La Storia
Il 3 gennaio del 1958, Michele
Caggiano lasciava il paese
nativo per cercare fortuna
altrove. Per costruirsi un futuro
migliore, scelse Cantù, un ricco
centro della brianza. Come
tanti meridionali di allora,
prese il treno e dopo lunghe
ore giunse alla stazione di
Cantù Asnago e poi da Cantù
Asnago, in pulman, in Piazza
San Rocco. Ad attenderlo non
c’era nessuno. Michele aveva
in mano solo un piccolo foglio
di carta con su l’indirizzo dove
abitava lo zio Gaetano, lo zio
che lo avrebbe poi ospitato per
un periodo di 3 mesi.
Quella mattina nevicava a
Cantù, circa 5 cm di neve
ammantavano le strade, così a
piccoli passi, in breve tempo
arrivò a destinazione. Michele
ricorda: “solo il tempo di
saluti, un piccolo ristoro e via
di corsa a cercare lavoro”.
Pur conoscendo le mille
difficoltà iniziali a cui andava
incontro, voleva fare il
meccanico, anche se non
aveva esperienza; fino ad un
giorno prima aveva lavorato
solo in agricoltura e l’unico
compagno di lavoro era stato
un mulo.
Il primo impatto con il mondo
del lavoro fu tremendo, Michele
ricorda che il primo giorno, il
pomeriggio del 4 gennaio del
1958, con le strade innevate ed
un cielo grigio come il piombo,
visitò quattro officine e tutte
gli chiusero la porta. Non fu
certamente un buon inizio, ma
non si perse d’animo e il giorno
successivo si mise a cercare a 360
gradi; il suo motto: “ qualsiasi
cosa pur di lavorare”. Il giorno
successivo Michele, attirato
dalle gru, dai silos di stoccaggio
della polvere prodotta dalle
falegnamerie e da quant’altro
fosse indizio di offerta di lavoro,
si offrì alle diverse imprese. Ma
quel giorno, il 5 gennaio del
1958, fino alle ore 12: nulla!
nada de nada direbbero gli
spagnoli. A mezzogiorno, solo
un piccolo spuntino che lo zio
aveva preparato e via di corsa
alla ricerca disperata di un
qualcosa da fare. Michele, forte
sia nel fisico che nel carattere
non si perse d’animo e quel
pomeriggio chiese allo zio
Gaetano, che di mestiere faceva
il marmista, se era possibile
lavorare la dove lavorava lui.
Se cercava qualcuno che lo
sollevasse un pochino nel
morale lo zio Gaetano era
la persona giusta: non aveva
neppure iniziato a parlare che
lo zio lo interruppe, dicendo:
“ ci troviamo in un momento
molto difficile, l’attività di
marmista sta attreversando
un periodo di crisi, il lavoro
si è ridotto notevolmente”,
certamente tutto questo in
dialetto
potentino.
Quel
pomeriggio, malgrado
le
parole piene di ottimismo
dello zio, Michele andò
ugualmente al colloquio con
il signor Mascheroni Ariberto
che era il titolare della ditta
dove lavorava lo zio. Questi,
un pò per la simpatia che
Michele gli aveva ispirato,un
pò per tenerezza gli offrì
lavoro. Quel pomeriggio del
5 gennaio del 1958 Michele si
sentiva l’uomo più felice del
mondo, tanta era la gioia che
manifestò al signor Mascheroni
la volontà di iniziare subito.
Siccome il giorno successivo
era l’Epifania l’inizio fu
rimandato al giorno 7 gennaio.
Il giorno dell’Epifania, pur
essendo festa, il tempo non
passava mai, seduto in quella
stanzetta che condivideva
con 3 cugini ed un altro zio,
pensava oltre al lavoro, alla
mamma Angiolina, al papà
Francesco, al fratellino Alfonso
e alla sorella Margherita che
erano rimasti al paesello e che
non vedeva l’ora di portare al
Nord. La notte del 6 gennaio
del 1958, in quella stanzetta,
4x4 con pareti in legno,
Michele non chiuse occhio,
pensava al giorno dopo,non
vedeva l’ora di lasciare alle
sue spalle la lunga notte per
dare inizio alla sua prima
giornata lavorativa. Si doveva
presentare sul lavoro alle ore
8 ma alle 7 del giorno sette
di quel gennaio del 1958
Michele era già sul posto di
lavoro, attendeva l’apertura
della fabbrica per poter dare
sfogo a tutta la sua energia nel
lavoro.
