gottardt Archivio salesiano : Guido Cantoni Archivio Audiovisivi LDC Diffusione Arnaldo Montecchio Fotocomposizione e Impaginazione Scuola Grafica Salesiana Pio XI - Roma Stampa Officine Grafiche SEI - Torino Autorizzazione Tribunale di Torino n . 403 del 16.2 .1949 Cambio di indirizzo . Comunicare l'indirizzo vecchio insieme col nuovo . Don Cesare Albisetti . Di professione Bororo, 24-28 Uruguay . Dal cortiletto salesiano alla Coppa del mondo, 13-14 Italia . Quel soldatino cugino del Papa, RUBRICHE I - Senti quante sciocchezze scrivevo nel mio diario quando ero giovane! E' vero : i bambini vogliono talmente diventare adulti che guardano quasi con disprezzo - certo con ironia - all'età che hanno appena lasciato (L. S. -Bari) . AMMINISTRAZIONE Via della Pisana 1111 - Casella Postale 9092 00100 Roma-Aurelio. Tel . (06) 69.31 .341 . Conto corrente postale numero 46 20 02 intestato a : Direzione Generale Opere Don Bosco, Roma . Il grazie cordiale di Don Bosco - a chi contribuisce alle spese per il BS, - aiuta le Opere Salesiane nel mondo, - sostiene le Missioni attraverso Solidarietà fraterna (pag . 35) o altre forme . GIOVANI Dalla crisi dei giovani tre domande per gli adulti L'attuale crisi giovanile in Italia contiene un messaggio implicito, che i giovani rivolgono in forma spesso drammatica agli adulti . Essi - ha scritto di recente padre Sorge - chiedono oggi alla società civile e alla Chiesa : 1 . un senso per la vita, 2 . una comunicazione interpersonale più vera, 3 . un modo più autentico di vivere la fede . n uno studio dal titolo «La questio- ne giovanile oggi in Italia», apparso I su «la Civiltà Cattolica» del 6 .5.1978, padre Bartolomeo Sorge ha tracciato una lucida panoramica dei problemi sollevati dalle nuove generazioni in Italia . Data l'importanza per la Famiglia Salesiana del tema trattato, BS riprende da « Civiltà Cattolica » l'apertura e la parte finale dello studio (i sottotitoli sono della nostra redazione), rinviando alla nota rivista per una lettura completa del testo . Sono diversi . I giovani hanno sempre fatto problema . Per un verso o per l'altro, essi sono stati sempre un mondo a sé . Ma, nonostante le differenze di mentalità e di comportamento, fino a non molti anni fa i giovani vivevano più a contatto con gli adulti, dei quali condividevano sostanzialmente i valori, il linguaggio, l'educazione e i modelli socio-culturali. Era normale che i giovani aspirassero a entrare nel mondo degli adulti, per occuparvi gli spazi via via liberi, disposti a seguirne gli esempi, a continuarne e a svilupparne le imprese . Ancora nel 1957, alla domanda : « Ritenete voi che la vostra generazione sarà diversa da quella dei vostri genitori?», il 76% dei giovani rispondeva : «No, la nostra condizione non sarà molto diversa dalla loro» ; solo il 16% prevedeva la possibilità d'un cambiamento profondo . Oggi le cose non stanno proprio così . Nel giro di pochi anni, quello che per tante generazioni era stato soltanto un «problema» si è trasformato in una vera e propria «questione sociale» : la questione giovanile . La medesima domanda del 1957, riproposta ai giovani dodici anni più tardi, ha ottenuto una risposta completamente capovolta : nel 1969, il 92% dei giovani intervistati ritiene che la loro generazione sarà radicalmente diversa da quella dei genitori . Infatti, oggi i giovani non vivono più dispersi tra gli adulti . Per una serie complessa di cause, essi hanno finito col costituire un gruppo sociale omogeneo e separato, quasi una nuova classe all'interno della società . Si organizzano tra loro in modo autono- mo, in movimenti spontanei e informali di ogni tipo ; elaborano un linguaggio e una mentalità che sono del tutto estranei al linguaggio e alla mentalità degli adulti ; adottano mode originali ed esclusive nell'abbigliamento e nella capigliatura ; hanno gusti artistici, musicali e culturali che risultano incomprensibili perfino ai genitori con cui vivono in casa ( . . .) . La crisi religiosa. Nell'ultimo decennio, si è aggravata la crisi religiosa dei giovani . Certo, la contestazione ecclesiale oggi non presenta più le forme mentato del 5,7% . Un particolare, meritevole di attenzione : forse per la prima volta in Italia, queste tendenze si riscontrano in modo spiccato anche tra le giovani, cioè in una categoria di credenti che tradizionalmente era ritenuta meno soggetta alla crisi religiosa ( . . .) . Motivi di speranza . Ma sarebbe falsare la realtà non sottolineare il fatto che, in mezzo a frustrazioni e alle contraddizioni dolorose e drammatiche, stanno emergendo valori ed energie nuove che aprono il cuore a grande speranza . Giustamente si rileva che i giovani violenti sono, anche numericamente, una minoranza ristretta . Secondo calcoli attendibili, le frange estremiste «alla macchia» si aggirerebbero intorno agli 800 giovani, i quali potrebbero contare sulla complicità di circa 10 .000 fiancheggiatori e simpatizzanti . Certo non sono pochi, sapendo che sono armati e disposti a tutto ; ma non rappresentano davvero la gioventù italiana nel suo insieme, se al l ° gennaio 1977 i soggetti compresi tra i 15 e i 24 anni erano nel Paese «Una gioventù atea e religiosa, dissolutrice e edificante, spregiudicata e saggia, violenta e desiderosa di pace . : ecco una realtà paradossale e contraddittoria . . clamorose che essa ebbe nel '68 ; parimente ci sono oggi segni consolanti e assai significativi di ripresa, confermati dai sondaggi più recenti, i quali concordano nel rilevare l'alta percentuale di giovani (in taluni casi addirittura il 72%) che affermano di avere una fede religiosa . Ma le medesime indagini ribadiscono paradossalmente l'accentuarsi di alcune tendenze della crisi negli anni '70 . Confrontando i dati del 1966 con quelli del 1974, si nota tra i giovani un aumento dell'indifferenza religiosa di oltre 1'll% ; una perdita di fiducia nel «modello ufficiale di cattolicesimo» cresciuta nella misura del 17,5% ; mentre il dissenso ecclesiale è au- 8 .022 .128. Sarebbe, quindi, un gravissimo errore confondere la «questione giovanile» con il problema del terrorismo, della violenza e dell'ordine pubblico . Ben altre sono le richieste di lealtà, di ricerca dell'unità, di coerenza, che provengono dalla maggioranza dei giovani d'oggi (. . .) . Le tre domande. La «questione giovanile» affonda le radici nella crisi più generale della società del nostro tempo : cioè, in un trapasso culturale, che sta mettendo in questione gli stessi valori morali portati avanti dalla convivenza . Ecco perché, per risolvere la crisi dei giovani, non bastano le misure d'ordine politico ed econo3 míco . Queste sono necessarie e urgenti, ma vanno prese nel contesto più ampio di un'opera indispensabile di ricomposizione morale e culturale del Paese . A questa conclusione essenziale conducono le tre domande di fondo, in cui si può riassumere il vero messaggio della crisi presente dei giovani alla società e alla Chiesa italiana. Infatti i giovani oggi chiedono soprattutto un senso per la vita ; una comunicazione interpersonale più vera ; un modo nuovo, più autentico, di vivere la fede. 1 . Chiedono un senso per la vita Va sottolineato con insistenza che la caratteristica principale della condizione giovanile, confermata dalle sue deviazioni più recenti, sta nella caduta di carica ideale . Nel 1968 la contestazione studentesca avanzava una proposta culturale (sebbene errata) come alternativa al «sistema» ; oggi i giovani si ritrovano scettici verso ogni ideologia, privi d'ogni progetto positivo, in balìa d'un processo di disgregazione culturale che toglie ogni senso alla vita . Così, la condizione giovanile oggi si risolve in una drammatica domanda sul significato della vita . Senza una risposta convincente a questo interrogativo, sarà impossibile non solo frenare la fuga dei giovani nel sesso, nella droga, nella violenza e in altre forme di autodistruzione ; ma soprattutto sarà impossibile ricuperare le loro energie creatrici e generose allo sforzo comune, che oggi tutti ci impegna, di costruire un mondo nuovo . Da un lato, i giovani sono delusi, perché sono crollati i miti in cui avevano riposto la loro speranza per un futuro migliore . La crisi economica, con il suo doloroso corteo di frustrazioni, di esclusioni, di disoccupazione, ha fatto toccare con mano che il progresso indefinito non esiste ; che lo sviluppo non solo ha limiti intrinseci, ma che ci sono equilibri in natura che l'uomo non può alterare senza scatenare processi incontrollabili, mortali . D'altro lato, la cultura e i valori della società industriale si sono rivelati autodisgreganti . L'individualismo e la ricerca del massimo profitto, dopo aver consentito passi notevoli verso il benessere e il consumo di massa, hanno finito col lacerare la coscienza morale del Paese, alimentando egoismi corporativi, inducendo mentalità e costumi materialistici, umiliando l'uomo che oggi si ritrova non padrone, ma schiavo degli stessi processi da lui avviati . Come se ciò non bastasse, le principali correnti del pensiero contemporaneo hanno contribuito a oscurare ulteriormente nei giovani il vero significato della vita . Infatti che senso ha l'esistenza se la vita - come vuole 4 l'esistenzialismo - non ha un'essenza propria, una giustificazione trascendente? Perché sforzarsi di vincere le difficoltà, perché impegnarsi a costruire la propria vita se - come vuole una facile interpretazione della psicanalisi - l'uomo in realtà non è libero, ma è schiavo del subconscio individuale e dell'inconscio collettivo? Se l'uomo è privo di una sua identità spirituale, e è solo - come vorrebbe lo strutturalismo - un semplice « supporto » e una risultante delle componenti antropologiche e culturali? In principio era il corpo. Dovrebbe farci riflettere seriamente il fatto della rivalutazione di Nietzsche e del nichilismo, quale si sta verificando ai giorni nostri. E' il tentativo assurdo di «razionalizzare» la disperazione . In giovani restano gli slogan del '77, scritti sui muri dell'ateneo romano : « Meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine», o a Bologna : « Perché la morte ci trovi vivi e la vita non ci trovi morti» . Che fare? Attraverso quali vie rispondere a questa domanda drammatica dei giovani, in cerca di un senso vero per la loro esistenza? Nessuno nega - ripetiamo - la necessità di iniziative coraggiose e urgenti a livello politico ed economico. Ma esse saranno risolutive soltanto se saranno prese all'interno d'un processo di ricomposizione morale e culturale . L'interrogativo sul senso della vita, infatti, si colloca su un piano che è pre-politico, che trascende e anticipa le scelte operative . Di qui l'importanza determinante d'un dialogo che illumini le coscienze, d'un confronto leale tra tutte le componenti culturali del Paese, chiamate oggi a misurarsi sull'uomo, sulla sua realtà trascendente, sui suoi valori fondamentali . 2 . Chiedono una comunicazione interpersonale più vera Rifiuto della società adulta, che i giovani tanto spesso bollano Indiscriminatamente come ipocrita, formalista, egoista, senza ideali» . realtà per l'uomo annientato, negato nella sua essenza spirituale, nella sua libertà e nella sua personalità non resta che una sola alternativa : cercare, giorno dopo giorno, il proprio appagamento individuale, senza preoccuparsi degli altri. Si cade in un individualismo ancora più esasperato . Si giunge a teorizzare il Piacere come scopo unico dell'esistenza. E poiché l'unica realtà certa di cui uno dispone è il proprio corpo, la felicità suprema starà nella «riappropriazione» del proprio corpo, nella soddisfazione dei sensi : In principio era il corpo (è questo il titolo di un libro di S .S . Acquaviva, -Boria 1977) ; allora divengono «diritti civili» la omosessualità e l'aborto, l'erotismo e la netta separazione tra sessualità e trasmissione della vita, l'uso della droga e la pornografia, l'egoismo e l'individualismo più squallidi . Ma, a questo punto, la vita umana non ha più senso! E a testimoniarne la perdita paurosa presso i La frattura tra mondo dei giovani e società adulta - dunque - è soprattutto un fenomeno di natura culturale e spirituale . Ora, a ben guardare, che altro è tutta la cosiddetta « questione giovanile» se non una richiesta pressante ed esigente di comunicazione, di comunione? Come non cogliere nell'ìronia dissacrante e scervellata degli «indiani metropolitani» o nel comportamento irrazionale e violento degli «autonomi» la denuncia dell'isolamento e dell'incomunicabilità? Ma la reazione dei giovani all'incomunicabilità non assume forme solo negative o violente . Essa si presenta anche in forma positiva e costruttiva . Oggi i giovani non solo chiedono una maggiore comunicazione interpersonale e tra i gruppi, ma prendono l'iniziativa di realizzarla praticamente là dove sono presenti : nel mondo del lavoro, nella scuola, nelle diverse realtà della vita associata . E' già in corso in Italia un movimento nuovo - sebbene ancora incipiente - di ricomposizione morale e sociale, intorno a valori fondamentali largamente condivisi dalla coscienza comune . Si tratta di un lento e faticoso processo di riaggregazione del tessuto sociale lacerato, a livello pre-politico, che superando in radice le contrapposizioni ideologiche e la polarizzazione dei blocchi, consente forme nuove di comunicazione culturale tra mondo giovanile e società adulta, esigendo la partecipazione di tutti nel lavoro di costruzione di una casa comune, in cui ogni cittadino si trovi a suo agio, senza discriminazioni ideologiche, confessionali o d'altra natura . Si pensi -tanto per fare qualche esempio - quanto oggi i giovani si trovino uniti (al di là e prima d'ogni divisione politica) sul valore della persona umana, della sua dignità e libertà . Ciò li porta a valutare l'uomo per quello che è, non per quello che ha ; al rifiuto, perciò, di identificare la promozione integrale dell'uomo col mero possesso dei beni materiali o del danaro . Parimente, i giovani oggi sentono in modo profondo la uguaglianza tra gli uomini e lo spirito di solidarietà : valori che essi traducono in altruismo, in ricerca di rapporti interpersonali, specialmente preferendo i poveri, gli ultimi, gli emarginati, coloro che soffrono, ribellandosi istintivamente contro ogni forma di sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Ancora, i giovani oggi non riescono più ad accettare il potere, se non come servizio per l'edificazione della comunità ; ciò spiega le critiche, spesso intemperanti, contro ogni forma di potere fine a se stesso ; spiega la loro disponibilità alle forme più impegnative e generose di volontariato, di servizio civile, di partecipazione . Il cammino vincente. Che questi valori siano ormai patrimonio comune di gran parte delle nuove generazioni, l'abbiamo visto in occasione delle dolorose calamità che hanno afflitto il nostro Paese, fino al dramma recente dell'on. Moro . Il Paese intero ha ritrovato la sua unità morale intorno ai valori portanti della democrazia e della coscienza civile. E' questo il cammino vincente . Oggi sappiamo che la riunificazione spirituale degli italiani non solo è necessaria, ma è anche possibile ; non comporta l'appiattimento delle culture, né conduce alla fine del pluralismo ideologico . Anzi, la ricomposizione morale del Paese come risposta al bisogno impellente di comunione ha un senso, proprio se nasce da una realtà pluralistica e articolata, in cui gli elementi comuni e unificanti emergono dal dialogo e dal confronto, dall'impegno leale di tutti di fronte a problemi che sono comuni ed esigono, perciò, una risposta comune . 3 . Chiedono una più autentica vita di fede La crescente domanda religiosa dei giovani è un fatto così evidente, ai nostri giorni, che non ha bisogno di essere dimostrata. Essa, del resto, è lo sbocco logico a cui portano le istanze fondamentali della «questione giovanile», che abbiamo or ora richiamate : il bisogno di un senso vero per la vita, e la necessità d'una comunione profonda . Ma, proprio perché la nuova domanda religiosa in tanti giovani nasce da una crisi di fiducia e di speranza, essa si presenta particolarmente esigente e critica nei confronti della Chiesa, e si traduce in un richiamo energico alla coerenza e all'autenticità della testimonianza dei cri- stiani . Alla Chiesa e ai cristiani i giovani chiedono, in primo luogo, di essere aiutati a trovare la loro identità più profonda, di cui intuiscono la dimensione trascendente, dopo il crollo di tanti miti, dopo il fallimento delle false speranze . Chiedono perciò di poter fare - nella comunità cristiana soprattutto un'autentica esperienza religiosa. E' questa la prima grave responsabilità della Chiesa italiana : fare in modo che l'interrogativo religioso, originato in molti giovani dalla delusione, diventi ora ragione positiva di vita, in seguito a una profonda esperienza di fede . Ma per questo, occorre che la Chiesa sia sempre più libera da ogni vincolo o compromesso, specialmente di natura politica ed economica, e ponga la sua fiducia «Una gioventù combattuta tra la tentazione di evadere nella droga e nel sesso, e la brama di spendersi per i poveri e gli oppressi . . soltanto in Cristo e nella Parola di Dio, non nei mezzi umani . Libera e povera, la Chiesa sarà credibile quando annuncia il messaggio religioso della salvezza. Chiesa, luogo di crescita . Ma i giovani oggi non chiedono alla Chiesa soltanto l'offerta .di servizi religiosi . La crescita nella fede è, nello stesso tempo, crescita umana, di comunione fraterna e di unità . Perciò la Chiesa, mentre offre il proprio servizio spirituale, deve offrire se stessa anche come luogo di crescita umana affinché divenga segno intelligibile ed efficace di quell'unità e di quella comunione degli uomini tra loro e con Dio, che i cristiani sono chiamati a far passare nella vita dell'umanità intera . In questa linea è urgente che la comunità cristiana italiana ricomponga le divisioni interne che ancora l'affliggono . E crei coraggiosamente opportune strutture di partecipazione - già auspicate dal Concilio - che consenta- no ai laici e ai giovani di essere protagonisti (in comunione con i vescovi e con tutte le componenti del Popolo di Dio) dell'unica missione di evangelizzazione . Di fronte alla spinta crescente dell'impegno religioso dei giovani, esiste il pericolo in Italia che - in assenza d'una iniziativa di coordinamento a livello locale e nazionale, vivamente auspicata dal Convegno su Evangelizzazione e Promozione Umana - molte energie si disperdano o si organizzino al di fuori del comune cammino ecclesiale . Infine, i giovani chiedono alla comunità cristiana che si ponga tutta al servizio della edificazione di un mondo nuovo e delle attese degli uomini, sollecita della giustizia e della pace, luogo di confronto con le culture e con le ideologie del tempo . Ciò significa che la Chiesa italiana oggi è chiamata a vivere e ad assumere dall'interno la grave crisi del Paese ; a essere germe di quella ricomposizione morale di cui l'Italia ha assoluto bisogno : sia formando le coscienze, sia contribuendo con la luce del Vangelo a illuminare il cammino e le scelte che il Paese dovrà compiere . Siano protagonisti. Non è, dunque, poco quanto la « questione giovanile » oggi esige dalla società civile e dalla Chiesa italiana . L'indicazione delle scelte da fare e del cammino da seguire è sufficientemente chiara . Non resta che muoversi con decisione e con coraggio. Ma, alla fine, la parola torna e rimane ai giovani, che sono e restano i veri protagonisti della loro crescita umana e spirituale . Ad essi tocca una funzione insostituibile nel costruire la società e la comunità cristiana di domani . Di qui l'invito pressante contenuto nel messaggio finale del Concilio -, che calza bene a conclusione di tutto il nostro discorso . Giovani, «non cedete alla seduzione delle filosofie dell'egoismo e del piacere o a quelle della disperazione e del nulla ; di fronte all'ateismo, fenomeno di rilassatezza e di vecchiaia, sappiate affermare la vostra fede nella vita e in ciò che dà significato alla vita : la certezza dell'esistenza di un Dio giusto e buono . Ed è in nome di Dio e di suo Figlio Gesù che vi esortiamo ad allargare i vostri cuori alle dimensioni del mondo, ad ascoltare l'appello dei vostri fratelli e a mettere coraggiosamente al loro servizio le vostre giovani energie . Lottate contro ogni egoismo ; rifiutate di dar libero corso agli istinti di violenza e di odio che provocano le guerre e i cortei di miseria ( . . .) . Costruite, nell'entusiasmo, un mondo migliore di quello dei vostri maggiori» . (Riduzione da "La questione giovanile oggi in Italia", di padre Bartolomeo Sorge, in "La Civiltà Cattolica" del 6 .5 .1978) . 5 ITALIA Studiato a Pompei il ruolo degli Exallievi L'impegno degli Exallievi nell'evangelizzazione e promozione umana» è il tema che gli Exallievi hanno dibattutto nel loro 7° Congresso Nazionale: in una cornice di serenità salesiana, ma col realismo suggerito dal momento storico, e allo scopo di maturare una presenza più efficace nella società . di questo ‹Congresso Congresso - aveva precisato alla vigilia il Presidente nazionale degli exallievi Nicola Ciancio - saranno la preghiera comunitaria, l'attento studio delle cose che ci stanno a cuore, e tanta gioiosa fraternità» . Ora che il Congresso è già storia, si può dire che gli obiettivi sono stati raggiunti . I 1025 partecipanti, riunitisi a Pompei dal 22 al 25 aprile scorso, hanno davvero dato vita a un incontro di programmazione e di amicizia fraterna, lasciando trasparire un amore a Don Bosco che si trasformerà concretamente in azione . Una buona metà dei partecipanti erano familiari - mogli, bambini arrivati quasi per fare da cornice, per associarsi ai momenti di preghiera e di fraternità, e anche per fare un po' di turismo. Ma l'altra metà erano veri congressisti, delegati delle 215 Federazioni locali, convenuti per dibattere i temi e rinnovare l'impegno della loro presenza attiva nella società . Perciò gli incontri attorno all'altare, la festa dei canti e del banchetto eucaristico affollato come ai tempi del collegio . Perciò anche le favolose occasioni di turismo (Pompei, con i resti dissepolti della sua millenaria civiltà, con l'oasi di fede della Basilica mariana, con il Vesuvio a due passi, e il mare) . Ma nello stesso tempo, per i congressisti, «l'attento studio delle cose che ci stanno a cuore» . Due campi d'azione. Ha aperto i lavori il Rettor Maggiore la sera del 22, invitando a riflettere sul difficile momento . « Stiamo vivendo un'ora di transizione culturale . Sta nascendo una società nuova, e al centro di questa difficile gestazione c'è l'uomo . Ma che tipo di uomo si vuole far nascere? Accanto all'uomo di cui parla san Paolo, c'è quello preconizzato dai marxisti e dai laicisti, secondo i quali non c'è posto per la fede ma soltanto per ideologie egemonizzanti. In questa situazione vediamo i drammatici effetti nella società di oggi . . . » . Don Viganò ha proseguito : « Oggi occorre più che mai ricuperare la dimensione etica e religiosa, per l'uomo, nella cultura . Oggi più che mai la storia sta dimostrando che senza Cristo «L 6 non è comprensibile la realtà uomo, e che senza credenti la società non è più umana» . Nelle due giornate centrali del Congresso gli exallievi si sono suddivisi in quattro gruppi di studio per discutere «L'impegno degli exallievi nell'evangelizzazione e promozione umana» . I quattro temi (la Famiglia Salesiana ; scuola educazione cultura ; il mondo del lavoro ; i mass media) erano stati già affrontati a livello regionale in preparazione al congresso . Si è trattato di confrontare i punti di vista e di tirare le conclusioni . La mattina del 25 veniva commemorato Alberto Marvelli, exallievo dell'oratorio di Rimini. Poi don Giovanni Raineri, superiore per la Famiglia Salesiana, chiudeva il Congresso con alcune indicazioni operative . « La Chiesa - ha detto don Raineri - apre agli Exallievi due grandi campi d'azione : l'animazione del temporale (cioè l'immissione di valori evangelici nella vita individuale, familiare, professionale, politica e sociale), e l'apostolato diretto, a cui si schiude oggi l'ampio ventaglio dei ministeri, che sono una delle maggiori speranze per il futuro della nostra Chiesa» . Vogliamo restituire . Risulterebbe troppo lungo esaminare i singoli punti trattati . Per esempio si è notata la scarsa presenza di operai nelle file degli exallievi organizzati : forse l'associazione tende a qualificarsi troppo come élite? Si è proposto di far pressione sugli exallievi deputati e senatori, perché collaborino a una corretta informazione attraverso radio e televisione, esercitando un più incisivo controllo su un servizio pubblico che non può concedersi sbavature . Un incontro a parte hanno pure avuto i «giovani exallievi» (Gex) la sera del 23 : hanno affrontato le modalità tipiche della loro presenza nel movimento. I punti programmatici enunciati nel Congresso e da portare avanti, sono numerosi, e impegneranno a fondo l'associazione nei prossimi anni . Un'iniziativa simpatica è stata accolta subito : il presidente della federazione di Schio, Giuseppe Losavio, ha distribuito largamente tra i congressisti un adesivo riproducente lo stemma degli exallievi, e ha invitato a incollarlo sul vetro dell'automobile . «Oggi - egli ha sostenuto - il parabrezza dell'auto è come una volta l'occhiello sul risvolto della giacca ; solo è un po' più grande. Se tutti gli exallievi collocano Don Bosco sulla propria auto, potranno riconoscersi e salutarsi . Bello, no? E non parliamo del lato pratico, quando per esempio il vigile che viene a darti la multa fosse anche lui un exallievo.. . » . «Che cosa chiedete voi ai salesiani?», ha domandato il direttore dell'Ans a Nino Salomoni, presidente degli exallievi di Bologna . «Niente ha risposto Nino -. Vogliamo restituire quel che ci hanno dato» . E ha precisato : «Noi possiamo e vogliamo renderci utili, lavorando al loro fianco. Vogliamo riempire le nostre ore con cose che ne valgano la pena» Il tavolo della presidenza, e sullo sfondo I quadri dl Don Bosco e dell'exallievo Alberto Marvelli (splendidi ritratti a olio dl don Tommaso Facchino, salesiano di Napoli-Vomero) . ITALIA Lo ha constatato il Rettor Maggiore, recatosi nella cittadina sarda a commemorare i dieci anni di vita del locale « Centro di formazione professionale» . E ha aggiunto : «A dieci anni, un compleanno non fa nostalgia ma progetto» . Ecco, con la cronaca della visita, il punto sull'opera salesiana in Sardegna e un ventaglio di testimonianze vive, colte dal nostro inviato Teresio Bosco . Più futuro che passato per Selargius ette maggio, ore 10 . Sul vastissi- S mo piazzale del Centro professionale salesiano, più di mille ragazzi scendono dal pullman, srotolano panini, gonfiano palloncini colorati, agitano cartelli per radunare gruppi sparsi . La solita, simpaticissima confusione delle feste dei ragazzi . Ed ecco, sul punto più alto della torre, compare una figuretta nera, stagliata