Bruno Andreolli Dalla famiglia patriarcale alla famiglia di vocazione. Don Zeno Saltini e la famiglia. Il tema della famiglia1 nel pensiero di don Zeno è trasversale, il che vuol dire che è onnipresente: a maggior ragione laddove si rifletta sulla circostanza che siamo di fronte ad un pensiero tendenzialmente sistematico, per cui le parti si trovano nel tutto ed il tutto non può prescindere dalle sue singole parti. In questo contesto la selezione è improponibile: bisogna leggere l‟intera produzione di don Zeno: io l‟ho fatto per quanto riguarda la parte edita, che mi è stata trasmessa puntualmente da Francesco di Nomadelfia, che ringrazio. Si aggiunga che don Zeno è sistematicamente concreto: il dato, anche teologico o morale, egli sa coglierlo nel contesto di una quotidianità corposa, immediata. Base di partenza è l‟incontestabile bisogno biologico: «Non è che io voglia mangiare, bere, dormire, vestire, abitare una casa, curarmi la salute, studiare le cose, lavorare, muovermi libero sulla terra. Non voglio queste cose; ma ne ho bisogno»2. In una lettera dell‟11 febbraio 1953 indirizzata a mons. Giovanni Battista Montini, prosegretario di Stato, osservava: «Presupposto che in Italia siamo sei milioni di miserabili alla deriva, si consuma contro di noi un furto di circa un miliardo e ottocento milioni al giorno, con i quali si fanno i palazzi, le ville, si sistemano lavoratori, imprenditori, professionisti, speculatori, ricchi e gerarchi e si pagano carabinieri e polizia per farci tacere noi che rimaniamo, da quella distribuzione, a mano e stomaco vuoti». E ne concludeva, efficacemente: «Guardi eccellenza, che lo stomaco è cosa di interesse divino»3. Con riferimento esplicito alla Scrittura: «Sicut in Coelo et in terra»4. E nella Poiché la letteratura sull‟argomento è veramente sterminata, diamo qui alcune indicazioni concernenti il tema specifico della crisi della famiglia nella società contemporanea, per cui cfr. D. COOPER, La morte della famiglia, Torino, Einaudi, 1972; A. MICHEL, Sociologia della famiglia, Bologna, Il Mulino, 1973; C. SARACENO, La famiglia nella società contemporanea, Torino, Loescher, 1975; M. BARBAGLI (a cura di), Famiglia e mutamento sociale, Bologna, 1977; A. CH. E. ROSEMBERG (a cura di), La famiglia nella storia. Comportamenti sociali e ideali domestici, Torino, 1979; A. MANOUKIAN (a cura di), I vincoli familiari in Italia. Dal secolo XI al secolo XX, Bologna, 1983. Per taluni aspetti di criticità, ved. S. PACAUD et M. O. LAHALLE, Attitudes, comportements, opinions des personnes âgées dans le cadre de la famille moderne, Paris, Monographies françaises de Psychologie, 1969. 2 Z. SALTINI, L’uomo è diverso, Grosseto, Edizioni di Nomadelfia, 1989 [1ª ediz. 1956], p. 62. 3 Lettere, II, p. 11. 4 Ibid., p. 12. 1 1 stessa lettera don Zeno non fa mistero di credere in un rapporto speculare fra realtà cosiddette naturali, come la famiglia, e strutture istituzionali, ivi comprese quelle ecclesiastiche. E con ironia efficacissima si lascia andare: «C‟è solo che da bambino ho imparato, senza mancare di rispetto alla mamma, a piangere quando avevo fame, freddo, sonno e simili urgenze». E aggiunge: «Facendomi poi sacerdote, capirà, è andata a finire che ho compreso, perché la Mamma mi dava il latte, la pappa, la medicina; mi lavava, mi copriva di lana, mi riparava dalle intemperie, mi evitava di cadere anche nei mali fisici, mentre, tenendomi sulle ginocchia, mi insegnava a dire: “Ave Maria”». E precisava: «Ma erano latte, lana e Ave Maria insieme; come fa Dio, in altre parole, con tutti, donante tutti i giorni tutto agli uomini; tra i quali gli oppressori prendono la loro parte più la nostra, e ringraziano la Divina Provvidenza»5. È quindi lo stesso don Zeno ha offrirci la chiave di lettura della sua opera, dove è improponibile ogni scissione del dato naturale da quello istituzionale, perché l‟istituzione non è altro che la realizzazione concreta, formalizzata di un bisogno profondo, insopprimibile, dove le necessità corporali si intersecano con quelle spirituali: latte, lana, Ave Marie, come amava esemplificare don Zeno. In questo contesto la famiglia naturale, quella biologica, pur conservando la sua validità, viene integrata da situazioni di sostegno famigliare che prescindono dai rapporti di sangue e che semmai sono in grado di integrarli. D‟altro canto, la famiglia patriarcale di cui parla don Zeno e dalla quale proviene è funzionale ad una società in cui la povertà è generalizzata, endemica. Le stratificazioni ci sono ed anche nel mondo contadino c‟è chi sta meglio, come don Zeno, che è di famiglia benestante (oserei dire ricca), chi se la passa come Norina Galavotti, chi fa la fame come le folle di braccianti che allora popolavano le dure terre della bassa pianura6. È lo stesso don Zeno che giunto a San Giacomo Roncole nel 1931, coglie con efficacia queste distinzioni: «La popolazione era molto simpatica, viva. Circa tremila abitanti. E anche lì la solita cosa: i due tipi della popolazione. Metà erano piccoli proprietari o mezzadri. I piccoli proprietari non stavano male: avevano dei poderi, avevano uva, bestiame parecchio. Il mezzadro, quando non ha debiti, è un piccolo proprietario anche lui perché è a metà col padrone: metà il bestiame, metà il raccolto, tutti gli attrezzi sono suoi. Sicché gente che non stava mica male; aveva da mangiare e da vestire. L‟altra metà della popolazione erano famiglie di braccianti; e la distinzione era grossa, si vedeva nei vestiti stessi». Distinzioni che si colgono bene se si mettono a confronto le autobiografie di don Zeno e di Norina Galavotti: quando essi parlano della loro infanzia e giovinezza, usano toni diversi; da un la5 Ibid., p. 14. Sulla struttura e le articolazioni della famiglia contadina in area emiliana tra Otto e Novecento, cfr. C. PONI, La famiglia e il podere, in Cultura popolare nell’Emilia Romagna. Strutture rurali e vita contadina, Milano, Silvana Editoriale d‟Arte, 1977, pp. 99-119. 6 2 to vi è la solidità di una famiglia benestante, per cui don Zeno ha in casa perfino un pianoforte 7, emblema allora delle famiglie borghesi e aristocratiche; dall‟altra si ricordano le difficoltà, al punto che la giovane Norina sottrae venti centesimi dal cassetto della mamma per comperarsi il gelato8. Ed è sempre Norina, non don Zeno, che ricorda quella pericolosissima curva della Statale a San Giacomo, tra la Chiesa e il Casinone: pericolosissima, ma occasione talvolta di belle mangiate fuori programma. Una volta si rovesciò un camion rimorchio pieno di cavoli; un‟altra volta un camion pieno di arance e Norina ricorda: Lì fu l‟occasione di poter mangiare tante arance dopo aver mangiato tanti cavoli9. Sempre sulla statale 12 una volta il famigerato Pippo si abbassò in picchiata su una mandria di vacche, ammazzandone 13. Commenta gioiosamente Norina: Così anche a noi toccò un po‟ di carne che non si vedeva mai10. Ciò nonostante, Norina sottolinea: «Sono nata il 5 febbraio del 1923, figlia di contadini, seconda di tredici figli, uno dei quali morto [...]. Siamo poveri, cattolici praticanti, ma non miseri»11. Ma fatti questi doverosi distinguo, la povertà (non la miseria, ripeto), la malattia, le difficoltà, la gioia, il canto, la festa tutto è endemico, collettivo in questa società. Non ci si ammala mai da soli. Come ricorda Norina, il 1929 «fu un inverno particolarmente freddo. In quattro fratelli ci ammalammo tutti di difterite. Il più piccino morì, io ero grave, una mastoidite all‟orecchio, avrebbero dovuto operarmi»12. La ragazza si salvò per miracolo. E Don Zeno: «Capitò il tifo alla famiglia mia; erano tutti a letto col tifo fuorché due: mio padre ed io. Per non prenderlo anche noi, dice mio padre: Sai cosa facciamo? Prendiamo un fiasco di grappa, andiamo a dormire in campagna e beviamo grappa, così non prendiamo il tifo». È una società che non permettersi il lusso della riservatezza, oggi si direbbe della privacy... e infatti don Zeno, sull‟onda di quell‟episodio, prosegue: Mia zia Norina, quella che sembrava così cattiva, venne da casa sua (e aveva quattro figli). Adesso vi aiuto io finché non siete guariti. Ed è stata lì fino alla fine, a servirci tutti. La spiegazione di questa opportunità è tutta legata alla struttura della famiglia allargata: «Per il fatto che le famiglie erano insieme - sottolinea don Zeno - questa donna ha potuto lasciare la sua in mano ad un altra zia, lasciare i suoi figli, e stare quaranta, cinquanta giorni da noi»13. Ma nelle famiglie di braccianti, più esposte delle altre, la malattia si qualificava proprio come indi- 7 Z. SALTINI, La mia famiglia, dispensa n. 1/Storia di Nomadelfia, Nomadelfia, 1991, ad uso interno, pp. 2122. 8 N. GALAVOTTI, Mamma a Nomadelfia. Autobiografia di una madre di 74 figli, Cinisello Balsamo (MI), Edizioni San Paolo, 1995, p. 11. 9 Ibid., p. 28. 10 Ibid. 11 Ibid., p. 9. 12 Ibid. 13 Un’intervista, una vita, p. 13. 3 catore sociale, rivelatrice di difficoltà e stenti quotidiani o stagionali: cosicché, parlando dei braccianti di Fossoli, don Zeno precisa: «D‟inverno tutti questi operai erano disoccupati, quasi sempre. Veniva la neve e questa gente era disoccupata. Non aveva il sussidio di disoccupazione, non c‟era nessuna assistenza, niente, sicché molti pativano la fame. I ragazzi diventavano magri, sofferenti. Alcuni andavano a rubare: ogni tanto veniva vuotato il pollaio. Si vedevano le croste, le malattie che derivavano da mancanza di nutrizione. Era una cosa pietosissima»14. Ed anche in questo caso don Zeno coglie il dato strutturale, profondo di questa fragilità, perché i braccianti vivono divisi tra loro: «Non c‟erano le famiglie unite come la nostra, erano divise le loro famiglie, erano come la borghesia oggi. Ogni famiglia di questi braccianti era a sé. Così l‟unione della nostra famiglia dava in noi una sicurezza, un senso di grande robustezza della vita»15. Ma la dimensione comunitaria non si realizzava solo nei momenti del bisogno; permeava di sé anche i momenti di gioia, celebrati sempre collettivamente. Uno dei passi più felici e toccanti dell‟intervista a don Zeno è proprio quello in cui egli ricorda come si cantava in campagna: «Alla sera si stava in mezzo all‟aia e questa gente di popolo, operai che non avevano un cortile, veniva nell‟aia e lì cantavano seduti sul fieno, c‟è sempre del fieno in mezzo all‟aia. Io da ragazzo ho sempre sentito cantare. La gente cantava; tutti: dei cori formidabili. Davanti all‟osteria, per esempio, bevevano, poi si sentiva, quando già il vino era entrato in tutte le vene, attivato fino al cervello, dei canti ... però non ubriachi; non la smettevano più; fino a tardi. E anche i giovani facevano dei cori, alla sera, quelle belle serate di primavera quando comincia l‟aria buona, è anche d‟estate, quelle sere che a letto non si va subito perché è caldo»16. Questa diffusa socialità e socievolezza, in contrasto con il modello lindo e immacolato della famiglia-nido di matrice borghese, si estendeva anche agli animali, i veri termosifoni dell‟epoca, come precisa con l‟abituale concretezza don Zeno: «D‟inverno, indipendentemente dall‟opinione politica (che poi allora non divideva molto) si era sempre assieme. Giacché nelle case c‟era freddo e nelle stalle c‟era caldo, si stava nelle stalle: nelle stalle lunghe, dove c‟era tutto questo bestiame, di qui e di là»17. E, a proposito dei mezzadri di Fossoli, precisa: «Essi erano di solito pagati (a giornata) con fascine, grano, vino, ma sempre pochi soldi; venivano per ultimi i braccianti della strada bassa, che campavano alla giornata, prestando la loro opera ai contadini di tanto in tanto, per avere in cambio lo stesso salario di cui sopra e, ultima paga importante, l‟ospitalità nella stalla durante l‟inverno, cosicché per loro era risolto il problema del riscaldamento»18. 14 Ibid., p. 15. Z. SALTINI, La mia famiglia, cit., p. 10. 16 Un’ intervista, una vita, p. 14. 17 Ibid., p. 14. 18 Z. SALTINI, La mia famiglia, cit., p. 28. 15 4 Ma l‟intrattenimento del filò, cui si riferisce don Zeno, è radicalmente diverso dagli intrattenimenti delle famiglie borghesi. Qui non si prende il te con i pasticcini, perché anche nella dimensione del gioco, dello svago, del divertimento, nelle società contadine tradizionali il lavoro è pervasivo, totalizzante, e l‟intervista lo rileva con la consueta precisione: «Alla sera si stava nelle stalle, „a filò‟, cosa voleva poi dire non so. C‟erano le donne, le ragazze, gli uomini. Le ragazze, le donne e i bambini facevano della treccia: il famoso truciolo; sapevo farlo anch‟io, svelto»19. È la cultura contemporanea che distingue il momento del lavoro da quello del divertimento; che tende a spettacolarizzare le arti. Nel mondo contadino è diverso: i giochi dei bambini, il canto, le filastrocche, il ballo, perfino le ninne nanne hanno un valore pedagogico, educativo al fine di poter far fronte ad una vita ruvida, pericolosa, difficile. In cambio, la struttura della famiglia allargata assicura tutta una serie di presidi, di accoglienze, di tutele, prefigurando in taluni casi la rete delle alleanze matrimoniali20. Matrimoni che venivano preparati, favoriti tramite le feste ed il ballo; don Zeno segnala acutamente la pratica: «Tutte le zie combinavano le cose, ruffianavano come si dice, „fa in modo che parli con quello là‟, combinavano i fidanzamenti... tutto un complesso interessantissimo»21. Nel contempo la famiglia larga era in grado di svolgere ruoli di supplenza in situazioni drammatiche, come nel caso del suicidio dello zio Umberto. Come ricorda Don Zeno, il nonno dopo otto-dieci giorni dal funerale, prende il cavallo e va a Quartirolo, dalla vedova e dai cinque nipoti: «Vostro padre d‟ora in poi sono io» e li adotta. Commenta don Zeno: «E pensate che allora erano già ricchi i Salatino, avevano già molti poderi, 17-18 poderi e lui ha preso i figli e la famiglia e li ha messi alla pari di tutti gli altri e hanno ereditato come noi, nonostante che suo padre avesse sperperato». Questa idea dell‟accoglienza è ben presente al giovane Zeno durante il periodo universitario a Milano, quando ad un amico di Bergamo che lo spingeva a fidanzarsi con una ragazza della sua città, risponde: «Vedi, io non mi voglio sposare, perché sposarsi è mica roba da niente, sai; se prendo una donna gretta che pensa solo ai tre o quattro figli che nascono e non pensa più agli altri, quella mi distrugge... guarda ti assicuro che dopo sei mesi che l‟ho sposata faccio la separazione legale»22. Un’intervista, una vita, p. 14. Sulla lavorazione del truciolo cfr. A. G. SPINELLI, Memorie sull’arte del truciolo in Carpi, in Memorie storiche e documenti sulla città e sull’antico principato di Carpi, VIII, Carpi, 1905; C. COGLIATI, L’industria del truciolato a Carpi, Roma, 1913; I. DIGNATICI - L. NORA, Facevano tutti la treccia, uomini, donne e bambini, Carpi, 1981; ID., L’arte del truciolo a Carpi, Carpi, 1979; C. CONTINI, Il cappello di paglia nella storia e nell’arte, Modena, Artioli Editore, 1995. 20 Di questo problema parla ampiamente, anche se relativamente ad altro periodo e ad altra zona, R. MERZARIO, Il paese stretto. Strategie matrimoniali nella diocesi di Como, secoli XVI-XVIII, Torino, Einaudi, 1981. 21 Z. SALTINI, La mia famiglia, cit., p. 14. 22 Un’intervista, una vita, p. 55. 19 5 Questo allargamento qualitativo del concetto di paternità riguardava poi personalmente lo stesso don Zeno. Lo segnalava con forza nel suo primo libro Tra le zolle, sulla base di una esperienza personalissima, nella quale la paternità del parroco di Fossoli don Sisto veniva riconosciuta dallo stesso padre di don Zeno: «Non esiste padre che voglia tanto bene ad un figlio quanto il parroco di Fossoli a mio figlio Zeno». Conferma l‟autore: «Era proprio così»23. Anche l‟incarico parrocchiale del fratello don Vincenzo a S. Giacomo Roncole viene esemplificato sull‟immagine della famiglia patriarcale: «Siamo una famiglia. Una famiglia patriarcale, con tanto di nonno», con esplicito riferimento al vecchio parroco don Archimede Gaddi24. Il passaggio all‟esperienza dei piccoli apostoli in San Giacomo Roncole evidenzia non a caso il superamento del dato biologico, tant‟è che chiedeva ai suoi parrocchiani di rinunciare alla proprietà familiare per realizzare una sola famiglia comprendente tutta la popolazione della frazione, mentre i suoi „figli‟ sarebbero stati affidati, a piccoli gruppi, ai vari nuclei familiari propriamente detti: prefigurazione di quello che sarà poi Nomadelfia25. Parlare di adozione o di affido in questo contesto mi sembra improprio e fuorviante, perché questi istituti, differentemente dalla famiglia di vocazione, rappresentano la riproposizione della paternità e maternità esclusive e della famiglia nucleare. In un celebre discorso del 1° ottobre 1971, al funerale di mamma Maria, la mamma di Norina, don Zeno afferma perentoriamente: «Non basta fare figli, li fanno anche le gatte»26. In realtà i modelli su cui don Zeno riflette e lavora, e che alla fine supera, sono altri: si riallacciano, come base di partenza, all‟azione di don Orione, di don Calabria, del canonico Armando Benatti. Ma se ne distacca anche, consapevolmente: «L‟opera di don Calabria per i ragazzi era molto bella. Non che io condividessi il sistema, perché aveva un sistema di collegio»27. Ed è noto come don Zeno amasse poco collegi e soprattutto seminari. Per i collegi abbiamo la testimonianza dell‟intervista: «Io avevo in animo di non fare mai assolutamente dei collegi. Dicevo: se devo risolvere questo problema lo faccio col popolo: se riesco faccio delle famiglie, se non riesco li mando via, perché io dei collegi non ne faccio»28. Anche nel momento dello sconforto, ribadisce il suo proposito: «Don Giovanni, questa è mancanza di Provvidenza. Iddio deve dare la Provvidenza, Lei ce l‟ha la Provvidenza. Ma io non ne ho. Si vede che non è la via di Dio... Poi ci vogliono le mamme. 23 Z. SALTINI, Tra le zolle, Grosseto, Edizioni di Nomadelfia, 1993 [1ª ediz. 1940], p. 19. M. SGARBOSSA, Don Zeno … e poi vinse il sogno, Roma, Città Nuova, 1999, pp. 91-92. 25 F. VERRI, I sacerdoti e la Resistenza nella Bassa Modenese, in «Rassegna di Storia dell‟Istituto Storico della Resistenza in Modena e Provincia», nuova serie, V, 1985, n. 4, p. 41; il passo è ripreso da U. CASARI, Un libro di Don Zeno Saltini stampato a San Giacomo Roncole nel 1945: La rivoluzione sociale di Gesù Cristo, in «Quaderni della Bassa Modenese», 1999, n. 35, pp. 83-96; p. 93. 26 N. GALAVOTTI, Mamma a Nomadelfia, cit., p. 122. 27 Un’intervista, una vita, p. 54. 28 Ibid., pp. 84-85. 24 6 Io non voglio fare un collegio»29. Dei seminari parla con la solita schietta ruvidezza in una lettera inviata al fratello don Vincenzo il 13 novembre 1953: «Alle Diocesi [...] fanno sempre gola i ragazzi di istituto come il tuo perché generalmente sono più generosi dei seminaristi comuni. Un esempio tra i tanti è anche quello di D. Benatti, colpito in pieno». E aggiunge: «Tu volevi fare un clero che vivesse in se stesso i veri ed urgenti bisogni della Chiesa. Il Seminario non ne produce perché il Seminario è borghesia e gerarchismo. Tra l‟altro è anche insulso pietismo»30. Nella valutazione di Don Zeno il modello di aggregazione giovanile più appropriato sembra essere quello dell‟oratorio: ed in questo caso è a don Benatti e all‟oratorio realino che guarda. Giustamente, mons. Luigi Benetti scrive: «Fu quella, dal 1922 al 1928, una stagione irripetibile, ed ebbe come protagonisti Don Armando e Zeno Saltini»31. E precisa: «Secondo una testimonianza, l‟Opera Realina fu ideata da Zeno Saltini, che poi persuase Don Benatti a finanziarla. Fatto sta che Don Armando vi impegnò, oltre alla fiducia nella Divina Provvidenza, „il suo patrimonio paterno‟. L‟Opera era lo sviluppo naturale dell‟Oratorio, e fu il tentativo di risposta che la Chiesa di Carpi, rappresentata da un sacerdote e da un laico, negli Anni Venti offrì al popolo di Dio per quella che noi oggi chiamiamo „promozione umana‟»32. Non si dimentichi che il giovane Danilo Bigarelli, primo figlio di don Zeno, in carcere nel 1931, fu affidato appunto all‟Opera realina33. Il legame è stato bene evidenziato in un saggio di Laura M.M. Turchi, quando osserva: «Nel 1934 don Zeno Saltini, ormai divenuto parroco a San Giacomo Roncole, fondò l‟opera dei piccoli apostoli: le analogie di questa realtà con l‟oratorio carpigiano sono molte. Entrambi si inscrivono in quell‟ottica di educazione religiosa dei giovani, che rappresentò una delle direttrici dell‟attività sociale della chiesa in questo secolo. Entrambi ebbero l‟intento di realizzare attraverso la fraternità cristiana un‟opera di armonizzazione dei conflitti sociali. In tutti e due la risposta ai grossi problemi che si agitavano soprattutto nella classe contadina (irrilevanza politico-istituzionale, emigrazione, mancanza d‟istruzione) fu di tipo non politico e perciò stesso non generalizzabile, bensì specifico ed adattato ad una microrealtà. Le attività promosse furono le stesse: cinematografia educativa, tipografia, falegnameria, secondo un criterio di rifondazione cristiana delle realtà temporali che solo don Milani negli anni Cinquanta comincerà a riconoscere come ormai inadeguato in una società profondamente secolarizzata»34. 29 Ibid., p. 109. Lettere da una vita, II, pp. 65-66. 31 L. BENETTI, Il Canonico Don Armando Benatti, Mirandola, Tipografia Renzo Pivetti, 1987, p. 76. 32 Ibid., p. 98. 33 Ibid., p. 117. 34 L.M.M. TURCHI, La posizione dei cattolici nella diocesi di Carpi di fronte al fascismo (1921-1931), in L. BERTUCELLI - S. MAGAGNOLI (a cura di), Regime fascista e società modenese. Aspetti e problemi del fascismo locale (1922-1939), Modena, Mucchi, 1995, pp. 587-607; per il confronto tra Don Milani e Don Zeno, cfr. R. MAZZETTI, Don Lorenzo Milani e Don Zeno Saltini fra contestazione e anticontestazione, Napoli, Casa Editrice Morano, 1972. 30 7 A parte le valutazioni di merito sul primato della politica, che in parte non condivido, credo che il legame progettuale sia stato colto correttamente. La promozione sociale dei ragazzi e delle famiglie è al centro di questo progetto, ma in don Zeno l‟approdo ultimo è la famiglia di famiglie, che è cosa ben diversa dalla famiglia patriarcale e dall‟oratorio e poggia su concezioni ora profondamente teologiche. «Il vincolo del sangue a un certo momento divide»35. Questa espressione, da un certo punto in poi, diventa un refrain negli scritti di don Zeno. Su questo tema don Zeno è tornato in un suo contributo al volume miscellaneo sul matrimonio pubblicato dalle Edizioni Paoline nel 1971. Criticando aspramente, con la sua nota e franca irruenza, la famiglia nucleare borghese, egli prendeva le mosse proprio dalla sua esperienza personale, ma alla fine anche la positiva esperienza della famiglia patriarcale ha termine: «Queste famiglie, per quanto moralmente sane, non sono più quella forza, quel mondo così robusto come una quercia dai rami pesanti. Sul modello di quella mia famiglia di famiglie che mi diede la vita, è nata attorno a me una grande famiglia di famiglie, non più legata dal sangue; il quale, purtroppo, ad un certo momento divide, mandando i vecchi al ricovero ed i figli ribelli al riformatorio»36. In una lunga lettera del 1° Giugno 1950 indirizzata a mons. Montini, allora sostituto alla Segreteria di Stato, don Zeno definisce Nomadelfia «il monachesimo sociale del secolo ventesimo ... un movimento unitario apostolico, non più di soli individui, ma di famiglie il cui vincolo di parentela è la Rivelazione che eleva anche i rapporti del sangue»37. Lo dice con forza polemica nella citata lettera dell‟11 febbraio 1953 indirizzata a Montini: «Basterà che i teologi dichiarino che Dio è Padre nostro (lo ha già detto Gesù, quindi non avranno paura di sbagliare), e che noi siamo tutti fratelli»38. Se noi siamo tutti figli dello stesso Padre e quindi fratelli, la differenza tra famiglia di sangue e famiglia di vocazione si stempera, in quanto la famiglia di vocazione assurge anch‟essa a famiglia di sangue, il sangue di Cristo: in questo contesto la paternità e la maternità da esclusive si fanno partecipi e perenni. In questo contesto, l‟uso dei termini babbo e mamma diventano pertinenti, non suonano più come posticci o dolciastri, non esistono più differenze tra mamme vere e mamme false, come evidenzia bene una lettera indirizzata al fratello don Vincenzo, nel momento più duro della persecuzione, come egli lo chiama: «“Tua madre è morta”! Sussurrano alle bambine di Nomadelfia in un isti- Un’intervista, una vita, p. 26. Z. SALTINI, L’esperienza di Nomadelfia, in A. UGENTI (a cura di), Il matrimonio, Milano, Edizioni Paoline, 1971, pp. 156-157. 37 Lettere da una vita, I, p. 164. 38 Lettere da una vita, II, p. 17. 35 36 8 tuto di Suore. “La mamma di Nomadelfia è una mamma falsa” [...]. Una mamma di Nomadelfia è andata a trovarle e le bambine sono esplose: “Vede suora che la mia mamma è ancora viva?!”»39. Ma il messaggio di don Zeno è, se possibile, ancora più radicale, superando perfino la distinzione dei ruoli sessuali (e quindi ancora fisiologici) tra padre e madre. Ne I due regni vi è un capitolo interamente dedicato alla famiglia e dove viene richiamato un episodio che spiega bene questo concetto. Un bimbo di Cavezzo resta senza mamma e supplica don Zeno che gli faccia lui da mamma. Don Zeno ne fu impressionatissimo: «Ebbi come la sensazione che quel giovinetto volesse provocare in me la conoscenza di una missione altissima che, nella sua innocenza mi aveva scoperta. Di fatto il suo slancio non poteva essere interpretato che così: Se Iddio dona la mamma, può anche donare occorrendo dei cuori materni. Me ne accorsi in quel momento che veramente potevo amarlo maternamente»40. Alla luce di quanto detto le prospettive di don Zeno non sono quelle dell‟assistenzialismo filantropico di matrice ottocentesca, non sono, tanto per intenderci quelle dell‟impegno, pur nobilissimo, di Federico Ozanam41; ma si distinguono nettamente, pur facendone tesoro, dalle prospettive educative e formative dell‟oratorio. «Non più assistiti, ma figli e fratelli legati dal sangue di Cristo», dice don Zeno a proposito del primo figlio Danilo, detto Barile42: le parole orfano e trovatello escono dall‟orizzonte mentale di don Zeno. E infatti Danilo Bigarelli, detto Barile, appresa la notizia dell‟allontanamento di don Zeno, ritornò dalla Francia, dove si trovava per lavoro, e si presentò al cardinale Ottaviani, chiedendogli espressamente: «Dov‟è mio padre?»43. E in una lettera di quel periodo tanto difficile, don Zeno confida al cardinale Ottaviani: «Mi hanno scritto: “Caro Babbo, se anche non vuoi o non puoi venire tra noi di giorno, noi abbiamo sempre il tuo letto, vieni di notte quando siamo tutti a riposare, va‟ a dormire anche senza farti vedere a nessuno. Ti avremo sentito tutti e saremo risollevati”»44. Questo tema della paternità si è talmente rivestito di prospettive nuove, bene ancorate al principio ispiratore del corpo mistico, da portare don Zeno a riflettere seriamente sul suo ruolo: «Mi sentono come padre, ma ancora non sono in grado di sentirmi come padre e fratello, mi trattano come padre, ma mi negano spesso nelle opere e nello spirito ciò che per me sarebbe ben più prezioso: la fraternità paterna, fraternità come amore e paternità come missione. Ma qui non siamo ancora arrivati perché questo appartiene all‟atmosfera che respireranno oltre quella linea. Al di qua di quella linea mai potranno vedermi prima fratello e poi 39 Ibid, p. 49. Z. SALTINI, I due regni, Grosseto, Edizioni di Nomadelfia, 1982 [1ª ediz. 1941], p. 112. 41 G. DORE (a cura di), Ozanam, Rocca San Casciano, Cappelli Editore, 1953; F. MARCONCINI, Pensiero sociale di Federico Ozanam, Torino, s.d. 42 Lettere, I, p. 33. 43 Lettere, II, p. 49, nota 1. 44 Ibid., p. 73. 40 9 padre, siamo ancora nel vecchio mondo, e se non oltrepasseranno quella non avremo il petrolio»45. In questa prospettiva teologica non tutti sono padri, ma tutti sono fratelli, per cui - sono ancora parole di don Zeno - «l‟amore fraterno secondo il Cuore e il sangue preziosissimo di Cristo può fraternizzare le famiglie, che hanno questa vocazione, in vincolo di parentela tra loro non più dal solo sangue animale, ma da quello divino dello stesso Redentore»46. Negli esercizi spirituali ogni tanto don Zeno rifletteva sulle difficoltà nella realizzazione di un progetto così ambizioso: «Guarda, Gino, che Nomadelfia è contro natura. È contro natura - dicevo - non può andare è sbagliata, è meglio scioglierla». Poi ci ripensava: «Io sono stato figlio di una famiglia patriarcale e ho visto che con mio nonno a capo e tutti questi uomini sposati, le donne così, andava tutto, insomma andava come andava, ma si stava insieme. Allora dico. Invece di legarli con il sangue e con i quattrini, leghiamo con la fede e la fede è uguale per tutti e ci leghiamo»47. Le variazioni sul tema in un intervento del 13 gennaio 1978 sono testimonianza di un convincimento profondo, stabile, consolidato: «Potrei imitare la famiglia patriarcale, la quale teneva legati matrimoni e figli, nipoti e cugini, ed era secolare. Erano secolari quelle famiglie lì. Invece di legarli con la parentela, li leghiamo con la fede, il loro legame che fosse la fede. Nelle famiglie patriarcali c‟era il legame della parentela. Era molto forte quello lì: la parentela e l‟eredità ... Quindi l‟interesse di stare insieme era forte, perché in fondo è vero che si lavorava, ma si lavorava poco, era una mezza cuccagna per i ragazzi, per i figli. Così ho ricordato questo, ma il vincolo del sangue non era accettabile; invece se Nomadelfia si apre formando il gruppo familiare proprio legato dalla fede, allora la fede è una forza superiore al sangue. La fede è una cosa divina, il sangue è una roba che non è una grande scoperta. La famiglia va bene, ma non andava, è un legame così materiale, ma l‟uomo non riesce ad amare così. Non esiste l‟amore sulla terra, sono sentimenti»48. Sono frasi forti, drammatiche, che tuttavia rivelano come il tema della famiglia in don Zeno rappresenti non solo un nodo centrale, ma il problema di fondo della sua riflessione e della sua azione. Il tema del rapporto tra ricchezza e povertà, della ridistribuzione equitativa, della proprietà come bene affidato e quindi diviso era vecchio nella storia della chiesa, tant‟è che già la canonistica medievale l‟aveva affrontato con forza e con esiti perfino sconcertanti, impugnando il principio in base al quale «necessitas non habet legem»: «la necessità non è subordinata alla legge», in quanto la 45 Ibid., p. 88. Ibid., p. 141. 47 Z. SALTINI, Disamina sulla disciplina dei gruppi familiari, Esercizi spirituali 8 novembre 1972 - ore 15, dispensa per Es. spir. 1992 n. 5, ad uso interno, p. 15. 48 Z. SALTINI, Il Gruppo familiare, Esercizi spirituali 13 gennaio 1978 - ore 17, dispensa per Es. spir. 1994 n. 5, ad uso interno, pp. 1-5. 46 10 difesa della vita è principio superiore a qualsiasi norma positiva49. L‟affermazione, pur forte, contenuta in una lettera indirizzata nel 1950 all‟arcivescovo di Modena mons. Cesare Boccoleri, si svolgeva nel solco di una tradizione consolidata, anche se non unanimemente condivisa: «Basta eliminare il concetto pagano e romano della proprietà privata per ricostruire un mondo nuovo nel quale la proprietà privata deve rispondere a Dio ed al popolo della funzione sociale della ricchezza in genere»50. Anche nell‟impegno sociale proiettato a sfruttare le nuove tecnologie e le nuove forme d‟arte, don Zeno si innestava su una tradizione ben consolidata ed eccellentemente rappresentata nelle diocesi di Modena e di Carpi, come illustra l‟impegno su questo versante profuso da don Luigi della Valle a Modena e nel Modenese del secondo Ottocento51. Sulla famiglia la valutazione invece è diversa, perché in quest‟ambito il pensiero di don Zeno va oltre, al punto tale da divenire inquietante (anche per lui), perché la famiglia naturale non gli basta, non è sufficiente: «La famiglia che non sia nel soprannaturale è un blocco in terra, la famiglia naturale e basta»52. Degli inevitabili schematismi e delle inopportune invasioni di campo mi scuso, come mi scuso con i nomadelfi di avere ricordato cose che conoscono a memoria e meglio di me; ma mi sembrava francamente inopportuno mortificare in interpretazioni meramente storicistiche un tema così decisivo per don Zeno, come quello della famiglia. Certo, la storia conta e conta molto, ma il cammino dalla famiglia patriarcale alla famiglia di vocazione per don Zeno è stato un percorso non schiacciato sull‟esperienza, pur positiva ed esaltante, della famiglia naturale, bensì proiettato verso i valori nuovi della famiglia di vocazione. Pertanto, non mi pare si possa stabilire un rapporto genetico fra il punto di partenza e quello di arrivo, anche se va precisato che di quella stagione patriarcale, storicamente determinata e determinante, a Nomadelfia restano vivissime le tracce nella operosità collettiva, nella destrezza, nella comunicativa, nella semplicità, nella scuola, nel canto e nella danza, nel piglio tutto contadino dello stile di vita53. Nell‟osservare anche frettolosamente come si vive a Nomadelfia, viene quasi spontaneamente al pensiero l‟ambiente in cui nacque don Zeno e di cui è egli stesso a dire: «Nascevo a Fossoli 49 M. ASCHERI, Diritto medievale. Problemi del processo, della cultura e delle fonti giuridiche, Rimini, Maggioli Editore, 1991, pp. 13-54 (cap. I: Sesso, furto, proprietà e altre situazioni di necessità nelle fonti canonistiche). 50 Lettere, I, p. 184. 51 G. SILINGARDI, Don Luigi della Valle. La testimonianza delle opere, Modena, Il Fiorino, 1970; per ulteriori riferimenti cfr. la relativa scheda in A. BARBIERI, Sacerdoti modenesi del Novecento, vol. II, Modena, Il Fiorino, 1997. 52 Z. SALTINI, Il gruppo familiare, Nomadelfia, Esercizi spirituali 13 gennaio 1978, ore 17, dispensa per Es. spir. 1994 n. 5, ad uso interno, p. 3. 53 Per alcuni aspetti salienti di questa scelta di vita, cfr. D. DOLCI, Voci nella città di Dio, s.l.., Società Editrice Siciliana, 1951; B. MATANO, Vita di Nomadelfia, Roma, Armando, 1971; A. CANEVARO, La pedagogia cristiana oggi, Firenze, La Nuova Italia, 1975; G. BOGLIACINI ROBERTO, Nomadelfia, una comunità educante, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1980. 11 mentre nell‟aia trebbiavano il granoturco o frumentone, in un fracasso tutt‟altro che delicato ... tanto noi contadini ci badavamo poco»54. Proprio in ragione di questo salto di qualità, le riflessioni accanto alle attuazioni di questo combattivo, eppur profondo prete della Bassa restano drammaticamente attuali: la crisi della famiglia borghese oggi è sotto gli occhi di tutti; ne vengono studiate le ragioni, si propongono forme di sostegno materiale e culturale, in una logica spesso talmente frammentaria da essere inconcludente. Il merito di don Zeno, in questo contesto, è quella di aver fatto proposte lucide, organiche e fruttuose: si tratta certo - non possiamo negarlo - di proposte difficili, non di normalità, ma di perfezione; perfezione cui non tutti possono essere chiamati. Ma gli elementi di riflessione che il suo coraggio e la sua ostinazione, il suo cuore e la sua intelligenza hanno fornito sono patrimonio di tutti. Facciamone tesoro. 54 Z. SALTINI, La mia famiglia, cit., p. 3, nota 1. 12 Remo Rinaldi Persone e ambienti nella formazione di don Zeno Gli agenti formativi esterni - persone e ambienti - devono sempre misurarsi con i tratti della personalità individuale e con il libero arbitrio umano. Di conseguenza, solo con molta approssimazione si conosce in che modo e in che misura essi esercitano la loro influenza sulla persona in formazione oppure la condizionano. Se si considera che, nel nostro caso, si tratta di un uomo di Chiesa che non si adegua più di tanto alle consuetudini dell‟ambiente in cui vive; che non si lascia espropriare facilmente della sua originalità, delle sue ragioni; sul quale agiscono motivazioni religiose profonde e, per il credente, l‟azione gratuita di Dio, allora verrebbe voglia di arrendersi. Quindi stiamo per dare uno sguardo limitato e, forse, superficiale, sulla personalità in formazione di Zeno Saltini. 13 1. La famiglia e la scuola È scontato che la formazione iniziale di un fanciullo avvenga nell‟ambiente familiare. Quella di Zeno avviene in una tipica famiglia patriarcale contadina emiliana, per di più assai benestante. Quindi: famiglia patriarcale, cultura e religiosità della borghesia contadina, società rurale sono i fattori che agiscono sulla formazione di Zeno fanciullo, sino agli undici anni, al completamento cioè della scuola primaria, che allora era di sei anni. Per dire qualcosa sulla vita infantile di Zeno ci si deve rifare a ciò che lui stesso racconta1. L‟autorevolezza e l‟ascendente del nonno sulla famiglia patriarcale vengono assai rimarcati da don Zeno anziano, per cui si può ritenere, senza ombra di dubbio, che il nonno è stato un modello di comportamento osservato, ammirato più di ogni altro da Zeno fanciullo, senza con questo voler minimizzare l‟apporto formativo delle altre figure parentali. L‟impronta data dal nonno Giuseppe alla famiglia patriarcale - ossia: l‟autorità e la saggezza del nonno-padre, la solidarietà familiare, la comunanza dei beni, la sobrietà e l‟onestà della vita, l‟attaccamento al lavoro, l‟intraprendenza economica, il rispetto del lavoro e dei lavoratori, l‟osservanza rigorosa dei doveri religiosi fondamentali - viene profondamente interiorizzata da Zeno. Don Zeno, pur ammettendo qualche inconveniente e le tensioni della vita familiare patriarcale, pur riconoscendo i limiti della mentalità borghese del nonno, ritiene l‟organizzazione familiare in cui è cresciuto un paradigma cui rifarsi, perché i vantaggi che essa offre superano di parecchio gli inconvenienti. Che questa azione formativa della famiglia sia stata determinante, si desume non solo dai ricordi di don Zeno, ma pure dal fatto che, sotto certi aspetti, l‟Opera Piccoli Apostoli e Nomadelfia sono il recupero di alcuni valori autentici della famiglia patriarcale e della civiltà contadina, proprio quando essi vengono dimenticati o compromessi dalla società urbana, dalla civiltà industriale, dalla famiglia nucleare. 1 Intervista concessa da don Zeno al regista Fina nel 1964, trascrizione da registrazione, in AN. 14 Il discorso sulla scuola dev‟essere diverso. Ciò che colpisce nell‟intervista concessa da don Zeno al regista Fina è che, accanto alle numerose suggestioni della vita familiare, non ci siano praticamente ricordi che riguardano la scuola primaria. Se ne deve dedurre che l‟impronta lasciata dai maestri non è stata abbastanza significativa ed è stata sovrastata da quella dei famigliari. Anzi nella rievocazione di certi episodi della fanciullezza, don Zeno non dimostra alcuna riverenza o ammirazione per la maestra, tant‟è vero che, per dimostrare la sua mira infallibile ai compagni, le rompe un vetro della finestra con un tiro di fionda2. Mentre un influsso decisivo, di segno non proprio positivo, viene esercitato sulla coscienza di Zeno dalla scuola secondaria di primo grado, che allora era la cosiddetta „scuola tecnica‟. Zeno ne è tanto deluso che, dopo averla terminata in qualche modo, decide di lasciare gli studi. Probabilmente i maestri che vi ha incontrato, oltre al sapere, non hanno aggiunto qualcosa in più alla qualità della formazione familiare. Tra la fine della scuola primaria e la frequenza della scuola secondaria, il ragazzo Zeno attraversa una grave crisi nei confronti della scuola, nella quale giocano senza dubbio pure i disagi e i problemi tipici dell‟età. I problemi non è che glieli crei la scuola, ma nella scuola Zeno inizia a prendere coscienza di un disordine sociale, al quale la scuola non sa o non può porre rimedio. Oppure la scuola gli appare come un‟istituzione in cui questo disordine sociale si perpetua o, addirittura, come luogo dell‟ipocrisia sociale 3. Di conseguenza la scuola perde di credibilità ai suoi occhi, perché non insegna a vivere, o insegna a vivere in modo sbagliato. La scuola, distaccata, separata dalla realtà della vita, diventa inutile. Tanto vale lasciarla e immergersi nella vita reale: quella della gente che lavora. Non è che da ragazzo abbia ragionato proprio in questi termini. Da anziano, don Zeno giustifica comunque con queste ragioni il suo abbandono scolastico, lo razionalizza anzi in termini molto più crudi e concreti 4. Queste ragioni, accanto ad altre, saranno poi poste a base della sua determinazione di creare la scuola di Nomadelfia e di caratterizzarla secondo certe linee didattiche e pedagogiche. Questo rifiuto della scuola da parte di Zeno, si verifica nel pieno della crisi adolescenziale, tra gli undici e i quattordici anni. In successione quasi immediata si segnala un influsso decisivo del parroco e dell‟ambiente parrocchiale sulla formazione del ragazzo. Sull‟adolescente Zeno incidono poi a fondo i fenomeni sociali e alcune persone della microsocietà contadina di Fossoli. 2 Intervista a don Zeno sulla scuola, novembre 1977, trascrizione da registrazione, ivi. Intervista al regista Fina, cit. 4 Oltre che dalle interviste suddette, le riserve di don Zeno sulla scuola pubblica risultano da altri documenti. Si veda, ad esempio, il testo della conversazione del 21 maggio 1965 tra Dino Buzzati e don Zeno, trascrizione da registrazione, in AN. 3 15 2. Don Sisto Campagnoli Il nuovo parroco don Sisto Campagnoli, che arriva a Fossoli nell‟autunno del 1914, è una delle persone che incidono maggiormente sulla formazione di Zeno. Nel volumetto di don Zeno Tra le zolle, don Sisto viene descritto come «un pescatore di anime tra i più zelanti», tanto che «in sei o sette mesi diventammo ottimi amici». Proprio mentre l‟adolescente Zeno avverte il fascino delle prospettive che la vita gli sta offrendo (l‟agiatezza, il prestigio sociale, la libertà, l‟amore), il parroco intuisce l‟indole del ragazzo, riesce a mostrargli l‟illusione di questi miraggi, lo aiuta a superare la crisi adolescenziale che attraversa5, lo coinvolge nell‟Azione cattolica con un ruolo di spicco, gli fa considerare in chiave cristiana ed evangelica i problemi sociali di cui egli sta prendendo coscienza. Don Sisto è infatti particolarmente sensibile ai problemi della gente del territorio e ha una buona conoscenza della dottrina sociale cattolica. È nota la sua simpatia per il movimento reggiano dei preti plebei. Sul piano sociale l‟azione formativa di don Sisto è molto aperta e coraggiosa. Sotto questo aspetto Zeno lo ricorda come un prete «molto spinto»6. È quindi naturale che Zeno sia coinvolto nelle lotte del tempo tra socialisti e cattolici7, e che s‟imponga come leader del gruppo dei giovani cattolici di Fossoli. 3. La microsocietà di Fossoli, le lotte bracciantili 5 Z. SALTINI, Tra le zolle, Grosseto, Edizioni di Nomadelfia, 1982 [1ª ediz. 1940], cap. VII. Z. SALTINI, È l’ora di Dio, esercizi spirituali, Nomadelfia, 5 gennaio1978, ore 9.45, trascrizione a uso interno, p. 4, in AN. Le idee sociali un po‟ troppo spinte di don Zeno nel dopoguerra hanno qui una delle loro ragioni. 7 Z. SALTINI, Tra le zolle, cit., cap. XI. 6 16 Nel periodo adolescenziale, Zeno ha esperienza diretta delle lotte bracciantili che avvengono nel territorio. In particolare le lotte bracciantili locali del 1912. Zeno ricorda particolari agghiaccianti della lotta dei braccianti di Fossoli e scrive in proposito: «Anche da bambino ho visto cose che mi facevano tremare di spavento»8. Particolarmente duro e interminabile, con episodi di violenza che sono segno di esasperazione, è lo sciopero dei braccianti, mezzadri, boari di Rovereto sul Secchia, vicino a Fossoli, provocato dal rifiuto degli agrari di rinnovare i patti mezzadrili. In questa occasione Zeno non può fare a meno di cogliere la diversità dell‟atteggiamento equo e umano del nonno nei confronti dei braccianti da quello degli altri proprietari terrieri. In concomitanza di questi fatti, Zeno incontra e conosce persone che, oltre a essere rappresentative delle tensioni e dei problemi locali, segnano in modo indelebile la sua coscienza, perché lo mettono di fronte alla concretezza dei problemi della gente che soffre la fame e s‟ammazza di lavoro. Tra questa gente emerge il socialista Righìn, in compagnia del quale Zeno lavora nei poderi di famiglia. Anche questi, a modo suo, diventa un suo grande educatore9. In sostanza Zeno condivide le rivendicazioni dei braccianti e diventa assai critico nei confronti del comportamento dei proprietari terrieri. Emblematico a questo riguardo è l‟episodio del furto del mosto da parte di mezzadri del nonno. Quando Zeno quindicenne li coglie sul fatto, ha consapevolezza del suo potere di padrone: basterebbe una parola al nonno per buttare sul lastrico una famiglia. Perciò mette tutto a tacere; l‟idea di affermare il suo potere con una semplice parola al nonno, rovinando una famiglia, lo sconvolge. I fatti della vita sono per Zeno una scuola, una palestra. È straordinaria la sua capacità di trarre una lezione dai fatti e di tenerne conto. La borgata, la parrocchia, il microcosmo sociale di Fossoli, con i suoi problemi, con i fatti che vi accadono, le figure umane che lo popolano, sono un modello, in scala ridotta, della società. Fossoli è una miniatura del mondo. Agli occhi di Zeno, la natura umana non ha un altro luogo, è tutta lì, concentrata. A Fossoli, l‟ultima borgata del mondo, vi sono tutti i problemi e tutti i guai del mondo. «Per me - racconta don Zeno - tutto il mondo è Fossoli. Uguale! Gli stessi problemi, gli stessi guai [...]. La vita di Fossoli mi ha certamente interessato molto: mi ha fatto capire la società. Per me, dopo - dico sinceramente - delle novità non ne ho più trovate in giro. Ho visto le stesse cose, sviluppate in un senso o nell‟altro, ma gli stessi problemi, identici!»10. 8 Z. SALTINI, I due regni, Grosseto, Edizioni di Nomadelfia, 1982 [1ª ediz. 1941], pp. 121-123. Intervista al regista Fina, cit. 10 Ibid. 9 17 4. L’esperienza militare In età avanzata, don Zeno dà un giudizio piuttosto negativo sulla vita militare dei giovani di leva. Ma si deve tener conto delle modificazioni prodotte dallo scorrere del tempo e dalle esperienze della vita sui ricordi giovanili. Nei primi sei mesi di servizio militare, Zeno colleziona 85 giorni di consegna in caserma, a motivo di scherzi ed episodi di esuberanza giovanile. «La vita militare è vuota, tanto che è lunghissima da passare. Poi non si ricorda quasi niente, perché è una vita monotona. Per me era una vita irreale», afferma don Zeno nell‟intervista al regista Fina. In realtà anche la vita militare è stata per il giovane Zeno un contributo non secondario per la sua maturazione. Durante il primo periodo, nel quale evita per un pelo il fronte, osserva con realismo fatti e comportamenti: «Io non ne ho conosciuti di quelli che andavano con entusiasmo [al fronte], proprio neanche uno, neanche gli ufficiali». Richiamato a completare il servizio militare dal dicembre 1919 all‟agosto 1920, proprio in questo periodo compie esperienze che sono fondamentali per la sua vita. Non è proprio esatto che Zeno non ricordi nulla; i ricordi sono numerosi e i fatti decisivi. Primo fra tutti, la discussione con il commilitone anarchico, che provoca «un pizzico tremendo di Dio» sulla sua coscienza e dà una direzione nuova e inattesa alla sua vita. Poi l‟affermazione energica, aperta, della sua fede religiosa e della sua linea morale di fronte ai compagni d‟arme; la cura del compagno sfuggito da tutti perché affetto da malattia venerea; la rampogna pubblica all‟ufficiale che ha rivolto un complimento volgare a una ragazza del popolo; la lezione del capitano che, anziché portare soccorso immediato alla gente durante un‟inondazione dell‟Arno, preferisce portarsi dove l‟acqua non è ancora giunta, per far eseguire lavori di sterro che favoriscono il deflusso delle acque nei fossati e nei canali. Una lezione concreta che non scorderà mai: è meglio prevenire che soccorrere. 5. A Modena: i monsignori Bastai e Zaccaria 18 Terminato il servizio militare, Zeno riprende gli studi. Tra i professori, che lo aiutano a prepararsi come privatista, rammenta in particolare due insegnanti del seminario di Modena: i monsignori Enrico Zaccaria e Giulio Bastai. Dal primo, coltissimo umanista, impara a scrivere con spontaneità e sincerità, che non fanno difetto a Zeno, e con sufficiente proprietà. Ma anzitutto impara a guardare ai fatti della storia e alle vicende umane con realismo, a capire dove s‟annidano manipolazioni e mitizzazioni, senza farsi condizionare dai giudizi didascalici dei libri di testo. Da monsignor Bastai, grande didatta, impara la lezione della concretezza, a ricavare la nozione dalla sperimentazione, a rapportare il sapere alla realtà. Tanto che don Zeno dirà: «sono stati una manna per me, lui e monsignor Bastai». È logico quindi che il loro modo di trasmettere il sapere, di educare, sia rintracciabile in certi aspetti della scuola familiare di Nomadelfia voluta da don Zeno. 6. L’Università di Modena, la FUCI Zeno resta iscritto all‟Università di Modena dal novembre 1923 all‟ottobre 1926, sostenendovi tre esami in tutto. Non è molto interessato allo studio: «Più che studiare, o ascoltare i professori, leggevo per mio conto, mi interessavo di tutto fuorché della scuola». Il sapere universitario gli appare in gran parte come una zavorra inutile: «Anche l‟Università aveva per me una tara di programma del novanta per cento». Preferisce «svolgere un entusiastico apostolato tra le organizzazioni della Gioventù Cattolica». Il problema che lo assilla è quello della gioventù con ideali sbagliati, dei giovani sbandati, dei ragazzi traviati11. Zeno stesso ammette che gli piaceva stare con gli amici, divertirsi con loro in lieta compagnia. È noto un suo scherzo goliardico combinato di notte agli abitanti di una via di Modena. Qui conosce il gesuita padre D‟Alfonso, che avrà un certo influsso nella sua decisione di abbracciare il sacerdozio alcuni anni dopo. Durante gli anni degli studi universitari a Modena, assai trascurati a dir il vero, Zeno è impegnato a Carpi in attività e con persone che lo interessano assai più delle lezioni all‟ateneo modenese. 7. L'Azione cattolica, don Armando Benatti 11 Z. SALTINI, Tra le zolle, cit., cap. III. 19 L‟impegno del giovane Zeno nell‟Azione cattolica è dovuto anzitutto all‟ascendente esercitato su di lui dall‟arciprete di Fossoli don Sisto Campagnoli, dimodoché sarebbe artificio separare l‟azione formativa del parroco da quella svolta dall‟ambiente dell‟organizzazione cattolica. Considerati anzi gli interessi sociali di Zeno, c‟è da presumere che egli sia particolarmente sensibile al pensiero sociale di Pio XI, enucleato nell‟enciclica Quas primas del dicembre 1925, con la quale il papa istituisce la solennità di Cristo Re. Il papa, pur affermando il carattere spirituale del Regno di Cristo, ne mette in evidenza il carattere sociale, poiché gli uomini sono soggetti alla potestà di Cristo non solo come individui, ma anche uniti in società. Di conseguenza la regalità di Cristo deve manifestarsi in tutte le espressioni della vita sociale, mediante l‟accoglimento, nelle leggi e nelle istituzioni pubbliche, dei principi evangelici insegnati dalla Chiesa. L‟Azione cattolica - nella quale Zeno è assai attivo - traduce l‟affermazione pontificia nel compito di lavorare per l‟avvento del Regno sociale di Cristo, per cristianizzare la civiltà. L‟obiettivo dell‟AC diventa l‟impegno per il ritorno degli uomini e della società al regime di cristianità. L‟ideale dell‟AC ha dunque molti punti di contatto con le aspirazioni sociali di Zeno. Tant‟è vero che all‟assemblea generale della Gioventù cattolica italiana del novembre 1926 in Roma, nella relazione tenuta dalla presidenza generale, si fa menzione, sotto il titolo «Azione Sociale», della scuola operaia della Federazione diocesana di Carpi. Zeno stesso ne parla presso il Circolo di S. Pietro. Queste iniziative vengono definite apostolato dei fatti12. In realtà Zeno e Azione cattolica interagiscono tra di loro, per cui non è proprio esatto parlare solo di una formazione unidirezionale esercitata dall‟ambiente dell‟AC su Zeno. C‟è anche un‟azione e un intervento di Zeno su e nell‟Azione cattolica parrocchiale e diocesana. Zeno non solo assorbe le direttive sociali dell‟AC, ma trova in esse l‟approvazione delle sue iniziative. Per impulso di Zeno, si costituiscono in diocesi le prime sezioni di aspiranti dell‟Azione cattolica; sua è l‟idea e la realizzazione del quindicinale «L‟Aspirante», che diverrà in breve periodico nazionale. Indubbiamente l‟Azione cattolica forma Zeno e Zeno riceve dall‟AC stimolo e entusiasmo per avventurarsi, con l‟AC, in iniziative coraggiose e, per quei tempi, insolite. Nell‟intervista concessa al regista Fina rammenta: «In un anno organizzammo molto la gioventù cattolica, però non è che noi lavoravamo solo nell‟Azione Cattolica. Abbiamo cominciato a operare sui giovani che non erano neanche dell‟Azione Cattolica e sui fanciulli che non erano neanche adatti per l‟Azione Cattolica. Cioè si fece un‟opera su tutta la gioventù e io avevo già indirizzato i giovani cattolici ad aiutarmi, ad interessarsi dell‟altra gioventù, di ragazzi che erano in condizioni brutte, problemi sociali grossi». 12 «Gioventù Italica», 1926, novembre-dicembre, p. 16. 20 Queste ultime iniziative avvengono mentre Zeno è coinvolto negli ideali e nelle attività dell‟Oratorio e dell‟Opera Realina del canonico don Armando Benatti, che è pure assistente ecclesiastico della Federazione giovanile cattolica diocesana. 8. L’Opera Realina e la società carpigiana Nella seconda metà degli anni Venti, mentre si afferma e si consolida il fascismo, nella diocesi di Carpi iniziano, operano e tramontano, nel giro di pochi anni, alcune attività dell‟Oratorio e dell‟Opera Realina, nelle quali l‟autorità e la responsabilità di don Armando e Zeno non sono chiaramente distinte e coordinate. Queste attività sono multiformi: luogo di ricreazione; centro animatore e propagatore dell‟Azione cattolica; luogo di formazione e di preghiera; sede di una piccola comunità di chierici e laici con fini di apostolato e di recupero sociale; scuola di formazione professionale; centro sportivo; sede di studio assistito per studenti e così via. Queste attività non sono ben differenziate tra loro e nemmeno ben organizzate, perché messe in piedi con insufficiente progettazione e perciò abbastanza improvvisate. Sul loro fallimento incide non solo questa loro intrinseca debolezza, dovuta alle persone che le avviano e le gestiscono, ma pure le perplessità e le riserve del clero13, nonché la determinante opposizione fascista alle iniziative che si prefiggono l‟educazione della gioventù al di fuori dell‟organizzazione giovanile fascista. Le relazioni tra Zeno e il canonico sono un nodo difficile da districare. La personalità predominante è senz‟altro quella di Zeno. Si ha la netta impressione che egli ammiri don Armando per la santità di vita, ma lo isoli nella sola funzione di guida spirituale, prendendosi buona parte delle responsabilità decisionali riguardanti l‟Opera, impegnandola in progetti e iniziative che probabilmente il canonico non si prefiggeva. Lascia anche perplessi l‟arrendevolezza del canonico che si lascia togliere di mano, da giovani inesperti, responsabilità che sono sue. Queste realizzazioni, queste esperienze carpigiane, opportunamente ripensate e rielaborate, confluiranno poi nel modello di comunità cristiana ideato da don Zeno: in un primo tempo l‟Opera Piccoli Apostoli e, successivamente, Nomadelfia, che non è altro che uno sviluppo dell‟Opera Piccoli Apostoli. E saranno altresì all‟origine del progetto di società cristiana che don Zeno cercherà di realizzare, senza successo, con i movimenti popolari e politici Per l‟Umana Solidarietà del 1946 e Movimento della Fraternità Umana del 1950. Sin da giovane Zeno si muove dentro il grande alveo dei progetti di ricostruzione cristiana che vengono variamente pensati, e mai realmente attuati, nell‟arco di tempo che va da Leone XIII a Pio XII. 21 9. Il vescovo Giovanni Pranzini Prima di diventare vicario generale della diocesi di Bologna e poi vescovo ausiliare del cardinale Gusmini nel 1921, mons. Giovanni Pranzini (1875-1935) si distingue, nelle due sedi parrocchiali di Mirabello e di S. Isaia in Bologna, per la sua notevole intraprendenza pastorale e sociale. A Mirabello fonda una cassa rurale, una casa di lavoro per le ragazze, un ricreatorio festivo, una scuola privata e una biblioteca circolante. Quando ai sacerdoti è ancora consentita la militanza nel Partito popolare è esponente del partito medesimo e consigliere comunale, stimato anche dai socialisti per le doti di equilibrio e il senso della giustizia sociale: si adopera infatti per il miglioramento dei patti colonici a favore degli agricoltori14. Pur intraprendente sul piano sociale, non è, come molti presuli del tempo, di idee sociali particolarmente avanzate. Le sue idee hanno notevoli tratti di accettazione degli assetti sociali vigenti15. A Bologna si fa promotore e organizzatore dell‟associazionismo cattolico. Unitamente alla preparazione teologica e all‟esperienza pastorale, possiede una cultura letteraria e filosofica aggiornata. È al corrente sulla filosofia contemporanea di ispirazione cristiana16. Questi dati biografici possono spiegare in parte il comportamento del vescovo nei confronti di Zeno e dell‟Opera Realina. 13 L. BENETTI, Il canonico don Armando Benatti, Mirandola (MO), Tipografia Pivetti, 1987, pp. 98-100. «Mons. Giovanni Pranzini, in occasione del suo solenne ingresso nella Diocesi di Carpi», numero unico, 6 gennaio 1925, in Archivio Tirelli, Seminario vescovile di Carpi. 15 Nella sua prima lettera alla diocesi di Carpi, rivolgendo esortazioni ai ricchi e ai poveri, scrive: «Sono diverse le vie della Provvidenza: i ricchi debbono salvarsi colla misericordia, i poveri colla rassegnazione» («Bollettino Ufficiale della Diocesi di Carpi», I, 1925, n. 1, p. 6). 16 Tra i libri della sua biblioteca, conservati nella Biblioteca del seminario vescovile di Carpi, c‟è, ad esempio, L’Azione di Maurice Blondel, tradotta dal laico Ernesto Codignola ed edita da Vallecchi nel 1921, considerata a lungo con diffidenza in ambito cattolico. Un vescovo dunque di notevole apertura sociale e culturale. 14 22 Quando monsignor Pranzini, nel gennaio 1925, entra nella diocesi di Carpi, Zeno Saltini tenta subito un aggancio con il vescovo. Monsignor Pranzini resta colpito dalla natura generosa, spontanea di Zeno. In breve tempo, tra i due si instaura una singolare relazione maestro-discepolo. È noto che Zeno si reca liberamente da lui di sera tarda. «Io mi confidavo molto con lui di tante cose - dice Zeno - andavo dalle dieci alle undici nel suo studio e mi spiegava tante cose», e prosegue: «Quali erano le cose principali su cui si parlava? Erano quelle che più rispondevano alle mie esigenze». Che non riguardano affatto l‟Azione cattolica, ma il problema della delinquenza giovanile, la constatazione della vita artistica e sportiva staccata dalla fede, le obiezioni e le critiche che gli anticlericali fanno ai cristiani e alla Chiesa. In poche parole, tutte le questioni e i rinfacci che l‟anarchico gli aveva rabbiosamente gridato di fronte ai commilitoni: «I problemi d‟allora per me erano sempre quelli là della caserma del Terzo Genio Telegrafisti». Il vescovo Pranzini «capiva tutti i problemi miei e più andavo da lui, più lui riusciva ad illuminarmi»17. Entrambi si mantengono molto staccati dalle vicende politiche del periodo fascista. Conoscono, per esperienza personale, la violenza dei fascisti e il vescovo, con le parole e con l‟esempio, rafforza nel giovane Zeno l‟avversione per la dittatura. Nell‟intervista concessa al regista Fina, don Zeno si dilunga molto a parlare del suo vescovo, racconta episodi interessanti e curiosi, sempre di alto significato educativo. E osserva: «Io da lui imparavo tutte queste cose». Dal vescovo Pranzini riceve incoraggiamenti singolari, anche pubblici, a proposito delle sue iniziative nell‟Opera Realina del canonico Benatti. A questo riguardo non si può eludere una questione, sentita in termini non proprio imparziali nella diocesi di Carpi, costituita dal triangolo: vescovo, Opera Realina, Zeno Saltini. Una tradizione storica, mai veramente indagata e documentata, acriticamente data per buona anche in recenti pubblicazioni, addebita al vescovo un atteggiamento troppo distaccato, se non contrario, dall‟Opera Realina. E a Zeno viene in gran parte attribuito il fallimento dell‟Opera, a motivo di sperperi, di iniziative azzardate, di amministrazione imprudente e disordinata. Altri esponenti del clero, in confidenza con il vescovo Pranzini, come don Aldo Valentini, vengono caricati della responsabilità di aver dato un efficace contributo al tracollo dell‟Opera. Niente di chiaramente provato: il tutto è in gran parte a livello di chiacchiera, di illazione, di mormorazione. In realtà la questione del tracollo dell‟Opera Realina è spiegabile in termini abbastanza semplici. 17 Intervista al regista Fina, cit. 23 Anzitutto si deve tener conto della sensibilità sociale del vescovo Pranzini. Egli guarda con interesse a quanto va facendo Zeno. Non solo per ragioni sociali, ma anche perché ha un‟idea molto avanzata sul ruolo che devono svolgere l‟Azione cattolica e il laicato cattolico. Poi si deve considerare il fatto che il vescovo viene tenuto al corrente, se non dal canonico Benatti, certamente da Zeno, di tutto ciò che si fa o s‟intende fare all‟Opera. Nonostante abbia conoscenza dei limiti delle persone e delle manchevolezze dell‟Opera, lascia fare e spera che Zeno riesca. Infine monsignor Pranzini si rende ben presto conto, per tutta una serie di ragioni e di fatti, dell‟opposizione del fascismo locale all‟Opera Realina e alle iniziative educative cattoliche nei riguardi della gioventù. È assurdo pensare che monsignor Pranzini possa adoperarsi con successo al salvataggio dell‟Opera18. In ogni caso il vescovo di Carpi Pranzini è la persona che più incide sulla personalità in formazione del giovane Zeno. Racconta don Zeno: «Lui mi ha detto [...]: “Chi combatte con Cristo vince sempre anche quando perde, e questa deve essere la tua linea. Anche quando fai un‟iniziativa, se sai già che è santa, che è buona, che tu vinca o che tu perda non preoccuparti: tu hai vinto perché hai combattuto per Cristo”. E questo fu una luce per me, e non solo questo, ma tutto il suo modo di vedermi, di aiutarmi, di trattarmi»19. 18 19 Ved. L. BENETTI, Il canonico don Armando Benatti, cit., p. 120. Intervista al regista Fina, cit. 24 Una cosa è certa: che il vescovo Pranzini nutre una grande fiducia in Zeno e che questi ha una stima immensa per il vescovo. Il presule arriva al punto di compiere gesti assai polemici, nei confronti del clero, per attestare la sua fiducia e la sua speranza in don Zeno. Contravvenendo a consuetudini consolidate, al termine dell‟ordinazione sacerdotale in cattedrale, autorizza don Zeno a raccogliere immediatamente le confessioni dei fedeli 20. Nel discorso del pomeriggio, nella chiesa di S. Ignazio, dice: «Io ho bisogno di don Zeno e lo faccio galoppino nella diocesi a svegliare i dormienti»21. L‟affermazione va di traverso ai preti, che interpellano ironicamente don Zeno: «Quando vieni a svegliarmi?»22. Qualcuno pensa che il vescovo straveda per don Zeno. In realtà il vescovo è solo convinto che la vocazione di Zeno è eccezionale e che il suo sacerdozio sarà straordinario. Don Zeno ammette, alludendo alla controversa vicenda dell‟Opera Realina: «La stima che aveva anche di me era tale per cui quando non si dava ragione di certe peripezie, non faceva altro che formularmi di cuore i più paterni auguri [...]. Come ti dissi più volte anche quando ero giovane, di Lui ne ho una stima e un‟ammirazione come nessun altro al mondo»23. E ancora: «Sotto il suo episcopato, io sacerdote, facevo quello che volevo, dicevo quello che volevo, capovolgevo quello che volevo e nessun confratello la spuntava contro di me. Ma, morto lui, quante tragedie!»24. Di necessità si è parlato in successione di persone e ambienti che riguardano Zeno nel periodo 1923-1927. In realtà essi influiscono sul giovane Zeno in sincronia. Studi universitari, Azione cattolica, don Armando Benatti, le esperienze maturate nell‟Opera Realina, monsignor Giovanni Pranzini, la società carpigiana con i fenomeni che la caratterizzano (basti pensare allo squadrismo fascista particolarmente violento nel carpigiano) indubbiamente concorrono alla formazione di Zeno. Come e quanto è impossibile saperlo. La vita di un uomo non è decifrabile solo con la somma degli agenti formativi. Ci sono indizi per pensare che questa azione formativa non sia sempre concorde e che alcune esperienze siano se non in contrasto, almeno in attrito tra di loro. Si pensi al canonico Benatti e al vescovo Pranzini: agiscono in armonia su Zeno? L‟atteggiamento di Zeno nei confronti del canonico non è condizionato in parte dal vescovo? Zeno stesso parla di questo periodo con parole che mettono in risalto travaglio e insoddisfazione: «Una vita irregolare!... Troppo spesso ho agito con leggerezza e passione. [...]. Ogni deviazione, lo so benissimo, mi sarà sempre fatale»25. Il vescovo stesso lo invita alla prudenza nell‟agire e gli fa notare come si lasci trasportare troppo dalla fantasia26. Però anche le esperienze deludenti formano. 20 Z. SALTINI, Esercizi spirituali, 5 ottobre 1976, meditazione delle ore 9, in AN. Intervista al regista Fina, cit. 22 Z. SALTINI, Esercizi spirituali, 8 gennaio 1978, meditazione ore 10, in AN. 23 Lettera di don Zeno a don Vincenzo Saltini, 11 agosto 1936, ivi. 24 Lettera di don Zeno a mons. Ercole Crovella, 16 marzo 1944, ivi. 25 Z. SALTINI, Penso che ho molto fatto tribolare, Milano, 21 ottobre 1928, ivi, SZ. 26 Lettera di mons. Giovanni Pranzini a Zeno Saltini, 22 febbraio 1928, ivi, C/AR. 21 25 10. L’Università Cattolica Tutto sommato l‟ambiente dell‟Università Cattolica non sembra aver influito decisamente sulla formazione di Zeno, il quale è impegnato assai a dare esami e a terminare gli studi. Lo scritto del compagno di studi Giuseppe Bettiol, che lo ricorda studente all‟Università del Sacro Cuore, praticamente non dice nulla che interessi sotto il profilo della formazione del giovane Zeno, che non è più tanto giovane, essendo ormai prossimo ai trent‟anni! Una piccola inesattezza fa capire che il Bettiol non conosce proprio bene Zeno. Unica cosa degna di nota, tra parole tutte di circostanza, è che viene messo in risalto un aspetto del carattere di Zeno studente, già manifestato a Modena: «una letizia che pareva fosse un costante stato d‟animo che avesse incontenibili manifestazioni esteriori»27. Anche qui qualche aneddoto gustoso c‟è, come quello dell‟esame con il professor Zanzucchi, superato senza studiare. Oppure quello, ricordato dall‟avv. Giuseppe Sibille, di Zeno col fazzolettone pieno di ortaggi offerti ai professori in tocco e toga28. Durante questo periodo di studi alla Cattolica, ha avuto un peso non trascurabile su Zeno l‟esperienza compiuta presso la Casa della provvidenza sociale di Niguarda dell‟Opera Cardinal Ferrari, gestita dai giovani della Compagnia di S. Paolo fondata da don Giovanni Rossi. La casa accoglie i dimessi dal carcere agevolando il loro reinserimento sociale. Zeno, d‟accordo con il direttore Tullio De Sanctis, vi entra a condizione di conservare l‟anonimato e di passare per uno scarcerato. Vi resta dal novembre 1928 al maggio 192929. A parte le notizie di contorno e gli aneddoti, Zeno non dice molto di quel periodo: «Infatti feci anche quell‟esperienza e ho trovato delle cose interessanti». In sostanza cerca di capire qualcosa della psicologia di coloro che sono portati a delinquere30. Dal giugno 1929 Zeno è ospite di don Calabria a Verona. Qui riprende a studiare intensamente. 11. Don Giovanni Calabria «Cuor di Giovani», numero unico, 6 gennaio 1931, p. 12. Copia dell‟esemplare, in AN. Lettera del senatore Giuseppe M. Sibille a don Zeno, 23 gennaio 1962, ivi. 29 Dai documenti degli studi universitari risulta che Zeno non sostiene alcun esame in questo periodo. 30 Z. SALTINI, Nomadelfia propone una rivoluzione nella Chiesa e nel mondo, Milano, 21 maggio 1970, discorso registrato, in AN. 27 28 26 Il capitolo don Calabria - don Zeno dovrebbe essere il più ricco, tanto è incisiva l‟influenza esercitata dal sacerdote veronese su Zeno studente universitario e su don Zeno lanciato nell‟avventura sacerdotale che gli è propria. Si può dire che la vita religiosa, le iniziative, i propositi, le decisioni di Zeno Saltini portano l‟impronta di don Calabria, sono quasi una parafrasi della vita interiore e delle convinzioni religiose di don Calabria. Le correlazioni, le somiglianze, le affinità, le aspirazioni comuni, sono un continuo rimbalzo di voci e di echi dall‟uno all‟altro, che perdurano per anni e anni. Zeno assorbe molto da don Calabria. Il primo colloquio di Zeno con il prete veronese, avvenuto con la mediazione di don Albano Bussinello nell‟autunno 1926, è l‟incontro di due persone con problemi e interessi religiosi e sociali molto simili. Indubbiamente uno studente universitario fuori corso come Zeno, che espone a don Giovanni il suo passato nell‟Opera Realina di Carpi, la crisi in cui si trova e le sue aspirazioni, sono un motivo più che sufficiente per spiegare la larga ospitalità offerta a Zeno. Un‟ospitalità che dura, con qualche lunga interruzione, sino alla fine del 1929. Zeno cresce spiritualmente alla scuola di don Calabria. Sono molti e rilevanti i tratti della religiosità e delle convinzioni di don Zeno derivati da don Calabria o comunque somiglianti. Facciamo solo un elenco di affinità elettive: - Il servizio militare è per entrambi, pur nella diversità delle situazioni, occasione di testimonianza cristiana31. - Don Calabria e Zeno hanno sogni premonitori ai quali essi danno un senso indicativo della volontà divina32. - Ritengono „segni di Dio‟ non tanto i fatti miracolosi, ma il combinarsi di circostanze significative33. - Iniziano la loro attività caritativa, accogliendo in casa propria come figli alcuni bambini. La mancanza di mezzi non è motivo sufficiente per rifiutare l‟accoglimento di altri, quindi: fiducia nella divina provvidenza. A questo riguardo don Zeno riceve da don Calabria lezioni memorabili, che lo inducono a non tener conto dei consigli delle persone assennate, anche ecclesiastici, che lo invitano alla prudenza. - Hanno grande fiducia nella capacità di riscatto umano dei ragazzi più scapestrati. - Danno un‟impronta familiare all‟educazione dei ragazzi. - Reclamano la coerenza della vita con il Vangelo, vissuto integralmente. 31 Cfr. M. GADILI, San Giovanni Calabria, Cinisello B. (MI), San Paolo, 1999, pp. 52 e sgg. e Intervista al regista Fina, cit. 32 Cfr. M. GADILI, San Giovanni Calabria, cit., pp. 11-12 e Z. SALTINI, I due regni, cit., pp. 32 e sgg. 33 M. GADILI, San Giovanni Calabria, cit., p. 81 e Z. SALTINI, I segni della volontà di Dio, allegato alla lettera a mons. Alfredo Ottaviani, 11 marzo 1950, in AN. 27 - Vorrebbero la parità giuridica fra sacerdoti e fratelli nella congregazione dei poveri servi, e fra sacerdoti e padri di famiglia in Nomadelfia, impossibile secondo il diritto canonico. - Dimostrano fermezza e ostinazione nel portare avanti idee e decisioni che credono buone e giuste, senza lasciarsi vincere dalle difficoltà che altri possono opporre. - Esprimono un giudizio severo verso lo sfarzo della Curia romana, il borghesismo e il carrierismo di molti curiali, vedono la necessità di una riforma radicale della Curia e della Chiesa. - Dimostrano un‟attenzione particolare verso i poveri e i lavoratori dai quali la Chiesa si è distaccata. - Sono accomunati in una critica dura ai modelli di vita degli ordini religiosi 34. - Sono pessimisti sul futuro dell‟umanità, visto a tinte fosche, a motivo della diffusione del comunismo, del timore prodotto dalla guerra fredda e dal pericolo atomico, delle persecuzioni religiose, dell‟inerzia dei cristiani e dell‟immobilismo della Chiesa. - Invocano entrambi una palingenesi cristiana, una restaurazione del regno di Cristo. Non ci sono solo concordanze, si rilevano pure alcune diversità molto significative. Ad esempio don Zeno, a differenza di don Calabria, non dà molta importanza alla specializzazione professionale dei giovani. Accentua, assai più di don Calabria, l‟organizzazione educativa a carattere familiare della sua comunità e, successivamente, fa della famiglia il cardine su cui imposta e fa ruotare tutta l‟organizzazione della comunità. Don Calabria è alieno da ogni forma di pubblicità per la sua opera, non organizza e non si affanna per la ricerca dei mezzi materiali, anche quando ha l‟acqua alla gola; non altrettanto si può dire di don Zeno. Sia l‟uno che l‟altro si tengono al corrente dei fatti sociali e politici, sono convinti che i problemi politici e i drammi sociali trovano una soluzione definitiva nel Vangelo e in una società cristiana, ma solo don Zeno s‟inoltra nel terreno sociopolitico con iniziative di carattere popolare. 12. Il Seminario 34 Don Calabria non è meno duro di don Zeno a questo riguardo. Lo dimostra la corrispondenza del card. Schuster con don Calabria. Se il cardinale confida giudizi tanto severi e drastici verso le famiglie religiose, è segno che sa di toccare temi condivisi dal prete veronese. Ved. A. M AJO e L. PIOVAN (a cura di), L’epistolario card. Schuster-don Calabria, Milano, NED, 1989, pp. 17, 18, 27, 37, 38, 68, 93, 98, 128, 129, 162, 169, 176, 177. 28 Zeno entra nel seminario di Carpi il 10 gennaio 1930 e viene ordinato sacerdote il 6 gennaio 1931. Un anno esatto, durante il quale sostiene gli esami del quadriennio di teologia. Il vescovo autorizza don Sisto Campagnoli, divenuto rettore del seminario, a esonerare Zeno dalla normale disciplina dell‟istituto, specie perché Zeno manifesta apertamente l‟incapacità di adattarvisi. Le sue abitudini di vita sono abbastanza diverse da quelle monotone e livellatrici del seminario. Unico suo dovere è quello di sostenere gli esami. Anzi, quando è preparato ad affrontarli, il rettore deve costituire una commissione straordinaria allo scopo. Il punteggio conseguito agli esami non è brillante35, ma si deve mettere in conto che, ad eccezione di don Sisto, i docenti mugugnano contro le decisioni del vescovo. Tolta una discussione vivace con un insegnate per una questione dottrinale, è un anno tranquillo, di «sosta dopo tanto dolore e tanti trionfi e sconfitte»36. Una vocazione tardiva come quella di Zeno, con una laurea in tasca, è un fatto piuttosto insolito in quei tempi. A parte l‟osservanza dell‟orario dei pasti, Zeno amministra il suo tempo come crede, può fumare. Qualche volta tiene delle conferenze o delle meditazioni ai seminaristi. È probabile che i compagni di studio, tutti più giovani, lo avvertano come un po‟ estraneo, tanto più che è dispensato dai modelli e dai ritmi della vita seminaristica. Essendo stato immerso, sino a 29 anni, nella vita e nei problemi sociali a contatto con personalità ecclesiastiche eccezionali, Zeno avverte i limiti di una formazione sacerdotale che non fornisce preparazione per affrontare problemi e trasformazioni sociali incombenti. Zeno non intende affatto adeguarsi troppo a un modello tradizionale di prete. Il vescovo Pranzini accetta consapevolmente questa eventualità, convinto che una figura di sacerdote non del tutto omologa alla consuetudine può essere utile per smuovere una pratica pastorale troppo appiattita su schemi che stanno sgretolandosi sotto l‟urto di nuove forme di vita familiare, sociale, economica e da nuove tensioni. Tutto sommato, escludendo lo studio delle scienze sacre, indubbiamente formativo anch'esso, Zeno non ha subito molto l‟influsso dell‟ambiente seminariale. Esteriormente conserva i modi disinvolti di chi non è cresciuto in seminario. Don Arrigo Beccari dirà di lui: «Don Zeno è stato poco in seminario, quindi non è stato inverniciato come noi. Don Zeno non è stato toccato dall‟aristocrazia spiritualistica»37. 13. Gli Studi, le letture, la cultura di don Zeno 35 Registro degli esami, Anno scolastico 1929-1930, p. 122, in Archivio seminario vescovile di Carpi. Z. SALTINI, Dimidia hora, 9 settembre 1973, in AN. 37 Appunti dell‟intervista a don Arrigo Beccari, Nonantola, 4 ottobre 1975, ivi. 36 29 Don Zeno ha compiuto i suoi studi sempre a passo di corsa. Quelli ginnasiali e liceali li concentra tra l‟autunno del 1920 e l‟autunno 1923. I primi quattro esami universitari sono diluiti in un arco di tempo lunghissimo (novembre 1923 - autunno 1927), perché dedito all‟Azione cattolica e all‟Opera Realina. Per recuperare il tempo perso, i restanti li comprime tra l‟ottobre 1928 e il novembre 1929, con una interruzione tra il novembre e il maggio a motivo del soggiorno presso la casa per dimessi dal carcere di Niguarda. La laurea è del dicembre 1929. Gli studi teologici presso il seminario di Carpi li compie, senza completarli38, tra il gennaio e il novembre 1930. È vero che sin dagli studi universitari ha una certa consuetudine anche con gli studi teologici. Infatti, negli anni carpigiani, ha frequentato in seminario le lezioni di monsignor Pranzini, del canonico Giuseppe Prandini, di don Sisto Campagnoli. Negli anni veronesi assiste alle lezioni del teologo monsignor Luigi Zenati. Tuttavia è improbabile che si tratti di frequenze regolari. All‟Università Cattolica sostiene gli esami di diritto canonico e di „dottrina cattolica‟. Tutto sommato sono studi teologici fuori dell‟ordinario. Tant‟è vero che il clero di Carpi gli ha sempre contestato una preparazione teologica affrettata e scarsa, disapprovando la decisione del vescovo di ordinarlo prete dopo un anno appena di studi teologici, per di più non completati: «I preti dicevano: don Zeno è un ignorante. Cosa ha studiato? Non si capisce come il Vescovo faccia queste cose»39. C‟è anche da dire che il livello didattico dei docenti nel seminario di Carpi non deve essere eccelso. Non è un caso se proprio a Carpi, don Vincenzo Saltini, fratello di don Zeno, dà inizio a una congregazione religiosa con il proposito di preparare docenti qualificati per i seminari che ne abbisognano. Don Zeno, che può fare confronti con i docenti del seminario di Verona e dell‟Università Cattolica, incoraggia il fratello: «Hai vissuto quegli ambienti [i seminari] e per parte mia ti posso assicurare che tanto a Carpi quanto a Magliano Sabina ho notato la deficienza che tu vorresti colmare»40. 38 Lo ammette lo stesso Z. SALTINI, Esercizi spirituali, 5 ottobre 1976, cit. Ibid. 40 Lettera di don Zeno a don Vincenzo Saltini, 9 dicembre 1940, in AN, CZ/VSL. 39 30 Non si sa molto sugli studi personali di don Zeno e sul suo tenersi aggiornato nell‟ambito delle scienze sacre e della dottrina sociale. Impegnato com‟è nell‟azione, con iniziative multiformi, pur essendo prete di non comune vita interiore, riesce difficile immaginare una sua dedizione allo studio, se non occasionale e di necessità. Risulta che ha letto Papini, ma non ne condivide tutte le idee: «Sono ben lungi dal dare ragione a Papini quanto alla missione di un popolo solo. Sono idiozie»41. Bolla così un‟idea dura a morire nella cultura cattolica italiana, che variamente declinata sopravviverà sin nel dopoguerra. Le scarse testimonianze che si hanno al riguardo sono assai significative. «Non l‟ho mai visto leggere un libro», mi ha detto un suo confratello che gli è stato vicino. È un‟affermazione da non prendere in senso assoluto. Del resto, tempo per leggere e studiare don Zeno non ne aveva molto. La testimonianza di Danilo Dolci è inequivocabile: «Ricordo don Zeno: mi ero accorto che non aveva nemmeno letto [tutto] il Vangelo, e leggeva rarissimamente. A me che giovanetto avevo divorato migliaia di libri, lui, che non conosceva né Bach né Goethe tra i tanti, all‟inizio sembrava un rozzo: non lo capivo e quasi non mi veniva il desiderio di capirlo. Poi giorno per giorno mi sono accorto che era incredibilmente, ricchissimamente vivo. Se leggeva, a parte le notizie quotidiane, solo qualche riga del Vangelo o di altro essenziale, e a tratti, era perché appena intuiva un nuovo aspetto della verità, sentiva il bisogno di assimilarlo vivendolo, prima di procedere ad altro: temendo di intellettualizzarsi, di diventare, come diceva, un cembalo sonante ma incoerente, mentalmente libidinoso, arido, incapace di vivere e di portare vita intorno»42. Sono constatazioni confermate indirettamente dallo stesso don Zeno: «A che cosa servono le filosofie quando girano attorno alla vita senza essere vita? A che cosa serve illudersi di conoscere le cose e le dottrine anche teologiche se non sono la vita? Le conosce solo chi vive, perché la vita è esperienza non speculazione»43. 41 Lettera di don Zeno a Beatrice Matano, 14 marzo 1940, ivi, CZ/MTN, ora anche in Lettere, I, pp. 49-52. «Comunità», 1961, dicembre, p. 57. 43 Lettera di don Zeno al prof. Giuseppe Merzagora, 13 luglio 1954, in AN, CZ/V. 42 31 La cultura come fine a se stessa, come valore in sé, non è concepibile per don Zeno, che afferma chiaramente: «Se vogliamo una cultura che sia insita, che sia consona, che sia naturale alla vita umana, allora bisogna conoscere quelle cose che sono secondo la nostra natura di uomini, secondo le nostre esigenze naturali. Quindi: conoscere tutto ciò che è necessario conoscere per essere uomini perfetti». Con la precisazione «che non bisogna voler conoscere tutte le cose, non si deve sapere più di quello che si deve sapere». Che è una parafrasi di s. Paolo (Rom 12,3): «non plus sapere quam oportet sapere, sed sapere ad sobrietatem». Infatti, don Zeno calca molto sul conoscere ad sobrietatem. Che non significa saper limitare il nostro insaziabile desiderio di conoscere, o esercitare i nostri sforzi nei limiti e nelle condizioni in cui possono essere realmente utili e fecondi. Don Zeno dà un significato e un indirizzo preciso al sapere ad sobrietatem, alla cultura, che significa «conoscere tutte quelle cose che riguardano Dio». Primo, «attraverso la creazione», e questo è l‟ambito della scienza, del sapere; secondo, «mediante la Rivelazione», e questo è l‟ambito della religione, della Verità divina che si manifesta agli uomini; terzo, per mezzo della morale, intesa come norma oggettiva di vita, desunta dalle verità rivelate44. Per cui si ha che la cultura è qualcosa di intimamente connesso, di saldato alla fede religiosa. 44 Cfr. Discorso di don Zeno sulla cultura, Nomadelfia, febbraio 1951, a cura degli amici di Nomadelfia, s.n.t. 32 Lasciamo perdere come si rapporta la concezione donzeniana della cultura alla cultura così come viene intesa oggi. Ci troveremmo immersi in un ginepraio di questioni. Piuttosto preme affrontare una questione più interessante per lo storico. Da dove ha tratto don Zeno quel suo antiintellettualismo che si riscontra non solo in certi suoi scritti, ma anche nella sua vita? Indubbiamente esso poggia su un substrato costitutivo del suo carattere e della sua intelligenza. Non si dimentichi che il suo abbandono della scuola, a quattordici anni, è dovuto al fatto che nella scuola «non si impara niente di utile per la vita». Quando don Zeno riprende gli studi, e si piega alla necessità di «imparare tante sciocchezze», si imbatte in persone eccezionali che intuiscono la sua indole pratica, insofferente di ogni teorizzazione problematica. Che, con il loro comportamento, rafforzano questa esigenza di concretezza di Zeno. Mentre è intento alle attività dell‟Opera Realina, e a escogitarne di nuove, si presenta sovente al vescovo Pranzini per parlare dei problemi che lo assillano: «Non è che lui tirava fuori dei libri - dice don Zeno - era immediato. [...]. Allora lui, che aveva capito, per arrivare a illuminarmi nelle cose che domandavo, lui cercava delle cose immediate, delle cose umane, delle cose di santi, di uomini vivi, di persone che - anche storicamente - hanno risolto dei grandi problemi»45. Non è solo il vescovo Pranzini ad assecondare questo bisogno di concretezza del giovane Zeno. Mentre si trova a Verona, ospite di don Calabria, «una volta venne un monsignore importante di Roma a tenere una conferenza di teologia. [...]. Quando alla fine è andato via io gli dico: “Allora, cosa ne dice don Giovanni di quell‟oratore?”. “E tu cosa ne dici?”. “Ah, è un uomo che la sa lunga!”. E lui dice: “Sì, è molto istruito, poveretto!”»46. Fatti come questi sono rilevanti, perché si tratta di due personalità eccezionali, che hanno influito molto sulla formazione del giovane Zeno. Non credo si possa dare un affrettato giudizio negativo sull‟atteggiamento sospettoso di don Zeno nei confronti di un sapere eccessivo fine a se stesso, di una cultura prevalentemente libresca o astratta. In effetti si può dimostrare che don Calabria e don Zeno affermano, anzitutto con la loro vita, che il Vangelo e la fede non sono soltanto una dottrina implicante un‟adesione intellettuale e astratta, ma anzitutto la rivelazione di un comandamento nuovo che esige un coinvolgimento personale per tutta la durata della vita. Sia l‟uno che l‟altro sono convinti che l‟eccessiva preoccupazione per l‟ortodossia, per la trasmissione della verità, per i contenuti della fede, tende a ridurre l‟impegno morale a un‟osservanza formalistica di precetti, che va a scapito di un‟autentica vita cristiana: «Sono sempre stato di questa idea - afferma don Zeno - che bisogna sempre pensare che Cristo non è un‟idea, è un fatto, è una realtà. Per chi ha fede, è una realtà che è cosa di vita, è vita, non è una cosa teoretica. Io infatti sto su questo piano»47. 45 Intervista al regista Fina, cit. Ibid. 47 Ibid. 46 33 Naturalmente la formazione di un uomo non finisce mai. Don Zeno, pur essendo persona di notevole fermezza e coerenza, nel corso della sua vita si trova a volte in situazioni e a contatto con persone che lo costringono a rivedere certi criteri di valutazione della realtà o a imboccare strade nuove. Del resto, quando ci si trova in vie senza uscita, si modifica il percorso; quando si è in difficoltà insormontabili per le proprie forze, si accettano proposte e suggerimenti di persone esperte. Alcune delle relazioni che seguiranno, per certi aspetti, sono una dimostrazione del fatto che la formazione di un uomo non s‟interrompe mai. 34 Ernesto Preziosi Zeno Saltini e l’Azione Cattolica Introduzione Don Zeno Saltini (Fossoli 1900 - Grosseto 1981) è una di quelle figure che hanno lasciato un piccolo segno nella storia della Chiesa di questo Novecento che va a concludersi. Un segno piccolo e denso di significato insieme, per l‟originalità dell‟apporto e per il carattere di una personalità che ha scelto di fare i conti in modo consapevole con la fede. Un credente interessante, perché capace di cercare, di trovare e di cercare ancora guidato, sostenuto, immerso nell‟amore di Dio. Un amore che lenisce le ferite, che addolcisce le amarezze, che talvolta - forse troppo spesso - l‟organizzazione umana che ha guidato la Chiesa, pone in essere, suo malgrado, per lentezza, per sordità alla voce dello Spirito. Una Chiesa però che nell‟esperienza di Zeno è sempre bella, sempre amata; altrettanto spesso la vita di Zeno Saltini è ricca anche di questi incontri, è guidata da uomini comprensivi, capaci di incoraggiare, di sospingere più che di controllare e di spegnere. Zeno Saltini è legato soprattutto a Nomadelfia; non risulta di primo acchito immediato il legame con l‟Azione cattolica. Eppure c‟è una pagina non breve della biografia di Saltini che si svolge in AC: da cosa è caratterizzato questo legame? In primo luogo, l‟appartenenza attiva di Zeno Saltini all‟AC, dal 1919 in cui è segretario del Circolo giovanile di Fossoli di Carpi alla fine degli anni Venti in cui si dedica alla preparazione sacerdotale (dirà messa nel 1931), si caratterizza per un legame formativo personale: l‟esperienza di un giovane che si è dedicato ad un apostolato di „collaborazione con la gerarchia‟, un modello utile, capace di formare, di far crescere - nella formula allora in vigore - intere generazioni di donne e di uomini, un modello che talvolta può apparire insufficiente, superato agli uomini di oggi, ma che andrebbe rivisitato a fondo, ripropo- 35 nendone il valore di una storia di formazione cristiana1. Il legame tra Zeno e l‟AC si individua soprattutto nell‟apporto che l‟associazionismo cattolico di allora ha dato a questo giovane, contribuendo a far maturare in lui la dedizione e la vocazione ecclesiale di geniale e innovativo artefice di opere. In secondo luogo, uno dei temi che sicuramente collega la vita e l'esperienza, singolare ed esemplare insieme, di Zeno Saltini all‟Azione cattolica, è senz‟altro la passione educativa e, prima ancora, l'attenzione ai piccoli, ai fanciulli, ai ragazzi, specie a quelli di loro che vivono in difficoltà, in abbandono. In terzo luogo, la ricostruzione di questo legame dovrebbe essere in grado di individuare elementi di continuità e di innovazione che Zeno ha contribuito a portare in Gioventù cattolica. Un‟innovazione che fu recepita e rimessa in circolo dalla struttura nazionale dell'AC, come nel caso de «L‟Aspirante», divenuto - come vedremo - una testata innovativa rivolta ad un pubblico di ragazzi. In questo contesto, ma lo diremo meglio in conclusione, è possibile osservare come il carisma innovativo di Zeno, pur con uno stile personalissimo, aiuti a riconoscere nell‟ambito dell‟AC, nella „novità‟ che costituiva allora un laicato che, anche a misura di ragazzi, spontaneamente si associa (più che in opere, in collegi, come quelle di don Calabria e della Cardinal Ferrari) una risposta alle situazioni reali di un'Italia periferica, povera e segnata dai guasti di uno sviluppo che lasciava vaste zone agricole nel tradizionale arretramento, fatto anche di miseria, pellagra, analfabetismo. È quindi dalla vicenda storica dell‟AC di quegli anni che dobbiamo partire per collocare un segmento significativo della formazione di Zeno. Tuttavia - anche per il mio ruolo di vicepresidente nazionale per il Settore adulti - non potrò limitarmi a trattare l‟aspetto storico. Mi sento invece incoraggiato a svolgere anche qualche rapida considerazione su come la figura di questo laico prima, prete poi (quindi di nuovo laico „controvoglia‟ e ancora prete) interpella l‟AC di oggi. Così Lazzati suggeriva su «Vita e Pensiero», già all‟inizio degli anni Sessanta, rivisitando la figura di un grande formatore conosciuto da Saltini, mons. Olgiati: «Chi dovrà scrivere la storia dell‟AC a partire dal 1910 ai nostri giorni, e non tanto la storia esteriore quanto quella più interiore e viva che ne spieghi l‟anima religiosa e la vivacità spirituale, non potrà prescindere dal nome di Mons. Francesco Olgiati che ne fu, forse come nessun‟altro, almeno per la portata nazionale della sua opera, animatore spirituale che ne determinò gli sviluppi e ne alimentò succhi vitali ai quali si devono frutti spirituali di non piccola rilevanza per la storia della chiesa in Italia nella prima metà del XX secolo». Cfr. G. LAZZATI, L’animatore spirituale dell’Azione Cattolica, in «Vita e Pensiero», XLV, 1962, nn. 8-9, p. 609, poi anche in Monsignor Francesco Olgiati, Milano, Vita e Pensiero, 1962, p. 98. 1 36 1. L’Azione Cattolica a metà degli anni Venti A metà degli anni Venti l‟Azione cattolica era una realtà che andava definitivamente consolidandosi intorno all‟idea di un apostolato laicale, che partiva dalla formazione delle coscienze per irradiare una testimonianza nella società. L‟attività dell‟Azione cattolica si andava infatti ormai svolgendo sui quattro assi portanti delle associazioni nazionali per i giovani (sorta nel 1867), per le giovani (1918), per le donne (1908) e, ultima nata nel ‟22, per gli uomini. A loro volta le quattro associazioni andavano organizzandosi sul piano locale ricalcando la struttura ecclesiastica delle diocesi e delle parrocchie e articolandosi sempre più per età e condizione di vita. Al suo impianto organizzativo, si aggiungerà solo negli anni Trenta il Movimento dei laureati, continuazione dell‟apostolato intellettuale della Federazione universitaria, sorta nel 1896. Inoltre era fortemente sentita in quegli anni la necessità di coordinare rami, opere, iniziative che facevano capo all‟AC. Di qui l‟istituzione delle giunte e dei consigli parrocchiali. Si trattava in realtà di una associazione che aveva approfondito la propria identità andando evolvendosi attraverso vari passaggi, dal più generale e vasto movimento cattolico fino a qualificarsi sempre più, sotto il pontificato di Benedetto XV, come associazione formativa del laicato, connaturata in una profonda scelta religiosa. Una scelta che si era resa ancora più chiara quando, nel 1919, Luigi Sturzo, allora segretario della Giunta centrale di AC, aveva avviato la breve e intensa esperienza del Partito popolare2. L‟Azione cattolica negli anni Venti, dopo le varie riforme dei suoi statuti si avvia, con l‟istituzione delle giunte diocesane3 da un lato, e dei consigli parrocchiali4 dall‟altro, ad inserirsi nella struttura stessa dell‟articolazione ecclesiastica sul territorio, 2 Ved. il testo della lettera inviata da Sturzo, conservata in Archivio Azione Cattolica Italiana (d‟ora in avanti AACI), fondo Unione Popolare, cartella 7, citata in E. PREZIOSI, Obbedienti in piedi. La vicenda dell’Azione Cattolica in Italia, Torino, SEI, 1996, p. 148. 3 Mentre le giunte diocesane sono funzionanti dal 1915, nel novembre 1922 si costituisce la Giunta centrale con compiti di coordinamento a livello nazionale. Cfr. E. PREZIOSI, Obbedienti in piedi, cit., pp. 123-124. Cfr. inoltre la Lettera dell’Emin.mo Cardinal Gasparri al Presidente della Unione Popolare fra i cattolici d’Italia, in «La Settimana Sociale» , n. 11, 18 marzo 1915, p. 158. 4 L‟istituzione dei consigli parrocchiali è del 1920: «Il Consiglio Parrocchiale non è una novità portata dagli attuali ordinamenti dell‟Azione Cattolica. Già l‟ultima riforma dell‟Unione Popolare - deliberata dalla Giunta Direttiva il 26 marzo 1920, e approvata dalla Superiore Autorità il 19 aprile successivo - contemplava questo nuovo organismo». Cfr. Il Consiglio Parrocchiale. Note illustrative dello Statuto-regolamento dei Consigli Parrocchiali, pubblicazione della Giunta centrale dell‟Azione Cattolica Italiana, n. 3, V edizione riveduta e aumentata, Roma 1928, p. 5. 37 indirizzandosi verso una organizzazione di massa e perdendo gradualmente quel carattere di maggiore autonomia e spontaneità che aveva conosciuto nella stagione dei „circoli‟. L‟AC - pare di percepire - proprio perché si avviava ad essere associazione popolare, trova nella gerarchia il suo naturale punto di riferimento, iniziando quel cammino di identificazione che, in anni recenti, dopo il rinnovamento conciliare, si sarebbe presentato come elemento di crisi perché il rinnovamento e l‟autonomo strutturarsi della pastorale avrebbe finito per far percepire come superflua l‟associazione. L‟AC assume quindi un impianto associativo che amplifica il ruolo della struttura nazionale, ma allo stesso tempo valorizza la dimensione locale puntando molto sulla parrocchia che proprio in quegli anni va intensificandosi e organizzandosi come strumento principale dell‟azione della Chiesa. L‟AC degli anni ‟20, quindi, investe espressamente sulla parrocchia, vista come «il primo nucleo della vita religiosa, nella grande famiglia sociale»5, nella quale a sua volta viene considerata un servizio necessario6. L‟AC istituisce i consigli parrocchiali e ne indica la composizione7 in virtù della sua natura di «coadiutrice della Chiesa» che si pone naturalmente in funzione ausiliare della parrocchia8. Le nuove forme organizzative, specialmente l‟istituzione del consiglio parrocchiale, si rivelano subito di notevole utilità per il radicamento e l‟estensione dell‟AC, 5 Dirà il papa ricevendo la Gioventù cattolica il 20 ottobre 1923, dopo aver notato la larga partecipazione di parroci alla settimana di studio indetta dall‟associazione: «È con vivissima soddisfazione che Noi abbiamo veduto che in queste giornate avete adottata la risoluzione di divenire i pionieri delle parrocchie e le avanguardie dell‟Azione Cattolica». Dal Discorso del S. Padre [Pio XI] alla GCI di Roma del 20 ottobre 1923, ora in La Parola del Papa su l’Azione Cattolica, Milano, Vita e Pensiero, 1930², p. 42. 6 «È necessario che il Clero susciti nell‟ambito della vita parrocchiale le istituzioni provvidenziali dell‟Azione Cattolica, tutti raccogliendo nella Santa milizia a servizio di Dio dalle belle schiere dell‟età più tenera fino alle salde energie dell‟età matura» (lettera del card. Gasparri all‟arcivescovo di Genova, 9 aprile 1926, in La Parola del Papa, cit., p. 43). 7 Ai sensi del regolamento del Consiglio parrocchiale fanno parte di diritto i presidenti delle associazioni maschili e femminili appartenenti all‟Azione cattolica italiana, ossia dell‟Unione uomini cattolici, del Gruppo donne cattoliche e dei circoli giovanili, maschili e femminili. Sono pure chiamati a farne parte i presidenti delle associazioni ed opere economico-sociali che aderiscono all‟Istituto cattolico di attività sociali e vi potranno appartenere, a giudizio del parroco, i presidenti di associazioni e istituti i quali, pur non appartenendo all‟Azione cattolica, perseguono qualche scopo di apostolato e hanno schietto spirito cattolico. Cfr. Circa la costituzione dei Consigli Parrocchiali, Note organizzative [CTRL se è parte del titolo deve essere messo in corsivo], in «Bollettino ufficiale dell‟Azione Cattolica Italiana», 15 novembre 1930, p. 809. 8 «Infatti, la Chiesa compie ordinariamente la sua missione di magistero, di santificazione, di civilizzazione cristiana attraverso la parrocchia. Per cui, se l‟Azione Cattolica è veramente – come fu autorevolmente definita – “la partecipazione del laicato all‟apostolato gerarchico della Chiesa”, dev‟essere anzitutto l‟ausiliaria dell‟azione parrocchiale. E il Consiglio Parrocchiale è 38 svolgendo soprattutto uno scopo di promozione e di coordinamento: «I Consigli parrocchiali sono destinati a dare al Parroco il suo più valido ausilio; e per mezzo di questi Consigli - veri organi coordinatori - assai meglio saranno messe in valore tutte le energie locali, come altresì più agevole, più pronta, più redditizia sarà resa la loro coordinazione»9. Si insiste sul coordinamento e sulla promozione, non solo della vita interna alle associazioni di AC, ma dell‟intera attività pastorale della parrocchia: di fronte al moltiplicarsi di opere e di associazioni parrocchiali, si vede la necessità di un piccolo «Comando generale» che diriga e coordini «non foss‟altro per evitare conflitti di competenze e gare non utili, e talvolta poco edificanti». Attraverso la nuova articolazione, l‟AC vive, e fa vivere al laicato che in essa opera, una anticipazione della visione teologica che porta a valorizzare la dimensione locale10 ben oltre il quadro stereotipato con cui spesso si raffigura l‟AC genericamente definita „pre-conciliare‟, cioè una piramide in cui tutto discende dall‟alto verso il basso in un rapporto sempre più meramente esecutivo. Infatti le iniziative che il consiglio parrocchiale doveva promuovere erano in primo luogo attività formative11; le numerose adunanze tenute con cadenza periodica e distinte per età e per sesso avevano la finalità principale - e qui troviamo senz‟altro una radice cui ha attinto Zeno Saltini - di far crescere sotto il profilo spirituale e umano. È il clima in cui si formano tanti giovani educatori e tante giovani personalità si sentono chiamate a vivere, con una intensità nuova, una dedizione vocazionale alla gioventù. È un impegno radicato in un profondo sentire religioso che fa percepire a questa schiera di giovani animatori parrocchiali, gli altri giovani, i ragazzi, i fanciulli come fratelli da chiamare alla fede e come coscienze da formare. Fondamentale nel percepire il primato della formazione, fu il ruolo svolto da Benedetto XV e del suo magistero in cui si ribadiva come: «non basta che il clero e i laici amanti dell‟Azione Cattolica organizzino il popolo; bisogna anzitutto che questo sia educato nelle verità della fede. In poche lo strumento atto a tale scopo» (Il Consiglio Parrocchiale, Note organizzative [CTRL come sopra], in «Bollettino ufficiale dell‟Azione Cattolica Italiana», 1° febbraio 1930, p. 107). 9 Dalla lettera del card. Gasparri al presidente dell‟ACI dell‟8 agosto 1927, in La Parola del Papa, cit., p. 43. 10 Cfr. E. PREZIOSI, L’Azione Cattolica Italiana e la parrocchia degli anni ‘30, in «Impegno», VIII, 1997, n. 1, pp.41-64. 11 La formazione infatti è l‟attività primaria delle associazioni di AC. Ha scritto L. Civardi: «La formazione delle coscienze dei propri soci è lo scopo immediato dell'Azione Cattolica; ed ha valore di mezzo indispensabile, rispetto a tutti gli altri scopi; ché non ci può essere azione senza formazione». Cfr. L. CIVARDI, Manuale di Azione Cattolica, vol. II, Pavia, XYX casa editrice, 1933, p. 61. 39 parole, Cristo dev‟essere formato nelle coscienze dei singoli fedeli prima che questi siano atti a combattere per Cristo»12. All‟interno dell‟AC matura nei primi anni ‟20 ciò che da tempo si era sperimentato e che, in quel momento storico, si traduce in un progetto organico di formazione delle giovani generazioni: l‟associazione rivolge così una parte considerevole delle sue energie culturali e morali all‟impegno formativo, con l‟iniziale delinearsi di un vero e proprio metodo educativo e di una originale, sempre più seria sussidiazione. Infatti, proprio in quel periodo viene gradualmente attuato - anche in „concorrenza‟ e sotto l‟influenza di quanto il fascismo andava proponendo per i ragazzi e per i giovani - un „progetto educativo‟ per le nuove generazioni che vengono in qualche modo sottratte alle organizzazioni del regime e che potranno domani militare nella Gioventù cattolica e che vengono pertanto considerate «aspiranti». A questo riguardo l‟approfondimento della fede, l‟apostolato catechistico, come veniva chiamato, è considerato la forma più urgente di apostolato13. Ma notevole importanza assume soprattutto il riunirsi, l‟incontrarsi. Se questo è vero per tutta l‟associazione, una particolare applicazione si verifica nelle cosiddette «sezioni minori». Nella vita associativa degli aspiranti non mancano i momenti del gioco, dei concorsi ginnici come delle gare di cultura religiosa che hanno lo scopo di offrire un primo apprendimento e un continuo „ripasso‟ delle conoscenze della propria fede. La «sezione aspiranti», infatti, attua un‟ulteriore linea formativa per i ragazzi, aiutandoli a maturare le scelte importanti della vita, ispirate a principi evangelici. Emerge così il carattere vocazionale della proposta formativa basata sull‟educazione della volontà, affinché sia capace di fare delle scelte, più che sull‟imposizione dall‟alto o sul dovere astratto e incondizionato. In questa direzione, in queste linee di fondo, lungo gli anni ‟20, si tenta di elaborare una metodologia adeguata14, ed è questo il contesto in cui Zeno „debutta‟. BENEDETTO XV, Lettera Accepimus all‟Episcopato della Colombia (1° agosto 1916). Si legge ad esempio in una direttiva dei primi anni „30: «Tutte le giornate di preghiera e di studio - regionali e diocesane - avranno quest‟anno un unico tema: “l‟apostolato catechistico” ed un obbiettivo pratico: la formazione dei catechisti per le parrocchie» (Indirizzi per l’attività delle nostre associazioni, in «Gioventù Italica», LIII, supplemento al n. 3, marzo 1933, pp. 48-49. 14 Ved. ad esempio A. BUTTÈ, Discorso sul metodo, in «Gioventù Italica», XLVII, n. 9, settembre 1927, pp. 559-561. Su questi aspetti cfr. il mio Il progetto educativo dell’Azione Cattolica Italiana negli anni ‘20 e ‘30. Le Sezioni aspiranti, in «Studium», LXXXV, 1989, n. 5, pp. 663 e sgg. 12 13 40 2. I ragazzi e il progetto educativo dell’AC fra gli anni ’20 e ‘30 La storiografia converge nel collocare negli anni „20 e „30 il momento di un passaggio decisivo riguardo al delinearsi di un impianto organico dell‟AC. Ciò risulta vero sia per aspetti noti come il magistero proposto da Pio XI, o come la tessitura organizzativa di cui, specie i due rami giovanili, furono capaci, sia per un aspetto forse meno noto e certo meno indagato: l‟educazione dei ragazzi. In questo scorcio di secolo all‟interno dell‟AC si dà alla concezione „aspirantistica‟ una qual certa consistenza metodologica. Si tratta di una attenzione ai ragazzi non solo in quanto futuri giovani, cioè appunto «aspiranti», ma anche una rimodulazione del modello formativo giovanile a misura di ragazzi. La data di nascita, in qualche modo ufficiale, di una Sezione «Aspiranti» per i giovani che ancora non hanno raggiunto l‟età per l‟adesione alla Società della GC, è il 1924. Da questo momento si comincia ad enucleare un vero e proprio metodo educativo. Nel 1924, durante l‟Assemblea del 9-11 novembre a Roma, viene approvato un ordine del giorno15, in cui accanto alle motivazioni fondanti della proposta si sottolinea la necessità di dare una veste organizzativa e metodologica a quel lavoro formativo e di animazione, che già la GC svolgeva in favore delle fasce di età adolescenziale. Rilevanti, in questo documento, sono due elementi: la consapevolezza che gli aspiranti sono parte integrante della Società della GC, ovvero «la parte più delicata e più preziosa», e la coscienza di dover «diventare piccoli con i fanciulli per conquistare con l‟esempio e l‟attività, le anime». Queste due consapevolezze divengono il fulcro del metodo educativo della Gioventù Cattolica. Ed è facile - come vedremo - riscontrarne le tracce dell‟esperienza di Zeno in quei primi anni venti. Non c‟è dubbio che la prima attenzione educativa della GC verso i ragazzi, fu finalizzata alla volontà di offrire un‟occasione per vivere più intensamente la fede, alla necessità di creare un proprio noviziato che garantisse la qualità e la stabilità, nonché la continuità dell‟associazione. Senza dubbio vi furono anche i consueti motivi contingenti che la storia del tempo segnala: la «difesa del papato» e il voler sottrarre i giovinetti alla società del tempo, portandoli alla conoscenza e alla difesa della fede cattolica. Ma si tratta di motivi concomitanti e comunque non dei principali16. 15 16 Cfr. «Gioventù Italica», a. XLIV, n. 11, novembre 1924, pp. 48-50 Cfr. Piccola guida per i delegati aspiranti, Roma, XYX casa editrice, s.i.d. [1929], p. 78 41 Tale attenzione va letta con adeguate categorie storiche come anticipazione di ciò a cui i ragazzi, nella stagione post-conciliare, sarebbero stati chiamati ad essere nella Chiesa. Nell‟insieme, infatti, pur nel rispetto della lettura del momento storico, la documentazione presente nell‟Archivio della Gioventù cattolica ci rivela un impianto educativo volto a far crescere, con spirito innovativo rispetto alla cultura e alla visione ecclesiologica del tempo, la partecipazione del ragazzo ad un più vasto progetto che, di fatto, lo portava ad incamminarsi sulla strada della responsabilizzazione e della maturità del laicato e ad una diffusione capillare tra tutti gli strati popolari17. Dietro la volontà di coltivare dei «semenzai» (era l‟antico nome con cui già alla fine dell‟Ottocento venivano chiamati i gruppi di ragazzi che volevano partecipare alla GC)18 per garantire lo sviluppo dei ranghi di soci «effettivi», si fa strada la percezione di una necessaria formazione delle più giovani generazioni per far avvertire loro la comune chiamata all‟apostolato, già sollecitata da Benedetto XV che aveva rammentato al Consiglio superiore della GC, che la Gioventù cattolica «deve occuparsi della formazione dei fanciulli». Quando, durante l‟Assemblea nazionale del novembre 1924, Angelo Raffaele Jervolino, allora consigliere nazionale della Gioventù cattolica, presenta l‟ordine .del giorno sull‟importanza dell‟organizzazione e formazione degli aspiranti, questa realtà è già diffusa nelle diocesi italiane. Il momento storico contribuisce a dettare l‟urgenza di una particolare cura per i ragazzi e gli adolescenti in una stagione in cui «enti di natura diversa si danno cura della formazione dei giovani offrendo un‟educazione difforme dall'insegnamento della Chiesa»19. Nell‟insieme il documento presentato da Jervolino fa il punto sullo sviluppo e sulla costituzione delle sezioni aspiranti, considerate ormai come qualcosa di non secondario nella vita della GC «perché tale movimento sia valutato in tutta la sua importanza e considerato da tutti i dirigenti come il problema più vitale della nostra organizzazione» (n. 7). Con il 1924, quindi, abbiamo un assetto più stabile della Sezione aspiranti in seno alla GCI e si prende coscienza delle sempre più evidenti Sul finire degli anni ‟20 cominciarono ad uscire a cura della GC veri e propri testi di catechismo per gli aspiranti, come quello intitolato Luce e vita. Breve illustrazione del catechismo della dottrina cristiana, Manuale per le Sezioni Aspiranti della SGCI, edito nel 1930 dalla Società editrice «Gioventù Italica», via Scrofa 70, Roma; i temi trattati erano: la Grazia, i Sacramenti, il Battesimo, la Cresima e una storia dell‟Antico Testamento (dalla creazione del mondo all‟entrata del popolo ebreo nella terra promessa). 18 P.G.R. CLARETTA, Appunti intorno ai primi due anni della Società della GCI, Roma, XYX casa editrice, s.i.d., p. 7. 19 Il riferimento, in quel contesto, è chiaramente al fascismo. A.R. JERVOLINO, Ordine del giorno, in «Gioventù Italica», a. XLIV, n. 11, novembre 1924, pp. 48-50. 17 42 esigenze pedagogiche, derivanti da questa esperienza20. A tali istanze si cerca di rispondere con la stampa nazionale e rimandando a quanto di specialistico già esisteva. Il coinvolgimento dei giovani in qualità di animatori e formatori dei più piccoli, la valorizzazione di giovani laici in un compito formativo rimane una interessante novità che, figlia di una delle stagioni più ricche della moderna AC - quella degli anni „20 - troverà, sotto il pontificato di Pio XI e del suo successore papa Pacelli, un notevole sviluppo nella vita della Chiesa italiana, costituendo, tra l‟altro, un precedente che spesso ha contribuito a formare le recenti schiere di educatori e catechisti. Un primo tentativo di organizzare in modo sistematico il discorso pedagogico fu compiuto sempre nel 1924 da Francesco Olgiati nel un libro Primi lineamenti di pedagogia cristiana21. Spiccano, in questa iniziale pedagogia, le caratteristiche del metodo aspirantistico. Rimane il carattere di iniziazione e preparazione verso il modello della „pienezza‟ che si avrà nel momento in cui il socio attivo entra nella GC, ma si caratterizza anche la responsabilità del ragazzo come soggetto, ritenuto capace di essere messo a parte dell‟intero programma dei giovani, con l‟accortezza di un adeguamento nella trasmissione dei contenuti a misura delle sue forze. I ragazzi vengono così portati a fare un‟esperienza di „crescita insieme‟ nel gruppo, e si sentono, fin da questi anni, in comunione di intenti con i giovani più grandi. Ciò crea anche il senso di una solidarietà che, oltre al già richiamato motivo di formare futuri soci della GC, ha anche modo di orientare le scelte personali affinché tutta la vita sia una risposta sempre più generosa. Insieme al carattere vocazionale, viene fortemente sviluppato il carattere volitivo, nel senso di una vera e propria educazione della volontà22, che va di fatto a contrapporsi all‟educazione imperniata sul concetto di dovere, che è impartita nelle organizzazioni di regime. Il metodo educativo degli aspiranti cui Zeno partecipa è, in sostanza, una proposta di vita. Un metodo attivo, tendente all‟essenziale della proposta di vita cristiana, at- Il 30 novembre 1934 in una adunanza dell‟Ufficio di presidenza della Gioventù cattolica, il presidente Corsanego riferisce di un‟udienza avuta con Pio XI che ha riconfermato l‟indirizzo di „apoliticità di partito‟: «Par di vedere il Papa, il Vicario di Gesù Cristo, Gesù medesimo che chiama i giovanetti per le vie luminose dell‟apostolato! Desidera tanto, il Papa di vedere in ogni parrocchia, all‟ombra di ogni campanile d‟Italia, un piccolo nido di adolescenti che nella scuola incomparabile della Preghiera, dell‟Azione e del Sacrificio, imparino a conoscere Gesù, ad amarlo sopra ogni cosa, per poterlo far conoscere, amare sopra ogni cosa da tutti! E voi, miei cari piccoli amici, avete risposto ubbidienti, a decine e decine di migliaia, da ogni terra d‟Italia, al dolce invito di Gesù». XYX riferimento archivistico. 21 F. OLGIATI, Primi lineamenti di pedagogia cristiana, Milano, XYX casa editrice, 1924. 22 Cfr. G. SCHRIJVERS, La Buona Volontà, Milano, Vita e Pensiero, 1925. 20 43 traverso la quale si intende favorire la crescita del ragazzo fino alla pienezza della figura del Cristo. Non ci fu quindi in quegli anni né una metodologia educativa studiata nei particolari, e neppure un impianto pedagogico adeguato di riferimento, ma l‟attuazione consapevole di un metodo legato all‟esperienza dei circoli ed all‟importante mediazione degli organismi nazionali della Gioventù cattolica con le sue note caratteristiche di laicità, di democraticità (riconoscibile nell‟affidamento di ruoli ai singoli ragazzi all‟interno delle sezioni), di servizio alla Chiesa. 3. Le intuizioni di Saltini e la sua esperienza formativa nella Gioventù cattolica. Zeno Saltini nel 1919, giovanissimo, è segretario del Circolo della Società della gioventù cattolica di Fossoli di Carpi. Il segretario, lo si capisce, è la figura che deve assicurare, fa da tramite di un legame associativo, è una persona generosa che alle caratteristiche di fedeltà e di zelo, accompagna anche una dote organizzativa23. Il 21 dicembre 1920, Zeno viene eletto presidente della Federazione giovanile diocesana costituitasi appena nove giorni prima24. Il Paese sta vivendo un momento molto difficile e turbolento. Il 17 agosto dell‟anno seguente un giovane di Azione cattolica viene ucciso. Zeno scrive un proclama: «Domenica scorsa le nostre splendide bandiere si piegarono alle libere aure della gentile Carpi, palpitando di gioia e di gloria: era il trionfo della balda gioventù inneggiante al Cristo Re della Pace; era l‟inizio felice di un risveglio d‟azione che chiamava a raccolta tutti, anche i timidi, anche i sonnolenti. Ma quelle stesse bandiere, nel trepido vespro di ieri, le vedemmo inchinarsi meste ed abbrunate, sulle cruenta bara del dilettissimo amico Agostino Baraldini»25. 23 Su «Il Popolo», settimanale cattolico modenese, del 6 settembre 1919 si legge: «Ultimo degli oratori, il giovane segretario del Circolo di Fossoli, Saltini Zeno, il quale ha pronunciato un discorso di cui non si sapeva se ammirare di più l‟assennatezza dei concetti o la forma limpida e la convinzione essenzialmente comunicativa» (l‟articolo è riportato in Nomadelfia è un popolo nuovo, supplemento a «Nomadelfia è una proposta», XXXII, 1999, n. 1, p. 15. 24 Sarà rieletto nel 1924 e nel 1926. Contemporaneamente supera come privatista gli esami di maturità al Liceo Muratori di Modena e si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell‟Università di Modena, dove viene eletto presidente della FUCI. Nel «Bollettino ufficiale della G.C.I.», 15 novembre 1925, è riportata la seguente notizia: «Convegni diocesani: a Trento, a Parma, dove Mons. Vescovo ha esortato gli aspiranti ad essere soldati coscienti e fedeli del grande esercito della gioventù cattolica; Zeno Saltini e Sirri hanno svolto interessanti relazioni; a Verona, a Siena, con la relazione del presidente federale Leo Rossi sull‟Azione Cattolica; a Roma; a Vicenza, con i relatori D. Candido Giacomelli e il rag. Di Gallo; a Lucca con il rag. Calvelli, presidente del consiglio regionale toscano». 25 Cfr. M. SGARBOSSA, Don Zeno …e poi vinse il sogno, Roma, Città Nuova, 1999, p. 34. 44 Non ha paura e infonde coraggio anche agli altri. I fatti cui assiste con l‟ascesa del fascismo non lo lasciano indifferente e contribuiscono a segnare nel profondo la sua coscienza: «Vedevo cadere le istituzioni cattoliche. Vedevo, lì, in Emilia, che cosa accadeva a Bologna, a Parma, in tutti i posti. A Bologna giravano giovani vestiti di nero con una morte per distintivo e scritto “me ne frego” […]. Uccisero un giovane buonissimo a Mirandola (il 17 agosto del „21); veniva col biroccio; a venti metri dalla casa, stava per voltare nel cortile, l‟hanno freddato. Si chiamava Baraldini, ed era un giovane molto attivo nell‟Azione Cattolica e nel Partito Popolare»26. Nel ‟22 organizza in diocesi le prime sezioni degli Aspiranti e nel gennaio del ‟24 fonda il giornale «L‟Aspirante». La pratica apostolica di Zeno Saltini, l‟affinamento del suo metodo pastorale cresce con una certa evidenza anche grazie all‟esperienza condotta nella presidenza federale nella gioventù cattolica di Carpi: in un articolo del 1927 in cui rievoca un giro di propaganda, traspaiono molte note di quello che sarà il suo carattere apostolico: la vicinanza con i giovani, l‟atteggiamento positivo, di accoglienza «del buono e del bello» che i giovani offrono, il desiderio di comunicarne l‟esperienza ad altri: «Per un presidente federale è molto difficile conoscere i propri amici, le loro esigenze, le loro opere, se non passando spesso tra essi e vivendo con essi: Vorrei essere a tutte le vostre sedute, a tutte le vostre manifestazioni e specialmente esservi vicino quando soffrite e quando godete perché nell‟uno o nell‟altro caso siete sempre più in pericolo ed avete sempre più bisogno dell'incoraggiamento degli amici. Ma ciò non è possibile e mi accontento di passare qualche volta, portarvi una parola di amico, accogliere quanto di buono e di bello potete offrirmi, perché io lo diffonda agli altri della diocesi»27. Così come traspare il significato sociale di quella carità con cui la gioventù cattolica traduce il suo efficace lievito di conquista e di generosità: «Nessun‟altra attrattiva vi tiene uniti se non quella di fare della Carità Sociale. E ne faremo molta della Carità Sociale!…, molta, molta!... perché urge, perché Iddio lo vuole. Noi siamo abituati a tutti i sacrifici perché Cristo vive in noi, e per Cristo sapremo anche superare qualunque ostacolo [...] ho potuto scorgere in voi una nascosta potenza che il mondo non conosce, ma che voi bene usate! [...] ho potuto scorgere che siete invincibili e che sapete amare»28. Un’intervista, una vita, pp. 33-34. Z. SALTINI, Un bel giro di propaganda federale, in «Cuor di Giovani», 1927, n. 2, gennaio, p.3. 27 Z. SALTINI, Un bel giro di propaganda federale, in «Cuor di Giovani», 1927, n. 2, gennaio, p.3. 28 Ibid. 26 27 45 Vi è un‟ottica spirituale nel cogliere i progressi , le „conquiste‟ - nel linguaggio di allora - che i giovani cattolici conseguono sul territorio della diocesi. Cogliere quest'ottica è fondamentale per non confondere, o peggio ridurre, le molte iniziative ed opere avviate da quei giovani: l‟Unione studenti S. Tarcisio, la sala da studio con biblioteche annesse per sollecitare i giovani studiosi, l‟Unione operai con la propria Scuola arti e mestieri: «Questa e quella sono state organizzate da pochi aspiranti studenti ed Operai della fiorente sezione Aspiranti del circolo San Luigi»29. Una nota spirituale emerge con forza, quando Zeno afferma che anche i giovani che hanno partecipato a fondare le varie istituzioni, e in particolare l‟Opera Realina: «Essa è la risultante di oltre sessant‟anni di preghiera, di Azione, di Sacrificio della Gioventù Cattolica Italiana. Noi che siamo comunemente considerati i fondatori dell‟opera - scriverà giustamente orgoglioso Zeno - abbiamo esplicato quelle attività continuando le faticose battaglie dei predecessori gregari e dirigenti del movimento giovanile cattolico nella diocesi di Carpi e non abbiamo fatto nulla di nuovo e di straordinario se non portando in alto, come sempre più in alto fu portato, il meraviglioso programma della Gioventù Cattolica nella quale viviamo e ci sacrifichiamo con dedizione incondizionata»30. Nello stesso tempo vi è la consapevolezza di non far parte di una casta separata dal resto, gli impegni, l‟azione, le battaglie, le persecuzioni - sempre nel linguaggio dell‟epoca - non acquisiscono particolari meriti in quanto: «Per servire l‟anima, per servire la Chiesa, la Patria, la Società non è per nulla doveroso ad un giovane iscriversi alla gioventù cattolica; basta vivere secondo le norme divine ed umane che regolano la vita di tutti. La Gioventù Cattolica - scrive ancora Zeno - è un‟istituzione sorta dal bisogno ardente di alcuni giovani di svolgere insieme volontariamente un apostolato di carità sociale cui nessuno poteva obbligarli e che tutti presto o tardi ammireranno appunto perché è uno slancio di generosità profonda. Essa è in perfetta armonia con tutte quelle istituzioni che sono in perfetta armonia con la S. Sede»31. La Gioventù cattolica di cui Zeno diventa presidente avrà in breve al suo interno tre associazioni giovanili cattoliche: il Circolo Gioventù cattolica S. Luigi; l‟Unione Giovani cattolici operai S. Giuseppe e l‟Unione studenti cattolici S. Tarcisio presiedute dal Consiglio federale diocesano per mezzo dello stesso presidente: «esse - scriverà Saltini - pur conservando le loro autonomie esplicano insieme quelle meravigliose attività di apostolato e carità sociale che sono anime trasportate dalla grazia sono e possono es29 Ibid. Z. SALTINI, Preghiera, Azione, Sacrificio, in «Cuor di Giovani», 1927, nn. 3-4, aprile, p. 3. 31 Ibid. 30 46 sere capaci: Convitto, frequentatori liberi, oratorio per i bambini, onesti e utili divertimenti come la ginnastica e altri sport, la musica, il canto, la filodrammatica»32. Zeno ha un‟amorevole attenzione ai singoli ragazzi, frutto di una elementare, ma per questo non meno profonda, intuizione psicologica della trasformazione avvenuta nei singoli ragazzi: «Per più di un‟ora sembravano disorientati, lamentavano una cosa, l‟altra; una mancanza, l‟altra; soffrivano insomma perché non potevano fare nel circolo tutto quello che il loro cuore, ormai trasformato dalla grazia, desiderava ansiosamente di fare»33. In quegli anni Saltini percepisce la potenzialità dell‟aspirantismo come un‟occasione forte, per fare uscire i ragazzi dalle disagiate condizioni economiche e sociali, anche grazie, ad esempio, ad un veicolo povero e allo stesso tempo culturale come il teatro: ed eccolo allestire le filodrammatiche - del resto molto fiorenti in quegli anni promosse sia per impulso di alcune congregazioni religiose, sia dai circoli cattolici fin dalla fine del secolo34. Sono i primi passi di un cammino che negli anni Venti - come nota Pivato - porta l‟Azione cattolica, per tappe successive, lentamente ad incorporarle alla propria organizzazione, costituendo per esse un ufficio centrale35. Si tratta del Segretariato delle attività artistico-educative, sorto nel 1927 per favorire «una più intima coesione fra il centro e la periferia» in questo campo36. Vi è in Zeno un modo radicale una sorta di «massimalismo»37 - come proposta di vita di fede integrale ma non per questo integrista tipica dell‟associazionismo cattolico - di vivere l‟impegno di apostolato, percependo, proprio attraverso i ragazzi, la necessità di qualcosa di più, di un ambiente più accogliente. «Due categorie di giovani e fanciulli - scrive Zeno nel ‟27 - esigevano dalla Gioventù Cattolica il modo per cui soddisfare a quanto non poteva più dare la loro famiglia. Fanciulli e giovani che sarebbero 32 Ibid., p. 4. Ibid., p. 3. 34 Sulle iniziative promosse dalla Gioventù cattolica nel campo filodrammatico, cfr. F.F. MARUCCHI, Il teatro educativo, in «Gioventù Cattolica», XLVIII, 1928, n. 3, pp. 173-175. Si vedano anche nel «Bollettino della Società della Gioventù Cattolica» dei primi anni del secolo i molti resoconti periodici delle rappresentazioni tenute dai singoli circoli. 35 Cfr. S. PIVATO, Il teatro di parrocchia. Mondo cattolico e organizzazione del consenso durante il fascismo, Roma, FIAP, 1979, p. 42. 36 Ved. Società della Gioventù Cattolica Italiana, in «Annali dell‟Italia Cattolica», XYX annata, 1930, p. 120. Sugli scopi del Segretariato delle attività artistico-educative, cfr. «Gioventù Italica», XLVIII, 1928, n. 11, p. 535 e T. ROTELLINI, Segretariato attività artistico-educative. Suggerimenti e proposte, ibid., XLVIII, 1928, n. 12, pp. 828-829. 37 Il termine massimalismo è qui inteso secondo la concezione di mons. Olgiati. Cfr. in proposito F. OLGIATI, Le battaglie dei giovani e I nostri giovani e il coniglismo, citati in G. VECCHIO, Francesco Olgiati e l’Azione Cattolica, in Francesco Olgiati nel centenario della nascita, Milano, Vita e Pensiero, 1986, p. 74. 33 47 stati abbandonati ad una vita di disonore, e fanciulli e giovani trasportati a dare più attività alla loro associazione»38. Per questo, fin da quegli anni, Zeno percepisce il tema delle famiglie, quelle d‟origine lasciate e quelle nuove trovate, nella forma ancora acerba di un convitto che però offre una esplicita vita comune, fraterna. Scrive ancora nel ‟27 sul giornale della Federazione: «Usciti tutti dalle nostre famiglie, corremmo senza preoccupazione alcuna nella sede della nostra associazione a vivere insieme, formando così un convitto che fu interpretato in mille modi, ma che non è altro che un convitto dove la gioventù cattolica alberga i propri amici, i quali o domandano un pane o una carriera, o domandano di offrire tutta la loro vita per la società stessa»39. Fin dal 1924 con alcuni giovani decide di far vita comune per dedicarsi all‟apostolato, impegnandosi anche in attività ricreative. Inoltre diviene delegato regionale degli aspiranti40. È una attività intensissima che lo prende completamente e lo fa sentire lanciato come in una corsa verso il traguardo del bene spirituale dei ragazzi. «Innumerevoli giovani e fanciulli - affermerà in seguito Zeno - molti sono redenti, moltissimi sono sulla via della redenzione, altri sono su quella della incondizionata dedizione alla GC stessa: quando i giovani sono animati dalla Grazia all‟apostolato sociale diventano come l‟alpinista appassionato: tentano sempre le vette più difficili e più alte». Il riferimento è all‟impegno messo dai giovanissimi e dai ragazzi nell‟attività di formazione e di catechismo organizzata anche attraverso esami e gare. Ma accanto alla gara catechistica ecco affacciarsi anche una „gara professionale‟: «Dov‟è il merito, il valore di un giovanetto, di un giovane cattolico che non si preoccupa altro che di emergere nella istruzione religiosa, nell‟apostolato, nella liturgia, quando non cura con eguale intensità anche la propria professione? Ma nel lavoro si fa la volontà di Dio e dovrebbe essere un rimorso non approfondire la propria professione, la quale pure in certo modo, è creazione di Dio stesso». Attività simili non sono estranee anche a qualche difficoltà che insorge nelle famiglie: «Si pensi che ancora molti fanciulli affermano che non hanno bisogno di conoscere teorie, scienze riguardanti un mestiere che loro con la massima facilità fanno tutto il giorno e con molta fatica; che dopo il lavoro non resta se non un po‟ di divertimento, ecc. quelli di campagna non è difficile ripetano i ragiona38 Z. SALTINI, Preghiera, Azione, Sacrificio, cit., p. 3. Ibid. 40 Nel tesseramento 1924 i giovani della GC in Emilia erano 9.000 e gli aspiranti 5.500, mentre in Romagna erano 5.000 i giovani e 2.000 gli aspiranti (AACI, fondo GIAC, b. 714, tesseramento 1924-1936). Nel 1926 secondo i dati ufficiali furono pagate e distribuite ben 105.885 tessere per soci effettivi e 49.983 tessere per soci aspiranti. 39 48 menti di vecchi contadini i quali sono nemici acerrimi della coltivazione razionale dei campi, dimenticando che la scienza agricola ha portato il progresso e l‟incremento della produzione. Quando però questi cari amici che nel Circolo si sono plasmati l‟anima e l‟intelligenza alla conoscenza di Dio, si accorgono che è per essi indecoroso non approfondire quelle cose che Iddio stesso ha loro date quali mezzi al sostentamento, allora accettano questo studio ricreativo e con slancio di vera giovinezza cristiana si consacrano qualche ora serale o festiva e a poco a poco diventerà loro una necessaria ricreazione»41. Ma è proprio per questa strada che il giovane Saltini pare raggiungere un risultato interessante: «I giovani, gli aspiranti che studiano il catechismo spesse volte si trovano in contrasto nelle famiglie e nelle società perché sostengono energicamente quanto hanno imparato intorno a Dio e alla Chiesa; vivono secondo quegli insegnamenti; oggi aggiungono anche l‟educazione professionale [...] Iddio li sosterrà con la sua Grazia». Di qui il senso di numerose opere legate al diffondersi di scuole anche parrocchiali, di libri, metodi pratici per l‟apprendimento; è un fiorire di iniziative che coronano la stagione iniziata già dall‟inizio del secolo: «Praticamente si predispongono moltissimi giovani ad accettare con entusiasmo ogni iniziativa che miri al progresso»42. Il 15 novembre 1925 il gruppo di aspiranti festeggia il primo anniversario della loro costituzione, e per Zeno è una grande gioia: è il risultato di un‟azione educativa, di animazione da lui vissuta secondo uno stile profondamente religioso. In merito all‟intonazione spirituale, talvolta Saltini si affida ad un accento lirico che ha la capacità di trasfigurare l‟esperienza educativa ed associativa: «Mi fermo e il silenzio della cappella e il rumore delle officine operaie, il canto, il suono, il chiasso gioviale dei frequentatori mi fanno esclamare: Signore siamo tutti tuoi Figli, non è vero? [...] a noi pare di vedere scendere dall‟altare una corrente di Grazia infinita, la quale dolcemente si va posando su quei nuovi amici, rigenerando, restaurando tutto»43. Vi è nella proposta formativa della Gioventù cattolica come Zeno la attua e la vive una forte „ansia missionaria‟: «Già da dieci mesi - scriverà ancora nel 1927 - i piccoli aspiranti e studenti mettevano da parte i loro risparmi e finalmente si partiva per la gita-pellegrinaggio ad Assisi, la Verna con itinerario Bologna-Firenze-Arezzo-PerugiaAssisi-Gubbio-Fano-Pesaro-Rimini-Ravenna-Faenza-Imola-Carpi. Undici giorni di vita profondamente educativa e tutta cristiana, pura. Eravamo in 43 accompagnati 41 Z. SALTINI, La ricreazione che educa, in «Cuor di Giovani», 1927, n. 5, maggio, p. 2. Ibid. 43 Z. SALTINI, Preghiera, azione, sacrificio, cit., p. 3. 