sales A
Bollettíno
RIVISTA DELLA FAMIGLIA SALESIANA FONDATA DA DON BOSCO NEL 1877
ANNO 102 N . 13-150
S PEDIZ . I N ABBONAMENTO POSTALE GRUPPO 2° (70) - 1a QUINDICINA
• LUGLIO-AGOSTO 1978
Sommario
«Caro
BS . . .»
Salesiano
RIVISTA DELLA FAMIGLIA SALESIANA
fondata da san Giovanni Bosco nel 1877
Quindicinale d'informazione e cultura religiosa
ECCO PERCHE' CI ERAVAMO CAPITI
hServizio di copertina, pag . 18
Foto: José Luis Mena
Giovani . Dalla loro crisi tre domande per
gli adulti, 3-5
Maturateli alla vera amicizia, 18-19
Concilio . Il progetto cristiano (libro), 23
Don Viganò . Maria madre della Famiglia
Salesiana, 31
I UOMINI
Exallievi. Studiato a Pompei il ruolo degli exallievi, 6
Giovani Cooperatori . Poi l'impegno diventa più profondo, 31
Convegno sulla vita interiore, 30
Salesiani. Corso per animatori, 31
L'AZIONE
Austria. Ditelo con le mani, 31
Francia . Quando il collegio diventa villaggio, 20
Italia . Più futuro che passato per Selargius, 7-12
Sardegna : un'isola con Don Bosco, 8-9
Un amico : mons. Angrisani, 29
Don Ponzetto pugile, 29
Caro BS, ma guarda chi ti trovo sugli
ultimi tuoi numeri : Teresa Francioso di
Bari e poi Domenico Volpi di Roma, entrambi miei carissimi amici da molto tempo . Ecco perché ci eravamo subito capiti :
appartenevamo alla stessa «famiglia»,
quella di Don Bosco, e non lo sapevamo!
Come sarebbe bello ritrovarci tutti
elencati da qualche parte, poche righe
ciascuno : nome, cognome e indirizzo,
nonché il « luogo salesiano» di origine . Lo
so che ci sono i raduni degli exallievi, ma
molti di noi hanno tre volte venti anni o giù
di lì, poca salute, o impegni gravi di famiglia e di lavoro .
Intanto permettimi di applaudire ai tuoi
spassosissimi articoli su quel delizioso
briccone di don Ponzetto : questi santi sono proprio tutti un po' matti . Però ricordo
che, dopo un ritiro nel collegio di Via Gagliaudo (Alessandria), scrissi davvero nel
mio diario : « Vorrei che il Signore mi desse
la pazzia dei santi» . Invece mi ha solo un
po' rincitrullita .
Ricordo anche la mia prima festa di
Maria Ausiliatrice, a Torino . Ci venni col
collegio . Cantavamo «Don Bosco ritorna . . . », un'allegria scatenata . Portavo con
me, per la solennità della cerimonia, un
vestito da «zingara» : dovevo recitare un
monologo vestita così . Purtroppo non ce
ne fu il tempo e riportai il fagottello, molto
mortificata, ad Alessandria .
Ho dimenticato anche il testo, ma per
molti anni quando gli amici dell'Università
dichiaravano che ero un accidente di vagabondaccia (infatti vivevo sola, senza
famiglia, e quindi senza orari e una vera
casa) mi difendevo così : « E' colpa delle
mie suore, mi hanno fatta venire a Torino
con sotto il braccio un vestito da zingara» .
La Stradellina di via Gagliaudo
La «Stradellina », cioè l'exallieva Angioia Broccati Stradella, scrittrice e nonna, manda ogni tanto al Bollettino saporose osservazioni e ricordi (vedere BS di
gennaio 1978, pag . 17) . Grazie.
PUBBLICATE QUESTA
Moro si trovava bene con i ragazzi, 29
Korea . «Come un albero in fiore» 21-23
Macau . Don Tiberi non ha tempo di andare in pensione, 15-17
Messico . Assassinato : difendeva i poveri, 31
Vietnam . Notizie sempre più tristi, 30
30 .
2
IL BS NEL MONDO
Il BS esce nel mondo in 37 edizioni nazionali e
20 lingue diverse (tiratura annua oltre 10 milioni
di copie) in :
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i
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IL PASSATO
Caro BS, 2
Libreria, 12 e 23
Educhiamo come Don Bosco, 18
Brevi da tutto il mondo, 29
Ringraziano i nostri santi, 32
Preghiamo per i nostri morti, 34
Solidarietà missionaria, 35
Direttore responsabile don ENZO BIANCO
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Fotografia Antonio Gottardt
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Cambio di indirizzo . Comunicare l'indirizzo
vecchio insieme col nuovo .
Don Cesare Albisetti . Di professione
Bororo, 24-28
Uruguay . Dal cortiletto salesiano alla
Coppa del mondo, 13-14
Italia . Quel soldatino cugino del Papa,
RUBRICHE
I
- Senti quante sciocchezze scrivevo nel mio diario quando ero giovane!
E' vero : i bambini vogliono talmente diventare adulti che guardano quasi con
disprezzo - certo con ironia - all'età
che hanno appena lasciato (L. S. -Bari) .
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fraterna (pag . 35) o altre forme .
GIOVANI
Dalla crisi dei giovani
tre domande per gli adulti
L'attuale crisi giovanile in Italia contiene un messaggio implicito, che
i giovani rivolgono in forma spesso drammatica agli adulti . Essi - ha
scritto di recente padre Sorge - chiedono oggi alla società civile e
alla Chiesa : 1 . un senso per la vita, 2 . una comunicazione interpersonale più vera, 3 . un modo più autentico di vivere la fede .
n uno studio dal titolo «La questio-
ne giovanile oggi in Italia», apparso
I
su «la Civiltà Cattolica» del 6 .5.1978,
padre Bartolomeo Sorge ha tracciato
una lucida panoramica dei problemi
sollevati dalle nuove generazioni in
Italia .
Data l'importanza per la Famiglia
Salesiana del tema trattato, BS riprende da « Civiltà Cattolica » l'apertura e la
parte finale dello studio (i sottotitoli
sono della nostra redazione), rinviando alla nota rivista per una lettura
completa del testo .
Sono diversi . I giovani hanno sempre fatto problema . Per un verso o per
l'altro, essi sono stati sempre un
mondo a sé . Ma, nonostante le differenze di mentalità e di comportamento, fino a non molti anni fa i giovani vivevano più a contatto con gli
adulti, dei quali condividevano sostanzialmente i valori, il linguaggio,
l'educazione e i modelli socio-culturali. Era normale che i giovani aspirassero a entrare nel mondo degli
adulti, per occuparvi gli spazi via via
liberi, disposti a seguirne gli esempi, a
continuarne e a svilupparne le imprese . Ancora nel 1957, alla domanda :
« Ritenete voi che la vostra generazione sarà diversa da quella dei vostri
genitori?», il 76% dei giovani rispondeva : «No, la nostra condizione non
sarà molto diversa dalla loro» ; solo il
16% prevedeva la possibilità d'un
cambiamento profondo .
Oggi le cose non stanno proprio
così . Nel giro di pochi anni, quello che
per tante generazioni era stato soltanto un «problema» si è trasformato
in una vera e propria «questione sociale» : la questione giovanile . La medesima domanda del 1957, riproposta
ai giovani dodici anni più tardi, ha
ottenuto una risposta completamente
capovolta : nel 1969, il 92% dei giovani
intervistati ritiene che la loro generazione sarà radicalmente diversa da
quella dei genitori .
Infatti, oggi i giovani non vivono
più dispersi tra gli adulti . Per una serie complessa di cause, essi hanno finito col costituire un gruppo sociale
omogeneo e separato, quasi una nuova classe all'interno della società . Si
organizzano tra loro in modo autono-
mo, in movimenti spontanei e informali di ogni tipo ; elaborano un linguaggio e una mentalità che sono del
tutto estranei al linguaggio e alla
mentalità degli adulti ; adottano mode
originali ed esclusive nell'abbigliamento e nella capigliatura ; hanno gusti artistici, musicali e culturali che
risultano incomprensibili perfino ai
genitori con cui vivono in casa ( . . .) .
La crisi religiosa. Nell'ultimo decennio, si è aggravata la crisi religiosa dei
giovani . Certo, la contestazione ecclesiale oggi non presenta più le forme
mentato del 5,7% .
Un particolare, meritevole di attenzione : forse per la prima volta in Italia, queste tendenze si riscontrano in
modo spiccato anche tra le giovani,
cioè in una categoria di credenti che
tradizionalmente era ritenuta meno
soggetta alla crisi religiosa ( . . .) .
Motivi di speranza . Ma sarebbe
falsare la realtà non sottolineare il
fatto che, in mezzo a frustrazioni e
alle contraddizioni dolorose e drammatiche, stanno emergendo valori ed
energie nuove che aprono il cuore a
grande speranza .
Giustamente si rileva che i giovani
violenti sono, anche numericamente,
una minoranza ristretta . Secondo
calcoli attendibili, le frange estremiste «alla macchia» si aggirerebbero
intorno agli 800 giovani, i quali potrebbero contare sulla complicità di
circa 10 .000 fiancheggiatori e simpatizzanti . Certo non sono pochi, sapendo che sono armati e disposti a
tutto ; ma non rappresentano davvero
la gioventù italiana nel suo insieme, se
al l ° gennaio 1977 i soggetti compresi
tra i 15 e i 24 anni erano nel Paese
«Una gioventù atea e religiosa, dissolutrice e edificante, spregiudicata e saggia, violenta e desiderosa di pace . : ecco una realtà paradossale e contraddittoria . .
clamorose che essa ebbe nel '68 ; parimente ci sono oggi segni consolanti
e assai significativi di ripresa, confermati dai sondaggi più recenti, i quali
concordano nel rilevare l'alta percentuale di giovani (in taluni casi addirittura il 72%) che affermano di avere
una fede religiosa . Ma le medesime
indagini ribadiscono paradossalmente l'accentuarsi di alcune tendenze
della crisi negli anni '70 .
Confrontando i dati del 1966 con
quelli del 1974, si nota tra i giovani un
aumento dell'indifferenza religiosa di
oltre 1'll% ; una perdita di fiducia nel
«modello ufficiale di cattolicesimo»
cresciuta nella misura del 17,5% ;
mentre il dissenso ecclesiale è au-
8 .022 .128.
Sarebbe, quindi, un gravissimo errore confondere la «questione giovanile» con il problema del terrorismo,
della violenza e dell'ordine pubblico .
Ben altre sono le richieste di lealtà, di
ricerca dell'unità, di coerenza, che
provengono dalla maggioranza dei
giovani d'oggi (. . .) .
Le tre domande. La «questione
giovanile» affonda le radici nella crisi
più generale della società del nostro
tempo : cioè, in un trapasso culturale,
che sta mettendo in questione gli
stessi valori morali portati avanti dalla convivenza . Ecco perché, per risolvere la crisi dei giovani, non bastano
le misure d'ordine politico ed econo3
míco . Queste sono necessarie e urgenti, ma vanno prese nel contesto
più ampio di un'opera indispensabile
di ricomposizione morale e culturale
del Paese .
A questa conclusione essenziale
conducono le tre domande di fondo,
in cui si può riassumere il vero messaggio della crisi presente dei giovani
alla società e alla Chiesa italiana. Infatti i giovani oggi chiedono soprattutto un senso per la vita ; una comunicazione interpersonale più vera ; un
modo nuovo, più autentico, di vivere
la fede.
1 . Chiedono un senso per la vita
Va sottolineato con insistenza che
la caratteristica principale della condizione giovanile, confermata dalle
sue deviazioni più recenti, sta nella
caduta di carica ideale . Nel 1968 la
contestazione studentesca avanzava
una proposta culturale (sebbene errata) come alternativa al «sistema» ;
oggi i giovani si ritrovano scettici verso ogni ideologia, privi d'ogni progetto positivo, in balìa d'un processo di
disgregazione culturale che toglie
ogni senso alla vita . Così, la condizione giovanile oggi si risolve in una
drammatica domanda sul significato
della vita . Senza una risposta convincente a questo interrogativo, sarà impossibile non solo frenare la fuga dei
giovani nel sesso, nella droga, nella
violenza e in altre forme di autodistruzione ; ma soprattutto sarà impossibile ricuperare le loro energie
creatrici e generose allo sforzo comune, che oggi tutti ci impegna, di costruire un mondo nuovo .
Da un lato, i giovani sono delusi,
perché sono crollati i miti in cui avevano riposto la loro speranza per un
futuro migliore . La crisi economica,
con il suo doloroso corteo di frustrazioni, di esclusioni, di disoccupazione,
ha fatto toccare con mano che il progresso indefinito non esiste ; che lo
sviluppo non solo ha limiti intrinseci,
ma che ci sono equilibri in natura che
l'uomo non può alterare senza scatenare processi incontrollabili, mortali .
D'altro lato, la cultura e i valori
della società industriale si sono rivelati autodisgreganti . L'individualismo
e la ricerca del massimo profitto, dopo aver consentito passi notevoli verso il benessere e il consumo di massa,
hanno finito col lacerare la coscienza
morale del Paese, alimentando egoismi corporativi, inducendo mentalità
e costumi materialistici, umiliando
l'uomo che oggi si ritrova non padrone, ma schiavo degli stessi processi da
lui avviati .
Come se ciò non bastasse, le principali correnti del pensiero contemporaneo hanno contribuito a oscurare
ulteriormente nei giovani il vero significato della vita . Infatti che senso
ha l'esistenza se la vita - come vuole
4
l'esistenzialismo - non ha un'essenza
propria, una giustificazione trascendente? Perché sforzarsi di vincere le
difficoltà, perché impegnarsi a costruire la propria vita se - come
vuole una facile interpretazione della
psicanalisi - l'uomo in realtà non è
libero, ma è schiavo del subconscio
individuale e dell'inconscio collettivo? Se l'uomo è privo di una sua
identità spirituale, e è solo - come
vorrebbe lo strutturalismo - un
semplice « supporto » e una risultante
delle componenti antropologiche e
culturali?
In principio era il corpo. Dovrebbe
farci riflettere seriamente il fatto della
rivalutazione di Nietzsche e del nichilismo, quale si sta verificando ai giorni nostri. E' il tentativo assurdo di
«razionalizzare» la disperazione . In
giovani restano gli slogan del '77,
scritti sui muri dell'ateneo romano :
« Meglio una fine spaventosa che uno
spavento senza fine», o a Bologna :
« Perché la morte ci trovi vivi e la vita
non ci trovi morti» .
Che fare? Attraverso quali vie rispondere a questa domanda drammatica dei giovani, in cerca di un
senso vero per la loro esistenza? Nessuno nega - ripetiamo - la necessità
di iniziative coraggiose e urgenti a livello politico ed economico. Ma esse
saranno risolutive soltanto se saranno
prese all'interno d'un processo di ricomposizione morale e culturale .
L'interrogativo sul senso della vita,
infatti, si colloca su un piano che è
pre-politico, che trascende e anticipa
le scelte operative . Di qui l'importanza determinante d'un dialogo che illumini le coscienze, d'un confronto
leale tra tutte le componenti culturali
del Paese, chiamate oggi a misurarsi
sull'uomo, sulla sua realtà trascendente, sui suoi valori fondamentali .
2 . Chiedono una comunicazione interpersonale più vera
Rifiuto della società adulta, che i giovani tanto
spesso bollano Indiscriminatamente come
ipocrita, formalista, egoista, senza ideali» .
realtà per l'uomo annientato, negato
nella sua essenza spirituale, nella sua
libertà e nella sua personalità non resta che una sola alternativa : cercare,
giorno dopo giorno, il proprio appagamento individuale, senza preoccuparsi degli altri. Si cade in un individualismo ancora più esasperato . Si
giunge a teorizzare il Piacere come
scopo unico dell'esistenza. E poiché
l'unica realtà certa di cui uno dispone
è il proprio corpo, la felicità suprema
starà nella «riappropriazione» del
proprio corpo, nella soddisfazione dei
sensi : In principio era il corpo (è questo il titolo di un libro di S .S . Acquaviva, -Boria 1977) ; allora divengono
«diritti civili» la omosessualità e l'aborto, l'erotismo e la netta separazione tra sessualità e trasmissione della
vita, l'uso della droga e la pornografia, l'egoismo e l'individualismo più
squallidi . Ma, a questo punto, la vita
umana non ha più senso! E a testimoniarne la perdita paurosa presso i
La frattura tra mondo dei giovani e
società adulta - dunque - è soprattutto un fenomeno di natura culturale
e spirituale . Ora, a ben guardare, che
altro è tutta la cosiddetta « questione
giovanile» se non una richiesta pressante ed esigente di comunicazione,
di comunione? Come non cogliere
nell'ìronia dissacrante e scervellata
degli «indiani metropolitani» o nel
comportamento irrazionale e violento
degli «autonomi» la denuncia dell'isolamento e dell'incomunicabilità?
Ma la reazione dei giovani all'incomunicabilità non assume forme solo
negative o violente . Essa si presenta
anche in forma positiva e costruttiva .
Oggi i giovani non solo chiedono una
maggiore comunicazione interpersonale e tra i gruppi, ma prendono l'iniziativa di realizzarla praticamente là
dove sono presenti : nel mondo del lavoro, nella scuola, nelle diverse realtà
della vita associata .
E' già in corso in Italia un movimento nuovo - sebbene ancora incipiente - di ricomposizione morale e
sociale, intorno a valori fondamentali
largamente condivisi dalla coscienza
comune . Si tratta di un lento e faticoso processo di riaggregazione del tessuto sociale lacerato, a livello pre-politico, che superando in radice le contrapposizioni ideologiche e la polarizzazione dei blocchi, consente forme
nuove di comunicazione culturale tra
mondo giovanile e società adulta, esigendo la partecipazione di tutti nel
lavoro di costruzione di una casa comune, in cui ogni cittadino si trovi a
suo agio, senza discriminazioni ideologiche, confessionali o d'altra natura . Si pensi -tanto per fare qualche
esempio - quanto oggi i giovani si
trovino uniti (al di là e prima d'ogni
divisione politica) sul valore della
persona umana, della sua dignità e
libertà . Ciò li porta a valutare l'uomo
per quello che è, non per quello che
ha ; al rifiuto, perciò, di identificare la
promozione integrale dell'uomo col
mero possesso dei beni materiali o del
danaro . Parimente, i giovani oggi
sentono in modo profondo la uguaglianza tra gli uomini e lo spirito di
solidarietà : valori che essi traducono
in altruismo, in ricerca di rapporti interpersonali, specialmente preferendo i poveri, gli ultimi, gli emarginati,
coloro che soffrono, ribellandosi
istintivamente contro ogni forma di
sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
Ancora, i giovani oggi non riescono
più ad accettare il potere, se non come
servizio per l'edificazione della comunità ; ciò spiega le critiche, spesso
intemperanti, contro ogni forma di
potere fine a se stesso ; spiega la loro
disponibilità alle forme più impegnative e generose di volontariato, di servizio civile, di partecipazione .
Il cammino vincente. Che questi
valori siano ormai patrimonio comune di gran parte delle nuove generazioni, l'abbiamo visto in occasione
delle dolorose calamità che hanno afflitto il nostro Paese, fino al dramma
recente dell'on. Moro . Il Paese intero
ha ritrovato la sua unità morale intorno ai valori portanti della democrazia e della coscienza civile. E' questo il cammino vincente . Oggi sappiamo che la riunificazione spirituale
degli italiani non solo è necessaria,
ma è anche possibile ; non comporta
l'appiattimento delle culture, né conduce alla fine del pluralismo ideologico . Anzi, la ricomposizione morale
del Paese come risposta al bisogno
impellente di comunione ha un senso,
proprio se nasce da una realtà pluralistica e articolata, in cui gli elementi
comuni e unificanti emergono dal
dialogo e dal confronto, dall'impegno
leale di tutti di fronte a problemi che
sono comuni ed esigono, perciò, una
risposta comune .
3 . Chiedono una più autentica
vita di fede
La crescente domanda religiosa dei
giovani è un fatto così evidente, ai
nostri giorni, che non ha bisogno di
essere dimostrata. Essa, del resto, è lo
sbocco logico a cui portano le istanze
fondamentali della «questione giovanile», che abbiamo or ora richiamate :
il bisogno di un senso vero per la vita,
e la necessità d'una comunione profonda . Ma, proprio perché la nuova
domanda religiosa in tanti giovani
nasce da una crisi di fiducia e di speranza, essa si presenta particolarmente esigente e critica nei confronti
della Chiesa, e si traduce in un richiamo energico alla coerenza e all'autenticità della testimonianza dei cri-
stiani .
Alla Chiesa e ai cristiani i giovani
chiedono, in primo luogo, di essere
aiutati a trovare la loro identità più
profonda, di cui intuiscono la dimensione trascendente, dopo il crollo di
tanti miti, dopo il fallimento delle false speranze . Chiedono perciò di poter
fare - nella comunità cristiana soprattutto un'autentica esperienza
religiosa. E' questa la prima grave responsabilità della Chiesa italiana : fare in modo che l'interrogativo religioso, originato in molti giovani dalla
delusione, diventi ora ragione positiva di vita, in seguito a una profonda
esperienza di fede . Ma per questo,
occorre che la Chiesa sia sempre più
libera da ogni vincolo o compromesso, specialmente di natura politica ed
economica, e ponga la sua fiducia
«Una gioventù combattuta tra la tentazione di
evadere nella droga e nel sesso, e la brama di
spendersi per i poveri e gli oppressi . .
soltanto in Cristo e nella Parola di Dio,
non nei mezzi umani . Libera e povera,
la Chiesa sarà credibile quando annuncia il messaggio religioso della
salvezza.
Chiesa, luogo di crescita . Ma i giovani oggi non chiedono alla Chiesa
soltanto l'offerta .di servizi religiosi .
La crescita nella fede è, nello stesso
tempo, crescita umana, di comunione
fraterna e di unità . Perciò la Chiesa,
mentre offre il proprio servizio spirituale, deve offrire se stessa anche come luogo di crescita umana affinché
divenga segno intelligibile ed efficace
di quell'unità e di quella comunione
degli uomini tra loro e con Dio, che i
cristiani sono chiamati a far passare
nella vita dell'umanità intera . In questa linea è urgente che la comunità
cristiana italiana ricomponga le divisioni interne che ancora l'affliggono .
E crei coraggiosamente opportune
strutture di partecipazione - già auspicate dal Concilio - che consenta-
no ai laici e ai giovani di essere protagonisti (in comunione con i vescovi e
con tutte le componenti del Popolo di
Dio) dell'unica missione di evangelizzazione . Di fronte alla spinta crescente dell'impegno religioso dei giovani,
esiste il pericolo in Italia che - in
assenza d'una iniziativa di coordinamento a livello locale e nazionale, vivamente auspicata dal Convegno su
Evangelizzazione e Promozione Umana - molte energie si disperdano o si
organizzino al di fuori del comune
cammino ecclesiale .
Infine, i giovani chiedono alla comunità cristiana che si ponga tutta al
servizio della edificazione di un mondo nuovo e delle attese degli uomini,
sollecita della giustizia e della pace,
luogo di confronto con le culture e
con le ideologie del tempo . Ciò significa che la Chiesa italiana oggi è chiamata a vivere e ad assumere dall'interno la grave crisi del Paese ; a essere
germe di quella ricomposizione morale di cui l'Italia ha assoluto bisogno :
sia formando le coscienze, sia contribuendo con la luce del Vangelo a illuminare il cammino e le scelte che il
Paese dovrà compiere .
Siano protagonisti. Non è, dunque,
poco quanto la « questione giovanile »
oggi esige dalla società civile e dalla
Chiesa italiana . L'indicazione delle
scelte da fare e del cammino da seguire è sufficientemente chiara . Non
resta che muoversi con decisione e
con coraggio.
Ma, alla fine, la parola torna e rimane ai giovani, che sono e restano i
veri protagonisti della loro crescita
umana e spirituale . Ad essi tocca una
funzione insostituibile nel costruire la
società e la comunità cristiana di domani . Di qui l'invito pressante contenuto nel messaggio finale del
Concilio -, che calza bene a conclusione di tutto il nostro discorso .
Giovani, «non cedete alla seduzione delle filosofie dell'egoismo e del
piacere o a quelle della disperazione e
del nulla ; di fronte all'ateismo, fenomeno di rilassatezza e di vecchiaia,
sappiate affermare la vostra fede nella vita e in ciò che dà significato alla
vita : la certezza dell'esistenza di un
Dio giusto e buono . Ed è in nome di
Dio e di suo Figlio Gesù che vi esortiamo ad allargare i vostri cuori alle
dimensioni del mondo, ad ascoltare
l'appello dei vostri fratelli e a mettere
coraggiosamente al loro servizio le
vostre giovani energie . Lottate contro
ogni egoismo ; rifiutate di dar libero
corso agli istinti di violenza e di odio
che provocano le guerre e i cortei di
miseria ( . . .) . Costruite, nell'entusiasmo, un mondo migliore di quello dei
vostri maggiori» .
(Riduzione da "La questione
giovanile oggi in Italia", di padre Bartolomeo Sorge, in "La
Civiltà Cattolica" del 6 .5 .1978) .
5
ITALIA
Studiato a Pompei
il ruolo degli Exallievi
L'impegno degli Exallievi nell'evangelizzazione e promozione umana» è il tema che gli Exallievi hanno dibattutto nel loro 7° Congresso
Nazionale: in una cornice di serenità salesiana, ma col realismo
suggerito dal momento storico, e allo scopo di maturare una presenza più efficace nella società .
di questo
‹Congresso
Congresso - aveva precisato
alla vigilia il Presidente nazionale degli exallievi Nicola Ciancio - saranno
la preghiera comunitaria, l'attento
studio delle cose che ci stanno a cuore, e tanta gioiosa fraternità» . Ora che
il Congresso è già storia, si può dire
che gli obiettivi sono stati raggiunti . I
1025 partecipanti, riunitisi a Pompei
dal 22 al 25 aprile scorso, hanno davvero dato vita a un incontro di programmazione e di amicizia fraterna,
lasciando trasparire un amore a Don
Bosco che si trasformerà concretamente in azione .
Una buona metà dei partecipanti
erano familiari - mogli, bambini arrivati quasi per fare da cornice, per
associarsi ai momenti di preghiera e
di fraternità, e anche per fare un po'
di turismo. Ma l'altra metà erano veri
congressisti, delegati delle 215 Federazioni locali, convenuti per dibattere
i temi e rinnovare l'impegno della loro
presenza attiva nella società . Perciò
gli incontri attorno all'altare, la festa
dei canti e del banchetto eucaristico
affollato come ai tempi del collegio .
Perciò anche le favolose occasioni di
turismo (Pompei, con i resti dissepolti
della sua millenaria civiltà, con l'oasi
di fede della Basilica mariana, con il
Vesuvio a due passi, e il mare) . Ma
nello stesso tempo, per i congressisti,
«l'attento studio delle cose che ci
stanno a cuore» .
Due campi d'azione. Ha aperto i
lavori il Rettor Maggiore la sera del
22, invitando a riflettere sul difficile
momento . « Stiamo vivendo un'ora di
transizione culturale . Sta nascendo
una società nuova, e al centro di questa difficile gestazione c'è l'uomo . Ma
che tipo di uomo si vuole far nascere?
Accanto all'uomo di cui parla san
Paolo, c'è quello preconizzato dai
marxisti e dai laicisti, secondo i quali
non c'è posto per la fede ma soltanto
per ideologie egemonizzanti. In questa situazione vediamo i drammatici
effetti nella società di oggi . . . » .
Don Viganò ha proseguito : « Oggi
occorre più che mai ricuperare la dimensione etica e religiosa, per l'uomo,
nella cultura . Oggi più che mai la storia sta dimostrando che senza Cristo
«L
6
non è comprensibile la realtà uomo, e
che senza credenti la società non è più
umana» .
Nelle due giornate centrali del
Congresso gli exallievi si sono suddivisi in quattro gruppi di studio per
discutere «L'impegno degli exallievi
nell'evangelizzazione e promozione
umana» . I quattro temi (la Famiglia
Salesiana ; scuola educazione cultura ;
il mondo del lavoro ; i mass media)
erano stati già affrontati a livello regionale in preparazione al congresso .
Si è trattato di confrontare i punti di
vista e di tirare le conclusioni .
La mattina del 25 veniva commemorato Alberto Marvelli, exallievo
dell'oratorio di Rimini. Poi don Giovanni Raineri, superiore per la Famiglia Salesiana, chiudeva il Congresso
con alcune indicazioni operative . « La
Chiesa - ha detto don Raineri - apre
agli Exallievi due grandi campi d'azione : l'animazione del temporale
(cioè l'immissione di valori evangelici
nella vita individuale, familiare, professionale, politica e sociale), e l'apostolato diretto, a cui si schiude oggi
l'ampio ventaglio dei ministeri, che
sono una delle maggiori speranze per
il futuro della nostra Chiesa» .
Vogliamo restituire . Risulterebbe
troppo lungo esaminare i singoli punti
trattati . Per esempio si è notata la
scarsa presenza di operai nelle file
degli exallievi organizzati : forse l'associazione tende a qualificarsi troppo
come élite? Si è proposto di far pressione sugli exallievi deputati e senatori, perché collaborino a una corretta
informazione attraverso radio e televisione, esercitando un più incisivo
controllo su un servizio pubblico che
non può concedersi sbavature . Un incontro a parte hanno pure avuto i
«giovani exallievi» (Gex) la sera del
23 : hanno affrontato le modalità tipiche della loro presenza nel movimento. I punti programmatici enunciati
nel Congresso e da portare avanti, sono numerosi, e impegneranno a fondo
l'associazione nei prossimi anni .
Un'iniziativa simpatica è stata accolta subito : il presidente della federazione di Schio, Giuseppe Losavio,
ha distribuito largamente tra i congressisti un adesivo riproducente lo
stemma degli exallievi, e ha invitato a
incollarlo sul vetro dell'automobile .