contro il cielo e la bandiera tricolore che garrisce al vento marino . E' il Rettor Maggiore dei salesiani . L'hanno accompagnato lassù perché veda con un solo colpo d'occhio il complesso del Centro e tutta la zona di Cagliari . Qualche ragazzo lo vede, punta il braccio . Altri guardano, alzano le voci, sventolano fazzoletti, palloncini. In un attimo mille braccia si protendono, un grido lungo e gioioso corre su quella nuvola di ragazzi e sale verso la torre. Don Viganò sente, guarda, sorride, e allarga a dismisura le braccia . E' il primo abbraccio del successore di Don Bosco ai ragazzi della Sardegna. Ogni anno 400 giovani . L'incontro tra don Egidio Viganò e la Famiglia Salesiana è iniziato nel pomeriggio del 5 maggio. Ore 17 : l'aereo di linea Roma-Cagliari rulla sulla pista di Elmas . Il Rettor Maggiore, borsone da viaggio sulla spalla, scende la scaletta. Gli danno il benvenuto due splendidi bambini e due adulti in costume sardo, porgendogli mazzi di fiori . (Mi confiderà a mezza voce : «Dietro di me c'erano due signori che dissero sorpresi : "Guarda, ci hanno preparato l'accoglienza!" Un attimo dopo, vedendo che i bambini venivano ver- so questo prete, aggiunsero un po' delusi : "Ma non è per noi. . ."») . Gli stringono le mani l'ispettore, i direttori delle sei opere salesiane, le madri delle FMA, un gruppo di autorità, cooperatori, exallievi, amici . Il rapido corteo raggiunge immediatamente il grande «Centro di Formazione Professionale» salesiano in Selargius, che oggi celebra i primi dieci anni di vita e di attività . Il Rettor Maggiore vede per la prima volta questo complesso imponente, dove in dieci anni sono stati preparati 1200 giovani alla qualificazione professionale . L'opera sorge in posizione centrale rispetto ai popolosi agglomeramenti urbani che fanno ormai cosa unica con Cagliari . La scuola è frequentata ogni anno da 400 giovani, di condizione popolare e spesso disagiata . La frequenza è gratuita, i pasti pure . Aiuta la Regione e il Ministero del Lavoro . I laboratori attrezzati e modernissimi, e le scuole, dove spendono la vita 12 salesiani e 21 istruttori esterni, offrono ai giovani la possibilità di sette qualificazioni diverse : meccanici generici, meccanici tornitori, congegnatori meccanici, saldatori, elettricisti B .T ., elettromeccanici, radiotecnici. Quaranta allievi, eletti ogni anno dall'assemblea comunitaria, collaborano alla gestione del Centro, e costituiscono una consulta permanente per affrontare i vari problemi dell'opera . Selargius è quindi una grande comunità salesiana a respiro democratico . Qui c'è fantasia. Dall'alto del palco, don Mereu, direttore del Centro, dice al Rettor Maggiore : « Qui, e in tutta la fervida terra di Sardegna, siamo protesi verso il futuro . Siamo al servizio delle persone, della comunità e delle famiglie : esse formano l'interesse vivo e perenne della nostra vocazione salesiana» . Don Viganò risponde : «Vi porto l'affetto e la speranza di Don Bosco . Da anni desideravo conoscere la Sardegna . Ho conosciuto tanti e splendidi salesiani sardi in America . Conosco la ricchezza umana della vostra terra, la ricchezza vocazionale, le virtù cresciute nei secoli . Esse sono una ricchezza inestimabile non solo per la Sardegna ma per tutto il mondo . Vi ringrazio per la vostra genuinità, per la vostra generosità umana e cristiana . Don Bosco - continua il Rettor Maggiore - ha guardato sempre verso l'avvenire . Il suo impegno è stato per quella parte della società che guarda il futuro : la gioventù . Per questo, la terra di Selargius è terra di Don Bosco : questo quartiere ha poco passato ma si apre con vertiginosa accelerazione verso il futuro ; queste mura sono tutte nuove ; qui c'è fantasia, qui si lavora per trovare maniere più umane per la convivenza dell'uomo, qui la Chiesa cresce in una generazione nuova, tesa verso il domani . Per questo mi sento di dire che l'affetto e la speranza di Don Bosco è qui con voi» . Ora scatta la festa . La festa sarda, ricca e fantasiosa come una volata di fuochi artificiali . E' venuto a far visita al Rettor Maggiore il presidente della Regione 7 Sarda, on . Soddu, exallievo salesiano . Sono presenti (e lo saranno in ogni minuto di questi giorni) il magistrato dott. Viarengo, il giudice Andreozzi, il colonnello Atzeni, e tanti altri amici che è veramente impossibile elencare . La festa ha dei momenti intimi, delicati . Come la «buona notte» che don Viganò dà ai salesiani riuniti nel collegio di via Fra' Ignazio, in cui espone con semplicità il «lavoro» che in questi mesi sta facendo a Roma (insieme al Consilio superiore) per la Congregazione . Come la concelebrazione che egli presiede nella mattina del 6 maggio, alle 7,30, non con un'omelia ma con un «pensierino» perché i salesiani devono partire in fretta per andare a far scuola, e i ragazzi non devono aspettare . "Su ballu sardu " . Il vertice più alto, la festa lo tocca nel teatro di Selargius, alle 10. Ci sono i 400 giovani del Centro, molti altri giovani exallievi e allievi . Giovanotti aitanti, pieni di vita e di voglia di far chiasso, ma anche capaci di raccogliersi in silenzio, ad ascoltare parole gravi e impegnative . Tiene il discorso commemorativo (26 foglietti scritti con affetto e lucida intelligenza) il dott. Viarengo . E' presente l'arcivescovo di Cagliari mons . Bonfiglioli. Subito dopo, sul vasto palco, si esibisce acclamatissimo il gruppo folkloristico «Charalis 1700» . « E' opera dei Salesiani - annuncia il presentatore - . Nei suoi otto anni di vita ha portato nella Sardegna, nella penisola e nel mondo (Inghilterra, festival internazionale del folklore) il nome di Selargius e di Don Bosco» . Lo compongono una sessantina di elementi : bambini, ragazzi e adulti, tutti allievi, exallievi e insegnanti dell'Oratorio e del Centro . Le ragazze sono simpatizzanti dell'Opera salesiana. Iniziano i bambini con «Su ballu sardu», tradizionale in tutta la Sardegna . Sono bellissimi con i calzoni bianchi, il gonnellino di nero orbace, il corpetto attillato di raso ricamato . Le bimbe con il ricco fazzoletto dipinto in testa, la lunghissima gonna colorata, sembrano statuine di antiche Madonne . Continuano gli adulti con una danza più complessa e raffinata : «Sa stella» . Finiscono insieme bambini e adulti con un ricamo ritmato e scintillante : «Su ballu de sas rotas » . Il pubblico giovane acclama e sottolinea con autentici boati di approvazione, e scandisce con le mani la musica semplice, ritmata, quasi ossessiva. Non fa nostalgia . Don Viganò conclude con un messaggio impegnativo, ascoltato in un silenzio impressionante : «Ho visto in pochi minuti passare nella mia fantasia la ricchezza umana e cristiana della Sardegna, cresciuta con una tradizione di secoli, nell'altezza dei valori umani e nella 8 II primo contatto tra Don Bosco e la Sardegna fu una lettera . Partì dall'isola il 29 aprile 1879, con il timbro di Genoni, un paesetto in provincia di Nuoro . I giornali italiani in quegli anni avevano dato notizia della prima spedizione di missionari salesiani verso la Patagonia argentina . Nella lettera spedita a Don Bosco, il padre gesuita Porqueddu chiedeva l'invio di alcuni salesiani, «perché nell'isola non c'è un collegio né un seminario in cui educare i giovani di buona riuscita . Abbiamo bisogno più noi che i poveri della Patagonia» . Un terzo mondo di casa nostra, diremmo oggi . Purtroppo, la minuscola Congregazione Salesiana era già impegnata oltre il livello di guardia, e allora non se ne fece nulla . Il secondo contatto Don Bosco-Sardegna fu invece un incontro di persone . Tra ali studenti del collegio di Alassio, nel i . .:C, c'era un ragazzo sardo, Antonio GI . Nel 1886 Don Bosco, ormai al tramonto della sua luminosa vita, venne ad Alassio e Antonio Giua potè confessarsi con lui . Dopo la confessione, Antonio confidò a Don Bosco due desideri : diventare sacerdote salesiano e accogliere al suo paese i figli di Don Bosco in una scuola per i ragazzi del popolo . Don Bosco rispose : « Per l'apertura di una casa in Sardegna se ne potrà parlare più tardi . E tu lavorerai nel campo dei laici : alla Congregazione Salesiana darai i tuoi figli» . 1893 . Sollecitata da Antonio Giua, la giunta comunale di Lanusei chiede ufficialmente al primo successore di Don Bosco, don Michele Rua, l'apertura di un'opera salesiana . Tre anni dopo, 87 cittadini di Lanusei firmano una petizione per sollecitare l'arrivo dei Salesiani. 27 ottobre 1898 . Sbarcano a Portu (il porto di Arbatax) i cinque primi figli di Don Bosco . Sono don Matteo Ottonello, don Severino Anedda (il primo salesiano sardo), don Evasio Spriano, don Giacomo Cattaneo, e Lorenzo Gaggino . I locali sono insufficienti, ma nemmeno un mese dopo si apre il ginnasio, con i primi 28 alunni . La Sardegna di allora . «Non bisogna immaginare la Sardegna di allora come quella d'oggi, paesi con case pulite, strade ordinate e illuminate, gente evoluta e ben istruita, dotata di scuole - scrive L'Unione Sarda -. La Sardegna degli anni in cui giunsero i primi Salesiani era molto diversa : i villaggi distanti l'uno dall'altro punteggiavano regioni in gran parte disabitate, sassose e polverose, flagellate dalla siccità, abitate da popolazioni malariche e afflitte da malanni secolari . Per le strade si incontrava gente scalza, lacera, il volto segnato dai patimenti ; l'analfabetismo era la norma . I salesiani vi portano i loro insegnanti per svolgervi una vera e propria azione missionaria e bonificatrice» . A Lanusei . Giovanni Lilliu, preside alla facoltà di lettere dell'Università di Cagliari, exallievo salesiano, così descrive la località in cui i salesiani cominciarono : «Lanusei, era un pezzo di terzo mondo, nella regione più accantonata e depressa di tutta l'isola, l'Ogliastra, col più basso tasso di alimentazione, con la popolazione fisicamente più gracile della Sardegna . Una capra era il sostentamento del povero, più qualche zucca messa a essiccare sui balconi di legno sconquassati, alla fine dell'estate . Un anno dopo la venuta dei salesiani, nel 1899, il governo Pelloux faceva intervenire lo Stato in armi per distruggere le bande dei Serra Sanna con un'autentica «caccia grossa» di latitanti e di popolazione civile : 682 arresti . Una risposta inutile alla miseria economica e sociale dei popoli del Nuorese» . I Salesiani non fecero miracoli, ma si misero con decisione al servizio di quella gente . «In tempo relativamente breve scrive L'Unione Sarda - crearono generazioni di gente nuova, ispirarono fiducia e rispetto, accolsero i figli del popolo e i più agiati sotto lo stesso tetto ; li confortarono, li incoraggiarono, insegnarono loro luce del Vangelo . E' bello, è entusiasmante che tutto questo sia avvenuto in un compleanno : 10 anni . A dieci anni, un compleanno non fa nostalgia ma progetti . A 10 anni, per tutti, c'è più futuro che passato . «Come sarà questo futuro? Dipende da noi, dalla nostra formazione, dalla nostra volontà . . . In questo futuro deve avere un posto la concezione di vita ispirata al Vangelo di Gesù Cristo, che ha dimostrato nei secoli di amare l'uomo, di portare l'uomo a una vera altezza, e di essere l'unica concezione di vita che difende sempre la sovranità della persona . Io credo che il frutto di questi dieci anni di esistenza dev'essere il proposito di dare a questo Centro di Formazione la capacità di servire la gioventù e i cittadini del quartiere, perché cresca sempre meglio quell'uomo che abbiamo visto così ricco di sentimenti, di creatività, di fantasia, nei balli che abbiamo ammirato pochi istanti fa . «Ecco - ha concluso don Viganò Nella .festa del ragazzo» tanti premi per I ragazzi di Selargius : li distribuisce don Lo!, Incaricato per l'associazionismo. Un'isola con Don Bosco venire tra i fumatori di droga» . Nel settembre 1963, a Lanusei viene inaugurato il «Tempio regionale» a Don Bosco, voluto da migliaia di exallievi di ogni parte dell'isola, specialmente del Nuorese . Essi sono stati raccolti dai figli di Don Bosco in case di umile condizione, e con un ritmo sodo di studio e di impegno cristiano sono stati messi in grado di formare i quadri dirigenti e intermedi della vita professionale, amministrativa, civica, giudiziaria . Il tempio di Lanusei è il loro grazie silenzioso e granitico, piantato nel cuore stesso dell'isola . 1968. A Selargius, sulla direttrice di I palloncini .migrano ., ha 'detto un ragazzo . Tra poco saranno lanciati verso il cielo . Un Implicito messaggio al continente : siano solo più i palloncini, d'ora in poi, a migrare dalla Sardegna . ad aver fede in Dio, nelle proprie forze, nella vita» . Accanto a loro, specialmente nei primi anni, lavorò come un vero salesiano Antonio Giua, divenuto avvocato . Fu geloso custode e difensore della scuola, e combattè anche tra i suoi compaesani per renderne meno difficile l'esistenza . Dedicò al collegio tutte le ore libere dal lavoro . Fu anche professore di greco, italiano e matematica, e assistente nelle ricreazioni . I ragazzi lo consideravano un «fratello anziano», discutevano con lui i loro problemi . «Alla Congregazione darai i tuoi figli», gli aveva detto Don Bosco . Fu una famiglia patriarcale la sua : dodici figli accettati da Dio con fiducia. Tre li diede a Don Bosco . Tutti e tre divennero sacerdoti . In tutta l'isola . Da Lanusei, i Salesiani si trapiantarono lentamente in tutta l'isola . 1912 . Don Matteo Ottonello, il primo direttore di Lanusei, va a fondare la prima opera salesiana a Cagliari : pensionato per studenti e oratorio . « In quel 1912 - scrive Giovanni Lilliu - il pensionato della comunità salesiana aveva a un fianco, sull'alto colle dell'Anfiteatro, una cornice di pettinati villini della grossa e media borghesia. Ma, da un altro lato, toccava la miseria morale e materiale della «bidonville» di Palabanda, uno dei quartieri più malfamati della città» . Un ragazzo di allora ricorda che, per un viottolo da capre, si scendeva in un labirinto di antri e gallerie, ricovero di malviventi e di mendicanti . «Come si svoltava dal crocicchio di Porto Scalas apparivano le brulicanti osterie : grovigli di casupole malsane in circolo su un cortile, stanze umide e buie, rifugio di famiglie miserabili e nascondiglio di vagabondi e di ricercati» . Don Ottonello, il fine specialista di Dante, che sapeva a memoria la Divina Commedia, prendeva spesso a recuperare tra quei viottoli i ragazzi che marinavano la scuola . . . 1922 : collegio-convitto di Santulussurgiu . Citiamo sempre da Giovanni Lilliu : «Un paese isolato alle falde del Montiferru, ai limiti della civiltà, tanto che la gente di quel paese appare come una varietà a sé nella lingua, nella persona, nel carattere . E' il punto dove i Sardi antichi resistettero ai Romani, un popolo decisamente ostile a farsi catturare e acculturare» . I Salesiani vi hanno lavorato con un impegno tenace e silenzioso per 50 anni . Si sono ritirati nel 1972 . 1928 : inizio ad Arborea . Gli inizi sono difficili, come dovunque. I primi due salesiani che arrivano (don Ripoli e don Valle) trovano una bella chiesa, una sacrestia, e tre armadi vuoti . Nient'altro . Per attrezzare i primi locali dove accogliere i ragazzi devono mendicare uova casa per casa, e poi rivenderle alla porta della chiesa . L'opera diventa progressivamente parrocchia, oratorio, scuola, aspirantato . I Salesiani, fondati dal figlio di un contadino, operano in quest'angolo del Campidano tra i figli dei contadini . Qui sperano di formare i futuri salesiani che porteranno le opere di Don Bosco oltre la frontiera del 2000 . 1958 : nasce a Cagliari la seconda opera, la parrocchia di San Paolo . «Qui i Salesiani curano le anime di un quartiere che all'esterno sprizza benessere ed è una mostra, nei palazzi e negozi modernissimi, della civiltà dei consumi . Però, nella principale delle sue vie, la polizia deve inter- - il messaggio dell'umile successore di Don Bosco, che è venuto con tanta gioia alla Sardegna, e che vi ha trovato fraternità, ricchezza umana e speranza cristiana» . Quella sera pregammo sul serio . Mentre la splendente festa sarda continua esco a « sequestrare » don Pinna, primo direttore di Selargius . Gli dico : «Oggi è la giornata del trionfo . Ma queste giornate sono sempre precedute e preparate da centinaia di altre giornate grigie, faticose, a volte drammatiche, che nessuno racconta, che nessuno celebra . Vogliamo parlare di qualcuna di queste giornate? » Don Pinna sorride quasi con una punta di mestizia, sottovoce dice : « E' vero. Quante giornate faticose . Specialmente le prime . Siamo arrivati qui in quattro salesiani il 20 settembre 1967. Attorno, dove vede case e costruzioni, non c'era nulla, proprio nulla . E noi, mandati qui a cominciare, non av ..vamo nemmeno l'entusiasmo temerario dei pionieri . L'opera di I espansione di Cagliari, nasce il Centro di Formazione professionale, che ha celebrato quest'anno il suo primo decennio di vita ospitando il settimo Successore di Don Bosco. Nel 1972 sorge l'ultima opera salesiana in Sardegna : la parrocchia e il centro culturale e ricreativo a « Nostra Signora del Latte Dolce» alla periferia di Sassari . Ventimila abitanti, di cui diecimila al di sotto dei 20 anni . Povertà grande e famiglie numerosissime : fino a 12, a 15 figli . Un servizio veramente salesiano e popolare . Le Figlie di Maria Ausiliatrice. Parallelamente all'opera dei Salesiani, nella Sardegna si è sviluppata quella delle Figlie di Maria Ausiliatrice . Esse lavorano attualmente in otto centri : quattro nella parte settentrionale dell'isola (Santulussurgiu, i Macomer, Cuglieri, Padria), e quattro nella parte meridionale (Cagliari, Monserrato, Sanluri, Guspini) . In ogni opera, le suore di Don Bosco lavorano con la scuola materna e i corsi di formazione professionale . In più, a Cagliari è efficiente il Convitto Universitario, a Macomer la Scuola magistrale, a Mon- i serrato le scuole elementari . Il loro servizio è salesianamente rivolto a ambienti sociali di contadini, minatori, pastori : la Sardegna dei poveri, quella che ha pagato maggiormente il tributo alla disoccupazione, alla sottoccupazione, all'emigrazione. 80 anni di lavoro . Il Rettor Maggiore è venuto nell'isola per i dieci anni di Selargius, ma non ha dimenticato che quest'anno si compiono pure gli 80 anni del lavoro salesiano in terra sarda . Nella rapida corsa attraverso le opere di Cagliari e di Arborea, ha voluto costatare ciò che i Salesiani hanno fatto per la Sardegna, ma anche ringraziare la Sardegna per ciò che ha fatto per la Congregazione Salesiana . Essa ha donato a Don Bosco centinaia di salesiani . Tra essi splendono le figure di don Puddu, di don Murtas, di don Solinas, e dei moltissimi missionari che lavorano in Asia e nelle Americhe: gli «emigrati di Dio ». Selargius sembrava un po' una pazzia, e in qualche ambiente c'era aria di pessimismo, di imminente fallimento . Arrivammo senza avere in tasca nemmeno gli otto soldi con cui Don Bosco cominciò il santuario di Maria Ausiliatrice. Di soldi non ne avevamo proprio nemmeno uno . Dovemmo andare in una banca a chiedere un prestito. Ma qui provammo la prima autentica gioia . La parola «salesiani» ci aprì tante porte . Capimmo che essere salesiani significava possedere 9 I Quattro mini interviste Gli scontri del Presidente Selargius, 5 maggio. Nella saletta della Direzione c'è folla . Il Rettor Maggiore stringe mani, sorride, è quasi rannicchiato nell'ampia poltrona, mentre tutti attorno vogliono dirgli una parola, rivolgergli una raccomandazione, ricordargli un particolare. Nell'angolo meno rumoroso riesco ad avvicinare il Presidente della Regione Sarda, on. Soddu, exallievo di Lanusei. Lo avvicino . Domanda. Come ricorda, onorevole, i suoi educatori salesiani? Risposta . Sono molto legato a quegli anni e a quegli educatori . Essi segnarono la mia prima esperienza di studente . Un'esperienza non certo facile . Ero uscito di casa, mi trovavo in un collegio isolato . Dovevo esperimentare tutto in una volta la lontananza dai genitori, della famiglia, un certo tipo di disciplina . . . D. Ricorda con amarezza quella disciplina? R . No . Una disciplina formativa è importante . Mi abituò a fare da solo tante cose. Cominciando da cose piccole e banali, se vuole : come lucidarsi da solo le scarpe e rifarsi il letto . D . Quel tempo ha lasciato dei segni vivi nella sua vita? R . Sì . Credo che due anni di seria educazione religiosa in quella primissima età siano molto importanti, anche se uno non si rende immediatamente conto del segno che lasciano . D. C'è un salesiano a cui è particolarmente legato il suo ricordo? R . Sì, il mio professore di lettere . Era soltanto un chierico, si chiamava don Diamanti . Non l'ho più incontrato da allora. Avevamo anche scontri vivaci in classe . Eravamo caratteri forti entrambi . Molti scontri, ma molta amicizia . D. Lei deve affrontare grossi problemi per la sua terra in un momento molto difficile . Come cristiano, e anche come exallievo, pensa di poter dare un contributo serio alla loro soluzione? R . Lo spero . Ma tutti dobbiamo portare il nostro impegno nella società . Molti che provengono dallascuola salesiana stanno dando un contributo molto importante : in Sardegna sono tanti i dirigenti, anche politici, che hanno fatto l'esperienza salesiana, molti consiglieri regionali sono exallievi che hanno avuto quest'impronta, un capitale di simpatia . « Era il 20 settembre, - continua don Pinna - e in ottobre dovevamo iniziare le scuole e i laboratori. Ma nessuno sapeva che eravamo qui, non avevamo speso nemmeno una parola per farci conoscere . Come era possibile in pochi giorni avere 80 ragazzi per i primi quattro corsi preventivati? Ricordo che entrando nella povera cucina, trovammo alla parete un grande quadro dell'Ausiliatrice . Non so chi l'avesse messo per il nostro arrivo . So invece che quella sera pre10 questa formazione. Spero che nessuno di noi dimentichi l'insegnamento che abbiamo appreso : lavorare positivamente all'interno della società per cambiarla in meglio . D. A tutti i ragazzi che affollano le scuole e gli oratori salesiani, cosa vorrebbe dire? R . Due cose brevissime: avere fiducia negli educatori salesiani ; e lavorare insieme disinteressatamente, per il bene di tutti . biamo limitarci a questo : decidiamoci a dare al giovane le ragioni di fede veramente fondamentali . Diamogli Gesù Cristo in persona . Facciamoli incontrare con Gesù Cristo . D. In questo campo crede che i Salesiani possano fare qualcosa di speciale? R . Sì . Inventare. Siate creatori, rinnovatori anche in questo. Tentate esperienze anche nuove, studiate vie diverse per portare Gesù Cristo ai giovani . Stavo esaminando, prima di venire qui, le risposte che i vescovi della Sardegna mi hanno fornito a proposito dei giovani . Serviranno per i lavori dell'assemblea della CEI . Insistono proprio su questo : «Diamo Gesù Cristo, con chiarezza, con energia» . Efondamentale perla vita . L'arcivescovo timido Un ragazzetto pallido di 13 anni Selargius 6 maggio. Stanno sciamando dal teatro centinaia di giovani . Proiettano la loro energia verso il grande cortile dove daranno vita tra brevi istanti a gare sportive e atletiche. Li sta guardando, con un sorriso che sa anche di lieve malinconia, la figura alta e ieratica dell'arcivescovo di Cagliari, mons. Bon figlioli. Gli domando una breve intervista e acconsente volentieri, quasi timidamente . D. Eccellenza, lei tiene tra noi il posto di Gesù. Tocca a lei approvare o tirare le orecchie in nome del Signore . Che dice oggi a noi Salesiani? R . Vi dico : «Fatevi coraggio . Siete apprezzati molto, da me e da chi lavora accanto a me» . D. Che ne pensa delle nostre opere nella sua città? R . Ne ho sotto gli occhi tre, tre «espressioni» diverse del vostro lavoro : questo Centro di formazione professionale, una parrocchia talmente grande che scoppia, e l'Istituto scolastico di via Fra' Ignazio con medie, ginnasio e liceo . Tre polmoni, per la nostra città veramente vitali . So che lavoro analogo lo svolgete a Lanusei, a Sassari, e ad Arborea dove sono stato pochi giorni fa. Vi vedo lavorare con piacere . Non mi faccio avanti perché sono timido di temperamento . Ma non sono mai assente quando mi invitate . D . Nel cercare di dare un'educazione a questi giovani, quali «valori» dobbiamo mettere al primo posto, martellare, far penetrare con tenacia? R. I valori umani, certamente, dobbiamo sempre tenerli ben presenti : la dedizione, la lealtà, la generosità, il disinteresse. Ce li ricorda il Concilio, li ha sempre insegnati Don Bosco . Ma credo non dob- Arborea, 6 maggio. Il Rettor Maggiore è arrivato da pochi minuti per salutare gli aspiranti salesiani della Sardegna, i loro papà e le loro mamme. Mentre una cantante folk, avviluppata in uno scialle di pizzo nero, canta per lui antichi mottettus, chiedo di parlare con uno dei ragazzi di terza media, che stanno per terminare gli anni di « orientamento vocazionale » . Mi trovo davanti un ragazzetto pallido, la voce che si sta incrinando nella prima adolescenza . Non desidero sapere il suo nome per non metterlo in imbarazzo. Voglio solo parlare con lui. Ci sta . gammo sul serio, con il cuore in gola, perché non ci facesse fallire così presto . «Stampammo un piccolo programma, e andammo a distribuirlo nella città, nelle parrocchie . In pochi giorni, di domande ne ricevemmo 130 . Dovemmo scartarne una cinquantina, perché non avevamo i locali sufficienti. Da allora fu sempre così : i ragazzi arrivarono a grappoli . E da quel giorno (lo confesso con l'umiltà di un peccatore) ho cominciato a « credere » nella Madonna . Sembreranno fioretti del medioevo, ma quando c'erano preoccupazioni grosse, cambiali che scadevano, macchine indispensabili da procurare in qualche modo, era sempre nelle giornate dedicate alla Madonna che riuscivamo a uscire dai guai. Quando persi le scarpe . « Per andare dalla cucina ai primi laboratori aggiunge -, dovevamo arrangiarci ad attraversare un lungo tratto di fango e di palude. Quando pioveva era un dramma . Ora ci rido, ma quando sprofondai nel fango e persi Un grazie a Don Bosco: il dono del Presidente della Regione Sarda, I'exallievo on. Soddu, al Rettor Maggiore . D. Stai pensando di farti salesiano? R . Ci sto pensando, ma non ho ancora deciso . D. Conosci Don Bosco? Che cosa ti ha colpito di più nella sua vita? R. La sua voglia di farsi sacerdote per fare dei bene . Mi hanno impressionato i suoi incontri con i ragazzi sperduti per le strade, i ragazzi in galera, gli orfani . Lui poteva fare una bella carriera, invece volle dedicarsi a quei ragazzi : ha cominciato così la sua vocazione . D . Credi che anche oggi ci sia bisogno che qualcuno si dedichi agli altri? R. Sì, moltissimo . Perché tanti non pensano più agli altri, ma soltanto allo stipendio, ai soldi . D . Ma lo stipendio, i soldi, danno gioia, possibilità di divertirsi . Darsi agli altri invece costa fatica, sacrificio . R . Secondo me il danaro non è una cosa primaria, ma secondaria . Lì per fi dà gioia, certo, ma che sa di poco . Invece donarsi