Domenica La di Repubblica Gaza, nella fortezza dei coloni ALBERTO STABILE il racconto Le emozioni della tribù della tavola EDMONDO BERSELLI e AMBRA SOMASCHINI Next Nel 2050 il cancro sarà sconfitto, le città non saranno più assediate dallo smog e la povertà sarà solo un ricordo. Non sono i sogni di un visionario ma il futuro che ci aspetta secondo le previsioni di un gruppo di scienziati. Che noi abbiamo incontrato FOTO CORBIS Repubblica Nazionale 29 26/06/2005 DOMENICA 26 GIUGNO 2005 il fatto ENRICO FRANCESCHINI D LONDRA ice cose così: «Nel 2050 il cervello umano sarà immortale. Potremo scaricarlo su un computer, copiarlo su un dischetto, inserirlo su un robot, farlo vivere per sempre». E così: «Tra mezzo secolo l’uomo avrà sconfitto il cancro, la fame, la povertà, l’inquinamento». Ma dice anche cose così: «Non avrà però sconfitto la cattiveria e la crudeltà, per cui armi altamente sofisticate potranno scatenare tremende guerre non convenzionali, con decine di milioni di morti in pochi giorni». Nel bene e nel male, avverte, prepariamoci a un’epoca di trasformazioni rivoluzionarie: «Nei prossimi vent’anni il mondo cambierà più di quanto sia cambiato negli ultimi duemila». Un indovino? Non proprio. Un “futurologo”, piuttosto, termine che alla maggior parte di noi evoca una via di mezzo tra la fantascienza e i poteri paranormali. Niente di più errato: Ian Pearson è un ingegnere elettronico di 44 anni, plurilaureato in matematica superiore e fisica, capo di un ufficio di quattro per- sone nel quartier generale della British Telecom, gigante delle telecomunicazioni britannico, centosessantunesima maggiore azienda del pianeta per valore di mercato. Più che un ufficio, in realtà, il suo è un laboratorio, ma non pensate al gabinetto del dottor Jekill: non si vedono fumi, provette in ebollizione, strane tenaglie, è un ambiente asettico fatto di computer sottili, schermi al plasma, bacheche intasate di ritagli di giornale, enciclopedie aperte su un manuale di chimica aperto su un trattato di filosofia aperto su un codice penale. Sulla porta non c’è una targhetta con su scritto “Futurologia”, ma il concetto è quello. «Il nostro lavoro è scrutare il futuro, immaginarlo, provare ad anticiparlo», spiega Pearson. Per il bene della British Telecom, naturalmente. «Certo, ma pure per il bene dell’umanità», precisa, «il nostro business è la comunicazione e la comunicazione si fa tra la gente, per la gente, con la gente. Non è una mera questione di soldi». Quale che sia il beneficiario, a quanto pare ciascuna delle prime cinquecento imprese della terra si è munita di un dipartimento analogo; e se qualcuna non ce l’avesse è probabile che non resterà a lungo fra le prime cinquecento. (segue nelle pagine successive) con un commento di RAY BRADBURY le storie Il fumo magico del narghilè GABRIELE ROMAGNOLI i luoghi Salendo al monte che non c’è GIORGIO BOCCA spettacoli La rivincita del jazz EMANUELA AUDISIO e GINO CASTALDO 30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 26 GIUGNO 2005 la copertina Nuove scienze Il cancro? Sconfitto. La fame e la povertà? Solo spiacevoli ricordi. L’inquinamento? Inesistente. È quello che ci aspetta secondo uno dei massimi esperti di scenari: Ian Pearson, che guida gli scienziati della British Telecom Un mondo da favola? Non proprio visto che le guerre non finiranno e che saranno combattute con armi superpotenti 2050,odissea nel nostro futuro ENRICO FRANCESCHINI (continua dalla copertina) gnoravo l’esistenza di un mestiere simile. È stato un recente trafiletto sull’Observer di Londra a rivelarmelo: «Nel 2050, l’immortalità sarà a portata di mano», affermava l’articolo, attribuendo la previsione a Ian Pearson, “futurologo” della Bt. Una grande azienda, che non si occupa di favole e frottole, questo è certo: ma possibile che dia uno stipendio a qualcuno perché indovini il futuro? Così sono andato a cercare Pearson, per capirne di più, indossando prima dell’intervista una corazza di sano scetticismo. Immortalità della mente? Cervello scaricato in un computer? Non scherziamo. Sicuramente, ho cominciato a dirgli, le sue dichiarazioni sono paradossali, non roba da prendere alla lettera. Macché, lui diceva proprio sul serio. «È tecnicamente possibile, forse si potrà realizzare anche prima del 2050. Usando le nanotecnologie applicate ai neuroni, è verosimile che un giorno si possa trasferire il contenuto del cervello umano su un computer. La memoria, i meccanismi del pensiero, il rapporto tra pensiero e movimenti o azioni, tutto ciò potrà essere scaricato, replicato, costituendo di fatto una copia della nostra materia grigia. Non c’è, in ciò, nulla di fantascientifico». E a che servirebbe? «A conservare la nostra testa, per esempio, preservandola in una sorta di immortalità anche dopo la morte del corpo. Già oggi c’è gente che pensa di farsi I ibernare nella speranza che in futuro venga inventato un sistema per risvegliarsi, curare la causa del decesso, prolungare all’infinito la vita: ebbene, tra qualche decennio si potrà conservare in modo analogo il cervello, senza bisogno di chiuderlo in frigorifero». Già, ma a che pro? Cosa farsene di un cervello immortale, dentro un computer, se non c’è attaccato un corpo per correre, carezzare, fare l’amore, insomma per godere tutti i frutti della vita? Pearson ha una risposta anche a questo: «Teoricamente sarà possibile copiare il cervello su un dischetto, inserirlo in un robot e fargli fare tutto quello che facciamo noi oggi, o quasi. Non bisogna pensare ai robot come ce li ha mostrati sinora il cinema, fatti di metallo, ridicolmente diversi dal modello umano. Già ora esiste la tecnica per fabbricare androidi con tessuti e sembianze simili ai nostri. Nel 2075 è probabile che saranno perfezionati al punto da renderli indistinguibili da un uomo o una donna in carne ed ossa, e in grado di replicarne tutte o quasi tutte le funzioni. Correranno, ma molto più veloci di noi. Fletteranno muscoli, molto più robusti dei nostri. E faranno l’amore, questione che, lo capisco, sta molto a cuore a voi italiani, anche meglio di come lo facciamo noi oggi». Il punto è: sapranno di farlo, l’amore? Se ne renderanno conto? Proveran- ‘‘ Il mio lavoro è scrutare il domani, immaginarlo e magari provare ad anticiparlo con una buona precisione. Nei prossimi vent’anni ci saranno più cambiamenti che negli ultimi duemila no emozioni e sensazioni? Avranno coscienza di quello che sono? «Emozioni e sensazioni, sì», continua imperterrito il dottor Pearson. «Se daremo loro un bacio, proveranno piacere, perché il loro cervello sarà programmato per registrare piacere per un bacio. Se daremo loro un pugno, proveranno dolore, e vale lo stesso discorso. Coscienza di sé, questo ancora non lo sappiamo. È presto per prevedere se, come e quanto avranno una consapevolezza, ma certo non lo si può nemmeno escludere. Viceversa, non avranno un’anima, come ripeto sempre ai gruppi religiosi. Ma avere l’anima, si sa, dipende dalla fede, non dalla scienza». Taciamo entrambi un momento, colpiti dalla grandezza del problema. «Un fatto è certo», riprende il futurologo. «La specie umana nella sua forma attuale non rappresenta la fine del nostro sviluppo, bensì sol- tanto una fase, forse primordiale. Possiamo aspettarci un futuro in cui l’intelletto umano sarà più lontano dal nostro intelletto odierno di quanto quest’ultimo sia oggi lontano dai suoi progenitori, i gorilla e gli scimpanzé». E quanto è lontano questo futuro intelletto umano infinitamente superiore al nostro? Mille anni? Diecimila? Un milione di anni? «Noi limitiamo scenari e previsioni a cinquant’anni di distanza, al massimo possiamo provare a immaginare come sarà il mondo dell’anno 2100. Ma spingersi più avanti è rischioso, fuorviante. Non possiamo neanche lontanamente immaginare come sarà la terra nell’anno 3000. Allo stesso modo in cui, se nell’anno 1000 L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE Nel 2030, secondo Pearson, le macchine saranno superiori agli umani non solo fisicamente ma anche mentalmente. Dieci anni più tardi, arriverà il primo giocattolo “vivente” grazie a geni costruiti in laboratorio LE BIOTECNOLOGIE La data prevista per la costruzione del cervello artificiale è il 2035. Sarà l’ultima tappa del percorso di riproduzione in laboratorio di organi e parti del corpo umano. Nel 2030 si disputeranno le prime “Olimpiadi bioniche” L’ISTRUZIONE Nel 2025 non sarà più necessario andare a scuola: l’apprendimento attraverso l’ascolto e l’esercizio della memoria sarà sostituito da una interfaccia che collega direttamente a computer intelligenti LA TELEVISIONE L’evoluzione dell’elettrodomestico più diffuso si completerà nel 2025 quando saranno prodotti e commercializzati i primi televisori olografici, che permetteranno una visione tridimensionale dei programmi LA CASA E L’UFFICIO Fra quindici anni, speciali dispositivi tecnologici “ripuliranno” dai rumori i giardini privati e tutti gli spazi all’aperto. Nello stesso periodo ciascuno potrà stampare documenti in formato tridimensionale le previsioni RAY BRADBURY os’è il futuro? È qualcosa verso la quale noi tutti siamo diretti, e quindi, volendo allargare il concetto, il futuro è esattamente la nostra vita. Ed è naturale, dunque, che ognuno di noi guardi alla propria vita nella maniera migliore possibile. Spesso la gente mi chiede di predire il futuro, ma tutto quello che io voglio è prevenire il futuro, o meglio, costruirlo. Predire il futuro è troppo facile, comunque, basta guardare la gente attorno a te, la strada dove cammini, l’aria che respiri, e il gioco è fatto, perché in futuro ci sarà altra gente, altre strade, altra aria. Io voglio di più di questo, voglio di meglio. Oggi noi accettiamo l’esistenza dei “futurologi”, categoria alla quale personalmente non appartengo. Io non prevedo il futuro, non ho mai avuto né l’ambizione di farlo né le possibilità. Quello che ho fatto è stato cercare di prevenire il futuro, di imparare dagli errori del passato per cercare di evitare che questi errori siano ripetuti in futuro. Come? Scrivendo i miei libri, i miei racconti, cercando di raccontare agli altri quello che deve e può essere evitato. E tutti noi possiamo farlo. Attraverso l’educazione, l’insegnamento, le cose più importanti per assicurare a noi stessi e ai nostri eredi un futuro, un futuro migliore. In questi tempi sono al lavoro assieme agli studenti del California Institute of Arts per la Future Fest, una manifestazione nella quale gli studenti presentano i loro lavori che hanno come tema il futuro. Io seleziono i migliori, ne ho visti tanti, e de- C Ma la vera sfida rimane leggere il passato vo dire che i ragazzi hanno un idea del futuro che è particolarmente affascinante, perché immaginano un mondo che, nonostante tutto quello che vedono e leggono ogni giorno, è senza dubbio migliore. Io non credo che siano ottimisti, credo che abbiano, piuttosto, amore per la vita. È possibile un futuro migliore. Tutti lo abbiamo sempre desiderato e fino ad oggi credo che ci siamo riusciti. Non sono un pessimista per natura, ma so anche che la vita in passato è stata certamente peggiore di quella che oggi viviamo. Gli esseri umani hanno ottenuto buoni risultati nella loro evoluzione, hanno inventato oggetti meravigliosi, hanno vissuto spingendosi sempre oltre quelle che apparentemente erano le loro più estreme possibilità, sono andati sempre avanti e hanno migliorato le condizioni di vita su questo pianeta anche per le generazioni che sono arrivate dopo, e che hanno continuato su DOMENICA 26 GIUGNO 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31 IL TEAM DEI FUTUROLOGI Il dipartimento di “Ricerca sulle tecnologie del futuro” è il team di scienziati dei British Telecom Laboratories che si occupa degli studi sul tempo che verrà. L’équipe è diretta da Ian Pearson (nella foto qui a sinistra), che ha 44 anni e passa la metà del suo tempo presentando pubblicamente, in tutto il mondo, i risultati delle proprie analisi: i seminari sono frequentati da analisti finanziari, manager e rappresentanti istituzionali vello umano. Significa che intorno al 2015-2025, ogni casa avrà al suo interno un supercomputer: un cervello elettronico superintelligente simile a quello che oggi hanno soltanto le multinazionali o la Cia o le forze armate». E allora? «Allora cambierà radicalmente il modo in cui funziona un’abitazione, perché il computer sarà una specie di regista integrato di tutte le attività e le necessità casalinghe. Ma cambierà anche il mercato del lavoro. Non avremo più bisogno di manovalanza intellettuale: medici, ingegneri, insegnanti, potranno essere sostituiti da computer che funzionano meglio e costano di meno. Acquisterà importanza, invece, la cosiddetta manovalanza della compassione: infermieri, assistenti sociali, psicologi, mestieri in cui il contatto umano, diretto, è decisivo». Andiamo avanti con le profes- ‘‘ Gli androidi diventeranno indistinguibili da uomini e donne. Saranno più robusti e veloci di noi. Proveranno emozioni e sensazioni. E faranno anche l’amore, meglio di come lo facciamo oggi sioni: che ne sarà, dico per dire, di giornali e giornalisti? «La trasmissione delle notizie sarà sempre più automatizzata, le fonti si moltiplicheranno, per sopravvivere i giornali dovranno trasformarsi in fonti non più di fatti bensì di analisi, opinioni, diventare uno strumento di riflessione e di influenza dell’opinione pubblica. Discorso analogo per gli avvocati, serviranno più come lobbisti e mediatori di interessi in conflitto che per risolvere piccole dispute in tribunale davanti a un giudice». E non ci sarà più bisogno di inventori, suppongo: dopo avere inventato il computer superintelligente, alle invenzioni successive provvederà lui, giusto? «No, sbagliato, perché inventare fa parte della natura umana, e l’uomo continuerà a farlo. Ma quando avremo un supercomputer con la mente di Leonardo da Vinci e Mozart, fare meglio di lui non sarà semplice». È un futuro che fa girar la testa: ma sarà migliore del presente? Sarà un mondo più felice del nostro? «Dipende dall’uso che ne faremo. Come sempre, non è la tecnologia in sé, ma il modo in cui viene utilizzata, a determinare il risultato. È prevedibile che tra mezzo secolo avremo acquisito gli strumenti per sconfiggere il cancro, la fame, la povertà, l’inquinamento, e per viaggiare rapidamente a distanze siderali nello spazio. Biotecnologie, clonazione, na- notecnologie, supercomputer, contengono la promessa di un mondo libero da molte delle odierne catene. Nasceremo e cresceremo più sani, più belli, più intelligenti, più longevi. Ma non necessariamente più felici, perché nessuna alta tecnologia potrà eliminare cattiveria e crudeltà. Ci saranno sempre uomini determinati a sfruttare tecniche sempre più sofisticate per dominare il prossimo. Le guerre del 2050 potranno distruggere decine di milioni di persone in pochi giorni, o in poche ore. Potrà essere un mondo migliore, dunque, oppure un mondo peggiore, in cui l’uomo contribuisce alla propria estinzione. Dipende da noi. Comunque è bene sapere quello che ci aspetta, per prepararci in tempo ad affrontarlo». Non potrebbe, su un argomento così delicato, sbilanciarsi e regalarci il suo pronostico? La sua profezia privata? Diventeremo più saggi e più felici oppure ci autodistruggeremo? Ride, il futurologo. «È solo un’opinione personale. Soppesando la bilancia, penso che sarà un mondo leggermente migliore, ma con molti nuovi problemi, e perciò in definitiva non troppo diverso da quello attuale». Non so i lettori, ma quasi quasi ci metterei la firma, a una previsione del genere. Un’ultima domanda, da parte di mio figlio, dieci anni, che ne avrà cinquantacinque nel 2050, anno della presunta immortalità del cervello: come si diventa futurologi? «Fondamentalmente, pensando al futuro». Glielo dirò, al mio bambino. E mi sa che stasera ci farò anch’io un pensierino in più, al futuro, prima di addormentarmi. FOTO ZEFA qualcuno avesse detto ai nostri antenati che in capo a mille anni l’uomo avrebbe usato automobili e aeroplani, computer e telefonini, essi non solo non ci avrebbero creduto ma non avrebbero neppure potuto comprendere il senso di parole del genere». A proposito di aeroplani, abbiamo volato un po’ troppo in alto: proviamo a ridiscendere sulla terra, quella del presente. «Bene, parliamo di videogiochi. La nuova Playstation 3, in vendita entro pochi mesi, avrà una potenza equivalente all’1 per cento del cervello umano. Ecco, una Playstation 5, che arriverà sul mercato diciamo tra un decennio o poco più, avrà una potenza pressochè pari a quella del cer- Nel 2035 si potranno registrare le esperienze nella loro interezza: macchine fotografiche e videocamere andranno in pensione. Ma già nel 2025 si potrà comunicare con il pensiero grazie a una forma tecnologica di telepatia le previsioni FOTO CORBIS Repubblica Nazionale 31 26/06/2005 LE COMUNICAZIONI questa strada. E quando gli uomini hanno scelto strade sbagliate, altri uomini li hanno combattuti. Il nostro futuro come sarà? Non lo so, non lo posso sapere, ma di certo, leggendo la storia , so che abbiamo battuto dittature terribili, negli anni quaranta il nazismo e il fascismo, negli anni ottanta abbiamo battuto il comunismo, e ora arrivano segnali che persino la Cina si sta muovendo e la Corea non potrà restare nelle condizioni in cui è ancora a lungo. Certo, ci sono problemi come quelli del Medio Oriente dove è ancora difficile vedere una soluzione definitiva, ma credo che nonostante tutto anche in quella sofferente parte del mondo, come in Africa, le cose andranno meglio. Prevedo il futuro? No, prevedo il passato e cerco di prevenire il futuro. So che ci sono molte cose che possono essere fatte, proprio perché in passato gli esseri umani ne hanno fatte altre, spesso più complicate e difficili di quelle che oggi dobbiamo affrontare. C’è chi pensa che il mio Farhenheit 451 fosse un libro pessimista, che dipingesse un futuro di censure e controlli terribili. E invece io credo che non lo