«Oggi - egli ha sostenuto - il parabrezza dell'auto è come una volta
l'occhiello sul risvolto della giacca ;
solo è un po' più grande. Se tutti gli
exallievi collocano Don Bosco sulla
propria auto, potranno riconoscersi e
salutarsi . Bello, no? E non parliamo
del lato pratico, quando per esempio
il vigile che viene a darti la multa fosse anche lui un exallievo.. . » .
«Che cosa chiedete voi ai salesiani?», ha domandato il direttore dell'Ans a Nino Salomoni, presidente
degli exallievi di Bologna . «Niente ha risposto Nino -. Vogliamo restituire quel che ci hanno dato» . E ha
precisato : «Noi possiamo e vogliamo
renderci utili, lavorando al loro fianco. Vogliamo riempire le nostre ore
con cose che ne valgano la pena»
Il tavolo della presidenza, e sullo sfondo I quadri dl Don Bosco e dell'exallievo Alberto Marvelli
(splendidi ritratti a olio dl don Tommaso Facchino, salesiano di Napoli-Vomero) .
ITALIA
Lo ha constatato il Rettor
Maggiore, recatosi nella
cittadina sarda a commemorare
i dieci anni di vita del locale
« Centro di formazione
professionale» . E ha aggiunto :
«A dieci anni, un compleanno
non fa nostalgia ma progetto» .
Ecco, con la cronaca della visita,
il punto sull'opera salesiana
in Sardegna e un ventaglio
di testimonianze vive, colte
dal nostro inviato Teresio Bosco .
Più futuro che passato
per Selargius
ette maggio, ore 10 . Sul vastissi-
S mo piazzale del Centro professionale salesiano, più di mille ragazzi
scendono dal pullman, srotolano panini, gonfiano palloncini colorati, agitano cartelli per radunare gruppi
sparsi . La solita, simpaticissima confusione delle feste dei ragazzi .
Ed ecco, sul punto più alto della
torre, compare una figuretta nera,
stagliata contro il cielo e la bandiera
tricolore che garrisce al vento marino .
E' il Rettor Maggiore dei salesiani .
L'hanno accompagnato lassù perché
veda con un solo colpo d'occhio il
complesso del Centro e tutta la zona
di Cagliari . Qualche ragazzo lo vede,
punta il braccio . Altri guardano, alzano le voci, sventolano fazzoletti, palloncini. In un attimo mille braccia si
protendono, un grido lungo e gioioso
corre su quella nuvola di ragazzi e sale verso la torre. Don Viganò sente,
guarda, sorride, e allarga a dismisura
le braccia . E' il primo abbraccio del
successore di Don Bosco ai ragazzi
della Sardegna.
Ogni anno 400 giovani . L'incontro
tra don Egidio Viganò e la Famiglia
Salesiana è iniziato nel pomeriggio
del 5 maggio. Ore 17 : l'aereo di linea
Roma-Cagliari rulla sulla pista di Elmas . Il Rettor Maggiore, borsone da
viaggio sulla spalla, scende la scaletta.
Gli danno il benvenuto due splendidi
bambini e due adulti in costume sardo, porgendogli mazzi di fiori . (Mi
confiderà a mezza voce : «Dietro di
me c'erano due signori che dissero
sorpresi : "Guarda, ci hanno preparato l'accoglienza!" Un attimo dopo,
vedendo che i bambini venivano ver-
so questo prete, aggiunsero un po'
delusi : "Ma non è per noi. . ."») .
Gli stringono le mani l'ispettore, i
direttori delle sei opere salesiane, le
madri delle FMA, un gruppo di autorità, cooperatori, exallievi, amici . Il
rapido corteo raggiunge immediatamente il grande «Centro di Formazione Professionale» salesiano in Selargius, che oggi celebra i primi dieci
anni di vita e di attività . Il Rettor
Maggiore vede per la prima volta
questo complesso imponente, dove in
dieci anni sono stati preparati 1200
giovani alla qualificazione professionale .
L'opera sorge in posizione centrale
rispetto ai popolosi agglomeramenti
urbani che fanno ormai cosa unica
con Cagliari . La scuola è frequentata
ogni anno da 400 giovani, di condizione popolare e spesso disagiata . La
frequenza è gratuita, i pasti pure .
Aiuta la Regione e il Ministero del
Lavoro . I laboratori attrezzati e modernissimi, e le scuole, dove spendono
la vita 12 salesiani e 21 istruttori
esterni, offrono ai giovani la possibilità di sette qualificazioni diverse :
meccanici generici, meccanici tornitori, congegnatori meccanici, saldatori, elettricisti B .T ., elettromeccanici,
radiotecnici.
Quaranta allievi, eletti ogni anno
dall'assemblea comunitaria, collaborano alla gestione del Centro, e costituiscono una consulta permanente
per affrontare i vari problemi dell'opera . Selargius è quindi una grande
comunità salesiana a respiro democratico .
Qui c'è fantasia. Dall'alto del palco,
don Mereu, direttore del Centro, dice
al Rettor Maggiore : « Qui, e in tutta la
fervida terra di Sardegna, siamo protesi verso il futuro . Siamo al servizio
delle persone, della comunità e delle
famiglie : esse formano l'interesse vivo e perenne della nostra vocazione
salesiana» .
Don Viganò risponde : «Vi porto
l'affetto e la speranza di Don Bosco .
Da anni desideravo conoscere la Sardegna . Ho conosciuto tanti e splendidi salesiani sardi in America . Conosco
la ricchezza umana della vostra terra,
la ricchezza vocazionale, le virtù cresciute nei secoli . Esse sono una ricchezza inestimabile non solo per la
Sardegna ma per tutto il mondo . Vi
ringrazio per la vostra genuinità, per
la vostra generosità umana e cristiana . Don Bosco - continua il Rettor
Maggiore - ha guardato sempre verso l'avvenire . Il suo impegno è stato
per quella parte della società che
guarda il futuro : la gioventù . Per
questo, la terra di Selargius è terra di
Don Bosco : questo quartiere ha poco
passato ma si apre con vertiginosa
accelerazione verso il futuro ; queste
mura sono tutte nuove ; qui c'è fantasia, qui si lavora per trovare maniere
più umane per la convivenza dell'uomo, qui la Chiesa cresce in una generazione nuova, tesa verso il domani .
Per questo mi sento di dire che l'affetto e la speranza di Don Bosco è qui
con voi» .
Ora scatta la festa . La festa sarda,
ricca e fantasiosa come una volata di
fuochi artificiali .
E' venuto a far visita al Rettor
Maggiore il presidente della Regione
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Sarda, on . Soddu, exallievo salesiano .
Sono presenti (e lo saranno in ogni
minuto di questi giorni) il magistrato
dott. Viarengo, il giudice Andreozzi, il
colonnello Atzeni, e tanti altri amici
che è veramente impossibile elencare .
La festa ha dei momenti intimi, delicati . Come la «buona notte» che don
Viganò dà ai salesiani riuniti nel collegio di via Fra' Ignazio, in cui espone
con semplicità il «lavoro» che in questi mesi sta facendo a Roma (insieme
al Consilio superiore) per la Congregazione . Come la concelebrazione che
egli presiede nella mattina del 6 maggio, alle 7,30, non con un'omelia ma
con un «pensierino» perché i salesiani
devono partire in fretta per andare a
far scuola, e i ragazzi non devono
aspettare .
"Su ballu sardu " . Il vertice più alto,
la festa lo tocca nel teatro di Selargius, alle 10. Ci sono i 400 giovani del
Centro, molti altri giovani exallievi e
allievi . Giovanotti aitanti, pieni di vita
e di voglia di far chiasso, ma anche
capaci di raccogliersi in silenzio, ad
ascoltare parole gravi e impegnative .
Tiene il discorso commemorativo
(26 foglietti scritti con affetto e lucida
intelligenza) il dott. Viarengo . E' presente l'arcivescovo di Cagliari mons .
Bonfiglioli. Subito dopo, sul vasto
palco, si esibisce acclamatissimo il
gruppo folkloristico «Charalis 1700» .
« E' opera dei Salesiani - annuncia il
presentatore - . Nei suoi otto anni di
vita ha portato nella Sardegna, nella
penisola e nel mondo (Inghilterra, festival internazionale del folklore) il
nome di Selargius e di Don Bosco» .
Lo compongono una sessantina di
elementi : bambini, ragazzi e adulti,
tutti allievi, exallievi e insegnanti dell'Oratorio e del Centro . Le ragazze
sono simpatizzanti dell'Opera salesiana.
Iniziano i bambini con «Su ballu
sardu», tradizionale in tutta la Sardegna . Sono bellissimi con i calzoni
bianchi, il gonnellino di nero orbace,
il corpetto attillato di raso ricamato .
Le bimbe con il ricco fazzoletto dipinto in testa, la lunghissima gonna
colorata, sembrano statuine di antiche Madonne . Continuano gli adulti
con una danza più complessa e raffinata : «Sa stella» . Finiscono insieme
bambini e adulti con un ricamo ritmato e scintillante : «Su ballu de sas
rotas » .
Il pubblico giovane acclama e sottolinea con autentici boati di approvazione, e scandisce con le mani la
musica semplice, ritmata, quasi ossessiva.
Non fa nostalgia . Don Viganò conclude con un messaggio impegnativo,
ascoltato in un silenzio impressionante : «Ho visto in pochi minuti passare nella mia fantasia la ricchezza
umana e cristiana della Sardegna,
cresciuta con una tradizione di secoli,
nell'altezza dei valori umani e nella
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II primo contatto tra Don Bosco e la
Sardegna fu una lettera . Partì dall'isola il
29 aprile 1879, con il timbro di Genoni, un
paesetto in provincia di Nuoro . I giornali
italiani in quegli anni avevano dato notizia
della prima spedizione di missionari salesiani verso la Patagonia argentina .
Nella lettera spedita a Don Bosco, il padre gesuita Porqueddu chiedeva l'invio di
alcuni salesiani, «perché nell'isola non
c'è un collegio né un seminario in cui
educare i giovani di buona riuscita . Abbiamo bisogno più noi che i poveri della
Patagonia» . Un terzo mondo di casa nostra, diremmo oggi . Purtroppo, la minuscola Congregazione Salesiana era già
impegnata oltre il livello di guardia, e allora non se ne fece nulla .
Il secondo contatto Don Bosco-Sardegna fu invece un incontro di persone . Tra
ali studenti del collegio di Alassio, nel
i . .:C, c'era un ragazzo sardo, Antonio
GI . Nel 1886 Don Bosco, ormai al tramonto della sua luminosa vita, venne ad
Alassio e Antonio Giua potè confessarsi
con lui . Dopo la confessione, Antonio
confidò a Don Bosco due desideri : diventare sacerdote salesiano e accogliere al
suo paese i figli di Don Bosco in una
scuola per i ragazzi del popolo . Don Bosco rispose : « Per l'apertura di una casa in
Sardegna se ne potrà parlare più tardi . E
tu lavorerai nel campo dei laici : alla Congregazione Salesiana darai i tuoi figli» .
1893 . Sollecitata da Antonio Giua, la
giunta comunale di Lanusei chiede ufficialmente al primo successore di Don
Bosco, don Michele Rua, l'apertura di
un'opera salesiana . Tre anni dopo, 87 cittadini di Lanusei firmano una petizione
per sollecitare l'arrivo dei Salesiani.
27 ottobre 1898 . Sbarcano a Portu (il
porto di Arbatax) i cinque primi figli di Don
Bosco . Sono don Matteo Ottonello, don
Severino Anedda (il primo salesiano sardo), don Evasio Spriano, don Giacomo
Cattaneo, e Lorenzo Gaggino . I locali sono insufficienti, ma nemmeno un mese
dopo si apre il ginnasio, con i primi 28
alunni .
La Sardegna di allora . «Non bisogna
immaginare la Sardegna di allora come
quella d'oggi, paesi con case pulite, strade ordinate e illuminate, gente evoluta e
ben istruita, dotata di scuole - scrive
L'Unione Sarda -. La Sardegna degli anni in cui giunsero i primi Salesiani era
molto diversa : i villaggi distanti l'uno dall'altro punteggiavano regioni in gran parte
disabitate, sassose e polverose, flagellate
dalla siccità, abitate da popolazioni malariche e afflitte da malanni secolari . Per le
strade si incontrava gente scalza, lacera,
il volto segnato dai patimenti ; l'analfabetismo era la norma . I salesiani vi portano i
loro insegnanti per svolgervi una vera e
propria azione missionaria e bonificatrice» .
A Lanusei . Giovanni Lilliu, preside alla
facoltà di lettere dell'Università di Cagliari,
exallievo salesiano, così descrive la località in cui i salesiani cominciarono : «Lanusei, era un pezzo di terzo mondo, nella
regione più accantonata e depressa di
tutta l'isola, l'Ogliastra, col più basso tasso di alimentazione, con la popolazione
fisicamente più gracile della Sardegna .
Una capra era il sostentamento del povero, più qualche zucca messa a essiccare
sui balconi di legno sconquassati, alla fine
dell'estate . Un anno dopo la venuta dei
salesiani, nel 1899, il governo Pelloux faceva intervenire lo Stato in armi per distruggere le bande dei Serra Sanna con
un'autentica «caccia grossa» di latitanti e
di popolazione civile : 682 arresti . Una risposta inutile alla miseria economica e
sociale dei popoli del Nuorese» .
I Salesiani non fecero miracoli, ma si
misero con decisione al servizio di quella
gente . «In tempo relativamente breve scrive L'Unione Sarda - crearono generazioni di gente nuova, ispirarono fiducia
e rispetto, accolsero i figli del popolo e i
più agiati sotto lo stesso tetto ; li confortarono, li incoraggiarono, insegnarono loro
luce del Vangelo . E' bello, è entusiasmante che tutto questo sia avvenuto
in un compleanno : 10 anni . A dieci
anni, un compleanno non fa nostalgia
ma progetti . A 10 anni, per tutti, c'è
più futuro che passato .
«Come sarà questo futuro? Dipende da noi, dalla nostra formazione,
dalla nostra volontà . . . In questo futuro deve avere un posto la concezione
di vita ispirata al Vangelo di Gesù
Cristo, che ha dimostrato nei secoli di
amare l'uomo, di portare l'uomo a
una vera altezza, e di essere l'unica
concezione di vita che difende sempre
la sovranità della persona . Io credo
che il frutto di questi dieci anni di
esistenza dev'essere il proposito di
dare a questo Centro di Formazione la
capacità di servire la gioventù e i cittadini del quartiere, perché cresca
sempre meglio quell'uomo che abbiamo visto così ricco di sentimenti,
di creatività, di fantasia, nei balli che
abbiamo ammirato pochi istanti fa .
«Ecco - ha concluso don Viganò
Nella .festa del ragazzo» tanti premi per I ragazzi di Selargius : li distribuisce don Lo!, Incaricato per l'associazionismo.
Un'isola con
Don Bosco
venire tra i fumatori di droga» .
Nel settembre 1963, a Lanusei viene
inaugurato il «Tempio regionale» a Don
Bosco, voluto da migliaia di exallievi di
ogni parte dell'isola, specialmente del
Nuorese . Essi sono stati raccolti dai figli di
Don Bosco in case di umile condizione, e
con un ritmo sodo di studio e di impegno
cristiano sono stati messi in grado di formare i quadri dirigenti e intermedi della
vita professionale, amministrativa, civica,
giudiziaria . Il tempio di Lanusei è il loro
grazie silenzioso e granitico, piantato nel
cuore stesso dell'isola .
1968. A Selargius, sulla direttrice di
I palloncini .migrano ., ha 'detto un ragazzo . Tra poco saranno lanciati verso il cielo . Un Implicito
messaggio al continente : siano solo più i palloncini, d'ora in poi, a migrare dalla Sardegna .
ad aver fede in Dio, nelle proprie forze,
nella vita» .
Accanto a loro, specialmente nei primi
anni, lavorò come un vero salesiano Antonio Giua, divenuto avvocato . Fu geloso
custode e difensore della scuola, e combattè anche tra i suoi compaesani per
renderne meno difficile l'esistenza . Dedicò al collegio tutte le ore libere dal lavoro . Fu anche professore di greco, italiano e matematica, e assistente nelle ricreazioni . I ragazzi lo consideravano un
«fratello anziano», discutevano con lui i
loro problemi .
«Alla Congregazione darai i tuoi figli»,
gli aveva detto Don Bosco . Fu una famiglia patriarcale la sua : dodici figli accettati
da Dio con fiducia. Tre li diede a Don Bosco . Tutti e tre divennero sacerdoti .
In tutta l'isola . Da Lanusei, i Salesiani si
trapiantarono lentamente in tutta l'isola .
1912 . Don Matteo Ottonello, il primo direttore di Lanusei, va a fondare la prima
opera salesiana a Cagliari : pensionato per
studenti e oratorio .
« In quel 1912 - scrive Giovanni Lilliu
- il pensionato della comunità salesiana
aveva a un fianco, sull'alto colle dell'Anfiteatro, una cornice di pettinati villini della
grossa e media borghesia. Ma, da un altro
lato, toccava la miseria morale e materiale
della «bidonville» di Palabanda, uno dei
quartieri più malfamati della città» .
Un ragazzo di allora ricorda che, per un
viottolo da capre, si scendeva in un labirinto di antri e gallerie, ricovero di malviventi e di mendicanti . «Come si svoltava
dal crocicchio di Porto Scalas apparivano
le brulicanti osterie : grovigli di casupole
malsane in circolo su un cortile, stanze
umide e buie, rifugio di famiglie miserabili
e nascondiglio di vagabondi e di ricercati» . Don Ottonello, il fine specialista di
Dante, che sapeva a memoria la Divina
Commedia, prendeva spesso a recuperare tra quei viottoli i ragazzi che marinavano la scuola . . .
1922 : collegio-convitto di Santulussurgiu . Citiamo sempre da Giovanni Lilliu :
«Un paese isolato alle falde del Montiferru, ai limiti della civiltà, tanto che la gente
di quel paese appare come una varietà a
sé nella lingua, nella persona, nel carattere . E' il punto dove i Sardi antichi resistettero ai Romani, un popolo decisamente ostile a farsi catturare e acculturare» . I Salesiani vi hanno lavorato con un
impegno tenace e silenzioso per 50 anni .
Si sono ritirati nel 1972 .
1928 : inizio ad Arborea . Gli inizi sono
difficili, come dovunque. I primi due salesiani che arrivano (don Ripoli e don Valle)
trovano una bella chiesa, una sacrestia, e
tre armadi vuoti . Nient'altro . Per attrezzare i primi locali dove accogliere i ragazzi
devono mendicare uova casa per casa, e
poi rivenderle alla porta della chiesa .
L'opera diventa progressivamente parrocchia, oratorio, scuola, aspirantato . I
Salesiani, fondati dal figlio di un contadino, operano in quest'angolo del Campidano tra i figli dei contadini . Qui sperano
di formare i futuri salesiani che porteranno le opere di Don Bosco oltre la frontiera
del 2000 .
1958 : nasce a Cagliari la seconda opera, la parrocchia di San Paolo . «Qui i Salesiani curano le anime di un quartiere che
all'esterno sprizza benessere ed è una
mostra, nei palazzi e negozi modernissimi,
della civiltà dei consumi . Però, nella principale delle sue vie, la polizia deve inter-
- il messaggio dell'umile successore
di Don Bosco, che è venuto con tanta
gioia alla Sardegna, e che vi ha trovato fraternità, ricchezza umana e speranza cristiana» .
Quella sera pregammo sul serio .
Mentre la splendente festa sarda continua esco a « sequestrare » don Pinna,
primo direttore di Selargius . Gli dico :
«Oggi è la giornata del trionfo . Ma
queste giornate sono sempre precedute e preparate da centinaia di altre
giornate grigie, faticose, a volte
drammatiche, che nessuno racconta,
che nessuno celebra . Vogliamo parlare di qualcuna di queste giornate? »
Don Pinna sorride quasi con una
punta di mestizia, sottovoce dice : « E'
vero. Quante giornate faticose . Specialmente le prime . Siamo arrivati qui
in quattro salesiani il 20 settembre
1967. Attorno, dove vede case e costruzioni, non c'era nulla, proprio
nulla . E noi, mandati qui a cominciare, non av ..vamo nemmeno l'entusiasmo temerario dei pionieri . L'opera di
I
espansione di Cagliari, nasce il Centro di
Formazione professionale, che ha celebrato quest'anno il suo primo decennio di
vita ospitando il settimo Successore di
Don Bosco.
Nel 1972 sorge l'ultima opera salesiana
in Sardegna : la parrocchia e il centro culturale e ricreativo a « Nostra Signora del
Latte Dolce» alla periferia di Sassari .
Ventimila abitanti, di cui diecimila al di
sotto dei 20 anni . Povertà grande e famiglie numerosissime : fino a 12, a 15 figli . Un
servizio veramente salesiano e popolare .
Le Figlie di Maria Ausiliatrice. Parallelamente all'opera dei Salesiani, nella Sardegna si è sviluppata quella delle Figlie di
Maria Ausiliatrice . Esse lavorano attualmente in otto centri : quattro nella parte
settentrionale dell'isola (Santulussurgiu, i
Macomer, Cuglieri, Padria), e quattro nella parte meridionale (Cagliari, Monserrato, Sanluri, Guspini) .
In ogni opera, le suore di Don Bosco
lavorano con la scuola materna e i corsi di
formazione professionale . In più, a Cagliari è efficiente il Convitto Universitario,
a Macomer la Scuola magistrale, a Mon- i
serrato le scuole elementari .
Il loro servizio è salesianamente rivolto
a ambienti sociali di contadini, minatori,
pastori : la Sardegna dei poveri, quella che
ha pagato maggiormente il tributo alla disoccupazione, alla sottoccupazione, all'emigrazione.
80 anni di lavoro . Il Rettor Maggiore è
venuto nell'isola per i dieci anni di Selargius, ma non ha dimenticato che quest'anno si compiono pure gli 80 anni del
lavoro salesiano in terra sarda . Nella rapida corsa attraverso le opere di Cagliari e
di Arborea, ha voluto costatare ciò che i
Salesiani hanno fatto per la Sardegna, ma
anche ringraziare la Sardegna per ciò che
ha fatto per la Congregazione Salesiana .
Essa ha donato a Don Bosco centinaia di
salesiani . Tra essi splendono le figure di
don Puddu, di don Murtas, di don Solinas,
e dei moltissimi missionari che lavorano in
Asia e nelle Americhe: gli «emigrati di
Dio ».
Selargius sembrava un po' una pazzia, e in qualche ambiente c'era aria di
pessimismo, di imminente fallimento .
Arrivammo senza avere in tasca
nemmeno gli otto soldi con cui Don
Bosco cominciò il santuario di Maria
Ausiliatrice. Di soldi non ne avevamo
proprio nemmeno uno . Dovemmo
andare in una banca a chiedere un
prestito. Ma qui provammo la prima
autentica gioia . La parola «salesiani»
ci aprì tante porte . Capimmo che essere salesiani significava possedere
9
I
Quattro mini interviste
Gli scontri del Presidente
Selargius, 5 maggio. Nella saletta della
Direzione c'è folla . Il Rettor Maggiore
stringe mani, sorride, è quasi rannicchiato
nell'ampia poltrona, mentre tutti attorno
vogliono dirgli una parola, rivolgergli una
raccomandazione, ricordargli un particolare. Nell'angolo meno rumoroso riesco
ad avvicinare il Presidente della Regione
Sarda, on. Soddu, exallievo di Lanusei. Lo
avvicino .
Domanda. Come ricorda, onorevole, i
suoi educatori salesiani?
Risposta . Sono molto legato a quegli
anni e a quegli educatori . Essi segnarono
la mia prima esperienza di studente .
Un'esperienza non certo facile . Ero uscito
di casa, mi trovavo in un collegio isolato .
Dovevo esperimentare tutto in una volta la
lontananza dai genitori, della famiglia, un
certo tipo di disciplina . . .
D. Ricorda con amarezza quella disciplina?
R . No . Una disciplina formativa è importante . Mi abituò a fare da solo tante
cose. Cominciando da cose piccole e banali, se vuole : come lucidarsi da solo le
scarpe e rifarsi il letto .
D . Quel tempo ha lasciato dei segni vivi
nella sua vita?
R . Sì . Credo che due anni di seria educazione religiosa in quella primissima età
siano molto importanti, anche se uno non
si rende immediatamente conto del segno
che lasciano .
D. C'è un salesiano a cui è particolarmente legato il suo ricordo?
R . Sì, il mio professore di lettere . Era
soltanto un chierico, si chiamava don
Diamanti . Non l'ho più incontrato da allora. Avevamo anche scontri vivaci in classe . Eravamo caratteri forti entrambi . Molti
scontri, ma molta amicizia .
D. Lei deve affrontare grossi problemi
per la sua terra in un momento molto difficile . Come cristiano, e anche come
exallievo, pensa di poter dare un contributo serio alla loro soluzione?
R . Lo spero . Ma tutti dobbiamo portare
il nostro impegno nella società . Molti che
provengono dallascuola salesiana stanno
dando un contributo molto importante : in
Sardegna sono tanti i dirigenti, anche politici, che hanno fatto l'esperienza salesiana, molti consiglieri regionali sono
exallievi che hanno avuto quest'impronta,
un capitale di simpatia .
« Era il 20 settembre, - continua
don Pinna - e in ottobre dovevamo
iniziare le scuole e i laboratori. Ma
nessuno sapeva che eravamo qui, non
avevamo speso nemmeno una parola
per farci conoscere . Come era possibile in pochi giorni avere 80 ragazzi
per i primi quattro corsi preventivati?
Ricordo che entrando nella povera
cucina, trovammo alla parete un
grande quadro dell'Ausiliatrice . Non
so chi l'avesse messo per il nostro arrivo . So invece che quella sera pre10
questa formazione. Spero che nessuno di
noi dimentichi l'insegnamento che abbiamo appreso : lavorare positivamente all'interno della società per cambiarla in
meglio .
D. A tutti i ragazzi che affollano le
scuole e gli oratori salesiani, cosa vorrebbe dire?
R . Due cose brevissime: avere fiducia
negli educatori salesiani ; e lavorare insieme disinteressatamente, per il bene di
tutti .
biamo limitarci a questo : decidiamoci a
dare al giovane le ragioni di fede veramente fondamentali . Diamogli Gesù Cristo in persona . Facciamoli incontrare con
Gesù Cristo .
D. In questo campo crede che i Salesiani possano fare qualcosa di speciale?
R . Sì . Inventare. Siate creatori, rinnovatori anche in questo. Tentate esperienze anche nuove, studiate vie diverse per
portare Gesù Cristo ai giovani .
Stavo esaminando, prima di venire qui,
le risposte che i vescovi della Sardegna mi
hanno fornito a proposito dei giovani .
Serviranno per i lavori dell'assemblea
della CEI . Insistono proprio su questo :
«Diamo Gesù Cristo, con chiarezza, con
energia» . Efondamentale perla vita .
L'arcivescovo timido
Un ragazzetto pallido di 13 anni
Selargius 6 maggio. Stanno sciamando
dal teatro centinaia di giovani . Proiettano
la loro energia verso il grande cortile dove
daranno vita tra brevi istanti a gare sportive e atletiche. Li sta guardando, con un
sorriso che sa anche di lieve malinconia,
la figura alta e ieratica dell'arcivescovo di
Cagliari, mons. Bon figlioli. Gli domando
una breve intervista e acconsente volentieri, quasi timidamente .
D. Eccellenza, lei tiene tra noi il posto di
Gesù. Tocca a lei approvare o tirare le
orecchie in nome del Signore . Che dice
oggi a noi Salesiani?
R . Vi dico : «Fatevi coraggio . Siete apprezzati molto, da me e da chi lavora accanto a me» .
D. Che ne pensa delle nostre opere
nella sua città?
R . Ne ho sotto gli occhi tre, tre
«espressioni» diverse del vostro lavoro :
questo Centro di formazione professionale, una parrocchia talmente grande che
scoppia, e l'Istituto scolastico di via Fra'
Ignazio con medie, ginnasio e liceo . Tre
polmoni, per la nostra città veramente vitali . So che lavoro analogo lo svolgete a
Lanusei, a Sassari, e ad Arborea dove sono stato pochi giorni fa. Vi vedo lavorare
con piacere . Non mi faccio avanti perché
sono timido di temperamento . Ma non sono mai assente quando mi invitate .
D . Nel cercare di dare un'educazione a
questi giovani, quali «valori» dobbiamo
mettere al primo posto, martellare, far
penetrare con tenacia?
R. I valori umani, certamente, dobbiamo sempre tenerli ben presenti : la dedizione, la lealtà, la generosità, il disinteresse. Ce li ricorda il Concilio, li ha sempre
insegnati Don Bosco . Ma credo non dob-
Arborea, 6 maggio. Il Rettor Maggiore è
arrivato da pochi minuti per salutare gli
aspiranti salesiani della Sardegna, i loro
papà e le loro mamme. Mentre una cantante folk, avviluppata in uno scialle di
pizzo nero, canta per lui antichi mottettus,
chiedo di parlare con uno dei ragazzi di
terza media, che stanno per terminare gli
anni di « orientamento vocazionale » .
Mi trovo davanti un ragazzetto pallido,
la voce che si sta incrinando nella prima
adolescenza . Non desidero sapere il suo
nome per non metterlo in imbarazzo. Voglio solo parlare con lui. Ci sta .
gammo sul serio, con il cuore in gola,
perché non ci facesse fallire così presto .
«Stampammo un piccolo programma, e andammo a distribuirlo
nella città, nelle parrocchie . In pochi
giorni, di domande ne ricevemmo 130 .
Dovemmo scartarne una cinquantina, perché non avevamo i locali sufficienti. Da allora fu sempre così : i ragazzi arrivarono a grappoli . E da quel
giorno (lo confesso con l'umiltà di un
peccatore) ho cominciato a « credere »
nella Madonna . Sembreranno fioretti
del medioevo, ma quando c'erano
preoccupazioni grosse, cambiali che
scadevano, macchine indispensabili
da procurare in qualche modo, era
sempre nelle giornate dedicate alla
Madonna che riuscivamo a uscire dai
guai.