agli altri costa sacrificio, ma dà una gioia profonda . D. Se diventerai salesiano, a chi ti piacerebbe donare la tua vita? R . Ai più deboli . Non solo però a chi non ha da mangiare, ma a chi non conosce il Signore, non ha fede . D. Ma ci credi sul serio a queste cose che dici? R . Guardi . Per molto tempo sentivo parlare di «donarsi agli altri», ma non ero convinto . Mi sembravano parole . Ma poi ho cominciato, andando a trovare il Signore nella chiesa, e parlare con lui, a domandargli che me lo facesse capire . E poco per volta ho scoperto cosa significa . E' una cosa molto bella . A molti chi la pensa così sembra un illuso, un matto . Invece, parlando con il Signore, ho capito che è una cosa seria . D . Per te, chi sono i Salesiani? R . (Ci pensa, non sa come rispondere, poi:) Per me sono dei Gesù . D . Ne conosci tanti? R . Una decina. D. C'è qualcuno tra loro che ti piacerebbe «copiare» nella vita? Diventare come lui? R . Sì, uno abbastanza giovane, mio amico. Gioca con noi, ma specialmente parla con noi . Ci spiega i grandi problemi della vita : l'amicizia, l'adolescenza . Mi ha anche aiutato . Quand'ero triste, e quando ho cominciato a pensare cosa farò nella vita . L'Arcivescovo di Cagliari mons. Giuseppe Bonfiglioli (tra il Prefetto dott . Porpora e Il Rettor Maggiore) : «Salesiani, siate creatori, tentate esperienze nuove per portare Cristo al giovani» . D . Non rimarrete a livello di « buone intenzioni»? R . No, assolutamente . Abbiamo certo «buone intenzioni», ma anche la «buona intenzione» di tradurle in pratica . Stiamo fissando delle date per iniziare a « incontrarci noi» . E insieme stileremo un programma di «incontri con gli altri» : fi parleremo, racconteremo le nostre esperienze, come noi vediamo e cerchiamo di vivere il cristianesimo . D . Chili organizzerà? R . Noi . Un sacerdote ci aiuterà, ma l'organizzazione l'avremo in mano noi . Una decina di giovani di Cagliari e Monserrato hanno partecipato alcuni me- si fa a un incontro di giovani cristiani ad Arcinazzo, in provincia di Roma. Per quasi tutti è stata un'esperienza forte, shoccante. Li ho incontrati in una saletta della parrocchia San Paolo. D . Voi siete giovani della Sardegna . Sotto l'angolatura cristiana, come sono oggi i giovani sardi? R . - lo credo che dal più al meno si possano dividere in due parti : una grossa parte che riduce il cristianesimo a formalità, a tradizione . Una parte molto più piccola che ha scoperto Cristo e lo vive intensamente . Più intensamente, per intenderci, di come si viveva il cristianesimo dieci, vent'anni fa . Perché oggi chi vuoi essere cristiano deve rischiare, pagare di persona . - lo aggiungerei una terza parte : i giovani che non vivono nemmeno un cristianesimo di tradizione. Quelli che non vivono nulla. Più passa il tempo, più questi formano una massa difficile da avvicinare, da evangelizzare . Occorre che i cristiani veri non perdano altro tempo . D. Cosa proponete di concreto? R . - Innanzitutto esempio, testimonianza . Vivere apertamente, senza paura, ciò che si crede . - E poi «incontri» . Giovani disponibili al dialogo ce ne sono . Incontri per parlare comunicare, far conoscere esperienze cristiane. - I giovani hanno l'esigenza di stare insieme, di avere amici . Dobbiamo vivere il cristianesimo non da soli, ma insieme . - Ci sono molti ragazzi buoni, ma solo a livello negativo, potremmo dire «solo a livello umano» . Hanno bisogno di una spinta . Dobbiamo organizzare degli incontri che diano questa «spinta» . Tutti continuano a battere sulla parola «incontri», a ripeterla come una formula magica. In disparte chiedo a Rosaria : D . Ma in quell'incontro di Arcinazzo, cos'è capitato di tanto eccezionale? R . E' difficile spiegarlo . lo vi partecipai perché credevo si trattasse di una gita turistica, o qualcosa di simile . Invece andai in crisi . Ero egoista, devo confessarlo . Mi aspettavo che tutti mi ammirassero, si interessassero di me. Invece incontrai un gruppo di ragazze e ragazzi «liberi», , semplici, sereni . Parlavano non di trucco o di moda, ma di fede, di ideale, di impostazione della vita . E non come predicatori, assolutamente, ma come si parla tra amici della scuola, di una gita, di un impegno . Quelle parole «fede, ideale, progetto di vita, valori, dedizione», per me erano quasi nuove o in disuso . E scoprii che invece erano tremendamente importanti . Tutto qui l'incontro di Arcinazzo . E vogliamo riprodurlo, moltiplicarlo, perché queste parole - quasi nuove o in disuso per molti - ritrovino attualità in tanti giovani della Sardegna . le scarpe e le chiavi, quando i confratelli dovettero venire ad aiutarmi a uscir fuori, e a cercare tutti insieme quelle benedette chiavi nella melma, alla fine eravamo fradici e umiliati come scolaretti in castigo . E non sempre riuscivamo a raccontare barzellette per "tirarci su" . «Dieci anni di lavoro duro, registrato solo da Dio, che ha visto il sacrificio inestimabile dei coadiutori, l'impegno sacerdotale e continuo di tutti . I primi giorni, quando arrivarono i giovani, discutemmo fra noi : era opportuno cominciare subito con la preghiera, con pensieri cristiani espliciti? Erano tempi difficili, altrove scoppiava violenta la contestazione . Abbiamo deciso di essere chiari subito . Da quel giorno, alle 8,30, quando i ragazzi arrivano, i salesiani pregano insieme con loro, e rivolgono il pensiero cristiano del "buon giorno" . «La giornata, ancora oggi, ha lo svolgimento impostato nei primi anni : dalle 8,30 alle 14, tre ore di laboratorio e tre ore di scuola, separate da un intervallo di una mezz'oretta . Mattinate faticose, evidentemente, ma che i ragazzi affrontano con impegno per costruire la loro vita . Il sardo non ha paura della fatica, se vede chiara la meta a cui vuole arrivare . « Gli anni più duri del Centro furono quelli della drammatica crisi economica . Nel 1968, all'inaugurazione ufficiale, si respiravano ottimismo e fiducia . Le autorità che vennero qui dissero ai giovani che, mentre essi lavoravano alla loro qualificazione, la Sardegna preparava grossi complessi Ragazzi che vogliono incontrarsi 11 industriali, perché nessun sardo in avvenire fosse costretto a emigrare . La crisi venne a bloccare tante speranze, a spezzare tanti progetti . Molti giovani dovettero e devono faticare per trovare un posto nel lavoro . E l'emigrazione, anche se ridotta, è ancora una triste realtà » . Il ragazzo riuscito . Il sei maggio, nel pomeriggio, don Viganò ha fatto una corsa fino ad Arborea, a salutare gli aspiranti e i loro genitori . Poi è salito fino a Santalussurgiu, a far visita alle sorelle di don Solinas, il missionario che per tanti anni gli è stato accanto in America Latina e a Roma . La mattina del 7 è di nuovo qui, a Selargius, per la «Festa del ragazzo '78» . E' una formula geniale, inventata dal salesiano don Loi . I gruppi degli «Amici Domenico Savio» si sono dati convegno qui per celebrare la festa del ragazzo, cioè la «loro» festa . E in questa festa guardano a Domenico Savio, il «ragazzo riuscito», il modello per tutti i ragazzi del mondo . Il teatro è a due piani, e contiene 800 persone . Oggi dovrebbe averne quattro, di piani, per contenere i 1200 ragazzi giunti da ogni paese, che traboccano in ogni dove . Tra scrosciare di applausi e di acquazzoni (oggi il tempo non vuol saperne di smettere il broncio), sul palco si alternano complessi, gruppetti folk, gruppi di giovanissimi attori . Alle 12,30 il ribollente teatro si muta in chiesa raccolta e silenziosa : sul palco il Rettor Maggiore concelebra insieme a trenta sacerdoti . E nell'omelia, brevissima e scintilante, lancia ai ragazzi l'invito a «rendere possibile l'impossibile» . «E' possibile uscire dalla tomba e tornare a vivere? No . Ma Gesù è riuscito. E' possibile essere santi a 13, a 14 anni? No, avevano risposto per più di mille anni i teologi sapienti . Ma Domenico Savio è riuscito . E io invito anche voi : rendete possibile l'impossibile, diventate santi come Domenico Savio per trasformare il mondo, per renderlo migliore con la vostra vita» . Alle 13, sul piazzale dove il tempo ci regala dieci minuti di tregua, mille ragazzi lanciano nel cielo uno sciame di palloncini colorati . Ognuno reca messaggi, un augurio . Salgono verso le nubi grigie che incombono, e il vento li porta verso oriente . «Dove vanno? », chiedo a un ragazzino. « Migrano verso il continente», mi risponde senza smettere di fissare il cielo . Mille facce, come la sua, fissano lassù. Sono i ragazzi per cui lavorano i figli di Don Bosco . Sono la nuova generazione che il successore di Don Bosco ha impegnato a sfidare l'impossibile, per costruire un avvenire migliore, quando la Sardegna vedrà emigrare verso il continente soltanto i palloncini colorati, lanciati dai bambini in un pomeriggio di festa. TERESIO Bosco 12 Libreria PER CAPIRE LA TV BISCARDI-LIGUORI L'impero di vetro La prima grande indagine sulla Rai-Tv Ed. SEI 1978 . Pag. 440, lire 6000 DANTE ALIMENTI TG segreto Ed. SEI 1978. Pag . 200, lire 4000 Se il rischio di venire manipolati dai mass media è reale, anzi incombente, esiste però il modo di difendersi : capire, affrontare la comunicazione sociale con preparazione e con senso critico . Ecco due libri, in questa prospettiva, preziosi . «L'impero di vetro» è una vasta antologia raccolta da due, oltre che studiosi, anche protagonisti della televisione italiana . I testi che hanno messo insieme, di viva attualità, portano le firme qualificate di grossi uomini politici, e di vari «addetti ai lavori» (la presentazione del libro è di Andreotti, l'introduzione di Paolo Grassi) . I temi affrontati coprono la vasta gamma di curiosità e interessi dell'uomo della strada ; la posizione dei partiti ; il ruolo del governo, del parlamento, dei sindacati ; la lottizzazione; i problemi economici ; il decentramento e la terza rete ; i rapporti della tv con la stampa ; la convivenza cattolici-comunisti . . . Quanto di meglio per capire e non subire il momento attuale . « TG segreto» è anch'esso figlio di un «addetto ai lavori», deciso però a introdurre ben addentro chi voglia seguirlo. Lo fa con stile semplice, e con garbo. Descrivendo, spiegando, presentando gli strumenti del mestiere e la nomenclatura . E aiutando a inquadrare i problemi di fondo. Certo, sapendo che esiste il «gobbo elettronico» si perde un po' di stima per i vari corrispondenti . Ma è poi un male? Una cosa è sicura : dopo questo libro si guarda al telegiornale in modo del tutto nuovo . ADOLFO L'ARCO Alberto Marvelli LDC 1978. Pag . 174, lire 2 .700 I lettori del BS ricorderanno Marvelli : la sua figura è stata tratteggiata nel fascicolo dello scorso aprile alle pagine 25-29 . La biografia nuova (una prima era stata pubblicata qualche anno fa) delinea in modo più completo questo exallievo salesiano che ebbe il regista Federico Fellini come compagno d'infanzia e l'on . Benigno Zaccagnini come compagno di università, ma che per imporsi all'attenzione non ha bisogno di pezze d'appoggio : gli basta quel che ha fatto . Come ragazzo d'oratorio e d'azione cattolica, come universitario e professionista, nel turbine della guerra e nel vivo delle successive lotte sociali . E' stato, come ricorda il sottotitolo del libro un «costruttore della città di Dio» . Anch'egli avviato agli altari . CARLO FIORE Il Cristo dei giovani LDC 1978 . Pag. 128, lire 1 .400 La domanda che Cristo rivolse un giorno ai suoi apostoli : « E voi chi dite che io sia?», è stata girata ai giovani del nostro tempo . Le loro risposte (molte di esse raccolte nell'ambiente della rivista giovanile «Dimensioni Nuove» di cui l'autore è direttore), sono testimonianze vive, incisive, tracciate col linguaggio e secondo le categorie della nostra cultura . Ma il volume non si ferma a raccogliere voci sparse . Tenta pure un'analisi critica- affidata a Carlo Molari, cristologo -, tanto più significativa perché non si limita a denunciare errori e storture di giovani, ma risale alle corrispondenti storture ed errori attribuibili agli educatori dei giovani stessi . COLLANA «I NUOVI ADULTI» G . MUSA, Marinella super A . Manfredi, Le porte d'oro D . Rutheford, La pietra della morte T. Olsen, Il marchio degli Starbuck SEI 1978 . Ciascun volume lire 3.500 I «nuovi adulti» sono i ragazzi, e per loro in questa agile collana la SEI - fedele alla sua tradizione del «libro sicuro», cioè educativo - presenta questi 4 nuovi titoli che si aggiungono ai precedenti dieci già usciti . Sono romanzi d'avventura, di quell'avventura di cui la fantasia dei ragazzi ha bisogno, ma nel rispetto del buon gusto, e orientando alla maturazione dei valori umani . y~;LE PORTE D'OIQ 1 1,1 1 DOMENICA GRASSIANO Un carisma nella scia di Don Bosco Suor Eusebia Palomino Istituto FMA, Roma - pag. 350 Di suor Palomino, Figlia di Maria Ausiliatrice, morta in Spagna nel 1935, il BS ha già presentato il profilo (ottobre 1977, pag . 25-27) . Ora ecco un libro scritto in punta di penna, e da divorare in un fiato . Ne valeva la pena : presto di suor Palomino verrà iniziata la causa di canonizzazione . GAETANO CAFIERO Vita da sub SEI 1978 . Pag. 264, lire 6.800 Cafiero è lui per primo un sub, e un sommozzatore . E inoltre giornalista, autore di libri, collaboratore di enciclopedie, sceneggiatore per il cinema e la televisione : tutto e sempre nell'ambito della sua specializzazione : la vita subacquea. Il suo libro è la storia, romanzesca ma non romanzata, degli «astronauti alla rovescia» che scendono all'interno del pianeta liquido per scoprirlo e conquistarlo . URUGUAY Parigi, stadio di Colombes, 9 giugno 1924 . Per la prima volta ai Mondiali viene compiuto il .giro d'onore ., e l'onore tocca all'Uruguay, capitanato dal . maresciallo . José Nasazzl, exalllevo . Dal cortiletto salesiano alla Coppa del Mondo Una relazione storica di sicuro interesse per gli exallievi salesiani : l'Uruguay è stato per decenni «culla di campioni del calcio», e non pochi di essi - divenuti un giorno campioni del mondo - avevano imparato a giocare la «pelota» proprio sui cortiletti salesiani . ingrazio infinitamente per le dimostrazioni che oggi mi of«R frono gli exallievi e i professori del collegio salesiano . E dichiaro che di tutte le dimostrazioni che mi sono state finora tributate, questa è di quelle che più mi riempiono di soddisfazione, perché si tratta dei miei amici d'infanzia, di coloro con cui ho diviso i momenti più felici e spensierati della vita, che mai più si dimenticano . «In quelle sere memorabili in cui a Parigi contendevamo ai migliori calciatori del mondo il titolo di campioni, dopo le vittorie conseguite sul campo sempre mi tornavano alla mente i ricordi della patria lontana, della mia famiglia e dei miei amici. E ricordando le prime partitelle giocate risalivo ai bei tempi in cui, con molti di voi, difendevo i colori di una squadretta di calcio, la «Domingo Savio» affiliata alla « Lega Cattolica» . « Oggi che mi ritrovo con gli amici di allora, mi sembra che gli anni non siano passati, e che era ieri quando nel collegio San Francisco de Sales commettevamo tutte le birbonate della nostra età, e le scontavamo finendo alla colonna, messi in castigo dal direttore . Quel nostro indimenticabile padre Guerra al quale - nonostante tutti i castighi - vogliamo un bene dell'anima . E che io non dimenticherò mai, per essere stato con gli altri professori colui che ha guidato la mia prima educazione . Un'educazione di cui vado fiero, perché è in questi collegi che si dà ai ragazzi la migliore formazione per la vita» . Così si esprimeva a Montevideo, la sera del 30 agosto 1924, José Nasazzi, in una festa che 1'« Unione Nazionale Exallievi» aveva organizzato in onore suo e di Zoilo Saldombide - ambedue exallievi salesiani, rispettivamente dei collegi «San Francisco de Sales » e « San Miguel » - appena tornati dall'Europa con il titolo di campioni olimpici » . José Nasazzi, meglio conosciuto come «El Mariscal» (il maresciallo), era stato il prestigioso capitano della selezione uruguayana di calcio, laureatasi campione a Colombes (Parigi) nel 1924, poi ad Amsterdam (Olanda) nel 1928, e a Montevideo nel 1930 . Le spie Jugoslave. Questo capo indiscusso era figlio di un piccolo paese, l'Uruguay, incuneato tra due colossi : Argentina e Brasile . La ricchezza del suolo, la bellezza delle spiagge, la calorosa spontaneità della gente e una loro maniera proverbiale di accogliere chiunque, l'hanno fatto definire « la Svizzera dell'America» . Ma forse per molti l'Uruguay, al di sopra di questi titoli, ne vanta un altro che l'ha reso in passato anche più famoso : quello di « culla di grandi campioni del calcio » . E tra questi suoi ambasciatori che l'Uruguay inviava nel mondo figurano, agli ordini del « maresciallo Nasazzi», un bel drappello di exallievi salesiani, che mentre si sentivano orgogliosi di essere uruguayani nell'intimo del loro cuore, provavano la grande gioia di aver ricevuto la loro formazione nei collegi di Don Bosco, nelle sue scuole e nei suoi cortili. Nel 1924, nella cornice del 5 ° Campionato Olimpico di calcio, l'Uruguay si presentava per la prima volta . Lo stadio di Colombes a Parigi avrebbe visto la vittoria della squadra uru- guayana con la maglia celeste, capitanata dall'exallievo José Nasazzi : d'un ragazzo che dal cortiletto del collegio di Montevideo era passato al club « Bella Vista » i cui giocatori sono ancora oggi chiamati «papalini» perché vestono i colori bianco e giallo della bandiera pontificia (colori che a quanto si dice, erano stati scelti dal direttore del collegio salesiano) . Quando la squadra celeste capitanata da Nasazzi si stava allenando a Parigi, arrivarono ai bordi del campo i suoi primi avversari, gli Jugoslavi, che cercavano di spiare il gioco uruguayano. Notata la presenza di queste spie, gli uruguavani combinarono loro un tiro birbone, mettendosi a giocare da squadretta di paese. Davano grandi zappate nel terreno, scagliavano palloni che neanche per caso riuscivano a trovare la via della porta, colpivano di testa con il collo e la spalla, sollevavano zolle d'erba e ruzzolavano pesantemente a terra . Così finché uno degli jugoslavi si avvicinò : « Che pena, ragazzi! E tocca proprio a noi giocare contro di voi che siete venuti da tanto lontano . . . » . All'ora della verità, l'Uruguay si impose sulla Jugoslavia per 7 a 0 . Nella finale il 9 giugno 1924 l'Uruguay batteva poi la svizzera per 3 a 0, e si classificava Campione Olimpionico . Al termine dell'incontro gli organizzatori invitarono il maresciallo Nasazzi a compiere, in testa ai celesti, un giro ai bordi del campo per ricevere l'ovazione dei tifosi (fu inaugu= rato così il giro d'onore ai campionati del mondo) . Il capitano accettò, ma volle che partecipasse all'apoteosi, anche la squadra svizzera . Resta il fatto, per la storia, che il primo calciatore a compiere il giro d'onore nei campionati mondiali di calcio è stato l'exallievo José Nasazzi detto maresciallo. Ancora il maresciallo. Nasazzi, capo indiscusso dei celesti, ha contribuito a creare il leggendario «Artiglio Celeste», -,come veniva chiamata la squadra -, miscuglio di impeto e di orgoglio sportivo, di determinazione a difendere la maglia celeste divenuta simbolo e incarnazione della nazione, di dedizione generosa e senza limiti all'ideale sportivo . Di nuovo ad Amsterdam sarà il capitano dei campioni olimpici : nel 1928 l'Uruguay raccoglie un nuovo alloro imponendosi all'Argentina per 2 a 1 (una delle reti decisive è opera di Roberto Figueroa, altro exallievo) . Questa spedizione uruguayana ai campionati mondiali comprendeva niente meno che sette exallievi : oltre ai due già nominati, figuravano : Peregrino Anselmi, Adhemar Canavesi, Lorenzo Fernàndez, Alvaro Gestido e Angelo Melogno . Alvaro Gestido era exallievo non del Collegio ma dell'Oratorio, come il 13 .do t)rugueyo suo fratello Oscar che diventerà presidente della Repubblica, e sempre si mantennero ambedue in contatto con padre Luis Testa, vantandosi di essere stati ragazzi dell'Oratorio salesiano . Nel 1928 la FIFA, riunita nella sede di Zurigo, decise di trasformare il Campionato Olimpionico in una nuova competizione chiamata «Coppa del mondo», da disputarsi ogni quattro anni a partire dal 1930 . Veniva così accolta l'idea di Jules Rimet, presidente della FIFA dal 1920 al 1954 . (Più avanti venne poi deciso che la competizione fosse chiamata « Campionato del mondo o coppa Rimet », e recentemente «coppa FIFA» .) Che cos'ha questa piccola Coppa, che al di là dell'oro con cui è fatta attira i più diversi paesi, e tutti si affannano per conquistarla? Oltre all'onore e alla gloria che ne viene a chi se ne impossessa, c'è senza dubbio qualcosa di più : ci sono per esempio le implicazioni politiche a livello internazionale, tanto per il paese che la conquista che per il paese organizzatore dei giochi . L'onore di organizzare il primo Campionato mondiale di calcio fu affidato all'Uruguay, il paese vincitore dei due ultimi Campionati olimpici, che per di più celebrava proprio nel 1930 il centesimo anniversario della sua Costituzione . L'Uruguay, nell'inaugurare la celebrazione dei Campionati mondiali, si raccolse in se stesso per festeggiare con gioia anche quei suoi primi cent'anni di vita costituzionale, mentre il calcio imprimeva un marchio memorabile e popolare a una così significativa commemorazione . E toccò ancora al maresciallo Nasazzi capitanare la selezione uruguavana e portarla a vincere il primo campionato del mondo. Nello «Stadio del Centenario», per la partita finale, si incontravano Argentina e Uruguay e i celesti si imposero per 4 a 2. Questa volta si distinsero con Nasazzi altri tre exallievi salesiani : Alvaro Gestido, Lorenzo Fernàndez e Paolo Dorado, autore quest'ultimo di una delle reti della vittoria . A Maracanà. I due campionati mondiali successivi furono organizzati dall'Italia e dalla Francia, e videro due vittorie italiane ; in entrambi i casi, per questioni di principio e di solidarietà, l'Uruguay non partecipò . Dopo la sospensione imposta dalla seconda guerra mondiale si tornarono a disputare i Campionati del mondo, e il Brasile con la sua straripante potenza fu lo stato organizzatore del quarto Campionato . Tutto in Brasile viene programmato e disposto in modo stupendo e grandioso : un monumentale stadio a Maracanà, con capienza di 250 mila spettatori, doveva costituire la cornice di popolo chiamato ad applaudire la coronazione del vincitore . 14 Nel 1928 la squadra dell'Uruguay si aggiudica di nuovo il Campionato mondiale, e a capitanarla è ancora I'exallievo Nasazzi, a cui i giornali dedicano le copertine . Il Brasile con pieno merito e con molta disinvoltura supera le varie tappe verso il traguardo finale, ha il favore del pronostico, lo danno per favorito . Tutto è pronto per la grande festa della coronazione, attesa e meritata. Si arriva così, in un clima appena immaginabile, all'ultima partita in cui il Brasile - con la sua strapotenza sportiva e l'appoggio caloroso di un pubblico psicologicamente già preparato a pregustare la vittoria - si scontra con il piccolo Uruguay che è arrivato alla finale attraverso vari tentennamenti e senza contare sui favori di nessuno . Mentre a Maracanà si assapora il trionfo, in mezzo alle grida assordanti di più di 250 mila fanatici, tra mortaretti e frastuono di grancasse, scende sul campo di gioco la selezione celeste, serena con la serenità che sa infonderle il suo allenatore Juan López, dell'oratorio salesiano Don Bosco e fedele frequentatore della chiesa di Maria Ausiliatrice di Montevideo . Un pareggio è sufficiente perché il Brasile ottenga l'ambito trionfo ; però man mano che il tempo passa i favoriti lasciano trasparire un nervosismo che contagia anche il pubblico : l'artiglio celeste tiene imbrigliati i brasiliani sull'uno a uno e minaccia di farli capitolare . Non è dunque un mito . E alla fine accade l'imprevedibile : il piccolo Uruguay, guidato da quell'exallievo salesiano, riesce a battere il Brasile per 2 a 1 e si classifica Campione del mondo per la seconda volta . Le proporzioni di questa vittoria si possono misurare solo dallo sbigottimento e dalla tristezza che si dipingono sul volto di quelli che avevano accarezzato e assaporato la vittoria . Il presidente della FIFA Jules Rimet, qualche minuto prima che la partita finisse, quando il Brasile an- cora pareggiava, aveva abbandonato il palco delle autorità e si era ritirato per ripassarsi il discorso con cui avrebbe solennemente consegnato la coppa ai logici, attesi e già praticamente sicuri vincitori . Ma poco dopo, all'uscire dal tunnel che immette nel campo di gioco, non riusciva a capire perché mai un pesante silenzio fosse calato sugli spalti . Ed ecco la verità appena credibile : scorse una manciata di piccoli uomini in maglietta celeste sul rettangolo verde, che gridavano con voce ormai rauca : «Uruguay campeon! » Intanto nello stadio le lacrime si sprecavano : solo pochissime però erano di gioia, tutte le altre erano di cocente inconsolabile dolore . . . Lì a Maracanà due exallievi - continuazione gloriosa dei leggendari eroi di Colombes, di Amsterdam e Montevideo - avevano assicurato la presenza salesiana nei successi sportivi uruguavani : Juan López e Julio Pérez . Mentre Jules Rimet consegnava la sua coppa senza più protocollo e senza discorso, senza banda musicale né tutto il resto che era stato preparato per quel momento solenne, l'intero Uruguay, facendo eco al gesto di un suo giocatore che nell'istante del fischio finale si era impossessato gelosamente del pallone, esplodeva in una festa a dimensione nazionale . . . Una bandiera sul Cervino . Quella gioia arrivò lontano lontano, ovunque ci fosse un cuore uruguavano : a me, allora studente del Pontificio Ateneo Salesiano di Torino in vacanza in Valle d'Aosta, toccò la soddisfazione di poter innalzare, a quota 2000 sulle propaggini del Cervino, una piccola bandiera uruguayana . Lassù si mescolarono il celeste, il bianco e il sole della bandiera, con lo stesso cielo delle Alpi. Forse nessun'altra bandiera uruguayana in quel giorno sventolò tanto in alto : un'asta issata a 2000 metri d'altitudine la aiutò a garrire al vento e a confondersi col firmamento . (Ora essa è gelosamente conservata . . . nel museo salesiano del collegio Pio a Villa Colón, la prima casa salesiana aperta in Uruguay) . Intanto, nel centro dello stadio Maracanà, Juan López se ne stava con lacrime di gioia agli occhi e un'emozione profonda nel cuore, sentendo presso di sé l'Ausiliatrice e Don Bosco che prima di partire era andato a salutare nella chiesetta del suo Oratorio . Ieri, dunque, il maresciallo Nasazzi, Alvaro Gestido, e più tardi Juan López, e oggi altri giocatori celesti come Fernando Morena e vari suoi compagni exallievi, si dicono fieri di essere cresciuti alla scuola di Don Bosco, e fanno onore allo sport uruguayano . Sono - come non riconoscerlo? frutti dell'affetto seminato con sacrificio da pazienti educatori nei sovraffollati ma allegri cortiletti salesiani . FÉLIX MARIA BRUNO MACAU che più prospero. E la popolazione? E chi pensa