fosse affatto, non solo perché anche in quel racconto c’era chi si opponeva alla censura e al controllo, ma anche perché l’intero racconto era, lo ripeto ancora, un modo per prevenire il futuro. Penso che uno degli scopi della letteratura sia proprio quello di provare non ad immaginare il futuro ma a costruirlo in maniera migliore. Io ho sempre pensato che il mio lavoro fosse quello di far innamorare chi legge. Ho un solo consiglio da dare a chi vuole provare ad immaginare il proprio futuro: quello di vivere la vita con il massimo della passione, cercando di impegnarsi nel proprio campo con ingegno ma soprattutto con amore. Io volevo scrivere e amavo la letteratura, in sessant’anni non ho mai tradito il mio desiderio per la scrittura e il mio amore per la letteratura, non ho passato un solo giorno della mia vita senza leggere o scrivere qualcosa e credo che questo abbia contribuito a far si che il mio futuro fosse sempre brillante, anche quando le cose non andavano esattamente come io speravo. E poi bisogna riempire i propri occhi di meraviglia, cercare sempre cose nuove, esplorare il mondo come se si avessero davanti solo dieci minuti di vita. Il mondo, da questa prospettiva, è più fantastico di qualsiasi sogno, e il presente è il futuro più meraviglioso che c’è. Testo raccolto da Ernesto Assante LE MEMORIE Sempre più piccole, sempre più capienti. Nel 2030 il contenuto di tutti i volumi della National Library of Congress sarà archiviato in un dispositivo grande quanto una zolletta di zucchero I ROBOT Nel 2025 nei Paesi più sviluppati il numero di robot sarà superiore a quello degli esseri umani. Nello stesso anno uno degli spettacoli più popolari sarà il combattimento fra robot-gladiatori LA SICUREZZA La lotta alla criminalità, nel 2030, arriverà a una svolta epocale: per tenere a bada i delinquenti ed evitare che tornino a commettere reati si potranno utilizzare i chip per il controllo degli stati emotivi LO SPAZIO Nel 2030 l’uomo potrà partire per lunghissimi viaggi nello spazio: l’ibernazione “fermerà” infatti il tempo durante il percorso. Dieci anni più tardi sulla Luna sarà costruito il primo piccolo villaggio 32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA il fatto Israele al bivio DOMENICA 26 GIUGNO 2005 A Gush Katif, nella Striscia di Gaza, dentro un vecchio hotel si sono asserragliati gli irriducibili decisi ad opporsi al ritiro dagli insediamenti previsto dal 15 agosto. Siamo andati a vedere come si preparano a resistere non contro i “nemici palestinesi”, ma contro i soldati fratelli di Sharon Nella fortezza dei coloni ALBERTO STABILE Repubblica Nazionale 32 26/06/2005 L GUSH KATIF (Gaza) a piscina è una pozza d’acqua marcia su cui galleggia ogni sorta di rifiuti. L’intonaco bianco s’è scrostato per l’umidità. La grande scritta nera, “Palm Beach Hotel”, scolorisce sulla facciata. Ma che importa? Per tutti, questo è ormai “Mahoz Yam”, la Fortezza del mare, che non crollerà sotto l’urto dei bulldozer, l’ultima trincea di chi si oppone al ritiro, la Masada dei nuovi zeloti che non indietreggeranno davanti a niente. Anche se, dall’altra parte, non si ritroveranno l’esercito invasore dell’imperatore Tito, ma i soldati fratelli mandati al generale Sharon. Di tutti i luoghi simbolo del Gush Katif, il blocco di insediamenti di Gaza che dovranno essere evacuati a partire dal 15 agosto, il vecchio albergo abbandonato sulla spiaggia è quello preferito dai media. La ragione sta nel fatto che, ad un certo punto, con una scelta che farebbe inorridire qualsiasi teorico della lotta politica clandestina, alcune fra le teste più calde dell’estrema destra israeliana hanno deciso di stabilirsi nelle stanze semi diroccate e ripetutamente saccheggiate dell’hotel e quivi organizzare la resistenza contro l’evacuazione. Difficilmente, i vari Baruch Marzel, uno dei capi del movimento kahanista, Noam Livnat, noto forse più per essere il fratello del ministro dell’Educazione Limor Livnat che per altro, Itamar Ben Dvir, kahanista anche lui, o il drappello di supporto accorso dagli avamposti stabiliti in Cisgiordania dai “Giovani della Colline”, difficilmente, dicevamo, vedranno arrivare il giorno del “disimpegno” nelle stanze della loro disperata retrovia. Sarebbero già stati sloggiati e fermati “per interrogatorio”, giovedì scorso, se una talpa ben piazzata negli apparati di sicurezza non li avesse messi per tempo sull’avviso. La retata, però, è stata soltanto rinviata. Sta di fatto che, quando attraversiamo lo sbarramento all’ingresso dobbiamo sottostare a una sorta di diktat. niente macchine fotografiche e niente appunti. In teoria dovrebbero esserci soltanto una trentina di famiglie e qualche single, ma il cortile è invaso da decine di adolescenti in età pre militare venuti da Kiriath Arba, il grande insediamento alle porte di Herbron per una settimana di «studio, preghiera e discussione». Kiriat Arba è famosa, fra l’altro, per aver avuto fra i suoi residenti quel Baruch Gioldestein che nel febbraio del ‘94 sparò nella MoscheaTempio dei Patriarchi, facendo una strage di fedeli musulmani e per questo viene considerato un eroe. A Kiriat Arba si recava sistematicamente, nei fine settimana, Yigal Amir, l’assassino di Rabin. Per appuntamenti di studio, preghiera e riflessione tra gente che la pensa allo stesso modo, la stagione presente, consiglia, evidentemente, il Palm Beach. Aspettando il miracolo Il padiglione Kach si distingue per la scritta: «Un ebreo non caccia un altro ebreo». E quello di Ytzhar, l’insediamento da settimane all’avanguardia nella lotta contro l’evacuazione dei quattro piccoli insediamenti in Cisgiordania, per la striscione dal tono biblico: «A te ho dato questa terra». Nessuno dello Stato Maggiore della protesta intende palesarsi. C’è la polizia che indaga sulla bravata di un gruppo di giovanotti partiti da qua per andare a pestare alcuni palestinesi del clan al-Hawasi, un’enclave di gente pacifica nel cuore degli insediamenti, che passeggiavano sulla spiaggia. Uno degli aggrediti è stato anche ferito da un colpo di pistola. Yakov Drori, programmatore informatico di Gerusalemme passeggia tenendo la piccola Sara semi addormentata nel marsupio. Come tanta gente del Gush Katif, Yakov non crede che verrà Sul muro di un padiglione ti accoglie la scritta: “Un ebreo non caccia un altro ebreo”. E una delle donne che anima la comunità dice: “Mi stenderò per terra per urlare: io da qui non mi muovo” BAMBINI E SOLDATI Negli insediamenti della Striscia di Gaza, a Gush Katif, i bambini giocano sulla spiaggia, mentre le sentinelle dell’esercito sorvegliano la zona mai il giorno del ritiro, tanto meno che la polizia sarà costretta ad usare il pugno di ferro: «Ci sarà un miracolo — assicura — , i miracoli succedono talvolta». Ma se invece dovesse esserci il ritiro? «Be’, l’indomani, il sole sorgerebbe lo stesso, ma Israele non sarebbe più lo stesso paese». E più non dice. I luoghi del Gush Katif hanno nomi poetici derivati da immagini bibliche. Shirat Hayam, la cantica del mare, ricorda il passaggio del Mar Rosso, quando gli ebrei finalmente liberi dal giogo egiziano innalzarono una cantica a Dio. Qui siamo sulla riva del Mediterraneo e l’Egitto c’entra in quanto le catapecchie diroccate e appena occupate dal popolo degli insediamenti, venuto a dar man forte alla gente del Gush Katif, non erano altro che un campo ricreativo per ufficiali egiziani, fino al 1967, Guerra dei Sei giorni. Queste catapecchie di una casa vera e propria non hanno nulla, né il tetto, ne la toilette, né, in certe stanze, persino il pavimento, ormai completamente saltato e sostituito da uno strato di sabbia. Hava Ben Shoshan è una donna di 39 anni, molto bella, con grandi occhi ingenui, la veste lunga fino ai piedi scalzi e i capelli biondi fermati da una fascia verde, come la Ragazza dall’Orecchino di Perledi Vermeer. Si muove con la lentezza imposta da un’irrimediabile stanchezza e l’eleganza che nasce dalle buone maniere apprese per tempo. È arrivata il mese scorso dall’insediamento di Bet Hel, vicino a Ramallah, con i suoi sei bambini. Il marito, un influente ideologo della comunità, è rimasto a Bet Hel. Un’occhiata in giro basta a capire che la sfida è, innanzitutto, vivere al limite delle possibilità fisiche. Non ci sono vetri alle finestre. Il soffitto mostra le tegole nude. La canalina degli scarichi non è stata ancora chiusa. Il cattivo odore inonda la casa. «Perché sono venuta? Per aggiungere un altro po’ di forza a quella dei tanti che non vogliono il ritiro». Pensa di aver raggiunto lo scopo? «La gente è contenta della nostra presenza, si sente confortata e rafforzata». Che farà il giorno in cui si presenterà la polizia per sloggiarla? «Mi stenderò per terra e dirò che io da qui non mi muovo». Lei è una cittadina israeliana? «Sì». Riconosce lo Stato d’Israele? «Si» Ma se lo Stato, in nome dell’interesse generale, stabilisce che è bene andarsene da qui, perché non se ne va? «Perché io penso che lo Stato non agisce nell’interesse di tutti, ma contro i suoi stessi interessi, non per il bene della maggioranza ma per il disastro della maggioranza». Perché sarebbe il disastro? «Perché gli arabi non si accontenteranno mai e, prima ancora, perché non abbiamo il permesso di farlo»: Permesso da chi? «Da Dio». Perché questa è la Terra d’Israele? «No, perché Dio ha detto: questa è la mia Terra ed io la do a voi». A un centinaio di metri da Hava, vive una figura carismatica della lotta contro l’evacuazione: Nadia Matar, 39 anni, sei figli anche lei, Origini belghe, una famiglia non religiosa alle spalle, lei stessa è invece religiosa, anche se alle lunghe vesti colorate preferisce pantaloni e felpa da combattimento. Nadia non è una semplice militante, piuttosto uno degli strateghi della protesta, grazie ad una esperienza di lotta maturata sin dai tempi degli accordi di Oslo, da lei e dal marito, David Matar, pediatra, contestati al punto da finire, per la prima volta agli arresti. Di Nadia colpisce la lucidità del ragionamento, la veemenza e il numero di telefonate che può ricevere nell’arco di qualche minuto. È a lei che si sono rivolti prima di lasciarci entrare i guardiani del Palm Beach Hotel. DOMENICA 26 GIUGNO 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33 evacuerà tutti i 21 insediamenti della Striscia, ricollocando i circa 7.500 coloni che attualmente li abitano nelle vicinanze di Ashqelon, cinquanta chilometri a sud di Tel Aviv. Tutti gli edifici costruiti dai coloni nei 38 anni di occupazione saranno rasi al suolo. Nei cimiteri, le salme saranno esumate e trasferite. Israele abbandonerà anche 4 insediamenti minori in Cisgiordania FOTO AHIKAM SERI PANOS/SPERANZA LA DISTRUZIONE DELLE CASE Inizialmente programmato per la terza settimana di luglio, il ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza è stato posticipato di 20 giorni, al 15 agosto, per evitare la sovrapposizione con la ricorrenza ebraica di “Tishà be av” e cercare così di non esasperare ancor più gli animi della destra religiosa, contraria al ritiro. In base al piano, annunciato nel febbraio del 2004, Israele che non si arrendono Intervista allo scrittore David Grossman: “Il Paese rischia una frattura pericolosa” “Andarsene è doloroso ma inevitabile” ei conosce bene il suo paese e sicuramente ha visitato qualche volta il Gush Katif. Che impressione le ha fatto e che impressione le fa adesso? «Per me, Gush Katif rappresenta la combinazione di due caratteristiche molto israeliane: da un lato, l’iniziativa, il pionierismo, il dissodamento del deserto: è un giardino fiorito in mezzo alla sabbia. Dall’altro, si tratta di un ghetto circondato da muraglie, soldati e carri armati. Negli ultimi anni, inoltre, l’estremismo degli abitanti è aumentato per due ragioni: la prima è che sono bersaglio di lanci quasi continui di missili Kassam; la seconda è la loro sensazione che il loro destino sia stato deciso, che saranno sradicati dal luogo che per loro è la casa e il sogno». Quanto è importante, secondo lei, il ritiro da Gaza, nel quadro del conflitto fra israeliani e palestinesi? «È molto importante, perché comporta l’ammissione da parte della destra israeliana che l’idea del “grande Israele” e il pensiero che Israele possa dominare con la forza il popolo palestinese hanno fatto bancarotta». Guardando alla società israeliana, pensa che il ritiro possa provocare una frattura tra chi accetta l’autorità dello Stato e chi la respinge? E quali potrebbero essere le conseguenze? «Siamo molto vicini a questa spaccatura, che diventerà sempre più profonda nei cinquanta giorni che ci separano dall’evacuazione, nella misura in cui i coloni continueranno a spargere il caos all’interno. La frattura principale, tuttavia, è data dalla sensazione che ci sia un gruppo non tanto piccolo e molto militante, che rifiuta l’autorità dello Stato e della legge. Poiché temo molto che il disimpegno sarà accompagnato da spargimento di sangue e dall’uccisione reciproca di israeliani, ritengo che ci stiamo avvicinando al momento drammatico, in cui sarà messa alla prova la disponibilità dello Stato ad imporre la legge ad ogni costo, anche ad una minoranza ribelle. La combinazione fra il fanatismo dei coloni, il fervore religioso e a volte messianico di parte di loro e il fatto che siano armati fino ai denti, con la loro disperazione e la sensazione che il loro sogno si sia frantumato, crea un mi- Repubblica Nazionale 33 26/06/2005 L scuglio estremamente esplosivo. Ritengo anche che parte dei coloni abbia interesse che si verifichi un scontro, che il ritiro si incida nella coscienza collettiva israeliana come un trauma, affinché nessun primo ministro osi evacuare altri insediamenti dalla Cisgiordania in un prossimo futuro». Quali sono i suoi sentimenti verso una famiglia di coloni che è stato prima incoraggiato ad insediarsi nel Gush Katif e adesso viene invitata ad andarsene? «È un miscuglio di sensazioni. Sul piano personale, mi identifico con il loro dolore, con la tragedia di persone che si sono costruite un posto che amano e che rappresenta la concretizzazione del loro ideale religioso: là sono nati i figli e là sono sepolti i loro cari. D’altra parte, non posso non pensare a quello che coloni hanno fatto a noi israeliani, quando, 38 anni fa, sono riusciti a impadronirsi del timone del paese, dettando l’ordine del giorno della nazione in tutti questi anni. Sono riusciti a mettere al loro servizio somme enormi, che sono stati sottratte ad altri obiettivi ben più degni. Hanno violato sia le leggi internazionali che quelle israeliane, hanno giocato d’azzardo con il futuro di noi tutti e hanno commesso un crimine, avere trasformato l’occupazione in una realtà quasi irreversibile». Uno degli ospiti dell’albergo di Hof Dekalim ci che detto che “il giorno dopo”, qualunque cosa accada, Israele non sarà più lo stesso. È d’accordo? Le come s’immagina “il giorno dopo”? «Penso che abbia ragione. Si tratta di una grave crisi, non solo per i coloni, ma anche per molti dei loro sostenitori che non lo sono e che avranno la sensazione di essere diventati degli “esiliati” nel loro stesso paese. Temo che vi saranno fenomeni di violenza interna, mentre ci attende una cosa ancora più complessa, la lotta per l’evacuazione di tutte le colonie, anche nella Cisgiordania. Qui la cosa sarà molto più dolorosa, sia perché il numero dei coloni è molto superiore, sia per il legame emotivo, storico e religioso che molti israeliani provano per i luoghi biblici della Cisgiordania». (a.s.) «È stato fortunato, come giornalista — mi dice sulla veranda che guarda le onde verdi — ha avuto il suo scoop. Quel bulldozer che ha visto prima sta spianando il terreno per la tendopoli che vogliamo impiantare per le decine e decine di migliaia che verranno nel Gush Katif a fermare la capitolazione unilaterale di Sharon». E racconta che stavolta non si ripeterà quel che successe con l’insediamento di Yamit, nel Sinai, smantellato nell’‘82, in seguito agli accordi di Camp David. «Allora, il rabbino Nerya, autorevole ed ascoltata guida religiosa, si lamentò che, se avesse avuto 50 mila persone in più, il ritiro non ci sarebbe stato. Noi faremo in modo di portarne qui ben più di 50 mila». Qui non è in gioco il destino di uno o dieci o venti insediamenti. «La capitolazione di Sharon deve essere combattuta perché mette in pericolo non solo il Gush Katif, ma l’esitenza dello Stato d’Israele e la stessa civiltà occidentale. Naturalmente, come religiosa penso che questa Terra ci è stata data, ma anche la sua casa è in pericolo in Italia. Dopo che Sharon avrà dato via gli insediamenti, Al Qaeda scatenerà la Jihad contro la cultura giudaico-cristiana dell’occidente. Combattendo per Guish Katif noi combattiamo anche per la civiltà Occidentale». Nel giorno fatidico, in quello che chiama il “D-day”, Nadia non sembra il tipo di stendersi per terra. «Farò quello che farebbe anche lei se scoprisse che il suo governo è impazzito. Difesa attiva. Se loro spingono, io spingerò. Vedrà che ogni casa sarà una fortezza, una piccola Masada, piena di parenti arrivati da tutt’Israele. Voglio proprio vederli i soldati fare qualcosa». In realtà gli attivisti del rifiuto sottovalutano quella parte della popolazioni di Gush Katif che ha deciso di ingaggiare con il governo una battaglia su una giusta ricompensa ma non intende opporsi all’evacuazione. Assaf Assis, classe 1950, una gamba sacrificata in Sinai, durante la guerra d’attrito del 1970, vive nel Gush Katif dal 1983. È stato uno dei primi abitanti dell’insediamento ed uno dei primi ad aprire una fiorente attività agricola. Oggi, possiede con il figlio cinque ettari di serre specializzate nella coltivazione dei gerani che esporta in Francia, Olanda e Italia. I diritti dei due popoli Asaf, che parla un buon italiano, ricordo dei tre anni trascorsi nel nostro paese come rappresentante di un’organizzazione giovanile ebraica, vive nell’insediamento di Gnei Tal (I giardini di rugiada) che del Gush katif rappresenta la zona più ricca, belle ville spaziose, con prati all’inglese, garage, verande coperte. Anche se è convinto che «se ci fosse una vera pace coi palestinesi noi dovremmo avere il diritto di restare qui come loro hanno il diritto di vivere in Israele», Assaf non aspetta il “D-day” col coltello tra i denti. «io sono un cittadino che ha sempre dato allo Stato. Se vogliono la mia seconda gamba, la darò. La battaglia legale la farò fino in fondo per ottenere un giusto risarcimento, ma non faccio guerre contro il mio governo o contro l’esercito del mio paese». Assaf racconta che da un anno discute con i rappresentati del governo incaricati di favorire l’evacuazione offrendo le ricompense stabilite dalla Knesset. Si dice che già 700 famiglie abbiano preso contatto con i funzionari di Zela, l’ente preposto al ritiro, guidato da Jonathan Bassi, d’origine italiana. Ma la burocrazia frappone ostacoli. «Non soltanto di chiudere non se ne parla — spiega Assaf — ma nel frattempo dovrò anticipare tute le spese per trasferire l’azienda ad Ashkelon». Prima di salutarci gli chiediamo del destino della casa sotto al cui pergolato abbiamo parlato: cosa pensa della decisione di distruggere tutte le case di Gush Katif? «Non c’è bisogno che venga nessuno a distruggerla, piuttosto le darò fuoco io, con una tanica di benzina». 