Quando persi le scarpe . « Per andare dalla cucina ai primi laboratori aggiunge -, dovevamo arrangiarci
ad attraversare un lungo tratto di
fango e di palude. Quando pioveva
era un dramma . Ora ci rido, ma
quando sprofondai nel fango e persi
Un grazie a Don Bosco: il dono del Presidente
della Regione Sarda, I'exallievo on. Soddu, al
Rettor Maggiore .
D. Stai pensando di farti salesiano?
R . Ci sto pensando, ma non ho ancora
deciso .
D. Conosci Don Bosco? Che cosa ti ha
colpito di più nella sua vita?
R. La sua voglia di farsi sacerdote per
fare dei bene . Mi hanno impressionato i
suoi incontri con i ragazzi sperduti per le
strade, i ragazzi in galera, gli orfani . Lui
poteva fare una bella carriera, invece volle
dedicarsi a quei ragazzi : ha cominciato
così la sua vocazione .
D . Credi che anche oggi ci sia bisogno
che qualcuno si dedichi agli altri?
R. Sì, moltissimo . Perché tanti non
pensano più agli altri, ma soltanto allo stipendio, ai soldi .
D . Ma lo stipendio, i soldi, danno gioia,
possibilità di divertirsi . Darsi agli altri invece costa fatica, sacrificio .
R . Secondo me il danaro non è una
cosa primaria, ma secondaria . Lì per fi dà
gioia, certo, ma che sa di poco . Invece
donarsi agli altri costa sacrificio, ma dà
una gioia profonda .
D. Se diventerai salesiano, a chi ti piacerebbe donare la tua vita?
R . Ai più deboli . Non solo però a chi
non ha da mangiare, ma a chi non conosce il Signore, non ha fede .
D. Ma ci credi sul serio a queste cose
che dici?
R . Guardi . Per molto tempo sentivo
parlare di «donarsi agli altri», ma non ero
convinto . Mi sembravano parole . Ma poi
ho cominciato, andando a trovare il Signore nella chiesa, e parlare con lui, a
domandargli che me lo facesse capire . E
poco per volta ho scoperto cosa significa .
E' una cosa molto bella . A molti chi la
pensa così sembra un illuso, un matto .
Invece, parlando con il Signore, ho capito
che è una cosa seria .
D . Per te, chi sono i Salesiani?
R . (Ci pensa, non sa come rispondere,
poi:) Per me sono dei Gesù .
D . Ne conosci tanti?
R . Una decina.
D. C'è qualcuno tra loro che ti piacerebbe «copiare» nella vita? Diventare come lui?
R . Sì, uno abbastanza giovane, mio
amico. Gioca con noi, ma specialmente
parla con noi . Ci spiega i grandi problemi
della vita : l'amicizia, l'adolescenza . Mi ha
anche aiutato . Quand'ero triste, e quando
ho cominciato a pensare cosa farò nella
vita .
L'Arcivescovo di Cagliari mons. Giuseppe Bonfiglioli (tra il Prefetto dott . Porpora e Il Rettor
Maggiore) : «Salesiani, siate creatori, tentate esperienze nuove per portare Cristo al giovani» .
D . Non rimarrete a livello di « buone intenzioni»?
R . No, assolutamente . Abbiamo certo
«buone intenzioni», ma anche la «buona
intenzione» di tradurle in pratica . Stiamo
fissando delle date per iniziare a « incontrarci noi» . E insieme stileremo un programma di «incontri con gli altri» : fi parleremo, racconteremo le nostre esperienze, come noi vediamo e cerchiamo di vivere il cristianesimo .
D . Chili organizzerà?
R . Noi . Un sacerdote ci aiuterà, ma
l'organizzazione l'avremo in mano noi .
Una decina di giovani di Cagliari e
Monserrato hanno partecipato alcuni me-
si fa a un incontro di giovani cristiani ad
Arcinazzo, in provincia di Roma. Per quasi
tutti è stata un'esperienza forte, shoccante. Li ho incontrati in una saletta della
parrocchia San Paolo.
D . Voi siete giovani della Sardegna .
Sotto l'angolatura cristiana, come sono
oggi i giovani sardi?
R . - lo credo che dal più al meno si
possano dividere in due parti : una grossa
parte che riduce il cristianesimo a formalità, a tradizione . Una parte molto più piccola che ha scoperto Cristo e lo vive intensamente . Più intensamente, per intenderci, di come si viveva il cristianesimo
dieci, vent'anni fa . Perché oggi chi vuoi
essere cristiano deve rischiare, pagare di
persona .
- lo aggiungerei una terza parte : i
giovani che non vivono nemmeno un cristianesimo di tradizione. Quelli che non
vivono nulla. Più passa il tempo, più questi
formano una massa difficile da avvicinare,
da evangelizzare . Occorre che i cristiani
veri non perdano altro tempo .
D. Cosa proponete di concreto?
R . - Innanzitutto esempio, testimonianza . Vivere apertamente, senza paura,
ciò che si crede .
- E poi «incontri» . Giovani disponibili
al dialogo ce ne sono . Incontri per parlare
comunicare, far conoscere esperienze
cristiane.
- I giovani hanno l'esigenza di stare
insieme, di avere amici . Dobbiamo vivere il
cristianesimo non da soli, ma insieme .
- Ci sono molti ragazzi buoni, ma solo
a livello negativo, potremmo dire «solo a
livello umano» . Hanno bisogno di una
spinta . Dobbiamo organizzare degli incontri che diano questa «spinta» .
Tutti continuano a battere sulla parola
«incontri», a ripeterla come una formula
magica. In disparte chiedo a Rosaria :
D . Ma in quell'incontro di Arcinazzo,
cos'è capitato di tanto eccezionale?
R . E' difficile spiegarlo . lo vi partecipai
perché credevo si trattasse di una gita turistica, o qualcosa di simile . Invece andai
in crisi . Ero egoista, devo confessarlo . Mi
aspettavo che tutti mi ammirassero, si interessassero di me. Invece incontrai un
gruppo di ragazze e ragazzi «liberi», ,
semplici, sereni . Parlavano non di trucco
o di moda, ma di fede, di ideale, di impostazione della vita . E non come predicatori, assolutamente, ma come si parla tra
amici della scuola, di una gita, di un impegno .
Quelle parole «fede, ideale, progetto di
vita, valori, dedizione», per me erano
quasi nuove o in disuso . E scoprii che invece erano tremendamente importanti .
Tutto qui l'incontro di Arcinazzo . E vogliamo riprodurlo, moltiplicarlo, perché
queste parole - quasi nuove o in disuso
per molti - ritrovino attualità in tanti giovani della Sardegna .
le scarpe e le chiavi, quando i confratelli dovettero venire ad aiutarmi a
uscir fuori, e a cercare tutti insieme
quelle benedette chiavi nella melma,
alla fine eravamo fradici e umiliati
come scolaretti in castigo . E non
sempre riuscivamo a raccontare barzellette per "tirarci su" .
«Dieci anni di lavoro duro, registrato solo da Dio, che ha visto il sacrificio inestimabile dei coadiutori,
l'impegno sacerdotale e continuo di
tutti . I primi giorni, quando arrivarono i giovani, discutemmo fra noi : era
opportuno cominciare subito con la
preghiera, con pensieri cristiani espliciti? Erano tempi difficili, altrove
scoppiava violenta la contestazione .
Abbiamo deciso di essere chiari subito . Da quel giorno, alle 8,30, quando i
ragazzi arrivano, i salesiani pregano
insieme con loro, e rivolgono il pensiero cristiano del "buon giorno" .
«La giornata, ancora oggi, ha lo
svolgimento impostato nei primi anni : dalle 8,30 alle 14, tre ore di laboratorio e tre ore di scuola, separate da
un intervallo di una mezz'oretta .
Mattinate faticose, evidentemente,
ma che i ragazzi affrontano con impegno per costruire la loro vita . Il
sardo non ha paura della fatica, se
vede chiara la meta a cui vuole arrivare .
« Gli anni più duri del Centro furono
quelli della drammatica crisi economica . Nel 1968, all'inaugurazione ufficiale, si respiravano ottimismo e fiducia . Le autorità che vennero qui
dissero ai giovani che, mentre essi lavoravano alla loro qualificazione, la
Sardegna preparava grossi complessi
Ragazzi che vogliono incontrarsi
11
industriali, perché nessun sardo in
avvenire fosse costretto a emigrare .
La crisi venne a bloccare tante speranze, a spezzare tanti progetti . Molti
giovani dovettero e devono faticare
per trovare un posto nel lavoro . E l'emigrazione, anche se ridotta, è ancora
una triste realtà » .
Il ragazzo riuscito . Il sei maggio,
nel pomeriggio, don Viganò ha fatto
una corsa fino ad Arborea, a salutare
gli aspiranti e i loro genitori . Poi è salito fino a Santalussurgiu, a far visita
alle sorelle di don Solinas, il missionario che per tanti anni gli è stato accanto in America Latina e a Roma . La
mattina del 7 è di nuovo qui, a Selargius, per la «Festa del ragazzo '78» .
E' una formula geniale, inventata
dal salesiano don Loi . I gruppi degli
«Amici Domenico Savio» si sono dati
convegno qui per celebrare la festa
del ragazzo, cioè la «loro» festa . E in
questa festa guardano a Domenico
Savio, il «ragazzo riuscito», il modello
per tutti i ragazzi del mondo .
Il teatro è a due piani, e contiene
800 persone . Oggi dovrebbe averne
quattro, di piani, per contenere i 1200
ragazzi giunti da ogni paese, che traboccano in ogni dove . Tra scrosciare
di applausi e di acquazzoni (oggi il
tempo non vuol saperne di smettere il
broncio), sul palco si alternano complessi, gruppetti folk, gruppi di giovanissimi attori .
Alle 12,30 il ribollente teatro si muta
in chiesa raccolta e silenziosa : sul
palco il Rettor Maggiore concelebra
insieme a trenta sacerdoti . E nell'omelia, brevissima e scintilante, lancia
ai ragazzi l'invito a «rendere possibile
l'impossibile» . «E' possibile uscire
dalla tomba e tornare a vivere? No .
Ma Gesù è riuscito. E' possibile essere
santi a 13, a 14 anni? No, avevano risposto per più di mille anni i teologi
sapienti . Ma Domenico Savio è riuscito . E io invito anche voi : rendete
possibile l'impossibile, diventate santi
come Domenico Savio per trasformare il mondo, per renderlo migliore
con la vostra vita» .
Alle 13, sul piazzale dove il tempo ci
regala dieci minuti di tregua, mille
ragazzi lanciano nel cielo uno sciame
di palloncini colorati . Ognuno reca
messaggi, un augurio . Salgono verso
le nubi grigie che incombono, e il
vento li porta verso oriente . «Dove
vanno? », chiedo a un ragazzino. « Migrano verso il continente», mi risponde senza smettere di fissare il cielo .
Mille facce, come la sua, fissano
lassù. Sono i ragazzi per cui lavorano i
figli di Don Bosco . Sono la nuova generazione che il successore di Don
Bosco ha impegnato a sfidare l'impossibile, per costruire un avvenire
migliore, quando la Sardegna vedrà
emigrare verso il continente soltanto i
palloncini colorati, lanciati dai bambini in un pomeriggio di festa.
TERESIO Bosco
12
Libreria
PER CAPIRE LA TV
BISCARDI-LIGUORI
L'impero di vetro
La prima grande indagine sulla Rai-Tv
Ed. SEI 1978 . Pag. 440, lire 6000
DANTE ALIMENTI
TG segreto
Ed. SEI 1978. Pag . 200, lire 4000
Se il rischio di venire manipolati dai
mass media è reale, anzi incombente,
esiste però il modo di difendersi : capire,
affrontare la comunicazione sociale con
preparazione e con senso critico . Ecco
due libri, in questa prospettiva, preziosi .
«L'impero di vetro» è una vasta antologia raccolta da due, oltre che studiosi,
anche protagonisti della televisione italiana . I testi che hanno messo insieme,
di viva attualità, portano le firme qualificate di grossi uomini politici, e di vari
«addetti ai lavori» (la presentazione del
libro è di Andreotti, l'introduzione di
Paolo Grassi) .
I temi affrontati coprono la vasta
gamma di curiosità e interessi dell'uomo
della strada ; la posizione dei partiti ; il
ruolo del governo, del parlamento, dei
sindacati ; la lottizzazione; i problemi
economici ; il decentramento e la terza
rete ; i rapporti della tv con la stampa ; la
convivenza cattolici-comunisti . . . Quanto di meglio per capire e non subire il
momento attuale .
« TG segreto» è anch'esso figlio di un
«addetto ai lavori», deciso però a introdurre ben addentro chi voglia seguirlo.
Lo fa con stile semplice, e con garbo.
Descrivendo, spiegando, presentando
gli strumenti del mestiere e la nomenclatura . E aiutando a inquadrare i problemi di fondo.
Certo, sapendo che esiste il «gobbo
elettronico» si perde un po' di stima per i
vari corrispondenti . Ma è poi un male?
Una cosa è sicura : dopo questo libro si
guarda al telegiornale in modo del tutto
nuovo .
ADOLFO L'ARCO
Alberto Marvelli
LDC 1978. Pag . 174, lire 2 .700
I lettori del BS ricorderanno Marvelli : la sua figura è
stata tratteggiata
nel fascicolo dello
scorso aprile alle
pagine 25-29 . La
biografia
nuova
(una prima era stata pubblicata qualche anno fa) delinea in modo più completo questo exallievo salesiano che ebbe il regista Federico Fellini come compagno d'infanzia e l'on . Benigno Zaccagnini come
compagno di università, ma che per imporsi all'attenzione non ha bisogno di
pezze d'appoggio : gli basta quel che ha
fatto . Come ragazzo d'oratorio e d'azione cattolica, come universitario e professionista, nel turbine della guerra e nel
vivo delle successive lotte sociali .
E' stato, come ricorda il sottotitolo del
libro un «costruttore della città di Dio» .
Anch'egli avviato agli altari .
CARLO FIORE
Il Cristo dei giovani
LDC 1978 . Pag. 128, lire 1 .400
La domanda che
Cristo rivolse un
giorno ai suoi apostoli : « E voi chi dite
che io sia?», è stata girata ai giovani
del nostro tempo .
Le loro risposte
(molte di esse raccolte nell'ambiente
della rivista giovanile «Dimensioni
Nuove» di cui l'autore è direttore), sono
testimonianze vive, incisive, tracciate
col linguaggio e secondo le categorie
della nostra cultura .
Ma il volume non si ferma a raccogliere voci sparse . Tenta pure un'analisi
critica- affidata a Carlo Molari, cristologo -, tanto più significativa perché
non si limita a denunciare errori e storture di giovani, ma risale alle corrispondenti storture ed errori attribuibili agli
educatori dei giovani stessi .
COLLANA «I NUOVI ADULTI»
G . MUSA, Marinella super
A . Manfredi, Le porte d'oro
D . Rutheford, La pietra della morte
T. Olsen, Il marchio degli Starbuck
SEI 1978 . Ciascun volume lire 3.500
I «nuovi adulti»
sono i ragazzi, e
per loro in questa
agile collana la SEI
- fedele alla sua
tradizione del «libro sicuro», cioè
educativo - presenta questi 4
nuovi titoli che si
aggiungono ai precedenti dieci già
usciti . Sono romanzi d'avventura, di
quell'avventura di cui la fantasia dei ragazzi ha bisogno, ma nel rispetto del
buon gusto, e orientando alla maturazione dei valori umani .
y~;LE
PORTE
D'OIQ
1
1,1 1
DOMENICA GRASSIANO
Un carisma nella scia di Don Bosco
Suor Eusebia Palomino
Istituto FMA, Roma - pag. 350
Di suor Palomino, Figlia di Maria Ausiliatrice, morta in Spagna nel 1935, il
BS ha già presentato il profilo (ottobre
1977, pag . 25-27) . Ora ecco un libro
scritto in punta di penna, e da divorare in
un fiato . Ne valeva la pena : presto di
suor Palomino verrà iniziata la causa di
canonizzazione .
GAETANO CAFIERO
Vita da sub
SEI 1978 . Pag. 264, lire 6.800
Cafiero è lui per primo un sub, e un
sommozzatore . E inoltre giornalista, autore di libri, collaboratore di enciclopedie, sceneggiatore per il cinema e la televisione : tutto e sempre nell'ambito
della sua specializzazione : la vita subacquea. Il suo libro è la storia, romanzesca ma non romanzata, degli «astronauti alla rovescia» che scendono all'interno del pianeta liquido per scoprirlo e conquistarlo .
URUGUAY
Parigi, stadio di Colombes, 9 giugno 1924 . Per la prima volta ai Mondiali viene compiuto il .giro
d'onore ., e l'onore tocca all'Uruguay, capitanato dal . maresciallo . José Nasazzl, exalllevo .
Dal cortiletto salesiano
alla Coppa del Mondo
Una relazione storica di sicuro interesse per gli exallievi salesiani :
l'Uruguay è stato per decenni «culla di campioni del calcio», e non
pochi di essi - divenuti un giorno campioni del mondo - avevano
imparato a giocare la «pelota» proprio sui cortiletti salesiani .
ingrazio infinitamente per le
dimostrazioni che oggi mi of«R
frono gli exallievi e i professori del
collegio salesiano . E dichiaro che di
tutte le dimostrazioni che mi sono
state finora tributate, questa è di
quelle che più mi riempiono di soddisfazione, perché si tratta dei miei
amici d'infanzia, di coloro con cui ho
diviso i momenti più felici e spensierati della vita, che mai più si dimenticano .
«In quelle sere memorabili in cui a
Parigi contendevamo ai migliori calciatori del mondo il titolo di campioni, dopo le vittorie conseguite sul
campo sempre mi tornavano alla
mente i ricordi della patria lontana,
della mia famiglia e dei miei amici. E
ricordando le prime partitelle giocate
risalivo ai bei tempi in cui, con molti
di voi, difendevo i colori di una squadretta di calcio, la «Domingo Savio»
affiliata alla « Lega Cattolica» .
« Oggi che mi ritrovo con gli amici
di allora, mi sembra che gli anni non
siano passati, e che era ieri quando
nel collegio San Francisco de Sales
commettevamo tutte le birbonate
della nostra età, e le scontavamo finendo alla colonna, messi in castigo
dal direttore . Quel nostro indimenticabile padre Guerra al quale - nonostante tutti i castighi - vogliamo
un bene dell'anima . E che io non dimenticherò mai, per essere stato con
gli altri professori colui che ha guidato la mia prima educazione . Un'educazione di cui vado fiero, perché è in
questi collegi che si dà ai ragazzi la
migliore formazione per la vita» .
Così si esprimeva a Montevideo, la
sera del 30 agosto 1924, José Nasazzi,
in una festa che 1'« Unione Nazionale
Exallievi» aveva organizzato in onore
suo e di Zoilo Saldombide - ambedue exallievi salesiani, rispettivamente dei collegi «San Francisco de Sales » e « San Miguel » - appena tornati
dall'Europa con il titolo di campioni
olimpici » .
José Nasazzi, meglio conosciuto
come «El Mariscal» (il maresciallo),
era stato il prestigioso capitano della
selezione uruguayana di calcio, laureatasi campione a Colombes (Parigi)
nel 1924, poi ad Amsterdam (Olanda)
nel 1928, e a Montevideo nel 1930 .
Le spie Jugoslave. Questo capo indiscusso era figlio di un piccolo paese,
l'Uruguay, incuneato tra due colossi :
Argentina e Brasile . La ricchezza del
suolo, la bellezza delle spiagge, la calorosa spontaneità della gente e una
loro maniera proverbiale di accogliere chiunque, l'hanno fatto definire « la
Svizzera dell'America» . Ma forse per
molti l'Uruguay, al di sopra di questi
titoli, ne vanta un altro che l'ha reso in
passato anche più famoso : quello di
« culla di grandi campioni del calcio » .
E tra questi suoi ambasciatori che
l'Uruguay inviava nel mondo figurano, agli ordini del « maresciallo Nasazzi», un bel drappello di exallievi
salesiani, che mentre si sentivano orgogliosi di essere uruguayani nell'intimo del loro cuore, provavano la
grande gioia di aver ricevuto la loro
formazione nei collegi di Don Bosco,
nelle sue scuole e nei suoi cortili.
Nel 1924, nella cornice del 5 ° Campionato Olimpico di calcio, l'Uruguay
si presentava per la prima volta . Lo
stadio di Colombes a Parigi avrebbe
visto la vittoria della squadra uru-
guayana con la maglia celeste, capitanata dall'exallievo José Nasazzi :
d'un ragazzo che dal cortiletto del
collegio di Montevideo era passato al
club « Bella Vista » i cui giocatori sono
ancora oggi chiamati «papalini»
perché vestono i colori bianco e giallo
della bandiera pontificia (colori che a
quanto si dice, erano stati scelti dal
direttore del collegio salesiano) .
Quando la squadra celeste capitanata da Nasazzi si stava allenando a
Parigi, arrivarono ai bordi del campo i
suoi primi avversari, gli Jugoslavi, che
cercavano di spiare il gioco uruguayano. Notata la presenza di queste
spie, gli uruguavani combinarono loro un tiro birbone, mettendosi a giocare da squadretta di paese. Davano
grandi zappate nel terreno, scagliavano palloni che neanche per caso riuscivano a trovare la via della porta,
colpivano di testa con il collo e la
spalla, sollevavano zolle d'erba e ruzzolavano pesantemente a terra . Così
finché uno degli jugoslavi si avvicinò :
« Che pena, ragazzi! E tocca proprio a
noi giocare contro di voi che siete venuti da tanto lontano . . . » .
All'ora della verità, l'Uruguay si
impose sulla Jugoslavia per 7 a 0 .
Nella finale il 9 giugno 1924 l'Uruguay batteva poi la svizzera per 3 a 0, e
si classificava Campione Olimpionico . Al termine dell'incontro gli organizzatori invitarono il maresciallo
Nasazzi a compiere, in testa ai celesti,
un giro ai bordi del campo per ricevere l'ovazione dei tifosi (fu inaugu=
rato così il giro d'onore ai campionati
del mondo) . Il capitano accettò, ma
volle che partecipasse all'apoteosi,
anche la squadra svizzera . Resta il
fatto, per la storia, che il primo calciatore a compiere il giro d'onore nei
campionati mondiali di calcio è stato
l'exallievo José Nasazzi detto maresciallo.
Ancora il maresciallo. Nasazzi, capo indiscusso dei celesti, ha contribuito a creare il leggendario «Artiglio
Celeste», -,come veniva chiamata la
squadra -, miscuglio di impeto e di
orgoglio sportivo, di determinazione a
difendere la maglia celeste divenuta
simbolo e incarnazione della nazione,
di dedizione generosa e senza limiti
all'ideale sportivo .
Di nuovo ad Amsterdam sarà il capitano dei campioni olimpici : nel 1928
l'Uruguay raccoglie un nuovo alloro
imponendosi all'Argentina per 2 a 1
(una delle reti decisive è opera di Roberto Figueroa, altro exallievo) . Questa spedizione uruguayana ai campionati mondiali comprendeva niente
meno che sette exallievi : oltre ai due
già nominati, figuravano : Peregrino
Anselmi, Adhemar Canavesi, Lorenzo
Fernàndez, Alvaro Gestido e Angelo
Melogno .
Alvaro Gestido era exallievo non
del Collegio ma dell'Oratorio, come il
13
.do t)rugueyo
suo fratello Oscar che diventerà presidente della Repubblica, e sempre si
mantennero ambedue in contatto con
padre Luis Testa, vantandosi di essere
stati ragazzi dell'Oratorio salesiano .
Nel 1928 la FIFA, riunita nella sede
di Zurigo, decise di trasformare il
Campionato Olimpionico in una nuova competizione chiamata «Coppa
del mondo», da disputarsi ogni quattro anni a partire dal 1930 . Veniva così
accolta l'idea di Jules Rimet, presidente della FIFA dal 1920 al 1954 . (Più
avanti venne poi deciso che la competizione fosse chiamata « Campionato del mondo o coppa Rimet », e
recentemente «coppa FIFA» .)
Che cos'ha questa piccola Coppa,
che al di là dell'oro con cui è fatta
attira i più diversi paesi, e tutti si affannano per conquistarla? Oltre all'onore e alla gloria che ne viene a chi se
ne impossessa, c'è senza dubbio
qualcosa di più : ci sono per esempio
le implicazioni politiche a livello internazionale, tanto per il paese che la
conquista che per il paese organizzatore dei giochi . L'onore di organizzare
il primo Campionato mondiale di calcio fu affidato all'Uruguay, il paese
vincitore dei due ultimi Campionati
olimpici, che per di più celebrava
proprio nel 1930 il centesimo anniversario della sua Costituzione .
L'Uruguay, nell'inaugurare la celebrazione dei Campionati mondiali, si
raccolse in se stesso per festeggiare
con gioia anche quei suoi primi cent'anni di vita costituzionale, mentre il
calcio imprimeva un marchio memorabile e popolare a una così significativa commemorazione . E toccò ancora al maresciallo Nasazzi capitanare
la selezione uruguavana e portarla a
vincere il primo campionato del
mondo.
Nello «Stadio del Centenario», per
la partita finale, si incontravano Argentina e Uruguay e i celesti si imposero per 4 a 2. Questa volta si distinsero con Nasazzi altri tre exallievi salesiani : Alvaro Gestido, Lorenzo
Fernàndez e Paolo Dorado, autore
quest'ultimo di una delle reti della
vittoria .
A Maracanà. I due campionati
mondiali successivi furono organizzati dall'Italia e dalla Francia, e videro
due vittorie italiane ; in entrambi i casi, per questioni di principio e di solidarietà, l'Uruguay non partecipò . Dopo la sospensione imposta dalla seconda guerra mondiale si tornarono a
disputare i Campionati del mondo, e il
Brasile con la sua straripante potenza
fu lo stato organizzatore del quarto
Campionato .
Tutto in Brasile viene programmato e disposto in modo stupendo e
grandioso : un monumentale stadio a
Maracanà, con capienza di 250 mila
spettatori, doveva costituire la cornice di popolo chiamato ad applaudire
la coronazione del vincitore .
14
Nel 1928 la squadra dell'Uruguay si aggiudica
di nuovo il Campionato mondiale, e a capitanarla è ancora I'exallievo Nasazzi, a cui i giornali dedicano le copertine .
Il Brasile con pieno merito e con
molta disinvoltura supera le varie
tappe verso il traguardo finale, ha il
favore del pronostico, lo danno per
favorito . Tutto è pronto per la grande
festa della coronazione, attesa e meritata. Si arriva così, in un clima appena immaginabile, all'ultima partita
in cui il Brasile - con la sua strapotenza sportiva e l'appoggio caloroso
di un pubblico psicologicamente già
preparato a pregustare la vittoria - si
scontra con il piccolo Uruguay che è
arrivato alla finale attraverso vari
tentennamenti e senza contare sui favori di nessuno .
Mentre a Maracanà si assapora il
trionfo, in mezzo alle grida assordanti
di più di 250 mila fanatici, tra mortaretti e frastuono di grancasse, scende
sul campo di gioco la selezione celeste, serena con la serenità che sa infonderle il suo allenatore Juan López,
dell'oratorio salesiano Don Bosco e
fedele frequentatore della chiesa di
Maria Ausiliatrice di Montevideo .
Un pareggio è sufficiente perché il
Brasile ottenga l'ambito trionfo ; però
man mano che il tempo passa i favoriti lasciano trasparire un nervosismo
che contagia anche il pubblico : l'artiglio celeste tiene imbrigliati i brasiliani
sull'uno a uno e minaccia di farli capitolare . Non è dunque un mito . E alla
fine accade l'imprevedibile : il piccolo
Uruguay, guidato da quell'exallievo
salesiano, riesce a battere il Brasile
per 2 a 1 e si classifica Campione del
mondo per la seconda volta . Le proporzioni di questa vittoria si possono
misurare solo dallo sbigottimento e
dalla tristezza che si dipingono sul
volto di quelli che avevano accarezzato e assaporato la vittoria .
Il presidente della FIFA Jules Rimet, qualche minuto prima che la
partita finisse, quando il Brasile an-
cora pareggiava, aveva abbandonato
il palco delle autorità e si era ritirato
per ripassarsi il discorso con cui
avrebbe solennemente consegnato la
coppa ai logici, attesi e già praticamente sicuri vincitori . Ma poco dopo,
all'uscire dal tunnel che immette nel
campo di gioco, non riusciva a capire
perché mai un pesante silenzio fosse
calato sugli spalti . Ed ecco la verità
appena credibile : scorse una manciata di piccoli uomini in maglietta celeste sul rettangolo verde, che gridavano con voce ormai rauca : «Uruguay
campeon! » Intanto nello stadio le lacrime si sprecavano : solo pochissime
però erano di gioia, tutte le altre erano
di cocente inconsolabile dolore . . .
Lì a Maracanà due exallievi - continuazione gloriosa dei leggendari
eroi di Colombes, di Amsterdam e
Montevideo - avevano assicurato la
presenza salesiana nei successi sportivi uruguavani : Juan López e Julio
Pérez .
Mentre Jules Rimet consegnava la
sua coppa senza più protocollo e senza discorso, senza banda musicale né
tutto il resto che era stato preparato
per quel momento solenne, l'intero
Uruguay, facendo eco al gesto di un
suo giocatore che nell'istante del fischio finale si era impossessato gelosamente del pallone, esplodeva in una
festa a dimensione nazionale . . .
Una bandiera sul Cervino . Quella
gioia arrivò lontano lontano, ovunque
ci fosse un cuore uruguavano : a me,
allora studente del Pontificio Ateneo
Salesiano di Torino in vacanza in
Valle d'Aosta, toccò la soddisfazione
di poter innalzare, a quota 2000 sulle
propaggini del Cervino, una piccola
bandiera uruguayana . Lassù si mescolarono il celeste, il bianco e il sole
della bandiera, con lo stesso cielo
delle Alpi. Forse nessun'altra bandiera uruguayana in quel giorno sventolò
tanto in alto : un'asta issata a 2000
metri d'altitudine la aiutò a garrire al
vento e a confondersi col firmamento .
