Il controllo sostitutivo 1. La problematica del controllo sostitutivo in dottrina. Con i termini « controllo sostitutivo », « potere sostitutivo », « funzione sostitutiva », ecc., la dottrina amministrativistica ha inteso comunemente denominare quel particolare rapporto giuridico amministrativo che si instaura sulla base di una espressa previsione normativa, fra lo Stato — primo soggetto della Pubblica Amministrazione — e un altro soggetto di diritto pubblico, sottoposto al controllo di appositi organi statali. Tale rapporto si sostanzia nell’intervento di un organo statale, appunto, espressione della autonomia amministrativa governativa, « in sostituzione » dell’ente (o di un suo organo particolare) nei casi e in presenza dei presupposti previsti dalla legge: e cioè, secondo la tipologia costante, in caso di omissione di atti obbligatori o di incapacità di funzionare dell’amministrazione dell’ente. Ma se la dottrina è stata concorde nell’intendere genericamente per controllo sostitutivo quel complesso di provvedimenti ordinari e straordinari con cui si sostituisce l’attività mancata, o divenuta impossibile, degli organi amministrativi ordinari d’un ente con quella di un’altra autorità, facendo così osservare e restaurare la legge inosservata o violata, numerosi problemi non hanno trovato uguale consenso: specificazione del concetto e della posizione dell’istituto nell’ambito della funzione di controllo in generale, oggetto e aspetto formale, conciliabilità con il principio costituzionale dell’autonomia locale, modi e limiti del trasferimento della titolarità 1 VINCENZO DE STEFANO_______________________________________________________________________ del suo esercizio nell’ambito dell’attuazione dell’ordinamento regionale. Contrasto è sorto innanzitutto sulla questione della esattezza stessa di un’espressione « controllo sostitutivo », ritenendola alcuni1 del tutto errata. Rivendicando alla funzione sostitutiva una propria autonomia e unità sistematica, si sostenne che le due funzioni — controllo e sostituzione — non possono essere confuse: la prima è un prius nei confronti dell’altra e può esaurirsi in sé stessa o avere come conseguenza l’azione in via sostitutiva; la seconda si effettua, secondo la legge, come azione propria dell’ente minore, svolta da un organo che non è quello istituzionale e normale, ma sostitutivo e temporaneo. Inoltre vi può essere una funzione sostitutiva, svincolata da una fase precedente di controllo, in situazioni gravi in cui è necessaria un’azione urgente ed immediata. Pertanto, più che di controllo sostitutivo si dovrebbe parlare di funzioni di controllo e di funzioni sostitutive, in quanto chi sostituisce non controlla, ma agisce; il momento del controllo, dato dall’accertamento dell’omissione dell’attività dovuta da parte dell’ente controllato, deve essere tenuto distinto così dal provvedimento di sostituzione (con cui l’organo straordinario viene investito del potere) e come dall’attività sostitutiva stessa. Tale posizione in sostanza deriva da quella fondamentale 2 , secondo cui il controllo sostitutivo rientrerebbe nella funzione di amministrazione attiva, basandosi su una concezione particolare della funzione di controllo in genere, consistente nella sua riduzione ad un momento logico constatativo, cioè al solo giudizio di difformità o conformità dell’oggetto controllato alla legge o ad altri criteri regolatori; pertanto tutto ciò che viene ad aggiungersi a tale constatazione viene considerato « azione » successiva. Ma tale idea della funzione di controllo ridotta ad un puro momento intellettivo (quello della valutazione dell’atto 1 GIANNINI A., La funzione sostitutiva nei riguardi degli enti locali, in Enciclopedia per i Comuni 1957, n. 66, p. 7 ss. SALVI, Premessa ad uno studio sui controlli giuridici, Milano 1957, p. 95-96. 2 BORSI, Intorno al c.d. controllo sostitutivo, in Studi Senesi 1916, p. 180 ss. 2 __________________________________________________________________IL CONTROLLO SOSTITUTIVO o del comportamento) non può condividersi, in quanto elemento ugualmente essenziale di quella funzione è il momento comminatorio (ossia della misura da adottarsi in seguito al giudizio effettuato)3 : infatti, il controllo non tende solo alla formulazione di una valutazione, ma ad un’azione successiva rivolta a produrre quelle modificazioni giuridiche necessarie per realizzare la garanzia dei valori fondamentali dell’ordinamento, che costituisce la sua funzione propria 4 . Orbene se oggetto del controllo in genere è ogni quid operativo nella realtà giuridica, suscettibile di menomare la sfera dei valori giuridicamente rilevanti tutelati nell’ordinamento, la difformità (che mette in moto i relativi meccanismi di controllo) può senz’altro derivare anche dall’inazione giuridica, cioè dal rifiuto od omissione dell’esercizio doveroso di un potere giuridico5 ; e in tal caso il meccanismo di controllo provvederà ad eliminare tale difformità, consentendo l’esercizio del potere in sostituzione del soggetto rimasto inerte. Pertanto il controllo sostitutivo (per lo meno di atti) correttamente può essere inserito nella categoria del controllo giuridico in genere e di quello amministrativo in particolare 6 . Di quest’ultimo si ritrovano, del resto, i caratteri distintivi: la distinzione fra l’organo controllante e quello soggetto al controllo (anzi, in questo caso, si contrappongono due soggetti giuridici diversi, lo Stato o la Regione e l’ente locale); la estraneità del suo esercizio rispetto alla funzione attiva deliberante7 ; nonché i momenti costitutivi: quello ispettivo o di conoscenza dell’attività controllata (meglio, dell’inazione), quello del giudizio o constatazione dell’irregolarità e infine, quello comminatorio o della misura da adottare. In quest’ultimo elemento consiste, appunto, la peculiarità del controllo sostitutivo: la misura riparatoria (logica 3 GALEOTTI , Introduzione alla teoria dei controlli costituzionali, Milano 1963, p. 48 ss. 4 GIANNINI M. S., Lezioni di diritto amministrativo, Milano 1950, p. 198 ss. GALEOTTI, cit., p. 55-56. 6 Pizzi, Osservazioni intorno al c.d. controllo sostitutivo, in Foro Amministrativo, 1963, p. 949 ss. 7 La tesi contraria sostiene MORTATI, Istituzioni di diritto pubblico, Padova 1971, p. 306 ss. 5 3 VINCENZO DE STEFANO_______________________________________________________________________ conseguenza del giudizio sulla inazione) è data da un provvedimento di sostituzione (nella tipologia costante, la nomina di un commissario), che è appunto la manifestazione di volontà dell’organo controllante a correzione della deviazione dalla norma o altro criterio, da parte dell’organo controllato. Che poi il momento della effettiva sostituzione (che certamente ha una propria unità sistematica ed un proprio fondamento giuridico autonomo) attenga ad una fase successiva di estrinsecazione del controllo, e che l’attività compiuta in sostituzione è espressione di amministrazione attiva e non di controllo, sono considerazioni da non discutersi. In definitiva, si può ritenere che nell’espressione « controllo sostitutivo » non ci sia nulla di errato e che questa figura rientri indiscutibilmente (come species nel genus) nella funzione di controllo in generale: la sua particolare qualificazione specifica soltanto il tipo di « misura » che consegue al suo meccanismo di verifica. Né più né meno come altre espressioni (controllo preventivo, di legittimità, ecc.) servono a specificare il controllo in genere da altri punti di vista (della posizione nel procedimento di formazione dell’atto amministrativo efficace, del parametro alla cui stregua è effettuato il giudizio di conformità, ecc.). Quanto, poi, alla classificazione del controllo sostitutivo come controllo di legittimità o di merito, tale distinzione attiene solo al momento del giudizio e quindi non è rilevante ai nostri fini, avendo individuato nella « misura » l’elemento caratterizzante del controllo sostitutivo; se poi le disposizioni normative particolari tendono a confortare la tesi di quanti8 lo considerano controllo di legittimità, in linea di principio non si può escludere la previsione di una figura di controllo sostitutivo a giudizio libero (ossia di opportunità)9 . Tali conclusioni sono valide sia per il controllo sostitutivo sugli atti, che si realizza quanto l’autorità di controllo 8 Da FORTI, I controlli dell’amministrazione comunale, in Trattato di diritto amministrativo a cura di Orlando, Milano 1915, p. 636, a BENVENUTI, I controlli sostitutiv i nei confronti dei comuni e l’ordinamento regionale, in Rivista amministrativa 1956, p. 241 ss. 9 GALEOTTI, cit., p. 56. 4 __________________________________________________________________IL CONTROLLO SOSTITUTIVO emette un provvedimento che rientrerebbe nella normale competenza dell’ente, sia per il controllo sostitutivo sugli organi, che si realizza con la nomina di un organo straordinario, temporaneamente investito della competenza di un organo locale ordinario. La dottrina tradizionale ha distinto, infatti, nella categoria unitaria dei controlli c. d. sostitutivi, due tipi fondamentali: la sostituzione di attività e quella di organi, dato che l’ordinamento giuridico tende ad impedire e a rimuovere non solo le anormalità nel comportamento attivo o inattivo, ma anche nella struttura o modo di essere dell’operatore giuridico. Il secondo tipo (totale o parziale), a seconda che coinvolga tutti gli organi deliberanti di un ente o solo alcuni per determinate funzioni è senz’altro ammissibile; anzi il provvedimento di sostituzione costituisce la logica conseguenza dell’accertamento di uno stato abnorme, relativo ad un soggetto dell’organizzazione di un ente, se del controllo si vuole realizzare il fine di assicurare l’efficiente ed ininterrotto funzionamento dell’ente stesso, in base ai principi normativi di legalità e di buona amministrazione. Orbene, si è sostenuto10 che ai due tipi di controllo sostitutivo corrisponda l’esclusione della legitimatio ad agendum per l’uno e della legitimatio ad officium per l’altro, e che solo questo momento negativo di esclusione della legittimazione rientrerebbe nella fattispecie del controllo, mentre ne rimarrebbe fuori la fase di sostituzione, sia nella forma della diretta surrogazione degli organi inadempienti, che nella nomina di un organo straordinario in veste di sostituto. Inoltre, nel secondo dei due tipi, la sostituzione sarebbe caratterizzata dal fatto che l’esclusione della legitimatio ad ofjicium è provocata da organi di controllo, appartenenti ad un ordinamento diverso da quello di cui fanno parte gli organi controllati, mentre in via normale dovrebbe competere allo stesso ordinamento cui l’officium appartiene. 10 BENVENUTI, cit., p. 245 ss. 5 VINCENZO DE STEFANO_______________________________________________________________________ Ma questa tesi non è condivisibile 11 : innanzitutto non si può escludere dal controllo sostitutivo il momento positivo (della misura sostitutiva), limitandolo solo a quello negativo, dato che l’esclusione della legittimazione più che precedere, segue il compimento dell’atto in via sostitutiva, e quindi non si spiega come si possa farvi rientrare un dato momento escludendo, però, il fenomeno anteriore che lo determina. Quanto poi al modo di intendere la sostituzione nei confronti degli organi, si va contro il principio fondamentale di ogni procedimento di controllo, per cui il giudizio e la misura devono cadere sul medesimo oggetto, mentre secondo la tesi esposta la sostituzione si verificherebbe nei confronti di organi diversi da quelli cui si riferisce il giudizio: è quindi meglio seguire la dottrina tradizionale secondo cui si ha controllo sostitutivo di organi, quando all’organo dell’ente locale (cui spetta normalmente una data competenza) viene sostituito un organo straordinario, designato ed investito di quella competenza da parte dell’autorità di controllo. Altri12 , comunque, sostengono l’impossibilità di distinguere in modo netto i due tipi, dato che in sostanza ci si trova di fronte ad un identico fenomeno — irregolare comportamento degli organi di un ente locale sottoposto a controllo per legge — che la legge stessa d isciplina con mo dalità ed intensità diverse, ma con gli stessi criteri giuridici. Quanto alla sostituzione propriamente detta, poi, ossia quella fase che presuppone l’esercizio del controllo e che si e ammesso essere espressione di amministrazione attiva, essa va inquadrata nel generale fenomeno sostitutorio, nel cui ambito peraltro si specifica con proprie caratteristiche. Se il fenomeno giuridico della sostituzione è dato dallo stato di necessità, ossia dalla presenza di una situazione oggettiva legittimante, suo fine ultimo è quello di evitare una discontinuità nell’esercizio di una funzione amministrativa da 11 SCUDIERO, I controlli sulle Regioni Provincie e Comuni nell’ordinamento Costituzionale italiano, Napoli 1963, p. 262 ss. 12 Pizzi, cit., p. 953. DE SIERVO, Il controllo sugli enti locali nelle Regioni a statuto ordinario, in URPT, Regioni e organizzazione amministrativa, Firenze 1971, p. 341 ss. 6 __________________________________________________________________IL CONTROLLO SOSTITUTIVO parte di un ente, in assenza di altre figure normative, quali la delegazione o la supplenza; e normalmente si ricorre ad essa quando tale discontinuità deriva da una causa concernente l’organo titolare della funzione. Premesso che si può avere sostituzione non solo per l’impossibilità materiale di agire del titolare di una funzione, ma anche nel caso in cui un organo non funzioni o funzioni male, deliberatamente o per errore, conseguenza del suo esercizio è la attribuzione ex lege della titolarità dell’attività ad un soggetto straordinario (il commissario), che non appartiene all’ente o può essere anche estraneo all’Amministrazione statale. Tale commissario, in quanto nominato titolare di quei poteri che in via ordinaria spettavano all’organo inattivo sostituito, deve essere considerato organo dell’ente stesso, di cui in pratica deve curare gli interessi, prescindendo dal soggetto da cui promana, se si vuol rispettare il principio fondamentale — in tema di controllo giuridico — dell’estraneità dell’organo controllante nei confronti dell’organo controllato. 2. Il controllo sostitutivo e il principio dell’ autonomia locale. Oggetto di posizioni dottrinali contrastanti è stato anche il problema fondamentale della conciliabilità del controllo sostitutivo (di attività e di organi) nei confronti degli enti locali con il principio costituzionale dell’autonomia locale (art. 5, 115, 128 e disp. trans. IX Cost.), in riferimento agli artt. 125, 126 e 130 Cost. specifici in materia di controlli. A favore della legittimità costituzionale del controllo sostitutivo si è sostenuto 13 , (muovendo dal presupposto che esso rinvia ad una particolare relazione fra l’ordinamento centrale e quello locale e si sostanzia nel potere di esclusione 13 BENVENUTI, cit., p. 241 ss. GILETTI, Il sistema dei controlli sulle deliberazioni degli enti locali nell’ordinamento regionale, in Corriere Amministrativo 1962, p. 332 ss. SPATARO, Il controllo ispettivo e gli interventi sostitutivi, in Nuova Rassegna 1965, II, p. 1739 ss. GIOVENCO, L’ordinamento com minale, Milano 1962, p. 29 1-2. 7 VINCENZO DE STEFANO_______________________________________________________________________ della legitimatio ad agendum o ad ojficium a carico degli organi rimasti inattivi o comunque inefficienti) che, in caso di esclusione della legittimazione ad agendum per inerzia dell’organo in ordine all’esercizio discrezionale o vincolato di un potere, l’intervento sostitutivo da parte dell’autorità di controllo viene esercitato direttamente sugli atti, con cui ci si rifiuta di esercitare il potere. Si è, quindi, in presenza di un controllo sulla legittimità dell’omissione dell’esercizio di un potere, omissione cui la legge attribuisce un particolare rilievo, per cui essa non è semplice inerzia, ma vero atto negativo; se ne deduce la costituzionalità delle relative fattispecie normative, in base all’art. 130 Cost. in coerenza col sistema delle autonomie locali. Quanto poi alla sostituzione di organi, stante il regime autonomistico fondato sull’art. 128 Cost., i provvedimenti degli organi statali vanno considerati « extra ordinem », ossia espressione di un potere di controllo politico e non amministrativo, esercitato dal Capo dello Stato (nel caso di rimo zione dei sindaci e scioglimento di organi consiliari) in quanto supremo tutore dell’unità nazionale e garante di quel complesso di principi il cui rispetto pratico va sotto il nome di ordine pubblico (art. 87 Cost.), e dall’autorità prefettizia, ogni volta che vi sia la necessità di assicurare il funzionamento di enti pubblici. Si tratta sempre, quindi, di ipotesi costituzionali, anche se hanno un fondamento diverso da quelle precedenti. Sempre a favore della costituzionalità si è sostenuto14 che l’art. 130 Cost., contro il quale (avendo innovato profondamente in senso autonomistico il sistema dei controlli nei confronti degli enti locali) dovrebbe urtare il controllo sostitutivo, in realtà si riferisce solo a quelle manifestazioni del controllo che coincidono col visto e l’approvazione, rimanendone sicuramente fuori quelle manifestazioni del rapporto di controllo che importano un controllo sull’operato complessivo di un organo, nonché quelle forme di controllo sostitu- 14 ALESSI, I rapporti con le Regioni, in Atti C conv. Stu Scienza Amm., Milano 1961, p. 352 ss. 8 __________________________________________________________________IL CONTROLLO SOSTITUTIVO tivo come l’invio di commissari incaricati di adottare provvedimenti determinati. L’ammissibilità del controllo in esame può fondarsi, peraltro, sul fatto che esso viene esercitato da parte degli organi centrali in caso di mancato compimento di atti obbligatori per legge o di incapacità di funzionare dell’amministrazione attiva, senza alcuna lesione quindi dell’autonomia degli enti locali: questa potrebbe essere violata solo qualora l’intervento sostitutivo riguardasse l’esercizio di atti facoltativi o discrezionali15 . Le opposte teorie 16 , secondo cui i controlli sostitutivi sono invece caratterizzati da una misura che incide gravemente sulla autonomia locale, così da rappresentare una irrisione dalla regola democratica stessa, fanno capo a quella parte della dottrina per cui tale figura è fuori della funzione di controllo, in quanto esercizio di un potere di amministrazione attiva. Da simili premesse concludono per l’illegittimità costituzionale di tutte le disposizioni legislativo che disciplinano tali ipotesi di controllo. Soltanto le fattispecie di scioglimento del consiglio degli enti territoriali, nonché di sospensione, sarebbero compatibili col sistema delle autonomie locali fondato dalla Costituzione: infatti, questo tipo di intervento è giustificato da un particolare stato di necessità (dovendosi assicurare la funzionalità dell’ente e riparare all’eccezionale interruzione nella continuità della sua azione) e composta una limitata incidenza nell’autonomia dell’ente stesso. Tale sistema, del resto, è preordinato ad impedire, nella eccezionale situazione di paralisi, che vengano prese decisioni politiche da soggetti e organi, diversi da quelli espressi dalla stessa comunità locale; da questa perciò vengono tratti gli elementi di un organo straordinario, il cui compito fondamentale è quello di ristabilire la normalità nell’ammini- 15 MIELE, Il sistema di controlli da parte degli organi reg. sui comuni e sulle pro- vincie « de iure condendo », in Nuova Rassegna 1965, p. 30-35. 16 GUARINO, Autonomia e controlli, in Giur. compl. Cass. Civ. 1951, I, p. 861 ss. SCUDIERO, cit., p. 207 ss. 9 VINCENZO DE STEFANO_______________________________________________________________________ strazione dell’ente, svolgendo atti di gestione provvisoria o di improrogabile urgenza. Tutte le altre forme di controllo sostitutivo sarebbero inammis sibili secondo il dettato costituzionale, in quanto determinerebbero una sovrapposizione autoritaria di valutazioni e attività del soggetto controllante su quelle del soggetto controllato, a tutto scapito della sua autonomia e libertà, e quindi consisterebbero nell’esercizio di poteri esclusivi dell’ente da parte di soggetti che non hanno alcun legame di derivazione dalla comunità locale. Sotto questo profilo l’art. 130 Cost. non può essere svincolato dal sistema generale delle autonomie locali (art. 5, 115, 128), di cui è peraltro corrente espressione, né si può farvi rientrare il controllo sostitutivo, caratterizzato da una misura del tutto particolare che lo distingue nettamente sia dal controllo di legittimità che di merito. Ricorrere poi alla distinzione fra sostituzione in tema di atti obbligatori o facoltativi, neppure sarebbe sufficiente: basta osservare che se l’atto c. d. obbligatorio è vincolato quanto all’an, può benissimo essere libero riguardo al suo contenuto specifico o alle circostanze della sua emanazione; quindi anche l’intervento sostitutivo in materia di attività vincolata può rivelarsi una violazione dell’autonomia dell’ente. Nel caso in cui si voglia considerare scopo ultimo del controllo sostitutivo il compito di assicurare in ogni caso la funzionalità dell’ente, questa può e deve essere garantita senza ledere l’autonomia e quindi l’autorità di controllo dovrebbe limitarsi a richiamare l’attenzione dell’organo competente a porre in essere una determinata attività, ricorrendo solo in ultima ratio allo scioglimento dell’organo consiliare dell’ente. Fra tali contrastanti teorie sul problema della compatibilità del controllo sostitutivo con l’ordinamento costituzionale, si deve prendere posizione per la legittima sopravvivenza della figura. Infatti, dal complesso dei principi costituzionali fondamentali (artt. 5, 115, 116, 117, 119 e 128 Cost.) si deduce che nell’ordinamento vigente il sistema delle autonomie locali non può andare separato da una serie di limitazioni (più o 10 __________________________________________________________________IL CONTROLLO SOSTITUTIVO meno specifiche) contenute nella legge ordinaria e poste non arbitrariamente, ma a tutela di valori e principi, parimenti con sacrati dalla Costituzione stessa. D’altronde prescindendo dal diritto positivo e rimanendo sul piano della teoria generale, il concetto di autonomia non rinvia ad un potere illimitato, sovrano e assolutamente libero in qualsiasi forma di autodeterminazione, ma piuttosto ad una sfera di competenza — e relativi poteri — a determinati soggetti o centri operativi; questi, se al suo interno possono autodeterminarsi in considerazione dei propri particolari interessi, non possono però varcarne i confini, ledendo altrimenti interessi a loro estranei, paritari o superiori che siano. Alla vigilanza sul rispetto ditali confini e alla predisposizione degli opportuni mezzi per intervenire in caso di loro violazione è preordinata poi la funzione di controllo stessa. Ritornando al sistema positivo, dunque, bisogna ritenere le fattispecie normative di controllo sostitutivo costituzionalmente legittime, in quanto costituiscono, appunto, limitazioni fissate dal legislatore ordinario alla autonomia locale nell’ordinamento generale dello Stato. Infine essendo scopo principale di questo tipo di controllo (sempre basato su una situazione di fatto negativa: inazione o impossibilità di funzionare) quello di assicurare l’efficiente e ininterrotto svolgimento dell’attività degli enti nei cui confronti è esercitato, esso soddisfa anche un interesse fondamentale dell’ordinamento giuridico generale: quello del buon andamento dell’amministrazione (art. 97 Cost.). In altri termini il controllo sostitutivo realizza una duplice tutela: quella dell’interesse statale tramite la sostituzione e quella dell’interesse dello stesso ente locale il quale, tramite l’azione dell’organo sostituente, trova assicurato in modo positivo il perseguimento dei propri fini. Non sussiste quindi possibilità di contrasto con l’autonomia degli enti locali, dato che in definitiva il controllo sostitutivo serve a realizzare — forse principalmente — interessi dell’ente autonomo stesso. 11 VINCENZO DE STEFANO_______________________________________________________________________ 3. Il trasferimento del controllo sostitutivo alle Regioni. A norma dell’art. 59, ultimo comma della L. 10-2-1953 n. 62 (c. d. legge Scelba) sulla costituzione e funzionamento degli organi regionali in attuazione delle norme costituzionali sull’ordinamento regionale, « i poteri di controllo sostitutivo attribuiti al Prefetto e alla G.P.A. dalle disposizioni vigenti all’entrata in vigore della presente legge sono deferiti per le Province al Comitato previsto dall’art. 55; per i Comuni sono deferiti al Comitato stesso, oppure alle sezioni di cui all’art. 56 a seconda che si sia o meno provveduto alla costituzione di tali sezioni ». Naturalmente tale trasferimento si è verificato solo recentemente con l’effettiva istituzione delle Regioni a statuto ordinario (D. L. 2812-1971 n. 1121) e dei Comitati regionali di controllo e loro sezioni provinciali decentrate per gli enti territoriali e, con successive leggi ordinarie, per altri tipi di enti locali. Al riguardo la dottrina si è posto il problema se si debba ritenere ammissibile il trasferimento alle Regioni soltanto del controllo sostitutivo relativo al compimento di singoli atti o anche quello sugli organi. La legge Scelba non dice nulla a proposito, ma la circolare n. 860 del 1971 del Ministro degli Interni detta le seguenti istruzioni ad interpretazione di quella norma: « giova precisare che i controlli da trasferire alle regioni sono ai sensi dell’art. 130 Cost. soltanto quelli sugli atti delle province, comuni e loro consorzi, restando invece riservato allo Stato i controlli sugli organi degli enti stessi. Nulla pertanto è innovato per quanto concerne la sospensione e lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali ». E poi: « dal contesto delle sopra riportate disposizioni risulta che sono trasferiti ai Comitati regionali e loro sezioni i controlli di legittimità, di merito e sostitutivi sugli atti dei comuni, province e loro consorzi, già esercitati dal Prefetto e dalla G.P.A. ». Con tale interpretazione concorda parte della dottrina17 17 BENVENUTI, cit., p. 241 ss., sostiene infatti la legittimità costituziona1e non solo dell’art. 59 u.c. della legge n. 62 del 1953, ma anche dell’art. 64, che conferma la competenza dell’autorità governativa per i provvedimenti di scioglimento, sospensione e rimozione. 12 __________________________________________________________________IL CONTROLLO SOSTITUTIVO e la stessa giurisprudenza della Corte Costituzionale. Questa, infatti, dopo alcune sentenze in questo senso (n. 24 del 1957, n. 14 del 1960 e n. 128 del 1963) ha di recente ribadito con la sentenza n. 164 del 28-11-1972 che « spetta allo Stato, e non alle Regioni, il potere di nomina dei commissari per la reggenza delle amministrazioni comu nali incapaci di funzionare »; che « ai sensi dell’art. 128 Cost. province e comuni sono parti dell’ordinamento generale dello Stato, cui è riservata la intera loro disciplina organizzativa e funzionale; correlativamente, ai sensi dell’art. 130 Cost., le Regioni sono chiamate a partecipare all’esercizio dei poteri di controllo sugli enti locali mediante il solo sindacato di legittimità e di merito sugli atti, che comportano potestà sostitutive solo nel caso di omessa emanazione del singolo atto obbligatorio »; e che infine « si deve interpretare in senso restrittivo il rinvio all’art. 19 della legge comunale e provinciale del 1934, modificato con la legge n. 277 del 1949, rinvio effettuato dall’art. 59 della legge Scelba, per metterlo in armonia con la fonte superiore di cui è emanazione ». Tale interpretazione è stata fondata18 , del resto, sul rilievo che, essendo i gravi motivi di ordine pubblico una delle cause più importanti che l’intervento sostitutivo sugli organi, questo corrisponde a un interesse fondamentale della comunità nazionale, quindi proprio dello Stato e sottratto alla disponibilità e tutela di un ente minore. Avverso tale orientamento si è obiettato19 che il dettato costituzionale non avrebbe nulla da opporre alla eventuale soluzione del legislatore ordinario di attribuire anche il controllo sostitutivo sugli organi al Comitato regionale; anzi questa soluzione sarebbe coerente con la tendenza a liberare le autonomie locali dall’ingerenza del potere centrale, di cui l’organo prefettizio è l’espressione genuina. 18 19 SCUDIERO, cit., p. 200 ss. DE SIERVO, Il controllo..., cit., ib.; DE SIERVO, Nota in Le Regioni, 1973, p. 343 ss.; TORRIGGIANI, Controlli amministrativi statali e regionali, Milano 1972, p. 176 ss. 13 VINCENZO DE STEFANO_______________________________________________________________________ Si sostiene pertanto la necessità dell’abrogazione dell’art. 64 della legge n. 62 del 1953 e l’affidamento di tutti i poteri di controllo sostitutivo, sia di atti che di organi, alle regioni, conformemente tra l’altro allo stesso art. 59 u. c. che non fa alcuna distinzione a proposito. 4. Fattispecie particolari di controllo sostitutivo. Dato che il potere di sostituzione non costituisce una caratteristica essenziale dei controlli amministrativi, è sempre necessaria una esplicita disposizione di legge perché possa trovare applicazione20 ; infatti, qualunque sia il tipo di rapporti fra lo Stato e l’ente pubblico particolare, l’applicazione di quel potere costituisce almeno una deroga al principio della distribuzione delle competenze, legislativamente fissata fra i vari organi e soggetti della pubblica amministrazione. A questo principio è improntato tutto il sistema delle autonomie locali e deve considerarsi venuta meno, pertanto, insieme al regime politico che l’aveva posta, la norma generale dell’art. 3 della legge comunale e provinciale del 1934, secondo cui: « l’autorità governativa può sempre esercitare, a mezzo di commissari, la facoltà di sostituzione, conferitale dalla legge nei confronti degli enti pubblici locali ». Tale norma formulata dal legislatore del tempo sul presupposto dell’inesistenza dei consigli comunali e provinciali (al cui posto erano stati insediati i podestà, i presidi e i rettori, tutti nominati direttamente o indirettamente dall’amministrazione centrale) e quindi non c’è alcun dubbio sulla sua abrogazione, dopo che con il T. U. n. 203 del 5-41951 veniva ripristinato il precedente ordinamento comunale e provinciale regolato dal T. U. del 1915. Pertanto bisogna considerare definitivamente restituito all’esercizio del potere sostitutivo il 20 Il principio dell’eccezionalità del controllo sostitutivo è stato più volte applicato dalla giurisprudenza del Consiglio di Stato per frenare l’ingerenza dell’autorità governativa nei confronti degli enti territoriali minori. Cfr. fra le prime la decisione Cons. Stato del 15-5-57 n. 281 (in Foro Amm., 1957, 1, 3, p. 313 ss.): « Il controllo sostitutivo presuppone una norma che lo autorizzi esp licitamente o quanto meno lo consenta implicitamente ma inequivocabilmente ». 14 __________________________________________________________________IL CONTROLLO SOSTITUTIVO connotato principale della sua necessaria delimitazione nell’ambito delle singole fattispecie previste dalla legge21 . Le fattispecie normative di controllo sostitutivo si distinguono a seconda che siano espressione della funzione sostitutiva e. d. straordinaria (scioglimento degli organi dell’amministrazione ordinaria degli enti locali territoriali ed istituzionali) o della funzione sostitutiva c. d. ordinaria che, era essenzialmente nelle mani del Prefetto, organo burocratico che rappresenta localmente l’autorità governativa. La maggior parte delle fattispecie in materia è disciplinata dalla legge comunale provinciale del 1934 (e dalla precedente del 1915) e riguarda i comuni e le provincie; ma formazioni particolari sono dettate anche per gli altri enti pubblici istituzionali, così come per le Regioni. Altre fattispecie sono attualmente contenute nella legislazione ordinaria delle Regioni a statuto speciale e di quelle a statuto ordinario, che sono dopo la loro istituzione le titolari del controllo sostitutivo. Nell’ambito della funzione sostitutiva ordinaria, norma fondamentale è quella dell’art. 19 del T. U. del 1934, modificato dalla legge n. 277 dell’8-3-1949, in base al quale il Prefetto « invia appositi commissari presso le amministrazioni degli enti locali territoriali e istituzionali, per compiere in caso di ritardo o di omissione da parte degli organi ordinari, previamente e tempestivamente invitate a provvedere, atti obbligatori per legge o per reggerle, per il periodo di tempo necessario, qualora non possano, per qualsiasi ragione, funzionare ». Nella circolare del Ministro degli Interni n. 15900 del 22-6-1949 si chiariva che tale invio di commissari non deve essere inteso come un normale rimedio per assicurare il normale andamento di quegli enti, ma come una misura eccezionale e transitoria, subordinata alla temp estiva e preventiva messa in mora dell’amministrazione in carica. Ora ci si è chiesti se la norma in questione corrisponde ad un principio generale dell’ordinamento: ossia se è possi- 21 DEL PRETE, Il controllo delle Regioni sugli enti locali minori, in Atti del conve- gno nazionale sui controlli, a cura della Regione Puglia, Bari 1973, p. 115 ss. 15 VINCENZO DE STEFANO_______________________________________________________________________ bile applicarla e nominare commissari con pieni poteri, anche se nella legge o nello statuto di un ente non è previsto l’esercizio di facoltà sostitutiva del governo22 ; anche se la prassi tende ad ammettere tale estensione generale, bisogna ritenere che l’art. 19 non possa allo stato legislativo attuale essere considerato espressione di un principio generale. Naturalmente il Prefetto deve indicare nel decreto di nomina le funzioni affidate al commissario e il periodo di tempo entro il quale devono essere compiute: la legge non fissa un termine, variando questo a seconda dell’incarico da svolgere. Inoltre il rapporto che intercorre fra l’atto di nomina del commissario e l’attività svolta in sostituzione, si configura nel senso che il primo si pone come presupposto dell’esercizio della seconda: infatti è la legge che crea nell’organo di controllo il potere di prendere quel provvedimento e nell’organo sostituente la competenza specifica ad esercitare quelle determinate funzioni. Alla seconda ipotesi (disfunzione dell’amministrazione) prevista dall’art. 19 predetto si ricollega la fattispecie ex art. 321 del T. U. del 1915, sostituito dall’art. 102 del R. D. n. 2839 del 30-12-1923, a sua volta modificato dal R. D. L. n. 1756 dell’11-9-192523 , secondo cui « ove, malgrado la convocazione dei consigli non possa aver luogo alcuna deliberazione, il Prefetto provvede a tutti i rami dei servizi e dà corso alle spese rese obbligatorie, tanto per disposizione di legge quanto per antecedenti deliberazioni esecutorie. Quando sia necessario il Prefetto può affidare provvisoriamente ad appositi commissari la reggenza delle amministrazioni comunali, provinciali e consorziali, salvo la rispettiva ratifica ai singoli provvedimenti adottati dai commissari con i poteri del consiglio ». Bisogna precisare che tale norma viene in considerazione non solo nel caso che i consiglieri oppongano una forma di assenteismo, totale o parziale, in modo da non consentire di 22 GIANNINI A., cit., ib. Va ricordato che essendo stata la legge comunale e provinciale del 1915 richiamata in vita dal T.U. n. 203 del 1951, essa va considerata nuova rispetto a quella del 1934, e devono quindi ritenersi abrogate tutte le norme di quest’ultima incompatibili con le norme di quella. 23 16 __________________________________________________________________IL CONTROLLO SOSTITUTIVO raggiungere una maggioranza sufficiente per deliberare, anche quando la convocazione del consiglio non sia possibile a causa di dimissioni o altre deficienze verificatesi in seno al consiglio stesso. Sempre a mezzo di un commissario, il Prefetto aveva il potere di provvedere qualora il Sindaco non adotti i provvedimenti contingibili ed urgenti in materia di edilizia (art. 55 T. U. del 1934); per la comp ilazione di bilanci comunali e provinciali non deliberati entro il termine fissato dalla legge (art. 305 T. U. del 1934, sostituito dall’art. 4 della legge n. 964 del 22-12-1969); per la mancata deliberazione sul conto consuntivo entro un mese dalla relazione dei revisori (D. L. n. 1372 del 21-4-1945) e per la mancata presentazione del conto nel termine previsto dalla legge, da parte del tesoriere comunale provinciale (art. 308 T. U. del 1934). Sempre alla funzione sostitutiva ordinaria si ricollegano poi altre fattispecie normative, in cui però l’organo rappresentante del governo sostituiva direttamente la sua attività a quella degli organi amministrativi locali inadempienti. In materia di consorzi fra comuni e provincie così dispone l’art. 161, c. 4°, T. U. del 1954: « qualora gli enti interessati non provvedano alla nomina dei rispettivi rappresentanti, il Prefetto assegna ad essi un termine perentorio trascorso il quale provvede d’ufficio »; in base all’art. 231-bis T. U. del 1934, inserito con l’art. 14 della legge n. 530 del 9-6-1947, qualora il comune o la provincia non provvedano alla nomina dei delegati alla commissione disciplinare degli impiegati e salariati, le nomine spettano al Prefetto; e ai sensi del successivo art. 232, il Prefetto provvede d’ufficio qualora gli organi comunali e provinciali competenti non applichino le sanzioni disciplinari a carico di impiegati e salariati, pur essendo stati invitati a provvedere entro un dato termine. Per concludere, il Prefetto aveva il potere di ordinare d’ufficio la convocazione dei consigli comunali e provinciali per deliberare su determinati oggetti (art. 124 T. U. del 1915) e di provvedere sempre d’ufficio alla compilazione dei regolamenti di igiene, in caso di inerzia degli organi comunali, entro un dato termine (art. 545 T. U. n. 1265 del 27-7-1934). Anche nella funzione sostitutiva ordinaria rientravano alcuni 17 VINCENZO DE STEFANO_______________________________________________________________________ poteri, riconosciuti dalla legge alla G. P. A., la quale in tal casi non provvedeva a mezzo di commissari ma direttamente e collegialmente. Essa interveniva quando la Giunta comunale o il Presidente della Giunta provinciale non spedivano i mandati o non compivano gli atti comunque obbligatori per legge « salvo che la sostituzione competa al Prefetto (art. 104 e 153 T. U. del 1934): ossia qualora l’autorità locale frapponeva nell’esecuzione dell’atto obbligatorio un ritardo grave, attribuibile ad omissione volontaria, e si trattava di un atto che può compiersi da lontano24 ; comunque in base all’art. 128 del Regolamento n. 277 del 12-2-1911, prima di procedere all’emissione dei mandati di ufficio, la G.P.A. doveva decidere sulla obbligatorietà della spesa e provvedere per l’apposito stanziamento in bilancio. Altre fattispecie sono regolate per la materia elettorale dell’art. 322 T. U. del 1915 (in tema di mancata dichiarazione di ineleggibilità o decadenza da parte del consiglio comunale o provinciale nei confronti di alcuni dei propri membri) e dall’art. 75 D. P. R. n. 570 del 16-51960 in tema di convalida dei consiglieri comunali); dall’art. 63 T. U. del 1934, in seguito al rifiuto da parte del Sindaco di rilasciare certificati o attestati; dell’art. 158 Regolamento del 1911 in tema di presa d’atto delle dimissioni dei componenti i consigli comunali e provinciali; dall’art. 320 T. U. del 1934 in tema di iscrizioni d’ufficio in bilancio. Quando alla funzione sostitutiva straordinaria nei confronti degli enti territoriali tradizionali, norme fondamentali sono l’art. 323 T. U. del 1915, modificato dall’art. 103 del R. D. n. 2389 del 30-12-1923 per il rinvio ad esso contenuto nell’art. 25 1. n. 530 del 9-6-1947, in base al quale, con decreto del Capo dello Stato possono essere sciolti i consigli comunali e provinciali « per gravi motivi di ordine pubblico o quando, richiamati all’osservanza di obblighi loro imposti per legge, persistono a violarli »; e il successivo art. 324, per cui in caso di scioglimento l’amministrazione comunale è affidata ad un commissario straordinario e quella provinciale a duna commissione straordinaria. Entro tre mesi co- 24 ESPOSITO, Il potere sostitutivo, Napoli 1966, p. 44 ss. 18 __________________________________________________________________IL CONTROLLO SOSTITUTIVO munque si deve procedere all’elezione del nuovo consiglio (o al massimo entro sei mesi se sussistono motivi amministrativi o di ordine pubblico). In attesa del decreto di scioglimento, l’art. 105 R. D. n. 2389 del 1923 prevede il potere del Prefetto di sospendere i consigli comunali o provinciali quando ricorrono motivi di urgente necessità, provvedendo per la provvisoria amministrazione a mezzo di commissario (art. 102 della stessa legge). L’art. 149, e. 70, T.U. del 1915 disciplina infine l’ipotesi della rimozione o sospensione dei sindaci: questi possono essere sospesi dal Prefetto o rimossi dal Presidente della Repubblica per gravi motivi di ordine pubblico, o, quando, richiamati all’osservanza di obblighi loro imposti dalla legge, persistono a violarli. A proposito di questi interventi sostitutivi sugli organi degli enti territoriali, nella circolare n. 1024 del 27-8-1948 il Ministro degli Interni ribadiva il principio che « lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali e la rimozione dei sindaci dalla carica Costituiscono gravi provvedimenti che limitano l’esercizio dei diritti politici dei cittadini » e quindi sono « rimedi straordinari nei quali deve essere eliminata ogni discrezionalità che contrasterebbe coi principi fondamentali di un regime democratico ». Con la successiva circolare n. 2716 del 16-7-1951 si specificavano gli estremi che devono ricorrere per farsi luogo a tali provvedimenti: il consiglio comunale o provinciale (o il sindaco) deve avere reiteratamente violato la legge con atti positivi, disapplicandola o rifiutandosi di applicarla, o con colpevole omissione lasciato insoddisfatti gli interessi pubblici cui e tenuto per legge a provvedere; inoltre i vari mezzi correttivi e sostitutivi attribuiti dalla legge all’autorità di vigilanza e tutela devono essersi palesati inefficaci a ricondurre alla legalità la azione dell’amministrazione o del sindaco. Ribadendo ancora che tutta questa normativa si riferisce al sistema amministrativo antecedente alla attuazione dell’ordinamento regionale, bisogna ricordare che il problema dell’applicazione di una funzione sostitutiva si pone anche nei confronti delle Regioni. La Regione è, in base all’art. 114 Cost., un ente auto- 19 VINCENZO DE STEFANO_______________________________________________________________________ nomo alla pari delle provincie e dei comuni, e dunque non c’era motivo per escludere le ipotesi di sostituzione nei suoi confronti, dato che tale figura aveva ormai acquistato un carattere di generalità nell’ordinamento giuridico. La disciplina in materia è data dall’art. 126 Cost. e dagli artt. 50-54 della L. n. 62 del 1953 sulla Costituzione e funzionamento degli organi regionali; ed è sostanzialmente limitata alla sostituzione del consiglio regionale che sia sciolto. Tale scioglimento può essere operato con decreto del Capo dello Stato nei seguenti casi: 1) compimento di atti contrari alla Costituzione o di gravi violazioni dileggi, 2) inottemperanza all’invito del governo di sostituire la Giunta regionale o il Presidente, rei dei medesimi atti, 3) incapacità di funzionare per dimissioni o per impossibilità di formare una maggioranza, 4) per ragioni di sicurezza nazionale. Contemporaneamente viene nominata una commissione col compito di provvedere all’ordinaria amministrazione, al compimento di atti m iprorogabili e di indire le elezioni del nuovo consiglio entro tre mesi. Nessuna norma invece prevede una funzione sostitutiva « ordinaria » nei confronti della Regione, ossia il conferimento a dati organi del potere di sostituire l’attività amministrativa obbligatoria non adempita dai titolari degli uffici regionali, correlativamente alla disciplina prevista per i Comuni e le Provincie; se resta esclusa ogni possibilità di intervento da parte del Prefetto (dato che la legge non gli attribuisce nessuna competenza sulla Regione), neppure è previsto un intervento ad hoc da parte del commissario del governo, ex art. 124 Cost., né della commissione di controllo di cui al successivo art. 125. Si tratta senza dubbio di una lacuna nell’ordinamento da eliminarsi, perché non è concepibile assolutamente che la legge non preveda alcun rimedio alla possibilità di disfunzioni amministrative degli organi regionali, tutt’altro che impossibili a verificarsi; si tratta di una presunzione assoluta di funzionalità o comunque di un eccesso di fiducia nei confronti dell’ amministrazione regionale, che non si giustificano. A riguardo complessi problemi sorgerebbero però circa l’individuazione del soggetto o organo cui affidare la titolarità di questa funzione. 20 __________________________________________________________________IL CONTROLLO SOSTITUTIVO La funzione sostitutiva nei confronti degli enti territoriali e istituzionali ha trovato una sua particolare normazione negli ordinamenti regionali, dato che le regioni sono in base alla legge n. 62 del 1953 i suoi legittimi titolari. Cominciando dalle Regioni a statuto speciale, l’ordinamento siciliano contiene la norma fondamentale dell’art. 91 del D.L.P. n. 6 del 29-10-1955 (ordinamento amministrativo degli enti locali), secondo cui: « quando gli organi dell’amministrazione dei comuni omettono, sebbene previamente diffidati, o non siano in grado di compiere atti obbligatori per legge, vi provvede l’Assessore agli enti locali a mezzo di un commis sario ». Oltre questa ipotesi di sostituzione tramite nomina di un commissario « ad acta », altre fattispecie sono regolate dagli artt. 53 e 30, 54 e 55 dell’ordinamento stesso: sono i casi della declaratoria di decadenza dei consigli comunali e provinciali (quando per dimissioni o per altra causa il consiglio abbia perso metà dei componenti e questi non siano stati sostituiti) ed è lo scioglimento dei consigli (per violazione degli obblighi imposti dalla legge o per il compimento di gravi violazioni di legge che dimostrano l’irregolarità del loro funzionamento o quando non provvedono a revocare la Giunta o il Sindaco che abbiano compiuto tali violazioni in seguito all’invito dell’autorità competente). Nel primo caso si provvede alla nomina, da parte dell’Assessore agli enti locali, di un commissario reggente che svolge in via sostitutiva, e limitatamente agli adempimenti obbligatori per legge, le funzioni proprie del Sindaco, della Giunta municipale e del consiglio comunale; nel secondo caso il Presidente della Giunta Regionale procede alla nomina di un commissario straordinario incaricato di assicurare, in via sostitutiva, la straordinaria gestione dell’ente locale, ossia « esercita le ordinarie attribuzioni di competenza del sindaco e della Giunta e, se indifferibili, anche quelle di competenza del consiglio ». Normativa analoga è disposta anche per i liberi consorzi (art. 207, 210 e 212 del medesimo D.L.P. n. 6-1555)25 . 25 TIMINERI, Natura specie e limiti funzionali dei controlli sostitutivi nel- l’ordinamento regionale siciliano, in Nuova Rassegna 1970, p. 2305 ss. 21 VINCENZO DE STEFANO_______________________________________________________________________ Nei confronti dell’ente Regione, l’art. 8 dello statuto regione Sicilia, prevede il potere del commissario dello Stato di proporre al governo lo scioglimento dell’assemblea regionale « persistente violazione dello statuto »; a una commissione straordinaria, nominata dal Governo, e affidata l’ordinaria amministrazione in attesa delle nuove elezioni. Nello statuto della Regione Sardegna, l’art. 46 affida agli organi regionali il controllo sugli atti degli enti locali e l’art. 10 della L.R. n. 36 del 31-1-1956 (controlli sulle provincie e comuni) trasferisce in particolare al comitato regionale di controllo e sue sezioni decentrate i poteri di controllo sostitutivo « che le vigenti norme deferiscono al Prefetto e alla G.P.A. ». Rimane quindi di competenza del Prefetto la sostituzione di organi impossibilitati a funzionare o che debbono essere sostituiti per dimissioni, scioglimento o variazioni territoriali. Quanto al consiglio regionale, questo può essere sciolto in base all’art. 50 dello statuto per i motivi in generale previsti dall’art. 126 Cost., e l’amministrazione ordinaria è normalmente affidata ad una commissione straordinaria 26 . Nella Regione Friuli-Venezia Giulia, in base all’art. 8 del D.P.R. n. 960 del 26-6-1965, «spetta agli organi della Regione il potere di inviare appositi commissari presso le amministrazioni provinciali, comunali e consorziali per compiere in caso di inadempimento o di ritardo gli atti obbligatori per legge »; e a sensi dell’art. 32 della l.r. n. 3 del 2-3-1966, il Presidente della Giunta regionale, quando le amministrazioni locali non sono in grado di funzionare « per qualsiasi ragione ». invia appositi commissari che provvedono a reggerle per il tempo strettamente necessario; nel caso di omissione o ritardo di atto obbligatorio, competente a deliberare l’invio del commissario è il Comitato regionale di controllo. Restano di competenza dello Stato i provvedimenti riguardanti la sospensione e lo scioglimento dei consigli e la sospensione o la rimozione del Sindaco27 . 26 GIOVANNOZZI, Controlli sugli enti locali nella Regione Sardegna, in Corriere Amministrativo 1966, p. 053 ss. 27 FLAGIELLO, Il controllo sugli enti locali nella Regione Friuli-Venezia Giulia, in Nuova Rassegna 1966, p. 2325 ss. 22 __________________________________________________________________IL CONTROLLO SOSTITUTIVO L’art. 22 dello statuto prevede lo scioglimento del Consiglio regionale in conformità della norma costituzionale (art. 126). In base all’art. 52 della l.r. n. 29 del 21-10-1963 della Regione Trentino-Alto Adige, spetta alla Giunta provinciale un ampio potere di sostituzione: essa invia appositi commis sari presso gli enti locali per compiere atti obbligatori, non eseguiti o ritardati, e per reggere gli enti controllati nel caso di impossibilità o di difficoltà di funzionare. Al Presidente della Giunta è riconosciuto poi il potere di adottare con propria ordinanza o a mezzo di un Commissario i provvedimenti contingibili ed urgenti in materia di edilizia, polizia locale ed igiene, non adottati dal Sindaco (art. 27 della stessa legge regionale). L’art. 48 n. 5 dello statuto affida poi espressamente alla Giunta provinciale la facoltà di sospensione o scioglimento degli organi delle amministrazioni locali, ma riserva allo Stato questi provvedimenti straordinari quando siano dovuti a mo tivi di ordine pubblico o quando si riferiscono a comuni con popolazione superiore ai 20.000 abitanti. Come negli altri ordinamenti il Consiglio regionale può essere sciolto per i motivi di cui all’art. 126 della Costituzione (art. 27 statuto). Lo statuto della Regione Valle d’Aosta, infine, non contiene disposizioni per la funzione sostitutiva ordinaria, ma attribuisce espressamente alla Giunta regionale, sentito il Consiglio di valle, la facoltà di sciogliere i consigli dei comuni e degli altri enti locali (art. 43). Quanto poi agli ordinamenti delle Regioni a statuto ordinario, anche qui si incontra una normativa frammentaria e non omogenea; comunque si deve ritenere accolto il principio generale per cui « sono attribuiti alla competenza degli organi di controllo della Regione i poteri di controllo sostitutivo che si risolvono nella adozione di provvedimenti di carattere obbligatorio per gli enti controllati, ma dai medesimi omessi », mentre « sono riservati agli organi dello Stato i poteri di controllo repressivo, l’emanazione cioè di tutti quei provvedimenti che incidono sulla c.d. legitimatio ad officium, e che riguardano lo scioglimento, la sospensione e la rimozione degli organi istituzionali degli enti locali », come si legge nella circolare della 23 VINCENZO DE STEFANO_______________________________________________________________________ Presidenza della Regione Puglia n. 260 del 10-1-1972. Solo alcune regioni a statuto ordinario hanno dettato norme che esplicitamente si riferiscono al potere sostitutivo. Nella Regione Emilia-Romagna « i controlli sostitutivi sugli organi degli enti locali, sinché ed in quanto previsti dalla legge, sono esercitati dalla Regione » (V disp. trans. stat.) e « nei casi previsti dalla legge (l’organo di controllo) delibera la nomina del commissario per l’esercizio del potere di controllo sostitutivo sugli atti » (art. 4 c. 2 D.P. Giunta n. 3 del 29-21972); dunque tale Regione ha rivendicato a sé la titolarità di tutti i poteri sostitutivi, derogando al principio generale. In posizione identica si è posta la Regione Molise: « i controlli sostitutivi sugli enti locali, ivi compresi i controlli sugli organi sinché ed in quanto previsti dalla legge sono esercitati dal consiglio regionale » (art. 62 u.c. stat.). Non sono così esplicite invece le norme dell’art. 43 u.c. statuto Regione Lazio e dell’art. 65 u.c. statuto Regione Liguria (che con i precedenti sono gli unici statuti regionali ordinari che menzionano il nostro istituto), in base ai quali genericamente « i controlli sostitutivi sugli enti locali, sinché ed in quanto previsti dalla legge, sono esercitati dalla Regione ». Conformi al principio generale sono invece alcune norme contenute in altri ordinamenti regionali, come l’art. 18 della l.r. n. 18 del 6-7-1972 della Regione Toscana, per cui « i poteri di controllo sostitutivo sugli enti locali, già attribuiti al Prefetto, alla G.P.A. e ad altri organi periferici dello Stato, sono esercitati ai sensi dell’art. 130 Cost. dal Comitato regionale di controllo e sezioni decentrate ... mediante invito all’ente a compiere l’atto entro un determinato termine », scaduto il quale il Comitato regionale « adotta i provvedimenti del caso ». Per l’art. 18 del Regolamento regionale n. 1 del 27-3-1972 della Regione Veneto, « quando gli organi degli enti controllati omettono di compiere atti obbligatori per legge, l’organo di controllo, sentito l’ente e disposti se del caso idonei accertamenti, provvede direttamente ». L’art. 24 della l.r. 14-7-1972 della Regione Abruzzo dispone l’invio di un commissario « ad actum » qualora da un 24 __________________________________________________________________IL CONTROLLO SOSTITUTIVO ente soggetto al controllo « sia omesso o ritardato un atto obbligatorio »; competente a tale invio è il Comitato regionale di controllo e sezioni provinciali. Infine, in base all’art. 23 della l.r. n. 4 del 24-3-1972 della Regione Campania, « qualora l’ente soggetto a controllo ometta o ritardi un atto obbligatorio, l’organo di controllo diffida l’ente a compiere l’atto entro il termine di venti giorni, salvo che la legge dello Stato non ne preveda uno diverso, scaduto il quale viene nominato un commissario per l’adozione dell’atto predetto ai sensi di legge ». VINCENZO DE STEFANO 25 Bilancio di Previsione 1973 Relazione del Presidente dr. FRANCO GALASSO Signori Consiglieri, avremmo voluto mantenere fede all’impegno che avevamo preso con noi stessi e con il Consiglio Provinciale di presentare il bilancio preventivo nei termini di legge. Purtroppo ciò non è stato possibile per i noti dissesti che hanno colpito Palazzo Dogana, costringendoci ad un trasferimento che, per quanto contenuto in limiti di tempo ragionevoli, se si tien conto della mole di problemi che esso ha comportato, ha pur rallentato la vita dell’Ente anche se possiamo dire con soddisfazione di tutti che, malgrado questo « incidente », la vita dell’Amministrazione Provinciale non ha mai cessato di pulsare. Ci siamo trovati improvvisamente dinanzi ad un problema che, al paziente studioso del futuro, a colui il quale (e speriamo che vi saranno ancora di questi attenti esploratori della vita della nostra piccola comunità) vorrà studiare la vita dell’Amministrazione Provinciale di Capitanata si delineerà certamente nelle proporzioni che solo a distanza potranno essere valutate nella giusta misura. Si è trattato di far fronte al trasferimento del personale, dei documenti e dei mobili di un Ente che non può permettersi certamente il lusso di fermare la sua vita. Abbiamo, perciò, dovuto far fronte al non previsto evento e la ziosa di tutto il personale che non encomiabile spirito di corpo ha fatto fronte alla circostanza con notevole senso di responsabilità e di abnegazione, rendendo possibile nello spazio di qualche settimana la ripresa della vita degli uffici che ora sono tornati al loro normale ritmo di lavoro. Sono stati preziosi consiglieri della Giunta gli amici capigruppo che ci sono stati vicini collaborando alle soluzioni prese e che non hanno fatto mancare il loro sostegno morale. La occasione ci è propizia perciò per ringraziarli e per assicurare loro, insieme a tutto il Consiglio Provinciale, che il problema della sede dell’Amministrazione 26 ______________________________________________________________________BILANCIO DI PREVISI ONE Provinciale sarà fra i primi ed i più importanti che imposteremo per portare, con la collaborazione di tutti, a dignitosa soluzione, se il Consiglio riconfermerà la fiducia alla Giunta con l’approvazione del Bilancio. Abbiamo, perciò, dovuto far fronte al non previsto evento e la presentazione del bilancio preventivo, che nelle sue linee essenziali era già pronto all’inizio di quest’anno, ha dovuto subire uno slittamento che non era certamente nelle nostre intenzioni. Abbiamo apprezzato la discrezione con la quale i gruppi consiliari delle opposizioni si sono comportati in questa vicenda. Abbiamo, infatti, notato come non vi sia stato nessun tentativo di speculazione sul ritardo di presentazione del Bilancio, cosa che dimostra, ove ve ne fosse stato bisogno, il garbo politico ed umano che contraddistingue il nostro consesso, contrassegnato da una maturità democratica che è certamente di esempio, e lo diciamo senza ombre di adulazione o di presunzione, nella nostra provincia. Siamo, perciò, oggi, finalmente giunti a questo che è, per una amministrazione pubblica, il momento più qualificante alla fine di un anno di attività per presentare il consuntivo di esperienze e di realizzazioni per proiettarsi nell’avvenire dopo l’esame della attività che gli amministratori faranno con i loro consensi e le loro critiche; per apprendere, emendare, correggere errori e fa tesoro di consigli e di suggerimenti in uno spirito di vera democrazia che tenga effettivo conto di quanto possa emergere da un dibattito vasto, approfondito, il più possibile obiettivo, anche se velato inevitabilmente dalla passione di parte, dal particolare modo di guardare alla realtà a seconda della ideologia politica che guida l’interpretazione di ognuno. Avremmo voluto più efficacemente e concretamente confrontare le nostre posizioni prima di giungere alla stesura definitiva del bilancio. Ci impegnammo a costituire una commissione per il bilancio e fu per questo che le linee di esso erano pronte con notevole anticipo. Non è stato possibile realizzare questo che è una delle nostre fondamentali aspirazioni e cioè la partecipazione attiva del Consiglio, non solo in sede di discussione in aula, ma al di fuori di essa con il lavoro ristretto di commissioni che, pur nella diversità dei punti di vista, esprimessero orientamenti di cui la maggioranza potesse tener in debito conto. Neppure questo è stato possibile per le vicende anzidette. Vi è stato, però, un incontro al quale, peraltro, per vari impedimenti non pote- 27 FRANCO GALASSO____________________________________________________________________________ rono essere presenti tutti i capigruppo ed anche se esso non ha sortito il risultato voluto è stato un tentativo, una manifestazione non solo di buona volontà da parte nostra ma di una volontà politica che troverà nel prossimo futuro la sua concretizzazione con una metodologia che insieme, tutti noi, cercheremo di darci perché le commissioni consiliari abbiano ad assolvere alla loro funzione di collaborazione effettiva con la Giunta. Noi, infatti, siamo convinti che nella articolazione della vita di un consesso democratico non sia sufficiente la presenza alle sedute, nel corso delle quali peraltro i problemi sono dibattuti a livello politico e vi è già motivo di una efficace presa di coscienza dei problemi delle comunità amministrate, problemi