34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 26 GIUGNO 2005 il racconto La tribù della tavola in bilico sulle emozioni EDMONDO BERSELLI Repubblica Nazionale 34 26/06/2005 I n un saggio che a metà degli anni Novanta fece epoca, dal titolo intraducibile di Bowling Alone, Robert D. Putnam misurò la caduta della comunità e della partecipazione negli Stati Uniti sul rilievo empirico che gli americani avevano cominciato a giocare a bowling da soli. Anziché un pratica collettiva, fondata sulla gara e il confronto, stavano precipitando in un gioco solitario, ai limiti del mutismo se non dell’autismo sociale. Tanto più che nel contempo si erano diffusi a vista d’occhio sport “non sociali” come quelli basati su tutti i tipi di tavola. Ossia il surf in tutte le sue varianti, lo skateboard, lo snowboard. Viene da chiedersi quindi se c’è una cultura, o un’antropologia, se non addirittura una filosofia, dell’esercizio atletico basato sull’uso della tavola. Quella tavola così eclettica, che danza sull’acqua, volteggia in pista, scivola sulla neve. Un attrezzo nuovo, un ordigno dalle possibilità sempre più estreme, “no limits”: una coperta di Linus per adulti che si consegnano a un’eterna sindrome di Peter Pan, forse addirittura un feticcio postmoderno che segnala una voluta differenza rispetto alle forme classiche dell’integrazione sociale. Un tuffo negli anni ’60 Per andare alle origini di questa famiglia di sport, ammesso che si possa usare queta parola, occorre tuffarsi nel clima degli anni Sessanta. Immaginare la California dei Beach Boys, i cori a più voci di Barbara Ann e Surfin’Safari, e quello stile di vita che si sarebbe incarnato nelle note anticipatrici di Good Vibrations: «I’m pickin’up good vibrations / She’s giving me excitations…». E che avrebbe trovato la propria mitologia nel film di John Milius Un mercoledì da leoni (1978), storia di amicizie virili agli albori del decennio, amori stagionali e ossessioni acquatiche sulla spiaggia californiana di Dark Point, mentre incombe livida la tragedia politica e generazionale del Vietnam. Conteneva già, il surf, una dimensione pagana e naturista, proveniente forse dalle sue origini negli insediamenti tribali hawaiani, e reinterpretata nel vitalismo californiano: quindi un carattere adatto alle comunità separate, che si autoidentificano in base alle ritualità prescelte, a una dedizione totale che non di rado sembra sfiorare una sensibilità e un’imperturbabilità zen, l’immersione totale nel respiro gigantesco dell’Oceano. Ancora oggi, osservare i surfisti di Milius che scendono in equilibrio prodigioso dalla muraglia d’acqua significa intercettare e immediatamente riconoscere un “topos” dell’immaginario contemporaneo: una serie di immagini a loro modo classiche, sempre uguali e continuamente diverse, in cui l’onda si richiude sui funamboli del mare, che a loro volta riguadagnano sempre la possibilità di un’altra discesa, perché anche il surf è a suo modo infinito. Sicché le diverse forme materiali assunte dalla tavola risultano una specie di derivazione obbligata, sottogeneri facilmente comprensibili in quanto si modificano soprattutto sulla scia delle nuove modalità tecniche: lo snowboard, che nasce dalla fantasia crea- È la filosofia celebrata da pellicole storiche come “Un mercoledì da leoni”: la voglia di stare sempre sull’onda, egoisti dentro un gruppo trice dell’ingegner Sherman Poppen nel Natale del 1965, è un adeguamento alle condizioni in cui la tavola da surf si deve muovere. La pista sperimentale sono le colline innevate sulla riva del lago Michigan, e il suo primo nome è “snurfer”, un incrocio di “snow” e “surf”, un giocattolo invernale venduto dai negozi di ferramenta a meno di sei dollari (ci vorrà il talento di Jake Burton Carpenter per perfezionarlo e imporlo sul piano mondiale, alterando per sempre il paesaggio delle piste da sci; adesso i collezionisti cercano quei primi modelli bicolori su Ebay, praticamente svenandosi per una reliquia). Ciò che conta è che, come il surf, lo FOTO JOHN WITZIG FOTO SIMON WOOTTON Non solo moda In principio è stato il surf, poi sono arrivati lo skate e lo snow: sport senza limiti, ma soprattutto rito collettivo d’appartenenza. Ora una mostra a Londra e due nuovi film tornano a raccontare il mito di questa religione giovanile che non punta a cambiare il mondo, ma solo a fermarlo dentro un brivido d’adrenalina PASSATO E PRESENTE Le foto in queste pagine sono tratte dalla mostra “Shape and Shapers”, che si terrà al London Design Museum dal 2 luglio al 9 ottobre snowboard costituisce l’esemplificazione di un modo alternativo, del tutto anticonformista, di fare attività tradizionali. I nuovi adepti impareranno a scendere sulla neve perfezionando in modo micidiale la loro abilità, sentendosi parte di una comunità che è “oltre” la norma stilistica e la convenzione estetica. Per i praticanti della specialità, lo snowboard è “più bello” delle discese sugli sci. Contiene una qualità, anche consumistica, più alta. La sofisticazione tecnica riscatta perfino la mercificazione. Praticare quell’esercizio con l’ultima versione dei “softboot”, gli scarponi morbidi dei freestyler, equivale sul piano del narcisismo tecnico a possedere una versione clandestina dell’iPod, oppure un software semisegreto, un bacino tecnico ancora inesplorato dai comportamenti di massa. Forse l’esempio cinematografico più esemplare di questa esclusività perseguita con determinazione addirittura feroce si trova nel film di Kathrin Bigelow Point Break (1991), in cui una banda di surfisti, che indossano maschere di gomma raffiguranti i presidenti americani, compie rapine in banca all’insegna di slogan beffardi: i vecchi presidenti rubano per consentire “l’estate infinita” (la Endless Summer filmata da Bruce Brown nel 1966). Separatezza senza scampo, alterità completa rispetto alla legge e ai suoi rappresentanti, fuga verso altre spiagge in attesa dell’onda perfetta. L’unica adrenalina, accanto al rock, del mondo moderno, dicono gli ideologi del surf. Secessione sociale e violenza. Morte e catarsi. Tutto sul filo di un’onda su cui si può solo stare in equilibrio implicitamente precario. Ma dove il culto dell’abilità si specializza in una specie di riproducibilità tecnica dell’impossibile è nello skateboard. In questi giorni esce anche in Italia, distribuito da Fandango, Dogtown and Z-Boys, un documenta- DOMENICA 26 GIUGNO 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35 LE DISCIPLINE WINDSURF SKATEBOARD SNOWBOARD KITESURF Le origini vanno ricercate in antichissimi riti hawaiani ma è negli anni ’30 che in California nascono i primi club. Nei ’60 il surf diventa costume La prima tavola risale agli anni ’60: nel 1984 diventa sport olimpico. L’atleta, in piedi su una tavola a cui è fissata una vela, si muove con l’aiuto del vento Nasce negli anni ’60 in California tra i surfisti. I primi skate hanno ruote di ferro o legno. Nel ’75 arrivano ruote più morbide ma soprattutto il successo globale Il primo esempio rudimentale risale al ’29. Nel ’63 un ingegnere del Michigan incolla insieme due sci per far giocare i figli. Nel ’98 arriva alle Olimpiadi È la nuova frontiera nel mondo della tavola. Nasce dall’incontro tra un surf e un aquilone. I primi a praticare la disciplina sono stati i francesi FOTO CORBIS SURF FOTO JOHN WITZIG Repubblica Nazionale 35 26/06/2005 rio girato nel 2001 da Stacy Peralta, dedicato ai teenager losangelini che tra Santa Monica e Venice (cioè dentro una comunità multirazziale esplicitamente alternativa a Beverly Hills, in un quartiere in abbandono) si trovavano in un negozio di skateboard e si riunirono nello “Zephyr Skating Team”: alla fine crearono ex novo uno stile, allenandosi illegalmente nei cortili asfaltati delle scuole e dentro gli ovali delle piscine lasciate vuote dai proprietari, riappropriandosi così di luoghi e non-luoghi. Ciò che avrebbe sconcertato i vecchi skateboarder sarebbe stata l’aggressività oltranzistica, da autentici ultrà dello stile, dei ragazzi di Dogtown: che aprivano la strada a quell’insieme di “flips and tricks”, di scarti, salti e acrobazie che ancora oggi sono la cifra essenziale dello skating. Vale a dire una sfida tecnica condotta estremisticamente, in cui l’esercizio diventava una modalità quasi astratta, un modo per approssimare nella realtà un disegno mentale comunque imprendibile. Adesso anche questa storia è diventata un film (Lords of Dogtown, diretto da Catherine Hardwicke, in Italia da metà luglio). Ma più che la storia di un riscatto attraverso la disciplina sportiva, la parabola dello skateboard sembra rappresentare uno dei modi in cui certe comunità escluse fissano la propria identità, secondo procedure che investono tutta l’esteriorità di protagonisti. Così come i surfer, tele- Stile libero tra arte e grande schermo AMBRA SOMASCHINI ul crinale dell’onda, sull’asfalto, sul blu delle piscine vuote, liberi di esagerare. Liberi di provare sensazioni estreme. Ieri le tavole erano di legno grezzo, toothpicks dal disegno filiforme a stuzzicadenti, oggi sono teardrops, ovali a goccia che beccheggiano, reggono meglio la forza del mare. Ieri i tasselli venivano intagliati con i pugnali, oggi vincono i materiali schiumati, clarck foam, resinati con fibra di vetro. La storia del surf dagli anni Venti al 2005 va in mostra al London Design Museum dal 2 luglio al 9 ottobre (www. designmuseum. org) curata da Libby Sellers. Si intitola «Shape and shapers — The evolution of the Surfboard» e presenta una sequenza di foto, disegni, storie che, approdate a Londra dal Tokyo Designers Block, gireranno il mondo e poi, destrutturate e ricomposte, diventeranno un film-documento diretto da Silas Hickey con interviste a scienziati, musicisti, artisti, designers. Una mostra globale che segue quella parigina allestita nel concept-store Colette piena di immagini storiche a partire dalle origini, dal pioniere John Severson. Ma la moda della tavola, delle piroette su strada, non si mette solo in mostra: dal 15 luglio finisce perfino al cinema grazie al film «Lords of dogtown» di Catherine Hardwicke (scritto da Stacy Peralta che ha girato il documentario «Dogtown and Z-boys») e racconta le performance di tre ragazzi nello Zephyr Shop di Venice a Los Angeles. I pannelli londinesi mostrano 80 tavole patrimonio di collezionisti, spuntate dalla «surfboard shaping culture» degli anni Sessanta, dai cortili e dai ga- S rage australiani, hawaiiani, californiani. Sono segni di diverse generazioni ma spiegano anche l’evoluzione di un’industria specializzata, tecnologica, raffinata, esplorano la trasformazione del surfing da sport (dai board lunghi 4 metri negli anni Cinquanta a quelli di un metro e mezzo dei Settanta) a segmento della cultura pop. La “filosofia del correre liberi” affiora oggi sulle tavole Dior, Gucci, Marc Jacobs e si affaccia nel cinema prima con «Un mercoledì da leoni» e ora con «Lords of Dogtown». «La tavola diventa modello di ricerca nello scivolamento che aggrega i giovani — spiega il sociologo Francesco Morace che al surfing ha dedicato un numero di Mind Style Magazine — nella capacità di sfidare la gravità sia con il board sulle onde che con lo skate nelle strade del mondo. Da noi si scivola nelle zone TAZ di Napoli, Bari Roma come in Alfabeth Street a New York». Ma il cammino sul filo dell’acqua si compie per merito dei surfisti che prima l’hanno cavalcata e poi sono diventati designer internazionali. Gli australiani George Greenough, Bob McTavish e Nat Young hanno perlustrato il filone della potenza, della temerarietà, «il modo veloce per esprimere il rinnovamento», lo definisce in gergo street-style l’antropologo Paulo Von Vacano. Simon Anderson, Terry Fitzgerald, Mark Richards, Geoff McCoy hanno sintetizzato forma e funzionalità trasformando il surf da lungo e pesante in oggetto corto, largo, curvilineo che segue la trasformazione parallela degli sci. «Le forme idrodinamiche dei surf 2005, le curvilinee degli skate, i marchi Billabong e Ripcurl sono espressioni dei designer — suggerisce il critico Giannino Malossi — sono loro a creare le nuove tendenze nel museo australiano di Torquay. Il surf si evolve e si imprime nella moda internazionale dando energia a sportivi e industriali come spiega la mostra del London Design Museum, diventa il cuore pulsante di una cultura globale fondata su libertà e velocità». guidati da una specie di loro karma specifico, reso visibile nell’incarnato dall’abbronzatura e dai tatuaggi, gli skater sono una comunità reale che esprime un’abilità virtuale. Il culto dell’abbigliamento Se i progenitori, i ragazzi di Dogtown, potevano essere accompagnati dalle chitarre dei Led Zeppelin e dal “mainstream rock” degli Aerosmith, gli skater di oggi sembrano più assimilabili alla cultura hip hop: nell’abbigliamento, nel culto delle scarpe, nell’esasperazione degli “skills”, essi dichiarano l’appartenenza a una folla (la folla “solitaria” descritta o prevista negli anni Cinquanta dal sociologo David Riesman) in cui ogni individuo persegue un proprio stile, uguale a quello di tutti i suoi compagni e insensibilmente diverso in qualche particolare. Niente di eversivo. Se per le società europee iper-politicizzate degli anni Sessanta e Settanta si poteva parlare, finito l’impegno, di un “riflusso”, per gli skater e i surfer viene naturale parlare di una continua risacca. Oppure in un fenomeno di ultra-mimetismo, secondo cui ci si appropria di una tecnica (la street dance, il rap, un “linguaggio” particolare, una codice di gesti, una particolare coordinazione muscolare: anche il calcio, o meglio il soccer, nelle sue varianti di strada o di ghetto, diventa un catalogo di trucchi e tecnicalità estreme): e se ne esplorano tutte le possibilità. Non si cambia il mondo: ma lo si sospende dentro una subcultura non antagonista, piuttosto elusiva. Mentre è bloccato per aria o per mare in una sequenza funambolica apparentemente irripetibile, lo skater e il surfer sono un fotogramma di un film che mentre esclude gli altri, gli spettatori, il mondo della politica e delle regole, accomuna tutti quelli che quel gesto sentono o si illudono di poterlo riprodurre. 