42 49 dall‟Illustre Monsignor Giandomenico Pini»44. Nel 1926 avviene un episodio significativo: Zeno partecipa con la Gioventù cattolica ad un‟udienza di Pio XI45. Durante i saluti che seguono l‟udienza, il Papa, informato della sua attività dall‟avv. Corsanego, presidente nazionale della Gioventù cattolica, dopo essere passato oltre, torna indietro, lo abbraccia e lo incoraggia, dicendogli: «il Papa è con te»46. È un episodio che rimarrà impresso nella memoria del giovane, e che racconterà spesso e volentieri. Un episodio caratteristico di quell‟ecclesiologia che vedeva come centrale la fedeltà al Papa, la collaborazione… a livello alto con la gerarchia ecclesiastica e che aveva come effetto una profonda… responsabilizzazione. A Zeno nel 1928 subentrerà, come presidente della Gioventù cattolica carpigiana, Odoardo Focherini, che lo sostituirà anche nell‟incarico di delegato Aspiranti. Dall‟età di 14 anni Odoardo Focherini era cresciuto alla scuola di don Benatti e del giovane Zeno Saltini, di cui prese il posto come presidente dell‟Azione cattolica47. Molti aspetti di ciò che Saltini farà in seguito come animatore di un opera di carità verso i ragazzi, i giovani, le famiglie, sono riconducibili alla sua giovinezza quando intuisce e sperimenta quello che potremmo considerare una anticipazione del metodo attivo. Un metodo che necessariamente faceva leva sull‟utilizzo di strumenti a stampa, sulla capacità formativa e di attivazione delle idee affidate alla parola scritta. 4. L’apporto de «L’Aspirante» Una caratteristica originale dell‟azione di apostolato di Zeno è la passione per la stampa e la comunicazione, a cui è anche legato un suo contributo originale nelle vicende dell‟AC: la creazione del giornale per ragazzi «L‟Aspirante». Il 6 gennaio 1924 il Consiglio federale della Gioventù cattolica di Carpi approvava la proposta fatta dall‟allora presidente Zeno Saltini di fondare un giornale per gli aspiranti. Il 26 febbraio esce il primo numero, che si apre con l‟editoriale di Zeno: 44 Ibid., p. 4. Cfr. Udienza del 7 novembre 1926, in P. BERTETTO (a cura di), Discorsi di Pio XI, Torino, SEI, 1960, vol. I, pag. 634. 46 Cfr. Nomadelfia è un popolo nuovo, cit., p. 16. 47 A 23 anni sposò Maria Marchesi dalla quale ebbe sette figli. Dal 1939 fu direttore amministrativo del quotidiano «L‟Avvenire d‟Italia» di Bologna. Cfr. M. SGARBOSSA, Don Zeno, cit., p. 35. 45 50 «Fanciulli, permettete? Voglio parlarvi anch‟io. L‟aspirante porta il vostro nome, è tutto vostro, è per voi, solo per voi. Alla vostra età essere padroni di un giornalino è molto […] Che cosa dovete fare? Leggere. Lo so, o piccoli e carissimi amici, lo che siete poco amanti del leggere e preferite correre per i campi, giocare e cantare, ma so anche che avete bisogno di parlare qualche volta con Dio. Dio ha creato quei campi sui quali correte». Il giornale è molto apprezzato e viene a colmare un vuoto. Angelo Raffaele Jervolino 48 propone che tutti i circoli si abbonino al quindicinale stampato ad Alba (dalla Pia Società San Paolo, fondata nel 1914 da Giacomo Alberione) «unico organo specializzato perché meglio curato nella parte pedagogica». In linea con un impegno che ha caratterizzato la Gioventù cattolica di Fani e Acquaderni fin dal suo primo sorgere, Zeno si trova a suo agio nel fondare giornali, a scrivere, a diffondere fogli che vanno però sostenuti dai giovani lettori: la stampa bisogna leggerla, anzi bisogna abbonarvisi! «Ogni giovane cattolico della Diocesi, se veramente potesse comprendere la profondità di quanto ho detto ora a proposito di ciò che troppo ci preoccupa, certamente non manderebbe al nuovo periodico le sole tre lire di abbonamento, sufficienti sì e no a pagare la carta, ma le venti, trenta, cinquanta, cento lire l‟anno»49. Arriva anche ad elaborare, partendo dalla teologia della Regalità - nel 1925 era stata solennemente istituita la festa liturgica di Cristo Re - una simpatica teoria che sa di partecipazione: «Mettendoci del proprio: Noi siamo i figli, noi siamo i primi figli della Società civile che vivono alla Corte di Gesù Cristo, il Grande Re... Ma è vero!... Sarebbe ridicolo pertanto che un giovane chiamato dal Re per un bisogno non si pagasse il viaggio, e per ciò si rifiutasse di andare per paura di rimanere poi al verde... tanta sfiducia nel Re che lo chiama a sé!!»50. Anche se non bisogna mancare di fiducia verso la provvidenza, per cui Zeno nutre le salde, e allo stesso tempo ingenue, aspettative di tutti i grandi fondatori: «Se noi giovani cattolici avremo fiducia nella provvidenza - scrive ancora nel 1926 - tutta la fiducia che ci richiede Cristo Re, non dico dei biglietti da cento, ma delle migliaia e migliaia, dei milioni e dei miliardi di lire avremo a disposizione per compiere le più grandi opere di Carità Sociale delle quali oramai primi in Italia avete dato mirabile esempio in Diocesi. Le vostre opere sono eloquenti, io sono entusiasta di esservi presidente. Aprite gli occhi e più ancora i cuori, guardate e provate la divina bellezza del primo esempio che è scaturito da quella fiducia in Cristo Re idonea a commuoverlo nel portafoglio... non di- 48 Jervolino è in quel momento consigliere superiore della SGC; nel 1928 diviene presidente centrale della Gioventù cattolica. 49 Z. SALTINI, Lettera da Milano, in «Cuor di Giovani», 1926, n. 1, dicembre, p. 3. 50 Ibid. 51 scutervi sopra perché le opere che compite in Dio non ascoltano i chiacchieroni»51. Della paternità dell‟Aspirante e del contributo a tutta l‟AC attraverso l‟invenzione di una testata adatta ai ragazzi parleranno nel 1931, al momento della sua prima messa, i messaggi che giungono da Roma, dal segretario generale della GCI, S. Salvadori, e dall‟ing. Zaccaria Negroni52, delegato nazionale per gli Aspiranti, memore di quella parola «affettuosamente fraterna» di Zeno verso i ragazzi, che si era fatta giornale53. La stampa è per quella fase storica dell‟organizzazione cattolica uno strumento ritenuto indispensabile. Ad esso si affidano i compiti di raggiungere i soci e di tenerli uniti e informati sull‟attività dell‟associazione ai vari livelli; su di essa vengono riportate numerose esperienze locali, immesse così nel circuito associativo; ma soprattutto attraverso la stampa si raggiunge lo scopo dell‟aggiornamento e della trasmissione di contenuti formativi in forma accessibile e popolare. È quest‟ultima caratteristica che fa operare scelte di suddivisione della stampa per età e condizioni di vita, in modo che il messaggio formativo sia il più personalizzato ed efficace possibile. Forse è per questo che, potremmo dire, la stampa è sempre all‟ordine del giorno di una qualunque adunanza della GCI. Della stampa giovanile, ad esempio, si parla il 22 novembre 1925, nella adunanza straordinaria del Consiglio superiore e degli assistenti ecclesiastici regionali. In particolare parla delle difficili condizioni in cui versa la stampa associativa il presidente centrale Camillo Corsanego54, dicendo che «i giornali diocesani continuano a vivere. Quelli regionali troveranno molte difficoltà, ma è necessario a costo di qualsiasi sacrificio che continuino anch‟essi a vivere. In merito alla stampa regionale si svolge una lunga discussione - e così pure in merito alle funzioni del delegato regionale - alle elezioni del delegato»55. Dopo un ampio dibattito, Corsanego conclude che «i giornali debbono 51 Ibid. Altra figura interessante di cui di recente è stato avviato il processo di beatificazione. 53 Scriverà tra l‟altro a Odoardo Focherini, presidente della Federazione GCI di Carpi: «Ho qui sul mio tavolo il primo numero de “L‟Aspirante”, nato a Carpi: porta la data del 26 febbraio 1924. Un articolo, meglio la parola affettuosamente fraterna del carissimo Zeno Saltini, lo presentava ai suoi piccoli. Allora non immaginavo, forse, che quell‟amicale foglio sarebbe divenuto, dopo appena pochi anni, organo ufficiale di tutti gli Aspiranti d‟Italia». Il testo della lettera è riportato in «Cuor di Giovani», 1931, n. 0. 54 Ved. L.M. DE BERNARDIS, Corsanego Camillo, in Dizionario Storico del Movimento Cattolica in Italia, III/1, diretto da G. Campanini e F. Traniello, Casale Monferrato (AL), Marietti, 1984, pp. 258-259; G. SCIACCALUNGA, Camillo Corsanego, Roma, Ancora, 1969. 55 Cfr. Adunanza del Consiglio Supremo [CTRL o superiore?] e degli Assistenti ecclesiastici regionali del 22 novembre 1925, in AACI, fondo GIAC, b. 591. Il verbale si interrompe a questo 52 52 vivere. Il centro deve fare il possibile per dare alle Diocesi senza giornali un organo. Ma i giornali è bene che continuino a vivere»56. Se ne parla anche in una adunanza di Presidenza dell‟aprile 1926 mentre si considerano i rapporti della GCI con le nuove «istituzioni giovanili» (del regime) e si conferma che «i giovani non possono contemporaneamente appartenere a più associazioni, specialmente se aventi metodi organizzativi e scopi precipui diversi». In quel contesto si fa cenno anche all‟appoggio da dare alla nuova associazione promossa dalla Unione donne, i «Fanciulli cattolici» e alla stampa: «l‟accenno del Presidente alla Stampa giovanile e alla mancanza di giornali in alcune regioni accende una animata discussione. A conclusione si raccomanda di spronare i Circoli e le Federazioni a prendere accordi coi giornali delle regioni limitrofe per la pubblicazione delle loro corrispondenze, e si prende impegno di studiare il modo a che un giornale del centro si interessi del movimento di quelle regioni sprovviste di stampa propria»57. Questo il quadro in cui nel 1928 il giornale «L‟Aspirante» diviene organo nazionale della GC. L‟azione di Zeno Saltini va così ad inserirsi, sul finire degli anni „20, in quell‟attenzione della Gioventù cattolica per le nuove generazioni58 che, come abbiamo visto proprio allora, si fa più organica ed insistente. Non si tratta solo di una mobilitazione organizzativa, vi è la consapevolezza che anche i ragazzi sono chiamati all‟apostolato, come scriverà il presidente generale Camillo Corsanego sul primo numero a tiratura nazionale59 del giornale per gli aspiranti (che prosegue la numerazione, anno quinto, del predecessore carpigiano)60. punto. Nel libro dei verbali comunque sono stati inseriti gli appunti (scarni) che seguono e che certamente costituiscono la traccia per il verbale stesso. 56 Ibid. 57 Cfr. Verbale Adunanza di Presidenza con i consiglieri non residenti, 21 aprile 1926, in AACI, fondo GIAC, Libro verbali 1922-26, b. 491 (mancano alcune pagine). 58 La cura e l‟attenzione educativa per i giovani sono preoccupazioni che percorrono tutta l‟esperienza di Zeno Saltini. Nell‟ottobre 1972 don Zeno affermerà: «Io credo che bisogna cominciare a persuaderci che i nostri ragazzi devono partecipare alla vita e non dare valore solo alla scuola. Perché danno valore alla scuola e non al lavoro? Oppure perché odiano la scuola e vogliono lavorare? Perché noi non siamo capaci di fare un‟unità: creare un unum nella visione della vita. Questa è l‟educazione» (Z. SALTINI, L’educazione alla scuola, in «Quaderni di Nomadelfia», n.. 4, p. XYX. Per altri riferimenti a tematiche educative, cfr. N. GALLI, Pedagogia della coeducazione, Brescia, La Scuola, 1977, pp. 339-340. 59 In una manchette interna si da notizia che il nuovo giornale, che costa lire 0,75, ha raggiunto in 3 mesi le 14.000 mila copie. 60 Nella stessa adunanza del 30 novembre 1934, si passa poi a trattare dell‟ufficio stampa, adottando una decisione che riguarda il giornale «L‟Aspirante»: «Constatato lo sviluppo di detto giornale si delibera di scrivere una lettera lodando e raccomandando, insieme con le altre pubblicazioni per bambini, questa che più particolarmente vuole occuparsi dei nostri Aspiranti. L‟ufficio stampa incaricherà un suo membro per rendere sempre migliore il fumetto». 53 A 10 anni dall‟uscita del primo numero de «L‟Aspirante», nella prima pagina di quello che dopo i „fatti del „31‟ diventa «il quindicinale per gli aspiranti della Giac», è riportata una breve ricostruzione a misura… di aspiranti: «Il 26 febbraio 1924, vigilia di S. Gabriele dell‟Addolorata, nasceva a Carpi il giornale + [sic!] bello del mondo. Nasceva piccolino… e settimanale! Nel 1925 già come per tutte le diocesi dell‟Emilia. Ma presto cominciava a sconfinare… e nel 1926 fila diretto giù per lo Stivale, e da Alba dove si stampa dalla Pia Società San Paolo - come tutta Italia. Nel 1928, l‟ultima definitiva tappa: Roma!»61. 5. Zeno e l’Università: dalla FUCI modenese all’Università Cattolica Zeno si iscrive all‟Università di Modena nel novembre 1923. Purtroppo, scarse sono le notizie sulle attività della FUCI modenese. Nella città emiliana operavano nei primi anni ‟20 due circoli fucini, uno femminile «Lux et Ignis», e uno maschile «L.A. Muratori»62 in cui opererà anche Zeno, coinvolgendosi nella riflessione culturale e formativoreligiosa63. Di notevole spessore le lezioni settimanali tenute su temi di apologetica dall‟assistente del circolo maschile, don Carlo Dondi. Tra i relatori passati per il gruppo fucino di Modena anche Francesco L. Ferrari64. Del Circolo fucino modenese Zeno Saltini verrà eletto vicepresidente nell‟assemblea dei soci tenutasi il 21 novembre 192365. Non abbiamo invece traccia di un proseguimento dell‟esperienza fucina quando Zeno si trasferisce alla Cattolica di Milano, anche se nel 1927 Zeno è nominato incaricato diocesano della FUCI di Carpi con il compito di «far conoscere la Fede con le sue iniziative di carattere religioso-culturale; di mantenere il contatto tra i giovani iscritti e la Presidenza, specie duran- Anno XI , in «L‟Aspirante», 15 febbraio 1924. Cfr. A. PAGANELLI, Il cattolicesimo modenese tra le due guerre. Gerarchia ecclesiastica, Azione Cattolica, Partito Popolare, Tesi discussa presso l‟Università di Bologna, a.a. 1979-80, pp. 373 e sgg. 63 Per questa attività, a titolo esemplificativo, cfr. «Il Popolo» del 1° aprile 1923; 30 marzo 1924; 22 giugno 1929; 12 febbraio 1927. 64 La notizia è tratta da B. BERTOLI, I circoli della FUCI in Italia settentrionale, in P. PECORARI (a cura di), Chiesa, Azione Cattolica e fascismo nell’Italia settentrionale durante il pontificato di Pio XI (1922-1939), Atti del Convegno di Storia della Chiesa, Torreglia 25-27 marzo 1977, Milano, Vita e Pensiero, 1979, p. 1097; l‟autore segnala anche come questo invito avvenisse mentre molti gruppi fucini prendevano le distanze dal PPI. 65 Ved. «Il Popolo», 25 novembre 1923. 61 62 54 te le vacanze estive; di adoperarsi per avviare alla Fuci gli studenti medi che passano alle scuole superiori»66. Zeno ad un certo punto matura, nell‟ambiente della GC, la scelta di trasferirsi dall‟Università di Modena alla Cattolica, da poco fondata da padre Gemelli e fortemente sostenuta dall‟Azione cattolica, e particolarmente dalla Gioventù femminile di Armida Barelli. Il 26 ottobre 1926 Zeno fa domanda di essere iscritto al IV anno di Giurisprudenza presso l‟Università del Sacro Cuore, munito di attestato di buona condotta, firmato dal canonico Armando Benatti, che scrive testualmente: «Attesto che il giovane Saltini Zeno di Cesare, da oltre due anni dimorante in quest‟Opera [Realina] che lo annovera tra i principali fondatori e Presidente della Federazione Giovanile e della Scuola Operai Arti e Mestieri, e studente universitario, ha sempre tenuto esemplare condotta religiosa e morale». Il trasferimento nella metropoli lombarda non gli fa perdere il contatto con i giovani cattolici di Carpi per cui scrive articoli e corrispondenze pubblicati sul giornale «Cuor di giovani», che lui stesso ha contribuito a fondare. La scelta dell‟Università Cattolica è vista da Zeno Saltini come un arricchimento per un ulteriore servizio ai suoi giovani; scrive ad esempio nel 1926 dall‟Università Cattolica come presidente federale „in trasferta‟: «Tra questi banchi, in quelle aule, in quell‟Università che sola vive della carità, che è scaturita maestosa dai più profondi sentimenti di Carità Sociale, che diffonde nei cuori di noi studenti e Carità e Scienza anch‟io ho voluto venire non per me, ma per voi, amici carissimi della Diocesi di Carpi». Singolare la concezione dello studio, coniugata ad una forte applicazione della volontà: «Anche all‟università - è Zeno che scrive - quando arrivavo io c‟era un po‟ di rivoluzione: si giocava, ci si divertiva» e ciononostante in un anno riuscì a dare sedici esami. Voto finale 75 su 110, livello assai basso; ma Zeno si sarebbe accontentato anche di qualche punto in meno: «Io cercavo di risparmiare l‟intelligenza, perché l‟intelligenza va rispettata: insaccare troppa roba fa male, genera confusione di idee». E lui a tal proposito ha le idee ben chiare: «C‟è gente che ha studiato molto e non capisce niente in certi campi, ed è andata a immergersi in un mare di guai, di idee, di chiacchiere, di opinioni… Io me ne infischiavo delle opinioni, mi interessava solo la verità: questo è vero e mi va bene, questa è una verità e la studio»67. 66 Cfr. «Bollettino ufficiale della diocesi di Carpi», 15 maggio 1927, p. XYX. Z. SALTINI, È l’ora di Dio; dobbiamo andare al varco, discorso tenuto a Nomadelfia, 5 gennaio 1978, in AN. 67 55 Sì allo studio, alla lettura, se è un modo per apprendere cose importanti. Egli stesso scrive, proprio dall‟Università Cattolica nel 1926 per sollecitare, in modo del tutto originale, l‟amore per la lettura e lo studio: «Vi annoiate?...come facciamo allora? Tentatele tutte, ma leggete il vostro periodico, il vostro cuore... Caso mai leggete cantando!!… Si dice di un mattacchione che, non riuscendo a star far fermi gli aspiranti o riunirli, ne inventò una bella: Incominciò a insegnare il Pater Noster in musica... ma con una musica un po‟ strana: Pater Noster qui es in Caeli tralalera trala la lera... sanctificetur Nomen tuum tralala la la lera trala la la la ecc!!... Per informazioni precise rivolgetevi ad Arnaldo Pozzetti... me la insegnò tornando da Assisi»68. Un episodio memorabile dell‟esperienza universitaria di Zeno è certamente il „diciotto‟ conquistato in procedura penale: «si era presentato al prof. Zanzucchi con i quattro volumi intonsi, con le pagine ancora da tagliare, quasi scusandosi: “Guardi, professore, per quello che faccio io - e gli ho raccontato quello che facevo all‟Opera - la procedura penale non serve proprio a niente”. Il comprensivo professore, presidente della commissione esaminatrice, trovò il modo di farlo promuovere»69. Le domande le avrebbe fatte lui, Zeno doveva limitarsi a dire sì a un concordato cenno degli occhi del professore, e no se il detto esaminatore non batteva ciglia… Discusse la tesi di laurea con il prof. Messineo su un tema a lui più congeniale: «Il diritto di famiglia è regolato nell‟ordinamento positivo italiano a sistema autonomo». Il professore accettò questa tesi singolare, aiutandolo a superare l‟esame. Nell‟Archivio di Nomaldelfia è conservata una lettera del prof. Zanzucchi dell‟aprile 1933, con la quale ringrazia don Zeno dell‟invio del suo libro Tra le zolle. Il dialogo tra docente e studente trovò modo di proseguire. Il voto della discussione della tesi fu favorevole, cioè senza infamia e senza lode. Tra i suoi docenti Zeno aveva avuto anche A.C. Jemolo e tra gli studenti aveva conosciuto Giuseppe Bettiol, il futuro esponente della Democrazia cristiana70 ed era stato apprezzato da Michele Pellegrino (futuro cardinale di Torino). Un aspetto di sicuro rilievo che purtroppo ci è impossibile indagare è il rapporto tra padre Gemelli e don Zeno. Infatti le lettere inviate da Zeno al fondatore dell‟Università Cattolica in data 22 febbraio 1928, 4 settembre 1928 e 22 gennaio 1930, pur risultando registrate nel protocollo, sono andate perdute71. 68 Z. SALTINI, Lettera da Milano, cit., p. 3. Cfr. M. SGARBOSSA, Don Zeno, cit., pp. 48-49. 70 Ibid., p. 49. 71 Sui documenti mancanti nell‟Archivio Gemelli, ved. M.A. COLOMBO, Note sull’Archivio dell’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano, in «Bollettino dell‟Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia», XVII, 1983, n. 2, pp. 337-349. 69 56 Gli anni della Cattolica sono anche quelli di un definitivo discernimento vocazionale. Nel 1929, dopo la laurea, consigliato da don Calabria, presso cui, a Verona, trascorre giornate di studio, si reca a Trento presso il gesuita p. Francesco D‟Alfonso per un corso di esercizi spirituali, dove matura la decisione di farsi sacerdote. Da quella data - il 1931 - inizia un apostolato tanto fecondo quanto originale, prima in una parrocchia del carpigiano, poi in quella che diventerà la sua Opera e che darà vita, attraverso alterne vicende, a Nomadelfia. 6. L’apostolato sociale Un‟ultima sottolineatura merita di essere fatta. Anche la formazione sociale e politica di Zeno Saltini nasce nell‟ambiente povero e schietto della sua infanzia, e matura nell‟esperienza fatta con la GC: «Si facevano dei convegni, noi, giovani cattolici e allora i socialisti, contro-convegni. A Parma abbiamo fatto un congresso dei giovani cattolici; eravamo diecimila. Ogni tanto il corteo si fermava: cos‟è successo? Era un incidente, erano botte»72. Il convegno cui si riferisce è quello tenutosi a Parma il 23 agosto 1920. Ma in realtà, come per molti giovani cattolici in quegli anni, l‟esperienza di apostolato ha un peso superiore a tutto il resto e si traduce in una attività febbrile; è ancora lui a raccontarlo: «Intanto ero impegnatissimo nella Gioventù Cattolica. Andavo spesso in motocicletta con un mio amico a fare propaganda della Gioventù Cattolica nelle parrocchie, fin in montagna»73. Il carattere originale di Zeno, la sua inclinazione verso i poveri, i diseredati, lo porta ad una sorta di disinteresse per l‟agone politico: «A me del problema cristiano interessavano più i problemi sociali che quelli politici, così ho partecipato poco al Partito Popolare; ho assistito a qualche loro manifestazione, ma non ero iscritto»74. Più volte negli anni seguenti Saltini verrà frainteso o apertamente osteggiato, anche perché, come egli stesso diceva, il suo pensiero politico era semplice: «il pensiero e l‟Opera Sociale della Chiesa sono molto semplici: Iddio è Padre, noi siamo figli, quindi fratelli tenuti ad amarci come Cristo ci ha amati». Un’intervista, una vita, p. 27. Ibid. 74 Ibid., p. 26. 72 73 57 Da questo punto di vista, nella sua visione, come egli spiegherà a metà degli anni „40, i tre grandi partiti di massa il comunista, il cattolico e il socialista, finiscono per essere messi sullo stesso piano. Nessuno dei tre indovina la vera e profonda esigenza delle masse lavorative e dei diseredati, perché il litigio ideologico che li differenzia non inerisce alle massime aspirazioni delle masse, le quali sarebbero ben più felici se si superasse la crisi del contrasto affermando la più dignitosa e rispettosa convivenza etica, non potendosi realizzare uno stato a base di una sola ideologia, sia pure la più perfetta, senza creare un profondo abisso di divisioni pericolose alla pace del Paese e alla ripresa della vita nazionale ed internazionale. Ed è per questo che prevale «la difficoltà di spazzar via ogni possibilità giuridica di sfruttamento dell‟uomo sull‟uomo»75. Dopo „avere detto messa‟ nel 1931, don Zeno prosegue, in quel contesto sperimentale e contagioso per i paesi vicini, la sua esperienza di servizio al popolo attraverso il popolo. Sono pagine pionieristiche e sperimentali di un apostolato con i ragazzi. È un percorso fatto da cercatore della giustizia, ma che passa per la lunga parabola di sequestri conservativi, di polemiche a volte dure, ruvide, di insegnamenti che si possono consentire solo a chi lascia trasparire che il fuoco è acceso e brucia! Fa le sue prime esperienze pastorali nella Bassa modenese, dove la popolazione, composta prevalentemente da contadini poveri e da braccianti agricoli, ora ormai tutta da decenni, lontana dalla Chiesa, segnata da una lunga esperienza socialista, e ancora, al tempo del fascismo, dalla miseria e dalla emarginazione, in condizioni culturali e materiali subumane, di cui pativano soprattutto i bimbi e i giovani senza adeguato riferimento familiare. A S. Giacomo Roncole, dove vive una lunga esperienza da curato, trova quasi subito l‟intesa con il vecchio parroco: «Don Archimede avrebbe badato agli anziani, agli ammalati e don Zeno si sarebbe dedicato in particolare ai giovani, o meglio, come amava dire, al popolo e ai figli del popolo. Realizzò subito la vecchia idea del cinematografo perché questo mezzo attirava la gente come il miele attira le mosche»76. Pubblica un giornalino intitolato «Piccoli Apostoli», con il quale diffonde, anche nei paesi vicini, l‟idea di un cristianesimo più autentico. Il vescovo, mons. Pranzini, il 22 gennaio 1933 benedice le attività nate attorno a don Zeno: è la nascita dell‟Opera Piccoli Apostoli (che diventerà poi Nomadelfia)77. 75 Z. SALTINI, La fraternità umana e cristiana è condizione indispensabile per il benessere sociale, in «La Lanterna», 5 maggio 1946. 76 M. SGARBOSSA, Don Zeno, cit., p. 72. 77 Nomadelfia è un popolo nuovo, cit., p. 19. 58 Dopo 5 anni di attività, nell‟agosto 1937 il cardinale Nasalli Rocca benedice solennemente l‟Opera Piccoli Apostoli. Il cronista riferisce circa «la presenza dei dirigenti diocesani dell‟A.C. di cui ha goduta per molti anni la vicinanza, vicinanza fatta cristianamente di amicizia, di collaborazione diuturna nel campo dell‟A.C. Giovanile»78 Conclusione Zeno Saltini ha avuto un modo originale di affrontare l‟esperienza e i passaggi della vita: ed è così per lo studio e per l‟Azione Cattolica. Racconta egli stesso: «Mi volevano fare presidente della federazione diocesana di Carpi della Gioventù Cattolica. Fu fatto un congresso e mi pregarono di accettare. Ho detto: “Io accetto se mettete questi dodici come consiglieri; voi votate, se manca uno dei dodici, io non accetto la presidenza”. E infatti hanno eletto tutti i dodici. Ci siamo messi al lavoro. Siamo andati in tutte le parrocchie alla sera e alla domenica. Avevo una buona motocicletta, una Norton, e andavo a trovare „sti ragazzi dei paesi, parlavo con loro e poi li portavo a girare in motocicletta, li facevo divertire. In un anno organizzammo molto la Gioventù Cattolica. Nella sede di Carpi si fecero dei ritrovi: alla sera chi pitturava, chi faceva plastica, chi si addestrava in biblioteca. Pian piano tutta la gioventù si univa lì. Si facevano degli spettacoli molto belli, delle associazioni sportive. Alle volte si organizzavano delle conferenze. Abbiamo fatto delle gite a Bologna, Firenze, Assisi, fino al mare. Mentre si faceva questo, c‟era la lotta tra la gioventù cattolica e i fascisti»79. Una lotta che, come quella precedente con i socialisti, vedeva finire più di una manifestazione nella provocazione e nella violenza: «A certuni facevano bere dell‟olio di ricino. Cantavano „sti fascisti: “olio, petrolio, benzina minerale, per i socialisti e il Partito Popolare”. Il Partito Popolare eravamo noi cattolici […]. Il mio vice-presidente Ganassi, un giorno in piazza ha preso tante di quelle botte, poverino»80. L‟esperienza formativa, educativa, apostolica fatta nell‟Azione cattolica incide a fondo sulla personalità di Zeno; l‟impegno in Gioventù cattolica comprende anche la fraterna collaborazione con belle figure di preti come il don Benatti con cui Zeno fonda l‟Opera Realina 81, Z. SALTINI, Il card. Nasalli Rocca benedirà oggi la sede dell’Opera Piccoli Apostoli, in «L‟Avvenire d‟Italia», 3 agosto 1937. 79 Cfr. Un’intervista, una vita, pp. 38-39. 80 Ibid., p. 39. 81 «Zeno fondò con il canonico Armando Benatti l‟associazione carpigiana dedicata a questo santo col nome appunto di Opera Realina, che si dedicava particolarmente alla formazione dei giovani e più spesso al recupero degli sbandati». Cfr. M. SGARBOSSA, Don Zeno, cit., p. 40. 78 59 ma anche con una figura decisiva di vescovo, mons. Giovanni Pranzini, giunto a Carpi nel 1925. Il tipo di approccio che Zeno ha con i sacerdoti, con i vescovi, e più estesamente con la stessa azione pastorale, porta con sé il timbro, lo stile, pur nell‟adesione con l‟ecclesiologia del tempo82, di un laicato consapevole. Un laicato che si rapporta alla gerarchia, sapendo di essere anch‟esso parte viva della Chiesa, e di questo è senz‟altro debitore allo stile, all‟ambiente, al clima che si respirava in Azione cattolica. Un rapporto quindi che è di figlio, ma sa di poter usare i toni della fraternità, perché al di là dei ruoli, tutti siamo inseriti nella Chiesa come fratelli. L‟Azione cattolica come esigente forma di collaborazione con la gerarchia - come notoriamente la definirà più volte il pontefice del tempo, Pio XI - è anche una strada per maturare, nella collaborazione quotidiana dell‟apostolato, ulteriori chiamate, vocazioni di servizio e dedizione più radicali e definitive. Non sappiamo in che misura ciò abbia contribuito alla maturazione della vocazione di Zeno, ma ne abbiamo delle avvisaglie, ad esempio, in quel dialogo con mons. Pranzini che egli stesso più volte racconterà: «Una volta dico: “Vede, eccellenza, qui è il caso di saltare a piedi pari venti secoli di cristianesimo e ripartire da capo; tesoreggiando questi venti secoli di esperienza, però riprendere da capo”. Mi ha detto: “Tienila da conto, questa è un‟idea di Dio”. “Stia tranquillo che ci vado per quella strada”»83. Tanto che l‟AC amata, vissuta da protagonista entusiasta e trascinatore in sella della sua Norton, finisce per andargli stretta: «Mi ero messo nell‟Azione Cattolica, però io avevo aspirazioni diverse; non condividevo quella vita; io pensavo oltre; facevo queste cose come forma di vita possibili in quei tempi, ma pensavo ad altro. Pensavo a rispondere all‟anarchico, cioè a piantarmi su una vita che dimostrasse che la mia fede non andava per niente contro il progresso»84. Il suo legame con l‟AC, anomalo, critico finché si vuole sotto il profilo organizzativo, disciplinare, burocratico, potremmo dire - e come poteva essere diversamente con quel carattere! - riappare come vitale se riprendiamo le grandi intuizioni con cui, anche grazie agli anni di impegno nell‟associazionismo laicale, maturano in lui. In sostanza si verifica per don Zeno ciò che accade a molti fondatori di opere per i quali si può dire che «la linfa viene dalle radici» (Paolo VI). Due intuizioni che - come Ved. G. MARTINA, L’ecclesiologia prevalente nel pontificato di Pio XI, in A. MONTICONE (a cura di), Cattolici e fascisti in Umbria (1942-1945), Bologna, il Mulino, 1978, pp. 221-235. 83 Cfr. Un’intervista, una vita, p. 41. 82 60 ha notato Raffaele Cananzi85 - in nuce sono riconducibili all‟azione che Saltini svolgerà con coerenza per tutta la vita: i ragazzi visti come possibili soggetti, nella Chiesa e nella società, da sostenere con affetto fraterno con una sollecitudine che ha lo stile della famiglia aperta più che del collegio e dell‟istituzione e l‟apostolato sociale. Quel percorso formativo cioè che, fortemente radicato nella dimensione religiosa e spirituale della vita, apre alla formazione globale della persona secondo l‟insegnamento della Chiesa che, già negli anni ‟20, per bocca di Pio XI, chiedeva al laicato di formarsi dal punto di vista «religioso, morale, sociale, civico e politico». È la fede che nel processo formativo diviene vita, si incarna nelle concrete situazioni storiche: «un apostolato di fatto delle opere, della carità individuale, familiare e sociale» (Pio XI). Sono queste intuizioni che interpellano l‟AC di oggi e con essa l‟intera comunità cristiana. La vicenda terrena di don Zeno trascorre per il resto dei suoi anni al di fuori dell‟Azione cattolica86. Ma la sua vicenda è legata all‟AC nel senso che l‟esperienza vissuta intensamente ha la capacità di coinvolgere in profondità il credente con la vita della Chiesa, così come di favorire in essa la maturazione di un sensus ecclesiae che è possibile riconoscere in don Zeno, in tutta la sua lunga vita ricca di frutti e di opere, anche nella stagione dolorosa della riduzione allo stato laicale. La fede vissuta insieme nella formula associativa in quel laicato che cercava il proprio ruolo nella Chiesa e nel mondo, ha contribuito a far cogliere i bisogni, le attese, le speranze dell‟ambiente di vita. Una fede che si apre alla realtà, che si fa storia a partire dalle esigenze del mondo circostante, dell‟uomo concreto. 84 Ibid., p. 45. R. CANANZI, Testimonianza pronunciata a Nomadelfia il 19 maggio 1991, in occasione dell‟avvio del Comitato per le celebrazioni del centenario della nascita di don Zeno Saltini, testo dattiloscritto conservato in AN. 86 Quando egli incontra difficoltà con la struttura ecclesiastica (siamo ormai negli anni Cinquanta), l‟AC, è, nella sua struttura ufficiale, silente. Non risulta si esprimesse in modo critico, ma certo, nel clima di quegli anni, è allineata sulle posizioni ufficiali, anche se molti singolarmente manterranno simpatia per le opere e le prese di posizione di questo „prete scomodo‟. 85 61 Gian Paolo Marchi Il riconoscimento di una paternità spirituale: don Zeno Saltini e don Giovanni Calabria «Nam et ego filius fui patris mei» (Prov 4,3) Per ricostruire la fitta trama dei rapporti intercorsi tra don Zeno Saltini e don Giovanni Calabria dobbiamo rifarci a testimonianze che provengono da diverse fonti. Possiamo contare, innanzitutto, sul carteggio1 che intercorse fra questi due uomini, così diversi per carattere, formazione e scelte operative, ma uniti da una straordinaria energia spirituale, da un'esigenza mai elusa di assoluto. Abbiamo poi un articolo del 1974, in cui don Zeno rievoca con la ben nota vivacità i «nutrienti consigli, sempre soprannaturali fino al Varco della sua gloria» ricevuti da don Calabria2, in cui confluiscono alcuni dei ricordi registrati su nastro e conservati nell‟Archivio di Nomadelfia3; va inoltre tenuto presente il materiale autobiografico desunto dalla 1 Otto lettere a don Calabria sono state pubblicate in Lettere: n. 5, pp. 28-29 (Carpi, 8 marzo 1928: «Ho parlato con S. E. Mons. Vescovo del grande dono...»); n. 7, p. 32 (Carpi, 18 dicembre 1930: «Ecco un‟altra tra le Grazie molte...»); n. 10, pp. 42-43 (Bologna, 21 luglio 1939: «In questi giorni la Divina Provvidenza...»); n. 11, pp. 44-46 (30 luglio 1939: «Mi è giunta come un dolore...»); n. 14, pp. 53-54 (19 luglio 1940: «Da molto tempo non riusciamo a vederci...»); n. 42, pp. 149-151 (Nomadelfia, 22 novembre 1949: «La ringrazio della sua lettera che mi riconferma...»); n. 68, pp. 263-64 (Assisi, 6 febbraio 1952: «Ieri mattina mi è stato comunicato a Roma. che il Santo Ufficio mi ha dimesso da Nomadelfia...»); n. 84, p. 311 (Modena, 18 settembre 1952: «D. Vincenzo mi ha fatto leggere la sua cara lettera...»). Desidero ringraziare sentitamente per l‟aiuto ricevuto nelle ricerche Francesco di Nomadelfia e don Luigi Piovan della Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza (Verona, San Zeno in Monte), che hanno liberalmente e prontamente messo a disposizione documenti e lettere di don Calabria e di don Zeno conservate negli archivi da loro diretti, nonché prezioso materiale bibliografico. 2 Z. SALTINI, «Semo omeni», in «L‟amico dei Buoni Fanciulli», XLIV, 1974, n. 1, gennaio, pp. 19-20. 3 Amare come i santi, «[incomprensibile] che c‟è in noi è così forte...» (Milano, 17 gennaio 1950); Incontro con don Calabria nel dott. Antonio Consolaro suo figlio prediletto, 62 registrazione del racconto orale di don Zeno Saltini «raccolto dal regista Giuseppe Fina in vista di un progetto cinematografico», integrato con l‟adattamento di «scritti, discorsi, meditazioni, lettere, verbali e delibere assembleari, articoli di stampa, ecc.» messi a disposizione dall‟Archivio storico di Nomadelfia o desunti dalla stampa o da altre fonti4; di notevole spessore è anche la testimonianza di fr. Elviro Dall‟Ora, che in una serie di scritti pubblicati nella rivista della congregazione veronese ha rievocato, anche sulla scorta del carteggio, la storia di un'amicizia spirituale che segnò il destino del giovane Zeno5; utili suggestioni vengono anche da un libretto scritto da un profondo conoscitore di don Calabria, che da una serie di fatti importanti o apparentemente marginali consente di costruire la cifra complessa ma riconoscibilissima della spiritualità del grande pescatore di anime veronese6. Colpisce, nella storia dei rapporti umani intrattenuti da don Calabria, l‟assoluto disinteresse per ogni calcolo di convenienza mondana, per ogni prospettiva gerarchica (nel quadro, s‟intende, di un‟incondizionata fedeltà alla parola e all‟autorità del papa e del vescovo); tra i destinatari delle sue lettere si contano personaggi illustri della Chiesa e del mondo culturale (ricorderemo il carteggio in latino col noto studioso e scrittore inglese Clive Staples Lewis7, l'autore delle a suo tempo famose Lettere di Berlicche, la cui vicenda è stata di recente riproposta nel film Viaggio in Inghilterra), accanto a modesti sacerdoti e a persone semplici, ma impegnate in una sincera ricerca di perfezione cristiana. Don Calabria era nato a Verona nel 1873, e alla fine degli anni Venti l‟opera da lui fondata, intesa a venire incontro ai ragazzi in stato di abbandono o disagio familiare, «[incomprensibile] Nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così sia. Giacché qui c‟è un mio caro amico che era intimo...» (Chiusi della Verna, 29 agosto 1962); Il vostro fondatore: don Calabria. Ai poveri Servi della Divina Provvidenza, inc. «Pensare, quando dico il Padre nostro, quando dice “Rimetti i nostri debiti”...» (Maguzzano, 27 luglio 1972, ore 16,45). I discorsi si trovano in AN. 4 Un’intervista, una vita. 5 E. DALL‟ORA, L’amore, prova del 9 per i santi, in «L‟amico dei Buoni fanciulli», LII, 1981, n. 2, marzo, pp. 12-13; La verifica di una vocazione, ibid., LII, 1981, n. 3, aprile, pp. 10-11; Sacerdote per i poveri, ibid., LII, 1981, n. 4, maggio, pp. 12-13; Nomadelfia è una proposta. L’amore vince ogni cosa, ibid., LII, 1981, n. 5, luglio, pp. 9-11. 6 R. LODETTI, I fioretti di don Calabria. Episodi, fatti, incontri, dialoghi, Roma, Edizioni Dehoniane, 1994, pp. 217-218. 7 G. CALABRIA - C. S. LEWIS, Una gioia insolita. Lettere tra un prete cattolico e un laico anglicano, a cura di L. Squizzato, prefazione di W. Hooper, Milano, Jaca Book, 1995. Il libro è importante anche perché fornisce una bibliografia degli scritti di don Calabria. 63 faticosamente avviata sotto l‟episcopato del card. Bartolomeo Bacilieri (1900-1923), che pure aveva manifestato affetto e stima per quel suo prete santo e testardo, aveva trovato finalmente riconoscimento e appoggio da parte del successore mons. Girolamo Cardinale (vescovo di Verona dal 1923 al 1954). Il 6 giugno 1925 il vescovo aveva infatti ordinato sacerdote a San Zeno in Monte Augusto Cogo, il primo dei tre chierici di don Calabria cui aveva concesso l‟autorizzazione, in precedenza negata, a frequentare in qualità di esterni i corsi di teologia del seminario veronese: si tratta di una data che segna l‟avvio di un processo di consolidamento anche istituzionale dell‟Opera8. Certo altre prove (come quella, tremenda e umanamente affliggente, ancorché provvidenziale, dell‟invio a San Zeno in Monte di un visitatore apostolico) attendevano l‟Opera di don Calabria, che però nel 1928 già splendeva come l‟evangelica civitas in monte, allorché il giovane Zeno Saltini, disorientato per il fallimento dell‟Opera Realina (fondata a Carpi allo scopo di togliere dalla strada ragazzi appartenenti a famiglie svantaggiate, ed esposti a disavventure giudiziarie per episodi, come oggi si dice, di microcriminalità9) fu esortato dal suo vescovo Giovanni Pranzini a chiedere il consiglio di don Calabria, la cui fama di santità si era sparsa oltre le mura scaligere: del resto, lo stesso canonico Armando Benatti, fondatore con Zeno Saltini dell‟Opera Realina, era in contatto con don Calabria, considerato come «direttore spirituale della piccola famiglia»10. Alla disillusione per la fine di un‟iniziativa nella quale aveva riversato tante speranze, si aggiungeva nell‟inquieto Saltini un‟incertezza di fondo circa il significato e l‟indirizzo da dare al fervore della sua giovinezza, ormai non più acerba (era nato a Fossoli il 30 agosto 1900): congedato dal servizio militare nel 1920, nel 1923 si era iscritto alla facoltà di giurisprudenza dell‟Università di Modena, passando poi, nel 8 M. GADILI, San Giovanni Calabria. Biografia ufficiale, Cinisello Balsamo (MI), Edizioni San Paolo, 1999, pp. 178-79. Gli altri due seminaristi furono Stanislao Pellizzer e Giovanni Franchini. 9 L‟Opera, fondata con il canonico Armando Benatti, aveva preso il nome da Bernardino Realino (1530-1616), che prima di entrare nella Compagnia di Gesù aveva svolto la sua attività di magistrato in varie parti d‟Italia, finendo come uditore e luogotenente generale di Napoli: cfr. M. SGARBOSSA, Don Zeno ...e vinse il sogno, Roma, Città Nuova, 1999, pp. 39-40. 10 È anzi interessante ricordare che, prima dell‟incontro diretto, l‟esortazione alla docilità e i consigli di don Calabria erano considerati da Zeno come inaccettabili: «Intanto recalcitra: “Don Calabria suggerisce che io devo essere strumento docile nelle sue mani? Ma neanche per sogno...”. Tanto per cominciare, Zeno ritiene che don Calabria, con i suoi principi “renda l‟Azione Cattolica un corpo morto, un gran corpo senza testa nelle mani di un assistente ecclesiastico”. Poi corregge il tiro: “Sono un socio disponibile, fino a che non si manifesti contrariamente la volontà del Signore”». Cfr. M. SGARBOSSA, Don Zeno, cit., pp. 53-54. 64 1926, all‟Università Cattolica di Milano, seguendo i corsi con esiti modesti, proporzionati del resto alla scarsa dedizione allo studio, e attirandosi così i rimbrotti della pur amorevole famiglia; persegue un progetto matrimoniale, che ad un certo punto lascia cadere, mandando alla sua ragazza una brusca lettera di addio; né si tratta di un episodio isolato, perché Zeno è aperto all‟amore: «Mi innamorai di una fanciulla, poi di un‟altra, e non vedevo nient‟altro che lei. Di giorno, di notte, sempre la mente, il cuore erano in fermento per questa creatura. Uno sguardo, un incontro, una parola, una lettera erano tesori. Piansi quando tutto svanì. Amai ancora le donne, soffersi, piansi amaramente, sognai mille scene di vita domestica. Ma tutto svanì. Fu vero amore?11». Questa esigenza di autorealizzazione sentimentale, vagheggiata nelle „mille scene di vita domestica‟ costruite nella fantasia, era destinata a sublimarsi nell'empito di paternità e di maternità che finirà per concretarsi nella struttura di Nomadelfia, secondo un disegno provvidenziale faticosamente riconosciuto, prontamente accettato, inflessibilmente perseguito, appassionatamente amato. Fin dall‟inizio del suo cammino, segnato da infiniti ostacoli di carattere materiale e morale, da insidie, ostilità, sofferenze, scoramenti, Zeno Saltini ebbe vicino don Calabria, la cui parola, talora percorsa da qualche accento di veneta bonomia, valse ad arginare gli impeti aggressivi, sempre ispirati ad un vivo senso di giustizia, del giovane emiliano, richiamato alla necessità di comprendere e di perdonare, sia per amore di Dio, sia per un senso di umana compassione. Ricorda don Zeno nel 1974: «Un giorno mi caricò di offese una persona che era ed è rimasta sempre mia amica. In gran parte aveva torto. Io rimasi molto sorpreso. Con buona dose di risentimento, ne parlai a don Giovanni. Don Giovanni ascoltò calmo calmo e interessato al mio racconto. Taceva e di tanto in tanto mi guardava con occhi espressivi, ma molto sereni e pensavo che poi mi desse ragione e inoltre che alla fine avrebbe d'autorità provveduto a darmi soddisfazione contro il confratello. Ma egli non si è fatto giudice. Stette un poco in silenzio e finalmente la sentenza, questa: “Eh...sémo òmeni”!. Ripensai di scatto in tutto l‟essere alle mie miserie; quasi avessi ricevuto un infuocato riverbero della sua santità. Ebbene, ci ripenso anche adesso ogni volta che le contingenze del vivere mi portano in simili incontri. E dire che sono passati non meno di quarantacinque anni! Sì, “sémo òmeni”; così parlano e fanno i santi. Essi vedono, amano, sono giusti e si rivelano tali perché vivono la Verità12». 11 Pagina di diario citata da M. SGARBOSSA, Don Zeno, cit., p. 50. 12 Z. SALTINI, «Semo omeni», cit. , p. 19. 65 Nel perseguire i suoi progetti anche don Calabria aveva una fermezza che poteva sconfinare nella testardaggine, ma, insieme, un totale abbandono alla volontà della Provvidenza e un‟affettuosa comprensione delle miserie umane. Don Zeno ricorda la storia di un pover‟uomo al quale don Calabria, quand‟era seminarista, dava quotidianamente pochi spiccioli di elemosina, regolarmente spesi in osteria; e avendogli qualcuno fatto presente che non era giusto incoraggiare il vizio, per di più di uno che bestemmiava, don Calabria rispose: «Eh, poareto, se ghe piase el vin...»; e la storia si concludeva all‟ospedale, con un moribondo che bestemmia e non vuole preti, ma solo don Calabria, che prontamente accorre, e riconosce il suo antico beneficato («Come steto? Cosa gheto?»), e con la morte del poveretto, riconciliato con se stesso e con Dio: «L‟è morto come un santo»13. La santità era di casa a San Zeno in Monte; e nel suo lungo soggiorno Zeno ebbe modo di avvicinare anche fratel Francesco Perez (1861-1937), il quale, abbandonati i vantaggi che gli venivano dall‟appartenenza ad una distinta e ricca famiglia del patriziato veronese, il prestigio della carriera forense e le attrattive della società brillante, aveva deciso di entrare come semplice fratello laico nell‟opera di don Calabria, da cui accettava di essere destinato ai servizi più duri, o l‟invito a «fare un balletto» di fronte ad un pubblico di estranei, o a tenere il filo di un aquilone per mantenerlo in quota, il che comportava il disagio di movimenti goffi e ridicoli. Ma già prima di entrare a San Zeno in Monte, il Perez soleva mettersi in fila con altri poveracci, vestito da accattone, davanti a un convento di frati per mendicare una minestra14. È probabile che a questo esempio si sia ispirato Zeno, allorché volle fare a Milano (quando frequentava la Cattolica rimanendo ospite di don Calabria) «un‟insolita esperienza, quella cioè di farsi credere un ex carcerato, per capire l‟anima, l'umiliazione e il difficile reinserimento nella società di quanti, usciti dal carcere, dopo aver scontato la pena, vengono immancabilmente emarginati». Così si fece accogliere nella Casa di Redenzione Sociale di Niguarda, diretta da don Giovanni Rossi, il fondatore della Pro Civitate Christiana di Assisi, condividendo la vita di tanti poveri disgraziati15. 13 M. SGARBOSSA, Don Zeno, cit. pp. 56-57. 14 C. SEMPREBONI, Francesco Perez, il ricco che si fece povero per seguire Cristo, Verona, Congregazione Poveri Servi della Divina Provvidenza, 1988, pp. 27-28; 83-84. 15 M. SGARBOSSA, Don Zeno, cit. pp. 60-62. 66 La determinante presenza di don Calabria nella scelta vocazionale di Zeno è ormai del tutto certa, testimoniata sia dalle memorie registrate del fondatore di Nomadelfia, sia dalle lettere. Dopo la prima conservataci, scritta da Carpi l‟8 marzo del 1928, altre ne abbiamo del 1929, emerse dalle mie ricerche: «È un fatto evidente: costì ho salvato me stesso dal naufragio ormai imminente. Fu proprio perché ero rimasto senza soldi di ritorno da Brescia per proseguire il viaggio per Carpi che il Signore mi diresse da Lei, ed ivi Le domandai le 20 lire e di punto in bianco senza avervi pensato né io, forse neppure Lei, combinammo per Bontà somma di Dio, di volare sotto codesto tetto della Provvidenza [Milano, 10 aprile 1929)]». E il 1 9 giu gn o , r ife r e n d o d e l b u o n e sit o d e ll‟e sa m e d i m e d icin a le ga le : «Se sapesse, d. Giovanni, sono giorni di dura lotta, la fatica è molta in verità, così ho modo di abbandonarmi di più nel cuore di Gesù. Sento impellente questo bisogno di abbandonarmi in tutto e per tutto nel cuore di Dio poiché la vita sempre mi appare più vuota». Compare qui forse per la prima volta questa espressione «nel cuore di Gesù», che ritornerà nel momento cruciale della dispersione di Nomadelfia. E nell‟imminenza dell‟onomastico di don Calabria, il 22 giugno 1929: «Due anni or sono appena appena conoscevo il nome di D. Giovanni Calabria, anzi di don Calabria di Verona. Oggi me lo sento sì tanto vicino!... Se lo conoscessi e lo amassi per motivi umani senza forse torneremmo nell‟oblio reciproco; ma per Iddio, per conoscere Iddio, per vivere Iddio, per trovarlo e conquistarlo in tutte le cose Lei mi accettò ed io venni. La nostra conoscenza, l‟amore di Padre e di figlio che è sorto in noi è soprannaturale, quindi deve vivere in quella categoria di cose che non sono di questa caduca terra». Il 6 ottobre, confessando in una drammatica lettera tentazioni e cadute, risoluzioni e incertezze, dichiara: «In questo momento non so se il Signore mi offra necessariamente solo quella via (il sacerdozio) né so con certezza se sia giusto tutto questo mio ragionamento. So una cosa certa: mi ripugna il sacerdozio; non mi posso prevedere sacerdote se non con un senso di intima reazione e di malinconia». Se gu o n o a lt r e le t t e r e , d a cu i e m e r ge l‟a n go scia d i u n a sce lt a p e r il sa ce r d o z io , se n t it a «co m e u n a d u r a ca t e n a ch e m i si v o glia ge t t a r e a l co llo », ch e a lla fin e è p e r a lt r o a b b r a ccia t a co n d e cisio n e , 67 a n ch e se n o n se n z a t r e m o r e e t im o r e : «Pe n sa n d o a l m io ca r a t t e r e , p en sa n d o a lla p er sever a r e e m ia di v it a p a ssa t a co r r isp o n d e r e co m e se n z a m a i p o t r e i sp e r a r e ch e co n t in u i di q u e lla a b b o n d a n t e p io ggia d i gr a z ie ? [Ca r p i, 1 5 d ice m b r e 1 9 3 0 ]». E il 20 dicembre 1930, dopo aver ricevuto il diaconato, pieno di esultanza: «In una parola, Padre, il Calvario è una gran bella via, è un gran bel dono per il ministro di Dio. Mi pare proprio che il Signore mi abbia dato l‟Appuntamento al Calvario. Mi aspetta là». Dopo essere stato consacrato sacerdote il giorno dell‟Epifania del 1931, sabato 11 gennaio don Zeno andò a Verona, e salì a San Zeno in Monte per celebrarvi la messa, accompagnato dal fratello don Vincenzo: «commoventissimo fu l‟abbraccio con Don Calabria ed altrettanto commovente fu la benedizione datasi ad entrambi, don Zeno a don Calabria e don Calabria a don Zeno»16. Don Calabria è il destinatario della relazione delle prime esperienze pastorali: «Ieri l‟altra sera e ieri sera ho predicato ai fanciulli e giovani che erano venuti in una stalla tra due mucche e vitellini ecc. Mi veniva in mente il comando di Gesù: “quello che vi dico io ora predicatelo a tutti sui tetti ecc....”17. Padre e se le nostre parole sono di vita eterna perché non ne dobbiamo dispensare a tutti, e in ogni luogo? Tra gli episodi delle missioncine che ho fatto per bontà del Signore, quello della stalla è stato uno dei più belli per l‟attenzione singolare degli ascoltatori e per la semplicità dell‟ambiente [Carpi, 2 aprile 1931]». In un‟altra missiva scriveva: «Sono qui a continuare la missioncina ai fanciulli di Rovereto e proprio nel momento in cui le scrivo sto provando una di quelle ore non infrequenti nella mia vita, cioè un momento nel quale e i fatti esteriori e la vita interiore sembrano congiurare per farmi provare un vero deserto [Rovereto, 13 giugno 1931]». A questo si aggiunge l‟angoscia per l‟esito negativo degli esami per la confessione, e per una «solennissima ramanzina del vescovo perché mi ero interessato di un‟opera di apostolato che non mi riguardava», come appare dalla lettera del 21 giugno 1931; l‟incidente si accompagna ad altre difficoltà: «I fascisti di questa parrocchia [la chiesa arcipretale di Santa Caterina di Rovereto] ritenendomi un propagandista pericoloso e un organizzatore dell‟Azione Cattolica hanno tenuto una seduta a Novi dove hanno deliberato di farmi andare via dalla parrocchia di Rovereto dietro minaccia di gravi mali. Domattina 16 E. DALL‟ORA, Sacerdote per i poveri, cit., p. 13. 17 Mt 10,27 («Quod in aure auditis, praedicate super tecta»). 68 andrò a Dio piacendo in altra parrocchia, cioè a San Giacomo Roncole presso Mirandola, come cappellano, o almeno sotto tale titolo». È diviso drammaticamente dall‟incertezza se restare sacerdote secolare, o entrare in una congregazione religiosa: «È una malinconia, o meglio, un‟agitazione che non la vorrei; e mi sforzo a persuadermi che la via intrapresa è adatta al mio carattere stesso... Comunque sia, vedo che si agita in me di quando in quando questo problema e Le assicuro, Padre, che se Lei mi dicesse di venire nella Casa Buoni Fanciulli, forse durerei poca fatica ad accettare. Oramai, Lei Padre mi conosce bene, quindi può anche decidere in merito. Crede, Padre, che io sia adatto per entrare nella Casa Buoni Fanciulli?... Se sì, sono convinto che questo sarebbe uno dei momenti più propizi per ottenere dal Vescovo il permesso di andarmene». Ma il 19 agosto 1932 la prospettiva è dichiarata ormai sorpassata, gli pare «quasi un errore»18. La dichiarazione è successiva ad una visita a Verona: lo sappiamo da una lettera scritta lo stesso giorno a don Augusto Cogo, in cui ringrazia per la recente ospitalità ricevuta a San Zeno in Monte. Siamo in un momento cruciale della vita di San Zeno in Monte: don Luigi Pedrollo aveva ricevuto da don Calabria l‟incarico di redigere un testo di nuove costituzioni, note come Brevi Sante Regole del 1924: rispetto alle Sante Norme del 1° gennaio 1909 (con aggiunte del 16 luglio dello stesso anno) che affermavano la forma laicale dei componenti della casa («i componenti della Casa siano secolari, non portino nessun vestito religioso, ma abbiano la virtù dell‟apostolo»), si assiste ad «una svolta radicale verso una clericalizzazione dell‟Istituto», lontana dall‟idea di don Calabria, che avrebbe voluto non solo una parità di fatto nel trattamento (vitto, alloggio ecc.), ma anche una «parità giuridica tra Fratelli e Sacerdoti». Di diverso avviso era la Congregazione dei religiosi, e soprattutto il vescovo di Verona mons. Girolamo Cardinale, che non vuole una «congregazione mista», ma solo «clericale». In questa prospettiva, tutti gli articoli che affidano ai fratelli una certa responsabilità di direzione della congregazione devono essere soppressi: questa la volontà del vescovo espressa in una visita a San Zeno in Monte del 28 febbraio 1932. Erano passati solo pochi giorni dall‟11 febbraio, giorno in cui il vescovo aveva dato lettura del decreto di erezione della nuova congregazione, tra l‟esultanza di tutti. Evidentemente, l‟ambiguità permaneva, alimentata anche dal comportamento di don Calabria, certo ispirato a rispetto e carità nei confronti dei fratelli: in questo senso va interpretata la delega 18 M. SGARBOSSA, Don Zeno, cit., p. 73. 69 (contro la norma canonica recepita dallo statuto) con cui don Calabria affidò la direzione di case locali ad alcuni Fratelli, ammettendoli anche al consiglio generale. Il dissidio, alimentato dal gruppo di sacerdoti di Nazareth che facevano capo a don Augusto Cogo, schierati per la congregazione clericale, scoppiò apertamente, e fu sanato (o soffocato) dal visitatore apostolico, il benedettino Emanuele Caronti, abate di S. Giovanni Evangelista di Parma, che il 20 luglio1935 rese noti i suoi provvedimenti: la comunità di chierici dissidenti fu dapprima trasferita, e poi dispersa, e il 12 febbraio 1936 don Cogo, ritenuto responsabile della ribellione, venne allontanato dalla congregazione19. Vale la pena soffermarsi su questo punto, di qualche rilevanza per la struttura stessa che verrà data a Nomadelfia. Di sicuro il tema della definizione giuridica dell‟Opera di don Calabria fu a conoscenza di don Zeno, il quale, malgrado la sua formazione giuridica, e malgrado il fallimento del tentativo di don Calabria di mettere sullo stesso piano sacerdoti e fratelli, malgrado l‟indicibile passione, il calvario del fondatore veronese, che durò per anni e anni, volle insistere su questa dimensione egualitaria, come risulta dalla lettera del 31 agosto 1944 al padre René Arnou della Compagnia di Gesù: «L'Opera Piccoli Apostoli è una fraternità cristiano-sociale tra sacerdoti in cura d‟anime e padri di famiglia. Il resto è quanto può conseguire da questa fraternità20». Tale fiducia traspare anche dalla Costituzione della popolazione dei Nomadelfi, definita come «associazione civile secondo gli articoli 36, 37 e 38 del vigente codice civile italiano»21, mentre per la Chiesa è «un‟associazione privata» e una parrocchia comunitaria. Le perplessità sulla strada da seguire - vita da sacerdote secolare o all‟interno di una congregazione - permangono comunque in don Zeno, come si ricava dalla lettera del 15 settembre 1932; ma, al di là di questa persistente indecisione, si può parlare di una vera e propria osmosi spirituale tra i due sacerdoti, se uno degli scritti più famosi di don Calabria, Apostolica vivendi forma, ispirato all‟ideale di vita cristiana quale è descritta negli Atti degli Apostoli (uscito nel 1946 e subito letto da don Zeno, 19 Chiara la ricostruzione degli eventi in M. GADILI, Don Calabria, cit., pp. 205-226; sfumata storicamente, la ricostruzione degli eventi esposta nella pur importante biografia di O. FOFFANO, Don Giovanni Calabria, Verona, Regnum Dei Editrice, 1958, pp. 319-329. 20 Lettere, I, p. 103. 70 che ne scrisse a don Calabria il 9 luglio dello stesso anno), riprende anche nel titolo una suggestione raccolta anche da don Zeno nel dare il nome all‟iniziativa avviata a San Giacomo Roncole e benedetta dal vescovo Pranzini il 22 gennaio 1933, chiamata appunto Opera Piccoli Apostoli. Su questa linea di esaltazione della purezza del cristianesimo delle origini don Zeno e don Calabria si trovano concordi in moltissimi punti non marginali, ad esempio nella durissima critica alla mondanità e alle inadempienze del clero, di cui viene esplicitamente condannata l‟avidità e il culto del denaro. Per rendersi conto di contiguità spirituale e morale sembra utile mettere a confronto una lettera di don Zeno del 12 marzo 1938 con un passo dello scritto di don Calabria. Sentiamo don Zeno: «nelle mie ore di prove è facile che la penna mi voglia portare a Lei per dirLe qualche cosa di spirituale. Purtroppo il mondo cristiano è in bonaccia. È un arresto che mi spaventa. Quando Tertulliano con aria di trionfo poteva dire all'Imperatore che il cristianesimo oramai si era impadronito nello spirito dell‟esercito, della corte, degli uffici pubblici, delle popolazioni22 si avvicinava al mondo il trionfo della Chiesa. Ma Tertulliano nel mondo oggi potrebbe parlare alla stessa maniera al Papa e dire: il Clero, i conventi, le istituzioni vostre, il popolo stesso sono invasi e dominati praticamente dal mondo. Il nemico è in casa nostra, mio caro ed amato don Giovanni! O che sono stupido o che vedo così bene! Io dico che Satana quasi vipera attorcigliata e [...] dorme e veglia accanto alla porticina del tabernacolo di Dio. La stessa preghiera dei cristiani moderni è spesse volte un canto al mondo, perché si domanda a Dio ciò che il mondo suggerisce. La via di Cristo è una sola e parte da Betlemme e arriva al Calvario... Il mondo cristiano moderno per sua... generale non ammette quella via maestra, la via del Maestro, la sola via che Lui ha segnata. Ed allora il genio umano ha saputo piegare ragione, considerazioni storiche, interpretazioni ecc. dissacrando tutto e consacrando il Vangelo ad una via ben diversa di quella di Cristo Gesù. Il Gentilesimo offrì a Cristo bambino oro, incenso e mirra... Che spavento! Oggi i cristiani rubano l‟oro, l‟incenso e la mirra donati a Cristo e li offrono con gesto idolatrico al mondo moderno! Ma, Padre, siamo diventati conigli senza energia, senza forza, senza zelo. Ma perché non difendiamo sul serio gli „interessi di Dio‟? Settantamila preti nella sola Italia!!... “Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli dell'aria hanno i loro nidi, il Figliol dell‟Uomo non sa dove posare il capo”!...23. Bisogna gettare via il cuscino; sì, sì, c‟è poco da dire... solo così potremo ritrovarci forti e invincibili nelle nostre trincee... Mi benedica». 21 La Costituzione (del 1961) è edita in appendice a D. BETTENZOLI, Nomadelfia utopia realizzata?, Milano, CELUC, 1976, pp. 193-205. 22 TERTULLIANI, Apologeticus, XXXVII, 4: «Hesterni sumus, et vestra omnia implevimus, urbes, insulas, castella, municipia, conciliabula, castra ipsa, tribus, decurias, palatium, senatum, forum; sola vobis reliquimus templa». La citazione non sembra peraltro di prima mano. 23 Mt 8,20; Lc 9,58. 71 Sentiamo adesso Don Calabria: «Il mondo è dominato dalle banche, dalle borse, dalle coalizioni finanziarie, dai trust e dalla tenebrosa potenza di un capitale anonimo, che va alla caccia del massimo di rendita senza scrupoli di speculazione. Così è sorto il capitalismo, che fino a un certo tempo signoreggiò indisturbato, ma che ora deve fare i conti con la massa proletaria che è sospinta alla riscossa. Tra i due contendenti sta una terza massa grigia composta di gente del commercio, del traffico, dell‟impiego o dotata di una proprietà più o meno estesa, la cosiddetta borghesia, la quale, gelosa del principio di proprietà, finisce di fatto, se non d‟intenzione, con lo schierarsi in fronte unico con le forze del capitalismo, onde è ugualmente in odio alle classi lavoratrici. La Chiesa, è notorio, si è nettamente pronunciata sia contro il capitalismo, sia contro il socialismo o comunismo, sostenendo la legittimità della proprietà privata, ma con funzione sociale, e propugnando la massima suddivisione della stessa proprietà a integrazione della dignità dell'uomo e a prestigio della famiglia. Sventuratamente le dottrine luminose della Chiesa non ebbero quella divulgazione orale e pratica che era opportuna; e il Clero, soprattutto quello secolare, passa nella comune estimazione come un‟istituzione a fondo borghese, con quanto vantaggio della Religione ognuno lo intuisce. Sta bene rendersi conto della realtà delle cose, anche se penosa [...]. Non si dice che si debbano disprezzare i mezzi materiali; si afferma invece che non si deve attribuire a questi tale valore da farne un‟eresia; l‟eresia del danaro. Appoggiato alle grucce dell‟oro il Vangelo non farà tanta strada [...]. Gesù Cristo povero e spoglio attirava più uomini a sé che non tutto l‟oro del mondo, “quia virtus de illo exibat” (Lc. VI, 19). Non diamo forse una gran prova d‟indigenza morale quando, per attirare il popolo al tempio, ricorriamo a tanta pompa esteriore? Gesù diceva: “Quando sarò levato in alto da terra, tutti attirerò a me” (Jo. XII, 32). La croce povera e insanguinata ha attratto a Lui il mondo. La vita moderna va moltiplicando le sue esigenze; ma è un gran segreto il sapersi appagare del necessario. L‟insegnamento ci viene da San Paolo: “Quando abbiamo di che nutrirci, di che ricoprirci, di questo siamo contenti” (I Tim. VI, 8). Togliere dalla casa quanto sa di borghese e di agiatezza. Pulizia, ordine, ma modesta semplicità. Entrando in casa nostra sarà meglio che dicano: “Qui si soffre” anziché: “È ben messo”. Ne avremo sempre di più di Colui che diceva: “Le volpi hanno tane e gli uccelli del cielo nidi, ma il Figliuolo dell‟uomo non ha dove posare il capo” (Mt. VIII, 20)24». Certo, il modo di scrivere di don Calabria (o meglio, di mons. Venanzio Bini, che scrisse materialmente i testi, ispirati e poi rivisti e corretti da don Calabria) è più controllato di quello di don Zeno, ma privo comunque di ambiguità, in una scelta di campo dichiaratamente antiborghese; certo, rimane un lavoro che solo uno storico della lingua può fare, e cioè uno studio approfondito della lingua di don Zeno e magari un confronto tra il suo stile e quello di don Calabria (da estendere magari a quello di don 24 Ora decisiva.Apostolica vivendi forma, apparve nella «Rivista del clero italiano», I 1946, nn. 1-4. Cito dalla sesta edizione, Verona, Regnum Dei Editrice, 1963, pp. 171-18O. 72 Mazzolari). Ma in ogni caso la paternità spirituale di don Calabria rimane un dato di fatto, ed è del resto affermata con toccante semplicità da don Zeno, in una lettera finora non nota (Verona, 9 ottobre 1934): «Grazie di tutto. Sento sempre più che Lei è per me un Babbo. Tutte le anime di Dio hanno bisogno di un babbo di spirito sulla terra. Lei è proprio il mio, ne ringrazio il Signore. Quali vincoli ci uniscano io nol so né posso saperlo. Se volessi ascoltare i miei presentimenti reconditi e misteriosi direi che in un giorno non lontano lavoreremo insieme. Ne sono convintissimo per quanto non lo sappia spiegare del tutto. Oserei dire che ho anche argomenti soprannaturali da accampare in conferma di questa mia convinzione. Dal nostro incontro ad oggi son trascorsi non pochi anni, ma come fu del tutto provvidenziale il nostro incontro, così è del tutto strano il nostro attaccamento. Io del tutto opposto per carattere, per forme di attività, per sentimenti a Lei e all‟Opera B. F... Eppure c‟è un fondo più che comune, c‟è una realtà spirituale in piena armonia... sarà quella la radice che unirà le due pianticelle. Non mi pare di eccedere affermando che il Signore quasi a nostra insaputa lavora sotto terra perché le radici si alimentino degli stessi umori e facciano spuntare insieme una combinazione meravigliosa. È un sentimento che già da molto tempo si fa strada nell‟anima mia. Se alcuno mi dicesse che l‟Opera dei B. F. è a posto così non mi convincerebbe. Il tempo mi darà ragione. I nuovi tempi, le mutate condizioni sociali, i nuovi sentimenti del popolo esigono ben altro. Quando Lei, Padre amatissimo, vorrà entrare in conversazione in merito alle mie affermazioni, allora vedrà in quanti punti saremo d‟accordo!... Se volessi essere più preciso, potrei anche accennarLe ad una mia convinzione che credo sia Divina... Lei non è soddisfatto dei risultati pratici della Casa B. F. Guardi, Padre, guardi se la mia debole voce non fosse uno stimolo della Divina Provvidenza per costringerla dolcemente a riesaminare le posizioni». E, a cca n t o a d o n Ca la b r ia , t r o v ia m o u n ‟a lt r a figu r a e m in e n t e d i Sa n Ze n o in Mo n t e , d o n Lu igi Pe d r o llo , b r a ccio d e st r o ( e p o i s u cce s so r e ) d e l fo n d a t o r e . Sa p p ia m o ch e , ce r t o n o n p e r a u t o n o m a in iz ia t iv a , d o n Pe d r o llo a iu t a a n ch e fin a n z ia r ia m e n t e l‟Op e r a Picco li Ap o st o li; e sp r im e n d o gli la su a gr a t it u d in e , d o n Ze n o co sì gli s cr iv e il 1 4 d ice m b r e 1 9 3 5 : «Ho d e t t o a p iù r ip r e se a d o n Gio v a n n i a m a t o , ch e la Ca sa Bu o n i Fa n ciu lli d e v e a v e r e in a v v e n ir e u n ce r t o n e s s o d i r e la z io n i co n l‟O p e r a Picco li Ap o st o li. Co n o sco u n p o co la Ca s a Bu o n i Fa n ciu lli e a n ch e un p o co l' Op e r a P. A. So n o co n v in t issim o ch e l‟u n a p o t r à co m p le t a r e l‟a lt r a ». Su q u e st o p u n t o , p e r a lt r o , d o n Ca la b r ia , co n sa p e v o le 73 co m ‟e r a d e lle ir r id u cib ili d iffe r e n z e - d i ca r a t t e r e , d i e sp e r ie n z a , d i m e t o d o e d i p r o sp e t t iv e ch e lo se p a r a v a n o d a l su o figlio sp ir it u a le , n o n a cce t t ò m a i n e ssu n a d e lle p r o p o st e r ip e t u t a m e n t e a v a n z a t e d a d o n Ze n o a l fin e d i p r o m u o v e r e co n cr e t e in t e se t r a le d u e o p e r e . Pe sa v a n o a n ch e , e n o n p o co , le d iffe r e n z e d i a m b ie n t e : la Ve r o n a d e ll‟e p isco p a t o d i m o n s . Gir o la m o Ca r d in a le è u n a lt r o m o n d o r isp e t t o a lla Ca r p i d i m o n s . Vigilio Da lla Zu a n n a , la cu i figu r a è st a t a d i r e ce n t e m a gis t r a lm e n t e r ie v o ca t a in u n a d o cu m e n t a t a m o n o gr a fia 25. Sicch é , d o p o a v e r so t t o lin e a t o il n e sso in scin d ib ile ch e le ga d o n Ze n o a d o n Ca la b r ia , lo st o r ico è ch ia m a t o a n ch e a d in d iv id u a r e gli e le m e n t i d e lle a cce n n a t e d iffe r e n z e . Venuto a Verona con un pulmann di Nomadelfa i giorni 1, 2 e 3 giugno 1951, don Zeno parlò in Piazza dei Signori e al Cinema Corallo, ricordando i suoi legami con Verona e con don Calabria al quale attribuì, secondo don Gino Gatto e fratel Luigi Sossai di San Zeno in Monte, una frase che suonava: «Tormenta i ricchi ed essi ti saranno riconoscenti», mentre, a quanto pare, don Calabria soleva dire: «I poveri ci sono per salvare i ricchi». La frase, riferita a San Zeno in Monte, recò un certo turbamento, e così don Pedrollo venne inviato da don Calabria (così afferma nella sua relazione) a chiedere a don Zeno di non parlare dell‟Opera: il che don Zeno prontamente promise, e mantenne. L‟incidente, in sé abbastanza insignificante, ha un seguito poco dopo, il 16 giugno 1951, allorché don Calabria firma una lettera dattiloscritta, indirizzata alla contessa Maria Giovanna Albertoni Pirelli. Si tratta della risposta ad una lettera (purtroppo non reperita, malgrado specifiche ricerche) che verisimilmente conteneva l‟espressione di qualche rammarico per l‟apparente raffreddamento dei rapporti tra San Zeno in Monte e Nomadelfia26. Ciò è possibile evincere dal tenore delle parole di don 25 R. RINALDI, Vigilio Federico Dalla Zuanna, Dosson di Casier (TV), Colibrì Editrice, 1992. 26 La lettera accompagnava probabilmente l‟invio del libro della Pirelli su Nomadelfia Molte strade, una casa, introduzione di David M. Turoldo, Brescia, La Scuola, 1951, inviato nel maggio del „51 a diverse personalità, le cui risposte si collocano nel mese di giugno. La risposta di don Calabria, indirizzata a un «Preg. Sig.», è conservata tra le carte della contessa ora in AN. 74 Calabria, che riafferma la sua amicizia per Nomadelfia e il suo affetto per don Zeno, pur sottolineando la necessità di mantenere distinte le diverse e peculiari caratteristiche delle due opere: «Immagini con quanto interessamento, e con quanta trepidazione, io seguo l‟Opera di Nomadelfia! Don Zeno è stato qui nella Casa alcuni anni per lo studio, ed ha ricevuto tante grazie dalla divina Provvidenza. Il suo zelo esuberante lo spinge ora a lavorare così fortemente per le anime; ma, naturalmente, egli segue un suo proprio spirito, ben diverso dal nostro che è di umiltà e nascondimento, lontano dalle protezioni umane e dalla ricerca dei mezzi materiali: “Quaerite primum regnum Dei...27”. Le Opere sono come le persone: ciascuna ha un suo volto particolare. Sono come treni, che marciano ciascuno sul proprio binario. Guai se un treno dovesse entrare nel binario altrui: sarebbe il disastro! Quindi, è necessario tenere ben distinti i rispettivi campi di lavoro, per mantenere puro e genuino lo spirito impresso dal Signore, e sanzionato dalla approvazione e dalle direttive dei Superiori». Siamo a ridosso della crisi di Nomadelfia, che è stata più volte rievocata; ma sarà bene comunque ricordare che è anche un periodo di grande sofferenza fisica e morale di Don Calabria, che si acutizza nel 1950: «la ragione - secondo la testimonianza di don Carlo Sempreboni - stava nelle condizioni di precaria salute. Soffriva di mal di testa, notti di vomito, angoscia per l‟inutilità della sua vita». Il professor Cherubino Trabucchi, noto psichiatra veronese, aveva espresso il convincimento che don Calabria fosse affetto da una «forma depressiva malinconica»; la diagnosi venne confermata dal professor Achille Roncato direttore dell‟Istituto di chimica biologica dell‟Università di Padova nell'ambito di un consulto tenutosi il 5 settembre; vennero praticate iniezioni endovenose di cardiazol. Il peggioramento delle condizioni indusse i medici a sottoporre il paziente, tra il 3 e il 16 maggio 1951, a tre applicazioni di elettroshock. Dal 20 maggio si ebbe un sensibile miglioramento, ma già nel mese di novembre don Calabria registra nel suo diario «grandi e nuove sofferenze», che lo accompagneranno fino alla morte (4 dicembre 1954)28. Il 2 dicembre 1951 don Zeno gli scrive: «Caro Padre, ci siamo! Una raffica i colpi si stanno vibrando contro di me, contro Nomadelfia. Preghi tanto e faccia pregare perché sia fatta la sola volontà del Signore. Io non ho null‟altro da domandare a Colui che, se lei ben ricorda, ho seguito, fino al Sacerdozio, solo per amore. Questa penna sanguina dal do- 27 Lc 12,31. 28 M. GADILI, San Giovanni Calabria, p. 373. 75 lore... L‟abbraccio con filiale amore in corde Jesu. Mi saluti don Luigi che ricordo tanto». Don Calabria risponde l‟8 dicembre: «Caro don Zeno, Le anime e le opere di Dio quanto costano. Ho grande bisogno di preghiere per fare la divina volontà fino alla fine. La tua lettera mi dice lo stato della tua anima; ho unito le mie sofferenze e le mie preghiere alle tue, perché tu conosca chiara la divina volontà in quest'ora, e conosciutala tu la possa fare: costi quanto costi. Prego, soffro e ti benedico». Era una sofferenza amarissima, se pochi giorni dopo, il 14 dicembre, don Calabria poteva scrivere nel suo diario le seguenti parole: «Sono alquanti giorni che ho nuove prove, ma sento che sono direttamente da Dio, certamente per questa sua Opera che se, con la divina grazia e con l'aiuto dei miei cari fratelli che mi sono vicini queste prove verranno superate, Gesù compirà nuovi e grandi disegni... Ho la sensazione di essere, da un momento all‟altro, chiamato e non mi sento preparato. Gesù, Gesù, Gesù29». Ma anche nel periodo in cui il male e le sofferenze diventano quasi insostenibili don Calabria non interrompe i contatti con il figlio spirituale, che in una lettera del 30 maggio 1952 effonde la sua amarezza per la condanna di Nomadelfia decretata dal card. Schuster: Amato Padre, come avrà avuto notizie, S. Em. il Cardinale di Milano ha condannata Nomadelfia. Che io e i fondatori di Nomadelfia o, come dice Lui, i pastori, si sia a capo di movimenti non risponde a verità, così tutto il contenuto del provvedimento è caotico e fuori luogo. Ma intanto chi ne va di mezzo? I più deboli. Io non mi sarei mai creduto che si arrivasse a tanto. I Milanesi hanno protestato presso il Santo Ufficio. Come difendersi contro un Cardinale? Sono più di quattro mesi che prendiamo botte senza parlare. La stampa si sbizzarrisce, ma noi tacciamo. Presto ci saranno altre novità forse più clamorose. Io penso che il Signore attraverso Nomadelfia ha messo il dito sulla ferita e molti si trovano in dolo per cui reazioni, calunnie, alterazione dei fatti, rifiuto di realizzare la Giustizia e l‟Amore voluti dal Signore, pena la condanna eterna ed i disordini sulla terra. Io continuo ad ubbidire a cose che, viste nella loro natura, sono semplicemente pazzesche. Ma obbedisco e prendo botte orbe. “Quando venite al tempio a pregare, Io mi volto dall‟altra parte perché siete ingiusti” (Isaia). Finché si dice, va benissimo; ma appena si tenta di metterlo in pratica si diventa di „dubbia dottrina‟. Il diavolo sa travestirsi in mille maniere. La Santa Madre Chiesa è molto torturata da noi stessi che dovremmo amarla di più. Mi diceva il compianto Mons. Pranzini in simili occasioni: “guardati dai preti perché se ti assalgono sono tremendi”. Piuttosto che affrontarli preferisco soc29 Ibid., p. 377. 76 combere. Farà il Signore ciò che io non so, né posso fare senza cadere chissà in quali labirinti. Ho sempre fatto così con loro, ne ho passate di tutti i colori, me ne hanno fatte di quelle che solo il diavolo saprebbe farle. E quanti innocenti ne vanno di mezzo! “Ero io in loro”, dirà Gesù al Giudizio Universale. Pazienza, tiriamo avanti in corde Jesu. Mi ricordi sempre nelle sue preghiere perché sia fatta la volontà del Signore. Non desidero niente altro. Con filiale affetto e santi auguri anche a D. Luigi, e tutti». Il 2 giugno, in un‟altalena di speranza e sconforto, scrive ancora a don Calabria: «Ho parlato questa mattina con S. Em. il Cardinale Arcivescovo di Milano. Ha concluso dicendomi che ha pregato il Comitato di Nomadelfia a Milano di “continuare a dare a noi non i milioni, ma i miliardi”. Si vede che ci sono stati molti equivoci derivanti più da pasticci nella Diocesi di Milano e ai quali non ha a che fare Nomadelfia. Pare che tutto si stia chiarendo. Come vede siamo stangati bene, ma sempre con le vie aperte ad arrivare a cose più chiare. Molti sono gli avversari di Nomadelfia, e molti solo perché “la pensiamo diversamente”, direbbe Gesù. Troppa gente è in dolo davanti alle affermazioni di Nomadelfia la quale ha i suoi difetti e le sue ragioni di essere ugualmente. Io dico sempre ai miei figli: “non vogliate spaventarvi e meno ancora morire prima della schioppettata, «lasciate fare al Signore”. Preghiamo». Don Calabria affida la risposta a don Luigi Pedrollo, che così scrive il 4 giugno 1952: «Il Signore sia sempre con noi. Scrivo a nome e per incarico dell‟amato Padre D. Giovanni, che à letto ai piedi del suo Crocefisso le due lettere di Lei inviate in questi giorni. Quanto Le è stato sempre e Le è vicino tuttora, con le preghiere e le sofferenze, che offre al Signore perché Lei possa fare tanto del bene, mediante lo spirito genuino del Santo Vangelo, praticato sine glossa e senza mutilazioni o adattamenti. L‟ora attuale esige che siamo tutti, specialmente noi Sacerdoti e Religiosi, Vangeli viventi, per irradiare la pura luce di Gesù, senza allontanarsi, ma seguendo con spirito di fede la direttiva di Chi ci rappresenta Gesù: “qui vos audit, me audit”30. Quante volte si arriva alla meta desiderata, percorrendo vie che sembravano allontanarci da essa, perché il Signore benedice e non abbandona mai coloro che con retta intenzione e con sommissione lavorano per il trionfo della causa del bene. Anch‟io, caro don Zeno, Le sono tanto vicino, e Le invoco quelle grazie che Le stanno più a cuore e che rientrano nel piano della santa volontà di Dio. L‟amato D. Giovanni si raccomanda tanto alla carità delle orazioni e benedice di gran cuore». Seguono alcune righe autografe di don Calabria, scritte con mano incertissima: «Caro D. Zeno. Nella Santa Messa, come ti ricordo. Anche tu ricordami, che la povera umanità ritorni a Dio per mezzo di Gesù [...] per arrivare al Santo Paradiso. Homo humus fumus funus finis cinis. Prega per me». 30 Lc 10,16. 77 La burrasca che aveva investito Nomadelfia aveva costretto don Zeno a diradare le lettere a Don Calabria; e così è don Pedrollo che prende l‟iniziativa, il 19 novembre 1952: «Come Lei sa, il venerato Padre e anch‟io La ricordiamo con immutato affetto. Di quando in quando vorremmo avere sue notizie, delle quali da molto tempo siamo privi. Faccia sempre assegnamento sul continuo ricordo nella preghiera da parte nostra; in particolare ricorda e benedice D. Giovanni. Quando nella barca agitata dorme con noi Gesù, non dobbiamo temere31. Non Le sia discaro questa interruzione di silenzio da parte nostra, che Le dice che in tutti momenti chiari ed oscuri Le siamo vicini». Do n Ca la b r ia a ggiu n ge d i su a m a n o in ca lce : «Ne lle m ie p r e gh ie r e e so ffe r e n z e q u a n t o t i r ico r d o . Pr e ga a n ch e t u p e r m e ». Ne l co n t a t t o co n Sa n Ze n o in Mo n t e si in se r isce a n ch e il fr a t e llo d i d o n Ze n o , d o n Vin ce n z o Sa lt in i 32, a l q u a le d o n Ca la b r ia in v ia a n ch e u n a le t t e r a p e r d o n Ze n o e u n su o scr it t o a st a m p a , in t it o la t o V iv iam o il n o st ro t e m p o . Si t r a t t a d i u n a le t t e r a a i co n fr a t e lli, d a cu i t r a sp a r e , n e l q u a d r o d i u n a sco n fin a t a fid u cia n e lla Pr o v v id e n z a e d i u n t o t a le a b b a n d o n o a lla v o lo n t à d i Dio , a n ch e il t im o r e d e lla p r o v a , d e l «co lla u d o » cu i l‟Op e r a p o t r e b b e e s s e r e so t t o p o st a : «Tante volte l‟ho detto, e voi già ne siete persuasi per una lunga esperienza: l‟Opera ha relazione intima coi tempi attuali; ha disegni tutti propri da com31 Cfr. Mt 8,24; Lc 8,23. 32 L‟esempio e la spiritualità di don Calabria avevano segnato anche l‟opera di una sorella di don Zeno, che, rimasta vedova con sei figli (tre diventeranno sacerdoti), si dedicò all‟assistenza di bambine bisognose, fondando a Carpi la Casa della Divina Provvidenza, da lei retta col nome di Mamma Nina. Oltre che nella denominazione della Casa, l‟influsso di don Calabria emerge anche in un passo della lettera a Pio XII in cui Mamma Nina, presentando la storia della sua vocazione, indicava gli „amministratori‟ della sua Casa ricalcando il noto modello elaborato dal sacerdote veronese: «Una notte davanti al tabernacolo, il Signore m‟illuminò su chi sarebbero stati i protettori della Casa che Lui voleva fondare: San Giuseppe Cottolengo il Cassiere, Sant‟Antonio da Padova il Segretario, San Luigi Gonzaga e San Giovanni Bosco i Consiglieri, San Paolo l‟Economo, San Gaetano da Thiene il provveditore, Santa Teresa del Bambin Gesù e Santa Rita le Direttrici»: Mamma Nina. Serva di Dio Maria Anna Saltini ved. Testi, Carpi, Casa della Divina Provvidenza [Grafiche Sala, Novi di Modena], 1984, pp. 192193. 78 piere. A noi il Signore ha affidato questa sua opera, che direi potente macchina spirituale per il progresso anche dei fratelli. Tutte le Opere sono buone e belle, ma tutte hanno un loro spirito particolare. L‟Opera dei Poveri Servi ha il suo, caratteristico, che noi dobbiamo tenere in piena efficienza, se vogliamo corrispondere e farci santi, per compiere i disegni e fini propri dell‟Opera stessa; ricordiamolo bene. Il Signore ha i suoi tempi e le sue ore; potrebbe da un momento all‟altro venire a fare il „collaudo‟ della sua macchina. Con quanta diligenza si preparano le macchine terrene per il collaudo! attenzioni di qua attenzioni di là perché ogni pezzo sia a posto, ogni ingranaggio funzioni bene, ogni ruota giri a perfezione. Altrettanto deve essere di noi, che dalla divina Provvidenza siamo stati chiamati ad essere i „pezzi‟ di questa macchina spirituale che è l‟Opera dei Poveri Servi. Per amor di Dio, cerchiamo di essere bene a posto, perché il divino collaudatore possa essere contento di noi, e adoperarci per i suoi disegni. Se una macchina, al collaudo non risponde bene, la si rifiuta, e si ricorre ad altro. Guai a noi se il Signore, non trovandoci quali dobbiamo essere, dovesse rifiutarci! Egli, certamente, compirebbe lo stesso i suoi disegni; ma senza di noi! che responsabilità grande per il Povero Servo. E che premio grande, invece, se saremo trovati bene a posto, e degni di attuare qualche disegno provvidenziale per l'ora presente! Che fortuna sarà la nostra! Cerchiamo di meritarla, o miei cari»33. Profondamente scosso dal messaggio spirituale di Don Calabria, don Zeno, provato da vicende giudiziarie e da infinite preoccupazioni morali e materiali, risponde dapprima con una lettera da Collegara in data 24 novembre 1952, piena di turbamento, di aggressività, di profetiche minacce; consapevole forse del turbamento che avrebbe potuto ingenerare nel destinatario, ne prepara e ne spedisce un‟altra, in data 2 dicembre, anche questa del resto non meno dirompente: «ho ricevuto e letto il suo scritto sui tempi nuovi e la lettera che mi è giunta tanto gradita. Sono linee apostoliche veramente luminose ed avranno senza dubbio il loro santo e meritato risultato; mi deve perdonare se non Le mando mie notizie, ma sa che Le sono sempre un cuor solo. Le mie notizie sono tante che si accavallano come le onde in un mare in burrasca. E così finisco per non sapermi raccapezzare per raccontarle agli amici e ad un Padre che senza dubbio immagina essere molto grosse. Per parte mia noto con crescente cognizione di causa che nella Santa Madre Chiesa siamo due blocchi egualmente credenti alla stessa Dottrina e professanti la stessa Fede, nella medesima Sacra Disciplina: oppressi ed oppressori; sfruttati e sfruttatori; ingiusti e vittime delle ingiustizie dei fratelli di Fede. Non c'è altro, perché tutto il resto deriva da questo peccato contro il fratello, il peccato contro lo Spirito Santo: “oppressione dei poveri”. “Quando venite al tempio a pregare, io mi volto dall‟altra parte perché siete in- 33 G. CALABRIA, Viviamo l’ora presente, pp. 2-3. Cito dall‟esemplare conservato in AN, che reca nella prima pagina l‟invio autografo «Per D. Zeno». Si veda anche l‟articolo di don Calabria, Storia dei nostri tempi: diagnosi e rimedi, in «Rivista del clero italiano», VII, 1952, n. XYX, pp. 273-279. 79 giusti” (Isaia)34. Quindi la mia terribile lotta è contro queste palesi e sfacciate ingiustizie da parte degli stessi cattolici ed anche di parecchi Ecclesiastici, a rovina del popolo e della Santa Madre Chiesa alla quale si danno colpe che non sono altro che il tradimento di troppi che dovrebbero esserne i difensori. Bisogna smascherare questo tradimento sia pure prendendo botte e colpi mortali. Il fariseismo è diventato una peste diabolica. Il mondo va a rotoli perché i farisei continuano a perseguitare e ad ammazzare il Divino Salvatore, che gli uomini stanno cercando, senza saperlo, sotto qualsiasi bandiera. Sono sacerdote e non sono per niente d‟accordo con moltissimi confratelli, sono cattolico e non sono per niente d'accordo con moltissimi cattolici perché, per parte mia, sono i più accaniti traditori delle vere esigenze di Cristo nei nuovi tempi. Se una volta o l‟altra, la Santa Madre Chiesa potesse fare un bel „repulisti‟ sarebbe un santo e grande evento storico. Un taglio netto. Che Iddio susciti gli uomini capaci di tanta Bontà. Io personalmente sono tenuto in grande affetto ed in grande riserbo. Ma io sono nulla, sono una pagliuzza che è caduta tra l‟immenso agitarsi del dolore umano che scorre nei fiumi delle vittime della ingiustizia, così detta, sociale, che in altre parole è il peccato che Gesù condannerà al Giudizio Universale. Mi ricordi nelle sue preghiere, Padre Amatissimo, perché sono in grande sofferenza, ma anche in gravi responsabilità». Si può immaginare con quale accoramento don Calabria abbia letto la lettera scrittagli da don Zeno il giorno dell‟Immacolata del 1953 da Limbiate (Milano): «per causa di tutti i vincoli e gli impegni di giustizia nati tra me e i miei figli è stato necessario chiedere al Santo Padre la mia riduzione allo stato laicale almeno fino all‟esaurimento delle mie obbligazioni. Il Santo Padre ha ritenuto la cosa giusta e me l‟ha concessa. Le vie del Signore sono molto strane, ma sono certo che ho fatto in tal modo la sola volontà di Colui al quale ho donato la mia vita in mezzo a tanto dolore. Sono, così, tornato tra i miei figli i quali hanno passato due anni di spaventosa persecuzione. La ricordo, Amato Padre, e La ricordo sempre al Signore come sono certo che Lei farà per me». La notizia della morte di don Calabria provoca in don Zeno una reazione immediata: «Ho avuto notizia della morte del Padre - scrisse il sacerdote carpigiano a don Pedrollo -, per caso, attraverso la stampa. Qui vedo pochi giornali. È stato un santo, un grande santo. L‟enorme influenza che ha avuto in moltitudini di anime si ripercuoterà nel tempo, chissà sotto quante forme di opere di bene. Abbia la bontà di comunicare a quanti conosco tra voi che sotto una luce ci sentiamo fratelli. Le mie più vive condoglianze in unione di preghiera» [Grosseto, 21 dicembre 1954]. 34 Forse Is 1,15. 80 La corrispondenza continua anche negli anni successivi. Scrivendo a don Pedrollo il 28 maggio del 1957, don Zeno ribadisce il suo legame con San Zeno in Monte: «Da quando ho chiesto, al Santo Padre, la grazia di rotolare come rudere o reietto con i figli colpiti, in certi casi addirittura tragicamente, non sono più venuto a visitarvi, sebbene mi sia sempre sentito unito a voi più che mai nello spirito e nella preghiera. E non sono mai venuto perché ho fatto il proposito di venire quando, finita questa durissima missione, verrò a celebrare sulla tomba di Don Giovanni la mia „seconda prima Messa‟. Sono di passaggio nei pressi di Verona sono passato di qui a bellaposta, perché se fosse lecito, verrei a inginocchiarmi davanti a voi tutti, miei cari amici e nel Cuore di Don Giovanni, fratelli, affinché mi diate una mano santa in questo duro momento di questo mio Calvario». Don Pedrollo continuerà ad essere vicino a don Zeno, anche con forme di concreto sostegno a Nomadelfia: una bella testimonianza non solo di spiritualità cristiana e di fraternità sacerdotale, ma anche di umana amicizia, leale e sincera, esaltata e sigillata dal comune legame con l‟esperienza della riconosciuta santità di don Calabria. 81 Fabio Marri Come parlava don Zeno La principalissima fonte di questo studio sono i nastri registrati dei discorsi „al popolo‟ di don Zeno, che l‟archivista, e ora presidente di Nomadelfia, Francesco, ha generosamente messo a mia disposizione. La sezione relativa ai discorsi tenuti nel 1950 in provincia di Modena è analizzata da Annamaria Campagnoli; qui allargo lo sguardo ad altri discorsi, tenuti in vari luoghi dal 1949 (da quando cioè esistono le registrazioni) fino al 1964, a quel memorabile ritorno a Carpi del 27 giugno di cui (se mi è consentito un cenno autobiografico) sentii parlare con entusiasmo dai miei nonni materni che vi assistettero. La presenza, nel corpus selezionato, di discorsi fatti fuori della regione d‟origine (da Milano a Verona, da Siena a Roma, fino alla nuova Nomadelfia grossetana) permette di valutare in che misura don Zeno si adattasse alla competenza linguistica dei non modenesi. A supporto dei documenti „in voce‟ ho impiegato le testimonianze scritte dello stesso don Zeno che appaiono più vicine all‟oralità: anzitutto la scelta dall‟epistolario edita da poco; i bollettini parrocchiali «L‟Apostolo», poi «Piccoli Apostoli», dal 1933 al 1950 1; due libri che hanno origine, rispettivamente, dai bollettini e dalle lettere, Tra le zolle del 19402 e Non siamo d’accordo del 19533. Spunti di lavoro mi sono venuti dai recenti volumi biografici dell‟infaticabile Remo Rinaldi4 e di Mario Sgarbossa5, ricchi di documenti originali: e di fronte alla pienezza di vita, all‟eroismo di don Zeno e dei suoi che vien fuori da quei libri, mi accorgo di quanto sia riduttivo fermarsi solo alle parole nel trattare di gente d‟azione (soprattutto silenziosa) come i nomadelfi e il loro fondatore. E me ne scuso. Vediamo intanto cosa si diceva dei modi espositivi di don Zeno: autore, con Tra le zolle, di «un Vangelo che si fa leggere», secondo la definizione del vescovo di Carpi De Ferrari più volte ripresa dal sacerdote6. Un Vangelo che portava anche ai toni aspri, quando necessario7: ecco dunque, 1 Già sfruttati nel mio scritto Verità in lingua e in dialetto secondo don Zeno Saltini (uscito tra i Saggi di linguistica e di letteratura in memoria di Paolo Zolli, Padova, Antenore, 1991, pp. 265-278), insieme con altro materiale contenuto in Un’intervista, una vita. 2 Z. SALTINI, Tra le zolle, San Giacomo Roncole (MO), Tipografia dell‟Opera Piccoli Apostoli, 1940, ristampato a Grosseto, Edizioni Nomadelfia, 1982. 3 Z. SALTINI, Non siamo d’accordo, Torino, Francesco De Silva, 1953. 4 R. RINALDI, La resistenza di un Vescovo: Vigilio Federico Dalla Zuanna, Cinisello Balsamo (MI), San Paolo, 1996. Dello stesso autore ved. anche Vigilio Federico Dalla Zuanna, Dosson di Casier (TV), Colibrì, 1992 e Don Zeno Turoldo Nomadelfia. Era semplicemente Vangelo, Bologna, Edizioni Dehoniane, 1998. 5 M. SGARBOSSA, Don Zeno ...e poi vinse il sogno, Roma, Città Nuova, 1999. 6 Si vedano ad esempio la lettera dell‟agosto 1940 alla Congregazione del Concilio (Lettere, I, p. 60), o quel- 81 negli anni bui dello scioglimento e dell‟esilio, quelle «certe incompostezze di temperamento e di linguaggio» rimproverate da don Mazzolari8, e censurate dall‟«Osservatore Romano» per la «mancanza dello stile della verità»; critica che don Zeno ribatté più volte, notando come «i rivoluzionari parlano molto spesso un linguaggio che è un susseguirsi di immagini che poi avranno la loro giusta interpretazione nello svolgersi delle cose cui Iddio li chiama»9. Quali fossero le intenzioni di don Zeno nello scrivere, è detto chiaramente fin dall‟«Apostolo» del 3 settembre 1933: «Anche se la forma alle volte è molto facilona, in sostanza è sempre la parola del Signore. Per soddisfare coloro che vorrebbero un capolavoro letterario dirò una volta tanto che mi basta la sapientissima critica di quei lettori che impiegano un buon quarto d‟ora per leggere una riga. Ce ne sono tanti dei lavori letterari! [...]. Se io riuscirò, sfruttando le frasi più semplici e le similitudini più puerili, a dare un pensiero buono a sì tanta povera gente, avrò composto opera più grande che non scrivendo un libro di poesie o di erudizioni». E vent‟anni dopo, ribadendo la propria fedeltà a una lingua essenziale, fatta di cose, ammetteva che «Le parole degli oppressori sono molto più „belle‟ delle nostre. Essi „la sanno contare‟»10. Eppure don Zeno non aveva buttato a mare tutta la letteratura appresa a scuola; meno che mai, il prediletto Manzoni. A tutti i partecipanti di un convegno dell‟ottobre 1954 alla Valle dell‟Assunta (l‟attuale Nomadelfia) offrì una copia dei Promessi sposi, il primo libro (anzi, «una storia vivente», per dirla col padre Semeria citato nell‟occasione) che tutti dovrebbero leggere, prima di Omero, Virgilio e dei classici italiani. Tra questi («otto o dieci in tutto»), il primo posto spetta a Dante, seguito da Petrarca, san Bernardino, Tasso; poi, dei moderni, Parini, Leopardi e Carducci: gli ultimi due, visti anche come prosatori e oratori. «Leggendo i classici - continuava l‟intervento alla Valle dell‟Assunta - si impara anche a parlare, perché loro parlano bene, preciso [...], le parole sono messe in successione bene, ed è un incanto il loro scrivere». Naturalmente, in Dante e Manzoni don Zeno esaltava, fin dal principio della sua missione, anche i credenti: furono loro i due campioni messi avanti nel dibattito coi socialisti a Fossoli, di cui parla Tra le zolle (p. 66). Versi della Commedia vengono buoni per ogni occasione: la «bufera infernal che mai non resta» serve tanto a descrivere le pesanti attenzioni di quattro passeggeri in treno verso una sventurata ragazza (Tra le zolle, 23) quanto a profetizzare i tormenti che Dio manda a chi lo tradisce, in un drammatico discor- la a mons. Ercole Crovella dell‟11 marzo 1944 (ibid., p. 83). Sebbene don Zeno, anche nel più polemico dei suoi scritti, Non siamo d’accordo, cit., dichiarasse: «Non ho voluto arrivare alla „violenza‟ del linguaggio del Divino Maestro» (p. XI). 8 M. SGARBOSSA, Don Zeno, cit., p. 7. 9 Lettera a mons. Ottaviani del 12 novembre 1954 (il citato da Lettere, II, p. 94); precedenti richiami al giudizio dell‟«Osservatore romano» nella lettera allo stesso prelato del 5 marzo 1954 (ibid., II, pp. 81 e 83). Dei propri «stile ed espressioni» in quanto «famigliari ai rivoluzionari di Dio» aveva scritto al papa Pio XII il 6 marzo 1952 (Lettere, I, p. 276). 10 Z. SALTINI, Non siamo d’accordo, cit., p. X. 7 82 so ai nomadelfi del 30 agosto 1957; che «spesse volte pianser li figli per le colpe dei padri» viene ricordato ai lettori dei «Piccoli Apostoli» (16 aprile 1939), poi di Tra le zolle (p. 64)11, e ancora ad Ottaviani nella lettera del 7 agosto 195212; l‟incipit del Purgatorio («Per correr miglior acque») diventa titolo del cap. XIII del libro La rivoluzione sociale di Gesù Cristo13; l‟immagine dello scampato al naufragio del primo canto dell‟Inferno è applicata sia nella lettera del 1950 ai Servi di Maria veneti (indi a «tutti i religiosi»), che non compiendo opere di carità diventano come chi «rifiuta di tuffarsi nell‟acqua „perigliosa‟ non volendo levarsi la veste», sia, e contrario, per caratterizzare davanti a mons. Galeazzi nel 1955 chi è stato «redento» da Nomadelfia, «uscito „dal pelago alla riva‟» e di nuovo rivolto «„all‟acqua perigliosa‟ non per guardare, ma per ributtarsi in acqua [...] a trarre in salvo gli incapaci»14. Un altro episodio vulgatissimo dell‟Inferno, quello di Ugolino, è sfruttato per paragonare l‟arcivescovo Ruggeri, che fece morire di fame il conte, alla borghesia moderna, che uccide gli uomini senza macchiarsi di sangue. Meno scolastiche, e nascenti da una rimeditazione anche adulta, sono le reminiscenze, tanto più numerose, dal capolavoro di Manzoni: il cui racconto della conversione dell‟Innominato per opera di Federigo Borromeo, fuso con la descrizione delle prepotenze signorili sulla povera gente, ispira la frequente parabola del «don Rodrigo» di fronte alla ribellione dei sudditi15. Anche il felice scioglimento della storia, col pranzo di nozze offerto ai due sposi dall‟erede „buono‟ di don Rodrigo, ma in tavoli separati, offre l‟occasione per riprendere (sia nel discorso di Milano dell‟11 novembre 1949, sia durante la „seconda prima messa‟ di Nomadelfia del 22 gennaio 1962) la frecciata manzoniana contro chi preferisce servire i poveri piuttosto che farsi pari a loro. Torna pure l‟immagine del «salutare» temporale che segna la fine della peste, «cataclisma» che potrebbe dare l‟avvio a una nuova era della Chiesa, sia in Non siamo d’accordo (p. 5), sia nella lettera dello stesso 1953 al fratello don Vincenzo16. Don Abbondio, che «era un buon prete ma capiva poco», serve per richiamare, agli ascoltatori di Fossoli del 7 dicembre 1949, un antico cappellano della non lontana San Giovanni di Concordia, che il mitico don Massimo Cipolli tratteggiò per il vescovo con un «Eccellenza, curtus non arivat». Non manca, nei discorsi e negli scritti di don Zeno, il latino: compaiono talvolta frasi celebri 11 In realtà, Dante aveva scritto «molte fiate». Lettere, I, p. 211, dove poi la foga citatoria trascina un altro brano dantesco e uno di Petrarca (per la verità, ricordato imprecisamente). 13 Z. SALTINI, La rivoluzione sociale di Gesù Cristo, San Giacomo Roncole (MO), Tipografia dell‟Opera Piccoli Apostoli, 1945. Sul raro opuscolo ha portato l‟attenzione recentemente U. CASARI, Un libro di don Zeno Saltini stampato a San Giacomo Roncole nel 1945: «La rivoluzione sociale di Gesù Cristo», in «Quaderni della Bassa Modenese», 1999, n. 35, pp. 83-96. 14 Lettere, I, p. 180 e II, p. 113. 15 Si veda la relazione di A. Campagnoli in questo volume. 16 Lettere, II, p. 50. Poche righe sotto, don Zeno paragona sé stesso e i nomadelfi a «Renzo Tramaglino che è capitato in piazza a Milano durante la rivolta». 12 83 (come il virgiliano «Timeo Danaos et dona ferentes», detto nel 1953 a don Vincenzo con riferimento alla «diplomazia vaticana», poi nella meditazione sulla «necessità della cultura» a Roma del 1° luglio 1959; o «summum ius summa iniuria», appaiato a «ridiculus mus», nella lettera antidivorzista all‟on. Fortuna del 1970)17, ma – logicamente - è il latino della Sacra Scrittura a spuntare più spesso, ed a venire regolarmente tradotto, e glossato anche in dialetto (come vedremo) nei discorsi al popolo. La cultura classica è però nettamente minoritaria, in don Zeno, rispetto alla curiosità per le scoperte scientifiche, le innovazioni tecnologiche, le conquiste dell‟umanità, che forniscono all‟oratore materiali di riflessione (anche molto terra-terra) e spunti per nuove similitudini o metafore. La costanza degli inventori, dei creatori, l‟incomprensione di cui furono oggetto nei loro primi passi, e il mirabile esito finale, risalta dall‟esempio del tale che realizzò «la vernice per i piatti»18, e che (secondo quanto raccontava la madre al piccolo Zeno), deriso da tutti, consumò l‟intera provvista di legna da ardere, e poi le sedie, i mobili, le travi di casa, fino a ottenere in extremis il suo scopo; o dall‟invenzione di Marconi, cui pochi in Italia inizialmente prestavano fiducia, ricordata in una lettera a De Gasperi del 16 novembre 194819: come quelli, anche i fondatori di Nomadelfia non ricevono credito all‟esterno, eppure la loro invenzione è destinata a sconvolgere positivamente il mondo. La tecnica, beninteso, non può arrivare dappertutto, e sbaglia chi le si affida ciecamente senza tener conto dell‟uomo: ricorre più volte il paradosso dell‟impossibilità di inoculare il cristianesimo «con delle siringhe» (Milano, 10 novembre 1949; anche in dialetto, Formigine 16 settembre 1950, Nonantola 19 settembre 1950, ecc.). Così pure, se non si rimedia alle situazioni di disagio sociale dei ragazzi sbandati, «è inutile andare nei correzionali con delle macchine elettriche per vedere come funziona il cervello»: quelle macchine «andrebbero molto meglio», tutt‟al più, «se le attaccassero a quelli che le attaccano»! Don Zeno rimase atterrito e insieme affascinato, come tutti i suoi contemporanei, dalla potenza della bomba atomica: paventava il possibile ricorso ad essa scrivendo a De Gasperi nel 1948, a Ottaviani nel 1950 e nel ‟52 (quando ormai entravano in questione le bombe all‟idrogeno, evocate ancora a mons. Montini nel ‟53)20; ma non gli dispiaceva il paragone con la sua creatura di Nomadelfia, potenziale «bomba atomica nel campo sociale» nella lettera a Turoldo del 1949, «nelle mani del Papa la bomba atomica del ritorno sociale degli uomini a Dio» secondo la lettera (firmata da tut- Si vedano rispettivamente Lettere, II, pp. 66 e 271. Al «ridicolo topo» dell‟Ars poetica di Orazio è paragonato il «numerino» dei parlamentari di fronte ai «quattordici milioni di famiglie». 18 Diciamo, la ceramica nel senso moderno. Ma in questo racconto (fatto nell‟assemblea generale a Nomadelfia-Diaccialone, 18 luglio 1954) vedrei anche tracce del celebre capitolo dell‟autobiografia di Cellini sulla fusione del Perseo. 19 Lettere, I, p. 143. 20 Lettere, I, p. 143; I, p. 197; I, p. 296; II, p. 17. 17 84 ti i nomadelfi) a mons. Dalla Zuanna del 1950, e «bomba atomica formata proprio da atomi, ai quali nessuno dava peso, che scoppia in seno alla Santa Madre Chiesa a dispersione degli eserciti minacciosi», nel messaggio al S. Uffizio del 195121. Un‟altra novità dell‟epoca, meno spaventosa ma molto utile a quantificare la religiosità nel senso preteso da don Zeno, sarebbe la calcolatrice, promossa a strumento di verifica della fede nella già citata lettera a Montini del 1953 (poi in Non siamo d’accordo): occorre presentare un conteggio preciso, prima di tutto ai governanti che negano la vita a Nomadelfia, mandando al Sant‟Uffizio «un discreto numero di ragionieri con ottime macchine calcolatrici; e cominciare a fare i conti dall‟alto in basso, non dal basso in alto». Indi istituzionalizzare la prassi con tutti: «Regoliamo la partita con molta carità, ma con precisione di contabilità. Un problema risolto. Non un tema di belle parole. In ogni confessionale ci sarà bisogno di una macchina calcolatrice. Ma ce ne sono anche delle tascabili. La tecnica in merito ci torna di grande aiuto»22. Anche il linguaggio della medicina è spesso piegato a usi traslati; torna, a distanza di anni, il paragone della Chiesa col sangue che dà vita, proposto ai Servi di Maria veneti già nel 1950, quando Cristo e gli apostoli sono detti «il sangue caldo e saturo di globuli che scorreva nelle vene, nelle arterie degli uomini consumandosi in alimento alle cellule tutte»; mentre noi ecclesiastici degenerati, aveva scritto a Pio XII pochi mesi prima, «abbiamo insidiato di mondanità secolare le arterie, le vene e i vasi capillari del Corpo Mistico di Cristo Salvatore 23. Ancora nel 1968, perorando con don Mazzi l‟unità della Chiesa, confermava che noi sacerdoti «siamo sangue, saturo di globuli rossi e di altre sostanze vitali, che scorra nelle arterie umano-divine della Madre»24. Come è noto, l‟immagine del sangue (con un rimando, però, piuttosto alla simbologia dell‟Ultima Cena) era presente nella famosa lettera d‟addio ai nomadelfi del 9 febbraio 1952: «Se vi occorresse il mio sangue cercatemi, mi troverete e potrete berlo tutto»25. Spesso ricorrono concetti di medicina che potremmo dire „popolare‟, ad esempio per qualificare interventi poco incisivi sul piano religioso e sociale: «perché curare con acqua calda ciò che esige acido solforico?», chiede al vescovo Dalla Zuanna nel 1945; e molti anni più tardi, nel 1971, Lettere, I, pp. 154 , 161, 223. Atomico nel senso di „piccolo, infinitesimale, ma capace in sé di una grande forza‟ è pure aggettivo ricorrente nell‟epistolario: cfr. «ho sempre pensato che l‟importante stia nel realizzare cose anche atomiche e nascoste che siano di carattere universale», nella lettera a Ottaviani, 7 agosto 1952, ibid., p. 299 (e che Nomadelfia non fosse «collettivismo atomico, ma un popolo di personalità che hanno „vestito Cristo‟ in se stessi» aveva protestato anche a Turoldo nel 1949, poche righe prima della frase citata qui a testo). 22 Le citazioni da Lettere, II, pp. 15 e 18 (indi Non siamo d’accordo, cit., pp. 28 e 32). Si veda qui più avanti per l‟insistenza di don Zeno sul concetto di «contabilità» del cristianesimo. 23 I due brani rispettivamente in Lettere, I, pp. 181 e 112. 24 Lettere, II, p. 252. Il passo sarà citato più estesamente qui sotto. 25 Lettere, II, p. 66. 21 85 scriverà al camaldolese padre Calati che noi uomini di Chiesa, adattandoci a «ibridismo e compromesso» col mondo, «abbiamo [...] lavorato invano per venti secoli attaccando cerotti alle nostre vittime del delitto sociale»26. Nel drammatico agosto 1952, in cui si ventilava l‟ipotesi di «ricomporre Nomadelfia» forse fuori d‟Italia, il fondatore assicurava ad Ottaviani che l‟opera non sarebbe comunque divenuta «quella famigerata acqua di malva che, come dice il popolo, „non fa né bene né male‟»; anzi, proclamava a Jemolo nell‟imminenza delle elezioni politiche del giugno ‟53, e sull‟onda del clamore suscitato da Non siamo d’accordo, che noi cristiani rinnovati fermeremmo la guerra come sole che si alza cocente e disperde la nebbia, e rende inoffensivi i microbi che solo in essa vivono e si moltiplicano virulenti e mortali»27. Le supreme autorità della Chiesa si sentono spesso ricordare personaggi del Vangelo, che prefigurano eventi e protagonisti della scena pubblica attuale: la lettera a Montini del 1° giugno 1950 rigurgita di immagini, come quelle di Truman e Stalin paragonati a Pilato ed Erode e che meriterebbero solo le risposte di Cristo «Sì, no», «dite a quella volpe di Erode...», «se io volessi, il Padre mio mi manderebbe una legione di angeli». I capi delle due superpotenze, nella lettera a Ottaviani di pochi mesi dopo (13 dicembre), saranno definiti «due diavoli mai visti, così ben preparati per far la festa allo spiedo degli innocenti»: stia attento, il papa, a «Giuda che sta per arrivare a mollare la bomba atomica sui figli»28. E ribadirà, scrivendo direttamente a Pio XII il 13 maggio 1951, che «oggi viviamo l‟ora di Giuda», ma «il papa non è Caifa, quindi sarà con noi»: speranze deluse, se è vero che, incombendo lo scioglimento di Nomadelfia, il 6 marzo 1952 don Zeno apriva una nuova lettera al papa con «pare sia questa l‟ora di Barabba, tale e quale. Abbiamo buttato nelle mani del braccio secolare i figli prediletti»29. Accanto alle solenni - e talora apocalittiche - citazioni scritturali, tanto i discorsi quanto le lettere allineano numerose similitudini o modi espressivi tratti dalla vita quotidiana, quasi a rasserenare il lettore o ascoltatore mostrandogli i saldi legami dell‟impresa che si va costruendo con la realtà e la saggezza contadina. «Nomadelfia è un germoglio», che va accudito con cura, spiega don Zeno a De Gasperi fin dal novembre 1948; solo un «agricoltore inesperto» arriverebbe a «trapiantare il germoglio di un garofano in un‟ampia campagna aperta, e il germoglio di una quercia in una serra da giardino»30. Insisterà, parlando ai suoi a Diaccialone nel ‟54, che «stiamo piantando il viva26 Lettere, I, p. 117 e II, p. 278. Lettere, I, p. 305 e II, p. 37. 28 Lettere, I, p. 197. 29 I due brani rispettivamente in Lettere, I, pp. 205 e 273. E già scrivendo a don Calabria il 22 novembre 1949 (Lettere, I, p. 151) aveva presagito: «Secondo il mio povero parere (spero di sbagliarmi) è l‟ora di Barabba. Ma la fosse... Presto la Crocifissione... Presto la Risurrezione». L’ora di Barabba è il titolo del libro più noto (1920) del celebre polemista cattolico Domenico Giuliotti (1877-1956), non privo di influenze su don Zeno (come mi segnala Gian Paolo Marchi). 30 Lettere, I, p. 145. Anche alla contessa Pirelli, pochi mesi dopo, dirà che Nomadelfia «è una pianta», «posta 27 86 io [...] di un mondo nuovo. Noi siamo gli ortolani», e dobbiamo fare attenzione, perché se una pianta cresce male, allora «c‟è da giocare delle brutte carte»31. Il lavoro di preparazione del nuovo sistema sociale è anche paragonato a quello dell‟edilizia («a lei il mattone [...] da levigare», scrive alla direttrice Matano fin dal 1940), o a quello ancor più duro dello spaccapietre, che lavora con scalpello e martello (lettera al nunzio Borgongini Duca del 16 agosto 1951) o con «l‟inesorabile punta di un martello pneumatico», secondo l‟immagine lanciata a Ottaviani il 14 maggio 1953 nel preannunciargli Non siamo d’accordo: «anche le punte di acciaio possono spezzarsi, a meno che non fossero state prima temprate dal Salvatore del mondo»32. Ma viene ugualmente buona la figura opposta, dell‟inconsistenza, con un‟immagine originale: «Se il Santo Ufficio si sognasse di sconfessare Nomadelfia», scrive a Giuseppe Merzagora nell‟ottobre ‟53, «assisteresti ad una lotta formidabile tra la formica e l‟elefante, tra la nebbia e la macchina da corsa, potente. Spara alla nebbia e otterrai solo di bagnare la pallottola»33. Particolarmente ricca di immagini campagnole è la lettera-manifesto a Montini del 1° giugno 1950: la Chiesa «è di fatto un movimento in dissoluzione [...]; dice il popolo: brodo scaldato sa sempre di fumo. [...] Metterci mano dentro è come dare una stangata ad un nido di formiche, ché si ottiene un solo risultato: disorientamento, disordine e reazioni fuori luogo». La infesta un «cancro maledetto»: «i preti nepotisti sono dolci e smidollati come una fetta di cocomero o un cestino di ricotta sulla quale tutte le mosche vanno a succhiare ed a portare sterco e microbi»34. Accade spesso, nei discorsi, che la realtà popolare sfoci nella battuta umorosa, al limite nell‟aneddoto faceto, nella barzelletta a scopi morali. Su «L‟Apostolo» del 12 febbraio 1933, sotto il titolo Fraternità, appare un raccontino attribuito a certi «buontemponi», su quel tal prete che dal pulpito chiamava gli uditori «fratelli carissimi», finché uno non lo prese sul serio e si presentò in canonica come il fratello del prete, pretendendo di essere invitato a pranzo. La scena è colorita di particolari divertenti (specie nel dialogo tra il „fratello‟ e la perpetua), anche se rimane in sospeso: non si sa cioè, conclude don Zeno, se l‟autoinvitato sia riuscito a pranzare...35. sulle vie del Calvario, verso la crocifissione, verso la resurrezione», e che si giudicherà dai frutti (14 giugno 1949, ibid., p. 147). 31 Metafore concernenti le carte da gioco (il passatempo preferito nell‟ambiente contadino) tornano altrove: sui «Piccoli Apostoli» del 10 marzo 1940 si ammoniva «Non giocate dunque con la mondanità, perché vi assicuro che purtroppo è di briscola». E molto più tardi, scrivendo al fratello don Vincenzo, chiedeva al «prossimo Concilio» di «chiarire le posizioni politiche e sociali del laicato cattolico per liberarlo da quel malfamato dirigismo, sempre subdolo perché non si gioca a carte scoperte» (14 febbraio 1959, in Lettere, II, p. 187). 32 Lettere, I, p. 52; I, p. 239; II, p. 25. 33 Lettere, II, p. 59. Pochi mesi prima, interrogandosi su quanto poteva accadere con le elezioni imminenti, aveva previsto «che il microbo di Nomadelfia agirà tra altre forze, come un qualsiasi invisibile tetano per neutralizzare il sistema nervoso di quel mostro» [lo stato borghese] (a Jemolo, 2 giugno 1953, in Lettere, II, p. 34). 34 Tutte le immagini sono concentrate in una ventina di righe della stessa missiva (Lettere, I, p. 166). 35 Forse un lontano ricordo di quel raccontino echeggia nella profezia, molto più seria, indirizzata a Montini 87 Ancora su «Piccoli Apostoli», del 17 maggio 1936, si racconta de I due viaggiatori (episodio che tornerà nell‟intervento alla Valle dell‟Assunta del ‟54, a mostrare come sia «meglio essere che avere»), cioè il filosofo e il gioielliere imbarcati per l‟America sulla stessa nave: quando, per salvarsi dal naufragio, il capitano ordina di buttare a mare i bagagli, il gioielliere perde con le casse tutta la sua ricchezza, mentre il filosofo rimane ricco come prima. Un apologo simile (sebbene, questa volta, sia il sapiente ad avere la peggio), quello del barcaiolo e del «filosofo» ovvero «professore», compare varie volte nei discorsi del 1950 studiati dalla Campagnoli: quando una barca affonda nel fiume in piena, non serve conoscere Kant o Carducci, ma bisogna soltanto saper nuotare. Il racconto, oltre al resto, testimonia anche la predilezione di don Zeno per gli umili, i popolani (spesso il barcaiolo parla in dialetto) e la loro saggezza concreta. Dall‟altro lato, i ricchi poco caritatevoli sono protagonisti di questa versione moderna della parabola di Epulone - o, se vogliamo, sceneggiatura dell‟avvertimento di Gesù sulla difficoltà per un ricco di entrare in paradiso -, che don Zeno, a Milano il 10- novembre 1949, definì «barzelletta» udita al Caffè Dorando di Carpi: vi si dice di un ricco carpigiano che si presenta a San Pietro avendo durante la vita dato in carità soltanto 40 centesimi, ora restituitigli seduta stante insieme con la condanna all‟inferno. Sono invece i contadini a fare le spese della propria credulità nell‟episodio del prete di campagna invitato «a maledire i topi» (raccontato sempre a Milano, due giorni dopo): vista la situazione della casa, piena di buchi, l‟esortazione del saggio prete suonò piuttosto «sraa i bus, chiudete i buchi». L‟aneddoto illustra la necessità di «esimere il Cielo dal fare i miracoli», quando basterebbe un‟azione pratica, tappare i buchi del bilancio dei poveri mettendo mano al portafogli. Il fatto che vi compaia la sopra citata battuta nel dialetto della Bassa modenese (l‟unica presente in questo discorso rivolto a uditori non modenesi) mostra quanto fosse forte la matrice locale della storiella. E l‟impiego del dialetto (che in don Zeno è vastissimo) serve appunto a coinvolgere il pubblico, facendogli toccare più direttamente la realtà e insieme mostrandogli nell‟oratore un uomo della stessa pasta di chi ascolta36. Naturalmente, prevale il dialetto carpigiano (semmai, con qualche coloritura mirandolese), che per don Zeno era proprio una lingua di servizio, la lingua della comunicazione normale coi nomadelfi (e mi sono sentito allargare il cuore quando, nella Nomadelfia grossetana di oggi, ho constatato quanto sia ancora vivo il linguaggio dei primi, „storici‟, piccoli apostoli). Ad esempio, nel preparare i suoi alla visita del nunzio Borgongini Duca (Fossoli, 16 febbraio 1950), in- l‟11 febbraio 1953 (indi ripresa in Non siamo d’accordo): «Poi gli oppressi ritorneranno nella “Casa del Padre”, s‟intende, anche a pranzo, con il pieno e disinvolto diritto di venire a pranzo con Voi, sempre» (Lettere, II, p. 15; Non siamo d’accordo, cit., p. 28). 36 Qualcosa di simile, nello stesso periodo in cui don Zeno cominciava a operare, è segnalato (da S. RAFFAELLI, Gli italiani trasmessi. La radio, Firenze, Accademia della Crusca, 1997, pp. 41-42) per un vescovo militare veneto, mons. Lucato, che risulta essersi rivolto nel proprio dialetto ai soldati accampati a Derna, in Libia, nel 1941: «Miei cari soldai [...], gh‟ò visto porte e finestre fracassae [...] soto el manto de la Madona [...]. 88 vita a cantare l‟«inno dell‟Opera» O Gesù, salvatore del mondo: «Dài ch‟a sintem! [...] Irene l‟al sa intuner. [...] A gh‟è poch da rider [...] Me a scolt, an gh‟ò mia vos»; poco dopo, invitando altri ad intervenire nel dibattito, chiede: «Dove sono queste ragazze? gh‟îni là deinter, in mès?», e ancora: «Avete niente da dire? I gh‟an paura a descòrer». E nel pianificare i luoghi del campo da mostrare all‟ispezione, opta per una baracca: «L‟è na cà tante brutta, è la prima casa che farò visitare». Altro dialetto ad uso pratico (oltre che, s‟intende, per il gusto di riassaporare la parlata natia) troviamo, come ci si può aspettare, nel discorso di Carpi del 1964, concluso con la distribuzione di buste per le offerte («e vuèter agh mitii deinter di bezi») e nel libro L’uomo è diverso: «agh fagh la firma, ogni firma a vòi mil franc». Inserti carpigiani sono perfino nei discorsi tenuti in una delle „culle della lingua‟, Siena: dove il 13 maggio 1951 don Zeno ricordò le parole dette a Barile durante la prima messa del 1931: «Io sono tuo padre; noi diciamo, nel nostro dialetto, me a sun to peder». E tre giorni dopo riprese un altro modo della sua terra, a stigmatizzare i cristiani egoisti: «Ora pro me, e per chi èter s‟agh n‟è, dicono da noi» (naturalmente, qui e negli altri casi seguiva la traduzione italiana). Incontriamo spesso, anche „fuori casa‟, la parola puvrein, o puvrett, che di solito simboleggia la compassione per i casi pietosi della gente, che però non passa ai fatti: «Ah mò vè, siv putein ed don Seno?37 ah puvrein» (Milano, al popolo, 8 novembre 1949); in versione mantovana è nel racconto della consegna di un orfano avvenuta (pare) a Moglia: «pover putìn, cum‟i disen a Mantva, puarìn, a gh‟è mort su pader, su mader [...], puarìn» (Fossoli, 8 dicembre 1949). Già nei «Piccoli Apostoli» del 27 settembre 1936 la commiserazione per i fanciulli abbandonati era espressa in varie parlate padane: «Puvrein! dicono a Carpi [...]. Povaro can! dicono a Verona [...] Pover putein [...] Pover bagaiét! [...] Poveri tosi!». Nel discorso a Fossoli del 9 dicembre 1949 c‟è la variante «brev ragasol, ch‟al Sgnor av benedissa»; mentre il «poareti» di Pio X riecheggia in Tra le zolle (107). Il dialetto attualizza meglio i brani delle sacre Scritture, che ben di rado sono presentati al popolo col solo latino: San Tommaso, che crede solo dopo aver toccato col dito, se fosse stato «uno dei nostri onesti contadini» si sarebbe lasciato sfuggire un «Cs‟oia mai dit [...]. Al scusa, Sgnior, a soun propria stee na bestia!» (Tra le zolle, p. 110). Dopo la creazione, Dio «vide che ciò era buono; la gente da noi dice „a sem a post, gnint da dir, al va bein acsè‟» (Fossoli, 7 dicembre 1949); San Giovanni, prediletto da Gesù, «l‟era al cuchìn dal bosc» (Fossoli, 8 dicembre 1949). Una singolare reinterpretazione del Vangelo, che salda la risposta di Cristo a chi dubitava di lui con quella di don Zeno per padre Pio circa la propria opera, è fatta, ancora a Fossoli, l‟11 gennaio 1950: a chi gli Avanti e sempre, ostrega!». Pronunciato, s‟intende, con s sonora, quella che nel carpigiano (e reggiano) equivale alla z italiana e modenese, e che nell‟alfabeto fonetico internazionale è resa col simbolo z (secondo la consuetudine del dialetto veneto è resa con x nel tipo xe „è‟). Anche quando parlava italiano, don Zeno tendeva a perdere l‟elemento dentale occlusivo (t d) delle sue z, tanto sorde (sensa, stansa, giudissio) quanto sonore (suppa, barseletta, Seno appunto). 37 89 chiede «ma sei tu il Salvatore?», Gesù risponde con la testimonianza dei fatti, «i morti resuscitano, i ciechi vedono, ecc.». Questo il commento: sarebbe come chiedere a una donna «Sei bella tu? - Imbambii, t‟al savree te s‟a soun bela o no!»; e di tal genere fu la risposta che don Zeno mandò a dire, attraverso il suo „ambasciatore‟ Matteuccio, a S. Giovanni Rotondo: «I morti marciscono, i sordi i dveinten seimper più dur, più sord, più dal succhi; i ciechi ci vedono sempre meno, orbi addirittura; gli storpi i van seimper più stort; ai figli rimasti senza mamma risorge la mamma, ai figli rimasti senza padre risorge il padre [...]. Dilla bein giusta, quando sei là!». Ovviamente, il dialetto (e il passaggio abituale, nella stessa frase, dall‟italiano al dialetto) è profuso in razioni più abbondanti vicino a casa: in Tra le zolle, si esprimono in dialetto il giovane Zeno e suo padre nel colloquio col parroco di Fossoli don Sisto (pp. 15-16), e frequenti sono gli squarci dialettali nell‟episodio del dibattito tra Zeno e i socialisti rievocato sotto il nome dell‟arbitra di quella contesa, Al S’cifel (pp. 61 e sgg.). E nell‟immediato dopoguerra, la famosa proposta del fee du mucc trae la sua forza dirompente, a contrasto con un linguaggio politico già tendente all‟astrattezza, all‟allontanamento, al tradimento della volontà popolare, anche dall‟essere formulata nella lingua dell‟uso quotidiano, la lingua in cui non si mente38. Di quella proposta don Zeno farà cenno ancora (attribuendola al 1952, mentre risulta fosse già stata formulata nel ‟45) nel rientro a Carpi del 1964, all‟interno di un discorso punteggiato (come si è cominciato a vedere) da autentici fuochi d‟artificio dialettali: per esempio, la fede profonda della gente locale, al di là delle più superficiali convinzioni politiche, è sintetizzata con un «Al dis 39: oh, sgnor padroun, me angh‟cred minga in Dio, però al gh‟è». Mentre l‟opinione della gente su di lui è espressa da: «Don Seno al gh‟à seimper la materia, l‟è un prete materiale»; e il cambiamento di status dei suoi ascoltatori è reso con «voialtri carpigiani a mucee di bezi». Celebri frasi evangeliche sono così trasformate o illustrate: «quando i pulcini nascono, i gh‟an bèle al vistii», «quando vai al tempio - quand t‟ee in Dom». Degli altri dialetti usati episodicamente da don Zeno, quello veneto-veronese pare il più ricorrente, suppongo per la frequentazione con don Calabria (di cui è assunto a proverbio il «semo òmini», nel senso che tutti abbiamo i nostri difetti, ricordato sia a don Vincenzo nel 1959, sia al pordenonese don Martin nel ‟70 sia, infine, due volte nella lettera a mons. Lefebvre del 1977)40. Proprio parlando a Verona nel ‟51, don Zeno ripete in dialetto, scusandosi per l‟approssimazione, le parole di quel facchino che gli permise il primo incontro con uno dei suoi padri spirituali: «A ghe xè Ancora nel ‟59, scrivendo a don Vincenzo, don Zeno ribadiva che «questo sarebbe il momento giusto per saltare in mezzo al popolo e proporre „i du mucc‟» (Lettere, II, p. 186). 39 Per introdurre battute altrui, di solito a scopi comici e con implicita critica dell‟enunciato, è una formula frequente di don Zeno, anche in italiano: «mah, dice, non ha poi il libretto di lavoro; mah, di qua e di là...» (Siena, 13 maggio 1951). 40 Lettere, II, pp. 191, 260, 302. 38 90 - non so come dite voialtri - don Calabria, el vaga là». Il dialetto è strumento di immediatezza anche nel caratterizzare le persone col nomignolo comunemente loro attribuito: dalla già ricordata S’cifel carpigiana, a Righin bracciante socialista di Fossoli citato nella Rivoluzione sociale di Gesù Cristo41, ai tanti mirandolesi: Simuel, Giuvàn detto Crùca perché viene spesso alle mani («non voglio che lo chiamino „Cruca‟ [...], ma mille volte lo prego di non „cruccare‟»), «il nostro bottegaio Guido detto Saùl» dei «Piccoli Apostoli»42; Zamian ed San Iacum (citato a Fossoli il 7 dicembre 1949) e Luigìn Galavotti commemorato nelle esequie di San Giacomo il 26 aprile 1962. Un soprannome dello stesso don Zeno, in chiara connessione alla perenne „bolletta‟, è simpaticamente corretto dall‟interessato sui «Piccoli Apostoli» del 21 marzo 1937: «Diversi scherzando mi chiamano Don Zero. Non è esatto! Dovrebbero dire Don Sottozero, perché a zero non ci sono mai potuto arrivare». Ben evidente il carattere popolare dell‟eloquenza di don Zeno anche quando parla in italiano, o - per dir meglio - in quell‟italiano di uso locale (che molti linguisti chiamano, poco felicemente, «regionale», come se l‟italiano parlato a Bologna fosse lo stesso di quello parlato a Carpi). Già ho accennato a certi piccoli „difetti‟ della pronuncia, che tradiscono il fondo carpigiano dell‟oratore; aggiungo l‟apertura delle vocali toniche in sillaba implicata (cioè prima di due consonanti: mòndo, insòmma, biciclètta, vèscovo), e altri due fenomeni peraltro non esclusivamente carpigiani, ma di buona parte dell‟Emilia: la consonantizzazione, cioè il passaggio a v della u semiconsonantica (qvèsto, qvèllo) e la depalatalizzazione della s palatale (rovesiare, sioperi, sivolìo). Quanto alla morfologia, osservo solo l‟uso del ci per „gli, le‟ («ci ho buttato tra le braccia un bambino», s‟intende a Irene, secondo la rievocazione al Lirico di Milano, 8 novembre 1949; «perché ci hai rotto la testa?», Fossoli 16 febbraio 1950) o come supporto del verbo avere («nel Cristianesimo ci abbiamo una legge», Milano, al popolo, 8 novembre 1949); dell‟aggettivo dimostrativo sto, sta43, anche nella solenne lettera programmatica a Montini del 1° giugno 1950, più volte citata (al demonio tentatore Gesù semplicemente «ha risposto che se ne vada „sto stupido») 44; e il rafforzamento del pronome dimostrativo con l‟avverbio deittico (questo qui, quella lì). Il tutto in una costruzione sintattica che, oltre ad obbedire alle leggi dell‟oralità (talora anche nelle lettere), si tinge volentieri di tratti popolari: ecco allora i pleonasmi pronominali («è un‟idea che bisogna dimostrarla coi fatti», lettera a un ingegnere del 21 ottobre 193545; «la legge, della quale non me ne servo», Milano, Lirico, 8 novembre 1949), specialmente con funzione di raccordo tra elementi della frase «dislocati» diversamente 41 Cfr. U. CASARI, Un libro di don Zeno Saltini, cit., p. 88. Numeri del 5 dicembre 1937, 14 luglio 1940, 1° giugno 1941. 43 Ancor più dialettale lo ste di Milano (discorso al popolo, 8 novembre 1949): «entra con ste bambino». Poco oltre, il parere del vescovo Pranzini è sintetizzato così: «vedere come son ste regole, vedere il Vaticano cosa dice, qui e là». 44 Lettere, I, p. 170. 45 Lettere, I, p. 38. 42 91 rispetto all‟ordine normale: «tutta la mia vita giovanile l‟ho data sempre» (lettera a Enrico Naldi, 24 marzo 1923)46; «e io la celebro la messa» (Milano, Lirico, 8 novembre 1949); «dire che un girino diventi una rana e che un bruco diventi farfalla nessuno lo crederebbe» (lettera a mons. Galeazzi del 27 aprile 1955)47. Su altri caratteri della sintassi e dello stile oratorio di don Zeno si sofferma la Campagnoli: accenno solo alla grande frequenza delle figure di ripetizione, in specie al ricorso a periodi di tre o più membri, tutti inizianti o terminanti con la stessa parola o gruppo di parole. Di Luigi Galavotti dirà (a San Giacomo, 26 aprile 1962): «Lui conosceva la verità: Cristo. Lui conosceva l‟amore: Cristo. Lui conosceva la giustizia: Cristo». E in una lettera a Turoldo del 28 dicembre 1949, poi ripresa per Montini ancora il 1° giugno 1950, la definizione della «carne» come «schiavitù» consisteva in ben tredici articoli, invariabilmente aperti da «schiavitù di», seguita da un infinito verbale, che in due casi era credere e in otto casi non credere. Mi limito a citare una frase, dove si sovrappongono altre figure di ripetizione: «schiavitù di non credere che possiamo essere in Nomadelfia un popolo di taumaturghi, un popolo che non sa fare altro che miracoli, che non capisce altra vita che quella del miracolo, che bonifica terre con la mano di Cristo, che benedice i figli con la mano di Cristo, che genera a Cristo i figli “qui ex Deo nati sunt”»48. La ripetizione spesso sfocia nel climax, cioè l‟accostamento di parole della stessa area concettuale, disposte in crescendo d‟intensità, ad esempio per descrivere le condizioni dei rifiuti della società, accolti in Nomadelfia: «finiti, rovinati, distrutti, avviliti, feriti nel cuore dall‟ingiustizia umana» (Fossoli 11 gennaio 1950); «Voi avete l‟età che avevo io quando, reietti e sbattuti nelle fogne della società umana, spesso inumana, vi ho aperto cuore, anima, casa, vita, Amore» (poscritto dell‟addio ai nomadelfi, 9 febbraio 1952)49. Una penetrante osservazione grammaticale, dove il ricorso al futuro dei politici è confrontato con l‟uso dello stesso tempo anche in epoca passata, e con le necessità dell‟ora presente, appare nella lettera a Montini del principio ‟53 poi finita in Non siamo d’accordo: «Vede Eccellenza, i nostri capi politici cattolici parlano sempre coniugando i verbi al futuro, cosa che piace moltissimo fino al plauso più sincero, a coloro che mangiano al presente. “Faremo, socializzeremo, riformeremo l‟agricoltura, avrete tutti da lavorare, non ci sarà più la miseria accanto alla sfacciata ricchezza”. E noi ascoltiamo e ci domandiamo: “Quando? Dove? Ma guarda che spudorati e che falsi” diciamo, costernati. Capirà se ci può andare a genio quel modo di coniugare al futuro un verbo che per noi invece dovrebbe 46 Lettere, I, p. 14. Lettere, II, p. 112. Il brano verrà citato appresso più estesamente. 48 Lettere, I, pp. 155-156 e 175. 49 Lettere, I, p. 264. 47 92 essere presente con effetto retroattivo! Tra l‟altro siamo pieni di debiti e rovinati per causa del loro futuro anche nel passato»50. Ma, come abbiamo già cominciato incidentalmente a vedere, è dal lessico che si può misurare con maggior evidenza la volontà di don Zeno di essere „popolare‟, di parlare „con‟ il popolo più che „al‟ popolo, di presentarsi alla gente comune come uno „di famiglia‟, e alle autorità come un legittimo rappresentante del popolo, che aborre le astrazioni preferendo ricorrere a una terminologia (e ad una fraseologia) concreta e immediata. Tra le centinaia di esempi possibili, lungo tutto l‟arco dell‟attività di cui sia rimasta traccia scritta (da «sarei anche in bolletta durissima» de «L‟Apostolo» del 29 aprile 1934, o «c‟è una bolletta che batte le scintille!!», dei «Piccoli Apostoli» del 24 febbraio 1935, al «siamo tu ed io cucchi» con cui termina l‟ultima lettera pubblicata in Lettere, II, p. 305, all‟on. Sibille)51, faccio una piccola scelta di lessemi e modi assegnabili all‟area del cosiddetto italiano popolare. La bolletta „mancanza di soldi‟ è - verrebbe da dire „naturalmente‟ - uno dei termini più usuali nel don Zeno dei primi anni: lo impiega nei discorsi di Milano dell‟11 e 12 novembre 1949 (la seconda volta con riferimento alla contessa Pirelli), e lo tira fuori ancora nella più volte citata lettera programmatica a Montini del giugno 1950, elogiando l‟«apostolica „bolletta‟» di San Pietro in contrasto con la ricchezza odierna di tanto clero.52 Dall‟altro lato, la grettezza con cui i potenti hanno riguardato l‟opera di Nomadelfia fa esclamare a don Zeno, nella lettera a De Gasperi del novembre ‟48, di essere «sempre stato trattato con dei metri di 40 centimetri», mentre l‟occupazione preferita dal ministro Scelba è, secondo la denuncia a Ottaviani di fine 1950, «dire un fottio di insolenze contro i comunisti»53. La propaganda politica si regge sul «contarci queste storielle» (discorso di Siena, 13 maggio 1951), o, più crudamente, sulle balle: le «balle sociali dei comunisti» e le «balle dei borghesi» (a Ottaviani, 1953); «Satana avanza sempre con montagne di balle» (a mons. Prati, 1953)54. Nella stessa lettera scritta, con uno stile molto diretto, a Ottaviani nel marzo 1954, dopo lo scioglimento dell‟Opera, ricorre per tre volte il verbo infischiarsene: «tutti quelli che se ne sono andati [da Nomadelfia] [...] se ne infischiano altamente dei loro passati impegni», e così pure chi detiene la proprietà «se ne infischia di noi» («chi ha la proprietà me la saluti tanto»); insomma, «tutti i benestanti e tutti coloro che se la cavano [...] di fatto se ne infischiano di noi»55. Tra le tante locuzioni popolari riprese da don Zeno, ricordo «insaccarmi a parole» (cioè Lettere, II, pp. 15-16, Non siamo d’accordo, cit., pp. 28-29. Il concetto di „vecchio‟, con divertito riferimento a se stesso, era già esposto pittorescamente, tra italiano e dialetto, nell‟assemblea generale di Nomadelfia-Diaccialone del 1954: «guarda me, ch‟a soun dvintee vecc, giro sgalonato [„sciancato‟, dal dialettale galoun „anca‟], bele vecc». 