Dall’inaugurazione della Mostra IMMAGINI E SIMBOLI
Simboli sono significati profondi che nutrono lo mente. Al tocco del simbolo lo sguardo banale, opaco si
accende, si illumina, si slancia oltre il confine delle parole, oltre lo schermo delle abitudini: tu fai l'esperienza
dello sguardo illuminato, e diventi scopritore, costruttore di significati.Una goccia di rugiada, un raggio di
luce, il sorriso di un volto possono spalancare le porte della percezione (Huxley) ed espandere la coscienza
verso quelle esperienze di pienezza che lo psicologo americano A. Maslow chiama peack experiences.
L'arte poetica di Tagore aiuta a capire il cammino della mente all'intelligenza dei simboli: "Viaggiai per vasti
mari e alti monti, e non mi accorsi della goccia di rugiada sulla spiga di grano, accanto a casa mia."
Viaggiai... il vero viaggio è interiore: dietro le pupille dello sguardo illuminato vedo in modo nuovo, con
insolito stupore, l'infinita Gratuità. Simbolo è scrigno di significati importanti che parlano all'io profondo.Posso
svegliarmi al mattino in modo banale, scolorito, ma posso anche evocare nel nascere del giorno l'emozione
di ogni nascere; posso celebrare la gratuità della vita e respirare la grazia di essere vivo; posso esercitarmi a
vedere, sentire, gustare, toccare come fosse lo prima volta. Ogni mattina il tocco della Luce (DIV mi rinnova
il dono della vita. Con l'aiuto del simbolo dò volto alle cose, le lascio parlare, mi apro alla gratuità, che è
sorgente di pace. Posso rimanere a lungo a guardare il mare senza risonanze, senza emozione... ma se
l'immagine diventa simbolo il mio essere viene mobilitato... mi calo nell'acqua, mi concedo all'onda, evoco la
nostalgia di un abbraccio materno che mi avvolge nella sua sicurezza. I simboli educano all'occhio
penetrante (quel terzo occhio della spiritualità orientale) a percepire lo stupore della realtà invisibile agli occhi
fisici. In principio è lo stupore: lo stupore è fonte di conoscenza. La ginnastica del pensiero simbolico popola
di senso anche le umili cose, gli umili gesti di sempre, e riscatta lo grigia quotidianità. Si può stabilire un
ponte tra la cultura vedica e il nostro orizzonte culturale: che cosa dà significato alla voglia di vivere? E
attuale il messaggio del simbolo, vissuto e celebrato nei riti laici della vita. In sintesi, i simboli sono la base
della comunicazione, di un linguaggio universale. S. Freud pensava all'inconscio come a un deposito di istinti
oscuri e irrazionali, ma il discepolo K. Jung rifiutò, affermando che nella psiche si nasconde un ricco capitale
di immagini attraverso le quali l'uomo si comprende. Noi riteniamo che i simboli siano significati che parlano
alla mente illuminata. Le esperienze più impegnative e importanti si esprimono per mezzo di simboli. Essi
sono la sorgente di conoscenza intuitiva e immediata che dà qualità alla vita; essi esprimono il linguaggio
alto della mente, sono la lingua comune delle culture. Per mezzo dei simboli l'uomo diventa scopritore e
portatore di senso. L'uomo si capisce attraverso i simboli che non si possono definire, imprigionare in gabbie
di parole ma si aprono su un oceano di pensiero: "l'uomo è profondo come Oceano" (Agostino di Ippona).
Come apprendere la lingua, vocabolario dei simboli per comunicare bene con sè, con gli altri e con il
mondo? L'arte pittorica di Gino Prandina educa a valorizzare il linguaggio dei simboli nelle semplici
esperienze: la musica dei colori, le ombre degli oggetti, il fluire delle nubi, lo fragilità delle foglie, lo profondità
infinita del cielo, il vorticoso avvicendarsi degli eventi. Sequenze di occhi spalancati, improvvise illuminazioni
su universi sconosciuti danno l'ebbrezza di essere come bambini che giocano sulla spiaggia dei mondi.