36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA le storie/1 Trent’anni fa mezza America fu invitata al lancio della squadra di soccer di New York, un fenomeno che avrebbe dilapidato milioni di dollari per ingaggiare Pelè, Beckenbauer, Cruyff, Neeskens, e per conquistare gli States alla magia del pallone E che sarebbe naufragato in una manciata di stagioni FOTO GAMMA Sogni infranti DOMENICA 26 GIUGNO 2005 Cosmos, la meteora del calcio Usa P elè giocò la sua ultima partita nei Cosmos il primo ottobre del 1977. Fu un’amichevole contro il Santos al Giants Stadium, New Jersey. L’isola del tesoro chiamata Cosmos sarebbe rimasta a galla per altri sette anni e quattro mesi, vincendo altri campionati americani, con Chinaglia a fare da ariete per scardinare l’interesse delle tv di mezzo mondo e Beckenbauer a fare da manichino con tutti gli allori appena conquistati con la Germania e il Bayern Monaco. In realtà finì tutto quando smise Pelè. Dopo si andò avanti a spintoni. Con un sogno che già si era consumato abbastanza e non aveva prodotto niente di quanto sperato: la nascita di un sentimento calcistico negli Stati Uniti. L’isola Cosmos non fu scoperta ma inventata: «Come tanti altri progetti paralleli del grande mondo dell’imprenditoria dello spettacolo, i Cosmos andavano velocissimi. Però non andavano da nessuna parte», scrissero sul Guardian gli scettici inglesi quando l’isola Cosmos sprofondò negli abissi, inghiottita dalle acque del buon senso, senza mai diventare Atlantide. I Cosmos come grande spettacolo nacquero esattamente trent’anni fa. La conferenza stampa venne organizzata dalla Warner Communications, proprietaria del marchio Cosmos dal ‘73, il 10 giugno del 1975 al 21 Club di New York. Sembrava il lancio di un film ed era stata invitata mezza America. La prima partita del corso milionario dei Cosmos si giocò contro i Dallas Tornado al Downing Stadium di Randall’s Island, ad Harlem, una specie di arena da corrida che i locali chiamavano “lo stadio dei vandali”: «Quella che pareva erba non era altro che spray verde spruzzato sulla terra, c’erano bottiglie dappertutto, niente acqua negli spogliatoi. Un inferno», ricorda Gavin Newsham nel suo libro Once in a lifetime: The incredible story of The New York Cosmos, che uscirà a luglio. Pelè come King Kong Nei tre anni che precedettero l’ingresso della Warner, i Cosmos erano una squadretta senza speranza in un calcio, quello americano, che viveva di espedienti e di illusioni da circo. Benché fosse appena nato, era già decrepito. Non era riuscito a catturare la passione di nessuno, salvo qualche ambulante che per qualche tempo vide raddoppiate le vendite dei suoi pretzel e delle sue patatine fritte. E chi lo guidava non sapeva cosa stava guidando. I Cosmos si iscrissero al campionato il 10 dicembre del ’70. Buscarono alla prima uscita: 2-1 contro i St. Louis Stars. Quando assoldarono Pelè era come se avessero messo sotto contratto King Kong. Tutta New York si fermò per qualche ora a domandarsi cosa fosse quel trambusto fra cielo e terra. L’impatto fu devastante per tutti, calciatori compresi. Facendo leva sull’adesione di Pelè, i Cosmos (e la Warner) cominciarono a promettere cifre spropositate ad ex calciatori di grido per promuovere il calcio in un paese, gli Stati Uniti, che aveva sempre avuto troppo baseball, troppo basket e troppo football per interessarsi anche al soccer. Semplicemente non c’era spazio. La North American Soccer League, attiva dal 1970, aveva racimolato la miseria di qualche consenso sulla costa orientale. Ma in realtà neppure a New York, dove pure vivevano e vivono migliaia di europei e sudamericani, era scattato l’amore per il pallone. Soltanto in un bar vicino a Mark’s Place, ancora nel 2003, il mito sopravviveva per colpa (più che per merito) di un padrone italo-americano mezzo matto, di cognome Alloisio, che continuava a imbrattare le pareti del suo locale con le foto degli adorati campioni scomparsi: «O’ calcio è chist’!». Nessuno capiva. Ora c’è un drugstore indiano. Altrove era la quasi totale indifferenza. Le partite della massima divisione si disputavano in piccoli impianti completamente vuoti. Ci voleva un’idea speciale. Un effetto speciale. E i Cosmos furono il primo effetto speciale del calcio. Si procedette con una forzatura degna dei migliori tycoon di Hollywood. La Warner era convinta di poter trasformare in cinema le acrobazie di Pelè, che aveva accettato il ruolo di missionario purché lo pagassero miliardi, e di altri calciatori da prima pagina attratti dal profumo dei soldi e dalla prospettiva di potersi allungare la carriera col mini- Come tanti altri progetti dello show business - scrisse il Guardian quella squadra “andava velocissima ma non andava da nessuna parte” FOTO CORBIS Repubblica Nazionale 36 26/06/2005 ENRICO SISTI LE STAR Qui sopra, Pelè e Giorgio Chinaglia. Accanto, lo stemma dei New York Cosmos In alto, Beckenbauer nello spogliatoio mo sforzo: Carlos Alberto, Neeskens, Beckenbauer, Cruyff, Wilson, Cabanas, Rijsbergen, Francisco Marinho, svariati jugoslavi, il pittoresco e sopravvalutatissimo iraniano Eskandarian. Più una serie di comprimari dalla capigliatura improponibile che sapevano fare parecchie cose in vita loro, tranne giocare a pallone. Il calcio è passione nevrotica. Il rapporto che si stabilisce fra pubblico e goleador è misterioso. Tocca il cuore e a volte lo rovina per sempre. Sollecita nervi non catalogati dall’anatomia che reagiscono soltanto in presenza di tifo calcistico. Una malattia. Gli affari possono aggiungersi a tutto questo, non sostituirvisi. Alla Warner venne comunque in mente di provare a ribaltare le regole del gioco. Una sfida impossibile, quasi odiosa: prima le majorettes e poi, forse, i gol. Pelè non venne messo sotto contratto come “soccer player” ma come “recording artist”. Sicuramente avevano congegnato bene l’affare. Con furbizia più che con classe. Stessi stadi degli altri sport. Stessa cornice da incontro di boxe d’alto livello. Manovrati come burattini, andavano in tribuna a “tifare” Cosmos Henry Kissinger, Mick Jagger, Robert Redford, Steven Spielberg. Una sera al Giants c’erano 77mila spettatori. A New York si cercò persino di unire il destino dei Cosmos con quello della moda e della musica “disco”. Locandine dei Cosmos vennero affisse sulle pareti dello Studio 54, la discoteca del momento. Sfiorare le mani di Pelé era come sfiorare un cantante sudato che si lancia dal palco a corpo morto sui fan. Per un paio d’anni il trucco sembrò funzionare, poi il sole ha cominciato a scendere, sempre più veloce, inesorabile, fino al buio completo. E col buio in sala si è vista forse la partita migliore: Fuga per la vittoria, 1981, rovesciate a non finire, sogni di riscatto, l’America al suo meglio. Il 9 febbraio del 1985, fuggito col malloppo (aveva guadagnato più in tre anni di calcio Usa che in tutta la sua carriera col Santos), Pelè annunciò da Rio che l’era dei Cosmos era finita. Disse la verità. Delle 24 squadre della Soccer League ne erano rimaste 2. Un anno prima presidente dei Cosmos era diventato Giorgio Chinaglia. Da calciatore Cosmos, anni prima, Chinaglia aveva fantasticato l’impossibile: ipnotizzare il pubblico americano facendogli credere di essere lui il nuovo Pelè. Per quanto ignari di calcio, neanche gli americani ci credettero. Perdite per trenta milioni Chinaglia era risbarcato negli Stati Uniti da presidente della Lazio. Voleva espandersi, aveva la febbre del dirigente fresco di tintoria, ma non aveva una lira. La Warner, conoscendo la burrascosa natura del personaggio, gli scaricò addosso un quintale di lusinghe e la promessa del controllo gratuito del sessanta per cento delle azioni dei Cosmos. «Faremo grandi cose», disse Giorgione. Qualcuno registrò anche un’altra sua frase, tristemente bisenso: «Sono qui per fare boom». Infatti il sessanta per cento delle azioni dei Cosmos valevano un quarto della Lazio di allora, che era appena risalita dalla B. Più boom di così. Del resto la proposta della Warner era indecente: nel 1983 i Cosmos avevano perso 5 milioni di dollari ma di questo Chinaglia non era stato informato bene. Nel 1985, prima di chiudere bottega, la Warner si era indebitata per 30 milioni di dollari avendo garantito una felicità sportiva di dubbia consistenza, che lasciò l’America più fredda e desolata che mai. Aveva licenziato 2.300 dipendenti. Tenero come sempre, nella sua attività post-calcistica, Pelé aveva rifiutato la poltrona di presidente denunciando le falle del sistema Cosmos che lui stesso aveva contribuito a creare, trivellando il terreno aurifero fino all’esaurimento delle scorte. Forse ancora soggiogato dalle informazioni ricevute (secondo le quali Chinaglia aveva cercato in tutti i modi di sostituirsi a lui come leader dei Cosmos), Pelé arrivò a deridere il povero laziale: «Che la situazione sia irrecuperabile lo dimostra l’attuale presidente, il signor Giorgio Chinaglia, che non a caso è anche presidente della Lazio, che occupa gli ultimi posti del campionato italiano». Già, adesso era colpa di Chinaglia. DOMENICA 26 GIUGNO 2005 le storie/2 Riti antichi LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37 Con la danza del ventre è il feticcio dell’orientalismo, dà al viaggiatore la sensazione di essere arrivato a destinazione. Sulle sue origini si sono scritti molti libri colti, adesso qualcuno ha fiutato l’affare e apre shisa bar in tutto il mondo. Ma oltre a moda globale, “il calumet senza pace” può trasformarsi in mille altre cose Il fumo magico del narghilè apparire che questa attività fosse non solo declinabile al femminile, ma preludio ad atti di altra natura. Non esattamente. Quando, e siamo nel maggio del 2003, Ahmed Jubarah, terrorista per conto di Fatah, fu rilasciato dopo aver scontato ventotto anni di carcere per un attentato a mezzo frigorifero bomba (tredici vittime a Gerusalemme), il quotidiano inglese The Guardian lo intervistò. Alla domanda: «Che cosa le è sembrato cambiato in questi anni?», rispose: «I giovani sono più liberi. Ho visto addirittura donne fumare il narghilè. Non so se è un bene o un male». In effetti per misurare il grado di liberalizzazione di una società araba basterebbe considerare dove le donne possono fumare il narghilè: in Libano, in piazza: in Egitto, in sale separate; in Arabia Saudita, in cantina, quando nessun uomo è in casa. GABRIELE ROMAGNOLI I BEIRUT l feticcio dell’orientalismo è, al femminile, un costume da danzatrice del ventre; al maschile, un narghilè. Solo il “calumet senza pace” dà al viaggiatore la sensazione di essere finalmente arrivato a oriente. I giornalisti occidentali che realizzano vividi “reportage in presa diretta” sulla “rabbia araba” li ambientano inevitabilmente in caffè dove gli avventori maledicono Bush tra una boccata di fumo e l’altra. Astuti commercianti hanno capito che la faccenda tira e aprono “shisha bar” (shisha è il nome locale del narghilè) nelle metropoli d’occidente. Si scrivono dotti libri sulle dibattute origini e la storia dell’oggetto. Questa non è una trattazione dottrinale dell’argomento, ma la dimostrazione che il narghilè può essere, anche: strumento di consolazione, depistaggio, peccato, forma di emancipazione, cavallo di Troia, moda globale. Quando tutto va in fumo Una mattina di maggio del 2004 scattò una delle tante “Operazioni arcobaleno”. Scopo della colorata missione era, nella circostanza, radere al suolo case occupate da palestinesi nella località chiamata Rafah. Vedendo avanzare i bulldozer la famiglia del giovane architetto Manal Nawad, composta da diciotto elementi, si allontanò in tutta fretta. Ultima venne la nonna ottantacinquenne, rallentata dall’età e dalla consapevolezza: già due volte gli israeliani le avevano distrutto l’abitazione. Una sorella di Nawal rischiò la vita attardandosi nel tentativo di prendere e portare con sè un tavolino da caffé che aveva personalmente disegnato. Quando restarono solo macerie, Nawal si avvicinò per rovistare. Tutto sembrava cancellato. Poi trovò, miracolosamente intatto, il narghilè che aveva portato in dono dalla Tunisia a suo fratello. Distrutte le pietre, sopravviveva il vetro. Lo alzò trionfalmente e, nella sera che calava, lo fumò in circolo con la famiglia, seduta davanti alla rovina, inebriata dalla rovina. «Portatelo a Washington» Il narghilè è motivo non solo di aspirazione, ma anche di ispirazione. Ne trassero Gustave Flaubert, Pieere Loti e perfino Honore de Balzac che pure non amava il tabacco. Lewis Carroll in Alice nel paese delle meraviglie piazza un bruco blu seduto su un fungo, tutto intento a fumarsi la sua pipa ad acqua. Insuperabile resta la funzione del narghilè nel romanzo di Naguib Mahfouz Alla deriva sul Nilo, per il quale rischiò la prigione. Racconta la decadenza di un gruppo di “intellettuali” egiziani: un regista, un giornalista, un politico si ritrovano in una casa galleggiante sul fiume, portando amanti e discutendo cinicamente di una realtà di cui non annusano la svolta tragica. Un impiegato statale attratto nella loro rete, il signor Hassin, procura la droga da immettere nella shisha che si passano mentre farfugliano. Ne fu tratto un film che, visto oggi, appare visionario e irripetibile. In una delle scene migliori una donna chiede agli “intellettuali”: «Quando finirà la guerra in Medio Oriente?». Il giornalista risponde: «Quando lo scriveremo». Il regista propone: «Dovremmo mandare il signor Hassin alla Casa Bianca con un narghilè, così si fanno una bella fumata, vanno fuori di testa e cominciano finalmente a ragionare». Sulle ceneri di Sadat Il 6 ottobre 1981 si svolgeva, come di consueto, la parata dell’esercito egiziano. La circostanza non parve carica di interesse giornalistico per Paul Schleiffer, allora capo dell’ufficio di corispondenza del network americano Nbc al Cairo. Nato a Brooklyn , di origini ebree e con trascorsi di fumatore “eclettico” , Schleiffer ordinò al montatore di cucinare immagini d’archivio, scrisse un breve testo “sempreverde” e andò in un caffè attaccandosi all’amata shisha. La telefonata da New York lo distolse a fatica. Alla redazione centrale il servizio arrivato pareva contenere una lacuna. «Che vi aspettavate da una parata?», chiese Schleiffer. «Noi niente – risposero – Ma pare che mentre sfilavano abbiano ammazzato Sadat». Viene raccontato come il più grande “buco” della storia del giornalismo. Eppure Schleiffer ora giornalismo lo insegna, all’Università americana del Cairo. E all’epoca si era già convertito all’Islam. E andava a pregare nella moschea della famiglia Zawahiri, quella del dottor Ayman, braccio destro di bin Laden, arrestato per La conquista del mondo Poi arriva la globalizzazione e globalizza anche il narghilè. Nell’estate del ’99 Murad Askar era uno studente mandato dal padre a laurearsi in California, rientrato in Egitto per le vacanze. Come souvenir decise di portare agli amici qualche narghilè. Quando vide come ci davano dentro pensò che forse poteva farci un affare. Ora è l’amministratore delegato di “Hookah Brothers”, società che spedisce narghilè in 47 stati americani, Sud Africa e Corea. Anche l’assemblaggio dello strumento è globalizzato. Il contenitore di vetro viene dall’Egitto, ma il piattino metallico è “made in China” e il tubo per aspirare è prodotto in Messico. Il carbone arriva dalla Giordania, il tabacco dal Bahrain. L’esito finale è che una fumata da venticinque centesimi al Cairo costa a New York venti dollari. Ma la richiesta aumenta. Un giovane libanese, Ihab Gandhour, si prepara a lanciare in tutto il mondo “lo Starbucks” del narghilè, una catena di “Shisha Bar” tutti uguali, gestibili in franchising. Sarà un’invasione, coperta da una cortina di fumo. l’omicidio di Sadat e portavoce degli attentatori al processo. Schleiffer ora è una sorta di sceicco sufi e vive tra il Cairo e la sua villa a Fayoum. Attorno a lui, una cortina di fumo. Una fatwa, inevitabilmente Correva l’anno 1890. Lo scià di Persia Naser Al Dim, per riempirsi i forzieri decise di concedere il monopolio del tabacco a un imprenditore britannico. Ai religiosi musulmani l’interferenza dello straniero non andava, già allora, a genio. Si appellarono allora all’ayatollah Mirza Shirazi, cui spettava il titolo di “fonte di imitazione”. Prevedibilmente, questi stabilì che il fumo era “haram”, peccato, perché, benché al tempo di Maometto non esistesse, il Corano ingiungeva di astenersi da tutto quel che nuoce alla salute (presupposto sul quale, un secolo più tardi Muhammad Abdel Ghaffar Al Afghani avrebbe stabilito che i danni prodotti dal fumo sono 99, come i nomi di Dal giornalista americano che “bucò” la morte di Sadat per l’amata pipa, alla fatwa in Persia. Con un dubbio: le donne possono fumare? L’ARTE E LA REALTÀ Particolare dell’opera “The slipper merchant” di José Villegas y Cordero, 1872. Dal Libro The Orientalists Dio). Scomparvero quindi dalla Persia migliaia di narghilé. Fu un boicottaggio d’epoca, ma più efficace di quello a Mc Donald’s. Il britannico, sull’orlo del fallimento, restituì la licenza e immediatamente i clerici emisero una contro-fatwa che ridava legittimità al narghilè. Sempre in Iran, nella città di Qom, un nuovo editto religioso lo ha bandito il 15 settembre del 2003. Curiosamente portava la firma dell’ayatolah Nasser Shirazi, pronipote di quello che fu, a tutti gli effetti “fonte di imitazione”. Ma le donne possono? Nei quadri di Jean-Leon Gerome Ferris accade spesso che una donna con gesto allusivo accosti le labbra al narghilè. Almeno tre volte: La pennichella(esposto a New York nel 1884), Giovane con narghilè e Donna che si accende il narghilè. Quest’ultima appare nuda, guardata da lontano da stupite femmine velate. All’osservatore di fine secolo poteva dunque 38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA i luoghi Giganti alpini DOMENICA 26 GIUGNO 2005 Cesare e Annibale non ne parlano, i cartografi arabi lo ignorano, nel Quattrocento lo dipingono ma lo lasciano senza nome. Per secoli il Bianco è stato il Mont Maudit: anonimo, inaccessibile e maledetto. Uno splendido fiore di granito e ghiaccio che tanti hanno cercato di conquistare e dominare ma che ancora non appartiene a nessuno Salendo al Monte che non c’è I l monte anonimo. Il mont Maudit, inaccessibile e maledetto. Il monte Bianco, la montagna più alta d’Europa, il pilone di granito che chiude la valle d’Aosta e domina la catena delle Alpi, visibile dalla lontana Ginevra. Né Italia, né Francia, né Savoia, a chi appartiene il gigante? Di una patria harpitana abbiamo avuto notizia di recente quando sui roccioni dominanti la strada per Courmayeur sono apparse delle grandi H in vernice bianca, H per Harpitaine, da Harp gli alti pascoli a cui salgono le pecore dopo i lunghi inverni. Tante patrie alpine attorno al colosso di granito. A quale credere? A quella dei Salassi che dominavano l’intera valle? A quella sabauda con le torri di segnalazione che trasmettevano i messaggi fra Chambery e Torino? Alla italiana del glorioso battaglione alpino «ca cousta l’on ca cousta viva l’Austa»? C’è stato un andirivieni di patrie, di bandiere, di uniformi ai piedi del Bianco, c’è stata una storia di sofferenze e di sacrifici: i coscritti classe 1788, i reduci stracciati e feriti della Beresina che sono appena tornati nei loro villaggi e già arrivano i generali dei Savoia per una nuova coscrizione. C’è stata una grande confusione di uomini, di patrie, di guerre attorno al Bianco ed ora c’è un mutamento continuo del paesaggio, degli uomini, delle bestie, delle macchine. Certe sere con il medico condotto di Morgex ci mettiamo a contare le cose che c’erano quando eravamo ragazzi e che non ci sono più, grandi e piccole: i gamberi di fiume nella Dora, i ranocchi nell’acqua ferma del marais in val Veny, i ballatoi di ringhiera, i mulini ad acqua, gli spartineve trainati dai cavalli, le file dei muli che salivano ai valichi, lo champagne leggero e petillant dell’abate Bougeat che morì nel suo letto a Morgex mentre leggeva portando con sé il segreto di quel vino dei più alti vigneti d’Europa che negli anni freddi si ferma ai dieci gradi. Io non sono un harpitano ma un cuneese, alle montagne sono nato e cresciuto nelle Marittime dove arriva l’odor salmastro del mare, nell’Harpitania ci sono arrivato con la guerra e il giornalismo tenendo le cronache di quelli che l’hanno trasformata non sapremmo dire se in meglio o in peggio. Repubblica Nazionale 38 26/06/2005 L’antico sogno del traforo Il primo grande trasformatore fu un conte di Biella di nome Lora Totino, che si era messo in testa di forare il monte Bianco. L’impresa