Il controllo sostitutivo
1. La problematica del controllo sostitutivo in dottrina.
Con i termini « controllo sostitutivo », « potere sostitutivo », «
funzione sostitutiva », ecc., la dottrina amministrativistica ha inteso
comunemente denominare quel particolare rapporto giuridico amministrativo che si instaura sulla base di una espressa previsione normativa, fra lo Stato — primo soggetto della Pubblica Amministrazione —
e un altro soggetto di diritto pubblico, sottoposto al controllo di appositi organi statali. Tale rapporto si sostanzia nell’intervento di un organo statale, appunto, espressione della autonomia amministrativa governativa, « in sostituzione » dell’ente (o di un suo organo particolare)
nei casi e in presenza dei presupposti previsti dalla legge: e cioè, secondo la tipologia costante, in caso di omissione di atti obbligatori o
di incapacità di funzionare dell’amministrazione dell’ente.
Ma se la dottrina è stata concorde nell’intendere genericamente per
controllo sostitutivo quel complesso di provvedimenti ordinari e straordinari con cui si sostituisce l’attività mancata, o divenuta impossibile, degli organi amministrativi ordinari d’un ente con quella di un’altra
autorità, facendo così osservare e restaurare la legge inosservata o violata, numerosi problemi non hanno trovato uguale consenso: specificazione del concetto e della posizione dell’istituto nell’ambito della funzione di controllo in generale, oggetto e aspetto formale, conciliabilità con il principio costituzionale dell’autonomia locale, modi e
limiti del trasferimento della titolarità
1
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del suo esercizio nell’ambito dell’attuazione dell’ordinamento regionale.
Contrasto è sorto innanzitutto sulla questione della esattezza stessa
di un’espressione « controllo sostitutivo », ritenendola alcuni1 del tutto
errata.
Rivendicando alla funzione sostitutiva una propria autonomia e unità sistematica, si sostenne che le due funzioni — controllo e sostituzione — non possono essere confuse: la prima è un prius nei confronti
dell’altra e può esaurirsi in sé stessa o avere come conseguenza
l’azione in via sostitutiva; la seconda si effettua, secondo la legge,
come azione propria dell’ente minore, svolta da un organo che non è
quello istituzionale e normale, ma sostitutivo e temporaneo. Inoltre vi
può essere una funzione sostitutiva, svincolata da una fase precedente
di controllo, in situazioni gravi in cui è necessaria un’azione urgente
ed immediata.
Pertanto, più che di controllo sostitutivo si dovrebbe parlare di
funzioni di controllo e di funzioni sostitutive, in quanto chi sostituisce
non controlla, ma agisce; il momento del controllo, dato
dall’accertamento dell’omissione dell’attività dovuta da parte dell’ente
controllato, deve essere tenuto distinto così dal provvedimento di sostituzione (con cui l’organo straordinario viene investito del potere) e
come dall’attività sostitutiva stessa.
Tale posizione in sostanza deriva da quella fondamentale 2 , secondo cui il controllo sostitutivo rientrerebbe nella funzione di amministrazione attiva, basandosi su una concezione particolare della funzione di controllo in genere, consistente nella sua riduzione ad un momento logico constatativo, cioè al solo giudizio di difformità o conformità dell’oggetto controllato alla legge o ad altri criteri regolatori;
pertanto tutto ciò che viene ad aggiungersi a tale constatazione viene
considerato « azione » successiva.
Ma tale idea della funzione di controllo ridotta ad un puro momento intellettivo (quello della valutazione dell’atto
1
GIANNINI A., La funzione sostitutiva nei riguardi degli enti locali, in Enciclopedia per i Comuni 1957, n. 66, p. 7 ss.
SALVI, Premessa ad uno studio sui controlli giuridici, Milano 1957, p. 95-96.
2
BORSI, Intorno al c.d. controllo sostitutivo, in Studi Senesi 1916, p. 180 ss.
2
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o del comportamento) non può condividersi, in quanto elemento ugualmente essenziale di quella funzione è il momento comminatorio
(ossia della misura da adottarsi in seguito al giudizio effettuato)3 : infatti, il controllo non tende solo alla formulazione di una valutazione,
ma ad un’azione successiva rivolta a produrre quelle modificazioni
giuridiche necessarie per realizzare la garanzia dei valori fondamentali
dell’ordinamento, che costituisce la sua funzione propria 4 .
Orbene se oggetto del controllo in genere è ogni quid operativo
nella realtà giuridica, suscettibile di menomare la sfera dei valori giuridicamente rilevanti tutelati nell’ordinamento, la difformità (che mette in moto i relativi meccanismi di controllo) può senz’altro derivare
anche dall’inazione giuridica, cioè dal rifiuto od omissione
dell’esercizio doveroso di un potere giuridico5 ; e in tal caso il meccanismo di controllo provvederà ad eliminare tale difformità, consentendo l’esercizio del potere in sostituzione del soggetto rimasto inerte.
Pertanto il controllo sostitutivo (per lo meno di atti) correttamente
può essere inserito nella categoria del controllo giuridico in genere e
di quello amministrativo in particolare 6 .
Di quest’ultimo si ritrovano, del resto, i caratteri distintivi: la distinzione fra l’organo controllante e quello soggetto al controllo (anzi,
in questo caso, si contrappongono due soggetti giuridici diversi, lo
Stato o la Regione e l’ente locale); la estraneità del suo esercizio rispetto alla funzione attiva deliberante7 ; nonché i momenti costitutivi:
quello ispettivo o di conoscenza dell’attività controllata (meglio,
dell’inazione), quello del giudizio o constatazione dell’irregolarità e
infine, quello comminatorio o della misura da adottare.
In quest’ultimo elemento consiste, appunto, la peculiarità del controllo sostitutivo: la misura riparatoria (logica
3
GALEOTTI , Introduzione alla teoria dei controlli costituzionali, Milano 1963, p.
48 ss.
4
GIANNINI M. S., Lezioni di diritto amministrativo, Milano 1950, p. 198 ss.
GALEOTTI, cit., p. 55-56.
6
Pizzi, Osservazioni intorno al c.d. controllo sostitutivo, in Foro Amministrativo,
1963, p. 949 ss.
7
La tesi contraria sostiene MORTATI, Istituzioni di diritto pubblico, Padova 1971,
p. 306 ss.
5
3
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conseguenza del giudizio sulla inazione) è data da un provvedimento
di sostituzione (nella tipologia costante, la nomina di un commissario), che è appunto la manifestazione di volontà dell’organo controllante a correzione della deviazione dalla norma o altro criterio, da parte dell’organo controllato. Che poi il momento della effettiva sostituzione (che certamente ha una propria unità sistematica ed un proprio
fondamento giuridico autonomo) attenga ad una fase successiva di estrinsecazione del controllo, e che l’attività compiuta in sostituzione è
espressione di amministrazione attiva e non di controllo, sono considerazioni da non discutersi.
In definitiva, si può ritenere che nell’espressione « controllo sostitutivo » non ci sia nulla di errato e che questa figura rientri indiscutibilmente (come species nel genus) nella funzione di controllo in generale: la sua particolare qualificazione specifica soltanto il tipo di « misura » che consegue al suo meccanismo di verifica.
Né più né meno come altre espressioni (controllo preventivo, di
legittimità, ecc.) servono a specificare il controllo in genere da altri
punti di vista (della posizione nel procedimento di formazione
dell’atto amministrativo efficace, del parametro alla cui stregua è effettuato il giudizio di conformità, ecc.).
Quanto, poi, alla classificazione del controllo sostitutivo come
controllo di legittimità o di merito, tale distinzione attiene solo al momento del giudizio e quindi non è rilevante ai nostri fini, avendo individuato nella « misura » l’elemento caratterizzante del controllo sostitutivo; se poi le disposizioni normative particolari tendono a confortare la tesi di quanti8 lo considerano controllo di legittimità, in linea di
principio non si può escludere la previsione di una figura di controllo
sostitutivo a giudizio libero (ossia di opportunità)9 .
Tali conclusioni sono valide sia per il controllo sostitutivo sugli atti, che si realizza quanto l’autorità di controllo
8
Da FORTI, I controlli dell’amministrazione comunale, in Trattato di diritto amministrativo a cura di Orlando, Milano 1915, p. 636, a BENVENUTI, I controlli sostitutiv i nei confronti dei comuni e l’ordinamento regionale, in Rivista amministrativa 1956,
p. 241 ss.
9
GALEOTTI, cit., p. 56.
4
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emette un provvedimento che rientrerebbe nella normale competenza
dell’ente, sia per il controllo sostitutivo sugli organi, che si realizza
con la nomina di un organo straordinario, temporaneamente investito
della competenza di un organo locale ordinario.
La dottrina tradizionale ha distinto, infatti, nella categoria unitaria
dei controlli c. d. sostitutivi, due tipi fondamentali: la sostituzione di
attività e quella di organi, dato che l’ordinamento giuridico tende ad
impedire e a rimuovere non solo le anormalità nel comportamento attivo o inattivo, ma anche nella struttura o modo di essere
dell’operatore giuridico.
Il secondo tipo (totale o parziale), a seconda che coinvolga tutti gli
organi deliberanti di un ente o solo alcuni per determinate funzioni è
senz’altro ammissibile; anzi il provvedimento di sostituzione costituisce la logica conseguenza dell’accertamento di uno stato abnorme, relativo ad un soggetto dell’organizzazione di un ente, se del controllo si
vuole realizzare il fine di assicurare l’efficiente ed ininterrotto funzionamento dell’ente stesso, in base ai principi normativi di legalità e di
buona amministrazione.
Orbene, si è sostenuto10 che ai due tipi di controllo sostitutivo corrisponda l’esclusione della legitimatio ad agendum per l’uno e della
legitimatio ad officium per l’altro, e che solo questo momento negativo di esclusione della legittimazione rientrerebbe nella fattispecie del
controllo, mentre ne rimarrebbe fuori la fase di sostituzione, sia nella
forma della diretta surrogazione degli organi inadempienti, che nella
nomina di un organo straordinario in veste di sostituto. Inoltre, nel secondo dei due tipi, la sostituzione sarebbe caratterizzata dal fatto che
l’esclusione della legitimatio ad ofjicium è provocata da organi di controllo, appartenenti ad un ordinamento diverso da quello di cui fanno
parte gli organi controllati, mentre in via normale dovrebbe competere
allo stesso ordinamento cui l’officium appartiene.
10
BENVENUTI, cit., p. 245 ss.
5
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Ma questa tesi non è condivisibile 11 : innanzitutto non si può escludere dal controllo sostitutivo il momento positivo (della misura sostitutiva), limitandolo solo a quello negativo, dato che l’esclusione della
legittimazione più che precedere, segue il compimento dell’atto in via
sostitutiva, e quindi non si spiega come si possa farvi rientrare un dato
momento escludendo, però, il fenomeno anteriore che lo determina.
Quanto poi al modo di intendere la sostituzione nei confronti degli
organi, si va contro il principio fondamentale di ogni procedimento di
controllo, per cui il giudizio e la misura devono cadere sul medesimo
oggetto, mentre secondo la tesi esposta la sostituzione si verificherebbe nei confronti di organi diversi da quelli cui si riferisce il giudizio: è
quindi meglio seguire la dottrina tradizionale secondo cui si ha controllo sostitutivo di organi, quando all’organo dell’ente locale (cui
spetta normalmente una data competenza) viene sostituito un organo
straordinario, designato ed investito di quella competenza da parte
dell’autorità di controllo.
Altri12 , comunque, sostengono l’impossibilità di distinguere in
modo netto i due tipi, dato che in sostanza ci si trova di fronte ad un
identico fenomeno — irregolare comportamento degli organi di un ente locale sottoposto a controllo per legge — che la legge stessa d isciplina con mo dalità ed intensità diverse, ma con gli stessi criteri giuridici.
Quanto alla sostituzione propriamente detta, poi, ossia quella fase
che presuppone l’esercizio del controllo e che si e ammesso essere espressione di amministrazione attiva, essa va inquadrata nel generale
fenomeno sostitutorio, nel cui ambito peraltro si specifica con proprie
caratteristiche.
Se il fenomeno giuridico della sostituzione è dato dallo stato di necessità, ossia dalla presenza di una situazione oggettiva legittimante,
suo fine ultimo è quello di evitare una discontinuità nell’esercizio di
una funzione amministrativa da
11
SCUDIERO, I controlli sulle Regioni Provincie e Comuni nell’ordinamento Costituzionale italiano, Napoli 1963, p. 262 ss.
12
Pizzi, cit., p. 953.
DE SIERVO, Il controllo sugli enti locali nelle Regioni a statuto ordinario, in
URPT, Regioni e organizzazione amministrativa, Firenze 1971, p. 341 ss.
6
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parte di un ente, in assenza di altre figure normative, quali la delegazione o la supplenza; e normalmente si ricorre ad essa quando tale discontinuità deriva da una causa concernente l’organo titolare della
funzione.
Premesso che si può avere sostituzione non solo per l’impossibilità
materiale di agire del titolare di una funzione, ma anche nel caso in cui
un organo non funzioni o funzioni male, deliberatamente o per errore,
conseguenza del suo esercizio è la attribuzione ex lege della titolarità
dell’attività ad un soggetto straordinario (il commissario), che non appartiene all’ente o può essere anche estraneo all’Amministrazione statale.
Tale commissario, in quanto nominato titolare di quei poteri che in
via ordinaria spettavano all’organo inattivo sostituito, deve essere
considerato organo dell’ente stesso, di cui in pratica deve curare gli interessi, prescindendo dal soggetto da cui promana, se si vuol rispettare
il principio fondamentale — in tema di controllo giuridico — dell’estraneità dell’organo controllante nei confronti dell’organo controllato.
2.
Il controllo sostitutivo e il principio dell’ autonomia locale.
Oggetto di posizioni dottrinali contrastanti è stato anche il problema fondamentale della conciliabilità del controllo sostitutivo (di attività e di organi) nei confronti degli enti locali con il principio costituzionale dell’autonomia locale (art. 5, 115, 128 e disp. trans. IX Cost.),
in riferimento agli artt. 125, 126 e 130 Cost. specifici in materia di
controlli.
A favore della legittimità costituzionale del controllo sostitutivo si
è sostenuto 13 , (muovendo dal presupposto che esso rinvia ad una particolare relazione fra l’ordinamento centrale e quello locale e si sostanzia nel potere di esclusione
13
BENVENUTI, cit., p. 241 ss.
GILETTI, Il sistema dei controlli sulle deliberazioni degli enti locali nell’ordinamento regionale, in Corriere Amministrativo 1962, p. 332 ss.
SPATARO, Il controllo ispettivo e gli interventi sostitutivi, in Nuova Rassegna
1965, II, p. 1739 ss.
GIOVENCO, L’ordinamento com minale, Milano 1962, p. 29 1-2.
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della legitimatio ad agendum o ad ojficium a carico degli organi rimasti inattivi o comunque inefficienti) che, in caso di esclusione della legittimazione ad agendum per inerzia dell’organo in ordine
all’esercizio discrezionale o vincolato di un potere, l’intervento sostitutivo da parte dell’autorità di controllo viene esercitato direttamente
sugli atti, con cui ci si rifiuta di esercitare il potere. Si è, quindi, in
presenza di un controllo sulla legittimità dell’omissione dell’esercizio
di un potere, omissione cui la legge attribuisce un particolare rilievo,
per cui essa non è semplice inerzia, ma vero atto negativo; se ne deduce la costituzionalità delle relative fattispecie normative, in base
all’art. 130 Cost. in coerenza col sistema delle autonomie locali.
Quanto poi alla sostituzione di organi, stante il regime autonomistico fondato sull’art. 128 Cost., i provvedimenti degli organi statali
vanno considerati « extra ordinem », ossia espressione di un potere di
controllo politico e non amministrativo, esercitato dal Capo dello Stato (nel caso di rimo zione dei sindaci e scioglimento di organi consiliari) in quanto supremo tutore dell’unità nazionale e garante di quel
complesso di principi il cui rispetto pratico va sotto il nome di ordine
pubblico (art. 87 Cost.), e dall’autorità prefettizia, ogni volta che vi sia
la necessità di assicurare il funzionamento di enti pubblici. Si tratta
sempre, quindi, di ipotesi costituzionali, anche se hanno un fondamento diverso da quelle precedenti.
Sempre a favore della costituzionalità si è sostenuto14 che l’art.
130 Cost., contro il quale (avendo innovato profondamente in senso
autonomistico il sistema dei controlli nei confronti degli enti locali)
dovrebbe urtare il controllo sostitutivo, in realtà si riferisce solo a
quelle manifestazioni del controllo che coincidono col visto e
l’approvazione, rimanendone sicuramente fuori quelle manifestazioni
del rapporto di controllo che importano un controllo sull’operato
complessivo di un organo, nonché quelle forme di controllo sostitu-
14
ALESSI, I rapporti con le Regioni, in Atti C conv. Stu Scienza Amm., Milano
1961, p. 352 ss.
8
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tivo come l’invio di commissari incaricati di adottare provvedimenti
determinati.
L’ammissibilità del controllo in esame può fondarsi, peraltro, sul
fatto che esso viene esercitato da parte degli organi centrali in caso di
mancato compimento di atti obbligatori per legge o di incapacità di
funzionare dell’amministrazione attiva, senza alcuna lesione quindi
dell’autonomia degli enti locali: questa potrebbe essere violata solo
qualora l’intervento sostitutivo riguardasse l’esercizio di atti facoltativi o discrezionali15 .
Le opposte teorie 16 , secondo cui i controlli sostitutivi sono invece
caratterizzati da una misura che incide gravemente sulla autonomia locale, così da rappresentare una irrisione dalla regola democratica stessa, fanno capo a quella parte della dottrina per cui tale figura è fuori
della funzione di controllo, in quanto esercizio di un potere di amministrazione attiva. Da simili premesse concludono per l’illegittimità
costituzionale di tutte le disposizioni legislativo che disciplinano tali
ipotesi di controllo.
Soltanto le fattispecie di scioglimento del consiglio degli enti territoriali, nonché di sospensione, sarebbero compatibili col sistema delle
autonomie locali fondato dalla Costituzione:
infatti, questo tipo di intervento è giustificato da un particolare stato di necessità (dovendosi assicurare la funzionalità dell’ente e riparare all’eccezionale interruzione nella continuità della sua azione) e
composta una limitata incidenza nell’autonomia dell’ente stesso.
Tale sistema, del resto, è preordinato ad impedire, nella eccezionale situazione di paralisi, che vengano prese decisioni politiche da soggetti e organi, diversi da quelli espressi dalla stessa comunità locale;
da questa perciò vengono tratti gli elementi di un organo straordinario,
il cui compito fondamentale è quello di ristabilire la normalità
nell’ammini-
15
MIELE, Il sistema di controlli da parte degli organi reg. sui comuni e sulle pro-
vincie « de iure condendo », in Nuova Rassegna 1965, p. 30-35.
16
GUARINO, Autonomia e controlli, in Giur. compl. Cass. Civ. 1951, I, p. 861 ss.
SCUDIERO, cit., p. 207 ss.
9
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strazione dell’ente, svolgendo atti di gestione provvisoria o di improrogabile urgenza.
Tutte le altre forme di controllo sostitutivo sarebbero inammis sibili
secondo il dettato costituzionale, in quanto determinerebbero una sovrapposizione autoritaria di valutazioni e attività del soggetto controllante su quelle del soggetto controllato, a tutto scapito della sua autonomia e libertà, e quindi consisterebbero nell’esercizio di poteri esclusivi dell’ente da parte di soggetti che non hanno alcun legame di derivazione dalla comunità locale.
Sotto questo profilo l’art. 130 Cost. non può essere svincolato dal
sistema generale delle autonomie locali (art. 5, 115, 128), di cui è peraltro corrente espressione, né si può farvi rientrare il controllo sostitutivo, caratterizzato da una misura del tutto particolare che lo distingue
nettamente sia dal controllo di legittimità che di merito.
Ricorrere poi alla distinzione fra sostituzione in tema di atti obbligatori o facoltativi, neppure sarebbe sufficiente: basta osservare che se
l’atto c. d. obbligatorio è vincolato quanto all’an, può benissimo essere libero riguardo al suo contenuto specifico o alle circostanze della
sua emanazione; quindi anche l’intervento sostitutivo in materia di attività vincolata può rivelarsi una violazione dell’autonomia dell’ente.
Nel caso in cui si voglia considerare scopo ultimo del controllo sostitutivo il compito di assicurare in ogni caso la funzionalità dell’ente,
questa può e deve essere garantita senza ledere l’autonomia e quindi
l’autorità di controllo dovrebbe limitarsi a richiamare l’attenzione
dell’organo competente a porre in essere una determinata attività, ricorrendo solo in ultima ratio allo scioglimento dell’organo consiliare
dell’ente.
Fra tali contrastanti teorie sul problema della compatibilità del
controllo sostitutivo con l’ordinamento costituzionale, si deve prendere posizione per la legittima sopravvivenza della figura.
Infatti, dal complesso dei principi costituzionali fondamentali (artt.
5, 115, 116, 117, 119 e 128 Cost.) si deduce che nell’ordinamento vigente il sistema delle autonomie locali non può andare separato da una
serie di limitazioni (più o
10
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meno specifiche) contenute nella legge ordinaria e poste non arbitrariamente, ma a tutela di valori e principi, parimenti con sacrati dalla
Costituzione stessa.
D’altronde prescindendo dal diritto positivo e rimanendo sul piano
della teoria generale, il concetto di autonomia non rinvia ad un potere
illimitato, sovrano e assolutamente libero in qualsiasi forma di autodeterminazione, ma piuttosto ad una sfera di competenza — e relativi
poteri — a determinati soggetti o centri operativi; questi, se al suo interno possono autodeterminarsi in considerazione dei propri particolari interessi, non possono però varcarne i confini, ledendo altrimenti interessi a loro estranei, paritari o superiori che siano. Alla vigilanza
sul rispetto ditali confini e alla predisposizione degli opportuni mezzi
per intervenire in caso di loro violazione è preordinata poi la funzione
di controllo stessa. Ritornando al sistema positivo, dunque, bisogna ritenere le fattispecie normative di controllo sostitutivo costituzionalmente legittime, in quanto costituiscono, appunto, limitazioni
fissate dal legislatore ordinario alla autonomia locale nell’ordinamento
generale dello Stato.
Infine essendo scopo principale di questo tipo di controllo (sempre
basato su una situazione di fatto negativa: inazione o impossibilità di
funzionare) quello di assicurare l’efficiente e ininterrotto svolgimento
dell’attività degli enti nei cui confronti è esercitato, esso soddisfa anche un interesse fondamentale dell’ordinamento giuridico generale:
quello del buon andamento dell’amministrazione (art. 97 Cost.). In altri termini il controllo sostitutivo realizza una duplice tutela: quella
dell’interesse statale tramite la sostituzione e quella dell’interesse dello stesso ente locale il quale, tramite l’azione dell’organo sostituente,
trova assicurato in modo positivo il perseguimento dei propri fini.
Non sussiste quindi possibilità di contrasto con l’autonomia degli
enti locali, dato che in definitiva il controllo sostitutivo serve a realizzare — forse principalmente — interessi dell’ente autonomo stesso.
11
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3. Il trasferimento del controllo sostitutivo alle Regioni.
A norma dell’art. 59, ultimo comma della L. 10-2-1953 n. 62 (c. d.
legge Scelba) sulla costituzione e funzionamento degli organi regionali in attuazione delle norme costituzionali sull’ordinamento regionale,
« i poteri di controllo sostitutivo attribuiti al Prefetto e alla G.P.A. dalle disposizioni vigenti all’entrata in vigore della presente legge sono
deferiti per le Province al Comitato previsto dall’art. 55; per i Comuni
sono deferiti al Comitato stesso, oppure alle sezioni di cui all’art. 56 a
seconda che si sia o meno provveduto alla costituzione di tali sezioni
».
Naturalmente tale trasferimento si è verificato solo recentemente
con l’effettiva istituzione delle Regioni a statuto ordinario (D. L. 2812-1971 n. 1121) e dei Comitati regionali di controllo e loro sezioni
provinciali decentrate per gli enti territoriali e, con successive leggi
ordinarie, per altri tipi di enti locali.
Al riguardo la dottrina si è posto il problema se si debba ritenere
ammissibile il trasferimento alle Regioni soltanto del controllo sostitutivo relativo al compimento di singoli atti o anche quello sugli organi.
La legge Scelba non dice nulla a proposito, ma la circolare n. 860
del 1971 del Ministro degli Interni detta le seguenti istruzioni ad interpretazione di quella norma: « giova precisare che i controlli da trasferire alle regioni sono ai sensi dell’art. 130 Cost. soltanto quelli sugli
atti delle province, comuni e loro consorzi, restando invece riservato
allo Stato i controlli sugli organi degli enti stessi. Nulla pertanto è innovato per quanto concerne la sospensione e lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali ». E poi: « dal contesto delle sopra riportate disposizioni risulta che sono trasferiti ai Comitati regionali e loro
sezioni i controlli di legittimità, di merito e sostitutivi sugli atti dei
comuni, province e loro consorzi, già esercitati dal Prefetto e dalla
G.P.A. ».
Con tale interpretazione concorda parte della dottrina17
17
BENVENUTI, cit., p. 241 ss., sostiene infatti la legittimità costituziona1e non
solo dell’art. 59 u.c. della legge n. 62 del 1953, ma anche dell’art. 64, che conferma la
competenza dell’autorità governativa per i provvedimenti di scioglimento, sospensione
e rimozione.
12
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e la stessa giurisprudenza della Corte Costituzionale.
Questa, infatti, dopo alcune sentenze in questo senso (n. 24 del
1957, n. 14 del 1960 e n. 128 del 1963) ha di recente ribadito con la
sentenza n. 164 del 28-11-1972 che « spetta allo Stato, e non alle Regioni, il potere di nomina dei commissari per la reggenza delle amministrazioni comu nali incapaci di funzionare »; che « ai sensi dell’art.
128 Cost. province e comuni sono parti dell’ordinamento generale dello Stato, cui è riservata la intera loro disciplina organizzativa e funzionale; correlativamente, ai sensi dell’art. 130 Cost., le Regioni sono
chiamate a partecipare all’esercizio dei poteri di controllo sugli enti
locali mediante il solo sindacato di legittimità e di merito sugli atti,
che comportano potestà sostitutive solo nel caso di omessa emanazione del singolo atto obbligatorio »; e che infine « si deve interpretare in
senso restrittivo il rinvio all’art. 19 della legge comunale e provinciale
del 1934, modificato con la legge n. 277 del 1949, rinvio effettuato
dall’art. 59 della legge Scelba, per metterlo in armonia con la fonte
superiore di cui è emanazione ».
Tale interpretazione è stata fondata18 , del resto, sul rilievo che, essendo i gravi motivi di ordine pubblico una delle cause più importanti
che l’intervento sostitutivo sugli organi, questo corrisponde a un interesse fondamentale della comunità nazionale, quindi proprio dello Stato e sottratto alla disponibilità e tutela di un ente minore.
Avverso tale orientamento si è obiettato19 che il dettato costituzionale non avrebbe nulla da opporre alla eventuale soluzione del legislatore ordinario di attribuire anche il controllo sostitutivo sugli organi al
Comitato regionale; anzi questa soluzione sarebbe coerente con la
tendenza a liberare le autonomie locali dall’ingerenza del potere centrale, di cui l’organo prefettizio è l’espressione genuina.
18
19
SCUDIERO, cit., p. 200 ss.
DE SIERVO, Il controllo..., cit., ib.; DE SIERVO, Nota in Le Regioni, 1973, p.
343 ss.; TORRIGGIANI, Controlli amministrativi statali e regionali, Milano 1972, p.
176 ss.
13
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Si sostiene pertanto la necessità dell’abrogazione dell’art. 64 della
legge n. 62 del 1953 e l’affidamento di tutti i poteri di controllo sostitutivo, sia di atti che di organi, alle regioni, conformemente tra l’altro
allo stesso art. 59 u. c. che non fa alcuna distinzione a proposito.
4. Fattispecie particolari di controllo sostitutivo.
Dato che il potere di sostituzione non costituisce una caratteristica
essenziale dei controlli amministrativi, è sempre necessaria una esplicita disposizione di legge perché possa trovare applicazione20 ; infatti,
qualunque sia il tipo di rapporti fra lo Stato e l’ente pubblico particolare, l’applicazione di quel potere costituisce almeno una deroga al principio della distribuzione delle competenze, legislativamente fissata fra
i vari organi e soggetti della pubblica amministrazione.
A questo principio è improntato tutto il sistema delle autonomie
locali e deve considerarsi venuta meno, pertanto, insieme al regime
politico che l’aveva posta, la norma generale dell’art. 3 della legge
comunale e provinciale del 1934, secondo cui: « l’autorità governativa
può sempre esercitare, a mezzo di commissari, la facoltà di sostituzione, conferitale dalla legge nei confronti degli enti pubblici locali ».
Tale norma formulata dal legislatore del tempo sul presupposto
dell’inesistenza dei consigli comunali e provinciali (al cui posto erano
stati insediati i podestà, i presidi e i rettori, tutti nominati direttamente
o indirettamente dall’amministrazione centrale) e quindi non c’è alcun
dubbio sulla sua abrogazione, dopo che con il T. U. n. 203 del 5-41951 veniva ripristinato il precedente ordinamento comunale e provinciale regolato dal T. U. del 1915. Pertanto bisogna considerare definitivamente restituito all’esercizio del potere sostitutivo il
20
Il principio dell’eccezionalità del controllo sostitutivo è stato più volte applicato
dalla giurisprudenza del Consiglio di Stato per frenare l’ingerenza dell’autorità governativa nei confronti degli enti territoriali minori. Cfr. fra le prime la decisione Cons. Stato
del 15-5-57 n. 281 (in Foro Amm., 1957, 1, 3, p. 313 ss.): « Il controllo sostitutivo presuppone una norma che lo autorizzi esp licitamente o quanto meno lo consenta implicitamente ma inequivocabilmente ».
14
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connotato principale della sua necessaria delimitazione nell’ambito
delle singole fattispecie previste dalla legge21 .
Le fattispecie normative di controllo sostitutivo si distinguono a
seconda che siano espressione della funzione sostitutiva e. d. straordinaria (scioglimento degli organi dell’amministrazione ordinaria degli
enti locali territoriali ed istituzionali) o della funzione sostitutiva c. d.
ordinaria che, era essenzialmente nelle mani del Prefetto, organo burocratico che rappresenta localmente l’autorità governativa.
La maggior parte delle fattispecie in materia è disciplinata dalla
legge comunale provinciale del 1934 (e dalla precedente del 1915) e
riguarda i comuni e le provincie; ma formazioni particolari sono dettate anche per gli altri enti pubblici istituzionali, così come per le Regioni.
Altre fattispecie sono attualmente contenute nella legislazione ordinaria delle Regioni a statuto speciale e di quelle a statuto ordinario,
che sono dopo la loro istituzione le titolari del controllo sostitutivo.
Nell’ambito della funzione sostitutiva ordinaria, norma fondamentale è quella dell’art. 19 del T. U. del 1934, modificato dalla legge n.
277 dell’8-3-1949, in base al quale il Prefetto « invia appositi commissari presso le amministrazioni degli enti locali territoriali e istituzionali, per compiere in caso di ritardo o di omissione da parte degli
organi ordinari, previamente e tempestivamente invitate a provvedere,
atti obbligatori per legge o per reggerle, per il periodo di tempo necessario, qualora non possano, per qualsiasi ragione, funzionare ».
Nella circolare del Ministro degli Interni n. 15900 del 22-6-1949 si
chiariva che tale invio di commissari non deve essere inteso come un
normale rimedio per assicurare il normale andamento di quegli enti,
ma come una misura eccezionale e transitoria, subordinata alla temp estiva e preventiva messa in mora dell’amministrazione in carica.
Ora ci si è chiesti se la norma in questione corrisponde ad un principio generale dell’ordinamento: ossia se è possi-
21
DEL PRETE, Il controllo delle Regioni sugli enti locali minori, in Atti del conve-
gno nazionale sui controlli, a cura della Regione Puglia, Bari 1973, p. 115 ss.
15
VINCENZO DE STEFANO_______________________________________________________________________
bile applicarla e nominare commissari con pieni poteri, anche se nella
legge o nello statuto di un ente non è previsto l’esercizio di facoltà sostitutiva del governo22 ; anche se la prassi tende ad ammettere tale estensione generale, bisogna ritenere che l’art. 19 non possa allo stato
legislativo attuale essere considerato espressione di un principio generale.
Naturalmente il Prefetto deve indicare nel decreto di nomina le
funzioni affidate al commissario e il periodo di tempo entro il quale
devono essere compiute: la legge non fissa un termine, variando questo a seconda dell’incarico da svolgere. Inoltre il rapporto che intercorre fra l’atto di nomina del commissario e l’attività svolta in sostituzione, si configura nel senso che il primo si pone come presupposto
dell’esercizio della seconda: infatti è la legge che crea nell’organo di
controllo il potere di prendere quel provvedimento e nell’organo sostituente la competenza specifica ad esercitare quelle determinate funzioni.
Alla seconda ipotesi (disfunzione dell’amministrazione) prevista
dall’art. 19 predetto si ricollega la fattispecie ex art. 321 del T. U. del
1915, sostituito dall’art. 102 del R. D. n. 2839 del 30-12-1923, a sua
volta modificato dal R. D. L. n. 1756 dell’11-9-192523 , secondo cui «
ove, malgrado la convocazione dei consigli non possa aver luogo alcuna deliberazione, il Prefetto provvede a tutti i rami dei servizi e dà
corso alle spese rese obbligatorie, tanto per disposizione di legge
quanto per antecedenti deliberazioni esecutorie.
Quando sia necessario il Prefetto può affidare provvisoriamente ad
appositi commissari la reggenza delle amministrazioni comunali, provinciali e consorziali, salvo la rispettiva ratifica ai singoli provvedimenti adottati dai commissari con i poteri del consiglio ».
Bisogna precisare che tale norma viene in considerazione non solo
nel caso che i consiglieri oppongano una forma di assenteismo, totale
o parziale, in modo da non consentire di
22
GIANNINI A., cit., ib.
Va ricordato che essendo stata la legge comunale e provinciale del 1915 richiamata in vita dal T.U. n. 203 del 1951, essa va considerata nuova rispetto a quella del
1934, e devono quindi ritenersi abrogate tutte le norme di quest’ultima incompatibili
con le norme di quella.
23
16
__________________________________________________________________IL CONTROLLO SOSTITUTIVO
raggiungere una maggioranza sufficiente per deliberare, anche quando
la convocazione del consiglio non sia possibile a causa di dimissioni o
altre deficienze verificatesi in seno al consiglio stesso.
Sempre a mezzo di un commissario, il Prefetto aveva il potere di
provvedere qualora il Sindaco non adotti i provvedimenti contingibili
ed urgenti in materia di edilizia (art. 55 T. U. del 1934); per la comp ilazione di bilanci comunali e provinciali non deliberati entro il termine
fissato dalla legge (art. 305 T. U. del 1934, sostituito dall’art. 4 della
legge n. 964 del 22-12-1969); per la mancata deliberazione sul conto
consuntivo entro un mese dalla relazione dei revisori (D. L. n. 1372
del 21-4-1945) e per la mancata presentazione del conto nel termine
previsto dalla legge, da parte del tesoriere comunale provinciale (art.
308 T. U. del 1934). Sempre alla funzione sostitutiva ordinaria si ricollegano poi altre fattispecie normative, in cui però l’organo rappresentante del governo sostituiva direttamente la sua attività a quella degli organi amministrativi locali inadempienti.
In materia di consorzi fra comuni e provincie così dispone l’art.
161, c. 4°, T. U. del 1954: « qualora gli enti interessati non provvedano alla nomina dei rispettivi rappresentanti, il Prefetto assegna ad essi
un termine perentorio trascorso il quale provvede d’ufficio »; in base
all’art. 231-bis T. U. del 1934, inserito con l’art. 14 della legge n. 530
del 9-6-1947, qualora il comune o la provincia non provvedano alla
nomina dei delegati alla commissione disciplinare degli impiegati e
salariati, le nomine spettano al Prefetto; e ai sensi del successivo art.
232, il Prefetto provvede d’ufficio qualora gli organi comunali e provinciali competenti non applichino le sanzioni disciplinari a carico di
impiegati e salariati, pur essendo stati invitati a provvedere entro un
dato termine.
Per concludere, il Prefetto aveva il potere di ordinare d’ufficio la
convocazione dei consigli comunali e provinciali per deliberare su determinati oggetti (art. 124 T. U. del 1915) e di provvedere sempre
d’ufficio alla compilazione dei regolamenti di igiene, in caso di inerzia degli organi comunali, entro un dato termine (art. 545 T. U. n.
1265 del 27-7-1934). Anche nella funzione sostitutiva ordinaria rientravano alcuni
17
VINCENZO DE STEFANO_______________________________________________________________________
poteri, riconosciuti dalla legge alla G. P. A., la quale in tal casi non
provvedeva a mezzo di commissari ma direttamente e collegialmente.
Essa interveniva quando la Giunta comunale o il Presidente della
Giunta provinciale non spedivano i mandati o non compivano gli atti
comunque obbligatori per legge « salvo che la sostituzione competa al
Prefetto (art. 104 e 153 T. U. del 1934): ossia qualora l’autorità locale
frapponeva nell’esecuzione dell’atto obbligatorio un ritardo grave, attribuibile ad omissione volontaria, e si trattava di un atto che può
compiersi da lontano24 ; comunque in base all’art. 128 del Regolamento n. 277 del 12-2-1911, prima di procedere all’emissione dei mandati
di ufficio, la G.P.A. doveva decidere sulla obbligatorietà della spesa e
provvedere per l’apposito stanziamento in bilancio.
Altre fattispecie sono regolate per la materia elettorale dell’art. 322
T. U. del 1915 (in tema di mancata dichiarazione di ineleggibilità o
decadenza da parte del consiglio comunale o provinciale nei confronti
di alcuni dei propri membri) e dall’art. 75 D. P. R. n. 570 del 16-51960 in tema di convalida dei consiglieri comunali); dall’art. 63 T. U.
del 1934, in seguito al rifiuto da parte del Sindaco di rilasciare certificati o attestati; dell’art. 158 Regolamento del 1911 in tema di presa
d’atto delle dimissioni dei componenti i consigli comunali e
provinciali; dall’art. 320 T. U. del 1934 in tema di iscrizioni d’ufficio
in bilancio.
Quando alla funzione sostitutiva straordinaria nei confronti degli
enti territoriali tradizionali, norme fondamentali sono l’art. 323 T. U.
del 1915, modificato dall’art. 103 del R. D. n. 2389 del 30-12-1923
per il rinvio ad esso contenuto nell’art. 25 1. n. 530 del 9-6-1947, in
base al quale, con decreto del Capo dello Stato possono essere sciolti i
consigli comunali e provinciali « per gravi motivi di ordine pubblico o
quando, richiamati all’osservanza di obblighi loro imposti per legge,
persistono a violarli »; e il successivo art. 324, per cui in caso di scioglimento l’amministrazione comunale è affidata ad un commissario
straordinario e quella provinciale a duna commissione straordinaria.
Entro tre mesi co-
24
ESPOSITO, Il potere sostitutivo, Napoli 1966, p. 44 ss.
18
__________________________________________________________________IL CONTROLLO SOSTITUTIVO
munque si deve procedere all’elezione del nuovo consiglio (o al massimo entro sei mesi se sussistono motivi amministrativi o di ordine
pubblico). In attesa del decreto di scioglimento, l’art. 105 R. D. n.
2389 del 1923 prevede il potere del Prefetto di sospendere i consigli
comunali o provinciali quando ricorrono motivi di urgente necessità,
provvedendo per la provvisoria amministrazione a mezzo di commissario (art. 102 della stessa legge).
L’art. 149, e. 70, T.U. del 1915 disciplina infine l’ipotesi della rimozione o sospensione dei sindaci: questi possono essere sospesi dal
Prefetto o rimossi dal Presidente della Repubblica per gravi motivi di
ordine pubblico, o, quando, richiamati all’osservanza di obblighi loro
imposti dalla legge, persistono a violarli.
A proposito di questi interventi sostitutivi sugli organi degli enti
territoriali, nella circolare n. 1024 del 27-8-1948
il Ministro degli Interni ribadiva il principio che « lo scioglimento
dei consigli comunali e provinciali e la rimozione dei sindaci dalla carica Costituiscono gravi provvedimenti che limitano l’esercizio dei diritti politici dei cittadini » e quindi sono « rimedi straordinari nei quali
deve essere eliminata ogni discrezionalità che contrasterebbe coi principi fondamentali di un regime democratico ».
Con la successiva circolare n. 2716 del 16-7-1951 si specificavano
gli estremi che devono ricorrere per farsi luogo a tali provvedimenti: il
consiglio comunale o provinciale (o il sindaco) deve avere reiteratamente violato la legge con atti positivi, disapplicandola o rifiutandosi
di applicarla, o con colpevole omissione lasciato insoddisfatti gli interessi pubblici cui e tenuto per legge a provvedere; inoltre i vari mezzi
correttivi e sostitutivi attribuiti dalla legge all’autorità di vigilanza e
tutela devono essersi palesati inefficaci a ricondurre alla legalità la azione dell’amministrazione o del sindaco.
Ribadendo ancora che tutta questa normativa si riferisce al sistema
amministrativo antecedente alla attuazione dell’ordinamento regionale, bisogna ricordare che il problema dell’applicazione di una funzione
sostitutiva si pone anche nei confronti delle Regioni.
La Regione è, in base all’art. 114 Cost., un ente auto-
19
VINCENZO DE STEFANO_______________________________________________________________________
nomo alla pari delle provincie e dei comuni, e dunque non c’era motivo per escludere le ipotesi di sostituzione nei suoi confronti, dato che
tale figura aveva ormai acquistato un carattere di generalità
nell’ordinamento giuridico.
La disciplina in materia è data dall’art. 126 Cost. e dagli artt. 50-54
della L. n. 62 del 1953 sulla Costituzione e funzionamento degli organi regionali; ed è sostanzialmente limitata alla sostituzione del consiglio regionale che sia sciolto.
Tale scioglimento può essere operato con decreto del Capo dello
Stato nei seguenti casi: 1) compimento di atti contrari alla Costituzione o di gravi violazioni dileggi, 2) inottemperanza all’invito del governo di sostituire la Giunta regionale o il Presidente, rei dei medesimi
atti, 3) incapacità di funzionare per dimissioni o per impossibilità di
formare una maggioranza, 4) per ragioni di sicurezza nazionale. Contemporaneamente viene nominata una commissione col compito di
provvedere all’ordinaria amministrazione, al compimento di atti m
iprorogabili e di indire le elezioni del nuovo consiglio entro tre mesi.
Nessuna norma invece prevede una funzione sostitutiva « ordinaria
» nei confronti della Regione, ossia il conferimento a dati organi del
potere di sostituire l’attività amministrativa obbligatoria non adempita
dai titolari degli uffici regionali, correlativamente alla disciplina prevista per i Comuni e le Provincie; se resta esclusa ogni possibilità di
intervento da parte del Prefetto (dato che la legge non gli attribuisce
nessuna competenza sulla Regione), neppure è previsto un intervento
ad hoc da parte del commissario del governo, ex art. 124 Cost., né della commissione di controllo di cui al successivo art. 125.
Si tratta senza dubbio di una lacuna nell’ordinamento da eliminarsi, perché non è concepibile assolutamente che la legge non preveda
alcun rimedio alla possibilità di disfunzioni amministrative degli organi regionali, tutt’altro che impossibili a verificarsi; si tratta di una
presunzione assoluta di funzionalità o comunque di un eccesso di fiducia nei confronti dell’ amministrazione regionale, che non si giustificano. A riguardo complessi problemi sorgerebbero però circa
l’individuazione del soggetto o organo cui affidare la titolarità di questa funzione.
20
__________________________________________________________________IL CONTROLLO SOSTITUTIVO
La funzione sostitutiva nei confronti degli enti territoriali e istituzionali ha trovato una sua particolare normazione negli ordinamenti
regionali, dato che le regioni sono in base alla legge n. 62 del 1953 i
suoi legittimi titolari.
Cominciando dalle Regioni a statuto speciale, l’ordinamento siciliano contiene la norma fondamentale dell’art. 91 del D.L.P. n. 6 del
29-10-1955 (ordinamento amministrativo degli enti locali), secondo
cui: « quando gli organi dell’amministrazione dei comuni omettono,
sebbene previamente diffidati, o non siano in grado di compiere atti
obbligatori per legge, vi provvede l’Assessore agli enti locali a mezzo
di un commis sario ».
Oltre questa ipotesi di sostituzione tramite nomina di un commissario « ad acta », altre fattispecie sono regolate dagli artt. 53 e 30, 54 e
55 dell’ordinamento stesso: sono i casi della declaratoria di decadenza
dei consigli comunali e provinciali (quando per dimissioni o per altra
causa il consiglio abbia perso metà dei componenti e questi non siano
stati sostituiti) ed è lo scioglimento dei consigli (per violazione degli
obblighi imposti dalla legge o per il compimento di gravi violazioni di
legge che dimostrano l’irregolarità del loro funzionamento o quando
non provvedono a revocare la Giunta o il Sindaco che abbiano compiuto tali violazioni in seguito all’invito dell’autorità competente).
Nel primo caso si provvede alla nomina, da parte dell’Assessore
agli enti locali, di un commissario reggente che svolge in via sostitutiva, e limitatamente agli adempimenti obbligatori per legge, le funzioni
proprie del Sindaco, della Giunta municipale e del consiglio comunale; nel secondo caso il Presidente della Giunta Regionale procede alla
nomina di un commissario straordinario incaricato di assicurare, in via
sostitutiva, la straordinaria gestione dell’ente locale, ossia « esercita le
ordinarie attribuzioni di competenza del sindaco e della Giunta e, se
indifferibili, anche quelle di competenza del consiglio ». Normativa
analoga è disposta anche per i liberi consorzi (art. 207, 210 e 212 del
medesimo D.L.P. n. 6-1555)25 .
25
TIMINERI, Natura specie e limiti funzionali dei controlli sostitutivi nel-
l’ordinamento regionale siciliano, in Nuova Rassegna 1970, p. 2305 ss.
21
VINCENZO DE STEFANO_______________________________________________________________________
Nei confronti dell’ente Regione, l’art. 8 dello statuto regione Sicilia, prevede il potere del commissario dello Stato di proporre al governo lo scioglimento dell’assemblea regionale « persistente violazione
dello statuto »; a una commissione straordinaria, nominata dal Governo, e affidata l’ordinaria amministrazione in attesa delle nuove elezioni.
Nello statuto della Regione Sardegna, l’art. 46 affida agli organi
regionali il controllo sugli atti degli enti locali e l’art. 10 della L.R. n.
36 del 31-1-1956 (controlli sulle provincie e comuni) trasferisce in
particolare al comitato regionale di controllo e sue sezioni decentrate i
poteri di controllo sostitutivo « che le vigenti norme deferiscono al
Prefetto e alla G.P.A. ». Rimane quindi di competenza del Prefetto la
sostituzione di organi impossibilitati a funzionare o che debbono essere sostituiti per dimissioni, scioglimento o variazioni territoriali.
Quanto al consiglio regionale, questo può essere sciolto in base all’art.
50 dello statuto per i motivi in generale previsti dall’art. 126 Cost., e
l’amministrazione ordinaria è normalmente affidata ad una commissione straordinaria 26 .
Nella Regione Friuli-Venezia Giulia, in base all’art. 8 del D.P.R.
n. 960 del 26-6-1965, «spetta agli organi della Regione il potere di inviare appositi commissari presso le amministrazioni provinciali, comunali e consorziali per compiere in caso di inadempimento o di ritardo gli atti obbligatori per legge »; e a sensi dell’art. 32 della l.r. n. 3
del 2-3-1966, il Presidente della Giunta regionale, quando le amministrazioni locali non sono in grado di funzionare « per qualsiasi ragione
». invia appositi commissari che provvedono a reggerle per il tempo
strettamente necessario; nel caso di omissione o ritardo di atto obbligatorio, competente a deliberare l’invio del commissario è il Comitato
regionale di controllo. Restano di competenza dello Stato i provvedimenti riguardanti la sospensione e lo scioglimento dei consigli e la sospensione o la rimozione del Sindaco27 .
26
GIOVANNOZZI, Controlli sugli enti locali nella Regione Sardegna, in Corriere
Amministrativo 1966, p. 053 ss.
27
FLAGIELLO, Il controllo sugli enti locali nella Regione Friuli-Venezia Giulia,
in Nuova Rassegna 1966, p. 2325 ss.
22
__________________________________________________________________IL CONTROLLO SOSTITUTIVO
L’art. 22 dello statuto prevede lo scioglimento del Consiglio regionale in conformità della norma costituzionale (art. 126). In base
all’art. 52 della l.r. n. 29 del 21-10-1963 della Regione Trentino-Alto
Adige, spetta alla Giunta provinciale un ampio potere di sostituzione:
essa invia appositi commis sari presso gli enti locali per compiere atti
obbligatori, non eseguiti o ritardati, e per reggere gli enti controllati
nel caso di impossibilità o di difficoltà di funzionare. Al Presidente
della Giunta è riconosciuto poi il potere di adottare con propria ordinanza o a mezzo di un Commissario i provvedimenti contingibili ed
urgenti in materia di edilizia, polizia locale ed igiene, non adottati dal
Sindaco (art. 27 della stessa legge regionale).
L’art. 48 n. 5 dello statuto affida poi espressamente alla Giunta
provinciale la facoltà di sospensione o scioglimento degli organi delle
amministrazioni locali, ma riserva allo Stato questi provvedimenti
straordinari quando siano dovuti a mo tivi di ordine pubblico o quando
si riferiscono a comuni con popolazione superiore ai 20.000 abitanti.
Come negli altri ordinamenti il Consiglio regionale può essere
sciolto per i motivi di cui all’art. 126 della Costituzione (art. 27 statuto).
Lo statuto della Regione Valle d’Aosta, infine, non contiene disposizioni per la funzione sostitutiva ordinaria, ma attribuisce espressamente alla Giunta regionale, sentito il Consiglio di valle, la facoltà di
sciogliere i consigli dei comuni e degli altri enti locali (art. 43).
Quanto poi agli ordinamenti delle Regioni a statuto ordinario, anche qui si incontra una normativa frammentaria e non omogenea; comunque si deve ritenere accolto il principio generale per cui « sono attribuiti alla competenza degli organi di controllo della Regione i poteri
di controllo sostitutivo che si risolvono nella adozione di provvedimenti di carattere obbligatorio per gli enti controllati, ma dai medesimi omessi », mentre « sono riservati agli organi dello Stato i poteri di
controllo repressivo, l’emanazione cioè di tutti quei provvedimenti
che incidono sulla c.d. legitimatio ad officium, e che riguardano lo
scioglimento, la sospensione e la rimozione degli organi istituzionali
degli enti locali », come si legge nella circolare della
23
VINCENZO DE STEFANO_______________________________________________________________________
Presidenza della Regione Puglia n. 260 del 10-1-1972.
Solo alcune regioni a statuto ordinario hanno dettato norme che
esplicitamente si riferiscono al potere sostitutivo. Nella Regione Emilia-Romagna « i controlli sostitutivi sugli organi degli enti locali, sinché ed in quanto previsti dalla legge, sono esercitati dalla Regione »
(V disp. trans. stat.) e « nei casi previsti dalla legge (l’organo di controllo) delibera la nomina del commissario per l’esercizio del potere di
controllo sostitutivo sugli atti » (art. 4 c. 2 D.P. Giunta n. 3 del 29-21972); dunque tale Regione ha rivendicato a sé la titolarità di tutti i
poteri sostitutivi, derogando al principio generale.
In posizione identica si è posta la Regione Molise: « i controlli sostitutivi sugli enti locali, ivi compresi i controlli sugli organi sinché ed
in quanto previsti dalla legge sono esercitati dal consiglio regionale »
(art. 62 u.c. stat.).
Non sono così esplicite invece le norme dell’art. 43 u.c. statuto
Regione Lazio e dell’art. 65 u.c. statuto Regione Liguria (che con i
precedenti sono gli unici statuti regionali ordinari che menzionano il
nostro istituto), in base ai quali genericamente « i controlli sostitutivi
sugli enti locali, sinché ed in quanto previsti dalla legge, sono esercitati dalla Regione ». Conformi al principio generale sono invece alcune
norme contenute in altri ordinamenti regionali, come l’art. 18 della l.r.
n. 18 del 6-7-1972 della Regione Toscana, per cui « i poteri di controllo sostitutivo sugli enti locali, già attribuiti al Prefetto, alla G.P.A. e ad
altri organi periferici dello Stato, sono esercitati ai sensi dell’art. 130
Cost. dal Comitato regionale di controllo e sezioni decentrate ... mediante invito all’ente a compiere l’atto entro un determinato termine »,
scaduto il quale il Comitato regionale « adotta i provvedimenti del caso ».
Per l’art. 18 del Regolamento regionale n. 1 del 27-3-1972 della
Regione Veneto, « quando gli organi degli enti controllati omettono di
compiere atti obbligatori per legge, l’organo di controllo, sentito l’ente
e disposti se del caso idonei accertamenti, provvede direttamente ».
L’art. 24 della l.r. 14-7-1972 della Regione Abruzzo dispone
l’invio di un commissario « ad actum » qualora da un
24
__________________________________________________________________IL CONTROLLO SOSTITUTIVO
ente soggetto al controllo « sia omesso o ritardato un atto obbligatorio
»; competente a tale invio è il Comitato regionale di controllo e sezioni provinciali.
Infine, in base all’art. 23 della l.r. n. 4 del 24-3-1972 della Regione
Campania, « qualora l’ente soggetto a controllo ometta o ritardi un atto obbligatorio, l’organo di controllo diffida l’ente a compiere l’atto
entro il termine di venti giorni, salvo che la legge dello Stato non ne
preveda uno diverso, scaduto il quale viene nominato un commissario
per l’adozione dell’atto predetto ai sensi di legge ».
VINCENZO DE STEFANO
25
Bilancio di Previsione 1973
Relazione del Presidente dr. FRANCO GALASSO
Signori Consiglieri,
avremmo voluto mantenere fede all’impegno che avevamo preso
con noi stessi e con il Consiglio Provinciale di presentare il bilancio
preventivo nei termini di legge. Purtroppo ciò non è stato possibile per
i noti dissesti che hanno colpito Palazzo Dogana, costringendoci ad un
trasferimento che, per quanto contenuto in limiti di tempo ragionevoli,
se si tien conto della mole di problemi che esso ha comportato, ha pur
rallentato la vita dell’Ente anche se possiamo dire con soddisfazione
di tutti che, malgrado questo « incidente », la vita dell’Amministrazione Provinciale non ha mai cessato di pulsare.
Ci siamo trovati improvvisamente dinanzi ad un problema che, al
paziente studioso del futuro, a colui il quale (e speriamo che vi saranno ancora di questi attenti esploratori della vita della nostra piccola
comunità) vorrà studiare la vita dell’Amministrazione Provinciale di
Capitanata si delineerà certamente nelle proporzioni che solo a distanza potranno essere valutate nella giusta misura.
Si è trattato di far fronte al trasferimento del personale, dei documenti e dei mobili di un Ente che non può permettersi certamente il
lusso di fermare la sua vita.
Abbiamo, perciò, dovuto far fronte al non previsto evento e la ziosa di tutto il personale che non encomiabile spirito di corpo ha fatto
fronte alla circostanza con notevole senso di responsabilità e di abnegazione, rendendo possibile nello spazio di qualche settimana la ripresa della vita degli uffici che ora sono tornati al loro normale ritmo di
lavoro.
Sono stati preziosi consiglieri della Giunta gli amici capigruppo
che ci sono stati vicini collaborando alle soluzioni prese e che non
hanno fatto mancare il loro sostegno morale. La occasione ci è propizia perciò per ringraziarli e per assicurare loro, insieme a tutto il Consiglio Provinciale, che il problema della sede dell’Amministrazione
26
______________________________________________________________________BILANCIO DI PREVISI ONE
Provinciale sarà fra i primi ed i più importanti che imposteremo per
portare, con la collaborazione di tutti, a dignitosa soluzione, se il Consiglio riconfermerà la fiducia alla Giunta con l’approvazione del Bilancio.
Abbiamo, perciò, dovuto far fronte al non previsto evento e la
presentazione del bilancio preventivo, che nelle sue linee essenziali
era già pronto all’inizio di quest’anno, ha dovuto subire uno slittamento che non era certamente nelle nostre intenzioni.
Abbiamo apprezzato la discrezione con la quale i gruppi consiliari delle opposizioni si sono comportati in questa vicenda. Abbiamo,
infatti, notato come non vi sia stato nessun tentativo di speculazione
sul ritardo di presentazione del Bilancio, cosa che dimostra, ove ve ne
fosse stato bisogno, il garbo politico ed umano che contraddistingue il
nostro consesso, contrassegnato da una maturità democratica che è
certamente di esempio, e lo diciamo senza ombre di adulazione o di
presunzione, nella nostra provincia.
Siamo, perciò, oggi, finalmente giunti a questo che è, per una
amministrazione pubblica, il momento più qualificante alla fine di un
anno di attività per presentare il consuntivo di esperienze e di realizzazioni per proiettarsi nell’avvenire dopo l’esame della attività che gli
amministratori faranno con i loro consensi e le loro critiche; per apprendere, emendare, correggere errori e fa tesoro di consigli e di suggerimenti in uno spirito di vera democrazia che tenga effettivo conto
di quanto possa emergere da un dibattito vasto, approfondito, il più
possibile obiettivo, anche se velato inevitabilmente dalla passione di
parte, dal particolare modo di guardare alla realtà a seconda della ideologia politica che guida l’interpretazione di ognuno.
Avremmo voluto più efficacemente e concretamente confrontare
le nostre posizioni prima di giungere alla stesura definitiva del bilancio.
Ci impegnammo a costituire una commissione per il bilancio e
fu per questo che le linee di esso erano pronte con notevole anticipo.
Non è stato possibile realizzare questo che è una delle nostre
fondamentali aspirazioni e cioè la partecipazione attiva del Consiglio,
non solo in sede di discussione in aula, ma al di fuori di essa con il lavoro ristretto di commissioni che, pur nella diversità dei punti di vista,
esprimessero orientamenti di cui la maggioranza potesse tener in debito conto.
Neppure questo è stato possibile per le vicende anzidette. Vi è
stato, però, un incontro al quale, peraltro, per vari impedimenti non
pote-
27
FRANCO GALASSO____________________________________________________________________________
rono essere presenti tutti i capigruppo ed anche se esso non ha sortito
il risultato voluto è stato un tentativo, una manifestazione non solo di
buona volontà da parte nostra ma di una volontà politica che troverà
nel prossimo futuro la sua concretizzazione con una metodologia che
insieme, tutti noi, cercheremo di darci perché le commissioni consiliari abbiano ad assolvere alla loro funzione di collaborazione effettiva
con la Giunta.
Noi, infatti, siamo convinti che nella articolazione della vita di
un consesso democratico non sia sufficiente la presenza alle sedute,
nel corso delle quali peraltro i problemi sono dibattuti a livello politico e vi è già motivo di una efficace presa di coscienza dei problemi
delle comunità amministrate, problemi che vengono dibattuti con sufficiente completezza, sia nei loro risvolti politici che tecnici.
Ma qui, in aula, non si può prescindere dalla accentuazione polemica e dalla vivacità propria del dibattito pubblico.
Il lavoro di commissione è senza dubbio più sereno, meno foriero di passione perché i problemi devono essere studiati nel loro dettaglio portando ognuno il proprio contributo di esperienza e di preparazione senza l’assillo della immediatezza del dibattito ma con la possibilità del riferimento, del contributo critico, del suggerimento tecnico,
della intuizione che da alcuni può utilmente nascere. Non è detto che
si debba essere sempre d’accordo ma è certamente utile all’economia
della vita dell’Ente preparare i provvedimenti insieme pur nella diversità sempre rispettabile delle posizioni di ognuno. Sarà un nuovo metodo di lavoro che ci daremo e che abbiamo in questo periodo sperimentato con utili risultati in diverse circostanze.