DALLA SUA PRIMA
MANSIONE ALLA
PARTENZA PER IL
MILITARE:
a sua prima mansione fu
quella di tagliatore di marmo,
mansione che durò circa 7 mesi
per passare poi a tutte le altre,
fino a lavorare il marmo in ogni
sua forma.
Il rapporto di lavoro con la
ditta Mascheroni durò 2 anni,
e precisamente dal 7 di gennaio
fino alla partenza per il servizio
militare. In quei due anni,
successero tante cose:
-al terzo mese si era fatto male al
piede. Un anedoto particolare
traccia sin dall’inizio la tempra
del suo carattere : il giorno in
cui si fece male ad un dito del
piede, nessuno se ne accorse in
ditta, forse nemmeno lui che
continuò a lavorare come se
L
nulla fosse successo, solo alla
fine della giornata si rese conto
della gravità del caso e così
decise di andare in ospedale. La
diagnosi fu immediata: rottura.
Il medico gli disse:” vieni
domani” così Michele come
aveva fatto la tratta dell’andata
fece quella del ritorno: ossia a
“piedi”. Il giorno successivo
era venerdì, lo ingessarono
e lo misero a riposo. Michele
al solo pensiero di non poter
lavorare diventava matto e fu
così che cercò è trovò un lavoro
di pulitura del bronzo. Questo
lavoro durò 32 giorni, la durata
dell’ingessatura,
di tutto
questo, Michele RICORDA
CHE deve molto ad un suo
amico: Manuele Petron che lo
portò dai fratelli Broggi. Tolto
il gesso tornò a fare il marmista
dalla Ditta Mascheroni.
• Dopo i tre mesi trascorsi
dallo zio Gaetano, prese in
affitto un locale nel sottotetto
di uno stabile di Via Matteotti,
(oggi utilizzabile solo come
deposito);
• nel frattempo cominciò a
studiare e fece conoscenza
con il signor Luciano Mina
che successivamente gli offrì
lavoro
come istruttore di
scuola guida. La paga in quel
periodo era di 180 lire /l’ora
ma la volontà di migliorare la
propria posizione da parte di
Michele era tanta e fu allora
che disse al sig. Mascheroni
che voleva prendere la patente
B per poter guidare il camion
e fare la consegna dei marmi
non più con il carretto bensì
con il mezzo meccanico
• nel mese settembre lasciò
la soffitta di via Matteotti e
andò a vivere in una delle tre
camere che suo cugino Rocco
aveva preso in locazione ma
vi rimase solo per 5 mesi da
ottobre a febbraio del 1959;
• dal mese di marzo del 1959
e così fino alla partenza per il
militare andò a vivere in uno
spazio che Mina gli aveva
creato all’interno di un suo
capannone.
Come
abbiamo detto in
precedenza qui fece amicizia
con
il signor Luciano che
successivamente lo promosse
ad istruttore e gli diede la
possibilità
di arrotondare
il suo stipendio aiutandolo
a fare il tassista dopo cena
in piazza Garibaldi. Tutto
questo si svolgeva dopo le
ore 18. Ogni giorno dopo
una giornata da marmista,
puntualmente il papà del
signor Luciano, signor Paolo,
lo andava a prendere all’uscita
della fabbrica e così Michele
dalle 18 alle 20 faceva teoria e
dalle ore 20,30 l’aiuto tassista
e quant’altro il signor Mina gli
chiedeva di fare. Tutto questo
per un compenso di 5000 lire
al mese più il vitto.
Qualcuno
si
chiederà:
ma quando si riposava
quest’uomo?
la domenica?
No! per Michele non esisteva
nè domenica, nè giorni festivi.
Proprio così, la domenica e
nei giorni festivi si spostava
in bici da Cantù a Como, si
proprio a Como. Usciva alle
5 del mattino e andava al
lavatoio di Fecchio per lavare
gli indumenti intimi di una
settimana e poi via di corsa a
Como per pulire motoscafi ed
idrovolanti. Da questo lavoro
riceveva 1800 lire al giorno di
cui 800 andavano in spese per
pranzo e cena.
Il tempo passava in fretta e
per Michele si avvicinava il
momento della partenza per
il servizio militare. Ai primi
di marzo del 1960, Michele
Caggiano, nato a Forenza il
giorno 11 maggio del 1938
fu chiamato a fare il servizio
militare con destinazione
Palermo dove ci rimane per
soli 3 mesi, il tempo necessario
per il carro. Da Palermo venne
trasferito per altri 3 mesi ad
Udine: qui conseguì il brevetto
per condurre carrarmati . Da
Udine venne trasferito per i 12
mesi mancanti a Cervignano
prov. Di Udine. Si congedò nel
mese di settembre del 1961.