sembrava disperata: gli italiani non avevano i soldi, i francesi che nelle faccende militari spesso delirano temevano di aprire le porte di casa. Ma quel conte aveva una testa biellese tenace e inventiva, lui si comportava come se il traforo fosse già in opera. Aveva fatto scavare all’altezza di Notre dame de la guérison un suo buco lungo una ventina di metri e invitava noi giornalisti a testimoniare che il traforo si faceva, che non era un sogno. E con lui, in fatto di opere gigantesche, non si scherzava: era arrivato con una funivia fino ai tremila e cinque del Plateau Rosa a Cervinia, ci avrebbe trascinato fino al Cairo dove voleva arrivare con una funivia sulla piramide di Giza. Ne ero informato perché il compito di portare lassù la fune portante di acciaio lo aveva affidato al maggiore degli alpini Lamberti, mio concittadino. Lamberti mi chiamò nell’estate del ‘48, a vedere come si calava la fune portante dalla Aiguille du Midi a Chamonix, per completare la traversata. Dal rifugio Torino arriviamo traversando il ghiacciaio sino alla baracca del cantiere appesa sul baratro che sprofonda su Chamonix. Il grande gomitolo della fune era arrivato lassù in elicottero. Fin che ci fu luce, le guide assoldate per quel lavoro ad alta quota trasportarono a spalle putrelle di acciaio e sacchi di cemento su e giù per il ghiacciaio in sci. Non dormii quella notte per l’altitudine, e si era svegli all’alba per assistere all’operazione in cui la tecnica più raffinata e di avanguardia era affidata ancora ai muscoli e al fiato degli uomini. L’Aiguille era già collegata a Chamonix da un cavo guida leggero, a cui era appesa una cassetta di legno con un bordo alto quindici centimetri. Lamberti mi disse di salirci per seguire dall’alto l’operazione. Stavo ritto, i piedi puntati sul bordo inferiore sospeso nel vuoto, là in fondo le case di Chamonix. Le guide si calavano per la parete dell’Aiguille tirandosi dietro il cavo guida che trainava la portante. Mi arrivavano nell’aria gelida i loro richiami, le loro imprecazioni. Come premio Lamberti mi fece scendere sulla funivia di servizio, la cassetta di legno, fino a Chamonix. Prima della guerra a Courmayeur funzionava come mezzo di risalita uno slittone tirato da una fune. Mi sono rifatto nel dopoguerra, seguendo il dottor Savoretti mentre seminava di sky lift la val Veny. Savoretti aveva aperto il commercio con l’Unione Sovietica e sposato una russa amica di una figlia di Kossighin. Lo incontrai a Mosca, nel suo grande ufficio dove la consegna era di non parlare del comunismo e dei comunisti importanti. Sembrava di stare in una stazione lunare che funzionava alla perfezione ignorando il caos e la povertà circostanti. Ma il suo regno era Courmayeur dove aveva prima affiancato e poi superato l’altro signore del luogo, il conte Titta Gilberti, costruttore e padrone delle funivie del Bianco. Entrambi percorrevano i loro regni accompagnati da un maestro di sci emerito, con funzioni di ministro della realcasa, maggiordomo pronto a guidarli e a rifocillarli. Savoretti non era un alpinista famoso, un accademico come Gervasutti e Boccalatte, ma era cresciuto nel mito dell’alpinismo piemontese che aveva celebrato i suoi riti e i suoi fasti durante il fascismo e nei primi anni della Repubblica. Il periodo dominato da Gervasutti, «il fortissimo», il friulano trasferitosi a Torino e diventato l’uomo guida, il modello inarrivabile di quella borghesia apolitica, a volte antifascista, che aveva fatto dell’alpinismo il suo rifugio e del massiccio del Bianco la sua vera patria. In quegli anni la conquista delle pareti inviolate era impresa da semidei, più forti della natura, della paura, della fatica. I giornali dedicavano pagine intere alla conquista delle Grandes Jorasses di Renato Chabod e di Gervasutti, o alle prime di Bonatti. Un mondo elitario, di costumi severi, un po’ sadico e un po’ necrofilo. Lo spettacolo sadico era offerto quasi ogni mattino di inverno sulle alte piste di Toula o dell’Arp o della traversata del Bianco lungo la Mer de Glace. Non mancava mai lo spettacolo della fidanzata o dell’amico trascinati sulle piste precipiti, o fra seracchi e voragini ghiacciate, incrodati come muli, decisi a non muovere più un passo, a non osare più un metro, insensibili alle minacce o agli inviti dell’aguzzino accompagnatore che giustamente veniva punito dovendo poi riportare in qualche modo a valle quei sacchi di patate incautamente portati sui più alti e perigliosi cammini. La traversata invernale del Bianco lungo la Mer de Glace era luogo di veri macelli. Ricordo il calvario degli amici trascinati nell’impresa, il figlio giovanissimo di una collega romana che cominciò a cadere appena fuori la stazione della funivia al colle del Gigante e continuò per i quindici chilometri della discesa, seguito da un maestro gigantesco che lo sollevava di peso, lo rimetteva sulla pista e aspettava rassegnato la prossima caduta. Eravamo feroci e anche strambi nelle punizioni dei deboli, come quella del famoso sociologo che si presentò sul ghiacciaio con degli scietti di legno senza lamine, partì ilare e scomparve quasi subito in un crepaccio. Corremmo con una corda da trenta metri per tirarlo fuori e quando finalmente sentimmo che l’aveva afferrata lo issammo, ma non era lui era un altro caduto nello stesso punto, e la guida che tirava la fune non voleva crederci, lo guardava male come un truffatore. Il sociologo, quando venne su con i suoi scietti, non disse neppure grazie, ripartì deciso saltando altri crepacci e rimbalzando sulle gobbe ghiacciate quasi a prendersi gioco del nostro sadismo. Quanto alla necrofilia ho passato centinaia di veglie a ripassare tutti i morti da slavina o da valanga. Alcuni, non si sapeva bene perché, prediletti nelle memorie. Si ripercorreva con zelo il loro ultimo cammino, riponendoci le stesse inutili domande sul perché avessero perso l’equilibrio in un posto sicurissimo, o sbagliato come Gervasutti una elementare corda doppia dopo averne fatto mille, o messo il piede su una cornice di ghiaccio pendula pronta a cadere. Fra i necrofili dilettanti ce ne erano di veri. Quel vecchio partigiano che non mancò un recupero di cadavere dalle Marittime alle Pennine. O quel meccanico di Courmayeur che teneva pronta una jeep fornita di pale, barelle, corde, e appena gli giungeva notizia di una sciagura alpina partiva su per dirupi e boschi e burroni usque ac cadaver, di cui ampiamente relazionava ad amici e parenti la positura, le ferite, il palloFOTO ROGER VIOLLET/ALINARI GIORGIO BOCCA La storia, l’arte, la letteratura. I ricordi e i personaggi. I pionieri, gli affaristi, gli scalatori. Un grande giornalista-scrittore racconta la più alta vetta d’Europa FOTO GRAZIA NERI DOMENICA 26 GIUGNO 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39 PRIME ESPLORAZIONI Qui accanto, alpinisti sulla via ferrata della Mer de glace. In basso, l’Aiguille verte dalla vetta del Bianco. A sinistra, la salita al Bianco del naturalista De Saussure e della guida Balmat nell’agosto 1787 re del viso, quello sguardo fermo per sempre nell’incontro con la morte. C’erano estati povere di piaceri necrofili, ma altre ricchissime favorite da cambi repentini di temperature, da tempeste, da fulmini che facevano strage di cordate straniere specie cecoslovacche o polacche. E il meccanico con la sua jeep attrezzata correva da una valle all’altra da una parete all’altra per vedere in faccia la morte. Nel regno del Bianco ci sono altre attività e curiosità canoniche: una è quella di riconoscere e ricordare tutti i nomi delle vette o aiguilles o denti o picchi o ghiacciai o pareti o combe o laghi, più orridi favole leggende. «E voi montagne ci guardate ci guardate ma non siete mai cadute». Che ha voluto dire Elias Canetti? Che fra noi uomini e loro, le montagne, c’è un rapporto univoco: la nostra fantasia contro la loro indifferenza. Le nostre mode contro la loro mole immutabile. Noi che per secoli le abbiamo ignorate e che improvvisamente rivolgiamo ad esse una attenzione quasi morbosa. FOTO ZEFA Repubblica Nazionale 39 26/06/2005 Una bellezza da restare senza fiato Ho intervistato scalatori famosi, quasi tutti presi dalla montagna come da una donna bellissima e omicida. La letteratura alpinistica tende al mistico, le altitudini avvicinano a Dio. Ma possono anche essere ignorate. Chi oltrepassa la stretta della Pierre taillée, sopra Arvier, esce dalla penombra nella luminosa gloria del Bianco, il grande fiore di roccia e di ghiaccio. Una bellezza da rimanere senza fiato. Ma per generazioni il colosso è stato senza nome, come le altre vette della Alpis Graia. Cesare diretto alle Gallie non lo nomina, non lo descrive; non se ne accorge Annibale al passaggio delle Alpi; non gli danno un nome neppure gli arabi, che sanno di geografia e di cartografia. Per tutti è un grande bastione ghiacciato che non porta da nessuna parte. Generazioni di buoni disegnatori disegnano le montagne tutte eguali, a denti di sega: per loro una montagna vale l’altra. Strade e valichi di fondovalle sono indicati con precisione già dai romani, ma ciò che è lassù in alto non conta. A Courmayeur solo una montagnucola ha un nome: il Chetif, dai captivos, gli schiavi che lavoravano nelle miniere. Ma il gigante resta senza nome. Lo si vede in un quadro di Konrad Witz, una pesca sul lago di Ginevra nel 1444, montagna innominata o di nomi mutevoli: Alpis alba, Saxsus albus, Malet, Maudit, Les glaciers. Un nome vero e fisso non lo si trova neppure nelle carte di Johannes Strump, che pure ha dato un nome all’Eiger e alla Jungfrau. Le montagne guardano indifferenti e gli uomini fantasticano. Di fronte al Bianco, immaginano che lassù dietro le vette ci sia un gigantesco serbatoio di neve da cui scendono le lingue dei ghiacciai. La conquista del Monte Bianco è un’epopea romantica-scientifica-femminista. Dopo il leggendario Balmat, guida e cercatore di cristalli, tocca allo scienziato ginevrino De Saussure, che resta sulla cima con tutti i suoi strumenti scientifici tre ore e mezzo. E poi sarà il turno di una donna, Henriette d’Angeville, che intaglia nel ghiaccio il motto «Vouloir c’est pouvoir» (più nota di Marie Paradis), che nel 1908 fu portata di peso in vetta dalle guide per invogliare gli alpinisti che incominciavano ad arrivare a Chamonix da tutta Europa. Il turismo alpino fiorisce: tre volte la settimana nel 1850 arriva da Ginevra una diligenza dopo un viaggio di diciotto ore, compresi i tratti a cavallo a dorso di mulo o in portantina. La famiglia Tairraz costruisce alberghi, presto saranno più di duemila i viaggiatori in transito e la guida Marianna Stark consiglia coloro che «non riescono a vincere il terrore degli abissi a desistere dall’impresa». Oggi siamo all’esatto contrario, ai vani desideri naturalistici di riportare il Bianco allo stato primitivo cancellando le funivie, le autostrade. È finita l’epopea dei viaggiatori inglesi dell’Ottocento che apparivano ai valdostani come semidei dalla forza incontenibile capaci di percorrere a piedi l’intera valle, uomini e donne e non si fermavano di fronte a nessuna montagna. 40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 26 GIUGNO 2005 A quasi sessant’anni dalla nascita avvenuta nel 1946 in un sobborgo di Los Angeles, il Guggenheim Museum di New York celebra il grande fotografo scomparso nell’89 dopo essere stato lentamente consumato dall’Aids. Ecco le immagini dell’imponente retrospettiva, curata da Germano Celant e Arkady Ippolitov, che affianca i suoi scatti più significativi e scandalosi a stampe e sculture del sedicesimo secolo LA COSCIENZA DELLA CLASSICITÀ Sopra,”Fetonte”, di Hendrick Goltzius, fine del sedicesimo secolo, San Pietroburgo, Museo dell’Hermitage; accanto, “Thomas”, di Robert Mapplethorpe, 1987 ANTONIO MONDA Repubblica Nazionale 40 26/06/2005 È NEW YORK stato un artista grande e scandaloso, sincero sino alla provocazione e scaltro sino al disincanto. Il suo volto strafottente e tormentato, prima ancora delle sue immagini traboccanti di erotismo, è diventato una delle icone più rappresentative della scena artistica della downtown newyorkese, sia nell’autoritratto in cui si immortalò come dandy che in quello da terrorista; sia nella versione satanica che in quella con il volto consumato dall’Aids. È stato un promotore abilissimo della propria arte e nello stesso tempo un artista onesto sino all’esibizione del proprio dolore, che al di là del culto per l’alternativo, l’underground e il “maledetto”, ha cercato fortissimamente la consacrazione pubblica nei templi sacri ed istituzionali. Oggi Robert Mapplethorpe sarebbe il primo ad esser felice di sapere che dal 1 Luglio al 24 Agosto il Guggenheim Museum, che gli ha già dedicato in passato una delle sale più prestigiose, lo celebra con una grande retrospettiva curata da Germano Celant e Arkady Ippolitov, che sigilla la collaborazione con l’Hermitage di San Pietroburgo. L’idea dei due curatori, inedita per una istituzione come il museo newyorkese, è quella di giustapporre un’ampia selezione delle sue immagini più significative con stampe e sculture manieriste del sedicesimo secolo, analizzandone le esplicite influenze e celebrando il modo in cui ha saputo rielaborarne l’insegnamento in maniera assolutamente personale. L’effetto è estremamente suggestivo, e consente di apprezzare in maniera lampante una preparazione culturale estremamente strutturata e raffinata. Nella introduzione al catalogo che accompagna la mostra, Celant spiega come Mapplethorpe abbia «glorificato il potere e la moltiplicazione dell’eros», non riconoscendo tuttavia nell’eros «la predominanza di un tipo di sessualità univoca, ma piuttosto esaltando la pluralità delle sue espressioni, i suoi movimenti diversi e irregolari ed il disordine che provoca nelle identità degli individui». Si tratta di elementi presenti potentemente in ogni sua singola immagine, che è necessario rapportare al suo intero e travagliato percorso esistenziale. Era nato nel 1946 in un sobborgo di Long Island chiamato Floral Park abitato prevalentemente dalla classe media: un luogo estremamente tranquillo che definì in seguito «un buon posto in cui crescere ed un buon posto da cui andar via». I genitori Harry e Joan erano una coppia di cattolici irlandesi osservanti, i quali misero al mondo sei figli cercando di infondere Robert Mapplethorpe Quando l’Eros diventa Arte in loro sin dall’infanzia gli insegnamenti della propria fede. Robert, “Bob” per gli intimi, che era il terzo della nidiata, era consapevole di essere il prediletto della madre e scoprì solo molto tardi che Joan ignorava, o almeno faceva finta di ignorare, la sua omosessualità. Non appena si rese indipendente andò a studiare al Pratt di Brooklyn, una delle scuole più prestigiose della città, dove cominciò a scattare le prime foto con una polaroid, specializzandosi in autoritratti e ritratti di amici, tra i quali una giovanis- Si è spesso confrontato con la cultura del passato, in modo particolare con le anatomie di Michelangelo LA BELLEZZA In alto “Lisa Lyon” di Robert Mapplethorpe; sopra, “Diana tra le nubi”, di Jacob Matham, 1500 sima Patti Smith. In seguito raccontò di non avere mai avuto una travolgente passione per la fotografia, ma non ci fu singola persona del gruppo che frequentava insieme alla cantante che non rimanesse colpito dalla forza e la sincerità dei suoi scatti. Si lasciò convincere quasi controvoglia, acquistò una macchina di largo formato e cominciò ad immortalare gli amici nelle situazioni che viveva in intimità. Sono di questo periodo i primi nudi che fecero scandalo e le immagini dai chiari riferimenti sadomasochisti, ma anche le prime foto con cui si confrontava con la grande cultura del passato: il ritratto di Jamie, un giovane efebico dai capelli lunghi che fu con ogni probabilità un suo amante, è una citazione evidente dello Schiavo morente di Michelangelo esposto al Louvre. A chi espresse turbamento per le sue immagini rispose che cercava l’“inaspettato” e che si sentiva “in obbligo di esprimerlo”. È il periodo in cui cominciò a frequentare alcuni dei personaggi che aveva idolatrato sin da bambino come Andy Warhol e Susan Sontag, e divenne amico di una generazione di artisti tra i quali Cindy Sherman e Francesco Clemente. Ma è anche il periodo degli eccessi, come raccontò in seguito uno dei suoi amanti Jack Fritscher, che nella sua biografia Assault with a deadly camera parla non solo di droghe e pratiche sadomasochiste ma fa perfino riferimenti a tentazioni sataniste. Mapplethorpe rinnegò il libro dell’amante ed affidò una biografia autorizzata più tranquillizzante a Patricia Morrisoe, ma è certo che in quegli anni sperimentò quello che lui stesso definì il piacere dell’ignoto. Quelli che cominciarono a non sopportare la sua arte esplicita e provocatoria iniziarono di accusarlo DOMENICA 26 GIUGNO 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41 LA COMPOSIZIONE DELLE IMMAGINI Sopra, “Il ratto delle Sabine” di Jan Harmensz, sedicesimo secolo; accanto, “Thomas e Dovanna” di Robert Mapplethorpe, 1986 Repubblica Nazionale 41 26/06/2005 di scandali creati ad arte, ed in un inguaribile voglia di emergere ad ogni costo: in ognuna di queste accuse c’è qualcosa di vero, ma le immagini in mostra dimostrano come ogni possibile motivazione e debolezza personale non tolga nulla alla qualità della sua arte. Trovò un rapporto più stabile, ma solo parzialmente più sereno, con il ricco ed aristocratico collezionista Sam Wagstaff, mentre continuava a frequentare in particolare Patti Smith, che Salvador Dalì gli descrisse come un “corvo gotico”. Il dibattito intorno alla scandalosità delle sue immagini diventò la “cause celebre” che finì per precludere la possibilità di finanziamenti pubblici per l’arte, e le sue foto crearono scandalo anche dopo la sua morte per Aids: l’esibizione organizzata da Dennis Barrie al Cincinnati Contemporry Art Center generò un processo per oscenità al curatore, ma ingigantì la fama postuma dell’artista. Negli ultimi giorni