52 Lettere, I, p. 169. 53 Lettere, I, pp. 146 e 192. 54 Lettere, II, pp. 23 e 47. 55 Lettere, II, pp. 80, 81, 83. 50 51 93 „sconfiggermi nel dibattito, ridurre al silenzio‟) e «pagato» (cioè „picchiato‟), a proposito della discussione giovanile coi socialisti raccontata in Tra le zolle56; invece gli oppositori di Nomadelfia del 1950, secondo la sintesi datane a Ottaviani, «quando parlano „battono l‟aria‟, laddove don Zeno insisteva con Montini nel ‟53: «non possiamo credere che Gesù avesse voglia di „battere l‟aria‟» preannunciando il Giudizio universale57. L‟accorata, ma energica esortazione ai nomadelfi del 30 agosto 1957, vieta di «piagnolare i vostri difetti», ma piuttosto: «dateci un taglio!»; e ancora, «non siate freddi, pappe fredde davanti al dovere». Una verifica sui dizionari dell‟italiano ufficiale talvolta sorprende un don Zeno „onomaturgo‟, inventore di neologismi quando la parola giusta per esprimere il concetto nuovo non esista o non sia ritenuta abbastanza efficace, o semplicemente quando l‟oratore-epistolografo ritenga di potersi permettere una derivazione da parola già nota. Tra le neoconiazioni va messa in primo piano, ovviamente, Nomadelfia: composto ideato da don Medardo Zalotti, parroco di San Martino Secchia, e documentato in uno scritto di don Zeno per la prima volta nel maggio 1947, si diffuse dal 1948 con l‟occupazione del campo di Fossoli58. Più tardo di qualche anno è nomadelfi (quasi sempre al plurale), che dovrebbe aver sostituito il precedente piccoli apostoli59 verso il 1951-„52 (epoca cui risale l‟inno di don Zeno Nomadelfi, il nemico ha scoperto), ed è ben attestato nelle lettere del 1952 a Ottaviani, Pio XII e ai nomadelfi stessi60. Allo scioglimento di Nomadelfia come istituzione religiosa, deciso dai convenuti all‟assemblea della Porcareccia di San Severo nel dicembre 1951, subentra l‟Eremo sociale dove gli ex piccoli apostoli s‟impegnano a vivere e perfezionare la loro vita comunitaria verso la sospirata realizzazione di una Teopoli; città nella quale sacerdoti e laici saranno „un solo‟ secondo la preghiera del Divino Salvatore all‟Ultima Cena61. Allegando il testo al nunzio Borgongini, don Zeno commentava: «Che cosa sarà la Città di Dio che essi con me e con noi Sacerdoti, già Piccoli Apostoli, sogniamo?». E un mese dopo, scrivendo all‟on. Andreotti, insisteva: «Rimarrà in Italia questa nascente Città di Dio, o espatrierà per riimpiantarsi su altre terre?»62. Il suffisso -ismo serve invece a don Zeno per creare (o ricreare, nel caso di parole già esi56 Z. SALTINI, Tra le zolle, cit., pp. 81 e 86. Il Grande Dizionario della Lingua Italiana, Torino, UTET, 1961 e sgg. registra di insaccare l‟uso traslato „raggirare, convincere‟, non identico al nostro. 57 Lettere, I, p. 196 e II, p. 12. La seconda lettera è quella richiamata anche poco sopra, come riprodotta pure in Non siamo d’accordo, cit., p. 24 per il passo citato. 58 Cfr. Lettere, I, p. 130, nota; e la documentazione raccolta da chi scrive in Verità in lingua e in dialetto secondo don Zeno Saltini, cit., p. 276. 59 Di cui don Zeno impiegava anche il femminile: «mamme Piccole Apostole» nella lettera a Dalla Zuanna del 20 maggio 1943 (Lettere, I, p. 67); «Piccole Apostole mamme» nel discorso di Fossoli del 16 febbraio 1950; semplicemente «Piccole Apostole», ancora parlando a Fossoli, 7 e 9 dicembre 1949. 60 Lettere, I, pp. 275, 308, 321. Al 1944 risalirebbe (secondo la raccolta Canti di Nomadelfia, Grosseto, Nomadelfia, 1994, pp. 8-9) l‟inno Città che sei nata, il cui ritornello suona «Siam Nomadelfi, di nulla temiamo...»; ma il Presidente Francesco mi avverte che la prima stesura aveva «Siam Piccoli Apostoli». 61 Lettere, I, p. 258. 62 Lettere, I, pp. 257 e 260. 94 stenti) termini astratti, con valore negativo, riferiti specialmente al mondo ecclesiastico, dove stanno annidati farisei o neofarisei63: la lettera a don Francesco Testi del maggio 1962 ha un lungo periodo, pieno oltre tutto di immagini di guerra e sangue: «Ma il fariseismo e neofariseismo è abbarbicato così profondamente per cui si può dire che la Chiesa è perseguitata fino al dissanguamento nell‟interno, dall‟interno [...] vittime [...] cadono a migliaia e a milioni sotto il tallone dai chiodi della stessa tempra di quell‟acciaio [delle corazze forgiate nei bracieri dell‟inferno] dei neofarisei comunque vestiti, comunque persino consacrati dalla Chiesa»64. Come per neofariseismo, i dizionari italiani più ampi ed aggiornati non danno documentazione per due altri -ismi ecclesiastici di don Zeno: il cultualismo, cioè l‟attenzione formale al solo culto esteriore, senza le opere, e il gerarchismo, il rigido ordinamento imposto dalla gerarchia eccelsiastica: «Tra il misticismo e il cultualismo evanescenti di una spaventosa massa di cattolici e il neo-epicureismo, il neo-storicismo [recte: neo-stoicismo], il neopaganesimo sta la città di Nomadelfia che nel Cristianesimo ha realizzato l‟Unum in forma comunitaria e sociale»65. «Tu volevi fare un Clero che vivesse in se stesso i veri ed urgenti bisogni della Chiesa. Il Seminario non ne produce perché il Seminario è borghesia e gerarchismo. Tra l‟altro è anche insulso pietismo»66. Se neofariseismo e cultualismo sono del tutto ignoti alla lessicografia italiana contemporanea, gerarchismo è attestato dal Grande dizionario della lingua italiana, con un esempio di Benedetto Croce, nel significato „storico‟ e concreto di „insieme dei gerarchi fascisti‟. Pietismo invece, con pietista e due ulteriori derivati allo stesso modo (ibridismo e quietista), è parola già nota, ma piegata da don Zeno a significato non tecnico, secondo un procedimento semantico tipico del linguaggio comune o popolare di fronte ai termini specialistici: «I pietisti diranno che è stata volontà di Dio, tanto per dare la colpa a qualcuno. Al momento poi in cui si dà mano libera ai pietisti, cosa che è successa nei miei confronti fino alla „strage degli innocenti‟, ti salvi Iddio perché è come entrare in un cespugliaio infestato di vipere [...]. Il famigerato „gesuitismo‟ è un fatto. Ha preso quel nome perché i Gesuiti sono stati i più zelanti nell‟applicare il concilio di Trento; ma è di tutti noi, me compreso. Di molti preti c‟è poco da fidarsi, essendo anche ignoranti in materia o pietisti oppure succubi del malcostume»67. Farisei è curiosamente accoppiato a chiacchieroni (nel senso tanto di „maldicenti‟ quanto di „inattivi, non dediti a opere caritative‟) due volte nel discorso di Verona del 1° giugno 1951: «non siate dei farisei, non siate dei chiacchieroni del cristianesimo»; e, a proposito della nascente opera dei Nomadelfi, «il ronzio dei farisei, dei chiacchieroni: riusciranno, non riusciranno?». 64 Lettere, II, p. 226. 65 Lettera a Montini, 24 giugno 1951, in Lettere, I, p. 215. 66 Lettera a don Vincenzo, 13 novembre 1953, in Lettere, II, p. 66. 67 Lettere a Pio XII, 6 marzo 1952; a don Vincenzo, 14 febbraio 1959; a Paolo VI, 20 febbraio 1975 (Lettere, 63 95 «Come potranno i quietisti, i comodi, i farisei permettere che si attui questo programma di fraternità concreta senza reagire, senza sentirsi toccati nel vivo? [...] Le opere stesse per diversi diventeranno una offesa, un rimprovero, un esautoramento consequenziale»68. Come si vede, nella pagina di don Zeno ismo tira ismo: i composti del genere si richiamano l‟un l‟altro, diventano tutti pressappoco designazioni sinonimiche del comportamento farisaico, anticristiano di molti credenti. Estraggo altri squarci significativi, dove tra l‟altro compare ibridismo nel senso di „mescolanza impura tra sacro e profano, tra cristianesimo e borghesia‟, anzitutto dalla più volte citata lettera a Montini del 24 giugno 1951, dove si constata che i cattolici entrati in politica dopo la guerra «sono rotolati con prepotenza in una scialba ed insignificante politica borghese, condannabile dalla Chiesa non meno del comunismo; essendo, quella, individualismo deprecabile [...]. Quanto male farà nelle anime di quelle povere suorine che escono dalla clausura, dove tutto dice olocausto puro, per votare in favore di un così scandaloso ibridismo! Quanto male farà nell‟anima dei giovani cattolici l‟agitarsi in una lotta così impegnativa per creare un aborto tanto scandaloso!». Indi dalla lettera (essa pure già citata) del 6 settembre 1971 al padre camaldolese Calati: «La sola soluzione: farci “consummati in unum”. Farci un Popolo nuovo, fondato sulla Fede nostra cattolica, apostolica, superante ogni ibridismo e compromesso con quel mondo per il quale Gesù si è rifiutato di pregare a l‟Ultima Cena [...]; lasciando dietro di noi il delitto sociale della correità con il mondo, la quale ci ha portato su l‟orlo del fallimento del Cristianesimo»69. Un‟altra procedura di derivazione sfrutta il suffisso -izzare, con cui è formato un verbo glutinizzarsi non altrimenti noto, ma che per analogia col glutine indicherà il „consolidarsi, incrostarsi‟: per spiegare che il libro Non siamo d’accordo non implicava un distacco dalla dottrina ufficiale della Chiesa, ma solo il ripudio della prassi di molti cattolici, scriveva al neo-cardinale Ottaviani il 14 maggio 1953: I, p. 275; II, pp. 188 e 294). Come è noto, con pietismo si è intesa stricto sensu la religiosità, nata nell‟ambito del protestantesimo, che predilige la vita contemplativa; ed estensivamente, la religiosità ostentata ma non sincera. Don Zeno qualifica come pietisti i cattolici e i religiosi che, rifiutando l‟intervento sociale, non vivono un cristianesimo autentico: più o meno equivalenti ai quietisti e ai farisei, come si vede anche dall‟esempio successivo. 68 Lettera al p. René Arnou del 31 agosto 1944 (Lettere, I, p. 104). Anche quietismo, nato come termine teologico per designare la corrente del molinismo (più propensa alla contemplazione che al culto esteriore), ha allargato la sua valenza a quella di «apatia, tendenza al quieto vivere»: la religione dei «comodi», per dirla con don Zeno, che a Dalla Zuanna nell‟agosto 1945 (quando stava prendendo piede la proposta dei du mucc) pacatamente rimproveravava: «vedo che il mio Vescovo preferisce vedermi tranquillo tra cose che non molestano nessuno, anziché incoraggiarmi alla battaglia» (Lettere, I, p. 117). 69 Lettere, I, p. 210 e II, p. 278. Ibridismo, conio ottocentesco d‟area scientifica, secondo il Grande Dizionario della Lingua Italiana, cit. e M. CORTELLAZZO e P. ZOLLI, Dizionario etimologico della lingua italiana, Bologna, Zanichelli, 1979-1988 soltanto nel 1950 avrebbe assunto il senso figurato, in cui lo impiega anche don Zeno, di „commistione non omogenea‟. Ritengo tuttavia che quest‟uso sia più antico, protonovecentesco. 96 «Essere d‟accordo sulla stessa dottrina non sempre significa condividere le stesse angustie e la stessa vita. La dottrina spesso si glutinizza abbagliante ed infeconda nel cervello, mentre il cuore fa a suo modo; mentre la vita è in perfetto contrasto». Un anno più tardi (12 novembre 1954) don Zeno, ormai laicizzato ma ancora oggetto di attacchi dell‟«Osservatore Romano» per il suo preteso cedimento al comunismo, con lo stesso Ottaviani sforna un altro verbo derivativo, impasticciare, allargandone il significato da quello documentato di „mettere insieme ingredienti diversi‟ a quello di „immischiare, facendo d‟ogni erba un fascio‟: «L‟Osservatore mi è andato a impasticciare in correnti che, come era ben noto al Santo Ufficio, non solo non condivido ma combattevo come inesatte e non conformi alla volontà del Signore»70. In questo caso, la derivazione è di tipo popolare, come avviene per due altre parole non documentate dai dizionari, chiacchieratorio („luogo dove si perde tempo in chiacchiere‟, sul modello di oratorio ecc.) e attontito (forse un incrocio tra intontito e attonito): «Bisognerebbe dividere la canonica: una porta che arresta il pubblico nella quale di fatto sta scritto: non siamo in piazza, o al ricreatorio, o al chiacchieratorio. Non è il modo che li offende, è la sostanza che essi [oppositori di Nomadelfia] non capiscono perché sono dei liberali, o attontiti dal liberalismo»71. Per chiudere la lista degli hapax ottenuti mediante derivazione, ecco rispettivamente un sostantivo astratto deverbale col suffisso -ìo, un apparente aggettivo verbale (participio presente) derivato però da un nome, infine un nome di agente la cui base verbale non mi è chiara. Curiosamente, tutti e tre sono in lettere a Montini72: vacillìo: «Vescovi, cardinali sui quali si può far leva per creare dei punti fermi nel vacillio dei movimenti sociali che si accavallano minacciosi su mille e mille direttive». vagitante: «Ed io vado tra le masse [...] nelle soffitte al freddo ed alla fame, nelle culle vagitanti l‟abbandono». torciliatore: «Vedranno, vedranno i torciliatori della verità, come Nomadelfia in pochi anni dimostrerà che la concezione degli Stati è il paganesimo». Con vacillio, don Zeno ha messo avanti un derivato da vacillare meno pesante del canonico vacillazione; vagitante nasce certamente da vagito, con la mediazione di un inesistente verbo transitivo vagitare „piangere con vagiti‟73; torciliatore (forse ipercorrettismo per torcigliatore) mi sembra possa risalire al raro verbo italiano torcigliare (cioè attorcigliare), col valore figurato di „distorcere, 70 I due brani in Lettere, II, pp. 22 e 96. Lettere, I, pp. 65-66 e 196. 72 Rispettivamente: 1° giugno 1950 (Lettere, I, p. 167); 24 giugno 1951 (I, p. 208), e ancora 1° giugno 1950 (I, p. 171). 73 Non saprei se l‟espressione «vagitanti l‟abbandono» risenta di quella posta da Guido Gozzano al termine della sua celeberrima Signorina Felicita: «m‟apparisti così, come in un cantico / del Prati, lacrimante l‟abbandono». 71 97 deformare‟. Ma i pregi linguistici di don Zeno non risiedono certo nell‟invenzione estemporanea di qualche termine: conviene piuttosto seguirne l‟azione di rinnovamento, di „intensificazione‟ semantica operata su parole già in uso, la collocazione delle parole-chiave in costellazioni ricche di rimandi interni, l‟insistenza su determinate famiglie di parole o aree concettuali. Il quadro che segue, oltre ad essere selettivo (ben lontano, cioè, dal configurarsi come „enciclopedia zeniana‟), può apparire anche arbitrario, nel senso che la logica di certi apparentamenti è discutibile: mi illudo, tuttavia, che non forzi né tradisca il rettilineo insegnamento del Patriarca. Un primo gruppo che isolerei rimanda alla natura, come simbolo di libertà, di generosità divina (contrapposta alla grettezza umana): anzitutto, l‟aria, che dà vita ed è vita per le piante in primavera, e deve servire da esempio per far risorgere la Chiesa, non con le punizioni ma col calore che rigenera. Nella lunga, fondamentale lettera a Montini del 1° giugno 1950, don Zeno spiega che provocare dissidii interni, distribuire sanzioni, insomma «bisticciare „in famiglia‟» «sarebbe stupido alla stessa maniera come se la primavera al fine di riportare la vitalità nei campi cominciasse a stangare le piante e i rami rimasti senza foglie, e a calpestare i prati rimasti squallidi per causa delle crudezze dell‟inverno. Si soffia la Vita, si soffia, si soffia aria calda... Ed il freddo se ne andrà, ...la vita verrà»74. Pochi mesi dopo, nell‟altra lettera programmatica a Ottaviani del 13 dicembre 1950, è ancora l‟aria (questa volta, in quanto generatrice di musica nelle canne d‟organo) a designare il soffio dello Spirito: «Il Papa oggi è il più grande concertista che è portato da noi tra le masse perché suoni le eterne melodie della vita e della giustizia; ma lo abbiamo imbrogliato: è alla tastiera, tira i registri, guarda la musica scritta dallo Spirito Santo, tutti guardano, tutti aspettano, ma non suona [...]. I figli hanno fatto uno strappo nel mantice, l‟aria non arriva [...]. Poverino! Gli hanno fatto uno strappo nel mantice, l‟aria non arriva»75. Lo Spirito soffia, l‟aria vivifica, Dio la distribuisce a tutti senza risparmio, e la gerarchia sociale non può impedirlo. Nel discorso di Fossoli dell‟8 dicembre 1949 compare una curiosa ipotesi (poi ripresa a Verona il 1° giugno 1951): «Se gli uomini avessero l‟aria, i padroni ne farebbero dei magazzini, ne farebbero delle bombole e la venderebbero [...] “Questi qua, se vogliono l‟aria, la comprano mo‟” [...]. Ma il Padre invece, aria e aria e aria»76. La vita en plein air cara a don Zeno porta con sé altre immagini campagnole, similitudini in cui entra in ballo il regno vegetale: «molti 74 Lettere, I, p. 172. Lettere, I, p. 198. 76 Rimane in tema l‟inciso poco posteriore, evidentemente diretto a un bambino disattento: «Vieni avanti, tu con quel maglione: non ti prendo l‟aria, vieni solo qui avanti, respiri lo stesso». Più breve il riferimento alla deprecabile proprietà privata dell‟aria nel discorso di Verona: «fortunatamente che [Dio] non la mette in mano ai commercianti». 75 98 partiti son come le zucche: fan presto a nascere [...] poi si seccano sotto, come le zucche [...]. Ma la quercia la vin so» (Carpi, 27 giugno 1964). Don Zeno stesso si paragona, con bonarietà che sottintende rimprovero, al seminatore evangelico: attraverso i discorsi nei vari luoghi, dice a Milano il 12 novembre 1949, «sempre semino, e raccolgo dei bambini [...]. Ma raccolgo il grano, o i rifiuti del grano?». L‟albero, il legno, vengono evocati a diversi propositi: come metafora, insieme, della famiglia e della reciproca utilità di piccoli e grandi per suscitare un solo «fuoco», nel discorso di Fossoli del 7 dicembre 1949, quando lo scritto di un giovanissimo piccolo apostolo «noi siamo i ramoscelli, le nostre mamme e babbi sono gli alberi» è completato in dialetto con «vueter a sii i stec e nueter a sem la legna», è insomma il vostro entusiasmo di bambini che accende il fuoco del nostro fervore. Né il legno, elemento povero ma fidato, sprofonda nelle burrasche, come scrive a don Calabria il 22 novembre 1949: «Il comunismo, l‟anticlericalismo, il liberalismo, la borghesia sono i nostri prodotti più immediati e nefandi. Di questo passo la Chiesa sommerge, rimanendo a galla la Croce perché è di legno, per riprendere da capo77». Ma il legno non ha quella morbidezza che s‟impone per trattare con la più tenera infanzia; più volte don Zeno, a spiegare l‟insostituibilità delle mamme nella sua opera, ricorda i tempi nei quali era lui solo ad abbracciare i bambini, e il suo petto duro «come un palo di pioppo» (Milano, 8 novembre 1949), «dur cum un bastoun», produceva il solo effetto che il bimbo «al taca a pianser» (Carpi, 27 giugno 1964). Frequente è pure l‟associazione mentale tra legno e bastonate, qualche volta sacrosante, come nel riferire di quando tre persone abbienti gli portarono, per sbarazzarsene, fanciulli abbandonati «senza scarpe, con delle magliette sottilissime che non durano niente [...], tre bambini come tre stracci [...]. Se avessi dovuto seguire il mio impulso [...], sapete quando mi vien la rabbia [...], avrei preso un legno, capite, la famosa legna da accendere il fuoco, e avrei dato tante stangate a questi tre» (Fossoli, 8 novembre 1949); ma più spesso per dimostrare l‟irragionevolezza della violenza. Abbiamo visto poco sopra, da una lettera a Montini, l‟immagine della primavera che si guarda bene dallo «stangare le piante» spoglie78; e nel discorso di Carpi del 1964 (ma anche in occasioni precedenti), l‟ineluttabilità delle leggi di natura (nel caso specifico, quella dei cento gradi necessari a far bollire l‟acqua) è sancita con «a psii bastuner la pentola, fee quel ch‟a vlii», ma non otterrete niente. Abbastanza usuale la figura della «bastonata in un nido di vespe» (o formiche) per indicare un‟azione violenta quanto controproducente: tale fu la provocazione lanciata dal suo amico di gioventù Dante nel dibattito coi socialisti carpigiani raccontato in Tra le zolle (p. 86), o sarebbero in77 Lettere, I, p. 150. Pure la punizione che gravava sul capo di don Zeno, per usare le parole di don Pietro Pomati nominato parroco di Nomadelfia, sarebbe stata una «grossa stangata» (a Ottaviani, 10 settembre 1952, in Lettere, I, p. 308). 78 99 terventi troppo bruschi nel mondo ecclesiale, come quelli sconsigliati in due lettere a Montini del 1950 e ‟51: «Metterci mano dentro [all‟Azione cattolica] è come dare una stangata ad un nido di formiche, ché si ottiene un solo risultato: disorientamento, disordine e reazione fuori luogo»79. «In un movimento come quello che sta provocando Nomadelfia non possiamo essere fermati da un Vescovo [...]. È una missione che arriva al popolo come una bastonata in un pacifico nido di vespe: provoca azioni e reazioni a fondo»80. Un gran numero di similitudini prende spunto dagli animali, soprattutto quelli con cui il contadino aveva quotidianamente a che fare: dai più piccoli, come formiche, girini e altri animaletti, fino ai quadrupedi compagni del lavoro campestre, senza escludere digressioni verso esseri appartenenti ad ambienti diversi. Il primo dovere di un cristiano, secondo la parabola evangelica del buon Samaritano, è «smontare da cavallo» in soccorso dei bisognosi. Se la parabola è forse la più frequente nei discorsi al popolo, la locuzione è spesso riproposta alle autorità ecclesiastiche: «Quando vedo qualche sacerdote che invece di “smontare da cavallo, tira diritto” per i suoi affari, penso che il nostro sacerdozio cristiano cattolico apostolico romano ha come assunto quasi in unione ipostatica il sacerdozio ebraico e che spesso, se non stiamo attenti, lasciamo agire Caifa in noi e non il Divino Sacerdote Figlio di Dio, che, a parte tutto, ha raccontato personalmente, ed in pubblico, quella svergognante parabola, parabola che sarebbe bastata da sola per farlo mettere in croce. A sostituzione del sacerdote traditore ha messo un eretico. Io penso che è l‟ora di far smontare da cavallo tutto il sacerdozio dall‟alto in basso [...]: smontare da cavallo senza «suonare la tromba» e curare silenziosamente il ferito, caricarlo sul cavallo, ospitarlo e pagare noi» (a Montini, 1° giugno 1950, in Lettere, I, p. 168). «Soli, senza sacerdoti, a meno che questi non siano costretti per causa della tremenda parabola del Samaritano a scendere da cavallo qualora tutto ciò finisse nel pericolo di fatti gravi» (a Pio XII, 6 marzo 1952, in Lettere, I, p. 174)81. «Ma scendono da cavallo anche gli eretici; come eretico o scismatico era il Samaritano [...]. I due eretici, almeno di fatto, sono: il Sacerdote che tira diritto ed il Samaritano che scende da cavallo» (a Ottaviani, 14 maggio 1953, in Lettere, II, p. 24). La costruzione di Nomadelfia (autentica messa in pratica dello «smontare da cavallo»; o anche, il porgere orecchio alle invocazioni disperate dei piccoli animali schiacciati, lungo le carrarec- 79 Lettere, I, p. 166. Lettere, I, p. 213. L‟allusione è al divieto di tenere conferenze a Torino, imposto a don Zeno dal vescovo locale, card. Fossati. Nella stessa lettera a Montini (p. 216), e in quella al Sant‟Uffizio successiva di tre giorni (p. 219), l‟azione fu definita anche in termini più cruenti, rispettivamente «pugnale conficcatomi nella schiena dal Cardinale di Torino» e «un Vescovo, un ufficio, una lettera, una protesta, sconcerta e mi pugnala, sì dico, mi pugnala alla schiena». 81 È quanto potrebbe accadere se l‟autorità ecclesiastica imponesse ai sacerdoti piccoli apostoli di lasciare Nomadelfia, e questi in coscienza si sentissero costretti a disobbedire. 80 100 ce campestri, dal pesante carro)82 è volta a volta identificata col paziente lavoro delle formiche che raccolgono le briciole (Milano, discorso al popolo, 8 novembre 1949) e sanno resistere agli attacchi dei più forti; col crescere delle «nidiate» di uccellini (così dette per esempio a Vignola, 7 settembre 1950, e Siena, 13 maggio 1951; in dialetto, cuvèda, cuvadèina, per esempio a Formigine, 16 settembre 1950) fino al momento del volo; con la trasformazione del bruco in farfalla e del girino in rana; con la perseveranza „agnostica‟ del topo o del mulo, e persino col canto osannante delle cicale: «Se il Santo Ufficio si sognasse di sconfessare Nomadelfia vedresti cose mai viste, divertenti addirittura [...]. Assisteresti ad una lotta formidabile tra la formica e l‟elefante, tra la nebbia e la macchina da corsa, potente» (a G. Merzagora, 21 ottobre 1953, in Lettere, II, p. 59). «Gesù a tutti i costi vuole dare a noi uomini la “Gloria di smascherare Satana alle umili folle”. Vuole trionfare in noi e noi vogliamo che trionfi in Se stesso, da solo, per poterlo applaudire in coro, come un mondo di cicale sulla pianta della sofferenza, alimentata dalla vitalità degli innocenti» (a Ottaviani, 13 dicembre 1950, in Lettere, I, p. 197). «Nomadelfia (sembra un controsenso) nasceva nella Chiesa proprio nel momento stesso nel quale la Suprema Congregazione del Santo Ufficio con quella bacchettata del 5 febbraio 1952 le rompeva il guscio» (a Galeazzi, 27 aprile 1955, in Lettere, II, p. 114). «Essere uccellini come i bambini vuol dire poter volare» (discorso a Milano, 12 novembre 49)83. «Tutto è dimenticato. Vi chiedo un piacere: cominciate a volare» (Nomadelfia, 30 agosto 1957)84. «Quei due canarini bianchi e ancora giovanetti che Irene, fondatrice della maternità di Nomadelfia, ha offerto alla Santità Vostra in udienza [...] sono un segno che noi vogliamo essere come gli evangelici “uccelli dell‟aria” pronti a spiccare il volo, sempre, liberi nella libertà che solo il Regno di Cristo in terra può concedere e difendere» (a Pio XII, 1° novembre 1957, in Lettere, II , p. 148). «Dire che un girino diventi una rana e che un bruco diventi farfalla nessuno lo crederebbe [...], Nomadelfia è ora il girino generato dal mio Sacerdozio, è il bruco che si trasformerà in farfalla santa, per volteggiare affascinante nel cielo immenso ed universale della Chiesa» (a Galeazzi, 27 aprile 1955, in Lettere, II, p. 112). «Quanto a Nomadelfia, penso che voi state analizzando un nascituro che è ancora nella fase di feto informe [...]. Si presenta ora anche come un girino che non ha nulla di comune 82 Immagine presente per es. nel discorso di Verona del 1° giugno 1951. Nel senso che solo una famiglia consente ai bambini quella libertà che negli orfanotrofi è forzatamente negata. 84 È la chiusa del discorso, «così duro e così affettuoso nello stesso tempo», nel quale i nomadelfi sono stati accusati di tradimento dell‟idea originaria, di essere «pappe fredde verso il dovere». 83 101 con la rana, eppure è la rana. Un girino però condannato a vivere e crescere in una pozzanghera torbida di miseria» (a Emilio Giaccone, 14 marzo 1957, in Lettere, II, p. 133). «Devo fare come il topo: che comandi il bianco, che comandi il nero, che comandi il rosso, io sempre continuo a rosicchiare» (Siena, 13 maggio 1951)85. «Io sono come i muli; viaggio attento sugli orli dei precipizi per raggiungere mete che per altre vie non si conquistano» (a Ottaviani, 30 novembre 1953, in Lettere, II, p. 75)86. Altri animali sono invece simboli negativi (in parte attinti dal linguaggio biblico, in parte dalla vita moderna, talora anche da metafore giornalistiche piuttosto recenti) degli ostacoli frapposti al cammino di Nomadelfia e della cattolicità tutta: «Il mio più accanito nemico è il mondo, quella parte viperina del mondo che si è annidato tra gli ecclesiastici» (a don Calabria, 30 luglio 1939, in Lettere, I, p. 45)87. «Purtroppo sui popoli bianchi una crudele invasione di false idee [...] hanno annerito il cielo della civiltà, hanno avvelenato le idee basilari della vita [...]. Altro che le cavallette!... Siamo invasi, mortalmente invasi da una specie di filossera che divora inesorabilmente le radici della vita, della vera vita» (Tra le zolle, pp. 57 e 60). «I nipoti sono quasi sempre i vampiri che succhiano disordinatamente ciò che potrebbe consolare tante creature sulle quali il Parroco ha accettato una Paternità divina» (a Dalla Zuanna, 20 maggio 1943, in Lettere, I, p. 65)88. «I preti ricchi [...] sono più micidiali dei cobra. Si drizzano e mordono sempre in nome di qualche velenosa deformazione della Verità. [...] Sento qua e là molti cattolici che sperano di spazzar via il comunismo attraverso le armi alleate. “Razza di vipere e di sepolcri imbiancati!”» (a Montini, 1° giugno 1950, in Lettere, I, pp. 169 e 170)89. «Poi salteranno fuori anche tutti i vampiri della finanza che, pancia piena e sbuffanti, sentenzieranno chi sa quali condanne; e che commetteranno chi sa quali violenze» (a Ottaviani, 4 agosto 1952, in Lettere, II, p. 295)90. A proposito della non appartenenza di don Zeno a un qualunque partito politico, e dunque l‟impossibilità di cessare la propaganda di Nomadelfia con l‟approssimarsi di scadenze elettorali. 86 È probabile un‟allusione alla mula che portava don Abbondio al castello dell‟Innominato (cap. XXIV dei Promessi sposi). 87 Di vent‟anni più tarda sarà l‟espressione «cespugliaio di vipere», già citata da una lettera a don Vincenzo con riferimento ai cosiddetti «pietisti». 88 Riferimento alle canoniche, spesso ridotte a «casa dove si sbafano le rendite del beneficio senza l‟osservanza del “quod superest date pauperibus”». 89 Anche i governanti dell‟Italia, cui la Chiesa serve da «ammortizzatore nelle rivolte degli oppressi», «cappellano nelle carceri», «sono come il cobra, fin che suoni il flauto ti guardano e godono, ma appena cessi di suonare o li tocchi ti ammazzano» (a don Vincenzo, 7 novembre 1953, in Lettere, II, p. 62). Ad altra immagine animalesca era ricorso un anno prima don Zeno scrivendo a Ottaviani il 4 agosto 1952 (Lettere, I, p. 296): «la politica [...], quale polipo, avvinghia la Chiesa con diabolica abilità: sotto il pretesto di fare dell‟anticomunismo [...] fa spudoratamente della ingiustizia liberale, borghese e materialistica». 90 La lettera è scritta, come la seguente, poco dopo lo scioglimento coatto di Nomadelfia. Il «vescovo» (di 85 102 «Il vescovo ha sciolto l‟opera Piccoli Apostoli, poi si è aggiudicati i beni senza neanche interpellare me, che, a parte tutto, ho pagato e palazzo e cinema. Ma dove sono andati a finire tutti questi «cuori paterni»? La „lettera‟ ha indurito anche quel cuore fino a rendersi vampiro sui figli più rovinati della sua diocesi» (a Ottaviani, 7 agosto 1952, in Lettere, II, p. 298). «La mia legge è la legge dei naufraghi, ed è una legge appartenente al diritto naturale, divino e positivo. Mi si dimostri il contrario, perché violentarmi è fuori luogo, essendo noi in acque tra „pescecani‟ feroci, e tra piovre insidiose e micidiali» (a Ottaviani, 24 luglio 1953, in Lettere, II, p. 43)91. Di altri paragoni con esseri viventi, e con l‟uomo stesso, si vale don Zeno parlando della Chiesa, istituzione così grande da sembrare paragonabile solo a una balena: «La Chiesa è come una balena che è molto grossa, gigante addirittura: ha la testa davanti e la coda lontana metri e metri; ma la coda è la coda; anzi è il timone comandato dalla testa e dagli occhi piantati nella testa» (a mons. Marcel Lefebvre, agosto 1977, in Lettere, II, p. 302)92. Ma soprattutto la Chiesa è madre, e Nomadelfia può aiutarla nella missione di maternità: «Nomadelfia è quindi nella Chiesa come lo spermatozoo nell‟utero materno. Va inquieta e tormentata a cercar l‟ovulo perché la Madre generi i nuovi tempi predetti ed attesi» (a Montini, 24 giugno 1951, in Lettere, I, p. 210). E figlio della Chiesa si è sempre ritenuto don Zeno93: figlio «un po‟ brioso», cui è toccato «qualche scappellotto» secondo la formulazione della seconda prima Messa del 1962; ovvero, come dirà al discorso di Carpi del ‟64, «as sem quistiunee un puchein in famìa nel ‟52». Ma che non ha mai pensato di rinnegare la madre, come ridirà il 25 ottobre 111968 a don Enzo Mazzi: «Ognuno di noi, specialmente se sacerdote, è tenuto a costruire in se stesso e nel mondo la Chiesa e a ricostruirla; ma solamente se siamo la Chiesa nella Chiesa: se siamo sangue, sa- Carpi) è mons. Artemio Prati; «palazzo e cinema» sono quelli di San Giacomo. Poche righe sopra (p. 42), la stessa lettera ricorre ad altra immagine animalesca per adombrare una possibile guerra tra i due contrapposti schieramenti mondiali: «Dal polverume che si alza in questi giorni nei paesi satelliti della Russia si potrebbe anche pensare che le due belve, „borghesia e marxismo‟, scendono in campo per azzannarsi». 92 Intende dire che non è possibile per la Chiesa, come per nessun altro essere vivente, tornare indietro. Che la Chiesa «come una balena, la gh‟à la testa e la còvva» don Zeno aveva affermato anche nel discorso di Carpi del 1964. Ma l‟immagine della balena era già servita a indicare una tara, un peso enorme che grava sulla Chiesa stessa: «Ho tirato in venti anni di preparazione un uncino ad una balena „il mondo nella mia Chiesa‟. La mondanità che avvinghia tanti cuori e che infesta anche la Chiesa» (a Mario Delle Piane, 17 febbraio 1952, in Lettere, I, p. 267). 93 Che spesso conclude «con fi[g]liale affetto», o stilemi analoghi, le sue lettere alle autorità ecclesiastiche, anche nei momenti di maggior risentimento («Santità, accetti il mio filiale abbraccio, anche se la imbratta di ripugnante fango e sterco di queste fogne», scrive a Pio XII il 13 maggio 1951, in Lettere, I, p. 205); ma, ben al di là delle formalità epistolari, si firma sempre «figlio devotissimo» di mons. Della Zuanna, e scrivendo a don Calabria, «con affetto figliale figlio devotissimo», o «suo figlio Don Zeno» (Lettere, I, p. 43, 151, ecc.). 91 103 turo di globuli rossi e di altre sostanze vitali, che scorra nelle arterie umano-divine della Madre, alla quale apparteniamo fin dal Battesimo» (Lettere, II, p. 252)94. La maternità e la paternità, la famiglia come luogo insostituibile degli affetti umani e come modello di ogni società, sono - si può dire - il cardine di tutta la costruzione di don Zeno, e dunque parole tra le più frequenti sul piano della comunicazione. Per citare un esempio, significativo del modo di intendere e trasportare nel registro familiare i precetti evangelici, riporto un altro brano dalla più volte citata lettera a Ottaviani del 4 agosto 1952, accorato commento dello sgombero di Nomadelfia appena eseguito: «Vorrei vedere che cosa farebbero certi Eminentissimi Cardinali, Vescovi e Sacerdoti se fosse fatto ai loro fratellini del sangue e ai loro nipoti quello che freddamente si sta facendo ai figli di Nomadelfia! [...] Vorrei vedere che cosa succederà al Giudizio Universale quando il “Re” dirà: “ero figlio di una puttana, ero stato buttato tra i senza famiglia, avevo trovato una mamma, un babbo, i fratelli; e voi me li avete strappati nel mio Nome. Mi ero fatto mamma, babbo, fratello anche di deboli donne, uomini e sacerdoti e voi mi avete pugnalato”» (Lettere, I, p. 295). Come si vede, parole quali babbo, mamma95, figlio sono intese nel senso non carnale, ma spirituale, a somiglianza di quella comune paternità divina che il giovane Zeno si sentì rinfacciare nel dibattito carpigiano raccontato in Tra le zolle (p. 73), e che in seguito predicherà alla gente, con la divertente giunta per absurdum sugli eventuali figli di Dei diversi, e dunque non più „fratelli‟ ma „cugini‟ (quelli che con la Campagnoli abbiamo chiamato „figli di un Dio minore‟). In don Zeno, figlio designa, da Barile in poi, chiunque fa parte di una famiglia, non per ragioni di sangue o di istinto carnale («l‟istinto è delle gatte!», suona il discorso a Siena del 13 maggio 1951; e tre giorni dopo rincalza: «siete delle gatte, perché il vostro [figlio naturale] lo sentite e quell‟altro no») 96, ma allo stesso modo che la Madonna e Giovanni divennero madre e figlio per volere di Cristo sulla croce. Significativo l‟episodio, e l‟allegato commento, nella lettera a mons. Crovella del 15 marzo 1944 (Lettere, I, pp. 88-89): «*** P. A. aveva quattro anni quando andò a Carpi con tre o quattro giovanotti P. A. [...] Alcuni signori parlavano tra di loro dicendo che *** era figlio del tale dei tali (era un caso L‟immagine della Chiesa, e della gerarchia apostolica che la governa, come cuore pulsante che attraverso il sangue nutre tutti i figli, è piuttosto ricorrente. Nella più volte citata lettera a Montini del 24 giugno 1951 leggiamo: «Non bisogna però dimenticare che la natura della Chiesa è l‟unum. L‟Autorità Ecclesiastica non è altro che il Cuore attraverso il quale spesso deve passare e ripassare il sangue che porti i globuli rossi a tutto il corpo; è il sistema polmonare che deve bruciare i tossici e ridare ossigeno al Sangue» (Lettere, I, p 213). Abbiamo già visto che il cedimento „borghese‟ degli ecclesiastici venne designato, con lettera a Pio XII il 3 maggio 1950, un insidiare «di mondanità secolare le arterie, le vene ed i vasi capillari del Corpo Mistico di Cristo Salvatore (Lettere, I, p. 162). 95 E l‟intermedio mamo, il capofamiglia delle prime comunità di piccoli apostoli quando non esistevano ancora le mamme di vocazione (cfr. l‟introduzione a Lettere, I, p. 306). 96 Un richiamo a questo comportamento «da gatte», premurose dei soli figli naturali, era già nel discorso di Vignola del 7 settembre 1950. 94 104 di adulterio, ed essi lo sapevano) ***, bello e vestito come un fiore, si alzò, corse a tirare i pantaloni ad uno di questi signori, lacrimante disse: “No signore, io sono figlio di D. Zeno!” [...]. E non ti pare il passo del Vangelo che non ricordo bene “...mio padre e mia madre è colui che ascolta la mia parola e la mette in pratica”?». «Non può esistere che ci sia differenza tra i figli del sangue e quelli dello spirito!», grida al Lirico di Milano l‟8 novembre 1949; e durante tutta l‟attività pubblica di don Zeno, figli è il sinonimo, la designazione più comune dei piccoli apostoli e dei nomadelfi, anche in circostanze ufficiali quando il linguaggio burocratico suggerirebbe altri termini più „legali‟97. Due esempi: «Lunedì mattina 7 corrente questi miei figli non hanno altra via d‟uscita che presentarsi di persona [...] a chi nella Provincia rappresenta il Governo, in quanto la Provincia come tale potrebbe anche rispondere loro che non sono modenesi che in parte. Io per dovere di paternità li devo seguire; e là dove è logico condurli li condurrò» (a Giuseppe Dossetti, 5 giugno 1948, in Lettere, I, p. 139). «Ho letto questa mattina su qualche giornale due notizie: la data del processo contro di me e di tre miei figli, e il decreto di vendita coatta dei beni di Nomadelfia [...]. Grazie, sì grazie a tutti quanti si sbizzarriranno a buttare fango attraverso la stampa e attraverso la parola, su me e sui figli, figli miei perché nessuno li voleva considerare esseri umani [...]. Poveri figli: tentarono con noi di trasformare il campo di concentramento di Fossoli in una città dell‟amore, ma il campo di concentramento ha vinto una seconda volta» (ai presidenti dei tribunali di Modena e Bologna, al prefetto di Modena, in Lettere, I, pp. 317-318). Quelli che ora sono autenticamente «figli», prima dell‟accoglienza erano dei rifiuti sociali, e tali tornerebbero con la morte di Nomadelfia. Don Zeno non lesina parole forti per descriverne la condizione precedente o incombente, insistendo in special modo (come abbiamo già visto sopra) sul concetto di «rovina», e talora richiamando l‟immagine della «fogna»: «Perdoni il tono della lettera, ma è una massa di innocenti trascurati e bistrattati che per mia bocca in sostanza afferma: è ora di finirla con le chiacchiere» (al gen. Matteo Negro, 27 luglio 1943, in Lettere, I, p. 71). «Ogni borgata di Piccoli Apostoli libera la società dal peso e dal pericolo di almeno 600 fanciulli e fanciulle rovinati e che tanto male finirebbero per fare nella struttura sociale: ché sarebbero quasi tutti candidati alla galera, o al sanatorio o alla disoccupazione» (a De Gasperi, 16 novembre 1948, in Lettere, I, p. 142). «Ma questi sono le vittime delle ingiustizie sociali. Essi sono qui crocifissi nelle stesse carni per causa degli egoismi dei fratelli, che fuori predicano una religione che adora un “Dio che è la loro pancia”» (a don Calabria, 22 novembre 1949, in Lettere, I, p. 150). 97 Raro è, per esempio, il termine di «figlio adottivo», che trovo nella lettera di presentazione a Pio XII del libro Dopo venti secoli (13 maggio 1951, in Lettere, I, p. 201): «prima, cioè al sorgere della Città, potevo dire “Ego genui vos”. Ora sarebbe un‟offesa dirlo a tutti, perché ciascun capo di famiglia lo può dire per i suoi figli adottivi e del sangue con i quali condivide la vita». 105 «Sono stato mandato dal Vescovo nelle fogne98 e, da queste, condanno chiunque ci lascia nelle fogne» (a Pio XII, 13 maggio 1951, in Lettere, I, p. 203). «Chissà quante anime rimarranno costernate e sbalordite, e quanti innocenti rientreranno nelle „fogne‟ dell‟abbandono» (a Turoldo, 28 maggio 1952, in Lettere, I, p. 283)99. «Noi siamo rovinati non per imprudenza come dice l‟Osservatore Romano, ma per causa del delitto sociale perché o si nutrono gli innocenti e i rovinati, oppure si ammalano, si danno alla malavita o muoiono» (a Ottaviani, 5 marzo 1954, in Lettere, II, p. 82). «Ho di fronte i dispersi ed i fuggiaschi. Sono molti [...]. Invece quaranta fra le ottanta famiglie che erano prima di Nomadelfia sono rimaste insieme. Queste dovrebbero aiutarmi a tentare di assistere gli sbandati e i rovinati» (a Ottaviani, 30 novembre 1953, in Lettere, II, p. 76). «Dei 1150 abitanti della città nell‟ora propizia sterminata con la forza [...] [molti sono] del tutto rovinati e alla più nera miseria, quali scivolati alla malavita ancora in giovane età, quali caduti nelle carceri, tra i quali anche un povero figlio abbandonato in tenera età e tuttora in carcere, minorenne» (a Scelba, settembre 1954, in Lettere, II, pp. 91-92). A descrivere la condizione del misero torna spesso la qualifica di «ignudo» (non «nudo»), mutuata dalla corrente traduzione italiana delle parole di Cristo nel giorno del giudizio (un rimando alle quali si è già visto sopra, dalla lettera a Ottaviani del 4 agosto 1952) e dal conseguente precetto di «vestire gli ignudi»: «“Avevo fame... Avevo sete... Ero ignudo... Ero pellegrino...”. Avrà pazienza il Salvatore? Oppure distruggerà con un temporale questa peste farisaica?» (a don Calabria, 22 novembre 1949, in Lettere, I, p. 151). «Ero ignudo, non mi avete vestito» (discorso di Siena, 13 maggio 1951). «Sapete quante famiglie, quante vedove, quanti fanciulli in Italia sono senza stipendi e voi vi siete stipendiati? Sono senza tetto e voi lo avete? Sono ignudi e voi vi siete vestiti con i soldi che vi siete assegnati d‟accordo anche con le sinistre?» (all‟on. Giuseppe Bettiol, in Lettere, II, p. 8, poi in Non siamo d’accordo, p. 19). «Io ho dato da mangiare agli affamati, ho vestito gli ignudi, ho cercato di dare un alloggio agli scacciati dalle abitazioni» (a Ottaviani, 28 novembre 1953, in Lettere, I, p. 71). Strettamente connesso ai concetti di «figlio» e «famiglia» è quello di «popolo», che don Zeno intende nella positiva accezione mazziniana, risorgimentale di „comunità unita‟, e nel campo religioso collega senza forzature al concetto di «unum» («un blocco», una sola cosa tra Cristo e noi, In corsivo nell‟originale. La lettera si chiude col già citato abbraccio imbrattato di «sangue e sterco». Alla base del sinistro presagio sta la sconfessione di Nomadelfia ad opera del card. Schuster. Ho già citato sopra la definizione dei nomadelfi (inviata loro da don Zeno con l‟addio del 9 febbraio 1952) come «reietti e sbattuti nelle fogne della società umana» prima di essere accolti quali piccoli apostoli. 98 99 106 secondo il discorso di Fossoli del 16 febbraio 1950) espresso dal Salvatore nell‟Ultima Cena (Giovanni, 17), in quella che è «la più bella preghiera dei Vangeli» (per dirla con le parole di Verona del 1° giugno 1951), funge da epigrafe di Non siamo d’accordo (p. VII), infine, nel 1977, insistentemente è proposta allo scismatico mons. Lefebvre: «Bisogna essere paterni e capire che il popolo ha diritto di aprirsi un varco a vita novella» (al gen. Negro, 27 luglio 1943, in Lettere, I, p. 72). «La tua vocazione a piantare nel cuore del popolo il Seme di Nomadelfia mi appare sempre più luminosa, sempre più a fondo. Già mille segni hanno sospinto anche me ad abbracciarti nell‟“unum” che tormenta ogni spirito, che nella stessa Nomadelfia è “lievito” di prosperità. Hai potuto così prevedere ciò che altri nel popolo vedranno dopo chissà quanti eventi nell‟interferirsi della nostra vita di popolo nuovo con la vita della eterogenea civiltà cristiana moderna» (a Turoldo, 28 dicembre 1949, in Lettere, I, p. 154). «La Chiesa mi ha tolto da Nomadelfia e la Chiesa mi ha riportato in essa, facendomi parroco nel riconoscimento di Nomadelfia come popolo nuovo, fondato sulla Fede integralmente» (a don Mazzi, 25 ottobre 1968, in Lettere, II, p. 253). «Abbia la bontà, Eccellenza, di chinarsi filialmente alla Chiesa e al popolo [...]. Guardi anche a Nomadelfia che è un nuovo popolo, figlio della Chiesa molesto ai dormienti [...]. Venga a visitarci a Nomadelfia facendosi nostro ospite e vedrà come si fa ad amare la Chiesa e ad ubbidirle nelle sue direttive nella cura dei popoli, amabilmente e fraternamente, tutti “unum”» (a Lefebvre, agosto 1977, in Lettere, II, pp. 303-304). La ricetta perché la Chiesa possa stare col popolo e farsi popolo è sintetizzata nella parola d‟ordine del «comunitarismo», ovvero «legge dei vasi comunicanti» o «del travaso»: «Nell‟anima del popolo c‟è una legge dominante che sembra una legge di chimica: o si hanno le parti tutte di una combinazione o questa non riesce» (a un ingegnere, 21 ottobre 1935, in Lettere, I, p. 39). «Quando la radio annunzierà la nuova legge, la terra ed il Cielo saranno in gran festa... “sì sì, piccino caro, tuo babbo siamo noi tutti che ti amiamo”. E la legge sarà quella “dei vasi comunicanti”» (a mons. Crovella, 15 marzo 1944, in Lettere, I, p. 89). «Fraternità fattiva, reale, tale che uno sia per tutti e tutti per uno, in pace, in guerra, in tutte le situazioni, nella «legge dei vasi comunicanti» specie nel campo economico. Il popolo è nauseato delle nostre prediche su un amore che non discende ai fatti decisamente nella stessa distribuzione equa delle ricchezze. Il pensiero della Chiesa non è quello, la Chiesa in se stessa è unione, reciproca assistenza in tutti i campi, “fratres sumus”, “...et in hoc cognoscent”» (al p. Arnou, 31 agosto 1944, in Lettere, I, p. 104). «una legge che in fisica si chiamerebbe legge dei vasi comunicanti, o come dicono i contadini, „la guma‟ del travaso» («Piccoli Apostoli», 7 luglio 1945). 107 «promuovere la unificazione nella “legge dei vasi comunicanti” di ogni espressione della vita cattolica nel mondo» (a Montini, 1° giugno 1950, in Lettere, I, p. 164). «[Nomadelfia è fatta di] famiglie fraternizzate, legate come dai vasi comunicanti» (discorso di Siena, 13 maggio 1951)100. «Dunque. La grande novità. Il comunitarismo cattolico, apostolico, romano, ha sfondato. Ha aperto una breccia negli stessi bastioni del Santo Ufficio [...]. E la guerra che avanza perché non abbiamo creduto al divino motto del Papa “Opus Justitiae Pax”, sarà una inavvertibile scaramuccia di fronte alla frana che finalmente si è svelata ed aperta nella Chiesa con l‟avvento di una umile popolazione comunitaria di reietti, di „delinquenti‟» (a Pio XII, 23 febbraio 1952, in Lettere, I, pp. 269-270). «Se non ci fosse stata di mezzo l‟Autorità Ecclesiastica non avremmo ceduto, disposti anche ad andare in galera, piuttosto che dar ragione ad una società che non accetta una reale e libera fraternità cristiano-comunitaria tra gli uomini» (a Ottaviani, 4 agosto 1952, in Lettere, I, p. 292). Altra regola evangelica che riassume la concezione di don Zeno è quella dell‟amore, dell‟«amatevi l‟un l‟altro come io [Cristo] ho amato voi», completamento e superamento della legge mosaica «ama il prossimo tuo come te stesso», e a maggior ragione capovolgimento radicale rispetto alla «legge della foresta» che purtroppo costituisce tuttora la prassi (è un tasto su cui battono abitualmente i discorsi101, e sintetizzato nel titolo Dalla legge della foresta alla legge di fraternità del manifesto del «Movimento dei padri», 1950). L‟ammonimento dell‟apostolo Giacomo «la fede senza le opere è morta» è più volte ripresentato (cfr. Verona 1° giugno 1951, ecc.)102 come discriminante tra i veri cristiani e i «chiacchieroni», o quei «poetucci evanescenti e smidollati che a nessuna altra missione adempiono, se non a quella di presentare Cristo come un bel pacchetto di cioccolata in putrefazione»103, o quei borghesi che vogliono «andare in Paradiso senza passare per il Calvario»104, intendendo la religione «come uno spolvero di dolcezza, come lo zucchero sull‟amaro»105. Per esemplificarlo don Zeno ricorre a varie „parabole‟, che spesso hanno come tema la concretezza dell‟agire in favore del prossimo: attingo dal discorso ai bambini di Fossoli, 8 dicembre La stessa immagine, ripresa nel successivo discorso del 16 maggio, ivi è rafforzata da un‟altra rappresentazione, ugualmente viva, della carità verso il prossimo: «voi dovreste essere la mammella che dà il latte al figlio, e non che glielo dona facendosi ringraziare». 101 Tra tanti, cito quelli di Milano, Lirico, 8 novembre 1949, e Verona 1° giugno 1951 (e si veda la relazione di A. Campagnoli per i discorsi modenesi del 1950). 102 Cfr. anche «È giusto, è umano, è cristiano, è bello amarsi con le opere e non con le chiacchiere», in «Piccoli Apostoli», 7 luglio 1945. 103 Lettera a Ottaviani, 8 agosto 1952 (Lettere, I, p. 303). 104 Discorso di Milano del 10 novembre 1949. Riprenderà il concetto a Verona il 1° giugno 1951, sottolineando che «il Calvario non ha circonvallazione, bisogna passare per di lì». 105 Terza meditazione di Roma, 1° luglio 1959. A quella gente, disse una volta don Zeno a mons. Pranzini (secondo quanto riferito nel discorso di Carpi del 1964), bisognerebbe dare per comunione «ostie di cuoio», così che, temendo nella loro superstizione formalistica di «sputare Cristo», continuino a biascicare per ore! 100 108 1949, dove prima spiega che per dimostrare il bene che si vuole alla mamma si può andare a prenderle la legna, poi torna sull‟episodio dei tre distinti signori che gli avevano consegnato dei bambini scalzi e laceri, condendo quell‟abbandono con tante belle chiacchiere che «se ogni mille parole si fosse potuto comprare le scarpe, si compravan tante scarpe, direbbe San Giovanni, da riempire la terra»106. «Credete voi che Gesù sia venuto a fare il poeta, a cantare le canzonette?», chiede a Verona il 1° giugno 1951. No, aveva a cuore anche cose più concrete, tanto che si può concludere «che lo stomaco è cosa di interesse divino», come rammenta a Montini due anni dopo107; e che la colpa più grave per un cristiano è il «peccato sociale» (o «delitto sociale», s‟intende «della correità con il mondo»)108: «Siamo nella barca, e la barca va, e dentro la barca [...] siamo in peccato sociale» (Milano, 10 novembre 1949). «Gli oppressori prendono la loro parte più la nostra, e ringraziano la Divina Provvidenza. Ma è pazzia questa, per non dire delinquenza sociale. Ma questa gente che cosa va a fare al Tempio? [...] La presenza di un solo bambino, di una sola vedova, di un solo uomo che piange isolato la negazione del diritto alla vita per causa della ingiustizia sociale, autorizza tutta la Chiesa a cambiare rotta» (a Montini, 11 febbraio 1953, in Lettere, II, pp. 14 e 19, poi in Non siamo d’accordo, pp. 27 e 32-33). «E scrissi al Santo Ufficio che noi sacerdoti, o clero alto e basso, siamo in peccato sociale mortale» (a don F. Testi, 29 maggio 1962, in Lettere, II, p. 226). La giustizia deve essere «distributiva», e solo da essa può crearsi la pace, secondo il motto di Pio XII decisamente fatto proprio da don Zeno109: «il capitalismo è insensibile a questo concetto cristiano della fraternità ed ancora si è trincerato in una ingiustizia distributiva protetta dalla legge stessa» (al direttore del settimanale «La Lanterna», 23 aprile 1946, in Lettere, I, p. 122-123)110. «Se il Clero fosse meno pettegolo e meno ignorante, Gesù avrebbe sudato meno sangue al Getsemani; se poi amasse di più la giustizia distributiva per i fratelli, Gesù l‟avrebbe già vinta contro i sanguinari del Tempio» (a Ottaviani, 13 dicembre 1950, in Lettere, I, p. 191). 106 Dal discorso si è già stralciato un passo più sopra, a proposito della tentazione di don Zeno di dare «stangate» ai tre. Il richiamo a san Giovanni riguarda l‟ultimo versetto di quel Vangelo, secondo il quale si potrebbero scrivere tanti libri su Gesù «da coprire la terra», un‟iperbole, un‟esagerazione (spiegava don Zeno), «come diciamo noi altri qui, ci ho tante di quelle caramelle, ag n‟ò un pòss, un pozzo». 107 Lettera, più volte citata, dell‟11 febbraio 1953 (Lettere, II, p. 11), riprodotta anche in Non siamo d’accordo, cit., p. 23. 108 Lettera già citata al p. Calati, 1971 (Lettere, II, p. 278). 109 Che lo riprende fin dal discorso di Milano del 9 novembre 1949, e lo rammenta (non si sa mai...) allo stesso papa nella sopra citata lettera del 23 febbraio 1952. 110 Destinatario della lettera aperta è il francescano padre Pietro Benassi, di San Cataldo (Modena), che aveva sollecitato a don Zeno un chiarimento della propria ideologia nell‟imminenza delle prime elezioni politiche. 109 «Dice il Papa: “opus iustitiae pax”, la pace è come un fiore vivo che nasce su una pianta che si chiama giustizia» (Verona, 1° giugno 1951). «La Chiesa [...] perché non si decide a imporre in coscienza la giustizia distributiva tra i cattolici? Perché non si decide a imporre l‟Amore soprannaturale ai cattolici, che si veda in externis?» (al Sant‟Uffizio, 27 giugno 1951, in Lettere, I, p. 219). «Io ho ritenuto cosa buona il richiamare il punto più saliente delle aspirazioni di Pio XII, salvare il mondo e la Chiesa correndo alla giustizia sul punto che negandola si cade in peccato sociale [...]. Ma il punto “Opus iustitiae pax” - per causa della politica ancora ibrida che si vuole perpetrare - non è venuto in luce» ( a mons. Mario Crovini, 19 ottobre 1958, in Lettere, II, p. 180). Essere cristiani, vivere la fraternità, è scomodo nella pratica, ma estremamente semplice da capire: si tratta, sempre e con chiunque, di «fare i conti», di metter mano al portafogli, di dar da mangiare agli affamati (perché, spiega don Zeno ai milanesi il 10 novembre 1949, il bambino accolto tra i piccoli apostoli «non perde sto vizio, mangia») 111 e compiere le altre opere di misericordia prescritte dal Vangelo, quand‟anche comportino una salita al Calvario. In Non siamo d’accordo (p. 15), don Zeno chiede che i cattolici «seguano l‟esempio di Cristo, seguendo le vie maestre del Calvario a luce e redenzione del mondo, e che mai si mettano tra i benestanti ed i ricchi». In fondo, è una semplice questione di «contabilità», insiste a voce e per iscritto, col popolo, coi politici e i prelati: i confessionali, dice ancora a Milano, «sono le banche dei conti correnti nostri» (10 novembre 1949), e «se non facciamo i conti la banca va in fallimento» (11 novembre)112. E due anni dopo, a Siena: «andate a casa e fate i conti [...] ogni ingiustizia di contabilità è un peccato [...]. Dovete andare col libro dei conti, e vedete come funziona la contabilità [...]; ma se tu porti conti sbagliati, non c‟è più nessuna assoluzione [...]. Salutatevi sempre col libretto dei conti in mano [...] Io vi faccio i conti in piazza!...» (16 maggio 1951). Anche a Verona, il 1° giugno seguente, il registro non cambia, sulla base di quel «libro di contabilità» che è il Vangelo: «Fate penitenza! e non penitenza mangiando i maccheroni, anziché al sugo, al burro; non penitenza picchiandovi il petto! Contabilità, precisa! [...] Il cristianesimo è contabilità». Tutta incentrata sulla «contabilità» è la lettera a Montini dell‟11 febbraio 1953, ristampata in Non siamo d’accordo e di cui qui più volte si sono richiamati passi: 111 La fame e la miseria del primo figlio di don Zeno sono sintetizzate a mons. Crovella (15 marzo 1944, in Lettere, I, p. 88) con «Un giorno Barile [...] mi raccontava le sue pene, le sofferenze provate, aveva persino mangiato la papina!». Si trattava di un pastone di lino, non commestibile ma destinato all‟uso esterno come antinfiammatorio, emolliente ecc. 112 Paradossale, ma molto concreto il bilancio interno dell‟Opera Piccoli Apostoli in caso di raffreddore, presentato il giorno dopo: «Se a casa nostra viene il raffreddore l‟è un disastro [...] una soffiata di naso costa 200 mila lire». 110 «È un problema di semplice contabilità. Per vivere in Italia occorrono almeno L. 105.000 pro capite all‟anno. Negare anche questo minimo all‟uomo, è peccare. [...] Ma anche i reietti hanno diritto alla vita, almeno a quelle 105.000 lire annue. Non è che io questo dica perché sono i tempi che lo esigono. È la contabilità che non funziona e che non ha mai funzionato. [...] [I governanti] non hanno ancora imparato che la contabilità non è una opinione politica113 [...]. Vogliamo fare i conti. È Vangelo genuino. Non vogliamo sparare a nessuno. Vogliamo semplicemente ridiventare uomini, vogliamo fare i conti» (Lettere, II, pp. 11, 13, 15; Non siamo d’accordo, pp. 23, 25, 28). Ancora i conti e la contabilità sono le parole chiave della (pure già ricordata) autodifesa spedita a Ottaviani il 5 marzo 1954, contro le accuse dell‟«Osservatore Romano»: «Giacché io non posseggo “lo stile ed il linguaggio della verità”, andrò a base di contabilità [...]. Noi facciamo una questione di contabilità. I conti non tornano; e nessuno al mondo potrà dimostrare che non sono peccatori pubblici tutti coloro che ci sottraggono [...] il diritto alla vita. L‟Osservatore Romano [...] non riuscirà mai “a far stare il tre nel due”. I conti non tornano e noi parliamo e ci difendiamo su quel terreno» (Lettere, II, pp. 81 e 82)114. Per stare in pace con Dio, insiste don Zeno nel discorso di Carpi del 1964, bisogna «mettere a posto la contabilità, cioè il portafogli»: «Quand et vee a cunfisèret, t‟egh vee cun la lista. “A i ò magnee quater bistèchi”. Du, i in abasta. [...] Invece di dire “ti amo ti amo” [dite] “a gh‟em di libret”». E il portafogli, quell‟oggetto su cui don Zeno aveva fatto frequente autoironia dai tempi di San Giacomo Roncole115, torna come ingrediente ineliminabile di un accordo coi camaldolesi: «Ma se sul tappeto delle trattative tra voi e noi non si fonderanno i portafogli in uno solo “invano avranno lavorato coloro che la edificano” (la nuova civiltà)» (al p. Calati, 6 settembre 1971, in Lettere, II, p. 278). E venne anche per don Zeno il momento di salire sul Calvario, l‟infamia della cacciata da Fossoli, la dispersione dei figli, i processi nei tribunali civili e nelle stanze segrete del Vaticano, la riduzione laicale richiesta come una «grazia» ma vissuta come una crocifissione («questi tre anni e mezzo di crocifissione, vestito così», dirà nell‟amaro consuntivo a Nomadelfia per il suo compleanno del 1957), un olocausto di sé: «Piuttosto che “voltarmi indietro” dopo di avere accettato davanti ai figli, alla Chiesa e al popolo queste vocazioni, ho chiesto al papa la riduzione allo stato laicale, cosa di gravissi- 113 Similmente, pochi mesi dopo a mons. Prati: «ma la contabilità ed i reati che giorno per giorno vengono consumati per causa del peccato di omissione [...] non appartengono al mondo delle opinioni» (15 agosto 1953, in Lettere, II, p. 46). 114 È pure frequente in quegli anni l‟immagine dello «scoprire le carte in tavola», operazione di svelamento e „conteggio‟ delle ingiustizie subite cui i nomadelfi sarebbero stati costretti in casi estremi: compare due volte nella lettera a Pio XII del 6 marzo 1952, e di nuovo in quella a Scelba del settembre 1954 (Lettere, I, pp. 274 e 275; II, p. 90). 115 «Io ò un portafoglio sfoderato, scalzo addirittura che cammina tra i vetri e i chiodi, e la più piccola contrarietà lo ferisce non a morte, ma lo tramortisce» («L‟Apostolo», 22 ottobre 1933); e similmente 29 maggio 1938; 11 maggio 1941. 111 ma importanza. Olocausto più sanguinante nell‟anima di quanto si possa pensare da mente umana» (a Emilio Giaccone, 6 luglio 1957, in Lettere, II, p. 140). «Io voglio celebrare la mia „seconda Prima Messa‟. E se Vostra Santità lo vuole con me, lo vuole anche quel Divino Redentore per il quale ogni giorno, ogni istante ho offerto ed offro in olocausto, duro e sanguinante nell‟anima e spesso nel corpo, questa mia povera esistenza» (a Pio XII, 1° novembre 1957, in Lettere, II, p. 148). «Il mio dolorosissimo olocausto d‟anima fatto in quel modo dura dall‟ottobre 1953 ad oggi. Otto anni a sangue d‟anima. Ma i miei figli sono salvi» (a Scelba, 24 maggio 1961, in Lettere, II, p. 219). E anche ora che il Padre non è più, i suoi figli sono salvi e stanno salvando altri figli. Eppure, da come va il mondo, si direbbe che il messaggio di Nomadelfia debba ancora essere raccolto; forse la creatura di questo grande prete è «una bambina ancora in fasce, non sa ancora parlare, ma balbetta», come egli spiegava a mons. Galeazzi nel 1955 116 e come dimostra la nostra insensibilità di fine secolo. Nell‟ottobre 1980, quando scriveva l‟ultima lettera pubblicata in volume117, don Zeno continuava a riflettere e rampognare: «Secondo me le cose non vanno per niente e penso: “Ma che fanno un miliardo di cattolici?! Tutt‟al più si sveglieranno alla fine del creato!!”». O forse non ci sveglieremo mai. Il Giudice finale ci dirà quello che per l‟ennesima volta ci ha ripetuto la bocca di don Zeno (qui cito dalla rimpatriata di Carpi del 1964): «Avevo fame e non mi hai dato da mangiare. CHIACCHIERE!118 Avevo sete e non mi hai dato da bere. CHIACCHIERE!». Le nostre chiacchiere che abbiamo messo per iscritto non ci salveranno. Possiamo solo sperare che don Zeno dica in nostro favore quello che prometteva di dire per la «bambina cattiva», quell‟Anna Maria su cui meditò davanti ai piccoli apostoli (I giovani fanno sul serio, Fossoli, 9 dicembre 1949): «A dirò al Sgnor te t‟ee steda na tignouna, però tutt a sem tignoun, tutti siam cattivi». E alla colpevole, per schivare la «pega orba» che avrebbe meritato, basterà dire: «- Ho fatto male, pazienza, abbi pietà di me, Signore. - Ed è bell‟e finita». 116 Lettere, II, p. 113. Al vecchio amico Giuseppe M. Sibille, in Lettere, II, p. 305. 118 S‟intende: il tuo cristianesimo è fatto solo di «chiacchiere» (la parola è proferita da don Zeno a voce molto più alta). 117 112 Annamaria Campagnoli I discorsi di don Zeno al popolo nel 1950 Introduzione In pubblico don Zeno parlò spesso, e spesso le sue parole furono registrate: nell‟Archivio di Nomadelfia, infatti, si conservano circa 6.900 registrazioni del sacerdote e il loro numero è destinato ad aumentare con la progressiva verifica tra bobine schedate e quelle effettivamente esistenti. I discorsi presi in esame da questo lavoro sono 24 e potrebbero essere definiti il „ciclo modenese del 1950‟ avendo in comune, oltre al dato geografico, argomenti, contenuti e non di rado le espressioni per comunicarli1. Fu infatti dall‟agosto all‟ottobre del 1950 che don Zeno si recò in tutti i centri più importanti della provincia di Modena tenendo 46 discorsi, per lo più nelle piazze, parlando presumibilmente a circa 200.000 persone. Dalle registrazioni in nostro possesso emerge con forza il motivo che spingeva il sacerdote in questo suo peregrinare e cioè invitare tutti i capi famiglia della provincia a un Congresso il 15 ottobre 1950 presso il palazzetto dello sport di Modena. Da questo evento sarebbe dovuto emergere, secondo il sogno di don Zeno, un movimento di fraternità umana che avrebbe avuto l‟urgentissimo compito di unire il popolo nella creazione di una società più giusta al di là dei partiti, delle ideologie, dei meccanismi economici, basandosi solo sulla condivisa condizione di esseri umani. Quanto questi discorsi siano significativi oggi e lo fossero nell‟intenzione di chi li pronunciava allora, ce lo dice lo stesso don Zeno rispondendo con una lettera a una lettera di un amico che aveva partecipato a una sua serata: «Tutto dipenderà dal congresso dei capi famiglia della provincia di Modena che, dopo il mio giro di propaganda, terremo a Modena stessa. Se a Modena fallirà il congresso, allora i nemici si scaglieranno contro Nomadelfia violenti ed affamatori, ma Nomadelfia ritenterà l‟attacco. Ma se il congresso riuscirà con una schiacciante maggioranza, in pochi mesi il popolo sarà al potere, e di là farà le nuove leggi. Avremo liberata anche la chiesa dai borghesi e dai capitalisti. Sarà facile poi essere i rivoluzionari della Francia e di tutto l‟occidente in un abbraccio fecondo di pace e di progresso con i popoli dell‟oriente comu- 1 Ai 24 discorsi tenuti nel Modenese, è stato aggiunto un discorso-meditazione proposto a Milano in occasione di un corso di esercizi spirituali per sacerdoti. 1 nista. Chi decide tutto è la provincia di Modena: un esempio deciso, senza violenza, ma un blocco travolgente»2. In alcuni comuni don Zeno si ferma tre sere, e in questo caso è possibile intravedere un impianto generale in base al quale il sacerdote ripartisce la materia della sua predicazione. La prima sera è dedicata alla constatazione che esiste una legge umana che ancóra gli uomini stentano a mettere in pratica: è la regola aurea che le Sacre Scritture hanno riportato già nell‟Antico Testamento: «Non fare a nessuno ciò che non piace a te» (Tb 4,15). La seconda sera è presentata la novità del Nuovo Testamento: da quando Gesù – che ha amato l‟uomo sino alla morte di croce – ha detto: «Amatevi l‟un l‟altro come Io vi ho amato», è cambiata la misura dell‟amore reciproco che resta comunque una costante, nella legge umana come in quella divina. Don Zeno si rivolge quindi al credente e al non credente: il primo deve trovare le motivazioni per amare il fratello nell‟amore di Cristo; il secondo, nella condivisione della comune umanità. Ciò che veramente sta a cuore a don Zeno è che il popolo, comunque, non si divida di fronte agli urgentissimi problemi (il lavoro, la casa, il pericolo di una nuova guerra…) che, anzi, dovrebbero costituire un motivo per unire le forze e fare fronte comune. Da qui la proposta, la terza sera, del Congresso di Modena: don Zeno invita tutti i capi famiglia a incontrarsi per discutere questi problemi e dare inizio a un Movimento di fraternità umana. Lo schema delle tre serate viene poi condensato in un unico incontro nelle città più piccole e in quelle di montagna, zona in cui don Zeno faceva anche quattro discorsi al giorno in quattro paesi vicini. Di questo ciclo di discorsi del 1950, 24 sono stati registrati su filo d‟acciaio magnetico, secondo la più moderna tecnologia dell‟epoca; il filo è stato poi riversato su audiocassette3 per permetterne un più agevole ascolto. A questo punto è iniziato il lavoro di trascrizione che ha avuto come base e preziosissimo supporto l‟insieme delle trascrizioni compiute tra il ‟53 e il ‟60 da don Ennio Tardini4. Queste trascrizioni, pur essendo piuttosto buone, intendendo principalmente raccogliere il messaggio zeniano, erano ovviamente più attente al contenuto che alla lingua di don Zeno. Il mio lavoro invece, dovendo essere un‟analisi linguistica riguardante più che i contenuti la forma (fonetica, morfologia, sintassi, figure retoriche e lessico), si è fatto più attento a certi aspetti: ho potuto quindi ripristinare il dialetto dove era stato emendato, registrare i numerosissimi intercalari ti- 2 Lettere, I, pp. 186-187 Per questo preziosissimo lavoro, ringrazio Nico di Nomadelfia (addetto a riversare i discorsi su supporti tecnologicamente adeguati) che, con strani marchingegni, è riuscito a „far parlare‟ una specie di lenza da pesca, il filo d‟acciaio appunto, antenato dei nastri magnetici. Il ringraziamento si estende poi a Francesco l‟archivista (oggi presidente della comunità di Nomadelfia) e all‟accoglienza riservatami da tutti i nomadelfi. 4 Don Ennio Tardini fu un sacerdote piccolo apostolo della prima ora assieme a don Zeno, don Giuseppe Diaco, don Elio Monari, don Nino Magnoni, don Arrigo Beccari, don Luigi Bertè. In base al loro Statuto del 1943, i «Sacerdoti Piccoli Apostoli si affratellano con vincolo di parentela soprannaturale, avente gli stessi 3 2 pici di don Zeno, togliere quelle parole che erano state aggiunte per colmare alcune ellissi, e così via. Le trascrizioni che ne escono tuttavia non sono ancora perfettamente aderenti all‟originale poiché l‟approfondimento si è fermato al punto in cui il testo poteva dirsi accettabile per un‟analisi linguistica seria. Non sono per esempio segnalate frasi e parole urlate. La grafia è quella ufficiale e quindi non rispecchia l‟effettiva pronuncia nei suoi tratti „settentrionali‟ (scempiamento delle geminate, semplificazioni, ecc.) ma solo in quelli che più si discostano dallo standard. Non sono registrate le reazioni dell‟uditorio che pure esistono: risate, mormorii, applausi... Resta perciò ancora tanto lavoro per chi fosse interessato più all‟actio e all‟elocutio zeniana, che alla struttura del lessico, della morfologia della sintassi del suo parlato, senza contare l‟enorme mole di materiale che ancora non è stato sottoposta a nessun tipo di studio. In questa sede, vorrei per lo più esporre alcune impressioni relative all‟utilizzo del mezzo orale in questo ciclo di discorsi, delineando alcune peculiarità dello stile oratorio zeniano, poiché dire come don Zeno parlasse non è di secondaria importanza per capire come o chi don Zeno fosse. Parlando di don Zeno la prima immagine che salta alla mente è forse quella di uomo d‟azione: i bambini abbandonati raccolti come figli, la pacifica invasione dell‟ex campo di concentramento di Fossoli… Nomadelfia. Tuttavia don Zeno non fu un testimone silenzioso: sebbene sapesse che i fatti sono spesso più eloquenti delle parole, egli non disgiungeva il suo agire da momenti di esplicito „annuncio‟, non tanto o solo del kerygma, ma soprattutto dei modi d‟attuarlo dopo aver letto con discernimento i segni dei tempi. Pur spogliandosi di tutto ciò che può sembrare superfluo, distraente o troppo complicato, l‟annuncio zeniano è tutt‟altro che ingenuo: i discorsi di don Zeno sono semplici non perché frutto di un semicolto ma piuttosto improntati a quella voluta semplicità alla quale arriva chi ha già fatto chiarezza dentro di sé. A testimonianza dell‟esistenza di una sorta di sostrato colturale – costituito dagli studi classici (da privatista), dalla laurea in giurisprudenza, dalla formazione religiosa e sacerdotale - è l‟improvviso e involontario emergere di qualche immagine preziosa o di qualche termine dotto mutuati dall‟ambito filosofico, letterario, storico; ma anche economico e politico. Da tale bagaglio culturale don Zeno è messo in grado di strutturare efficacemente i discorsi affinché possano assolvere al loro compito di scrollare, scuotere e proporre. Più volte ci siamo chiesti con che grado di consapevolezza avvenisse tutto ciò, ovvero in che misura la lingua zeniana fosse frutto di scelte o piuttosto uno spontaneo, e riuscito, adeguarsi dell‟oratore al suo uditorio. A noi pare di cogliere alcuni segnali non semplicemente ascrivibili effetti pratici della parentela naturale, a fine di meglio potenziare la loro attività pastorale in ordine e conformità alle direttive dei rispettivi propri Ordinari». 3 all‟indole del sacerdote, ma, al contrario, testimoni di una precisa volontà. Fra questi ne vogliamo indicare alcuni a suffragio della nostra ipotesi: l‟uso delle Sacre Scritture; il variare di toni e registri; la metalingua; l‟attivazione di processi di immedesimazione; la chiarezza delle strutture. 1. Le Sacre Scritture Poiché la Parola è motivo del parlare e agire di don Zeno, ci è parso importante seguirne l‟utilizzo esplicito attraverso le citazioni. La prima sottolineatura riguarda un uso comunque contenuto di frasi e brani mutuati da Antico e Nuovo Testamento. Fra queste si registra un altissimo numero di occorrenze della cosiddetta «regola d‟oro» che nella versione zeniana suona: «Non fare agli altri quello che non avresti piacere fosse fatto a te stesso». Il modo di proporre questa citazione è altrettanto significativo poiché ritorna nel testo ciclicamente come una sorta di ritornello, espediente che doveva sicuramente portare a una maggiore possibilità di memorizzazione e di riconoscimento da parte dell‟uditorio. In secondo luogo si può notare, in diacronia, un progressivo ridursi 5 del numero di citazioni bibliche che ci fanno supporre come don Zeno, nel corso del suo „peregrinare‟, abbia via via effettuato un labor limae6 sull‟impostazione generale da dare a ogni discorso, cercando di concentrare sempre più gli aspetti fondamentali, cosa che era generata anche e soprattutto dall‟esigenza di condensare in una sola, quello che prima diceva in tre sere. Ancora va notata l‟attualizzazione delle parabole evangeliche (o di alcune citazioni) lette come fossero scene di vita o di cronaca contemporanea con dialoghi, spesso dialettali, e riferimenti a cose del quotidiano: «“Dice Gesù “Ma se ti domando il mantello, dagli anche la tunica”… se ci deve essere una lite per ste storie qua”. Se ti domando il mantello: “at dagh anch la giaca”... nueter diresen: s’it dmanden la giaca, dagh anch la camisa”» (Carpi, 23 agosto 1950)7. 5 Se nei discorsi di Carpi si possono registrare da 9 a 12 citazioni circa, più avanti è più consueto trovarne da 3 a 7. 6 Altri aggiustamenti ipotizzabili sono relativi alla scelta delle „parabole‟: infatti, dopo i primi discorsi, don Zeno aveva avuto la possibilità di testarne l‟efficacia tendendo a scegliere - nella seconda parte della sua predicazione - quelle di maggior presa sul pubblico. 7 In corsivo sono state evidenziate le parti in dialetto. 4 Quando don Zeno riporta la parabola del fico sterile, il dialogo fra il contadino e il padrone del fico ha tutto il sapore e la concretezza di un dialogo fra un contadino e un proprietario degli anni ‟50: «Una parabola è questa: dice Gesù che un signore andò a visitare le sue terre e girava con l‟agricoltore, col contadino diciamo noi e trova un fico bellissimo, belle foglie, meraviglioso, e va sotto forse con la speranza di trovare un fico, un frutto da mangiare… e va sotto… non c‟è niente. Ci son delle belle foglie e s‟arrabbia: “Taglia questo fico, dice, taglialo”. Questo qua vedendo questo bel fico, sapete il contadino è attaccato alle sue piante, alle sue cose, dice: “Senta, abbia la bontà, lasciamolo stare per quest‟anno. Adesso vangherò attorno, metterò letame, concime e poi quest‟altr‟anno se avrà fatto frutti, lo lasciamo, se no, lo taglieremo”» (Modena, 11 ottobre 1950). Tutti questi aspetti sembrano indicare una risposta alla generale esigenza di chiarezza e concretezza; inoltre mostrano un‟attenzione particolare per quella parte dell‟uditorio che si dichiara non credente, che potrebbe essere spiazzata, infastidita o semplicemente non riconoscersi nella Bibbia, ma per la quale don Zeno sente di avere comunque una proposta valida. 2. Toni e registri L‟uso di toni e registri diversi rinnova l‟interesse nello svolgimento di un discorso che non dura mai meno di 25 minuti per una media di 50. Una delle variazioni tonali è quella comica: don Zeno riesce a far ridere il suo pubblico ora con exempla simili a barzellette ora con termini o con l‟imitazione di parlate particolari8. La vis comica diviene ben presto ironia, quando non si colora di sarcasmo, se a generare il meccanismo della risata sono le stesse disavventure dell‟uditorio o in genere le storture degli ambiti del vivere9. Un effetto particolare è ottenuto ricorrendo all‟antropomorfismo grazie al quale fiumi, aziende e pentole possono dire la loro: «“Eh! - Il fosso dice - io son pieno d‟acqua!”, si rallegra, ma l‟acqua scorre, è vero. Arriva al ruscello. Il ruscello Uuuuuuhhh! Un rumore, quando arriva fa festa, al magna i caplet in quel giorno lì, è vero… festa! Passa l‟acqua, “Son pieno d‟acqua!”. E l‟acqua va. Arriva al Per l‟imitazione della parlata del centro Italia nel racconto dei momenti passati nelle grotte durante i bombardamenti a Fossacesia, ved. i discorsi: Che fa Diee?, Carpi, 23 agosto 1950; Bomporto, 18 settembre 1950; Pavullo, 1° ottobre 1950; Sestola, 1° ottobre 1950; Maranello, 1° ottobre 1950; Modena 12 ottobre 1950. 9 Dall‟ambito della fede: «“È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco vada in Paradiso”, donca al gh’ha al bel da sbusir quel lè per ander denter» (Bomporto, 10 settembre 1950); «Ma io ho visto in certe processioni delle cose… m‟han fatto effetto. Per esempio avete mai visto in certe processioni… c‟è sempre qualcheduno… chissà si vede che dapertutt i gh’han da eser! allora,… duro, è vero, con un baston in mano, un affare e gira inanzi e indietro a tener l‟ordine, la disciplina» (Modena, 12 ottobre 1950); «Se noi guardiamo la storia stessa della Chiesa… pensate voi alla faccenduola della Inquisizione» (Modena, 11 ottobre 1950). Più volte la lente dell‟ironia guarda al periodo fascista: «Tu - dico - eri una di quelle, di quelle che andavano per tre a marciare nelle strade e a gridare: eia! eia! bacalà» (Modena, 12 ottobre 1950). Don Zeno ironizza anche sulle povere condizioni del popolo di Nomadelfia: «dovete sapere che siamo in mille noialtri e la mateina quand as leva chi ragazz in tornen mia a durmir, idmanden da magner! I gh’han cal vezi lè» (Novi, 25 settembre 1950). 8 5 fiume, Secchia per esempio, e Secchia rumoreggia, è vero: “Adesa a gh n’ho ed l’acqua!”. E va al Po» (Modena, 13 ottobre 1950). «L‟azienda non ha bisogno di uno che dica: “A sun me...”. No, no, l‟azienda la dis: “Me a sun na vaca per esempi; a fagh des chilo ed lat…gh’it po te, gh’è po un eter, te sei un tecnico me a fagh des chilo ed lat”» (Nonantola, 12 settembre 1950). «Ma l‟acqua non bolle finché non è a cento, non bolle. Al dis: “Prega mo fin che vuoi, io bollo a cento”» (Castelfranco, 19 settembre 1950). Anche gli improvvisi e frequenti innalzamenti di registro – sovente costituiti da catene di interrogative retoriche in italiano con anafora o contrassegnati da scelte lessicali che prediligono i termini più dotti, espressivi o meno usuali – fungono da richiamo per l‟uditore al quale passa un messaggio: ora si sta dicendo qualcosa di veramente importante. Spesso questo tono è stato definito „savonaroliano‟ e non doveva certo lasciare indifferente il pubblico che lo udiva per lo più urlato. 3. Metalingua Segnale di consapevole uso della lingua è il non raro ricorso alla funzione metalinguistica rispetto la quale si possono distinguere vari tipi. Si può notare, per esempio, una certa riflessione su italiano e dialetto che nella „parabola‟ Il brodo è il perno intorno al quale ruota tutta l‟immagine: «Là i vecc, i vecchi lo chiamano bró... bró, e invece le signorine, le ragazze giovani il ciamen brò. Diferensa: bró lor, brò quegli altri» (Castelfranco, 19 settembre 1950). Se il dialetto è diverso da quello carpigiano, necessita di una introduzione: «E là parlano mica come noi: noialtri diciamo “Dio” abbiam Dio anche in dialetto, Dio, Dio. Là i disen “Die, Die”, in cal post là, a Fossacesia. Die, Die! Invece di dir Dio» (Sestola, 1° ottobre 1950). Talvolta la riflessione sulla lingua è preoccupata della sua effettiva efficacia comunicativa: sono per lo più fatismi che si trovano nelle zone in cui don Zeno non è sicuro che il codice dialettale sia totalmente condiviso: «La guera l‟è cume la pastela: sapete voi donne quando fate al sfoi, come la chiamate? La sfoglia» (Novi, 25 settembre 1950). «L‟è un pret, come dite qui voialtri, non so…» (Castelfranco, 19 settembre 1950). «l‟acqua va… rigagnoli, rigagnoli. Poi, da noi li chiamano el fusdeini, piccoli fossetti» (Modena, 13 ottobre 1950). «In dialetto noi diciamo: ciapa mo su» (Milano, 16 gennaio 1950). 6 Non mancano spiegazioni di parole a livello etimologico: «Cristianesimo viene da Cristo» (Carpi, 23 agosto 1950). «Siamo uomini. Questa chè a sem d‟acord tutt, è un punto nel quale, non so… beh el doni, [el vran eser del doni] e la donna la prima donna la chiamava “Virago” oma, oma... uomo e oma, ecco quindi sempre uomo... l‟umanità» (Formigine, 16 settembre 1950). «Saviv sa vol dir “Ciao”? Ti sono schiavo, ciao, schiavo. Vuol dir, ecco... ciao-schiavo» (Formigine, 16 settembre 1950). 4. Processi di immedesimazione Don Zeno vuole anzitutto che la sua proposta venga ascoltata e capita. Per ottenere il primo risultato sa che non deve salire in cattedra ma presentarsi come „uno‟ del popolo, uno di quelli ai quali esso si rivolge; atteggiamento che non è, ovviamente, solo un artificio retorico ma fa profondamente parte del suo sentire. L‟identificazione dell‟oratore col suo uditorio si attua attraverso alcuni meccanismi, il primo dei quali è senz‟altro l‟utilizzo del dialetto, cui si affiancano le scelte lessicali, testimoni dell‟amore del sacerdote per la verità. Don Zeno non ha paura di chiamare le cose col loro nome, sia questo umile, dialettale, perfino un po‟ volgare o offensivo quando e se necessario; oppure, tecnico-settoriale, innovativo. Per lessico innovativo intendiamo l‟utilizzo di parole cosiddette „giovani‟, cioè quelle che si andavano diffondendo in quegli anni come nenniano attestato dal 1946, penicillina dal 1948, totocalcio e DDT dal 1950. Per lessico innovativo intendiamo anche le neoformazioni zeniane, cioè parole che don Zeno inventa, spesso relativamente a concetti come prepolitica10, partitica11, evoluzionario12, elezioni di sonda13, superstruttura14, superposizione15… parole che assomigliano a parole già esistenti ma che dicono qualcosa di diverso. Prepolitica: «Non si può dire sempre politica… la politica è quell‟attività umana che governa i paesi, è vero, che si muove attraverso gli enti,… gli enti pubblici, ecco, cioè gli enti politici, insomma gli enti che vanno al governo, è vero, che cerca di realizzare. Ma c‟è‟ una prepolitica, c‟è qualchecosa che è prima della politica, è vero, è la sociologia, è la concezione sociale della vita, è vero, che può essere in comune» (Modena, 11 ottobre 1950). Solo il Grande dizionario della lingua italiana, fondato da S. Battaglia e diretto da G. Barberi Squarotti, Torino, UTET, 1967 (pubblicati voll. I-XIX fino a SQUE) mette a lemma prepolitico aggettivo «che esula, che non ha nulla a che vedere con problemi politici, ideologici e sociali», riportando un solo esempio da Moravia (1982). La seconda accezione recita «che si basa sulla tendenza a privilegiare l‟attivismo e lo spontaneismo nell‟attività politica, sindacale e sociale», esemplificata da due articoli del 1986. L‟uso zeniano del temine fa pensare alla prepolitica come a una base comune, ad alcuni punti irrinunciabili relativi alla concezione dell‟uomo, dai quali partire prima di affrontare un discorso politico in senso stretto. 11 Partitica: «Bisogna che il partito, la politica, diciamo così o anche la partitica, se volete chiamare, la politica parta con un‟idea universale, studiando a fondo le vere esigenze degli uomini, di tutti gli uomini» (Montombraro, 24 settembre 1950). Se la politica non è servizio all‟uomo, ma difesa di interessi di parte, diventa partitica, termine presente nei dizionari come aggettivo (1950), ma tutto zeniano l‟uso sostantivato. 10 7 12 Evoluzionario: «Io non dico per niente una frase rivoluzionaria, ma senza dubbio molto evoluzionaria, e dico: ma qui ch’a i em mandè su, a psem tireri o» (Concordia, 21 settembre 1950). Ci troviamo di fronte a una neo formazione di don Zeno: nessun vocabolario, infatti, riporta l‟aggettivo evoluzionario, possedendo già l‟italiano l‟aggettivo evoluto da cui nasce il sostantivo evoluzione (il significato figurato dell‟aggettivo attestato è nel Grande dizionario della lingua italiana, cit., come nel F. SABATINI e V. COLETTI, Dizionario Italiano, Firenze, Giunti, 1997: «Progredito, perfezionato; civilmente maturo; passato a uno stadio superiore di vita e cultura». L‟ideazione del nuovo significante è dettata dall‟assonanza con la parola precedente, cioè qualcosa che derivi da una evoluzione (non violenta, ragionata) e non da una rivoluzione. Interessante notare come evoluto trovi nell‟edizione del Dizionario moderno di Panzini del 1908, che nel M. CORTELLAZZO e P. ZOLLI, Dizionario etimologico della lingua italiana, Bologna, Zanichelli, 1979-1988, è la fonte della prima attestazione, una polemica descrizione: «Nel senso di progredito, moderno, maturo per la civiltà, atto ad accogliere nuove forme di vita sociale, etc. è fra i neologismi più usati e meno belli. Fr. évolué. Quest‟aggettivo è oggigiorno di molto consumo presso i socialisti per indicare quella maturazione che è necessaria al popolo al fine di accogliere le nuove idee sociali, e bene applicarle. Cade talora questo vocabolo sotto il pungolo dell‟ironia, perché è noto come sia cosa lenta e difficile l‟evoluzione, e come non possa essere l‟effetto di fede a nuove sentenze dogmatiche». 13 Elezioni di sonda: «Proviamo a fare le elezioni di sonda, cioè di prova nella provincia di Modena. Se simo l‟80% fra tre mesi al massimo, l’Italia l’è un etra» (Carpi, 24 agosto 1950). L‟intero sintagma non è riportato in nessuno dei dizionari, anche se alla voce elezioni possiamo trovare «elezioni amministrative, politiche; regionali, comunali; anticipate… primarie» (F. SABATINI e V. COLETTI, Dizionario Italiano, cit.). Don Zeno intendeva „sondare‟, avrebbe voluto fare una sorta di „prova‟ generale a Modena di quello che poteva avvenire in tutto lo Stato, simulando una tornata elettorale affinché fosse possibile capire l‟orientamento politico del popolo. 14 Superstruttura: «Quindi sa cherdì incora d‟aver bisogno di uomini, che necessariamente devono avere in mano le ricchezze o maneggiarle come credono, ueter a si incora indrè, perché me a vin digh una, guardate, l‟è una superstruttura sociale, una superstruttura sociale» (Vignola, 6 settembre 1950); «È l‟ora nella quale i popoli han diritto di liberarsi dall‟ultima nuvoletta di ciò che è una superstruttura sociale, cioè questa lo schiavismo nella sua ultima fase» (Nonantola, 12 settembre 1950); «cadere in guerra così spesso e in rivoluzioni, vuol dire che non abbiamo la forza della mente e la volontà così decisa a superare quelli che possono essere i... le accidentalità, le... i contorni, i... le superstrutture della vita» (Castelfranco, 19 settembre 1950); «Io dico che quella di essere divisi era una superstruttura» (Montombraro, 24 agosto 1950); «se uno vi dice: “Vi garantisco la pace”, dite che l‟è un falso che non è vero, perché nessuno oggi la può garantire, nel senso che oramai le strutture, le superstrutture politiche del mondo si sono intrecciate in una maniera che anche senza cattiveria, i s’in imbruiè, non riescono» (Novi, 25 settembre 1950). I lessici non hanno superstruttura, ma riportano sovrastruttura che è «secondo l‟ideologia marxista, tutto ciò che, come la politica, la religione, l‟arte, la filosofia e simili, appare come oppressione culturale e istituzionale d‟un determinato modo di produzione» (M. CORTELLAZZO e P. ZOLLI, Dizionario etimologico della lingua italiana, cit.); la fonte è l‟Appendice ad A. PANZINI, Dizionario moderno. Appendice di B. Migliorini, Milano, Hoepli, 19509, ma nella variante soprastruttura. Il primo esempio riportato da M. CORTELLAZZO e P. ZOLLI, Dizionario etimologico della lingua italiana, cit., con sovrastruttura è tratto dal Dizionario enciclopedico del 1960. Non sembra però che la sovrastruttura marxista coincida perfettamente con quella zeniana; pare piuttosto che il sacerdote voglia semplicemente dire „preconcetti, filtri culturali, abitudini consolidate‟ che creano un accumulo, un bagaglio non necessario e ingombrante. Nell‟ultimo esempio riportato, tratto dal discorso di Novi, il termine si accosta all‟accezione ormai in disuso registrata da N. T OMMASEO e B. BELLINI, Dizionario della lingua italiana, Torino, UTET, 1865-1879, di «Supremazia, Signoria», centro di potere in generale, eventualmente in riferimento alle superpotenze politiche. Per altre formazioni con super- ved. 2.1.4 Morfologia derivativa. [CTRL?] 15 Superposizione: «La vita è fatta di molte superstrutture, di molte superposizioni, è vero, bisogna saper togliere e andare all‟osso del problema» (Nonantola, 14 settembre 1950). Superposizione è segnalato da N. TOMMASEO e B. BELLINI, Dizionario della lingua italiana, cit., come termine defunto indicante «Supremazia, signoria». Il significato attribuitogli da don Zeno, invece, è simile a quello di superstruttura; non a caso nell‟esempio i due termini sono uno di seguito all‟altro quasi come sinonimi. In particolare superposizione pare indicare una presa di posizione a priori, un preconcetto. 8 Un altro modo per essere vicino ai suoi ascoltatori è l‟abbondante ricorso alle locuzioni, patrimonio condiviso da emittente e destinatario. Le locuzioni sono veramente innumerevoli: oltre a quelle in italiano attestate dai dizionari come: Occhio. A occhio nudo16: «è caduta la schiavitù, cioè un sistema brutale, per il quale l‟uomo aveva il diritto di comperare uomini, bambini, donne, venderli, comperarli, usarne come le bestie e anche ammazzarli. L‟era tanto tanto grossa che a occhio nudo l‟han vista; e alora al dis: “Basta questa qua!”» (Vignola, 6 settembre 1950); Accademia. Fare dell’accademia: «Questa è la giustizia! Dice: e cosa abbiamo da fare noialtri di Carpi? Se ne possono fare delle cose? Intanto io vi porto su questo piano e non voglio fare dell‟accademia» (Carpi, 22 agosto 1950); Cacio. Il cacio sui maccheroni: «E i disen, ma tutt, qualcheduno, mia tant... “al brut l’è ch’l’è un pret don Zeno”, ecco state attenti a questa qua, l’è un pret, en sa mai, un pret... E me a degh: “Guardate, ringraziate Dio che è un prete che si fa avanti, perché la più grande forza del mondo è la fede: se la fede entra e vi porta la tranquillità delle coscienze, vi porta la sicurezza che movendovi in quel senso lì, non siete contro la fede, advintè una forza come l‟elefant... e vi abbracciate tutti. Quindi anzi a gh vol al pret lè, propria a gh vol... l‟è il cacio sui macheroni stavolta... perché tutti siamo agitati”» (Bomporto, 10 settembre 1950); «E allora abbiamo scritto, preparato, studiato in molti, una proposta sociale. Ecco a gh vol cala le, second me. La va ben per i comunista, propria la va ben, guardè […] per ueter l’è propria il cacio sui maccheroni, guardate» (Bomporto, 18 settembre 1950); e quelle in italiano regionale come: Accidente. Andare come un accidente17: «A Nomadelfia abbiamo dei ragazzi che adoperano un trattorino per arare e va piano, va piano e ara, ma se attaccano un‟altra marcia fa i 40 i 50 all‟ora; va come un accidente con le sue gomme va forte che sembra un bolide!» (Milano, 16 gennaio 1950); Baracca. Sistemare la baracca18: «ogni partito aveva il suo programma completo e i given: “Nueter per ded chè vinciamo e sistemiamo la baracca”» (Maranello, 1° ottobre 1950); Mandare. Mandare su19: «Io non dico per niente una frase rivoluzionaria, ma senza dubbio molto evoluzionaria, se dico: ma qui ch’a i em mandè su nueter, a i em mande su a psem anch tireri o... eh !» (Concordia, 21 settembre 1950); Tirare. Tirare su20: «E tu hai sempre corso anche tu per poterli sostentare, tirarli su... e adesso, al dis, ades i gh’han vint’ann, una cartolina, via!» (Concordia, 21 settembre 1950); Nel senso di „senza dover fare dei ragionamenti complicati‟. Nel senso di „andare molto veloci‟. 18 Nel senso di „mettere a posto le cose‟. 19 Nel senso di „eleggere, mandare al potere‟. 20 Nel senso di „allevare i figli‟ in italiano regionale popolare 16 17 9 sono senz‟altro quelle dialettali le locuzioni più numerose e colorite: Bà a. L’è na ba a curta21: «[Gesù] dice anche ad altri: “Mi vuoi seguire?” Al dis: “Guarda. Le volpi han le loro tane, gli uccelli il loro nido, il figliuol di Dio non sa dove posare il capo”, donca e ste vo gnir megh l’è na ba a curta questa chè!» (Vignola, 7 settembre 1950). Buleta. Esar in buleta22: «Allora al 95% a sem tutt in buleta, è vero, siam poveri, siamo gente che è prezzolata è giocata dal grande capitalismo, facciamo una cosa: a stem tutt insem nueter e chieter i faran al so mucc» (Castelfranco, 19 settembre 1950); Calma. Torla in calma23: «la sgnora là la taca a dir: “Ma io son cristiana sa, guardi ci ho il crocifisso, uno nella sala d‟ingresso”, po - ac sun ste me del volti, quand a vagh a picèr a la porta per domandare per i miei ragazzi, ...per l‟amor del Cielo! Io non ve l‟auguro, l’è na vita eter chè da can quela lè! Alora andè denter “Ah! Don Zeno... certo è una grand‟opera...”. “Sé, sé, sé...” , me bisogna ch’a la toga in calma anca me, se no i m’ sbaten fora cume un can» (Vignola, 7 settembre 1950); Careda. Mander in dla careda24: «Il problema è questo: che i ricchi i faghen al piaser ed fer al so mucc. Tachè mo a manderi in dla careda» (Carpi, 24 agosto 1950); Gnoch. Eser gnoch: «Io dopo la guerra proponevo una cosa che mi sembrava così semplice, così... acsè gnoca, così facile» (Nonantola, 12 settembre 1950); Rogit. Ander a rogit25: «Ora possiamo noi uomini oggi dire ai figli: “Noi vi amiamo!”. Se l‟amore è una chiacchiera, as fa prest a dirgla, a gh n’è tant ed la gint, ci sono anche tanti cristiani, anche tanti che non sono cristiani chi disen: “Sintì, me av voi ben”. “Va ben, ma es va a rogit, o en s’va mia a rogit”, insomma; si mangia o non si mangia?» (Maranello, 1° ottobre 1950). Anche alcuni riferimenti al territorio colorano argutamente tratti nei quali è possibile una maggiore immedesimazione degli ascoltatori: «i feven la guera per esempi non so lè a Ravarein, chè en s‟n‟acur iven gnanch» (Bomporto, 18 settembre 1950); «Av tulì dal foro boario, opure av tulì lì, non so, da Sibein» (Carpi, 22 agosto 1950). 5. Chiarezza delle strutture Nel senso di „è un divertimento breve‟. Nel senso di „essere al verde‟. 23 Nel senso di „affrontare una situazione senza prenderla di petto‟. 24 La careda è la strada poderale; imboccarla o indicarla significa andare per la giusta strada, fare andare le cose per il giusto verso, mettere in riga. 25 Nel senso di „concretizzare‟. 21 22 10 Se per essere ascoltato e catturare l‟attenzione don Zeno utilizza meccanismi di identificazione, per essere capito ricerca la maggiore chiarezza possibile. In questa direzione va la lettura che diamo dell‟abbondante ricorso alla paratassi: non mera scelta tonale, di registro basso, ma frutto di una mente che ha elaborato, schematizzato ed organizza il suo dire senza sbavature che distolgano dal centro. Anche lo stile nominale o la formulazione domanda retorica + risposta - definizione schematizzano in modo quasi didattico la situazione comunicativa: «cosa vuol dire amare? Dar la vita anche per loro» (Formigine, 15 settembre 1950); «Cos‟è la giustizia? Dare a ciascuno il suo. Cos‟è sto suo? Il diritto alla vita» (Sestola, 1° ottobre 1950). Pure l‟avvalersi di una grande quantità di immagini che ripropongono, variandolo, lo stesso tema, ha uno scopo di chiarezza in cui le „parabole‟ zeniane giocano un compito fondamentale: fornire insegnamenti generali partendo da fatti particolari. Ed è forse proprio con queste piccole-grandi invenzioni che don Zeno coniuga chiarezza e bisogno di immedesimazione. Tutti i discorsi di don Zeno, anche se in diversa misura, sono punteggiati da queste brevi narrazioni che hanno il compito di avvalorare con testimonianze concrete e tangibili le argomentazioni delle prediche; abbiamo definito tali narrazioni „parabole‟, attribuendo al termine non un significato specialistico, ma leggendolo nella sua accezione etimologica di „similitudine‟. Volendo infatti risalire a un modello delle parabole zeniane, occorrerà rifarsi non tanto alle parabole evangeliche nelle quali immagini apparentemente semplici e chiare significano qualcosa di più e di diverso da ciò che sembrano dire. Semmai è guardando all‟exemplum utilizzato dai predicatori medievali e all‟uso rinnovato che ne fece san Bernardino26 nelle sue prediche volgari, che si può scorgere il vero antenato delle parabole zeniane. Questi tipo di racconto breve mutuato da varie fonti (fra queste soprattutto i Vangeli, l‟agiografia, la mitologia, la storia e più tardi anche la cronaca) presenta in genere una prospettiva univoca subordinata ad una cornice morale predeterminata; l‟interpretazione prefissata in una direzione unilaterale verso la quale l‟ascoltatore è inevitabilmente orientato. L‟exemplum inoltre si imprime nella memoria degli uditori e talvolta riassume l‟intero messaggio della predica. Tutti questi elementi ricorrono in quelle che abbiamo definito le „parabole‟ - che lo stesso sacerdote talora ha definito tali - discorsi secondari all‟interno di un discorso primario che contribuiscono all‟economia del tutto non solo per i contenuti, ma anche per la loro valenza empatica, come l‟illustrazione di un libro alleggerisce la pagina scritta e sintetizza i concetti con un linguaggio accessibile ai più. A differenza degli exempla medievali, il materiale manipolato da don Zeno non è 26 C. DELCORNO, Exemplum e letteratura. Tra medioevo e rinascimento, Bologna, il Mulino, 1989. 11 mai tratto da vite di santi, raramente dal Vangelo, talvolta dalla suggestione di una vignetta o di una pagina letteraria. Ma per la stragrande maggioranza dei casi sono la vita quotidiana della gint e la cronaca ad ispirare il sacerdote che poi riveste le sue immagini con lo stesso impianto formale. L‟esposizione dei fatti è trattata in forma sintetica, non di rado in stile paratattico, e molte sono le lacune che l‟uditore deve riempire con la sua ordinaria esperienza di vita. Dovizioso appare l‟impiego del discorso diretto che abbiamo definito mimato poiché mediante esso don Zeno movimenta teatralmente il discorso, spesso sdoppiandosi nella seconda persona di un fittizio interlocutore. Pur non presentando approfondimenti psicologici, talvolta i personaggi in dialogo sono comunque caratterizzati con l‟unico mezzo che l‟oratore ha a disposizione: la parola; don Zeno infatti non tratteggia i suoi personaggi con descrizioni o con voci caricaturali, ma proprio mediante l‟uso particolare della lingua, l‟alternare dialetto e italiano o registri bassi e formali in una spontanea prospettiva sociolinguistica. A questi espedienti se ne uniscono altri come l‟abbondante uso di onomatopee e deittici e, a volte, forse mutuato dal linguaggio cinematografico, una sorta di „montaggio incrociato‟ fra due storie parallele, cosa che don Zeno sfrutta per lo più per mettere in evidenza i contrasti fra i „du mucc‟. La natura dell‟exemplum medievale come quella delle „parabole‟ zeniane è dunque pedagogica dal momento che ad esse è attribuita una grande forza di persuasione, atta a colpire in profondità l‟uditore e a commuoverne la coscienza. Data la preminenza di queste finalità, nel racconto esemplare il valore morale tende a prevalere sulle altre componenti: in apertura o in chiusura troviamo più o meno esplicitata la „morale‟, l‟insegnamento, l‟esempio da seguire verso il giusto cammino o, viceversa, l‟atteggiamento da evitare perché fuorviante. Per rendere un‟idea delle parabole zeniane, riportiamo un brano tratto da una delle più frequenti, un racconto che don Zeno stesso chiama Il don Rodrigo. Ciò che il sacerdote vuole far capire al suo uditorio è l‟inutilità delle divisioni fra il popolo che, tuttavia, cade costantemente in questo errore grazie soprattutto all‟impegno di „alcuni personaggi‟ che – per interessi personali – contribuiscono ad acuire le divisioni piuttosto che appianarle. È evidente che, nell‟elaborazione di questa parabola, don Zeno ha negli occhi le immagini dipinte dalla penna del Manzoni de I Promessi Sposi, ai quali attinge collegando e contaminando passi e situazioni diverse27. Protagonista della nostra parabola è un signorotto locale, proprietario di gran parte delle terre che si trovano ai piedi della sua villa, membro di una famiglia che da generazioni spadroneggia sull‟intero paese. Un giorno, però, aprendo la finestra, vede un‟insolita scena: un progressivo radunarsi di contadini armati alla bell‟e Infatti nonostante il signorotto sia certamente il don Rodrigo manzoniano, l‟affacciarsi alla finestra, chiamare il capo dei servi e vedere i contadini radunarsi è in realtà l‟immagine che chiude la lunga notte dell‟Innominato alla fine del XXI capitolo de I Promessi Sposi. Anche il radunarsi dei contadini ha un significato tutt‟altro che minaccioso: la curiosità e la gioia per l‟arrivo del cardinal Federigo. 27 12 meglio. Chiamato il capo dei servi ha, seppure velatamente, la conferma che si tratti di una rivolta contro di lui. Per fronteggiare la situazione, il signorotto manda fra la folla alcuni suoi uomini con lo scopo di sottolineare le differenze ideologiche che – per una volta – i contadini avevano abbandonato onde combattere il „nemico‟ comune. Il pezzo scelto è tratto dal discorso tenuto a Castelfranco il 19 settembre 1950: «E, al dis: “Mo te t’i un catolic”. “Sa vol dir quest chì?”. “Te t’i un comunista”. “Sa vol dir quest chì?”. “Te t’i un socialista”. Mo sentite, sapete cosa succede in questi… andè a cà cun questa chè in dla testa. Io racconto sempre questa, na specie di parabola, an m’la son mia invinteda mi, ma l’è bela, savi, l’è fresca. Dice che,… io ho pensato questo, dico… guarda: c‟è, presempio, su un colle c‟è un… una villa di un signorotto, come don Rodrigo, presempio; di sotto, qua e là ci sono molte terre che son sue, un latifondista, è vero, e ci sono dei paesetti che sono suoi. Una mattina si alza, si alza e apre la finestra, al ved, vede della gente giù che viene dai sentieri, dalle strade, dalle mulattiere, chi con una vanga, chi con un badile, chi con na furseina, tridenti, chi con la falce. Al dis ma… chi con di pardgon. Dis: “Ma, ma sta gente qui dove và?”. Sempre si unisce lì davanti; e lì c‟è una strada che va giù, un piazzale là e unisce tutta lì. Al dis: “Ma dove va questa gente, ma dove va questa gente?” E si domanda… al dis: “La processione i n gh’ van mia perché in prucision i n’e gh van mia con di badii e del vanghi. [...] Fiera neanche. Cosa può essere?”. E Chiama il capo dei servitori. Al dis: “Ma dì un po‟, cosa succede laggiù?”. Il servitore lo sapeva lui: “Ma - al dis - sa…” “No, no, parla, parla chiaro, fa presto, fa presto, [...dì, dì] an né mia una bela facenda sta qua, fa presto, fa presto”. Al dis: “Ma sa...”. “Dai, parla, parla fammi un piacere, dì, dì, dì, dì, dì…!”. Si è messo le mani così. 13 “Hanno detto che sono stanchi di lei… ha capito?” “Di me?”. “Sì, sì, sì. Di lei, perché han detto che lei, suo nonno, suo bisnonno, suo bisnonno ancora, tut chieter là, han sempre dominato qui e loro son sempre rimasti poveri disgraziati, invece lei... s’la cheva benone e i han det che i vinen su chè a fer i count”. “Cosa?! L‟è n‟ingiustizia!”. “No, no - al dis - po gh’al spiega po lò, perché me an sò po mia adesa in stel mumeint chì cuma sia la facenda, è vero”. Allora dice: “No, no; facciamo così, facciamo così… io so come si fa”. Al dis: “Chiama mo gli altri servitori gli altri servitori.” Alora al dis: “Senti te: mille lire a te, mille lire; tu adesso, vai in mezzo, per d’ed là da dre da la sev, in mezzo sta gente così accalorata; t’at mett in mes e t’dis sempar questa canzone: „viva Gesù Cristo‟, semper: „viva Gesù Cristo!‟ Stagna eh: „viva Gesù Cristo!!. “Va ben […] mil franch [...] mil franch a te, o da per d’ad là”. Te là: „Viva Carlo Marx!‟ Sepr’acsè, sempr’acsè: „Viva Carlo Marx‟. Po te là in mes: „Viva l‟America, viva l‟America!‟, „viva la Russia! Viva la Russia!‟”. Tutt quatar […] E alora, qui là iren bèla pront per invieres, è vero. A gh riva quel là: “Viva Gesù Cristo!”. “Sa gh‟è? Cusa dit? Cosa c‟entra?”. “Viva Gesù Cristo”. A digh: “Viva Gesù Cristo”. “Mo csa dit?” Incalmenter al sta sigher: “Viva Carlo Marx!” […]. Bim bam. Tachen a piceres tra d’lor. “Viva l‟America!”. “L‟America? Coi capitalista? Mo I’t mat?” 14 Cl’eter: “La Russia!”. “Bouna!”. Cl’eter: “No”. Bim, bòti anch lì, botte orbe. Allora han cominciato a bisticciarsi tra di loro. Questo signorotto chiude la finestra dicendo: “Anche per questa volta me le son sca[m]pata!”. Arrivederci a domani sera». Sommando gli aspetti ai quali abbiamo rivolto la nostra attenzione, all‟ipotetica domanda „come è la lingua di don Zeno Saltini‟ non possiamo che rispondere: efficacemente funzionale. L‟oratore che esce dalle registrazioni è avvincente, cattura l‟attenzione e la trattiene, spiega, scuote, propone… attraverso un intelligente utilizzo di lingua e materiali culturali che gli permettono di raggiungere il suo scopo. 15 Umberto Casari Don Zeno Saltini in alcune testimonianze giornalistiche del dopoguerra Una data importante nella biografia di don Zeno Saltini fu il 1931, quando come è noto, nell’ambito della parrocchia di San Giacomo Roncole presso Mirandola1, fondò l’Opera Piccoli Apostoli in favore dell’infanzia abbandonata, con l’intento non solo di organizzare con l’aiuto di collaboratori volontari l’assistenza agli orfani, ma anche di proporre alla Chiesa cattolica ed alla società civile una nuova forma di vita cristiana, modulo praticabile pure al di fuori della stessa comunità fondata da don Zeno2. La parrocchia di San Giacomo Roncole, soprattutto per merito di quest’ultimo, diventò anche centro di attenzione per discorsi decisamente attenti ai problemi sociali negli anni del secondo dopoguerra quando, rientrato dall’esilio causato dal suo acceso antifascismo, don Zeno di nuovo riprese con energia le redini della sua comunità, accresciuta di molti ospiti, vittime della miseria provocata dalla guerra da poco conclusa. Senza dubbio gli eventi che segnarono la vita del clero nell‟immediato dopoguerra misero a dura prova personalità di spicco decisamente anticonformiste come quella di don Zeno ed altri ancora che in questa sede non possiamo prendere in considerazione, ma che hanno avuto grande risonanza per il loro impegno, come ad esempio don Primo Mazzolari in terra 1 Si può tener presente la testimonianza di Don Zeno in proposito: «Il prevosto di San Giacomo Roncole, una parrocchia vicino a Mirandola, andava spesso dal vescovo a dire: “Mi mandi don Zeno, eccellenza, la mia parrocchia ha molto bisogno, io sono vecchio poi non sono tanto capace di fare certe iniziative. Se me lo manda, mi fa un piacere”. Il vescovo mi dice: “Quand‟è che vai a San Giacomo Roncole da questo povero vecchio? È tanto che viene a insistere”. E allora una volta, presi su le mie cose e partii per San Giacomo, in corriera. Avevo una bicicletta, una “Dei” coi cerchi di legno, bella, leggera, leggerissima, e poi burattini e giostretta. Il parroco di San Giacomo, sapendo che io arrivavo, unisce molti ragazzini della parrocchia ai ricevermi. E infatti si ferma la corriera, io smonto e l‟autista va sulla bagagliera e dà giù la roba. Mentre dà giù la roba, si apre il sacco dei burattini e, bremm, in mezzo alla strada tutti quei burattini. I ragazzini li hanno presi tutti: un correre da tutte le parti... Ognuno con un burattino in mano, correvano a destra e sinistra per il piazzale. Sono entrato in canonica: tutti i ragazzini dentro anche loro, perché c‟erano questi burattini. È stato questo l‟ingresso a San Giacomo Roncole. Era il giugno 1931. Sono stato lì diciassette anni». Cfr. Un’intervista, una vita, pp. 69-70. 2 Per un primo aggiornato approccio alla figura di don Zeno, cfr. R. RINALDI, Don Zeno Turoldo Nomadelfia. Era semplicemente Vangelo, Bologna, Edizioni Dehoniane, 1998. 1 lombarda3. Il clero era in quegli anni punto di riferimento preciso che indicava in generale un orientamento moderato e conservatore per quanto concerneva possibili interferenze con la rinata e libera attività politica4. Don Zeno invece superava frequentemente i limiti previsti dalla condotta prudente e tradizionalistica del clero, dando troppo spesso l‟impressione di mettersi a diretto confronto personale, sul terreno propriamente politico, con la preponderante egemonia di un forte Partito comunista che nella complessa realtà modenese del dopoguerra metteva in seria difficoltà la stessa azione assistenziale della Chiesa cattolica. Esiste una notevole bibliografia che ha studiato l‟atteggiamento della Chiesa cattolica molto attiva nella società civile in questo delicato trapasso storico e che pur dovette misurarsi con un partito agguerrito e ben radicato nel territorio emiliano come il Partito comunista, «capace di raccogliere consenso popolare e comprendente frange tendenti a ricorrere all‟eliminazione violenta dei nemici, tra i quali sono individuati e colpiti anche sacerdoti»5. La parola d‟ordine diffusa senza reticenza: «la terra ai contadini» e l‟euforia provocata dalla propaganda politica dei partiti di sinistra che volevano far credere che fosse ormai imminente un generalizzato trasferimento della proprietà fondiaria ai lavoratori della terra crearono senza dubbio un orizzonte di attesa nelle aspettative della gente più povera delle campagne che ebbe modo anche di ascoltare idee non meno radicali ma di natura diversa rispetto a quelle di don Zeno6. Nella memoria collettiva e in particolare in quella della gente della Bassa modenese, infatti, è rimasta traccia della predicazione di don Zeno, della sua straordinaria personalità, del suo fervore assistenziale e caritativo, che ancora oggi molti ricordano volentieri. Fra le tante testimonianze che in proposito meriterebbero una segnalazione, ci fermiamo su quella che possiamo ricavare da un racconto (scritto nel 1953 e pubblicato da Feltrinelli nel 1956) intitolato Nella vita di tutti di Armando Bozzoli, un ex bracciante con idee di sinistra che scrisse da 3 G. MICCOLI, Don Primo Mazzolari: una presenza cristiana nella cronaca della storia, in «Cristianesimo della storia», VI, 1985, n. 3, pp. 561-598. 4 M. GUASCO, Storia del clero in Italia dall’Ottocento ad oggi, Laterza, Roma-Bari, 1997, p. 232. 5 D. MENOZZI, La Chiesa nell’Emilia-Romagna contemporanea, in R. FINZI (a cura di), Storia d’Italia, Le regioni dall’unità a oggi. L’Emilia-Romagna, Torino, Einaudi, 1997, p. 439. 6 Sul ruolo basilare avuto dal dialetto carpigiano, utilizzato nei numerosissimi discorsi tenuti da don Zeno nei centri urbani, ma anche in mezzo alla popolazione del contado della Bassa modenese e reggiana, si veda l‟importante saggio di F. MARRI, Verità in lingua e dialetto secondo don Zeno Saltini, in Saggi di linguistica e di letteratura in memoria di Paolo Zolli, Padova, Antenore, 1991, pp. 265278. 2 autodidatta intorno agli anni Cinquanta non solo questo racconto di impronta neorealista7. Possiamo dire che, da testimone della sua gente, l‟autore di questo racconto si era mosso per dare innanzitutto voce di protagonista al muto e silenzioso mondo dei contadini, che rappresentava quella specificità sociale, di cui un autodidatta di estrazione contadina come lui si era reso interprete. La lingua usata da Bozzoli, caratterizzata da un cospicuo innesto di dialettismi, aiuta molto a percepire la misura interna ed insieme prospettica della geografia culturale del contado della Bassa modenese, ricco di personaggi umili e carichi di saggezza, di cui si narrano vari momenti di una esistenza affaticata dal lavoro e dalle umiliazioni negli anni del secondo dopoguerra. In tale racconto appare anche la figura di don Zeno che vien fuori da un rapido scorcio come intraprendente organizzatore di spettacoli cinematografici8, allestiti allo scopo di poter comunicare direttamente, tra una proiezione e l‟altra, le proprie idee agli spettatori presenti in sala, che a questo modo venivano informati anche su altre iniziative dell‟Opera Piccoli Apostoli. Nello stesso racconto c‟è poi un altro richiamo a don Zeno che soltanto il lettore informato sulle idee sociali da lui espresse può cogliere con profitto, rendendosi conto, anche per questo tramite, dell‟enorme risonanza che la sua predicazione ebbe in mezzo alla povera popolazione rurale della Bassa modenese, soprattutto nei mesi successivi alla fine della guerra. Ad un certo punto della narrazione ci imbattiamo nel dialogo fra due personaggi, entrambi in età matura ma con una diversa visione della vita. Il Vecio (questo il soprannome del personaggio) è un sindacalista orientato ideologicamente a sinistra che crede fermamente nella necessità di una decisa emancipazione del povero mondo contadino, mentre il suo interlocutore, che è il padre del protagonista del racconto, è su posizioni del tutto opposte. Riportiamo parte del dialogo del personaggio chiamato Vecio, che espone il proprio punto di vista sociale e po- 7 Di Armando Bozzoli (1924-1987), scrittore autodidatta e bibliotecario nel suo paese natale, San Felice sul Panaro, ci siamo interessati a più riprese, pubblicando, tra l‟altro, la riedizione del racconto sopracitato Nella vita di tutti, Verona, Fiorini, 1983. 8 Ibid., pp. 67-68: «Con Gino ci conosciamo fin da quando eravamo bambini. Ricordo che una volta da piccoli, con una mancia dataci dal fabbro perché l‟aiutavamo a tirare il mantice andammo a vedere I miserabili al cinema all‟aperto che faceva don Zeno. Il film non piaceva in quella frazione. Verso la fine gridarono di volere Greta Garbo e allora dicono che per questo don Zeno non abbia dato la seconda metà». A proposito delle sale cinematografiche aperte da don Zeno nella Bassa Modenese e altrove pochi anni prima della seconda guerra mondiale, a conferma della testimonianza inserita nel racconto di Bozzoli, rinviamo a Un’intervista, una vita, p. 98 e sgg., dove tra l‟altro leggiamo: «Spesso la stessa pellicola veniva proiettata in due paesi. In uno si cominciava un‟ora dopo. E così, appena finito il primo tempo in un paese, c‟era pronto un ragazzino che partiva come una freccia, in bicicletta (gliene davo una da corsa), a portare la pellicola nell‟altro cinematografo. Idem alla fine del secondo 3 litico, che non è altro che quello delle stesse idee di don Zeno Saltini, quando questi si era fatto promotore del movimento politico e sociale dei «due mucchi»9: «Il Vecio si sfregò la faccia con la lunga mano scarna. Disse: “Dovete tenere presente che ora la situazione è cambiata. I signori adesso tengono la coda fra le gambe e il popolo vuole migliori condizioni di vita. Solo con la nostra unione, potremo ottenere le nostre rivendicazioni”. “Ma se loro ci hanno la coda fra le gambe, allora perché non stabilite voi la legge?”. “Piano, piano”, lo fermò il Vecio, “noi non vogliamo prendere, che allora sarebbe furto. Vogliamo solo che essi si convincano che noi siamo una forza, e che abbiamo diritto a certe cose. Per questo abbiamo bisogno di fare un gran mucchio: il mucchio dei poveri, che come tu sai, è molto più grande di quello dei ricchi”. Allora in quel punto mio padre disse che aveva paura perché dietro alle promesse c‟erano gli estremisti di sinistra che non badano alla giustizia sociale, quelli, ma solo a preparare la rivoluzione. E questo lui non lo voleva10». Di matrice ideologica che non si può certo accostare a quella di Armando Bozzoli resta la testimonianza dello scrittore Giovanni Cavicchioli (1894-1964) che frequentò con molti giovani e altri meno giovani la comunità di don Zeno, trovandosi negli ultimi anni della sua vita a risiedere nel vicino centro urbano di Mirandola11. In questa cittadina della Bassa modenese Cavicchioli era nato e soggiornato a lungo e pertanto, da uomo di cultura, conosceva bene la storia dei personaggi più illustri del passato locale, come si può ricavare da sue pagine letterarie nelle quali si dimostrò affezionato cultore di cose patrie ed in particolare della famosa dinastia dei Pico, signori feudali dell‟antica Mirandola. Tra i personaggi notevoli che egli poté conoscere di persona e che dettero lustro a questo centro urbano, si possono ricordare due ecclesiastici, erudito e storico locale dei Pico il primo (Felice Ceretti, 1834-1915), severo giutempo. Tutta una organizzazione! Il popolo rispettava molto questi ragazzi, assumeva una protezione su loro, e quand‟erano là, c‟era sempre chi li chiamava a cena». 9 Parlando nelle piazze, piene di gente che lo ascoltava, fin dal maggio 1945, don Zeno ebbe l‟idea di coniare uno slogan «Fé du mucc» («Fate due mucchi»), che sintetizzava un suo ideale politico, spiegandolo così: «Fate due mucchi: chi ha i soldi da una parte, chi non ne ha dall‟altra. Giacché siamo la maggioranza se non ci dividiamo in partiti andremo al potere senza spargimento di sangue». Cfr. Lettere, I, p. 113. 10 A. BOZZOLI, Nella vita di tutti, cit., pp. 75-76. 11 Interessante il brano tratto dal frammento autobiografico di un noto scenografo, Giuseppe Fregni (1930-1994), che, nativo di San Giacomo Roncole, da giovinetto frequentava la comunità di don Zeno: «Quando, nel dopoguerra don Zeno Saltini, fra le tante iniziative, pensò di creare una casa di produzione cinematografica nell‟ambito dell‟Opera Piccoli Apostoli, in seguito denominata Nomadelfia, registi, sceneggiatori e operatori si trasferirono da Cinecittà a San Giacomo Roncole per formare tecnici e collaboratori. Si cominciò con l‟allestimento di un palcoscenico per esercitazioni teatrali e corsi di fotografia. Le scenografie anche se elementari, furono in parte decorate da me con pigmenti e colle rudimentali. Giovanni Cavicchioli, commediografo poeta e giornalista, in visita al teatro, notò queste mie povere cose sufficienti però a cambiare radicalmente le mie giornate. Non più bracciante agricolo ma studente all‟Istituto d‟Arte Venturi di Modena». Cfr. Koky scenografo. Il libro di Giuseppe Fregni, Modena, Artioli Editore, 1995, pp. 7-8. 4 dice degli avversari politici e parroco tradizionalista di una frazione limitrofa, Quarantoli, il secondo (Alberto Fedozzi, 1860-1945). Ai profili che il Cavicchioli ci ha lasciato di questi due sacerdoti in certe sue belle pa12 gine , comprovanti stime e sintonia di pensiero, si può aggiungere il profilo di don Zeno da lui tratteggiato con cordiale benevolenza in un articolo di giornale13, dal quale stralciamo un passo significativo ricco di movenze letterarie: «Su questo don Zeno e la sua vita ci sarebbe da scrivere un grosso romanzo. Lo vidi, la prima volta, giovane cappellano in una parrocchia di campagna, nel Mirandolese. Girava in bicicletta da corsa, e spesso in motocicletta col portapacchi carico di bambini. Ma mica solo bambini, raccoglieva intorno a sé, anche giovanotti e uomini, purché fossero bisognosi e si adattassero alla vita di comunità. Come sarebbe poi stata, questa vita, che forma avrebbe definitivamente preso, allora don Zeno non sapeva. Vivevano intanto come una grande famiglia. Consumato il suo patrimonio personale (discende da benestanti agricoltori) andava avanti come poteva, a forza di debiti, di prediche, di „sante astuzie‟ e di cinematografo, un curioso cinematografo che dava spesso novità in anticipo su tutta la zona. A metà spettacolo don Zeno faceva una specie di discorso-conversazione in dialetto col pubblico, che ci si divertiva moltissimo e aderiva alla morale finale: aiutare la barca». Giovanni Cavicchioli aveva conosciuto e apprezzato, nel corso della sua vita, tanti sacerdoti, su alcuni dei quali, come si è appena detto, aveva scritto le proprie impressioni e dato il proprio giudizio. Ma stando alla testimonianza così carica di stupore con il quale Cavicchioli aveva messo insieme il profilo di don Zeno, egli senza dubbio riteneva questo prete diverso da tutti gli altri, che già avevano lasciato traccia di se stessi nelle vicende culturali, politiche e religiose della Bassa modenese fino a quegli anni del secondo dopoguerra. Il trasferimento della comunità dei piccoli apostoli nel 1947, a pochi chilometri di distanza da San Giacomo Roncole, cioè nell‟area dell‟ex campo di concentramento di Fossoli, vicino a Carpi, avviò una stagione nuova per don Zeno, gravata però da maggiori responsabilità e da problemi di ogni genere per la sua comunità che da allora prese il nome di Nomadelfia. È stato detto che questo periodo, esteso temporalmente dal 1947 fino al febbraio 1952, quando don Zeno scelse la riduzione allo stato laicale, fu senza dubbio «il periodo più difficile a caratterizzarsi con un‟espressione riassuntiva, il periodo più ricco di motivi discordi, di aperte contraddizioni, in cui la comunità oscilla fra l‟ordine religioso e il movimento politico e Le pagine alle quali facciamo riferimento sono comprese nell‟antologia, a cura di chi scrive, intitolata: G. CAVICCHIOLI, La città della Fenice e altri scritti, Verona, Fiorini, 1991, pp. 36 e sgg. (Felice Ceretti); pp. 48 e sgg. (Alberto Fedozzi). 13 L‟articolo si intitola Primavera a Nomadelfia, in «Il Tempo», 23 aprile 1949. 12 5 sembra non decidersi che su pressione di circostanze esterne verso l‟una o l‟altra forma»14. In ogni caso questo periodo di tempo resta fertile di testimonianze giornalistiche, attente all‟attività di don Zeno, figura singolare di sacerdote che la stampa nazionale incominciò a prendere in considerazione inviando non solo noti e stimati giornalisti, ma anche uomini di cultura e scrittori a visitare la comunità di Nomadelfia a Fossoli, superando in questo modo, per tempestività e ricchezza di informazioni, la qualità divulgativa della stessa stampa locale. Piero Gadda Conti (Milano, 1902-1999), ancora oggi annoverato fra i migliori esponenti di una narrativa „di linea lombarda‟, in veste di giornalista sul «Popolo» del 12 maggio 1949, aveva preannunciato che don Zeno Saltini sarebbe andato presto in visita a Milano «per far conoscere sempre più e sempre meglio ai milanesi» la «città evangelica» di Nomadelfia che in precedenza egli aveva visitato15, come disse appunto nell‟articolo appena citato. A Fossoli era venuto anche un altro scrittore milanese, anch‟egli da poco scomparso, Luigi Santucci (1918-1999), reputato da Carlo Bo «forse lo scrittore cattolico italiano più importante» del nostro tempo16. In un suo articolo intitolato Questa è Nomadelfia, pubblicato sul quotidiano «Corriere Lombardo» del 22-23 novembre 1949, Santucci parlava del suo incontro con la realtà di Nomadelfia17, rimanendone colpito a tal punto che con don Zeno nacque un‟amicizia profonda e definitiva, comprovata anche dal carteggio intercorso fra lui e il fondatore di Nomadelfia. Non era questo il primo articolo scritto da Santucci su don Zeno, perché in un precedente articolo del 7-8 novembre 1949, intitolato Il crociato col turbo compressore, Santucci informava i lettori18 che proprio in quei giorni don Zeno sarebbe venuto a Milano a G. PAMPALONI - M. RANCHETTI, L’esperienza di Nomadelfia, in «Comunità», VI, 1952, n. 14, giugno, p. 22. 15 «Don Zeno ci mostrò, al termine della visita a Nomadelfia, un breve documentario, che ritrae il momento dell‟arrivo dei suoi ragazzi tra le baracche ancora sinistra del campo. Da allora tutto si è trasformato, con un fervore operoso febbrile. Siamo stati ospiti di una di queste casette. Sono linde, pulitissime, in perfetto ordine. Pavimenti, porte, finestre intonaci, tutto è stato rinnovato, tutto ha un lieto aspetto casalingo e familiare». 16 C. BO, Santucci, l’allegria della fede, in «Il Corriere della Sera», 24 maggio 1999. 17 «Nomadelfia è una pianura insipida e brulla, regno della polvere per un terzo dell‟anno, per due terzi del fango e della nove sporca. Squadrata così a occhio e croce può sembrare un villaggio industriale, con le sue casarole basse e piatte come tartarughe, disposte simmetricamente: un totale di 40 ettari. Gli edifici sono circa 30, tutti a un solo piano e quasi tutti di uguale grandezza. Vien fatto di cercare la chiesa, ma la chiesa è soltanto questo scatolone un po‟ più grande degli altri che serve contemporaneamente, nel lato opposto quello dove si celebra la Messa, da cinematografo: telone e altare si fronteggiano». 18 «Quando le vedrete al teatro Lirico, martedì e mercoledì alle cinque del pomeriggio o alla basilica di S. Carlo la sera di giovedì, venerdì e sabato, o tutte queste mattine - chi di voi ci si troverà - nelle grandi officine, tra le maestranze della Falck, della Pirelli e dell‟Alfa Romeo, osservate questo prete vestito da autista, col giubbotto e il basco sul volto color terra; osservatelo e vedrete attorno alla sua 14 6 chiedere aiuti e finanziamenti per la sua comunità. Egli avrebbe parlato in pubblico nell‟ambito di una serie di iniziative programmate da un comitato Amici di Nomadelfia, il cui principale animatore era David Maria Turoldo dei Servi di Maria19, da lui conosciuto a Carpi qualche tempo prima. Gli incontri milanesi del fondatore di Nomadelfia diedero i loro frutti, mettendo alla prova la grande generosità dell‟alta borghesia ambrosiana20 e in questo senso è sufficiente fare il nome della contessa Maria Giovanna Albertoni Pirelli, che di don Zeno risolse molti problemi economici e finanziari e, come è noto, diede in proprietà a Nomadelfia la propria estesa tenuta posta in provincia di Grosseto, dove ancora oggi è operosa la comunità di don Zeno. Eravamo allora in un periodo storico di grande tensione politica e sociale scaturita, in capo nazionale, dalla inaspettata sconfitta elettorale del 18 aprile 1948, subita dai partiti di sinistra e che portò anche ad una severa censura giornalistica e alla scomunica emessa dal Sant‟Uffizio nei riguardi del comunismo21. gola un mare d‟acqua che sale. Don Zeno parla con l‟acqua alla gola, in vent‟anni è diventato l‟uomo più indebitato d‟Italia, perché far da padre ai figli di nessuno costa un mucchio incredibile di milioni». 19 In una intervista, così tra l‟altro rispose Carlo Bo a proposito della Corsia dei Servi, uno dei centri cattolici di punta a Milano: «Sì, padre Davide Turoldo e padre Camillo de Piaz hanno rappresentato senz‟altro la voce cristiana più importante, più significativa, più originale. Già durante il periodo della lotta partigiana, fra il 1943 e il 1945, si ritrovavano alla Corsia dei Servi, in Piazza S. Carlo, anche scrittori come Luigi Santucci, o professori come Mario Apollonio e altri...». Cfr. A. COLOMBO, Il paesaggio culturale. A colloquio con Carlo Bo, in G. PETRILLO - A. SCALPELLI (a cura di), Milano anni Cinquanta, Milano, Franco Angeli, 1986, p. 686. 20 Senz‟altro interessanti e ancor oggi gustose le annotazioni di un famoso giornalista e scrittore, Guido Piovene, che da un lungo viaggio attraverso l‟Italia (dal maggio 1953 all‟ottobre 1956) ricavò un copioso inventario di situazioni che illustrarono, in epoca ancora preindustriale, varie regioni e città della penisola e che fu riportato nel suo famoso libro uscito nel 1957 e recentemente riedito: Viaggio in Italia, Milano, Baldini e Castoldi, 1993, dove a pp. 106-107 leggiamo: «Milano città borghese. Benefica, assistenziale; non credo che faccia paura alla borghesia milanese la parola “paternalismo” che oggi si adopera spesso come un insulto. [...] Di questi tempi, in una città industriale, sia pure di fondo borghese, l‟assistenza assume talvolta forme e tecniche socialiste. [...] In nessuna regione, come in Lombardia e a Milano, le imprese fanno tanto per la cultura dei loro impiegati e operai. Nessuna impresa importante manca della Cral, centro culturale a favore dei dipendenti. Il più grandioso è quello della Pirelli». 21 «Il decreto del Santo Uffizio fu diffuso il 14 luglio 1949. In esso si rispondeva affermativamente alla domanda “se i fedeli che professano la dottrina del comunismo materialista e anticristiana e anzitutto coloro che la difendono e se ne fanno propagandisti incorrono ipso facto come apostati della fede cattolica nella scomunica in modo speciale riservata alla Sede Apostolica”. Si voleva impedire la stessa conoscenza dell‟ideologia comunista: il 30 luglio 1949 il direttore del “Corriere della Sera”, Guglielmo Emanuel, chiese al cardinale di Milano Schuster il permesso dell‟autorità ecclesiastica per quei redattori del giornale che, per ragioni di lavoro, erano costretti a leggere “L‟Unità”, “L‟Avanti” e “Rinascita” Nel novembre fu suggerito ai giornalai di evitare la vendita” del quotidiano del Partito comunista. Cfr. A. LEPRE, Storia della prima Repubblica, Bologna, il Mulino, 1999, p. 135. 7 In quel difficile clima, l‟azione di don Zeno sia a Fossoli sia a Milano, quando egli ebbe a soggiornare in quella città, trovò molta apatia e molti silenzi sulla stampa cattolica, anche se, a dir la verità, con il cardinale Schuster la chiesa lombarda e i giornali che ne erano diretta emanazione ebbero una certa libertà di espressione e di pensiero. Tant‟è vero che un autorevole studioso ha scritto che il quotidiano «L‟Italia», sempre assai controllato, ha ospitato a lungo gli scritti di un inquisito del S. Offizio, il parroco di Bozzolo don Primo Mazzolari. Solo i fedelissimi a Roma possono autorevolmente permettersi simili libertà, come far parlare in Duomo il servita Turoldo, che certo non è un ripetitore di formule consuete, di tranquillanti luoghi comuni”22. A Milano don Primo Mazzolari poté riprendere, con il numero del 15 novembre 1951, la pubblicazione del suo periodico «Adesso», sospesa a Modena nel marzo dello stesso anno23 e che, nel numero del 15 febbraio 1952, commentò liberamente la riduzione allo stato laicale di don Zeno. Nella più importante testata giornalistica di Milano, nel numero del 20 aprile 1951 del «Corriere della Sera», comparve un articolo del famoso giornalista e scrittore Dino Buzzati (Belluno 1906-Milano 1972), intitolato Porta vietata ai diavoli sul Corso Vittorio Emanuele. In questo articolo veniva presentato, assieme a don Zeno, David Maria Turoldo come «una specie di ministro degli Esteri di Nomadelfia in partibus infidelium» che «di Nomadelfia si occupa giorno e notte». Sulla forte personalità di Turoldo si può leggere un recente bel libro24, che aiuta a capire molto su questo straordinario collaboratore di don Zeno non solo a Milano, dove appunto, prima che altrove, egli diffuse, con ostinata determinazione, le idee di Nomadelfia. Ciò che resta di particolarmente suggestivo dell‟articolo è l‟abile presentazione, pur nel ristretto spazio dell‟articolo di giornale, con la quale Buzzati, da esperto narratore, poneva davanti ai suoi lettori, in primo piano, con prospettiva affabulatoria avvincente eppure semplificata, la figura viva ed energica di don Zeno, trasformato dalle parole di Turoldo in un vero e proprio personaggio, degno protagonista di un avvincente racconto letterario. Riportiamo il brano seguente: «Padre Davide raccontava: Una volta c‟era a Nomadelfia una banda di ragazzi che rubavano galline. Don Zeno li chiamò: Ma sapete che siete proprio bravi? Ma ve 22 G. RUMI, Milano, una seconda Roma al Nord?, in A. RICCARDI (a cura di), Le chiese di Pio XII, Laterza, Roma-Bari, 1986, p. 154. 