Domenica
La
di
Repubblica
Gaza, nella fortezza dei coloni
ALBERTO STABILE
il racconto
Le emozioni della tribù della tavola
EDMONDO BERSELLI e AMBRA SOMASCHINI
Next
Nel 2050 il cancro sarà sconfitto, le città
non saranno più assediate dallo smog e la povertà
sarà solo un ricordo. Non sono i sogni di un visionario
ma il futuro che ci aspetta secondo le previsioni
di un gruppo di scienziati. Che noi abbiamo incontrato
FOTO CORBIS
Repubblica Nazionale 29 26/06/2005
DOMENICA 26 GIUGNO 2005
il fatto
ENRICO FRANCESCHINI
D
LONDRA
ice cose così: «Nel 2050 il cervello umano sarà immortale. Potremo scaricarlo su un computer, copiarlo su un dischetto, inserirlo su un robot, farlo
vivere per sempre». E così: «Tra mezzo secolo l’uomo avrà sconfitto il cancro, la fame, la povertà, l’inquinamento». Ma dice anche cose così: «Non avrà però sconfitto la cattiveria e la crudeltà, per cui armi altamente sofisticate potranno
scatenare tremende guerre non convenzionali, con decine di
milioni di morti in pochi giorni». Nel bene e nel male, avverte,
prepariamoci a un’epoca di trasformazioni rivoluzionarie: «Nei
prossimi vent’anni il mondo cambierà più di quanto sia cambiato negli ultimi duemila».
Un indovino? Non proprio. Un “futurologo”, piuttosto, termine che alla maggior parte di noi evoca una via di mezzo tra la
fantascienza e i poteri paranormali. Niente di più errato: Ian
Pearson è un ingegnere elettronico di 44 anni, plurilaureato in
matematica superiore e fisica, capo di un ufficio di quattro per-
sone nel quartier generale della British Telecom, gigante delle
telecomunicazioni britannico, centosessantunesima maggiore
azienda del pianeta per valore di mercato. Più che un ufficio, in
realtà, il suo è un laboratorio, ma non pensate al gabinetto del
dottor Jekill: non si vedono fumi, provette in ebollizione, strane
tenaglie, è un ambiente asettico fatto di computer sottili, schermi al plasma, bacheche intasate di ritagli di giornale, enciclopedie aperte su un manuale di chimica aperto su un trattato di filosofia aperto su un codice penale. Sulla porta non c’è una targhetta con su scritto “Futurologia”, ma il concetto è quello. «Il
nostro lavoro è scrutare il futuro, immaginarlo, provare ad anticiparlo», spiega Pearson. Per il bene della British Telecom, naturalmente. «Certo, ma pure per il bene dell’umanità», precisa,
«il nostro business è la comunicazione e la comunicazione si fa
tra la gente, per la gente, con la gente. Non è una mera questione di soldi». Quale che sia il beneficiario, a quanto pare ciascuna delle prime cinquecento imprese della terra si è munita di un
dipartimento analogo; e se qualcuna non ce l’avesse è probabile che non resterà a lungo fra le prime cinquecento.
(segue nelle pagine successive)
con un commento di RAY BRADBURY
le storie
Il fumo magico del narghilè
GABRIELE ROMAGNOLI
i luoghi
Salendo al monte che non c’è
GIORGIO BOCCA
spettacoli
La rivincita del jazz
EMANUELA AUDISIO e GINO CASTALDO
30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 26 GIUGNO 2005
la copertina
Nuove scienze
Il cancro? Sconfitto. La fame e la povertà? Solo spiacevoli
ricordi. L’inquinamento? Inesistente. È quello che
ci aspetta secondo uno dei massimi esperti di scenari:
Ian Pearson, che guida gli scienziati della British Telecom
Un mondo da favola? Non proprio visto che le guerre non
finiranno e che saranno combattute con armi superpotenti
2050,odissea nel nostro futuro
ENRICO FRANCESCHINI
(continua dalla copertina)
gnoravo l’esistenza di un mestiere simile. È stato un recente
trafiletto sull’Observer di Londra
a rivelarmelo: «Nel 2050, l’immortalità sarà a portata di mano», affermava l’articolo, attribuendo la previsione a Ian Pearson,
“futurologo” della Bt. Una grande
azienda, che non si occupa di favole e
frottole, questo è certo: ma possibile
che dia uno stipendio a qualcuno perché indovini il futuro? Così sono andato a cercare Pearson, per capirne di più,
indossando prima dell’intervista una
corazza di sano scetticismo. Immortalità della mente? Cervello scaricato in
un computer? Non scherziamo. Sicuramente, ho cominciato a dirgli, le sue
dichiarazioni sono paradossali, non
roba da prendere alla lettera. Macché,
lui diceva proprio sul serio. «È tecnicamente possibile, forse si potrà realizzare anche prima del 2050. Usando le nanotecnologie applicate ai neuroni, è
verosimile che un giorno si possa trasferire il contenuto del cervello umano
su un computer. La memoria, i meccanismi del pensiero, il rapporto tra pensiero e movimenti o azioni, tutto ciò potrà essere scaricato, replicato, costituendo di fatto una copia della nostra
materia grigia. Non c’è, in ciò, nulla di
fantascientifico». E a che servirebbe?
«A conservare la nostra testa, per esempio, preservandola in una sorta di immortalità anche dopo la morte del corpo. Già oggi c’è gente che pensa di farsi
I
ibernare nella speranza che in futuro
venga inventato un sistema per risvegliarsi, curare la causa del decesso, prolungare all’infinito la vita: ebbene, tra
qualche decennio si potrà conservare
in modo analogo il cervello, senza bisogno di chiuderlo in frigorifero». Già, ma
a che pro? Cosa farsene di un cervello
immortale, dentro un computer, se
non c’è attaccato un corpo per correre,
carezzare, fare l’amore, insomma per
godere tutti i frutti della vita? Pearson
ha una risposta anche a questo: «Teoricamente sarà possibile copiare il cervello su un dischetto, inserirlo in un robot e fargli fare tutto quello che facciamo noi oggi, o quasi. Non bisogna pensare ai robot come ce li ha mostrati sinora il cinema, fatti di metallo, ridicolmente diversi dal modello umano. Già
ora esiste la tecnica per fabbricare androidi con tessuti e sembianze simili ai
nostri. Nel 2075 è probabile che saranno perfezionati al punto da renderli indistinguibili da un uomo o una donna
in carne ed ossa, e in grado di replicarne tutte o quasi tutte le funzioni. Correranno, ma molto più veloci di noi.
Fletteranno muscoli, molto più robusti dei nostri. E faranno l’amore, questione che, lo capisco, sta molto a cuore a voi italiani, anche meglio di come
lo facciamo noi oggi».
Il punto è: sapranno di farlo, l’amore? Se ne renderanno conto? Proveran-
‘‘
Il mio lavoro
è scrutare
il domani,
immaginarlo
e magari provare
ad anticiparlo
con una buona
precisione.
Nei prossimi
vent’anni ci saranno
più cambiamenti
che negli ultimi
duemila
no emozioni e sensazioni? Avranno coscienza di quello che sono? «Emozioni
e sensazioni, sì», continua imperterrito
il dottor Pearson. «Se daremo loro un
bacio, proveranno piacere, perché il loro cervello sarà programmato per registrare piacere per un bacio. Se daremo
loro un pugno, proveranno dolore, e
vale lo stesso discorso. Coscienza di sé,
questo ancora non lo sappiamo. È presto per prevedere se, come e quanto
avranno una consapevolezza, ma certo
non lo si può nemmeno escludere. Viceversa, non avranno un’anima, come
ripeto sempre ai gruppi religiosi. Ma
avere l’anima, si sa, dipende dalla fede,
non dalla scienza». Taciamo entrambi
un momento, colpiti dalla grandezza
del problema. «Un fatto è certo», riprende il futurologo. «La specie umana
nella sua forma attuale non rappresenta la fine del nostro sviluppo, bensì sol-
tanto una fase, forse primordiale. Possiamo aspettarci un futuro in cui l’intelletto umano sarà più lontano dal nostro intelletto odierno di quanto quest’ultimo sia oggi lontano dai suoi progenitori, i gorilla e gli scimpanzé». E
quanto è lontano questo futuro intelletto umano infinitamente superiore al
nostro? Mille anni? Diecimila? Un milione di anni? «Noi limitiamo scenari e
previsioni a cinquant’anni di distanza, al massimo possiamo provare a immaginare come sarà il mondo dell’anno 2100. Ma spingersi più avanti è rischioso, fuorviante. Non possiamo
neanche lontanamente immaginare
come sarà la terra nell’anno 3000. Allo
stesso modo in cui, se nell’anno 1000
L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Nel 2030, secondo Pearson, le macchine
saranno superiori agli umani non solo
fisicamente ma anche mentalmente. Dieci anni
più tardi, arriverà il primo giocattolo “vivente”
grazie a geni costruiti in laboratorio
LE BIOTECNOLOGIE
La data prevista per la costruzione del cervello
artificiale è il 2035. Sarà l’ultima tappa del
percorso di riproduzione in laboratorio di organi
e parti del corpo umano. Nel 2030 si
disputeranno le prime “Olimpiadi bioniche”
L’ISTRUZIONE
Nel 2025 non sarà più necessario andare a
scuola: l’apprendimento attraverso l’ascolto e
l’esercizio della memoria sarà sostituito da una
interfaccia che collega direttamente a
computer intelligenti
LA TELEVISIONE
L’evoluzione dell’elettrodomestico più diffuso si
completerà nel 2025 quando saranno prodotti
e commercializzati i primi televisori olografici,
che permetteranno una visione
tridimensionale dei programmi
LA CASA E L’UFFICIO
Fra quindici anni, speciali dispositivi tecnologici
“ripuliranno” dai rumori i giardini privati
e tutti gli spazi all’aperto. Nello stesso periodo
ciascuno potrà stampare documenti
in formato tridimensionale
le previsioni
RAY BRADBURY
os’è il futuro? È qualcosa verso la quale noi tutti siamo diretti, e quindi, volendo allargare il concetto, il futuro è
esattamente la nostra vita. Ed è naturale, dunque, che
ognuno di noi guardi alla propria vita nella maniera migliore
possibile. Spesso la gente mi chiede di predire il futuro, ma tutto quello che io voglio è prevenire il futuro, o meglio, costruirlo. Predire il futuro è troppo facile, comunque, basta guardare
la gente attorno a te, la strada dove cammini, l’aria che respiri,
e il gioco è fatto, perché in futuro ci sarà altra gente, altre strade, altra aria. Io voglio di più di questo, voglio di meglio.
Oggi noi accettiamo l’esistenza dei “futurologi”, categoria alla quale personalmente non appartengo. Io non prevedo il futuro, non ho mai avuto né l’ambizione di farlo né le possibilità.
Quello che ho fatto è stato cercare di prevenire il futuro, di imparare dagli errori del passato per cercare di evitare che questi
errori siano ripetuti in futuro. Come? Scrivendo i miei libri, i
miei racconti, cercando di raccontare agli altri quello che deve
e può essere evitato. E tutti noi possiamo farlo. Attraverso l’educazione, l’insegnamento, le cose più importanti per assicurare a noi stessi e ai nostri eredi un futuro, un futuro migliore.
In questi tempi sono al lavoro assieme agli studenti del California Institute of Arts per la Future Fest, una manifestazione
nella quale gli studenti presentano i loro lavori che hanno come tema il futuro. Io seleziono i migliori, ne ho visti tanti, e de-
C
Ma la vera sfida
rimane
leggere il passato
vo dire che i ragazzi hanno un idea del futuro che è particolarmente affascinante, perché immaginano un mondo che, nonostante tutto quello che vedono e leggono ogni giorno, è senza dubbio migliore. Io non credo che siano ottimisti, credo che
abbiano, piuttosto, amore per la vita.
È possibile un futuro migliore. Tutti lo abbiamo sempre desiderato e fino ad oggi credo che ci siamo riusciti. Non sono un
pessimista per natura, ma so anche che la vita in passato è stata certamente peggiore di quella che oggi viviamo. Gli esseri
umani hanno ottenuto buoni risultati nella loro evoluzione,
hanno inventato oggetti meravigliosi, hanno vissuto spingendosi sempre oltre quelle che apparentemente erano le loro più
estreme possibilità, sono andati sempre avanti e hanno migliorato le condizioni di vita su questo pianeta anche per le generazioni che sono arrivate dopo, e che hanno continuato su
DOMENICA 26 GIUGNO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31
IL TEAM DEI FUTUROLOGI
Il dipartimento di “Ricerca sulle tecnologie del
futuro” è il team di scienziati dei British
Telecom Laboratories che si occupa degli
studi sul tempo che verrà. L’équipe è diretta
da Ian Pearson (nella foto qui a sinistra), che
ha 44 anni e passa la metà del suo tempo
presentando pubblicamente, in tutto il mondo,
i risultati delle proprie analisi: i seminari sono
frequentati da analisti finanziari, manager
e rappresentanti istituzionali
vello umano. Significa che intorno al
2015-2025, ogni casa avrà al suo interno un supercomputer: un cervello
elettronico superintelligente simile a
quello che oggi hanno soltanto le multinazionali o la Cia o le forze armate».
E allora? «Allora cambierà radicalmente il modo in cui funziona un’abitazione, perché il computer sarà una
specie di regista integrato di tutte le attività e le necessità casalinghe. Ma
cambierà anche il mercato del lavoro.
Non avremo più bisogno di manovalanza intellettuale: medici, ingegneri,
insegnanti, potranno essere sostituiti
da computer che funzionano meglio e
costano di meno. Acquisterà importanza, invece, la cosiddetta manovalanza della compassione: infermieri,
assistenti sociali, psicologi, mestieri
in cui il contatto umano, diretto, è decisivo». Andiamo avanti con le profes-
‘‘
Gli androidi
diventeranno
indistinguibili
da uomini e donne.
Saranno più robusti
e veloci di noi.
Proveranno
emozioni
e sensazioni.
E faranno anche
l’amore, meglio
di come
lo facciamo oggi
sioni: che ne sarà, dico per dire, di giornali e giornalisti? «La trasmissione
delle notizie sarà sempre più automatizzata, le fonti si moltiplicheranno,
per sopravvivere i giornali dovranno
trasformarsi in fonti non più di fatti
bensì di analisi, opinioni, diventare
uno strumento di riflessione e di influenza dell’opinione pubblica. Discorso analogo per gli avvocati, serviranno più come lobbisti e mediatori di
interessi in conflitto che per risolvere
piccole dispute in tribunale davanti a
un giudice». E non ci sarà più bisogno
di inventori, suppongo: dopo avere inventato il computer superintelligente,
alle invenzioni successive provvederà
lui, giusto? «No, sbagliato, perché inventare fa parte della natura umana, e
l’uomo continuerà a farlo. Ma quando
avremo un supercomputer con la
mente di Leonardo da Vinci e Mozart,
fare meglio di lui non sarà semplice».
È un futuro che fa girar la testa: ma
sarà migliore del presente? Sarà un
mondo più felice del nostro? «Dipende
dall’uso che ne faremo. Come sempre,
non è la tecnologia in sé, ma il modo in
cui viene utilizzata, a determinare il risultato. È prevedibile che tra mezzo secolo avremo acquisito gli strumenti per
sconfiggere il cancro, la fame, la povertà, l’inquinamento, e per viaggiare
rapidamente a distanze siderali nello
spazio. Biotecnologie, clonazione, na-
notecnologie, supercomputer, contengono la promessa di un mondo libero da molte delle odierne catene. Nasceremo e cresceremo più sani, più belli, più intelligenti, più longevi. Ma non
necessariamente più felici, perché nessuna alta tecnologia potrà eliminare
cattiveria e crudeltà. Ci saranno sempre uomini determinati a sfruttare tecniche sempre più sofisticate per dominare il prossimo. Le guerre del 2050 potranno distruggere decine di milioni di
persone in pochi giorni, o in poche ore.
Potrà essere un mondo migliore, dunque, oppure un mondo peggiore, in cui
l’uomo contribuisce alla propria estinzione. Dipende da noi. Comunque è
bene sapere quello che ci aspetta, per
prepararci in tempo ad affrontarlo».
Non potrebbe, su un argomento così
delicato, sbilanciarsi e regalarci il suo
pronostico? La sua profezia privata?
Diventeremo più saggi e più felici oppure ci autodistruggeremo? Ride, il futurologo. «È solo un’opinione personale. Soppesando la bilancia, penso che
sarà un mondo leggermente migliore,
ma con molti nuovi problemi, e perciò
in definitiva non troppo diverso da
quello attuale». Non so i lettori, ma
quasi quasi ci metterei la firma, a una
previsione del genere. Un’ultima domanda, da parte di mio figlio, dieci anni, che ne avrà cinquantacinque nel
2050, anno della presunta immortalità
del cervello: come si diventa futurologi? «Fondamentalmente, pensando al
futuro». Glielo dirò, al mio bambino. E
mi sa che stasera ci farò anch’io un pensierino in più, al futuro, prima di addormentarmi.
FOTO ZEFA
qualcuno avesse detto ai nostri antenati che in capo a mille anni l’uomo
avrebbe usato automobili e aeroplani,
computer e telefonini, essi non solo
non ci avrebbero creduto ma non
avrebbero neppure potuto comprendere il senso di parole del genere».
A proposito di aeroplani, abbiamo
volato un po’ troppo in alto: proviamo
a ridiscendere sulla terra, quella del
presente. «Bene, parliamo di videogiochi. La nuova Playstation 3, in vendita entro pochi mesi, avrà una potenza equivalente all’1 per cento del cervello umano. Ecco, una Playstation 5,
che arriverà sul mercato diciamo tra
un decennio o poco più, avrà una potenza pressochè pari a quella del cer-
Nel 2035 si potranno registrare le esperienze
nella loro interezza: macchine fotografiche
e videocamere andranno in pensione. Ma già
nel 2025 si potrà comunicare con il pensiero
grazie a una forma tecnologica di telepatia
le previsioni
FOTO CORBIS
Repubblica Nazionale 31 26/06/2005
LE COMUNICAZIONI
questa strada. E quando gli uomini hanno scelto strade sbagliate, altri uomini li hanno combattuti.
Il nostro futuro come sarà? Non lo so, non lo posso sapere, ma
di certo, leggendo la storia , so che abbiamo battuto dittature
terribili, negli anni quaranta il nazismo e il fascismo, negli anni ottanta abbiamo battuto il comunismo, e ora arrivano segnali che persino la Cina si sta muovendo e la Corea non potrà
restare nelle condizioni in cui è ancora a lungo. Certo, ci sono
problemi come quelli del Medio Oriente dove è ancora difficile vedere una soluzione definitiva, ma credo che nonostante
tutto anche in quella sofferente parte del mondo, come in Africa, le cose andranno meglio. Prevedo il futuro? No, prevedo il
passato e cerco di prevenire il futuro. So che ci sono molte cose che possono essere fatte, proprio perché in passato gli esseri umani ne hanno fatte altre, spesso più complicate e difficili
di quelle che oggi dobbiamo affrontare.
C’è chi pensa che il mio Farhenheit 451 fosse un libro pessimista, che dipingesse un futuro di censure e controlli terribili. E invece io credo che non lo fosse affatto, non solo perché
anche in quel racconto c’era chi si opponeva alla censura e al
controllo, ma anche perché l’intero racconto era, lo ripeto ancora, un modo per prevenire il futuro. Penso che uno degli
scopi della letteratura sia proprio quello di provare non ad immaginare il futuro ma a costruirlo in maniera migliore. Io ho
sempre pensato che il mio lavoro fosse quello di far innamorare chi legge.