Nel momento dell’insediamento di questa Amministrazione avemmo modo di sottolineare come la realtà democratica ed amministrativa del nostro Paese se fosse arricchita di un nuovo fondamentale
strumento, quale lo istituto regionale — a cui dobbiamo guardare come l’interlocutore diretto dell’Ente provincia, a sua volta sulla strada
di un ripensamento e di una riqualificazione del proprio ruolo e della
propria funzione.
L’Amministrazione Provinciale di Capitanata può vantarsi di aver visto con lungimiranza, in momenti in cui la battaglia regionalistica era lontana dalla conclusione, la funzione profondamente rinnovatrice dell’ordinamento regionale. Basterà ricordare i dibattiti e le discussioni di dieci anni fa, quando l’Amministrazione Consiglio indicava nella istituzione delle Regioni, appunto, e nella programmazione
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______________________________________________________________________BILANCIO DI PREVISI ONE
nomica i momenti in cui al Paese sarebbe stata suggerita una tensione
di crescita civile e democratica quale era nelle intenzioni della Costituzione.
Le Regioni sono oggi, per noi, una realtà quotidiana di cui abbiamo imparato a tener conto in tutti i nostri atti amministrativi e politici, siano essi di piccolo o di grande momento.
Ogni qualvolta motivi di opportunità o precise istanze dei nostri
amministrati lo hanno richiesto, l’Amministrazione Provinciale ha investito la Regione dei singoli problemi, ha prospettato ad essa le soluzioni più aderenti alle aspettative della nostra gente. E’ appena il caso
di ricordare, in questo senso, il nostro intervento sul problema degli
orari dei negozi, su quello della casa, su quello dei trasporti e della
ferrovia garganica e su quello relativo a nuovi istituti amministrativi
particolarmente importanti per la nostra Provincia quali le Comunità
Montane.
Tutti questi interventi hanno concorso a chiarire che la presenza
delle Regioni servirà sempre meglio a qualificare il ruolo dell’Ente
Provincia come naturale mediatore tra le istanze di base di un’intera
comunità provinciale e l’organismo regionale.
Questo nostro atteggiamento di fiducia nei confronti delle Regioni non può venir meno per talune incomprensioni manifestate, oggi
in minor misura di ieri, dagli organi di controllo nei confronti delle
Amministrazioni, troppo spesso ricacciate verso la gestione burocratica e la normale amministrazione.
E pensiamo che sia giunto il momento da parte di tutte le componenti della articolata vita democratica degli Enti locali a livello di
Regione, di Provincia e di Comune che si ponga in termini di pratica
attuazione l’istituto delle deleghe. Esse rappresentano la manifestazione più concreta del decentramento amministrativo che consentirà una
vera partecipazione alla vita del Paese, alla nostra vita con delle possibilità decisionali affidate agli Enti che sono, per la loro diretta rappresentatività di base, i più efficaci interpreti delle comunità che rappresentano.
E’ un discorso che ha già avuto un timido inizio con discussioni
ed incontri per scambi di vedute, per presa di coscienza da parte dell’organismo regionale di alcuni problemi della periferia. Ma si è trattato solo di episodi che, se manifestano una iniziale buona volontà da
parte della Regione, non hanno avuto ancora una concretizzazione incoraggiante.
Convegni di studio, incontri sul piano informativo non bastano,
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FRANCO GALASSO____________________________________________________________________________
certo, a dare il via alla effettiva articolazione della realtà regionale. Ne
sono positivi i sondaggi della regione in direzione della istituzione dei
comprensori che porterebbero ad una artificiosa frammentazione degli
indirizzi di programmazione che devono successivamente trovare i naturali interlocutori negli Enti locali istituzionali democraticamente eletti cui si sono aggiunti le Comunità Montane che auspichiamo si avviino presto sulla strada di una effettiva presenza nella nostra realtà.
Ed è nel senso di una sollecitazione di una ordinata e razionale
attuazione delle deleghe che la Unione Province Pugliesi si sta muovendo; il direttivo dell’Unione ha, infatti, apprestato un documento
che sarà posto all’attenzione dell’assemblea in una riunione che si
svolgerà a brevissima scadenza.
Credo che sia giusto e legittimo da parte nostra prendere una posizione definitiva sull’argomento con la forza che proviene dalla rappresentatività che le cinque province pugliesi rivendicano.
Per giungere rapidamente ad una esame di quanto è stato fatto e
di quanto ci proponiamo di realizzare non possiamo fare a meno di
rallegrarci di una grande conquista di tutta la gente di Capitanata; intendiamo riferirci all’insediamento dell’Aeritalia. I nostri parlamentari
nazionali e regionali, gli amministratori comunali della Provincia,
l’Amministrazione Provinciale di Capitanata hanno saputo legittimamente interpretare e difendere gli interessi e le aspirazioni di tutta la
comu nità di Capitanata.
Sappiamo trattarsi di un grande evento, che sarà nella realtà tale
nella misura in cui lo considereremo momento di un più vasto progresso economico, il quale dovrà portarsi dietro non i guasti dell’imprevidenza ma i benefici del progresso civile e culturale.
Viene spontaneo, a questo punto, andare alla fonte stessa della
nostra civiltà, alla causa secolare di tante gioie e di tante amarezze:
la terra, l’agricoltura.
Non ignoriamo che questo, per lungo tempo, continuerà ad essere il perno della nostra vita economica e che il problema principe di
questo settore continua ad essere l’irrigazione. In questo quadro vanno
inseriti i contatti avuti per questo problema con il Consorzio Generale
di Bonifica il quale è in attesa che si sblocchi la situazione determinata
dal passaggio di competenze dallo Stato alle Regioni, in riferimento al
piano dei laghetti collinari per il Subappennino.
Per parte sua la Provincia ha dato incarico ad apposita commis 30
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sione di esperire una indagine geologica della zona dell’agro di Faeto
destinata a ricevere il primo invaso.
Sono da ricordare ancora, per quanto riguarda l’agricoltura, i passi compiuti verso la costituzione di uno statuto del Consorzio per il
mercato ortofrutticolo alla produzione. E’ all’ordine del giorno del
Consiglio l’approvazione dello Statuto.
Altri interventi sono previsti in bilancio per la viabilità rurale, le
strade interpoderali e per la elettrificazione rurale.
L’Amministrazione Provinciale ha continuato e continuerà a dare
il proprio contributo affinché la Fiera di Foggia costituisca sempre
quell’importante appuntamento per l’agricoltura meridionale che tutti
conoscono e riconoscono.
I 300 milioni stanziati per la costruzione, nell’area della Fiera, di
un Palazzo dei congressi sono nel senso del riconoscimento di questa
realtà.
Mi consentirete questo procedere sostanzialmente non articolato;
mio compito non è quello di sottrarre tempo e spazio ai colleghi di
Giunta. Voglio limitarmi, perciò, ad indicare solo alcuni momenti più
qualificanti della nostra azione.
Nel settore turistico voglio ricordare che è all’ordine del giorno
del Consiglio la nomina dei nostri rappresentanti in seno al Consorzio
per la valorizzazione dei laghi di Lesina e Varano; che è prevista in bilancio una somma di 50 milioni per la costruzione di parchi naturali
nella Foresta Umbra.
Per quanto riguarda la zona del Gargano vale la pena dire che è
stato appaltato il 2° lotto e che si è ottenuto il finanziamento del 30
lotto della Superstrada Vieste-Lesina, la cui importanza è superfluo
sottolineare.
Per continuare nel settore delle opere di grossa portata possiamo
citare la Candela-Foggia, di cui sono stati appaltati i primi due lotti,
sbloccando una situazione controversa che ha tenuto ferme le cose più
del previsto.
Una situazione diversa siamo costretti a verificare per quanto riguarda la Pedesubappenninica. E questo a causa degli ostacoli che incontra a vari livelli il nostro convincimento che si tratta di un’opera
che darebbe una grossa mano all’inversione di quella tendenza, ampiamente diffusa e più o meno fatalisticamente accennata in sedi responsabili, che vorrebbe ormai il Subappennino destinato ad essere « evacuato» perché sarebbe, dal punto di vista economico, senza sbocchi.
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FRANCO GALASSO____________________________________________________________________________
Noi siamo del parere che le condizioni economiche si creano lai
dove non esistono. Sarebbe ben triste dover ammettere, dopo la rivoluzione industriale e quella tecnologica, che bisogna abbandonare
zone interne di un paese perché ... si trovano a 600 metri sul livello del
mare o per qualche altra ragione di simile portata!
La Pedesubappenninica continuerà, perciò, ad essere un nostro c
stante impegno di cui investiremo la Cassa per il Mezzogiorno, la Regione ed il Ministero dei LL.PP.
Nel settore delle strade va segnalata la provincializzazione di 55
chilometri di strade ex consorziali.
E’ un provvedimento che comporterà per il nostro Ente un forte
onere finanziario. Ma sappiamo anche dei benefici che ne verranno all
collettività; ed è per questo che lo abbiamo, a suo tempo, sollecitato.
Come oggi sollecitiamo la statizzazione di alcune arterie divenute d
grande traffico e, per ciò stesso, eccessivamente onerose.
Uno coronato da successo è quello relativo agli innesti per Vo lturino e Motta Montecorvino sulla Superstrada variante 17.
Un attento studio dei problemi della manutenzione e dei dissesti
interessanti la nostra rete stradale ci ha permesso di redigere un piano
e ci ha indotti a prevedere in bilancio, per questa voce, una spesi cospicua.
Un altro importante impegno, relativo ad un problema ormai annoso per l’Amministrazione, assumemmo a suo tempo: quello relativo
alla revisione dei prezzi. A distanza di un anno possiamo dire di ave
risolto completamente il problema e che non vi sono più situazioni incerte o sospese.
Due importanti interventi sono quelli per la costruzione di due
alberghi alla Foresta Umbra ed al Bosco di San Cristoforo. In entrambi i casi siamo sulla via della conclusione degli iter previsti.
Passando ad altro settore, registriamo la istituzione di una sezione staccata della Scuola di Servizi Sociali di Bari; e ciò in attesa di
giungere alla completa autonomia. Alla completa autonomia si dovrà
giungere anche per la sezione staccata dell’ISEF i cui corsi continuano
intanto soddisfacentemente.
Particolare attenzione meritano gli interventi nei settori dell’assistenza e della salute pubblica: dal potenziamento del Centro di Igiene
Mentale, sia per quanto riguarda il personale sia per le strutture, all’
allargamento della pianta organica del Laboratorio di Igiene e Profilassi. Interventi, questi, miranti a creare le condizioni per un migliore
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e tempestivo intervento sul piano profilattico e su quello terapeutico
ed anche su quello generale del decentramento, presupposto insopprimibile della prevenzione.
Rileviamo ancora, in questi settori, come si siano mossi passi in
direzione di una stretta collaborazione tra Centro di Igiene Mentale e
la Scuola per i Subnormali; come si sia giunti ad una sostanziale rivalutazione dell’assistenza in favore dei dimessi dagli Ospedali Psichiatrici ed alla approvazione di un regolamento moderno per l’IPPI.
Per questo Istituto è nostro preciso impegno dare un decisivo impulso
all’iter, ormai verso la conclusione, relativo alla nuova sede.
In questa occasione rinnoviamo l’impegno a fare tutti i passi necessari per giungere alla costruzione di un Ospedale Psichiatrico Provinciale, che ci consentirebbe di gestire autonomamente, sia sul piano
scientifico che su quello amministrativo, il problema della salute mentale dei nostri assistiti.
L’impegno di giungere alla copertura di tutti i posti previsti è stato pienamente mantenuto con l’espletamento di pressocché tutti i concorsi programmati.
Nel corso di quest’anno sono stati immessi in servizio n. 10 impiegati della carriera di concetto, 9 di quella esecutiva, 20 di quella
ausiliaria e 183 cantonieri, per un totale di 222.
E’ intanto definito il censimento dei posti ancora vacanti e delle
particolari esigenze dei vari settori dell’Ente, onde poter giungere, al
più presto, alla tanto auspicata ristrutturazione degli uffici.
Per questo impegno, come per ogni iniziativa che riguardi il personale, contiamo sulla fattiva collaborazione dei Sindacati.
E’ nostra intenzione porre concretamente ed al più presto sul
tappeto i] problema del nuovo Regolamento. A tal fine è già in corso
lo studio del problema insieme agli organismi sindacali.
Qualcosa ancora mi preme dire di un settore per il passato quasi
inesplorato ed in cui questa Amministrazione ha mostrato di sapersi
muovere con idee chiare o, quanto meno, con la precisa volontà di
chiarirle; parlo dei problemi ecologici e devo citare il convegno sulle
acque sotterranee, la disinfestazione delle coste e delle zone interne,
l’azione diretta al controllo di tutti gli stabilimenti industriali ai quali è
stato imposto l’uso di apparecchiature di depurazione.
Gli interventi qualificanti nel settore del tempo libero e dello
sport si sostanziano nella cifra di i miliardo prevista in bilancio per la
costruzione di una piscina coperta e di altri 8 impianti sportivi (per
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FRANCO GALASSO____________________________________________________________________________
atletica leggera, pallacanestro, pallavolo) e nel sostegno veramente rilevante offerto alle molteplici società sportive dilettantistiche operanti
in Provincia. E’ questa una strada che non abbandoneremo, convinti
come siamo che il tempo libero e lo sport nel tempo libero vanno considerati non attività accessorie, ma attività che il nostro impegno dovrebbe concorrere a far diventare centrali nella vita di ciascun componente la collettività.
Un’attività che va potenziata e per la quale non sono mancati e
non mancheranno nostri interventi è quella artigianale, tanto bisognosa di sostegno, quanto ricca di potenzialità e tutta ancora da valorizzare.
Nell’avviarmi alla conclusione un breve cenno agli interventi nel
campo della Scuola e della Cultura.
Sono in corso di esecuzione i lavori relativi a 9 edifici scolastici.
Per il decimo, l’I.T.I.S. di Foggia, dopo le note sfortunate vicissitudini, è stato portato a termine l’appalto-concorso e si passerà, al più presto, alla fase realizzativa.
Sono pressoché conclusi i lavori di ampliamento del Conservatorio « U. Giordano », mentre è stata consegnata la nuova Biblioteca
Provinciale per la quale sono in corso le ultime sistemazioni, gli arrivi
di arredi e scaffalature, ed è già iniziato il trasferimento dei fondi librari.
L’impegno dell’Amministrazione a favore di questo istituto è a
tutti noto, come deve essere chiara la volontà di continuare su questa
strada perché, nel futuro più immediato, alla splendida forma architettonica corrisponda la sostanza dei fondi librari, di servizi efficienti e di
proposte culturali serie, impegnative di largo respiro.
Per raggiungere questi risultati sappiamo di dover affrontare oneri finanziari importanti, ma sappiamo anche che questa nuova struttura è nata per essere e deve essere il punto di riferimento di tutta la
collettività provinciale, di un sistema di istituto e servizi bibliotecari e
culturali che ormai abbraccia tutta la Provincia.
Sistema che dovrà comprendere anche il capoluogo, prendendo
come punto di partenza per il decentramento la prevista Biblioteca del
CEP ed i vari Centri di Servizi Culturali operanti attualmente ed in
grado di proporsi come strutture polivalenti e concretamente inserite
nella pratica sociale e culturale dei singoli quartieri.
Nel settore culturale abbiamo sempre tenuto fede all’impegno di
essere presenti laddove necessario (vedi costituzione della Sezione
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Dauna della Società di Storia Patria per la Puglia) e di stimolare l’attività di organismi e gruppi culturali che si porranno anche per il futuro come gli interlocutori naturali per ogni nostro discorso, per ogni
piano organico di intervento che pure dovremo al più presto predisporre.
Abbiamo, altresì, nel settore della cultura, continuato la nostra azione a favore della istituzione nella Provincia di Foggia del terzo centro universitario della Regione pugliese.
Il cammino è ancora lungo e faticoso per giungere a questo traguardo che è indispensabile per un equilibrato sviluppo della Capitanata.
Comunque, almeno sul piano degli impegni ai vari livelli ci pare
che siano stati ottenuti dei risultati che non esitiamo a definire soddisfacenti. Il problema che prima era avanzato ed accettato timidamente,
è oggi alla attenzione del Governo nazionale e regionale.
La classe politica è ormai coralmente impegnata in una rivendicazione che trova la sua legittimazione nell’incremento culturale e
scolastico delle nostre zone. E’ necessario però tenacemente perseguire questo dibattito innestando il problema in quello più vasto della riforma universitaria che auspichiamo si realizzi in condizioni parlamentari stabili e sicure.
Abbiamo avuto ripetuti e continui anche se discreti contatti con
le autorità accademiche del vicino Ateneo barese, unitamente all’Assessore Regionale Ciuffreda ed al Sindaco di Foggia per poter giungere alla istituzione nella nostra Provincia di corsi decentrati che rappresenterebbero l’inizio di un più concreto discorso sulle università.
I risultati ottenuti non sono certo quelli che ci attendevamo ma
credo che la decisione del Senato Accademico di sdoppiare la facoltà
di Economia e Commercio sia un concreto passo avanti che naturalmente deve avere un seguito con la istituzione di altri corsi decentrati,
sulla cui scelta dobbiamo, pur con il rispetto delle autonome decisioni
del Senato Accademico, poter dire la nostra parola, anche in relazione
alle nuove domande delle nostre popolazioni derivanti da una realtà
politica e culturale in continua evoluzione.
Questo il nostro lavoro, questi i nostri programmi che affidiamo
alla vostra attenta considerazione.
L’uno e l’altro compiuti ed elaborati dalla Giunta di centro sinistra che ho l’onore di presiedere ed i cui connotati politici risultarono
chiari dalle enunciazioni programmatiche del nostro insediamento.
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FRANCO GALASSO____________________________________________________________________________
Abbiamo dimostrato quanto meno una notevole sensibilità per la
complessa problematica della nostra Provincia. Abbiamo cercato un
inserimento nella nostra realtà regionale che, come risulta a tutti noi,
si va, sia pure faticosamente, realizzando. E non credo che ci siano
sfuggiti i problemi che di volta in volta hanno tormentato alcune categorie delle nostre popolazioni. La soluzione di essi non si è sempre
prospettata possibile, né facile. Ma possiamo dire che l’Amministrazione Provinciale è stata sempre in prima linea sulla difesa degli interessi del mondo del lavoro.
Non sempre è facile questo ruolo in una società che sembra cinicamente indifferente a certe sofferenze a certi soprusi. Ma credo che
siamo stati di esempio e di sprone, perché alcune ingiustizie, alcune
palesi prevaricazioni non si abbiano a verificare.
Abbiamo voluto, in una visione più vasta della condizione della
nostra provincia, tenere d’occhio i grandi problemi della sua vita. Determinante è stato anche il nostro apporto per l’insediamento della Aeritalia.
Il programma stradale da noi elaborato potrà, se non risolvere,
quanto meno avviare a soluzione la annosa crisi della viabilità della
nostra provincia. Abbiamo cercato di dare dimensioni nuove al problema della assistenza che ci auguriamo possa essere definitivamente
risolto con opportune impostazioni legislative a livello di Governo
centrale e regionale.
Ci siamo ripromessi degli interventi a favore del mondo agricolo
che speriamo non siano vanificati da interventi dei vari organi di controllo.
Non ci è sfuggita l’importanza di una rivalutazione del personale
con una adeguata azione sia nel senso economico che strutturale.
Il mondo della scuola e della cultura, per quel che attiene ai nostri compiti, è stato tenuto in particolare considerazione per ciò che esso significa nella formazione delle giovani generazioni a vantaggio di
una effettiva crescita della nostra comunità.
Siamo stati particolarmente attenti al settore dell’Igiene e Sanità
con una azione di effettiva presenza della Provincia in questo settore
della nostra attività aggiungendo una fattiva azione nel campo così
importante della ecologia.
Nello sport le due direttrici di fondo cui si sta ispirando la Giunta
sono rappresentate dall’incoraggiamento finanziario alle società dilet-
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tantistiche e dalla realizzazione di impianti per attività sportive di
massa, sempre a scopo dilettantistico.
Abbiamo inoltre portato innanzi il lavoro di ordinaria amministrazione che nella vita di un Ente locale assorbe energie notevoli. Si
tratta di un lavoro improbo quanto silenzioso non apparentemente
qualificante ma indispensabile.
La vita della Giunta si è svolta in maniera puntuale ed ordinata
con la collaborazione del Consiglio Provinciale che è stato convocato
il più frequente possibile.
Tutta la nostra attività ha avuto naturalmente una ispirazione politica derivante dalle impostazioni iniziali sulla base della coalizione
di centro-sinistra che, dobbiamo dirlo, ha dato prova di maturità politica ed amministrativa. E’ evidente la importanza di una formula che
si dia dei contenuti concreti e cerchi di realizzare quanto si è ripromesso.
Certo che forse si sarebbe potuto fare di più ma i limiti soprattutto finanziari non hanno consentito uno svolgersi fluente della nostra
vita amministrativa.
Credo però che la volontà politica, il rigore amministrativo, la
proiezione nel futuro con programmi che siano consoni alle nostre necessità consentiranno a questa Giunta di proseguire nel suo cammino
se il Consiglio continuerà ad accordarle fiducia.
Essa resta comunque ancorata ai suoi principi di coalizione democratica che trova nei partiti che la esprimono la autonomia necessaria alla realizzazione dei suoi programmi. Non potrà non tener conto, come del resto ha fatto finora, degli apporti delle opposizioni
quando essi siano ispirati a comuni ideali di fondo che riguardano il
progresso della nostra comunità. Essa è costituita da partiti la cui essenza popolare e la cui ispirazione ai valori della Resistenza che non
sono mai dimenticati costituiscono la garanzia più genuina di una azione aderente alla nostra realtà.
E’ sempre presente alla nostra azione di ogni giorno la difesa dei
diritti dei lavoratori, la salvaguardia della libertà, la affermazione di
una democrazia che anche a livello di ente locale deve guardarsi da
ogni tentazione demagogica ed autoritaria. E’ infatti nell’esercizio della democrazia di base che noi dobbiamo verificare la volontà e la aderenza ai principi ispiratori della nostra vita democratica respingendo
anche e direi soprattutto a livello amministrativo ogni tentativo di sopraffazione e di violenza degli atti che si compiono, nel modo di
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FRANCO GALASSO____________________________________________________________________________
guardare ai problemi, nel modo di esercitare il potere che ci viene affidato dagli elettori.
Con questi intendimenti licenziamo il bilancio preventivo 1973
nella certezza che esso sarà esaminato e discusso con la solita obiettività e serenità di cui il Consiglio Provinciale ha dato sempre prova.
Ascolteremo critiche che sappiamo già ispirate non da spirito fazioso ma da volontà costruttive e faremo tesoro dei suggerimenti e dei
consigli perché l’Amministrazione Provinciale possa essere veramente
degna delle popolazioni che l’hanno espressa.
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Relazione dell’Assessore alle Finanze ins. NAPOLEONE CERA
Signori Consiglieri,
la legge vuole che, per ogni nuovo anno finanziario, qualsiasi amministrazione, grande e piccola che sia, deve prepararsi un bilancio
che, mentre da un lato deve servire a lumeggiare, nelle sue linee principali, un piano di lavoro e di interventi da realizzarsi lungo l’arco
dell’intero anno, dall’altra parte deve mostrare l’effettiva volontà politica degli amministratori di volere operare per le maggiori fortune
dell’Ente a cui sono preposti.
E’ ovvio che esso è enunciato nelle spese, tenute presenti le effettive entrate. Certamente sarebbe facile per ogni amministratore che
vuole operare se, alla sua forza volitiva, corrispondessero reali possibilità e concrete dis ponibilità di mezzi. Il guaio è che un bilancio resta
circoscritto da una reale circonferenza, al di là della quale non ci sono
che gonfiature inutili.
Non c’è bisogno proprio di essere un esperto di materia finanziaria
per comprendere che le cifre, se non corrispondono, nella pratica, ad
una possibile ed effettiva concretizzazione, restano solo cifre chiare
nell’enunciato, ma vuote di ogni significato. E nessun amministratore,
se galantuomo, vorrebbe passare per ricco quando, in effetti, è povero,
costretto, giorno per giorno, a lottare per sbarcare il lunario, fronteggiare le spese, assolvere ai propri impegni e per cercare di fare fronte
ad una valanga di richieste di cui, la maggior parte, legittime. In più è
sottoposto ad una sempre nuova problematica che, quando si crede di
averla risolta, ricompare per altra via e si sta punto e accapo. Si dirà
che è l’aumentato costo della vita ed è vero. Si dirà che le esigenze di
oggi non sono più quelle di ieri per ciò che attiene ai vari servizi ed ai
vari compiti d’istituto dell’Amministrazione ed è vero anche questo.
Tutto è vero. Ma dovete convenire che è anche vero che questo stato
di squilibrio costante tra la previsione, la disponibilità
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NAPOLEONE CERA____________________________________________________________________________
di cassa e la realtà delle cose, fa saltare qualunque calcolo fatto anzitempo, basato sulla esperienza dell’esercizio precedente.
In effetti, credeteci, signori Consiglieri, preparare il bilancio, ogni
anno, diventa una cosa sempre più difficile.
Per quanto si possa essere esperto dei problemi amministrativi, durante lo svolgimento di un esercizio, s’incappa in tanti guai, non certo
dovuti a pigrizia o disattenzione, per cui tante previsioni restano, il più
delle volte, a fine esercizio, non altro se non desideri cullati ma frustrati.
Quali le cause? Chiederete voi. Eccovene alcune. Ora è la scarsa
disponibilità dei cespiti, ora sono le mancate, per quanto previste entrate; ora è una certa politica bancaria che cozza con la volontà e le esigenze dell’amministrazione; più spesso, è lo Stato burocrate che non
dà quello che deve dare ma di cui l’amministratore tanto fidava. E, dicendo questo, non è che faccia del pessimismo, della critica a buon
mercato o, che cerchi, per l’Amministrazione, giustifica a qualunque
costo.
Fare la politica dello struzzo, secondo me, non è fare politica onesta nell’interesse dell’Ente che rappresentiamo. Quando diciamo che
si sta male a pecunia, che gli Enti crepano sotto il fardello degli interessi passivi bancari, quando diciamo che vogliamo mutui con tasso
privilegiato dallo Stato per alleggerire le nostre finanze tanto dis astrate, quando affermiamo la necessità di volere una certa nostra propria
autonomia e che invochiamo dal Governo centrale o regionale una
maggiore disponibilità di mezzi finanziari, quando ci lamentiamo del
modo di vedere e di fare del controllo regionale, del Ministero dell’interno, della Corte dei Conti e di tante altre cose che per noi non
vanno, non facciamo altro che il nostro dovere dimostrando le cose
come effettivamente stanno e denunziando uno stato di difetto veramente insostenibile e assurdo. E, non c’è proprio bisogno che andiamo
a Viareggio o altrove per sentirsi ripetere da un Darida, Sindaco di
Roma, che nel solo esercizio 1971, tra i pagamenti effettuati dai Comuni e dalle Province, sono compresi 552 miliardi (462 per i soli Comuni) di interessi a sistema creditizio (in tutte le sue forme) e che i
rapporti con lo stesso hanno registrato, nello stesso anno, un indebitamento netto di altri 808 miliardi (766 per i soli Comuni). E non sappiamo ancora quello che è successo nel 1972, l’anno in cui maggiormente si sono registrate le istanze, l’aumento del costo della vita e
quindi dei servizi vari d’istituto e, conseguentemente, una sensibile
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svalutazione del potere d’acquisto della nostra lira! Per inciso dirò
che, per quanto attiene alla nostra Provincia, per i soli anticipi di cassa, gli interessi, di cui ci siamo oberati, fino al 31 dicembre scorso
ammontano a Lire 891.414.654. E tutto questo malgrado che il tasso
d’incidenza dall’undici per cento e oltre, trovato all’inizio del 1972, lo
abbiamo fatto calare, attraverso varie tappe, all’otto e cinquanta con la
speranza di poterlo ridurre ancora. Che sarà per il 1973? Sembrerà un
paradosso quello che sto per dire (d’altronde è l’opinione di molti):
andando di questo passo non passerà molto tempo che parecchi Enti,
tra i quali il nostro, con le loro entrate, non riusciranno neppure a soddisfare gli interessi e, peggio ancora, dovranno oberarsi di altri debiti
per pagare i soli interessi sugli interessi. Ecco perché, davanti a questa
paurosa prospettiva, Darida dichiarava che la vita degli Enti è entrata
in uno stato di collasso. E non esagerava perché tale era, in
quell’autorevole sede, il giudizio di uomini come un Bassetti, di un
Lagorio, di uno Zangheri e di tutti gli altri amministratori d’Italia,
grandi e piccoli, conosciuti e sconosciuti.
Ma che tipo, dunque, di bilancio possiamo fare per il 1973 per risolvere le nostre impellenti necessità con le entrate che, grosso modo,
sono e saranno (spero di sbagliarmi) quelle di sempre, con uno Stato
eternamente moroso nei nostri riguardi, con una Regione forse che
continuerà a decretare e legiferare senza soldi, quando quello stesso
Stato, con un semplice pezzo di carta, che esso chiama pomposamente
decreto, ci appioppa, di colpo, malgrado le nostre legittime proteste, la
manutenzione di 533 chilometri di strade, alcune delle quali hanno solo il nome, ma che, a configurazione giuridica stradale, stanno quasi a
zero? Ma, come farete, voi, Consiglieri, a criticare gli amministratori
se, per tutto quel tonnellaggio di strade (e non pacchetto come eufemisticamente s’è detto) ci vedremo assegnare nel ‘74 la modestissima
somma di 160 milioni circa. E il problema delle nostre scuole? Ma,
come è possibile creare nuove scuole tecniche nella Provincia quando
lo Stato, a momenti, ci nega il necessario per far vivere quelle che esistono già? E l’assistenza? E vi pare giusto che noi della Provincia per
gli alienati a causa di guerra, che sono a totale carico dello Stato, dobbiamo scappellarci e fare l’anticamera al Banco per chiedere l’anticipo
per pagare le rette di degenza e, si capisce, con i dovuti e salati interessi, quando noi, fino ad oggi siamo creditori dello Stato, per tutte
queste rette anticipate (addirittura per alcune partite fin dal 1944), di
somme che toccano i 500 milioni di lire? E non sono servite tutte le
nostre
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NAPOLEONE CERA____________________________________________________________________________
preghiere e proteste fatte e rifatte a Roma personalmente presso il Ministero della Sanità e la Sede Centrale dell’O.N.I.G. per recuperare,
anche parzialmente, dette somme. Quello che abbiamo potuto ottenere, sono state, in tutto, 37 milioni, ma che, per riscuoterli su Foggia,
abbiamo
atteso
oltre
tre
mesi.
Probabilmente
quando
l’Amministrazione andrà a realizzare questo suo credito, esso sarà
raddoppiato; ma, quello che è peggio, sarà che, gli interessi fino allora
sopportati, lo avranno già, in gran parte, divorato e gli amministratori
saranno stati beffati e, caso mai, accusati di dilapidare il denaro pubblico come osò insinuare un certo Ministro a Viareggio.
A questo punto, chiedo a Voi, gentili Consiglieri, scusa di questo
mio parlare che io ho inteso fare come premessa. Ma era necessario
fare queste considerazioni affinché voi possiate tenerle presenti quando, a conclusione di questa sincera relazione e del conseguente dibattito che ne seguirà, andrete ad emetter il Vostro responsabile giudizio.
Consentiteci, però, porre alla Vostra considerazione che l’esercizio
del nostro primo anno di amministrazione, se proprio non ha visto realizzato tutto quello che vi fu enunciato, è pur vero che, malgrado quelle difficoltà di cui vi ho parlato, molto è stato fatto. E’ stato, infatti,
operato nel settore dei lavori pubblici, dell’assistenza, della sanità,
della pubblica istruzione, del personale e in tante altre iniziative. I colleghi Assessori, a Vostra richiesta, Vi potranno ragguagliare dettagliatamente su tutto, ognuno per il settore che gli compete.
Ci direte che potevamo fare di più e meglio; ma, credeteci, che è
stato operato per quanto di più è stato possibile.
Non dimenticate poi che lo scorso anno è stato l’anno del trapasso
dei poteri dallo Stato alla Regione per la quale restano ferme, a tutt’oggi, tutte le nostre riserve già tante volte denunziate e che, poiché
l’abbiamo voluta proprio noi, vorremmo poter sciogliere al più presto
possibile. Vorremmo solo sottolineare, da questo posto di responsabilità, a tutti i nuovi Parlamentari Regionali e a tutto il suo apparato
che non bisogna commettere l’errore di considerare la Regione come
nuovo ente amministrativo accentratore in piccolo di quello che era lo
Stato prima della riforma regionale. Saremmo, se così fosse, caduti
dalla padella nella bragia. E questo, badate, non lo dico io: lo ha affermato esplicitamente a Viareggio nel suo intervento l’On. Fiorentino
Sullo, Ministro delle Regioni.
Una cosa è certa e ve la possiamo dire con tutta tranquillità: non ci
siamo dati ad una allegra amministrazione. Non avevamo, oltretutto,
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______________________________________________________________________BILANCIO DI PREVISI ONE
né il tempo, né i mezzi e, soprattutto, debbo affermare che ciò non collimava con la nostra serietà e onestà. Fedeli a quando Vi annunziammo nella relazione dello scorso anno, abbiamo improntato tutto il
nostro agire di amministratori ad un maggiore senso di responsabilità.
E, così è che abbiamo dedicato il nostro tempo al recupero delle spese,
dei nostri crediti. E ciò abbiamo fatto a qualsiasi livello, incontrando,
ed era naturale, non poca resistenza. Abbiamo richiesto i nostri crediti
ai privati, ai Comuni, alle Province, allo Stato. I risultati sono ancora
lontani dall’optimum ma possiamo dirvi che essi sono stati discretamente positivi. Insisteremo nel 1973 e, ove mai sarà necessario, calcheremo la mano per farci rispettare un po’ di più, anche quando, per
esempio, dovessimo arrivare dove sono già arrivate alcune Province
come Genova e Perugia, che hanno intentato causa allo Stato per mo rosità. Questa nostra azione, di prossimo futuro, è maturata a Roma in
una delle nostre ultime trasferte nella Sede Centrale dell’O.N.I.G. E
già abbiamo disposto attraverso la Ragioneria e l’Ufficio Assistenza la
ricerca di tutti gli elementi tecnici necessari per agire in questo senso.
Dobbiamo temere che lo Stato, stando alla sua lunga morosità, con un
colpo di spugna non ci prescriva ogni nostro credito. E questo sarebbe
il colmo! Non c’è dubbio che nel recuperare questi nostri crediti noi
potevamo fare di più; ma la carenza di nostro personale (almeno questo abbiamo direttamente riscontrato) ci ha impedito di ottenere risultati maggiori. Abbiamo lesinato ogni spesa fino a diventare pignoli.
Abbiamo chiamato e richiamato ad un maggior senso di parsimo nia e
di economia i responsabili di tutti i nostri servizi centrali e periferici.
Inoltre, per quanto ci è stato possibile, abbiamo contenuto il malvezzo
di anticipare, con le spese correnti, (su cui gravano già gli interessi a
causa degli anticipi di cassa) il pagamento di spese per lavori che sono
stati eseguiti con mutuo a carico dello Stato. E’ questa, in verità, una
cattiva piaga; ma Vi promettiamo che, da quest’anno, non aggravare
ulteriormente il nostro deficit. In più pensiamo di essere più coerenti
con quanto è stato disposto dalla Suprema Corte dei Conti a Sezioni
Riunite in Sede Giurisdizionale in data 28 febbraio ed 8 aprile scorsi
nella quale sono state esaminate le questioni relative alla natura ed al
regime giuridico della responsabilità degli Amministratori degli Enti
Locali per fatti di gestione.
Nello scorso bilancio parlammo di una maggiore serietà a proposito
della politica dei contributi ricorrenti. Abbiamo preteso che gli enti interessati ci facessero sapere delle iniziative e delle attività svolte du-
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NAPOLEONE CERA____________________________________________________________________________
rante l’anno. Infatti, mentre troverete allegate agli atti dell’Amministrazione certe relazioni di cui qualcuna veramente encomiabile come
quella dell’Ente Fiera di Foggia, è opportuno che sappiate che, a tutt’
oggi, non risultano emessi mandati per certi Enti che hanno fatto orecchio di mercante alle nostre giuste pretese ed ai vari nostri richiami
orali e scritti.
Ometto, per brevità e per non tediarvi, di parlare su altre innovazioni e correzioni apportate, ma che era necessario fare, non per passare per « Catoni » a qualunque costo (come qualcuno ha affermato),
ma solo per la nostra serietà e dell’Amministrazione che rappresentiamo. E non diteci che fare questo è stato poco e che non ha comportato alcun sacrificio da parte nostra. Avere il coraggio di dire no a certe cose, a certe situazioni che, a lungo andare, da abuso sono diventate
uso, una specie di normativa costante comporta, sul piano personale,
sacrifici più di quanto si possa credere.
Attraverso questa fuggevole carrellata di attività svolte nel ‘72 è
emersa, però, una sola verità di cui tutti sono convinti. La nostra Provincia, coi compiti d’istituto che le sono stati triplicati e con tutti i servizi che si sono smisuratamente ampliati, è rimasta quella di trentaquarant’anni fa. Basterà ricordare che da sei, settecento chilometri di
strade del 1930-40 si è passato a 2390 del 1973. Eppure la strumentazione, il personale sono rimasti, suppergiù, quelli di allora. Il reparto
Ragioneria è sommerso da un costante superlavoro. Il personale è
quello di una volta, mentre a meccanizzazione per il controllo del denaro, in entrata e in uscita, si è fatto troppo poco. Al comune di Foggia, presso lo stesso Consorzio di Bonifica di Capitanata e presso altri
Enti minori ci si è attrezzati meglio di come si sta da noi. La stessa cosa può essere detta per ciò che concerne il servizio Assistenza e delle
nostre scuole sparse per la Provincia che mancano di servizi e di personale. Le difficoltà emerse all’inizio di quest’anno scolastico, hanno
preoccupato un po’ tutti e ci hanno messo di fronte alla realtà di un
servizio sociale che va avanti non si sa come. I problemi di ieri non
sono più quelli di oggi o, quanto meno, si richiedono altre urgenti soluzioni, se non si vuole lasciare morire il servizio con pericolo di essere superati e travolti. Ed è per questa ragione che di quei problemi ci
dobbiamo interessare. Oltre a ciò, non possiamo disinteressarci della
pubblica salute, dell’ecologia: questi fatti che, ieri sotto-valutavamo,
oggi si pongono davanti a noi come tanti terribili impera- tivi categorici. Si tratta, in una parola, di affrontare la ristrutturazione
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dell’intero apparato della nostra organizzazione provinciale. E se c’è il
problema della sorveglianza per la cura del nostro patrimonio stradale
vecchio e nuovo, non si può, nel 1973, in piena era della meccanizzazione, lasciare il servizio dei cantonieri legato alla zappa e al rastrello.
C’è tutto da ammodernare, da rifare, da ampliare per rendere efficiente
l’Amministrazione che fa acqua da tutte le parti e che, come una vecchia carcassa, minaccia di affondare. Non parlo poi dei servizi sociali
agganciati alla Provincia. Non è possibile lasciare che il Consorzio
Antitracomatoso sia quello di anni fa. E c’è piaciuto moltissimo il fatto che, da quest’anno, entreranno in funzione gli undici centri ortottici.
Ed è questa una grossa cosa; ma vorremmo che, col tempo, queste poche decentrate unità di medicina speciale, si estendessero ad ogni Comune della nostra Provincia. Non è pensabile, nel 1973, che il Consorzio Provinciale per la Profilassi e la Polizia Veterinaria non disponga,
almeno nel capoluogo, di un efficiente canile con l’annesso impianto
di incenerimento e che quello Antimalarico ci lasci mangiare dalle
zanzare sui nostri litorali, mentre entusiasti turisti, venuti da noi, per la
prima volta, se ne scappino per sempre, distruggendo una industria turistica in erba e che potrebbe essere, per noi della Capitanata, fonte di
una valida economia. Non è altrettanto bello ma soprattutto morale
spendere lacrime sulla nostra fauna ittica e terrestre, una volta ricchissima e motivo di richiamo, lasciando che quel Comitato, per colpa dei
famosi contributi (statali o regionali che siano ma che tardano a venire
e, se vengono, servono, sì e no, per pagare le pochissime persone addette al servizio) non debba assolvere efficacemente ai compiti che gli
sono affidati per statuto. Non possiamo, noi della Provincia, aspettando inutilmente che altri si muovano, fare carachiri di noi stessi. E
c’è la nuova Biblioteca che sta per entrare in funzione. Ad essa non
dobbiamo far mancare nulla se vogliamo che essa oltre a rispondere
alle ragioni per cui è stata costruita, possa essere mezzo necessario per
la risoluzione del problema dell’Università a Foggia.
Come vedete, Signori Consiglieri, c’è tutto un nuovo discorso da
fare ed è quello che ci siamo prefisso nell’impostare il bilancio del
1973.
Vogliamo rendere l’Ente Provincia, sotto ogni aspetto, un vero
strumento per la valorizzazione di tutta la terra e la gente di Capitanata. Direte che questo è un discorso troppo grosso e che, in proposito,
s’è sempre parlato di questo; ma che fino ad ora non s’è fatto niente.
Dite quello che volete, ora bisogna muoversi. La nostra Pro-
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NAPOLEONE CERA____________________________________________________________________________
vincia non può, nel 1973, camminare a ritroso nella storia.
E passiamo all’esposizione del bilancio.
In particolare, per quanto concerne le entrate, si ritiene opportuno
rilevare che nel Titolo I (Entrate tributarie) assumono notevole importanza le sovrimposte fondiarie che prevedono un gettito di Lire I miliardo 437.000.000 circa, con un incremento, rispetto al 1972, di oltre
251.000.000 e l’addizionale all’imposta comunale sull’industrie, i
commerci, le arti e le professioni (ICAP) con una previsione di Lire
319 milioni ed un incremento di Lire 29.000.000.
Per quanto concerne il Titolo Il, riflettente le entrate per compartecipazione ai tributi erariali, la cui previsione ammonta a Lire
4.406.908.125, si registra un aumento di oltre 736.000.000. Tale maggiore entrata scaturisce dall’applicazione del D.P.R. del 26-10-1972 n.
638, secondo cui sono state attribuite alla Provincia di Foggia, in sostituzione delle compartecipazioni all’I.G.E., alle tasse erariali di circolazione ed all’addizionale E.C.A., somme di importo pari a quelle
accertate per il 1972, maggiorate del 10 per cento. Questa maggiore
entrata, oltre alla disponibilità di nuovi mezzi, farà sentire i suoi effetti
benefici poiché, a differenza del passato, le entrate si realizzano mensilmente, per cui si prevede una notevole diminuzione, entro breve
tempo, del costo delle anticipazioni straordinarie di cassa.
Nel Titolo III (Entrate extratributarie), la previsione complessiva è
di Lire 4.526.582.583 con un incremento di stanziamenti di oltre
3.074.000.000 di lire. In questo titolo il maggiore aumento si è verificato nella 3a Categoria (L. 2.020.000.000 circa) ove figurano i contributi ministeriali per la pubblica istruzione, per la manutenzione delle
strade provincializzate ed il contributo statale dell’80% nelle spese di
ammodernamento delle strade provinciali (art. 6 Legge 9-4-1971 n.
167).
Il Titolo IV, invece, prevede le entrate provenienti da alienazione e
ammortamento di beni patrimoniali, trasferimenti di capitali e da rimborso di crediti. In esso si è verificata una minore entrata di circa
500.000.000 di lire imputabile, più che altro, ad un fatto contabile. Infatti, nel 1972, in questo titolo figurava il contributo dello Stato
dell’80% nelle spese di ammodernamento delle strade provinciali che,
per quest’anno, si è ritenuto più giusto collocare nel precedente Titolo
III dell’entrata.
Nel Titolo V, dove sono nominate le entrate provenienti dall’assunzione di prestiti, su una previsione di lire 33.368.736.335 risulta un
incremento, rispetto all’esercizio precedente, di ben L.
14.698.212.307.
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______________________________________________________________________BILANCIO DI PREVISI ONE
Tale maggiore previsione trova la sua giustificazione nel massiccio
piano di interventi, previsti per l’anno 1973, nel campo delle opere
pubbliche. Inoltre, è previsto l’aumento del mutuo a pareggio del bilancio, determinato in L. 9.909.500.000, in conseguenza del maggior
costo di tutti i servizi ed in modo particolare per l’applicazione dell’ I
.V.A.
A questo punto l’Amministrazione ha ritenuto di prevedere un mutuo di L. 957.236.335 per finanziare il disavanzo di amministrazione
presunto risultante dall’ultimo conto consuntivo approvato (1969).
Il Titolo VI, infine, contempla le contabilità speciali, previste in
complessive Lire 3.991.952.829. Si registra qui un aumento di previsione di lire 12.396.904. Tale incremento è di scarsissima importanza
in quanto si tratta di partite compensative e trova il corrispondente
nelle voci in « Uscita ».
Passiamo alle « Uscite ».
SEZIONE I AMMINISTRAZIONE GENERALE
Questa sezione, comprendente i seguenti servizi, prevede un onere
complessivo di L. 1.610.823.501, di cui lire 12.448.032, rappresentate
da « spese facoltative »:
III - Ufficio Tecnico Provinciale;
IV - Gestione e conservazione del patrimonio disponibile;
V - Servizio accertamento e riscossione tributi;
VI - Servizio interessi passivi lavori Caserma VV. FF.
La maggiore spesa di L. 701.671.663 è dovuta all’incremento degli
oneri diretti e riflessi relativi al personale; all’istituzione di un nuovo
capitolo di spesa (il 39) per il pagamento dell’I.V.A. (200 milioni di
lire) sui lavori riflettenti gli esercizi precedenti, ai maggiori costi di
esercizio per il funzionamento degli Organi istituzionali (Giunta, Consiglio, ecc.); alla istituzione di nuovi capitoli di spesa riguardanti il
pagamento di contributi alle Casse Pensioni in esecuzione della legge
n. 336 (n. 8, n. 41, n. 61, n. 65, n. 75, n. 94 ed altri) è di interessi passivi relativi ai lavori di completamento della Caserma dei Vigili del
Fuoco (ratei annui per l’ammortamento del mutuo per un importo
complessivo di L. 15 milioni circa); spesa fitto locali per la nuova sede dell’Amministrazione Provinciale Lire 50.000.000.
In più in questa Sezione grava la spesa per la ristrutturazione dell’Ufficio Tecnico Provinciale che comporta un onere di L.
150.000.000.
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NAPOLEONE CERA____________________________________________________________________________
SEZIONE II - ISTRUZIONE E CULTURA
Questa Sezione prevede una spesa complessiva di L.
2.389.924.957, ivi comprese L. 403.300.000 per spese facoltative, per
i seguenti servizi.
I
II
III
IV
V
VI
VII
VIII
IX
- Istruzione Tecnica;
- Istruzione scientifica;
- Provveditorato agli Studi;
- Istruzione superiore;
- Assistenza scolastica;
- Musei, Biblioteche e Pinacoteche;
- Manifestazioni culturali;
- Manifestazioni sportive e varie;
- Servizi interessi passivi su mutui per la costruzione di edifici
scolastici e per la nuova sede della Biblioteca Provinciale.
In questo settore si registra un aumento di spesa di L. 1 miliardo
85.688.645. In modo particolare a questo settore fa riferimento la spesa di L. 200.000.000 per l’Università in Foggia; di L. 150.000.000 per
l’istituzione di nuove scuole tecniche e scientifiche nella provincia; di
L. 25.000.000 per contributo a favore dell’I.S.E.F.; di L. 50.000.000
per contributi facoltativi a favore di enti vari e di L. 10.000.000 per la
istituzione della scuola di servizio sociale (sezione staccata di Bari).
Sono previsti, inoltre, L. 100.000.000 quale contributo per il trasporto degli alunni pendolari e L. 30.000.000 quale conversione in
contributo della fideiussione concessa all’Unione Sportiva di Foggia
in esecuzione della Delibera del C. P. del 12-6-1972, o. 229. La differenza si riferisce all’istituzione di contributi a favore delle biblioteche
comunali della nostra provincia, al trasferimento della Biblioteca Provinciale alla nuova sede, all’arredamento dell’Auditorium della stessa,
oltre ai maggiori oneri diretti e riflessi riguardanti il nuovo personale
ed il vecchio (da 90 a 147 milioni).
SEZIONE IV - AZIONE ED INTERVENTI IN CAMPO SOCIALE
Per questa sezione si prevede una spesa complessiva di L. 5 miliardi 883.937.989, comprese le spese facoltative per l’importo di lire
29.500.000, per i seguenti servizi:
I
II
- Servizio di vigilanza e profilassi in campo sociale.
- Servizio di vigilanza zooiatrica;
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______________________________________________________________________BILANCIO DI PREVISI ONE
III - Servizio per il Laboratorio Prov.le di Igiene e Profilassi;
IV - Servizio per il Consorzio Provinciale Antitubercolare;
V
- Servizio assistenza agli infermi di mente;
VI - Servizio assistenza all’infanzia;
VII - Assistenza ai ciechi e sordomuti;
VIII - Interventi assistenziali vari;
IX - Servizio interessi passivi ed oneri vari su mutui e debiti in ammortamento.
La Sezione IV, per l’assolvimento e la ristrutturazione di tutti i
servizi ad essa inerenti, prevede una maggiore spesa netta di L. 703
milioni 906.613.
Detta cifra si riferisce all’acquisto di apparecchiature per il rilevamento dell’inquinamento atmosferico (L. 120 milioni); per la disinfestazione della fascia costiera della nostra provincia (L. 50 milioni);
per l’erogazione di un contributo straordinario a favore del Consorzio
Provinciale per la Profilassi e la Polizia Veterinaria (L. 10 milioni);
per il completamento delle apparecchiature scientifiche al Laboratorio
Provinciale di Igiene e Profilassi (L. 70 milioni); per il pagamento di
rette arretrate agli Ospedali Psichiatrici (L. 500 milioni), con lievi aumenti nelle rette di ricovero e concessione di sussidi e contributi a favore di ciechi e sordomuti poveri, oltre ai maggiori oneri diretti e riflessi relativi al personale.
Sono previsti anche aumenti per L. 220.000.000 per sussidi ai dementi (da L. 80 milioni del 1972 a L. 300 milioni del ‘73). E’ previsto,
in effetti, l’aumento del 400% del contributo pro-capite, che da L.
5.000 sarà elevato a L. 20.000.
A questa Sezione fa capo anche il contributo da erogarsi al Consorzio Provinciale per la Profilassi e la Polizia Veterinaria nella misura di L. 120.000.000 per la realizzazione del complesso di incenerimento e canile l° lotto; la spesa di L. 60.000.000 circa per l’assunzione di nuovo personale per il Laboratorio Provinciale di Igiene e
Profilassi e L. 54.000.000 circa per l’assunzione di nuovo personale
aII’I.P.P.I., nonché la maggiore spesa di L. 65.000.000 per l’aumento
di sussidi alle madri naturali; L. 23 milioni per attrezzatura alla nuova
sede dell’I.P.P.I., L. 30 milioni per il funzionamento delle scuole subnormali e L. 25 milioni quale maggiore contributo all’E.P.A. per il
funzionamento dei Centri di Oftalmologia sociale.
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NAPOLEONE CERA____________________________________________________________________________
SEZIONE V SEZIONE ED INTERVENTI IN CAMPO ECONOMICO
-
Per la Sezione V è prevista la spesa di L. 5.335.009.244 di cui L.
101.250.000 per spese facoltative. I servizi interessati sono i seguenti:
I - l’agricoltura (caccia, pesca, strade rurali, ecc.);
II - l’industria e l’artigianato;
III - la viabilità (personale cantoniere, ristrutturazione del relativo
servizio, manutenzione ordinaria delle strade, segnaletica, ecc.);
IV - il campo dei trasporti e delle comunicazioni;
V - quello del turismo, dello sport, del tempo libero, ecc.
C’è poi il servizio degli interessi passivi ed oneri vari su mutui e
debiti in ammortamento.
La Sezione V, riguardante gli interventi dell’Amministrazione Provinciale in campo economico, presenta, rispetto all’esercizio finanziario 1972, un incremento netto di spesa di L. 755.734.511.
Detto maggiore onere riflette l’istituzione di un nuovo capitolo di
spesa per « iniziative, sport, turismo, tempo libero per L. 300 milioni;
l’aumento del contributo a favore del Comitato Provinciale della Caccia, resosi necessario per l’attuazione del riassetto economico a favore
del personale guardiacaccia che è passato da 8 a 12 unità, con conseguente ampliamento del parco automezzi da 3 a 6 autovetture, oltre
che per l’aumentato costo di tutti i servizi (da L. 20 milioni a L. 70
milioni); l’istituzione di un nuovo capitolo di spesa per contributi e iniziative nel campo dell’artigianato L. 15.000.000; l’istituzione di un
contributo a favore della Comunità Montana di L. 10 milioni; e L. 10
milioni per partecipazione al Centro Addestramento Professionale dei
Lavoratori dell’Industria.
Si prevede anche l’assunzione del personale cantoniere che comporta un aumento di spesa di L. 316.000.000, nonché la spesa per la
segnaletica stradale da L. 40 milioni nel 1972 a L. 150 milioni nel
1973; L. 20 milioni circa per l’istituzione di corsi, convegni, tavole rotonde, ecc., riguardanti l’infortunistica stradale, nonché la spesa di L.
350 milioni per la ristrutturazione e ammodernamento dei servizi cantonieri e la spesa relativa agli oneri diretti e riflessi del personale.
E’ compresa in questa Sezione la somma di L. 150 milioni per la
difesa della fascia costiera Zapponeta - Margherita di Savoia.
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______________________________________________________________________BILANCIO DI PREVISI ONE
SEZIONE VI - ONERI NON RIPARTIBILI
Questa Sezione che prevede la spesa di L. 2.389.919.262, comprese le spese facoltative per L. 21.656.000, riguarda i seguenti settori:
I - servizio interessi passivi su mutui e debiti in ammortamento;
II - restituzione e rimborsi di tributi locali;
III - restituzione e rimborsi di altre entrate;
IV - poste varie correttive delle entrate;
V - erogazioni diverse;
VI - fondo di riserva;
VII - fondo per le spese impreviste;
VIII - Ammortamento di beni patrimoniali.
La sezione VI relativa agli oneri non ripartibili presenta, rispetto al
1972, un aumento di spesa di L. 819.609.322 in contrapposizione a
minori spese per L. 2.050.000.000, spesa riguardante gli oneri derivanti dagli interessi passivi anticipazioni di cassa per L. 600.000.000
(da L. 400 milioni a lire un miliardo) e maggiori interessi passivi su
altri mutui e debiti in ammortamento per L. 55 milioni circa.
Sono previsti anche aumenti di spesa per saldo competenze arretrate al personale (differenza 13a mensilità L. 50 milioni); per l’istituzione di un contributo a favore dell’Associazione Nazionale Medici
Condotti per le giornate daune (L. 1.500.000); per l’aumento della
quota associativa a favore dell’istituto Pugliese di Ricerche Economiche e Sociali (da L. 1.000.000 a L. 4.156.000) e per l’aumento di
rette a favore degli Istituti Medico-Psico-Pedagogici (da L. 75 milioni
a L. 150.000.000). Le minori spese, invece, riguardano le riduzioni
apportate ai seguenti capitoli:
— miglioramenti economici al personale (riassetto) e revisione dei
prezzi per Lire un miliardo ciascuno e quello riguardante gli aumenti
di rette a favore di diversi Ospedali Psichiatrici per 50 milioni di lire.
E dal titolo I passiamo al II e propriamente alle spese in conto capitale che riguardano il settore più importante di tutto il bilancio.
Le previsioni delle opere che si intendono realizzare si possono
brevemente riassumere secondo le sezioni in cui il bilancio è suddiviso:
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NAPOLEONE CERA____________________________________________________________________________
SEZIONE - AMMINISTRAZIONE GENERALE
Lavori di restauro e sistemazione di Palazzo
Acquisto 20 piano Palazzo ex Dogana
L. 100.000.000
— Spese per la costruzione della nuova sede del
l’Amministrazione Provinciale
L. 1.200.000.000
ex Dogana
L. 350.000.000
Acquisto titoli nominativi dello Stato (investimento del ricavato delle alienazioni di beni immobili patrimoniali)
L.
700.000
Totale
L. 1.650.700.000
—
—
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Una breve nota di commento per gli investimenti indicati in questa
sezione è necessaria per illustrare la spesa relativa all’acquisto del 2°
piano di Palazzo ex Dogana ed ai lavori di restauro e sistemazione dello stesso, prevista in complessive L. 450 milioni. Del Palazzo della
Provincia si è parlato tanto in questi ultimi tempi per cui riteniamo che
ogni altro commento sia inutile. Diremo soltanto che la nostra volontà,
in questo particolare momento, è quella di restaurare Palazzo Dogana
per restituirlo alla Daunia ed al suo antico splendore.
SEZIONE II - ISTRUZIONE E CULTURA
—
—
Quota del 50% a carico della Provincia per la
la costruz. del Palazzo dei Congressi di Foggia L. 300.000.000
Spesa per l’edilizia scolastica
L. 1.000.000.000
Totale
L. 1.300.000.000
.
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SEZIONE IV AZIONE ED INTERVENTI IN CAMPO SOCIALE
-
—
Acquisto suolo costruzione Ospedale Psichiatrico
L. 250.000.000
Acquisto suolo costruzione Istituto Medico Psico-Pedagogico in Foggia
L. 200.000.000
Spese per il concorso nazionale relativo alla
progettazione dell’Ospedale Psichiatrico in
Foggia
L. 100.000.000
Spese per il concorso nazionale relativo alla
progettazione dell’Istituto Medico Psico Pedagogico
L. 100.000.000
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______________________________________________________________________BI LANCIO DI PREVISI ONE
—
—
Costruzione di uno stabilimento Psamoterapico
in Margherita di Savoia
L. 200.000.000
Lavori di sistemazione Parco Clinica ex
Ventura
L. 100.000.000
Iniziative a sostegno delle attività Volte allo
sviluppo dell’Artigianato dauno, ecc.
L.
35.000.000
Costruzione di una piscina coperta e di otto
impianti sportivi in Provincia di Foggia per 1’
atletica leggera, pallacanestro e pallavolo
L. 1.000.000.000
Concessione mutuo di garanzia per la costruzione del Porto Canale nel Comune di Margherita di Savoia
L. 950.000.000
Acquisto di un pullman per la nuova sede del
l’I.P.P.I.
L.
10.000.000
Costruzione parchi naturali nella Foresta Umbra e nel Subappennino
L.
50.000.000
Totale
L. 2.995.000.000
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—
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—
....
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SEZIONE V AZIONE ED INTERVENTI IN CAMPO ECONOMICO
Lavori di pavimentazione e ammodernamento
delle strade provinciali
L. 5.390.000.000
Lavori di costruzione nuove strade
L. 6.680.000.000
Costruzioni strada provinciale Cucchiara Litoranea Rodi Garganico (2° lotto)
L. 180.000.000
Lavori di sistemazione e ammodernamento delle strade provinciali (piano quadriennale)
L. 3.735.000.000
Integrazione fondi FEOGA destinati all’orientamento delle strutture agricole aziendali ed
extra aziendali
L. 100.000.000
Viabilità rurale e strade interpoderali
L.
400.000.000
Contributi per la costruzione e riattamento di
strade vicinali
L. 300.000.000
Spese per elettrificazione rurale
L. 200.000.000
Costruzione di un laghetto artificiale nel « Bosco di Faeto»
L.
60.000.000
Totale
L. 17.045.000.000
-
—
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—
—
-
..
—
—
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—
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—
.....
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—
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—
.....