23 A. LUSI, Un esempio di non conformismo negli anni Cinquanta: don Primo Mazzolari e «Adesso», in S. RISTUCCIA (a cura di), Intellettuali cattolici tra riformismo e dissenso, Milano, Edizioni di Comunità, 1975, p. 87 e sgg. 24 M.N. PAYNTER, Perché verità sia libera. Memorie, confessioni, riflessioni e itinerario poetico di David Maria Turoldo, Milano, Rizzoli, 1994. 8 l‟immaginate che cosa sareste capaci di fare con la vostra abilità, se vi metteste dalla parte del bene! Intanto vi do un incarico. Dovete sorvegliare che non ci siano altre bande come la vostra. E così li ha conquistati». Facendo riferimento, prima di tutto all‟udienza milanese, c‟è da chiedersi a chi poteva interessare la figura e l‟opera di don Zeno Saltini, conosciuto più per sentito dire e anche per le sporadiche e a volte curiose notizie giornalistiche a suo carico. In quegli anni del dopoguerra, nella lontana terra d‟Emilia, un prete, per così dire, di campagna, aveva provocato, spesso e involontariamente, critiche, malintesi e polemiche per i suoi atteggiamenti non ortodossi nei confronti della Chiesa cattolica ufficiale. Facendosi conoscere a Milano don Zeno poté riscontrare invece una più accentuata comprensione anche da parte di coloro che notoriamente non erano vicini alla chiesa cattolica per fede o convinzione religiosa, come per esempio Buzzati, sempre geloso nel custodire un proprio atteggiamento equilibrato e schivo di uomo di cultura laica e borghese. Ciò nonostante la presentazione da lui fatta di don Zeno Saltini non solo nell‟articolo appena citato, ma anche in altri contributi giornalistici25, aveva confermato la sua costante simpatia per il sacerdote di Nomadelfia, apprezzato più per la carica umana espressa dalla sua figura carismatica che come rappresentante della chiesa cattolica. Tanto è vero che Buzzati pubblicò in seguito un altro articolo, sempre sul «Corriere della Sera» del 7 dicembre 1951, che fin dal titolo (Dovrà Nomadelfia emigrare all’estero?) evocava la preoccupazione che «anche questa estrema dolorosa ipotesi», così scriveva Buzzati, dovesse essere ben considerata da tutti coloro che, da premurosi e ammirati sostenitori, si sentivano vicini all‟opera cristiana e filantropica di don Zeno. Questo sacerdote era stato presentato da Buzzati con molta simpatia, nonostante fosse un intellettuale laico, ma la profonda partecipazione umana mostrata nei riguardi del fondatore di Nomadelfia aveva annullato ogni steccato ideologico fra i due, che caso mai sussisteva, in modo determinante, invece fra don Zeno e tutti coloro che non lo consideravano un eccezionale realizzatore del messaggio evangelico. Nell‟anno in cui quest‟ultimo era venuto a Milano, cioè alla fine del 1949, era uscito alle stampe un libro di racconti di Buzzati che prendeva il titolo dal racconto eponimo in esso compreso, Paura alla Scala, pubblicato a puntate l‟anno precedente sul settimanale «L‟Europeo», diretto da Arrigo Benedetti. Questi aveva domandato a Buzzati di inventare una Apposta dall’Inghilterra per visitare Nomadelfia: questo il titolo dell‟articolo di Buzzati sul «Corriere della Sera» del 12 maggio 1949, in cui Nomadelfia veniva definita «la straordinaria borgata di don Zeno dove gli orfani ritrovano una mamma». Sul «Corriere d‟informazione» del 17 marzo 1950 apparve un altro articolo di Buzzati: L’esempio di Nomadelfia. Paura della bontà. Si veda anche 25 9 storia legata alla «paura dei rossi», paura davvero diffusa alla vigilia dell‟elezione del 18 aprile 148, quando la paura che vincessero i partiti di sinistra tra loro alleati aveva attanagliato la buona borghesia milanese. È stato scritto in proposito26 che Buzzati più che puntare sulla carta dell‟anticomunismo dedicò, in quel suo racconto, «le annotazioni più graffianti alla viltà e alla pochezza degli esponenti della sua classe», cioè la borghesia. Da stimato interlocutore della sua classe, perché egli scriveva sul più prestigioso giornale della borghesia, che era appunto il «Corriere della Sera», Buzzati poteva influenzare, in modo decisivo, i lettori di quella testata giornalistica. Proprio sul «Corriere della Sera» egli aveva invitato la borghesia milanese a esprimere piena solidarietà per don Zeno, affinché, una volta tanto, fosse tolta dalla circolazione la ingiusta nomea che aveva questo prete carpigiano, di essere cioè più vicino al Partito comunista con le sua azzardate idee di giustizia e di solidarietà che alla Chiesa cattolica, di cui faceva parte come sacerdote. A favore di questo prete a Milano, come si è già detto, era sorto infatti il comitato Amici di Nomadelfia, presieduto dalla contessa Maria Giovanna Albertoni Pirelli, ammirata autrice di un libro su don Zeno27, al quale erano stati elargiti contributi sostanziali perché la comunità di Nomadelfia potesse sopravvivere ai debiti e superare tutte le altre enormi difficoltà. Solidarietà di natura morale non meno importante di quella economica e finanziaria, sempre a favore di don Zeno, venne da un altro famoso editorialista e scrittore come Corrado Alvaro (San Luca 1895-Roma 1956), che si interessò, sulla «Stampa» di Torino, di don Zeno, tracciandone in un articolo del 1951 un profilo di grande efficacia comunicativa28. È stato scritto che la vena giornalistica di Corrado Alvaro poteva essere definita «teatrale» in quanto era alimentata da «dialogo, azione, dinamismo, battuta contundente, parola deflagrante»29, come si L’usignolo di Nomadelfia (1965), in D. BUZZATI, Cronache terresti, Milano, Mondadori, 1972, pp. 208-212. 26 Ved. l‟Introduzione a D. BUZZATI, Opere scelte, a cura di G. Carnazzi, Milano, Mondadori, 1998, p. XXXIII. 27 M.G. ALBERTONI PIRELLI, Molte strade una casa, con introduzione di David Maria Turoldo, Brescia, La Scuola, 1951. 28 «Don Zeno ha una faccia romana, di quelle secche e argute, come se ne vedono in Emilia, i capelli quasi bianchi sotto il basco blu e i lineamenti segnati, tirati, mai in quiete di chi dorme poco, passa molte notte ne‟ treni, si muove, si agita, parla, mulina sempre qualche cosa. Veste in borghese con un maglione bianco sotto la giacca a vento foderata di pelle di agnello, un paio di scarpe robuste da camminatore a stivaletto. Ha qualche cosa del soldato invecchiato sotto le armi, e smobilitato da poco». Il titolo dell‟articolo da cui è stato tratto il brano è il seguente: Un poco d’amore. 29 W. PEDULLÀ, Introduzione a CORRADO ALVARO, Scritti dispersi 1921-1956, Milano, Bompiani, 1995, p. XIX. 10 può constatare per esempio in un bel articolo30 su don Zeno, che sembra confermare tali connotazioni, intitolato Cattolici a Milano, e che uscì sulla «Stampa» del 21 ottobre 1951. La posizione ideologica, notoriamente laica di Corrado Alvaro, non aveva impedito a questo scrittore di dare in quel suo articolo, un‟indicazione sommaria ma molto interessante sulla attività culturale di cattolici a Milano, città nella quale c‟era «una mezza dozzina di istituti d‟irraggiamento del pensiero cattolico e della vita cattolica; un‟organizzazione che non ha riscontro in nessun‟altra città italiana». Bisogna dire però che in seguito a una più approfondita e recente analisi della divulgazione del cattolicesimo a livelli di larga accessibilità editoriale, si è dovuto constatare lo scarso successo di pubblico della monumentale Enciclopedia del cattolico, uscita nel 1953 da Mondadori31. Non diede neppure esiti rilevanti il filone del libro religioso32, a carattere divulgativo, nel quale è possibile inserire, pur con la sua originale invenzione letteraria, il libro di racconti di Luigi Santucci, edito sempre da Mondadori nel 1951, che dal racconto eponimo, compreso nella raccolta, prese il titolo di Lo zio prete. Ad un coraggioso progetto di divulgazione, per così dire, alla portata di una vasta e popolare platea di lettori, dovevano certo mirare le legittime ambizioni di Luigi Santucci per questa sua ultima prova narrativa. La figura del povero vecchio sacerdote don Agostino, protagonista del racconto Lo zio prete dà la misura sufficiente della vena umoresca di uno scrittore come Luigi Santucci, capace di rendere veramente affabile e a portata di mano il personaggio che abbiamo appena nominato33. Bisogna Questa è la conclusione dell‟articolo: «Ed ecco che in piazza San Carlo incontro un prete in basco e un giovane che conobbi a Nomadelfia, la comunità “dove la fraternità è legge” presso Modena. A Milano se ne è fatta patrocinatrice una signora dell‟alta borghesia e aristocrazia. Li avevo veduti la primavera scorsa in crisi finanziaria e morale. Il suo fondatore, don Zeno Saltini, progettava una specie di socialismo cristiano, e vedeva sorgere addirittura città intere di questo tipo. Aspetta l‟urto, e l‟urto è venuto, col governo e le alte gerarchie. I giornali milanesi di sinistra si sono impadroniti dell‟argomento. La comunità di Nomadelfia rivendica una voce nel bilancio dello Stato, come per un‟opera pubblica di bonifica, o per una cooperativa, anche se singolare: “Siamo in crisi”, mi dice il prete in basco. Gli dico scherzando: “Col cielo?”. Risponde: “Un poco più in giù”; e in quel “poco”, c‟è ancora molta ubbidienza». 31 Tale enciclopedia uscì in «tre volumi riccamente illustrati» a cura di monsignor Giustino Boson, «ad offrire un panorama del cattolicesimo accessibile ad ogni media cultura, scientificamente esatto, piacevole nella presentazione, egualmente lontano da unzioni edificanti come da equivoche obiettività» affidato per la redazione quasi esclusivamente a uomini di Chiesa, di scienze. Cfr. E. DECLEVA, Mondadori, Torino, UTET, 1993, p. 410. 32 Ibid., p. 411. 33 Gilberto Finzi, curatore di un‟antologia di Novelle italiane. Il Novecento, Milano, Garzanti, 1991, p. 573, giudica il personaggio di don Agostino come «la figura del povero vecchio prete che di fronte ai parenti, nipoti, ecc., nell‟incontro settimanale del lunedì, dimostra la sua superiore intelligenza delle cose umane. Quando la sua promozione, in modo così eticamente giusto, così religiosamente inatteso, 30 11 sottolineare inoltre che la raccolta di cui stiamo parlando edita più volte (la quarta edizione uscì nel 1968), ottenne un certo riscontro positivo di pubblico e fu apprezzato come un bel libro da giudici competenti e severi, non certo condizionati da intenti apologetici34. Ci siamo soffermati (forse un po‟ troppo) su questo racconto di Santucci, perché vogliamo dire che se quella di don Agostino era la trasfigurazione letteraria di un prete nato dalla fantasia dell‟autore, per quanto molto diversa ma altrettanto versatile e riuscita era apparsa la figura reale di un prete come don Zeno che Santucci aveva presentato nei suoi articoli giornalistici. Sappiamo che nella società moderna la letteratura si è fatta carico, come del resto il cinema, di fare del prete il protagonista o comunque il personaggio, artisticamente più o meno compiuto, di opere di diverso impianto ideologico e di diversa tensione morale e spirituale, come possiamo constatare in un recente volume che significativamente si intitola La figura del prete nella narrativa italiana del Novecento35. Per merito di tutte le segnalazioni giornalistiche cui si è fatto cenno, ma anche per merito di molte altre da noi omesse, la personalità complessa e irrequieta di don Zeno Saltini negli anni Cinquanta fu sottoposta all‟attenzione di un pubblico partecipe, se è vero che ci fu molta solidarietà nei suoi riguardi, quando don Zeno scelse, nel febbraio 1952, la strada dolorosa ma inevitabile dello stato laicale. In questo caso, tralasciando tutte le altre numerose testimonianze giornalistiche e riferendoci solo a Luigi Santucci, ricordiamo un suo lungo articolo intitolato L’‘obbedisco di don Zeno’, pubblicato su «Epoca» del 23 febbraio 1952, dove veniva difesa la condotta del fondatore di Nomadelfia, costretto allo stato laicale sia dalle autorità religiose sia da quelle politiche. Nella corrispondenza di Santucci con don Zeno36, è rintracciabile una lettera datata agosto 1952, che informava sulla pubblicazione per l‟anno successivo, presso l‟editore Mondadori, di un commento narrato ai vangeli, realizzato dallo stesso Santucci37 assieme ad Angelo lo porta lontano, i suoi parenti peccatori, tranne Agnese, rimangono distrutti, finiti: manca la loro la personale e famigliare confessione e assoluzione». 34 Annota E. DECLEVA, Mondadori cit., p. 435: «Venne altresì riproposto a sei anni dalla prima edizione, che gli era valso il premio Valdagno, Lo zio prete, di Luigi Santucci, a suo tempo avallato da un giudizio particolarmente favorevole di Vittorini, che l‟aveva giudicato nell‟ottobre 1950 “forse il migliore manoscritto letterario italiano” fra quanti gliene erano stati passati in visione dalla Mondadori dall‟epoca della ripresa della sua collaborazione editoriale». 35 V. ARNONE, La figura del prete nella narrativa italiana del Novecento, Cinisello Balsamo (MI), San Paolo, 1999. 36 Devo ringraziare, ancora una volta, l‟attuale presidente della Comunità, Francesco di Nomadelfia, che da bibliotecario e archivista mi è stato prodigo, non solo in passato, della sua preziosa disponibilità e competenza. 37 «A Pasqua uscirà presso l‟Editore Mondadori un libro mio e di Angelo Romanò. Si intitola Chi è costui che viene, ed è un commento narrato ai Vangeli. Spero che non le dispiacerà sapere che Roma- 12 Romanò38 intitolato Chi è costui che viene?, e con la seguente dedica espressa con le sole iniziali «A.d.Z.S.», cioè: A don Zeno Saltini. L‟astiosa nota redazionale inserita nel periodico «Il Borghese» di Leo Longanesi del 1 gennaio 1954 a proposito di questo libro, assieme ai precedenti interventi altrettanto ostili apparsi sul giornale di Giovanni Guareschi «Candido»39, sempre nei riguardi di don Zeno, ingiustamente accusato di filocomunismo, danno la misura del clima sociale e religioso di un‟Italia lontana, ormai scomparsa, quella descritta da Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia, pubblicato nel 1957, dove a proposito di don Zeno si diceva, in modo stringato ma non del tutto chiaro, quanto segue40: «Giacché il comunismo italiano ha sempre fondo fideistico, è questa anche la terra delle accensioni religiose. È modenese la famiglia Saltini, di cui don Zeno fondatore di Nomadelfia, è il più noto; tutta una famiglia di apostoli, da mamma Nina, fondatrice della casa della Divina Provvidenza, ad un‟altra sorella, che si occupa a Milano degli artisti di canto, a don Vincenzo, fondatore di un istituto di oblati che prepara insegnanti per seminari». nò ed io abbiamo voluto dedicare a lei questa nostra modesta opera, come all‟uomo più vicino al Vangelo di Gesù Cristo». Cfr. L. SANTUCCI - A. ROMANÒ, Chi è costui che viene? (Con dodici illustrazioni a colori fuori testo), Milano, Mondadori, 1953, pp. 325. 38 Angelo Romanò (Mariano Comense 1920-Roma 1989), fine poeta, letterato e studioso di letteratura italiana, vicino per fede ed amicizia a David Maria Turoldo, e con Bontadini e Apollonio, collaboratore del periodico «L’Uomo». Fu anche redattore della rivista bolognese «Officina» di Pier Paolo Pasolini. 39 Gli interventi del 2 e 16 marzo 1952 sono inseriti in G. GUARESCHI, Mondo Candido, 1951-1953, Milano, Rizzoli, 1997, pp. 162 e 168-169. 40 G. PIOVENE, Viaggio in Italia, cit., p. 269. 13 Maurilio Guasco Don Zeno nella storia del clero del secolo XX La biografia di don Zeno percorre alcuni dei momenti più significativi della storia italiana del XX secolo, e logicamente anche la storia del clero. Egli ne rappresenta un esemplare unico e forse irripetibile. Dopo la stagione del rapporto con il fascismo e poi della guerra e della Resistenza, vive gli anni della ripresa e dei grandi dibattiti politici che coinvolgono molti preti, anche se in modi diversi. Come quasi tutti, condivide in qualche modo l‟ambigua gioia delle grandi vittorie coloniali del fascismo, ma come non molti sente la falsità delle dittature e quindi anche di Mussolini. Viene attirato dalla lotta per la liberazione della patria, come non pochi pensa che l‟impegno politico sia uno degli elementi essenziali per il cristiano; ma su questo punto iniziano le sue divergenze, il suo cammino personale, il suo atteggiamento critico verso le scelte abituali del mondo cattolico e del partito che è considerato la loro espressione. Due elementi, fra quelli che si potrebbero citare, sembrano caratterizzare il comportamento da prete e verso i preti di don Zeno. Da un lato, il suo difficile rapporto con i confratelli. La sua vita è segnata dalla presenza di tanti preti e vescovi santi, come dirà spesso egli stesso. Eppure se si dovesse fare un‟antologia dei testi in cui traspare la sua critica, spesso addirittura il suo rifiuto, verso i preti in genere, ci sarebbe solo l‟imbarazzo della scelta1. L‟altro elemento è la sua allergia a farsi ingabbiare, indirizzare, prevenire. Tutta la sua vita di prete si può leggere alla luce di un dialogo iniziale con il suo vescovo: «Guardi, eccellenza, che io sarei un prete rivoluzionario e lei lo sa [...] ma io non sono d‟accordo con il clero, se lo ricordi»2. 1 La sua rivoluzione ha un‟unica fonte ispiratrice, la parola del Vangelo, ripetuta e citata sempre; e il desiderio assoluto di cercare e fare la verità. Un elemento, quest‟ultimo, che rappresenta un pregio e un limite: quando sceglie cosa studiare, quando rifiuta di perder tempo in discussioni e in analisi di opinioni, lo fa per una ragione: «Io me ne infischiavo delle opinioni, mi interessava solo la verità: questo è vero e mi va bene, questa è una verità e la studio»3. Una grande forza e un grande limite: partire dal presupposto che esista una verità evidente e che basti studiarla, è sempre molto rischioso. Ma come stupirci che si parli di rischio, quando vi è di mezzo don Zeno? Molto spesso la radicalità del suo discorso, la naturalezza con cui lo fondava sulle pagine del Vangelo, ne facevano un personaggio scomodo: e le sue verità avevano la forza della semplicità. La relazione non intende percorrere la vita di don Zeno, ma solo isolare alcuni aspetti significativi, e specificamente i suoi rapporti con alcune figure rappresentative del clero contemporaneo, cercando poi di enucleare la sua riflessione sul sacerdozio, la figura di prete che emerge dalla sua vita e dalla sua riflessione. 1. Don Zeno e i preti: amicizie e conflitti Nonostante la sua dichiarata allergia verso i preti, rimane il fatto che don Zeno è costantemente portato a confrontarsi con loro, a ricorrervi, ad ascoltarli. Il primo suo riferimento è don Calabria, forse il suo vero padre spirituale4. Rappresenta per lui l‟ideale maggiore, ma è anche simbolo di grande saggezza. Don Zeno è colpito, fra l‟altro, da una frase di don Calabria, «semo omini», in cui vede più che l‟invito all‟impegno e alla serietà, la dichiarazione di tolleranza e comprensione verso tutti, anche verso chi ti oltraggia e ti condanna. 2 Sullo stesso piano di don Calabria si potrebbe mettere don Orione, un altro dei grandi santi della carità: l‟elogio funebre che don Zeno gli dedicherà potrebbe figurare nel libro dei fioretti di san Francesco5. Più complesso e difficile è il rapporto con padre Pio. Le testimonianze scritte non sono molte, ma significative6. Fra i due personaggi vi è un‟iniziale grande fiducia, don Zeno gli indirizza persone da consigliare, padre Pio gli manda dei ragazzi, lo conforta nei momenti difficili. Tutto sembra cambiare dopo che don Zeno ha chiesto e ottenuto la laicizzazione pro gratia. Il provvedimento non è punitivo, non costituisce una censura: ma era davvero così semplice, nella Chiesa degli anni Cinquanta, distinguere tra laicizzazione pro gratia e censura? Padre Pio non sembra distinguere, e ne trae le conseguenze, rifiutandosi di ricevere don Zeno quando questi si reca a San Giovanni Rotondo. È lo stesso don Zeno a raccontarlo7, dichiarando tutta la sua amarezza per tale atteggiamento, accresciuta ulteriormente quando il fatto viene risaputo e genera pettegolezzo8. Don Zeno pensa che la cosa dipenda anche da quanti stanno attorno a padre Pio e lo consigliano male; e conclude con rassegnazione di non essere d‟accordo neppure con padre Pio, aggiungendo però che, «nonostante tutto, di padre Pio conservo una immensa stima»9. Dalle carte degli archivi, non risultano rapporti diretti con don Lorenzo Milani. Questi lo conosce, come si desume da qualche accenno presente nella sua corrispondenza; ma tutto sembra limitarsi a tali riferimenti10. Lo stesso si dica di don Sirio Politi, altra figura caratteristica e tipica del clero italiano, uno dei primi preti operai, diventato il riferimento più importante di quanti avrebbero fatto una scelta analoga: non ho trovato documentati dei rapporti diretti. Abbiamo soltanto una testimonianza orale, da cui risulta che don Sirio conosceva don Zeno e dichiarava la sua venerazione nei suoi confronti11. Appaiono invece significativi, per un breve periodo, i rapporti non solo epistolari con don Luigi Giussani, quando don Zeno ipotizza e tenta una concreta collaborazione con il movimento fondato dal prete milanese, all‟interno di un piano cui 3 don Zeno è fedele, che lo porta a dire che bisogna collaborare con tutte le forze di rinnovamento del mondo cattolico12. In questo caso poi, don Zeno è convinto che una simile collaborazione potrebbe diventare non solo possibile, ma travolgente13. Proprio di tale collaborazione don Zeno aveva parlato anni prima a don Alberione, il fondatore della famiglia paolina, lamentando il fatto che volendo tutti il trionfo di Cristo, «siamo praticamente tanti piccoli mondi incapaci di amarci seriamente nei fatti, incapaci di creare insieme grandi iniziative idonee ad affrontare, in pieno ed universalmente, i problemi del gregge che dai nostri dispersi rivoli non trae la via sufficiente per rialzare il capo»14. Padre Balducci appare a più riprese, anche nella corrispondenza. Nel giugno 1954 scrive a don Zeno per raccomandargli un giovane15. Lo incontra in varie occasioni, soprattutto per conferenze o tavole rotonde. Il 30 novembre 1965, alla libreria romana «Paesi nuovi», presenta con Ettore Masina il libro di don Zeno, Nomadelfia è una proposta. Nel novembre 1972, durante gli esercizi spirituali ai nomadelfi, don Zeno parla di padre Balducci, ricorda i loro incontri, la sua evoluzione anche all‟interno dell‟Ordine, le sue grandi doti di oratore16. A sua volta padre Balducci, in una commossa rievocazione, definirà don Zeno uno dei suoi esempi più luminosi, uno dei più straordinari «partigiani dell‟impossibile e cioè di un mondo senza armi e senza nessuno di quegli strumenti materiali e mentali di cui è così ricca la cultura che ci ha generato, la cultura di guerra»17. La lettera di Balducci del giugno 1954 ci rivela anche che il tramite tra il religioso e don Zeno fu un comune amico, padre Turoldo, uno dei personaggi che più di ogni altro ha vissuto un lungo e intenso rapporto fraterno con don Zeno 18. Un rapporto fraterno, ma anche in qualche momento fortemente dialettico, dati i caratteri e la sincerità dei protagonisti. D‟altra parte, don Zeno non ha l‟abitudine di misurare le parole, qualche volta le sue espressioni vanno anche oltre il suo pensiero. Proprio il rapporto intenso e duraturo con padre Turoldo rende piuttosto strane le espressioni che troviamo in una lettera al camaldolese padre Benedetto Calati, 4 anche se ci danno una prova ulteriore di quanto don Zeno fosse alieno da certe forme di contestazione all‟autorità, che non facevano parte della sua cultura e dei suoi metodi. Nella lettera a padre Calati, don Zeno ribadisce di avere sempre ubbidito alla Chiesa, di non avere mai contestato le decisioni dell‟autorità, anche le più ingiuste nei suoi confronti. Si fa un vanto di avere un‟ecclesiologia molto semplice: un papa, un vescovo, un parroco e un popolo che insieme devono evangelizzare il mondo secondo il Vangelo come codice del vivere. Scrive tutto questo al priore dei camaldolesi, dicendosi contrario a «tutto ciò che i contestatari tipo padre Balducci, padre Turoldo, La Valle e tutti coloro in numero direi quasi infinitesimale si agitano nella Chiesa in senso radicalmente fuori dallo spirito di ubbidienza ed essendo la Chiesa il mistero donato da Cristo stesso all‟umanità». Don Zeno aggiunge subito: «Io non sono competente a giudicare se questa gente avrà ragione o torto, se è nella verità o nell‟errore, per me e per tutta Nomadelfia non siamo d‟accordo»19. Il pensiero di don Zeno è chiaro: tutta la sua vita è segnata dal difficile rapporto con l‟autorità religiosa, dalle critiche anche feroci che rivolge a tutte le autorità, comprese le religiose. Ma egli crede al rapporto dialettico, non alla contestazione della loro autorità; critico, ma ubbidiente, anche a costi pesanti 20. Di qui il suo atteggiamento sempre negativo verso le forme di contestazione che appaiono nella Chiesa, come emerge da certi suoi scritti, dalle lettere. Ma rimane l‟impressione che ogni tanto sbagli bersaglio, e che mettere Balducci e Turoldo nell‟elenco dei contestatori nel senso negativo che lui condanna, sia per lo meno azzardato; e ancora più strano, quando si tratta di uno dei personaggi più legati a lui, padre Turoldo. Appare più comprensibile l‟atteggiamento critico, anche se amichevole, che riserva a don Enzo Mazzi, il parroco fiorentino che già nel 1962 era stato a fargli visita con i suoi parrocchiani, subito dopo la seconda prima messa di don Zeno 21. Quando scoppia il „caso Isolotto‟, don Zeno gli scrive nello spirito ricordato. Gli narra del suo incontro con il Nunzio Apostolico, il 5 febbraio 1952, quando gli veniva comunicato il decreto di allontanamento da Nomadelfia. Ubbidì, anche se nella 5 più profonda sofferenza. Gli chiede di dialogare, di ripensare a quanto sta facendo, di non mettersi nella disubbidienza22. Don Mazzi non risponderà alla lettera: prenderà solo atto della divergenza, del fatto che «don Zeno non è sulla nostra linea»23. Non si tratta qui evidentemente di distribuire le ragioni e i torti; il dato comunque è chiaro. Don Zeno solleva problemi diversi, non si colloca nella linea di quelli che saranno chiamati i preti contestatori, anche se più volte verrà loro assimilato in modo del tutto acritico24. Anche se poi a sua volta commette lo stesso errore: sbaglia chi lo colloca in certi elenchi, come sbaglia lui a non sapere fare la differenza tra i vari cosiddetti contestatori, collocandovi anche chi proprio non aveva quell‟atteggiamento. 2. Don Primo Mazzolari Ho tenuto per ultimo un personaggio che, anche se un po‟ a distanza, rappresenta un momento significativo e sofferto di dialogo, don Primo Mazzolari, che in qualche occasione stupisce don Zeno per i suoi giudizi. Ma in fondo don Primo non fa altro che imitare lo stesso don Zeno, nella più sofferta ma profonda sincerità. La loro amicizia nasce presto, don Zeno gli manda i libri, si incontrano a Milano, forse prima, certamente nel 194925. Mazzolari va anche a visitare Fossoli, e lo descrive con frasi semplici ma straordinarie: «Forse non c‟è niente di nuovo a Nomadelfia [...] c‟è soltanto che là qualcuno prende sul serio il Vangelo»; e osservando poi i rischi che corre quel modello di vita, ricorda anche il rischio che possa venire soffocato «dal nostro economismo senza cuore»26. Con l‟inizio degli anni Cinquanta i due preti stanno accentuando la loro attenzione alla politica, don Zeno pensa al suo movimento mentre «Adesso» organizza a Modena il convegno del «Movimento cristiano d‟avanguardia». Ma le loro strade non si incrociano. Mazzolari ne dà una spiegazione in una lettera del giugno 1951: 6 «Lo dissi a don Zeno più volte: le nostre sono strade diverse, come diversi sono i nostri temperamenti e diverse le nostre vocazioni: però, tutto converge. E il segno dell‟unità è la tribolazione, che è comune, come comune l‟obbedienza e la fedeltà alla Chiesa»27. Don Primo si chiede anche come potrebbe aiutare don Zeno; ma teme che un suo eventuale intervento rischierebbe di danneggiarlo, invece di aiutarlo28. Ma nello stesso tempo dichiara, ancora in una lettera, che «Nomadelfia cresce per fede più che per propaganda», però il farla conoscere «aiuta la fede ove è poca, e costringe gli scordati a pensare»29. «Adesso» interviene ancora (15 febbraio 1952) al momento della bufera, quando Nomadelfia va in crisi. Leggiamo nell‟articolo di Mazzolari: «Don Zeno [...] rimarrà nonostante certe incompostezze di temperamento e di linguaggio, uno degli uomini che, agli avamposti, hanno servito con fedeltà e passione la causa della Chiesa e dei poveri»30. Torna sulla vicenda al momento delle denunce e del processo, con un titolo significativo: Non vi pare un po’ troppo? Mazzolari ricorda che le sue riserve le aveva espresse prima, quando tutti pensavano agli elogi: «Il nostro modo di vedere non sempre combaciava con quello di don Zeno. E l‟abbiamo detto, senza aspettare l‟ora della prova, scontentando molti, come se tra le regole del cristiano non valesse l‟antico adagio: amicus Plato, sed magis amica veritas». Ma poi conclude: «Un‟altra volta la legge minaccia di esiliare la carità»31. La critica vera arriva quando viene pubblicato Non siamo d’accordo, l‟esasperato grido di dolore di don Zeno, dove le accuse a tutti sembrano più dettate dal dolore che dalle analisi; mentre nella condanna vengono accomunati i più diversi personaggi in modo per lo meno discutibile. Anche in questo caso, il pensiero di don Primo è chiaro fin dal titolo dell‟articolo pubblicato nel «Popolo» del 31 maggio 1953: Don Zeno ha sepolto Nomadelfia. Don Zeno non gradisce; e come stupirsene? La conclusione di don Primo è dura: «Fa paura una carità che uccide la Pasqua, foss‟anche la grande carità di don Zeno»32. La sua reazione è chiara e sofferta: don 7 Mazzolari sbaglia, scrive in una lettera del 31 maggio 1953, ha perso le staffe, non può permettersi di scrivere che Dio sta per abbandonarmi33. Un conflitto che provoca disagio fra molti comuni amici, e che ognuno vive secondo il proprio carattere. Don Mazzolari ne parla con amarezza a un amico, prima gli ricorda il suo timore di avere perduto varie amicizie in seguito al suo articolo apparso in «Adesso» il 15 febbraio 195234, poi torna sull‟argomento nel giugno 1953, dopo l‟articolo del «Popolo». Non è affatto pentito, solo amareggiato per le critiche che gli sono piovute addosso, alcune anche calunniose. Rimane convinto che la pubblicazione di Non siamo d’accordo sia stata un grave errore, che don Zeno e i suoi consiglieri non abbiano misurato l‟impatto negativo che avrebbe avuto quel testo35. Ci troviamo così di fronte a un conflitto tra due grandi anime, dove sarebbe errato voler cercare la parte della ragione. Sembra singolare che don Zeno si stupisca delle frasi usate da Mazzolari, dopo che lui ha usato le frasi che possiamo leggere nel libro, per altro interessante, Non siamo d’accordo. Ma qui si dovrebbe aprire un capitolo di storia e psicologia dei santi: quando sono convinti delle loro buone ragioni, in genere pensano che a loro tutto è permesso, un po‟ meno agli altri. La tolleranza non è sempre la virtù delle grandi anime. La vicenda è comunque significativa, così come i protagonisti: due personalità spiccate, che si stimano reciprocamente, i cui itinerari non sono analoghi. Ma due modelli di prete che non si identificano con il modello tradizionale, due storie di sofferenze e condanne, ma anche due storie di appassionata fedeltà alla Chiesa anche se questa manifesta in qualche sua rappresentante uno strano modo di interpretare la carità paterna e l‟amore reciproco nella casa del Padre. 3. Il sacerdozio nel pensiero di don Zeno Resta da vedere quale fosse la concezione del sacerdozio espressa da don Zeno nei suoi scritti e nei suoi discorsi, come immaginasse soprattutto lo statuto di quel 8 clero nomadelfo che ha sempre sognato di far vivere; alla luce di quelle affermazioni che don Zeno fa fin dal primo colloquio con il suo vescovo e su cui sembra non abbia mai avuto ripensamenti, quando dice che lui in genere non è d‟accordo con il clero. Don Zeno non dice che non è d‟accordo su questo o quel punto, dice semplicemente che non è d‟accordo: perché sente continuamente il rischio del clericalismo, di un sacerdozio che non solo non vive radicalmente le istanze evangeliche, ma usa del suo ruolo e del suo ministero per imporsi alla sua comunità, che diventa così una comunità di sottomessi, non di fratelli. Era il suo modo di vivere il sacerdozio che attirava ed affascinava; lo avrebbe detto un giorno p. Turoldo: «Ciò che mi attrasse a quei tempi verso di lui era, anzitutto, una concezione del sacerdozio che, allora, mise in allarme le gerarchie ecclesiastiche e che trovò, invece, formulazioni singolarmente simili in papa Giovanni XXIII. Furono la sua concezione della famiglia e della giustizia che, allora, erano veramente rivoluzionarie»36. Non so se storicamente si possa sostenere quanto qui dice p. Turoldo, in particolare sull‟analogia tra papa Giovanni e don Zeno sulla concezione del sacerdozio. A me interessa notare che il modo di vivere il sacerdozio rendeva don Zeno tanto affascinante. Il suo timore per un sacerdozio che privasse il laicato della sua autonomia viene da lontano. Quando è dirigente dell‟Azione cattolica scrive che seguendo i principi di certi preti l‟Azione cattolica diventa un corpo morto, «un gran corpo senza la testa nelle mani d‟un Assistente ecclesiastico il quale la conduce con abilità, illudendola anche d‟una personalità che poi in fondo gli nega»37. Il suo modo essenziale per definire il sacerdozio parte dalla prassi: l‟Opera Piccoli Apostoli nasce dalla sua esigenza di agire, di rifiutare il motto «i preti in chiesa». «Voi non mi chiuderete in chiesa - scrive - io ho diritto e dovere di essere dovunque siate»38. Il primo impegno è la giustizia: «Se Marx ha sconvolto lo spirito umano, io sacerdote mi sento ben più forte di lui e gli salto nelle masse da lui ipnotizzate per rendere loro quella giustizia cui hanno diritto e per disperdere da esse l‟incanto diabolico del materialismo»39. L‟Unione dei Sacerdoti Piccoli Apostoli na- 9 sce il 2 febbraio 1943 per realizzare la donazione totale; i membri si impegnano a «immolarsi corpo ed anima nel santificare tutte le forme della vita del popolo, percorrendo e precorrendo l‟indole e l‟esigenza dei tempi»40. L‟incontro tra preti e religiosi totalmente dediti al popolo rimane lo scopo di don Zeno, per costituire un movimento e un gruppo che travolgerà le montagne. Un sacerdozio che si identificasse con gli scopi di Nomadelfia «finirebbe [per rendere Nomadelfia] rivoluzionaria fino a sconquassare tutta la cattolicità individualistica e praticamente borghese, in quanto le stesse opere in essa non sono l‟una per l‟altra»41. Così Nomadelfia apparirebbe davvero come «il monachesimo sociale del secolo ventesimo»42. Procedendo però nell‟esame dei suoi scritti, emerge chiaramente che la preoccupazione maggiore di don Zeno non è tanto definire una forma di sacerdozio in senso generale, ma il sacerdozio da esercitare a Nomadelfia. Il dato di partenza per don Zeno è chiaro: Nomadelfia è stata generata dal sacerdozio, sarebbe assurdo negare simile evidenza. Senza sacerdozio Nomadelfia sarebbe un tralcio staccato dalla vite43. Ma questo esige che i preti che vi operano siano disposti a entrare in quello spirito; chi arriva con altra mentalità «impiega non meno di dieci anni prima di penetrare nell‟intimo di questa vita»44. Se venisse solo per fare assistenza religiosa, senza condividere la vita della comunità, sarebbe un isolato45. Per questo don Zeno cerca continuamente di far riconoscere uno statuto specifico per il clero; e si ostina a dire che il suo sacerdozio è quello che ha generato Nomadelfia. Prova quindi a immaginare una condizione giuridica che permetta a lui e agli altri preti di restare preti pur essendo cittadini di Nomadelfia. Diventerebbero quasi dei secolari-laici, che conserverebbero tutti i diritti dei preti, rinunciando a ogni forma di privilegio. In tal senso, don Zeno scrive a Ottaviani 46, e subito dopo anche a Pio XII, cercando di convincerlo ad andare oltre le norme esistenti, che sono solo di diritto positivo, siano dettate dalle normative emanate per il clero, siano esse provenienti dal Concordato47. 10 Se non fosse possibile trovare una formula soddisfacente, don Zeno e i vari sacerdoti che operano a Nomadelfia potrebbero ricorrere a una forma di autolaicizzazione, per evitare che le loro scelte possano coinvolgere la gerarchia ecclesiastica, pur conservando il diritto «di celebrare ed amministrare i sacramenti ai nostri figli e fratelli ogni qualvolta ne abbiano bisogno a nutrimento delle nostre e loro anime»48. Naturalmente, essi sarebbero fedeli ai loro doveri, come d‟altronde hanno sempre fatto: «Quanto alla meditazione quotidiana, all‟esame di coscienza, alla recita del Santo Rosario, alla Visita al SS.mo Sacramento, alla frequenza al Sacramento della Confessione, almeno quindicinale, agli Esercizi Spirituali, abbiamo sempre cercato e cerchiamo di attenerci alle direttive pastorali sancite in merito dallo stesso Diritto Canonico»49. La via della laicizzazione sarà infine quella seguita da don Zeno: la chiede nel luglio 1953, ottiene il decreto nel novembre dello stesso anno50. Non si tratta di una censura, ma di un provvedimento pro gratia, perché don Zeno sia più libero di risolvere i gravi problemi che coinvolgono lui e la sua fondazione. Don Zeno sa bene cosa significhi tale decisione da parte dell‟autorità ecclesiastica e cosa implichi per lui. Dal punto di vista ontologico, rimane sacerdote; gli viene però revocato il potere di amministrare i sacramenti. Ma don Zeno vuole continuare a essere il padre dei Nomadelfi, non ha rinunciato al sogno di un sacerdozio-laico privo di diritti umani, non di quelli divini. Non solleva quindi stupore la sua reazione, anche se rimane un po‟ patetica la richiesta che continua a fare, e sembra davvero impensabile che non sapesse di chiedere una cosa che mai avrebbe potuto ottenere. Mentre chiede la laicizzazione, scrive al suo vescovo: «Se Vostra Eccellenza potrà ottenermi la grazia di celebrare egualmente la Santa Messa ogni volta che ne sentirò il bisogno nell‟anima, le sarò grato in eterno»51. Scrive anche a Pio XII, chiedendo la stessa cosa, e suggerendogli anzi il testo di quel decreto che potrebbe emanare per mantenerlo nello stato laicale senza togliergli il diritto di esercitare il sacerdozio52. Come non leggere in tut- 11 to questo la sua ostinata volontà di sentirsi padre e sacerdote dei Nomadelfi, con una paternità essenziale per la sopravvivenza della stessa istituzione? I suoi sforzi vanno dunque verso la costituzione di una forma di sacerdozio funzionale a Nomadelfia, con una sua costituzione e uno statuto specifico. Vi si arriverà dopo la reintegrazione nel sacerdozio di don Zeno, quando l‟assemblea, con approvazione ecclesiastica, riconosce il clero di Nomadelfia come componente costitutiva della comunità. Siamo nel febbraio 1973. Formalmente, le condizioni del clero nomadelfo saranno precisate nella convenzione che regola i rapporti con la diocesi competente per territorio. Il responsabile dei preti assume a tutti gli effetti il ruolo di parroco. 4. Qualche conclusione Un sacerdozio singolare quello di don Zeno, una delle molteplici espressioni di quell‟unico sacerdozio che è quello di Cristo, e che ogni tanto qualcuno immagina di poter esprimere e definire in un modello unico per tutti, valido semper et ubique. La vita di don Zeno, come di tanti altri preti di ogni tempo, è la prova di quanto sia immiserente quella mentalità. Certo, quei modelli provocano, rischiano di persona e sono rifiutati perché troppo scomodi53. Alla morte di Pio XII, don Zeno, ribadendo le sue idee, si augura che il nuovo papa «riesca a combinare un concilio nel quale siano dichiarati peccatori pubblici tutti coloro che si rifiutano di lavorare e di agire nel senso di togliere dalla faccia della terra i miserabili, tali per colpa della ingiustizia sociale, e che scomunichi tutti coloro che abusano della ricchezza detraendo in tal modo il giusto necessario alla vita dei fratelli»54. Si trattava di uno di quei tanti sogni di cui era fervida la mente di don Zeno: sempre pronto poi a operare perché i sogni diventassero realtà. Il suo sogno permanente era la rivoluzione cristiana, la trasformazione radicale dei rapporti umani, la 12 realizzazione del Regno di Cristo; pur nella consapevolezza che certe sue aspirazioni potevano essere considerate un segno di integrismo. Ma, precisava, integristi non siamo solo noi Nomadelfi, ma «integristi siamo tutti al mondo per il fatto che abbiamo tutti personalmente e socialmente un nostro modo di essere di fronte a problemi che sono in comune e che dobbiamo affrontare non divisi»55. Don Zeno rappresenta dunque una tappa significativa della storia del clero italiano del XX secolo, una tappa e una proposta, come una proposta era e rimane Nomadelfia. Credo sarebbe forzare le cose dimenticare che la causa prima della crisi degli anni Cinquanta sia da legarsi alla situazione globale di Nomadelfia e ai suoi problemi economici. Ma non si può dimenticare che in quegli stessi anni molti altri segni indicano che la preoccupazione anticomunista e la paura di forme degenerative di sacerdozio hanno dettato non pochi interventi censori. Può sembrare strano, per un uomo che usa frasi durissime sul comunismo, sentire che qualcuno lo accusa di fare il gioco dei comunisti; come può sembrare strano che un uomo che vive in modo radicale il suo sacerdozio, possa essere accusato di mettere in dubbio il modello tradizionale di sacerdozio. Ma succede anche questo; e non deve essere trascurato, quando si cerca di capire quel clima che ha prodotto le vicende ricordate. Vorrei concludere con le parole di don Zeno, quelle che usa parlando della morte di don Orione. Attribuendole in questo caso a lui: «È morto don Orione. Beato Lui. Ha saputo vivere e avrà certamente la gioia di avere già abbracciato Gesù per tutto il bene che ha voluto ai Suoi fanciullini. Sarà stata una delle rare occasioni in cui Gesù (perdoni e comprenda la figura antropomorfa del mio dire) tra le danze degli innocenti saltellanti e giocanti con le Palme del martirio, sarà disceso dal Trono e sarà andato incontro a D. Orione fino alla porta spalancata e addobbata del Paradiso. E D. Orione semplice e commosso si sarà dimenticato di prostrarsi in ginocchio, ma sarà corso ad abbracciare, baciare, guardare negli occhi Gesù, quel Gesù che ha visto nei fanciullini e negli oppressi»56. 13 1 Emblematica, in questo senso, la testimonianza offerta dal card. Pellegrino, pubblicata in «Famiglia cristiana» del 12 novembre 1986, che ricorda qualche incontro con don Zeno all‟Università Cattolica di Milano: «Aver fiducia nei giovani e mostrarla... e non commettere l‟errore che rimproverava a me, prete da pochi mesi, Zeno Saltini (chi non conosce don Zeno di Nomadelfia?) quando ci incontravamo a Milano, dove correva in moto da Carpi per ripartire felice del 18 carpito a un esame di giurisprudenza. “Bisogna, dicevo io prete da pochi mesi, fare collaborare i giovani e dar loro l‟impressione che sono loro che fanno”. E Zeno: “sempre così voi preti, mezzo impostori”». In M. SGARBOSSA, Don Zeno ...e poi vinse il sogno, Roma, Città Nuova, 1999, p. 46. 2 Ibid., p. 64. 3 Ibid., p. 48. 4 Si veda in proposito la relazione dedicata al rapporto tra i due preti, in questo stesso volume. 5 Le frasi di don Zeno su don Orione sono contenute in una sua lettera del 14 marzo 1940 in Lettere, I, p. 50. Le riprenderò alla conclusione del mio testo. 6 Fra le lettere pubblicate, una sola è indirizzata a padre Pio, scritta da don Zeno il 6 novembre 1952. Gli chiede una preghiera e la benedizione, nel momento della sofferenza (Lettere, I, p. 320. Padre Pio risponde: «Prosperi nella libertà e metta lievito nuovo nelle confuse aspirazioni di tanti, organizzandone l‟attività a buon fine. L‟umano vuole la sua parte» (AN). 7 Scrive in una lettera a don Vincenzo Saltini, il 16 gennaio 1954: «Caro don Vincenzo, ho avuto occasione di andare da Padre Pio per presentargli un mio amico che ne aveva bisogno. Mi ha trattato male, brontolando una frase che non ti ripeto, ma che disapprovo in pieno. Ha parlato poi con l‟ing. Cremonini. In sostanza non approva la mia laicizzazione. Comunque, ritengo che non era il caso di trattarmi così. Tanto più che io non gli chiedevo niente per me. Gli ho semplicemente domandato di parlarmi. Sulle prime sono rimasto male, ma poi, ripensandoci mi sono convinto che avevo ragione quando ti scrivevo in merito ai „carismatici‟. Sono voci importanti non per tutte le anime e non sono la voce ufficiale della Chiesa. Io poi, a mezzo di Cremonini gli ho fatto sapere che non condivido la sua opinione e che io ho ottenuta la laicizzazione dalla Suprema Autorità della Chiesa. Comunque l‟ho pregato di ricordarmi nelle sue preghiere. Come vedi non sono d‟accordo neanche con Padre Pio» (AN). 8 È ancora don Zeno a rivelarcelo, in una lettera a don Vincenzo del 27 gennaio 1954: «Caro don Vincenzo, Ecco il pettegolezzo! A Milano sono giunti i „messaggeri‟ a diffondere la notizia che Padre Pio non mi ha voluto ricevere. Veramente gli ho parlato di passaggio, volevo parlargli di un amico, ma poi non mi ha voluto ricevere facendomelo sapere a mezzo di Cremonini. Chi ha annunciato l‟avvenimento? Mah! Quid est Charitas? Chi ne va di mezzo? ... [CTRL cosa sono queste nuvolette?}Io lasciai una lettera a Cremonini che spero avrà fatta vedere a Padre Pio. Vuol dire che in seguito apparirà chiaro che „non sono d‟accordo‟ nemmeno con Padre Pio o con chi per lui!... Che cose strane. Chi rovina Padre Pio sono coloro che, fanatici, lo circondano come avviene sempre in queste situazioni straordinarie. ... [CTRL}Quanto alla persona di Padre Pio non saprei dire altro che ciascuno la pensa alla sua maniera» (AN). 9 Lettera del 27 febbraio 1954, in AN. 10 Lo ricorda ad esempio in una lettera alla mamma del 23 febbraio 1959, L. MILANI, Alla mamma. Lettere 1943-1967, Edizione integrale annotata a cura di G. Battelli, Genova, Marietti, 1990, p. 300. 14 11 La testimonianza è di Sandro di Nomadelfia, che riferisce del colloquio con un prete operaio in visita a Nomadelfia. 12 Le lettere a don Giussani conservate in archivio sono sette: una forse del 1964, quattro del 1970, una del 1971, una del 1975. Due di queste sono pubblicate in Lettere, II, pp. 268 e 292. 13 Scrive don Zeno il 25 luglio 1970: «Caro don Giussani, abbiamo terminato questa mattina l‟incontro con i primi tuoi figli. Spero che tu avrai occasione di parlare con loro. Secondo me e quanti di Nomadelfia sono stati a loro contatto, si è visto che il Signore e lo Spirito Santo chi hanno assistiti e condotti per mano a scendere alle radici del grave problema della ricostruzione della Chiesa e della società umana in noi stessi. Dopo la Messa concelebrata ieri sera unitamente a tutti i Nomadelfi, io ho avuto un colloquio con ciascuno dei tuoi partecipanti e ho potuto concludere che tutti sono rimasti pensosi e decisi a rivedere se stessi sulla applicazione della vita dei nomadelfi come proposta di radicale cambiamento di rotta nel campo religioso, sociale e politico, come fermento di una profonda rivoluzione che porta la Chiesa nella eloquenza della Parola vivente e taumaturgica della quale il mondo è assetato. Ho l‟impressione che questa iniziativa o tentativo di mettere Nomadelfia in collaborazione con voi, stia per rivelarsi non solamente possibile, ma anche travolgente. Si è notata una misteriosa affinità tra i nomadelfi e i tuoi che solamente Dio, attraverso le reciproche angustie, ha potuto preparare per due vie che appaiono diverse e dirette a due mete non comuni, invece si sono manifestate con una certa chiarezza, che potremo essere veramente unum e muoverci addirittura come veri liberi figli di Dio. Preghiamo, operiamo, confidiamo affinché il Signore possa servirsi di noi per incendiare il mondo della sua giustizia, del suo amore». In Lettere, II, p. 268. 14 Lettera del 3 settembre 1944, in Lettere, I, , p. 108. 15 Lettera del 30 giugno 1954, in AN. 16 Intervento di don Zeno dell‟8 novembre 1972, in AN. 17 Commemorazione tenuta il 19 novembre 1990, in AN. 18 Scrive Balducci nella ricordata lettera del 30 giugno 1954: «Fu Padre David nostro comune amico a darmi il consiglio che del resto prevedevo e preferivo». I rapporti di don Zeno con padre Davide Turoldo furono intensi e duraturi, così come con altri membri della Congregazione dei Servi di Maria. Ne siamo ormai ampiamente informati dal volume di R. RINALDI, Don Zeno Turoldo Nomadelfia. Era semplicemente Vangelo, Bologna, Edizioni Dehoniane, 1997. In AN sono conservate anche lettere di padre Nazareno Fabbretti: tre del maggio 1951, per concordare con don Zeno un‟eventuale conferenza a Genova; una del 10 gennaio 1962, per congratularsi della reintegrazione e parlargli della sua sperata partecipazione alla „seconda prima messa‟ di don Zeno. 19 Lettera del 19 dicembre 1971, in AN. È il periodo in cui don Zeno è in trattative con Camaldoli per acquisire una tenuta di proprietà del monastero per il lavoro dei nomadelfi. La lettera lascia intuire che stessero subentrando anche difficoltà dottrinali, nel fallimento delle trattative. Scrive infatti don Zeno, prima del testo critico verso i „contestatari‟: «Caro Padre Benedetto, ieri sera dopo le notizie degli incontri avvenuti qui in casa vostra, promossi e diretti da Padre Balducci e da Padre Turoldo con un forte numero di loro seguaci e i commenti favorevoli di alcuni Monaci con i quali ho avuto modo di conversare in merito; abbiamo parlato a lungo tra noi prima di andare a riposo (Alda mamma di Nomadelfia, Pietro coniugato con figli in Nomadelfia, Padre Fausto O.F.M. Capp. e io). La nostra impressione è che esiste nel vostro Ordine una concezione sull‟indirizzo dottrinale circa la cooperazione nella Chiesa 15 che Nomadelfia non condivide. Certamente non è il caso di entrare in un dialogo di contatto come stiamo trattando attraverso il convenuto ingresso nella tenuta di Soci, perché potrebbe diventare per noi e per voi una dura prova. Tu avrai certamente constatato che Nomadelfia è rigidissima nelle sue premesse vitali dottrinali e il suo modo di vivere la Chiesa sotto forma di popolo civile legato alla Chiesa medesima su capisaldi che sono espressione nitidissima nella nostra Costituzione e nella nostra storia di oltre 50 anni di esperienza». 20 È lo stesso Balducci, da don Zeno accusato di scarso senso di sottomissione, a dare un‟ulteriore testimonianza del forte senso ecclesiale di don Zeno. Dice, nella ricordata commemorazione (ved. nota 17): «Lo conobbi proprio durante gli anni della sua segregazione sia dalla sua comunità sia dalla Chiesa istituzionale: ricordo la commozione che provai, a Siena, quando - dovevamo essere nei primi anni Sessanta - mentre tenevo un dibattito, mi fu detto che quel signore in prima fila, attempato, sorridente, luminoso in volto era nientemeno che don Zeno, sospeso dall‟esercizio del suo sacerdozio. Fu mia gioia, da allora in poi, trattenermi con lui in fraterni colloqui e soprattutto vederlo finalmente (ma c‟era voluto un concilio ecumenico) reintegrato con onore nelle sue responsabilità. Il suo modo di sopportare le incomprensioni e le persecuzioni, senza il piglio del contestatore e senza l‟amaro ripiegamento nella solitudine, mi fu sempre di esempio». Balducci aveva fatto l‟elogio di Nomadelfia e di don Zeno anche in due articoli apparsi nella rubrica Cronache dell’anima nel «Giornale del mattino»: Don Zeno, 14 gennaio 1962; I nomadelfi, 1° aprile 1962. 21 Così scriveva don Mazzi il 18 gennaio 1962, dopo la visita: «Carissimo don Zeno, ci congratuliamo con Lei e con i suoi per questa meravigliosa tappa del vostro cammino; tanto più preziosa, quanto più grandi sono state le sofferenze con cui l‟avete raggiunta. Veramente Dio ha camminato innanzi a Voi e Vi auguriamo che continui ad essere il „primo‟ della vostra carovana. Quando passa da Firenze non manchi di venire a trovarci, anzi ci considereremmo fortunati se si fermasse da noi. Cari saluti a tutti» (AN). 22 Lettere, II, pp. 252-254. Don Zeno conosceva bene don Mazzi e i suoi parrocchiani, che erano stati a Nomadelfia. Lo ricorda nella lettera, che è del 25 ottobre 1968: «Di te, don Mazzi, sono molto amico e sono pure amico dei tuoi fedeli, anche i nomadelfi sono tutti vostri amici. Siete stati nostri ospiti, graditissimi e ci siamo scambiati molte idee, brucianti affanni, nel desiderio di vedere la Chiesa nostra liberarsi da molte miserie sue, miserie umane veramente addoloranti, le quali sono in solido nostre miserie personali di tutti e di ciascuno, ne siamo veramente tutti corresponsabili per cui l‟abbiamo fatta e la facciamo nostra vittima ... [CTRL] Siamo disposti ad attendarci presso la vostra Parrocchia e vivere con voi per trattare con voi tanto affare di Dio, quindi del popolo che in questo caso è tutto di Dio. Forse opereremo insieme il miracolo di non franare». 23 Lo apprendiamo da un‟altra lettera di don Zeno, indirizzata a un gruppo spontaneo di Urbino; era stato il presidente della comunità, Nelusco di Nomadelfia, a portare la lettera di don Zeno a don Mazzi, prendendo atto di quel commento. Cfr. Lettere, II, p. 257. 24 Ma non sarà il solo equivoco concernente don Zeno. Si pensi ad esempio alle periodiche ricorrenti accuse di filocomunismo rivolte a don Zeno da chi evidentemente non leggeva i suoi scritti, sempre duramente critici verso il comunismo. 25 Su tali incontri, favoriti da amici comuni, abbiamo la testimonianza di Sante di Nomadelfia in una lettera del 20 maggio 1983 (conservata nell‟archivio Mazzolari) inviata a don Piero Piazza, allora custode dell‟archivio Mazzolari. 26 P. M[AZZOLARI], Confessioni di un comunista, in «Adesso», 30 settembre 1949. 16 27 Le espressioni sono contenute in una lettera del 17 giugno 1951 diretta alla signora Maria Giovanna Albertoni Pirelli, in AN. 28 Scrive ancora nella ricordata lettera del 17 giugno 1951: «Spesso mi chiedo come potrei dar mano a don Zeno, che so affaticato fino all‟estremo, e a Nomadelfia, che mi sta a cuore più della mia parrocchia, più di “Adesso”, pur misurandone le difficoltà e le manchevolezze. Io temo che ogni mio interessamento diretto sarebbe di carico più che d‟aiuto. I movimenti caritativi (per molti Nomadelfia è ancora ed unicamente su quel piano!) non fanno paura anche se dietro s‟intravvedono problemi scottanti e soluzioni audacissime. Ora, il mio nome toglierebbe l‟incanto e scuoterebbe la relativa fiducia di cui gode tuttora Nomadelfia nel mondo cattolico. Dico questo non per sottrarmi a impegni o a guai, ma per non crearne di nuovi a don Zeno, che vorrei scongiurare di fare prima di parlare. “Dopo venti secoli”, ad esempio, può rendere più difficile il varo della novità... Però, se Voi o don Zeno o P. Davide m‟accennate soltanto che c‟è qualche cosa ch‟io possa ancor fare, niente mi tratterrà dal farlo, neanche il rischio più rischioso». 29 Lettera alla signora Albertoni Pirelli, del 23 giugno 1951, per ringraziarla dell‟invio del suo volume Molte strade una casa, in AN. Lo scritto della Pirelli, dedicato alla storia di Nomadelfia, era stato pubblicato in quei giorni dalla casa editrice La Scuola di Brescia; l‟introduzione era di padre D. M. Turoldo. 30 Uomini al servizio della Chiesa. Don Zeno - Padre Lombardi - Gedda, in «Adesso», 15 febbraio 1952. L‟articolo non è firmato, ma dovrebbe essere di Mazzolari; e non fu gradito agli amici di don Zeno. È lo stesso Mazzolari a informarcene, in una lettera a Rienzo Colla del lunedì santo 1952 (14 aprile): «Mio Rienzo, temevo d‟aver perduto anche la tua amicizia, come ho perduto quella di don Zeno, di padre David e consorteria di S. Carlo, per colpa di quel giudizio su Nomadelfia che faceva trittico con il professore e il gesuita. Invece, tu mi ricordi ancora e hai desiderio di vedermi quando avrai l‟abito e potrai muoverti per le sopraggiunte vacanze». Ved. P. MAZZOLARI, Lettere a un amico, Vicenza, La Locusta, 1976, pp. 81-82. 31 Non vi pare un po’ troppo?, in «Adesso», 15 novembre 1952. L‟articolo è firmato PIERLUIGI. 32 Sono le ultime frasi dell‟articolo, precedute da queste: «La cristianità ne soffre ma è tuttora in piedi e rende testimonianza come può, anche per Nomadelfia, che viene pesantemente sepolta sotto queste sessanta pagine che pesano più della “gran pietra” del Sepolcro. Quale angelo avrà la forza di farne “un rotolo e di sedervisi sopra” per annunciare la resurrezione?» («Il Popolo», 31 maggio 1953). 33 La lettera è indirizzata a Giuseppe Merzagora. Don Zeno gli parla del suo libro e della successiva precisazione richiesta da Roma e da lui pubblicata. Lettere, II, pp. 27-30. Le espressioni dell‟articolo di Mazzolari alle quali si riferisce don Zeno sono le seguenti: «Don Zeno ha visto biondeggiare il campo dei poveri: ma venuta la prova, invece di credere che il pane si sarebbe egualmente moltiplicato con le poche spighe rimaste, ha ceduto alla rivolta e Dio sta per abbandonarlo poiché il bene è ciò che Lui vuole e come Lui lo vuole. Ora, il Signore non incenerisce il ricco per far posto al povero, né mette al muro l‟oppressore per svincolare l‟oppresso. Ambedue gli appartengono; e se io metto il cattivo al bando dal mio cuore, non rendo onore a Dio né al povero, e ritardo per di più la redenzione avendola affidata ad un giudizio che discrimina e non salva». 34 Si veda la lettera riportata sopra, nota 30. 17 Sono le espressioni che usa in un‟altra lettera inviata a Rienzo Colla il 9 giugno 1953: «Caro Rienzo, grazie! Non san Primo, ma don Primo è sempre ultimo e infortunato. Non immagini che putiferio in quel di San Carlo ha suscitato l‟articolo che tu definisci una „buona azione‟. So cosa mi costa e resto sereno anche sotto le ingiurie. Pochi misurano l‟infelicità di quell‟opuscolo e della ritrattazione che ne è seguita a due giorni di distanza. Mi pare che ci sia un limite e una misura: se no, si rasenta la follia, che non è quella del Vangelo. Quanti anni dovranno passare perché un altro ritenti quella strada! Don Zeno e i suoi consiglieri non hanno pesato nulla: ed ora il „traditore‟ sono io. C‟è persino qualcuno che mi stima capace di colpire per ripararmi! Non importa. Viene l‟ora...» (P. MAZZOLARI, Lettere a un amico, cit., p. 97. 36 R. RINALDI, Don Zeno Turoldo Nomadelfia, cit., p. 196. 37 Lettere da una vita, I, pp. 24-25. Da notare che le frasi sono suggerite a don Zeno dal comportamento di un prete, don Calabria, che lo lascia perplesso, ma che un giorno diventerà il suo principale riferimento spirituale. 38 Ibid., p. 55. 39 Ibid., p. 116. 40 Ibid., p. 36. 41 Ibid., p. 285. 42 Ibid., p. 164. 43 Ibid., p. 281. 44 Ibid., p. 245. 45 Lettere, II, pp. 108-109. 46 Lettera a mons. Alfredo Ottaviani del 29 giugno 1951, in AN. Scrive a conclusione della lettera: «Questa parrebbe una proposta sballata, ma nulla deve essere trascurato per il meglio. Se il Santo Padre, al fine di superare gli ostacoli derivanti dal Concordato, dal Concilio, da impegni diplomatici ecc., pareggiasse i sacerdoti cittadini di Nomadelfia ai secolari laici sempre conservando il celibato ecc. quindi anche esclusi dai privilegi del clero derivanti dal Concordato; ai quali però sia concesso di insegnare, celebrare ed amministrare i sacramenti ai fratelli e figli secondo le loro esigenze canoniche, forse si apre la strada a fare di Nomadelfia un popolo libero da limitazioni che per essa sono senza dubbio fuori luogo. I sacerdoti alla pari dei cittadini creano un mondo nuovo. Mi pare che nulla osti da parte del diritto Divino che il Santo Padre può sempre sanzionare per la redenzione delle anime». 47 Lettera a Pio XII del 1° luglio 1951, in AN. 48 Quest‟ultimo testo, firmato da don Zeno e altri quindici sacerdoti, non venne spedito al papa in quanto ritenuto prematuro (AN). 49 Lettera al nunzio apostolico mons. Borgongini Duca del 29 novembre 1951, firmata da don Zeno e altri quattro sacerdoti, in AN. 50 La richiesta viene inviata a mons. Artemio Prati, vescovo di Carpi, il 16 luglio 1953. Cfr. Lettere, II, pp. 38-39. Don Zeno dà poi notizia della concessione della grazia in una lettera al card. Ottaviani del 30 novembre 1953, ibid., pp. 75-76. 51 Lettera del 25 novembre 1953, in Lettere, II, p. 69. 52 Questo il tenore del decreto che don Zeno suggerisce al papa: «Il Sacerdote Zeno Saltini già ridotto pro gratia allo stato laicale, in data..., come padre dei Nomadelfi è autorizzato ad esercitare solo su questi il sacerdozio secondo le sole esigenze dei Nomadelfi, nel rito di Santa Romana Chiesa, di comune accordo con l‟Ordinario della Diocesi e le particolari diret35 18 tive della Santa Sede. A tutti gli altri effetti rimane nello stato laicale». Lettera a Pio XII del 14 maggio 1955, in AN. 53 Nella lettera del 30 novembre 1953, con la quale comunicava al card. Ottaviani l‟avvenuta riduzione allo stato laicale, scriveva: «Io sono come i muli; viaggio attento sugli orli dei precipizi per raggiungere mete che per altre vie non si conquistano. Ad ogni grave e pauroso pericolo perdo molti amici di viaggio, perché guardano, si arrestano, retrocedono. Ma poi ne ritrovo degli altri» (Lettere, II, p. 75). 54 Ibid., p. 181. 55 Lettera a padre Benedetto Calati, del 23 dicembre 1971, in AN. Don Zeno ribadisce la sua aspirazione a un lavoro unitario, anche se prende atto, come in altri casi, che non sempre la cosa è praticabile (p. Calati lo aveva accusato di integrismo?). Scrive ancora nella stessa lettera: «Nell‟anima nostra è sempre presente una profonda aspirazione: provocare tra noi comunitari, monaci, frati, monache, suore, e religiosi in genere, unum tra noi con i Vescovi e i parroci in cura d‟anime una vera rivoluzione nella Chiesa e nel mondo che non è parte integrante della Chiesa, ma che ha bisogno di andare alla Fede sia pure dal battesimo di desiderio e del sangue, anime che appartengono di fatto all‟anima della Chiesa. Tutte cose che diciamo tutti con le medesime parole sincere, ma che non appena tentiamo l‟attacco gli incontri diventano sinceramente e fatalmente repulsivi; pure rimanendo ottimi amici». 56 Lettere, I, p. 50. Don Orione era morto il 12 marzo 1940. 19 Marco Galvagno Don Zeno ed i piccoli apostoli durante la seconda guerra mondiale Introduzione Mi sono avvicinato alla figura di don Zeno ed al movimento dei piccoli apostoli, grazie alle ricerche che ho compiuto per la mia tesi di laurea, il cui titolo era «La Chiesa ed il salvataggio degli ebrei in Emilia durante la seconda guerra mondiale»; avendo scoperto che molti ebrei sopravvissuti nel Modenese, dal 1943 al 1945, furono salvati da piccoli apostoli, mi è sembrato giusto capire qual era il loro retroterra culturale, in cui non si può prescindere dalla figura di don Zeno, riguardo sia al problema ebraico, sia ai suoi rapporti con la Resistenza. Come è risaputo, don Zeno nel periodo della Repubblica sociale si recò al Sud, quindi, se ci fermassimo ad un giudizio superficiale, saremmo costretti ad affermare, per ovvi motivi, che don Zeno non fu un partigiano, né salvò ebrei; tuttavia ormai tutti intendiamo per resistenza non solo quella armata, ma anche l‟opposizione alla dittatura fatta con le idee, la guida morale e civile ed in questo campo egli lasciò ai suoi un esempio incomparabile. Riguardo al problema ebraico, la mia ricerca non mi ha consentito di trovare da parte di don Zeno documenti specifici di condanna alle leggi razziali; ho tuttavia potuto esaminare i suoi scritti del dopoguerra, nei quali i riferimenti alla Shoah erano molto numerosi ed in cui ricordava con orgoglio e vivo affetto i suoi collaboratori, che si prodigarono nel salvataggio dei „fratelli maggiori‟, oltre ad impegnarsi per il dialogo interreligioso. Vorrei quindi iniziare facendo un breve cenno ai rapporti tra don Zeno ed il regime fascista, anche se l‟argomento, per la sua complessità, richiederebbe una ben più ampia trattazione. 1. I rapporti tra don Zeno ed il regime fascista fino all’8 settembre 1943 Il nipote di don Zeno, Antonio Saltini, nel suo libro Don Zeno, il sovversivo di Dio, affermava che lo zio non fu un oppositore sistematico del regime fascista: il suo atteggiamento nei confronti del regime sarebbe stato quello della tolleranza, che si colorava alternativamente di simpatia 1 ed avversione1. In realtà, dalle testimonianze di don Zeno e dalle relazioni delle autorità che ho esaminato, mi sembra che i rapporti, nel decennio 1933-1943, fossero piuttosto burrascosi. È vero che don Zeno sottolineava, a volte, come nell‟intervista curata da Ciceri e Gazzi, che alle sue attività partecipavano sia socialisti che fascisti, come nel caso del teatro dei burattini 2, o altre volte accennava al fatto che molti, pur essendo fascisti, erano in buona fede e dichiaravano di condividere i suoi propositi di riforma della società3; tuttavia, sia dai testi dei suoi discorsi che dai rapporti delle autorità, vediamo che la mentalità di don Zeno era profondamente diversa da quella del regime fascista. Egli, infatti, si batteva per il miglioramento delle condizioni di vita degli umili, scagliandosi contro la sopraffazione che i ricchi, spesso sostenuti dai fascisti, esercitavano nei confronti dei poveri: ad esempio, nel suo libro I due regni, uscito nel 1941, definiva la missione storica del nostro secolo quella di combattere e superare la miseria delle masse popolari, ed in questo senso elogiava il sindacato, definendolo un «grande avvenimento, degno di essere incoraggiato»4. Don Zeno, nel 1933, con la fondazione dell‟Opera Piccoli Apostoli, il cui scopo era quello di dare assistenza a bambini orfani o disadattati, aveva rinnovato profondamente anche l‟impostazione pedagogica, basando l‟educazione non su rigide norme, ma sui rapporti familiari. Un altro tema che lo portò a scontrarsi con le autorità e molto sentito da lui era l‟opposizione alla guerra, vista come prodotto della degenerazione dell‟uomo moderno, del suo allontanamento dai veri ideali cristiani; in questo senso, la sua predicazione era in forte consonanza con il magistero della Chiesa, pertanto non risultava certo gradita alle autorità governative. Ho trovato a tale proposito particolarmente interessante la lettura dei giornalini «Piccoli Apostoli» del 1940, dai quali emerge una critica molto forte alla civiltà contemporanea, anche se, per ovvi motivi, non veniva menzionato il governo italiano. Il 14 aprile, nel giornalino, don Zeno si domandava retoricamente cosa avrebbero pensato le generazioni future della guerra in corso, definita «pazzia che macella i popoli e spezza i cuori»5, e concludeva che l‟avrebbero vista come allontanamento dell‟uomo dalla Volontà di Dio 1 A. SALTINI, Don Zeno, il sovversivo di Dio, Bologna, Calderini, 1990, pp. 75-78. Un’intervista , una vita, p. 67. 3 Ibid., p. 133: «A volte i fascisti mi si scagliavano contro, alle volte sentivano loro stessi che le cose non andavano bene. Quando dicevo che bisognava trovare la maniera di creare una forma nuova di società politica, alle volte, dicevano che io pensavo come loro. In mezzo a loro c‟erano molti che credevano di creare una soluzione nuova; molti erano in buona fede». 4 Z. SALTINI, I due regni, Grosseto, Edizioni di Nomadelfia, 1982 [1ª ediz. 1941], p. 13. 5 Z. SALTINI, Che cosa diranno i figli dei nostri figli?, in «Piccoli Apostoli», 14 aprile 1940: «Che cosa diranno i figli dei nostri figli? Temo che saranno costretti dalla retta ragione a dirne poco bene. Quando la pazzia di questa guerra avrà finito di macellare i popoli; quando migliaia e migliaia di famiglie saranno state schiantate spezzando cuori e lasciando irreparabili abissi di abbandono; quando migliaia e migliaia di orfanelli saranno cresciuti privi delle cure del babbo [...] i figli dei nostri figli cercheranno avidamente la storia dei santi, spoglieranno i documenti del nostro caos scartando con indignazione le falangi di menzogne e di gonfiature, studieranno quelle affermazioni di Bontà che il Papa, non ascoltato sinceramente, con il cuore in mano ha sempre predicato, si dedicheranno ad una ricostruzione di cristiana giustizia sociale che la guerra 2 2 e, forse con eccessivo ottimismo, riteneva che avrebbero cercato di prendere come esempio le vite dei santi, per ricostruire una società nella quale la giustizia e la pace ritrovassero il giusto ruolo. Il 19 maggio, ribadendo la fermissima condanna della guerra, riprendeva il motto di Pio XII, Opus Justitiae Pax, volto a confermare la necessità che si instaurasse una vera giustizia sociale tra i popoli ed all‟interno dello stesso popolo italiano6. Il 2 giugno, nel numero del giornalino intitolato I vecchi muoiono, si interrogava sull‟equa distribuzione della ricchezza tra i popoli, sostenendo la tesi che le nazioni le quali avevano sfruttato le altre erano destinate ad impoverirsi, come, ad esempio, la Gran Bretagna; questa alternanza di vicende non era, a suo avviso, dovuta ad un meccanicismo storico, ma alle errate scelte dei popoli, i quali, sfruttandone altri, si erano allontanati dall‟amore di Cristo. L‟unica soluzione avrebbe dovuto essere un ritorno ad una maggiore giustizia, sia nei rapporti interpersonali che internazionali. In altri articoli del giornale, come quello del 21 luglio 1940, Al Bivio, poneva l‟accento sull‟allontanamento degli uomini dal cristianesimo, criticando quanti si proclamavano cristiani solo a parole7. L‟opposizione di don Zeno al fascismo e le prime reazioni delle autorità furono, tuttavia, anteriori al 1940: in una lettera del 9 agosto 1939, indirizzata al prefetto di Modena, il podestà di Mirandola dichiarava: «Il contegno oratorio del Sacerdote Saltini don Zeno, fondatore dell‟opera Piccoli Apostoli, con sede in questo comune e dal medesimo diretta, suscita commenti sfavorevoli nell‟ambiente fascista, sorpresa nella popolazione in generale, mentre taluni elementi noti per i loro precedenti politici, senza dimostrarlo apertamente, approvano l‟attività di detto sacerdote coll‟essere divenuti assidui frequentatori del Cinema Piccoli Apostoli»8. Il 13 agosto don Zeno replicava, in una lettera al maresciallo dei carabinieri di Mirandola, che egli non aveva compiuto nient‟altro che il suo dovere di sacerdote e l‟incomprensione degli uomini e la persecuzione delle autorità non lo avrebbero fermato dal proclamare quanto egli ritene- difficilmente avrà potuto dare. Allora si domanderanno “Ma perché quella gente non ha saputo mettersi d‟accordo?”». 6 Z. SALTINI, Opus justitiae Pax, in « Piccoli Apostoli, 19 maggio 1940: «La pace è frutto di giustizia. Prima ancora di essere Papa, il motto di Pacelli era quello: Opus justitiae Pax. La giustizia tra gli uomini comunemente nasce dalla retta ragione, dalla buona volontà. La retta ragione è il buon terreno nel quale il seme della Parola di Dio e della Fede germoglia, si sviluppa e rende il suo frutto: la Pace. Perché ci fosse vera pace nel mondo bisognerebbe che ci fosse vera giustizia alla quale tutti potrebbero ispirarsi e cui tutti avrebbero diritto. L‟urto formidabile nel quale sono caduti i popoli moderni e civili è dovuto evidentemente ad un mancato equilibrio, a mancanza di giustizia». 7 Z. SALTINI, Al Bivio, in «Piccoli Apostoli», 21 luglio 1940: «Una religiosità quale si vive oggi dalla massa dei battezzati è molto pericolosa [...]. Abbiamo troppi cristiani che nella loro mentalità e nella loro pratica sono la più nefanda negazione di ciò che è vero cristianesimo». 8 Segnalazione d‟ordine politico del podestà di Mirandola al prefetto di Modena, 9 agosto 1939, n. 311, riservata, copia in AN. 3 va giusto, cioè esortare gli uomini alla pace9. Il 26 settembre del 1939, il questore di Modena scriveva al podestà di Mirandola lamentando il fatto che, nonostante il divieto di tenere conferenze durante gli spettacoli cinematografici, don Zeno continuasse imperterrito10. Un‟altra volta, nel 1940, venne convocato in questura, perché nel giornalino aveva espresso giudizi molto duri sul divario tra ricchi e poveri, e sulla società dell‟epoca in generale; i funzionari lessero tra le righe una critica al Partito nazionale fascista, ma non poterono incriminarlo, perché aveva sapientemente costruito il suo discorso con un collage di citazioni evangeliche11. Nel 1942, don Zeno fondò l‟Unione dei Patres Familias, alla quale parteciparono 224 capi famiglia di tutte le tendenze politiche, che «si affratellavano in Cristo con vincolo di fraternità soprannaturale [...] al fine di meglio potenziare la loro missione famigliare e sociale in conformità alle direttive spirituali della Chiesa»12 ; essi assunsero varie iniziative, come la gestione del cinema o l‟organizzazione delle colonie estive. Il sacerdote carpigiano, nell‟intervista, sosteneva che «questa forma associativa non urtava neanche i fascisti»13; aggiungeva anche, però, che un‟assemblea nella quale il presidente veniva eletto democraticamente era perlomeno insolita durante un regime dittatoriale. Nel febbraio 1943, don Zeno diede vita all‟Unione sacerdotale dei piccoli apostoli, nella quale diversi sacerdoti si legavano a lui e tra di loro per potenziare l‟attività pastorale ed accogliere i ragazzi bisognosi. Nel 1943, le sue critiche al regime fascista si intensificarono: il 1° gennaio pronunciò un discorso sul fallimento della borghesia, il 6 uno sulla fratellanza universale, nel quale condannava le leggi razziali14. Dopo il 25 luglio, con la caduta del regime fascista, ritenne erroneamente di poter parlare più liberamente: il 27 luglio scrisse una lettera di protesta al generale Matteo Negro, nella quale contrapponeva le regole della burocrazia alle necessità del popolo; infatti, per evitare disordini, il governo Badoglio aveva proibito gli assembramenti di persone, impedendo anche a 9 Zeno Saltini al maresciallo dei carabinieri di Mirandola, 13 agosto 1939, in Lettere, I, p. 47: «Ho naturalmente criticato spesso le degenerazioni del popolo, quelle degenerazioni che tutti coloro che hanno un poco di testa e un poco di buon senso ben più alacremente di me lamentano, ma in ciò non c‟entra la minima ragione di equivoci. È profondamente assurdo pensare diversamente di me, non mi immischio di cose che non sono di mia spettanza. Per dire che i popoli moderni sono in pericolo di guerre perché non hanno saputo attuare, amare, cercare la sola giustizia e la sola Verità, non solo non ho detto niente di male, ma ho fatto il mio dovere». 10 Lettera di A. Papa al podestà di Mirandola, 26 settembre 1939, copia in AN, NOM. 11 Un’intervista, una vita, pp. 112-113: «Ho fatto un giornalino e ho preso dei pezzi di Vangelo: “razza di vipere, farabutti…” tutte queste cose fino alla fine; quattro paginette. Prima di distribuirlo lo si doveva portare in questura per l‟autorizzazione. Alle dieci precise lo distribuivano, perché sapevano che si portava in questura alle nove […]. Mi hanno chiamato e uno della questura dice: “Lei non può dire queste cose, qui è contro lo stato, è contro il partito fascista, è contro l‟ordine fascista” e qui e là, “Lei non può dire di queste cose. Lei potrebbe anche andare sotto processo”. Gli ho detto: “Se vuol mettermi sotto processo, lo può fare, ma si ricordi che non l‟ho mica scritto io [...] è Vangelo”». 12 Statuto dei Patres familias, maggio 1943, in AN, NOM. 13 Un’intervista, una vita, cit., pp. 140-141. 14 I. VACCARI, Il tempo di decidere, Modena, C.I.R.S.E.C., 1968, p. 34. 4 don Zeno di circolare liberamente in macchina15. Don Zeno scrisse il suo testo più famoso di critica al passato regime sul giornalino «Piccoli Apostoli» del 30 luglio 1943, invitando gli uomini ad un‟assemblea parrocchiale per dare loro consigli ed istruzioni sul comportamento sociale e politico da assumere: «Finalmente la tirannia antistorica e anticriterio, gonfia di egoismo, violenta ed oligarchica e anticostituzionale del fascismo è caduta per sempre. L‟ora che attraversiamo è satura di minacciose tempeste. È caduto un regime che ha rovinato l‟Italia ed incretinita la gioventù. Eserciti stranieri pullulano in una guerra devastatrice soprattutto sull‟innocenza nel suolo italiano. Un governo italiano tenta di salvare il salvabile, le contrade d‟Italia rosseggiano di sangue fraterno […]. Guai a coloro che credono che essere cristiani significhi essere conigli: Cristo ha saputo imporsi al Sinedrio e a Cesare, a costo della vita […]. Noi rappresentiamo l‟ordine, noi siamo coloro che hanno lavorato, sofferto, pianto, lottato, per tirare su la nostra gioventù rovinata dal fascismo […]. Operai, contadini, lavoratori in genere che siete sempre stati sfruttati più dei buoi, onesti datori di lavoro, uomini di buona volontà, venite tutti ed ascoltatemi»16. In seguito a questo scritto, don Zeno venne condotto alla caserma di Mirandola e tratto in arresto, con l‟accusa di incitamento alla ribellione e tentata convocazione di adunata sediziosa; venne liberato qualche ora dopo per le pressioni dei mirandolesi, che si erano radunati per chiederne la liberazione17. Il giorno stesso dell‟arresto aveva indirizzato una lettera al maresciallo di Mirandola, Lettere, I, pp. 71-73: «Abbiamo circa 270 tra fanciulli, donne e personale ricoverati nell‟Opera Piccoli Apostoli distribuite in diverse case a S. Giacomo, a Mirandola, a Rovereto sul Secchia, a Gargallo di Carpi, a Panzano di Campogalliano, a Montecorone di Zocca, a Gainazzo di Guglia, a Montese e a Jola di Montese. Tutte vittime della sventura e soprattutto del pessimo regime fascista. che contava e prometteva mari e monti ma che praticamente e sistematicamente riduceva tutti alla rovina e all‟abbandono […]. Questa mattina siamo andati al Mulino di Medolla ed ecco il Maresciallo che ci ferma dicendo che non c‟è Opera Piccoli Apostoli che tenga, non possiamo circolare pena il sequestro della macchina. Ci siamo ancora? [...] Basta, io non ne voglio più sapere. Pronto a collaborare se veramente la nuova forma di governo capisce queste cose, pronto a disinteressarmi delle vostre leggi e fare in coscienza quello che ritengo vitale per questi ragazzi disposto ad essere arrestato ecc. […]. Le vostre leggi siano quelle di Cristo, in caso contrario povero popolo, già abbastanza bistrattato e avvilito. Un governo poliziesco è destinato al fallimento [...]. I vostri ultimi provvedimenti draconiani sono una spada a due tagli. Guai se l‟usate con mentalità autoritaria. Bisogna essere paterni e capire che il popolo ha diritto ad aprirsi un varco a vita novella». 16 Z. SALTINI, Ai Padri di Famiglia della Bassa modenese, in «Piccoli Apostoli», 30 luglio 1943. 17 Un’intervista, una vita, pp. 143-145: «A Mirandola c‟era una caserma nuova dei carabinieri. Siamo andati là . C‟era un tenente dei militari, il tenente dei carabinieri il maresciallo [....]. “Lei ha fatto questo?” e mi mostrano il giornalino “Lei ha detto che vuol parlare al popolo” “Sì, stasera se sono libero parlo al popolo” “Noi non possiamo permetterlo. Guardi quello che ha scritto. Perché lo scrive?” “Ma io la penso sempre alla stessa maniera, siete voi che cambiate”. [...] “Dove lo avete messo Mussolini ?” “Eh, lo abbiamo tolto via” “Scusate, bene, se cambiate le cose e io sto sempre fermo, è chiaro che ogni tanto non ci troviamo mica d‟accordo. Voi cambiate e io sto fermo. Non è che io sia d‟accordo con questo o con quello, io sono sacerdote, sono la Chiesa” “Beh” dice “è così la questione: la legge è legge” “E allora cosa fate?” Dice: “Lei adesso rischia di essere fucilato. È la legge marziale sarà trasportato a Bologna”. Ma intanto la piazza davanti alla caserma si era riempita di gente, che aveva saputo che io ero là. Tanta gente che andava e veniva c‟era venuto un calore in giro! Quelli guardano fuori dalla finestra e fanno: “Guardi, don Zeno che contro di Lei non abbiamo mica niente, noi l‟abbiamo chiamato perché sa ... un sacerdote… queste noie di popolo… tutta „sta piazza… „ste cose...” […]. “Guardi, don Zeno, Lei è un sacerdote che ama il popolo, anche noi amiamo il popolo [...]. Lei ha creduto di fare bene in nome del sacerdozio e noi non abbiamo niente da dire. Può accomodarsi». 15 5 nella quale tendeva a giustificare il proprio operato, ribadendo che il tono del giornalino non era più sovversivo di altre volte, anzi che proprio la violenza verbale sarebbe servita a mitigare le ire dei più rivoluzionari e ad incanalarle verso obiettivi più pacifici18. Don Zeno compì un‟altra azione „sovversiva‟ nei giorni immediatamente successivi all‟8 settembre: guidò il popolo al deposito dell‟ammasso di grano e lo fece distribuire equamente tra la popolazione19. In seguito, vista l‟imminente occupazione tedesca e la costituzione della Repubblica sociale, preferì ritirarsi al Sud con un gruppo di volontari. 2. Don Zeno e gli ebrei Mi soffermerò ora sul pensiero di don Zeno riguardo agli ebrei, sia per ciò che concerne la Shoah che il dialogo interreligioso. Non ho trovato discorsi di don Zeno riguardo alla condanna delle leggi razziali, anche se sappiamo che egli fu contrario. Il 17 luglio del 1943, ad esempio, scrisse sul giornalino «Piccoli Apostoli» parole di elogio molto forti nei riguardi di un giovane ebreo che si convertiva al cristianesimo (Livio Lanternari), dando prova di grande coraggio, se pensiamo al clima culturale ed alle leggi dell‟epoca: «Un altro avvenimento di profonda bontà del Signore coronerà questa festa un giovane Piccolo Apostolo, ebreo sarà battezzato da Sua Eccellenza Mons. Vescovo, essendosi con viva generosità convertito alla Fede cattolica. Anche questo caro giovane molti lo conoscono per il suo ardore, per il suo zelo nelle opere di bene. L‟avrete certamente visto correre veloce alle case in bicicletta a portarvi i sacchetti per il frumento dei Piccoli Apostoli, lo avrete visto ora nell‟ufficio a scrivere, ora come operaio lavoratore indefesso e pronto, ora allegro in compagnia di amici, ora con qualche libro in mano, seduto sotto una pianta, e sul ciglio della strada a studiare la Dottrina Cristiana e le Opere Cattoliche, ultimamente è stato quindici giorni presso D. Arrigo Beccari P. A per approfondire le verità della Fede e preparare il suo spirito al tanto sospirato trionfo della sua anima buona e meritevole di così santo coronamento. Si chiama Livio Lanternari P. A. di anni 22»20. 18 Lettera di don Zeno al maresciallo dei carabinieri, 30 luglio 1943, in AN, NOM: «Mi dispiace che si sia tanto drammatizzato su uno dei soliti giornalini che mai hanno fatto alcun male, ma molto bene alle nostre popolazioni […]. Quanto al tono del giornalino non c‟è da impressionarsi, perché l‟energia attontisce la cattiveria dei sovversivi e li invita a mitigare le loro ire. Ho creduto quindi di fare cose molto buone». 19 Lettera del viceprefetto ispettore, 31 dicembre 1943, fotocopia in AN, NOM: «Dalla segnalazione 25 novembre u.s. del Consorzio Agrario Provinciale di Modena, si rileva che l‟11 settembre u.s. una fiumana di gente scalmanata assalì quel deposito, portando via Q/li 1000 di grano, tele, concimi, mangimi, scarpe di gomma, filo di ferro, carburanti ed altro. Fra i partecipanti fu notato il Saltini […]. Il personale afferma che il Saltini sarebbe stato interessato sia dal Consorzio che dal Municipio a ritirare il grano e distribuirlo ai parrocchiani. Il dirigente del Consorzio come il Segretario comunale, negano invece che sia avvenuto siffatto accordo, affermando recisamente che il Saltini si addimostrava il più scalmanato nel pretendere e nel portare via il grano per i suoi parrocchiani». 20 Z. SALTINI, I primi due, in « Piccoli Apostoli», 17 luglio 1943. 6 Presso l‟Archivio di Nomadelfia è conservato il certificato di battesimo di Livio Zeno Paolo Lanternari, dal quale risulta che padrino e madrina del giovane furono Cesare e Rosa Bertoni, i genitori di mamma Irene, la prima mamma di vocazione. Sappiamo che egli seguì don Zeno nel suo viaggio al Sud, ma a Roma si persero le sue tracce. Nel 1984 il responsabile dell'archivio di Nomadelfia, Sante, scrisse alla comunità israelitica di Ancona, dalla quale venne a sapere che Livio Lanternari si era sposato con rito ebraico nel 1965 ed era morto dopo pochi mesi. Con questo non si vuole affermare che don Zeno avesse fatto pressioni, perché il giovane si convertisse, anche se quasi sicuramente le condizioni storiche dell‟epoca, nella quale gli ebrei erano seriamente discriminati, avranno favorito l‟avvicinamento alla religione cristiana. Nella sua intervista-biografia don Zeno raccontava, ad esempio, che il suo maestro don Calabria era un carissimo amico del rabbino di Verona, ma che giustamente non aveva fatto nulla per convertirlo, anticipando le posizioni affermatesi durante il Concilio Vaticano II21. Nel libro Alle Radici, scritto nel 1944, il prete carpigiano ribadiva di non aver mai preteso di convertire nessuno, in quanto il cristianesimo autenticamente vissuto rispetta la libertà di coscienza22. Nell‟intervista, parlando di Nomadelfia, riprendeva lo stesso tema, specificando che difficilmente avrebbero potuto viverci persone non cristiane, essendo una comunità fondata sul Vangelo: imporre certe norme di vita a persone atee o di altra religione gli sarebbe apparso una violenza; rammentava però che nell‟immediato dopoguerra ospitarono un giovane ebreo, lasciandogli libertà religiosa23. Oltre a queste posizioni relativamente aperte, ho trovato interessanti anche i testi dei discorsi fatti da don Zeno negli anni Sessanta e Settanta, conservati presso l‟archivio di Nomadelfia, dai Un’intervista, una vita, p. 53: «Don Calabria era l‟amico intimo di un rabbino, il rabbino di Verona, perché a Verona ci sono molti ebrei; era una persona onesta, seria. Quando sta per morire lo manda a chiamare e gli dice: “Don Giovanni, ho un po‟ il dubbio se la mia religione sia veramente... o è vera la sua” qui e là. “Guardi, non si tormenti in questo momento, lei è sempre stato buono e bravo nella sua religione. Giacché in comune abbiamo i salmi, diciamo i Salmi. Lei è stato molto bravo e molto buono, stia tranquillo che il Signore le vuol bene”. Ed è morto mentre recitavano assieme i salmi. Non ha accettato, don Calabria, di saltar dentro il suo tormento di coscienza. Ha anticipato Giovanni XXIII». 22 Z. SALTINI, Alle Radici, pro manoscritto, 1944, p. 13: «Come vi spiegate che le folle ci hanno sempre amati con tanto affetto? Come vi spiegate che atei, protestanti, ebrei, viziati, impuri, puri, nelle chiese, nelle osterie, nei teatri, nelle piazze; piccoli, adulti, vecchi e mamme sono a noi tanto intimi e ci vogliono tanto bene? Perché abbiamo sempre fatto come Gesù ha fatto con i Samaritani: abbiamo amato e detto la Verità, non abbiamo mai preteso di convertire nessuno, sinceramente, mentre a piene mani abbiamo buttato nelle masse il seme di Verità». 23 Un’intervista, una vita, p 306: «Nomadelfia è un fatto di coscienza. Nessuno può pensare di farne una legge universale. Ci sta chi ci sta. Tutto il mondo potrebbe essere Nomadelfia? Impossibile, volere fare una comunità e poi imporla, vorrebbe dire andare contro la libertà dell‟uomo [...]. Per esempio, se in mezzo a noi uno non fosse cattolico non sarebbe più libero di vivere a fondo la propria fede, perché noi ne viviamo un‟altra. Ecco perché noi non prendiamo ragazzi che non si possa tranquillamente battezzare, perché, giacché noi diamo un‟educazione cattolica diventerebbe una oppressione per il ragazzo. Certe cose non si spiegherebbe perché debba farle. Se sta con noi per qualche tempo è un‟altra questione, ma accoglierlo come figlio...Abbiamo avuto un figlio di un ebreo, parecchio tempo; subito dopo la guerra ne abbiamo avuti di ra21 7 quali emergeva una profonda partecipazione emotiva al dramma del popolo ebraico e una grande condivisione di sentimenti ed ideali riguardo al salvataggio di ebrei compiuto dai suoi collaboratori durante la guerra. Nel discorso del 21 agosto 1959 alla Verna ed in quello agli Uomini di Batignano del 3 febbraio 1962, faceva solo brevi, ma significativi cenni agli orrori della Shoah, alla deportazione e uccisione degli ebrei mediante le camere a gas; nel discorso del 1959 affermava anche che gli ebrei venivano gettati in mare vivi, particolare forse non vero storicamente, ma che nulla aggiungerebbe alle efferate crudeltà che vennero compiute24. Nel discorso del 3 settembre 1960, Riflessioni sul mondo esterno, accennava al fatto che diverse personalità del mondo ebraico avevano manifestato il loro cordoglio in occasione della morte di Pio XII, affermando che il papa si era prodigato per la loro salvezza25. In un discorso pronunciato il 14 marzo 1962 (durante gli esercizi spirituali delle ragazze a Roma), Le grandi opere della chiesa. Il Comunitarismo sociale o di popolo, affermava che gli ebrei erano ignari del loro destino e ricordava poi le modalità della deportazione26. Nel corso dei medesimi esercizi spirituali, don Zeno tentava anche un confronto tra l‟esperienza dei kibbutz israeliani e Nomadelfia, pur ammettendo di non essere sufficientemente informato per poter formulare giudizi; inoltre deplorava che vi fossero disparità tra i vari centri e che mancasse per uniformarli l‟impronta di uno spirito veramente comunitario27. In altri discorsi, pronunciati in diverse occasioni (Vi scacceranno, sulla vocazione dei cristiani, 3 maggio 1962; L’Eucaristia, 9 giugno 1967; Discorso ai seminaristi di Rimini, 7 giugno 1971; Discorso della seconda serata di Soverato del 1973), citava i salvataggi degli ebrei operati da gazzi che non erano battezzati, e noi non abbiamo mai cercato di farlo, perché sapevamo che poco tempo dopo tornavano ai loro paesi, alle loro religioni. Questo proprio per una libertà nostra e loro». 24 Z. SALTINI, I Nostri tempi, La Verna, 21 agosto 1959, in AN: «Durante la guerra prendevano gli ebrei poverini... li prendevano, li mettevano in camere a gas enormi, dei saloni e là mollavano i gas e morivano con il gas. Hanno preso delle famiglie intere con i bambini, marito e moglie tutti. E con barconi che ce ne stavano sopra non so cinquecento, mille e li mollavano nel mare, poi aprivano sotto una saracinesca e sfondava giù tutto e morivano tutti annegati»; Conferenza di don Zeno agli uomini di Batignano, 3 febbraio 1962, ore 21, ivi,: «Arriva la guerra questi qui si sognano di distruggere gli ebrei, un vero disastro, una cosa impossibile delle torture, delle robe». 25 Z. SALTINI, Riflessioni sul mondo esterno, Chiusi della Verna, 3 settembre 1960, in AN: «E c‟è una lettera degli ebrei, capi degli ebrei che scrivono in Vaticano per la morte di Pio XII e dicono “che se la Chiesa prima richiamano che il Papa li ha salvati, li ha aiutati durante la guerra che so io - se la Chiesa è questa vuol dire che è eterna”. Cosa mai sentita dagli ebrei». 26 Z. SALTINI, Le grandi opere della Chiesa. Il comunitarismo sociale o di popolo, Roma, 14 marzo 1962, Esercizi spirituali alle ragazze dai 15 ai 20 anni, in AN: «Bisognerebbe pensarci cosa voleva dire la fede in quei tempi là. Come gli ebrei nel tempo della guerra, poveretti. Cosa volete che sapessero gli ebrei che li mettevano in prigione e poi li legavano sui treni e li mandavano senza mangiare, senza niente, li chiudevano nei vagoni merci fitti, fitti senza gabinetti, senza niente... Che disastro. Povera gente, là per delle settimane in viaggio chiusi, senza mangiare, senza bere, senza niente». 27 Ibid.: «Per il fatto della persecuzione, per tanti altri motivi, là in Palestina si sono organizzati, hanno fatto uno stato e i kibbutz, cioè queste comunità che hanno fatto loro, ne hanno fatte parecchie, contano 275.000 comunitari. Sono comunità strane perché di diversi tipi e non so dare un giudizio preciso perché ne ho sentito parlare molte volte da tanti ma prima di dare un giudizio bisogna andare piano, la realtà è che un kibbutz non è legato all‟altro... ci sono dei kibbutz che sono ricchissimi, altri che sono poverissimi». 8 don Beccari, don Tardini e don Silingardi soffermandosi in modo particolare sul caso degli ebrei di Villa Emma; ne parlava in termini sintetici, narrando solo che i tre sacerdoti li avevano nascosti presso il seminario di Nonantola, avevano fornito loro documenti ed indumenti falsi, li avevano, infine, aiutati a fuggire in Svizzera e, per questo motivo, erano stati imprigionati e condannati a morte, salvo che poi la sentenza non era stata eseguita28. Don Zeno, nel discorso su L’Eucarestia, attribuiva la salvezza dei tre parroci alle suore adoratrici, le quali avevano offerto la propria vita in cambio di quella dei tre piccoli apostoli29. Sicuramente, da quanto ho letto, don Zeno si mostrava orgoglioso dell‟operato dei propri collaboratori, pur non essendo informato di tutti i particolari della loro opera. Mi sembra bello, prima di addentrarmi a parlare dell‟opera di salvataggio compiuta dai piccoli apostoli, ricordare una frase pronunciata da don Zeno a Soverato il 22 luglio 1973, che riassume le motivazioni dell‟opera dei suoi confratelli: «Ecco che noi non abbiamo detto che sono ebrei, sono dei fratelli e abbiamo dato la vita per loro. Tre sacerdoti sono stati buttati in carcere, un altro fucilato. Nomadelfia ha fatto questo, pronto a farlo anche stasera se succedono dei guai, pronti a buttare la vita. Buttavano la vita come niente, con un amore tale, una tale forza, una tale capacità che hanno fatto cose giganti, perché? Quel filo di amare tutti, non fare male a nessuno, non abbiamo mai ammazzato nessuno, però salvati a centinaia gli uomini, le donne e i bambini e questa è Nomadelfia»30. 3. I piccoli apostoli e il salvataggio degli ebrei . Trattando dei casi di salvataggio di ebrei operati dai piccoli apostoli, mi sembra fondamentale sottolinearne l‟amicizia con don Zeno. Don Beccari, ad esempio, insegnante del seminario di Nonantola e parroco di Rubbiara, conobbe don Zeno probabilmente tra il 1939 e il 1940. I rapporti di collaborazione tra i due furono subito proficui ed intensi, con uno scambio reciproco di idee ed esperienze. Don Zeno prese da don Arrigo l‟idea di istituire corsi di cultura cristiana per adulti, denominati Università popolare; a sua volta egli influì su don Beccari soprattutto nel modo rivoluzioZ. SALTINI, Vi scacceranno, Nomadelfia S. Maria Assunta, 3 giugno 1962; L’Eucarestia, La Vela, 9 giugno 1967; Come mi sono fatto sacerdote, prime esperienze del mio sacerdozio, incontro con i seminaristi di Rimini, Nomadelfia 7 giugno 1971; Seconda serata di Soverato, Soverato (CZ), 22 luglio 1973, in AN. 29 Z. SALTINI, L’Eucarestia (MT. 11, 25 -30), La Vela, 9 giugno 1967, ore 22: «Queste [suore] adoratrici è un fatto grosso eh? Cosa fanno? Sapendo che questi tre sacerdoti di Nomadelfia sono andati a finire là, e dovevano fucilarli, allora invece loro hanno fatto la loro adorazione: in tre hanno detto: “Signore se tu li salvi noi siamo disposte a morire. Dare la vita per loro, perché questi devono fare delle cose belle, devono fare queste cose. Noi intanto siamo qua, la nostra vita è questa”. Va bene. Vengono fuori, fatto sta che non li hanno mai fucilati, perché è una storia, sai anche loro non avevano mica tempo di fucilare la gente, ne fucilavano tanti e sempre rimandavano. Fatto sta che è arrivato il passaggio delle cose e sono usciti, sono stati otto o nove mesi là. Sono usciti, poco dopo le tre suore sono morte, tutte e tre». 30 Z. SALTINI, Seconda serata di Soverato, Soverato (CZ), 22 luglio 1973, ore 22, in AN. 28 9 nario di gestire la parrocchia ed i rapporti con i fedeli, improntati da una grande apertura mentale per quei tempi: la canonica di Rubbiara era aperta giorno e notte a tutti (credenti e non) e la messa veniva celebrata in italiano. Proprio l‟esempio di don Beccari spingeva all‟impegno anche i laici, come testimoniò Mafalda Serafini, che divenne poi mamma di vocazione presso la parrocchia di Rubbiara31. Nel febbraio del 1943 don Arrigo fu uno dei sacerdoti che diede vita all‟Unione dei Sacerdoti dei piccoli apostoli; egli rievocava così il senso di questo movimento: «Non era un‟amicizia comune tra sacerdoti, era un‟amicizia particolare, spirituale, profondamente vera, perché non legata alla materialità. Era un‟amicizia tra persone che volevano fare cose concrete che traducessero in pratica il concetto di fratellanza cristiana»32. Don Arrigo si impegnò, quindi, dall‟autunno del 1943, ma forse anche da prima, ad accogliere in canonica i ragazzi orfani, costituendo, insieme alla propria famiglia naturale ed a Mafalda, una famiglia di piccoli apostoli. Vi furono alcuni dissensi tra i due parroci, ad esempio sul ruolo dei parenti, in quanto don Zeno voleva che il parroco vivesse solo in mezzo ai piccoli apostoli, per non essere ostacolato dai propri familiari, che, nel caso di don Arrigo, si dimostrarono invece un valido sostegno per mandare avanti la famiglia dei giovani orfani, nel momento del bisogno e della prigionia del sacerdote. Don Beccari non approvò nemmeno il trasferimento di don Zeno al Sud dopo l‟8 settembre 1943, non avendo forse compreso il pericolo che egli correva, insieme ai Piccoli Apostoli, ma queste divergenze non influirono sulla loro amicizia. Viene lecito ora chiedersi chi era don Arrigo Beccari e come venne a conoscenza dei ragazzi ebrei, che si impegnò a salvare. Don Arrigo Beccari, nato a Castelnuovo Rangone nel 1909, in una famiglia di umili origini, entrò in seminario a 14 anni e divenne prete nel 1933; uomo dal carattere schivo ed in apparenza scorbutico, non condivideva le idee del fascismo, nei cui confronti tenne sempre un atteggiamento di resistenza passiva; era uno spirito libero, insofferente verso tutto ciò che era imposizione. Si teneva alla larga dalle riunioni, dalle parate e da tutte le manifestazioni che potessero apparire di plauso al regime. In un‟intervista concessa ad una terza media della scuola Ciro Menotti di Carpi, sostenne: «Sono sempre stato un ribelle. Nel mio intimo c‟è l‟inclinazione alla ribellione all‟ingiustizia e quindi ho sempre visto di cattivo occhio sia il fascismo che il nazismo»33. 31 Testimonianza di Mafalda Serafini citata da E. FERRI, La vita libera. Biografia di Don Arrigo Beccari 1933-1970, Nonantola (MO), Amministrazione comunale, 1997, p. 124: «Andavo molto frequentemente in parrocchia e quindi ebbi modo di conoscere don Arrigo. La vita della parrocchia era allora in fermento. Don Arrigo aveva rivoluzionato tutto: ad esempio la messa veniva detta in italiano. La parrocchia era aperta e veniva gente da tutte le parti. Don Arrigo era, ed è rimasto, una persona leale, ospitale ed altruista. Avrebbe dato la vita per gli altri ed in questo come in tante altre cose, era un rivoluzionario e come tale amava la trasgressione». 32 Testimonianza di don Beccari, ibid., p. 62. 33 A. BECCARI, Andare contro una legge ingiusta provoca un piacere meraviglioso, intervista concessa ai ragazzi della 3ª E della scuola media statale «Ciro Menotti» di Carpi, 18 gennaio 1995, ibid., pp. 17-18. 10 Riguardo alle leggi razziali, affermò di averle avversate da subito. Tornando alle vicende del 1943, don Arrigo venne a contatto con gli ebrei di Villa Emma grazie all‟amicizia con il dottor Giuseppe Moreali, medico di Nonantola, che era anch‟egli uno spirito indipendente, un oppositore passivo del regime34. Chi erano gli ebrei di Villa Emma? Erano un gruppo di giovani ebrei tedeschi, polacchi, rumeni e iugoslavi, che facevano parte di un‟organizzazione sionistica, i quali erano giunti in Italia nell‟estate del 1942 grazie all‟interessamento di Eugenio Bolaffio, rappresentante della Delasem (Delegazione per l‟assistenza degli emigranti ebrei) a Lubiana, e della Croce Rossa slovena. La situazione a Lubiana, dove si erano rifugiati, provenienti dalla Croazia, consigliava il loro allontanamento, in quanto erano malvisti dalle autorità italiane che li ritenevano erroneamente collegati ai partigiani iugoslavi. Bolaffio fu talmente abile nel condurre le trattative che, dopo aver chiesto il permesso all‟alto commissario Grazioli e al ministero dell‟Interno, riuscì a far entrare i profughi in Italia. Si stabilirono a Villa Emma (Nonantola), grazie all‟interessamento di Friedmann della comunità ebraica modenese. I ragazzi, che avevano al massimo 21 anni, erano impegnati in varie attività sia di carattere teorico, nei corsi di musica, teatro, letteratura, storia, ebraico, sia di carattere pratico, nei corsi di falegnameria e cucito. I giovani, inoltre, aiutavano talvolta gli abitanti del posto come il mezzadro Leonardi o il muratore Barani, venendo pagati con viveri o denaro. L‟organizzazione della struttura dipendeva dalla Delasem, che aveva inviato suoi rappresentanti, ma anche gli educatori dei ragazzi, giunti con loro dalla Iugoslavia, svolgevano un ruolo importante. La caduta del fascismo e l‟occupazione tedesca posero fine alla bellissima esperienza educativa di Villa Emma, costringendo ragazzi ed educatori a nascondersi, con l‟aiuto del clero e della gente locale35. Non ci stupisce che don Arrigo, con la sua formazione di educatore nella famiglia di piccoli apostoli, insieme a don Ennio Tardini, anch‟egli seguace di don Zeno abbia deciso subito di ospitare i ragazzi ebrei in seminario nel momento del pericolo. Il rettore, mons. Pelati, era più titubante; non vedeva di buon occhio, ad esempio, che venissero ospitate anche le ragazze, nonostante la situazione d‟emergenza; però seppe superare le proprie resistenze: la sera del 9 settembre trovarono ospitalità presso il seminario trentaquattro ragazzi e ragazze tra i più piccoli. In seguito le bambine vennero trasferite in un edificio gestito dalle suore; altri adolescenti si nascosero presso le famiglie della zona. Solo gli adulti rimasero a Villa Emma, per distruggere i documenti dell‟Archivio della Delasem. Vi furono ispezioni dei tedeschi nel seminario, durante le quali mons. 34 Ibid., p. 19. Ibid., pp. 71-87; R. PAINI, I sentieri della speranza. Profughi ebrei, Italia fascista e la «Delaem», Milano, Xenia, 1988, pp. 17-27; I. VACCARI, Villa Emma. Un episodio agli albori della Resistenza Modenese nel quadro delle persecuzioni razziali, Modena, Istituto Storico della Resistenza, 1960, pp. 17-27; Villa Emma. I luoghi e le persone. Un episodio della resistenza che cinquant’anni dopo va alle radici della solidarietà, Nonantola (MO), Amministrazione comunale, 1993, pp. 10-15, 18-20; K. VOIGT, I ragazzi di Villa Emma a Nonantola, traduzione di Loredana Melissari, testo dattiloscritto fornito dalla responsabile dell‟Archivio storico del Comune di Nonantola, pp. 1-25. 35 11 Pelati si oppose ad essi, fronteggiando la loro prepotenza ed affermando che i letti ammonticchiati erano dei seminaristi in vacanza; durante questa perquisizione, don Arrigo venne schiaffeggiato. I viveri vennero portati nel seminario, dove le suore cucinavano i pasti anche per gli assenti. Uno di loro, Jakov, che essendo piccolo e sembrando un italiano non destava sospetti, andava in giro a portare il cibo ai compagni nascosti con un carretto e manteneva i contatti tra loro ed Indig (uno degli organizzatori, maestro di musica e professore di filosofia russo). La permanenza dei ragazzi nella struttura ecclesiastica non poteva però protrarsi troppo a lungo, perché monsignor Boccoleri, sotto la cui autorità ricadeva anche Nonantola, non vedeva in maniera molto favorevole questa ospitalità e faceva pressioni su monsignor Pelati, perché in ottobre si riprendessero regolarmente le lezioni dei seminaristi. I rapporti tra i nonantolani ed i profughi erano buoni, come appare dalle testimonianze sia di coloro che ospitarono i ragazzi ebrei, sia di questi che furono ospiti. Cito solo alcuni tra coloro che ospitarono i ragazzi, le cui testimonianze sono state raccolte in un fascicolo edito dal comune di Nonantola: il muratore Aristide Barani, il falegname Erio Tosatti, il mezzadro Leonardi; la famiglia Piccinini, la famiglia Bruzzi, ecc. 36. Questo senso di bontà dei nonantolani emergeva dalle testimonianze degli ebrei sopravvissuti, alcuni dei quali vennero intervistati da Nicola Caracciolo presso un ristorante di Gerusalemme. Ithai sosteneva infatti: «Tutta la popolazione di Nonantola sono stati nostri amici, naturalmente alcuni sono stati più amichevoli e altri meno, ma tutta la popolazione è stata molto, molto in favore dei ragazzi di Villa Emma […]. Altri sono stati nascosti nel paese dagli abitanti e tutta la popolazione sapeva […]. Nessuno ha parlato ai tedeschi »37. In un primo tempo, gli accompagnatori pensarono di trasferire i ragazzi nell‟Italia meridionale, già liberata dagli alleati, ma Raffaele Cantoni, della Delasem sconsigliò di intraprendere questo cammino, ritenendolo forse troppo rischioso. Alcuni dei ragazzi più grandi, circa una decina, vollero ugualmente tentare e si recarono al Sud sia individualmente che a piccoli gruppi38. Poiché la maggior parte dei giovani avevano scartato la scelta della fuga al Sud come troppo rischiosa, l‟unica possibilità reale di salvezza rimaneva la Confederazione elvetica. Tuttavia anche questo viaggio non fu facile. Inizialmente si recarono in Svizzera solo Indig e Pacifici e lì ingaggiarono un contrabbandiere, che avrebbe dovuto aiutarli nel momento del passaggio. Le ricerche più recenti hanno dimostrato che i ragazzi in fuga non avevano documenti falsi, ma carte d‟identità regolari per stranieri, emesse dal comune di Nonantola, durante il periodo badogliano. Dopo che Indig fu tornato dalla Svizzera, si misero in viaggio i primi due gruppi, i cui componenti furono quasi tutti respinti. Indig cercò di risolvere il problema a monte e, recatosi un‟ennesima volta alla frontiera, affidò ad uno 36 Villa Emma, cit., pp. 23, 25-29, 37-41. N. CARACCIOLO, Gli ebrei e l’Italia durante la guerra 1940-1945, Roma, Bonacci, 1986, pp. 66-67. 38 K. VOIGT, I ragazzi di Villa Emma, cit., pp. 26-27. 37 12 svizzero un messaggio per Schwalb, che lavorava alla Delasem di Ginevra e che si mise in contatto con la delegazione del governo iugoslavo in esilio a Berna, la quale, vista l‟origine iugoslava della maggior parte dei giovani, si fece garante del loro mantenimento presso le autorità elvetiche. A questo punto, il Dipartimento federale di Giustizia autorizzò il loro ingresso. Dal 6 ottobre in poi, finalmente gli ebrei di Villa Emma (tranne uno, ammalato di tubercolosi) giunsero sani e salvi nella Confederazione elvetica, anche se dovettero compiere diversi viaggi rischiosi, che comportavano, ad esempio, il guado notturno del fiume Tresa, per sfuggire alla dura sorveglianza degli uomini dello Zollgrentzschutz (la polizia di frontiera tedesca), che controllava il confine39. I giovani furono accolti in diversi campi profughi; nel dopoguerra, molti di loro si recarono in Israele, alcuni in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, altri fecero ritorno in Iugoslavia. Don Beccari e il dottor Moreali, in seguito all‟attività svolta a favore dei giovani di Villa Emma, vennero insigniti nel 1965 del titolo di Giusti d‟Israele, ed in tale occasione si recarono a Gerusalemme per piantare un albero simbolico della loro vita spesa per gli altri40. Don Arrigo dal canto suo, dopo l‟ottobre del 1943 continuò, nella sua parrocchia di Rubbiara, l‟assistenza ad ebrei e perseguitati politici (aveva già ospitato Boris e Marco, due dei dirigenti di Villa Emma, nel periodo precedente alla loro fuga). Fu quindi, probabilmente, nel periodo successivo che il parroco iniziò a fabbricare documenti falsi, con la collaborazione del dottor Moreali e di Primo Apparuti41. L‟assistenza agli ebrei che continuavano a giungere, da parte di don Arrigo e don Ennio Tardini, è documentata molto bene dalla testimonianza di quest‟ultimo42. Egli ricordò in varie interviste, conservate presso l‟Archivio di Nomadelfia, che le famiglie di ebrei abbienti, grazie al denaro, riuscivano facilmente a trovare appoggi e a recarsi in Svizzera, mentre per gli indigenti questo era un vero problema. Rammentava, a questo proposito, tre famiglie di ebrei iugoslavi, gli Stark, che vennero indirizzati da don Arrigo e lui a Formigine e Fiorano, dove si nascosero presso contadini43. Egli testimoniava inoltre che vi erano collegamenti tra lui, don Arrigo e don Elio Monari (egli pure piccolo apostolo), per mettere in salvo ebrei e militari allo sbando e soprattutto per fornire loro documen39 Ibid., pp. 27-29. E. FERRI, La Vita libera, cit., p. 43. 41 Ibid., pp. 105-108. 42 Testimonianze di don Ennio, mamma Luisa e Norina e del prof. Luigi Paganelli, trascrizione da nastro magnetico non rivista dagli autori, registrate il 23 marzo 1984 a Nomadelfia, in AN: «Siccome si erano dati voce che lì a Nonantola c‟era il modo di potere avere questi documenti da potere poi arrivare più facilmente a passare e orientarsi verso il confine svizzero; allora cominciamo a vedere l‟arrivo di questa gente. Ci siam domandati: Beh, adesso cosa facciamo noialtri? A questa gente bisogna dare a loro delle carte clandestine da poter girare, da poter... Allora con don Arrigo è venuta l‟idea, dato questo fatto di queste vittime della persecuzione che si rivolgevano a noi e in coscienza eravamo tenuti a difenderli come il sacerdote fa per chiunque». L. Paganelli: «La domanda più sostanziale era questo documento, perché con quelli si poteva fare il resto». Don Ennio: «Nascondere quelli che non potevano trovare altre soluzioni, o per lo meno avere di questi documenti per poter, una volta che c‟erano questi blocchi lungo le strade... poter dimostrare: Oh io sono in regola». 40 13 ti. Possiamo quindi, a mio avviso, parlare di una vera e propria rete organizzata per la salvezza degli ebrei nel Modenese. Don Ennio Tardini dichiarò: «Don Elio Monari, da S. Biagio di Modena, si teneva in relazione con noi e ci smistava gli ebrei che venivano anche da Firenze . Ricordo che, quando si arrivava a mangiare a mezzogiorno a tavola, sentivo suonare il campanello della porta del Seminario; dico allora ci siamo! Noi sapevamo che doveva mandarci circa a quell‟orario lì. Si andava là a sentire, si presentava questa gente, questi forestieri con queste letterine di Don Monari»44. Di don Elio, della sua coraggiosa testimonianza di vita, dei suoi legami con la resistenza e della sua tragica morte parlerò in un secondo tempo. Mi limiterò ora solamente a ricordare il ruolo importantissimo che ebbe nel salvataggio degli ebrei. L‟interessamento di don Elio ai loro problemi è precedente all‟8 settembre, ma anche al 25 luglio, così come fanno pensare appunti trovati tra le sue carte, nelle quali si mostrava critico verso le leggi razziali45. Iniziò il salvataggio vero e proprio dopo aver conosciuto e stretto legami d‟amicizia con Mario Lugli, con cui si incontrava quasi quotidianamente, nella sua casa in Via Ganaceto 80, a Modena, per organizzare l‟aiuto ai perseguitati, soldati inglesi ed ebrei46. Presso casa Lugli confluivano dunque ebrei ed inglesi ed egli dava cibo ed assistenza a tutti. Dopo aver aiutato vari prigionieri inglesi a fuggire, un giorno Lugli diede rifugio ed ospitalità ad una trentina di ebrei ferraresi, che erano riusciti per miracolo a mettersi in salvo, poiché la notte prima, nella città, era stato ucciso il federale repubblicano ed i tedeschi avevano iniziato una tremenda rappresaglia, ritenendo gli ebrei responsabili del fatto 47. Essendo molto angosciato al pensiero di dover nascondere tante persone, si recò da don Elio, che alloggiava a S. Biagio, ospite di don Carlo Dondi, poiché in seminario non era benvisto per le sue attività clandestine. Don Monari lo rassicurò e si attivò subito telefonicamente; dopo poche ore tutti gli ebrei trovarono una sistemazione: la maggior parte presso famiglie sia in campagna che in città, altri in case di cura e ospedali. Nell‟abitazione di Lugli restarono solo i fratelli Bazzani, che tentarono la fuga in Svizzera, ma dovettero poi tornare indietro, perché mancava loro un documento. L‟11 dicembre 1943 Lugli venne arrestato, perché sospettato di attività resistenziale, avendo partecipato con don Elio al salvataggio 43 Ibid., pp. 6-7; appunto manoscritto di don Ennio, s.i.d., in AN. Testimonianze di don Ennio, mamma Luisa e Norina e del prof. Luigi Paganelli, cit., p. 9; una testimonianza di don Ennio Tardini anche in E. FERRI, La vita libera, cit., p.108; Ennio Tardini - Maria Tardini, Ricordi dell‟arresto e della prigionia a S. Giovanni in Monte, intervista registrata a Bologna il 17 settembre 1984, conservata presso AN. Don Ennio: «È medaglia d‟oro don Elio Monari! Perché lui faceva la spola per gli ebrei a Modena». 45 L. PAGANELLI, Don Elio Monari e chiesa e società a Modena tra guerra e resistenza (1940-1945), Modena, Mucchi, 1990, p. 97. 46 C. BETTELLI, Nel nome della libertà: don Elio Monari. Clandestino per amore, in «Nostro tempo», 5 maggio 1984 47 C. BETTELLI, Nel nome della libertà: don Elio Monari. Uomini nella tenaglia, in «Nostro tempo», 12 maggio 1984. 44 14 degli inglesi (stavano persino studiando l‟eventualità di costituire un ponte aereo, in accordo con gli alleati, per accompagnarli, insieme agli ebrei, nella Confederazione elvetica). Le guardie trovarono molti documenti compromettenti. Durante la perquisizione, che portò all‟arresto del padrone di casa, anche i fratelli Bazzani rischiarono di venire presi48. Lugli venne assolto, dopo un processo sommario, insieme ad altri, con la motivazione che i fatti erano precedenti al decreto che prevedeva la pena di morte per i colpevoli. Don Elio, comunque, continuò la sua attività, poiché da ogni parte giungevano ebrei a chiedergli aiuto, spesso sprovvisti di tutto, ed egli forniva loro documenti falsi (che riusciva ad avere anche grazie a persone disponibili nel municipio di Modena), un alloggio ed indicazioni dei negozi fidati, dove potevano comprare i generi alimentari49. William Zironi e Maria Bertani, esponenti dell‟Azione cattolica, accompagnavano in treno fino a Como gli ebrei che volevano espatriare in Svizzera, d‟accordo con don Elio50. Tra i salvati grazie all‟aiuto del sacerdote modenese vi fu il rag. Teglio, che era stato sindaco di Modena nel primo dopoguerra. Don Nino Monari testimoniò che don Elio gli mandò nella parrocchia di Massa di Toano numerosi ebrei 51. Abbiamo le prove che era in contatto anche con don Venturelli, il coraggioso parroco di Fossoli, che si prodigò molto nell‟assistenza agli ebrei e ai prigionieri politici del lager carpigiano 52. Mons. Pistoni ricordava la visita fatta a don Elio Monari, nel gennaio 1944, nel tentativo di esortarlo ad essere più prudente, al che don Elio rispose che la prudenza cristiana non collima sempre con quella della polizia53. Don 48 Testimonianza di Mario Lugli riportata in C. BETTELLI, Nel nome della libertà: don Elio Monari. Il Lugli è stato arrestato, in «Nostro tempo», 19 maggio 1984: «Mi si fermò di colpo la digestione... L‟altro Bazzani quello che era a letto da giorni con la polmonite - e aveva un aspetto davvero preoccupante - quando si accorse dell‟arrivo, si mise ad ansare ancora più forte che quasi rantolava. Fra la malattia e la paura, pareva proprio in coma. “Chi è?” domandò uno dell‟UPI. “È mio cognato” fece il Lugli. “E questo?” chiese il poliziotto fissando negli occhi l‟altro Bazzani che lo spavento aveva inchiodato vicino alla tavola: “È il medico: è arrivato poco fa, mio cognato è molto grave, come vede”». 49 G.P. FELTRI, Don Elio Monari, Modena, Comitato onoranze don Elio Monari, 1953, p. 23: il signor Ori ricordava che don Elio gli aveva indirizzato al suo emporio un ebreo straniero, che era talmente terrorizzato che per precauzione volle vedere la sua carta d‟identità. 50 E. GORRIERI, La Repubblica di Montefiorino, Bologna, il Mulino, 1970², pp. 97-98. 51 Testimonianza di don Nino Monari citata in C. BETTELLI, Nel nome della libertà: don Elio Monari. Due mandati di cattura, in «Nostro tempo», 26 maggio 1984: «Don Elio arrivava qui anche a piedi, sempre pieno di notizie, di cose da fare, di gente da sistemare. Nel luglio - agosto 1943 mandò quassù una decina di ebrei. Dava loro un biglietto con due righe. C‟era scritto Saluti Cordiali, Don Elio. Io capivo tutto e non avevo nemmeno bisogno di chiedere il nome a quella gente. Li facevo passare nel reggiano; di là c‟era una persona fidatissima che li prendeva in consegna per poi consegnarli ad altri». 52 L. PAGANELLI, Don Elio Monari, cit., p. 97; lettera di don Elio Monari a don Francesco Venturelli, [XYX data], in Archivio della Curia vescovile di Carpi: «Carissimo monsignore. Il latore è un grande amico che ha bisogno di un‟opera di grande carità. Confido in Lei». 53 G. PISTONI, Ricordando don Elio Monari, in «L‟Avvenire d‟Italia», 14 ottobre 1958: «Gennaio 1944. Sono chiamato in questura. Appena giunto il capo gabinetto del Questore mi mostra il verbale d‟interrogatorio di un‟ebrea (il nome non conta) che ha confessato di essersi sottratta finora alla cattura, perché aiutata da don Monari. La prego scongiurarlo, dice il funzionario, di essere almeno più prudente: vuol proprio obbligarci a farlo arrestare? Io casco dalle nuvole, ma accetto l‟incarico, se non altro per informare l‟amico di alcuni riflessi della sua attività che mi sembra doveroso fargli conoscere». 15 Elio fungeva da trait d’union tra il gruppo che si raccolse intorno a Gorrieri a Modena ed il gruppo della Bassa Modenese, che aveva come punto di riferimento S. Giacomo Roncole. Don Luigi Bertè, piccolo apostolo, attuale parroco di Nomadelfia, che aveva preso il posto di don Zeno a S. Giacomo Roncole durante la sua assenza, riferì di aver partecipato alla fabbricazione di documenti falsi per un gruppo di ebrei, che aveva incontrato casualmente, e di aver rischiato il carcere per questo motivo, poiché stava per avvenire una perquisizione, proprio mentre egli era intento in questo lavoro. Aveva sottratto il timbro che utilizzava per fabbricare i documenti falsi dall‟ufficio di un gerarca „repubblichino‟, a Mirandola. Il nome della cittadina venne trasformato in Mirabella, paese dell‟avellinese, liberato dagli alleati. Le carte d‟identità gli vennero fornite anche da don Tosatti, parroco di Concordia. I fascisti non perquisirono la casa, perché temevano che vi fossero piccoli apostoli, che avrebbero potuto attaccarli 54. Don Bertè ospitò anche ebrei, come si rileva dalla sua testimonianza: «Gli ebrei, i perseguitati mi venivano indirizzati dai parroci vicini o da Geneo, o si presentavano da soli»55. Egli, inizialmente, si mostrava molto prudente, per cui a volte avvenne anche che egli respingesse perseguitati veri, accogliendoli solo in un secondo tempo, quando era sicuro della loro identità56. Don Ivo Silingardi, anch‟egli piccolo apostolo e seguace di don Zeno, da me intervistato, ma molto reticente a parlare delle vicende, temendo di autoglorificarsi, ospitò trentasei ebrei nella sede E. FERRI, La vita libera, cit., p. 152; L. BERTÈ, Come ho vissuto i 20 mesi d’assenza di don Zeno da S. Giacomo Roncole, dattiloscritto, in AN, pp. 7-9: «Ecco il fatto. Una sera, dopo cena, devo stare alzato per compilare 16 carte d‟identità per un gruppo di ebrei - mi pare 16 - che l‟indomani dovevo consegnare ad un loro incaricato che avevo già conosciuto bene. Vado a prendere in ufficio il necessario per questo delicato lavoro e cioè: elenco dei 16 (coi nomi già stabiliti quando avevo incontrato il gruppo in un casolare abbandonato fuori mano dalla via di Posta, prima di arrivare a Mirandola, dove avevo potuto scrivere età, sesso, altezza, naso, occhi, capelli), il tampone con il timbro contraffatto che avevo rubato in comune un giorno uscendo dallo studio di Paltrinieri il quale, al suono lacerante del segnale di incursioni aeree, scappava senza salutare. E comincio il lavoro... Avevo ormai finito, dopo mezzanotte, stavo mettendo in ordine quando sento il rumore di un‟auto... vedo scendere nel piazzale l‟auto solita del Bucci. Avevo ancora delle carte d‟identità delle 40 che mi aveva dato don Tosatti di Concordia. In fretta le brucio nella stufa; quelle 16 complete me le metto nelle tasche posteriori dei calzoni, mi levo il colletto per fingere d‟essermi addormentato in sala da pranzo e attendo. Sento la pattuglia che tocca le porte a pian terreno per vedere se sono chiuse, svoltano verso il lato del Casinone... ritornano sui loro passi, ispezionano nello stesso modo le porte del lato sinistro, ritornano e salgono lo scalone esterno. Aspetto che bussino più volte fingendo di dormire. Invece sento un silenzio misterioso, subito dopo scendono... ripartono verso Medolla». 55 Ibid., p. 10 56 Ibid., pp. 10-11: «Un giorno Geneo mi avverte che in mattinata si presenterà un signore; mi dice di ascoltarlo e poi verrà lui ad accompagnarlo dove ritengo opportuno, ma non mi fa sapere come individuarlo. Si presenta più tardi un tale con un accento veneto che, timoroso, mi spiega la sua condizione di perseguitato. Non capisco bene, dubito che sia quello indicatomi da Geneo e prendo la decisione di non scoprirmi. Più egli insisteva che aveva bisogno di aprirsi con il parroco di S. Giacomo che aiuta i perseguitati e più io dubito delle sue parole. Lo assicurai tanto bene che aveva sbagliato indirizzo e con tanta tranquillità che smette di insistere e sconfortato si avvia di nuovo a piedi verso Mirandola da dove era venuto. Vicino a Saulle trova Geneo che gli chiede dove va e risponde che il parroco di S. Giacomo Roncole non si è mai interessato di casi come il suo. Geneo lo rassicura e tornano insieme. Quando il signore viene a sapere che ero io il sacerdote 54 16 dell‟Opera Pia Bianchi di Casinalbo, che egli gestiva, concessa ai piccoli apostoli da mons. Boccoleri. Si trattava in gran parte degli ebrei di Villa Emma, in attesa di emigrare in Svizzera. Don Ivo, facendo parte della Brigata Italia, era in contatto con i partigiani, che talvolta conducevano gli ebrei in montagna; la sua attività di soccorso riguardava soprattutto i perseguitati politici57. Una considerazione che si può sicuramente fare riguardo alle attività del clero modenese dal 1943 al 1945 è che, pur essendo le diocesi di Carpi e Modena distinte e dirette da vescovi dalle personalità e dall‟impegno religiosi molto diversi, vi erano collegamenti notevoli per la salvezza dei partigiani ed ebrei e che molti dei parroci coinvolti facevano parte dell‟Unione sacerdotale dei piccoli apostoli58. Anche coloro che non ne facevano parte in senso stretto spesso condividevano le idee di don Zeno ed erano suoi amici, come Odoardo Focherini, e parenti, come mamma Nina. I salvataggi di ebree operati da Mamma Nina, sorella di don Zeno (rimasta vedova aveva affidato i numerosi figli ai parenti ed aveva fondato un istituto a conduzione familiare per l‟educazione di bambine orfane o con famiglie in difficoltà), sono molteplici e vanno ricondotti a quella rete che faceva capo a Focherini e a don Dante Sala per la salvezza degli ebrei nel Carpigiano. Mamma Nina collaborava strettamente con loro, come appare ad esempio nella autobiografia di don Dante Sala, Oltre l’Olocausto, dove il sacerdote dice che un piccolo gruppo di ebrei fuggiaschi, non essendo potuti partire per la Svizzera, era stato temporaneamente nascosto a Carpi presso Mamma Nina da Focherini, che si recava spesso anche nella sua casa di Mirandola 59. In tutte le case della Divina Provvidenza furono ospitate ebree; a Carpi vi erano alcune ragazze, che vennero fatte allontanare in vista di un‟imminente perquisizione delle SS 60. Una di loro fu accompagnata a Modena da un figlio di Mamma Nina, don Maggiorino; al deposito delle corriere di Carpi incapparono in una pattuglia tedesca, ma il coraggioso sacerdote riuscì a tranquillizzare la ragazza e a portarla in salvo. Nella casa di Modena, Mamma Nina ospitava donne ebree, come la moglie del rabbino di al quale era stato indirizzato non vuol credere e soltanto quando dico a Geneo di portarlo da don Marchetto a Gargallo mi guarda impressionato e mi ringrazia». 57 E. FERRI, La vita libera, cit., pp. 171-172; R. RINALDI, La Resistenza di un vescovo. Vigilio Federico Dalla Zuanna vescovo di Carpi tra guerra e ricostruzione, Cinisello Balsamo (MI), San Paolo, 1996, p. 97; ID., Vigilio Federico Dalla Zuanna, Dosson di Cassier (TV), Colibrì, 1992, p. 181; I. VACCARI, Il tempo di decidere, cit., p. 37; Intervista concessa all‟autore da don Ivo Silingardi, Carpi, 24 novembre 1997. 58 E. FERRI, La Vita libera, cit., p. 152. 59 D. SALA, Oltre l’Olocausto, Milano, Movimento per la vita, 1979, pp. 36-37: «Costoro si trovavano a Carpi e Focherini, non vedendomi arrivare e dopo averli forniti di tutti i documenti necessari, pensò di nasconderli presso Mamma Nina fino a che non fossi tornato. Mamma Nina era molto sensibile verso queste creature che tanto soffrivano per la malvagità degli uomini e si prestava volentieri ad accoglierle nella casa della Divina Provvidenza, offrendo generosamente quanto era loro necessario in quei momenti difficili». Cfr anche R. RINALDI, La Resistenza di un Vescovo, cit., p. 100. 60 Intervista a mamma Teresa Pelliccioni e Rita Bartolini, Carpi, 24 novembre 1997; intervista alla professoressa Alberta Levi, Modena, 27 gennaio 1998; fotocopia datami da Alberta Levi del certificato del 2 luglio 1957, nel quale si dichiara che Olga Papo venne ospitata nella casa della Divina Provvidenza; R. R INALDI, La Resistenza di un Vescovo, cit., pp. 98-100. 17 Reims, Lucia, evasa da Fossoli, Olga Papo, che pure proveniva dalla Francia ed era lontana parente della professoressa Alberta Levi, Maria Castelfranco. Uno dei figli di mamma Nina, il dottor Gioacchino Testi Saltini, pensa che le autorità fasciste fossero al corrente dell‟attività della madre, ma che non ritennero conveniente arrestarla, perché molto amata dalla popolazione. A Mirandola erano nascoste Ines e Gina Levi, con la loro madre, provenienti da Bologna; nella casa di Soliera era invece rifugiata la madre dell‟avvocato Setti di Mirandola, che vestiva l‟abito religioso e si faceva chiamare Vittoria. Mamma Teresa Pelliccioni e Rita Bartolini (zia materna della regista Liliana Cavani) affermano che i rapporti delle ragazze con le donne ebree erano buoni e che esse si prestavano a collaborare all‟educazione delle bambine ed allo svolgimento delle mansioni domestiche; non ricordavano se le donne ospitate fossero di religione ebraica o cristiana, perché non vi fecero caso, e nemmeno se nelle case di mamma Nina vi fossero ebree giovani: le sorelle Levi avevano circa 3035 anni, le altre erano più anziane. Odoardo Focherini, padre di famiglia e responsabile amministrativo de «L‟Avvenire d‟Italia», che insieme a don Dante Sala fu il principale protagonista del salvataggio degli ebrei nel Carpigiano, pagò con la vita la sua coraggiosa testimonianza61. Focherini, nato nel 1907 a Carpi, frequentava infatti l‟oratorio cittadino, dove conobbe don Armando Benatti e strinse amicizia con Zeno Saltini. Si impegnò sempre nelle attività diocesane: nel 1924 divenne segretario della Federazione giovanile della Diocesi di Carpi e fu tra i fondatori del periodico «L‟Aspirante», che diventò in seguito portavoce nazionale delle associazioni giovanili cattoliche. Nel 1930 sposò Maria Marchesi, conosciuta cinque anni prima in Val di Non, dalla quale ebbe sette figli. Nel 1927 cominciò a collaborare a «L‟Avvenire d‟Italia», del quale nel 1939 divenne assistente amministrativo. Svolse sempre con grande passione e gratuitamente il suo lavoro al giornale. Con l‟ingresso dell‟Italia in guerra, la vita di Odoardo si complicò ulteriormente: organizzò un servizio di ricerca ed informazioni sui militari dispersi e prigionieri, con sedi nelle curie di Modena, Carpi e Bologna e nella sua stessa casa di Mirandola. Dopo l‟8 settembre 1943, decise subito di opporsi ai tedeschi rifiutandosi di far uscire «L‟Avvenire d‟Italia», fingendo che mancasse la carta. Iniziò l‟opera di salvataggio degli ebrei nel 1942, come testimoniò il suo amico e biografo Giacomo Lampronti, salvando un gruppo di ebrei polacchi affidatigli da Manzini, direttore del giornale, su incarico del cardinal Boetto62. Sotto la Repubblica di Salò, Focherini si prestò coraggiosamente a far da tramite tra la comuni61 O. FOCHERINI, Il cammino di un giusto. Lettere dal carcere e dal campo di concentramento, a cura di C. Pontiroli, Finale Emilia (MO), Baraldini, 1994; D. SALA, Oltre l’Olocausto, cit.; G. LAMPRONTI, Mio fratello Odoardo, Bologna, Tipografia «L‟Avvenire d‟Italia», 1948; M. SANDONÀ, Evento e biografia. Itinerari dalle testimonianze di Odoardo Focherini e Don Dante Sala, in «Rassegna di storia contemporanea», IV, 1997, n. 2, pp. 157-176. 62 G. LAMPRONTI, Mio fratello Odoardo, cit., p. 63: «Odoardo Focherini s‟era fatto protettore degli ebrei perseguitati da moltissimo tempo e procurava la salvezza del maggior numero possibile di essi. In quella sua busta vi erano anche molte fotografie di persone dai caratteri inconfondibilmente ebraici e con le fotografie 18 tà ebraica di Modena ed il giornale repubblicano «La Gazzetta dell‟Emilia», versando il denaro raccolto dalla comunità modenese per fare in modo che il giornale non parlasse male degli ebrei o non li denunciasse pubblicando i loro nomi. Aveva anche impudentemente scritto una lettera (in difesa della propria numerosa famiglia, derisa dal quotidiano) al direttore del giornale Cacciari, il quale in risposta lo aveva attaccato con sottintesi che alludevano alla sua attività clandestina e minacciavano future vendette63. Nonostante questo, egli proseguì la sua attività di salvataggio, senza badare ai rischi che correva e svolgendo un lavoro indefesso. Si occupava principalmente di procurare agli ebrei i documenti falsi ed organizzarne la fuga, mentre don Dante Sala accompagnava personalmente i profughi verso la Svizzera. Collaboravano con loro Pacifico Lodi, la signorina Ferrarini, impiegata della conceria Donati di Modena ed i padri domenicani di Bologna, che ospitavano i fuggiaschi64. Focherini venne arrestato l‟11 marzo 1944, mentre si trovava all‟ospedale di Carpi, per concertare la fuga del dottor Enrico Donati, il quale era riuscito a farsi ricoverare, simulando la necessità di un intervento chirurgico. Quando venne avvisato del pericolo, non fece in tempo ad allontanarsi, perché venne fermato, mentre stava scendendo le scale, dal reggente del fascio di Carpi, il quale gli disse che doveva accompagnarlo dal questore di Modena, dove in realtà non subì interrogatori di alcun tipo; venne in seguito trasferito a S. Giovanni in Monte, dove rimase fino al luglio del 194465. Per circa un mese fu poi internato a Fossoli, in seguito venne trasferito a Gries, vicino a Bolzano, e da lì in Germania a Flossenburg e poi a Hersbruck, dove morì alla vigilia di Natale del 1944, in seguito a setticemia causatagli da piaghe in una gamba66. Dai luoghi di prigionia scrisse molte lettere ai familiari, nelle quali si avvertiva una serenità di fondo, dovuta ad una fede senza limiti e all‟amore immenso che lo univa alla moglie e a tutta la famiglia, a cui sperava sempre di ricongiungersi, nonostante tutte le prove alle quali era sottoposto. altrettanti moduli per carta d‟identità. Pensava poi a tradurre un Levi in Livi un Hanau in Anan, un Pesaro in Pesacco e dare a tutti provenienza da località dell‟Italia già liberata. Il bollo comunale della sua Carpi, ad esempio si prestava mirabilmente a camuffarsi in Capri. E questo serviva per occultare per alcun tempo i perseguitati sin tanto che potessero raggiungere un convento o ancor meglio il territorio svizzero». 