che vengono dibattuti con sufficiente completezza, sia nei loro risvolti politici che tecnici. Ma qui, in aula, non si può prescindere dalla accentuazione polemica e dalla vivacità propria del dibattito pubblico. Il lavoro di commissione è senza dubbio più sereno, meno foriero di passione perché i problemi devono essere studiati nel loro dettaglio portando ognuno il proprio contributo di esperienza e di preparazione senza l’assillo della immediatezza del dibattito ma con la possibilità del riferimento, del contributo critico, del suggerimento tecnico, della intuizione che da alcuni può utilmente nascere. Non è detto che si debba essere sempre d’accordo ma è certamente utile all’economia della vita dell’Ente preparare i provvedimenti insieme pur nella diversità sempre rispettabile delle posizioni di ognuno. Sarà un nuovo metodo di lavoro che ci daremo e che abbiamo in questo periodo sperimentato con utili risultati in diverse circostanze. Nel momento dell’insediamento di questa Amministrazione avemmo modo di sottolineare come la realtà democratica ed amministrativa del nostro Paese se fosse arricchita di un nuovo fondamentale strumento, quale lo istituto regionale — a cui dobbiamo guardare come l’interlocutore diretto dell’Ente provincia, a sua volta sulla strada di un ripensamento e di una riqualificazione del proprio ruolo e della propria funzione. L’Amministrazione Provinciale di Capitanata può vantarsi di aver visto con lungimiranza, in momenti in cui la battaglia regionalistica era lontana dalla conclusione, la funzione profondamente rinnovatrice dell’ordinamento regionale. Basterà ricordare i dibattiti e le discussioni di dieci anni fa, quando l’Amministrazione Consiglio indicava nella istituzione delle Regioni, appunto, e nella programmazione eco28 ______________________________________________________________________BILANCIO DI PREVISI ONE nomica i momenti in cui al Paese sarebbe stata suggerita una tensione di crescita civile e democratica quale era nelle intenzioni della Costituzione. Le Regioni sono oggi, per noi, una realtà quotidiana di cui abbiamo imparato a tener conto in tutti i nostri atti amministrativi e politici, siano essi di piccolo o di grande momento. Ogni qualvolta motivi di opportunità o precise istanze dei nostri amministrati lo hanno richiesto, l’Amministrazione Provinciale ha investito la Regione dei singoli problemi, ha prospettato ad essa le soluzioni più aderenti alle aspettative della nostra gente. E’ appena il caso di ricordare, in questo senso, il nostro intervento sul problema degli orari dei negozi, su quello della casa, su quello dei trasporti e della ferrovia garganica e su quello relativo a nuovi istituti amministrativi particolarmente importanti per la nostra Provincia quali le Comunità Montane. Tutti questi interventi hanno concorso a chiarire che la presenza delle Regioni servirà sempre meglio a qualificare il ruolo dell’Ente Provincia come naturale mediatore tra le istanze di base di un’intera comunità provinciale e l’organismo regionale. Questo nostro atteggiamento di fiducia nei confronti delle Regioni non può venir meno per talune incomprensioni manifestate, oggi in minor misura di ieri, dagli organi di controllo nei confronti delle Amministrazioni, troppo spesso ricacciate verso la gestione burocratica e la normale amministrazione. E pensiamo che sia giunto il momento da parte di tutte le componenti della articolata vita democratica degli Enti locali a livello di Regione, di Provincia e di Comune che si ponga in termini di pratica attuazione l’istituto delle deleghe. Esse rappresentano la manifestazione più concreta del decentramento amministrativo che consentirà una vera partecipazione alla vita del Paese, alla nostra vita con delle possibilità decisionali affidate agli Enti che sono, per la loro diretta rappresentatività di base, i più efficaci interpreti delle comunità che rappresentano. E’ un discorso che ha già avuto un timido inizio con discussioni ed incontri per scambi di vedute, per presa di coscienza da parte dell’organismo regionale di alcuni problemi della periferia. Ma si è trattato solo di episodi che, se manifestano una iniziale buona volontà da parte della Regione, non hanno avuto ancora una concretizzazione incoraggiante. Convegni di studio, incontri sul piano informativo non bastano, 29 FRANCO GALASSO____________________________________________________________________________ certo, a dare il via alla effettiva articolazione della realtà regionale. Ne sono positivi i sondaggi della regione in direzione della istituzione dei comprensori che porterebbero ad una artificiosa frammentazione degli indirizzi di programmazione che devono successivamente trovare i naturali interlocutori negli Enti locali istituzionali democraticamente eletti cui si sono aggiunti le Comunità Montane che auspichiamo si avviino presto sulla strada di una effettiva presenza nella nostra realtà. Ed è nel senso di una sollecitazione di una ordinata e razionale attuazione delle deleghe che la Unione Province Pugliesi si sta muovendo; il direttivo dell’Unione ha, infatti, apprestato un documento che sarà posto all’attenzione dell’assemblea in una riunione che si svolgerà a brevissima scadenza. Credo che sia giusto e legittimo da parte nostra prendere una posizione definitiva sull’argomento con la forza che proviene dalla rappresentatività che le cinque province pugliesi rivendicano. Per giungere rapidamente ad una esame di quanto è stato fatto e di quanto ci proponiamo di realizzare non possiamo fare a meno di rallegrarci di una grande conquista di tutta la gente di Capitanata; intendiamo riferirci all’insediamento dell’Aeritalia. I nostri parlamentari nazionali e regionali, gli amministratori comunali della Provincia, l’Amministrazione Provinciale di Capitanata hanno saputo legittimamente interpretare e difendere gli interessi e le aspirazioni di tutta la comu nità di Capitanata. Sappiamo trattarsi di un grande evento, che sarà nella realtà tale nella misura in cui lo considereremo momento di un più vasto progresso economico, il quale dovrà portarsi dietro non i guasti dell’imprevidenza ma i benefici del progresso civile e culturale. Viene spontaneo, a questo punto, andare alla fonte stessa della nostra civiltà, alla causa secolare di tante gioie e di tante amarezze: la terra, l’agricoltura. Non ignoriamo che questo, per lungo tempo, continuerà ad essere il perno della nostra vita economica e che il problema principe di questo settore continua ad essere l’irrigazione. In questo quadro vanno inseriti i contatti avuti per questo problema con il Consorzio Generale di Bonifica il quale è in attesa che si sblocchi la situazione determinata dal passaggio di competenze dallo Stato alle Regioni, in riferimento al piano dei laghetti collinari per il Subappennino. Per parte sua la Provincia ha dato incarico ad apposita commis 30 ______________________________________________________________________BILANCIO DI PREVISI ONE sione di esperire una indagine geologica della zona dell’agro di Faeto destinata a ricevere il primo invaso. Sono da ricordare ancora, per quanto riguarda l’agricoltura, i passi compiuti verso la costituzione di uno statuto del Consorzio per il mercato ortofrutticolo alla produzione. E’ all’ordine del giorno del Consiglio l’approvazione dello Statuto. Altri interventi sono previsti in bilancio per la viabilità rurale, le strade interpoderali e per la elettrificazione rurale. L’Amministrazione Provinciale ha continuato e continuerà a dare il proprio contributo affinché la Fiera di Foggia costituisca sempre quell’importante appuntamento per l’agricoltura meridionale che tutti conoscono e riconoscono. I 300 milioni stanziati per la costruzione, nell’area della Fiera, di un Palazzo dei congressi sono nel senso del riconoscimento di questa realtà. Mi consentirete questo procedere sostanzialmente non articolato; mio compito non è quello di sottrarre tempo e spazio ai colleghi di Giunta. Voglio limitarmi, perciò, ad indicare solo alcuni momenti più qualificanti della nostra azione. Nel settore turistico voglio ricordare che è all’ordine del giorno del Consiglio la nomina dei nostri rappresentanti in seno al Consorzio per la valorizzazione dei laghi di Lesina e Varano; che è prevista in bilancio una somma di 50 milioni per la costruzione di parchi naturali nella Foresta Umbra. Per quanto riguarda la zona del Gargano vale la pena dire che è stato appaltato il 2° lotto e che si è ottenuto il finanziamento del 30 lotto della Superstrada Vieste-Lesina, la cui importanza è superfluo sottolineare. Per continuare nel settore delle opere di grossa portata possiamo citare la Candela-Foggia, di cui sono stati appaltati i primi due lotti, sbloccando una situazione controversa che ha tenuto ferme le cose più del previsto. Una situazione diversa siamo costretti a verificare per quanto riguarda la Pedesubappenninica. E questo a causa degli ostacoli che incontra a vari livelli il nostro convincimento che si tratta di un’opera che darebbe una grossa mano all’inversione di quella tendenza, ampiamente diffusa e più o meno fatalisticamente accennata in sedi responsabili, che vorrebbe ormai il Subappennino destinato ad essere « evacuato» perché sarebbe, dal punto di vista economico, senza sbocchi. 31 FRANCO GALASSO____________________________________________________________________________ Noi siamo del parere che le condizioni economiche si creano lai dove non esistono. Sarebbe ben triste dover ammettere, dopo la rivoluzione industriale e quella tecnologica, che bisogna abbandonare zone interne di un paese perché ... si trovano a 600 metri sul livello del mare o per qualche altra ragione di simile portata! La Pedesubappenninica continuerà, perciò, ad essere un nostro c stante impegno di cui investiremo la Cassa per il Mezzogiorno, la Regione ed il Ministero dei LL.PP. Nel settore delle strade va segnalata la provincializzazione di 55 chilometri di strade ex consorziali. E’ un provvedimento che comporterà per il nostro Ente un forte onere finanziario. Ma sappiamo anche dei benefici che ne verranno all collettività; ed è per questo che lo abbiamo, a suo tempo, sollecitato. Come oggi sollecitiamo la statizzazione di alcune arterie divenute d grande traffico e, per ciò stesso, eccessivamente onerose. Uno coronato da successo è quello relativo agli innesti per Vo lturino e Motta Montecorvino sulla Superstrada variante 17. Un attento studio dei problemi della manutenzione e dei dissesti interessanti la nostra rete stradale ci ha permesso di redigere un piano e ci ha indotti a prevedere in bilancio, per questa voce, una spesi cospicua. Un altro importante impegno, relativo ad un problema ormai annoso per l’Amministrazione, assumemmo a suo tempo: quello relativo alla revisione dei prezzi. A distanza di un anno possiamo dire di ave risolto completamente il problema e che non vi sono più situazioni incerte o sospese. Due importanti interventi sono quelli per la costruzione di due alberghi alla Foresta Umbra ed al Bosco di San Cristoforo. In entrambi i casi siamo sulla via della conclusione degli iter previsti. Passando ad altro settore, registriamo la istituzione di una sezione staccata della Scuola di Servizi Sociali di Bari; e ciò in attesa di giungere alla completa autonomia. Alla completa autonomia si dovrà giungere anche per la sezione staccata dell’ISEF i cui corsi continuano intanto soddisfacentemente. Particolare attenzione meritano gli interventi nei settori dell’assistenza e della salute pubblica: dal potenziamento del Centro di Igiene Mentale, sia per quanto riguarda il personale sia per le strutture, all’ allargamento della pianta organica del Laboratorio di Igiene e Profilassi. Interventi, questi, miranti a creare le condizioni per un migliore 32 ______________________________________________________________________BILANCIO DI PREVISI ONE e tempestivo intervento sul piano profilattico e su quello terapeutico ed anche su quello generale del decentramento, presupposto insopprimibile della prevenzione. Rileviamo ancora, in questi settori, come si siano mossi passi in direzione di una stretta collaborazione tra Centro di Igiene Mentale e la Scuola per i Subnormali; come si sia giunti ad una sostanziale rivalutazione dell’assistenza in favore dei dimessi dagli Ospedali Psichiatrici ed alla approvazione di un regolamento moderno per l’IPPI. Per questo Istituto è nostro preciso impegno dare un decisivo impulso all’iter, ormai verso la conclusione, relativo alla nuova sede. In questa occasione rinnoviamo l’impegno a fare tutti i passi necessari per giungere alla costruzione di un Ospedale Psichiatrico Provinciale, che ci consentirebbe di gestire autonomamente, sia sul piano scientifico che su quello amministrativo, il problema della salute mentale dei nostri assistiti. L’impegno di giungere alla copertura di tutti i posti previsti è stato pienamente mantenuto con l’espletamento di pressocché tutti i concorsi programmati. Nel corso di quest’anno sono stati immessi in servizio n. 10 impiegati della carriera di concetto, 9 di quella esecutiva, 20 di quella ausiliaria e 183 cantonieri, per un totale di 222. E’ intanto definito il censimento dei posti ancora vacanti e delle particolari esigenze dei vari settori dell’Ente, onde poter giungere, al più presto, alla tanto auspicata ristrutturazione degli uffici. Per questo impegno, come per ogni iniziativa che riguardi il personale, contiamo sulla fattiva collaborazione dei Sindacati. E’ nostra intenzione porre concretamente ed al più presto sul tappeto i] problema del nuovo Regolamento. A tal fine è già in corso lo studio del problema insieme agli organismi sindacali. Qualcosa ancora mi preme dire di un settore per il passato quasi inesplorato ed in cui questa Amministrazione ha mostrato di sapersi muovere con idee chiare o, quanto meno, con la precisa volontà di chiarirle; parlo dei problemi ecologici e devo citare il convegno sulle acque sotterranee, la disinfestazione delle coste e delle zone interne, l’azione diretta al controllo di tutti gli stabilimenti industriali ai quali è stato imposto l’uso di apparecchiature di depurazione. Gli interventi qualificanti nel settore del tempo libero e dello sport si sostanziano nella cifra di i miliardo prevista in bilancio per la costruzione di una piscina coperta e di altri 8 impianti sportivi (per 33 FRANCO GALASSO____________________________________________________________________________ atletica leggera, pallacanestro, pallavolo) e nel sostegno veramente rilevante offerto alle molteplici società sportive dilettantistiche operanti in Provincia. E’ questa una strada che non abbandoneremo, convinti come siamo che il tempo libero e lo sport nel tempo libero vanno considerati non attività accessorie, ma attività che il nostro impegno dovrebbe concorrere a far diventare centrali nella vita di ciascun componente la collettività. Un’attività che va potenziata e per la quale non sono mancati e non mancheranno nostri interventi è quella artigianale, tanto bisognosa di sostegno, quanto ricca di potenzialità e tutta ancora da valorizzare. Nell’avviarmi alla conclusione un breve cenno agli interventi nel campo della Scuola e della Cultura. Sono in corso di esecuzione i lavori relativi a 9 edifici scolastici. Per il decimo, l’I.T.I.S. di Foggia, dopo le note sfortunate vicissitudini, è stato portato a termine l’appalto-concorso e si passerà, al più presto, alla fase realizzativa. Sono pressoché conclusi i lavori di ampliamento del Conservatorio « U. Giordano », mentre è stata consegnata la nuova Biblioteca Provinciale per la quale sono in corso le ultime sistemazioni, gli arrivi di arredi e scaffalature, ed è già iniziato il trasferimento dei fondi librari. L’impegno dell’Amministrazione a favore di questo istituto è a tutti noto, come deve essere chiara la volontà di continuare su questa strada perché, nel futuro più immediato, alla splendida forma architettonica corrisponda la sostanza dei fondi librari, di servizi efficienti e di proposte culturali serie, impegnative di largo respiro. Per raggiungere questi risultati sappiamo di dover affrontare oneri finanziari importanti, ma sappiamo anche che questa nuova struttura è nata per essere e deve essere il punto di riferimento di tutta la collettività provinciale, di un sistema di istituto e servizi bibliotecari e culturali che ormai abbraccia tutta la Provincia. Sistema che dovrà comprendere anche il capoluogo, prendendo come punto di partenza per il decentramento la prevista Biblioteca del CEP ed i vari Centri di Servizi Culturali operanti attualmente ed in grado di proporsi come strutture polivalenti e concretamente inserite nella pratica sociale e culturale dei singoli quartieri. Nel settore culturale abbiamo sempre tenuto fede all’impegno di essere presenti laddove necessario (vedi costituzione della Sezione 34 ______________________________________________________________________BILANCIO DI PREVISI ONE Dauna della Società di Storia Patria per la Puglia) e di stimolare l’attività di organismi e gruppi culturali che si porranno anche per il futuro come gli interlocutori naturali per ogni nostro discorso, per ogni piano organico di intervento che pure dovremo al più presto predisporre. Abbiamo, altresì, nel settore della cultura, continuato la nostra azione a favore della istituzione nella Provincia di Foggia del terzo centro universitario della Regione pugliese. Il cammino è ancora lungo e faticoso per giungere a questo traguardo che è indispensabile per un equilibrato sviluppo della Capitanata. Comunque, almeno sul piano degli impegni ai vari livelli ci pare che siano stati ottenuti dei risultati che non esitiamo a definire soddisfacenti. Il problema che prima era avanzato ed accettato timidamente, è oggi alla attenzione del Governo nazionale e regionale. La classe politica è ormai coralmente impegnata in una rivendicazione che trova la sua legittimazione nell’incremento culturale e scolastico delle nostre zone. E’ necessario però tenacemente perseguire questo dibattito innestando il problema in quello più vasto della riforma universitaria che auspichiamo si realizzi in condizioni parlamentari stabili e sicure. Abbiamo avuto ripetuti e continui anche se discreti contatti con le autorità accademiche del vicino Ateneo barese, unitamente all’Assessore Regionale Ciuffreda ed al Sindaco di Foggia per poter giungere alla istituzione nella nostra Provincia di corsi decentrati che rappresenterebbero l’inizio di un più concreto discorso sulle università. I risultati ottenuti non sono certo quelli che ci attendevamo ma credo che la decisione del Senato Accademico di sdoppiare la facoltà di Economia e Commercio sia un concreto passo avanti che naturalmente deve avere un seguito con la istituzione di altri corsi decentrati, sulla cui scelta dobbiamo, pur con il rispetto delle autonome decisioni del Senato Accademico, poter dire la nostra parola, anche in relazione alle nuove domande delle nostre popolazioni derivanti da una realtà politica e culturale in continua evoluzione. Questo il nostro lavoro, questi i nostri programmi che affidiamo alla vostra attenta considerazione. L’uno e l’altro compiuti ed elaborati dalla Giunta di centro sinistra che ho l’onore di presiedere ed i cui connotati politici risultarono chiari dalle enunciazioni programmatiche del nostro insediamento. 35 FRANCO GALASSO____________________________________________________________________________ Abbiamo dimostrato quanto meno una notevole sensibilità per la complessa problematica della nostra Provincia. Abbiamo cercato un inserimento nella nostra realtà regionale che, come risulta a tutti noi, si va, sia pure faticosamente, realizzando. E non credo che ci siano sfuggiti i problemi che di volta in volta hanno tormentato alcune categorie delle nostre popolazioni. La soluzione di essi non si è sempre prospettata possibile, né facile. Ma possiamo dire che l’Amministrazione Provinciale è stata sempre in prima linea sulla difesa degli interessi del mondo del lavoro. Non sempre è facile questo ruolo in una società che sembra cinicamente indifferente a certe sofferenze a certi soprusi. Ma credo che siamo stati di esempio e di sprone, perché alcune ingiustizie, alcune palesi prevaricazioni non si abbiano a verificare. Abbiamo voluto, in una visione più vasta della condizione della nostra provincia, tenere d’occhio i grandi problemi della sua vita. Determinante è stato anche il nostro apporto per l’insediamento della Aeritalia. Il programma stradale da noi elaborato potrà, se non risolvere, quanto meno avviare a soluzione la annosa crisi della viabilità della nostra provincia. Abbiamo cercato di dare dimensioni nuove al problema della assistenza che ci auguriamo possa essere definitivamente risolto con opportune impostazioni legislative a livello di Governo centrale e regionale. Ci siamo ripromessi degli interventi a favore del mondo agricolo che speriamo non siano vanificati da interventi dei vari organi di controllo. Non ci è sfuggita l’importanza di una rivalutazione del personale con una adeguata azione sia nel senso economico che strutturale. Il mondo della scuola e della cultura, per quel che attiene ai nostri compiti, è stato tenuto in particolare considerazione per ciò che esso significa nella formazione delle giovani generazioni a vantaggio di una effettiva crescita della nostra comunità. Siamo stati particolarmente attenti al settore dell’Igiene e Sanità con una azione di effettiva presenza della Provincia in questo settore della nostra attività aggiungendo una fattiva azione nel campo così importante della ecologia. Nello sport le due direttrici di fondo cui si sta ispirando la Giunta sono rappresentate dall’incoraggiamento finanziario alle società dilet- 36 ______________________________________________________________________BILANCIO DI PREVISI ONE tantistiche e dalla realizzazione di impianti per attività sportive di massa, sempre a scopo dilettantistico. Abbiamo inoltre portato innanzi il lavoro di ordinaria amministrazione che nella vita di un Ente locale assorbe energie notevoli. Si tratta di un lavoro improbo quanto silenzioso non apparentemente qualificante ma indispensabile. La vita della Giunta si è svolta in maniera puntuale ed ordinata con la collaborazione del Consiglio Provinciale che è stato convocato il più frequente possibile. Tutta la nostra attività ha avuto naturalmente una ispirazione politica derivante dalle impostazioni iniziali sulla base della coalizione di centro-sinistra che, dobbiamo dirlo, ha dato prova di maturità politica ed amministrativa. E’ evidente la importanza di una formula che si dia dei contenuti concreti e cerchi di realizzare quanto si è ripromesso. Certo che forse si sarebbe potuto fare di più ma i limiti soprattutto finanziari non hanno consentito uno svolgersi fluente della nostra vita amministrativa. Credo però che la volontà politica, il rigore amministrativo, la proiezione nel futuro con programmi che siano consoni alle nostre necessità consentiranno a questa Giunta di proseguire nel suo cammino se il Consiglio continuerà ad accordarle fiducia. Essa resta comunque ancorata ai suoi principi di coalizione democratica che trova nei partiti che la esprimono la autonomia necessaria alla realizzazione dei suoi programmi. Non potrà non tener conto, come del resto ha fatto finora, degli apporti delle opposizioni quando essi siano ispirati a comuni ideali di fondo che riguardano il progresso della nostra comunità. Essa è costituita da partiti la cui essenza popolare e la cui ispirazione ai valori della Resistenza che non sono mai dimenticati costituiscono la garanzia più genuina di una azione aderente alla nostra realtà. E’ sempre presente alla nostra azione di ogni giorno la difesa dei diritti dei lavoratori, la salvaguardia della libertà, la affermazione di una democrazia che anche a livello di ente locale deve guardarsi da ogni tentazione demagogica ed autoritaria. E’ infatti nell’esercizio della democrazia di base che noi dobbiamo verificare la volontà e la aderenza ai principi ispiratori della nostra vita democratica respingendo anche e direi soprattutto a livello amministrativo ogni tentativo di sopraffazione e di violenza degli atti che si compiono, nel modo di 37 FRANCO GALASSO____________________________________________________________________________ guardare ai problemi, nel modo di esercitare il potere che ci viene affidato dagli elettori. Con questi intendimenti licenziamo il bilancio preventivo 1973 nella certezza che esso sarà esaminato e discusso con la solita obiettività e serenità di cui il Consiglio Provinciale ha dato sempre prova. Ascolteremo critiche che sappiamo già ispirate non da spirito fazioso ma da volontà costruttive e faremo tesoro dei suggerimenti e dei consigli perché l’Amministrazione Provinciale possa essere veramente degna delle popolazioni che l’hanno espressa. 38 Relazione dell’Assessore alle Finanze ins. NAPOLEONE CERA Signori Consiglieri, la legge vuole che, per ogni nuovo anno finanziario, qualsiasi amministrazione, grande e piccola che sia, deve prepararsi un bilancio che, mentre da un lato deve servire a lumeggiare, nelle sue linee principali, un piano di lavoro e di interventi da realizzarsi lungo l’arco dell’intero anno, dall’altra parte deve mostrare l’effettiva volontà politica degli amministratori di volere operare per le maggiori fortune dell’Ente a cui sono preposti. E’ ovvio che esso è enunciato nelle spese, tenute presenti le effettive entrate. Certamente sarebbe facile per ogni amministratore che vuole operare se, alla sua forza volitiva, corrispondessero reali possibilità e concrete dis ponibilità di mezzi. Il guaio è che un bilancio resta circoscritto da una reale circonferenza, al di là della quale non ci sono che gonfiature inutili. Non c’è bisogno proprio di essere un esperto di materia finanziaria per comprendere che le cifre, se non corrispondono, nella pratica, ad una possibile ed effettiva concretizzazione, restano solo cifre chiare nell’enunciato, ma vuote di ogni significato. E nessun amministratore, se galantuomo, vorrebbe passare per ricco quando, in effetti, è povero, costretto, giorno per giorno, a lottare per sbarcare il lunario, fronteggiare le spese, assolvere ai propri impegni e per cercare di fare fronte ad una valanga di richieste di cui, la maggior parte, legittime. In più è sottoposto ad una sempre nuova problematica che, quando si crede di averla risolta, ricompare per altra via e si sta punto e accapo. Si dirà che è l’aumentato costo della vita ed è vero. Si dirà che le esigenze di oggi non sono più quelle di ieri per ciò che attiene ai vari servizi ed ai vari compiti d’istituto dell’Amministrazione ed è vero anche questo. Tutto è vero. Ma dovete convenire che è anche vero che questo stato di squilibrio costante tra la previsione, la disponibilità 39 NAPOLEONE CERA____________________________________________________________________________ di cassa e la realtà delle cose, fa saltare qualunque calcolo fatto anzitempo, basato sulla esperienza dell’esercizio precedente. In effetti, credeteci, signori Consiglieri, preparare il bilancio, ogni anno, diventa una cosa sempre più difficile. Per quanto si possa essere esperto dei problemi amministrativi, durante lo svolgimento di un esercizio, s’incappa in tanti guai, non certo dovuti a pigrizia o disattenzione, per cui tante previsioni restano, il più delle volte, a fine esercizio, non altro se non desideri cullati ma frustrati. Quali le cause? Chiederete voi. Eccovene alcune. Ora è la scarsa disponibilità dei cespiti, ora sono le mancate, per quanto previste entrate; ora è una certa politica bancaria che cozza con la volontà e le esigenze dell’amministrazione; più spesso, è lo Stato burocrate che non dà quello che deve dare ma di cui l’amministratore tanto fidava. E, dicendo questo, non è che faccia del pessimismo, della critica a buon mercato o, che cerchi, per l’Amministrazione, giustifica a qualunque costo. Fare la politica dello struzzo, secondo me, non è fare politica onesta nell’interesse dell’Ente che rappresentiamo. Quando diciamo che si sta male a pecunia, che gli Enti crepano sotto il fardello degli interessi passivi bancari, quando diciamo che vogliamo mutui con tasso privilegiato dallo Stato per alleggerire le nostre finanze tanto dis astrate, quando affermiamo la necessità di volere una certa nostra propria autonomia e che invochiamo dal Governo centrale o regionale una maggiore disponibilità di mezzi finanziari, quando ci lamentiamo del modo di vedere e di fare del controllo regionale, del Ministero dell’interno, della Corte dei Conti e di tante altre cose che per noi non vanno, non facciamo altro che il nostro dovere dimostrando le cose come effettivamente stanno e denunziando uno stato di difetto veramente insostenibile e assurdo. E, non c’è proprio bisogno che andiamo a Viareggio o altrove per sentirsi ripetere da un Darida, Sindaco di Roma, che nel solo esercizio 1971, tra i pagamenti effettuati dai Comuni e dalle Province, sono compresi 552 miliardi (462 per i soli Comuni) di interessi a sistema creditizio (in tutte le sue forme) e che i rapporti con lo stesso hanno registrato, nello stesso anno, un indebitamento netto di altri 808 miliardi (766 per i soli Comuni). E non sappiamo ancora quello che è successo nel 1972, l’anno in cui maggiormente si sono registrate le istanze, l’aumento del costo della vita e quindi dei servizi vari d’istituto e, conseguentemente, una sensibile 40 ______________________________________________________________________BILANCIO DI PREVISI ONE svalutazione del potere d’acquisto della nostra lira! Per inciso dirò che, per quanto attiene alla nostra Provincia, per i soli anticipi di cassa, gli interessi, di cui ci siamo oberati, fino al 31 dicembre scorso ammontano a Lire 891.414.654. E tutto questo malgrado che il tasso d’incidenza dall’undici per cento e oltre, trovato all’inizio del 1972, lo abbiamo fatto calare, attraverso varie tappe, all’otto e cinquanta con la speranza di poterlo ridurre ancora. Che sarà per il 1973? Sembrerà un paradosso quello che sto per dire (d’altronde è l’opinione di molti): andando di questo passo non passerà molto tempo che parecchi Enti, tra i quali il nostro, con le loro entrate, non riusciranno neppure a soddisfare gli interessi e, peggio ancora, dovranno oberarsi di altri debiti per pagare i soli interessi sugli interessi. Ecco perché, davanti a questa paurosa prospettiva, Darida dichiarava che la vita degli Enti è entrata in uno stato di collasso. E non esagerava perché tale era, in quell’autorevole sede, il giudizio di uomini come un Bassetti, di un Lagorio, di uno Zangheri e di tutti gli altri amministratori d’Italia, grandi e piccoli, conosciuti e sconosciuti. Ma che tipo, dunque, di bilancio possiamo fare per il 1973 per risolvere le nostre impellenti necessità con le entrate che, grosso modo, sono e saranno (spero di sbagliarmi) quelle di sempre, con uno Stato eternamente moroso nei nostri riguardi, con una Regione forse che continuerà a decretare e legiferare senza soldi, quando quello stesso Stato, con un semplice pezzo di carta, che esso chiama pomposamente decreto, ci appioppa, di colpo, malgrado le nostre legittime proteste, la manutenzione di 533 chilometri di strade, alcune delle quali hanno solo il nome, ma che, a configurazione giuridica stradale, stanno quasi a zero? Ma, come farete, voi, Consiglieri, a criticare gli amministratori se, per tutto quel tonnellaggio di strade (e non pacchetto come eufemisticamente s’è detto) ci vedremo assegnare nel ‘74 la modestissima somma di 160 milioni circa. E il problema delle nostre scuole? Ma, come è possibile creare nuove scuole tecniche nella Provincia quando lo Stato, a momenti, ci nega il necessario per far vivere quelle che esistono già? E l’assistenza? E vi pare giusto che noi della Provincia per gli alienati a causa di guerra, che sono a totale carico dello Stato, dobbiamo scappellarci e fare l’anticamera al Banco per chiedere l’anticipo per pagare le rette di degenza e, si capisce, con i dovuti e salati interessi, quando noi, fino ad oggi siamo creditori dello Stato, per tutte queste rette anticipate (addirittura per alcune partite fin dal 1944), di somme che toccano i 500 milioni di lire? E non sono servite tutte le nostre 41 NAPOLEONE CERA____________________________________________________________________________ preghiere e proteste fatte e rifatte a Roma personalmente presso il Ministero della Sanità e la Sede Centrale dell’O.N.I.G. per recuperare, anche parzialmente, dette somme. Quello che abbiamo potuto ottenere, sono state, in tutto, 37 milioni, ma che, per riscuoterli su Foggia, abbiamo atteso oltre tre mesi. Probabilmente quando l’Amministrazione andrà a realizzare questo suo credito, esso sarà raddoppiato; ma, quello che è peggio, sarà che, gli interessi fino allora sopportati, lo avranno già, in gran parte, divorato e gli amministratori saranno stati beffati e, caso mai, accusati di dilapidare il denaro pubblico come osò insinuare un certo Ministro a Viareggio. A questo punto, chiedo a Voi, gentili Consiglieri, scusa di questo mio parlare che io ho inteso fare come premessa. Ma era necessario fare queste considerazioni affinché voi possiate tenerle presenti quando, a conclusione di questa sincera relazione e del conseguente dibattito che ne seguirà, andrete ad emetter il Vostro responsabile giudizio. Consentiteci, però, porre alla Vostra considerazione che l’esercizio del nostro primo anno di amministrazione, se proprio non ha visto realizzato tutto quello che vi fu enunciato, è pur vero che, malgrado quelle difficoltà di cui vi ho parlato, molto è stato fatto. E’ stato, infatti, operato nel settore dei lavori pubblici, dell’assistenza, della sanità, della pubblica istruzione, del personale e in tante altre iniziative. I colleghi Assessori, a Vostra richiesta, Vi potranno ragguagliare dettagliatamente su tutto, ognuno per il settore che gli compete. Ci direte che potevamo fare di più e meglio; ma, credeteci, che è stato operato per quanto di più è stato possibile. Non dimenticate poi che lo scorso anno è stato l’anno del trapasso dei poteri dallo Stato alla Regione per la quale restano ferme, a tutt’oggi, tutte le nostre riserve già tante volte denunziate e che, poiché l’abbiamo voluta proprio noi, vorremmo poter sciogliere al più presto possibile. Vorremmo solo sottolineare, da questo posto di responsabilità, a tutti i nuovi Parlamentari Regionali e a tutto il suo apparato che non bisogna commettere l’errore di considerare la Regione come nuovo ente amministrativo accentratore in piccolo di quello che era lo Stato prima della riforma regionale. Saremmo, se così fosse, caduti dalla padella nella bragia. E questo, badate, non lo dico io: lo ha affermato esplicitamente a Viareggio nel suo intervento l’On. Fiorentino Sullo, Ministro delle Regioni. Una cosa è certa e ve la possiamo dire con tutta tranquillità: non ci siamo dati ad una allegra amministrazione. Non avevamo, oltretutto, 42 ______________________________________________________________________BILANCIO DI PREVISI ONE né il tempo, né i mezzi e, soprattutto, debbo affermare che ciò non collimava con la nostra serietà e onestà. Fedeli a quando Vi annunziammo nella relazione dello scorso anno, abbiamo improntato tutto il nostro agire di amministratori ad un maggiore senso di responsabilità. E, così è che abbiamo dedicato il nostro tempo al recupero delle spese, dei nostri crediti. E ciò abbiamo fatto a qualsiasi livello, incontrando, ed era naturale, non poca resistenza. Abbiamo richiesto i nostri crediti ai privati, ai Comuni, alle Province, allo Stato. I risultati sono ancora lontani dall’optimum ma possiamo dirvi che essi sono stati discretamente positivi. Insisteremo nel 1973 e, ove mai sarà necessario, calcheremo la mano per farci rispettare un po’ di più, anche quando, per esempio, dovessimo arrivare dove sono già arrivate alcune Province come Genova e Perugia, che hanno intentato causa allo Stato per mo rosità. Questa nostra azione, di prossimo futuro, è maturata a Roma in una delle nostre ultime trasferte nella Sede Centrale dell’O.N.I.G. E già abbiamo disposto attraverso la Ragioneria e l’Ufficio Assistenza la ricerca di tutti gli elementi tecnici necessari per agire in questo senso. Dobbiamo temere che lo Stato, stando alla sua lunga morosità, con un colpo di spugna non ci prescriva ogni nostro credito. E questo sarebbe il colmo! Non c’è dubbio che nel recuperare questi nostri crediti noi potevamo fare di più; ma la carenza di nostro personale (almeno questo abbiamo direttamente riscontrato) ci ha impedito di ottenere risultati maggiori. Abbiamo lesinato ogni spesa fino a diventare pignoli. Abbiamo chiamato e richiamato ad un maggior senso di parsimo nia e di economia i responsabili di tutti i nostri servizi centrali e periferici. Inoltre, per quanto ci è stato possibile, abbiamo contenuto il malvezzo di anticipare, con le spese correnti, (su cui gravano già gli interessi a causa degli anticipi di cassa) il pagamento di spese per lavori che sono stati eseguiti con mutuo a carico dello Stato. E’ questa, in verità, una cattiva piaga; ma Vi promettiamo che, da quest’anno, non aggravare ulteriormente il nostro deficit. In più pensiamo di essere più coerenti con quanto è stato disposto dalla Suprema Corte dei Conti a Sezioni Riunite in Sede Giurisdizionale in data 28 febbraio ed 8 aprile scorsi nella quale sono state esaminate le questioni relative alla natura ed al regime giuridico della responsabilità degli Amministratori degli Enti Locali per fatti di gestione. Nello scorso bilancio parlammo di una maggiore serietà a proposito della politica dei contributi ricorrenti. Abbiamo preteso che gli enti interessati ci facessero sapere delle iniziative e delle attività svolte du- 43 NAPOLEONE CERA____________________________________________________________________________ rante l’anno. Infatti, mentre troverete allegate agli atti dell’Amministrazione certe relazioni di cui qualcuna veramente encomiabile come quella dell’Ente Fiera di Foggia, è opportuno che sappiate che, a tutt’ oggi, non risultano emessi mandati per certi Enti che hanno fatto orecchio di mercante alle nostre giuste pretese ed ai vari nostri richiami orali e scritti. Ometto, per brevità e per non tediarvi, di parlare su altre innovazioni e correzioni apportate, ma che era necessario fare, non per passare per « Catoni » a qualunque costo (come qualcuno ha affermato), ma solo per la nostra serietà e dell’Amministrazione che rappresentiamo. E non diteci che fare questo è stato poco e che non ha comportato alcun sacrificio da parte nostra. Avere il coraggio di dire no a certe cose, a certe situazioni che, a lungo andare, da abuso sono diventate uso, una specie di normativa costante comporta, sul piano personale, sacrifici più di quanto si possa credere. Attraverso questa fuggevole carrellata di attività svolte nel ‘72 è emersa, però, una sola verità di cui tutti sono convinti. La nostra Provincia, coi compiti d’istituto che le sono stati triplicati e con tutti i servizi che si sono smisuratamente ampliati, è rimasta quella di trentaquarant’anni fa. Basterà ricordare che da sei, settecento chilometri di strade del 1930-40 si è passato a 2390 del 1973. Eppure la strumentazione, il personale sono rimasti, suppergiù, quelli di allora. Il reparto Ragioneria è sommerso da un costante superlavoro. Il personale è quello di una volta, mentre a meccanizzazione per il controllo del denaro, in entrata e in uscita, si è fatto troppo poco. Al comune di Foggia, presso lo stesso Consorzio di Bonifica di Capitanata e presso altri Enti minori ci si è attrezzati meglio di come si sta da noi. La stessa cosa può essere detta per ciò che concerne il servizio Assistenza e delle nostre scuole sparse per la Provincia che mancano di servizi e di personale. Le difficoltà emerse all’inizio di quest’anno scolastico, hanno preoccupato un po’ tutti e ci hanno messo di fronte alla realtà di un servizio sociale che va avanti non si sa come. I problemi di ieri non sono più quelli di oggi o, quanto meno, si richiedono altre urgenti soluzioni, se non si vuole lasciare morire il servizio con pericolo di essere superati e travolti. Ed è per questa ragione che di quei problemi ci dobbiamo interessare. Oltre a ciò, non possiamo disinteressarci della pubblica salute, dell’ecologia: questi fatti che, ieri sotto-valutavamo, oggi si pongono davanti a noi come tanti terribili impera- tivi categorici. Si tratta, in una parola, di affrontare la ristrutturazione 44 ______________________________________________________________________BILANCIO DI PREVISI ONE dell’intero apparato della nostra organizzazione provinciale. E se c’è il problema della sorveglianza per la cura del nostro patrimonio stradale vecchio e nuovo, non si può, nel 1973, in piena era della meccanizzazione, lasciare il servizio dei cantonieri legato alla zappa e al rastrello. C’è tutto da ammodernare, da rifare, da ampliare per rendere efficiente l’Amministrazione che fa acqua da tutte le parti e che, come una vecchia carcassa, minaccia di affondare. Non parlo poi dei servizi sociali agganciati alla Provincia. Non è possibile lasciare che il Consorzio Antitracomatoso sia quello di anni fa. E c’è piaciuto moltissimo il fatto che, da quest’anno, entreranno in funzione gli undici centri ortottici. Ed è questa una grossa cosa; ma vorremmo che, col tempo, queste poche decentrate unità di medicina speciale, si estendessero ad ogni Comune della nostra Provincia. Non è pensabile, nel 1973, che il Consorzio Provinciale per la Profilassi e la Polizia Veterinaria non disponga, almeno nel capoluogo, di un efficiente canile con l’annesso impianto di incenerimento e che quello Antimalarico ci lasci mangiare dalle zanzare sui nostri litorali, mentre entusiasti turisti, venuti da noi, per la prima volta, se ne scappino per sempre, distruggendo una industria turistica in erba e che potrebbe essere, per noi della Capitanata, fonte di una valida economia. Non è altrettanto bello ma soprattutto morale spendere lacrime sulla nostra fauna ittica e terrestre, una volta ricchissima e motivo di richiamo, lasciando che quel Comitato, per colpa dei famosi contributi (statali o regionali che siano ma che tardano a venire e, se vengono, servono, sì e no, per pagare le pochissime persone addette al servizio) non debba assolvere efficacemente ai compiti che gli sono affidati per statuto. Non possiamo, noi della Provincia, aspettando inutilmente che altri si muovano, fare carachiri di noi stessi. E c’è la nuova Biblioteca che sta per entrare in funzione. Ad essa non dobbiamo far mancare nulla se vogliamo che essa oltre a rispondere alle ragioni per cui è stata costruita, possa essere mezzo necessario per la risoluzione del problema dell’Università a Foggia. Come vedete, Signori Consiglieri, c’è tutto un nuovo discorso da fare ed è quello che ci siamo prefisso nell’impostare il bilancio del 1973. Vogliamo rendere l’Ente Provincia, sotto ogni aspetto, un vero strumento per la valorizzazione di tutta la terra e la gente di Capitanata. Direte che questo è un discorso troppo grosso e che, in proposito, s’è sempre parlato di questo; ma che fino ad ora non s’è fatto niente. Dite quello che volete, ora bisogna muoversi. La nostra Pro- 45 NAPOLEONE CERA____________________________________________________________________________ vincia non può, nel 1973, camminare a ritroso nella storia. E passiamo all’esposizione del bilancio. In particolare, per quanto concerne le entrate, si ritiene opportuno rilevare che nel Titolo I (Entrate tributarie) assumono notevole importanza le sovrimposte fondiarie che prevedono un gettito di Lire I miliardo 437.000.000 circa, con un incremento, rispetto al 1972, di oltre 251.000.000 e l’addizionale all’imposta comunale sull’industrie, i commerci, le arti e le professioni (ICAP) con una previsione di Lire 319 milioni ed un incremento di Lire 29.000.000. Per quanto concerne il Titolo Il, riflettente le entrate per compartecipazione ai tributi erariali, la cui previsione ammonta a Lire 4.406.908.125, si registra un aumento di oltre 736.000.000. Tale maggiore entrata scaturisce dall’applicazione del D.P.R. del 26-10-1972 n. 638, secondo cui sono state attribuite alla Provincia di Foggia, in sostituzione delle compartecipazioni all’I.G.E., alle tasse erariali di circolazione ed all’addizionale E.C.A., somme di importo pari a quelle accertate per il 1972, maggiorate del 10 per cento. Questa maggiore entrata, oltre alla disponibilità di nuovi mezzi, farà sentire i suoi effetti benefici poiché, a differenza del passato, le entrate si realizzano mensilmente, per cui si prevede una notevole diminuzione, entro breve tempo, del costo delle anticipazioni straordinarie di cassa. Nel Titolo III (Entrate extratributarie), la previsione complessiva è di Lire 4.526.582.583 con un incremento di stanziamenti di oltre 3.074.000.000 di lire. In questo titolo il maggiore aumento si è verificato nella 3a Categoria (L. 2.020.000.000 circa) ove figurano i contributi ministeriali per la pubblica istruzione, per la manutenzione delle strade provincializzate ed il contributo statale dell’80% nelle spese di ammodernamento delle strade provinciali (art. 6 Legge 9-4-1971 n. 167). Il Titolo IV, invece, prevede le entrate provenienti da alienazione e ammortamento di beni patrimoniali, trasferimenti di capitali e da rimborso di crediti. In esso si è verificata una minore entrata di circa 500.000.000 di lire imputabile, più che altro, ad un fatto contabile. Infatti, nel 1972, in questo titolo figurava il contributo dello Stato dell’80% nelle spese di ammodernamento delle strade provinciali che, per quest’anno, si è ritenuto più giusto collocare nel precedente Titolo III dell’entrata. Nel Titolo V, dove sono nominate le entrate provenienti dall’assunzione di prestiti, su una previsione di lire 33.368.736.335 risulta un incremento, rispetto all’esercizio precedente, di ben L. 14.698.212.307. 46 ______________________________________________________________________BILANCIO DI PREVISI ONE Tale maggiore previsione trova la sua giustificazione nel massiccio piano di interventi, previsti per l’anno 1973, nel campo delle opere pubbliche. Inoltre, è previsto l’aumento del mutuo a pareggio del bilancio, determinato in L. 9.909.500.000, in conseguenza del maggior costo di tutti i servizi ed in modo particolare per l’applicazione dell’ I .V.A. A questo punto l’Amministrazione ha ritenuto di prevedere un mutuo di L. 957.236.335 per finanziare il disavanzo di amministrazione presunto risultante dall’ultimo conto consuntivo approvato (1969). Il Titolo VI, infine, contempla le contabilità speciali, previste in complessive Lire 3.991.952.829. Si registra qui un aumento di previsione di lire 12.396.904. Tale incremento è di scarsissima importanza in quanto si tratta di partite compensative e trova il corrispondente nelle voci in « Uscita ». Passiamo alle « Uscite ». SEZIONE I AMMINISTRAZIONE GENERALE Questa sezione, comprendente i seguenti servizi, prevede un onere complessivo di L. 1.610.823.501, di cui lire 12.448.032, rappresentate da « spese facoltative »: III - Ufficio Tecnico Provinciale; IV - Gestione e conservazione del patrimonio disponibile; V - Servizio accertamento e riscossione tributi; VI - Servizio interessi passivi lavori Caserma VV. FF. La maggiore spesa di L. 701.671.663 è dovuta all’incremento degli oneri diretti e riflessi relativi al personale; all’istituzione di un nuovo capitolo di spesa (il 39) per il pagamento dell’I.V.A. (200 milioni di lire) sui lavori riflettenti gli esercizi precedenti, ai maggiori costi di esercizio per il funzionamento degli Organi istituzionali (Giunta, Consiglio, ecc.); alla istituzione di nuovi capitoli di spesa riguardanti il pagamento di contributi alle Casse Pensioni in esecuzione della legge n. 336 (n. 8, n. 41, n. 61, n. 65, n. 75, n. 94 ed altri) è di interessi passivi relativi ai lavori di completamento della Caserma dei Vigili del Fuoco (ratei annui per l’ammortamento del mutuo per un importo complessivo di L. 15 milioni circa); spesa fitto locali per la nuova sede dell’Amministrazione Provinciale Lire 50.000.000. In più in questa Sezione grava la spesa per la ristrutturazione dell’Ufficio Tecnico Provinciale che comporta un onere di L. 150.000.000. 47 NAPOLEONE CERA____________________________________________________________________________ SEZIONE II - ISTRUZIONE E CULTURA Questa Sezione prevede una spesa complessiva di L. 2.389.924.957, ivi comprese L. 403.300.000 per spese facoltative, per i seguenti servizi. I II III IV V VI VII VIII IX - Istruzione Tecnica; - Istruzione scientifica; - Provveditorato agli Studi; - Istruzione superiore; - Assistenza scolastica; - Musei, Biblioteche e Pinacoteche; - Manifestazioni culturali; - Manifestazioni sportive e varie; - Servizi interessi passivi su mutui per la costruzione di edifici scolastici e per la nuova sede della Biblioteca Provinciale. In questo settore si registra un aumento di spesa di L. 1 miliardo 85.688.645. In modo particolare a questo settore fa riferimento la spesa di L. 200.000.000 per l’Università in Foggia; di L. 150.000.000 per l’istituzione di nuove scuole tecniche e scientifiche nella provincia; di L. 25.000.000 per contributo a favore dell’I.S.E.F.; di L. 50.000.000 per contributi facoltativi a favore di enti vari e di L. 10.000.000 per la istituzione della scuola di servizio sociale (sezione staccata di Bari). Sono previsti, inoltre, L. 100.000.000 quale contributo per il trasporto degli alunni pendolari e L. 30.000.000 quale conversione in contributo della fideiussione concessa all’Unione Sportiva di Foggia in esecuzione della Delibera del C. P. del 12-6-1972, o. 229. La differenza si riferisce all’istituzione di contributi a favore delle biblioteche comunali della nostra provincia, al trasferimento della Biblioteca Provinciale alla nuova sede, all’arredamento dell’Auditorium della stessa, oltre ai maggiori oneri diretti e riflessi riguardanti il nuovo personale ed il vecchio (da 90 a 147 milioni). SEZIONE IV - AZIONE ED INTERVENTI IN CAMPO SOCIALE Per questa sezione si prevede una spesa complessiva di L. 5 miliardi 883.937.989, comprese le spese facoltative per l’importo di lire 29.500.000, per i seguenti servizi: I II - Servizio di vigilanza e profilassi in campo sociale. - Servizio di vigilanza zooiatrica; 48 ______________________________________________________________________BILANCIO DI PREVISI ONE III - Servizio per il Laboratorio Prov.le di Igiene e Profilassi; IV - Servizio per il Consorzio Provinciale Antitubercolare; V - Servizio assistenza agli infermi di mente; VI - Servizio assistenza all’infanzia; VII - Assistenza ai ciechi e sordomuti; VIII - Interventi assistenziali vari; IX - Servizio interessi passivi ed oneri vari su mutui e debiti in ammortamento. La Sezione IV, per l’assolvimento e la ristrutturazione di tutti i servizi ad essa inerenti, prevede una maggiore spesa netta di L. 703 milioni 906.613. Detta cifra si riferisce all’acquisto di apparecchiature per il rilevamento dell’inquinamento atmosferico (L. 120 milioni); per la disinfestazione della fascia costiera della nostra provincia (L. 50 milioni); per l’erogazione di un contributo straordinario a favore del Consorzio Provinciale per la Profilassi e la Polizia Veterinaria (L. 10 milioni); per il completamento delle apparecchiature scientifiche al Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi (L. 70 milioni); per il pagamento di rette arretrate agli Ospedali Psichiatrici (L. 500 milioni), con lievi aumenti nelle rette di ricovero e concessione di sussidi e contributi a favore di ciechi e sordomuti poveri, oltre ai maggiori oneri diretti e riflessi relativi al personale. Sono previsti anche aumenti per L. 220.000.000 per sussidi ai dementi (da L. 80 milioni del 1972 a L. 300 milioni del ‘73). E’ previsto, in effetti, l’aumento del 400% del contributo pro-capite, che da L. 5.000 sarà elevato a L. 20.000. A questa Sezione fa capo anche il contributo da erogarsi al Consorzio Provinciale per la Profilassi e la Polizia Veterinaria nella misura di L. 120.000.000 per la realizzazione del complesso di incenerimento e canile l° lotto; la spesa di L. 60.000.000 circa per l’assunzione di nuovo personale per il Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi e L. 54.000.000 circa per l’assunzione di nuovo personale aII’I.P.P.I., nonché la maggiore spesa di L. 65.000.000 per l’aumento di sussidi alle madri naturali; L. 23 milioni per attrezzatura alla nuova sede dell’I.P.P.I., L. 30 milioni per il funzionamento delle scuole subnormali e L. 25 milioni quale maggiore contributo all’E.P.A. per il funzionamento dei Centri di Oftalmologia sociale. – 49 NAPOLEONE CERA____________________________________________________________________________ SEZIONE V SEZIONE ED INTERVENTI IN CAMPO ECONOMICO - Per la Sezione V è prevista la spesa di L. 5.335.009.244 di cui L. 101.250.000 per spese facoltative. I servizi interessati sono i seguenti: I - l’agricoltura (caccia, pesca, strade rurali, ecc.); II - l’industria e l’artigianato; III - la viabilità (personale cantoniere, ristrutturazione del relativo servizio, manutenzione ordinaria delle strade, segnaletica, ecc.); IV - il campo dei trasporti e delle comunicazioni; V - quello del turismo, dello sport, del tempo libero, ecc. C’è poi il servizio degli interessi passivi ed oneri vari su mutui e debiti in ammortamento. La Sezione V, riguardante gli interventi dell’Amministrazione Provinciale in campo economico, presenta, rispetto all’esercizio finanziario 1972, un incremento netto di spesa di L. 755.734.511. Detto maggiore onere riflette l’istituzione di un nuovo capitolo di spesa per « iniziative, sport, turismo, tempo libero per L. 300 milioni; l’aumento del contributo a favore del Comitato Provinciale della Caccia, resosi necessario per l’attuazione del riassetto economico a favore del personale guardiacaccia che è passato da 8 a 12 unità, con conseguente ampliamento del parco automezzi da 3 a 6 autovetture, oltre che per l’aumentato costo di tutti i servizi (da L. 20 milioni a L. 70 milioni); l’istituzione di un nuovo capitolo di spesa per contributi e iniziative nel campo dell’artigianato L. 15.000.000; l’istituzione di un contributo a favore della Comunità Montana di L. 10 milioni; e L. 10 milioni per partecipazione al Centro Addestramento Professionale dei Lavoratori dell’Industria. Si prevede anche l’assunzione del personale cantoniere che comporta un aumento di spesa di L. 316.000.000, nonché la spesa per la segnaletica stradale da L. 40 milioni nel 1972 a L. 150 milioni nel 1973; L. 20 milioni circa per l’istituzione di corsi, convegni, tavole rotonde, ecc., riguardanti l’infortunistica stradale, nonché la spesa di L. 350 milioni per la ristrutturazione e ammodernamento dei servizi cantonieri e la spesa relativa agli oneri diretti e riflessi del personale. E’ compresa in questa Sezione la somma di L. 150 milioni per la difesa della fascia costiera Zapponeta - Margherita di Savoia. 50 ______________________________________________________________________BILANCIO DI PREVISI ONE SEZIONE VI - ONERI NON RIPARTIBILI Questa Sezione che prevede la spesa di L. 2.389.919.262, comprese le spese facoltative per L. 21.656.000, riguarda i seguenti settori: I - servizio interessi passivi su mutui e debiti in ammortamento; II - restituzione e rimborsi di tributi locali; III - restituzione e rimborsi di altre entrate; IV - poste varie correttive delle entrate; V - erogazioni diverse; VI - fondo di riserva; VII - fondo per le spese impreviste; VIII - Ammortamento di beni patrimoniali. La sezione VI relativa agli oneri non ripartibili presenta, rispetto al 1972, un aumento di spesa di L. 819.609.322 in contrapposizione a minori spese per L. 2.050.000.000, spesa riguardante gli oneri derivanti dagli interessi passivi anticipazioni di cassa per L. 600.000.000 (da L. 400 milioni a lire un miliardo) e maggiori interessi passivi su altri mutui e debiti in ammortamento per L. 55 milioni circa. Sono previsti anche aumenti di spesa per saldo competenze arretrate al personale (differenza 13a mensilità L. 50 milioni); per l’istituzione di un contributo a favore dell’Associazione Nazionale Medici Condotti per le giornate daune (L. 1.500.000); per l’aumento della quota associativa a favore dell’istituto Pugliese di Ricerche Economiche e Sociali (da L. 1.000.000 a L. 4.156.000) e per l’aumento di rette a favore degli Istituti Medico-Psico-Pedagogici (da L. 75 milioni a L. 150.000.000). Le minori spese, invece, riguardano le riduzioni apportate ai seguenti capitoli: — miglioramenti economici al personale (riassetto) e revisione dei prezzi per Lire un miliardo ciascuno e quello riguardante gli aumenti di rette a favore di diversi Ospedali Psichiatrici per 50 milioni di lire. E dal titolo I passiamo al II e propriamente alle spese in conto capitale che riguardano il settore più importante di tutto il bilancio. Le previsioni delle opere che si intendono realizzare si possono brevemente riassumere secondo le sezioni in cui il bilancio è suddiviso: 51 NAPOLEONE CERA____________________________________________________________________________ SEZIONE - AMMINISTRAZIONE GENERALE Lavori di restauro e sistemazione di Palazzo Acquisto 20 piano Palazzo ex Dogana L. 100.000.000 — Spese per la costruzione della nuova sede del l’Amministrazione Provinciale L. 1.200.000.000 ex Dogana L. 350.000.000 Acquisto titoli nominativi dello Stato (investimento del ricavato delle alienazioni di beni immobili patrimoniali) L. 700.000 Totale L. 1.650.700.000 — — . . .. .. . . . . . . — . Una breve nota di commento per gli investimenti indicati in questa sezione è necessaria per illustrare la spesa relativa all’acquisto del 2° piano di Palazzo ex Dogana ed ai lavori di restauro e sistemazione dello stesso, prevista in complessive L. 450 milioni. Del Palazzo della Provincia si è parlato tanto in questi ultimi tempi per cui riteniamo che ogni altro commento sia inutile. Diremo soltanto che la nostra volontà, in questo particolare momento, è quella di restaurare Palazzo Dogana per restituirlo alla Daunia ed al suo antico splendore. SEZIONE II - ISTRUZIONE E CULTURA — — Quota del 50% a carico della Provincia per la la costruz. del Palazzo dei Congressi di Foggia L. 300.000.000 Spesa per l’edilizia scolastica L. 1.000.000.000 Totale L. 1.300.000.000 . . . . .. SEZIONE IV AZIONE ED INTERVENTI IN CAMPO SOCIALE - — Acquisto suolo costruzione Ospedale Psichiatrico L. 250.000.000 Acquisto suolo costruzione Istituto Medico Psico-Pedagogico in Foggia L. 200.000.000 Spese per il concorso nazionale relativo alla progettazione dell’Ospedale Psichiatrico in Foggia L. 100.000.000 Spese per il concorso nazionale relativo alla progettazione dell’Istituto Medico Psico Pedagogico L. 100.000.000 .. — — .. — .. ....... 52 . .. .. .. ______________________________________________________________________BI LANCIO DI PREVISI ONE — — Costruzione di uno stabilimento Psamoterapico in Margherita di Savoia L. 200.000.000 Lavori di sistemazione Parco Clinica ex Ventura L. 100.000.000 Iniziative a sostegno delle attività Volte allo sviluppo dell’Artigianato dauno, ecc. L. 35.000.000 Costruzione di una piscina coperta e di otto impianti sportivi in Provincia di Foggia per 1’ atletica leggera, pallacanestro e pallavolo L. 1.000.000.000 Concessione mutuo di garanzia per la costruzione del Porto Canale nel Comune di Margherita di Savoia L. 950.000.000 Acquisto di un pullman per la nuova sede del l’I.P.P.I. L. 10.000.000 Costruzione parchi naturali nella Foresta Umbra e nel Subappennino L. 50.000.000 Totale L. 2.995.000.000 . — .. . . . .. . .. — . — ...... — ....... — .... . . SEZIONE V AZIONE ED INTERVENTI IN CAMPO ECONOMICO Lavori di pavimentazione e ammodernamento delle strade provinciali L. 5.390.000.000 Lavori di costruzione nuove strade L. 6.680.000.000 Costruzioni strada provinciale Cucchiara Litoranea Rodi Garganico (2° lotto) L. 180.000.000 Lavori di sistemazione e ammodernamento delle strade provinciali (piano quadriennale) L. 3.735.000.000 Integrazione fondi FEOGA destinati all’orientamento delle strutture agricole aziendali ed extra aziendali L. 100.000.000 Viabilità rurale e strade interpoderali L. 400.000.000 Contributi per la costruzione e riattamento di strade vicinali L. 300.000.000 Spese per elettrificazione rurale L. 200.000.000 Costruzione di un laghetto artificiale nel « Bosco di Faeto» L. 60.000.000 Totale L. 17.045.000.000 - — .... . — — - .. — — ..... . — . — ..... . — .. . — ..... . . 