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53
NAPOLEONE CERA____________________________________________________________________________
TITOLO III - SPESE PER RIMBORSO DI PRESTITI
Il titolo in esame, che raggiunge lo stanziamento complessivo di
Lire 2.713.898.465, comprende sia le quote di capitale per ammortamento di prestiti a lungo termine (mutui), sia le anticipazioni straordinarie di cassa concesse dal Tesoriere.
Le quote di capitale per ammortamento mutui ammontano a Lire
213.898.465 e la differenza di L. 2.500.000.000, ovviamente, si riferisce, alle anticipazioni di cassa.
Per concludere e per dare un quadro esatto della situazione finanziaria del bilancio, Vi riportiamo, Signori Consiglieri, notizie riguardanti il Titolo IV che comprende partite che trovano la loro esatta rispondenza nel Titolo VI delle « Entrate » ammontanti a complessive L.
3.991.952.829.
Mi avvio ormai alla conclusione del mio dire. Signori Consiglieri.
Abbiamo cercato di presentarvi un bilancio che tenesse presente
una reale situazione di gestione ormai vecchia e anacronistica di fronte
ad una preminente necessità di ristrutturazione di tutti i servizi di essa.
Ci siamo mantenuti terra terra, senza infigimenti, evitando l’astratto, l’impossibile. Vi abbiamo detto le cose come effettivamente
stanno, mettendo a nudo le disfunzioni. Vi abbiamo presentato il bilancio, dunque; ma esso non ha la pretesa di essere l’optimum dei nostri e dei Vostri desideri né, tanto meno, di quello dei nostri settecentomila amministrati.
Certo, se tutti i problemi della nostra Provincia venissero visti in
un contesto più ampio; se venissero inquadrati in una visione regionalistica più organica e generale; se i nostri bisogni non venissero visti
come qualche cosa di avulso da una problematica economica, sociale e
cimento in altra sede e con altri mezzi che non sono, certo, le nostre
politica che investe direttamente l’intera Regione e, di riflesso, il
Mezzogiorno e l’Italia tutta, essi potrebbero trovare sicuro soddisfapovere entrate ordinarie sufficienti, come sapete, sì e no, a pagare gli
stipendi al personale e le rette ospedaliere.
Ecco perché dobbiamo insistere, dobbiamo batterci affinché alla
Regione non si programmi e legiferi senza la nostra effettiva materiale
presenza. I delegati dei Comuni e delle Province ai vari convegni
dall’A.N.C.I. non chiedono che questo. Solo noi possiamo far valere
le nostre ragioni. Vogliamo che la Provincia svolga la sua vera funzione: quella di essere l’unico e valido interlocutore delle Istanze dei
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______________________________________________________________________BILANCIO DI PREVISIONE
nostri Comuni col neo-potere regionale e con quello centrale.
Senza dubbio, si sarebbe potuto fare di più e meglio. Ma fin quando non ci sarà l’abolizione di tutte le funzioni di controllo sugli Enti
Locali da parte della Commissione Centrale per la Finanza Locale particolarmente in ordine all’esame dei bilanci deficitari e delle deliberazioni di assunzione di mutui nel quadro chiaro di una nuova normativa
che definisca la materia di controlli, alla luce della nuova realtà regionale (l’ormai famo so e deprecato controllo sul controllo) c’è ben poco
da fare.
Noi, Voi, da parte di tutti si vuole veramente lavorare per la nostra
Provincia. Ma noi staremo qui a fare discorsi vari e previsioni sballate
se lo Stato, afflitto da innata sordità, non si deciderà, una buona volta
per sempre, a consolidare tutto il nostro debito esistente con una unica
operazione di mutuo garantito, a lunga scadenza ed a tasso agevolato,
per effetto dei contributi statali senza farci ulteriormente strozzare dalle banche e dagli altri enti abilitati a mutuare.
Sì, noi vogliamo operare ma, per fare questo, vogliamo che le Stato capisca la necessità di liberare tutti i fondi ove questi ci sono dovuti
per credito o per contributi indispensabili per assicurare i finanziamenti entro il più breve tempo per la esecuzione di opere pubbliche
come p. es. l’edilizia scolastica, le strade e tutto ciò che cade sotto la
competenza nostra.
In più vorremmo che lo Stato, intervenendo d’autorità sul serio,
impegnasse la Cassa Depositi e Prestiti, gli Istituti di credito pubblico,
quelli previdenziali ed assicurativi onde snellire le procedure, eliminando controlli inutili, riducendo la carta bollata e i troppi timbri nei
rapporti che hanno con noi.
Tante cose abbiamo detto, certamente, del nostro bilancia. Abbiamo toccato un po’ tutti i problemi a cui sono legate le nostre previsioni per il 1973. Ve ne abbiamo prospettato anche tutte le difficoltà in
cui ci muoviamo.
Non Vi abbiamo nascosto nulla e non ve n’è ragione. Non Vi nascondiamo, tanto per fare un esempio, di dire (cosa che da tanti anni
non succedeva) che il nostro disavanzo d’amministrazione, proveniente dagli esercizi precedenti e che viene applicato in via presunta al bilancia 1973, risulta di L. 957.236.335 (disavanzo che deriva
dall’ultimo conto consuntivo del 1969, in corso di approvazione) e che
sarà coperto con la contrazione di un regolare mutua.
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Giornata dell’Urbanistica Dauna
(Atti del Convegno)
PREFAZIONE
Gli atti delle « Giornate dell’Urbanistica Dauna » costituiscono
semplicemente un contributo che si vuole dare per una più approfondita conoscenza delle problematiche urbane e territoriali della Capitanata e di Foggia in particolare.
Il bisogno di questa operazione nasce da un invito agli operatori
tecnico-culturali, da parte dell’Assessorato all’Urbanistica del Comune di Foggia, ad agire per una chiarificazione ed una confluenza
su temi di grande interesse, quali la gestione della città, le matrici
storiche di essa, il suo inserimento in un processo di riferimento con il
territorio.
Si è creduto opportuno chiedere l’apporto tecnico e culturale, di
una personalità che riveste un ruolo di guida nella cultura urbanistica
contemporanea: il Prof. Arch. Ludovico Quaroni.
Si è inoltre cercato, attraverso relazioni specifiche di metodologia
e pratica urbanistica a grande e a piccola scala, di focalizzare la realtà urbana e territoriale, fornendo con esse dei modelli di riferimento
per l’inizio di un dibattito urbanistico approfondito su temi inizialmente specifici, poi, sempre più allargati agli ambiti ed ai settori che
con fluiscono nella stesura di un programma urbanistico integrato.
Si è, infine, ricercato un apporto degli specialisti in campo economico e sociologico perché, si possa dare vita ad una dialettica interdisciplinare che, sola, può fornire delle basi valide per la costruzione
non solo fisica della città.
Il convegno ha risposto ai molti quesiti che si ponevano, ne ha d estato molti altri che, nella loro vitalità, denotano come sia avvertito,
anche se non ancora veramente sentito, un problema della città e del
suo modo di correlarsi con le età storiche passate e future. E’ scaturito dal convegno un fatto molto significativo, che indubbiamente sarà
una base concreta per le future operazioni tecnico-politiche. E’ scaturito, infatti, che il cittadino in una nuova ottica delle discipline urbane
è il protagonista delle future scelte programmatiche e che la città, se
intesa restrittivamente come entità fisica e funzionale ai soli effetti
meccanici, è destinata, con la maturazione dei tempi, a rispondere
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________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA
sempre meno all’idea di « civitas » e sempre più ad interessi particolari se non personali.
E’ scaturito, inoltre, che la città, ed in special modo Foggia, e destinata a sopravvivere al ritmo incessante della civiltà d’oggi, solo se
sarà veramente inserita in un rapporto biunivoca con il territorio e
con la sua organizzazione agricola, industriale ed urbana.
Indubbiamente, il programma è vasto ed oneroso, ma questo convegno ha contribuito, ci auguriamo, in modo attuale e moderno, nel
senso autenticamente vitale del termine, a focalizzare dei contenuti
che siano di riferimento per la realtà urbana dei tempi nuovi.
* * *
Hanno preso parte al Convegno il segr. prov. della DC avv. Consiglio, del PRI dott. Finelli, del PCI Carmeno, il segr. del Comitato cittadino DC prof. Ceglia, il vice-sindaco e Assessore all’Urbanistica al
Comune di Foggia Rag. Marcellino; inoltre gli Assessori Dello Mastro, Marino, Pavoni e i Consiglieri comunali Mongelli, Melillo, Mele,
Paglia, Pellegrino, Ribezzo, De Caro e Corsico; i Consiglieri provinciali Schinaia e Berardi; il segr. prov. della CGIL Fragassi; il Presidente dell’ IACP prof. Imbimbo; il Direttore amm. Consorzio Generale di Bonifica avv. M. Mazza; il Presidente dell’Ass. Ind. di Capitanata comm. Pedone insieme al Presidente della sez. edile ing. Pennella;
il Presidente della Società Dauna di Cultura dr. Vitulli; il direttore della Biblioteca Prov. dr. Celuzza; il direttore del Museo avv. Mazza;
l’ing. capo dell’Ufficio tecnico del Comune Armillotta; il direttore
reg. dei Centri di Servizi Culturali dell’Umanitaria dr. Bellotti.
Il Convegno è stato organizzato dal CIRCOLO DI CULTURA
MODERNA, dal CENTRO SERVIZI CULTURALI (rione ferrovia),
dalla PRO-LOCO di Foggia con l’alto patrocinio del COMUNE. Si è
svolto nel teatro comunale Giordano nei giorni 1 e 2 dic. 1973.
La redazione della rivista desidera esprimere in questa occasione il più vivo ringraziamento all’Arch. E. RIZZI e al Sig. G. ARBORE per la collaborazione offerta per la
raccolta, la trascrizione e la revisione dei testi.
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Saluto del Sindaco Geom. P. GRAZIANI
Sono grato al Circolo di Cultura Moderna, al Centro di Servizi
Culturali della Regione « PUGLIA » ed alla « Pro Loco Foggia » che
hanno inteso organizzare queste giornate dell’urbanistica dauna, cui la
civica Amministrazione ha concesso il suo patrocinio, dichiarando,
pertanto la sua piena disponibilità ad un discorso che è sicuramente
molto importante soprattutto per la responsabilità che tocca tutti quanti noi nella formulazione del futuro urbanistico di Foggia.
Basta dare uno sguardo al programma degli interventi per avvertire
l’importanza dei temi che sono stati trattati da eminenti studiosi e che
riguardano molto da vicino la nostra città.
E’ molto significativo d’altra parte il fatto concreto che ci si interessi di questa tematica, anche perché sensibilizzare i cittadini vuol
dire suscitare il loro interessamento per quello che potremmo chiamare « il progetto di costruzione della loro casa » che, ovviamente non
può non essere che edificata a misura degli uomini che vi devono vivere e che pertanto, pur nella sua proiezione moderna, non può non
perdere « calore » che le proviene dalla sua storia, che ha fermato i ricordi, come si dice, sulle pietre antiche di Foggia.
Non è da oggi comunque che il Comune di Foggia, pur fra le note
difficoltà di ogni genere, lavora in questa direzione, proponendosi di
toccare, se non l’optimum d’altronde impossibile alla imperfettibilità
umana, quanto meno i migliori livelli tecnici che ci si possa auspicare
in un serio discorso urbanistico.
Pur prescindendo dai dettagli che sono certamente operazioni successive ai tracciati delle grandi linee urbanistiche, mi pare che su due
temi dovremmo essere tutti d’accordo:
1 ) — per i piani particolareggiati si rende indispensabile, direi anzi che dev’essere un fatto d’obbligo l’utilizzo delle intelligenze locali;
2) — per il piano regolatore, pur con tutto il rispetto per una mente
direttiva, diciamo pure il grande nome, si rende altrettanto utile e necessaria la collaborazione di équipe locale.
Infatti non può essere diverso il pensiero e non può modificarsi la
volontà di una amministrazione civica quando programma politicamente la sua azione urbanistica.
C’è da considerare, voglio dire, che l’assetto territoriale da dare alla propria città deve essere interpretato anche, se non soprattutto, da
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________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA
chi opera e vive nella città, facendo parte del tessuto politico-sociale e
che quindi, conoscendo più da vicino i bisogni della città stessa, può
collaborare alla soluzione di tutta l’importante problematica urbanistica.
Non ci si può insomma aspettare migliore e più concreto contributo da un’analisi sociologica in materia di assetto urbano se non da chi
assorbe quotidianamente il significato evolutivo dell’espansione urbanistica, lavorandovi ed operando su tutto il ventaglio produttivo cittadino.
D’altra parte nella relazione ultima fatta al consiglio comunale il
19 giugno scorso dall’assessore all’urbanistica rag. Umberto Marcellino
è chiaramente sottolineato l’impegno della Giunta comunale ad
approfondire i temi che riguardano lo specifico settore.
In particolare è stato detto che il piano regolatore di Foggia, adottato nel 1956 ed approvato con decreto del Presidente della Repubblica il 2 giugno 1963, ha bisogno di una profonda revisione.
E’ un impegno che va ribadito perché siamo convinti che tutta la
situazione demografica, sociale ed economica sviluppatasi negli ultimi
anni richiede appunto una revisione che assorbisca la passata esperienza, esaltandone alcuni aspetti e proiettando nuova luce sulle necessità
del domani.
In questa misura e su questa piattaforma politico-sociale la civica
amministrazione ribadisce la sua dis ponibilità ad un serio discorso urbanistico, certa di trovare altrettanta disponibilità a tutti i livelli tecnici, sociali, politici ed amministrativi, perché convinta che l’apporto di
tutte le categorie del mondo del lavoro è fattore essenziale, direi anzi
strada d’obbligo per assicurare a quel discorso il successo che, ritengo,
tutti ci auguriamo.
Ed è un discorso in cui bisogna inserire quasi in prima linea il tema
della conservazione della Foggia storica che, come ho detto in altra
occasione, non è la Foggia vecchia e non è la Foggia antica, ma il centro urbano più direttamente legato alle nostre memorie storiche.
Mi pare d’altronde che questo disegno andiamo verificando e non
da oggi come espressione di convinzione popolare per la conservazione di quello che i tecnici amano definire il cuore pulsante della città.
Ed anche sotto questo aspetto si rivela in tutta la sua autorevolezza
il significato politico che la civica Amministrazione deve riservare alla questione dell’urbanistica.
Intendo dire che non è più il tempo, neanche per altre discipline,
ma soprattutto nella moderna scienza urbanistica, di star dietro ai superati « ipse dixit » perché oggi i primi dettati devono assolutamente
venire dalla comunità, cioè dai cittadini che rappresentano le cellule
vive ed attive della urbs operativa.
E’ la comunità che proietta la sua volontà democraticamente ed è
l’amministrazione che deve recepirla, aprendo un efficiente e valido
dialogo per arrivare all’azione esecutiva dopo aver coscientemente accertato
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MANIFESTAZIONI PROVINCIALI________________________________________________________________
che tutte le componenti sociali cittadine e tutte le intelligenze specializzate abbiano contribuito alla soluzione dei progetti.
E per progetti, meglio sottolinearlo, voglio intendere la fase prima
di ogni studio urbanistico che si voglia impostare in funzione
dell’assetto territoriale cittadino.
Quando per esempio l’ordine degli ingegneri, com’è accaduto nello scorso aprile, invita il prof. Cardarelli a discutere sulla attualità del
centro storico di Foggia apre certamente un discorso valido e che probabilmente andava perdendosi nella coscienza popolare.
E quando il prof. Cardarelli dice che dobbiamo armonizzare spazi
e funzioni a livello dell’intero organismo urbano per inserirvi il centro
storico nella sua vitalità, riafferma in pratica la volontà politica del
Comu ne di Foggia che vuole che sia la comunità a sentirsi attore e non
spettatore nella tematica urbanistica che impegna la nostra città.
Ora, tutti i discorsi che potranno farsi in materia di urbanistica ed i
contributi portati alle soluzioni che ci auguriamo, contributi che sicuramente verranno anche da queste giornate programmate dal circolo di
cultura moderna e dalla pro-loco Foggia, a mio modo di vedere, non
dovrebbero mai perdere di vista un principio fondamentale della moderna politica urbanistica: la presenza popolare e l’apporto della classe
tecnica locale in una fusione di interessi comuni e nella più seria conoscenza della problematica di Foggia.
E dico questo perché sono convinto che per parlare di « habitat »
umanizzato bisogna assolutamente risalire all’indirizzo umano di una
città, cioè agli effettivi bisogni sociali e morali della nostra comunità
che, in definitiva, potremmo esemplificare nell’uomo che decida di
costruirsi una casa e che ovviamente intenda adattarla ed adeguarla alla sua misura sociale, alla sua tradizione, ai suoi rapporti con il mondo
esterno, alla sua presenza nel tessuto moderno dei giorni che vive, insomma ad una casa che abbia il calore ed il colore che l’ha visto nascere, anche se deve necessariamente interpretarla in chiave moderna.
Mi tocca altresì assicurare la piena disponibilità della civica Amministrazione ad ogni iniziativa che si proponga di vivacizzare e di dilatare questo discorso sempre da improntare al miglioramento della
comunità cittadina senza mai scavalcare gli interessi della cittadinanza, ma armonizzandoli al processo evolutivo di cui Foggia è prima attrice nel rilancio economico del Mezzogiorno d’Italia.
Sono convinto che tutti quanti insieme potremo tare concretamente
grandi cose per preparare la città ad un decollo sociale che non può oltre ritardare e che deve trovarci preparati nella stessa misura in cui avremo giorno dopo giorno saputo recepire la realtà del tempo e la volontà dei nostri amministrati.
Mi congratulo perciò vivamente con le associazioni e gli uomini
che hanno organizzato queste giornate dell’urbanistica dauna, mentre
porgo a nome della Giunta municipale un saluto ed un benvenuto agli
ospiti, ai
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________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA
tecnici, agli studiosi ed a tutti quanti partecipano a questo interessante
convegno.
Personalmente seguirò con attenzione interventi e dibattiti, relazioni e studi, certo di acquisire validi elementi, mentre mi riservo,
nel caso fosse necessario, di rispondere agli eventuali quesiti che potrebbero interessare la volontà esecutiva della civica Amministrazione.
A tutti voi buon lavoro.
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INDIRIZZI METODOLOGICI PER LA FORMULAZIONE
DI PIANO REGOLATORE GENERALE
Autorità, signore, signori, un gruppo di vecchi, giovani amici, mi
ha invitato qui a Foggia a esporre le mie idee, sui problemi della pianificazione urbana oggi in Italia.
Io, ho accettato volentieri di venire, perché sono legato da antichi
rapporti con questa Regione, attraversata spesso, quando subito dopo
la guerra ultima, mi trovai occupato nello studio dei sassi di Matera, in
quello della miseria a Grassano, del piano territoriale della Lucania,
nella progettazione del Borgo della Martella, tutto nel Materano e nella Basilicata.
Quei ripetuti viaggi attraverso la vostra Regione, di cui la Lucania
orientale è una logica appendice già alle porte di Foggia, mi hanno fatto scoprire uno dei mondi in Italia, più aperti e più misteriosi insieme;
più ricco di bellezze naturali, di monumenti e memorie, di centri storici, di vini illustri e di cibi squisiti. Oltre questo, c’è un’elemento
nell’attrazione che esercitano le Puglie, che sfugge ad ogni classificazione è qualche cosa che nasce, forse, dalla simpatia umana e dalla
chiarezza di comportamento delle popolazioni, e qualche cosa che nasce direttamente dall’aria, dalla luce e dalle oscure tensioni, che si
sprigionano dal suolo antico, dal tronco degli olivi, dagli steli del grano, dai tralci delle viti; cose inafferrabili, dolcissime, piacevolissime
che riconciliano col mondo.
Poi, sono stato preso dal piano di Bari per lunghi anni, e della Università di Lecce, ora dal centro storico di Bari, tutto all’altro capo della lunga regione.
I problemi della Puglia, sono passati così dall’animo e dagli occhi,
sulla carta dei disegni urbanistici, nelle relazioni scritte, ai problemi
pratici di questa difficile disciplina di cui sono stato oggi invitato a
parlarvi.
Il vocabolo urbanistica è un neologismo vecchio ormai di almeno
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________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA
mezzo secolo, la sua resistenza è legata alla sua imprecisione, imprecisione che lo ha reso atto ad esprimere concetti diversi, via via che le
attività culturali e progettuali, che avevano per oggetto la radice urbs,
venivano mutando, da un lato precisandosi e chiarendosi, dall’altro
entrando in conflitto con le idee sull’argomento, che avevano tenuto il
campo nel periodo o nei periodi immediatamente precedenti.
Urbanistica, ha significato meno rigido e ridotto del tedesco « Stàdtebau » che significa la costruzione materiale della città fisica e dell’inglese « planning », che più modernamente si riferisce ai piani ed ai
programmi per la costruzione della città. Vicino allo spagnolo « Urbanisacion » e al francese « Urbanisme », meno di questi fa confusione,
fra il fenomeno sociale dell’inurbamento ed il conseguente aspetto politico e tecnico dell’organizzazione della città.
Urbanistica può essere usata, data la sua disponibilità tutto fare
della sua desinenza, sia per indicare genericamente, studi sui vari aspetti del complesso fenomeno urbano, sia nel riferirsi ad operazioni
di programmazione economica politica, di pianificazione economicotecnica, di progettazione architettonica a grande scala, di attuazione
politico-tecnica, infine delle programmazioni, delle pianificazioni, delle progettazioni stesse ai vari livelli, che interessano le città, dove questo termine è preso (termine città) nella sua accezione estensiva di territorio urbanizzato.
La città, questa istituzione principe fra tutte quelle che hanno caratterizzato la presenza dell’uomo sulla terra e ne hanno fatto, per il
bene e per il male, un’animale diverso dagli altri è sempre stata la materializzazione fisica, spaziale, della città sociale; la città cioè, formata
dall’intrico delle varie strutture economiche, sociali e politiche, che
insieme funzionavano, organizzando la comunicazione fra gli uomini,
individui e gruppi, per la collaborazione, per il lavoro e per le lotte
comuni.
Ma, stranamente, la cultura umana, ha fino ad oggi quasi trascurato
lo studio del fenomeno stesso; la complessità degli aspetti e la stessa
difficoltà di separare nettamente la città sociale dalla città fisica, (una
qualsiasi delle due, non avrebbe senso senza l’altra senza i condizionamenti posti dall’altra) sono forse responsabili di questo ritardo.
Ma è fatto certo, che ancora oggi, manca un tentativo di organizzare alla base lo studio del fenomeno città, nei suoi aspetti interrelati.
Nonostante tale mancanza, comunque le idee sulla città sociale e
sul modo più logico e politicamente giustificato di servirla ed esprimerla, attraverso il disegno del piano e attraverso le architetture, non
sono mai mancate, sono state, anzi, di una chiarezza adamantina, anche se non hanno mai trovato chi riuscisse ad esprimerle a parole, facendole passare dagli strati più profondi della ratio, allo strato ultimo
superficiale e riduttivo, del discorso logico della comunicazione parlata o scritta.
La storia del modo di concepire, di fare la città, può oggi venir fatta solo deduttivamente, desumendo le idee dai fatti, ed è una storia
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MANIFESTAZIONI PROVINCIALI________________________________________________________________
in qualche modo illuminante, giacché rivela, l’armonia strutturale fra
le parti forse tanto più completa e raggiunta, quanto meno chiare, alla
logica delle argomentazioni verbali, apparissero programmazioni,
progettazioni, attuazioni e cioè, decisioni.
La città medioevale è una città apparentemente confusa, senza
chiarezza geometrica, se non nelle eccezioni alla regola, rappresentate
dalle bastides e dalle città italiane progettate del 200 e 300, nella quale
tuttavia c’è equilibrio fra le parti, c’è rispondenza perfetta fra la gerarchia dei valori figurativi e la gerarchia dei valori politico-ideologici,
fra l’economia delle parti e quella dell’insieme, fra gli aspetti pubblici
e gli aspetti privati della struttura urbana, che non sono fra loro separati, ma sono precisati e distinti ove necessario.
La città medioevale è la prima manifestazione fisica e il primo
complesso organizzato di segni architettonici, attraverso i quali la civiltà della borghesia cittadina, completato il suo primo ciclo, afferma
dialetticamente la sua presenza e la sua importanza accanto alle campagne, accanto al potere della chiesa e della nobiltà feudale; ma quando la stessa borghesia mercantile urbana, avrà compiuto il suo secondo passo, attraverso i comuni e le signorie, riportando sulla terra e
sull’uomo l’attenzione ideologica, e formulando, con l’architettura
dell’umanesimo, un’idea di città completamente diversa, dalla precedente medioevale, quando questa nuova città sarà basata sulla chiarezza razionale dei segni geometrici, sulla omogeneità, sulla dignità pacata, ma diffusa, delle costruzioni, senza più emergenze gigantesche sul
tessuto dimesso, già in questo momento, si sarà evidenziato una distanza, una differenza di potenziale fra le idee e le realizzazioni, fra i
concetti astratti intellettuali, e le scelte effettive politiche; scelte ovviamente ancora nelle mani del potere feudale, sia pure di un potere
feudale nuovo, di origine terrena e borghese anch’esse, ma che aveva
fatto proprie, le tecniche di governo e culturali dell’aristocrazia originaria. Occorrerà molto tempo perché i campanili cedano il posto alle
cupole, e le cupole, poi, spariscano per lasciare il fondale dell’asse
prospettico al palazzo del Re, orizzontale come le case degli altri borghesi, solo un poco più grande, un poco più lungo, un poco più dorato.
In seguito, quando col terzo passo della rivoluzione Francese e della
rivoluzione industriale, la borghesia cosiddetta democratica avrà decisamente messo in sottordine (alleanze economiche-politiche a parte) la
vecchia feudalità e il potere del sangue e di Dio, per la nuova feudalità
affermata del potere manageriale del danaro, il posto del palazzo del
re sarà occupato dalle opere pubbliche, dai teatri, dalle scuole, dalle
borse e poi di seguito dai segni del potenziale economico direzionale
privato, dalle banche, cioè dai buildings delle grandi compagnie industriali e commerciali.
Ma queste ultime presenze sono recenti, almeno in Europa, e corrispondono all’ultimo atto della borghesia, della borghesia del neo capitalismo, della motorizzazione così detta « civile », della terziarizzazione dell’economia e, purtroppo, della rottura finale dell’equilibrio
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Parla il prof. Arch. L. Quaroni
(da d. a s.: Geom. P. Graziani, sindaco; on.le V. Salvatori; arch. E. Rizzi; prof. G. Amendola; arch. P. Marciani)
MANIFESTAZIONI PROVINCIALI________________________________________________________________
ecologico, della rottura del rapporto fra città e campagna, del rapporto
attivo fra l’individuo e la società trasformata in massa e, cosa che
maggiormente interessa questo nostro discorso odierno, del rapporto
fra l’uomo e la città, fra città sociale e città fisica.
Quest’ultima, non riesce più ad assolvere quel compito di servizio
di fornitura di uno spazio ordinato, organico ed efficiente, per la manifestazione delle attività sociali, di fornitura di una serie di segni, nei
quali siano riconoscibili gli aspetti positivi, se c’è ne sono, del sistema
attuale, nel quale possa riconoscersi, come avveniva un tempo, lo stesso uomo della strada. Si parla molto, negli ultimi tempi, di un nuovo
medioevo, proprio per la disgregazione che si notando, e che non è solo degli ultimi anni, nel sistema borghese appunto, che sembra non
reggere più, e che mentre mantiene solido, nelle mani, il potere del
denaro e dell’organizzazione, per l’accumulo delle rendite, non riesce
più a controllare gli altri aspetti della vita sociale, e in fin dei conti,
nemmeno quelli che gli sarebbe necessario poter regolare, anche ai fini capitalistici, e la città in primo luogo. Ma questo è un discorso, che
ci porterebbe lontano dall’assunto e non ci permetterebbe certo, di far
previsioni utili ai fini del discorso sulla pianificazione urbanistica, la
quale, in quanto trasferimento nel concreto della costruzione della ideologia sociale, culturale della città è sempre esistita, anche se diverso, nei tempi è stato il rapporto fra quelle scelte e quelle operazioni
che imprecisamente sono chiamate « spontanee » e le altre, nate dalla
coscienza dei problemi e dalla organizzazione mentale per la loro risoluzione.
Viceversa, come cosciente disciplina del controllo della costruzione urbana, perché risponda alle esigenze sociali e di « sistema », la
pianificazione è cosa relativamente recente e corrisponde, praticamente, alla seconda tappa della civiltà borghese, che nel 1700, un po’
dappertutto, mise a punto, a livello embrionale, ma appunto per questo
in modo più evidente, schematico e limpido, gli strumenti principali
del controllo consistente, allora, nel piano delle strade e nel regolamento edilizio.
Quest’ultimo, attraverso sezioni obbligate dapprima e, poi, anche
attraverso prospetti obbligati, lasciava la sola libertà all’operatore costruttore di giocare sulla pianta, ma garantiva alle singole strade e
piazze quella uniformità, dignità, che era segno tangibile, visibile della
concezione illuministica della città, anche se dietro il parlamento e lo
slogan « libertè, egalitè, fraternitè » c’era, concreta, l’altra faccia della
nuova medaglia, la realtà delle speculazioni sui terreni agricoli, che
appartenevano alla grande proprietà terriera, famiglie nobili e regnanti
in primo piano.
A rivoluzione conclusa, mentre l’architettura classicistica rimane
stranamente a qualificare le istituzioni civili più nobili e nobiliari,
quella uniformità, quella unità stilistica che ancora oggi, ci riempiono
di ammirazione e di stupore, quando visitiamo Bath, Edimburgo, o
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________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA
quanto poco ne rimane a Londra, a Parigi o a Torino, viene completamente contestata e, al suo posto, si sfrena l’orgia individualistica
delle scelte architettoniche personalizzate, individualizzate: ognuno
pensa ai propri affari e vuole che la casa che si costruisce, o che costruisce per vendere, rispecchi questa sua gelosa individualità.
Il disegno del piano stradale fornisce una parvenza d’ordine, nelle
curve che si intrecciano nel disegno romantico o nella rigidità dell’angolo retto, residuo di un classicismo ridotto enfatico ed ingegneresco,
ma la varietà dei cosiddetti stili, risultante dall’interpretazione personalistica degli ultimi « modelli » contribuisce, con le numerose opere di
infrastrutturazione che si impongono all’attenzione, alla costruzione
della nuova figura urbana.
La torre Eiffel, può essere vista come un monumento, cioè l’astrazione vistosa dedicata all’importanza del segno dell’infrastruttura della civiltà borghese al massimo della sua ebbrezza, prima che la grande
guerra, la prima, e i turbamenti che l’avevano preceduta, non riconducessero a pensare la città in termini diversi, in termini di problemi sociali e di crisi dell’Istituto della città stessa. L’urbanistica moderna,
che non dobbiamo confondere con quella contemporanea, che come
tutte le cose in atto, appartiene per una metà al passato e per una metà
al futuro, a un futuro non ancora chiaro, è appunto l’urbanistica del
così detto Movimento Moderno, è fu messa a punto, come elaborazione del piano stradale e del regolamento edilizio setteottocentesco, nel lavoro che per un solo decennio, fra il ‘25 e il ‘35, è
stato compiuto dagli architetti urbanisti dell’Europa centrale.
Strumenti essenziali di questo sistema di controllo della città, sono
il piano regolatore, le norme di attuazione e la relazione generale. Il
principio nuovo rispetto al passato; è costituito dalla organizzazione
della città in zone omogenee (zoning), ognuna ben perimetrata e determinata nelle norme per l’attuazione, per la costruzione, col fine ultimo
di costituire nell’insieme, come per una macchina, una struttura organica ai soli effetti funzionali e di una funzionalità, che se era partita da
considerazioni sui bisogni sociali, nelle effettive applicazioni, diventava la funzionalità della produzione, della direzionalità e la base promozionale per la speculazione edilizia nel vecchio centro e nelle espansioni.
La nostra legge urbanistica del 1942, con la sua mancanza di regolamenti e le successive leggi e circolari, tra cui la legge « ponte », rappresenta la riduzione Italiana dell’urbanistica germanica e inglese, così
come l’architettura che si chiamava, nei miei giovani anni, « novecento
» rappresentava la riduzione italiana degli sforzi degli architetti tedeschi, olandesi, francesi, del movimento moderno; riduzione nella quale principi estetici, derivati dall’amore per la macchina come strumento di liberazione sociale dell’uomo dalla fatica manuale, venivano
confusi con il principio formale del Rinascimento, di tutt’altra natura e
opposta, per molti versi, a quella; riduzione che proprio per questo
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MANIFESTAZIONI PROVINCIALI________________________________________________________________
suo basale, palese equivoco, gode oggi, di uno strano tributo revivalistico, che trascina molti, in modo aggiornato e vecchio insieme, fra le
spire dell’eterno accademismo italico.
Nonostante i suoi difetti ed i suoi equivoci, il piano regolatore generale e i piani volumetrici, del periodo razionalista, servirono bene la
città metropolitana media europea fra le due guerre. Ma la servirono
bene, perché quel periodo rappresentava una fase di stasi, nel passaggio dall’economia del capitalismo all’economia del neo capitalismo, fase distinta da una quasi inspiegabile stasi edilizia, relativamente al presente sviluppo della febbre del costruire, in relazione alla febbre di investire e, fase che dalla presente si distingue, per la presenza
ancora, dell’idea di città come un luogo, prima di ogni altra cosa nel
quale ci si deve trovar bene, dove la propria casa deve essere messa a
punto, fra l’arredo stradale, i servizi, i parchi, le attrezzature collettive
e quanto altro costituisce l’effetto città e la soddisfazione del diritto
alla città; cioè riconoscibilità di vari luoghi ed efficienza dei collegamenti. (I mezzi privati, erano all’ora un’eccezione che confermavano
la regola sociale, per garantirne i rapporti).
La parola « sviluppo », era allora ancora un termine positivo, anche
se applicato solo a due numeri, alla quantità di popolazione e alla
quantità di reddito medio pro-capite, prescindendo da tutti gli altri sostanziali parametri, ed era tale proprio perché il momento dello sviluppo in tal senso, era estremamente, inispiegabilmente lento, si che
era possibile prendere una città, identificarne tutti i punti non risolti,
prevederne la futura, modesta, espansione nei successivi 10 anni e
precisando la perimetrazione delle varie zone, razionalizzare la situazione esistente, cristallizzandola per l’avvenire, risolvendo i nodi non
risolti, integrandole con le nuove espansioni intorno al nocciolo centrale al core del cosiddetto centro storico.
Dopo la seconda guerra mondiale, però, le cose sono cambiate e
cambiate di molto nella realtà urbana, ma non nell’urbanistica, almeno
fino a pochi anni fa.
La convinzione diffusa dopo le stragi della guerra, di un periodo
sicuro e lungo di pace, e l’economia cosiddetta « del benessere, della
società fluente », guidata con acuta sagacia dagli esperti dell’extabilishment manageriale, hanno proposto una nuova mitologia dell’esistenza, non più basata sulle idee logore di Dio, di patria, di famiglia,
ma non sostenuta nemmeno da altri miti altrettanto collaudati ed efficienti.
Alla circolazione delle idee, è stata preferita la pura circolazione
del denaro e la civiltà dei consumi, sua logica conseguenza. Alle comunicazioni sociali è stata sostituita la pura circolazione degli automezzi, che ha finito per distruggere la possibilità stessa di circolazione
per la comunicazione, e quindi il principio stesso sul quale è basata
l’istituzione urbana.
In pochi anni siamo arrivati al blocco di ogni funzione urbana,
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anche per il mancato adeguamento delle infrastrutture di traffico e
parcheggio, per i non attuati piani di riorganizzazione dei trasporti
pubblici, ferrovie e metropolitane e sono via via andate deteriorandosi,
specie in Italia, tutte le attenzioni al patrimonio comune, rappresentate
dalla città nel suo insieme, si tratti di opere pubbliche o di proprietà
private, rientrando anche queste ultime, nel quadro, nella scena per la
vita comune, negli interessi comuni, a parità con le altre.
Si salvano ancora, dal caos e dalla morte per asfissia, alcune città
minori e praticamente i capoluoghi di provincia che non superano il
mezzo milione di abitanti; Milano, Torino, Genova e Palermo sono
oramai fuori gioco e solo una saggia amministrazione potrà salvare
Bologna, Firenze, Perugia, Ancona, Bari. Ma per quanto tempo? Città
che sono oggi sulla cresta dell’onda come Verona, Parma, Padova e
Modena non avranno dieci anni di vita, se non interverranno immediatamente provvedimenti, che ne limitino l’accrescimento e ne restaurino per intero, con tutto il costruito, le funzioni urbane.
Al posto, dunque, di un’unica città monocentrica che si espande
senza limiti, e che quindi finirà per soffocare il suo cuore, che interessa non soltanto come centro storico, per le memorie cittadine e per le
opere d’arte che in passato vi ha lasciato, ma anche come centro urbano, come luogo della massima concentrazione degli scambi e dei rapporti sociali, occorre pensare alla costellazione di nuclei urbani, anche
diversamente caratterizzati, di dimensioni varie, ma tutti strettamente
collegati da una rete di strade e di trasporti di massa, che assicurino,
col diradamento della massa urbana la policentricità, quell’effetto metropoli, che non sarebbe più raggiungibile con lo sviluppo a macchia
d’olio.
Ogni suo elemento, ogni suo nucleo preso in se stesso, dovrebbe
venire chiuso da un’ultimo sistema edilizio di « bordo », che stabilisca
il limite del « continuum » edificato verso la campagna, come un tempo, la cinta muraria di difesa. E la campagna, dovrebbe essere liberata
dalla disseminazione disordinata delle case e delle fabbriche, per essere restituita integra all’agricoltura evidentemente industrializzata; torna attuale in altre parole, il modello insediativo della pianura pugliese,
che ancora oggi è riconoscibile dall’aeroplano, con le sue bianche
macchie delle concentrazioni di case, sul fondo grigio-verde degli uliveti, sul giallo oro dei campi a grano, si tratterebbe di aggiornarlo questo modello e di dare un senso preciso, un ruolo ad ogni elemento esistente o nuovo, della conurbazione.
Per far questo e per ringiovanire i nuclei esistenti, occorre forse
pensare ad un artificio, che renda possibile eliminare gli inconvenienti
dimostrati dal piano regolatore generale e dagli altri strumenti urbanistici esistenti.
Il Piano Regolatore Ge nerale che è lo strumento di base, direttore,
detta dall’alto le risoluzioni ai problemi, che dall’alto sono stati recepiti senza verifiche al vero o alle piccole scale prima della sua
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MANIFESTAZIONI PROVINCIALI________________________________________________________________
adozione ed approvazione. Troppo generico ed ampio, trascura la necessità di un ordine che non sia soltanto distributivo delle funzioni
nelle diverse aree omogenee in cui divide il territorio urbano e che sia,
invece identificazione attraverso i segni fisici delle infrastrutture, delle
architetture, della vegetazione, di ogni singola parte, che sia orientamento anche per uno straniero, che sia comunicazione al fruitore qualsiasi dell’idea di città che ha sostenuto, fondato il piano stesso, che risponda. infine, al bisogno naturale di un’ordine formale, espressione
dell’ordine sostanziale, strutture estetiche corrispondenti ad una struttura sociale e umana.
Il Piano Particolareggiato, all’opposto, è troppo limitato nello spazio e non riesce ad inquadrare una porzione di territorio che sia identificabile come unitaria da chi la percorre. Dieci chilometri quadrati,
possono essere troppi in alcuni casi, per collocare nella memoria la
struttura urbanistica di tale porzione, ma è certo che le dimensioni usuali dei piani particolareggiati non riescono che in pochi casi nell’intento di comporre, nel disegno, le varie parti, di strutturare architettonicamente l’intero settore urbano.
D’altra parte, il così detto piano-volumetrico, dice troppo e troppo
poco, è troppo costringere il progettista di un’edilizia entro la camicia
di forza, in una volumetrica, che non nasce nel momento di una ideazione dell’organismo, ma che, per forza di cose, deve essere la pedissequa ripetizione semplificata di tipologie già troppo semplici e vissute e quindi inevitabilmente consumate.
E’ troppo poco limitarsi ad indicare i volumi senza precisare quali
sono le progettazioni, anche di più edifici, che debbono essere considerate unitarie, cioè affidate tutte insieme ad un’unica responsabilità
progettuale; si tratti di un singolo professionista, o dell’anonimato di
un ufficio tecnico di un ente, di una consulting.
La volumetria prestabilita paralizza l’immagine e impedisce che il
volume, che è permesso costruire, prenda la forma più adatta allo scopo, più adatta al luogo, più adatta al momento: forma che non sarà mai
possibile predisporre in sede di piano particolareggiato, perché forma
che deve nascere dall’interno degli edifici in progettazione, dalla loro
vita intima, dai traffici degli uomini e dagli spazi entro i quali gli uomini si muovono, e forma che deve vivere nella sostanza e nel colore
dei mezzi tecnologici impiegati, tutta roba che non può non formarsi
nel lento, lungo iter progettuale, sul tavolo dell’architetto, nella mente
dell’architetto.
Le norme di attuazione e il regolamento edilizio, ugualmente non
potranno mai recare un contributo efficiente alla costruzione della città
moderna, che non può più essere concepita nei semplici schemi stereometrici che la muratura ordinaria imponeva, e nelle misurazioni di
fabbricati, che non necessariamente avranno un livello di marciapiede
o un filo di gronda. Certi standards di quantità, saranno sempre necessari, ma sarà difficile andare oltre quelli, senza il rischio di vincolare
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per impedire, oltre agli abusi anche la qualità.
Per eliminare i principali, fra gli inconvenienti che hanno mo strato,
nella pratica attuazione, questi strumenti, c’è innanzi tutto da dire che
occorrerebbe che i piani regolatori generali non considerassero che le
zone agricole siano estranee alla programmazione.
Nella normativa e nella consuetudine che trascurano le zone agricole, in quanto eterne, non suscettibili di trasformazione economica e
sociale, e nella tradizione dei piani urbanistici, legati fino a poco tempo fa al continuo urbano, alla sua razionalizzazione, alla sua espansione, resta fuori dal ragionamento della pianificazione proprio quel rapporto città campagna che è alla base di qualsiasi assetto territoriale.
Bisogna dunque, per prima cosa, per disciplinare nella pianificazione moderna, provvedere perché un’area da pianificare, sia studiata
innanzitutto come area economica generale, negli equilibri più o meno
stabili fra funzioni economiche primarie (l’agricoltura), funzioni economiche secondarie (l’industria), funzioni economiche terziarie (dei
servizi e della direzionalità), il tutto in relazione alla maglia delle infrastrutture (strade, ferrovie, porti, aeroporti, autoporti, fonti di produzione di energia e trasporto della stessa a distanza, bacini idrografici e
loro regolazione e pianificazione in rapporto all’irrigazione ecc.). Accanto a questo studio generale economico, occorrerebbe lo studio dei
problemi specifici dell’agricoltura, quello dei problemi delle industrie,
quelle delle attività terziarie, soprattutto nel loro rapporto di sistema
generale economico, per correggere distorsioni e influenze negative,
sullo sviluppo delle aree urbane.
Tutto questo, non può essere visto prendendo come area di studio
la sola area urbana e, del resto, per quanto ho detto prima, circa la necessità di passare dalla città compatta alla unità metropolitana diffusa,
occorre estendere lo studio ad un’area di grandezza conveniente, forse
all’intero comprensorio economico e sociale nel quale vive oggi una
città; allargare l’area degli interessi, e, quindi, fondare il piano sugli
aspetti politici ed economici dell’agricoltura, dell’industria, dei servizi, considerando che la residenza con i suoi problemi deve seguire e
non precedere i criteri di impostazione del piano.
Impostazione generale del piano, che dovrà contemporaneamente
prendere in considerazione i problemi dei centri abitati, soprattutto
considerandone gli aspetti sociologici e sociali.
Ogni settore della città, ogni frazione, ogni altro piccolo comune,
dovrebbe venire studiato per scoprire le carenze dei servizi, per valutarne il grado d’efficienza delle strutture abitative, per sondarne le eventuali patologie sociali, per sensibilizzarne gli abitanti ai problemi
specifici dei loro quartieri e a quelli più ampi, di solito sconosciuti, del
resto della città e del territorio, coi quali d’altra parte, ogni quartiere
ha un rapporto che da passivo, dovrebbe diventare attivo; soprattutto
per evitare che la pianificazione sia condotta a distruggere anziché
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MANIFESTAZIONI PROVINCIALI________________________________________________________________
ad aiutare la composizione sociale esistente.
Curare gli aspetti d’insieme del comprensorio al quale appartiene
una città o una conurbazione, e parallelamente i suoi aspetti particolari, di dettaglio, delle singole parti minute; questo è il quadro costante
di riferimento nel quale solo può fondarsi una valida pianificazione
moderna; pianificazione moderna che andrebbe ugualmente condotta
tecnicamente, contemporaneamente sui tre livelli: livello centrale, del
piano regolatore generale della città principale, o meglio della conurbazione a venire, quello superiore del comprensorio socioeconomico,
e quello inferiore dei settori urbani, dei quartieri, delle frazioni, dei
comuni contermini e conviventi.
Tre livelli, per ognuno dei quali occorrerebbero le competenze interdisciplinari necessarie, sia per la fase di analisi conoscitiva in andata, sia per la fase di programmazione in ritorno, così che sia possibile
la dialettica continua delle domande e delle risposte, delle proposizioni e delle verifiche, secondo le buone regole della vera pianificazione.
Programmazione, progettazione, attuazione, sono i tre momenti di
ogni intervento; si può considerare che la pianificazione urbanistica
sia, in qualche modo, un intervento sul territorio sia pure diluito nel
tempo.
Questa diluizione, porta con sé uno dei più grossi problemi che
l’urbanistica si trova a dover fronteggiare, tenuto in particolar conto la
velocità delle trasformazioni, oggi anche dei bisogni, e la impossibilità, quindi, di buone previsioni, anche in un arco di pochissimi anni;
per cui, è necessario da un lato contenere l’espansione per quanto possibile, perlomeno, fare soltanto per le fasi di attuazione successiva alla
prima, delle ipotesi che non siano vincolative e non stabiliscano concreti diritti alle edificazioni, in modo da lasciare la massima possibilità
agli interventi successivi alla prima fase di organizzarsi, quanto meglio è possibile, in ordine alle esigenze maturate fino a quel momento.
Ma, da un’altro lato, è necessario garantire al sistema delle infrastrutture la possibilità di svilupparsi senza ostacoli quindi: necessità di
svincolare i suoli per la espansione dei sistemi infrastrutturali esistenti
e tracciare il reticolo delle maglie infrastrutturali senza malizia e con
mano decisa, considerando che bene o male la divisione e quindi la
organizzazione del territorio, dipende in primo luogo dalle linee, dai
punti, dalle aste, dai poli costituenti il sistema stesso delle comunicazioni. Un piano, massimizzato per la viabilità e minimizzato per gli
sviluppi edilizi, avrà bisogno di essere aggiornato ogni anno, ogni due
anni.
Di qui, la necessità di una sostanziale lavorazione continua intorno
al piano, proprio perché continuo e continuamente cangiante è lo sviluppo del territorio oggi.
Quindi, un ufficio permanente del piano, cui facciano riferimento i
molti consulenti esterni e diversi gruppi di studio, per ognuna delle
scale, per ognuno dei settori nei quali la scala dei dettagli si suddivide.
Ma questi gruppi di studio e di piano da chi saranno formati?
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Fino a non molti anni fa, il piano era messo nelle mani di un tecnico
che rispondeva contemporaneamente al Sindaco e alla Giunta, all,
commissione urbanistica, al consiglio comunale, alla popolazione tutta
delle scelte fatte, scelte tecniche si diceva, ma scelte che avevano come hanno, la possibilità di togliere di dare ricchezza, di stabilire vincoli, addirittura di indicare e permettere o di non permettere UI certo
modo di vita. Quindi scelte tecniche dalle quali, scaturiva una politica,
la politica dell’habitat, della città.
I politici più accorti, lo sapevano anche ieri e sceglievano opportunamente il tecnico cui affidare il piano, e dietro lo scudo del piano
scudo tecnico firmato da un tecnico, agiva liberamente l’azione politica oggi le cose sono cambiate: per non sbagliare i politici sono usciti
allo scoperto, si sono impossessati della disciplina e ne fanno una delle principali armi, nella loro lotta, fino al punto in qualche caso di esautorare i tecnici, maneggiando di persone gli strumenti del dise- gno
e della normativa.
Contro il pericolo di un piano puramente tecnocratico e quello di
un piano troppo dominato dall’interesse personale, elettorale pii che
politico di qualche amministratore; soprattutto contro il disinteresse
che gli uni e gli altri hanno mostrato fino ad oggi, per i problemi di
dettaglio, per quei problemi che maggiormente sente chi usa la città
cioè l’uomo della strada, che è anche l’uomo della casa, dell’automo bile, ecc., si è andata facendo strada la così detta idea di « partecipazione » e cioè la volontà e il problema di far partecipare concretamente agli studi ed ai problemi di risoluzione della città i fruitori stessi
della città: i cittadini.
Il problema non è semplice, perché complessi e non riducibili senza danno sono tutti problemi che riguardano la città.
Quelli della civitas, della città sociale, degli uomini, delle istituzioni, si intrecciano maledettamente con i problemi dell’Urbs, della
città delle case, delle strade e dei servizi. Si tratta di una struttura risultante complessa, nella quale le due strutture componenti primarie,
quella fisica, e quella sociale, sono difficilmente analizzabili e trattabili separatamente, ma sono strutture già difficili a trattare da parte di
chi abbia dottrina ed esperienza nel mestiere urbanistico, si tratti di un
politico, di un tecnico, di un economista, di un sociologo.
Ciònonostante, il problema della partecipazione esiste e, credo, sia
l’unico mezzo, la presenza reale dei fruitori, incapace di mitizzare e
smitizzare l’urbanistica ed evitare eccessi di tecnocrazia e partitocrazia. La città è un bene di tutti, è un bene del quale tutti debbono
godere, è anche una istituzione in crisi, in crisi proprio per gli accessi
della tecnologia e per gli egoismi troppo miopi scatenati dal benessere; c’è un malessere, che da quel benessere deriva, che può e deve essere distrutto, allora occorre, che la pianificazione controlli continuamente i suoi passi.
Se per un livello intermedio e per quello superiore della pianifi-
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MANIFESTAZIONI PROVINCIALI________________________________________________________________
zione (piano di insieme della città e della conurbazione nel quadro del
comprensorio socio economico più generale) può bastare la compresenza e il reciproco controllo dei politici e dei tecnici, per il livello
più basso dei settori, dei quartieri, delle frazioni, degli altri comuni
minori interessati alla conurbazione, occorre accanto ai rappresentanti
politici del locus ed ai tecnici delle analisi e delle programmazioni, la
presenza della popolazione.
Presenza, che bisognerà impedire che sia strumentalizzata in qualsiasi direzione e che non sia interrogata solo per i problemi specifici
del quartiere, ma interessata a tutto il problema territoriale urbano; solo in questo modo, sarà possibile, che la pianificazione dia una risposta positiva alle esigenze reali degli abitanti delle varie zone della città, solo così sarà possibile una verifica ed un controllo delle proposizioni che scaturiranno dall’organismo centrale di pianificazione.
La contemporaneità di lavoro alle diverse scale, presenta anche
un’altro lato positivo e cioè, quello di poter avere, ad un certo mo mento, la base d’insieme per il piano a livello metropolitano e territoriale e lo sviluppo nei dettagli della base stessa, per quanto riguarda
il già costruito, le trasformazioni, gli adeguamenti di varia grandezza
che deve sopportare, o di cui deve beneficiare. Sarà possibile, cioè,
quello che non è stato mai, che i piani particolareggiati siano proposti
almeno nelle loro linee generali propositive (pianiquadro o simili) insieme al piano generale; sarà anche possibile, che col piano dell’insieme che contempla i vari aspetti della vita della città e del territorio,
vengano allestiti anche piani specifici per l’agricoltura, per le industrie, per il sistema infrastrutturale, per l’energia, per l’università.
Questo quadro potrà sembrare, così come l’ho tracciato, caotico,
complesso, costosissimo: nella realtà, invece, tutto si ridurrebbe a pagare l’organizzazione centrale e gli esperti, il resto, dovendo nascere
dalla attività politica e sociale della città, finalmente messa a lavoro
per risolvere i suoi problemi, anziché lasciarli a mugugnare e a sparlare nei caffè, nei bar, nei salotti e negli uffici, nelle sedi rionali di partito e negli altri luoghi di riunione sociale.
Bisogna pensare, che il momento che stiamo vivendo è un mo mento di crisi e come tutti i momenti del genere potranno risolversi
per noi in modo positivo o in modo negativo, a secondo come noi sapremo affrontarlo.
L’Italia è stata un po’ troppo tempo alla finestra, a guardare subendo la realtà e non costruendola e ne stiamo pagando le conseguenze, particolarmente nel meridione; ma le Puglie, nell’Italia meridionale, sono state la regione che contrariamente alle altre, ha trovato
una sua strada, diversa da quella del triangolo industriale, diversa da
quella della Sicilia e diversa da quella di Roma.
Il territorio pugliese presenta chiarissima la sua struttura e il pugliese è un uomo che vede chiari i problemi; Bari, ha già conquistato
un posto di avanguardia, di pilota, fra le provincie meridionali e
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Foggia rappresenta, rispetto a Bari, l’altro polo delle Puglie.
Tanto quella è il nodo degli scambi e dei traffici fra la linea adriatica e quella dello Jonio, tanto questa è il nodo degli scambi dei traffici
e della vita, alla confluenza della linea adriatica e della linea trasversale interna, Napoli, Caserta, Avellino, Benevento, Gargano
Foggia è collocata sul parallelo di Roma, e il suo meridiano passa
nell’area Viennese, Foggia ha oggi una strada da seguire, che non è
più quella antica, tracciata dalla transumanza delle greggi dal colle alla
pianura o delle truppe mercenarie degli Hohenstaufen, dalla Sicilia al
Continente e all’Impero.
E’ la strada della civiltà di una sub regione, che col suo capoluogo
vive stretti rapporti con le tre regioni limitrofe. Mare, pianure e collina, coltivazioni estensive e vigneti, uliveti e boschi rappresentano, in
una temperatura dolcissima, la base fisica pregiata, sulla quale vive
una popolazione forte e tranquilla.
E’ arrivato il momento di pensare assieme alla popolazione e al
territorio, per fare dell’una e dell’altro una realtà nuova, adeguata alle
necessità e alle possibilità dei tempi.
LUDOVICO QUARONI
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METODOLOGIA DEL RESTAURO URBANO E ARCHITETTONICO
NELLE AREE STORICHE Dl FOGGIA
La lettura di una città, la sua fruizione, il suo uso sono categorie
mentali e sensitive abbastanza innate in ognuno di noi; non altrettanto
semplice, invece, è crearsi un criterio discriminante di lettura dei parametri urbani.
Infatti, noi siamo abituati alla città come il bambino alla casa e, indubbiamente, quest’ultima formerà in modo basilare l’ambiente a cui
sempre, poi, a livello conscio o meno l’individuo ricorrerà come ad
un’idea stabile; ad una rappresentazione sicura del suo ambiente familiare.
L’utente della città è simile al bambino, solo che i rapporti familiari si sommano a quelli sociali, finché il nuovo ambiente, allargato a
comunità sempre più vaste, diventa condizionante di quell’idea di fatto stabile, di ferma rappresentazione dei valori sociali a cui l’individuo
va a rapportarsi.
Pertanto la città, con le sue stratificazioni storiche, con le sue emergenze, con i suoi ambienti è condizionante il comportamento individuale e sociale secondo due estremi: quello di massima concentrazione degli scambi sociali e quello, invece, di pressoché totale mancanza delle comunicazioni interne, fra microgruppi tipici, a favore di
comu nicazioni autoritarie che provengono dall’alto e quindi da microgruppi atipici, ma prevalenti.
E’ abbastanza fuori luogo l’esempio di chi pervenendo alla conoscenza di altre entità urbane allarga la sua conformazione critica secondo nuove categorie; infatti, tutto questo inficia quei valori e quei
rapporti di corrispondenza uomo -ambiente, senza per altro far si che
altri valori uomo ambiente si sostituiscano ai precedenti. Ad esempio,
chi vede per la prima volta una città con maggiori pregi urbanistici o
architettonici ha la sensazione, in genere, che tutto quanto sia alternativo alla città
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________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA
Le «corti strette» o «vicoli» tipica struttura di relazione fra microgruppi.
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MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
di origine; ma, tornatovi, si accorge della insensatezza di tale operazione, perché la sua città è strettamente radicata ai suoi valori etnici e
storici.
Per quanto riguarda Foggia direi che in essa troviamo ambedue gli
estremi, chiariti precedentemente: esistono luoghi in cui la comu nicazione urbana confortata da maturazioni storiche e generazionali
raggiunge un grado di umanità abbastanza soddisfacente; esistono
luoghi, invece, in cui le esigenze pseudo-tecniche hanno alternato fortemente un possibile regime delle comunicazioni.
Pertanto, questo invisibile diaframma che divide le due parti eterogenee è esso stesso condizionante le relazioni urbane; esistono con
questo i concetti di centro e di periferia con tutti i relativi abusati attributi.
In questa sede mi occuperà del centro della città; del luogo, cioè,
in cui le relazioni sono necessariamente più facili o diventano in alcuni casi parossistiche (vedi traffico); premetto, però, che tutto quanto
dirò tende alla eliminazione di discrepanze strutturali e tende, a contrario, a favorire la restaurazione di un organismo unico e vitale.
Il Centro Storico di Foggia va individuato fra le vie Garibaldi,
Fuiani, Manzoni, e piazza Piano della Croce con via della Repubblica.
E’ costituito da una struttura urbana di tipo medievale con un asse
centrale viario, che la caratterizza in modo specifico (Via Arpi), una
serie di spazi mediani comu nicanti tramite un anello viario interno
(via le Maestre, vico Ciancarella, vico Pannivecchi, via Pietà, vico
Zingari, piazza Mercato, vico Sino, via Civetta, via le Orfane) su cui
poggia ulteriormente la struttura periferica di esso; infine, è costituito
da una serie di assi centrifughi che vanno a innestarsi nella nuova
struttura urbana.
Le motivazioni qualitative di questa definizione del Centro Storico
non sono sostenute in modo compatto da tutta la massa architettonica
di esso, bensì da una quantità discreta di edifici pubblici e di culto
mediati da ambienti ed architetture con caratteri particolarissimi, anche se non aventi qualità linguistiche di estremo rilievo.
La genesi di Foggia va ricercata in un bisogno storico-politico e
geografico di ricerca di un nuovo insediamento urbano da parte delle
ultime comunità arpinati. Queste, spinte dalla insalubrità, ormai cronica della città di Arpi, dalla sua estrema decadenza politica ed economica, s’insediarono intorno alla storica Taverna del Gufo, posta, a sua
volta, all’incrocio delle vie che collegavano, nel territorio circostante,
Lucera con il Sud e l’antica Sipontum con Troia.
Poco per volta, data la favorevole ubicazione rispetto alla pianura
del Tavoliere, questa primitiva comunità continuò sempre più ad allargarsi, fino ad arrivare ad un primo assetto concluso da mura, corrispondenti al sopra descritto anello circumvallante di via Le Maestre,
via le Orfane, Piazza Mercato.
Il successivo accrescimento, fino alla forma di massimo equilibrio
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storico urbano, corrisponde all’attuale individuazione del Centro Storico. E’ importante, a questo punto, fare una breve digressione sui caratteri politici e religiosi che influirono, in modo notevole, sulla determinazione dell’assetto urbano pervenutoci.
Questa comunità era in principio formata da pastori e mercanti; in
seguito all’organizzazione dei processi produttivi in forme più complesse e all’aumentare dell’importanza di Foggia, si vennero a costituire per rigenerazione o per induzione classi medie di signorotti e burocrati, ben decisi a far valere i loro privilegi, e di popolani più o meno legati ai favori dei nobili.