Gabriele Gastaldello
DA
IMMAGINI E SIMBOLI
Avevo già visto una di queste opere in occasione di una visita alla mostra di Firenze: una cornice blu con
un'ala d'oro: poi quando l'ho rivista mi sono ricordato di quella prima impressione: una bella opera, un lavoro
concettuale che apre la ricerca mediante la perdita della superficie, la voluta fuga dalla narrazione. Dopo una
pausa di riflessione questi nuovi quadri rappresentano una evoluzione del pensiero, che in ogni caso apre a
sua volta ad un ulteriore approfondimento. Il periodo dei fondi blu o quello dalle campiture piatte e dei simboli
avranno senz'altro un'evoluzione: rimetteranno in discussione i valori plastici per riassumerli poi in maniera
nuova. Mi piacciono quelle forme a spirale, insieme agli accosta menti di rosa e blu molto tonali: alludono a
spazi onirici, spazi del pensiero. Interessante la concezione formale e strutturale: simmetrica e regolare in
alcuni quadri, libera e inclinata in altri. La sensazione prodotta è, sulle prime, una specie di sconcerto, anche
perché la nostra cultura occidentale non è più allenata a decifrare i simboli che indicano sintesi, essenza. Ma
in un secondo tempo si prova un senso di liberazione, quella liberazione che molti artisti desiderano
raggiungere. La sintesi, frutto dell'analisi, suscita questa liberazione, ma non è facile da conquistare. C'è un
senso di liberazione, uno stato contemplativo: considerare l'oggetto "alto", riattribuendogli la giustizia che
esso merita. E qualsiasi oggetto per quanto piccolo, infinitesimale ha diritto a tale apologia. L'arte invoca
questa libertà, quella che non dipende dal mercato o immediatamente dai giudizi dello spettatore. Qui si
tratta di fare arte in maniera impegnativa, non pienamente attingibile, forse difficilmente abbordabile ai più.
Richiede uno sforzo di comprensione superiore ad altre opere magari più ricche di cromatismi. Viene
esercitata una eccitazione della fantasia e l'esercizio del pensiero." Simbolo è mediazione. Si tratta dunque
di lavori nuovi, diversi dalle precedenti estrinsecazioni dell'espressione di personaggi rappresentati. Qui
l'oggettività è frutto di elaborazione mentale, ricollegamento oggettivo di tipo citazionista. E rappresentazione
degli oggetti ai quali vengono attribuiti significati diversi, evocazioni; è suggerimento di un "oltre" che si
nasconde negli oggetti apparentemente banali. Questo modo di fare arte si pone dentro la ricerca. L'arte
trova senso, nella ricerca, anche se sarebbe presunzione considerare questi lavori un punto di arrivo. E
l'ouverture ben presentata, pulita nell'essenza, di un percorso solo intrapreso. E questo percorso è fatto di
continue sfide che si giocano nella solitudine con sé stessi, chiusi nello studio nella condizione creativa più
bella e quotidiana. E una ricerca di essenzialità: nel minimo indispensabile di campiture di colore ricercare il
massimo dell'effetto. Il risultato, raffinato, rinvia ad infiniti interrogativi.
Dario Xausa – pittore
DA
IMMAGINI E SIMBOLI
Con questo intervento non intendo tanto soffermarmi sui significati particolari che ciascuno delle opere di
Gino Prandina potrebbe evocare, quanto riferirmi all'evento artistico che esse mediano. Questa mostra
costituisce un'offerta di significato per lo riflessione o non piuttosto apertura a domande e ricerche
fondamentali? A mio avviso qui non si tratta tanto dell'offerta di formule, di verità o imperativi, quanto
dell'invito ad entrare in un orizzonte di significato che viene aperto. In questo senso generale un evento di
ricerca. Esse invitano all'evento originario, primordiale in quanto avviano a cogliere ciò che è il cuore dello
realtà e che dischiude il significato dell'universo cosmico, storico, trascendente. In tutto ciò diventano un
appello all'uomo o riconoscere il proprio destino e lo proprio dignità: si può perciò dire che questi lavori