ai ragazzi? In tutto sono 250 mila gli abitanti, al 95% cinesi, al 10% cattolici . E un vescovo che nel 1968, quando capitò a passare da quelle parti il Rettor Maggiore don Ricceri, era preoccupato di un certo quartiere di periferia tutto rosso, in cui i rossi avevano aperto una scuola e avviano precocemente i bambini sul sentiero dell'ateismo . . . Ma ecco la relazione di don Tiberi. Don Tiberi non ha tempo di andare in pensione Dopo 45 anni di lavoro missionario pensava di aver diritto a un po' di riposo in Italia . Invece ricevette da Macau una lettera che lo invitava a tornare in tutta fretta, e a occuparsi di una nuova scuola . Naturalmente è tornato . Ora ha 71 anni di età, 54 di vita missionaria, e 900 bambini a cui badare . E per ora non pensa alla pensione . esarese con barbetta alla cinese, don Ercole Tiberi a 16 anni era salesiano e a 17 era missionario in Cina ; a 31 anni era sacerdote, e poi è stato a lungo direttore delle opere salesiane di Hong Kong e Macau . Nel 1969 si trovava in Italia e pensava di potersi prendere un meritato riposo, quando lo raggiunse la lettera del suo vescovo missionario che lo supplicava di tornare a Macau . Macau (16 Kmq, la quarta parte della repubblica di San Marino) è una penisoletta, un grumo di terra sporgente dal gigantesco sub-continente cinese . In teoria è un « Territorio d'Oltremare » del Portogallo, in pratica è un topolino fra le zampe di un gattone che lo può stringere e stritolare quando vuole. Dicono i visitatori che la presenza della Cina popolare incombe su Macau con una stretta all'apparenza P soffocante : le sponde del porto, il mare all'intorno, le isolette vicine, tutto appartiene alla Cina . Aprite la finestra d'una casa qualsiasi, e l'occhio spazia sui domini di Pechino. Cibo, acqua, rifornimenti, tutto arriva dalla Cina . Ma la zampata assassina non è ancora stata assestata, il topolino continua a vivere in pace . E - dicono gli esperti - ci sono buoni motivi perchè continui così : un tacito accordo soddisfa gli interessi sia di Pechino che di quella frangia del mondo libero che specula e prospera su quel grumo di terra. A Macau si pratica il gioco d'azzardo (5 grandi case da gioco aperte giorno e notte costituiscono la bisca più florida del continente asiatico) ; nel cinodromo si scommette sulle corse dei cani, nell'ippodromo sui cavalli . C'è un prospero commercio dell'oro, e un commercio clandestino dell'oppio an- Era pericoloso. Nel 1971 nasceva a Macau una nuova scuola : la «Eccola Sào Paulo» . Nasceva nel quartiere di periferia Areia Preta (Sabbia nera) . La ditta costruttrice, Chee Lei, per tutto il tempo che costruì l'edificio non appese la propria insegna . Ne chiesi il motivo al dirigente, il signor Chiu Sin Leuk, che rispose con un'alzatina di spalle : «Ma non è necessario» . A scuola ultimata, quando la gente dei dintorni - tutti ortivendoli e coltivatori di fiori - pensava che la ditta avesse costruito una fabbrica, l'impresario fu più sincero : « Era pericoloso che in questa zona, tutta comunista, si sapesse che costruivo una scuola cattolica» . Nel gennaio 1971 ci fu l'inaugurazione, però le lezioni erano già cominciate nel settembre 1970, a lavori non ancora ultimati . Aprimmo subito 6 classi per 120 alunni . Ora le classi sono 16 e gli alunni 900 . Un argine . L'idea della scuola era stata di mons . Paolo Giuseppe Tavares, vescovo di Macau, vera tempra di apostolo (scomparso nel 1973). Nel suo vasto programma di evangelizzazione voleva una scuola in questa zona per mettere un argine al materialismo . Il buon vescovo non solo pensava al cemento e al ferro, ma si preoccupava di trovare una persona a cui affidare la scuola . Proprio in quel tempo capitò a Macau don Ricceri . Egli andò ad attenderlo alla stazione degli aliscafi in arrivo da Hong Kong, e lo salutò : « Signor don Ricceri, lei è l'uomo della Provvidenza! » « Come sarebbe a dire, monsignore?» «Vede, voglio aiutare con una scuola i figli di quella povera gente, ma mi occorre uno che la diriga . Me lo dà lei?» «E chi?», domandò il Rettor Maggiore . «C'è in Italia un certo don Tiberi . . . Lo conosce?» «Certo, siamo buoni amici» . « Ebbene, me lo può cedere? » . Il giorno dopo mons . Tavares prese la penna in mano e mi inviò una lettera aerea molto persuasiva, dicendomi di tornare in gran fretta . In piena fioritura. Quando tornai a Macau, della scuola non c'era neppure l'ombra . E cercammo il posto . Un giorno mi imbattei in Chiu Sin Leuk, exallievo del nostro liceo Yuet-Wah . Aveva saputo che si cercava un terreno, e mi condusse a vederne uno di 15 sua proprietà. Era abbastanza grande, e mi piacque . Condussi anche il vescovo a vedere, e si accordarono sul prezzo. Lo stesso Chiu costruì l'edificio, e nel giro di un anno la scuola era ultimata . Dopo 7 anni è in piena fioritura . Edificio moderno, buoni insegnanti, tanti strumenti didattici procurati da benefattori, e tante attività . Tutte reginette. La scuola assorbe i bambini del quartiere, ma anche di zone più lontane . Con gli abitanti vicini siamo in ottimi rapporti . Ogni anno si è fatto un passo avanti. Con l'aiuto di amici abbiamo allestito piccoli campi sportivi, messo su giochi per i ragazzi, e due bandine musicali : una semplice per l'asilo, e un'altra più robusta per le classi più alte . L'anno scolastico è infiorato di feste e competizioni . Nelle principali feste c'è sempre la messa nel piccolo teatro . A volte viene a celebrarla il Vescovo, mons . Arquiminio da Costa . I cristiani sono in numero esiguo, però la massa partecipa volentieri ai riti e alla preghiera . In queste occasioni a tutti è offerto uno spuntino (ai bambini l'appetito non manca mai . . .) . La nostra scuola è diventata celebre in città per le danze, le belle danze classiche cinesi . Le nostre bambine, preparate bene dalle maestre, nelle varie accademie organizzate dalla scuola durante l'anno scolastico si esibiscono con grazia, e sono sempre molto acclamate. Queste danze snelliscono il corpo e ingentiliscono l'animo . Le bambine vengono da famiglie umili, ma una volta indossati i bei vestiti e ben truccate, sembrano tutte reginette. Nel novembre scorso sono state scelte dall'ente turismo della città a rappresentare Macau nella « Settimana dell'arte» di Hong Kong . Abbiamo avuto un invito perfino da Tahiti, nella lontana Polinesia.. . Si semina molto. Anche lo sport è curato nella scuola . La «Giornata dello sport» è un'occasione tra le più solenni dell'anno scolastico. Oltre allo studio del cinese si cura in particolare lo studio dell'inglese, che dà ai ragazzi la possibilità di entrare in una scuola media di tipo inglese e di proseguire gli studi anche all'estero (nei paesi orientali i genitori si sottopongono a privazioni enormi per dare ai loro figli la possibilità di accedere agli studi superiori) . Per scoprire e sviluppare i talenti degli alunni la scuola organizza gare di disegno, calligrafia, musica, catechismo, ecc. E anche nelle analoghe competizioni cittadine i nostri piccoli si fanno onore . Sotto il punto di vista religioso, dell'evangelizzazione, che cosa si può fare? I nostri alunni non superano i 13 anni di età, perciò non ci sentiamo di amministrare nessun battesimo. I bambini cattolici sono appena una quarantina . Qui si semina soltanto, ma si semina molto . Abbiamo le pre16 ghiere del mattino, la messa ogni sabato per quelli che vogliono partecipare, e lo studio serio del catechismo coronato ogni anno con una gara molto solenne e con bei premi . L'apparente sconfitta . I Salesiani sono a Macau dal lontano 1906 : don Rua aveva mandato mons. Versiglia a iniziare l'opera in Cina, e la prima casa aperta era stata un orfanotrofio proprio qui a Macau . Nel 1926 venne creata l'Ispettoria Cinese, il piccolo seme era già diventato albero prospero . L'opera dopo aver superato la crisi della seconda guerra mondiale si stava sviluppando bene in ogni parte, quando sopravvenne il tifone rosso . I missionari salesiani furono espulsi dal continente ma il Signore si servì di quell'apparente sconfitta per suscitare nuove opere in altre parti del mondo : le Ispettorie della Thailandia, del Vietnam e delle Filippine sono figlie • La .giornata dello sport» si apre con un'incantevole parata dl bandiere. Preparate per bene dalle maestre, le bambine • della scuola eseguono le danze classiche cinesi come tante reginette . • Alla scoperta del mondo : i bambini di Macau studiano con molto impegno. • Anche a Macau si comincia da . uno .. Tutti sportivi, anche i piccolini ; ecco la loro • appassionante corsa in triciclo . Una delle 16 classi della scuola, in tutto 900 • allievi e allieve fino ai 13 anni . Macau è piccola e sovraffollata : come l'altalena • dei bimbi della scuola . Pochi bambini cristiani a scuola, gli altri troppo • giovani per parlar loro di battesimo . Ma, dichiara don Tiberi, si semina intensamente . della nostra Ispettoria . Sono i salesiani della Cina che hanno fondato quelle opere . Li ho fotografati. La casa di Macau, prima opera salesiana in Cina, ha man mano dilatato i suoi battenti : il primo modesto orfanotrofio è ora una stimata scuola tecnica con 800 alunni ; lo Yuet-Wah è una scuola media superiore con 1300 alunni ; il collegio Don Bosco è una scuola industriale che si prende cura della gioventù portoghe- se . I Salesiani sono pure impegnati in altre singolari opere sociali : un lebbrosario e un riformatorio giovanile sull'isola di Coloane, e una parrocchia . Le Figlie di Maria Ausiliatrice hanno dal 1966 due belle opere, con oratorio, scuole elementari e medie, una scuola speciale per i figli dei pescatori, un ambulatorio, ecc. Sono al lavoro anche le Volontarie di Don Bosco, che hanno una «Città dei ragazzi» e un'o- pera per handicappati . L'ultima nata è la mia Escola Sào Paulo per i ragazzi poveri di Areia Preta . Sono ragazzi simpatici e volenterosi, e li ho fotografati con gusto per mostrarli ai lettori del Bollettino . Tanti ragazzi, che studiano sotto la direzione di questo vecchio missionario di 71 anni, in attesa di qualcuno che vanga a sostituirlo per andare in pensione e riposarsi un poco . Don ERCOLE TIBERI 17 -Educhiamo come Don Bosco ella primavera del 1855 Don Bo- sco ha detto ai suoi ragazzi : «E' N volontà di Dio che ci facciamo tutti santi, è assai facile riuscirci» . Uno di quei ragazzi lo prende in parola : Domenico Savio. Il ragazzo santo corre dal suo educatore e gli dice : «Non so cosa bisogna fare, come devo comportarmi» . E Don Bosco gli regala «la formula della santità» in tre punti . Primo, allegria. Secondo, doveri di studio e di pietà. Terzo, fare del bene agli altri. «Aiuta i tuoi compagni sempre, anche se ti costa sacrificio . La santità è tutta qui» . Domenico ci prova. Far del bene è un'arte difficile, occorre prudenza, gentil^wa, intelligenza. E lentamente impor a. Vede in cortile un ragazzo mali, conico e va a giocare con lui. Arri , 'a all'Oratorio un ragazzo nuovo, lo a )vicina, si interessa di lui, del suo nome, del suo paese, dei suoi studi . Si pre ;enta così: «Io sono Domenico Savio di Mondonio. Saremo amici, vero?» «Sicuro!», risponde l'altro ben contento di trovare un appoggio . «Dove sono radunati molti giovani - ha scritto Don Bosco -, ce ne sono di solito alcuni meno educati, più ignoranti, o scortesi, che vengono schivati, lasciati soli. E hanno maggior bisogno di amici che non gli altri . Ebbene, questi erano gli amici prediletti di Domenico Savio. Li avvicinava, li teneva allegri, li faceva giocare— Se qualcuno aveva una pena, andava a confidarla a lui. . . C'era qualche malato in infermeria? L'infermiere più richiesto, era sempre Domenico» . Se un ragazzo è triste, e sfugge Don Bosco, Domenico capisce che deve avere imbrogli di coscienza . Lo invita a giocare, e quando la partita è più accalorata gli mormora : «Vieni a confessarti, sabato?» « Va bene», risponde l'altro magari per tagliar corto. E riprendono il gioco. Ma Domenico gli sta vicino ricordandogli la promessa . E se il compagno non la mantiene : «Me 1' hai fatta, eh?» «Non mi sentivo . . .», si scusa l'altro. «Brutta cosa. E' perché c'è del marcio . Non vedi che sei sempre malinconico? Dài retta a me, fa' una bella confessione, e ti sentirai meglio» . Non a tutti piace quest'amicizia di Domenico, troppo profonda, impegnativa ed esigente. «Ma a te che te ne importa di queste cose?», gli rinfaccia un giorno un compagno scontroso . «Che me ne importa? - risponde Domenico quasi vibrando di emozione -. Me ne importa perché l'anima dei miei compagni è redenta dal sangue di Cristo; me ne importa perché siamo fratelli e dobbiamo volerci bene aiutandoci a vicenda ; me ne importa perché. . . » . Domenico vive questa «amicizia nel bene» in particolare con un compagno, Giovanni Massaglia . «Senti, Massaglia - gli dice un giorno - . Vorrei che fossimo veri amici» . «Ma non lo 18 siamo già?», risponde l'altro. «Sì, ma io voglio che lo siamo di più . Perciò senti: quando tu vedi in me qualcosa che non va, che dispiace al Signore, mi avvisi. D'accordo?» « Va bene, Domenico. Ma a patto che anche tu faccia lo stesso con me» . Ha scritto Don Bosco : «Da quel tempo Savio e Massa glia divennero veri amici, e la loro amicizia fu durevole perché fondata sulla virtù, e andavano a gara con l'esempio e con i consigli nell'aiutarsi a sfuggire il male e a praticare il bene » . Nell'estate 1856 Domenico fa qualcosa di più : raccoglie i suoi amici migliori e costituisce con loro un gruppo, con tanto di statuto e di programma . Tra i compagni, quasi tutti più grandi di lui, figurano Michele Rua (poi primo successore di Don Bosco, oggi beato) e Giovanni Cagliero (poi missionario e cardinale). Nel regolamento del gruppo - che Don Bosco assicura scritto da Domenico - si legge : «La carità venta apatico, si sviluppa in ritardo, e in seguito potrà rivelare complessi di insicurezza e angoscia . Invece un bimbo «nutrito d'amore» dalla sua mamma cresce vivace, sereno, aperto agli altri . • Il bambino ha bisogno di gente attorno a sè, di altri bambini (anche se all'inizio li scambia per . . . cose) . Eccolo strillare perché vuole andare a giocare con altri piccoli, vuole sedere a tavola con i grandi . E' il suo legittimo desiderio di appartenere al gruppo, e il soddisfare questo desiderio lo apre alla socialità, lo predispone all'amicizia. • Il gioco porta il bambino ad aprirsi agli altri . Dapprima gli serve soprattutto per scoprire il mondo che lo circonda, ma presto « gioca con » gli altri, impara a non aver paura di chi gli vive accanto, tenta le prime conversazioni in cui usa per la prima volta il pronome «io» . Maturateli alla vera amicizia reciproca unirà i nostri animi e ci farà amare indistintamente i nostri fratelli». E viene formulato l'impegno di «portare al bene i propri compagni, animandoli caritatevolmente ed esortandoli con le parole, ma molto più col buon esempio » . Quel gruppo prese allora il nome di «Compagnia dell'Immacolata», e si può dire che non è venuto mai meno : oggi rivive nel movimento «Amici Domenico Savio» . Così Domenico continua a essere anche oggi un vero «amico nel bene» per tantissimi suoi coetanei. Sull'esempio di Don Bosco, anche i genitori possono educare i figli alla vera amicizia. Non ci avete mai pensato? * L'educazione all'amicizia comincia da molto lontano : a poche settimane di vita il bimbo è già capace di stabilire con la mamma un caldo rapporto affettivo, che è premessa indispensabile per le amicizie future . Un rapporto fatto di sguardi, sorrisi, carezze e sfumature inavvertibili . E reciproco : il bimbo sente la tenerezza della mamma, e la ricambia in modo inconscio ma reale . Se privato di questo affetto, il bimbo ne soffre, di- • In ogni caso è indispensabile al bambino l'ambiente familiare amichevole . Le tensioni fra genitori, o un nucleo familiare rinchiuso su se stesso e in atteggiamento difensivo verso l'esterno, incidono negativamente sulla socialità del ragazzo . E' allora che si hanno bambini pieni di timore nel salutare, che si mostrano spaesati • spaventati dalla presenza di forestieri. Al contrario si vedono certi piccolotti che dal finestrino dell'auto • del treno salutano tutti e tutto, e vanno in visibilio se qualcuno risponde loro con un sorriso o con la mano : segno che da tutto l'ambiente in cui vivono sono portati serenamente alla socialità. • E' importante sconfiggere fin dall'inizio le tendenze dei bambini all'isolamento. Tendenze che molto spesso nascono dall'egoismo del mondo adulto, incattivito dalle delusioni e dall'insuccesso. O nascono dall'impostazione stessa della vita sociale d'oggi : «L'ascensore è una macchina per ignorare i coinquilini ; l'automobile per ignora la gente che va in tram ; il telefono, per non vedere in faccia e non lasciar entrare in casa», hanno scritto i ragazzi di Barbiana. La casa invece va tenuta aperta a visite, agli amici, ai parenti ; i bambini hanno bisogno di vedere, conoscere, incontrare, parlare e ascoltare . * Anche se piccoli, vanno resi partecipi delle attività e delle responsabilità familiari . E' importante consultarli anche nelle piccole cose : la scelta di una gita, l'albero di Natale, ecc, portarli ad avviare le prime discussioni con fratelli e sorelle . Ginetto voleva mettere nella grotta del presepe il cammello invece del bue : i fratelli più grandi gli hanno spiegato che era sbagliato, e per convincerlo hanno raccontato a loro modo tutta la storia della nascita di Gesù . Ci sono poi tante piccole incombenze o responsabilità per cose che riguardano l'intera famiglia : l'armadio dei giocattoli, lo scaffale dei libri, l'armadietto delle scarpe . . . Perché non responsabilizzare in questi settori i bambini anche piccoli? Cominciano a sentirsi utili agli altri, e ne vanno fieri come piccoli ometti . * La scuola elementare è occasione di nuovi intensi incontri . Le didattiche moderne basate non sulla competitività ma sulla collaborazione tra ragazzi sono quanto mai idonee a sviluppare il senso dell'amicizia . Fuori scuola i ragazzi formano le « bande » chiassose e fracassone, e lì si formano sovente amicizie che dureranno tutta la vita . I genitori fanno bene a favorire l'incontro dei figli con i loro compagni in casa, per studiare e giocare insieme ; e fanno bene a dare importanza agli amici dei figli, a dimostrare loro stima ed amicizia . Dalla non sempre pacifica invasione della casa ne scapiterà la pace domestica, ma quel portare in casa i propri amici abitua i figli a non alimentare esclusività e segreti verso i genitori . * Anche da piccoli i bambini vanno educati a vivere la carità, da battezzati, da figli di Dio come sono . Bisogna portarli a dividere, a donare, anche piccole cose . La frutta, un giocattolo, un'elemosina . E bisogna motivare . Un babbo che ragiona con i suoi ragazzi sul Terzo Mondo, la fame, l'ingiustizia, il pericolo dei missili, le preoccupazioni del Papa, le carestie dello Sahel, prepara i figli alla generosità e all'impegno . Giunge il momento della raccolta di aiuti organizzata dalla scuola e dalla parrocchia, giunge la giornata missionaria o dei lebbrosi : i ragazzi educati alla generosità non si limitano a scucire qualche biglietto dal portafoglio di papà, ma rompono il proprio salvadanaio . * L'età classica del cameratismo e dell'amicizia è però l'adolescenza . Tutti compagni, e un solo amico . «Eccomi al punto da cui ha preso origine quest'idea del diario : io non ho un'amica - annota Anna Frank sul suo quaderno diventato un classico della letteratura - . Con nessuno dei miei conoscenti posso fare altro che chiacchierare, parlare dei piccoli fatti quotidiani . Non c'è modo di diventare più intimi, ecco il punto . Perciò questo diario. Allo scopo di dare maggior rilievo nella mia fantasia all'idea di un'amica lungamente attesa, farò del diario l'amica, e l'amica si chiamerà Kitty» . Un'amica di carta . Anna Frank viene a dare ragione a quello splendido proverbio arabo che dice : «Si può vivere senza fratelli, ma non senza amici» . * L'amicizia tra adolescenti acquista nuove tonalità : non è più al centro il gioco, ma il bisogno di comunicazione verbale, della confidenza. «Qualcuno a cui posso confidarmi» . « Mi aiuterebbe a superare i momenti di tristezza» . «Dire ciò che non si può dire ai genitori» . Chi non vede come quest'amicizia dei figli possa anche diventare una fuga dalla famiglia? In parte ciò è inevitabile (i ragazzi vogliono sperimentare la loro incipiente autonomia), ma se si verificano vere e proprie rotture, probabilmente le cause vanno cercate anche nell'educazione precedente impartita ai figli. Non c'è amicizia tra genitori e figli ora, perché non c'è stata vera amicizia (nonostante le apparenze) neppure prima . * L'amicizia degli adolescenti è piena di insidie, e tanti genitori ne hanno paura . Specie oggi che i gruppi sono misti . «Chi cerchi nel gruppo : ragazzi o ragazze?» «Le ragazze, si capisce . Anche se i ragazzi sono molto più in gamba», ha confessato candi- damente un adolescente . E non può che essere così : l'amicizia tra i due sessi è normalmente preludio a quell'amicizia più profonda e impegnativa che sarà l'amore coniugale . Ma esperienze negative, sbandamenti, tutto diventa possibile e temibile . E viene reso frequente dall'andazzo di questi tempi . Specie quando nei figli manca fin dall'infanzia la dimensione religiosa, cioè Dio è sentito come assente, come intruso, o come giudice di cui aver timore . • Quanta maggior serenità invece per i genitori che hanno cresciuto i loro figli al calore di un'amicizia trascendente, quella di Cristo. Che hanno aiutato i figli a realizzarsi socialmente in gruppi di impegno cristiano, a sentirsi membri vivi della Chiesa . L'amicizia di Cristo non è esclusiva o concorrenziale : è invece il fondamento e la garanzia delle altre amicizie, dell'essere « amici nel bene » . Gesù è capace di amicizia e di destare amicizia, come nessun altro . Il Vangelo è pieno di suoi amici : Pietro, Giovanni il prediletto, Lazzaro, Marta e Maria, la Maddalena . . . Gesù che incontra il giovane ricco : «Fissando il suo sguardo sopra di lui, lo amò» . Gesù che dice ai suoi discepoli : «Non vi chiamerò più servi, ma amici» . Che applica a sé le parole : «Nessuno ha amore più grande di colui che dona la vita per i suoi amici» . Sapere tutto questo, sapere che Gesù è risorto, è vivo al proprio fianco, diventa qualcosa che sconvolge il giovane . Dà una gerarchia ai suoi sentimenti . Libera l'amicizia dal rischio del banale, dalle seduzioni dell'edonismo. Rende capaci di dedizione e oblatività. • Gli insegnanti di religione e gli animatori di gruppi giovanili l'hanno potuto constatare : nulla è più costruttivo con i ragazzi che ricercare insieme nel Vangelo i tratti di Gesù-amico, e scoprire che quest'amicizia coinvolge ciascun giovane non solo personalmente ma anche nei suoi rapporti con gli altri . Solo su questa base dell'amicizia in Cristo amico comune - dice l'esperienza può nascere e vivere e operare il gruppo giovanile d'impegno cristiano . • L'amicizia con Cristo - acutamente sentita nell'adolescenza - ha origini ben più antiche . Nella fierezza dell'impegno assunto con la cresima . Nella consapevolezza del dono ricevuto con la prima comunione . Nel dolore della prima confessione . Nel primo realistico confronto con il Crocifisso . Nella contemplazione ingenua ma commossa del primo presepe . Sono momenti magici, in cui i ragazzi fortunati hanno al fianco la presenza affettuosa e incoraggiante dei genitori. FERRUCCIO VOGLINO 19 FRANCIA Quando un collegio diventa villaggio Un nuovo modo di vivere l'internato viene offerto agli alunni degli ultimi corsi, da sette anni a questa parte, nell'opera salesiana di Landser (Alsazia) . Accanto ai tradizionali dormitori per i più giovani, si sono costruiti otto chalefs che ospitano i ragazzi più grandi . A Landser si pensa che l'internato sia ancora luogo privilegiato di educazione, e si riesce a renderlo formativo in chiave cristiana . imile a quello degli aeroporti, il carillon tintinna : è un allegro invito a correre a scuola . Il villaggio di otto chalets si anima . I villini, separati tra loro da gradevoli spazi verdi, si trovano un po' discosti dalla scuola ; i passi scricchiolano sulla ghiaia. I ragazzi a uno a uno, o a piccoli gruppi, lasciano le loro residenze e si dirigono verso l'edificio dove li aspetta la lezione . Pochi passi, e tutti sono pronti per cominciare . Evitare la massificazione . Gli chalets, deserti durante le ore di scuola, sono formati da otto stanze ciascuno, disposte attorno a un vasto soggiorno con cucinino . Ogni stanza, progettata per il riposo e il lavoro, ha servizi completi . Di giorno i giovani vi si ritrovano negli intervalli e nelle ore del lavoro individuale . Il soggiorno in comune consente di lavorare a gruppi, e alle 16 di fare insieme merenda. I locali, puliti e luminosi, si prestano alla vita di gruppo in modo eccellente . Questa impostazione è stata studiata negli anni 1971-72 . A quell'epoca l'aumento degli alunni rendeva necessario ampliare l'internato del «Don Bosco» ; occorreva però escogitare una formula che evitasse l'eccessiva massificazione dei ragazzi . La soluzione venne dal «piano Chaladon », il piano governativo per la costruzione di case popolari, che in quegli anni trasformò il villaggio di Landser (300 abitanti) in un bel centro di 2 .400 abitanti. I salesiani di Landser ottennero prestiti a basso interesse e acquistarono gli otto chalets . Bastarono pochi adattamenti, ed ecco il nuovo internato offerto ai ragazzi delle due ultime classi . Autodisciplina. «Questa forma di internato non va separata dal resto della scuola », hanno sentenziato i responsabili del progetto . E così avvenne . In più l'internato si presenta come terreno favorevole per il lavoro educativo, permettendo di dare una valida formazione cristiana agli studenti più grandi . Anche a Landser si riconosce che l'internato comporta delle costrizioni, però esso non è «vissuto» come una costrizione . «Niente poesia - dichiara ancora padre Giuseppe Enger, il salesiano S 20 incaricato dell'assistenza negli chalets - : l'obiettivo di questo internato è l'autodisciplina» . Col passare degli anni e con l'esperienza, l'organizzazione della vita nei villini si è evoluta . In un primo tempo si lasciava che fossero i ragazzi a costituirsi liberamente in gruppi, ma l'esperienza fu poco positiva (c'erano sempre ragazzi «non scelti» e difficili da inserire in qualche gruppo) ; a questa formula se n'è sostituita un'altra forse più autoritaria ma anche più elastica : i gruppi sono costituiti dai responsabili secondo le caratteristiche degli alunni e la loro capacità a integrarsi meglio in questo o quel gruppo . All'inizio ciascun villino definiva un proprio regolamento interno, fissando i tempi delle riunioni e perfino gli «incontri del vangelo» ; un accompagnatore seguiva la vita del gruppo . Era un progetto piuttosto utopistico, e man mano venne ristrutturato ; oggi i singoli regolamenti interni non si discostano da un canovaccio comune : resta a ogni chalet il compito di