63 Ibid., pp. 63-65. 64 Ibid., pp. 65 -67. 65 Ibid., pp. 108-109. 66 D. SALA, Oltre l’Olocausto, cit., pp. 52-53: «A Heersbruck [sic], meta del suo calvario, entrò nel lager, venne ricoperto della rude tunica di deportato, spogliato di tutto, rasato; condivise con gli altri quelle infami baracche fetide e immonde, dove dovevano dormire in ignobili cuccette in un clima gelido e mortifero. Non bastando questo trattamento, venne avviato alle miniere. Poche ore di sonno, lunghi e faticosi itinerari di marcia poi durissime ore di lavoro., dopo di che un cibo ed un riposo inadeguati. Il martirio di questi mesi consumò la pur forte fibra di Focherini e piegò quel corpo ardimentoso. Ridotto ad un‟esile figura, piagato ed infettato nelle membra morì di setticemia sulla nuda terra, ricordando i suoi sette figli e la sposa teneramente amata […]. Morì con dignità, sorretto da una limpida fede, offrendo a Dio, alla Patria, alla Chiesa, la propria vita: “Per il Papa, per la pace, per la fraternità tra gli uomini, per i miei cari”, ecco le parole affidate agli amici di prigionia: “Dichiaro di morire nella più pura fede cattolica apostolica romana, e nella piena sottomissione alla volontà di Dio, offrendo la mia vita in olocausto per la mia diocesi, per l‟Azione Cattolica, per il 19 Molti dei suoi compagni di prigionia ricordavano che egli era per loro un animatore, capace non solo di dare aiuto e conforto, ma d‟infondere coraggio agli sfiduciati. Come „testamento spirituale‟ riassuntivo della sua opera, mi sembra bello ricordare la frase che disse al cognato Bruno, quando, durante una sua visita nel carcere di S. Giovanni in Monte, gli rimproverò di essersi esposto troppo per gli ebrei: «Se tu avessi visto come ho visto io in questo carcere cosa fanno patire agli ebrei, non rimpiangeresti se non di non avere fatto abbastanza per loro, se non di non averne salvati un numero maggiore»67. Si potrebbero citare molti altri casi di salvataggi di ebrei operati da sacerdoti modenesi, ma l‟argomento richiederebbe una trattazione troppo ampia. 4. Don Zeno, i piccoli apostoli e la Resistenza. Dare un quadro completo dei legami tra piccoli apostoli e Resistenza sarebbe certamente lungo e complesso, anche perché condivido l‟affermazione fatta da Pietro Alberghi nel 1984: «Si può dire che quasi tutti i giovani e i sacerdoti dell‟Opera, dai 16 anni in su (circa 40), [avessero partecipato] direttamente o indirettamente alla Resistenza»68. Mi limiterò quindi a ricordare alcune delle vicende più famose. Il 19 settembre 1943 don Zeno convocò i giovani, preannunziando loro l‟imminente partenza, e il giorno dopo (domenica a mezzogiorno, alla fine della messa), si pose alla guida del camion 7F, senza voler sapere chi aveva deciso di seguirlo; lo scopo principale del viaggio era quello di evitare che i giovani venissero arruolati nell‟esercito „repubblichino‟, come appare chiaro dalla sua testimonianza: «Noi anziani abbiamo colpa di quello che è capitato, perché abbiamo subito troppi anni senza reagire, ma i giovani non ne hanno colpa. Li dobbiamo salvare. Facciamo almeno questo per loro. Perché mandarli al macello, cioè coi tedeschi? Io accompagno chi vuol venire senza nemmeno saperne i nomi»69. I giovani che lo seguirono furono 27 e ad essi si unirono, in un secondo tempo, due militari neozelandesi (evasi dalla prigionia); don Zeno volle che deponessero le armi, perché, oltre ad essere contrario alla lotta armata, riteneva che avrebbero corso pericoli maggiori. Non c‟erano altre possibilità di salvezza, in quanto la resistenza nel Modenese non era ancora nata70. Il viaggio fu lungo ed i fuggiaschi furono costretti a fare moltissime tappe (Gainazzo, S. Marino, Assisi, Pescara, Chieti) e a dividersi in piccoli gruppi. Don Zeno, insieme a Salvatore D‟Urso, Papa e per il ritorno della pace nel mondo”. Vi prego di riferire a mia moglie: “che le sono sempre rimasto fedele, e l‟ho sempre pensata e intensamente amata”». 67 G. LAMPRONTI, Mio fratello Odoardo, cit., p. 121. 68 P. ALBERGHI, Don Zeno e i Piccoli Apostoli nella Resistenza modenese, in «Nomadelfia è una proposta», XVII, 1984, n. 6, p. 8. 69 Percorrendo e precorrendo l’indole e l’esigenza dei tempi, II, in «Nomadelfia è una proposta», X, 1977, n. 16-17-18, p. 3. 20 l‟operatore cinematografico, riuscì a passare il fronte, in novembre, alle foci del Sangro (in provincia di Chieti), mentre la maggior parte dei giovani si scoraggiò e fece ritorno in Emilia. Infatti a S. Giovanni Rotondo, luogo dove don Zeno aveva dato loro appuntamento, ne arrivarono solo quattro. Don Zeno si muoveva con mezzi di fortuna da una località all‟altra del Sud, per continuare la sua attività di apostolato. Alla fine del 1943, fu ospite di don Salvatore Vitale, che fondò su sua ispirazione «La piccola Casetta di Nazareth», dove accoglieva bambini rimasti orfani. Poco tempo dopo, a Pompei, fu ospitato da mons. Ettore Crovella, un sacerdote al quale rimase legato tutta la vita da fraterna amicizia. A Piedimonte Matese (Caserta) don Zeno diede inizio, con il professor Giovanni Caso, all‟Opera Piccoli Apostoli71. La sua predicazione diede, quindi, i suoi frutti anche al Sud: risulta infatti che egli scandalizzò i conservatori della cittadina con le sue prediche sulla giustizia72. In seguito, poco dopo la liberazione di Roma, vi si trasferì e prese parte al dibattito sulla rinascita dei partiti, cercando una collaborazione per una proposta politica che fosse fondata sulla giustizia sociale. Nella capitale incontrò don Giuseppe Manicardi, che gli diede notizie dei piccoli apostoli rimasti al Nord, dei quali non aveva saputo più nulla. La lontananza dai suoi gli era particolarmente gravosa, come emerge, ad esempio, dalla prefazione del libro Alle Radici: «Miei cari, […] sono come in esilio; errabondo tra mille miserie di popolo; e da sei mesi non incontro un volto di Piccolo Apostolo; non ho potuto far altro che piangere da solo, o con Monsignor Crovella, con Padre Antonio, con don Lucio, con don Vitale, con altri cari sacerdoti di Piedimonte e con il prof. Caso nella più paterna comprensione di S.E Mons. Vescovo. Così alla notizia della liberazione di Roma io sento viva la speranza di rivedervi e riabbracciarvi presto. Quanto ho sofferto! Quanto soffro! E in questa sofferenza ho voluto lasciare un dono a questa Italia meridionale bagnata di tante mie lacrime: l‟Opera Piccoli Apostoli nella Diocesi di Alife»73. Stralcio dell‟intervista rilasciata a Ilva Vaccari da don Zeno Saltini, 17 ottobre 1965, in AN. Percorrendo e precorrendo l’indole e l’esigenza dei tempi, cit., p. 4; Nomadelfia, un popolo nuovo, supplemento a «Nomadelfia è una proposta», XXXII, 1999, n. 1, p. 31. 72 Un’intervista, una vita, pp. 158-159: «Mentre ero a Pompei, fui chiamato da un vescovo a parlare nel duomo di una cittadina in provincia di Caserta: Piedimonte D‟Alife [...]. Dovevo fare nove discorsi in duomo, alla sera. E io ho cominciato a parlare della giustizia, la giustizia, la giustizia. Il duomo era sempre pieno per tutta la novena e io ho sempre parlato della giustizia in tutti i rapporti sociali. Tutti i baroni del paese vanno dal vescovo a lamentarsi: “‟Sto prete ha sempre parlato della giustizia: è la novena della Madonna e mai fatto il nome di Maria. Nove sere sempre di giustizia”. Allora viene da me una commissione e mi dice: “Abbia la bontà di non parlare più di giustizia, veda se può parlare di un altro argomento”. “Di quale ?” “Per esempio dell‟amore”. “Per bacco, volentieri. Anzi, va bene”. Allora vado a fare il discorso [...]. “Io non mi sono mai azzardato a parlare dell‟amore in questa cittadina, perché é un discorso troppo forte, mentre la giustizia, insomma... Per esempio, la giustizia: tu hai due paia di scarpe, ne dai uno a quello là che è senza e uno lo tieni te [...]. Questa sarebbe la giustizia: dai, ma non ti spogli [...]. Comunque, se volete, vi parlo dell‟amore. Adesso vi dico subito com‟è: hai due paia di scarpe, si presentano due che sono senza, le dai a loro e rimani scalzo te [...]. Sicché ho fatto un discorso che ha fatto odiare in un modo crudele l‟amore di Cristo. Dicevano: “Roba dell‟altro mondo” e io: “Questo è Gesù Cristo”. Si sono morsi la bocca, la lingua, i denti, tutto per avermi chiamato». 73 Z. SALTINI, Alle Radici, cit., pp. 5-6; Lettere, I, p. 97. 70 71 21 In una lettera del 14 febbraio 1945, Aroldo Luppi dava a don Zeno notizie della vita dei piccoli apostoli, mettendo in risalto le difficoltà incontrate dopo la sua partenza, dovute alle persecuzioni delle autorità „repubblichine‟; infatti l‟opera era stata sciolta; di conseguenza i piccoli apostoli si erano dispersi nelle varie parrocchie. Molti avevano in seguito aderito alla Resistenza, seguendo l‟esempio di don Monari, del quale Luppi dichiarava di non sapere più nulla. Affermava inoltre che, dopo un primo momento, nel quale alcuni partigiani si erano abbandonati a saccheggi e violenze, erano nate formazioni di partigiani cattolici, eticamente più corrette74. Don Zeno venne anche attaccato dal direttore della «Gazzetta dell‟Emilia», Cacciari, in un articolo del 26 ottobre intitolato Guardiamoci in faccia, preti matti al manicomio, nel quale il fanatico fascista definiva il sacerdote «mestatore da bordello» e «prete bilioso» 75. Don Zeno era quindi ricercato dalle autorità della RSI, come emerge da un‟inchiesta della prefettura del 31 dicembre 1943, in cui il viceprefetto, in una lettera al capo della Provincia, metteva in luce i presunti errori di don Zeno: gli attacchi al regime fascista e la pretesa di costituire un‟organizzazione per i giovani orfani, senza avere una sufficiente disponibilità finanziaria76. L‟Opera Piccoli Apostoli venne sciolta, nonostante il vescovo avesse tentato di difenderla, prendendola sotto la sua protezione personale. La tipografia venne sigillata, ma i piccoli apostoli riuscirono a smontarla e a nascondere il materiale in parte a Rubbiara, in parte a Lago di Montefiorino77. L‟esempio di don Elio Monari è forse quello più drammatico, ma anche il più significativo di collaborazione dei piccoli apostoli con la Resistenza. Dopo i salvataggi degli ebrei, don Elio si recò in montagna e assunse il nome di battaglia di don Luigi, diventando cappellano della Resistenza. Scelse infatti di non appartenere a nessuna formazione politica, né di fermarsi stabilmente in una parrocchia, proprio per essere al servizio di tutte le formazioni partigiane, al di là delle loro divergenze ideologiche. Questo suo lavoro indefesso e costante in mezzo ai partigiani gli dava quell‟autorità morale, che gli consentiva di presentarsi anche ai massimi comandi partigiani per denunciare abusi ed errori e tentare di porvi riparo. Vi sono numerose testimonianze della stima che don Elio si era guadagnato anche tra i fascisti; non dimentichiamo che venne catturato proprio perché si era attardato nell‟assistenza ad un fascista ferito. Venne condotto a Pievepelago e poi a Firenze, dove venne fucilato il 23 luglio 1944, dopo essere stato detenuto e torturato dagli uomini della banda Carità78. 74 Lettera di Aroldo Luppi a don Zeno Saltini, 14 febbraio 1945, in AN. E. CACCIARI, Guardiamoci in faccia, preti matti al manicomio, in «La Gazzetta dell‟Emilia», 26 ottobre 1943. 76 Lettera del viceprefetto di Modena al capo della provincia, Modena, 31 dicembre 1943, copia in AN. 77 Percorrendo e precorrendo l’indole e l’esigenza dei tempi, cit. 78 L. PAGANELLI, Don Elio Monari, cit., pp. 61-68, 93-105, 112-122. 75 22 Molti dei giovani piccoli apostoli si unirono al battaglione di Claudio (Ermanno Gorrieri), trasformatosi poi in Brigata Italia79. Dalla seconda metà del 1944 molti di loro persero la vita. Le delazioni (probabilmente in seguito a minacce e torture) di una staffetta incaricata di tenere i collegamenti tra la pianura e la montagna, portarono all‟arresto di molte persone. Il 17 settembre 1944 vennero fucilati, nella strada del Canaletto nei pressi di Bastiglia, due componenti della squadra d‟azione di S. Giacomo Roncole: Giorgio Brandoli di 22 anni e Silvio Siena di 18 anni. L‟episodio più clamoroso fu però l‟eccidio di S. Giacomo Roncole: Enea Zanoli, Alfeo Martini, Luciano Minelli, Giuseppe Campana, Adriano e Nives Barbieri, detenuti insieme a don Tardini, don Beccari e don Silingardi, vennero portati via da Campiglio di Vignola, il 30 settembre 1944, e impiccati ai pali della luce, davanti al Casinone, dove erano ospitati numerosi bambini. I loro corpi vennero lasciati penzolare per tre giorni. Nessuno di loro faceva parte dei piccoli apostoli in senso stretto, ma tutti avevano avuto rapporti con loro e con don Zeno. Alfeo Martini, nato nel 1907, era maestro elementare a Moglia nel Mantovano. Antifascista fin da giovane, aveva collaborato all‟allestimento degli spettacoli cinematografici e aveva messo in contatto don Zeno con don Primo Mazzolari80. Promotore del CLN a Moglia, si era rifugiato a Panzano, presso don Manicardi, dove era stato catturato una prima volta, ma, grazie all‟aiuto di don Monari, era riuscito a fuggire dall‟ospedale. Disceso in pianura e vistosi scoperto, si consegnò alla Brigata nera, per evitare guai alla famiglia che lo ospitava. Enea Zanoli, nato nel 1919, impiegato e studente, aveva tentato di passare le linee, ma, non essendovi riuscito, diventò uno dei responsabili della Resistenza cattolica a Modena. Si era recato con l‟amico Luciano Minelli, anche lui studente e partigiano cattolico, diverse volte a S. Giacomo, dove aveva trovato rifugio nel momento del pericolo. Nives Barbieri, operaio, faceva parte della squadra d‟azione di S. Giacomo. Adriano Barbieri era fuggito dall‟esercito di Salò ed aveva preso contatto con la Resistenza grazie a don Silingardi. Giuseppe Campana aveva soli 16 anni. Il significato simbolico del luogo dell‟esecuzione era quindi particolarmente evidente, poiché si riteneva che don Zeno fosse stato l‟ispiratore delle loro scelte. Mamma Norina, che fu testimone oculare della vicenda, ricordava in particolare lo shock della madre di Adriano, che vide il proprio figlio impiccato e che fu allontanata con minacce: «In questo caso fui la prima a dirigermi verso quei poveretti appesi. Fatti pochi passi verso la Statale, sentii urla strazianti di una donna che tornava da Mirandola. Trovò appeso ad un palo il proprio figlio, Adriano si chiamava. Glielo avevano portato via tempo addietro e 79 P. ALBERGHI, Don Zeno ed i «Piccoli Apostoli» nella Resistenza modenese. Il contributo ideale ed umano di Don Zeno e dei Piccoli Apostoli alla Resistenza modenese, II, in «Nomadelfia è una proposta», XVII, 1984, n. 7. 80 Lettera di Alfeo Martini a don Zeno, 6 ottobre 1942, in AN: «Carissimo don Zeno [...]. Oggi mi sono recato a Bozzolo, dove ho conosciuto don Mazzolari, lo scrittore cattolico con il quale ho parlato a lungo di Lei». 23 non aveva più saputo nulla. Buttò per terra la bicicletta e corse verso il palo. Tentò di sollevare il figlio piangendo e urlando, ma vicino c‟era una guardia fascista che, fra l‟altro sembra fosse un suo vicino di casa, mandò via la donna minacciandola»81. Il tributo di vite umane dei piccoli apostoli non si arresta qui; infatti, nemmeno dieci giorni dopo la strage di S. Giacomo, altri tre giovani della Brigata Italia, Gino Giovanardi, Giorgio Campana e Paolo Sangiorgio, morirono nello scontro con una colonna tedesca a Ponte di Samone, sulla strada tra Vignola e Zocca. Paolo Sangiorgio, romano di nascita, tipografo, aveva fatto parte dell‟Opera Piccoli Apostoli fino alla primavera del 1944, quando si unì al primo battaglione cattolico per sfuggire alla leva della Repubblica sociale. I piccoli apostoli Enzo Pavan, seminarista sedicenne, ed il bellunese Elio Sommacal vennero catturati dai tedeschi il 26 gennaio 1945, dopo aver tentato, con il comunista Ermes Saltini, di penetrare nel municipio di Cavezzo per distruggere i registri di leva e quelli delle tasse. Saltini venne ucciso subito, mentre i due piccoli apostoli vennero sottoposti a torture ed impiccati agli alberi, davanti al municipio. Altri cinque giovani, Renzo Fregni, Ermete ed Enzo Benatti, Felicino Raimondi, Renzo Dotti, il 27 febbraio 1945, si recarono nel caseificio di S. Giacomo Roncole, per prelevare un certo quantitativo di burro e formaggio da distribuire ai più poveri della frazione. Il gruppo, evidentemente tradito da un delatore, venne sorpreso da un contingente tedesco ed ucciso durante la sparatoria. A tutti questi „figli‟ e amici di don Zeno vanno aggiunti i piccoli apostoli che trovarono la morte in altre circostanze: Elio Bacchelli, militare a Gorizia, morì nel campo di concentramento di Recklinghausen, in Vestfalia; Dante Costantini, comandante partigiano, fu torturato e fucilato dai tedeschi a Gorizia; il seminarista Alessio Bonfatti morì il 30 maggio 1945, per malattia contratta durante la resistenza; Fernando Casadei, piccolo apostolo, partigiano, morì il 19 maggio 1945, per le ustioni riportate nell‟incendio del garage del Casinone, a S. Giacomo, dopo il ritorno di don Zeno. Questo lungo e doloroso elenco di caduti non è certo esaustivo dei rapporti tra piccoli apostoli e Resistenza; infatti dobbiamo tener conto dell‟eroismo quotidiano dei sacerdoti e dei laici, che con piccoli gesti mettevano in pericolo la propria vita per nascondere ebrei e partigiani, come appare ad esempio dalle testimonianze di don Enzo e mamma Norina, a cui se ne potrebbero aggiungere altre. Don Enzo narrava di aver lasciato S. Giacomo su consiglio di don Valentini (arciprete di Mirandola), il quale aveva saputo dalle autorità che era ricercato, quindi poteva muoversi solo durante la notte82. Mamma Norina ricordava vari episodi drammatici: una perquisizione di fascisti che cer- 81 N. GALAVOTTI, Mamma a Nomadelfia. Autobiografia di una madre di 74 figli, Grosseto, Nomadelfia edizioni, 1998 [3ª edizione], p. 33. 82 E. BERTÈ, Eroismo e paura, in «Nomadelfia è una proposta», XXXII, 1999, n. 1, p. 5. 24 cavano don Zeno e presunti partigiani nascosti, le visite notturne di don Enzo, il riconoscimento dei cadaveri di Enzo Pavan ed Elio Sommacal, il lavaggio delle loro salme nonostante fosse proibito83. Don Zeno poté ricongiungersi ai suoi solo alla fine della guerra, il 1° maggio 1945. Dal Comitato di Liberazione Nazionale venne nominato vicesindaco di Mirandola, con l‟incarico di presiedere la commissione alloggi. Nell‟infocato clima politico del 1945, si adoperò per pacificare gli animi; infatti non erano infrequenti casi di vendette politiche. Nel 1947 i piccoli apostoli occuparono il Campo di Fossoli84. Dall‟autunno 1943 fino all‟agosto del 1944 era stato un centro di detenzione per prigionieri politici, ma soprattutto il luogo d‟internamento degli ebrei italiani, in attesa di essere inviati in Germania. Le condizioni di vita per i detenuti erano durissime: gli ebrei, in particolare, soffrivano a causa della denutrizione e del sovraffollamento. A Fossoli, inoltre, erano stati compiuti anche alcuni omicidi e la strage di Cibeno85. La decisione di don Zeno aveva quindi un alto valore simbolico: voleva trasformare un luogo di sofferenza e morte in un luogo di vita e speranza. Questo ci riconduce all‟importanza di conservare la memoria dei piccoli apostoli, che persero la vita nella lotta di Liberazione, vista come esperienza fondante nella vita di Nomadelfia. 5. La memoria Don Zeno lasciò diverse testimonianze sul drammatico periodo della guerra: le più interessanti e significative sono quelle sui figli morti. La prima fu scritta il 16 marzo 1945, non appena seppe, grazie a Cesare e Walter, i quali avevano passato il fronte e si erano recati a Roma, della morte certa di Enzo Pavan ed Elio Sommacal, a Cavezzo, e di Paolo Sangiorgio, in montagna: «Mi hanno uccisi, massacrati, come agnelli, dei figli, o mio Gesù. A tale notizia se il mio cuore non è scoppiato e la testa non si è spezzata dal dolore tu solo mi hai salvato. Li accolsi da piccini quando quel mondo che ora me li ha uccisi li trascurava e li lasciava nell‟abbandono, alla fame, alla strada , denutriti, scalzi, quasi ignudi nel freddo; sfregiati, deturpati, avviliti, mortificati nel corpo e nell‟educazione, senza una mamma, senza un caldo affetto tra questi crudeli „benpensanti‟ che per quei tesori di Dio nulla , nulla avevano da sacrificare, nulla volevano restituire dei doni che tu hai creati, cuore, intelligenza, mezzi. Beni tuoi che essi rubano a te ed ai fratelli sofferenti e umiliati. E come tuo Ministro e come Padre in te di questi gioielli che ci hanno uccisi, maledico dal più profondo del cuore e dell‟anima sacerdotali maledico quel modo infame di vivere persino la mistica, maledico l‟omissione della lotta politica che non previene queste crudeltà, maledico la man- 83 N. GALAVOTTI, Mamma a Nomadelfia, cit., pp. 30-31, 35, 36-39. Nomadelfia, un popolo nuovo, cit., p. 39. 85 L. CASALI, La deportazione dall’Italia. Fossoli di Carpi, in Spostamenti di popolazione e deportazioni in Europa 1939-1945, Bologna, Cappelli, 1987; G. MAYDA, Ebrei sotto Salò, Milano, Feltrinelli, 1978; L. PICCIOTTO FARGION, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Milano, Mursia, 1991. 84 25 canza del dovuto affetto ai fratelli. […]. Vendetta, ecco il mio proposito... vendetta nel senso di giustizia, giustizia nel senso di Bontà; Bontà nel senso di redenzione»86. Appare evidente che don Zeno scrisse queste riflessioni nell‟ora della sofferenza, senza il distacco del tempo che lenisce il dolore; prevalgono quindi l‟emozione e lo sdegno. Tuttavia mi sembra che tali sentimenti fossero profondamente sinceri; inoltre utilizzava termini come maledizione e vendetta con accezione diversa dal senso comune. La maledizione era più che altro un profondo rammarico contro la società, che non aveva saputo comprendere il messaggio evangelico, portato avanti attraverso i suoi giovani; la vendetta invocata da lui non era violenza, ma semplicemente un maggiore impegno, per convertire coloro che avevano commesso iniquità. Il 30 agosto, don Zeno tornato a casa, riunì tutti i suoi figli in occasione del suo compleanno e sentì quindi in maniera più forte il distacco da coloro che non erano più con loro. Compose anche una poesia, nella quale immaginava di instaurare un dialogo con i vivi ed i defunti. L‟immagine dei figli morti che vegliavano su di lui è sicuramente molto bella e significativa: «Compleanno festeggiato dai miei figli ritrovati Tu Fernando, Elio ed Enzo con Bacchelli mi guardate dal ritratto buoni, muti sanguinanti ci parliamo. Paolo, serio, pensieroso nel fissarmi par che dica: Siam con te d. Zeno caro Noi viviam l‟eternità». L‟importanza del ricordo dei suoi giovani, visti come esempio e guida per i sopravvissuti, emerge anche dal cambio di nome, voluto da don Zeno per don Luigi Bertè, in don Enzo, in memoria di Enzo Pavan. Nel 1951 Nomadelfia stava vivendo un periodo particolarmente drammatico: le difficoltà finanziarie si facevano più pressanti, crescevano le incomprensioni all‟interno della chiesa. Il ministro degli Interni, Mario Scelba, aveva dichiarato a Maria Giovanna Albertoni Pirelli (benefattrice dell‟Opera e presidentessa del Comitato di Milano) di non approvare Nomadelfia “né assistenzialmente, né socialmente, né politicamente” e aveva posto pesanti condizioni, per una eventuale sovvenzione governativa (gli aiuti non vennero mai elargiti) 87. Don Zeno replicò alle dichiarazioni del ministro citando i suoi figli morti combattendo per la libertà, a suo parere, calpestata dall‟onorevole democristiano: «Io non so se l‟on. Scelba abbia pensato che è finita una guerra e gli uomini hanno creato gli stati nella speranza di una libertà. Non so se l‟on. Scelba sappia che i Piccoli Apostoli nel 1943 si sono buttati in lotta per conquistare questo diritto di libertà; e che sono stati impiccati, fucilati, sette dei nostri, tra i quali anche Don Monari che era sacerdote, e dei 86 87 Z. SALTINI, Gesù buono senti, Roma 16 marzo 1945, in AN. Nomadelfia, un popolo nuovo, cit., p. 50. 26 giovani di 16 e 17 anni. Non so se l‟On. Scelba sappia che noi, durante il fascismo, siamo stati combattuti e che nessuno è riuscito a scioglierci; e che - nonostante il decreto della prefettura di Modena di scioglimento dell‟Opera Piccoli Apostoli - da quel giorno, perseguitati dopo un anno ci siamo trovati raddoppiati »88. Don Zeno, in un discorso del 1959, ricordò nuovamente l‟impiccagione di Enzo Pavan ed Elio Sommacal, aggiungendo inoltre che i due giovani implorarono invano le autorità affinché concedessero al parroco di portar loro i sacramenti89. Nel 1962, riprendendo il sacerdozio dopo nove anni di sospensione pro gratia, dichiarò di sentirsi un superstite di fronte ai giovani piccoli apostoli che avevano perso la vita: «Sul finire di questo periodo, durante la guerra, ho perduto sette giovani figli. La cosa che più mi faceva sanguinare il cuore era quella di dover sopravvivere ad essi; quel poco di consolazione umana che ancora avevo conservato nonostante le prove durissime dei primi anni di Nomadelfia, allora chiamata Opera Piccoli Apostoli, l‟ho perduto per sempre. Dopo la strage così inumana di quei figli io sono un superstite»90. Nel 1964 rammentò invece, con parole di cordoglio ed ammirazione, la morte accidentale, avvenuta dopo la fine della guerra di Fernando (ustionato durante l‟incendio del garage del Casinone), che in mezzo a sofferenze indicibili offrì la propria vita per la buona riuscita dell‟Opera Piccoli Apostoli91. Gli scritti di don Enzo Berté in memoria dei piccoli apostoli morti nella Resistenza sono meno numerosi, ma ugualmente significativi. Inviò una lettera alla madre di Sommacal, per informarla della morte del figlio a Cavezzo, nella quale, oltre alla narrazione delle vicende (il colpo di mano, non sufficientemente preparato, il tradimento di un delatore e la tragica impiccagione, affrontata con grande coraggio), esprimeva un profondo cordoglio, insieme alla cristiana certezza della resurrezione del giovane92. Il 20 agosto 1984, don Enzo ricordò la figura di Alessio Bonfatti, giovane seminarista piccolo apostolo, morto di malattia appena finita la guerra. Il parroco ne sottolineava il coraggio e la profonda dedizione verso il prossimo, ricordando due episodi: il salvataggio di un profugo dalmata, accolto a sua insaputa, e l‟offerta del giovane Alessio di fare la spola tra la pianura e la montagna al posto di lui, ammalato. Provava inoltre un senso di colpa naturale per averlo sempre spronato all‟impegno, mentre avrebbe dovuto consigliargli di riguardarsi maggiormente per le sue condizioni di salute93. 88 Sulle dichiarazioni del ministro Scelba, Congresso di Nomadelfia, 12 ottobre 1951, in AN. Meditazione di don Zeno. Esercizi spirituali ai Giovani, 21 agosto 1959, in AN. 90 Z. SALTINI, Celebro la mia seconda Prima messa, in «Orizzonti», 14 gennaio 1962. 91 Don Zeno racconta la sua vita e la storia di Nomadelfia, registrazione del 1964, pp. 3-4, in AN. 92 Lettera di Enzo Bertè alla madre di Elio Sommacal, 26 luglio 1945, in AN. 93 Dattiloscritto di E. Bertè, 20 agosto 1984, in AN: «Non lo rividi più. Quando seppi che era stato portato in pianura, esausto, incapace di riprendersi da quella spossatezza estrema che lo portò alla tomba, così giovane, ebbi un dolorosissimo fremito al pensiero: “Forse, invece di spronarlo a donarsi maggiormente, avrei dovuto consigliarlo di risparmiarsi”». 89 27 Oltre alle testimonianze dei due sacerdoti, presso l‟Archivio di Nomadelfia sono conservati altri documenti: ad esempio, una lettera dell‟8 febbraio 1946 del sindaco del comune di Cavezzo, indirizzata al sindaco ed al podestà di Belluno, nella quale, ricordando la tragica morte di Elio Sommacal, egli informò che il 26 gennaio (anniversario della morte) era stata posta una lapide a ricordo dei “nomi gloriosi” dei tre giovani martiri di Cavezzo94. Nel 1956, il comandante militare territoriale di Bolzano conferì la croce d‟oro al merito a Sommacal95. I giornali modenesi del 1945 diedero molto spazio alle vicende dei piccoli apostoli, ricordando in particolare l‟impiccagione dei giovani avvenuta a S. Giacomo Roncole. L‟«Unità democratica», quotidiano del CLN di Modena, il 30 maggio ricordò, con ampia dovizia di particolari, l‟uccisione dei giovani dell‟anno prima, mettendo in luce il loro coraggio e la fede nella libertà. Il quotidiano provinciale del CLN scrisse: «I sei ragazzi erano calmi e sereni e avevano negli occhi una luce di sfida». Parlava poi dell‟«immenso amore» che aveva guidato i loro gesti96. La «Verità», giornale comunista, in un articolo del 15 ottobre ricordò che era stata posta una lapide commemorativa97. La «Fenice», giornale indipendente, il 30 settembre, nel I anniversario, parlò di «calvario eroico, di unione fraterna di coscienze ribelli purissime ed oneste, decisa a lottare e ad affrontare pericoli e rischi mortali della guerriglia per abbattere la tirannide»98. Diede poi un profilo biografico di ogni caduto sottolineando l‟appartenenza alla Democrazia cristiana. Nonostante le minime differenze che si riscontrano in questi articoli, era evidente che nel primo anno del dopoguerra l‟appartenenza alla Resistenza era un ideale condiviso, al di là degli schieramenti politici, mentre nel 1951, probabilmente non era più così. Don Zeno affermava con modestia di non aver mai preso parte alla Resistenza, ma i numerosi discorsi fatti nel dopoguerra, in cui ricordava i figli morti, e la risposta all‟onorevole Scelba ci mostrano, al contrario, quanto egli abbia condiviso gli ideali della Resistenza, visti come base per la costruzione di una società libera, democratica e solidale, nella quale i suoi discepoli credono ancora, e non solo a parole. 94 Lettera del comune di Cavezzo al prefetto ed al sindaco di Belluno, copia in AN. Lettera del comandante militare territoriale di Bolzano, 27 luglio 1956, in AN. 96 Sei ragazzi furono impiccati a S. Giacomo Roncole, in «L‟Unità democratica», 30 maggio 1945. 97 Un cippo alla memoria dei patrioti di S. Giacomo Roncole, in «La Verità», 14 ottobre 1945. 98 I sei impiccati di S. Giacomo Roncole il 30 settembre 1944. Calvario eroico, in «La Fenice», 30 settembre 1945. 95 28 Giorgio Vecchio Don Zeno, la società italiana, la modernità 1. Il giudizio sulla civiltà umana Non è facile rintracciare, negli scritti e nei discorsi di don Zeno, puntuali valutazioni relative alle profonde trasformazioni subite dall‟Italia già nel corso degli anni Trenta e ancor dopo la II Guerra mondiale. Lo sguardo che egli getta sulla realtà è quello del prete convinto della propria missione, dell‟educatore, del padre; non è ovviamente lo sguardo del sociologo o dello storico. Ciò anche perché, problemi di competenza professionale e di vocazione a parte, don Zeno conserva intatta nel corso degli anni la sua convinzione che ogni tipo di studio e di cultura debba essere inscindibilmente legato alla vita concreta, quotidiana1. In molti casi, quindi, gli basta cogliere gli elementi essenziali di un fatto, per poterne dare un giudizio di massima senza sentire la necessità di ricercare spiegazioni più scientifiche o approfondite. Vi è poi in lui la ricerca di un‟essenzialità evangelica e di vita, che lo spinge ad adottare toni profetici, nel senso soprattutto di reintrodurre una sorta di invettiva biblica contro tutti coloro che gli appaiono come corruttori e sfruttatori. È un‟invettiva che nasce dalle viscere, di fronte al dramma dei bambini, degli abbandonati, dei poveri, dei quali la società volentieri si dimentica. Basta leggere brani del genere: «Voi vi commuovete se il cagnolino di razza che portate in automobile prende il raffreddore, e non avvertite che nei tuguri, nelle soffitte delle vostre belle città migliaia di fratelli piangono per le più aspre sofferenze; voi sperperate capitali preziosi nel lusso e nella lussuria e non avvertite i vagiti di corpicini innocenti di poveri bambini raggrinziti dal freddo; voi custodite ed educate le vostre figliole, ma troppo spesso non vi commuove la rovina di povere giovinette che voi stessi traviate; voi siete egoisti»2. Oppure: 1 Numerosi sono gli episodi che egli stesso racconta, riferiti sia alla fanciullezza sia agli studi universitari: cfr. tra l‟altro M. SGARBOSSA, Don Zeno ... e poi vinse il sogno, Roma, Città Nuova, 1999, pp. 18 e sgg. 2 Z. SALTINI, Tra le zolle, Grosseto, Tipografia di Nomadelfia 1994, p. 42 [1ª ediz. 1940]. 1 «Povera umanità, quanto ti sei resa miserabile! Sei tu che sfregi te stessa; sei tu che vomiti sul volto di quell‟innocente fanciullino il suo doloroso ed indecoroso avvenire! E mentre ti costruisci le galere, sei tu che prepari senza pietà la più gran parte dei galeotti. Quando li avrai finalmente rinchiusi vivi in quelle tombe, tu potrai, naturalmente, gozzovigliare più tranquilla!»3. La serie delle citazioni potrebbe continuare a lungo. Basti qui aggiungere che anche ne I due regni, per esempio, don Zeno invita a unirsi contro i «vigliacchi scrittori di libri e giornali lascivi e lerci»», contro gli «smidollati inventori ed autori di spettacoli intossicati da una libidine penetrante», contro i «rimbambiti propagatori della moda avente per premeditata finalità di mettere in evidenza la mollezza della carne», o ancora contro i «pidocchi che organizzano danze frivole per vivere sulla innocenza deturpandola» e così via4. Toni analoghi si riscontrano in alcune pagine del suo altro libro, La rivoluzione sociale di Gesù Cristo, pubblicato per la prima volta nel 1945. L‟invettiva di don Zeno tocca il culmine dopo lo scioglimento forzato di Nomadelfia nel 1952, specie con il testo Non siamo d’accordo, durissima denuncia del sistema di potere costruitosi attorno alla DC. Si può dire comunque che fino alla morte il prete emiliano mantenga viva questa capacità polemica di denuncia sociale. Come non pensare allora - leggendo questi brani - alla forza demolitrice di tanti passi biblici, specie in profeti come Amos, allorché egli tuona contro le donne di Samarìa: «O vacche di Bosian, che siete sul monte di Samarìa, che opprimete i deboli, schiacciate i poveri e dite ai vostri mariti: Porta qua, beviamo!»5? Don Zeno offre anzitutto una valutazione globale dell‟intera storia umana, entro cui vengono poi assorbiti i giudizi sulla società del Novecento. Quanto afferma il fondatore di Nomadelfia appare alquanto statico nel tempo: dopo una rapida maturazione in età giovanile, il suo pensiero al riguardo sembra fermarsi e cristallizzarsi, senza più possibilità di modifiche o di integrazioni. Ciò dipende anche da quanto sopra accennato e cioè dal fatto che per don Zeno è importante più il piano morale che non quello storico legato al trascorrere del tempo. Anzi, l‟intera parabola di venti secoli di storia - dalla nascita di Gesù Cristo al Novecento - viene sintetizzata e colta sotto un unico giudizio globale, che non si cura delle differenze tra le varie epoche. Spiega dunque don Zeno che «Le civiltà si giudicano - prima di tutto - dal modo con il quale trattano l‟uomo nelle 3 Z. SALTINI, Tra le zolle cit., p. 119. Z. SALTINI, I due regni, Grosseto, Tipografia di Nomadelfia 1982, p. 114 [1ª ediz. 1941]. 5 Amos, 4,1. 4 2 sue vere esigenze insopprimibili, senza deteriorarne la natura»6. Così, in una delle sue ultime opere, Dirottiamo la storia del rapporto umano (1972), don Zeno giunge a schematizzare l‟intera storia, distinguendo tra tre tipi di civiltà: quella «selvatica» sempre esistita, e quelle «umana» e «divina», mai esistite. Va notato che in tal modo egli supera d‟un balzo le idealizzazioni e le esaltazioni postume del Medioevo cristiano e del suo lascito sociale. Così, pur essendosi laureato presso l‟Università Cattolica, il prete di Carpi appare anni luce distante rispetto alla tradizione culturale che ha trovato nel Medievalismo di padre Agostino Gemelli il suo manifesto più celebre e più contestato. Una schematizzazione simile può essere ritrovata esaminando il giudizio dato da don Zeno sulla borghesia. Anche in tal caso egli non considera l‟evoluzione e i caratteri di questa specifica classe sociale, bensì usa il termine dandogli un significato morale: «Per „borghesia‟ intendo qualsiasi civiltà fondata sull‟istinto e qualsiasi uomo che la vive è borghese»7. Derivano da ciò giudizi spietati: «La borghesia è un ladro della materia che è di Dio, e ne fa un tenore di vita sottilmente negandoti sotto tutti gli aspetti, addirittura sostituendoti ad essa [...] Tu non eri borghese e per questo ti hanno poi crocifisso. Ma perché io ancora a dodici anni dovevo essere borghese fino ad essere complice del delitto sociale?»8. Viste sotto queste prospettive, anche le principali conquiste tradizionalmente attribuite alla rivoluzione borghese vengono rapidamente svalutate e smascherate dal battagliero prete emiliano: «„Libertà di commerci‟! Significa nella vita pratica speculazione sul frutto delle fatiche altrui, ed i poveri guardano le merci mentre altri se le comprano e se le godono. „Libertà di lavoro‟ dove? Dove altri rubano gran parte dei frutti del lavoro. „Libertà di Religione‟ di fatto i ricchi non hanno Religione che in ben pochi, perché vivono praticamente da egoisti; e gli altri non hanno Religione perché sono esasperati nella oberazione da parte dei primi. „Libertà politica‟ le masse anziché marciare al potere autonome e consapevoli, sono trascinate da condottieri quasi sempre di idee e programmi diversi da quelli che propongono e per cui si muovono, donde l‟incoerenza tra quello che intendono le masse e quello che risulta come apporto alle camere, donde una legge mai sarà promulgata che sia quella voluta dal popolo»9. 6 Z. SALTINI, Dirottiamo la storia del rapporto umano, Grosseto, Tipografia di Nomadelfia 1998, p. 19 [1ª ediz. 1972]. 7 Z. SALTINI, A tu per tu con il Salvatore [1970-1971], cap. XII, in AN, SZ. 8 Z. SALTINI, A tu per tu, cit., cap. II. 9 Z. SALTINI, Gesù buono senti, 24 agosto 1945, libro VII, cap. VIII, in AN, SZ. 3 Va notato ancora il radicale pessimismo che pervade il pensiero di don Zeno, che in Tra le zolle denuncia la diffusione nella società occidentale «di false idee, di incontrollabili passioni, di sensualità sfacciate, di avarizie e di prodigalità, di egoismi multiformi, di irregolarità, di religiosità alterate, di superstizioni, di ignoranza e di goffaggini ideologiche, di sistemi abbaglianti ma vuoti»10. Una minima differenza viene riscontrata tra le epoche precedenti e quella del Novecento, ma è una differenza che gioca a sfavore del presente: «La civiltà moderna si risolve in due concetti: asseconda in tutto la carne, ne piange le conseguenze ed organizza le grandi opere di assistenza alle vittime. La civiltà moderna si è resa un mostruoso esercito che passa sull‟innocenza come un Attila, solo differisce per il fatto che ha al suo seguito, in coda, le ambulanze per raccogliere i frantumi di ciò che era e non sarà più purezza: orfanotrofi, ospedali, carceri, case di cura, sanatori, ecc. [...] Stando nascosta getti nel turbine folle la bella e fiorita fanciulla, poi ti fai avanti sotto falsa bandiera di filantropo o di giudice a raccoglierne delicatamente uno straccio»11. Questi giudizi sono presenti - come si è detto - nel primo libro di Don Zeno, Tra le zolle, che è pubblicato nel 1940. Cinque anni dopo, ne La rivoluzione sociale di Gesù Cristo, egli ritorna più volte sul tema della dignità umana calpestata dall‟egoismo e dal portafoglio e indica la presenza del «dito del diavolo» nella concezione corrente della proprietà privata. Il suo giudizio critico investe tuttavia anche i poveri e gli operai, mettendo in luce così una radicale distinzione rispetto alla dottrina comunista: lungi dall‟affidargli la capacità di attuare una rivoluzione sociale e morale, don Zeno rimprovera al povero (e lo farà spesso anche in futuro) di essere pronto a comportarsi esattamente come il ricco, una volta avutane la possibilità materiale. Divenuto ormai anziano, il prete di Nomadelfia non dismette l‟abito polemico: per esempio, in Dirottiamo la storia del rapporto umano (1972), la società è vista come «un‟arena universale di gladiatori e spettatori; tutti gladiatori, tutti spettatori; i quali applaudono al benessere che umilia e uccide le vittime che soccombono in una terra impregnata di lacrime, di sangue di deboli calpestati dal tallone dello spietato potere economico»12. 10 Z. SALTINI, Tra le zolle, cit., p. 74. Z. SALTINI, Tra le zolle, cit., p. 46. 12 Z. SALTINI, Dirottiamo la storia, cit., p. 48. 11 4 2. Il giudizio sulla civiltà contemporanea Il giudizio specifico di don Zeno sul secolo XX va dunque letto tenendo conto di questo orizzonte più ampio. Non mancano, qua e là, tentativi di reinterpretare la storia in termini provvidenzialistici, seguendo la convinzione che «ogni secolo ha una spiccata missione per volontà di Dio: il secolo ventesimo ha la missione di combattere e superare la miseria delle masse popolari»13. O anche, come aveva già scritto nel 1945, «il secolo XX ha questa precisa missione: stroncare definitivamente la storia della schiavitù e dello sfruttamento»14. Il panorama complessivo resta comunque deludente e negativo: dopo la delusione della Rivoluzione Francese («uno sforzo di speranze che preludevano tempi più giusti»), si è avuta quella del marxismo («Il marxismo portò il mondo nella vittoria della Russia la quale rialzava il capo nella speranza che finalmente si sarebbe entrati in una Nuova Civiltà, la civiltà della fratellanza fondata sulla giustizia sociale. Anche questa oramai delude») e del maoismo. Né vale la pena di parlare dei paesi socialisti europei, del mondo occidentale e dello stesso Terzo mondo («non hanno nulla da dire di buono. Sbandierano una libertà che è licenziosità a sfondo della ingiustizia e della corruzione»)15. Da questi cenni si capisce subito che non vi è differenza, per don Zeno, tra i due blocchi sociali e politici che dal 1945 si contrappongono nel mondo: già nel 1951, nel pieno della guerra fredda, della guerra in Corea e degli appelli a serrare le file contro le „quinte colonne‟ comuniste, don Zeno e i nomadelfi se ne vanno per conto proprio, seguendo una inesorabile linea critica: «Crediamo all‟Oriente politico? Non lo merita. Crediamo all‟Occidente politico? Non lo merita. La famigerata cortina di ferro non esiste perché come risultante abbiamo la menzogna in comune: al di qua e al di là si parla una lingua diversa, ma si dicono le stesse cose: oppressione ed abuso della personalità umana»16. 13 Z. SALTINI, I due regni, cit., p. 13. Z. SALTINI, La rivoluzione sociale di Gesù Cristo, San Giacomo Roncole, Tipografia dell‟Opera Piccoli Apostoli, 1946², p. 140. 15 Z. SALTINI, A tu per tu con il Salvatore, cap. LXXX, in AN, SZ. 16 IL POPOLO DI NOMADELFIA [Z. SALTINI], Dopo venti secoli, Nomadelfia, Tipografia S. Giovanni, 1951, p. 22. 14 5 In altri testi don Zeno parla di «casta, che in occidente ha un volto e in oriente un altro»17; sono, ripete, «due blocchi strapotenti, giganteschi, invero mostruosi e imperialisti fino alla pazzia tutti e due, se non si accetta di arruolarsi negli eserciti e nelle organizzazioni belliche, economiche, industriali... ti impiccano di qua e di là»18. Il giudizio di don Zeno sul comunismo è così senza appello e davvero bisognava essere accecati dalle contrapposizioni della guerra fredda negli anni Cinquanta per non rendersene pienamente conto. L‟anticomunismo di don Zeno è infatti forte e indubbio e nessuna concessione viene da lui fatta sul piano dell‟ideologia e su quello della prassi. Lui stesso registra come «paradossale e crudele» la distorsione creatasi in seguito alle accuse di filocomunismo, considerato che tutto il suo apostolato sociale è volto «a penetrare le masse e svellerle dall‟incanto marxista»19. Del resto la proposta di collaborazione fatta da don Zeno a Dossetti, proprio pochi giorni dopo il trionfo del 18 aprile 1948, ha tra i suoi fini quello di «strappare le masse emiliane al comunismo»20. Già nel marzo 1945 don Zeno non esita a riferirsi al comunismo nei termini seguenti: «Quel manifesto comunista, pietista, che ho visto questa mattina, mi fa bollire il sangue nelle vene. Da che razza di pulpito viene la predica! È semplicemente orribile, o mio Signore, vedere che noi, noi sacerdoti abbiamo trascurato i diritti delle masse le quali ora sentono quel verbo come una nuova luce, mentre pare proprio sia un nuovo fascismo che nasce egualmente crudele ed oppressore, e perché?»21. Con gli anni nulla cambia: «Il comunismo è l‟ultima trovata di Satana»22, è «il mostro che fa piangere al mondo il grido del dolore reale nella passione della vendetta», la cui unica finalità positiva è quella di dimostrare che i fratelli che non sono amati dai fratelli non comprendono neppure più la voce della Chiesa e sono preda di un nemico che predica un falso Vangelo23. Il comunismo «precipita nell‟animalità»24. Anche se viene citato dai suoi biografi in termini negativi, ha dunque ragione - dal suo punto di vista - chi sul giornale comunista «L‟Emilia» scrive che dietro gli appelli di don Zeno 17 Z. SALTINI, Sete di giustizia, Grosseto, Tipografia di Nomadelfia, 1991, p. 40 [1ª ediz. 1956]. Z. SALTINI, Dirottiamo la storia, cit., p. 61. 19 Lettera a mons. Vigilio Federico Dalla Zuanna, 18 agosto 1945, in Lettere, I, p. 119. 20 Lettera a Giuseppe Dossetti, 7 maggio 1948, in Lettere, I, p. 134. 21 Z. SALTINI, Gesù buono senti, libro VI, cap. IX. In data 25 marzo 1945. 22 I segni della volontà di Dio [1950], in «Don Zeno racconta la sua vita e la storia di Nomadelfia», n. 102, pp. 4 e sgg. 23 Lettera a Pio XII, Epifania 1947, in Lettere, I, p. 126. 18 6 alla giustizia sociale stanno «i più triti e ortodossi cardini della dottrina sociale cattolica: paternalismo, disprezzo per la donna, gerarchia rigidissima, ubbidienza al papa»25. Entro la Chiesa, il problema è però dato dal fatto che l‟anticomunismo del prete carpigiano è speculare rispetto all‟anticapitalismo e, soprattutto, non fa concessioni. Non è cioè un anticomunismo volto alla conservazione dell‟ordine sociale esistente: come dice con chiarezza don Zeno in una sua lettera a mons. Ottaviani, la politica avvinghia la Chiesa e «sotto il pretesto di fare dell‟anticomunismo, nemico virulento numero uno del cattolicesimo, fa spudoratamente della ingiustizia liberale, borghese e materialistica»26. Vanno notati al riguardo i toni neoguelfi che don Zeno adotta per delineare la sua prospettiva di lotta al comunismo: «Dall‟Italia deve partire la controrivoluzione al comunismo [...] Il popolo italiano deve salvare il mondo dal marxismo e dal materialismo di tutte le esistenti correnti politiche [...] Il popolo italiano non è ancora marxista, né liberale, nell‟animo: è cattolico e deve aprire la strada per commuovere tutto il mondo con un eloquente esempio di osservanza delle leggi naturali date da Dio»27. Ma già nel 1948 don Zeno dice a Pio XII che «solo» l‟Italia può salvare il mondo «dagli errori invadenti, quindi dalle stragi conseguenti». Si ripete sull‟Italia un cliché tradizionale: «Quando l‟Italia fa la guerriera o vuole diventare gigante in qualsiasi impresa materialistica e speculativa diventa ridicola. Essa ospita il Cuore della Chiesa e deve palpitare per il miracolo con quel cuore»28. Con queste idee don Zeno è pienamente in linea con l‟orientamento più diffuso tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta tra i cattolici italiani. Come ha di recente ricordato Guido Formigoni, il «guelfismo nazionalistico» conduce in quegli anni a pensare all‟Italia come ad una alternativa complessiva tra i due blocchi. Padre Riccardo Lombardi mette molta enfasi sulla «missione» che spettava all‟Italia, mentre l‟Azione cattolica di Luigi Gedda esalta il «primato spirituale» del nostro paese nel mondo. Illusioni e integralismi di vecchia data si mescolano alle illusioni sull‟Italia «naturalmente» cattolica, rafforzata dal voto del 18 aprile 194829. 24 Lettera a mons. Mario Crovini, in Lettere, I, p. 226. Citato da M. SGARBOSSA, Don Zeno, cit., p. 198. 26 Lettera a mons. Alfredo Ottaviani, 4 agosto 1952, in Lettere, I, p. 296. 27 Lettera a mons. Montini, 24 giugno 1951, in Lettere, I, pp. 211-216 28 Lettera a Furio Cicogna, 10 marzo 1964, in Lettere, II, p. 240. 29 G. FORMIGONI, L’Italia dei cattolici. Fede e nazione dal Risorgimento alla Repubblica, Bologna, il Mulino, 1998, pp. 143 e sgg. 25 7 Questa chiave di lettura della storia passata e presente è resa evidente anche dalla spiegazione che don Zeno dà di tutti i mali sociali attribuibili all‟atteggiamento „borghese‟. Infatti la causa fondamentale dei guasti e delle ingiustizia è rintracciata nel materialismo, che porta a seguire solo l‟istinto, e nel soggettivismo morale, che induce a staccarsi dalla legge naturale voluta da Dio30. La via d‟uscita viene ovviamente individuata nel ripristino integrale del rispetto di quella legge naturale che i cattolici hanno eretto a fondamento di ogni vivere sociale. Il problema sociale - dice don Zeno - si risolve «impostandone subito le basi infallibili ed immutabili che sono scritte in rerum natura, mirando ad orientare qualsiasi istituzione pubblica e privata su quelle realtà»31. Lo schematismo e le forzature semplificatrici sono inevitabili: «La legge sociale è scritta nella natura delle cose e della vita umana; la politica è un atto intelligente che la deve applicare e rendere realizzabile. Una volta messo a nudo la legge sociale, e una volta ottenuta un‟attività politica diretta a realizzare quella legge, avremo la libertà, perché avremo creato l‟ambiente naturale nel quale chi vorrà essere libero sarà protetto e difeso dalla legge e dalla forza pubblica»32. Sono temi più volte ripetuti, anche in Dopo venti secoli: esiste per tutti una legge fondamentale, «scritta e scolpita „nella natura delle cose‟, che la ragione può vedere limpidamente»33. Tradizionalmente cattolica è anche la valutazione che don Zeno dà delle principali ideologie politiche del suo tempo, negando ogni pur parziale validità ai grandi nemici della Chiesa, dal liberalismo al comunismo: «il liberalismo, il laicismo, il marxismo, che sono tre errori contro la fede, hanno commesso il delitto di scristianizzare il popolo scardinandone i presupposti morali: hanno scelto per „padre il demonio‟»34. Così, afferma, malgrado le speranze presenti nei rivoluzionari francesi del 1789, la vicenda umana è diventata «una bolgia infernale», nella quale il carattere prevalente è dato dalle guerre e dallo scorrere di sangue innocente35. L‟impalcatura che regge questo pensiero è facilmente ricostruibile: forte e evidente è l‟influsso di Pio XI e di Pio XII, i cui interventi sulla «civiltà cristiana», del resto, don Zeno citerà con frequenza. Tutto si lega con 30 Cfr. ad esempio Z. SALTINI, A tu per tu, cit., cap. XXV Z. SALTINI, Sete di giustizia, cit, p. 25. 32 Z. SALTINI, Sete di giustizia, cit., p. 50. 33 IL POPOLO DI NOMADELFIA [Z. SALTINI], Dopo venti secoli, cit., p. 8. 34 Z. SALTINI, L’uomo è diverso, Grosseto, Tipografia di Nomadelfia, 1989, p. 63 [1ª ediz. 1956]. 35 Z. SALTINI, Dirottiamo la storia, cit., p. 31. 31 8 le sue idee di rivoluzione sociale e cristiana, avversa sia alla società borghese esistente sia al progetto comunista. Come ribadisce don Zeno in una sua lettera, «Pio XII voleva un movimento travolgente che svuotasse del suo contenuto il marxismo di ogni sfumatura, e spazzasse via la malefica e diabolica potenza del liberalismo ateo e capitalista»36. È poi evidente la traccia lasciata dall‟intransigentismo sociale di fine Ottocento, quello più duro e coerente nella lotta allo Stato liberale, che ha trovato il suo campione in don Davide Albertario. Conta poi sicuramente anche un certo influsso dell‟ambiente emiliano, soprattutto a causa del continuo confronto-scontro con il socialismo prima, con il comunismo poi: «Delle idealità anarchiche e di quelle socialiste, dello stesso radicalismo cattolico, don Zeno ha assunto, peraltro, gli imperativi eversivi professando l‟indifferenza più incondizionata per le costruzioni ideologiche delle prime, di cui non ha mai approfondito i presupposti dottrinali, ignorando il faticoso aggiornamento del pensiero politico cattolico, con il quale non cercherà mai la sintonia»37. Si può azzardare infatti che è più anarchico che cattolico il proposito del giovane Zeno Saltini di non essere mai né servo né padrone. Vi è pure da chiedersi - senza ovviamente poter dare una risposta - quanto abbia pesato l‟influenza del commilitone anarchico, quello con cui le discussioni nella camerata della caserma di Firenze sono state più frequenti e seguite e la cui superiorità culturale e dialettica su Zeno è stata tale da provocare nel giovane emiliano una radicale e salutare crisi di coscienza. Tutto questo complesso di valutazioni e di giudizi accentua il radicalismo di don Zeno e lo rende realmente vicino alla generazione dei suoi padri, quella volta a costruire una sorta di „contromondo‟ - socialista o cattolico - radicalmente diverso e contrapposto rispetto alla società e allo Stato liberali e borghesi. Le tonalità sono di nuove quelle di un certo intransigentismo di fine Ottocento, pugnace e battagliero e - soprattutto - ostile a ogni confluenza entro gli assetti sociali esistenti in nome della lotta antisocialista. Il fatto che siano ampiamente mutate le condizioni politiche e che l‟Italia del dopo 18 aprile 1948 sia tanto diversa dall‟Italia liberale e sabauda, non condiziona più di tanto don Zeno. Il suo sguardo va più lontano e osserva la crescente perdita di efficacia della predicazione della Chiesa di fronte alla avanzante secolarizzazione. La DC viene vista come gerente corresponsabile di uno stato di cose inaccettabile: 36 37 Lettera a mons. Mario Crovini, 19 ottobre 1958, in Lettere, II, pp. 180-181. A. SALTINI, Don Zeno. Il sovversivo di Dio, Bologna, Calderini, 1990, p. 42. 9 «La Chiesa perde sempre più terreno in quanto entra sempre meno nelle istituzioni pubbliche, tant‟è vero che è vero che in Italia per esempio abbiamo democristiani, ma è anche vero che non è mica uno Stato cattolico lo Stato italiano. I democristiani vanno ad amministrare uno Stato laico, uno Stato ateo. Mentre diverse repubbliche cominciano nel nome di Dio, la repubblica italiana nella nuova Costituzione non comincia mica nel nome di Dio, l‟hanno escluso. Puramente umanitaria dicono, cioè senza Dio, laica. Quindi i democristiani, in gran parte, fanno servizio al materialismo senza accorgersi. Però difendono istituzioni cattoliche, difendono le relazioni tra la Chiesa e lo Stato, ma per sé la tonalità è atea»38. Ma, se lo stato della società è quello descritto, è evidente per don Zeno che i cristiani debbono evitare ogni compromesso con un sistema del genere, nonché accantonare ogni ragionamento sul „minor male‟ e ogni complicità con una società che è lapidariamente descritta come «una società a delinquere»39, la cui «tonalità morale è la menzogna»40. Come scrive nel 1944 a Pio XII, «ogni compromesso con la mondanità che intossica a morte tutta la Chiesa Militante oggi è destinato ad aggiungere lacrime alle lacrime dello stesso Salvatore nostro nella schiavitù dei figli»41. Il rifiuto è quindi netto e giustifica la separazione netta: «Sotto questi Stati non è possibile educare all‟amore vero i figli, non è possibile richiamare i giovani ad una vita saggia, sapiente, pura, alla dedizione di Dio e alle sue leggi, perché tutto attorno è intossicazione deformante, è carne, è egoismo, è sfacciato abuso sulle ricchezze, è schifezza di stampa, è falsità di promesse, è caos di parole grosse, che non dicono niente, ma che illudono ed esaltano gli uomini in buona fede»42. Il concetto è ripreso con chiarezza anche in Dirottiamo la storia del rapporto umano: non è accettabile per la gente santa continuare a vivere sotto uno Stato che lascia fare «ai corruttori del rapporto sessuale, l‟insegnamento agnostico di troppe scuole, il dilagare e il mettere in atto pubblicamente dottrine false». Di fronte a ciò si ha il diritto «umano e divino» di vivere in modo diverso, non tanto per isolarsi, quanto per dare un «esempio giusto e imitabile»43. Insomma, sentenzia don Zeno: 38 Discorso del 10 luglio 1959. Tutti i discorsi e gli scritti da qui in poi citati senza ulteriori indicazioni sono custoditi presso AN. Per i discorsi esiste la registrazione su nastro e, in molti casi, la trascrizione. 39 Z. SALTINI, Sete di giustizia, cit, p. 73. 40 Z. SALTINI, L’uomo è diverso, cit., 61. 41 Lettera a Pio XII, 10 dicembre 1944, in Lettere, I, p. 110. 42 Z. SALTINI, Sete di giustizia, cit, p. 72. 43 Z. SALTINI, Dirottiamo la storia, cit., pp. 112-113. 10 «Non credo io alla civiltà contemporanea, la combatto. La condanno altro che storie, è una borghesia schifosa che sta distruggendo tutto il mondo. [...] Volete voi rendervi complici di questo delitto sociale? Di questo delitto che sta per cadere tutto il mondo alla rovina, alla deriva? Credete voi al marxismo? Siete degli imbecilli. Credete al liberalismo? Siete degli imbecilli. Il mondo ha bisogno di ben altro, altro che storie. Del materialismo crudele? Un gregge circondato da una siepe di carri armati e di qua un gregge circondato da sfruttatori. Ecco, questa è la civiltà contemporanea»44. L‟anatema sulla civiltà contemporanea si carica nel tempo di una sorta di senso di accerchiamento di cui rimangono vittime i pochi cristiani coerenti e non „borghesi‟. Essi hanno il diritto di difendersi e di creare spazi alternativi: «Allora dov‟è la mia fede? Cosa posso fare? Cosa faccio sulla terra? Vittima da tutte le parti. Non posso andare al cinematografo, andare in teatro, non posso andare al cinema, non posso in un bar. I miei figli non sanno dove andare perché questi me li scandalizzano, me li rovinano. Se vado a lavorare mi sfruttano, se vado a comperare mi imbrogliano. Ma perché noi dobbiamo vivere quella civiltà lì? Ma chi ce lo fa fare? Chi c‟è lì che ce lo impone? Chi? Chi può impormi di vivere in mezzo ad una casa di prostituzione? Ma nessuno può impormelo. Chi mi può imporre di vivere una civiltà nella quale non posso girare per le strade e dappertutto c‟è dello scandalo?»45. Ne deriva anche l‟impossibilità di accogliere la scuola pubblica esistente in Italia: «Per ciò che riguarda i giovani, i minorenni, devono seguire il costume educativo di Nomadelfia perché essa rifiuta l‟educazione contemporanea, in via assoluta, non l‟accetta. Non accetta la scuola di Stato perché è atea o peggio ancora, è afona, inodora, insapora, è agnostica, cioè che non si sa cosa voglia dire. Non dà una educazione, non dà un‟idea, è un misto, caos»46. Si ritrovano qui, dunque, le premesse e le giustificazioni storiche e teoriche per la nascita e il consolidamento del „popolo di Nomadelfia‟. 3. Il rapporto con la modernità 44 Discorso del 2 agosto 1971 tenuto ad Albenga a ai partecipanti alla Propaganda di Nomadelfia, trascritto con il titolo: Ogni civiltà ha un proprio costume e Nomadelfia ha il suo. 45 Discorso del 13 settembre 1962, durante gli esercizi spirituali tenuti a Chiusi della Verna (È assurda la convivenza sociale e politica con i non cattolici). 46 Discorso a Albenga del 4 agosto 1971 ai partecipanti alla Propaganda di Nomadelfia (Rifiutare il costume della civiltà neopagana). 11 Questo complesso di giudizi - nonché il reiterato riferimento all‟intransigentismo cattolico ottocentesco - non deve far credere a un don Zeno esaltatore dei tempi andati, pronto a rinunciare ad ogni manifestazione di modernità e di progresso. È vero, anzi, il contrario. Anche in tal caso regge il paragone con la generazione precedente, ben capace di impiegare tutte le armi disponibili, a cominciare dalla stampa, nella guerra al „Satana‟ liberale. La biografia e i ricordi di don Zeno sono pieni di riferimenti ad uno stile scanzonato, anticonformista, aperto al gioco, alla musica, al divertimento. È lo stile tipico degli oratori e dell‟associazionismo confessionale del suo tempo: spettacoli, teatro e burattini, biblioteca popolare educativa, giornalini, gite, escursioni e sport. In questo quadro il rapporto con i più aggiornati strumenti posti a disposizione dallo sviluppo scientifico e tecnologico è immediato, sfruttando anche la situazione di benessere della famiglia Saltini: fin da giovane possiede una macchina fotografica, corre per la campagna con una motocicletta Norton - che usa sia per sfidare i coetanei sia poi per i suoi giri di apostolato -, si dedica alla bicicletta da corsa (una Dei leggera, con i cerchi in legno), con cui compie prodezze e che gli serve pure come fragile scusa per allontanare da sé la vocazione al sacerdozio (come avrebbe potuto, da prete, cavalcare ancora una tale bici, impacciato dalla lunga sottana?)47. Si sa del resto che il giovane Zeno fa anche parte di società sportive, fino ad accettare persino la presidenza del neonato Pedale Carpigiano. Da giovane sogna di fare il pilota d‟aviazione o l‟acrobata in modo da volare sulla casa della donna amata e poi fare il viaggio di nozze in aereo48. Robusto è in seguito anche il rapporto tra Zeno ormai prete e l‟automobile. Una Balilla sarà la sua prima auto, seguita da un folto stuolo di altre, regalate da ammiratori o acquistate a prezzi convenienti, ma tutte di grossa cilindrata: una Lancia Lambda che resisterà a diversi tentativi di sequestri, una Packard, una Studebaker, delle Alfa Romeo e delle Mercedes. L‟amore per la velocità non verrà mai meno in don Zeno, qualunque sia il mezzo. Secondo il suo nipote e biografo Antonio Saltini, nel carattere di Don Zeno stanno due attitudini costanti: «la passione per le novità della tecnica, sempre pronta ad accendersi per una nuova macchina da scrivere, un‟automobile più potente o una rotativa più rapida, e la sensibilità per gli umori della folla, la dote che accomuna l‟attore e il tri- 47 Ora in «Don Zeno racconta la sua vita e la storia di Nomadelfia», n. 22, pp. 17-18. Cfr. Un’intervista, una vita, p. 56. 48 Z. SALTINI, I due regni, cit., p. 23. 12 buno»49. Questa passione per la tecnica viene però ricondotta ai bisogni dell‟ora, al mantenimento dei piccoli apostoli e dei nomadelfi oppure alle esigenze dell‟apostolato. Non sembra esserci invece un‟educazione alla tecnica, per esempio l‟attenzione alla formazione professionale e quindi alla vita autonoma dei giovani al di fuori di Nomadelfia. Annota il suo biografo critico che don Zeno si propone di modellare un uomo «poliedrico e polivalente», senza fargli assumere una eccessiva specializzazione tecnica, che rischierebbe di farlo ricadere nel sistema di lavoro della società capitalistica50. In effetti don Zeno tenta di rompere il rapporto stretto esistente tra società capitalistica e progresso tecnico-scientifico. Il suo amore per le novità non lo porta certo a rinnegare i giudizi taglienti espressi sulla società moderna, tanto che fin dal suo primo libro egli sentenzia: «Il vostro progresso è un‟illusione; anzi una specie di vipera che esce dal letargo per avvelenare ancora più celermente lo spirito della creatura umana»51. D‟altra parte il progresso è un bene e una ricchezza. Nel numero de «L‟apostolo», il suo giornalino di S. Giacomo Roncole, del 10 settembre 1933 egli precisa che si sta adattando la vita parrocchiale alle nuove esigenze del progresso: «Pretendere che la gente vada a piedi quando già nascono i bambini che sanno andare in bicicletta; pretendere che tutti vadano a letto alle ore 20 poco dopo le galline, quando in mezz‟ora al massimo di bicicletta possono persino i figli dei contadini portarsi nei gran centri dove la luce elettrica illumina a giorno; pretendere che la gioventù non si diverta quando Iddio ha dato all‟uomo la chiave della radio, del cinema parlante; pretendere che una popolazione viva ignara di sì grandi cose, a mio modestissimo avviso è piccolezza ridicolissima. Ma ancora più ridicolo e strano sarebbe il pretendere che un sacerdote debba essere indifferente a tutte queste novità e se ne debba stare appartato». Don Zeno nega tuttavia di voler essere un „prete moderno‟, nel senso di inseguire la moda e spiega con orgoglio di compiere tutti gli stessi gesti dei suoi confratelli più tradizionalisti: solo, precisa, insiste nel ricondurre a Dio ogni gesto della vita quotidiana52. Analogamente, in una lettera del 1935 ad un non identificato ingegnere, Don Zeno parla di un «piano» che va preparando da anni, quello cioè di «vivificare ogni cosa che abbia un riflesso nella vita pubblica e ciò attraverso la stampa, la parola, gli spettaco- 49 A. SALTINI, Don Zeno il sovversivo, cit. p. 27. A. SALTINI, Don Zeno il sovversivo, cit., pp. 56-58 e 154. Questo punto costituirebbe a suo dire una delle ragioni del distacco di don Ivo Silingardi da Don Zeno. 51 Z. SALTINI, Tra le zolle, cit. p. 42. 52 In «Don Zeno racconta la sua vita e la storia di Nomadelfia», n. 34, pp. 6-8. 50 13 li»53. A Carolina Sartoretti Taparelli scrive nel 1937 che «bisogna sanare la città ad ogni costo» e che «Cristo deve ritornare nelle folle dovunque esse siano: in Chiesa, in teatro, sulla strada, nella famiglia, nei caffè, dappertutto. Stampa, radio, cinematografo saranno le armi, i mezzi più potenti per cantare nelle nuove lingue la gloria, la bontà, il pensiero di Cristo Gesù»54. Gli stessi concetti vengono più volte ripetuti in seguito da don Zeno, per esempio nel 1944 ad un esperto quale don Alberione, il fondatore della Pia Società S. Paolo: «La guerra è la seguente: Salvare a tutti i costi la civiltà cristiana santificando, elevando, nutrendo la vita moderna nel più avanzato progresso a maggior gloria di Dio». Don Zeno ipotizza che i colpi mortali al nemico vengano portati da «il fronte della stampa, il fronte della cinematografia, il fronte della televisione, della meccanica, della sociologia, della carità, dell‟istruzione religiosa, ecc.»55. Ha già spiegato nel 1939: «Cristiani moderni, è perfettamente inutile che vogliate fare quello che faceva il tale o il tale altro santo di secoli scorsi. Imitatene lo spirito ma vivete il vostro secolo. L‟indole del secolo XX non è l‟indole del secolo XIX. Cristianizziamo l‟indole del nostro secolo ed il grave problema è risolto. Si balla. Che fare? Si cristianizzi la danza. Si fanno pellicole cinematografiche. Che fare? Si cristianizzino artisti e pellicole. Si canta. Che fare? Si cristianizzino le canzoni. Si stampano fesserie o errori. Che fare? Si cristianizzino scrittori e pubblicazioni. C‟è la radio. Che fare? Si cristianizzino le trasmissioni. C‟è la televisione. Che fare? Si cristianizzi la sorgente»56. Gli stessi concetti sono ripresi ne I due regni, che Don Zeno scrive nel 1940 e pubblica a S. Giacomo Roncole l‟anno dopo: «Un delitto del nostro secolo è appunto il pessimo uso del progresso» afferma; ciò lo spinge a denunciare la passività dei cristiani, perché: «Per colpa di quei non pochi pusilli che hanno brontolato, inetti, contro il progresso, invece di utilizzarlo con l‟esempio a beneficio delle anime; i quali, poi, quando si imbattono ad assistere alle stragi dovute al pazzoide uso del progresso esclamano: “Iddio ha permesso così, sia fatta la sua volontà”»57. Vi è dunque in don Zeno l‟acuta consapevolezza non solo dell‟irreversibilità dei mutamenti tecnologici e sociali in atto, ma anche delle enormi potenzialità ancora inespresse, ma destinate a realizzarsi quanto prima: «La radio, la stampa, la cinematografia, 53 Lettera del 21 ottobre 1935, ora in Lettere, I, pp. 37-39. Lettera del 30 giugno 1937, in «Don Zeno racconta la sua vita e la storia di Nomadelfia», n. 44, pp. 13-15. 55 Lettera a don Giacomo Alberione, 3 settembre 1944, in Lettere, I, p. 108. 56 Z. SALTINI, Dopo sette anni dalla fondazione dell’Opera P.A., 22 gennaio 1939, ora in «Don Zeno racconta la sua vita e la storia di Nomadelfia», n. 49, p. 7. 54 14 la celerità dei mezzi, tutto dice che presto la verità avrà le ali e volerà veloce a tutti gli spiriti per confonderli e per illuminarli sulle loro malefatte, poi la ricostruzione»58. O ancora: «Io non voglio mortificarti oltre, o mio caro Salvatore, ma, credi, bisogna discendere nelle piazze, nelle contrade, sulle macchine, sugli aeroplani, nelle cabine cinematografiche, nelle macchine da presa, nelle radio, nella televisione, nella politica, nella gioventù, nel focolare domestico a spada sguainata e ben affilata»59. Don Zeno si colloca dunque nella scia di una molteplicità di figure cattoliche, tutte volte a utilizzare a fondo ogni nuova risorsa offerta dal progresso. Resta ovviamente - per tutti - un cruciale interrogativo sullo sfondo: in quale misura questo atteggiamento contribuisce all‟accelerazione delle trasformazioni stesse e, alla lunga, alla creazione di effetti controproducenti? L‟esempio del cinema e della televisione è, al riguardo, classico, nel senso che ci si concentra esclusivamente nell‟analisi della moralità e dell‟accettabilità politica dei contenuti trasmessi, prescindendo però da un esame delle logiche insite nei nuovi mezzi60. 4. Il cinema e la televisione Tra i nuovi mezzi offerti dal progresso, lo strumento principe nel progetto pastorale e educativo di don Zeno è sicuramente il cinema. Lui stesso ricorda più volte questa sua passione, che si lega a quella per la radio. Con l‟Opera Realina e in particolare con il Circolo S. Luigi, nel 1926-27 Zeno (non ancora prete) mette in piedi un impianto per le audizioni radiofoniche; l‟Unione Studenti acquista invece un proiettore cinematografico61. Ordinato poi prete, nel corso delle sue prime missioni a Fossoli egli utilizza una macchina cinematografica passo sedici, muta, con cui proietta filmetti di carattere reli- 57 Z. SALTINI, I due regni, cit., p. 52. Lettera a Beatrice Matano, 14 marzo 1940, in Lettere, I, p. 51. 59 Z. SALTINI, Gesù buono senti, libro II, cap. XII (17 ottobre 1944). 60 Cenni sul tema in G. VECCHIO - D. SARESELLA - P. TRIONFINI, Storia dell’Italia contemporanea. Dalla crisi del fascismo alla crisi della repubblica (1939-1998), a cura di G. Vecchio, Bologna, Monduzzi, 1999, pp. 345-348. 61 Cronaca dell’Opera Realina, in «Cuor di giovani», 1927, gennaio, ora in «Don Zeno racconta la sua vita e la storia di Nomadelfia», n. 14, p. 3. 58 15 gioso62. A S. Giacomo di Roncole compra subito una radio: «Si cominciò in una sala della canonica. Comperammo una radio Marelli... quel mobilino. Allora, la radio chi l‟aveva? E così venivano tutti per sentirla»63. Alla fine del 1931 un amico gli dà una macchina Pathé Baby, con una pellicola su Michele Strogoff. Inizia così la singolare azione pastorale di don Zeno che, nell‟intervallo delle proiezioni, tiene ogni sera un suo coinvolgente discorso di taglio educativo e religioso. La formula trova la sua cornice migliore nel „Casinone‟, un grosso fabbricato di fronte alla chiesa di S. Giacomo dove don Zeno impianta anche il suo cinema-teatro, vero e proprio centro di attrazione per tutti i paesi vicini. Poi gestisce una decina di cinema in altre località, sempre con la stessa formula. A S. Giacomo sperimenta dunque di persona che lo spettacolo è «una cosa molto interessante agli effetti del mio apostolato, della mia idea di entrare nel popolo». Il giovane prete carpigiano programma nel tempo i film secondo schemi collaudati, anche se deve subire contratti per l‟affitto di dieci o venti pellicole per volta, che poi seleziona secondo rigidi criteri morali. Va così a finire che spesso paga per film che poi si rifiuta di proiettare. Numerosi sono gli episodi significativi e divertenti da lui ricordati più volte64. Don Zeno si deve però anche difendere contro le proteste e le critiche degli altri preti, anche perché proietta film pure in tempo di quaresima. La sua risposta è disarmante e convincente: se posso leggere un libro in tale tempo, posso anche vedere un film, considerato che «il cinematografo è un romanzo, un libro proiettato sullo schermo e anzi è più comodo, perché si fa più presto a vederlo Non è un divertimento: è una roba come leggere un libro, come una cosa di cultura»?65. L‟attività cinematografica funziona fino al divieto formale della questura fascista nel 1939. Anche le riflessioni di don Zeno sul tema sono frequenti soprattutto in questo periodo che si estende fino alla II guerra mondiale. Poi tutto viene travolto dall‟evolversi del conflitto. Quali sono le principali linee del suo pensiero e dei suoi sogni? Nel 1936 Don Zeno precisa su «Piccoli Apostoli»: «L‟avvenire ha forse una sua più importante affermazione quanto alla educazione dei popoli proprio attraverso il cinematografo. Non c‟è stampa, non c‟è radio, non c‟è parola più efficace del cinematografo». Egli ammette i problemi di equilibrio nella scelta dei film, ma vuole essere contro i «rigidi puritani» e Per tutti questi episodi: Un’intervista, una vita, pp. 66, 76, 82, 96-100. Un’intervista, una vita, p. 72. 64 In «Don Zeno racconta la sua vita e la storia di Nomadelfia», n. 32, pp. 1-3; «Don Zeno racconta la sua vita e la storia di Nomadelfia», n. 39. 65 Un’intervista, una vita, p. 96. 62 63 16 contro i «libertini». Descrive l‟uso dei film con finalità educativa, volti cioè a suscitare il desiderio di vivere buoni e di veder vincere il bene sul male66. Nella già citata lettera del 1937 a Carolina Sartoretti Taparelli dichiara: «Il mio sogno di fare pellicole elevate, forti, pervase da sana dottrina, umane nelle loro trame, riproducenti la vita in tutti i suoi aspetti, attraenti, avvincenti tanto da imprimere nei loro episodi l‟onestà della vita cristiana e da inculcare il disprezzo razionale delle aberrazioni, credevo che dovesse attuarsi in un lontano avvenire. Credo invece che si tratti di pochi mesi»67. Don Zeno ricorda in seguito di aver parlato nel 1939 con il card. Sbarretti del S. Uffizio e di avergli chiesto un giudizio su due sue idee: «La prima è questa: la prima S. Chiara che spunterà in questo secolo sarà la più grande artista cinematografica. E la più grande opera che si possa fare in questo momento, nella gioventù, è di santificare il ballo: cinematografo e ballo». Il cardinale si sarebbe dichiarato d‟accordo68. Il paragone tra cinema e stampa ritorna più volte, e non solo - come si è visto - a titolo giustificatorio per le proiezioni fatte durante la quaresima: «È stato preso, il cinematografo, come un mezzo di divertimento, mentre Dio l‟ha regalato per trasmettere il pensiero umano, guardate che sbaglio! Quando è stata inventata la stampa, la prima cosa che fece la Chiesa, adoperò la stampa per stampare, per riprodurre, per diffondere la Sacra Scrittura e le cose sacre e le vite dei santi. È uscito il cinematografo, nessuno s‟è commosso, e i cattolici, avvelenati dal materialismo, non hanno capito il problema». Don Zeno ritorna sull‟argomento e sui suoi progetti in una lettera del 29 gennaio 1939, in cui lamenta che da parte cattolica si sia fatto ben poco o nulla per disturbare il regno di Satana sul cinema69. Per questo, si chiede don Zeno, «che importa predicare in Chiesa quando le pellicole uccidono le anime fuori della Chiesa?»70. Il progetto cinematografico di don Zeno viene a delinearsi proprio in quel periodo, con l‟obiettivo di fornire a tutti i parroci il cinematografo a passo ridotto. Ipotizza di acquistare tutti gli apparecchi di un‟azienda in difficoltà, per poi noleggiarli ai parroci, mentre i Piccoli Apostoli si incaricherebbero della manutenzione. Immagina poi cicli di proiezione per i fanciul- 66 Z. SALTINI, Problemi del giorno, in «Piccoli Apostoli», 23 agosto 1936, ora in «Don Zeno racconta la sua vita e la storia di Nomadelfia», n. 43, pp. 5-7. 67 Lettera del 30 giugno 1937, ora in «Don Zeno racconta la sua vita e la storia di Nomadelfia», n. 44, pp. 13-15. 68 Gesù predice la sua passione, Nomadelfia 4 marzo 1962, in «I vangeli 1962», pp. 8-9 69 Lettera del 29 gennaio 1939, ora in «Don Zeno racconta la sua vita e la storia di Nomadelfia», n. 49, pp. 10-11. 17 li, con interrogazioni catechistiche negli intervalli. Tutto ciò è prospettato come premessa per la produzione di nuove pellicole religiose71. Don Zeno intende portare «le nostre parrocchie al massimo di organizzazione dal culto allo spettacolo, dalla cultura cristiana alla più decisa carità» e in tale prospettiva pensa di avviare a S. Giacomo un‟attività di produzione di pellicole e a Carpi un‟officina per le macchine cinematografiche72. A partire dal gennaio 1943 si inizia concretamente il lavoro, con una scuola cinematografica, dopo aver ingaggiato tecnici e comprato macchinari. Il precipitare della situazione bellica travolge però tutto, come già si è accennato. Già in precedenza, comunque, la pressione dei creditori su don Zeno è tale che egli deve inviare alla Congregazione del Concilio una memoria difensiva, nella quale elenca i guai occorsi al suo lavoro cinematografico73. La passione per il cinema non viene comunque mai meno nel prete emiliano, tanto è vero che egli pensa poi concretamente a realizzarne uno sulla propria vita, raccontando per il regista Giuseppe Fina una lunga testimonianza, poi pubblicata nel volume Zeno. Un’intervista, una vita. Vale la pena di ricordare che anche un grande amico di don Zeno, padre David Turoldo, si cimenta in un‟impresa simile, realizzando nel 1962 il film Gli ultimi, un‟opera dai forti contenuti autobiografici e di descrizione della morente civiltà contadina, con la regia di Vito Pandolfi e la partecipazione dei contadini di Coderno, il paese nativo di Turoldo. Tra gli attori non professionisti figura anche un ragazzo di Nomadelfia, Adelfo Galli. L‟atteggiamento di don Zeno di fronte alla televisione - che in Italia vede l‟avvio dei programmi regolari della RAI il 3 gennaio 1954 - è meno partecipe, sia perché egli non progetta di utilizzarla in modo analogo a quanto fatto in precedenza con il cinema, sia perché il suo giudizio si fa con il passare degli anni duro e privo di possibili sfumature, anche se talvolta sembra riemergere in lui il suo vecchio spirito di ammirazione per il progresso74. Di certo egli non cade mai nell‟ingenuo errore di prospettiva di molti catto- 70 Lettera a Carolina, fine aprile 1943, in «Don Zeno racconta la sua vita e la storia di Nomadelfia», n. 66, pp. 8-9. 71 Lettera a Eccellenza, 19 giugno 1939, in «Don Zeno racconta la sua vita e la storia di Nomadelfia», n. 50, pp. 12-14. 72 Lettera a Carolina, 9 marzo 1943, ora in «Don Zeno racconta la sua vita e la storia di Nomadelfia», n. 66, pp. 1-3. Cfr. anche la lettera di fine aprile 1943, alla stessa, ora ibid., pp. 8-9, nonché quella a Vismara, maggio 1943, ibid., pp. 18-19, nella quale descrive i passi concreti compiuti per l‟assunzione di tecnici istruttori per organizzare scuola e officina. 73 Lettera dell‟agosto 1940, in Lettere, I, p. 56. 74 Non mancheranno, talvolta, aperture, come quella da lui raccontata a Modena il 30 aprile 1967, dagli USA: «Io ho visto anche alla televisione questo c‟è qualche volta qualcosa di non 18 lici, che si illudono di poter usare il nuovo mezzo al fine di ricostruire l‟unità del focolare domestico e della famiglia, compromesso da anni di abitudini maschili al bar e allo stadio, oltre che dai tentativi della donna di non farsi rinserrare tra le mura domestiche. In generale si può dire che anche per la televisione vale quanto don Zeno ha pensato a proposito di cinema: bisogna, cioè, cristianizzare la televisione. Lo scrive già in un articolo del 1939, che abbiamo citato in precedenza75. Nel giro di pochi anni dopo il 1954, tuttavia, don Zeno sembra perdere ogni speranza nei confronti della televisione, a cui non concede le attenuanti e le possibilità di riscatto date anni prima al cinema. I suoi interventi sono frequenti, ma privi di organicità e di approfondimento; si limitano a lanciare raffiche di invettive contro la televisione, denunciandone la forza corruttrice. Basti qui una piccola antologia di giudizi: Il 31 luglio 1959 si esprime così: «Allora voi, a forza di vedere i films, la televisione, questi imbecilli che guadagnano, che si fanno ricchi, qui e là, voi diventate imbecilli anche voi e lodate questa gentaglia [...]. Tutto un mondo di lazzaroni. Andate a vedere. Andate a vedere. Andate a vedere come è fatta la baracca. Invece vi illudono “evviva questo, e la diva”. Eh per l‟amore del Cielo quasi tutte donnacce da malavita»76. Qualche settimana dopo, insiste sull‟immoralità insita negli spettacoli televisivi: «La stampa è disastrosa, la radio, la televisione oramai bisogna cominciare o a protestare e avere una televisione per nostro conto, perché noi abbiamo il diritto di educarci, mica il diritto di quella porcheria lì […]. La televisione è corrotta, è diabolica spessissimo, la radio a volte dice delle cose idiote. Io ho sentito delle volte anche con quella televisione per i fanciulli, ci sono delle cose delle so di poco corretto, ma mica tanto. In generale è tutta roba molto semplice, molto morale, quasi sempre. Non c‟è pericolo mettere i ragazzi davanti alla televisione che vedano delle sciocchezze, è raro. [...] Poi c‟è qualche cosa di bello, delle belle cose. Per esempio vedere la televisione a colori è una cosa molto bella. E lì a New York hanno quattordici canali più canali della televisione dello Stato di New York perché sono privati in generale, non sono mica dello Stato [...]. E allora tutti i televisori hanno tutti questi canali circa quattordici insomma, e allora lì si può scegliere. Certe trasmittenti fanno molta musica, altri fanno commedie, molte commedie, altri fanno molti drammi al Tom Mix, altri fanno molte cose documentarie, c‟è una grande varietà. Giri, e poi c‟è tutta la propaganda di queste cose qua. E poi hanno un sistema che quando fanno delle cose, ogni tanto fermano il film quel che l‟è e poi la réclame, una cosa sola, non so un minuto, cos‟è? O ogni due minuti poco poco, quella lì e poi di nuovo riprende. Sicché non hanno la réclame come qui che c‟è Carosello, queste cose qui che non finiscono mai, un colpo solo e poi via continua il documentario e queste cose» (Giudizio sul popolo nordamericano). 75 Z. SALTINI, Dopo sette anni dalla fondazione dell’Opera P.A., cit. 76 Discorso del 31 luglio 1959. Vedi anche il discorso del 20 agosto 1959. 19 volte che sono ineducative al massimo, davanti alle quali il ragazzo non si educa»77. Don Zeno mette a nudo soprattutto le illusioni di chi crede di poter compensare gli spettacoli moralmente discutibili con la possibilità di mandare in onda anche trasmissioni religiose. Egli contesta il fatto che «Spesse volte facciamo il gioco dell‟avversario permettendo che in casa nostra entri prima una cosa sacra, una bella Messa e subito dopo uno spettacolo che distrugge tutto. In qualsiasi cosa appena che noi cristiani iniettiamo una cosa che non è buona, tutta la causa è infirmata, salta per aria tutto il nostro lavoro»78. La sua aspra condanna investe giocoforza anche la RAI - al tempo ovviamente detentrice del monopolio televisivo in Italia -, ponendo un quesito senza risposta alla stessa S. Sede: «Io al S. Ufficio gli ho fatto un quesito, hanno ancora da rispondere, però gli ho detto: “È lecito fare da direttori generali della Rai, della televisione quando ogni tanto buttano fuori queste porcherie da alterare la gioventù, donne uomini con questi divorzi, queste cose qua? Si può essere presidenti, noi cattolici, di quella porcheria lì?”»79. Negli anni seguenti e fino alla morte il fondatore di Nomadelfia continua a battere tasti simili: nell‟agosto 1970, per esempio, attacca il «nostro nemico», il quale «ci vieta di potere educare i figli come potrebbero essere educati, per il fatto che tutto il costume, tutta la letteratura e le canzoni e la radio, la televisione, queste cose qua sono tutte contro l‟educazione dei figli e li rimbambiscono che stanno sempre là davanti a questa cosa»80. Molti interventi sul tema sono poi pronunciati nel corso del 1973. Anni dopo, spiega ancora che la forza avvincente della televisione sta nel proporre situazioni inverosimili, condite da tradimenti e violenze81; egli nega poi che si possa rappresentare davvero la vita reale, puntando a ridicolizzare le falsità e le situazioni ricreate dai film teletrasmessi82. Denuncia poi il carattere artificioso che i media manifestano entrando nelle case e ricorda che suo padre imponeva di spegnere a tavola la radio, vista come elemento esterno rispetto alla famiglia83. C‟è indubbiamente del vero, nelle riflessioni di 77 Discorso del 29 agosto 1959. Discorso del 7 aprile 1962. 79 Discorso del 16 ottobre 1968. Si tratta di concetti ripresi anche in seguito (cfr. discorso del 22 agosto 1970). 80 Discorso del 22 agosto 1970. 81 Discorso del 7 gennaio 1978. 82 Discorso del 12 gennaio 1978. 83 Discorso dell‟11 febbraio 1980. 78 20 don Zeno, ma esse scontano il limite complessivo del prete carpigiano, quel suo voler fuggire da indagini analitiche troppo approfondite, in nome della concretezza e delle urgenze della vita. Così, sul finire della sua avventura umana, egli approda a giudizi sbrigativi e sommari: «Un‟altra cosa che distrugge molto è la televisione. La televisione è un tranello perché sono cose artificiose, non é che siano proprio precise e siano vive, è raro. Li fanno stare lì e li rimbambiscono»84. O ancora: «Rimbambite tutti alla televisione. La televisione va fatta da gente intelligente che la critica. Infatti ci sono già i sistemi che si può stare sempre davanti alla televisione nelle famiglie attraverso apparecchi e sistemi precisi, per cui si vedono tutte quelle cose che sono belle e buone, ma quelle altre porcherie no. Tutto un mondo che noi dobbiamo mettere in atto. Non si può vivere così, massacriamo i figli noi con questa roba qua, cosa facciamo? È un massacro»85. Tali interventi si fanno martellanti e ripropongono un‟alternativa drastica, fondata sulla convinzione dell‟autosufficienza della cultura cattolica: «Cosa studiate? La televisione. Ma io non la guardo mai. Prendo in mano il Vangelo, serve per tutta la vita, non ho mica bisogno di quelle balle lì, non mi interessano niente, non ci bado neanche»86. «Sono ignorante io che non sto mai alla televisione? Perché sono balle, mi interessa poco [...]. Noi non abbiamo bisogno di nessuno, delle idee ne abbiamo da vendere, della dottrina ne abbiamo da vendere da donare a tutti»87. È su questi presupposti che Nomadelfia giunge a dotarsi di un efficiente impianto televisivo proprio, che dalla centrale trasmette oggi via cavo ai singoli gruppi familiari secondo una programmazione propria, che riprende dalla televisione pubblica solo i programmi ritenuti coerenti con l‟impostazione educativa della comunità e comunque depurati dagli spot pubblicitari. 5. Il costume, la moda, il ballo 84 Discorso del 1° febbraio 1980. Discorso del 25 febbraio 1980. 86 Discorso del 28 agosto 1980. 87 Discorso del 22 dicembre 1980. 85 21 Di fronte al continuo e irreversibile modificarsi dei costumi e delle mode, specie riguardo ai rapporti tra i due sessi, l‟atteggiamento di don Zeno sembra essere ancora una volta caratterizzato dalla mescolanza tra elementi di rigidità e altri di apertura e disponibilità. La sua rigidità si manifesta in particolare a proposito di abbigliamento e di libertà di rapporto tra ragazzi e ragazze: si ritrova qui la forza dell‟esempio della sua famiglia di origine, che il prete carpigiano tiene in tutta evidenza davanti a sé. Per quanto riguarda l‟abbigliamento e la moda, la posizione di don Zeno è rigida fin dall‟inizio. Scrive per esempio tra il 28 febbraio e il 6 marzo 1928, durante «una crisi di spirito e un dissolvimento di cose»: «Le fanciulle!... mio Dio!, ma perché non sorge qualche anima eletta che con uno staffile non raduni quella folla di pazze vipere, di scandalose, di perfide figlie e spudorate mamme in un branco che spaventato si metta in fuga e si allontani dai luoghi dove Iddio ci concesse di vivere in società? La moda sola fa strage quanto mai si potrebbe pensare. Meglio una inondazione, meglio una peste, una guerra, un flagello qualunque che un‟ora sola di sì nefando passaggio e sono la mamme di domani!!!»88. Il problema della moda viene interpretato da don Zeno come una delle chiavi della corruzione del tempo presente: «La questione della moda - scrive a don Vincenzo nel 1942 - mi sta più a cuore di tutte [...]. Io ho la sensazione di colpire in pieno un regno satanico deviando il modo di vestire a sistemi più consoni alle esigenze della vita moderna»89. Inutile sottolineare che si tratta di un atteggiamento diffusissimo nella Chiesa di quel tempo e porta a valutazioni del tutto esagerate e perfino tragicomiche. Già negli anni Trenta i vescovi hanno spesso occasione di frizione con il regime proprio a proposito della moda. Sotto mira sono anzitutto le manifestazioni sportive alle quali il fascismo ha dato particolare enfasi: non pare infatti accettabile alla morale cattolica che le ragazze possano esibirsi indossando magliette e pantaloncini corti. Ma il discorso è da tempo più generale e investe ogni forma men che castigata di vestirsi da parte delle donne: non indossare le calze d‟estate (ma durante la guerra si farà osservare che molte non possono più permettersi di comprare le calze e che quindi le norme predicate dalla Chiesa sono inattuabili), compiacersi di camicette „trasparenti‟ o senza maniche, utilizzare i pantaloni. Per tutti gli anni Venti e Trenta e perfino in tempo di guerra si susseguono dunque le lettere pastorali, le omelie, gli articoli sulla stampa cattolica per 88 Ora in «Don Zeno racconta la sua vita e la storia di Nomadelfia», n. 21, p. 28. 22 denunciare il fenomeno, raggiungendo in più di un caso toni parossistici e perfino ridicoli. In questo contesto don Zeno si trova a suo agio, perché anche per lui contano in sommo grado la sobrietà e la castigatezza del vestire. Ciò diverrà una caratteristica costante di Nomadelfia, tanto che un esplicito richiamo in tal senso entra formalmente nella Costituzione di Nomadelfia, i cui membri si impegnano tuttora a un costume caratterizzato dal vestire «modesto, funzionale ed elegante», oltre che dal linguaggio «semplice e sobrio» e dal comportamento «riservato e improntato a serena severità»90. Nella sua condanna della moda „indecente‟ don Zeno conserva peraltro il suo spirito umoristico, talvolta anche un po‟ pesante e duro: «C‟era la minigonna, eravamo tre o quattro amici, andiamo a vedere a S. Pietro dove escono le donne, le ragazze, a vedere, guardiamo le gambe, ho fatto la proposta io, guardiamo che gambe hanno. Su ogni venti gambe, paia di gambe, c'erano sempre almeno diciassette buffonate, brutte proprio, brutte, neanche le scrofe, neanche i conigli, nessuno ha le gambe così brutte come loro»91. Il suo spirito pratico emerge invece - in significativa controtendenza rispetto al mondo cattolico degli anni Trenta e Quaranta - rispetto all‟uso dei pantaloni da parte delle donne. Fatta salva la necessaria modestia, don Zeno non ha infatti alcuna remora: i pantaloni sono pratici (specie in caso di vento che non può sollevarli come avviene con le gonne) e non vi è alcuna spiegazione plausibile per giustificare il monopolio nell‟uso da parte degli uomini. Lo sostiene senza mezzi termini a S. Giacomo Roncole attorno al 1934-1935, come lui stesso ricorda molti anni dopo92. Non è cosa di poco conto, se si pensa che invece prelati illustri tuonano contro le donne in pantaloni per anni e anni. Aperture simili - diverse da quelle della maggioranza dei suoi confratelli nel sacerdozio - si ritrovano in don Zeno a proposito del ballo. Il ballo costituisce infatti per preti e vescovi tra gli anni Trenta e Cinquanta un‟autentica bestia nera, tanto che viene coniato un termine, la «ballomania», per definire e condannare quanto si verifica nella 89 Lettera a don Vincenzo Saltini, 15 febbraio 1942, ora in «Don Zeno racconta la sua vita e la storia di Nomadelfia», n. 62, p. 8. 90 Costituzione della popolazione di Nomadelfia, 1994, art. 5. 91 Meditazione tenuta a Nomadelfia il 7 gennaio durante gli Esercizi Spirituali (V meditazione: Critica alla civiltà contemporanea). 92 Discorso del 10 novembre 1972 (Sulla moda - Le donne in pantaloni). 23 società soprattutto dopo la conclusione del conflitto mondiale93. Don Zeno ha invece un atteggiamento più disponibile, seppure entro un quadro complessivo che resta moralmente rigido. Egli confessa di aver più volte ballato, anche con le ragazze: «Prima andavo a ballare; sì, mi piaceva ballare con le ragazze. Non ci vedevo niente di male»94. Una volta prete, pur smettendo di ballare, vede di buon occhio forme di festeggiamenti promiscui e sereni. Scrive ad un amico ingegnere nel 1935: «Io penso che persino il ballo in un ultimo tempo potrà essere sapientemente modificato in modo da renderlo non in odio alla modestia e alla purezza dei costumi»95. E anni dopo, nel suo scritto più polemico, quel Non siamo d’accordo, che fa seguito alla dispersione dei nomadelfi, torna ancora sul tema per evocare e criticare il parroco di un paese del Vicentino che ha cacciato dalla piazza i giovani che ballavano al suono di una fisarmonica. Osserva infatti che la repressione fine a se stessa non serve. E poi, aggiunge, «ballare non è peccato; è peccato invece ballare male; come non è peccato parlare, ma è peccato parlare male»96. Con tutto ciò, don Zeno respinge ogni minimo cedimento educativo e morale riguardo alle relazioni tra giovani dei due sessi. Il problema è ovviamente sempre all‟ordine del giorno, tanto più in una realtà comunitaria come quella di Nomadelfia. Dal suo mondo contadino d‟origine il prete emiliano trae continui argomenti per sollecitare i genitori a una diuturna vigilanza sulle proprie figlie, così come non manca di ribadire la sua avversione a una eccessiva promiscuità. In un discorso del 1962 ribadisce che: «La Chiesa vuole sapere dove si sta a dormire e dove si sta di giorno e dove si va quando si cammina, si gira, questo vuole sapere e non ammette neanche le scuole miste se non per necessità, altrimenti le ragazze a studiare da una parte e giovani da un‟altra». E aggiunge, una volta di più, la sua netta opposizione a rapporti affettivi precoci: «Un altro punto che è fermo, ma fermo senza storie, è che non si può accettare che ci siano dei fidanzamenti con le ragazze prima dei 18 anni. È inutile, è un G. VECCHIO, L’episcopato e il clero lombardo nella guerra e nella Resistenza (1940-1945), in B. GARIGLIO (a cura di), Cattolici e Resistenza nell'Italia settentrionale, Bologna, il Mulino, 1997, pp. 96-102. 94 Citato in M. SGARBOSSA, Don Zeno, cit., p. 49. 95 Lettera citata, del 21 ottobre 1935 (ora in Lettere, I, pp. 37-39). 96 Z. SALTINI, Non siamo d’accordo, Torino, Francesco De Silva, 1953, pp. 54-55. 93 24 punto questo molto chiaro, nessuno si prende di queste responsabilità. Quindi la questione rimane ferma e inflessibile. Che poi tra loro si innamorino, beh insomma. Ci sono tante cose delle quali gli uomini si innamorano ma non possono farle, bell‟e finita»97. Nei suoi discorsi sono molte le frasi che si potrebbero utilizzare per confermare e rafforzare tali idee. I toni di don Zeno sono molto duri specie in occasione dei viaggi compiuti dai giovani di Nomadelfia - inviati in tanti centri italiani e stranieri a proporre il loro ideale attraverso un‟adeguata propaganda o tramite lo spettacolo della danza -, viaggi che ovviamente costituiscono un‟occasione ulteriore per una frequenza quotidiana tra ragazzi e ragazze. Bastino al riguardo le seguenti parole: «Quanto poi al costume, ai rapporti tra ragazzi e ragazze in viaggio, sono tutti uguali: tutti fratelli. Non accettate? Via. Noi dobbiamo essere sinceri. Avete dei sentimenti? Degli innamoramenti? A noi interessano niente. Siamo in viaggio insieme e viaggiamo insieme fraternamente. Se non avete questa squisitezza di capire, andate via, senza complimenti o vi mando via io [...]. Non dovete mai favorire le leggerezze del sesso. Il sesso tradisce, è diabolico spesse volte, non è umano. Solo le bestie sanno adoperare il sesso, gli uomini no. Il sesso condanna quando non si sa usare. Che c‟entra il sesso nella gioventù? La gioventù deve essere pura di cuore, di spirito e nel sesso deve essere limpida, trasparente come l‟ambra, non eccitarsi»98. Il fondatore di Nomadelfia teme molto le potenziali forme di corruzione delle fanciulle provocate dalla civiltà attuale. Troviamo qui forse un‟eco dei ricordi di militare (quando Zeno cercava invano di sviare i compagni dalle visite ai bordelli) o di quella celebre discussione in treno, da lui sostenuta con alcuni uomini rei di aver proferito giudizi pesanti su una giovane passeggera99. Ma conta forse anche la sua radicata visione di una donna idealizzata, staccata dalla sua sessualità e considerata solo come madre. Come si è già detto, il metro di misura sembra infatti essere perennemente quella famiglia patriarcale che Zeno ha sperimentato nella propria infanzia e fanciullezza. Ma, al riguardo, si deve osservare, che egli compie - come altri cattolici, del resto - una idealizzazione e una forzatura: non solo perché canonizza un modo di vita inevitabilmente determinato da un preciso contesto storico, ma anche perché trascura di considerare il fatto che quella famiglia patriarcale è tipica solo di alcune zone geografiche e di alcune classi sociali (mezzadri, proprietari benestanti) e quindi ancor più irripetibile. È netta in lui 97 Discorso del 12 marzo 1962. Discorso citato di Albenga, del 2 agosto 1971 (Ogni civiltà ha un proprio costume e Nomadelfia ha il suo). 99 Z. SALTINI, Tra le zolle, cit., pp. 27-30. 98 25 l‟idea del ruolo casalingo della donna e della sua sottomissione all‟uomo. Affrontando ne I due regni il tema della politica in rapporto alla Chiesa egli esclude con decisione che si possa affidare ai preti il comando politico. Per dimostrare tale affermazione, Don Zeno muove anzitutto da un paragone: «Se nella famiglia comandasse la donna, che ne sarebbe della famiglia? Fatte poche eccezioni un caos»100. Analogamente, affrontando il problema dell‟accesso delle donne alle cariche direttive di Nomadelfia, afferma di essere personalmente contrario «a dare alle donne simili mansioni che in molte situazioni verrebbero a essere incompatibili con la vera e insostituibile missione della donna», cioè l‟essere madre e sposa101. Frequenti sono nel suo argomentare anche i richiami al tradizionale proverbio «chi dice donna dice danno», nonché all‟alternativa secca tra donna angelicata e donna peccatrice. Interrogandosi sui motivi di tali giudizi, don Zeno si risponde rifacendosi alla „missione‟ della donna e al mistero della maternità: «La ragione è questa qua: avendo la donna una missione delicatissima, se non sta su quel piano è disprezzabile, non vale niente»102. Ecco allora che sulle giovani donne vengono poste numerose ipoteche quanto alle doti necessarie: «Una ragazza non basta mica che sia bella per sposarla, bisogna che abbia molte qualità: che sappia lavorare, che sappia parlare, che sappia scrivere, che sappia curare la casa, che sappia trattare le persone, che sia seria, che sia severa nel costume, che sia delicatissima a trattare con le persone, che abbia già fin da piccolina, che comincia ad avere quel senso di serietà, di capacità di essere una madre, di sapere cos‟è il peccato, che cos‟è l‟occasione del peccato, di esercitarsi nella purezza»103. Tornando a un discorso più generale, va detto che per don Zeno è grave soprattutto il fatto che il mutamento dei costumi venga recepito acriticamente dall‟opinione pubblica e anzi dalle stesse istituzioni, come annota già nel 1958 alludendo alla clamorosa polemica suscitata dalla condanna del vescovo di Prato, mons. Pietro Fiordelli, accusato di diffamazione per aver definito «pubblici concubini» due giovani sposatisi solo con il rito civile104: «Il costume sta per spostarsi verso l‟animalità, cioè verso uno squilibrio che potrebbe diventare fatale ed irrimediabile. In altri tempi c‟era corruzione, ma nes100 Z. SALTINI, I due regni, cit., p. 138. Lettera a Mario Delle Piane, 11 marzo 1963, in Lettere, II, p. 233. 102 Discorso del 12 marzo 1962 (Correttezza fra i due sessi). 103 Ibid. 104 Cfr. G. VECCHIO - D. SARESELLA - P. TRIONFINI, Storia dell’Italia contemporanea, cit., pp. 341-342. 101 26 suno o quasi nessuno osava legittimarla e non condannarla come un male. Oggi è difesa persino dalle correnti politiche come forma di „progresso‟»105. Con gli anni la rigidità di don Zeno su tutti questi temi si fa estrema, ponendo ogni nomadelfo di fronte a una quotidiana drastica scelta: «Abbiamo un costume o no noi, accettiamo il nostro o volete un altro? Perché con un altro cominciamo a dividerci. Tre parole e basta, ci dividiamo immediatamente. O il nostro costume o niente»106. In altre occasioni emerge nelle sue parole il convincimento profondo di dover svolgere una missione, a costo di imporre autoritariamente le proprie idee e di usare un linguaggio esplicito e inelegante; ciò va peraltro situato sullo sfondo di una difficile crisi che attraversa Nomadelfia nel cruciale Sessantotto107: «Io voglio fare Nomadelfia. Io devo fare Nomadelfia e so che posso farla, so fare Nomadelfia. Io vedo com‟è Nomadelfia e lo vedo fin dai primi giorni e capisco il cammino e adesso vedo ancora meglio che siamo quasi arrivati ad un certo punto, poi c‟è da camminare ancora. Non esiste gente inesperta che possa fare una scalata del monte Bianco, di un Everest senza una guida. E io vi faccio da guida come sono sempre stato. Chi non crede alla guida non fa la cordata, perché in questo punto se non vi lasciate guidare siete a terra, ve lo assicuro e ve lo posso dimostrare [...]. Io vi ho detto queste cose, perdere tempo non ho nessuna voglia, e vi dirò quello che farò. Intanto pensate che io voglio a tutti i costi fare Nomadelfia. E che nessuno si sogni tanto di rompermi proprio le scatole - per così dire - a permettere, a pretendere che io faccia diversamente: io faccio Nomadelfia o con voi o con altri»108. 6. Le trasformazioni e i problemi della famiglia Decisamente centrale è quindi il tema della famiglia nel pensiero e nell‟azione di don Zeno109. Per lui anche il giudizio sulla famiglia contemporanea risente ovviamente del suo radicale pessimismo sulla società tutta: «Non siate poeti delle nuvole nel giudicare la famiglia moderna; ormai essa in gran parte è inquinata fino al midollo di egoismo, tant‟è vero che tra famiglia e famiglia c‟è sempre un abisso di distanza. La famiglia ricca alleva la prole non105 Lettera del 10 marzo 1958, in Lettere, II, pp. 168-169. Discorso del 10 novembre 1973. 107 A. SALTINI, Don Zeno, cit., pp. 276 e sgg. 108 Discorso all‟Assemblea parrocchiale di Nomadelfia, 27 giugno 1968 (Costume e direttive pastorali in Nomadelfia). 109 Si rinvia per altri approfondimenti alla relazione di Bruno Andreolli. 106 27 curante delle miserie dei vicini [...]. Se parlate loro di queste dure realtà possono anche arrivare a darvi ragione. Piangono le loro malefatte, ma, veri coccodrilli, continueranno a sbranare i diritti del popolo e i doni di Dio per crepare di indigestione dei loro errori sociali»110. La famiglia borghese «sta per andare alla deriva, non resiste più», proprio perché dominata dall‟egoismo, così che le giovani generazioni cercano qualcosa di nuovo e si ribellano; i giovani sentono la famiglia come oppressione, vengono illusi da bambini e poi scoprono che tutto finisce in «un mare di disordini e di degenerazioni»111. Secondo Antonio Saltini, sarebbe inoltre presente in don Zeno una difficoltà di comprensione per «il volto intimo della vita coniugale», anche per il timore che esso possa limitare l‟impegno totale verso la comunità, soprattutto introducendo discriminazioni tra i figli propri e quelli ricevuti112. Una traccia di ciò può essere effettivamente ritrovata nei criteri di comportamento che il fondatore di Nomadelfia detta ai suoi seguaci. Persistente è infatti l‟ordine di comportarsi sempre in pubblico come „fratelli e sorelle‟, evitando di manifestare - anche con i gesti più innocenti e discreti - l‟esistenza di un legame affettivo di coppia. E ciò vale tanto per i fidanzati quanto per gli sposi. Rievocando un viaggio compiuto in Francia con molti nomadelfi, don Zeno registra infatti con compiacenza i commenti della gente del posto, che si sono interrogati stupiti dopo aver visto all‟opera tante persone che sembravano altrettanti fratelli e sorelle. Aggiunge al riguardo don Zeno: «Questo in Francia. Guardate il viaggio che è stato di un mese nella Francia, il viaggio che ho fatto più lieto nell‟anima mia è stato quello della Francia nel quale i figli m‟hanno obbedito, gli sposi anche e tutti. E così passeggiavamo insieme. Ma quando marito e moglie stanno qui, il fidanzato sta lì, quello sta là non si è più fratelli, non si è più, sono cose che si fanno in un altro ambiente, ma lì no. Lì si va insieme, tutti uguali, fratelli»113. Torna di nuovo l‟esempio dei genitori, che il prete carpigiano cita esplicitamente: «Io per esempio non ho mai visto mio padre e mia madre darsi un bacio, mai visto. Ma mai, neanche a braccetto, niente, sembravano due fratelli e noi ragazzi andavamo a letto con loro perché sembravano fratelli, quante volte: “Vin che a let c‟ha gh‟è fred”. C‟era freddo “vieni a letto con noi, con me”. Andavamo nel loro letto. Non è che non sapessero fare degli atti coniugali perché avevano 110 Z. SALTINI, Tra le zolle, cit., pp. 69-70. Z. SALTINI, Dirottiamo la storia, cit., p. 103. 112 A. SALTINI, Don Zeno il sovversivo, cit., pp. 130-131. 113 Discorso del 2 agosto 1971 (Ogni civiltà ha un proprio costume, cit.). 111 28 dodici figli, avranno pure fatto qualche cosa perché nascessero questi figli. Però c‟era questa tale riservatezza che ha lasciato nei figli la tranquillità familiare»114. Questo ideale confligge in modo drastico con il volto della famiglia che si viene consolidando e diffondendo nel corso del Novecento. Soprattutto la famiglia italiana del dopoguerra attraversa una lunga serie di trasformazioni, dettate dal processo di crescente secolarizzazione e dalle imponenti trasformazioni socio-economiche. Sono queste ultime a determinare il definitivo superamento dell‟antica società rurale, frantumata dai progressi dell‟urbanizzazione e dell‟industrializzazione, oltre che dalle enormi migrazioni interne e dal massiccio esodo dalle campagne. In tale situazione don Zeno ha buon gioco nell‟osservare che la famiglia «isolata» non regge più. Dopo aver rotto i legami in altre epoche esistenti tra le famiglie, «adesso stiamo consumando l‟errore sociale di sbriciolare la famiglia fino alla solitudine più deleteria e desolante. Si può dire che oggi la famiglia è una chimera»115. Da qui la necessità di superare le famiglie isolate «arcipelago di isole senza ponti di comunicazione», cosa che porta nel 1954 - anche per la necessità di risolvere problemi pratici quotidiani - alla costituzione a Nomadelfia di «famiglie di famiglie», appunto sull‟esempio della famiglia patriarcale conosciuta da don Zeno. Lo dice lui stesso: di fronte ai problemi incontrati da Nomadelfia, gli torna in mente Fossoli e quella «famiglia di famiglie» in cui era nato: «quelli non abbandonavano né figli, né orfani, né vecchi, né inabili, erano piccoli mondi, vivissimi, rallegrati da nidiate di bambini»116. Carattere fondamentale di queste tutte queste famiglie, intese sia singolarmente sia nell‟insieme delle loro relazioni sociali, è la totale disponibilità a accogliere con pari amore sia i propri figli sia quelli ricevuti in adozione o affido. L‟ideale della famiglia cattolica viene però duramente messo in discussione non solo dall‟evolversi di un‟intera società, ma anche dall‟avvicendarsi di iniziative legislative che mirano a legalizzare comportamenti che per la Chiesa sono assolutamente da condannarsi: è intuitivo il riferimento all‟introduzione della legge Fortuna-Baslini sul divorzio (approvata nel 1970 e sottoposta a referendum popolare nel 1974) e della legge che consente l‟interruzione volontaria della gravidanza (approvata nel 1978 e sottoposta a referendum popolare nel 1981). 114 Discorso del 7 agosto 1971 tenuto ad Albenga ai partecipanti alla Propaganda (Finalità delle serate e il costume). 115 Un cambiamento di rotta nella famiglia, in «Nomadelfia è una proposta», 15 febbraio 1974 (ora in «Don Zeno racconta la sua vita e la storia di Nomadelfia», n. 3, p. 7). 29 La lettera aperta che don Zeno indirizza all‟on. Loris Fortuna, il principale protagonista della battaglia per il divorzio, riassume le sue idee, centrate sulla convinzione che ogni matrimonio debba essere indissolubile, indipendentemente dalla religione professata o non professata117. La lettera tocca l‟apice della polemica e mostra tutta la rigidità del fondatore di Nomadelfia, mescolando temi e affermazioni di diversa natura. Basta riprendere al riguardo alcune frasi: «Voi divorzisti parlate di libertà, mentre vi converrebbe parlare di licenziosità. Non avete voluto vedere nella „famiglia italiana‟ una tradizione della vera famiglia che è fondata sull‟amore, quindi indissolubile [...] Come mai non riuscite a capire il delitto che volete consumare contro la famiglia italiana, una tra le più civili del mondo [...]?». Infatti la famiglia «è una società naturale, quindi derivante da una legge scritta a caratteri indelebili nella natura [...]. Voi volete applicare la vostra opinione, che non è secondo natura. Vi siete fatti forti e tiranni attraverso la maggioranza al potere [...] Noi non vi riconosciamo il diritto di toccare la natura della famiglia. Chi vi ha dato la facoltà di operare tanto abuso? Volete dunque fare dell‟Italia un serpaio di malavita?». Don Zeno contesta ai promotori della legge divorzista di essere «avulsi dalla realtà della famiglia italiana» e contrappone loro, illudendosi, «noi, trenta milioni di babbi e mamme, naturali e adottanti, [che] siamo la „famiglia italiana‟»118. Le affermazioni di questa lettera andrebbero discusse con ben altra possibilità di approfondimento rispetto a quanto è possibile fare in questo nostro studio. Vi notiamo infatti la permanenza di temi che abbiamo colto in don Zeno: per esempio la sopravvalutazione dei caratteri cattolici della tradizionale famiglia italiana, con la tipica sovrapposizione tra l‟essere italiano e l‟essere cattolico. Poi l‟insistenza sulla forza di questa famiglia e sul suo carattere „naturale‟ e quindi insindacabile. L‟impegno di don Zeno nella successiva battaglia referendaria è ancora da studiare. Egli usa gli spettacoli itineranti di Nomadelfia per svolgere propaganda contro il divorzio, ma, stando ai suoi critici, «in più di un comizio la vetustà dei suoi argomenti Un’intervista, una vita, p. 291. Espresse tra l‟altro anche nell‟omelia del 4 ottobre 1970 a Nomadelfia (Il divorzio è un delitto). Don Zeno pone in questo caso l‟accento sul problema dei figli dei genitori separati o divorziati e afferma che nell‟amore non conta solo il sentimento, bensì anche la volontà. 118 Lettera aperta all’on. Loris Fortuna contro il divorzio, 19 settembre 1970, in Lettere, II, pp. 269-273. 116 117 30 delude, anche tra il pubblico meno eterodosso, le orecchie più attente»119. Ci si può, per esempio, soffermare sul discorso che il prete di Carpi tiene nella propria città natale il 6 maggio 1974, quindi a pochi giorni dal voto popolare. Qui ribadisce la propria certezza che ogni matrimonio sia di per sé indissolubile («Il matrimonio è una istituzione sacra anche se contratta da atei») e usa un linguaggio decisamente pesante, che - bisogna riconoscere - evita di discutere le argomentazioni sociali addotte dai sostenitori del divorzio, attestandosi invece sulla linea di una rigida condanna: «La legge italiana sul divorzio è una degenerazione perché vuole consolidare una peste che va delicatamente curata fino a svellerne le cause». Questa indubbia semplificazione del problema si può comprendere meglio tenendo conto che la preoccupazione centrale di don Zeno, al di là della sorte personale dei coniugi, resta sempre per i figli nati da un matrimonio fallito. Argomenta pertanto che se il popolo italiano voterà «no» alla richiesta di abrogazione della legge Fortuna-Baslini «dimostrerà di essere indifferente alla strage degli innocenti che il suo voto avrà deciso perché avrà votato le pazzie del sesso andando indifferente alla distruzione di ogni rispetto all'innocenza che ne andrà di mezzo»120. È comprensibile pertanto l‟amarezza di don Zeno al momento di apprendere i risultati del referendum del 12-13 maggio 1974. Il suo giudizio è secco: la gente «in sostanza ha tradito la Fede in occasione del referendum sul divorzio»121. Già in precedenza, alla vigilia dell‟approvazione della legge, ha scritto con pari severità, senza considerare neppure le argomentazioni addotte dai cattolici „per il no‟ che: «Anche una massa „informe e inane‟ di cattolici ne hanno favorito il triste e diabolico successo»122. Ancora più infelice è per i cattolici italiani la battaglia dapprima per impedire l‟approvazione della legge per la legalizzazione dell‟interruzione volontaria della gravidanza (29 maggio 1978) e, in seguito, per ottenerne l‟abrogazione tramite referendum. Don Zeno non vede l‟epilogo di questa vicenda, perché la sconfitta al referendum sull‟aborto (17-18 maggio 1981) - molto più grave di quella sul divorzio, sia per la materia sia per i risultati usciti dalle urne - si verifica qualche mese dopo la sua morte, avvenuta il 15 gennaio 1981. Sulla questione dell‟aborto don Zeno si muove per tempo, 119 A. SALTINI, Don Zeno il sovversivo, cit., p. 293. Intervento alla tavola rotonda svoltasi a Carpi il 6 maggio 1974 (La famiglia: un valore umano e sociale da difendere). 121 Lettera a Paolo VI, 20 febbraio 1975, in Lettere, II, p. 294. 122 Z. SALTINI, A tu per tu, cit., 30 novembre 1970. 120 31 percependo quanto sta per avvenire dopo la vittoria divorzista. Già nel 1975 scrive a Paolo VI per metterlo in guardia e invita la Chiesa a mobilitarsi subito contro ogni ipotesi di legalizzazione dell‟aborto. Ricordando la propria amicizia con don Luigi Giussani e il suo movimento di Comunione e Liberazione, si candida a «dare un attacco capillare» e aggiunge: «Se per semplice omicidio, senza aggravanti, la legge colpisce il reo con la reclusione non inferiore ad anni 21, come mai non si vede l‟infanticidio ben più grave fino a meritare una condanna superiore, trattandosi di un innocente, trucidato indifeso? [...] Forse non è il caso di scendere in piazza a illuminare le masse, persino la gioventù e tutto il popolo?»123. Don Zeno parla al riguardo di bambini «massacrati» e di «strage degli innocenti», tendendo tuttavia la mano verso le donne che abortiscono: «Le mettete nel fuoco e poi non volete che brucino; le mettete nel fango e poi non volete che si sporchino: le spingete alla malavita e poi non volete che crepino e che si droghino»124. Don Zeno ribadisce le sue idee in numerosi interventi125, il cui esame non può essere compiutamente svolto in questo nostro lavoro. Basti qui accennare al linguaggio durissimo che egli usa: l‟aborto è reso possibile «dai delinquenti che oggi hanno in mano il potere»; i cattolici non sono in grado di impedirlo perché troppo deboli a causa dei continui compromessi fatti; il popolo italiano è «un popolo di imbecilli» ed è ormai un popolo «fallito» e «finito» e così via. L‟appello alla mobilitazione dei nomadelfi è pronunciato con lo stesso tono sanguigno, tipico del prete emiliano, giungendo a parole esasperate e estreme, peraltro pronunciate all‟interno di Nomadelfia: «Se io pensassi solo che in mezzo a voi ci fosse uno che fosse indulgente, l‟ammazzerei se fosse necessario, impiccarlo addirittura. Un delinquente con noi, per non colpire coloro che colpiscono questi figli, è un vigliacco. Deve andare via, a sputargli in faccia tutti insieme, se fossimo in venti, pom a tutti lo sputo in faccia. E che se ne vada»126. Frequente è pure, in questi discorsi, l‟intransigente richiamo alla fedeltà di Nomadelfia e alla sua capacità di affrontare ogni tipo di persecuzione, pur di mantenere 123 Lettera a Paolo VI, 20 febbraio 1975, cit., pp. 293-295. Il mondo geme e cadono gli innocenti, Nomadelfia, 17 febbraio 1976, in «Don Zeno racconta la sua vita e la storia di Nomadelfia», n. 3, pp. 10-11. 125 Cfr. per esempio i discorsi tenuti a Nomadelfia il 10 e il 17 febbraio 1975. 126 Dal discorso del 17 febbraio 1975. Cfr. anche le registrazioni dei suoi interventi del 17 febbraio 1976, del 12 febbraio 1977 (ad Arezzo), del 9 maggio 1979 (a Carpi, dove critica madre Teresa di Calcutta che ha definito in una intervista l‟aborto come «una miseria», del 12 maggio 1979 (a Milano), del 23 maggio e del 14 settembre 1980. 124 32 perfetta la fedeltà ai propri ideali. In questi casi è d‟obbligo per don Zeno il richiamo orgoglioso ai martiri nomadelfi della lotta partigiana del 1943-1945. 7. Conclusione Da questa panoramica sulle posizioni assunte da don Zeno nell‟arco di un sessantennio di fronte alle trasformazioni culturali e sociali e ai nuovi mezzi di comunicazione, ci pare emergano almeno quattro punti fermi, sintetizzabili nel modo seguente. È superfluo precisare che non si tratta di giudizi di valore, ma di indicazioni per ulteriori riflessioni, nella convinzione che l‟importanza dell‟opera di don Zeno risieda più nella concretezza dell‟azione che nella profondità del suo pensiero. Una prima caratteristica del prete emiliano è fornita dal particolare impasto che si crea tra apertura alle novità e impianto alquanto tradizionale: in lui sembrano convivere senza stridere tra loro il modello della famiglia rurale patriarcale e il cinema, l‟amore per la velocità moderna e l‟ammirazione per le forme più tradizionali dello svago e della danza, l‟attenzione per i nuovi media e il gusto della parola detta (possibilmente in dialetto). Appare presente in lui - ed è questa una seconda annotazione - la persistenza di una accettazione piena dei nuovi strumenti tecnici, ma al tempo stesso l‟incomprensione della piena autonomia delle realtà terrene e della scienza, tecnica, economia. Esse sono infatti analizzate non per se stesse, ma piegate alle esigenze immediate dell‟apostolato. Come per tantissimi altri cattolici del suo tempo, la preoccupazione maggiore resta quella dell‟impatto educativo e della valenza morale dispiegata da radio, cinema, televisione. Si tratta, ovviamente, di una preoccupazione non solo legittima, ma pure doverosa per un prete: essa però non sembra essere accompagnata e sorretta da un‟analisi puntuale delle logiche insite in tali strumenti, sicché molte volte l'intervento educativo risulta inefficace se non controproducente. In terzo luogo, va rilevato che esiste una profonda consonanza tra le idee di don Zeno e l‟orientamento diffuso tra i vescovi, i preti e i laici del Novecento, secondo naturalmente la scansione temporale offerta dalle varie fasi storiche. L‟impianto del fondatore di Nomadelfia è paragonabile a quello di tanti preti intransigenti di fine Ottocento, ostili alla società liberale del tempo, ma pronti a carpirne le tecniche e le novità dei mezzi 33 usati. La cultura radicalmente antiborghese (pur nel senso sopra descritto della parola) e priva di sfumature, la convinzione di una perenne contrapposizione tra la Chiesa e la società moderna, il forte clericalismo e l‟accentramento in sé delle decisioni principali non consentono di definire don Zeno come prete del Concilio Vaticano II. La polemica con la Chiesa degli anni Cinquanta va quindi spiegata più sul versante dell‟incomprensione, creata anche dal linguaggio veemente di don Zeno, che non su quello della vera divergenza. Se divergenze ci furono, esse riguardarono i mezzi pastorali e sociali usati, non i princìpi ultimi. Da ultimo, va notata la sostanziale staticità del suo modo di vedere le cose, che sembra conservarsi inalterato nel trascorrere dei decenni, come gli esempi fatti hanno dimostrato. Il faro della propria famiglia e della propria infanzia resta sempre acceso a indicare la via; una revisione culturale di queste indicazioni sembra preclusa. Nello stesso modo di predicare o di scrivere di don Zeno è evidente la ripetitività dei concetti, degli stessi episodi raccontati, dei racconti edificanti. Sembra quasi che, in assenza di un supplemento di studio, il fondatore di Nomadelfia debba per forza di cose indugiare su quanto ha appreso da bambino o su quanto ha di persona sperimentato durante la sua lunga tumultuosa vita. 34 1 Paolo Trionfini Don Zeno e la vita politica italiana (1940-1962) Introduzione Se consideriamo gli scarni sviluppi della riflessione storiografica e l‟insieme - quantitativamente non irrilevante - della letteratura „agiografica‟, l‟attenzione verso gli esiti politici della densa vicenda biografica di don Zeno Saltini si è - per così dire - polarizzata attorno a due approcci divaricati: da una parte vi è chi ne ha messo in luce il carattere „accessorio‟ rispetto all‟impianto religioso di Nomadelfia, quasi rispondessero ad un‟infatuazione momentanea, a cui magari non era estraneo un atteggiamento strumentalmente tattico per salvare l‟istituzione; dall‟altra vi è chi ne ha colto una presunta centralità, se non altro in rapporto al clamore suscitato nell‟opinione pubblica dalle iniziative del sacerdote carpigiano. Ad entrambe queste letture ha fatto velo una comprensione più complessiva dell‟esperienza storica di Nomadelfia, la cui maturazione, seppure non lineare e continua, venne definendosi attorno ad un nucleo coerente e coeso di spunti che avevano come collante la tensione a «santificare tutte le forme della vita umana»1. Tale visione, che fece da filo conduttore all‟intera parabola storica di Nomadelfia, implicava un confronto continuo con la dimensione politica. Del resto, la svolta umana e cristiana della vita di don Zeno fu segnata da un‟esperienza latamente politica: l‟incontro-scontro nel 1920, durante il periodo di richiamo alle armi, con l‟anarchico che lo vide soccombere per carenza di argomenti 2. «In un quarto d‟ora - ricordò più tardi il fondatore di Nomadelfia - ho smantellato tutta la mia vita, e io ero un altro, dopo, ero quello che sono oggi; dopo non ho più cambiato niente nella mia vita»3. Gli esiti della discussione con il commilitone indussero il giovane carpigiano ad una profonda revisione interiore che lo spinse ad 1 B. MATANO, Vita di Nomadelfia, Roma, Armando editore, 1971, pp. 44-45, sostiene che il cuore di questa preghiera, che accompagnava il decreto di approvazione dell‟Opera Piccoli Apostoli del 1937, ne rappresentava anche idealmente il programma. Lo stesso Zeno Saltini alla S. Congregazione del Concilio, agosto 1940, in Lettere, I, pp. 55-60, richiamò l‟attenzione su questo elemento. 2 L‟episodio più volte raccontato dal sacerdote carpigiano è ampiamente descritto nell‟attacco del suo primo libro Z. SALTINI, Tra le zolle, S. Giacomo Roncole (MO), Tipografia dell‟Opera Piccoli Apostoli, 1940, pp. 9-17. 2 interrogarsi sulle tensioni profonde che attraversavano l‟umanità, a cui la politica del tempo, a suo dire, era incapace di offrire risposte significative. In questo passaggio si condensano gli stilemi del „pensiero politico‟ di Zeno Saltini, attraversato da una aporia mai risolta definitivamente tra l‟intuizione delle potenzialità della politica e la valutazione critica del ruolo dei partiti „ideologici‟ come canale di rappresentanza degli interessi del popolo. La molla che indusse il giovane carpigiano ad un interesse senza ritorno per la politica muoveva dalla considerazione che «due cose sono le più importanti per l‟umanità: la religione come fermento di bontà, di giustizia nei singoli, e la politica, che regge e governa i popoli»4. Al momento tale considerazione rimase sospesa, senza trovare le declinazioni conseguenti di un impegno diretto. A differenza di larga parte del mondo cattolico dell‟epoca investito di responsabilità nell‟associazionismo ecclesiale, il cursus honorum del presidente della Federazione diocesana dei circoli giovanili dell‟Azione cattolica di Carpi non trovò un punto d‟approdo, nemmeno indiretto, nel Partito popolare italiano. Può darsi che in ciò abbia pesato il disinteresse verso l‟esperienza del partito di Sturzo di don Armando Benatti, l‟assistente della Federazione diocesana, che non si sentiva «fatto per la politica»5. A me sembra, tuttavia, che tale atteggiamento risentisse di un‟inclinazione più radicale di scetticismo sulle proposte politiche dei partiti che, appunto, dividevano in „parti‟ il popolo, esponendolo agli interessi più forti e meglio organizzati delle classi sociali borghesi 6. Questa chiave di lettura conserva una sua persuasività nel comprendere l‟atteggiamento di Zeno Saltini nei confronti del fascismo. Al riguardo risulterebbe assai problematico classificare il sacerdote carpigiano secondo le categorie dominanti utilizzate dalla storiografia per descrivere i rapporti tra mondo cattolico e regime7. L‟estraneità di don Zeno alle pretese totalizzanti del fascismo8 aveva radici di più lungo periodo che rimandavano al nodo sempre problematico della rappresentanza degli interessi assunta dalle classi dirigenti: «Voi - ebbe a confidare il sacerdote carpigiano ad un gerarca che gli richiedeva un parere sulla situazione del paese - soffiate in un senso e il popolo sta scivolando in un altro. Un’intervista, una vita, p. 30. Ibid., p. 27. 5 In questi termini scriveva il 13 dicembre 1921 nel suo diario, citato in L. BENETTI, Il canonico don Armando Benatti, Mirandola (MO), Tipografia Renzo Pivetti, 1987, p. 66. Tale atteggiamento di fondo incise sulla debolezza organizzativa del PPI nel Carpigiano. Cfr. P. TRIONFINI, I cattolici nelle amministrazioni locali. L’esperienza del Partito popolare in provincia di Modena e Reggio Emilia (1919-1925), in «Bollettino dell‟Archivio della storia del movimento sociale cattolico in Italia», XXX, 1995, n. 2, pp. 170-171. 6 Qualche spunto in questa direzione in Un’intervista, una vita, pp. 26-27. 7 Un recente profilo sintetico del ventaglio di posizioni del mondo cattolico italiano nei confronti del fascismo è offerto da F. MALGERI, Chiesa cattolica e regime fascista, in A. DEL BOCA - M. LEGNANI - M.G. ROSSI (a cura di), Il regime fascista. Storia e storiografia, Roma-Bari, Laterza, 1995, pp. 166-181. 8 Tale categoria è stata applicata, sullo sfondo dell‟episcopato di monsignor Pranzini, da L.M.M. TURCHI, La posizione dei cattolici nella diocesi di Carpi di fronte al fascismo (1921-1931), in L. BERTUCELLI - S. MAGAGNOLI (a cura di), Regime fascista e società modenese. Aspetti e problemi del fascismo locale (19221939), Modena, Mucchi, 1995, pp. 587-607 3 4 3 Tutto qui mi pare. Io dico questo dell‟Italia»9. L‟atteggiamento critico di don Zeno nei confronti del fascismo, pur muovendosi all‟interno di una banda di oscillazione discretamente ampia, andava, dunque, sedimentandosi su uno strato culturale preesistente, ancora in larga misura abbozzato, ma già sufficientemente orientato attorno ad alcuni cespiti definiti. 1. Gli anni della guerra Lo scoppio della seconda guerra mondiale indusse, in qualche modo, don Zeno a dare una forma più compiuta al proprio „pensiero politico‟. Dopo aver dato alle stampe agli inizi del 1940 il libro Tra le zolle, che per la forte curvatura autobiografica rappresentava un tentativo di riannodare le esperienze fino ad allora vissute lungo il «filo misterioso» che aveva guidato la sua vita 10, il prete carpigiano si dedicò alla stesura de I due regni, che venne pubblicato l‟anno successivo. Nel volume cominciava ad emergere un nucleo più solido di riflessioni genericamente politiche: «In fondo o si cancella il Vangelo o si accetta e si favorisce con amore l‟avvento di una più cristiana distribuzione dei frutti del lavoro e della terra. Preghiamo Iddio perché illumini quanti possono fare qualcosa per anticipare alle masse popolari una tanto sospirata vittoria»11. Le argomentazioni addotte non potevano non risentire - seppur velatamente per la rigida censura imposta dal regime - del clima bellico che si respirava. Don Zeno, a differenza di larga parte del mondo cattolico del tempo, usciva dal topos diffuso della guerra come castigo di Dio, invitando ad assumersi quanti inveivano contro le «stragi dovute al pazzoide uso del progresso» ad assumersi le proprie responsabilità: «Sì, Dio lo ha permesso perché, onnipotente non ha paura a rispettare l‟umana libertà; ma siete stati voi a permetterlo, siete stati voi a volerlo, non piegandovi a trattare il progresso come un grande mezzo che Iddio vi offriva per migliorare in definitiva le condizioni materiali e spirituali dei fratelli»12. Don Zeno poi, prendendo spunto polemico dalla dottrina materialista, ma allargando il ragionamento anche agli «altri nemici di Cristo», teorizzava i limiti dell‟autorità politica, a cui si doveva prestare obbedienza «solo in quelle cose che non sono in contrasto con la nostra fede»13. La fonte del potere non permetteva, infatti, l‟affermarsi di una «volontà dispotica», ma imponeva sempre ai responsabili della cosa pubblica di mantenersi entro i binari del diritto naturale14. Un’intervista, una vita, p. 113. Z. SALTINI, Tra le zolle, cit., p. 5. 11 Z. SALTINI, I due regni, Grosseto, Edizioni di Nomadelfia, 1982² [1ª ediz. 1941], p. 14. 12 Ibid., p. 52. 13 Ibid., p. 62. 14 Ibid., pp. 101-102. 