Ho un solo consiglio da dare a chi vuole provare ad immaginare il proprio futuro: quello di vivere la vita con il massimo della passione, cercando di impegnarsi nel proprio campo con ingegno ma soprattutto con amore. Io volevo scrivere e amavo la
letteratura, in sessant’anni non ho mai tradito il mio desiderio
per la scrittura e il mio amore per la letteratura, non ho passato un solo giorno della mia vita senza leggere o scrivere qualcosa e credo che questo abbia contribuito a far si che il mio futuro fosse sempre brillante, anche quando le cose non andavano
esattamente come io speravo. E poi bisogna riempire i propri
occhi di meraviglia, cercare sempre cose nuove, esplorare il
mondo come se si avessero davanti solo dieci minuti di vita. Il
mondo, da questa prospettiva, è più fantastico di qualsiasi sogno, e il presente è il futuro più meraviglioso che c’è.
Testo raccolto da Ernesto Assante
LE MEMORIE
Sempre più piccole, sempre più capienti.
Nel 2030 il contenuto di tutti i volumi
della National Library of Congress sarà
archiviato in un dispositivo grande quanto
una zolletta di zucchero
I ROBOT
Nel 2025 nei Paesi più sviluppati il numero
di robot sarà superiore a quello degli esseri
umani. Nello stesso anno uno degli spettacoli
più popolari sarà il combattimento
fra robot-gladiatori
LA SICUREZZA
La lotta alla criminalità, nel 2030, arriverà a una
svolta epocale: per tenere a bada i delinquenti
ed evitare che tornino a commettere reati
si potranno utilizzare i chip per il controllo
degli stati emotivi
LO SPAZIO
Nel 2030 l’uomo potrà partire per lunghissimi
viaggi nello spazio: l’ibernazione “fermerà”
infatti il tempo durante il percorso. Dieci anni
più tardi sulla Luna sarà costruito il primo
piccolo villaggio
32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
il fatto
Israele al bivio
DOMENICA 26 GIUGNO 2005
A Gush Katif, nella Striscia di Gaza, dentro
un vecchio hotel si sono asserragliati gli irriducibili
decisi ad opporsi al ritiro dagli insediamenti
previsto dal 15 agosto. Siamo andati a vedere
come si preparano a resistere non contro i “nemici
palestinesi”, ma contro i soldati fratelli di Sharon
Nella fortezza dei coloni
ALBERTO STABILE
Repubblica Nazionale 32 26/06/2005
L
GUSH KATIF (Gaza)
a piscina è una pozza d’acqua marcia su cui galleggia
ogni sorta di rifiuti. L’intonaco bianco s’è scrostato
per l’umidità. La grande scritta nera,
“Palm Beach Hotel”, scolorisce sulla facciata. Ma che importa? Per tutti, questo è
ormai “Mahoz Yam”, la Fortezza del mare, che non crollerà sotto l’urto dei bulldozer, l’ultima trincea di chi si oppone al
ritiro, la Masada dei nuovi zeloti che non
indietreggeranno davanti a niente. Anche se, dall’altra parte, non si ritroveranno l’esercito invasore dell’imperatore
Tito, ma i soldati fratelli mandati al generale Sharon.
Di tutti i luoghi simbolo del Gush Katif, il blocco di insediamenti di Gaza che
dovranno essere evacuati a partire dal 15
agosto, il vecchio albergo abbandonato
sulla spiaggia è quello preferito dai media. La ragione sta nel fatto che, ad un
certo punto, con una scelta che farebbe
inorridire qualsiasi teorico della lotta
politica clandestina, alcune fra le teste
più calde dell’estrema destra israeliana
hanno deciso di stabilirsi nelle stanze semi diroccate e ripetutamente saccheggiate dell’hotel e quivi organizzare la resistenza contro l’evacuazione.
Difficilmente, i vari Baruch Marzel,
uno dei capi del movimento kahanista,
Noam Livnat, noto forse più per essere il
fratello del ministro dell’Educazione Limor Livnat che per altro, Itamar Ben Dvir,
kahanista anche lui, o il drappello di supporto accorso dagli avamposti stabiliti in
Cisgiordania dai “Giovani della Colline”,
difficilmente, dicevamo, vedranno arrivare il giorno del “disimpegno” nelle
stanze della loro disperata retrovia.
Sarebbero già stati sloggiati e fermati
“per interrogatorio”, giovedì scorso, se
una talpa ben piazzata negli apparati di
sicurezza non li avesse messi per tempo
sull’avviso. La retata, però, è stata soltanto rinviata. Sta di fatto che, quando
attraversiamo lo sbarramento all’ingresso dobbiamo sottostare a una sorta
di diktat. niente macchine fotografiche e
niente appunti.
In teoria dovrebbero esserci soltanto
una trentina di famiglie e qualche single,
ma il cortile è invaso da decine di adolescenti in età pre militare venuti da Kiriath
Arba, il grande insediamento alle porte di
Herbron per una settimana di «studio,
preghiera e discussione». Kiriat Arba è famosa, fra l’altro, per aver avuto fra i suoi
residenti quel Baruch Gioldestein che
nel febbraio del ‘94 sparò nella MoscheaTempio dei Patriarchi, facendo una strage di fedeli musulmani e per questo viene considerato un eroe. A Kiriat Arba si recava sistematicamente, nei fine settimana, Yigal Amir, l’assassino di Rabin. Per
appuntamenti di studio, preghiera e riflessione tra gente che la pensa allo stesso modo, la stagione presente, consiglia,
evidentemente, il Palm Beach.
Aspettando il miracolo
Il padiglione Kach si distingue per la
scritta: «Un ebreo non caccia un altro
ebreo». E quello di Ytzhar, l’insediamento da settimane all’avanguardia nella
lotta contro l’evacuazione dei quattro
piccoli insediamenti in Cisgiordania,
per la striscione dal tono biblico: «A te ho
dato questa terra». Nessuno dello Stato
Maggiore della protesta intende palesarsi. C’è la polizia che indaga sulla bravata di un gruppo di giovanotti partiti da
qua per andare a pestare alcuni palestinesi del clan al-Hawasi, un’enclave di
gente pacifica nel cuore degli insediamenti, che passeggiavano sulla spiaggia.
Uno degli aggrediti è stato anche ferito
da un colpo di pistola.
Yakov Drori, programmatore informatico di Gerusalemme passeggia tenendo la piccola Sara semi addormentata nel marsupio. Come tanta gente del
Gush Katif, Yakov non crede che verrà
Sul muro di un
padiglione ti accoglie
la scritta: “Un ebreo
non caccia un altro
ebreo”. E una delle
donne che anima
la comunità dice:
“Mi stenderò
per terra per urlare:
io da qui
non mi muovo”
BAMBINI E SOLDATI
Negli insediamenti
della Striscia di Gaza,
a Gush Katif, i bambini
giocano sulla spiaggia,
mentre le sentinelle
dell’esercito sorvegliano
la zona
mai il giorno del ritiro, tanto meno che la
polizia sarà costretta ad usare il pugno di
ferro: «Ci sarà un miracolo — assicura —
, i miracoli succedono talvolta». Ma se invece dovesse esserci il ritiro? «Be’, l’indomani, il sole sorgerebbe lo stesso, ma
Israele non sarebbe più lo stesso paese».
E più non dice.
I luoghi del Gush Katif hanno nomi
poetici derivati da immagini bibliche.
Shirat Hayam, la cantica del mare, ricorda il passaggio del Mar Rosso, quando gli
ebrei finalmente liberi dal giogo egiziano
innalzarono una cantica a Dio. Qui siamo sulla riva del Mediterraneo e l’Egitto
c’entra in quanto le catapecchie diroccate e appena occupate dal popolo degli insediamenti, venuto a dar man forte alla
gente del Gush Katif, non erano altro che
un campo ricreativo per ufficiali egiziani,
fino al 1967, Guerra dei Sei giorni. Queste
catapecchie di una casa vera e propria
non hanno nulla, né il tetto, ne la toilette,
né, in certe stanze, persino il pavimento,
ormai completamente saltato e sostituito da uno strato di sabbia.
Hava Ben Shoshan è una donna di 39
anni, molto bella, con grandi occhi ingenui, la veste lunga fino ai piedi scalzi e i
capelli biondi fermati da una fascia verde, come la Ragazza dall’Orecchino di
Perledi Vermeer. Si muove con la lentezza imposta da un’irrimediabile stanchezza e l’eleganza che nasce dalle buone maniere apprese per tempo. È arrivata il mese scorso dall’insediamento di
Bet Hel, vicino a Ramallah, con i suoi sei
bambini. Il marito, un influente ideologo della comunità, è rimasto a Bet Hel.
Un’occhiata in giro basta a capire che
la sfida è, innanzitutto, vivere al limite
delle possibilità fisiche. Non ci sono vetri alle finestre. Il soffitto mostra le tegole nude. La canalina degli scarichi non è
stata ancora chiusa. Il cattivo odore
inonda la casa.
«Perché sono venuta? Per aggiungere
un altro po’ di forza a quella dei tanti che
non vogliono il ritiro».
Pensa di aver raggiunto lo scopo?
«La gente è contenta della nostra presenza, si sente confortata e rafforzata».
Che farà il giorno in cui si presenterà la
polizia per sloggiarla?
«Mi stenderò per terra e dirò che io da
qui non mi muovo».
Lei è una cittadina israeliana?
«Sì».
Riconosce lo Stato d’Israele?
«Si»
Ma se lo Stato, in nome dell’interesse
generale, stabilisce che è bene andarsene da qui, perché non se ne va?
«Perché io penso che lo Stato non agisce nell’interesse di tutti, ma contro i
suoi stessi interessi, non per il bene della
maggioranza ma per il disastro della
maggioranza».
Perché sarebbe il disastro?
«Perché gli arabi non si accontenteranno mai e, prima ancora, perché non
abbiamo il permesso di farlo»:
Permesso da chi?
«Da Dio».
Perché questa è la Terra d’Israele?
«No, perché Dio ha detto: questa è la
mia Terra ed io la do a voi».
A un centinaio di metri da Hava, vive
una figura carismatica della lotta contro
l’evacuazione: Nadia Matar, 39 anni, sei
figli anche lei, Origini belghe, una famiglia non religiosa alle spalle, lei stessa è
invece religiosa, anche se alle lunghe vesti colorate preferisce pantaloni e felpa
da combattimento.
Nadia non è una semplice militante,
piuttosto uno degli strateghi della protesta, grazie ad una esperienza di lotta maturata sin dai tempi degli accordi di Oslo,
da lei e dal marito, David Matar, pediatra, contestati al punto da finire, per la
prima volta agli arresti.
Di Nadia colpisce la lucidità del ragionamento, la veemenza e il numero di telefonate che può ricevere nell’arco di
qualche minuto. È a lei che si sono rivolti prima di lasciarci entrare i guardiani
del Palm Beach Hotel.
DOMENICA 26 GIUGNO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33
evacuerà tutti i 21 insediamenti della Striscia,
ricollocando i circa 7.500 coloni che attualmente
li abitano nelle vicinanze di Ashqelon, cinquanta
chilometri a sud di Tel Aviv. Tutti gli edifici costruiti
dai coloni nei 38 anni di occupazione saranno
rasi al suolo. Nei cimiteri, le salme saranno
esumate e trasferite. Israele abbandonerà
anche 4 insediamenti minori in Cisgiordania
FOTO AHIKAM SERI PANOS/SPERANZA
LA DISTRUZIONE DELLE CASE
Inizialmente programmato per la terza settimana
di luglio, il ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza
è stato posticipato di 20 giorni, al 15 agosto,
per evitare la sovrapposizione con la ricorrenza
ebraica di “Tishà be av” e cercare così di non
esasperare ancor più gli animi della destra
religiosa, contraria al ritiro. In base al piano,
annunciato nel febbraio del 2004, Israele
che non si arrendono
Intervista allo scrittore David Grossman: “Il Paese rischia una frattura pericolosa”
“Andarsene è doloroso ma inevitabile”
ei conosce bene il suo paese e sicuramente ha visitato qualche volta il Gush Katif. Che impressione
le ha fatto e che impressione le fa adesso?
«Per me, Gush Katif rappresenta la combinazione di due
caratteristiche molto israeliane: da un lato, l’iniziativa, il
pionierismo, il dissodamento del deserto: è un giardino
fiorito in mezzo alla sabbia. Dall’altro, si tratta di un ghetto circondato da muraglie, soldati e carri armati. Negli ultimi anni, inoltre, l’estremismo degli abitanti è aumentato per due ragioni: la prima è che sono bersaglio di lanci
quasi continui di missili Kassam; la seconda è la loro sensazione che il loro destino sia stato deciso, che saranno sradicati dal luogo che per loro è la casa e il sogno».
Quanto è importante, secondo lei, il ritiro da Gaza, nel
quadro del conflitto fra israeliani e palestinesi?
«È molto importante, perché comporta l’ammissione
da parte della destra israeliana che l’idea del “grande
Israele” e il pensiero che Israele possa dominare con la
forza il popolo palestinese hanno fatto bancarotta».
Guardando alla società israeliana, pensa che il ritiro
possa provocare una frattura tra chi accetta l’autorità
dello Stato e chi la respinge? E quali potrebbero essere
le conseguenze?
«Siamo molto vicini a questa spaccatura, che diventerà
sempre più profonda nei cinquanta giorni che ci separano dall’evacuazione, nella misura in cui i coloni continueranno a spargere il caos all’interno. La frattura principale, tuttavia, è data dalla sensazione che ci sia un gruppo non tanto piccolo e molto militante, che rifiuta l’autorità dello Stato e della legge. Poiché temo molto che il
disimpegno sarà accompagnato da spargimento di sangue e dall’uccisione reciproca di israeliani, ritengo che ci
stiamo avvicinando al momento drammatico, in cui sarà
messa alla prova la disponibilità dello Stato ad imporre la
legge ad ogni costo, anche ad una minoranza ribelle. La
combinazione fra il fanatismo dei coloni, il fervore religioso e a volte messianico di parte di loro e il fatto che siano armati fino ai denti, con la loro disperazione e la sensazione che il loro sogno si sia frantumato, crea un mi-
Repubblica Nazionale 33 26/06/2005
L
scuglio estremamente esplosivo. Ritengo anche che parte dei coloni abbia interesse che si verifichi un scontro,
che il ritiro si incida nella coscienza collettiva israeliana
come un trauma, affinché nessun primo ministro osi
evacuare altri insediamenti dalla Cisgiordania in un
prossimo futuro».
Quali sono i suoi sentimenti verso una famiglia di coloni che è stato prima incoraggiato ad insediarsi nel Gush Katif e adesso viene invitata ad andarsene?
«È un miscuglio di sensazioni. Sul piano personale, mi
identifico con il loro dolore, con la tragedia di persone
che si sono costruite un posto che amano e che rappresenta la concretizzazione del loro ideale religioso: là sono nati i figli e là sono sepolti i loro cari. D’altra parte, non
posso non pensare a quello che coloni hanno fatto a noi
israeliani, quando, 38 anni fa, sono riusciti a impadronirsi del timone del paese, dettando l’ordine del giorno
della nazione in tutti questi anni. Sono riusciti a mettere
al loro servizio somme enormi, che sono stati sottratte ad
altri obiettivi ben più degni. Hanno violato sia le leggi internazionali che quelle israeliane, hanno giocato d’azzardo con il futuro di noi tutti e hanno commesso un crimine, avere trasformato l’occupazione in una realtà quasi irreversibile».
Uno degli ospiti dell’albergo di Hof Dekalim ci che
detto che “il giorno dopo”, qualunque cosa accada,
Israele non sarà più lo stesso. È d’accordo? Le come
s’immagina “il giorno dopo”?
«Penso che abbia ragione. Si tratta di una grave crisi,
non solo per i coloni, ma anche per molti dei loro sostenitori che non lo sono e che avranno la sensazione di essere diventati degli “esiliati” nel loro stesso paese. Temo
che vi saranno fenomeni di violenza interna, mentre ci
attende una cosa ancora più complessa, la lotta per l’evacuazione di tutte le colonie, anche nella Cisgiordania.
Qui la cosa sarà molto più dolorosa, sia perché il numero
dei coloni è molto superiore, sia per il legame emotivo,
storico e religioso che molti israeliani provano per i luoghi biblici della Cisgiordania».
(a.s.)
«È stato fortunato, come giornalista —
mi dice sulla veranda che guarda le onde
verdi — ha avuto il suo scoop. Quel bulldozer che ha visto prima sta spianando il
terreno per la tendopoli che vogliamo impiantare per le decine e decine di migliaia
che verranno nel Gush Katif a fermare la
capitolazione unilaterale di Sharon».
E racconta che stavolta non si ripeterà
quel che successe con l’insediamento di
Yamit, nel Sinai, smantellato nell’‘82, in
seguito agli accordi di Camp David. «Allora, il rabbino Nerya, autorevole ed
ascoltata guida religiosa, si lamentò che,
se avesse avuto 50 mila persone in più, il
ritiro non ci sarebbe stato. Noi faremo in
modo di portarne qui ben più di 50 mila».
Qui non è in gioco il destino di uno o
dieci o venti insediamenti. «La capitolazione di Sharon deve essere combattuta
perché mette in pericolo non solo il Gush
Katif, ma l’esitenza dello Stato d’Israele e
la stessa civiltà occidentale. Naturalmente, come religiosa penso che questa
Terra ci è stata data, ma anche la sua casa
è in pericolo in Italia. Dopo che Sharon
avrà dato via gli insediamenti, Al Qaeda
scatenerà la Jihad contro la cultura giudaico-cristiana dell’occidente. Combattendo per Guish Katif noi combattiamo
anche per la civiltà Occidentale».
Nel giorno fatidico, in quello che chiama il “D-day”, Nadia non sembra il tipo
di stendersi per terra. «Farò quello che
farebbe anche lei se scoprisse che il suo
governo è impazzito. Difesa attiva. Se loro spingono, io spingerò. Vedrà che ogni
casa sarà una fortezza, una piccola Masada, piena di parenti arrivati da tutt’Israele. Voglio proprio vederli i soldati fare qualcosa».
In realtà gli attivisti del rifiuto sottovalutano quella parte della popolazioni
di Gush Katif che ha deciso di ingaggiare con il governo una battaglia su una
giusta ricompensa ma non intende opporsi all’evacuazione. Assaf Assis, classe 1950, una gamba sacrificata in Sinai,
durante la guerra d’attrito del 1970, vive
nel Gush Katif dal 1983. È stato uno dei
primi abitanti dell’insediamento ed
uno dei primi ad aprire una fiorente attività agricola. Oggi, possiede con il figlio cinque ettari di serre specializzate
nella coltivazione dei gerani che esporta in Francia, Olanda e Italia.
I diritti dei due popoli
Asaf, che parla un buon italiano, ricordo
dei tre anni trascorsi nel nostro paese come rappresentante di un’organizzazione giovanile ebraica, vive nell’insediamento di Gnei Tal (I giardini di rugiada)
che del Gush katif rappresenta la zona
più ricca, belle ville spaziose, con prati
all’inglese, garage, verande coperte.