completarlo nei dettagli, secondo le caratteristiche del gruppo . Le riunioni di programmazione, spontanee o convocate dall'educatore, non sono più frequenti come all'inizio : si tengono nei casi di vera necessità . Anche la catechesi è stata demandata all'ambito scolastico . Sono state delle scelte realistiche, suggerite dalla situazione concreta . Ci sono infatti ragazzi che incontrano difficoltà a organizzarsi, ad approfondire da soli in modo sistematico ciò che vivono, e vanno aiutati da strutture a volte necessariamente un po' rigide . Un modello nuovo . Il fatto però rimane : l'internato con gli chalets risulta sostanzialmente positivo, perché nove ragazzi su dieci ce la fanno a vivere con autodisciplina, e quelli che incontrano difficoltà vengono aiutati dall'educatore . Già in partenza si riconosce con i ragazzi stessi che non è tutto idilliaco in questa struttura, e ciò li responsabilizza e li impegna a fare ciascuno la propria parte . Tra l'altro, per evitare un certo pericolo di imborghesimento, i ragazzi sono incaricati di mantenere la pulizia e l'ordine nei villini . C'è anche il rischio dell'individualismo, ma il soggiorno comune può anche diventare il luogo ideale per imparare a vivere in gruppo . Nel confronto col resto della scuola «Don Bosco», gli chalets si differenziano molto : c'è chi ha coniato l'espressione «uno stato nello stato» . Ma tutto' sommato non è un male che gli ultimi corsi in qualche modo si differenzino. Tra l'altro, uno dei villini è destinato a quegli studenti che hanno accettato di prendere su di sé compiti di assistenza e di guida nei confronti dei compagni più giovani . Nel complesso si tratta di un modello nuovo e riuscito di internato : le possibilità pedagogiche sono accresciute da questa struttura . Basta saperla utilizzare a dovere . JACQUES REY (Dal Bollettino francese) Landser si trova a 10 Km a sud-est di Mulhouse. Il . Don Bosco . sorge nel cuore del piccolo centro; è stato fondato nel 1927 come scuola agricola . Ora raccoglie 360 ragazzi quasi tutti Interni, dalla prima media a tutto Il liceo classico e scientifico . I salesiani sono 8, amministrano anche due parrocchie, e per la scuola utilizzano molto personale esterno . Il . Don Bosco . d'estate si apre al ragazzi del quartiere, accoglie gruppi vari, e soprattutto offre I suoi chalets ai salesiani per un singolare e Impegnativo tipo di esercizi spirituali, Incentrato sulla meditazione In gruppo e sulla « revisione di vita . . KOREA Una gita sulla collina, con la preside dell'istituto Auxilium, suor Mirta (sulla sinistra) . «Come un albero in fiore sulla collina assolata» Suor Mirta Mondin sapeva perché i bambini sono i più graditi a Dio : «Perché sono semplici come Lui» . Ha voluto rimanere nella «sua terra», la Korea, con le ragazze koreane cresciute nella sua scuola ; l'hanno sepolta sulla collina dove le sue allieve vanno a trovarla anche adesso come prima . wangju, 16 novembre 1977 . Alla radio nazionale va in onda una trasmissione curata da Lee Simone, che per lunghi anni aveva lavorato accanto alle FMA come vice-preside della loro scuola, l'Auxilium. «Venti anni or sono - racconta al microfono una voce commossa - suor Mirta Mondin era venuta dall'Italia fin qui, alla nostra scuola di Kwangju . E s'impegnò subito per imparare la nostra lingua, le tradizioni del nostro paese (molto diverse da quelle della sua patria), e familiarizzò nobilmente con ogni nostra cosa . Non solo si fece amare dalle fanciulle ma anche dalle autorità, che l'apprezzarono sinceramente . Dove c'era gioventù, c'era pure lei . Faceva pensare a un grande albero frondoso, ricco di fiori, sotto cui volentieri si riposa" . "Sei qui con noi" . L'indomani un quotidiano a tiratura nazionale portava il caldo articolo di Chu Hwa Ja, da dieci anni insegnante all'Auxilium . «Suor Mirta - scriveva Chu - come hai trovato il coraggio di partirtene da noi, di lasciare le tue ragazze che amavi tanto? Mi sembra ancora di sentire la tua voce chiara : "Mie care alunne, la giovane è come una goccia di rugiada : se rimane sul petalo del K fiore, brilla come una perla ; ma se cade per terra diventa fango" . «Tu parlavi con la vita, incarnavi l'ideale educativo di Don Bosco . Avevi fatto della tua presenza un'oasi di bontà e di comprensione, una palestra di educazione, in cui le alunne trovavano nel dialogo il valore della vera vita. Nei primi tempi della nostra scuola abitavi in una casetta disagiata, dove la neve e la pioggia cadendo a piacimento trovavano sempre modo di penetrare dentro. Di questo però non t'importava, e anche in pieno inverno correvi di qua e di là, tra noi insegnanti e tra le alunne, con tazze di tè caldo. Caldo come la tua bontà . « Non amavi solo la tua famiglia salesiana, amavi tutta la gioventù della Korea . Aiutavi le orfane, andavi ogni domenica al lebbrosario per spezzare il pane della parola di Gesù, e per infondere fiducia nell'avvenire . Solo ora puoi sapere quanta nuova speranza e quanto nuovo coraggio è sbocciato dal tuo esempio . La tua vita è come una seta preziosa, intessuta nel silenzio da un filo purissimo e ininterrotto di carità . «Quando venisti a sapere di avere un male che non perdona, non ti meravigliasti : anzi tu stessa confortavi le persone a te vicine e addolorate . E ringraziarvi il buon Dio che così ti aveva dato l'occasione di pregare più a lungo, di offrirti per la sana e pura crescita della gioventù . « Cara suor Mirta, desideravi essere sepolta nella terra koreana . Ecco, il tuo desiderio si è realizzato : sei qui con noi. La tua dimora terrena è ora sulla collina assolata, dove puoi sentire il canto degli uccelli e il profumo dei fiori che tanto amavi, dove puoi rivedere le tante giovani che vengono a pregare sulla tua tomba e a prometterti una vita più buona» . Così l'insegnante Chu Hwa Ja, su un quotidiano a tiratura nazionale . Il gesto inatteso . E le testimonianze si moltiplicano. Un'exallieva in una fredda giornata sale sulla collina. Dopo aver pregato in piedi presso la tomba si volta per scendere, ma vede con timore che stanno salendo una dozzina di giovanotti. Si trova sola, e non sapendo dove scappare si tira da parte cercando di non farsi notare . E può così assistere alla scena. . . Il gruppo dei giovanotti si avvicina alla tomba di suor Mirta : a uno a uno, si levano il cappello, poi restano in silenzio per alcuni minuti . Quindi uno dà ordine di salutare la «preside», e tutti insieme eseguono il saluto col massimo rispetto. Poi sfilano i guanti e con le mani scostano la neve dalla tomba, liberandola . Ed ecco il gesto inatteso : ognuno mette la mano in tasca, ne tira fuori una manciata di caramelle, e le posa sulla tomba dicendo : «Sono per te : accettale» . Poi dietro ordine del capo si raccolgono di nuovo in preghiera, e fatto il saluto militare discendono e se ne vanno . La casuale spettatrice saprà poi che sono antichi allievi della scuola elementare di Kwangju, ora iscritti a una scuola superiore, e che di tanto in 21 L'istituto Auxilium di Kwangiu nel 1958, appena ultimato . Oggi raccoglie duèmlla allievi . tanto vanno a gruppi sulla collina a trovare la «preside» . Saprà anche che sono tutti pagani . Dimentica di sè . Ma insomma, chi era questa suor Mirta tanto stimata e rimpianta? Anzitutto : una Figlia di Maria Ausiliatrice, una missionaria . L'inizio della sua storia la racconta la sorella suor Gian Luisa, delle Piccole Figlie di san Giuseppe . Nata l'ultimo giorno del 1922 a Campo (frazione di Alano, Belluno), la piccola Mirta ha respirato in famiglia un'atmosfera di autentica fede cristiana . La ricchezza dei frutti dice la bontà della pianta : suor Gian Luisa, suor Mirta, e due fratelli salesiani, su sette figli . Fin dai primi anni Mirta manifesta un'intelligenza pronta e vivace, una volontà forte e decisa, un comportamento disinvolto e spigliato . Esuberante e rumorosa, insofferente di costrizioni, si placa di fronte alle bellezze della natura e è felice se il babbo la invita a lunghe passeggiate fra campi e boschi . Ama i giochi e quasi sempre vi copre il ruolo di organizzatrice : fratelli, cugini e compagni glielo affidano volentieri . Nelle birichinate quotidiane non si sottomette facilmente . Più volte la mamma tenta di piegare la sua volontà anche con le maniere forti : inutile, non cede neppure alle minacce. Ma in famiglia non si ammettono cedimenti in fatto di princìpi . Col passare degli anni Mirta riesce gradatamente a smussare le angolosità del carattere . Possiede doti umane spiccate : di piacevole conversazione, aperta all'amicizia, suscita ottime impressioni in chi l'avvicina . Ha rettitudine nelle sue scelte, uno stile di vita lineare, un'attenzione generosa agli altri che la rende spesso e volentieri dimentica di sè . Educatrice. In casa esercita un sicuro e forte ascendente . Già quando era vivo il padre si ascoltavano i suoi 22 pareri ; quando poi viene a mancare, Mirta è per mamma e fratelli il più valido sostegno . Non si fa nulla senza di lei : il suo consiglio è richiesto, apprezzato e seguito . I fratellini le vogliono un gran bene, sanno per esperienza di poter contare sulla sua bontà, e ricorrono a lei per una valida difesa o per ottenere dalla mamma qualche permesso difficile . A turbare la serenità della sua giovinezza giunge la guerra ; per sostenere la famiglia Mirta non misura sacrifici . Dopo il conflitto si reca alla Verna per un corso di esercizi spirituali : vi incontra alcune signorine di Bologna, una delle quali dirige a Cesenatico una colonia permanente per bimbi predisposti alla tisi : le propone un posto di vigilatrice, e Mirta lo accetta con gioia. Per varie ragioni : può finalmente dedicarsi all'apostolato diretto, esplicare la sua disposizione di educatrice, aiutare la famiglia con il suo stipendio . Sono anni belli, ricchi di esperienza ; incidono profondamente nella sua formazione e affinano le sue doti naturali . Dovendo occuparsi dell'educazione degli altri, si impegna ad acquistare quel sicuro dominio di sé che sarà la nota costante della sua vita . Tutti gli anni fa gli esercizi spirituali alla Verna ; al suo ritorno in famiglia si nota un progressivo miglioramento del carattere, un orientamento sempre più decisivo verso Dio e le anime . Mirta non è tipo da fare le cose a metà . Ora sente chiara e forte la vocazione all'apostolato, e è alla ricerca di un istituto religioso che garantisca la sua consacrazione a Dio nel servizio ai fratelli . E la scelta cade sull'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Quella fervida tenerezza per la Madonna che aveva nutrito in cuore fin da fanciulla, ha ora una consolante risposta : ecco, l'Ausiliatrice la conduce per mano nella sua casa, fra le sue figlie . Missionaria. Dopo un anno di professione religiosa suor Maria è destinata a Kwangju, nella Korea del Sud : vi si iniziano le prime classi medie . Lingua, costumi, metodi, programmi : tutto diverso, tutto nuovo! Lei ha l'incarico di vice-preside della scuola e di vicaria della piccola comunità di suore . Presto un gruppo di pensionati viene a condividere con le missionarie i sacrifici della prima sistemazione . Una minuscola cappella è il ristoro del suo spirito, un letto è il conforto alla stanchezza del corpo . Per suor Mirta veramente le ore del riposo non sono molte : volitiva, tenace, cerca di mantenere un ambiente ordinato e fresco anche a scapito del suo sonno e della sua salute . Se poi si tratta di rendere un servizio agli altri, non conosce riserve . Suor Bonina, che in quel tempo è educanda delle classi medie, vuole spiegarsi come mai alle cinque e trenta del mattino, anche in pieno inverno, si trovino sempre davanti ai lavandini tre secchielli d'acqua calda a disposizione . Riesce a spiare la provenienza di quel « dono » prezioso, e scopre che suor Mirta si alza ogni mattina alle quattro e trenta per scaldare l'acqua sul braciere . Da quell'ora antelucana ha inizio la sua giornata di sacrificio e d'amore . Nei primi tempi non c'è chi sappia far cucina, e lei . . . pronta . Certo non tutti i giorni (come potrebbe?) ma sempre nei casi di malate che abbiano bisogno di cibi più gustosi, di ospiti invitati a pranzo, di feste particolari . Anche i Salesiani conoscono le delicatezze di suor Mirta : lei trova il tempo - fra i suoi mille impegni - per, insegnare alle cuciniere come prepa- La sensibile anima religiosa dei bambini koreani si apre alla poesia dei presepe . Ai suoi cari : « I giorni si abbreviano . Vi voglio un immenso bene ; sentitelo . State sempre uniti tra voi nella preghiera, nell'affetto, e in ogni necessità» . A madre Ersilia Canta (superiora delle FMA) : «Grazia grande morire Figlia di Maria Ausiliatrice e di Don Bosco . Mi ricordi a tutte le Madri ; tutte le ho nel cuore» . Alle suore della Korea : « Unità che si veda e che si senta ; la serenità e la gioia con cui si lavora siano segni di fedeltà» . Agli insegnanti della sua scuola : « Uniti di cuore, abbiano davanti a ogni pensiero il bene delle alunne secondo il nostro spirito . Un grazie grande a tutti » . Alle alunne : « Voi siete la parte più eletta e anche la parte che mi dà maggior preoccupazione, perché siete esposte a tanti pericoli . Seguite gli insegnamenti dei vostri superiori ; amate la Madonna, pregatela e imitatela» . I rare minestre e pietanze che sostengano la salute dei missionari . L'Eucaristia e l'Ausiliatrice . Alla gioventù della Korea suor Mirta dedica venti anni della sua vita . Le alunne dell'Auxilium di Kwangju, che all'inizio erano circa sessanta, diventano duemila . Lei, ormai preside, se= gue con la massima cura il corpo insegnante, composto anche da un forte gruppo di professori laici ; raggiunge le ragazze attraverso il « buon giorno» del mattino, e moltiplica le occasioni degli incontri personali . Fedele al carisma di Don Bosco, cura molto la formazione spirituale attraverso l'Eucaristia e l'amore alla Madonna. Le due feste dell'Immacolata e dell'Ausiliatrice sono «il cuore dell'anno scolastico» : suor Mirta le prepara alla lontana, le organizza con spunti sempre nuovi e spesso originali, le prega con fervore e le soffre . Nella sua vita quotidiana la Madonna è viva e presente ; quando alunne ed exallieve vengono a trovarla regala loro medaglie o immagini della Vergine ; se le confidano pene e problemi familiari le incoraggia raccomandando una grande fiducia nella Madonna ; accompagnandole sosta con loro in cappella per una breve preghiera. Testimonianze. Fasci di testimonianze dicono la cura che ebbe per le alunne anche in campo materiale, anche in piccolissime cose . • « Quando ero in prima media ha ricordato un'exallieva -, un giorno suor Mirta mi chiamò e mi invitò a trovarmi davanti alla sala dei professori tutti i giorni al suono del campanello di mezzogiorno . Andai puntualmente . Lei era lì ad attendermi con un involtino bianco : dentro c'era una pastiglia di vitamina . La cura durò molto tempo, ma suor Mirta non conobbe impazienza : era sempre lì puntuale, gentile e discreta, con il suo dono e il suo sorriso» . • Nel severo regime scolastico della Korea non si scusa facilmente l'assenza dalle lezioni . Kim Mi Suk è però tornata a scuola inspiegabilmente dopo tre giorni di assenza! L'assistente la conduce da suor Mirta perché la rimproveri . Lei invece la interroga brevemente, e conclude : «Poiché la mamma è malata e è sola in casa, hai fatto molto bene a starle accanto . Torna nuovamente ad assisterla » . Poi, riflettendo sui sintomi del male che Kim Mi Suk le ha esposto, le consiglia una cura opportuna. • I più piccoli li tratta da adulti, con nobiltà di tatto . Dice : «I bimbi sono i più graditi a Dio, perché sono semplici come Lui» . • Un ragazzetto ricorda : «Frequentavo la seconda elementare ; un mattino mi svegliai tardi e preparandomi in fretta non abbottonai bene il cappotto . Giungendo a scuola mi incontrai proprio con la preside! Mi aspettavo una lavata di capo . Lei, invece di rimproverarmi per il ritardo, notò che il cappotto non era ben abbottonato e me lo aggiustò . Con tanta gentilezza che mi parve la mano della mamma . Quel giorno faceva molto freddo, io però sentivo un grande fuoco nel cuore. Di ritorno a casa, mamma chiese perché non mi toglievo il cappotto, e io le narrai l'accaduto . « Forse non avrò la gioia di ricevere dalla preside un premio di profitto le dissi -, ma quel tocco di stamattina mi rimarrà nella memoria per sempre! » Sulla collina . Negli ultimi mesi, quando un male inesorabile ne mina lentamente le forze, suor Mirta offre la sua vita per la gioventù della Korea . E in questa sua dedizione totale declina anche l'invito di rientrare in patria : preferisce restare nella « sua terra» . Ora è - secondo le vivide immagini dei koreani che l'hanno conosciuta - come un grande albero frondoso, ricco di fiori, sulla collina assolata, sotto il quale volentieri si riposa . - Libreria TERESIO BOSCO (realizzazione di) Il progetto cristiano SEI 1978. pag. 328, lire 5.500 Presenta i Documenti del Concilio riproposti all'uomo della strada in una traduzione moderna ma fedele . Libro destinato a incontrare, per le idee che stanno alla sua base e che lo porteranno di sicuro a larga diffusione . Perché dunque i Documenti del Concilio? Il « progetto cristiano» è contenuto in nocciolo già nel Vangelo, il libro di tutte le stagioni della storia umana . Ma proprio per la sua perennità, il Vangelo nelle varie epoche è sempre stato affiancato da qualche altro libro che tentava di calare il messaggio di Cristo nelle circostanze mutevoli dei diversi tempi . Le opere di sant'Agostino, di san Francesco di Sales, di sant'Alfonso, in particolare l'Imitazione di Cristo, sono stati a lungo i libri fiancheggiatori del Vangelo . Poi il Concilio Vaticano Il ha segnato una svolta nella vita cristiana : ha cambiato l'angolatura, ha mutato i termini in cui viene presentato all'uomo d'oggi il progetto cristiano . « E il Concilio hanno detto i Vescovi all'ultimo Sinodo - il catechismo dell'età moderna» . Così il nuovo testo «fiancheggiatore del Vangelo» risulta oggi costituito dai 16 Documenti varati nel Vaticano Il . Perché una loro traduzione moderna? Perché sia nelle traduzioni correnti e ancor più nel testo originale latino quei Documenti non risultano accessibili all'uomo della strada . Ha rilevato l'autore della nuova traduzione : «Dietro periodi faticosamente strutturati alla latina, dietro catene di formule tecniche e sbarramenti di distinzioni teologiche, sotto cumuli di ripetizioni necessarie allo specialista ma micidiali alla semplice lettura, abbiamo visto balenare in quei Documenti una sostanza viva, tagliente, luminosa . Si trattava di inventare una loro traduzione nuova, fedele ma moderna . Ricordando che il Figlio di Dio non ha obbligato noi a imparare la sua lingua, ma ha imparato lui la nostra» . Perché questa proposta all'uomo della strada? Perché anch'egli ha il diritto - e prima ancora il dovere - di conoscere e vivere il «progetto cristiano» . Troppi cristiani ignorano ancora il Concilio, e non tutti perché se ne sono disinteressati . Molti hanno provato ad accostarglisi, ma ne sono stati respinti dal linguaggio specialistico «vietato ai non addetti ai lavori» . Le caratteristiche del libro. Dei 16 Documenti conciliari, i fondamentali sono riportati per intero, altri con lievi riduzioni, altri nelle pagine più significative. Il testo è proposto in periodi brevi e a senso compiuto, che permettono di leggere un capoverso qualsiasi anche staccato dal resto, e di farne oggetto di immediata riflessione . «Abbiamo scavato, ripulito, sfrondato, semplificato ha detto l'autore della traduzione - . Senza cedere alla tentazione di far rielaborazioni, ma nemmeno a quella di nasconderci dietro incomprensibili formule magiche» . MARIA ELIA FERRANTE 23 PROFILO DI DON CESARE ALBISETTI (1888-1977) Di professione Bororo Aveva incontrato il primo Bororo nella chiesa del suo paese, in quel di Bergamo . Ha poi dedicato 63 anni di vita missionaria ai Bororos : a proteggerli, a rincuorarli, a crescerli nella fede . Ora i giovani indios trovano nella sua «Enciclopedia Bororo» e nel suo «Museo Don Bosco» le parole, i canti, le danze, i riti, gli ornamenti e le armi dei loro antenati .Un mondo che correvano il rischio di perdere e dimenticare per sempre. erno d'Isola (Bergamo), 1913 . E' domenica, la «messa grande» è T finita, ma la gente è lenta a tornare a casa : a capannelli sul sagrato commenta gli avvenimenti della mattina . Uno di loro, che tanti anni prima aveva lasciato il paese per farsi salesiano, e poi aveva lasciato la patria per farsi missionario, don Luigi Galbusera, è tornato, e ha raccontato nell'omelia le vicende del lontano e quasi irraggiungibile Mato Grosso . Ma non è di lui che la gente parla ; e nemmeno di quel suo nipote, figlio di una sorella, don Cesare Albisetti, prete «da poco» e salesiano, che lo sta accompagnando . Oggetto del gran parlare è un chierichetto : ha servito la messa in modo inappuntabile, ha risposto in buon latino, usa a meraviglia il portoghese e sa dire qualche parola in italiano e perfino in francese . E' un ragazzotto slanciato dalla pelle bruna, un «selvaggio» . Un indio, arrivato fin lì in Lombardia, senza penne ma vestito all'europea come i ragazzi di Terno . Come si chiama? Impossibile tenere a memoria il nome : Achirío Bororo Kejéwu, che nella lingua della sua tribù significa « Infula (cioè benda che si porta intorno al capo) ornata di bianca peluria che si trova nella piazza del villaggio» . Ma tutti lo chiamano semplicemente col nome di battesimo Tiago, cioè Giacomo . Per la gente del paese, il Tiago di cui tutti parlano è soltanto oggetto di curiosità ; ma per don Cesare Albisetti, 25 anni, sacerdote da poco, Tiago è un esemplare che rappresenta un popolo, anzi una missione, un ideale a cui ci si può consacrare per la vita e per la morte . Quel giorno decide : chiederà di andare laggiù in fondo al Brasile, con il suo zio materno fino in Mato Grosso, dove vivono i Bororo come Tiago . E infatti diventerà «uno di loro», lo definiranno «il più Bororo dei civilizzati», « di professione Bororo» . Ma per quanto fantasioso e ottimista, don Cesare non immagina che laggiù trascorrerà tanti anni proprio accanto a Tiago, con lui lavorerà in iniziative culturali degne dell'alta stima degli studiosi, e infine -, in un giorno pieno di tristezza - gli chiuderà gli occhi in pace, nel Signore . 24 Anzitutto capire. Nel 1914 don Albisetti compie il viaggio avventuroso . Prima l'Atlantico, poi su per fiumi larghi come mari : il Rio de la Plata, il Paranà, il Paraguay, il Cuiabà, fino a Cuiabà appunto, la capitale dello stato brasiliano del Mato Grosso. I fiumi man mano si sono ristretti, da Cuiabà andrà a cavallo, i Bororos sono nell'interno, qualche centinaio di chilometri più avanti. Quello stesso anno la Santa Sede ha creato in quella zona la Prelatura missionaria di Registro de Araguia, e l'ha affidata ai missionari salesiani : Meruri, 1972 : don Albisetti, di professione Bororo, così bardato riceve l'omaggio della sua tribù in occasione del 60° di messa . 250 mila Kmq (come l'Italia senza le sue isole) e, si suppone, al massimo 10 mila abitanti . Il vescovo è il salesiano don Antonio Malan, e don Albisetti ricorda il suo arrivo : a cavallo. Un drappello di personalità a cavallo lo accompagna per i 600 Km che separano Registro de Araguaia da Cuiabà, e ad attenderlo ci sono salesiani, Figlie di Maria Ausiliatrice, Bororos con le loro penne più belle, e la banda musicale della missione . La gente è in visibilio : non ha mai visto un vescovo, non sa che cosa sia . Mons. Malan è davvero novità assoluta : è il primo vescovo dei Bororos . Intanto don Albisetti, solido come una quercia, si è buttato nel lavoro . Lo mandano a Barreiro al fianco di un veterano, don Antonio Colbacchini . Nel 1916 è a Rio dos Garcas, e già gli affidano i gradi di direttore . Poi a Palmeiras, a Rio das Mortes . . . punti insignificanti sulla mappa enorme del Brasile, manciate di casupole su grandi fiumi, in mezzo al verde . Don Albisetti si ingegna anzitutto a capire i suoi indios . Si lasciano morire. Risultano dotati di intelligenza discreta, appassionati per la musica, ben disposti ai lavori meccanici . Sono buoni allevatori di bestiame, poco portati all'agricoltura ma pieni di entusiasmo per caccia e pesca. I loro piccoli negli internati di missione si dimostrano poco entusiasti della scuola ma imparano facilmente le lingue, e per amore dei missionari si sforzano di imparare anche l'aritmetica . La loro lingua, che gli studiosi definiscono monosillabica agglutinante, è molto gradevole all'orecchio . Don Albisetti nota che hanno accolto molto bene i vestiti portati dai bianchi, ne sentono l'utilità (proteggono dal morso implacabile degli insetti), ma quando vanno a caccia li appendono diligentemente al primo albero della foresta, e li riprendono con cura al ritorno . Le loro credenze ancestrali sono un buon ceppo su cui è abbastanza facile innestare il messaggio cristiano. I Bororo, a contarli, sono in numero penosamente scarso : neppure 7 mila nell'immenso territorio . Questi ex si- gnori del Mato Grosso (Bororos, ma anche Xavantes, Carajàs) un tempo erano centinaia di migliaia . E il loro destino sembra segnato . Il confronto con i bianchi, tanto più evoluti sul piano della tecnica, ha ferito il loro orgoglio e provocato un senso di inferiorità che li spinge all'inazione . I Bororos erano, fra le tribù della zona, di sicuro la più forte, e ora si lasciano morire. Nei villaggi quasi non nascono più bambini. I missionari sono lì a rendere meno drammatico il loro incontro-confronto-scontro con i bianchi, cercano di aiutarli a sopravvivere . La notte nella foresta . Vita dura in Mato Grosso, per tutti : per i cani, gli indios e i missionari. Distanze enormi nella solitudine, mancanza di strade, necessità di dormire in piena foresta . «Dopo aver cavalcato tutto il giorno - racconta don Albisetti in un articolo -, verso il tramonto eccomi arrivato presso un corso d'acqua . E mi dispongo a passare la notte . Lascio libero il cavallo di cercarsi il cibo, scelgo due alberi adatti e vi lego l'amaca . Dopo aver fatto un po' di cena con l'infusione di una delle tante fo- che valga . Se certe formiche passando lungo le estremità legate alle piante mi entrano nell'amaca, mi tocca sloggiare più che in fretta . . . Altre formiche a terra sono capaci ti tagliuzzare tutta la roba che lascio al suolo. E non è raro di trovare al mattino il mio bagaglio invaso da formiche bianche, o sorprendere una serpe che per difendersi dall'umidità notturna si è rifugiata in una scarpa . . . » . Tiago. E l'impareggiabile chierichetto Tiago? Per il momento le cose non vanno bene, anzi che delusione! E' scappato, è tornato libero nella savana. Era nato probabilmente nel 1898. A 4 o 5 anni era stato accolto nella missione da quel pioniere che fu don Balzola. Don Malan, il futuro vescovo, lo avviò allo studio dell'ottavino e nel 1908 lo portò come bandista nella « storica » tournée che la banda della missione compì a Rio de Janeiro. Era un ragazzino sveglio e buono, e lo misero a studiare nell'internato di Cuiabà . Poi nel 1913 don Malan e don Galbusera lo avevano portato in Europa : aveva visitato Parigi e Roma, era stato a Terno d'Isola, e a lungo in Torino-Valsalice . Aveva sempre fred- Sangradouro : una domenica mattina, gli indios tornano a casa dopo la messa . glie della savana, o un caffè, mi stendo in quel letto dondolante che presto concilia il sonno . Può sembrare strano che si dorma così soli, appesi per aria nella foresta, in luoghi pieni di pericoli. Eppure è la cosa più naturale, e il missionario finisce per non sentirne la minima impressione . « Certo devo prendere delle precauzioni . Accendo tutt'intorno il fuoco e tengo a portata di mano la carabina, che però non serve a nulla perché i disturbatori del sonno non sono tigri o altri grossi animali, bensì miriadi di moscerini, formiche, e altri piccoli insetti contro i quali non c'è carabina do, caricava il suo letto di coperte, e se ne rimaneva rincattucciato sotto il più a lungo possibile . Ma durante il giorno a Valsalice seppe rendersi prezioso : si mise a disegnare e descrivere usi e costumi della sua tribù, per il piccolo museo etnografico del liceo . Tornato nella sua terra, aveva frequentato le «scuole superiori» (le . . . ultime classi elementari) della missione : mons . Malan contava molto su di lui . E invece attorno ai vent'anni, preso dalla nostalgia per la vita libera della sua gente, si era eclissato . . . A Sangradouro . Intanto in Vaticano hanno deciso di tenere nel 1925 una mostra missionaria, e in Mato Grosso incaricano don Albisetti di preparare lo stand sui Bororos . Egli raccoglie molto materiale e torna in Italia . A Valsalice preleva anche quanto si trova nel museo, e poi a Roma mette su uno stand che ottiene le congratulazioni di Pio XI . Molta impressione fra gli studiosi suscita il libro di don Colbacchini « I Bororos Orientali », primo studio approfondito sul gruppo etnico . Di ritorno dall'Italia, don Albisetti trova pronta la nomina a direttore di Sangradouro, posto avanzato fra i Bororos, a 350 Km da Cuiabà. Arriva a cavallo dopo giorni di penoso cammino . Sangradouro è un pugno di capanne di legno col tetto di paglia, i salesiani vi si trovano dal 1907 . Prima era deserto e ora appare un'oasi . Al vederla, scrive don Albisetti, «come per incanto scompare la stanchezza . Il pensiero di ritrovarmi nel consorzio umano, tra miei confratelli, mi restituisce il vigore . Nella valle trovo un magnifico ponte sul fiume, lungo 28 metri, costruito dai missionari con un legno refrattario a ogni alterazione o putrefazione» . Poi «le casette quasi sepolte nel verde di alberi da frutta, aranci, mango colossali, tamarindi . Trovo i missionari con gli indi, intenti a costruire una capanna. I ragazzi bororo dell'internato mi guardano curiosi . Verso sera gli adulti rientrano con la zappa in spalla, in lunga fila, dai campi . Ne vedo altri che hanno imparato i più vari mestieri : sono legnaioli, falegnami ; uno è sellaio . Mi portano a vedere la «sezione industriale della colonia» : una grande ruota idraulica mette in moto i cilindri per stritolare la canna da zucchero ed estrarne il succo, altri per ridurre in poltiglia la mandioca e farne farina, la macchina per preparare farina dal riso e dal granoturco . Alla casa delle suore, le ragazze bororo mi salutano con un italianissimo "buon giorno"» . Queste note di viaggio don Albisetti le ha scritte per la rivista «le Vie d'Italia», e conclude : «Una ventina d'anni or sono, al principio della missione, i Bororos qui attorno vagavano terribili, sitibondi di sangue e vendetta, e queste zone erano intransitabili . Non la zappa maneggiavano allora, ma l'arco e le frecce, che per ogni dove seminavano la morte » . 