(Ora essa è gelosamente conservata . . .
nel museo salesiano del collegio Pio a
Villa Colón, la prima casa salesiana
aperta in Uruguay) .
Intanto, nel centro dello stadio Maracanà, Juan López se ne stava con
lacrime di gioia agli occhi e un'emozione profonda nel cuore, sentendo
presso di sé l'Ausiliatrice e Don Bosco
che prima di partire era andato a salutare nella chiesetta del suo Oratorio .
Ieri, dunque, il maresciallo Nasazzi,
Alvaro Gestido, e più tardi Juan López, e oggi altri giocatori celesti come
Fernando Morena e vari suoi compagni exallievi, si dicono fieri di essere
cresciuti alla scuola di Don Bosco, e
fanno onore allo sport uruguayano .
Sono - come non riconoscerlo? frutti dell'affetto seminato con sacrificio da pazienti educatori nei sovraffollati ma allegri cortiletti salesiani .
FÉLIX MARIA BRUNO
MACAU
che più prospero. E la popolazione? E
chi pensa ai ragazzi?
In tutto sono 250 mila gli abitanti, al
95% cinesi, al 10% cattolici . E un vescovo che nel 1968, quando capitò a
passare da quelle parti il Rettor Maggiore don Ricceri, era preoccupato di
un certo quartiere di periferia tutto
rosso, in cui i rossi avevano aperto una
scuola e avviano precocemente i bambini sul sentiero dell'ateismo . . .
Ma ecco la relazione di don Tiberi.
Don Tiberi non ha tempo
di andare in pensione
Dopo 45 anni di lavoro missionario pensava di aver diritto a un po' di
riposo in Italia . Invece ricevette da Macau una lettera che lo invitava a
tornare in tutta fretta, e a occuparsi di una nuova scuola . Naturalmente è tornato . Ora ha 71 anni di età, 54 di vita missionaria, e 900
bambini a cui badare . E per ora non pensa alla pensione .
esarese con barbetta alla cinese,
don Ercole Tiberi a 16 anni era
salesiano e a 17 era missionario in Cina ; a 31 anni era sacerdote, e poi è
stato a lungo direttore delle opere salesiane di Hong Kong e Macau . Nel
1969 si trovava in Italia e pensava di
potersi prendere un meritato riposo,
quando lo raggiunse la lettera del suo
vescovo missionario che lo supplicava
di tornare a Macau .
Macau (16 Kmq, la quarta parte della repubblica di San Marino) è una
penisoletta, un grumo di terra sporgente dal gigantesco sub-continente
cinese . In teoria è un « Territorio d'Oltremare » del Portogallo, in pratica è un
topolino fra le zampe di un gattone che
lo può stringere e stritolare quando
vuole. Dicono i visitatori che la presenza della Cina popolare incombe su
Macau con una stretta all'apparenza
P
soffocante : le sponde del porto, il mare
all'intorno, le isolette vicine, tutto appartiene alla Cina . Aprite la finestra
d'una casa qualsiasi, e l'occhio spazia
sui domini di Pechino. Cibo, acqua, rifornimenti, tutto arriva dalla Cina .
Ma la zampata assassina non è ancora stata assestata, il topolino continua a vivere in pace . E - dicono gli
esperti - ci sono buoni motivi perchè
continui così : un tacito accordo soddisfa gli interessi sia di Pechino che di
quella frangia del mondo libero che
specula e prospera su quel grumo di
terra. A Macau si pratica il gioco d'azzardo (5 grandi case da gioco aperte
giorno e notte costituiscono la bisca
più florida del continente asiatico) ; nel
cinodromo si scommette sulle corse dei
cani, nell'ippodromo sui cavalli . C'è un
prospero commercio dell'oro, e un
commercio clandestino dell'oppio an-
Era pericoloso. Nel 1971 nasceva a
Macau una nuova scuola : la «Eccola
Sào Paulo» . Nasceva nel quartiere di
periferia Areia Preta (Sabbia nera) .
La ditta costruttrice, Chee Lei, per
tutto il tempo che costruì l'edificio
non appese la propria insegna . Ne
chiesi il motivo al dirigente, il signor
Chiu Sin Leuk, che rispose con un'alzatina di spalle : «Ma non è necessario» . A scuola ultimata, quando la
gente dei dintorni - tutti ortivendoli
e coltivatori di fiori - pensava che la
ditta avesse costruito una fabbrica,
l'impresario fu più sincero : « Era pericoloso che in questa zona, tutta comunista, si sapesse che costruivo una
scuola cattolica» .
Nel gennaio 1971 ci fu l'inaugurazione, però le lezioni erano già cominciate nel settembre 1970, a lavori
non ancora ultimati . Aprimmo subito
6 classi per 120 alunni . Ora le classi
sono 16 e gli alunni 900 .
Un argine . L'idea della scuola era
stata di mons . Paolo Giuseppe Tavares, vescovo di Macau, vera tempra di
apostolo (scomparso nel 1973). Nel
suo vasto programma di evangelizzazione voleva una scuola in questa zona per mettere un argine al materialismo .
Il buon vescovo non solo pensava al
cemento e al ferro, ma si preoccupava
di trovare una persona a cui affidare
la scuola . Proprio in quel tempo capitò a Macau don Ricceri . Egli andò
ad attenderlo alla stazione degli aliscafi in arrivo da Hong Kong, e lo salutò : « Signor don Ricceri, lei è l'uomo
della Provvidenza! » « Come sarebbe a
dire, monsignore?» «Vede, voglio
aiutare con una scuola i figli di quella
povera gente, ma mi occorre uno che
la diriga . Me lo dà lei?» «E chi?», domandò il Rettor Maggiore . «C'è in
Italia un certo don Tiberi . . . Lo conosce?» «Certo, siamo buoni amici» .
« Ebbene, me lo può cedere? » .
Il giorno dopo mons . Tavares prese
la penna in mano e mi inviò una lettera aerea molto persuasiva, dicendomi di tornare in gran fretta .
In piena fioritura. Quando tornai a
Macau, della scuola non c'era neppure l'ombra . E cercammo il posto . Un
giorno mi imbattei in Chiu Sin Leuk,
exallievo del nostro liceo Yuet-Wah .
Aveva saputo che si cercava un terreno, e mi condusse a vederne uno di
15
sua proprietà. Era abbastanza grande, e mi piacque . Condussi anche il
vescovo a vedere, e si accordarono sul
prezzo. Lo stesso Chiu costruì l'edificio, e nel giro di un anno la scuola era
ultimata .
Dopo 7 anni è in piena fioritura .
Edificio moderno, buoni insegnanti,
tanti strumenti didattici procurati da
benefattori, e tante attività .
Tutte reginette. La scuola assorbe i
bambini del quartiere, ma anche di
zone più lontane . Con gli abitanti vicini siamo in ottimi rapporti . Ogni
anno si è fatto un passo avanti. Con
l'aiuto di amici abbiamo allestito piccoli campi sportivi, messo su giochi
per i ragazzi, e due bandine musicali :
una semplice per l'asilo, e un'altra più
robusta per le classi più alte .
L'anno scolastico è infiorato di feste e competizioni . Nelle principali
feste c'è sempre la messa nel piccolo
teatro . A volte viene a celebrarla il
Vescovo, mons . Arquiminio da Costa .
I cristiani sono in numero esiguo,
però la massa partecipa volentieri ai
riti e alla preghiera . In queste occasioni a tutti è offerto uno spuntino (ai
bambini l'appetito non manca mai . . .) .
La nostra scuola è diventata celebre in città per le danze, le belle danze
classiche cinesi . Le nostre bambine,
preparate bene dalle maestre, nelle
varie accademie organizzate dalla
scuola durante l'anno scolastico si
esibiscono con grazia, e sono sempre
molto acclamate. Queste danze snelliscono il corpo e ingentiliscono l'animo . Le bambine vengono da famiglie
umili, ma una volta indossati i bei vestiti e ben truccate, sembrano tutte
reginette. Nel novembre scorso sono
state scelte dall'ente turismo della
città a rappresentare Macau nella
« Settimana dell'arte» di Hong Kong .
Abbiamo avuto un invito perfino da
Tahiti, nella lontana Polinesia.. .
Si semina molto. Anche lo sport è
curato nella scuola . La «Giornata
dello sport» è un'occasione tra le più
solenni dell'anno scolastico. Oltre allo
studio del cinese si cura in particolare
lo studio dell'inglese, che dà ai ragazzi
la possibilità di entrare in una scuola
media di tipo inglese e di proseguire
gli studi anche all'estero (nei paesi
orientali i genitori si sottopongono a
privazioni enormi per dare ai loro figli
la possibilità di accedere agli studi
superiori) . Per scoprire e sviluppare i
talenti degli alunni la scuola organizza gare di disegno, calligrafia, musica,
catechismo, ecc. E anche nelle analoghe competizioni cittadine i nostri
piccoli si fanno onore .
Sotto il punto di vista religioso,
dell'evangelizzazione, che cosa si può
fare? I nostri alunni non superano i 13
anni di età, perciò non ci sentiamo di
amministrare nessun battesimo. I
bambini cattolici sono appena una
quarantina . Qui si semina soltanto,
ma si semina molto . Abbiamo le pre16
ghiere del mattino, la messa ogni sabato per quelli che vogliono partecipare, e lo studio serio del catechismo
coronato ogni anno con una gara
molto solenne e con bei premi .
L'apparente sconfitta . I Salesiani
sono a Macau dal lontano 1906 : don
Rua aveva mandato mons. Versiglia a
iniziare l'opera in Cina, e la prima casa aperta era stata un orfanotrofio
proprio qui a Macau . Nel 1926 venne
creata l'Ispettoria Cinese, il piccolo
seme era già diventato albero prospero .
L'opera dopo aver superato la crisi
della seconda guerra mondiale si stava sviluppando bene in ogni parte,
quando sopravvenne il tifone rosso . I
missionari salesiani furono espulsi
dal continente ma il Signore si servì di
quell'apparente sconfitta per suscitare nuove opere in altre parti del mondo : le Ispettorie della Thailandia, del
Vietnam e delle Filippine sono figlie
•
La .giornata dello sport» si apre con un'incantevole parata dl bandiere.
Preparate per bene dalle maestre, le bambine
• della scuola eseguono le danze classiche cinesi come tante reginette .
•
Alla scoperta del mondo : i bambini di Macau
studiano con molto impegno.
• Anche a Macau si comincia da . uno ..
Tutti sportivi, anche i piccolini ; ecco la loro
• appassionante corsa in triciclo .
Una delle 16 classi della scuola, in tutto 900
• allievi e allieve fino ai 13 anni .
Macau è piccola e sovraffollata : come l'altalena
• dei bimbi della scuola .
Pochi bambini cristiani a scuola, gli altri troppo
• giovani per parlar loro di battesimo . Ma, dichiara don Tiberi, si semina intensamente .
della nostra Ispettoria . Sono i salesiani della Cina che hanno fondato
quelle opere .
Li ho fotografati. La casa di Macau,
prima opera salesiana in Cina, ha man
mano dilatato i suoi battenti : il primo
modesto orfanotrofio è ora una stimata scuola tecnica con 800 alunni ; lo
Yuet-Wah è una scuola media superiore con 1300 alunni ; il collegio Don
Bosco è una scuola industriale che si
prende cura della gioventù portoghe-
se . I Salesiani sono pure impegnati in
altre singolari opere sociali : un lebbrosario e un riformatorio giovanile
sull'isola di Coloane, e una parrocchia .
Le Figlie di Maria Ausiliatrice hanno dal 1966 due belle opere, con oratorio, scuole elementari e medie, una
scuola speciale per i figli dei pescatori, un ambulatorio, ecc. Sono al lavoro
anche le Volontarie di Don Bosco, che
hanno una «Città dei ragazzi» e un'o-
pera per handicappati .
L'ultima nata è la mia Escola Sào
Paulo per i ragazzi poveri di Areia
Preta . Sono ragazzi simpatici e volenterosi, e li ho fotografati con gusto per
mostrarli ai lettori del Bollettino .
Tanti ragazzi, che studiano sotto la
direzione di questo vecchio missionario di 71 anni, in attesa di qualcuno
che vanga a sostituirlo per andare in
pensione e riposarsi un poco .
Don ERCOLE TIBERI
17
-Educhiamo come Don Bosco
ella primavera del 1855 Don Bo-
sco ha detto ai suoi ragazzi : «E'
N
volontà di Dio che ci facciamo tutti
santi, è assai facile riuscirci» . Uno di
quei ragazzi lo prende in parola : Domenico Savio. Il ragazzo santo corre
dal suo educatore e gli dice : «Non so
cosa bisogna fare, come devo comportarmi» . E Don Bosco gli regala «la
formula della santità» in tre punti .
Primo, allegria. Secondo, doveri di
studio e di pietà. Terzo, fare del bene
agli altri. «Aiuta i tuoi compagni sempre, anche se ti costa sacrificio . La
santità è tutta qui» .
Domenico ci prova. Far del bene è
un'arte difficile, occorre prudenza,
gentil^wa, intelligenza. E lentamente
impor a. Vede in cortile un ragazzo
mali, conico e va a giocare con lui.
Arri , 'a all'Oratorio un ragazzo nuovo,
lo a )vicina, si interessa di lui, del suo
nome, del suo paese, dei suoi studi . Si
pre ;enta così: «Io sono Domenico Savio di Mondonio. Saremo amici, vero?» «Sicuro!», risponde l'altro ben
contento di trovare un appoggio .
«Dove sono radunati molti giovani
- ha scritto Don Bosco -, ce ne sono
di solito alcuni meno educati, più
ignoranti, o scortesi, che vengono
schivati, lasciati soli. E hanno maggior
bisogno di amici che non gli altri . Ebbene, questi erano gli amici prediletti di
Domenico Savio. Li avvicinava, li teneva allegri, li faceva giocare— Se
qualcuno aveva una pena, andava a
confidarla a lui. . . C'era qualche malato
in infermeria? L'infermiere più richiesto, era sempre Domenico» .
Se un ragazzo è triste, e sfugge Don
Bosco, Domenico capisce che deve
avere imbrogli di coscienza . Lo invita a
giocare, e quando la partita è più accalorata gli mormora : «Vieni a confessarti, sabato?» « Va bene», risponde
l'altro magari per tagliar corto. E riprendono il gioco. Ma Domenico gli sta
vicino ricordandogli la promessa . E se
il compagno non la mantiene : «Me 1'
hai fatta, eh?» «Non mi sentivo . . .», si
scusa l'altro. «Brutta cosa. E' perché
c'è del marcio . Non vedi che sei sempre
malinconico? Dài retta a me, fa' una
bella confessione, e ti sentirai meglio» .
Non a tutti piace quest'amicizia di
Domenico, troppo profonda, impegnativa ed esigente. «Ma a te che te ne
importa di queste cose?», gli rinfaccia
un giorno un compagno scontroso .
«Che me ne importa? - risponde Domenico quasi vibrando di emozione -.
Me ne importa perché l'anima dei miei
compagni è redenta dal sangue di Cristo; me ne importa perché siamo fratelli e dobbiamo volerci bene aiutandoci a vicenda ; me ne importa
perché. . . » .
Domenico vive questa «amicizia nel
bene» in particolare con un compagno, Giovanni Massaglia . «Senti, Massaglia - gli dice un giorno - . Vorrei
che fossimo veri amici» . «Ma non lo
18
siamo già?», risponde l'altro. «Sì, ma
io voglio che lo siamo di più . Perciò
senti: quando tu vedi in me qualcosa
che non va, che dispiace al Signore, mi
avvisi. D'accordo?» « Va bene, Domenico. Ma a patto che anche tu faccia lo
stesso con me» . Ha scritto Don Bosco :
«Da quel tempo Savio e Massa glia divennero veri amici, e la loro amicizia
fu durevole perché fondata sulla virtù,
e andavano a gara con l'esempio e con
i consigli nell'aiutarsi a sfuggire il male
e a praticare il bene » .
Nell'estate 1856 Domenico fa qualcosa di più : raccoglie i suoi amici migliori e costituisce con loro un gruppo,
con tanto di statuto e di programma .
Tra i compagni, quasi tutti più grandi
di lui, figurano Michele Rua (poi primo
successore di Don Bosco, oggi beato) e
Giovanni Cagliero (poi missionario e
cardinale). Nel regolamento del gruppo - che Don Bosco assicura scritto
da Domenico - si legge : «La carità
venta apatico, si sviluppa in ritardo, e
in seguito potrà rivelare complessi di
insicurezza e angoscia . Invece un
bimbo «nutrito d'amore» dalla sua
mamma cresce vivace, sereno, aperto
agli altri .
• Il bambino ha bisogno di gente
attorno a sè, di altri bambini (anche
se all'inizio li scambia per . . . cose) .
Eccolo strillare perché vuole andare a
giocare con altri piccoli, vuole sedere
a tavola con i grandi . E' il suo legittimo desiderio di appartenere al gruppo, e il soddisfare questo desiderio lo
apre alla socialità, lo predispone all'amicizia.
• Il gioco porta il bambino ad
aprirsi agli altri . Dapprima gli serve
soprattutto per scoprire il mondo che
lo circonda, ma presto « gioca con » gli
altri, impara a non aver paura di chi
gli vive accanto, tenta le prime conversazioni in cui usa per la prima volta il pronome «io» .
Maturateli
alla vera
amicizia
reciproca unirà i nostri animi e ci farà
amare indistintamente i nostri fratelli». E viene formulato l'impegno di
«portare al bene i propri compagni,
animandoli caritatevolmente ed esortandoli con le parole, ma molto più col
buon esempio » .
Quel gruppo prese allora il nome di
«Compagnia dell'Immacolata», e si
può dire che non è venuto mai meno :
oggi rivive nel movimento «Amici Domenico Savio» . Così Domenico continua a essere anche oggi un vero «amico nel bene» per tantissimi suoi coetanei.
Sull'esempio di Don Bosco, anche i
genitori possono educare i figli alla vera amicizia. Non ci avete mai pensato?
* L'educazione all'amicizia comincia da molto lontano : a poche
settimane di vita il bimbo è già capace
di stabilire con la mamma un caldo
rapporto affettivo, che è premessa indispensabile per le amicizie future .
Un rapporto fatto di sguardi, sorrisi,
carezze e sfumature inavvertibili . E
reciproco : il bimbo sente la tenerezza
della mamma, e la ricambia in modo
inconscio ma reale . Se privato di
questo affetto, il bimbo ne soffre, di-
• In ogni caso è indispensabile al
bambino l'ambiente familiare amichevole . Le tensioni fra genitori, o un
nucleo familiare rinchiuso su se stesso e in atteggiamento difensivo verso
l'esterno, incidono negativamente
sulla socialità del ragazzo . E' allora
che si hanno bambini pieni di timore
nel salutare, che si mostrano spaesati
• spaventati dalla presenza di forestieri. Al contrario si vedono certi
piccolotti che dal finestrino dell'auto
• del treno salutano tutti e tutto, e
vanno in visibilio se qualcuno risponde loro con un sorriso o con la mano :
segno che da tutto l'ambiente in cui
vivono sono portati serenamente alla
socialità.
• E' importante sconfiggere fin
dall'inizio le tendenze dei bambini
all'isolamento. Tendenze che molto
spesso nascono dall'egoismo del
mondo adulto, incattivito dalle delusioni e dall'insuccesso. O nascono
dall'impostazione stessa della vita sociale d'oggi : «L'ascensore è una macchina per ignorare i coinquilini ; l'automobile per ignora la gente che va in
tram ; il telefono, per non vedere in
faccia e non lasciar entrare in casa»,
hanno scritto i ragazzi di Barbiana. La
casa invece va tenuta aperta a visite,
agli amici, ai parenti ; i bambini hanno
bisogno di vedere, conoscere, incontrare, parlare e ascoltare .
* Anche se piccoli, vanno resi
partecipi delle attività e delle responsabilità familiari . E' importante
consultarli anche nelle piccole cose :
la scelta di una gita, l'albero di Natale,
ecc, portarli ad avviare le prime discussioni con fratelli e sorelle . Ginetto
voleva mettere nella grotta del presepe il cammello invece del bue : i fratelli più grandi gli hanno spiegato che
era sbagliato, e per convincerlo hanno
raccontato a loro modo tutta la storia
della nascita di Gesù .
Ci sono poi tante piccole incombenze o responsabilità per cose che
riguardano l'intera famiglia : l'armadio dei giocattoli, lo scaffale dei libri,
l'armadietto delle scarpe . . . Perché
non responsabilizzare in questi settori
i bambini anche piccoli? Cominciano
a sentirsi utili agli altri, e ne vanno
fieri come piccoli ometti .
* La scuola elementare è occasione di nuovi intensi incontri . Le didattiche moderne basate non sulla competitività ma sulla collaborazione tra
ragazzi sono quanto mai idonee a
sviluppare il senso dell'amicizia . Fuori scuola i ragazzi formano le « bande »
chiassose e fracassone, e lì si formano
sovente amicizie che dureranno tutta
la vita .
I genitori fanno bene a favorire
l'incontro dei figli con i loro compagni
in casa, per studiare e giocare insieme ; e fanno bene a dare importanza
agli amici dei figli, a dimostrare loro
stima ed amicizia . Dalla non sempre
pacifica invasione della casa ne scapiterà la pace domestica, ma quel
portare in casa i propri amici abitua i
figli a non alimentare esclusività e segreti verso i genitori .
* Anche da piccoli i bambini vanno educati a vivere la carità, da battezzati, da figli di Dio come sono . Bisogna portarli a dividere, a donare,
anche piccole cose . La frutta, un giocattolo, un'elemosina . E bisogna motivare . Un babbo che ragiona con i
suoi ragazzi sul Terzo Mondo, la fame, l'ingiustizia, il pericolo dei missili,
le preoccupazioni del Papa, le carestie
dello Sahel, prepara i figli alla generosità e all'impegno . Giunge il momento della raccolta di aiuti organizzata dalla scuola e dalla parrocchia,
giunge la giornata missionaria o dei
lebbrosi : i ragazzi educati alla generosità non si limitano a scucire qualche biglietto dal portafoglio di papà,
ma rompono il proprio salvadanaio .
* L'età classica del cameratismo e
dell'amicizia è però l'adolescenza .
Tutti compagni, e un solo amico .
«Eccomi al punto da cui ha preso
origine quest'idea del diario : io non
ho un'amica - annota Anna Frank
sul suo quaderno diventato un classico della letteratura - . Con nessuno
dei miei conoscenti posso fare altro
che chiacchierare, parlare dei piccoli
fatti quotidiani . Non c'è modo di diventare più intimi, ecco il punto . Perciò questo diario. Allo scopo di dare
maggior rilievo nella mia fantasia all'idea di un'amica lungamente attesa,
farò del diario l'amica, e l'amica si
chiamerà Kitty» . Un'amica di carta .
Anna Frank viene a dare ragione a
quello splendido proverbio arabo che
dice : «Si può vivere senza fratelli, ma
non senza amici» .
* L'amicizia tra adolescenti acquista nuove tonalità : non è più al centro
il gioco, ma il bisogno di comunicazione verbale, della confidenza.
«Qualcuno a cui posso confidarmi» .
« Mi aiuterebbe a superare i momenti
di tristezza» . «Dire ciò che non si può
dire ai genitori» .
Chi non vede come quest'amicizia
dei figli possa anche diventare una
fuga dalla famiglia? In parte ciò è
inevitabile (i ragazzi vogliono sperimentare la loro incipiente autonomia), ma se si verificano vere e proprie rotture, probabilmente le cause
vanno cercate anche nell'educazione
precedente impartita ai figli. Non c'è
amicizia tra genitori e figli ora, perché
non c'è stata vera amicizia (nonostante le apparenze) neppure prima .
* L'amicizia degli adolescenti è
piena di insidie, e tanti genitori ne
hanno paura . Specie oggi che i gruppi
sono misti . «Chi cerchi nel gruppo :
ragazzi o ragazze?» «Le ragazze, si
capisce . Anche se i ragazzi sono molto
più in gamba», ha confessato candi-
damente un adolescente . E non può
che essere così : l'amicizia tra i due
sessi è normalmente preludio a quell'amicizia più profonda e impegnativa
che sarà l'amore coniugale . Ma esperienze negative, sbandamenti, tutto
diventa possibile e temibile . E viene
reso frequente dall'andazzo di questi
tempi . Specie quando nei figli manca
fin dall'infanzia la dimensione religiosa, cioè Dio è sentito come assente,
come intruso, o come giudice di cui
aver timore .
• Quanta maggior serenità invece
per i genitori che hanno cresciuto i
loro figli al calore di un'amicizia trascendente, quella di Cristo. Che hanno aiutato i figli a realizzarsi socialmente in gruppi di impegno cristiano,
a sentirsi membri vivi della Chiesa .
L'amicizia di Cristo non è esclusiva
o concorrenziale : è invece il fondamento e la garanzia delle altre amicizie, dell'essere « amici nel bene » . Gesù
è capace di amicizia e di destare amicizia, come nessun altro . Il Vangelo è
pieno di suoi amici : Pietro, Giovanni il
prediletto, Lazzaro, Marta e Maria, la
Maddalena . . . Gesù che incontra il
giovane ricco : «Fissando il suo
sguardo sopra di lui, lo amò» . Gesù
che dice ai suoi discepoli : «Non vi
chiamerò più servi, ma amici» . Che
applica a sé le parole : «Nessuno ha
amore più grande di colui che dona la
vita per i suoi amici» .
Sapere tutto questo, sapere che
Gesù è risorto, è vivo al proprio fianco, diventa qualcosa che sconvolge il
giovane . Dà una gerarchia ai suoi
sentimenti . Libera l'amicizia dal rischio del banale, dalle seduzioni dell'edonismo. Rende capaci di dedizione e oblatività.
• Gli insegnanti di religione e gli
animatori di gruppi giovanili l'hanno
potuto constatare : nulla è più costruttivo con i ragazzi che ricercare
insieme nel Vangelo i tratti di
Gesù-amico, e scoprire che quest'amicizia coinvolge ciascun giovane
non solo personalmente ma anche nei
suoi rapporti con gli altri . Solo su
questa base dell'amicizia in Cristo
amico comune - dice l'esperienza può nascere e vivere e operare il
gruppo giovanile d'impegno cristiano .
• L'amicizia con Cristo - acutamente sentita nell'adolescenza - ha
origini ben più antiche . Nella fierezza
dell'impegno assunto con la cresima .
Nella consapevolezza del dono ricevuto con la prima comunione . Nel
dolore della prima confessione . Nel
primo realistico confronto con il Crocifisso . Nella contemplazione ingenua
ma commossa del primo presepe .
Sono momenti magici, in cui i ragazzi fortunati hanno al fianco la
presenza affettuosa e incoraggiante
dei genitori.
FERRUCCIO VOGLINO
19
FRANCIA
Quando un collegio
diventa villaggio
Un nuovo modo di vivere l'internato viene offerto agli alunni degli
ultimi corsi, da sette anni a questa parte, nell'opera salesiana di
Landser (Alsazia) . Accanto ai tradizionali dormitori per i più giovani,
si sono costruiti otto chalefs che ospitano i ragazzi più grandi . A
Landser si pensa che l'internato sia ancora luogo privilegiato di
educazione, e si riesce a renderlo formativo in chiave cristiana .
imile a quello degli aeroporti, il
carillon tintinna : è un allegro invito a correre a scuola . Il villaggio di
otto chalets si anima . I villini, separati
tra loro da gradevoli spazi verdi, si
trovano un po' discosti dalla scuola ; i
passi scricchiolano sulla ghiaia. I ragazzi a uno a uno, o a piccoli gruppi,
lasciano le loro residenze e si dirigono
verso l'edificio dove li aspetta la lezione . Pochi passi, e tutti sono pronti
per cominciare .
Evitare la massificazione . Gli chalets, deserti durante le ore di scuola,
sono formati da otto stanze ciascuno,
disposte attorno a un vasto soggiorno
con cucinino . Ogni stanza, progettata
per il riposo e il lavoro, ha servizi
completi . Di giorno i giovani vi si ritrovano negli intervalli e nelle ore del
lavoro individuale . Il soggiorno in comune consente di lavorare a gruppi, e
alle 16 di fare insieme merenda. I locali, puliti e luminosi, si prestano alla
vita di gruppo in modo eccellente .
Questa impostazione è stata studiata negli anni 1971-72 . A quell'epoca
l'aumento degli alunni rendeva necessario ampliare l'internato del
«Don Bosco» ; occorreva però escogitare una formula che evitasse l'eccessiva massificazione dei ragazzi .
La soluzione venne dal «piano
Chaladon », il piano governativo per la
costruzione di case popolari, che in
quegli anni trasformò il villaggio di
Landser (300 abitanti) in un bel centro
di 2 .400 abitanti. I salesiani di Landser
ottennero prestiti a basso interesse e
acquistarono gli otto chalets . Bastarono pochi adattamenti, ed ecco il
nuovo internato offerto ai ragazzi
delle due ultime classi .
Autodisciplina. «Questa forma di
internato non va separata dal resto
della scuola », hanno sentenziato i responsabili del progetto . E così avvenne . In più l'internato si presenta come
terreno favorevole per il lavoro educativo, permettendo di dare una valida formazione cristiana agli studenti
più grandi . Anche a Landser si riconosce che l'internato comporta delle
costrizioni, però esso non è «vissuto»
come una costrizione .
«Niente poesia - dichiara ancora
padre Giuseppe Enger, il salesiano
S
20
incaricato dell'assistenza negli chalets - : l'obiettivo di questo internato
è l'autodisciplina» . Col passare degli
anni e con l'esperienza, l'organizzazione della vita nei villini si è evoluta .
In un primo tempo si lasciava che
fossero i ragazzi a costituirsi liberamente in gruppi, ma l'esperienza fu
poco positiva (c'erano sempre ragazzi
«non scelti» e difficili da inserire in
qualche gruppo) ; a questa formula se
n'è sostituita un'altra forse più autoritaria ma anche più elastica : i gruppi
sono costituiti dai responsabili secondo le caratteristiche degli alunni e
la loro capacità a integrarsi meglio in
questo o quel gruppo .