Anche se è convinto che «se ci fosse
una vera pace coi palestinesi noi dovremmo avere il diritto di restare qui come loro hanno il diritto di vivere in Israele», Assaf non aspetta il “D-day” col coltello tra i denti. «io sono un cittadino che
ha sempre dato allo Stato. Se vogliono la
mia seconda gamba, la darò. La battaglia
legale la farò fino in fondo per ottenere
un giusto risarcimento, ma non faccio
guerre contro il mio governo o contro l’esercito del mio paese».
Assaf racconta che da un anno discute con i rappresentati del governo incaricati di favorire l’evacuazione offrendo le
ricompense stabilite dalla Knesset. Si dice che già 700 famiglie abbiano preso
contatto con i funzionari di Zela, l’ente
preposto al ritiro, guidato da Jonathan
Bassi, d’origine italiana. Ma la burocrazia frappone ostacoli.
«Non soltanto di chiudere non se ne
parla — spiega Assaf — ma nel frattempo dovrò anticipare tute le spese per trasferire l’azienda ad Ashkelon».
Prima di salutarci gli chiediamo del
destino della casa sotto al cui pergolato
abbiamo parlato: cosa pensa della decisione di distruggere tutte le case di Gush
Katif? «Non c’è bisogno che venga nessuno a distruggerla, piuttosto le darò
fuoco io, con una tanica di benzina».
34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 26 GIUGNO 2005
il racconto
La tribù della tavola
in bilico sulle emozioni
EDMONDO BERSELLI
Repubblica Nazionale 34 26/06/2005
I
n un saggio che a metà degli anni Novanta fece epoca, dal titolo intraducibile di Bowling Alone, Robert D. Putnam misurò la
caduta della comunità e della
partecipazione negli Stati Uniti sul rilievo empirico che gli americani avevano cominciato a giocare a
bowling da soli. Anziché un pratica
collettiva, fondata sulla gara e il confronto, stavano precipitando in un
gioco solitario, ai limiti del mutismo
se non dell’autismo sociale.
Tanto più che nel contempo si erano diffusi a vista d’occhio sport “non
sociali” come quelli basati su tutti i tipi di tavola. Ossia il surf in tutte le sue
varianti, lo skateboard, lo snowboard. Viene da chiedersi quindi se
c’è una cultura, o un’antropologia, se
non addirittura una filosofia, dell’esercizio atletico basato sull’uso della
tavola. Quella tavola così eclettica,
che danza sull’acqua, volteggia in pista, scivola sulla neve. Un attrezzo
nuovo, un ordigno dalle possibilità
sempre più estreme, “no limits”: una
coperta di Linus per adulti che si consegnano a un’eterna sindrome di Peter Pan, forse addirittura un feticcio
postmoderno che segnala una voluta
differenza rispetto alle forme classiche dell’integrazione sociale.
Un tuffo negli anni ’60
Per andare alle origini di questa famiglia di sport, ammesso che si possa
usare queta parola, occorre tuffarsi
nel clima degli anni Sessanta. Immaginare la California dei Beach Boys, i
cori a più voci di Barbara Ann e Surfin’Safari, e quello stile di vita che si
sarebbe incarnato nelle note anticipatrici di Good Vibrations: «I’m
pickin’up good vibrations / She’s giving me excitations…». E che avrebbe
trovato la propria mitologia nel film
di John Milius Un mercoledì da leoni
(1978), storia di amicizie virili agli albori del decennio, amori stagionali e
ossessioni acquatiche sulla spiaggia
californiana di Dark Point, mentre incombe livida la tragedia politica e generazionale del Vietnam.
Conteneva già, il surf, una dimensione pagana e naturista, proveniente
forse dalle sue origini negli insediamenti tribali hawaiani, e reinterpretata nel vitalismo californiano: quindi
un carattere adatto alle comunità separate, che si autoidentificano in base alle ritualità prescelte, a una dedizione totale che non di rado sembra
sfiorare una sensibilità e un’imperturbabilità zen, l’immersione totale
nel respiro gigantesco dell’Oceano.
Ancora oggi, osservare i surfisti di Milius
che scendono in equilibrio prodigioso dalla
muraglia d’acqua significa intercettare e
immediatamente riconoscere un “topos”
dell’immaginario
contemporaneo: una
serie di immagini a loro modo classiche,
sempre uguali e continuamente diverse, in
cui l’onda si richiude
sui funamboli del mare, che a loro volta riguadagnano sempre
la possibilità di un’altra discesa, perché
anche il surf è a suo
modo infinito.
Sicché le diverse
forme materiali assunte dalla tavola risultano una specie di
derivazione obbligata, sottogeneri facilmente comprensibili in quanto si modificano soprattutto sulla scia delle
nuove modalità tecniche: lo snowboard, che nasce dalla fantasia crea-
È la filosofia
celebrata da
pellicole storiche
come “Un mercoledì
da leoni”: la voglia
di stare sempre
sull’onda, egoisti
dentro un gruppo
trice dell’ingegner Sherman Poppen
nel Natale del 1965, è un adeguamento alle condizioni in cui la tavola da
surf si deve muovere. La pista sperimentale sono le colline innevate sulla
riva del lago Michigan, e il suo primo
nome è “snurfer”, un incrocio di
“snow” e “surf”, un giocattolo invernale venduto dai negozi di ferramenta a meno di sei dollari (ci vorrà il talento di Jake Burton Carpenter per
perfezionarlo e imporlo sul piano
mondiale, alterando per sempre il
paesaggio delle piste da sci; adesso i
collezionisti cercano quei primi modelli bicolori su Ebay, praticamente
svenandosi per una reliquia).
Ciò che conta è che, come il surf, lo
FOTO JOHN WITZIG
FOTO SIMON WOOTTON
Non solo moda
In principio è stato il surf, poi sono arrivati lo skate
e lo snow: sport senza limiti, ma soprattutto rito collettivo
d’appartenenza. Ora una mostra a Londra e due nuovi film
tornano a raccontare il mito di questa religione giovanile
che non punta a cambiare il mondo, ma solo a fermarlo
dentro un brivido d’adrenalina
PASSATO E PRESENTE
Le foto in queste pagine sono tratte dalla mostra
“Shape and Shapers”, che si terrà al London
Design Museum dal 2 luglio al 9 ottobre
snowboard costituisce l’esemplificazione di un modo alternativo, del tutto anticonformista, di fare attività tradizionali. I nuovi adepti impareranno
a scendere sulla neve perfezionando
in modo micidiale la loro abilità, sentendosi parte di una comunità che è
“oltre” la norma stilistica e la convenzione estetica. Per i praticanti della
specialità, lo snowboard è “più bello”
delle discese sugli sci. Contiene una
qualità, anche consumistica, più alta.
La sofisticazione tecnica riscatta perfino la mercificazione. Praticare quell’esercizio con l’ultima versione dei
“softboot”, gli scarponi morbidi dei
freestyler, equivale sul piano del narcisismo tecnico a possedere una versione clandestina dell’iPod, oppure
un software semisegreto, un bacino
tecnico ancora inesplorato dai comportamenti di massa.
Forse l’esempio cinematografico
più esemplare di questa esclusività
perseguita con determinazione addirittura feroce si trova nel film di Kathrin Bigelow Point Break (1991), in cui
una banda di surfisti, che indossano
maschere di gomma raffiguranti i presidenti americani, compie rapine in
banca all’insegna di slogan beffardi: i
vecchi presidenti rubano per consentire “l’estate infinita” (la Endless Summer filmata da Bruce Brown nel 1966).
Separatezza senza scampo, alterità
completa rispetto alla legge e ai suoi
rappresentanti, fuga verso altre spiagge in attesa dell’onda perfetta. L’unica
adrenalina, accanto al rock, del mondo moderno, dicono gli ideologi del
surf. Secessione sociale e violenza.
Morte e catarsi. Tutto sul filo di un’onda su cui si può solo stare in equilibrio
implicitamente precario.
Ma dove il culto dell’abilità si specializza in una specie di riproducibilità tecnica dell’impossibile è nello
skateboard. In questi giorni esce anche in Italia, distribuito da Fandango,
Dogtown and Z-Boys, un documenta-
DOMENICA 26 GIUGNO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
LE DISCIPLINE
WINDSURF
SKATEBOARD
SNOWBOARD
KITESURF
Le origini vanno
ricercate
in antichissimi riti
hawaiani ma è negli
anni ’30 che in
California nascono
i primi club.
Nei ’60 il surf
diventa costume
La prima tavola
risale agli anni ’60:
nel 1984 diventa
sport olimpico.
L’atleta, in piedi su
una tavola a cui è
fissata una vela, si
muove con l’aiuto
del vento
Nasce negli anni ’60
in California
tra i surfisti. I primi
skate hanno ruote
di ferro o legno.
Nel ’75 arrivano
ruote più morbide
ma soprattutto
il successo globale
Il primo esempio
rudimentale risale
al ’29. Nel ’63
un ingegnere
del Michigan incolla
insieme due sci
per far giocare i figli.
Nel ’98 arriva
alle Olimpiadi
È la nuova
frontiera nel mondo
della tavola.
Nasce dall’incontro
tra un surf
e un aquilone.
I primi a praticare
la disciplina
sono stati i francesi
FOTO CORBIS
SURF
FOTO JOHN WITZIG
Repubblica Nazionale 35 26/06/2005
rio girato nel 2001 da Stacy Peralta,
dedicato ai teenager losangelini che
tra Santa Monica e Venice (cioè dentro una comunità multirazziale esplicitamente alternativa a Beverly Hills,
in un quartiere in abbandono) si trovavano in un negozio di skateboard e
si riunirono nello “Zephyr Skating
Team”: alla fine crearono ex novo uno
stile, allenandosi illegalmente nei
cortili asfaltati delle scuole e dentro
gli ovali delle piscine lasciate vuote
dai proprietari, riappropriandosi così di luoghi e non-luoghi.
Ciò che avrebbe sconcertato i vecchi skateboarder sarebbe stata l’aggressività oltranzistica, da autentici
ultrà dello stile, dei ragazzi di Dogtown: che aprivano la strada a
quell’insieme di
“flips and tricks”,
di scarti, salti e
acrobazie che ancora oggi sono la
cifra essenziale
dello skating. Vale
a dire una sfida
tecnica condotta
estremisticamente, in cui l’esercizio diventava una
modalità quasi
astratta, un modo
per approssimare
nella realtà un disegno mentale
comunque imprendibile.
Adesso anche questa storia è diventata un film (Lords of Dogtown, diretto da Catherine Hardwicke, in Italia
da metà luglio). Ma più che la storia di
un riscatto attraverso la disciplina
sportiva, la parabola dello skateboard
sembra rappresentare uno dei modi
in cui certe comunità escluse fissano
la propria identità, secondo procedure che investono tutta l’esteriorità di
protagonisti. Così come i surfer, tele-
Stile libero tra arte e grande schermo
AMBRA SOMASCHINI
ul crinale dell’onda, sull’asfalto, sul blu delle
piscine vuote, liberi di esagerare. Liberi di provare sensazioni estreme. Ieri le tavole erano di
legno grezzo, toothpicks dal disegno filiforme a
stuzzicadenti, oggi sono teardrops, ovali a goccia
che beccheggiano, reggono meglio la forza del mare. Ieri i tasselli venivano intagliati con i pugnali, oggi vincono i materiali schiumati, clarck foam, resinati con fibra di vetro. La storia del surf dagli anni
Venti al 2005 va in mostra al London Design Museum dal 2 luglio al 9 ottobre
(www. designmuseum. org)
curata da Libby Sellers. Si intitola «Shape and shapers —
The evolution of the Surfboard» e presenta una sequenza di foto, disegni, storie
che, approdate a Londra dal
Tokyo Designers Block, gireranno il mondo e poi, destrutturate e ricomposte, diventeranno un film-documento diretto da Silas Hickey con interviste a scienziati, musicisti, artisti, designers. Una mostra
globale che segue quella parigina allestita nel concept-store Colette piena di immagini
storiche a partire dalle origini,
dal pioniere John Severson.
Ma la moda della tavola, delle piroette su strada,
non si mette solo in mostra: dal 15 luglio finisce perfino al cinema grazie al film «Lords of dogtown» di
Catherine Hardwicke (scritto da Stacy Peralta che ha
girato il documentario «Dogtown and Z-boys») e
racconta le performance di tre ragazzi nello Zephyr
Shop di Venice a Los Angeles.
I pannelli londinesi mostrano 80 tavole patrimonio di collezionisti, spuntate dalla «surfboard shaping culture» degli anni Sessanta, dai cortili e dai ga-
S
rage australiani, hawaiiani, californiani. Sono segni
di diverse generazioni ma spiegano anche l’evoluzione di un’industria specializzata, tecnologica, raffinata, esplorano la trasformazione del surfing da
sport (dai board lunghi 4 metri negli anni Cinquanta a quelli di un metro e mezzo dei Settanta) a segmento della cultura pop. La “filosofia del correre liberi” affiora oggi sulle tavole Dior, Gucci, Marc Jacobs e si affaccia nel cinema prima con «Un mercoledì da leoni» e ora con «Lords of Dogtown».
«La tavola diventa modello di ricerca nello scivolamento che aggrega i giovani — spiega il sociologo
Francesco Morace che al surfing ha dedicato un numero di Mind Style Magazine — nella capacità di sfidare la gravità sia con il board sulle onde che con lo
skate nelle strade del mondo. Da noi si scivola nelle
zone TAZ di Napoli, Bari Roma come in Alfabeth
Street a New York».
Ma il cammino sul filo dell’acqua si compie per
merito dei surfisti che prima l’hanno cavalcata e poi
sono diventati designer internazionali. Gli australiani George Greenough, Bob McTavish e Nat Young
hanno perlustrato il filone della potenza, della temerarietà, «il modo veloce per esprimere il rinnovamento», lo definisce in gergo street-style l’antropologo Paulo Von Vacano. Simon Anderson, Terry Fitzgerald, Mark Richards, Geoff McCoy hanno sintetizzato forma e funzionalità trasformando il surf da
lungo e pesante in oggetto corto, largo, curvilineo
che segue la trasformazione parallela degli sci.
«Le forme idrodinamiche dei surf 2005, le curvilinee degli skate, i marchi Billabong e Ripcurl sono
espressioni dei designer — suggerisce il critico
Giannino Malossi — sono loro a creare le nuove
tendenze nel museo australiano di Torquay. Il surf
si evolve e si imprime nella moda internazionale
dando energia a sportivi e industriali come spiega
la mostra del London Design Museum, diventa il
cuore pulsante di una cultura globale fondata su libertà e velocità».
guidati da una specie di loro karma
specifico, reso visibile nell’incarnato
dall’abbronzatura e dai tatuaggi, gli
skater sono una comunità reale che
esprime un’abilità virtuale.
Il culto dell’abbigliamento
Se i progenitori, i ragazzi di Dogtown,
potevano essere accompagnati dalle
chitarre dei Led Zeppelin e dal “mainstream rock” degli Aerosmith, gli skater di oggi sembrano più assimilabili
alla cultura hip hop: nell’abbigliamento, nel culto delle scarpe, nell’esasperazione degli “skills”, essi dichiarano l’appartenenza a una folla
(la folla “solitaria” descritta o prevista
negli anni Cinquanta dal sociologo
David Riesman) in cui ogni individuo
persegue un proprio stile, uguale a
quello di tutti i suoi compagni e insensibilmente diverso in qualche
particolare.
Niente di eversivo. Se per le società
europee iper-politicizzate degli anni
Sessanta e Settanta si poteva parlare,
finito l’impegno, di un “riflusso”, per
gli skater e i surfer viene naturale parlare di una continua risacca. Oppure
in un fenomeno di ultra-mimetismo,
secondo cui ci si appropria di una tecnica (la street dance, il rap, un “linguaggio” particolare, una codice di
gesti, una particolare coordinazione
muscolare: anche il calcio, o meglio il
soccer, nelle sue varianti di strada o di
ghetto, diventa un catalogo di trucchi
e tecnicalità estreme): e se ne esplorano tutte le possibilità. Non si cambia il
mondo: ma lo si sospende dentro una
subcultura non antagonista, piuttosto elusiva. Mentre è bloccato per aria
o per mare in una sequenza funambolica apparentemente irripetibile, lo
skater e il surfer sono un fotogramma
di un film che mentre esclude gli altri,
gli spettatori, il mondo della politica e
delle regole, accomuna tutti quelli
che quel gesto sentono o si illudono di
poterlo riprodurre.
36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
le storie/1
Trent’anni fa mezza America fu invitata al lancio
della squadra di soccer di New York, un fenomeno
che avrebbe dilapidato milioni di dollari
per ingaggiare Pelè, Beckenbauer, Cruyff, Neeskens,
e per conquistare gli States alla magia del pallone
E che sarebbe naufragato in una manciata di stagioni
FOTO GAMMA
Sogni infranti
DOMENICA 26 GIUGNO 2005
Cosmos, la meteora del calcio Usa
P
elè giocò la sua ultima partita nei Cosmos il primo ottobre del 1977. Fu un’amichevole contro il Santos al
Giants Stadium, New Jersey.
L’isola del tesoro chiamata
Cosmos sarebbe rimasta a galla per altri sette anni e quattro mesi, vincendo
altri campionati americani, con Chinaglia a fare da ariete per scardinare l’interesse delle tv di mezzo mondo e
Beckenbauer a fare da manichino con
tutti gli allori appena conquistati con la
Germania e il Bayern Monaco. In realtà
finì tutto quando smise Pelè. Dopo si
andò avanti a spintoni. Con un sogno
che già si era consumato abbastanza e
non aveva prodotto niente di quanto
sperato: la nascita di un sentimento
calcistico negli Stati Uniti.
L’isola Cosmos non fu scoperta ma inventata: «Come tanti altri progetti paralleli del grande mondo dell’imprenditoria dello spettacolo, i Cosmos andavano
velocissimi. Però non andavano da nessuna parte», scrissero sul Guardian gli
scettici inglesi quando l’isola Cosmos
sprofondò negli abissi, inghiottita dalle
acque del buon senso, senza mai diventare Atlantide. I Cosmos come grande
spettacolo nacquero esattamente
trent’anni fa. La conferenza stampa
venne organizzata dalla Warner Communications, proprietaria del marchio
Cosmos dal ‘73, il 10 giugno del 1975 al
21 Club di New York. Sembrava il lancio
di un film ed era stata invitata mezza
America. La prima partita del corso milionario dei Cosmos si giocò contro i
Dallas Tornado al Downing Stadium di
Randall’s Island, ad Harlem, una specie
di arena da corrida che i locali chiamavano “lo stadio dei vandali”: «Quella che
pareva erba non era altro che spray verde spruzzato sulla terra, c’erano bottiglie dappertutto, niente acqua negli
spogliatoi. Un inferno», ricorda Gavin
Newsham nel suo libro Once in a lifetime: The incredible story of The New York
Cosmos, che uscirà a luglio.
Pelè come King Kong
Nei tre anni che precedettero l’ingresso
della Warner, i Cosmos erano una squadretta senza speranza in un calcio, quello americano, che viveva di espedienti e
di illusioni da circo. Benché fosse appena
nato, era già decrepito. Non era riuscito a
catturare la passione di nessuno, salvo
qualche ambulante che per qualche tempo vide raddoppiate le vendite dei suoi
pretzel e delle sue patatine fritte. E chi lo
guidava non sapeva cosa stava guidando.
I Cosmos si iscrissero al campionato il 10
dicembre del ’70. Buscarono alla prima
uscita: 2-1 contro i St. Louis Stars.