53 NAPOLEONE CERA____________________________________________________________________________ TITOLO III - SPESE PER RIMBORSO DI PRESTITI Il titolo in esame, che raggiunge lo stanziamento complessivo di Lire 2.713.898.465, comprende sia le quote di capitale per ammortamento di prestiti a lungo termine (mutui), sia le anticipazioni straordinarie di cassa concesse dal Tesoriere. Le quote di capitale per ammortamento mutui ammontano a Lire 213.898.465 e la differenza di L. 2.500.000.000, ovviamente, si riferisce, alle anticipazioni di cassa. Per concludere e per dare un quadro esatto della situazione finanziaria del bilancio, Vi riportiamo, Signori Consiglieri, notizie riguardanti il Titolo IV che comprende partite che trovano la loro esatta rispondenza nel Titolo VI delle « Entrate » ammontanti a complessive L. 3.991.952.829. Mi avvio ormai alla conclusione del mio dire. Signori Consiglieri. Abbiamo cercato di presentarvi un bilancio che tenesse presente una reale situazione di gestione ormai vecchia e anacronistica di fronte ad una preminente necessità di ristrutturazione di tutti i servizi di essa. Ci siamo mantenuti terra terra, senza infigimenti, evitando l’astratto, l’impossibile. Vi abbiamo detto le cose come effettivamente stanno, mettendo a nudo le disfunzioni. Vi abbiamo presentato il bilancio, dunque; ma esso non ha la pretesa di essere l’optimum dei nostri e dei Vostri desideri né, tanto meno, di quello dei nostri settecentomila amministrati. Certo, se tutti i problemi della nostra Provincia venissero visti in un contesto più ampio; se venissero inquadrati in una visione regionalistica più organica e generale; se i nostri bisogni non venissero visti come qualche cosa di avulso da una problematica economica, sociale e cimento in altra sede e con altri mezzi che non sono, certo, le nostre politica che investe direttamente l’intera Regione e, di riflesso, il Mezzogiorno e l’Italia tutta, essi potrebbero trovare sicuro soddisfapovere entrate ordinarie sufficienti, come sapete, sì e no, a pagare gli stipendi al personale e le rette ospedaliere. Ecco perché dobbiamo insistere, dobbiamo batterci affinché alla Regione non si programmi e legiferi senza la nostra effettiva materiale presenza. I delegati dei Comuni e delle Province ai vari convegni dall’A.N.C.I. non chiedono che questo. Solo noi possiamo far valere le nostre ragioni. Vogliamo che la Provincia svolga la sua vera funzione: quella di essere l’unico e valido interlocutore delle Istanze dei 54 ______________________________________________________________________BILANCIO DI PREVISIONE nostri Comuni col neo-potere regionale e con quello centrale. Senza dubbio, si sarebbe potuto fare di più e meglio. Ma fin quando non ci sarà l’abolizione di tutte le funzioni di controllo sugli Enti Locali da parte della Commissione Centrale per la Finanza Locale particolarmente in ordine all’esame dei bilanci deficitari e delle deliberazioni di assunzione di mutui nel quadro chiaro di una nuova normativa che definisca la materia di controlli, alla luce della nuova realtà regionale (l’ormai famo so e deprecato controllo sul controllo) c’è ben poco da fare. Noi, Voi, da parte di tutti si vuole veramente lavorare per la nostra Provincia. Ma noi staremo qui a fare discorsi vari e previsioni sballate se lo Stato, afflitto da innata sordità, non si deciderà, una buona volta per sempre, a consolidare tutto il nostro debito esistente con una unica operazione di mutuo garantito, a lunga scadenza ed a tasso agevolato, per effetto dei contributi statali senza farci ulteriormente strozzare dalle banche e dagli altri enti abilitati a mutuare. Sì, noi vogliamo operare ma, per fare questo, vogliamo che le Stato capisca la necessità di liberare tutti i fondi ove questi ci sono dovuti per credito o per contributi indispensabili per assicurare i finanziamenti entro il più breve tempo per la esecuzione di opere pubbliche come p. es. l’edilizia scolastica, le strade e tutto ciò che cade sotto la competenza nostra. In più vorremmo che lo Stato, intervenendo d’autorità sul serio, impegnasse la Cassa Depositi e Prestiti, gli Istituti di credito pubblico, quelli previdenziali ed assicurativi onde snellire le procedure, eliminando controlli inutili, riducendo la carta bollata e i troppi timbri nei rapporti che hanno con noi. Tante cose abbiamo detto, certamente, del nostro bilancia. Abbiamo toccato un po’ tutti i problemi a cui sono legate le nostre previsioni per il 1973. Ve ne abbiamo prospettato anche tutte le difficoltà in cui ci muoviamo. Non Vi abbiamo nascosto nulla e non ve n’è ragione. Non Vi nascondiamo, tanto per fare un esempio, di dire (cosa che da tanti anni non succedeva) che il nostro disavanzo d’amministrazione, proveniente dagli esercizi precedenti e che viene applicato in via presunta al bilancia 1973, risulta di L. 957.236.335 (disavanzo che deriva dall’ultimo conto consuntivo del 1969, in corso di approvazione) e che sarà coperto con la contrazione di un regolare mutua. 55 Giornata dell’Urbanistica Dauna (Atti del Convegno) PREFAZIONE Gli atti delle « Giornate dell’Urbanistica Dauna » costituiscono semplicemente un contributo che si vuole dare per una più approfondita conoscenza delle problematiche urbane e territoriali della Capitanata e di Foggia in particolare. Il bisogno di questa operazione nasce da un invito agli operatori tecnico-culturali, da parte dell’Assessorato all’Urbanistica del Comune di Foggia, ad agire per una chiarificazione ed una confluenza su temi di grande interesse, quali la gestione della città, le matrici storiche di essa, il suo inserimento in un processo di riferimento con il territorio. Si è creduto opportuno chiedere l’apporto tecnico e culturale, di una personalità che riveste un ruolo di guida nella cultura urbanistica contemporanea: il Prof. Arch. Ludovico Quaroni. Si è inoltre cercato, attraverso relazioni specifiche di metodologia e pratica urbanistica a grande e a piccola scala, di focalizzare la realtà urbana e territoriale, fornendo con esse dei modelli di riferimento per l’inizio di un dibattito urbanistico approfondito su temi inizialmente specifici, poi, sempre più allargati agli ambiti ed ai settori che con fluiscono nella stesura di un programma urbanistico integrato. Si è, infine, ricercato un apporto degli specialisti in campo economico e sociologico perché, si possa dare vita ad una dialettica interdisciplinare che, sola, può fornire delle basi valide per la costruzione non solo fisica della città. Il convegno ha risposto ai molti quesiti che si ponevano, ne ha d estato molti altri che, nella loro vitalità, denotano come sia avvertito, anche se non ancora veramente sentito, un problema della città e del suo modo di correlarsi con le età storiche passate e future. E’ scaturito dal convegno un fatto molto significativo, che indubbiamente sarà una base concreta per le future operazioni tecnico-politiche. E’ scaturito, infatti, che il cittadino in una nuova ottica delle discipline urbane è il protagonista delle future scelte programmatiche e che la città, se intesa restrittivamente come entità fisica e funzionale ai soli effetti meccanici, è destinata, con la maturazione dei tempi, a rispondere 56 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA sempre meno all’idea di « civitas » e sempre più ad interessi particolari se non personali. E’ scaturito, inoltre, che la città, ed in special modo Foggia, e destinata a sopravvivere al ritmo incessante della civiltà d’oggi, solo se sarà veramente inserita in un rapporto biunivoca con il territorio e con la sua organizzazione agricola, industriale ed urbana. Indubbiamente, il programma è vasto ed oneroso, ma questo convegno ha contribuito, ci auguriamo, in modo attuale e moderno, nel senso autenticamente vitale del termine, a focalizzare dei contenuti che siano di riferimento per la realtà urbana dei tempi nuovi. * * * Hanno preso parte al Convegno il segr. prov. della DC avv. Consiglio, del PRI dott. Finelli, del PCI Carmeno, il segr. del Comitato cittadino DC prof. Ceglia, il vice-sindaco e Assessore all’Urbanistica al Comune di Foggia Rag. Marcellino; inoltre gli Assessori Dello Mastro, Marino, Pavoni e i Consiglieri comunali Mongelli, Melillo, Mele, Paglia, Pellegrino, Ribezzo, De Caro e Corsico; i Consiglieri provinciali Schinaia e Berardi; il segr. prov. della CGIL Fragassi; il Presidente dell’ IACP prof. Imbimbo; il Direttore amm. Consorzio Generale di Bonifica avv. M. Mazza; il Presidente dell’Ass. Ind. di Capitanata comm. Pedone insieme al Presidente della sez. edile ing. Pennella; il Presidente della Società Dauna di Cultura dr. Vitulli; il direttore della Biblioteca Prov. dr. Celuzza; il direttore del Museo avv. Mazza; l’ing. capo dell’Ufficio tecnico del Comune Armillotta; il direttore reg. dei Centri di Servizi Culturali dell’Umanitaria dr. Bellotti. Il Convegno è stato organizzato dal CIRCOLO DI CULTURA MODERNA, dal CENTRO SERVIZI CULTURALI (rione ferrovia), dalla PRO-LOCO di Foggia con l’alto patrocinio del COMUNE. Si è svolto nel teatro comunale Giordano nei giorni 1 e 2 dic. 1973. La redazione della rivista desidera esprimere in questa occasione il più vivo ringraziamento all’Arch. E. RIZZI e al Sig. G. ARBORE per la collaborazione offerta per la raccolta, la trascrizione e la revisione dei testi. 57 Saluto del Sindaco Geom. P. GRAZIANI Sono grato al Circolo di Cultura Moderna, al Centro di Servizi Culturali della Regione « PUGLIA » ed alla « Pro Loco Foggia » che hanno inteso organizzare queste giornate dell’urbanistica dauna, cui la civica Amministrazione ha concesso il suo patrocinio, dichiarando, pertanto la sua piena disponibilità ad un discorso che è sicuramente molto importante soprattutto per la responsabilità che tocca tutti quanti noi nella formulazione del futuro urbanistico di Foggia. Basta dare uno sguardo al programma degli interventi per avvertire l’importanza dei temi che sono stati trattati da eminenti studiosi e che riguardano molto da vicino la nostra città. E’ molto significativo d’altra parte il fatto concreto che ci si interessi di questa tematica, anche perché sensibilizzare i cittadini vuol dire suscitare il loro interessamento per quello che potremmo chiamare « il progetto di costruzione della loro casa » che, ovviamente non può non essere che edificata a misura degli uomini che vi devono vivere e che pertanto, pur nella sua proiezione moderna, non può non perdere « calore » che le proviene dalla sua storia, che ha fermato i ricordi, come si dice, sulle pietre antiche di Foggia. Non è da oggi comunque che il Comune di Foggia, pur fra le note difficoltà di ogni genere, lavora in questa direzione, proponendosi di toccare, se non l’optimum d’altronde impossibile alla imperfettibilità umana, quanto meno i migliori livelli tecnici che ci si possa auspicare in un serio discorso urbanistico. Pur prescindendo dai dettagli che sono certamente operazioni successive ai tracciati delle grandi linee urbanistiche, mi pare che su due temi dovremmo essere tutti d’accordo: 1 ) — per i piani particolareggiati si rende indispensabile, direi anzi che dev’essere un fatto d’obbligo l’utilizzo delle intelligenze locali; 2) — per il piano regolatore, pur con tutto il rispetto per una mente direttiva, diciamo pure il grande nome, si rende altrettanto utile e necessaria la collaborazione di équipe locale. Infatti non può essere diverso il pensiero e non può modificarsi la volontà di una amministrazione civica quando programma politicamente la sua azione urbanistica. C’è da considerare, voglio dire, che l’assetto territoriale da dare alla propria città deve essere interpretato anche, se non soprattutto, da 58 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA chi opera e vive nella città, facendo parte del tessuto politico-sociale e che quindi, conoscendo più da vicino i bisogni della città stessa, può collaborare alla soluzione di tutta l’importante problematica urbanistica. Non ci si può insomma aspettare migliore e più concreto contributo da un’analisi sociologica in materia di assetto urbano se non da chi assorbe quotidianamente il significato evolutivo dell’espansione urbanistica, lavorandovi ed operando su tutto il ventaglio produttivo cittadino. D’altra parte nella relazione ultima fatta al consiglio comunale il 19 giugno scorso dall’assessore all’urbanistica rag. Umberto Marcellino è chiaramente sottolineato l’impegno della Giunta comunale ad approfondire i temi che riguardano lo specifico settore. In particolare è stato detto che il piano regolatore di Foggia, adottato nel 1956 ed approvato con decreto del Presidente della Repubblica il 2 giugno 1963, ha bisogno di una profonda revisione. E’ un impegno che va ribadito perché siamo convinti che tutta la situazione demografica, sociale ed economica sviluppatasi negli ultimi anni richiede appunto una revisione che assorbisca la passata esperienza, esaltandone alcuni aspetti e proiettando nuova luce sulle necessità del domani. In questa misura e su questa piattaforma politico-sociale la civica amministrazione ribadisce la sua dis ponibilità ad un serio discorso urbanistico, certa di trovare altrettanta disponibilità a tutti i livelli tecnici, sociali, politici ed amministrativi, perché convinta che l’apporto di tutte le categorie del mondo del lavoro è fattore essenziale, direi anzi strada d’obbligo per assicurare a quel discorso il successo che, ritengo, tutti ci auguriamo. Ed è un discorso in cui bisogna inserire quasi in prima linea il tema della conservazione della Foggia storica che, come ho detto in altra occasione, non è la Foggia vecchia e non è la Foggia antica, ma il centro urbano più direttamente legato alle nostre memorie storiche. Mi pare d’altronde che questo disegno andiamo verificando e non da oggi come espressione di convinzione popolare per la conservazione di quello che i tecnici amano definire il cuore pulsante della città. Ed anche sotto questo aspetto si rivela in tutta la sua autorevolezza il significato politico che la civica Amministrazione deve riservare alla questione dell’urbanistica. Intendo dire che non è più il tempo, neanche per altre discipline, ma soprattutto nella moderna scienza urbanistica, di star dietro ai superati « ipse dixit » perché oggi i primi dettati devono assolutamente venire dalla comunità, cioè dai cittadini che rappresentano le cellule vive ed attive della urbs operativa. E’ la comunità che proietta la sua volontà democraticamente ed è l’amministrazione che deve recepirla, aprendo un efficiente e valido dialogo per arrivare all’azione esecutiva dopo aver coscientemente accertato 59 MANIFESTAZIONI PROVINCIALI________________________________________________________________ che tutte le componenti sociali cittadine e tutte le intelligenze specializzate abbiano contribuito alla soluzione dei progetti. E per progetti, meglio sottolinearlo, voglio intendere la fase prima di ogni studio urbanistico che si voglia impostare in funzione dell’assetto territoriale cittadino. Quando per esempio l’ordine degli ingegneri, com’è accaduto nello scorso aprile, invita il prof. Cardarelli a discutere sulla attualità del centro storico di Foggia apre certamente un discorso valido e che probabilmente andava perdendosi nella coscienza popolare. E quando il prof. Cardarelli dice che dobbiamo armonizzare spazi e funzioni a livello dell’intero organismo urbano per inserirvi il centro storico nella sua vitalità, riafferma in pratica la volontà politica del Comu ne di Foggia che vuole che sia la comunità a sentirsi attore e non spettatore nella tematica urbanistica che impegna la nostra città. Ora, tutti i discorsi che potranno farsi in materia di urbanistica ed i contributi portati alle soluzioni che ci auguriamo, contributi che sicuramente verranno anche da queste giornate programmate dal circolo di cultura moderna e dalla pro-loco Foggia, a mio modo di vedere, non dovrebbero mai perdere di vista un principio fondamentale della moderna politica urbanistica: la presenza popolare e l’apporto della classe tecnica locale in una fusione di interessi comuni e nella più seria conoscenza della problematica di Foggia. E dico questo perché sono convinto che per parlare di « habitat » umanizzato bisogna assolutamente risalire all’indirizzo umano di una città, cioè agli effettivi bisogni sociali e morali della nostra comunità che, in definitiva, potremmo esemplificare nell’uomo che decida di costruirsi una casa e che ovviamente intenda adattarla ed adeguarla alla sua misura sociale, alla sua tradizione, ai suoi rapporti con il mondo esterno, alla sua presenza nel tessuto moderno dei giorni che vive, insomma ad una casa che abbia il calore ed il colore che l’ha visto nascere, anche se deve necessariamente interpretarla in chiave moderna. Mi tocca altresì assicurare la piena disponibilità della civica Amministrazione ad ogni iniziativa che si proponga di vivacizzare e di dilatare questo discorso sempre da improntare al miglioramento della comunità cittadina senza mai scavalcare gli interessi della cittadinanza, ma armonizzandoli al processo evolutivo di cui Foggia è prima attrice nel rilancio economico del Mezzogiorno d’Italia. Sono convinto che tutti quanti insieme potremo tare concretamente grandi cose per preparare la città ad un decollo sociale che non può oltre ritardare e che deve trovarci preparati nella stessa misura in cui avremo giorno dopo giorno saputo recepire la realtà del tempo e la volontà dei nostri amministrati. Mi congratulo perciò vivamente con le associazioni e gli uomini che hanno organizzato queste giornate dell’urbanistica dauna, mentre porgo a nome della Giunta municipale un saluto ed un benvenuto agli ospiti, ai 60 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA tecnici, agli studiosi ed a tutti quanti partecipano a questo interessante convegno. Personalmente seguirò con attenzione interventi e dibattiti, relazioni e studi, certo di acquisire validi elementi, mentre mi riservo, nel caso fosse necessario, di rispondere agli eventuali quesiti che potrebbero interessare la volontà esecutiva della civica Amministrazione. A tutti voi buon lavoro. 61 INDIRIZZI METODOLOGICI PER LA FORMULAZIONE DI PIANO REGOLATORE GENERALE Autorità, signore, signori, un gruppo di vecchi, giovani amici, mi ha invitato qui a Foggia a esporre le mie idee, sui problemi della pianificazione urbana oggi in Italia. Io, ho accettato volentieri di venire, perché sono legato da antichi rapporti con questa Regione, attraversata spesso, quando subito dopo la guerra ultima, mi trovai occupato nello studio dei sassi di Matera, in quello della miseria a Grassano, del piano territoriale della Lucania, nella progettazione del Borgo della Martella, tutto nel Materano e nella Basilicata. Quei ripetuti viaggi attraverso la vostra Regione, di cui la Lucania orientale è una logica appendice già alle porte di Foggia, mi hanno fatto scoprire uno dei mondi in Italia, più aperti e più misteriosi insieme; più ricco di bellezze naturali, di monumenti e memorie, di centri storici, di vini illustri e di cibi squisiti. Oltre questo, c’è un’elemento nell’attrazione che esercitano le Puglie, che sfugge ad ogni classificazione è qualche cosa che nasce, forse, dalla simpatia umana e dalla chiarezza di comportamento delle popolazioni, e qualche cosa che nasce direttamente dall’aria, dalla luce e dalle oscure tensioni, che si sprigionano dal suolo antico, dal tronco degli olivi, dagli steli del grano, dai tralci delle viti; cose inafferrabili, dolcissime, piacevolissime che riconciliano col mondo. Poi, sono stato preso dal piano di Bari per lunghi anni, e della Università di Lecce, ora dal centro storico di Bari, tutto all’altro capo della lunga regione. I problemi della Puglia, sono passati così dall’animo e dagli occhi, sulla carta dei disegni urbanistici, nelle relazioni scritte, ai problemi pratici di questa difficile disciplina di cui sono stato oggi invitato a parlarvi. Il vocabolo urbanistica è un neologismo vecchio ormai di almeno 62 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA mezzo secolo, la sua resistenza è legata alla sua imprecisione, imprecisione che lo ha reso atto ad esprimere concetti diversi, via via che le attività culturali e progettuali, che avevano per oggetto la radice urbs, venivano mutando, da un lato precisandosi e chiarendosi, dall’altro entrando in conflitto con le idee sull’argomento, che avevano tenuto il campo nel periodo o nei periodi immediatamente precedenti. Urbanistica, ha significato meno rigido e ridotto del tedesco « Stàdtebau » che significa la costruzione materiale della città fisica e dell’inglese « planning », che più modernamente si riferisce ai piani ed ai programmi per la costruzione della città. Vicino allo spagnolo « Urbanisacion » e al francese « Urbanisme », meno di questi fa confusione, fra il fenomeno sociale dell’inurbamento ed il conseguente aspetto politico e tecnico dell’organizzazione della città. Urbanistica può essere usata, data la sua disponibilità tutto fare della sua desinenza, sia per indicare genericamente, studi sui vari aspetti del complesso fenomeno urbano, sia nel riferirsi ad operazioni di programmazione economica politica, di pianificazione economicotecnica, di progettazione architettonica a grande scala, di attuazione politico-tecnica, infine delle programmazioni, delle pianificazioni, delle progettazioni stesse ai vari livelli, che interessano le città, dove questo termine è preso (termine città) nella sua accezione estensiva di territorio urbanizzato. La città, questa istituzione principe fra tutte quelle che hanno caratterizzato la presenza dell’uomo sulla terra e ne hanno fatto, per il bene e per il male, un’animale diverso dagli altri è sempre stata la materializzazione fisica, spaziale, della città sociale; la città cioè, formata dall’intrico delle varie strutture economiche, sociali e politiche, che insieme funzionavano, organizzando la comunicazione fra gli uomini, individui e gruppi, per la collaborazione, per il lavoro e per le lotte comuni. Ma, stranamente, la cultura umana, ha fino ad oggi quasi trascurato lo studio del fenomeno stesso; la complessità degli aspetti e la stessa difficoltà di separare nettamente la città sociale dalla città fisica, (una qualsiasi delle due, non avrebbe senso senza l’altra senza i condizionamenti posti dall’altra) sono forse responsabili di questo ritardo. Ma è fatto certo, che ancora oggi, manca un tentativo di organizzare alla base lo studio del fenomeno città, nei suoi aspetti interrelati. Nonostante tale mancanza, comunque le idee sulla città sociale e sul modo più logico e politicamente giustificato di servirla ed esprimerla, attraverso il disegno del piano e attraverso le architetture, non sono mai mancate, sono state, anzi, di una chiarezza adamantina, anche se non hanno mai trovato chi riuscisse ad esprimerle a parole, facendole passare dagli strati più profondi della ratio, allo strato ultimo superficiale e riduttivo, del discorso logico della comunicazione parlata o scritta. La storia del modo di concepire, di fare la città, può oggi venir fatta solo deduttivamente, desumendo le idee dai fatti, ed è una storia 63 MANIFESTAZIONI PROVINCIALI________________________________________________________________ in qualche modo illuminante, giacché rivela, l’armonia strutturale fra le parti forse tanto più completa e raggiunta, quanto meno chiare, alla logica delle argomentazioni verbali, apparissero programmazioni, progettazioni, attuazioni e cioè, decisioni. La città medioevale è una città apparentemente confusa, senza chiarezza geometrica, se non nelle eccezioni alla regola, rappresentate dalle bastides e dalle città italiane progettate del 200 e 300, nella quale tuttavia c’è equilibrio fra le parti, c’è rispondenza perfetta fra la gerarchia dei valori figurativi e la gerarchia dei valori politico-ideologici, fra l’economia delle parti e quella dell’insieme, fra gli aspetti pubblici e gli aspetti privati della struttura urbana, che non sono fra loro separati, ma sono precisati e distinti ove necessario. La città medioevale è la prima manifestazione fisica e il primo complesso organizzato di segni architettonici, attraverso i quali la civiltà della borghesia cittadina, completato il suo primo ciclo, afferma dialetticamente la sua presenza e la sua importanza accanto alle campagne, accanto al potere della chiesa e della nobiltà feudale; ma quando la stessa borghesia mercantile urbana, avrà compiuto il suo secondo passo, attraverso i comuni e le signorie, riportando sulla terra e sull’uomo l’attenzione ideologica, e formulando, con l’architettura dell’umanesimo, un’idea di città completamente diversa, dalla precedente medioevale, quando questa nuova città sarà basata sulla chiarezza razionale dei segni geometrici, sulla omogeneità, sulla dignità pacata, ma diffusa, delle costruzioni, senza più emergenze gigantesche sul tessuto dimesso, già in questo momento, si sarà evidenziato una distanza, una differenza di potenziale fra le idee e le realizzazioni, fra i concetti astratti intellettuali, e le scelte effettive politiche; scelte ovviamente ancora nelle mani del potere feudale, sia pure di un potere feudale nuovo, di origine terrena e borghese anch’esse, ma che aveva fatto proprie, le tecniche di governo e culturali dell’aristocrazia originaria. Occorrerà molto tempo perché i campanili cedano il posto alle cupole, e le cupole, poi, spariscano per lasciare il fondale dell’asse prospettico al palazzo del Re, orizzontale come le case degli altri borghesi, solo un poco più grande, un poco più lungo, un poco più dorato. In seguito, quando col terzo passo della rivoluzione Francese e della rivoluzione industriale, la borghesia cosiddetta democratica avrà decisamente messo in sottordine (alleanze economiche-politiche a parte) la vecchia feudalità e il potere del sangue e di Dio, per la nuova feudalità affermata del potere manageriale del danaro, il posto del palazzo del re sarà occupato dalle opere pubbliche, dai teatri, dalle scuole, dalle borse e poi di seguito dai segni del potenziale economico direzionale privato, dalle banche, cioè dai buildings delle grandi compagnie industriali e commerciali. Ma queste ultime presenze sono recenti, almeno in Europa, e corrispondono all’ultimo atto della borghesia, della borghesia del neo capitalismo, della motorizzazione così detta « civile », della terziarizzazione dell’economia e, purtroppo, della rottura finale dell’equilibrio 64 Parla il prof. Arch. L. Quaroni (da d. a s.: Geom. P. Graziani, sindaco; on.le V. Salvatori; arch. E. Rizzi; prof. G. Amendola; arch. P. Marciani) MANIFESTAZIONI PROVINCIALI________________________________________________________________ ecologico, della rottura del rapporto fra città e campagna, del rapporto attivo fra l’individuo e la società trasformata in massa e, cosa che maggiormente interessa questo nostro discorso odierno, del rapporto fra l’uomo e la città, fra città sociale e città fisica. Quest’ultima, non riesce più ad assolvere quel compito di servizio di fornitura di uno spazio ordinato, organico ed efficiente, per la manifestazione delle attività sociali, di fornitura di una serie di segni, nei quali siano riconoscibili gli aspetti positivi, se c’è ne sono, del sistema attuale, nel quale possa riconoscersi, come avveniva un tempo, lo stesso uomo della strada. Si parla molto, negli ultimi tempi, di un nuovo medioevo, proprio per la disgregazione che si notando, e che non è solo degli ultimi anni, nel sistema borghese appunto, che sembra non reggere più, e che mentre mantiene solido, nelle mani, il potere del denaro e dell’organizzazione, per l’accumulo delle rendite, non riesce più a controllare gli altri aspetti della vita sociale, e in fin dei conti, nemmeno quelli che gli sarebbe necessario poter regolare, anche ai fini capitalistici, e la città in primo luogo. Ma questo è un discorso, che ci porterebbe lontano dall’assunto e non ci permetterebbe certo, di far previsioni utili ai fini del discorso sulla pianificazione urbanistica, la quale, in quanto trasferimento nel concreto della costruzione della ideologia sociale, culturale della città è sempre esistita, anche se diverso, nei tempi è stato il rapporto fra quelle scelte e quelle operazioni che imprecisamente sono chiamate « spontanee » e le altre, nate dalla coscienza dei problemi e dalla organizzazione mentale per la loro risoluzione. Viceversa, come cosciente disciplina del controllo della costruzione urbana, perché risponda alle esigenze sociali e di « sistema », la pianificazione è cosa relativamente recente e corrisponde, praticamente, alla seconda tappa della civiltà borghese, che nel 1700, un po’ dappertutto, mise a punto, a livello embrionale, ma appunto per questo in modo più evidente, schematico e limpido, gli strumenti principali del controllo consistente, allora, nel piano delle strade e nel regolamento edilizio. Quest’ultimo, attraverso sezioni obbligate dapprima e, poi, anche attraverso prospetti obbligati, lasciava la sola libertà all’operatore costruttore di giocare sulla pianta, ma garantiva alle singole strade e piazze quella uniformità, dignità, che era segno tangibile, visibile della concezione illuministica della città, anche se dietro il parlamento e lo slogan « libertè, egalitè, fraternitè » c’era, concreta, l’altra faccia della nuova medaglia, la realtà delle speculazioni sui terreni agricoli, che appartenevano alla grande proprietà terriera, famiglie nobili e regnanti in primo piano. A rivoluzione conclusa, mentre l’architettura classicistica rimane stranamente a qualificare le istituzioni civili più nobili e nobiliari, quella uniformità, quella unità stilistica che ancora oggi, ci riempiono di ammirazione e di stupore, quando visitiamo Bath, Edimburgo, o 66 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA quanto poco ne rimane a Londra, a Parigi o a Torino, viene completamente contestata e, al suo posto, si sfrena l’orgia individualistica delle scelte architettoniche personalizzate, individualizzate: ognuno pensa ai propri affari e vuole che la casa che si costruisce, o che costruisce per vendere, rispecchi questa sua gelosa individualità. Il disegno del piano stradale fornisce una parvenza d’ordine, nelle curve che si intrecciano nel disegno romantico o nella rigidità dell’angolo retto, residuo di un classicismo ridotto enfatico ed ingegneresco, ma la varietà dei cosiddetti stili, risultante dall’interpretazione personalistica degli ultimi « modelli » contribuisce, con le numerose opere di infrastrutturazione che si impongono all’attenzione, alla costruzione della nuova figura urbana. La torre Eiffel, può essere vista come un monumento, cioè l’astrazione vistosa dedicata all’importanza del segno dell’infrastruttura della civiltà borghese al massimo della sua ebbrezza, prima che la grande guerra, la prima, e i turbamenti che l’avevano preceduta, non riconducessero a pensare la città in termini diversi, in termini di problemi sociali e di crisi dell’Istituto della città stessa. L’urbanistica moderna, che non dobbiamo confondere con quella contemporanea, che come tutte le cose in atto, appartiene per una metà al passato e per una metà al futuro, a un futuro non ancora chiaro, è appunto l’urbanistica del così detto Movimento Moderno, è fu messa a punto, come elaborazione del piano stradale e del regolamento edilizio setteottocentesco, nel lavoro che per un solo decennio, fra il ‘25 e il ‘35, è stato compiuto dagli architetti urbanisti dell’Europa centrale. Strumenti essenziali di questo sistema di controllo della città, sono il piano regolatore, le norme di attuazione e la relazione generale. Il principio nuovo rispetto al passato; è costituito dalla organizzazione della città in zone omogenee (zoning), ognuna ben perimetrata e determinata nelle norme per l’attuazione, per la costruzione, col fine ultimo di costituire nell’insieme, come per una macchina, una struttura organica ai soli effetti funzionali e di una funzionalità, che se era partita da considerazioni sui bisogni sociali, nelle effettive applicazioni, diventava la funzionalità della produzione, della direzionalità e la base promozionale per la speculazione edilizia nel vecchio centro e nelle espansioni. La nostra legge urbanistica del 1942, con la sua mancanza di regolamenti e le successive leggi e circolari, tra cui la legge « ponte », rappresenta la riduzione Italiana dell’urbanistica germanica e inglese, così come l’architettura che si chiamava, nei miei giovani anni, « novecento » rappresentava la riduzione italiana degli sforzi degli architetti tedeschi, olandesi, francesi, del movimento moderno; riduzione nella quale principi estetici, derivati dall’amore per la macchina come strumento di liberazione sociale dell’uomo dalla fatica manuale, venivano confusi con il principio formale del Rinascimento, di tutt’altra natura e opposta, per molti versi, a quella; riduzione che proprio per questo 67 MANIFESTAZIONI PROVINCIALI________________________________________________________________ suo basale, palese equivoco, gode oggi, di uno strano tributo revivalistico, che trascina molti, in modo aggiornato e vecchio insieme, fra le spire dell’eterno accademismo italico. Nonostante i suoi difetti ed i suoi equivoci, il piano regolatore generale e i piani volumetrici, del periodo razionalista, servirono bene la città metropolitana media europea fra le due guerre. Ma la servirono bene, perché quel periodo rappresentava una fase di stasi, nel passaggio dall’economia del capitalismo all’economia del neo capitalismo, fase distinta da una quasi inspiegabile stasi edilizia, relativamente al presente sviluppo della febbre del costruire, in relazione alla febbre di investire e, fase che dalla presente si distingue, per la presenza ancora, dell’idea di città come un luogo, prima di ogni altra cosa nel quale ci si deve trovar bene, dove la propria casa deve essere messa a punto, fra l’arredo stradale, i servizi, i parchi, le attrezzature collettive e quanto altro costituisce l’effetto città e la soddisfazione del diritto alla città; cioè riconoscibilità di vari luoghi ed efficienza dei collegamenti. (I mezzi privati, erano all’ora un’eccezione che confermavano la regola sociale, per garantirne i rapporti). La parola « sviluppo », era allora ancora un termine positivo, anche se applicato solo a due numeri, alla quantità di popolazione e alla quantità di reddito medio pro-capite, prescindendo da tutti gli altri sostanziali parametri, ed era tale proprio perché il momento dello sviluppo in tal senso, era estremamente, inispiegabilmente lento, si che era possibile prendere una città, identificarne tutti i punti non risolti, prevederne la futura, modesta, espansione nei successivi 10 anni e precisando la perimetrazione delle varie zone, razionalizzare la situazione esistente, cristallizzandola per l’avvenire, risolvendo i nodi non risolti, integrandole con le nuove espansioni intorno al nocciolo centrale al core del cosiddetto centro storico. Dopo la seconda guerra mondiale, però, le cose sono cambiate e cambiate di molto nella realtà urbana, ma non nell’urbanistica, almeno fino a pochi anni fa. La convinzione diffusa dopo le stragi della guerra, di un periodo sicuro e lungo di pace, e l’economia cosiddetta « del benessere, della società fluente », guidata con acuta sagacia dagli esperti dell’extabilishment manageriale, hanno proposto una nuova mitologia dell’esistenza, non più basata sulle idee logore di Dio, di patria, di famiglia, ma non sostenuta nemmeno da altri miti altrettanto collaudati ed efficienti. Alla circolazione delle idee, è stata preferita la pura circolazione del denaro e la civiltà dei consumi, sua logica conseguenza. Alle comunicazioni sociali è stata sostituita la pura circolazione degli automezzi, che ha finito per distruggere la possibilità stessa di circolazione per la comunicazione, e quindi il principio stesso sul quale è basata l’istituzione urbana. In pochi anni siamo arrivati al blocco di ogni funzione urbana, 68 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA anche per il mancato adeguamento delle infrastrutture di traffico e parcheggio, per i non attuati piani di riorganizzazione dei trasporti pubblici, ferrovie e metropolitane e sono via via andate deteriorandosi, specie in Italia, tutte le attenzioni al patrimonio comune, rappresentate dalla città nel suo insieme, si tratti di opere pubbliche o di proprietà private, rientrando anche queste ultime, nel quadro, nella scena per la vita comune, negli interessi comuni, a parità con le altre. Si salvano ancora, dal caos e dalla morte per asfissia, alcune città minori e praticamente i capoluoghi di provincia che non superano il mezzo milione di abitanti; Milano, Torino, Genova e Palermo sono oramai fuori gioco e solo una saggia amministrazione potrà salvare Bologna, Firenze, Perugia, Ancona, Bari. Ma per quanto tempo? Città che sono oggi sulla cresta dell’onda come Verona, Parma, Padova e Modena non avranno dieci anni di vita, se non interverranno immediatamente provvedimenti, che ne limitino l’accrescimento e ne restaurino per intero, con tutto il costruito, le funzioni urbane. Al posto, dunque, di un’unica città monocentrica che si espande senza limiti, e che quindi finirà per soffocare il suo cuore, che interessa non soltanto come centro storico, per le memorie cittadine e per le opere d’arte che in passato vi ha lasciato, ma anche come centro urbano, come luogo della massima concentrazione degli scambi e dei rapporti sociali, occorre pensare alla costellazione di nuclei urbani, anche diversamente caratterizzati, di dimensioni varie, ma tutti strettamente collegati da una rete di strade e di trasporti di massa, che assicurino, col diradamento della massa urbana la policentricità, quell’effetto metropoli, che non sarebbe più raggiungibile con lo sviluppo a macchia d’olio. Ogni suo elemento, ogni suo nucleo preso in se stesso, dovrebbe venire chiuso da un’ultimo sistema edilizio di « bordo », che stabilisca il limite del « continuum » edificato verso la campagna, come un tempo, la cinta muraria di difesa. E la campagna, dovrebbe essere liberata dalla disseminazione disordinata delle case e delle fabbriche, per essere restituita integra all’agricoltura evidentemente industrializzata; torna attuale in altre parole, il modello insediativo della pianura pugliese, che ancora oggi è riconoscibile dall’aeroplano, con le sue bianche macchie delle concentrazioni di case, sul fondo grigio-verde degli uliveti, sul giallo oro dei campi a grano, si tratterebbe di aggiornarlo questo modello e di dare un senso preciso, un ruolo ad ogni elemento esistente o nuovo, della conurbazione. Per far questo e per ringiovanire i nuclei esistenti, occorre forse pensare ad un artificio, che renda possibile eliminare gli inconvenienti dimostrati dal piano regolatore generale e dagli altri strumenti urbanistici esistenti. Il Piano Regolatore Ge nerale che è lo strumento di base, direttore, detta dall’alto le risoluzioni ai problemi, che dall’alto sono stati recepiti senza verifiche al vero o alle piccole scale prima della sua 69 MANIFESTAZIONI PROVINCIALI________________________________________________________________ adozione ed approvazione. Troppo generico ed ampio, trascura la necessità di un ordine che non sia soltanto distributivo delle funzioni nelle diverse aree omogenee in cui divide il territorio urbano e che sia, invece identificazione attraverso i segni fisici delle infrastrutture, delle architetture, della vegetazione, di ogni singola parte, che sia orientamento anche per uno straniero, che sia comunicazione al fruitore qualsiasi dell’idea di città che ha sostenuto, fondato il piano stesso, che risponda. infine, al bisogno naturale di un’ordine formale, espressione dell’ordine sostanziale, strutture estetiche corrispondenti ad una struttura sociale e umana. Il Piano Particolareggiato, all’opposto, è troppo limitato nello spazio e non riesce ad inquadrare una porzione di territorio che sia identificabile come unitaria da chi la percorre. Dieci chilometri quadrati, possono essere troppi in alcuni casi, per collocare nella memoria la struttura urbanistica di tale porzione, ma è certo che le dimensioni usuali dei piani particolareggiati non riescono che in pochi casi nell’intento di comporre, nel disegno, le varie parti, di strutturare architettonicamente l’intero settore urbano. D’altra parte, il così detto piano-volumetrico, dice troppo e troppo poco, è troppo costringere il progettista di un’edilizia entro la camicia di forza, in una volumetrica, che non nasce nel momento di una ideazione dell’organismo, ma che, per forza di cose, deve essere la pedissequa ripetizione semplificata di tipologie già troppo semplici e vissute e quindi inevitabilmente consumate. E’ troppo poco limitarsi ad indicare i volumi senza precisare quali sono le progettazioni, anche di più edifici, che debbono essere considerate unitarie, cioè affidate tutte insieme ad un’unica responsabilità progettuale; si tratti di un singolo professionista, o dell’anonimato di un ufficio tecnico di un ente, di una consulting. La volumetria prestabilita paralizza l’immagine e impedisce che il volume, che è permesso costruire, prenda la forma più adatta allo scopo, più adatta al luogo, più adatta al momento: forma che non sarà mai possibile predisporre in sede di piano particolareggiato, perché forma che deve nascere dall’interno degli edifici in progettazione, dalla loro vita intima, dai traffici degli uomini e dagli spazi entro i quali gli uomini si muovono, e forma che deve vivere nella sostanza e nel colore dei mezzi tecnologici impiegati, tutta roba che non può non formarsi nel lento, lungo iter progettuale, sul tavolo dell’architetto, nella mente dell’architetto. Le norme di attuazione e il regolamento edilizio, ugualmente non potranno mai recare un contributo efficiente alla costruzione della città moderna, che non può più essere concepita nei semplici schemi stereometrici che la muratura ordinaria imponeva, e nelle misurazioni di fabbricati, che non necessariamente avranno un livello di marciapiede o un filo di gronda. Certi standards di quantità, saranno sempre necessari, ma sarà difficile andare oltre quelli, senza il rischio di vincolare 70 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA per impedire, oltre agli abusi anche la qualità. Per eliminare i principali, fra gli inconvenienti che hanno mo strato, nella pratica attuazione, questi strumenti, c’è innanzi tutto da dire che occorrerebbe che i piani regolatori generali non considerassero che le zone agricole siano estranee alla programmazione. Nella normativa e nella consuetudine che trascurano le zone agricole, in quanto eterne, non suscettibili di trasformazione economica e sociale, e nella tradizione dei piani urbanistici, legati fino a poco tempo fa al continuo urbano, alla sua razionalizzazione, alla sua espansione, resta fuori dal ragionamento della pianificazione proprio quel rapporto città campagna che è alla base di qualsiasi assetto territoriale. Bisogna dunque, per prima cosa, per disciplinare nella pianificazione moderna, provvedere perché un’area da pianificare, sia studiata innanzitutto come area economica generale, negli equilibri più o meno stabili fra funzioni economiche primarie (l’agricoltura), funzioni economiche secondarie (l’industria), funzioni economiche terziarie (dei servizi e della direzionalità), il tutto in relazione alla maglia delle infrastrutture (strade, ferrovie, porti, aeroporti, autoporti, fonti di produzione di energia e trasporto della stessa a distanza, bacini idrografici e loro regolazione e pianificazione in rapporto all’irrigazione ecc.). Accanto a questo studio generale economico, occorrerebbe lo studio dei problemi specifici dell’agricoltura, quello dei problemi delle industrie, quelle delle attività terziarie, soprattutto nel loro rapporto di sistema generale economico, per correggere distorsioni e influenze negative, sullo sviluppo delle aree urbane. Tutto questo, non può essere visto prendendo come area di studio la sola area urbana e, del resto, per quanto ho detto prima, circa la necessità di passare dalla città compatta alla unità metropolitana diffusa, occorre estendere lo studio ad un’area di grandezza conveniente, forse all’intero comprensorio economico e sociale nel quale vive oggi una città; allargare l’area degli interessi, e, quindi, fondare il piano sugli aspetti politici ed economici dell’agricoltura, dell’industria, dei servizi, considerando che la residenza con i suoi problemi deve seguire e non precedere i criteri di impostazione del piano. Impostazione generale del piano, che dovrà contemporaneamente prendere in considerazione i problemi dei centri abitati, soprattutto considerandone gli aspetti sociologici e sociali. Ogni settore della città, ogni frazione, ogni altro piccolo comune, dovrebbe venire studiato per scoprire le carenze dei servizi, per valutarne il grado d’efficienza delle strutture abitative, per sondarne le eventuali patologie sociali, per sensibilizzarne gli abitanti ai problemi specifici dei loro quartieri e a quelli più ampi, di solito sconosciuti, del resto della città e del territorio, coi quali d’altra parte, ogni quartiere ha un rapporto che da passivo, dovrebbe diventare attivo; soprattutto per evitare che la pianificazione sia condotta a distruggere anziché 71 MANIFESTAZIONI PROVINCIALI________________________________________________________________ ad aiutare la composizione sociale esistente. Curare gli aspetti d’insieme del comprensorio al quale appartiene una città o una conurbazione, e parallelamente i suoi aspetti particolari, di dettaglio, delle singole parti minute; questo è il quadro costante di riferimento nel quale solo può fondarsi una valida pianificazione moderna; pianificazione moderna che andrebbe ugualmente condotta tecnicamente, contemporaneamente sui tre livelli: livello centrale, del piano regolatore generale della città principale, o meglio della conurbazione a venire, quello superiore del comprensorio socioeconomico, e quello inferiore dei settori urbani, dei quartieri, delle frazioni, dei comuni contermini e conviventi. Tre livelli, per ognuno dei quali occorrerebbero le competenze interdisciplinari necessarie, sia per la fase di analisi conoscitiva in andata, sia per la fase di programmazione in ritorno, così che sia possibile la dialettica continua delle domande e delle risposte, delle proposizioni e delle verifiche, secondo le buone regole della vera pianificazione. Programmazione, progettazione, attuazione, sono i tre momenti di ogni intervento; si può considerare che la pianificazione urbanistica sia, in qualche modo, un intervento sul territorio sia pure diluito nel tempo. Questa diluizione, porta con sé uno dei più grossi problemi che l’urbanistica si trova a dover fronteggiare, tenuto in particolar conto la velocità delle trasformazioni, oggi anche dei bisogni, e la impossibilità, quindi, di buone previsioni, anche in un arco di pochissimi anni; per cui, è necessario da un lato contenere l’espansione per quanto possibile, perlomeno, fare soltanto per le fasi di attuazione successiva alla prima, delle ipotesi che non siano vincolative e non stabiliscano concreti diritti alle edificazioni, in modo da lasciare la massima possibilità agli interventi successivi alla prima fase di organizzarsi, quanto meglio è possibile, in ordine alle esigenze maturate fino a quel momento. Ma, da un’altro lato, è necessario garantire al sistema delle infrastrutture la possibilità di svilupparsi senza ostacoli quindi: necessità di svincolare i suoli per la espansione dei sistemi infrastrutturali esistenti e tracciare il reticolo delle maglie infrastrutturali senza malizia e con mano decisa, considerando che bene o male la divisione e quindi la organizzazione del territorio, dipende in primo luogo dalle linee, dai punti, dalle aste, dai poli costituenti il sistema stesso delle comunicazioni. Un piano, massimizzato per la viabilità e minimizzato per gli sviluppi edilizi, avrà bisogno di essere aggiornato ogni anno, ogni due anni. Di qui, la necessità di una sostanziale lavorazione continua intorno al piano, proprio perché continuo e continuamente cangiante è lo sviluppo del territorio oggi. Quindi, un ufficio permanente del piano, cui facciano riferimento i molti consulenti esterni e diversi gruppi di studio, per ognuna delle scale, per ognuno dei settori nei quali la scala dei dettagli si suddivide. Ma questi gruppi di studio e di piano da chi saranno formati? 72 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA Fino a non molti anni fa, il piano era messo nelle mani di un tecnico che rispondeva contemporaneamente al Sindaco e alla Giunta, all, commissione urbanistica, al consiglio comunale, alla popolazione tutta delle scelte fatte, scelte tecniche si diceva, ma scelte che avevano come hanno, la possibilità di togliere di dare ricchezza, di stabilire vincoli, addirittura di indicare e permettere o di non permettere UI certo modo di vita. Quindi scelte tecniche dalle quali, scaturiva una politica, la politica dell’habitat, della città. I politici più accorti, lo sapevano anche ieri e sceglievano opportunamente il tecnico cui affidare il piano, e dietro lo scudo del piano scudo tecnico firmato da un tecnico, agiva liberamente l’azione politica oggi le cose sono cambiate: per non sbagliare i politici sono usciti allo scoperto, si sono impossessati della disciplina e ne fanno una delle principali armi, nella loro lotta, fino al punto in qualche caso di esautorare i tecnici, maneggiando di persone gli strumenti del dise- gno e della normativa. Contro il pericolo di un piano puramente tecnocratico e quello di un piano troppo dominato dall’interesse personale, elettorale pii che politico di qualche amministratore; soprattutto contro il disinteresse che gli uni e gli altri hanno mostrato fino ad oggi, per i problemi di dettaglio, per quei problemi che maggiormente sente chi usa la città cioè l’uomo della strada, che è anche l’uomo della casa, dell’automo bile, ecc., si è andata facendo strada la così detta idea di « partecipazione » e cioè la volontà e il problema di far partecipare concretamente agli studi ed ai problemi di risoluzione della città i fruitori stessi della città: i cittadini. Il problema non è semplice, perché complessi e non riducibili senza danno sono tutti problemi che riguardano la città. Quelli della civitas, della città sociale, degli uomini, delle istituzioni, si intrecciano maledettamente con i problemi dell’Urbs, della città delle case, delle strade e dei servizi. Si tratta di una struttura risultante complessa, nella quale le due strutture componenti primarie, quella fisica, e quella sociale, sono difficilmente analizzabili e trattabili separatamente, ma sono strutture già difficili a trattare da parte di chi abbia dottrina ed esperienza nel mestiere urbanistico, si tratti di un politico, di un tecnico, di un economista, di un sociologo. Ciònonostante, il problema della partecipazione esiste e, credo, sia l’unico mezzo, la presenza reale dei fruitori, incapace di mitizzare e smitizzare l’urbanistica ed evitare eccessi di tecnocrazia e partitocrazia. La città è un bene di tutti, è un bene del quale tutti debbono godere, è anche una istituzione in crisi, in crisi proprio per gli accessi della tecnologia e per gli egoismi troppo miopi scatenati dal benessere; c’è un malessere, che da quel benessere deriva, che può e deve essere distrutto, allora occorre, che la pianificazione controlli continuamente i suoi passi. Se per un livello intermedio e per quello superiore della pianifi- 73 MANIFESTAZIONI PROVINCIALI________________________________________________________________ zione (piano di insieme della città e della conurbazione nel quadro del comprensorio socio economico più generale) può bastare la compresenza e il reciproco controllo dei politici e dei tecnici, per il livello più basso dei settori, dei quartieri, delle frazioni, degli altri comuni minori interessati alla conurbazione, occorre accanto ai rappresentanti politici del locus ed ai tecnici delle analisi e delle programmazioni, la presenza della popolazione. Presenza, che bisognerà impedire che sia strumentalizzata in qualsiasi direzione e che non sia interrogata solo per i problemi specifici del quartiere, ma interessata a tutto il problema territoriale urbano; solo in questo modo, sarà possibile, che la pianificazione dia una risposta positiva alle esigenze reali degli abitanti delle varie zone della città, solo così sarà possibile una verifica ed un controllo delle proposizioni che scaturiranno dall’organismo centrale di pianificazione. La contemporaneità di lavoro alle diverse scale, presenta anche un’altro lato positivo e cioè, quello di poter avere, ad un certo mo mento, la base d’insieme per il piano a livello metropolitano e territoriale e lo sviluppo nei dettagli della base stessa, per quanto riguarda il già costruito, le trasformazioni, gli adeguamenti di varia grandezza che deve sopportare, o di cui deve beneficiare. Sarà possibile, cioè, quello che non è stato mai, che i piani particolareggiati siano proposti almeno nelle loro linee generali propositive (pianiquadro o simili) insieme al piano generale; sarà anche possibile, che col piano dell’insieme che contempla i vari aspetti della vita della città e del territorio, vengano allestiti anche piani specifici per l’agricoltura, per le industrie, per il sistema infrastrutturale, per l’energia, per l’università. Questo quadro potrà sembrare, così come l’ho tracciato, caotico, complesso, costosissimo: nella realtà, invece, tutto si ridurrebbe a pagare l’organizzazione centrale e gli esperti, il resto, dovendo nascere dalla attività politica e sociale della città, finalmente messa a lavoro per risolvere i suoi problemi, anziché lasciarli a mugugnare e a sparlare nei caffè, nei bar, nei salotti e negli uffici, nelle sedi rionali di partito e negli altri luoghi di riunione sociale. Bisogna pensare, che il momento che stiamo vivendo è un mo mento di crisi e come tutti i momenti del genere potranno risolversi per noi in modo positivo o in modo negativo, a secondo come noi sapremo affrontarlo. L’Italia è stata un po’ troppo tempo alla finestra, a guardare subendo la realtà e non costruendola e ne stiamo pagando le conseguenze, particolarmente nel meridione; ma le Puglie, nell’Italia meridionale, sono state la regione che contrariamente alle altre, ha trovato una sua strada, diversa da quella del triangolo industriale, diversa da quella della Sicilia e diversa da quella di Roma. Il territorio pugliese presenta chiarissima la sua struttura e il pugliese è un uomo che vede chiari i problemi; Bari, ha già conquistato un posto di avanguardia, di pilota, fra le provincie meridionali e 74 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA Foggia rappresenta, rispetto a Bari, l’altro polo delle Puglie. Tanto quella è il nodo degli scambi e dei traffici fra la linea adriatica e quella dello Jonio, tanto questa è il nodo degli scambi dei traffici e della vita, alla confluenza della linea adriatica e della linea trasversale interna, Napoli, Caserta, Avellino, Benevento, Gargano Foggia è collocata sul parallelo di Roma, e il suo meridiano passa nell’area Viennese, Foggia ha oggi una strada da seguire, che non è più quella antica, tracciata dalla transumanza delle greggi dal colle alla pianura o delle truppe mercenarie degli Hohenstaufen, dalla Sicilia al Continente e all’Impero. E’ la strada della civiltà di una sub regione, che col suo capoluogo vive stretti rapporti con le tre regioni limitrofe. Mare, pianure e collina, coltivazioni estensive e vigneti, uliveti e boschi rappresentano, in una temperatura dolcissima, la base fisica pregiata, sulla quale vive una popolazione forte e tranquilla. E’ arrivato il momento di pensare assieme alla popolazione e al territorio, per fare dell’una e dell’altro una realtà nuova, adeguata alle necessità e alle possibilità dei tempi. LUDOVICO QUARONI 75 METODOLOGIA DEL RESTAURO URBANO E ARCHITETTONICO NELLE AREE STORICHE Dl FOGGIA La lettura di una città, la sua fruizione, il suo uso sono categorie mentali e sensitive abbastanza innate in ognuno di noi; non altrettanto semplice, invece, è crearsi un criterio discriminante di lettura dei parametri urbani. Infatti, noi siamo abituati alla città come il bambino alla casa e, indubbiamente, quest’ultima formerà in modo basilare l’ambiente a cui sempre, poi, a livello conscio o meno l’individuo ricorrerà come ad un’idea stabile; ad una rappresentazione sicura del suo ambiente familiare. L’utente della città è simile al bambino, solo che i rapporti familiari si sommano a quelli sociali, finché il nuovo ambiente, allargato a comunità sempre più vaste, diventa condizionante di quell’idea di fatto stabile, di ferma rappresentazione dei valori sociali a cui l’individuo va a rapportarsi. Pertanto la città, con le sue stratificazioni storiche, con le sue emergenze, con i suoi ambienti è condizionante il comportamento individuale e sociale secondo due estremi: quello di massima concentrazione degli scambi sociali e quello, invece, di pressoché totale mancanza delle comunicazioni interne, fra microgruppi tipici, a favore di comu nicazioni autoritarie che provengono dall’alto e quindi da microgruppi atipici, ma prevalenti. E’ abbastanza fuori luogo l’esempio di chi pervenendo alla conoscenza di altre entità urbane allarga la sua conformazione critica secondo nuove categorie; infatti, tutto questo inficia quei valori e quei rapporti di corrispondenza uomo -ambiente, senza per altro far si che altri valori uomo ambiente si sostituiscano ai precedenti. Ad esempio, chi vede per la prima volta una città con maggiori pregi urbanistici o architettonici ha la sensazione, in genere, che tutto quanto sia alternativo alla città 76 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA Le «corti strette» o «vicoli» tipica struttura di relazione fra microgruppi. 