L’immagine urbana corrispondente a questo stato politico consta
degli insediamenti prettamente popolari del rione Maniaporci (attuale
circondario delle Marcelline) e del rione Croci (pervenutoci quasi allo
stato morfologico originale), ambedue facenti corpo con i sistemi
commerciali a costruzioni più importanti, quali i palazzi dei nobili, le
chiese e i conventi già assorbiti nei limiti dell’abitato. La dislocazione
dei tre ultimi tipi era tale da dividere nei modi più opportuni la città in
zone di influenza allo scopo di esercitare un controllo di carattere politico e religioso (o meglio: politico, da parte sia dell’Amministrazione
che della Curia).
L’immagine architettonica di questo stato sociale ci fa, a sua volta,
comprendere alcuni degli anzidetti caratteri: « particolarissimi » degli
aggregati residenziali. Il tessuto connettivo di questi è, secondo le fluttuazioni demografiche, a carattere discreto nelle prime fasi di sviluppo
e, quindi, a carattere estremamente concreto nella fase ultima di equilibrio urbano, quando la città, non espandendosi più al di fuori della
cinta muraria, si accresceva su se stessa con metodi additivi in orizzontale e in verticale.
I rispettivi risultati architettonici di questi accrescimenti sono le «
corti strette » (o vicoli) le quali, originate da slarghi di piccola dimensione, diventavano via via sempre più profonde fino a raggiungere
la cinta muraria; e, per l’accrescimento in altezza, abbiamo come risultato ciò che lega l’architettura foggiana a tutta quella italiana meridionale e a quella Mediterranea: le aggregazioni estremamente varie e
compatte, derivanti da una logica di relazioni mediante scale e ballatoi.
Un modo più evidente di comprendere questa architettura ci proviene dall’analisi dei centri storici delle comunità Garganiche (e Pugliesi in genere), i quali centri, originati da matrici geomorfologiche
molto più stringenti, assunsero caratteri più evidenti e forzati di quanto avvenne per Foggia; tuttavia, l’esame dell’arco completo di queste
tipologie dell’abitare, collocando le sintassi urbane di Sansevero, Apricena all’interno dei due estremi Foggia-Paesi Garganici, ci fa capire
perfettamente il grado di affinità delle due architetture a prima vista
alquanto dissimili.
A questo punto, va sottolineato l’immenso valore ambientale e sociale di questa architettura dimenticata. L’aggregazione così com-
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MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
patta della residenza forniva all’utente una « scena urbana » di cui era
sempre protagonista insieme alla comunità. In altri termini, la città favoriva l’incontro e la comunicazione fra le persone, proprio attraverso
l’estroversione dell’architettura
La piazzetta, la strada, il ballatoio e la scalinata erano altrettanti
spazi in cui prendeva vita la relazione sociale e l’uomo, in tale ambiente, er stimolato e si apriva ai problemi comuni, trovando in tutto
questo una dimensione urbana a sua esatta misura.
Passando ad un ambito più attuale e, cioè, a delle argomentazioni
decisionali è doveroso dire che per Foggia il problema del Centro Storico si pone in misura estremamente grave in quanto all’inizio degli
anni 50 la città ha spostato il suo campo d’interessi e di crescita verso
Sud, seguendo quella filosofia dell’espansione ad ogni costo che ispirava ogni programma, anche politico. L’alternativa era tutt’al più una
generica aspirazione, una etichetta culturale tenuta ben distinta dalla
pratica quotidiana. In questo clima la salvaguardia degli ambienti storici della città è un problema avulso dalla dinamica della vita sociale;
è un tema circoscritto ad una élite di nostalgici studiosi, la cui attenzione è polarizzata più dal reperto architettonico che dal vero problema sociale, economico e culturale dell’ambiente storico.
Purtroppo, lo strumento urbanistico non risolve la questione, perché con i suoi rigidi vincoli di inedificabilità contribuisce in modo decisivo alla progressiva emarginazione di esso dal contesto urbano.
Ma con la nuova legge sulla casa e con i diritti di esproprio da parte della Pubblica Amministrazione, si potrebbe in qualche modo agire
per la soluzione di certi problemi.
Essendo il Centro Storico di Foggia per un buon 40 % formato da «
ruderi », si potrebbe esaminare l’espropriazione per comparti, i quali
ultimi contengano, in parti proporzionali, quantità edilizie e quantità
esclusivamente planimetriche in modo tale che si permetta una ricostruzione non totalmente deficitaria. Il compito di tutto questo, come
accenna la « 865 », spetta agli Enti preposti alla costruzione di alloggi
economici e popolari e a quelli di più specifico carattere di pubblico
servizio. Se esisterà, come è scontato, un intervento a livello privato
questo potrebbe ricalcare quello pubblico, sempre riferendosi ai comparti di progettazione prima definiti; solo che non goderebbe delle facilitazioni dell’esproprio, ma di una prevedibile revisione della materia in sede di legislazione regionale. Quindi per il Centro Storico di
Foggia, che in particolare risente di irrimediabili colpi infertigli dalla
guerra e dal tempo, il problema della conservazione totale non si pone
in termini estremamente rigidi.
Quello che invece è il tema centrale da sviluppare è il suo reinserimento nella realtà urbana o meglio in quella territoriale.
La città si è sviluppata ad un ritmo enormemente differente da
quelli precedenti e, nel contempo, le singole realtà urbane dei centri di
relazione nel territorio hanno subito anch’esse delle fluttuazioni di
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Le articolazioni in facciata, momento di particolare interesse del linguaggio
architettonico.
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MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
sviluppo economico e urbanistico; pertanto, il Centro Storico si trova
ad interagire in una realtà territoriale del tutto diversa da quella esistente all’epoca della sua genesi.
In ultima analisi, una nuova politica di assetto territoriale dovrà:
concepire i centri urbani come elementi di sistemi policentrici, fra loro
integrati, per cui la dotazione di nuovi insediamenti industriali, di attrezzature e servizi, dovrà costituire, insieme alle infrastrutture, il legamento di tali sistemi urbani ed essere una sostanza complementare
all’insieme e non ai singoli centri; invertire quella tendenza di area di
prima immigrazione, dato che il degrado delle abitazioni ha fatto si
che il livello dei fitti risultasse più basso di quello della periferia.
In ogni caso, comunque, il nucleo antico va considerato come un
quartiere residenziale al pari di tutti gli altri, con problemi in parte
analoghi; ma non dovrebbero essere modificati né la struttura sociale,
né quella urbana e concentrando, quindi, le attrezzature di nuovo impianto, specialmente quelle di natura culturale.
A questo corrisponderebbe un’immagine urbana molto vicina a
quei caratteri « particolarissimi » cui prima accennavo. Il recupero urbano, in altri termini, per quanto riguarda il Centro Storico dev’essere
un recupero spaziale e comportamentale; solo in questo modo si elimineranno certe tentazioni museografiche o superate alienazioni folcloristiche, e si potrà, invece, concretizzare un unico ambiente privo di vere o false riverenze, inchini o ammiccamenti verso il reperto antico,
ma pregno di valori attuali interagenti con le valenze storiche.
In altre parole condanno il Centro Storico-museo e propongo, invece, un centro vitale ed organico con il passato e con il presente.
Tutto questo è possibile attraverso una schematizzazione:
— Il recupero del monumento senza che questo corrisponda al suo
isolamento;
— la valorizzazione degli ambienti ad esso complementari;
— la progettazione degli ambienti distrutti o privi di qualsiasi valore, secondo categorie spaziali e volumetriche in stretta correlazione
con le precedenti, ma che, nel contempo, siano sicura testimonianza
dei nuovi tempi, purtroppo non privi di una timidezza morale di tipo
Alto-Medievale.
A livello strettamente linguistico e sintattico tutto ciò corrisponderebbe ad un abbandono del volume « palazzina » a favore di fatti
spaziali complessi, oserei dire Piranesiani, attraverso concrezioni tipologiche strutturate da scale, ballatoi, piazzole; calibrate tutte in modo
tale da rinvigorire quei fattori relazionali primitivi.
In ultima analisi, il Centro Storico di Foggia non è ciò che va reintegrato o appartato dalla città; già questo fatto implica un giudizio di
valore, come di oggetto cristallizzato.
Il Centro Storico è per antonomasia ciò che di Foggia è stato meno
compromesso dalla colonizzazione culturale ed economica del
NORD-ITALIA e dall’Internazionalismo in genere.
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Pertanto, ciò che ci deve preoccupare innanzitutto non è in termini
di oggetti architettonici ma in termini di uomini o strati sociali residenti in esso e ad esso collegati da meccanismi di tipo commerciale e
di comunicazione parenterale o « amichevole ».
L’incentivazione dell’economia artigianale e terziaria può fornire
dei parametri di autocrescita che non provengano necessariamente
dall’ alto che, anzi, diventano motivo di sollecitazione perché si consolidi e non si disperda la matrice culturale ed etnologica sottoposta ad
un delicatissimo equilibrio che sarebbe estremamente facile alterare.
Il sistema urbano di immediata complementarità con il Centro Storico è quello formato dai quartieri Settecenteschi, originati da una espansione subitanea e a carattere (originariamente) provvisorio, la
quale suturò con un impianto ortogonale di elementi modesti le nervature a cortina aderenti alla struttura tratturale preesistente e facente capo a Palazzo Dogana (via Nicola Parisi, via del Carmine, corso Cairoli, corso Vittorio Emanuele)
Dati i presupposti storici e contingenziali di questo ulteriore sviluppo, abbiamo come risultato un’architettura estremamente scadente
e poco indicativa sul piano linguistico, tale da costituire zone di residenza prive di effettiva organicità (e... ancora oggi aventi carattere di
isolamento e di chiusura rispetto alla città in generale).
Quelle che erano le concrezioni architettoniche all’interno del
Centro Storico qui diventano assi ortogonali che favoriscono la dispersione dei rapporti umani e per di più l’allontanamento degli individui
dal gruppo e dall’immagine urbana di esso.
Però, data la scala di queste case e degli spazi intercorrenti, che
ancora conserva dimensioni ridotte, il problema non assume rilevanza
estrema, anzi è appena indicativo di una realtà che appare evidentissima ai giorni nostri nella nuova città.
La dinamica di sviluppo ottocentesca, subentrata ad una forma disequilibrata (città Medievale e Settecentesca), costituisce di fatto il «
trait d’union » fra quelli che sono attualmente il Centro Storico e la
periferia in rapporto all’intero organismo urbano.
Volendo ulteriormente chiarire questo concetto dobbiamo fermarci
a considerare gli interventi pianificatori dell’Ottocento (Corso Giannone, corso Roma, Stazione delle FF.SS.), i quali, mirando ad un contenimento regolarizzato della città, presupponevano una sua futura espansione a scacchiera.
Il « tempo urbano », cioè la prassi urbanistica con i suoi tempi
d’attuazione ed i suoi mezzi d’intervento: edilizia privata e pianificazione pubblica, ha negato questo assetto ed accrescimento della Città,
che si sviluppa ora non più secondo addizioni geometriche, ma secondo poli di intervento residenziale e strutturale (C.E.P., Ospedali, quartieri come il « Tratturo S. Lorenzo », villini di Viale Ofanto) e i successivi completamenti speculativi.
Pertanto, la « zona mediana » suddetta è venuta ad acquistare fun83
MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
zione di tramite, di cerniera, di cuscinetto, fra le nuove espansioni periferiche e il precedente « centro storico »; in ultima analisi, ha assunto
caratteri di centralità ove era stata prevista come prima fascia di regolarizzazione.
Dal punto di vista strettamente funzionale, vediamo addensarsi in
questa zona gli insediamenti commerciali e amministrativi, i quali
contribuiscono a fare di essa il centro propriamente detto, in cui si materializza anche architettonicamente la « idea di città ».
A tutto questo, però, corrisponde una cronica quasi totale mancanza di infrastrutture adatte a istituire legami effettivi con le altre due
zone predette; pertanto, la « idea di città » s’identifica con quella di
comu nità privilegiata rispetto alle altre.
Un’ipotesi d’intervento in queste aree dal punto di vista giuridico
porrebbe minori difficoltà soltanto che bisogna calibrare in modo opportuno le decisioni, perché è questa la scala di maggiore rilevanza per
una rappresentazione ideogrammatica di quel concetto di centro. E’
Sotto questo aspetto ideogrammatico che va visto questo piano di ristrutturazione dei luoghi centrali.
Con esso si propone un modello semplificato sicuramente irrealizzabile, ma la sua giustificazione è nella coagulazione dei problemi urbani e della loro soluzione ottimale; dal punto di vista metodologico
questo è nient’altro che una prima individuazione dei problemi, ma
contiene in sé già dei suggerimenti che se riportati ad una scala di realizzabilità potrebbero mantenere il loro carattere ottimale.
In altri termini, se tutto il verde centrale non è praticamente realizzabile tuttavia sarebbe possibile operare con comparti a scala minore
in cui si costruirebbe in ristrette parti in altezza anche rilevanti e si potrebbe, invece, candidare i suoli rimasti a verde pubblico che potrebbe
avere carattere di organicità e, quindi, di fruibilità immediata da parte
degli utenti.
A livello di organizzazione urbana, credo che quella cesura che di
fatto esiste fra centro e periferia potrebbe venire risolta, con ampie zone di raccolta intorno all’anello urbano interno che, come infrastruttura complessa sarebbe studiato a vari livelli e con varie candidazioni
d’uso.
Tutto questo è strettamente connesso all’asse attrezzato di valorizzazione dei luoghi centrali di cui l’Arch. Marciani vi ha parlato in
modo specifico.
Quindi, in sintesi, è nostro compito cercare nel passato i simboli e i
nessi linguistici più autentici, tali da venire rimessi nel circolo architettonico attuale e pariteticamente di assumere tutti quei parametri del
nostro tempo, analizzabili, verificabili ed elaborabili, idonei a costruire la realtà urbana ed architettonica attuale.
Va negata, per contro, l’applicazione pratica dei parametri architettonici forniti dal movimento moderno poiché non solo a Foggia, ma in
qualsiasi parte del mondo questo ha portato, da una parte ad una
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Aggregazioni tipologiche di « residenze a piccola scala ».
MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
estrema chiarificazione costruttiva, ma dall’altra, ad una sempre più
netta separazione dell’uomo dall’ambiente urbano.
Con questo non ipotizzo una città bella, decorosa, dalle facciate
pulite, ma una città invece che innanzi tutto funzioni, abbia un proprio
lessico architettonico e in cui ognuno cessi di essere individuo e diventi invece cittadino cosciente del suo stato comunitario e intero nella sua dimensione umana.
ENNIO RIZZI
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PARAMETRI E DATI PER UNA INDIVIDUAZIONE
DELLA CITTA’ DI FOGGIA NEL SUO CAMPO URBANO
Il mio intervento vuoi essere l’apporto di materiali dello specifico
architettonico-urbanistico a un discorso sul divenire di Foggia nei suo
campo urbano, apporto interlocutorio rispetto a quello di quanti altri
tecnici, politici, amministratori, fruitori — sono protagonisti della città. Il discorso muove su due linee che partono rispettivamente dalle
scale superiori e da quelle inferiori per intrecciarsi e dare come risultante la forma d’equilibrio della città.
Da un lato si tratta di individuare il meccanismo dell’urbanizzazione, dell’insediamento nel territorio, premettendo una definizione
geografica economica e antropica del territorio in esame. Un’analis i di
questo tipo è, per il nostro discorso, funzionale all’individuazione del
ruolo che Foggia copra all’interno dell’armatura urbana del suo territorio: la Capitanata.
La seconda linea del discorso verte sui modi di crescita propri della città. E cioè il modo storico di formarsi, articolarsi, esprimere caratteristiche tipomorfologiche nel suo tessuto con continuità o discontinuità, valenze economiche, strutture sociali. E soprattutto su quali
sono oggi concretamente i modi con cui la città diviene e gestisce o
può gestire la sua crescita.
In quello che verremo dicendo va colta la sottolineatura costante
del nostro ruolo di operatori nello specifico, l’angolazione particolare
secondo cui osserviamo i fatti. Muoviamo cioè il discorso a livello di
strutture urbane recependo o ipotizzando a monte determinate istanze
di politica economica e analizzando gli effetti indotti da queste sul
supporto insediativo del territorio, sulle sue infrastrutture, strutture di
servizio, strutture di produzione e di consumo, e sulla forma del suo «
habitat ».
Quando useremo il termine « territorio » lo riferiremo costante—
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MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
mente alla Capitanata, accettando, cioè, i confini amministrati della
provincia.
Ci sembra, infatti, che questi facciano emergere con sufficiente
chiarezza i meccanismi socio-economici e le gerarchie urbane
dell’area nel contesto regionale — centro e sud pugliesi — e interregionale —Lucania e Abruzzo-Molise. Lasciamo volutamente sfumare
le tensioni marginali e centrifughe del campo in esame — per es. la
gravitazione a sud di Cerignola e della destra Ofanto —, per analizzare invece le ragioni attuali e potenziali della gravitazione del sistema
urbano dauno su Foggia e le connessioni di questo con l’esterno
dell’area.
Ora la prima questione che ci poniamo è: quali sono oggi le forme
concrete di scambio tra Foggia ed il suo territorio, scambio nei due
sensi: in entrata e in uscita?
Le statistiche sull’incremento totale della popolazione nel capoluogo significano che la città oggi cresce appena del saldo positivo dei
nati rispetto ai morti: cioè per tante persone che immigrano in Foggia
dall’entroterra subappenninico e garganico altrettante ripartono.
Il transito di manodopera diretta alle regioni centro-settentrionali e
all’estero — manodopera che compie nel capoluogo la prima esperienza del trapasso dalla condizione agricola a quella di una occupazione, sottoccupazione o disoccupazione urbana è un elemento della
dinamica sociale della città e quindi investe le sue strutture insediative
appoggiandosi a certe fasce del costruito, a quelle zone degradate, fatiscenti e di fatto ghettizzate che tali permangono almeno fino a che la
città deve farsi carico di strati di popolazione per cui non può avere risposte urbane adeguate e cioè lavoro, reddito, partecipazione.
In margine a questo flusso migratorio in transito attraverso le strutture urbane, una certa aliquota di popolazione proveniente dalla campagna si fissa in città radicandosi nella nuova condizione di vita urbana. Le figure miste di bracciante-manovale, bottegaio-piccolo coltivatore come su un altro livello la figura del professionista-imprenditore che diviene gestore di fondi modernamente condotti, sono situazioni che appartengono specificamente al rapporto tra la città e il suo
agro.
La città scambia col territorio nell’approvvigionamento dei mercati
mediante le derrate provenienti dalle coltivazioni dell’entroterra; viceversa l’entroterra richiede a Foggia prestazioni di servizi, commercio
specializzato, assistenza bancaria, servizi di P. A. ecc.
Ma fino a questo punto il coinvolgimento della città capoluogo rispetto al suo territorio è debole: il territorio cioè riconosce in Foggia il
più grosso centro terziario, la città amministrativa, una certa consistenza industriale (stazionaria su certi livelli — come rivelano le statistiche del ‘71), ma i processi di cui vive il territorio, cioè l’agricoltura,
sono sostanzialmente autonomi, anzi legati a congiunture e regolamentazioni che saltano Foggia come centro decisionale vedi la politica
di difesa di alcuni prezzi agricoli, vedi le scelte riguardanti le loca-
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________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA
lizzazioni di insediamenti produttivi nel territorio o lo sfruttamento
delle risorse locali come il metano ecc.
Questa assenza di coinvolgimento che ha radici storiche nella contrapposizione tra la città dei funzionari e la terra dei cafoni — contrapposizione che non si è verificata per Bari e Taranto — rappresenta
a tutt’oggi un fatto preoccupante.
D’altro canto, di fronte alla prospettiva da sempre auspicata di uno
stacco deciso dell’economia provinciale verso diverse condizioni di
dinamica produttiva si pone un’alternativa anche per Foggia, come per
ogni possibile « polo di sviluppo » c’è la possibilità di attuare questo
sviluppo riferendo alle sue strutture e alla sua popolazione ogni forma
di incentivazione e di iniziativa di mano pubblica e privata, e lasciando che il territorio si aggiusti sulla nuova misura, incentivando o disincentivando le sue disponibilità di strutture e di popolazione, in rapporto alla domanda a senso unico del centro.
L’alternativa è nella crescita complessiva del territorio, la Capitanata, attuata per il tramite di una distinzione precisa di ruoli e una
gestione continuamente ripianificata di essi, cui corrisponda una ripartizione bilanciata degli investimenti.
La tentazione di seguire la prima strada è quella di realizzare obiettivi a medio termine economicamente ragionevoli, soluzioni vistose da
offrire agli interlocutori, cioè agli strati operai, ai ceti medi, alla imprenditoria della città, forze bene informate e politicamente piuttosto
aggregate.
La domanda politica nel territorio è, al contrario, priva di respiro e
di connessioni, anzi nell’attuale momento storico, e lo si verifica puntualmente nel Foggiano, è meno compatta e combattiva, quando non è
addirittura divisa e corporativa, per l’erosione ancora in atto delle
strutture demografiche dell’entroterra agricolo e per la miopia e le difficoltà associative di chi opera in esso.
Cosa succede, allora, se Foggia accelera le tappe del proprio sviluppo urbano generale seguendo la strada dell’accentramento?
L’esperienza delle situazioni di fatto dimostra che una città media,
tra i 100.000 e i 300.000 abitanti, investita in tempi brevi da una grossa espansione dell’industria e, quindi, pressata da una generale domanda da attrezzature e servizi, è facilmente congestionabile. Le strutture miniaturizzate del C. S., le espansioni ottocentesche ordinate nelle
scacchiere e nei nodi a stella, ma necessariamente piuttosto indifferenziate rispetto alle gerarchie dei flussi di traffico, le ricostruzioni
postbelliche e l’edilizia degli anni del « boom » episodiche e affatto
gerarchizzate, tutto questo diverrebbe in questa ipotesi il supporto di
fenomeni di crescita sproporzionati, i cui costi di urbanizzazione ad
ogni livello sarebbero altissimi e come è norma non pagati a temp o.
Per tutto questo la prima esigenza è pianificare lo sviluppo del territorio, è acquisire la mentalità di una simultaneità da collaudare e
conquistare gradualmente tra un sistema di decisioni economico-urba-
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MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
nistiche emesse da un centro gerarchico, il capoluogo, e un sistema di
risposte dai quattro angoli del territorio.
Il territorio della Capitanata presenta in maniera puntuale quella
che è una caratteristica specifica della Puglia rispetto ad altre aree meridionali, per esempio la Campania, quella cioè di avere una armatura
urbana equilibrata rispetto alle classi di popolazione. Alla unicità del
capoluogo con i suoi 150.000 ab. circa, fa riscontro un gruppo di città
medie tra i 20.000 e i 50.000 abitanti, le città contadine; a queste una
serie di centri tra i 2.000 e 5.000 e tra i 5.000 e i 10.000 abitanti. Inoltre, questa gerarchia di quantità si ripropone ordinatamente nella distribuzione geografica chiaramente radiocentrica a passare dallo stuolo
di piccoli centri del Subappennino e del Gargano al mezzo arco delle
città contadine, a monte di Foggia, fino al capoluogo in posizione centrale.
La Campania presenta, invece, uno squilibrio accentuato tra le
classi di popolazione, passandosi dal centro metropolitano di Napoli a
una maglia fitta e indifferenziata.
L’alternativa è la crescita del territorio considerato nel suo complesso, attuata per il tramite di una distinzione precisa di piccoli centri
di pianura non ordinati e gerarchizzati da strutture di ordine superiore.
Nel Tavoliere si è verificata in questi ultimi vent’anni una sostanziale tenuta demografica dei centri medi, mentre l’emigrazione erodeva la popolazione sparsa in campagna e quella insediata nei piccoli
centri subappeninici e garganici. La tenuta dei centri medi, Lucera,
Troia, Cerignola, Ascoli, Torremaggiore, Monte S. Angelo, S. Marco
in Lamis eccetera dimostra la solidità del rapporto col territorio di
queste strutture urbane, nel senso che esse si mantengono come punto
di riferimento, di abitazione e di servizio rispetto a ben precise fasce
di territorio che gravano su di esse.
Ed è una gravitazione rigorosamente radiocentrica, come ad occhio
dimostra la rete stradale e tratturale che affluisce a questi centri.
D’altro canto si rileva ancor oggi la sottoattrezzatura di questi centri rispetto ai servizi di ogni grado, il persistere della caratteristica di
dormitorio per le attività pendolari nella campagna.
Occorre intervenire su queste strutture ancora solide prima che
l’erosione demografica le intacchi irreversibilmente, per farne la testa
di processi di riorganizzazione delle fasce mediane e interne del territorio della Capitanata, cioè del Tavoliere e della collina e della montagna.
E non sono tanto collegamenti del tipo « asse attrezzato », tra queste città che presentano problemi analoghi di riorganizzazione, o quanto dei collegamenti attrezzati con il fascio di infrastrutture longitudinali che attraversano da nord-ovest a sud-est la Capitanata, quelli
che possono avviare dei processi concreti di rigenerazione, dei territori
almeno come interventi prioritari.
E precisiamo. Il fascio di infrastrutture che attraversa verticalmente il territorio dauno — cioè l’autostrada Bologna-Canosa, le
FF.SS.,
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la statale 16 da trasformarsi a tutti gli effetti in superstrada è concretamente il tramite dello scambio dell’economia e della realtà urbana della Capitanata con il sud industriale della Puglia e con i mercati e
i servizi del nord.
Questo fascio, secondo noi, racchiude strisce di territorio in cui è
possibile attuare parchi industriali, di industrie manifatturiere o anche
di base, da realizzarsi preferibilmente con il sistema dei rustici industriali, garantendo cioè all’industria nella sua fase di strutturazione
una mobilità di organizzazione e di presa col territorio che vanno comunque pilotate dalla politica incentivatrice dell’iniziativa pubblica
(A. S. I.). L’insediamento industriale di Manfredonia andrebbe collegato al fascio infrastrutturale secondo una linea di sviluppo pedegarganica in direzione di S. Severo, mentre l’insediamento dell’Aeritalia
all’Amendola andrebbe ricucito al parco industriale foggiano, tra Foggia e l’Incoronata.
Si cerca con questo di intasare l’asse Foggia-Manfredonia con traffici pesanti in crescendo con il prevedibile prolificare dell’insediamento industriale di Amendola lungo l’asse stesso. A questo verrebbe
viceversa mantenuta la funzione di smistamento dei collegamenti tra
industria e Manfredonia e direzionalità e, in parte residenza di manodopera a Foggia, e insieme quella di arteria turistico-paesaggistica di
imbocco alla circumgarganica.
Dalle città medie a semiarco intorno a Foggia dovrebbero partire
in direzione trasversale degli assi agricoli attrezzati che inciderebbero
ortogonalmente sul fascio longitudinale collegando la produzione e il
primo stoccaggio dei prodotti agricoli alle lavorazioni, alla conservazione, al deposito e alla spedizione da attuarsi in ben precisi punti del
fascio stesso con destinazione nord e sud.
Questi assi agricoli rappresentano un diverso organigramma del
meccanismo produttivo nell’agricoltura, attualmente appoggiato alle
trame tratturali riprese nel sistema delle provinciali e delle strade di
bonifica, maglia ricca e fin troppo articolata, e perciò costosa nella gestione, che pesa secondo radiali e circonvallazioni circolari sui centri
medi, legata evidentemente alla misura pedonale e di trasporto animale del rapporto pendolare tra città dormitorio e masseria e fondo.
Questi assi agricoli trasversali significano convogliamento di manodopera agricola tra i centri medi e la campagna, di manodopera industriale tra i centri medi e i parchi di industrie di trasformazione lungo l’asse longitudinale, traffico di mezzi di trasporto tra la campagna e
le industrie, collegamento tra i centri medi e l’autostrada.
La produzione agricola delle fasce trasversali interessate da ogni
asse agricolo verrebbe organizzata da centri attrezzati, moderne fattorie a base cooperativa o di tipo aziendale privato, scaglionate lungo
l’asse ad opportuna distanza, centri di deposito e distribuzione di concimi e sementi, di deposito e prima conservazione delle produzioni, di
parcheggio e di manutenzione dei mezzi agricoli, dotati di cabine elettriche,
—
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MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
e di controllo sulla distribuzione dell’acqua d’irrigazione di alloggi
temporanei per la manodopera e fissi per il personale addetto, di mense ecc... Questi centri attrezzati varierebbero nella loro struttura in
rapporto al tipo di messa a coltura dei terreni interessati da queste
strutture, si tratti di colture intensive o estensive o di entrambe insieme.
In definitiva, nel Tavoliere attraverso questa organizzazione trasversale della produzione agraria con i servizi urbani alla testa e il
terminale di trasformazione, stoccaggio e scambio alla coda, il processo produttivo dell’agricoltura s’impernierebbe sulle città medie
Lucera, Troia, Ascoli, Zapponeta, Margherita di Savoia, S. Ferdinando, Trinitapoli che verrebbero gradualmente consolidando le strutture
dell’occupazione, il reddito, e perciò sviluppando i servizi.
A questi stessi centri, o meglio a quelli occidentalipedeappenninici, andrebbe la funzione in un secondo momento di organizzare il recupero della collina e della montagna costituendovi dei
sistemi, analoghi nello scopo a quelli di pianura ma diversi
nell’organizzazione sul territorio in rapporto alle differenti condizioni
orografiche e insediative, per la riconversione silvo-pastorale.
Il rafforzamento delle strutture urbane medie e la differente Organizzazione del lavoro agricolo in pianura con caratteristiche industrializzate porterebbero ad un primo drenaggio delle popolazioni subappenniniche. L’opera di riassestamento idrogeologico a monte e lo sviluppo di residenze secondarie e di iniziative turistiche nel subappennino sono discorsi proponibili ma in tempi più lunghi.
Quanto al collegamento dei centri medi dell’arco pedeappenninico
tramite un asse, è nostra opinione che in un primo tempo esso abbia il
solo scopo di incanalare la manodopera pendolare e il traffico legato
alla domanda di servizi dai paesi del subappennino alle città medie e
agli assi agricoli.
Questo collegamento pedeappenninico diverrà un asse attrezzato
quando le città medie — che attualmente sono sottoattrezzate e saltate
dal flusso migratorio che parte dall’entroterra collinare e montano
saranno in grado di ordinare, controllare e servire le fasce di territorio
su cui insistono e saranno mature per sopportare il peso di una industria di trasformazione dei prodotti agricoli o di un’industria chimica
legata all’estrazione del metano.
Al momento attuale ci sembrerebbe un inutile doppione sviluppare
contemporaneamente industrie e attrezzature complementari ad esse
nella fascia mediana del Tavoliere e parallelamente nell’arco subappenninico.
Questo discorso svolto per rapidi cenni sull’armatura urbana e
produttiva della Capitanata ci serviva per collocare al punto giusto i
problemi di Foggia città, per poterne individuare dialetticamente il
ruolo economico e per scendere poi ad una individuazione dell’organizzazione attuale e prospettiva nei suoi fatti salienti.
Il ruolo di Foggia in un contesto territoriale funzionante e chia—
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ramente gerarchizzato nelle funzioni dalla grande alla piccola scala è
quello che si va delineando in questi anni: e cioè quello di una città
terziaria, di servizi, una città che confermando l’evidente attribuzione
storica e geografica di centro dell’area dauna — appoggiata per di più
al fascio delle infrastrutture che attraversano longitudinalmente il Tavoliere ed interessata dallo sfioccamento di quello in direzione della
Basilicata; prossima all’autostrada Napoli-Roma — avrà sempre la
funzione di essere il tramite degli scambi interni ed esterni dell’area su
cui insiste, dal subappennino al Gargano, dall’imboccatura del Molise
alla sponda delI’Ofanto.
Ogni ipotesi di sviluppo della città di Foggia si appoggia su due
cardini: l’espansione degli impianti industriali e l’organizzazione dei
servizi per il mercato interno ed il mercato territoriale.
Attualmente l’occupazione industriale è stazionaria e
l’accrescimento della popolazione attiva verificatosi nel decennio
‘61/’71 si è risolto essenzialmente in un rigonfiamento delle strutture
commerciali, già ridondanti, e della pubblica amministrazione risorse
non certo traenti per l’economia locale.
D’altro canto le attese del territorio rispetto agli investimenti industriali che si profilano a ridosso della città lasciano prevedere che il
ritmo di accrescimento della popolazione nell’ultimo decennio si mantenga e si intensifichi nei prossimi anni. Da più parti si avverte l’esigenza di dare una risposta urbana ai problemi di congestione e di dequalificazione dell’insediamento che questa crescita già comporta e
che soprattutto comporterà laddove si verificasse l’auspicato decollo
industriale e agricolo-industriale nel territorio dauno.
Sappiamo che è vivo in città il dibattito sulle scadenze urbanistiche
di oggi, sul funzionamento e sull’adeguamento del PRG elaborato negli anni ‘50, sull’attuazione dei piani 167 e sull’applicazione della
legge 865. A noi interessa qui cogliere due tipi di domanda sottintesi a
questo dibattito:
— uno concerne la necessità di dotare la città di attrezzature di livello territoriale, di porre ordine alla congestione del centro urbano attuale, di svincolare Foggia dai traffici che la toccano in tangenza e migliorare gli accessi dal territorio; g
— l’altro riguarda le strutture residenziali, le scelte tra espansione
e riassetto dell’esistente, il problema del verde, dei servizi sociali, della densità, delle possibilità concrete dell’intervento pubblico e privato,
del mantenimento di un certo livello produttivo e occupazionale
nell’edilizia, industria fondamentale anche per Foggia.
Abbiamo costruito una rappresentazione ideogrammatica della
densità per quartiere a partire dai dati elaborati nel ‘65 dal Comune.
Oggi rispetto ad allora sono intervenuti alcuni fatti nuovi in alcune
zone periferiche a sud e ad ovest! c’è stato uno spopolamento a nord
nel rione Croci; inoltre la definizione planimetrica amministrativa dei
quartieri risulta poco indicativa di certe distinzioni di merito urbanistico.
93
MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
Tuttavia la sostanziale verità di questa rappresentazione, sia pure
per esasperazione, sta nel rendere il reale rapporto piramidale tra fasce
centrali e fasce periferiche. Le aree storiche del Quartiere Cattedrale,
cioè il fuso urbano medievale, dei quartieri settecenteschi, Carmine, S.
Lorenzo, Parisi, Croce, il ristrutturato quartiere centrale, l’espansione
dell’800 del quartiere Giannone, trattengono su fasce di territorio ristrette e su volumetrie irrilevanti — 3 piani al massimo fuori terra —
una grande quantità di popolazione, mentre le fasce dell’espansione
postbellica interna a Viale Ofanto, e soprattutto gli accrescimenti realizzati oltre la circonvallazione, al Quartiere Camporeale e al CEP S.
Lorenzo rivelano una densità bassissima, dovuta sia all’inclusione di
vaste aree inedificate, sia alla scelta semiestensiva ed estensiva fatta in
sede di P.R.G., sia alla sovrabbondanza di spiazzi, sfoghi di ogni dimensione, che fanno comune denominatore delle buone intenzioni
dell’estensore del PRG di assicurare verde e servizi sociali, oltre a sezioni viabili a volte sovradimensionate.
Questa contrapposizione tra aree storiche estremamente serrate,
malsane, sovraffollate e tessuto periferico lasco, è un tratto saliente del
modo foggiano di fare città. Alla compattezza del fuso medievale e
soprattutto dei baraccamenti settecenteschi con una parcellizzazione
estrema del costruito e un rapporto immediato tra vano sovraffollato e
la sua espansione (il vicolo), fanno riscontro in periferia delle situazioni edificatorie di una rarefazione incredibile.
La proposta della fattoria in città realizzata a suo tempo sulla via di
Lucera, che in qualche modo corrisponde al tipo di villaggio agricolo
secondo cui era cresciuto nel ‘700 l’agglomerato di Croci intorno al
nodo tratturale a nord, non sono situazioni uniche, ma si reiterano in
questo spingere al di fuori della cinta muraria attuale, la riconvallazione di Viale Ofanto, i nuclei dell’edilizia economico-popolare.
Il terreno inedificato tra queste punte avanzate e la città verrà recuperato al momento giusto dall’edilizia speculativa. Ne risulta l’immagine di una città stancamente risolta nell’agro, per la quale diventa
molto oneroso dotare di servizi adeguati i nuclei esterni e ricollegarli
alle strutture centrali.
Una terza componente del modo foggiano di costruire la città è la
ristrutturazione in atto nelle zone centrali e cioè: sulla sponda meridionale del centro storico, nel triangolo del quartiere centrale, lungo
gli assi del quartiere Giannone. Interventi ad alta densità, sviluppati in
altezza, ben rifiniti, altamente remunerativi. Interventi mossi da una
logica speculativa ben conosciuta, che tuttavia indicano chiaramente la
necessità che la città ha di riappropriarsi del già costruito, là dove questo viene lambito dal centro urbano in espansione, risultando così privilegiate per posizione aree altrimenti poco appetibili dal mercato
immobiliare.
Si ripete a Foggia quella che è una caratteristica costante della città
contemporanea: quella di insinuare le propaggini del centro urba-
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________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA
no a ridosso delle strutture storiche. A ridosso e non dentro, almeno in
un primo tempo, fino a quando cioè la domanda di case di alto livello
cresce e l’offerta di conseguenza si coagula trovando imprenditori disposti a penetrare nell’angusto e nel malsano del tessuto antico per riproporne i vantaggi di posizione, colorandoli del folklore di un habitat
a misura d’uomo.
Sta venendo anche per Foggia il momento della riqualificazione
delle fasce storiche: il piano 167 per Croci, il piano particolareggiato
del centro storico e, in concreto, le sostituzioni graduali dal ‘900 in poi
su singoli lotti, ma sempre a ridosso delle vie centrali, commerciali, di
traffico, vicine ai palazzi delle pubbliche amministrazioni, alle scuole,
alle banche. L’emarginazione atavica della città vecchia finisce. Potrebbe risolversi nella distruzione del vecchio tessuto sociale e architettonico-ambientale. Ma quale immagine Foggia può oggi proporre a
sostituzione di quelle che il decadimento e la rovina di una dimensione urbana legata al passato hanno reso inservibili? Questa domanda
può estendersi ai problemi di crescita e di configurazione dell’intera
città.
Il problema del riassetto urbano, tra rigenerazione del costruito ed
organizzazione dell’espansione, va affrontato nel suo complesso, ad
una scala adeguata. Questa scala contempla gli svincoli e le penetrazioni della viabilità territoriale rispetto alla città, l’ubicazione delle
grosse attrezzature di servizio al territorio, uno sviluppo del centro urbano per cui questo possa farsi carico della nuova domanda esterna e
di quella interna in accrescimento e infine la definizione delle direttrici e dei modi di espansione della residenza ed il trattamento dei margini del costruito. Diamo qui attraverso un rapido disegno gli elementi di
una ipotesi di piano per la città, costruita non in funzione di scadenze
temporali, quanto piuttosto del verificarsi di un certo tipo di sviluppo
dell’economia provinciale e cittadina e di una volontà politica di dotare questa crescita di infrastrutture e servizi adeguati.
Si prospetta perciò una configurazione di equilibrio nel rapporto
tra centro, aree di espansione, servizi territoriali e grossa viabilità riferita ad una crescita compatta, in aderenza, della città su se stessa.
Si rifiuta perciò l’ipotesi, più volte proposta, di un decentramento
delle borgate rurali, tutt’intorno a Foggia; un loro sviluppo sarebbe
contro il dato statistico, che indica un rapido spopolamento fra il ‘61 e
il ‘71, e soprattutto contro la necessità di evitare una crescita indifferenziata nelle direzioni, a macchia d’olio, della compagine urbana.
Infine, il costo di una tale operazione sarebbe molto alto per il Comune. Si potrà parlare di episodi decentrati di crescita quando la struttura
economica del territorio, consolidandosi, eserciterà sul capoluogo una
domanda urbana decisamente più forte dell’attuale. Si potrà allora
pensare ad un sistema metropolitano, per la Capitanata, secondo l’asse
longitudinale che attraversa il Tavoliere. Le cittadine dei vecchi Centri
di Rieducazione borbonici potrebbero allora, conurbandosi, formare
una « riserva urbana » per la crescita di tale sistema.
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MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
Si ribadisce lo sbarramento posto dalla linea ferroviaria a una espansione ad Est, Nord-Est; lo si accetta come un « segno » importante
nel processo di configurazione della città; spartiacque tra città residenziale e industria, linea che andrebbe ribattuta con una « spalla » di servizi e attrezzature di ricezione e scambio, che comprendano un potenziato scalo merci sul versante dell’industria e unità alberghiere e di uffici e servizi di Stazione sul versante della città. Gli episodi residenziali del quartiere Diaz e Martucci non vanno incentivati.
Questa preclusione è conseguenza immediata della conferma della
direttrice di crescita Sud-Est Nord-Ovest della città. Le fasce laterali
del costruito vanno contenute con solidi episodi di margine, garantendo la fluidità del traffico tangenziale — tratto occidentale della
tangenziale meridionale e, più esterna, la nuova tangenziale ovest.
La città viene ad assumere, così, un andamento di tipo lineare, in
cui i flussi circonvallanti hanno maggior rilievo di quelli in penetrazione, allo scopo di evitare l’intasamento delle aree interne. Il diametro trasversale della città può mantenersi, in questa ipotesi, di tre
chilometri e la distanza media tra corridoi esterni e zone centrali di un
chilometro.
Il centro urbano è pensato come « sistema di luoghi centrali »; si
ipotizza, cioè, una differenziazione di momenti centrali, a contenuto,
volta per volta, commerciale specializzato, direzionale pubblicoprivato, culturale del tempo libero. Tale centro si allunga per stabilire
un servizio più omogeneo quantitativamente e qualitativamente rispetto alle fasce residenziali, storiche e d’espansione della città. Le une e
le altre attualmente, anche se in modo diverso, sono di fatto escluse
dalla fruizione diretta delle attrezzature del centro. Queste ultime, nella loro riorganizzazione, verrebbero a costituire un tessuto aperto sulle
frange di accrescimento, dove la città diventa servizio alla scala territoriale, disegnate da una dimensione architettonica grande e articolata,
aperte alla soluzione paesaggistica, allo snodo funzionale, alla evidenziazione delle attrezzature complementari. Il loro tessuto verrebbe a
chiudersi, a miniaturizzarsi là dove la città ripensa le sue componenti
storiche di crescita.
Il « sistema dei luoghi centrali » comprende, nella proiezione in avanti di cui abbiamo parlato, questa sequenza di momenti:
Settore Nord-Ovest. Una Università realizzata secondo moduli di
accrescimento, a formare una spina che dal « fuso » medievale va a
connettersi agli Ospedali Riuniti, includendo le attrezzature centrali e
le sedi delle Facoltà successivamente ospitate. Una frangia, perpendicolare alla spina, di attrezzature collegate all’Università — ricerca e
sperimentazione — che comprende le aree di sperimentazione agraria
e i padiglioni ospedalieri. Questa frangia, integrata col verde e la viabilità tangenziale, funziona come l’elemento saliente del margine occidentale della città.
Centro Storico. Il « fuso » medievale può ospitare elementi di un
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residence universitario, comparti di restauro ambientale in cui si mantenga la residenza degli attuali inquilini, un complesso di servizi culturali — biblioteche, clubs, teatro, musei, luoghi di riunione... —e di attività commerciali specializzate che, gravitando sulle arterie principali
del « fuso », con centro Piazza Mercato, facciano del centro antico una
« piazza » articolata luogo privilegiato di scambio per la intera città.
L’itinerario che collega il « fuso » medievale a Piazza Cavour, includendo il quartiere Centrale, è luogo di attività commerciali, bancarie, di P. A. a ridosso di esso, specie nell’isolato del quartiere Centrale si sono verificate fitte sostituzioni edilizie. Questo sottolinea
l’importanza del collegamento istituito dal piano ottocentesco tra i
quartieri vecchi e l’espansione a scacchiera centrata su Piazza Cavour.
Una ulteriore qualificazione funzionale-spaziale di questo asse è legata al grosso problema della ristrutturazione delle fasce settecentesche,
cioè dell’insieme dei quartieri Carmine, Parisi, S. Lorenzo e Conventino. Questi, mantenendo il loro attuale carattere d’introversione l’alta
densità residenziale, potrebbero essere ripensati come un sistema di
spalle perimetrali alte e molto dense di costruito racchiudenti vasti
spazi interni a verde, specie di grandi corti, dotate di attrezzature scolastiche e del tempo libero complementari a quelle presenti nel « fuso
» medievale. Il terminale di questo asse è Piazza Cavour. La sua contiguità con la Stazione FF. SS., con la Villa e, con arterie importanti
come Corso Vittorio Emanuele e Corso Roma, con i servizi di P. A.,
scolastici, commerciali, ne fanno un’occasione privilegiata e insieme
complessa di intervento.
E’ particolarmente delicata la situazione della scacchiera che ha
per asse Corso Giannone. E’ in corso infatti una decisa riconversione
dei bassi fabbricati a corte in alte palazzine di abitazione. Anche qui la
logica speculativa d’intervento sottintende l’esigenza di rigenerare e
densificare il tessuto urbano a ridosso delle arterie centrali. L’immagine e la funzione da sostituire alle rendite di posizione vanno qui
pensate come una reinterpretazione della morfologia a scacchiera, con
un sostanziale chiarimento, però, delle gerarchie di traffico.
Nell’ambito di questo discorso va verificata la possibilità di escludere
Piazza Cavour dai traffici veicolari di superficie, in modo da farne
l’atrio d’accesso e di scambio tra funzioni residenziali, commerciali,
ricreative nel verde, direzionali. Queste due ultime interessano il settore urbano che da Piazza Cavour viene allargandosi tra la Villa ottocentesca e la via di Bari. I due discorsi vanno integrati: episodi direzionali
e residenziali ad alta densità articolati nel verde possono rappresentare
l’elemento diverso della costruzione di Foggia; diverso dalle espansioni a bassa densità e piccola taglia edilizia che caratterizzano le attuali fasce residenziali della città.
Queste concrezioni edilizie sviluppate in altezza segnalerebbero
con il loro emergere dallo skyline orizzontale della pianura e del
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MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
costruito in calcolate sequenze, il nuovo peso delle funzioni territoriali
prese in carico dalla città. Esse potrebbero orientare chi dall’agro entra
in Foggia, costituendo la nuova « porta » meridionale della città sulla
via di Bari.
Il settore delle attrezzature territoriali si porrebbe come raccordo
tra la striscia della Villa e la Fiera di Foggia e verrebbe crescendo verso sud-est mantenendosi parallelo rispetto alla espansione residenziale
del CEP-S. Lorenzo, che verrebbe così ad incentivare e qualificare. Al
problema della definizione dei « Luoghi centrali» della città si connette strettamente quello del riassetto delle aree residenziali. Il centro della città si è pensato allungato proprio per secondare lo sviluppo della
residenza secondo la direttrice N.O.-S.E. Tale espansione va effettuata
anzitutto come rigenerazione, saturazione e attrezzatura dell’esistente.
Alla riconversione delle fasce storiche si è accennato; per essa
quanto meno vale il riferimento ad alcune caratteristiche tipo morfologiche e sociali impresse dalla storia urbana in quei tessuti. Il problema dell’intervento nelle aree di più recente edificazione, interne alla circonvallazione di viale Ofanto, si pone attualmente più come necessità di dotazione degli standards minimi di servizi, che non di una
riedificazione.
Più urgente e delicato è il tema dell’intervento nelle zone lasche
d’espansione a Sud, Ovest e Nord. Andrebbero preliminarmente elaborati dei modelli tipologici di riferimento, adeguati alle caratteristiche socioculturali di un ambiente in fase di sviluppo. Da questo dovrebbe discendere il peso da attribuirsi all’iniziativa pubblica rispetto
a quella privata, nella costruzione dell’Habitat.
PAOLO M ARCIANI
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ATTIVITA’ ECONOMICHE E LOGICA DI ESPANSIONE DELLA
STRUTTURA URBANA DAUNA
Col permesso della Presidenza, mi sia consentito un piccolo saluto
di ringraziamento alla testimonianza di affetto di tanti amici che sono
qui per questo nostro incontro, subito dopo entro nel merito della relazione. Siccome sono stato invitato a procedere per sintesi m’impegno
a mantenermi nei limiti di una mezz’ora.
Il tema di analisi delle correlazioni tra l’insorgere di nuove attività
economiche e la logica della espansione urbana.
Evidentemente io non mi terrò su una linea metodologica astratta,
ma cercherò di scendere nel dettaglio della nostra realtà foggiana, anche perché, oltre ad essere foggiano ho avuto modo di occuparmi, negli anni passati, di problemi del genere.
Un primo punto che mi sembra rilevante per cogliere le correlazioni tra l’insorgere di nuove attività economiche e l’espansione urbanistica della città di Foggia, è quella di tentare di formulare una ipotesi
interpretativa di quello che è accaduto nel passato, cioè, vedere un pò
se attraverso le letture delle vicende del passato è possibile cogliere
queste correlazioni tra l’insorgere di nuove attività economiche e le
forme di espansione urbanistica della città di Foggia.
Naturalmente è una ipotesi che dovrebbe essere poi, eventualmente
accolta e applicata sui contenuti solidi, effettivi della realtà foggiana.
Mi pare che se noi andiamo a rivedere un pò le tappe più significative dello sviluppo economico ed urbanistico della città di Foggia,
dall’unità d’Italia ad oggi, possiamo individuare questi punti salienti,
più caratteristici, più significativi cioè, il primo è costituito dagli effetti delle leggi eversive della feudalità, dell’affrancazone del tavoliere
di modi di razione ai primi segni della crisi della pastorizia nell’Italia
meridionale. A questi eventi è corrisposta la diffusione della cerealicoltura che rappresenta rispetto alla prevalente pastorizia precedente,
indubbiamente, un passo avanti, un balzo.
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MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
Siamo di fronte ad un modo di far corrispondere il ritmo produttivo all’incremento demografico, si riesce, cioè, a sostenere
l’incremento demografico con l’introduzione di nuove attività economiche che assicurano perlomeno la costanza del reddito medio procapite, stante l’incremento demografico. Non è il caso di scendere in
descrizioni di dettaglio su questo punto, ma piuttosto cercare di vedere
le correlazioni, gli effetti di questo evento, veramente storico, sulla
espansione urbanistica della città. Mi pare, ecco l’ipotesi interpretativa, che l’affetto, il segno più caratteristico di questo evento si ritrova
nella espansione verso Sud della città, attraverso la costruzione degli
abitati, del nuovo ceto imprenditoriale, della nuova borghesia rurale
che nasce per la realizzazione di questo processo di sviluppo
dell’agricoltura e con le case di questi nuovi imprenditori assistiamo al
trasferimento dei braccianti agricoli, del terrazzano foggiano dal borgo
nativo, nelle immediate vicinanze delle case dei nuovi imprenditori, è
un pò quello che noi possiamo vedere attorno alla chiesa di Gesù e
Maria, la strada che va da Piazza XX settembre all’attuale Piazza
Giordano. Mi pare che potrebbe essere questo, oggetto di una verifica
storica; vedere se c’è corrispondenza tra l’introduzione di questa nuova attività economica, se è l’agricoltura che sostituisce parzialmente la
pastorizia e questa espansione urbanistica sorretta da questo nuovo ceto imprenditoriale. E, fatto che mi pare degno di ulteriore approfondimente, se l’ipotesi dovesse essere fondata, è quello che l’espansione
urbanistica continua sul modulo precedente, cioè la succesione per
piazze. Abbiamo l’espansione urbanistica che si muove attorno a piazze piuttosto ampie per cui percorrendo la città di Foggia dal borgo antico verso questa sua espansione si nota questo succedersi, questa teoria di piazze. Dopo cogliamo altre due attività economiche, cioè, la localizzazione della stazione ferroviaria, l’importanza economica,
l’attività industriale connessa al centro ferroviario che richiedendo un
maggior numero di occupanti ai trasporti fa ancora una volta corrispondere l’incremento demografico e l’incremento delle risorse produttive, cosicché il secondo soggetto di questa espansione urbanistica
diventano gli addetti ai trasporti ferroviari. Vediamo sorgere due forme diverse corrispondenti, una, provocata direttamente dall’amministrazione ferroviaria, l’altra spontanea sorretta dai risparmi degli
addetti ai trasporti ferroviari, così per dare una indicazione pensiamo
all’attuale corso Giannone che è la strada che porta il segno di questa
corrispondenza di espansione urbanistica; come pure un’altra correlazione, mi pare si può intravedere fra il fatto che Foggia viene toccata
dal boom della espansione della viticoltura, nel senso che vediamo nascere un quartiere i cui promotori sono questi piccoli proprietari, coltivatori diretti che intraprendono la realizzazione delle zone viticole e
che da luogo ad una espansione urbanistica della città nuova, diversa
rispetto alla tradizione precedente perché vediamo abbandonare il modulo per successione di piazze e entrare, questo nuovo modulo, per vie
perpendicolari con le casette a piano terreno che sono le abitazioni di
questi
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________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA
nuovi viticultori. Un’ altro segno caratteristico di questa correlazione
fra insorgere di nuove attività economiche ed espansione urbanistica
della città forse si potrebbe cogliere nell’insediamento della cartiera,
attorno agli anni trenta a Foggia era una iniziativa, per l’epoca, veramente grande; riusciva ad occupare tremila lavoratori, un pò tutte le
famiglie daune foggiane furono toccate da questa iniziativa industriale
e quindi certamente avrà avuto un riflesso anche sull’espansione urbanistica della città, come l’altro evento che mi pare caratteristico per
cercare di interpretare nella vicenda del passato tra insorgere di nuove
attività economiche ed espansione urbanistica, è la dilatazione del
numero degli addetti alla pubblica amministrazione che avvenne appunto negli anni tra il trenta e il quaranta, soprattutto la scuola Si potrebbe, addirittura, così, con un pò di benevolenza, individuare una
specie di campus scolastico a Foggia verso, sempre, la direzione sud,
come preferisce espandersi la città, però questo moto, questa attività
economica coincide con l’accettazione quasi acritica, non rielaborata
della ideologia dello sviluppo. Questa fiducia cieca nella espansione
della attività economiche propria questa sua natura acritica potrebbe
contribuire a spiegare la forma della espansione urbanistica correlata
al sorgere di questa nuova attività economica, cioé, certe manifestazioni di disordine urbanistico rispetto a quella corrispondenza più ordinata che si era potuto registrare nel passato, è attraverso quella successione per piazze è attraverso quella formo a reticolo a vie perpendicolari.Quindi è soltanto un’ipotesi rigore scientifico, per cogliere nel
passato delle correlazioni fra questi interpretativa che vuole avere un
invito ad effettuare questo studio con due fenomeni, ma lo scopo di
questo suggerimento non è fine a se stesso, non vuol avere un intento
puramente conoscitivo ma vuole avere, invece, una finalità più imp egnata, cioè, vuole essere un invito a vedere le tenzionj culturali implicite in queste correlazioni fra insorgere di nuove attività economiche
ed espansione urbanistica, cioé, queste nuove attività non sono sorte
per caso. Sono sorte perché degli uomini le hanno volute, le hanno
portate avanti. Adesso si tratta di capire bene sulla base di quali motivazioni ideali, queste novità sono state portate avanti, se ci sono state
delle autentiche motivazioni ideali oppure se sono state frutto, potremmo dire, del caso.
Nella misura in cui noi riusciremo; a scoprire queste motivazioni
ideali che hanno spinto i nostri progenitori a realizzare queste innovazioni nella struttura produttiva della economia dauna e le corrispondenti forme urbanistiche della città, noi saremo nelle condizioni migliori di valutare le nuove tensioni ideali che sospingono gli uomini di
oggi ad intraprendere nuove attività economiche e quindi riuscire ad
ordinare le conseguenti correlate espansioni urbanistiche della città.
Visto che c’è questo vincolo, allora si tratta di scoprire le tensioni culturali della città che hanno mosso le precedenti innovazioni per interpretare meglio le motivazioni reali che sono alla base del nuovo desiderio di sviluppare l’economia e la città e la cultura della nostra città
perché evi101
MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
dentemente il passato incide sulle scelte che si dovranno prendere nel
futuro, sia che noi ne siamo coscienti, sia che noi non ne siamo coscienti. Le nostre scelte sono sempre un pò il frutto della eredità storica e naturalmente più siamo coscienti delle tradizioni meglio adegueremo le nostre scelte alla realtà effettuale e qualunque sia la natura di
queste tradizioni. Non è necessario che si tratti di tradizioni nobili ed
esaltanti possono essere tradizioni non nobili. Abbiamo sempre il dovere di cogliere il vero significato di queste motivazioni ideali che
hanno sospin to i nostri padri a promuovere lo sviluppo economico ed
urbanistico della città. A questo punto potrei tentare di raccogliere, in
schema, le tensioni ideali più caratteristiche più significative degli
uomini di oggi, cioè vedere quali sono le tensioni ideali più significative delle popolazioni daune, dei foggiani in modo particolare perché
nella misura in cui riusciremo ad individuare queste motivazioni reali,
potremo anche prefigurare lo sviluppo economico ed urbanistico della
nostra città. Per sintesi fisserei in pochi punti queste tensioni ideali.
Inanzitutto mi pare che una prima aspirazione della nostra cultura dauna, che è certamente viva, è quella di riuscire a diffondere nel
nostro tavoliere forme di intensificazioni culturale, di industrializzazione dell’agricoltura, vincendo certe resistenze provenienti da certe
forme di proprietà terriera più favorevoli al mantenimento di forme estensive dell’agricoltura. Ecco la prima tenzione ideale che merita di
essere tenuta presente per capire bene quello che avverrà nel prossimo
futuro.
Vi è questa prospettiva, questa possibilità di riuscire a portare la
nostra agricoltura a livelli industrializzati, ma naturalmente questo non
è frutto soltanto dell’accoglimento delle misure incentivanti provenienti dallo Stato, ma deve essere frutto di una volontà precisa delle
popolazioni daune perché nella storia non avviene niente gratuitamente, ma è sempre frutto di una vittoria di certi conflitti. Quindi dobbiamo individuare anche bene i termini, le espressioni, di questi conflitti
che una simile prospettiva fa nascere. Però questo mi pare un punto
caratteristico, significativo, degno di tenere in massima considerazione, come pure un altro punto caratteristico si può rinvenire nella viva
aspirazione di portare l’economia dauna ad alti livelli di industrializzazione. E’ questa una aspirazione ormai comune a tutte le popolazioni dell’area meridionale, quindi in questo si potrebbe dire che non troviamo nulla di caratteristico, di specifico per la cultura dauna anche se
è obbiettivamente valida, però se approfondiamo meglio questo punto,
mi pare che possiamo scoprire un tratto caratteristico e significativo di
questa tensione ideale che spinge gli uomini della Capitanata verso
questo obiettivo, cioè, quello di riuscire ad evitare l’eventuale, probabile manifestarsi di forme di congestione territoriale e soprattutto realizzare questa aspirazione, questa istanza in maniera da evitare, alla
radice, l’insorgere di squilibri territoriali all'interno dell’area foggiana.
Questo mi pare un fatto caratteristico degno di grande attenzione
anche perché è strettamene pertinenze e rilevante per il nostro tema.
Come
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vedremo tra poco, l’aspirazione di evitare, alla radice, l’insorgere di
congestioni territoriali, conseguenti allo sviluppo industriale è quello
di evitare l’insorgere di squilibri all’interno dell’area foggiana, porta a
far nascere il problema di ubicare bene i futuri poli dello sviluppo industriale nella Capitanata.
Ubicare bene significa, e anche qui sorge un conflitto e allora si
tratta di risolvere bene questi conflitti, individuare i termini fondamentali di discussione.
Abbiamo l’alternativa di concentrare il futuro sviluppo industriale nella parte della provincia dauna che già si differenzia per un più elevato dinamismo demografico ed economico, cioé, nell’area centrale
del tavoliere. Per intenderci, Foggia e Manfredonia.