Quando assoldarono Pelè era come
se avessero messo sotto contratto King
Kong. Tutta New York si fermò per qualche ora a domandarsi cosa fosse quel
trambusto fra cielo e terra. L’impatto fu
devastante per tutti, calciatori compresi. Facendo leva sull’adesione di Pelè, i
Cosmos (e la Warner) cominciarono a
promettere cifre spropositate ad ex calciatori di grido per promuovere il calcio
in un paese, gli Stati Uniti, che aveva
sempre avuto troppo baseball, troppo
basket e troppo football per interessarsi anche al soccer. Semplicemente non c’era spazio. La
North American Soccer League, attiva dal 1970, aveva racimolato la miseria di qualche consenso sulla costa
orientale. Ma in realtà neppure a New York, dove pure vivevano e vivono migliaia di europei e sudamericani, era
scattato l’amore per il pallone. Soltanto in un bar vicino a
Mark’s Place, ancora nel
2003, il mito sopravviveva per
colpa (più che per merito) di
un padrone italo-americano
mezzo matto, di cognome Alloisio, che continuava a imbrattare le pareti del suo locale con le foto degli adorati
campioni scomparsi: «O’ calcio è chist’!». Nessuno capiva.
Ora c’è un drugstore indiano.
Altrove era la quasi totale
indifferenza. Le partite della
massima divisione si disputavano in piccoli impianti completamente vuoti. Ci voleva un’idea speciale. Un effetto speciale. E i Cosmos furono il primo effetto speciale del calcio. Si
procedette con una forzatura degna
dei migliori tycoon di Hollywood. La
Warner era convinta di poter trasformare in cinema le acrobazie di Pelè, che
aveva accettato il ruolo di missionario
purché lo pagassero miliardi, e di altri
calciatori da prima pagina attratti dal
profumo dei soldi e dalla prospettiva di
potersi allungare la carriera col mini-
Come tanti
altri progetti
dello show business
- scrisse il Guardian quella squadra
“andava velocissima
ma non andava
da nessuna parte”
FOTO CORBIS
Repubblica Nazionale 36 26/06/2005
ENRICO SISTI
LE STAR
Qui sopra, Pelè
e Giorgio Chinaglia.
Accanto, lo stemma
dei New York
Cosmos
In alto, Beckenbauer
nello spogliatoio
mo sforzo: Carlos Alberto, Neeskens,
Beckenbauer, Cruyff, Wilson, Cabanas, Rijsbergen, Francisco Marinho,
svariati jugoslavi, il pittoresco e sopravvalutatissimo iraniano Eskandarian. Più una serie di comprimari dalla
capigliatura improponibile che sapevano fare parecchie cose in vita loro,
tranne giocare a pallone.
Il calcio è passione nevrotica. Il rapporto che si stabilisce fra pubblico e goleador è misterioso. Tocca il cuore e a
volte lo rovina per sempre. Sollecita
nervi non catalogati dall’anatomia che
reagiscono soltanto in presenza di tifo
calcistico. Una malattia. Gli affari possono aggiungersi a tutto questo, non
sostituirvisi. Alla Warner venne comunque in mente di provare a ribaltare le regole del gioco. Una sfida impossibile, quasi odiosa: prima le majorettes e poi, forse, i gol. Pelè non
venne messo sotto contratto
come “soccer player” ma come “recording artist”. Sicuramente avevano congegnato
bene l’affare. Con furbizia più
che con classe. Stessi stadi degli altri sport. Stessa cornice
da incontro di boxe d’alto livello. Manovrati come burattini, andavano in tribuna a “tifare” Cosmos Henry Kissinger, Mick Jagger, Robert
Redford, Steven Spielberg.
Una sera al Giants c’erano
77mila spettatori. A New York
si cercò persino di unire il destino dei Cosmos con quello
della moda e della musica “disco”. Locandine dei Cosmos
vennero affisse sulle pareti
dello Studio 54, la discoteca del momento. Sfiorare le mani di Pelé era
come sfiorare un cantante sudato che si
lancia dal palco a
corpo morto sui fan.
Per un paio d’anni
il trucco sembrò funzionare, poi il sole ha
cominciato a scendere,
sempre più veloce, inesorabile, fino al buio completo. E col buio in sala si è vista forse la partita migliore: Fuga
per la vittoria, 1981, rovesciate a non finire, sogni di riscatto, l’America al suo
meglio. Il 9 febbraio del 1985, fuggito
col malloppo (aveva guadagnato più in
tre anni di calcio Usa che in tutta la sua
carriera col Santos), Pelè annunciò da
Rio che l’era dei Cosmos era finita. Disse la verità. Delle 24 squadre della Soccer League ne erano rimaste 2. Un anno prima presidente dei Cosmos era diventato Giorgio Chinaglia. Da calciatore Cosmos, anni prima, Chinaglia aveva fantasticato l’impossibile: ipnotizzare il pubblico americano facendogli
credere di essere lui il nuovo Pelè. Per
quanto ignari di calcio, neanche gli
americani ci credettero.
Perdite per trenta milioni
Chinaglia era risbarcato negli Stati Uniti da presidente della Lazio. Voleva
espandersi, aveva la febbre del dirigente
fresco di tintoria, ma non aveva una lira.
La Warner, conoscendo la burrascosa
natura del personaggio, gli scaricò addosso un quintale di lusinghe e la promessa del controllo gratuito del sessanta per cento delle azioni dei Cosmos.
«Faremo grandi cose», disse Giorgione.
Qualcuno registrò anche un’altra sua
frase, tristemente bisenso: «Sono qui
per fare boom». Infatti il sessanta per
cento delle azioni dei Cosmos valevano
un quarto della Lazio di allora, che era
appena risalita dalla B. Più boom di così.
Del resto la proposta della Warner
era indecente: nel 1983 i Cosmos avevano perso 5 milioni di dollari ma di
questo Chinaglia non era stato informato bene. Nel 1985, prima di chiudere bottega, la Warner si era indebitata
per 30 milioni di dollari avendo garantito una felicità sportiva di dubbia consistenza, che lasciò l’America più fredda e desolata che mai. Aveva licenziato
2.300 dipendenti. Tenero come sempre, nella sua attività post-calcistica,
Pelé aveva rifiutato la poltrona di presidente denunciando le falle del sistema
Cosmos che lui stesso aveva contribuito a creare, trivellando il terreno aurifero fino all’esaurimento delle scorte.
Forse ancora soggiogato dalle informazioni ricevute (secondo le quali Chinaglia aveva cercato in tutti i modi di sostituirsi a lui come leader dei Cosmos),
Pelé arrivò a deridere il povero laziale:
«Che la situazione sia irrecuperabile lo
dimostra l’attuale presidente, il signor
Giorgio Chinaglia, che non a caso è anche presidente della Lazio, che occupa
gli ultimi posti del campionato italiano». Già, adesso era colpa di Chinaglia.
DOMENICA 26 GIUGNO 2005
le storie/2
Riti antichi
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
Con la danza del ventre è il feticcio dell’orientalismo,
dà al viaggiatore la sensazione di essere arrivato
a destinazione. Sulle sue origini si sono scritti molti libri colti,
adesso qualcuno ha fiutato l’affare e apre shisa bar in tutto
il mondo. Ma oltre a moda globale, “il calumet senza pace”
può trasformarsi in mille altre cose
Il fumo magico del narghilè
apparire che questa attività fosse non solo declinabile al femminile, ma preludio
ad atti di altra natura. Non esattamente.
Quando, e siamo nel maggio del 2003,
Ahmed Jubarah, terrorista per conto di
Fatah, fu rilasciato dopo aver scontato
ventotto anni di carcere per un attentato
a mezzo frigorifero bomba (tredici vittime a Gerusalemme), il quotidiano inglese The Guardian lo intervistò. Alla domanda: «Che cosa le è sembrato cambiato in questi anni?», rispose: «I giovani sono più liberi. Ho visto addirittura donne
fumare il narghilè. Non so se è un bene o
un male». In effetti per misurare il grado
di liberalizzazione di una società araba
basterebbe considerare dove le donne
possono fumare il narghilè: in Libano, in
piazza: in Egitto, in sale separate; in Arabia Saudita, in cantina, quando nessun
uomo è in casa.
GABRIELE ROMAGNOLI
I
BEIRUT
l feticcio dell’orientalismo è, al
femminile, un costume da danzatrice del ventre; al maschile, un
narghilè. Solo il “calumet senza
pace” dà al viaggiatore la sensazione di
essere finalmente arrivato a oriente. I
giornalisti occidentali che realizzano vividi “reportage in presa diretta” sulla
“rabbia araba” li ambientano inevitabilmente in caffè dove gli avventori maledicono Bush tra una boccata di fumo e l’altra. Astuti commercianti hanno capito
che la faccenda tira e aprono “shisha bar”
(shisha è il nome locale del narghilè) nelle metropoli d’occidente. Si scrivono
dotti libri sulle dibattute origini e la storia
dell’oggetto. Questa non è una trattazione dottrinale dell’argomento, ma la dimostrazione che il narghilè può essere,
anche: strumento di consolazione, depistaggio, peccato, forma di emancipazione, cavallo di Troia, moda globale.
Quando tutto va in fumo
Una mattina di maggio del 2004 scattò
una delle tante “Operazioni arcobaleno”. Scopo della colorata missione era,
nella circostanza, radere al suolo case occupate da palestinesi nella località chiamata Rafah. Vedendo avanzare i bulldozer la famiglia del giovane architetto Manal Nawad, composta da diciotto elementi, si allontanò in tutta fretta. Ultima
venne la nonna ottantacinquenne, rallentata dall’età e dalla consapevolezza:
già due volte gli israeliani le avevano distrutto l’abitazione. Una sorella di Nawal
rischiò la vita attardandosi nel tentativo
di prendere e portare con sè un tavolino
da caffé che aveva personalmente disegnato. Quando restarono solo macerie,
Nawal si avvicinò per rovistare. Tutto
sembrava cancellato. Poi trovò, miracolosamente intatto, il narghilè che aveva
portato in dono dalla Tunisia a suo fratello. Distrutte le pietre, sopravviveva il vetro. Lo alzò trionfalmente e, nella sera che
calava, lo fumò in circolo con la famiglia,
seduta davanti alla rovina, inebriata dalla rovina.
«Portatelo a Washington»
Il narghilè è motivo non solo di aspirazione, ma anche di ispirazione. Ne trassero Gustave Flaubert, Pieere Loti e perfino Honore de Balzac che pure non amava il tabacco. Lewis Carroll in Alice nel
paese delle meraviglie piazza un bruco
blu seduto su un fungo, tutto intento a fumarsi la sua pipa ad acqua. Insuperabile
resta la funzione del narghilè nel romanzo di Naguib Mahfouz Alla deriva sul Nilo, per il quale rischiò la prigione. Racconta la decadenza di un gruppo di “intellettuali” egiziani: un regista, un giornalista, un politico si ritrovano in una casa galleggiante sul fiume, portando
amanti e discutendo cinicamente di una
realtà di cui non annusano la svolta tragica. Un impiegato statale attratto nella loro rete, il signor Hassin, procura la droga
da immettere nella shisha che si passano
mentre farfugliano. Ne fu tratto un film
che, visto oggi, appare visionario e irripetibile. In una delle scene migliori una
donna chiede agli “intellettuali”: «Quando finirà la guerra in Medio Oriente?». Il
giornalista risponde: «Quando lo scriveremo». Il regista propone: «Dovremmo
mandare il signor Hassin alla Casa Bianca con un narghilè, così si fanno una bella fumata, vanno fuori di testa e cominciano finalmente a ragionare».
Sulle ceneri di Sadat
Il 6 ottobre 1981 si svolgeva, come di consueto, la parata dell’esercito egiziano. La
circostanza non parve carica di interesse
giornalistico per Paul Schleiffer, allora
capo dell’ufficio di corispondenza del
network americano Nbc al Cairo. Nato a
Brooklyn , di origini ebree e con trascorsi
di fumatore “eclettico” , Schleiffer ordinò
al montatore di cucinare immagini d’archivio, scrisse un breve testo “sempreverde” e andò in un caffè attaccandosi all’amata shisha. La telefonata da New
York lo distolse a fatica. Alla redazione
centrale il servizio arrivato pareva contenere una lacuna. «Che vi aspettavate da
una parata?», chiese Schleiffer. «Noi
niente – risposero – Ma pare che mentre
sfilavano abbiano ammazzato Sadat».
Viene raccontato come il più grande “buco” della storia del giornalismo. Eppure
Schleiffer ora giornalismo lo insegna, all’Università americana del Cairo. E all’epoca si era già convertito all’Islam. E andava a pregare nella moschea della famiglia Zawahiri, quella del dottor Ayman,
braccio destro di bin Laden, arrestato per
La conquista del mondo
Poi arriva la globalizzazione e globalizza
anche il narghilè. Nell’estate del ’99 Murad Askar era uno studente mandato dal
padre a laurearsi in California, rientrato
in Egitto per le vacanze. Come souvenir
decise di portare agli amici qualche narghilè. Quando vide come ci davano dentro pensò che forse poteva farci un affare.
Ora è l’amministratore delegato di
“Hookah Brothers”, società che spedisce
narghilè in 47 stati americani, Sud Africa
e Corea. Anche l’assemblaggio dello strumento è globalizzato. Il contenitore di
vetro viene dall’Egitto, ma il piattino metallico è “made in China” e il tubo per
aspirare è prodotto in Messico. Il carbone arriva dalla Giordania, il tabacco dal
Bahrain. L’esito finale è che una fumata
da venticinque centesimi al Cairo costa a
New York venti dollari. Ma la richiesta aumenta. Un giovane libanese, Ihab
Gandhour, si prepara a lanciare in tutto il
mondo “lo Starbucks” del narghilè, una
catena di “Shisha Bar” tutti uguali, gestibili in franchising. Sarà un’invasione, coperta da una cortina di fumo.
l’omicidio di Sadat e portavoce degli attentatori al processo. Schleiffer ora è una
sorta di sceicco sufi e vive tra il Cairo e la
sua villa a Fayoum. Attorno a lui, una cortina di fumo.
Una fatwa, inevitabilmente
Correva l’anno 1890. Lo scià di Persia Naser Al Dim, per riempirsi i forzieri decise
di concedere il monopolio del tabacco a
un imprenditore britannico. Ai religiosi
musulmani l’interferenza dello straniero non andava, già allora, a genio. Si appellarono allora all’ayatollah Mirza Shirazi, cui spettava il titolo di “fonte di imitazione”. Prevedibilmente, questi stabilì
che il fumo era “haram”, peccato, perché, benché al tempo di Maometto non
esistesse, il Corano ingiungeva di astenersi da tutto quel che nuoce alla salute
(presupposto sul quale, un secolo più
tardi Muhammad Abdel Ghaffar Al Afghani avrebbe stabilito che i danni prodotti dal fumo sono 99, come i nomi di
Dal giornalista
americano che
“bucò” la morte di
Sadat per l’amata
pipa, alla fatwa
in Persia. Con un
dubbio: le donne
possono fumare?
L’ARTE E LA REALTÀ
Particolare dell’opera “The slipper
merchant” di José Villegas y Cordero,
1872. Dal Libro The Orientalists
Dio). Scomparvero quindi dalla Persia
migliaia di narghilé. Fu un boicottaggio
d’epoca, ma più efficace di quello a Mc
Donald’s. Il britannico, sull’orlo del fallimento, restituì la licenza e immediatamente i clerici emisero una contro-fatwa
che ridava legittimità al narghilè. Sempre
in Iran, nella città di Qom, un nuovo editto religioso lo ha bandito il 15 settembre
del 2003. Curiosamente portava la firma
dell’ayatolah Nasser Shirazi, pronipote
di quello che fu, a tutti gli effetti “fonte di
imitazione”.
Ma le donne possono?
Nei quadri di Jean-Leon Gerome Ferris
accade spesso che una donna con gesto
allusivo accosti le labbra al narghilè. Almeno tre volte: La pennichella(esposto a
New York nel 1884), Giovane con narghilè
e Donna che si accende il narghilè. Quest’ultima appare nuda, guardata da lontano da stupite femmine velate. All’osservatore di fine secolo poteva dunque
38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
i luoghi
Giganti alpini
DOMENICA 26 GIUGNO 2005
Cesare e Annibale non ne parlano, i cartografi arabi
lo ignorano, nel Quattrocento lo dipingono ma lo lasciano
senza nome. Per secoli il Bianco è stato il Mont Maudit:
anonimo, inaccessibile e maledetto. Uno splendido fiore
di granito e ghiaccio che tanti hanno cercato di conquistare
e dominare ma che ancora non appartiene a nessuno
Salendo al Monte che non c’è
I
l monte anonimo. Il mont Maudit, inaccessibile e
maledetto. Il monte Bianco, la montagna più alta
d’Europa, il pilone di granito che chiude la valle d’Aosta e domina la catena delle Alpi, visibile dalla lontana Ginevra. Né Italia, né Francia, né Savoia, a chi appartiene il gigante? Di una patria harpitana abbiamo
avuto notizia di recente quando sui roccioni dominanti la
strada per Courmayeur sono apparse delle grandi H in vernice bianca, H per Harpitaine, da Harp gli alti pascoli a cui
salgono le pecore dopo i lunghi inverni. Tante patrie alpine
attorno al colosso di granito.
A quale credere? A quella dei Salassi che dominavano
l’intera valle? A quella sabauda con le torri di segnalazione
che trasmettevano i messaggi fra Chambery e Torino? Alla
italiana del glorioso battaglione alpino «ca cousta l’on ca
cousta viva l’Austa»? C’è stato un andirivieni di patrie, di
bandiere, di uniformi ai piedi del Bianco, c’è stata una storia di sofferenze e di sacrifici: i coscritti classe 1788, i reduci stracciati e feriti della Beresina che sono appena tornati
nei loro villaggi e già arrivano i generali dei Savoia per una
nuova coscrizione. C’è stata una grande confusione di uomini, di patrie, di guerre attorno al Bianco ed ora c’è un mutamento continuo del paesaggio, degli uomini, delle bestie, delle macchine.
Certe sere con il medico condotto di Morgex ci mettiamo
a contare le cose che c’erano quando eravamo ragazzi e che
non ci sono più, grandi e piccole: i gamberi di fiume nella Dora, i ranocchi nell’acqua ferma del
marais in val Veny, i ballatoi di ringhiera, i mulini
ad acqua, gli spartineve trainati dai cavalli, le file
dei muli che salivano ai valichi, lo champagne leggero e petillant dell’abate Bougeat che morì nel
suo letto a Morgex mentre leggeva portando con
sé il segreto di quel vino dei più alti vigneti d’Europa che negli anni freddi si ferma ai dieci gradi. Io
non sono un harpitano ma un cuneese, alle montagne sono nato e cresciuto nelle Marittime dove
arriva l’odor salmastro del mare, nell’Harpitania
ci sono arrivato con la guerra e il giornalismo tenendo le cronache di quelli che l’hanno trasformata non sapremmo dire se in meglio o in peggio.
Repubblica Nazionale 38 26/06/2005
L’antico sogno del traforo
Il primo grande trasformatore fu un conte di Biella di nome Lora Totino, che si era messo in testa di
forare il monte Bianco. L’impresa sembrava disperata: gli italiani non avevano i soldi, i francesi
che nelle faccende militari spesso delirano temevano di aprire le porte di casa. Ma quel conte aveva una testa biellese tenace e inventiva, lui si comportava come se il traforo fosse già in opera. Aveva fatto scavare all’altezza di Notre dame de la
guérison un suo buco lungo una ventina di metri
e invitava noi giornalisti a testimoniare che il
traforo si faceva, che non era un sogno. E con lui,
in fatto di opere gigantesche, non si scherzava: era
arrivato con una funivia fino ai tremila e cinque
del Plateau Rosa a Cervinia, ci avrebbe trascinato fino al
Cairo dove voleva arrivare con una funivia sulla piramide di
Giza. Ne ero informato perché il compito di portare lassù la
fune portante di acciaio lo aveva affidato al maggiore degli
alpini Lamberti, mio concittadino.