Durante Il periodo di leva e
precisamente a Cervignano,
la prima volta che si trovò in
libera uscita vide in prossimità
del cimitero una bottega di
quella dello zio.
Allora non esistevano macchine
per lavorare la terra ma solo
zappe e per raggiungere la
vigna s’impiegava un’ora e
mezza all’andata ed un’ora e
mezza al ritorno.
Si congedò nel settembre del
Durante il periodo militare 1961; Michele da Ceregnano
usufruì di due licenze: una si trasferì direttamente a Cantù
di otto giorni dopo circa 9 ed il giorno seguente era già
Mascheroni a
mesi, che consumò a Cantù nella ditta
lavorando
nella
bottega lavorare. Nel frattempo Mina
del cugino Michele come aveva assunto un altro giovane
marmista, la seconda, quella e per Michele era venuto meno
ordinaria di 12 giorni che fece quel dopo lavoro che aveva
a casa ma non per riposarsi ma prima di partire per il militare.
per sostituire papà che in quel Durante la prima settimana,
periodo era ammalato e chi ricevette un’offerta di lavoro da
meglio di Michele lo poteva parte dei cugini Caggiano che
sostituire? Dei 12 giorni, avevano aperto un laboratorio
tolto il giorno di viaggio gli di marmi a Fecchio. La paga
11 rimanenti li
trascorse era quasi il doppio di quella
così
accettò
lavorando sette giorni nella precedente,
vigna di papà e 4 giorni in l’incarico. Prese subito due
marmista e per non perdere
l’abitudine al lavoro chiese al
marmista se poteva andare a
lavorere durante la sua libera
uscita. La risposta fu positiva
così
fece anche questa
esperienza.
locali in affitto a Fecchio nelle
vicinanze del laboratorio e
fece arrivare l’intera famiglia
: papà, mamma, fratello e
sorella. Il papà trovò subito
lavoro nella stessa ditta dei
cugini mentre la sorella trovò
lavoro in una ditta di tessitura a
Cantù . Michele puntualmente
con la vespa accompagnava
ogni mattina la sorella alle 5,30
per prenderla alle ore 14,00.
Una volta accompagnata la
sorella, Michele si recava in
laboratorio ed iniziava la sua
giornata lavorativa interotta
dalla sola pausa pranzo.
Il rapporto di lavoro con i
cugini durò fino al mese di
febbraio in quanto era venuto
meno il lavoro; le commesse
erano diminuite e la paga aveva
avuto una flessione in negativo
(prendeva circa 40.000 lire/
mese).
Essendo in possesso della
patente E, Michele cercò
di utilizzarla nel settore dei
trasporti ; in quel periodo la
ditta Montorfano Gino cercava
autisti. Di fronte ad un’offerta
di 140.000 lire al mese Miche
non seppe dire di no ed iniziò
questa nuova attività. I cugini,
licenziarono subitò il papà.
Michele che era in giro per
l’Italia, (trasporto di acqua
levissima da Bormio a tutto lo
stivale) venne a conoscenza
di ciò al suo rientro (non
esistevano telefonini allora nè
tanto meno Michele aveva
telefono a casa). Lo stesso
giorno del suo rientro trovò
lavoro al papà presso un altro
marmista.
Il lavoro di autista era molto
pesante: non erano le ore che
pesavano bensì le scene di
incidenti che si vedevano sulla
neo autostrada . Di fronte a
questo scenario, nel mese di
Giugno, su consiglio dell’allora
fidanzata e oggi moglie
Santina, lasciò l’incarico di
autotrasportatore per lavorare
da manovale dallo zio della
sua morosa Lo Presti Santino.
Dallo zio Santino rimase circa
tre mesi. Dal mese di ottobre
al mese di novembre, Michele
svolse altre attività.
Il destino di Michele era
quello di fare il marmista, così
mentre lavorava presso un
artigiano gettava le basi per
costituirsi una sua azienda.
La fase preparatoria durò
circa 4 mesi (ricerca del
capannone,
allacciamenti
vari, acquisto di macchine e la
stre dimarmo ecc). La società
venne costituita tra 4 persone
nel giugno del 1963 ; di questi
uno chiese di poter uscire dalla
società dopo 3 mesi ( così si
era espresso:”Michele scusami
ma non sono alla tua altezza,
potrei stare qui 100 anni ma
non riuscirei a fare quello
che fai tu, non voglio il tuo
sudore”); il secondo, vedendo
che Michele lavorava dalle
6 del mattino alle ore 21/22
di sera, compreso il sabato e
mezza giornata di domenica
gli disse: “non voglio morire
qui con te a fare i marmi”.
