L’UE e l’economia globale:
relazioni esterne economiche
Lezione 8
L’UE nel commercio mondiale: fatti
essenziali
• L’UE è una presenza notevole nell’economia mondiale.
• Una quota importante del commercio, circa i 2/3 si
svolge intra-area. Il commercio intra-area è cresciuto più
rapidamente di quello con il resto del mondo.
• L’UE, con le sue esportazioni extra-area, copre tra il 15 e
il 20% delle esportazioni mondiali, rimanendo il più
importante soggetto commerciale.
• La parte preponderante del commercio estero UE
riguarda prodotti industriali (scambi intra-industriali)
L’UE nel commercio mondiale:
fatti essenziali
• La parte preponderante (80%) delle esportazioni UE e
60% delle importazioni UE riguarda prodotti industriali
(scambi intra-industriali).
• Sono cresciuti gli scambi nei servizi
• Sono cresciuti gli scambi in IDE (anche qui la UE ha una
preponderanza di flussi intra-area)
• Il posto e il ruolo dei principali partners esterni della UE è
cambiato negli anni:
– A) Si è mantenuto importante, fra i paesi industrializzati, il ruolo
degli USA (7%).
– B) E’ cresciuto il ruolo dei paesi delle tigri asiatiche e della Cina
(7%)
– B) I paesi ACP hanno visto diminuito il loro peso
– C) Lo stesso sia pure in misura minore è vero per i paesi
dell’area del Mediterraneo.
Principali partners commerciali nella EU-27
(2008)
Composizione del commercio di beni della EU-27
L’UE e il resto del mondo: strumenti negoziali
• La costituzione della TEC risale alla trattato CEE ed è
stato il primo e principale elemento della presenza
internazionale della UE. La UE è nata e rimane un
blocco commerciale. Tra gli strumenti a disposizione,
contemplate dai trattati, anche i dazi anti-dumping,
sussidi all’esportazione, e misure di ritorsione.
• Dopo l’Uruguay Round la TEC è di media del 4% per i
prodotti industriali.
L’UE e il resto del mondo: strumenti negoziali
Nel campo delle trattative commerciali la UE ha centralizzato le
competenze, più che in altre aree. La Commissione, infatti, agisce in
rappresentanza degli stati membri, sia pure dietro consultazione con il
Consiglio dei Ministri.
Misure di liberalizzazione finanziaria estese al di là dei confini dell’UE.
Altro strumento: gli aiuti allo sviluppo. Questi costituiscono un pacchetto
non trascurabile, anche se molto minore degli aiuti dati, in forma
bilaterale, dai singoli stati membri. Hanno beneficiato soprattutto paesi
in via di sviluppo, con i quali l’UE ha negoziato accordi preferenziali.
Relazioni esterne: aspetti istituzionali
• Il Trattato CEE (1957) parlava di politica commerciale
comune, mentre lasciava agli stati membri la piena
sovranità sulla politica estera.
• Il Trattato CEE apriva anche il capitolo di assistenza allo
sviluppo verso le ex colonie dei sei paesi membri.
• Le competenze della Unione si sono allargate
progressivamente, ad altre aree in relazione al principio
del «parallelismo» fra competenze interne ed esterne
(Corte di Giustizia 1971)
• Nonostante i cambiamenti intervenuti, le competenze
dell’Unione rimangono forti in campo economico e deboli
in campo diplomatico.
Relazioni esterne: aspetti istituzionali
• Il Trattato di Lisbona prevede una figura unica di Alto
Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la
Politica di Sicurezza, che è Vicepresidente della
Commissione e presiede il Consiglio dei Ministri degli
Esteri.
• Questa figura raggruppa competenze su diplomazia,
sicurezza, commercio, aiuti allo sviluppo e negoziati
internazionali. Dispone di un «servizio europeo per gli
affari esterni», un embrione di servizio diplomatico
europea.
L’UE nelle trattative multilaterali:
dal GATT al WTO
• La CEE fu autorizzata dal GATT, secondo l’art. XXIV del
suo statuto, che permetteva eccezioni al multilateralismo
in caso di nascita di aree di libero scambio o unioni
doganali.