si riavvicinò molto a sua madre, la quale, consapevole del suo male incurabile si impegnò in prima persona per riavvicinarlo alla fede dell’infanzia: ricominciò a frequentare George Stack, il gesuita che era stato il suo parroco quando ancora frequentava la chiesa intitolata a “Nostra Signora delle Nevi”, e volle confessarsi con lui pochi giorni prima di morire. Nelle foto esposte al Guggenheim c’è poco o nulla che richiami direttamente il suo controverso rapporto con il cattolicesimo, ma la composizione delle immagini, e la ricerca estenuante dell’armonia nella raffigurazione di creazioni destinate a turbare rivelano una dimensione, e forse anche un anelito spirituale, sia che si parli di corpi che di fiori. Le immagini della mostra che affiancano le foto del corpo scultoreo di Derrick Cross e Lisa Lyon con le stam- pe e le sculture del passato suggeriscono una ricerca di una bellezza marmorea e profondamente erotica che non è mai fuori dal tempo, ma anzi dalla coscienza dell’antichità trae linfa vitale. Lo splendido corpo nudo di Lydia Cheng che propone sfrontatamente il suo seno mentre copre il pube con il gesto sinuoso delle gambe è una elaborazione di un’incisione del sedicesimo secolo di Jacob Matham, nella quale l’artista raffigura due corpi imperiosi di donne consapevoli dell’invincibilità della propria bellezza. E lo stesso paral- lelo risulta evidente nella foto del 1981 di Lisa Lyon messa a confronto in maniera speculare con l’incisione di Diana tra le nubi dello stesso Matham. Mapplethorpe affermò ripetutamente che la «fotografia è un modo perfetto per fare una scultura» e spiegò che se fosse nato prima dell’Ottocento si sarebbe espresso con il marmo e lo scalpello. Le fotografie in cui immortala alcune sculture neoclassiche e dell’antichità chiariscono fin troppo esplicitamente questo suo approccio, ma le immagini che risultano partico- ‘‘ Germano Celant Quando Mapplethorpe per veicolare la sua diversità sessuale, richiama la memoria di un Michelangelo e di un Canova, di un Pollaiolo o di un Leonardo, lo fa per sottolineare che gli eventi artistici vivono sul fascino di un corpo che si trascende nell'arte, ma che ha radici fisiche e sensuali nella realtà, è chiaro che citandoli, il fotografo li destoricizza, ma è anche un modo di dare un ancoraggio ai suoi valori estetici ed esistenziali, che sono portabili fuori del tempo. Richiamarli nelle sue fotografie di nudi e di intrecci erotici implica una intenzionalità, quella di trovare un'idealità nella sua vita, quanto nelle sue immagini che supera la sua dimensione storica e le sue inclinazioni interiori di artista omosessuale, al pari di Michelangelo e di Pollaiolo GIOCHI DI CORPI Sopra, “Le Grazie” di Jacob Matham, sedicesimo secolo; in alto, “Apollo”, di Robert Mapplethorpe, 1988 Dall’introduzione alla mostra di New York larmente avvincenti sono quelle che immortalano un gesto o uno sguardo per esaltare la bellezza dei soggetti ritratti, e sembrano voler condividere l’estasi di fronte alla contemplazione dell’armonia. Il gesto con cui Derrick Cross ripreso di spalle torce il proprio corpo è ancora una volta speculare a quello con cui un allievo di Michelangelo ha scolpito Sansone che abbatte due Filistei, e tra le incisioni messe a confronto c’è un Apollo armato di arco che è chiaramente il modello che ha ispirato la foto ad un giovanissimo Arnold Schwarzenegger. Ma insieme ai paralleli più suggestivi, la mostre offre anche un itinerario estremamente intimo, nel quale la ricerca artistica si rivela una scelta di dolente necessità. Una delle didascalie che accompagnano il visitatore ricorda una dichiarazione nella quale Mapplethorpe afferma di volere che il pubblico veda il suo lavoro come «arte, e poi come fotografia», ma è proprio sul suo personale concetto di arte che ci si trova costretti ad interrogare: vicino ad una delle serie più estreme e disinvolte, nella quale sono raffigurate giovani in esplicite pose sadomasochiste, è posta la citazione in cui Mapplethorpe spiega: «Il sesso e la fotografia sono paralleli. Sono entrambi sconosciuti. Ed è questo ciò che mi eccita maggiormente nella vita: l’ignoto». Le immagini sono nello stesso tempo una ricerca e una constatazione: il ritratto di spalle di Ken Moody del 1983 sembra la raffigurazione di una statua danneggiata dell’antichità, che per un gioco di prospettiva sembra privata delle braccia. Mapplethorpe si interroga se la bellezza sia eterna o fallace, e sa in fondo al cuore che è entrambe le cose. Non c’è una sua immagine che non esprima questa duplicità che gli arrecò in egual misura sgomento e gioia, e non c’è foto nella quale l’esaltazione di fronte alla bellezza della carne non riveli un riferimento classico che omaggia al passato e auspica l’eterno. Le immagini del modello Thomas all’interno di una struttura circolare ripropongono le stesse pose di Icaro e Tantalo nelle incisioni di Hendrick Goltzius, ed i corpi nudi ed abbracciati di Ken, Lydia e Tyler risultano una citazione evidente delle Tre Grazie di Canova. Ma nella sua arte, che raggiunse i momenti più alti nelle immagini dei fiori (ancora una volta degli scatti che esprimono un fortissimo erotismo che in questo caso travolge l’innocente apparenza del soggetto) compare anche la raffigurazione della morte, con uno scatto realizzato pochi mesi prima della sua scomparsa. Il modello è ancora una volta un’incisione del sedicesimo secolo, alla quale Jan Saenredam diede il titolo Allegoria della vanità. Nella sua immagine Mapplethorpe si limitò a un più semplice e raggelante “teschio”. 42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 26 GIUGNO 2005 Sembrava un genere in crisi, incapace di attirare il grande pubblico, destinato a un declino irreversibile. E invece è tornato alla ribalta: le improvvisazioni di Keith Jarrett mobilitano folle da concerto rock, lo swing di Michael Bublé scala le classifiche. E alle spalle delle stelle internazionali si sta affermando in Italia una generazione di giovani, amati in patria e apprezzati all’estero. Gli esperti non hanno dubbi: quest’estate sarà tutta loro Invasione Jazz embrava defunto, o quasi. Al capezzale del jazz si erano ritrovati in molti, piangenti, addolorati, inconsolabili. Ma il jazz continuava ad agonizzare, stritolato tra le futili necessità del mercato e la superficialità dilagante nel mondo della musica. Solo pochi anni fa sembrava che il tramonto del secolo passato avesse chiuso il sipario sulla più gloriosa delle sue musiche. E poi la rinascita. Ora si parla di jazz in ogni luogo, i teatri sono di nuovo pieni, le note corsare degli improvvisatori entrano dovunque, contaminano canzoni e colonne sonore, sono perfino oggetto di suonerie da scaricare e jingle pubblicitari. Il jazz lambisce la moda, insinua nuove energie nel mondo della lounge, premia raffinati ibridi come quello proposto da Nicola Conte. In classifica ora ci va Michael Bublé col suo soffuso swing, a Sanremo mancava poco vincesse l’outsider Niki Nicolai accompagnata da un jazzista di prim’ordine, suo marito Stefano Di Battista, e c’è una pletora di nuove o seminuove cantanti che parlano quel lessico, dalla emergente L’Aura a Simona Bencini e Cecilia Finotti. L’anno scorso era spuntato il caso Amalia Grè, e anche un insolito cantautore, Ivan Segreto, capace di coniugare brillantemente swing e dialetto siciliano. La canzone è invasa, è la riscoperta di un antico amore che sta ridando vita a raffinatezze melodiche ed eleganze jazzy. Un verbo, del resto, predicato a lungo da Paolo Conte. Non solo: Lucio Dalla, tra una Tosca e l’altra, porta in giro un concerto tutto jazz, con omaggi a Charlie Parker e l’impudente coraggio di aver addirittura messo le parole su un tema Repubblica Nazionale 42 26/06/2005 S La rinascita delle note in libertà di Keith Jarrett. A tempo di swing si può ridere, Arbore docet, si può giocare con la memoria, si può attingere a un serbatoio illimitato di citazioni. Perfino i jazzisti puri oggi in Italia hanno ritrovato il sorriso. Uno come il trombettista Enrico Rava se l’è sudata più di tutti, ha attraversato senza piegarsi gli anni bui, e oggi la sua figura cresce come quella di un maestro. Per gli altri, i più giovani è andata meglio: Bollani, Di Battista, Rosario Giuliani, se fino a poco tempo fa dovevano emigrare in Francia per trovare ascolto e gratificazioni, oggi sono diventati anche da noi delle piccole star. E c’è qualcosa che anche i francesi, che sul jazz la sanno lunga e hanno un dipartimento pubblico espressamente dedicato all’argomento, ci invidiano. È la casa del jazz appena inaugurata a Roma, accanto alle mura di via di Porta Ardeatina. È ancora parzialmente un cantiere ma se ne avverte per intero la bellezza e la potenzialità: tre edifici magnifici (Centro documentazione, foresteria e ristorante) sparsi in un bellissimo parco, con un piccolo teatrino-gioiello, la possibilità di ospitare musicisti e incidere dischi, palco all’aperto per seicento persone. Una autentica bellezza che, speriamo, diventerà un punto di riferimento per la città e non solo. È una FOTO TAM TAM GINO CASTALDO IN TOP TEN Michael Bublé sarà in tournée in Italia fra novembre e dicembre A Roma inaugurata la prima struttura d’Europa dedicata ad artisti e fan realtà unica in Europa ed è uno dei segni di questo entusiasmante vento che in Italia, ma anche nel resto del mondo, tira a favore del jazz. Merito forse dell’eccesso di artificio che si era addensato sulla cultura pop. Troppi suoni finti, troppe inutili architetture, hanno spinto parte del pubblico a riavvicinarsi a quella sensazione di avventura, di creatività, di autenticità che da sempre accompagna il jazz. Oggi trionfa l’acustico, e un potente segnale arrivò dall’inaspettato successo planetario di una cantante come Norah Jones, non proprio una jazzista ma anche lei ammaliata dai tempi ondeggianti scanditi dalle spazzole sulla batteria. Quando si suona jazz non ci sono alibi, il pubblico questo lo sa bene, e ascoltare dal vivo Keith Jarrett è più che un normale concerto, è un’esperienza, a volte sublime, che può lasciare tracce profonde. Intorno c’è un profumo di libertà, parola chiave di questo fenomeno. Il jazz è soprattutto sinonimo di libertà espressiva, e se ci sono stati anni bui è anche per colpa dei jazzisti, a lungo colti da un torpore letargico, non sempre capaci di portare con orgoglio la bandiera della diversità, in altre parole a corto di idee. Oggi sembra che quel periodo sia del tutto superato. Per vivere, il jazz ha bisogno di aprirsi, di non chiudersi in una torre d’avorio di inadeguato purismo, di confrontarsi con quello che accade nel resto della musica. Anche Umbria Jazz, che nelle ultime edizioni ha ospitato i più grandi artisti brasiliani, si apre al pop e propone quest’anno Elton John e Diana Ross. Un tempo sarebbe sembrato blasfemo, oggi testimonia la voglia del jazz di ridiventare protagonista del mondo della musica. DOMENICA 26 GIUGNO 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43 L’ORCHESTRA STABILE Si chiama PMJO ed è la prima orchestra stabile di jazz in Italia. La sigla sta per Parco della Musica Jazz Orchestra: è un’invenzione di Carlo Fuortes, presidente dell’auditorium romano. Le attività inizieranno a ottobre sotto la direzione di Maurizio Giammarco, il primo di una serie di musicisti che, uno per stagione, si alterneranno alla guida della formazione Bollani. “Gioco col piano per regalarvi la mia allegria” FOTO GETTY/RONCHI «F Repubblica Nazionale 43 26/06/2005 LE STAR KEITH JARRETT Il grande improvvisatore è atteso a Macerata il 9 luglio, a Napoli il 12 luglio e a Roma il 15 luglio BRAD MEHLDAU Suonerà stasera all’Auditorium di Roma. Il 28 giugno sarà a Fiesole e il 9 luglio sarà a Umbria Jazz STEFANO DI BATTISTA Il 28 giugno si esibirà a Modena, il 7 luglio a Torino e il 17 luglio a Umbria Jazz a Perugia CAMERINO acciamo tuca-tuca?» Si, facciamo. Tenera è la vita, non solo la notte. C’è un jazz che ferisce, dove la vita è solo passata, caduta, perduta. «Tanta gente mi dice che quando suono la tromba sembro un pugile», raccontava Miles Davis. C’è un jazz che suona, in giacca e cravatta, magro e amaro di parole: «Buonasera, grazie, arrivederci», il tempo di un caffè. Stormy weather, forever. Nubi in cielo e nelle facce. Stordimenti solitari. Temporali magnifici, perfetti, mai un fulmine sbagliato. Perfino Bob Dylan in tournée: arriva, suona, se ne va. Slacciato dal pubblico, dalla comunicazione, dalla confidenza. Il jazz è melanconia, righe sulla pelle, singhiozzi benedetti. Suonala ancora, Sam. Francis Scott e Zelda, Chet, Charlie, Baker, Parker, gente che si fa fuori da sé. Certe scale, scure e chiare, come tasti di pianoforte, impongono respiri corti. E visioni segrete, Charlie Mingus: «Non m’importa del colore della vostra pelle, vi vedo dentro». Poi quest’estate c’è Stefano Bollani, 33 anni, l’uomo più caldo del jazz italiano, pianista, molto premiato, faccia da Mozart, studi al conservatorio. Entra sul palco, sbattendo i piedi, con il tucatuca. E per riscaldarsi i grandi classici. Del jazz? Ma va. Meglio appunto Carrà, Jimmy Fontana, Morandi. I bambini fanno oh, si divertono. Stefano Bollani pure. «Ci sono musicisti che soffrono come Miles Davis e ci sono quelli come Frank Zappa che fanno ridere. Rispetto tutti, ma a me piacciono gli allegri». Già. Bollani è corporeo, materiale, come Benigni. Ti tocca, non ti sfiora. Usa, consuma, il piano. Ci armeggia dentro, in una gag da Buster Keaton. Lo batte, lo ribatte. Denso e soffice. Capisci che è amore sano, pieno, che fa bene, che non è assedio. È jazz, ma non sanguina. Accarezza, smuove, conforta. Non t’inchioda, sali leggero. Bollani parla con la gente. Scherza, diverte, s’intrattiene. Chiede le canzoni preferite e le rifà, destrutturate, ma quelle: come Piccola Katy dei Pooh. Quando mai il jazz è stato piano-bar? Diverso da Baker, che di funny aveva solo Valentine. Ha detto il poeta Maurizio Guercini di Chet: «Era malinconico fino alla cupezza, fino a una chiusura dolorosa e rabbiosa». Bollani caso mai è più vicino a Armstrong, che aveva occhi da clown, ma guance da rana gonfie di jazz. Nessun tormento, prima di esibirsi: «Ho visto il filmato dove Dean Martin sbronzo inciampa sul palco, con Sinatra e Sammy Davis che lo prendono al volo. E tutti e tre continuano a cantare. Da amici al bar. Favoloso, davvero». Favoloso anche come, con uno straordinario Massimo Altomare, traduca in affettuose filastrocche la surrealità della Gnosi delle Fanfole di Fosco Maraini. Ad ascoltarlo a Camerino, nel convento di San Domenico, viene voglia di parlare come Il Lonfo che «non vaterca né gluisce e molto raramente barigatta, ma quando soffia il bego a bisce bisce sdilenca un poco, e gnagio s’archipatta» Oh, yeah, il jazz ti spella, ma non ti lascia lost in translation. Bollani prende la raffinatezza linguistica di Maraini e ne fa, nel duetto con Altomare, un lecca-lecca estivo. Si piega, si rannicchia, si alza, mette la gamba sotto il sedere quando suona. «Ora mi faccio massaggiare una volta a settimana, anche perché ho avuto tre colpi della strega negli ultimi due anni e perché sono impegnato a suonare cinque giorni su sette». Ah sì, l’unica civetteria sono le scarpe francesine. Presenta la sua musica in maniera scanzonata: «Questa è una canzone a metà tra la guerra civile spagnola e l’azione cattolica». Può prendere un brano per i piedi, per la testa, di petto, di striscio, davanti, dietro, ci può palleggiare alla Maradona, e poi stenderlo, rappreso o disteso, comunque è un bucato nuovo, fresco, provate cheek to cheek. È jazz? Sì se ti dà il coraggio di essere te stesso. «Oggi i veri ribelli sono quelli che si sposano e fanno figli. Per essere fuori dai canoni, basta essere normali. Mia moglie è Petra Magoni, cantante jazz, con lei funziona, anche se gli artisti hanno in genere un ego spaventoso che li mette in conflitto. Abbiamo Leone di 5 anni, e Frida di 9 mesi, viviamo in Toscana. Oggi i ribelli sono fabbricati dall’industria. Non so, io non ce li vedo Chet Baker, Janis Joplin, Jimi Hendrix a fare la pubblicità. La mia generazione deve molto a quella precedente. Noi possiamo campare con il jazz, quelli prima invece hanno dovuto arrangiarsi con altri lavori o espatriare. Non m’interessa che a fine concerto la gente mi racconti quanto sono bravo, preferisco mi dicano che si sono divertiti, che ho trasmesso Il più applaudito talento italiano si confessa: “Per me vivere vuol dire sperimentare” FOTO PAOLO SORIANI EMANUELA AUDISIO IL PROTAGONISTA Nella foto qui sopra, il pianista jazz Stefano Bollani qualcosa, il piacere della musica, di una sera felice. Adoro Joao Gilberto, scrivere colonne musicali che nessuno mi ha ancora chiesto, odio viaggiare, anche perché da bambino soffrivo l’auto, ho preso la patente tardi a 23 anni. Che altro devo dire? Ho avuto per mesi una brutta tosse, ma quando suonavo non tossivo. Non mi piace la retorica, nemmeno nello sport, che non ho mai frequentato. Non sopporto quelli che hanno le ricette per i mali del mondo. Io suono per una causa, ma non mi metto sul palco a spiegare come dovrebbe essere governato il pianeta. Jovanotti ricevuto da D’Alema, quando era presidente del Consiglio, il giorno dopo il suo rap sul debito pubblico a Sanremo, per me è una brutta cosa». Bollani viaggia solo o con il gruppo, con semplicità. Ha collaborato con Rava, Fresu, ha suonato con Raf, Jovanotti, la banda Osiris. Radio, tv, lui si diverte con tutto. Ha appena deciso di cambiare nome al suo quintetto: Mirko Guerrini sax, Nico Gori clarinetto, Ferruccio Spinetti contrabasso, Christian Calcagnile batteria, ora si chiamano “I Visionari”. E come direttore artistico di Vivere Jazz Festival in programma a Fiesole martedì ospiterà il concerto di Brad Mehldau. In Giappone il pianista italiano è una star, anche se ci ha suonato solo otto minuti quando è volato a Tokyo per ritirare nel 2003 il premio della rivista Swing Journal come «miglior nuovo talento jazz», prima volta per un musicista italiano. A Melbourne in Australia dove Bollani è andato per Umbria Jazz ha salutato il pubblico in giapponese, ha fatto finta di arrabbiarsi con Christian il batterista, per una cattiva esecuzione, e lo ha cacciato. Il jazzista con le treccioline rasta, hanno detto di lui. L’istrione. La sua imitazione di Paolo Conte vi riconcilierà con la tristezza di chi canta intriso di Langhe, con il bavero rialzato di Jean Gabin. «Entra in questo amore buio, non perderti per niente al mondo». Riderete: di un modo, di un mondo, del jazz. It’s wonderful. «A otto anni ho visto il mio primo film, di Chaplin, ho continuato con Totò e Stanlio e Ollio. Da grande pensavo di fare il cantante, l’attore, il musicista. Ho cominciato a suonare presto, a sei anni, e non ho mai smesso. A undici anni ho scritto a Renato Carosone, mandandogli una cassetta con le mie versioni dei suoi hit, mi rispose con gentilezza, suggerendomi di esercitarmi con il blues, “perché è alla base di tutto”. Mi sono anche dedicato alle imitazioni: Beruschi, Mike Bongiorno. Io rappresento me stesso, non il jazz italiano. Lo dico senza presunzione. Vivere per me significa sperimentare, trovare un modo per narrare. Adoro teatro e letteratura, soprattutto quella piena di fantasia: Queneau, Calvino, Cortazar, Amado. Gente capace d’inventarsi un altro mondo». Lui infatti tra poco sulle Dolomiti farà un concerto, con tre cantanti e sette musicisti, dedicato alle nuvole. «Sono troppo belle». Sì, quando giocano a rincorrersi e fanno capriole. Il cielo come un pianoforte, le nuvole barocche e leggere come tasti, la musica che passa sulle teste. Jazz all’aperto, che si mischia alla natura, che si presta. Come diceva Woody Allen: «Ho comprato qualche disco di jazz per Sophia Loren perché volevo portarla su qualcosa d’interessante. Che so, sul divano per esempio». E poi la leggenda del pianista sul Po, che è il piccolo oceano di casa nostra. Dove forse Bollani suonerà anche la fisarmonica, mentre scenderà su una chiatta tra umido, zanzare, e stelle che battono il cielo. E chissà se ne verrà fuori un tango appiccicoso con il grande fiume che bacia lento, melmoso come certi amori d’agosto, come certe onde che ti avvolgono e ti trascinano, per poi in un assolo improvviso darti le spalle e lasciarti lì, solo, sereno, fuori dalla corrente, a mani vuote, ma a cuore pieno. Tra tanfi della vita e tonfi di allegria. 