77 MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ di origine; ma, tornatovi, si accorge della insensatezza di tale operazione, perché la sua città è strettamente radicata ai suoi valori etnici e storici. Per quanto riguarda Foggia direi che in essa troviamo ambedue gli estremi, chiariti precedentemente: esistono luoghi in cui la comu nicazione urbana confortata da maturazioni storiche e generazionali raggiunge un grado di umanità abbastanza soddisfacente; esistono luoghi, invece, in cui le esigenze pseudo-tecniche hanno alternato fortemente un possibile regime delle comunicazioni. Pertanto, questo invisibile diaframma che divide le due parti eterogenee è esso stesso condizionante le relazioni urbane; esistono con questo i concetti di centro e di periferia con tutti i relativi abusati attributi. In questa sede mi occuperà del centro della città; del luogo, cioè, in cui le relazioni sono necessariamente più facili o diventano in alcuni casi parossistiche (vedi traffico); premetto, però, che tutto quanto dirò tende alla eliminazione di discrepanze strutturali e tende, a contrario, a favorire la restaurazione di un organismo unico e vitale. Il Centro Storico di Foggia va individuato fra le vie Garibaldi, Fuiani, Manzoni, e piazza Piano della Croce con via della Repubblica. E’ costituito da una struttura urbana di tipo medievale con un asse centrale viario, che la caratterizza in modo specifico (Via Arpi), una serie di spazi mediani comu nicanti tramite un anello viario interno (via le Maestre, vico Ciancarella, vico Pannivecchi, via Pietà, vico Zingari, piazza Mercato, vico Sino, via Civetta, via le Orfane) su cui poggia ulteriormente la struttura periferica di esso; infine, è costituito da una serie di assi centrifughi che vanno a innestarsi nella nuova struttura urbana. Le motivazioni qualitative di questa definizione del Centro Storico non sono sostenute in modo compatto da tutta la massa architettonica di esso, bensì da una quantità discreta di edifici pubblici e di culto mediati da ambienti ed architetture con caratteri particolarissimi, anche se non aventi qualità linguistiche di estremo rilievo. La genesi di Foggia va ricercata in un bisogno storico-politico e geografico di ricerca di un nuovo insediamento urbano da parte delle ultime comunità arpinati. Queste, spinte dalla insalubrità, ormai cronica della città di Arpi, dalla sua estrema decadenza politica ed economica, s’insediarono intorno alla storica Taverna del Gufo, posta, a sua volta, all’incrocio delle vie che collegavano, nel territorio circostante, Lucera con il Sud e l’antica Sipontum con Troia. Poco per volta, data la favorevole ubicazione rispetto alla pianura del Tavoliere, questa primitiva comunità continuò sempre più ad allargarsi, fino ad arrivare ad un primo assetto concluso da mura, corrispondenti al sopra descritto anello circumvallante di via Le Maestre, via le Orfane, Piazza Mercato. Il successivo accrescimento, fino alla forma di massimo equilibrio 78 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA storico urbano, corrisponde all’attuale individuazione del Centro Storico. E’ importante, a questo punto, fare una breve digressione sui caratteri politici e religiosi che influirono, in modo notevole, sulla determinazione dell’assetto urbano pervenutoci. Questa comunità era in principio formata da pastori e mercanti; in seguito all’organizzazione dei processi produttivi in forme più complesse e all’aumentare dell’importanza di Foggia, si vennero a costituire per rigenerazione o per induzione classi medie di signorotti e burocrati, ben decisi a far valere i loro privilegi, e di popolani più o meno legati ai favori dei nobili. L’immagine urbana corrispondente a questo stato politico consta degli insediamenti prettamente popolari del rione Maniaporci (attuale circondario delle Marcelline) e del rione Croci (pervenutoci quasi allo stato morfologico originale), ambedue facenti corpo con i sistemi commerciali a costruzioni più importanti, quali i palazzi dei nobili, le chiese e i conventi già assorbiti nei limiti dell’abitato. La dislocazione dei tre ultimi tipi era tale da dividere nei modi più opportuni la città in zone di influenza allo scopo di esercitare un controllo di carattere politico e religioso (o meglio: politico, da parte sia dell’Amministrazione che della Curia). L’immagine architettonica di questo stato sociale ci fa, a sua volta, comprendere alcuni degli anzidetti caratteri: « particolarissimi » degli aggregati residenziali. Il tessuto connettivo di questi è, secondo le fluttuazioni demografiche, a carattere discreto nelle prime fasi di sviluppo e, quindi, a carattere estremamente concreto nella fase ultima di equilibrio urbano, quando la città, non espandendosi più al di fuori della cinta muraria, si accresceva su se stessa con metodi additivi in orizzontale e in verticale. I rispettivi risultati architettonici di questi accrescimenti sono le « corti strette » (o vicoli) le quali, originate da slarghi di piccola dimensione, diventavano via via sempre più profonde fino a raggiungere la cinta muraria; e, per l’accrescimento in altezza, abbiamo come risultato ciò che lega l’architettura foggiana a tutta quella italiana meridionale e a quella Mediterranea: le aggregazioni estremamente varie e compatte, derivanti da una logica di relazioni mediante scale e ballatoi. Un modo più evidente di comprendere questa architettura ci proviene dall’analisi dei centri storici delle comunità Garganiche (e Pugliesi in genere), i quali centri, originati da matrici geomorfologiche molto più stringenti, assunsero caratteri più evidenti e forzati di quanto avvenne per Foggia; tuttavia, l’esame dell’arco completo di queste tipologie dell’abitare, collocando le sintassi urbane di Sansevero, Apricena all’interno dei due estremi Foggia-Paesi Garganici, ci fa capire perfettamente il grado di affinità delle due architetture a prima vista alquanto dissimili. A questo punto, va sottolineato l’immenso valore ambientale e sociale di questa architettura dimenticata. L’aggregazione così com- 79 MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ patta della residenza forniva all’utente una « scena urbana » di cui era sempre protagonista insieme alla comunità. In altri termini, la città favoriva l’incontro e la comunicazione fra le persone, proprio attraverso l’estroversione dell’architettura La piazzetta, la strada, il ballatoio e la scalinata erano altrettanti spazi in cui prendeva vita la relazione sociale e l’uomo, in tale ambiente, er stimolato e si apriva ai problemi comuni, trovando in tutto questo una dimensione urbana a sua esatta misura. Passando ad un ambito più attuale e, cioè, a delle argomentazioni decisionali è doveroso dire che per Foggia il problema del Centro Storico si pone in misura estremamente grave in quanto all’inizio degli anni 50 la città ha spostato il suo campo d’interessi e di crescita verso Sud, seguendo quella filosofia dell’espansione ad ogni costo che ispirava ogni programma, anche politico. L’alternativa era tutt’al più una generica aspirazione, una etichetta culturale tenuta ben distinta dalla pratica quotidiana. In questo clima la salvaguardia degli ambienti storici della città è un problema avulso dalla dinamica della vita sociale; è un tema circoscritto ad una élite di nostalgici studiosi, la cui attenzione è polarizzata più dal reperto architettonico che dal vero problema sociale, economico e culturale dell’ambiente storico. Purtroppo, lo strumento urbanistico non risolve la questione, perché con i suoi rigidi vincoli di inedificabilità contribuisce in modo decisivo alla progressiva emarginazione di esso dal contesto urbano. Ma con la nuova legge sulla casa e con i diritti di esproprio da parte della Pubblica Amministrazione, si potrebbe in qualche modo agire per la soluzione di certi problemi. Essendo il Centro Storico di Foggia per un buon 40 % formato da « ruderi », si potrebbe esaminare l’espropriazione per comparti, i quali ultimi contengano, in parti proporzionali, quantità edilizie e quantità esclusivamente planimetriche in modo tale che si permetta una ricostruzione non totalmente deficitaria. Il compito di tutto questo, come accenna la « 865 », spetta agli Enti preposti alla costruzione di alloggi economici e popolari e a quelli di più specifico carattere di pubblico servizio. Se esisterà, come è scontato, un intervento a livello privato questo potrebbe ricalcare quello pubblico, sempre riferendosi ai comparti di progettazione prima definiti; solo che non goderebbe delle facilitazioni dell’esproprio, ma di una prevedibile revisione della materia in sede di legislazione regionale. Quindi per il Centro Storico di Foggia, che in particolare risente di irrimediabili colpi infertigli dalla guerra e dal tempo, il problema della conservazione totale non si pone in termini estremamente rigidi. Quello che invece è il tema centrale da sviluppare è il suo reinserimento nella realtà urbana o meglio in quella territoriale. La città si è sviluppata ad un ritmo enormemente differente da quelli precedenti e, nel contempo, le singole realtà urbane dei centri di relazione nel territorio hanno subito anch’esse delle fluttuazioni di 80 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA Le articolazioni in facciata, momento di particolare interesse del linguaggio architettonico. 81 MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ sviluppo economico e urbanistico; pertanto, il Centro Storico si trova ad interagire in una realtà territoriale del tutto diversa da quella esistente all’epoca della sua genesi. In ultima analisi, una nuova politica di assetto territoriale dovrà: concepire i centri urbani come elementi di sistemi policentrici, fra loro integrati, per cui la dotazione di nuovi insediamenti industriali, di attrezzature e servizi, dovrà costituire, insieme alle infrastrutture, il legamento di tali sistemi urbani ed essere una sostanza complementare all’insieme e non ai singoli centri; invertire quella tendenza di area di prima immigrazione, dato che il degrado delle abitazioni ha fatto si che il livello dei fitti risultasse più basso di quello della periferia. In ogni caso, comunque, il nucleo antico va considerato come un quartiere residenziale al pari di tutti gli altri, con problemi in parte analoghi; ma non dovrebbero essere modificati né la struttura sociale, né quella urbana e concentrando, quindi, le attrezzature di nuovo impianto, specialmente quelle di natura culturale. A questo corrisponderebbe un’immagine urbana molto vicina a quei caratteri « particolarissimi » cui prima accennavo. Il recupero urbano, in altri termini, per quanto riguarda il Centro Storico dev’essere un recupero spaziale e comportamentale; solo in questo modo si elimineranno certe tentazioni museografiche o superate alienazioni folcloristiche, e si potrà, invece, concretizzare un unico ambiente privo di vere o false riverenze, inchini o ammiccamenti verso il reperto antico, ma pregno di valori attuali interagenti con le valenze storiche. In altre parole condanno il Centro Storico-museo e propongo, invece, un centro vitale ed organico con il passato e con il presente. Tutto questo è possibile attraverso una schematizzazione: — Il recupero del monumento senza che questo corrisponda al suo isolamento; — la valorizzazione degli ambienti ad esso complementari; — la progettazione degli ambienti distrutti o privi di qualsiasi valore, secondo categorie spaziali e volumetriche in stretta correlazione con le precedenti, ma che, nel contempo, siano sicura testimonianza dei nuovi tempi, purtroppo non privi di una timidezza morale di tipo Alto-Medievale. A livello strettamente linguistico e sintattico tutto ciò corrisponderebbe ad un abbandono del volume « palazzina » a favore di fatti spaziali complessi, oserei dire Piranesiani, attraverso concrezioni tipologiche strutturate da scale, ballatoi, piazzole; calibrate tutte in modo tale da rinvigorire quei fattori relazionali primitivi. In ultima analisi, il Centro Storico di Foggia non è ciò che va reintegrato o appartato dalla città; già questo fatto implica un giudizio di valore, come di oggetto cristallizzato. Il Centro Storico è per antonomasia ciò che di Foggia è stato meno compromesso dalla colonizzazione culturale ed economica del NORD-ITALIA e dall’Internazionalismo in genere. 82 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA Pertanto, ciò che ci deve preoccupare innanzitutto non è in termini di oggetti architettonici ma in termini di uomini o strati sociali residenti in esso e ad esso collegati da meccanismi di tipo commerciale e di comunicazione parenterale o « amichevole ». L’incentivazione dell’economia artigianale e terziaria può fornire dei parametri di autocrescita che non provengano necessariamente dall’ alto che, anzi, diventano motivo di sollecitazione perché si consolidi e non si disperda la matrice culturale ed etnologica sottoposta ad un delicatissimo equilibrio che sarebbe estremamente facile alterare. Il sistema urbano di immediata complementarità con il Centro Storico è quello formato dai quartieri Settecenteschi, originati da una espansione subitanea e a carattere (originariamente) provvisorio, la quale suturò con un impianto ortogonale di elementi modesti le nervature a cortina aderenti alla struttura tratturale preesistente e facente capo a Palazzo Dogana (via Nicola Parisi, via del Carmine, corso Cairoli, corso Vittorio Emanuele) Dati i presupposti storici e contingenziali di questo ulteriore sviluppo, abbiamo come risultato un’architettura estremamente scadente e poco indicativa sul piano linguistico, tale da costituire zone di residenza prive di effettiva organicità (e... ancora oggi aventi carattere di isolamento e di chiusura rispetto alla città in generale). Quelle che erano le concrezioni architettoniche all’interno del Centro Storico qui diventano assi ortogonali che favoriscono la dispersione dei rapporti umani e per di più l’allontanamento degli individui dal gruppo e dall’immagine urbana di esso. Però, data la scala di queste case e degli spazi intercorrenti, che ancora conserva dimensioni ridotte, il problema non assume rilevanza estrema, anzi è appena indicativo di una realtà che appare evidentissima ai giorni nostri nella nuova città. La dinamica di sviluppo ottocentesca, subentrata ad una forma disequilibrata (città Medievale e Settecentesca), costituisce di fatto il « trait d’union » fra quelli che sono attualmente il Centro Storico e la periferia in rapporto all’intero organismo urbano. Volendo ulteriormente chiarire questo concetto dobbiamo fermarci a considerare gli interventi pianificatori dell’Ottocento (Corso Giannone, corso Roma, Stazione delle FF.SS.), i quali, mirando ad un contenimento regolarizzato della città, presupponevano una sua futura espansione a scacchiera. Il « tempo urbano », cioè la prassi urbanistica con i suoi tempi d’attuazione ed i suoi mezzi d’intervento: edilizia privata e pianificazione pubblica, ha negato questo assetto ed accrescimento della Città, che si sviluppa ora non più secondo addizioni geometriche, ma secondo poli di intervento residenziale e strutturale (C.E.P., Ospedali, quartieri come il « Tratturo S. Lorenzo », villini di Viale Ofanto) e i successivi completamenti speculativi. Pertanto, la « zona mediana » suddetta è venuta ad acquistare fun83 MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ zione di tramite, di cerniera, di cuscinetto, fra le nuove espansioni periferiche e il precedente « centro storico »; in ultima analisi, ha assunto caratteri di centralità ove era stata prevista come prima fascia di regolarizzazione. Dal punto di vista strettamente funzionale, vediamo addensarsi in questa zona gli insediamenti commerciali e amministrativi, i quali contribuiscono a fare di essa il centro propriamente detto, in cui si materializza anche architettonicamente la « idea di città ». A tutto questo, però, corrisponde una cronica quasi totale mancanza di infrastrutture adatte a istituire legami effettivi con le altre due zone predette; pertanto, la « idea di città » s’identifica con quella di comu nità privilegiata rispetto alle altre. Un’ipotesi d’intervento in queste aree dal punto di vista giuridico porrebbe minori difficoltà soltanto che bisogna calibrare in modo opportuno le decisioni, perché è questa la scala di maggiore rilevanza per una rappresentazione ideogrammatica di quel concetto di centro. E’ Sotto questo aspetto ideogrammatico che va visto questo piano di ristrutturazione dei luoghi centrali. Con esso si propone un modello semplificato sicuramente irrealizzabile, ma la sua giustificazione è nella coagulazione dei problemi urbani e della loro soluzione ottimale; dal punto di vista metodologico questo è nient’altro che una prima individuazione dei problemi, ma contiene in sé già dei suggerimenti che se riportati ad una scala di realizzabilità potrebbero mantenere il loro carattere ottimale. In altri termini, se tutto il verde centrale non è praticamente realizzabile tuttavia sarebbe possibile operare con comparti a scala minore in cui si costruirebbe in ristrette parti in altezza anche rilevanti e si potrebbe, invece, candidare i suoli rimasti a verde pubblico che potrebbe avere carattere di organicità e, quindi, di fruibilità immediata da parte degli utenti. A livello di organizzazione urbana, credo che quella cesura che di fatto esiste fra centro e periferia potrebbe venire risolta, con ampie zone di raccolta intorno all’anello urbano interno che, come infrastruttura complessa sarebbe studiato a vari livelli e con varie candidazioni d’uso. Tutto questo è strettamente connesso all’asse attrezzato di valorizzazione dei luoghi centrali di cui l’Arch. Marciani vi ha parlato in modo specifico. Quindi, in sintesi, è nostro compito cercare nel passato i simboli e i nessi linguistici più autentici, tali da venire rimessi nel circolo architettonico attuale e pariteticamente di assumere tutti quei parametri del nostro tempo, analizzabili, verificabili ed elaborabili, idonei a costruire la realtà urbana ed architettonica attuale. Va negata, per contro, l’applicazione pratica dei parametri architettonici forniti dal movimento moderno poiché non solo a Foggia, ma in qualsiasi parte del mondo questo ha portato, da una parte ad una 84 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA Aggregazioni tipologiche di « residenze a piccola scala ». MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ estrema chiarificazione costruttiva, ma dall’altra, ad una sempre più netta separazione dell’uomo dall’ambiente urbano. Con questo non ipotizzo una città bella, decorosa, dalle facciate pulite, ma una città invece che innanzi tutto funzioni, abbia un proprio lessico architettonico e in cui ognuno cessi di essere individuo e diventi invece cittadino cosciente del suo stato comunitario e intero nella sua dimensione umana. ENNIO RIZZI 86 PARAMETRI E DATI PER UNA INDIVIDUAZIONE DELLA CITTA’ DI FOGGIA NEL SUO CAMPO URBANO Il mio intervento vuoi essere l’apporto di materiali dello specifico architettonico-urbanistico a un discorso sul divenire di Foggia nei suo campo urbano, apporto interlocutorio rispetto a quello di quanti altri tecnici, politici, amministratori, fruitori — sono protagonisti della città. Il discorso muove su due linee che partono rispettivamente dalle scale superiori e da quelle inferiori per intrecciarsi e dare come risultante la forma d’equilibrio della città. Da un lato si tratta di individuare il meccanismo dell’urbanizzazione, dell’insediamento nel territorio, premettendo una definizione geografica economica e antropica del territorio in esame. Un’analis i di questo tipo è, per il nostro discorso, funzionale all’individuazione del ruolo che Foggia copra all’interno dell’armatura urbana del suo territorio: la Capitanata. La seconda linea del discorso verte sui modi di crescita propri della città. E cioè il modo storico di formarsi, articolarsi, esprimere caratteristiche tipomorfologiche nel suo tessuto con continuità o discontinuità, valenze economiche, strutture sociali. E soprattutto su quali sono oggi concretamente i modi con cui la città diviene e gestisce o può gestire la sua crescita. In quello che verremo dicendo va colta la sottolineatura costante del nostro ruolo di operatori nello specifico, l’angolazione particolare secondo cui osserviamo i fatti. Muoviamo cioè il discorso a livello di strutture urbane recependo o ipotizzando a monte determinate istanze di politica economica e analizzando gli effetti indotti da queste sul supporto insediativo del territorio, sulle sue infrastrutture, strutture di servizio, strutture di produzione e di consumo, e sulla forma del suo « habitat ». Quando useremo il termine « territorio » lo riferiremo costante— 87 MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ mente alla Capitanata, accettando, cioè, i confini amministrati della provincia. Ci sembra, infatti, che questi facciano emergere con sufficiente chiarezza i meccanismi socio-economici e le gerarchie urbane dell’area nel contesto regionale — centro e sud pugliesi — e interregionale —Lucania e Abruzzo-Molise. Lasciamo volutamente sfumare le tensioni marginali e centrifughe del campo in esame — per es. la gravitazione a sud di Cerignola e della destra Ofanto —, per analizzare invece le ragioni attuali e potenziali della gravitazione del sistema urbano dauno su Foggia e le connessioni di questo con l’esterno dell’area. Ora la prima questione che ci poniamo è: quali sono oggi le forme concrete di scambio tra Foggia ed il suo territorio, scambio nei due sensi: in entrata e in uscita? Le statistiche sull’incremento totale della popolazione nel capoluogo significano che la città oggi cresce appena del saldo positivo dei nati rispetto ai morti: cioè per tante persone che immigrano in Foggia dall’entroterra subappenninico e garganico altrettante ripartono. Il transito di manodopera diretta alle regioni centro-settentrionali e all’estero — manodopera che compie nel capoluogo la prima esperienza del trapasso dalla condizione agricola a quella di una occupazione, sottoccupazione o disoccupazione urbana è un elemento della dinamica sociale della città e quindi investe le sue strutture insediative appoggiandosi a certe fasce del costruito, a quelle zone degradate, fatiscenti e di fatto ghettizzate che tali permangono almeno fino a che la città deve farsi carico di strati di popolazione per cui non può avere risposte urbane adeguate e cioè lavoro, reddito, partecipazione. In margine a questo flusso migratorio in transito attraverso le strutture urbane, una certa aliquota di popolazione proveniente dalla campagna si fissa in città radicandosi nella nuova condizione di vita urbana. Le figure miste di bracciante-manovale, bottegaio-piccolo coltivatore come su un altro livello la figura del professionista-imprenditore che diviene gestore di fondi modernamente condotti, sono situazioni che appartengono specificamente al rapporto tra la città e il suo agro. La città scambia col territorio nell’approvvigionamento dei mercati mediante le derrate provenienti dalle coltivazioni dell’entroterra; viceversa l’entroterra richiede a Foggia prestazioni di servizi, commercio specializzato, assistenza bancaria, servizi di P. A. ecc. Ma fino a questo punto il coinvolgimento della città capoluogo rispetto al suo territorio è debole: il territorio cioè riconosce in Foggia il più grosso centro terziario, la città amministrativa, una certa consistenza industriale (stazionaria su certi livelli — come rivelano le statistiche del ‘71), ma i processi di cui vive il territorio, cioè l’agricoltura, sono sostanzialmente autonomi, anzi legati a congiunture e regolamentazioni che saltano Foggia come centro decisionale vedi la politica di difesa di alcuni prezzi agricoli, vedi le scelte riguardanti le loca- 88 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA lizzazioni di insediamenti produttivi nel territorio o lo sfruttamento delle risorse locali come il metano ecc. Questa assenza di coinvolgimento che ha radici storiche nella contrapposizione tra la città dei funzionari e la terra dei cafoni — contrapposizione che non si è verificata per Bari e Taranto — rappresenta a tutt’oggi un fatto preoccupante. D’altro canto, di fronte alla prospettiva da sempre auspicata di uno stacco deciso dell’economia provinciale verso diverse condizioni di dinamica produttiva si pone un’alternativa anche per Foggia, come per ogni possibile « polo di sviluppo » c’è la possibilità di attuare questo sviluppo riferendo alle sue strutture e alla sua popolazione ogni forma di incentivazione e di iniziativa di mano pubblica e privata, e lasciando che il territorio si aggiusti sulla nuova misura, incentivando o disincentivando le sue disponibilità di strutture e di popolazione, in rapporto alla domanda a senso unico del centro. L’alternativa è nella crescita complessiva del territorio, la Capitanata, attuata per il tramite di una distinzione precisa di ruoli e una gestione continuamente ripianificata di essi, cui corrisponda una ripartizione bilanciata degli investimenti. La tentazione di seguire la prima strada è quella di realizzare obiettivi a medio termine economicamente ragionevoli, soluzioni vistose da offrire agli interlocutori, cioè agli strati operai, ai ceti medi, alla imprenditoria della città, forze bene informate e politicamente piuttosto aggregate. La domanda politica nel territorio è, al contrario, priva di respiro e di connessioni, anzi nell’attuale momento storico, e lo si verifica puntualmente nel Foggiano, è meno compatta e combattiva, quando non è addirittura divisa e corporativa, per l’erosione ancora in atto delle strutture demografiche dell’entroterra agricolo e per la miopia e le difficoltà associative di chi opera in esso. Cosa succede, allora, se Foggia accelera le tappe del proprio sviluppo urbano generale seguendo la strada dell’accentramento? L’esperienza delle situazioni di fatto dimostra che una città media, tra i 100.000 e i 300.000 abitanti, investita in tempi brevi da una grossa espansione dell’industria e, quindi, pressata da una generale domanda da attrezzature e servizi, è facilmente congestionabile. Le strutture miniaturizzate del C. S., le espansioni ottocentesche ordinate nelle scacchiere e nei nodi a stella, ma necessariamente piuttosto indifferenziate rispetto alle gerarchie dei flussi di traffico, le ricostruzioni postbelliche e l’edilizia degli anni del « boom » episodiche e affatto gerarchizzate, tutto questo diverrebbe in questa ipotesi il supporto di fenomeni di crescita sproporzionati, i cui costi di urbanizzazione ad ogni livello sarebbero altissimi e come è norma non pagati a temp o. Per tutto questo la prima esigenza è pianificare lo sviluppo del territorio, è acquisire la mentalità di una simultaneità da collaudare e conquistare gradualmente tra un sistema di decisioni economico-urba- 89 MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ nistiche emesse da un centro gerarchico, il capoluogo, e un sistema di risposte dai quattro angoli del territorio. Il territorio della Capitanata presenta in maniera puntuale quella che è una caratteristica specifica della Puglia rispetto ad altre aree meridionali, per esempio la Campania, quella cioè di avere una armatura urbana equilibrata rispetto alle classi di popolazione. Alla unicità del capoluogo con i suoi 150.000 ab. circa, fa riscontro un gruppo di città medie tra i 20.000 e i 50.000 abitanti, le città contadine; a queste una serie di centri tra i 2.000 e 5.000 e tra i 5.000 e i 10.000 abitanti. Inoltre, questa gerarchia di quantità si ripropone ordinatamente nella distribuzione geografica chiaramente radiocentrica a passare dallo stuolo di piccoli centri del Subappennino e del Gargano al mezzo arco delle città contadine, a monte di Foggia, fino al capoluogo in posizione centrale. La Campania presenta, invece, uno squilibrio accentuato tra le classi di popolazione, passandosi dal centro metropolitano di Napoli a una maglia fitta e indifferenziata. L’alternativa è la crescita del territorio considerato nel suo complesso, attuata per il tramite di una distinzione precisa di piccoli centri di pianura non ordinati e gerarchizzati da strutture di ordine superiore. Nel Tavoliere si è verificata in questi ultimi vent’anni una sostanziale tenuta demografica dei centri medi, mentre l’emigrazione erodeva la popolazione sparsa in campagna e quella insediata nei piccoli centri subappeninici e garganici. La tenuta dei centri medi, Lucera, Troia, Cerignola, Ascoli, Torremaggiore, Monte S. Angelo, S. Marco in Lamis eccetera dimostra la solidità del rapporto col territorio di queste strutture urbane, nel senso che esse si mantengono come punto di riferimento, di abitazione e di servizio rispetto a ben precise fasce di territorio che gravano su di esse. Ed è una gravitazione rigorosamente radiocentrica, come ad occhio dimostra la rete stradale e tratturale che affluisce a questi centri. D’altro canto si rileva ancor oggi la sottoattrezzatura di questi centri rispetto ai servizi di ogni grado, il persistere della caratteristica di dormitorio per le attività pendolari nella campagna. Occorre intervenire su queste strutture ancora solide prima che l’erosione demografica le intacchi irreversibilmente, per farne la testa di processi di riorganizzazione delle fasce mediane e interne del territorio della Capitanata, cioè del Tavoliere e della collina e della montagna. E non sono tanto collegamenti del tipo « asse attrezzato », tra queste città che presentano problemi analoghi di riorganizzazione, o quanto dei collegamenti attrezzati con il fascio di infrastrutture longitudinali che attraversano da nord-ovest a sud-est la Capitanata, quelli che possono avviare dei processi concreti di rigenerazione, dei territori almeno come interventi prioritari. E precisiamo. Il fascio di infrastrutture che attraversa verticalmente il territorio dauno — cioè l’autostrada Bologna-Canosa, le FF.SS., 90 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA la statale 16 da trasformarsi a tutti gli effetti in superstrada è concretamente il tramite dello scambio dell’economia e della realtà urbana della Capitanata con il sud industriale della Puglia e con i mercati e i servizi del nord. Questo fascio, secondo noi, racchiude strisce di territorio in cui è possibile attuare parchi industriali, di industrie manifatturiere o anche di base, da realizzarsi preferibilmente con il sistema dei rustici industriali, garantendo cioè all’industria nella sua fase di strutturazione una mobilità di organizzazione e di presa col territorio che vanno comunque pilotate dalla politica incentivatrice dell’iniziativa pubblica (A. S. I.). L’insediamento industriale di Manfredonia andrebbe collegato al fascio infrastrutturale secondo una linea di sviluppo pedegarganica in direzione di S. Severo, mentre l’insediamento dell’Aeritalia all’Amendola andrebbe ricucito al parco industriale foggiano, tra Foggia e l’Incoronata. Si cerca con questo di intasare l’asse Foggia-Manfredonia con traffici pesanti in crescendo con il prevedibile prolificare dell’insediamento industriale di Amendola lungo l’asse stesso. A questo verrebbe viceversa mantenuta la funzione di smistamento dei collegamenti tra industria e Manfredonia e direzionalità e, in parte residenza di manodopera a Foggia, e insieme quella di arteria turistico-paesaggistica di imbocco alla circumgarganica. Dalle città medie a semiarco intorno a Foggia dovrebbero partire in direzione trasversale degli assi agricoli attrezzati che inciderebbero ortogonalmente sul fascio longitudinale collegando la produzione e il primo stoccaggio dei prodotti agricoli alle lavorazioni, alla conservazione, al deposito e alla spedizione da attuarsi in ben precisi punti del fascio stesso con destinazione nord e sud. Questi assi agricoli rappresentano un diverso organigramma del meccanismo produttivo nell’agricoltura, attualmente appoggiato alle trame tratturali riprese nel sistema delle provinciali e delle strade di bonifica, maglia ricca e fin troppo articolata, e perciò costosa nella gestione, che pesa secondo radiali e circonvallazioni circolari sui centri medi, legata evidentemente alla misura pedonale e di trasporto animale del rapporto pendolare tra città dormitorio e masseria e fondo. Questi assi agricoli trasversali significano convogliamento di manodopera agricola tra i centri medi e la campagna, di manodopera industriale tra i centri medi e i parchi di industrie di trasformazione lungo l’asse longitudinale, traffico di mezzi di trasporto tra la campagna e le industrie, collegamento tra i centri medi e l’autostrada. La produzione agricola delle fasce trasversali interessate da ogni asse agricolo verrebbe organizzata da centri attrezzati, moderne fattorie a base cooperativa o di tipo aziendale privato, scaglionate lungo l’asse ad opportuna distanza, centri di deposito e distribuzione di concimi e sementi, di deposito e prima conservazione delle produzioni, di parcheggio e di manutenzione dei mezzi agricoli, dotati di cabine elettriche, — 91 MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ e di controllo sulla distribuzione dell’acqua d’irrigazione di alloggi temporanei per la manodopera e fissi per il personale addetto, di mense ecc... Questi centri attrezzati varierebbero nella loro struttura in rapporto al tipo di messa a coltura dei terreni interessati da queste strutture, si tratti di colture intensive o estensive o di entrambe insieme. In definitiva, nel Tavoliere attraverso questa organizzazione trasversale della produzione agraria con i servizi urbani alla testa e il terminale di trasformazione, stoccaggio e scambio alla coda, il processo produttivo dell’agricoltura s’impernierebbe sulle città medie Lucera, Troia, Ascoli, Zapponeta, Margherita di Savoia, S. Ferdinando, Trinitapoli che verrebbero gradualmente consolidando le strutture dell’occupazione, il reddito, e perciò sviluppando i servizi. A questi stessi centri, o meglio a quelli occidentalipedeappenninici, andrebbe la funzione in un secondo momento di organizzare il recupero della collina e della montagna costituendovi dei sistemi, analoghi nello scopo a quelli di pianura ma diversi nell’organizzazione sul territorio in rapporto alle differenti condizioni orografiche e insediative, per la riconversione silvo-pastorale. Il rafforzamento delle strutture urbane medie e la differente Organizzazione del lavoro agricolo in pianura con caratteristiche industrializzate porterebbero ad un primo drenaggio delle popolazioni subappenniniche. L’opera di riassestamento idrogeologico a monte e lo sviluppo di residenze secondarie e di iniziative turistiche nel subappennino sono discorsi proponibili ma in tempi più lunghi. Quanto al collegamento dei centri medi dell’arco pedeappenninico tramite un asse, è nostra opinione che in un primo tempo esso abbia il solo scopo di incanalare la manodopera pendolare e il traffico legato alla domanda di servizi dai paesi del subappennino alle città medie e agli assi agricoli. Questo collegamento pedeappenninico diverrà un asse attrezzato quando le città medie — che attualmente sono sottoattrezzate e saltate dal flusso migratorio che parte dall’entroterra collinare e montano saranno in grado di ordinare, controllare e servire le fasce di territorio su cui insistono e saranno mature per sopportare il peso di una industria di trasformazione dei prodotti agricoli o di un’industria chimica legata all’estrazione del metano. Al momento attuale ci sembrerebbe un inutile doppione sviluppare contemporaneamente industrie e attrezzature complementari ad esse nella fascia mediana del Tavoliere e parallelamente nell’arco subappenninico. Questo discorso svolto per rapidi cenni sull’armatura urbana e produttiva della Capitanata ci serviva per collocare al punto giusto i problemi di Foggia città, per poterne individuare dialetticamente il ruolo economico e per scendere poi ad una individuazione dell’organizzazione attuale e prospettiva nei suoi fatti salienti. Il ruolo di Foggia in un contesto territoriale funzionante e chia— 92 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA ramente gerarchizzato nelle funzioni dalla grande alla piccola scala è quello che si va delineando in questi anni: e cioè quello di una città terziaria, di servizi, una città che confermando l’evidente attribuzione storica e geografica di centro dell’area dauna — appoggiata per di più al fascio delle infrastrutture che attraversano longitudinalmente il Tavoliere ed interessata dallo sfioccamento di quello in direzione della Basilicata; prossima all’autostrada Napoli-Roma — avrà sempre la funzione di essere il tramite degli scambi interni ed esterni dell’area su cui insiste, dal subappennino al Gargano, dall’imboccatura del Molise alla sponda delI’Ofanto. Ogni ipotesi di sviluppo della città di Foggia si appoggia su due cardini: l’espansione degli impianti industriali e l’organizzazione dei servizi per il mercato interno ed il mercato territoriale. Attualmente l’occupazione industriale è stazionaria e l’accrescimento della popolazione attiva verificatosi nel decennio ‘61/’71 si è risolto essenzialmente in un rigonfiamento delle strutture commerciali, già ridondanti, e della pubblica amministrazione risorse non certo traenti per l’economia locale. D’altro canto le attese del territorio rispetto agli investimenti industriali che si profilano a ridosso della città lasciano prevedere che il ritmo di accrescimento della popolazione nell’ultimo decennio si mantenga e si intensifichi nei prossimi anni. Da più parti si avverte l’esigenza di dare una risposta urbana ai problemi di congestione e di dequalificazione dell’insediamento che questa crescita già comporta e che soprattutto comporterà laddove si verificasse l’auspicato decollo industriale e agricolo-industriale nel territorio dauno. Sappiamo che è vivo in città il dibattito sulle scadenze urbanistiche di oggi, sul funzionamento e sull’adeguamento del PRG elaborato negli anni ‘50, sull’attuazione dei piani 167 e sull’applicazione della legge 865. A noi interessa qui cogliere due tipi di domanda sottintesi a questo dibattito: — uno concerne la necessità di dotare la città di attrezzature di livello territoriale, di porre ordine alla congestione del centro urbano attuale, di svincolare Foggia dai traffici che la toccano in tangenza e migliorare gli accessi dal territorio; g — l’altro riguarda le strutture residenziali, le scelte tra espansione e riassetto dell’esistente, il problema del verde, dei servizi sociali, della densità, delle possibilità concrete dell’intervento pubblico e privato, del mantenimento di un certo livello produttivo e occupazionale nell’edilizia, industria fondamentale anche per Foggia. Abbiamo costruito una rappresentazione ideogrammatica della densità per quartiere a partire dai dati elaborati nel ‘65 dal Comune. Oggi rispetto ad allora sono intervenuti alcuni fatti nuovi in alcune zone periferiche a sud e ad ovest! c’è stato uno spopolamento a nord nel rione Croci; inoltre la definizione planimetrica amministrativa dei quartieri risulta poco indicativa di certe distinzioni di merito urbanistico. 93 MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ Tuttavia la sostanziale verità di questa rappresentazione, sia pure per esasperazione, sta nel rendere il reale rapporto piramidale tra fasce centrali e fasce periferiche. Le aree storiche del Quartiere Cattedrale, cioè il fuso urbano medievale, dei quartieri settecenteschi, Carmine, S. Lorenzo, Parisi, Croce, il ristrutturato quartiere centrale, l’espansione dell’800 del quartiere Giannone, trattengono su fasce di territorio ristrette e su volumetrie irrilevanti — 3 piani al massimo fuori terra — una grande quantità di popolazione, mentre le fasce dell’espansione postbellica interna a Viale Ofanto, e soprattutto gli accrescimenti realizzati oltre la circonvallazione, al Quartiere Camporeale e al CEP S. Lorenzo rivelano una densità bassissima, dovuta sia all’inclusione di vaste aree inedificate, sia alla scelta semiestensiva ed estensiva fatta in sede di P.R.G., sia alla sovrabbondanza di spiazzi, sfoghi di ogni dimensione, che fanno comune denominatore delle buone intenzioni dell’estensore del PRG di assicurare verde e servizi sociali, oltre a sezioni viabili a volte sovradimensionate. Questa contrapposizione tra aree storiche estremamente serrate, malsane, sovraffollate e tessuto periferico lasco, è un tratto saliente del modo foggiano di fare città. Alla compattezza del fuso medievale e soprattutto dei baraccamenti settecenteschi con una parcellizzazione estrema del costruito e un rapporto immediato tra vano sovraffollato e la sua espansione (il vicolo), fanno riscontro in periferia delle situazioni edificatorie di una rarefazione incredibile. La proposta della fattoria in città realizzata a suo tempo sulla via di Lucera, che in qualche modo corrisponde al tipo di villaggio agricolo secondo cui era cresciuto nel ‘700 l’agglomerato di Croci intorno al nodo tratturale a nord, non sono situazioni uniche, ma si reiterano in questo spingere al di fuori della cinta muraria attuale, la riconvallazione di Viale Ofanto, i nuclei dell’edilizia economico-popolare. Il terreno inedificato tra queste punte avanzate e la città verrà recuperato al momento giusto dall’edilizia speculativa. Ne risulta l’immagine di una città stancamente risolta nell’agro, per la quale diventa molto oneroso dotare di servizi adeguati i nuclei esterni e ricollegarli alle strutture centrali. Una terza componente del modo foggiano di costruire la città è la ristrutturazione in atto nelle zone centrali e cioè: sulla sponda meridionale del centro storico, nel triangolo del quartiere centrale, lungo gli assi del quartiere Giannone. Interventi ad alta densità, sviluppati in altezza, ben rifiniti, altamente remunerativi. Interventi mossi da una logica speculativa ben conosciuta, che tuttavia indicano chiaramente la necessità che la città ha di riappropriarsi del già costruito, là dove questo viene lambito dal centro urbano in espansione, risultando così privilegiate per posizione aree altrimenti poco appetibili dal mercato immobiliare. Si ripete a Foggia quella che è una caratteristica costante della città contemporanea: quella di insinuare le propaggini del centro urba- 94 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA no a ridosso delle strutture storiche. A ridosso e non dentro, almeno in un primo tempo, fino a quando cioè la domanda di case di alto livello cresce e l’offerta di conseguenza si coagula trovando imprenditori disposti a penetrare nell’angusto e nel malsano del tessuto antico per riproporne i vantaggi di posizione, colorandoli del folklore di un habitat a misura d’uomo. Sta venendo anche per Foggia il momento della riqualificazione delle fasce storiche: il piano 167 per Croci, il piano particolareggiato del centro storico e, in concreto, le sostituzioni graduali dal ‘900 in poi su singoli lotti, ma sempre a ridosso delle vie centrali, commerciali, di traffico, vicine ai palazzi delle pubbliche amministrazioni, alle scuole, alle banche. L’emarginazione atavica della città vecchia finisce. Potrebbe risolversi nella distruzione del vecchio tessuto sociale e architettonico-ambientale. Ma quale immagine Foggia può oggi proporre a sostituzione di quelle che il decadimento e la rovina di una dimensione urbana legata al passato hanno reso inservibili? Questa domanda può estendersi ai problemi di crescita e di configurazione dell’intera città. Il problema del riassetto urbano, tra rigenerazione del costruito ed organizzazione dell’espansione, va affrontato nel suo complesso, ad una scala adeguata. Questa scala contempla gli svincoli e le penetrazioni della viabilità territoriale rispetto alla città, l’ubicazione delle grosse attrezzature di servizio al territorio, uno sviluppo del centro urbano per cui questo possa farsi carico della nuova domanda esterna e di quella interna in accrescimento e infine la definizione delle direttrici e dei modi di espansione della residenza ed il trattamento dei margini del costruito. Diamo qui attraverso un rapido disegno gli elementi di una ipotesi di piano per la città, costruita non in funzione di scadenze temporali, quanto piuttosto del verificarsi di un certo tipo di sviluppo dell’economia provinciale e cittadina e di una volontà politica di dotare questa crescita di infrastrutture e servizi adeguati. Si prospetta perciò una configurazione di equilibrio nel rapporto tra centro, aree di espansione, servizi territoriali e grossa viabilità riferita ad una crescita compatta, in aderenza, della città su se stessa. Si rifiuta perciò l’ipotesi, più volte proposta, di un decentramento delle borgate rurali, tutt’intorno a Foggia; un loro sviluppo sarebbe contro il dato statistico, che indica un rapido spopolamento fra il ‘61 e il ‘71, e soprattutto contro la necessità di evitare una crescita indifferenziata nelle direzioni, a macchia d’olio, della compagine urbana. Infine, il costo di una tale operazione sarebbe molto alto per il Comune. Si potrà parlare di episodi decentrati di crescita quando la struttura economica del territorio, consolidandosi, eserciterà sul capoluogo una domanda urbana decisamente più forte dell’attuale. Si potrà allora pensare ad un sistema metropolitano, per la Capitanata, secondo l’asse longitudinale che attraversa il Tavoliere. Le cittadine dei vecchi Centri di Rieducazione borbonici potrebbero allora, conurbandosi, formare una « riserva urbana » per la crescita di tale sistema. 95 MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ Si ribadisce lo sbarramento posto dalla linea ferroviaria a una espansione ad Est, Nord-Est; lo si accetta come un « segno » importante nel processo di configurazione della città; spartiacque tra città residenziale e industria, linea che andrebbe ribattuta con una « spalla » di servizi e attrezzature di ricezione e scambio, che comprendano un potenziato scalo merci sul versante dell’industria e unità alberghiere e di uffici e servizi di Stazione sul versante della città. Gli episodi residenziali del quartiere Diaz e Martucci non vanno incentivati. Questa preclusione è conseguenza immediata della conferma della direttrice di crescita Sud-Est Nord-Ovest della città. Le fasce laterali del costruito vanno contenute con solidi episodi di margine, garantendo la fluidità del traffico tangenziale — tratto occidentale della tangenziale meridionale e, più esterna, la nuova tangenziale ovest. La città viene ad assumere, così, un andamento di tipo lineare, in cui i flussi circonvallanti hanno maggior rilievo di quelli in penetrazione, allo scopo di evitare l’intasamento delle aree interne. Il diametro trasversale della città può mantenersi, in questa ipotesi, di tre chilometri e la distanza media tra corridoi esterni e zone centrali di un chilometro. Il centro urbano è pensato come « sistema di luoghi centrali »; si ipotizza, cioè, una differenziazione di momenti centrali, a contenuto, volta per volta, commerciale specializzato, direzionale pubblicoprivato, culturale del tempo libero. Tale centro si allunga per stabilire un servizio più omogeneo quantitativamente e qualitativamente rispetto alle fasce residenziali, storiche e d’espansione della città. Le une e le altre attualmente, anche se in modo diverso, sono di fatto escluse dalla fruizione diretta delle attrezzature del centro. Queste ultime, nella loro riorganizzazione, verrebbero a costituire un tessuto aperto sulle frange di accrescimento, dove la città diventa servizio alla scala territoriale, disegnate da una dimensione architettonica grande e articolata, aperte alla soluzione paesaggistica, allo snodo funzionale, alla evidenziazione delle attrezzature complementari. Il loro tessuto verrebbe a chiudersi, a miniaturizzarsi là dove la città ripensa le sue componenti storiche di crescita. Il « sistema dei luoghi centrali » comprende, nella proiezione in avanti di cui abbiamo parlato, questa sequenza di momenti: Settore Nord-Ovest. Una Università realizzata secondo moduli di accrescimento, a formare una spina che dal « fuso » medievale va a connettersi agli Ospedali Riuniti, includendo le attrezzature centrali e le sedi delle Facoltà successivamente ospitate. Una frangia, perpendicolare alla spina, di attrezzature collegate all’Università — ricerca e sperimentazione — che comprende le aree di sperimentazione agraria e i padiglioni ospedalieri. Questa frangia, integrata col verde e la viabilità tangenziale, funziona come l’elemento saliente del margine occidentale della città. Centro Storico. Il « fuso » medievale può ospitare elementi di un 96 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA residence universitario, comparti di restauro ambientale in cui si mantenga la residenza degli attuali inquilini, un complesso di servizi culturali — biblioteche, clubs, teatro, musei, luoghi di riunione... —e di attività commerciali specializzate che, gravitando sulle arterie principali del « fuso », con centro Piazza Mercato, facciano del centro antico una « piazza » articolata luogo privilegiato di scambio per la intera città. L’itinerario che collega il « fuso » medievale a Piazza Cavour, includendo il quartiere Centrale, è luogo di attività commerciali, bancarie, di P. A. a ridosso di esso, specie nell’isolato del quartiere Centrale si sono verificate fitte sostituzioni edilizie. Questo sottolinea l’importanza del collegamento istituito dal piano ottocentesco tra i quartieri vecchi e l’espansione a scacchiera centrata su Piazza Cavour. Una ulteriore qualificazione funzionale-spaziale di questo asse è legata al grosso problema della ristrutturazione delle fasce settecentesche, cioè dell’insieme dei quartieri Carmine, Parisi, S. Lorenzo e Conventino. Questi, mantenendo il loro attuale carattere d’introversione l’alta densità residenziale, potrebbero essere ripensati come un sistema di spalle perimetrali alte e molto dense di costruito racchiudenti vasti spazi interni a verde, specie di grandi corti, dotate di attrezzature scolastiche e del tempo libero complementari a quelle presenti nel « fuso » medievale. Il terminale di questo asse è Piazza Cavour. La sua contiguità con la Stazione FF. SS., con la Villa e, con arterie importanti come Corso Vittorio Emanuele e Corso Roma, con i servizi di P. A., scolastici, commerciali, ne fanno un’occasione privilegiata e insieme complessa di intervento. E’ particolarmente delicata la situazione della scacchiera che ha per asse Corso Giannone. E’ in corso infatti una decisa riconversione dei bassi fabbricati a corte in alte palazzine di abitazione. Anche qui la logica speculativa d’intervento sottintende l’esigenza di rigenerare e densificare il tessuto urbano a ridosso delle arterie centrali. L’immagine e la funzione da sostituire alle rendite di posizione vanno qui pensate come una reinterpretazione della morfologia a scacchiera, con un sostanziale chiarimento, però, delle gerarchie di traffico. Nell’ambito di questo discorso va verificata la possibilità di escludere Piazza Cavour dai traffici veicolari di superficie, in modo da farne l’atrio d’accesso e di scambio tra funzioni residenziali, commerciali, ricreative nel verde, direzionali. Queste due ultime interessano il settore urbano che da Piazza Cavour viene allargandosi tra la Villa ottocentesca e la via di Bari. I due discorsi vanno integrati: episodi direzionali e residenziali ad alta densità articolati nel verde possono rappresentare l’elemento diverso della costruzione di Foggia; diverso dalle espansioni a bassa densità e piccola taglia edilizia che caratterizzano le attuali fasce residenziali della città. Queste concrezioni edilizie sviluppate in altezza segnalerebbero con il loro emergere dallo skyline orizzontale della pianura e del 97 MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ costruito in calcolate sequenze, il nuovo peso delle funzioni territoriali prese in carico dalla città. Esse potrebbero orientare chi dall’agro entra in Foggia, costituendo la nuova « porta » meridionale della città sulla via di Bari. Il settore delle attrezzature territoriali si porrebbe come raccordo tra la striscia della Villa e la Fiera di Foggia e verrebbe crescendo verso sud-est mantenendosi parallelo rispetto alla espansione residenziale del CEP-S. Lorenzo, che verrebbe così ad incentivare e qualificare. Al problema della definizione dei « Luoghi centrali» della città si connette strettamente quello del riassetto delle aree residenziali. Il centro della città si è pensato allungato proprio per secondare lo sviluppo della residenza secondo la direttrice N.O.-S.E. Tale espansione va effettuata anzitutto come rigenerazione, saturazione e attrezzatura dell’esistente. Alla riconversione delle fasce storiche si è accennato; per essa quanto meno vale il riferimento ad alcune caratteristiche tipo morfologiche e sociali impresse dalla storia urbana in quei tessuti. Il problema dell’intervento nelle aree di più recente edificazione, interne alla circonvallazione di viale Ofanto, si pone attualmente più come necessità di dotazione degli standards minimi di servizi, che non di una riedificazione. Più urgente e delicato è il tema dell’intervento nelle zone lasche d’espansione a Sud, Ovest e Nord. Andrebbero preliminarmente elaborati dei modelli tipologici di riferimento, adeguati alle caratteristiche socioculturali di un ambiente in fase di sviluppo. Da questo dovrebbe discendere il peso da attribuirsi all’iniziativa pubblica rispetto a quella privata, nella costruzione dell’Habitat. PAOLO M ARCIANI 98 ATTIVITA’ ECONOMICHE E LOGICA DI ESPANSIONE DELLA STRUTTURA URBANA DAUNA Col permesso della Presidenza, mi sia consentito un piccolo saluto di ringraziamento alla testimonianza di affetto di tanti amici che sono qui per questo nostro incontro, subito dopo entro nel merito della relazione. Siccome sono stato invitato a procedere per sintesi m’impegno a mantenermi nei limiti di una mezz’ora. Il tema di analisi delle correlazioni tra l’insorgere di nuove attività economiche e la logica della espansione urbana. Evidentemente io non mi terrò su una linea metodologica astratta, ma cercherò di scendere nel dettaglio della nostra realtà foggiana, anche perché, oltre ad essere foggiano ho avuto modo di occuparmi, negli anni passati, di problemi del genere. Un primo punto che mi sembra rilevante per cogliere le correlazioni tra l’insorgere di nuove attività economiche e l’espansione urbanistica della città di Foggia, è quella di tentare di formulare una ipotesi interpretativa di quello che è accaduto nel passato, cioè, vedere un pò se attraverso le letture delle vicende del passato è possibile cogliere queste correlazioni tra l’insorgere di nuove attività economiche e le forme di espansione urbanistica della città di Foggia. Naturalmente è una ipotesi che dovrebbe essere poi, eventualmente accolta e applicata sui contenuti solidi, effettivi della realtà foggiana. Mi pare che se noi andiamo a rivedere un pò le tappe più significative dello sviluppo economico ed urbanistico della città di Foggia, dall’unità d’Italia ad oggi, possiamo individuare questi punti salienti, più caratteristici, più significativi cioè, il primo è costituito dagli effetti delle leggi eversive della feudalità, dell’affrancazone del tavoliere di modi di razione ai primi segni della crisi della pastorizia nell’Italia meridionale. A questi eventi è corrisposta la diffusione della cerealicoltura che rappresenta rispetto alla prevalente pastorizia precedente, indubbiamente, un passo avanti, un balzo. 