Lamberti mi chiamò nell’estate del ‘48, a vedere come si
calava la fune portante dalla Aiguille du Midi a Chamonix,
per completare la traversata. Dal rifugio Torino arriviamo
traversando il ghiacciaio sino alla baracca del cantiere appesa sul baratro che sprofonda su Chamonix. Il grande gomitolo della fune era arrivato lassù in elicottero. Fin che ci
fu luce, le guide assoldate per quel lavoro ad alta quota trasportarono a spalle putrelle di acciaio e sacchi di cemento
su e giù per il ghiacciaio in sci. Non dormii quella notte per
l’altitudine, e si era svegli all’alba per assistere all’operazione in cui la tecnica più raffinata e di avanguardia era affidata ancora ai muscoli e al fiato degli uomini. L’Aiguille
era già collegata a Chamonix da un cavo guida leggero, a cui
era appesa una cassetta di legno con un bordo alto quindici centimetri.
Lamberti mi disse di salirci per seguire dall’alto l’operazione. Stavo ritto, i piedi puntati sul bordo inferiore sospeso nel vuoto, là in fondo le case di Chamonix. Le guide si calavano per la parete dell’Aiguille tirandosi dietro il cavo guida che trainava la portante. Mi arrivavano nell’aria gelida i
loro richiami, le loro imprecazioni. Come premio Lamberti mi fece scendere sulla funivia di servizio, la cassetta di legno, fino a Chamonix. Prima della guerra a Courmayeur
funzionava come mezzo di risalita uno slittone tirato da
una fune. Mi sono rifatto nel dopoguerra, seguendo il dottor Savoretti mentre seminava di sky lift la val Veny.
Savoretti aveva aperto il commercio con l’Unione Sovietica e sposato una russa amica di una figlia di Kossighin. Lo incontrai a Mosca, nel suo grande ufficio dove la consegna era
di non parlare del comunismo e dei comunisti importanti.
Sembrava di stare in una stazione lunare che funzionava alla perfezione ignorando il caos e la povertà circostanti. Ma il
suo regno era Courmayeur dove aveva prima affiancato e poi
superato l’altro signore del luogo, il conte Titta Gilberti, costruttore e padrone delle funivie del Bianco.
Entrambi percorrevano i loro regni accompagnati da un
maestro di sci emerito, con funzioni di ministro della realcasa, maggiordomo pronto a guidarli e a rifocillarli. Savoretti non era un alpinista famoso, un accademico come
Gervasutti e Boccalatte, ma era cresciuto nel mito dell’alpinismo piemontese che aveva celebrato i suoi riti e i suoi fasti durante il fascismo e nei primi anni della Repubblica. Il
periodo dominato da Gervasutti, «il fortissimo», il friulano
trasferitosi a Torino e diventato l’uomo guida, il modello
inarrivabile di quella borghesia apolitica, a volte antifascista, che aveva fatto dell’alpinismo il suo rifugio e del massiccio del Bianco la sua vera patria.
In quegli anni la conquista delle pareti inviolate era impresa da semidei, più forti della natura, della paura, della fatica. I giornali dedicavano pagine intere alla conquista delle Grandes Jorasses di Renato Chabod e di Gervasutti, o alle prime di Bonatti. Un mondo elitario, di costumi severi,
un po’ sadico e un po’ necrofilo. Lo spettacolo sadico era offerto quasi ogni mattino di inverno sulle alte piste di Toula
o dell’Arp o della traversata del Bianco lungo la Mer de Glace. Non mancava mai lo spettacolo della fidanzata o dell’amico trascinati sulle piste precipiti, o fra seracchi e voragini ghiacciate, incrodati come muli, decisi a non muovere
più un passo, a non osare più un metro, insensibili alle minacce o agli inviti dell’aguzzino accompagnatore che giustamente veniva punito dovendo poi riportare in qualche
modo a valle quei sacchi di patate incautamente
portati sui più alti e perigliosi cammini. La traversata invernale del Bianco lungo la Mer de Glace
era luogo di veri macelli.
Ricordo il calvario degli amici trascinati nell’impresa, il figlio giovanissimo di una collega romana che cominciò a cadere appena fuori la stazione della funivia al colle del Gigante e continuò
per i quindici chilometri della discesa, seguito da
un maestro gigantesco che lo sollevava di peso,
lo rimetteva sulla pista e aspettava rassegnato la
prossima caduta. Eravamo feroci e anche strambi nelle punizioni dei deboli, come quella del famoso sociologo che si presentò sul ghiacciaio
con degli scietti di legno senza lamine, partì ilare
e scomparve quasi subito in un crepaccio. Corremmo con una corda da trenta metri per tirarlo
fuori e quando finalmente sentimmo che l’aveva
afferrata lo issammo, ma non era lui era un altro
caduto nello stesso punto, e la guida che tirava la
fune non voleva crederci, lo guardava male come
un truffatore. Il sociologo, quando venne su con
i suoi scietti, non disse neppure grazie, ripartì deciso saltando altri crepacci e rimbalzando sulle
gobbe ghiacciate quasi a prendersi gioco del nostro sadismo.
Quanto alla necrofilia ho passato centinaia di
veglie a ripassare tutti i morti da slavina o da valanga. Alcuni, non si sapeva bene perché, prediletti nelle memorie. Si ripercorreva con zelo il loro ultimo cammino, riponendoci le stesse inutili
domande sul perché avessero perso l’equilibrio in un posto
sicurissimo, o sbagliato come Gervasutti una elementare
corda doppia dopo averne fatto mille, o messo il piede su
una cornice di ghiaccio pendula pronta a cadere. Fra i necrofili dilettanti ce ne erano di veri. Quel vecchio partigiano che non mancò un recupero di cadavere dalle Marittime
alle Pennine. O quel meccanico di Courmayeur che teneva
pronta una jeep fornita di pale, barelle, corde, e appena gli
giungeva notizia di una sciagura alpina partiva su per dirupi e boschi e burroni usque ac cadaver, di cui ampiamente
relazionava ad amici e parenti la positura, le ferite, il palloFOTO ROGER VIOLLET/ALINARI
GIORGIO BOCCA
La storia, l’arte, la letteratura.
I ricordi e i personaggi. I pionieri,
gli affaristi, gli scalatori.
Un grande giornalista-scrittore
racconta la più alta vetta d’Europa
FOTO GRAZIA NERI
DOMENICA 26 GIUGNO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
PRIME ESPLORAZIONI
Qui accanto, alpinisti
sulla via ferrata della Mer
de glace. In basso,
l’Aiguille verte dalla vetta
del Bianco. A sinistra,
la salita al Bianco del
naturalista De Saussure
e della guida Balmat
nell’agosto 1787
re del viso, quello sguardo fermo per sempre nell’incontro
con la morte. C’erano estati povere di piaceri necrofili, ma
altre ricchissime favorite da cambi repentini di temperature, da tempeste, da fulmini che facevano strage di cordate
straniere specie cecoslovacche o polacche. E il meccanico
con la sua jeep attrezzata correva da una valle all’altra da
una parete all’altra per vedere in faccia la morte.
Nel regno del Bianco ci sono altre attività e curiosità canoniche: una è quella di riconoscere e ricordare tutti i nomi delle vette o aiguilles o denti o picchi o ghiacciai o pareti o combe o laghi, più orridi favole leggende. «E voi montagne ci
guardate ci guardate ma non siete mai cadute». Che ha voluto dire Elias Canetti? Che fra noi uomini e loro, le montagne,
c’è un rapporto univoco: la nostra fantasia contro la loro indifferenza. Le nostre mode contro la loro mole immutabile.
Noi che per secoli le abbiamo ignorate e che improvvisamente rivolgiamo ad esse una attenzione quasi morbosa.
FOTO ZEFA
Repubblica Nazionale 39 26/06/2005
Una bellezza da restare senza fiato
Ho intervistato scalatori famosi, quasi tutti presi dalla montagna come da una donna bellissima e omicida. La letteratura alpinistica tende al mistico, le altitudini avvicinano a
Dio. Ma possono anche essere ignorate. Chi oltrepassa la
stretta della Pierre taillée, sopra Arvier, esce dalla penombra nella luminosa gloria del Bianco, il grande fiore di roccia e di ghiaccio. Una bellezza da rimanere senza fiato. Ma
per generazioni il colosso è stato senza nome, come le altre
vette della Alpis Graia. Cesare diretto alle Gallie non lo nomina, non lo descrive; non se ne accorge Annibale al passaggio delle Alpi; non gli danno un nome neppure gli arabi,
che sanno di geografia e di cartografia. Per tutti è un grande bastione ghiacciato che non porta da nessuna parte.
Generazioni di buoni disegnatori disegnano le montagne tutte eguali, a denti di sega: per loro una montagna vale l’altra. Strade e valichi di fondovalle sono indicati con
precisione già dai romani, ma ciò che è lassù in alto non
conta. A Courmayeur solo una montagnucola ha un nome:
il Chetif, dai captivos, gli schiavi che lavoravano nelle miniere. Ma il gigante resta senza nome. Lo si vede in un quadro di Konrad Witz, una pesca sul lago di Ginevra nel 1444,
montagna innominata o di nomi mutevoli: Alpis alba, Saxsus albus, Malet, Maudit, Les glaciers. Un nome vero e fisso
non lo si trova neppure nelle carte di Johannes Strump, che
pure ha dato un nome all’Eiger e alla Jungfrau.
Le montagne guardano indifferenti e gli uomini fantasticano. Di fronte al Bianco, immaginano che lassù dietro le vette ci sia un gigantesco serbatoio di neve da cui scendono le
lingue dei ghiacciai. La conquista del Monte Bianco è un’epopea romantica-scientifica-femminista. Dopo il leggendario Balmat, guida e cercatore di cristalli, tocca allo scienziato ginevrino De Saussure, che resta sulla cima con tutti i suoi
strumenti scientifici tre ore e mezzo. E poi sarà il turno di una
donna, Henriette d’Angeville, che intaglia nel ghiaccio il
motto «Vouloir c’est pouvoir» (più nota di Marie Paradis),
che nel 1908 fu portata di peso in vetta dalle guide per invogliare gli alpinisti che incominciavano ad arrivare a Chamonix da tutta Europa. Il turismo alpino fiorisce: tre volte la settimana nel 1850 arriva da Ginevra una diligenza dopo un
viaggio di diciotto ore, compresi i tratti a cavallo a dorso di
mulo o in portantina. La famiglia Tairraz costruisce alberghi,
presto saranno più di duemila i viaggiatori in transito e la guida Marianna Stark consiglia coloro che «non riescono a vincere il terrore degli abissi a desistere dall’impresa».
Oggi siamo all’esatto contrario, ai vani desideri naturalistici di riportare il Bianco allo stato primitivo cancellando
le funivie, le autostrade. È finita l’epopea dei viaggiatori inglesi dell’Ottocento che apparivano ai valdostani come semidei dalla forza incontenibile capaci di percorrere a piedi
l’intera valle, uomini e donne e non si fermavano di fronte
a nessuna montagna.
40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 26 GIUGNO 2005
A quasi sessant’anni dalla nascita avvenuta nel 1946 in un sobborgo
di Los Angeles, il Guggenheim Museum di New York celebra il grande
fotografo scomparso nell’89 dopo essere stato lentamente consumato
dall’Aids. Ecco le immagini dell’imponente retrospettiva, curata da Germano Celant
e Arkady Ippolitov, che affianca i suoi scatti più significativi e scandalosi a stampe
e sculture del sedicesimo secolo
LA COSCIENZA
DELLA CLASSICITÀ
Sopra,”Fetonte”,
di Hendrick Goltzius,
fine del sedicesimo
secolo, San
Pietroburgo,
Museo dell’Hermitage;
accanto, “Thomas”,
di Robert
Mapplethorpe, 1987
ANTONIO MONDA
Repubblica Nazionale 40 26/06/2005
È
NEW YORK
stato un artista grande e scandaloso, sincero sino alla provocazione e scaltro sino al disincanto. Il suo volto strafottente e tormentato, prima ancora delle
sue immagini traboccanti di erotismo, è
diventato una delle icone più rappresentative della scena artistica della
downtown newyorkese, sia nell’autoritratto in cui si immortalò come dandy
che in quello da terrorista; sia nella versione satanica che in quella con il volto
consumato dall’Aids. È stato un promotore abilissimo della propria arte e nello
stesso tempo un artista onesto sino all’esibizione del proprio dolore, che al di
là del culto per l’alternativo, l’underground e il “maledetto”, ha cercato fortissimamente la consacrazione pubblica nei templi sacri ed istituzionali. Oggi
Robert Mapplethorpe sarebbe il primo
ad esser felice di sapere che dal 1 Luglio
al 24 Agosto il Guggenheim Museum,
che gli ha già dedicato in passato una
delle sale più prestigiose, lo celebra con
una grande retrospettiva curata da Germano Celant e Arkady Ippolitov, che sigilla la collaborazione con l’Hermitage
di San Pietroburgo.
L’idea dei due curatori, inedita per
una istituzione come il museo
newyorkese, è quella di giustapporre
un’ampia selezione delle sue immagini più significative con stampe e sculture manieriste del sedicesimo secolo, analizzandone le esplicite influenze e celebrando il modo in cui ha saputo rielaborarne l’insegnamento in
maniera assolutamente personale.
L’effetto è estremamente suggestivo,
e consente di apprezzare in maniera
lampante una preparazione culturale
estremamente strutturata e raffinata.
Nella introduzione al catalogo che accompagna la mostra, Celant spiega
come Mapplethorpe abbia «glorificato il potere e la moltiplicazione dell’eros», non riconoscendo tuttavia nell’eros «la predominanza di un tipo di
sessualità univoca, ma piuttosto esaltando la pluralità delle sue espressioni, i suoi movimenti diversi e irregolari ed il disordine che provoca nelle
identità degli individui».
Si tratta di elementi presenti potentemente in ogni sua singola immagine, che è necessario rapportare al suo
intero e travagliato percorso esistenziale. Era nato nel 1946 in un sobborgo di Long Island chiamato Floral Park
abitato prevalentemente dalla classe
media: un luogo estremamente tranquillo che definì in seguito «un buon
posto in cui crescere ed un buon posto
da cui andar via». I genitori Harry e
Joan erano una coppia di cattolici irlandesi osservanti, i quali misero al
mondo sei figli cercando di infondere
Robert
Mapplethorpe
Quando l’Eros diventa Arte
in loro sin dall’infanzia gli insegnamenti della propria fede. Robert,
“Bob” per gli intimi, che era il terzo
della nidiata, era consapevole di essere il prediletto della madre e scoprì solo molto tardi che Joan ignorava, o almeno faceva finta di ignorare, la sua
omosessualità. Non appena si rese indipendente andò a studiare al Pratt di
Brooklyn, una delle scuole più prestigiose della città, dove cominciò a scattare le prime foto con una polaroid,
specializzandosi in autoritratti e ritratti di amici, tra i quali una giovanis-
Si è spesso
confrontato con la
cultura del passato,
in modo particolare
con le anatomie
di Michelangelo
LA BELLEZZA
In alto “Lisa Lyon” di Robert
Mapplethorpe; sopra, “Diana tra le nubi”,
di Jacob Matham, 1500
sima Patti Smith.
In seguito raccontò di non avere
mai avuto una travolgente passione
per la fotografia, ma non ci fu singola
persona del gruppo che frequentava
insieme alla cantante che non rimanesse colpito dalla forza e la sincerità
dei suoi scatti. Si lasciò convincere
quasi controvoglia, acquistò una
macchina di largo formato e cominciò
ad immortalare gli amici nelle situazioni che viveva in intimità. Sono di
questo periodo i primi nudi che fecero scandalo e le immagini dai chiari riferimenti sadomasochisti, ma anche
le prime foto con cui si confrontava
con la grande cultura del passato: il ritratto di Jamie, un giovane efebico dai
capelli lunghi che fu con ogni probabilità un suo amante, è una citazione
evidente dello Schiavo morente di Michelangelo esposto al Louvre.
A chi espresse turbamento per le
sue immagini rispose che cercava
l’“inaspettato” e che si sentiva “in obbligo di esprimerlo”. È il periodo in cui
cominciò a frequentare alcuni dei
personaggi che aveva idolatrato sin da
bambino come Andy Warhol e Susan
Sontag, e divenne amico di una generazione di artisti tra i quali Cindy Sherman e Francesco Clemente. Ma è anche il periodo degli eccessi, come raccontò in seguito uno dei suoi amanti
Jack Fritscher, che nella sua biografia
Assault with a deadly camera parla
non solo di droghe e pratiche sadomasochiste ma fa perfino riferimenti
a tentazioni sataniste. Mapplethorpe
rinnegò il libro dell’amante ed affidò
una biografia autorizzata più tranquillizzante a Patricia Morrisoe, ma è
certo che in quegli anni sperimentò
quello che lui stesso definì il piacere
dell’ignoto. Quelli che cominciarono
a non sopportare la sua arte esplicita e
provocatoria iniziarono di accusarlo
DOMENICA 26 GIUGNO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
LA COMPOSIZIONE
DELLE IMMAGINI
Sopra, “Il ratto
delle Sabine”
di Jan Harmensz,
sedicesimo secolo;
accanto, “Thomas
e Dovanna” di Robert
Mapplethorpe, 1986
Repubblica Nazionale 41 26/06/2005
di scandali creati ad arte, ed in un inguaribile voglia di emergere ad ogni
costo: in ognuna di queste accuse c’è
qualcosa di vero, ma le immagini in
mostra dimostrano come ogni possibile motivazione e debolezza personale non tolga nulla alla qualità della
sua arte. Trovò un rapporto più stabile, ma solo parzialmente più sereno,
con il ricco ed aristocratico collezionista Sam Wagstaff, mentre continuava a frequentare in particolare Patti
Smith, che Salvador Dalì gli descrisse
come un “corvo gotico”.
Il dibattito intorno alla scandalosità
delle sue immagini diventò la “cause
celebre” che finì per precludere la
possibilità di finanziamenti pubblici
per l’arte, e le sue foto crearono scandalo anche dopo la sua morte per Aids:
l’esibizione organizzata da Dennis
Barrie al Cincinnati Contemporry Art
Center generò un processo per oscenità al curatore, ma ingigantì la fama
postuma dell’artista. Negli ultimi
giorni si riavvicinò molto a sua madre,
la quale, consapevole del suo male incurabile si impegnò in prima persona
per riavvicinarlo alla fede dell’infanzia: ricominciò a frequentare George
Stack, il gesuita che era stato il suo
parroco quando ancora frequentava
la chiesa intitolata a “Nostra Signora
delle Nevi”, e volle confessarsi con lui
pochi giorni prima di morire.