hanno un'autentica valenza metafisica ed etico. Considerando poi la portata comunicativa e conoscitivo delle
opere è da chiedersi fino a che punto esse possono realizzare autentica comunicazione. Do un lato è
evidente che esse contengono, benchè nascosta, uno concettualità che domando di essere resa esplicita e
condivisa, pena lo sviamento dello comunicazione. Dall'altro pongono la questione se si dia una
concettualità universale che quindi l'opero dovrebbe evocare o risvegliare -, oppure se questa concettualità
vada conquistata attraverso un cammino percorso insieme. In quest'ultimo senso ritengo questo un evento
artistico, apertura e produzione dell'artista. E l'artista lo narra in termini formali facendolo diventare evento
transsoggettivo e dunque comunicabile. Questo comunicazione trans-soggettiva che conduce all'apertura
dell'orizzonte di senso diventa appello alla libertà: lo presume e lo suscita. Nel contempo queste opere sono
un invito a trascendere la sfera dell'immediatezza e delle apparenze sensibili per cogliere il mistero che
avvolge tutto la realtà, cosmica, antropologico e trascendente. Questo mistero non impoverisce le realtà
sensibili (ci vuole infatti sempre uno mano che opera e delle mediazioni materiali) ma mostra come tutte le
realtà, sensibili o diverse dallo sensibilità sono chiamate o trovare il loro ridimensionamento (non sono il
tutto!) e lo loro dimensione (nel tutto trovano il loro significato). Così questa impresa afferma nel suo porsi la
possibilità per l'uomo di attingere il mistero che lo avvolge e lo costituisce. Contemporaneamente diventa
ricerca coraggiosa in quanto scommette sulle capacità dell'uomo d'oggi: l'uomo immerso nell'universo
tecnico e dominatore dello realtà sarà capace di "accogliere" più che di "cogliere"?
Roberto Tommasi
Dall’inaugurazione della mostra
Alla Gipsoteca Canoviana
Possano (TV)
Con cura e con grande impegno giunge ad un nuovo traguardo espositivo Gino Prandina, qui a Possagno, la
patria di Antonio Canova
E' un prosieguo di qualificanti iniziative, che da qualche anno l'artista propone, con l'unico scopo di
esternare, di far percepire e di suggerire il suo modo di "sentire", fatto con acquerelli e con dipinti dalle
tecniche miste.
Ancora una volta, immagino, l'organizzazione di questa mostra non è stata complessa.
I1 suo costante impegno è ricco, infatti, di una produzione artistica continua, che scandisce così il suo vivere
ed il suo operare.
Prandina utilizza una tavolozza trasparentissima, dove il colore blu è di casa. Usato puro, nell'astratto molto
espressionista come lui ama definire le sue opere in cui si stendono pensieri, sensazioni, ricordi, improvvise
emozioni; mai palesi, man sottraendole dal suo intimo e affidandole all'azione meccanica del pennello,
magistralmente guidata dalla sua abile mano.
Una nuova strada a lungo ricercata, per così dire?
Non credo.
Ma che frutti sa cogliere in questa sua disciplina "quotidiana"!
Michel Tapié sottolineava che l'arte in genere si fa altrove, fuori, su di un piano diverso da quello della realtà
che percepiamo: l'arte è altro.
Grovigli di segni, macchie di colore, stesure ampie. Questo è il suo linguaggio.
E' forse il modo per liberarsi dal senso di inquietudine che la vita dei nostri giorni ci infonde?
Anche lui coglie i cambiamenti della luce, dei colori della natura, dell'acqua, della forza del vento,
continuando a inseguire i mutamenti per riuscire a carpire il giorno che fugge.
Con Gino Prandina continua, cosi, la serie delle iniziative culturali che si svolgono negli spazi contigui alle
dimore canoviane. Sempre più speriamo di poter affidare ad importanti avvenimenti l'utilizzo di questi eterni
ed amati spazi.
L'arte in questi luoghi vive con quanto il sommo Canova ha lasciato all'umanità.
L'artista di oggi continua a creare, con nuove proposte testimoniando con le sue opere
la presenza costante di un ricco pensiero e di una profonda sensibilità.