99 MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ Siamo di fronte ad un modo di far corrispondere il ritmo produttivo all’incremento demografico, si riesce, cioè, a sostenere l’incremento demografico con l’introduzione di nuove attività economiche che assicurano perlomeno la costanza del reddito medio procapite, stante l’incremento demografico. Non è il caso di scendere in descrizioni di dettaglio su questo punto, ma piuttosto cercare di vedere le correlazioni, gli effetti di questo evento, veramente storico, sulla espansione urbanistica della città. Mi pare, ecco l’ipotesi interpretativa, che l’affetto, il segno più caratteristico di questo evento si ritrova nella espansione verso Sud della città, attraverso la costruzione degli abitati, del nuovo ceto imprenditoriale, della nuova borghesia rurale che nasce per la realizzazione di questo processo di sviluppo dell’agricoltura e con le case di questi nuovi imprenditori assistiamo al trasferimento dei braccianti agricoli, del terrazzano foggiano dal borgo nativo, nelle immediate vicinanze delle case dei nuovi imprenditori, è un pò quello che noi possiamo vedere attorno alla chiesa di Gesù e Maria, la strada che va da Piazza XX settembre all’attuale Piazza Giordano. Mi pare che potrebbe essere questo, oggetto di una verifica storica; vedere se c’è corrispondenza tra l’introduzione di questa nuova attività economica, se è l’agricoltura che sostituisce parzialmente la pastorizia e questa espansione urbanistica sorretta da questo nuovo ceto imprenditoriale. E, fatto che mi pare degno di ulteriore approfondimente, se l’ipotesi dovesse essere fondata, è quello che l’espansione urbanistica continua sul modulo precedente, cioè la succesione per piazze. Abbiamo l’espansione urbanistica che si muove attorno a piazze piuttosto ampie per cui percorrendo la città di Foggia dal borgo antico verso questa sua espansione si nota questo succedersi, questa teoria di piazze. Dopo cogliamo altre due attività economiche, cioè, la localizzazione della stazione ferroviaria, l’importanza economica, l’attività industriale connessa al centro ferroviario che richiedendo un maggior numero di occupanti ai trasporti fa ancora una volta corrispondere l’incremento demografico e l’incremento delle risorse produttive, cosicché il secondo soggetto di questa espansione urbanistica diventano gli addetti ai trasporti ferroviari. Vediamo sorgere due forme diverse corrispondenti, una, provocata direttamente dall’amministrazione ferroviaria, l’altra spontanea sorretta dai risparmi degli addetti ai trasporti ferroviari, così per dare una indicazione pensiamo all’attuale corso Giannone che è la strada che porta il segno di questa corrispondenza di espansione urbanistica; come pure un’altra correlazione, mi pare si può intravedere fra il fatto che Foggia viene toccata dal boom della espansione della viticoltura, nel senso che vediamo nascere un quartiere i cui promotori sono questi piccoli proprietari, coltivatori diretti che intraprendono la realizzazione delle zone viticole e che da luogo ad una espansione urbanistica della città nuova, diversa rispetto alla tradizione precedente perché vediamo abbandonare il modulo per successione di piazze e entrare, questo nuovo modulo, per vie perpendicolari con le casette a piano terreno che sono le abitazioni di questi 100 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA nuovi viticultori. Un’ altro segno caratteristico di questa correlazione fra insorgere di nuove attività economiche ed espansione urbanistica della città forse si potrebbe cogliere nell’insediamento della cartiera, attorno agli anni trenta a Foggia era una iniziativa, per l’epoca, veramente grande; riusciva ad occupare tremila lavoratori, un pò tutte le famiglie daune foggiane furono toccate da questa iniziativa industriale e quindi certamente avrà avuto un riflesso anche sull’espansione urbanistica della città, come l’altro evento che mi pare caratteristico per cercare di interpretare nella vicenda del passato tra insorgere di nuove attività economiche ed espansione urbanistica, è la dilatazione del numero degli addetti alla pubblica amministrazione che avvenne appunto negli anni tra il trenta e il quaranta, soprattutto la scuola Si potrebbe, addirittura, così, con un pò di benevolenza, individuare una specie di campus scolastico a Foggia verso, sempre, la direzione sud, come preferisce espandersi la città, però questo moto, questa attività economica coincide con l’accettazione quasi acritica, non rielaborata della ideologia dello sviluppo. Questa fiducia cieca nella espansione della attività economiche propria questa sua natura acritica potrebbe contribuire a spiegare la forma della espansione urbanistica correlata al sorgere di questa nuova attività economica, cioé, certe manifestazioni di disordine urbanistico rispetto a quella corrispondenza più ordinata che si era potuto registrare nel passato, è attraverso quella successione per piazze è attraverso quella formo a reticolo a vie perpendicolari.Quindi è soltanto un’ipotesi rigore scientifico, per cogliere nel passato delle correlazioni fra questi interpretativa che vuole avere un invito ad effettuare questo studio con due fenomeni, ma lo scopo di questo suggerimento non è fine a se stesso, non vuol avere un intento puramente conoscitivo ma vuole avere, invece, una finalità più imp egnata, cioè, vuole essere un invito a vedere le tenzionj culturali implicite in queste correlazioni fra insorgere di nuove attività economiche ed espansione urbanistica, cioé, queste nuove attività non sono sorte per caso. Sono sorte perché degli uomini le hanno volute, le hanno portate avanti. Adesso si tratta di capire bene sulla base di quali motivazioni ideali, queste novità sono state portate avanti, se ci sono state delle autentiche motivazioni ideali oppure se sono state frutto, potremmo dire, del caso. Nella misura in cui noi riusciremo; a scoprire queste motivazioni ideali che hanno spinto i nostri progenitori a realizzare queste innovazioni nella struttura produttiva della economia dauna e le corrispondenti forme urbanistiche della città, noi saremo nelle condizioni migliori di valutare le nuove tensioni ideali che sospingono gli uomini di oggi ad intraprendere nuove attività economiche e quindi riuscire ad ordinare le conseguenti correlate espansioni urbanistiche della città. Visto che c’è questo vincolo, allora si tratta di scoprire le tensioni culturali della città che hanno mosso le precedenti innovazioni per interpretare meglio le motivazioni reali che sono alla base del nuovo desiderio di sviluppare l’economia e la città e la cultura della nostra città perché evi101 MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ dentemente il passato incide sulle scelte che si dovranno prendere nel futuro, sia che noi ne siamo coscienti, sia che noi non ne siamo coscienti. Le nostre scelte sono sempre un pò il frutto della eredità storica e naturalmente più siamo coscienti delle tradizioni meglio adegueremo le nostre scelte alla realtà effettuale e qualunque sia la natura di queste tradizioni. Non è necessario che si tratti di tradizioni nobili ed esaltanti possono essere tradizioni non nobili. Abbiamo sempre il dovere di cogliere il vero significato di queste motivazioni ideali che hanno sospin to i nostri padri a promuovere lo sviluppo economico ed urbanistico della città. A questo punto potrei tentare di raccogliere, in schema, le tensioni ideali più caratteristiche più significative degli uomini di oggi, cioè vedere quali sono le tensioni ideali più significative delle popolazioni daune, dei foggiani in modo particolare perché nella misura in cui riusciremo ad individuare queste motivazioni reali, potremo anche prefigurare lo sviluppo economico ed urbanistico della nostra città. Per sintesi fisserei in pochi punti queste tensioni ideali. Inanzitutto mi pare che una prima aspirazione della nostra cultura dauna, che è certamente viva, è quella di riuscire a diffondere nel nostro tavoliere forme di intensificazioni culturale, di industrializzazione dell’agricoltura, vincendo certe resistenze provenienti da certe forme di proprietà terriera più favorevoli al mantenimento di forme estensive dell’agricoltura. Ecco la prima tenzione ideale che merita di essere tenuta presente per capire bene quello che avverrà nel prossimo futuro. Vi è questa prospettiva, questa possibilità di riuscire a portare la nostra agricoltura a livelli industrializzati, ma naturalmente questo non è frutto soltanto dell’accoglimento delle misure incentivanti provenienti dallo Stato, ma deve essere frutto di una volontà precisa delle popolazioni daune perché nella storia non avviene niente gratuitamente, ma è sempre frutto di una vittoria di certi conflitti. Quindi dobbiamo individuare anche bene i termini, le espressioni, di questi conflitti che una simile prospettiva fa nascere. Però questo mi pare un punto caratteristico, significativo, degno di tenere in massima considerazione, come pure un altro punto caratteristico si può rinvenire nella viva aspirazione di portare l’economia dauna ad alti livelli di industrializzazione. E’ questa una aspirazione ormai comune a tutte le popolazioni dell’area meridionale, quindi in questo si potrebbe dire che non troviamo nulla di caratteristico, di specifico per la cultura dauna anche se è obbiettivamente valida, però se approfondiamo meglio questo punto, mi pare che possiamo scoprire un tratto caratteristico e significativo di questa tensione ideale che spinge gli uomini della Capitanata verso questo obiettivo, cioè, quello di riuscire ad evitare l’eventuale, probabile manifestarsi di forme di congestione territoriale e soprattutto realizzare questa aspirazione, questa istanza in maniera da evitare, alla radice, l’insorgere di squilibri territoriali all'interno dell’area foggiana. Questo mi pare un fatto caratteristico degno di grande attenzione anche perché è strettamene pertinenze e rilevante per il nostro tema. Come 102 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA vedremo tra poco, l’aspirazione di evitare, alla radice, l’insorgere di congestioni territoriali, conseguenti allo sviluppo industriale è quello di evitare l’insorgere di squilibri all’interno dell’area foggiana, porta a far nascere il problema di ubicare bene i futuri poli dello sviluppo industriale nella Capitanata. Ubicare bene significa, e anche qui sorge un conflitto e allora si tratta di risolvere bene questi conflitti, individuare i termini fondamentali di discussione. Abbiamo l’alternativa di concentrare il futuro sviluppo industriale nella parte della provincia dauna che già si differenzia per un più elevato dinamismo demografico ed economico, cioé, nell’area centrale del tavoliere. Per intenderci, Foggia e Manfredonia. Assecondare questo movimento spontaneo può essere una scelta razionale perché significa utilizzare i fattori agglomerativi che si presentano nell’area centrale del tavoliere; cioé, se quest’area centrale presenta maggiore dinamismo demo grafico ed economico, evidentemente è perché in quest’area vi sono fattori agglomerativi maggiori capaci di attrarre ulteriormente nuovi insediamenti industriali; si pensi al porto, all’aereoporto alla rete autostradale, alla ferrovia, maggiore disponibilità di mano d’opera; il fatto che solo questi due comuni fanno registrare incrementi demografici mentre tutti gli altri comuni della provincia fanno registrare decremento in valore assoluto della popolazione, sono tanti segni che ci avvertono che siamo in presenza di un’area più dinamica capace di attrarre, da un punto di vista territoriale ed economico i nuovi insediamenti industriali i quali, nella mis ura in cui si dovessero realizzare, perché non sono ancora una realtà, creerebbero, accentuerebbero questo squilibrio già esistente fra la parte centrale e il resto della provincia. Quindi verremmo a frustrare quello che è una aspirazione, che è stato chiamato il nuovo principio di legittimità della nostra cultura, della cultura dei nostri giorni, cioè, quello di assicurare uno sviluppo armonioso, equilibrato evitare che insorgano degli squilibri man man che il processo si differenzia e si sviluppa. Allora nasce l’alternativa di prefigurare uno sviluppo industriale per agglomerati satelliti disposti lungo la fascia pede-montana del tavoliere, sì da evitare l’insorgere alla radice di congestioni industriali e di ulteriori squilibri tra le diverse parti della Capitanata. E’ questo un dilemma di carattere culturale che spinge questa tensione della economia dauna ad accelerare il processo di industrializzazione perché la carica di valori ideali, cioé, non è più il fatto meramente economico di favorire maggiori investimenti perché questi generino incrementi di reddito e incremento di occupazione, invece far confluire in questo problema i contenuti, potremmo dire, culturali, politici, morali, degni della massima attenzione e la cui soluzione è immediatamente rilevante sulla prefigurazione dell’assetto territoriale dell’intera Capitanata e potremo dire anche dell’espansione urbanistica della città, perché evidentemente opta per una forte congestione delle attività industriali nelle immediate vicinanze del capoluogo rafforzando, cioé, l’area 103 MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ centrale a scapito delle aree periferiche, condizionerà, in certo modo la espansione urbanistica della città. Invece optare per una dislocazione dei nuovi agglomerati industriali lungo la fascia pede-montana, avrà altri riflessi sulla espansione urbanistica della città, però avere già coscienza di questa alternativa mi pare che è un fatto culturale molto rilevante e che noi dovremo accantonare, cioè, dovremo approfondire, studiare bene per riuscire a valutarlo in tutta la sua portata, evidentemente, qui io mi limito ad accennare al problema ma dovrebbe essere meglio studiato attraverso un dibattito augurabilmente non concludibile stamattina ma, diciamo da avere un’altra serie di incontri perché il tema è naturalmente ampio. Naturalmente io ho voluto di proposito radicalizzare l’alternativa. Nella realtà può darsi che siano componibili le due soluzioni, nel senso che si può contemporaneamente procedere per agglomerati satelliti dei nuovi nuclei industriali e rafforzare il supporto della struttura industriale dello stesso Capoluogo, cioé, non necessariamente queste sono due alternative in contrasto tra di loro ma possono opportunamente comporsi ed equilibrarsi tra di loro. Io personalmente propenderei per questa seconda soluzione per due ragioni fondamentali sulle quali non è possibile soffermarsi ulteriormente, cioè, prima, ci troviamo dinanzi ad una area centrale molto estesa e una pianura fra le più grandi dell’Italia meridionale, per cui preoccuparsi di congestioni, parola troppo grossa per il tavoliere, è veramente troppo avveniristico, guardare un pò troppo avanti nello sviluppo industriale; per altro verso bisogna dire che il Capoluogo presenta una struttura economica molto debole per quanto attiene alla dimensione industriale, della struttura economica del Capoluogo, certamente non nuocerebbe allo sviluppo equilibrato dell’intera economia dauna anche perché si potrebbe considerare un’altra prospettiva, cioé, che lo sviluppo delle aree periferiche rispetto al Capoluogo, non dovranno trovare nel prossimo avvenire l’unico supporto dello sviluppo economico nella espansione delle attività industriali, atteso che proprio in questa corona, in questa fascia circolare che circonda questa area centrale che io ho individuato nei due comuni di Foggia e di Manfredonia, proprio in questa corona hanno localizzazioni i grandi comprensori irrigui del tavoliere. Con questo non voglio pervenire ad altra indicazione, cioé, individuare la fascia intermedia della Capitanata rispetto all’agglomerato centrale Foggia-Manfredonia e alle aree periferiche Gargano e Sub-Appennino; lo sviluppo di questa fascia intermedia dovrà essere affidato esclusivamente alla espansione delle attività agricole, la dove la parte centrale deve essere affidata alla attività industriale, sì fa pervenire ad una tipizzazione di questo genere, un’area urbana-industriale, al centro, un’area agricola-zootecnica sulla fascia intermedia, una area turistico-forestale agli estremi. Questo per caratteri prevalenti ma non per caratteri esclusivi, cioè,, queste attività dovrebbero essere compresenti in tutte e tre le fasce ma questo per dire come la tenzione verso lo sviluppo industriale della cultura dauna presenta questa suggestione veramente interessante che è caratteristica nell’area meridionale e che 104 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA potrebbe essere degnamente approfondita per poter cogliere le correlazioni tra insorgere di nuove attività economiche e l’espansione urbanistica della città nel futuro così come si è tentato di prospettare per il passato. Una terza tenzione ideale, caratteristica della cultura dauna è quella di riuscire a meglio equilibrare la dilatazione, la espansione delle nuove attività strettamente economiche e produttive con i così detti investimenti intellettuali, cioè, mi pare che ormai, questo non per via presuntiva ma per cognizione di causa, la cultura dauna ha dimostrato di avere una chiara coscienza dell’importanza e della dimensione universitaria in loco. Si potrebbe, ormai, scrivere la storia dei tentativi compiuti per portare a Foggia una sede universitaria. Tentativi non velleitari ma tentativi veramente degni della massima considerazione perché portati avanti vcon rigore, con dignità e con compostezza. Questo per dire come vi è, vi sono già i chiari segni di una maturazione della coscienza e della cultura dauna nei confronti di questa dimensione. Vi sono già alcuni presupposti che potrebbero veramente far sperare bene per l’avvenire. E’ chiaro che una università non può essere quasi una pioggia caduta dall’alto, ma deve essere una conquista della crescita della cultura di base. Quindi nella misura in cui società, centri di cultura, possano essere veramente degli strumenti capaci di far sperare meglio nell’avvenire come corrispondenza a questa istanza, cioè, di una crescita della dimensione culturale che certamente nella misura in cui passerà attraverso questa chiara visione delle tensioni reali che sottintendono lo sviluppo a misura di uomo, come si usa dire, della nostra città. Quindi mi pare che questa chiara coscienza di questi tre componenti, ma certamente ce ne saranno altre che emergeranno nel corso delle successive relazioni e del dibattito, potrà contribuire a far impostare lo studio, la programmazione, la prefigurazione dell’avvenire della nostra città in maniera più razionale, più cosciente, più soddisfacente per le istanze della cultura di oggi. Non credo di avere altro da dire salvo a ritornare sull’argomento, se interpellato. SALVATORE GAROFALO 105 CONTRIBUTI DELL’ANALISI SOCIOLOGICA URBANA PER LA FORMAZIONE DI UN PIANO Parlare del contributo delle scienze umane in generale e della sociologia in particolare alla pianificazione urbana in Italia non è cosa facile e comunque confortante. Né potrebbe essere diversamente in un paese dove la programmazione economica si risolve, come è stato da più parti affermato, in un libro di sogni preceduto e seguito da violente quérelles politiche. Se lo sviluppo economico italiano è proceduto a macchia d’olio seguendo unicamente gli interessi immediati del più forte, assumendo quindi come senso l’esito dello scontro tra i gruppi più potenti, sorte diversa non poteva non subire lo sviluppo urbano. E’ nella città anzi che si è avuto il precipitato ed il condensato delle contraddizioni dello sviluppo italiano, è il luogo in cui è saltata non solo la logica a lungo termine del capitale ma è stata messa a dura prova la sua capacità di sviluppare una programmazione compensativa sul breve e medio periodo e di rendere formalmente razionale la sua base di concreta irrazionalità o, per usare un felice paradosso, è mancata al capitalismo la capacità di difendere se stesso dai capitalisti. La realtà è quella che tutti ben conosciamo: città sviluppatesi a macchia d’olio senza infrastrutture, enormi ghetti privi di verde, servizi, collegamenti, lontani dagli standars anche più modesti di habitat civile, dormitori allucinanti e baraccopoli, sistematica devastazione della città e del territorio. Nulla è praticamente intervenuto a fermare la spietata logica della rendita fondiaria urbana e della speculazione, tranne che in piccole isole amministrative del nostro paese. Alla incredibile spinta del profitto e della rendita intorno a cui si sono saldate vaste e potenti alleanze politiche e sociali non ha resistito nulla: consigli comunali, partiti, movimenti di opinione non sono riusciti ad invertire la tendenza consolidata collaborando anzi nel caso dei gruppi dominanti alla quasi completa privatizzazione della sfera pubblica. Assecondati in questo dall’estesa e compatta ideologia urbana che non è circoscritta agli addetti ai lavori o alle analisi più o meno scientifiche del fenomeno, bensì, attraverso il senso comune, è radicata nella cultura generale mediante il mito della proprietà della casa che, percorrendo verticalmente tutta la società italiana, porta anche gli appartenenti alle classi sociali subalterne a rafforzare e perpetuare con la loro aspirazione all’acquisto, il meccanismo di sfruttamento sociale, di devastazione urbana, di degradazione abitativa che tutti conosciamo e di cui essi sono le vittime. La sorte degli stessi strumenti urbanistici, che dovevano servire a 106 _______________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA fornire a pianificare lo sviluppo della città e creare i presupposti per un mutamento della tendenza, può essere assunta a significativa testimonianza della condizione storica della città italiana del capitale. Questi piani regolatori sono stati spesso stravolti durante la loro formazione dalle continue spinte degli interessi in gioco o, quando sono giunti all’approvazione definitiva dotati ancora di una qualche logica, sono stati posti inutilizzati in un’area di parcheggio. Assumendo la programmazione urbana come « un intervento dell’istanza politica sull’istanza economica al fine di superare talune contraddizioni dell’urbanizzazione capitalista », bisogna dire che essa è nella sostanza mancata. Ci vogliono considerevoli sforzi ed ammirevole buona volontà per ritrovare nella nostra città il segno coerente del cosiddetto « piano » del capitale ed assumere la condizione storica del nostro habitat come risultato voluto dalla logica del capitale. Se la nostra città in futuro assumerà il valore di monumento collettivo, decifrabile per scoprire il senso della nostra storia presente, essa testimonierà un capitalismo arretrato e miope, incapace di imprimere una razionalità, sia pure di breve periodo, alla propria crescita. Le contraddizioni non vengono superate e spinte verso un livello più alto di maturazione ma si accumulano, piccole e grandi, irrisolte. La logica della immediata valorizzazione dei suoli prende il sopravvento sui cosiddetti progetti del capitalismo di razionalizzare la città a partire dalle proprie esigenze di riproduzione allargata. In questo quadro è meglio comprensibile il ruolo che ha assunto in Italia la sociologia urbana: spazio ovviamente limitato e contraddistinto da precise caratteristiche che traducono abbastanza fedelmente a livello scientifico le pratiche urbane anche nelle loro differenziazioni territoriali. Le esperienze torinesi e milanesi, strettamente connesse alla crescita del triangolo industriale che assumono quindi come proprio specifico campo problematico le conseguenze urbane della crescita industriale polarizzata e si pongono organicamente all’esigenza di integrare a livello sociale ed urbano le grandi masse di immigrati giunte al nord dal mezzogiorno. Dalla problematica della segregazione, desunta negli anni ‘50 ed i primi anni 60 dalle analisi statunitensi, nei cui confronti quella sociologia urbana era largamente debitrice, si passa solo dopo il 67/68 alla tematica del quartiere operaio e della emarginazione urbano- sociale. Meglio si può dire che da un’ipotesi di pratica urbana razionalizzatrice e capace di recuperare sul piano territoriale le principali contraddizioni di uno sviluppo industriale squilibrato si passa ad una prospettiva di politica urbana che assume la città come campo di lotta collegato alla dinamica conflittuale delle classi sociali. Il particolare andamento degli studi di sociologia urbana a Bologna invece è strettamente connesso all’esperienza politicoamministrativa di quella città che, unica o quasi nel nostro paese, ha sviluppato un tentativo di pratica programmata di sviluppo urbano collegata alla esi— — 107 MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ genza di valorizzare al massimo la sfera pubblica. Lo spazio delle scienze sociali si dimostra in questo caso con evidenza come funzione positiva della volontà-capacità di intervenire politicamente sulla logica strutturale della crescita urbana e sul quotidiano realizzarsi di tale dinamica. Nel mezzogiorno — i cui confini geografici si allargano in maniera sempre più rapida — il livello e la qualità delle analisi sociali urbane sono strettamente connessi ad una pratica politica che segue la logica della quasi assoluta privatizzazione della sfera pubblica. Anche negli anni del cosiddetto sogno tecnocratico, ben pochi si sono illusi che il progetto di deprivatizzare, quantomeno parzialmente la logica di crescita delle città del mezzogiorno fosse realizzabile. Il discorso vero e brutale di Rosi con Le mani sulla città stava a testimoniare una realtà storica con cui i discorsi che i meridionalisti più attenti facevano sulla struttura del territorio e sull’esigenza di una nuova politica della città avrebbero fatto, da perdenti, i conti. In un quadro del genere ed in un orizzonte culturale in cui le scienze sociali erano guardate con sospetto arcicrociano, la sociologia urbana ha segnato il passo. E’ riapparsa come denunzia dello spappolamento e della degradazione dell’urbano, della realtà degli emarginati, degli abusivi, dei baraccati, del loro contributo determinante a questi monumenti del nostro tempo che sono le città della più sfrenata speculazione. La prospettiva critica ed alternativa che scaturisce da una tale situazione trova riscontro nell’assunzione di un punto di vista antagonistico, di classe, e porta la sociologia urbana italiana in una situazione affatto peculiare. Per un verso essa parte in una condizione di scarsa esperienza di pratica conoscitiva, di ricerche, di strumentazione tecnico-metodologica, di dimestichezza all’approccio interdisciplinare. Dall’altra assume criticamente la tradizione scientifica della sociologia urbana, ne indica la natura ideologica rivelando, o più esattamente smascherando, i referenti concreti di tale sistema teorico, contrapponendo alla realtà urbana dominante un soggetto ed una pratica alternativi. La situazione non è quindi certo tra le più facili: il rischio di fare della sociologia alternativa un’alternativa alla sociologia è grande soprattutto all’interno di una tradizione culturale dove la critica dell’ideologia rappresenta una facile scorciatoia per eludere la realtà; le affermazioni del tipo «la dialettica urbana » o «la città del capitale » rischiano, pur nella loro indiscutibile correttezza, di restare al livello di affermazioni di principio ponendosi come chiavi automaticamente onniesplicative o di implicare sul piano pratico — se non specificate — un rifiuto di qualsiasi tentativo di riprogettazione urbana se non accompagnato da una rivoluzione catartica e propedeutica. Sia pure brevemente e con gli ovvi limiti dati dalla funzione informativa e preliminare al dibattito di questa introduzione, mi propongo di indicare una possibile strada per la costituzione pratica di una sociologia urbana diversa dalla tradizionale — e a questa alternativa —ma non per questo sganciata dalle sue esigenze pratico-conoscitive capace di conoscere cioè per mutare, all’interno delle possibilità struttu- 108 ______________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA rali, la dinamica sociale ed urbana. A questo scopo è necessario sia pure rapidamente evidenziare taluni aspetti della sociologia tradizionale non solo per chiarirne la natura ideologica ma anche, e soprattutto, la pratica urbana ad essa corrispondente e connessa. E’ necessario perciò, come nei vecchi romanzi di appendice, fare un passo indietro, tornando alla nascita della disciplina che ha attualmente una cinquantina d’anni, se si vuole assumere come data quella dei congressi dell’American Sociological Association e lo sviluppo negli anni ‘20 e ‘30 della sociologia urbana a Chicago con l’affermarsi della scuola cosiddetta ecologica, stimolante convergenza di varie tradizioni che vanno dal pensiero filosofico tedesco al darwinismo sociale, al pragmatismo deweyano. Non è certamente qui il caso di compiere un’analisi della scuola di Chicago quanto invece di mettere in luce alcuni suoi aspetti che a mio parere si ritrovano sia pure con modalità diverse in tutta la tradizione successiva e che ancora oggi condizionano il dibattito. Innanzi tutto l’esigenza fondamentale sottesa a quelle ricerche: la volontà di difendere la città da se stessa. Detto con altre parole la critica alle condizioni della città derivava, e tuttora in prevalenza deriva, dall’esigenza di difendere i valori che hanno guidato la crescita e lo sviluppo della società urbana. E’ la città ciò che — in tale prospettiva — definisce la nostra epoca sia che la si voglia vedere come il più alto e maturo monumento della nostra cultura come nel caso di Mumford sia come segno, altrettanto significativo, della crisi di una civiltà, per Spengler. La critica è interna al meccanismo di crescita della città. La rivitalizzazione dei valori della cultura urbana coincide con la difesa della città dall’industria e dalle trasformazioni troppo rapide ad essa connessa. Sullo sfondo è evidente Durkheim ed il suo tentativo di rifondare una società rispondente ai valori dell’illuminismo senza negare, anzi naturalizzando-enfatizzando, le modalità dell’industrializzazione. Fondamentale diventa quindi, in questo approccio l’esigenza di ricomporre a livello urbano le patologie — di contraddizioni non è neppure il caso di parlare — derivate dall’industrializzazione e, nel caso di Chicago (le cui caratteristiche vennero assunte a tendenze universali), dall’immigrazione. E’ per questo motivo che le categorie di analisi vengono dalla coppia classica comunità-società e le patologie urbane fondamentali sia a livello individuale che di gruppo trovano la propria origine in prevalenza nella situazione — fondamentalmente durkheimiana — di sradicamento dalla comunità e nelle patologie di transizione della società. Basti pensare all’uomo metropolitano corticalizzato di Simmel, continuamente bombardato da stimoli ed incapace di rapporti stabili, simile, come notano da taluni, all’odierno automobilista. Ho fatto questa digressione sulle modalità fondamentali di lettura del fenomeno urbano da parte di chicagoani in quanto ancora oggi questo approccio, che si può definire restauratore, è presente e corri109 MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ sponde ad un preciso piano pratico. Nella misura perciò in cui è facile svelarne la natura ideologica di base, si spiega anche con sufficiente chiarezza il carattere mistificante di una serie di proposte di intervento a valle. Penso a questo proposito alla tematica del quartiere che costituisce uno dei settori più vivi nella sociologia urbana al punto che questa in molti casi, soprattutto nei paesi anglosassoni, diventa addirittura la sociologia del quartiere. Nella stessa scuola di Chicago l’accento è posto proprio sul quartiere in quanto area naturale e costitutiva della città corrispondente alla — pure naturale — divisione del lavoro ritradotta come differenziazione funzionale sul piano urbano. Questa angolazione è pervenuta anche in Italia dove sia pure con accentuazioni diverse il problema del quartiere è dominante: dalle sottocomunità delle grandi metropoli piemontesi e lombarde, alla problematica dei centri storici, al dibattito oggi in fase di ripresa e di ripensamento sul decentramento amministrativo. Per fare un esempio: gran parte delle ricerche sui centri storici — quelle perlomeno che non si pongono come obbiettivo una semplice cosmesi architettonica o sono spinte da semplici nevrosi morfologiche — tendono alla restaurazione o alla rivitalizzazione di una comunità di base ormai stravolta dalla città che la circonda. Qualcosa di simile avviene anche per molti discorsi sul decentramento che, quando non sono legati alla messa in moto di concreti processi di democrazia di base, si rivelano come ingenui tentativi di ricreare un pubblico deweyano e recuperare le categorie classiche della democrazia urbana — il senso in altri termini del cito yen della rivoluzione francese — attraverso la creazione di una solidarietà e di un efficienza data dalla vicinanza fisica, dai rapporti faccia a faccia. Anche le proposte urbanistiche collegate al filone delle neighbourood units hanno le proprie radici nella mitizzazione del vicinato, della comunità di bas ein quanto elemento fondamentale e costitutivo della dinamica urbana. La città in tali approcci scompare come campo significativo di analisi e viene riproposta come sommatoria di situazioni territorialmente limitate. Il nodo è, come nota acutamente Lefebvre, il muoversi secondo l’ideologia del pedone nel mondo dei jet. L’analisi del filosofo francese è precisa e coglie il centro del problema; il carattere fittizio della sfera pubblica — tanto per usare le categorie di Bahrdt — che si vuole instaurare a livello di quartiere in una situazione in cui il quartiere in quanto unità territoriale viene a perdere le sue funzioni sociali complessive e fondamentali. Partendo da una siffatta problematica del quartiere è necessario fare alcune considerazioni circa i suoi limiti teorici, empirici e politici alla luce dei più recenti sviluppi del dibattito. In primo luogo è venuta meno la pretesa naturalità della differenziazione territoriale della città: ciò comporta l’improponibilità di una ricerca che assuma come oggetto 110 _______________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA fondamentale le differenze — talvolta anche drammatiche come nel caso dei ghetti — tralasciando la dinamica sottesa alla determinazione ditali differenze. Anche quando in talune analisi di questo tipo emerge la disperazione della condizione umana della segregazione, la critica è esterna, e, pur talvolta rabbiosa come quella dei muckrakers, non scalfisce la matrice strutturale della dinamica urbana. Si rivela unicamente una sociologia delle differenze che assume come strumento di analisi le tavole a dispersione per studiare le ineguaglianze sia complessivamente sociali che direttamente connesse all’habitat. Tale limite si è mostrato più evidente in connessione ad un altro problema sorto sempre a proposito dell’analisi urbana condotta secondo i criteri del rapporto uomo territorio e con un approccio eminentemente spazialistico. Anche restando ferma l’esigenza di costruire una gamma tipologica delle forme di strutturazione dello spazio urbano (vicinato, piccolo quartiere, ilot, quartiere, settore geografico, ecc.) è emerso come quella che era considerata tradizionalmente la più significativa di tali strutture — il quartiere — diventasse sempre meno rilevante nell’analisi. Di qui il notevole sforzo di costruire una serie di altre unità di analisi, dalle più piccole sino a quelle più grandi come i settori geografici, tali cioè da ridare ancora un senso ad una analisi strettamente legata al suolo. Ci si è in altri termini accorti come in progressione ed in connessione allo sradicamento del suolo di cui parlava già Durkheim diventino fondamentali non la condizione ecologica bensì la connotazione sociale e le caratteristiche di classe che emergono direttamente sul piano della problematizzazione e della analisi. Dal quartiere operaio a poblaciones, favellas, barrios, bidonvilles, baracche o comunque quegli altri agglomerati urbani creati dalle masse sottoproletarie delle grandi metropoli industrializzate e/o urbanizzate, si tratta di realtà che è difficile ingabbiare nella forma tradizionale dell’organizzazione dello spazio urbano. Esse chiedono invece nuovi strumenti di analisi che diano conto simultaneamente, sia pure su piani di diversa specificità, della condizione storica complessiva ed urbana di tali gruppi sociali. Entra così definitivamente in crisi la sociologia urbana delle differenze per riproporsi come analisi di rapporti sociali incernierati all’asse analitico-costitutivo della sfruttamento. Cade quindi anche uno degli assunti impliciti della sociologia urbana tradizionale e cioè la città come « storia » contrapposta allo sviluppo economico assunto come modello formale, metastorico, sottratto cioè ad ogni possibilità di modifica che non sia una mera spinta razionalizzatrice. Ne deriva anche una modifica del campo problematico: oggetto della riflessione non è più solo la « città dello sviluppo »ma anche quella del sottosviluppo per la quale cade evidentemente la prospettiva dell’adeguamento a causa dell’emergere di patologie che non sono transitorie o comunque esterne alla logica di urbanizzazione, dovute in altri termini ad errori o miopia della politica quotidiana, bensì a contraddizioni organiche alla stessa crescita storica della città. — — 111 MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ Di qui il fiorire delle ricerche, soprattutto nel sub continente latino americano, sull’urbanizzazione dipendente, sulla città del sottosviluppo all’interno della quale precipitano ed esplodono tutte le contraddizioni della sua peculiare situazione storica. E’ a partire da questa realtà che emerge e si definisce la categoria della marginalità urbana considerata nella sua connessione causale rispetto all’assetto complessivo interno della città ed alla più vasta dinamica sociale, comprendendo ovviamente in questa i rapporti città-campagna e la complessiva organizzazione di divisione del lavoro a livello territoriale. La realtà che la nuova sociologia urbana eleva sul piano problematico non è più quindi l’inadeguatezza della città al progetto di sviluppo della società bensì la città come precipitato, anche se non facilmente ed immediatamente riconoscibile, della dinamica sociale complessiva. E’ in questo senso che si vanno riorientando le ricerche e rifondando le categorie fondamentali di analisi: la scoperta della cosiddetta contemporaneità del non contemporaneo, l’intreccio inscindibile — e non dovuto solo a disguidi organizzativi o a ritardi temporali — di sviluppo e sottosviluppo. E’ in questa luce per esempio che assume una particolare e stimolante rilevanza una città come Foggia, area subalterna all’interno della stessa stratificazione regionale e non solo nazionale, città contraddistinta da un tasso di urbanizzazione affatto squilibrato in eccesso rispetto alle sue capacità produttive ed in particolare ai suoi livelli di industrializzazione. In una realtà di questo tipo si intrecciano, rafforzandosi reciprocamente, aspetti dello sviluppo e del sottosviluppo nelle loro connotazioni urbane richiedendo quindi un progetto ed una pratica di intervento all’altezza della complessità e della centralità del nodo, riscoperto nella sua ineliminabile connessione causale con la dialettica sociale complessiva. A questo punto si presenta un nuovo tipo di problema a cui ho già accennato in precedenza. La questione cioè dell’asse dello sfruttamento che definisce la dinamica dello sviluppo urbano. Affermazioni come « città del capitale » o « città fabbrica » sono corrette ma comportano due rischi: trasferire ad un livello metastorico ed ossificato il principio causale dello sfruttamento di classe che se spiega va anche ovviamente spiegato e soprattutto specificato storicamente; in secondo luogo ridurre la dinamica urbana a riflesso automatico della dinamica di classe riproducendo in tal maniera il meccanico rapporto struttura-sovrastruttura. Consapevoli di tale rischio, i cui dannosi effetti possono riscontrarsi in non poche analisi compiute soprattutto tra il ‘68 ed il ‘72 in Italia, i più accorti sociologi vanno orientando la propria analisi in direzione della storicizzazione e disaggregazione della dialettica urbana, reagendo a talune impostazioni come quelle strutturaliste — talvolta illustri ed estremamente suggestive come nel caso di Castells — che pretendono di fornire una chiave onniesplicativa del fenomeno urbano. Di segno opposto e molto più convincente è invece per esempio 112 _______________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA lo storicismo di Henri Lefebvre anche se non mancano nel suo approccio rischi di slittate volontaristiche. Non è comunque questo il luogo per affrontare neppure rapidamente i termini del dibattito che è tuttora aperto in campo marxista sullo strutturalismo ed i cui termini sono stati trasferiti all’analisi urbana. Ciò che mi preme è indicare una direzione di analisi che ritengo potenzialmente fruttuosa, quella cioè della disaggregazione e della storicizzazione della dialettica urbana. In tal senso penso che possano essere accolte ed utilizzate alcune proposte teoriche come quella che avanza Ferrarotti quando parla della città come molteplicità di sistemi, una concezione della città come fenomeno globale articolata però su « una molteplicità di sistemi interrelati ed interagenti ». In tale modello quindi la dinamica urbana appare costituita da un sistema economico-ecologico o produttivo, un sistema politico, un sistema familiare o riproduttivo, un sistema culturale, un sistema simbolico. Tale approccio, per un verso si muove dall’assunzione della città come fenomeno globale la cui logica « di ultima istanza » è da ricercarsi nei rapporti di produzione, in fabbrica cioè, e dall’altra rompe il meccanicismo dogmatico di un rigido rapporto struttura-sovrastruttura per rendere la dialettica praticabile alla ricerca e ad una azione politica in grado di mutare le modalità di tale dinamica strutturale. E’ la direzione indicata in passato da Georges Gurvitch con i suoi palzers in protondeur, i fattori costitutivi della dialettica sociale, recentemente ripresi e sviluppati da numerosi sociologi francofoni nel quadro del filone storicista del pensiero marxista. E’ attraverso operazioni di tal genere che ha un senso parlare di organizzazione sociale dello spazio ed assumere ciò come interrogativo fondamentale di ricerca. Sia che si voglia conoscere la logica, storicamente specifica, dell’organizzazione sociale dello spazio urbano sia che si intenda, mutando i rapporti e le presenze dei fattori fondamentali costitutivi, giungere ad una riorganizzazione sociale dello spazio o di produzione di nuovo spazio sociale. Sono i problemi fondamentali sottesi, sia pure con volontà e progettualità antagoniste, a tutti gli interventi urbanistici da quelli concernenti semplici ridislocamenti come per il caso dei centri storici e di ristrutturazione di quartieri a quelli più vasti di organizzazione dell’intero territorio, di sviluppo della città e di regolazione dei ruoli e dei paesi nell’intera area che a questa fa capo, come nel caso ad esempio della città regione. Sia quindi che si tratti di un processo di semplice riproduzione di spazio sociale, magari in direzione di una maggiore razionalità, sia che si voglia invertire tale logica di riproduzione sorge il problema della conoscenza della dinamica urbana concreta. Mentre però nel primo caso la ricerca tende ad occultare i fattori costitutivi strategici per assicurarne l’indisturbata riproduzione, nel secondo la ricerca assume come compito il disoccultamento di tutti i momenti, le modalità ed i poli della dialettica urbana ed in particolare proprio di quei fattori 113 MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ che una pratica urbanistica conservatrice tende ad occultare. In questa luce penso che assumano un diverso significato le proposte degli indicatori fatte dalla più recente sociologia urbana. Non solo cioè strumenti puramente descrittivi ma indicatori disaggreganti del processo di crescita sociale ed urbana che è insieme unico ed unificante. E’ la ritrovata totalità del fenomeno che imprime una diversa curvatura a tali strumenti di analisi sottraendoli ad una erratica e gratuita empiria. Dai sistemi di parametri che si fondano principalmente sulle funzioni di produzione e di scambio dell’area, al significato di questo spazio nel sistema istituzionale, al carico simbolico che assume su di sé questo spazio. Oppure i sistemi di rilevazione usati in alcune ricerche in grandi aree urbane della Francia: l’evoluzione dei gruppi sociali, i comportamenti sindacali, politici e religiosi, le relazioni sociali, in particolar modo quelle strategico-significative, i sistemi di comunicazione, ecc., o ancora un’altro tipo di approccio che scompone la realtà urbana in analisi ecologica, studi delle strutture sociali, studi psicosociologici del comportamento, analisi delle rappresentazioni, delle immagini e della cultura. Un’ulteriore sistema è composto di gruppi di indicatori: rappresentazione della società e coscienza della sua evoluzione, espansione dei bisogni negli ambienti urbani in trasformazione, evoluzione delle strutture e delle funzioni delle famiglie, maturazione sociale ed eredità sociale in funzione delle strutture, evoluzione delle strutture sociali, evoluzione della città, anomie sociali e psicopatologie sociali, prospettiva antropologica, cioè prospettiva di dinamica culturale e di atteggiamenti, di valori e di modi di vita e così via. Vediamo quindi che tutti questi sistemi parametrici, se assumono un nuovo significato in quanto metodologica di disaggregazione della totalità della dialettica urbana, che è il vero obbiettivo della ricerca, pongono ugualmente alcuni problemi. Il primo è come operare la sintesi tra questi momenti descrittivi, ciò investe direttamente il problema dell’approccio interdisciplinare, perché non si tratta di cogliere ed unificare solo segmenti separati, delle relazioni sociali complessive, quanto frammenti a cui corrispondono scienze separate con un proprio statuto e una propria biografia accademica. Ciò pone il grosso problema dell’oggetto esclusivo di una scienza, riproponendo la questione della sintesi. Come si effettua questa sintesi? Chi effettua questa sintesi? Né ovviamente possono occorrere il computer, i tabulati di elaborazione o sofisticati programmi di correlazione causale. In più c’è immediatamente un altro argomento che si presenta alla riflessione: c’è il rischio che questo tipo di approccio riproduca in maniera nuova e diversa una vecchia impostazione, cioè la manipolazione estrema degli individui, dell’uomo che diventa oggetto di una pianificazione tendente a ricostruire una razionalità formale e neutrale, sia pure in nome della città « diversa ». I due problemi evidentemente si intersecano ponendosi in condizione di stretta interdipendenza. 114 _______________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA La prima questione concerne l’approccio interdisciplinare la cui pratica è in Italia estremamente arretrata e che, a parte la difficoltà di fare interagire studiosi abituati a ricerche solitarie, entra in crisi al momento della sintesi, quando è necessario estrarre dal lavoro dei singoli partners il senso complessivo dell’organizzazione sociale dello spazio. Il momento cioè in cui è necessario riunificare e sintetizzare i fattori ed i momenti disaggregati della dialettica sociale e bisogna tradurre l’analisi in una pratica d’intervento adeguata al progetto ed alla condizione urbani. Questo è il momento in cui si scatenano estenuanti quérelles spesso determinate da una sorte di imperialismo culturale dei singoli studiosi che pretendono di imporre la propria disciplina come unica capace di unificare, sia essa l’urbanistica o la sociologia, i singoli aspetti della ricerca e della realtà. E’ in molti casi ad esempio l’urbanistica a porsi come momento di unificazione della conoscenza e della pratica dell’oggetto città, proponendo quindi la propria conoscenza pratica parziale come complessiva. Lo stesso atteggiamento è talvolta riscontrabile anche tra i sociologi, il ricordo di Comte non è mai morto!, i quali in nome della natura sociale del fenomeno urbano avocano a sé il compito di proporre la sintesi. Forse il nodo del problema è rinvenibile altrove se si superano le secche delle definizioni in termini di oggetto e di ambiti scientifici e si recupera l’analisi urbana in quanto critica e progetto della dinamica storica nella sua quotidianità. La questione non è più quindi risolvibile in termini di compromessi o mediazioni astrattamente scientificodisciplinari bensì in quanto riconosciuta come conoscenza e pratica critiche del quotidiano in quanto totalità. Ciò implica anche porsi in maniera corretta e fruttuosa nei confronti di quel fondamentale problema, a cui ha già accennato nella propria relazione il prof. Quaroni, quello cioè del colloquio tra autori del piano ed abitanti, sia nella fase della progettazione che in quella di attuazione-verifica dello stesso. Rifiutata quindi la prospettiva di un piano progettato e condotto dall’alto con puri intenti manipolativi e di riproduzione, al massimo razionalizzata, di spazio, la strada da imboccare è quella che assume il piano come momento di riflessione e di pratica sociale collettive. Anche questa è però una affermazione che rischia di restare al livello di una generica opzione di valore se non si trovano e vengono predisposti gli strumenti per tradurla sul piano pratico. Ancora una volta si ripropone il problema della ricerca come condizione indispensabile per garantire, ovviamente non in quanto « scienza » neutrale ma in connessione con quanto ho precedentemente indicato e cioè con il diverso punto di vista ed i diversi soggetti protagonisti, la verifica continua e critica del processo che si intende promuovere. In questo senso mi sembrano estremamente stimolanti le proposte del francese Chombart de Lauwe il quale ipotizza un sistema di input-output, di domande e di risposte teso alla verifica e ricostruzione continua del progetto. Il colloquio tra i realizzatori del piano e gli abitanti, 115 MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ non si pone come semplice dinamica di domanda ed offerta dal cui libero gioco si possa determinare prezzo e qualità del prodotto, bensì come l’avvio di un processo di pratica collettiva da cui la stessa azione tecnica esce trasformata per assumere un nuovo significato di conoscenza riconquistata e ridefinita, rispetto ai propri scopi, dai soggetti destinatari e protagonisti della dinamica urbana. Il sistema di Chombart de Lauwe, prevede appunto questo colloquio tra pubblico e realizzatori comprendendo tra questi ultimi: l’azione dei costruttori (intentendo con ciò, l’azione dei costruttori pubblici, pubbliche amministrazioni, imprenditori privati, complesso collettivo di programmazione e di realizzazione), gli urbanisti, ed infine gli architetti. Si parte innanzi tutto dalle informazioni di base sulla composizione sociale nello spazio, necessarie per una prima ipotesi di piano. Esse concernono, raggruppate in sette fasce. a) categorie socio-professioni, livelli di istruzione, classi sociali. b) livello di vita, redditi, bilanci familiari ecc. c) composizione della famiglia; tendenze demografiche, età, sesso, numero dei figli, ecc. d) lavoro, mobilità, pendolarità, tempi di assenza della famiglia, ecc. e) condizione e lavoro della donna. f) l’alloggio precedente, turn-over abitativo e sue modalità, origine geografica e legami familiari (informazione questa molto importante soprattutto in zone di immigrazione, religione e filosofia, disturbi precedenti del comportamento ecc. Una volta impiantato un tale sistema di rilevazione il « colloquio » può articolarsi attraverso un modello con input-output che vede interagire gli abitanti ed i « costruttori » e che porta, mediante un processo di pratica collettiva, alla riorganizzazione sociale dello spazio. Innanzitutto dobbiamo distinguere tre gruppi di costruttori: l’azione degli organi pubblici (la creazione degli standard di occupazione, contributi per l’alloggio, i tassi di occupazione, i fondi per la costruzione e così via), il piano degli architetti (l’isolamento acustico, la concezione dell’abitazione, la dislocazione delle stanze, lo stesso numero di appartamenti che può affacciarsi sul pianerottolo, il numero degli alloggi complessivi in un fabbricato ecc.); il piano dell’urbanista. Queste sono le tre azioni dei costruttori, a cui corrispondono da parte degli abitanti, le risposte che pongono quindi l’azione tecnico — programmatrice — come momento di mediazione — specificazione tra il gruppo e la sua pratica storica e abitativa. Ecco, allora, le « risposte-progetto » venire dall’individuo e dai gruppi. Il progetto non è ovviamente formato e implicito che sembrano in tutti i casi (norm-oriented) ma spesso si forma e definisce proprio in rapporto pratico-teorico con l’azione di riorganizzazione urbana. Le risposte proposte da Chombart de Lauwe, si tratta ovviamente solo di uno schema di massima e necessariamente parziale, concernono il comportamento dell’individuo e della famiglia in rapporto anche 116 _______________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA alla utilizzazione dell’alloggio. Basti pensare a come vengono utilizzati gli alloggi nei nuovi quartieri di insediamento, alla scala gerarchica che si instaura tra i vani all’interno della casa, alla dinamica dell’arredamento e così via. Un grosso problema questo che gli architetti conoscono bene che va letto e come risposta fondamentale a un progetto e a una pratica di riorganizzazione urbana. Così come possono esserlo i rapporti tra i coniugi. Ed ancora: il comportamento economico, il lavoro « esterno » della donna, l’orientamento scolasticoprofessionale dei giovani, ecc. sono tutte « risposte » fondamentali all’azione urbanistica, variabili i cui indici di significatività, sono estraibili con relativa facilità a livello matematico. Un secondo gruppo di risposte comprende l’atteggiamento della famiglia (verso l’alloggio, l’educazione, verso le istituzioni, verso la società, ecc. Un terzo fascio di risposte è dato da comportamenti di gruppo, dalla rete di relazioni sociali, dai processi e situazioni di disgregazione, segregazione ed emarginazione sociale, atteggiamenti collettivi, bisogni, aspirazioni, comportamento politico. Basti, per esempio, pensare, e siamo nel Mezzogiorno, come esista un nesso causale tra atteggiamento politico e condizioni urbane. Anche questa è una « risposta » fondamentale. L’ultima fascia di risposte comprende modificazioni dell’ atteggiamento, dei comportamenti, dei modi di percezione, dei bisogni, delle aspirazioni e così via. Sono molto interessanti, per esempio, alcune ricerche sviluppate in tutta Europa da alcuni studiosi francesi sulla connessione tra bisogni-aspirazioni e l’abitare. Non intendo gravare ulteriormente sul programma della mattinata. Voglio perciò riportare questo intervento alla sua natura di semplice invito alla discussione, che, dato il carattere degli interlocutori, presenti in questa sede partiti, sindacati, amministratori, tecnici, può costituire l’avvio di questo processo collettivo di riflessione e di critica che costituisce appunto il presupposto e l’essenza stessa del piano, se si vuole fare di questo l’occasione per la riconquista dello spazio urbano da parte dei reali soggetti protagonisti. — —, GIANDOMENICO A MENDOLA 117 ATTESE PER UN MODERNO DIVENIRE URBANISTICO DELLA CITTÀ DI FOGGIA La attenta e qualificata partecipazione a questo convegno, da una parte è il segno dell’ansia di partecipazione che sale dalla collettività amministrata, dall’altra mal nasconde le attese per il sorgere di un’alba nel cielo ancora troppo scuro dell’urbanistica cittadina. Obiettivo principale del Circolo di cultura moderna, che mi ha delegato a intervenire è che questo convegno non si riduca ad una fiera delle vanità o un vuot o astrattismo, ma sia la prosecuzione di un discorso pratico da tempo iniziato e fornisca agli amministratori utili indicazioni e stimoli ad operare, favorendo altresì la presa di coscienza dei cittadini, ansiosi di rendere concreto il loro tanto conclamato potere di decisione e di controllo in un settore, che li tocca tanto da vicino. Purtroppo la famiglia contadina ed artigiana va scomparendo, lasciando il posto alla famiglia nucleare, che ha fatto del verbo consumare il vero scopo della sua esistenza. Si è dato il caso fortunato, che situazioni recenti ed impreviste, la cosiddetta congiuntura sia pure con la prospettiva di grandi rinunzie e sacrifizi, abbiano riproposto in tempo alla meditazione il senso del limite al consumismo sfrenato, contribuendo a far riscoprire beni e valori che la civiltà industriale stava sconsideratamente calpestando e distruggendo. Si è aperta così la civiltà post-industriale, che impone rispetto per le risorse che la natura copiosamente fornisce, mediante un loro uso più accorto e intelligente, e un impiego delle nuove tecniche tale, da stabilire legami armonici tra il donato e lo scoperto, tra i beni permanenti e quelli strumentali, per una convivenza comunitaria più umana (se saremo ancora capaci di vivere insieme). In questa ansia di una vita nuova e migliore, con nell’aria il presentimento di radicali mutamenti, si rende necessaria una chiara presa di coscienza di ciò che va mutando, e un opportuno adattamento degli ordinamenti e dei quadri decisionali alle nuove condizioni e spinte socio- 118 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA dinamiche, tenendo presente che, la base di questa realtà urbanistica è costituita da tessuto connettivo risultante da tre fattori essenziali: 1) dimensione della componente economica; 2) processo tecnologico, con tutte le implicazioni derivanti dalle sue possibilità reali; 3) forze istituzionali e storico-sociali, che rappresentano una componente extra economica. Siamo in presenza di « linee naturali » che non è agevole cogliere e isolare. Lo sviluppo e il regresso di un grande centro urbano ha infatti una propria fisiologia che si manifesta nella demografia, nella produttività della popolazione attiva, nei consumi, nella capacità di esprimere una élite dirigenziale ed imprenditoriale, nella potenzialità attrattiva e anche nella forza espansiva delle aree concentriche che si formulano attorno ad esso. Né va dimenticato che ci troviamo in un momento particolarmente importante e delicato della vita dei comuni, non solo per la complessità dei problemi, ma anche per le contraddizioni macroscopiche che si avvertono e che impongono soluzioni diverse da un tempo all’altro, da zona a zona. Ci troviamo di fronte a una vasta raggiera di rivendicazioni, di impegni, di esigenze di assestamento che vanno affrontati con un piano organico fondato su scelte di precedenza e di gradualità e quindi impongono anche necessari rinvii. Certo, non si può agire per rappezzi, per settori o per espedienti. Occorre quello che finora è mancato: una visione di insieme e il senso delle prospettive del prossimo sviluppo e quindi del divenire urbanistico della città, e ciò malgrado realizzazioni settoriali apprezzabili. ma isolate. Va anche detto che, con il voto del 29 novembre 1973 al Senato, e stata approvata la legge che proroga di due anni il vincolo dei piani regolatori sulle zone inedificabili, che scadevano il 30 novembre, dichiarati illegittimi della Corte Costituzionale, quando era previs to a tempo Indeterminato. E’ stata fissata cioé una scadenza, speriamo definitiva, per per la riforma del nostro sistema urbanistico. Il Governo ha accettato un o.d.g. impegnandosi a presentare, entro un anno, un disegno di legge per la riforma urbanistica. Sarà vero? nell’attesa poiché Foggia ha già un piano regolatore, più che bruciare le tappe per una revisione del piano; revisione che pure si impone e che comporta studi meditati ed approfonditi in tutti i campi — è urgente sforzarsi di applicare il piano regolatore esistente e di varare i tanti piani particolareggiati possibili laddove la realtà li sollecita e li legittima, e ciò proprio per evitare ulteriori perdite di tempo. Senza alcuna pretesa di usurpare compiti specifici dagli operatori del settore, ma nell’unico intento di dare, a nome del Circolo di cultura moderna, il contributo di esperienze sofferte e di aspirazioni e valutazioni largamente condivise, e senza la illusione di rappresentare il Corano, va detto in particolare che si è tutti d’accordo sulla necessità di scongiurare in ogni modo la formazione di una megalopoli ossessiva e alienante (con crescita caotica che si riperquoterebbe fatalmente sulla vita 119 MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ di tutti gli abitanti in una specie di « giungla d’asfalto ». Ne deriva che non si può non puntare sulla razionale organizzazione dei centri della fascia circostante per alleggerire la pressione sociale all’interno della città, evitando così la elefantiaca formazione di zone urbane concentriche, che si allontanino dal centro della città senza discriminazione di funzioni, scongiurando qui la nascita di una periferia, intesa nel senso più brutta della parola e cioè come rifiuto umano. Va ribadito perciò, con energia che non esiste altra soluzione all’infuori di quella che punta sull’organizzazione urbanisticaeconomica-sociale dei centri periferici per non incorrere nel pericolo della estensione monocentrica, a macchia d’olio, tipico delle città, come Foggia, che non hanno confini naturali (fiumi, colline, ecc.). Questi centri devono uscire dal letargo (causa del decadimento ), ridare impulso all’organizzazione della vita sociale, alle infrastrutture, alle vie di comunicazione, all’attività culturale, ricreativa e sportiva. Bis ogna vitalizzarli. Se sapremo offrire, a breve scadenza, un «nuovo ambiente» ai giovani che vivono nei campi e agli immigrati della provincia, agli operai dell’industria, eviteremo che Foggia del domani si trasformi in una megalopoli congestionata e caotica. E’ compito dell’urbanista progettare il modello più adeguato a risolvere, caso per caso, il problema delle frazioni. Oggi, possiamo dirci soddisfatti di come sono impostate tutte le frazioni esis tenti, eccezion fatta per Arpi Nova, che presenta purtroppo solo case sparse lungo la rotabile. Aver previsto lo sviluppo delle frazioni, non è stato un semplice capriccio dei progettisti del piano vigente. Già il decreto del Presidente della Repubblica 2 giugno 1963 di approvazione del piano regolatore, adottato il 10 aprile 1956 conteneva le seguenti osservazioni: « Considerato, in particolare, che attualmente il Comune di Foggia ha una popolazione gravante, per quasi totalità, sul capoluogo e immediata periferia per cui si rende necessario, al fine di ottenere un effettivo decentramento funzionale, rafforzare i nuclei residenziali frazionali... Sotto tale profitto appare necessario limitare i previsti sviluppi a carattere residenziale all’interno del vecchio centro ». Pertanto, si riteneva « opportuno — è detto ancora nel decreto presidenziale — stralciare dalle previsioni una buona parte di espansione, rinviando ad apposito piano che preveda più vaste aree verdi al servizio della zona centrale »; e si aggiungeva « che, in sede di stesura dei piani particolareggiati di attuazione, si potranno ottenere le previsioni, per i nuclei delle varie frazioni esistenti nel territorio, anche delle attività agricolo-industriali oltreché residenziali e dei relativi servizi pubblici, al fine d intraprendere il necessario decentramento dell’attuale pressione della popolazione dall’esterno verso il capoluogo ». Foggia con un territorio di oltre 50.000 ha, si trova al centro della Provincia: risolvere bene il problema urbanistico del Capoluogo dauno, perciò; significa dare un solido assetto di funzionamento e di ordinamento progressivo a tutta la provincia. Altro punto da tener presente: la 120 ________________________________________________________GIORN ATE DELL’URBANISTICA DAUNA popolazione foggiana attualmente tocca il 25% dell’intera provincia con un aumento in un secolo del 25%; gli abitanti sono concentrati per oltre il 92% nel centro edificato o storico. Foggia aumenta dunque, mediamente di 2.500 unità all’anno (bisogna anche prevedere i ritorni, che certamente non si faranno attendere ) ed è divisa in 12 quartieri e 6 frazioni, dove di recente sono stati nominati i Consigli di quartiere. Dalle 6 frazioni geografiche, solo 5 vengono prese in considerazione, data la anomala situazione di Mezzanone, amministrata a mezzadria con Manfredonia. Ecco qui una schematica presentazione statistica delle cinque frazioni: Arpi Nova Segezia Incoronata Tavernola Duanera La Rocca ab. ab. ab. ab. ab. 1.000 2.500 2.500 800 1 .500 circa circa circa circa circa Ha Ha Ha Ha Ha 532 960 850 560 560 Dal tempo dell’adozione del piano regolatore, in queste località non è cambiato nulla, all’infuori di un più avvertito bisogno di crescita. Gli unici interventi praticati in questi anni sono costituiti da un Istituto professionale agrario ad Arpi Nova e da un Centro per subnormali a Segezia. Utilizzando la 865, occorre potenziare questi nuclei residenziali dotandoli innanzitutto di ogni attrezzatura necessaria per una effettiva autonomia, oltre naturalmente alle specifiche attrezzature residenziali, tra cui la creazione di mercati (i cosiddetti shopping-centers o centri di acquisto, da considerare come anelli vitali di quella vita cittadina disseminata nella campagna civilmente abitata). In che modo? Interviene l’art. 23 del Regolamento edilizio, approvato nel 1960, che recita: « I frabbricati dei centri delle frazioni geografiche. dei villaggi rurali e degli aggregati sub-urbani di completamento dell’edilizia attuale, secondo le modalità stabilite dagli speciali piani particolareggiati ». Che cosa dunque si aspetta per operare? Una raccomandazione va fatta: armonizzare i nuovi strumenti al piano dell’area industriale della Provincia si richiede un intervento urgente, in vista degli annunciati nuovi massicci insediamenti industriali e per rendere più fruibili l’una il grandioso bosco, l’altra gli scavi della vecchia Arpi. Per quanto riguarda le strade e le vie di comunicazione, il sistema sul quale puntare è quello radio-anulare, che prevede cioé il collegamento dei diversi assi radiali con strade centriche. Lo schema teorico risulta chiaro con la realizzazione di una valida circumvallazione, che, mediante adeguate modifiche, può essere migliorata soprattutto nel raccordo tra le due autostrade, senza ricorrere alla inutile tangenziale di recente approvazione che, in una città aperta come Foggia.la quale non é né Genova né Napoli, oltre a creare un « vallo ingiustificato » (mi perdoni il signor Sindaco) ha il grave torto di selezionare il traffico di penetrazione troppo vicino alla zona storica, senza contare la fortis - 121 MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ sima spesa impegnata, che potrebbe essere impegnata più proficuamente nella soluzione di tanti grossisimi problemi che ancora affliggono la città. Parlando del traffico, la cui scioltezza ed il cui ordinato svolgimento hanno grande valore economico in rapporto al tempo di percorrenza e alla spesa per raggiungere la sede di lavoro, vai bene evidenziare tra i molteplici punti, questi due: a) la grave congestione di Piazza Cavour; b) la difficoltà di penetrare nel centro attraverso vico Teatro e di uscire attraverso il cunicolo opposto. Logica vuole che si dia finalmente sfogo alla tangente meridionale destinata ad attraversare l’attuale Ippodromo e poi la Villa in sopravia e ad immettersi, attraverso il piazzale della stazione, su via S. Lazzaro e via Manfredonia. Logica avrebbe voluto pure il doloroso abbattimento del teatro Giordano e la sua ricostruzione nell’area dell’ex Maddalena, previo abbattimento di tutte le casette fatiscenti che la circondano (lo prevede il piano regolare vigente). Del resto, anche il Pronao è stato ricostruito molto più indietro del sito dove si trovava fino alla guerra, senza subire modifiche strutturali. La ricostruzione in altro sito del teatro Giordano da una parte avrebbe dato (e potrebbe dare ancora) a questo gioiello, ai posto dell’attuale piccola bomboniera, la concreta funzione di centro di cultura adeguato alle nuove dimensioni della città; dall’altro avrebbe consentito (e consentirebbe) la eliminazione di abitazioni malsane lasciando quello che della vecchia cinta del borgo antico, merita di essere conservato (ricordiamo per inciso