Assecondare questo movimento spontaneo può essere una scelta
razionale perché significa utilizzare i fattori agglomerativi che si presentano nell’area centrale del tavoliere; cioé, se quest’area centrale
presenta maggiore dinamismo demo grafico ed economico, evidentemente è perché in quest’area vi sono fattori agglomerativi maggiori
capaci di attrarre ulteriormente nuovi insediamenti industriali; si pensi
al porto, all’aereoporto alla rete autostradale, alla ferrovia, maggiore
disponibilità di mano d’opera; il fatto che solo questi due comuni fanno registrare incrementi demografici mentre tutti gli altri comuni della
provincia fanno registrare decremento in valore assoluto della popolazione, sono tanti segni che ci avvertono che siamo in presenza di
un’area più dinamica capace di attrarre, da un punto di vista territoriale ed economico i nuovi insediamenti industriali i quali, nella mis ura
in cui si dovessero realizzare, perché non sono ancora una realtà, creerebbero, accentuerebbero questo squilibrio già esistente fra la parte
centrale e il resto della provincia. Quindi verremmo a frustrare quello
che è una aspirazione, che è stato chiamato il nuovo principio di legittimità della nostra cultura, della cultura dei nostri giorni, cioè, quello
di assicurare uno sviluppo armonioso, equilibrato evitare che insorgano degli squilibri man man che il processo si differenzia e si sviluppa.
Allora nasce l’alternativa di prefigurare uno sviluppo industriale per
agglomerati satelliti disposti lungo la fascia pede-montana del tavoliere, sì da evitare l’insorgere alla radice di congestioni industriali e di
ulteriori squilibri tra le diverse parti della Capitanata. E’ questo un dilemma di carattere culturale che spinge questa tensione della economia dauna ad accelerare il processo di industrializzazione perché la
carica di valori ideali, cioé, non è più il fatto meramente economico di
favorire maggiori investimenti perché questi generino incrementi di
reddito e incremento di occupazione, invece far confluire in questo
problema i contenuti, potremmo dire, culturali, politici, morali, degni
della massima attenzione e la cui soluzione è immediatamente rilevante sulla prefigurazione dell’assetto territoriale dell’intera Capitanata e
potremo dire anche dell’espansione urbanistica della città, perché evidentemente opta per una forte congestione delle attività industriali nelle immediate vicinanze del capoluogo rafforzando, cioé, l’area
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MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
centrale a scapito delle aree periferiche, condizionerà, in certo modo la
espansione urbanistica della città. Invece optare per una dislocazione
dei nuovi agglomerati industriali lungo la fascia pede-montana, avrà
altri riflessi sulla espansione urbanistica della città, però avere già coscienza di questa alternativa mi pare che è un fatto culturale molto rilevante e che noi dovremo accantonare, cioè, dovremo approfondire,
studiare bene per riuscire a valutarlo in tutta la sua portata, evidentemente, qui io mi limito ad accennare al problema ma dovrebbe essere
meglio studiato attraverso un dibattito augurabilmente non concludibile stamattina ma, diciamo da avere un’altra serie di incontri perché il
tema è naturalmente ampio. Naturalmente io ho voluto di proposito
radicalizzare l’alternativa. Nella realtà può darsi che siano componibili
le due soluzioni, nel senso che si può contemporaneamente procedere
per agglomerati satelliti dei nuovi nuclei industriali e rafforzare il supporto della struttura industriale dello stesso Capoluogo, cioé, non necessariamente queste sono due alternative in contrasto tra di loro ma
possono opportunamente comporsi ed equilibrarsi tra di loro. Io personalmente propenderei per questa seconda soluzione per due ragioni
fondamentali sulle quali non è possibile soffermarsi ulteriormente,
cioè, prima, ci troviamo dinanzi ad una area centrale molto estesa e
una pianura fra le più grandi dell’Italia meridionale, per cui preoccuparsi di congestioni, parola troppo grossa per il tavoliere, è veramente
troppo avveniristico, guardare un pò troppo avanti nello sviluppo industriale; per altro verso bisogna dire che il Capoluogo presenta una
struttura economica molto debole per quanto attiene alla dimensione
industriale, della struttura economica del Capoluogo, certamente non
nuocerebbe allo sviluppo equilibrato dell’intera economia dauna anche perché si potrebbe considerare un’altra prospettiva, cioé, che lo
sviluppo delle aree periferiche rispetto al Capoluogo, non dovranno
trovare nel prossimo avvenire l’unico supporto dello sviluppo economico nella espansione delle attività industriali, atteso che proprio in
questa corona, in questa fascia circolare che circonda questa area centrale che io ho individuato nei due comuni di Foggia e di Manfredonia, proprio in questa corona hanno localizzazioni i grandi comprensori irrigui del tavoliere. Con questo non voglio pervenire ad altra indicazione, cioé, individuare la fascia intermedia della Capitanata rispetto
all’agglomerato centrale Foggia-Manfredonia e alle aree periferiche
Gargano e Sub-Appennino; lo sviluppo di questa fascia intermedia
dovrà essere affidato esclusivamente alla espansione delle attività agricole, la dove la parte centrale deve essere affidata alla attività industriale, sì fa pervenire ad una tipizzazione di questo genere, un’area
urbana-industriale, al centro, un’area agricola-zootecnica sulla fascia
intermedia, una area turistico-forestale agli estremi. Questo per caratteri prevalenti ma non per caratteri esclusivi, cioè,, queste attività dovrebbero essere compresenti in tutte e tre le fasce ma questo per dire
come la tenzione verso lo sviluppo industriale della cultura dauna presenta questa suggestione veramente interessante che è caratteristica
nell’area meridionale e che
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potrebbe essere degnamente approfondita per poter cogliere le correlazioni tra insorgere di nuove attività economiche e l’espansione urbanistica della città nel futuro così come si è tentato di prospettare per il
passato.
Una terza tenzione ideale, caratteristica della cultura dauna è
quella di riuscire a meglio equilibrare la dilatazione, la espansione delle nuove attività strettamente economiche e produttive con i così detti
investimenti intellettuali, cioè, mi pare che ormai, questo non per via
presuntiva ma per cognizione di causa, la cultura dauna ha dimostrato
di avere una chiara coscienza dell’importanza e della dimensione universitaria in loco. Si potrebbe, ormai, scrivere la storia dei tentativi
compiuti per portare a Foggia una sede universitaria. Tentativi non
velleitari ma tentativi veramente degni della massima considerazione
perché portati avanti vcon rigore, con dignità e con compostezza.
Questo per dire come vi è, vi sono già i chiari segni di una maturazione della coscienza e della cultura dauna nei confronti di questa dimensione. Vi sono già alcuni presupposti che potrebbero veramente far
sperare bene per l’avvenire. E’ chiaro che una università non può essere quasi una pioggia caduta dall’alto, ma deve essere una conquista
della crescita della cultura di base. Quindi nella misura in cui società,
centri di cultura, possano essere veramente degli strumenti capaci di
far sperare meglio nell’avvenire come corrispondenza a questa istanza,
cioè, di una crescita della dimensione culturale che certamente nella
misura in cui passerà attraverso questa chiara visione delle tensioni reali che sottintendono lo sviluppo a misura di uomo, come si usa dire,
della nostra città. Quindi mi pare che questa chiara coscienza di questi
tre componenti, ma certamente ce ne saranno altre che emergeranno
nel corso delle successive relazioni e del dibattito, potrà contribuire a
far impostare lo studio, la programmazione, la prefigurazione dell’avvenire della nostra città in maniera più razionale, più cosciente,
più soddisfacente per le istanze della cultura di oggi.
Non credo di avere altro da dire salvo a ritornare sull’argomento,
se interpellato.
SALVATORE GAROFALO
105
CONTRIBUTI DELL’ANALISI SOCIOLOGICA URBANA
PER LA FORMAZIONE DI UN PIANO
Parlare del contributo delle scienze umane in generale e della sociologia in particolare alla pianificazione urbana in Italia non è cosa
facile e comunque confortante. Né potrebbe essere diversamente in un
paese dove la programmazione economica si risolve, come è stato da
più parti affermato, in un libro di sogni preceduto e seguito da violente quérelles politiche. Se lo sviluppo economico italiano è proceduto a macchia d’olio seguendo unicamente gli interessi immediati del
più forte, assumendo quindi come senso l’esito dello scontro tra i
gruppi più potenti, sorte diversa non poteva non subire lo sviluppo urbano.
E’ nella città anzi che si è avuto il precipitato ed il condensato delle contraddizioni dello sviluppo italiano, è il luogo in cui è saltata non
solo la logica a lungo termine del capitale ma è stata messa a dura
prova la sua capacità di sviluppare una programmazione compensativa
sul breve e medio periodo e di rendere formalmente razionale la sua
base di concreta irrazionalità o, per usare un felice paradosso, è mancata al capitalismo la capacità di difendere se stesso dai capitalisti.
La realtà è quella che tutti ben conosciamo: città sviluppatesi a
macchia d’olio senza infrastrutture, enormi ghetti privi di verde, servizi, collegamenti, lontani dagli standars anche più modesti di habitat
civile, dormitori allucinanti e baraccopoli, sistematica devastazione
della città e del territorio. Nulla è praticamente intervenuto a fermare
la spietata logica della rendita fondiaria urbana e della speculazione,
tranne che in piccole isole amministrative del nostro paese. Alla incredibile spinta del profitto e della rendita intorno a cui si sono saldate
vaste e potenti alleanze politiche e sociali non ha resistito nulla: consigli comunali, partiti, movimenti di opinione non sono riusciti ad invertire la tendenza consolidata collaborando anzi nel caso dei gruppi
dominanti alla quasi completa privatizzazione della sfera pubblica.
Assecondati in questo dall’estesa e compatta ideologia urbana che non
è circoscritta agli addetti ai lavori o alle analisi più o meno scientifiche
del fenomeno, bensì, attraverso il senso comune, è radicata nella cultura generale mediante il mito della proprietà della casa che, percorrendo verticalmente tutta la società italiana, porta anche gli appartenenti alle classi sociali subalterne a rafforzare e perpetuare con la loro
aspirazione all’acquisto, il meccanismo di sfruttamento sociale, di devastazione urbana, di degradazione abitativa che tutti conosciamo e di
cui essi sono le vittime.
La sorte degli stessi strumenti urbanistici, che dovevano servire a
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fornire a pianificare lo sviluppo della città e creare i presupposti per
un mutamento della tendenza, può essere assunta a significativa testimonianza della condizione storica della città italiana del capitale.
Questi piani regolatori sono stati spesso stravolti durante la loro formazione dalle continue spinte degli interessi in gioco o, quando sono
giunti all’approvazione definitiva dotati ancora di una qualche logica,
sono stati posti inutilizzati in un’area di parcheggio.
Assumendo la programmazione urbana come « un intervento dell’istanza politica sull’istanza economica al fine di superare talune contraddizioni dell’urbanizzazione capitalista », bisogna dire che essa è
nella sostanza mancata.
Ci vogliono considerevoli sforzi ed ammirevole buona volontà
per ritrovare nella nostra città il segno coerente del cosiddetto « piano
» del capitale ed assumere la condizione storica del nostro habitat come risultato voluto dalla logica del capitale.
Se la nostra città in futuro assumerà il valore di monumento collettivo, decifrabile per scoprire il senso della nostra storia presente, essa testimonierà un capitalismo arretrato e miope, incapace di imprimere una razionalità, sia pure di breve periodo, alla propria crescita. Le
contraddizioni non vengono superate e spinte verso un livello più alto
di maturazione ma si accumulano, piccole e grandi, irrisolte. La logica
della immediata valorizzazione dei suoli prende il sopravvento sui cosiddetti progetti del capitalismo di razionalizzare la città a partire dalle
proprie esigenze di riproduzione allargata.
In questo quadro è meglio comprensibile il ruolo che ha assunto
in Italia la sociologia urbana: spazio ovviamente limitato e contraddistinto da precise caratteristiche che traducono abbastanza fedelmente a
livello scientifico le pratiche urbane anche nelle loro differenziazioni
territoriali.
Le esperienze torinesi e milanesi, strettamente connesse alla crescita del triangolo industriale che assumono quindi come proprio specifico campo problematico le conseguenze urbane della crescita industriale polarizzata e si pongono organicamente all’esigenza di integrare a livello sociale ed urbano le grandi masse di immigrati giunte al
nord dal mezzogiorno. Dalla problematica della segregazione, desunta
negli anni ‘50 ed i primi anni 60 dalle analisi statunitensi, nei cui confronti quella sociologia urbana era largamente debitrice, si passa solo
dopo il 67/68 alla tematica del quartiere operaio e della emarginazione
urbano- sociale. Meglio si può dire che da un’ipotesi di pratica urbana
razionalizzatrice e capace di recuperare sul piano territoriale le principali contraddizioni di uno sviluppo industriale squilibrato si passa ad
una prospettiva di politica urbana che assume la città come campo di
lotta collegato alla dinamica conflittuale delle classi sociali.
Il particolare andamento degli studi di sociologia urbana a Bologna invece è strettamente connesso all’esperienza politicoamministrativa di quella città che, unica o quasi nel nostro paese, ha
sviluppato un tentativo di pratica programmata di sviluppo urbano collegata alla esi—
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MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
genza di valorizzare al massimo la sfera pubblica. Lo spazio delle
scienze sociali si dimostra in questo caso con evidenza come funzione
positiva della volontà-capacità di intervenire politicamente sulla logica strutturale della crescita urbana e sul quotidiano realizzarsi di tale
dinamica.
Nel mezzogiorno — i cui confini geografici si allargano in maniera sempre più rapida — il livello e la qualità delle analisi sociali
urbane sono strettamente connessi ad una pratica politica che segue la
logica della quasi assoluta privatizzazione della sfera pubblica. Anche
negli anni del cosiddetto sogno tecnocratico, ben pochi si sono illusi
che il progetto di deprivatizzare, quantomeno parzialmente la logica di
crescita delle città del mezzogiorno fosse realizzabile. Il discorso vero
e brutale di Rosi con Le mani sulla città stava a testimoniare una realtà storica con cui i discorsi che i meridionalisti più attenti facevano
sulla struttura del territorio e sull’esigenza di una nuova politica della
città avrebbero fatto, da perdenti, i conti. In un quadro del genere ed in
un orizzonte culturale in cui le scienze sociali erano guardate con sospetto arcicrociano, la sociologia urbana ha segnato il passo. E’ riapparsa come denunzia dello spappolamento e della degradazione
dell’urbano, della realtà degli emarginati, degli abusivi, dei baraccati,
del loro contributo determinante a questi monumenti del nostro tempo
che sono le città della più sfrenata speculazione.
La prospettiva critica ed alternativa che scaturisce da una tale situazione trova riscontro nell’assunzione di un punto di vista antagonistico, di classe, e porta la sociologia urbana italiana in una situazione affatto peculiare. Per un verso essa parte in una condizione di
scarsa esperienza di pratica conoscitiva, di ricerche, di strumentazione
tecnico-metodologica, di dimestichezza all’approccio interdisciplinare. Dall’altra assume criticamente la tradizione scientifica della
sociologia urbana, ne indica la natura ideologica rivelando, o più esattamente smascherando, i referenti concreti di tale sistema teorico, contrapponendo alla realtà urbana dominante un soggetto ed una pratica
alternativi. La situazione non è quindi certo tra le più facili: il rischio
di fare della sociologia alternativa un’alternativa alla sociologia è
grande soprattutto all’interno di una tradizione culturale dove la critica
dell’ideologia rappresenta una facile scorciatoia per eludere la realtà;
le affermazioni del tipo «la dialettica urbana » o «la città del capitale »
rischiano, pur nella loro indiscutibile correttezza, di restare al livello
di affermazioni di principio ponendosi come chiavi automaticamente
onniesplicative o di implicare sul piano pratico — se non specificate
— un rifiuto di qualsiasi tentativo di riprogettazione urbana se non accompagnato da una rivoluzione catartica e propedeutica. Sia pure brevemente e con gli ovvi limiti dati dalla funzione informativa e preliminare al dibattito di questa introduzione, mi propongo di indicare una
possibile strada per la costituzione pratica di una sociologia urbana diversa dalla tradizionale — e a questa alternativa —ma non per questo
sganciata dalle sue esigenze pratico-conoscitive capace di conoscere
cioè per mutare, all’interno delle possibilità struttu-
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rali, la dinamica sociale ed urbana.
A questo scopo è necessario sia pure rapidamente evidenziare taluni aspetti della sociologia tradizionale non solo per chiarirne la natura ideologica ma anche, e soprattutto, la pratica urbana ad essa corrispondente e connessa.
E’ necessario perciò, come nei vecchi romanzi di appendice, fare
un passo indietro, tornando alla nascita della disciplina che ha attualmente una cinquantina d’anni, se si vuole assumere come data quella
dei congressi dell’American Sociological Association e lo sviluppo
negli anni ‘20 e ‘30 della sociologia urbana a Chicago con l’affermarsi
della scuola cosiddetta ecologica, stimolante convergenza di varie tradizioni che vanno dal pensiero filosofico tedesco al darwinismo sociale, al pragmatismo deweyano. Non è certamente qui il caso di compiere un’analisi della scuola di Chicago quanto invece di mettere in luce
alcuni suoi aspetti che a mio parere si ritrovano sia pure con modalità
diverse in tutta la tradizione successiva e che ancora oggi condizionano il dibattito. Innanzi tutto l’esigenza fondamentale sottesa a quelle
ricerche: la volontà di difendere la città da se stessa. Detto con altre
parole la critica alle condizioni della città derivava, e tuttora in prevalenza deriva, dall’esigenza di difendere i valori che hanno guidato la
crescita e lo sviluppo della società urbana. E’ la città ciò che — in tale
prospettiva — definisce la nostra epoca sia che la si voglia vedere come il più alto e maturo monumento della nostra cultura come nel caso
di Mumford sia come segno, altrettanto significativo, della crisi di una
civiltà, per Spengler.
La critica è interna al meccanismo di crescita della città. La rivitalizzazione dei valori della cultura urbana coincide con la difesa della
città dall’industria e dalle trasformazioni troppo rapide ad essa connessa. Sullo sfondo è evidente Durkheim ed il suo tentativo di rifondare una società rispondente ai valori dell’illuminismo senza negare, anzi naturalizzando-enfatizzando, le modalità dell’industrializzazione.
Fondamentale diventa quindi, in questo approccio l’esigenza di
ricomporre a livello urbano le patologie — di contraddizioni non è
neppure il caso di parlare — derivate dall’industrializzazione e, nel
caso di Chicago (le cui caratteristiche vennero assunte a tendenze universali), dall’immigrazione. E’ per questo motivo che le categorie di
analisi vengono dalla coppia classica comunità-società e le patologie
urbane fondamentali sia a livello individuale che di gruppo trovano la
propria origine in prevalenza nella situazione — fondamentalmente
durkheimiana — di sradicamento dalla comunità e nelle patologie di
transizione della società. Basti pensare all’uomo metropolitano corticalizzato di Simmel, continuamente bombardato da stimoli ed incapace di rapporti stabili, simile, come notano da taluni, all’odierno automobilista.
Ho fatto questa digressione sulle modalità fondamentali di lettura
del fenomeno urbano da parte di chicagoani in quanto ancora oggi
questo approccio, che si può definire restauratore, è presente e corri109
MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
sponde ad un preciso piano pratico. Nella misura perciò in cui è facile
svelarne la natura ideologica di base, si spiega anche con sufficiente
chiarezza il carattere mistificante di una serie di proposte di intervento
a valle.
Penso a questo proposito alla tematica del quartiere che costituisce uno dei settori più vivi nella sociologia urbana al punto che
questa in molti casi, soprattutto nei paesi anglosassoni, diventa addirittura la sociologia del quartiere.
Nella stessa scuola di Chicago l’accento è posto proprio sul quartiere in quanto area naturale e costitutiva della città corrispondente alla
— pure naturale — divisione del lavoro ritradotta come differenziazione funzionale sul piano urbano.
Questa angolazione è pervenuta anche in Italia dove sia pure con
accentuazioni diverse il problema del quartiere è dominante: dalle sottocomunità delle grandi metropoli piemontesi e lombarde, alla problematica dei centri storici, al dibattito oggi in fase di ripresa e di ripensamento sul decentramento amministrativo.
Per fare un esempio: gran parte delle ricerche sui centri storici —
quelle perlomeno che non si pongono come obbiettivo una semplice
cosmesi architettonica o sono spinte da semplici nevrosi morfologiche
— tendono alla restaurazione o alla rivitalizzazione di una comunità di
base ormai stravolta dalla città che la circonda.
Qualcosa di simile avviene anche per molti discorsi sul decentramento che, quando non sono legati alla messa in moto di concreti
processi di democrazia di base, si rivelano come ingenui tentativi di
ricreare un pubblico deweyano e recuperare le categorie classiche della democrazia urbana — il senso in altri termini del cito yen della rivoluzione francese — attraverso la creazione di una solidarietà e di un
efficienza data dalla vicinanza fisica, dai rapporti faccia a faccia.
Anche le proposte urbanistiche collegate al filone delle neighbourood units hanno le proprie radici nella mitizzazione del vicinato,
della comunità di bas ein quanto elemento fondamentale e costitutivo
della dinamica urbana.
La città in tali approcci scompare come campo significativo di
analisi e viene riproposta come sommatoria di situazioni territorialmente limitate. Il nodo è, come nota acutamente Lefebvre, il muoversi
secondo l’ideologia del pedone nel mondo dei jet. L’analisi del filosofo francese è precisa e coglie il centro del problema; il carattere fittizio
della sfera pubblica — tanto per usare le categorie di Bahrdt — che si
vuole instaurare a livello di quartiere in una situazione in cui il quartiere in quanto unità territoriale viene a perdere le sue funzioni sociali
complessive e fondamentali.
Partendo da una siffatta problematica del quartiere è necessario
fare alcune considerazioni circa i suoi limiti teorici, empirici e politici
alla luce dei più recenti sviluppi del dibattito. In primo luogo è venuta
meno la pretesa naturalità della differenziazione territoriale della città:
ciò comporta l’improponibilità di una ricerca che assuma come oggetto
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fondamentale le differenze — talvolta anche drammatiche come nel
caso dei ghetti — tralasciando la dinamica sottesa alla determinazione
ditali differenze. Anche quando in talune analisi di questo tipo emerge
la disperazione della condizione umana della segregazione, la critica è
esterna, e, pur talvolta rabbiosa come quella dei muckrakers, non scalfisce la matrice strutturale della dinamica urbana. Si rivela unicamente
una sociologia delle differenze che assume come strumento di analisi
le tavole a dispersione per studiare le ineguaglianze sia complessivamente sociali che direttamente connesse all’habitat.
Tale limite si è mostrato più evidente in connessione ad un altro
problema sorto sempre a proposito dell’analisi urbana condotta secondo i criteri del rapporto uomo territorio e con un approccio eminentemente spazialistico. Anche restando ferma l’esigenza di costruire
una gamma tipologica delle forme di strutturazione dello spazio urbano (vicinato, piccolo quartiere, ilot, quartiere, settore geografico, ecc.)
è emerso come quella che era considerata tradizionalmente la più significativa di tali strutture — il quartiere — diventasse sempre meno
rilevante nell’analisi. Di qui il notevole sforzo di costruire una serie di
altre unità di analisi, dalle più piccole sino a quelle più grandi come i
settori geografici, tali cioè da ridare ancora un senso ad una analisi
strettamente legata al suolo. Ci si è in altri termini accorti come in
progressione ed in connessione allo sradicamento del suolo di cui
parlava già Durkheim diventino fondamentali non la condizione ecologica bensì la connotazione sociale e le caratteristiche di classe che
emergono direttamente sul piano della problematizzazione e della analisi. Dal quartiere operaio a poblaciones, favellas, barrios, bidonvilles,
baracche o comunque quegli altri agglomerati urbani creati dalle masse sottoproletarie delle grandi metropoli industrializzate e/o urbanizzate, si tratta di realtà che è difficile ingabbiare nella forma tradizionale dell’organizzazione dello spazio urbano. Esse chiedono invece
nuovi strumenti di analisi che diano conto simultaneamente, sia pure
su piani di diversa specificità, della condizione storica complessiva ed
urbana di tali gruppi sociali. Entra così definitivamente in crisi la sociologia urbana delle differenze per riproporsi come analisi di rapporti
sociali incernierati all’asse analitico-costitutivo della sfruttamento.
Cade quindi anche uno degli assunti impliciti della sociologia
urbana tradizionale e cioè la città come « storia » contrapposta allo sviluppo economico assunto come modello formale, metastorico, sottratto cioè ad ogni possibilità di modifica che non sia una mera spinta
razionalizzatrice. Ne deriva anche una modifica del campo problematico: oggetto della riflessione non è più solo la « città dello sviluppo
»ma anche quella del sottosviluppo per la quale cade evidentemente la
prospettiva dell’adeguamento a causa dell’emergere di patologie che
non sono transitorie o comunque esterne alla logica di urbanizzazione,
dovute in altri termini ad errori o miopia della politica quotidiana,
bensì a contraddizioni organiche alla stessa crescita storica della città.
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MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
Di qui il fiorire delle ricerche, soprattutto nel sub continente latino americano, sull’urbanizzazione dipendente, sulla città del sottosviluppo all’interno della quale precipitano ed esplodono tutte le contraddizioni della sua peculiare situazione storica. E’ a partire da questa
realtà che emerge e si definisce la categoria della marginalità urbana
considerata nella sua connessione causale rispetto all’assetto complessivo interno della città ed alla più vasta dinamica sociale, comprendendo ovviamente in questa i rapporti città-campagna e la complessiva organizzazione di divisione del lavoro a livello territoriale.
La realtà che la nuova sociologia urbana eleva sul piano problematico non è più quindi l’inadeguatezza della città al progetto di sviluppo della società bensì la città come precipitato, anche se non facilmente ed immediatamente riconoscibile, della dinamica sociale complessiva. E’ in questo senso che si vanno riorientando le ricerche e rifondando le categorie fondamentali di analisi: la scoperta della cosiddetta contemporaneità del non contemporaneo, l’intreccio inscindibile
— e non dovuto solo a disguidi organizzativi o a ritardi temporali —
di sviluppo e sottosviluppo.
E’ in questa luce per esempio che assume una particolare e stimolante rilevanza una città come Foggia, area subalterna all’interno
della stessa stratificazione regionale e non solo nazionale, città contraddistinta da un tasso di urbanizzazione affatto squilibrato in eccesso
rispetto alle sue capacità produttive ed in particolare ai suoi livelli di
industrializzazione. In una realtà di questo tipo si intrecciano, rafforzandosi reciprocamente, aspetti dello sviluppo e del sottosviluppo nelle loro connotazioni urbane richiedendo quindi un progetto ed una pratica di intervento all’altezza della complessità e della centralità del
nodo, riscoperto nella sua ineliminabile connessione causale con la
dialettica sociale complessiva.
A questo punto si presenta un nuovo tipo di problema a cui ho
già accennato in precedenza. La questione cioè dell’asse dello sfruttamento che definisce la dinamica dello sviluppo urbano. Affermazioni come « città del capitale » o « città fabbrica » sono corrette ma
comportano due rischi: trasferire ad un livello metastorico ed ossificato il principio causale dello sfruttamento di classe che se spiega va
anche ovviamente spiegato e soprattutto specificato storicamente; in
secondo luogo ridurre la dinamica urbana a riflesso automatico della
dinamica di classe riproducendo in tal maniera il meccanico rapporto
struttura-sovrastruttura. Consapevoli di tale rischio, i cui dannosi effetti possono riscontrarsi in non poche analisi compiute soprattutto tra
il ‘68 ed il ‘72 in Italia, i più accorti sociologi vanno orientando la
propria analisi in direzione della storicizzazione e disaggregazione
della dialettica urbana, reagendo a talune impostazioni come quelle
strutturaliste — talvolta illustri ed estremamente suggestive come nel
caso di Castells — che pretendono di fornire una chiave onniesplicativa del fenomeno urbano.
Di segno opposto e molto più convincente è invece per esempio
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lo storicismo di Henri Lefebvre anche se non mancano nel suo approccio rischi di slittate volontaristiche.
Non è comunque questo il luogo per affrontare neppure rapidamente i termini del dibattito che è tuttora aperto in campo marxista
sullo strutturalismo ed i cui termini sono stati trasferiti all’analisi urbana. Ciò che mi preme è indicare una direzione di analisi che ritengo
potenzialmente fruttuosa, quella cioè della disaggregazione e della storicizzazione della dialettica urbana.
In tal senso penso che possano essere accolte ed utilizzate alcune
proposte teoriche come quella che avanza Ferrarotti quando parla della
città come molteplicità di sistemi, una concezione della città come fenomeno globale articolata però su « una molteplicità di sistemi interrelati ed interagenti ». In tale modello quindi la dinamica urbana appare
costituita da un sistema economico-ecologico o produttivo, un sistema
politico, un sistema familiare o riproduttivo, un sistema culturale, un
sistema simbolico.
Tale approccio, per un verso si muove dall’assunzione della città
come fenomeno globale la cui logica « di ultima istanza » è da ricercarsi nei rapporti di produzione, in fabbrica cioè, e dall’altra rompe il
meccanicismo dogmatico di un rigido rapporto struttura-sovrastruttura
per rendere la dialettica praticabile alla ricerca e ad una azione politica
in grado di mutare le modalità di tale dinamica strutturale.
E’ la direzione indicata in passato da Georges Gurvitch con i
suoi palzers in protondeur, i fattori costitutivi della dialettica sociale,
recentemente ripresi e sviluppati da numerosi sociologi francofoni nel
quadro del filone storicista del pensiero marxista.
E’ attraverso operazioni di tal genere che ha un senso parlare di
organizzazione sociale dello spazio ed assumere ciò come interrogativo fondamentale di ricerca. Sia che si voglia conoscere la logica,
storicamente specifica, dell’organizzazione sociale dello spazio urbano sia che si intenda, mutando i rapporti e le presenze dei fattori fondamentali costitutivi, giungere ad una riorganizzazione sociale dello
spazio o di produzione di nuovo spazio sociale. Sono i problemi fondamentali sottesi, sia pure con volontà e progettualità antagoniste, a
tutti gli interventi urbanistici da quelli concernenti semplici ridislocamenti come per il caso dei centri storici e di ristrutturazione di quartieri a quelli più vasti di organizzazione dell’intero territorio, di sviluppo
della città e di regolazione dei ruoli e dei paesi nell’intera area che a
questa fa capo, come nel caso ad esempio della città regione.
Sia quindi che si tratti di un processo di semplice riproduzione di
spazio sociale, magari in direzione di una maggiore razionalità, sia che
si voglia invertire tale logica di riproduzione sorge il problema della
conoscenza della dinamica urbana concreta. Mentre però nel primo
caso la ricerca tende ad occultare i fattori costitutivi strategici per assicurarne l’indisturbata riproduzione, nel secondo la ricerca assume come compito il disoccultamento di tutti i momenti, le modalità ed i poli
della dialettica urbana ed in particolare proprio di quei fattori
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MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
che una pratica urbanistica conservatrice tende ad occultare.
In questa luce penso che assumano un diverso significato le proposte degli indicatori fatte dalla più recente sociologia urbana. Non
solo cioè strumenti puramente descrittivi ma indicatori disaggreganti
del processo di crescita sociale ed urbana che è insieme unico ed unificante. E’ la ritrovata totalità del fenomeno che imprime una diversa
curvatura a tali strumenti di analisi sottraendoli ad una erratica e gratuita empiria.
Dai sistemi di parametri che si fondano principalmente sulle funzioni di produzione e di scambio dell’area, al significato di questo
spazio nel sistema istituzionale, al carico simbolico che assume su di
sé questo spazio. Oppure i sistemi di rilevazione usati in alcune ricerche in grandi aree urbane della Francia: l’evoluzione dei gruppi sociali, i comportamenti sindacali, politici e religiosi, le relazioni sociali, in
particolar modo quelle strategico-significative, i sistemi di comunicazione, ecc., o ancora un’altro tipo di approccio che scompone la realtà
urbana in analisi ecologica, studi delle strutture sociali, studi psicosociologici del comportamento, analisi delle rappresentazioni, delle
immagini e della cultura. Un’ulteriore sistema è composto di gruppi di
indicatori: rappresentazione della società e coscienza della sua evoluzione, espansione dei bisogni negli ambienti urbani in trasformazione,
evoluzione delle strutture e delle funzioni delle famiglie, maturazione
sociale ed eredità sociale in funzione delle strutture, evoluzione delle
strutture sociali, evoluzione della città, anomie sociali e psicopatologie
sociali, prospettiva antropologica, cioè prospettiva di dinamica culturale e di atteggiamenti, di valori e di modi di vita e così via. Vediamo
quindi che tutti questi sistemi parametrici, se assumono un nuovo significato in quanto metodologica di disaggregazione della totalità della dialettica urbana, che è il vero obbiettivo della ricerca, pongono ugualmente alcuni problemi.
Il primo è come operare la sintesi tra questi momenti descrittivi,
ciò investe direttamente il problema dell’approccio interdisciplinare,
perché non si tratta di cogliere ed unificare solo segmenti separati, delle relazioni sociali complessive, quanto frammenti a cui corrispondono scienze separate con un proprio statuto e una propria biografia accademica. Ciò pone il grosso problema dell’oggetto esclusivo di una
scienza, riproponendo la questione della sintesi. Come si effettua questa sintesi? Chi effettua questa sintesi? Né ovviamente possono occorrere il computer, i tabulati di elaborazione o sofisticati programmi di
correlazione causale. In più c’è immediatamente un altro argomento
che si presenta alla riflessione: c’è il rischio che questo tipo di approccio riproduca in maniera nuova e diversa una vecchia impostazione,
cioè la manipolazione estrema degli individui, dell’uomo che diventa
oggetto di una pianificazione tendente a ricostruire una razionalità
formale e neutrale, sia pure in nome della città « diversa ».
I due problemi evidentemente si intersecano ponendosi in condizione di stretta interdipendenza.
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La prima questione concerne l’approccio interdisciplinare la cui
pratica è in Italia estremamente arretrata e che, a parte la difficoltà di
fare interagire studiosi abituati a ricerche solitarie, entra in crisi al
momento della sintesi, quando è necessario estrarre dal lavoro dei singoli partners il senso complessivo dell’organizzazione sociale dello
spazio. Il momento cioè in cui è necessario riunificare e sintetizzare i
fattori ed i momenti disaggregati della dialettica sociale e bisogna tradurre l’analisi in una pratica d’intervento adeguata al progetto ed alla
condizione urbani. Questo è il momento in cui si scatenano estenuanti
quérelles spesso determinate da una sorte di imperialismo culturale dei
singoli studiosi che pretendono di imporre la propria disciplina come
unica capace di unificare, sia essa l’urbanistica o la sociologia, i singoli aspetti della ricerca e della realtà. E’ in molti casi ad esempio
l’urbanistica a porsi come momento di unificazione della conoscenza
e della pratica dell’oggetto città, proponendo quindi la propria conoscenza pratica parziale come complessiva. Lo stesso atteggiamento è
talvolta riscontrabile anche tra i sociologi, il ricordo di Comte non è
mai morto!, i quali in nome della natura sociale del fenomeno urbano
avocano a sé il compito di proporre la sintesi.
Forse il nodo del problema è rinvenibile altrove se si superano le
secche delle definizioni in termini di oggetto e di ambiti scientifici e si
recupera l’analisi urbana in quanto critica e progetto della dinamica
storica nella sua quotidianità. La questione non è più quindi risolvibile
in termini di compromessi o mediazioni astrattamente scientificodisciplinari bensì in quanto riconosciuta come conoscenza e pratica
critiche del quotidiano in quanto totalità.
Ciò implica anche porsi in maniera corretta e fruttuosa nei confronti di quel fondamentale problema, a cui ha già accennato nella
propria relazione il prof. Quaroni, quello cioè del colloquio tra autori
del piano ed abitanti, sia nella fase della progettazione che in quella di
attuazione-verifica dello stesso.
Rifiutata quindi la prospettiva di un piano progettato e condotto
dall’alto con puri intenti manipolativi e di riproduzione, al massimo
razionalizzata, di spazio, la strada da imboccare è quella che assume il
piano come momento di riflessione e di pratica sociale collettive.
Anche questa è però una affermazione che rischia di restare al livello di una generica opzione di valore se non si trovano e vengono
predisposti gli strumenti per tradurla sul piano pratico. Ancora una
volta si ripropone il problema della ricerca come condizione indispensabile per garantire, ovviamente non in quanto « scienza » neutrale ma
in connessione con quanto ho precedentemente indicato e cioè con il
diverso punto di vista ed i diversi soggetti protagonisti, la verifica
continua e critica del processo che si intende promuovere.
In questo senso mi sembrano estremamente stimolanti le proposte del francese Chombart de Lauwe il quale ipotizza un sistema di input-output, di domande e di risposte teso alla verifica e ricostruzione
continua del progetto. Il colloquio tra i realizzatori del piano e gli abitanti,
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MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
non si pone come semplice dinamica di domanda ed offerta dal cui libero gioco si possa determinare prezzo e qualità del prodotto, bensì
come l’avvio di un processo di pratica collettiva da cui la stessa azione
tecnica esce trasformata per assumere un nuovo significato di conoscenza riconquistata e ridefinita, rispetto ai propri scopi, dai soggetti
destinatari e protagonisti della dinamica urbana.
Il sistema di Chombart de Lauwe, prevede appunto questo colloquio tra pubblico e realizzatori comprendendo tra questi ultimi:
l’azione dei costruttori (intentendo con ciò, l’azione dei costruttori
pubblici, pubbliche amministrazioni, imprenditori privati, complesso
collettivo di programmazione e di realizzazione), gli urbanisti, ed infine gli architetti.
Si parte innanzi tutto dalle informazioni di base sulla composizione sociale nello spazio, necessarie per una prima ipotesi di piano.
Esse concernono, raggruppate in sette fasce.
a) categorie socio-professioni, livelli di istruzione, classi sociali.
b) livello di vita, redditi, bilanci familiari ecc.
c) composizione della famiglia; tendenze demografiche, età,
sesso, numero dei figli, ecc.
d) lavoro, mobilità, pendolarità, tempi di assenza della famiglia, ecc.
e) condizione e lavoro della donna.
f) l’alloggio precedente, turn-over abitativo e sue modalità, origine geografica e legami familiari (informazione questa molto importante soprattutto in zone di immigrazione, religione e filosofia, disturbi precedenti del comportamento ecc.
Una volta impiantato un tale sistema di rilevazione il « colloquio »
può articolarsi attraverso un modello con input-output che vede interagire gli abitanti ed i « costruttori » e che porta, mediante un processo
di pratica collettiva, alla riorganizzazione sociale dello spazio.
Innanzitutto dobbiamo distinguere tre gruppi di costruttori:
l’azione degli organi pubblici (la creazione degli standard di occupazione, contributi per l’alloggio, i tassi di occupazione, i fondi per la
costruzione e così via), il piano degli architetti (l’isolamento acustico,
la concezione dell’abitazione, la dislocazione delle stanze, lo stesso
numero di appartamenti che può affacciarsi sul pianerottolo, il numero
degli alloggi complessivi in un fabbricato ecc.); il piano
dell’urbanista.
Queste sono le tre azioni dei costruttori, a cui corrispondono da
parte degli abitanti, le risposte che pongono quindi l’azione tecnico
— programmatrice — come momento di mediazione — specificazione tra il gruppo e la sua pratica storica e abitativa.
Ecco, allora, le « risposte-progetto » venire dall’individuo e dai
gruppi. Il progetto non è ovviamente formato e implicito che sembrano in tutti i casi (norm-oriented) ma spesso si forma e definisce proprio in rapporto pratico-teorico con l’azione di riorganizzazione urbana.
Le risposte proposte da Chombart de Lauwe, si tratta ovviamente
solo di uno schema di massima e necessariamente parziale, concernono il comportamento dell’individuo e della famiglia in rapporto anche
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alla utilizzazione dell’alloggio. Basti pensare a come vengono utilizzati gli alloggi nei nuovi quartieri di insediamento, alla scala gerarchica che si instaura tra i vani all’interno della casa, alla dinamica
dell’arredamento e così via. Un grosso problema questo che gli architetti conoscono bene che va letto e come risposta fondamentale a un
progetto e a una pratica di riorganizzazione urbana. Così come possono esserlo i rapporti tra i coniugi. Ed ancora: il comportamento economico, il lavoro « esterno » della donna, l’orientamento scolasticoprofessionale dei giovani, ecc. sono tutte « risposte » fondamentali
all’azione urbanistica, variabili i cui indici di significatività, sono estraibili con relativa facilità a livello matematico.
Un secondo gruppo di risposte comprende l’atteggiamento della
famiglia (verso l’alloggio, l’educazione, verso le istituzioni, verso la
società, ecc.
Un terzo fascio di risposte è dato da comportamenti di gruppo,
dalla rete di relazioni sociali, dai processi e situazioni di disgregazione, segregazione ed emarginazione sociale, atteggiamenti collettivi,
bisogni, aspirazioni, comportamento politico. Basti, per esempio, pensare, e siamo nel Mezzogiorno, come esista un nesso causale tra atteggiamento politico e condizioni urbane. Anche questa è una « risposta »
fondamentale.
L’ultima fascia di risposte comprende modificazioni dell’ atteggiamento, dei comportamenti, dei modi di percezione, dei bisogni,
delle aspirazioni e così via. Sono molto interessanti, per esempio, alcune ricerche sviluppate in tutta Europa da alcuni studiosi francesi sulla connessione tra bisogni-aspirazioni e l’abitare.
Non intendo gravare ulteriormente sul programma della mattinata. Voglio perciò riportare questo intervento alla sua natura di semplice invito alla discussione, che, dato il carattere degli interlocutori, presenti in questa sede partiti, sindacati, amministratori, tecnici, può
costituire l’avvio di questo processo collettivo di riflessione e di critica che costituisce appunto il presupposto e l’essenza stessa del piano,
se si vuole fare di questo l’occasione per la riconquista dello spazio
urbano da parte dei reali soggetti protagonisti.
—
—,
GIANDOMENICO A MENDOLA
117
ATTESE PER UN MODERNO DIVENIRE URBANISTICO DELLA
CITTÀ DI FOGGIA
La attenta e qualificata partecipazione a questo convegno, da una
parte è il segno dell’ansia di partecipazione che sale dalla collettività
amministrata, dall’altra mal nasconde le attese per il sorgere di un’alba
nel cielo ancora troppo scuro dell’urbanistica cittadina. Obiettivo principale del Circolo di cultura moderna, che mi ha delegato a intervenire
è che questo convegno non si riduca ad una fiera delle vanità o un
vuot o astrattismo, ma sia la prosecuzione di un discorso pratico da
tempo iniziato e fornisca agli amministratori utili indicazioni e stimoli
ad operare, favorendo altresì la presa di coscienza dei cittadini, ansiosi
di rendere concreto il loro tanto conclamato potere di decisione e di
controllo in un settore, che li tocca tanto da vicino.
Purtroppo la famiglia contadina ed artigiana va scomparendo, lasciando il posto alla famiglia nucleare, che ha fatto del verbo consumare il vero scopo della sua esistenza.
Si è dato il caso fortunato, che situazioni recenti ed impreviste, la
cosiddetta congiuntura sia pure con la prospettiva di grandi rinunzie e
sacrifizi, abbiano riproposto in tempo alla meditazione il senso del limite al consumismo sfrenato, contribuendo a far riscoprire beni e valori che la civiltà industriale stava sconsideratamente calpestando e distruggendo.
Si è aperta così la civiltà post-industriale, che impone rispetto per
le risorse che la natura copiosamente fornisce, mediante un loro uso
più accorto e intelligente, e un impiego delle nuove tecniche tale, da
stabilire legami armonici tra il donato e lo scoperto, tra i beni permanenti e quelli strumentali, per una convivenza comunitaria più umana
(se saremo ancora capaci di vivere insieme).
In questa ansia di una vita nuova e migliore, con nell’aria il
presentimento di radicali mutamenti, si rende necessaria una chiara
presa di coscienza di ciò che va mutando, e un opportuno adattamento
degli ordinamenti e dei quadri decisionali alle nuove condizioni e
spinte socio-
118
________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA
dinamiche, tenendo presente che, la base di questa realtà urbanistica è
costituita da tessuto connettivo risultante da tre fattori essenziali: 1)
dimensione della componente economica; 2) processo tecnologico,
con tutte le implicazioni derivanti dalle sue possibilità reali; 3) forze
istituzionali e storico-sociali, che rappresentano una componente extra
economica.
Siamo in presenza di « linee naturali » che non è agevole cogliere e
isolare. Lo sviluppo e il regresso di un grande centro urbano ha infatti
una propria fisiologia che si manifesta nella demografia, nella produttività della popolazione attiva, nei consumi, nella capacità di esprimere una élite dirigenziale ed imprenditoriale, nella potenzialità attrattiva
e anche nella forza espansiva delle aree concentriche che si formulano
attorno ad esso.
Né va dimenticato che ci troviamo in un momento particolarmente
importante e delicato della vita dei comuni, non solo per la complessità dei problemi, ma anche per le contraddizioni macroscopiche che si
avvertono e che impongono soluzioni diverse da un tempo all’altro, da
zona a zona. Ci troviamo di fronte a una vasta raggiera di rivendicazioni, di impegni, di esigenze di assestamento che vanno affrontati con
un piano organico fondato su scelte di precedenza e di gradualità e
quindi impongono anche necessari rinvii. Certo, non si può agire per
rappezzi, per settori o per espedienti.
Occorre quello che finora è mancato: una visione di insieme e il
senso delle prospettive del prossimo sviluppo e quindi del divenire urbanistico della città, e ciò malgrado realizzazioni settoriali apprezzabili. ma isolate.
Va anche detto che, con il voto del 29 novembre 1973 al Senato, e
stata approvata la legge che proroga di due anni il vincolo dei piani regolatori sulle zone inedificabili, che scadevano il 30 novembre, dichiarati illegittimi della Corte Costituzionale, quando era previs to a
tempo Indeterminato. E’ stata fissata cioé una scadenza, speriamo definitiva, per per la riforma del nostro sistema urbanistico. Il Governo
ha accettato un o.d.g. impegnandosi a presentare, entro un anno, un disegno di legge per la riforma urbanistica. Sarà vero? nell’attesa poiché
Foggia ha già un piano regolatore, più che bruciare le tappe per una
revisione del piano; revisione che pure si impone e che comporta studi
meditati ed approfonditi in tutti i campi — è urgente sforzarsi di applicare il piano regolatore esistente e di varare i tanti piani particolareggiati possibili laddove la realtà li sollecita e li legittima, e ciò proprio per evitare ulteriori perdite di tempo.
Senza alcuna pretesa di usurpare compiti specifici dagli operatori
del settore, ma nell’unico intento di dare, a nome del Circolo di cultura moderna, il contributo di esperienze sofferte e di aspirazioni e valutazioni largamente condivise, e senza la illusione di rappresentare il
Corano, va detto in particolare che si è tutti d’accordo sulla necessità
di scongiurare in ogni modo la formazione di una megalopoli ossessiva e alienante (con crescita caotica che si riperquoterebbe fatalmente
sulla vita
119
MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
di tutti gli abitanti in una specie di « giungla d’asfalto ». Ne deriva che
non si può non puntare sulla razionale organizzazione dei centri della
fascia circostante per alleggerire la pressione sociale all’interno della
città, evitando così la elefantiaca formazione di zone urbane concentriche, che si allontanino dal centro della città senza discriminazione
di funzioni, scongiurando qui la nascita di una periferia, intesa nel
senso più brutta della parola e cioè come rifiuto umano.
Va ribadito perciò, con energia che non esiste altra soluzione
all’infuori di quella che punta sull’organizzazione urbanisticaeconomica-sociale dei centri periferici per non incorrere nel pericolo
della estensione monocentrica, a macchia d’olio, tipico delle città,
come Foggia, che non hanno confini naturali (fiumi, colline, ecc.).
Questi centri devono uscire dal letargo (causa del decadimento ), ridare impulso all’organizzazione della vita sociale, alle infrastrutture, alle
vie di comunicazione, all’attività culturale, ricreativa e sportiva. Bis ogna vitalizzarli. Se sapremo offrire, a breve scadenza, un «nuovo ambiente» ai giovani che vivono nei campi e agli immigrati della provincia, agli operai dell’industria, eviteremo che Foggia del domani si trasformi in una megalopoli congestionata e caotica.
E’ compito dell’urbanista progettare il modello più adeguato a risolvere, caso per caso, il problema delle frazioni. Oggi, possiamo dirci
soddisfatti di come sono impostate tutte le frazioni esis tenti, eccezion
fatta per Arpi Nova, che presenta purtroppo solo case sparse lungo la
rotabile.
Aver previsto lo sviluppo delle frazioni, non è stato un semplice
capriccio dei progettisti del piano vigente. Già il decreto del Presidente della Repubblica 2 giugno 1963 di approvazione del piano regolatore, adottato il 10 aprile 1956 conteneva le seguenti osservazioni: «
Considerato, in particolare, che attualmente il Comune di Foggia ha
una popolazione gravante, per quasi totalità, sul capoluogo e immediata periferia per cui si rende necessario, al fine di ottenere un effettivo
decentramento funzionale, rafforzare i nuclei residenziali frazionali...
Sotto tale profitto appare necessario limitare i previsti sviluppi a carattere residenziale all’interno del vecchio centro ». Pertanto, si riteneva
« opportuno — è detto ancora nel decreto presidenziale — stralciare
dalle previsioni una buona parte di espansione, rinviando ad apposito
piano che preveda più vaste aree verdi al servizio della zona centrale
»; e si aggiungeva « che, in sede di stesura dei piani particolareggiati
di attuazione, si potranno ottenere le previsioni, per i nuclei delle varie
frazioni esistenti nel territorio, anche delle attività agricolo-industriali
oltreché residenziali e dei relativi servizi pubblici, al fine d intraprendere il necessario decentramento dell’attuale pressione della popolazione dall’esterno verso il capoluogo ».
Foggia con un territorio di oltre 50.000 ha, si trova al centro della
Provincia: risolvere bene il problema urbanistico del Capoluogo dauno, perciò; significa dare un solido assetto di funzionamento e di ordinamento progressivo a tutta la provincia. Altro punto da tener presente: la
120
________________________________________________________GIORN ATE DELL’URBANISTICA DAUNA
popolazione foggiana attualmente tocca il 25% dell’intera provincia
con un aumento in un secolo del 25%; gli abitanti sono concentrati per
oltre il 92% nel centro edificato o storico.
Foggia aumenta dunque, mediamente di 2.500 unità all’anno (bisogna anche prevedere i ritorni, che certamente non si faranno attendere ) ed è divisa in 12 quartieri e 6 frazioni, dove di recente sono stati
nominati i Consigli di quartiere. Dalle 6 frazioni geografiche, solo 5
vengono prese in considerazione, data la anomala situazione di Mezzanone, amministrata a mezzadria con Manfredonia. Ecco qui una
schematica presentazione statistica delle cinque frazioni:
Arpi Nova
Segezia
Incoronata
Tavernola
Duanera La Rocca
ab.
ab.
ab.
ab.
ab.
1.000
2.500
2.500
800
1 .500
circa
circa
circa
circa
circa
Ha
Ha
Ha
Ha
Ha
532
960
850
560
560
Dal tempo dell’adozione del piano regolatore, in queste località
non è cambiato nulla, all’infuori di un più avvertito bisogno di crescita. Gli unici interventi praticati in questi anni sono costituiti da un Istituto professionale agrario ad Arpi Nova e da un Centro per subnormali
a Segezia.
Utilizzando la 865, occorre potenziare questi nuclei residenziali
dotandoli innanzitutto di ogni attrezzatura necessaria per una effettiva
autonomia, oltre naturalmente alle specifiche attrezzature residenziali,
tra cui la creazione di mercati (i cosiddetti shopping-centers o centri di
acquisto, da considerare come anelli vitali di quella vita cittadina disseminata nella campagna civilmente abitata).
In che modo? Interviene l’art. 23 del Regolamento edilizio, approvato nel 1960, che recita: « I frabbricati dei centri delle frazioni geografiche. dei villaggi rurali e degli aggregati sub-urbani di completamento dell’edilizia attuale, secondo le modalità stabilite dagli speciali
piani particolareggiati ». Che cosa dunque si aspetta per operare? Una
raccomandazione va fatta: armonizzare i nuovi strumenti al piano
dell’area industriale della Provincia si richiede un intervento urgente,
in vista degli annunciati nuovi massicci insediamenti industriali e per
rendere più fruibili l’una il grandioso bosco, l’altra gli scavi della vecchia Arpi.
Per quanto riguarda le strade e le vie di comunicazione, il sistema
sul quale puntare è quello radio-anulare, che prevede cioé il collegamento dei diversi assi radiali con strade centriche. Lo schema teorico
risulta chiaro con la realizzazione di una valida circumvallazione, che,
mediante adeguate modifiche, può essere migliorata soprattutto nel
raccordo tra le due autostrade, senza ricorrere alla inutile tangenziale
di recente approvazione che, in una città aperta come Foggia.la quale
non é né Genova né Napoli, oltre a creare un « vallo ingiustificato » (mi
perdoni il signor Sindaco) ha il grave torto di selezionare il traffico di
penetrazione troppo vicino alla zona storica, senza contare la fortis -
121
MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
sima spesa impegnata, che potrebbe essere impegnata più proficuamente nella soluzione di tanti grossisimi problemi che ancora affliggono la città.
Parlando del traffico, la cui scioltezza ed il cui ordinato svolgimento hanno grande valore economico in rapporto al tempo di percorrenza
e alla spesa per raggiungere la sede di lavoro, vai bene evidenziare tra
i molteplici punti, questi due: a) la grave congestione di Piazza Cavour; b) la difficoltà di penetrare nel centro attraverso vico Teatro e di
uscire attraverso il cunicolo opposto.
Logica vuole che si dia finalmente sfogo alla tangente meridionale
destinata ad attraversare l’attuale Ippodromo e poi la Villa in sopravia
e ad immettersi, attraverso il piazzale della stazione, su via S. Lazzaro
e via Manfredonia.
Logica avrebbe voluto pure il doloroso abbattimento del teatro
Giordano e la sua ricostruzione nell’area dell’ex Maddalena, previo
abbattimento di tutte le casette fatiscenti che la circondano (lo prevede
il piano regolare vigente). Del resto, anche il Pronao è stato ricostruito
molto più indietro del sito dove si trovava fino alla guerra, senza subire modifiche strutturali.
La ricostruzione in altro sito del teatro Giordano da una parte avrebbe dato (e potrebbe dare ancora) a questo gioiello, ai posto
dell’attuale piccola bomboniera, la concreta funzione di centro di cultura adeguato alle nuove dimensioni della città; dall’altro avrebbe
consentito (e consentirebbe) la eliminazione di abitazioni malsane lasciando quello che della vecchia cinta del borgo antico, merita di essere conservato (ricordiamo per inciso gli alloggiamenti delle truppe di
Federico con i camminamenti fino al distrutto castello di Pianara); infine avrebbe dato luogo (e darebbe luogo) ad una arteria imponente
anche al servizio del Teatro e del traffico veicolare, particolarmente
congestionato, che unisce via della Repubblica con corso Vittorio Emanuele.
Non possiamo trascurare in questa sede il raccordo autostradale su
via Manfredonia che si presenta meschino, pericoloso per il traffico e
capace di annullare da solo tutti i vantaggi dell’uso dell’autostrada e
della superstrada che vi gravita, per cui auspichiamo un suo adeguato
sollecito allargamento.
Sempre in tema di risanamento, sottolineiamo la necessità di bonifica delle zone marcite o malsane del centro abitato, cioè di tutta
l’area a ridosso del’ex Banca d’Italia, di piazza XX Settembre e di
corso Cairoli. Si tratta in genere di un organismo deformato nel XVIII
secolo da quartieri per terremotati, inserito in un complesso cittadino,
Dio sa come ingarbugliato dalla presenza, all’epoca, di tratturi e tratturelli.
Come pure indilazionabile è la costruzione della Stazione Autolinee, prevista a largo Pianara, con la conseguente eliminazione della
spina di case malsane in via S. Lazzaro.
Per gli altri interventi sul centro abitato rimandiamo alle conclusioni emerse dal Convegno in Fiera tenuto nella primavera 1970, ad
iniziativa del Circolo di cultura moderna, secondo le quali erano previsti
122
________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA
piani particolareggiati di servizi.
Discorso a parte merita il borgo antico il quale, se è vero che presenta caratteristiche ambientali risalenti al nostro passato recente del
XVIII e XIX secolo, (il borgo precedente al terremoto del 1731 fu
quasi completamente distrutto), ci ricorda tuttavia non solo la nostra
civiltà contadina in senso lato, ma sia pure per qualche troppa sporadica testimonianza i bagliori (per sempre spenti) dell’età federiciana.
E’ questo un discorso di risanamento conservativo che non va rinviato oltre, e che può essere risolto con piano particolareggiato, beninteso inquadrato nel piano generale, per consentire il necessario coordinamento con il restante tessuto urbano. (Degno di apprezzamento, a
tale proposito, l’impegno dell’Amministrazione per i professionisti locali).
La circolare del Ministero dei LL. PP. del 28 ottobre 1967 n. 3210
tenta di sopperire alla carenza legislativa e considera tra l’altro, rientranti nella definizione di agglomerati di interesse storico quelle strutture urbane « in cui la maggioranza degli isolati contengono edifici costruiti in epoca anteriore al 1860, anche in assenza di monumenti o edifici di particolare interesse artistico » ( è il nostro caso ).
Orbene, questi agglomerati sono tutelati come zona A dal decreto
2 aprile 1968, tendente a far applicare una tutela rigorosa dei centri antichi, limitando la edificazione ad ogni opera di risanamento conservativo che eviti di superare l’altezza di edifici circostanti di carattere storicoaritistico.
Ciò dimostra che, per i centri antichi, il legislatore mira a congelare la situazione esistente, evitando di impegnarsi nella previsione di
opportune iniziative di rivitalizzazione, al contrario della chiara finalizzazione dei piani regolatori, il cui scopo principale è di risolvere i
problemi di ubicazione dei nuovi insediamenti e di localizzazione degli impianti pubblici, nonché di stabilire zone inedificabili, che imp ediscano la espansione a macchia d’olio.
Questo significa che il legislatore ha previsto solo una tutela « passiva, cioé solo una imposizione di vincoli, e non anche una tutela « attiva », che comporta un rafforzamento delle strutture, il restauro e la
messa in evidenza di quanto risulta meritevole di tutela e
l’eliminazione di quanto in contrario, nonché la rivalutazione e rivitalizzazione dell’ambiente, creazione di verde e di spazi dove possibile,
cioè il ragionato inserimento funzionale di esso nel tessuto urbano, per
evitarne il decadimento e l’abbandono.
Di qui la proposta di affidare, con urgenza, ad un gruppo di studio
formato da giovani architetti e studenti in architettura (mi pare già riuniti in associazione) con il coordinamento di un esperto, il compito di
giungere all’esatta individuazione del patrimonio tutelabile, per la selezione delle zone ambientali da salvare, per le soluzioni conservative,
per le proposte di eliminazione di fabbricati fatiscenti o diruti, per la
creazione di verde dove possibile e per la scelta di larghi parcheggi ai
margini del borgo, (sull’esempio di quanto è successo di recente a Milano per il risanamento di via Pastrengo e dell’Isola).
-
-
123
MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
Naturalmente, questa opera di selezione e di individuazione può
essere estesa a tutti gli ambienti da salvare all’esterno dei borgo, come
piazza XX Settembre, monumenti, chiese ecc. Tutela attiva, che sarà
compito del piano particolareggiato applicare e che dovrebbe, però,
contenere le cosiddette prescrizioni d’uso, cioé l’insediamento di centri culturali, previdenziali, di beneficenza, musei, mostre di tradizione
popolare, attrezzature turistiche ambientate, botteghe caratterizzate per
antiquariato e artigianato tradizionale, limitazione di circolazione e sosta di veicoli all’esterno, ecc.
Non dimentichiamo che nel cassetto vi è un piano Lauricella (La
Malfa permettendo ), che prevede uno stanziamento di 100 miliardi
per il risanamento dei centri antichi di alcune città del Sud (è auspicabile che questa volta, non siano sempre solo Bari e Napoli ad essere
favorite).