Malgrado
le
difficoltà
economiche del momento e
l’impegno che aveva preso
con le ditte fornitrici , anche
se in forma rateizzata Michele
riuscì a liquidare i soci e
rimanere titolare dell’impresa.
Nel gennaio del 1964, la
responsabilità
dell’azienda
passò tutta sulle spalle del
Michele.
Pur sapendo del poco contributo
che poteva dare in questa
attività il papà, e anche se tutti
i rischi dell’attività erano suoi,
con un gesto di generosità nei
confronti della famiglia inserì il
papà nell’acquisto del terreno
costruendo sia il capannone
sia l’edificio in cui portò la sua
residenza insieme a quella del
padre.
DAL MATRIMONIO
ALLA CESSIONE
DELL’ATTIVITA AL
FIGLIO GIUSEPPE.
Il matrimonio con Santina
venne celebrato nella chiesa di
San Paolo in Cantù il giorno
30 maggio del 1964 . Gli amici
e i parenti erano invitati per le
ore 11. Tutti furono puntuali
compreso Michele che quel
giorno aveva dovuto finire e
consegnare un lavoro per le
ore 10.00. Per onorare il suo
impegno, quel giorno Michele
si alzò alle 5,00 e lavorò
instancabilmente fino ed alle 10.
Poi, finito il lavoro si preparò per
il fatidico si con Santina ancora
oggi sua moglie e madre dei
suoi tre figli: Franco, Giuseppe
e Michela. La luna di miele la
trascorsero tra le mura amiche
del suo paese nativo. Dopo una
settimana ritornò in azienda,
dove c’era da lavorare sodo per
pagare i tanti debiti che si erano
accumulati in quel periodo. Gli
affari non andavano, infatti,
molto bene. La contabilità
registrava un bilancio in rosso
di circa 20.000.000 di lire. Di
questa somma: 10.000.000
erano debiti verso i fornitori
dei macchinari e 10.000.000
crediti non rientrati per lavori
ad imprese poi fallite. Di fronte
a questa situazione Michele si
rimboccò le maniche: di mattina
andava in giro a cercare lavoro,
il pomeriggio lo passava in
bottega a lavorare fino alle ore
22,00. In quel periodo il suo
laboratorio era
un piccolo
spazio ricavato all’interno di
una cascina sita in Cantù, Via
Dei Santi . Abitava a Cantù
in Via Baracca in una casa di
quattro locali disposti su due
piani; al piano terra abitavano
i genitori, al primo lui e sua
moglie. Grazie ai sacrifici e al
lavoro instancabile il bilancio
fu risanato, ma quando
sembravano andare meglio
nel mese di ottobre del 1964
gli venne richiesto lo spazio
dove esercitava la sua attività.
Michele non si perse d’animo,
chiese solo il tempo di trovare
un’altra sistemazione.
Nel febbraio del 1965 trovò, a
Carugo, un terreno che acquistò
a cambiali, (sistema di credito
molto diffuso in quel periodo).
Nel mese di maggio fece subito
realizzare la struttura in ferro di
un capannone all’impresa Leoni
di Cantù; muri perimetrali e
quanto necessario a completare
la struttura li fece lui lavorando
di sera fino a tardi.
La giornata tipo di quel periodo
era la seguente:
• ore 5,00 sveglia e lavoro in
laboratorio fino alle ore 8,00;
• dalle 8 alle ore 11 usciva in
giro a cercare lavoro;
• dalle 13 alle ore 18 in
laboratorio
• dalle18,30 alle 24, a Carugo
a completare le opere edili del
capannone.
Il laboratorio venne ultimato
nel mese di ottobre del 1965.
Realizzato questo progetto si
accese la voglia di avere casa e
bottega vicine così nel gennaio
del 1966, fece progettare e
realizzare un fabbricato di
4 piani con quattro unità
immobiliari
pensando non
solo a sè stesso, ma anche ai
suoi familiari. La struttura in
Cemento armato fu fatta da
un’impresa mentre tutto il resto
fu fatto in economia.
Nel mese di aprile del 1967 tutta
la famiglia trasferì la residenza
da Via Baracca a via S.Isidoro
n°33/34 di Carugo.
Nel 67 Michele si trovò ad
affrontare
la grave crisi
economica che interessava tutto
il nostro paese. La domanda
di beni crollò ed il suo settore
ne risentì molto. Ben presto
si trovò senza lavoro e con
una montagna di cambiali da
pagare. Alla fine del 1967 ,
insieme al cugino Michele ed
al ragioniere Molteni pensò
di andare all’estero a cercare
commesse di lavoro. Partì nel
febbraio del 68. Non appaena
arrivato in Francia una forte
colica renale con febbre a 40 lo
colpì e rimase a letto per ben 3
giorni.