44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA il corpo Bellezza e salute DOMENICA 26 GIUGNO 2005 Cioccoterapia: è l’ultima moda delle beauty farm, ricca di sali minerali, ferro e vitamine promette una sferzata di energia ed elasticità al corpo e al viso con bagno nel gianduia o massaggi al fondente Ma anche uva, miele e altri alimenti escono dalla dispensa e si trasformano in prodotti cosmetici Curarsi con il cibo Latte, riso e cacao per cambiare pelle FRANCESCA ALLIATA BRONNER uoni da spalmare, non da mangiare. In un salto di benessere, cioccolato, vino, mele e zucche volano dalla cucina alla cabina estetica rivelandosi veri “amici per la pelle”. I nuovi cosmetici-gourmet sono proposti in tutta Italia fra beauty farm, 5 stelle, relais di charme e di campagna. Senza rischi di ingrassare. Già la vinoterapia — arrivata da noi qualche anno fa da Oltralpe (i primi sono stati i francesi lanciando bagni in barrique e maschere al Bordeaux) prodiga dei principi attivi dell’uva, a cominciare dai polifenoli, i più forti antiossidanti in natura — garantiva ventre piatto, rughe spianate, seno tonico. Ma da qualche stagione sta inducendo le donne in tentazione la cioccoterapia frutto di un ricerca del gruppo genovese Dafla durata oltre quindici anni. A guardare adepti, vendite e applicazioni di cacao in oltre 400 centri italiani ed esteri (oltre 72 mila trattamenti dalla Svizzera al Canada, dalla Russia al Brasile) paga, appaga e fa bene. Soprattutto alla linea. Non più solo vizio e capriccio, per una volta vino e cioccolata riducono i grassi, migliorano gli inestetismi e, almeno sul corpo, pare non abbiano effetti collaterali. «La fava del cacao — racconta Albano Achilli, presidente del gruppo Dafla, che con la moglie Gina Mezzalira ha inventato il metodo Ishi (www. ishi. it), frutto di innovative ricerche nell’impiego del cioccolato per bellezza e benessere — è stata utilizzata fin dai tempi degli Aztechi a più scopi: con 8 semi si comprava un coniglio, con 12 i favori di una cortigiana, con 100 uno schiavo. Veniva usata anche pestata per preparare una benefica bevanda dal nome xocolati (da xoc il suono prodotto durante la lavorazione). Amara e densa, miscelata a pepe, peperoncino, chiodi di garofano e cannella pare fosse un corroborante contro la fatica. Noi non abbiamo fatto altro che evolvere scientificamente la ricchezza di un prodotto naturale». Amaro o dolce, bianco o nero, gianduia o al latte, il cioccolato è ricco di sali minerali come ferro (in quantità perfino superiori alla carne rossa), magnesio, fosforo, potassio, calcio (indispensabili contro rilassamenti muscolari e circolatori), di vitamine (nutrienti), di polifenoli (antiossidanti), di flavonoidi (vasoprotettori), di teobromina e caffeina (stimolanti e riducenti). I costi? «Variano a secondo delle strutture, ma un trattamento viso o corpo va da 70 a un massimo di 150 euro, mentre i prodotti sono in vendita dai 35 euro in su». E ve ne sono di ghiotti: il tiramisù, ricco concentrato di cioccolato al latte, caffè arabica, acqua distillata di vinacce di Vermentino di Gallura è energizzante, stimolante, anti-stress; l’olio al cioccolato gianduia è ottimo contro il rilassamento cutaneo; la crema cioccolato all’arancia, emulsione protettiva e antirughe. Poi c’è il frappè di cioccolato al latte alla vaniglia, una schiuma detergente per tutti i tipi di pelle. Ma anche solari e al cioccolato nero (abbronzante intensivo) e al cioccolato bianco alla menta o alla liquirizia (doposole). Sui filari, studiati acino per acino, hanno individuato poi che l’uva rossa di Montalcino in associazione con le proteine della seta garantisce alla pelle del viso una straordinaria protezione e idratazione, l’uva Chardonnay del Garda con l’aloe vera e la vitamina C, invece, è un ottimo nutriente. E ancora: mosto d’uva Sangiovese del Chianti e miele di lavanda per un effetto antiaging, crema Pinot al Pinot nero come drenante e anticellulite. Dalla «dispensa Italia» arrivano a tamponare i danni cutanei di tempo e stress anche mele, olio d’oliva, zucca. A Torre Boldone, nel bergamasco (www. gtsgroup. it), hanno scoperto che la zucca oltre a condire gustosi risotti, ha un estratto ricco di acido jaluronico, di beta carotene, zinco e magnesio, tutti elementi fondamentali per una pelle elastica e idratata. In Alto Adige, regione che detiene il 10 per cento del mercato delle mele europee (con una produzione di 900 mila tonnellate l’anno, ovvero 4,5 miliardi di frutti), il “pomo del peccato” si trasforma in elemento virtuoso per ricette di bellezza applicate in moltissimi hotel del Meraner Land con beauty farm. Venti minuti d’immersione in un bagno alle mele (estratti e aceto di mele) per purificarsi, disintossicarsi, rilassarsi e chiudere in bellezza con un massaggio costa solo 60 euro (0473.200443; www. meranerland. com). Ma in tutta la regione oltre 150 alberghi dotati di spa (0471.999999) offrono coccole di benessere alpino anche a base di latte di capra, birra, mirtilli, miele, uva. E in qualche maso è già arrivato il cioccolato. Prodotti-gourmet deliziosamente terapeutici con una sola controindicazione: vietato leccarsi i baffi durante i trattamenti. Repubblica Nazionale 44 26/06/2005 B LATTE Di capra o di mucca ha effetti emollienti e nutrienti per la pelle Si utilizza per trattamenti in vasca idromassaggio dove si resta immersi 20 minuti. La doccia conclude il bagno terapeutico UVA Tra i principi attivi racchiusi negli acini brillano i polifenoli, antiossidanti ad effetto protettivo Ma protagonisti della vinoterapia sono anche procianidine che proteggono i vasi sanguigni CIOCCOLATO Fondente o al latte, bianco o gianduia è ricco di sali minerali, drenanti nei problemi di squilibrio osmotico e salino e vitamine per trattamenti nutrienti ed emollienti I polifenoli, antiossidanti, aiutano a prevenire l’aterosclerosi DOMENICA 26 GIUGNO 2005 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45 In vetrina Ecco una carrellata di prodotti che dal cibo traggono i principi attivi per proteggere e rendere più elastica la pelle Dolce come la mandorla Snellente e modellante per il corpo, L’Amande Gelée Minceur de L’Occitane tonifica e diminuisce la cellulite Profumo d’arancia Hanno il profumo dell’arancia di Capri dagli effetti rilassanti l’acqua e la crema per il corpo prodotte da Acqua di Parma Le meraviglie del cacao Effetto choc sulla pelle con Abdo, crema concentrata al cacao che promette un ventre piatto. Biotherm Pulite con fico, uva e cedro Per la pulizia profonda del viso, il latte detergente al fico e il tonico remineralizzante all’estratto di uva e cedro Make up per ghiotti Diego delle Palma tenta le signore con una linea make up al profumo (e sapore) di zucchero, cacao, marzapane Delizia di Riso Un nome da piatto speciale quello della nuova linea corpo di Olos. Le creme “delizia di riso” sono ricche di proteine Il lungo viaggio della fitocosmesi MELA Ha sul nostra derma un’azione protettiva grazie all’acido citrico e malico Un bagno al succo di mela, seguito da una maschera a base di polpa del frutto e concluso con mezz’ora di riposo lascia la pelle vellutata EMILIA MARIANI a sempre il cosmetico ha cercato in natura i suoi ingredienti; estratti di piante come la camomilla, l’edera o la carota sono utilizzati comunemente nei prodotti cosmetici e definizioni come fitocosmesi o aromacosmesi sono divenute ormai familiari. Il mondo dei cosmetici “naturali” è vasto e di grande interesse; in questo contesto pubblicità, forma cosmetica e packaging hanno una notevole importanza, tuttavia la ricerca scientifica assume un ruolo sempre più deciso per raggiungere obiettivi come funzionalità ed innovazione nel rispetto delle norme per la tutela del consumatore. Ogni prodotto cosmetico è prima di tutto un insieme di composti chimici ed è proprio dalla chimica che bisogna partire per capirli. Un grande gruppo di cosmetici è caratterizzato da profumi e aromi che riproducono le caratteristiche olfattive di piante, fiori o frutti: prodotti certamente gradevoli, ma che generalmente non possono vantare specifiche attività funzionali correlate ad un ingrediente. Di maggiore interesse sono i prodotti cosmetici basati sull’impiego di ingredienti puri o di estratti di piante anche non comuni, ma per le quali attività, sicurezza ed efficacia sono documentate tramite la caratterizzazione di principi attivi. In questo settore la ricerca di prodotti innovati è in continuo sviluppo e recentemente vino, cioccolato, pomodori, olio d’oliva ed un numero sempre più vasto di insoliti ingredienti sono diventati l’attrazione di cosmetici che possiamo quantomeno definire curiosi. È lecito chiedersi quanto questi prodotti soddisfino le necessarie esigenze di sicurezza e di efficacia, distinguendo quindi un’accattivante, ma generica proposta di marketing dal risultato di un lavoro formulativo e di ricerca serio e di provata funzionalità. La risposta è data proprio dalla chimica della natura che offre principi come la caffeina e la teobromina del cacao, che possono vantare proprietà reintegranti e restitutive o come i polifenoli dell’uva, dalle proprietà protettive ed antiossidanti, o ancora vitamine e acidi insaturi presenti nell’olio di vinaccioli dotato di capacità emollienti. L’autore è docente di chimica dei prodotti cosmetici all'Università di Genova D FOTO PHOTONICA Repubblica Nazionale 45 26/06/2005 I segreti della natura scoperti dalla ricerca MIRTILLI Ricchi di sostanze antibatteriche e astringenti sono preziosi per la cura di sfoghi o inestetismi Dopo un bagno di vapore si applica sul corpo un preparato a base di estratti di mirtillo fresco OLIO “L’oro verde” è alleato del nostro sistema cutaneo e vanta un livello di acidità molto affine a quello della pelle. Contiene trigliceridi, steroli, squalene, vitamina E, antiossidante. È biocompatibile 46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 26 GIUGNO 2005 i sapori Malto, lievito, luppolo e tanta passione: gli antichi segreti della macinazione e della fermentazione hanno conquistato i micro-produttori che in Italia raddoppiano di anno in anno Cresce il consumo d’alta qualità e la vocazione dei mastri birrai che tra due weekend si incontreranno a Piozzo (Cuneo) per degustare le etichette eccellenti “a tiratura limitata” Bere d’estate Birra Bionda, nera o rossa da capogiro LICIA GRANELLO atevela in casa. Utilizzando malto, lievito e il pentolone delle maxispaghettate estive. O comprando l’apposito kit, pentola compresa, nei negozi a lei dedicati. Provate, novelli alchimisti, la soddisfazione di creare con le vostre mani il magico intruglio che fa impazzire di gioia Asterix, la compagna inseparabile delle notti insonni di Charles Bukowski e delle tristezze amorose d Lucio Battisti in “Vendo Casa” (Una birra un panino e poi….). Il gioco dell’estate birraria è semplice e perfetto: non c’è bisogno di essere vignaioli esperti, né campioni di gastronomia. I risultati, prova dopo prova, devono essere ben stimolanti, se è vero che in Italia i birrifici artigiani&casalinghi raddoppiano da un anno all’altro e che il consumo di birra, segnatamente quella di fascia alta, risulta in continua espansione . Un crescendo rossiniano che lascia stupiti gli stessi superesperti europei, pronti a riconoscerci una vocazione collettiva alla birra di qualità, ben oltre i 400 milioni di litri prodotti dalle tre industrie capaci di occupare i tre quarti del mercato nazionale. Tale e tanto è l’entusiasmo da birra, che il più geniale dei birraioli artigiani, il cuneese Teo Musso, ha lanciato “Una birra per l’estate”, prima manifestazione interamente dedicata ai produttori di birra fai-da-te. Nel secondo fine settimana di luglio, la piccola comunità di Piozzo sarà raggiunta da centinaia di adepti al culto delle bionde (ma anche di rosse e scure): microproduttori, aspiranti mastri birrai e semplici appassionati, per una due giorni monodedicata, con dimostrazioni pratiche di birrificazione, presentazione di articoli da birra, concorsi di qualità. Il tutto, ovviamente, tra una degustazione di birra e l’altra. Si beve sempre più birra nel paese del vino. Perché è meno alcolica e quindi più “semplice” nelle sere a rischio di “palloncino”, ha scarto calorico ridotto (45 kc per 100 gr) e il conforto delle immancabili ricerche mediche (proprietà anticancro e antinfarto), è facile da abbinare ai cibi e piacevole da assaporare tout court. In più, rispetto a nazioni come la Germania, 130 litri procapite annui, abbiamo imparato a privilegiare la qualità sulla quantità. Finiti gli anni in cui l’unico modo di incentivare i consumi era ancorato alle curve della bionda di turno, oggi sono proprio i microbirrifici ad affascinare e trainare un mercato esigente e curioso. Proprio come per il vino, anche la birra artigianale gode di un percorso produttivo lineare: i cereali, frantumati e impastati con acqua, vengono riscaldati (80 gradi) per indurre la trasformazione degli amidi in zuccheri. La miscela, su cui è stata fatta filtrare dell’acqua calda (mosto) va incontro a bollitura e addizionata di luppolo, spezie e lieviti. Comincia così la fermentazione, che trasforma gli zuccheri in alcol e anidride carbonica. La maturazione pre-spillatura dura una ventina di giorni. Poi ci sono le produzioni-culto: per le Ferrari delle birre è prevista una seconda fermentazione grazie all’inoculo di nuovi lieviti selezionati (perfino da whisky scozzese!) direttamente in bottiglia, con una tecnica mutuata da quella dello champagne. Risultato: un bere complesso, morbido, appagante, che i cultori associano a formaggi d’alpeggio, cioccolato, gelatine. L’ultima frontiera è quella delle birre ossidate, sull’onda dei “barley wine”, i vini d’orzo inglesi, una via di mezzo tra un Porto e un Madera a gradazione contenuta (intorno ai 14 gradi). Il primo esperimento italiano, la “Xyauyù” di Baladìn, verrà presentato a dicembre, in degustazione con un percorso di cioccolato, dalla fava tostata alla tavoletta affumicata. Se l’attesa vi snerva, andate alla “Ratera”, zona nord di Milano, dove Marco Rinaldi e Davide Negri, primi in Italia, hanno messo a punto un menù innovativo da far invidia alla grande cucina birraria belga: assaggiate l’insalata tiepida di piovra alla Westmalle Tripel o il semifreddo di zenzero e lime con ciliegie sciroppate alla Mama Kriek. Vi sembrerà di stare all’ombra di una delle mitiche sette abbazie trappiste dove i monaci continuano a produrre le migliori birre del mondo. 