In ogni caso si possono prevedere mutui agevolati, contributi a
fondo perduto da parte del Comune, come è avvenuto a Bologna e sta
avvenendo a Siena, dove, in luogo dell’esproprio previsto in un primo
momento, si è ripiegato su convenzioni di lunga durata con i proprietari, per bloccare i fitti per 25 anni, ancorati al valore dell’immobile,
in cambio di contributi per restauro e risanamento.
Ed eccoci a un’altra grossa questione: il verde pubblico.
Il totale del verde pubblico e privato esistente in Foggia al momento dell’adozione del Piano Regolatore nel 1956 era di mq. 1,65 pari a
mq. 182.440.
Con il piano si contava di giungere ai 6 mq., oltre i mq. per verde
sportivo; mentre con il verde privato si prevedeva di giungere a mq.
15. Il decreto 2 aprile 1968 ha ulteriormente maggiorato questi limiti.
Ora, la conquista del verde, è una esigenza tra le più vive e indilazionabili. Per conquistare il verde necessario, però, non derogare dalle
previsioni in nessun caso ed è necessario altresì, per le nostre città
spaventosamente carenti, acuire l’attenzione su ogni possibilità, ricordandoci che prima viene l’uomo e poi il metro cubo.
A questo punto viene subito alla mente il problema del Centro di
incremento ippico e dell’Ippodromo. Questo complesso centralissimo,
di circa 30 Ha., è stato ufficialmente previsto dal vigente piano come
nucleo residenziale futuro su P. P.
Pertanto, non era espressamente indicato come zona verde, anche
se, nella relazione accompagnativa, si affermava che, essendo di facile
acquisizione comunale, si considerava come una « preziosa area » per
attività edilizia unitaria e controllata, ma soprattutto per realizzare una
unione della zona verde della villa (56.000 mq.) con quella del Campo
di Fiera (200.000 mq.).
Oggi con le prospettive aperte dalla tangente che lo taglierà all’altezza di 1/4 e 3 4 è possibile prospettare questa soluzione: i primi
70000 mq. circa, dove attualmente sono gli edifici potrebbero benissimo ospitare la futura Città Universitaria con la integrale utilizzazione degli impianti ( edifici, laboratori, viali, ecc., arricchiti da adeguata
dotazione
124
________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA
di verde, anche per esperimenti e ricerche, nei pressi del Centro e della
Stazione in una zona tranquilla e già ricca di verde); gli altri 20 Ha.
circa e cioè 200.000 mq. (superiori da soli a tutto il verde esistente al
1956) potrebbe costituire una massiccia dotazione a tempo libero), capace altresì di rendere vitale un unico, centrale (e perciò raro) polmone di verde, dalla Fiera alla Villa Comunale In questa maniera anche il
verde della Fiera potrà essere più concretamente fruito e aggregato a
quello urbano.
Uguale trattamento potrebbero subire i 13 tratturi e tratturelli reintegrati (nella loro varia larghezza di 60-30 e 15 « passi »), ancora intatti fuori dal centro abitato e fino ai confini del territorio, con un raggio minimo di 10 Km.. In essi potrebbe sorgere un impianto di verde
arborato, unico per le nostre zone a garantire un habitat migliore, una
ridente variazione al paesaggio ed un miglioramento del clima e costituisce quindi una meta di tempo libero per tutti.
E a proposito di tempo libero, non può essere lasciato sotto silenzio il bosco dell’Incoronata, rarissimo se non unico esempio di bosco
in pianura di tutto il meridione, per il quale l’Amministrazione Comunale ebbe a bandire, tempo fa, un concorso per progetto di sistemazione ed area per il nuovo Centro di incremento ippico, Ippodromo e impianti sportivi e culturali, beninteso salvo il bosco vero e proprio.
Si tratta dl una notevolissima estensione (circa 400 ettari ) a pochi
chilometri da Foggia, raggiungibile anche in bicicletta, che darebbe
vero sfogo al tempo libero e che, opportunamente attrezzata e conservata, costituirebbe una gemma fruita dall’uomo a livello ottimale, di
estrema dignità e pregio, avremmo così la presenza vera della natura
nella vita della città e l’albero tornerebbe ad essere il vero compagno
millenario dell’uomo, come auspicava Le Courbisier.
Anche qui, come per l’area dell’Ippodromo, si tratta di approntare
piani particolareggiati.
Non possiamo esaurire questa carrellata sulle attese più condivise
ed urgenti, senza evidenziare la necessità di operare con impegno contro gli inquinamenti di ogni genere, per cui urgenti si appalesano i rimedi indispensabili forniti dalla tecnica, per garantire una vita dignitosa a tutti e per far sì che veramente il tempo libero sia tempo di crescita sociale e spirituale e propiziatore di salute, specie per gli oltre
50.000 ragazzi, che si affacciano, con forza dirompente, alla vita sempre più difficile del futuro di Foggia.
Va da sé che, di fronte agli immensi compiti che attendono gli amministratori e i politici, è anche necessario attrezzare gli uffici, dare all’ufficio tecnico del comune la importanza primaria che gli spetta, aumentando gli organici con personale qualificato ed aumentandone la
retribuzione per i compiti delicati e di estremo impegno, e ciò per consentire in concreto una efficace gestione urbanistica da parte
dell’Amministrazione, sia pure con l’ausilio degli auspicati gruppi di
studio di specialisti e tecnici nei vari campi.
125
MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________
Il Tavoliere si è andato trasformando dalla immensa steppa cui la
natura vindice lo aveva ridotto per l’indiscriminante scempio perpretato per secoli ai danni dei boschi che lo scoprivano di cui è unico miracolo retaggio il bosco dell’Incoronata. Già oggi smentisce in pieno la
nota pennellata macchiaiola, che liricizza il paesaggio allucinante di
un calesse fermo sul selciato, un sole dardeggiante su un branco di pecore e la cisterna emblematicamente asciutta.
Il Tavoliere è uscito finalmente dalle litografie impressionistiche,
imponendosi proprio per il suo immenso spazio animato, per il dominio vertiginoso della luce e soprattuttto per la presenza dinamica
dell’uomo, portato a rinnovarsi, a foggiare, a sperimentare, a tecnicizzare.
E, Foggia, città dai commoventi orgogli, la « magna catapana »
che, come dalla umile e insignificante vita di città di provincia, divenne il centro dell’Impero Svevo acquistando, con la sede imperiale, fama in Occidente e in Oriente (fu solo un lampo: 30 anni appena in un
mare di tempo! ), sembra destata dall’oblio di favola che per secoli
l’ha riscoperta e che l’ha vista soggetta a dominazioni straniere o costretta al ruolo di pompa aspirante per potenti di ogni tempo.
Orgogliosa della sua immensa piana e della sua agricoltura sempre
più moderna, del suo turismo garganico e isolano a livello internazionale, delle sue valide prospettive industriali, della sua posizione cruciale di nodo stradale e ferroviario fondamentale, della sua funzione di
città di frontiera del sempre profondo Sud, Foggia attende l’impegno e
la passione di tutti i suoi figli, il riscatto urbanistico, che è vero riscatto politico e sociale ad un tempo.
LUIGI M ASULLO
126
La Villa Ellenistica di S. Vito (Sa1apia)∗
A nessuno sfugge l’importanza che, nello studio dell’antica architettura domestica nell’Italia meridionale, riveste la villa di contrada
S. Vito presso Salapia: oltre ad essere, se non più l’unico1 , almeno
uno dei pochi esempi di tale architettura nell’antica regione della
Daunia, essa presenta assai precocemente, rispetto a consimili esperienze note ad esempio in Campania, l’unione di elementi propri dell’architettura italica, come l’atrio, con elementi derivati dall’architettura ellenistica, quale il peristilio o addirittura il doppio peristilio,
nonché l’adozione di soluzioni urbanistiche peculiari dettate dalle
condizioni ambientali.
Con il presente lavoro si è tentato di individuare la tipologia d ella
villa, la sua funzione e quindi la sua collocazione nel contesto storico
e ambientale, mediante l’esame topografico dell’intero complesso e
l’analisi dei materiali in esso rinvenuti.
Restano certo aperte talune questioni, la cui risoluzione abbisogna
di una ulteriore riflessione; ma gravi condizionamenti pesano su uno
studio che non dispone di dati di scavo precisi. Non si può infatti non
deplorare il metodo con cui a suo tempo lo scavo venne condotto, poiché mancando di un qualsiasi dato stratigrafico non può fornire che
elementi incerti per l’individuazione di eventuali fasi nella vita della
villa e per una sua datazione in senso assoluto. E non mi soffermo sulla inspiegabile dispersione del materiale rinvenuto durante lo scavo,
di cui si farà cenno più innanzi. Ma grande è ancora l’area della villa da esplorare e probabilmente uno scavo accurato chiarirebbe taluni punti ancora oscuri della sua planimetria e potrebbe portare a più
profondi risultati.
Grave è, infine, lo stato di abbandono e di « rovina » in cui versa
l’intero complesso, riproponendo ancora una volta e in maniera
drammatica il noto problema della conservazione del nostro patrimonio artistico.
∗
Ringrazio qui ancora l’amico Ettore De Juliis, ispettore della Soprintendenza alle
Antichità della Puglia, che mi è stato prodigo di consigli e di aiuto.
1
Resti di una villa infatti sembra stiano venendo alla luce anche ad Ordona negli
scavi della missione belga colà operante.
127
MARIA LUISA GIAMPIETRO____________________________________________________________________
I resti della villa si trovano circa 2 Km. a S-E del monte di Salpi,
sede della romana Salapia, tra le località di Zapponeta e Trinitapoli2 .
Sin dal secolo scorso queste rovine hanno attirato la curiosità e
l’interesse degli studiosi3 ; ma solo nel 1953 si iniziarono a cura della
Soprintendenza alle antichità della Puglia gli scavi con varie vicissitudini. Il materiale rivenuto è attualmente irreperibile, tranne alcuni
frammenti di intonaco dipinto e pochi altri della decorazione architettonica conservati nel museo di Taranto4 . La unica fonte per conoscere
il materiale rivenuto durante lo scavo resta un articolo della Marin 5 ; di
questo ci serviremo là dove non ci è stato possibile conoscere direttamente il materiale.
La zona dove sono situati i resti è delimitata a N-E da un canale e a
S-O da un argine; ma tracce di antiche costruzioni proseguono al di là
dell’argine e affiorano nel canale che su quel lato ha distrutto i resti
antichi. Anzi proprio al di là dell’argine sono ancora visibili due vasche completamente intonacate della profondità di m. 1,50 e di differenti dimensioni (una di m. 4x2 con giardino, l’altra di m. 2x2); accanto è un pavimento di forma rettangolare formato da un impasto di pozzolana, pietre e frammenti laterizi dal quale partono due canaletti che
terminano nelle due vasche. Al centro del pavimento erano riconoscibili al momento dello scavo6 tre fori circolari che potrebbero far pensare ad un torchio. Si è volutamente fatto cenno a questi ambienti perché forse in relazione con la villa e perciò forse utili per chiarire la sua
funzione e la sua tipologia.
Passiamo ora all’esame dei resti che formano il complesso
128
2
cfr. Carta d’Italia, foglio n. 165, III, Trinitapoli, I.G.M.
cfr. C. AFAN DE RIVERA, in Atti della Reale Società di Capitanata 1838; A.
ANGELUCCI, Una visita ai laghi di Salpi e di Lesina nella Capitanata, Genova 1872;
A. RIONTINO, Canne, Trani, 1942 (cfr. pagg. 183-266).
4
I pezzi risultano nel catalogo inventariati dal N. 100643 al N. 100661. Un frammento però non risulta catalogato (qui è riprodotto alla tav. VI).
5
M. D. MARIN, Scavi archeologici nella contrada S. Vito presso il lago di Salpi, in
Archivio storico Pugliese, XVII, 1964, pagg. 167-224; vi si fa anche cenno alla « dispersione » del materiale (cfr. la nota 4 a pag. 170). Un breve cenno diede N. DEGRASSI, in F.A., XI, 1956, n. 2823. Si veda anche E. A. A., Supplemento 1970, pag.
911 s.v. Villa (a cura di D. Scagliarini).
6
M. D. MARIN, op. cit., pag. 172, cfr. anche figg. 2-3.
3
128
______________________________________________________________LA VILLA ELLENISTICA DI S. VITO
più omogeneo e meglio conservato occupante all’incirca uno spazio
rettangolare di m. 46 x 90 con orientamento NO-SE. Dagli elementi
che ancora oggi restano in situ possiamo tentare di stabilire la sua planimetria (vedi pianta alla tav. I).
Il nucleo principale è quello gravitante intorno all’atrio. Questo
presenta al centro un impluvium di marmo (m. 2,30 x 3,35) con orlo
finemente sagomato (tav. II figg. 1-2). Degli ambienti che si aprivano
sul’atrio oggi ne sono individuabili con una qualche esattezza cinque:
quattro — A,B,C,D, della pianta — si affacciano due per lato, a destra
e a sinistra, sull’atrio, il quinto — E, nella pianta, — occupa la parete
di fondo in asse con l’ingresso che doveva probabilmente essere a N-E
sul lato dove è ora il canale ( ma non è stata rilevata nessuna traccia in
tal senso).
I muri tuttora visibili si conservano per un’altezza di m. 0,90. Il loro nucleo interno è costituito da schegge di calcare locale (crusta) e di
selce con molta malta, materiale da costruzione che si trova in abbondanza nella zona. Questo nucleo è rivestito da vari strati di intonaco
che variano da vano a vano e nel numero e nella qualità. Converrà
perciò esaminare singolarmente ogni ambiente e annotare le diversità.
Ma in generale si notano tre tipi di intonaco: tipo a, di colore chiaro
formato da malta e minuscoli frammenti di ghiaia; tipo b, di colore più
scuro composto di sabbia e ghiaia; tipo c, di colore bianco, molto fine,
in polvere di marmo preparato per ricevere la decorazione pittorica.
Il vano A si compone di due piccoli ambienti ricavati, forse in età
successiva, mediante un muro di tramezzo, di cui attualmente restano
evidenti tracce sulle pareti e sul terreno; ma esso al momento dello
scavo si conservava per un’altezza all’incirca pari a quella della parete
sinistra del vano A7 . Il più esterno degli ambienti presenta intonaci di
tipo a e c. La decorazione parietale è costituita da uno zoccolo di base
in colore rosso lievemente sporgente (2-3 mm.) e alquanto interrato
(alt, parte visibile m. 0,43). Al di sopra è una zona ad ortostati in colore bianco, ottenuti mediante leggeri solchi incisi verticalmente (lung.
ortostato m. 0,54)
7
Come si può notare dalla fotografia riprodotta alla fig. 69 in F.A. cit.
131
MARIA LUISA GIAMPIETRO____________________________________________________________________
(Tav. III, fig. 1). L’ambiente più interno ha intonaci di tipo a e c, ma
non mancano tompagni in intonaco più scuro di tipo b.
Inoltre si notano chiaramente due fasi decorative: una prima volta
lo zoccolo fu dipinto in colore violetto scuro, una seconda in nero. Lo
stipite destro dell’ingresso del vano B presenta tracce di un incendio
antico: la « crusta » risulta cotta. All’interno del vano la parete di ingresso mostra una sovrapposizione di strati (almeno tre) di intonaco di
tipo a e uno strato di tipo e su cui si stende la decorazione. Questa si
conserva solo nello zoccolo di colore nero cui si sovrappone un secondo strato di intonaco fine con la medesima decorazione in nero,
segno di un successivo restauro. Le altre pareti nelle parti superstiti
presentano vari strati di intonaco secondo la successione dei tipi a-c-b,
sul quale ultimo strato — piuttosto grezzo — ritorna la medesima decorazione in nero. Del vano C non restano sul terreno che scarse tracce
del perimetro e pochi resti di muri. La parete a destra di chi entra ha
uno strato di intonaco di tipo a (dello spessore di m. 0,025) con solchi
irregolari a spina di pesce, un espediente tecnico assai usato per fare
aderire più facilmente lo strato di intonaco successivo.
Lo strato superiore è del tipo b ed ha uno spessore di m. 0,01. Non
ci sono tracce di decorazione pittorica sia in questo che nel vano D;
l’angolo meridionale di questo presenta solo intonaco di tipo a sul
quale è uno straterello sottile (m. 0,005) di intonaco a parete molto levigato — tipo e — in polvere di marmo.
Nel vano di fondo (E) è da riconoscere con buona probabilità il «
tablinum » della domus; di questo restano solo i muri della parete di
fondo e di quella sinistra; si doveva aprire con largo ingresso
sull’atrio, come attesta lo stipite sinistro. Qui la decorazione si conserva nello zoccolo in nero e nella successiva fila di ortostati limitati da
linee incise in senso verticale e separati da una linea incisa dalla zona
inferiore.
Gli ortostati, di colore rosa, sono decorati da fasce diagonali in colore rosso scuro, che formano un motivo a spina
132
MARIA LUISA GIAMPIETRO____________________________________________________________________
di pesce8 . Anche qui si notano negli intonaci tracce di restauri: nello
stipite sinistro appaiono evidenti tracce di una prima costruzione con
zoccolo intonacato in nero, successivamente lo stipite ebbe un ampliamento per il quale furono utilizzati materiali di riporto (mattoni e
malta) e nella parte superstite è interamente ricoperto di intonaco rosa,
senza zoccolo.
Nell’atrio nella parte esterna del vano A si conserva per un’altezza
di m. 0,26 lo zoccolo in color nero: al di sopra intonaco di colore rosa.
Anche qui sono restauri con intonaco più grezzo di tipo B.
Nell’angolo esterno del vano è forse uno stipite intonacato in rosa
(simile a quello del tablinum) privo di zoccolo.
Passiamo ora all’esame del gruppo di ambienti gravitanti intorno al
peristilio che si articola più a nord: questo, di forma quadrata, doveva
essere probabilmente in comunicazione con l’atrio mediante un passaggio a S-E. Su questo lato e su quello N-E il peristilio presenta colonne a fusto liscio, senza base, fatte, di laterizi e malta e rivestite di
stucco dipinto. Oggi non restano che poche tracce sul terreno, ma al
momento dello scavo esse erano ben visibili (alcune per una altezza di
circa m. 1)9 . Lungo il lato S-E, perfettamente parallelo alla fila di colonne, corre il canale in opus signinum per la raccolta dell’acqua piovana proveniente dal tetto del portico. Sul terzo lato, quello di N-O, si
può vedere tuttora una delle sei basi rettangolari fatte di laterizi e malta rinvenute all’epoca dello scavo10 , basi che probabilmente dovevano
reggere dei pilastri. Sul quarto lato, quello di S-O si trovano resti di un
muro, ma la zona non è stata ben esplorata e non si può quindi affermare l’esistenza o meno di un colonnato anche su quel lato. Dal muro
parte un canaletto in senso SO-NE che percorre per un tratto il cortile
del peristilio: in questo si trovano anche resti di muri di cui non si
comprende bene la funzione: all’altezza della seconda colonna
8
Lo stesso motivo si riscontra nel dromos e nella camera centrale di una tomba a
Rudiae. cfr. F. TINE BERTOCCHI, La pittura funeraria apula, Monumenti antichi della Magna Grecia, Napoli 1964, pag. 130 e segg., figg. 95.96.
9
cfr. foto riprodotta in M. D. MARIN, Topografia storica della Daunia antica, in
Daunia antica, Amministrazione provinc. di Capitanata 1970, fig. 8.
10
cfr. M. D. MARIN, in Arch. st. pugl., pag. 183.
134
TAV. IV
Frammento di decorazione architettonica in stucco
135
TAV. V
Fig. 1 – Frammento di metopa con bucranio.
Fig. 2 – Frammento del fregio fittile del compluvium (calco in gesso).
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del lato S-E è un muro di m. 3,40 fiancheggiato da due basi quadrangolari di tufo; parallelo a questo, un altro muro di spessore inferiore.
Al peristilio dovevano essere collegati gli ambienti intorno alla cisterna situata a S-O: un muretto continuo alto in. 0,18 delimita un ambiente quadrangolare al centro del quale è una cisterna (tav. III, fig. 2), dal
bordo rialzato di qualche cm. sul pavimento; l’interno della cisterna e
il bordo sono rivestiti di « opus signinum ». A poca distanza da questo
ambiente e ad esso parallelo corre in direzione NE-SO un lungo muro
a cui si appoggiano resti di altri muri trasversali; più a S-O un’area
quadrata ricoperta da un pavimento fatto di malta entro cui sono disposti irregolarmente laterizi, tegole e frammenti di ceramica con tracce di incendio. Resti di altri pavimenti, per lo più sconvolti, sono vis ibili nella zona. Sul lato NO del peristilio è un altro gruppo di ambienti
,precisamente cinque, comunicanti tra loro. La tecnica di costruzione è
la medesima osservata per i muri degli ambienti dell’atrio; anche qui
variano gli strati di intonaco sovrapposti; le tracce della pittura parietale visibili al mo mento dello scavo11 sono ormai perdute. In uno degli
ambienti ( ) si conservano ancora frammenti di un pavimento a mo saico formato di minute tessere bianche di calcare legate con malta,
pavimento che andò in gran parte distrutto all’atto del rinvenimento12 .
Dell’altro pavimento in opus signinum dell’ambiente α13 nessuna
traccia rimane oggi.
Restano da esaminare pochi resti che si trovano dalla altra parte
dell’atrio, in perfetta corrispondenza con il peristilio: vi si notano tracce di una fila di colonne in direzione N-E - S-O: attualmente le colonne individuabili sono sei, ma la Marin ne ricorda sedici14 , di cui tre situate oltre l’argine. Dietro le colonne corre parallelo un lungo muro,
che incontra ortogonalmente un altro muro che corre in direzione N-O
- S-E. E’ forse da riconoscere in questa area un grande peristilio.
Pochi sono purtroppo gli elementi decorativi della villa
11
12
13
14
M. D. MARIN, in Arch. St. Pugl., pag. 180.
Ivi, pag. 182.
Ivi, pag. 182.
Ivi, pag. 216.
137
MARIA LUISA GIAMPIETRO____________________________________________________________________
che abbiamo direttamente esaminato, data la dispersione e la « sparizione » del materiale a cui si accennava precedentemente15 . Li classificheremo comunque in tre gruppi:
a) decorazioni architettoniche con motivi ornamentali plastici in
stucco;
b) elementi decorativi figurati in terra cotta;
c) decorazione pittorica.
Bisogna innanzitutto precisare che la maggior parte dei frammenti
decorativi rinvenuti provengono dalla zona dell’ atrio. Tratteremo
dapprima per ogni gruppo i frammenti direttamente osservati, poi
quelli andati perduti e noti solo attraverso la descrizione o le fotografie negli articoli della Marin.
A) I frammenti architettonici di stucco sono elementi di trabeazione:
1) frammento di cornice con gole e dentelli (Taranto, Museo nazionale in n. 100643) (tav. IV).
2) Frammento con triglifi a metopa liscia, al di sopra cornice con
mutuli (Taranto, Museo nazionale in n. 100644).
3) Frammento di lacunare del soffitto (Taranto, Museo nazionale
inv. n. 100645).
Dei motivi figurati in stucco che decoravano i fregi o metope ci
sono conservati:
1) frammento con motivo decorativo a pelta (Taranto, Museo nazionale inv. n. 100647).
2) Frammento con bucranio molto stilizzato con bende pendenti
dalle corna, del quale manca la parte superiore, esistente all’atto del
rinvenimento16 e appartenente ad una metopa, trovato nell’atrio (Taranto, Museo nazionale, in n. 100646) (tav. V) 17 .
15
16
cfr. pagg. 1 e 2.
Come mostra la foto riprodotta in M. D. MARIN, Topografia Daunia antica, fig.
9.
17
Il motivo decorativo del bucranio è molto comune sin da t empi antichissimi;
nell’epoca ellenistica lo troviamo su metope o fregi di templi, portici, case, su altari, sia
accompagnato a ghirlande, sia isolato o alternato a patere e rosette; cfr. A. E. NAPP,
Bucranium und Ghirlande, Beitrag zàr Entwichlungsgeschichte der hellenistischen und
ròmischen Dekorationskunst, Wertheim 1933. Si confronti anche una metopa del museo
di Taranto, inv. n. 74, in L. BERNABÒ BREA, I rilievi tarantini in pietra tenera, in
R.I.A.S.A., n. 5, anno I, pagg. 5.241, fig. 61.
138
______________________________________________________________LA VILLA ELLENISTICA DI S. VITO
A questi frammenti se ne possono avvicinare altri rinvenuti durante lo scavo, oggi non più rintracciabili:
a) metopa recante uno scudo rotondo forse con testa di Medusa al
centro (Marin, Arch. st. pugl., fig. 16 non molto chiara).
b) Resti di cornici di vari tipi, tra cui una con ovuli dipinti in rosso
(Marin, Arch. st. pugl., pag. 196) e alcune con il motivo del meandro
multiplo (Marin Arch. st. pugl., pag. 196, figg. 19-20).
Altri frammenti di cornici furono rinvenuti nelle stanze prospicienti l’atrio.
Vanno infine ricordati i capitelli, tutti in pietra locale rinvenuti in
punti diversi, ma anche essi « scomparsi »:
c) capitello eolico frammentario con decorazione a dentelli nella
cornice superiore (Marin, Arch. st. pugl., fig. 35, Top. Daunia ant., fig.
18). Rinvenuto sul lato N-E dell’impluvium, insieme con due angoli di
capitello con decorazione di ovuli e dentelli (Marin, Arch. st. pugl.,
fig. 38)18 .
d) Capitello dorico rinvenuto presso la cisterna (Marin, Arch. st.
pugl., pag. 178).
e) Resti di capitelli dorici, simili al precedente, rinvenuti nell’area
del peris tilio (Marin, Arch. st. pugl., pag. 187).
f) Capitello dorico, simile ai precedenti, rinvenuto presso la fila di
colonne del « grande peristilio » (Marin, Arch. st. pugl., pag. 217).
B) Ci resta un solo frammento di decorazione fittile; è un rilievo
raffigurante due figure, di cui una, seduta e leggermente volta verso
destra, mutua nelle braccia e nella gamba sinistra, dal volto completamente distrutto, è coperta da un mantello che ricadendo sul davanti
forma una serie di pieghe dalla caratteristica forma a triangolo con la
punta volta all’in giù. Accanto è una figura stante, volta verso destra,
con la mano
18
Il tipo del capitello eolico non è molto diffuso nella Italia meridionale; il nostro
esemplare molto povero e stilizzato può essere avvicinato ai capitelli in pietra tenera di
Taranto, dove però tra le due volute compaiono elementi vegetali e figurati; cfr. E. VON
MERCKLIN, Antike Figuralkapitelle, Berlin 1962, in particolare i nn. 126, 128, 129,
132, 148, 150. Un capitello molto simile al nostro appare come coronamento di un pilastro su un rilievo frammentario nel museo di Taranto in n. 166, in L. BERNABÒ BREA, Op. cit., fig. 90.
139
MARIA LUISA GIAMPIETRO____________________________________________________________________
destra sulla spalla della figura seduta; la testa è quasi completamente
distrutta. Indossa un chitone con alta cintura e mantello. Il frammento
conserva deboli tracce di pittura in rosso e in verde scuro, esso è stato
rinvenuto nella vasca e probabilmente faceva parte del fregio, che ornava il comp luvium; è delimitato nella parte superiore da una cornice,
in quella inferiore da un listello di base (alt. m. 0,23; Taranto, Museo
Nazionale; manca il numero di inventano, tav. VI).
Altri frammenti fittili recuperati nella vasca, e oggi perduti, dovevano appartenere a questo fregio, come provano il piano di fondo su
cui si articolano i rilievi, delimitati sempre dalla medesima cornice in
alto e dal listello in basso, e l’altezza (m. 0,23):
a) frammento ricostruito di vari pezzi raffigurante, a sinistra, una
figura femminile corrente verso sinistra, avvolta in un lungo « himation » con braccio destro piegato al gomito e alzato, di cui manca la
mano, e recante nella mano sinistra una teda rovesciata; a destra figura
femminile stante ravvolta in un lungo « himation » con il già notato
motivo a triangolo formato sul davanti dalle pieghe, che reca in mano
una pergamena. Al centro è un largo foro circolare, in cui doveva essere collocata una delle maschere teatrali rinvenute pure esse nella vasca, come si preciserà più avanti (Manin, Arch. st. pugl., pagg. 204205, fig. 28; Top. Daunia ant., fig. 11).
b) Frammento con figura maschile barbata, leggermente volta verso destra, con mantello, che non giunge sino ai piedi e presenta sul
davanti il tipico motivo a triangolo delle pieghe; il braccio sinistro, teso in avanti, sembra recare un oggetto; è privo del braccio destro (Manin, Arch. st. pugl., pagg. 203-205; fig. 27 prima a destra).
c) Frammento con parte superiore di una figura femminile rivolta
verso sinistra, con braccio sinistro proteso in avanti (Marin, Arch. st.
pugl., pag. 204, fig. 27, frammento in alto).
d) Frammento mancante della cornice superiore, che raffigura una
figura femminile ravvolta in un lungo « himation » corrente verso sinistra (come nel frammento a), mal conservata (Marin, Arch. st. pugl.,
pag. 204, fig. 27 a sinistra).
e) Frammento con figura maschile che porta in braccio
140
______________________________________________________________LA VILLA ELLENISTICA DI S. VITO
un fanciullo esanime (Marin, Arch. st. pugl., pag. 206, fig. 29).
f) Frammento con a sinistra figura di giovinetto completamente
nudo con le braccia levate verso l’alto e a destra maschera teatrale
femminile (Marin, Arch. st. pugl., pag. 203, fig. 26; e Top. Daunia
ant., fig. 12). Di questo frammento esiste un calco in gesso fatto subito
dopo il rinvenimento (tav. V, fig. 1). Si possono ancora aggiungere altri frammenti più piccoli non chiaramente identificabili.
Oltre la maschera femminile sopra citata, furono rinvenute
nell’impluvium due maschere staccate dal piano di fondo, seo di Foggia 19 e reca ancora tracce di colore rosso, l’altra maschile (Marin,
Arch. st. pugl., fig. 24), una femminile ancora aderente al fondo del rilievo e altre quattro maschili frammentarie (Marin, Arch. st. pugl.,
pagg. 201-202). Tutte hanno i tratti fortemente mancati, con la bocca
spalancata, di enormi dimensioni, gli occhi e la bocca forati,
l’espressione tragica; i capelli e le barbe sono realizzati mediante incisioni fatte con la stecca nell’argilla ancora fresca. E’ quanto mai arduo
tentare di identificare il soggetto raffigurato sul rilievo del compluvium, in base ai pochi elementi a disposizione; potrebbe forse trattarsi
di scene relative ai misteri dionisiaci, come sembrano suggerire la
concitazione delle figure e certi loro atteggiamenti; il centro della
composizione potrebbe essere costituito dal gruppo delle due figure,
una seduta e una in piedi20 . Il fregio va esaminato anche in relazione
con le maschere che — documentate in numero di Otto — interrompono la scena del fregio; la rappresentazione di attori e di maschere
deriva forse da preoccupazioni religiose o magiche; esse sono legate,
secondo il Laumonier21 al culto di Dioniso. Le maschere sono un motivo decorativo molto comune nell’ arte ellenistica e greco-romana; si
ritrovano sui sarcofaghi,
19
Manca il numero d’inventario: alt. cm. 13.
La MARIN (Arch. st. pugl., pag. 209) l’avvicina a un frammento di fregio tarantino conservato nella Gliptoteca di Monaco raffigurante Hades e Persefone. Ma data la
loro destinazione — decorazione dell’atrio di una casa — mi sembra difficile riconoscervi una discesa agli Inferi. Infine la mancanza di attributi rende ardua
l’identificazione di divinità che sono raffigurate con lo stesso schema iconografico (Hades-Dionysos seduto e panneggiato).
21
A. LAUMONIER, Les figures de terre cuite, EAD, XXIII, Paris l956, pag. 254.
20
141
MARIA LUISA GIAMPIETRO____________________________________________________________________
negli affreschi, nella ceramica, nel mosaico; volendo restare nel campo della coroplastica, basti ricordare che esse sono assai usate per decorare pareti di case, scene di teatri22 .
Stilisticamente il nostro rilievo si rivela opera di artigiani locali e
mostra una lavorazione molto sommaria e scadente; le figure, sia quelle stanti che quelle sedute, hanno tutte la medesima altezza (isocefalia); si staccano su un fondo neutro in composizione paratattica; i panneggi sono trattati in maniera molto rigida e schematica.
Possono essere avvicinati sia per lo stile che per il soggetto ai
frammenti di fregi dionisiaci tarantini con menadi correnti, che mostrano monotonia di schemi e di tipi, rigido trattamento del panneggio,
proporzioni allungate della figura, e che rivelano una fase di decadenza iniziatasi nell’arte tarantina verso la metà del terzo secolo a. C.23 .
Per quanto riguarda l’identificazione, quella cautamente avanzata
di riconoscervi una scena relativa ai misteri dionisiaci resta nel campo
delle pure ipotesi.
C) Della decorazione pittorica che ornava le pareti della villa furono rinvenuti moltissimi frammenti; di questi la maggior parte fu buttata, senza neanche tentare una ricostruzione; la decorazione doveva essere molto ricca: ancora oggi si possono notare sul luogo piccoli
frammenti sparsi di intonaco colorato; i colori variano dal rosso pompeiano al giallo antico, al rosa ,al nero, al bianco; altri imitano i marmi
variegati24 . I pezzi più importanti che si conservano nel museo di Taranto sono:
1) frammento (inv. 100657) con venature in verde, bianco, rosso;
22
Sulle maschere, oltre A. LAUMONIER, op. cit., pag. 254 e segg., tavv. 93-94, si
vedano i cataloghi delle terrecotte dei vari musei: V. H. POULSEN, Catalogues des terres cuites grecues et rornaines, Ny Canlsberg Glyptotek 1949, nn. 49, 50, 85, 86, 87. E.
BRECCIA, Terre cotte greche e greco-egizie del museo di Alessandria, X, 1, Bergamo
1930, tavv. XXXVI, XXXVII, XXXVIII, G. MENDEL, Catalogue des figurines de terre cuite, Musée impenial ottoman, Constantinople 1908, in particolare tav. VI, 6.
23
L. BERNABÒ BREA, op. cit., figg. 163-164-165-166-167-169 e soprattutto 178.
24
Alcuni frammenti sono stati da noi raccolti di recente e portati nel museo di Foggia.
142
TAV. VI
Frammento del fregio fittile del compluvium.
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2) frammento (inv. n. 100655) con chiazze rosa, verdi, bianche;
3) frammento (inv. n. 100651) a fondo giallo con chiazze in rosso,
azzurro, viola delimitate da una leggera striscia bruna (tav. VII, fig. 1);
4) frammento (inv. n. 100635) con fondo rosso; vi è disegnata una
mela resa mediante due linee di cui l’interna in bianco, l’esterna in
viola (tav. VII, fig. 2)25 .
Questi frammenti dovevano appartenere ai riquadri che decoravano la zona della parete probabilmente al di sopra degli ortostati e di un
fregio intermedio, secondo lo schema della decorazione parietale a
zone26 di cui restano vari esempi nel mondo ellenistico grecoorientale. Qui troviamo le varie zone separate da linee incise che
scompartivano la parete non solo orizzontalmente ma anche verticalmente, ma accanto troviamo anche riquadri a rilievo. Ci troviamo
dunque di fronte al secondo tipo di decorazione a zone, secondo la
classificazione dello Chamonard 27 , e precisamente al sottotipo b), cioè
decorazione a incisioni e a rilievo, comune nelle abitazioni del II e I
sec. a. C.
Dunque le pareti della villa risultano così decorate: 1) zoccolo di
vario colore a seconda degli ambienti, come si è già visto; 2) ortostati;
3) forse un fregio intermedio ad es. con il motivo a meandro qui documentato (cfr. pag. 8) come si trova nella casa di Dionysos a Delo, 4)
pannelli aggettanti di vari tipi, separati da linee incise o da incorniciature di colore 28 .
La parete doveva terminare probabilmente con una cornice aggettante con dentelli (tav. IV) o con un fregio dorico in stucco (cfr. pag.
7).
25
Il motivo ricorda quello che si incontra nella casa c, insula I, a Delo nel quartiere
del teatro; cfr. M. BULARD, Descriptions des revètements peints a suject religeux,
EAD IX, Paris 1926, pag. 146, Tav. XXIII.
26
La denominazione si deve a H. THIERSH, Zwei antike Grabenlage bei AIexandria, Berlin, 1904, che per primo individuò, a proposito della tomba di Sidi Gaber,
l’esistenza di un sistema decorativo anteriore al cosiddetto I stile pompeiano.
27
J. CHAMONARD, Le Ouartier da théathe, EAD, VIII, Paris 1924, pag. 358 sgg.
28
Su alcuni frammenti si vede chiaramente come, prima di applicare i pannelli, il
decoratore tracciava sull’intonaco sottostante il ductus con il colore rosso.
144
MARIA LUISA GIAMPIETRO____________________________________________________________________
Questo tipo di decorazione parietale imita la disposizione architettonica della superficie del muro; molti esempi di essa si trovano oltre
che nelle case di Delo 29 anche nelle tombe di Alessandria oscillanti fra
III e inizi II sec. a. C.30 , in particolare nella Necropoli di Moustafa Pacha31 , e in tombe ellenistiche della Russia meridionale 32 , e venendo in
una zona più vicina a noi in tombe apule 33 del III sec. a. C.
La nostra villa precisamente mostra una decorazione a zone già
nella fase più evoluta, quando è già presente nella parte superiore del
muro l’imitazione della struttura isodoma mediante linee incise, rilievo e policromia; siamo ormai prossimi al I stile pompeiano (i cui primi esempi si datano in ambiente campano tra la seconda metà del 11
sec. e gli inizi del I). Ma la decorazione delle pareti della Villa di Salapia è ancora interamente mutuata dai sistemi strutturali ellenistici,
come in particolare è dall’ambiente alessandrino che deriva il motivo
dell’imitazione dei marmi vaniegati.
***
Un rapido cenno, infine, alla ceramica rinvenuta nella villa,
anch’essa purtroppo dispersa. La Marin fa più volte menzione34 a
frammenti di ceramiche raccolti sia superficialmente che in piccoli
saggi in profondità: la ceramica presente e più diffusa è quella a vernice nera, né mancano frammenti di ceramica a vernice nera suddipinta;
si rinvenne anche un frammento di coppa megarese35 lucerne ellenistiche36 , ceramica comune. Ma presso la cisterna, in un saggio, venne alla luce una ceramica con ingubbiatura rossa definita « del tipo
29
cfr. i vari fascicoli di Exploration archéologique de Délos faite par l’ecole Francaise d’Athénes.
30
E.A.A., s.v. Alessandrina arte.
31
A. ADRIANI, La necropoli di Moustafa Pacha, in Annuaire du Mus. gr.-rom.
d’Alex., 1933.35, pag. 113 e segg.
32
M. ROSTOVTZEFF, Ancient decorative wall-painting, in J.H.S., 39, 1919, pag.
144 e segg.
33
F. TINE’ BERTOCCHI, op. cit., tombe n. 13 di Gnathia e n. 72 di Rudiae.
34
In Arch. st. pugl. cit., pagg. 172, 174, 177, 178, 218.
35
Ivi, pagg. 174-175.
36
Ivi, pagg. 177-180.
146
______________________________________________________________LA VILLA ELLENISTICA DI S. VITO
della ceramica sigillata a pareti molto fini »37 : si deve pensare che la
villa continuò ad essere abitata per così lungo tempo?
CONCLUSIONI
La planimetria della villa appare un po’ diversa da quella solita
delle domus, che prevede la disposizione del peristillo dietro il tablinum in asse con l’atrio; ma la norma non è così sistematica38 . Qui la
disposizione della villa è indubbiamente condizionata dalla sua ubicazione presso la riva del lago; essa si articola secondo un asse longit udinale e si affaccia sul lago39 .
Essa consta di un atrio e probabilmente di due peristili come ad esempio troviamo nella « casa dei Fauno » a Pompei. Il suo atrio, probabilmente del tipo tetrastilo, come suggerirebbe il capitello eolico
rinvenuto nella vasca, presenta al centro l’impluvium in marmo; il
fregio del compluvium è ornato da un rilievo fittile dipinto, forse con
scena di culto misterico, interrotto da maschere tragiche maschili e
femminili. Gli ambienti avevano pareti decorate con file di riquadri di
vari colori, con effetti di brillante policromia, e con decorazioni plastiche in stucco a metà e al sommo della parete.
Intorno al peristilio di forma quadrata con colonnato dorico, documentato su due lati, è da un lato la zona della cisterna (probabilmente coperta da un tetto) e dall’altro un gruppo di piccoli ambienti intercomunicanti, forse destinati ai servi.
Se alla villa apparteneva anche la zona dove sono state
37
lvi, pag. 174. Ma non si riesce a comprendere a quale tipo di sigillata sì alluda,
data la genericità della definizione (aretina? italica?).
38
Si veda ad esempio la « Casa dell’atrio a mosaico » ad Ercolano, che presenta ingresso, atrio e tablino, lungo l’asse trasversale dell’insula da ovest ad est, mentre il peristilio e gli altri ambienti circostanti si svolgono da nord a sud.
39
La villa potrebbe essere inquadrata nell’ambito della architettura di tipo paesaggistico, che si adegua cioè alla conformazione dell’ambiente. Qualcosa di simile avviene, in tempi diversi e con maggiori effetti sc’enografici, nelle ville situate lungo le coste
della Tripolitania: cfr. E. SALZA PRINA RICOTTI, Le ville marittime di Silin (Leptis
Magno), in Rend. Pont. Acc. d’Arch., XLII (1970-71), che presentano facciate movimentate da lunghi portici.
147
MARIA LUISA GIAMPIETRO____________________________________________________________________
rinvenute le vasche e tracce del torcular, questa, vicina all’area del
grande peristilio, anche questo con colonnato dorico, doveva costituire
la « pars rustica » della casa.
Certo è che la villa pone numerosi problemi non facilmente risolvibili allo stato attuale delle conoscenze.
Per quanto riguarda la tipologia, se ammettiamo che gli ambienti
rustici con le vasche facciano parte del medesimo complesso, potrebbe
essere accostata al terzo tipo di villa secondo la suddivisione operata
dal Carrington40 , cioè a quel tipo che è in fondo un adattamento della
casa urbana alle necessità della campagna.
Di queste ville « town-house », quella dei « Misteri » è del Carrington considerata documento isolato nel III sec. a.C., mentre le altre
sono molto più tarde41 . Anche la nostra villa, in base ai confronti che
abbiamo potuto stabilire, può essere datata grosso modo nella 11 metà
del III sec. a.C.
Sarebbe quindi uno dei primi esempi di ville che ha pretese di signorilità e di eleganza, vuole trasferire in una villa rustica le comodità
della casa urbana, ma è naturalmente condizionata dalle esigenze della
campagna; di qui la presenza di un apposita zona per l’attività agricola. L’insediamento tra il rustico e il residenziale pare completamente
gravitare nella sfera culturale ellenistica e per la decorazione parietale
e per la produzione ceramica. Taranto, che rimane ancora il centro
principale dell’Apulia, offre i motivi e gli schemi per la decorazione
plastica in terracotta.
Naturalmente ci troviamo in zona periferica e di fronte a prodotti
di livello artigianale.
Le tracce di un incendio, notate in più punti42 ci inducono a pensare che la villa sia stata devastata dal fuoco43 ; ma non mancano tracce
di restauri44 che fanno pensare ad una successiva utilizzazione della
villa. Inoltre la presenza
40
R. C. CARRINGTON, Some ancient country-houses, in Antiquity, VIII, Settembre 1934, pagg. 261-280, fig. 4, nn. 12-13.
41
CARRINGTON, nn. 11-12-13.
42
cfr. pagg. 4 e 6.
43
La MARIN (Arch. st. pugl., pagg. 223-224) attribuisce l’incendio e la distruzione
della villa ai Cartaginesi che nel 210 a.C. avevano occupato Salapia.
44
cfr. pagg. 4 e 5.
148
______________________________________________________________LA VILLA ELLENISTICA DI S. VITO
di muri all’interno del peristilio 45 fanno pensare a costruzioni successive in un periodo in cui il peristilio doveva aver perduto la sua primitiva funzione e nella sua area si erano ricavati nuovi ambienti. Resta
infine da ricordare il rinvenimento nella zona della cisterna della ceramica sigillata « a pareti molto fini »46 , che, sembrerebbe documentare l’uso della villa, o di una parte di essa, anche in età romana (I sec.
a.C.).
Ma la mancanza di dati stratigrafici ci impedisce di delineare una
sequenza cronologica della vita della villa, i cui inizi sono con buona
probabilità da fissare nella seconda metà del terzo secolo a.C.
M. L. GIAMPIETRO
45
46
cfr. pag. 5.
cfr. pag. 13.
149
Biblioteca e società
La Capitanata ha recentemente
pubblicato un interessante lavoro di
Guido Pensato su « La figura sociale
del bibliotecario. Appunti per una ridefinizione del ruolo », che sottopone all’attenzione dei bibliotecari
maggiormente sensibili ad una rifondazione della propria professione
una serie di punti di discussione e di
elementi di dibattito. Piuttosto che
entrare, in questa occasione, in diretto dialogo con l’articolo di Pensato,
col quale largamente concordo, preferisco contribuire all’auspicabile dibattito a venire con un intervento
non mio, ma di un bibliotecario in glese, che presento ai lettori de « La
Capitanata » in traduzione italiana.
Si tratta non tanto di una testimonianza, per così dire, « ad adjuvandum », quanto di
una « lunga citazione », che mi sembra interessante fare, da una tradizione illustre di esperienza bibliotecaria, quale è senza dubbio quella
anglosassone: ad essa si è largamente attinto, in un momento importante
della « rinascita » (se proprio vi è
stata) della biblioteca pubblica italiana nel secondo dopoguerra, e giusto mi sembra tenerla presente oggi
che essa non è più l’unica né la
privilegiata « autorit ». Se anche
essa, poi, — come pare, attraversa
una fase di salutare crisi di rifondazione, ancor più opportuno mi
sembra osservarne la dinamica
ideologica » e di proposte concrete,
per gli insegnamenti, diretti e
indiretti, che ne potremo trarre,
nell’attuale situazione delle biblioteche in Italia.
RAFFAELE GIAMPIETRO
SFIDA E RISPOSTA
(da Bryan LUCKMAN, The Library
in Society, London, The Library
Association, 1971, pp. 123-127,
trad. di R. Giampietro).
Quali sono le implicazioni pratiche della trasformazione delle
150
biblioteche pubbliche in centri di
cultura? Vi sono certamente dei
cambiamenti che richiederanno una
considerazione attenta e dettagliata.
Questo libro non ha l’ambizione
di fornire un libro blu, ma solo ne
prospetta la necessità. E’ premi-
__________________________________________________________________________________BIBLIOTECA E SOCIETÀ
nente, tuttavia, una considerazione di
tipo umano. Sarà richiesta una nuova
figura di bibliotecario, una figura per
quale oggi la nostra professione è
meno preparata di quanto dovrebbe
essere. In questo rapporto sono state
menzionate delle eccezioni, ma si
tratta di casi individuali, cui è stato
consentito di trasferire le proprie
convinzioni nel loro lavoro.
Si possono distinguere tre ruoli
di competenza per il bibliotecario:
quello di custode-conservatore, quello di mediatore e quello di organizzatore.
Il primo di essi, tradizionale ma
angusto nelle dimensioni di approccio, ha visto la professione definita
nel raccogliere, preservare e classificare libri ed altro materiale che era,
ovviamente, a disposizione di quei
membri del pubblico che ne facevano richiesta.
Al giorno d’oggi, si sta dando
spazio ad un secondo, più ampio
ruolo, — più proiettato all’esterno,
cioè, — in cui il bibliotecario, attingendo alla gran quantità di materiale
pubblicato, esercita un controllo più
critico nel presentarlo, identifica chi
può far uso delle informazioni e
l’incoraggia con vari tipi di presentazione, guide allo studio ecc., al fine di consentirne l’utilizzazione.
Ma, forse, il bibliotecario del futuro avrà un ruolo ancora più dinamico in quanto organizzatore vero
e proprio, sebbene la parola francese
« animateur » descriva meglio, probabilmente, la cosa.
Egli dovrà muoversi « sul campo
», creando relazioni, attività o gruppi
che non si presentino spontaneamente ma che consentano alla
biblioteca di servire tutte le
componenti del pubblico, diffondendo i messaggi culturali (cultural
traditions: N.d.T.: traduco tradition
» con messaggio, poiché l’italiano «
tradizione » avrebbe un connotato «
tradizionalistico » che non è nel «
tradere », come mero trasmettere,
espresso dalla parola inglese) in un
ambito più ampio: in effetti, diventando così una forza sociale positiva
(attiva) nelle comunità.
Un esempio del nuovo approccio
può essere tratto dall’esperienza degli Stati Uniti. Molte grandi città, li,
hanno visto sparire il loro pubblico
tradizionale con la decadenza urbana
e l’afflusso di nuovi immigrati sforniti di un patrimo nio di educazione
alla lettura e di educazione « tòut
court ». A Baltimora hanno analizzato la situazione ed hanno concluso
che erano necessari sforzi speciali
per far entrare in biblioteca coloro
che erano del tutto privi di « cultura
» e che, quindi, era necessario uscire
dalla biblioteca e lavorare direttamente con « agencies » per gli esclusi (under-privileged è l’ufemismo,
anglosassone quant’altri mai, del testo di Luckman. N.d.T.).
L’ENOCH PRATT FREE PUBLIC LIBRARY ha risposto a questa sfida con il concetto di « bibliotecario di (sul) campo », che dovrebbe lavorare al di fuori della situazione istituzionale convenzionale
e portare la biblioteca al cittadino
ovunque egli sia (E’ il concetto di «
outreach » sperimentato, nei Lambeth Amenithy diretti, a Londra, da
Janet Hill). (N.d.T.).
Questo modello può essere indicativo delle possibilità che esistono
in queste circostanze. La vita contemporanea sembra dimostrare
151
RAFFAELE GIAMPIETRO___________________________________________________________________________________
una tendenza generalizzata a diventare sempre più complicata ed è
sicuro che bibliotecari maggiormente specializzati saranno necessari in futuro.
Accanto al bibliotecario per ragazzi, allo scienziato dell’informazione, allo specialista della soggettazione, al tecnico dei « media » e
della reprografia, si può immaginare
il bibliotecario di comunità che lavora a contatto con gruppi od aree definite, un « tutor-librarian » che
promuova il lavoro specificamente
educativo della biblioteca e un bibliotecario dei servizi culturali che
organizzerà le attività audiovisive, di
drammatizzazione ed altre consimili
attività.
Il pericolo, per altro, di un professionalismo frammentario può, tuttavia, essere evitato se si accetta il
campo più ampio di un servizio bibliotecario « totale » .
Non saranno soltanto necessari
posti specializzati ma si dovrà anche
fornire un’adeguata preparazione
professionale. Il Rapporto sul Reperimento e la Preparazione dei Bibliotecari (Report on the Supply and
Training of Librarians) pone
l’attenzione sulla circostanza che i
bibliotecari ad indirizzo specialistico
e i bibliotecari per istituti educativi
cominciano oggi a prevalere, per
numero, sui bibliotecari pubblici,
nella professione. Non sorprende,
perciò, che una crescente esperienza
tecnica sia ritenuta importante nella
preparazione. Studi in scienze sociali, quali la psicologia e la sociologia,
aggiungeranno utili prospettive nella
formazione del futuro bibliotecario,
anche se è da lamentare l’assenza
dell’educazione degli adulti, e con
un ruolo preminente, nel curriculum
152
degli studi.
Reid-Smith ha osservato la sua
sostanziale omissione dai programmi
delle scuole di biblioteconomia. Lo
si voglia o no ammettere, il bibliotecario pubblico ha una funzione
educativa nel consigliare come
nell’incoraggiare, stimolare ed organizzare gli utenti. Egli è un elemento-guida della comunità, se non proprio un promotore di attività. Tutto
ciò
richiede
le
capacità
dell’educatore degli adulti. Anche se
non proprio obbligatoria per i bibliotecari, questa materia potrebb e almeno essere considerata opzionale:
in ogni caso, è questo un tema per
una formazione professionale superiore, successiva al diploma (postgraduate) o di aggiornamento professionale (post-professionali).
Insomma, ci sono buone ragioni
per far sì che bibliotecari già qualificati, i quali hanno sperimentato
nel loro lavoro quotidiano gli aspetti
di servizio culturale e comu nitario
che
esso
comporta,
studino
l’educazione degli adulti in corsi di
aggiornamento o di qualificazione
professionale.
Ovviamente, saranno anche necessarie più ampie risorse se la biblioteca pubblica dovrà assolvere un
compito più vasto nella comu nità.Oggi che il Public Libraries Act
del 1964 attribuisce una chiara responsabilità al Dipartimento per
l’Educazione e la Scienza per la sovrintendenza del servizio pubblico, è
ragionevole attendersi pressioni per
elevare il livello degli standards,
specialmente per acquisto-libri. Un
risultato dovrebbe essere un dileguarsi delle diversità tuttora esistenti.
Nondimeno, non è auspicabile
__________________________________________________________________________________BIBLIOTECA E SOCIETÀ
una piatta uniformità di forniture per
la necessità di sviluppare differenti
tipi di servizio per aree diverse e
gruppi diversi. Se la conseguenza
eventuale di ciò sarà un servizio di
biblioteca nazionale, è difficile da
prevedersi. Dei fattori di natura tecnologica possono richiedere una
maggiore uniformità di certi servizi,
come centri dei dati e centri di in formazione, ma la nuova, più estesa
« authority » bibliotecaria locale avrà
probabilmente fondi adeguati per
soddisfare le domande dei lettori generici nel futuro prevedibile. In ogni
caso, iniziative locali e diversità locali saranno in coraggiate se la centralizzazione non si spingerà troppo
lontano; l’esempio dei servizi culturali nel Nord-Ovest è infatti particolarmente rilevante dove la competizione tra città è stata, probabilmente,
uno stimolo importante.
In ogni caso, dovunque vengano
i fondi, se da contributi locali o da
tassazioni nazionali, le biblioteche
pubbliche non troveranno tanto delle
difficoltà nel raggiungere quel che si
richiede, in sede di restrizioni economiche, quanto, più specificamente, se i fini e i propositi della biblioteca pubblica non saranno chiari ai
bibliotecari medesimi.
Esaminando la letteratura concernente la funzione della biblioteca
nella società, chi scrive è giunto alla
conclusione che il dibattito del passato ha spesso confuso fini generali e
fini particolari. Sembrano operare tre
livelli di discussione. In primo luogo, c’è un dibattito che coinvolge i
principi generalissimi, come quello
per cui « la biblioteca pubblica deve
essere il centro della vita intellettuale della comunità.
In secondo luogo, c’è il livello di cui
sono considerati gli obbiettivi strategici, per esempio, se sia doveroso ed
obbligatorio aiutare si dice i gruppi sociali svantaggiati o se si debba
servire, in primo luogo, gli individui.
Infine, c’è il livello operativo, immediatamente decisionale, che comporta i problemi di immediato «management», come i problemi di spesa
per materiale librario in rapporto alla
fornitura di altri materiali o i problemi del personale.
Solo distinguendo con cura questi livelli si può valutare con ordine
le priorità. Alcune di queste questioni saranno decise nel modo migliore
solo dopo che si sia proceduto oltre
nella ricerca.
Certo, spesso questo tipo di affermazioni è solo una scusa accademica per rinviare l’azione concreta,
ma in questo caso, si ritiene che degli studi comparativi sul procedere
delle politiche culturali e degli esperimenti pratici sarà di grande importanza. Progetti combinati di azione e
di ricerca, in cui vi sia un continuo
collegamento tra momento di valutazione ed azione di correzione, può
essere praticamente utile ai bibliotecari.
Quali che saranno le nuove direzioni in cui si svilupperanno le biblioteche pubbliche, sarà di vitale
importanza che essi siano pubblicizzati.
Anche se il servizio non opera in
un’atmosfera
ostile,
l’ampiezza
dell’ignoranza che circonda i servizi
attuali è sconfortante.
La pubblicità che si fa al servizio
pubblico è stata solo di recente accettata come un fatto auspicabile,
ma, proprio mentre og—
—
153
RAFFAELE GIAMPIETRO___________________________________________________________________________________
gi la concorrenza di chi mette a disposizione attività di mero intrattenimento diventa sempre più incalzante, le biblioteche pubbliche
non possono correre il rischio di
starsene in disparte, in assoluta inerzia.
In effetti, è a questo punto che si
danno le opportunità migliori per
quella partecipazione pubblica di cui
tanto si discorre.
Il servizio bibliotecario è importante ma non è tale da implicare questioni di vita o di morte o decisioni
improvvise e nemmeno bilanci astronomici. Invece, attraverso un
collegamento con l’educazione degli
adulti, i cui procedimenti, già di per
sé, accrescono la fiducia nelle proprie possibilità, così come attraverso
l’associazione di gruppi di interesse
organizzati, si può concepire la biblioteca di comunità come un laboratorio vivente di integrazione e di
coinvolgimento sociale.
Il suo svilupparsi come « centro
di informazioni » (« resource-centre
» è il termine inglese, che traduco
tenendo conto della recente acquis izione in campo bibiotecario del concetto di « informazione », molto più
illuminante, nonché omo geneo, nella
sua « neutralità », almeno apparente,
all’indifferenziato « resource » del
lessico anglosassone. - N.d.T.) è una
estensione logica dell’autovalorizzazione ottenuta attraverso la lettura.
I comitati locali di gestione (« local management committees »), gli
ausiliari volontari ed anche contributi finanziari straordinari possono trovar qui un giusto punto di
applicazione.
Se la democrazia di base deve
essere una realtà, essa deve avere un
centro focale. La biblioteca di co-
154
munità è più che un centro di distribuzione: essa deve essere una struttura, un centro di base in cui
l’entusiasmo, la vita e l’apprendimento potrebbero essere effettivamente combinati e da cui si potrebbe
partire per raggiungere l’ambiente
esterno. In sede di realizzazione pratica, progetti per tali centri potrebbero essere approntati dal Dipartimento
per l’educazione e la scienza. Sarebbero anche utili scambi di personale
tra le biblioteche ed altri enti (« agencies »).
Le città di nuovo insediamento o
quelle urbanisticamente ristrutturate
potrebbero fungere da cavie per rapporti di cooperazione e per programmi sperimentali di educazione
degli adulti collegate ai servizi bibliotecari. Finanziamenti del governo centrale potrebbero incoraggiare
istituzioni-pilota o speciali organizzazioni del personale.
Conclusioni
In questo libro si sono sottoposti
ad analisi critica alcuni aspetti
dell’ideologia tradizionale che circola intorno al carattere aperto ed alla natura non-selettiva della biblioteca pubblica.
Sembra, infatti, accertato da tutti,
oggi, che coloro che hanno un ruolo
di guida nella società, spontaneamente o professionalmente, amb iscono a fruire in modo speciale del
servizio
bibliotecario,
mentre,
dall’altra parte, sono ormai venuti alla luce gli svantaggi degli esclusi e
già si è posta la questione, se la biblioteca pubblica oggi abbia il dovere di deporre la sua riluttanza tradizionale a giocare un ruolo dinamico
e comin-
__________________________________________________________________________________BIBLIOTECA E SOCIETÀ
ciare a creare un nuovo pubblico. Si
è anche prestata notevole attenzione
alle vie per le quali la biblioteca
pubblica ha sviluppato e potrebbe ulteriormente sviluppare il suo ruolo,
in profondità come in ampiezza,
specialmente
promuovendo
l’educazione degli adulti e diverse
altre attività culturali. Pare Proprio
che i cittadini accoglierebbero tutto
ciò con un nuovo, diverso entusiasmo, ma sono i bibliotecari che potrebbero avere delle riserve circa il
loro dover diventare i tutori (« guardians ») dei gusti del pubblico («
public aesthetics ») nel testo, con un
indiretto riferimento interessante la
sua parte alla squisitamente individuale « scelta soggettiva », come è
tipico di una intera tradizione di «
ideologia della cultura », non a caso
egemone nella « middle class » e
nella « sua » biblioteca pubblica
N.d.T.). Lo spirito liberale tradizionale, però, che ha caratterizzato, ad esempio, la politica di selezione dei libri, potrebbe essere una
garanzia sufficiente contro gli eccessi impliciti in una politica culturale
patrocinata ufficialmente.