Mario Guderzo
Presidente della Fondazione Canova
31 maggio 1998
DA : L’ATTESA
La vicenda di Gino Prandina, pittore, è abbastanza remota e complessa: inizialmente tentato da tendenze
secessioniste e simboliste, non disdegnando nemmeno l'assemblaggio e le lusinghe dell' art decò, rielabora
lentamente le molte suggestioni iconiche dell'espressionismo e dell'orientalismo per approdare, nei primi
anni Novanta, a fitoantropomorfismi graficamente elaborati, a volte ossessivi, con qualche reminescenza
cubo-surrealista ancor memore di esiti della pittura europea anni Trenta. Difficile la decantazione del simbolo
che, per ragioni culturali ed etiche, lo trattiene fino alla metà di questo decennio: quindi, lentamente, la
scrittura si scioglie, il paradigma si allenta, il colore si fa introspezione psichica, diversi orizzonti e diverse
tendenze si insinuano a dilatare la forma sino a farla sfumare in evanescenti apparenze che cedono al puro
cromatismo il compito di far emergere in superficie scritture segrete, arcani contenuti, geroglifici memori della
americana "scuola del Pacifico" e delle inquietudini gorghi oscuri fanno emergere in superficie un vissuto che
inaspettatamente racconta di sofferenze ancestrali, calate nel profondo dell'umanità e della storia, di cadute
e salvezze, che sono quelle della crisi dell'arte europea di metà secolo, dalla lacerazione esistenziale alla
speranza, dall'annientamento formale nel tachisme alla ricostituzione di una intelligibile scrittura affidata alle
potenzialità comunicative ed emozionali del gesto cromatico e dell'organismo pittorico in un intrico grafico, a
volte ermetico, che insieme trattiene e rivela, nei reticoli guizzanti, una verità interna pronta a convertire in
assoluti ideogrammi i limiti dell'irrazionale e del razionale, dell'essenza universale e del contingente:
formulati per essere portatori di un messaggio di forza espressiva e di profonda spiritualità.
Flavia Casagranda
Dall’inaugurazione della Mostra ad ASOLO
Fondazione USA / C.I.M.B.A. architettura
Le rappresentazioni di Gino Prandina sono prevalentemente simboliche, anche dove si individua un oggetto,
una figura, un elemento, l'osservatore non ha mai l'impressione di aver esaurito 1a visione. Il simbolo rinvia
ad altro, ad altrove, perchè tutta la realtà, nella sua più vera oggettività, ci sfugge.
Noi, nel quotidiano, percorriamo le vie fenomeniche conosciamo le consuete forme del divenire, della
cultura, dell'interpretazione.
Eppure ogni esperienza ci lascia inappagati, come se ogni cosa emergesse appena da un fondale
sconosciuto (la verità) dal quale siamo attratti e verso il quale vorremmo andare.
Le opere di Prandina fermano la corsa sulle superfici delle cose e immergono nell'essenziale, nel
sotterraneo oggettivo, sulle orme di un sentiero che ci pare aver interrotto tanto tempo fa.
E scopriamo un universo, laggiù nei fondali, o forse lassù nell'infinito, semplice, quasi ridotto all'unità, ma
carico di energia e di vita spirituale; la luce zenitale delinea gli orizzonti dell'io - ora riappropriato - senza
ombre, senza alcuna parvenza. Solo davanti all'Eterno.
Giancarlo Cunial
maggio 1998
Dalla mostra nella Chiesetta di San Marco
Marostica
Questa mostra corrisponde alla volontà dell'Amministrazione Comunale di proporre, tra le attività culturali
più rilevanti della nostra cittadina, gli appuntamenti espositivi in chiesetta San Marco rendendoli sempre più
qualificanti. Dai suoi esordi, circa quattro anni fa, le iniziative promosse in questa sede l'hanno sempre
contraddistinta. Essa è stata continuamente richiesta quale spazio espositivo da artisti marosticensi e non ed
accoglie, con una certa frequenza, conferenze, dibattiti, assemblee ed incontri vari.
L'intento è quello di proporre in questo spazio un itinerario che ripercorra i nodi centrali dell'espressione
artistica contemporanea, divenendo, al tempo stesso, luogo di incontro e di confronto tra artisti che
provengono da diverse esperienze.
Credo che questa mostra sia un'occasione davvero importante per tutti coloro che amano l'arte e la cultura
del nostro tempo, perchè le opere di Prandina ne sono una testimonianza.
Egli è un nostro concittadino, è nato a Marostica, e qui la sua esperienza artistica affonda le proprie radici.