13 primo carro . Uno dei più seri grattacapi del nuovo direttore a Sangroduro è quello dei trasporti . I carichi leggeri sono affidati ai muli, ma se c'è da trasportare casse pesanti o voluminose, si deve ricorrere al carro . «Naturalmente non è come i vostri carri - scrive in una relazione - . E' una cosa mastrodontica, con ruote intere e alte, fisse al grosso asse di legno, adatto per andare dove non c'è strada o abbondano pietre, radici, sterpi . Accade a volte che si capovolge 25 per l'enorme dislivello del terreno . . . ». Il primo esperimento di questo trasporto è fatto nell'ottobre 1925 . «Ci vogliono dieci giorni di preparazione per allenare i giovani buoi, molto refrattari al giogo e al tiro . Il 15 ottobre il carro parte trascinato da 12 paia di buoi ; è di ritorno il giorno dell'Immacolata. Ha impiegato 53 giorni per fare 700 Km fra andata e ritorno . Durante il percorso sono proprio successe tutte le disgrazie : si è rovesciato varie volte, l'asse si è rotto e lo si è dovuto sostituire in piena foresta . Al ritorno, mancano quattro buoi : tre sfiniti e abbandonati per strada, e uno morso da un serpente » . Conclude don Albisetti : «Avremo anche qui un giorno la ferrovia, l'automobile, l'aeroplano?», e tanto per cominciare tenta l'avventura e acquista un autocarro. Lo pagherà a rate se qualche benefattore lo aiuterà . I revoltosos . Dice un proverbio vero e amaro che « quando i grandi fan contese, i piccini fan le spese» . Ebbene nel 1924 scoppia in Brasile una rivoluzione che viene prontamente repressa . Ma i revoltosos non sono affatto sterminati : una loro colonna assai forte si ritira nell'interno del paese, lo percorre in lungo e in largo, semina distruzione e terrore . Nel 1926 alcune bande di revoltosos, braccate ai fianchi dall'esercito regolare, arrivano fin nel Mato Grosso . (Più tardi attraverseranno il confine, e giunte in Bolivia deporranno le armi . Ma intanto eccole lì nelle missioni salesiane) . A novembre sono segnalate a Cassununga, villaggio di cercatori di diamanti, e le notizie parlano di una devastazione generale . Poi puntano su Barreiro, e il missionario don Colbacchini corre ad abboccarsi con i caporioni, riuscendo a contenere i danni . Ma don Albisetti a Sangradouro non potrà fare altrettanto perché . . . sarà protetto dalle forze regolari, e dovrà così subire un doppio saccheggio : prima dai revoltosos, e poi dalle forze dell'ordine. Il 4 dicembre, verso sera, arriva a Sangradouro un uomo a cavallo in maniche di camicia e calzoni a brandelli, e cerca di rassicurare : «Niente paura, stanno giungendo i soldati del governo» . Poco dopo irrompe nel cortile della residenza missionaria uno squadrone a cavallo, poi un secondo. Sono davvero i governativi, ma sono volontari raccogliticci e sbrindellati, che non differiscono molto dai ribelli. Gran confusione in casa . Poi i soldati per fronteggiare il nemico si suddividono e si sparpagliano. Col risultato che quando il nemico attaccherà, lo farà a ranghi uniti e vincerà facilmente . Il 20 dicembre giunge notizia che i revoltosos stanno attraversando il Rio das GarQas, sono in arrivo. Un manipolo di difensori va a contrastare loro 26 il passo, e la sera del 22 un superstite viene ad annunciare che i governativi sono stati sbaragliati . Inutile sperare in una difesa, non c'è tempo da perdere, bisogna evacuare la missione al più presto . I ragazzi, le suore con le loro allieve, i Bororos . E bisogna portarsi lontano, per evitare di trovarsi in mezzo ai due fuochi . Fuga nella foresta . Si è in piena novena di Natale, don Albisetti al termine della funzione illustra alla comunità il piano della fuga . Il mattino seguente una messa più fervorosa del solito, e poi i preparativi frettolosi . Primi a partire sono i ragazzi, agli ordini di un chierico che ha fatto il servizio militare e la sa lunga . Le suore con le bambine più piccole attendono l'autocarro che è andato a Cuiabà per provviste e dovrebbe essere di ritorno al più presto . Le ragazze più grandi cammineranno con le loro forze . Ai Bororos don Albisetti dà viveri con abbondanza, e li sollecita a nascondersi nella savana ; ci vanno ben vo- Akirío ossia Tiago, con gli ornamenti della sua t ribù . S I appresta a dirigere le danze . lentieri, è il loro ambiente, non si troveranno nei pasticci . E l'autocarro ritarda ; ma arriva trafelato un esploratore bianco che senza fiato riesce appena a far capire che i ribelli incombono . Tutti allora, ciascuno col suo fagotto, partono senza più indugi . A sera si ritrovarono tutti, salvo i Bororos, in una valletta a 15 Km dalla missione, nel cuore della savana . Sono in 54 . Pioviggina . E la cena? Nella fretta si è preso quasi niente . Ma più che la fame pesa la stanchezza . Si montano le amache fra gli alberi. In lontananza il rombo di un motore . . . Un coadiutore, Teodoro, parte in quella direzione, ma il rombo si spegne . Lunga pausa . Le formiche sornione camminano lungo le corde e invadono le amache, non si può dormire . Poi, vicino, un grido da far accapponare la pelle, un secondo grido . Il terrore invade il piccolo accampamento, e don Albisetti fatica a rimettere calma . «Devono essere i nostri», assicura . Sono proprio loro . Arrivano in due, anzi in tre : Teodoro, l'autista don Poli, e un muletto. L'autocarro è in panne, ma loro spingono il mulo carico di provviste . . . Don Poli era stato avvertito di non passare da Sangradouro : ci fossero i revoltosos o i soldati, come minimo gli avrebbero sequestrato autocarro e carico . L'indomani una buona colazione, e avanti nel folto della foresta . Don Poli torna al suo autocarro, lo ricopre con un telone, cerca di mimetizzarlo . Gli altri, dopo una giornata di cammino, a sera trovano una radura isolata e rassicurante e si accampano. Issano capanne e amache, si preparano al temporale che arriva . Evigilia di Natale . Un pensiero al Bambino che viene, e poi a dormire sotto la pioggia. Un pennacchio di fumo . L'indomani don Poli, Teodoro e un indio vanno in esplorazione e subito tornano con una notizia inquietante : i revoltosos si sono impadroniti dell'autocarro, lo hanno messo in marcia, sono a 3 Km . Bisogna allontanarsi di nuovo, e al più presto . Davanti a loro c'è il fiume, e sul fiume una passerella traballante su cui non tutti hanno il coraggio di mettere i piedi . Con lunghe pertiche si costruisce una specie di ringhiera, e don Albisetti riesce con estrema pazienza a convincere anche i più paurosi. Poi con altri due torna indietro a spiare . Un lungo pennacchio di fumo si alza nel cielo : l'autocarro brucia? Dei passi : due uomini sul sentiero in basso vengono verso di loro . «Amici! », grida don Albisetti che li ha riconosciuti : sono due soldati, due loro . . . difensori . « Stiamo fuggendo . I ribelli l'altra sera hanno occupato la missione, e ieri ci hanno attaccati . Molti di noi sono morti . In pochi siamo riusciti a scappare . . . » . Don Albisetti e i suoi due compagni attraversano il fiume a nuoto, continuano l'esplorazione. Di revoltosos nessuna traccia ; ma ecco l'autocarro : è completamente bruciato . Non era ancora pagato per intero, e è già finito . Però i revoltosos hanno fatto le cose per bene : lo hanno ripulito, si sono portato via tutto il carico (meno un paio di sacchi di sale) . Avanti allora, fino alla missione, mangiando lungo la strada i frutti selvatici della foresta . Incontrano i fili del telegrafo tagliati . Man mano che si avvicinano trovano il suolo sempre più cosparso di avanzi di saccheggio : indumenti e oggetti di ogni genere . Ma indumenti e oggetti familiari : questo apparteneva al tale, quello è stato portato via dalla tal casetta . . . E a un tratto una macchia bianca : don Albisetti si china, e trova la sua veste di lavoro . La raccoglie, senza sospettare che è ormai l'unica ricchezza rimastagli . Anche morti trovano, alcuni con le tasche rivoltate e svuotate, altri senza vestiti . E' il luogo della piccola ingloriosa battaglia . Questo il Natale . Da lontano la missione sembra intatta, le case sono tutte in piedi, e sembrano in ordine . All'avvicinarsi, don Albisetti si accorge che c'è gente : sono i «difensori» . Bisogna farsi riconoscere prima che sparino e ammazzino i loro « difesi» ; e don Albisetti issa con un bastone la sua bianca veste di lavoro . La missione è in un caos indescrivibile . Oggetti guasti di ogni genere sono sparsi dappertutto . Le carogne degli animali costringono a proteggersi il naso con un fazzoletto . Solo la cappella è rimasta intatta, ma già la sacrestia è un orrore. La casetta delle suore è servita da stalla. La stanzetta di don Albisetti è sventrata . I depositi di viveri ripuliti . I soldati si sono impossessati del grammofono e lo stanno suonando in continuità. (Prima di suore . Trovano la talare di un missionario e due parti del breviario di don Albisetti. Le suore afferrano gli indumenti raccolti, li cacciano in grosse pentole e li fanno bollire per disinfezione . Ma per l'autocarro c'è più nulla da fare. Con esso si andava a Cuiabà capitale dello stato, e si tornava, in soli 3 giorni. Ora si dovrà ritornare al carro trainato dai buoi (andata e ritorno in un mese), e in più si dovranno pagare le rate rimanenti. Quando i grandi fan contese, i piccini fan le spese . Il vescovo arriva in auto . Poi la lenta ricostruzione di Sangradouro . Nel 1929, a Natale la civiltà tecnologica reca ai Bororos un dono appena credibile : il cinematografo. «L'ammirarono - scrive don Albisetti -, risero anche fuori tempo, ma non ci capirono un bel niente » . Si commuovono però quando è presentata la vita del Signore : «La nascita di Gesù, i pastori, i magi, la strage degli inno- Campo Grande : il Museo Don Bosco, allestito da don Albisetti, che raccoglie materiale etnografico di inestimabile valore sulla civiltà dei Bororos e di altre tribù del Mato Grosso. partire sfasceranno anche quello) . Questo il Natale 1926 . Il giorno dopo don Albisetti va a raggiungere i suoi fuggiaschi nella foresta, bambini, bambine, suore, salesiani, che intanto avevano dovuto combattere contro le formiche, contro alcuni grossi serpenti, e nella notte hanno rabbrividito sentendo vicino l'ululato dei lupi . «Guardate che quanto avete addosso è ormai tutta la vostra ricchezza», avverte don Albisetti, e riconduce lentamente tutti a casa . I Bororos subito sbucano alla spicciolata dalla foresta . Silenziosi ed esperti, hanno visto tutto, comprese le loro case saccheggiate a una a una, e ora si aggirano per raccogliere ciò che è stato disperso e può ancora servire . Pentole, ferramenta, indumenti . Trovano in buono stato la migliore macchina da cucire di cui era dotata la missione, e la riportano trionfanti alle centi, bisognava sentire i bei commenti dei Bororos . . . Tributarono al Bambino le più tenere lodi, le più delicate espressioni» . Nel 1933 Sangradouro è un bel centro, e don Albisetti lo lascia per una nuova attività : catechista ambulante . Ci sono gruppi di Bororos ancora da avvicinare, o che si allontanano per troppo tempo dalla missione : bisogna curarsi di loro, dei figli, del futuro . Don Albisetti e un coadiutore piantano le tende a Poxoreu. Si costruisce una chiesetta, una piccola casa, e nasce il villaggio (ora è cittadina) . E' la base per due anni di apostolato errabondo . Intanto altri missionari cercano contatti con altri gruppi etnici, i Xavantes, e il primo contatto diventa tragedia : don Fuchs e don Sacilotti nel .1934 sono massacrati sul Rio das Mortes. Nel '36 don Albisetti torna direttore a Sangradouro ; l'anno dopo un nuovo vescovo prende possesso della Prelatura apostolica . Si chiama mons . Giuseppe Selva, e non arriva a cavallo ma con un'automobile piccola e solida . Nel '39 don Albisetti si rimbocca di nuovo le maniche : giunge poca acqua alla missione, bisogna costruire un canale, un acquedotto che ve la porti dal vicino torrente Mortandade. L'infausto nome significa «eccidio» . E il torrente è vicino per modo di dire : sono 7 .800 metri di canale da tagliare nel pendio scosceso e instabile delle colline. Le parti rocciose sono fatte saltare con la dinamite . A lavoro quasi ultimato un tratto di terreno sabbioso frana inutilizzando un tratto di 105 metri . Poi al tempo delle grandi piogge alcuni banchi d'argilla slittano verso valle otturando il canale per un lungo tratto . Ma alla fine, missionari e Bororos sono fieri del loro lavoro . Il vescovo nel '42 viene a tagliare il nastro, dice : « Questo canale viene dalla Mortandade, ma invece della morte vi porterà vita e progresso» . E così è . Con la sua acqua si irrigano i campi e si potenziano le piccole officine locali . Tiago regista . Intanto un bel giorno è rispuntato Akirío, ossia Tiago. E' finito il periodo burrascoso della sua vita, si è convinto che il futuro suo e del suo popolo è lì nella missione . E lì vuole rimanere per rendersi utile ai suoi fratelli. Gli anni del suo sbandamento sono però stati provvidenziali : ha potuto imparare veramente a fondo le usanze della sua gente, e ora diventa per don Albisetti il preziosissimo informatore. Don Albisetti ha ripreso in mano il volume di don Colbacchini sui Bororos, e nel 1942 ne prepara una seconda doppia edizione (in italiano e in portoghese) completamente rifatta . Per ogni dubbio egli consulta Tiago : lui sa scartare ciò che è spurio, ciò che è penetrato nelle consuetudini bororo attraverso il contatto con i bianchi ; lui sa indicare con sicurezza ciò che è genuino e praticato nella foresta fin dai tempi antichi . Sempre nel 1942 a Sào Paulo è organizzata un'esposizione missionaria, e don Albisetti documenta in modo persuasivo l'attività missionaria nel Mato Grosso. In modo forse troppo persuasivo . Gente gelosa insinua nelle autorità governative dei sospetti e propone che si compia una severa visita di controllo . L'anno dopo due alti funzionari del ministero dell'agricoltura piombano a Sangradouro per l'ispezione . I funzionari, prevenuti, cominciano con sospetto, ma presto mutano atteggiamento, e se ne vanno entusiasti . Scrivono nella relazione : « Qui, missionari e missionarie sviluppano una cospicua opera di civiltà, di istruzione e di educazione, degna dell'ammirazione di ogni buon brasilia27 no» . «Erano venuti per sorprendere e sono rimasti sorpresi», commenta allegro don Albisetti . Intanto Tiago «cresce» di statura morale, acquista sempre nuovo prestigio anche di fronte alla sua gente . Sotto la sua guida i giovani Bororos della missione imparano a costruire i manufatti che erano specialità degli antenati. Imparano i canti e le danze . Egli diventa in qualche modo il regista di tutte le coreografie, dei giochi rituali e delle feste . Quanto a don Albisetti, nel 1947 torna in Italia per chiudere gli occhi al babbo morente, poi è mandato direttore a Meruri - altra colonia Bororo - fino al '54. Quarant'anni di vita missionaria stanno intaccando la sua fibra, è tempo di lasciare le fatiche pesanti ai giovani. Lo mandano a Campo Grande per due imprese che richiedono la sua esperienza e saggezza : l'Enciclopedia Bororo e il Museo Don Bosco . Una luce tutta lampi . Un nuovo vescovo viene a occuparsi degli indios nel '56 : si chiama mons . Camillo Faresin, e arriva né a cavallo né in auto ma in bimotore . I centri di missione per la popolazione bianca hanno già l'aspetto di piccole cittadine con il municipio, le casette in muratura e i solidi collegi pieni di ragazzi . Nel 1957 i piccoli Bororos della banda sono chiamati a suonare a Campo Grande : salgono per la prima volta in aereo, sono i nipoti di quelli che nel 1908 sbalordirono gli abitanti di Sào Paulo . Nelle ricerche scientifiche di don Albisetti l'amico Tiago diventa indispensabile . Con nitida calligrafia scrive quaderni e quaderni di annotazioni, racconti, leggende, riti, e glieli porta. Porta anche gli oggetti della tribù confezionati apposta per il museo . Verifica ogni oggetto del museo perché la collocazione e le scritte siano quelle giuste, rilegge con la massima attenzione le pagine che formeranno l'enciclopedia, e la chiama con fierezza «il nostro libro» . Un giorno arrivano a Sangradouro con la cinepresa, e lui da bravo regista organizza le danze della sua tribù con sfarzo senza eguale, e la pellicola a colori fissa per sempre quel mondo che scompare . Ma nel gennaio del '58 arrivano di corsa ad avvertire don Albisetti : «Tiago è malato, è grave» . Don Albisetti accorre. Succede che una banale forma influenzale chiamata «asiatica» perché nata in quella lontana parte del mondo, dopo aver attraversato l'Europa facendo un sacco di guai, arrivi anche in America, arrivi fin nel Mato Grosso . Don Albisetti giunge in tempo a Sangradouro per dare un estremo saluto al suo amico Tiago, sessantenne, che nella foresta aveva vinto le fiere, ma si trova del tutto indifeso contro i piccoli microbi dell'asiatica . 28 Don Albisetti ricorda che era un'anima bella, sensibile, di poeta anche . Che aveva scritto dei missionari : «Scenda su di voi la luce/viva, brillante, tutta lampi,/e vi inondi di bellezza :/commovere mi sento/di quel che fate e soffrite/per noi» . L'enciclopedia. Nel 1935 un giovane studioso si avventurava sulla precaria ferrovia che attraversando il cuore del Brasile puntava verso il Mato Grosso . «Il treno - scrisse un giorno ricordando - andava a legna, camminando a velocità ridotta, e fermandosi spesso e a lungo per rifornirsi di combustibile» . Quello scienziato si chiamava Claude LéviStrauss, il più noto forse degli etnologi viventi. Egli andava a trovare i Bororos di don Albisetti . Il missionario lo portò a vivere con i primitivi, fece le presentazioni ufficiali, le fece accettare, lo aiutò più che potè. «Tutta la Ragazzo Bororo, col tipico taglio dei capelli . Tra i pochi Bororo superstiti i bambini stanno diventando più numerosi, segno che Il gruppo etnico ritrova volontà di esistere. mia carriera di antropologo - scriverà un giorno Lévi-Strauss - è stata decisamente segnata dall'incontro con i Bororos e con l'Albisetti, nel lontano 1935, presso l'aldeia (villaggio) di Kejara» . Ebbene, Lévi-Strauss ha tenuto si può dire a battesimo l'Enciclopedia Bororo . Ha scritto l'introduzione ai volumi, l'ha elogiata con parole che ben di rado usa per i suoi colleghi scienziati, ne ha incoraggiato la pubblicazione, la diffusione . « Il nostro libro», come lo chiamava Tiago, risulta in quattro grossi volumi . Il primo, uscito nel '62, contiene in 1047 pagine il vocabolario della lingua bororo . Il secondo, pubblicato nel '70, in 1269 pagine raccoglie 62 leggende bororo e uno studio su 850 nomi di persona . Il terzo volume è in due tomi : il primo, apparso nel '76, presenta i canti di caccia e pesca ; e il secondo, lasciato da don Albisetti pronto per la stampa, raccoglie i canti rituali . Per l'ultimo volume, sull'acculturazione dei Bororos, molto materiale è già raccolto, e don Albisetti l'ha lasciato al suo collaboratore e continuatore don Angelo Venturelli . «Una portentosa summa», ha scritto Lévi-Strauss dell'enciclopedia, e ha aggiunto : «Qui le giovani generazioni bororo, quando gli anziani non ci saranno più, verranno ad attingere gli insegnamenti adatti a ispirare in loro l'amore per la cultura dei padri e la volontà di continuarla» . Altro lungo discorso meriterebbe il «Museo Don Bosco» di don Albisetti, ricco di preziose collezioni, riguardanti soprattutto i Bororos ma anche altri gruppi etnici del Mato Grosso . Valga un ultimo giudizio globale di Lévi-Strauss : «Grazie agli sforzi, al metodo, allo spirito di osservazione esplicato durante più di mezzo secolo dai missionari salesiani, gli indi Bororos resteranno senza dubbio la tribù meglio studiata di tutta l'America Latina» . C'è anche .Pelé. Nel 1969 don Albisetti è chiamato a Cuiabà : il parlamento del Mato Grosso è riunito per lui, per concedergli la cittadinanza onoraria . Nel 1970 lo chiamano a Brasilia per conferirgli l'onorificienza di «Cavaliere dell'ordine di Rio Branco» : non è il solo a riceverla, c'è anche un certo calciatore di nome Pelé . Nel 1972 celebra il 60 ° di messa, e le feste si moltiplicano a Sangradouro, e i Bororos danzano e cantano per lui . Il rettore dell'università di Campo Grande gli conferisce una croce al merito, e don Albisetti assicura :, «Porterò anche questa croce, in nome della Congregazione, come il Signore mi ha aiutato a portarne tante altre . . . » . Ma nel dicembre scorso il Signore lo ha chiamato a sè . Chi è stato don Albisetti? Nessuno forse lo sa meglio dei Bororos, che in un loro canto così lo hanno definito : «Il nostro padre missionario/è la dimora della nostra lingua/e delle nostre costumanze ./E' persona straordinaria/sulla quale ben stanno/gli ornamenti del nostro eroe Bakororo ./Dammi il tuo braccio ;/la proclamazione del tuo nome/ti dà diritto all'uso/degli ornamenti dei nostri avi :/essi stanno bene/sulla persona del nostro caro » . E che ne è oggi dei Bororos? Sono ormai pochissimi, 5 o 600 . Alcuni in piccoli nuclei vivono sparsi per il Mato Grosso, ma i più sono nelle due colonie missionarie di Sangradouro e Meruri . E diversamente da un tempo, in mezzo a loro i bambini e i giovani sono numerosi : segno che hanno di nuovo accettato di vivere . Merito anche di don Albisetti, che non ha esitato di farsi Bororo. ENZO BIANCO Brevi da tutto il mondo ITALIA * DON PONZETTO PUGILE Scrive don Pietro Brocardo (Roma): Caro BS, ecco un nuovo «fioretto di don Ponzetto», da aggiungere ai tanti altri . Avevo incontrato don Ponzetto a Novara nel 1948 . Fu cortesissimo con me . Mi accompagnò per la città : ricordo che salutava tutti, e tutti salutavano lui . Ne rimasi stupito . Erano i giorni bui dell'attentato a Togliatti e c'era molta tensione negli animi . Don Ponzetto da parecchi anni svolgeva ministero sacerdotale presso la Montecatini, dove si trovava come di casa : aveva beneficato gli operai in mille modi, durante e dopo la guerra . Ma in quei giorni difficili si sentiva respinto da certi estremisti esasperati . In particolare in un reparto della fabbrica alcuni pretendevano che egli non vi mettesse più piede . Mi raccontò lui come aveva reagito e risolto il problema : «Ho preso un foglio, ci ho scritto sopra che ero pronto a battermi a pugni con chiunque volesse presentarsi, e l'ho attaccato alla porta del reparto . Ma nessuno si è presentato » . sere gradito al clero, ai fedeli, ai giovani . E ai figli di Don Bosco . In tantissime occasioni partecipò alle loro feste . Alle beatificazioni e canonizzazioni di Don Bosco, della Mazzarello, di Domenico Savio . Alle ricorrenze più diverse celebrate nelle varie parti d'Italia. Alla predicazione dei mesi di maggio nella basilica dell'Ausiliatrice, di novene, tridui . A conferenze per le più svariate circostanze . Parlava con tatto, profondità, e con la competenza delle cose salesiane che egli veniva dal suo amore a Don Bosco . Era talmente di casa che si aveva con lui la massima confidenza, e se per un imprevisto qualche invitato importante doveva essere sostituito all'ultimo momento, egli era sempre pronto, lieto di togliere i suoi amici dai pasticci . La guerra lo chiamò a svolgere un ruolo difficile specie nel periodo 1943-45 ; non poche volte dovette intervenire presso le autorità naziste per liberare suoi diocesani finiti agli arresti ; giunse anche a offrire la propria vita in cambio della libertà di alcuni partigiani . Lo chiamarono «il vescovo della resistenza» . Predicava volentieri gli esercizi spirituali al clero ed era molto seguito ; Papa Giovanni nel 1963 lo volle a predicare gli esercizi in Vaticano . Scrisse libri di spiritualità tradotti anche all'estero, ed ebbe un notevole ruolo durante il Concilio . Papa Giovanni nel suo «Giornale dell'anima» lo definì «semplice, trasparente, incoraggiante» . Riteneva Don Bosco « il santo dei tempi nuovi», e ne parlava con entusiasmo specie a cooperatori ed exallievi . Nel 150° della nascita di Don Bosco raccontò alcune testimonianze inedite da lui raccolte, che dicono la grande confidenza esistita fra il santo e i suoi ragazzi . Uno di loro, mentre passeggiavano in crocchio in cortile, strappava i capelli bianchi dalla testa di Don Bosco, e si sentì dire : « Se ne vedi altri, strappali pure, che mi fai un piacere» . Altra volta Don Bosco era tornato dalla Francia, e in cortile parlava di un'omelia tenuta nella chiesa della Maddalena a Parigi . Un ragazzo osservò che Don Bosco, per non aver molta pratica con la lingua d'oltralpe, in qualche occasione doveva essersi trovato in difficoltà : non gli era capitato mai di impappinarsi? E Don Bosco : «Sicuro che mi è capitato. E quando non trovavo la parola, sai cosa facevo? Dicevo in dialetto piemontese: «Ai me cit ai piasu tant le pagnote» (ai miei ragazzi piacciono tanto le pagnotte). I francesi capivano tutti al volo, e finita la ITALIA * DON BOSCO HA PERSO UN AMICO: MONS. ANGRISANI Don Bosco e la Famiglia Salesiana hanno perso un amico : il 23 aprile scorso è deceduto a Buttigliera d'Asti mons . Giuseppe Angrisani, exallievo e cooperatore salesiano, per 31 anni vescovo di Casale Monferrato . Mons . Angrisani era nato 83 anni fa a Buttigliera d'Asti, paesino del Monferrato pieno di ricordi di Don Bosco (nel 1825 Giovannino decenne vi aveva incontrato per la prima volta don Calosso che gli insegnerà i rudimenti del latino ; nel 1833, seminarista diciottenne, vi aveva ricevuto la cresima ; e poi per tanti anni vi era tornato nelle gite autunnali : ogni volta il parroco don Vaccarino sequestrava lui e i suoi ragazzi, e per una giornata se li teneva graditissimi ospiti) . Mons . Angrisani da ragazzo, ai tempi di don Rua, aveva frequentato l'Oratorio di Valdocco, e anche se proseguì poi gli studi nel seminario (fu ordinato sacerdote nel 1919), non perse mai le caratteristiche dell'educazione salesiana e un tenerissimo amore a Don Bosco . Viceparroco per qualche anno, fu chiamato dal card . Gamba arcivescovo di Torino al suo fianco come segretario. Egli poi gli affidò la parrocchia della Crocetta, sul cui terrìtorio si trova lo studentato salesiano : mons. Angrisani potè così innovare le antiche amicizie con la famiglia di Don Bosco . Nel 1940 era nominato vescovo di Casale Monferrato, e la sua risultò una scelta felice . Mons . Angrisani aveva la tempra di pastore d'anime : pietà profonda, cultura, impegno pastorale, carattere amabile, tratto popolare ma sempre sacerdotale, doti di oratore, quanto occorreva per es- ITALIA * SI TROVAVA BENE CON I RAGAZZI Dalle case sono giunte diverse foto ricordanti qualche visita del rimpianto on . Aldo Moro. Vengono da Este, Pordenone, Cavalese, perfino da Beirut . . . La foto sopra, ricorda la visita di Moro al Manfredini di Este, il 22 .3 .1966 . Egli arrivò sulla tarda sera, e gli dettero il benvenuto in teatro . Mise subito tutti a loro agio col suo fare amabile, sereno, «democratico» . Ripartì sulla tarda mattinata dell'indomani . Intanto i ragazzi del collegio avevano avuto tempo di cantare e recitare alla sua presenza, di ascoltarlo (li aveva esortati a un sentimento così in declino in questi nostri tempi : l'amore di patria», perfino avevano trovato modo di scrivere poesie su di lui . E i salesiani avevano trattato insieme i problemi della loro opera . L'indomani Moro aveva stretto la mano a ciascun ragazzo, e se n'era andato portandosi in tasca due delle loro poesie . Scrisse allora uno studente di prima liceo : « Un dialogo umano e familiare si era stabilito fra noi e lui . Per questo suo calore umano l'ho subito stimato . Il suo atteggiamento lo avvicina alla personalità del defunto presidente Kennedy» . Oggi purtroppo per Moro c'è con Kennedy un punto di somiglianza in più . 29 predica fioccavano i soldi per comperare le pagnotte a voi, cari ragazzi » . Di Don Bosco mons. Angrisani visse soprattutto il messaggio spirituale : la devozione eucaristica e mariana . Ricoprì la carica di Presidente degli Exallievi sacerdoti, e fu tra i dirigenti della Confederazione mondiale exallievi . Nel 1970 volle celebrare il 50° dell'ordinazione sacerdotale a Torino nel santuario di Maria Ausiliatrice . L'anno dopo, per raggiunti limiti di età, rassegnò nelle mani del Papa le dimissioni da vescovo di Casale. E si ritirò a Buttigliera d'Asti suo paesello natio, nella preghiera e tra i cari ricordi di Don Bosco. VIETNAM * NOTIZIE SEMPRE PIU' TRISTI Notizie sempre più tristi giungono dai salesiani del Vietnam . In occasione del Tet, festa d'inizio dell'anno lunare, e della festa di Don Bosco, varie lettere sono arrivate ai salesiani di Hong Kong, ed essi ne hanno riferito sul loro Notiziario Ispettoriale. * L'anno scorso i salesiani vietnamiti hanno celebrato il 25° della loro opera nel paese . Ecco, secondo la relazione da Hong Kong, come sono andate le cose in quella circostanza . Nella festa dell'Immacolata (8 .12 .1977) i nostri confratelli nella capitale sud-vietnamita hanno compiuto la solenne commemorazione del 25° dell'opera . La commemorazione ebbe luogo a Thu Duc (noviziato e aspirantato nella periferia di Saigon), dove si trovarono insieme più di un centinaio tra religiosi e religiose, anche di altre congregazioni . Una messa solenne con 27 concelebranti, e poi un pranzo offerto a tutti i presenti : circa 250 persone . « E' impossibile- ha scritto uno di loro immaginare come si sia riusciti, di questi tempi, a organizzare una cosa del genere! » Si tenne pure una specie di tavola rotonda sul tema «Come educare la gioventù nell'attuale situazione sociale» . I nostri confratelli avevano già discusso quest'argomento nell'ultimo Capitolo Ispettoriale (alla fine del 1976), così risultarono ben preparati e suscitarono molta ammirazione. Forse era un po' troppo! O probabilmente essi avevano dimenticato di richiedere l'autorizzazione ufficiale . . . Sta di fatto che alla fine di gennaio 1978 i salesiani risiedenti a Thu Duc «caddero tutti ammalati» . La notizia di questa strana malattia generale è arrivata da Dalat, per telegramma : uno strano telegramma, con saluti e auguri per il Tet e la festa di Don Bosco, e con la descrizione del direttore « molto occupato» appunto perché «confratelli, novizi, aspiranti sono tutti malati» . E viene indicato il loro nuovo recapito (casella postale 767), che potrebbe sembrare quello dell'ospedale . . . Con tali espressioni - dicono i salesiani di Hong Kong - i confratelli del Vietnam miravano evidentemente a distrarre l'attenzione dei censori dalla cattiva notizia che tutti a Thu Duc, dal direttore e maestro dei novizi fino all'ultimo aspirante, erano finiti in prigione . E com'è naturale sotto un regime del genere, tutti ora dovranno confessare le loro colpe ; poi saranno condannati ad anni di prigione, od i lavori forzati, o ad ambedue le pene . In questo modo anche la fiorente casa salesiana di Thu Duc arriva alla sua fine . . . * Altre notizie da Hong Kong riguardano la situazione di alcune comunità con giovani salesiani in formazione . A Tam Hai i liceisti non possono più continuare gli studi, in base all'ordine del Governo di chiudere tutti i seminari di Saigon . Alcuni mesi fa i seminari erano già stati chiusi nel resto del Vietnam del Sud, compreso l'istituto Pontificio di Dalat . Fino a questo punto, se siamo ben informati, solo più lo studentato salesiano di Dalat è ancora in funzione . Il 17 gennaio (data dell'ultima lettera) 14 chierici che erano stati arruolati per tre anni nel servizio civile, erano presenti nello studentato . Per quel che riguarda le Figlie di Maria Ausiliatrice, il progetto governativo è di prendere la loro scuola di Tam Hai e trasformarla in ospedale . La cosa è stata discussa a lungo, ma si attende ancora una risposta definitiva . * Concludono amaramente le informazioni da Hong Kong : padre John Ty, superiore dei salesiani vietnamiti, continua nel suo difficile compito di organizzazione, nonostante gli ostacoli che incontra ogni giorno . Ma ormai tutto quello che era il nostro lavoro specifico in Vietnam, si può dire che è stato cancellato . Solo le parrocchie continuano ancora la loro attività . Ma fino a quando? GIOVANI COOPERATORI * A DICEMBRE CONVEGNO SULLA VITA INTERIORE ITALIA * QUEL SOLDATINO CUGINO DEL PAPA « Ho visto con piacere che avete ricordato sul BS (aprile 1978, pag . 3-5) don Luigi Montini, il missionario salesiano cugino di Paolo VI . E avete pure ricordato il suo soggiorno nel mio «Ritrovo Don Bosco» . Così scrive don Giuseppe Franco da Bressanone, inviando la foto pubblicata sopra . E aggiunge : « L'ho ancora vivo nella mia memoria . E' stato proprio lui a scrivermi che gli sembrava sempre che il quadro di Don Bosco appeso nel Ritrovo lo guardasse, e lo chiamasse . Lui pure mi diceva che il suo cugino Giovanni (cioè Paolo VI) era molto esigente con lui . «La foto - continua don Franco - presenta i soldati della classe 1906 davanti al Ritrovo, e don Luigi è il soldatino in prima fila, ultimo a destra (ingrandito nel riquadro, ndr). Invece il vecchio signore al centro, al mio fianco, è il papà : «Il papà del ritrovo», come lo chiamavano . Un'altra foto come quella l'ho già mandata al Papa . Ora ne tengo solo più una, in ingrandimento . E' uno dei più bei ricordi dei miei 61 annidi sacerdozio» . 30 I Giovani Cooperatori italiani terranno dal 7 al 10 dicembre prossimo il loro convegno nazionale. Tema : «il nostro cammino verso Dio» . O, come indicano nel sottotitolo, «La vita interiore dei Cooperatori» . AI convegno essi si stanno preparando alla lontana, attraverso giornate di studio, giornate di spiritualità, esercizi spirituali, campi-scuola, organizzati dapprima a livello locale per giungere poi alla tappa intermedia dei convegni regionali . Intanto un «sussidio di studio in preparazione al Convegno» è stato preparato e diffuso ; e del Convegno si occupano anche le loro pubblicazioni, 8 ciclostilati con cui sono soliti comunicare tra i vari gruppi . E ultimo aspetto della preparazione, cominciano ad accantonare il denaro per le spese di viaggio e di sostentamento, perché in maggioranza sono studenti o comunque di ragazzi economicamente non ancora indipendenti . Ciò che sorprende è la serietà del tema fissato per il convegno, che hanno scelto attraverso una larga consultazione : il loro cammino verso Dio, la loro vita interiore . Diceva Bernard Shaw : « I migliori riformatori che il mondo ha avuto, sono coloro che hanno cominciato col riformare se stessi » . GIOVANI COOPERATORI *E POI L'IMPEGNO DIVENTA PIU' PROFONDO Dai dati in possesso del Delegato Generale dei Cooperatori, don Mario Cogliandro, risulta che 13 Giovani Cooperatori in varie parti del mondo durante l'anno 1977-78, sono entrati nei noviziati salesiani, e 7 Giovani Cooperatrici sono entrate in quelli delle Figlie di Maria Ausiliatrice. I dati, probabilmente incompleti, testimoniano la vitalità e fecondità di questo recente ramo della Famiglia Salesiana . Esso propone, a giovani capaci di impegno, una collaborazione diretta nel progetto apostolico di Don Bosco (il loro motto è « I giovani per i giovani ») ; e questo impegno, quando viene approfondito, può condurre anche a una donazione totale a Don Bosco nella vita religiosa . Nel gennaio scorso un Giovane Cooperatore intervistando il Rettor Maggiore gli ha chiesto: «Quale spazio lei vede nella Famiglia Salesiana per noi?» Don Viganò ha risposto : «Lo spazio della primavera nella successione delle stagioni dell'anno» . E ha aggiunto : «Guardo al vostro movimento con grande speranza» . Una speranza che - anche per i dati forniti da don Cogliandro - sembra ben riposta . MESSICO * DIFENDEVA LE TERRE DEI POVERI : ASSASSINATO Gerardo Palacios Pantoja era il migliore ausiliare (cioè laico impegnato, con responsabilità nella sua comunità cristiana) che avessimo nella parrocchia di San Antonio . Era un coraggioso difensore dei contadini poveri contro gli ingiusti maneggi di chi voleva impadronirsi delle loro terre . E' stato vilmente assassinato, il 7 febbraio scorso, sulla strada che da San Antonio porta a Las Palmas . Si dice che gli assassini sono stati ricompensati con 15 .000 pesos (700 .000 lire). La notizia viene dalla missione salesiana tra i Mixes, nello stato di Oaxaca (Messico) . L'ha inviata padre (sidro Fébregas, salesiano spagnolo da cinque anni al lavoro in quella difficile missione . Ricordo - scrive padre Fàbregas nella sua relazione - quando Gerardo aveva cominciato a occuparsi di un certo caso di evidente ingiustizia che si stava consumando contro un gruppo di poveri campesinos. « Padre - mi aveva detto -, mi lascia fare fotocopia di questi documenti? Ci sono maneggi di gente senza scrupolo che si è impadronita delle terre altrui, e bisogna impedirlo» . «Fai pure - gli avevo risposto - . Ma hai pensato che hai una famiglia, e parecchi figli di mantenere? Hai già il tuo lavoro . . . » . «Sì, padre, la mia famiglia mi preoccupa un po' . Ma devo anche denunciare l'ingiustizia che questi miei compagni subiscono . Non hanno più dove seminare, perché gli sono state rubate le loro terre . Voglio che le autorità aprano un'inchiesta. Non è giusto?» « E' giusto, Gerardo . Ma sta' attento» . Quel 7 febbraio era tornato per fare domanda di frequentare i nostri corsi di teologia e venire ammesso ai sacri ministeri . Mi portava un involto di tortillas ; io non ero in casa : mi lasciò le tortillas e una lettera . Gli assassini lo aspettavano lungo la stra- Don Sigfrido Hornauer ha commemorato il centenario del BS nel modo che più gli è congeniale : con le mani e facendo boccacce. Da 37 anni è responsabile del BS austriaco, è senza dubbio il decano dei direttori di Bollettino . E' anche delegato dei Cooperatori dell'Austria, e abilissimo mimo (con le sue pantomine è capace di intrattenere ragazzi e adulti per ore ; dai suoi spettacoli hanno già ricavato un film) . Logico che, dovendo commemorare il centenario del BS, don Hornauer si sia servito delle boccacce e delle mani . da del ritorno. Si accompagnarono con lui per un tratto fin quasi a San Antonio, poi con due spari gli squarciarono il petto e con una coltellata misero a tacere per sempre quella gola che nelle assemblee cittadine aveva gridato contro l'ingiustizia dei potenti, e nelle celebrazioni liturgiche aveva cantato con bella voce le lodi del Signore . «Gerardo - continua la relazione di padre Fàbregas - era uno stupendo ausiliare parrocchiale . Animava le celebrazioni della sua comunità, sovente usciva con il proiettore e le diapositive catechistiche per istruire nella fede un paese vicino al suo dove ai missionari era difficile giungere . Era un uomo buono, la sua condotta era irreprensibile . La sua vita era una testimonianza contro il cattivo costume dei prepotenti . Era molto stimato dalla gente : la sua opinione spesso aveva peso decisivo nelle adunanze cittadine e nelle assemblee del comune . Quanto alle terre che erano state sottratte a poveri campesinos, anche in questo caso le autorità avevano ascoltato la sua voce e avevano fatto giustizia . Avevano inviato sul posto investigatori ufficiali, e le terre erano state ridistribuite ai bisognosi con giustizia e nella legalità . Ma i prepotenti hanno maturato e compiuto la loro vendetta . Hanno abbandonato lungo la strada il suo corpo esanime, la faccia a terra . II terreno di San Antonio ha bevuto fino all'ultima goccia il suo sangue generoso . Cristo, che aveva dato tutto il suo sangue per il riscatto dei suoi assassini, è tornato a camminare e a morire lungo le strade che portano a San Antonio . lo, o Signore - ha concluso la sua relazione padre Fàbregas - ho pianto per il nostro amico, e non ho ancora capito questo tuo scrivere diritto su righe storte . Forse, Signore, la tua risposta si trova nel numero grande di giovani candidati ai sacri ministeri, che in questi giorni si sono presentati, e vogliono occupare il posto di Gerardo . DON VIGANO'* MARIA DIVENTI MADRE DELLA FAMIGLIA SALESIANA La prima lettera del Rettor Maggiore ai salesiani, pubblicata nel maggio scorso, ha come argomento la devozione all'Ausiliatrice, per la quale - egli dice - occorre fare «nuovo spazio nella nostra famiglia» . «Quella dell'Ausiliatrice - precisa il Rettor Maggiore - è una dimensione mariana intonata specificamente alle ore di difficoltà», e perciò «le attuali difficoltà, tanto complesse e problematiche della Chiesa e della società, esigono con urgenza da noi un accurato rilancio mariano» . Don Viganò ha aggiunto : «Oggi ci sentiamo chiamati, insieme con le FMA e con tutti i gruppi della Famiglia Salesiana, a creare un clima e a programmare delle attività concrete, per far conoscere e amare la Madonna soprattutto dalle nuove generazioni dei giovani . . . Se sapremo programmare insieme, vedremo ringiovanire e crescere - con l'aiuto di Maria - il nostro carisma nella Chiesa . E l'Ausiliatrice diverrà di fatto il fermento di una comunione più profonda tra i vari rami salesiani : l'Ausiliatrice apparirà più esplicitamente madre della Famiglia Salesiana» . ITALIA* PER ANIMATORI DEI GRUPPI GIOVANILI Il corso è organizzato dal Centro Salesiano Pastorale Giovanile, e avrà luogo dal 12 al 20 luglio 1978 a Le Pianezze di Farini d'Olmo (Piacenza) . Destinatari del corso sono educatori e educatrici che si interrogano sul modo in cui reinterpretare la propria funzione nei gruppi di adolescenti e giovani . E' un corso a numero chiuso (80 posti disponibili) : informazioni presso il Centro Salesiano Pastorale Giovanile, piazza Maria Ausiliatrice, 9 - 10152 Torino ; tel . (011) 47 .22 .91 . 31 ERO DISTRUTTA, MA SEMPRE FIDUCIOSA Di tanti favori debbo ringraziare Maria Ausiliatrice, san Giovanni e san Domenico Savio, ma di uno in modo particolare voglio rendere pubblica la mia riconoscenza . In aprile 1977, allarmata da un piccolo disturbo, mi ricoverai in ospedale per analisi . Mi riscontrarono un nodo alla tiroide, e dopo una biopsia mi sottoposero a intervento chirurgico . Andò tutto bene, fui dimessa proprio il 24 maggio, e corsi subito a ringraziare Maria Ausiliatrice e i miei cari santi salesiani . Ma purtroppo non tutto era finito . Il male si rivelò più grave e pericoloso del previsto, tanto che i bravi medici decisero un secondo intervento . Mi sentivo distrutta, ma sempre fiduciosa in Maria Ausiliatrice, ricordando una «Buona Notte» di Don Bosco : «Maria Santissima in Cielo è potentissima, e qualunque grazia domandi al suo divin Figliuolo Le è subito concessa» (20 maggio 1877) . Chiesi le preghiere anche di altre persone, più degne di me di essere esaudite, aiutata anche da una carissima cognata FMA . II 20 giugno subii il secondo intervento, e tutto andò per il meglio . Con tutto il cuore ringrazio la Mamma celeste, e La prego per un'altra grazia importante . Bagnasco ( CN) Angela Valente Morra MIGLIORAI RAPIDAMENTE Dovevo sottopormi a intervento chirurgico, ma gli esami preliminari evidenziarono disturbi di fegato che potevano pregiudicare il buon esito dell'operazione . Allora mi rivolsi fiduciosa all'intercessione di Maria Ausiliatrice, di San Giovanni Bosco e del Servo di Dio Don Filippo Rinaldi, del quale ebbi una reliquia da una sua nipote, suor Maria Luisa . Migliorai rapidamente, e potei affrontare l'intervento chirurgico in buone condizioni fisiche, e con tanta serenità di spirito . Riconoscente, ringrazio la Madonna e i Santi Salesiani, e chiedo loro di continuare a proteggere me e i miei cari . Casale Monf. (AL) Alessandra Costanzo VE LO SCRIVO CON TA -, A Sono un assiduo lettore del Bollettino salesiano, e non vi nascondo che le pagine che mi colpiscono di più, oltre a quelle che parlano delle opere missionarie, sono quelle che riferiscono i favori straordinari ottenuti per intercessione dei vari Servi di Dio, Beati e Santi salesiani, e in modo particolare di Maria Ausiliatrice . Anch'io mi sono rivolto per diversi motivi alla loro intercessione, e la mia fiducia è sempre stata ben ripagata . Ve lo scrivo con tanta gioia, anche per invitare altri ad avere sempre fiducia nell'aiuto che viene di lassù . Trapani Carmelo Stagno Maria Diemoz (Chambave, Aosta) è molto riconoscente a Maria Ausiliatrice, San Giovanni Bosco e San Domenico Savio per la continua assistenza sulla cognata, sottoposta a ripetuti interventi, e sui vari nipoti . Per tutti implora ancora aiuto e protezione . 32 1 Ringraziano i nostri santi Melone Maddalena e famiglia sono riconoscenti a Maria Ausiliatrice, a san Giovanni Bosco, al beato Michele Rua e a papa Giovanni per importanti grazie ricevute . Luciana Baríoglio (Casale Monf .) ringrazia Maria Ausiliatrice per la protezione ricevuta in un momento difficile della sua vita, e affida alla sua intercessione tutti i propri cari . 'TE GIORNATE DI DOLORE A dieci anni mio figlio fu colpito da una malattia al midollo . Numerose cure risultarono inutili . Unica speranza era un'operazione di trapianto, che però veniva praticata solo in Svizzera. Lo portai a Basilea all'inizio di ottobre 1977, e vi rimase tre mesi e mezzo . Durante tutte quelle giornate di dolore e preoccupazione ho ripetuto varie novene a San Giovanni Bosco, perché intercedesse a salvezza di mio figlio . Finalmente, il 21 gennaio potei portarlo a casa, e celebrare con lui la festa di Don Bosco. Ora prosegue le cure necessarie, e sta raggiungendo la guarigione completa . Verona Silvia Benedetti LLO L'ABITINO Nell'ottobre del 1977 mi sentii molto male. Il medico curante diagnosticò «sospetta epatite virale in soggetto gravido al quinto mese», e mi consigliò analisi di laboratorio, che purtroppo avvalorarono tale diagnosi . Ero in grande trepidazione, non tanto per me, quanto per la creatura che portavo in grembo, sbocciata per intercessione della Madonna e di altri Santi a cui mi ero raccomandata . In ospedale venne a farmi visita la nostra Presidente di Azione Cattolica, e mi mise al collo l'abitino di San Domenico Savio. Da quel giorno mi sono rivolta con fiducia a Lui, pregandolo intensamente e incessantemente . Col passare dei giorni le mie condizioni migliorarono, finché venni dimessa con una diagnosi del tutto diversa da quella di entrata. Questo fu il primo momento della grazia . Il secondo fu quello della nascita della creatura, Michele Pio Domenico, accolto con tanta gioia dai genitori e dalle due sorelle già grandicelle . Ora le preghiere continuano, perché possa crescere buono come il piccolo Santo e dedicare la sua vita al servizio del Signore . Ninetta Vigilante San Severo (Foggia) UN ALTRO RAGAZZO SALVATO QUESTA VOLTA VOGLIO RINGRAZIARLO PUBBLICAMENTE Sono sempre stato protetto dal buon padre Don Bosco, ma questa volta voglio ringraziarlo pubblicamente . Nel dicembre scorso mi fu diagnosticato un epitelioma al padiglione dell'orecchio sinistro, e il radiologo non nascose il pericolo affermando : « Un incontro col Signore è sempre buono» . Praticai la terapia necessaria, mi raccomandai a san Giovanni Bosco, e per grazia di Dio sono guarito . Casal di Principe (Caserta) Sac . Emilio Ferraiuolo Mio figlio di 14 anni fu colpito da blocco al midollo spinale e conseguente stasi di globuli bianchi . Dopo 24 giorni con febbre a 40°, i dottori mi dissero che l'ultima speranza era di portarlo a una clinica specializzata di Parigi . lo avevo messo subito mio figlio nelle mani del piccolo San Domenico Savio ; gli posi l'abitino al collo e continuai a pregare . Dopo pochi giorni mio figlio tornò allo stato normale, con nostra immensa gioia, e vivissima riconoscenza al piccolo Santo . Vittorino Verra Cavour (Torino) LA QUARTA CREATURA B . L . (La Spezia) esprime la sua riconoscenza a San Giovanni Bosco per la sua protezione in due casi di estrema necessità, e chiede preghiere per altre grazie desiderate . Domenico Chiarante (Frugarolo, Alessandria) ringrazia San Giovanni Bosco per un favore ottenuto a vantaggio di sua figlia . Il salesiano Don Giovanni Grassi (Pella, Novara) è profondamente riconoscente a Maria Ausiliatrice e a San Giovanni Bosco per il felice esito di un intervento chirurgico. Mi trovavo in attesa per la quarta volta, ed ero molto preoccupata perché le precedenti maternità non erano mai state facili : ogni volta avevo dovuto subire interventi e ora poi mi impensieriva anche l'età . Invocai con tanta fede San Domenico Savio. Sono stata esaudita : è nato felicemente Loris Domenico, e ora sciolgo la mia promessa rendendo pubblica la grazia . Galzignano (Padova) Isolina Lunardi La famiglia Bordone (Chieri, Torino) ringrazia di cuore San Giovanni Bosco e il beato Don Rua per aiuti ricevuti, e continua ad invocarne la protezione . IVA TRA LE BRACCIA Era il 20 settembre 1977 ; i bimbi della Scuola Materna giocavano con tanta vivacità nel cortile dell'istituto . Il piccolo Emilio appena tre anni, insieme ad altri, si divertiva allo scivolo . Spinto da tanta gioia invece di scivolare si lanciò dalla pedana cadendo con la testa per terra, davanti agli occhi della maestra . In un primo momento non avvertì nulla, si notava solo un rilassamento . Lo portai subito al pronto soccorso, dove i dottori consigliarono il ricovero con prognosi riservata . Il piccolo mi si accasciava fra le braccia e non dava segni di vita ; mi affidai con tanta fiducia a Madre Mazzarello, chiedendo la grazia di un miglioramento e poi la guarigione . Si procedé al ricovero ; il piccolo fu sottoposto subito ai raggi . Mi furono riferiti i primi risultati : «assenza di lesioni al cervello» ; nonostante ciò il bimbo fu ricoverato . Accorse il papà, il piccolo incominciò a sorridere e riprese vita, tanto che tornò a casa nello stesso giorno . Verso sera, dopo ripetute telefonate di interessamento, mi assicurarono che, superati alcuni disturbi, il bimbo aveva cenato e giocava come se nulla fosse accaduto . La Comunità continuava a pregare e fiduciosa attendeva le 24 ore. Il giorno seguente, non credevamo ai nostri occhi : il piccolo Emilio tornò a scuola accompagnato da papà e sorellina, felice di vedere i compagni . Suor Carmen Giannini, FMA Salerno Mi RACCOMANDAI CON FEDE Da parecchio tempo avvertivo forti dolori, volevo temporeggiare il ricovero perché ho due bambini che necessitano delle cure materne . Sopraggiunse una forte crisi e venni ricoverata d'urgenza all'Ospedale San Carlo di Milano . Dopo varie visite i dottori dichiararono che si trattava di «pancreatite acuta» . Volevano sottopormi a un intervento chirurgico, ma le condizioni fisiche erano preoccupanti . I dolori aumentavano di giorno in giorno, ero pressoché sfiduciata. Mia