9 10 4 Nel libro vi era poi un intero capitolo dedicato alla politica che don Zeno definiva come «una missione veramente grande, nobile, nobilissima, sacra addirittura»15. Il sacerdote carpigiano mostrava qui di muoversi nel solco della tradizionale dottrina cristiana di indifferenza ai regimi politici16, tenendosi volutamente lontano dalle traduzioni più scottanti che imponeva il momento storico: «tutte le forme di governo possono essere buone, ma solo quando gli uomini della politica siano persone rette, oneste e paterne che amino il popolo con dedizione e disinteresse come i „buoni padri di famiglia‟ servono i figli […] Prima uomini a posto, poi il resto verrà da sé» 17. Tale considerazione, tuttavia, rispondeva anche ad una convinzione non meramente „tattica‟ sul senso della politica: per don Zeno, nel corso della storia, le forme istituzionali si erano avvicendate, ma il popolo con le sue esigenze e aspirazioni era sempre rimasto ai margini dei processi decisionali. In quest‟ottica occorreva, dunque, che quanti aspiravano a ricoprire cariche pubbliche fossero mossi da «amor di popolo» e non, come troppe volte era successo in passato, «per amor proprio, per il proprio interesse o anche per interessi egoistici di una casta, legati mani e piedi al servizio cieco di quella casta»18. Secondo don Zeno, l‟ipotesi di un governo retto dal clero «sarebbe [stata] un flagello per il popolo e la Fede»: il prete direttamente coinvolto nelle passioni politiche non era al «suo posto naturale», perché la missione sacerdotale aveva un afflato universale che non poteva farsi „parte tra le parti‟. Anche se la storia ricordava esempi di coinvolgimento del clero in campo politico, ciò doveva rimanere un‟eccezione motivata da «qualche atto di carità per risolvere ore di crisi popolari»19. Sullo sfondo di tali considerazioni, il progetto dell‟Opera Piccoli Apostoli, che aveva ottenuto il riconoscimento canonico nel 1937, venne arricchendosi di significativi sviluppi con l‟adesione delle prime „mamme di vocazione‟ per i ragazzi raccolti nella parrocchia di San Giacomo e con la costituzione dell‟Unione dei sacerdoti piccoli apostoli che intendevano «immolarsi corpo ed anima nel santificare tutte le forme della vita del popolo, percorrendo e precorrendo l‟indole e l‟esigenza dei tempi»20. Mentre quest‟ultimo esperimento cominciava a prendere forma, l‟opera saltiniana fu costretta a confrontarsi con il nuovo quadro politico riplasmato dagli eventi del 1943. All‟indomani della caduta del fascismo, don Zeno scriveva al comandante della Piazza della provincia di Modena per presentargli la situazione dei piccoli apostoli: «Tutti vittime della sventura e soprattutto del pessimo regime fascista che contava e prometteva mari e monti ma che praticamente e sistematicamen- 15 Ibid., p. 117. Un efficace quadro d‟insieme in A. ACERBI, Chiesa e democrazia. Da Leone XIII al Vaticano II, Milano, Vita e Pensiero, 1991. 17 Z. SALTINI, I due regni, cit., pp. 123-124. 18 Ibid., p. 125. 19 Ibid., pp. 138-139. 20 Lo Statuto è riportato in B. Matano, Vita di Nomadelfia, cit., pp. 57-58. 16 5 te riduceva tutti alla rovina e all‟abbandono». Nella situazione politica creatasi don Zeno si diceva «pronto a collaborare se veramente la nuova forma di governo capisce queste cose, pronto a disinteressarmi delle vostre leggi e fare in coscienza quello che ritengo vitale per questi ragazzi disposto ad essere arrestato ecc.». In tal senso, la conclusione non poteva essere più perentoria: «Le vostre leggi siano secondo quelle di Cristo in caso contrario povero popolo, già abbastanza bistrattato e avvilito. Un governo poliziesco è destinato al fallimento»21. Questi rilievi trovarono una sistemazione più puntuale in uno scritto non pubblicato dell‟agosto 1943, intitolato Estremi mali. Estremi rimedi, che intendeva rispondere all‟opinione diffusa - nuovamente riaffiorata in quella incerta fase storica - che la Chiesa fosse l‟«avanguardia della borghesia». Quasi a voler subito dissolvere ogni equivoco al riguardo, don Zeno si appellava alla comprensione dei «fratelli lavoratori»: «La borghesia, dimentica della divina missione sociale di ogni ricchezza, ha finito per fare da padrona avara e tiranna sia sulle cose, sia persino sulle persone, sotto una forma di neoschiavismo». L‟attacco senza appello alla classe borghese serviva per indurla a «far posto alle classi lavoratrici e farsi essa stessa lavoratrice per vivere di lavoro e non di rendita come di lavoro e non di rendita viviamo noi lavoratori»22. Da questa severa analisi, non derivava un‟accettazione del comunismo, ritenuto un sistema superato «perché […] troppo poliziesco, non concede la libertà, né può concederla data la sua impostazione materialistica»23. Quale soluzione allora prospettare? Non quella rivoluzionaria dello spargimento del «sangue fraterno» ma quella che doveva far perno sui valori profondi del cristianesimo, universalmente penetrati nel tessuto etico della nazione: «Fratelli lavoratori, attendiamo calmi e guardinghi gli eventi e prepariamo intanto i nostri spiriti risoluti ad unirci e a non dividerci in tanti partiti perché giocheremo tutto […] Uniti tutti oggi nello spirito, manderemo domani al potere i nostri rappresentanti (che saranno i nove decimi) così il potere sarà nelle nostre mani»24. Tale prospettiva era, tuttavia, contrastata dall‟«unilateralismo delle varie correnti» che finivano «per dividere le forze vive». Per scongiurare una simile ipotesi, don Zeno non vedeva alternative: «Una sola unione ci deve essere in antitesi ad un‟altra, l‟Unione dei Lavoratori Italiani […] in antitesi al blocco dei pescicani e dei padroni»25. Il successivo evolversi della situazione politica e militare indusse don Zeno a passare le linee del fronte, stabilendosi nell‟Italia meridionale già liberata dalle truppe anglo-americane. Qui il sacerdote carpigiano tentò di recuperare le precedenti intuizioni adattandole ad un contesto apparentemente più favorevole del regime di occupazione dell‟Italia centro-settentrionale, ma in realtà assai più problematico da decifrare per una mentalità abituata a muoversi senza mediazioni. In uno scritto 21 Zeno Saltini a Matteo Negro, S. Giacomo R. (MO), 27 luglio 1943, in Lettere, I, pp. 71-73. Z. SALTINI, Estremi mali. Estremi rimedi, p. 4, in AN, SZ, b. agosto 1943-febbraio 1944, f. agosto 1943. 23 Ibid., p. 5. 24 Ibid., p. 10. 22 6 di carattere „programmatico‟ intitolato L’Unione dei Patres Familias, don Zeno invitava il popolo a prepararsi ad un futuro non troppo remoto in cui avrebbe dovuto mandare direttamente al potere i propri rappresentanti oppure appoggiare le correnti che si proponevano di «eliminare gli abusi della borghesia»26. Gli intenti educativi di don Zeno sembravano, tuttavia, trovare un ostacolo insormontabile nel riaffiorare di «vecchie e superate mentalità», che lo spingevano a chiedere a Badoglio l‟allontanamento del re e lo scioglimento dell‟esercito: «Morite cadaveri e vedrete risorgere l‟Italia». L‟antidoto individuato risiedeva nell‟immissione di linfa nuova che don Zeno vedeva solamente nell‟Unione di Padri di famiglia lavoratori27. Da queste estemporanee considerazioni prese corpo la stesura di uno schema programmatico per un futuro Partito popolare italiano «formato da soli lavoratori del pensiero, della penna e della braccia esclusi in via assoluta i padroni o così detti datori di lavoro e chiunque anche solo parzialmente vive di rendita». La compagine, che si dichiarava aconfessionale, aveva come scopo di «riscattare il lavoro da qualunque forma di schiavitù», recuperando i capitali che dovevano poi essere redistribuiti sia sotto forma di proprietà privata, seppure nella prospettiva di un suo uso sociale, che di aziende cooperativistiche28. Se nello scritto non mancavano forse delle ascendenze nelle elaborazioni fatte circolare dai cattolici comunisti, l‟impianto di fondo risentiva di un certo sincretismo ideologico, destinato ad alimentarsi ulteriormente nella confusa fase di transizione che doveva portare progressivamente alla liberazione dell‟intero territorio nazionale. Questo primo schema subì, infatti, una successiva evoluzione che impose al partito prospettato - fermo restando il principio dell‟aconfessionalità - l‟assunzione piena, come nucleo ideale, della «sociologia cristiana». Centrale rimaneva, invece, la scelta dei lavoratori come base sociale del nuovo partito. In aggiunta, si proponeva il mantenimento di una monarchia costituzionale retta dai Savoia come «punto fermo di grave importanza nelle inevitabili ore di crisi pericolose alla compagine dello stato»29. Nella versione definitiva del testo, l‟opzione monarchica venne poi cancellata, anche se in questa fase storica la fiducia nelle potenzialità della corona per il futuro assetto politico del paese rimaneva intatta, come emerge da una lettera inviata a Badoglio, in cui don Zeno si metteva a disposizione per una collaborazione ancora tutta da definire: «La situazione dell‟Italia non è disperata, ma in gravissimo pericolo. Forse è l‟ora che vengano alla ribalta gli sconosciuti, o meglio coloro che sono veramente amati dal popolo […]. Le vere forze sane del nostro popolo non hanno ancora parlato, ma quando parleranno, se Lei le saprà far venire a galla, avranno la vis taumaturga della ricostruzione attorno a 25 Ibid., p. 11. Z. SALTINI, L’Unione dei Patres Familias, in AN, SZ, b. agosto 1943-febbraio 1944, f. 1943 Sud. 27 Z. SALTINI, Robbe [sic] da pazzi, in AN, SZ, b. agosto 1943-febbraio 1944, f. 1943 Sud. 28 Z. SALTINI, Programma del Partito Popolare Italiano, in AN, SZ, b. agosto 1943-febbraio 1944, f. gennaio 1944. 29 Z. SALTINI, Lavoratori d’Italia, in AN, SZ, b. agosto 1943-febbraio 1944, f. gennaio 1944. 26 7 Casa Savoia e a Badoglio. Se Casa Savoia ha sopportato il fascismo, Casa Savoia ha anche firmato l‟Armistizio e dato al popolo Italiano grandi possibilità di riorientamento […]. Basta, o morire o ricostruire su basi definitivamente sane, degne dei nostri Santi e dei nostri grandi pensatori di venti secoli di Cristianesimo»30. Dopo il Congresso di Bari dei partiti aderenti al CLN, nel febbraio del 1944 don Zeno elaborò un altro scritto, intitolato significativamente Sabbie mobili, in cui attaccò duramente le „vecchie‟ classi dirigenti che sotto nuove spoglie avanzavano la pretesa di governare il paese mentre imperversava la fame, «favorendo la malavita e la esasperazione». Di fronte ad una situazione che invece si presentava ingovernabile, l‟unico punto di riferimento sicuro rimaneva il re: «Egli è l‟organo più legittimo che ancora sopravviva allo sfacelo oggi veramente scandaloso del popolo. Ha arrestato Mussolini, ha smascherato i gerarchi più colpevoli, ha firmato l‟armistizio, ha promesso solennemente che quattro mesi dopo la guerra si faranno le elezioni […]. Guerra alla Germania e ordine rigido nel paese […]. E attorno al Re soldato, oggi combatteremo per quell‟Italia che riforgeremo nel sangue e nell‟Amore, nella vera libertà che proceda da giustizia per tutte le classi degne di sopravvivere operanti nel paese»31. Don Zeno predispose anche una lettera, sotto forma di appello, da indirizzare a Vittorio Emanuele III, in cui si dichiarava disponibile a tenere una missione popolare per aiutare le masse a «superare la crisi» e corsi di conferenze per «rianimare l‟esercito e l‟arma dei carabinieri»32. Nella versione definitiva l‟indirizzo al re conteneva un forte richiamo a tenere in considerazione «la presenza della Chiesa Cattolica in Italia nella Somma Cattedra di Pietro» che rimaneva «la garanzia più sicura che anche nelle più disastrose cadute il popolo italiano non finirà per diventare selvaggio, ma finirà per rialzarsi buono e giusto, permeatore dei futuri progressi del mondo intero». La missione che spettava alla nazione italiana per la propria tradizione religiosa doveva in qualche modo essere anticipata con l‟apporto decisivo della corona: «Il congresso di Bari è destinato a fallire se la Maestà Vostra saprà favorire nuove correnti idonee a polarizzare le masse orientandole verso mete sicure; oppure è destinato a precipitare il popolo ad un servaggio inevitabile […]. L‟Italia si salverà comunque; la Chiesa perseguitata o seguita trionferà e presto, la Corona è davanti ad un dilemma diverso: O salva questa ora storica del popolo oppure precipita nella polvere a danno incommensurabile del popolo […]. Urge, Maestà, un lievito fresco che penetri la massa e che la muova a riprendere le vie dei Padri. Bisogna far capire al popolo che non deve morire, ma che deve meri- 30 Zeno Saltini a Pietro Badoglio, Napoli, 24 gennaio 1944, in AN, CZ/AC. Z. SALTINI, Sabbie mobili, Pompei, 5 febbraio 1944, in AN, SZ, b. febbraio-giugno 1944, f. febbraiogiugno. 32 Z. SALTINI, Piano di ricostruzione in linea di massima, appunti per lettera-appello al re, 6-7 febbraio 1944, in AN, SZ, b. febbraio-giugno 1944, f. febbraio-giugno. 31 8 tarsi, guadagnarsi l‟onore di essere qualcosa nel mondo attraverso l‟eroismo della disciplina, della Bontà nel paese; e del sangue ai fronti alleati dovunque ci chiamino»33. Spinto dalla forzata inattività, don Zeno tentò anche di allacciare contatti con Carlo Petrone, da poco rientrato da Londra, che assunse la segreteria provvisoria della DC di Salerno, al fine di ottenere l‟appoggio ad un vasto piano di mobilitazione per «terremotare le masse», anticipando così quello che avrebbe poi voluto fare una volta ritornato nell‟Italia settentrionale. Nel corso del suo „viaggio‟ al di là del fronte, don Zeno ebbe l‟opportunità, misurando il „risveglio‟ della vita civile, di affinare il suo progetto in cui senza soluzione di continuità si sommavano elementi religiosi ed elementi politici. Rispetto all‟elaborazione abbozzata prima dell‟allontanamento dall‟Opera Piccoli Apostoli, tuttavia, le riflessioni del prete carpigiano sembravano risentire di un eccessivo appiattimento sul contingente quadro politico: le riserve nei confronti delle forze politiche che faticosamente tentavano di accreditarsi presso l‟opinione pubblica lo spingevano inevitabilmente verso l‟unica alternativa al sistema dei partiti, che risiedeva non tanto in una rinnovata e anacronistica alleanza tra trono e altare, quanto piuttosto nella richiesta di una forte affermazione dei valori del cristianesimo garantititi istituzionalmente dalla monarchia. In questo non saremmo molto distanti dal tentativo operato da Gedda presso Badoglio, già nell‟estate del 1943, di mettere a „disposizione‟ del governo militare insediato da Vittorio Emanuele III le strutture dell‟AC 34. L‟iniziativa - come è stato sottolineato in sede storiografica - non era tanto radicata in un progetto di successione cattolica al fascismo, quanto piuttosto si inseriva nella tradizionale linea di condotta di disponibilità nei confronti dell‟autorità costituita35. I termini di percezione dell‟evoluzione del quadro politico subirono un‟ulteriore sollecitazione con la liberazione di Roma e l‟insediamento del governo Bonomi. Scrivendo a Giorgio La Pira, don Zeno offriva indirettamente un interessante spaccato sullo stato di avanzamento delle sue elaborazioni: «L‟unione tra Chiesa e Stato è il non plus ultra, ma il mondo non è maturo a tutto ciò, mentre in via pratica essa ha dato risultati discutibili quando non si è risolta in una oppressione odiosissima. Infatti siamo ancora oggi nella fase di orrore da parte di moltissimi al solo pensiero che la Chiesa voglia il predominio politico, mentre si accetta con certa larghezza la sua influenza dottrinale, morale e spirituale». L‟analisi condotta lo portava inevitabilmente a concludere che: «Pretendere oggi una politica cattolica in tutta la sua vastità è un assurdo, perché i popoli sono stanchi del sistema delle tolleranze nei confronti delle ideologie non al potere. Un sistema di convivenza è quanto esigono i tempi. Se sapienza è l‟adeguare i mezzi leciti al fi33 Zeno Saltini a Vittorio Emanuele III, Pompei, 6 febbraio 1944, in AN, CZ/AC. T. SALA, Un’offerta di collaborazione dell’Azione Cattolica Italiana al governo Badoglio (agosto 1943), in «Rivista di storia contemporanea», I, 1972, n. 4, pp. 517-533. 35 M. CASELLA, L’Azione Cattolica alla caduta del fascismo. Attività e progetti per il dopoguerra (1942’45), Roma, Studium, 1984, p. 54. 34 9 ne, oggi in politica chiunque voglia imporre una ideologia totalitaria è destinato a non raggiungere il fine, ma ad intralciarne il raggiungimento […]. Una politica aconfessionale che del cattolicesimo realizzi i capisaldi sarebbe sapiente, ma una politica confessionale è destinata al fallimento o forse alla persecuzione». L‟„ideale storico concreto‟ messo a punto da don Zeno si risolveva in un depotenziamento di più pregnanti riferimenti valoriali, passaggio necessario per realizzare uno «Stato moderno» basato su «un programma concreto ed autonomo da qualunque ideologia che l‟abbia determinato»: «Chi indovini quel programma, mi pare renda un santo servigio al popolo». Nella lettera, il sacerdote carpigiano proseguiva: «Io sono convinto che in Alta Italia sorgerà una travolgente corrente politica che sarà abbracciata dalle masse stesse, aconfessionale in via assoluta». È solo il caso di sottolineare che l‟aconfessionalità per don Zeno veniva a coincidere con un progetto politico in cui la cornice istituzionale si reggeva su una scelta di fondo di „neutralità‟ ideologica: «Ogni forma di governo veramente democratico […] si affermerà in antitesi ai partiti ideologici, fino ad escluderli naturalmente come pericolosi alla libertà e alla costituzione»36. È interessante poi richiamare all‟attenzione il fatto che don Zeno, in questa fase storica, ma secondo un‟inclinazione destinata a rafforzarsi ulteriormente in seguito, non cercasse contatti organici con gli ambienti „ufficiali‟ della Democrazia cristiana. In mancanza di riscontri fattuali più precisi, è possibile avanzare al riguardo soltanto ipotesi interpretative di carattere provvisorio. Il sacerdote carpigiano non contestò né in via di principio, né come opportunità storica la legittimità di un partito di ispirazione cristiana. Semmai, nella sua costante critica ai „partiti ideologici‟, mostrava più di una diffidenza verso un‟elaborazione teorica troppo astratta che rischiava di rimanere al di sopra delle concrete esigenze della popolazione. Nei riferimenti culturali che facevano da sfondo al progetto democratico cristiano, don Zeno certamente non condivideva l‟impostazione interclassista che rischiava di risolversi a svantaggio delle fasce sociali più deboli. Entro questo quadro interpretativo, mi sembra si possano inscrivere i tentativi avviati dal prete carpigiano, nel corso dell‟estate del 1944, di allacciare contatti con alcuni esponenti della Democrazia del lavoro, nel cui programma intravedeva affinità con le proprie aspirazioni a far riconoscere la funzione sociale del lavoro. Non mancavano, in effetti, nelle suggestioni demolaburiste spunti di interesse per don Zeno che era portato a recepirne il tentativo ideologico di coniugare la libertà con la giustizia sociale37. La lettura dei testi programmatici fatti circolare dal partito di Bonomi spinse il prete carpigiano ad inviare i suoi scritti al professore Pier Fausto Palumbo, esponente della sinistra interna: 36 Zeno Saltini a Giorgio La Pira, Roma, 30 luglio 1944, in Lettere, I, pp. 99-102. L. D‟ANGELO, Ceti medi e ricostruzione. Il Partito Democratico del Lavoro 1943-1948, Milano, Giuffrè, 1981, in particolare le pp. 2-52. 37 10 «La possibilità di entrare in collaterale collaborazione con la Sua tendenza politica mi spinge a metterla a conoscenza di mie idee o tormenti che mi hanno agitato anima e cuore in questo anno di peripezie, di indagini e di constatazioni assai lacrimanti. Legga, mediti, critichi, guardi se e come può essere d‟accordo o in disaccordo. Agire sarebbe oramai un dovere, un urgente dovere di coscienza, alla salvezza di questo povero paese nostro, ma per agire occorrono degli eroi, ché al collasso solo l‟eroismo, in senso sano, si oppone per una efficace ripresa. Non gli stranieri, ma gli italiani devono rifare l‟Italia, se un‟Italia c‟è veramente stata»38. Don Zeno sperava che la Democrazia del lavoro potesse, in forme da concordare, supportare politicamente le aspirazioni di giustizia sociale presenti nello statuto dell‟Opera Piccoli Apostoli, che immaginava potesse potenzialmente trasformarsi in un «movimento collaterale» del partito. Se il tentativo si fosse materializzato, don Zeno, con «profonda e sincera dedizione», si sarebbe messo a disposizione del progetto «fino anche al martirio (non sono parole) mio e dei miei fratelli Piccoli Apostoli in lotta aperta contro chiunque e da qualunque parte volesse ostacolarmi il passo»: «E se il Partito come tale è oggi, tentennasse, crearne uno nuovo senza tante delicatezze fuori luogo. È in gioco la vita del paese. Io penso tuttavia che la cosa è fattibilissima, cioè solo la “Democrazia del lavoro” ha da Dio questa alta missione politica»39. L‟urgenza delle questioni sollevate imponeva un incontro risolutivo con Meuccio Ruini e Ivanoe Bonomi, i leader riconosciuti del partito: «Oramai mi pare suonata l‟ora per dare vita ad un vasto programma di definitiva sistemazione delle idee costituzionali. Il partito vostro è forse il chiamato da Dio stesso ad unire tutto il paese che timoroso della politica clericale (ha ragione), accetta senza dubbio una politica decisiva a risolvere i problemi economici e morali che venti secoli di cristianesimo e di anticristianesimo hanno determinato come urgenti […]. L‟Italia potrà così, proprio nelle condizioni di disagio, dare al mondo intero una luce di sapienza e di equilibrio giuridico e morale»40. Il progetto, che non ebbe gli esiti auspicati, indusse don Zeno ad un primo ripensamento sul quadro complessivo che andava assumendo la „politica romana‟. Nel sacerdote carpigiano facevano difetto gli strumenti culturali per potere realmente comprendere la dialettica tra le varie forze politiche, il loro peso negli equilibri di „potere‟, le proposte programmatiche che andavano maturando; soprattutto mostrava di non riuscire a percepire la forza e la direzione di quello che è stato efficacemente evocato come «vento del Sud»41. In fondo, egli „scivolato‟ su un partito che, nonostante il tentativo di rinnovamento sollecitato proprio in quel periodo, sarebbe rimasto ancorato ad una base sociale prevalentemente concentrata nei ceti medi e ad una piattaforma politica sostanzialmente conservatrice. Il fallimento di tale tentativo poteva essere, inoltre, iscritto in quella tendenza impli- 38 Zeno Saltini a Pier Fausto Palumbo, Roma, 3 agosto 1944, in AN, CZ/V. Zeno Saltini a Pier Fausto Palumbo, Roma, 10 [?] agosto 1944, in AN, CZ/V. 40 Zeno Saltini a Pier Fausto Palumbo, Roma, 11 agosto 1944, in AN, CZ/V. 41 A.M. IMBRIANI, Vento del Sud. Moderati, reazionari, qualunquisti (1943-1948), Bologna, il Mulino 1996. 39 11 cita in don Zeno a sopravvalutare l‟incidenza delle parole e delle idee sulle necessarie mediazioni che la politica imponeva. Sempre nell‟estate del 1944, don Zeno entrò in contatto anche con gli ambienti dei cattolici comunisti, nel cui programma non condivideva appieno l‟impianto marxista della solidarietà di classe, opponendogli idealmente il concetto di fraternità umana: «Il Papa ha parlato, o bene o male informato, e ha parlato molto disastrosamente per voi […]. Ho avuta la sensazione (pura sensazione, quindi ratificabile) che non siete tanto facili ad ascoltare i consigli di amici. Questa impressione non voglio credere che derivi dal vostro facile entusiasmo, ma da qualche inavvertita contraddizione nelle vostre affermazioni filosofiche o idealistiche. Siamo d‟accordo che il lavoro deve del tutto emanciparlo da qualunque pericolo giuridico di appropriazione indebita, che la ricchezza ha una funzione individuale, famigliare e sociale insieme, ma io non capisco perché voi che vi volete fare paladini di questa radicale sistemazione fino alla estromissione dalla vita sociale delle classi (in India Caste!) abbiate a cadere in questi equivoci. Ma è il pensiero della Chiesa fin dalle origini, anzi deriva dal concetto di fraternità, che la Chiesa ha sempre favorito e benedetto nelle sue applicazioni fatte da uomini di criterio. Nella Barca si possono anche fare delle acrobazie, ma fuori dalla Barca non c‟è più vita. Volete accettare un consiglio? Non inviate quella lettera, prima fate un congressino tra voi, in pochissimi ma decisi, poi proponete ad altri tra voi le conclusioni. Credo che avrete molto da chiarire sia nelle idee che nel modo di applicarle. Se il mio intervento vi potesse essere utile a quelle prime adunanze potrei venire»42. Anche questa offerta non ebbe seguito, evidenziando l‟impraticabilità di una strada di collaborazione - e quindi di „compromessi‟ ideali - tra l‟Opera Piccoli Apostoli e soggetti politici che avevano altri riferimenti culturali. L‟ennesimo passaggio a vuoto fu alla base della successiva sterzata subita dal progetto saltiniano che venne progressivamente assumendo un‟„autosufficienza‟ culturale ed operativa. Già nell‟agosto del 1944 don Zeno elaborò una vera e propria carta costituzionale, il cui impianto fu poi ripreso come base per le successive elaborazioni del 1945 e del 1950. Nel testo, al di là dei non pochi aspetti giuridici inconsistenti o astratti, venivano definitivamente abbandonate le precedenti preferenze per la forma monarchica a vantaggio di una netta scelta repubblicana43. Don Zeno mostrava così di sapersi adattare plasticamente all‟evoluzione del quadro politico per gli aspetti formali che non riteneva decisivi per l‟affermazione delle idee di rinnovamento socia- 42 Zeno Saltini a Franco Rodano, Roma, agosto 1944, in AN, CZ/V. I riferimenti contenuti nella missiva sono all‟udienza del 23 luglio 1944 di Pio XII, che richiamò i cattolici comunisti all‟ortodossia, e alla successiva lettera di replica della Direzione provvisoria del movimento. Tra i tanti lavori dedicati a tale esperienza, oltre allo studio di F. MALGERI, La sinistra cristiana (1937-1945), Brescia, Morcelliana, 1982, pp. 222-223, che documenta le simpatie del sacerdote carpigiano per il movimento, si segnalano: N. ANTONETTI, L’ideologia della sinistra cristiana. I cattolici Tra Chiesa e comunismo (1937-1945), Milano, Franco Angeli, 1976; C.F. CASULA, Cattolici-comunisti e sinistra cristiana (1938-1945), Bologna, il Mulino, 1976. 43 Costituzione, in AN, SZ, b. giugno-dicembre 1944, f. agosto 1944. 12 le delineate nei suoi primi scritti. In fondo, il sacerdote carpigiano era in questo „allineato‟ a quanto andava maturando nel più ampio tessuto del mondo cattolico italiano44. Nel contesto ancora fluido dei territori dell‟Italia liberata, l‟Opera Piccoli Apostoli venne sempre più acquisendo una dimensione di «fraternità cristiano-sociale», capace di proiettare e di tradurre direttamente il messaggio evangelico nella convivenza umana, trasformandone radicalmente le fibre: «Basteranno in Italia, ad es. mille parroci e centomila padri di famiglia così fraternizzati - scrisse al padre René Arnou - perché tutta l‟Italia ridiventi profondamente cristiana in tutte le sue istituzioni, dal divertimento al lavoro, dalla sofferenza alla gioia, dalla fanciullezza alla vecchiaia […]. Allora vedremo scaturire stabilimenti giganteschi per la stampa popolare, l‟edilizia, case di cura, esercizi spirituali a masse, opere di carità, di istruzione, di rieducazione, correzione, ecc. case cinematografiche, insomma una valanga»45. Non si era lontani, insomma, dal mito della «cristianità», che don Zeno faceva proprio, depurandolo dalle teorizzazioni più compiute per riproporlo in chiave popolare e pratica46. Di questo suo progetto ancora evanescente, il prete carpigiano volle mettere al corrente lo stesso Pio XII. Si partiva dalla constatazione „liturgica‟ della crisi epocale che dominava un‟umanità ferita dalla guerra. Senza un innesto dei valori portanti della «civiltà cristiana», si sarebbe assistito all‟ennesima deriva perché la «piazza fallisce sempre […] senza di noi sacerdoti». Si trattava ora non di trovare, come in passato, una forma di adattamento, magari cedendo «avaramente qualche lembo di un complesso di privilegi», ma di attuare una «profonda bonifica cristiana e sociale», come richiedeva lo stesso decreto ecclesiastico di approvazione dell‟Opera Piccoli Apostoli, chiamata per questo a «salvare l‟Italia»47. L‟entourage vaticano non rispose a don Zeno, che, tuttavia, rimaneva fermo nei suoi convincimenti: «Io penso spesso, insistentemente se potrò tornare utile alla redenzione del lavoro dalla piovra capitalista. È un‟operazione chirurgica che si deve fare al popolo con il popolo, dando al lavoro e solo al lavoro i capitali di cui abbisogna Il tradimento è l‟attendere. Bisogna dare l‟assalto approfittando delle evidenti conseguenze della guerra. Solo così mi potrò dare alla politica, in caso contrario non me ne imbarazzo». L‟inutile attesa di un pronunciamento di Pio XII indusse il prete carpigiano alla scelta definitiva: Nell‟ormai ampio panorama storiografico sul tema, un solido orientamento interpretativo da cui partire è offerto da A. RICCARDI (a cura di), Pio XII, Roma-Bari, Laterza, 1984. 45 Zeno Saltini a René Arnou, Roma, 31 agosto 1944, in Lettere, I, pp. 103-106. 46 Anche in questo caso la riflessione storiografica non manca di riferimenti puntuali, che vanno, seguendo un impianto interpretativo di fondo differente, da P. SCOPPOLA, La «nuova cristianità» perduta, Roma, Studium, 1986² a D. MENOZZI, La chiesa cattolica e la secolarizzazione, Torino, Einaudi, 1993, passando attraverso G. CAMPANINI - P. NEPI, Cristianità e modernità. Religione e società civile nell’epoca della secolarizzazione, Roma, AVE, 1992. 47 Zeno Saltini a Pio XII, Roma, 10 dicembre 1944, in Lettere, I, pp. 110-112. 44 13 «Gesù buono, senti. Da questo momento - annotava nel suo diario romano il 7 marzo 1945 - mi metto a completa disposizione della vita politica. Il Santo Padre non ha risposto. Comunque, per ciò che riguarda l‟atteggiamento della Santa Sede, starò alle decisioni autorevoli, inequivoche. Tu stesso mi terrai in grembo alla Santa Madre Chiesa anche nelle ore di contrasto con le gerarchie»48. Saranno questi gli aspetti salienti del suo programma d‟azione per il dopoguerra non appena rientrato a San Giacomo il 1° maggio del 1945. 2. Il dopoguerra Nel convulso clima del postliberazione, il 5 maggio successivo don Zeno fu invitato a tenere nella piazza principale di Carpi un discorso di „pacificazione‟ degli animi per fermare la spirale di vendette che si era innescata49. Il vuoto di autorità, che si era creato sul territorio nel trapasso di poteri, rafforzò probabilmente don Zeno, in questo suo primo „bagno di folla‟, nella convinzione che si potesse affermare un movimento politico capace di tradurre le idee che era venuto maturando durante l‟„esilio‟ meridionale. Di qui prese corpo il programma che lanciò ufficialmente il giorno dopo a Soliera: «Fê du mucc, fate due mucchi! I poveri - fu l‟efficace ritornello più volte ripetuto -, quelli che sono in bolletta, da una parte e quelli coi quattrini dall‟altra. Questo è il mio consiglio. L‟Italia è un pero che fa delle prugne: perché siamo il 99% poveri e poi va a finire che abbiamo sempre un governo che protegge le forze del capitalismo. E noi restiamo sempre quelli. Facciamo i conti. Se fate due mucchi, si va al potere. Il programma è semplice: fare l‟interesse dei poveri; e troviamo le soluzioni […]. Giacché siamo la maggioranza, se non ci dividiamo in partiti, andremo al potere senza spargimento di sangue». Seguiva l‟invito ad abbandonare i punti di riferimento politici a cui il popolo guardava: «Innoviamoci, lasciamo andare i partiti, che sono quelli del ‟19 che ci hanno dato il fascismo. Non ce n‟è uno nuovo. Sono tutti uguali, sempre quelli»50. Ad un ritmo sempre più frenetico, don Zeno batté incessantemente i paesi della Bassa emiliana e mantovana per lanciare il proprio programma di rivoluzione sociale, con conferenze e incontri che suscitarono un vasto consenso popolare. Il sacerdote carpigiano veniva invitato a parlare da una pluralità di soggetti che andavano dalle commissioni di fabbrica alle parrocchie, dal PCI ai CLN, che richiedevano la sua presenza per «chiarire le menti e le anime di tanti annebbiati»51. La Riportato in Un’intervista, una vita, pp. 180-181. Cfr. M. STORCHI, Uscire dalla guerra. Ordine pubblico e forze politiche. Modena 1945-1946, Milano, Franco Angeli, 1995. 50 Un’intervista, una vita, p. 198. 51 CLN di Rolo a Zeno Saltini, Rolo (RE), 17 maggio 1945, in AN, C/V, b. 1941-1946, f. maggio-dicembre 1945, s.f. maggio. 48 49 14 parola diffusa «nella sua semplicità» risultava «comprensibile a tutte le menti», riuscendo a «penetra[re] in tutti i cuori e commuove[re] tutti gli animi»52. La propaganda di don Zeno finì per mettere in allarme larga parte del clero della zona. Ad esempio il parroco di Gonzaga scriveva al proprio vescovo con accenti preoccupati per le minacce all‟ordine sociale: «Ad aumentare la confusione vi si è aggiunta l‟opera di un certo don Zeno Saltini di Carpi il quale, chiamato dal partito comunista, ha tenuto un ciclo di conferenze in tutta la zona eccitando gli animi a risolvere la questione sociale in due e due quattro e con mezzi energici. Quantunque non risulti che abbia attaccato la gerarchia cattolica, indirettamente ha indisposto i fedeli verso i loro sacerdoti i quali, non potendo tenere un linguaggio da piazza, né far combutta con nessun partito per le sapienti direttive della Santa Sede, sembrano contrari alle giuste aspirazioni del popolo. “Quello è un prete altroché i nostri!”. Questa la conclusione di tutti i comizi»53. Analogamente un altro prete, don Teseo Tettamanzi di Villarotta, annotava nella Cronistoria della parrocchia: «Invitato dal partito comunista venne a tenere una conferenza Don Zeno Saltini di Carpi. Testa esaltata. La sua conferenza lasciò molta confusione per le sue idee avanzate»54. Non mancavano, per altro, anche rilievi più benevoli: se il parroco di Stuffione si limitava a scrivere nel Chronicon che la conferenza di don Zeno fu «applaudita»55, quello di Limidi scrisse che il sacerdote carpigiano tenne un discorso «davanti alla Cantina Sociale a una folla inverosimile che l‟acclamò freneticamente, specie quando detestava il modo ingiusto di vivere e lasciar vivere dei ricchi sfondati e capitalisti». Le idee saltiniane riuscirono a far breccia anche nel suo animo: «Ebbe in realtà bei spunti e fu meno rivoluzionario che a Soliera la domenica prima»56. Il frenetico impegno di don Zeno in un ambito che esulava dai compiti fissati nello Statuto provocò una certa crisi all‟interno dell‟Unione dei sacerdoti piccoli postoli con qualche defezione57. 52 Partito Comunista Italiano, sezione Renato Zambelli di Bomporto a Zeno Saltini, Bomporto (MO), 3 febbraio 1946, in AN, C/V, b. 1941-1946, f. gennaio-giugno 1946, s.f. febbraio. 53 Relazione del parroco di Gonzaga, 20 agosto 1945, riportata in L. CAVAZZOLI, Guerra e Resistenza. Mantova, 1940-1945, Gazoldo degli Ippoliti (MN), Editrice Postumia, 1995, p. 829. 54 Don Teseo Tettamanzi, Cronistoria della Parrocchia, libro III dal 25 ottobre 1943 al 12 ottobre 1947, annotazione del 2 agosto 1945, in Archivio parrocchiale di Villarotta (RE). 55 Memorie e informazioni sulla Parrocchia di Stuffione, p. 324, in Archivio parrocchiale di Stuffione (MO). 56 Don Walter Silvestri, Diario parrocchiale, 7 maggio 1945, in Archivio della Parrocchia di S. Pietro in Vincoli di Limidi (MO). Più neutrale fu, invece, il commento di un altro prete della diocesi, don Ettore Tirelli, che nella Cronaca Carpigiana, in Archivio Seminario Vescovile di Carpi, 5 giugno 1945, annotò: «D. Zeno Saltini stamane a mezzogiorno ha parlato dal balcone del Palazzo Comunale per dimostrare quale deve essere nell‟attuale momento il contegno dei Partiti. Numeroso pubblico che ha avuto modo d ridere dal principio alla fine della concione, poiché la Conferenza del Saltini è stata veramente umoristica. Ha parlato in dialetto, in italiano: ed ha terminato cantando». 57 Ved. la relazione di R. RINALDI, L’opposizione ai movimenti politici-popolari di don Zeno, in questo volume. Qualche cenno al riguardo lo si coglie da una lettera di Zeno Saltini a Vigilio Federico Dalla Zuanna, 12 ottobre 1946, in AN, CZ/AR, così come nella ricostruzione di E. FERRI, La vita libera. Biografia di Don Arrigo Beccari, Nonantola (MO), Amministrazione Comunale, s.i.d [1997], pp. 195 e sgg. Anche don Ottavio Michelini, nel Libro della storia della parrocchia di Rovereto, in Archivio parrocchiale di Rovereto sul Secchia (MO), scriveva al termine del 1945: «Per divergenze di vedute mi separo definitivamente 15 Le larghe adesioni ricevute indussero, comunque, don Zeno ad allargare il raggio dell‟iniziativa che doveva decollare con la costituzione di un movimento politico. Tale progetto fu sottoposto alla preventiva autorizzazione del vescovo di Carpi Vigilio Federico Dalla Zuanna, per convincerlo a superare le perplessità che nutriva verso l‟iniziativa saltiniana: «mi addolora il contrasto che c‟è tra noi sacerdoti - scrisse don Zeno - quanto alle direttive nel campo politico. E nel contrasto io mi sento dalla parte decisa del solo lavoro […]. Sono decisamente contro ogni partito che immischi questioni ideologiche alla politica perché questo divide gli uomini fino a creare nello stesso popolo, sotto il pretesto politico abissi di separazioni che finiranno per allontanare dalla Fede le masse popolari»58. Probabilmente la febbrile attività di don Zeno fu anche oggetto di discussione nella annuale conferenza dei vescovi della regione emiliana che, nella lettera collettiva promulgata al termine dei lavori e stesa materialmente da monsignor Cesare Boccoleri, arcivescovo di Modena, scrissero che «bisogna[va] uscire di Chiesa, di sacrestia, dal sagrato, ma sempre da sacerdoti e non da tribuni», cancellando nel testo della versione finale l‟aggiunta «e da sovvertitori». Pur riconoscendo il mutamento culturale che rendeva sterile un approccio pastorale limitato ad «attendere le anime all‟altare, al confessionale, al pulpito, in canonica», i presuli emiliani tracciavano un quadro saldamente ancorato al tradizionale impianto della dottrina sociale cristiana, che l‟iniziativa di don Zeno rischiava di fare saltare59. Confermato «anche» dalle decisioni assunte «in linea generale» dalla Conferenza dei vescovi emiliani, Dalla Zuanna invitò don Zeno a sospendere ogni iniziativa pubblica60. Il prete carpigiano cercò di indurre il vescovo a ritornare sui suoi passi, rimarcando le potenzialità del movimento che non poteva essere compresso nella strategia più generale della Chiesa di convergenza monolitica attorno alla DC: «Si vorrebbe in sostanza che l‟Opera Piccoli Apostoli appoggiasse la Democrazia Cristiana contro gli altri partiti, cosa che non faremo mai perché la nostra attività deve essere quella di prima: fraternizzare il popolo tutto anche nel campo economico per creare un ambiente di maggiore giustizia nella libertà». Don Zeno sperava così di «creare un movimento di masse travolgente tale da buttare a mare tutti i partiti esistenti, i quali, appunto perché inconciliabilmente opposti tra loro nelle ideologie che li animano stanno buttando l‟Italia alla completa rovina»61. Su questo sfondo prese corpo la progettazione di un grande congresso che, con la partecipazione dei lavoratori della Bassa modenese, reggiana e mantovana, doveva tradurre quanto magmati- dall‟O.P.A.. Dichiaro però che ho molta fiducia in detta Opera che sono sicurissimo che essa ha davanti a sé un grande avvenire». 58 Zeno Saltini a Vigilio Federico Dalla Zuanna, minuta incompleta, 27 giugno 1945, in AN, CZ/AR. 59 Il materiale relativo all‟adunanza in Archivio arcivescovile di Modena, Filza VII, Atti Conferenza episcopale emiliana, c. 1945. 60 Ved. R. RINALDI, Vigilio Federico Dalla Zuanna, Dosson di Casier (TV), Colibrì, 1992, p. 235. 61 Zeno Saltini a Vigilio Federico Dalla Zuanna, S. Giacomo R., 13 luglio 1945, in AN, CZ/AR. 16 camente e informalmente stava maturando nel movimento politico, che avrebbe dovuto «marciare su tutta Italia cominciando subito a creare stabilimenti, costruzioni edilizie, case cinematografiche educative, scuole, stampa, ospedali e case di cura». Don Zeno riferì in dettaglio all‟ordinario carpigiano il programma che intendeva avanzare, i cui punti salienti, almeno per il tema qui analizzato, non potevano non suscitare allarmismi diffusi: «Bisogna smantellare i partiti esistenti orientando le masse lavoratrici ad un Fronte Unico del Lavoro»; «Escludere in via assoluta ogni lotta religiosa ed antireligiosa nel campo politico, facendo dello Stato un ente che salvaguardi coercitivamente il diritto alla convivenza di tutti i cittadini nella libertà delle idee e delle credenze religiose»; «Condannare ogni forma di sfruttamento dei cittadini sui cittadini, in una organizzazione economica per cui nessuno possa speculare sul frutto delle fatiche altrui, pur concedendo la proprietà privata su capitali ed aziende che siano di stretta necessità alla libera attività di un proprietario, o di una società di lavoratori»62. L‟impalcatura si reggeva sul protagonismo diretto delle popolazioni: «voi non dovete commettere il reato sociale di stare alle direttive dei vostri capi, voi dovete dare le vostre direttive ad essi perché voi e solo voi siete i responsabili del vostro avvenire»63. Per sondare le reazioni del vescovo, don Zeno mandò in avanscoperta don Luigi Bertè, che gli riferì lo scetticismo sul progetto e il divieto di tenere il congresso preannunciato. Di fronte alle perplessità di Dalla Zuanna, che si riservò di consultare comunque i vescovi di Modena e Guastalla, don Zeno tornò nuovamente alla carica, non aggiungendo, per altro, ulteriori argomentazioni a quanto gli aveva confidato in precedenza, se non l‟assicurazione, in spirito di obbedienza, della conformità delle sue idee alla dottrina cristiana. Si trattava semmai di calare tale patrimonio nel contesto storico del dopoguerra per «penetrare le masse e svellerle dall‟incanto marxista»64. Se il progetto saltiniano non differiva nella strategia di fondo da quanto pulsava all‟interno del mondo cattolico italiano, differenti erano i mezzi: «Si vuole scegliere la via odiosa delle condanne a figli troppo abbandonati a se stessi, mentre il primo atto dei prodi è quello di correre tra le fila dei ribelli ed invitarli a correre [sic] migliori acque»65. Don Zeno intravedeva, infatti, una divisione nel popolo che non passava tanto attraverso le ideologie, quanto piuttosto attraverso le appartenenze di classe, per cui occorreva «unire i lavoratori cattolici e social comunisti in un blocco unico lasciando che i borghesi cattolici e social comunisti si abbraccino tra loro perché praticamente più che Dio e che Marx amano il portafoglio»66. Nel mettere progressivamente a fuoco il suo progetto, il prete carpigiano 62 Zeno Saltini a Vigilio Federico Dalla Zuanna, S. Giacomo R., 14 agosto 1945, in AN, CZ/AR. Z. SALTINI, Invito al Congresso, 10-14 agosto 1944, in AN, SZ, b. 1945 Nord, f. maggio-agosto 1945, s.f. agosto. 64 Zeno Saltini a Vigilio Federico Dalla Zuanna, S. Giacomo, 18 agosto 1945, in Lettere, I, pp. 118-120. 65 Zeno Saltini a Vigilio Federico Dalla Zuanna, 16 agosto 1945, in Lettere, I, pp. 115-117. 66 Z. SALTINI, Tempo perso, s.i.d. [ma settembre 1945], in AN, SZ, b. 1945 Nord, f. settembre-novembre, s.f. settembre. 63 17 finiva per sottovalutare la presa delle ideologie sulle persone, caricando oltremodo di potenzialità taumaturgiche la parola proclamata: «Le masse non la pensano come i capi dei partiti, esse sono molto più semplici e molto facili ad abbracciare una vita semplice ma giuridicamente giusta. Se riesco a mettere in moto le masse, esse stesse spazzerebbero via i partiti ed il loro volo naturale sarebbe verso Dio»67. Queste idee presero forma in modo più articolato nel volume La rivoluzione sociale di Gesù Cristo, che ottenne l‟imprimatur della Curia di Carpi dopo un‟attenta opera di revisione, seguita da vicino dallo stesso vescovo. Per don Zeno si era creata una situazione di autentica schiavitù sociale e politica: «davanti a questo disastro sorgono dottrine e dottrine, sistemi e sistemi, lotte e lotte, rivoluzioni e guerre. Coloro che tengono il portafoglio sbandierano parole vuote di realtà: disciplina, amore, spirito, fede, assicurazioni, assistenza, giusta mercede; coloro che sono costretti a servire sputano amaro e prediligono le parole: giustizia, redenzione, vendetta, distruzione, uguaglianza, libertà, socialità»68. L‟acuirsi di tale situazione, che aveva come esito una «civiltà oramai paganeggiante e selvaggia»69, poneva di fronte ad una scelta radicale: «Le masse popolari sono oggi davanti al bivio più pauroso che mai: o scelgono l‟Osanna a Cristo, oppure, quasi infernali orde, grideranno: evviva Barabba! Esse, costrette ormai ad affrontare vasti problemi, addirittura universali; toccate da vicino dal progresso […] cercano un unico Pastore, una idea solidale. Ma più che mai debbono o ergere una Croce e conficcarla in tute le loro istituzioni sociali, oppure riaprire un secolo di basso medio evo»70. La secca alternativa imponeva un autentico mutamento, che non aveva riferimenti nelle «epidemie politiche o filosofiche violente» del passato71. Il «sol dell‟avvenir», che finalmente si affacciava all‟orizzonte del XX secolo, stroncando la «storia della schiavitù e dello sfruttamento protetti dalla legge pubblica», aveva nel Vangelo, intessuto di opere sociali, il proprio cuore: in ciò stava la rivoluzione attesa dal popolo72. Nonostante l‟uscita del volume, il progetto del movimento politico rimase congelato per il divieto di Dalla Zuanna, che non intendeva muoversi «senza domandare e ricevere istruzioni dai superiori»73. Don Zeno allora investì della questione direttamente la Santa Sede, da cui attendeva un 67 Zeno Saltini a Vigilio Federico Dalla Zuanna, 16 agosto 1945, cit., p. 115. A tale fiducia, facevano poi riscontro momenti di più meditato realismo, come quando, in una meditazione dell‟8 gennaio 1946, riportata in Un’intervista, una vita, p. 202, disse: «Il popolo accorre alle mie conferenze in massa, mi ascolta, rimane scosso, discute, si entusiasma e poi si riaddormenta». 68 Z. SALTINI, La Rivoluzione Sociale di Gesù Cristo, S. Giacomo Roncole, Tipografia dell‟Opera Piccoli Apostoli, 1946, p. 11. 69 Ibid., p. 65. 70 Ibid., pp. 99-100. 71 Ibid., p. 106. 72 Ibid., pp. 135-142. 73 Vigilio Federico Dalla Zuanna a Zeno Saltini, 17 agosto 1945, copia in AN, C/AR, b. 1927-1950, f. maggio-dicembre 1945 s.f. agosto. 18 «segno indivisibile della volontà di Dio: la volontà dei Superiori»74. Nella relazione predisposta per la Segreteria di Stato vaticana, il sacerdote carpigiano delineò tre possibili soluzioni per il movimento: la prima, che rispondeva alle sue aspettative, lo avrebbe visto direttamente impegnato tra le masse orientandole «su di una concezione almeno di fraternità naturale nella piena libertà religiosa, nella quale non v‟è dubbio sarà il trionfo del Cattolicesimo»; la seconda prospettava un suo passo indietro per lasciare in prima fila i laici dell‟Opera Piccoli Apostoli, che avrebbero animato il movimento «con più fatica e con meno fiducia da parte del popolo»; la terza prevedeva, secondo la mediazione abbozzata da monsignor Tardini, l‟autorizzazione per creare sotto la sua guida un movimento di carattere sociale, che in un secondo tempo avrebbe assunto una fisionomia politica sotto la responsabilità laicale75. Anche nelle versioni più sfumate, il progetto non ricevette un‟approvazione formale. Il silenzio vaticano non fermò don Zeno, che, per non alimentare ulteriormente le diffidenze delle autorità ecclesiastiche, lasciò che la responsabilità dell‟iniziativa passasse ai suoi collaboratori laici. Nel gennaio del ‟46 nasceva ufficialmente il movimento della «Fraternità sociale», che si presentava con un appello diretto al popolo: «Don Zeno ci sarebbe stato un preziosissimo collaboratore, ma perché egli cammina per la sua vocazione di ministro di Dio noi ci buttiamo nella mischia nella viva speranza che verrà giorno in cui il popolo degli sfruttati e degli oppressi finirà per muoversi verso una unione fraterna […] che spezzerà le catene del sistema borghese e delle tirannie totalitarie»76. Tale richiamo traduceva le idee saltiniane elaborate nell‟opuscolo Per l’umana solidarietà, che venne stampato a firma dei Padri di famiglia piccoli apostoli, aggirando così formalmente l‟obbligo della revisione ecclesiastica. Nel volumetto venivano condensati gli aspetti salienti del movimento, che, di fronte alle disuguaglianze prodotte da una ricostruzione sorda alle esigenze delle classi sociali più deboli, intendeva passare all‟azione, richiamando le responsabilità delle organizzazioni partitiche, che ora potevano trovare una copertura formale delle proprie inadempienze dal responso delle urne per l‟Assemblea Costituente: «I partiti politici si sono impostati su ideologie opposte ed inconciliabili e marciano alla conquista del potere scaldando la testa alle masse, esse pure, per causa di dette ideologie, divise fino a minacciare grossi disordini tra il disordine permanente dei cuori e delle menti [...]. E tra il disordine, ogni cittadino italiano ha in mano un‟arma altrettanto idonea alla salvezza del paese, quanto pericolosa per la rovina totale: il voto […]. Se non si cambia rotta prima delle elezioni, avremo le camere della stessa natura del corpo elettorale: divi- 74 R. RINALDI, Vigilio Federico Dalla Zuanna, cit., p. 242. Relazione s.i.d. [ma probabilmente ottobre 1945], in AN, CZ/AR. 76 Appello dei Patres Familias, febbraio 1946, in AN, SZ, b. dicembre 1945-febbraio 1946, f. gennaiofebbraio 1946, s.f. febbraio. 75 19 sioni inconciliabili, compromessi e compromessi ad ogni legge che dovrà essere promulgata; debolezza nelle sue applicazioni»77. Per don Zeno, non c‟erano alternative: «O un voto da pecoroni oppure un voto da competenti, o un‟Italia libera e rispettosa delle professioni religiose […] nella giustizia della distribuzione dei beni […] oppure un‟Italia fanatica che immischi agli interessi della politica le più inconciliabili dottrine, rendendo impossibile oggi la ricostruzione della pace nella giustizia, sia pure la più elementare, diremmo la primitiva»78. Se non si voleva ritornare alla situazione del primo dopoguerra che aveva innescato il fascismo, occorreva allora lasciare spazio alla proposta dei padri di famiglia piccoli apostoli: «basti ad essa la certezza della più assoluta e dignitosa libertà di propaganda e di organizzazione. Se è lievito sano e benefico, muoverà la massa stessa al bene contro qualunque bacillo malefico che la intossichi»79. In conclusione, il movimento lanciato da don Zeno proponeva una costituzione che aveva come architrave il principio della fraternità universale: «siamo tutti fratelli, quindi lo Stato è la famiglia delle famiglie; la legge stessa lo vuole e lo difende; gli spiriti eletti dovranno infonderlo sempre nelle coscienze rendendo in tal modo nobile, alto, generoso servizio anche allo Stato»80. La diffusione di tali idee venne affidata ad un gruppo di punta del movimento denominato i «Pionieri della fraternità sociale». Le nuove reazioni polemiche suscitate dall‟opuscolo indussero, tuttavia, Dalla Zuanna a bloccare definitivamente l‟iniziativa «anche solo come „proposta‟, non già come movimento»81. A nulla servì un nuovo tentativo attuato nel marzo del 1946 da don Zeno presso monsignor Ottaviani. Come in precedenza, il sacerdote carpigiano descriveva la situazione in termini ultimativi, che imponevano di «approfittare della popolarità dell‟Opera Piccoli Apostoli» per approdare ad una «soluzione politica» in grado di assolvere presso le masse ad una funzione «redentrice nel campo sociale», che, nel contempo, aprisse «le vie più ampie alla libertà ed alla diffusione del pensiero e della vita cattolica privata e pubblica». La Santa Sede avrebbe potuto senza esitazioni abbandonare al proprio destino la DC per appoggiare «un esercito di sacerdoti e di eroi neutralizzato, il quale con armi ben più energiche e ben più taumaturgiche potrebbe agire sulle masse più umili alla libertà e alla giustizia»82. I PADRI DI FAMIGLIA PICCOLI APOSTOLI, Per l’umana solidarietà, S. Giacomo Roncole, Tipografia dell‟Opera Piccoli Apostoli, 1946, pp. 22-23 78 Ibid., pp. 24-25 79 Ibid., p. 27. 80 Ibid., p. 34. 81 Unione dei Padri di Famiglia Piccoli Apostoli a Vigilio Federico Dalla Zuanna, 13 marzo 1946, in AN, NOM, b. 13 1946, f. marzo. 82 Zeno Saltini ad Alfredo Ottaviani, S. Giacomo R., Festa di S. Giuseppe, in AN, CZ/AR. 77 20 I padri di famiglia, che si impegnarono a ritirare le copie di Per l’umana solidarietà, il 2 aprile 1946 deliberarono in assemblea di accettare il divieto di Dalla Zuanna, rimanendo impegnati nel rafforzamento dell‟Opera Piccoli Apostoli83. Il tentativo di don Zeno di lanciare un movimento di natura politica per realizzare la «fraternità sociale» trovò un ostacolo insormontabile nelle diffidenze dell‟autorità ecclesiastica. L‟iniziativa era maturata nella congiuntura storica del dopoguerra, in cui la fluidità degli equilibri politici e l‟incertezza del quadro sociale lasciavano ancora spazi aperti per soluzioni non scontate. Via via che si compiva la transizione verso la «repubblica dei partiti», la politica perdeva lo stile della „poesia‟ per assumere quello della „prosa‟. In questo contesto, un movimento come quello proposto da don Zeno, che contrastava i partiti di massa, incrinava l‟unità politica dei cattolici, prescindeva dal quadro internazionale che si andava polarizzando nella logica della guerra fredda, non poteva che soccombere. Accantonato il progetto del movimento politico, don Zeno rimaneva intimamente convinto che «la presenza di tre partiti di massa» fosse una «grave disgrazia», in quanto «il litigio ideologico che li differenzia[va] non ineri[va] alle intime aspirazioni delle masse». Quanto alla Chiesa, il sacerdote carpigiano sosteneva che essa doveva riservarsi «il sacrosanto diritto alla più assoluta libertà d‟azione, non solo nelle manifestazioni del Culto, ma in tutte le espressioni vitali private e pubbliche». In quest‟ottica, don Zeno interpretava il magistero di Pio XII come un potente invito «per spingere i cattolici nel campo economico a sciogliersi fino a portare i capitali nelle mani del lavoro, sia pure sotto forme prudenti e progressive». Don Zeno, insomma, sembrava affidare alla Chiesa istituzionale un ruolo propulsivo per la realizzazione del progetto di fraternità sociale, mentre rimaneva piuttosto scettico sulle reali capacità dei partiti di assolvere adeguatamente al compito di scrivere la legge fondamentale dello Stato: «Per parte mia non esito pronosticare che la futura costituente sarà ben lontana dal rispondere alle esigenze delle masse, per cui le masse si staccheranno automaticamente dai capi per preparare nuove calamità sociali»84. Tale giudizio venne solo parzialmente sfumato dopo il responso degli elettori, che, a suo dire, dovevano sperare che «il gioco delle maggioranze e minoranze» in sede Costituente cedesse il passo al «buon senso» per fare trionfare i «veri e giusti interessi». Tuttavia, don Zeno non era disposto ad accettare per l‟Opera Piccoli Apostoli un ruolo meramente passivo: «la nuova atmosfera politica è atmosfera di libertà, per cui ogni forza sana del paese può contribuire a migliorare le leggi, a creare nuove e sempre più opportune istituzioni giuridiche»85. A lavori in corso, comunque, la fisionomia che andava assumendo la legge fondamentale dello Stato gli sembrava «ben lontana da quelle che po[teva]no essere le aspirazioni intime delle masse». Gli studi giuridici compiuti non gli 83 84 Il lungo cammino, in «Siamo fratelli», organo dell‟Unione Patres familias, 20 aprile 1946. Zeno Saltini al Direttore de «La Lanterna», S. Giacomo R., 23 aprile 1946, in Lettere, I, pp. 121-124. 21 servivano per appassionarsi al dibattito sulla nuova Costituzione, che egli legava, come ad una sorta di filo rosso ininterrotto, alla tradizione del diritto romano, fondato su «presupposti selvaggi», che sterilizzavano irrimediabilmente il «mandatum novum» del cristianesimo: «affermare che siamo fratelli». La sua attenzione era, pertanto, costantemente rivolta ai fermenti sociali interpretati e politicamente rappresentati in modo distorto dai partiti che si dicevano rappresentativi delle masse. Il comunismo - come confidava a Pio XII - gli sembrava un «falso Vangelo» che rispondeva al «grido del dolore reale» delle masse. Più articolato risultava, invece, il giudizio storico sul «partito cattolico», per cui diceva di avere votato alle elezioni del 1946, provandone «una nausea indefinibile»: «Le Democrazie Cristiane si sono messe in difesa rifugiandosi nelle classi più timide, pure reclutando degli eroi i quali lottano con un esercito di superati». In definitiva, il limite intrinseco che coglieva nella DC era quello di essere «vittima […] della borghesia»86. Secondo don Zeno, che su questi temi non risparmiava giudizi taglienti, non si poteva coltivare «l‟illusione di salvare il popolo con una politica destrofila»: «Noi Piccoli Apostoli siamo a sinistra molto più dei comunisti, quindi condannabili anche da questi, che sono malati al fegato di politica settaria ed ideologica come gli stessi Democratici Cristiani. Se il Cristianesimo fosse quello predicato dalla Democrazia Cristiana, io sarei, o ebreo o ateo […]. I cristiani in politica devono essere il fermento e non la farina, oggi non c‟è altro da fare. “Questi e quelli” in politica “per me pari sono”. Intanto la Provvidenza ci permette di approfittare di questa nostra estromissione dalla vita politica per offrirci modo di penetrare e vivere la vita come il Signore ce la propone attraverso questa Sua Opera»87. In questo spirito, don Zeno si tenne volutamente fuori dalla propaganda in vista delle elezioni del 18 aprile 1948, non prima di aver provato senza successo a convincere Pio XII ad autorizzare i piccoli apostoli con il loro movimento a «discendere decisi e sicuri in campo, scorresse anche sangue di martiri, ma di martiri che avranno lottato non per subire una sconfitta, […] ma di martiri che avranno lottato per prevenirla, non per battere in ritirata come dei difensori di un sistema sociale che non va, ma per instaurarne un altro che risponda alle vere e profonde esigenze della regale fraternità umana sulla terra»88. Al di là di queste „uscite‟ estemporanee, l‟interesse di don Zeno era pressoché totalmente assorbito dal consolidamento di Nomadelfia, fondata nell‟ex campo di concentramento di Fossoli in stretta continuità con l‟esperienza dell‟Opera Piccoli Apostoli, che proprio in quei primi mesi del 1948 si dotava di una nuova Costituzione. All‟indomani del successo elettorale democristiano, il prete carpigiano provò di nuovo a tastare il terreno sdrucciolevole della politica, scrivendo un‟accorata lettera a Giuseppe Dossetti, mos85 Repubblica e democrazia, in «Piccoli apostoli», 10 giugno 1946. Zeno Saltini a Pio XII, Epifania 1947, in Lettere, I, pp. 125-128. 87 Zeno Saltini a Ercole Crovella, 15 febbraio 1947, in AN, CZ/CRV, f. 1946-1962, s.f. 1946-1947. 88 Zeno Saltini a Pio XII, Roma, 15 marzo 1948, in AN, CZ/AR. 86 22 so dalla preoccupazione di dissipare l‟equivoco diffuso di una sovrapposizione inestricabile tra le sorti della DC e la missione del cristianesimo. Analizzando il dato elettorale, che in Emilia aveva visto confermare il radicamento del PCI tra le masse, don Zeno partiva da due interrogativi: «Il programma della Democrazia Cristiana le può allettare, qualora fosse realizzato fino in fondo, oppure esse cercano qualcosa di profondamente diverso?»; «questi otto milioni di fratelli, massa in parte omogenea quanto alla condizione sociale, cui possiamo legare almeno altri dieci milioni di figli minorenni, non possono minacciare di diventare, sotto la pressione della sconfitta un branco di idealisti, pressati alla più sistematica scristianizzazione?». Sullo sfondo di queste domande, don Zeno chiedeva „udienza‟ a Dossetti per «studiare insieme» la situazione e per poi «fare di comune accordo» qualcosa89. Questo invito cadde probabilmente nel vuoto o, forse meglio, venne offuscato dalle incessanti necessità di Nomadelfia che nella seconda metà del 1948 cominciò a dovere fare seriamente i conti con una difficile situazione finanziaria interna. Nell‟intento di mettere al riparo la sua „creatura‟ da eventuali problemi, don Zeno lanciò anche un appello alla direzione e ai gruppi parlamentari della DC perché sostenessero materialmente ed economicamente Nomadelfia, che non sortì gli effetti auspicati. Nelle prese di posizioni del patriarca di Nomadelfia, cominciò a delinearsi, se non uno spostamento di registro, certamente un mutamento di toni. Si assistette, insomma, ad una differenziazione dei tempi nella realizzazione della «rivoluzione sociale di Gesù Cristo». Salvando Nomadelfia, si sarebbero salvati i principi su cui si fondava: «Allora quelle masse passeranno dallo stato di opposizione disgregatrice, allo stato di collaborazione a qualsiasi iniziativa sociale; passeranno dalla scissione all‟abbraccio di tutte le forze che nell‟ambito della Costituzione possono svolgersi a maggior incremento della pace nel mondo»90. In questa logica, don Zeno si mosse anche presso l‟amministrazione statunitense per ottenere fondi a favore di Nomadelfia. Scrivendo ad Abbot Ingalls, responsabile dell‟AUSA [Aids of the United States of America], don Zeno chiariva che «mentre il popolo americano cerca di riorientare le genti ad una vita di ripresa e di ricostruzione morale sociale e materiale, le masse umili e semplici accettano quei doni e cantano BANDIERA ROSSA. Accettano il pane, ma cantano un vago ideale che il comunismo ha saputo far credere identificarsi con il suo programma». Per «sfatare il mito di Mosca», il fondatore di Nomadelfia invitava l‟esponente statunitense a sostenere «coloro che sono nel cuore stesso popolare e che non sono ascoltati da troppi politici perché non sono degli idealisti o dei paurosi, ma sono anime che si muovono solo quando possono proiettare nel cuore stesso di quelle masse un serio ideale di dignità e di giustizia. Bisogna scagliare le masse comuniste contro il 89 90 Zeno Saltini a Giuseppe Dossetti, Roma, 7 maggio 1948, in Lettere, I, pp. 133-135. Zeno Saltini ad Alcide De Gasperi, 16 novembre 1948, in Lettere, I, p. 144. 23 comunismo. Solo esse ne hanno la forza travolgente e ricostruttiva». Si trattava, in definitiva, di fare dell‟anticomunismo senza essere anticomunisti: «L‟Italia in Europa oggi può diventare un miracolo di ripresa della storia se stretta agli amici dell‟America si fonde in un ideale e del domani dia la certezza, almeno con le nuove generazioni che saranno felici, che cioè avranno disintossicato il cammino della storia dai bacilli dello sfruttamento dell‟uomo su l‟uomo»91. Se prima, dunque, Nomadelfia, nella visione di don Zeno, doveva assumere il compito di realizzare la legge della fratellanza universale nella società, utilizzando anche le „armi‟ della politica, ora, invece, rimaneva l‟ideale evangelico che, se tradotto, avrebbe permesso alla politica di poter esercitare i propri compiti su basi rinnovate. Si trattava di un espediente tattico o corrispondeva ad un reale mutamento di prospettiva? Non è agevole fornire una risposta univoca. Probabilmente la mancanza di solidi riferimenti culturali lasciava esposta Nomadelfia alle oscillazioni, spesso repentine, del quadro storico in cui la trama di rapporti tra dimensione ecclesiale e dimensione politica, nel contesto plumbeo della guerra fredda, risultava oltremodo complessa e continuamente in discussione. 3. Il Movimento della fraternità umana A partire dal 1950, dopo la visita all‟ex campo di concentramento di Fossoli del nunzio apostolico in Italia Francesco Borgoncini Duca, don Zeno lavorò per riannodare i fili della precedente esperienza politica bruscamente interrotta. Il sacerdote carpigiano, che si mostrava per altro molto attento a cogliere le variazioni di umore negli ambienti „alti‟ del Vaticano e della DC, interpretò le rassicuranti - e fin benevole - parole spese dall‟alto prelato come una sorta di copertura verso Nomadelfia. La visita, infatti, era stata provocata da Scelba con l‟intento di mettere in difficoltà Nomadelfia92. Alla fine del 1949 un rapporto della prefettura di Modena era stato girato dal ministero degli Interni alla Segreteria di Stato vaticana, che aveva poi chiesto chiarimenti a Dalla Zuanna. I contenuti del documento erano volutamente esasperati: si parlava della problematica gestione amministrativa e della dubbia moralità che contraddistinguevano l‟esperienza di Nomadelfia, fino a renderla un potenziale pericolo per l‟ordine sociale, «tenuto conto sia delle idee cristiane, ma un po’ troppo spinte, di Don Zeno e sia della circostanza che il centro è situato nella frazione Fossoli, una delle più rosse, della zona di Carpi»93. Il tentativo di „mettere la museruola‟ a Nomadelfia rientrava, 91 Zeno Saltini a F. Abbot Ingalls, s.i.d. [ma 1949-1950], in AN, CZ/V. A. SALTINI, Don Zeno. Il sovversivo di Dio, Bologna, Calderini, 1990, pp. 157-165. 93 R. RINALDI, Vigilio Federico Dalla Zuanna, cit., pp. 327-329. 92 24 per altro, nel disegno scelbiano di «democrazia autorevole», che trovava nelle regioni rosse una sua puntuale applicazione94. Il momentaneo fallimento dell‟offensiva di Scelba indusse don Zeno a pensare che si potesse riprendere il discorso politico laddove si era interrotto nel 1946. Il fondatore di Nomadelfia cercò conseguentemente un‟autorizzazione esplicita da parte del Vaticano per il Movimento della fraternità umana, che, partendo dall‟Emilia, avrebbe dovuto irradiarsi all‟intero territorio nazionale. L‟assenso all‟iniziativa dovette passare attraverso alcuni momenti di chiarificazione, in cui don Zeno cercò abilmente di tenere il progetto del movimento in bilico tra dimensione strettamente sociale e dimensione politica. Al Sant‟Uffizio il patriarca di Nomadelfia inviò una sorta di memoriale in cui esplicitava i «segni di Dio» che rendevano improcrastinabile il movimento. Don Zeno si muoveva dalla constatazione dello scarto crescente tra le più disparate iniziative messe in cantiere dal mondo cattolico e le effettive realizzazioni: la DC era fallita già «a metà legislatura»; la predicazione di padre Lombardi aveva un «sapore di appoggio alla mentalità borghese» che le impediva di tradursi in «movimento concreto»; le mobilitazioni legate alla Madonna pellegrina avevano avuto l‟effetto di «una ridente giornata di sole in pieno e tormentato inverno». Di fronte ad un quadro così sconsolante, il sacerdote carpigiano chiedeva alla Santa Sede non tanto un avallo formale, quanto piuttosto che si adoperasse per la rimozione degli ostacoli che si frapponevano al movimento. Quanto alle modalità concrete, si diceva disposto a discuterne, tenendo presente che si doveva partire dalla masse comuniste che risultavano «le più idonee a rinnovare il cattolicesimo nel mondo, perché si sono liberate da un formalismo che pesa sulla gente rimasta cattolica»95. In un secondo momento, don Zeno provò a sondare il terreno della Segreteria di Stato, prima con Tardini, poi con Montini. Di fronte alle perplessità degli ambienti vaticani, don Zeno precisò i contenuti del proprio progetto, sottoponendo al giudizio del Sant‟Uffizio un‟articolata descrizione degli obiettivi del movimento. L‟organismo vaticano rispose che ciò che si faceva a Nomadelfia era «cosa ottima, ma volerlo realizzare come sistema generale urta[va] contro i fatti […] e perciò diventa[va] un‟utopia»96. Don Zeno, dopo aver chiesto invano un‟udienza presso Pio XII, tornò ad esporre il piano del movimento a Montini attraverso una densa e dura lettera, che prendeva le mosse da un‟ampia disanima della realtà ecclesiale del tempo. Lo spirito del 18 aprile gli appariva un‟aberrazione del Vangelo: «Io penso che se avessimo perso la battaglia di Lepanto e non fatto tutte le crociate armate, i turchi e gli arabi oggi sarebbero tutti cattolici […]. Il compromesso non è di natura soprannaturale; è mondanità». Nessun Stato nella storia umana, infatti, secondo il sacerdote 94 Su questi aspetti ved. particolarmente G.C. MARINO, La repubblica della forza. Mario Scelba e le passioni del suo tempo, Milano, Franco Angeli, 1995. 95 Zeno Saltini alla Sacra Congregazione del Santo Ufficio, 11 marzo 1950, allegato 2: I segni della volontà di Dio, in AN, CZ/AR 25 carpigiano aveva favorito la Chiesa, «cominciando da Nerone a Costantino, da Costantino alle democrazie». Con questa lente d‟osservazione, don Zeno metteva sullo stesso piano gli esiti storici delle varie forme di rapporti tra „trono‟ e „altare‟ che si erano configurati nella storia: dalla persecuzione, all‟alleanza, dall‟alleanza all‟indifferenza. Ne derivava che l‟unica forma che poteva realizzare un assetto diverso risultava il progetto a cui stava lavorando lo stesso don Zeno: Nomadelfia, la cui legge fondamentale non rimandava alla «volontà degli uomini» ma alla «volontà di Dio», rappresentava «l‟unione, in erba, tra Chiesa e Stato». La conclusione non poteva essere più perentoria: per disarmare il popolo non occorreva la «celere», bastavano le «proposte sociali» di Nomadelfia97. Questo ampio e prolungato sondaggio negli ambienti vaticani si concluse senza un‟esplicita e formale autorizzazione al Movimento della fraternità umana che avrebbe dovuto scuotere l‟intero territorio nazionale: «Torniamo quindi - fu il rilancio del sacerdote carpigiano - al progetto di cominciare nell‟Emilia. Là bastiamo da soli». Rimaneva, comunque, aperta la questione del «riconoscimento di un diritto che oltrepass[asse] i regolamenti vigenti nella disciplina ecclesiastica», in quanto non si poteva «marciare con sacerdoti che po[teva]no essere fermati alla dogana di un paese qualsiasi cui d[o]v[eva]no obbedire in coscienza». Don Zeno dichiarò ad Ottaviani che se non avesse ottenuto un‟esplicita risposta a tale richiesta avrebbe provveduto alla convocazione di un congresso per le popolazioni delle province limitrofe98. Il Sant‟Uffizio, dopo aver affiancato come consultore per la revisione del progetto saltiniano il gesuita padre Creusen, diede un parere di massima favorevole ad un «Convegno limitato per zona e per il numero delle persone»99. La responsabilità ultima dell‟autorizzazione veniva così di fatto demandata ai vescovi locali100. Il Congresso dei «du mucc», come venne ribattezzato sulla scorta dell‟appello lanciato nell‟immediato dopoguerra, venne fissato per la fine di luglio del 1950. Don Zeno fece anche preparare un numero straordinario de «La giusta via» che poi non venne pubblicato per la mancata concessione dell‟autorizzazione da parte di Dalla Zuanna, che, oltre all‟assenso di massima del Sant‟Uffizio, attendeva un parere della Segreteria di Stato101. La vicenda finiva così per mostrare un quadro articolato delle diverse sensibilità presenti negli ambienti vaticani, con cui i protagonisti dovevano confrontarsi senza potere averne una completa 96 Obiezioni del S. Ufficio, 3 maggio 1950, in AN, CZ/AR Zeno Saltini a Giovanni Battista Montini, Nomadelfia, 1° giugno 1950, in Lettere, I, pp. 164-175. 98 Zeno Saltini ad Alfredo Ottaviani, s.i.d. [ma giugno 1950], in AN, CZ/AR 99 Mario Crovini a Zeno Saltini, 3 luglio 1950, in AN, C/AR, b. 1927-1950, f. 1950, s.f. luglio agosto. 100 Più tardi Zeno Saltini a Giovanni Battista Montini, 20 giugno 1951, in una lettera non inviata conservata in AN, CZ/AR, parlò di un «nulla osta riservato» concessogli dal Sant‟Uffizio di cui non doveva dare notizia, ma che fece trapelare per la necessità di dover mettere al corrente i suoi collaboratori più stretti degli sviluppi dell‟iniziativa. 101 Vigilio Federico Dalla Zuanna a Zeno Saltini, s.i.d. [ma luglio 1950], C/AR, b. 1927-1950, f. 1950, s.f. luglio-agosto. Ved. anche R. RINALDI, Vigilio Federico Dalla Zuanna, cit., p. 359. 97 26 percezione dei contorni102. Don Zeno interpellò di nuovo Ottaviani, dicendo che i sacerdoti piccoli apostoli, che condividevano «la vita in tutto e per tutto con questa nascente popolazione di fratelli», non potevano per ragioni di una «disciplina generale», essere di «ostacolo ai naturali sviluppi della Città». E poi, non senza malizia, aggiungeva: «Forse che i sacerdoti erano assenti nelle lotte elettorali?»103. L‟insistenza di don Zeno non servì a smuovere il Sant‟Uffizio dal proposito di demandare la responsabilità dell‟approvazione del Congresso agli ordinari emiliani. Don Zeno riuscì a strappare il consenso a Boccoleri, dicendosi convinto che per il successo dell‟iniziativa «basta[va] uscire dai partiti che fino ad oggi hanno agitato problemi sempre unilaterali per metterci d‟accordo su un piano che in linea di massima la stessa città di Nomadelfia propone al popolo»104. Il nulla osta dell‟arcivescovo di Modena non influì, comunque, sulla decisione di Dalla Zuanna di mantenersi coerente al precedente veto105. Il parziale successo della strategia servì a don Zeno come trampolino di lancio, così come aveva fatto nell‟immediato dopoguerra, per riprendere a girare i paesi della provincia di Modena. I discorsi che tenne al popolo non variavano nei contenuti di fondo. La proposta lanciata nasceva da una critica radicale al sistema politico che, sotto la corteccia formale della democrazia, celava un tronco di «oligarchia nominata dal popolo»: «voi mandate al potere degli uomini - disse alla popolazione raccolta a Vignola -, ai quali lasciate il potere, fanno quel che vogliono, quel che credono meglio e voi a casa la prendete come viene». Per don Zeno ciò era possibile per le divisioni che si erano insinuate nel popolo diviso in partiti a tutto vantaggio dei „padroni‟ 106. A Concordia, il sacerdote carpigiano insistette sullo stesso timbro: «se voi volete risolvere i problemi sociali attraverso le ideologie, cioè il modo di vedere la vita, io vi dico che non risolvete niente, perché ognuno o diverse correnti vedon la vita alla loro maniera, ecco. Ma se si tratta di fare un ragionamento, si tratta di dire: dobbiamo o no vivere? Dobbiamo o no continuare la vita? Oppure continuiamo a dare alla storia questo tormento di passare di guerra in guerra, di rivoluzione in rivoluzione: siamo una generazione disgraziata»107. Anche questa volta la parola del prete carpigiano aveva l‟ambizione di penetrare il cuore degli ascoltatori in funzione catartica. Un simpatizzante comunista che si diceva credente gli scrisse di 102 Per un quadro di insieme delle diverse tendenze presenti nella Curia di Pio XII, rimane ancora fondamentale il lavoro di A. RICCARDI, Il «partito romano» nel secondo dopoguerra (1945-1954), Brescia, Morcelliana, 1983, a cui si può aggiungere ID., Il potere del papa da Pio XII a Giovanni Paolo II, Roma-Bari, Laterza, 1993, pp. 49-71. 103 Zeno Saltini ad Alfredo Ottaviani, 27 luglio 1950, in AN, CZ/AR. 104 Zeno Saltini a Cesare Boccoleri, Nomadelfia, 3 agosto 1950, in Lettere, I, p. 184. 105 Zeno Saltini a Vigilio Federico Dalla Zuanna, 15 agosto 1950, in AN, CZ/AR. Cfr. anche R. RINALDI, Vigilo Federico Dalla Zuanna, cit., p. 361. 106 Il testo del discorso, tenuto il 6 settembre 1950, in Un’intervista, una vita, pp. 230-237. 107 Concordia, 21 Settembre 1950, in AN, trascrizione. 27 avere sentito a Carpi un discorso «giusto e pulito», che gli faceva pensare che le idee espresse potessero trovare una sintesi nel «corpo» del comunismo e nell‟anima della «dottrina cristiana», anche se temeva che il moto innescato avrebbe trovato ostacoli insormontabili108. Don Zeno rispose all‟interlocutore, chiarendo le sue intenzioni: «A Carpi, nel nome di Nomadelfia ho dato l‟attacco ad una battaglia che, non temo, sarà talmente divina da disperdere i veri nemici dei sofferenti e degli oppressi. Io non ho paura di coloro dei quali tu pensi siano in grado di fermarmi. Essi sono forti solo della debolezza del popolo. Se il popolo seguirà con prontezza il consiglio dei padri di famiglia di Nomadelfia sarà una valanga cui nessuna forza al mondo potrà resistere». Per il sacerdote carpigiano, il congresso avrebbe assunto un rilievo decisivo: «Se a Modena fallirà il congresso, allora i nemici si scaglieranno contro Nomadelfia violenti ed affamatori, ma Nomadelfia ritenterà l‟attacco. Ma se il congresso riuscirà con una schiacciante maggioranza, in pochi mesi il popolo sarà al potere, e di là farà le nuove leggi. Avremo liberata anche la Chiesa dai borghesi e dai capitalisti. Sarà facile poi essere i rivoluzionari della Francia e di tutto l‟occidente in un abbraccio fecondo di pace e di progresso con i popoli dell‟oriente comunista. Chi decide tutto è la provincia di Modena: un esempio deciso, senza violenza, ma un blocco travolgente»109. Le crescenti preoccupazioni degli ambienti politici, di cui si fece portavoce il questore di Modena, che intendeva proibire la celebrazione del Congresso, non fermarono don Zeno: «A Lei fa meraviglia perché io, sacerdote e fondatore di Nomadelfia, mi dedico alla lotta sociale. Ma questo l‟ho sempre fatto perché è nella stessa natura di Nomadelfia accettare le vittime dei disordini sociali correndo a costo anche del martirio nostro a sanarne le cause»110. Il vasto giro di conferenze, che interessò 46 centri della provincia di Modena, coinvolgendo circa duecentomila persone, culminò il 15 ottobre 1950 nel Congresso tenuto nel Palazzo dello Sport del capoluogo. Seguirono alcune riunioni del gruppo dei promotori, in cui si decise di creare un ufficio di coordinamento del movimento, di affiancarvi un nucleo di propagandisti e di dar vita ad un settimanale intitolato «Siamo fratelli»111. Le decisioni assunte miravano a rafforzare il Movimento della fraternità umana attraverso una struttura al contempo più solida e definita, che gli avrebbe consentito una formale autonomia da Nomadelfia, scavalcando così gli eventuali problemi di un‟autorizzazione vaticana. In tale modo l‟iniziativa avrebbe potuto con più tranquillità valicare i confini emiliani. Il progetto incontrò le riserve di padre David Maria Turoldo, che pur condividendo «in pieno» la tensione da cui era animato il sacerdote carpigiano, riteneva «più importante consolidare 108 Otello Setti a Zeno Saltini, agosto 1950, in AN, C/V, b. 1950-marzo 1951, f. luglio-novembre 1950, s.f. agosto. 109 Zeno Saltini ad Otello Setti, 1° settembre 1950, in Lettere, I, pp. 186-187. 110 Zeno Saltini al questore di Modena, 4 ottobre 1950, in AN, CZ/AC. 111 Zeno Saltini ad Alfredo Ottaviani, Roma, 13 dicembre 1950, in Lettere, I, pp. 191-198. 28 Nomadelfia per renderla più efficiente in vista della sua azione di domani»112. Lo stesso don Zeno riteneva il servita friulano ancora troppo legato ad un ordine religioso che non rispondeva più, «almeno nei fatti, alla rivoluzione sociale di Cristo», tanto da fargli velo alla comprensione profonda del Movimento della fraternità umana113. La replica di Turoldo fu altrettanto franca e dura: «Io lavoro per Nomadelfia solo perché ho ben distinto, o credo di avere ben distinto, ciò che c‟è di valido e ciò che c‟è di non valido»114. Il movimento si poneva inevitabilmente su un crinale sdrucciolevole, attraversato da non poche tensioni interne al mondo cattolico115. Don Zeno ritornò allora a cercare l‟appoggio del Vaticano, che, questa volta, fu ancora più prudente. L‟esile filo dei rapporti trilaterali tra Nomadelfia, Santa Sede e DC poteva essere spezzato dalla „spada di Damocle‟ dei debiti, che divenne la preoccupazione più impellente per don Zeno. A tale fine vennero attivati in diverse località della penisola dei comitati pro Nomadelfia, a sostegno dei quali don Zeno immaginava di potere suonare la „gran cassa‟ dei suoi interventi pubblici. Gli sviluppi del movimento politico si venivano così ad intrecciare inscindibilmente con le iniziative messe in cantiere per reperire risorse finanziarie a favore di Nomadelfia. La prima serie di conferenze suscitò nuovi allarmismi, acuiti dall‟uscita dell‟opuscolo edito dagli stessi nomadelfi Dopo venti secoli. Anche in questa pubblicazione si giocava sulla dicotomia tra legge naturale e legge positiva: «Gli stati attuali sono di fatto organismi particolaristici, perché non garantiscono in solido i diritti naturali a tutti gli uomini»116. Il divaricarsi di questa forbice poneva l‟umanità di fronte ad un bivio: «dovrà scegliere lo sterminio, o la revisione di tutte le sue istituzioni private e pubbliche, religiose e politiche»117. Tale mutamento non poteva essere attuato a partire da nessuno dei modelli di civiltà proposti all‟umanità: «La famigerata cortina di ferro non esiste perché come risultante abbiamo la menzogna in comune: al di qua e al di là si parla una lingua diversa, ma si dicono le stesse cose: oppressione ed abuso della personalità umana»118. Secondo il popolo di Nomadelfia, «l‟ora tragica» che stava attraversando il mondo imponeva una «riforma radicale della Chiesa», che doveva assumere un volto «primaverile a mediazione di Giustizia e di Pace tra gli uomini»119. Una Chiesa così rinnovata poteva pienamente inserirsi - ed anzi essere alla testa - di una altrettanto radicale riforma 112 David Maria Turoldo ad Ennio Tardini, Milano, 2 agosto 1950, in R. RINALDI, Don Zeno Turoldo Nomadelfia. Era semplicemente amore, Bologna, Edizioni Dehoniane, 1997, pp. 56-57. 113 Zeno Saltini a David Maria Turoldo, Nomadelfia 13 febbraio 1951, ibid., p. 113. 114 David Maria Turoldo a Zeno Saltini, Milano, 15 febbraio 1951, ibid., p. 117. 115 Vi è ormai una lettura convergente sui crescenti segnali di „crisi‟ che investirono il mondo cattolico italiano nella fase finale del pontificato di Pio XII, che già S. MAGISTER, La politica vaticana e l’Italia 19431978, Roma, Editori Riuniti, 1979, pp. 224 e sgg., descriveva ricorrendo alla categoria dell‟«eclissi». 116 IL POPOLO DI NOMADELFIA, Dopo venti secoli, Siena, Tipografia S. Giovanni, 1951, p. 10. 117 Ibid., p. 18. 118 Ibid., p. 22. 119 Ibid., pp. 34-35. 29 sociale basata sulle leggi naturali di libertà, uguaglianza, fraternità: «se le masse apriranno gli occhi davanti alle vere leggi della convivenza fraterna, in una ventata sola saliranno al potere: faranno ciò che il marxismo e la borghesia, conniventi purtroppo molti ecclesiastici ed una marea di farisei del Cristianesimo, hanno sempre violentemente impedito di fare»120. L‟opuscolo, che veniva distribuito nel corso delle conferenze pubbliche tenute da don Zeno in diverse città dell‟Italia settentrionale, suscitò reazioni contrastanti. Non mancarono sinceri apprezzamenti per l‟iniziativa editoriale. Umberto Terracini scisse che Dopo venti secoli gli sembrava «nella sua semplicità, per le sue affermazioni, il più grande e più vero libro che sia stato scritto, il più vicino al Vangelo di Cristo»121. Più consistenti e politicamente più significative furono le letture di segno opposto. L‟indifferenza del governo nei confronti dei problemi economici di Nomadelfia spinse la comunità di don Zeno ad annullare le schede in occasione delle elezioni amministrative del 10 giugno 1951, barrandole con tre frecce convergenti, a cui qualcuno affiancò la scritta «libertà, uguaglianza, fraternità». Il gesto, che il sacerdote carpigiano don Enrico Muzzioli, nella sua Cronaca di Carpi, definì un «grave sconcio», fece perdere un seggio in Consiglio comunale alla DC ed uno ad Alleanza Democratica, il raggruppamento formato da socialdemocratici e repubblicani 122. L‟impatto della provocazione superò i confini locali, accentuando l‟ostilità di parte dei vertici democristiani verso Nomadelfia e le preoccupazioni di settori autorevoli dell‟episcopato italiano. Il cardinal Fossati, arcivescovo di Torino, proibì a don Zeno di tenere una serie di conferenze nel capoluogo piemontese, inducendolo a sospendere l‟iniziativa anche nelle altre città in cui era già stata programmata. Per riprendere a tessere la tela del movimento, occorreva un chiarimento definitivo in Vaticano. Don Zeno auspicava che si potesse finalmente dissipare lo spirito del 18 aprile, che imbrigliava la Chiesa al carro della DC e soffocava i tentativi generosi di chi non intendeva «rinunciare alla vis pura e miracolosa del Mandatum novum»123. Il patriarca di Nomadelfia chiese ancora una volta un‟esplicita autorizzazione a Montini a favore del movimento, sollecitando una sorta di ruolo di supervisione da parte del Sant‟Uffizio nelle persone di Ottaviani e Crovella, che aveva conosciuto a Pompei nel 1944124. Come in altre occasioni, don Zeno alternava ruvide ma contenute dichiarazioni inviate agli organi della Santa Sede ad attacchi sferzanti alla classe politica al governo. Nel pieno delle difficoltà, il popolo di Nomadelfia tenne nel luglio del 1951 un Congresso, da cui scaturì, sul piano politi120 Ibid., p. 42. Umberto Terracini a Zeno Saltini, s.i.d. [maggio 1951?], in AN, C/V, b. aprile-dicembre 1951, f. maggio. 122 Cronaca Di Carpi dal marzo 1945 all‟8 gennaio 1955 compilata dal Sac. Enrico Muzzioli, 14 giugno 1951, in Archivio storico comunale di Carpi. 123 Zeno Saltini a Giovanni Battista Montini, Nomadelfia, 24 giugno 1951, in Lettere, I, pp. 210-211. 124 Zeno Saltini a Giovanni Battista Montini, 20 giugno 1951, cit. 121 30 co, una forte presa di posizione, di cui don Zeno si voleva fare interprete presso il presidente della Repubblica Einaudi, attraverso un memoriale, che non venne poi mai inviato. I nomadelfi, sentendosi «sul suolo Italiano come degli schiavi», condannavano «come tiranni tutti gli uomini al potere» che, per esplicita volontà o per connivenza, si rendevano «oppressori» dell‟esperimento attuato nell‟ex campo di concentramento di Fossoli. Tale situazione li costringeva a «farsi ribelli alla attuale società ed alle sue forme costituite», rifiutando qualsiasi collaborazione che anche indirettamente avesse perpetrato «una così evidente ingiustizia che non e[ra] fatale, ma voluta dai privilegiati e dai forti». Il popolo di Nomadelfia dichiarava poi con fermezza che sarebbe rimasto dalla parte degli oppressi per arrivare ad un diverso assetto sociale, organizzandosi «in forma aperta quando e[ra] concesso dalla forza pubblica ed in forma clandestina quando non e[ra] concesso». Per dissipare ogni possibile equivoco, i nomadelfi tracciavano una conclusione al contempo solenne e perentoria: «Si dichiarano “liberi della libertà dei liberi figli di Dio” per cui si oppongono decisamente a qualsiasi ingiusta imposizione da qualsiasi parte venga, preferendo il martirio su l'esempio del Divino Maestro e dei Suoi santi. Non si piegheranno all‟aggressione e non aggrediranno nessuno»125. Di fronte alle riserve vaticane sul Movimento della fraternità umana, il sacerdote carpigiano non esitava a rispondere ad Ottaviani che la «prudenza» con cui si procedeva finiva per essere un «reato»126. Se l‟interpretazione di don Zeno forzava al solito i contorni reali della dialettica diplomatica che si stava dipanando tra Santa Sede e governo, è indubbio che le cautele di alcuni settori vaticani finivano per favorire quanti si adoperavano per liquidare Nomadelfia. Agli inizi di settembre del 1951, Borgoncini Duca visitò una seconda volta Nomadelfia, elogiandone la carità cristiana concretamente vissuta, ma non pronunciandosi sugli aspetti più problematici dell‟istituzione che rimanevano al vaglio della Santa Sede127. Il mese successivo, Scelba dichiarò in un colloquio privato con la contessa Maria Giovanna Albertoni Pirelli di non approvare Nomadelfia «né assistenzialmente, né socialmente, né politicamente» e di «aver avuto mano libera da parte del Vaticano per agire nei confronti di Nomadelfia»128. Di fronte alla sortita del ministro degli Interni, don Zeno convocò il Congresso di Nomadelfia, in cui fu deciso di non accettare qualsiasi imposizione che ne avesse comportato lo scioglimento o l‟alterazione. 125 Zeno Saltini a Luigi Einaudi, s.i.d. [ma fine luglio 1951], in AN, CZ/AC. Zeno Saltini alla Suprema Congregazione del S. Ufficio, Nomadelfia, 27 giugno 1951, in Lettere, I, p. 220. 127 Per una diversa interpretazione, cfr. R. RINALDI, Vigilio Federico Dalla Zuanna, cit., p. 399. 128 Maria Giovanna Albertoni Pirelli a Zeno Saltini, Tremezzo (CO), 10 ottobre 1951, in Atti e documenti di Nomadelfia. Settembre 1951-23 marzo 1952, s.i.l., Amici di Nomadelfia, s.i.d. [ma 1952], p. 8. Padre Turoldo ha raccontato che il crescendo di ostilità nei confronti di Nomadelfia mise in moto la gerarchia ecclesiastica che poi si servì del «braccio secolare» per colpirla. Cfr. M.N. PAYNTER, Perché verità sia libera. Memorie, confessioni, riflessioni e itinerario poetico di David Maria Turoldo, Milano, Rizzoli, 1994, p. 123. 126 31 L‟ingranaggio che si era avviato non poteva, tuttavia, più essere arrestato. La sorte di Nomadelfia era al centro di pressioni concentriche che sfuggivano alle possibilità di intervento di don Zeno. La vicenda, nel clima di psicosi bellica innescato dalla guerra di Corea, di definizione della strategia della «democrazia protetta» e di irrigidimento vaticano rispetto ad ogni iniziativa che potesse incrinare il conclamato monolitismo del mondo cattolico, poteva così assumere contorni solo apparentemente contraddittori. Tale fu, nell‟ottobre del 1951, l‟interrogazione parlamentare di Giorgio Almirante rivolta al ministro dell‟Interno perché sostenesse Nomadelfia con un contributo straordinario da poterle così permettere di «compiere serenamente e tranquillamente la missione prefissassi»129. Tale fu anche, se vogliamo, l‟iniziativa dei nomadelfi del novembre successivo, quando decisero di firmare uno dei punti dell‟appello di Berlino lanciato dai Partigiani della Pace per la richiesta di un incontro tra le cinque grandi potenze mondiali130. Un‟iniziativa che certo non favoriva quanti lavoravano per un „salvataggio‟ dignitoso di Nomadelfia, ma che poco aggiungeva al bagaglio di „accuse‟ costruito dai suoi più tenaci detrattori. 4. «Non siamo d’accordo» Questa volta le speranze che don Zeno ancora nutriva per trovare una via d‟uscita alla complessa situazione di Nomadelfia non trovarono sponde sufficientemente solide in Vaticano. Seguirono la nomina della Commissione incaricata di vagliarne la situazione, la sua trasformazione in associazione civile e l‟allontanamento dello stesso don Zeno. Nel corso dell‟ultimo squarcio del 1951 don Zeno ebbe anche un incontro con Dossetti che, da poco, dopo il Convegno di Rossena, aveva presentato le dimissioni dalla direzione nazionale della DC. Il deputato emiliano, a cui - come abbiamo ricordato in precedenza - don Zeno si era rivolto all‟indomani delle elezioni del 18 aprile per valutare la possibilità di un percorso convergente, gli rispose fiducioso: «il discorso iniziato con lei […] non si fermerà. Anzi ho l‟impressione che cammini. Dentro di me ha già camminato»131. Ma ormai per Dossetti, come per don Zeno, almeno sul piano politico «la speranza del dopoguerra e[ra] 129 Il testo in AN, C/V, b. aprile-dicembre 1951, f. ottobre-dicembre, s.f. ottobre. Sul contesto dell‟Appello di Berlino ved. G. VECCHIO, Pacifisti e obiettori nell’Italia di De Gasperi (1948-1953), Roma, Studium, 1993, pp. 247-263. Don Zeno, scrivendo al cardinale Ottaviani, Roma, 16 novembre 1953, in AN, CZ/AR, volle precisare al riguardo: «I Nomadelfi, a differenza anche dei tanto discussi preti operai della Francia, non si sono mai associati ai comunisti in nessuna iniziativa, e quando furono invitati dal Comitato Comunista della Pace si sono presentati dichiarando che essi non sono per una „pace comunista‟ e che collaborarono solo a patto di creare un nuovo comitato del tutto sinceramente apartitico. Infatti a Fossoli si fece un secondo comitato del tutto indipendente dalla iniziativa comunista, cui parteciparono tutte le correnti, ed in esso i comunisti nulla potevano fare». 131 Giuseppe Dossetti a Zeno Saltini, Roma, 30 novembre 1951, in AN, C/V, b. aprile-dicembre 1951, f. ottobre-dicembre, s.f. novembre.. 130 32 morta»132. Confidandosi a don Calabria, il sacerdote carpigiano offriva indirettamente una persuasiva chiave di lettura dei motivi che avevano fato precipitare la situazione di Nomadelfia, che andavano collocati sullo sfondo di quel „lungo dopoguerra‟: «Penso che si va alla guerra e che tutto ciò che turba le vie del mondo in lotta deve essere neutralizzato»133. Scrivendo a monsignor Ottaviani, don Zeno metteva sotto accusa l‟istituzione ecclesiastica, che, invece di «credere un po‟ di più alle sole forze di Cristo», si era lasciata suggestionare da una diplomazia fallimentare che aveva finito per allontanare ulteriormente le masse: «Qui la politica non c‟entra perché essa, quale polipo, avvinghia la Chiesa con diabolica abilità: sotto il pretesto di fare dell‟anticomunismo, nemico virulento numero uno del cattolicesimo, fa spudoratamente della ingiustizia liberale, borghese e materialistica»134. Ancora più duramente, con un sarcasmo che lasciava trasparire l‟amarezza per l‟esito della vicenda, il patriarca di Nomadelfia attaccò De Gasperi: «Si informi, Eccellenza, si informi - scrisse in una lettera non inoltrata - per mettere a posto le cose prima delle imminenti elezioni, delle quali sta studiando più la forma che la sostanza. Non fosse altro, almeno, per essere tutti più tranquilli „in coscienza‟ quando entreremo nella cabina a votare, dove siamo andati diverse volte rimanendo poi egualmente come prima, e noi peggio che prima. Questa volta, scusi il nostro analfabetismo, non sapremo leggere i manifesti, ma riusciremo a interrogare lo stato reale della nostra esistenza. Siamo cittadini? Ci domanderemo. Dovremo votare per il „minor male‟? Per quel male che toccherà poi a noi, come sempre? Mentre molti voteranno per il „maggior bene‟, perché stanno e staranno benone». E poi, a conclusione dello scritto, don Zeno invitava in modo pungente il presidente del Consiglio a rivedere la propria strategia di avvicinamento all‟appuntamento elettorale: «Sarebbe inutile che ci mandasse la Polizia per farci tacere, sarebbe molto più demo-cristiano metterci tutti, di tutte le tinte, d‟accordo sulle realtà ed esigenze inequivocabilmente eloquenti, che anche i più intelligenti ed astuti manifesti elettorali non riusciranno a far dimenticare»135. Le speranze di don Zeno di salvare un nucleo più ristretto dell‟opera a Fossoli svanirono di fronte all‟intransigenza del ministero degli Interni che aveva dato mandato alla prefettura e alla questura di Modena di «liquidare» Nomadelfia per «impedire il risorgere, sia pure sotto altra veste e sotto altro nome, della istituzione». L‟unica strada che rimaneva aperta era il trasferimento immediato nel Grossetano dei resti del popolo di Nomadelfia o la loro dispersione136. Quest‟ennesima imposizione accentuò l‟amarezza di don Zeno, che, a cavallo tra il 1952 e il 1953, scrisse una serie G. DOSSETTI, Problematica sociale del mondo d’oggi, 30 agosto 1951, ora in ID., Scritti politici 19431951, a cura di G. Trotta, Genova, Marietti, 1995, p. 275. Per una valutazione di questo importante testo, ved. G. TROTTA, Giuseppe Dossetti la rivoluzione nello Stato, Firenze, Camunia, 1996, pp. 400-404. 133 Zeno Saltini a Giovanni Calabria, Assisi (PG), 6 febbraio 1952, in Lettere, I, p. 263. 134 Zeno Saltini ad Alfredo Ottaviani, Genova, 4 agosto 1952, in Lettere, I, p. 296. 135 Zeno Saltini ad Alcide De Gasperi, 11 settembre 1952, in AN, CZ/AC. 136 A. Selmi ad Emilio Giaccone, 2 ottobre 1952, in AN, Fondo Giaccone, b. A, c. I. 132 33 di lettere dai contenuti sempre più brucianti ad esponenti politici ed ecclesiastici, in cui spesso saltavano anche le precedenti sfumature. Con Ottaviani il sacerdote carpigiano avviò un dialogo a distanza che, almeno inizialmente, sembrava mostrare una certa comprensione per la strategia di lungo periodo dei vertici vaticani in appoggio al partito di ispirazione cristiana: «Si avvicinano le elezioni; per quanto io non veda nella Democrazia Cristiana il movimento che sia in grado di affrontare a fondo la soluzione dell‟assillo sociale dei tempi, tuttavia è nell‟interesse della stessa Santa Madre Chiesa che si affermi ed abbia possibilmente la maggioranza. Tutte le correnti rivoluzionarie che sono oggi vive nella Chiesa devono naturalmente essere pazienti e non danneggiare l‟enorme lotta che sta per avvicinarsi. Dispiace che coloro che si presenteranno candidati alle elezioni con il simbolo del Massimo bene (una Croce), debbano ottenere l‟elemosina del voto in nome del minor male. Ma altra cosa è la sociologia, altra cosa è la politica la quale è quello che è e non quello che dovrebbe essere, si direbbe e si dovrà purtroppo dire. Auguriamoci che serva almeno per anticipare il passaggio „dal selvaggio all‟umano‟, a meno che non ottenga effetto contrario»137. Se don Zeno poteva concedere almeno il beneficio della verifica alla „politica‟ vaticana, non era più disposto a tollerare l‟inerzia della DC che era tutta assorbita a far approvare la „legge truffa‟ mentre i problemi sociali continuavano a rimanere tutti aggrovigliati: «Dover combattere e far perdere tempo alle Camere per ottenere una irreale maggioranza è un po‟ troppo anche se è necessario per governare»138. Di tali considerazioni, il fondatore di Nomadelfia volle mettere al corrente monsignor Montini, che, all‟interno della Chiesa di Pio XII, rappresentava il punto di riferimento più autorevole per quello che Agostino Giovagnoli ha definito il «partito italiano»: «La Democrazia Cristiana, sorretta anche dall‟Azione Cattolica e dagli Ecclesiastici si presenta alle nuove elezioni dopo otto anni di oppressione ai poveri ai quali non ha mai voluto riconoscere il diritto alla vita e pure avendo in mano il potere si è accontentata di attuare una politica fondamentalmente liberale-capitalistica e borghese facendo l‟elemosina e dando le briciole del superfluo a noi oppressi ed avviliti. In politica non si può credere alle parole ed alle dottrine che vengono enunciate dai medesimi che tengono in mano il potere, ma alle sole opere che dicono la loro vera dottrina, per parte mia già condannata dalla Chiesa, e, senza meno, condannabile dalla più elementare scienza sociale». Secondo don Zeno la Santa Sede si era prestata a questo gioco, che aveva finito per allargare il fossato tra l‟impalcatura del magistero di Pio XII e la prassi politica seguita. Pertanto occorreva una radicale conversione di rotta che il sacerdote carpigiano si diceva anche disposto a valutare, ritenendosi, tuttavia, libero in coscienza di seguire una strada diversa: «In nome di quale Dio noi oppressi possiamo essere indotti a votare per consegnare il potere in mano ai nostri oppressori? In base a quale legge di morale? […] Vuole il Governo riparare al male fatto a me ed ai miei figli? […] Non lo vuole fare? Per me è in peccato anche su questo fatto. Nel qual caso che cosa farò? Non lo so. Mi 137 138 Zeno Saltini ad Alfredo Ottaviani, Roma, 14 novembre 1952, in AN, CZ/AR. Zeno Saltini ad Alfredo Ottaviani, 6 gennaio 1953, in AN, CZ/AR. 34 difenderò. Quali saranno le ripercussioni pubbliche? Non mi interessano»139. Evidentemente le risposte indirette che la DC offrì a questa sorta di ultimatum non furono ritenute credibili da don Zeno, che si rivolse ad Ottaviani, invitandolo, per quanto era nelle sue possibilità, a scindere il destino della Chiesa dal partito che continuava a sbandierare un‟ispirazione cristiana sempre più sbiadita: «Non credo che la Santa Sede intenda fare della politica democristiana un „motivo di credibilità‟ anche solo impegolandosi indirettamente a costringere noi a piegarci alle evidenti ingiustizie ed agli errori sociali della medesima D.C.». Il gesto richiesto non avrebbe certamente indotto a togliere il proprio appoggio al partito di De Gasperi quanti non avevano «voglia di riforme e di traumi politici», ma almeno avrebbe spuntato la predicazione di tanti parroci troppo accomodanti nei loro confronti140. I toni del ragionamento si fecero vieppiù acidi nello scritto Non siamo d’accordo, uscito alla vigilia delle elezioni politiche del 1953, a cui la DC arrivò esposta non solo, come era accaduto cinque anni prima, all‟offensiva delle sinistre, ma anche alle pressioni delle destre, che potevano oltre tutto contare sulle simpatie di non pochi e influenti ambienti del mondo cattolico141. In questo quadro, le critiche mosse da don Zeno alla compagine democristiana, che - riprendendo un‟immagine diffusa al tempo - definiva un «argine senza corrente», non potevano essere più radicali: «Non è stata né democratica, né cristiana; è stata, in belle e brutte maniere, semplicemente autoritaria»142. Per rafforzare questa tesi, nell‟opuscolo veniva riportata una lettera a Giuseppe Bettiol, presidente del gruppo parlamentare della DC alla Camera e vecchio compagno di studi alla Cattolica di don Zeno, in cui il fondatore di Nomadelfia passava alla condanna senza appello della classe dirigente cattolica: «Se i membri del Gruppo Parlamentare Democristiano venissero uno ad uno a confessarsi da me, non gli darei l‟assoluzione; quindi, come sacerdote, per quanto sta in me, vi condanno qualificandovi oppressori […]. Sono otto anni che fate solo dell‟anticomunismo, ma non lo fate realizzando il cristianesimo vero. Fate in tal modo dell‟anticomunismo generante il comunismo a nostre spese; ed ingannandoci, con la combinazione falsa: „democristiani‟»143. Più avanti veniva riprodotta una lettera a mons. Montini, in cui altrettanto pesantemente veniva attaccato il personale democristiano che se voleva continuare a negare ai nomadelfi il «diritto alla vita», doveva almeno lasciare loro «la libertà di spiegargliela bene ed anche di soppiantarli se ci fosse possibile, per far cambiar loro parere». Emergeva ancora una volta, nell‟idea che «la contabilità non è una opinione politica», il substrato deideologizzato della visione politica di don Zeno, che 139 Zeno Saltini a Giovanni Battista Montini, 1° febbraio 1953, in AN, CZ/AR. Zeno Saltini ad Alfredo Ottaviani, aprile 1953, in AN, CZ/AR. 141 P. SCOPPOLA, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, Bologna, il Mulino, 1997², pp. 265-266. 142 Z. SALTINI, Non siamo d’accordo, Torino, Francesco De Silva, 1953, p. 5. 143 Zeno Saltini a Giuseppe Bettiol, 2 febbraio 1953, ibid., pp. 18-21. 140 35 arrivava a mettere in discussione la tendenza degli esponenti di governo a coniugare «i verbi al futuro, cosa che piace moltissimo fino al plauso più sincero, a coloro che mangiano al presente», mentre chi si trovava nell‟indigenza non poteva che pensare che tale verbo doveva trovare una declinazione immediata, addirittura «con effetto retroattivo»144. Un intero capitolo del volume prendeva poi la forma di una «denuncia aperta contro la Democrazia Cristiana», accusata di tradimento del Vangelo perché «calpesta[va] il diritto alla vita dei deboli, degli inabili al lavoro, dei disoccupati, dei senza tetto, dei malati e persino dei lavoratori […] favorendo il benessere di altre classi e quello dei rappresentanti al potere». Se ciò era vero il Sant‟Uffizio, così come aveva fatto per altri movimenti politici, doveva intervenire prima delle elezioni con una condanna solenne nei confronti della DC, altrimenti «di questo passo non si capisce più che cosa sia la Religione». Ma don Zeno fingeva di non accontentarsi: «E perché non parlano anche i Vescovi ed i parroci sulle misere e inumane condizioni degli avviliti gementi nelle popolazioni alle quali la Chiesa li ha mandati come rappresentanti di Cristo a difendere gli interessi di Dio nel popolo? […] Parlino i Vescovi ed i parroci, parlino!»145. Se non ci fosse stato un tale autorevole intervento, gli «oppressi a causa della povertà, della miseria, della politica» avrebbero continuato a vedere nel clero «una classe fortunata, non dei loro»146. Per parare il colpo dalle ricorrenti accuse di «prete rosso», Don Zeno sferzò un attacco anche al comunismo: «I „compagni‟ sono figli diretti del liberalismo selezionato, che, quando è oppresso, piange la libertà per tutti e, appena l‟ha ottenuta per sé, domina, feroce»147. Nel complesso il libro rappresentava una forte ed aspra denuncia, certamente sbilanciata nella pars destruens, ma ugualmente riconducibile ai cespiti del „pensiero politico‟ saltiniano di strutturale sfiducia nei confronti dei partiti. L‟opuscolo, dunque, al di là dei toni usati che si discostavano dalle pagine delle precedenti esperienze editoriali, non rappresentava un „colpo di testa‟, ma prendeva consistenza da una riflessione meditata, per quanto esasperata delle recenti vicende di Nomadelfia, sulla politica italiana del tempo, inquinata da legami troppo stretti tra Chiesa e DC. Don Zeno percepì nitidamente gli effetti dirompenti che avrebbe suscitato la pubblicazione: «Il libro è senza dubbio un sasso in piccionaia. C‟è da buscarsi una „paga da orbi‟. Ma siamo in casa nostra, o comunque, siamo di casa. Tutti i loro piani di radere al suolo la città sono andati falliti. Non condanneranno apertamente la D.C. ma rimarranno egualmente molto colpiti, sopratutto perché la D.C. è del loro stesso costume. Punto vulnerabile. Cer- 144 Zeno Saltini a Giovanni Battista Montini, 11 febbraio 1953, ibid., pp. 22-33. Ibid., pp. 13-17. 146 Ibid., p. 34. 147 Ibid., p. 51. 145 36 cheranno di aggrapparsi a qualche pretesto, ma acqua che passerà sotto i ponti senza macinare che nuovi guai per loro. Noi non abbiamo nulla da perdere»148. Le prime reazioni al volume, uscito senza l‟imprimatur dell‟ordinario diocesano, indussero la Santa Sede a richiedere da don Zeno una pubblica ritrattazione, anche perché dell‟argomento se ne era impadronito il PCI che, in piena campagna elettorale, ne diffondeva a mezzo volantini e altoparlanti le parti più corrosive. Il sacerdote carpigiano, aggirando in parte l‟obbligo impostogli, diramò una nota in cui dichiarava di ritrattare quanto vi era «di meno che riguardoso verso chiunque, specialmente verso la Santa Chiesa Cattolica e l‟Apostolica Sede e di considerare come non detto ciò che comunque possa venire interpretato quale disubbidienza alle direttive che i Vescovi hanno dato in questo momento ai cattolici, perché adempiano cristianamente il dovere e il diritto del voto»149. Perplessità sui contenuti e sulla forma di uscita della pubblicazione vennero anche dalla cerchia di amici di don Zeno. Franca Magistretti, spinta dal «troppo bene» che nutriva per il fondatore di Nomadelfia, confidò a Giuseppe Merzagora che l‟iniziativa di don Zeno gli sembrava «una ennesima, e nemmeno più efficace, iniziativa delle sinistre»: «Sono dell‟opinione che un sacerdote può correre dei rischi, anche molto seri per la sua posizione sacerdotale, quando ci sia l‟occasione per difendere efficacemente la verità: ma questo libro è un puro suicidio morale che non servirà a nessuno: né la causa della verità né tanto meno quella di Nomadelfia»150. Più sfumato fu il giudizio di Franco Briatico, giornalista del «Popolo», sensibile alle vicende di Nomadelfia, che cercò di distinguere dentro al „polverone‟ sollevato da don Zeno quello che rimaneva di valido: «È cioè un argomento vero religiosamente, ma rimane l‟errore di averlo confuso e politicizzato»151. Proprio sull‟organo di stampa democristiano fu pubblicato un articolo di don Primo Mazzolari dal significativo titolo: «Don Zeno ha sepolto Nomadelfia». Arturo Carlo Jemolo, che tra gli intellettuali italiani era stato in prima linea nell‟osteggiare la «legge truffa», si soffermò, invece, sugli aspetti ecclesiali della vicenda, ritenendo un errore l‟uscita di Non siamo d’accordo senza l‟imprimatur, perché rendeva il sacerdote carpigiano, così come era accaduto a tanti „riformatori‟ del passato, attaccabile dal punto di vista disciplinare: «Lasciate a noi laici gli ardimenti magari ispirate la nostra azione, ma non mettetevi nella pericolosa via delle ribellioni, siano pure soltanto disciplinari»152. In risposta ai rilievi mossigli da Jemolo, don Zeno si disse 148 Zeno Saltini a Giuseppe Merzagora, Milano, 2 maggio 1953, in AN, CZ/V. Don Zeno ritratta le sue affermazioni, in «Avvenire d‟Italia», 29 maggio 1953. 150 Franca Magistretti a Giuseppe Merzagora, Milano, 20 maggio 1953, in AN, C/V, b. 1952-1954, f. aprilegiugno 1953, s.f. maggio. 151 Franco Briatico a Giuseppe Merzagora, Torino, 2 giugno 1953, in AN, C/V, b. 1952-1954, f. aprilegiugno 1953, s.f. giugno. 152 Arturo Carlo Jemolo a Zeno Saltini, Roma, 28 maggio 1953, in AN, C/V, b. 1952-1954, f. aprile-giugno 1953, s.f. maggio. 149 37 d‟accordo sulla necessità di «non sbandare fuori dalla Chiesa», rilanciando subito il ragionamento in chiave politica: «Può darsi che vinca il blocco centrale, ma se perdesse, si potrebbe anticipare una totale e pacifica rivoluzione nel paese avendo certamente dalla nostra quasi tutto il clero in cura d‟anime, il quale, una volta liberato dalla paura del bolscevismo, si orienterebbe a favorire un piano di santa e giusta libertà per tutti, definitivamente […]. Tuttavia, anche se vincerà, vedrà che il microbo di Nomadelfia agirà tra altre forze, come un qualsiasi invisibile tetano per neutralizzare il sistema nervoso di quel mostro, che potrebbe finire per perdere le staffe e buttarci in galera: principio della sua fine»153. Il fondatore di Nomadelfia non intendeva, comunque, piegarsi alle critiche concentriche provocate dal libro: «Se l‟Episcopato Italiano non ha nemmeno lontanamente pensato di opporsi in tempo ed in solido al tradimento sociale della D.C. - scrisse ad Ottaviani - vuol dire che almeno in questo fatto storico è passato dalla parte dei traditori»154. Superata la tornata elettorale, don Zeno tentò di rivitalizzare il filo conduttore delle argomentazioni svolte, non riuscendo a persuadersi della miopia della Santa Sede che continuava ostinatamente ad appoggiare la classe politica democristiana: «Sono come il cobra, fin che suoni il flauto ti guardano e godono, ma appena cessi di suonare o li tocchi ti ammazzano. Da Costantino in poi stiamo facendo questo duro servizio al nemico del popolo»155. Senza voler dismettere gli abiti del „profeta‟ che aveva indossato dopo essere stato costretto a bloccare il Movimento della fraternità umana, il fondatore di Nomadelfia girò queste considerazioni espresse al fratello Vincenzo sui politici democristiani direttamente a Pio XII: «Continuano il loro peccato sociale, come se niente fosse, peggio che prima. Sono dei borghesi nella testa, nel portafoglio e nel cuore, fatte le dovute eccezioni di deboli e di conniventi, oppressi e sfruttati come noi, ma operanti in tal modo contro di noi, quindi traditori. Calpestare noi è calpestare la Chiesa. Ma se il loro costume sociale non è cattolico, essendo amorale, perché si vuole insistere a dire che come politici sono cattolici, persino su l‟Osservatore Romano? Ma sono al potere; ma devono esercitare quel potere che è da Dio e non dal diavolo; ma devono farsi martoriare piuttosto che peccare in quella maniera»156. Pochi giorni dopo questa lettera, don Zeno ricevette una risposta positiva alla domanda di laicizzazione pro gratia che gli consentiva di ricongiungersi al popolo nomadelfo trasferitosi in Maremma. 153 Zeno Saltini ad Arturo Carlo Jemolo, 2 giugno 1953, in Lettere, II, p. 34. Zeno Saltini ad Alfredo Ottaviani, 2 giugno 1953, in AN, NOM, b. 22 1953, f. maggio-giugno, s.f. giugno. 155 Zeno Saltini a Vincenzo Saltini, 7 novembre 1953, in Lettere, II, p. 62. 156 Zeno Saltini a Pio XII, 9 novembre 1953, in AN, CZ/AR. 154 38 5. Gli anni della ‘pacificazione’ con la politica e con la DC Nel „nuovo‟ stato di vita, Zeno Saltini cominciò ad assumere progressivamente un atteggiamento più „pacificato‟ nei confronti della politica. Il ritorno alla laicità gli servì per leggere in una luce differente, all‟interno di un nucleo più profondo di convinzioni a cui non venne mai meno, i rapporti tra piano ecclesiale e piano politico. Un primo indizio di questo aggiustamento di tiro lo si può cogliere in un volume scritto agli inizi del 1954, che Zeno intitolò significativamente Responsabilità di popolo. Nell‟attacco del libro si precisava il senso di questa nuova esperienza editoriale: «prima abbiamo bisticciato „là dove si discutono i destini della patria‟, poi siamo passati tra le strettoie del Santo Ufficio, dove abbiamo sanguinato nell‟anima e nel corpo, adesso stiamo per metterci in lite con il popolo. Poco che gli diremo, gli diremo del somaro, e prenderemo facilmente botte sonore»157. Il fondatore di Nomadelfia, dopo aver messo sotto accusa la DC per lo scadente profilo riformistico e la Santa Sede per la politica di acquiescenza verso la politica, intendeva ora „attaccare‟ il popolo, richiamandolo alle proprie responsabilità: «al popolo bisogna addossare completamente la responsabilità del suo avvenire. Accettare i suoi mandati e non fare mai nulla che non sia corresponsabilità di popolo. Invitarlo nelle piazze, fargli vedere i pericoli davanti ai quali si trova, fargli vedere che nessun uomo è in grado di salvarlo. Dirgli apertamente che è un poltrone che si disinteressa sempre delle sue responsabilità. Dirgli che la colpa dei suoi malanni non è sempre dei capi, ma sua, perché pretende che pochi uomini facciano quello che mai potranno fare; che siamo tutti popolo e che non pretenda da altri ciò che lui non vuol fare e che la smetta di creare degli idoli per il gusto di distruggerli alla prima occasione. Dirgli che la smetta di correre ai suoi egoismi, ma che accetti la legge inesorabile, senza della quale è comunque perduto: la giustizia e l‟Amore». Anche se il bersaglio era cambiato, nel testo non mancavano ancora una volta i termini ultimativi: «O il popolo si assume le sue responsabilità, o presto pagherà questa sua vigliaccheria a duro prezzo»158. All‟interno di questa cornice, Zeno Saltini „adattò‟ la teoria dei «du mucc», depurandola dagli elementi più spiccatamente „classisti‟: «Dividiamoci nettamente in due blocchi senza badare alle idee personali. Ognuno tenga le sue. Sfruttati, poveri, lavoratori ed oppressi da una parte ed i padroni dall‟altra. Questo è necessario come mezzo al fine». Il passaggio auspicato doveva avvenire entro un sicuro quadro democratico che avrebbe permesso al popolo di tenere delle assemblee in tutto il paese, da cui sarebbe uscita una «legge sociale» rispondente alle sue «vere ed evidenti esigenze», da sottoporre in un secondo tempo a referendum. Il processo innescato aveva la sua naturale conclusione nell‟„utopia‟ di una società senza schiavi: «Non avremo più dei padroni e dei ti- 157 Zeno Saltini ad Alfredo Ottaviani, Limbiate (MI), 24 gennaio 1954, in AN, CZ/AR. 39 ranni: saremo tutti fratelli. I padroni ed i tiranni, una volta entrati a far parte delle nostre condizioni sociali, si persuaderanno e saranno laboriosi; capiranno che si vive di lavoro proprio personale, e non di rendite ricavate dalla speculazione sul lavoro altrui. E avremo tra l‟altro una „democrazia diretta‟, nel più assoluto rispetto alla libertà. Il popolo sarà veramente sovrano e direttamente responsabile del suo avvenire»159. Il libro non ottenne l‟autorizzazione da parte della Curia arcivescovile milanese, inducendo Zeno a rientrare tranquillamente nei ranghi. Anche la pubblicazione sull‟«Osservatore romano» nel 1954 di quattro articoli anonimi che confutavano, senza citarne la fonte, brani di sue precedenti pubblicazioni, non smossero il fondatore di Nomadelfia dalla scelta di non esporsi: «Non facciamo niente di straordinario; così sono finite le chiacchiere. In campo politico siamo dei cittadini come tutti gli altri e ci difenderemo dalle ingiustizie sociali che si consumano contro di noi»160. L‟idea di recuperare il movimento politico, tuttavia, non lo abbandonava. Il fallimento delle correnti di sinistra interne alla DC che «reagivano ad una dura e crudele realtà senza però avere un piano concreto di azione», lasciava sguarnito uno spazio politico aperto a suggestioni riformiste se non rivoluzionarie, che poteva essere riempito dal progetto forzatamente interrotto nel 1951: «Le posso assicurare - scrisse al cardinal Ottaviani per saggiare il terreno - che non penso neanche lontanamente di riprendere il movimento della fraternità umana se prima non fossi sicuro essere questo nella volontà permissiva dell‟Autorità Ecclesiastica competente. Se al posto dei Saragatiani ci fossero dei deputati del movimento della fraternità le cose in Italia andrebbero molto diversamente e sarebbero in favore del ritorno del popolo in grembo alla Chiesa». Tale disponibilità, che Zeno rimetteva nelle mani del Sant‟Uffizio, aveva come limite invalicabile l‟autonomia del Movimento della fraternità umana dal „partito cattolico‟: «La così detta unità politica dei cattolici se la tenga ufficialmente la Democrazia Cristiana, basterà dire che noi non siamo anticattolici e che agiamo nel diritto democratico della libertà. I fatti poi dimostreranno che siamo molto più cattolici della D.C. quando si tratterà di attaccare laicismo e marxismo»161. Anche questa condizione fu superata dall‟avvento alla segreteria della DC di Amintore Fanfani, a cui il fondatore di Nomadelfia guardò come interlocutore credibile per un rinnovamento radicale su basi autenticamente cristiane della politica italiana. Nel 1955 Zeno Saltini inviò al leader aretino un memoriale per valutare concretamente la possibilità di una collaborazione tra Democrazia cristiana e Nomadelfia. Don Zeno riprendeva gli interrogativi che da sempre l‟animavano per sostanziare «una idea su cui impostare la civiltà» di un mondo che la cercava, ma non poteva trovar- 158 Z. SALTINI, Responsabilità di popolo, versione B, 1954, in AN, SZ, cap. V. Ibid. 160 Zeno Saltini ad Alfredo Ottaviani, Limbiate, 5 marzo 1954, in Lettere, II, p. 80. 161 Zeno Saltini ad Alfredo Ottaviani, 12 novembre 1954, in AN, CZ/AR. 159 40 la né nel liberalismo, né nel marxismo. A suo dire, la «sociologia cristiana» non si era mai realizzata storicamente per i continui compromessi a cui era stato sottoposto il cristianesimo, fino ad abituare i cristiani all‟idea «che il Vangelo in campo sociale è una utopia perché comanda ai cristiani di amarsi l‟un l‟altro come Cristo ci ha amati e chiede come conditio sine qua non una giustizia che secondo loro è umanamente impossibile». Secondo Zeno, la DC, avendo come compito di «salvaguardare i diritti della Chiesa», doveva modellare «istituzioni e forme sociali» secondo il mandato divino affidato all‟istituzione ecclesiastica. Analogamente Nomadelfia «cre[ava] anch‟essa istituzioni pubbliche e apr[iva] anch‟essa la via all‟attuarsi della Chiesa nel mondo operando nel campo sociale e politico». Le affinità che si potevano riscontrare non dovevano far dimenticare l‟indole profonda di Nomadelfia che «non è un partito per sua natura, ma è una forza anche politica per sua natura e che può agire in collaborazione con un partito politico ogni qualvolta il suo intervento costituisca un rafforzamento delle correnti cattoliche che lottano in quel campo per il raggiungimento dello stesso fine: sfondare ogni muraglia politica che si opponga alla redenzione del mondo; della quale la Chiesa ha il divino mandato». Si trattava ora di superare le incomprensioni sorte in passato tra settori della DC e Nomadelfia. Zeno vedeva in Fanfani l‟esponente politico in grado di ricucire gli strappi precedenti: «Io vengo a Lei, Eccellenza, perché […] ho mille motivi per credere che Ella sarà d‟accordo con me che non possiamo ricadere nei passati equivoci per mancanza di approfondimento di così grave urgenza di collaborare su di un piano che risponda alla Volontà di Dio. È stupido pensare che sia fatalità storica che si debba necessariamente ripetere sempre il medesimo errore e la medesima ingiuria ogni volta che tra i cattolici spuntano opere nuove suscitate dalla stessa esigenza dei tempi, che è in definitiva Volontà di Dio, s‟incontrino incomprensioni e persecuzioni tra i fratelli di Fede. Ma basta!». L‟offerta saltiniana sembrava suturare definitivamente le ferite rimaste aperte: «Non è il caso di passare noi a destra o a sinistra, ma urge cambiare rotta. Tutto questo per dirle opportune ed importune, che dobbiamo collaborare a qualsiasi giusto prezzo per difendere in tal modo i veri interessi di Dio nel popolo. Al di sopra di qualsiasi nostra veduta personale sta la direttiva di Cristo: “non mea sed tua voluntas fiat”, e l‟unità dei cattolici voluta dal Papa»162. Il mutamento di prospettiva che Zeno Saltini indicava da „laico‟ sembrava paradossalmente dover passare attraverso un processo di clericalizzazione della politica, seppur di segno rovesciato rispetto alle tentazioni prevalenti nel tessuto ecclesiale italiano degli anni Cinquanta. Altrettanto paradossalmente la disponibilità di Nomadelfia ad un percorso comune con la DC, che sarebbe stata compatibile negli anni del centrismo degasperiano, maturava in un momento in cui il partito tentava di rovesciare il rapporto 162 Z. SALTINI, La Società dei nomadelfi e la politica, note per Amintore Fanfani, Camaldoli, 10 agosto 1955, in AN, CZ/AC. 41 con il mondo cattolico rivendicando una maggiore autonomia dal Vaticano163. Su queste basi era assai problematico definire una possibile collaborazione, seppure indiretta, tra Nomadelfia e Democrazia Cristiana. Questo scritto fece da preludio ai volumi del 1955-1956 L’uomo è diverso e Sete di giustizia, in cui le declinazioni politiche presenti nelle precedenti elaborazioni saltiniane rimanevano sullo sfondo. I due lavori potevano essere letti quasi sinotticamente: per Zeno l‟uomo non poteva continuare a rimanere nella schiavitù a cui l‟aveva costretto una civiltà che si era allontanata da Dio 164; aspirava piuttosto ad una giustizia che era iscritta nella legge naturale e che si poteva realizzare solamente attraverso un effettivo esercizio della sovranità popolare165. Il cambiamento che ora egli proponeva era soprattutto interiore. In questo periodo, don Zeno parve, dunque, abbandonare definitivamente il progetto del Movimento della fraternità umana, non trascurando, tuttavia, di „sognare‟ che il popolo arrivasse «ad avere in mano il potere addossandogli la responsabilità di una intelligente „democrazia diretta‟ sulla base concreta della inevitabile solidarietà umana […] nella comune responsabilità della „cosa pubblica‟»166. Il fondatore di Nomadelfia non mancò poi di sottolineare i meriti della DC, arrivando a spendere parole elogiative nei confronti del governo Segni che, a suo dire, rappresentava «un gioiello di buona volontà e di aperture verso il popolo nella sua parte più sofferente l‟ingiustizia». Questo giudizio non poteva evidentemente non risentire della disponibilità che Tambroni, come ministro degli Interni, mostrava per risolvere definitivamente la questione delle passività di Nomadelfia. Nel contempo, anche la proposta avanzata nel 1955 a Fanfani subì una riconversione su un terreno che si potrebbe definire prepolitico: «Me la sento, con i miei figli già così provati e così buoni come adesso sono, me la sento - scrisse al cardinal Ottaviani - di fare una missione nel popolo a preparare il terreno alle sane correnti politiche che tentano di salvare la Fede. Missione del tutto apartitica ma a fondo per il ritorno alle vere leggi di Dio Padre secondo la Redenzione»167. Come aveva fatto in passato, quando, a conclusione ideale dei propri tormenti interiori per il tradimento della classe dirigente cattolica al governo, aveva esternato le proprie riflessioni a Pio XII, anche adesso don Zeno volle mettere al corrente il pontefice degli sviluppi delle proprie riflessioni: «La Democrazia Cristiana in questi ultimi anni ha fatto passi arditi e direi è già andata troppo avanti. Si avvicinano le elezioni e penso che una messa a fuoco quanto ai doveri del popolo verso Dio e verso la Sua Chiesa, predisponga le anime a fare qualcosa di meglio anche nel campo politico. Il popolo italiano deve rinunciare a dare l‟appoggio a partiti che 163 A. GIOVAGNOLI, Il partito italiano. La Democrazia cristiana dal 1942 al 1994, Roma-Bari, Laterza, 1996, pp. 70-71. 164 Z. SALTINI, L’uomo è diverso, Grosseto, Staia, 1955, pp. 7-11. 165 Z. SALTINI, Sete di giustizia, Grosseto, Edizioni di Nomadelfia, 1982² [lo scritto è del 1956], pp. 83-84. 166 Zeno Saltini a persona non identificata, Roma, 11 dicembre 1956, in Lettere, II, pp. 128-131. 167 Zeno Saltini ad Alfredo Ottaviani, Grosseto, 6 febbraio 1956, in AN, CZ/AR. 42 sono per programma e per ideologia tutti condannabili e tutti pericolosi alla santità delle anime. I rapporti tra la D.C. e i Nomadelfi si sono rifatti cordiali e animati da spirito di sana collaborazione, soprattutto perché la D.C. si è messa su un piano di riforme più secondo le esigenze del popolo; e l‟urto avvenuto tra Nomadelfia e la D.C., senza dubbio, ha fatto bene a tutte e due le parti, specialmente in Alta Italia, dove è urgente dare inizio a questa campagna per dimostrare alle masse che c‟è una sola via aperta: ritornare alla chiesa a salvezza dell‟Italia e del mondo; fare del popolo italiano un popolo di apostoli dei nuovi tempi»168. Tale giudizio, anche se non si nascose le difficoltà che poteva incontrare la nuova formula politica, fu confermato da don Zeno nel 1958, quando Fanfani assunse le redini di un esecutivo orientato ad aprire cautamente la strada al centro-sinistra: «I nuovi governanti in Italia sono animati da ottime intenzioni. Speriamo che riescano a sbucarla. Ma ci sono segni evidenti che troveranno tranelli impensati perché tra noi ci sono delle forze occulte e potenti che li colpiranno là dove meno si crederanno»169. Più in generale, con l‟avvento al soglio pontificio di Giovanni XXIII, si delineavano le premesse per un maggiore distacco della Chiesa dalle vicende contingenti della politica italiana. Per don Zeno quello fu il momento di tracciare un bilancio ideale del percorso iniziato nell‟immediato dopoguerra: «Questo sarebbe il momento giusto per saltare in mezzo al popolo e proporre “i du mucc” […]. Ma io adesso non ce la vedo perché o si fa una politica veramente da uomini liberi sul piano del diritto naturale secondo la morale cattolica, oppure è tempo perso a danno della stessa Chiesa che in politica immediata […] è sempre stata disastrosa». Una politica da «uomini liberi» era per sua natura problematica in quanto i cristiani non potevano appartenere integralmente alla società umana rimanendo «disciplinati nella Chiesa». Gli uomini che avevano tentato di fondere i „diritti‟ della Chiesa e i „diritti‟ del popolo non sempre erano riusciti nel proprio intento, come era capitato, secondo don Zeno, a La Pira, Dossetti, Lazzati e, in fondo, anche a lui stesso, che per rimanere fedele al suo status era stato «costretto a tradire il popolo»170. Agli inizi degli anni „60 cominciò a delinearsi più nitidamente la via d‟uscita per Nomadelfia con la trasformazione a parrocchia comunitaria e la ripresa dell‟esercizio sacerdotale per Zeno Saltini. La „normalizzazione‟ della comunità assumeva ora un significato alquanto differente rispetto a quanto era maturato un decennio prima in alcuni ambienti vaticani e democristiani: «Noi siamo qui a Grosseto nella Maremma - scrisse don Zeno a Vittorino Lodi - dove abbiamo passato nove anni di raccoglimento, di durissime prove di ogni sorta, di lotte interne o intestine nelle profondità delle anime nostre; per cui i più deboli sono caduti. Stiamo per tornare o uscire da questi anni di una esperienza praticamente provvidenziale, per ridonare al popolo il sorriso fecondo e ispiratore di 168 Zeno Saltini a Pio XII, 27 agosto 1957, in AN, CZ/AR. Zeno Saltini a Mario Crovini, 19 ottobre 1958, in Lettere, II, p. 181. 170 Zeno Saltini a Vincenzo Saltini, Assisi, 14 febbraio 1959, in Lettere, II, pp. 186-189. 169 43 bontà che nasce dal fargli conoscere l‟enorme bellezza della fraternità secondo il Cuore di Dio»171. La tensione a ricercare una società più giusta si era liberata di scorciatoie inadatte per una comunità religiosa, senza perdere in intensità: «In questo secolo nel quale i problemi sociali e politici interessano il fondo di tutta l'umanità dai più umili ai Papi, da più semplici ai più colti o sapienti - scrisse don Zeno al gruppo dell‟Isolotto -, a noi interessa vivere queste aspirazioni in forma sociale tra noi e tra quanti volessero viverla con noi come noi. Noi pensiamo che attendere che si trasformi la società è un attendere invano, per cui ci toccherebbe di vivere una forma sociale che non ci va per niente. Preferiamo collaborare in opere di bene con essa, giacché ne facciamo parte per natura e quindi per decisione di Dio»172. Tramontavano i tempi delle „masse d‟urto‟ di natura politica, sociale e religiosa e Nomadelfia si avviava a diventare «una proposta»173 come tante altre esperienze che si andavano diffondendo nel tessuto ecclesiale italiano vivificato dallo spirito conciliare. Nomadelfia negli anni ‟40 e ‟50 aveva rappresentato con una sua peculiarità «uno dei segni della crisi religiosa del […] tempo»174, in cui l‟illusione di poter dare più forza al messaggio evangelico spingeva spesso ad intersecare le strade della politica. È quanto facevano notare Geno Pampaloni e Michele Ranchetti in una appassionata inchiesta apparsa su «Comunità» nel 1952: «l‟estremo semplicismo di don Zeno e di Nomadelfia, così vitale e liberante in campo morale, trasferito in campo politico acquista un valore tutto diverso, sino all‟inintelligenza di ciò che siano veramente i problemi in giuoco»175. Quando don Zeno si liberò dell‟armamentario politico, Nomadelfia ritrovò la propria genuina ed originale impostazione religiosa. Fu, in fondo, per tanti aspetti, il passaggio che compì la Chiesa con il Concilio Vaticano II. 171 Zeno Saltini a Vittorino Lodi, 23 maggio 1961, in AN, CZ/V. Zeno Saltini agli amici del Gruppo dell‟Isolotto, 7 maggio 1961, in AN, CZ/V. 173 L‟allusione è evidentemente a Z. SALTINI, Nomadelfia è una proposta, Grosseto, Edizioni di Nomadelfia, 1965. 174 G. PAMPALONI - M. RANCHETTI, Uno scandalo cristiano, in «Il Mondo», 26 luglio 1952. 175 G. PAMPALONI - M. RANCHETTI, L’esperienza di Nomadelfia, in «Comunità», VI, 1952, n. 14, p. 27. 172 1 Andrea Riccardi Don Zeno e la Santa Sede Se il papa non è con noi… «Se il Papa non è con noi, sia pure nel segreto, non mi muovo in via assoluta, non saremmo più con Dio. E se il Papa è con noi prevedo che in poche battute l‟Italia si sentirà travolta in questo movimento […]. Attendo quindi un solo segno: la benedizione del Padre Comune. Santa Giovanna d‟Arco salvò la Francia; i Piccoli Apostoli salveranno l'Italia, poi il mondo intero ne accetterà l'esempio»1. Così nel dicembre 1944 don Zeno scriveva in una delle sue prime lettere a Pio XII. In realtà l‟epistolario con il papa (restato senza risposta da parte del pontefice) è una serie di espressioni, spesso gridate, con cui il prete di Carpi confida i suoi sogni e le sue difficoltà a Pio XII. Ricorda, sotto alcuni aspetti, la corrispondenza a senso unico che Giorgio La Pira ha con Pio XII e i suoi successori, che viene a essere quasi un diario scritto al papa. Ma, ben più di La Pira, più politico e articolato, don Zeno crede che senza il papa non si può far molto in Italia e per la Chiesa e non vuole fare nulla contro il papa o senza il suo assenso. L‟epistolario è diretto essenzialmente a Pio XII, anche se non manca qualche lettera a Giovanni XXIII e a Paolo VI, ma Pio XII è il suo papa, a cui continuamente fa riferimento anche nei testi successivi al Concilio. Le lettere non nascono da un calcolo di efficacia, ma da una convinzione radicata nella spiritualità di Zeno Saltini e dimostrata in tutta la sua vita: senza il papa non si può far nulla. Questo atteggiamento non porta però alla rinuncia all‟audacia, ma piuttosto al tentativo di coinvolgere Pio XII nei suoi progetti e nei suoi disegni. Del resto, negli anni del secondo dopoguerra, con sensibilità ben più romana e con altra prudenza (anche se non eccessiva), padre Lombardi coinvolgeva Pio XII in un progetto di riforma della Chiesa a partire dal papa per rendere il mondo „migliore‟, soprattutto a partire dal 1952. Ma padre Lombardi non è un prete di Carpi, ma un gesuita de «La Civiltà Cattolica», che conosce le dinamiche della vita romana. Lui pure, però, sin dagli anni di Pio XII, avrà crescenti difficoltà che sfoceranno in una grave crisi con Giovanni XXIII e la sua fine come „profeta‟ di una riforma papale. 