Nelle foto esposte al Guggenheim c’è
poco o nulla che richiami direttamente
il suo controverso rapporto con il cattolicesimo, ma la composizione delle
immagini, e la ricerca estenuante dell’armonia nella raffigurazione di creazioni destinate a turbare rivelano una
dimensione, e forse anche un anelito
spirituale, sia che si parli di corpi che di
fiori. Le immagini della mostra che affiancano le foto del corpo scultoreo di
Derrick Cross e Lisa Lyon con le stam-
pe e le sculture del passato suggeriscono una ricerca di una bellezza marmorea e profondamente erotica che non è
mai fuori dal tempo, ma anzi dalla coscienza dell’antichità trae linfa vitale.
Lo splendido corpo nudo di Lydia
Cheng che propone sfrontatamente il
suo seno mentre copre il pube con il gesto sinuoso delle gambe è una elaborazione di un’incisione del sedicesimo
secolo di Jacob Matham, nella quale
l’artista raffigura due corpi imperiosi di
donne consapevoli dell’invincibilità
della propria bellezza. E lo stesso paral-
lelo risulta evidente nella foto del 1981
di Lisa Lyon messa a confronto in maniera speculare con l’incisione di Diana tra le nubi dello stesso Matham.
Mapplethorpe affermò ripetutamente che la «fotografia è un modo perfetto per fare una scultura» e spiegò che
se fosse nato prima dell’Ottocento si
sarebbe espresso con il marmo e lo
scalpello. Le fotografie in cui immortala alcune sculture neoclassiche e dell’antichità chiariscono fin troppo
esplicitamente questo suo approccio,
ma le immagini che risultano partico-
‘‘
Germano Celant
Quando Mapplethorpe per veicolare la sua diversità
sessuale, richiama la memoria di un Michelangelo
e di un Canova, di un Pollaiolo o di un Leonardo,
lo fa per sottolineare che gli eventi artistici vivono
sul fascino di un corpo che si trascende nell'arte, ma che
ha radici fisiche e sensuali nella realtà, è chiaro che
citandoli, il fotografo li destoricizza, ma è anche un modo
di dare un ancoraggio ai suoi valori estetici ed esistenziali,
che sono portabili fuori del tempo.
Richiamarli nelle sue fotografie di nudi e di intrecci erotici
implica una intenzionalità, quella di trovare un'idealità
nella sua vita, quanto nelle sue immagini che supera la sua
dimensione storica e le sue inclinazioni interiori di artista
omosessuale, al pari di Michelangelo e di Pollaiolo
GIOCHI DI CORPI
Sopra, “Le Grazie” di Jacob Matham,
sedicesimo secolo; in alto, “Apollo”,
di Robert Mapplethorpe, 1988
Dall’introduzione alla mostra di New York
larmente avvincenti sono quelle che
immortalano un gesto o uno sguardo
per esaltare la bellezza dei soggetti ritratti, e sembrano voler condividere
l’estasi di fronte alla contemplazione
dell’armonia. Il gesto con cui Derrick
Cross ripreso di spalle torce il proprio
corpo è ancora una volta speculare a
quello con cui un allievo di Michelangelo ha scolpito Sansone che abbatte
due Filistei, e tra le incisioni messe a
confronto c’è un Apollo armato di arco
che è chiaramente il modello che ha
ispirato la foto ad un giovanissimo Arnold Schwarzenegger.
Ma insieme ai paralleli più suggestivi, la mostre offre anche un itinerario
estremamente intimo, nel quale la ricerca artistica si rivela una scelta di dolente necessità. Una delle didascalie
che accompagnano il visitatore ricorda
una dichiarazione nella quale Mapplethorpe afferma di volere che il pubblico veda il suo lavoro come «arte, e poi
come fotografia», ma è proprio sul suo
personale concetto di arte che ci si trova costretti ad interrogare: vicino ad
una delle serie più estreme e disinvolte,
nella quale sono raffigurate giovani in
esplicite pose sadomasochiste, è posta
la citazione in cui Mapplethorpe spiega: «Il sesso e la fotografia sono paralleli. Sono entrambi sconosciuti. Ed è
questo ciò che mi eccita maggiormente nella vita: l’ignoto». Le immagini sono nello stesso tempo una ricerca e una
constatazione: il ritratto di spalle di
Ken Moody del 1983 sembra la raffigurazione di una statua danneggiata dell’antichità, che per un gioco di prospettiva sembra privata delle braccia. Mapplethorpe si interroga se la bellezza sia
eterna o fallace, e sa in fondo al cuore
che è entrambe le cose. Non c’è una sua
immagine che non esprima questa duplicità che gli arrecò in egual misura
sgomento e gioia, e non c’è foto nella
quale l’esaltazione di fronte alla bellezza della carne non riveli un riferimento
classico che omaggia al passato e auspica l’eterno. Le immagini del modello Thomas all’interno di una struttura
circolare ripropongono le stesse pose
di Icaro e Tantalo nelle incisioni di
Hendrick Goltzius, ed i corpi nudi ed
abbracciati di Ken, Lydia e Tyler risultano una citazione evidente delle Tre
Grazie di Canova.
Ma nella sua arte, che raggiunse i momenti più alti nelle immagini dei fiori
(ancora una volta degli scatti che esprimono un fortissimo erotismo che in
questo caso travolge l’innocente apparenza del soggetto) compare anche la
raffigurazione della morte, con uno
scatto realizzato pochi mesi prima della sua scomparsa. Il modello è ancora
una volta un’incisione del sedicesimo
secolo, alla quale Jan Saenredam diede
il titolo Allegoria della vanità. Nella sua
immagine Mapplethorpe si limitò a un
più semplice e raggelante “teschio”.
42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 26 GIUGNO 2005
Sembrava un genere in crisi, incapace di attirare il grande pubblico,
destinato a un declino irreversibile. E invece è tornato alla ribalta:
le improvvisazioni di Keith Jarrett mobilitano folle da concerto rock,
lo swing di Michael Bublé scala le classifiche. E alle spalle delle stelle internazionali
si sta affermando in Italia una generazione di giovani, amati in patria e apprezzati
all’estero. Gli esperti non hanno dubbi: quest’estate sarà tutta loro
Invasione
Jazz
embrava defunto, o quasi. Al
capezzale del jazz si erano
ritrovati in molti, piangenti,
addolorati, inconsolabili.
Ma il jazz continuava ad
agonizzare, stritolato tra le
futili necessità del mercato e la superficialità dilagante nel mondo della musica. Solo pochi anni fa sembrava che il
tramonto del secolo passato avesse
chiuso il sipario sulla più gloriosa delle
sue musiche. E poi la rinascita. Ora si
parla di jazz in ogni luogo, i teatri sono
di nuovo pieni, le note corsare degli improvvisatori entrano dovunque, contaminano canzoni e colonne sonore,
sono perfino oggetto di suonerie da
scaricare e jingle pubblicitari.
Il jazz lambisce la moda, insinua nuove energie nel mondo della lounge, premia raffinati ibridi come quello proposto da Nicola Conte. In classifica ora ci
va Michael Bublé col suo soffuso swing,
a Sanremo mancava poco vincesse
l’outsider Niki Nicolai accompagnata
da un jazzista di prim’ordine, suo marito Stefano Di Battista, e c’è una pletora
di nuove o seminuove cantanti che parlano quel lessico, dalla
emergente L’Aura a Simona Bencini e Cecilia Finotti. L’anno scorso era spuntato il caso Amalia Grè, e
anche un insolito cantautore, Ivan Segreto, capace
di coniugare brillantemente swing e dialetto siciliano. La canzone è invasa, è la riscoperta di un antico amore che sta ridando
vita a raffinatezze melodiche ed eleganze jazzy. Un
verbo, del resto, predicato
a lungo da Paolo Conte.
Non solo: Lucio Dalla, tra
una Tosca e l’altra, porta in giro un concerto tutto jazz, con omaggi a Charlie
Parker e l’impudente coraggio di aver
addirittura messo le parole su un tema
Repubblica Nazionale 42 26/06/2005
S
La rinascita delle note in libertà
di Keith Jarrett. A tempo di swing si può
ridere, Arbore docet, si può giocare con
la memoria, si può attingere a un serbatoio illimitato di citazioni.
Perfino i jazzisti puri oggi in Italia
hanno ritrovato il sorriso. Uno come il
trombettista Enrico Rava se l’è sudata
più di tutti, ha attraversato senza piegarsi gli anni bui, e oggi la sua figura cresce come quella di un maestro. Per gli
altri, i più giovani è andata meglio: Bollani, Di Battista, Rosario Giuliani, se fino a poco tempo fa dovevano emigrare
in Francia per trovare ascolto e gratificazioni, oggi sono diventati anche da
noi delle piccole star. E c’è qualcosa che
anche i francesi, che sul jazz la sanno
lunga e hanno un dipartimento pubblico espressamente dedicato all’argomento, ci invidiano. È la casa del jazz
appena inaugurata a Roma, accanto alle mura di via di Porta Ardeatina.
È ancora parzialmente un cantiere
ma se ne avverte per intero la bellezza e
la potenzialità: tre edifici magnifici
(Centro documentazione, foresteria e
ristorante) sparsi in un bellissimo parco, con un piccolo teatrino-gioiello, la
possibilità di ospitare musicisti e incidere dischi, palco all’aperto per seicento persone. Una autentica bellezza che,
speriamo, diventerà un punto di riferimento per la città e non solo. È una
FOTO TAM TAM
GINO CASTALDO
IN TOP TEN
Michael Bublé sarà
in tournée in Italia fra novembre
e dicembre
A Roma inaugurata
la prima struttura
d’Europa dedicata
ad artisti e fan
realtà unica in Europa ed è uno dei segni di questo entusiasmante vento che
in Italia, ma anche nel resto del mondo,
tira a favore del jazz. Merito forse dell’eccesso di artificio che si era addensato sulla cultura pop. Troppi suoni finti,
troppe inutili architetture, hanno spinto parte del pubblico a riavvicinarsi a
quella sensazione di avventura, di
creatività, di autenticità che da sempre
accompagna il jazz. Oggi trionfa l’acustico, e un potente segnale arrivò dall’inaspettato successo planetario di una
cantante come Norah Jones, non proprio una jazzista ma anche lei ammaliata dai tempi ondeggianti scanditi
dalle spazzole sulla batteria.
Quando si suona jazz non ci sono alibi, il pubblico questo lo sa bene, e
ascoltare dal vivo Keith Jarrett è più che
un normale concerto, è un’esperienza,
a volte sublime, che può lasciare tracce profonde. Intorno c’è un profumo di
libertà, parola chiave di questo fenomeno. Il jazz è soprattutto sinonimo di
libertà espressiva, e se ci sono stati anni bui è anche per colpa dei jazzisti, a
lungo colti da un torpore letargico, non
sempre capaci di portare con orgoglio
la bandiera della diversità, in altre parole a corto di idee. Oggi sembra che
quel periodo sia del tutto superato. Per
vivere, il jazz ha bisogno di aprirsi, di
non chiudersi in una torre d’avorio di
inadeguato purismo, di confrontarsi
con quello che accade nel resto della
musica. Anche Umbria Jazz, che nelle
ultime edizioni ha ospitato i più grandi artisti brasiliani, si apre al pop e propone quest’anno Elton John e Diana
Ross. Un tempo sarebbe sembrato blasfemo, oggi testimonia la voglia del
jazz di ridiventare protagonista del
mondo della musica.
DOMENICA 26 GIUGNO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
L’ORCHESTRA STABILE
Si chiama PMJO ed è la prima orchestra stabile
di jazz in Italia. La sigla sta per Parco
della Musica Jazz Orchestra: è un’invenzione
di Carlo Fuortes, presidente dell’auditorium
romano. Le attività inizieranno a ottobre
sotto la direzione di Maurizio Giammarco, il primo
di una serie di musicisti che, uno per stagione,
si alterneranno alla guida della formazione
Bollani. “Gioco col piano
per regalarvi la mia allegria”
FOTO GETTY/RONCHI
«F
Repubblica Nazionale 43 26/06/2005
LE STAR
KEITH JARRETT
Il grande improvvisatore è atteso
a Macerata il 9 luglio, a Napoli
il 12 luglio e a Roma il 15 luglio
BRAD MEHLDAU
Suonerà stasera all’Auditorium
di Roma. Il 28 giugno sarà a Fiesole
e il 9 luglio sarà a Umbria Jazz
STEFANO DI BATTISTA
Il 28 giugno si esibirà a Modena,
il 7 luglio a Torino e il 17 luglio
a Umbria Jazz a Perugia
CAMERINO
acciamo tuca-tuca?» Si, facciamo.
Tenera è la vita,
non solo la notte.
C’è un jazz che ferisce, dove la vita è
solo passata, caduta, perduta. «Tanta
gente mi dice che quando suono la
tromba sembro un pugile», raccontava Miles Davis. C’è un jazz che suona,
in giacca e cravatta, magro e amaro di
parole: «Buonasera, grazie, arrivederci», il tempo di un caffè. Stormy
weather, forever. Nubi in cielo e nelle
facce. Stordimenti solitari. Temporali magnifici, perfetti, mai un fulmine
sbagliato. Perfino Bob Dylan in
tournée: arriva, suona, se ne va. Slacciato dal pubblico, dalla comunicazione, dalla confidenza. Il jazz è melanconia, righe sulla pelle, singhiozzi
benedetti. Suonala ancora, Sam.
Francis Scott e Zelda, Chet, Charlie,
Baker, Parker, gente che si fa fuori da
sé. Certe scale, scure e chiare, come
tasti di pianoforte, impongono respiri corti. E visioni segrete, Charlie Mingus: «Non m’importa del colore della
vostra pelle, vi vedo dentro». Poi quest’estate c’è Stefano Bollani, 33 anni,
l’uomo più caldo del jazz italiano, pianista, molto premiato, faccia da Mozart, studi al conservatorio. Entra sul
palco, sbattendo i piedi, con il tucatuca. E per riscaldarsi i grandi classici.
Del jazz? Ma va. Meglio appunto
Carrà, Jimmy Fontana, Morandi. I
bambini fanno oh, si divertono. Stefano Bollani pure. «Ci sono musicisti
che soffrono come Miles Davis e ci sono quelli come Frank Zappa che fanno ridere. Rispetto tutti, ma a me piacciono gli allegri».
Già. Bollani è corporeo, materiale,
come Benigni. Ti tocca, non ti sfiora.
Usa, consuma, il piano. Ci armeggia
dentro, in una gag da Buster Keaton.
Lo batte, lo ribatte. Denso e soffice.
Capisci che è amore sano, pieno, che
fa bene, che non è assedio. È jazz, ma
non sanguina. Accarezza, smuove,
conforta. Non t’inchioda, sali leggero.
Bollani parla con la gente. Scherza, diverte, s’intrattiene. Chiede le canzoni
preferite e le rifà, destrutturate, ma
quelle: come Piccola Katy dei Pooh.
Quando mai il jazz è stato piano-bar?
Diverso da Baker, che di funny aveva
solo Valentine. Ha detto il poeta Maurizio Guercini di Chet: «Era malinconico fino alla cupezza, fino a una chiusura dolorosa e rabbiosa». Bollani caso mai è più vicino a Armstrong, che
aveva occhi da clown, ma guance da
rana gonfie di jazz. Nessun tormento,
prima di esibirsi: «Ho visto il filmato
dove Dean Martin sbronzo inciampa
sul palco, con Sinatra e Sammy Davis
che lo prendono al volo. E tutti e tre
continuano a cantare. Da amici al bar.
Favoloso, davvero». Favoloso anche
come, con uno straordinario Massimo Altomare, traduca in affettuose filastrocche la surrealità della Gnosi
delle Fanfole di Fosco Maraini.
Ad ascoltarlo a Camerino, nel convento di San Domenico, viene voglia
di parlare come Il Lonfo che «non vaterca né gluisce e molto raramente
barigatta, ma quando soffia il bego a
bisce bisce sdilenca un poco, e gnagio
s’archipatta» Oh, yeah, il jazz ti spella,
ma non ti lascia lost in translation.
Bollani prende la raffinatezza linguistica di Maraini e ne fa, nel duetto con
Altomare, un lecca-lecca estivo. Si
piega, si rannicchia, si alza, mette la
gamba sotto il sedere quando suona.
«Ora mi faccio massaggiare una volta
a settimana, anche perché ho avuto
tre colpi della strega negli ultimi due
anni e perché sono impegnato a suonare cinque giorni su sette». Ah sì, l’unica civetteria sono le scarpe francesine. Presenta la sua musica in maniera scanzonata: «Questa è una canzone a metà tra la guerra civile spagnola e l’azione cattolica». Può prendere un brano per i piedi, per la testa,
di petto, di striscio, davanti, dietro, ci
può palleggiare alla Maradona, e poi
stenderlo, rappreso o disteso, comunque è un bucato nuovo, fresco,
provate cheek to cheek.
È jazz? Sì se ti dà il coraggio di essere te stesso. «Oggi i veri ribelli sono
quelli che si sposano e fanno figli. Per
essere fuori dai canoni, basta essere
normali. Mia moglie è Petra Magoni,
cantante jazz, con lei funziona, anche
se gli artisti hanno in genere un ego
spaventoso che li mette in conflitto.
Abbiamo Leone di 5 anni, e Frida di 9
mesi, viviamo in
Toscana. Oggi i ribelli sono fabbricati dall’industria. Non so, io
non ce li vedo
Chet Baker, Janis
Joplin, Jimi Hendrix a fare la pubblicità. La mia generazione deve
molto a quella
precedente. Noi
possiamo campare con il jazz,
quelli prima invece hanno dovuto
arrangiarsi con
altri lavori o espatriare. Non m’interessa che a fine
concerto la gente mi racconti quanto
sono bravo, preferisco mi dicano che
si sono divertiti, che ho trasmesso
Il più applaudito
talento italiano
si confessa: “Per me
vivere vuol dire
sperimentare”
FOTO PAOLO SORIANI
EMANUELA AUDISIO
IL PROTAGONISTA
Nella foto qui sopra,
il pianista jazz
Stefano Bollani
qualcosa, il piacere della musica, di
una sera felice. Adoro Joao Gilberto,
scrivere colonne musicali che nessuno mi ha ancora chiesto, odio viaggiare, anche perché da bambino soffrivo l’auto, ho preso la patente tardi
a 23 anni. Che altro devo dire? Ho avuto per mesi una brutta tosse, ma
quando suonavo non tossivo. Non mi
piace la retorica, nemmeno nello
sport, che non ho mai frequentato.
Non sopporto quelli che hanno le ricette per i mali del mondo. Io suono
per una causa, ma non mi metto sul
palco a spiegare come dovrebbe essere governato il pianeta. Jovanotti ricevuto da D’Alema, quando era presidente del Consiglio, il giorno dopo il
suo rap sul debito pubblico a Sanremo, per me è una brutta cosa». Bollani viaggia solo o con il gruppo, con
semplicità. Ha collaborato con Rava,
Fresu, ha suonato con Raf, Jovanotti,
la banda Osiris. Radio, tv, lui si diverte con tutto. Ha appena deciso di
cambiare nome al suo quintetto:
Mirko Guerrini sax, Nico Gori clarinetto, Ferruccio Spinetti contrabasso, Christian Calcagnile batteria, ora
si chiamano “I Visionari”. E come direttore artistico di Vivere Jazz Festival
in programma a Fiesole martedì ospiterà il concerto di Brad Mehldau.