gli alloggiamenti delle truppe di Federico con i camminamenti fino al distrutto castello di Pianara); infine avrebbe dato luogo (e darebbe luogo) ad una arteria imponente anche al servizio del Teatro e del traffico veicolare, particolarmente congestionato, che unisce via della Repubblica con corso Vittorio Emanuele. Non possiamo trascurare in questa sede il raccordo autostradale su via Manfredonia che si presenta meschino, pericoloso per il traffico e capace di annullare da solo tutti i vantaggi dell’uso dell’autostrada e della superstrada che vi gravita, per cui auspichiamo un suo adeguato sollecito allargamento. Sempre in tema di risanamento, sottolineiamo la necessità di bonifica delle zone marcite o malsane del centro abitato, cioè di tutta l’area a ridosso del’ex Banca d’Italia, di piazza XX Settembre e di corso Cairoli. Si tratta in genere di un organismo deformato nel XVIII secolo da quartieri per terremotati, inserito in un complesso cittadino, Dio sa come ingarbugliato dalla presenza, all’epoca, di tratturi e tratturelli. Come pure indilazionabile è la costruzione della Stazione Autolinee, prevista a largo Pianara, con la conseguente eliminazione della spina di case malsane in via S. Lazzaro. Per gli altri interventi sul centro abitato rimandiamo alle conclusioni emerse dal Convegno in Fiera tenuto nella primavera 1970, ad iniziativa del Circolo di cultura moderna, secondo le quali erano previsti 122 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA piani particolareggiati di servizi. Discorso a parte merita il borgo antico il quale, se è vero che presenta caratteristiche ambientali risalenti al nostro passato recente del XVIII e XIX secolo, (il borgo precedente al terremoto del 1731 fu quasi completamente distrutto), ci ricorda tuttavia non solo la nostra civiltà contadina in senso lato, ma sia pure per qualche troppa sporadica testimonianza i bagliori (per sempre spenti) dell’età federiciana. E’ questo un discorso di risanamento conservativo che non va rinviato oltre, e che può essere risolto con piano particolareggiato, beninteso inquadrato nel piano generale, per consentire il necessario coordinamento con il restante tessuto urbano. (Degno di apprezzamento, a tale proposito, l’impegno dell’Amministrazione per i professionisti locali). La circolare del Ministero dei LL. PP. del 28 ottobre 1967 n. 3210 tenta di sopperire alla carenza legislativa e considera tra l’altro, rientranti nella definizione di agglomerati di interesse storico quelle strutture urbane « in cui la maggioranza degli isolati contengono edifici costruiti in epoca anteriore al 1860, anche in assenza di monumenti o edifici di particolare interesse artistico » ( è il nostro caso ). Orbene, questi agglomerati sono tutelati come zona A dal decreto 2 aprile 1968, tendente a far applicare una tutela rigorosa dei centri antichi, limitando la edificazione ad ogni opera di risanamento conservativo che eviti di superare l’altezza di edifici circostanti di carattere storicoaritistico. Ciò dimostra che, per i centri antichi, il legislatore mira a congelare la situazione esistente, evitando di impegnarsi nella previsione di opportune iniziative di rivitalizzazione, al contrario della chiara finalizzazione dei piani regolatori, il cui scopo principale è di risolvere i problemi di ubicazione dei nuovi insediamenti e di localizzazione degli impianti pubblici, nonché di stabilire zone inedificabili, che imp ediscano la espansione a macchia d’olio. Questo significa che il legislatore ha previsto solo una tutela « passiva, cioé solo una imposizione di vincoli, e non anche una tutela « attiva », che comporta un rafforzamento delle strutture, il restauro e la messa in evidenza di quanto risulta meritevole di tutela e l’eliminazione di quanto in contrario, nonché la rivalutazione e rivitalizzazione dell’ambiente, creazione di verde e di spazi dove possibile, cioè il ragionato inserimento funzionale di esso nel tessuto urbano, per evitarne il decadimento e l’abbandono. Di qui la proposta di affidare, con urgenza, ad un gruppo di studio formato da giovani architetti e studenti in architettura (mi pare già riuniti in associazione) con il coordinamento di un esperto, il compito di giungere all’esatta individuazione del patrimonio tutelabile, per la selezione delle zone ambientali da salvare, per le soluzioni conservative, per le proposte di eliminazione di fabbricati fatiscenti o diruti, per la creazione di verde dove possibile e per la scelta di larghi parcheggi ai margini del borgo, (sull’esempio di quanto è successo di recente a Milano per il risanamento di via Pastrengo e dell’Isola). - - 123 MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ Naturalmente, questa opera di selezione e di individuazione può essere estesa a tutti gli ambienti da salvare all’esterno dei borgo, come piazza XX Settembre, monumenti, chiese ecc. Tutela attiva, che sarà compito del piano particolareggiato applicare e che dovrebbe, però, contenere le cosiddette prescrizioni d’uso, cioé l’insediamento di centri culturali, previdenziali, di beneficenza, musei, mostre di tradizione popolare, attrezzature turistiche ambientate, botteghe caratterizzate per antiquariato e artigianato tradizionale, limitazione di circolazione e sosta di veicoli all’esterno, ecc. Non dimentichiamo che nel cassetto vi è un piano Lauricella (La Malfa permettendo ), che prevede uno stanziamento di 100 miliardi per il risanamento dei centri antichi di alcune città del Sud (è auspicabile che questa volta, non siano sempre solo Bari e Napoli ad essere favorite). In ogni caso si possono prevedere mutui agevolati, contributi a fondo perduto da parte del Comune, come è avvenuto a Bologna e sta avvenendo a Siena, dove, in luogo dell’esproprio previsto in un primo momento, si è ripiegato su convenzioni di lunga durata con i proprietari, per bloccare i fitti per 25 anni, ancorati al valore dell’immobile, in cambio di contributi per restauro e risanamento. Ed eccoci a un’altra grossa questione: il verde pubblico. Il totale del verde pubblico e privato esistente in Foggia al momento dell’adozione del Piano Regolatore nel 1956 era di mq. 1,65 pari a mq. 182.440. Con il piano si contava di giungere ai 6 mq., oltre i mq. per verde sportivo; mentre con il verde privato si prevedeva di giungere a mq. 15. Il decreto 2 aprile 1968 ha ulteriormente maggiorato questi limiti. Ora, la conquista del verde, è una esigenza tra le più vive e indilazionabili. Per conquistare il verde necessario, però, non derogare dalle previsioni in nessun caso ed è necessario altresì, per le nostre città spaventosamente carenti, acuire l’attenzione su ogni possibilità, ricordandoci che prima viene l’uomo e poi il metro cubo. A questo punto viene subito alla mente il problema del Centro di incremento ippico e dell’Ippodromo. Questo complesso centralissimo, di circa 30 Ha., è stato ufficialmente previsto dal vigente piano come nucleo residenziale futuro su P. P. Pertanto, non era espressamente indicato come zona verde, anche se, nella relazione accompagnativa, si affermava che, essendo di facile acquisizione comunale, si considerava come una « preziosa area » per attività edilizia unitaria e controllata, ma soprattutto per realizzare una unione della zona verde della villa (56.000 mq.) con quella del Campo di Fiera (200.000 mq.). Oggi con le prospettive aperte dalla tangente che lo taglierà all’altezza di 1/4 e 3 4 è possibile prospettare questa soluzione: i primi 70000 mq. circa, dove attualmente sono gli edifici potrebbero benissimo ospitare la futura Città Universitaria con la integrale utilizzazione degli impianti ( edifici, laboratori, viali, ecc., arricchiti da adeguata dotazione 124 ________________________________________________________GIORNATE DELL’URBANISTICA DAUNA di verde, anche per esperimenti e ricerche, nei pressi del Centro e della Stazione in una zona tranquilla e già ricca di verde); gli altri 20 Ha. circa e cioè 200.000 mq. (superiori da soli a tutto il verde esistente al 1956) potrebbe costituire una massiccia dotazione a tempo libero), capace altresì di rendere vitale un unico, centrale (e perciò raro) polmone di verde, dalla Fiera alla Villa Comunale In questa maniera anche il verde della Fiera potrà essere più concretamente fruito e aggregato a quello urbano. Uguale trattamento potrebbero subire i 13 tratturi e tratturelli reintegrati (nella loro varia larghezza di 60-30 e 15 « passi »), ancora intatti fuori dal centro abitato e fino ai confini del territorio, con un raggio minimo di 10 Km.. In essi potrebbe sorgere un impianto di verde arborato, unico per le nostre zone a garantire un habitat migliore, una ridente variazione al paesaggio ed un miglioramento del clima e costituisce quindi una meta di tempo libero per tutti. E a proposito di tempo libero, non può essere lasciato sotto silenzio il bosco dell’Incoronata, rarissimo se non unico esempio di bosco in pianura di tutto il meridione, per il quale l’Amministrazione Comunale ebbe a bandire, tempo fa, un concorso per progetto di sistemazione ed area per il nuovo Centro di incremento ippico, Ippodromo e impianti sportivi e culturali, beninteso salvo il bosco vero e proprio. Si tratta dl una notevolissima estensione (circa 400 ettari ) a pochi chilometri da Foggia, raggiungibile anche in bicicletta, che darebbe vero sfogo al tempo libero e che, opportunamente attrezzata e conservata, costituirebbe una gemma fruita dall’uomo a livello ottimale, di estrema dignità e pregio, avremmo così la presenza vera della natura nella vita della città e l’albero tornerebbe ad essere il vero compagno millenario dell’uomo, come auspicava Le Courbisier. Anche qui, come per l’area dell’Ippodromo, si tratta di approntare piani particolareggiati. Non possiamo esaurire questa carrellata sulle attese più condivise ed urgenti, senza evidenziare la necessità di operare con impegno contro gli inquinamenti di ogni genere, per cui urgenti si appalesano i rimedi indispensabili forniti dalla tecnica, per garantire una vita dignitosa a tutti e per far sì che veramente il tempo libero sia tempo di crescita sociale e spirituale e propiziatore di salute, specie per gli oltre 50.000 ragazzi, che si affacciano, con forza dirompente, alla vita sempre più difficile del futuro di Foggia. Va da sé che, di fronte agli immensi compiti che attendono gli amministratori e i politici, è anche necessario attrezzare gli uffici, dare all’ufficio tecnico del comune la importanza primaria che gli spetta, aumentando gli organici con personale qualificato ed aumentandone la retribuzione per i compiti delicati e di estremo impegno, e ciò per consentire in concreto una efficace gestione urbanistica da parte dell’Amministrazione, sia pure con l’ausilio degli auspicati gruppi di studio di specialisti e tecnici nei vari campi. 125 MANIFESTAZIONI PROVINCI ALI________________________________________________________________ Il Tavoliere si è andato trasformando dalla immensa steppa cui la natura vindice lo aveva ridotto per l’indiscriminante scempio perpretato per secoli ai danni dei boschi che lo scoprivano di cui è unico miracolo retaggio il bosco dell’Incoronata. Già oggi smentisce in pieno la nota pennellata macchiaiola, che liricizza il paesaggio allucinante di un calesse fermo sul selciato, un sole dardeggiante su un branco di pecore e la cisterna emblematicamente asciutta. Il Tavoliere è uscito finalmente dalle litografie impressionistiche, imponendosi proprio per il suo immenso spazio animato, per il dominio vertiginoso della luce e soprattuttto per la presenza dinamica dell’uomo, portato a rinnovarsi, a foggiare, a sperimentare, a tecnicizzare. E, Foggia, città dai commoventi orgogli, la « magna catapana » che, come dalla umile e insignificante vita di città di provincia, divenne il centro dell’Impero Svevo acquistando, con la sede imperiale, fama in Occidente e in Oriente (fu solo un lampo: 30 anni appena in un mare di tempo! ), sembra destata dall’oblio di favola che per secoli l’ha riscoperta e che l’ha vista soggetta a dominazioni straniere o costretta al ruolo di pompa aspirante per potenti di ogni tempo. Orgogliosa della sua immensa piana e della sua agricoltura sempre più moderna, del suo turismo garganico e isolano a livello internazionale, delle sue valide prospettive industriali, della sua posizione cruciale di nodo stradale e ferroviario fondamentale, della sua funzione di città di frontiera del sempre profondo Sud, Foggia attende l’impegno e la passione di tutti i suoi figli, il riscatto urbanistico, che è vero riscatto politico e sociale ad un tempo. LUIGI M ASULLO 126 La Villa Ellenistica di S. Vito (Sa1apia)∗ A nessuno sfugge l’importanza che, nello studio dell’antica architettura domestica nell’Italia meridionale, riveste la villa di contrada S. Vito presso Salapia: oltre ad essere, se non più l’unico1 , almeno uno dei pochi esempi di tale architettura nell’antica regione della Daunia, essa presenta assai precocemente, rispetto a consimili esperienze note ad esempio in Campania, l’unione di elementi propri dell’architettura italica, come l’atrio, con elementi derivati dall’architettura ellenistica, quale il peristilio o addirittura il doppio peristilio, nonché l’adozione di soluzioni urbanistiche peculiari dettate dalle condizioni ambientali. Con il presente lavoro si è tentato di individuare la tipologia d ella villa, la sua funzione e quindi la sua collocazione nel contesto storico e ambientale, mediante l’esame topografico dell’intero complesso e l’analisi dei materiali in esso rinvenuti. Restano certo aperte talune questioni, la cui risoluzione abbisogna di una ulteriore riflessione; ma gravi condizionamenti pesano su uno studio che non dispone di dati di scavo precisi. Non si può infatti non deplorare il metodo con cui a suo tempo lo scavo venne condotto, poiché mancando di un qualsiasi dato stratigrafico non può fornire che elementi incerti per l’individuazione di eventuali fasi nella vita della villa e per una sua datazione in senso assoluto. E non mi soffermo sulla inspiegabile dispersione del materiale rinvenuto durante lo scavo, di cui si farà cenno più innanzi. Ma grande è ancora l’area della villa da esplorare e probabilmente uno scavo accurato chiarirebbe taluni punti ancora oscuri della sua planimetria e potrebbe portare a più profondi risultati. Grave è, infine, lo stato di abbandono e di « rovina » in cui versa l’intero complesso, riproponendo ancora una volta e in maniera drammatica il noto problema della conservazione del nostro patrimonio artistico. ∗ Ringrazio qui ancora l’amico Ettore De Juliis, ispettore della Soprintendenza alle Antichità della Puglia, che mi è stato prodigo di consigli e di aiuto. 1 Resti di una villa infatti sembra stiano venendo alla luce anche ad Ordona negli scavi della missione belga colà operante. 127 MARIA LUISA GIAMPIETRO____________________________________________________________________ I resti della villa si trovano circa 2 Km. a S-E del monte di Salpi, sede della romana Salapia, tra le località di Zapponeta e Trinitapoli2 . Sin dal secolo scorso queste rovine hanno attirato la curiosità e l’interesse degli studiosi3 ; ma solo nel 1953 si iniziarono a cura della Soprintendenza alle antichità della Puglia gli scavi con varie vicissitudini. Il materiale rivenuto è attualmente irreperibile, tranne alcuni frammenti di intonaco dipinto e pochi altri della decorazione architettonica conservati nel museo di Taranto4 . La unica fonte per conoscere il materiale rivenuto durante lo scavo resta un articolo della Marin 5 ; di questo ci serviremo là dove non ci è stato possibile conoscere direttamente il materiale. La zona dove sono situati i resti è delimitata a N-E da un canale e a S-O da un argine; ma tracce di antiche costruzioni proseguono al di là dell’argine e affiorano nel canale che su quel lato ha distrutto i resti antichi. Anzi proprio al di là dell’argine sono ancora visibili due vasche completamente intonacate della profondità di m. 1,50 e di differenti dimensioni (una di m. 4x2 con giardino, l’altra di m. 2x2); accanto è un pavimento di forma rettangolare formato da un impasto di pozzolana, pietre e frammenti laterizi dal quale partono due canaletti che terminano nelle due vasche. Al centro del pavimento erano riconoscibili al momento dello scavo6 tre fori circolari che potrebbero far pensare ad un torchio. Si è volutamente fatto cenno a questi ambienti perché forse in relazione con la villa e perciò forse utili per chiarire la sua funzione e la sua tipologia. Passiamo ora all’esame dei resti che formano il complesso 128 2 cfr. Carta d’Italia, foglio n. 165, III, Trinitapoli, I.G.M. cfr. C. AFAN DE RIVERA, in Atti della Reale Società di Capitanata 1838; A. ANGELUCCI, Una visita ai laghi di Salpi e di Lesina nella Capitanata, Genova 1872; A. RIONTINO, Canne, Trani, 1942 (cfr. pagg. 183-266). 4 I pezzi risultano nel catalogo inventariati dal N. 100643 al N. 100661. Un frammento però non risulta catalogato (qui è riprodotto alla tav. VI). 5 M. D. MARIN, Scavi archeologici nella contrada S. Vito presso il lago di Salpi, in Archivio storico Pugliese, XVII, 1964, pagg. 167-224; vi si fa anche cenno alla « dispersione » del materiale (cfr. la nota 4 a pag. 170). Un breve cenno diede N. DEGRASSI, in F.A., XI, 1956, n. 2823. Si veda anche E. A. A., Supplemento 1970, pag. 911 s.v. Villa (a cura di D. Scagliarini). 6 M. D. MARIN, op. cit., pag. 172, cfr. anche figg. 2-3. 3 128 ______________________________________________________________LA VILLA ELLENISTICA DI S. VITO più omogeneo e meglio conservato occupante all’incirca uno spazio rettangolare di m. 46 x 90 con orientamento NO-SE. Dagli elementi che ancora oggi restano in situ possiamo tentare di stabilire la sua planimetria (vedi pianta alla tav. I). Il nucleo principale è quello gravitante intorno all’atrio. Questo presenta al centro un impluvium di marmo (m. 2,30 x 3,35) con orlo finemente sagomato (tav. II figg. 1-2). Degli ambienti che si aprivano sul’atrio oggi ne sono individuabili con una qualche esattezza cinque: quattro — A,B,C,D, della pianta — si affacciano due per lato, a destra e a sinistra, sull’atrio, il quinto — E, nella pianta, — occupa la parete di fondo in asse con l’ingresso che doveva probabilmente essere a N-E sul lato dove è ora il canale ( ma non è stata rilevata nessuna traccia in tal senso). I muri tuttora visibili si conservano per un’altezza di m. 0,90. Il loro nucleo interno è costituito da schegge di calcare locale (crusta) e di selce con molta malta, materiale da costruzione che si trova in abbondanza nella zona. Questo nucleo è rivestito da vari strati di intonaco che variano da vano a vano e nel numero e nella qualità. Converrà perciò esaminare singolarmente ogni ambiente e annotare le diversità. Ma in generale si notano tre tipi di intonaco: tipo a, di colore chiaro formato da malta e minuscoli frammenti di ghiaia; tipo b, di colore più scuro composto di sabbia e ghiaia; tipo c, di colore bianco, molto fine, in polvere di marmo preparato per ricevere la decorazione pittorica. Il vano A si compone di due piccoli ambienti ricavati, forse in età successiva, mediante un muro di tramezzo, di cui attualmente restano evidenti tracce sulle pareti e sul terreno; ma esso al momento dello scavo si conservava per un’altezza all’incirca pari a quella della parete sinistra del vano A7 . Il più esterno degli ambienti presenta intonaci di tipo a e c. La decorazione parietale è costituita da uno zoccolo di base in colore rosso lievemente sporgente (2-3 mm.) e alquanto interrato (alt, parte visibile m. 0,43). Al di sopra è una zona ad ortostati in colore bianco, ottenuti mediante leggeri solchi incisi verticalmente (lung. ortostato m. 0,54) 7 Come si può notare dalla fotografia riprodotta alla fig. 69 in F.A. cit. 131 MARIA LUISA GIAMPIETRO____________________________________________________________________ (Tav. III, fig. 1). L’ambiente più interno ha intonaci di tipo a e c, ma non mancano tompagni in intonaco più scuro di tipo b. Inoltre si notano chiaramente due fasi decorative: una prima volta lo zoccolo fu dipinto in colore violetto scuro, una seconda in nero. Lo stipite destro dell’ingresso del vano B presenta tracce di un incendio antico: la « crusta » risulta cotta. All’interno del vano la parete di ingresso mostra una sovrapposizione di strati (almeno tre) di intonaco di tipo a e uno strato di tipo e su cui si stende la decorazione. Questa si conserva solo nello zoccolo di colore nero cui si sovrappone un secondo strato di intonaco fine con la medesima decorazione in nero, segno di un successivo restauro. Le altre pareti nelle parti superstiti presentano vari strati di intonaco secondo la successione dei tipi a-c-b, sul quale ultimo strato — piuttosto grezzo — ritorna la medesima decorazione in nero. Del vano C non restano sul terreno che scarse tracce del perimetro e pochi resti di muri. La parete a destra di chi entra ha uno strato di intonaco di tipo a (dello spessore di m. 0,025) con solchi irregolari a spina di pesce, un espediente tecnico assai usato per fare aderire più facilmente lo strato di intonaco successivo. Lo strato superiore è del tipo b ed ha uno spessore di m. 0,01. Non ci sono tracce di decorazione pittorica sia in questo che nel vano D; l’angolo meridionale di questo presenta solo intonaco di tipo a sul quale è uno straterello sottile (m. 0,005) di intonaco a parete molto levigato — tipo e — in polvere di marmo. Nel vano di fondo (E) è da riconoscere con buona probabilità il « tablinum » della domus; di questo restano solo i muri della parete di fondo e di quella sinistra; si doveva aprire con largo ingresso sull’atrio, come attesta lo stipite sinistro. Qui la decorazione si conserva nello zoccolo in nero e nella successiva fila di ortostati limitati da linee incise in senso verticale e separati da una linea incisa dalla zona inferiore. Gli ortostati, di colore rosa, sono decorati da fasce diagonali in colore rosso scuro, che formano un motivo a spina 132 MARIA LUISA GIAMPIETRO____________________________________________________________________ di pesce8 . Anche qui si notano negli intonaci tracce di restauri: nello stipite sinistro appaiono evidenti tracce di una prima costruzione con zoccolo intonacato in nero, successivamente lo stipite ebbe un ampliamento per il quale furono utilizzati materiali di riporto (mattoni e malta) e nella parte superstite è interamente ricoperto di intonaco rosa, senza zoccolo. Nell’atrio nella parte esterna del vano A si conserva per un’altezza di m. 0,26 lo zoccolo in color nero: al di sopra intonaco di colore rosa. Anche qui sono restauri con intonaco più grezzo di tipo B. Nell’angolo esterno del vano è forse uno stipite intonacato in rosa (simile a quello del tablinum) privo di zoccolo. Passiamo ora all’esame del gruppo di ambienti gravitanti intorno al peristilio che si articola più a nord: questo, di forma quadrata, doveva essere probabilmente in comunicazione con l’atrio mediante un passaggio a S-E. Su questo lato e su quello N-E il peristilio presenta colonne a fusto liscio, senza base, fatte, di laterizi e malta e rivestite di stucco dipinto. Oggi non restano che poche tracce sul terreno, ma al momento dello scavo esse erano ben visibili (alcune per una altezza di circa m. 1)9 . Lungo il lato S-E, perfettamente parallelo alla fila di colonne, corre il canale in opus signinum per la raccolta dell’acqua piovana proveniente dal tetto del portico. Sul terzo lato, quello di N-O, si può vedere tuttora una delle sei basi rettangolari fatte di laterizi e malta rinvenute all’epoca dello scavo10 , basi che probabilmente dovevano reggere dei pilastri. Sul quarto lato, quello di S-O si trovano resti di un muro, ma la zona non è stata ben esplorata e non si può quindi affermare l’esistenza o meno di un colonnato anche su quel lato. Dal muro parte un canaletto in senso SO-NE che percorre per un tratto il cortile del peristilio: in questo si trovano anche resti di muri di cui non si comprende bene la funzione: all’altezza della seconda colonna 8 Lo stesso motivo si riscontra nel dromos e nella camera centrale di una tomba a Rudiae. cfr. F. TINE BERTOCCHI, La pittura funeraria apula, Monumenti antichi della Magna Grecia, Napoli 1964, pag. 130 e segg., figg. 95.96. 9 cfr. foto riprodotta in M. D. MARIN, Topografia storica della Daunia antica, in Daunia antica, Amministrazione provinc. di Capitanata 1970, fig. 8. 10 cfr. M. D. MARIN, in Arch. st. pugl., pag. 183. 134 TAV. IV Frammento di decorazione architettonica in stucco 135 TAV. V Fig. 1 – Frammento di metopa con bucranio. Fig. 2 – Frammento del fregio fittile del compluvium (calco in gesso). ______________________________________________________________LA VILLA ELLENISTICA DI S. VITO del lato S-E è un muro di m. 3,40 fiancheggiato da due basi quadrangolari di tufo; parallelo a questo, un altro muro di spessore inferiore. Al peristilio dovevano essere collegati gli ambienti intorno alla cisterna situata a S-O: un muretto continuo alto in. 0,18 delimita un ambiente quadrangolare al centro del quale è una cisterna (tav. III, fig. 2), dal bordo rialzato di qualche cm. sul pavimento; l’interno della cisterna e il bordo sono rivestiti di « opus signinum ». A poca distanza da questo ambiente e ad esso parallelo corre in direzione NE-SO un lungo muro a cui si appoggiano resti di altri muri trasversali; più a S-O un’area quadrata ricoperta da un pavimento fatto di malta entro cui sono disposti irregolarmente laterizi, tegole e frammenti di ceramica con tracce di incendio. Resti di altri pavimenti, per lo più sconvolti, sono vis ibili nella zona. Sul lato NO del peristilio è un altro gruppo di ambienti ,precisamente cinque, comunicanti tra loro. La tecnica di costruzione è la medesima osservata per i muri degli ambienti dell’atrio; anche qui variano gli strati di intonaco sovrapposti; le tracce della pittura parietale visibili al mo mento dello scavo11 sono ormai perdute. In uno degli ambienti ( ) si conservano ancora frammenti di un pavimento a mo saico formato di minute tessere bianche di calcare legate con malta, pavimento che andò in gran parte distrutto all’atto del rinvenimento12 . Dell’altro pavimento in opus signinum dell’ambiente α13 nessuna traccia rimane oggi. Restano da esaminare pochi resti che si trovano dalla altra parte dell’atrio, in perfetta corrispondenza con il peristilio: vi si notano tracce di una fila di colonne in direzione N-E - S-O: attualmente le colonne individuabili sono sei, ma la Marin ne ricorda sedici14 , di cui tre situate oltre l’argine. Dietro le colonne corre parallelo un lungo muro, che incontra ortogonalmente un altro muro che corre in direzione N-O - S-E. E’ forse da riconoscere in questa area un grande peristilio. Pochi sono purtroppo gli elementi decorativi della villa 11 12 13 14 M. D. MARIN, in Arch. St. Pugl., pag. 180. Ivi, pag. 182. Ivi, pag. 182. Ivi, pag. 216. 137 MARIA LUISA GIAMPIETRO____________________________________________________________________ che abbiamo direttamente esaminato, data la dispersione e la « sparizione » del materiale a cui si accennava precedentemente15 . Li classificheremo comunque in tre gruppi: a) decorazioni architettoniche con motivi ornamentali plastici in stucco; b) elementi decorativi figurati in terra cotta; c) decorazione pittorica. Bisogna innanzitutto precisare che la maggior parte dei frammenti decorativi rinvenuti provengono dalla zona dell’ atrio. Tratteremo dapprima per ogni gruppo i frammenti direttamente osservati, poi quelli andati perduti e noti solo attraverso la descrizione o le fotografie negli articoli della Marin. A) I frammenti architettonici di stucco sono elementi di trabeazione: 1) frammento di cornice con gole e dentelli (Taranto, Museo nazionale in n. 100643) (tav. IV). 2) Frammento con triglifi a metopa liscia, al di sopra cornice con mutuli (Taranto, Museo nazionale in n. 100644). 3) Frammento di lacunare del soffitto (Taranto, Museo nazionale inv. n. 100645). Dei motivi figurati in stucco che decoravano i fregi o metope ci sono conservati: 1) frammento con motivo decorativo a pelta (Taranto, Museo nazionale inv. n. 100647). 2) Frammento con bucranio molto stilizzato con bende pendenti dalle corna, del quale manca la parte superiore, esistente all’atto del rinvenimento16 e appartenente ad una metopa, trovato nell’atrio (Taranto, Museo nazionale, in n. 100646) (tav. V) 17 . 15 16 cfr. pagg. 1 e 2. Come mostra la foto riprodotta in M. D. MARIN, Topografia Daunia antica, fig. 9. 17 Il motivo decorativo del bucranio è molto comune sin da t empi antichissimi; nell’epoca ellenistica lo troviamo su metope o fregi di templi, portici, case, su altari, sia accompagnato a ghirlande, sia isolato o alternato a patere e rosette; cfr. A. E. NAPP, Bucranium und Ghirlande, Beitrag zàr Entwichlungsgeschichte der hellenistischen und ròmischen Dekorationskunst, Wertheim 1933. Si confronti anche una metopa del museo di Taranto, inv. n. 74, in L. BERNABÒ BREA, I rilievi tarantini in pietra tenera, in R.I.A.S.A., n. 5, anno I, pagg. 5.241, fig. 61. 138 ______________________________________________________________LA VILLA ELLENISTICA DI S. VITO A questi frammenti se ne possono avvicinare altri rinvenuti durante lo scavo, oggi non più rintracciabili: a) metopa recante uno scudo rotondo forse con testa di Medusa al centro (Marin, Arch. st. pugl., fig. 16 non molto chiara). b) Resti di cornici di vari tipi, tra cui una con ovuli dipinti in rosso (Marin, Arch. st. pugl., pag. 196) e alcune con il motivo del meandro multiplo (Marin Arch. st. pugl., pag. 196, figg. 19-20). Altri frammenti di cornici furono rinvenuti nelle stanze prospicienti l’atrio. Vanno infine ricordati i capitelli, tutti in pietra locale rinvenuti in punti diversi, ma anche essi « scomparsi »: c) capitello eolico frammentario con decorazione a dentelli nella cornice superiore (Marin, Arch. st. pugl., fig. 35, Top. Daunia ant., fig. 18). Rinvenuto sul lato N-E dell’impluvium, insieme con due angoli di capitello con decorazione di ovuli e dentelli (Marin, Arch. st. pugl., fig. 38)18 . d) Capitello dorico rinvenuto presso la cisterna (Marin, Arch. st. pugl., pag. 178). e) Resti di capitelli dorici, simili al precedente, rinvenuti nell’area del peris tilio (Marin, Arch. st. pugl., pag. 187). f) Capitello dorico, simile ai precedenti, rinvenuto presso la fila di colonne del « grande peristilio » (Marin, Arch. st. pugl., pag. 217). B) Ci resta un solo frammento di decorazione fittile; è un rilievo raffigurante due figure, di cui una, seduta e leggermente volta verso destra, mutua nelle braccia e nella gamba sinistra, dal volto completamente distrutto, è coperta da un mantello che ricadendo sul davanti forma una serie di pieghe dalla caratteristica forma a triangolo con la punta volta all’in giù. Accanto è una figura stante, volta verso destra, con la mano 18 Il tipo del capitello eolico non è molto diffuso nella Italia meridionale; il nostro esemplare molto povero e stilizzato può essere avvicinato ai capitelli in pietra tenera di Taranto, dove però tra le due volute compaiono elementi vegetali e figurati; cfr. E. VON MERCKLIN, Antike Figuralkapitelle, Berlin 1962, in particolare i nn. 126, 128, 129, 132, 148, 150. Un capitello molto simile al nostro appare come coronamento di un pilastro su un rilievo frammentario nel museo di Taranto in n. 166, in L. BERNABÒ BREA, Op. cit., fig. 90. 139 MARIA LUISA GIAMPIETRO____________________________________________________________________ destra sulla spalla della figura seduta; la testa è quasi completamente distrutta. Indossa un chitone con alta cintura e mantello. Il frammento conserva deboli tracce di pittura in rosso e in verde scuro, esso è stato rinvenuto nella vasca e probabilmente faceva parte del fregio, che ornava il comp luvium; è delimitato nella parte superiore da una cornice, in quella inferiore da un listello di base (alt. m. 0,23; Taranto, Museo Nazionale; manca il numero di inventano, tav. VI). Altri frammenti fittili recuperati nella vasca, e oggi perduti, dovevano appartenere a questo fregio, come provano il piano di fondo su cui si articolano i rilievi, delimitati sempre dalla medesima cornice in alto e dal listello in basso, e l’altezza (m. 0,23): a) frammento ricostruito di vari pezzi raffigurante, a sinistra, una figura femminile corrente verso sinistra, avvolta in un lungo « himation » con braccio destro piegato al gomito e alzato, di cui manca la mano, e recante nella mano sinistra una teda rovesciata; a destra figura femminile stante ravvolta in un lungo « himation » con il già notato motivo a triangolo formato sul davanti dalle pieghe, che reca in mano una pergamena. Al centro è un largo foro circolare, in cui doveva essere collocata una delle maschere teatrali rinvenute pure esse nella vasca, come si preciserà più avanti (Manin, Arch. st. pugl., pagg. 204205, fig. 28; Top. Daunia ant., fig. 11). b) Frammento con figura maschile barbata, leggermente volta verso destra, con mantello, che non giunge sino ai piedi e presenta sul davanti il tipico motivo a triangolo delle pieghe; il braccio sinistro, teso in avanti, sembra recare un oggetto; è privo del braccio destro (Manin, Arch. st. pugl., pagg. 203-205; fig. 27 prima a destra). c) Frammento con parte superiore di una figura femminile rivolta verso sinistra, con braccio sinistro proteso in avanti (Marin, Arch. st. pugl., pag. 204, fig. 27, frammento in alto). d) Frammento mancante della cornice superiore, che raffigura una figura femminile ravvolta in un lungo « himation » corrente verso sinistra (come nel frammento a), mal conservata (Marin, Arch. st. pugl., pag. 204, fig. 27 a sinistra). e) Frammento con figura maschile che porta in braccio 140 ______________________________________________________________LA VILLA ELLENISTICA DI S. VITO un fanciullo esanime (Marin, Arch. st. pugl., pag. 206, fig. 29). f) Frammento con a sinistra figura di giovinetto completamente nudo con le braccia levate verso l’alto e a destra maschera teatrale femminile (Marin, Arch. st. pugl., pag. 203, fig. 26; e Top. Daunia ant., fig. 12). Di questo frammento esiste un calco in gesso fatto subito dopo il rinvenimento (tav. V, fig. 1). Si possono ancora aggiungere altri frammenti più piccoli non chiaramente identificabili. Oltre la maschera femminile sopra citata, furono rinvenute nell’impluvium due maschere staccate dal piano di fondo, seo di Foggia 19 e reca ancora tracce di colore rosso, l’altra maschile (Marin, Arch. st. pugl., fig. 24), una femminile ancora aderente al fondo del rilievo e altre quattro maschili frammentarie (Marin, Arch. st. pugl., pagg. 201-202). Tutte hanno i tratti fortemente mancati, con la bocca spalancata, di enormi dimensioni, gli occhi e la bocca forati, l’espressione tragica; i capelli e le barbe sono realizzati mediante incisioni fatte con la stecca nell’argilla ancora fresca. E’ quanto mai arduo tentare di identificare il soggetto raffigurato sul rilievo del compluvium, in base ai pochi elementi a disposizione; potrebbe forse trattarsi di scene relative ai misteri dionisiaci, come sembrano suggerire la concitazione delle figure e certi loro atteggiamenti; il centro della composizione potrebbe essere costituito dal gruppo delle due figure, una seduta e una in piedi20 . Il fregio va esaminato anche in relazione con le maschere che — documentate in numero di Otto — interrompono la scena del fregio; la rappresentazione di attori e di maschere deriva forse da preoccupazioni religiose o magiche; esse sono legate, secondo il Laumonier21 al culto di Dioniso. Le maschere sono un motivo decorativo molto comune nell’ arte ellenistica e greco-romana; si ritrovano sui sarcofaghi, 19 Manca il numero d’inventario: alt. cm. 13. La MARIN (Arch. st. pugl., pag. 209) l’avvicina a un frammento di fregio tarantino conservato nella Gliptoteca di Monaco raffigurante Hades e Persefone. Ma data la loro destinazione — decorazione dell’atrio di una casa — mi sembra difficile riconoscervi una discesa agli Inferi. Infine la mancanza di attributi rende ardua l’identificazione di divinità che sono raffigurate con lo stesso schema iconografico (Hades-Dionysos seduto e panneggiato). 21 A. LAUMONIER, Les figures de terre cuite, EAD, XXIII, Paris l956, pag. 254. 20 141 MARIA LUISA GIAMPIETRO____________________________________________________________________ negli affreschi, nella ceramica, nel mosaico; volendo restare nel campo della coroplastica, basti ricordare che esse sono assai usate per decorare pareti di case, scene di teatri22 . Stilisticamente il nostro rilievo si rivela opera di artigiani locali e mostra una lavorazione molto sommaria e scadente; le figure, sia quelle stanti che quelle sedute, hanno tutte la medesima altezza (isocefalia); si staccano su un fondo neutro in composizione paratattica; i panneggi sono trattati in maniera molto rigida e schematica. Possono essere avvicinati sia per lo stile che per il soggetto ai frammenti di fregi dionisiaci tarantini con menadi correnti, che mostrano monotonia di schemi e di tipi, rigido trattamento del panneggio, proporzioni allungate della figura, e che rivelano una fase di decadenza iniziatasi nell’arte tarantina verso la metà del terzo secolo a. C.23 . Per quanto riguarda l’identificazione, quella cautamente avanzata di riconoscervi una scena relativa ai misteri dionisiaci resta nel campo delle pure ipotesi. C) Della decorazione pittorica che ornava le pareti della villa furono rinvenuti moltissimi frammenti; di questi la maggior parte fu buttata, senza neanche tentare una ricostruzione; la decorazione doveva essere molto ricca: ancora oggi si possono notare sul luogo piccoli frammenti sparsi di intonaco colorato; i colori variano dal rosso pompeiano al giallo antico, al rosa ,al nero, al bianco; altri imitano i marmi variegati24 . I pezzi più importanti che si conservano nel museo di Taranto sono: 1) frammento (inv. 100657) con venature in verde, bianco, rosso; 22 Sulle maschere, oltre A. LAUMONIER, op. cit., pag. 254 e segg., tavv. 93-94, si vedano i cataloghi delle terrecotte dei vari musei: V. H. POULSEN, Catalogues des terres cuites grecues et rornaines, Ny Canlsberg Glyptotek 1949, nn. 49, 50, 85, 86, 87. E. BRECCIA, Terre cotte greche e greco-egizie del museo di Alessandria, X, 1, Bergamo 1930, tavv. XXXVI, XXXVII, XXXVIII, G. MENDEL, Catalogue des figurines de terre cuite, Musée impenial ottoman, Constantinople 1908, in particolare tav. VI, 6. 23 L. BERNABÒ BREA, op. cit., figg. 163-164-165-166-167-169 e soprattutto 178. 24 Alcuni frammenti sono stati da noi raccolti di recente e portati nel museo di Foggia. 142 TAV. VI Frammento del fregio fittile del compluvium. MARIA LUISA GIAMPIETRO____________________________________________________________________ 2) frammento (inv. n. 100655) con chiazze rosa, verdi, bianche; 3) frammento (inv. n. 100651) a fondo giallo con chiazze in rosso, azzurro, viola delimitate da una leggera striscia bruna (tav. VII, fig. 1); 4) frammento (inv. n. 100635) con fondo rosso; vi è disegnata una mela resa mediante due linee di cui l’interna in bianco, l’esterna in viola (tav. VII, fig. 2)25 . Questi frammenti dovevano appartenere ai riquadri che decoravano la zona della parete probabilmente al di sopra degli ortostati e di un fregio intermedio, secondo lo schema della decorazione parietale a zone26 di cui restano vari esempi nel mondo ellenistico grecoorientale. Qui troviamo le varie zone separate da linee incise che scompartivano la parete non solo orizzontalmente ma anche verticalmente, ma accanto troviamo anche riquadri a rilievo. Ci troviamo dunque di fronte al secondo tipo di decorazione a zone, secondo la classificazione dello Chamonard 27 , e precisamente al sottotipo b), cioè decorazione a incisioni e a rilievo, comune nelle abitazioni del II e I sec. a. C. Dunque le pareti della villa risultano così decorate: 1) zoccolo di vario colore a seconda degli ambienti, come si è già visto; 2) ortostati; 3) forse un fregio intermedio ad es. con il motivo a meandro qui documentato (cfr. pag. 8) come si trova nella casa di Dionysos a Delo, 4) pannelli aggettanti di vari tipi, separati da linee incise o da incorniciature di colore 28 . La parete doveva terminare probabilmente con una cornice aggettante con dentelli (tav. IV) o con un fregio dorico in stucco (cfr. pag. 7). 25 Il motivo ricorda quello che si incontra nella casa c, insula I, a Delo nel quartiere del teatro; cfr. M. BULARD, Descriptions des revètements peints a suject religeux, EAD IX, Paris 1926, pag. 146, Tav. XXIII. 26 La denominazione si deve a H. THIERSH, Zwei antike Grabenlage bei AIexandria, Berlin, 1904, che per primo individuò, a proposito della tomba di Sidi Gaber, l’esistenza di un sistema decorativo anteriore al cosiddetto I stile pompeiano. 27 J. CHAMONARD, Le Ouartier da théathe, EAD, VIII, Paris 1924, pag. 358 sgg. 28 Su alcuni frammenti si vede chiaramente come, prima di applicare i pannelli, il decoratore tracciava sull’intonaco sottostante il ductus con il colore rosso. 144 MARIA LUISA GIAMPIETRO____________________________________________________________________ Questo tipo di decorazione parietale imita la disposizione architettonica della superficie del muro; molti esempi di essa si trovano oltre che nelle case di Delo 29 anche nelle tombe di Alessandria oscillanti fra III e inizi II sec. a. C.30 , in particolare nella Necropoli di Moustafa Pacha31 , e in tombe ellenistiche della Russia meridionale 32 , e venendo in una zona più vicina a noi in tombe apule 33 del III sec. a. C. La nostra villa precisamente mostra una decorazione a zone già nella fase più evoluta, quando è già presente nella parte superiore del muro l’imitazione della struttura isodoma mediante linee incise, rilievo e policromia; siamo ormai prossimi al I stile pompeiano (i cui primi esempi si datano in ambiente campano tra la seconda metà del 11 sec. e gli inizi del I). Ma la decorazione delle pareti della Villa di Salapia è ancora interamente mutuata dai sistemi strutturali ellenistici, come in particolare è dall’ambiente alessandrino che deriva il motivo dell’imitazione dei marmi vaniegati. *** Un rapido cenno, infine, alla ceramica rinvenuta nella villa, anch’essa purtroppo dispersa. La Marin fa più volte menzione34 a frammenti di ceramiche raccolti sia superficialmente che in piccoli saggi in profondità: la ceramica presente e più diffusa è quella a vernice nera, né mancano frammenti di ceramica a vernice nera suddipinta; si rinvenne anche un frammento di coppa megarese35 lucerne ellenistiche36 , ceramica comune. Ma presso la cisterna, in un saggio, venne alla luce una ceramica con ingubbiatura rossa definita « del tipo 29 cfr. i vari fascicoli di Exploration archéologique de Délos faite par l’ecole Francaise d’Athénes. 30 E.A.A., s.v. Alessandrina arte. 31 A. ADRIANI, La necropoli di Moustafa Pacha, in Annuaire du Mus. gr.-rom. d’Alex., 1933.35, pag. 113 e segg. 32 M. ROSTOVTZEFF, Ancient decorative wall-painting, in J.H.S., 39, 1919, pag. 144 e segg. 33 F. TINE’ BERTOCCHI, op. cit., tombe n. 13 di Gnathia e n. 72 di Rudiae. 34 In Arch. st. pugl. cit., pagg. 172, 174, 177, 178, 218. 35 Ivi, pagg. 174-175. 36 Ivi, pagg. 177-180. 146 ______________________________________________________________LA VILLA ELLENISTICA DI S. VITO della ceramica sigillata a pareti molto fini »37 : si deve pensare che la villa continuò ad essere abitata per così lungo tempo? CONCLUSIONI La planimetria della villa appare un po’ diversa da quella solita delle domus, che prevede la disposizione del peristillo dietro il tablinum in asse con l’atrio; ma la norma non è così sistematica38 . Qui la disposizione della villa è indubbiamente condizionata dalla sua ubicazione presso la riva del lago; essa si articola secondo un asse longit udinale e si affaccia sul lago39 . Essa consta di un atrio e probabilmente di due peristili come ad esempio troviamo nella « casa dei Fauno » a Pompei. Il suo atrio, probabilmente del tipo tetrastilo, come suggerirebbe il capitello eolico rinvenuto nella vasca, presenta al centro l’impluvium in marmo; il fregio del compluvium è ornato da un rilievo fittile dipinto, forse con scena di culto misterico, interrotto da maschere tragiche maschili e femminili. Gli ambienti avevano pareti decorate con file di riquadri di vari colori, con effetti di brillante policromia, e con decorazioni plastiche in stucco a metà e al sommo della parete. Intorno al peristilio di forma quadrata con colonnato dorico, documentato su due lati, è da un lato la zona della cisterna (probabilmente coperta da un tetto) e dall’altro un gruppo di piccoli ambienti intercomunicanti, forse destinati ai servi. Se alla villa apparteneva anche la zona dove sono state 37 lvi, pag. 174. Ma non si riesce a comprendere a quale tipo di sigillata sì alluda, data la genericità della definizione (aretina? italica?). 38 Si veda ad esempio la « Casa dell’atrio a mosaico » ad Ercolano, che presenta ingresso, atrio e tablino, lungo l’asse trasversale dell’insula da ovest ad est, mentre il peristilio e gli altri ambienti circostanti si svolgono da nord a sud. 39 La villa potrebbe essere inquadrata nell’ambito della architettura di tipo paesaggistico, che si adegua cioè alla conformazione dell’ambiente. Qualcosa di simile avviene, in tempi diversi e con maggiori effetti sc’enografici, nelle ville situate lungo le coste della Tripolitania: cfr. E. SALZA PRINA RICOTTI, Le ville marittime di Silin (Leptis Magno), in Rend. Pont. Acc. d’Arch., XLII (1970-71), che presentano facciate movimentate da lunghi portici. 147 MARIA LUISA GIAMPIETRO____________________________________________________________________ rinvenute le vasche e tracce del torcular, questa, vicina all’area del grande peristilio, anche questo con colonnato dorico, doveva costituire la « pars rustica » della casa. Certo è che la villa pone numerosi problemi non facilmente risolvibili allo stato attuale delle conoscenze. Per quanto riguarda la tipologia, se ammettiamo che gli ambienti rustici con le vasche facciano parte del medesimo complesso, potrebbe essere accostata al terzo tipo di villa secondo la suddivisione operata dal Carrington40 , cioè a quel tipo che è in fondo un adattamento della casa urbana alle necessità della campagna. Di queste ville « town-house », quella dei « Misteri » è del Carrington considerata documento isolato nel III sec. a.C., mentre le altre sono molto più tarde41 . Anche la nostra villa, in base ai confronti che abbiamo potuto stabilire, può essere datata grosso modo nella 11 metà del III sec. a.C. Sarebbe quindi uno dei primi esempi di ville che ha pretese di signorilità e di eleganza, vuole trasferire in una villa rustica le comodità della casa urbana, ma è naturalmente condizionata dalle esigenze della campagna; di qui la presenza di un apposita zona per l’attività agricola. L’insediamento tra il rustico e il residenziale pare completamente gravitare nella sfera culturale ellenistica e per la decorazione parietale e per la produzione ceramica. Taranto, che rimane ancora il centro principale dell’Apulia, offre i motivi e gli schemi per la decorazione plastica in terracotta. Naturalmente ci troviamo in zona periferica e di fronte a prodotti di livello artigianale. Le tracce di un incendio, notate in più punti42 ci inducono a pensare che la villa sia stata devastata dal fuoco43 ; ma non mancano tracce di restauri44 che fanno pensare ad una successiva utilizzazione della villa. Inoltre la presenza 40 R. C. CARRINGTON, Some ancient country-houses, in Antiquity, VIII, Settembre 1934, pagg. 261-280, fig. 4, nn. 12-13. 41 CARRINGTON, nn. 11-12-13. 42 cfr. pagg. 4 e 6. 43 La MARIN (Arch. st. pugl., pagg. 223-224) attribuisce l’incendio e la distruzione della villa ai Cartaginesi che nel 210 a.C. avevano occupato Salapia. 44 cfr. pagg. 4 e 5. 148 ______________________________________________________________LA VILLA ELLENISTICA DI S. VITO di muri all’interno del peristilio 45 fanno pensare a costruzioni successive in un periodo in cui il peristilio doveva aver perduto la sua primitiva funzione e nella sua area si erano ricavati nuovi ambienti. Resta infine da ricordare il rinvenimento nella zona della cisterna della ceramica sigillata « a pareti molto fini »46 , che, sembrerebbe documentare l’uso della villa, o di una parte di essa, anche in età romana (I sec. a.C.). Ma la mancanza di dati stratigrafici ci impedisce di delineare una sequenza cronologica della vita della villa, i cui inizi sono con buona probabilità da fissare nella seconda metà del terzo secolo a.C. M. L. GIAMPIETRO 45 46 cfr. pag. 5. cfr. pag. 13. 149 Biblioteca e società La Capitanata ha recentemente pubblicato un interessante lavoro di Guido Pensato su « La figura sociale del bibliotecario. Appunti per una ridefinizione del ruolo », che sottopone all’attenzione dei bibliotecari maggiormente sensibili ad una rifondazione della propria professione una serie di punti di discussione e di elementi di dibattito. Piuttosto che entrare, in questa occasione, in diretto dialogo con l’articolo di Pensato, col quale largamente concordo, preferisco contribuire all’auspicabile dibattito a venire con un intervento non mio, ma di un bibliotecario in glese, che presento ai lettori de « La Capitanata » in traduzione italiana. Si tratta non tanto di una testimonianza, per così dire, « ad adjuvandum », quanto di una « lunga citazione », che mi sembra interessante fare, da una tradizione illustre di esperienza bibliotecaria, quale è senza dubbio quella anglosassone: ad essa si è largamente attinto, in un momento importante della « rinascita » (se proprio vi è stata) della biblioteca pubblica italiana nel secondo dopoguerra, e giusto mi sembra tenerla presente oggi che essa non è più l’unica né la privilegiata « autorit ». Se anche essa, poi, — come pare, attraversa una fase di salutare crisi di rifondazione, ancor più opportuno mi sembra osservarne la dinamica ideologica » e di proposte concrete, per gli insegnamenti, diretti e indiretti, che ne potremo trarre, nell’attuale situazione delle biblioteche in Italia. RAFFAELE GIAMPIETRO SFIDA E RISPOSTA (da Bryan LUCKMAN, The Library in Society, London, The Library Association, 1971, pp. 123-127, trad. di R. Giampietro). Quali sono le implicazioni pratiche della trasformazione delle 150 biblioteche pubbliche in centri di cultura? Vi sono certamente dei cambiamenti che richiederanno una considerazione attenta e dettagliata. Questo libro non ha l’ambizione di fornire un libro blu, ma solo ne prospetta la necessità. E’ premi- __________________________________________________________________________________BIBLIOTECA E SOCIETÀ nente, tuttavia, una considerazione di tipo umano. Sarà richiesta una nuova figura di bibliotecario, una figura per quale oggi la nostra professione è meno preparata di quanto dovrebbe essere. In questo rapporto sono state menzionate delle eccezioni, ma si tratta di casi individuali, cui è stato consentito di trasferire le proprie convinzioni nel loro lavoro. Si possono distinguere tre ruoli di competenza per il bibliotecario: quello di custode-conservatore, quello di mediatore e quello di organizzatore. Il primo di essi, tradizionale ma angusto nelle dimensioni di approccio, ha visto la professione definita nel raccogliere, preservare e classificare libri ed altro materiale che era, ovviamente, a disposizione di quei membri del pubblico che ne facevano richiesta. Al giorno d’oggi, si sta dando spazio ad un secondo, più ampio ruolo, — più proiettato all’esterno, cioè, — in cui il bibliotecario, attingendo alla gran quantità di materiale pubblicato, esercita un controllo più critico nel presentarlo, identifica chi può far uso delle informazioni e l’incoraggia con vari tipi di presentazione, guide allo studio ecc., al fine di consentirne l’utilizzazione. Ma, forse, il bibliotecario del futuro avrà un ruolo ancora più dinamico in quanto organizzatore vero e proprio, sebbene la parola francese « animateur » descriva meglio, probabilmente, la cosa. Egli dovrà muoversi « sul campo », creando relazioni, attività o gruppi che non si presentino spontaneamente ma che consentano alla biblioteca di servire tutte le componenti del pubblico, diffondendo i messaggi culturali (cultural traditions: N.d.T.: traduco tradition » con messaggio, poiché l’italiano « tradizione » avrebbe un connotato « tradizionalistico » che non è nel « tradere », come mero trasmettere, espresso dalla parola inglese) in un ambito più ampio: in effetti, diventando così una forza sociale positiva (attiva) nelle comunità. Un esempio del nuovo approccio può essere tratto dall’esperienza degli Stati Uniti. Molte grandi città, li, hanno visto sparire il loro pubblico tradizionale con la decadenza urbana e l’afflusso di nuovi immigrati sforniti di un patrimo nio di educazione alla lettura e di educazione « tòut court ». A Baltimora hanno analizzato la situazione ed hanno concluso che erano necessari sforzi speciali per far entrare in biblioteca coloro che erano del tutto privi di « cultura » e che, quindi, era necessario uscire dalla biblioteca e lavorare direttamente con « agencies » per gli esclusi (under-privileged è l’ufemismo, anglosassone quant’altri mai, del testo di Luckman. N.d.T.). L’ENOCH PRATT FREE PUBLIC LIBRARY ha risposto a questa sfida con il concetto di « bibliotecario di (sul) campo », che dovrebbe lavorare al di fuori della situazione istituzionale convenzionale e portare la biblioteca al cittadino ovunque egli sia (E’ il concetto di « outreach » sperimentato, nei Lambeth Amenithy diretti, a Londra, da Janet Hill). (N.d.T.). Questo modello può essere indicativo delle possibilità che esistono in queste circostanze. La vita contemporanea sembra dimostrare 151 RAFFAELE GIAMPIETRO___________________________________________________________________________________ una tendenza generalizzata a diventare sempre più complicata ed è sicuro che bibliotecari maggiormente specializzati saranno necessari in futuro. Accanto al bibliotecario per ragazzi, allo scienziato dell’informazione, allo specialista della soggettazione, al tecnico dei « media » e della reprografia, si può immaginare il bibliotecario di comunità che lavora a contatto con gruppi od aree definite, un « tutor-librarian » che promuova il lavoro specificamente educativo della biblioteca e un bibliotecario dei servizi culturali che organizzerà le attività audiovisive, di drammatizzazione ed altre consimili attività. Il pericolo, per altro, di un professionalismo frammentario può, tuttavia, essere evitato se si accetta il campo più ampio di un servizio bibliotecario « totale » . Non saranno soltanto necessari posti specializzati ma si dovrà anche fornire un’adeguata preparazione professionale. Il Rapporto sul Reperimento e la Preparazione dei Bibliotecari (Report on the Supply and Training of Librarians) pone l’attenzione sulla circostanza che i bibliotecari ad indirizzo specialistico e i bibliotecari per istituti educativi cominciano oggi a prevalere, per numero, sui bibliotecari pubblici, nella professione. Non sorprende, perciò, che una crescente esperienza tecnica sia ritenuta importante nella preparazione. Studi in scienze sociali, quali la psicologia e la sociologia, aggiungeranno utili prospettive nella formazione del futuro bibliotecario, anche se è da lamentare l’assenza dell’educazione degli adulti, e con un ruolo preminente, nel curriculum 152 degli studi. Reid-Smith ha osservato la sua sostanziale omissione dai programmi delle scuole di biblioteconomia. Lo si voglia o no ammettere, il bibliotecario pubblico ha una funzione educativa nel consigliare come nell’incoraggiare, stimolare ed organizzare gli utenti. Egli è un elemento-guida della comunità, se non proprio un promotore di attività. Tutto ciò richiede le capacità dell’educatore degli adulti. Anche se non proprio obbligatoria per i bibliotecari, questa materia potrebb e almeno essere considerata opzionale: in ogni caso, è questo un tema per una formazione professionale superiore, successiva al diploma (postgraduate) o di aggiornamento professionale (post-professionali). Insomma, ci sono buone ragioni per far sì che bibliotecari già qualificati, i quali hanno sperimentato nel loro lavoro quotidiano gli aspetti di servizio culturale e comu nitario che esso comporta, studino l’educazione degli adulti in corsi di aggiornamento o di qualificazione professionale. Ovviamente, saranno anche necessarie più ampie risorse se la biblioteca pubblica dovrà assolvere un compito più vasto nella comu nità.Oggi che il Public Libraries Act del 1964 attribuisce una chiara responsabilità al Dipartimento per l’Educazione e la Scienza per la sovrintendenza del servizio pubblico, è ragionevole attendersi pressioni per elevare il livello degli standards, specialmente per acquisto-libri. Un risultato dovrebbe essere un dileguarsi delle diversità tuttora esistenti. Nondimeno, non è auspicabile __________________________________________________________________________________BIBLIOTECA E SOCIETÀ una piatta uniformità di forniture per la necessità di sviluppare differenti tipi di servizio per aree diverse e gruppi diversi. Se la conseguenza eventuale di ciò sarà un servizio di biblioteca nazionale, è difficile da prevedersi. Dei fattori di natura tecnologica possono richiedere una maggiore uniformità di certi servizi, come centri dei dati e centri di in formazione, ma la nuova, più estesa « authority » bibliotecaria locale avrà probabilmente fondi adeguati per soddisfare le domande dei lettori generici nel futuro prevedibile. In ogni caso, iniziative locali e diversità locali saranno in coraggiate se la centralizzazione non si spingerà troppo lontano; l’esempio dei servizi culturali nel Nord-Ovest è infatti particolarmente rilevante dove la competizione tra città è stata, probabilmente, uno stimolo importante. In ogni caso, dovunque vengano i fondi, se da contributi locali o da tassazioni nazionali, le biblioteche pubbliche non troveranno tanto delle difficoltà nel raggiungere quel che si richiede, in sede di restrizioni economiche, quanto, più specificamente, se i fini e i propositi della biblioteca pubblica non saranno chiari ai bibliotecari medesimi. Esaminando la letteratura concernente la funzione della biblioteca nella società, chi scrive è giunto alla conclusione che il dibattito del passato ha spesso confuso fini generali e fini particolari. Sembrano operare tre livelli di discussione. In primo luogo, c’è un dibattito che coinvolge i principi generalissimi, come quello per cui « la biblioteca pubblica deve essere il centro della vita intellettuale della comunità. In secondo luogo, c’è il livello di cui sono considerati gli obbiettivi strategici, per esempio, se sia doveroso ed obbligatorio aiutare si dice i gruppi sociali svantaggiati o se si debba servire, in primo luogo, gli individui. Infine, c’è il livello operativo, immediatamente decisionale, che comporta i problemi di immediato «management», come i problemi di spesa per materiale librario in rapporto alla fornitura di altri materiali o i problemi del personale. Solo distinguendo con cura questi livelli si può valutare con ordine le priorità. Alcune di queste questioni saranno decise nel modo migliore solo dopo che si sia proceduto oltre nella ricerca. Certo, spesso questo tipo di affermazioni è solo una scusa accademica per rinviare l’azione concreta, ma in questo caso, si ritiene che degli studi comparativi sul procedere delle politiche culturali e degli esperimenti pratici sarà di grande importanza. Progetti combinati di azione e di ricerca, in cui vi sia un continuo collegamento tra momento di valutazione ed azione di correzione, può essere praticamente utile ai bibliotecari. Quali che saranno le nuove direzioni in cui si svilupperanno le biblioteche pubbliche, sarà di vitale importanza che essi siano pubblicizzati. Anche se il servizio non opera in un’atmosfera ostile, l’ampiezza dell’ignoranza che circonda i servizi attuali è sconfortante. La pubblicità che si fa al servizio pubblico è stata solo di recente accettata come un fatto auspicabile, ma, proprio mentre og— — 153 RAFFAELE GIAMPIETRO___________________________________________________________________________________ gi la concorrenza di chi mette a disposizione attività di mero intrattenimento diventa sempre più incalzante, le biblioteche pubbliche non possono correre il rischio di starsene in disparte, in assoluta inerzia. In effetti, è a questo punto che si danno le opportunità migliori per quella partecipazione pubblica di cui tanto si discorre. Il servizio bibliotecario è importante ma non è tale da implicare questioni di vita o di morte o decisioni improvvise e nemmeno bilanci astronomici. Invece, attraverso un collegamento con l’educazione degli adulti, i cui procedimenti, già di per sé, accrescono la fiducia nelle proprie possibilità, così come attraverso l’associazione di gruppi di interesse organizzati, si può concepire la biblioteca di comunità come un laboratorio vivente di integrazione e di coinvolgimento sociale. Il suo svilupparsi come « centro di informazioni » (« resource-centre » è il termine inglese, che traduco tenendo conto della recente acquis izione in campo bibiotecario del concetto di « informazione », molto più illuminante, nonché omo geneo, nella sua « neutralità », almeno apparente, all’indifferenziato « resource » del lessico anglosassone. - N.d.T.) è una estensione logica dell’autovalorizzazione ottenuta attraverso la lettura. I comitati locali di gestione (« local management committees »), gli ausiliari volontari ed anche contributi finanziari straordinari possono trovar qui un giusto punto di applicazione. Se la democrazia di base deve essere una realtà, essa deve avere un centro focale. La biblioteca di co- 154 munità è più che un centro di distribuzione: essa deve essere una struttura, un centro di base in cui l’entusiasmo, la vita e l’apprendimento potrebbero essere effettivamente combinati e da cui si potrebbe partire per raggiungere l’ambiente esterno. In sede di realizzazione pratica, progetti per tali centri potrebbero essere approntati dal Dipartimento per l’educazione e la scienza. Sarebbero anche utili scambi di personale tra le biblioteche ed altri enti (« agencies »). Le città di nuovo insediamento o quelle urbanisticamente ristrutturate potrebbero fungere da cavie per rapporti di cooperazione e per programmi sperimentali di educazione degli adulti collegate ai servizi bibliotecari. Finanziamenti del governo centrale potrebbero incoraggiare istituzioni-pilota o speciali organizzazioni del personale. Conclusioni In questo libro si sono sottoposti ad analisi critica alcuni aspetti dell’ideologia tradizionale che circola intorno al carattere aperto ed alla natura non-selettiva della biblioteca pubblica. Sembra, infatti, accertato da tutti, oggi, che coloro che hanno un ruolo di guida nella società, spontaneamente o professionalmente, amb iscono a fruire in modo speciale del servizio bibliotecario, mentre, dall’altra parte, sono ormai venuti alla luce gli svantaggi degli esclusi e già si è posta la questione, se la biblioteca pubblica oggi abbia il dovere di deporre la sua riluttanza tradizionale a giocare un ruolo dinamico e comin- __________________________________________________________________________________BIBLIOTECA E SOCIETÀ ciare a creare un nuovo pubblico. Si è anche prestata notevole attenzione alle vie per le quali la biblioteca pubblica ha sviluppato e potrebbe ulteriormente sviluppare il suo ruolo, in profondità come in ampiezza, specialmente promuovendo l’educazione degli adulti e diverse altre attività culturali. Pare Proprio che i cittadini accoglierebbero tutto ciò con un nuovo, diverso entusiasmo, ma sono i bibliotecari che potrebbero avere delle riserve circa il loro dover diventare i tutori (« guardians ») dei gusti del pubblico (« public aesthetics ») nel testo, con un indiretto riferimento interessante la sua parte alla squisitamente individuale « scelta soggettiva », come è tipico di una intera tradizione di « ideologia della cultura », non a caso egemone nella « middle class » e nella « sua » biblioteca pubblica N.d.T.). Lo spirito liberale tradizionale, però, che ha caratterizzato, ad esempio, la politica di selezione dei libri, potrebbe essere una garanzia sufficiente contro gli eccessi impliciti in una politica culturale patrocinata ufficialmente. Se le biblioteche pubbliche si svilupperanno nel modo da me suggerito, probabilmente sarà necessario distinguerle in qualche mo do da altre istituzioni, quali le strutture educative locali, i « centri dell’arte », i musei e i servizi di informazione. Talora potrebbe essere opportuna una loro combinazione, ma, quando fossero create nuove grandi unità a livello di enti locali, le strutture bibliotecarie sarebbero spesso abbastanza rilevanti da essere autosuffi— — - cienti. Infine, si è qui sottolineato il bisogno di maggior pubblicità ed un miglior ritmo di ricerca, oltre la possibilità di rinvigorire la vita delle comunità coinvolgendo sempre più i cittadini in attività ed interessi facenti capo alle biblioteche di comunità in cui, per loro natura, i servizi culturali sono meno elitari (« exclusive »). Il modello a cui si deve mirare è quello della biblioteca pubblica concepito come una istituzione a più dimensioni, che insieme sappia, da un lato, a trasmettere il flusso di messaggi nelle loro diverse forme e, dall’altro, sappia per di più dar corso ad iniziative che consentano alla cultura di diffondersi più ampiamente. Il servizio della biblioteca pubblica, insomma, deve fornire una miscela giudiziosa di preservazione e di cambiamento. Da una parte, essa sta lì a proteggere l’eredità di un patrimonio culturale; dall’altro, deve adattarsi alle nuove situazioni. La responsabilità di stabilire un equilibrio appropriato cresce d’importanza, invece di diminuire. Nell’adempiere a questo suo ruolo, la biblioteca pubblica può combinare il compito di preservare ciò che avrà un valore permanente nella cultura dell’uomo, con l’altro di favorire quei contributi esterni che arricchiscano e sostengano la vita della comunità, a livello locale come a quello nazionale. Se questo lavoro è riuscito ad attirare l’attenzione sulla validità di entrambi questi obiettivi, esso è riuscito ad avere una qualche ragion d’essere. 