• Durante il Kennedy Round del GATT (1963-7) la CEE si
affermò come protagonista dei negoziati, rompendo il
monopolio Usa. Kennedy invocò il Round Gatt per
impedire che la CEE si affermasse come gruppo
protezionista e invece fosse parte di un movimento per
la riduzione dei dazi fra tutti i paesi industrializzati.
Anche la Germania e i paesi del Benelux avevano
interesse a ridurre la TEC che inizialmente era stata
posta a un livello per loro penalizzante.
L’UE nelle trattative multilaterali:
dal GATT al WTO
• L’influenza della UE sui negoziati internazionali sembra aver agito
nel senso della liberalizzazione globale, forzando la mano dei paesi
membri più protezionisti. In altre parole la creazione di traffici ha
prevalso sulla diversione dei traffici. Unica rilevante eccezione:
l’agricoltura dove, invece, la CAP ha operato in senso inverso,
favorendo i paesi UE a scapito del resto del mondo.
• Durante l’Uruguay round si affrontarono a livello multilaterale gli
stessi problemi che l’UE affrontava nell’Atto Unico e cioè
l’eliminazione delle NTB (barriere non tariffarie) e l’estensione della
liberalizzazione nel campo dei servizi. I risultati raggiunti all’interno
della UE furono maggiori che quelli raggiunti nell’Uruguay Round:
dimostrazione del fatto che è possibile fare di più fra gruppi di paesi
uniti da politiche regionali e sovrannazionali.
UE e USA nei negoziati internazionali
• Accuse reciproche di protezionismo.
• “..sia l’economia europea che quella americana sono
fondamentalmente aperte, ma non esenti da elementi
protezionistici. Le manifestazioni di protezionismo
europeo sono spesso più visibili, basate su regole
dettagliate e accompagnate da maggiore retorica
politica. Quelle americane sono a volte più sottili, basate
su regole piuttosto generiche che lasciano al presidente
un ampio margine di discrezione nell’applicazione; da un
certo punto di vista questo è un bene perché la Casa
Bianca è più liberale del Congresso; la forte
discrezionalità ha però un valore deterrente” e scoraggia
gli investimenti [Perissich]
L’UE e il WTO: posizioni negoziali
• I nuovi capitoli dei negoziati internazionali sono le regole
relative agli IDE, la politica anti-trust, la difesa della
proprietà intellettuale, le regole ambientale, la difesa dei
prodotti, la protezione dei consumatori e altre ancora.
• Su questi temi si sono verificati vari scontro fra UE e
USA. Si è parlato di un contenzioso “regolatorio”. C’è da
dire che Europa e Usa sono ancora le sole due fonti di
regole internazionali, non è detto che questo stato di
cose si protrarrà a lungo.
• Vedi per esempio la politica della concorrenza. La
politica a Bruxelles è più incisiva e penalizzante verso le
grandi imprese multinazionali (vedi Microsoft), quella di
Washington più tollerante. E questo ha generato molte
polemiche.
L’UE e gli USA: regole internazionali
• Mentre i regolatori europei e americani perseguono obbiettivi,
in larga misura convergenti, “le regole americane sono più
leggere e quindi più rapide nel recepire l’innovazione; quelle
europee sono invece più pervasive, ma più precise e con un
maggior grado di certezza giuridica”. Sono inoltre più stabili e
applicate da organi più indipendenti dalla politica. Per queste
ragioni le regole europee hanno maggiore successo
internazionale (vedi telefonia mobile, regole contabili,
proprietà intellettuale).
• Standard UE più precisi e stabili e si prestano meglio a
essere applicati in paesi che non dispongono delle complesse
infrastrutture tecniche e del sofisticato sistema giudiziario
degli USA.
• Gli Usa accusano gli europei di “imperialismo regolatorio”, ma
si escludono loro stessi da soluzioni multilaterali condivise per
la loro scarsa disponibilità al confronto.
Protezionismo nell’UE e in USA
• La Francia ha recentemente adottato una legge che
include una lista di settori strategici su cui vigilare in
caso di acquisizioni straniere. Il provvedimento è stato
aspramente criticato dai settori più liberisti e dagli
americani.