Da noi, infatti, fin dall'inizio degli anni ottanta ha anche operato artisticamente, proponendosi in diverse
occasioni espositive. Ricordo una personale in Castello inferiore, dal titolo "Simboli", e la presenza di sue
opere ad alcune edizioni della Rassegna biennale dedicata ai pittori marosticensi. Prandina ha sempre dato
un fattivo apporto di idee e di entusiasmo creativo.
Ora l'artista ritorna alla sua Città natale forte di numerose partecipazioni ad importanti rassegne in diverse
città italiane, a Vicenza e nel suo territorio, ma anche a Milano, Firenze, a Venezia ed ultimamente a
Possagno.
Soddisfazioni, penso, per chi ha scelto di affiancare all'impegno spirituale anche quello artistico ,
dimostrando sempre particolare sensibilità per il recupero delle opere d'arte e per la loro promozione come
se l'arte potesse avvicinare più di qualsiasi altra cosa alla religiosità, nei suoi aspetti devozionali ed interiori.
Arte, quindi, come comunicazione spirituale di vita.
dott. Valerio Zanforlin
Sindaco di Marostica
luglio 1998
LILIANA CONTIN
Mostra a San Marco - Marostica
Ciò che colpisce nella pittura di Prandina sono le ideazioni compositive, create da un segno che ondeggia
istintivamente, ma soprattutto le sfumature dei toni coloristici, i timbri talvolta sommessi talora altissimi.
Quasi una musica orchestrata sinfonicamente con sussulti improvvisi e carezzevoli melodie.
Una musicalità che, attraverso una certa modulazione espressivo- formale, è capace di sfruttare tutte le
qualità luminose del colore
L'ispirazione e gli elementi che compongono il suo particolare linguaggio, attraverso i segni, i cromatismi, le
forme, le armonie delle costruzioni d'insieme, i rapporti figura-spazio scoprono il palpitare di un pathos
esistenziale, che coglie nella realtà la sublimazione trascendentale e la rende alfine poesia.
Una pittura, quindi, che rivela la profonda sensibilità d'animo dell'artista, una pittura suggestiva e
delicatissima in cui il colore, in questo caso il blu, gioca un ruolo primario, esercita un fascino rilevante per le
intime, segrete sollecitazioni e per le libere evocazioni di un mondo quasi magico e sognato. Egli stesso lo
definisce "il colore del pensiero e del sogno".
Un mondo coinvolgente anche se enigmatico, espresso con immediatezza espressiva, con una tecnica
rarefatta ed essenziale in cui l'istintività del disegno si fonde con la forza e la raffinatezza dei toni coloristici
che deriva da una attenta ricerca dei valori cromatici, accostati delicatamente attraverso passaggi percettibili
con una certa precisione, ma senza stacchi improvvisi, piuttosto indefiniti e sfumati.
Colori armonici e ricchi di attributi a conferire un particolare slancio creativo che mira a suscitare il senso del
bello e della forma.
Giochi di motivi ritmici molto lievi, diffusi nelle tonalità di colore e nei segni diluiti fino all'evanescenza, a
fermare quel momento in cui la melodia si fa controcanto leggero all'incedere poetico che vibra ancora
grazie alle intuizioni ed alla fantasia.
Ciò e non altro appare come la forma spirituale dell'arte, il concretizzarsi in immagine della psiche, delle
emozioni ed insieme dell'anima. Nel testo Dello spirituale dell'arte, Kandinskij affermava:"...il colore è un
mezzo che consente di esercitare un influsso diretto sull'anima. Il colore è il tasto, l'occhio il martelletto,
l'anima è il pianoforte delle molte corde. L'artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, mette
opportunamente in vibrazione l'anima umana".
Liliana Contin
Assessore alla cultura
luglio 1998
GINO PRANDINA: L'ATTESA
Personale d’arte al Palazzo Comunale
Trissino (VI)
L'opera di Gino Prandina ad una prima lettura si rivela astratta, informale, sicuramente non figurativa. E' il
risultato di una ricerca espressiva che ha raggiunto l'astrazione attraverso la sintesi, non attraverso la
sottrazione di immagini e di riferimenti iconici, come comunemente è inteso. L'evoluzione dell'artista, infatti,
lo ha portato a confrontarsi con esperienze che si avvicinano sia alla complessità del simbolo che alla forza
dell'espressionismo, per raggiungere infine l'astrattismo, quindi la non riconoscibilità iconica dell'immagine,
sintetizzando e sublimando la sua volontà di espressione. Un percorso che si avvicina a quello compiuto, ad
esempio, da un maestro come Mondrian.