A casa la preoccupazione fu
tanta , perchè compagni di
viaggio avevano telefonato
per informare i parenti della
situazione e a causa di un
malinteso lo avevano pianto
quasi per morto. Il peggio,
però, fu superato e, una volta
sfebbrato, Michele rientrò
a casa e da li andò di corsa
all’ospedale per sottoporsi ad un
intervento chirurgico. Per dei
problemi sorti dopo l’intervento
la convalescenza fu lunga (circa
45 giorni).
Economicamente le cose si
misero ancora male, anzi la
situazione era peggio di prima:
quel poco lavoro che il cugino
Michele aveva preso in Francia
non bastava neanche per lui, in
bottega lavoravano 5 persone
con scarse capacità esecutive,
tanto che quel poco lavoro
che avevano fatto, lo aveva
dovuto portare a termine il
cugino Michele perchè i tavoli
di marmo erano inpresentabili
al committente. Per fortuna
con il cugino c’era un ottimo
rapporto di stima e di rispetto.
Dall’ospedale Michele uscì di
venerdì e ricorda che lo stesso
giorno prese il camioncino e
andò a fare visita ai clienti. Trovò
una situazione di piena crisi, vi
era una forte concorrenza tra
marmisti e si lavorava a prezzi
stracciati, il lavoro era merce
rara e Michele non riuscì a
ricevere nessuna commessa.
Anche se un pò preoccupato,
non si perse d’animo e il lunedì
fece un giro presso le imprese
per cercare di portare lavoro
a casa. In quel periodo nel
laboratorio oltre a lui, al papà
ed al fratello, lavoravano altre
3 persone. Pur di dare lavoro
agli operai portava a casa di
tutto.
Michele non si occupava solo
della ricerca del lavoro, era
anche un punto di riferimento
per tutti gli operai in fase
esecutiva, tutto passava dalle
sue mani. Il periodo in cui
si faceva di tutto, durò fino
al 1975. In quei nove anni i
debiti furono tutti onorati, le
condizioni socio-economiche
della famiglia nonostante tutte
le difficoltà crebbero. E, anche
se impegnato nel lavoro Michele
trovò il tempo di mettersi a
studiare per realizzare anche
una crescita culturale. Nel
1972 conseguì la licenza
media, nel 1973 il patentino
per agente immobiliare e
come se non bastasse nel 1978
conseguì il diploma di geometra
frequentando assiduamente un
corso serale, presso l’Istituto
Pascoli di Como.
Ricorda ancora con grande
stima alcuni dei compagni di
quel fantastico corso serale
anch’essi artefici di una faticosa
ma fruttuosa crescita culturale:
Franco Papini, Claudio Radice,
Paolo Tagliabue, oggi tutti
architetti stimati. Michele ,
non voleva cambiare lavoro e
continuò a fare il marmista,
il diploma gli è servito per
una crescita culturale e
professionale; già allora era
consapevole
dell’importanza
delle conoscenze, del sapere.
Aveva intuito che l’attività
artigianale con rifiniture a
mano avrebbe ceduto il passo a
macchine sempre più sofisticate.
Il periodo 1976- 1980 fu un
periodo molto fortunato. In
quel periodo andavano di
moda i piani di cucina in
marmo; buona parte di questa
lavorazione andava svolta a
mano e Michele era in possesso
di competenze e capacità da
vendere, non a caso l’80% delle
aziende produttrici di cucine
commissionavano lavoro al
geometra Caggiano.
Adesso il lavoro abbondava e
con l’abbondanza del lavoro
arrivò anche il sudato e più che
meritato benessere. I guadagni,
che adesso non mancano
vengono investiti in acquisti
di immobili e macchinari
innovativi per l’azienda.
Nel 1980 inizia insieme al
fratello la costruzione di due
ville . La casa, bella, grande e
confortevole è la testimonianza
e il simbolo stesso della forza
dei sacrifici , della perseveranza
di un uomo che, dal niente ha
saputo costruire qualcosa di
solido importante non solo per
sè stesso, ma anche per chi gli
è accanto.
Nel 1984 entrano a fare parte
dell’azienda i figli Franco e
Giuseppe nati rispettivamente
nel 1965 e 1967.
Nel 1989, il fratello lascia
l’azienda per lavorare in
proprio.
Successivamente
anche il figlio Franco e papà
Michele (dopo 12 interventi)
escono dall’azienda che oggi
è condotta, con successo dal
figlio Giuseppe. Tutto il resto
è storia di oggi.
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Michele
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