• Negli Usa una simile legge esiste da tempo, è molto più
generica e la sua applicazione è lasciata alla discrezione
del Presidente e del Congresso.
Ue e Usa nel sistema globale
• L’UE più sensibile degli Usa ai rischi dell’unilateralismo e
più attenta ai problemi della governance internazionale
del sistema. Vedi impulso UE dietro la creazione del
WTO e, in particolare delle sue procedure arbitrali. Vedi
il protocollo di Kyoto.
• Problema degli aiuti di stato. Reciproche accuse: vedi
Boeing e Airbus.
• Problema delle protezioni: OGM.
• Conflitti all’interno del WTO hanno dato vita a ritorsioni
La Cap e il protezionismo europeo
• La CAP. E’ un sistema basato sulla preferenza comunitaria
articolata in:
a) prezzi comuni minimi europei (i.e. prezzi più alti che sui
mercati mondiali e acquisti finanziati sotto questi prezzi);
b) dazi all’entrata variabili;
c) sussidi per esportazioni, che altrimenti non avrebbero
prezzi appetibili sui mercati mondiali. In altre parole vendite
deprezzate sui mercati mondiali;
d) sussidi ai produttori a vario titolo.
Risultato: eccedenze invendibili e un forte impatto sul bilancio
comunitario.
La Cap e il protezionismo europeo
• Negli ultimi anni la CAP è stata riformata e resa meno
protezionistica, nel senso che i prezzi UE sono diminuiti
e i sussidi resi meno aggressivi. Nello stesso tempo le
riforme hanno comportato una minuziosa
regolamentazione e altre se ne sono aggiunte per la
sicurezza alimentare ecc.
• Tra i paesi che sostengono maggiormente la CAP, la
Francia. Il negoziato commerciale internazionale ha visto
spesso un forte scontro fra la Francia e gli Usa e i grandi
esportatori agricoli (Gruppo di Cairns: Canada, Australia,
Nuova Zelanda, ecc.) da una parte e dall’altra tensioni
fra la Francia e altri paesi europei, più disposti a
concessioni.
La UE e il resto dell’Europa
• Insieme alla CEE si creò una altra organizzazione l’EFTA, sotto
forma di area di libero scambio. Con il tempo molti dei paesi EFTA
sono entrati a far parte della UE (GB,Danimarca, Irlanda,
Portogallo). Questo processo sembra essersi compiuto con
l’allargamento del 1995 (Svezia, Finlandia, Austria).
• Rimangono fuori dalla UE ancora due paesi importanti come
Norvegia e Svizzera più piccoli paesi come l’Islanda. Le relazioni
reciproche sono regolate all’interno di una Area economica europea,
che è una area di libero scambio in cui i paesi non-UE accettano
molte delle procedure e delle regole dell’UE, pur rimanendo fuori. I
paesi dell’AEE sono titolari di una sorta di “cittadinanza di seconda
classe”, aderendo a regole che non contribuiscono a formare.
• Un capitolo a parte sono le relazioni con i paesi balcanici e dell’exJugoslavia. Qui i problemi economici si sono strettamente intrecciati
con i problemi politici, portando a operazioni di intervento diretto di
contingenti dell’Unione (vedi Bosnia 2004). La Slovenia ha aderito
nel 2004. La Croazia ha buone prospettive di diventare il prossimo
paese membro.
Allargamento ai paesi ex comunisti:
le premesse: pre-adesione
• Strategia della pre-adesione: l’Ue dispensa nuovi aiuti
per la modernizzazione e per facilitare l’integrazione in
vista dell’adesione:
- nuovi aiuti strutturali allo sviluppo;
- partneriati per l’adesione
- incoraggiamento di programmi nazionali per l’adozione
dell’acquis comunitario.
Allargamento ai paesi ex comunisti:
le premesse: pre-adesione.
• Dal 1989 l’UE
• Elargisce aiuti attraverso la Banca Europea per la
Ricostruzione e lo Sviluppo
• Programma Phare per l’assistenza tecnica e scientifica
(istruzione-formazione; infrastrutture; piccole imprese)
• Accordi di associazione, «accordi europei» con singoli paesi
dell’Est: graduale liberalizzazione del commercio con i mercati
dell’Unione, tranne l’agricoltura.