Se le biblioteche pubbliche si
svilupperanno nel modo da me suggerito, probabilmente sarà necessario
distinguerle in qualche mo do da altre
istituzioni, quali le strutture educative locali, i « centri dell’arte », i musei e i servizi di informazione.
Talora potrebbe essere opportuna
una loro combinazione, ma, quando
fossero create nuove grandi unità a
livello di enti locali, le strutture bibliotecarie sarebbero spesso abbastanza rilevanti da essere autosuffi—
—
-
cienti. Infine, si è qui sottolineato il
bisogno di maggior pubblicità ed un
miglior ritmo di ricerca, oltre la possibilità di rinvigorire la vita delle
comunità coinvolgendo sempre più i
cittadini in attività ed interessi facenti capo alle biblioteche di comunità
in cui, per loro natura, i servizi culturali sono meno elitari (« exclusive »).
Il modello a cui si deve mirare è
quello della biblioteca pubblica concepito come una istituzione a più
dimensioni, che insieme sappia, da
un lato, a trasmettere il flusso di
messaggi nelle loro diverse forme e,
dall’altro, sappia per di più dar corso
ad iniziative che consentano alla cultura di diffondersi più ampiamente.
Il servizio della biblioteca pubblica, insomma, deve fornire una miscela giudiziosa di preservazione e
di cambiamento. Da una parte, essa
sta lì a proteggere l’eredità di un patrimonio culturale; dall’altro, deve
adattarsi alle nuove situazioni. La responsabilità di stabilire un equilibrio
appropriato cresce d’importanza, invece di diminuire. Nell’adempiere a
questo suo ruolo, la biblioteca pubblica può combinare il compito di
preservare ciò che avrà un valore
permanente nella cultura dell’uomo,
con l’altro di favorire quei contributi
esterni che arricchiscano e sostengano la vita della comunità, a livello locale come a quello nazionale.
Se questo lavoro è riuscito ad attirare l’attenzione sulla validità di
entrambi questi obiettivi, esso è riuscito ad avere una qualche ragion
d’essere.
155
ARTISTI DAUNI: Lorenzo
Scarpiello
(rassegna critica)
Gli anni ‘65-70 (lo sgonfiarsi del
boom economico, la contestazione
giovanile e le grandi lotte operaie,
l’avvio di quella che si sarebbe poi
chiarita come la strategia della tensione) furono anche gli anni in cui si
rimescolarono le carte perfino in
quella che sembrava un’area eternamente votata all ‘immobilismo e
all’emarginazione: la provincia culturale italiana, meridionale in particolare.« Quindici », la rivista del «
Gruppo ‘63 », cominciò ad ospitare
corrispondenze su11a situazione nelle aree culturalmente « periferiche ».
In quel clima, pieno di miraggi e
insieme contraddittorio, « nacque » a
Foggia Lorenzo Scarpiello, un pittore di 45 anni, maestro elementare
con sette figli, disfatto dalla routine
assurda della vita scolastica e insieme
schiacciato dalla retorica
dell’insegnamento come « missione
e vocazione » (in lui, comunque, entrambe latitanti).
Dopo gli esordi, pateticamente
morandiani, offerti, più che al maestro bolognese, al rito del primo (non
sempre autentico) approccio, Lorenzo Scarpiello si imbatte in un gruppo, il Teatro Club Foggia, che mu oveva i primi passi di una esperienza
politico-culturale sempre più ricca,
cosciente e avanzata. La semplice
presenza-pretesto di questo gruppo
insofferente, impaziente, commentatore ironico del provincialismo becero e reazionario di una città del Sud,
dette a Lorenzo Scarpiello quel che
gli serviva per avviarsi in un’avventura apparentemente solitaria, ma sostanzialmente emblematica delle
contraddizioni di una realtà meridionale, continuamente in bilico tra
« non ritorno » e potenzialità sempre
indovinate, intuite e mai espresse;
gli dette coscienza di non essere un
don Chisciotte solitario contro una
schiera sterminata di nemici. Del
grande manchego non avrebbe avuto
la mesta dolce e superba autoironia.
Era afflitto, viceversa, della presbiopia tipica degli emarginati, dei dropouts. Una capacità straordinaria di
evocare, esorcizzare, raccontare per
gesti e colori i suoi nemici, i suoi incubi da piccolo borghese sulla china
di un disfacimento sottoproletario,
eppure sempre stranamente vigile, in
grado di proporre « oggetti » mai remissivi, sempre violenti, anche se
dolcissimi, e mai sradicati dalla sua
storia e dalla storia di tanta gente del
Sud.
I temi e le forme del discorso di
Scarpiello sul potere: un uomo armato di una dava spropositata
156
____________________________________________________________________________________LORENZO SCARPIELLO
e preistorica e gravato da una « scatola cranica » enorme in una atmosfera e in colori lividi e apparentemente puliti che lasciano indovinare (o presagire?) un processo
alla « Arancia meccanica » (il dipinto
è del ‘66); una razionalissima struttura architettonica incornicia figure
variamente atteggiate e campite, a
vario titolo partecipanti a un processo (Burgos), ma tutte ugualmente
fisse e eternamente contemporanee;
in una atmosfera brumosa si aggirano e stanno » figure acefale e disfane, celebranti un rito a metà strada
tra il burocratico e l’artistico.
Nei gruppi, nelle folle, nei mucchi che popolano le tele di Scarpiello, l’ironia si smorza, e lascia il
posto a una consapevolezza più precisa. più netta di una « umanità dolente » più vasta della breve storia
individuale. Si colloca, allora, Scarpiello, nei suoi quadri, cosciente testimone di una vicenda, speaker manieristico e allucinato, ma insieme
garante di una continuità nella storia,
che tiene insieme il suo discorso, lo
sostiene, lo salva dalla caduta definitiva.
Rivedete Scarpiello a distanza di
anni significa imbattersi, come credo
succeda al visitatore di ogni sua mostra, in una marea di temi, significati, allusioni, ammiccamenti, provocazioni e condiscendenze. Il colore,
soprattutto, con i toni dal nero al celeste al violetto al rosa, con la nitida
esposizione delle figure e dei paesaggi, « finge » la metafora e si rivela, alla lunga e a ben indagare,
l’unica estrema e decisiva violenza
di Scorpiello nei confronti del pubblico; ma anche l’ancora che salda il
mito-scacco al reale, la testimonianza concreta, palpabile della sua pervicace presunzione di potere e dovere ancora con e a nome di tutti gli
emarginati, lui, sotto giudizio da
sempre, giudicare gli altri, ipotecare
con un gesto, un’azione ancora possibile, anche il loro futuro.
Guido Pensato
Se gli si affiancasse il cronista,
mentre il pittore parla e spiega, si
potrebbe tirar fuori il « racconto »
dell’arte di Scarpiello: il « parlato »
che ogni suo quadro sottintende.
Non che la sua opera abbia bisogno
di delucidazioni, tanto è evidente e
aperta alla comprensione, ma si otterrebbe il commento più autentico
senza lasciarsi prendere la mano dai
risvolti critici spesso inutili. E poi
Lorenzo (col suo accento dimesso)
sa parlare: ricorda, puntualizza, convince, polemico nei contenuti non
nella forma, la quale rimane angolata
nell’ironia razionale che però non
ammette mezzi termini. Lui colpisce
chi vuole, dove e quando vuole, e la
sua è invettiva storica, sociale, politica, con le armi dell’umanissima
pietà. Non condanna. Scopre il marcio, la degradazione, l’alienazione,
deformando realtà e subcoscienza
perché vuole raggiungere (attraverso
l’apparente irrazionalità e il sogno)
la « coscienza » della realtà, e ci riesce, con unità di stile, ponendo al
servizio della propria arte l’enigma e
l’inquietudine dell’uomo contemp oraneo. Non rifugge dal dramma, lo
vive e lo interpreta. Ed è un dramma
meridionale ed europeo. Nell’espressionismo surrealista di Lo157
ARTISTI DAUNI___________________________________________________________________________________________
renzo Scarpiello sono stati individuati « segni beckettiani » e il versante protestatario (senza urlo) di
Edvard Munch. Attenzione agli equivoci. Si fa presto ad attribuire etichette di comodo. Qui, al fondo della
scala (o in cima? occorre salire due
lunghi tratti per giungere al suo studio/laboratorio nel centro di Foggia)
siamo al cospetto di un artista che
non consente definizioni arbitrarie.
Atteniamoci perciò alle opere e ascoltiamo lui.
« Ad un mio dipinto — ha detto
una volta — intitolato Cavalli e test?
d’uomo, sono stati proposti diversi
significati: nascita della vita, morte
dell’uomo, meraviglia degli animali,
ecc... Siamo ad una idea del poi, ad
un diverso messaggio di bene, di
male, di fatale... Parto dall’istante
della caduta, dell’angoscia, del dolore, del terrore, dell’amarezza, della
contemplazione. della solitudine, del
vuoto, del nulla, dell’improvviso,
della protezione, del certo, della meditazione, dell’effetto, per giungere a
un risultato che è solo spettacolo dell’uomo colto con durezza e freddezza, e o n assenza di commo zione
».
Ecco l’autoanalisi che sta al fond o dell’opera di Scarpiello: il suo
scandaglio critico/teorico. Parte dall’
intuizione ancestrale, passa per
l’esperienza, scopre la sopraffazione
dell’uomo (di ora e di sempre) e
giunge a rovesciarne la condizione
nel « teatro della vita ». Il fruitore si
trova ad osservare il quadro senza
essere violentato, perché l’artista, dice, non aggiunge e non diminuisce:
semplicemente « narra » e colpisce il
158
centro della sua attenzione demistificante e realizza l’uomo « deluso
», « addolorato », « indolente », «
aggressivo », « pacifico », « religioso » o « miscredente », senza pretese di sconvolgere la coscienza né
voler convincere per forza. « Definire un quadro — dice Scarpiello — è
come limitarlo », perciò egli preferisce lasciarlo come libro aperto.
Ma quale forza e autenticità! Siamo
alla realizzazione di quel che è stato
chiamato « spavento esistenziale ».
Egli coglie realmente la radice cruda, ribelle e dissacrante della vita: «
maternità sfatte e disfacenti, sessualità abnormi, fatica senza gioia e dolore senza riscatto. crocifissioni figurativamente inedite » che non sono
affatto irreligiose o irriguardose. La
tematica teologico-sociale di Scarpiello mette in discussione le apparenze. le sovrastrutture, i raggiri di
parte. Egli colpisce le aberrazioni, le
finzioni, le sopraffazioni. E ricongiunge l’uomo alla verità, alla
parola reale e non camuffata dalle
false regole.
Ha scoperto (dategli torto se potete) che l’umanità è impotente e
umiliata. Nei Personaggi intesi come
origine
dell’uomo
predomina
l’assurdo. In una natura morta ritrovi
i volti di una tragedia tipica del
Mezzogiorno. La protezione è spesso intesa come oppressione; e la divaricazione come irriducibilità della
norma. Il padre-eterno incinto di
Adamo. Dai volti senza connotati ai
volti come rappresentazione del presente. « Solo l’ombra risponde al mio
appello » dice. Il fatto visivo va oltre
il simbolo. Il Cristo osservato in veduta aerea è denominato « Chio-
____________________________________________________________________________________LORENZO SCARPIELLO
di ». L’uomo assume la forma degli
strumenti che usa o dai quali viene
usato: suonatore ambulante, case, animali. La ricerca nello spazio trova
un cielo sempre buio, il mistero.
L’uomo come vita frantumata:
altro che mosaico armonico. Volti
come finzione, assentì, senza anima.
Il soggetto in prospettiva (lo ebreo
errante?) rappresenta gli uomini che
osservano noi al di qua della tela,
con mani giganti e piedi che sono
mani. Il padreterno che cerca l’uomo
da lui creato e non lo trova più. La
ripetibilità: arriviamo sulla terra per
compiere la nostra parte, ma in fondo siamo sempre uguali. I paesaggi
(cieli e prati enormi di Puglia) senza
uomini: il cubo isolato di una casa
contadina è l’unica presenza. Altrove i cubi/case sembrano tombe
per sepolti vivi. Il parto di un mostro
equivale al dissacrante processo al
passato. La vedovanza è vista come
simbolo dell’umanità: la figura centrale (chi è quel « cardine »?) divide
in ricchi e poveri, beati e reprobi, ariani ed ebrei, istruiti e incolti, civili
e primitivi, ecc. Il processo di Burgos (uno su sei sbaglia o si differenzia) è un capitolo contro il totalitarismo. Il Cristo sorridente (il quadro è
intitolato « Fu »), abbracciato al suo
destino della croce, è uno scheletro
crocifisso: l’uomo spolpato, scarnificato dai suoi carnefici di ieri e di
oggi. Nell’attesa (non accade mai
nulla...) si ascolta sempre, ma la parola giusta non arriva mai. Le sette
donne con l’ombrello (« Pioggia »)
sono trasparenze nel tenue grigioazzurro delle proprie ombre riflesse.
Nelle « Maschere » gli uomini sono
ritratti senza cervello, senza carattere. La « Ballata » (donne crocifisse,
quindici figure, una è regina) contiene una potenza espressiva alla Goya.
Non è stato scritto — da Argan che per essere del proprio tempo
l’artista deve essere contro il proprio
tempo? Goya è chiamato in causa: «
uscito dalla Quinta del Sordo / con
una lanterna gialla / si è addentrato /
nelle piazze della violenza. / Testimone a carico / ha ripreso il lavoro
per / nuovi fantasmi al muro... ».
Anche lui non riesce mai ad andare in ferie. Ma non negherei, per
più di un quadro, la lettura di Francois Villon: le sue ballate, appunto,
il suo testamento.
Un Villon tragico-burlesco? Un
blasfemo tra pazzia e saggezza? «
Ne du tout fol, ne du tout sage ». La
saggezza del folle? C’è sempre un
possibile riscatto, ma occorre passare per questa strada, sembra dire
l’amico Lorenzo, che sa parlare con
la propria opera di matura sapienza
tecnica e logica, con estrema franchezza, agli uomini ingannati
dall’ignoranza o sconfortati dalla disperazione. A quanti, eredi di nessuno, attendono ancora l’eredità
dell’intelligenza.
Elio Filippo Accrocca
Già alcuni anni fa, quando Lorenzo Scarpiello si poteva definire
— come suol farsi in tali casi — soltanto una promessa, appariva tuttavia giusto, e per nulla arrischiato, dire che il suo lavoro rappresentava
qualcosa di diverso nel panorama artistico italiano contemporaneo. Soprattutto, pareva
159
ARTISTI DAUNI___________________________________________________________________________________________
giusto parlare della atipicità di questo lavoro, con cui si dava esistenza
ad un universo di oggetti pittorici in
sé e per sé sussistenti, dotati — in
particolare — della singolare capacità di esprimere nella loro stessa immediata presenza fisica una propria
vita autosufficiente, quindi un significato non bisognoso di speciose etichettature critiche e di sofisticate definizioni estetiche. Si poteva dunque
parlare, in questo senso, di vita autonoma delle forme, al cui sviluppo
ed articolazione il fruitore, da parte
sua, poteva o doveva spregiudicatamente contribuire, abbandonando
ogni superflua forma di lettura, naturalistica o allegorizzante che fosse.
Oggi, si può dichiarare che Scarpiello, oltre a mantenere le sue promesse, le ha anche completamente sviluppate e che perciò la sua opera risulta caratterizzata non tanto o soltanto da una maggiore maturità stilistica, quanto soprattutto da una «
coerenza poetica » pienamente conquistata.
Che cosa poi si debba intendere
per « coerenza poetica », se è difficile dire in astratto, diventa al contrario relativamente più semplice,
considerando le prove che la pittura
di Scarpiello, in modo esplicito e
senza
lambiccature
intellettualistiche, concretamente ci offre.
Qualcuno ha parlato di uno Scarpiello « surrealista », volendo forse
dire, più semplicemente, dotato di
una « fantasia » e cercando inoltre, in
tal modo, di far passare l’idea di uno
che lavora completamente assorto,
se
non
proprio
confinato,
nell’ambito dei propri personalis -
160
simi pensieri, privatisticamente a
contatto soltanto con le proprie immagini mentali, se non, addirittura,
con le proprie ossessioni. In realtà,
per rendersi conto di quanto questo
giudizio sia generico, basta conoscere un po’ più da vicino nell’insieme
la opera di
Scarpiello: ci si accorgerà, allora,
che essa è stata sempre, ed oggi lo è
ancora di più, quasi istintivamente
schiva da ogni facile compiacimento
psicologistico ed impressionistico,
illuminata al contrario da una chiara
e costante consapevolezza di ordine
civile e, al limite, politica. Una presa
di coscienza civile e politica è, ad
esempio, lo splendido insieme (cm.
156 x 115) che Scarpiello modestamente (o ironicamente?) si limita a
chiamare « Atrio ».
Alla stessa maniera sarebbe assurda chiamare surreali o surrealizzanti opere come « Sulla strada » o «
Viandanti » nelle quali l’occhio o la
mente dell’osservatore, intellettualisticamente non inquinati, non possono non riconoscere la profonda,
anche se non immediatamente esplicita, partecipazione dell’artista alle
tensioni sociali del mondo odierno.
Scarpiello, certo, non è neppure
un banale realista, cioè un illustratore più o meno oleografico della
sua terra e, ancor meno, un contemplatore stordito nella visione puramente « turistica », per così dire, del
suo Gargano. Nei suoi paesaggi, in
questo senso esempla ri, non si avverte mai direttamente la presenza
degli uomini o vi compaiono, invece, case, pianure, cieli, mari lontani,
tetti immobili nella loro solitudine di
« cose ».
____________________________________________________________________________________LORENZO SCARPIELLO
Tuttavia, s’indovina che dietro la
presenza di una « natura » silenziosa
c’è la storia di una umanità dolente,
il cui « urlo e furore » l’artista lascia
paradossalmente che si esprima appunto attraverso immobili silenzi.
Né questa è una contraddizione,
quanto, invece, una ulteriore prova
di quella che si è chiamata « coerenza poetica »: far comparire gli uomini col loro vociare confuso e le smodate manifestazioni della loro presenza, portare in primo piano e troppo eccessivamente l’espressione della loro vita quasi sempre alienata e
degradata, significherebbe appunto
concedersi al facile e compiaciuto
psicologismo impressionistico, così
poco serio e politicamente così qualunquistico, quanto meno genericamente cronachistico.
Ma soprattutto, l’anti-cronachismo di quella che potremmo chiamare la ragione (e non solo la sensibilità) artistica di Scarpiello, vale a
dire la sua rappresentazione insieme
partecipata e fredda, alla realtà, risulta evidente nell’adozione. veramente « anormale » del colore e della
forza. Colore e forma. infatti, costituiscono per Scarpiello le griglie at-
traverso le quali l’avvenimento tanto
più totalmente viene recepito, quanto
più esso è « snaturato » e sottratto alla sintassi della mera raffigurazione
quotidiana. Si pensi in particolare a
quel celeste brumoso (se così si può
chiamarlo) che crea l’atmo sferabase, da cui si diramano e rispetto a
cui si articolano indefinibili verdi,
rosa, viola e le varie tonalità
dell’azzurro e del ruggine. Ciò aiuterà a capire li risultato definitivo di
una costruzione pittorica nella quale,
a loro volta, le forme, siano esse
umane o irreali, appaiono dinamicamente « in uscita » o « in entrata »
nel quadro, rendendo quasi impossibile dire si stiano per comparire o
scomparire, per avvicinarsi o allontanarsi.
Ed allora si capirà, forse, infine,
la saldezza dell’oggetto pittorico così com’è realizzato da Scarpiello e
da lui posto in uno stato che « solo è
il suo », definitivamente sottratto alle
tentazioni di un intervento ulteriore,
di un tocco in più, che inevitabilmente ne danneggerebbe l’unità e la
compiutezza.
Franco Fanizza
161
la Capitanata
Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia
Direttore: dott.
Angelo Celuzza, direttore della Biblioteca Provinciale.
Direttore responsabile: m
0
Mario Taronna
Tipografia Laurenziana - Napoli
Autorizzazioni del Tribunale di Foggia 6 giugno 1962 e 16 aprile 1963
Registrazione presso la Cancelleria del Tribunale di Foggia al n. 150
LA VITA CIVICA Dl FOGGIA ∗
Nel quadro di una serie di conversazioni intorno ai « dilemmi e le
speranze » della nostra Città, una riflessione storica non può trovar
posto che in funzione di orientamento di questa ricerca, la quale è
proiettata — fino ai limiti dichiarati dell’utopia — verso il futuro. Non
quindi una elegante divagazione commemorativa, ma un contributo alla esplorazione del futuro sulla scorta delle esperienze del passato.
Uno sguardo panoramico sulla storia civica di Foggia mi pare che
riveli una costante la quale si potrebbe così enucleare. Questo cammino nove volte secolare appare caratterizzato dal fatto che esso rimane
periodicamente inceppato dal congestionarsi delle sue vicende, a causa
di interferenze che hanno ostacolato il loro naturale deflusso, fino a
quando la pressione del loro accumulo ha determinato la necessità di
soluzioni che, essendo divenute urgenti e indifferibili, sono state improvvisate e traumatiche, divenendo, a loro volta, causa di nuove remore, di nuove congestioni, di nuove improvvisazioni e di nuovi
traumi.
Varrà questa riflessione a spezzare finalmente il circolo vizioso
che avviluppa da tanti secoli la vita cittadina? In altri termini: sarà la
storia almeno questa volta, maestra ascoltata della vita?
Sarebbe, per me, troppo ambizioso riprometterlo. Poiché
sull’orizzonte delle nostre conversazioni albeggiano i chiarori
∗
Conferenza tenuta presso il Lions Club di Foggia.
165
MARIO DE SA NTIS_____________________________________________________________________________
antelucani dell’utopia, non è del tutto fuori posto azzardare una tale
speranza.
Cercherò di descrivere alcune tappe di questo ciclo che mi pare di
aver rilevato nelle vicende civiche foggiane; non tento una storia di
queste vicende, ma solo sottolineo l’esistenza di questo ritmo. Se vi
parrà che la segnalazione sia valida, essa potrà servire come chiave
ermeneutica per eventuali ulteriori ricerche.
Devo dire subito, con buona pace del mito di Federico II, che la
prima ditali tappe immobilizzanti fu proprio lui.
Nessuno potrà mai negare che con Federico II Foggia uscì dal rango di terra vassalla e fu esaltata a quello di « inclita città imperiale ».
Fu lui che pose le premesse di quella che sarà la funzione essenziale di
Foggia nell’economia generale del Regno. Fu lui che polarizzò intorno
a questa « sede inclita imperiale » le attività di artisti che fecero brillare i primi fulgori del protorinascimento italiano.
Non bisogna dimenticare, però, che tutto questo non ubbidiva a un
disegno di valorizzazione disinteressata della Città, ma a quello di
scardinare una struttura politica che l’Imperatore sentiva avversa al
suo programma accentratore ed anticomunale.
Quando Federico si affacciò sulla scena della Capitanata, Foggia
era inserita nel dinamismo di quel vasto territorio che — grosso modo
— si estende dal Sub Appennino ai confini dell’agro di Siponto, tra il
corso del Celone a nord e del Cervaro al sud, e che faceva capo al potente episcopio di Troia come a proprio centro non soltanto religioso,
ma civile, sociale, culturale e — di fatto, se non di pieno diritto — anche politico.
Nel libero gioco delle forze operanti in questa struttura, costituitasi
per generazione quasi spontanea, si erano già mirabilmente espresse le
capacità realizzatrici delle nostre rinascenti popolazioni.
I nuclei abitati che si erano andati costituendo nei dintorni della
Città Vescovile rimanevano legati alla comu nità civica come membri
dello stesso corpo: erano le appenditia della Città. I nuclei meno vicini, ma di facile accesso, e
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____________________________________________________________________LA VITA CIVICA DI FO GGIA
precisamente il casale di Montearatro, verso nord, e quello di S. Lorenzo in Carminiano, verso sud est — che avrebbero avuto difficoltà a
mantenere un assiduo contatto con la Città Ve scovile — furono costituiti dai duchi normanni, tra gli ultimi anni del sec. XI e i primi del secolo XII, in feudi vescovili. Foggia non ebbe subito un assetto giuridico ben definito sul piano civico: la rapidità del suo nascere e del suo
svilupparsi, a così poca distanza dal feudo di S. Lorenzo, fece sì che
essa passasse ben presto dal rango di una qualsiasi « villa » a quella di
castello, e poi di casale, e infine a quello di uno dei più importanti casali di tutto il territorio. Le zone marginali del territorio, e precis amente quelle che si estendevano verso le pendici del Sub Appennino (la
valle Maggiore e la valle del Sannoro) erano sotto l’influsso della Città Vescovile attraverso l’influenza di numerosi monasteri collocati
come una catena di avamposti che irradiavano verso zone quasi ancora
spopolate quel risveglio che andava operandosi più rapidamente nelle
zone pianeggianti del territorio. Erano i monasteri di S. Maria e di S.
Salvatore — siti nel bosco di Faeto — il monastero di S. Angelo di
Orsara, che estendeva la sua influenza sui casali di Monte Calvello, S.
Nicola e Ponte Albanito. A questi si aggiungono il monastero dell’Incoronata, sito là dove oggi ancora il bosco e il santuario conservano il
nome e la tradizione religiosa del celebre monastero.
Quando Federico II si affacciò alla ribalta della storia, il territorio
che abbiamo descritto era nel pieno rigoglio della sua vitalità. Troia
aveva eretto già da circa un secolo la sua cattedrale. Foggia da circa
un trentennio il suo Duomo, e aveva sviluppato i suoi traffici (anche
per via dei numerosi pellegrinaggi che confluivano a venerare la Madonna dei Sette Veli), tanto da cominciare a contendere con la Città
Vescovile per affrancarsi dalla sua giurisdizione; S. Lorenzo in Carminiano prosperava sul piano agricolo, come il centro pilota della
produzione locale, sul piano culturale come sede di uno scriptorium
che ha lasciato tracce nobilissime in una collezione di codici miniati
— che sono poi andati a finire nel secolo XVIII alla Biblioteca Nazionale di Napoli — dove si conservano.
167
MARIO DE SA NTIS_____________________________________________________________________________
Non è affatto vero che il merito della rinascita culturale della nostra terra sia dovuta a Federico II. Egli ebbe, se mai, il merito (o piuttosto la fortuna) di portare a maturità questa magnifica fioritura, ma
non già quello di averla suscitata.
Inserita in un contesto come quello che abbiamo descritto, Foggia
era lanciata verso un avvenire di grande sviluppo in una funzione prevalentemente mercantile, come centro di scambio dei prodotti del vasto territorio al quale era legata.
Il comportamento di Federico II verso Foggia accelerò questo
slancio in maniera vertiginosa. Ma — come ho già accennato — il suo
disegno era ispirato a finalità che coincidevano solo occasionalmente
e condizionatamente agli interessi della Città. Egli aveva bisogno di
contrapporre alla potenza dell’episcopio troiano un antagonista che lo
contestasse e lo indebolisse. Col suo favore rinfocolò le ambizioni autonomistiche foggiane, suscitò difficoltà in seno alla struttura sociopolitica della zona, incrinò la sua compagine.
Quando gli interessi della sua politica turbinosa si dilatarono via
via a tutta l’Italia, ed oltre, essi non coincisero più con quelli di Foggia. E questa avvertì che l’avventura dell’Imperatore si incamminava
per strade ben diverse da quella colonia di Saraceni che fece di Lucera
un polo di interessi non solo militari, ma anche sociali, economici e
culturali estranei e, potenzialmente, opposti a quelli dei cittadini originari.
E’ storia notissima quella del conflitto scoppiato nel 1229 tra Federico II e le Città pugliesi. Foggia sentì bene da che parte fosse la libertà e gli chiuse le porte in faccia. Ma non potette persistere nel suo
proposito. Alcuni mesi dopo, Troia giaceva sotto il peso delle sue rovine, e con la sua distruzione si scardinava tutto il sistema politico che
aveva gravitato per oltre due secoli intorno ad essa. Federico II aveva
raggiunto il suo scopo, ma a prezzo di una involuzione inesorabile che
sarà la conseguenza di questo crollo.
La crisi dell’ampio territorio non investì immediatamente Foggia,
con la stessa rapidità con cui aveva investito Troia e le sue appenditia,
e specialmente il feudo di S. Lorenzo, i
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____________________________________________________________________LA VITA CIVICA DI FO GGIA
cui abitanti furono costretti a trovar rifugio nei nova casalia sorti fra le
rovine dell’antica Herdonia.
Ma il tramonto definitivo delle fortune sveve trovò già esaurite le
antiche energie locali, chiudendo così il primo ciclo di quello che diverrà il fenomeno corrente della storia civica di Foggia: il periodico
sorgere di splendide primavere senza estate.
Un percorso analogo seguirono le vicende foggiane nel periodo
angioino.
Il subbuglio causato dalla caduta degli svevi si potrasse in Capitana
fino al 27 agosto 1269. Fino a quel giorno i Sara169
MARIO DE SA NTIS____________________________________________________________________________
ceni di Lucera avevano mantenuto acceso in quella fortezza il focolaio
della resistenza. Di lì avevano portato la guerriglia lungo tutto l’arco
del sub Appennino, con fulminee scorrerie. Da Casal Montesaraceno a
Roseto, Monte Corvino, Serracapriola, i loro drappelli giunsero fino a
Stornara. Assalirono Deliceto, infestarono quei dintorni, fino al punto
che Carlo D’Angiò fu costretto a distaccare nel castro di Castelluccio
dei Sauri un nucleo di cavalieri al comando di Guglielmo de Lando
per fronteggiare la perenne minaccia di quelle incursioni che piomb avano all’improvviso, e all’improvviso si dileguavano come un turbine.
Nel subbuglio generale Foggia fu sul punto di far causa comune con la
parte sveva, ma Guglielmo di Lando la prevenne, l’assalì e la saccheggiò.
Fu solo — come dicevamo — il 27 agosto 1269 che i saraceni di
Lucera ammainarono la bandiera sveva, e, scalzi, con la corda al collo,
col capo cosparso di cenere s’inginocchiarono ai piedi di Carlo
d’Angiò arrendendosi.
Aveva inizio così un decennio di calma generale (tredici anni, per
l’esattezza) che aperse l’animo di Carlo ai progetti di un’ambizione
sconfinata.
Era un regime duro quello che si andava instaurando. Il re era
premuto da un enorme bisogno di denaro per compensare largamente i
fedeli che lo avevano accompagnato nell’incerta avventura. Il suo prestigio, tuttavia, scoraggiava ogni velleità di ulteriore resistenza da parte dei sudditi. Egli teneva in pugno il governo stesso della Chiesa, che
lo riconosceva quale presidente della Repubblica Romana. Nominato
paciere generale della Toscana, eletto podestà di Firenze e di Prato e
di numerose città del Piemonte, egli cominciava a tessere la trama di
una grandiosa politica orientale ispirata al proposito di spodestare i
Paleologi da Costantinopoli per rimettere su quel trono un nuovo sovrano « franco », Baldovino di Couternay, nipote del primo Baldovino.
Durante questo periodo, carico di tante prospettive e di così grandiosi ideali, Foggia tornò ad assaporare l’euforia del periodo idilliaco
dell’ascesa di Federico II. Carlo d’Angiò ne aveva fatto il centro amministrativo della parte continentale del Regno. In essa avevano sede
la direzione delle regie masserie, un baiulo e il maestro della Capitanata. Non pochi
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atti del governo del Re sono datati da Foggia, il che dimostra che egli
vi dimorava volentieri, in palazzi fatti costruire da qualcuno di quei
bravi ingeniatores che vi aveva chiamati dalla sua Provenza. Fra questi compare per la prima volta il nome di Pietro d’Angicourt, al quale
la tradizione attribuisce quello stupendo fiore esotico in terra di Capitanata, che è la Cattedrale di Lucera.
Centro di traffici, piazza di commercio, polo organico
dell’agricoltura delle regie masserie, ambiente aperto all’attività creatrice di maestri costruttori.
Se la Foggia avesse potuto slanciarsi liberamente per lungo tempo
su queste traiettorie congeniali alla sua vocazione storica, essa avrebbe
raggiunto un ruolo di primaria importanza nel Regno.
Ecco che lo scoppio della rivolta del vespro siciliano viene a spezzare bruscamente l’euforia angioina, e a ripercuotersi con incalcolabile
gravità su Foggia e su tutta la Capitanata.
La lunga e disgraziata guerra del vespro accelerò e stabilizzò lo
spostamento dell’asse politico del Regno verso Napoli. La Capitanata
si trovò quasi di colpo relegata al ruolo di trascurato e sfruttato retroterra. Da questo improvviso trapasso nascerà, non subito, ma con una
progressione inesorabile, una profonda crisi di rapporti fra tutte le
componenti civiche, religiose, economiche e sociali della Capitanata.
Ma quel che dette il tracollo alla situazione fu l’aprirsi nel cuore
della Capitanata — fra il 15 e il 24 agosto del 1300 — di un vuoto improvviso che veniva a spezzare violentemente il suo equilibrio già tanto fragile e precario. Nel giro di quei dieci giorni veniva annientata la
colonia saracena di Lucera.
I saraceni erano padroni di Lucera da ottant’anni. Da circa tre generazioni essi costituivano in Capitanata non soltanto un’isola etnica,
religiosa, culturale, ma anche una realtà economica e sociale salda e
compatta. Essa, dunque, costituiva una delle componenti, ormai, effettive, anche se scomoda e malgradita, dell’equilibrio complessivo della
Capitanata.
Nel giro di quei pochi giorni quest’isola fu sommersa
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in un bagno di sangue e dispersa da un uragano di violenza. La cronaca dell’orribile vicenda è troppo nota per aver bisogno di essere narrata.
Occorre notare bene che ancora una volta la causa che sconquassò
l’equilibrio della Capitanata — e con essa quello della vita civica di
Foggia — fu una pura e semplice interferenza di interessi assolutamente estranei a quelli delle popolazioni locali. La storia ha fatto giustizia delle pretestuose ragioni di necessità di polizia e delle coloriture
di zelo religioso conclamate dai documenti ufficiali dell’epoca a giustifica dell’impresa. All’origine di quel massacro fu il cinico disegno
di realizzare un grosso affare finanziario in un mo mento in cui il Regno affogava nei debiti per l’infausta guerra di Sicilia. Un affare finanziario che consistette nella confisca dei beni dei saraceni, nella
vendita come schiavi dei diecimila scampati al massacro, e nella progettata sistemazione dei numerosi profughi calabresi della valle di
Crati infestata dalla guerra, nella zona già abitata e coltivata dai Saraceni.
Questo disegno — senza alcuna considerazione delle ripercussioni
che avrebbe avuto sugli effettivi interessi locali — produsse due generi di scompigli. Uno, il più immediato, fu quello di una carestia che afflisse per qualche anno Lucera per la mancata coltivazione del suo agro a causa della disorganizzazione generale dei primi momenti. Ne
seguì una tensione minacciosa con le popolazioni circostanti, le quali,
per timore di veder rarefatte le loro derrate, chiusero i mercati ai nuovi
abitatori di Lucera.
L’altro scompiglio derivò dall’insuccesso del disegno di nuova colonizzazione del territorio lucerino, improvvisato dall’artefice di tutta
quell’operazione, Giovanni Pipino di Barletta.
I calabresi non furono troppo sensibili all’invito di trasferirsi a Lucera, nonostante le proposte lusinghiere che venivano loro fatte. A cose, finite, in capo ad alcuni anni, solo un quinto della nuova popolazione lucerina era costituita da Calabresi. Il richiamo, invece, suscitò
attrattiva là dove era desiderabile che non ne suscitasse. Per esempio a
Manfredonia fu necessario un intervento del Re per arrestare la corrente migratoria che diveniva minacciosa per la stessa vita
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della comunità cittadina. Altra fonte di attriti fu la reciprocità dei pascoli, delle acque, della legna e di altri usi civici dei nuovi lucerini con
i foggiani e i troiani sulle rispettive terre demaniali, nonché sulle terre
dei baroni e delle chiese, secondo i diritti già goduti dai saraceni.
Ma era il meno. Quel che esasperò la crisi e la fece dilagare su tutto il territorio di Capitanata, e in primo luogo su Foggia, fu la caotica
confusione causata dalla inosservanza dei patti stabiliti dal Re per i
nuovi coloni di Lucera. La quotizzazione delle terre non fu fatta secondo le promesse da parte dello stato (o diciamo meglio da parte dei
suoi più 3 meno potenti e prepotenti funzionari). Dall’altra parte, i
concessionari interpretarono i patti ciascuno a proprio arbitrio. Un nugolo di approfittatori, conti, baroni, prelati, piovuti da tutte le sfere auliche del Regno, si erano impadroniti di quanto era stato loro concesso, e di quanto non era stato loro concesso, coinvolgendo nel subbuglio dell’agro lucerino quello di Foggia, specialmente sulle zone più
marginali, verso l’agro sipontino, il feudo di S. Lorenzo e lungo la
valle del Cervaro. Nel 1337 le cose erano a tal punto che Roberto
d’Angiò dovette intervenire con sanzioni che, purtroppo rimasero senza effetto, ma che danno un quadro impressionante della situazione.
Gli arbitrii dei baroni non si limitavano a faccende puramente patrimoniali, ma turbavano profondamente la stesa vita interna della Città. I baroni infatti — come denuncia lo stesso documento di Roberto
— inserivano nelle città i propri familiari (che vuol dire servitori, ma
che in realtà erano un’autentica sbirraglia) i quali, sotto la protezione
della potenza dei loro signori, scorrazzavano armati per la Città e i loro territori, irrogavano ai cittadini oppressioni indescrivibili, e perpetravano impunemente tali soprusi ed insolenze da far apparire (qui la
Curia angioina si lasciava scappare nel documento una confessione
ben significativa ai fini della nostra tesi) che quanto si sperava dovesse tornare a vantaggio e prosperità dell’intera Capitanata, si era risolto
in distruzione della sua ricchezza.
La crisi di cui parliamo si inquadra in quella generale della società
del tempo. Era l’età che aveva strappato a Dante
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la famosa invettiva verso l’Italia, nave senza nocchiero in gran tempesta. C’è tuttavia un aspetto caratteristico che questa crisi generale assunse qui tra noi. Nel resto d’Italia essa opera come un travagliato
fermento da cui si sprigionano possenti forze sociali e culturali che
danno vita ad industrie, commerci, attività bancarie di portata internazionale, a correnti artistiche e culturali che con Dante, Giotto, Giovanni Pisano e tanti altri toccano vertici luminosi e aprono le vie
dell’età moderna. Nella nostra terra di Capitanata, invece, questa crisi
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MARIO DE SA NTIS_____________________________________________________________________________
opera come l’avanzare di una palude in cui restano sommersi gli ultimi avanzi delle energie sociali e culturali che l’età angioina aveva ereditate dal precoce sboccio della nostra primavera altomedievale, prima
dalla breve stagione idillica sveva, come abbiamo visto, poi dalla entusiasmante euforia angioina rimasta, anche questa senza estate.
Mi sono attardato nella — sia pur sommaria — analisi di questi tre
cicli più antichi della storia civica di Foggia per due ragioni. Prima di
tutto perché, essendo la mia una tesi, occorreva che essa fosse plausibilmente dimostrata fin dalla sua impostazione. E in secondo luogo
perché mi pare che una storia di Foggia relativa al periodo svevoangioino non sia stata scritta ancora, almeno nel senso di una analisi
delle molteplici componenti profonde che sono alla base del dinamismo in cui si articola la cronaca. Mi è parso dunque necessario lumeggiare con una certa accuratezza ciò che si riferisce a un periodo
mal conosciuto della nostra storia locale. Vi dirò che da tempo sto lavorando intorno a una ricerca di respiro più ampio di quel che non
possa essere esposta in una conversazione conviviale. Ma i miei doveri pastorali, ben più vitali e impegnativi di un tranquillo e affascinante
studio del passato, rendono quanto mai problematica la realizzazione
del mio disegno. Questo dico per rimandare, se mai, la coscienziosa
documentazione di ciò che ho qui fugacemente asserito,
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____________________________________________________________________LA VITA CIVICA DI FO GGIA
a quando quello studio sarà pubblicato, se sarà pubblicato.
E se no, mi basterà aver additato a eventuali studiosi — specialmente giovani — un filone di ricerche che potranno dare molte
soddisfazioni.
Torniamo dunque al nostro argomento.
Il ciclo che abbiamo visto ripetersi tre volte nella storia civica di
Foggia, si realizzò puntualmente una quarta volta nel periodo aragonese una quinta volta nel periodo murattiano-borbonico, una sesta volta
nel periodo post-risorgimentale, e poi non conto più quante volte si sia
ripetuto in seguito, perché una analisi del genere diviene competenza
più dell’economista, del sociologo, del politico che dello storico.
Una esposizione analitica dei periodi accennati non sarebbe possibile, senza oltrepassare i limiti imposti a una conversazione; ma non è
neanche necessaria.
Basti dire che i vari cicli susseguitisi in questi secoli sono tutti legati fondamentalmente intorno alle vicende del Tavoliere: tali vicende
sono state oggetto di molteplici studi, tra questi eccellono recentemente le ricerche di Angelo Caruso, le indagini statistiche e interpretative
di Pasquale Villani, le esposizioni del Dott. Musto e del Prof. Di Cicco e, infine, la accuratissima e documentatissima storia di Raffaele
Colapietra. Non è la esposizione ditali vicende che qui c’interessa. E’
importante vedere come in tali vicende si ripeta il ciclo che abbiamo
fin qui notato.
Quando, nel 1468, Ferrante d’Aragona trasferì la sede della Dogana da Lucera a Foggia, si ponevano le premesse di un assetto che avrebbe caratterizzato per ben quattro secoli la Città e che avrebbe influito in maniera determinante su tutto il suo avvenire.
Occorre subito sottolineare — anche se a prima vista parrebbe non
essercene bisogno — che l’istituto della Dogana e il Reggimento cittadino erano due entità ben distinte e separate.
E’ chiaro, però, che l’insediamento in Foggia della Dogana, nel
momento stesso in cui l’istituto riceveva quella sistemazione che doveva farne in breve lo strumento finanziario più poderoso del Regno,
non poteva rimanere senza ri-
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MARIO DE SA NTIS____________________________________________________________________________
percussioni profonde sulla vita interna della Città. Ed è questo
l’aspetto della questione che qui ci interessa.
Quali furono queste ripercussioni?
Uno studio del genere — per quel che mi risulta — non è stato ancora fatto. Non mancano però le fonti da cui si potrebbe attingere una
sufficiente documentazione, molte di esse si possono trovare nel Libro
Rosso della Città di Foggia pubblicato qualche anno fa a cura del prof.
Di Cicco, che l’ha corredato con una nutrita introduzione.
Senza neanche tentare un’analisi, mi pare estremamente interessante segnalare soltanto alcuni aspetti complessivi nei quali i particolari confluiscono e si sintetizzano.
Prima di tutto derivò dalla collocazione della Dogana in Foggia un
certo isolamento della vita civica foggiana da quella delle altre città di
Capitanata. Dico isolamento, non già nel senso di una assenza di rapporti, che anzi questi divennero più intensi e frequenti, ma nel senso di
un assorbimento di tutte le sue attività intorno agli istituti fiscali e giurisdizionali della Dogana, tanto da sottrarre l’attenzione della Città
dagli altri istituti della vita politica e sociale e religiosa che nel passato
avevano appassionato le sue vicende. Mi riferisco alla sede vescovile,
che era stata oggetto d i continue tensioni e lotte tra Foggia e Troia. Per
tutto il sec. XV - XVI - XVII - e buona parte del XVIII (cioè durante
tutto il periodo statico della Dogana) le polemiche relative alla sede
vescovile tacciono. Foggia sembra paga della sua situazione. Neanche
la posizione preminente di Lucera in fatto di giurisdizione civile era
avvertita in Foggia come una diminutio: anzi ciò doveva apparire ben
naturale, dal momento che la giurisdizione, cui presiedeva Foggia, aveva un carattere straordinario ben distinto da ogni altra giurisdizione.
In secondo luogo, derivò dalla collocazione della Dogana in Foggia una rapida e radicale cessazione delle ingerenze baronali che avevano mortificato la vita interna della Città durante il periodo angioino.
La politica antifeudale degli Aragonesi dimensionò un po’ dappertutto
nel Regno — specie nel periodo aureo della dinastia — il prepotere
dei baroni. In Foggia questo ebbe una accentuazione tutta speciale, per
il fatto che il Re, rendendo obbligatorio il pascolo nel Tavoliere, im-
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____________________________________________________________________LA VITA CIVICA DI FO GGIA
Dall’ATLANTE DELLE LOCUZIONI di Antonio e Nunzio Michele di Rovero,
compilato nel 1686.
(Archivio do stato, Dogana delle Pecore, serie I, fasc. 20)
pegnava la propria parola ed autorità che i greggi non sarebbero stati
in alcun modo molestati, e, inoltre, accentrava sotto l’amministrazione
del Tavoliere vastissimi territori che venivano di fatto sottratti al dominio baronale; e, infine, attribuiva al tribunale della Dogana la giurisdizione su tutti quelli che avessero rapporti con il Tavoliere di Puglia
per ragioni di pascolo.
La vita civica di Foggia — liberata così dalle ingerenze dei baroni
circostanti — tornò ad essere gestita da un governo popolare, eletto da
tutti i cittadini capi di famiglia, radunati per sonum campanae in pubblico, aperto e generai parlamento. Tutto questo, finché durò
quell’equilibrio generale dell’intera vita politica italiana che caratterizzò il periodo migliore del sec. XV, ebbe in Foggia le sue benefiche
ripercussioni. Basti un solo indice: quello demografico. Alla vigilia
dell’impresa di
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MARIO DE SA NTIS____________________________________________________________________________
Carlo VIII Foggia aveva raggiunto una popolazione di 600 fuochi:
qualche cosa come 3.500-4.000 abitanti: una cifra non molto bassa per
quei tempi.
Le perturbazioni dell’invasione francese, della guerra che ne seguì,
introdussero in Foggia — o forse meglio, aggravarono — il pericolo
sempre immanente in ogni governo popolare, di disordini e di risse:
alcuni cittadini ne approfittarono per persuadere il Re Federico a riformare il reggimento della Città, affidandolo a 24 persone nominate a
vita. Era di fatto la fine del governo popolare e il passaggio a quello di
una oligarchia aristocratica, formata da persone scelte da famiglie cospicue per nobiltà e per censo, che divennero una casta chiusa, che si
trasmetteva il potere di generazione in generazione.
Il Re aveva aderito volentieri al suggerimento di questa riforma,
non proprio per l’interesse della Città, siamo alla solita svolta che ormai ben conosciamo, ma precisamente perché in quei tempi calamitosi
conveniva tenere strettamente legata alla sua fedeltà quella Città che
era di dominio regio ed era un centro economico e strategico di primaria importanza.
Questo governo oligarchico divenne col tempo una delle cause più
gravi della decadenza della vita civica, anche se questo — tuttavia —
si avvantaggiava della pur sempre efficiente presenza della grande
macchina burocratica economica e finanziaria che funzionava intorno
alla Dogana. Ma si capisce subito quanto fosse condizionata la vita interna di una Città che si trovava esposta da una parte al « capriccio »
di pochi reggimenti eletti dai voti dei loro stessi parenti (le parole non
sono mie, ma di un documento del 1696, citato dal Di Cicco, a pag.
32), e che finita l’amministrazione non davano conti, né i loro successori se ne curavano; e dall’altra parte alle mutevoli sorti di quella stessa grossa macchina burocratica, che era la Dogana, i cui interessi non
sempre coincidevano con quelli della Città, e anzi a un certo punto (al
sec. XVII) cominciarono a divaricare in modo così macroscopico, da
suscitare le polemiche di quella schiera di economisti, di agronomi, di
giuristi, che prepararono lo smantellamento dell’edificio del Tavoliere.
La polemica durò quasi un secolo. Intanto i problemi si
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____________________________________________________________________LA VITA CIVICA DI FO GGIA
accumulavano. Si verificava il caso classico del malato che muore
mentre i medici studiano.
Ferdinando Galiani — a metà del ‘700 —, con una lucidità tagliente, sintetizzava la sua diagnosi in un brano che è divenuto famoso:
« Io conto tra le molte cause di danno il sistema della Dogana di
Foggia: sistema che al volgo sembra sacro e prezioso perché rende
quattrocentomila ducati al Re; al saggio sembra assurdo appunto perché vede raccogliersi solo quattrocentomila ducati da un’estensione di
suolo che ne potrebbe dare due milioni; abitarsi da centomila persone
una provincia che ne potrebbe alimentare e far ricche e felici trecentomila; preferirsi le terre inculte alle culte; l’alimento delle bestie a
quello dell’uomo; la vita errante alla fissa; le pagliaie alle case; le ingiurie delle stagioni al coperto delle stalle, e tenersi infine un genere
d’industria campestre che non ha esempio di altro somigliante nella
culta Europa, ne ha solo nella deserta Africa e nella barbara Tartaria »
(Della Moneta ed. 1780, p. 414).
Il problema — in quel clima illuministico e riformatore che caratterizzò il sec. XVIII — diveniva scottante. E tuttavia, (ben trent’anni
dopo l’abate Galiani), Domenico Maria Cimaglia era costretto a denunziare con forza gli stessi mali.
Siamo di fronte a quel fenomeno di accumulo — di cui abbiamo
parlato all’inizio della nostra conversazione — che esplodendo determinerà soluzioni improvvisate, che diverranno fonte di subitanei entusiasmi, di nuove delusioni, di nuove crisi.
Il 21 maggio 1806 Giuseppe Bonaparte, re di Napoli, emanava la
legge di censurazione del Tavoliere. Si compivano — da un giorno
all’altro — i voti e gli auspici che un secolo di studi e di polemiche
non era riuscito a realizzare.
Ma a quale prezzo! Il canone di censurazione veniva più che a
raddoppiare quello della precedente fida; su di esso gravava un interesse pesante; il termine per l’affranco fissato in dieci anni, troppo ristretto per poterlo realizzare; si aggiunga l’imposta fondiaria, e si capirà subito come tutto cospirasse a rendere la situazione estremamente
precaria, soprattutto per
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MARIO DE SA NTIS____________________________________________________________________________
la mancanza di capitali, senza dei quali una riforma fondiaria è destinata al fallimento.
Undici anni dopo, Ferdinando IV improvvisò una nuova legge che
volendo rimediare a tutto, finì coll’essere (come si esprime uno scrittore dell’epoca, il De Augustinis) « un fatal centone, che ritorna
all’antico, ritenendo del nuovo il solo profittevole e fiscale ».
Non è mio compito delineare un quadro storico dell’economia di
Capitanata. Insisto sul proposito dichiarato di questa mia conversazione: enucleare il ciclo ricorrente delle vicende civiche di Foggia: tappe
e vicende, dicevamo.
Occorre fugacemente accennare che questo gran fermento di idee,
di voti, di speranze, — sia pur deluse — non fu senza riflessi benefici
sulla vita civica di Foggia. Ogni immobilismo che si riscuote è sempre
meglio di una situazione che ristagna.
E’ proprio in questo periodo infatti che Foggia vede allargarsi il
suo abitato oltre la cerchia del suo perimetro plurisecolare. La villa
comunale, il teatro, la bella chiesa di S. Francesco Saverio sono opere
di questo tempo. La popolazione si espande, e nuove parrocchie vengono create in quella che allora era la periferia della Città. Un avvenimento che si colloca come un indice dello slancio della Città verso
nuovi destini e nel 1854 la sua elevazione a Città vescovile, con la
creazione delta Diocesi di Foggia. Pare quasi che — una volta spezzato quel sistema che mentre aveva alimentato la vita foggiana per quattro secoli, l’aveva contemporaneamente imbrigliata ed aggiogata, le
forze intime della Città si espandano con impeto.
Poi venne la caduta del Regno di Napoli, la grande euforia
dell’Italia Una, le mirabolanti prospettive aperte con la realizzazione
del nodo ferroviario, che fecero parlare di Foggia come della Bologna
del Mezzogiorno.
Il ritmo della nostra storia purtroppo non era cambiato; I secolari
problemi di un popolo non si risolvono con un cambiamento di regime, ma con le trasformazioni che essi postulano.
E queste trasformazioni da noi non avvennero. O meglio, avvennero a spizzico, con ritardo e per via di quelle frettolose improvvisazioni
che abbiamo periodicamente notate e deplorate. Il benemerito studioso
di problemi nostri, Antonio Lo Re,
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____________________________________________________________________LA VITA CIVICA DI FO GGIA
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MARIO DE SA NTIS_____________________________________________________________________________
sintetizzava così, il ciclo di queste novità: « Dapprima la febbre di tutte dissodare le terre, buone e cattive che fossero, allettata dai primi
raccolti, dovuti ad una fertilità accumulata da secoli: ma mal governata andò esaurendosi. I proprietari gettati nelle fauci del Credito Fondiario, i medi e piccoli borghesi dissanguati dall’usura, i fittavoli
scomparsi per mancanza di profitto, i contadini emigrati per fame,
spopolamento delle campagne, miseria depravante ».
Alcuni dati definiscono in cifre il fondamento del malessere susseguito alla facile euforia della Bologna del Mezzogiorno.
Nella sua opera « Nord e Sud », Francesco Nitti nel 1900 constatava che lo Stato per ogni 10 lire di imposte e tasse prelevate, spendeva
per le diverse regioni nella seguente misura: Piemonte 8,49, Liguria
13,49, Lombardia 8,32, Lazio 12,02... (tralascio le altre) Calabria
6,07, Abruzzo e Molise 4,82, Basilicata 4,72, Puglia (ultima della scala) 4,35. Il che vuol dire che lo Stato pompava dalle tasche dei poveri
foggiani per ognuna delle 10 lire da essi pagate, ben 5,65 lire — oltre
la metà —a favore di tutto il resto d’Italia. E’ il caso di ricordare il nostro proverbio saporito: ‘U cane mòzzeche ‘u stracciato.
A causa di questo drenaggio finaziario, la grandiosa operazione di
affrancamento del Tavoliere si risolse in gran parte in un fallimento:
nella provincia di Foggia tra il 1883 e il 1902 ben 1.410 immobili già
censiti rimanevano devoluti allo Stato per morosità. E’ un dato indicativo dell’asfissia determinata in tutta l’attività locale della mancanza
di capitali. Un’altra gran parte passò nelle mani dei creditori di capitali
prestati talvolta a tassi da strozzinaggio, e nasceva così quella classe di
proprietari non coltivatori, che ritoglieva ai contadini la terra e la impegolava in uno sfruttamento irrazionale, attraverso il fitto, la mezzadria e altre forme peggiori.
Si spiegano così i rivolgimenti popolari del 1898, che culminarono
nell’incendio del Palazzo Municipale di Foggia, l’inizio di quelle lotte
contadine, che erano una riedizione in termini democratici di quelle
che erano state le più profonde origini del così detto brigantaggio dei
primi tempi dell’Italia.
Nonostante tutto, però, Foggia si evolveva. Ma qui devo fermarmi.
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____________________________________________________________________LA VITA CIVICA DI FO GGIA
Se aprissi il capitolo di questa evoluzione commetterei due errori:
prima di tutto, quello di protrarre oltre misura la mia chiacchierata, e
poi quella di uscire dal campo della storia per entrare in quello della
cronaca, o meglio dell’economia, della politica, della sociologia. Un
campo tutt’altro che congeniale alle mie capacità.
Mi fermo dunque qui, alle soglie dei giorni nostri; pago di aver
dimostrato — almeno lo spero — come il ciclo ricorrente della nostra
storia civica (la quale peraltro è profondamente inserita in quella della
intera Capitanata) sia caratterizzata dalle seguenti componenti:
1) su di esso è pesato sempre il condizionamento di interessi estranei a quelli delle nostre popolazioni, e cioè lo sfruttamento che ci ha
depauperati. e avviliti, ha scoraggiato la nostra iniziativa e ha mortificato le capacità creative di cui la nostra gente ha sempre dato segni
non dubbi nei brevi mo menti euforici della sua storia;
2) le soluzioni date ai nostri problemi sono state sempre asfittiche
per mancanza di mezzi adeguati alla loro specializzazione, di tempo
sufficiente alla loro maturazione, di organicità data la loro frequente
mutazione, determinata a sua volta dalla intempestività conseguita alla
lentezza dell’esecuzione dei progetti e delle deliberazioni (mi permetto un esempio che è nel corso di attualità; la diga di Occhito e
l’irrigazione del Tavoliere: quando giungerà a compimento, i problemi
che quell’opera doveva risolvere saranno già superati da cento altri
problemi che si vanno accumulando vertiginosamente);
3) nonostante tutto, Foggia è divenuta una grande Città e la Provincia ha fatto un cammino meraviglioso.
Come si spiega tutto questo?
Senza togliere meriti a nessuno di quanti hanno pur lavorato generosamente in tutti i campi a questa rinascita, bisogna riconoscere che il
merito maggiore va proprio alla tenacia, allo spirito di adattamento, alla sobrietà, all’inventiva della nostra gente, che ha saputo supplire a
tutti i tradimenti della storia.
Ciò vuol dire che se (ora che i centri decisionali del nostro cammino sono finalmente nelle mani della nostra gente); se le decisioni non
saranno più ipotecate da interessi parassitari (prima i feudatari, poi
Tavoliere, poi il drenaggio fi185
MARIO DE SA NTIS____________________________________________________________________________
scale dai terroni del sud agli industriali del nord, e oggi, dobbiamo dirlo a tutto tondo, le strumentalizzazioni dei partiti, delle correnti, delle
clientele). Se le decisioni dico non saranno più ipotecate da interessi
parassitari, ma saranno davvero adottate in funzione del bene comune
delle nostre popolazioni e in rispondenza alla vocazione propria della
nostra terra... se si verifica tutto questo, le virtù ataviche della gente
dauna potranno finalmente produrre i frutti molto volte promessi dalle
periodiche fioriture sbocciate inutilmente nelle varie primavere della
nostra storia.
MARIO DE SANTIS
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IL PARTITO POPOLARE IN PUGLIA
I cattolici e la ripresa dell’attività Politica in Puglia dopo la grande
guerra.
Prima di fare l’analisi del periodo post-bellico, relativamente alla
ripresa dell’attività politica, ci sembra quanto mai opportuno riportare
l’attenzione sul clima regnante in Puglia negli anni immediatamente
precedenti la grande guerra.
La Puglia gode di una fama politica non certamente buona. Il sistema giolittiano, corrotto e violento, fa della regione pugliese un
campo, dove, mediante sotterfugi, è possibile conquistare un posto in
Parlamento.
Da questo si capisce quanto sia grande l’impegno dei partiti per
accaparrarsi i voti degli elettori.
Assai indicativo sull’atteggiamento del Governo Giolitti a questo
proposito è il telegramma inviato dal Ministro degli Interni al Prefetto
di Foggia. Il telegramma, dopo aver ricordato di adoperarsi affinché,
nei Comuni dove più vive si possono prevedere le lotte politiche, i
partiti costituzionali curino con somma diligenza le iscrizioni di tutti
gli elettori appartenenti ai partiti stessi, precisa: « Questo lavoro va
fatto, non per mezzo di circolari, ma conferendo direttamente con le
persone più influenti e con i Sindaci, che appartengono ai partiti costituzionali » 1 .
In Puglia infatti, sotto l’apparente organizzazione partitica, agiscono fazioni che si battono per alcuni candidati, con l’unico scopo di
averli poi alleati ai fini di interessi personali. Naturalmente la forza
per l’attuazione di questi piani è rappresentata dalle masse popolari, le
quali appoggiano questo o quel candidato, unicamente in quanto facenti parte dell’uno o dell’altro gruppo.