All'inizio ciascun villino definiva un
proprio regolamento interno, fissando i tempi delle riunioni e perfino gli
«incontri del vangelo» ; un accompagnatore seguiva la vita del gruppo .
Era un progetto piuttosto utopistico,
e man mano venne ristrutturato ; oggi
i singoli regolamenti interni non si discostano da un canovaccio comune :
resta a ogni chalet il compito di completarlo nei dettagli, secondo le caratteristiche del gruppo . Le riunioni
di programmazione, spontanee o
convocate dall'educatore, non sono
più frequenti come all'inizio : si tengono nei casi di vera necessità . Anche
la catechesi è stata demandata all'ambito scolastico . Sono state delle
scelte realistiche, suggerite dalla situazione concreta . Ci sono infatti ragazzi che incontrano difficoltà a organizzarsi, ad approfondire da soli in
modo sistematico ciò che vivono, e
vanno aiutati da strutture a volte necessariamente un po' rigide .
Un modello nuovo . Il fatto però rimane : l'internato con gli chalets risulta
sostanzialmente
positivo,
perché nove ragazzi su dieci ce la
fanno a vivere con autodisciplina, e
quelli che incontrano difficoltà vengono aiutati dall'educatore . Già in
partenza si riconosce con i ragazzi
stessi che non è tutto idilliaco in questa struttura, e ciò li responsabilizza e
li impegna a fare ciascuno la propria
parte . Tra l'altro, per evitare un certo
pericolo di imborghesimento, i ragazzi sono incaricati di mantenere la pulizia e l'ordine nei villini . C'è anche il
rischio dell'individualismo, ma il soggiorno comune può anche diventare il
luogo ideale per imparare a vivere in
gruppo .
Nel confronto col resto della scuola
«Don Bosco», gli chalets si differenziano molto : c'è chi ha coniato l'espressione «uno stato nello stato» .
Ma tutto' sommato non è un male che
gli ultimi corsi in qualche modo si
differenzino. Tra l'altro, uno dei villini
è destinato a quegli studenti che hanno accettato di prendere su di sé
compiti di assistenza e di guida nei
confronti dei compagni più giovani .
Nel complesso si tratta di un modello nuovo e riuscito di internato : le
possibilità pedagogiche sono accresciute da questa struttura . Basta saperla utilizzare a dovere .
JACQUES REY
(Dal Bollettino francese)
Landser si trova a 10 Km a sud-est di Mulhouse. Il . Don Bosco . sorge nel cuore del piccolo
centro; è stato fondato nel 1927 come scuola agricola . Ora raccoglie 360 ragazzi quasi tutti Interni,
dalla prima media a tutto Il liceo classico e scientifico . I salesiani sono 8, amministrano anche due
parrocchie, e per la scuola utilizzano molto personale esterno .
Il . Don Bosco . d'estate si apre al ragazzi del quartiere, accoglie gruppi vari, e soprattutto offre
I suoi chalets ai salesiani per un singolare e Impegnativo tipo di esercizi spirituali, Incentrato sulla
meditazione In gruppo e sulla « revisione di vita . .
KOREA
Una gita sulla collina, con la preside dell'istituto Auxilium, suor Mirta (sulla sinistra) .
«Come un albero in fiore
sulla collina assolata»
Suor Mirta Mondin sapeva perché i bambini sono i più graditi a Dio :
«Perché sono semplici come Lui» . Ha voluto rimanere nella «sua
terra», la Korea, con le ragazze koreane cresciute nella sua scuola ;
l'hanno sepolta sulla collina dove le sue allieve vanno a trovarla
anche adesso come prima .
wangju, 16 novembre 1977 . Alla
radio nazionale va in onda una
trasmissione curata da Lee Simone,
che per lunghi anni aveva lavorato
accanto alle FMA come vice-preside
della loro scuola, l'Auxilium. «Venti
anni or sono - racconta al microfono
una voce commossa - suor Mirta
Mondin era venuta dall'Italia fin qui,
alla nostra scuola di Kwangju . E
s'impegnò subito per imparare la nostra lingua, le tradizioni del nostro
paese (molto diverse da quelle della
sua patria), e familiarizzò nobilmente
con ogni nostra cosa . Non solo si fece
amare dalle fanciulle ma anche dalle
autorità, che l'apprezzarono sinceramente . Dove c'era gioventù, c'era pure lei . Faceva pensare a un grande albero frondoso, ricco di fiori, sotto cui
volentieri si riposa" .
"Sei qui con noi" . L'indomani un
quotidiano a tiratura nazionale portava il caldo articolo di Chu Hwa Ja,
da dieci anni insegnante all'Auxilium .
«Suor Mirta - scriveva Chu - come
hai trovato il coraggio di partirtene da
noi, di lasciare le tue ragazze che
amavi tanto? Mi sembra ancora di
sentire la tua voce chiara : "Mie care
alunne, la giovane è come una goccia
di rugiada : se rimane sul petalo del
K
fiore, brilla come una perla ; ma se
cade per terra diventa fango" .
«Tu parlavi con la vita, incarnavi
l'ideale educativo di Don Bosco . Avevi
fatto della tua presenza un'oasi di
bontà e di comprensione, una palestra di educazione, in cui le alunne
trovavano nel dialogo il valore della
vera vita. Nei primi tempi della nostra
scuola abitavi in una casetta disagiata, dove la neve e la pioggia cadendo a
piacimento trovavano sempre modo
di penetrare dentro. Di questo però
non t'importava, e anche in pieno inverno correvi di qua e di là, tra noi
insegnanti e tra le alunne, con tazze di
tè caldo. Caldo come la tua bontà .
« Non amavi solo la tua famiglia salesiana, amavi tutta la gioventù della
Korea . Aiutavi le orfane, andavi ogni
domenica al lebbrosario per spezzare
il pane della parola di Gesù, e per infondere fiducia nell'avvenire . Solo
ora puoi sapere quanta nuova speranza e quanto nuovo coraggio è
sbocciato dal tuo esempio . La tua vita
è come una seta preziosa, intessuta
nel silenzio da un filo purissimo e
ininterrotto di carità .
«Quando venisti a sapere di avere
un male che non perdona, non ti meravigliasti : anzi tu stessa confortavi le
persone a te vicine e addolorate . E
ringraziarvi il buon Dio che così ti
aveva dato l'occasione di pregare più
a lungo, di offrirti per la sana e pura
crescita della gioventù .
« Cara suor Mirta, desideravi essere
sepolta nella terra koreana . Ecco, il
tuo desiderio si è realizzato : sei qui
con noi. La tua dimora terrena è ora
sulla collina assolata, dove puoi sentire il canto degli uccelli e il profumo
dei fiori che tanto amavi, dove puoi
rivedere le tante giovani che vengono
a pregare sulla tua tomba e a prometterti una vita più buona» .
Così l'insegnante Chu Hwa Ja, su
un quotidiano a tiratura nazionale .
Il gesto inatteso . E le testimonianze
si moltiplicano. Un'exallieva in una
fredda giornata sale sulla collina. Dopo aver pregato in piedi presso la
tomba si volta per scendere, ma vede
con timore che stanno salendo una
dozzina di giovanotti. Si trova sola, e
non sapendo dove scappare si tira da
parte cercando di non farsi notare . E
può così assistere alla scena. . .
Il gruppo dei giovanotti si avvicina
alla tomba di suor Mirta : a uno a uno,
si levano il cappello, poi restano in
silenzio per alcuni minuti . Quindi uno
dà ordine di salutare la «preside», e
tutti insieme eseguono il saluto col
massimo rispetto. Poi sfilano i guanti
e con le mani scostano la neve dalla
tomba, liberandola . Ed ecco il gesto
inatteso : ognuno mette la mano in
tasca, ne tira fuori una manciata di
caramelle, e le posa sulla tomba dicendo : «Sono per te : accettale» . Poi
dietro ordine del capo si raccolgono
di nuovo in preghiera, e fatto il saluto
militare discendono e se ne vanno .
La casuale spettatrice saprà poi che
sono antichi allievi della scuola elementare di Kwangju, ora iscritti a una
scuola superiore, e che di tanto in
21
L'istituto Auxilium di Kwangiu nel 1958, appena ultimato . Oggi raccoglie duèmlla allievi .
tanto vanno a gruppi sulla collina a
trovare la «preside» . Saprà anche che
sono tutti pagani .
Dimentica di sè . Ma insomma, chi
era questa suor Mirta tanto stimata e
rimpianta? Anzitutto : una Figlia di
Maria Ausiliatrice, una missionaria .
L'inizio della sua storia la racconta la
sorella suor Gian Luisa, delle Piccole
Figlie di san Giuseppe .
Nata l'ultimo giorno del 1922 a
Campo (frazione di Alano, Belluno),
la piccola Mirta ha respirato in famiglia un'atmosfera di autentica fede
cristiana . La ricchezza dei frutti dice
la bontà della pianta : suor Gian Luisa,
suor Mirta, e due fratelli salesiani, su
sette figli .
Fin dai primi anni Mirta manifesta
un'intelligenza pronta e vivace, una
volontà forte e decisa, un comportamento disinvolto e spigliato . Esuberante e rumorosa, insofferente di costrizioni, si placa di fronte alle bellezze della natura e è felice se il babbo la
invita a lunghe passeggiate fra campi
e boschi .
Ama i giochi e quasi sempre vi copre il ruolo di organizzatrice : fratelli,
cugini e compagni glielo affidano volentieri . Nelle birichinate quotidiane
non si sottomette facilmente . Più volte la mamma tenta di piegare la sua
volontà anche con le maniere forti :
inutile, non cede neppure alle minacce. Ma in famiglia non si ammettono
cedimenti in fatto di princìpi .
Col passare degli anni Mirta riesce
gradatamente a smussare le angolosità del carattere . Possiede doti umane spiccate : di piacevole conversazione, aperta all'amicizia, suscita ottime impressioni in chi l'avvicina . Ha
rettitudine nelle sue scelte, uno stile di
vita lineare, un'attenzione generosa
agli altri che la rende spesso e volentieri dimentica di sè .
Educatrice. In casa esercita un sicuro e forte ascendente . Già quando
era vivo il padre si ascoltavano i suoi
22
pareri ; quando poi viene a mancare,
Mirta è per mamma e fratelli il più
valido sostegno . Non si fa nulla senza
di lei : il suo consiglio è richiesto, apprezzato e seguito . I fratellini le vogliono un gran bene, sanno per esperienza di poter contare sulla sua
bontà, e ricorrono a lei per una valida
difesa o per ottenere dalla mamma
qualche permesso difficile .
A turbare la serenità della sua giovinezza giunge la guerra ; per sostenere la famiglia Mirta non misura sacrifici . Dopo il conflitto si reca alla
Verna per un corso di esercizi spirituali : vi incontra alcune signorine di
Bologna, una delle quali dirige a Cesenatico una colonia permanente per
bimbi predisposti alla tisi : le propone
un posto di vigilatrice, e Mirta lo accetta con gioia. Per varie ragioni : può
finalmente dedicarsi all'apostolato
diretto, esplicare la sua disposizione
di educatrice, aiutare la famiglia con
il suo stipendio .
Sono anni belli, ricchi di esperienza ; incidono profondamente nella sua
formazione e affinano le sue doti naturali . Dovendo occuparsi dell'educazione degli altri, si impegna ad acquistare quel sicuro dominio di sé che
sarà la nota costante della sua vita .
Tutti gli anni fa gli esercizi spirituali
alla Verna ; al suo ritorno in famiglia si
nota un progressivo miglioramento
del carattere, un orientamento sempre più decisivo verso Dio e le anime .
Mirta non è tipo da fare le cose a
metà . Ora sente chiara e forte la vocazione all'apostolato, e è alla ricerca
di un istituto religioso che garantisca
la sua consacrazione a Dio nel servizio ai fratelli . E la scelta cade sull'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Quella fervida tenerezza per la
Madonna che aveva nutrito in cuore
fin da fanciulla, ha ora una consolante risposta : ecco, l'Ausiliatrice la
conduce per mano nella sua casa, fra
le sue figlie .
Missionaria. Dopo un anno di professione religiosa suor Maria è destinata a Kwangju, nella Korea del Sud :
vi si iniziano le prime classi medie .
Lingua, costumi, metodi, programmi :
tutto diverso, tutto nuovo! Lei ha l'incarico di vice-preside della scuola e di
vicaria della piccola comunità di suore . Presto un gruppo di pensionati
viene a condividere con le missionarie
i sacrifici della prima sistemazione .
Una minuscola cappella è il ristoro
del suo spirito, un letto è il conforto
alla stanchezza del corpo . Per suor
Mirta veramente le ore del riposo non
sono molte : volitiva, tenace, cerca di
mantenere un ambiente ordinato e
fresco anche a scapito del suo sonno e
della sua salute .
Se poi si tratta di rendere un servizio agli altri, non conosce riserve .
Suor Bonina, che in quel tempo è
educanda delle classi medie, vuole
spiegarsi come mai alle cinque e
trenta del mattino, anche in pieno inverno, si trovino sempre davanti ai
lavandini tre secchielli d'acqua calda
a disposizione . Riesce a spiare la provenienza di quel « dono » prezioso, e
scopre che suor Mirta si alza ogni
mattina alle quattro e trenta per scaldare l'acqua sul braciere . Da quell'ora
antelucana ha inizio la sua giornata di
sacrificio e d'amore .
Nei primi tempi non c'è chi sappia
far cucina, e lei . . . pronta . Certo non
tutti i giorni (come potrebbe?) ma
sempre nei casi di malate che abbiano
bisogno di cibi più gustosi, di ospiti
invitati a pranzo, di feste particolari .
Anche i Salesiani conoscono le delicatezze di suor Mirta : lei trova il tempo - fra i suoi mille impegni - per,
insegnare alle cuciniere come prepa-
La sensibile anima religiosa dei bambini koreani si apre alla poesia dei presepe .
Ai suoi cari : « I giorni si abbreviano . Vi voglio un immenso bene ; sentitelo . State sempre uniti tra voi nella
preghiera, nell'affetto, e in ogni necessità» .
A madre Ersilia Canta (superiora
delle FMA) : «Grazia grande morire
Figlia di Maria Ausiliatrice e di Don
Bosco . Mi ricordi a tutte le Madri ;
tutte le ho nel cuore» .
Alle suore della Korea : « Unità che
si veda e che si senta ; la serenità e la
gioia con cui si lavora siano segni di
fedeltà» .
Agli insegnanti della sua scuola :
« Uniti di cuore, abbiano davanti a
ogni pensiero il bene delle alunne
secondo il nostro spirito . Un grazie
grande a tutti » .
Alle alunne : « Voi siete la parte più
eletta e anche la parte che mi dà
maggior preoccupazione, perché
siete esposte a tanti pericoli . Seguite
gli insegnamenti dei vostri superiori ;
amate la Madonna, pregatela e imitatela» .
I
rare minestre e pietanze che sostengano la salute dei missionari .
L'Eucaristia e l'Ausiliatrice . Alla
gioventù della Korea suor Mirta dedica venti anni della sua vita . Le
alunne dell'Auxilium di Kwangju, che
all'inizio erano circa sessanta, diventano duemila . Lei, ormai preside, se=
gue con la massima cura il corpo insegnante, composto anche da un forte
gruppo di professori laici ; raggiunge
le ragazze attraverso il « buon giorno»
del mattino, e moltiplica le occasioni
degli incontri personali .
Fedele al carisma di Don Bosco,
cura molto la formazione spirituale
attraverso l'Eucaristia e l'amore alla
Madonna. Le due feste dell'Immacolata e dell'Ausiliatrice sono «il cuore
dell'anno scolastico» : suor Mirta le
prepara alla lontana, le organizza con
spunti sempre nuovi e spesso originali, le prega con fervore e le soffre .
Nella sua vita quotidiana la Madonna è viva e presente ; quando
alunne ed exallieve vengono a trovarla regala loro medaglie o immagini
della Vergine ; se le confidano pene e
problemi familiari le incoraggia raccomandando una grande fiducia nella Madonna ; accompagnandole sosta
con loro in cappella per una breve
preghiera.
Testimonianze. Fasci di testimonianze dicono la cura che ebbe per le
alunne anche in campo materiale,
anche in piccolissime cose .
• « Quando ero in prima media ha ricordato un'exallieva -, un giorno suor Mirta mi chiamò e mi invitò a
trovarmi davanti alla sala dei professori tutti i giorni al suono del campanello di mezzogiorno . Andai puntualmente . Lei era lì ad attendermi con un
involtino bianco : dentro c'era una
pastiglia di vitamina . La cura durò
molto tempo, ma suor Mirta non conobbe impazienza : era sempre lì
puntuale, gentile e discreta, con il suo
dono e il suo sorriso» .
• Nel severo regime scolastico
della Korea non si scusa facilmente
l'assenza dalle lezioni . Kim Mi Suk è
però tornata a scuola inspiegabilmente dopo tre giorni di assenza!
L'assistente la conduce da suor Mirta
perché la rimproveri . Lei invece la interroga brevemente, e conclude :
«Poiché la mamma è malata e è sola
in casa, hai fatto molto bene a starle
accanto . Torna nuovamente ad assisterla » . Poi, riflettendo sui sintomi del
male che Kim Mi Suk le ha esposto, le
consiglia una cura opportuna.
• I più piccoli li tratta da adulti,
con nobiltà di tatto . Dice : «I bimbi
sono i più graditi a Dio, perché sono
semplici come Lui» .
• Un ragazzetto ricorda : «Frequentavo la seconda elementare ; un
mattino mi svegliai tardi e preparandomi in fretta non abbottonai bene il
cappotto . Giungendo a scuola mi incontrai proprio con la preside! Mi
aspettavo una lavata di capo . Lei, invece di rimproverarmi per il ritardo,
notò che il cappotto non era ben abbottonato e me lo aggiustò . Con tanta
gentilezza che mi parve la mano della
mamma . Quel giorno faceva molto
freddo, io però sentivo un grande
fuoco nel cuore. Di ritorno a casa,
mamma chiese perché non mi toglievo il cappotto, e io le narrai l'accaduto . « Forse non avrò la gioia di ricevere
dalla preside un premio di profitto le dissi -, ma quel tocco di stamattina mi rimarrà nella memoria per
sempre! »
Sulla collina . Negli ultimi mesi,
quando un male inesorabile ne mina
lentamente le forze, suor Mirta offre
la sua vita per la gioventù della Korea .
E in questa sua dedizione totale declina anche l'invito di rientrare in patria : preferisce restare nella « sua terra» . Ora è - secondo le vivide immagini dei koreani che l'hanno conosciuta - come un grande albero frondoso, ricco di fiori, sulla collina assolata, sotto il quale volentieri si riposa .
-
Libreria
TERESIO BOSCO (realizzazione di)
Il progetto cristiano
SEI 1978. pag. 328, lire 5.500
Presenta i Documenti del Concilio
riproposti all'uomo
della strada in una
traduzione moderna ma fedele . Libro
destinato a incontrare, per le idee
che stanno alla sua
base e che lo porteranno di sicuro a larga diffusione .
Perché dunque i Documenti del Concilio? Il « progetto cristiano» è contenuto
in nocciolo già nel Vangelo, il libro di
tutte le stagioni della storia umana . Ma
proprio per la sua perennità, il Vangelo
nelle varie epoche è sempre stato affiancato da qualche altro libro che tentava di calare il messaggio di Cristo nelle
circostanze mutevoli dei diversi tempi .
Le opere di sant'Agostino, di san Francesco di Sales, di sant'Alfonso, in particolare l'Imitazione di Cristo, sono stati a
lungo i libri fiancheggiatori del Vangelo .
Poi il Concilio Vaticano Il ha segnato
una svolta nella vita cristiana : ha cambiato l'angolatura, ha mutato i termini in
cui viene presentato all'uomo d'oggi il
progetto cristiano . « E il Concilio hanno detto i Vescovi all'ultimo Sinodo
- il catechismo dell'età moderna» .
Così il nuovo testo «fiancheggiatore del
Vangelo» risulta oggi costituito dai 16
Documenti varati nel Vaticano Il .
Perché una loro traduzione moderna?
Perché sia nelle traduzioni correnti e
ancor più nel testo originale latino quei
Documenti non risultano accessibili all'uomo della strada . Ha rilevato l'autore
della nuova traduzione : «Dietro periodi
faticosamente strutturati alla latina, dietro catene di formule tecniche e sbarramenti di distinzioni teologiche, sotto cumuli di ripetizioni necessarie allo specialista ma micidiali alla semplice lettura, abbiamo visto balenare in quei Documenti una sostanza viva, tagliente,
luminosa . Si trattava di inventare una
loro traduzione nuova, fedele ma moderna . Ricordando che il Figlio di Dio
non ha obbligato noi a imparare la sua
lingua, ma ha imparato lui la nostra» .
Perché questa proposta all'uomo della strada? Perché anch'egli ha il diritto
- e prima ancora il dovere - di conoscere e vivere il «progetto cristiano» .
Troppi cristiani ignorano ancora il Concilio, e non tutti perché se ne sono disinteressati . Molti hanno provato ad accostarglisi, ma ne sono stati respinti dal
linguaggio specialistico «vietato ai non
addetti ai lavori» .
Le caratteristiche del libro. Dei 16
Documenti conciliari, i fondamentali sono riportati per intero, altri con lievi riduzioni, altri nelle pagine più significative. Il testo è proposto in periodi brevi e a
senso compiuto, che permettono di leggere un capoverso qualsiasi anche
staccato dal resto, e di farne oggetto di
immediata riflessione . «Abbiamo scavato, ripulito, sfrondato, semplificato ha detto l'autore della traduzione - .
Senza cedere alla tentazione di far rielaborazioni, ma nemmeno a quella di
nasconderci dietro incomprensibili formule magiche» .
MARIA ELIA FERRANTE
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PROFILO DI DON CESARE ALBISETTI (1888-1977)
Di professione Bororo
Aveva incontrato il primo Bororo nella chiesa del suo paese, in quel di Bergamo . Ha poi
dedicato 63 anni di vita missionaria ai Bororos : a proteggerli, a rincuorarli, a crescerli nella
fede . Ora i giovani indios trovano nella sua «Enciclopedia Bororo» e nel suo «Museo Don
Bosco» le parole, i canti, le danze, i riti, gli ornamenti e le armi dei loro antenati .Un mondo che
correvano il rischio di perdere e dimenticare per sempre.
erno d'Isola (Bergamo), 1913 . E'
domenica, la «messa grande» è
T
finita, ma la gente è lenta a tornare a
casa : a capannelli sul sagrato commenta gli avvenimenti della mattina .
Uno di loro, che tanti anni prima aveva lasciato il paese per farsi salesiano,
e poi aveva lasciato la patria per farsi
missionario, don Luigi Galbusera, è
tornato, e ha raccontato nell'omelia le
vicende del lontano e quasi irraggiungibile Mato Grosso . Ma non è di
lui che la gente parla ; e nemmeno di
quel suo nipote, figlio di una sorella,
don Cesare Albisetti, prete «da poco»
e salesiano, che lo sta accompagnando . Oggetto del gran parlare è un
chierichetto : ha servito la messa in
modo inappuntabile, ha risposto in
buon latino, usa a meraviglia il portoghese e sa dire qualche parola in italiano e perfino in francese . E' un ragazzotto slanciato dalla pelle bruna,
un «selvaggio» . Un indio, arrivato fin
lì in Lombardia, senza penne ma vestito all'europea come i ragazzi di
Terno .
Come si chiama? Impossibile tenere a memoria il nome : Achirío Bororo
Kejéwu, che nella lingua della sua
tribù significa « Infula (cioè benda che
si porta intorno al capo) ornata di
bianca peluria che si trova nella piazza del villaggio» . Ma tutti lo chiamano
semplicemente col nome di battesimo
Tiago, cioè Giacomo .
Per la gente del paese, il Tiago di cui
tutti parlano è soltanto oggetto di curiosità ; ma per don Cesare Albisetti,
25 anni, sacerdote da poco, Tiago è un
esemplare che rappresenta un popolo, anzi una missione, un ideale a cui
ci si può consacrare per la vita e per la
morte . Quel giorno decide : chiederà
di andare laggiù in fondo al Brasile,
con il suo zio materno fino in Mato
Grosso, dove vivono i Bororo come
Tiago . E infatti diventerà «uno di loro», lo definiranno «il più Bororo dei
civilizzati», « di professione Bororo» .
Ma per quanto fantasioso e ottimista, don Cesare non immagina che
laggiù trascorrerà tanti anni proprio
accanto a Tiago, con lui lavorerà in
iniziative culturali degne dell'alta stima degli studiosi, e infine -, in un
giorno pieno di tristezza - gli chiuderà gli occhi in pace, nel Signore .
24
Anzitutto capire. Nel 1914 don Albisetti compie il viaggio avventuroso .
Prima l'Atlantico, poi su per fiumi
larghi come mari : il Rio de la Plata, il
Paranà, il Paraguay, il Cuiabà, fino a
Cuiabà appunto, la capitale dello stato brasiliano del Mato Grosso. I fiumi
man mano si sono ristretti, da Cuiabà
andrà a cavallo, i Bororos sono nell'interno, qualche centinaio di chilometri più avanti.
Quello stesso anno la Santa Sede ha
creato in quella zona la Prelatura
missionaria di Registro de Araguia, e
l'ha affidata ai missionari salesiani :
Meruri, 1972 : don Albisetti, di professione Bororo, così bardato riceve l'omaggio della sua
tribù in occasione del 60° di messa .
250 mila Kmq (come l'Italia senza le
sue isole) e, si suppone, al massimo 10
mila abitanti .
Il vescovo è il salesiano don Antonio Malan, e don Albisetti ricorda il
suo arrivo : a cavallo. Un drappello di
personalità a cavallo lo accompagna
per i 600 Km che separano Registro
de Araguaia da Cuiabà, e ad attenderlo ci sono salesiani, Figlie di Maria
Ausiliatrice, Bororos con le loro penne più belle, e la banda musicale della
missione . La gente è in visibilio : non
ha mai visto un vescovo, non sa che
cosa sia . Mons. Malan è davvero novità assoluta : è il primo vescovo dei
Bororos .
Intanto don Albisetti, solido come
una quercia, si è buttato nel lavoro .
Lo mandano a Barreiro al fianco di un
veterano, don Antonio Colbacchini .
Nel 1916 è a Rio dos Garcas, e già gli
affidano i gradi di direttore . Poi a
Palmeiras, a Rio das Mortes . . . punti
insignificanti sulla mappa enorme del
Brasile, manciate di casupole su
grandi fiumi, in mezzo al verde .
Don Albisetti si ingegna anzitutto a
capire i suoi indios .
Si lasciano morire. Risultano dotati
di intelligenza discreta, appassionati
per la musica, ben disposti ai lavori
meccanici . Sono buoni allevatori di
bestiame, poco portati all'agricoltura
ma pieni di entusiasmo per caccia e
pesca. I loro piccoli negli internati di
missione si dimostrano poco entusiasti della scuola ma imparano facilmente le lingue, e per amore dei missionari si sforzano di imparare anche
l'aritmetica . La loro lingua, che gli
studiosi definiscono monosillabica
agglutinante, è molto gradevole all'orecchio .
Don Albisetti nota che hanno accolto molto bene i vestiti portati dai
bianchi, ne sentono l'utilità (proteggono dal morso implacabile degli insetti), ma quando vanno a caccia li
appendono diligentemente al primo
albero della foresta, e li riprendono
con cura al ritorno . Le loro credenze
ancestrali sono un buon ceppo su cui
è abbastanza facile innestare il messaggio cristiano.
I Bororo, a contarli, sono in numero
penosamente scarso : neppure 7 mila
nell'immenso territorio . Questi ex si-
gnori del Mato Grosso (Bororos, ma
anche Xavantes, Carajàs) un tempo
erano centinaia di migliaia . E il loro
destino sembra segnato . Il confronto
con i bianchi, tanto più evoluti sul
piano della tecnica, ha ferito il loro
orgoglio e provocato un senso di inferiorità che li spinge all'inazione . I
Bororos erano, fra le tribù della zona,
di sicuro la più forte, e ora si lasciano
morire. Nei villaggi quasi non nascono più bambini.
I missionari sono lì a rendere meno
drammatico il loro incontro-confronto-scontro con i bianchi, cercano di
aiutarli a sopravvivere .
La notte nella foresta . Vita dura in
Mato Grosso, per tutti : per i cani, gli
indios e i missionari. Distanze enormi
nella solitudine, mancanza di strade,
necessità di dormire in piena foresta .
«Dopo aver cavalcato tutto il giorno
- racconta don Albisetti in un articolo -, verso il tramonto eccomi arrivato presso un corso d'acqua . E mi
dispongo a passare la notte . Lascio
libero il cavallo di cercarsi il cibo,
scelgo due alberi adatti e vi lego l'amaca . Dopo aver fatto un po' di cena
con l'infusione di una delle tante fo-
che valga . Se certe formiche passando lungo le estremità legate alle piante mi entrano nell'amaca, mi tocca
sloggiare più che in fretta . . . Altre formiche a terra sono capaci ti tagliuzzare tutta la roba che lascio al suolo. E
non è raro di trovare al mattino il mio
bagaglio invaso da formiche bianche,
o sorprendere una serpe che per difendersi dall'umidità notturna si è rifugiata in una scarpa . . . » .
Tiago. E l'impareggiabile chierichetto Tiago? Per il momento le cose
non vanno bene, anzi che delusione!
E' scappato, è tornato libero nella savana.
Era nato probabilmente nel 1898. A
4 o 5 anni era stato accolto nella missione da quel pioniere che fu don
Balzola. Don Malan, il futuro vescovo,
lo avviò allo studio dell'ottavino e nel
1908 lo portò come bandista nella
« storica » tournée che la banda della
missione compì a Rio de Janeiro. Era
un ragazzino sveglio e buono, e lo
misero a studiare nell'internato di
Cuiabà . Poi nel 1913 don Malan e don
Galbusera lo avevano portato in Europa : aveva visitato Parigi e Roma,
era stato a Terno d'Isola, e a lungo in
Torino-Valsalice . Aveva sempre fred-
Sangradouro : una domenica mattina, gli indios tornano a casa dopo la messa .
glie della savana, o un caffè, mi stendo in quel letto dondolante che presto
concilia il sonno . Può sembrare strano che si dorma così soli, appesi per
aria nella foresta, in luoghi pieni di
pericoli. Eppure è la cosa più naturale, e il missionario finisce per non
sentirne la minima impressione .