29 litri È il consumo procapite annuo di birra in Italia 130 litri quello tedesco 130 È il numero dei birrifici artigiani ormai presenti in Italia 100 % È l’incremento annuo dei birrifici artigiani in Italia FOTO ZEFA Repubblica Nazionale 46 26/06/2005 F Alta fermentazione (Ale) I lieviti saccaromices cerevisiae entrano in funzione oltre i 15 gradi e tendono a portarsi in superficie. Il colore varia dall’ambrato allo scuro, gusto e aroma sono più netti, avvolgenti. La temperatura di servizio non deve scendere sotto i 12 gradi Stout Diffusa in Gran Bretagna, è di colore scuro e schiuma cremosa Ha caratteri diversi a seconda dell’area di produzione: dolce quella inglese, amara e intensa in Irlanda Trappista La Ale più prestigiosa è preparata da secoli dai monaci nelle sei abbazie trappiste di Belgio e Olanda. Forte (fino a 12 gradi), ha colore vario e regge l’invecchiamento Weiss Tedesca, di frumento, ha schiuma abbondante e molto profumata e frizzante. Particolarmente dissetante e brillante, viene servita nei boccali da un litro DOMENICA 26 GIUGNO 2005 ‘‘ LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47 itinerari Nelle altre sale della trattoria regnava l’abituale animazione; si sentivano schiocchi di bottiglie di birra stappate, richiami d’avventori impazienti... Il piemontese Teo Musso è il più geniale tra i birraioli artigiani italiani. Le sue birre, non pastorizzate e rifermentate in bottiglia, sono in vendita da “Dean & De Luca”, il negozio di gourmandise più famoso di New York, a 50 dollari la bottiglia I FRATELLI KARAMAZOV di Feodor Dostoevskij Piozzo (Cn) Sgonico (Ts) Roma Il piccolo centro del cuneese, origine in passato di una vera diaspora di giovani in cerca di fortuna nella vicina Provenza, oggi è il luogo-simbolo della produzione birraria artigiana di qualità Nel cuore della terra carsica, famosa per la sua Grotta Gigante e per le “osmizze”, vinerie austroungariche, da qualche anno si è arricchita di un microbirrificio che produce birre rosse, aromatiche Se le regioni di Centro e Sud non vantano una consolidata tradizione birraria, la capitale si inserisce tra le città del malto con un paio di indirizzi-culto, dove si gustano le migliori birre artigiane del mondo DOVE DORMIRE DOVE DORMIRE DOVE DORMIRE B&B IL BRICCO Strada S. Anna 5, Carrù Tel. 0173-75558 Camera doppia da 70 euro AGRITURISMO MILIC Località Sagrado 2 Tel. 040-2296735 Camera doppia da 60 euro SAN MICHELE A PORTA PIA Via Messina 15 Tel. 06-44250595 Camera doppia da 70 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE DOVE MANGIARE MODERNO Via Misericordia 12 Tel. 0173-75493, Carrù Chiuso martedì e le sere di lunedì-mercoledì, menù da 25 euro SAVRON Località Devincina 25 Tel. 040-225592 Chiuso martedì e mercoledì, menù da 25 euro DOVE MANGIARE DOVE COMPRARE DOVE COMPRARE DOVE COMPRARE LE BALADIN (CON CUCINA) Piazza V Luglio 15 Tel. 0173-795431 BIRRIFICIO CITTAVECCHIA Via Stazione di Prosecco 5 Tel. 040-251060 BIERKELLER Via A. Vespucci 42 Tel. 06-5757894 OASI DELLA BIRRA DA PALOMBI Piazza Testaccio 40 Tel. 06-5746122 Chiuso domenica, menù da 20 euro È figlia dell’agricoltura mediterranea Il “pane liquido” degli antichi egizi MASSIMO MONTANARI D Repubblica Nazionale 47 26/06/2005 OKTOBERFEST Tra il 17 settembre e il 3 ottobre sei milioni di persone si troveranno a Monaco per l’edizione 2005 della più grande festa della birra del mondo Si prevede ne saranno consumati sei milioni di litri LA GUIDA È appena arrivata in libreria la guida ai microbirrifici artigiani d’Italia con schede sulle migliori bionde. “Birra artigianale” di Lelio Bottero Edizioni GribaudoIl Gusto Bassa fermentazione (Lager) I lieviti responsabili, saccaromices cerevisiae uvarum, lavorano a temperature comprese tra i 5 e i 10 gradi, depositandosi sul fondo del tino. Il colore è tendenzialmente dorato, l’aroma fine e pulito, il gusto fresco. Si serve intorno agli 8 gradi Bitter Ale La madre di tutte le birre inglesi viene spillata dalla spina (draught), a temperatura fredda. Poco alcolica, ambrata ha sentori decisi di luppolo. Varianti più corpose: Best e Special Pilsner La più famosa tra le Lager prende il nome da Pilsen, paese della repubblica Ceca. Nella sua versione migliore, ha colore dorato, sapore delicato e fiorito, note di luppolo Malt liquor Il termine, statunitense, indica una strong Lager, di personalità spiccata, diffusa nelle microbrewery americane, dove più del malto si avverte il connotato zuccherino ici birra e ti vengono in mente i paesi del Nord, i popoli che duemila anni fa circondavano l’impero romano e che alle soglie del Medioevo vi entrarono da conquistatori, portandovi la loro cultura ma imparando anche a conoscere il vino: l’incrocio fra le due tradizioni, la birra “del Nord” e il vino “del Sud”, contribuì ad arricchire il patrimonio gustativo europeo, accogliendo la nuova bevanda che a poco a poco penetrò nei territori del vino, inizialmente limitandosi alle regioni centrali del continente, poi facendosi strada fino alle sponde del Mediterraneo. Più recentemente, nel XX secolo, il fenomeno è stato rilanciato grazie all’affermarsi di stili di vita e di modelli di consumo anglosassoni, portatori non solo di nuovi interessi industriali ma anche dell’antica cultura germanica. Ma la birra non viene solo da Nord: i primi a fabbricarla furono i popoli del Mediterraneo. Ciò accadde nelle più antiche civiltà agricole, in Egitto e in Mesopotamia, né poteva essere diversamente, dato che la birra nasce dal grano e dall’orzo, cioè dai prodotti della terra: nasce assieme al pane, altra grande invenzione dei popoli mediterranei, e come il pane è frutto della fermentazione dei cereali, procurata in ambiente umido anziché asciutto. Tecnicamente, la birra è quasi una sorta di “pane liquido”, e le figurine egizie di tre-quattro millenni fa, che raffigurano donne intente a impastare pane e a mescolare birra, mettono fronte a fronte le due attività, figlie della medesima cultura. Pane liquido, ma denso. La birra degli antichi aveva una densità molto superiore a quella che le riconosciamo oggi. Non proprio un mangia-bevi, ma qualcosa di simile. E il suo sapore, prodotto dai carboidrati ossia dagli zuccheri dei cereali, tendeva al dolce, non all’amaro. Queste caratteristiche si mantennero a lungo: anche celti e germani, quando impararono a produrre questa bevanda «affatturata a mo’ di vino, ma fabbricata con l’orzo e il frumento» (così la descrive Tacito nel II secolo), per secoli la conobbero densa e dolce. Poi accadde qualcosa. Durante il Medioevo, probabilmente all’epoca di Carlo Magno, qualcuno (forse un monaco addetto alla fabbricazione della birra, forse un contadino che gli passò l’idea) provò ad aggiungere del luppolo al liquido in fermentazione. Chissà quanti esperimenti aveva fatto prima: nel Medioevo si trattavano le bevande – il vino, la birra – un po’ come materia prima su cui esercitarsi a creare sapori sempre nuovi, mescolandovi erbe, fiori, spezie, miele, profumi. Il connubio piacque, e si consolidò fino a diventare definitivo. I vantaggi dell’innovazione erano almeno due: il luppolo consentiva alla birra di chiarificarsi, di decantare e depositare i frammenti solidi, di diventare, insomma, una bevanda in senso pieno, più dissetante, più adatta ad accompagnare il pasto. Inoltre, il luppolo introduceva un sapore amarognolo che, mescolato al dolce, incontrò grande fortuna. E se i vantaggi del gusto non fossero bastati, c’era anche il fatto che la birra, addizionata di luppolo, si conservava meglio e più a lungo. La svolta fu tale che la “nuova” birra apparve quasi un’altra bevanda, e per essa si inventò un nome nuovo. I testi del primo Medioevo la chiamavano cervisia, cervogia, un nome gallico-latino che ancora risuona nello spagnolo cerveza. Da allora fu ribattezzata con una nuova radice germanica, da cui derivarono bier, beer, bière, birra. Come quasi sempre accade, la storia dei nomi è storia di cose. L’autore è docente di storia medioevale all'Università di Bologna 48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 26 GIUGNO 2005 l’incontro Quarant’anni di cinema, quarant’anni di film molto amati, molto stroncati, sempre molto discussi. Quarant’anni in cui il ribelle dei “Pugni in tasca” ha continuato a ribellarsi: anche contro il proprio successo e i cliché che ne derivavano. Ora, in occasione della Mostra di Pesaro che li ripercorre tutti, il regista accetta di mettersi in discussione e di raccontare le sue rivoluzioni Bilanci artistici Marco Bellocchio ergio Castellitto — protagonista condiviso con La stella che non c’è di Gianni Amelio — se n’è volato in Cina dove il film si sta girando e Marco Bellocchio dovrà aspettarlo per completare le riprese di Il regista di matrimoni. Bellocchio è immerso in una fase del lavoro che tiene alla larga le distrazioni, troppo “dentro” il film in corso per parlarne. Ma la Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro (25 giugno-3 luglio) ripercorre l’intera sua carriera rendendo omaggio ai quarant’anni di cinema del ribelle dei Pugni in tasca che oggi, sessantaseienne, soprattutto dopo L’ora di religione, sta vivendo una rinnovata stagione di giovinezza creativa e di consensi. E questo lo ha convinto ad accettare una conversazione, diciamo, retrospettiva. Ma usa con fermezza l’occasione per difendere “tutta” la sua biografia artistica. In altre parole, Bellocchio non ne può più delle sottovalutazioni o delle ironie dei detrattori su quella parte della sua produzione che più direttamente è stata influenzata dal rapporto con la scuola dello psichiatra e psicanalista Massimo Fagioli e dall’esperienza della “analisi collettiva” propria di quella scuola: la produzione che si situa tra gli anni Ottanta e il ‘94 di Il sogno della farfalla, quella che culmina nella collaborazione di Fagioli alla costruzione dei film e nella firma dell’analista affiancata a quella del regista sotto le sceneggiature. È noto, infatti, che la comunità critica ha diffidato di quell’incontro artistico. E che il pubblico ne è stato disorientato, forse allontanato. Ma che cosa è successo, da La balia in poi e all’indomani di quella stagione controversa, che ha donato al suo cinema una nuova “accessibilità” — perché questo è un fatto, fuori da ogni polemica — e il recupero di un pubblico giovanile che si prima volta il rapporto tra il mio lavoro di regista e la mia vita, la mia esperienza nell’analisi collettiva, la mia adesione alla teoria fagioliana. Quel periodo viene spesso “saltato”. Ho cominciato l’analisi collettiva nel ‘77, poi ci sono state interruzioni ma il mio rapporto sia pur conflittuale, dialettico o difficile, ha lasciato il segno. Ora in una riflessione sul mio lavoro è indubbio che questa mia scelta debba essere considerata: il mio rapporto con la psichiatria e con la psicanalisi». A partire dal trentennale del suo storico documentario “basagliano” Matti da slegare, il festival Anteprima di Bellaria ha da poco celebrato il tema “cinema e psichiatria”. Gli sarà capitato spesso, a Bellocchio, di essere coinvolto in convegni psichiatrici o psicanalitici ma c’è da scommettere che non è questo il tipo di attenzione da lui richiesta. «L’ora di religione è stato discusso in un convegno freudiano. Suppongo sia stato interpretato in un modo che non condivido, ma è importante che le idee e le immagini circolino. Io ho capito da molto tempo che la mia Non credo ai concetti di bene e di male, propri della cultura religiosa A proposito degli orrori che accadono nel mondo preferisco parlare di malattia mentale FOTO FOTOGRAMMA Repubblica Nazionale 48 26/06/2005 S ROMA era disperso? Bellocchio non rifiuta, spiega. «La mia vita non prescinde dal mio lavoro e viceversa. Le mie immagini provengono dalla mia esperienza. C’è un film che divide il mio percorso in due: è Il diavolo in corpo, di vent’anni fa. È stato una rivoluzione per me. Quella novità si è sviluppata poi attraverso altre ricerche e altri esperimenti e da lì, è vero, il mio lavoro è diventato più “accessibile”. Ma non ho mai smesso di essere un ribelle. Neanche con L’ora di religione: ribellione alla cultura assoggettata all’autorità della Chiesa. I giovani (si dice: se non si è ribelli a vent’anni... Poi purtroppo molti se lo dimenticano) amano il mio atteggiamento nei confronti del potere culturale istituzionale. Nessun mio film è venuto meno a questo principio, ma negli ultimi forse la mia maturità ha trovato una comunicabilità più diretta». Ed eccoci al punto, per chi si sentisse ancora autorizzato a pensare che la felicità dell’ultima stagione nasce dal distacco dalla tutela (direbbero i detrattori) fagioliana. «Non c’è stata una rottura da parte mia dopo il periodo di “collaborazione fagioliana” compiuto con Il sogno della farfalla: c’è continuità, pur nella separazione artistica da Fagioli, per quel che riguarda le mie convinzioni su quella ricerca che non solo non rinnego ma seguo ancora e condivido». Ma il punto non è quello di ipotizzare una rinuncia, da parte dell’ultimo Bellocchio più comunicativo e più sereno, alla vocazione di ribelle per sempre. Il punto è confrontare la percezione che si ha della sua storia da fuori con quella che lui ha di se stesso. E lui spiega: «Nella tradizione artistica spesso ci sono inizi folgoranti e poi un declino lento ma inesorabile. È come se nei quarant’anni successivi a I pugni in tasca, che fu un film di ribellione nichilista, io mi sia ribellato al successo di quella ribellione e all’identità che mi aveva dato. Certamente molti ancora mi definiscono “l’autore dei Pugni in tasca”. Non ne disconosco la paternità, ma non mi è bastato. Tutto il mio lavoro successivo ha sempre evitato la ripetizione di quell’esperienza. E Il diavolo in corpo è stata una nuova ribellione, un nuovo rischio che per qualcuno è stato un suicidio, ma con il tempo si è rivelato una vittoria. Poi, dopo altri film più aristocratici come La visione del Sabba, La condannae Il sogno della farfalla, sono arrivati film più “popolari” ma quella “rinascita”, rappresentata appunto da Il diavolo in corpo, non l’ho mai annullata». È piuttosto evidente che Marco Bellocchio gradirebbe un riesame di quella parte del suo cinema che è piaciuta di meno. «Ho chiesto al curatore della retrospettiva di Pesaro, Adriano Aprà, di inserire nel volume pubblicato per l’occasione un saggio dello psichiatra Gabriele Cavaggioni che affronta per la identità è quella di regista cinematografico. Mi interesso e mi appassiono alle idee di sanità e di malattia mentale, non credo al male né al bene, sono radicalmente ateo, ma questo riguarda essenzialmente la mia sfera privata». Ecco un utilissimo snodo che Bellocchio offre prima che una domanda lo solleciti. È immaginabile che sia stato, per uno spirito come il suo, motivo di interesse la vicenda del Papa, la partecipazione di massa, la richiesta di “santità subito”. Non si fa pregare: «Il giorno dei funerali mi ha colpito che su tutti i canali televisivi ci fosse la stessa cosa. Nessuna attenzione verso chi, pur avendo grande rispetto per il Papa, volesse veder riconosciuta la libertà di guardare un altro programma. E poi il referendum (io ho votato quattro sì): formalmente la Chiesa non infrange la legge suggerendo di astenersi, ma nella sostanza è un comando. Un soprassalto di autonomia degli italiani sarebbe stato una grande manifestazione di libertà». Già che ci siamo, un salto indietro: L’ora di religione è stato inteso come una ricerca di moralità o spiritualità “autentiche” in reazione al conformismo e all’opportunismo. La cosa non lo lusinga e Bellocchio non fa sconti: «È quanto ci hanno trovato molti cattolici. I quali cercano la conversione del non credente: anche soltanto nelle domande che il non credente si pone, nel rifiuto dell’ipocrisia della Chiesa cattolica. Ma io, da quando adolescente ho perso la fede, credo soltanto a questo mondo, alla mia vita breve che cerco di vivere nel migliore dei modi. C’è spesso purtroppo nell’ateo una “confusione” religiosa nel momento in cui usa dei concetti propri della cultura religiosa: bene e male. Ma a proposito degli orrori che accadono nel mondo io preferisco parlare di malattia mentale. Concetto che anche dalla cultura laica non è accettato, secondo l’idea che siamo un po’ tutti matti». Torniamo allo “spettacolo” dell’adesione giovanile di massa all’addio al Papa. Tra i risultati della cultura ribelle di cui Bellocchio è stato portabandiera ci fu l’allontanamento dei giovani dalla Chiesa e dalla religione. Poi che è successo? «Essendo venute a mancare risposte dall’utopia, dal progetto di un mondo sotto l’insegna di principi marxisti, che ha influenzato intere generazioni me compreso, la Chiesa cattolica e la religione sono tornate ad essere l’unico riferimento cui rivolgere entusiasmi ed energie. La politica non risponde più, la sinistra è timida. La Chiesa non solo propone la salvezza nell’aldilà ma anche l’assistere, il prendersi cura, opere di carità non solo benemerite ma necessarie. Senza però mettere in discussione le istituzioni, i principi. Una possibile risposta radicalmente laica trova la sinistra del tutto indifferente». Vediamo, prendendola da un altro versante, se si riesce ad avere ulteriore prova della sua fedeltà a se stesso. Domanda: riconosce il peso dell’autobiografia nel suo percorso artistico? «Sì, purché non la si voglia relegare all’adolescenza. Le mie immagini sono la mia vita, tutta». Domanda: riconoscerà un particolare accanimento contro la famiglia? «Senz’altro, ma visto lungo tutto l’arco del mio cinema e della mia vita». Domanda: mai pensato che reiterare il motivo della necessità di “uccidere” i genitori le si potesse ritorcere contro, da genitore a sua volta? «Sono contrario all’assassinio del padre e della madre non per paura che i miei figli mi possano ammazzare. No, è pura follia, che non porta a nessuna liberazione». Domanda: c’entra la consapevolezza adulta di non essere migliori di chi ci ha preceduti? «Questo sarebbe un pensiero di rassegnazione: quando si hanno vent’anni si è rivoluzionari, quando si è maturi si ammette che i genitori non avevano tutti i torti. Ho dedicato Buongiorno notte a mio padre, ma continuo a considerarmi diverso da lui. Lui era un conservatore che ha accettato i valori della società in cui viveva, io li ho rifiutati». Chissà quanto di tutto questo c’è ancora in Il regista di matrimoni? «L’attore, che è lo stesso, potrebbe far pensare a una continuazione de L’ora di religione», dice. «Qui è un regista che a un certo punto abbandona una situazione cui non crede più (sta girando un film dai Promessi sposi). Capita in Sicilia dove incontra uno che fa i filmini dei matrimoni, capisce che non gliene frega più niente del suo lavoro e che la sua avventura umana viene prima dell’essere regista. Capisce che deve impedire un matrimonio (“questo matrimonio non s’ha da fare”) e il “suicidio” di una ragazza che», sottolinea perché non si pensi a un sordo anticlericalismo, «avverrebbe tanto se il matrimonio venisse celebrato in chiesa quanto in municipio». Per ora è tutto. In attesa di vedere e potergli chiedere se quel regista alle prese con più urgenti priorità è lui. ‘‘ PAOLO D’AGOSTINI