sorella Figlia di Maria Ausiliatrice venne a visitarmi, e mi portò la reliquia di santa Maria Mazzarello . A Lei mi raccomandai con fede, le preghiere furono esaudite. Venni sottoposta a ricerche, esami, radiografie, e riscontrarono che oltre la «pancreatite» avevo dei calcoli al fegato . Sottoposta all'intervento, tutto riuscì bene con grande stupore dei medici . Ora adempio la promessa di pubblicare la grazia, e esorto a ricorrere a santa Maria Mazzarello con fiducia e con fede . Milano Munerato Liliana Francesco Cattaneo (Borgomanero, Novara) dopo un serio intervento operatorio precipitò al punto che i medici ritennero le sue condizioni disperate . Egli invocò con tanta fede l'indimenticabile figura del suo antico Maestro, Don Vincenzo Cimatti : il difficile momento venne felicemente superato, fino a tornare completamente ristabilito . Nel marzo del 1977 la nostra suor Maria Taniwaki cominciò a perdere la vista . Sottoposta a vari esami clinici, le venne riscontrato un tumore nella zona subcervicale . II 29 marzo fu sottoposta a una difficile operazione, che durò quasi sette ore, dall'Ordinario di chirurgia dell'Università di questa capitale . Intanto la nostra Comunità iniziò una novena al Servo di Dio mons. Vincenzo Cimatti, e mettemmo una sua reliquia sotto il cuscino dell'ammalata . Subito dopo l'operazione, lo stato della suora fu soddisfacente . Ma alcuni giorni dopo si sviluppò un blocco renale, con vomiti violenti, crampi diffusi per tutto il corpo, e perdita della coscienza . Vennero tentate varie cure . In tutte le Case dell'Ispettoria si elevarono fervorose preghiere al Servo di Dio per ottenere la guarigione . Sei giorni dopo l'operazione la suora, sempre in stato di coma, fu sottoposta a nuovi esami, che misero in rilievo l'insufficienza di sali . Fu curata, e passò a uno stato semicomatoso . Nei giorni successivi cominciò a dire qualche preghiera in modo meccanico, e anche a prendere qualche cibo, ma ancora lontana dal riprendere conoscenza . Noi tutte pensavamo che piuttosto che vivere in quello stato sarebbe stato meglio che il Signore l'avesse presa con Sé . Ma alcuni giorni dopo la coscienza cominciò ad avviarsi alla normalità . Tutto questo suscitò la meraviglia dei medici curanti e del personale di servizio dell'ospedale : erano tutti concordi nell'ammettere che era intervenuta una forza superiore a quelle puramente normali . Oggi la suora gode buona salute, e ha ripreso la sua vita normale . Ci sentiamo piene di riconoscenza a Dio e al suo servo fedele, il nostro mons. V . Cimatti . Suor Maria Hirate FMA Tokyo IGLIORAMENTO Sono figlia di italiani, nata e residente a Lima (Perù), e sposata a un cugino di mons . Luigi Versiglia. Mio padre era stato colto da un male incurabile : leucemia . Dopo vari tentativi fatti a Lima, i dottori consigliarono di portarlo negli Stati Uniti, dove la medicina è più progredita . Tentammo anche questo, ma purtroppo il male era ormai in fase troppo avanzata . Il poveretto deperiva ogni giorno, e supplicava che lo riportassimo a morire nella sua casa . Ma era impossibile poterlo muovere, impossibile sostenere un simile viaggio . Un giorno il dottore, dopo un'ultima visita, si avvicinò alla mamma, e prendendole le mani le disse : «Coraggio, signora» . Comprendemmo che era la fine . Un momento terribile . Ma la mamma reagì : estrasse dalla borsetta l'immagine di mons . Luigi Versiglia, e la pose sotto il guanciale dell'ammalato . Dal canto mio lo pregai tanto perché ci ottenesse almeno la grazia di un miglioramento sufficiente per poter riportare il caro babbo a Lima . Fummo esauditi : il babbo migliorò, potemmo riportarlo a casa, e rimase con noi ancora diversi mesi, circondato dall'affetto di tutti i suoi cari e dal conforto dei parenti e degli amici . Lima (Perù) Elena Giurato in Calda Olga Facente (Bellavista, Napoli) ricoverata in ospedale in condizioni preoccupanti si è raccomandata con fede all'intercessione dei martiri mons . Luigi Versiglia e Don Callisto Caravario . Essi hanno risolto tutto ridonando a lei la salute e alla sua famiglia la serenità . HANNO PURE SEGNALATO GRAZIE Aimino Alessandro - Alterino famiglia - Andrito Rosa Aprato Maria - Antonella Lidia - Anzelomo Michela Bagnasco Teresa - Bampi Giuditta - Baracco Carlo Barbieri Liliana - Basso Liliana - Bava Maria Bambina Bellone Carola- Bertolini Annamaria - Bethaz Giovanna - Biamonti Giacinta - Bianco Giulio - Bondanzo Carla Bottegai Gigetta - Bozzola Aurelia - Bragani Bellono famiglia - Brucculleri Giuseppina - Bruculleri Santina Burgay Teresa - Buscema Margherita - Callegari Rina Calliari Elena - Cammarota Alfonso - Campidelli Palmira - Caruso Giacoma - Cavagliano Domenico - Cavallini Roberta - Chierci Anna - Ciraci Pompea - Cirino Franca Cogliati Lina - Comparato Angelo - Compari Teresa Coni Amelia - Danneo Giuseppina - Dapporto Elsa Daro Carolina - Dell'Antonio Giuseppina - Del Missier Santina - Demicheli Giovanna - Di Piero Pasquale - Di Pietro Luigi - Ebarca Tersilia - Fasson Clotilde - Favre Palmira - Ferrando Lidia - Ferrante Giulio - Ferrero Enrico - Fochesato Aldo - Froio Vittorio - Gallavotti Lucia Gandolfo Maria - Garavaglia Rita - Gattoni A . - Gavanna Maria - Gazzoli Gino - Genta Mario - Gervasi Franca Giallombardo Benedetta - Giannone Salvatore - Gino Maria - Gorini Luigina - Grampa Giuseppina - Gratton Lucia- Grosso Anna- Guazzotti Lidia- Lano Giuseppina - Lanzoni Adele - Lavagno Lidia - Leonardi Ida - Leoni Antonio - Lorandini Agnese - Matti Rosa- Maltoni Dina - Manini Rita - Mantovani Maria - Mapelli Giuseppe - Marazzini Piera - Marchioro Giovanni - Marfia Maria a. Maria Grazia - Maroni G . Angela - Martini Enrico - Masucci . Antonietta - Mazzeo Concetta - Mellini Lucrezia Micheli Rosina - Miglioli Angelo - Milliery Salvina - Montante Maria - Morelli Giuseppina - Morero Ida - Munda Vincenzo - Muraca Pasqualina - Naccarato Rosa - Nevone Lisa - Navone Luisa - Niceta Paolina - Novaretti Maria - Oggero Giorgio - Palermo Rosaria - Panitteri Matilde - Parlai Giuseppe - Penna Margherita - Pession Lucia - Petrazzi Igino - Patria G. Battista - Petrucci Alberto - Picciotto Rosa - Pintus Paola - Piotti Antonietta Poli Anna - Polizzi Eugenia - Pontiggia Giacomo - Ragno Avv . Luigi - Ravagnan Cesare - Rendo Maria - Riva Arduina - Riviera Fausta - Robaldo Anna - Robaldo Modestina - Rolfo Irene - Rossi Oliva - Rossi Rosanna - Rota Cortinovis Battista - Sabini Pietro - Saglibene Orsola Sanna Filomena - Scaglione Francesca - Scarale D . Matteo - Sciacca Sr. Santina - Semino Anna - Sferrazza Rosariasorrentino Rosanna - Stafani Angelo - Tagarelli Arcangelo - Tagliaro Maria - Tamburelli Rosalia - Terranova Carmela - Trapani Maria - Traversa Felice - Trucco Maria Giuditta - Turconi Gianna - Valer Carla - Valery Anna - Valfredi Nina - Vaschetto Giuseppe - Vergani Luciana - Vergnano Maria - Zamataro Lucia - Zanotti Francesco - Zappia Elisa - Zavataro L . 33 i Preghiamo per i nostri morti SALESIANI Sac . Igino Capitanio t a San Paolo (Brasile) a 56 anni Era in viaggio verso l'Argentina, per dirigervi un corso di Formazione Permanente, ma a Sào Paulo un collasso cardiaco lo riportò improvvisamente a Dio . Rimasto orfano a 14 anni, aveva seguito la vocazione salesiana con le due sorelle, Rina e Maria, FMA. Fu docente di teologia e direttore nello studentato teologico di Messina e al Pontificio Ateneo Salesiano, finché gli fu affidato l'importante compito di dirigere i corsi di Formazione Permanente . Ricco di umanità e di spirito religioso, era amato da tutti per la sua bontà, sincerità e rettitudine . Coad . Fausto Pancolinl t a Roma a 61 anni A 20 anni partì per l'india, e fu al servizio prima di mons . Marengo e poi di mons . Baroi come incaricato della propaganda missionaria. Con stile metodico e attività instancabile, seppe creare una vasta rete di aiuti, con cui alimentò il lavoro di prima linea dei fratelli missionari . Costretto a tornare in Italia per seri disturbi cardiaci, consacrò gli ultimi anni all'ufficio corrispondenza delta Casa Generalizia, nella sofferenza nascosta e nella dedizione operosa . Sac. Cesare Monsclani Emani t a Miasino (Novara) a 87 anni Era rimasto orfano in giovanissima età, ed ebbe la fortuna di trovare una nuova famiglia tra i .figli di Maria . di Torino-Martinetto. Diventato salesiano, fu un sacerdote pio e zelante, semplice e nemico di ogni formalismo . Per più di quarant'anni si dedicò ai bambini della scuola elementare, ponendo nelle loro anime tenere le radici di una fede vissuta . Poi dedicò le sue energie all'assistenz a spirituale delle FMA e in aiuto alle parrocchie, finché la provvidenziale . Casa di riposo per il Clero ., in vicinanza della sua terra natale, lo accolse per la preparazione all'incontro con Dio . Sac. Antonio Campo t a Catania a 97 anni A 20 anni lasciò la vita operaia per quella salesiana, e fino a 70 anni lavorò tra i giovani nella scuola; poi fu cappellano tra le FMA. Portato agli studi teologici e liturgici, si servi del suo ricco patrimonio culturale e ascetico per guidare le anime dalla cattedra e dal confessionale. Una lunga vita in rettitudine, di fedeltà al magistero ecclesiale e salesiano. Sac. Giuseppe Mina t a Roma a 52 anni Svolse il suo primo apostolato nel Medio Oriente, poi a Roma nel Borgo Ragazzi Don Bosco. Ricco di cultura e di spiritualità, intelligente e duttile di fronte alla realtà, sensibile alle miserie umane, donò se stesso ai poveri e agli emarginati, che ne ricambiano la bontà e la generosità con profonda stima e vivo affetto. Sac . Giovanni Ballon t a Genova-Sampierdarena a 75 anni Lasciò lo sport del corridore ciclista e un lucroso impiego per la vita salesiana e missionaria . Per quasi trent'anni lavorò tra gli italiani emigrati e gli arabi del Medio Oriente . Poi tornò in Patria, e per vent'anni si dedicò all'attività parrocchiale, stimato e ricercato da tutti come confessore e apostolo di bene tra gli anziani e gli ammalati . Sac . Pietro Trovò t a Savonera (Torino) a 57 anni Profuse le sue spiccate doti di mente e di cuore nella scuola, finché un male incurabile lo costrinse a completa inattività . Seppe accettare il suo lungo calvario in adesione alla volontà di Dio e offrire le sofferenze per la Casa e per i giovani . COOPERATORI Mons . Francesco Drius t a Trieste a 84 anni Fu uno dei primi allievi dell'Oratorio salesiano di Trieste, e lo considerò costantemente la sua seconda famiglia . Educato alla scuola e allo spirito di Don Bosco, si dedicò con entusiasmo ai giovani, valendosi di tutti i mezzi educativi tipici del sistema salesiano : dalla filodrammatica alla banda, dalle gite alle feste campestri, per portare tutti a Cristo. Ricco di spirito sacerdotale, di vivo senso pastorale, dotato di sano ottimismo, fu pronto all'impegno apostolico fino al totale sacrificio di sé, sostenuto da una spiritualità tanto semplice quanto profonda. Mons. Luigi Salvadori t a Trieste a 82 anni La Famiglia Salesiana di Trieste lo ricorda con tanta riconoscenza, come exallievo affezionato, amico lineare e generoso . La sua parola buona e discreta non era mai convenzionale, ma carica di fiducia, di sereno ed equilibrato ottimismo . Fu un sacerdote dalla pietà autentica, di cultura e di zelo, costantemente fedele ai suoi doveri pastorali nelle molteplici e delicate responsabilità che la Chiesa tergestina per tanti anni gli affidò . zionato, coltivando riconoscente amicizia con tanti salesiani . Per oltre 40 anni fu apprezzato funzionario dell'INPS, e la sua competenza e diligenza vennero premiate con Medaglia d'oro . Fu cooperatore affezionato, e devoto a Maria Ausiliatrice e a Don Bosco, che non mancava mai di invocare ogni giorno davanti all'effige che teneva in camera . Giovanni Favini t a Varallo Pombia (Novara) Era fratello del notissimo Don Guido, tanto benemerito anche come direttore per molti anni di questo Bollettino . Anche lui exallievo dell'Oratorio di Nizza Monferrato, si era affermato nella vita per le sue capacità di lavoratore, per la fedeltà al dovere e per la generosità del cuore . Apparteneva al Centro Ispettoriale Cooperatori delle FMA di Milano via Bonvesin, ove approfondiva la sua vita cristiana e si rendeva utile in tanti servizi . Ultimamente era stato nominato Presidente dei Combattenti del Genio del 1915-1918, e decorato con Medaglia d'argento . Il Signore lo as. sociò alla sua passione chiamandolo improvvisamente nel pomeriggio del venerdì santo . Archimede Lusetti t a Genova a 71 anni Fu un uomo retto, sincero con se stesso e con il prossimo . Amò Dio e la famiglia, e generosamente disse di sì al Signore quando gli chiese la figlia Anna Maria per l'istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Pasquale Prezioso t a Roma Ebbe cariche di grande responsabilità e titoli altamente onorifici : presidente onorario del Consiglio Superiore dei LL.PP ., presidente della I Sezione dei LL .PP. e Direttore Generale dell'Edilizia e dell'Urbanistica . Meritò la Commenda di San Gregorio Magno. In molte regioni d'Italia, dalla Sicilia al Veneto, quando guerre, terremoti, alluvioni, produssero lutti e danni, intervenne con il suo lavoro di ricostruzione, fatto non solo di onestà, ma di comprensione e di amore, in nome di Dio e sull'esempio del suo grande protettore san Giovanni Bosco. Perché il titolo a cui teneva di più era questo : cooperatore salesiano. Marito, padre e nonno affettuosissimo, lascia in quanti lo conobbero l'esempio concreto del cittadino . e del .cristiano» come voleva Don Bosco . Maria Pletrantoni Felici t a Giuliano di Roma a 86 anni Donna umile e semplice, trascorse la sua vita laboriosa nella cura della famiglia, nella pratica fedele e assidua dei Sacramenti, e nell'esercizio delle opere di apostolato parrocchiale . Cooperatrice salesiana profondamente devota a Don Bosco, offrì generosamente il figlio don Sergio alla Congregazione . Federico Dei Sette t a Roma a 98 anni Da ragazzo conobbe a Torino il beato Michele Rua, e ne conservò sempre devota memoria. Fu poi allievo all'Istituto Sacro Cuore di Roma, e vi rimase sempre affe- Annina Vitti t a Settefrati (Frosinone) a 91 anni Fu una donna semplice, ma ricca di vera sapienza. Diede il meglio di sé nel lavoro quotidiano, santificato con la preghiera ininterrotta e con l'umiltà che le era abituale . Fu una cooperatrice d'eccezione, disponibile a tutti, al servizio dei fratello sacerdote e cooperatore salesiano, e sempre pronta ad accogliere in casa i salesiani e i giovani che si recavano nel soggiorno estivo di Canneto . Anche la sua era una .casa salesiana . . Annunziata Bocchi ved . Bertoni t a Pugliano (Lucca) a 69 anni Donna laboriosa ed equilibrata, seppe superare le molte e dure prove della vita con inalterabile fede in Dio, che si esprimeva nella continua preghiera, nell'Eucaristia (centro della sua giornata), e nella devozione all'Ausiliatrice e a Don Bosco, a cui donò con gioia il figlio Giovanni, sacerdote salesiano . Educò i suoi quattro figli alla bontà e all'onestà, al lavoro e alla fede, più con l'esempio che con le parole . La bontà del suo animo, la semplicità del cuore e la serena fiducia in Dio si rivelavano nel costante sorriso, nei saggi consigli e nell'assoluta assenza di qualsiasi mormorazione nei confronti del prossimo . II parroco la definì .parafulmine del paese . . Elena Padovano t a Napoli Fu una donna umile, generosa e semplice . Amica dei poveri e dei sofferenti, era sempre pronta a porgere loro una mano . Seppe amare Dio nel prossimo . Anna Vitale Galleanl t a Napoli a 62 anni Rimasta vedova a soli 32 anni, seppe affrontare con spirito cristiano sacrifici non comuni, per sostenere la famiglia e educarla ai valori della fede e dell'onestà . Cesira Campagnolo t a Orta novarese Operaia prima e poi persona di servizio, fu fedelissima al dovere finché la salute e l'età glielo permisero . Fu fervente e zelante cooperatrice a Vercelli fin dal 1957, puntuale a ogni manifestazione, e modello di spirito di pietà . Malata, si ritirò nella Casa Serena di Orta, dove aiutò le compagne più bisognose di lei, con vera edificazione delle suore . Mori serenamente, invocando la Madonna che aveva amata tanto . Angelina zibetti ved. Orsini Fu donna di grandi virtù, sempre presente in ogni necessità. Incarnò il Vangelo, come cristiana ferventissima, nel nascondimento: si può affermare che la sua sinistra non sapeva quanto facesse la destra . Questa fede profonda l'aiutò a sopportare con coraggio le non lievi sofferenze dell'ultima malattia. N40 Per quanti ci hanno chiesto informazioni, annunciamo che LA DIREZIONE GENERALE OPERE DON BOSCO con sede in ROMA, riconosciuta giuridicamente con D .P . del 2-9-1971 n . 959 e L'ISTITUTO SALESIANO PER LE MISSIONI con sede in TORINO, avente personalità giuridica per Decreto 13-1-1924 n . 22, possono legalmente ricevere Legati ed Eredità. Formule legalmente valide sono : se trattasi d'un legato : x . . .lascio alla Direzione Generale Opere Don Bosco con sede in Roma (oppure all'istituto Salesiano per le missioni don sede in Torino) a titolo di legato la somma di lire (oppure) l'immobile sito inper gli scopi perseguiti dall'Ente, e particolar- 34 mente di assistenza e beneficenza, di istruzione e educazione, di religione s . di culto e se trattasi, invece, di nominare erede di ogni sostanza l'uno o l'altro dei due Enti su indicati : « . . .annullo ogni mia precedente disposizione testamentaria . Nomino mio erede universale la Direzione Generale Opere Don Bosco con sede in Roma (oppure l'istituto Salesiano per le Missioni con sede in Torino) lasciando ad esso quanto mi appartiene a qualsiasi titolo, per gli scopi perseguiti dall'Ente, e particolarmente di assistenza e beneficenza di istruzione e educazione, di culto e di religione a . (luogo e data) (firma per disteso) Borsa : Auxilium Christianorum, ora pronobis, invocando protezione sulla famiglia, a cura di O.G ., Torino L. 1 .000 .000 Borsa : Margherita Pinessi, in suffragio e ricordo, a cura dei suoi cari Carla e Alfredo L . 600 .000 Solidarietà missionaria Borse di studio per giovani missionari salesiani pervenute alla Direzione Generale Opere Don Bosco Borsa: Maria Ausiliatrice e Don Bosco, impetrando aiuto e protezione, a cura di Lavazza Oliveri Giovanna L . 500.000 Borsa: Maria Ausiliatrice, mento per grazia ricevuta continua protezione, a cura gio, Daniela e Marco, Aosta in ringraziae implorando di Vola GiorL . 500 .000 Borsa : Mamma Maria Viganò, a cura di Don Diago Bruzzo, Poschiavo, (Svizzera) L.300.000 Borsa : Maria Ausiliatrice e Don Bosco, perché benedicano le Missioni, a cura d'una Cooperatrice di Chatillon (AO) L . 60.000 Borsa : Divina Provvidenza, a cura di Boglione Francesco Torino L . 60 .000 Attilio e Agosto Luigina, a cura del figlio Ezio Maciotta, Quittengo (VC) L. 50 .000 Borsa: Maria Ausiliatrice, a cura di Bugnone Giacinta, Rubiana (TO) L. 50 .000 Borsa: Don Bosco, in ringraziamento per grazia ricevuta e invocando protezione per la famiglia, a cura di Ottazzi Maria, Torino L. 50.000 Borsa : Maria Ausiliatrice e Don Bosco, per particolare protezione, a cura del Sac . Prof. Alberto Menare, Domodossola (NO) L.150 .000 Borsa : Maria Ausiliatrice, implorandone protezione, a cura di Marcosanti Adriana, Bologna L . 50 .000 Borsa: Maria Ausiliatrice, S . Giovanni Bosco e S. Domenico Savio, invocando protezione per mio nipote, a cura di N .N . L .100 .000 Borsa : S . Domenico Savio, in suffragio dei miei defunti e invocando protezione, a cura di Cosentino Santa, Riposto (CT) L . 50.000 Borsa: Maria Ausiliatrice, in memoria di Don P. Ricaldone e in ringraziamento e invocando protezione per la famiglia, a cura della Famiglia Croce Rosa, Rivalta (TO) L . 50 .000 Borsa : Maria Ausiliatrice e Santi Salesiani, in suffragio dei nostri morti e invocando protezione, a cura delle sorelle Benni, Pellegrino Parmense L . 50 .000 Borsa : Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, in suffragio di Ferruccio Cav. Lantieri e Cesare Marconcini, a cura del nipote Dott . Marco, Torino L . 50 .000 Borsa: Alla memoria di Carlo e Adele e per il loro eterno riposo, a cura di N .N . L. 50 .000 Borsa Maria Ausiliatrice, invocando protezione per la salute della amata figlia Cristina, a cura di Palummo Gianni, Milano L. 50.000 Borsa: Maria Ausiliatrice e Don Bosco, per un missionario, a cura di Viola Giovanna, Salerno L . 50 .000 Borsa : Maria Ausiliatrice e Don Bosco, in memoria della mamma Avataneo Ansaldi Lucia, a cura della figlia Ins . Anna, Poirino (TO) L . 50 .000 Borsa : In memoria e suffragio dei genitori e del fratello, a cura di M.G ., Vigone (TO) L .100 .000 Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, in suffragio della mamma, a cura dei Fratelli Meroni, Como L. 100 .000 Borsa : Maria Ausiliatrice, Don Bosco e Santi Salesiani, a cura di M .R ., Rivoli (TO) L .100 .000 Borsa : Maria Ausiliatrice, Don Bosco e S. Domenico Savio, impetrando una grazia tanto desiderata, a cura di Modini Piergiorgio, ex allievo di Vercelli L . 100 .000 Borsa : Beato Don Rua e Don Filippo RF nidi, per grazia ricevuta, a cura di Bianchi Lina L. 100.000 Borsa : S. Giovanni Bosco, in ringraziamento per la protezione sulla nostra famiglia, a cura di Gallo Francesca e Maddalena, Moncalvo (AT) L . 50 .000 Borsa : Maria Ausiliatrice, S. Giovanni Bosco e Santi Salesiani, in memoria dei miei genitori e invocando protezione per la mia salute, a cura di Ternavasio Clara, Bra (CN) L . 50 .000 Borsa : Maria Ausiliatrice, Don Bosco e Santi Salesiani, invocando grazie, a cura di Poli Licia, Torino L . 50 .000 Borsa : In memoria del defunto Romeo Oreste, a cura dei parenti Bra (CN) L . 50.000 Borsa: Maria Ausiliatrice e Don Bosco, a cura di N .N ., Roccavignale (SV) L. 50.000 Borsa : In memoria e suffragio del M°G . Pastore e per implorare dalla Madonna la salvezza dei miei figli, a cura della nipote Clotilde L. 100 .000 Borsa: S. Giovanni Bosco, in memoria e suffragio dei nonni Rolandin Maciotta Pietro e Magnani Ghisò Irene, a cura di Maciotta Ezio, Quittengo (VC) L . 50.000 Borsa : Maria Ausiliatrice, San G. Bosco e Santi Salesiani, per grazia ricevuta, a cura di A .M .P. L . 100.000 Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, a cura della Famiglia Giudice, S . Cristina di B . (NO) L. 50.000 Borsa : Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, in suffragio dei nostri morti e per implorare protezione in vita e in morte, a cura di Berrino Clara e Giuseppe, Bra (CN) L. 60.000 Borsa : Oggero Eandi, in memoria e suffragio, a cura di E.E . L . 50 .000 Borsa : Maria Ausiliatrice, Don Bosco, S . Filippo Neri, per impetrare grazie, a cura di Roffinella Luigi e Dina, Torino L . 50 .000 Borsa : Simone Srugi, ringraziando per intercessione avuta e implorando ancora protezione, a cura di Radice Amelina L . 50.000 Borsa : Maria Ausiliatrice, in memoria e suffragio dei genitori Maciotta Rolandin Borsa: Maria Ausiliatrice, S . Giovanni Bosco e S. Domenico Savio, invocando protezione spirituale per me e per i miei car ., a cura di Grosso Giuseppina . Bologna L. 50.000 Borsa: Don Filippo Rinaldi, in memoria e suffragio di Rinaldi Guglielmo, a cura di Bertoglio Renata e Carlo, Biella (VC) L . 50 .000 Borsa : Maria Ausiliatrice, aiutaci in vita e in morte, a cura di Bertoglio Renata e Carlo, Biella (VC) L . 50 .000 Borsa : Maria Ausiliatrice, S . Giovanni Bosco e Santi Salesiani, chiedendo protezione per me e familiari, specialmente per il figlio sacerdote, a cura di Raineri Orsolina, Palazzolo S/O (BS) L. 50.000 Borsa : Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, per grazia ricevuta, a cura di N .N ., Genova L. 50 .000 Borsa: Maria Ausiliatrice, in ringraziamento e chiedendo protezione, a cura di Golosio Giovanna, Senorbi (CA) L . 50 .000 Borsa : S . Giovanni Bosco, in ringraziamento, a cura dei Coniugi Fiorio, Torino L . 50 .000 Borsa : Maria Ausiliatrice, a suffragio dei genitori e fratello defunti, a cura della figlia e sorella Angela, Torino L . 50 .000 Borsa: S . Domenico Savio, in ringraziamento per la felice nascita della nipotina Paolina, a cura dei nonni Margherita e Gino Callici L . 50 .000 Borsa: S . Domenico Savio, in ringraziamento per grazia ricevuta, a cura di Orasa Lucia e Magnino Caterina, Venasca (CN) L.50.000 Borsa : In memoria e suffragio del caro papà Repossi Antonio, che è sempre nel nostro cuore, a cura di R .R ., Abbiategrasso (MI) L. 60.000 Borsa : S. Domenico Savio, invocando protezione per la figlia Cristina, a cura di Palummo Gianni, Milano L . 50 .000 Borsa : S. Giovanni Bosco, invocando sempre protezione, a cura di N.N. L . 50 .000 Borsa : In suffragio di Ronconi Francesco, a cura di N .N . Genova L . 100.000 Borsa : S. Giovanni Bosco, in memoria di Avanzini Luigia e Attilio, a cura della Famiglia Primo, Milano L. 100 .000 Borsa : S . Giovanni Bosco, invocando protezione per la figlia Cristina, a cura di Palummo Gianni, Milano L . 50 .000 Borsa : S. Giovanni Bosco, in occasione del mio 90° compleanno: 31.1 .1978, a cura di Regano Prof . Antonio, Andria (BA) L . 50.000 Borsa : Carolina e Giovanni Miceli, in ricordo e suffragio, a cura del figlio Salvatore e della nuora Rosina, Roma L . 50.000 Borsa : Veneranda e Giuseppe Ciccotti, in ricordo e suffragio, a cura della figlia Rosa e del genero Salvatore, Roma L . 50.000 Borsa: Maria Ausiliatrice e Don Bosco, in suffragio dei nostri cari defunti, a cura di N.N . L . 50 .000 Borsa: S. Domenico Savio, a suffragio del figlio Enrichetto, a cura di Buscaglia Inglese Elena, Butera (CL) L . 50.000 Borsa : S. Giovanni Bosco e S. Domenico Savio, a cura di Voarino Maria, Torino L . 50.000 Borsa : Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, a cura di G .M. L. 50.000 Borsa : Maria Ausiliatrice e S . Giovanni Bosco, a cura di G .M. L. 50.000 Borsa : Maria Ausiliatrice e Santi Salesiani, in ringraziamento per il mio 80° compleanno e invocando protezione sulla famiglia, a cura di Baggio Scalina Bianca, Cittadella (PD) L . 50 .000 Borsa: Don Bosco, pro missioni, a cura di Bobba Girino Rosa, Frassineto Po (AI) L . 50 .000 Borsa : Maria Ausiliatrice e Don Bosco, in memoria di Pietro Liori, a cura della Famiglia Liori, Cagliari L . 50.000 Borsa : Maria Ausiliatrice e S . Giovanni Bosco, invocando completa guarigione, a cura di Melchioni Piero, Novara L . 50 .000 Borsa : Maria Ausiliatrice, chiedendo la guarigione dalle mie due figliuole, a cura di Alessio Marta, Perosa Argentina (TO) L . 50 .000 35 AWISO PER IL PORTALETTERE In caso di MANCATO RECAPITO inviare a TORINO CENTRO CORRISPONDENZA per la restituzione al mittente Spediz . in abbon . postale - Gruppo 2° (70) - la quindicina Cosa significa l'essere cristiani,, oggi ? Il Concilio Vaticano Il presentato in una traduzione nuova, fedele e modernissima, liberato dal linguaggio specialistico • dalle formule tecniche . Un'opera che delinea il "progetto di vita — che i Cristiani propongono agli uomini del nostro tempo . Un libro per credenti • non-credenti, per tutti coloro che vogliono "farsi una mentalità cristiana — • "capire il Cristianesimo" . L . 5 .500 SOCIETA EDITRICE INTERNAZIONALE TORINO