« Certo devo prendere delle precauzioni . Accendo tutt'intorno il fuoco e
tengo a portata di mano la carabina,
che però non serve a nulla perché i
disturbatori del sonno non sono tigri
o altri grossi animali, bensì miriadi di
moscerini, formiche, e altri piccoli insetti contro i quali non c'è carabina
do, caricava il suo letto di coperte, e se
ne rimaneva rincattucciato sotto il più
a lungo possibile . Ma durante il giorno a Valsalice seppe rendersi prezioso : si mise a disegnare e descrivere usi
e costumi della sua tribù, per il piccolo museo etnografico del liceo .
Tornato nella sua terra, aveva frequentato le «scuole superiori» (le . . .
ultime classi elementari) della missione : mons . Malan contava molto su
di lui . E invece attorno ai vent'anni,
preso dalla nostalgia per la vita libera
della sua gente, si era eclissato . . .
A Sangradouro . Intanto in Vaticano hanno deciso di tenere nel 1925
una mostra missionaria, e in Mato
Grosso incaricano don Albisetti di
preparare lo stand sui Bororos . Egli
raccoglie molto materiale e torna in
Italia . A Valsalice preleva anche
quanto si trova nel museo, e poi a
Roma mette su uno stand che ottiene
le congratulazioni di Pio XI . Molta
impressione fra gli studiosi suscita il
libro di don Colbacchini « I Bororos
Orientali », primo studio approfondito
sul gruppo etnico .
Di ritorno dall'Italia, don Albisetti
trova pronta la nomina a direttore di
Sangradouro, posto avanzato fra i
Bororos, a 350 Km da Cuiabà. Arriva a
cavallo dopo giorni di penoso cammino . Sangradouro è un pugno di capanne di legno col tetto di paglia, i
salesiani vi si trovano dal 1907 . Prima
era deserto e ora appare un'oasi . Al
vederla, scrive don Albisetti, «come
per incanto scompare la stanchezza .
Il pensiero di ritrovarmi nel consorzio
umano, tra miei confratelli, mi restituisce il vigore . Nella valle trovo un
magnifico ponte sul fiume, lungo 28
metri, costruito dai missionari con un
legno refrattario a ogni alterazione o
putrefazione» .
Poi «le casette quasi sepolte nel
verde di alberi da frutta, aranci, mango colossali, tamarindi . Trovo i missionari con gli indi, intenti a costruire
una capanna. I ragazzi bororo dell'internato mi guardano curiosi . Verso
sera gli adulti rientrano con la zappa
in spalla, in lunga fila, dai campi . Ne
vedo altri che hanno imparato i più
vari mestieri : sono legnaioli, falegnami ; uno è sellaio . Mi portano a vedere
la «sezione industriale della colonia» :
una grande ruota idraulica mette in
moto i cilindri per stritolare la canna
da zucchero ed estrarne il succo, altri
per ridurre in poltiglia la mandioca e
farne farina, la macchina per preparare farina dal riso e dal granoturco .
Alla casa delle suore, le ragazze bororo mi salutano con un italianissimo
"buon giorno"» .
Queste note di viaggio don Albisetti
le ha scritte per la rivista «le Vie d'Italia», e conclude : «Una ventina
d'anni or sono, al principio della missione, i Bororos qui attorno vagavano
terribili, sitibondi di sangue e vendetta, e queste zone erano intransitabili .
Non la zappa maneggiavano allora,
ma l'arco e le frecce, che per ogni dove seminavano la morte » .
13 primo carro . Uno dei più seri
grattacapi del nuovo direttore a Sangroduro è quello dei trasporti . I carichi leggeri sono affidati ai muli, ma se
c'è da trasportare casse pesanti o voluminose, si deve ricorrere al carro .
«Naturalmente non è come i vostri
carri - scrive in una relazione - . E'
una cosa mastrodontica, con ruote
intere e alte, fisse al grosso asse di
legno, adatto per andare dove non c'è
strada o abbondano pietre, radici,
sterpi . Accade a volte che si capovolge
25
per l'enorme dislivello del terreno . . . ».
Il primo esperimento di questo trasporto è fatto nell'ottobre 1925 . «Ci
vogliono dieci giorni di preparazione
per allenare i giovani buoi, molto refrattari al giogo e al tiro . Il 15 ottobre il
carro parte trascinato da 12 paia di
buoi ; è di ritorno il giorno dell'Immacolata. Ha impiegato 53 giorni per fare 700 Km fra andata e ritorno . Durante il percorso sono proprio successe tutte le disgrazie : si è rovesciato
varie volte, l'asse si è rotto e lo si è
dovuto sostituire in piena foresta . Al
ritorno, mancano quattro buoi : tre
sfiniti e abbandonati per strada, e uno
morso da un serpente » .
Conclude don Albisetti : «Avremo
anche qui un giorno la ferrovia, l'automobile, l'aeroplano?», e tanto per
cominciare tenta l'avventura e acquista un autocarro. Lo pagherà a rate se
qualche benefattore lo aiuterà .
I revoltosos . Dice un proverbio vero e amaro che « quando i grandi fan
contese, i piccini fan le spese» . Ebbene nel 1924 scoppia in Brasile una rivoluzione che viene prontamente repressa . Ma i revoltosos non sono affatto sterminati : una loro colonna assai forte si ritira nell'interno del paese,
lo percorre in lungo e in largo, semina
distruzione e terrore .
Nel 1926 alcune bande di revoltosos, braccate ai fianchi dall'esercito
regolare, arrivano fin nel Mato Grosso . (Più tardi attraverseranno il confine, e giunte in Bolivia deporranno le
armi . Ma intanto eccole lì nelle missioni salesiane) . A novembre sono segnalate a Cassununga, villaggio di
cercatori di diamanti, e le notizie parlano di una devastazione generale .
Poi puntano su Barreiro, e il missionario don Colbacchini corre ad abboccarsi con i caporioni, riuscendo a
contenere i danni . Ma don Albisetti a
Sangradouro non potrà fare altrettanto perché . . . sarà protetto dalle forze
regolari, e dovrà così subire un doppio saccheggio : prima dai revoltosos,
e poi dalle forze dell'ordine.
Il 4 dicembre, verso sera, arriva a
Sangradouro un uomo a cavallo in
maniche di camicia e calzoni a brandelli, e cerca di rassicurare : «Niente
paura, stanno giungendo i soldati del
governo» . Poco dopo irrompe nel
cortile della residenza missionaria
uno squadrone a cavallo, poi un secondo. Sono davvero i governativi,
ma sono volontari raccogliticci e
sbrindellati, che non differiscono
molto dai ribelli.
Gran confusione in casa . Poi i soldati per fronteggiare il nemico si suddividono e si sparpagliano. Col risultato che quando il nemico attaccherà,
lo farà a ranghi uniti e vincerà facilmente .
Il 20 dicembre giunge notizia che i
revoltosos stanno attraversando il Rio
das GarQas, sono in arrivo. Un manipolo di difensori va a contrastare loro
26
il passo, e la sera del 22 un superstite
viene ad annunciare che i governativi
sono stati sbaragliati . Inutile sperare
in una difesa, non c'è tempo da perdere, bisogna evacuare la missione al
più presto . I ragazzi, le suore con le
loro allieve, i Bororos . E bisogna portarsi lontano, per evitare di trovarsi in
mezzo ai due fuochi .
Fuga nella foresta . Si è in piena
novena di Natale, don Albisetti al termine della funzione illustra alla comunità il piano della fuga . Il mattino
seguente una messa più fervorosa del
solito, e poi i preparativi frettolosi .
Primi a partire sono i ragazzi, agli ordini di un chierico che ha fatto il servizio militare e la sa lunga . Le suore
con le bambine più piccole attendono
l'autocarro che è andato a Cuiabà per
provviste e dovrebbe essere di ritorno
al più presto . Le ragazze più grandi
cammineranno con le loro forze . Ai
Bororos don Albisetti dà viveri con
abbondanza, e li sollecita a nascondersi nella savana ; ci vanno ben vo-
Akirío ossia Tiago, con gli ornamenti della sua
t ribù . S I appresta a dirigere le danze .
lentieri, è il loro ambiente, non si troveranno nei pasticci .
E l'autocarro ritarda ; ma arriva
trafelato un esploratore bianco che
senza fiato riesce appena a far capire
che i ribelli incombono . Tutti allora,
ciascuno col suo fagotto, partono
senza più indugi . A sera si ritrovarono
tutti, salvo i Bororos, in una valletta a
15 Km dalla missione, nel cuore della
savana . Sono in 54 . Pioviggina . E la
cena? Nella fretta si è preso quasi
niente . Ma più che la fame pesa la
stanchezza . Si montano le amache fra
gli alberi. In lontananza il rombo di
un motore . . .
Un coadiutore, Teodoro, parte in
quella direzione, ma il rombo si spegne . Lunga pausa . Le formiche sornione camminano lungo le corde e
invadono le amache, non si può dormire . Poi, vicino, un grido da far accapponare la pelle, un secondo grido .
Il terrore invade il piccolo accampamento, e don Albisetti fatica a rimettere calma . «Devono essere i nostri»,
assicura . Sono proprio loro .
Arrivano in due, anzi in tre : Teodoro, l'autista don Poli, e un muletto.
L'autocarro è in panne, ma loro spingono il mulo carico di provviste . . .
Don Poli era stato avvertito di non
passare da Sangradouro : ci fossero i
revoltosos o i soldati, come minimo
gli avrebbero sequestrato autocarro e
carico . L'indomani una buona colazione, e avanti nel folto della foresta .
Don Poli torna al suo autocarro, lo
ricopre con un telone, cerca di mimetizzarlo . Gli altri, dopo una giornata di
cammino, a sera trovano una radura
isolata e rassicurante e si accampano.
Issano capanne e amache, si preparano al temporale che arriva . Evigilia
di Natale . Un pensiero al Bambino
che viene, e poi a dormire sotto la
pioggia.
Un pennacchio di fumo . L'indomani don Poli, Teodoro e un indio vanno
in esplorazione e subito tornano con
una notizia inquietante : i revoltosos si
sono impadroniti dell'autocarro, lo
hanno messo in marcia, sono a 3 Km .
Bisogna allontanarsi di nuovo, e al più
presto .
Davanti a loro c'è il fiume, e sul
fiume una passerella traballante su
cui non tutti hanno il coraggio di
mettere i piedi . Con lunghe pertiche si
costruisce una specie di ringhiera, e
don Albisetti riesce con estrema pazienza a convincere anche i più paurosi. Poi con altri due torna indietro a
spiare . Un lungo pennacchio di fumo
si alza nel cielo : l'autocarro brucia?
Dei passi : due uomini sul sentiero in
basso vengono verso di loro . «Amici! », grida don Albisetti che li ha riconosciuti : sono due soldati, due loro . . .
difensori . « Stiamo fuggendo . I ribelli
l'altra sera hanno occupato la missione, e ieri ci hanno attaccati . Molti di
noi sono morti . In pochi siamo riusciti
a scappare . . . » .
Don Albisetti e i suoi due compagni
attraversano il fiume a nuoto, continuano l'esplorazione. Di revoltosos
nessuna traccia ; ma ecco l'autocarro :
è completamente bruciato . Non era
ancora pagato per intero, e è già finito . Però i revoltosos hanno fatto le
cose per bene : lo hanno ripulito, si
sono portato via tutto il carico (meno
un paio di sacchi di sale) .
Avanti allora, fino alla missione,
mangiando lungo la strada i frutti
selvatici della foresta . Incontrano i fili
del telegrafo tagliati . Man mano che si
avvicinano trovano il suolo sempre
più cosparso di avanzi di saccheggio :
indumenti e oggetti di ogni genere .
Ma indumenti e oggetti familiari :
questo apparteneva al tale, quello è
stato portato via dalla tal casetta . . .
E a un tratto una macchia bianca :
don Albisetti si china, e trova la sua
veste di lavoro . La raccoglie, senza
sospettare che è ormai l'unica ricchezza rimastagli . Anche morti trovano, alcuni con le tasche rivoltate e
svuotate, altri senza vestiti . E' il luogo
della piccola ingloriosa battaglia .
Questo il Natale . Da lontano la
missione sembra intatta, le case sono
tutte in piedi, e sembrano in ordine .
All'avvicinarsi, don Albisetti si accorge che c'è gente : sono i «difensori» .
Bisogna farsi riconoscere prima che
sparino e ammazzino i loro « difesi» ; e
don Albisetti issa con un bastone la
sua bianca veste di lavoro .
La missione è in un caos indescrivibile . Oggetti guasti di ogni genere
sono sparsi dappertutto . Le carogne
degli animali costringono a proteggersi il naso con un fazzoletto . Solo la
cappella è rimasta intatta, ma già la
sacrestia è un orrore. La casetta delle
suore è servita da stalla. La stanzetta
di don Albisetti è sventrata . I depositi
di viveri ripuliti . I soldati si sono impossessati del grammofono e lo stanno suonando in continuità. (Prima di
suore . Trovano la talare di un missionario e due parti del breviario di don
Albisetti. Le suore afferrano gli indumenti raccolti, li cacciano in grosse
pentole e li fanno bollire per disinfezione .
Ma per l'autocarro c'è più nulla da
fare. Con esso si andava a Cuiabà capitale dello stato, e si tornava, in soli 3
giorni. Ora si dovrà ritornare al carro
trainato dai buoi (andata e ritorno in
un mese), e in più si dovranno pagare
le rate rimanenti.
Quando i grandi fan contese, i piccini fan le spese .
Il vescovo arriva in auto . Poi la
lenta ricostruzione di Sangradouro .
Nel 1929, a Natale la civiltà tecnologica reca ai Bororos un dono appena
credibile : il cinematografo. «L'ammirarono - scrive don Albisetti -, risero anche fuori tempo, ma non ci capirono un bel niente » . Si commuovono però quando è presentata la vita
del Signore : «La nascita di Gesù, i
pastori, i magi, la strage degli inno-
Campo Grande : il Museo Don Bosco, allestito da don Albisetti, che raccoglie materiale etnografico
di inestimabile valore sulla civiltà dei Bororos e di altre tribù del Mato Grosso.
partire sfasceranno anche quello) .
Questo il Natale 1926 . Il giorno dopo don Albisetti va a raggiungere i
suoi fuggiaschi nella foresta, bambini,
bambine, suore, salesiani, che intanto
avevano dovuto combattere contro le
formiche, contro alcuni grossi serpenti, e nella notte hanno rabbrividito
sentendo vicino l'ululato dei lupi .
«Guardate che quanto avete addosso
è ormai tutta la vostra ricchezza», avverte don Albisetti, e riconduce lentamente tutti a casa .
I Bororos subito sbucano alla spicciolata dalla foresta . Silenziosi ed
esperti, hanno visto tutto, comprese le
loro case saccheggiate a una a una, e
ora si aggirano per raccogliere ciò che
è stato disperso e può ancora servire .
Pentole, ferramenta, indumenti . Trovano in buono stato la migliore macchina da cucire di cui era dotata la
missione, e la riportano trionfanti alle
centi, bisognava sentire i bei commenti dei Bororos . . . Tributarono al
Bambino le più tenere lodi, le più delicate espressioni» .
Nel 1933 Sangradouro è un bel
centro, e don Albisetti lo lascia per
una nuova attività : catechista ambulante . Ci sono gruppi di Bororos ancora da avvicinare, o che si allontanano per troppo tempo dalla missione : bisogna curarsi di loro, dei figli,
del futuro . Don Albisetti e un coadiutore piantano le tende a Poxoreu. Si
costruisce una chiesetta, una piccola
casa, e nasce il villaggio (ora è cittadina) . E' la base per due anni di apostolato errabondo .
Intanto altri missionari cercano
contatti con altri gruppi etnici, i Xavantes, e il primo contatto diventa
tragedia : don Fuchs e don Sacilotti
nel .1934 sono massacrati sul Rio das
Mortes.
Nel '36 don Albisetti torna direttore
a Sangradouro ; l'anno dopo un nuovo
vescovo prende possesso della Prelatura apostolica . Si chiama mons .
Giuseppe Selva, e non arriva a cavallo
ma con un'automobile piccola e solida .
Nel '39 don Albisetti si rimbocca di
nuovo le maniche : giunge poca acqua
alla missione, bisogna costruire un
canale, un acquedotto che ve la porti
dal vicino torrente Mortandade. L'infausto nome significa «eccidio» . E il
torrente è vicino per modo di dire :
sono 7 .800 metri di canale da tagliare
nel pendio scosceso e instabile delle
colline. Le parti rocciose sono fatte
saltare con la dinamite . A lavoro quasi
ultimato un tratto di terreno sabbioso
frana inutilizzando un tratto di 105
metri . Poi al tempo delle grandi piogge alcuni banchi d'argilla slittano
verso valle otturando il canale per un
lungo tratto . Ma alla fine, missionari e
Bororos sono fieri del loro lavoro . Il
vescovo nel '42 viene a tagliare il nastro, dice : « Questo canale viene dalla
Mortandade, ma invece della morte vi
porterà vita e progresso» . E così è .
Con la sua acqua si irrigano i campi e
si potenziano le piccole officine locali .
Tiago regista . Intanto un bel giorno
è rispuntato Akirío, ossia Tiago. E' finito il periodo burrascoso della sua
vita, si è convinto che il futuro suo e
del suo popolo è lì nella missione . E lì
vuole rimanere per rendersi utile ai
suoi fratelli. Gli anni del suo sbandamento sono però stati provvidenziali :
ha potuto imparare veramente a fondo le usanze della sua gente, e ora
diventa per don Albisetti il preziosissimo informatore.
Don Albisetti ha ripreso in mano il
volume di don Colbacchini sui Bororos, e nel 1942 ne prepara una seconda
doppia edizione (in italiano e in portoghese) completamente rifatta . Per
ogni dubbio egli consulta Tiago : lui sa
scartare ciò che è spurio, ciò che è
penetrato nelle consuetudini bororo
attraverso il contatto con i bianchi ; lui
sa indicare con sicurezza ciò che è
genuino e praticato nella foresta fin
dai tempi antichi . Sempre nel 1942 a
Sào Paulo è organizzata un'esposizione missionaria, e don Albisetti documenta in modo persuasivo l'attività
missionaria nel Mato Grosso.
In modo forse troppo persuasivo .
Gente gelosa insinua nelle autorità
governative dei sospetti e propone
che si compia una severa visita di
controllo . L'anno dopo due alti funzionari del ministero dell'agricoltura
piombano a Sangradouro per l'ispezione . I funzionari, prevenuti, cominciano con sospetto, ma presto mutano
atteggiamento, e se ne vanno entusiasti . Scrivono nella relazione : « Qui,
missionari e missionarie sviluppano
una cospicua opera di civiltà, di
istruzione e di educazione, degna dell'ammirazione di ogni buon brasilia27
no» . «Erano venuti per sorprendere e
sono rimasti sorpresi», commenta allegro don Albisetti .
Intanto Tiago «cresce» di statura
morale, acquista sempre nuovo prestigio anche di fronte alla sua gente .
Sotto la sua guida i giovani Bororos
della missione imparano a costruire i
manufatti che erano specialità degli
antenati. Imparano i canti e le danze .
Egli diventa in qualche modo il regista di tutte le coreografie, dei giochi
rituali e delle feste .
Quanto a don Albisetti, nel 1947
torna in Italia per chiudere gli occhi al
babbo morente, poi è mandato direttore a Meruri - altra colonia Bororo
- fino al '54. Quarant'anni di vita
missionaria stanno intaccando la sua
fibra, è tempo di lasciare le fatiche
pesanti ai giovani. Lo mandano a
Campo Grande per due imprese che
richiedono la sua esperienza e saggezza : l'Enciclopedia Bororo e il Museo Don Bosco .
Una luce tutta lampi . Un nuovo vescovo viene a occuparsi degli indios
nel '56 : si chiama mons . Camillo Faresin, e arriva né a cavallo né in auto
ma in bimotore . I centri di missione
per la popolazione bianca hanno già
l'aspetto di piccole cittadine con il
municipio, le casette in muratura e i
solidi collegi pieni di ragazzi . Nel 1957
i piccoli Bororos della banda sono
chiamati a suonare a Campo Grande :
salgono per la prima volta in aereo,
sono i nipoti di quelli che nel 1908
sbalordirono gli abitanti di Sào Paulo .
Nelle ricerche scientifiche di don
Albisetti l'amico Tiago diventa indispensabile . Con nitida calligrafia scrive quaderni e quaderni di annotazioni, racconti, leggende, riti, e glieli
porta. Porta anche gli oggetti della
tribù confezionati apposta per il museo . Verifica ogni oggetto del museo
perché la collocazione e le scritte siano quelle giuste, rilegge con la massima attenzione le pagine che formeranno l'enciclopedia, e la chiama con
fierezza «il nostro libro» .
Un giorno arrivano a Sangradouro
con la cinepresa, e lui da bravo regista
organizza le danze della sua tribù con
sfarzo senza eguale, e la pellicola a
colori fissa per sempre quel mondo
che scompare .
Ma nel gennaio del '58 arrivano di
corsa ad avvertire don Albisetti :
«Tiago è malato, è grave» . Don Albisetti accorre. Succede che una banale
forma influenzale chiamata «asiatica» perché nata in quella lontana
parte del mondo, dopo aver attraversato l'Europa facendo un sacco di
guai, arrivi anche in America, arrivi
fin nel Mato Grosso . Don Albisetti
giunge in tempo a Sangradouro per
dare un estremo saluto al suo amico
Tiago, sessantenne, che nella foresta
aveva vinto le fiere, ma si trova del
tutto indifeso contro i piccoli microbi
dell'asiatica .
28
Don Albisetti ricorda che era un'anima bella, sensibile, di poeta anche .
Che aveva scritto dei missionari :
«Scenda su di voi la luce/viva, brillante, tutta lampi,/e vi inondi di bellezza :/commovere mi sento/di quel
che fate e soffrite/per noi» .
L'enciclopedia. Nel 1935 un giovane studioso si avventurava sulla precaria ferrovia che attraversando il
cuore del Brasile puntava verso il
Mato Grosso . «Il treno - scrisse un
giorno ricordando - andava a legna,
camminando a velocità ridotta, e fermandosi spesso e a lungo per rifornirsi di combustibile» . Quello scienziato si chiamava Claude LéviStrauss, il più noto forse degli etnologi viventi. Egli andava a trovare i Bororos di don Albisetti . Il missionario
lo portò a vivere con i primitivi, fece le
presentazioni ufficiali, le fece accettare, lo aiutò più che potè. «Tutta la
Ragazzo Bororo, col tipico taglio dei capelli .
Tra i pochi Bororo superstiti i bambini stanno
diventando più numerosi, segno che Il gruppo
etnico ritrova volontà di esistere.
mia carriera di antropologo - scriverà un giorno Lévi-Strauss - è stata
decisamente segnata dall'incontro
con i Bororos e con l'Albisetti, nel
lontano 1935, presso l'aldeia (villaggio) di Kejara» .
Ebbene, Lévi-Strauss ha tenuto si
può dire a battesimo l'Enciclopedia
Bororo . Ha scritto l'introduzione ai
volumi, l'ha elogiata con parole che
ben di rado usa per i suoi colleghi
scienziati, ne ha incoraggiato la pubblicazione, la diffusione .
« Il nostro libro», come lo chiamava
Tiago, risulta in quattro grossi volumi .
Il primo, uscito nel '62, contiene in
1047 pagine il vocabolario della lingua
bororo . Il secondo, pubblicato nel '70,
in 1269 pagine raccoglie 62 leggende
bororo e uno studio su 850 nomi di
persona . Il terzo volume è in due tomi : il primo, apparso nel '76, presenta
i canti di caccia e pesca ; e il secondo,
lasciato da don Albisetti pronto per la
stampa, raccoglie i canti rituali . Per
l'ultimo volume, sull'acculturazione
dei Bororos, molto materiale è già
raccolto, e don Albisetti l'ha lasciato
al suo collaboratore e continuatore
don Angelo Venturelli .
«Una portentosa summa», ha scritto Lévi-Strauss dell'enciclopedia, e ha
aggiunto : «Qui le giovani generazioni
bororo, quando gli anziani non ci saranno più, verranno ad attingere gli
insegnamenti adatti a ispirare in loro
l'amore per la cultura dei padri e la
volontà di continuarla» .
Altro lungo discorso meriterebbe il
«Museo Don Bosco» di don Albisetti,
ricco di preziose collezioni, riguardanti soprattutto i Bororos ma anche
altri gruppi etnici del Mato Grosso .
Valga un ultimo giudizio globale di
Lévi-Strauss : «Grazie agli sforzi, al
metodo, allo spirito di osservazione
esplicato durante più di mezzo secolo
dai missionari salesiani, gli indi Bororos resteranno senza dubbio la tribù
meglio studiata di tutta l'America Latina» .
C'è anche .Pelé. Nel 1969 don Albisetti è chiamato a Cuiabà : il parlamento del Mato Grosso è riunito per
lui, per concedergli la cittadinanza
onoraria . Nel 1970 lo chiamano a
Brasilia per conferirgli l'onorificienza
di «Cavaliere dell'ordine di Rio Branco» : non è il solo a riceverla, c'è anche
un certo calciatore di nome Pelé . Nel
1972 celebra il 60 ° di messa, e le feste
si moltiplicano a Sangradouro, e i
Bororos danzano e cantano per lui . Il
rettore dell'università di Campo
Grande gli conferisce una croce al
merito, e don Albisetti assicura :,
«Porterò anche questa croce, in nome
della Congregazione, come il Signore
mi ha aiutato a portarne tante altre . . . » . Ma nel dicembre scorso il Signore lo ha chiamato a sè .
Chi è stato don Albisetti? Nessuno
forse lo sa meglio dei Bororos, che in
un loro canto così lo hanno definito :
«Il nostro padre missionario/è la dimora della nostra lingua/e delle nostre costumanze ./E' persona straordinaria/sulla quale ben stanno/gli
ornamenti del nostro eroe Bakororo ./Dammi il tuo braccio ;/la proclamazione del tuo nome/ti dà diritto
all'uso/degli ornamenti dei nostri
avi :/essi stanno bene/sulla persona
del nostro caro » .
E che ne è oggi dei Bororos? Sono
ormai pochissimi, 5 o 600 . Alcuni in
piccoli nuclei vivono sparsi per il Mato Grosso, ma i più sono nelle due
colonie missionarie di Sangradouro e
Meruri . E diversamente da un tempo,
in mezzo a loro i bambini e i giovani
sono numerosi : segno che hanno di
nuovo accettato di vivere . Merito anche di don Albisetti, che non ha esitato di farsi Bororo.
ENZO BIANCO
Brevi da tutto il mondo
ITALIA * DON PONZETTO PUGILE
Scrive don Pietro Brocardo (Roma):
Caro BS, ecco un nuovo «fioretto di don
Ponzetto», da aggiungere ai tanti altri .
Avevo incontrato don Ponzetto a Novara
nel 1948 . Fu cortesissimo con me . Mi accompagnò per la città : ricordo che salutava tutti, e tutti salutavano lui . Ne rimasi
stupito .
Erano i giorni bui dell'attentato a Togliatti e c'era molta tensione negli animi .
Don Ponzetto da parecchi anni svolgeva
ministero sacerdotale presso la Montecatini, dove si trovava come di casa : aveva
beneficato gli operai in mille modi, durante e dopo la guerra . Ma in quei giorni difficili si sentiva respinto da certi estremisti
esasperati .
In particolare in un reparto della fabbrica alcuni pretendevano che egli non vi
mettesse più piede . Mi raccontò lui come
aveva reagito e risolto il problema : «Ho
preso un foglio, ci ho scritto sopra che ero
pronto a battermi a pugni con chiunque
volesse presentarsi, e l'ho attaccato alla
porta del reparto . Ma nessuno si è presentato » .
sere gradito al clero, ai fedeli, ai giovani .
E ai figli di Don Bosco . In tantissime
occasioni partecipò alle loro feste . Alle
beatificazioni e canonizzazioni di Don
Bosco, della Mazzarello, di Domenico Savio . Alle ricorrenze più diverse celebrate
nelle varie parti d'Italia. Alla predicazione
dei mesi di maggio nella basilica dell'Ausiliatrice, di novene, tridui . A conferenze
per le più svariate circostanze . Parlava
con tatto, profondità, e con la competenza
delle cose salesiane che egli veniva dal
suo amore a Don Bosco . Era talmente di
casa che si aveva con lui la massima
confidenza, e se per un imprevisto qualche invitato importante doveva essere
sostituito all'ultimo momento, egli era
sempre pronto, lieto di togliere i suoi amici
dai pasticci .
La guerra lo chiamò a svolgere un ruolo
difficile specie nel periodo 1943-45 ; non
poche volte dovette intervenire presso le
autorità naziste per liberare suoi diocesani finiti agli arresti ; giunse anche a offrire
la propria vita in cambio della libertà di
alcuni partigiani . Lo chiamarono «il vescovo della resistenza» .
Predicava volentieri gli esercizi spirituali al clero ed era molto seguito ; Papa
Giovanni nel 1963 lo volle a predicare gli
esercizi in Vaticano . Scrisse libri di spiritualità tradotti anche all'estero, ed ebbe
un notevole ruolo durante il Concilio . Papa Giovanni nel suo «Giornale dell'anima» lo definì «semplice, trasparente, incoraggiante» .