• Una volta applicati gli accordi le nuove democrazie erano
libere di fare domanda per entrare nell’Unione. In coda c’erano
già la Turchia (dal 1987), Malta e Cipro (dal 1990)
Allargamento ai paesi ex comunisti: le premesse.
• Criteri di Copenhagen (giugno 1993):
– Tre principi chiave per essere ammessi nell’UE:
a) stabili istituzioni democratiche; rispetto per la legge e i diritti
umani e i diritti delle minoranze
b) economia di mercato funzionante tale da poter sopravvivere
alla competizione in un mercato come l’UE
c) assunzione degli obblighi dell’appartenenza e di rispetto dei
Trattati dell’Unione. Questo viene dettagliato in un Libro Bianco in
23 capitoli della Commissione che fissa i criteri per l’adeguamento
dei paesi dell’Europa Orientale alla legislazione dell’UE.
• Domande di adesione:
– 1994: Ungheria e Polonia
– 1995: Romania, Slovacchia, Lettonia, Lituania, Estonia, Bulgaria
– 1996: Repubblica Ceca,Slovenia,
Allargamento ai paesi ex comunisti: le
premesse.
• Consiglio Europeo di Madrid (dicembre 1995) chiede alla
Commissione una analisi delle conseguenze
dell’allargamento per l’Unione.
•
Paure diffuse:
necessità di trasferimenti massicci che avrebbero privato
molti paesi della loro quota di fondi strutturali.
immigrazione di massa.
• Luglio 1997: Commissione presenta Agenda 2000,
approvata a dal Consiglio Europeo di Berlino (marzo
1999). Le indicazioni della Commissione sottolineano i
rischi dell’allargamento e sono caute.
Allargamento all’est
• 31 marzo 1998: inizio dei negoziati fra l’UE e 6 paesi.
• Consiglio Europeo di Helsinki (10 dicembre 1999) adotta
una strategia di negoziare con tutti i paesi candidati sulla
base di pari opportunità.
•
febbraio 2000, inizio negoziati con 12 paesi (6+6)
Esclusa la Turchia dall’inizio dei negoziati, per la
situazione economica del paese, il non rispetto dei diritti
delle minoranze e la occupazione di una parte di Cipro.
Alla Turchia viene concesso il regime di «pre-adesione».
Allargamento all’est
• Fase Negoziale: problemi.
• A) agricoltura. Fattorie dell’Europa centro-orientale piccole e poco
produttive. Molto costoso estendere la PAC. Si decide di limitare i
sussidi fino al 2013 al 25% del resto della UE.
• B) Immigrazione. Timori di Germania e Austria che chiedono un lungo
periodo transitorio per la libera circolazione, fissato in 7 anni.
• C) Problemi dell’adozione della legislazione comunitaria,
particolarmente in campi in cui le leggi dei nuovi paesi erano più
arretrati: regolamenti veterinari e fito-sanitari.
• D) Altri problemi: adeguamento delle istituzioni comunitarie; problemi
dell’ambiente.
• E) Quali paesi fanno parte della prima ondata di adesioni: all’inizio e
fino al 2001 vi erano 6 paesi in pole position: Repubblica Ceca,
Slovenia, Ungheria, Polonia, Estonia e Cipro. Poi si arriva a 10.
Allargamento all’est
• 16 aprile 2003: firmati i Trattati di adesione di 10 paesi
che entrano a far parte della Comunità il 1 maggio 2004.
• Nuovi paesi membri: i tre paesi Baltici, Polonia,
Ungheria, Rep. Ceca, Slovacchia, Slovenia, Cipro e
Malta.
• Bulgaria e Romania: l’ingresso nell’Unione è avvenuto il
1 gennaio 2007.
L’allargamento: successi e limiti
• I “nuovi paesi membri” si sentono culturalmente e storicamente al centro
della storia europea. Sono stati vittime delle grandi tragedie del
ventesimo secolo: fascismo, comunismo. Con l’eccezione della
Cecoslovacchia non avevano una consolidata tradizione democratica.
Molti erano già prima del comunismo paesi arretrati economicamente.