Questo accostamento è valido se si pensa al lungo periodo di sperimentazione e ricerca compiuto sempre
sullo stesso soggetto (il famoso "albero") che ha portato l'artista olandese al raggiungimento dell'astrazione
proprio attraverso la sintesi progressiva dei tratti. L'astrazione è il risultato di una esigenza di semplificazione
e riduzione del motivo di natura, dell'immagine che riproduce il reale, partendo da essa stessa, con un
profondo rispetto nei suoi confronti, anzi con l'intenzione di carpirne e capirne l'essenza. Nelle opere di
Prandina si avvertono forme di paesaggi ancestrali, armonicamente fluenti che tracciano i profili geografici
ma anche temporali di un'età sospesa, pre o post industriale, non certo la nostra, frenetica e convulsa,
spesso incapace di arricchirsi dei valori dell'intangibile.
Sono testimonianze di una introspezione che compie necessariamente una sua evoluzione tra creazione e
dissoluzione, in cui l'eterea assenza di queste velature, di questi ectoplasmi onirici si concentra, come per
sedimentazione, in una presenza forte, ma allo stesso tempo eterea, quasi gassosa.
La varietà dei colori è limitata, soprattutto l'amato blu tende ad una acquosità dovuta in parte alla scelta
dell'acquerello, in parte al richiamo della lezione impressionista basata sull'immediatezza del gesto. Questo
continuo dissolversi dei colori contribuisce a creare una scomposizione delle forme che si tramutano in
immagini fitomorfiche, sfuocate. E' il Monet delle ninfee, dove forma, colore, ambiente si fondono in un
tutt'uno a creare un effetto di "dissoluzione meteorologica". L'acqua sembra intervenire fisicamente sulla
superficie creando velature, ombre, essenze e dissolvenze, in un interminabile gioco di presenza e assenza.
I1 blu, che, come dicevamo, appare spesso, è il colore dell'assoluto, che nel suo accentuarsi e diluirsi di
intensità ricorda un fluire di coscienza che l'opera di carta, con la sua immediatezza può restituire. Parlando
del colore blu il paragone, anche se solo cromatico, con Yves Kline, è inevitabile, quantunque il blu di Kline
appare come un gorgo assorbente di pensieri, di oggetti e azioni, un fagocitatore dei tradizionali strumenti
artistici che tende alla contaminazione estetica spazio-temporale. I1 blu di Prandina è propositivo, lieve,
spazia verso orizzonti lontani e chiari, luminosi, si fa forte del supporto cartaceo e ne accentua le
caratteristiche di immediatezza e semplicità. Citando Barilli possiamo dire che il blu di diffonde nell'etere, o
nella dimensione immaginaria, creando uno stato d'animo. Le opere di Prandina possono essere lette anche
come brevi Haiku , poesie giapponesi fatte di tre righe, nelle quali in venti lettere si concentra il significato di
tutto un mondo.
O anche, sfruttando con cinismo la debolezza del supporto volatile e deperibile come può essere la carta,
come spirituali Mandala tibetani, dove è proprio la fragilità del supporto a dare il valore dell'immagine che
viene a porsi.
Stefania Nichelato e Mario Benetti
DAMS
14 gennaio 1999
mostra di Gino Prandina, L'ATTESA
Asolo, chiesa di San Luigi (S.Pietro)
C.I.M.B.A. cons. università americane
Non sono un critico d'arte, e questo va detto per la precisione; ci tengo quasi come un orgoglio a non essere
un critico d'arte, non perché ce l'abbia con i critici d'arte, ma perché, giustamente, ognuno fa il proprio
mestiere.
Devo dire che quando Gino Prandina è venuto a Possagno, mi sono subito piaciuti i suoi quadri, i suoi dipinti
ed è stata per me una sorpresa che mi abbia chiamato qui stasera, ma anche un'emozione scoprire che il
titolo di questa mostra proviene dall'ultima parola del mio intervento riportato anche in questo catalogo.