155 ARTISTI DAUNI: Lorenzo Scarpiello (rassegna critica) Gli anni ‘65-70 (lo sgonfiarsi del boom economico, la contestazione giovanile e le grandi lotte operaie, l’avvio di quella che si sarebbe poi chiarita come la strategia della tensione) furono anche gli anni in cui si rimescolarono le carte perfino in quella che sembrava un’area eternamente votata all ‘immobilismo e all’emarginazione: la provincia culturale italiana, meridionale in particolare.« Quindici », la rivista del « Gruppo ‘63 », cominciò ad ospitare corrispondenze su11a situazione nelle aree culturalmente « periferiche ». In quel clima, pieno di miraggi e insieme contraddittorio, « nacque » a Foggia Lorenzo Scarpiello, un pittore di 45 anni, maestro elementare con sette figli, disfatto dalla routine assurda della vita scolastica e insieme schiacciato dalla retorica dell’insegnamento come « missione e vocazione » (in lui, comunque, entrambe latitanti). Dopo gli esordi, pateticamente morandiani, offerti, più che al maestro bolognese, al rito del primo (non sempre autentico) approccio, Lorenzo Scarpiello si imbatte in un gruppo, il Teatro Club Foggia, che mu oveva i primi passi di una esperienza politico-culturale sempre più ricca, cosciente e avanzata. La semplice presenza-pretesto di questo gruppo insofferente, impaziente, commentatore ironico del provincialismo becero e reazionario di una città del Sud, dette a Lorenzo Scarpiello quel che gli serviva per avviarsi in un’avventura apparentemente solitaria, ma sostanzialmente emblematica delle contraddizioni di una realtà meridionale, continuamente in bilico tra « non ritorno » e potenzialità sempre indovinate, intuite e mai espresse; gli dette coscienza di non essere un don Chisciotte solitario contro una schiera sterminata di nemici. Del grande manchego non avrebbe avuto la mesta dolce e superba autoironia. Era afflitto, viceversa, della presbiopia tipica degli emarginati, dei dropouts. Una capacità straordinaria di evocare, esorcizzare, raccontare per gesti e colori i suoi nemici, i suoi incubi da piccolo borghese sulla china di un disfacimento sottoproletario, eppure sempre stranamente vigile, in grado di proporre « oggetti » mai remissivi, sempre violenti, anche se dolcissimi, e mai sradicati dalla sua storia e dalla storia di tanta gente del Sud. I temi e le forme del discorso di Scarpiello sul potere: un uomo armato di una dava spropositata 156 ____________________________________________________________________________________LORENZO SCARPIELLO e preistorica e gravato da una « scatola cranica » enorme in una atmosfera e in colori lividi e apparentemente puliti che lasciano indovinare (o presagire?) un processo alla « Arancia meccanica » (il dipinto è del ‘66); una razionalissima struttura architettonica incornicia figure variamente atteggiate e campite, a vario titolo partecipanti a un processo (Burgos), ma tutte ugualmente fisse e eternamente contemporanee; in una atmosfera brumosa si aggirano e stanno » figure acefale e disfane, celebranti un rito a metà strada tra il burocratico e l’artistico. Nei gruppi, nelle folle, nei mucchi che popolano le tele di Scarpiello, l’ironia si smorza, e lascia il posto a una consapevolezza più precisa. più netta di una « umanità dolente » più vasta della breve storia individuale. Si colloca, allora, Scarpiello, nei suoi quadri, cosciente testimone di una vicenda, speaker manieristico e allucinato, ma insieme garante di una continuità nella storia, che tiene insieme il suo discorso, lo sostiene, lo salva dalla caduta definitiva. Rivedete Scarpiello a distanza di anni significa imbattersi, come credo succeda al visitatore di ogni sua mostra, in una marea di temi, significati, allusioni, ammiccamenti, provocazioni e condiscendenze. Il colore, soprattutto, con i toni dal nero al celeste al violetto al rosa, con la nitida esposizione delle figure e dei paesaggi, « finge » la metafora e si rivela, alla lunga e a ben indagare, l’unica estrema e decisiva violenza di Scorpiello nei confronti del pubblico; ma anche l’ancora che salda il mito-scacco al reale, la testimonianza concreta, palpabile della sua pervicace presunzione di potere e dovere ancora con e a nome di tutti gli emarginati, lui, sotto giudizio da sempre, giudicare gli altri, ipotecare con un gesto, un’azione ancora possibile, anche il loro futuro. Guido Pensato Se gli si affiancasse il cronista, mentre il pittore parla e spiega, si potrebbe tirar fuori il « racconto » dell’arte di Scarpiello: il « parlato » che ogni suo quadro sottintende. Non che la sua opera abbia bisogno di delucidazioni, tanto è evidente e aperta alla comprensione, ma si otterrebbe il commento più autentico senza lasciarsi prendere la mano dai risvolti critici spesso inutili. E poi Lorenzo (col suo accento dimesso) sa parlare: ricorda, puntualizza, convince, polemico nei contenuti non nella forma, la quale rimane angolata nell’ironia razionale che però non ammette mezzi termini. Lui colpisce chi vuole, dove e quando vuole, e la sua è invettiva storica, sociale, politica, con le armi dell’umanissima pietà. Non condanna. Scopre il marcio, la degradazione, l’alienazione, deformando realtà e subcoscienza perché vuole raggiungere (attraverso l’apparente irrazionalità e il sogno) la « coscienza » della realtà, e ci riesce, con unità di stile, ponendo al servizio della propria arte l’enigma e l’inquietudine dell’uomo contemp oraneo. Non rifugge dal dramma, lo vive e lo interpreta. Ed è un dramma meridionale ed europeo. Nell’espressionismo surrealista di Lo157 ARTISTI DAUNI___________________________________________________________________________________________ renzo Scarpiello sono stati individuati « segni beckettiani » e il versante protestatario (senza urlo) di Edvard Munch. Attenzione agli equivoci. Si fa presto ad attribuire etichette di comodo. Qui, al fondo della scala (o in cima? occorre salire due lunghi tratti per giungere al suo studio/laboratorio nel centro di Foggia) siamo al cospetto di un artista che non consente definizioni arbitrarie. Atteniamoci perciò alle opere e ascoltiamo lui. « Ad un mio dipinto — ha detto una volta — intitolato Cavalli e test? d’uomo, sono stati proposti diversi significati: nascita della vita, morte dell’uomo, meraviglia degli animali, ecc... Siamo ad una idea del poi, ad un diverso messaggio di bene, di male, di fatale... Parto dall’istante della caduta, dell’angoscia, del dolore, del terrore, dell’amarezza, della contemplazione. della solitudine, del vuoto, del nulla, dell’improvviso, della protezione, del certo, della meditazione, dell’effetto, per giungere a un risultato che è solo spettacolo dell’uomo colto con durezza e freddezza, e o n assenza di commo zione ». Ecco l’autoanalisi che sta al fond o dell’opera di Scarpiello: il suo scandaglio critico/teorico. Parte dall’ intuizione ancestrale, passa per l’esperienza, scopre la sopraffazione dell’uomo (di ora e di sempre) e giunge a rovesciarne la condizione nel « teatro della vita ». Il fruitore si trova ad osservare il quadro senza essere violentato, perché l’artista, dice, non aggiunge e non diminuisce: semplicemente « narra » e colpisce il 158 centro della sua attenzione demistificante e realizza l’uomo « deluso », « addolorato », « indolente », « aggressivo », « pacifico », « religioso » o « miscredente », senza pretese di sconvolgere la coscienza né voler convincere per forza. « Definire un quadro — dice Scarpiello — è come limitarlo », perciò egli preferisce lasciarlo come libro aperto. Ma quale forza e autenticità! Siamo alla realizzazione di quel che è stato chiamato « spavento esistenziale ». Egli coglie realmente la radice cruda, ribelle e dissacrante della vita: « maternità sfatte e disfacenti, sessualità abnormi, fatica senza gioia e dolore senza riscatto. crocifissioni figurativamente inedite » che non sono affatto irreligiose o irriguardose. La tematica teologico-sociale di Scarpiello mette in discussione le apparenze. le sovrastrutture, i raggiri di parte. Egli colpisce le aberrazioni, le finzioni, le sopraffazioni. E ricongiunge l’uomo alla verità, alla parola reale e non camuffata dalle false regole. Ha scoperto (dategli torto se potete) che l’umanità è impotente e umiliata. Nei Personaggi intesi come origine dell’uomo predomina l’assurdo. In una natura morta ritrovi i volti di una tragedia tipica del Mezzogiorno. La protezione è spesso intesa come oppressione; e la divaricazione come irriducibilità della norma. Il padre-eterno incinto di Adamo. Dai volti senza connotati ai volti come rappresentazione del presente. « Solo l’ombra risponde al mio appello » dice. Il fatto visivo va oltre il simbolo. Il Cristo osservato in veduta aerea è denominato « Chio- ____________________________________________________________________________________LORENZO SCARPIELLO di ». L’uomo assume la forma degli strumenti che usa o dai quali viene usato: suonatore ambulante, case, animali. La ricerca nello spazio trova un cielo sempre buio, il mistero. L’uomo come vita frantumata: altro che mosaico armonico. Volti come finzione, assentì, senza anima. Il soggetto in prospettiva (lo ebreo errante?) rappresenta gli uomini che osservano noi al di qua della tela, con mani giganti e piedi che sono mani. Il padreterno che cerca l’uomo da lui creato e non lo trova più. La ripetibilità: arriviamo sulla terra per compiere la nostra parte, ma in fondo siamo sempre uguali. I paesaggi (cieli e prati enormi di Puglia) senza uomini: il cubo isolato di una casa contadina è l’unica presenza. Altrove i cubi/case sembrano tombe per sepolti vivi. Il parto di un mostro equivale al dissacrante processo al passato. La vedovanza è vista come simbolo dell’umanità: la figura centrale (chi è quel « cardine »?) divide in ricchi e poveri, beati e reprobi, ariani ed ebrei, istruiti e incolti, civili e primitivi, ecc. Il processo di Burgos (uno su sei sbaglia o si differenzia) è un capitolo contro il totalitarismo. Il Cristo sorridente (il quadro è intitolato « Fu »), abbracciato al suo destino della croce, è uno scheletro crocifisso: l’uomo spolpato, scarnificato dai suoi carnefici di ieri e di oggi. Nell’attesa (non accade mai nulla...) si ascolta sempre, ma la parola giusta non arriva mai. Le sette donne con l’ombrello (« Pioggia ») sono trasparenze nel tenue grigioazzurro delle proprie ombre riflesse. Nelle « Maschere » gli uomini sono ritratti senza cervello, senza carattere. La « Ballata » (donne crocifisse, quindici figure, una è regina) contiene una potenza espressiva alla Goya. Non è stato scritto — da Argan che per essere del proprio tempo l’artista deve essere contro il proprio tempo? Goya è chiamato in causa: « uscito dalla Quinta del Sordo / con una lanterna gialla / si è addentrato / nelle piazze della violenza. / Testimone a carico / ha ripreso il lavoro per / nuovi fantasmi al muro... ». Anche lui non riesce mai ad andare in ferie. Ma non negherei, per più di un quadro, la lettura di Francois Villon: le sue ballate, appunto, il suo testamento. Un Villon tragico-burlesco? Un blasfemo tra pazzia e saggezza? « Ne du tout fol, ne du tout sage ». La saggezza del folle? C’è sempre un possibile riscatto, ma occorre passare per questa strada, sembra dire l’amico Lorenzo, che sa parlare con la propria opera di matura sapienza tecnica e logica, con estrema franchezza, agli uomini ingannati dall’ignoranza o sconfortati dalla disperazione. A quanti, eredi di nessuno, attendono ancora l’eredità dell’intelligenza. Elio Filippo Accrocca Già alcuni anni fa, quando Lorenzo Scarpiello si poteva definire — come suol farsi in tali casi — soltanto una promessa, appariva tuttavia giusto, e per nulla arrischiato, dire che il suo lavoro rappresentava qualcosa di diverso nel panorama artistico italiano contemporaneo. Soprattutto, pareva 159 ARTISTI DAUNI___________________________________________________________________________________________ giusto parlare della atipicità di questo lavoro, con cui si dava esistenza ad un universo di oggetti pittorici in sé e per sé sussistenti, dotati — in particolare — della singolare capacità di esprimere nella loro stessa immediata presenza fisica una propria vita autosufficiente, quindi un significato non bisognoso di speciose etichettature critiche e di sofisticate definizioni estetiche. Si poteva dunque parlare, in questo senso, di vita autonoma delle forme, al cui sviluppo ed articolazione il fruitore, da parte sua, poteva o doveva spregiudicatamente contribuire, abbandonando ogni superflua forma di lettura, naturalistica o allegorizzante che fosse. Oggi, si può dichiarare che Scarpiello, oltre a mantenere le sue promesse, le ha anche completamente sviluppate e che perciò la sua opera risulta caratterizzata non tanto o soltanto da una maggiore maturità stilistica, quanto soprattutto da una « coerenza poetica » pienamente conquistata. Che cosa poi si debba intendere per « coerenza poetica », se è difficile dire in astratto, diventa al contrario relativamente più semplice, considerando le prove che la pittura di Scarpiello, in modo esplicito e senza lambiccature intellettualistiche, concretamente ci offre. Qualcuno ha parlato di uno Scarpiello « surrealista », volendo forse dire, più semplicemente, dotato di una « fantasia » e cercando inoltre, in tal modo, di far passare l’idea di uno che lavora completamente assorto, se non proprio confinato, nell’ambito dei propri personalis - 160 simi pensieri, privatisticamente a contatto soltanto con le proprie immagini mentali, se non, addirittura, con le proprie ossessioni. In realtà, per rendersi conto di quanto questo giudizio sia generico, basta conoscere un po’ più da vicino nell’insieme la opera di Scarpiello: ci si accorgerà, allora, che essa è stata sempre, ed oggi lo è ancora di più, quasi istintivamente schiva da ogni facile compiacimento psicologistico ed impressionistico, illuminata al contrario da una chiara e costante consapevolezza di ordine civile e, al limite, politica. Una presa di coscienza civile e politica è, ad esempio, lo splendido insieme (cm. 156 x 115) che Scarpiello modestamente (o ironicamente?) si limita a chiamare « Atrio ». Alla stessa maniera sarebbe assurda chiamare surreali o surrealizzanti opere come « Sulla strada » o « Viandanti » nelle quali l’occhio o la mente dell’osservatore, intellettualisticamente non inquinati, non possono non riconoscere la profonda, anche se non immediatamente esplicita, partecipazione dell’artista alle tensioni sociali del mondo odierno. Scarpiello, certo, non è neppure un banale realista, cioè un illustratore più o meno oleografico della sua terra e, ancor meno, un contemplatore stordito nella visione puramente « turistica », per così dire, del suo Gargano. Nei suoi paesaggi, in questo senso esempla ri, non si avverte mai direttamente la presenza degli uomini o vi compaiono, invece, case, pianure, cieli, mari lontani, tetti immobili nella loro solitudine di « cose ». ____________________________________________________________________________________LORENZO SCARPIELLO Tuttavia, s’indovina che dietro la presenza di una « natura » silenziosa c’è la storia di una umanità dolente, il cui « urlo e furore » l’artista lascia paradossalmente che si esprima appunto attraverso immobili silenzi. Né questa è una contraddizione, quanto, invece, una ulteriore prova di quella che si è chiamata « coerenza poetica »: far comparire gli uomini col loro vociare confuso e le smodate manifestazioni della loro presenza, portare in primo piano e troppo eccessivamente l’espressione della loro vita quasi sempre alienata e degradata, significherebbe appunto concedersi al facile e compiaciuto psicologismo impressionistico, così poco serio e politicamente così qualunquistico, quanto meno genericamente cronachistico. Ma soprattutto, l’anti-cronachismo di quella che potremmo chiamare la ragione (e non solo la sensibilità) artistica di Scarpiello, vale a dire la sua rappresentazione insieme partecipata e fredda, alla realtà, risulta evidente nell’adozione. veramente « anormale » del colore e della forza. Colore e forma. infatti, costituiscono per Scarpiello le griglie at- traverso le quali l’avvenimento tanto più totalmente viene recepito, quanto più esso è « snaturato » e sottratto alla sintassi della mera raffigurazione quotidiana. Si pensi in particolare a quel celeste brumoso (se così si può chiamarlo) che crea l’atmo sferabase, da cui si diramano e rispetto a cui si articolano indefinibili verdi, rosa, viola e le varie tonalità dell’azzurro e del ruggine. Ciò aiuterà a capire li risultato definitivo di una costruzione pittorica nella quale, a loro volta, le forme, siano esse umane o irreali, appaiono dinamicamente « in uscita » o « in entrata » nel quadro, rendendo quasi impossibile dire si stiano per comparire o scomparire, per avvicinarsi o allontanarsi. Ed allora si capirà, forse, infine, la saldezza dell’oggetto pittorico così com’è realizzato da Scarpiello e da lui posto in uno stato che « solo è il suo », definitivamente sottratto alle tentazioni di un intervento ulteriore, di un tocco in più, che inevitabilmente ne danneggerebbe l’unità e la compiutezza. Franco Fanizza 161 la Capitanata Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia Direttore: dott. Angelo Celuzza, direttore della Biblioteca Provinciale. Direttore responsabile: m 0 Mario Taronna Tipografia Laurenziana - Napoli Autorizzazioni del Tribunale di Foggia 6 giugno 1962 e 16 aprile 1963 Registrazione presso la Cancelleria del Tribunale di Foggia al n. 150 LA VITA CIVICA Dl FOGGIA ∗ Nel quadro di una serie di conversazioni intorno ai « dilemmi e le speranze » della nostra Città, una riflessione storica non può trovar posto che in funzione di orientamento di questa ricerca, la quale è proiettata — fino ai limiti dichiarati dell’utopia — verso il futuro. Non quindi una elegante divagazione commemorativa, ma un contributo alla esplorazione del futuro sulla scorta delle esperienze del passato. Uno sguardo panoramico sulla storia civica di Foggia mi pare che riveli una costante la quale si potrebbe così enucleare. Questo cammino nove volte secolare appare caratterizzato dal fatto che esso rimane periodicamente inceppato dal congestionarsi delle sue vicende, a causa di interferenze che hanno ostacolato il loro naturale deflusso, fino a quando la pressione del loro accumulo ha determinato la necessità di soluzioni che, essendo divenute urgenti e indifferibili, sono state improvvisate e traumatiche, divenendo, a loro volta, causa di nuove remore, di nuove congestioni, di nuove improvvisazioni e di nuovi traumi. Varrà questa riflessione a spezzare finalmente il circolo vizioso che avviluppa da tanti secoli la vita cittadina? In altri termini: sarà la storia almeno questa volta, maestra ascoltata della vita? Sarebbe, per me, troppo ambizioso riprometterlo. Poiché sull’orizzonte delle nostre conversazioni albeggiano i chiarori ∗ Conferenza tenuta presso il Lions Club di Foggia. 165 MARIO DE SA NTIS_____________________________________________________________________________ antelucani dell’utopia, non è del tutto fuori posto azzardare una tale speranza. Cercherò di descrivere alcune tappe di questo ciclo che mi pare di aver rilevato nelle vicende civiche foggiane; non tento una storia di queste vicende, ma solo sottolineo l’esistenza di questo ritmo. Se vi parrà che la segnalazione sia valida, essa potrà servire come chiave ermeneutica per eventuali ulteriori ricerche. Devo dire subito, con buona pace del mito di Federico II, che la prima ditali tappe immobilizzanti fu proprio lui. Nessuno potrà mai negare che con Federico II Foggia uscì dal rango di terra vassalla e fu esaltata a quello di « inclita città imperiale ». Fu lui che pose le premesse di quella che sarà la funzione essenziale di Foggia nell’economia generale del Regno. Fu lui che polarizzò intorno a questa « sede inclita imperiale » le attività di artisti che fecero brillare i primi fulgori del protorinascimento italiano. Non bisogna dimenticare, però, che tutto questo non ubbidiva a un disegno di valorizzazione disinteressata della Città, ma a quello di scardinare una struttura politica che l’Imperatore sentiva avversa al suo programma accentratore ed anticomunale. Quando Federico si affacciò sulla scena della Capitanata, Foggia era inserita nel dinamismo di quel vasto territorio che — grosso modo — si estende dal Sub Appennino ai confini dell’agro di Siponto, tra il corso del Celone a nord e del Cervaro al sud, e che faceva capo al potente episcopio di Troia come a proprio centro non soltanto religioso, ma civile, sociale, culturale e — di fatto, se non di pieno diritto — anche politico. Nel libero gioco delle forze operanti in questa struttura, costituitasi per generazione quasi spontanea, si erano già mirabilmente espresse le capacità realizzatrici delle nostre rinascenti popolazioni. I nuclei abitati che si erano andati costituendo nei dintorni della Città Vescovile rimanevano legati alla comu nità civica come membri dello stesso corpo: erano le appenditia della Città. I nuclei meno vicini, ma di facile accesso, e 166 ____________________________________________________________________LA VITA CIVICA DI FO GGIA precisamente il casale di Montearatro, verso nord, e quello di S. Lorenzo in Carminiano, verso sud est — che avrebbero avuto difficoltà a mantenere un assiduo contatto con la Città Ve scovile — furono costituiti dai duchi normanni, tra gli ultimi anni del sec. XI e i primi del secolo XII, in feudi vescovili. Foggia non ebbe subito un assetto giuridico ben definito sul piano civico: la rapidità del suo nascere e del suo svilupparsi, a così poca distanza dal feudo di S. Lorenzo, fece sì che essa passasse ben presto dal rango di una qualsiasi « villa » a quella di castello, e poi di casale, e infine a quello di uno dei più importanti casali di tutto il territorio. Le zone marginali del territorio, e precis amente quelle che si estendevano verso le pendici del Sub Appennino (la valle Maggiore e la valle del Sannoro) erano sotto l’influsso della Città Vescovile attraverso l’influenza di numerosi monasteri collocati come una catena di avamposti che irradiavano verso zone quasi ancora spopolate quel risveglio che andava operandosi più rapidamente nelle zone pianeggianti del territorio. Erano i monasteri di S. Maria e di S. Salvatore — siti nel bosco di Faeto — il monastero di S. Angelo di Orsara, che estendeva la sua influenza sui casali di Monte Calvello, S. Nicola e Ponte Albanito. A questi si aggiungono il monastero dell’Incoronata, sito là dove oggi ancora il bosco e il santuario conservano il nome e la tradizione religiosa del celebre monastero. Quando Federico II si affacciò alla ribalta della storia, il territorio che abbiamo descritto era nel pieno rigoglio della sua vitalità. Troia aveva eretto già da circa un secolo la sua cattedrale. Foggia da circa un trentennio il suo Duomo, e aveva sviluppato i suoi traffici (anche per via dei numerosi pellegrinaggi che confluivano a venerare la Madonna dei Sette Veli), tanto da cominciare a contendere con la Città Vescovile per affrancarsi dalla sua giurisdizione; S. Lorenzo in Carminiano prosperava sul piano agricolo, come il centro pilota della produzione locale, sul piano culturale come sede di uno scriptorium che ha lasciato tracce nobilissime in una collezione di codici miniati — che sono poi andati a finire nel secolo XVIII alla Biblioteca Nazionale di Napoli — dove si conservano. 167 MARIO DE SA NTIS_____________________________________________________________________________ Non è affatto vero che il merito della rinascita culturale della nostra terra sia dovuta a Federico II. Egli ebbe, se mai, il merito (o piuttosto la fortuna) di portare a maturità questa magnifica fioritura, ma non già quello di averla suscitata. Inserita in un contesto come quello che abbiamo descritto, Foggia era lanciata verso un avvenire di grande sviluppo in una funzione prevalentemente mercantile, come centro di scambio dei prodotti del vasto territorio al quale era legata. Il comportamento di Federico II verso Foggia accelerò questo slancio in maniera vertiginosa. Ma — come ho già accennato — il suo disegno era ispirato a finalità che coincidevano solo occasionalmente e condizionatamente agli interessi della Città. Egli aveva bisogno di contrapporre alla potenza dell’episcopio troiano un antagonista che lo contestasse e lo indebolisse. Col suo favore rinfocolò le ambizioni autonomistiche foggiane, suscitò difficoltà in seno alla struttura sociopolitica della zona, incrinò la sua compagine. Quando gli interessi della sua politica turbinosa si dilatarono via via a tutta l’Italia, ed oltre, essi non coincisero più con quelli di Foggia. E questa avvertì che l’avventura dell’Imperatore si incamminava per strade ben diverse da quella colonia di Saraceni che fece di Lucera un polo di interessi non solo militari, ma anche sociali, economici e culturali estranei e, potenzialmente, opposti a quelli dei cittadini originari. E’ storia notissima quella del conflitto scoppiato nel 1229 tra Federico II e le Città pugliesi. Foggia sentì bene da che parte fosse la libertà e gli chiuse le porte in faccia. Ma non potette persistere nel suo proposito. Alcuni mesi dopo, Troia giaceva sotto il peso delle sue rovine, e con la sua distruzione si scardinava tutto il sistema politico che aveva gravitato per oltre due secoli intorno ad essa. Federico II aveva raggiunto il suo scopo, ma a prezzo di una involuzione inesorabile che sarà la conseguenza di questo crollo. La crisi dell’ampio territorio non investì immediatamente Foggia, con la stessa rapidità con cui aveva investito Troia e le sue appenditia, e specialmente il feudo di S. Lorenzo, i 168 ____________________________________________________________________LA VITA CIVICA DI FO GGIA cui abitanti furono costretti a trovar rifugio nei nova casalia sorti fra le rovine dell’antica Herdonia. Ma il tramonto definitivo delle fortune sveve trovò già esaurite le antiche energie locali, chiudendo così il primo ciclo di quello che diverrà il fenomeno corrente della storia civica di Foggia: il periodico sorgere di splendide primavere senza estate. Un percorso analogo seguirono le vicende foggiane nel periodo angioino. Il subbuglio causato dalla caduta degli svevi si potrasse in Capitana fino al 27 agosto 1269. Fino a quel giorno i Sara169 MARIO DE SA NTIS____________________________________________________________________________ ceni di Lucera avevano mantenuto acceso in quella fortezza il focolaio della resistenza. Di lì avevano portato la guerriglia lungo tutto l’arco del sub Appennino, con fulminee scorrerie. Da Casal Montesaraceno a Roseto, Monte Corvino, Serracapriola, i loro drappelli giunsero fino a Stornara. Assalirono Deliceto, infestarono quei dintorni, fino al punto che Carlo D’Angiò fu costretto a distaccare nel castro di Castelluccio dei Sauri un nucleo di cavalieri al comando di Guglielmo de Lando per fronteggiare la perenne minaccia di quelle incursioni che piomb avano all’improvviso, e all’improvviso si dileguavano come un turbine. Nel subbuglio generale Foggia fu sul punto di far causa comune con la parte sveva, ma Guglielmo di Lando la prevenne, l’assalì e la saccheggiò. Fu solo — come dicevamo — il 27 agosto 1269 che i saraceni di Lucera ammainarono la bandiera sveva, e, scalzi, con la corda al collo, col capo cosparso di cenere s’inginocchiarono ai piedi di Carlo d’Angiò arrendendosi. Aveva inizio così un decennio di calma generale (tredici anni, per l’esattezza) che aperse l’animo di Carlo ai progetti di un’ambizione sconfinata. Era un regime duro quello che si andava instaurando. Il re era premuto da un enorme bisogno di denaro per compensare largamente i fedeli che lo avevano accompagnato nell’incerta avventura. Il suo prestigio, tuttavia, scoraggiava ogni velleità di ulteriore resistenza da parte dei sudditi. Egli teneva in pugno il governo stesso della Chiesa, che lo riconosceva quale presidente della Repubblica Romana. Nominato paciere generale della Toscana, eletto podestà di Firenze e di Prato e di numerose città del Piemonte, egli cominciava a tessere la trama di una grandiosa politica orientale ispirata al proposito di spodestare i Paleologi da Costantinopoli per rimettere su quel trono un nuovo sovrano « franco », Baldovino di Couternay, nipote del primo Baldovino. Durante questo periodo, carico di tante prospettive e di così grandiosi ideali, Foggia tornò ad assaporare l’euforia del periodo idilliaco dell’ascesa di Federico II. Carlo d’Angiò ne aveva fatto il centro amministrativo della parte continentale del Regno. In essa avevano sede la direzione delle regie masserie, un baiulo e il maestro della Capitanata. Non pochi 170 ____________________________________________________________________LA VITA CIVICA DI FO GGIA atti del governo del Re sono datati da Foggia, il che dimostra che egli vi dimorava volentieri, in palazzi fatti costruire da qualcuno di quei bravi ingeniatores che vi aveva chiamati dalla sua Provenza. Fra questi compare per la prima volta il nome di Pietro d’Angicourt, al quale la tradizione attribuisce quello stupendo fiore esotico in terra di Capitanata, che è la Cattedrale di Lucera. Centro di traffici, piazza di commercio, polo organico dell’agricoltura delle regie masserie, ambiente aperto all’attività creatrice di maestri costruttori. Se la Foggia avesse potuto slanciarsi liberamente per lungo tempo su queste traiettorie congeniali alla sua vocazione storica, essa avrebbe raggiunto un ruolo di primaria importanza nel Regno. Ecco che lo scoppio della rivolta del vespro siciliano viene a spezzare bruscamente l’euforia angioina, e a ripercuotersi con incalcolabile gravità su Foggia e su tutta la Capitanata. La lunga e disgraziata guerra del vespro accelerò e stabilizzò lo spostamento dell’asse politico del Regno verso Napoli. La Capitanata si trovò quasi di colpo relegata al ruolo di trascurato e sfruttato retroterra. Da questo improvviso trapasso nascerà, non subito, ma con una progressione inesorabile, una profonda crisi di rapporti fra tutte le componenti civiche, religiose, economiche e sociali della Capitanata. Ma quel che dette il tracollo alla situazione fu l’aprirsi nel cuore della Capitanata — fra il 15 e il 24 agosto del 1300 — di un vuoto improvviso che veniva a spezzare violentemente il suo equilibrio già tanto fragile e precario. Nel giro di quei dieci giorni veniva annientata la colonia saracena di Lucera. I saraceni erano padroni di Lucera da ottant’anni. Da circa tre generazioni essi costituivano in Capitanata non soltanto un’isola etnica, religiosa, culturale, ma anche una realtà economica e sociale salda e compatta. Essa, dunque, costituiva una delle componenti, ormai, effettive, anche se scomoda e malgradita, dell’equilibrio complessivo della Capitanata. Nel giro di quei pochi giorni quest’isola fu sommersa 171 MARIO DE SA NTIS_____________________________________________________________________________ in un bagno di sangue e dispersa da un uragano di violenza. La cronaca dell’orribile vicenda è troppo nota per aver bisogno di essere narrata. Occorre notare bene che ancora una volta la causa che sconquassò l’equilibrio della Capitanata — e con essa quello della vita civica di Foggia — fu una pura e semplice interferenza di interessi assolutamente estranei a quelli delle popolazioni locali. La storia ha fatto giustizia delle pretestuose ragioni di necessità di polizia e delle coloriture di zelo religioso conclamate dai documenti ufficiali dell’epoca a giustifica dell’impresa. All’origine di quel massacro fu il cinico disegno di realizzare un grosso affare finanziario in un mo mento in cui il Regno affogava nei debiti per l’infausta guerra di Sicilia. Un affare finanziario che consistette nella confisca dei beni dei saraceni, nella vendita come schiavi dei diecimila scampati al massacro, e nella progettata sistemazione dei numerosi profughi calabresi della valle di Crati infestata dalla guerra, nella zona già abitata e coltivata dai Saraceni. Questo disegno — senza alcuna considerazione delle ripercussioni che avrebbe avuto sugli effettivi interessi locali — produsse due generi di scompigli. Uno, il più immediato, fu quello di una carestia che afflisse per qualche anno Lucera per la mancata coltivazione del suo agro a causa della disorganizzazione generale dei primi momenti. Ne seguì una tensione minacciosa con le popolazioni circostanti, le quali, per timore di veder rarefatte le loro derrate, chiusero i mercati ai nuovi abitatori di Lucera. L’altro scompiglio derivò dall’insuccesso del disegno di nuova colonizzazione del territorio lucerino, improvvisato dall’artefice di tutta quell’operazione, Giovanni Pipino di Barletta. I calabresi non furono troppo sensibili all’invito di trasferirsi a Lucera, nonostante le proposte lusinghiere che venivano loro fatte. A cose, finite, in capo ad alcuni anni, solo un quinto della nuova popolazione lucerina era costituita da Calabresi. Il richiamo, invece, suscitò attrattiva là dove era desiderabile che non ne suscitasse. Per esempio a Manfredonia fu necessario un intervento del Re per arrestare la corrente migratoria che diveniva minacciosa per la stessa vita 172 ____________________________________________________________________LA VITA CIVICA DI FO GGIA 173 MARIO DE SA NTIS_____________________________________________________________________________ della comunità cittadina. Altra fonte di attriti fu la reciprocità dei pascoli, delle acque, della legna e di altri usi civici dei nuovi lucerini con i foggiani e i troiani sulle rispettive terre demaniali, nonché sulle terre dei baroni e delle chiese, secondo i diritti già goduti dai saraceni. Ma era il meno. Quel che esasperò la crisi e la fece dilagare su tutto il territorio di Capitanata, e in primo luogo su Foggia, fu la caotica confusione causata dalla inosservanza dei patti stabiliti dal Re per i nuovi coloni di Lucera. La quotizzazione delle terre non fu fatta secondo le promesse da parte dello stato (o diciamo meglio da parte dei suoi più 3 meno potenti e prepotenti funzionari). Dall’altra parte, i concessionari interpretarono i patti ciascuno a proprio arbitrio. Un nugolo di approfittatori, conti, baroni, prelati, piovuti da tutte le sfere auliche del Regno, si erano impadroniti di quanto era stato loro concesso, e di quanto non era stato loro concesso, coinvolgendo nel subbuglio dell’agro lucerino quello di Foggia, specialmente sulle zone più marginali, verso l’agro sipontino, il feudo di S. Lorenzo e lungo la valle del Cervaro. Nel 1337 le cose erano a tal punto che Roberto d’Angiò dovette intervenire con sanzioni che, purtroppo rimasero senza effetto, ma che danno un quadro impressionante della situazione. Gli arbitrii dei baroni non si limitavano a faccende puramente patrimoniali, ma turbavano profondamente la stesa vita interna della Città. I baroni infatti — come denuncia lo stesso documento di Roberto — inserivano nelle città i propri familiari (che vuol dire servitori, ma che in realtà erano un’autentica sbirraglia) i quali, sotto la protezione della potenza dei loro signori, scorrazzavano armati per la Città e i loro territori, irrogavano ai cittadini oppressioni indescrivibili, e perpetravano impunemente tali soprusi ed insolenze da far apparire (qui la Curia angioina si lasciava scappare nel documento una confessione ben significativa ai fini della nostra tesi) che quanto si sperava dovesse tornare a vantaggio e prosperità dell’intera Capitanata, si era risolto in distruzione della sua ricchezza. La crisi di cui parliamo si inquadra in quella generale della società del tempo. Era l’età che aveva strappato a Dante 174 ____________________________________________________________________LA VITA CIVICA DI FO GGIA la famosa invettiva verso l’Italia, nave senza nocchiero in gran tempesta. C’è tuttavia un aspetto caratteristico che questa crisi generale assunse qui tra noi. Nel resto d’Italia essa opera come un travagliato fermento da cui si sprigionano possenti forze sociali e culturali che danno vita ad industrie, commerci, attività bancarie di portata internazionale, a correnti artistiche e culturali che con Dante, Giotto, Giovanni Pisano e tanti altri toccano vertici luminosi e aprono le vie dell’età moderna. Nella nostra terra di Capitanata, invece, questa crisi 175 MARIO DE SA NTIS_____________________________________________________________________________ opera come l’avanzare di una palude in cui restano sommersi gli ultimi avanzi delle energie sociali e culturali che l’età angioina aveva ereditate dal precoce sboccio della nostra primavera altomedievale, prima dalla breve stagione idillica sveva, come abbiamo visto, poi dalla entusiasmante euforia angioina rimasta, anche questa senza estate. Mi sono attardato nella — sia pur sommaria — analisi di questi tre cicli più antichi della storia civica di Foggia per due ragioni. Prima di tutto perché, essendo la mia una tesi, occorreva che essa fosse plausibilmente dimostrata fin dalla sua impostazione. E in secondo luogo perché mi pare che una storia di Foggia relativa al periodo svevoangioino non sia stata scritta ancora, almeno nel senso di una analisi delle molteplici componenti profonde che sono alla base del dinamismo in cui si articola la cronaca. Mi è parso dunque necessario lumeggiare con una certa accuratezza ciò che si riferisce a un periodo mal conosciuto della nostra storia locale. Vi dirò che da tempo sto lavorando intorno a una ricerca di respiro più ampio di quel che non possa essere esposta in una conversazione conviviale. Ma i miei doveri pastorali, ben più vitali e impegnativi di un tranquillo e affascinante studio del passato, rendono quanto mai problematica la realizzazione del mio disegno. Questo dico per rimandare, se mai, la coscienziosa documentazione di ciò che ho qui fugacemente asserito, 176 ____________________________________________________________________LA VITA CIVICA DI FO GGIA a quando quello studio sarà pubblicato, se sarà pubblicato. E se no, mi basterà aver additato a eventuali studiosi — specialmente giovani — un filone di ricerche che potranno dare molte soddisfazioni. Torniamo dunque al nostro argomento. Il ciclo che abbiamo visto ripetersi tre volte nella storia civica di Foggia, si realizzò puntualmente una quarta volta nel periodo aragonese una quinta volta nel periodo murattiano-borbonico, una sesta volta nel periodo post-risorgimentale, e poi non conto più quante volte si sia ripetuto in seguito, perché una analisi del genere diviene competenza più dell’economista, del sociologo, del politico che dello storico. Una esposizione analitica dei periodi accennati non sarebbe possibile, senza oltrepassare i limiti imposti a una conversazione; ma non è neanche necessaria. Basti dire che i vari cicli susseguitisi in questi secoli sono tutti legati fondamentalmente intorno alle vicende del Tavoliere: tali vicende sono state oggetto di molteplici studi, tra questi eccellono recentemente le ricerche di Angelo Caruso, le indagini statistiche e interpretative di Pasquale Villani, le esposizioni del Dott. Musto e del Prof. Di Cicco e, infine, la accuratissima e documentatissima storia di Raffaele Colapietra. Non è la esposizione ditali vicende che qui c’interessa. E’ importante vedere come in tali vicende si ripeta il ciclo che abbiamo fin qui notato. Quando, nel 1468, Ferrante d’Aragona trasferì la sede della Dogana da Lucera a Foggia, si ponevano le premesse di un assetto che avrebbe caratterizzato per ben quattro secoli la Città e che avrebbe influito in maniera determinante su tutto il suo avvenire. Occorre subito sottolineare — anche se a prima vista parrebbe non essercene bisogno — che l’istituto della Dogana e il Reggimento cittadino erano due entità ben distinte e separate. E’ chiaro, però, che l’insediamento in Foggia della Dogana, nel momento stesso in cui l’istituto riceveva quella sistemazione che doveva farne in breve lo strumento finanziario più poderoso del Regno, non poteva rimanere senza ri- 177 MARIO DE SA NTIS____________________________________________________________________________ percussioni profonde sulla vita interna della Città. Ed è questo l’aspetto della questione che qui ci interessa. Quali furono queste ripercussioni? Uno studio del genere — per quel che mi risulta — non è stato ancora fatto. Non mancano però le fonti da cui si potrebbe attingere una sufficiente documentazione, molte di esse si possono trovare nel Libro Rosso della Città di Foggia pubblicato qualche anno fa a cura del prof. Di Cicco, che l’ha corredato con una nutrita introduzione. Senza neanche tentare un’analisi, mi pare estremamente interessante segnalare soltanto alcuni aspetti complessivi nei quali i particolari confluiscono e si sintetizzano. Prima di tutto derivò dalla collocazione della Dogana in Foggia un certo isolamento della vita civica foggiana da quella delle altre città di Capitanata. Dico isolamento, non già nel senso di una assenza di rapporti, che anzi questi divennero più intensi e frequenti, ma nel senso di un assorbimento di tutte le sue attività intorno agli istituti fiscali e giurisdizionali della Dogana, tanto da sottrarre l’attenzione della Città dagli altri istituti della vita politica e sociale e religiosa che nel passato avevano appassionato le sue vicende. Mi riferisco alla sede vescovile, che era stata oggetto d i continue tensioni e lotte tra Foggia e Troia. Per tutto il sec. XV - XVI - XVII - e buona parte del XVIII (cioè durante tutto il periodo statico della Dogana) le polemiche relative alla sede vescovile tacciono. Foggia sembra paga della sua situazione. Neanche la posizione preminente di Lucera in fatto di giurisdizione civile era avvertita in Foggia come una diminutio: anzi ciò doveva apparire ben naturale, dal momento che la giurisdizione, cui presiedeva Foggia, aveva un carattere straordinario ben distinto da ogni altra giurisdizione. In secondo luogo, derivò dalla collocazione della Dogana in Foggia una rapida e radicale cessazione delle ingerenze baronali che avevano mortificato la vita interna della Città durante il periodo angioino. La politica antifeudale degli Aragonesi dimensionò un po’ dappertutto nel Regno — specie nel periodo aureo della dinastia — il prepotere dei baroni. In Foggia questo ebbe una accentuazione tutta speciale, per il fatto che il Re, rendendo obbligatorio il pascolo nel Tavoliere, im- 178 ____________________________________________________________________LA VITA CIVICA DI FO GGIA Dall’ATLANTE DELLE LOCUZIONI di Antonio e Nunzio Michele di Rovero, compilato nel 1686. (Archivio do stato, Dogana delle Pecore, serie I, fasc. 20) pegnava la propria parola ed autorità che i greggi non sarebbero stati in alcun modo molestati, e, inoltre, accentrava sotto l’amministrazione del Tavoliere vastissimi territori che venivano di fatto sottratti al dominio baronale; e, infine, attribuiva al tribunale della Dogana la giurisdizione su tutti quelli che avessero rapporti con il Tavoliere di Puglia per ragioni di pascolo. La vita civica di Foggia — liberata così dalle ingerenze dei baroni circostanti — tornò ad essere gestita da un governo popolare, eletto da tutti i cittadini capi di famiglia, radunati per sonum campanae in pubblico, aperto e generai parlamento. Tutto questo, finché durò quell’equilibrio generale dell’intera vita politica italiana che caratterizzò il periodo migliore del sec. XV, ebbe in Foggia le sue benefiche ripercussioni. Basti un solo indice: quello demografico. Alla vigilia dell’impresa di 179 MARIO DE SA NTIS____________________________________________________________________________ Carlo VIII Foggia aveva raggiunto una popolazione di 600 fuochi: qualche cosa come 3.500-4.000 abitanti: una cifra non molto bassa per quei tempi. Le perturbazioni dell’invasione francese, della guerra che ne seguì, introdussero in Foggia — o forse meglio, aggravarono — il pericolo sempre immanente in ogni governo popolare, di disordini e di risse: alcuni cittadini ne approfittarono per persuadere il Re Federico a riformare il reggimento della Città, affidandolo a 24 persone nominate a vita. Era di fatto la fine del governo popolare e il passaggio a quello di una oligarchia aristocratica, formata da persone scelte da famiglie cospicue per nobiltà e per censo, che divennero una casta chiusa, che si trasmetteva il potere di generazione in generazione. Il Re aveva aderito volentieri al suggerimento di questa riforma, non proprio per l’interesse della Città, siamo alla solita svolta che ormai ben conosciamo, ma precisamente perché in quei tempi calamitosi conveniva tenere strettamente legata alla sua fedeltà quella Città che era di dominio regio ed era un centro economico e strategico di primaria importanza. Questo governo oligarchico divenne col tempo una delle cause più gravi della decadenza della vita civica, anche se questo — tuttavia — si avvantaggiava della pur sempre efficiente presenza della grande macchina burocratica economica e finanziaria che funzionava intorno alla Dogana. Ma si capisce subito quanto fosse condizionata la vita interna di una Città che si trovava esposta da una parte al « capriccio » di pochi reggimenti eletti dai voti dei loro stessi parenti (le parole non sono mie, ma di un documento del 1696, citato dal Di Cicco, a pag. 32), e che finita l’amministrazione non davano conti, né i loro successori se ne curavano; e dall’altra parte alle mutevoli sorti di quella stessa grossa macchina burocratica, che era la Dogana, i cui interessi non sempre coincidevano con quelli della Città, e anzi a un certo punto (al sec. XVII) cominciarono a divaricare in modo così macroscopico, da suscitare le polemiche di quella schiera di economisti, di agronomi, di giuristi, che prepararono lo smantellamento dell’edificio del Tavoliere. La polemica durò quasi un secolo. Intanto i problemi si 180 ____________________________________________________________________LA VITA CIVICA DI FO GGIA accumulavano. Si verificava il caso classico del malato che muore mentre i medici studiano. Ferdinando Galiani — a metà del ‘700 —, con una lucidità tagliente, sintetizzava la sua diagnosi in un brano che è divenuto famoso: « Io conto tra le molte cause di danno il sistema della Dogana di Foggia: sistema che al volgo sembra sacro e prezioso perché rende quattrocentomila ducati al Re; al saggio sembra assurdo appunto perché vede raccogliersi solo quattrocentomila ducati da un’estensione di suolo che ne potrebbe dare due milioni; abitarsi da centomila persone una provincia che ne potrebbe alimentare e far ricche e felici trecentomila; preferirsi le terre inculte alle culte; l’alimento delle bestie a quello dell’uomo; la vita errante alla fissa; le pagliaie alle case; le ingiurie delle stagioni al coperto delle stalle, e tenersi infine un genere d’industria campestre che non ha esempio di altro somigliante nella culta Europa, ne ha solo nella deserta Africa e nella barbara Tartaria » (Della Moneta ed. 1780, p. 414). Il problema — in quel clima illuministico e riformatore che caratterizzò il sec. XVIII — diveniva scottante. E tuttavia, (ben trent’anni dopo l’abate Galiani), Domenico Maria Cimaglia era costretto a denunziare con forza gli stessi mali. Siamo di fronte a quel fenomeno di accumulo — di cui abbiamo parlato all’inizio della nostra conversazione — che esplodendo determinerà soluzioni improvvisate, che diverranno fonte di subitanei entusiasmi, di nuove delusioni, di nuove crisi. Il 21 maggio 1806 Giuseppe Bonaparte, re di Napoli, emanava la legge di censurazione del Tavoliere. Si compivano — da un giorno all’altro — i voti e gli auspici che un secolo di studi e di polemiche non era riuscito a realizzare. Ma a quale prezzo! Il canone di censurazione veniva più che a raddoppiare quello della precedente fida; su di esso gravava un interesse pesante; il termine per l’affranco fissato in dieci anni, troppo ristretto per poterlo realizzare; si aggiunga l’imposta fondiaria, e si capirà subito come tutto cospirasse a rendere la situazione estremamente precaria, soprattutto per 181 MARIO DE SA NTIS____________________________________________________________________________ la mancanza di capitali, senza dei quali una riforma fondiaria è destinata al fallimento. Undici anni dopo, Ferdinando IV improvvisò una nuova legge che volendo rimediare a tutto, finì coll’essere (come si esprime uno scrittore dell’epoca, il De Augustinis) « un fatal centone, che ritorna all’antico, ritenendo del nuovo il solo profittevole e fiscale ». Non è mio compito delineare un quadro storico dell’economia di Capitanata. Insisto sul proposito dichiarato di questa mia conversazione: enucleare il ciclo ricorrente delle vicende civiche di Foggia: tappe e vicende, dicevamo. Occorre fugacemente accennare che questo gran fermento di idee, di voti, di speranze, — sia pur deluse — non fu senza riflessi benefici sulla vita civica di Foggia. Ogni immobilismo che si riscuote è sempre meglio di una situazione che ristagna. E’ proprio in questo periodo infatti che Foggia vede allargarsi il suo abitato oltre la cerchia del suo perimetro plurisecolare. La villa comunale, il teatro, la bella chiesa di S. Francesco Saverio sono opere di questo tempo. La popolazione si espande, e nuove parrocchie vengono create in quella che allora era la periferia della Città. Un avvenimento che si colloca come un indice dello slancio della Città verso nuovi destini e nel 1854 la sua elevazione a Città vescovile, con la creazione delta Diocesi di Foggia. Pare quasi che — una volta spezzato quel sistema che mentre aveva alimentato la vita foggiana per quattro secoli, l’aveva contemporaneamente imbrigliata ed aggiogata, le forze intime della Città si espandano con impeto. Poi venne la caduta del Regno di Napoli, la grande euforia dell’Italia Una, le mirabolanti prospettive aperte con la realizzazione del nodo ferroviario, che fecero parlare di Foggia come della Bologna del Mezzogiorno. Il ritmo della nostra storia purtroppo non era cambiato; I secolari problemi di un popolo non si risolvono con un cambiamento di regime, ma con le trasformazioni che essi postulano. E queste trasformazioni da noi non avvennero. O meglio, avvennero a spizzico, con ritardo e per via di quelle frettolose improvvisazioni che abbiamo periodicamente notate e deplorate. Il benemerito studioso di problemi nostri, Antonio Lo Re, 182 ____________________________________________________________________LA VITA CIVICA DI FO GGIA 183 MARIO DE SA NTIS_____________________________________________________________________________ sintetizzava così, il ciclo di queste novità: « Dapprima la febbre di tutte dissodare le terre, buone e cattive che fossero, allettata dai primi raccolti, dovuti ad una fertilità accumulata da secoli: ma mal governata andò esaurendosi. I proprietari gettati nelle fauci del Credito Fondiario, i medi e piccoli borghesi dissanguati dall’usura, i fittavoli scomparsi per mancanza di profitto, i contadini emigrati per fame, spopolamento delle campagne, miseria depravante ». Alcuni dati definiscono in cifre il fondamento del malessere susseguito alla facile euforia della Bologna del Mezzogiorno. Nella sua opera « Nord e Sud », Francesco Nitti nel 1900 constatava che lo Stato per ogni 10 lire di imposte e tasse prelevate, spendeva per le diverse regioni nella seguente misura: Piemonte 8,49, Liguria 13,49, Lombardia 8,32, Lazio 12,02... (tralascio le altre) Calabria 6,07, Abruzzo e Molise 4,82, Basilicata 4,72, Puglia (ultima della scala) 4,35. Il che vuol dire che lo Stato pompava dalle tasche dei poveri foggiani per ognuna delle 10 lire da essi pagate, ben 5,65 lire — oltre la metà —a favore di tutto il resto d’Italia. E’ il caso di ricordare il nostro proverbio saporito: ‘U cane mòzzeche ‘u stracciato. A causa di questo drenaggio finaziario, la grandiosa operazione di affrancamento del Tavoliere si risolse in gran parte in un fallimento: nella provincia di Foggia tra il 1883 e il 1902 ben 1.410 immobili già censiti rimanevano devoluti allo Stato per morosità. E’ un dato indicativo dell’asfissia determinata in tutta l’attività locale della mancanza di capitali. Un’altra gran parte passò nelle mani dei creditori di capitali prestati talvolta a tassi da strozzinaggio, e nasceva così quella classe di proprietari non coltivatori, che ritoglieva ai contadini la terra e la impegolava in uno sfruttamento irrazionale, attraverso il fitto, la mezzadria e altre forme peggiori. Si spiegano così i rivolgimenti popolari del 1898, che culminarono nell’incendio del Palazzo Municipale di Foggia, l’inizio di quelle lotte contadine, che erano una riedizione in termini democratici di quelle che erano state le più profonde origini del così detto brigantaggio dei primi tempi dell’Italia. Nonostante tutto, però, Foggia si evolveva. Ma qui devo fermarmi. 184 ____________________________________________________________________LA VITA CIVICA DI FO GGIA Se aprissi il capitolo di questa evoluzione commetterei due errori: prima di tutto, quello di protrarre oltre misura la mia chiacchierata, e poi quella di uscire dal campo della storia per entrare in quello della cronaca, o meglio dell’economia, della politica, della sociologia. Un campo tutt’altro che congeniale alle mie capacità. Mi fermo dunque qui, alle soglie dei giorni nostri; pago di aver dimostrato — almeno lo spero — come il ciclo ricorrente della nostra storia civica (la quale peraltro è profondamente inserita in quella della intera Capitanata) sia caratterizzata dalle seguenti componenti: 1) su di esso è pesato sempre il condizionamento di interessi estranei a quelli delle nostre popolazioni, e cioè lo sfruttamento che ci ha depauperati. e avviliti, ha scoraggiato la nostra iniziativa e ha mortificato le capacità creative di cui la nostra gente ha sempre dato segni non dubbi nei brevi mo menti euforici della sua storia; 2) le soluzioni date ai nostri problemi sono state sempre asfittiche per mancanza di mezzi adeguati alla loro specializzazione, di tempo sufficiente alla loro maturazione, di organicità data la loro frequente mutazione, determinata a sua volta dalla intempestività conseguita alla lentezza dell’esecuzione dei progetti e delle deliberazioni (mi permetto un esempio che è nel corso di attualità; la diga di Occhito e l’irrigazione del Tavoliere: quando giungerà a compimento, i problemi che quell’opera doveva risolvere saranno già superati da cento altri problemi che si vanno accumulando vertiginosamente); 3) nonostante tutto, Foggia è divenuta una grande Città e la Provincia ha fatto un cammino meraviglioso. Come si spiega tutto questo? Senza togliere meriti a nessuno di quanti hanno pur lavorato generosamente in tutti i campi a questa rinascita, bisogna riconoscere che il merito maggiore va proprio alla tenacia, allo spirito di adattamento, alla sobrietà, all’inventiva della nostra gente, che ha saputo supplire a tutti i tradimenti della storia. Ciò vuol dire che se (ora che i centri decisionali del nostro cammino sono finalmente nelle mani della nostra gente); se le decisioni non saranno più ipotecate da interessi parassitari (prima i feudatari, poi Tavoliere, poi il drenaggio fi185 MARIO DE SA NTIS____________________________________________________________________________ scale dai terroni del sud agli industriali del nord, e oggi, dobbiamo dirlo a tutto tondo, le strumentalizzazioni dei partiti, delle correnti, delle clientele). Se le decisioni dico non saranno più ipotecate da interessi parassitari, ma saranno davvero adottate in funzione del bene comune delle nostre popolazioni e in rispondenza alla vocazione propria della nostra terra... se si verifica tutto questo, le virtù ataviche della gente dauna potranno finalmente produrre i frutti molto volte promessi dalle periodiche fioriture sbocciate inutilmente nelle varie primavere della nostra storia. MARIO DE SANTIS 186 IL PARTITO POPOLARE IN PUGLIA I cattolici e la ripresa dell’attività Politica in Puglia dopo la grande guerra. Prima di fare l’analisi del periodo post-bellico, relativamente alla ripresa dell’attività politica, ci sembra quanto mai opportuno riportare l’attenzione sul clima regnante in Puglia negli anni immediatamente precedenti la grande guerra. La Puglia gode di una fama politica non certamente buona. Il sistema giolittiano, corrotto e violento, fa della regione pugliese un campo, dove, mediante sotterfugi, è possibile conquistare un posto in Parlamento. Da questo si capisce quanto sia grande l’impegno dei partiti per accaparrarsi i voti degli elettori. Assai indicativo sull’atteggiamento del Governo Giolitti a questo proposito è il telegramma inviato dal Ministro degli Interni al Prefetto di Foggia. Il telegramma, dopo aver ricordato di adoperarsi affinché, nei Comuni dove più vive si possono prevedere le lotte politiche, i partiti costituzionali curino con somma diligenza le iscrizioni di tutti gli elettori appartenenti ai partiti stessi, precisa: « Questo lavoro va fatto, non per mezzo di circolari, ma conferendo direttamente con le persone più influenti e con i Sindaci, che appartengono ai partiti costituzionali » 1 . In Puglia infatti, sotto l’apparente organizzazione partitica, agiscono fazioni che si battono per alcuni candidati, con l’unico scopo di averli poi alleati ai fini di interessi personali. Naturalmente la forza per l’attuazione di questi piani è rappresentata dalle masse popolari, le quali appoggiano questo o quel candidato, unicamente in quanto facenti parte dell’uno o dell’altro gruppo. 