• L’UE li ha integrati con notevoli sforzi finanziari e una certa rigidità
nell’imporre loro l’acquis communitaire.
• Vi è stato un notevole flusso di IDE dall’Europa occidentale.
• Molti di questi paesi guardano, sul piano politico, agli USA e alla Nato.
Sul piano economico hanno adottato un modello ultra-liberista, spesso
sul modello americano: liberalizzazione, privatizzazioni, bassi salari,
disparità sociali. A questo in alcuni paesi si accompagna un alto livello di
corruzione (vedi Romania e Bulgaria).
• Tra i problemi vi sono anche movimenti e pulsioni nazionaliste molto forti
(vedi Polonia); e problemi di minoranze etniche.
Fonti: Commission, Eurostat, IMF, UNO.
L’UE e il resto del mondo: accordi preferenziali
• L’Ue ha violato spesso e volentieri le regole del
multilateralismo per costruire percorsi di accordi
preferenziali con gruppi di paesi. Tra questi:
• A) I paesi ex-colonie europee, gli ACP (in Africa, nei
Caraibi e nel Pacifico).
• B) I paesi mediterranei.
I paesi ACP (ex-colonie europee) e
la CEE/UE
• Nel Trattato di Roma c’erano clausole speciali di aiuto da
parte dei 6 per i paesi ex coloniali o ancora colonie.
Quasi tutti erano paesi africani francofoni.
• 1963 e 1969. Accordi di Yaundè
• L’entrata della GB aumentò enormemente il numero di
ex-colonie.
• 1975. Lomè I, accordo con 46 paesi in via di sviluppo, gli
ACP (Africani, Caraibi, del Pacifico)
Accordi di LOME’
• Lomè 1, cadde in un periodo di risveglio del Terzo mondo. Vedi
Opec e voci terzomondiste per un Nuovo Ordine Mondiale
I punti principali:
- assistenza allo sviluppo (con il Fondo Europeo allo Sviluppo a cui
Francia e Germania e GB, contribuivano per il 70% c)
- concessioni unilaterali sul commercio da parte della CEE (non si
stabiliva un regime preferenziale per le esportazioni CEE su quei
mercati)
- stabilizzatori di prezzo per garantire agli ACP prezzi delle esportazioni
stabili (se i prezzi scendevano sotto una certa soglia i paesi
esportatori venivano rimborsati), in campo agricolo (e più tardi
minerario).
- assistenza tecnica e un protocollo per acquisti straordinari di zucchero
(da parte dell’India e altre ex colonie britanniche)
Accordi di LOME’
I punti di novità erano la unilateralità delle concessioni e gli
stabilizzatori. Gli aiuti erano anche considerevoli. Vi
furono notevoli contrasti fra Francia e GB nel corso delle
trattative risolte con un compromesso. Veniva
smantellato un regime commerciale di tipo paternalistico,
ma altrimenti si manteneva un regime di aiuti privilegiato
per le ex-colonie.
La CEE ha introdotto i GSP (Generalized system of
preferences) offerto a tutti i paesi in via di sviluppo. Si
tratta di un accesso privo di dazi, ma soggetto ad alcune
restrizioni, senza reciprocità. I GSP diminuivano, senza
eliminare, il carattere preferenziale degli accordi di Lomè
Accordi di LOME’
• Lomè 1, 2, 3 e 4. Furono firmati ogni 5 anni. Lomè 4, firmato
nel 1989 fu in vigore fino al 2000.
• I paesi ACP si elevano in numero fino a 69, di cui 40
africani. Si tratta di circa la metà di tutti i paesi in via di
sviluppo.
• I successivi accordi incorporano nuovi capitoli tra cui: diritti
umani, protezione ambientale, misure per alleggerire il
debito, misure in favore di progetti di integrazione regionale.
• I pacchetti di aiuto UE meno rigidi di quelli del FMI.
Maggiore attenzione allo sviluppo di strutture educative e
sanitarie. Problemi di spreco di fondi, e di monitoraggio
degli obbiettivi si sono posti. Coordinamento con la Banca
mondiale.