In Giappone il pianista italiano è
una star, anche se ci ha suonato solo
otto minuti quando è volato a Tokyo
per ritirare nel 2003 il premio della rivista Swing Journal come «miglior
nuovo talento jazz», prima volta per
un musicista italiano. A Melbourne in
Australia dove Bollani è andato per
Umbria Jazz ha salutato il pubblico in
giapponese, ha fatto finta di arrabbiarsi con Christian il batterista, per
una cattiva esecuzione, e lo ha cacciato. Il jazzista con le treccioline rasta,
hanno detto di lui. L’istrione. La sua
imitazione di Paolo Conte vi riconcilierà con la tristezza di chi canta intriso di Langhe, con il bavero rialzato di
Jean Gabin. «Entra in questo amore
buio, non perderti per niente al mondo». Riderete: di un modo, di un mondo, del jazz. It’s wonderful. «A otto anni ho visto il mio primo film, di Chaplin, ho continuato con Totò e Stanlio
e Ollio. Da grande pensavo di fare il
cantante, l’attore, il musicista. Ho cominciato a suonare presto, a sei anni,
e non ho mai smesso. A undici anni ho
scritto a Renato Carosone, mandandogli una cassetta con le mie versioni
dei suoi hit, mi rispose con gentilezza,
suggerendomi di esercitarmi con il
blues, “perché è alla base di tutto”. Mi
sono anche dedicato alle imitazioni:
Beruschi, Mike Bongiorno. Io rappresento me stesso, non il jazz italiano.
Lo dico senza presunzione. Vivere per
me significa sperimentare, trovare un
modo per narrare. Adoro teatro e letteratura, soprattutto quella piena di
fantasia: Queneau, Calvino, Cortazar,
Amado. Gente capace d’inventarsi un
altro mondo».
Lui infatti tra poco sulle Dolomiti
farà un concerto, con tre cantanti e
sette musicisti, dedicato alle nuvole.
«Sono troppo belle». Sì, quando giocano a rincorrersi e fanno capriole. Il
cielo come un pianoforte, le nuvole
barocche e leggere come tasti, la musica che passa sulle teste. Jazz all’aperto, che si mischia alla natura, che si
presta. Come diceva Woody Allen:
«Ho comprato qualche disco di jazz
per Sophia Loren perché volevo portarla su qualcosa d’interessante. Che
so, sul divano per esempio». E poi la
leggenda del pianista sul Po, che è il
piccolo oceano di casa nostra. Dove
forse Bollani suonerà anche la fisarmonica, mentre scenderà su una
chiatta tra umido, zanzare, e stelle che
battono il cielo. E chissà se ne verrà
fuori un tango appiccicoso con il
grande fiume che bacia lento, melmoso come certi amori d’agosto, come
certe onde che ti avvolgono e ti trascinano, per poi in un assolo improvviso
darti le spalle e lasciarti lì, solo, sereno, fuori dalla corrente, a mani vuote,
ma a cuore pieno. Tra tanfi della vita e
tonfi di allegria.
44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
il corpo
Bellezza e salute
DOMENICA 26 GIUGNO 2005
Cioccoterapia: è l’ultima moda delle beauty farm,
ricca di sali minerali, ferro e vitamine promette
una sferzata di energia ed elasticità al corpo e al viso
con bagno nel gianduia o massaggi al fondente
Ma anche uva, miele e altri alimenti escono
dalla dispensa e si trasformano in prodotti cosmetici
Curarsi
con
il
cibo
Latte, riso e cacao
per cambiare pelle
FRANCESCA ALLIATA BRONNER
uoni da spalmare, non da mangiare. In un salto di
benessere, cioccolato, vino, mele e zucche volano
dalla cucina alla cabina estetica rivelandosi veri
“amici per la pelle”. I nuovi cosmetici-gourmet sono proposti in tutta Italia fra beauty farm, 5 stelle,
relais di charme e di campagna. Senza rischi di ingrassare. Già la vinoterapia — arrivata da noi qualche anno fa da
Oltralpe (i primi sono stati i francesi lanciando bagni in barrique
e maschere al Bordeaux) prodiga dei principi attivi dell’uva, a
cominciare dai polifenoli, i più forti antiossidanti in natura —
garantiva ventre piatto, rughe spianate, seno tonico. Ma da
qualche stagione sta inducendo le donne in tentazione la cioccoterapia frutto di un ricerca del gruppo genovese Dafla durata
oltre quindici anni. A guardare adepti, vendite e applicazioni di
cacao in oltre 400 centri italiani ed esteri (oltre 72 mila trattamenti dalla Svizzera al Canada, dalla Russia al Brasile) paga, appaga e fa bene. Soprattutto alla linea.
Non più solo vizio e capriccio, per una volta vino e cioccolata riducono i grassi, migliorano gli inestetismi e, almeno sul corpo, pare non abbiano effetti collaterali. «La fava del cacao —
racconta Albano Achilli, presidente del gruppo Dafla, che con
la moglie Gina Mezzalira ha inventato il metodo Ishi (www. ishi.
it), frutto di innovative ricerche nell’impiego del cioccolato per
bellezza e benessere — è stata utilizzata fin dai tempi degli Aztechi a più scopi: con 8 semi si comprava un coniglio, con 12 i
favori di una cortigiana, con 100 uno schiavo. Veniva usata anche pestata per preparare una benefica bevanda dal nome xocolati (da xoc il suono prodotto durante la lavorazione). Amara
e densa, miscelata a pepe, peperoncino, chiodi di garofano e
cannella pare fosse un corroborante contro la fatica. Noi non
abbiamo fatto altro che evolvere scientificamente la ricchezza
di un prodotto naturale».
Amaro o dolce, bianco o nero, gianduia o al latte, il cioccolato
è ricco di sali minerali come ferro (in quantità perfino superiori
alla carne rossa), magnesio, fosforo, potassio, calcio (indispensabili contro rilassamenti muscolari e circolatori), di vitamine
(nutrienti), di polifenoli (antiossidanti), di flavonoidi (vasoprotettori), di teobromina e caffeina (stimolanti e riducenti). I costi? «Variano a secondo delle strutture, ma un trattamento viso
o corpo va da 70 a un massimo di 150 euro, mentre i prodotti sono in vendita dai 35 euro in su». E ve ne sono di ghiotti: il tiramisù, ricco concentrato di cioccolato al latte, caffè arabica, acqua
distillata di vinacce di Vermentino di Gallura è energizzante, stimolante, anti-stress; l’olio al cioccolato gianduia è ottimo contro il rilassamento cutaneo; la crema cioccolato all’arancia,
emulsione protettiva e antirughe. Poi c’è il frappè di cioccolato
al latte alla vaniglia, una schiuma detergente per tutti i tipi di pelle. Ma anche solari e al cioccolato nero (abbronzante intensivo)
e al cioccolato bianco alla menta o alla liquirizia (doposole).
Sui filari, studiati acino per acino, hanno individuato poi che
l’uva rossa di Montalcino in associazione con le proteine della
seta garantisce alla pelle del viso una straordinaria protezione e
idratazione, l’uva Chardonnay del Garda con l’aloe vera e la vitamina C, invece, è un ottimo nutriente. E ancora: mosto d’uva
Sangiovese del Chianti e miele di lavanda per un effetto antiaging, crema Pinot al Pinot nero come drenante e anticellulite.
Dalla «dispensa Italia» arrivano a tamponare i danni cutanei di
tempo e stress anche mele, olio d’oliva, zucca. A Torre Boldone,
nel bergamasco (www. gtsgroup. it), hanno scoperto che la zucca
oltre a condire gustosi risotti, ha un estratto ricco di acido jaluronico, di beta carotene, zinco e magnesio, tutti elementi fondamentali per una pelle elastica e idratata.
In Alto Adige, regione che detiene il 10 per cento del mercato
delle mele europee (con una produzione di 900 mila tonnellate
l’anno, ovvero 4,5 miliardi di frutti), il “pomo del peccato” si trasforma in elemento virtuoso per ricette di bellezza applicate in
moltissimi hotel del Meraner Land con beauty farm. Venti minuti d’immersione in un bagno alle mele (estratti e aceto di mele) per purificarsi, disintossicarsi, rilassarsi e chiudere in bellezza con un massaggio costa solo 60 euro (0473.200443; www. meranerland. com). Ma in tutta la regione oltre 150 alberghi dotati
di spa (0471.999999) offrono coccole di benessere alpino anche
a base di latte di capra, birra, mirtilli, miele, uva. E in qualche maso è già arrivato il cioccolato. Prodotti-gourmet deliziosamente
terapeutici con una sola controindicazione: vietato leccarsi i
baffi durante i trattamenti.
Repubblica Nazionale 44 26/06/2005
B
LATTE
Di capra o di mucca ha effetti
emollienti e nutrienti per la pelle
Si utilizza per trattamenti
in vasca idromassaggio
dove si resta immersi 20 minuti.
La doccia conclude il bagno
terapeutico
UVA
Tra i principi attivi racchiusi
negli acini brillano i polifenoli,
antiossidanti ad effetto
protettivo Ma protagonisti
della vinoterapia sono anche
procianidine che proteggono
i vasi sanguigni
CIOCCOLATO
Fondente o al latte, bianco
o gianduia è ricco di sali minerali,
drenanti nei problemi di squilibrio
osmotico e salino e vitamine per
trattamenti nutrienti ed emollienti
I polifenoli, antiossidanti, aiutano
a prevenire l’aterosclerosi
DOMENICA 26 GIUGNO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
In vetrina
Ecco una carrellata di prodotti che dal cibo traggono i principi
attivi per proteggere e rendere più elastica la pelle
Dolce come la mandorla
Snellente e modellante
per il corpo, L’Amande Gelée
Minceur de L’Occitane tonifica
e diminuisce la cellulite
Profumo d’arancia
Hanno il profumo dell’arancia
di Capri dagli effetti rilassanti
l’acqua e la crema per il corpo
prodotte da Acqua di Parma
Le meraviglie del cacao
Effetto choc sulla pelle
con Abdo, crema concentrata
al cacao che promette
un ventre piatto. Biotherm
Pulite con fico, uva e cedro
Per la pulizia profonda
del viso, il latte detergente
al fico e il tonico remineralizzante
all’estratto di uva e cedro
Make up per ghiotti
Diego delle Palma tenta
le signore con una linea make
up al profumo (e sapore)
di zucchero, cacao, marzapane
Delizia di Riso
Un nome da piatto speciale
quello della nuova linea corpo
di Olos. Le creme “delizia
di riso” sono ricche di proteine
Il lungo viaggio della fitocosmesi
MELA
Ha sul nostra derma un’azione
protettiva grazie all’acido citrico
e malico Un bagno al succo
di mela, seguito da una maschera
a base di polpa del frutto
e concluso con mezz’ora
di riposo lascia la pelle vellutata
EMILIA MARIANI
a sempre il cosmetico ha cercato in natura i suoi ingredienti;
estratti di piante come la camomilla, l’edera o la carota sono utilizzati comunemente nei prodotti cosmetici e definizioni come
fitocosmesi o aromacosmesi sono divenute ormai familiari.
Il mondo dei cosmetici “naturali” è vasto e di grande interesse; in
questo contesto pubblicità, forma cosmetica e packaging hanno
una notevole importanza, tuttavia la ricerca scientifica assume
un ruolo sempre più deciso per raggiungere obiettivi come funzionalità ed innovazione nel rispetto delle norme per la tutela del
consumatore.
Ogni prodotto cosmetico è prima di tutto un insieme di composti chimici ed è proprio dalla chimica che bisogna partire per capirli.
Un grande gruppo di cosmetici è caratterizzato da profumi e
aromi che riproducono le caratteristiche olfattive di piante, fiori
o frutti: prodotti certamente gradevoli, ma che generalmente
non possono vantare specifiche attività funzionali correlate ad
un ingrediente.
Di maggiore interesse sono i prodotti cosmetici basati sull’impiego di ingredienti puri o di estratti di piante anche non comuni, ma
per le quali attività, sicurezza ed efficacia sono documentate tramite la caratterizzazione di principi attivi.
In questo settore la ricerca di prodotti innovati è in continuo
sviluppo e recentemente vino, cioccolato, pomodori, olio d’oliva ed un numero sempre più vasto di insoliti ingredienti sono diventati l’attrazione di cosmetici che possiamo quantomeno definire curiosi.
È lecito chiedersi quanto questi prodotti soddisfino le necessarie
esigenze di sicurezza e di efficacia, distinguendo quindi un’accattivante, ma generica proposta di marketing dal risultato di un lavoro
formulativo e di ricerca serio e di provata funzionalità.
La risposta è data proprio dalla chimica della natura che offre
principi come la caffeina e la teobromina del cacao, che possono
vantare proprietà reintegranti e restitutive o come i polifenoli dell’uva, dalle proprietà protettive ed antiossidanti, o ancora vitamine e acidi insaturi presenti nell’olio di vinaccioli dotato di capacità emollienti.
L’autore è docente di chimica dei prodotti cosmetici
all'Università di Genova
D
FOTO PHOTONICA
Repubblica Nazionale 45 26/06/2005
I segreti della natura
scoperti dalla ricerca
MIRTILLI
Ricchi di sostanze antibatteriche
e astringenti sono preziosi
per la cura di sfoghi o inestetismi
Dopo un bagno di vapore
si applica sul corpo
un preparato a base
di estratti di mirtillo fresco
OLIO
“L’oro verde” è alleato
del nostro sistema cutaneo
e vanta un livello di acidità
molto affine a quello della pelle.
Contiene trigliceridi, steroli,
squalene, vitamina
E, antiossidante. È biocompatibile
46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 26 GIUGNO 2005
i sapori
Malto, lievito, luppolo e tanta passione: gli antichi segreti
della macinazione e della fermentazione hanno conquistato
i micro-produttori che in Italia raddoppiano di anno in anno
Cresce il consumo d’alta qualità e la vocazione dei mastri birrai
che tra due weekend si incontreranno a Piozzo (Cuneo)
per degustare le etichette eccellenti “a tiratura limitata”
Bere d’estate
Birra
Bionda, nera o rossa da capogiro
LICIA GRANELLO
atevela in casa. Utilizzando malto, lievito e il pentolone delle
maxispaghettate estive. O comprando l’apposito kit, pentola
compresa, nei negozi a lei dedicati. Provate, novelli alchimisti, la
soddisfazione di creare con le vostre mani il
magico intruglio che fa impazzire di gioia
Asterix, la compagna inseparabile delle notti
insonni di Charles Bukowski e delle tristezze
amorose d Lucio Battisti in “Vendo Casa”
(Una birra un panino e poi….).
Il gioco dell’estate birraria è semplice e
perfetto: non c’è bisogno di essere vignaioli
esperti, né campioni di gastronomia. I risultati, prova dopo prova, devono essere ben stimolanti, se è vero che in Italia i birrifici artigiani&casalinghi raddoppiano da un anno
all’altro e che il consumo di birra, segnatamente quella di fascia alta, risulta in continua
espansione . Un crescendo rossiniano che lascia stupiti gli stessi superesperti europei,
pronti a riconoscerci una vocazione collettiva alla birra di qualità, ben oltre i 400 milioni
di litri prodotti dalle tre industrie capaci di occupare i tre quarti del mercato nazionale.
Tale e tanto è l’entusiasmo da birra, che il
più geniale dei birraioli artigiani, il cuneese
Teo Musso, ha lanciato “Una birra per l’estate”, prima manifestazione interamente
dedicata ai produttori di birra fai-da-te. Nel
secondo fine settimana di luglio, la piccola
comunità di Piozzo sarà raggiunta da centinaia di adepti al culto delle bionde (ma anche di rosse e scure): microproduttori, aspiranti mastri birrai e semplici appassionati,
per una due giorni monodedicata, con dimostrazioni pratiche di birrificazione, presentazione di articoli da birra, concorsi di
qualità. Il tutto, ovviamente, tra una degustazione di birra e l’altra.
Si beve sempre più birra nel paese del vino.
Perché è meno alcolica e quindi più “semplice” nelle sere a rischio di “palloncino”, ha
scarto calorico ridotto (45 kc per 100 gr) e il
conforto delle immancabili ricerche mediche (proprietà anticancro e antinfarto), è facile da abbinare ai cibi e piacevole da assaporare tout court. In più, rispetto a nazioni come la Germania, 130 litri procapite annui, abbiamo imparato a privilegiare la qualità sulla
quantità. Finiti gli anni in cui l’unico modo di
incentivare i consumi era ancorato alle curve
della bionda di turno, oggi sono proprio i microbirrifici ad affascinare e trainare un mercato esigente e curioso.
Proprio come per il vino, anche la birra artigianale gode di un percorso produttivo lineare: i cereali, frantumati e impastati con acqua,
vengono riscaldati (80 gradi) per indurre la trasformazione degli amidi in zuccheri. La miscela, su cui è stata fatta filtrare dell’acqua calda (mosto) va incontro a bollitura e addizionata di luppolo, spezie e lieviti. Comincia così
la fermentazione, che trasforma gli zuccheri
in alcol e anidride carbonica. La maturazione
pre-spillatura dura una ventina di giorni.
Poi ci sono le produzioni-culto: per le Ferrari delle birre è prevista una seconda fermentazione grazie all’inoculo di nuovi lieviti
selezionati (perfino da whisky scozzese!) direttamente in bottiglia, con una tecnica mutuata da quella dello champagne. Risultato:
un bere complesso, morbido, appagante, che
i cultori associano a formaggi d’alpeggio,
cioccolato, gelatine.
L’ultima frontiera è quella delle birre ossidate, sull’onda dei “barley wine”, i vini
d’orzo inglesi, una via di mezzo tra un Porto e un Madera a gradazione contenuta (intorno ai 14 gradi). Il primo esperimento italiano, la “Xyauyù” di Baladìn, verrà presentato a dicembre, in degustazione con un
percorso di cioccolato, dalla fava tostata alla tavoletta affumicata.
Se l’attesa vi snerva, andate alla “Ratera”,
zona nord di Milano, dove Marco Rinaldi e
Davide Negri, primi in Italia, hanno messo a
punto un menù innovativo da far invidia alla
grande cucina birraria belga: assaggiate l’insalata tiepida di piovra alla Westmalle Tripel
o il semifreddo di zenzero e lime con ciliegie
sciroppate alla Mama Kriek. Vi sembrerà di
stare all’ombra di una delle mitiche sette abbazie trappiste dove i monaci continuano a
produrre le migliori birre del mondo.
29 litri
È il consumo procapite
annuo di birra in Italia
130 litri quello tedesco
130
È il numero dei birrifici
artigiani ormai presenti
in Italia
100 %
È l’incremento annuo
dei birrifici artigiani
in Italia
FOTO ZEFA
Repubblica Nazionale 46 26/06/2005
F
Alta fermentazione (Ale)
I lieviti saccaromices cerevisiae entrano in funzione oltre i 15 gradi e tendono a portarsi in superficie. Il colore varia dall’ambrato
allo scuro, gusto e aroma sono più netti, avvolgenti. La temperatura di servizio non deve scendere sotto i 12 gradi
Stout
Diffusa in Gran Bretagna,
è di colore scuro
e schiuma cremosa
Ha caratteri diversi a seconda
dell’area di produzione:
dolce quella inglese,
amara e intensa in Irlanda
Trappista
La Ale più prestigiosa
è preparata da secoli dai
monaci nelle sei abbazie
trappiste di Belgio
e Olanda. Forte (fino a 12
gradi), ha colore vario
e regge l’invecchiamento
Weiss
Tedesca, di frumento,
ha schiuma abbondante
e molto profumata
e frizzante. Particolarmente
dissetante e brillante,
viene servita nei boccali
da un litro
DOMENICA 26 GIUGNO 2005
‘‘
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47
itinerari
Nelle altre sale della trattoria regnava
l’abituale animazione; si sentivano schiocchi
di bottiglie di birra stappate, richiami
d’avventori impazienti...