1 ASF, Prefettura di Foggia, Sottoprefettura di Bovino, Iscrizio ni Elettorali, 1913. 187 G. DI FIORE__________________________________________________________________________________ Questo condizionamento, che può durare anche l’intera vita, non è dettato da concordanze di idee e di programmi, bensì dalla necessità. E’ inutile dire che questo vincolo di clientela è un fenomeno culturalmente deleterio. Infatti, nella impossibilità di nuove esperienze, vengono a cadere anche gli incentivi per nuove forme di vita. In tale situazione di staticità si trovano anche i cattolici pugliesi. Sebbene l’abolizione del « non expedit » abbia aperto la strada per una costruttiva ed autonoma organizzazione cattolica, tuttavia si assiste in Puglia ad una totale adesione alla politica del Governo. La concordia che regna tra i cattolici e la politica giolittiana, è conseguenza di interessi personali. Ideologicamente i cattolici non seguono nuove direttive, ma rendono operante il Patto Gentiloni, impostato su una politica altamente moderata. Inoltre, il Patto Gentiloni segna una vera e propria alleanza tra cattolici e liberali, e non un semplice contratto occasionale, come si vuole far credere. Questo fatto è importante perché serve a spiegare il comportamento della maggioranza cattolica in questi anni. I cattolici pugliesi infatti ritengono che tale alleanza moderata sia l’unica via per un loro inserimento nella vita politica nazionale, e di conseguenza non si pongono il problema della possibilità di un loro autonomo inserimento nella vita politica nazionale. Inoltre gli ecclesiastici non hanno peso politico nelle riforme, ma permangono in una posizione esplicitamente conservatrice. Il clero infatti, in moltissimi casi, ha interessi comuni con i moderati, poiché ha bisogno di sicurezza economica. E’ validissimo quanto scrive a proposito Fabio Grassi: « I quadri cattolici erano costituiti dalle famiglie aristocratiche che, già sentitamente filo-borboniche, pur avendo mantenuto un atteggiamento di tacita disapprovazione dinanzi agli avvenimenti unitari, avevano finito per orientare i loro clientes verso il movimento moderato » 2 . Lo stesso Gramsci è convinto che « nel Sud il clero appare al contadino spesso, oltre che come guida spirituale, come proprietario che pesa sugli affitti » 3 . 2 FABIO GRASSI, Il tramonto dell’età giolittiana nel Salento, Ed. Laterza, Bari 1973, pag. 75. 3 ANTONIO GRAMSCI, Il clero come intellettuale, in NOTE SUL MACHIAVELLI, Einaudi, Torino 1966, pag. 295. 188 ______________________________________________________________IL PARTITO POPOLARE IN P UGLIA Ancora Salvemini: «…il prete in generale, purtroppo partecipa nel Sud alla vita politica ed amministrativa, non in quanto è prete, ma in quanto è proprietario ed affarista o piccolo borghese, bisognoso dei favori del Sindaco e del Deputato » 4 . Nonostante questa situazione, negli anni immediatamente precedenti il primo conflitto mondiale, specialmente tra i cattolici più vicini alla realtà pugliese, incomincia a farsi strada la necessità di organizzazioni cattoliche. Essi considerano esaurita la funzione conservatrice dell’alleanza moderata e auspicano programmi positivi di riforma, specialmente nel campo agrario, dal momento che la libertà della Chiesa appare garantita. Tali organizzazioni però si realizzano in campo economico, dato che in campo politico è assolutamente impossibile, almeno per il momento. Sorgono così i primi movimenti leghistici « bianchi ». A questo punto è necessario fare subito una constatazione: il movimento cattolico pugliese si sviluppa in maniera più consistente, là dove esistono già organizzazioni socialiste. E’ il caso della Unione professionale fra commessi di Lecce e della Lega cattolica fra scalpellini della stessa città5 . A Brindisi si costituisce la Cooperativa Cattolica dei lavoratori del mare, in contrapposizione alle organizzazioni operaie, che fanno capo alla locale Camera del Lavoro 6 . Grande merito di questo ris veglio dei cattolici pugliesi, specialmente nel Salento, va ai Padri Gesuiti, i quali, sia con la stampa, il giornale «Ordine» di Lecce è nelle loro mani, sia mediante conferenze, si fanno promotori di uno spirito di avanguardia, in campo sociale e politico, specie tra i giovani. E’ da dire anche che di questo nuovo clima, regnante nell’ambiente cattolico, sono informate le forze di polizia. Queste però apprezzano tale risveglio economico-politico, poiché vedono che questo fatto crea un certo equilibrio con le organizzazioni socialiste7 . Inoltre questi movimenti cattolici economici pugliesi, che si realizzano in piccole banche e cooperative, non sono propriamente autonomi, ma gravitano nell’orbita della politica economica dello Stato del Vaticano, che fa perno sul Banco di Roma. 4 GAETANO SALVEMINI, Il Ministro della malavita, Roma, La Voce Soc. Amm., 1919, pag. 228. 5 ACS, Min.. Int., Dir. Gen. PS., Ufficio riservato, busta 18 (1911-15). 6 ASL, Carte del Gabinetto, Pref. di Lecce, cat. 15, fasc. 581, 1911. 7 ASL, Carte del Gabinetto, Pref. di Lecce, cat. 15, fasc. 581, 1911. 189 G. DI FIORE__________________________________________________________________________________ Ciò è significativo per capire meglio quanto poco di spontaneo e di strutturalmente valido vi sia ancora in tali organizzazioni. Obiettivamente si deve riconoscere che in questo periodo, sebbene tra infinite difficoltà, incominciano a sorgere anche movimenti cattolici che si battono a favore di riforme specie nel campo agrario. Le zone dove avvengono queste realizzazioni sono quelle del Salento. Quivi, infatti, la situazione, a differenza del Foggiano e del Barese, dove domina il latifondo e quindi il bracciantato, si presenta in maniera più articolata. Si può premettere che saranno proprio queste aree a dare forza al partito cattolico. Sorgono in questo periodo le Unioni Agricole Cattoliche di Tuglie, di Noviano, di Galatina, di Casarano, le quali, sebbene diano scarsi risultati iniziali, hanno tuttavia il merito di contrastare il Partito Socialista8 . Crediamo opportuno riferire anche sull’atteggiamento nei confronti della Grande Guerra assunta dai cattolici pugliesi. Costoro, all’inizio, non hanno una posizione omogenea. In seguito si allineano con le decisioni del Governo, per dimostrare all’opinione pubblica il loro spirito patrio, dato che da più parti si rimprovera il loro assenteismo di fronte ai problemi nazionali. Da quanto detto non mancano dunque le premesse, sia nell’ambiente laico, che in quello cattolico, per un rinnovamento delle vecchie strutture politiche. Tutti si è convinti che il clima politico precedente la guerra abbia subito dei radicali mutamenti, e si vuole conoscere a che punto sia il grado della nuova coscienza civile scaturita dalla guerra. Molte speranze di rinnovamento sono poste negli uomini che hanno combattuto. Ma questi combattenti non possiedono ancora una chiara e specifica linea politica. Chi invece trova facile presa sulle masse inquiete e assetate di giustizia, è il movimento socialista. In realtà il Partito Socialista è in via di organizzazione già da alcuni anni, e poi la realtà socio-economica pugliese, come si è visto, favorisce l’espandersi del programma di questo partito. L’organizzazione dei braccianti in leghe di resistenza è l’unico modo per spezzare la catena con cui i proprietari li legano. Scrive Simona Colarizi: le leghe di resistenza, si formano quasi sempre spontaneamente 8 ASL, Carte del Gabinetto, Pref. di Lecce, cat. 15, fasc. 581, 1911. 190 ______________________________________________________________IL PARTITO POPOLARE IN P UGLIA tra i braccianti di uno stesso paese, nel tentativo di fronteggiare compatti il sistema feudale e schiavistico vigente nelle campagne pugliesi »9. Premesso che il lavoro nelle campagne pugliesi varia a secondo della stagione, avviene che nella stagione estiva la necessità della manodopera fa alzare il prezzo della giornata lavorativa, mentre nei mesi invernali, i braccianti sono costretti per sopravvivere, ad accettare quanto dai padroni viene offerto. Il salario poi non viene determinato secondo regolari criteri contrattuali, bensì viene stabilito occasionalmente, giorno per giorno, quasi sempre nelle piazze del paese, subendo così i vari condizionamenti del momento. Pertanto le associazioni contadine si adoperano con ogni mezzo a loro disposizione, per ottenere dei contratti fissi a scadenza stagionale e anche annuale. Si comprende come tali richieste il più delle volte siano in contrapposizione a quello che pensano i padroni, e quindi sono frequenti gli scontri tra le masse contadine e le forze dell’ordine, chiamate per riportare la calma. In questo clima di tensione, significato assai rilevante acquistano le occupazioni delle terre. Tutti coloro che sono tornati dal fronte e ai quali sono stati promessi appezzamenti di terre, ora vogliono vedere attuate tali promesse. Alla non concessione delle terre, i contadini rispondono con l’occupazione. « L’occupazione delle terre in Puglia, afferma ancora Simona Colarizi, ha un duplice aspetto: da una parte i contadini senza aspettare l’ingaggio, invadono le campagne per lavorarle, richiedendo poi la paga per l’opera prestata; dall’altra lo scopo del movimento è quello di spezzettare in piccoli fitti vaste proprietà lasciate incolte » 10 . Questa decisa presa di posizione non fa meraviglia se si tiene conto « della psicologia passiva dei contadini pugliesi, timidi, impacciati, chiusi e appunto perciò capaci delle esplosioni più subitanee » 11 . In tutta questa critica situazione, la posizione del Governo si dimostra chiaramente di parte, in quanto, usando ogni maniera per sedare le agitazioni, intende accattivarsi le simpatie della classe padronale. 9 SIMONA COLARIZI, Dopoguerra e Fascismo in Puglia, Ed. Laterza, Bari 1971, pag. 39. 10 IDEM, p. 50. 11 TOMMASO FIORE, Un popolo di formiche, Lettere pugliesi a Piero Gobetti, con prefazione di Gabriele Pepe, 3a edizione, Ed. Laterza, Bari 1952, pag. 43. 191 G. DI FIORE__________________________________________________________________________________ Inoltre la incessante repressione attuata dalle forze dell’ordine. contribuisce a rendere vani i tentativi di rivendicazione dei contadini, e, a lungo andare, causa anche scoraggiamento. Fatto ancora più grave è che gli agrari, sentendosi appoggiati dal Governo, reagiscono. In relazione a questi fatti sorgono i primi fasci di rinnovamento, i quali si propongono lo scopo di opporsi alla violenza proletaria. Altro motivo di malcontento e di agitazione popolare è costituito dalla scarsità dei generi alimentari e dal successivo rincaro dei prezzi, che ha incidenza allarmante principalmente sulle masse. A Taranto, la mancanza dei generi di prima necessità e la attuazione di prezzi proibitivi, esasperano talmente la popolazione che, dopo inutili tentativi di ottenere miglioramenti, pone la città in un grave stato di tensione12 . Conseguenza di questa tensione è l’assalto ai grandi magazzini compiuto dalla folla infuriata13 . Anche a Lucera avviene una sollevazione popolare a causa del caro-viveri, che si conclude con il triste bilancio di otto morti e più di venti feriti14 . Naturalmente in qualche parte i disagi della mancanza delle derrate alimentari, divengono moventi politici. E’ il caso di Andria, dove viene effettuato uno sciopero generale, auspici la Camera del Lavoro e la Sezione del Partito Popolare Italiano, la quale ultima trae pretesto dalla mancanza della farina, per rafforzare la propria situazione amministrativa15 . Effettivamente queste agitazioni portano al conseguimento di concessioni a favore dei lavoratori, quali gli aumenti dei salari e la diminuzione delle ore di lavoro. Inoltre contribuiscono a far capire che i vecchi partiti d’ordine hanno fatto il loro tempo. Questi partiti d’ordine sono rappresentati dagli schieramenti liberali, monarchici, giolittiani e salandrini, i quali da anni si contendono il potere regionale. Di fronte alla nuova realtà scaturita dalla guerra, questi partiti dimostrano chiaramente la loro impreparazione. Scrive Simona Colarizi: «…sordi e immobili sulle loro posizioni, gli esponenti dei diversi 12 « Avvenire delle Puglie », Il giugno 1919. « Avvenire delle Puglie », 10 luglio e ACS, Min. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA. GG. RR., Ordine pubblico, cat. CI (1919), b. 41. fasc. Lecce. 14 Ibidem, b. 41, fasc. Foggia. 15 Ibidem, b. 47, fasc. Bari. 13 192 ______________________________________________________________IL PARTITO POPOLARE IN P UGLIA partiti d’ordine, nella maggior parte dei casi, sembrano rimanere indifferenti agli avvenimenti e alla lotta politica in atto » 16 . In questo clima di incertezza, ma anche di grandissime risorse potenziali, rappresentate dalle masse dei contadini e dei braccianti, trova campo fertile il nascente Partito Popolare Italiano. Il Partito Popolare Italiano, il Mezzogiorno e la Puglia. Il 18 gennaio 1919 nasce il Partito Popolare Italiano. Indubbiamente è un fatto importante per la politica italiana, che vede un altro partito inserirsi nella vita dell’Italia post bellica con l’intento di risolvere i problemi. Questo avvenimento segna una data storica soprattutto per i cattolici italiani. Finalmente essi vedono giunto il tempo in cui possono staccarsi da una politica prettamente clericale, ed entrare a far parte della vita nazionale, rappresentanti di una tendenza popolare. Dopo molti anni di protesta, i cattolici possono finalmente mo strare il loro volto autonomo. « Il popolarismo, scrive Gabriele De Rosa, fu un punto culminante della contrastata e spesso contraddittoria vicenda dei cattolici di ogni parte d’Italia usciti dal clima e dal linguaggio della protesta cattolica intransigente, rimasta sempre chiusa nel rifiuto dei fatti compiuti» 1 . E’ interessante analizzare bene a questo punto l’area da dove il Partito Popolare Italiano trae la sua forza. Questo fatto che poi si ripercuote anche a livello regionale, servirà a far capire meglio la breve vita del Partito Popolare Italiano in Puglia. Anzitutto il P. P. I. trova la sua forza nel così detto « ceto medio a. Già prima della guerra Sturzo comprende, insieme a De Viti De Marco e a Salvemini, l’esigenza di dare una funzione politica ai ceti medi, gli unici capaci, di risolvere i problemi del momento, compreso quello meridionale. Scrive Franco Rizzo: « ...Sturzo, nell’opporre alle avveniristiche soluzioni rivoluzionarie delle prospettive immediatamente costruttive, nutriva fiducia in una funzione etico-politica del ceto medio » 2 16 1 SIMONA COLARIZI, Op. cit.. pag. 101. GABRIELE DE ROSA, Il Partito Popolare Italiano, Bari. Laterza, 1966, pag. 3. FRANCO RIZZO, Luigi Sturzo e la questione meridionale nella crisi del primo dopoguerra (1919-24), pag. 61. 193 2 G. DI FIORE__________________________________________________________________________________ E’ da dire che in molti casi queste persone politicamente moderate entrano a far parte del partito cattolico non perché convinte, ma perché scioccate dagli eventi bellici, e, temendo il bolscevismo, vedono nel nuovo partito uno schieramento capace di fare opposizione. E’ da dire che il fondatore del P.P.I., Luigi Sturzo, comprende subito che queste adesioni non spontanee, a lungo andare, sarebbero state causa di disgregazione per il partito. Infatti il prete di Caltagirone, insiste sin dall’inizio su una sincerità di azione. Purtroppo i suoi timori si avvereranno di li a poco, e più tardi dirà: « ...appena si delinea e prende corpo il movimento agrario fascista, essi (i popolari) sentono come una nuova attrazione e si distaccano prima spiritualmente, poi organizzativamente dal popolarismo » 3 . Intanto il programma che il P.P.I. presenta è veramente degno di un partito moderno. Prima di tutto bisogna dire che per i problemi economici, i più scottanti di ogni epoca, il nuovo partito si ispira alla scuola cristiano-sociale, in contrapposizione al collettivismo socialista. In relazione al problema della terra, auspica lo spezzettamento del latifondo a favore della piccola proprietà. Pone l’accento anche sulle riforme sociali, quali la riorganizzazione della scuola e la lotta contro l’analfabetismo. Ma dove il programma del P.P.I. si deve ritenere rivoluzionario è nella questione del Mezzogiorno. Per la prima volta viene affrontato il problema del Mezzogiorno come un problema di carattere nazionale, in quanto ha ripercussione sulla intera nazione, e in quanto spetta alla nazione risolverlo. « La questione meridionale, scrive ancora Franco Rizzo, con il P.P.I., entra con decisione nella lotta politica, come una delle componenti fondamentali» 4 . Fino ad ora l’interesse per il Mezzogiorno era stato confinato in uno studio più teorico che reale, e quindi indirizzato alla realizzazione di talune opere pubbliche, fatte anche in maniera poco razionale. Il P.P.I. comprende che è importante superare la barriera psicologica che esiste tra il Sud e lo Stato. E’ necessario fare uscire il Mezzogiorno da quello stato di inferiorità, dove gli anni e le condizioni storiche l’anno posto, e imetterlo sullo stesso piano del resto della nazione. Il Mezzogiorno si deve convincere che il suo avvenire è nell’attua- 3 LUIGI STURZO, Popolarismo e Fascismo, Gobetti 1925, pag. 18. 4 FRANCO RIZZO , Luigi Sturzo e la questione meridionale nella crisi del primo dopoguerra (1919-24), pag. 56. 194 ______________________________________________________________IL PARTITO POPOLARE IN P UGLIA zione delle sue grandi capacità potenziali, quali l’agricoltura, l’industrializzazione e il commercio. Non si deve più vedere un Mezzogiorno esclusivamente agricolo, con una agricoltura arretrata, di poco rendimento, affetta dal brigantaggio, dall’abigeato, dalla malaria e dallo sboscamento. Dovere dello Stato è mettere il Mezzogiorno nella possibilità di ritrovare le sue ricchezze. « Intervenga lo Stato, scrive Luigi Sturzo, e faccia quello che può: faccia strade, faccia scuole, faccia acquedotti, porti un po’ di civiltà, e poi il mondo finanziario accorrerà in aiuto del Mezzogiorno » 5 . Il latifondo, uno dei problemi meridionali più difficili da risolvere, è risolvibile dando ai contadini appezzamenti di terreno e incrementando così l’iniziativa privata. Altro problema immediato è quello di risanare la vita pubblica meridionale da ogni forma di parassitismo. « Si deve voler cooperare, afferma di nuovo Luigi Sturzo, a fare vivere il Mezzogiorno con la sua vita e la sua figura, non avulso dal ritmo della economia e della politica nazionale, ma come una parte integrante dell’Italia una: una di spirito, di volontà, di interessi, di fede, di vita e di avvenire » 6 . Purtroppo al momento tutto ciò rimane di difficile attuazione, poiché non vi è una conduzione ideologica da parte della classe media, poiché coloro che esercitano le professioni così dette liberali (medici, avvocati, notai ecc.)... costituiscono un ceto e danno vita ad una piramide che detiene all’apice i loro nomi, i loro casati, le loro collocazioni sociali. Il corpo burocratico fa capo a essi, perché ha bisogno di collocarsi socialmente entro un ruolo di vita signorile e così distinguersi dal proletariato e dal sottoproletariato, i quali nel suburbio cittadino, non hanno né lo spazio né la vocazione a creare una certa tensione sociale, allo scopo di generare quella « indignatio civilis » che è la premessa di ogni rivolta. Dunque, per far risorgere il Meridione, non sono sufficienti le leggi speciali o le grandi personalità. E’ necessario invece che si realizzi una costruttiva cooperazione a livello nazionale. Una delle regioni dove questi programmi sono attuabili è la Puglia. 5 6 LUIGI STURZO, Il Commento, Roma 1944, pag. 38. LUIGI STURZO, Il discorsi politici, Roma 1951, pag. 372. 195 G. DI FIORE__________________________________________________________________________________ Quivi infatti regnano tutte quelle problematiche, per risolvere le quali, purtroppo senza eclatanti risultati, il Partito Popolare Italiano si organizza. Accenni alla necessità di un partito cattolico organizzato in Puglia, si possono trovare nel convegno dei cattolici di Capitanata, svoltosi a Foggia nei giorni 8, 9 aprile 19187 . I motivi principali che spingono i cattolici pugliesi ad organizzarsi. sono rappresentati dalla necessità di raccogliere e di indirizzare nel dopo guerra le forze cattoliche, uscite piuttosto sconcertate dall’esperienza della guerra. Si ha la consapevolezza del deplorevole stato delle organizzazioni cattoliche regionali e si cerca di porre rimedio, entrando a far parte del nuovo partito. Questa situazione, come ho già specificato nel precedente capitolo, è conseguenza di uno scarsissimo impegno politico e sociale dei cattolici pugliesi. Tuttavia il programma del partito, trova i cattolici pugliesi pronti, in quanto essi intravedono la possibile soluzione dei loro problemi. Scrive l’« Avvenire delle Puglie » in quei giorni: « ...E, dato che sorge da uomini di cui si conosce la dirittura ed il carattere, un programma completo che tutto si ispira alla giustizia sociale, alla sana libertà, alla vera democrazia, che trovano loro fondamento nel pensiero cristiano, non si può non aderire toto corde » 8 . Effettivamente il quotidiano barese, parlando del P.P.I., insiste molto sugli aspetti del programma popolare. A proposito del significato di « popolare », dopo aver affermato che il nuovo partito è popolare non solo nel programma, ma popolare nel fatto, nell’azione pubblica e privata, nella condotta di tutti coloro che coprono e copriranno cariche, continua: « ...è popolare nella azione immediata e diretta, non violenta, ma audace, non rivoluzionaria ma intransigente » 9 . Nello stesso articolo infine viene data la risposta alla insinuazione di « conservatore » dato al programma da alcuni gruppi politici avversi, e si ribadisce: « che il partito è convinto che ogni ragionevole conquista sociale è possibile senza turbare violentemente l’ordine e le istituzioni » 10 . In realtà uno dei primi obiettivi che il Partito Popolare pugliese 7 ACS, Min. Int., Dir. Gen. PS., Div. AA. GG. RR., Partito Popolare, cat. K2, b. 49. «Avvenire delle Puglie », sabato 25 gennaio 1919. 9 Ibidem . 10 Ibidem. 8 196 ______________________________________________________________IL PARTITO POPOLARE IN P UGLIA si prefigge è proprio la preparazione politica, specialmente per contrastare il Partito Socialista. Considerando poi lo sviluppo delle sezioni del P.P. Pugliese, si sottolinea che molte di esse si formano sui già esistenti circoli cattolici. E’ quanto avviene a Bari, dove il nucleo della sezione del P.P. pugliese è riscontrabile nel Circolo Costituzionale Cattolico, sorto nel 191511 . Si può affermare che nonostante le difficoltà, lo sviluppo delle sezioni del P.P. pugliese è rilevante12 . Nel clima di propaganda, grande importanza si da nel fare conoscere soprattutto ai giovani il nuovo partito. Nel congresso regionale giovanile cattolico tenuto a Bari nell’estate del 1919, si fissano le linee programmatiche da svolgersi dalla gioventù cattolica pugliese13 . Tale programma, dopo aver affermato che il movimento sociale cattolico non deve pensare esclusivamente alla religione, per la quale bastano le congregazioni e le scuole di catechismo, continua: « ...esso (il movimento sociale cattolico), deve mirare alla formazione di cittadini coscienti, che diventino amministratori della cosa pubblica, e portino così il contributo di perfetti cattolici in tutti i rami della vita sociale » 14 . Uno dei primi problemi che il P.P. pugliese affronta e tenta di risolvere è quello agrario. Si capisce come il nuovo partito cattolico intravede la possibilità di un suo insediamento tra le masse contadine e quindi assicurarsi una forza sicura. Ritengo opportuno dire subito che in Puglia le direttive programmatiche del Partito Popolare Italiano,accettate entusiasticamente su un 11 « Avvenire della Puglia », sabato 15 genn. 1919. La Segreteria del P.P.I. segnala al 1 giugno 1920 le seguenti sezioni regolarmente costituite e riconosciute in Puglia: BARI, Acquaviva delle Fonti, Andria, Barletta, Carbonara, Fasano, Giovinazzo, Molfetta, Monopoli, Noci, Santeramo in Colle, Toritto, Bitonto, Corato, Canosa, Gioia del Colle, Modugno, Polignano a Mare, Trani, FOGGIA, Ascoli Satriano, Cerignola, Lucera, Montesantangelo, San Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis, Rignano Garganico, Rodi Garganico, Vico Garganico, San Severo, Volturino, Trinitapoli, Ischitella, Cagnano Varano, San Nicandro Garganico, Vieste, Peschici, Poggio Imperiale, Manfredonia, Carpino, LECCE, Brindisi, Carosino, Castellaneta, Gallipoli, Grottaglie, Guagnano, Latiano, Manduria, Martina Franca, Montemesolo, Monteparano, Monterassi di Lecce. Novoli, Presicce, Sava, San Pancrazio Salentina, Surbo, Taranto Crispiano, Salice Salentina, Arnesano. Campi Salentina. Mottola. Pulsano. Da «Il Popolo Nuovo », 4 luglio 1920. 13 ACS, Min. Int., Dir. Gen. PS., Div. AA. GG. RR., Partito Popolare, cat. K2, (1919). 14 « Avvenire delle Puglie», 27 giugno 1919. 197 12 G. DI FIORE__________________________________________________________________________________ piano teorico, vengono spesso in pratica accomodate alle situazioni locali e personalistiche. E’ quello che appunto accade a proposito della distribuzione delle terre ai contadini. Quei cattolici popolari poi, di cui già si è detto, e che si possono definire esponenti della sinistra cattolica, allorché si battono per lo spezzettamento del latifondo, vengono boicottati dalla maggioranza e addirittura considerati allo stesso modo dei socialisti. Quale sia in realtà l’idea del P.P. pugliese nei riguardi del problema della terra, è possibile conoscere dal suo quotidiano, che, nel rispondere ad una circolare, nella quale si parla della maniera di risolvere il problema agrario, dopo aver sostenuto che con troppa illusione si parla di terra ai contadini, e che spartire i beni delle Basiliche sarebbe come distruggere la credenza religiosa popolare, continua: « ...la terra ai contadini! Ma allora perché non dare le case ai muratori, le ferrovie ai ferrovieri, gli stabilimenti industriali agli operai... Troppo alla leggera si prospettano nelle masse popolari questioni straordinariamente complesse » 15 . Questo modo di vedere si fa più esplicito allorché viene affrontato anche la questione della distribuzione delle terre appartenenti alle Chiese Palatine. Ancora l’«Avvenire delle Puglie »: « Ora noi, in linea di fatto, non siamo teneri dei beni delle Chiese Palatine, di cui la minima parte va a mantenere il culto. In linea di principio non possiamo e non dobbiamo ammettere che le proprietà accumulate dai fedeli con le loro libere volontà, con le loro spontanee offerte per i bisogni religiosi, vengano comunque distolte dal loro scopo » 16 . In riferimento poi alle Opere Pie, lo stesso articolo, pur riconoscendo che le Opere Pie, le loro amministrazioni, la loro burocrazia, non sono i migliori custodi della proprietà terriera, afferma: « L’esperienza insegna: certe grandi tenute dell’Economato dei benefici vacanti, dell’Ordine Mauriziano, di certe grandi Congregazioni di carità, sono il non plus ultra della incuria, dell’abbandono, e, sovente, sono per ragioni politiche, in mano a qualche sfruttatore. Ma, ripetiamo la domanda, è possibile l’immediata inversione di questo patrimonio fondiario? » 17 . Ora, considerando il programma auspicato da Luigi Sturzo, e vedendo questa presa di posizione, non si può non rimanere perplessi. In 15 16 17 « Avvenire delle Puglie », 18 febbraio 1919. « Avvenire delle Puglie», 2 aprile 1919. Ibidem. 198 ______________________________________________________________IL PARTITO POPOLARE IN P UGLIA effetti si capisce chiaramente che questo atteggiamento è lo specchio fedele di quello che sono in realtà gli aderenti al P.P. pugliese. Mi sembra non fuori posto ripetere che molti degli appartenenti al P.P. pugliese sono ex democratici cristiani alla prima maniera, di mentalità conservatrice, i quali vedono nel nuovo partito cattolico una difesa ai loro interessi. Scrive Simona Colarizi: « ...appare ben presto evidente che il nucleo dirigente del P.P. pugliese è in mano di alcuni gruppi cattolici, che del nuovo partito si servono senza grandi scrupoli di adesione ad un preciso programma, per conseguire il dominio politico di questo o quel centro della regione » 18 . Inoltre non mancano i casi in cui gli stessi ecclesiastici, poiché posseggono dei terreni, sono in diretto contrasto con le rivendicazioni dei contadini. E’ ciò che avviene a Barletta. In questo centro infatti, avviene che il prete Dimiccoli, poiché non mantiene le promesse di pagare i contadini per i lavori abusivi compiuti nelle sue terre, viene assediato dai braccianti nella sua abitazione19 . Tenendo presente questa situazione, non è difficile comprendere le difficoltà che il partito cattolico incontra in Puglia nella sua espansione, specialmente tra le masse. Si tratta dunque di un problema di fondo. Non si può aderire ad un partito che in teoria si batte per una maggiore giustizia sociale, e in pratica si trova invischiato in una politica a danno delle classi più disagiate. Le difficoltà che il programma di Luigi Sturzo incontra in Puglia, sono causate quindi da una congenita situazione sociale. Bisogna convenire che tutta questa situazione non è assolutamente in sintonia con il pensiero di don Sturzo. Tutt’altro. Nei riguardi del partito cattolico il suo modo di pensare è chiarissimo. « I cattolici italiani, egli afferma, o sinceramente conservatori o sinceramente democratici: una condizione ibrida toglie consistenza al partito e confonde la personalità nostra con quella dei conservatori liberali, staccando i pochi coraggiosi che vogliono spingere il partito sul cammino delle progredienti democrazie »20 . Dunque, escluso il reclutamento tra le masse lavoratrici, il P.P. pugliese si 18 SIMONA COLARIZI, Dopoguerra e Fascismo in Puglia, Ed. Laterza, Bari 1971, pag. 123. 19 ACS, Min. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA. GG. RR., Ordine pubblico, cat. C1 (1920), b. 47, fasc. Bari. 20 LUIGI STURZO, I discorsi politici, Roma 1951, pag. 379. 199 G. DI FIORE__________________________________________________________________________________ rivolge a quello che ho già chiamato il « ceto medio », e cioè: piccoli proprietari, fittuari e mezzadri. A conferma di ciò è opportuno citare ancora il quotidiano del P.P. pugliese, che in molti articoli, riferentisi al problema agrario, parla con convinzione di « efficaci provvedimenti per premere l’ascesa dei fitti, l’incoraggiamento e l’organizzazione di tutte le forme di proprietà e lavoro: piccole proprietà lavoratrici, libero artigianato, mezzadria, piccolo affitto e affittanze collettive, sviluppo della libera cooperazione, compartecipazione effettiva agli utili e alla gestione delle aziende » 21 . Si può, così, dire che in Puglia lo sviluppo del P.P.I. non è omogeneo, ma presenta tre differenti aree di espansione. Si afferma con una certa consistenza nelle zone costiere, dove domina la piccola proprietà e nel Salento, dove esiste già una mentalità cattolico-borghese, mentre vive una misera esistenza nel Barese e nel Foggiano, dove dominano incontrastate le masse lavoratrici, vittime di uno schiacciante latifondismo. Partito Popolare Pugliese e Partito Socialista nelle lotte elettorali del 1919 e del 1920. Il mese di agosto del 1919 segna l’inizio della campagna elettorale. Anche in Puglia gli oratori del Partito Popolare tengono comizi e fanno conoscere il programma. Dai resoconti prefettizi appare chiaro come i popolari pugliesi cercano di organizzarsi bene per arrivare preparati alle elezioni di novembre 1 . Tutti sono convinti che la lotta che attende il nuovo partito è né facile e né tanto meno tranquilla, poiché il Partito Socialista è assai radicato soprattutto tra le masse contadine e operaie. Pertanto si fa strada la convinzione che la lotta elettorale si debba svolgere tra il Partito Socialista, senza dubbio in condizioni favorevoli, e il Partito Popolare, che fiducioso si lancia nella competizione. Le Direzioni Provinciali del P.P. pugliese nei vibrati appelli che 21 « Avvenire delle Puglie », 7 febbraio 1919. 1 ACS, Min. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA. GG. RR., Partito Popolare, cat. K2 (1919), b. 57, fasc. Bari. 200 ______________________________________________________________IL PARTITO POPOLARE IN P UGLIA lanciano, insistono sulla necessità di svegliarsi, di unirsi e di agire. « ... Coloro che pensano o scrivono che l’azione socialista in Puglia ha scarso risultato, o non conoscono la vera e attuale situazione politica, o hanno interesse di illudere, per avere il nemico più tempo di rendere inespugnabile il proprio campo di battaglia » 2 . Il P.P. pugliese insiste molto nel suo programma che mira al giusto elevamento morale ed economico del proletariato su direttive di equilibrio, di contro al programma socialista che propugna riforme immediate e violente. Significativo a questo proposito è quanto scrive il quotidiano del P.P. pugliese prima delle elezioni. Dopo aver affermato che il Partito Popolare reclama giustizia per tutte le classi, l’articolo prosegue: « Il Partito Socialista aspira alla conquista dei pubblici poteri e per raggiungere tale fine fomenta l’odio. Il Partito Popolare invece si oppone a qualsiasi dittatura e lavora per la trasformazione delle vigenti istituzioni politiche, sulla base della rappresentanza di tutte le classi » 3 . Per i popolari pugliesi, la battaglia elettorale presenta pertanto un dilemma: o col Partito Popolare per l’ordine, o col Partito Socialista per la rivoluzione. I candidati popolari ribadiscono dalle tribune i molteplici problemi della propria regione, problemi urgenti e complessi. Tra gli innumerevoli problemi due però emergono: quello agricolo e quello industriale. Gli oratori popolari si fanno portavoce della necessità di promuovere con ogni mezzo la colonizzazione interna del latifondo a cultura intensiva, l’impianto di case coloniche, la costituzione di società cooperative agricole e simili organismi più idonei. Già da allora si è convinti che solamente con opere di bonifica e di irrigazione, si potranno portare le terre pugliesi allo stesso rendimento delle altre regioni d’Italia. Uniformemente al progresso nell’agricoltura si auspica quello nell’industria, naturalmente di quelle che richiedono poca materia prima e molto lavoro. Vengono indicate nei comizi delle esigenze immediate, come la sistemazione del porto di Bari, ponte verso l’Oriente, e di sicuro avvenire, la riorganizzazione dell’acquedotto pugliese, l’impianto di fognature, ecc. ecc. 2 3 « Avvenire delle Puglie », domenica 31 agosto 1919. «Avvenire delle Puglie », giovedì 6 novembre 1919. 201 G. DI FIORE__________________________________________________________________________________ I candidati popolari si mostrano veramente consapevoli degli innumerevoli problemi che dilaniano la Puglia e si ritengono d’accordo con quanto auspica un giornale in quei giorni: « ... il principale loro interesse sia quello dei bisogni regionali, se non addirittura locali » 4 . Notevole è lo slancio in Puglia del lavoro di tutte le sezioni e di tutti i comitati del Partito Popolare alla vigilia delle elezioni. Nelle elezioni politiche indette per il 16 novembre 1919, la Puglia viene suddivisa in tre circoscrizioni: Bari, Foggia e Lecce. Le candidature popolari sono le seguenti: Camicia Francesco, De Vito Francesco Raffaele, Framarino Nicola, Guarini Giuseppe, Marino Antonio Pasanisi Raffaele, Sabini Giovanni, Starita Pietro e Ursi Vincenzo per la provincia di Bari; Aquilanti Francesco, Giuliani Leonardo e Pensa Tommaso per la provincia di Foggia; Apostolico Sebastiano, Cicala Francesco, Di Castro Luca, Galeone Gaetano, Quarta Ugo, Rumine Pietro e Selvaggi Eugenio per la provincia di Lecce5 . Tra questi candidati popolari, vi sono alcuni, i quali avevano preso parte alle elezioni del 1913, come Sabini Giovanni, appartenente al gruppo di Salandra, e Apostolico Sebastiano, appartenente alla vecchia destra 6 . E’ importante constatare pure come alcuni popolari vengano indotti ad accettare la candidatura perché il partito vede in loro delle personalità in grado di procurare voti. Tuttavia una volta inseriti nel vivo della lotta elettorale, anche costoro dimostrano l’adesione più totale alle idee del nuovo partito. Anche gli altri schieramenti politici conducono una incessante campagna elettorale. Il Partito Socialista può contare sulle masse lavoratrici fedelissime nel Tavoliere e nel Barese, meno nel Salento. Attorno al Fascio liberaldemocratico si riuniscono i sostenitori dell’On. Nitti, fortissimi nel Salento, forti in Terra di Bari, meno nel Foggiano. Nel Foggiano infine ha rilevante seguito l’On. Salandra, soprattutto in Lucera. Intanto, viste le premesse, non è difficile pensare come la campagna elettorale si svolga frenetica in tutta la Puglia. Alcuni fatti avvenuti in quel periodo ne danno conferma. Il giorno 30 settembre la sezione popolare di San Severo indice . 4 5 6 « Il Foglietto », 9 marzo 1919. « Avvenire delle Puglie», 16 settembre 1919. « Avvenire delle Puglie », 24 ottobre 1919 (Profili dei nostri candidati). 202 ______________________________________________________________IL PARTITO POPOLARE IN P UGLIA un comizio. Poiché in tale centro forte è la presenza socialista, avviene che in piazza il pubblico conta circa un migliaio di socialisti e solamente un centinaio di aderenti al Partito Popolare Italiano. Dopo inutili tentativi a fare svolgere il comizio privatamente, si cerca di parlare con i capi del Partito Socialista affinché garantiscano lo svolgimento del comizio. Tutte queste pratiche risultano inutili, tanto che per il troppo chiasso il comizio viene interrotto e gli aderenti al Partito Popolare si ritirano nel loro circolo 7 . La stessa cosa avviene a Corato. Quivi, l’On. Ursi Vincenzo, inviato dalla locale sezione del P.P.I. aveva tenuto il suo discorso. Dopo il comizio, dalla stessa piazza, alcuni socialisti estremisti, certi Leone Luigi e Loiacono Cataldo, cominciano a contestare il discorso, dapprima verbalmente poi arrivano anche a fare minacce8 . Pur tenendo conto di questa situazione, il P.P. pugliese ottiene 33.758 voti, così suddivisi nelle tre circoscrizioni: 20.998 a Bari, 3.289 a Foggia e 9.696 nel Salento9 . Indubbiamente è un discreto risultato per un partito di recente istituzione, tale da poter competere con gli altri schieramenti politici10 . Per ciò che riguarda gli altri partiti, dando uno sguardo ai risultati, si constata un discreto successo dei salandrini e una netta affermazione dei socialisti, entrambi a spese dei nittiani. Anche i giolittiani perdono dei voti a favore dei socialisti, dei popolari ed anche dei combattenti. Con i risultati elettorali ottenuti, il P.P. pugliese manda in Parla. . 7 A.C.S., Min. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA. GG. RR., Elezioni Politiche, cat. E1 (1919), b. 55, fasc. Foggia. 8 A.C.S. Min. Int. Dir. Gen. P.S. Div. AA.GG.RR., Elezioni Politiche, cat. E1 (1919), b. 55, fasc. FOGGIA. 9 Statistica delle Elezioni Politiche per la XXV Legislatura, 16 novembre 1919, Roma, Ufficio Centrale di Statistica. 10 Statistica delle Elezioni Politiche per la XXV Legislatura, 16 novembre 1919, Roma, Ufficio Centrale di Statistica. (La consistenza degli altri partiti è la seguente): Partito Liberale Partito Democratico Partito concordato di liberali, democratici e radicali Partito Socialista Ufficiale Partito Riformista Partito dei Combattenti voti 41.038 » 55.271 » 100.083 » 59.015 » 140 » 32.888 203 32.888 G. DI FIORE__________________________________________________________________________________ mento per la XXV Legislatura due Deputati: Marino Antonio e Ursi Vincenzo 11 . Si deve tener presente che i due unici popolari, vengono eletti nel Barese dall’elettorato costiero, mentre non risulta nessun eletto né a Foggia, né a Lecce. Il motivo sembra assai semplice. E’ in questa zona infatti che il P.P. pugliese trova terreno fertile per le proprie idee. Infatti, sono queste, zone socialmente avanzate e, di conseguenza, forte è lo sviluppo della borghesia e dei ceti medi. A questo punto è necessario anche individuare il perché del parziale fallimento del programma popolare specialmente nelle zone di Foggia e di Lecce. Il Foggiano e il Salento presentano una situazione economica e sociale talmente problematica, da rendere non adatte le realizzazioni mo derate che il nuovo partito va predicando. Lo scarso numero dei consensi è anche spiegato dal fatto che il P.P. pugliese, nel dare molta importanza alla candidatura delle personalità, non si è preoccupato che alcune di queste persone si trovano in una situazione socio-economica tale, per cui i propri interessi sono in contrasto con gli interessi delle masse. La vittoria socialista risulta dunque netta. Mi sembra conveniente rilevare come l’ascesi socialista in Puglia viene favorita dalla disgregazione della borghesia, buona parte della quale viene momentaneamente attratta dalle idee del P.P.I. Questa precisazione è importante, perché l’avanzata socialista avrà delle ripercussioni decisive sulla vita politica pugliese. Le elezioni politiche mettono così in evidenza l’organizzazione socialista e, logica conseguenza, la statica borghesia pugliese ha la possibilità di prendere coscienza della non felice situazione socio-economica regionale. Importante è inoltre il fatto che l’improvviso e aggressivo risveglio dei contadini, risveglio accelerato dalla crisi post bellica, abbia scosso e allarmato anzitutto il padronato agrario. « ...E’ solamente dalla vittoria socialista nelle elezioni, che si può 11 Le preferenze ottenute dai candidati popolari sono le seguenti: — BARI: Camicia F. (22.767), De Vito F. R. (24.695), Framarino N. (24.327), Guarini G. (22.938), Marino A. (26.754), Pasanisi R. (25.007), Sabini G. (23.687), St arita P. (25.122), Ursi V. (25.204); — FOGGIA: Aquilanti F. (4.540), Giuliani L. (4.114), Pensa T. (3.572); — LECCE: Apostolico S. (l2.620), Cicala F. (12.478), Di Castro L. (10.310), Galeone G. (10.720), Quarta U. (10.336), Rumini F. (9.830), Selvaggi E. (10.777). 204 ______________________________________________________________IL PARTITO POPOLARE IN P UGLIA datare il reale risveglio della borghesia pugliese », afferma Simona Colarizi12 . Appare chiaro come in breve tempo anche in Puglia si ha una maggiore sensibilizzazione politica. Si fa avanti la convinzione che bisogna lottare per un avvenire sociale ed economico migliore. E le popolazioni pugliesi, da secoli tristemente provate, hanno un risveglio sensazionale. I mesi che intercorrono tra le elezioni politiche del 1919 e le elezioni amministrative del 1920, sono per il P.P. pugliese ricchi di riflessione e di serie conseguenze. Convinti che da soli fosse impossibile competere con i socialisti, si fa strada l’idea di unirsi alla borghesia per impedire che i poteri comunali e provinciali vadano in mano socialista. Naturalmente è facile ritenere che i fautori di tali alleanze siano quei popolari i quali, provenienti dai ceti medio-borghesi, vedono in tali alleanze l’unico modo per difendere la propria posizione. Tutto ciò in Puglia avviene nonostante che il Segretario Politico del P.P.I. don Sturzo riconfermasse la intransigenza nella lotta amministrativa e rinsaldasse la convinzione di appoggiare le liste del partito. Stando così le cose, è possibile assistere ad alleanze quanto meno imprevedibili: « ..si vedono preti e massoni uniti insieme, che sotto braccio percorrono le vie, dicendo male dei socialisti, di Lenin, della Russia... » 13 . Intanto i Comitati Popolari pugliesi emanano i propri programmi amministrativi. Il Comitato Provinciale Popolare di Bari insiste nel suo programma: « ...di mirare alla libertà, alla autonomia e al decentramento amministrativo degli enti pubblici locali » 14 . Dunque ancora più difficili sono le condizioni in cui si fanno tali elezioni amministrative. La lotta non ha più solamente carattere amministrativo, ha invece carattere specificatamente politico. Personalmente ritengo che tale inasprimento preelettorale in Puglia risponda non solo al mutato clima socio-politico, ma anche all’importanza della posta in gioco, condividendo quanto scrive Tommaso Fiore: « La questione principale in fondo, dice lo scrittore pugliese, per questa gente, 12 SIMONA COLARIZI, Dopoguerra e Fascismo in Puglia, Ed. Laterza, Bari 1971, pag. 107. 13 « Spartaco », 17 settembre 1920. 14 «Avvenire delle Puglie », 18 ottobre 1920. 205 G. DI FIORE__________________________________________________________________________________ borghese o proletaria, che, dove ha abbandonato l’antica passività, è attratta e sorretta da tutte le nuove fedi, da tutte le utopie, è di avere in mano il Comune, per pagare il meno possibile di tasse, e possedere la terra... E, sotto la vernice di questo o quel partito, in molti paesi si agitano ardenti questioni demaniali » 15 . Numerosi risultano infatti i fatti di violenza in tale periodo. A Ruvo, in uno scontro tra socialisti e appartenenti al fascio dell’ordine, vengono feriti tre fascisti da colpi di rivoltella 16 . Gli elettori socialisti di Terlizzi vanno alle urne protetti dalla forza Pubblica17 . A Bitonto, in uno scontro causato da aderenti a partiti opposti, perde la vita un giovane e vengono ferite altre persone18 . I socialisti di Gioia del Colle impediscono agli aderenti al P.P. pugliese di riunirsi per una conferenza 19 . La Lega socialista di Troia esercita atti di rappresaglia nei confronti di iscritti alla Lega Agricola Popolare, con l’intento di creare disordine e disgregazione20 . A Santeramo, un gruppo composto da scalmanati socialisti, al termine di un comizio, entrano con prepotenza nella sezione del P.P.I. e percuotono violentemente un certo frate Serafino e altri popolari21 . A Foggia avvengono tafferugli tra socialisti e popolari durante un comizio di questi ultimi 22 . Durante un comizio del Partito dell’ordine, a Serracapriola, un gruppo socialista, guidato dall’On. Mucci, arriva proprio con l’intento di disturbare 23 . 15 TOMMASO FIORE, Un popolo di formiche, Lettere pugliesi a Piero Gobetti con prefazione di Gabriele Pepe, 3a edizione, Ed. Laterza, Bari 1952, pag. 54. 16 ACS, Min.. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA. GG. RR., Elezioni amministrative, cat. E2 (1920), b. 76, fasc. Bari. 17 Ibidem. 18 ACS, Min. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA. GG. RR., Elezioni amministrative, cat. E2 (1920), b. 76, fasc. Bari. 19 Ibidem. 20 ACS, Min. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA. GG. RR., Ordine pubblico, cat. CI (1920), b. 47, fasc. Bari. 21 ACS, Min. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA. GG. RR., Elezioni amministrative, cat. E2 (1920), b. 76, fasc. Foggia. 22 Ibidem. 23 lbidem. 206 ______________________________________________________________IL PARTITO POPOLARE IN P UGLIA Un conflitto a fuoco con feriti e contusi tra la sezione dei combattenti e la sezione dei popolari avviene ad Alberobello 24 . Credo conveniente riportare a questo punto la forza politica dei popolari in alcuni centri pugliesi alla vigilia delle elezioni. A Bitonto alla sezione del P.P.I. fanno capo il « Circolo della piccola proprietà » e la « Lega dei carrettieri » con circa 500 aderenti25 . In questo Comune però il clero perde ben presto ascendente sulle classi dei contadini e degli operai. Il Partito Popolare di Monopoli si sviluppa con l’adesione di minoranze locali liberali e combattenti26 . A Cisternino i popolari sono in maggioranza, ma tale maggioranza è instabile, poiché soggetta a dipendere dalla simpatia e valore delle personalità partecipanti alla lotta27 . La sezione del partito cattolico di Putignano conta circa 300 iscritti, mentre a Rutigliano ne conta 18228 . A Modugno poi l’unica associazione politica è la sezione del P.P.I., che conta circa 340 iscritti29 . A Palo del Colle il P.P.I. è rappresentato dalla Lega Bianca. Vi aderiscono: i reduci di guerra, la Cassa rurale e alcuni della Lega dei muratori; in tutto circa 2.000 aderenti30 . A Bisceglie il partito politico predominante è quello costituzionale, ma per l’attivissima propaganda del P.P.I. e per la apatia dei liberali, i popolari sono in maggioranza 31 . Le elezioni amministrative segnano anche la nascita di molte sezioni del P.P.I.: a Corato (circa 800 iscritti), e Ruvo (circa 110 iscritti), a Spinazzola (circa 100 iscritti), a Trani (circa 2000 iscritti), ecc....32 Ad Andria il P.P.I. ha circa 3000 iscritti ed ha la sua forza nella . 24 «Avvenire delle Puglie », 1 ottobre 1920. ASB, Gabinetto Prefetto, Bari, S.P., cat. 30, classe 7b, Elezioni amministrative (1920), b. 261, fasc. 4 — Notiziario sui partiti — (1920). 26 Ibidem (Il Maresciallo Capo Comandante di Stazione al Prefetto di Bari). 27 ASB Gabinetto Prefetto, Bari, S.P., cat. 30, classe 7b, Elezioni Amm. (1920) b.261, par. 4, notiziario politico (1920). 28 Ibidem. 29 Ibidem (Il Commissario prefettizio al Prefetto di Bari). 30 lbidem. 31 Ibidem (La Sottopretura di Barletta al Prefetto di Bari). 32 Ibidem. 207 25 G. DI FIORE__________________________________________________________________________________ Lega dei falegnami con 100 iscritti, nella Lega dei contadini con 230 iscritti e nella Lega dei muratori con 85 iscritti33 . Anche a Barletta aderiscono al P.P.I. la sezione popolare con 150 iscritti, la Società agricola con 450 iscritti, la Cooperativa caricatori e scaricatori di porto con 240 iscritti, la Società XX settembre con 200 iscritti, la Società calzolai con 60 iscritti e la Società fornai con 60 iscritti34 . Gli schieramenti politici del P.P. pugliese nelle elezioni amministrative del 1920 sono dunque dettati da situazioni locali e pertanto, come si è già detto, assumono differenti significati. A Foggia i popolari si presentano con una propria lista, similmente ai socialisti, per fronteggiare il gruppo del Fascio 35 . Però le forze del P.P. pugliese nel capoluogo dauno sono molto esigue e non vi è nessuna speranza di riuscita, neanche per la minoranza36 . A Canosa la sezione del P.P.I. non partecipa con liste proprie, e lotta a fianco del Blocco d’ordine37 . A San Giovanni Rotondo i popolari sono a capo del gruppo d’ordine, seguiti dai combattenti, dai liberali e dai costituzionali38 . A Troia e Lucera il P.P. pugliese scende in lotta contro il Fascio, alleandosi con i « resti » del Partito Socialista locale in via di dissoluzione39 . Nonostante il compatto schieramento fatto dai blocchi d’ordine, il Partito Socialista esce dalle elezioni amministrative del 1920 ancora rafforzato. Per il Consiglio Provinciale di Bari vengono eletti solamente 6 popolari (Franco Nitti, Luigi Branchi, Riccardo Busci, Giuseppe Silvestris, Stefano Bianchi e Vincenzo Miccolis), e per quello di Lecce 5 popolari (Apostolico, Bianco, Guerrieri, Zaccaria Pesce e Del Prete Nicola)40 . . 33 Ibidem. Ibidem. 35 « Corriere delle Puglie », venerdì 8 ottobre 1920. 36 « Corriere delle Puglie ». venerdì 15 ottobre 1920. 37 « Corriere delle Puglie », sabato 30 ottobre 1920. 38 « Giornale della Capitanata », 17 ottobre 1920. 39 ...da Foggia il Prefetto Franzè all’On. Ministro Interni, 27 maggio 1920. 40 « Corriere delle Puglie », sabato 10 ottobre 1920. — Gli altri partiti sono così rappresentati: in terra di Bari (liberali democratici 29 eletti, combattenti e rinnovamento 5 eletti, socialisti indipendenti 5 eletti, socialisti ufficiali 14 eletti, repubblicani 1 eletto); in Terra di Lecce (liberali democratici 49 eletti, socialisti ufficiali 6 eletti); a Foggia (partito socialista 25 eletti, partito del Fascio 17 eletti, liste indipendenti 8 eletti). 34 208 ______________________________________________________________IL PARTITO POPOLARE IN P UGLIA A Foggia poi, e ciò non fa meraviglia, se si tiene presente la locale situazione socio-economica già accennata, non viene eletto nessun popolare. Il P.P. pugliese ottiene inoltre la maggioranza in 6 Consigli comunali: 3 in Terra di Bari, 2 in Provincia di Lecce e 1 in Provincia di Foggia. Diplomaticamente i Comitati Provinciali del P.P.I. commentano i risultati elettorali: « Abbiamo perduto, ma non ci lamentiamo. Il nostro partito, forte e disciplinato, non poteva aspirare in breve tempo ad avere ragione sugli altri partiti che hanno ancora forti radici in ogni strato sociale » 41 . Tenendo presente quanto fin qui detto, si deve convenire con obiettività che il P.P. pugliese abbia realmente tentato di ergersi quale alternativa al Partito Socialista pugliese e lo si è visto nel suo programma e soprattutto nello schieramento politico preelettorale. Però la necessità di appoggiarsi ad altri gruppi e la mancanza di autonomia politica, sono indici evidenti di strutture scarsamente consistenti. « La scelta della collaborazione, cito ancora Simona Colarizi, conferma in ultima analisi l’incapacità di rinnovarsi della classe borghese pugliese anche per quel che riguarda la nuova generazione appena uscita dalla guerra » 42 . Intanto all’indomani dei risultati elettorali si acuiscono le violenze causate da una parte dai socialisti, i quali vittoriosi, manifestano la loro gioia innalzando sui Comuni le bandiere rosse e provocando spesso gli avversari, dall’altra gli uomini d’ordine, compresi i popolari, che a tale nuova realtà non riescono ad assuefarsi. Uno scontro tra il Partito dell’Alleanza e i Socialisti, causa il ferimento di 15 persone a Bari43 . A Massafra, nello scontro tra i Socialisti vittoriosi e i carabinieri, accorsi per mantenere l’ordine, resta ucciso un dimostrante e ferite altre 18 persone44 . 41 « Avvenire delle Puglie», 20 novembre 1920. SIMONA COLARIZI, Dopoguerra e Fascismo in Puglia, Ed. Laterza, Bari 1971, pag. 109. 43 «Corriere delle Puglie », 9 novembre 1920. N.B. Partito della Alleanza: partito locale, costituito da liberali democratici, popolari e combattenti. 44 ACS, Min. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA. GG. RR., Elezioni Amministrative, cat. E2, (1920), b. 76, fasc. Lecce. 42 209 G. DI FIORE__________________________________________________________________________________ Gravissimi sono i fatti avvenuti il 14 ottobre a San Giovanni Rotondo, dove lo scontro armato tra i diversi schieramenti politici e le forze dell’ordine si conclude con il triste bilancio di 11 morti e 80 feriti45 . « ...il Partito Socialista, scrive il giornale “Idea Nazionale”, vittorioso per caso nelle recenti elezioni amministrative, doveva ieri insediarsi, issando la bandiera rossa sul Palazzo Municipale. Si sarebbe avuta una spontanea reazione del gruppo opposto, capeggiato dai popolari, che non avrebbe così facilmente subito l’umiliazione di vedersi sventolare la bandiera proletaria sul Palazzo San Francesco » 46 . Assai significativo è quanto scrive anche un altro quotidiano: « L’episodio sanguinoso di San Giovanni Rotondo, rappresenta l’epilogo di tutta una situazione creatasi in quel Comune per l’asprezza della lotta elettorale, per i rancori della disfatta delle elezioni amministrative » 47 . In relazione a tale increscioso avvenimento, la Direzione del P.P.I. ordina una propria inchiesta, condotta dall’On. Ursi Vincenzo, da cui risulta: « ...come gli aderenti a questo partito siano restati perfettamente estranei all’originarsi e allo svolgersi dei luttuosi avvenimenti » 48 . Obiettivamente infatti, se da una parte il comportamento dei socialisti risulta provocatorio, dall’altra i popolari, sebbene invitati alla calma dalle autorità, al divulgarsi della notizia che si sarebbe issata la bandiera rossa sul Palazzo Comunale, « sollevarono vivaci proteste, e contribuirono alla concitazione degli animi » 49 . Un’altra inchiesta sull’eccidio, iniziata dal socialista On. Maitalasso non viene portata a termine perché cacciato da San Giovanni Rotondo. Veramente grave è poi la dichiarazione fatta dal Blocco d’ordine, cui aderiscono i popolari, i combattenti, i mutilati e i liberali, di operare: « ...un vero e proprio boicottaggio da parte della minoranza, decisa ad astenersi dal presenziare a tutte le future sedute comunali con una manovra tendente chiaramente ad invalidarle » 50 . Criticamente si deve dire che questo atteggiamento messo in atto 45 « idea Nazionale ». domenica 17 ottobre 1920. I particolari dell’eccidio di San Giovanni Rotondo. 46 Ibidem. 47 Il Rinnovamento », domenica 17 ottobre 1920. 48 ACS, Min. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA. GG. RR., Elezioni Amministrative, cat. E2 (1920), b. 76, fasc. Foggia. 49 « Giornale d’Italia », 21 ottobre 1920. 50 « Il Rinnovam ento », domenica 17 ottobre 1920. 210 ______________________________________________________________IL PARTITO POPOLARE IN P UGLIA dai popolari in molti centri, è contrario alla circolare diramata da don Sturzo il 3 settembre 1920 e nella quale si legge: « La disciplina è il segreto di un partito forte, anche nei momenti più difficili. Non si deve pretendere di volere più di quello che si vale, si deve pretendere quello che si è. Serve molto alla preparazione amministrativa il posto avanzato di minoranze battagliere, che fanno partecipare alla vita del Comune e della Provincia le stesse masse organizzate, interessandole vivamente ai problemi di vita locale » 51 . Gli avvenimenti di San Giovanni Rotondo e di altri Comuni pugliesi, apparentemente di sola cronaca, sono invece di massima gravità, poiché tra la borghesia incomincia a serpeggiare la convinzione di farsi giustizia personalmente. Si fa strada così l’organizzazione agraria, convinta e compatta, tale da poter competere con il movimento delle leghe, e il successivo periodo che va dalle elezioni amministrative del 1920 alle elezioni politiche del 1921 ne segna purtroppo l’espansione. G. DI FIORE 51 « Giornale d’Italia», 21 ottobre 1920. 211 la Capitanata Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia Direttore: dott. Angelo Celuzza, direttore della Biblioteca Provinciale. Direttore responsabile: m0 Mario Taronna Tipografia Laurenziana - Napoli Autorizzazioni del Tribunale di Foggia 6 giugno 1962 e 16 aprile 1963 Registrazione presso la Cancelleria del Tribunale di Foggia al n. 150 I L L U ST R A Z I O N I ILLUSTRAZIONI Pag. 169 Lucera, disegno di Des Prez; pag. 173 Foggia, la Cattedrale; pag. 175 Tavola raffigurante la città di Troia; pag. 179 Locatione di Candelaro; pag. 183 Foggia, Palazzo Dogana; pag. 183 Foggia, Teatro Ferdinando.