1 Don Zeno Saltini a Pio XII, Collevecchio, 2 dicembre 1944, in AN, CZ/AR. 2 Il sogno di don Zeno è quello di una Chiesa più unita e concentrata sulla sua missione e capace di incidere per una riforma della società in maniera molto immediata e diretta: bisogna vincere il mondo che è penetrato nella Chiesa e allo stesso tempo cambiare il mondo - scrive a Pio XII nel 1950 - come fece Gregorio VII («da Gregorio VII a Nomadelfia c‟è un filo conduttore di vero acciaio che nessuno potrà spezzare…»2). «Noi che siamo tutti diretti allo stesso trionfo di Cristo scrive a don Alberione nel 1944 -, siamo praticamente tanti piccoli mondi incapaci di amarci seriamente nei fatti, incapaci di creare insieme grandi iniziative idonee ad affrontare in pieno e universalmente i problemi del gregge che dai nostri dispersi rivoli non trae la vis sufficiente per rialzare il capo»3. Il tempo di guerre e quello del dopoguerra è anche una stagione fervida di sogni e di progetti riformatori, seppure d‟altra parte rappresenta un periodo di grande realismo costruttivo nel mondo stesso della Chiesa. In Zeno Saltini c‟è un‟istanza profetica di riforma della Chiesa a partire dal Vangelo e dal papa e di profezia sociale. Per questo don Zeno vede il clero in prima linea: ma il clero «si agita in gran parte nelle sabbie mobili del nepotismo e della mentalità borghese della vita. Abbarbicato agli affetti umani ormai illeciti della famiglia e ai calcoli sulla ricchezza, timoroso quindi delle potenze del mondo e sfiduciato della onnipotenza di Dio del quale è ministro» - scrive nel 1944. Il papa dovrebbe farsi profeta di una Chiesa diversa per un «mondo migliore»: deve farlo e può farlo secondo il prete di Carpi. L‟udienza di Pio XII a don Zeno (il cui contenuto è continuamente ripetuto, quasi ossessivamente nei suoi discorsi e scritti) sembra aver in questo il suo fulcro: che il papa si faccia profeta e accetti l‟Opera dei Piccoli Apostoli per rinnovare la Chiesa e la società. Gli propone «una controrivoluzione, una crociata… un movimento travolgente e violento come il temporale manzoniano al grido inconfondibile: “siamo fratelli”»4. Lo studioso si potrebbe lasciare andare a inanellare questo discorso di don Zeno sul filone delle utopie sociali del cattolicesimo intransigente, di quella «Chiesa contro la borghesia» per dirla con Emile Poulat: «Nel mondo ci sono due forze: popolo e Chiesa…» - dice don Zeno 5. E lui le vuole mettere insieme secondo una lunga tradizione, ma con la convinzione di una novità. Sarebbe fin troppo facile tutto appiattire o inserire in genealogie, che pure sono legittime per lo studioso. Molto più significativo è ripercorrere la vicenda di Zeno Saltini in rapporto alla Curia romana e alla Chiesa italiana, anche perché è rivelatrice di diversità di posizioni e sensibilità, di incertezze o di convinzioni rispetto alle scelte fatte in quegli anni. Questo pone il non secondario problema del perché dell‟attrazione della sua utopia su ambienti ecclesiastici che sembre2 Don Zeno Saltini a Pio XII, ? gennaio 1950, in AN, CZ/AR 3 Don Zeno Saltini a don Giacomo Alberione, in Lettere, I, p. 108. 4 Don Zeno Saltini a Pio XII, 15 marzo 1948 (inviata?), in AN, CZ/AR 5 Una costituzione per Nomadelfia, 3-13 febbraio 1948, n. 91, p. 7. 3 rebbero refrattari, per cultura e per prassi di governo, a simili visioni in fondo semplici se non semplicistiche per chi si misura con il governo della complessità. L’attrazione di un sogno Il sogno di don Zeno ha una sua capacità attrattiva su molti ecclesiastici, che non sono solo quelli più capaci di slanci, come padre David Turoldo, Giovanni Vannucci o tanti altri. La lettera che Vannucci, una personalità complessa, scrive a don Zeno dall‟Eremo francescano di Campello del Clitumno, quell‟eremo fondato negli anni Venti da quella grande visionaria che fu Sorella Maria, si conclude con questa affermazione appassionata: «Ho bisogno di Nomadelfia»6. Nomadelfia tocca non solo religiosi sensibili e aperti alla ricerca, ma anche ecclesiastici equilibrati e levigati in una prassi di governo. Nomadelfia coinvolge il vescovo di Carpi, mons. Dalla Zuanna (e ne costituisce anche la sua angoscia sino alle dimissioni): «Vi assicuro che questa Opera è nata nel cuore di Cristo»7. Si trattava di un ex generale dei cappuccini con una notevole esperienza di governo. In fondo la reazione commossa del card. Schuster, uomo avveduto per tanti aspetti e prudente, è nello stesso senso ed è pubblicamente manifestata nel duomo di Milano nel 1949: «Che cos‟è lo spirito di Nomadelfia? È il ritorno dei cristiani allo spirito del Santo Vangelo»8. È vero che l‟anziano cardinale di Milano, nel secondo dopoguerra, manifestava una certa insoddisfazione verso le linee del pontificato di Pio XII e il bisogno di un rinnovato slancio per la vita della Chiesa, come si legge nella sua corrispondenza con don Calabria. Anche il nunzio apostolico, mons. Borgoncini Duca, già segretario agli Affari Straordinari al tempo del Concordato, che è visitatore apostolico (richiesto da Dalla Zuanna), commenta al termine della sua prima visita a Nomadelfia, dicendosi sicuro dell‟approvazione del papa: «Ho visto tante città, ma una città come questa non l‟ho vista mai»9. E dice in un colloquio riservato al vescovo Dalla Zuanna, secondo quanto egli riferisce: «mi ripeté più volte che rimase soddisfatto, anzi entusiasta dell‟opera e diede relazione di tutto alla Segreteria di Stato e al Ministero degli Interni»10. Anche se, va ricordato, il nunzio diverrà 6 M. SGARBOSSA, Don Zeno … e poi vinse il sogno, Roma, Città Nuova, 1999, p. 198. 7 Ibid., p. 119. 8 Un’intervista, una vita, p. 225. 9 Ibid., p. 227 10 Mons. Dalla Zuanna al card. Pizzardo, 18 giugno 1950, in R. RINALDI, Vigilio Federico Dalla Zuanna, Dosson di Casier (TV), Colibrì. 1999, p. 357. 4 severo verso Nomadelfia. L‟elenco dei simpatizzanti e degli affascinati potrebbe proseguire e comprendere ad esempio il vescovo di Modena e altri. Del resto don Zeno incontra anche qualche simpatia da parte di Pio XII seppure questi non corrisponde alle centinaia di richieste che il prete gli rivolge. Ma non è nemmeno insensibile a tutte e interviene anche economicamente in qualche caso. Papa Pacelli riceve don Zeno nel marzo 1948 e gli dice la frase citata tante volte dal prete di Carpi nella sua voluminosa corrispondenza a senso unico con il papa e in tante altre lettere: «Lo faccia, qualsiasi cosa succeda. Lo ricordi bene, in qualsiasi evenienza il Papa è con lei». L‟incontro dura dodici minuti, ma è quello con «il dolce Cristo in terra», per cui rappresenta la certezza per don Zeno che il papa è con lui. Questo gli basta. Don Zeno ha la sensazione di aver conquistato il papa alle sue idee, anche se poi penserà che non ha avuto la forza e la possibilità di seguirlo. Ad un certo punto, nella conversazione, dice a Pio XII: «Se fossi il Papa io». Lui gli chiede cosa farebbe al suo posto e il prete va al telefono del papa: «Direi così… rimprovererei così… con un “basta” da far tremare la terra. So chi è il Papa». Così racconta il prete: «“Il Papa non può fare queste cose”, sussurrò e cominciò a piangere»11. Un episodio analogo avviene tra Pio XII e padre Lombardi, preso da una foga profetica incontenibile - racconta padre Rotondi - davanti al papa: «Lei Santità è mal servito. Lei anzi è tradito» - gli dichiara con un tono molto forte. «Padre… la soluzione c‟è. Venga qui» - gli dice Pio XII indicandogli la sua sedia. Quel giorno - racconta suor Pascalina - il papa pianse tutto il pranzo. Anche Baldassarri, arcivescovo di Ravenna, ricorda di aver visto piangere il papa durante un‟udienza privata con lui. In realtà Pio XII, nei rapporti privati era non solo cortese, ma piuttosto vulnerabile: non amava soprattutto che i suoi visitatori uscissero da un incontro con lui scontenti. Per timore della sua vulnerabilità, però, non riceve più padre Lombardi dopo quell‟udienza del 1952, anche se appoggia la sua opera sino alla sua morte. D‟altra parte, dietro al diradarsi delle udienze privati allo stesso personale dirigente della Curia, c‟è la volontà di Pio XII di non essere messo in discussione troppo direttamente da collaboratori che, pur nel rispetto dovuto, avevano una certa familiarità con lui. È accertato che fu questo timore d‟un contatto troppo diretto e pressante che fu all‟origine della decisione pacelliana di non dare un successore al suo segretario di Stato, card. Maglione. Del resto, dopo quel colloquio del 1948, Pio XII non accoglie più don Zeno nemmeno in udienze collettive. È già strano che lo abbia visto una volta, ma è anche indice di un atteggiamento inquieto nel papa nella seconda metà degli anni Quaranta. Ma il prete di Carpi, che è riuscito a incontrare privatamente il papa (e nella parca economia delle udienze papali non è un fatto del tutto secondario), è convinto che sia con lui almeno fino alle cocenti smentite. D‟altra parte, in tutta una stagione, don Zeno crede che il papa possa moltissimo, quasi tutto, se lo volesse veramente e con 11 Z. SALTINI, E vidi nei suoi occhi il cielo, in «Orizzonti», 13 ottobre 1958. 5 forza: «So chi è il Papa» - egli dice. Tutto quello che manca a un‟azione decisa da parte sua si deve a incertezze, mediazioni curiali, timori diplomatici. Ma Giovanni XXIII spiegava a Jules Isaac, in contrasto con un‟immagine di papa onnipotente, «il papa non è un dittatore». Pio XII, un carattere tanto diverso dal suo successore, spiega a padre Lombardi nel 1952: «Non creda mica che fare le cose sia come pensarle!»12. Vent‟anni dopo - con un grande Concilio in mezzo - Paolo VI ripete lo stesso concetto al gesuita parlando proprio di lui: «È un profeta. Ma noi dobbiamo stare sulla superficie della terra»13. Temperamenti diversi, governi differenti, ma un‟unica consapevolezza sul potere del papa. Da questo incontro con Pio XII e dalle parole del papa (come vengono raccontate e rielaborate nella memoria di don Zeno) emerge nella sua coscienza quasi un mandato esplicito. D‟altra parte il fatto che lo abbia ricevuto è significativo di un interesse, perché era già stato informato dell‟idea di Nomadelfia e delle difficoltà che già stava incontrando (don Zeno già gli aveva scritto anche durante il suo primo soggiorno a Roma). In realtà c‟è in Pio XII un‟ansia che definirei „profetica‟ e che si manifesta in alcuni suoi interventi, anche perché - dopo aver constatato nella guerra il fallimento della diplomazia, lui che era il miglior diplomatico della Santa Sede - il papa sentiva di doversi rivolgere al popolo e che le masse rispondevano con grande interesse al suo messaggio 14. In questo risvolto della sua personalità si inserisce la sensibilità a personaggi molto diversi tra loro, come don Zeno o Lombardi. D‟altra parte - sia detto per inciso - don Zeno ammirava l‟opera di Lombardi, come scrive a mons. Angelini15 nel 1957 dopo una visita al Mondo Migliore dove viene guidato da padre Rotondi. Anzi chiede al vescovo romano se non possa avere un piccolo spazio nell‟opera per un‟„ambasciata‟ di Nomadelfia. Ma, a questa data, la situazione di Zeno Saltini si è fatta difficile ed è divenuto anche più accorto nei sui rapporti ecclesiastici. Ma, ritornando a Pio XII, non era l‟arditezza della teologia a far colpo sul papa, ma l‟audacia apostolica e riformatrice in un periodo in cui sentiva molto grave la situazione della Chiesa sia per la forza comunista nell‟Est che per la secolarizzazione dell‟Occidente. Prudente sul piano dottrinale, papa Pacelli ammirava l‟arditezza profetica di alcune azioni pastorali. Nel caso dei preti operai francesi (ampiamente studiato) sono motivi teologici e timori sulla crisi dell‟identità sacerdotale che lo spingono a ordinare la conclusione dell‟esperienza. Con don Zeno non ci sono problemi 12 G. ZIZOLA, Il microfono di Dio. Pio XII, Padre Lombardi e i cattolici italiani, Milano, Mondadori, 1990, p. 288. 13 Ibid. p. 528. 14 Cfr. A. RICCARDI, Governo e profezia nel pontificato di Pio XII, in A. RICCARDI (a cura di), Pio XII, Ro- ma-Bari, Laterza, 1984, pp. 31-92. 15 Don Zeno Saltini a mons. Fiorenzo Angelini, settembre 1957, in AN, CZ/AR 6 dottrinali né l‟identità del prete conosce una crisi, seppure si tratta di un sacerdozio particolare, quello suo e dei suoi discepoli. l figli ‘condannati’ del Sant'Offizio Nel palazzo di fronte a quello apostolico, quello che talvolta Giovanni XXIII additava ai suoi interlocutori come „palazzaccio‟, don Zeno poteva contare su di una certa simpatia o almeno su qualche tolleranza. Indubbiamente la proposta e i moduli espressivi di don Zeno fuoriuscivano dal linguaggio e dallo stile curiale a cui si era abituati al Sant‟Offizio e non poche proteste erano giunte lì e negli altri palazzi vaticani sulle sue scelte, sulla sua amministrazione, sul suo linguaggio. Ma sia il card. Ottaviani che mons. Crovini non lo considerano mai un eretico, anzi hanno per il prete emiliano una certa simpatia. Crovini lo incontra più volte e gli scrive nel 1950: «Per parte mia, a titolo personale, posso dire che ho gustato il suo progettato “Manifesto” per il suo stile fuori di ogni schema solito e per la sua spontaneità e sincerità»16. È un documento su cui Montini fa ampie riserve, mentre a Crovini non dispiace per nulla. Ancora nel 1952, padre Castellano, dopo una visita a Nomadelfia (era commissario del Sant‟Offizio), scrive a Dalla Zuanna sul «buon esito» dell‟operazione17. Buoni sono i rapporti con mons. Parente (che aiuta pure padre Lombardi). Ottaviani è cortese con don Zeno e lo riceve più volte anche dopo la riduzione allo stato laicale. Anche mons. Palazzini, padre spirituale al Seminario Romano durante la guerra e vicino al rettore Ronca, poi funzionario di Curia sino a divenire segretario della Congregazione del clero (e cardinale senza incarico con Paolo VI), è uomo del «partito romano», quindi vicino alla sensibilità e alla persona del card. Ottaviani: è disponibile a aiutarlo. È chiaro che, con l‟evolversi della situazione e l‟addensarsi di problemi economico-amministrativi su Nomadelfia, il consenso finirà per precipitare e alcune simpatie diventeranno ostilità, come quella del card. Schuster. Infatti la questione amministrativa e finanziaria è prioritaria nel giudizio che la Santa Sede dà sulle nuove fondazioni e esperienze, sia per quanto riguarda la loro autonomia economica che per quel che concerne la trasparenza e l‟assenza di gravi posizioni debitorie. Ovviamente è la congregazione del Sant‟Offizio a compiere varie operazioni dolorose su Nomadelfia, come quella di allontanare don Zeno dalla sua opera, di intimare a lui da parte di padre Bigazzi, come padre commissario, «la proibizione di ricostruire una nuova Nomadelfia, in Italia o altrove», di non consentire il rientro dei sacerdoti 18. Il Sant‟Offizio accoglie, da parte sua, la richie16 Mons. Crovini a don Zeno, 3 agosto 1950, in R. RINALDI, Vigilio Federico Dalla Zuanna, cit., p. 357. 17 P. Mario I. Castellano a mons. Vigilio F. Dalla Zuanna, Roma, 21 febbraio 1952, copia in A. N., C/AR 18 Card. Pizzardo a mons. Galeazzi, 18 novembre 1952, in AN. 7 sta di riduzione allo stato laicale pro gratia da parte di don Zeno, che gli consente di ritornare tra i suoi come laico. Scrive a mons. Prati, suo vescovo: «per dedicarmi alla Chiesa devo non venir meno alla giustizia dovuta a creature verso le quali sono impegnato»19. Contemporaneamente la Congregazione concistoriale invita Dalla Zuanna alle dimissioni, perché lo considera troppo debole nell‟esercizio dell‟autorità nei confronti di Nomadelfia. Sia don Zeno da parte sua che Dalla Zuanna accettano le decisioni di Roma. In modi diversi entrambi hanno forti e convinte riserve su quanto è stato decretato nei loro confronti. Mons. Dalla Zuanna è severo con il card. Piazza della concistoriale. Le rimozioni di vescovi in Italia, in questi anni, sono stati sempre eventi piuttosto traumatici, come quella di mons. Ronca da Pompei per motivi politici, per la sua ostilità alla DC e alla politica centrista e per il suo contrasto con il Sostituto Montini. Don Zeno dichiara che le misure contro Nomadelfia sono «l‟ora di Barabba». Immediatamente aderisce alla decisione della Santa Sede con grande obbedienza. È un atto dovuto per lui. Eppure non modera minimamente il suo tono, le sue invettive, i suoi forti giudizi sull'impotenza vaticana. Anche se scrive nel 1951 provocatoriamente al nunzio Borgongini Duca di essere considerato dalla Chiesa un «eresiarca»20, in realtà la Santa Sede non lo considera un eretico né a capo di un gruppo di gente dottrinalmente inquietante. Il gesuita p. Creusen, che era stato assegnato dal Sant‟Offizio come consultore dell‟opera di don Zeno, esprime queste obbiezioni su Nomadelfia: «Ciò che si fa a Nomadelfia è cosa ottima, ma volerlo realizzare come sistema generale urta contro dei fatti (come l‟imperfezione della maggioranza degli uomini) e perciò diventa un‟utopia». Cioè, Nomadelfia va bene come proposta per pochi, ma farne un‟idea per la Chiesa è un sogno. Questa mi sembra una posizione largamente condivisa in Curia. Don Zeno non è considerato per questo un eretico: «L‟ottimo don Zeno - continua il gesuita consultore del Sant‟Offizio -, alle volte, si lascia vincere dalle illusioni»21. Don Zeno è inopportuno, criticabile nella gestione e nelle visioni, ma non eretico. Su questo il Sant‟Offizio è sicuro, anche se poi interviene duramente: «che cosa vi ho fatto di male?»22 - grida don Zeno a Ottaviani in un momento di scoramento. Del resto, dietro alla decisione vaticana, sta la questione amministrativa e finanziaria che non è cosa di poco conto nel governo della Chiesa cattolica, anche se questo non è l‟unico motivo e tutto non può essere spiegato con questo. Seppure il Sant‟Offizio ha un suo ruolo decisivo nella chiusura dell‟esperienza, non si può negare che nei suoi ambienti non ci sia antipatia nei confronti di don Zeno. Nel 1952, avviene un collasso di credibilità nei confronti della sua opera che coinvolge un po‟ tutti gli ambienti ecclesiastici, romani e non, compreso il Sant‟Offizio che è il braccio esecu- 19 Don Zeno Saltini a mons. Prati. 16 luglio 1953, in Lettere, II, p. 38. 20 Don Zeno Saltini a mons. Borgongini Duca, 29 novembre 1951, in Lettere, I, p. 251. 21 Appunto dattiloscritto di P. Creusen S.J., 3 maggio 1950, in A. N., C/AR 8 tivo di alcune pesanti decisioni. Del resto, anche dopo la riduzione allo stato laicale, Ottaviani riceve don Zeno (e il papa manda un aiuto finanziario a Nomadelfia). Nel 1953, quando ancora il linguaggio di don Zeno è molto forte, scrive a Ottaviani: «Quante volte ho chiesto a Vostra Eminenza che sarebbe stato il caso di un‟abile virata di bordo da parte del Sant‟Offizio. Vostra Eminenza la tentò, ma non è riuscito»23. Nel 1958 scrive a mons. Crovini del Sant‟Offizio: «Anche al Sant‟Ufficio avete tentato di appoggiarmi, ma non ce l‟avete fatta»24. Qualcuno gli rimprovera di essersi messo proprio nelle mani del Sant‟Offizio e alla fine di restarne prigioniero. Nel 1953 don Zeno scrive al fratello un giudizio forte sull‟operare del Sant‟Offizio: «ha il volo della civetta, volo che è leggerissimo. Essa arriva poi nei nidi e alle volte li stermina»25. Nello stesso periodo, proprio scrivendo alla congregazione romana, confessa: «Fino a ora ho sempre scritto alla Suprema Congregazione nella massima confidenza figliale anche trattando cose di grave importanza. Forse sono stato ingenuo, forse ho fatto bene»26. Ma continua a confidare in Ottaviani, chiedendogli nel 1956 di essere riammesso all‟esercizio del sacerdozio: «Si può dire che la rinascente Comunità di Nomadelfia è figlia del più potente e del più temuto Tribunale del mondo, perché è passata attraverso quel Tribunale come figlia dilaniata dagli uomini. Anche questo delicatissimo punto mistico non va trascurato, perché tra Nomadelfia e la Suprema Congregazione c‟è stato un mare d‟Amore reciproco, persino di grande affetto e di reciproci errori»27. Don Zeno - lo scrive nel 1965 - è convinto che ruvidamente il Sant‟Offizio lo abbia aiutato più di tutte le altre congregazioni romane. Così, dopo il Concilio quando si sono alzate voci severe contro la Suprema proprio nell‟aula vaticana, il prete di Carpi difende l‟istituzione romana e il suo responsabile. Nel 1957 aveva scritto a Pio XII: «Io sono stato sempre tanto intimo di S.Em. il Signor Cardinale Alfredo Ottaviani. Creda Santità, amo molto il Cardinale»28. Nel 1964, racconta a Paolo VI la sua storia con Ottaviani: «Il Santo Padre mi dimostrò che un Papa non può fare di queste cose e si debbono muovere dalla massa popolare […]. Mons. Tardini, che mi conosceva fin dalla FUCI, mi consigliò di fare un movimento puramente sociale, poi, quando questo fosse riuscito, trasformarlo in politico e scalare il potere. Mi mandò da S.E. allora mons. Ottaviani a riferire tutto, al Sant‟Ufficio. Andai. Fui accolto con molto interessamento. Tutto esposi, mi mandò da 22 23 Don Zeno Saltini al card. Alfredo Ottaviani, 28 novembre 1953, in AN, CZ/AR Don Zeno Saltini al card. Ottaviani, 25 agosto 1953, in AN, CZ/AR. 24 Don Zeno Saltini a mons. Crovini, 19 ottobre 1958, in AN, CZ/AR. 25 Don Zeno Saltini a don Vincenzo Saltini, 13 novembre 1953, in Lettere, II, p. 64. 26 Don Zeno Saltini alla Suprema Congregazione del Sant‟Offizio, 23 agosto 1953, in AN, CZ/AR. 27 Don Zeno Saltini al card. Ottaviani , 6 febbraio 1956, in AN, CZ/AR. 28 Don Zeno Saltini a Pio XII, Festa di tutti i Santi 1957, in Lettere, II, p. 154. 9 S.Em. il cardinale [Marchetti] Selvaggiani allora segretario del Sant‟Ufficio che acconsentì tanto da concedere di trattare la cosa attraverso mons. Ottaviani…»29. Le preoccupazioni del più aperto Forti preoccupazioni e una certa ostilità verso don Zeno ci sono e sono quelle di un uomo che non ha mai incontrato nei palazzi vaticani: Giovanni Battista Montini, sostituto e prosegretario di Stato, arcivescovo di Milano e successore di Schuster. No, non l‟ostilità del papa Paolo VI, che don Zeno considera la persona che maggiormente ha aiutato Nomadelfia (ma questi giudizi sono espressi in una stagione in cui don Zeno è maggiormente pacificato)30. Don Zeno, infatti, quando la crisi si è ormai conclusa ed è stato reintegrato nel sacerdozio (sotto Giovanni XXIII e con il forte intervento del vescovo di Grosseto, mons. Galeazzi), incontrerà sia Paolo VI che Giovanni Paolo II. Ma mons. Montini non vede bene la sua esperienza tra gli anni Quaranta e Cinquanta31. Eppure Montini era considerato il riferimento dei cattolici ansiosi di rinnovamento: gli uomini della nouvelle théologie francese lo vedevano come il loro referente a Roma, il più adatto a capire le loro esigenze, anche se spesso non abbastanza forte per imporsi sul Sant‟Offizio o sul papa. Sentivano simpatia in Segreteria di Stato, ma grande ostilità da parte del Sant‟Offizio che li aveva ammoniti. Un uomo con altri problemi e altra sensibilità, il brasiliano mons. Helder Camara, negli anni Cinquanta, trova nel Sostituto un uomo capace di aiutarlo nella sua impresa di costruire un organismo unitario dei vescovi brasiliani. Ma Montini è freddo sulle scelte di don Zeno. Significativa è la sua lettera nel 1950: «sebbene non posso non fare riserve su parecchi punti del suo scritto, resto pensoso sul richiamo alle nostre responsabilità ch'esso contiene. Non è mia competenza entrare nel merito delle sue questioni, specialmente se già il S. Offizio ne è stato investito»32. In Segreteria di Stato si ha chiaro che l‟impresa di don Zeno presenta vari problemi economici, perché qui affluiscono le proteste e le pretese di alcuni creditori. Ma non è l‟unico rimprovero da fare al prete di Carpi. Infatti, nel 1953, mons. Montini gli scrive: «Che se dovessi occuparmi delle sue cose, non potrei ammettere certe sue affermazioni, né accettare il tono usato dalla sua lettera, specialmente se essa ha da considerarsi un ricorso all‟autorità del Santo Padre. Io non ho mai avuto occasione di incontrarla, né di interloquire nelle sue faccende; ho però seguito da lontano la S.V. con interesse e con trepidazione; e 29 Don Zeno Saltini a Paolo VI, 22 novembre 1964, in AN, CZ/AR. 30 È questa anche la tesi di M. SGARBOSSA, Don Zeno, cit. 31 Don Zeno Saltini a Paolo VI, 22 novembre 1964, cit.. 32 M. SGARBOSSA, Don Zeno, cit., p. 190. 10 mi lasci perciò dirle, con fraternità sacerdotale, che il bene, se veramente animato da spirito cristiano, non dovremmo mai compierlo con lo spirito amaro e arrogante»33. Conformismo curiale o eccessiva prudenza? Ma è questo il periodo in cui mons. Montini, con un certo rischio personale (infatti se ne parla come di uno dei motivi del suo trasferimento a Milano, anche se sono convinto che su questo abbia pesato un dissenso sulla politica nei confronti dei cattolici in Unione Sovietica), appoggia e segue il caso di Mario Rossi, presidente della GIAC in forte contrastato con Gedda34. Le dimissioni del giovane dirigente cattolico restano a lungo nel cassetto di Montini all‟insaputa di Pio XII. Suor Pascalina, in questo periodo, parla di un‟«infedeltà» di Montini allo stesso papa. Non si tratta di prudenza nei confronti di don Zeno, ma di dissenso. C‟è nel futuro Paolo VI, l‟idea di una responsabilità personale nel capire alcune posizioni teologiche o ecclesiali, poco accolte o contrastate nella Curia pacelliana. Montini sente che questo fa parte del suo modo di essere un curiale. Ma il prete di Carpi non rientra proprio tra quelli beneficati da questa sensibilità di Montini. Dopo la riduzione allo stato laicale di Zeno Saltini, l‟arcivescovo Montini scrive una lettera a don Zeno: «ma si può ancora chiamarla così, dopo la sua rinuncia alle tremende e ineffabili funzioni sacerdotali? Vedo ch‟Ella non può dimenticare l‟incommensurabile dono, fattole da Dio per mano della Chiesa, venticinque anni fa. Ma ora… “l‟uomo è diverso?”. La ringrazio ad ogni modo, e mi astengo da ogni commento…»35. Non sono forse le migliori parole in un momento difficile. Eppure don Zeno ricorda Montini con grande affetto. Ha dichiarato spontaneamente: «È stato, forse, l‟uomo che più ha aiutato Nomadelfia». Egli riferiva spesso la frase di Montini alla contessa Albertoni Pirelli: «Se Nomadelfia riuscirà, dovremo rivedere molte cose della Chiesa»36. In realtà sono convinto che la proposta di don Zeno andasse in un senso contrastante con quanto mons. Montini portava avanti sin dagli anni della guerra: la realizzazione di un forte partito di ispirazione cristiana, capace di stare al centro dello schieramento politico, un sostegno graduale a una modernizzazione riformatrice della società italiana, una cultura del progetto storico, una sensibilità accorta alla mediazione tra cristianesimo e cultura contemporanea. La politica di Montini era quella di una classe dirigente laica autonoma, che conciliasse una politica sociale all‟ispirazione liberale: era soprattutto quella di Alcide De Gasperi e della Democrazia cristiana. Il libro, Non siamo d'accordo, pubblicato nel maggio 1953 (di cui sono vendute 10.000 copie e la cui ristampa non è consentita dallo stesso autore per volontà della Santa Sede), contiene una 33 Ibid., p. 227. 34 M.C. GIUNTELLA, Cristiani nella storia. Il «caso Rossi» e i suoi riflessi nelle organizzazioni cattoliche di massa, in A RICCARDI (a cura di), Pio XII, cit., pp. 347-378. 35 Mons. G. B. Montini a don Zeno Saltini, 22 gennaio 1956 36 M. SGARBOSSA, Don Zeno, cit., p. 229. 11 lettera diretta a mons. Montini, che si concludeva dicendo: «Ho finito Eccellenza, adesso cominciate voi dall‟alto del Vaticano. Questa è una terribile invocazione». Montini - secondo quanto dice a un prete di Nomadelfia - non avrebbe dormito tre notti alla lettura della lettera che si concludeva constatando l‟esistenza di un «abisso pauroso» tra i nomadelfi e lui 37. Don Zeno aveva prevenuto Ottaviani avvertendolo che il libro sarebbe uscito e gli aveva inviato un lettera forte, ma di ben altro tono rispetto a quella destinata a Montini: peraltro si concludeva con la proposta paradossale di essere preso al Sant‟Offizio per organizzare la «Sezione Suprema della Giustizia Sociale»38. Il volumetto di una settantina di pagine era una denuncia contro la DC, in cui il prete esponeva le sue tesi arrivando duramente a concludere che «la Democrazia Cristiana è contro la Chiesa»39. Don Zeno aveva scritto a Bettiol: «Sono otto anni che fate solo dell‟anticomunismo, ma non lo fate realizzando il cristianesimo vero»40. Il partito ha usurpato il nome di cristiano per condurre una politica di alleanza con la borghesia nella rinunzia alla ricerca della giustizia e a un'azione coerente con il Vangelo. Era un volumetto segnato dall‟ira, anche se riprendeva in genere alcune posizioni e la lettura che don Zeno andava proponendo dalla fine della guerra. Fu un testo che ebbe un certo successo in un periodo in cui lo spirito del 18 aprile 1948 si andava dissolvendo e si apriva nuovi interrogativi tra i cattolici sull‟unità politica e sulla DC. Il 3 giugno 1953 «L‟Osservatore Romano» già conteneva una dichiarazione di don Zeno, in cui ritrattava quanto nel libro fosse irrispettoso per la Chiesa e dichiarava di aderire alle direttive dei vescovi per le prossime elezioni politiche. Erano le elezioni che la Santa Sede e la neonata Conferenza episcopale aspettavano con molta ansia, preoccupate che non solo non sarebbe stato raggiunto il risultato del 18 aprile 1948, ma che si sarebbe verificata un‟affermazione delle sinistre. L‟applicazione della cosiddetta legge truffa avrebbe dato al governo di centro una stabilità e autonomia nei confronti della destra e lo avrebbe rafforzato verso i socialcomunisti. Lo avrebbe garantito - e questo veniva incontro alle esigenze di De Gasperi condivise dallo stesso Montini - nei confronti delle pressioni per un fronte anticomunista comune con le destre. Proprio in questo momento, i maggiori vescovi italiani avevano la sensazione che si stesse verificando uno sfilacciamento del cattolicesimo nazionale sul piano operativo (e non solo politico) e talvolta su quello del pensiero. Indubbiamente il momento della pubblicazione era considerato ve37 Don Zeno Saltini a mons. Montini, 11 febbraio 1953, in Lettere, II, pp. 10-19, poi in Z. SALTINI, Non sia- mo d’accordo, Torino, Francesco De Silva, 1953, pp. 22-33. 38 Don Zeno Saltini al card. Ottaviani, 14 maggio 1953, in Lettere, II, pp. 21-26. 39 Z. SALTINI, Non siamo d’accordo, cit., pp. 13-17. 40 Don Zeno Saltini a Giuseppe Bettiol, 2 febbraio 1953, in Lettere, II, p. 8, poi in Z. SALTINI, Non siamo d’accordo, cit., p. 20. 12 ramente inopportuno dalle autorità vaticane. Mons. Montini era stato sempre severo nei confronti di quei preti o di quei gruppi che mettessero in discussione l‟unità politica dei cattolici e la stessa Democrazia cristiana, sin dai tempi dei cattolici comunisti nella fase di fondazione e di prima affermazione della DC. Questa considerazione era importante per Montini negli anni Cinquanta. Del resto Scelba, dal ministero dell‟Interno, dichiara più volte di agire d‟intesa con la Segreteria di Stato o tout court con il Vaticano e non è difficile intravedere come il Sostituto avesse una certa comprensione per le ragioni stesse dell‟azione dello Stato. Una cristianità vera e rivoluzionaria? Che cosa c‟era, d‟altra parte, nella proposta di don Zeno che esercitava un fascino su tanti ecclesiastici? Che cosa conquistava anche i rigorosi custodi dell‟ortodossia, come quelli del Sant‟Offizio, spesso preoccupati dell‟affermazione di idee nuove? C‟era un radicalismo evangelico che non poteva essere respinto di principio. C‟era l‟idea di una vera società cristiana, quella di Nomadelfia, in una cristianità in crisi, a cui non si voleva però rinunciare. C‟era anche il fascino di una cristianità verace. Don Calabria appoggia spiritualmente don Zeno, anche se non mi risulta dalla sua corrispondenza - ad esempio con Schuster che era molto devoto verso di lui - che sia intervenuto in suo favore (ma potrebbe averlo fatto). Il biografo di Ottaviani, sulla scorta delle note personali del cardinale, osserva: «don Zeno Saltini, un prete che anni addietro è stato, ma a torto, in odore di eterodossia […] ora diventa una sorta di „protetto‟ del cardinale che certe sbandate le capisce pur senza giustificarle»41. Del resto, nel 1965, il card. Ottaviani scrive una lettera di raccomandazioni per don Zeno diretta al card. Cushing, in cui dice il suo «plauso» per «l‟iniziativa che esprime l‟inesauribile varietà con la quale la carità di Cristo si comunica attraverso la Chiesa, alla famiglia umana»42. D‟altra parte il cattolicesimo di don Zeno era molto papale, senza esitazioni su questo punto, anche se il suo tono era veramente anticonformista e lontano da ogni stile aulico e curiale. La sua riforma della Chiesa e della società doveva passare per Roma e per il papato che, a suo avviso, avrebbe dovuto riprendere una funzione di guida più incisiva e di profezia. Tra i protetti di Ottaviani, senza identificazioni sentimentali, ma nei quadri del buon governo della Chiesa e del suo diritto, ma non senza bonomia e un certo scetticismo, si trovano i personaggi più diversi come padre Pio o padre Lombardi. In fondo don Zeno voleva realizzare a fondo una cristianità tra il popolo, come scrive a Pio XII nel 1957: «Può svilupparsi in un popolo, in un Comune, in una Provincia, in una Regione 41 E. CAVATERRA, Il prefetto del Sant’Offizio. Le opere e i giorni del cardinale Ottaviani, Milano, Mursia, 1990, p. 111. 42 Card. A. Ottaviani a card. Cushing, Roma, 21 giugno 1965, in A. N., C/AR 13 autonoma, può anche diventare uno Stato. In questo caso avremmo la perfetta unione tra Chiesa e Stato perché questa unione non deriverebbe da trattati e dalla „forza‟, ma dalla stessa natura e dalla Fede»43. È un particolare Stato cristiano, a partire dal popolo, quello che Saltini vuole creare. Qualche anno dopo, durante la discussione sulla libertà religiosa in una commissione preparatoria al Vaticano II, il card. Ottaviani ripropose l‟idea di uno Stato cristiano (certo ben diversa da quella di don Zeno). Il card. Montini mostrava insofferenza e invitava il giovane vescovo melkita, mons. Edelby, a intervenire: «Eminenza - disse questo al card. Ottaviani - la sua idea è bellissima, ma realizzabile solo nel regno dei cieli… o nella Città del Vaticano»44. Si comprende, come Montini non potesse guardare con troppa simpatia l‟esperienza di don Zeno proprio per quel carattere di populismo cristiano che gli sembrava di ravvisare in questa esperienza, che saltava quelle mediazioni politiche e pastorali che invece dovevano essere cercate e propagate in un paese come l‟Italia, dove il regime di cristianità si era perduto. Nel suo discorso sulla pastorale in Italia, tenuto nel 1958 proprio sul finire del pontificato pacelliano, l‟arcivescovo di Milano rivela inquietudini profonde proprio sul problema di un‟ortodossia che allontana e di una pastorale che non avvicina. Questa era la sua visione, a cui si univa anche una certa freddezza verso i personaggi troppo carismatici. C‟era una riforma da attuare e non si dovevano compiere fughe in avanti. Ma l‟assenza di simpatia non diventa ostilità sistematica, anche perché mons. Montini avvertiva l‟esigenza di non stroncare quanto stava maturando nel cattolicesimo italiano, come nel caso dei Focolari di Chiara Lubich. Pulsa in don Zeno il sogno di un‟applicazione sine glossa e senza mediazioni del Vangelo alla vita sociale, come un codice di rinnovamento politico, mentre già una comunità vivente lo attua. Come negare il fascino che l‟applicazione immediata della „tesi‟, per riprendere il linguaggio di Dupanloup innanzi al Sillabo, poteva avere su parecchi ecclesiastici abituati a lavorare nell‟ambito delle ipotesi? Ma, per Montini, non si trattava di una distinzione congiunturale tra tesi e ipotesi, quanto del lavoro di una faticosa mediazione nel reale. Reintegrazione, resurrezione, ridimensionamento La reintegrazione di don Zeno avvenne nel 1961 (e celebrò la seconda prima messa nel 1962), grazie alle insistenze di mons. Galeazzi presso il card. Ottaviani e mons. Parente del Sant‟Offizio che addivengono alla soluzione proposta dal vescovo di Grosseto. Questi, già nel 1954, aveva benedetto la chiesa di Nomadelfia. Anche se quello stesso anno «L‟Osservatore Romano» 43 Don Zeno Saltini a Pio XII, Festa di tutti i Santi 1957, cit., p. 149. 44 Cfr. N. EDELBY, Il Vaticano II nel diario di un vescovo arabo, a cura di R. Cannelli, Cinisello Balsamo (MI), San Paolo, 1996. 14 aveva attaccato gli „eccessi‟ della carità di don Zeno senza nominarlo. Ma poi non erano mancati gli aiuti finanziari di Pio XII. Mons. Cavagna, il confessore di Giovanni XXIII, scrive a don Zeno di non poter fare molto per lui. Non sembra di poter ravvisare nel suo caso un intervento personale di Giovanni XXIII, ma sicuramente il frutto di quel clima di decompressione inaugurato da questo pontificato (anche se tale clima, per altri versi, portò pure ad alcune misure come nella situazione di don Milani). Così il Sant‟Offizio decise secondo la richiesta del vescovo Galeazzi e lasciò a lui la responsabilità di concretizzare la decisione. Il pontificato di Paolo VI è positivo per don Zeno e questi espone al nuovo papa (che ben lo conosce) la storia della sua intuizione, dopo averlo ringraziato per una offerta: «La proposta che facevo a S.S. Pio XII è ancora valida ma non più sul piano di allora - annota per Paolo VI nel 1964 -, molto più facile, molto più travolgente, tale che se fosse riuscita l‟Italia oggi sarebbe in testa alle vere soluzioni nel rapporto umano fondato sul diritto naturale come lo interpreta e lo definisce la Chiesa»45. Per don Zeno si può continuare sulla linea della sua intuizione, anche se i tempi sono cambiati e tante occasioni sono state perse. Non è facile però nell‟Italia del centrosinistra e nella Chiesa del Concilio lanciare quel suo messaggio semplice e forte. C‟è in lui un richiamo costante al profetismo di Pio XII, che sembra fuori moda nella Chiesa degli anni Sessanta. Per don Zeno è il tempo di costruire la comunità cristiana in tutte le sue dimensioni, una Chiesa che non sia rito ma vita. Aveva scritto a padre Emanuele Porta nel 1958: «Le Comunità nella Santa Madre Chiesa non sono mai riuscite e la ragione ci deve essere, perché sarebbe assurdo e per niente secondo la nostra Fede affermare che non sono possibili, per quanto ci siano tanti che lo affermano»46. Il suo problema è costruire la comunità (e l‟espressione dopo il Concilio ha acquistato un forte valore emblematico). A questo punto non si tratta tanto di seguire le vicende ecclesiastiche di don Zeno, le osservazioni del visitatore o altro, quanto di notare come la sua „comunità‟ si inserisca nella Chiesa del dopoconcilio. Negli anni Sessanta e Settanta le comunità sono molte e diverse. Il prete di Carpi non ha voluto costruire un ordine religioso o qualcosa di simile all‟Azione cattolica; ma una comunità di preti, famiglie, laici consacrati come un popolo cristiano ideale: «Che cos‟è Nomadelfia? Non è un ordine religioso, né una congregazione, né un‟opera di assistenza, né un ente morale. È un popolo. Nomadelfia non è vincolata alla Chiesa se non come sono vincolati i cattolici di tutto il mondo; non è vincolata allo Stato che non può impedirci di unirci e di amarci. I sacerdoti, perché tali, non possono procedere come gli altri, ma il popolo non può fermarsi per attenderli […]. Il popolo di Nomadelfia esige invece i suoi successori, come popolo essi stessi»47. 45 46 Don Zeno Saltini a Paolo VI, 22 novembre 1964, A. N., CZ/AR Don Zeno Saltini a padre Porta, 19 marzo 1958, Lettere, II, p. 171. 47 Un’intervista, una vita, pp. 249-250. 15 Ci sono qui tanti problemi delle nuove comunità e dei movimenti dopo il Vaticano II, a cui oggi siamo divenuti più familiari. All‟inizio degli anni Sessanta don Zeno viene reintegrato nel sacerdozio; Nomadelfia è ormai risorta nella Chiesa e in Italia. Ma la stessa Nomadelfia è diventata una delle esperienze della Chiesa del post-concilio. Nomadelfia di Grosseto diventa una parrocchia di cui Zeno è responsabile. Tutto è accolto ma anche ridimensionato. Il sogno non è finito, anche se si è integrato in un panorama ecclesiale molto diverso e in un certo senso dimensionato sul vissuto dei nomadelfi. Il card. Lercaro guarda con simpatia l‟esperienza e manda lì suoi ragazzi 48. Paolo VI dà a Nomadelfia un aiuto di cinque milioni per la risistemazione della Rocca abbaziale di Subiaco ceduta dai benedettini. Li accompagna una lettera in cui mons. Benelli dice che Paolo VI «fa voti che dagli incontri che ivi si terranno scaturisca nuovo lievito di vita cristiana e che le anime assetate di verità, carità e giustizia trovino nuovo alimento». Don Zeno ragiona nella logica con cui si è mosso negli anni del dopoguerra e aggredisce in un certo senso il problema. La lettera di Benelli offre un nuovo mandato alla Comunità? Lui ha sempre preso sul serio le parole dei vescovi e della Curia; ora non coglie lo stile cortese e non impegnativo della Segreteria. Per questo, dopo aver ricevuto la lettera del Sostituto, scrive che ravvisa in quelle parole un nuovo mandato a Nomadelfia. Ed aggiunge: «Se sia giusta la nostra interpretazione, non ci è possibile agire, nel campo dell‟attuazione, senza essere (in via riservata o segreta secondo i casi -) in stretta comunicazione o collaborazione con gli organi che ci saranno indicati dalla Santa Sede». Forse nel 1970 è venuta l‟ora della realizzazione del grande sogno, quello di essere portatori di una missione papale? Ma Zeno non conosce o non vuole conoscere il prudente agire della Segreteria. Paolo VI aveva detto, ricevendo un padre Lombardi ormai fiaccato, che andava bene ora che non si presentava più come un missus dominicus. Don Zeno riceve la risposta della Segreteria di Stato, molto cortese ma chiara: «non si è inteso di dare un nuovo mandato, ma soltanto di incoraggiare a proseguire nell'attività benefica, propria dell‟Istituzione, con maggiore e rinnovato slancio: si è inteso quindi di esprimere la fiducia che dalle nuove iniziative potrà scaturire un grande bene, sempre se esse saranno condotte con lo spirito, la saggezza e la sensibilità richieste e soprattutto se saranno orientate sempre secondo gli insegnamenti del Supremo Magistero»49. No, Nomadelfia non diviene un‟opera con un missione della Santa Sede. La risposta di Benelli non spaventa don Zeno abituato a lettere ben più dure da Roma, ma ridimensiona e inquadra. Così don Zeno, per le sue iniziative pubbliche, deve seguire la sua strada sotto la sua responsabilità. Qualche connessione si crea con don Giussani e Comunione e Liberazione che, nel 1970, sembra a 48 Card. Lercaro a don Zeno, 9 gennaio 1962, in AN, C/AR. 49 Mons. Benelli a don Zeno, 4 luglio e 18 luglio 1970; don Zeno a mons. Benelli 13 luglio 1970, in AN, C/AR. 16 don Zeno «travolgente». Ma la cosa non ha gran seguito. Il mondo del dissenso non entusiasma don Zeno, soprattutto per l‟assenza di senso di obbedienza (e qui richiama, scrivendo a don Mazzi, la storia della sua obbedienza con termini che appaiono datati per la mentalità del cattolicesimo del dissenso). Non sono da trovare nel dissenso quelle comunità che sogna stabili e radicate come nuove famiglie: «Non siamo per niente d‟accordo con tutte quelle cosiddette comunità che sorgono e scompaiono come funghi...» - scrive a dom Benedetto Calati nel 1971. Anche a mons. Lefebvre scrive nel 1977 invitandolo a essere obbediente e a stare con Nomadelfia sulla barca di Pietro. Dopo il Concilio, la sua patita esperienza di obbedienza, lo fa testimoniare in questo senso in mezzo a un cattolicesimo inquieto e polarizzato. Alla ricerca di nuovi spazi per Nomadelfia, don Zeno va alla Verna e poi scopre Camaldoli. Qui, negli anni del dopo-concilio, la comunità monastica sotto la guida di padre Calati, si interrogava sul futuro di una grossa proprietà agricola ai piedi della foresta, la Musolea, sede di una bella villa e una volta fonte di sostentamento per il monastero. Don Zeno la visita e pensa di utilizzarla mentre si sente attratto dalla prossimità ai camaldolesi. Padre Calati, tutt‟altro che attaccato a schemi di fissità, amico di cattolici inquieti e lui stesso animo antiistituzionale, si incontra e scontra con la fretta di don Zeno che vuole una decisione: «don Zeno, don Zeno - gli dice in un‟ultima conversazione - sono mille anni che stiamo a Camaldoli». È il peso di questi anni con cui don Zeno ha dovuto fare i conti lungo la sua storia, trovando amici, estimatori, perplessi, nemici, ma quasi tutti pronti a riconoscere in lui l‟uomo di Dio. Maurizio Tagliaferri Don Zeno Saltini e il Concilio Vaticano II Nel caso di don Zeno solo in parte si può affermare che l‟evento Concilio divida in due la sua esperienza. Certo da un lato il pre-concilio costituisce per don Zeno e per Nomadelfia un periodo difficile, di transizione, in più sensi minato da crisi diverse, da tensioni; dall‟altro lato il concilio e il post-concilio rappresentano il riconoscimento da parte della Chiesa della validità dell‟utopia di don Zeno e la sua definitiva accettazione. Solo all‟inizio degli anni Sessanta papa Giovanni lo riammetteva all‟esercizio del ministero sacerdotale. Don Zeno diventava il primo parroco di Nomadelfia, e celebrava la sua «seconda prima messa». Il 5 febbraio 1952 avviene l‟allontanamento di don Zeno da Nomadelfia, ad Ottaviani assessore del S. Ufficio scrive: «La S. Sede non ha capito Nomadelfia»1. Al papa dice di sentirsi come «un rivoluzionario di Dio» tradito: «Pare sia questa l‟ora di Barabba»2. Al fratello don Vincenzo scrive: «Nomadelfia è l‟opera dei tempi». E gli richiama una frase del discorso di Pio XII del 10 febbraio 1952 al popolo di Roma, in cui il pontefice invocava un «cambiamento di rotta»3. Proprio il discorso di Pio XII del 10 febbraio 1952, costituisce per don Zeno una chiave di volta, per lui (lo si può capire tra le righe) il Concilio è anticipato in queste parole del papa al popolo di Roma. Questa espressione („cambiamento di rotta‟) diventa uno slogan per don Zeno, uno slogan che ritorna nelle sue lettere4, nei suoi discorsi5, nei suoi scritti. Don Zeno legge l‟intervento del papa all‟interno del suo grande dramma di «immolazione più dura e più sanguinante di qualsiasi forma di martirio»6. Il richiamo al discorso, fatto a cinque giorni dal suo allontanamento da Nomadelfia, rappresenta, dunque, per il fondatore un messaggio fondamentale per il resto della sua vita e una velata conferma che la Chiesa avrebbe finito coll‟approvare il suo operato. 1 Lettera a mons. Alfredo Ottaviani, assessore del S. Ufficio, Gainazzo di Guiglia, 23 marzo 1952, in Lettere, I, p. 277-279. 2 Lettera al S. Padre Pio XII, viaggiando 6 marzo 1952, in Lettere, I, p. 273. 3 Lettera a don Vincenzo Saltini, 18 maggio 1952, in Lettere, I, p. 280. 4 Cfr. ad esempio Lettere, II, p. 207. 5 Z. SALTINI, Costume e direttive pastorali in Nomadelfia, 2ª parte, Nomadelfia, 27 giugno 1968, Assemblea Parrocchiale, in AN, Discorsi: n. 68062716. Ancora nel 1968 ritornava su quel drammatico 5 febbraio, nell‟Assemblea Parrocchiale del 27 giugno, dicendo: «Io ho detto di sì al Papa quando avrei dovuto dire di no, un no sodo. Invece ho detto di sì […]. Io non sono la Chiesa, non sono niente, sono zero». 6 Lettera a don Vincenzo Saltini, 14 febbraio 1959, in Lettere, II, p. 187. 1 Dopo la morte di Pio XII (9 ottobre 1958) don Zeno scrive un articolo per il settimanale cattolico «Orizzonti» dal titolo E vidi nei suoi occhi il cielo, in cui descrive l‟udienza avuta dal papa il 15 marzo 1948. Un secondo articolo sulla figura del papa non viene pubblicato. In una lettera a mons. Mario Crovini don Zeno non nasconde la sua amarezza: «Se non si possono dire neanche queste cose, mi pare che siamo scesi molto in basso»7. Del papa defunto, don Zeno esaltava lo sforzo titanico contro il comunismo e il liberalismo: «non voleva [il papa] che il pretesto economico sociale allontanasse il popolo dalla Chiesa». Di Pio XII ammirava «il tentativo di portare la Chiesa di nuovo tra gli schiavi», tentativo fallito per colpa «della borghesia cattolica, veramente strapotente e diabolica». Contro questa borghesia cattolica, vera «setta che tortura la Chiesa», don Zeno chiedeva, nella lettera a mons. Crovini, un concilio: «Io mi auguro che il nuovo Papa [sarà eletto solo il 28 ottobre successivo] riesca a combinare un concilio nel quale siano dichiarati peccatori pubblici tutti coloro che si rifiutano di lavorare e di agire nel senso di togliere dalla faccia della terra i miserabili, tali per colpa della ingiustizia sociale, e che scomunichi tutti coloro che abusano della ricchezza detraendo in tal modo il giusto necessario alla vita dei fratelli. Se non lo farà, forse Dio ci punirà tutti»8. Accenti alla Victor Hugo. Anatemi e scomuniche sembrano precorrere l‟arrivo di papa Giovanni. Dopo l‟elezione del card. Roncalli scrive, tra il compiaciuto e l‟attonito, a Giuseppe Merzagora e a Maria Giovanna Albertoni Pirelli: «Giovanni XXIII scende a sturare bottiglie e a bere con i falegnami. È un mutamento radicale. Ha parlato ai giornalisti con lo stesso spirito. Si dice che in Vaticano sia mutata atmosfera. In pochi giorni cade un mondo secolare?»9. E dopo l‟annuncio del concilio (25 gennaio 1959) afferma un po‟ deluso al fratello don Vincenzo: «Anche il prossimo Concilio verte su un argomento di fondo [aggiornamento] che per se stesso non incide sulla vera esigenza dei tempi che urge: chiarire le posizioni politiche e sociali del laicato cattolico per liberarlo da quel malfamato dirigismo, sempre subdolo perché non si gioca a carte scoperte»10. Per don Zeno «la Chiesa è ancora bambina e fa delle cose che quando sarà cresciuta non farà più»11. Una certa perplessità lo attraversa: «ti ho detto ieri sera [scrive al fratello don Vincenzo] che non ce la vedo e 7 Lettera a mons. Mario Crovini, 19 ottobre 1958, in Lettere, II, pp. 180-182. 8 Ibid., p. 181. 9 Lettera a Giuseppe Merzagora e a Maria Giovanna Albertoni Pirelli, 7 novembre 1958, in Lettere, II, p. 183. 10 Lettera a don Vincenzo Saltini, 14 febbraio 1959, in Lettere, II, p. 188. 11 Ibid. 2 forse le ragioni più intime che me lo fanno dire son queste, perché c‟è da fare la figura da ragazzi e da illudere senza coscienza il popolo»12. La prima lettera dopo l‟apertura del Concilio (avvenuta l‟11 ottobre 1962) ad occuparsi dell‟evento conciliare, se ho visto bene, è una lettera a Furio Cicogna, del 10 marzo 1964 13, e l‟accenno suona indiretto: siamo nel contesto del cambiamento sociale come caratteristica del XX secolo e nell‟ambito delle strade illusorie percorse. Non si usa la parola Concilio, ma molti elementi lo lasciano intuire. Parla di «ora degli Angeli Bianchi» e il suo intervento è fortemente anticomunista: «[La Chiesa] ridiscenda alle masse a richiamarle a Dio portandole decisamente nel cambiamento di rotta voluto dal Papa [Pio XII], quindi voluto dalla Chiesa, quindi da Dio. […] Il cambiamento di rotta invocato dalla Chiesa dovrebbe essere un‟onda sterminatrice del „messianismo marxista‟»14. Grande attesa, dunque. Tuttavia, leggendo le lettere e ancor più i discorsi di don Zeno e qualche scritto durante e dopo il Vaticano II, si resta sorpresi e perplessi: non gli sfuggono i mutamenti del contesto ecclesiale dopo il Vaticano II e della società civile dopo il ‟68. Don Zeno parla del Concilio come di un grande evento, però lo subordina quasi alla sua creatura prediletta. Nel corso della prima assemblea parrocchiale di Nomadelfia, del 21 marzo 1966, dice senza esitazione: «per me il Concilio è un passo della Chiesa, però Nomadelfia è nata prima del Concilio»15. Il 3 gennaio 1967 a Nomadelfia, nel contesto dell‟Assemblea costituzionale parlando «dell‟unione tra la Chiesa e Nomadelfia» invita i nomadelfi a studiare «bene cos‟è la Chiesa» e a «vedere bene cos‟è la società umana» e aggiunge: «Io ho visto che nel Concilio hanno trattato un po‟ le relazioni, ma non è entrato a fondo il Concilio sul problema del rapporto umano, perché sarà materia di altri concili»16. Si ha l‟impressione che Don Zeno non sia completamente soddisfatto del Concilio. Allude ad altri concili che dovranno completare il Vaticano II. Ribadisce che la «Chiesa è universale» e così deve essere Nomadelfia, e se la prende con il dissenso cattolico: «La Chiesa è mortificatissima. Adesso dopo il Concilio saltano fuori tanti preti con tante di quelle balle: tutto un chiacchierio, tutta una divisione, una cosa che fa paura». Don Zeno non si lascia travolgere dagli eventi del ‟68. Parla di Chiesa messa male «da piangerci sopra», parla di sacerdoti in odore di eresia e dei tanti che lasciano e lasceranno, di illusioni oligarchiche. «Chi dice una cosa chi quell‟altra, teologie, tante storie». Si permette di suggerire, a questi sacerdoti, Nomadelfia come modello: «Sarebbe meglio che facessero quello che facciamo noi, cominciassero veramente a realizzare, mica 12 Ibid., p. 187. 13 Lettera a Furio Cicogna, 10 marzo 1964, in Lettere, II, p. 241. 14 Ibid. 15 Prima assemblea parrocchiale di Nomadelfia, 21 marzo 1966, in AN, Discorsi. 16 AN, Discorsi: n. 6701030B. 3 delle storie». La colpa di questo frantumarsi della Chiesa non sta però nel Concilio, ma «sono loro che si spaccano»17. In altri discorsi l‟argomento concilio è accostato al tema della Chiesa dei poveri, della giustizia „distributiva‟, della fraternità, delle altre religioni. La giustizia distributiva è condizione di comunione e di fraternità fra tutto il popolo e la fraternità non deve essere una opzione, cioè una scelta preferenziale per un cristiano, ma una legge, come dice la stessa parola Nomadelfia, la città dove la fraternità è legge. E allora don Zeno se la prende con le «code dei cardinali» con le «mitrie dei vescovi»: «Perché la Chiesa non è quella lì. Non è né paonazza, né ha la coda»18. In pieno ‟68 ritorna sul tema della contestazione: «L‟intelligenza è una cosa molto debole, debolissima. Guardate cosa sta succedendo adesso, dopo il Concilio, con tutti questi intelligenti […]. Il Concilio è stato fatto per fare un passo non avanti, all‟indietro per andare verso alle sorgenti del cristianesimo. Invece avete visto?». Difende, come può, papa Giovanni: «Tante questioni: nessuno ha pensato che potessero saltare fuori tante questioni. L‟unico che certamente non ci pensava sarà stato il Papa Giovanni XXIII quando l‟ha inaugurato». E alla fine don Zeno paragona i contestatori a tanti «lucifero», a tanti diavoli «superbi»19. In questa medesima occasione ribadisce che il concilio già lo voleva fare Pio XII: «Pio XII metteva via dei milioni, molti, e arrivavano e metteva da una parte, sei miliardi per fare il Concilio. E lo rimandava sempre, perché diceva che “non aveva ancora i teologi pronti, capaci”». Papa «Giovanni XXIII evidentemente voleva migliorare la situazione, portare più armonia nella Chiesa, invece questi qui [i teologi] hanno spaccato tutto». Parla di eresie: «Si vede che il Concilio è stato un colpo di pugnale in una zucca marcia: è saltato fuori il marcio della Chiesa» 20. Ai suoi nomadelfi dice: «Noi invece non dobbiamo essere post-Concilio, il Concilio, ripeto, va all‟indietro e va verso le origini del cristianesimo e non accetta queste cose. Invece accetta quella forma di Cristo che avvicina tutte le anime […] il Concilio torna a Cristo e avvicina tutti» 21. Su questa linea della fedeltà al papa aggiungeva: «Allora, ripeto, Nomadelfia potrà avere dei teologi come poi dei filosofi, però che filino dritto se no li mandiamo a quel paese. Che non manchino di rispetto, perché loro hanno delle idee! Che non manchino di rispetto al papa o alla Chiesa o al popolo di Dio»22. Don Zeno di fronte alla contestazione va all‟indietro, non accetta i liberi pensatori, apparentemente resta un uomo pre-conciliare. 17 Ibid. 18 Esercizi spirituali, La Vela, 7 giugno 1967, in AN, Discorsi: n. 67060718. 19 Esercizi spirituali, Castiglione della Pescaia, 15 ottobre 1968, in AN, Discorsi n. 68101508. 20 Ibid. 21 Ibid. 22 Esercizi spirituali, Subiaco - S. Scolastica, 20 ottobre 1969, in AN, Discorsi (senza numero). 4 Le idee di don Zeno, il suo linguaggio di prima del Concilio confrontato diacronicamente con quello usato dopo il Concilio, sono anzitutto un forte richiamo a ritornare allo spirito del cristianesimo primitivo, all‟obbedienza alla Chiesa, alla fede integrale, alla lotta contro ogni ingiustizia e delitto. L‟opzione per il modello della Chiesa delle origini è dovuto alla convinzione profonda che esso corrisponda ad una forma di cristianesimo non solo più pura ma anche più autentica. Per questo anche dopo il concilio don Zeno ritorna a guardare il lungo memoriale mandato al S. Ufficio, il 27 giugno 1951: «Il comunismo è frutto della nostra mancata giustizia sociale: […] Il cattolicesimo doveva provocare una seria reazione alla tirannia. […] Se il marxismo sommergerà il mondo, la colpa è nostra. Se la borghesia affermerà il suo dominio, la colpa è nostra. Facciamo giustizia, e facciamo presto»23. Questo restare apparentemente un uomo pre-conciliare, ma sarebbe meglio dire questo rifiutare d‟essere un uomo del post-concilio, lo aiuta a tenere corrispondenza sia con personalità del cosiddetto dissenso (come, fino a un certo punto, don Enzo Mazzi dell‟Isolotto), sia con Giussani24, sia coi tradizionalisti: mons. Lefebvre stesso era amico di Nomadelfia. Nel ‟68, quando don Mazzi parroco dell‟Isolotto a Firenze, ha intenzione di prendere iniziative contro le disposizioni del suo Ordinario, don Zeno gli scrive per ricordargli la propria sofferta obbedienza e per metterlo in guardia dal compiere un passo irreparabile. «La Chiesa mi ha tolto da Nomadelfia e mi ha riportato in essa, facendomi parroco nel riconoscimento di Nomadelfia come popolo nuovo fondato sulla fede integralmente. […] Perché vi buttate in una avventura che potrebbe finire per polverizzarvi, riducendo i vostri fedeli in un disordine e in un disorientamento fatale per essi e per molte genti di tutte le ideologie e confessioni? […] Avrete poi la forza di risalire la china sulla quale state per scivolare»25. Nel 1977 esorta in una lettera aperta mons. Lefebvre a «chinarsi filialmente alla Chiesa», come ha sempre fatto Nomadelfia: «Abbia la bontà, Eccellenza di chinarsi filialmente alla Chiesa e al popolo; offra l‟umile doveroso esempio, ubbidiente come Cristo al Getsemani [...] Guardi anche a Nomadelfia che è un nuovo popolo, figlio della Chiesa molesto ai dormienti, i quali la disonorano, ma devoto fino all‟eroismo, ammirato dai cattolici e non cattolici, i quali ne sono edificati e affezionati»26. In questa prospettiva si capiscono anche le sue battaglie contro il divorzio e l‟aborto. Battaglie nelle quali si può facilmente riconoscere una delle articolazioni di quell‟ideologia di cristianità 23 Lettera alla Suprema Congregazione del S. Ufficio, Nomadelfia, 27 giugno 1951, in Lettere, I, p. 218. 24 Lettera a don Luigi Giussani, 25 luglio 1970, in Lettere, II, p. 268. Don Zeno tra l‟altro scrive: «Si è notata una misteriosa affinità tra i nomadelfi e i tuoi». 25 Lettera a don Enzo Mazzi, Nomadelfia, 25 ottobre 1968, in Lettere, II, pp. 252-253. 26 Lettera a mons. Marcel Lefebvre, agosto 1977, in Lettere, II, p. 303. 5 che costituisce una delle espressioni più significative della cultura cattolica integrale. Nel 1970 scrive all‟on. Loris Fortuna, primo firmatario del progetto di legge sul divorzio, per denunciarne la gravità: «Voi divorzisti parlate di libertà, mentre vi conviene parlare di licenziosità. […] Come mai non riuscite a capire il delitto che volete consumare contro la famiglia italiana, una delle più civili del mondo? […] Nomadelfia in virtù della sua stessa presenza nel cuore del popolo, condanna i parlamentari che vogliono questa legge e coloro che la firmeranno in nome dello Stato»27. Nel 1975, quando si incomincia a parlare di aborto (la legge che lo depenalizza verrà due anni dopo), chiede a Paolo VI che si promuova una forte campagna per illuminare le masse: «Come riuscire a fare il chiasso che fanno gli abortisti? Il Signore ci dà i mezzi, e noi cattolici non sappiamo usarli. […] Il nemico è sveglio anche quando dorme. E noi spesso dormiamo anche quando siamo svegli»28. «Per me oso dire - confessa don Zeno dopo il Concilio con un po‟ d‟amarezza - che nella Chiesa i figli hanno perduto la Fede, per cui tutto quello che stanno facendo è l‟avvio a ridurre la Chiesa medesima in un crollo che farà paura agli stessi nemici, i quali facilmente correranno - essi - a salvarla con lo stesso fervore con il quale l‟hanno combattuta […] che Nomadelfia sia nella Chiesa e nel mondo una rivoluzione»29. Don Zeno è «un esempio formidabile di santità allo stato conflittuale». Così lo ricorda P. Turoldo, alla fine del 1990 a dieci anni dalla morte. «E il conflitto si consumava appunto tra fede e rivoluzione; tra fedeltà e libertà: fedeltà a una Chiesa che è quella che è, e libertà dello spirito, preso dall‟impeto della creatività; conflitto che lo dilaniava - e ci dilaniava - tra carità e giustizia; sempre a dover scegliere se e come cambiare il sistema, oppure di accontentarsi di riparare il sistema fermandosi „all‟opera della carità‟, per quanto magnanima. Conflitto che mai, comunque, l‟ha portato a prevaricare, tanto meno a venir meno nei confronti della Chiesa»30. In conclusione don Zeno, per usare le parole di don Mazzolari: rimane, «nonostante certe incompostezze di temperamento e di linguaggio31, uno degli uomini che, agli avamposti, hanno servi- 27 Lettera all‟on. Loris Fortuna, 19 settembre 1970, in Lettere, II, pp. 269-271. 28 Lettera al Santo Padre Paolo VI, Ponte S. Giovanni (PG), 20 febbraio 1975, in Lettere, II, p. 294. 29 Lettera a Ettore Masina, Nomadelfia, 12 dicembre 1971, in Lettere, II, pp. 280-281. 30 Commemorazione di don Zeno tenuta a Nomadelfia da p. David Maria Turoldo il 29 novembre 1990, in R. RINALDI, Don Zeno Turoldo Nomadelfia. Era semplicemente Vangelo, Bologna, Edizioni Dehoniane, 1998, pp. 239-240. 31 «La carità è una puttana: se non si dà a tutti, che carità è?». Era questo il modo di parlare di don Zeno Sal- tini. Personaggio caratterizzato nella sua vita dalla stretta unione tra teoria e prassi. La frase è citata da D.M. TUROLDO, Don Zeno era cristiano, cioè rivoluzionario, in G. BOCCA, Storia della Repubblica italiana, pubblicazione a fascicoli settimanali, Milano, Rizzoli-Corriere della Sera, 1981, n. 41, p. 253. 6 to con fedeltà la causa della Chiesa e dei poveri». La «storia spinosa» di don Zeno e di Nomadelfia è parte a pieno titolo della storia della Chiesa italiana. 7 Giorgio Campanini Don Zeno e l’‘utopia’ di una società cristiana Premessa L‟ideale che Zeno Saltini accarezza già negli anni giovanili e che porterà progressivamente alla creazione di Nomadelfia, si inserisce in quel vasto movimento di pensiero che, soprattutto fra il 1940 e il 1945, negli anni cioè della seconda guerra mondiale, coinvolge in Europa coloro che guardano con preoccupazione alla drammatica crisi dell‟Occidente e cominciano a indicare le vie per il suo possibile superamento. Emerge in questi anni - come appare da numerosi testi redatti in particolare fra il 1943 e il 1945 - l‟idea di un „ritorno alle origini‟, il progetto di una nuova „società cristiana‟. L‟opera di don Zeno si colloca in questa prospettiva, con una sua peculiare originalità che deriva non tanto dall‟attenzione accordata agli aspetti istituzionali del superamento della crisi (e cioè, soprattutto, al problema del ritorno della democrazia e dello Stato di diritto), quanto alla precisa consapevolezza della centralità della giustizia sociale. La „società cristiana‟ alla quale don Zeno guarda si caratterizza soprattutto per la centralità che in essa assume l‟idea di uguaglianza: a realizzare la quale assumono decisiva importanza - come appare sia dagli scritti „teorici‟ di don Zeno sia dall‟esperienza stessa di Nomadelfia - da un lato il superamento della proprietà privata, in nome di una proprietà comunitaria; dall‟altro il superamento della „famiglia borghese‟ in nome di nuove forme di relazione fra uomo e donna e adulti e bambini basate sul principio di gratuità e del tutto liberate da ogni condizionamento di tipo economico. Uso comune dei beni e famiglia comunitaria appaiono così le due strutture fondanti del progetto di Nomadelfia: „utopistico‟ nel duplice senso di futuro ancora da costruire e di ideale al quale tendere in vista di una futura umanità migliore di cui esperienze anche circoscritte e limitate, come appunto quella di Nomadelfia., possono essere un‟anticipazione e una prefigurazione. Fra ‘utopia’ e ‘profezia’ 1 L‟ormai ampia letteratura su Nomadelfia converge sul riconoscimento del particolare carattere „utopico‟ di questa esperienza1. La stessa categoria di „utopia‟ presenta tuttavia una strutturale ambivalenza, in quanto sta ad indicare contemporaneamente ciò che non è (e mai potrà essere, perché storicamente irrealizzabile) e ciò che potrà essere, nella misura in cui si realizzeranno le circostanze che la renderanno possibile. Utopia, dunque, come „sogno‟, o comunque evasione dalla realtà; oppure come „progetto‟, sia pure di lunga durata2. Nomadelfia, con il suo carattere insieme „utopistico‟ e „progettuale‟ si situa all‟interno di questa dialettica e rappresenta pertanto una sfida ricorrente al corso dell‟attuale società occidentale, rispetto alla quale intende essere un‟alternativa, non ideologica ma reale e vissuta. Il pensiero utopico presente, sin dalle origini, nella linea che va da Platone al „socialismo utopico‟, una componente laica, ed insieme una componente a forte connotazione religiosa: a questo secondo gruppo appartengono i vari progetti utopici elaborati soprattutto dal medio evo ai nostri giorni, da Gioacchino da Fiore a Tommaso Campanella, dai puritani dell‟America del Nord alla Città ideale di Charles Péguy. Ogni secolo ha avuto le sue utopie, e il Novecento non si sottrae a questa regola. Nomadelfia si inserisce a pieno titolo dell‟„utopismo religioso‟ del Novecento. A differenza di altre utopie - talora frutto di puro divertissment intellettuale, come il caso della celeberrima Utopia di Thomas More - quella della comunità di don Zeno Saltini si caratterizza per un‟origine non intellettualistica, né tanto meno libresca, ma per il fatto di volere essere una utopia realizzata, e praticata assai più che pensata. Da questo punto di vista è la concreta esperienza di Nomadelfia e dei suoi antecedenti che dovrebbe essere analizzata; mentre in questa sede ci si soffermerà soprattutto sulla fondazione teoretica di questo progetto attraverso gli scritti di don Zeno Saltini, nel presupposto che questa fondazione, seppure embrionale, vi sia e che di essa possano essere reperibili le fonti. 1 Basterà citare D. BETTENZOLI, Nomadelfia, utopia realizzata?, Milano, CELUC, 1976; oppure M. SGAR- BOSSA, Don Zeno .. e poi vinse il sogno, Roma, Città Nuova, 1999. Per un profilo di insieme della personali- tà di don Zeno cfr. L. PAGANELLI, Zeno Saltini, in Dizionario storico del movimento cattolico. Aggiornamento 1980-1995, Torino, Marietti, 1997, pp. 437-440, cui rinviamo anche per ulteriori indicazioni bibliografiche. 2 Per un‟analisi della strutturale bipolarità della categoria di utopia, fondamentale il classico lavoro di K. MANNHEIM, Ideologia e utopia, Bologna, il Mulino, 1957. Una puntualizzazione della storia dell‟utopia e delle sue attuali problematiche nel vasto affresco di A. COLOMBO, L’utopia. Rifondazione di un’idea e di una storia, Bari, Dedalo, 1997. 2 Al di là del rifiuto di un astratto e libresco intellettualismo3 alcune fonti sembrano essere chiaramente individuabili: due soprattutto, sulle quali brevemente ci si soffermerà, e cioè l‟eredità della grande tradizione comunitaristica del cristianesimo e la memoria del „socialismo religioso‟ dell‟Ottocento e del primo Novecento, fortemente presente in Emilia e Romagna. In una prima prospettiva, riemerge in don Zeno la grande tradizione „comunitaristica‟ del cristianesimo, espressa soprattutto nella riflessione patristica e nelle forti denunzie dei Padri contro le ricchezze e in generale in materia di suo dei beni4. Quella dei padri è una lettura radicale e talora un poco „fondamentalistica‟ di celebri passi evangelici; e la stessa metodologia è seguita da don Zeno, che intende leggere sine glossa, nello stile di Francesco d‟Assisi, i testi che denunziano l‟attaccamento alle ricchezze, l‟assolutizzazione della proprietà privata, il primato dei beni materiali sulla ricerca del Regno. Accanto a questa componente, specificamente cristiana, riemerge nella personalità e nella cultura di don Zeno - in modo quasi irriflesso, per effetto del suo profondo radicamento nella tradizione contadina, e forse al di là di specifiche influenze o letture - l‟eredità del socialismo religioso dell'Emilia di fine Ottocento, particolarmente presente nell‟immaginario collettivo del «Cristo primo socialista» di Prampolini, dei „Plebei‟, dei giovani preti democratico-cristiani del primo Novecento5. 3 In un‟interessante nota autobiografica lo stesso don Zeno, con una punta di auto-ironia, ebbe a scrivere: «Ho letto pochissimi libri fatti di pagine, perché, ad eccezione di alcuni importantissimi che sono vivi... Gli altri non mi piacevano e mi piacciono poco anche adesso» (Z. S ALTINI, Nomadelfia è una proposta, Grosseto, Edizioni di Nomadelfia, 1965, p. 68). In realtà l‟„utopia‟ di don Zeno ha precise fonti, soprattutto patristiche, che meritano di essere attentamente esplorate. 4 Per un quadro di insieme delle posizioni dei padri, cfr. G. FROSINI, Il pensiero sociale dei Padri, Brescia, Queriniana, 1996 (con un‟antologia di testi fortemente critici nei confronti dei ricchi e dell‟amore delle ricchezze). Ricorrenti sono, negli scritti e nelle predicazioni di don Zeno, proprio questi richiami a testi patristici. 5 Per l‟esperienza dei „Plebei‟ di Reggio Emilia cfr. S. SPREAFICO, Dalla polis religiosa all’ecclesiologia cristiana. La Chiesa di Reggio Emilia tra antichi e nuovi regimi, I, Bologna, Cappelli, 1980, vol. II, 1982, nonché F. MANZOTTI, I plebei cattolici fra integralismo e modernismo sociale, in «Convivium», 1958, n. 4, pp. 423-445. Sulla persistenza di questa eredità „socialista-cristiana‟ nella prima democrazia cristiana e nel popolarismo, sino al periodo della Resistenza cfr. L. BEDESCHI, Il modernismo e Romolo Murri in Emilia e Romagna, Parma, Guanda, 1967; G. CAMPANINI - A. ALBERTAZZI (a cura di), Il partito popolare in EmiliaRomagna (1919-1926), 2 voll., Roma, Cinque Lune, 1983 e 1987; G. CAMPANINI (a cura di), Francesco Luigi Ferrari a cinquant’anni dalla morte, Roma, Edizioni di Storia e letteratura, 1983; I. VACCARI, Il tempo di decidere, Modena, Edizioni del Chiostro, 1967; P. ALBERGHI - L. PAGANELLI, Don Zeno e i Piccoli Apostoli nella Resistenza modenese, Modena, Edizioni Centro F.L. Ferrari, 1984. 3 Allorché, a partire dagli anni „20, il giovane Saltini cominciava a misurarsi con il problema del pauperismo ed elle intollerabili condizioni di vita delle masse contadine della bassa modenese, l‟una e l‟altra componente della sua formazione - quella esplicita, cioè libresca, ma anche quella implicita, legata alle sue origini contadine - finivano per riemergere, in qualche modo saldandosi fra di loro. Da un lato, infatti, egli intendeva recepire e rivalutare il filone comunitaristico del cristianesimo, apparso a lungo soccombente rispetto alla cultura liberal-borghese e diventato marginale nell'esperienza e nella vita della Chiesa del Novecento; dall‟altro, si proponevano di riscoprire la dimensione autenticamente religiosa del socialismo, contro il rischio di una sua deriva materialistica, reso evidente dal passaggio dagli ideali utopistici dell‟Ottocento, ancora impregnati di valori evangelici, al duro „materialismo storico‟ di un marxismo teorico che proprio in Emilia, e fra le due guerre, gettava le basi della sua futura egemonia. Il punto di saldatura di questa duplice tradizione era rappresentato da un nuovo approccio ai due temi che don Zeno considerava decisivi e che rappresentavano altrettanti „nodi teoretici‟ irrisolti, tanto per il pensiero cristiano quanto per quello socialista, e cioè la questione della proprietà privata e quella della famiglia. È appunto su questi „nodi‟ che qui ci si soffermerà, dopo aver considerato alcuni momenti della genesi del „progetto politico‟, latamente inteso, di don Zeno Saltini. La nascita di un progetto Il „progetto‟ di Nomadelfia si situa nel contesto generale della crisi dell‟Occidente maturata fra le due guerre e fattasi drammatica con la seconda guerra mondiale. Agli occhi della maggior parte degli osservatori della realtà europea di quegli anni si profila con estrema chiarezza l‟ipotesi della fine di un lungo ciclo e dell‟apertura di una nuova fase della storia europea. È per questo che gli anni conclusivi della guerra (quelli compresi fra il 1942 e il 1945) vedono in Europa ed anche in Italia fiorire una serie di proposte e di progetti volti a preparare la nuova fase della storia dell‟Occidente destinata ad aprirsi all‟indomani della fine della seconda guerra mondiale6. 6 Per un quadro di insieme dei fermenti ideali di quegli anni nel contesto italiano cfr. G. DE ROSA (a cura di), Cattolici, Chiesa, Resistenza, Bologna, il Mulino, 1997, in particolare il saggio di G. CAMPANINI, La democrazia nel pensiero politico dei cattolici (1942-1945), pp. 491 e sgg., ove vengono ricostruite le principali proposte riformatrici formulate in quegli anni. 4 In questo contesto si inserisce la proposta di don Zeno Saltini. Diffidente nei confronti di tutti i movimenti politici organizzati e di tutti i partiti, egli auspica un «unico movimento dei lavoratori per smantellare il sistema sociale borghese»7. Pochi mesi prima, con un linguaggio forte e rude, così si era espresso: «se Marx ha sconvolto gli spiriti umani, io, sacerdote, mi sento più forte di lui e gli salto nelle masse ipnotizzate per rendere loro quella giustizia cui hanno diritto»8. Proprio in conseguenza della scelta di un diretto rapporto con le masse lavoratrici - senza la mediazione dei partiti politici, ai quali don Zeno mostra di non fare affidamento - egli guarda con diffidenza alla Democrazia cristiana, ed agli stessi suoi esponenti più orientati a sinistra, come Giorgio La Pira, al quale indirizza lettere nelle quali esprime decise riserve sulla stessa idea di un partito di ispirazione cristiana. «Pretendere oggi una politica cattolica - scrive fra l‟altro - in tutta la sua valenza è un assurdo [...]. Una politica confessionale è destinata al fallimento e forse alla persecuzione [...]. Iddio ci guardi dalla politica dei preti, cattolici, protestanti, mussulmani, ecc.»9. Quanto egli fosse diffidente delle mediazioni della politica di partito emerge con chiarezza dall‟intero suo epistolario, rivelatore dell‟atteggiamento di un uomo alieno alle mediazioni e incline ad un radicalismo evangelico forte e sincero, anche se non senza qualche componente di ingenuità. «La dottrina sociale della Chiesa - scrive in una lettera a Pio XII - è questa: “Padre, quel che è mio è tuo, quel che è tuo è mio... Così essi”»10. Passo, questo, nel quale viene operata una singolare trasposizione del particolarissimo rapporto tra il Padre e il Figlio evidenziata in un passo del Vangelo di Giovanni (17,21) dal piano spirituale a quello della comunione dei beni, e si fa di queste lettura del passo evangelico dentro dell‟insegnamento sociale cristiano. 7 Zeno Saltini al direttore de «La Lanterna», settimanale cattolico di Modena, 23 aprile 1946, in Lettere, I, p. 121. 8 Zeno Saltini a mons. Vigilio Federico Dalla Zuanna, vescovo di Carpi, 16 agosto 1945, in Lettere, I, p. 116. 9 Zeno Saltini a Giorgio La Pira, 30 luglio 1944, in Lettere, I, pp. 100-101. Si veda anche l‟opuscolo Non siamo d'accordo, Torino, Francesco De Silva, 1953: qui una dura critica alla Democrazia cristiana che, secondo le sue parole, «non è stata né democratica, né cristiana» (p. 5). Più oltre si sostiene addirittura che «la Democrazia Cristiana è contro la Chiesa» (ibid., p. 13). 10 Zeno Saltini a Pio XII, 3 maggio 1950, in Lettere, I, p. 162. Poco prima aveva affermato: «Bisogna rove- sciare capitalismo, borghesia e marxismo» (ibid.). 5 La linea di azione che don Zeno propone per il cambiamento della società non è dunque quella del partito ma quella del „movimento‟; non quella della mediazione degli interessi contrapposti ma della decisa collocazione della Chiesa e dei cristiani da una parte, e cioè dalla parte dei lavoratori, soprattutto dei lavoratori della terra (minore attenzione viene invece riservata agli operai dell‟industria). Di qui l‟importanza, per una politica aliena da schematismi ideologici e costruita „dal basso‟, di concrete e ben individuabili esperienze, come quelle avviate da don Zeno dapprima nel Carpigiano e poi nel Grossetano. L‟impianto teorico che sorregge questo disegno e appena abbozzato e obiettivamente fragile, anche perché strettamente legato a motivazioni intimamente e profondamente religiose, più che ad un preciso disegno politico. Di questo progetto si possono tuttavia individuare alcune strutture portanti, prima fra tutte l‟idea di uguaglianza (un‟eguaglianza concreta e operante e non semplicemente proclamata in astratto). 6 Assai indicativa, in questa linea, la posizione assunta in un testo del 1940, Tra le zolle11, dominato dal tema e dalla passione per l‟eguaglianza, vista tanto nella sua dimensione religiosa quanto nella sua dimensione sociale. Muovendo da una forte denunzia delle ingiustizie commesse a danno dei poveri - e dopo aver ricordato che «non c‟è trattato, enciclica o insegnamento della Chiesa che giustifichi il contegno dei prepotenti usurpatori delle funzioni sociali delle ricchezze» - don Zeno prospetta qui la necessità di una profonda rivoluzione che sia insieme spirituale e sociale. Questo „progetto‟ politico latamente inteso prende corpo - dopo le aspre denunzie del 1940 - nel testo forse più denso e meditato di don Zeno in ambito politico, La rivoluzione sociale di Gesù Cristo, apparso all‟indomani della fine della guerra12. Ciò che l‟appassionato sacerdote aveva intuito nel 1940 - e cioè la crisi che stava travagliando l‟Europa - è ormai, a questo punto, un fatto compiuto. La constatazione storica che l‟autore fa è quella dell‟apparente fallimento del cristianesimo: dopo venti secoli, gli scenari del mondo sembrano ancora dominati dal male e permane una situazione di radicale ingiustizia, sino alla riapparizione di una nuova forma di schiavitù, quella cui sono assoggettate le masse lavoratrici. Per superare questo intollerabile stato di cose occorre riscoprire la dignità del lavoro e rifondare su nuove basi il diritto di proprietà, declinato in forme drammaticamente lesive del lavoro e dunque inaccettabili dalla coscienza cristiana13. 11 Z. SALTINI, Tra le zolle, Grosseto, Nomadelfia, 1993, nuova edizione dalla quale citiamo (cfr. le pp. 91, 97, 99, 115-116). Il volumetto si colloca dichiaratamente nel già richiamato contesto della crisi della civiltà europea. «Siamo al tracollo di quel caos di idee che la storia contemporanea ha abbracciato - si legge tra l‟altro. Siamo alla tragica catastrofe di tutta quella idealità che ha preteso di tirare avanti il mondo senza Dio» (ibid., p. 135). Quello che si annunzia è il «sanguinante autunno dell‟età moderna» (p. 137). Ed ancora con la ripresa di un‟immagine biblica che già era stata cara a Savonarola: «La scure è veramente alle radici di questo mondo» (p. 138). Alcuni di questi temi - a testimonianza della permanenza di un giudizio critico di don Zeno nei confronti del corso complessivo della civiltà occidentale - vengono ripresi nell‟opuscolo: IL POPOLO DI NOMADELFIA, 12 Dopo venti secoli, Siena, Linotipia Senese, 1951. Z. SALTINI, La rivoluzione sociale di Gesù Cristo, S. Giacomo Roncole, Tipografia dell‟Opera Piccoli Apostoli, 1945. Questo opuscolo rappresenta una sorta di „manifesto programmatico‟ di don Zeno e si inserisce nel già richiamato filone dei progetti riformatori che vedono la luce attorno al 1945 (e che spesso erano stati preparati negli anni della clandestinità). 13 Ibid., pp. 8-9 e 22-28. 7 È dunque necessario operare una più equa distribuzione dei frutti della terra e del lavoro dell‟uomo, per attuare quella relativa, ma pure importante, giustizia terrena che è nelle aspirazioni degli uomini. In questo senso, agli occhi di don Zeno, «il secolo XX ha questa precisa missione: stroncare definitivamente la storia della schiavitù e dello sfruttamento protetti dalla legge pubblica» per dare vita ad una società fraterna che è espressione di una profonda trasformazione delle coscienze ma che non esclude la modificazione delle strutture, dato che questa stessa società fraterna «si può imporre, si deve imporre, essendo un diritto inerente alla compagine sociale»14. Questo insieme di rivendicazioni del mondo del lavoro - che don Zeno, attraverso una serie di citazioni evangeliche, lega strettamente al messaggio cristiano - trova, nella parte finale del volume, una sua embrionale enunciazione in termini di programma politico, sulla base di tre essenziali momenti: «l‟unità dei lavoratori, il ricorso al voto, una nuova legislazione». Si tratta di superare le divisioni tra i lavoratori, utilizzando saggiamente l‟arma del voto per dare luogo a nuove e più giuste istituzioni, al fine di rimuovere definitivamente quella che viene definita la «tirannia capitalista»15. Come si vede, quella che don Zeno auspica è una profonda «rivoluzione sociale» che, alimentata dall‟ispirazione evangelica, non è circoscritta all‟interiorità delle coscienze ma tende a modificare in profondità l‟intero assetto della società, a partire dai rapporti fra capitale e lavoro. Gli epicentri del cambiamento: il regime di proprietà e la struttura della famiglia Nell‟ambito della auspicata «rivoluzione sociale», due appaiono a don Zeno i luoghi essenziali del cambiamento: il regime di proprietà e la struttura della famiglia. Un‟attenzione limitata viene invece accordata alle tematiche propriamente istituzionali, che vengono appena sfiorate: nel tacito presupposto che alla base delle istituzioni (secondo una linea di pensiero che accomuna tanto i teorici del „socialismo cristiano‟ quanto gli assertori del „socialismo scientifico‟) stia un insieme di primordiali rapporti, appunto quelli che si esprimono attraverso l‟istituto della proprietà e quello della famiglia, solo modificando i quali è possibile trasformare in radice la società. 14 Ibid., pp. 140 e 149. 15 Ibid., p. 155. 8 Facendo propri questi presupposti, don Zeno - anche se non sempre con adeguata consapevolezza, per la limitata conoscenza del complessivo corso delle idee del Novecento - si inserisce in quel generale movimento comunitarista che caratterizza l‟Europa fra le due guerre e che ha come principali varianti appunto quella cattolica e quella socialista. L‟emergenza del comunitarismo nell‟Europa fra le due guerre16 è tutt‟altro che casuale e si inserisce in un clima generale di denunzia degli esiti disumanizzanti della tecnica e di aspirazione alla realizzazione, nel mondo del lavoro e in generale nella società, di nuovi e diversi rapporti: era appunto questo il passaggio, preconizzato da E. Mounier e da numerosi intellettuali degli anni fra le due guerre, dalla „proprietà capitalista‟ alla „proprietà umana‟. 16 Per un quadro di insieme di queste tendenze cfr., per quanto riguarda soprattutto il pensiero cattolico, G. CAMPANINI, Il problema della proprietà privata nel dibattito politico-teologico degli anni ’30, in L’etica tra il quotidiano e remoto, Bologna, Edizioni Dehoniane, 1985, pp. 205-228. Di particolare rilievo un testo di E. MOUNIER, Dalla proprietà capitalista alla proprietà umana, trad. it., Bari, Ecumenica, 1983 (ediz. originaria 1936), a cura e con introduzione dello scrivente. 9 Il „comunitarismo‟ di don Zeno si caratterizza (e sta in questo la sua peculiare dimensione) per una sorta di rifiuto frontale dell‟industrializzazione e di tutto ciò che essa rappresenta, e per l‟attenzione prioritaria accordata alla terra, vista come un ambito nel quale i rapporti fra gli uomini posso essere più immediati e diretti, e quindi più „naturali‟ e sottrarsi all‟anonimato della tecnica. Che nel progetto di Nomadelfia l‟agricoltura e l‟artigianato abbiano occupato sempre un posto di primo piano e che sia persistita, in questa esperienza, una radicata diffidenza per il mondo dell‟industria è comprensibile appunto alla luce di questa sorta di pregiudiziale anti-industrialistica. Il progetto di don Zeno non esclude l‟incontro con la modernità (si veda, ad esempio, già negli anni carpigiani e poi a Nomadelfia, il ricorso all‟uso del mezzo cinematografico e la valorizzazione degli strumenti di comunicazione) ma mantiene una sua ineliminabile componente ruralistica: lontana memoria, probabilmente, dell‟appassionato amore del contadino per la sua terra: una terra che si vorrebbe „di tutti‟, comune e indivisa, e che comunque mantiene un rapporto diretto fra il lavoro dell‟uomo e i frutti delle sue fatiche (un rapporto invece che l‟industria, ed in generale il modulo di vita urbano, attenua o addirittura distrugge)17. Il comune radicamento alla terra - ad una terra „di tutti‟ e che si sottrae inevitabilmente alla presa della proprietà privata - dovrebbe rappresentare per don Zeno, un mezzo di affratellamento fra gli uomini, e creare le premesse per una società basata sul reciproco aiuto, sulla condivisione, sullo scambio dei beni. Il superamento dell‟istituto della proprietà privata gli appare, in questa prospettiva, necessario18. 17 Indicativa, in questa linea, la dura denunzia della civiltà moderna in quanto essa si risolva nel primato dei beni materiali (Z. SALTINI, Tra le zolle, cit. pp. 46-47). 18 Non siamo tuttavia in presenza di una negazione radicale dell‟istituto della proprietà, ma piuttosto di una sua relativizzazione, da un lato con il richiamo alla sua «funzione sociale universale», dall‟altro con la precisazione che «la appropriazione personale può avvenire soltanto quando sia assicurata a tutti una giusta quota dei beni della terra» (Z. SALTINI, Sete di giustizia, Grosseto, Nomadelfia, 1993 (1ª ediz. 1956), pp. 66-67). 10 Vi è tuttavia un‟altra forma di allontanamento dallo spirito comunitario, ed essa è, per don Zeno, la tradizionale famiglia borghese, strettamente legata all‟istituzione della proprietà. Anche se non accoglie nella sua radicalità la critica marxista della famiglia (perché anzi don Zeno ne esalta la dimensione spirituale)19, egli mostra tuttavia di coglierne anche i limiti, soprattutto sotto il profilo della formazione di uomini e donne orientati alla „cultura del privato‟ e scarsamente disponibili al recepimento di un autentico spirito comunitario: in questo senso la riforma in senso comunitaristico della società presuppone il superamento della vecchia famiglia borghese. Allorché don Zeno elaborava, ed in parte attuava, il suo progetto di „famiglia comunitaria‟ - orientata a recuperare in senso eminentemente spirituale i tradizionali legami famigliari - la contestazione radicale della famiglia che si sarebbe sviluppata in Europa attorno al 1968 era di là da venire; né il fondatore dei Piccoli Apostoli si sarebbe certamente ritrovato nelle astratte ed ideologiche denunzie della „famiglia autoritaria‟ portate avanti dagli epigoni della Scuola di Francoforte e da alcune correnti della psicanalisi20. 19 Z. SALTINI, L’esperienza di Nomadelfia, in A. UGENTI (a cura di), Il matrimonio, Milano, Paoline, 1971, pp. 153-161. Agli occhi di don Zeno le famiglie sono «le cellule di un corpo malato», avvinte da «diaboliche catene», quelle dei «loro egoistici istinti borghesi»; l‟unica alternativa possibile è il ritorno allo spirito comunitario o l‟estinzione dell'istituzione. Di qui il forte appello alla solidarietà e alla riscoperta della dimensione comunitaria della famiglia. 20 Per un quadro di insieme della radicale contestazione istituzionale della famiglia portata avanti negli anni „60, cfr. G. CAMPANINI, Potere politico e immagine paterna, Milano, Vita e Pensiero, 1985, in particolare alle pp. 58 e sgg. 11 Alcune tematiche della contestazione riprendevano tuttavia una componente non marginale della visione della famiglia propria di don Zeno: la consapevolezza, cioè, che la creazione di una nuova società avrebbe necessariamente richiesto un nuovo modello di famiglia, con il conseguente superamento della „famiglia borghese‟ troppo strettamente legata ai rapporti di proprietà. La messa in comune dei beni e la prevalenza accordata aia valori etici rispetto a quelli economici era l‟elemento che in qualche modo legava le nascenti „comuni familiari‟ degli anni „60 e l‟esperienza che da tempo lo stesso don Zeno aveva avviato: con una importante e fondamentale differenza, tuttavia, e cioè che nella maggior parte delle esperienze di „comuni familiari‟ degli anni „60 il rapporto di coppia veniva negato o „superato‟ in nome della promiscuità sessuale, ed inoltre era del tutto assente da queste esperienze ogni tematica spirituale e religiosa; mentre nelle comunità familiari di don Zeno non solo la coppia coniugale era salvaguardata e valorizzata, ma una profonda comunione di valori etici, spirituali e religiosi, appariva la base della convivenza21. Anche se in un quadro di insieme profondamente diverso da quello dei contestatori del „68, fin dagli anni „40 don Zeno aveva intuito - pur nella relativa limitatezza della sua cultura e del tutto al di fuori delle elucubrazioni della psicanalisi - l‟importanza fondamentale del rapporto tra famiglia e società. Non a caso il suo progetto riformatore aveva come struttura portante il cambiamento della famiglia. Volendo applicare al progetto di don Zeno il lessico successivamente adottato dai contestatori del „68, si potrebbe affermare che anche per lui il cambiamento della sfera pubblica era condizionato dal cambiamento della sfera privata: solo il superamento della „famiglia borghese‟, incentrata sui rapporti di proprietà, avrebbe potuto portare al superamento della „società borghese‟. 21 Un tentativo di puntualizzazione dell‟esperienza delle „comuni familiari‟, con un approccio che non è stato successivamente ripreso (anche per il logoramento di tale esperienza) in G. CAMPANINI - P. DONATI (a cura di), Le comuni familiari fra pubblico e privato, Milano, Franco Angeli, 1980, con cenni anche all‟esperienza di Nomadelfia. 12 La via proposta da Nomadelfia era tuttavia profondamente diversa da quella percorsa dai contestatori del „68. Per essi, infatti, non restava che la prospettiva della abolizione finale della famiglia come struttura autoritaria (al posto della quale avrebbero dovuto affermarsi i liberi e fluttuanti rapporti di coppia), con l‟educazione dei figli sostanzialmente consegnata a istituzioni pubbliche22; mentre don Zeno, collocandosi anche sotto questo aspetto nel solco della tradizione cristiana (e tuttavia superandola in alcune sue forme storiche) non intendeva né abolire né superare l‟istituzione familiare - che anzi risulta uno degli epicentri del suo progetto riformatore - ma piuttosto trasformarla profondamente dall‟interno, facendo emergere quei valori spirituali e di relazione troppo spesso oscurati, nella famiglia „borghese‟, dai fattori economici. Se per il marxismo classico e le correnti che attorno al „68 ne riprendevano le tesi di fondo l‟istituzione familiare era strettamente dipendente dalla sfera economica, soprattutto in ordine alla formazione e trasmissione della proprietà privata, per don Zeno l‟anomala enfatizzazione di questo rapporto - dovuta alla cultura borghese assai più che all'autentica tradizione cristiana - rappresentava una sorta di incidente di percorso di una fase particolare della società occidentale. Occorreva invece recuperare l‟aspetto originario della famiglia, impostando su basi nuove le categorie di „paternità‟ e di „maternità‟ e liberando del tutto la famiglia dai suoi vincoli con la proprietà: di qui l‟impostazione in termini profondamente innovativi del rapporto tra famiglia e beni terreni e il superamento della categoria stessa di „successione‟ ereditaria. Si trattava di passare da una paternità e da una maternità troppo ristrette e limitate, e dunque fondamentalmente egoistiche, ad una paternità e ad una maternità più larga e comprensiva, del tutto libera dagli antichi legami di sangue e, insieme, di proprietà23. 22 La più lucida teorizzazione di un modello di relazione di coppia del tutto privata di ogni dimensione istitu- zionale in A. GIDDENS, Le trasformazioni dell’intimità. Sessualità, amore e matrimonio della società moderna, Bologna, il Mulino, 1995. Per il recupero della famiglia tradizionale si pronunziano invece P. e B. BERGER, In difesa della famiglia borghese, Bologna, il Mulino, 1984. 23 Sulle tappe progressive di elaborazione di questo nuovo modello di famiglia si veda la suggestiva testimo- nianza di N. GALAVOTTI, Mamma a Nomadelfia. Aautobiografia di una madre di 74 figli, Cinisello Balsamo (MI), San Paolo, 1995. 13 Solo a queste condizioni l‟istituzione familiare avrebbe potuto resistere alle spinte contestative; e solo per questa via la famiglia cristiana avrebbe potuto recuperare il suo autentico volto, liberandolo dalle incrostazioni su di esso depositate da una cultura che, proprio per avere posto il suo centro nella ricerca dei beni materiali, si era drammaticamente discostata, anche in paesi tradizionalmente cristiani, dal modello e dello stile evangelici della famiglia, riflessi emblematicamente in quella letteratura patristica alla quale don Zeno, come del resto tutti i riformatori, guardava: in questo senso il ritorno al passato, alla tradizione più antica e venerabile, era la condizione necessaria per costruire il futuro. La proposta di Nomadelfia Attraverso questa essenziale ricostruzione delle linee di evoluzione di un progetto articolato e complesso è stato possibile individuare quello che è, a nostro avviso, il senso complessivo di Nomadelfia: il tentativo di creare le premesse di una nuova società attraverso il superamento della proprietà privata e, insieme, della famiglia „borghese‟. Non casualmente la Costituzione di Nomadelfia afferma che i suoi cittadini «non posseggono beni a qualsiasi titolo e di qualsiasi natura» (art. 22); norma che riprende e dà attuazione al principio enunziato, in forma esortativa, al precedente art. 3: «Ogni Nomadelfo si impegna in modo particolare a rinunziare a tutti i beni e diritti a contenuti economico»24. 24 Per il testo della Costituzione dei Nomadelfi cfr. Z. SALTINI, Nomadelfia è una proposta, cit. 14 Parallelamente, ed in stretta connessione con il principio sopra enunziato, alla famiglia nucleare viene sostituita una famiglia comunitaria estesa, secondo il modello del «gruppo famiglie» (art.13), con la prevalenza dei legami affettivi sui vincoli di sangue, e con gran parte degli spazi abitativi e dei servizi in comune, secondo il modello delle „comunità familiari‟ più volte esperimentate nella storia, ma con la garanzia del rispetto della qualità del rapporto di coppie, per i nomadelfi che abbiamo scelto la via del matrimonio. A differenza di quanto avviene in altre forme comunitarie, non vi è promiscuità di relazioni sessuali né mancata individuazione della paternità: la coppia coniugale viene riconosciuta nel suo diritto all‟intimità, anche se si tratta, in un certo senso, di una „intimità controllata‟, che riguarda esclusivamente la sfera affettiva e sessuale, mentre sia la vita quotidiana sia il compito educativo vengono realizzati in forma comunitaria. Tra superamento della proprietà privata e affermazione del modello di famiglia comunitaria vi è una stretta connessione, in quanto è manifesta nel fondatore di Nomadelfia, la preoccupazione che l‟aspirazione dei genitori ad assicurare ai figli (naturali o adottivi) un futuro sicuro, anche per favorirne la riuscita, possa favorire il ritorno alla proprietà privata. Anche per questo la struttura della famiglia nucleare è ridotta all‟essenziale e la maggior parte delle funzioni della famiglia è trasferita alla comunità. La famiglia nuova è vista qui come una sorta di „incunabolo‟ di un uomo nuovo, del tutto sottratto alla logica della società borghese25. 25 Si spiegano, in questa prospettiva, le dure invettive contro la famiglia borghese, quali quelle contenute in Z. SALTINI, L’esperienza di Nomadelfia, cit., là dove don Zeno paragona le famiglie borghesi a «lumache timide e senza spina dorsale» (p. 157), divenute immemori degli ideali evangelici di condivisione, di fraternità, di giustizia. 15 Non si tratta della riproposizione di un astratto pauperismo cristiano, ma piuttosto della pratica attuazione del principio che alla libertà dal bisogno è necessario che si accompagni, se si voglia realizzare un autentico cammino di libertà, anche la „libertà dal desiderio‟. In questo senso «i Nomadelfi sono sulle vie della libertà che ha sempre costituito il sogno più ambito degli uomini e dei popoli» proprio perché si sono liberati «dall‟avidità del denaro» e insieme «dall‟incubo di non riuscire a provvedere all‟educazione e al sostentamento dei figli e all‟affettuosa assistenza familiare nella vecchiaia». Essi sono dunque impegnati nella realizzazione del loro «ideale sociale e politico: arrivare ad una forma di popolo socialmente e politicamente libero»26. In questo punto - la sempre problematica connessione tra famiglia e uso dei beni - sta la forza ma, per certi aspetti, anche la debolezza della proposta di Nomadelfia: il suo progetto insieme affascina e respinge; affascina per la sua attitudine a demolire i miti della società dei consumi e per mostrare il senso e il valore della „vita semplice‟; ma insieme respinge, perché implica l‟abbandono degli stili di vita, e soprattutto delle sicurezze, cui l‟uomo della società tecnologica si è ormai abituato. Nomadelfia è dunque una sfida recata ad una società che continua a costruirsi su le basi di una logica del tutto diversa; ed una sfida che appunto per questo e difficile e rischia di continuo di essere perdente, nel senso di essere trasformata da utopia in senso forte – l‟anticipazione di ciò che potrà essere - ad utopia in senso debole, intesa come tentativo di costruire ciò che mai potrà essere27. Ne aveva del resto piena consapevolezza lo stesso don Zeno allorché affermava che «i Nomadelfi per essere completamente liberi nell‟esplicare la loro missione in favore dell‟umanità avrebbero bisogno di un ambiente sociale e politico aderente ai suddetti principii giuridici», e cioè coerente con i loro valori28. 26 Z. SALTINI, Nomadelfia è una proposta, cit., p. 37. 27 K. MANNHEIM, Ideologia e utopia, cit. Sulle oscillazioni fra questi due diversi modelli delle varie utopie in ordine al tema della famiglia, cfr. A. COLOMBO - C. QUARTA (a cura di), Il destino della famiglia nell’utopia, Bari, Dedalo, 1991, particolarmente D. FRANCESCATO, Le comuni familiari: riflessione dopo un decennio, pp. 399 e sgg., per altro senza nessun riferimento all‟esperienza di Nomadelfia. 28 Z. SALTINI, Nomadelfia è una proposta, cit., p. 37. 16 Vi è da domandarsi, sotto questo aspetto, se sia possibile nel tempo lungo la coesistenza di due modelli di società e di famiglia in qualche modo fra loro alternativi. Alla fine - ci si potrebbe domandare - o l‟utopia si fa realtà diffusa e condivisa (e dunque cessa di essere in senso proprio utopia per diventare concreta realizzazione storica), o rischia di essere assorbita e fagocitata da una società che si ispira ad altre regole e ad altri valori. Tutte le moderne esperienze comunitarie, non esclusa Nomadelfia, sono assoggettate a questa tensione, persistendo la quale rimane una situazione di marginalità e di perifericità: anche se dalla proposta utopica scaturisce la sfida di una cultura alternativa, quasi una spina nel fianco di una società industriale (insieme società tecnologica e società dei consumi) che persegue una logica che l‟utopia mette impietosamente in discussione. L‟interrogativo che scaturisce da questo apparentemente impari confronto fra la goccia (Nomadelfia) e il mare (l‟attuale società) è la domanda che ricorrentemente le coscienze inquiete di ogni tempo si pongono: per quale via passa la piena realizzazione dell‟uomo e dunque, alla fine, la felicità? Per la via, percorsa fin qui dall‟Occidente, della massimalizzazione dei beni, o per la via, seguita dai Nomadelfi, della ricerca della qualità delle relazioni interpersonali? La società occidentale ha scelto di fatto la prima strada, pur continuando a nutrire una profonda e segreta nostalgia per la seconda. Vi è da domandarsi sino a quando questa contraddizione possa persistere: non a caso, del resto, proprio mentre la società occidentale si fa sempre più artificiale riemerge prepotente il bisogno del „ritorno alla natura‟, la ricerca di una „vita semplice‟ nella quale le relazioni con gli uomini ritrovino, come nell‟ideale di Nomadelfia, la loro spontaneità, la loro immediatezza, la loro gratuità29. Conclusione 29 È l‟ideale, questo, della «società conviviale» sul quale abbiamo richiamato l‟attenzione in G. C AMPANINI, La convivialità della famiglia, Milano, Mondadori, 1999. 17 Come tutti i progetti di „società alternativa‟, così anche Nomadelfia si situa al bivio tra „ideale‟ e „reale‟. Affermava don Zeno, a proposito della sua creazione: «Questa è una rivoluzione [...] che parla al mondo con le parole e con le opere»30. Ma questa parola appare ora persuasiva e convincente, ora impraticabile e lontana dalla vita reale degli uomini e delle donne concreti, sino a dissolversi in un ideale astratto e irraggiungibile. Nomadelfia, dunque, più come „profezia‟ che come vera e propria proposta con la quale realmente ci si sappia misurare; o forse, alla fine, come „nostalgia‟ di un possibile e diverso stile di vita, quasi come il «presentimento di un assetto umano migliore», per riprendere le parole di uno dei più severi critici della „famiglia borghese‟ 31. Né „profezia‟, dunque, né „proposta‟, forse, ma soltanto nostalgia e presentimento. Ma non passa proprio di qui - da un „presentimento‟, che è insieme inquietudine e rimpianto di un mondo che potrebbe essere migliore - la via per la costruzione di un nuovo e diverso futuro? 30 Z. SALTINI, Nomadelfia è una proposta, cit., p. 90. 31 M. HORKHEIMER, L’autorità e la famiglia, Torino, UTET, 1974, p. 61. 18 Andrea Canevaro DON ZENO NELLA STORIA DELLA PEDAGOGIA 1. Filantropia e ricerca di una solidarietà conveniente Nella storia dell‟educazione l‟infanzia in pericolo, cioè l'infanzia povera a rischio di essere abbandonata, e a volte ritenuta pericolosa, è oggetto dell‟attenzione dei filantropo, prima ancora che dello Stato. Il primo modello filantropico è legato ad una impostazione aristocratica, e in questa prospettiva vi è un‟attenzione ad organizzare delle sedi opportune in cui accogliere i bambini e le bambine abbandonate. Nello stesso tempo vi è la possibilità che l‟impostazione aristocratica metta in moto una vera e propria economia di convenienza dell‟accoglienza dei bambini e bambine povere abbandonate. È una lunga storia che ha, in alcune parti d'Italia, il riferimento ai „bastardini‟ e che ha permesso di trovare un punto di incontro fra le esigenze delle famiglie della campagna, che avevano bisogno di braccia, e quelle di bambini e bambine abbandonati in brefotrofi che avevano bisogno di essere accolti in un clima familiare. Non è stata sempre una storia di sfruttamento, anche se lo sfruttamento è stato possibile, ma a volte ha sviluppato una vera e propria capacità organizzativa modulare con tante piccole realizzazioni famigliari che accoglievano, perché ne avevano bisogno, ma mostravano anche capacità educative e affettive sia pure relative ad una certa marginalità in cui potevano vivere le campagne in altri tempi. Questa prospettiva filantropica e di solidarietà conveniente, come l‟abbiamo chiamata, aveva delle necessità particolari ed erano quelle relative a situazioni in cui l'aspetto di fragilità e di vulnerabilità era prevalente ed occorrevano quindi delle misure di carattere sanitario; oppure quando vi erano dei momenti di disordine sociale sul soggetto che mettevano a repentaglio la possibilità di inserirsi armonicamente in un tessuto familiare ed economico. Nel primo caso si potrebbe dire che vi erano bambini e bambine che avevano delle caratteristiche non adatte ad assumere i ruoli di lavoro accompagnati da una possibilità di stabilire dei legami affettivi e sociali; venivano quindi avviati a istituzioni particolari o restituiti ai brefotrofi che a loro volta li potevano mantenere, oppure avviare a strutture particolari: istituti per bisognosi con problemi particolari (per esempio: per rachitici, come si diceva all'epoca). Nel 1 secondo caso il problema era più di ordine pubblico, e quindi era considerato di ordine disciplinare, e comportava l‟assunzione di termini rieducativi per cercare di raddrizzare la vita di coloro che sembravano essere degli irregolari nella condotta e nel carattere1. Agli inizi del secolo il quarto congresso internazionale per lo studio delle questioni relative al patronato dei condannati, dei bambini moralmente abbandonati, dei vagabondi e degli alienati, congresso che si tenne a Liegi nell‟agosto del 1805, formulò alcune domande che riguardavano proprio la protezione dell'infanzia, e che ribadivano questa mentalità di collegare la protezione al risparmio e alla previdenza e quindi dì vedere come nell‟educazione dei minori affidati alla tutela pubblica vi fosse la possibilità di una decisione giudiziaria che modificasse la loro posizione di abbandonati in persone utili. Accanto a questo, vi era anche la domanda di come comportarsi con quei bambini, quelle bambine, che avevano ormai contratto abitudini tali da renderli impropri al collocamento familiare. Ci si domandava, all‟epoca: «È necessario costruire delle strutture particolari, degli Istituti Speciali? E che carattere devono avere questi istituti?»2. Domande di questo genere sono alla base di una presenza, nel mondo dell'educazione, di numerosi, o relativamente numerosi, personaggi che attivano delle pratiche in due settori, così schematizzabili: - uno di carattere familiare, capace di assumere anche situazioni rischiose; - un secondo di carattere comunitario che permetta certamente anche la creazione di istituzioni particolari con una caratteristica improntata alla solidarietà oppure al castigo e, quindi, di carattere disciplinare. Anche in questi casi ritengo utile impiegare la dizione "solidarietà conveniente". Non è disdicevole cercare di costruire delle situazioni in cui l'elemento di solidarietà, e quindi di dedizione, la carica di generosità si accompagni al tentativo, alla progettazione, di costruire una realtà in cui la presenza dell'infanzia abbandonata diventi un elemento economicamente importante. Non possiamo nasconderci che questo può anche dar luogo a dinamiche di sfruttamento. Far lavorare dei bambini o delle bambine impegnati a costruire anche un proprio 1 M. PERROT, Sur la segrégation de l’enfance au XIX siècle, in «Psychiatrie de l‟enfant», PUF, Paris, XXV, 1982, n. 1. 2 IV Congrés International des Euvres de Patronage, Liège, 8-12 août 1905, Imprimeur du Roi, Bru- xelles, J. Goemaere, 1907. 2 avvenire di persone capaci a guadagnarsi la vita onestamente e tranquillamente può diventare anche un sistema lucroso. L'educazione dell'infanzia abbandonata e dell'infanzia in pericolo è attraversata da questi rischi, che consentono, nonostante questo, di avviare delle esperienze quanto mai interessanti e poco accolte da quella che è la riflessione pedagogica più ufficiale. Ancora una volta ci imbattiamo in una immagine, che ho altre volte definito dì "periferie pedagogiche" nella quale si riassume la difficoltà della pedagogia più accademica, più ufficiale, di alimentarsi attraverso quelle che sono le esperienze periferiche nate in territori sicuramente marginali e che sono nello stesso tempo gli elementi più vivaci per la riflessione educativa. Certamente una buona parte dell'educazione attiva è nata all'incontro con esigenze di infanzie marginali, in parte deprivate e in parte a rischio. E nel mondo si trovano molti interessanti esempi legati a nomi precisi di educatori, dì educatrici, che si sono spesi in questo contesto, in questa prospettiva. Quasi sempre non è un movimento, non è un gruppo, ma è una persona che diventa anche un personaggio. Ed è quindi possibile che questa prospettiva di passaggio da un filantropia aristocratica ad un'educazione popolare che cerca di praticare, quindi anche di avere senso pratico, un'organizzazione di solidarietà conveniente, sia affidata a delle figure carismatiche. Nascono esempi legati a figure carismatiche, e ciò comporta il rischio forse inevitabile di trasformarsi, con la scomparsa della figura fondante, in elementi di tradizione conservatrice, per avere la spinta originaria assumendo una "tradizione" legata al fondatore o alla fondatrice. È un rischio umanissimo, perfettamente comprensibile, che negli stessi continuatori delle opere dei fondatori è presente ed è vissuto come un elemento problematico. Ed è anche comprensibile che una parte di queste persone, così importanti nella nostra educazione, nella nostra storia, siano stati carichi anche di una dimensione religiosa, e siano sacerdoti con carismi particolari, con caratteristiche e delle particolari di educatori. Ne deriva un ulteriore rischio che è quello legato alla possibilità che l'opera educativa, anche se non ha questa vocazione, venga letta come un modello esemplare, mentre non può prodursi tale e quale. E - altro rischio - venga percepito come una calamita vocazionale: attiri, cioè, coloro che ritengono che lì si realizza la loro vocazione; diventi quindi fortemente selettiva in un senso omogeneo, restringa la sua dimensione a un solo carattere, non sapendo o non potendo assumere delle dimensioni altre, aprendosi a caratteri e personalità diverse. Molte volte nelle storie delle opere educative con questa impronta vi sono incontri dei fondatori con forti personalità che non alimentano l'opera intrapresa ma se ne allontanano, forse per creare altre attività, altre opere. È come se vi fosse una presenza di carattere talmen3 te forte da impedire che un altro carattere forte conviva.. E si può leggere queste vicende sia nel segno dell'incompatibilità sia ne segno della fioritura di altri esempi e altre iniziative. 2. Nei rifiuti la ricchezza Evangelicamente, la pietra scartata diventa testata d'angolo. In termini più legati al mondo dell'educazione, l'infanzia rifiutata diventa forza, capacità progettuale. È tale la vicenda di molti educatori, non solo nel settore dell'infanzia. Si pensi a un personaggio che ha assunto caratteristiche leggendarie, come è l'Abbé Pierre. Vagabondi, alcoolizzati, scarcerato tutto insieme costituisce una vera e propria forza, anche economica, e permette dapprima di realizzare le esigenze primarie - case per loro stessi - e in seguito di mettere risorse a disposizione di altri diseredati. «La pietra rifiutata diventa testata d'angolo» può essere anche una chiave interpretativa del progetto o del sogno - dentro un progetto c'è sempre un sogno - di don Zeno: la possibilità di fondare una società diversa, forte del proprio lavoro, delle proprie capacità, e dei propri Bambini, delle proprie bambine capaci dì crescere in maniera sana con nuove forze, utili per intrecciarsi con quelli degli adulti che vanno avanti, quindi capace di provvedere a se stessa con le proprie risorse. Ma la realtà è più complessa. La realtà fa capire a don Zeno, immediatamente, che vi è un meccanismo perverso tale per cui ai poveri vengono sottratte le risorse e le ricchezze. Quindi non bastano quelle che sono lasciate loro, ma bisogna che vengano alimentate dalla restituzione. Bisogna restituire ai poveri quello che è stato loro tolto. E allora il movimento educativo in cui si situa don Zeno, è anche quello che ha a che fare con l'infanzia abbandonata, ma può essere soprattutto quello che riguarda l'educazione alla Giustizia e nella giustizia. Quindi si collega ad altri educatori ancora che hanno percorso forse le stesse tappe: una grande generosità educativa nei confronti dei più deboli e poi la nascita di una coscienza che rivelava dei meccanismi economici e sociali perversi, in cui non bastava più la dedizione, l'attenzione, la "mia" forza, ma era necessario mettere in moto un processo dì restituzione del maltolto. E sono questi fenomeni educativi che inevitabilmente diventano anche fenomeni educativi „politici‟. Si aggiunge questa parola importante per la vita di don Zeno, e che è stata chiamata da luì stesso riferendosi al popolo. A chi si collega don Zeno, allora, idealmente? A molte persone, a molti educatore, a molti grandi personaggi del panorama educativo che noi abbiamo ammirato, conosciuto, studiato. Uno per altri è Paulo Freire. Freire si occupa degli oppressi, apparentemente per un 4 problema tecnico: la loro alfabetizzazione. Sembra, questa, una attività che abbia a che fare con le tecniche educativi, e basta. Ma da qui nasce un‟altra parola che è „coscientizzazione‟. E significa assumere la coscienza di essere soggetto sociale, o se si vuole politico, nel senso etimologico del termine. Don Zeno fa questo percorso e arriva all'illuminazione di una proposta di società fondata sull'amore, che non è però capace di non richiamare gli altri alla necessità che ho chiamato "di restituzione". In questo senso don Zeno diventa una figura certamente ammirata ma anche scomoda. Sarebbe interessante tracciare un parallelo fra un personaggio importante per l‟educazione dell‟infanzia come Korczak e don Zeno. In entrambi, c‟è una passione per l‟organizzazione. Utopica in entrambe ma anche con molti elementi pragmatici, grande capacità di coinvolgimento e senza limiti di età: ognuno fa la sua parte. Nasce un‟istituzione, certamente. Nasce una proposta di società, di organizzazione, che non è solo continuare quello che altri hanno già fatto, istituito, ma diventa istituente, capace di progettare, desiderosa di progettare, con una grande volontà, quindi con una dedizione al progetto sociale, che organizza e forma ruoli sociali, compiti, esprime diritti e doveri. Korczak è un grande educatore degli orfani, morto verso Treblinka, sparito sul treno blindato che portava i suoi bambini e lui verso i campi della morte. Anche in Korczak vi è un movimento di generosità che diventa ammirato e scomodo, perché non può lasciare indifferente nessuno e nello stesso tempo non può accontentarsi delle generosità senza implicazioni. Desidera che vi siano dei cambiamenti nello stile di vita per raccogliere quelle che sono le istanze di giustizia che l'educazione comporta. 3. Educare alla ricerca della verità e nella verità È uno dei temi importanti nella storia dell'educazione che riguarda le figure con una forte impronta carismatica e che quindi hanno una loro verità. Don Zeno ha una propria verità dì fede e potrebbe essere portato a ritenere che l'educazione consista nel fare aderire alla propria verità chi cresce. Non è esattamente così. In una lettera del 30 luglio 1944, da Roma, a Giorgio La Pira scrive: «Il mondo non è tutto cattolico, né tutto protestante, né tutto ebreo, né tutto mussulmano, ecc. Nemmeno tutto “indifferente” e ateo. La religione non si può imporre, ché, per sua natura, è una firma persuasio»3. 3 Lettere, I, p. 99. 5 Questo dì un'educazione cattolica intesa come adesione a un dato è uno degli elementi che si mette in collegamento con la sua idea di società, che fa dire che il pretendere la politica cattolica, in tutta la sua vastità, è un assurdo. Ed è questo della convivenza alla ricerca della verità uno dei punti forti della sua educazione. La legge dell'amore - Nomadelfia - non è fondata su una verità già data ma su una costruzione, anche faticosa, che esige dei punti di incontro. Per qualcuno potrebbero anche essere considerati dei compromessi, dei mediatori. In certi momenti delle sue lettere, che prendiamo come un riferimento di riflessione costante con i diversi interlocutori che incontra, vi è l'espressione forte: «Vuole scristianizzare l‟Italia? Insista nel totalitarismo cattolico, è un anacronismo»4. E ancora, la necessità di mettere al centro la costruzione di una società, mentre per qualcuno vi era il consiglio-esigenza di mettere in primo piano, da parte di don Zeno, “l'iniziativa dei fanciulli abbandonati”, come opera più facile da comprendere, da apprezzare, da ammirare, quindi che poteva essere una sorta di lasciapassare per le alte gerarchie, per la comprensione di un movimento, non tanto un progetto educativo-sociale, quanto una filantropia, per tornare a una parola già utilizzata. E don Zeno non accetta. Non accetta che vi sia una lettura in qualche modo esemplare del suo lavoro, dei suo impegno, dell'impegno di un popolo. La parola „popolo‟, usata tante volte da don Zeno, significa poi anche questo: la necessità di vedere l‟infanzia non come un oggetto di venerazione quanto un rapporto attivo, anche faticoso, anche laborioso, nella ricerca di una verità. Questo aspetto può essere collegato a una modalità di relazionarsi fra i diversi soggetti e le loro credenze, le loro attese, le loro fedi. È quello che, in una espressione legata a una riflessione di psicologia della religione, è stato chiamato “relativismo salvifico”: l'accettazione del fatto che anche religioni diverse dalla propria possono condurre le persone alla salvezza. Questo assunto, pur imprescindibile in una teologia del dialogo tra religioni, incide sui rapporti interpersonali e inter-etnici solo se entra nel vissuto dei credenti. A livello psicodinamico potremmo definire questo processo come la capacità di assumere una «identità ecumenica»5. In questo senso don Zeno ha operato per accogliere, e non ha chiesto delle particolari adesioni per essere accolto. Ha poi chiesto di poter cercare insieme, e in questa ricerca l'educatore ha avuto bisogno del suo Dio. Ritrovo un tratto importante in una possibile sintonia fra quello che è il modo di vivere la fede di don Zeno, educatore, e delle riflessioni di Réné Girard, in cui il Dio è soprattutto il Dio delle vittime. Per Réné Girard il Dio delle vittime 4 Ibid., p. 102. 5 L. PINKUS, Psicologia della religione e Società interetnica, in «Psicologia della religione - News», Notiziario della Società Italiana di Psicologia della Religione, III, 1998, n. 1, gennaio. 6 è il Dio dei Vangeli, è il Dio che è Padre, che invia il Figlio per difendere le vittime, i poveri, i diseredati. E sono importanti alcune riflessioni che Girard sviluppa e che accosto alla vita e al modo di vivere di don Zeno, o a quello che io vedo nel modo di vivere di don Zeno: «Un Dio delle vittime […] non può imporre la propria volontà agli uomini senza cessare di essere se stesso. Gli sarebbe necessario il ricorso a una violenza ancora più brutale di quella dei malvagi. E allora diventerebbe il Dio dei persecutori, posto che abbia mai smesso di esserlo. Tutti i persecutori credono di conoscere il vero Dio delle vittime: essi lo confondono con la loro divinità persecutrice. Se è un Dio delle vittime, allora non si può contare su di lui per fare regnare tra noi uno stato di cose tale che gli uomini siano concordi nel definirlo giusto. Oppure la concordia fra gli uomini sai fonda su ragioni non buone. Ancorché pacifica, la più pacifica possibile, la loro intesa è intrisa di mimetismo. Ancorché giusta, la più giusta possibile, la loro giustizia è intrisa di vendetta, vale a dire, ancora una volta, di mimetismo»6. L‟organizzazione di una società che sfida il mondo non può che essere proposta di pace. In realtà lo è essendo insieme proposta conflittuale, che alimenta un confronto di ricerca, e quindi inquieta. E l‟educatore Don Zeno non è riservato ai bambini e alle bambine. È educatore di sé stesso e di una società. In questo vi sono stati gli eccessi di don Zeno, l'incapacità di adattarsi a un quieto vivere, e quindi la necessità continua di proporsi e di proporre, di non sparire, di essere presente. Essere presente, è una qualifica che negli educatori ha un senso. Ha un senso perché permette la costruzione dell‟istituente, e non la sola accettazione dell‟istituito. 4. Un apporto nella Pedagogia Istituzionale Non lo sapeva don Zeno, ma la sua è stata una vicenda che ha portato qualcosa di importante nella Pedagogia Istituzionale. Chiamiamo con questo termine una Pedagogia capace di organizzare il collegamento tra ciò che c'è già, l'istituito, e ciò che è in divenire con l‟intenzionalità di chi educa, che è l'istituente. Organizzare: già ho ricordato i possibili collegamenti con un personaggio così importante come Korczak. Riprendiamo da una lettera di don Zeno un passaggio. È una lettera del 1962: «Fin da giovane, prima ancora di farmi sacerdote, ho vista l'inefficienza dei nostri sistemi educativi, specialmente per i giovani rimasti comunque senza famiglia efficiente […]. I nostri istituti di educazione si sforzano di „preparare i giovani alla vita‟. A quale vita? I Sacerdoti da l‟Altare predicano una soluzione che chiamano „Dottrina Sociale della Chiesa' anziché 'umiliante concordato' con gli egoismi del mondo 6 R.GIRARD, L’antica via degli empi, Milano, Adelphi, 1994 [ediz. originale 1985], pp. 189-190. 7 che di fatto negano la Paternità di Dio; quindi la Fraternità universale degli uomini”7. In questo brano vorrei sottolineare le parole inefficiente/efficiente, che significa: il già dato è criticabile, ma non con una critica passiva. È criticabile attivamente: rivedendo il già dato inefficiente costruiamo efficienza. La famiglia efficiente che non c‟è, può essere sostituita male, da una struttura inefficiente. E invece noi creiamo una struttura efficiente. Vi è tutta la pragmaticità - non sempre accompagnata dalle piene e dettagliate assunzioni organizzative ma piuttosto come incoraggiamento, perché altri sì occupino di aspetti organizzativi - che è propria di don Zeno. In questa assunzione di responsabilità istituente c‟è anche la difficile necessità di tenere conto delle persone nelle loro situazioni come sono. La vita di don Zeno è fatta di incontri e negli incontri vi è la possibilità di tenere insieme quello che desidero tu voglia diventare. Ed è questa la tensione educativa: la possibilità di accettare quello che sei e come sei ma anche la proposta e il desiderio di aprirti un orizzonte che è il tuo e che sarà il nostro. Quindi e la possibilità di dire Io, Tu, e di desiderare di arrivare a dire Noi. Ancora una volta abbiamo un collegamento con i nomi di Paulo Freire, e di Korczak. Ed è in questa tensione che riterrei necessario puntualizzare alcune questioni che sono anche dì carattere personale. In don Zeno ho incontrato il padre e ho incontrato anche un insopportabile stimolatore. Ho incontrato il padre che mi ha accettato come ero ma mi ha anche dato una grande spinta, si potrebbe dire un gran calcio, che mi ha proiettato. Non so se ho seguito le sue indicazioni. Ho certamente avuto la possibilità di avere con lui e in lui un parametro e ho rintracciato altri personaggi che avessero delle caratteristiche simili in campi diversi. Se un elogio può essere fatto a don Zeno deve essere fatto perché la sua traccia è anche quella di altri, non sia un‟esclusiva. Non credo che sarebbe un elogio utile quello dì dire: di don Zeno ce n‟è uno e non più! È vero, c‟è una sua originalità inimitabile ma c‟è anche la possibilità di trovare qualche cosa della sua caratteristica anche in altri di vederlo ancora popolo. Popolo: parola importante per lui. Mi piace concludere con un‟indicazione che è anche una citazione, e che fa parte di queste tracce di Don Zeno che ritrovo in tante persone, e di un personaggio citato abbondantemente, Korczak, che a un certo punto di una sua opera scrive: «Bambini e pesci non hanno voce. - “Hai tempo. Aspetta di essere grande”. - “Oh, hai i calzoni lunghi, Oh hai già un orologio. Fa vedere, ti spuntano i baffi”. E il bambino pensa: "Non sono niente. Solo i grandi so- 7 Lettere, II, p. 223. 8 no qualcosa. Sono già un po‟ più grande, ma non sarò ancora niente. Quanti anni ancora devo aspettare? Ma appena sarò cresciuto...”»8. In questa citazione di Korczak ritrovo uno dei tratti di Don Zeno. Alimentare un desiderio di crescere ma accettare anche le persone per quello che sono. Mai dire a una persona, «Tu non sei niente!» ma sempre dire a una persona: «Sei qualcosa e mi aspetto molto da te». 8 J. KORCZAK, Come amare il bambino, Milano, Luni Editrice, 1996, p. 61. 9 Giuseppe Vico Nomadelfia, spirito e significato dell’educazione e della scuola 1900-1981: una vita in un secolo, una „distensio animi‟ in un lasso di tempo pieno di eventi drammatici, di trasformazioni radicali della società e del vivere, di esperienze indicibili di violenza dell‟uomo sull‟uomo ma anche di fermenti educativi, di sviluppo scientifico e tecnologico e, soprattutto, di una moltitudine assai vasta e articolata di testimonianze in prospettiva di felicità e di bene. In questo arco di tempo si svolge la vita di don Zeno, tormentata e ricca di senso, tutta tesa all‟amore di Dio e trepidante sul fatto di non poter arrivare a Dio se non attraverso l‟amore degli uomini e la promozione della pienezza di questi ultimi. Il suo pensiero e la sua azione sono alla costante ricerca di un equilibrio e di un‟armonia tra sofferta educazione degli „ultimi‟ e il senso delle „Beatitudini‟ in ordine alle quali non si stanca di orientare e di promuovere. Vita, quindi, costruita, giorno dopo giorno, nella faticosa fedeltà alla pedagogia delle piccole cose quotidiane. Don Zeno va posto nella storia del pensiero pedagogico e in quello delle realizzazioni educative. Inoltre, entra di diritto in quella vasta presenza di «apostoli della carità» che, secondo Silvio Riva, hanno connotato gran parte della pedagogia del XIX e del XX secolo e hanno elaborato e testimoniato, spesso con scarso rigore teorico ma con grande spirito dell‟educazione, significativi progetti di vita e di trasformazione del mondo assai radicali, vicini all‟essenzialità evangelica1. Il senso di queste intenzionalità etico-religiose e socio-educative ha sempre il grande merito di volersi incarnare a tal punto nella storia quotidiana, da accrescere e fare apparire ancora più evidente come il testimone delle „Beatitudini‟ possa vivere la vita del mondo e le contraddizioni di quest‟ultimo proprio perché già intenzionalmente disponibile a leggere gli eventi con criteri soprattutto metastorici. A noi interessa entrare, per quanto possibile, nello spirito dell'idea educativa di Don Zeno, idea „rivoluzionaria‟, che induce chi la studia a porsi soprattutto problemi di metodo per coglierne la totale valenza umana e religiosa e alcune questioni, non certo minori, circa la opportunità di accostarne lo svolgersi unitario e la complessa realtà che attorno ad esso si è sviluppata. Chi si avvicina alla figura di don Zeno avverte, fin dall'inizio, l‟insufficienza dei criteri interpretativi solitamente utilizzati per ricomporre la storia umana e religiosa di una 1 S. RIVA, La pedagogia religiosa del Novecento in Italia, Roma-Brescia, Antonianum-La Scuola, 1972. 1 persona. I criteri sono posti in crisi dal significativo sentore di una vita talmente intensa le cui analisi e sintesi valutative appaiono più consone alle vie del cuore che a quelle della ragione. Questione forse di poco conto ed emergente ogni qualvolta, tra ideale e reale, gli scarti, ad ogni livello, permangono assai elevati. Ma è proprio su questi scarti che l‟interpretazione deve soffermarsi allorché volontà umane e casi della storia hanno costruito attorno a don Zeno e a Nomadelfia non pochi condizionamenti e conflitti. È bene sottolineare che le varie „ragioni‟ del mondo sono lontane dallo spirito di Nomadelfia e dall‟idea di educazione che aveva don Zeno. Occorre sottolineare altresì che don Zeno univa all‟ubbidienza per le verità della Chiesa, lo spirito battagliero di chi conosce che le vie del Signore impongono spesso il dovere di prendere posizione, specie quando ingiustizia e „scandalo‟, perché il mondo non porta attenzione ai bambini e ai ragazzi, producono disagio, disadattamento e devianza. Sarebbe più semplice dire: perché l‟uomo non si cura dei proprio simile e non si pone come esemplarità. Don Zeno parlava di una generazione adulta, non solo poco esemplare ma addirittura fallita. All‟idea di un amore grande non poteva non corrispondere la volontà a volte irruente di realizzarne nel mondo almeno una piccola parte. Alle grandi anime degli educatori, testimoni e servi al tempo stesso, si presenta con frequenza incalzante l‟interrogativo «Che fare?». E non si tratta certo di una questione solo metodologica. Le radici del demone che incalza, ci insegnava già Socrate, vengono da lontano e dal profondo. Don Zeno fu fedele e coerente al proprio „demone‟, lo coltivò e fino alla fine dei suoi giorni cerco in ogni modo di arricchirlo di simboli, di metafore, di quei piccoli espedienti che sono l‟abito virtuoso dei grandi educatori. Don Zeno lo fu nel senso più ardito e completo e in un tempo connotato da culture e da eventi che sembrarono annientare, accanto a tanti uomini, il concetto stesso della vita e dell‟educazione. Don Zeno si chiede: «Come mai - dopo tanti millenni e milioni di anni, nei quali è vissuta l‟umanità sulla terra - siamo arrivati a questa nostra civiltà contemporanea ancora selvatica? Le Scritture ci dicono: “I cieli e la terra narrano la gloria di Dio”; cioè tutto il creato è armonia e ci racconta la gloria di Dio, il loro essere, la loro presenza racconta a noi, attraverso la loro bontà, la grandezza del Creatore. Potremmo chiamarla la pedagogia dell‟evidenza vivente»2. E ancora: «La pedagogia di Nomadelfia riguarda l‟educazione dei figli attraverso il linguaggio della parola, del cuore, del rapporto umano vissuto dagli adulti come loro impegno sacro che vive il Discorso della Montagna, vedendo in tal modo nell‟uomo quello descritto da Cristo: discorso in cui Gesù chiama “beato” l‟uomo, solamente se modella se stesso al Vangelo. “Beato”, certamente vorrà dire secondo il cuore di Dio, cioè veramente uomo, coerente nel vivere la propria sostanziale Cfr. la Prefazione di M. LAENG, pp. 7-11. 