Questa è una sede straordinaria, certamente più poetica e più affascinante che non l'Ala Nuova della Casa
del Canova a Possagno.
Penso di non essere solo io a provare questa emozione, di essere in questo ambiente che è così pregno
della preghiera di tanti che ci hanno lasciato come retaggio il desiderio di ripercorrere queste pietre, queste
terrecotte, questo biancone del Grappa, quasi a voler significare un cammino spirituale (siamo in un
pavimento, fra l'altro, in ascesa) che Gino Prandina, quando ha disposto questi quadri, ha seguito. Infatti, i
quadri esposti sono 21, ma a mio giudizio sono 22, perché le foglie per terra indicano una via, un segno.
Sono 21 opere che da qualsiasi parte vi mettiate in questa chiesa li vedete tutti, con un colpo d'occhio.
E ciò obbedisce a un cammino più che altro artistico nella collocazione di queste opere. Intanto ce ne sono
due che proprio non c'entrano nulla. Una è quella centrale, nuova, perché penso sia di qualche mese fa ed è
un quadro che, voi capite che fra tutto l'astratto, il simbolico, l'informale che c'è qui dentro, è l'unico che in
qualche maniera richiami, sia pur con molta cautela, il figurativo, cioè un paesaggio. E l'altro quadro che
poco si inserisce in tutto questo cammino è un quadro molto complesso, che giustamente va tenuto per
terra. A mio giudizio è il pezzo migliore della mostra, stona forse con gli altri quadri, ma è il quadro di questa
chiesa. A mio giudizio potrebbe stare benissimo sull'altare maggiore. E' un'opera religiosa, direi quasi
ansiosa di una Trinità che si vuole ricostituire, che si vuole ritrovare.
I quadri alle pareti ripercorrono il percorso dall'espressione all'astratto. Sono segnati da pennellate su carta
molto evidenti, direi quelli nuovi in particolare, allargate, quasi fosse una luce che si allarga da quell'ocra che
vedete nel quadro che è di fronte a me. Significativi i 3 quadri del presbiterio, quasi appesi nel vuoto, che poi
non è vuoto ma è l'assoluto, segnano la conclusione di un cammino che, se osservate, è un cammino
circolare. Qui non c'è niente di lineare, è tutto circolare. Lo spettatore vede tutto l'insieme. E' tutta circolare
l'arte di Prandina, perché essa, come avevo già detto a Possagno, è alla ricerca ansiosa, e qualche volta
sofferta, dell'Assoluto e sa bene che l'Assoluto non si può raffigurare con una linea retta, ma soltanto con un
cerchio, come la volta del cielo che è infinita perché è circolare.
Se noi cercassimo qualcosa di figurativo all'interno di queste opere, tranne, ripeto, quella carta
orientaleggiante con quegli alberi, se volessimo vedere in questo secondo quadro un paesaggio collinare,
volessimo vedere una figura o un fiore, sbaglieremo. Sarebbero comunque delle fortuito coincidenze fra il
nostro gusto e il segno che lì è tracciato. No. Prandina, che pure ha studiato la logica occidentale, quella
aristotelica, ma anche quella scientifica, da Francis Bacone a Galileo Galilei, che vuole una logica rigorosa,
sensista, (diciamo pure anche superficiale, perché qui c'è una denuncia alla nostra superficialità, alla
superficialità con cui consideriamo la nostra vita come la vita che ci appare nella quotidianità). No, non c'è
assolutamente questo tipo di logica, anzi Prandina si vanta di essere a-logico di quel tipo di logica, si vanta
di non essere aristotelico. Qui c'è piuttosto un'altra logica che è la logica della profondità, della evocazione,
quella logica che a volte, in un mattino straordinariamente limpido ci fa fischiettare e non sappiamo neanche
perché, o in una serata asolana bellissima e autunnale come questa ci fa calpestare con gusto queste foglie
che scricchiolano sotto i nostri piedi e non sappiamo neanche perché, ma abbiamo il gusto di andare là e
calpestarle.
Ecco, ciò qualcosa che evoca qual cos'altro, perché la realtà per Gino Prandina non è quella che vediamo,
non è quella che tocchiamo, non è quella che abbiamo visto oggi, che abbiamo mangiato oggi, che abbiamo
vissuto oggi. La realtà, la vita, va oltre, richiama ad altro. Quello che vediamo oggi, questo stesso tavolo,
questo stesso pavimento, questa stessa chiesa evoca, è messaggio di un qualcosa che è nascosto.