Riteneva Don Bosco « il santo dei tempi
nuovi», e ne parlava con entusiasmo specie a cooperatori ed exallievi . Nel 150°
della nascita di Don Bosco raccontò alcune testimonianze inedite da lui raccolte,
che dicono la grande confidenza esistita
fra il santo e i suoi ragazzi . Uno di loro,
mentre passeggiavano in crocchio in cortile, strappava i capelli bianchi dalla testa
di Don Bosco, e si sentì dire : « Se ne vedi
altri, strappali pure, che mi fai un piacere» . Altra volta Don Bosco era tornato
dalla Francia, e in cortile parlava di un'omelia tenuta nella chiesa della Maddalena
a Parigi . Un ragazzo osservò che Don
Bosco, per non aver molta pratica con la
lingua d'oltralpe, in qualche occasione
doveva essersi trovato in difficoltà : non gli
era capitato mai di impappinarsi? E Don
Bosco : «Sicuro che mi è capitato. E
quando non trovavo la parola, sai cosa
facevo? Dicevo in dialetto piemontese:
«Ai me cit ai piasu tant le pagnote» (ai
miei ragazzi piacciono tanto le pagnotte).
I francesi capivano tutti al volo, e finita la
ITALIA * DON BOSCO HA PERSO
UN AMICO: MONS. ANGRISANI
Don Bosco e la Famiglia Salesiana
hanno perso un amico : il 23 aprile scorso
è deceduto a Buttigliera d'Asti mons .
Giuseppe Angrisani, exallievo e cooperatore salesiano, per 31 anni vescovo di
Casale Monferrato .
Mons . Angrisani era nato 83 anni fa a
Buttigliera d'Asti, paesino del Monferrato
pieno di ricordi di Don Bosco (nel 1825
Giovannino decenne vi aveva incontrato
per la prima volta don Calosso che gli insegnerà i rudimenti del latino ; nel 1833,
seminarista diciottenne, vi aveva ricevuto
la cresima ; e poi per tanti anni vi era tornato nelle gite autunnali : ogni volta il parroco don Vaccarino sequestrava lui e i
suoi ragazzi, e per una giornata se li teneva graditissimi ospiti) .
Mons . Angrisani da ragazzo, ai tempi di
don Rua, aveva frequentato l'Oratorio di
Valdocco, e anche se proseguì poi gli
studi nel seminario (fu ordinato sacerdote
nel 1919), non perse mai le caratteristiche
dell'educazione salesiana e un tenerissimo amore a Don Bosco . Viceparroco per
qualche anno, fu chiamato dal card .
Gamba arcivescovo di Torino al suo fianco come segretario. Egli poi gli affidò la
parrocchia della Crocetta, sul cui terrìtorio si trova lo studentato salesiano : mons.
Angrisani potè così innovare le antiche
amicizie con la famiglia di Don Bosco .
Nel 1940 era nominato vescovo di Casale Monferrato, e la sua risultò una scelta
felice . Mons . Angrisani aveva la tempra di
pastore d'anime : pietà profonda, cultura,
impegno pastorale, carattere amabile,
tratto popolare ma sempre sacerdotale,
doti di oratore, quanto occorreva per es-
ITALIA * SI TROVAVA BENE CON I RAGAZZI
Dalle case sono giunte diverse foto ricordanti qualche visita del rimpianto on .
Aldo Moro. Vengono da Este, Pordenone, Cavalese, perfino da Beirut . . .
La foto sopra, ricorda la visita di Moro al Manfredini di Este, il 22 .3 .1966 . Egli
arrivò sulla tarda sera, e gli dettero il benvenuto in teatro . Mise subito tutti a loro
agio col suo fare amabile, sereno, «democratico» . Ripartì sulla tarda mattinata
dell'indomani . Intanto i ragazzi del collegio avevano avuto tempo di cantare e
recitare alla sua presenza, di ascoltarlo (li aveva esortati a un sentimento così in
declino in questi nostri tempi : l'amore di patria», perfino avevano trovato modo di
scrivere poesie su di lui . E i salesiani avevano trattato insieme i problemi della
loro opera . L'indomani Moro aveva stretto la mano a ciascun ragazzo, e se n'era
andato portandosi in tasca due delle loro poesie .
Scrisse allora uno studente di prima liceo : « Un dialogo umano e familiare si
era stabilito fra noi e lui . Per questo suo calore umano l'ho subito stimato . Il suo
atteggiamento lo avvicina alla personalità del defunto presidente Kennedy» .
Oggi purtroppo per Moro c'è con Kennedy un punto di somiglianza in più .
29
predica fioccavano i soldi per comperare
le pagnotte a voi, cari ragazzi » .
Di Don Bosco mons. Angrisani visse
soprattutto il messaggio spirituale : la devozione eucaristica e mariana . Ricoprì la
carica di Presidente degli Exallievi sacerdoti, e fu tra i dirigenti della Confederazione mondiale exallievi . Nel 1970 volle
celebrare il 50° dell'ordinazione sacerdotale a Torino nel santuario di Maria Ausiliatrice . L'anno dopo, per raggiunti limiti di
età, rassegnò nelle mani del Papa le dimissioni da vescovo di Casale. E si ritirò a
Buttigliera d'Asti suo paesello natio, nella
preghiera e tra i cari ricordi di Don Bosco.
VIETNAM * NOTIZIE
SEMPRE PIU' TRISTI
Notizie sempre più tristi giungono dai
salesiani del Vietnam . In occasione del
Tet, festa d'inizio dell'anno lunare, e della
festa di Don Bosco, varie lettere sono arrivate ai salesiani di Hong Kong, ed essi ne
hanno riferito sul loro Notiziario Ispettoriale.
* L'anno scorso i salesiani vietnamiti
hanno celebrato il 25° della loro opera nel
paese . Ecco, secondo la relazione da
Hong Kong, come sono andate le cose in
quella circostanza .
Nella festa dell'Immacolata (8 .12 .1977) i
nostri confratelli nella capitale sud-vietnamita hanno compiuto la solenne commemorazione del 25° dell'opera . La commemorazione ebbe luogo a Thu Duc (noviziato e aspirantato nella periferia di Saigon), dove si trovarono insieme più di un
centinaio tra religiosi e religiose, anche di
altre congregazioni . Una messa solenne
con 27 concelebranti, e poi un pranzo offerto a tutti i presenti : circa 250 persone .
« E' impossibile- ha scritto uno di loro immaginare come si sia riusciti, di questi
tempi, a organizzare una cosa del genere! »
Si tenne pure una specie di tavola rotonda sul tema «Come educare la gioventù nell'attuale situazione sociale» . I
nostri confratelli avevano già discusso
quest'argomento
nell'ultimo Capitolo
Ispettoriale (alla fine del 1976), così risultarono ben preparati e suscitarono molta
ammirazione.
Forse era un po' troppo! O probabilmente essi avevano dimenticato di richiedere l'autorizzazione ufficiale . . . Sta di fatto che alla fine di gennaio 1978 i salesiani
risiedenti a Thu Duc «caddero tutti ammalati» .
La notizia di questa strana malattia generale è arrivata da Dalat, per telegramma : uno strano telegramma, con saluti e
auguri per il Tet e la festa di Don Bosco, e
con la descrizione del direttore « molto
occupato» appunto perché «confratelli,
novizi, aspiranti sono tutti malati» . E viene
indicato il loro nuovo recapito (casella
postale 767), che potrebbe sembrare
quello dell'ospedale . . .
Con tali espressioni - dicono i salesiani di Hong Kong - i confratelli del
Vietnam miravano evidentemente a distrarre l'attenzione dei censori dalla cattiva notizia che tutti a Thu Duc, dal direttore
e maestro dei novizi fino all'ultimo aspirante, erano finiti in prigione . E com'è naturale sotto un regime del genere, tutti ora
dovranno confessare le loro colpe ; poi
saranno condannati ad anni di prigione,
od i lavori forzati, o ad ambedue le pene .
In questo modo anche la fiorente casa
salesiana di Thu Duc arriva alla sua fine . . .
* Altre notizie da Hong Kong riguardano la situazione di alcune comunità con
giovani salesiani in formazione .
A Tam Hai i liceisti non possono più
continuare gli studi, in base all'ordine del
Governo di chiudere tutti i seminari di
Saigon . Alcuni mesi fa i seminari erano già
stati chiusi nel resto del Vietnam del Sud,
compreso l'istituto Pontificio di Dalat . Fino a questo punto, se siamo ben informati,
solo più lo studentato salesiano di Dalat è
ancora in funzione . Il 17 gennaio (data
dell'ultima lettera) 14 chierici che erano
stati arruolati per tre anni nel servizio civile, erano presenti nello studentato .
Per quel che riguarda le Figlie di Maria
Ausiliatrice, il progetto governativo è di
prendere la loro scuola di Tam Hai e trasformarla in ospedale . La cosa è stata discussa a lungo, ma si attende ancora una
risposta definitiva .
* Concludono amaramente le informazioni da Hong Kong : padre John Ty,
superiore dei salesiani vietnamiti, continua nel suo difficile compito di organizzazione, nonostante gli ostacoli che incontra ogni giorno . Ma ormai tutto quello
che era il nostro lavoro specifico in Vietnam, si può dire che è stato cancellato .
Solo le parrocchie continuano ancora la
loro attività . Ma fino a quando?
GIOVANI COOPERATORI *
A DICEMBRE CONVEGNO
SULLA VITA INTERIORE
ITALIA * QUEL SOLDATINO CUGINO DEL PAPA
« Ho visto con piacere che avete ricordato sul BS (aprile 1978, pag . 3-5) don
Luigi Montini, il missionario salesiano cugino di Paolo VI . E avete pure ricordato il
suo soggiorno nel mio «Ritrovo Don Bosco» . Così scrive don Giuseppe Franco
da Bressanone, inviando la foto pubblicata sopra . E aggiunge : « L'ho ancora vivo
nella mia memoria . E' stato proprio lui a scrivermi che gli sembrava sempre che il
quadro di Don Bosco appeso nel Ritrovo lo guardasse, e lo chiamasse . Lui pure
mi diceva che il suo cugino Giovanni (cioè Paolo VI) era molto esigente con lui .
«La foto - continua don Franco - presenta i soldati della classe 1906
davanti al Ritrovo, e don Luigi è il soldatino in prima fila, ultimo a destra (ingrandito nel riquadro, ndr). Invece il vecchio signore al centro, al mio fianco, è il papà :
«Il papà del ritrovo», come lo chiamavano . Un'altra foto come quella l'ho già
mandata al Papa . Ora ne tengo solo più una, in ingrandimento . E' uno dei più bei
ricordi dei miei 61 annidi sacerdozio» .
30
I Giovani Cooperatori italiani terranno
dal 7 al 10 dicembre prossimo il loro convegno nazionale. Tema : «il nostro cammino verso Dio» . O, come indicano nel
sottotitolo, «La vita interiore dei Cooperatori» .
AI convegno essi si stanno preparando
alla lontana, attraverso giornate di studio,
giornate di spiritualità, esercizi spirituali,
campi-scuola, organizzati dapprima a livello locale per giungere poi alla tappa
intermedia dei convegni regionali . Intanto
un «sussidio di studio in preparazione al
Convegno» è stato preparato e diffuso ; e
del Convegno si occupano anche le loro
pubblicazioni, 8 ciclostilati con cui sono
soliti comunicare tra i vari gruppi . E ultimo
aspetto della preparazione, cominciano
ad accantonare il denaro per le spese di
viaggio e di sostentamento, perché in
maggioranza sono studenti o comunque
di ragazzi economicamente non ancora
indipendenti .
Ciò che sorprende è la serietà del tema
fissato per il convegno, che hanno scelto
attraverso una larga consultazione : il loro
cammino verso Dio, la loro vita interiore .
Diceva Bernard Shaw : « I migliori riformatori che il mondo ha avuto, sono coloro
che hanno cominciato col riformare se
stessi » .
GIOVANI COOPERATORI *E POI
L'IMPEGNO DIVENTA
PIU' PROFONDO
Dai dati in possesso del Delegato Generale dei Cooperatori, don Mario Cogliandro, risulta che 13 Giovani Cooperatori in varie parti del mondo durante l'anno
1977-78, sono entrati nei noviziati salesiani, e 7 Giovani Cooperatrici sono entrate in quelli delle Figlie di Maria Ausiliatrice.
I dati, probabilmente incompleti, testimoniano la vitalità e fecondità di questo
recente ramo della Famiglia Salesiana .
Esso propone, a giovani capaci di impegno, una collaborazione diretta nel progetto apostolico di Don Bosco (il loro
motto è « I giovani per i giovani ») ; e questo
impegno, quando viene approfondito, può
condurre anche a una donazione totale a
Don Bosco nella vita religiosa .
Nel gennaio scorso un Giovane Cooperatore intervistando il Rettor Maggiore gli
ha chiesto: «Quale spazio lei vede nella
Famiglia Salesiana per noi?» Don Viganò
ha risposto : «Lo spazio della primavera
nella successione delle stagioni dell'anno» . E ha aggiunto : «Guardo al vostro
movimento con grande speranza» .
Una speranza che - anche per i dati
forniti da don Cogliandro - sembra ben
riposta .
MESSICO * DIFENDEVA
LE TERRE DEI POVERI :
ASSASSINATO
Gerardo Palacios Pantoja era il migliore
ausiliare (cioè laico impegnato, con responsabilità nella sua comunità cristiana)
che avessimo nella parrocchia di San Antonio . Era un coraggioso difensore dei
contadini poveri contro gli ingiusti maneggi di chi voleva impadronirsi delle loro
terre . E' stato vilmente assassinato, il 7
febbraio scorso, sulla strada che da San
Antonio porta a Las Palmas . Si dice che gli
assassini sono stati ricompensati con
15 .000 pesos (700 .000 lire).
La notizia viene dalla missione salesiana tra i Mixes, nello stato di Oaxaca
(Messico) . L'ha inviata padre (sidro Fébregas, salesiano spagnolo da cinque
anni al lavoro in quella difficile missione .
Ricordo - scrive padre Fàbregas nella
sua relazione - quando Gerardo aveva
cominciato a occuparsi di un certo caso di
evidente ingiustizia che si stava consumando contro un gruppo di poveri campesinos. « Padre - mi aveva detto -, mi
lascia fare fotocopia di questi documenti?
Ci sono maneggi di gente senza scrupolo
che si è impadronita delle terre altrui, e
bisogna impedirlo» .
«Fai pure - gli avevo risposto - . Ma
hai pensato che hai una famiglia, e parecchi figli di mantenere? Hai già il tuo
lavoro . . . » .
«Sì, padre, la mia famiglia mi preoccupa
un po' . Ma devo anche denunciare l'ingiustizia che questi miei compagni subiscono . Non hanno più dove seminare,
perché gli sono state rubate le loro terre .
Voglio che le autorità aprano un'inchiesta. Non è giusto?»
« E' giusto, Gerardo . Ma sta' attento» .
Quel 7 febbraio era tornato per fare domanda di frequentare i nostri corsi di teologia e venire ammesso ai sacri ministeri .
Mi portava un involto di tortillas ; io non ero
in casa : mi lasciò le tortillas e una lettera .
Gli assassini lo aspettavano lungo la stra-
Don Sigfrido Hornauer ha commemorato il centenario del BS nel modo che
più gli è congeniale : con le mani e facendo boccacce. Da 37 anni è responsabile
del BS austriaco, è senza dubbio il decano dei direttori di Bollettino . E' anche
delegato dei Cooperatori dell'Austria, e abilissimo mimo (con le sue pantomine è
capace di intrattenere ragazzi e adulti per ore ; dai suoi spettacoli hanno già
ricavato un film) . Logico che, dovendo commemorare il centenario del BS, don
Hornauer si sia servito delle boccacce e delle mani .
da del ritorno. Si accompagnarono con lui
per un tratto fin quasi a San Antonio, poi
con due spari gli squarciarono il petto e
con una coltellata misero a tacere per
sempre quella gola che nelle assemblee
cittadine aveva gridato contro l'ingiustizia
dei potenti, e nelle celebrazioni liturgiche
aveva cantato con bella voce le lodi del
Signore .
«Gerardo - continua la relazione di
padre Fàbregas - era uno stupendo ausiliare parrocchiale . Animava le celebrazioni della sua comunità, sovente usciva
con il proiettore e le diapositive catechistiche per istruire nella fede un paese vicino al suo dove ai missionari era difficile
giungere .
Era un uomo buono, la sua condotta era
irreprensibile . La sua vita era una testimonianza contro il cattivo costume dei
prepotenti . Era molto stimato dalla gente :
la sua opinione spesso aveva peso decisivo nelle adunanze cittadine e nelle assemblee del comune .
Quanto alle terre che erano state sottratte a poveri campesinos, anche in questo caso le autorità avevano ascoltato la
sua voce e avevano fatto giustizia . Avevano inviato sul posto investigatori ufficiali, e le terre erano state ridistribuite ai
bisognosi con giustizia e nella legalità . Ma
i prepotenti hanno maturato e compiuto la
loro vendetta .
Hanno abbandonato lungo la strada il
suo corpo esanime, la faccia a terra . II
terreno di San Antonio ha bevuto fino all'ultima goccia il suo sangue generoso .
Cristo, che aveva dato tutto il suo sangue
per il riscatto dei suoi assassini, è tornato
a camminare e a morire lungo le strade
che portano a San Antonio .
lo, o Signore - ha concluso la sua relazione padre Fàbregas - ho pianto per il
nostro amico, e non ho ancora capito
questo tuo scrivere diritto su righe storte .
Forse, Signore, la tua risposta si trova nel
numero grande di giovani candidati ai sacri ministeri, che in questi giorni si sono
presentati, e vogliono occupare il posto di
Gerardo .
DON VIGANO'* MARIA
DIVENTI MADRE DELLA
FAMIGLIA SALESIANA
La prima lettera del Rettor Maggiore ai
salesiani, pubblicata nel maggio scorso,
ha come argomento la devozione all'Ausiliatrice, per la quale - egli dice - occorre fare «nuovo spazio nella nostra famiglia» .
«Quella dell'Ausiliatrice - precisa il
Rettor Maggiore - è una dimensione
mariana intonata specificamente alle ore
di difficoltà», e perciò «le attuali difficoltà,
tanto complesse e problematiche della
Chiesa e della società, esigono con urgenza da noi un accurato rilancio mariano» .
Don Viganò ha aggiunto : «Oggi ci sentiamo chiamati, insieme con le FMA e con
tutti i gruppi della Famiglia Salesiana, a
creare un clima e a programmare delle
attività concrete, per far conoscere e
amare la Madonna soprattutto dalle nuove
generazioni dei giovani . . . Se sapremo
programmare insieme, vedremo ringiovanire e crescere - con l'aiuto di Maria - il
nostro carisma nella Chiesa . E l'Ausiliatrice diverrà di fatto il fermento di una comunione più profonda tra i vari rami salesiani : l'Ausiliatrice apparirà più esplicitamente madre della Famiglia Salesiana» .
ITALIA* PER ANIMATORI
DEI GRUPPI GIOVANILI
Il corso è organizzato dal Centro Salesiano Pastorale Giovanile, e avrà luogo
dal 12 al 20 luglio 1978 a Le Pianezze di
Farini d'Olmo (Piacenza) . Destinatari del
corso sono educatori e educatrici che si
interrogano sul modo in cui reinterpretare
la propria funzione nei gruppi di adolescenti e giovani .
E' un corso a numero chiuso (80 posti
disponibili) : informazioni presso il Centro
Salesiano Pastorale Giovanile, piazza
Maria Ausiliatrice, 9 - 10152 Torino ; tel .
(011) 47 .22 .91 .
31
ERO DISTRUTTA, MA SEMPRE
FIDUCIOSA
Di tanti favori debbo ringraziare Maria
Ausiliatrice, san Giovanni e san Domenico Savio, ma di uno
in modo particolare
voglio rendere pubblica la mia riconoscenza .
In aprile 1977, allarmata da un piccolo disturbo, mi ricoverai in ospedale per analisi . Mi riscontrarono un nodo alla tiroide, e dopo una biopsia
mi sottoposero a intervento chirurgico .
Andò tutto bene, fui dimessa proprio il 24
maggio, e corsi subito a ringraziare Maria
Ausiliatrice e i miei cari santi salesiani .
Ma purtroppo non tutto era finito . Il male
si rivelò più grave e pericoloso del previsto, tanto che i bravi medici decisero un
secondo intervento . Mi sentivo distrutta,
ma sempre fiduciosa in Maria Ausiliatrice,
ricordando una «Buona Notte» di Don
Bosco : «Maria Santissima in Cielo è potentissima, e qualunque grazia domandi al
suo divin Figliuolo Le è subito concessa»
(20 maggio 1877) . Chiesi le preghiere anche di altre persone, più degne di me di
essere esaudite, aiutata anche da una
carissima cognata FMA . II 20 giugno subii
il secondo intervento, e tutto andò per il
meglio . Con tutto il cuore ringrazio la
Mamma celeste, e La prego per un'altra
grazia importante .
Bagnasco ( CN)
Angela Valente Morra
MIGLIORAI RAPIDAMENTE
Dovevo sottopormi a intervento chirurgico, ma gli esami preliminari evidenziarono disturbi di fegato che potevano pregiudicare il buon esito dell'operazione .
Allora mi rivolsi fiduciosa all'intercessione
di Maria Ausiliatrice, di San Giovanni Bosco e del Servo di Dio Don Filippo Rinaldi,
del quale ebbi una reliquia da una sua
nipote, suor Maria Luisa . Migliorai rapidamente, e potei affrontare l'intervento chirurgico in buone condizioni fisiche, e con
tanta serenità di spirito . Riconoscente,
ringrazio la Madonna e i Santi Salesiani, e
chiedo loro di continuare a proteggere me
e i miei cari .
Casale Monf. (AL) Alessandra Costanzo
VE LO SCRIVO CON TA -,
A
Sono un assiduo lettore del Bollettino
salesiano, e non vi nascondo che le pagine che mi colpiscono di più, oltre a quelle
che parlano delle opere missionarie, sono
quelle che riferiscono i favori straordinari
ottenuti per intercessione dei vari Servi di
Dio, Beati e Santi salesiani, e in modo
particolare di Maria Ausiliatrice .
Anch'io mi sono rivolto per diversi motivi alla loro intercessione, e la mia fiducia
è sempre stata ben ripagata . Ve lo scrivo
con tanta gioia, anche per invitare altri ad
avere sempre fiducia nell'aiuto che viene
di lassù .
Trapani
Carmelo Stagno
Maria Diemoz (Chambave, Aosta) è
molto riconoscente a Maria Ausiliatrice,
San Giovanni Bosco e San Domenico
Savio per la continua assistenza sulla cognata, sottoposta a ripetuti interventi, e
sui vari nipoti . Per tutti implora ancora
aiuto e protezione .
32
1
Ringraziano
i nostri santi
Melone Maddalena e famiglia sono riconoscenti a Maria Ausiliatrice, a san
Giovanni Bosco, al beato Michele Rua e a
papa Giovanni per importanti grazie ricevute .
Luciana Baríoglio (Casale Monf .) ringrazia Maria Ausiliatrice per la protezione
ricevuta in un momento difficile della sua
vita, e affida alla sua intercessione tutti i
propri cari .
'TE GIORNATE DI DOLORE
A dieci anni mio figlio fu colpito da una
malattia al midollo .
Numerose cure risultarono inutili . Unica speranza era
un'operazione
di
trapianto, che però
veniva praticata solo
in Svizzera. Lo portai
a Basilea all'inizio di ottobre 1977, e vi
rimase tre mesi e mezzo . Durante tutte
quelle giornate di dolore e preoccupazione ho ripetuto varie novene a San Giovanni Bosco, perché intercedesse a salvezza di mio figlio . Finalmente, il 21 gennaio potei portarlo a casa, e celebrare con
lui la festa di Don Bosco. Ora prosegue le
cure necessarie, e sta raggiungendo la
guarigione completa .
Verona
Silvia Benedetti
LLO L'ABITINO
Nell'ottobre
del
1977 mi sentii molto
male. Il medico curante
diagnosticò
«sospetta epatite virale in soggetto gravido al quinto mese», e mi consigliò
analisi di laboratorio,
che purtroppo avvalorarono tale diagnosi . Ero in grande trepidazione, non tanto per me, quanto per la
creatura che portavo in grembo, sbocciata per intercessione della Madonna e di
altri Santi a cui mi ero raccomandata .
In ospedale venne a farmi visita la nostra Presidente di Azione Cattolica, e mi
mise al collo l'abitino di San Domenico
Savio. Da quel giorno mi sono rivolta con
fiducia a Lui, pregandolo intensamente e
incessantemente . Col passare dei giorni
le mie condizioni migliorarono, finché
venni dimessa con una diagnosi del tutto
diversa da quella di entrata.
Questo fu il primo momento della grazia . Il secondo fu quello della nascita della
creatura, Michele Pio Domenico, accolto
con tanta gioia dai genitori e dalle due
sorelle già grandicelle . Ora le preghiere
continuano, perché possa crescere buono come il piccolo Santo e dedicare la sua
vita al servizio del Signore .
Ninetta Vigilante
San Severo (Foggia)
UN ALTRO RAGAZZO SALVATO
QUESTA VOLTA VOGLIO
RINGRAZIARLO PUBBLICAMENTE
Sono sempre stato protetto dal buon
padre Don Bosco, ma questa volta voglio
ringraziarlo pubblicamente . Nel dicembre
scorso mi fu diagnosticato un epitelioma
al padiglione dell'orecchio sinistro, e il
radiologo non nascose il pericolo affermando : « Un incontro col Signore è sempre buono» . Praticai la terapia necessaria, mi raccomandai a san Giovanni Bosco, e per grazia di Dio sono guarito .
Casal di Principe (Caserta)
Sac . Emilio Ferraiuolo
Mio figlio di 14 anni fu colpito da blocco
al midollo spinale e conseguente stasi di
globuli bianchi . Dopo 24 giorni con febbre
a 40°, i dottori mi dissero che l'ultima speranza era di portarlo a una clinica specializzata di Parigi . lo avevo messo subito
mio figlio nelle mani del piccolo San Domenico Savio ; gli posi l'abitino al collo e
continuai a pregare . Dopo pochi giorni
mio figlio tornò allo stato normale, con
nostra immensa gioia, e vivissima riconoscenza al piccolo Santo .
Vittorino Verra
Cavour (Torino)
LA QUARTA CREATURA
B . L . (La Spezia) esprime la sua riconoscenza a San Giovanni Bosco per la sua
protezione in due casi di estrema necessità, e chiede preghiere per altre grazie
desiderate .
Domenico
Chiarante (Frugarolo,
Alessandria) ringrazia San Giovanni Bosco per un favore ottenuto a vantaggio di
sua figlia .
Il salesiano Don Giovanni Grassi (Pella,
Novara) è profondamente riconoscente a
Maria Ausiliatrice e a San Giovanni Bosco per il felice esito di un intervento chirurgico.
Mi trovavo in attesa per la quarta volta,
ed ero molto preoccupata perché le precedenti maternità non erano mai state facili : ogni volta avevo dovuto subire interventi e ora poi mi impensieriva anche l'età .
Invocai con tanta fede San Domenico Savio. Sono stata esaudita : è nato felicemente Loris Domenico, e ora sciolgo la
mia promessa rendendo pubblica la grazia .
Galzignano (Padova)
Isolina Lunardi
La famiglia Bordone (Chieri, Torino) ringrazia di cuore San Giovanni Bosco e il
beato Don Rua per aiuti ricevuti, e continua ad invocarne la protezione .
IVA TRA LE BRACCIA
Era il 20 settembre
1977 ; i bimbi della
Scuola Materna giocavano con tanta vivacità nel cortile dell'istituto . Il piccolo
Emilio appena tre
anni, insieme ad altri, si divertiva allo
scivolo . Spinto da
tanta gioia invece di scivolare si lanciò
dalla pedana cadendo con la testa per
terra, davanti agli occhi della maestra .
In un primo momento non avvertì nulla,
si notava solo un rilassamento . Lo portai
subito al pronto soccorso, dove i dottori
consigliarono il ricovero con prognosi riservata . Il piccolo mi si accasciava fra le
braccia e non dava segni di vita ; mi affidai
con tanta fiducia a Madre Mazzarello,
chiedendo la grazia di un miglioramento e
poi la guarigione .
Si procedé al ricovero ; il piccolo fu sottoposto subito ai raggi . Mi furono riferiti i
primi risultati : «assenza di lesioni al cervello» ; nonostante ciò il bimbo fu ricoverato . Accorse il papà, il piccolo incominciò a sorridere e riprese vita, tanto che
tornò a casa nello stesso giorno . Verso
sera, dopo ripetute telefonate di interessamento, mi assicurarono che, superati
alcuni disturbi, il bimbo aveva cenato e
giocava come se nulla fosse accaduto . La
Comunità continuava a pregare e fiduciosa attendeva le 24 ore.
Il giorno seguente, non credevamo ai
nostri occhi : il piccolo Emilio tornò a
scuola accompagnato da papà e sorellina, felice di vedere i compagni .
Suor Carmen Giannini, FMA
Salerno
Mi RACCOMANDAI CON FEDE
Da parecchio tempo avvertivo forti dolori, volevo temporeggiare il ricovero
perché ho due bambini che necessitano
delle cure materne . Sopraggiunse una
forte crisi e venni ricoverata d'urgenza all'Ospedale San Carlo di Milano .
Dopo varie visite i dottori dichiararono
che si trattava di «pancreatite acuta» .
Volevano sottopormi a un intervento chirurgico, ma le condizioni fisiche erano
preoccupanti . I dolori aumentavano di
giorno in giorno, ero pressoché sfiduciata.
Mia sorella Figlia di Maria Ausiliatrice
venne a visitarmi, e mi portò la reliquia di
santa Maria Mazzarello .
A Lei mi raccomandai con fede, le preghiere furono esaudite. Venni sottoposta
a ricerche, esami, radiografie, e riscontrarono che oltre la «pancreatite» avevo
dei calcoli al fegato . Sottoposta all'intervento, tutto riuscì bene con grande stupore dei medici .
Ora adempio la promessa di pubblicare
la grazia, e esorto a ricorrere a santa Maria Mazzarello con fiducia e con fede .