2 natura»3. Tra ideologie aberranti e trionfanti don Zeno cammina per strade sempre faticose e irte di ostacoli. A volte appare come la controfigura di Giobbe. Non si arrende, procede usando soprattutto l‟arma pacifica dello scrivere. Da buon educatore privilegia le vie del linguaggio, del simbolo, per penetrare meglio nei cuori altrui e per non interrompere il dialogo con gli altri. Compie tutto ciò anche quando vede gli orizzonti oscurarsi. Coglie non solo la presenza di condizionamenti ma il significato e il valore di una realtà che sta cambiando radicalmente. Dopo il delirio di Auschwitz, l‟atomica sulle città giapponesi, il disorientamento del secondo dopoguerra e la secolarizzazione galoppante, ecco il richiamo di don Zeno a rivedere e a ripensare soprattutto lo stato di salute della coscienza individuale e di quella comunitaria. Appare un‟espressione assai significativa: «cambiare rotta». È tempo di «cambiare rotta»; urge, quindi, educare con l‟esempio vitale le nuove generazioni sul piano della pedagogia evangelica. L‟indicazione è ricca di senso e di prospettiva: seguire la via aperta da Cristo, esempio e testimonianza; l‟educare come via al Cristo attraverso la „via aperta da Cristo‟; l‟evento educativo come via al fine che è quello indicato dal Vangelo: «Lasciate che i fanciulli vengano a me». Proprio questi ultimi possono andare o ritornare al Padre, solo se educatori-testimoni li hanno promossi a questo passo, a questa esperienza-limite, possibile per tutti perché in ogni uomo è latente la luce dello spirito e il richiamo dello Spirito stesso. In pedagogia è frequente il riferimento al „viaggio‟ e al „ritorno‟ alle cose essenziali e costitutive della persona umana. Senza queste metafore il pensare educativo sarebbe asettico, atelico: solo il ritornare, con sofferenza e con gioia al tempo stesso, alla fonte del nostro essere, è in grado di conferire all‟evento educativo (sintesi fruttuosa del rapporto educatore-educando) la tonalità alta della „paídeìà‟ pedagogica. «Cambiare rotta» ha sapore attivistico, sono infatti presenti quelle qualità del grande movimento pedagogico che Aldo Agazzi identificava nella «protesta» e nella «proposta» ossia nell'impegno educativo, sociale, politico per una nuova vita e per una nuova scuola. Anche don Zeno visse, sul piano personale e su quello socio-educativo e scolastico, lo spirito pedagogico del proprio tempo. Il «cambiare rotta» assume altresì un senso ulteriore, quello del «vivere sulla terra individualmente, familiarmente, socialmente e politicamente»4. Don Zeno è più incerto sul metodo. Forse è l‟aspetto al quale ha sempre dato scarsa rilevanza, come chi sa per esperienza che il coinvolgimento nelle cose del mondo e la condivisione dei problemi altrui nella legge 2 Z. SALTINI, Introduzione alla pedagogia di Nomadelfia, Nomadelfia, pro-manuscripto, 1971, p. 1. Ibid., p. 9. 4 Ibid., p. 11. 3 3 dell‟amore, non accettano schemi programmi formalismi, codici di azione troppo elaborati. Certo, la società ha i propri diritti e le proprie esigenze; sulle quali la pedagogia deve anche formalizzare. L‟educazione non può prescindere dagli aspetti metodologici e didattici ma, sembra dire Don Zeno, occorre rompere con il pedagogismo e il didatticismo che ricorrentemente incombono. L‟intuizione della rottura per cambiare rotta, soprattutto nell‟educazione, Don Zeno l‟ebbe fin da ragazzo allorché abbandonò la scuola, cogliendone alcune contraddizioni e vivendone i limiti di solidarietà e di „giustizia distributiva‟. In età più avanzata elaborò idee più mature: «A cinquantacinque anni conclusi con fermezza che l'uomo è diverso e che per questo urge un cambiamento di rotta anche nella pedagogia, prima di tutto nella pedagogia. Sarebbe grave reato non farlo, pericolosissimo reato»5. Non ebbe una sistematica cultura pedagogica; non perdeva tuttavia occasioni per partecipare a convegni, a manifestazioni e per rielaborare in proprio sensibilità e cultura pedagogica vissuta nella quotidianità. Occorreva battersi anche per il cambiamento intorno alle teorie dell‟educazione. Nel 1949, al convegno del «Paedagogium» in Università Cattolica, Don Zeno dà battaglia, protesta, ponendo in risalto le contraddizioni di fondo della società e dei cristiani. Fece un intervento alla don Zeno, badando più alla sostanza che alla forma. Il suo intervento, non solo dette vita a un certo scompiglio tra i presenti, tra i quali il ministro Gonella, ma pose in essere una reazione di sottile censura nei confronti dei contenuti del suo intervento nella pubblicazione successiva degli Atti di quel Convegno. Atti nei quali si legge, senza riferimento esplicito a don Zeno e a conclusione dell‟intervento del ministro Gonella: «Alla sistematica e pacata elaborazione del problema fatta dal Ministro, succede l‟impetuosa parola di Don Zeno Saltini, il fondatore di Nomadelfia, esempio unico, ardito tentativo di soluzione dei problema educativo-sociale su un piano di vita spirituale eroica. In una alta atmosfera di passione educativa ed apostolica, si conclude la mattinata»6. Cambiare rotta per «guardare con occhio umile alla natura sostanziale dell‟uomo». È un invito alla coerenza e al dovere della coerenza, anche se la coerenza evangelica non sempre collima con le cose del mondo e con le „ragioni‟ degli altri. Ritorna spesso in don Zeno il richiamo al «Discorso della montagna»: «logicamente, se è vera questa, qualsiasi altra via [l‟uomo] scelga è sbagliata e, di conseguenza, porta nelle sabbie mobili della incoerenza. Questa incoerenza è grave disordine, siamo ingoiati inesorabilmente nel vortice dell‟angoscia, perché ci si riduce ad evadere dalla realtà, quindi da noi stessi, per divenire quello che non siamo». 5 Ibid. Educazione e società. Relazioni e comunicazioni al Congresso Nazionale di Pedagogia – 1949, Brescia, La Scuola, 1950. Cfr. le Conclusioni a cura di A. CIRIBINI SPRUZZOLA. 6 4 Come cambiare rotta? Don Zeno abbozza tentativi di risposta ritenuti insufficienti da coloro i quali pensano che l‟educazione e la lotta per un mondo più giusto possano trovare pieno compimento in questo mondo. Scrive: «L‟opera più grande che si possa fare in questo tempo è di proporre con l‟esempio agli uomini di cambiare rotta, trasformando se stessi ad uno ad uno e di non volere attendere la trasformazione degli altri, anziché operare prima su se stesse»7. Per cambiare rotta non si può prescindere dalla presenza e dalla promozione della famiglia. L‟attenzione ai contesti educativi sfocia necessariamente nell‟attenzione prioritaria alla famiglia e nella considerazione alta e bella che i bambini e i ragazzi possano essere distinti, senza che ciò costituisca giudizio di valore, tra figli con famiglia e figli senza famiglia. I „figli con famiglia‟ vivono in un contesto familiare, sociale e politico che è «la conditio sine qua non per piantare sulla terra una forma di educazione come sopra detto: cioè aderente integralmente alla natura dell‟uomo, ambientata e immersa nella verità [...]. Per questo Nomadelfia si è strutturata sotto forma di popolo nuovo che, se riuscirà, sarà senz‟altro una nuova civiltà vivente nella vecchia»8. I tanti bambini e ragazzi che Nomadelfia accolse e accoglie sono stati e sono una rivendicazione forte del diritto di ogni bambino ad avere una propria famiglia, naturale o adottiva. Su questa questione cruciale i nomadelfi fanno scuola e la loro azione socio-educativa costituisce forse l‟aspetto peculiare attorno al quale anche il carisma del fondatore trova opportunità sempre nuove per incarnarsi e per continuare quel cammino di speranza e di carità attorno al quale il mistero dell'educazione scrive le sue pagine più belle. Il „popolo nuovo‟ sarà portatore, per esperienza diretta, di una nuova pedagogia, attenta alle autentiche esigenze umane. Tra queste Don Zeno identica le principali: 1) l‟esigenza di conoscere le ragioni del vivere; 2) le esigenze corporali; 3) le esigenze del fratello; 4) l‟esigenza dei vivere la Verità in Nomadelfia, alla luce dell‟unico Maestro, il Cristo. Una pedagogia che si incarna nel popolo dei nomadelfi e nella loro azione di servizio e di redenzione del mondo. Sembra una aspirazione utopistica per un mondo, come quello del XX secolo, che aveva posto come connotazione del proprio sentire e del proprio aspirare, il disincanto sui grandi ideali. Non sarà facile scrivere una storia di don Zeno e dei nomadelfi, come non è facile collocare storicamente l‟esperienza di Nomadelfia nella storia del pensiero pedagogico e di quella delle esperienze educative. Innanzi tutto per la durata: un intero secolo. In secondo luogo perché si pone attivamente e criticamente contro una società troppo puerocentrica 7 Z. SALTINI, Introduzione alla pedagogia di Nomadelfia, cit., pp. 11-12. 5 e scuolacentrica. Nomadelfia, prima di essere un‟esperienza di vita integrale sul piano religioso, è la graduale elaborazione, partendo da un carisma iniziale e da alcune esperienze-limite del suo fondatore, di una visione del mondo e della vita, connotata da quella valenza forte del rapporto uomo-uomini-Dio, sintetizzata in modo stupendo nella parola Nomadelfia la fraternità è legge. La fraternità così intesa, ha il fondamento evangelico e l‟orientamento esistenziale ed educativo di sapore quasi kantiano: non è certo azzardato vedervi l‟orizzonte dell‟imperativo categorico. Un imperativo che stenta a trovare, nonostante le urgenze della quotidianità di chi soffre, obiettivi e fini, quasi i nomadelfi temessero cadute di tono ispirativo etico-religioso e lo stemperarsi del messaggio di don Zeno nella rincorsa delle urgenze e delle emergenze. In don Zeno e in Nomadelfia, anche se è difficile scindere l‟uno dall‟altra, appaiono evidenti lo slancio, la forza irresistibile, la vocazione a incarnarsi tra gli uomini per togliere quelle contraddizioni e quelle condizioni che ne ostacolavano il pieno sviluppo che rischiavano di stingere l‟idea portante di Nomadelfia e di tutto ciò che l‟uomo andava pensando di realizzare in quel mondo alla luce del Vangelo. Una vita, si diceva, che percorre, mai stancamente e mai in modo inerziale, eventi tragici, traumatici, indicibilmente annientatori dell‟uomo. La scelta di Fossoli è un simbolo, è una metafora ma è soprattutto una scelta di memoria e di amore. Si educa, infatti, e si educa meglio, in quella realtà dove tanti uomini hanno già lasciato segni, simboli, progetti, preghiere, sangue e cultura di vita e di morte. L‟esperienza di Fossoli potremmo situarla nel „mezzo del cammin‟ della vita di don Zeno. Gli 81 anni della sua esistenza trovano a Fossoli il momento del non ritorno. Primo Levi ha parlato e scritto di Sommersi e salvati e don Zeno deve aver vissuto e visto molto da vicino la realtà degli uni e degli altri. L‟uomo e il cristiano, proprio in prospettiva educativa, non possono soffermarsi a disquisire. A Fossoli si conclude una fase. Da Fossoli la vita continua con un fardello pesantissimo di problemi irrisolti, di sofferenze latenti e di speranze e aspirazioni da realizzarsi. Don Zeno, figura esemplare tra quelle che Silvio Riva identifica come «apostoli della carità» del Novecento, non deve essere né troppo idealizzato, né immaginato come persona in bilico tra la stranezza e la santità, tra il combattente per onore e il reggitore un po‟ sprovveduto di istituzioni. Il fine cui mirava Don Zeno era molto alto: «fraternizzare le opere in modo che il Mandatum Novum sia attuato tra noi tanto da essere praticamente presso Dio e presso gli uomini»9. Questa tensione unitaria, questo spirito dell‟educazione attento a recuperare, a redimere, a promuovere e a lottare con la parola e con la penna (quanto scrivere!) per dare vita quotidianamente al «comandamento» dove «la fraternità è legge», assume anche significato e 8 Ibid., p. 21. 6 valore pedagogico e costituisce una voce alquanto al di fuori del coro della pedagogia ufficiale del tempo, occupata soprattutto sui problemi scolastici, sul passaggio dal Positivismo all‟idealismo gentiliano, al Pragmatismo dell‟immediato secondo dopoguerra e, poco attenta invece, se non quasi dei tutto disinteressata, a quel vasto, articolato e ricco mondo della pedagogia „informale‟, extrascolastica, posta necessariamente ai confini delle grandi correnti pedagogiche, pressoché rimossa e non degna di sufficiente attenzione. „Mondo‟ che permeo di sé tanti ambienti e tanti modelli culturali. „Mondo‟ che se fosse stato coltivato e promosso avrebbe certo potuto generare frutti più abbondanti soprattutto in favore dei giovani e delle famiglie. Don Zeno e i nomadelfi incontrarono ben presto più amici che avversari. I giornali parlavano di loro. La corrispondenza del fondatore con le più alte autorità civili e religiose è assai copiosa. Attorno a Nomadelfia si creava quell‟atmosfera di stupore e di carità incarnata, per comprendere i quali occorrono spesso quei paradigmi interpretativi storici e metastorici dalla non facile ed immediata elaborazione. Sul piano culturale ed educativo mancarono a Nomadelfia, non tanto i riconoscimenti immediati e mondani, quanto quelli di coloro i quali avrebbero dovuto coglierne lo spirito etico-religioso ed educativo. È destino di chi vive un ideale in profondità e intende realizzarlo ad ogni costo, cercarsi anche il silenzio sufficiente per consentire alla „coscienza anticipante‟ di riandare all‟ispirazione originaria per ripartire ogni volta con idee nuove e con cariche d‟onore più forti. La vocazione per gli „ultimi‟ e per i „dimenticati‟ adduce sempre la necessità di lavorare su progetti e con metodi poco in linea con il sentire comune. Il silenzio, grande strumento anche in campo pedagogico, si tramuta spesso in senso di solitudine, in timore che l‟ideale, attorno al quale si è costruito qualcosa di bello e di buono, ad un certo punto possa assumere le connotazioni dell‟inerzialità e dell‟impossibilità di procedere oltre. L‟educare è un mistero e la valenza del mistero appare più volte in don Zeno. È l‟atmosfera nella quale l‟educatore si scarica simbolicamente e faticosamente del proprio fardello e, dinanzi ai tanti problemi e ai tanti interrogativi sul domani, ritorna a reinterpretare l‟ispirazione originaria con intenti ancor più determinati a «creare l’unum» nella visione della vita e dell‟educazione. Don Zeno, nel manoscritto Pedagogia di Nomadelfia dell‟ottobre 1972, così scrive: «L‟educazione dell‟uomo è questa: la visione di un uomo che passa nella vita e che soddisfa a tutte le esigenze. Con la conoscenza dell‟universo nasce nell‟uomo l‟educazione e giacché l‟universo è esatto e sempre perfetto, l‟uomo diventa perfetto nonostante tutti i suoi guai, perché conosce, vive la vita, vive la natura che è precisa, vive Cristo che è preciso, perché l‟uomo e perfetto. Nomadelfia ama e considera a tal punto la famiglia da vedesse una delle funzioni 9 Ibid., p. 17. 7 peculiari proprio in una specie di emanazione da essa della realtà scuola. La scuola di Nomadelfia non deve essere scuola: deve essere questa universalità del vivere e del soddisfare tutte le esigenze, anche quelle di cui non si sente la necessità. Sono pensieri di don Zeno del 1971 e hanno il sapore delle cose cariche, al tempo stesso, di ingenuità e di consapevolezza che l‟educare, come goccia dopo goccia sulla roccia, riesce a scalfire e a produrre segni e senso, specie quando la famiglia e l'intera comunità non lasciano scadere la scuola a puro didatticismo e a esperienza totalizzante10. Per certi aspetti Don Zeno è ancora un „attivista‟; lo slancio generoso, la convinzione che la „natura‟ non possa tradire, l‟idea sulla bontà dell‟uomo, il rapporto scuola-vita dal non facile equilibrio e, spesso, connotato da una precisa presa di posizione per porre in risalto la pienezza della vita e per ridimensionare le pretese della scuola, pretese a volte ideologiche, a volte contenutistiche, a volte carenti del perquisito educativo. Il fondatore di Nomadelfia può apparire, proprio su queste questioni, un po‟ sprovveduto, un „fuori tempo‟, un uomo che non ha saputo cogliere i segni dei tempi nuovi. La Legge 1859 del 1962 sanciva l‟istituzione della scuola media dell‟istruzione obbligatoria. Era un altro salto di qualità verso una migliore scuola «dell‟uomo e del cittadino», verso la scuola del preadolescente e dall‟innalzamento culturale del popolo. Nel 1967, a tre anni dall‟attivazione della scuola media dell‟istruzione obbligatoria (Legge n. 1859 del 31 dicembre 1962), don Milani scriveva Lettera a una professoressa e, per certi aspetti, si poneva in linea con don Zeno, almeno nella identificazione della scuola come realtà emarginante e lontana dalla vita reale, dall‟esistenza concreta e complessa degli alunni, da quella costruita giorno dopo giorno attraverso la comunicazione e il linguaggio tra coloro i quali sono proprio i più poveri perché carenti di strumenti validi sul piano simbolico. Don Zeno è altresì sulla scia dell‟attivismo e di quel „naturalismo quasi religioso‟ che aveva permeato tanta pedagogia di fine Ottocento e dei primi decenni del Novecento. Quel „naturalismo‟ Don Zeno, come altri grandi educatori di ispirazione cristiana, lo vede e lo vive con gli occhi del Vangelo, alla luce di un sentire pedagogico che avverte l‟importanza dell‟unità dell‟educazione come esito di un‟antropologia e di una teleologia impegnanti sul piano teorico e pratico. La natura è buona - dice Don Zeno - e per conoscerla l‟uomo deve aprire soprattutto gli occhi interiori per pensare al mistero del creato che insegna ad educare perché in esso non c‟è nulla di impreciso. Scrive: «Incominciate voi a vedere come vivono gli animali; voi a vedere come vivono le piante, come sono i minerali [...] tutta la natura vive. Se voi vedete queste cose, incominciate a inquadrare la vostra mente, la vostra educazione; in pochi anni sapete delle cose 10 Ibid., p. 11. 8 che nessuno sa; perché sapete conoscere voi stessi e vedete come fanno gli animali creati da Dio»11. A questa atmosfera, pedagogicamente un po‟ indefinita e portata per l‟urgenza delle „cose‟ a compiti concreti sempre più urgenti, portò un contributo pedagogico e didattico peculiare e prezioso Beatrice Matano. La Matano, allieva di Giuseppe Lombardo Radice, insegnante elementare, poi direttrice didattica nel dopoguerra nella Scuola di Nomadelfia e, quindi, stretta collaboratrice di don Zeno e „mamma di vocazione‟. La presenza della Matano, oltre che per i ruoli e le funzioni di cui si è parlato, è indubbiamente importante anche perché deve avere portato all‟interno di Nomadelfia un orizzonte pedagogico e quello spirito dell‟educazione, che nei primi decenni del nostro secolo, era stato elaborato in modo così alto, sereno e attivo e anche cristianamente ispirato, da educatori e da pedagogisti. Il filone idealisticogentiliano, soprattutto ad opera di Giuseppe Lombardo Radice, non era distaccato dall‟educazione concreta e dalla scuola viva, dalle esperienze didattiche, dalla concezione del maestro come „artista‟, dal rapporto educativo inteso come «interiore conformarsi dell'albero alla legge che quest'ultimo sente viva e operosa nel maestro»12. A Fossoli o, meglio, in quella realtà nella quale „la fraternità‟ in fieri doveva essere legge, l‟educazione doveva coinvolgere tutti. La scuola, con l‟impegno di tutti, doveva essere radicalmente innovata e cambiata. Nel periodo assai vivo della „Rivoluzione copernicana dell‟educazione‟, don Zeno e i nomadelfi si impegnano, tra realtà e utopia in positivo, a cercare di elaborare quell‟idea di „Magister‟ e a cercare quei maestri che, a tale idea ispirandosi, avrebbero potuto dare vita a una realtà che non doveva avere la struttura della scuola ma neppure quella di vissuti improntati allo spontaneismo. La scuola che gradualmente prese corpo, partiva paradossalmente, non tanto dalla centralità concreta dell‟alunno, quanto piuttosto dalla considerazione delle carenze esistenziali di quest‟ultimo: la famiglia problematica o inesistente; la sete di amore e di essere amati; il bisogno di un riparo, di una casa, delle pareti con segni e spazi personali; di una comunità puntualmente e culturalmente viva in virtù della quale potere costruire affettivamente e simbolicamente maternità e paternità psicologiche e spirituali. La sintesi dì tanto sapere pedagogicamente ispirato, possiamo trovarla nel versetto evangelico più volte evocato anche da Don Zeno: «Lasciate che i fanciulli vengano a me!». La nostalgia per il Maestro e l‟amore del Maestro per i figli, soprattutto per quelli più sfortunati ma attori principali delle „Beatitudini‟, richiedono una mediazione insostituibile: tante Z. SALTINI, Pedagogia di Dio creatore dell’universo, degli animali, degli uomini, Congresso dei minorenni, Subiaco 1971, pp. 10-12. 11 9 persone che credano nel compito educativo e che si impegnino personalmente, comunitariamente e socialmente a cercare, ad accogliere, a conoscere, a promuovere la personalità dei minori fino al punto di consentire loro di „distaccarsi‟ dai tanti maestri per fare ritorno al vero Maestro. Scrive Don Zeno in L’uomo è diverso: «Liberandoci dalla sterco che ci avvolge e che ci abbrutisce, vedremmo che il liberare il fratello da quella deformazione è vivere. Il Discorso della Montagna è il piano della pacifica e divina rivoluzione mondiale, perché strappa l‟uomo alla schiavitù di tutto ciò che lo rende mostruoso, quindi infelice»13. Anche la scuola di Nomadelfia è una proposta di vita ma non intende proporsi come una particolare esperienza educativa a livello scolastico. A Nomadelfia la scuola è essa stessa vita e momento particolarmente creativo e significativo dell‟operare delle famiglie per il bambino e per la comunità. Dal 1968 è anche scuola „paterna‟, da quando i genitori hanno ottenuto dal ministero della Pubblica Istruzione l‟autorizzazione di poter educare i figli sotto la loro responsabilità. In questo tipo di scuola non esistono voti e non ci sono né promozioni né bocciature. La frequenza è obbligatoria fino ai diciotto anni. Questa scuola si presenta come un‟esperienza del tutto originale e come incarnazione di un ideale non solo pedagogico e didattico, ma soprattutto antropologico e religioso, che si basa su una scelta politica, economica e sociale che può essere vissuta e condivisa solo da un popolo di volontari legati tra loro da una particolare Costituzione. Anche il concetto di cultura appare inscindibile da quello di scuola „vivente‟. Si legge nella Costituzione di Nomadelfia del 1948: «per cultura si intende: possedere quelle conoscenze di Dio, delle sue rivelazioni e delle sue cose create; delle leggi naturali e soprannaturali; delle conquiste delle virtù e delle scienze scaturite dal lavoro umano, per modellarsi nella verità e vivere Dio e solo Dio, santificando tutte le espressioni della vita umana; non accettando, con dignità e consapevolezza, qualsiasi falsificazione o alterazione che gli uomini ammettono nella vita a mortificazione delle armonie dovute tra Dio e le sue creature». Fascismo, Fossoli, l‟Olocausto, le ideologie aberranti del XX secolo avevano posto in luce soprattutto gli effetti della diseducazione dell‟uomo. Nel 1943 Jacques Maritain scrisse L’dducazione al bivio, breve ed agile opera, nella quale tratteggiava in modo limpido la possibilità per l‟educazione dell‟uomo di trovarsi ad un bivio e di poter imboccare. di volta in volta, o la via della promozione dell'uomo o quella del suo annientamento. Maritain identificava altresì la condizione prima di questo possibile „bivio‟ in due errori fondamentali dell‟educazione contemporanea: nel misconoscimento dei fini autentici dell‟educazione e nella elaborazione di 12 G. LOMBARDO RADICE, Lezioni di didattica e ricordi di esperienza magistrale, Firenze, Sandron, 1954, p. 13. 13 Z. SALTINI, L’uomo è diverso, Grosseto, Edizioni di Nomadelfia, 1989, p. 23. 10 «false idee intorno ai fini» dell‟educazione e della vita14. Don Zeno aveva presente il problema dei fini e, tra una disavventura e l‟altra, voleva tenere saldi i legami con se stesso, con i Nomadelfi, con tanti giovani sofferenti e con quel Dio che non gli lasciava mancare l‟aiuto per andare «tra le masse, tra mille e mille pericoli, sospinto da una folla dispersa, nascosta e sofferente in veglia d'amore, e ai piedi del Divino Prigioniero, nelle soffitte al freddo ed alla fame, nelle culle vagitanti l‟abbandono, nelle famiglie di Nomadelfia, nel tormento di chi cerca Cristo e non riesce a trovarlo, spesso tra gli stessi predicatori di Cristo [...]. Ed io amo la Chiesa che ruvida, dura, irritante e spesso scandalosa nella sua scorza, racchiude e mantiene fresche le linfe che in essa scorrono tra le fibre, donando al mondo i frutti della santità»15. L‟educatore don Zeno, proprio nella lettera citata al futuro Paolo VI, afferma che «la rivoluzione di Nomadelfia è la rivoluzione stabilita dal Vangelo». Parole essenziali che vanno un po‟ esplicitate: «Come si può spiegare il fenomeno di Nomadelfia dove i figli della rovina finiscono per buttarsi senza riserva all‟abbraccio del Mandatum novum, e corrono a donare la Maternità, la Paternità, la Fraternità ad altre vittime, mentre sono sempre pronti a correre al popolo perché si decida ad accettare l‟Amore e la Giustizia? È semplice la risposta: sono venuti a contatto diretto ed operante del “Dio Vivo” direttamente operante in essi perché la loro legge sociale è Cristo»16. Nei coinvolgimenti non certo facili nella storia di un‟epoca, connotata da due guerra mondiali e da tanti disastri materiali e spirituali, anche don Zeno sembrava in linea con quanto, alla fine della seconda guerra mondiale, don Carlo Gnocchi identificava come compito prioritario: la «restaurazione della persona umana»17. Il fondatore dì Nomadelfia concorda e scrive: «Fin da giovane, prima ancora di farmi sacerdote, ho visto l‟inefficienza dei nostri sistemi educativi [...]. I nostri istituti di educazione si sforzano di “preparare i giovani alla vita”. A quale vita? I sacerdoti da l‟altare predicano una soluzione sociale che è fondata sul paganesimo, soluzione che chiamano “dottrina sociale della Chiesa” anziché “umiliante concordato” con gli egoismi del mondo che di fatto negano la Paternità di Dio; quindi la Fraternità universale degli uomini. E a quale vita indirizzano il popolo che va in Chiesa? Ha mai sentito Lei in confessionale la gente confessare come peccato il peccato sociale e politico? lo mai: nemmeno i Preti, che molti tra essi sono veramente in scandaloso dolo. Eppure il peccato sociale e politico è un evidente delitto o omicidio o eccidio o strage. L‟ambiente che ai giovani si offre è dovunque un mostro»18. Cfr. J. MARITAIN, L’educazione al bivio, Brescia, La Scuola, 1973. Lettere, I, pp. 208-209. 16 Ibid., p. 211. 17 C. GNOCCHI, Restaurazione della persona umana, Brescia, La Scuola, 1946. 18 Lettere, II, pp. 223-224. 14 15 11 In una lettera del 29 maggio 1962 scrive a don Francesco Testi: «Lo scandalo del nostro secolo è che i poveri non sono più con noi». Siamo negli anni della secolarizzazione, del disincanto sui valori e dei fermenti conciliari. L‟esperienza di Nomadelfia - scrive G. Acone - è rapportabile a quella di «Figure di educatori-operatori divenute „emblematiche‟ del modo in cui i „segni‟ dei tempi siano stati attraversati dall‟ispirazione cristiana sul terreno della educazione, della famiglia e della scuola. Tra tutte, quelle che mi sembra assurgano a „segni‟ viventi della presenza cristiana nel nostro tempo sul terreno educativo, possono essere indicate in Don Lorenzo Milani e Don Zeno Saltini. Come tutti sanno. non si tratta di filosofi dell‟educazione e di pedagogisti riconosciuti dall‟accademia, ma è facile osservare che l‟influenza esercitata dalla loro opera „singolarissima‟ proietta una costellazione di significati e di questioni difficilmente eludibili in un discorso sulla educazione cristiana»19. Significativa anche la voce di un pedagogista laico, Roberto Mazzetti, il quale così scriveva all‟amico don Zeno: «fin da giovane hai dedicato ad essi [i giovani] la tua azione e la tua vita. Per essi hai studiato legge per poterli difendere in tribunale; per essi ti sei fatto prete e hai costruito, difeso, spesso con le unghie e coi denti, Nomadelfia; bel tipo di Don Chisciotte cristiano, rispetto al quale potrebbe essere lusinghiero anche fare la parte di Sancho Panza»20. Andrea Canevaro osserva giustamente che: «Prima di essere prete, don Zeno è stato uno studente svogliato, che ha abbandonato presto gli studi, per riprenderli soltanto quando ha scoperto che potevano essere uno strumento utile per rendere giustizia ai poveri»21. Esperienze giovanili e considerazioni sul fatto che la scuola, soprattutto nei primi decenni del nostro secolo, lasciava ai suoi margini una moltitudine psicoattiva di fanciulli e ragazzi per motivi fondamentalmente economici. Cominciava forse a maturare da lontano quell‟idea di inconciliabilità tra scuola ufficiale e scuola come esito di una idea-progetto che avrebbe dovuto essere vita essa stessa, vita di quel mondo assai più vasto e unitario coincidente con l‟ideale di Nomadelfia. Alla scuola, pertanto, un posto tra altre realtà ma non certo una posizione centrale. La scuola è importante ma a Nomadelfia i protagonisti della vita scolastica riescono ancora oggi a stabilirne le finalità in virtù di un discorso pedagogico ed etico-religioso di ampio respiro. Osserva Canevaro: «La scuola, data la composizione della popolazione, era molto importante. Beatrice Matano, che è insegnante, dapprima volontariamente portò il suo aiuto e la sua 19 G. ACONE, Relazione introduttiva a L'educazione cristiana oggi, Atti del XXIII Convegno di Scholè, Brescia, 24-26 settembre 1984, Brescia, La Scuola, 1985, p. 37. 20 R. MAZZETTI, Lettera a Don Zeno, Napoli, Morano, 1976, p. 63. Cfr. anche B. MATANO, Vita di Nomadelfia, Roma, Armando, 1971. 21 A. CANEVARO, La pedagogia cristiana oggi, Firenze, La Nuova Italia, 1975, p. 119. 12 professionalità a Nomadelfia; quindi, nel 1948, ebbe l‟incarico dal Ministero dell‟Istruzione di dirigerne la scuola. La “Costituzione”, inoltre, prevedeva che l‟istruzione fosse garantita e doverosa anche per gli adulti, per necessità propria dell‟azione comunitaria di valersi di una dinamica interna resa organica dall‟educazione permanente»22. Scuola-Nomadelfia: un rapporto che, senza dubbio, autentica l‟identità della scuola, togliendole tanta zavorra e ridimensionandone le pretese onnicomprensive e quella, forse più negativa, di istituzione dove il bambino e il ragazzo „devono‟ trascorrere anni come se si trovassero in un micromondo staccato dal resto del mondo. Anche il tema dell‟istruzione, quello della scuola istruzione obbligatoria, può essere utilizzato per monetizzare una realtà che, priva o carente di ideali forti, assume il ruolo di istituzione totalizzante o di scuola fredda, neutra, asettica Allorché il tono dell‟educativo si stempera nello spontaneismo o nell‟adultismo e il rapporto maestro-scolaro si fa freddo e distaccato perché entrambi vivono come se gli altri, la comunità e i problemi del mondo non costituissero tasselli essenziali della vita della scuola, l‟educazione e l‟istruzione entrano in circolo vizioso su se stesse e la scuola non riesce più a trovare e ad esprimere un senso. La scuola di Nomadelfia cerca una sua concretezza nell‟orizzonte di una teoria pedagogica non formalizzata, non assurta mai a tesoro importante perché, seppur „in nuce‟, sta a dimostrare, come sosteneva il Laberthonnière in polemica con i positivisti, che «l‟idea che ci si fa dell‟educazione e del compito dell‟educatore dipende evidentemente dall‟idea che ci si fa dell‟uomo e del suo destino»23. Sarebbe interessante indagare intorno ai possibili influssi di carattere pedagogico che don Zeno incontrò durante gli anni di studio presso l‟Università Cattolica di Milano, dove consegui la laurea in Giurisprudenza nel 1929. Don Zeno sperimentò personalmente negli anni giovanili una parvenza di scuola, già allora lontana, forse, dai suoi vissuti e dai suoi ideali. La sua critica è cruda e severa: «lo sono figlio di contadini - scrive - e sono nato in un paese, Fossoli di Carpi, dove la maggioranza della gente era molto ma molto povera: Non si faccia perciò di me un‟idea troppo „delicata‟. Da bambino sono stato un ribelle. Prima di tutto ho rifiutato la scuola […]. Scelsi come scuola la vita. Scelsi di stare con la gente […], la situazione generale lì a Fossoli, non era una situazione cristiana. Tra i poveri e i ricchi c‟era un abisso. Io mi sentivo dire sempre: “Fortunato te”. E la cosa non mi piaceva […]. Non sopportavo questa civiltà […]. Fu principalmente per questo che rifiutai la scuola, quella scuola che mi appariva come una specie di riserva dei ricchi»24. 22 Ibid., p. 122. L. LABERTHONNIÈRE, Teoria dell’educazione, Brescia, La Scuola, 1961, p. 3. 24 Z. SALTINI, La chiamata (1900-1913), in «Nomadelfia è una proposta», 1981, n. 9, p. 2. 23 13 La scuola di Nomadelfia trova nelle „mamme di vocazione‟ e nei „padri di famiglia‟ gli artefici naturali della scuola „familiare‟. La famiglia assume una funzione centrale. L‟unità dell‟educazione e l‟armonia dei vari interventi formativi costituiscono fondamento e fine dell‟antropologia pedagogica che sottende le aspirazioni e i progetti di don Zeno e dei Nomadelfi. Lo spirito familiare e lo stile dell‟educazione familiare sono due nuclei cardine della pedagogia di Nomadelfia. L‟idea stessa di un apostolato «quanto mai oggettivo» che «segue una linea del tutto al di fuori e al di sopra delle umane velleità», scrive Don Zeno in una lettera a Beatrice Matano del 14 marzo 1940, costituisce il prerequisito per l‟attivazione di una scuola gradualmente sempre meglio adeguata alla vita e alle interazioni di quel contesto nel quale la fraternità era e doveva essere legge. La scuola come istituzione, in sintesi, deve lasciare il primato alle persone, artefici delle interazioni e degli influssi diretti e indiretti. Senza dicotomie di sorta, la vera scuola è quella che non perde nessuna occasione e opportunità per consentire, sul piano educativo-didattico, che ogni protagonista della vita scolastica possa trovare le sollecitazioni sufficienti per divenire sempre più uomo nella libertà e nella responsabilità di un cammino verso il vero Maestro, Gesù. Sempre nella lettera del 14 marzo 1940 don Zeno, profeticamente, scrive alla Matano: «Io credo che siamo una generazione destinata a vedere se non il meriggio, almeno l‟aurora di una giornata certa. Il duemila sarà il più grande giubileo che segnerà la storia, appunto per la ragione di questa conquista [n.d.r.: “invocare e creare l‟ente che risulterà appunto di tutti gli elementi contrastanti ed influenti capaci di dare una tonalità pluriforme ed elastica”). Non sarà un paradiso terrestre, sarà la stessa cosa di oggi, ma ci saranno nuovi problemi e nuove conquiste […]. Vedrà che certe idee contrarie a tale visione faranno presto a passare di moda perché sono cadaveri riesumati, ma non risorti»25. L‟educazione aveva ed ha bisogno di persone al servizio di altre persone e disponibili, proprio nell‟educare quotidiano, a dimostrare che l‟evento educativo consiste nel portare a compimento, da parte di ciascun uomo, la propria vocazione e la propria missione, anche nella rottura costruttiva con l‟esistente. Anche l‟idea e l‟ideale della scuola sorgono e si affannano in questo orizzonte: «Una sapienza che conosce la verità delle cose e la vive», ecco cosa volle infondere nei suoi figli don Zeno con la scuola o meglio con l‟educazione. «Non si tratta di scuola - dice don Zeno in un discorso ai nomadelfi del 29 settembre 1971 - anche perché scuola non è la parola giusta La parola giusta è educazione, formazione, che comincia all'altare quando si fa un matrimonio […]. È tutta educazione che continua fino a tarda età […]. Una scuola a Nomadelfia non c‟è mai stata perché la 25 Lettere, I, pp. 49-52. 14 scuola di Nomadelfia è quella che dissi io al Ministero dell'Istruzione: noi abbiano solo un problema di educazione»26. Parole di forte spessore educativo e politico in anni in cui la cultura della „morte‟ della famiglia e della scuola aveva ancora alcuni epigoni e contribuiva al diffondersi di non poco lassismo, come conseguenza diretta della crisi dell‟autorità parentale e dell‟immagine della famiglia come contesto peculiarmente educativo. Don Zeno così scrive a Irene Bertoni, la prima „mamma di vocazione‟, il 5 febbraio 1942: «il mondo che vive solo di piaceri terreni e che è tanto a terra da misurare tutte le espressioni della vita nella soddisfazione dei soli sensi non potrà mai capire a fondo chi tu sia. Solo rimane e rimarrà sempre sbalordito al vedere che tu ami come egli non sa amare, che tu ami fino all'olocausto ciò che egli non sa che abbandonare nella e alla tormenta, che tu ami ciò che egli non sa che evitare per timore di noie o di sacrifici nemici del suo egoismo. Egli di fatto ama ciò che tu odi, e tu ami ciò che egli od odia od almeno non può o non sa amare»27. L‟amore viene identificato come peculiarità dell‟educare. Concetti indubbiamente assai lontani dal nostro mondo e dal nostro modo di avvertire l‟educazione. Ma anche i tempi di don Zeno avevano i loro problemi e anche l‟educazione doveva svolgersi e attuarsi tra difficoltà enormi. La problematicità della scuola e la difficoltà a vederla decollare, almeno in parte, secondo ciò che don Zeno pensava, contribuiscono a fargli mantenere riserve sostanziali. Il 22 maggio 1962 cosi scrive a don Corso Guicciardini: «l‟incontro che il Signore ci ha procurato alla Verna, credo sia stato utile a tutti e due, sui quali gravitano non indifferenti responsabilità per il fatto che, tra l‟altro, abbiano la missione offertaci dalla Chiesa di essere tra gli educatori. Quanto Lei mi ha esposto mi interessava molto, perché fin da giovane, prima ancora di farmi sacerdote, ho visto l‟inefficienza dei nostri sistemi educativi, specialmente per i giovani rimasti comunque senza famiglia efficiente»28. E sempre nel 1962, quasi lapidario, scrive a Don Francesco Testi in questi termini: «Non ricordo quale degli ultimi Papi abbia detto: “Lo scandalo del nostro tempo è che i poveri non sono più con noi”. Si potrebbe aggiungere: “sono contro di noi”»29. Anche Don Zeno, alla sua maniera assai originale, è un protagonista della „rivoluzione copernicana dell‟educazione‟. Protesta, propone, prega, elabora. Scrive il 14 marzo 1957 al prof. Emilio Giaccone, presidente dell‟Ente Nazionale Protezione morale del Fanciullo: «La scienza, come la ragione, ha preso abbagli e sconfitte catastrofiche specialmente in questi ultimi secoli. Anche la pedagogia sta subendo non indifferenti „cantonate‟ […]. Citato in M. SGARBOSSA, Don Zeno …e poi vinse il sogno, Roma, Città Nuova, 1999, p. 269. Lettere, I, pp. 61-62. 28 Lettere, II, pp. 223-224. 29 Lettere, II, pp. 225-228. 26 27 15 Voi che soprassedete all‟assistenza delle vittime del disordine sociale e morale, avete tenuto un Congresso che mi ha molto interessato e che mi ha lasciato assai perplesso. Prima, ritengo direi in testa, c‟era l‟entusiasmo dell‟Attivismo; poi sorsero le città o repubbliche dei ragazzi, poi e prima gli esperimenti della Svizzera e delle Americhe sotto forma di famiglia, ma le ho viste tutte queste donne; hanno dato un loro apporto a cercare qualcosa di meglio e di più vero. Vero nel senso di incidere sulle vere esigenze, direi eteree, dell‟anima umana quindi anche del fanciullo rimasto senza famiglia […]. Quanto a Nomadelfia penso che voi state analizzando un nascituro che ancora è nella fase di feto informe. State attenti di non ammazzarlo toccandolo nelle sue parti vitali»30. Siamo talmente assuefatti a voler vedere e toccare con mano opere e cose che ci siano diseducati a leggere dentro agli eventi per cogliervi l‟essenza e la forza prospettica. Dall‟opera di don Zeno emerge una pedagogia esistenzialmente vera, sempre provvisoria, sfuggente a chi educa e a chi crede di aver raggiunto la pienezza della propria umanità. Il richiamo a „trascendere‟ è ben presente, quasi nella consapevolezza pascaliana che anche l‟educatore scommette su se stesso allorché è consapevole della propria grandezza e della propria miseria. Grandezza e miseria dell‟educatore, forte a sufficienza per non lasciarsi coinvolgere troppo in schematismi pedagogici e didattici e inutile a tal punto da sapere e volere più volte ricominciare da capo prendendo a modello il Magister divino. Don Zeno era ben consapevole che l‟educazione non è che un grande mistero. Nella lettera al card. Alfredo Ottaviani, del 28 novembre 1953, lettera nella quale Don Zeno ripercorre episodi della sua vita, non sa dire altro di significativo se non qualcosa intorno a ciò che all'educatore rimane dopo giornate di semina intensa: «Che mistero! E nei boschi e nelle valli di questo lembo di Maremma camminerò, ogni tanto mi siederò su qualche sasso tra quelli che emergono dal tormentato e selvaggio terreno, penserò e pregherò in compagnia di Gesù»31. Forse nessuna immagine potrebbe ritrarre, meglio di questa, il pensiero e l‟opera dell‟educatore-sacerdote don Zeno Saltini. 30 31 Lettere, pp. 132-135. Lettere, pp. 70-74. 16 Gianfranco Casciano Don Zeno e l'affido familiare Don Zeno e le sue parole, i suoi progetti, il suo operare: chi si avventura in questo mondo non può non sentirsi sopraffatto dalla profondità dei sentimenti e dei valori e rischia di essere poca cosa ogni tentativo di espressione descrittiva, ogni presunzione interpretativa. D’altra parte, tale si rivela la naturalità dell’operare di don Zeno e la sua spontanea espressività da rendere veramente poca cosa la lettura e l’espressione di nonne con cui il legislatore ha dovuto formalizzare quell’affidamento familiare che può dirsi abbia avuto in don Zeno un istintivo precursore, abbia avuto in Nomadelfia naturale vitale attuazione, al di là di codificate norme o discipline. La storia dell’abbraccio di don Zeno e di Nomadelfia verso i figli tutti, la storia delle madri, di coloro cioè che sono madre, dei padri, cioè di coloro che sono padre, ha in sé tale suprema spiritualità ed istintività da rendere piccola la costruzione formale, normativa, dell’accoglienza affidamento, da rendere forse ancora più piccola la costruzione giuridica dell’adozione, intesa comunque come l’impossessamento della vita di una creatura. È fuor di dubbio che l’affidamento familiare deve trovare espressività nella spiritualità e nella istintività proprie della accoglienza pura, volta cioè esclusivamente all’interesse del piccolo, alla sua crescita, senza fini diversi. Ed il legislatore, con la consapevolezza che tale patrimonio ideale non è istintivamente proprio della generalità, nella legge 184/1983, ha voluto definire i termini dell’istituto dell’affidamento familiare, in maniera ben precisa, proprio per esaltarne la natura di vero e proprio servizio. E proprio per questa necessaria valenza ideale l’affidamento familiare rivela la sua difficoltà operativa: raffrontiamolo schematicamente all’adozione. In questa abbiamo da un lato un bambino, che è stato dichiarato in stato di abbandono e quindi in stato di adottabilità: i rapporti con la famiglia originaria sono recisi, e per sempre, il bambino è quindi solo. Dall’altro lato abbiamo la famiglia adottiva che deve soltanto offrire amore ed affetto, accogliendolo definitivamente, come figlio proprio, tanto che diviene figlio legittimo (parliamo, per questo, di adozione legittimante). Nell’affidamento familiare abbiamo non un bambino solo, ma una famiglia in difficoltà, nel cui seno c’è un bambino: il servizio sociale ed il servizio giustizia ritengono che la famiglia sia in grado di superare, con i necessari aiuti, le difficoltà che in quel momento non permettono adeguate cure ed attenzioni al piccolo. I servizi pertanto offriranno (la famiglia accetterà e collaborerà con gli operatori) i primari interventi a sostegno ed assistenza domiciliare. Se non vi saranno le condizioni per adeguati 1 interventi mantenendo il bambino in famiglia, il bambino troverà accoglienza presso una famiglia affidataria, in attesa ed in previsione comunque di un suo rientro nella famiglia originaria. La famiglia affidataria, quindi, dovrà sì voler bene al bambino, ma dovrà pur voler bene (nonostante i suoi mille, dolorosi difetti) anche alla famiglia originaria, e dovrà prestare al bambino tutte le attenzioni e le cure necessarie perché il bambino possa rientrare in famiglia: arricchito degli apporti educativi che la famiglia affidataria gli avrà fornito. Il rientro in famiglia, dovrà essere giorno di festa, per la famiglia originaria, per il bambino, per la famiglia affidataria. Proprio per queste sue caratteristiche l’affidamento familiare trova corretta applicazione soltanto quando ricca è quella spiritualità e viva è quella istintività all’accoglienza che don Zeno voleva fosse indirizzata soprattutto verso i più deboli, verso coloro che sono figli, come diceva Pasolini, di «una vita fin troppo miseramente umana»: verso coloro che sono considerati, come diceva don Zeno «gli scartini» della vita. In una delle sue lettere don Zeno ricorda che l’8 marzo 1948 «120 figli provenienti dal brefotrofio di Roma venivano accolti a Nomadelfia. 120 bambini, 120 scartini: detti così perché nessuno li voleva, erano gli scarti della vita, dei piccoli scarti, gli ‘scartini’, destinati certo, se fossero riusciti a sopravvivere, ad entrare nell’esercito di coloro che a stento riescono a vivere una vita ‘miseramente umana’». L’accoglienza istintiva per ogni creatura, anche ed ancor più per gli scarti della vita, caratterizzava l’opera di don Zeno: «infelicissimi fanciulletti - dice Don Zeno - ad essi mancava la famiglia o erano figli di famiglie in sfacelo». Era il 1948. Nel nostro paese, al di fuori di Nomadelfia, prendeva avvio il fenomeno della istituzionalizzazione, che, accanto a realtà di correttezza, in cui gli istituti collaboravano con gli operatori sociali e la giustizia minorile, vide prosperare dolorose esperienze. Ai figli della miseria, in certi istituti venne offerta una vita più che stentata, addirittura disumana: basti pensare che una delle educatrici di uno di essi (l’istituto di Grottaferrata, presso Roma) nel corso del processo, ebbe a dire che dopotutto si trattava di «ruderi umani», ed esempi di tale ‘accoglienza’ furono scoperti un po’ in tutta Italia, da Bologna a Cagliari, da Napoli a Torino, da Savona a Merano; la Toscana ebbe il ‘vanto’ dell’Istituto dei Celestini di Prato: e le storie dei processi per i maltrattamenti, le lesioni, le morti procurate, le storie delle colpevoli ed assurde latitanze nei controlli e negli interventi, le storie degli insabbiamenti, possono essere rabbiosamente lette in un libro che nel titolo battezza il nostro paese di allora, appunto, come il Paese dei Celestini. Nel libro si accenna al cattivo uso del denaro pubblico (1700 miliardi di allora) con cui si sovvenzionavano quegli istituti e gli altri 3871, secondo l’ISTAT, 5000 secondo l’allora OMNI. E se allontaniamo lo sguardo da quegli istituti e guardiamo all’opera di don Zeno ed a Nomadelfia, non possiamo non notare che assurdamente proprio verso quell’esempio di vero amore e di vera accoglienza disinteressata venivano invece indirizzati ostilità e sospetto. «Ab2 biamo sempre accolto fanciulli e fanciulle, vedove e giovani ragazze moralmente e materialmente abbandonati e non assistiti da enti pubblici» scriveva don Zeno proprio in quegli anni ‘50, eppure proprio a Nomadelfia veniva negato quel contributo economico che così malamente veniva invece elargito verso gli istituti dei Celestini, sì da ridurre Nomadelfia alla fame: «Ed intanto scriveva don Zeno al vescovo di Carpi - che cosa si mangia quando altri ci negano la vita? Il Signore - continua Zeno - può anche fare il miracolo di darci la forza di morire di denutrizione piuttosto che lasciare tranquilli coloro che ci derubano nel Suo nome». Ma è da pensare che l’incomprensione, anzi l’ostilità verso don Zeno e Nomadelfia, nascesse anche dal fatto che la profondità intuitiva di don Zeno faceva giustizia di ogni istituto, ove alla crescita fisica dei giovani certamente non corrispondeva quella crescita degli affetti che soltanto una vita familiare può garantire. Don Zeno, infatti, istintivamente sentiva che la nascita degli affetti, la crescita negli affetti era necessità vitale quanto la crescita del fisico e nel fisico. Già nel ‘40 scriveva: «Senza una famiglia l’avvenire[dei piccoli] è pregiudicato. Li prendo come figlioli. Figli così di famiglia». «Ho visto molti orfanotrofi - scriveva - sia ecclesiastici che laici. Quei fanciulli, per quanto amati, curati, disciplinati, educati, mi hanno sempre mosso a compassione, come uccellini in gabbia, sia pure in una gabbia grande, grandissima; perché non è un nido: manca la mamma, manca la libertà della casa, manca ciò che per il bambino è spontanea primavera della vita». «Se - continuava – l’istituto è governato da soli uomini, manca il palpito materno, se l’istituto è governato da sole donne, manca al bambino ed al giovane la robusta guida dell’uomo». Sono queste intuizioni di don Zeno che il legislatore della legge sull’affidamento familiare ha espresso dicendo che «il minore ha diritto di essere educato nell’ambito della propria famiglia e quando il minore è privo di ambiente familiare idoneo può essere affidato ad un’altra famiglia». L’intuizione di Don Zeno è antecedente di quaranta anni. Ma gli spiriti di allora non avevano ‘sentimento’. Ancora tanti anni di istituzionalizzazione avrebbero dovuto vivere i nostri bambini prima dell’avvento di quell’intervento risolutore (la legge sull’adozione del 1967) che comunque portava i bambini fuori dagli istituti, per farli vivere in una famiglia, una famiglia adottiva. Per i bambini si spalancavano le porte d’uscita degli istituti, per un inserimento familiare, anche se per la famiglia che accoglieva il bambino si trattava di accoglienza incrinata, potremmo dire, dalla soddisfazione di quel forte desiderio di paternità e maternità esclusive che oggi vediamo portato all’estremo della esasperazione. Sulla realtà dei 150.000 bambini che vivevano in istituto si abbatté la forza dirompente dell’adozione. Gli istituti si svuotarono per dare ad ogni caso una risposta altemativa. Ma gli istituti accoglievano anche bambini che non potevano dirsi realmente ‘abbandonati’, perché non potevano essere considerati abbandonati i figli della 3 miseria economica, i destinatari della accoglienza per fame. Eppure anche questi bambini vennero dati in adozione. Vennero sì sottratti agli istituti ma anche alle famiglie originarie, che avrebbero avuto prima il diritto di ricevere quegli aiuti e quei sostegni che avrebbero permesso di verificare la loro vera capacità genitoriale. Negli anni '70 si mossero, così, doverosamente, i passi necessari per superare quella che era diventata una vera cultura dell’allontanamento. Prese l’avvio l’intervento dei servizi territoriali che, con sostegni, non soltanto economici, alla famiglia originaria, permetteva la permanenza del minore in famiglia; si crearono forme di appoggio che permettevano di coniugare la tutela dell’interesse del minore con l’esaltazione, prevista dalla stessa Carta costituzionale, della solidarietà sociale; vennero cioè di fatto sperimentate forme di appoggio, di affidamento familiare. Don Zeno era già ‘oltre’ da tempo. Prestava la sua attenzione anche verso gli adolescenti, da sempre dimenticati dietro un muro di disattenzione. «Pare che in Italia - scriveva - ci siano trecentomila giovani e ragazze moralmente in stato di abbandono, diecimila dei quali sepolti vivi nei correzionali e gli altri alla deriva, pare quasi tutti senza famiglia o in famiglie che sono nidi di vera e propria delinquenza. In Italia - continuava - abbiamo quattordici milioni di famiglie; se li volessero accogliere perché condividessero il calore e l’amore della famiglia ne toccherebbero circa uno ogni quarantasette famiglie circa. Noi Nomadelfi siamo circa sessanta famiglie, per cui non ce ne toccherebbero che due, invece ne abbiamo duecento». L’attenzione e l’affetto di don Zeno istintivamente e da sempre diretti verso tutti i figli, piccoli e grandi, nella realtà attorno ed al di fuori di Nomadelfia trovavano corrispondenza in una limitata evoluzione di interventi proprio verso gli adolescenti. Per i più piccoli v’era stato un fiorire ed una maturazione di interventi, che aveva portato alla fuoriuscita dagli istituti, e dalla radicale espressione dell’adozione si era giunti all’esaltante complessità dell’affidamento familiare. Per gli adolescenti l’evolversi degli interventi aveva portato, in una maturazione certamente positiva, dalla segregante espressione dell’istituto meramente repressivo, alla accoglienza alternativa nella comunità o nella casafamiglia: in una evoluzione che finalmente sostituiva l’educazione e la crescita alla antica repressione ammantata di ‘rieducazione’. Ma anche tale intervento, che è proprio dell’attualità, lasciava e lascia comunque ancora fuori il giovane dalla normale e naturale esperienza familiare. È certamente indubbio che le stesse problematiche dell’adolescente in difficoltà non permettono una facile accoglienza in ambito affidatario familiare, ma è altrettanto vero, che anche il giovane accolto in comunità o casafamiglia, ha necessità, nel maturare e per maturare appieno la sua crescita e la sua consapevolezza di vita, di rapportarsi con una famiglia ‘altra’, la normale famiglia dell’esempio, della normale esperienza di vita, al di fuori della comunità e della stessa casa-famiglia ove è accolto. Nella real4 tà non è facile trovare espressioni di quella che potremmo chiamare la parentela della comunità o della casa-famiglia, (la famiglia altra o le famiglie altre, che, vivendo accanto ed attorno alla comunità od alla casa-famiglia, possono divenire esempi di vita). È ben facile, in quanto naturale, che ciò avvenga là dove (come in Nomadelfia) v’è comunità di famiglie, ed attorno alla famiglia dell’accoglienza ruotano altre famiglie, che naturalmente diventano le famiglie dell’esempio. Il 21 ottobre 1935 Don Zeno ‘sulla soglia dell’umiltà’ proponeva Nomadelfia proprio come esempio: «Il mondo ha bisogno di esempi pratici, e noi - diceva - dobbiamo fare la nostra parte»1. Ma l’attualità ed il valore dell’intuizione di don Zeno trovano massima espressione proprio in quello che è il punto cardine dell’intervento affidatario: l’attivarsi perché la famiglia originaria possa superare le proprie difficoltà ed il minore possa rientrare in famiglia. Abbiamo già visto che l’affidamento familiare ha sua temporaneità e strumentalità: il bambino viene accolto presso la famiglia affidataria per il tempo necessario a permettere alla famiglia originaria di riaccoglierlo nel proprio seno. È evidente, dunque, che se la famiglia originaria non sarà aiutata, non sarà sostenuta, nel tentativo di superare le originarie difficoltà, le possibilità di rientro del minore diverranno difficili, il momento del rientro potrebbe allontanarsi nel tempo, potrebbe anche non realizzarsi. L’affidamento familiare diverrebbe così fine a se stesso, e tradirebbe la propria essenza. È questo, purtroppo, un rischio attuale, e preoccupanti sono i dati dei numerosi affidamenti con mancati rientri in famiglia, dovuti alla carenza di aiuti alle famiglie originarie. Ebbene, Don Zeno diceva: «Siete premurosi, curate, fate operazioni chirurgiche dolorosissime ai frutti ammalati e sofferenti, anziché discendere decisi a medicare le radici e la pianta che, essendo malata, li produce ammalati». Don Zeno cioè anticipava quella che è la vera volontà del legislatore che ha dato vita alla normativa sull’affidamento: è la famiglia originaria che va curata, è l'ambito sociale in cui i frutti si ammalano che deve vederci impegnati, e l’intervento deve essere ancora più deciso là dove, come dice ancora don Zeno «La malavita che tanto disordine crea nel mondo, trova i suoi servi fedeli nei figli dell’abbandono, che crescendo senza un palpito d'amore finiscono per essere indifferenti a qualsiasi crudeltà». Ma se Don Zeno allarga le braccia dell’accoglienza e della solidarietà anche verso le situazioni più disperate oggi troppo spesso i casi che dovrebbero maggiormente mettere alla prova le nostre capacità di offrire solidarietà, ci vedono pronti alla sanzione sociale, ad interventi che sono in realtà frutto di pregiudizio o di reattività verso problematiche più importanti e di più difficile soluzione. Accade ad esempio nella gestione, certo difficile, dei figli dei tossicodipendenti. Quante volte, pur dinanzi all’impegno della madre o del padre tossicodipendente inseriti in una comunità 1 Don Zeno Saltini a ingegnere non identificato, S. Giacomo Roncole 21ottobre 1935, pubblicato in Lettere I, n. 8 5 di recupero osserviamo che i tempi del recupero non sono quelli delle esigenze del figlio, oppure le visite in comunità od addirittura il vivere assieme madre e figlio in comunità vengono giudicati non adeguati all’interesse del minore, e siamo portati a dire che sarebbe meglio per il bambino recidere il legame, per un suo rapido inserimento in famiglia adottiva. Diciamo che il bambino in questi casi è visto come terapia per la madre, e che il bambino viene strumentalizzato e rimaniamo scandalizzati dinanzi a chi dice invece che è il bambino - proprio lui - ad avere diritto a che la madre si recuperi e le si dia la possibilità di trovare senso alla propria vita. Spesso rimaniamo interdetti dinanzi alla reazione caparbia e vibrante della famiglia originaria che non vuol accettare l’affidamento familiare, e siamo pronti a giudicare la famiglia incapace di comprendere le reali esigenze del minore, pensiamo (facilmente) ad una soluzione adottiva, mentre in realtà tutto è frutto di un grande equivoco. L’art. 2 della legge sull’affidamento familiare (L.184/1983) prevede e precisa che il minore, che sia temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo, può essere affidato ad un’altra famiglia, o ad una persona singola, o ad una comunità di tipo familiare, al fine di assicurargli il mantenimento, l’educazione e l'istruzione. La superficiale lettura di questa norma ha portato ad un grosso equivoco: ritenere doveroso percorrere le tappe di una sorta di dolorosa sperimentazione delle soluzioni proposte: proviamo prima con l’affidamento ad una famiglia, quindi, se non va bene, ad una persona sola, e poi, se ancora non va bene, ad una comunità. Si tratta in realtà di un gioco perverso e contrario alla volontà del legislatore, che ha indicato, nella famiglia, nella persona singola, nella comunità, soltanto altrettante opportunità offerte per un appoggio del minore al di fuori della famiglia originaria in difficoltà. Sappiamo bene per esperienza che perché l’affidamento funzioni è necessario tentare di realizzare un rapporto positivo e soprattutto chiaro fra tutti coloro che sono coinvolti. Sappiamo altresì bene quanto la famiglia originaria tema il confronto con la famiglia affidataria, la famiglia ‘altra’ che ha una sua tranquillità anche economica; è naturale che la famiglia originaria tema l’allontanarsi del figlio, la sua conquista da parte dell’altra famiglia, soprattutto se questa non rivela immediatamente il proprio ruolo di servizio. È evidente che in simili situazioni, invece di giudicare negativamente la famiglia originaria, dovremo offrire quel servizio, certo, naturale, comprensibile, pertanto più spontaneamente accettato, che è offerto dalla comunità. Qui non v’è una famiglia ‘altra’ che può mirare a conquistare il figlio altrui, non v’è famiglia con cui raffrontarsi o contrapporsi nella quotidianità dell’agire, pur non dovendo la comunità essere la copia abbellita dell’istituto, ma luogo ove si vive comunque la ricchezza del rapporto familiare. Qui giunge ad alte vette l’intuizione di don Zeno: nella realizzazione di Nomadelfia, come famiglia di famiglie, dove le madri sono la madre, i padri sono il padre. L’intuizione di don 6 Zeno è confermata dalla stessa esigenza, sentita in genere dalle famiglie affidatarie, di raggrupparsi in spontanee formazioni permanenti, che in quanto tali si rapportano con i servizi ed il gruppo associato, quando ne è richiesto, trova al proprio interno la famiglia affidataria più idonea alla realtà problematico del minore. Ciò accade da sempre a Nomadelfia, che può quindi dirsi la massima espressione, la più antica, di tale realtà associativa, con la caratteristica di essere in sé vera famiglia, una famiglia di famiglie. Per questo sarebbe ed è riduttivo e privo di comprensione accomunare Nomadelfia ad una qualsiasi comunità od istituzione di accoglienza. Nomadelfia non è istituto, non è casa-famiglia, ma è comunità di famiglie, con la singolarità di essere in sé nella totalità famiglia. Si è parlato di paternità e maternità in solido. «Chiunque incontro so che è mio figlio. In quel momento il padre sono io. Noi siamo tutti padri» dice Nelusco, il cui matrimonio con Anna il 27 dicembre 1947 segnava quell’apertura della famiglia alla accoglienza che nel resto del paese, al di fuori di Nomadelfia, avrebbe visto la luce normativa dopo ben 37 anni. Ogni famiglia di Nomadelfia è quindi famiglia affidataria, e le famiglie affidatarie di Nomadelfia sono unite nell'essere una famiglia. «Io sono famiglia - dice Don Zeno - non geloso di altra famiglia, perché dove è famiglia è Nomadelfia, cosi come figlio è chi è nato». Per questo anche chi parla o scrive, chi ascolta o legge, in quanto nato, fa sentimentalmente parte di Nomadelfia, in quanto nato, è istintivamente figlio di don Zeno. 7 1 Gianni Manzone La spiritualità di don Zeno Di fronte ad un uomo la cui opera è stata benedetta da quattro papi e che ha dato una famiglia a oltre quattromila ragazzi abbandonati, un sacerdote che amava il suo popolo e che ha lasciato un esempio vivente di un nuovo ordine sociale che si realizza dove nascono uomini liberi della libertà di Dio e che accolgono la sua Verità, di fronte ad un credente grande per la sua carica apostolica e per aver messo tutti i suoi sogni e la sua creatività non al potere ma al servizio di ogni uomo senza cessare di essere libero, non possiamo non sentirci piccoli piccoli. Parlando con gli amici nomafelfi e leggendo i suoi scritti, la mia impressione che ho maturato è quella di essere di fronte ad una figura profetica che parla in nome di chi e di ciò che non muta perché è la verità, di un uomo pronto a pagarla di persona come motivazione della propria vita e della propria morte. Al di là di immagini e di uno stile espressivo datati, la sua passione evangelica viene da lontano e rimane costante e innovativa nel solco della tradizione caritativa cattolica, dimostrando che l‟utopia fa la storia. È il mistero della carità cristiana diventata ragione di essere e contenuto sostanziale di una vita, dilatata in altre vite congiunte in una comunità che si ispira all‟amore. Nella nostra sintetica indagine indagheremo dapprima le radici della spiritualità di don Zeno (1.). Cercheremo poi di focalizzare due caratteristiche che ci hanno colpito e che riteniamo fondamentali: una spiritualità piena di tensioni e conflitti (2.) e nello stesso tempo tesa ad una unità più profonda (3.). Concluderemo, infine, evidenziando ciò che rende attuale l‟esperienza cristiana e profondamente religiosa di questo grande sacerdote (4.). 1. Le radici della sua spiritualità «Io non sono un eroe né un personaggio: Se mi si vuole qualificare, mi si consideri uno strumento di Dio». Una confessione umile e sincera, che è indice della sua spiritualità profonda. Don Zeno testimonia l‟esistenza di un Novecento cattolico italiano straordinariamente ricco di maestri e di testimoni, oggi ricordati da tutti con rimpianto, invocati come radici del nostro essere cristiani oggi in Italia: Giorgio La Pira, don Primo Mazzolari, don Milani, don Orione, don Facibeni, don Minzoni, padre Be- 2 vilacqua, Elia Dalla Costa, Giacomo Lercaro. Sono tutti accomunati dalla scelta del „sentiero di Isaia‟, il cammino dei veri profeti che hanno sfidato il sorriso bonario e paternalistico, il rassegnato iperrealismo delle analisi equilibrate, la paura del nuovo, le paure delle conseguenze pratiche della coerenza. La capacità di incarnare sogni nascosti della coscienza umana, di risvegliare l‟intima nostalgia per quelle scelte radicali che non si ha il coraggio di compiere si è sprigionata da un prete poco raffinato e avvezzo alla mediazione culturale, che ha studiato teologia un po‟ di corsa, ma che ha preso alla lettera la Parola di Dio, e le parole del suo cuore. «Il Vangelo mi proponeva una vita nuova da conquistare in me e da portare al popolo. Vidi che era urgente un cambiamento di rotta nel costume sociale e politico di noi cattolici, singoli e in massa; in applicazione coerente agli eterni , giusti, e fraterni principi solidali che costituiscono il fondamento di Gesù: amatevi l‟un l‟altro come io ho amato voi. Vidi e mi buttai nella mischia». Così è descritta la genesi della sua scelta e l‟ostinata ricerca della realizzazione della sua „utopia‟. Don Zeno appartiene alla piccola pattuglia dei grandi „preti sociali‟, della più autentica tradizione del movimento cattolico. Certi tratti che richiamano un populismo anarchico-cristiano ed evangelicamente paternalista, appaiono una versione padana del sogno e della rabbia di Tolstoj, di Leon Bloy, di Charles Peguy. Spontanea è l‟impressione di assonanze con la cantata di don Milani, e per altri pare la versione emiliana della „rivoluzione cristiana‟ di Mazzolari. È nel solco della tradizione di questo stupendo patrimonio ininterrotto del „cattolicesimo sociale‟ che si colloca don Zeno. Egli non si è fatto tutto da sé. Egli è anche un prodotto genuino della sua famiglia, della sua terra, di tutto l‟ambiente dove nacque e venne su nei primi anni. Nono di dodici figli era nato a Fossoli da una famiglia patriarcale, proprietaria di poderi ben redditizi. Il nonno era il vero patriarca che tutti veneravano: colui che più tardi ne riprodurrà la figura e i metodi sarà don Zeno. La nonna era un‟educatrice nata , ricca di tenerezza e di spirito cristiano, al quale seppe improntare figli e nipoti. Zeno cominciava assai precocemente ad avere la sua capacità di osservazione, ad avere le sue idee e un suo personale discernimento critico. A tredici anni, con il permesso del padre piantò la scuola, che trovava insipida e vuota , e si diede al lavoro dei campi, faticando a fianco di braccianti socialisti, che dalla Camera del lavoro venivano imbottiti di idee rivoluzionarie. Anche a lui l‟idea che la vita fosse fatto di padroni e di sudditi, di ricchi e di povera gente non andava giù. «I socialisti attaccavano la Chiesa, la fede e noi difendevamo la fede e la chiesa convinti che non c‟era bisogno di combattere il cristianesimo per risolvere i problemi sociali, bisognava risolverli e basta. Le questioni si esaminavano, 3 si spiegavano con il nostro parroco: tutto ciò che riguardava la redenzione umana era aderente alla fede, coerente con essa»1. Il parroco di Fossoli era un sacerdote povero, don Sisto Campagnoli, che si era fatto povero per i poveri e Zeno imparò da lui tante cose. Nel confronto-scontro con il movimento operaio e socialista allora in forte espansione nelle campagne emiliane don Zeno si convinse che se i socialisti proponevano programmi e riforme con l‟obiettivo di cambiare la società, i cristiani erano in grado di portare avanti proposte ancora più radicali, in vista di un cambiamento ancora più profondo. Si sviluppano in tal modo le intuizioni che lo guideranno nel futuro, intuizioni profonde che nascono da esperienze di fede autenticamente vissute. L‟intuizione centrale di don Zeno fu l‟accoglienza dei più poveri e degli abbandonati, e la consapevolezza di poter costruire, proprio con i più poveri, una civiltà diversa e ispirata al Vangelo. Le sue intuizioni sono passate attraverso canali misteriosi, approfondimenti culturali e rivoluzioni d‟epoca come il „68, nel cuore dell‟animazione sociale di oggi. Le comunità-alloggio, le cascine del Gruppo Abele non sono diventate forse „intuizioni‟ che oggi si cerca di moltiplicare per accogliere i sempre più numerosi diseredati? Deciso a concretizzare le sue intuizioni e consapevole della necessità impellente di strumenti intellettuali per la loro causa, riprese gli studi e si laureò in legge all‟Università Cattolica di Milano «per imparare come fanno con le leggi a fregare i poveri». Incoraggiato anche dagli esempi di don Giovanni Calabria - amicizia che coltivò in vari soggiorni a Verona - si determinò tutto per la redenzione dei ragazzi poveri. Dopo il servizio militare lascia la casa paterna e sosta a Verona presso don Calabria, dove coglie l‟immagine della fraternità e del servizio dei poveri e degli abbandonati, e a cui scrive: «Quando penso alle miserie del nostro popolo e ai gravi malanni a cui va incontro vorrei farmi santo fino al punto da saper concludere qualcosa di veramente efficace al suo ritorno a Dio»2. Don Zeno ha già concepito in sé tutti i germi della sua precisa vocazione e missione: Unum con i poveri, i disoccupati e i derelitti. A 31 anni chiede a mons. Pranzini, vescovo di Carpi, di essere ordinato sacerdote. Ma pone come condizione che alla sua prima messa, vicino all‟altare, ci sia Barile, uno di quei ragazzi che liberò dal carcere e che volle sempre vicino fino alla morte: personaggio simbolico per significare chi don Zeno aveva sposato eternamente con il suo sacerdozio. Con quel gesto e in quel momento nasce Nomadelfia: rifiuto del rapporto di assistenza, assunzione dei poveri in un rapporto di amore fraterno. «Quando uno si fa sacerdote, si dice che sposa la chiesa e quando ci si sposa, se si vuole fare il proprio dovere si comincia a generare dei figli. Ho sposato la chiesa e le do subito un figlio». Non più assistenCitato da D. MONDRONE, Don Zeno Saltini e l’utopia di Nomadelfia, in «La Civiltà Cattolica», 21 marzo 1981, p. 539. 2 Lettere, I, p. 53. 1 4 za o beneficenza, ma legame di vita, non più orfano, ma figlio. Fu il seme di quella che sarà l‟Opera Piccoli Apostoli iniziata a San Giacomo Roncole nel 1937, dando fondo a tutta la sua parte di eredità familiare, poi passata all‟ex-campo di concentramento di Fossoli, infine sulle colline grossetane. E tutto si snoda attraverso vicende drammatiche e avventurose, che costellano la sua vita e la sua opera negli anni del fascismo, della seconda guerra mondiale e dopo, con pericoli scampati, privazioni sofferte e fame patita. Le radici della sua storia ed esperienza personale aiutano a capire come la sua spiritualità sia profondamente sacerdotale. Concepiva il sacerdote „uno come gli altri‟, senza derogare naturalmente in nulla rispetto alla sua funzione. O il sacerdote si fa popolo o non è neanche sacerdote. Il sacerdote non doveva avere neanche una propria casa, ma doveva passare di casa in casa, a dire „pace a questa casa‟; e fermarsi a mangiare ciò che gli offrivano, condividendo la sorte di tutti i fratelli. La canonica era inconcepibile a Nomadelfia. Secondo tale stile don Zeno tende alla pienezza del sacerdozio, raggiunta come sintesi tra la paternità spirituale e la paternità umana: «Entra di più in me - scrive nel 1963 -, Signore mio Gesù. Entra di più in tutta la mia persona di povero tuo sacerdote, perché ti veda, perché ti conosca di più, perché ti viva e ti faccia vivere nei miei figli e nelle anime verso le quali mi porti perché ad esse ti porti»3. Influivano certamente gli esempi di don Orione, di don Facibeni, di don Primo Mazzolari. C‟era soprattutto Pio XII che gli diceva: «Certe cose il Papa non le può fare, le faccia lei, Don Zeno, al mio posto, continui la sua missione». 2. Spiritualità conflittuale La spiritualità di don Zeno è stata definita da padre Turoldo «un esempio formidabile di santità allo stato conflittuale. E il conflitto si consumava appunto tra la fede e rivoluzione; tra fedeltà e libertà. fedeltà ad una Chiesa che è quella che è e la libertà dello spirito, preso dall‟impeto della creatività; conflitto che lo dilaniava tra carità e giustizia, sempre a dover scegliere se come cambiare il sistema, oppure di accontentarsi di riparare al sistema fermandosi all‟„opera di carità‟, per quanto magnanima. Conflitto che mai l‟ha portato a prevaricare, tanto meno a venire meno nei confronti della chiesa»4. A noi sembra che l‟accento vada posto sulla tensione continua all‟unità, in uno slancio di spiritualità integrale animato da una fede grande. Fede talmente radicale da essere interpretata da alcuni come tendente a semplificazioni integraliste, ma che invece, a ben guardare, raccoglie tutte le tensioni tra le realtà della 3 Z. SALTINI, Dimidia hora, Nomadelfia, pro-manuscripto, 1989, p. 51. 5 vita umana in una unità che non cancella le differenze, ma le esalta rapportandole al fondamento religioso senza disperderle. In quest‟uomo, infatti, schietto e semplice, i problemi si impostano in modo fondamentale, e perciò sostanziale ed essenziale, anche se non sono ancora sfumati in tutte le loro implicazioni: la vocazione al sacerdozio maturata nella ricerca sofferta di un significato più profondo da attribuire alla propria vita, l‟amore autentico al prossimo, la sete di giustizia dimostrata nelle condizioni più difficili e nei modi più impegnativi, la fede nella libertà, testimoniata quando poteva costare sofferenze, martirio, la vita stessa, per il taglio di stampo evangelico tra il sì e il no, tra Dio e Mammona. C‟era in lui un‟esigenza così trasparente di chiarezza e di genuinità da indurlo a ridurre tutte le questioni all‟osso, scartando il di più , la sedimentazione inutile, le complicazioni psicologiche. Lo scontro con il fascismo, pertanto, era scontato e don Zeno non lo evitò anche se non volle cercarlo spavaldamente, soprattutto quando poteva costare caro ai suoi ragazzi: lo dimostrano le sue condanne, le persecuzioni, la taglia sulla sua persona. Ma non tacque neppure l‟indomani della Liberazione nel mutato clima politico. Anche in quegli anni non gli mancarono difficoltà, ostacoli, incomprensioni da parte degli organi statuali nonché diffidenze, sospetti, provvedimenti da parte delle autorità religiose. Nella Chiesa si batte fino in fondo per la traduzione in termini storici della sua passione evangelica, respinge transazioni e compromessi, cerca solo il bene degli altri, crede più in Dio che agli uomini, ma nello stesso tempo crede senza tentennamenti nella Chiesa, l‟accetta in pieno nelle sue articolazioni storicamente organizzate, non dubita che in essa, anche nei momenti più gravi e nelle contingenze più dolorose, passi il soffio dello Spirito. E tutto questo anche a costo delle decisioni più scottanti, delle prove più laceranti, delle rinunce più dolorose, ma sempre nell‟obbedienza più verace e più profonda. La sua radicalità cristiana lo porta inevitabilmente ad uno stile conflittuale: «Don Zeno fu l‟uomo del paradosso evangelico - dice il card. P. Palazzini - e cercò di attuare il discorso della montagna come tale, scontrandosi non di rado con realtà concrete che rendevano inattuabili i suoi piani. Fu l‟uomo che nel secolo ventesimo si sforzò di far rivivere la primitiva comunità di Gerusalemme, secondo un proprio modello e un proprio carisma, diretto a rimediare allo sfascio delle famiglie più disgraziate, e a dare al mondo il modello di una minuscola società che vive il Vangelo nella sua pienezza, nella vita privata e in quella sociale». La sua spiritualità non poteva quindi non diventare ribelle nei confronti della società. Ma era ribellione nei confronti della vita comoda e della vita sedentaria (prediligeva la vita nelle tende), ribellione alle ingiustizie e alle ipocrisie; ribellione (così qualcuno ha creduto, rimanendo alla superficie dei fatti) persino alla Chiesa. E invece fu figlio obbedientissimo della Chiesa che amò come madre e da cui fu amato come figlio e servì con dedizione piena nei fratelli, accettando da lei persino le prove più co4 R. RINALDI, Don Zeno Turoldo Nomadelfia. Era semplicemente Vangelo, Bologna, Edizioni Dehoniane, 1997, p. 239. 6 centi, come quella della laicizzazione temporanea. Lo spirito combattivo e coraggioso che lo animava, la libertà e spregiudicatezza nelle denunce verso i politici, il suo punto di partenza dal popolo e la ricerca di vie nuove, la sua apertura a tutti perché tutti sono figli di Dio, gesti poi come la presa di presa di possesso dei locali esterni del campo di concentramento di Fossoli nell‟estate del 1947 potevano indurre ad immaginare la sua figura come quella di prete rivoluzionario, di „un crociato dell‟utopia‟, di „prete esaltato‟. Ma rivoluzionario della forza sovvertitrice che deriva dalla fede; controcorrente poi in quanto portatore di un messaggio che non è suo, ma di cui ne è interprete, esecutore intransigente, pronto a pagare di prima persona il messaggio di un Vangelo vissuto giorno per giorno con dinamica operosità. Intervistato poco prima di morire, così ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano quale fosse per lui la cosa più importante: «Il mio sacerdozio; null‟altro che il mio sacerdozio e non dite che sono un filantropo, un benefattore, perché non si fa l‟assistenza, del bene a tanti figli, senza divenire padre sul serio e figli sul serio: questo è il mio sacerdozio»5. L‟immagine, che questa spiritualità conflittuale e radicalmente evangelica richiama, è quella della spada tagliente, che separa e minaccia, come la parola dei profeti biblici. Oggi la parola religiosa e dunque profetica - viene estenuata e sembra cronicamente condannata a divenire oggetto di valutazione in termini di indici di gradimento; la religione sembra essere un genere di conforto per una vita che nel suo complesso appare così sconfortata. Nella società complessa, infatti, accade che sempre più sovente domini un solo criterio per scegliere, il gusto. Il criterio del gusto è criterio assai vago e inaffidabile, volubile e impreciso; sicché nessuno sa bene in che cosa effettivamente creda; ha bisogno di altri che sempre da capo lo seducano e, consentendogli la rinnovata esperienza del gusto, lo convincono della propria fede. Riuscirà invece la parola cristiana ad essere una spada che minaccia, che taglia e separa le ossa dalle midolla? O non diventerà anch‟essa una parola che scivola inesorabilmente sulla superficie liscia e impermeabile dello spirito umano, senza in alcun modo entrare nelle ossa? Lo smussamento del carattere tagliente della parola si produce nella forma del rimando della decisione a suo riguardo ad un tempo successivo, quello nel quale si produca l‟esperienza che nelle attese sola potrebbe confermarla, e che di fatto invece non la confermerà mai. «Quanto a noi - ricorda don Zeno - appare Suo desiderio, Sua volontà, Suo amore, Sua giustizia, non può essere trascurato, mal trattato con un FAREMO, FARÒ, C‟È TEMPO».6 L‟apologia del tirare a campare costituisce un progetto di vita tentante per ogni uomo. Esso può trovare una certa legittimazione anche nelle parole devote della tradizione cristiana: c‟è la provvidenza, occorre pazienza e umiltà, il Regno è come un seme, si deve lasciare tempo al tempo, non si deve separare anzi tempo il grano dalla zizzania... Al di là di queste legittimazioni retoriche, la tentazione 5 Trasmissione di F. Bea per il genetliaco di don Zeno, Radio Vaticana, 29 agosto 1980. 7 di tirare a campare è alimentata dalla cecità dell‟uomo a fronte del carattere per così dire ultimativo del presente. La parola profetica è quella che porta alla luce questo ultimatum. «Chi lo crede faccia, e chi non lo crede o dubita si ritiri», ingiunge don Zeno ai suoi figli7. Quello che dobbiamo soprattutto temere è proprio questo: che ci sfugga l‟ultimatum, che non riconosciamo che proprio oggi sia il tempo nel quale udire quella voce, credere e convertirci. Abbiamo molte parole a disposizione della scelta di ciascuno, e poche parole invece che impongano una scelta a ciascuno. La parola del vangelo però non ha la fisionomia di una parola che si può anche credere; essa è una parola che impone una scelta, prescrive un‟opera, attende un‟obbedienza: «Ricordati - diceva a padre Turoldo - che quando si condivide un‟opera, la si condivide fino in fondo e non si può stare a guardare e basta». I più ascoltati profeti del nostro tempo non hanno questo stile. C‟è di che essere preoccupati a proposito della fedeltà del cristianesimo contemporaneo nei confronti del Vangelo. Don Zeno invitò a cercare il volto della fede e della speranza per il presente, una speranza capace di alimentare la conversione e la generosità del dono di oggi. Non risponde ad una domanda di rassicurazione o di religione consolatoria, ma di conversione dei costumi: «Sulla terra siamo impostati su false basi, addirittura contro lo Spirito Santo perché opprimiamo o lasciamo opprimere l‟uomo. E‟ necessario sterzare il cammino della storia»8. La religione non può aggiungersi ad una vita come un genere di conforto, ad una vita cioè che, per quel che riguarda le cose concrete, non ha proprio nulla da chiedere alla religione. La religione non può essere vissuta come il complemento interiore di una vita esteriore per sé stessa troppo arida in un contesto civile secolarizzato e anonimo. Proprio perché, dice don Zeno, «la società non riuscirà a farcela se non avrà dei cristiani autentici, che non accettino il costume egoista e materialista, ma che stiano in mezzo al mondo, invece, come ci stanno l‟aria e il sole». Occorre nel presente convertirsi, perché nulla lo impedisce, e proprio questa scelta, soltanto essa, separa il presente dalla salvezza fino ad oggi promessa da Dio. I suoi discorsi paiono “utopici” e fuori dal mondo. Davvero fuori dal mondo? Certo fuori da questo mondo; ma è forse questa un‟obiezione alla loro verità? 3. Spiritualità unitaria Dicevamo che la santità conflittuale di don Zeno va considerata nel suo nucleo più profondo che è l‟unità. Unità cercata e guadagnata da questo uomo e servo di tutta la Chiesa e del mondo intero at6 Z. SALTINI, Dimidia Hora, cit., p. 43. Ibid., p. 47. 8 Citato da V. LUPO, Compiti e prospettive del laicato cattolico: l’esempio di Nomadelfia, in «Humanitas», 1966, nn. 2-3, p. 225. 7 8 traverso un servizio lungo, duro, carico di incomprensioni, di lotte e di sofferenze incalcolabili. Ma fedele, e per questo gioioso e libero. Splende nella sua figura e nella sua opera l‟unità tra la dimensione terrena e quella religiosa della vita, tra lo spirituale e il temporale, tra il religioso e il laico, tra il sacro e il profano, tra l‟interiore e l‟esteriore, tra contemplazione e azione, tra obbedienza e libertà, tra fede e politica, tra corpo e spirito. In questo senso va intesa la sua denuncia sociale e la critica spietata della borghesia «fetente e pestifera»: «Ho detto tante volte a dei cattolici. perché state lì a fare dell‟anticomunismo; fate del cristianesimo. Quelli vedendo capiranno che cos‟è la vita e diranno che essere giusti è ancora poco che essere cristiani». Quasi a correggere un antico ideale ascetico che ai nostri giorni appare costruito su di una sospetta e manichea rimozione degli affetti, non ha cercato la cosiddetta integrazione affettiva, ma l‟integrazione religiosa, l‟integrazione di tutto ciò che siamo e pensiamo, di ciò che rende la nostra vita lieta e anche di ciò che la rende triste, di ciò che ci realizza e anche di ciò che ci mortifica, nella prospettiva di quello che crediamo: «L‟amore forte, nutrito dalle più reali conoscenze della bontà della carne destinata essa pure alla Gloria, della bontà di quella carne che è tabernacolo meraviglioso e vivo della tua Grazia, più bello e vivo di qualunque tempio»9. La nostra vita infatti non celebra sé stessa, ma Colui che vale più della vita: «Poiché la tua grazia vale più della vita, le mie labbra diranno la tua lode». Così dice il salmista, che prima ancora aveva confessato un unico desiderio: «nel santuario ti ho cercato, per contemplare la tua potenza e la tua gloria» (Sal 63,3-4). Le ultime parole pronunziate prima di morire: «Signore sia fatta la tua volontà» e il desiderio che i funerali nulla avessero di mestizia e di lutto, ma fossero celebrati all‟insegna della gioia e della festa («Quando io muoio non dovete piangere, ma essere pieni di gioia, perché io vado con mio Padre, con il Padre di tutti») rivelano gli aspetti più belli e più significativi di una fede profonda che ha dato unità alla sua vita e si è tradotta in testimonianza giorno per giorno. «Bramo essere sciolto da quello che ancora mi trattiene per essere con Cristo». La morte è il compimento e la consumazione dell‟unità. E Gesù, il Vivente, desiderato e amato come l‟unico che fa l‟unità. Essere con lui è anche essere per sempre e perfettamente con i suoi figli. Si compie in lui la preghiera sacerdotale di Gesù: «Padre, che siano uno, come io e te siamo uno». La vita è aver amato e servito Dio insieme. Cielo e terra non si escludono: ha già conosciuto il mondo nuovo dato ai veri figli di Dio. La rinuncia al ministero è stato il grande atto eroico della sua vita, come lo definì il vescovo di Carpi nell‟omelia funebre. La scelta provvisoria della riduzione allo stato laicale fu fatta per non compromettere nessun „altro‟ e per difendersi meglio, ma in definitiva è stata proprio la forza insita nel mistero dell‟Eucaristia, al quale don Zeno si era consacrato, ad esigere da lui questo sacrificio, perché la 9 Z. SALTINI, Dimidia hora, cit., p. 18. 9 „messa‟ potesse esprimere e operare l‟unità. La sua vita è in gran parte una storia di incomprensioni, di avversità da parte degli stessi cattolici, di lacerazioni, che don Zeno ha superato assorbendole e pagandole lui stesso e non facendole pagare agli altri. «Sono stato fedele» disse morendo. Fedele a Dio, fedele all‟Evangelo, fedelissimo in Cristo al sacerdozio («Mai è passato per la mente il dubbio che la decisione di Trento - quando disse di sì alla chiamata al sacerdozio - non fosse stata la mia via, quella della mia chiamata, la volontà del Signore. Sacerdote in eterno nella filiale obbedienza alla santa madre chiesa»), fedele a quelli che aveva sposato e che riconciliò con la comunità cristiana italiana, fedele alla Chiesa e al mondo. Torna ad onore a don Zeno la chiara posizione assunta, anche attraverso la stampa, nel triste episodio dell‟Isolotto, al quale poté contrapporre, come esempio, la sua incondizionata obbedienza alla Chiesa in un momento particolarmente delicato della sua vita: fatti che restano testimonianza emblematica di coerenza spirituale e di dirittura morale, non piegata da alcun ostacolo e sostenuta dal suo carisma di sacerdote. Don Zeno non fu l‟uomo soltanto indaffarato e travolto dall‟assillo della sua missione di creare e dirigere l‟opera di Nomadelfia, ma fu sempre un sacerdote che sapeva dare alla preghiera un tempo che Dio solo conosce, e che in parte non sfuggiva a quanti gli erano vicino. È nella preghiera che può scrivere: «Farci grandi santi sarebbe doveroso, giacché la realtà del tempo lo esige. Fare un „unum‟ di grandi santi, un „unum‟ individualmente, familiarmente, socialmente e politicamente, un „unum‟ integralmente vero, libero da qualsiasi compromesso, decisamente rivoluzionario, nel senso che si esprima come forza concretamente ripetitrice della tua personalità umana e divina, o Signore»10. Si può dire che don Zeno ha fatto politica, ma assumendo in proprio e provando dal di dentro il mistero cristiano e il messaggio evangelico della nuova creazione e senza piegarsi mai alle amicizie politiche. Egli scrive: «A me sembra che sia giunto il tempo in cui noi cattolici dobbiamo fare , anche in campo sociale e politico, cose scaturenti dalla fede, tali che tutti quelli che non la vivono se ne sentano attratti». Don Zeno non ha concepito la comunità sul piano affettivo, disincarnato e idealistico. Nella comunità vi ha fatto entrare e accolto con tutto il suo peso, l‟intera realtà umana. i corpi e le anime, la dignità e il destino eterno degli uni e delle altre, il lavoro e la condivisione dei beni, i deboli e i forti. Non si è proposto di creare una comunità alternativa alla Chiesa vigente, ma alternativa, diversa rispetto alla mentalità dominante, dentro e fuori la Chiesa. Non ha opposto profezia a istituzione, carisma a carisma. Se a Nomadelfia la terra è di tutti, come di tutti sono le aziende, le officine, le scuole e la sua Chiesa, se il lavoro non è compiuto per la retribuzione e, se la retribuzione c‟è, viene versata alla cassa comune, è per proporre l‟attuazione sociale di una vita integralmente evangelica, nella consapevolezza che il Vangelo è più grande di Nomadelfia: «I nomadelfi come singoli e come popolazione, devono vi- 10 Ibid., p. 66. 10 vere sobriamente, secondo le vere esigenze umane, nello spirito dei consigli evangelici e in particolare del discorso della montagna»11. Niente comunismo ma una società comunitaria che metta i beni in comune: non può essere che una società radicalmente evangelica, come quella già realizzata dai primi cristiani che «avevano ogni cosa in comune» (At 2,44-45). È la verità che ogni sete di giustizia cerca e che può essere accolta e testimoniata solo attraverso la conversione alla fede nell‟Evangelo. Don Zeno non combatte quella proprietà privata che costituisce «una delle condizioni delle libertà civili» (Gaudium et Spes), ma dice la sua destinazione personale e sociale in cui trova la sua verità e il suo compimento: «I soldi servono solo quando si spendono, cioè solo quando ce ne spogliamo, per acquistare qualcosa di utile per noi e per i fratelli»12. Egli stesso ammette che altre forme di un‟equa e cristiana vita sociale possono essere determinate, dallo stesso esempio di Nomadelfia, con modificazioni loro proprie. Nomadelfia propone un esempio, ed essendo una società di volontari e di liberi non può essere la città di tutti. Don Zeno è ben cosciente che l‟obbedienza al comandamento che scaturisce dal Vangelo «convertitevi e credete al Vangelo», esige un discernimento dei tempi storici e sociali. I tempi della città degli uomini sono sempre tempi mancanti, segnati da un insuperabile distanza rispetto al Regno di Dio. Questo è il senso di quella distinzione tra fede e società, tra Chiesa e politica che è un tratto qualificante e nuovo della religione cristiana e che nella spiritualità di don Zeno e di Nomadelfia si esprime nel servizio comunitario e nell‟accoglienza dei „figli dell‟abbandono‟ e degli emarginati. La sua testimonianza pratica della fede assume la forma di un distacco da quel luogo comune secondo cui per governare la città occorrerebbe anzitutto averne il potere. Tutta la sua opera è tesa a seguire la parola dell‟Evangelo che dice che, paradossalmente, per governare davvero la città occorre innanzitutto servire; per servire poi non manca mai niente a nessuno. Il tempo del servizio è sempre pronto, come invece non sempre pronto è il tempo del potere. Il tempo presente potrà essere da te riconosciuto come tempo pieno, che nulla fa mancare alla tua opera buona, soltanto se riconoscerai che il beneficio massimo che puoi procurare ai tuoi fratelli è quello subito possibile, perché è servizio che non esige alcun potere (Lc 22, 2425). Siamo ben lontani dalla tentazione integralistica! Quello che soprattutto manca non è il potere , ma il servizio. Quello che poi manca all‟uomo perché egli possa servire, è la libertà. Si intende la libertà di dare la propria vita. Questa libertà nasce soltanto dalla speranza dischiusa dal Figlio dell‟uomo, che sta in mezzo agli uomini come il più grande, ma insieme sta in mezzo agli uomini non come chi siede a tavola, ma come chi serve. A questo stile di vita allude don Zeno quando invita i suoi a «vivere un modello di vita, che sia chiaramente la primavera di nuova civiltà. Primavera che assicura al mondo una 11 12 Art. 6 della Costituzione della popolazione di Nomadelfia. Z. SALTINI, Dimidia.hora, cit., p. 21. 11 via aperta al “cambiamento di rotta”, lanciato al mondo come la sola soluzione che assicura alla umanità una nuova era»13. I mali più grandi dei quali oggi soffre la società e la cultura non sono quelli costituiti dalla corruzione dei governanti o quelli della recessione né quelli delle disfunzioni dei servizi pubblici. I mali più grandi sono quelli che insidiano la trasparenza del senso promettente della vita agli occhi della coscienza personale. In forza di una tale minaccia, molto più che a motivo del costo della casa o delle difficoltà a trovare lavoro, sembra spesso mancare il coraggio di stringere l‟alleanza coniugale. In forza di tale minaccia, molto più che per lo scadente servizio sanitario, la malattia diventa un‟ossessione. In forza della debole speranza i genitori tremano di fronte al compito di generare e poi di educare. La scuola si contrae su obiettivi di semplice istruzione e addestramento del cittadino alla complessa vita sociale, e respinge invece i troppo esigenti compiti di rispondere all‟inespressa domanda di senso da parte degli adolescenti. È questa la profezia civile della quale la società ha bisogno e che è compito specifico della comunità cristiana: in questa prospettiva la spiritualità di don Zeno rimane più che mai attuale e illuminante, dando un contributo efficace per la formazione della coscienza come responsabilità della Chiesa nei confronti della società. La pedagogia, la sperimentazione comunitaria e l‟Università di Nomadelfia esprimono attraverso l‟autogestione, la cooperazione, il primato dei “mondi vitali” una proposta forte di un senso della vita e della società. Poiché l‟uomo della nostra civiltà soffre soprattutto per difetto di senso, non invece per difetto di risorse materiali, la cura per l‟uomo deve esprimersi con riguardo privilegiato a questo suo difetto. Il vantaggio del gesto stesso di generosità nei confronti di questo o di quell‟altro malcapitato abbandonato ai margini della strada è da cercare ultimamente non nel sollievo materiale ma nella parola che in tal modo viene annunciata, non solo a lui ma davanti a tutti. È questa l‟intuizione di Nomadelfia, in cui «non importano tanto chi ti mette al mondo, importa chi vive con te e ti aiuta a vivere», afferma don Zeno. Ciò che manca allo „Stato sociale‟ è precisamente la prossimità, cioè il riconoscimento della condizione dell‟uomo indigente come condizione che tutti ci riguarda, che tutti istruisce e che parla della condizione nostra comune. In tal senso è profondamente vero ciò che disse don Zeno in forma scandalosa a padre Turoldo: «Il bambino ha diritto a vivere come tutti. E quindi non ci devono essere orfanotrofi, brefotrofi. La più grande offesa del mondo è la parola brefotrofio». Don Zeno non è stato un ideologo e neppure semplicemente ha concepito e applicato un disegno sociale: è stato un padre, che ha concepito e generato figli e figlie con la carità cristiana e alla carità cristiana. Durante la sua lunga vita ha messo in atto il dono dello Spirito: il carisma della paternità. Un dono vissuto in profondità e con slancio profetico, come disse Giovanni Paolo II: «Nomadelfia è questa 13 Ibid., p. 91. 12 grande famiglia che vive secondo la legge della carità, della fraternità, secondo la legge evangelica dove non c‟è un padrone o servo, ma siamo tutti liberi perché siamo figli di Dio. Se siamo avocati ad essere figli di Dio e fra noi fratelli, allora la regola che si chiama Nomadelfia è un preannuncio di questo mondo futuro dove siamo chiamati tutti»14. 4. L’attualità della spiritualità di don Zeno Nella nostra cultura secolare il riconoscimento dell‟autonomia delle scienze e della tecnica, dell‟economia e anche della politica, rispetto alla fede sembra legittimo. Tale riconoscimento minaccia di sancire la pura e semplice estraneità di Dio e della fede in lui rispetto all‟immagine che il cattolico stesso ha della propria vita in questo mondo. Se davvero stessero così le cose, la fede cesserebbe d‟essere per lui principio sintetico della visione del mondo. Non è possibile separare la politica dalla religione: quest‟ultima non può accettare che il proprio spazio sia soltanto quello privatissimo della coscienza individuale, come affermò costantemente don Zeno nella sua proposta di un nuovo ideale sociale e politico, quello di „vivere la Verità‟. Quando di fatto la religione diventa puramente privata, viene ulteriormente approfondita quella distanza della verità di Dio dalle forme della vita quotidiana, che poi fa apparire quella verità marginale e praticamente irrilevante per riferimento alle cose di questo mondo. Il cristiano invece - dice don Zeno - è chiamato ad essere «l‟uomo nuovo sociale e politico che diventi fermento della rivoluzione sociale di Cristo»15. A fondamento della stessa istituzione politica sta un patto che non sarebbe possibile, né potrebbe essere compreso, se non sul fondamento di un‟amicizia tra gli umani che non sono essi stessi a creare e che trova espressione nelle forme complessive della città e della sua cultura. Una tale amicizia gli uomini scoprono , conoscono cioè a monte rispetto ad ogni loro disegno e proposito. A questa amicizia, interpretata alla luce della fede, allude don Zeno, quando dice: «Al di là di ogni schema, il Padre è Padre di tutti. Dio non fa eccezioni di persone». Così è per la prossimità tra uomo e donna, tra genitori e figli, che procede da una iniziativa più antica e misteriosa di quella umana. In tal modo prende corpo il profilo religioso dell‟esperienza quotidiana, su cui si basa la spiritualità di don Zeno: basti ricordare l‟attenzione costante alla famiglia e ai „figli dell‟abbandono‟. Uno dei principali obiettivi della sua cura pastorale instancabile fu sempre «la santità familiare [...] tanto che la famiglia sia viva della vita di Cristo in noi»16. 14 GIOVANNI PAOLO II, Discorso a Castelgandolfo, 12 aprile 1980. Z. SALTINI, Dimidia hora, cit., p. 67. 16 Ibid., p. 86. 15 13 La predicazione cristiana deve oggi impegnarsi a ritrovare e insieme a rinnovare le tracce del Dio vivente in mezzo agli uomini. Perché l‟uomo possa sopportare il nascondimento di Dio, occorre che prima di tutto ne veda il suo volto manifesto. Perché c‟è un volto manifesto di Dio, oggi come sempre, nonostante tutte le secolarizzazioni di questo mondo. Dice un sacerdote che aveva collaborato con don Zeno: «Era riuscito a trasmettere alla sua gente questo senso del vangelo fatto storia: fatto bambino, fatto famiglia, fatto società»17. Occorre dare da capo parola a quelle esperienze che di fatto fino ad oggi stanno agli inizi della vita, della possibilità per l‟uomo di sperare e non temere, di benedire e non maledire. Pensiamo ad esperienze come quelle dell‟incontro tra l‟uomo e la donna, della generazione, del luminoso rapporto con il figlio bambino, dell‟amicizia in tutte le sue forme; ed anche ad esperienze quali quelle del perdono, dell‟aiuto gratuito suggerito soltanto dalla misericordia, del servizio reciproco che sigilla la verità del vincolo fraterno. È da queste esperienze che parte la proposta della „Nuova Civiltà‟ di don Zeno: «una grande divina proposta al mondo perché raddrizzi i sentieri nel suo vivere e nel suo costume nei confronti della Fede o Leggi del vivere»18. Anche nelle sue forme più sicuramente cristiane, l‟amore non è infatti soltanto una legge; è invece una possibilità grata e facile che si dischiude sorprendentemente nella vita. Dare parola a queste esperienze vuol dire dare nome al volto promettente della vita, che è il primo. Vuol dire predisporre le condizioni perché possa essere dato un nome a Dio stesso, a procedere dai segni evidenti della sua presenza e della sua opera. È dunque necessario annunciare il senso del mondo, la presenza in esso dei segni dell‟opera di Dio, dei segni che soli rendono possibile e urgente la passione dell‟uomo per la causa della vita propria e di propri fratelli. La realizzazione di questo programma passa attraverso un‟attenzione della pastorale della Chiesa all‟esperienza quotidiana dell‟uomo, frastornata pluralisticamente e politeisticamente, economicamente e mediaticamente. Questo è l‟obiettivo urgente di una cultura cristiana dell‟esperienza spirituale dell‟uomo. Una tale attenzione esigerà che si resista alle domande della gente che chiede oggi alla religione soprattutto suggestione e consolazione, non chiede verità e criteri per la conversione della direzione della propria vita. Il punto di accensione verrà probabilmente dalla disseminazione di una nuova alleanza tra il principio monastico e il principio domestico della tradizione cristiana, alleanza in cui possiamo sintetizzare tutta la spiritualità di don Zeno e di Nomadelfia. L‟intreccio reciproco, dimesso dal punto di vista della visibilità esteriore, ma intenso e radicale dal punto di vista del legame spirituale e pratico, deve dirottare il senso della spiritualità cristiana per la vita comune e attrarre il ministero pastorale all‟evangelizzazione e alla cura della vita cristiana nella comune condizione civile. Da questa frequentazione il monachesimo deve fare i conti con la seduzione della separazione dalla vita nel mondo. 17 R. RINALDI, Don Zeno Turoldo Nomadelfia, cit., p. 245. 14 Il cristianesimo domestico della famiglia a sua volta, dovrà trarre dalla diaconia della vocazione monastica (che non significa necessariamente estraneità di insediamento e di vita) la forza per abbandonare il proprio stato di soggezione nei confronti della possibile radicalità evangelica della vita monastica. Il più elementare, nella forma cristiana, è anche il più radicale. La spiritualità di don Zeno invita ancora il cristiano ad osare l‟attaccamento amoroso e appassionato alla creazione di Dio, per quanto fragile e incerta, perché possa sperare nella promessa che gli è fatta per l‟ultimo giorno; sollecita più che mai ad aprire gli occhi a questo mondo, perché gli sia concesso di conoscere Dio anche quando questi occhi si chiuderanno e il buio scenderà sulla scena di questo mondo: «Avremo peccato, avremo fatto quel che si vuole, ma la realtà è che noi siamo grandi amici di Dio, e lo abbiamo amato. Io non conosco le misure di Dio perché è infinito, però umanamente parlando, l‟abbiamo misurato, l‟abbiamo abbracciato, lo abbracciamo»19. 18 19 Z. SALTINI, Dimidia hora, cit., p. 92. Dal testamento spirituale di don Zeno. Don Enzo di Nomadelfia La spiritualità di don Zeno. Una testimonianza Introduzione L‟argomento che mi è stato assegnato è: «La spiritualità di don Zeno». È lo stesso argomento assegnato al relatore che mi che mi ha preceduto, il prof. don Gianni Manzone. Il fatto di aver stabilito lo stesso argomento a due relatori e il fatto che questo argomento sia presentato a conclusione dei tre giorni del Convegno, fanno capire che si tratta di un argomento particolarmente importante. Ho ascoltato attentamente la relazione di don Gianni Manzone, professore di Teologia Morale presso l‟Università Lateranense, incaricato a fare questa relazione da mons. Angelo Scola, già nostro vescovo e rettore magnifico della Lateranense, l‟Università più importante tra quelle cattoliche. È stata una relazione esposta magistralmente, relazione succinta, ma sostanziosa, fatta con terminologia e linguaggio abituale agli studiosi. La mia relazione non pretende di competere con la sua. Non saprei e non voglio presentare una relazione con esposizione dottrinale. Mi accontento di fare una relazione facile, rievocando alcuni episodi della vita di don Zeno, quelli che mi pare possano farci capire quale era la natura della sua spiritualità. Ho avuto la possibilità di vivere accanto a don Zeno per quasi 40 anni; la memoria mi assiste ancora abbastanza bene e quindi questa mia relazione sarà una testimonianza in gran parte diretta. 1 Premetto che chiunque ha avuto modo di conoscere don Zeno e la sua Opera, sa che l‟episodio fondamentale, decisivo e più illuminante, quindi valido anche per conoscere la sua spiritualità, è l'incontro con l‟amico anarchico, in Firenze, nella primavera 1920, durante il completamento del suo servizio militare. I Gesuiti, in una delle loro riviste, hanno scritto che quello è stato «il momento di svolta per la sua vita». Non sto a rievocarlo nella sua importanza, perché già ripetutamente ricordato in altre relazioni e anche nei dettagli; ma è doveroso rilevare l‟importanza che gli ha sempre dato don Zeno. Per sottolinearla accenno a un fatto che ho vissuto con don Zeno (mi pare nel 1976), quando mi trovai con lui a Firenze. Andammo anche in via della Scala, dentro il cancello che separa la strada dal cortile antistante il fabbricato (allora non era più occupato dal III Telegrafisti) e, con movimenti che sottolineavano le sue parole, mi descrisse l‟incontro con suo padre, venuto per concordare quanto aveva progettato per il prossimo avvenire di Zeno, dopo aver concluso il servizio militare. Lo slancio, la precisione dei movimenti e il fervore delle sue parole mi confermarono, ancora una volta, quale valore egli dava a quell‟episodio della sua vita. Trattando questo argomento, non si deve mai dimenticare che don Zeno visse questa sua spiritualità per tutta la sua vita: da laico, da sacerdote, da laicizzato e ancor più, dopo la ripresa dell‟esercizio del sacerdozio dal 1962 fino alla sua morte: 15 gennaio 1981. E non si deve neppure dimenticare che, quando a Trento, Zeno decise per il suo avvenire, presentandosi a padre D‟Alfonso, gesuita, e gli annunciò con la fine dei suoi personali esercizi spirituali, che aveva deciso per il sacerdozio, il padre gli domandò se ne fosse veramente sicuro, giacché poche ore prima Zeno voleva troncare quegli esercizi, perché nel suo futuro non vedeva altro di buio. Don Zeno gli rispose: «Son tanto sicuro che mi pare di averlo deciso nel grembo di mia madre». Anche da laicizzato, quando si presentava negli uffici della Santa Sede, tanti gli dicevano: «Sì, lei ora è laicizzato, ma per noi è sempre don Zeno». Quindi don Zeno visse la sua spiritualità sempre, sia durante il sacerdozio comune a tutti i battezzati, sia durante il sacerdozio ministeriale, ambedue partecipanti, ognuno nel suo proprio modo, all‟unico sacerdozio di Cristo. Don Zeno, con la sua spiritualità vissuta, ha anticipato la dottrina sul sacerdozio sintetizzata nel Concilio Vaticano II, nelle sue costituzioni e nei suoi decreti, ed ha vissuto il regale sacerdotium che Don Zeno ci spiegò ripetutamente, con la Prima lettera di S. Pietro (1 Pt 2, 9). PRIMA PARTE: LA SPIRITUALITÀ IN GENERALE 2 1. Il significato della parola Nel gennaio del 1972 Don Zeno pubblicò un numero nel nostro periodico con soltanto un suo articolo, dal titolo: Spirito. Ne riporto alcune frasi: «Spirito è una parola che si usa molto, in significati più disparati. In un lungo corridoio della caserma [s‟intende del III Telegrafisti dove Zeno si trovava nel 1920], sopra ogni porta chiusa c‟era scritto ad esempio: attaccapanni (e tutti capivano), armi, ecc. Sopra una porta, anch‟essa chiusa, c‟era scritto: SPIRITI. Domandai: “Ma che spiriti esistono in quel magazzino?”. Mi fu risposto: “Alcool e simili”. Abbiamo lo spirito sportivo, lo spirito del lavoro, quello del riposo, lo spirito della legge e tante altre forme di vita alle quali si aggancia la parola spirito». Contiua l‟articolo: «Dopo i 25 anni (ero ancora molto giovane), spesso andavo dal mio Vescovo, Mons. Giovanni Pranzini, sacerdote veramente, direi, di spirito. Essendo dedito a iniziative di apostolato cristiano e sociale, andavo spesso da Lui e chiedevo luce che illuminasse il mio cammino. Alle volte vedevo sul suo scrittoio fogliettini scritti da lui, a mano, sottolineati. Gli chiesi finalmente: “Ma che cosa scrive, e quando e perché quei fogliettini?”. Mi rispose: “Le mie meditazioni quotidiane”. E io: “Non potrei venire anch‟io con lei, quando scrive quelle cose, che certamente mi saranno utili e di aiuto a vivere la vita che ho deciso di vivere a favore del popolo?”. Accettò. Quasi tutte le sere andavo da lui, nel suo studio e mi trattenevo per un‟ora, in questa altissima spiritualità». Fin qui l‟articolo di Don Zeno. A quel tempo, don Zeno era ancora laico; quindi io parlo di una spiritualità cristiana, una spiritualità anche di ogni cristiano: del laico, del sacerdote, del vescovo, di chiunque si premura di sapere perché il Creatore lo ha creato e quale compito gli ha predisposto da svolgere sulla terra; quindi una spiritualità cristiana alla portata di tutti. 2. Realtà comuni alle spiritualità In senso comune, per spiritualità si intende il cammino di vita interiore, spesso marcato da sudore e anche da dolorosa fatica, cammino che è insieme dottrina e prassi, ricavati dal Vangelo. L‟infinita ricchezza del Vangelo può essere vissuta in mille maniere, senza mai essere esaurita o impoverita. Di qui le tante spiritualità fondate sul Vangelo. La spiritualità singola, costantemente coltivata, porta a vivere le virtù cristiane, a curarle in se stessi, soprattutto quelle che sono in risposta ai carismi particolari che Dio offre a chi è chiamato ad una missione particolare. In ciascuna delle singole spiritualità hanno peso determinante la mentalità dell‟individuo, il suo temperamento, l‟educazione ricevuta, le situazioni varie della sua vita. 3 Accenno ad alcune delle realtà che sono comuni ad ogni spiritualità. Anzitutto amore a Dio, concretamente vissuto nell‟amore fraterno al prossimo, e qui non c‟è da spiegare niente. Poi amore e obbedienza alla Chiesa gerarchica. Don Zeno diceva e scriveva a proposito: «L‟amore alla Chiesa mi scorre nel sangue». E il Cardinale Ottaviani a lui: «Lei, Don Zeno, ha il dono di amare la Chiesa sul serio». Tutte le spiritualità cristiane sono alimentate dalla preghiera e dall‟esercizio faticoso di compiere le azioni sotto lo sguardo benevolo del Padre nostro celeste. Dice il salmo (138): «Signore, tu mi scruti e mi conosci. Tu sai quando io seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri. Mi scruti quando cammino e quando riposo. Ti sono note tutte le mie vie; la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta». Don Zeno ha vissuto molto la presenza di Dio. Diceva: «Quando sono solo sono in ottima compagnia». Si sforzava di mettere in pratica l‟esortazione di Dio ad Abramo, il padre di tutti i credenti: «Cammina alla mia presenza e sii perfetto» (Gen 17,1). Tutte le spiritualità cristiane vivono le devozioni comuni a tutti i fedeli, in modo particolare quella all‟Eucaristia e quella alla Madonna. Per la devozione all‟Eucaristia, ricordo bene questo episodio. Nel 1942 ero arrivato da pochi giorni a San Giacomo Roncole, parrocchia dove è nata Nomadelfia, e un giorno, salendo la prima scala interna del Casinone, don Zeno, accennando alla porta che ci stava di fronte e che dà adito a sotto la galleria del teatro, mi disse: «Ora che siamo in due sacerdoti, potremo presto dare inizio all‟Adorazione perpetua dell‟Eucaristia»; desiderio rimandato a quando era già avviata la ricostruzione del campo di concentramento di Fossoli, che avevamo occupato nella primavera del 1947; rimandato a quando qui, a Grosseto, don Zeno impose i gruppi familiari, fissando nella casa centrale un ambiente dove custodire ed adorare l‟Eucaristia. È un desiderio che noi nomadelfi dobbiamo attuare appena possibile, poiché Don Zeno ripeteva spesso, anche a me: «Nomadelfia dovrà essere eminentemente eucaristica». Per la devozione alla Madonna, Vergine e Madre, basta pensare al desiderio di don Zeno questo realizzato in pieno - al desiderio di ridare la mamma all‟orfano che l‟ha perduta. Insistendo per 10 lunghi anni di predicazione, dal 1931 al 1941, questo suo desiderio don Zeno lo realizzò quando il 21 luglio 1941, Irene, prima mamma di vocazione e prima vocazione decisa a vivere la spiritualità di don Zeno, scappò di casa, si presentò a don Zeno e gli disse che voleva essere la mamma dei suoi figli, mamma vergine, di quella maternità che richiama la maternità della Madonna. Per capire il legame stretto tra questa maternità e la devozione alla Madonna in don Zeno, basta leggere con attenzione l‟articolo 9 della Costituzione di Nomadelfia del 1948, articolo riportato integralmente in quella del 1994 e ripresentato alla Santa Sede quest‟anno in primavera, per la revisione definitiva. È questo: 4 «All‟apice delle conquiste dell‟Amore che discende dal Cielo, attraverso lo stesso Calvario, sta la Madre Immacolata, le cui fibre cristalline della verginità hanno vibrato la divina maternità sul Figlio dell‟Uomo crocifisso tra le orride e ribelli passioni umane. All‟apice delle conquiste che Dio stesso ha voluto donare al mondo, nella sua Chiesa, suscitando le vocazioni dei Nomadelfi, stanno le „mamme di vocazione‟, strette alla Vergine, offerenti a Dio tutto il loro essere, per trasformarsi, attraverso questo vivo, perenne e palpitante olocausto, in viva, perenne e soprannaturale sorgente di maternità, rigeneranti in se stesse e in tutte le loro fibre, i figli Nomadelfi, cui la tomba o un abbandono avevano stroncato la vita, buttandoli desolati nel gelido, umiliante ed arido cimitero dei senza famiglia. Esse incarnano perenne l‟inno di vita che i Nomadelfi, riconoscenti cantano alla Vergine Madre, sicuri che, fino a quando in Nomadelfia, fiammeggeranno vive e operanti quelle lampade di virginea e sublime maternità, essi saranno i Nomadelfi». 3. Spiritualità e santità Un accenno al legame tra spiritualità e santità. La spiritualità cristiana si concretizza abitualmente nella santità. Per don Zeno si tratta di una santità semplice, alla portata di tutti, per ogni età, per ogni condizione di vita e per ogni capacità d‟intendere, quella santità sfrondata da ogni manifestazione straordinaria. La santità dei due bambini delle apparizioni di Fatima: Giacinta e Francesco; la santità di Santa Germana, giovane vissuta in Francia alla fine del 1500, orfana ancora bambina, maltrattata dalla matrigna, costretta fin da piccola a condurre al pascolo le pecore tutto l‟anno, tutti i giorni dell'anno e costretta a dormire con le pecore. Fu trovata morta a 20 anni, tra le pecore, da chi andò a vedere perché, quel giorno, non usciva con le pecore; la santità di S. Martino di Porres, mulatto del Perù, accolto come laico in un convento di domenicani: era chiamato frate scopino perché diceva e dicevano che lui non sapeva fare altro che scopare. Questa santità semplice e normalissima il Santo Padre, l‟ha indicata a noi sacerdoti con queste espressioni incisive, stampate nel suo libro Dono e mistero: «Il sacerdote è in permanente e particolare contatto con la santità di Dio [...]. E vive, ogni giorno, in continuazione la discesa di questa santità di Dio verso l‟uomo» (p. 97). È una santità semplice, alimentata dalla preghiera semplice come raccomanda il Vangelo: «Non sprecate parole, come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate» (Mt 6,7). SECONDA PARTE: LA SPIRITUALITÀ DI DON ZENO 5 1. Due episodi rivelatori E vediamo ora in particolare la spiritualità di don Zeno. Questa sua spiritualità io la indico, la individuo ricordando due episodi che la caratterizzano. Il primo è del 14 marzo 1923. Zeno, a 23 anni, si presenta al Liceo Muratori di Modena per l‟esame di maturità, insieme all‟amico Giovannelli, anch‟egli privatista. Prima di affrontare gli esami, vanno in chiesa e fanno la Comunione. All‟uscita, Giovannelli dice a Zeno: «Quanto ho pregato perché il Signore mi aiuti ad essere promosso!». E Zeno sorpreso, dice di rimando: «Io no. Io ho chiesto al Signore che io sappia fare la sua volontà anche in questa occasione». L‟altro episodio sintomatico è del 1981; viene quindi 58 anni dopo. Sul far del mattino di martedì 13 gennaio, don Zeno, avviato agli anni 81, riavutosi alquanto dal principio di infarto che lo aveva colpito nella notte, ha la forza di rivolgerci le sue ultime parole, felicemente registrate. Ero presente. Parla per pochi minuti, affaticato dal dolore. Tra l‟altro dice: «Signore, sia fatta la tua volontà. Facciamola insieme. Ho sempre fatto la tua volontà». E un poco dopo: «Se il Signore mi chiama adesso, lo ringrazio. Se mi chiama domani, è la stessa cosa. Se devo riprendere, è la stessa cosa. Sia fatta la tua volontà. Mah! È giusto dire: “sia fatta la sua volontà”, perché non saprei in che cosa possa consistere la mia volontà». Tra questi due episodi, lontani tra loro quasi 60 anni, io vedo racchiusa la spiritualità di don Zeno: fare la volontà di Dio, soltanto la volontà di Dio, sempre la volontà di Dio, nelle piccole e nelle grandi decisioni... Diceva ai suoi giovani il 18 agosto 1959: «Massimo nostro bene è fare la volontà di Dio». Impegno semplice, impegno doveroso per ogni cristiano che riconosca nel suo Creatore il Padre suo celeste a cui deve obbedienza; impegno che ci spinge a vivere la terza supplica del Pater Noster: «Sia fatta la tua volontà, come in Cielo così in terra»; l‟impegno di Gesù che disse alla folla: «Sono disceso dal Cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato» (Gv 6,38); impegno che ci spinge ad affrontare lo sforzo quotidiano di vivere il programma che Gesù ha stabilito per i suoi seguaci nel grande discorso della montagna: «Siate perfetti, dunque, come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Don Zeno ha lasciato al Signore l‟incarico di fissare il progetto della sua vita, di stabilire le tappe di questo cammino, percorrendolo sempre affidandosi all‟imprevisto evangelico: «Sufficit diei malitia sua». «Non affannatevi per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,34). 6 Molte volte Don Zeno ha detto a me e a tanti altri: «Vedi: io mi sono sempre visto come il facchino che porta i bagagli al viaggiatore. Egli mi dice: “Andiamo” e io vado. Mi dice: “Aspetta” e io depongo i bagagli e aspetto». Don Zeno ha detto di se stesso: «Ho accettato la vita che Dio aveva deliberato per me, prima ancora che io nascessi, alla quale ho sempre aderito, molte volte, specialmente nella giovinezza, senza rendermene conto». 2. Caratteristiche di questa spiritualità Si tratta, come ha scritto don Zeno, di una spiritualità semplice, spiritualità disinvolta, spiritualità concreta, alla portata di tutti; quindi posso chiamarla spiritualità popolare, spiritualità per il popolo, spiritualità del popolo. Che sia una spiritualità semplice lo fa capire l‟episodio che ora vi ricordo. Risale all‟anno 1942. Ero arrivato da poco e per i primi tempi don Zeno mi portava con sé, quando doveva visitare qualche amico, qualche benefattore. Un giorno si andò a Carpi in corriera. Attraversando la lunga piazza principale, aveva avuto un gesto di stizza verso un giovane che lo aveva salutato da lontano. Io gli domando: «Don Zeno, quando ti capita di fare uno sbaglio, qualche cosa che non va, come ti comporti, come ti regoli con la coscienza?». Ed egli: «Faccio presto; dico al Signore: prenditi anche questo» e lo disse in dialetto. Io ribatto: «Cosa vuoi dire? Non capisco». Ed egli: «Come non capisci? Non ricordi che diciamo nella Messa che Gesù è l‟Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo? Gli dico: prenditi e cancella anche questo che ho fatto ora». Spiritualità disinvolta. La brevissima invocazione ricordata ora, mi richiama l‟episodio di quando mons. Pranzini seppe che don Zeno a S. Giacomo aveva fatto un non piccolo guaio; gli mandò il vicario generale in auto, con l‟ingiunzione: «Vieni subito a Carpi dal vescovo, per giustificarti». Don Zeno in quel momento non poteva lasciare S. Giacomo e rispose al vicario: «Non mi è possibile assentarmi» e gli spiegò il motivo da riferire al vescovo; poi aggiunse: «Intanto dica a mons. Vescovo che io mi sono già perdonato». Quando don Zeno incontrò il suo vescovo, questi gli andò incontro tutto lieto esclamando: «Don Zeno caro, come mi sono state luminose le tue parole che il vicario mi ha riferito. Ti ringrazio». A me ha richiamato alla memoria il detto delle „6 S‟: «Sarò Santo Se Sono Santo Subito». 3. Come capiva la volontà di Dio 7 Don Zeno aveva imparato dal suo impareggiabile direttore spirituale, san Giovanni Calabria, di non pretendere fatti miracolistici, rivelazioni straordinarie; ma stare attento ai segni di Dio, segni che individuava negli avvenimenti quotidiani, anzitutto nella volontà espressa dei superiori, anche nella volontà degli altri, raccomandandogli di diffidare della propria volontà. Era la raccomandazione di vivere l‟ammonimento di Gesù: «Rinnega te stesso». Il 14 febbraio 1959, don Zeno scriveva al fratello sacerdote don Vincenzo: «Non mi è mai mancata la forza di dire sì al Signore, alle volte contro tutti e contro me stesso»; e, pochi giorni prima, scriveva a Irene: «contro Dio non si può andare, perché le cose ci dicono che bisogna fare così». Come per s. Giovanni Calabria, anche per don Zeno era segno di Dio il combinarsi di varie impensate circostanze, la parola illuminante del confessore, l‟insistenza di chi chiedeva di accogliere qualche ragazzo, o di essere lui accolto, una preghiera sgorgata improvvisamente dal suo spirito, come quella del 1937, che ricorderò più avanti. Non erano modi audaci per tentare il Signore, ma una conferma alla sua grande fede, alla filiale fiducia nella Provvidenza di Dio. Per capirne di più, basta scorrere con attenzione i 25 segni del Cielo che don Zeno presentò, scritti, l‟11 marzo 1950 al S. Ufficio, per confermare la volontà divina a proposito del movimento per l‟Umana Solidarietà. Con me, e forse anche con altri, don Zeno arrivò a specificare in modo concreto come conoscere e attuare la volontà divina. Mi diceva: «Prima accertati dai segni quale è la volontà di Dio; poi accertati quando e come devi fare quella santa volontà e, quando cominci a farla, un istante prima, fermati un attimo per chiedere aiuto a Dio, per poter far bene quella sua volontà». 4. Legame tra spiritualità e preghiera 8 In Don Zeno ho riscontrato una preghiera breve e semplice come vuole il Vangelo, preghiera assidua e concreta, come la preghiera semplice, sobria e pregnante che dal 1937 è diventata la preghiera di Nomadelfia, quella che comincia con le parole: «O Gesù, Salvatore del Mondo, proteggi Nomadelfia...». Ho detto assidua. Per convincersene basta leggere qualcuna delle migliaia di Dimidia Hora che don Zeno ci ha donato, preghiere che scriveva dovunque avesse un poco di tempo a disposizione, anche in auto quando non guidava, anche in attesa di essere ricevuto. Un giorno a Milano, in Duomo ci siamo confessati, prima lui e poi io. Intanto che mi aspettava, scrisse e poi mi allungò un foglietto con una breve preghiera, foglietto che ho passato al nostro Archivio. Preghiera concreta. Un giorno ero a Carpi con lui. Attraversando la piazza principale, da lontano una persona di Azione cattolica alza la voce in saluto, gridando: «Don Zeno! sia lodato Gesù Cristo!». Stavo per unirmi a don Zeno per la solita risposta e lo guardo; non rispose e fa un‟alzata di spalle. Capì la mia sorpresa e mi dice a bassa voce: «Comodo dire: sia lodato Gesù Cristo; ma non dicono mai: sia imitato Gesù Cristo». Don Zeno amava molto anche la preghiera liturgica, soprattutto la santa messa. A S. Giacomo vedevo spesso che, all‟ora del pranzo, andava in chiesa con un ragazzo a celebrare la messa quotidiana. Gli domando: «Perché non celebri la s. messa al mattino come noi sacerdoti?». Mi rispose: «Non si può dirla alla sera come Gesù e allora pianto la s. messa nel centro della giornata». E altre volte mi spiegava: «Io ho piantato l‟Opera Piccoli Apostoli sul sacrificio della Croce, rinnovato con la s. messa». Dopo il Concilio Vaticano II preferiva celebrare alla sera, prima di mezzanotte e poi cenava. Diceva: «Faccio come Gesù che ha celebrato la sua unica messa il giovedì santo, tardi, con gli apostoli, durante la celebrazione della Pasqua ebraica». Durante i viaggi, se era possibile, celebravamo in cappelle ritirate, fuori dal vano principale della chiesa, come in S. Fedele a Milano. Ad Assisi, quando si arrivava alla Porziuncola, il padre francescano addetto alla sacrestia, dopo i saluti aggiungeva: «Don Zeno, è tutto pronto al solito posto». Si trattava di una piccola cappella della basilica, accanto alla sacrestia. Un giorno iniziammo la s. messa verso le dieci. Dopo le letture sedemmo e don Zeno cominciò a parlare meditando a voce alta; dopo parecchio tempo, guardò l‟orologio ed esclamò: «Facciamo presto, perché questi frati, a mezzogiorno chiudono il Santuario e vanno a tavola e ci chiudono dentro fino alle quindici». Mancava un quarto d‟ora a mezzogiorno. Lo sdoppiamento del vecchio messale in tanti lezionari e le tante preghiere liturgiche lo disorientavano e lo trovava troppo complicato. 5. Spiritualità e santità per don Zeno 9 La preghiera particolare di Nomadelfia, formulata da don Zeno, a conclusione dei tanti tentativi, tutti infruttuosi, dei tanti sacerdoti presenti a S. Giacomo nel 1937, è stata formulata da don Zeno, di getto, per soddisfare le impazienze dei tipografi che attendevano il testo, per stamparlo. Questa preghiera ci richiama alla santità, quando dice, alla fine: «Santificando tutte le forme della vita umana e conservando in essa la tua presenza». In che cosa consiste la santità, per don Zeno? La santità, per don Zeno, non consisteva: - nell‟inerzia fatalistica di alcune religioni d‟oriente; - nelle sole nostre buone qualità naturali, come sostengono i seguaci del Pela- gesimo; - in una approfondita conoscenza della religione, come sostengono gnostici e modernisti; - nella sola e piena conoscenza della verità. Se così fosse, il più santo sarebbe il più intelligente, Satana; - nella visione intuitiva di Dio, dono riservato eccezionalmente ad alcune ani- me mistiche. La santità normale consiste nel rinnovo quotidiano della buona volontà per combattere contro la parte debole della nostra natura decaduta; nel combattere la pressione di quel mondo che ci circonda e per il quale Gesù non ha pregato; nel combattere contro Satana, l‟inflessibile avversario della nostra salvezza, che dobbiamo combattere con le armi con le quali Gesù l‟ha combattuto e l'ha vinto. La vita è una battaglia mi disse Mariano, futuro don Mariano, quando il 21 luglio 1942 mi accompagnò da don Zeno. Viene spesso rievocato l‟episodio tante volte ricordato da don Zeno, quando nel 1949 poté entrare in intimità col beato Ildefonso Schuster. Questi conosceva bene e frequentava s. Giovanni Calabria. Quando seppe che don Zeno l‟aveva come direttore spirituale, chiese: «“Ma Lei, don Zeno, è sicuro che don Giovanni sia veramente santo?”. E Don Zeno: “Sicurissimo”. “Come fa a sostenerlo?”. “Eminenza! Don Giovanni è un gran santo perché è pieno di difetti!”. “Ma se ha tanti difetti, come fa ad essere santo?”. “È santo perché è sempre pronto a combatterli”». La Sacra Scrittura, parola di Dio, nelle espressioni della Volgata afferma: «Nonne militia est vita hominis super terram? Non è forse una continua battaglia la vita umana sulla terra?». E don Zeno, quante volte ha spiegato a sacerdoti, a religiosi, a laici, al popolo, il concetto genuino di santità. Diceva: 10 «Per noi cristiani la santità deve essere il nostro mestiere quotidiano: amare Dio sopra tutti e amare tutti quelli che Dio ama, anche i nostri nemici e amare come Dio ama e chiedere perdono ogni volta che andiamo contro questo amore, anche settanta volte sette al giorno. I primi cristiani si chiamavano e li chiamavano i santi. E allora bisogna essere giusti, cioè santi. Alcuni dicono: “Ma è difficile!”. Bella trovata. Questa l‟ha già detta il Figlio di Dio. Noi ci si sforza e il resto lo fa la misericordia onnipotente di Dio». E raccontava, per far capire l‟infinita misericordia di Dio, l‟episodio di quando egli, laico, si trovava a S. Zeno in Monte, presso s. Giovanni Calabria. Ambedue nottambuli, prolungavano la conversazione fino alle ore piccole. Un giorno l‟argomento cadde sull‟Inferno. Zeno chiede: «Ma, don Giovanni, all‟Inferno si sta male, proprio male, molto male?». E don Giovanni: «Eh! Sì, sì, sì, tanto, tanto male». E Zeno: «Ma cos‟è tutto questo male, in che cosa consiste?». E don Calabria sorridendo: «Vedi Zeno? A me e a te piace tanto star alzati, quando tutti dormono e ce la godiamo a parlare di tante belle cose. All‟Inferno, tra l‟altro, noi staremmo tanto male anche perché bisognerebbe fare chilometri e chilometri di strada, prima di incontrare un altro col quale scambiare quattro parole». 6. I 25 piccoli santi 11 A proposito di santità, devo ricordare anche i 25 piccoli santi di don Zeno. Noi nomadelfi abbiamo rievocato da poco questa intuizione dei 25 piccoli santi che don Zeno pensava strettamente legati tra loro, consummati nell'UNUM evangelico e garantiva che, con essi, avrebbe fondata la Nuova Civiltà cristiana, fondata sulla fede coerentemente vissuta e avrebbero fatto storia nella Chiesa e nel mondo, come e forse più dei grandi santi, purché viventi la Nuova Civiltà cristiana; quella Nuova Civiltà che Don Zeno aveva intuito nel 1920 e da allora ripensata, macerata in se stesso, desiderata nell‟attuazione; quella Nuova Civiltà delineata chiaramente nel suo ultimo libro Dirottiamo la storia del rapporto umano; quella Nuova Civiltà che deve essere permeata dalla spiritualità semplice e concreta di don Zeno; quella Nuova Civiltà che Pio XII gli formulò chiaramente il 10 febbraio 1952 con quelle sapienti affermazioni: «ciascun fedele, ciascun uomo di buona volontà riesamini, con risolutezza degna dei grandi momenti della storia umana, quanto personalmente possa e debba fare [...], per venire in soccorso di un mondo, avviato com‟è verso la rovina [...]. È tutto un mondo che occorre rifare dalle fondamenta, che bisogna trasformare da selvatico in umano, da umano in divino, vale a dire secondo il Cuore di Dio. Da milioni di uomini si invoca un cambiamento di rotta [...]. Il giustificato timore del tremendo avvenire che deriverebbe da una colpevole inerzia, vinca ogni titubanza e fissi ogni volontà»; quella Nuova Civiltà che papa Giovanni Paolo II auspicava il 22 maggio 1988 per combattere tutte le vecchie civiltà che hanno tragicamente trasformato in diritto legalizzato il delitto di uccidere l‟innocente indifeso: l'aborto. Diceva in quel giorno: «Questo è indice di una preoccupante decadenza di civiltà». Don Zeno ricordava spesso e volentieri i grandi santi che giganteggiano nella storia dell'umanità; ricordava soprattutto quei 5 grandi santi ai quali ha fatto spesso riferimento, scrivendo o parlando, pur affermando che egli non era e non poteva e non voleva essere dei loro. Li accenno con poche frasi, perché influirono in don Zeno nel fissare, vivere e predicare la sua particolare spiritualità 7. I cinque giganti della santità ammirati da don Zeno Essi sono: San Benedetto È il grande riformatore della Chiesa, dal V secolo in poi. Convertì i barbari, li invogliò al lavoro, diede dignità umana ai servi della gleba. Don Zeno citava spesso il suo programma ora et labora e ci incitava a praticarlo, per santifi