L’UE e l’Africa
• L’Africa attraversa negli anni 70-80 una fase economica molto difficile. Calo
dei prezzi delle esportazioni, crisi debitoria, interventi del FMI per
aggiustamenti strutturali. Crollano gli IDE diretti in Africa.
• La dimensione degli aiuti UE insufficiente per ridurre la povertà o elevare in
modo significativo i redditi pro-capite. Inoltre i criteri di assegnazioni
diventano più rigidi, richiedendo un dialogo in cui la Commissione fosse in
grado di monitorare i risultati (e gli eventuali sprechi).
• Il commercio con l’UE non è dinamico e diminuisce in percentuale (fra il
1976 e il 1992 la parte degli ACP nelle importazioni CEE cala dal 6,7% al
3,5% del totale).
• 95% delle importazioni dai paesi ACP è composto da materie prime o
prodotti agricoli. Da solo il petrolio nigeriano ne copriva una notevole quota.
Pochissimi i beni industriali. Scarsa capacità di riconvertirsi di queste
economie.
• Le preferenze accordate erano di scarso significato: vista la bassa TEC, e le
preferenze già estesi ai paesi in via di sviluppo in chiave multilaterale.
Accordi di LOME’ 4
• Lome 4 (1990). Con l’entrata di Spagna e Portogallo
interessati all’America Latina e il processo di
avvicinamento dei paesi dell’Est l’interesse per gli ACP
diminuisce. Rinazionalizzazione delle politiche di aiuto.
• Le risorse del Fondo Europeo allo Sviluppo per gli ACP
diminuiscono. Gli aiuti resi più condizionali e elargiti non
solo agli stati ma anche, in modo decentrato, a comunità
rurali, villaggi, Ong. Aiuti condizionati a rispetto dei diritti
dell’uomo e ristabilimento di regole democratiche.
• La UE pone sempre più l’accento su una politica mondiale
delle cooperazione allo sviluppo, anche per le critiche agli
accordi preferenziali in sede OMC/WTO.
Accordi di COTONOU
• Accordo di Cotonou (2000). Informato a un principio di
integrazione progressiva degli ACP nel sistema multilaterale;
liberalizzazione degli scambi fra UE e Acp, smantellamento di
tutti gli stabilizzatori, aiuti in funzione di lotta alla povertà.
Miglior coordinamento e destinazione degli aiuti condizionati
alla performance politica dei paesi ricettori.
• Si punta sugli EPA (Economic Partnership Agreements),
accordi di libero scambio, con i quali il regime di aiuti e di
accordi fra ACP e UE si doveva adeguare alle norme
multilaterali del WTO.
• Nel 2004 la UE è il maggiore donor ai paesi in via si sviluppo.
Quasi la metà degli aiuti all’Africa subsahariana.
• L’influenza UE non era accresciuta. In Africa cresce
rapidamente l’influenza degli aiuti cinesi. La svolta dell’UE
verso una concezione liberista non sempre apprezzata dai
paesi Africani.
Rapporti con i paesi mediterranei. Anni 1970
• I rapporti con i paesi dell’area mediterranea ebbero aspetti di
sicurezza molto importanti, e anche aspetti di relazioni economiche.
• Nella seconda metà degli anni Settanta si strinsero accordi
commerciali di libero scambio fra la CEE e tre gruppi di paesi:
• Algeria, Tunisia, Marocco
• Egitto, Giordania, Siria e Libano.
• Israele.
• Questi accordi comprendevano una quota di aiuti allo sviluppo, e
accesso di prodotti industriali al mercato comune, in cambio di
preferenze commerciali per i prodotti CEE. I maggiori finanziamenti
andarono ai paesi dell’Africa nord-occidentale e all’Egitto. Questi
accordi sono stato poi periodicamente rinnovati
• Accanto a questo la CEE tentò un dialogo con i paesi arabi
produttori di petrolio (Lega araba), ma, anche per differenze interne
alla UE, esso condusse a un regime di aiuti, e a un tentativo di
mediazione europeo nel conflitto arabo-israeliano e alcuni accordi
tecnici.
Rapporti con l’area mediterranea
• Nel rapporto con i paesi mediterranei, i paesi del Sud
della UE (Italia, Francia, Spagna) hanno sempre favorito
una politica di aiuti temendo la concorrenza di prodotti
agricoli, mentre quelli del Nord (Germania, GB) hanno
puntato sulle concessioni commerciali.