Il piemontese Teo Musso è il più geniale tra i birraioli artigiani
italiani. Le sue birre, non pastorizzate e rifermentate in bottiglia,
sono in vendita da “Dean & De Luca”, il negozio
di gourmandise più famoso di New York, a 50 dollari la bottiglia
I FRATELLI KARAMAZOV di Feodor Dostoevskij
Piozzo (Cn)
Sgonico (Ts)
Roma
Il piccolo
centro
del cuneese,
origine
in passato
di una vera
diaspora
di giovani in cerca di fortuna nella vicina
Provenza, oggi è il luogo-simbolo della
produzione birraria artigiana di qualità
Nel cuore della
terra carsica,
famosa per la
sua Grotta
Gigante
e per le
“osmizze”,
vinerie austroungariche, da qualche
anno si è arricchita di un microbirrificio
che produce birre rosse, aromatiche
Se le regioni
di Centro e Sud
non vantano
una consolidata
tradizione
birraria,
la capitale
si inserisce tra le città del malto con
un paio di indirizzi-culto, dove si gustano
le migliori birre artigiane del mondo
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
B&B IL BRICCO
Strada S. Anna 5, Carrù
Tel. 0173-75558
Camera doppia da 70 euro
AGRITURISMO MILIC
Località Sagrado 2
Tel. 040-2296735
Camera doppia da 60 euro
SAN MICHELE A PORTA PIA
Via Messina 15
Tel. 06-44250595
Camera doppia da 70 euro,
colazione inclusa
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
MODERNO
Via Misericordia 12
Tel. 0173-75493, Carrù
Chiuso martedì e le sere
di lunedì-mercoledì, menù da 25 euro
SAVRON
Località Devincina 25
Tel. 040-225592
Chiuso martedì e mercoledì,
menù da 25 euro
DOVE MANGIARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
LE BALADIN (CON CUCINA)
Piazza V Luglio 15
Tel. 0173-795431
BIRRIFICIO CITTAVECCHIA
Via Stazione di Prosecco 5
Tel. 040-251060
BIERKELLER
Via A. Vespucci 42
Tel. 06-5757894
OASI DELLA BIRRA DA PALOMBI
Piazza Testaccio 40
Tel. 06-5746122
Chiuso domenica, menù da 20 euro
È figlia dell’agricoltura mediterranea
Il “pane liquido”
degli antichi egizi
MASSIMO MONTANARI
D
Repubblica Nazionale 47 26/06/2005
OKTOBERFEST
Tra il 17
settembre
e il 3 ottobre
sei milioni
di persone
si troveranno
a Monaco
per l’edizione
2005 della più
grande festa
della birra
del mondo
Si prevede
ne saranno
consumati
sei milioni
di litri
LA GUIDA
È appena
arrivata
in libreria
la guida
ai microbirrifici
artigiani
d’Italia
con schede
sulle migliori
bionde. “Birra
artigianale”
di Lelio
Bottero
Edizioni
GribaudoIl Gusto
Bassa fermentazione (Lager)
I lieviti responsabili, saccaromices cerevisiae uvarum, lavorano a temperature comprese tra i 5 e i 10 gradi, depositandosi sul fondo
del tino. Il colore è tendenzialmente dorato, l’aroma fine e pulito, il gusto fresco. Si serve intorno agli 8 gradi
Bitter Ale
La madre di tutte le birre
inglesi viene spillata
dalla spina (draught),
a temperatura fredda. Poco
alcolica, ambrata ha sentori
decisi di luppolo. Varianti
più corpose: Best e Special
Pilsner
La più famosa tra le Lager
prende il nome da Pilsen,
paese della repubblica
Ceca. Nella sua versione
migliore, ha colore dorato,
sapore delicato e fiorito,
note di luppolo
Malt liquor
Il termine, statunitense,
indica una strong Lager,
di personalità spiccata,
diffusa nelle microbrewery
americane, dove più
del malto si avverte
il connotato zuccherino
ici birra e ti vengono in mente i paesi del
Nord, i popoli che duemila anni fa circondavano l’impero romano e che alle
soglie del Medioevo vi entrarono da conquistatori, portandovi la loro cultura ma imparando anche a conoscere il vino: l’incrocio fra
le due tradizioni, la birra “del Nord” e il vino
“del Sud”, contribuì ad arricchire il patrimonio gustativo europeo, accogliendo la nuova
bevanda che a poco a poco penetrò nei territori del vino, inizialmente limitandosi alle regioni centrali del continente, poi facendosi
strada fino alle sponde del Mediterraneo. Più
recentemente, nel XX secolo, il fenomeno è
stato rilanciato grazie all’affermarsi di stili di
vita e di modelli di consumo anglosassoni,
portatori non solo di nuovi interessi industriali ma anche dell’antica cultura germanica.
Ma la birra non viene solo da Nord: i primi
a fabbricarla furono i popoli del Mediterraneo. Ciò accadde nelle più antiche civiltà
agricole, in Egitto e in Mesopotamia, né poteva essere diversamente, dato che la birra nasce dal grano e dall’orzo, cioè dai prodotti della terra: nasce assieme al pane, altra grande
invenzione dei popoli mediterranei, e come
il pane è frutto della fermentazione dei cereali, procurata in ambiente umido anziché
asciutto. Tecnicamente, la birra è quasi una
sorta di “pane liquido”, e le figurine egizie di
tre-quattro millenni fa, che raffigurano donne intente a impastare pane e a mescolare birra, mettono fronte a fronte le due attività, figlie della medesima cultura.
Pane liquido, ma denso. La birra degli antichi aveva una densità molto superiore a quella che le riconosciamo oggi. Non proprio un
mangia-bevi, ma qualcosa di simile. E il suo
sapore, prodotto dai carboidrati ossia dagli
zuccheri dei cereali, tendeva al dolce, non all’amaro. Queste caratteristiche si mantennero a lungo: anche celti e germani, quando impararono a produrre questa bevanda «affatturata a mo’ di vino, ma fabbricata con l’orzo
e il frumento» (così la descrive Tacito nel II secolo), per secoli la conobbero densa e dolce.
Poi accadde qualcosa. Durante il Medioevo, probabilmente all’epoca di Carlo Magno,
qualcuno (forse un monaco addetto alla fabbricazione della birra, forse un contadino che
gli passò l’idea) provò ad aggiungere del luppolo al liquido in fermentazione. Chissà
quanti esperimenti aveva fatto prima: nel Medioevo si trattavano le bevande – il vino, la birra – un po’ come materia prima su cui esercitarsi a creare sapori sempre nuovi, mescolandovi erbe, fiori, spezie, miele, profumi. Il connubio piacque, e si consolidò fino a diventare
definitivo. I vantaggi dell’innovazione erano
almeno due: il luppolo consentiva alla birra di
chiarificarsi, di decantare e depositare i frammenti solidi, di diventare, insomma, una bevanda in senso pieno, più dissetante, più adatta ad accompagnare il pasto. Inoltre, il luppolo introduceva un sapore amarognolo che,
mescolato al dolce, incontrò grande fortuna.
E se i vantaggi del gusto non fossero bastati,
c’era anche il fatto che la birra, addizionata di
luppolo, si conservava meglio e più a lungo.
La svolta fu tale che la “nuova” birra apparve quasi un’altra bevanda, e per essa si inventò
un nome nuovo. I testi del primo Medioevo la
chiamavano cervisia, cervogia, un nome gallico-latino che ancora risuona nello spagnolo
cerveza. Da allora fu ribattezzata con una nuova radice germanica, da cui derivarono bier,
beer, bière, birra. Come quasi sempre accade,
la storia dei nomi è storia di cose.
L’autore è docente di storia medioevale
all'Università di Bologna
48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 26 GIUGNO 2005
l’incontro
Quarant’anni di cinema,
quarant’anni di film molto amati,
molto stroncati, sempre molto
discussi. Quarant’anni in cui
il ribelle dei “Pugni in tasca” ha
continuato a ribellarsi:
anche contro
il proprio successo
e i cliché che ne
derivavano. Ora,
in occasione della
Mostra di Pesaro
che li ripercorre
tutti, il regista accetta di mettersi
in discussione e di raccontare
le sue rivoluzioni
Bilanci artistici
Marco Bellocchio
ergio Castellitto — protagonista condiviso con La stella
che non c’è di Gianni Amelio — se n’è volato in Cina
dove il film si sta girando e Marco Bellocchio dovrà aspettarlo per completare le riprese di Il regista di matrimoni. Bellocchio è immerso in una fase
del lavoro che tiene alla larga le distrazioni, troppo “dentro” il film in corso
per parlarne. Ma la Mostra del Nuovo
Cinema di Pesaro (25 giugno-3 luglio)
ripercorre l’intera sua carriera rendendo omaggio ai quarant’anni di cinema
del ribelle dei Pugni in tasca che oggi,
sessantaseienne, soprattutto dopo
L’ora di religione, sta vivendo una rinnovata stagione di giovinezza creativa
e di consensi. E questo lo ha convinto
ad accettare una conversazione, diciamo, retrospettiva.
Ma usa con fermezza l’occasione per
difendere “tutta” la sua biografia artistica. In altre parole, Bellocchio non ne
può più delle sottovalutazioni o delle
ironie dei detrattori su quella parte della sua produzione che più direttamente è stata influenzata dal rapporto con
la scuola dello psichiatra e psicanalista
Massimo Fagioli e dall’esperienza della “analisi collettiva” propria di quella
scuola: la produzione che si situa tra gli
anni Ottanta e il ‘94 di Il sogno della farfalla, quella che culmina nella collaborazione di Fagioli alla costruzione dei
film e nella firma dell’analista affiancata a quella del regista sotto le sceneggiature. È noto, infatti, che la comunità
critica ha diffidato di quell’incontro artistico. E che il pubblico ne è stato disorientato, forse allontanato. Ma che cosa è successo, da La balia in poi e all’indomani di quella stagione controversa,
che ha donato al suo cinema una nuova “accessibilità” — perché questo è un
fatto, fuori da ogni polemica — e il recupero di un pubblico giovanile che si
prima volta il rapporto tra il mio lavoro
di regista e la mia vita, la mia esperienza nell’analisi collettiva, la mia adesione alla teoria fagioliana. Quel periodo
viene spesso “saltato”. Ho cominciato
l’analisi collettiva nel ‘77, poi ci sono
state interruzioni ma il mio rapporto
sia pur conflittuale, dialettico o difficile, ha lasciato il segno. Ora in una riflessione sul mio lavoro è indubbio che
questa mia scelta debba essere considerata: il mio rapporto con la psichiatria e con la psicanalisi».
A partire dal trentennale del suo storico documentario “basagliano” Matti
da slegare, il festival Anteprima di Bellaria ha da poco celebrato il tema “cinema e psichiatria”. Gli sarà capitato
spesso, a Bellocchio, di essere coinvolto in convegni psichiatrici o psicanalitici ma c’è da scommettere che non è
questo il tipo di attenzione da lui richiesta. «L’ora di religione è stato discusso in un convegno freudiano. Suppongo sia stato interpretato in un modo che non condivido, ma è importante che le idee e le immagini circolino. Io
ho capito da molto tempo che la mia
Non credo ai concetti
di bene e di male,
propri della cultura
religiosa
A proposito
degli orrori
che accadono
nel mondo
preferisco parlare
di malattia mentale
FOTO FOTOGRAMMA
Repubblica Nazionale 48 26/06/2005
S
ROMA
era disperso?
Bellocchio non rifiuta, spiega. «La
mia vita non prescinde dal mio lavoro
e viceversa. Le mie immagini provengono dalla mia esperienza. C’è un film
che divide il mio percorso in due: è Il
diavolo in corpo, di vent’anni fa. È stato una rivoluzione per me. Quella novità si è sviluppata poi attraverso altre
ricerche e altri esperimenti e da lì, è vero, il mio lavoro è diventato più “accessibile”. Ma non ho mai smesso di essere un ribelle. Neanche con L’ora di religione: ribellione alla cultura assoggettata all’autorità della Chiesa. I giovani
(si dice: se non si è ribelli a vent’anni...
Poi purtroppo molti se lo dimenticano)
amano il mio atteggiamento nei confronti del potere culturale istituzionale. Nessun mio film è venuto meno a
questo principio, ma negli ultimi forse
la mia maturità ha trovato una comunicabilità più diretta».
Ed eccoci al punto, per chi si sentisse ancora autorizzato a pensare che la
felicità dell’ultima stagione nasce dal
distacco dalla tutela (direbbero i detrattori) fagioliana. «Non c’è stata una
rottura da parte mia dopo il periodo di
“collaborazione fagioliana” compiuto con Il sogno della farfalla: c’è continuità, pur nella separazione artistica
da Fagioli, per quel che riguarda le mie
convinzioni su quella ricerca che non
solo non rinnego ma seguo ancora e
condivido».
Ma il punto non è quello di ipotizzare una rinuncia, da parte dell’ultimo
Bellocchio più comunicativo e più sereno, alla vocazione di ribelle per sempre. Il punto è confrontare la percezione che si ha della sua storia da fuori con
quella che lui ha di se stesso. E lui spiega: «Nella tradizione artistica spesso ci
sono inizi folgoranti e poi un declino
lento ma inesorabile. È come se nei
quarant’anni successivi a I pugni in tasca, che fu un film di ribellione nichilista, io mi sia ribellato al successo di
quella ribellione e all’identità che mi
aveva dato. Certamente molti ancora
mi definiscono “l’autore dei Pugni in
tasca”. Non ne disconosco la paternità,
ma non mi è bastato. Tutto il mio lavoro successivo ha sempre evitato la ripetizione di quell’esperienza. E Il diavolo
in corpo è stata una nuova ribellione,
un nuovo rischio che per qualcuno è
stato un suicidio, ma con il tempo si è
rivelato una vittoria. Poi, dopo altri film
più aristocratici come La visione del
Sabba, La condannae Il sogno della farfalla, sono arrivati film più “popolari”
ma quella “rinascita”, rappresentata
appunto da Il diavolo in corpo, non l’ho
mai annullata».
È piuttosto evidente che Marco Bellocchio gradirebbe un riesame di quella parte del suo cinema che è piaciuta
di meno. «Ho chiesto al curatore della
retrospettiva di Pesaro, Adriano Aprà,
di inserire nel volume pubblicato per
l’occasione un saggio dello psichiatra
Gabriele Cavaggioni che affronta per la
identità è quella di regista cinematografico. Mi interesso e mi appassiono
alle idee di sanità e di malattia mentale, non credo al male né al bene, sono
radicalmente ateo, ma questo riguarda
essenzialmente la mia sfera privata».
Ecco un utilissimo snodo che Bellocchio offre prima che una domanda
lo solleciti. È immaginabile che sia
stato, per uno spirito come il suo, motivo di interesse la vicenda del Papa, la
partecipazione di massa, la richiesta
di “santità subito”. Non si fa pregare:
«Il giorno dei funerali mi ha colpito
che su tutti i canali televisivi ci fosse la
stessa cosa. Nessuna attenzione verso
chi, pur avendo grande rispetto per il
Papa, volesse veder riconosciuta la libertà di guardare un altro programma. E poi il referendum (io ho votato
quattro sì): formalmente la Chiesa
non infrange la legge suggerendo di
astenersi, ma nella sostanza è un comando. Un soprassalto di autonomia
degli italiani sarebbe stato una grande
manifestazione di libertà».
Già che ci siamo, un salto indietro:
L’ora di religione è stato inteso come
una ricerca di moralità o spiritualità
“autentiche” in reazione al conformismo e all’opportunismo. La cosa non lo
lusinga e Bellocchio non fa sconti: «È
quanto ci hanno trovato molti cattolici. I quali cercano la conversione del
non credente: anche soltanto nelle domande che il non credente si pone, nel
rifiuto dell’ipocrisia della Chiesa cattolica. Ma io, da quando adolescente ho
perso la fede, credo soltanto a questo
mondo, alla mia vita breve che cerco di
vivere nel migliore dei modi. C’è spesso purtroppo nell’ateo una “confusione” religiosa nel momento in cui usa
dei concetti propri della cultura religiosa: bene e male. Ma a proposito degli orrori che accadono nel mondo io
preferisco parlare di malattia mentale.
Concetto che anche dalla cultura laica
non è accettato, secondo l’idea che siamo un po’ tutti matti».
Torniamo allo “spettacolo” dell’adesione giovanile di massa all’addio al
Papa. Tra i risultati della cultura ribelle di cui Bellocchio è stato portabandiera ci fu l’allontanamento dei giovani dalla Chiesa e dalla religione. Poi
che è successo? «Essendo venute a
mancare risposte dall’utopia, dal progetto di un mondo sotto l’insegna di
principi marxisti, che ha influenzato
intere generazioni me compreso, la
Chiesa cattolica e la religione sono tornate ad essere l’unico riferimento cui
rivolgere entusiasmi ed energie. La
politica non risponde più, la sinistra è
timida. La Chiesa non solo propone la
salvezza nell’aldilà ma anche l’assistere, il prendersi cura, opere di carità
non solo benemerite ma necessarie.
Senza però mettere in discussione le
istituzioni, i principi. Una possibile risposta radicalmente laica trova la sinistra del tutto indifferente».
Vediamo, prendendola da un altro
versante, se si riesce ad avere ulteriore
prova della sua fedeltà a se stesso. Domanda: riconosce il peso dell’autobiografia nel suo percorso artistico? «Sì,
purché non la si voglia relegare all’adolescenza. Le mie immagini sono la mia
vita, tutta». Domanda: riconoscerà un
particolare accanimento contro la famiglia? «Senz’altro, ma visto lungo tutto l’arco del mio cinema e della mia vita». Domanda: mai pensato che reiterare il motivo della necessità di “uccidere” i genitori le si potesse ritorcere
contro, da genitore a sua volta? «Sono
contrario all’assassinio del padre e della madre non per paura che i miei figli
mi possano ammazzare. No, è pura follia, che non porta a nessuna liberazione». Domanda: c’entra la consapevolezza adulta di non essere migliori di chi
ci ha preceduti? «Questo sarebbe un
pensiero di rassegnazione: quando si
hanno vent’anni si è rivoluzionari,
quando si è maturi si ammette che i genitori non avevano tutti i torti. Ho dedicato Buongiorno notte a mio padre, ma
continuo a considerarmi diverso da lui.
Lui era un conservatore che ha accettato i valori della società in cui viveva, io li
ho rifiutati».
Chissà quanto di tutto questo c’è ancora in Il regista di matrimoni? «L’attore, che è lo stesso, potrebbe far pensare
a una continuazione de L’ora di religione», dice. «Qui è un regista che a un certo punto abbandona una situazione
cui non crede più (sta girando un film
dai Promessi sposi). Capita in Sicilia dove incontra uno che fa i filmini dei matrimoni, capisce che non gliene frega
più niente del suo lavoro e che la sua avventura umana viene prima dell’essere
regista. Capisce che deve impedire un
matrimonio (“questo matrimonio non
s’ha da fare”) e il “suicidio” di una ragazza che», sottolinea perché non si
pensi a un sordo anticlericalismo, «avverrebbe tanto se il matrimonio venisse celebrato in chiesa quanto in municipio». Per ora è tutto. In attesa di vedere e potergli chiedere se quel regista alle prese con più urgenti priorità è lui.
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PAOLO D’AGOSTINI
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DI Repubblica - La Repubblica