Milano
Munerato Liliana
Francesco Cattaneo (Borgomanero,
Novara) dopo un serio intervento operatorio precipitò al punto che i medici ritennero le sue condizioni disperate . Egli invocò con tanta fede l'indimenticabile figura del suo antico Maestro, Don Vincenzo Cimatti : il difficile momento venne felicemente superato, fino a tornare completamente ristabilito .
Nel marzo del 1977 la nostra suor Maria Taniwaki cominciò a perdere la vista . Sottoposta a vari esami clinici, le
venne riscontrato un tumore nella zona subcervicale . II 29
marzo fu sottoposta a una difficile operazione, che durò
quasi sette ore, dall'Ordinario di chirurgia dell'Università di
questa capitale . Intanto la nostra Comunità iniziò una novena al Servo di Dio mons. Vincenzo Cimatti, e mettemmo
una sua reliquia sotto il cuscino dell'ammalata . Subito dopo
l'operazione, lo stato della suora fu soddisfacente . Ma alcuni giorni dopo si sviluppò un blocco renale, con vomiti
violenti, crampi diffusi per tutto il corpo, e perdita della coscienza . Vennero
tentate varie cure .
In tutte le Case dell'Ispettoria si elevarono fervorose preghiere al Servo di Dio
per ottenere la guarigione . Sei giorni dopo l'operazione la suora, sempre in stato
di coma, fu sottoposta a nuovi esami, che misero in rilievo l'insufficienza di sali .
Fu curata, e passò a uno stato semicomatoso . Nei giorni successivi cominciò a
dire qualche preghiera in modo meccanico, e anche a prendere qualche cibo,
ma ancora lontana dal riprendere conoscenza . Noi tutte pensavamo che piuttosto che vivere in quello stato sarebbe stato meglio che il Signore l'avesse presa
con Sé . Ma alcuni giorni dopo la coscienza cominciò ad avviarsi alla normalità .
Tutto questo suscitò la meraviglia dei medici curanti e del personale di servizio
dell'ospedale : erano tutti concordi nell'ammettere che era intervenuta una forza
superiore a quelle puramente normali . Oggi la suora gode buona salute, e ha
ripreso la sua vita normale . Ci sentiamo piene di riconoscenza a Dio e al suo
servo fedele, il nostro mons. V . Cimatti .
Suor Maria Hirate FMA
Tokyo
IGLIORAMENTO
Sono figlia di italiani, nata e residente a Lima (Perù), e
sposata a un cugino
di mons . Luigi Versiglia. Mio padre era
stato colto da un
male incurabile : leucemia . Dopo vari
tentativi fatti a Lima, i
dottori consigliarono di portarlo negli Stati
Uniti, dove la medicina è più progredita .
Tentammo anche questo, ma purtroppo il
male era ormai in fase troppo avanzata . Il
poveretto deperiva ogni giorno, e supplicava che lo riportassimo a morire nella
sua casa . Ma era impossibile poterlo
muovere, impossibile sostenere un simile
viaggio . Un giorno il dottore, dopo un'ultima visita, si avvicinò alla mamma, e
prendendole le mani le disse : «Coraggio,
signora» . Comprendemmo che era la fine .
Un momento terribile . Ma la mamma
reagì : estrasse dalla borsetta l'immagine
di mons . Luigi Versiglia, e la pose sotto il
guanciale dell'ammalato . Dal canto mio lo
pregai tanto perché ci ottenesse almeno
la grazia di un miglioramento sufficiente
per poter riportare il caro babbo a Lima .
Fummo esauditi : il babbo migliorò, potemmo riportarlo a casa, e rimase con noi
ancora diversi mesi, circondato dall'affetto di tutti i suoi cari e dal conforto dei
parenti e degli amici .
Lima (Perù)
Elena Giurato in Calda
Olga Facente (Bellavista, Napoli) ricoverata in ospedale in condizioni preoccupanti si è raccomandata con fede all'intercessione dei martiri mons . Luigi Versiglia e Don Callisto Caravario . Essi hanno
risolto tutto ridonando a lei la salute e alla
sua famiglia la serenità .
HANNO PURE SEGNALATO GRAZIE
Aimino Alessandro - Alterino famiglia - Andrito Rosa Aprato Maria - Antonella Lidia - Anzelomo Michela Bagnasco Teresa - Bampi Giuditta - Baracco Carlo Barbieri Liliana - Basso Liliana - Bava Maria Bambina Bellone Carola- Bertolini Annamaria - Bethaz Giovanna
- Biamonti Giacinta - Bianco Giulio - Bondanzo Carla Bottegai Gigetta - Bozzola Aurelia - Bragani Bellono
famiglia - Brucculleri Giuseppina - Bruculleri Santina Burgay Teresa - Buscema Margherita - Callegari Rina Calliari Elena - Cammarota Alfonso - Campidelli Palmira
- Caruso Giacoma - Cavagliano Domenico - Cavallini
Roberta - Chierci Anna - Ciraci Pompea - Cirino Franca Cogliati Lina - Comparato Angelo - Compari Teresa Coni Amelia - Danneo Giuseppina - Dapporto Elsa Daro Carolina - Dell'Antonio Giuseppina - Del Missier
Santina - Demicheli Giovanna - Di Piero Pasquale - Di
Pietro Luigi - Ebarca Tersilia - Fasson Clotilde - Favre
Palmira - Ferrando Lidia - Ferrante Giulio - Ferrero Enrico - Fochesato Aldo - Froio Vittorio - Gallavotti Lucia Gandolfo Maria - Garavaglia Rita - Gattoni A . - Gavanna
Maria - Gazzoli Gino - Genta Mario - Gervasi Franca Giallombardo Benedetta - Giannone Salvatore - Gino
Maria - Gorini Luigina - Grampa Giuseppina - Gratton
Lucia- Grosso Anna- Guazzotti Lidia- Lano Giuseppina
- Lanzoni Adele - Lavagno Lidia - Leonardi Ida - Leoni
Antonio - Lorandini Agnese - Matti Rosa- Maltoni Dina -
Manini Rita - Mantovani Maria - Mapelli Giuseppe - Marazzini Piera - Marchioro Giovanni - Marfia Maria a. Maria Grazia - Maroni G . Angela - Martini Enrico - Masucci . Antonietta - Mazzeo Concetta - Mellini Lucrezia Micheli Rosina - Miglioli Angelo - Milliery Salvina - Montante Maria - Morelli Giuseppina - Morero Ida - Munda
Vincenzo - Muraca Pasqualina - Naccarato Rosa - Nevone Lisa - Navone Luisa - Niceta Paolina - Novaretti
Maria - Oggero Giorgio - Palermo Rosaria - Panitteri
Matilde - Parlai Giuseppe - Penna Margherita - Pession
Lucia - Petrazzi Igino - Patria G. Battista - Petrucci Alberto - Picciotto Rosa - Pintus Paola - Piotti Antonietta Poli Anna - Polizzi Eugenia - Pontiggia Giacomo - Ragno
Avv . Luigi - Ravagnan Cesare - Rendo Maria - Riva Arduina - Riviera Fausta - Robaldo Anna - Robaldo Modestina - Rolfo Irene - Rossi Oliva - Rossi Rosanna - Rota
Cortinovis Battista - Sabini Pietro - Saglibene Orsola Sanna Filomena - Scaglione Francesca - Scarale D .
Matteo - Sciacca Sr. Santina - Semino Anna - Sferrazza
Rosariasorrentino Rosanna - Stafani Angelo - Tagarelli
Arcangelo - Tagliaro Maria - Tamburelli Rosalia - Terranova Carmela - Trapani Maria - Traversa Felice - Trucco
Maria Giuditta - Turconi Gianna - Valer Carla - Valery
Anna - Valfredi Nina - Vaschetto Giuseppe - Vergani
Luciana - Vergnano Maria - Zamataro Lucia - Zanotti
Francesco - Zappia Elisa - Zavataro L .
33
i
Preghiamo
per i nostri morti
SALESIANI
Sac . Igino Capitanio t a San Paolo (Brasile) a 56 anni
Era in viaggio verso l'Argentina, per dirigervi un corso di Formazione Permanente, ma a Sào Paulo un collasso cardiaco lo
riportò improvvisamente a Dio . Rimasto
orfano a 14 anni, aveva seguito la vocazione salesiana con le due sorelle, Rina e
Maria, FMA. Fu docente di teologia e direttore nello studentato teologico di Messina e al Pontificio Ateneo Salesiano,
finché gli fu affidato l'importante compito
di dirigere i corsi di Formazione Permanente . Ricco di umanità e di spirito religioso, era amato da tutti per la sua bontà,
sincerità e rettitudine .
Coad . Fausto Pancolinl t a Roma a 61
anni
A 20 anni partì per l'india, e fu al servizio
prima di mons . Marengo e poi di mons .
Baroi come incaricato della propaganda
missionaria. Con stile metodico e attività
instancabile, seppe creare una vasta rete
di aiuti, con cui alimentò il lavoro di prima
linea dei fratelli missionari . Costretto a
tornare in Italia per seri disturbi cardiaci,
consacrò gli ultimi anni all'ufficio corrispondenza delta Casa Generalizia, nella
sofferenza nascosta e nella dedizione
operosa .
Sac. Cesare Monsclani Emani t a Miasino (Novara) a 87 anni
Era rimasto orfano in giovanissima età, ed
ebbe la fortuna di trovare una nuova famiglia tra i .figli di Maria . di Torino-Martinetto. Diventato salesiano, fu un sacerdote pio e zelante, semplice e nemico di
ogni formalismo . Per più di quarant'anni si
dedicò ai bambini della scuola elementare, ponendo nelle loro anime tenere le radici di una fede vissuta . Poi dedicò le sue
energie all'assistenz a spirituale delle FMA
e in aiuto alle parrocchie, finché la provvidenziale . Casa di riposo per il Clero ., in
vicinanza della sua terra natale, lo accolse
per la preparazione all'incontro con Dio .
Sac. Antonio Campo t a Catania a 97 anni
A 20 anni lasciò la vita operaia per quella
salesiana, e fino a 70 anni lavorò tra i giovani nella scuola; poi fu cappellano tra le
FMA. Portato agli studi teologici e liturgici,
si servi del suo ricco patrimonio culturale
e ascetico per guidare le anime dalla cattedra e dal confessionale. Una lunga vita
in rettitudine, di fedeltà al magistero ecclesiale e salesiano.
Sac. Giuseppe Mina t a Roma a 52 anni
Svolse il suo primo apostolato nel Medio
Oriente, poi a Roma nel Borgo Ragazzi
Don Bosco. Ricco di cultura e di spiritualità, intelligente e duttile di fronte alla
realtà, sensibile alle miserie umane, donò
se stesso ai poveri e agli emarginati, che
ne ricambiano la bontà e la generosità
con profonda stima e vivo affetto.
Sac . Giovanni Ballon t a Genova-Sampierdarena a 75 anni
Lasciò lo sport del corridore ciclista e un
lucroso impiego per la vita salesiana e
missionaria . Per quasi trent'anni lavorò
tra gli italiani emigrati e gli arabi del Medio
Oriente . Poi tornò in Patria, e per vent'anni si dedicò all'attività parrocchiale, stimato e ricercato da tutti come confessore
e apostolo di bene tra gli anziani e gli ammalati .
Sac . Pietro Trovò t a Savonera (Torino) a
57 anni
Profuse le sue spiccate doti di mente e di
cuore nella scuola, finché un male incurabile lo costrinse a completa inattività .
Seppe accettare il suo lungo calvario in
adesione alla volontà di Dio e offrire le
sofferenze per la Casa e per i giovani .
COOPERATORI
Mons . Francesco Drius t a Trieste a 84
anni
Fu uno dei primi allievi dell'Oratorio salesiano di Trieste, e lo considerò costantemente la sua seconda famiglia . Educato
alla scuola e allo spirito di Don Bosco, si
dedicò con entusiasmo ai giovani, valendosi di tutti i mezzi educativi tipici del sistema salesiano : dalla filodrammatica alla
banda, dalle gite alle feste campestri, per
portare tutti a Cristo. Ricco di spirito sacerdotale, di vivo senso pastorale, dotato
di sano ottimismo, fu pronto all'impegno
apostolico fino al totale sacrificio di sé,
sostenuto da una spiritualità tanto semplice quanto profonda.
Mons. Luigi Salvadori t a Trieste a 82
anni
La Famiglia Salesiana di Trieste lo ricorda
con tanta riconoscenza, come exallievo
affezionato, amico lineare e generoso . La
sua parola buona e discreta non era mai
convenzionale, ma carica di fiducia, di
sereno ed equilibrato ottimismo . Fu un
sacerdote dalla pietà autentica, di cultura
e di zelo, costantemente fedele ai suoi
doveri pastorali nelle molteplici e delicate
responsabilità che la Chiesa tergestina
per tanti anni gli affidò .
zionato, coltivando riconoscente amicizia
con tanti salesiani . Per oltre 40 anni fu
apprezzato funzionario dell'INPS, e la sua
competenza e diligenza vennero premiate
con Medaglia d'oro . Fu cooperatore affezionato, e devoto a Maria Ausiliatrice e a
Don Bosco, che non mancava mai di invocare ogni giorno davanti all'effige che
teneva in camera .
Giovanni Favini t a Varallo Pombia (Novara)
Era fratello del notissimo Don Guido, tanto benemerito anche come direttore per
molti anni di questo Bollettino . Anche lui
exallievo dell'Oratorio di Nizza Monferrato, si era affermato nella vita per le sue
capacità di lavoratore, per la fedeltà al
dovere e per la generosità del cuore . Apparteneva al Centro Ispettoriale Cooperatori delle FMA di Milano via Bonvesin, ove
approfondiva la sua vita cristiana e si rendeva utile in tanti servizi . Ultimamente era
stato nominato Presidente dei Combattenti del Genio del 1915-1918, e decorato
con Medaglia d'argento . Il Signore lo as.
sociò alla sua passione chiamandolo improvvisamente nel pomeriggio del venerdì
santo .
Archimede Lusetti t a Genova a 71 anni
Fu un uomo retto, sincero con se stesso e
con il prossimo . Amò Dio e la famiglia, e
generosamente disse di sì al Signore
quando gli chiese la figlia Anna Maria per
l'istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice.
Pasquale Prezioso t a Roma
Ebbe cariche di grande responsabilità e
titoli altamente onorifici : presidente onorario del Consiglio Superiore dei LL.PP .,
presidente della I Sezione dei LL .PP. e
Direttore Generale dell'Edilizia e dell'Urbanistica . Meritò la Commenda di San
Gregorio Magno. In molte regioni d'Italia,
dalla Sicilia al Veneto, quando guerre,
terremoti, alluvioni, produssero lutti e
danni, intervenne con il suo lavoro di ricostruzione, fatto non solo di onestà, ma
di comprensione e di amore, in nome di
Dio e sull'esempio del suo grande protettore san Giovanni Bosco. Perché il titolo a
cui teneva di più era questo : cooperatore
salesiano. Marito, padre e nonno affettuosissimo, lascia in quanti lo conobbero
l'esempio concreto del cittadino . e del
.cristiano» come voleva Don Bosco .
Maria Pletrantoni Felici t a Giuliano di
Roma a 86 anni
Donna umile e semplice, trascorse la sua
vita laboriosa nella cura della famiglia,
nella pratica fedele e assidua dei Sacramenti, e nell'esercizio delle opere di apostolato parrocchiale . Cooperatrice salesiana profondamente devota a Don Bosco, offrì generosamente il figlio don Sergio alla Congregazione .
Federico Dei Sette t a Roma a 98 anni
Da ragazzo conobbe a Torino il beato Michele Rua, e ne conservò sempre devota
memoria. Fu poi allievo all'Istituto Sacro
Cuore di Roma, e vi rimase sempre affe-
Annina Vitti t a Settefrati (Frosinone) a 91
anni
Fu una donna semplice, ma ricca di vera
sapienza. Diede il meglio di sé nel lavoro
quotidiano, santificato con la preghiera
ininterrotta e con l'umiltà che le era abituale . Fu una cooperatrice d'eccezione,
disponibile a tutti, al servizio dei fratello
sacerdote e cooperatore salesiano, e
sempre pronta ad accogliere in casa i salesiani e i giovani che si recavano nel
soggiorno estivo di Canneto . Anche la sua
era una .casa salesiana . .
Annunziata Bocchi ved . Bertoni t a Pugliano (Lucca) a 69 anni
Donna laboriosa ed equilibrata, seppe
superare le molte e dure prove della vita
con inalterabile fede in Dio, che si esprimeva nella continua preghiera, nell'Eucaristia (centro della sua giornata), e nella
devozione all'Ausiliatrice e a Don Bosco,
a cui donò con gioia il figlio Giovanni, sacerdote salesiano . Educò i suoi quattro
figli alla bontà e all'onestà, al lavoro e alla
fede, più con l'esempio che con le parole .
La bontà del suo animo, la semplicità del
cuore e la serena fiducia in Dio si rivelavano nel costante sorriso, nei saggi consigli e nell'assoluta assenza di qualsiasi
mormorazione nei confronti del prossimo .
II parroco la definì .parafulmine del paese . .
Elena Padovano t a Napoli
Fu una donna umile, generosa e semplice .
Amica dei poveri e dei sofferenti, era
sempre pronta a porgere loro una mano .
Seppe amare Dio nel prossimo .
Anna Vitale Galleanl t a Napoli a 62 anni
Rimasta vedova a soli 32 anni, seppe affrontare con spirito cristiano sacrifici non
comuni, per sostenere la famiglia e educarla ai valori della fede e dell'onestà .
Cesira Campagnolo t a Orta novarese
Operaia prima e poi persona di servizio, fu
fedelissima al dovere finché la salute e
l'età glielo permisero . Fu fervente e zelante cooperatrice a Vercelli fin dal 1957,
puntuale a ogni manifestazione, e modello
di spirito di pietà . Malata, si ritirò nella
Casa Serena di Orta, dove aiutò le compagne più bisognose di lei, con vera edificazione delle suore . Mori serenamente,
invocando la Madonna che aveva amata
tanto .
Angelina zibetti ved. Orsini
Fu donna di grandi virtù, sempre presente
in ogni necessità. Incarnò il Vangelo, come cristiana ferventissima, nel nascondimento: si può affermare che la sua sinistra
non sapeva quanto facesse la destra .
Questa fede profonda l'aiutò a sopportare
con coraggio le non lievi sofferenze dell'ultima malattia.
N40
Per quanti ci hanno chiesto informazioni, annunciamo che LA DIREZIONE GENERALE OPERE DON BOSCO con sede in ROMA, riconosciuta giuridicamente con D .P . del 2-9-1971 n . 959 e L'ISTITUTO
SALESIANO PER LE MISSIONI con sede in TORINO, avente personalità
giuridica per Decreto 13-1-1924 n . 22, possono legalmente ricevere
Legati ed Eredità. Formule legalmente valide sono :
se trattasi d'un legato : x . . .lascio alla Direzione Generale Opere Don
Bosco con sede in Roma (oppure all'istituto Salesiano per le missioni don
sede in Torino) a titolo di legato la somma di lire (oppure)
l'immobile sito inper gli scopi perseguiti dall'Ente, e particolar-
34
mente di assistenza e beneficenza, di istruzione e educazione,
di religione s .
di culto e
se trattasi, invece, di nominare erede di ogni sostanza l'uno o l'altro dei
due Enti su indicati :
« . . .annullo ogni mia precedente disposizione testamentaria . Nomino mio
erede universale la Direzione Generale Opere Don Bosco con sede in
Roma (oppure l'istituto Salesiano per le Missioni con sede in Torino)
lasciando ad esso quanto mi appartiene a qualsiasi titolo, per gli scopi
perseguiti dall'Ente, e particolarmente di assistenza e beneficenza di
istruzione e educazione, di culto e di religione a .
(luogo e data)
(firma per disteso)
Borsa : Auxilium Christianorum, ora pronobis, invocando protezione sulla famiglia, a cura di O.G ., Torino L. 1 .000 .000
Borsa : Margherita Pinessi, in suffragio e
ricordo, a cura dei suoi cari Carla e Alfredo L . 600 .000
Solidarietà missionaria
Borse di studio per giovani missionari salesiani
pervenute alla Direzione Generale Opere Don Bosco
Borsa: Maria Ausiliatrice e Don Bosco,
impetrando aiuto e protezione, a cura di
Lavazza Oliveri Giovanna L . 500.000
Borsa: Maria Ausiliatrice,
mento per grazia ricevuta
continua protezione, a cura
gio, Daniela e Marco, Aosta
in ringraziae implorando
di Vola GiorL . 500 .000
Borsa : Mamma Maria Viganò, a cura di
Don Diago Bruzzo, Poschiavo, (Svizzera)
L.300.000
Borsa : Maria Ausiliatrice e Don Bosco,
perché benedicano le Missioni, a cura
d'una Cooperatrice di Chatillon (AO) L .
60.000
Borsa : Divina Provvidenza, a cura di Boglione Francesco Torino L . 60 .000
Attilio e Agosto Luigina, a cura del figlio
Ezio Maciotta, Quittengo (VC) L. 50 .000
Borsa: Maria Ausiliatrice, a cura di Bugnone Giacinta, Rubiana (TO) L. 50 .000
Borsa: Don Bosco, in ringraziamento per
grazia ricevuta e invocando protezione
per la famiglia, a cura di Ottazzi Maria,
Torino L. 50.000
Borsa : Maria Ausiliatrice e Don Bosco,
per particolare protezione, a cura del Sac .
Prof. Alberto Menare, Domodossola (NO)
L.150 .000
Borsa : Maria Ausiliatrice, implorandone
protezione, a cura di Marcosanti Adriana,
Bologna L . 50 .000
Borsa: Maria Ausiliatrice, S . Giovanni
Bosco e S. Domenico Savio, invocando
protezione per mio nipote, a cura di N .N .
L .100 .000
Borsa : S . Domenico Savio, in suffragio dei
miei defunti e invocando protezione, a
cura di Cosentino Santa, Riposto (CT) L .
50.000
Borsa: Maria Ausiliatrice, in memoria di
Don P. Ricaldone e in ringraziamento e
invocando protezione per la famiglia, a
cura della Famiglia Croce Rosa, Rivalta
(TO) L . 50 .000
Borsa : Maria Ausiliatrice e Santi Salesiani, in suffragio dei nostri morti e invocando protezione, a cura delle sorelle Benni,
Pellegrino Parmense L . 50 .000
Borsa : Maria Ausiliatrice e S. Giovanni
Bosco, in suffragio di Ferruccio Cav. Lantieri e Cesare Marconcini, a cura del nipote Dott . Marco, Torino L . 50 .000
Borsa: Alla memoria di Carlo e Adele e per
il loro eterno riposo, a cura di N .N . L.
50 .000
Borsa Maria Ausiliatrice, invocando protezione per la salute della amata figlia
Cristina, a cura di Palummo Gianni, Milano L. 50.000
Borsa: Maria Ausiliatrice e Don Bosco,
per un missionario, a cura di Viola Giovanna, Salerno L . 50 .000
Borsa : Maria Ausiliatrice e Don Bosco, in
memoria della mamma Avataneo Ansaldi
Lucia, a cura della figlia Ins . Anna, Poirino
(TO) L . 50 .000
Borsa : In memoria e suffragio dei genitori
e del fratello, a cura di M.G ., Vigone (TO)
L .100 .000
Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni
Bosco, in suffragio della mamma, a cura
dei Fratelli Meroni, Como L. 100 .000
Borsa : Maria Ausiliatrice, Don Bosco e
Santi Salesiani, a cura di M .R ., Rivoli (TO)
L .100 .000
Borsa : Maria Ausiliatrice, Don Bosco e S.
Domenico Savio, impetrando una grazia
tanto desiderata, a cura di Modini Piergiorgio, ex allievo di Vercelli L . 100 .000
Borsa : Beato Don Rua e Don Filippo RF
nidi, per grazia ricevuta, a cura di Bianchi Lina L. 100.000
Borsa : S. Giovanni Bosco, in ringraziamento per la protezione sulla nostra famiglia, a cura di Gallo Francesca e Maddalena, Moncalvo (AT) L . 50 .000
Borsa : Maria Ausiliatrice, S. Giovanni
Bosco e Santi Salesiani, in memoria dei
miei genitori e invocando protezione per
la mia salute, a cura di Ternavasio Clara,
Bra (CN) L . 50 .000
Borsa : Maria Ausiliatrice, Don Bosco e
Santi Salesiani, invocando grazie, a cura
di Poli Licia, Torino L . 50 .000
Borsa : In memoria del defunto Romeo
Oreste, a cura dei parenti Bra (CN) L .
50.000
Borsa: Maria Ausiliatrice e Don Bosco, a
cura di N .N ., Roccavignale (SV) L. 50.000
Borsa : In memoria e suffragio del M°G .
Pastore e per implorare dalla Madonna la
salvezza dei miei figli, a cura della nipote
Clotilde L. 100 .000
Borsa: S. Giovanni Bosco, in memoria e
suffragio dei nonni Rolandin Maciotta
Pietro e Magnani Ghisò Irene, a cura di
Maciotta Ezio, Quittengo (VC) L . 50.000
Borsa : Maria Ausiliatrice, San G. Bosco e
Santi Salesiani, per grazia ricevuta, a cura di A .M .P. L . 100.000
Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni
Bosco, a cura della Famiglia Giudice, S .
Cristina di B . (NO) L. 50.000
Borsa : Maria Ausiliatrice e S. Giovanni
Bosco, in suffragio dei nostri morti e per
implorare protezione in vita e in morte, a
cura di Berrino Clara e Giuseppe, Bra
(CN) L. 60.000
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Borsa : Maria Ausiliatrice, Don Bosco, S .
Filippo Neri, per impetrare grazie, a cura
di Roffinella Luigi e Dina, Torino L . 50 .000
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intercessione avuta e implorando ancora
protezione, a cura di Radice Amelina L .
50.000
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suffragio dei genitori Maciotta Rolandin
Borsa: Maria Ausiliatrice, S . Giovanni
Bosco e S. Domenico Savio, invocando
protezione spirituale per me e per i miei
car ., a cura di Grosso Giuseppina . Bologna L. 50.000
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suffragio di Rinaldi Guglielmo, a cura di
Bertoglio Renata e Carlo, Biella (VC) L .
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in morte, a cura di Bertoglio Renata e
Carlo, Biella (VC) L . 50 .000
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Bosco e Santi Salesiani, chiedendo protezione per me e familiari, specialmente
per il figlio sacerdote, a cura di Raineri
Orsolina, Palazzolo S/O (BS) L. 50.000
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Bosco, per grazia ricevuta, a cura di N .N .,
Genova L. 50 .000
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Golosio Giovanna, Senorbi (CA) L . 50 .000
Borsa : S . Giovanni Bosco, in ringraziamento, a cura dei Coniugi Fiorio, Torino L .
50 .000
Borsa : Maria Ausiliatrice, a suffragio dei
genitori e fratello defunti, a cura della figlia e sorella Angela, Torino L . 50 .000
Borsa: S . Domenico Savio, in ringraziamento per la felice nascita della nipotina
Paolina, a cura dei nonni Margherita e Gino Callici L . 50 .000
Borsa: S . Domenico Savio, in ringraziamento per grazia ricevuta, a cura di Orasa
Lucia e Magnino Caterina, Venasca (CN)
L.50.000
Borsa : In memoria e suffragio del caro
papà Repossi Antonio, che è sempre nel
nostro cuore, a cura di R .R ., Abbiategrasso (MI) L. 60.000
Borsa : S. Domenico Savio, invocando
protezione per la figlia Cristina, a cura di
Palummo Gianni, Milano L . 50 .000
Borsa : S. Giovanni Bosco, invocando
sempre protezione, a cura di N.N. L .
50 .000
Borsa : In suffragio di Ronconi Francesco,
a cura di N .N . Genova L . 100.000
Borsa : S. Giovanni Bosco, in memoria di
Avanzini Luigia e Attilio, a cura della Famiglia Primo, Milano L. 100 .000
Borsa : S . Giovanni Bosco, invocando
protezione per la figlia Cristina, a cura di
Palummo Gianni, Milano L . 50 .000
Borsa : S. Giovanni Bosco, in occasione
del mio 90° compleanno: 31.1 .1978, a cura di Regano Prof . Antonio, Andria (BA) L .
50.000
Borsa : Carolina e Giovanni Miceli, in ricordo e suffragio, a cura del figlio Salvatore e della nuora Rosina, Roma L . 50.000
Borsa : Veneranda e Giuseppe Ciccotti, in
ricordo e suffragio, a cura della figlia Rosa
e del genero Salvatore, Roma L . 50.000
Borsa: Maria Ausiliatrice e Don Bosco, in
suffragio dei nostri cari defunti, a cura di
N.N . L . 50 .000
Borsa: S. Domenico Savio, a suffragio del
figlio Enrichetto, a cura di Buscaglia Inglese Elena, Butera (CL) L . 50.000
Borsa : S. Giovanni Bosco e S. Domenico
Savio, a cura di Voarino Maria, Torino L .
50.000
Borsa : Maria Ausiliatrice e S. Giovanni
Bosco, a cura di G .M. L. 50.000
Borsa : Maria Ausiliatrice e S . Giovanni
Bosco, a cura di G .M. L. 50.000
Borsa : Maria Ausiliatrice e Santi Salesiani, in ringraziamento per il mio 80° compleanno e invocando protezione sulla famiglia, a cura di Baggio Scalina Bianca,
Cittadella (PD) L . 50 .000
Borsa: Don Bosco, pro missioni, a cura di
Bobba Girino Rosa, Frassineto Po (AI) L .
50 .000
Borsa : Maria Ausiliatrice e Don Bosco, in
memoria di Pietro Liori, a cura della Famiglia Liori, Cagliari L . 50.000
Borsa : Maria Ausiliatrice e S . Giovanni
Bosco, invocando completa guarigione, a
cura di Melchioni Piero, Novara L . 50 .000
Borsa : Maria Ausiliatrice, chiedendo la
guarigione dalle mie due figliuole, a cura
di Alessio Marta, Perosa Argentina (TO) L .
50 .000
35
AWISO PER IL
PORTALETTERE
In caso di
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inviare a
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