• La CAP ha costituito un limite invalicabile per le
concessioni in campo agricolo.
Paesi mediterranei e trattative con l’Unione
• Un certo numero di paesi mediterranei, dopo aver firmato accordi di
associazione, e previa il ritorno di governi democratici sono diventati
membri della CEE/UE: Grecia (1981); Spagna e Portogallo (1986).
• Questi allargamenti hanno complicato il negoziato economico con gli
altri paesi del Mediterraneo, in quanto la UE era già eccedentaria nelle
loro produzioni.
• Cipro e Malta hanno fatto parte dell’ultimo allargamento (2004).
• La Turchia ha avuto un rapporto lungo, cominciato nel 1963 con un
accordo di associazione, poi diventato una Unione Doganale. Vi sono
state molte difficoltà economiche (vedi restrizioni tedesche agli
immigrati), politiche (vedi invasione turca di Cipro e partizione) e
democratiche e di diritti umani (vedi governo dei militari dal 1980 al
1983). Nel 1987 la richiesta turca di ammissione fu lasciata cadere
dalla CEE. La richiesta fu poi accettata nel 1999, ma i negoziati sono
tuttora in corso.
I paesi mediterranei e l’UE
• Anni 90: rinnovato interesse per una partnership euro-mediterranea.
Alla base vi sono le preoccupazioni di Spagna, Italia e Francia per
bilanciare a Sud una UE proiettata a Nord e a Est.
• vedi Dichiarazione di Barcellona del 1995 firmata dall’UE e dai paesi
del Mediterraneo stabilisce una partnership basata su tre pilastri:
politica e sicurezza, economia e cultura. Alla base vi era la
creazione di un’area di libero scambio e un fondo di aiuti. Le risorse
messe a disposizione erano cospicue. Vedi Progetti Meda 1 (19941999) e Meda 2 (2000-2006). Il Meda 2 stanziava oltre 5 miliardi di
Euro a cui si aggiungevano prestiti della Banca Europea degli
Investimenti.
• Dal 2001 crisi politiche e di sicurezza (vedi Irak, terrorismo e mondo
islamico in fermento) si indebolisce la spinta per accordi multilaterali
• Nel 2008 Sarkozy rilancia il processo con la creazione di una
Unione per il Mediterraneo fra la UE e 43 paesi del mediterraneo.
• Si è stabilito un segretariato a Barcellona e 6 settori prioritari: a)
disinquinamento del Mediterraneo; b) creazione di autostrade del
mare e della terra; c) protezione civile; d) energia solare; e) una
università euro-mediterranea; f) iniziativa di sviluppo per le piccole e
medie imprese.
Problemi aperti
• L’UE è una potenza civile e privilegia l’uso del soft power. Le sue
relazioni economiche esterne hanno ruotato spesso intorno alla
questione dell’allargamento. C’è spazio per nuovi allargamenti?
• L’allargamento a 27 pone ancora problemi di integrazione, sia ai
vecchi che ai nuovi paesi membri. Per i vecchi, una questione di
risorse disponibili per favorire la modernizzazione dei nuovi; per i
vecchi problemi di condivisione di obbiettivi, di maturità democratica,
di rifiuto di pulsioni nazionaliste e di convergenza.
• Nonostante l’uso di relazioni esterne basate su trade and aid,
l’impatto politico è stato limitato in aree sensibili, come i paesi nel
Nord-Africa e del Medio-Oriente. L’Ue non è stata in grado di
regolare i flussi migratori. Non ha assunto un ruolo chiave nel
mediare il conflitto medio-orientale. Non è in grado di intervenire
efficacemente sul problema del terrorismo.
Problemi aperti
• Le relazioni esterne UE verso i pvs sono un tentativo di
creare un nuovo modello di relazioni Nord-Sud.
• Ostacoli a un ruolo guida dell’UE nel sistema
multilaterale:
• a) la CAP.
• b) l’enfasi su accordi commerciali privilegiati.
• c) la difficoltà di raggiungere un consenso interno.
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relazioni esterne UE