1
ASF, Prefettura di Foggia, Sottoprefettura di Bovino, Iscrizio ni Elettorali, 1913.
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G. DI FIORE__________________________________________________________________________________
Questo condizionamento, che può durare anche l’intera vita, non è
dettato da concordanze di idee e di programmi, bensì dalla necessità.
E’ inutile dire che questo vincolo di clientela è un fenomeno culturalmente deleterio. Infatti, nella impossibilità di nuove esperienze, vengono a cadere anche gli incentivi per nuove forme di vita.
In tale situazione di staticità si trovano anche i cattolici pugliesi.
Sebbene l’abolizione del « non expedit » abbia aperto la strada per una
costruttiva ed autonoma organizzazione cattolica, tuttavia si assiste in
Puglia ad una totale adesione alla politica del Governo.
La concordia che regna tra i cattolici e la politica giolittiana, è conseguenza di interessi personali.
Ideologicamente i cattolici non seguono nuove direttive, ma rendono operante il Patto Gentiloni, impostato su una politica altamente
moderata.
Inoltre, il Patto Gentiloni segna una vera e propria alleanza tra cattolici e liberali, e non un semplice contratto occasionale, come si vuole far credere.
Questo fatto è importante perché serve a spiegare il comportamento della maggioranza cattolica in questi anni. I cattolici pugliesi
infatti ritengono che tale alleanza moderata sia l’unica via per un loro
inserimento nella vita politica nazionale, e di conseguenza non si pongono il problema della possibilità di un loro autonomo inserimento
nella vita politica nazionale.
Inoltre gli ecclesiastici non hanno peso politico nelle riforme, ma
permangono in una posizione esplicitamente conservatrice.
Il clero infatti, in moltissimi casi, ha interessi comuni con i moderati, poiché ha bisogno di sicurezza economica. E’ validissimo quanto
scrive a proposito Fabio Grassi: « I quadri cattolici erano costituiti dalle famiglie aristocratiche che, già sentitamente filo-borboniche, pur
avendo mantenuto un atteggiamento di tacita disapprovazione dinanzi
agli avvenimenti unitari, avevano finito per orientare i loro clientes
verso il movimento moderato » 2 .
Lo stesso Gramsci è convinto che « nel Sud il clero appare al contadino spesso, oltre che come guida spirituale, come proprietario che
pesa sugli affitti » 3 .
2
FABIO GRASSI, Il tramonto dell’età giolittiana nel Salento, Ed. Laterza, Bari
1973, pag. 75.
3
ANTONIO GRAMSCI, Il clero come intellettuale, in NOTE SUL MACHIAVELLI, Einaudi, Torino 1966, pag. 295.
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______________________________________________________________IL PARTITO POPOLARE IN P UGLIA
Ancora Salvemini: «…il prete in generale, purtroppo partecipa nel
Sud alla vita politica ed amministrativa, non in quanto è prete, ma in
quanto è proprietario ed affarista o piccolo borghese, bisognoso dei
favori del Sindaco e del Deputato » 4 .
Nonostante questa situazione, negli anni immediatamente precedenti il primo conflitto mondiale, specialmente tra i cattolici più vicini
alla realtà pugliese, incomincia a farsi strada la necessità di organizzazioni cattoliche.
Essi considerano esaurita la funzione conservatrice dell’alleanza
moderata e auspicano programmi positivi di riforma, specialmente nel
campo agrario, dal momento che la libertà della Chiesa appare garantita. Tali organizzazioni però si realizzano in campo economico, dato
che in campo politico è assolutamente impossibile, almeno per il momento.
Sorgono così i primi movimenti leghistici « bianchi ». A questo
punto è necessario fare subito una constatazione: il movimento cattolico pugliese si sviluppa in maniera più consistente, là dove esistono
già organizzazioni socialiste. E’ il caso della Unione professionale fra
commessi di Lecce e della Lega cattolica fra scalpellini della stessa
città5 .
A Brindisi si costituisce la Cooperativa Cattolica dei lavoratori del
mare, in contrapposizione alle organizzazioni operaie, che fanno capo
alla locale Camera del Lavoro 6 . Grande merito di questo ris veglio dei
cattolici pugliesi, specialmente nel Salento, va ai Padri Gesuiti, i quali,
sia con la stampa, il giornale «Ordine» di Lecce è nelle loro mani, sia
mediante conferenze, si fanno promotori di uno spirito di avanguardia,
in campo sociale e politico, specie tra i giovani.
E’ da dire anche che di questo nuovo clima, regnante nell’ambiente cattolico, sono informate le forze di polizia. Queste però apprezzano tale risveglio economico-politico, poiché vedono che questo
fatto crea un certo equilibrio con le organizzazioni socialiste7 .
Inoltre questi movimenti cattolici economici pugliesi, che si realizzano in piccole banche e cooperative, non sono propriamente autonomi, ma gravitano nell’orbita della politica economica dello Stato del
Vaticano, che fa perno sul Banco di Roma.
4
GAETANO SALVEMINI, Il Ministro della malavita, Roma, La Voce Soc.
Amm., 1919, pag. 228.
5
ACS, Min.. Int., Dir. Gen. PS., Ufficio riservato, busta 18 (1911-15).
6
ASL, Carte del Gabinetto, Pref. di Lecce, cat. 15, fasc. 581, 1911.
7
ASL, Carte del Gabinetto, Pref. di Lecce, cat. 15, fasc. 581, 1911.
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G. DI FIORE__________________________________________________________________________________
Ciò è significativo per capire meglio quanto poco di spontaneo e di
strutturalmente valido vi sia ancora in tali organizzazioni. Obiettivamente si deve riconoscere che in questo periodo, sebbene tra infinite difficoltà, incominciano a sorgere anche movimenti cattolici che
si battono a favore di riforme specie nel campo agrario. Le zone dove
avvengono queste realizzazioni sono quelle del Salento. Quivi, infatti,
la situazione, a differenza del Foggiano e del Barese, dove domina il
latifondo e quindi il bracciantato, si presenta in maniera più articolata.
Si può premettere che saranno proprio queste aree a dare forza al partito cattolico.
Sorgono in questo periodo le Unioni Agricole Cattoliche di Tuglie,
di Noviano, di Galatina, di Casarano, le quali, sebbene diano scarsi risultati iniziali, hanno tuttavia il merito di contrastare il Partito Socialista8 .
Crediamo opportuno riferire anche sull’atteggiamento nei confronti della Grande Guerra assunta dai cattolici pugliesi. Costoro,
all’inizio, non hanno una posizione omogenea. In seguito si allineano
con le decisioni del Governo, per dimostrare all’opinione pubblica il
loro spirito patrio, dato che da più parti si rimprovera il loro assenteismo di fronte ai problemi nazionali.
Da quanto detto non mancano dunque le premesse, sia nell’ambiente laico, che in quello cattolico, per un rinnovamento delle vecchie
strutture politiche.
Tutti si è convinti che il clima politico precedente la guerra abbia
subito dei radicali mutamenti, e si vuole conoscere a che punto sia il
grado della nuova coscienza civile scaturita dalla guerra.
Molte speranze di rinnovamento sono poste negli uomini che hanno combattuto. Ma questi combattenti non possiedono ancora una
chiara e specifica linea politica.
Chi invece trova facile presa sulle masse inquiete e assetate di giustizia, è il movimento socialista.
In realtà il Partito Socialista è in via di organizzazione già da alcuni anni, e poi la realtà socio-economica pugliese, come si è visto, favorisce l’espandersi del programma di questo partito. L’organizzazione dei braccianti in leghe di resistenza è l’unico modo per spezzare
la catena con cui i proprietari li legano. Scrive Simona Colarizi: le leghe di resistenza, si formano quasi sempre spontaneamente
8
ASL, Carte del Gabinetto, Pref. di Lecce, cat. 15, fasc. 581, 1911.
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______________________________________________________________IL PARTITO POPOLARE IN P UGLIA
tra i braccianti di uno stesso paese, nel tentativo di fronteggiare compatti il sistema feudale e schiavistico vigente nelle campagne pugliesi
»9.
Premesso che il lavoro nelle campagne pugliesi varia a secondo
della stagione, avviene che nella stagione estiva la necessità della manodopera fa alzare il prezzo della giornata lavorativa, mentre nei mesi
invernali, i braccianti sono costretti per sopravvivere, ad accettare
quanto dai padroni viene offerto. Il salario poi non viene determinato
secondo regolari criteri contrattuali, bensì viene stabilito occasionalmente, giorno per giorno, quasi sempre nelle piazze del paese, subendo così i vari condizionamenti del momento.
Pertanto le associazioni contadine si adoperano con ogni mezzo a
loro disposizione, per ottenere dei contratti fissi a scadenza stagionale
e anche annuale.
Si comprende come tali richieste il più delle volte siano in contrapposizione a quello che pensano i padroni, e quindi sono frequenti
gli scontri tra le masse contadine e le forze dell’ordine, chiamate per
riportare la calma. In questo clima di tensione, significato assai rilevante acquistano le occupazioni delle terre.
Tutti coloro che sono tornati dal fronte e ai quali sono stati promessi appezzamenti di terre, ora vogliono vedere attuate tali promesse.
Alla non concessione delle terre, i contadini rispondono con
l’occupazione. « L’occupazione delle terre in Puglia, afferma ancora
Simona Colarizi, ha un duplice aspetto: da una parte i contadini senza
aspettare l’ingaggio, invadono le campagne per lavorarle, richiedendo
poi la paga per l’opera prestata; dall’altra lo scopo del movimento è
quello di spezzettare in piccoli fitti vaste proprietà lasciate incolte » 10 .
Questa decisa presa di posizione non fa meraviglia se si tiene conto « della psicologia passiva dei contadini pugliesi, timidi, impacciati,
chiusi e appunto perciò capaci delle esplosioni più subitanee » 11 .
In tutta questa critica situazione, la posizione del Governo si dimostra chiaramente di parte, in quanto, usando ogni maniera per sedare le
agitazioni, intende accattivarsi le simpatie della classe padronale.
9
SIMONA COLARIZI, Dopoguerra e Fascismo in Puglia, Ed. Laterza, Bari 1971,
pag. 39.
10
IDEM, p. 50.
11
TOMMASO FIORE, Un popolo di formiche, Lettere pugliesi a Piero Gobetti,
con prefazione di Gabriele Pepe, 3a edizione, Ed. Laterza, Bari 1952, pag. 43.
191
G. DI FIORE__________________________________________________________________________________
Inoltre la incessante repressione attuata dalle forze dell’ordine.
contribuisce a rendere vani i tentativi di rivendicazione dei contadini,
e, a lungo andare, causa anche scoraggiamento. Fatto ancora più grave
è che gli agrari, sentendosi appoggiati dal Governo, reagiscono. In relazione a questi fatti sorgono i primi fasci di rinnovamento, i quali si
propongono lo scopo di opporsi alla violenza proletaria. Altro motivo
di malcontento e di agitazione popolare è costituito dalla scarsità dei
generi alimentari e dal successivo rincaro dei prezzi, che ha incidenza
allarmante principalmente sulle masse.
A Taranto, la mancanza dei generi di prima necessità e la attuazione di prezzi proibitivi, esasperano talmente la popolazione che, dopo inutili tentativi di ottenere miglioramenti, pone la città in un grave
stato di tensione12 . Conseguenza di questa tensione è l’assalto ai grandi magazzini compiuto dalla folla infuriata13 .
Anche a Lucera avviene una sollevazione popolare a causa del caro-viveri, che si conclude con il triste bilancio di otto morti e più di
venti feriti14 .
Naturalmente in qualche parte i disagi della mancanza delle derrate
alimentari, divengono moventi politici.
E’ il caso di Andria, dove viene effettuato uno sciopero generale,
auspici la Camera del Lavoro e la Sezione del Partito Popolare Italiano, la quale ultima trae pretesto dalla mancanza della farina, per rafforzare la propria situazione amministrativa15 .
Effettivamente queste agitazioni portano al conseguimento di concessioni a favore dei lavoratori, quali gli aumenti dei salari e la diminuzione delle ore di lavoro.
Inoltre contribuiscono a far capire che i vecchi partiti d’ordine
hanno fatto il loro tempo.
Questi partiti d’ordine sono rappresentati dagli schieramenti liberali, monarchici, giolittiani e salandrini, i quali da anni si contendono
il potere regionale.
Di fronte alla nuova realtà scaturita dalla guerra, questi partiti dimostrano chiaramente la loro impreparazione. Scrive Simona Colarizi:
«…sordi e immobili sulle loro posizioni, gli esponenti dei diversi
12
« Avvenire delle Puglie », Il giugno 1919.
« Avvenire delle Puglie », 10 luglio e ACS, Min. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA.
GG. RR., Ordine pubblico, cat. CI (1919), b. 41. fasc. Lecce.
14
Ibidem, b. 41, fasc. Foggia.
15
Ibidem, b. 47, fasc. Bari.
13
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partiti d’ordine, nella maggior parte dei casi, sembrano rimanere indifferenti agli avvenimenti e alla lotta politica in atto » 16 .
In questo clima di incertezza, ma anche di grandissime risorse potenziali, rappresentate dalle masse dei contadini e dei braccianti, trova
campo fertile il nascente Partito Popolare Italiano.
Il Partito Popolare Italiano, il Mezzogiorno e la Puglia.
Il 18 gennaio 1919 nasce il Partito Popolare Italiano.
Indubbiamente è un fatto importante per la politica italiana, che
vede un altro partito inserirsi nella vita dell’Italia post bellica con
l’intento di risolvere i problemi.
Questo avvenimento segna una data storica soprattutto per i cattolici italiani. Finalmente essi vedono giunto il tempo in cui possono
staccarsi da una politica prettamente clericale, ed entrare a far parte
della vita nazionale, rappresentanti di una tendenza popolare.
Dopo molti anni di protesta, i cattolici possono finalmente mo strare il loro volto autonomo.
« Il popolarismo, scrive Gabriele De Rosa, fu un punto culminante
della contrastata e spesso contraddittoria vicenda dei cattolici di ogni
parte d’Italia usciti dal clima e dal linguaggio della protesta cattolica
intransigente, rimasta sempre chiusa nel rifiuto dei fatti compiuti» 1 .
E’ interessante analizzare bene a questo punto l’area da dove il
Partito Popolare Italiano trae la sua forza. Questo fatto che poi si ripercuote anche a livello regionale, servirà a far capire meglio la breve
vita del Partito Popolare Italiano in Puglia.
Anzitutto il P. P. I. trova la sua forza nel così detto « ceto medio a.
Già prima della guerra Sturzo comprende, insieme a De Viti De Marco e a Salvemini, l’esigenza di dare una funzione politica ai ceti medi,
gli unici capaci, di risolvere i problemi del momento, compreso quello
meridionale.
Scrive Franco Rizzo: « ...Sturzo, nell’opporre alle avveniristiche
soluzioni rivoluzionarie delle prospettive immediatamente costruttive,
nutriva fiducia in una funzione etico-politica del ceto medio » 2
16
1
SIMONA COLARIZI, Op. cit.. pag. 101.
GABRIELE DE ROSA, Il Partito Popolare Italiano, Bari. Laterza, 1966, pag. 3.
FRANCO RIZZO, Luigi Sturzo e la questione meridionale nella crisi del primo
dopoguerra (1919-24), pag. 61.
193
2
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E’ da dire che in molti casi queste persone politicamente moderate
entrano a far parte del partito cattolico non perché convinte, ma perché
scioccate dagli eventi bellici, e, temendo il bolscevismo, vedono nel
nuovo partito uno schieramento capace di fare opposizione.
E’ da dire che il fondatore del P.P.I., Luigi Sturzo, comprende subito che queste adesioni non spontanee, a lungo andare, sarebbero state causa di disgregazione per il partito.
Infatti il prete di Caltagirone, insiste sin dall’inizio su una sincerità
di azione. Purtroppo i suoi timori si avvereranno di li a poco, e più
tardi dirà: « ...appena si delinea e prende corpo il movimento agrario
fascista, essi (i popolari) sentono come una nuova attrazione e si distaccano prima spiritualmente, poi organizzativamente dal popolarismo » 3 .
Intanto il programma che il P.P.I. presenta è veramente degno di
un partito moderno. Prima di tutto bisogna dire che per i problemi economici, i più scottanti di ogni epoca, il nuovo partito si ispira alla
scuola cristiano-sociale, in contrapposizione al collettivismo socialista.
In relazione al problema della terra, auspica lo spezzettamento del
latifondo a favore della piccola proprietà.
Pone l’accento anche sulle riforme sociali, quali la riorganizzazione della scuola e la lotta contro l’analfabetismo. Ma dove il programma del P.P.I. si deve ritenere rivoluzionario è nella questione del Mezzogiorno. Per la prima volta viene affrontato il problema del Mezzogiorno come un problema di carattere nazionale, in quanto ha ripercussione sulla intera nazione, e in quanto spetta alla nazione risolverlo.
« La questione meridionale, scrive ancora Franco Rizzo, con il
P.P.I., entra con decisione nella lotta politica, come una delle componenti fondamentali» 4 .
Fino ad ora l’interesse per il Mezzogiorno era stato confinato in
uno studio più teorico che reale, e quindi indirizzato alla realizzazione
di talune opere pubbliche, fatte anche in maniera poco razionale.
Il P.P.I. comprende che è importante superare la barriera psicologica che esiste tra il Sud e lo Stato. E’ necessario fare uscire il Mezzogiorno da quello stato di inferiorità, dove gli anni e le condizioni storiche l’anno posto, e imetterlo sullo stesso piano del resto della nazione.
Il Mezzogiorno si deve convincere che il suo avvenire è nell’attua-
3
LUIGI STURZO, Popolarismo e Fascismo, Gobetti 1925, pag. 18.
4
FRANCO RIZZO , Luigi Sturzo e la questione meridionale nella crisi del primo
dopoguerra (1919-24), pag. 56.
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zione delle sue grandi capacità potenziali, quali l’agricoltura,
l’industrializzazione e il commercio. Non si deve più vedere un Mezzogiorno esclusivamente agricolo, con una agricoltura arretrata, di poco rendimento, affetta dal brigantaggio, dall’abigeato, dalla malaria e
dallo sboscamento.
Dovere dello Stato è mettere il Mezzogiorno nella possibilità di ritrovare le sue ricchezze. « Intervenga lo Stato, scrive Luigi Sturzo, e
faccia quello che può: faccia strade, faccia scuole, faccia acquedotti,
porti un po’ di civiltà, e poi il mondo finanziario accorrerà in aiuto del
Mezzogiorno » 5 .
Il latifondo, uno dei problemi meridionali più difficili da risolvere,
è risolvibile dando ai contadini appezzamenti di terreno e incrementando così l’iniziativa privata.
Altro problema immediato è quello di risanare la vita pubblica meridionale da ogni forma di parassitismo.
« Si deve voler cooperare, afferma di nuovo Luigi Sturzo, a fare
vivere il Mezzogiorno con la sua vita e la sua figura, non avulso dal
ritmo della economia e della politica nazionale, ma come una parte integrante dell’Italia una: una di spirito, di volontà, di interessi, di fede,
di vita e di avvenire » 6 .
Purtroppo al momento tutto ciò rimane di difficile attuazione, poiché non vi è una conduzione ideologica da parte della classe media,
poiché coloro che esercitano le professioni così dette liberali (medici,
avvocati, notai ecc.)... costituiscono un ceto e danno vita ad una piramide che detiene all’apice i loro nomi, i loro casati, le loro collocazioni sociali.
Il corpo burocratico fa capo a essi, perché ha bisogno di collocarsi
socialmente entro un ruolo di vita signorile e così distinguersi dal proletariato e dal sottoproletariato, i quali nel suburbio cittadino, non
hanno né lo spazio né la vocazione a creare una certa tensione sociale,
allo scopo di generare quella « indignatio civilis » che è la premessa di
ogni rivolta.
Dunque, per far risorgere il Meridione, non sono sufficienti le leggi speciali o le grandi personalità. E’ necessario invece che si realizzi
una costruttiva cooperazione a livello nazionale. Una delle regioni dove questi programmi sono attuabili è la Puglia.
5
6
LUIGI STURZO, Il Commento, Roma 1944, pag. 38.
LUIGI STURZO, Il discorsi politici, Roma 1951, pag. 372.
195
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Quivi infatti regnano tutte quelle problematiche, per risolvere le
quali, purtroppo senza eclatanti risultati, il Partito Popolare Italiano si
organizza.
Accenni alla necessità di un partito cattolico organizzato in Puglia,
si possono trovare nel convegno dei cattolici di Capitanata, svoltosi a
Foggia nei giorni 8, 9 aprile 19187 .
I motivi principali che spingono i cattolici pugliesi ad organizzarsi.
sono rappresentati dalla necessità di raccogliere e di indirizzare nel
dopo guerra le forze cattoliche, uscite piuttosto sconcertate
dall’esperienza della guerra.
Si ha la consapevolezza del deplorevole stato delle organizzazioni
cattoliche regionali e si cerca di porre rimedio, entrando a far parte del
nuovo partito. Questa situazione, come ho già specificato nel precedente capitolo, è conseguenza di uno scarsissimo impegno politico e
sociale dei cattolici pugliesi. Tuttavia il programma del partito, trova i
cattolici pugliesi pronti, in quanto essi intravedono la possibile soluzione dei loro problemi. Scrive l’« Avvenire delle Puglie » in quei
giorni: « ...E, dato che sorge da uomini di cui si conosce la dirittura ed
il carattere, un programma completo che tutto si ispira alla giustizia
sociale, alla sana libertà, alla vera democrazia, che trovano loro fondamento nel pensiero cristiano, non si può non aderire toto corde » 8 .
Effettivamente il quotidiano barese, parlando del P.P.I., insiste
molto sugli aspetti del programma popolare. A proposito del significato di « popolare », dopo aver affermato che il nuovo partito è popolare
non solo nel programma, ma popolare nel fatto, nell’azione pubblica e
privata, nella condotta di tutti coloro che coprono e copriranno cariche, continua: « ...è popolare nella azione immediata e diretta, non violenta, ma audace, non rivoluzionaria ma intransigente » 9 .
Nello stesso articolo infine viene data la risposta alla insinuazione
di « conservatore » dato al programma da alcuni gruppi politici avversi, e si ribadisce: « che il partito è convinto che ogni ragionevole conquista sociale è possibile senza turbare violentemente l’ordine e le istituzioni » 10 .
In realtà uno dei primi obiettivi che il Partito Popolare pugliese
7
ACS, Min. Int., Dir. Gen. PS., Div. AA. GG. RR., Partito Popolare, cat. K2, b. 49.
«Avvenire delle Puglie », sabato 25 gennaio 1919.
9
Ibidem .
10
Ibidem.
8
196
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si prefigge è proprio la preparazione politica, specialmente per contrastare il Partito Socialista. Considerando poi lo sviluppo delle sezioni del P.P. Pugliese, si sottolinea che molte di esse si formano sui già
esistenti circoli cattolici. E’ quanto avviene a Bari, dove il nucleo della sezione del P.P. pugliese è riscontrabile nel Circolo Costituzionale
Cattolico, sorto nel 191511 . Si può affermare che nonostante le difficoltà, lo sviluppo delle sezioni del P.P. pugliese è rilevante12 .
Nel clima di propaganda, grande importanza si da nel fare conoscere soprattutto ai giovani il nuovo partito.
Nel congresso regionale giovanile cattolico tenuto a Bari
nell’estate del 1919, si fissano le linee programmatiche da svolgersi
dalla gioventù cattolica pugliese13 .
Tale programma, dopo aver affermato che il movimento sociale
cattolico non deve pensare esclusivamente alla religione, per la quale
bastano le congregazioni e le scuole di catechismo, continua: « ...esso
(il movimento sociale cattolico), deve mirare alla formazione di cittadini coscienti, che diventino amministratori della cosa pubblica, e portino così il contributo di perfetti cattolici in tutti i rami della vita sociale » 14 .
Uno dei primi problemi che il P.P. pugliese affronta e tenta di risolvere è quello agrario. Si capisce come il nuovo partito cattolico intravede la possibilità di un suo insediamento tra le masse contadine e
quindi assicurarsi una forza sicura.
Ritengo opportuno dire subito che in Puglia le direttive programmatiche del Partito Popolare Italiano,accettate entusiasticamente su un
11
« Avvenire della Puglia », sabato 15 genn. 1919.
La Segreteria del P.P.I. segnala al 1 giugno 1920 le seguenti sezioni regolarmente
costituite e riconosciute in Puglia: BARI, Acquaviva delle Fonti, Andria, Barletta, Carbonara, Fasano, Giovinazzo, Molfetta, Monopoli, Noci, Santeramo in Colle, Toritto, Bitonto, Corato, Canosa, Gioia del Colle, Modugno, Polignano a Mare, Trani, FOGGIA,
Ascoli Satriano, Cerignola, Lucera, Montesantangelo, San Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis, Rignano Garganico, Rodi Garganico, Vico Garganico, San Severo, Volturino, Trinitapoli, Ischitella, Cagnano Varano, San Nicandro Garganico, Vieste, Peschici,
Poggio Imperiale, Manfredonia, Carpino, LECCE, Brindisi, Carosino, Castellaneta,
Gallipoli, Grottaglie, Guagnano, Latiano, Manduria, Martina Franca, Montemesolo,
Monteparano, Monterassi di Lecce. Novoli, Presicce, Sava, San Pancrazio Salentina,
Surbo, Taranto Crispiano, Salice Salentina, Arnesano. Campi Salentina. Mottola. Pulsano. Da «Il Popolo Nuovo », 4 luglio 1920.
13
ACS, Min. Int., Dir. Gen. PS., Div. AA. GG. RR., Partito Popolare, cat. K2,
(1919).
14
« Avvenire delle Puglie», 27 giugno 1919.
197
12
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piano teorico, vengono spesso in pratica accomodate alle situazioni
locali e personalistiche. E’ quello che appunto accade a proposito della distribuzione delle terre ai contadini.
Quei cattolici popolari poi, di cui già si è detto, e che si possono
definire esponenti della sinistra cattolica, allorché si battono per lo
spezzettamento del latifondo, vengono boicottati dalla maggioranza e
addirittura considerati allo stesso modo dei socialisti. Quale sia in realtà l’idea del P.P. pugliese nei riguardi del problema della terra, è
possibile conoscere dal suo quotidiano, che, nel rispondere ad una circolare, nella quale si parla della maniera di risolvere il problema agrario, dopo aver sostenuto che con troppa illusione si parla di terra ai
contadini, e che spartire i beni delle Basiliche sarebbe come distruggere la credenza religiosa popolare, continua: « ...la terra ai contadini!
Ma allora perché non dare le case ai muratori, le ferrovie ai ferrovieri,
gli stabilimenti industriali agli operai... Troppo alla leggera si prospettano nelle masse popolari questioni straordinariamente complesse » 15 .
Questo modo di vedere si fa più esplicito allorché viene affrontato
anche la questione della distribuzione delle terre appartenenti alle
Chiese Palatine.
Ancora l’«Avvenire delle Puglie »: « Ora noi, in linea di fatto, non
siamo teneri dei beni delle Chiese Palatine, di cui la minima parte va a
mantenere il culto. In linea di principio non possiamo e non dobbiamo
ammettere che le proprietà accumulate dai fedeli con le loro libere volontà, con le loro spontanee offerte per i bisogni religiosi, vengano comunque distolte dal loro scopo » 16 .
In riferimento poi alle Opere Pie, lo stesso articolo, pur riconoscendo che le Opere Pie, le loro amministrazioni, la loro burocrazia,
non sono i migliori custodi della proprietà terriera, afferma: « L’esperienza insegna: certe grandi tenute dell’Economato dei benefici vacanti, dell’Ordine Mauriziano, di certe grandi Congregazioni di carità, sono il non plus ultra della incuria, dell’abbandono, e, sovente, sono per
ragioni politiche, in mano a qualche sfruttatore. Ma, ripetiamo la domanda, è possibile l’immediata inversione di questo patrimonio fondiario? » 17 .
Ora, considerando il programma auspicato da Luigi Sturzo, e vedendo questa presa di posizione, non si può non rimanere perplessi. In
15
16
17
« Avvenire delle Puglie », 18 febbraio 1919.
« Avvenire delle Puglie», 2 aprile 1919.
Ibidem.
198
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effetti si capisce chiaramente che questo atteggiamento è lo specchio
fedele di quello che sono in realtà gli aderenti al P.P. pugliese.
Mi sembra non fuori posto ripetere che molti degli appartenenti al
P.P. pugliese sono ex democratici cristiani alla prima maniera, di mentalità conservatrice, i quali vedono nel nuovo partito cattolico una difesa ai loro interessi.
Scrive Simona Colarizi: « ...appare ben presto evidente che il nucleo dirigente del P.P. pugliese è in mano di alcuni gruppi cattolici,
che del nuovo partito si servono senza grandi scrupoli di adesione ad
un preciso programma, per conseguire il dominio politico di questo o
quel centro della regione » 18 .
Inoltre non mancano i casi in cui gli stessi ecclesiastici, poiché
posseggono dei terreni, sono in diretto contrasto con le rivendicazioni
dei contadini.
E’ ciò che avviene a Barletta. In questo centro infatti, avviene che
il prete Dimiccoli, poiché non mantiene le promesse di pagare i contadini per i lavori abusivi compiuti nelle sue terre, viene assediato dai
braccianti nella sua abitazione19 .
Tenendo presente questa situazione, non è difficile comprendere le
difficoltà che il partito cattolico incontra in Puglia nella sua espansione, specialmente tra le masse. Si tratta dunque di un problema di
fondo. Non si può aderire ad un partito che in teoria si batte per una
maggiore giustizia sociale, e in pratica si trova invischiato in una politica a danno delle classi più disagiate.
Le difficoltà che il programma di Luigi Sturzo incontra in Puglia,
sono causate quindi da una congenita situazione sociale. Bisogna convenire che tutta questa situazione non è assolutamente in sintonia con
il pensiero di don Sturzo. Tutt’altro. Nei riguardi del partito cattolico
il suo modo di pensare è chiarissimo. « I cattolici italiani, egli afferma,
o sinceramente conservatori o sinceramente democratici: una condizione ibrida toglie consistenza al partito e confonde la personalità nostra con quella dei conservatori liberali, staccando i pochi coraggiosi
che vogliono spingere il partito sul cammino delle progredienti democrazie »20 . Dunque, escluso il reclutamento tra le masse lavoratrici, il
P.P. pugliese si
18
SIMONA COLARIZI, Dopoguerra e Fascismo in Puglia, Ed. Laterza, Bari
1971, pag. 123.
19
ACS, Min. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA. GG. RR., Ordine pubblico, cat. C1
(1920), b. 47, fasc. Bari.
20
LUIGI STURZO, I discorsi politici, Roma 1951, pag. 379.
199
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rivolge a quello che ho già chiamato il « ceto medio », e cioè: piccoli
proprietari, fittuari e mezzadri.
A conferma di ciò è opportuno citare ancora il quotidiano del P.P.
pugliese, che in molti articoli, riferentisi al problema agrario, parla
con convinzione di « efficaci provvedimenti per premere l’ascesa dei
fitti, l’incoraggiamento e l’organizzazione di tutte le forme di proprietà e lavoro: piccole proprietà lavoratrici, libero artigianato, mezzadria,
piccolo affitto e affittanze collettive, sviluppo della libera cooperazione, compartecipazione effettiva agli utili e alla gestione delle aziende » 21 .
Si può, così, dire che in Puglia lo sviluppo del P.P.I. non è omogeneo, ma presenta tre differenti aree di espansione. Si afferma con una
certa consistenza nelle zone costiere, dove domina la piccola proprietà
e nel Salento, dove esiste già una mentalità cattolico-borghese, mentre
vive una misera esistenza nel Barese e nel Foggiano, dove dominano
incontrastate le masse lavoratrici, vittime di uno schiacciante latifondismo.
Partito Popolare Pugliese e Partito Socialista nelle lotte elettorali del 1919 e
del 1920.
Il mese di agosto del 1919 segna l’inizio della campagna elettorale.
Anche in Puglia gli oratori del Partito Popolare tengono comizi e fanno conoscere il programma.
Dai resoconti prefettizi appare chiaro come i popolari pugliesi cercano di organizzarsi bene per arrivare preparati alle elezioni di novembre 1 .
Tutti sono convinti che la lotta che attende il nuovo partito è né facile e né tanto meno tranquilla, poiché il Partito Socialista è assai radicato soprattutto tra le masse contadine e operaie.
Pertanto si fa strada la convinzione che la lotta elettorale si debba
svolgere tra il Partito Socialista, senza dubbio in condizioni favorevoli, e il Partito Popolare, che fiducioso si lancia nella competizione.
Le Direzioni Provinciali del P.P. pugliese nei vibrati appelli che
21
« Avvenire delle Puglie », 7 febbraio 1919.
1
ACS, Min. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA. GG. RR., Partito Popolare, cat. K2
(1919), b. 57, fasc. Bari.
200
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lanciano, insistono sulla necessità di svegliarsi, di unirsi e di agire.
« ... Coloro che pensano o scrivono che l’azione socialista in Puglia ha
scarso risultato, o non conoscono la vera e attuale situazione politica,
o hanno interesse di illudere, per avere il nemico più tempo di rendere
inespugnabile il proprio campo di battaglia » 2 .
Il P.P. pugliese insiste molto nel suo programma che mira al giusto
elevamento morale ed economico del proletariato su direttive di equilibrio, di contro al programma socialista che propugna riforme immediate e violente. Significativo a questo proposito è quanto scrive il
quotidiano del P.P. pugliese prima delle elezioni.
Dopo aver affermato che il Partito Popolare reclama giustizia per
tutte le classi, l’articolo prosegue: « Il Partito Socialista aspira alla
conquista dei pubblici poteri e per raggiungere tale fine fomenta
l’odio.
Il Partito Popolare invece si oppone a qualsiasi dittatura e lavora
per la trasformazione delle vigenti istituzioni politiche, sulla base della
rappresentanza di tutte le classi » 3 .
Per i popolari pugliesi, la battaglia elettorale presenta pertanto un
dilemma: o col Partito Popolare per l’ordine, o col Partito Socialista
per la rivoluzione.
I candidati popolari ribadiscono dalle tribune i molteplici problemi
della propria regione, problemi urgenti e complessi. Tra gli innumerevoli problemi due però emergono: quello agricolo e quello industriale.
Gli oratori popolari si fanno portavoce della necessità di promuovere con ogni mezzo la colonizzazione interna del latifondo a cultura
intensiva, l’impianto di case coloniche, la costituzione di società cooperative agricole e simili organismi più idonei. Già da allora si è convinti che solamente con opere di bonifica e di irrigazione, si potranno
portare le terre pugliesi allo stesso rendimento delle altre regioni
d’Italia.
Uniformemente al progresso nell’agricoltura si auspica quello nell’industria, naturalmente di quelle che richiedono poca materia prima
e molto lavoro.
Vengono indicate nei comizi delle esigenze immediate, come la sistemazione del porto di Bari, ponte verso l’Oriente, e di sicuro avvenire, la riorganizzazione dell’acquedotto pugliese, l’impianto di fognature, ecc. ecc.
2
3
« Avvenire delle Puglie », domenica 31 agosto 1919.
«Avvenire delle Puglie », giovedì 6 novembre 1919.
201
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I candidati popolari si mostrano veramente consapevoli degli innumerevoli problemi che dilaniano la Puglia e si ritengono d’accordo
con quanto auspica un giornale in quei giorni: « ... il principale loro
interesse sia quello dei bisogni regionali, se non addirittura locali » 4 .
Notevole è lo slancio in Puglia del lavoro di tutte le sezioni e di
tutti i comitati del Partito Popolare alla vigilia delle elezioni.
Nelle elezioni politiche indette per il 16 novembre 1919, la Puglia
viene suddivisa in tre circoscrizioni: Bari, Foggia e Lecce.
Le candidature popolari sono le seguenti: Camicia Francesco, De
Vito Francesco Raffaele, Framarino Nicola, Guarini Giuseppe, Marino
Antonio Pasanisi Raffaele, Sabini Giovanni, Starita Pietro e Ursi Vincenzo per la provincia di Bari; Aquilanti Francesco, Giuliani Leonardo
e Pensa Tommaso per la provincia di Foggia; Apostolico Sebastiano,
Cicala Francesco, Di Castro Luca, Galeone Gaetano, Quarta Ugo,
Rumine Pietro e Selvaggi Eugenio per la provincia di Lecce5 .
Tra questi candidati popolari, vi sono alcuni, i quali avevano preso
parte alle elezioni del 1913, come Sabini Giovanni, appartenente al
gruppo di Salandra, e Apostolico Sebastiano, appartenente alla vecchia destra 6 .
E’ importante constatare pure come alcuni popolari vengano indotti ad accettare la candidatura perché il partito vede in loro delle
personalità in grado di procurare voti.
Tuttavia una volta inseriti nel vivo della lotta elettorale, anche costoro dimostrano l’adesione più totale alle idee del nuovo partito.
Anche gli altri schieramenti politici conducono una incessante
campagna elettorale. Il Partito Socialista può contare sulle masse lavoratrici fedelissime nel Tavoliere e nel Barese, meno nel Salento. Attorno al Fascio liberaldemocratico si riuniscono i sostenitori dell’On.
Nitti, fortissimi nel Salento, forti in Terra di Bari, meno nel Foggiano.
Nel Foggiano infine ha rilevante seguito l’On. Salandra, soprattutto in Lucera.
Intanto, viste le premesse, non è difficile pensare come la campagna elettorale si svolga frenetica in tutta la Puglia. Alcuni fatti avvenuti in quel periodo ne danno conferma.
Il giorno 30 settembre la sezione popolare di San Severo indice
.
4
5
6
« Il Foglietto », 9 marzo 1919.
« Avvenire delle Puglie», 16 settembre 1919.
« Avvenire delle Puglie », 24 ottobre 1919 (Profili dei nostri candidati).
202
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un comizio. Poiché in tale centro forte è la presenza socialista, avviene
che in piazza il pubblico conta circa un migliaio di socialisti e solamente un centinaio di aderenti al Partito Popolare Italiano.
Dopo inutili tentativi a fare svolgere il comizio privatamente, si
cerca di parlare con i capi del Partito Socialista affinché garantiscano
lo svolgimento del comizio.
Tutte queste pratiche risultano inutili, tanto che per il troppo
chiasso il comizio viene interrotto e gli aderenti al Partito Popolare si
ritirano nel loro circolo 7 .
La stessa cosa avviene a Corato. Quivi, l’On. Ursi Vincenzo, inviato dalla locale sezione del P.P.I. aveva tenuto il suo discorso. Dopo
il comizio, dalla stessa piazza, alcuni socialisti estremisti, certi Leone
Luigi e Loiacono Cataldo, cominciano a contestare il discorso, dapprima verbalmente poi arrivano anche a fare minacce8 .
Pur tenendo conto di questa situazione, il P.P. pugliese ottiene
33.758 voti, così suddivisi nelle tre circoscrizioni: 20.998 a Bari,
3.289 a Foggia e 9.696 nel Salento9 .
Indubbiamente è un discreto risultato per un partito di recente istituzione, tale da poter competere con gli altri schieramenti politici10 .
Per ciò che riguarda gli altri partiti, dando uno sguardo ai risultati, si
constata un discreto successo dei salandrini e una netta affermazione
dei socialisti, entrambi a spese dei nittiani. Anche i giolittiani perdono
dei voti a favore dei socialisti, dei popolari ed anche dei combattenti.
Con i risultati elettorali ottenuti, il P.P. pugliese manda in Parla.
.
7
A.C.S., Min. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA. GG. RR., Elezioni Politiche, cat. E1
(1919), b. 55, fasc. Foggia.
8
A.C.S. Min. Int. Dir. Gen. P.S. Div. AA.GG.RR., Elezioni Politiche, cat. E1
(1919), b. 55, fasc. FOGGIA.
9
Statistica delle Elezioni Politiche per la XXV Legislatura, 16 novembre 1919,
Roma, Ufficio Centrale di Statistica.
10
Statistica delle Elezioni Politiche per la XXV Legislatura, 16 novembre 1919,
Roma, Ufficio Centrale di Statistica.
(La consistenza degli altri partiti è la seguente):
Partito Liberale
Partito Democratico
Partito concordato di liberali, democratici e radicali
Partito Socialista Ufficiale
Partito Riformista
Partito dei Combattenti
voti 41.038
»
55.271
» 100.083
»
59.015
»
140
»
32.888
203
32.888
G. DI FIORE__________________________________________________________________________________
mento per la XXV Legislatura due Deputati: Marino Antonio e Ursi
Vincenzo 11 .
Si deve tener presente che i due unici popolari, vengono eletti nel
Barese dall’elettorato costiero, mentre non risulta nessun eletto né a
Foggia, né a Lecce.
Il motivo sembra assai semplice. E’ in questa zona infatti che il
P.P. pugliese trova terreno fertile per le proprie idee. Infatti, sono queste, zone socialmente avanzate e, di conseguenza, forte è lo sviluppo
della borghesia e dei ceti medi. A questo punto è necessario anche individuare il perché del parziale fallimento del programma popolare
specialmente nelle zone di Foggia e di Lecce.
Il Foggiano e il Salento presentano una situazione economica e sociale talmente problematica, da rendere non adatte le realizzazioni mo derate che il nuovo partito va predicando. Lo scarso numero dei consensi è anche spiegato dal fatto che il P.P. pugliese, nel dare molta importanza alla candidatura delle personalità, non si è preoccupato che
alcune di queste persone si trovano in una situazione socio-economica
tale, per cui i propri interessi sono in contrasto con gli interessi delle
masse.
La vittoria socialista risulta dunque netta. Mi sembra conveniente
rilevare come l’ascesi socialista in Puglia viene favorita dalla disgregazione della borghesia, buona parte della quale viene momentaneamente attratta dalle idee del P.P.I.
Questa precisazione è importante, perché l’avanzata socialista avrà
delle ripercussioni decisive sulla vita politica pugliese. Le elezioni politiche mettono così in evidenza l’organizzazione socialista e, logica
conseguenza, la statica borghesia pugliese ha la possibilità di prendere
coscienza della non felice situazione socio-economica regionale.
Importante è inoltre il fatto che l’improvviso e aggressivo risveglio
dei contadini, risveglio accelerato dalla crisi post bellica, abbia
scosso e allarmato anzitutto il padronato agrario.
« ...E’ solamente dalla vittoria socialista nelle elezioni, che si può
11
Le preferenze ottenute dai candidati popolari sono le seguenti:
— BARI: Camicia F. (22.767), De Vito F. R. (24.695), Framarino N. (24.327),
Guarini G. (22.938), Marino A. (26.754), Pasanisi R. (25.007), Sabini G. (23.687), St arita P. (25.122), Ursi V. (25.204);
— FOGGIA: Aquilanti F. (4.540), Giuliani L. (4.114), Pensa T. (3.572);
— LECCE: Apostolico S. (l2.620), Cicala F. (12.478), Di Castro L. (10.310), Galeone G. (10.720), Quarta U. (10.336), Rumini F. (9.830), Selvaggi E. (10.777).
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datare il reale risveglio della borghesia pugliese », afferma Simona Colarizi12 .
Appare chiaro come in breve tempo anche in Puglia si ha una maggiore sensibilizzazione politica.
Si fa avanti la convinzione che bisogna lottare per un avvenire sociale ed economico migliore. E le popolazioni pugliesi, da secoli tristemente provate, hanno un risveglio sensazionale. I mesi che intercorrono tra le elezioni politiche del 1919 e le elezioni amministrative
del 1920, sono per il P.P. pugliese ricchi di riflessione e di serie conseguenze. Convinti che da soli fosse impossibile competere con i socialisti, si fa strada l’idea di unirsi alla borghesia per impedire che i
poteri comunali e provinciali vadano in mano socialista.
Naturalmente è facile ritenere che i fautori di tali alleanze siano
quei popolari i quali, provenienti dai ceti medio-borghesi, vedono in
tali alleanze l’unico modo per difendere la propria posizione.
Tutto ciò in Puglia avviene nonostante che il Segretario Politico
del P.P.I. don Sturzo riconfermasse la intransigenza nella lotta amministrativa e rinsaldasse la convinzione di appoggiare le liste del partito.
Stando così le cose, è possibile assistere ad alleanze quanto meno
imprevedibili: « ..si vedono preti e massoni uniti insieme, che sotto
braccio percorrono le vie, dicendo male dei socialisti, di Lenin, della
Russia... » 13 .
Intanto i Comitati Popolari pugliesi emanano i propri programmi
amministrativi. Il Comitato Provinciale Popolare di Bari insiste nel
suo programma: « ...di mirare alla libertà, alla autonomia e al decentramento amministrativo degli enti pubblici locali » 14 .
Dunque ancora più difficili sono le condizioni in cui si fanno tali
elezioni amministrative.
La lotta non ha più solamente carattere amministrativo, ha invece
carattere specificatamente politico.
Personalmente ritengo che tale inasprimento preelettorale in Puglia
risponda non solo al mutato clima socio-politico, ma anche
all’importanza della posta in gioco, condividendo quanto scrive
Tommaso Fiore: « La questione principale in fondo, dice lo scrittore
pugliese, per questa gente,
12
SIMONA COLARIZI, Dopoguerra e Fascismo in Puglia, Ed. Laterza, Bari
1971, pag. 107.
13
« Spartaco », 17 settembre 1920.
14
«Avvenire delle Puglie », 18 ottobre 1920.
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borghese o proletaria, che, dove ha abbandonato l’antica passività, è
attratta e sorretta da tutte le nuove fedi, da tutte le utopie, è di avere in
mano il Comune, per pagare il meno possibile di tasse, e possedere la
terra... E, sotto la vernice di questo o quel partito, in molti paesi si agitano ardenti questioni demaniali » 15 .
Numerosi risultano infatti i fatti di violenza in tale periodo. A Ruvo, in uno scontro tra socialisti e appartenenti al fascio dell’ordine,
vengono feriti tre fascisti da colpi di rivoltella 16 .
Gli elettori socialisti di Terlizzi vanno alle urne protetti dalla forza
Pubblica17 .
A Bitonto, in uno scontro causato da aderenti a partiti opposti, perde la vita un giovane e vengono ferite altre persone18 .
I socialisti di Gioia del Colle impediscono agli aderenti al P.P. pugliese di riunirsi per una conferenza 19 .
La Lega socialista di Troia esercita atti di rappresaglia nei confronti di iscritti alla Lega Agricola Popolare, con l’intento di creare disordine e disgregazione20 .
A Santeramo, un gruppo composto da scalmanati socialisti, al termine di un comizio, entrano con prepotenza nella sezione del P.P.I. e
percuotono violentemente un certo frate Serafino e altri popolari21 .
A Foggia avvengono tafferugli tra socialisti e popolari durante un
comizio di questi ultimi 22 .
Durante un comizio del Partito dell’ordine, a Serracapriola, un
gruppo socialista, guidato dall’On. Mucci, arriva proprio con l’intento
di disturbare 23 .
15
TOMMASO FIORE, Un popolo di formiche, Lettere pugliesi a Piero Gobetti con
prefazione di Gabriele Pepe, 3a edizione, Ed. Laterza, Bari 1952, pag. 54.
16
ACS, Min.. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA. GG. RR., Elezioni amministrative, cat.
E2 (1920), b. 76, fasc. Bari.
17
Ibidem.
18
ACS, Min. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA. GG. RR., Elezioni amministrative, cat.
E2 (1920), b. 76, fasc. Bari.
19
Ibidem.
20
ACS, Min. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA. GG. RR., Ordine pubblico, cat. CI
(1920), b. 47, fasc. Bari.
21
ACS, Min. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA. GG. RR., Elezioni amministrative, cat.
E2 (1920), b. 76, fasc. Foggia.
22
Ibidem.
23
lbidem.
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Un conflitto a fuoco con feriti e contusi tra la sezione dei combattenti e la sezione dei popolari avviene ad Alberobello 24 .
Credo conveniente riportare a questo punto la forza politica dei
popolari in alcuni centri pugliesi alla vigilia delle elezioni. A Bitonto
alla sezione del P.P.I. fanno capo il « Circolo della piccola proprietà »
e la « Lega dei carrettieri » con circa 500 aderenti25 .
In questo Comune però il clero perde ben presto ascendente sulle
classi dei contadini e degli operai.
Il Partito Popolare di Monopoli si sviluppa con l’adesione di minoranze locali liberali e combattenti26 .
A Cisternino i popolari sono in maggioranza, ma tale maggioranza
è instabile, poiché soggetta a dipendere dalla simpatia e valore delle
personalità partecipanti alla lotta27 .
La sezione del partito cattolico di Putignano conta circa 300 iscritti, mentre a Rutigliano ne conta 18228 .
A Modugno poi l’unica associazione politica è la sezione del
P.P.I., che conta circa 340 iscritti29 .
A Palo del Colle il P.P.I. è rappresentato dalla Lega Bianca. Vi aderiscono: i reduci di guerra, la Cassa rurale e alcuni della Lega dei
muratori; in tutto circa 2.000 aderenti30 .
A Bisceglie il partito politico predominante è quello costituzionale,
ma per l’attivissima propaganda del P.P.I. e per la apatia dei liberali, i popolari sono in maggioranza 31 .
Le elezioni amministrative segnano anche la nascita di molte sezioni del P.P.I.: a Corato (circa 800 iscritti), e Ruvo (circa 110 iscritti),
a Spinazzola (circa 100 iscritti), a Trani (circa 2000 iscritti), ecc....32
Ad Andria il P.P.I. ha circa 3000 iscritti ed ha la sua forza nella
.
24
«Avvenire delle Puglie », 1 ottobre 1920.
ASB, Gabinetto Prefetto, Bari, S.P., cat. 30, classe 7b, Elezioni amministrative
(1920), b. 261, fasc. 4 — Notiziario sui partiti — (1920).
26
Ibidem (Il Maresciallo Capo Comandante di Stazione al Prefetto di Bari).
27
ASB Gabinetto Prefetto, Bari, S.P., cat. 30, classe 7b, Elezioni Amm. (1920)
b.261, par. 4, notiziario politico (1920).
28
Ibidem.
29
Ibidem (Il Commissario prefettizio al Prefetto di Bari).
30
lbidem.
31
Ibidem (La Sottopretura di Barletta al Prefetto di Bari).
32
Ibidem.
207
25
G. DI FIORE__________________________________________________________________________________
Lega dei falegnami con 100 iscritti, nella Lega dei contadini con 230
iscritti e nella Lega dei muratori con 85 iscritti33 .
Anche a Barletta aderiscono al P.P.I. la sezione popolare con 150 iscritti, la Società agricola con 450 iscritti, la Cooperativa caricatori e
scaricatori di porto con 240 iscritti, la Società XX settembre con 200
iscritti, la Società calzolai con 60 iscritti e la Società fornai con 60 iscritti34 .
Gli schieramenti politici del P.P. pugliese nelle elezioni amministrative del 1920 sono dunque dettati da situazioni locali e pertanto,
come si è già detto, assumono differenti significati. A Foggia i popolari si presentano con una propria lista, similmente ai socialisti, per fronteggiare il gruppo del Fascio 35 .
Però le forze del P.P. pugliese nel capoluogo dauno sono molto esigue e non vi è nessuna speranza di riuscita, neanche per la minoranza36 .
A Canosa la sezione del P.P.I. non partecipa con liste proprie, e
lotta a fianco del Blocco d’ordine37 .
A San Giovanni Rotondo i popolari sono a capo del gruppo d’ordine, seguiti dai combattenti, dai liberali e dai costituzionali38 .
A Troia e Lucera il P.P. pugliese scende in lotta contro il Fascio,
alleandosi con i « resti » del Partito Socialista locale in via di dissoluzione39 .
Nonostante il compatto schieramento fatto dai blocchi d’ordine, il
Partito Socialista esce dalle elezioni amministrative del 1920 ancora
rafforzato.
Per il Consiglio Provinciale di Bari vengono eletti solamente 6 popolari (Franco Nitti, Luigi Branchi, Riccardo Busci, Giuseppe Silvestris, Stefano Bianchi e Vincenzo Miccolis), e per quello di Lecce 5
popolari (Apostolico, Bianco, Guerrieri, Zaccaria Pesce e Del Prete
Nicola)40 .
.
33
Ibidem.
Ibidem.
35
« Corriere delle Puglie », venerdì 8 ottobre 1920.
36
« Corriere delle Puglie ». venerdì 15 ottobre 1920.
37
« Corriere delle Puglie », sabato 30 ottobre 1920.
38
« Giornale della Capitanata », 17 ottobre 1920.
39
...da Foggia il Prefetto Franzè all’On. Ministro Interni, 27 maggio 1920.
40
« Corriere delle Puglie », sabato 10 ottobre 1920.
— Gli altri partiti sono così rappresentati:
in terra di Bari (liberali democratici 29 eletti, combattenti e rinnovamento 5 eletti,
socialisti indipendenti 5 eletti, socialisti ufficiali 14 eletti, repubblicani 1 eletto);
in Terra di Lecce (liberali democratici 49 eletti, socialisti ufficiali 6 eletti);
a Foggia (partito socialista 25 eletti, partito del Fascio 17 eletti, liste indipendenti 8
eletti).
34
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A Foggia poi, e ciò non fa meraviglia, se si tiene presente la locale situazione socio-economica già accennata, non viene eletto nessun popolare. Il P.P. pugliese ottiene inoltre la maggioranza in 6 Consigli comunali: 3 in Terra di Bari, 2 in Provincia di Lecce e 1 in Provincia di Foggia.
Diplomaticamente i Comitati Provinciali del P.P.I. commentano
i risultati elettorali: « Abbiamo perduto, ma non ci lamentiamo. Il nostro partito, forte e disciplinato, non poteva aspirare in breve tempo ad
avere ragione sugli altri partiti che hanno ancora forti radici in ogni
strato sociale » 41 .
Tenendo presente quanto fin qui detto, si deve convenire con
obiettività che il P.P. pugliese abbia realmente tentato di ergersi quale
alternativa al Partito Socialista pugliese e lo si è visto nel suo programma e soprattutto nello schieramento politico preelettorale.
Però la necessità di appoggiarsi ad altri gruppi e la mancanza di
autonomia politica, sono indici evidenti di strutture scarsamente consistenti.
« La scelta della collaborazione, cito ancora Simona Colarizi,
conferma in ultima analisi l’incapacità di rinnovarsi della classe borghese pugliese anche per quel che riguarda la nuova generazione appena uscita dalla guerra » 42 .
Intanto all’indomani dei risultati elettorali si acuiscono le violenze causate da una parte dai socialisti, i quali vittoriosi, manifestano
la loro gioia innalzando sui Comuni le bandiere rosse e provocando
spesso gli avversari, dall’altra gli uomini d’ordine, compresi i popolari, che a tale nuova realtà non riescono ad assuefarsi.
Uno scontro tra il Partito dell’Alleanza e i Socialisti, causa il ferimento di 15 persone a Bari43 .
A Massafra, nello scontro tra i Socialisti vittoriosi e i carabinieri, accorsi per mantenere l’ordine, resta ucciso un dimostrante e ferite
altre 18 persone44 .
41
« Avvenire delle Puglie», 20 novembre 1920.
SIMONA COLARIZI, Dopoguerra e Fascismo in Puglia, Ed. Laterza, Bari
1971, pag. 109.
43
«Corriere delle Puglie », 9 novembre 1920. N.B. Partito della Alleanza: partito
locale, costituito da liberali democratici, popolari e combattenti.
44
ACS, Min. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA. GG. RR., Elezioni Amministrative, cat.
E2, (1920), b. 76, fasc. Lecce.
42
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Gravissimi sono i fatti avvenuti il 14 ottobre a San Giovanni Rotondo, dove lo scontro armato tra i diversi schieramenti politici e le
forze dell’ordine si conclude con il triste bilancio di 11 morti e 80 feriti45 .
« ...il Partito Socialista, scrive il giornale “Idea Nazionale”, vittorioso per caso nelle recenti elezioni amministrative, doveva ieri insediarsi, issando la bandiera rossa sul Palazzo Municipale. Si sarebbe
avuta una spontanea reazione del gruppo opposto, capeggiato dai popolari, che non avrebbe così facilmente subito l’umiliazione di vedersi
sventolare la bandiera proletaria sul Palazzo San Francesco » 46 .
Assai significativo è quanto scrive anche un altro quotidiano: «
L’episodio sanguinoso di San Giovanni Rotondo, rappresenta
l’epilogo di tutta una situazione creatasi in quel Comune per
l’asprezza della lotta elettorale, per i rancori della disfatta delle elezioni amministrative » 47 .
In relazione a tale increscioso avvenimento, la Direzione del
P.P.I. ordina una propria inchiesta, condotta dall’On. Ursi Vincenzo,
da cui risulta: « ...come gli aderenti a questo partito siano restati perfettamente estranei all’originarsi e allo svolgersi dei luttuosi avvenimenti » 48 .
Obiettivamente infatti, se da una parte il comportamento dei socialisti risulta provocatorio, dall’altra i popolari, sebbene invitati alla
calma dalle autorità, al divulgarsi della notizia che si sarebbe issata la
bandiera rossa sul Palazzo Comunale, « sollevarono vivaci proteste, e
contribuirono alla concitazione degli animi » 49 .
Un’altra inchiesta sull’eccidio, iniziata dal socialista On. Maitalasso non viene portata a termine perché cacciato da San Giovanni Rotondo.
Veramente grave è poi la dichiarazione fatta dal Blocco d’ordine,
cui aderiscono i popolari, i combattenti, i mutilati e i liberali, di operare: « ...un vero e proprio boicottaggio da parte della minoranza, decisa ad astenersi dal presenziare a tutte le future sedute comunali con
una manovra tendente chiaramente ad invalidarle » 50 .
Criticamente si deve dire che questo atteggiamento messo in atto
45
« idea Nazionale ». domenica 17 ottobre 1920. I particolari dell’eccidio di San
Giovanni Rotondo.
46
Ibidem.
47
Il Rinnovamento », domenica 17 ottobre 1920.
48
ACS, Min. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA. GG. RR., Elezioni Amministrative, cat.
E2 (1920), b. 76, fasc. Foggia.
49
« Giornale d’Italia », 21 ottobre 1920.
50
« Il Rinnovam ento », domenica 17 ottobre 1920.
210
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dai popolari in molti centri, è contrario alla circolare diramata da don
Sturzo il 3 settembre 1920 e nella quale si legge: « La disciplina è il
segreto di un partito forte, anche nei momenti più difficili. Non si deve
pretendere di volere più di quello che si vale, si deve pretendere quello
che si è. Serve molto alla preparazione amministrativa il posto avanzato di minoranze battagliere, che fanno partecipare alla vita del Comune e della Provincia le stesse masse organizzate, interessandole vivamente ai problemi di vita locale » 51 .
Gli avvenimenti di San Giovanni Rotondo e di altri Comuni
pugliesi, apparentemente di sola cronaca, sono invece di massima gravità, poiché tra la borghesia incomincia a serpeggiare la convinzione
di farsi giustizia personalmente. Si fa strada così l’organizzazione agraria, convinta e compatta, tale da poter competere con il movimento
delle leghe, e il successivo periodo che va dalle elezioni amministrative del 1920 alle elezioni politiche del 1921 ne segna purtroppo
l’espansione.
G. DI FIORE
51
« Giornale d’Italia», 21 ottobre 1920.
211
la Capitanata
Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia
Direttore:
dott. Angelo Celuzza, direttore della Biblioteca Provinciale.
Direttore responsabile: m0 Mario Taronna
Tipografia Laurenziana - Napoli
Autorizzazioni del Tribunale di Foggia 6 giugno 1962 e 16 aprile 1963
Registrazione presso la Cancelleria del Tribunale di Foggia al n. 150
I L L U ST R A Z I O N I
ILLUSTRAZIONI
Pag. 169 Lucera, disegno di Des Prez; pag. 173 Foggia, la Cattedrale;
pag. 175 Tavola raffigurante la città di Troia; pag. 179 Locatione di Candelaro; pag. 183 Foggia, Palazzo Dogana; pag. 183 Foggia, Teatro Ferdinando.
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