Prandina mi è sembrato, soprattutto nelle ultime opere, quasi come quel bambino che ha fatto e sta facendo
ogni giorno l'esperienza del divino nel giocattolo che ha in mano. Continuiamo a regalare i giocattoli che si
possono smontare ai bambini, perché è la prima esperienza del divino che loro hanno. Se avete osservato
un bambino, quando date a lui un giocattolo molto semplice, perché i giocattoli complessi non li fanno più
sperare, sono già completi di per sé, egli non si accontenta della sua superficie, lo vuole rompere, spezzare,
andare oltre appunto la superficie delle cose, vedere il meccanismo, il marchingegno, come funziona dentro.
Prandina è convinto che dentro di noi ciò quello che cerchiamo troppo lontano da noi. Dice una profezia zen,
alla quale forse è molto vicino spiritualmente Prandina: "Perché cerchi lontano ciò che è dentro di te?".
Ebbene, che cosa trova dentro di sé, dentro di noi, Prandina? Trova innanzitutto l'immagine di ciò che non si
può dire, trova l'evocazione di una poesia che si può cogliere soltanto nel momento in cui nasce, ma quando
comincia a diventare figura, o a diventare parola, essa è gia corrotta dalla nostra cultura. La vera nostra
natura si fa messaggio quando esprime questo Assoluto che è dentro di noi e che non ha parole perché è
come quell'antico patriarca che dice "Io non so che dire". Infatti, di fronte a questi quadri noi di primo acchito
non sappiamo che dire, non sappiamo che pensare. E Prandina lo sa che corre il rischio di non essere
capito. Sa che, anche se non glielo diciamo, che noi esprimiamo un giudizio su questi dipinti. Ma la sua, più
che provocazione, è ancora un invito a seguirlo, e mi son segnato alcuni versi che Prandina ha scritto nel
catalogo. Lui dice ad un certo punto: "Voglio cercare una relazione tra il linguaggio e la natura, tra l'arte e
l'arte interiore, tra la mia lingua, quella che ho dentro, e la lingua che unica so esprimere, che è quella
esteriore". "L'immagine deve essere disparente". Anche questi quadri devono smembrarsi per lasciare posto
a quella luce assoluta, (che ripeto a mio giudizio è solo in quell'unico quadro), che dipana ogni segno, che
coglie ciò che sfugge alla stessa mano del pittore, si fissa a questo segno, questa luce che non è neppure
più sua, diventa segno che resta in attesa di essere compreso da lui e da noi, ora anche col cuore. Quel
giallo-ocra delle sue ultime opere nasconde, o forse manifesta, una sorta di pathos, una sorta di calore, non
vorrei dire di amore, perchè ancora non ci siamo con l'amore, perchè lui non coglie, e ne è cosciente, ancora
l'amore assoluto; lui è ancora nell'attesa.
Ma ora coglie anche col cuore, non più solo col concetto, anche col pathos, con la forza, come in Pascal,
come in Agostino, come nell'ermetismo, come nell'astrattismo simbolico ultimo, come nella luce dorata del
beato Angelico o come nel simbolismo del beato Granzotto, coglie quelle parole, quasi che esse manifestino
la presenza qui oggi, ora, dell'Assoluto. E l'Assoluto, le parole dell'Assoluto, ci sono venute a visitare oggi
pomeriggio qui e le sentiamo parlare e scricchiolare non soltanto con i segni ma anche con le foglie che
sono qui e che sono la 22a opera esposta. Esse giocano nel suo giardino, nel nostro giardino, ed entrano nel
cuore della nostra casa come aquiloni di luce. Questo è Prandina.
Giancarlo Cunial
Asolo, 29 ottobre 1999
DA: L’ATTESA
L'essere e l'universo rivelano e raccontano di sé attraverso il loro incontro con lo spirito umano: al di fuori di
questa relazione essi rimangono come muti, opachi, senza senso. Lo spirito umano è sempre aperto, prima
con l'affetto e !'intuizione, indi con la limpidezza penetrante dell'intelligenza, ad accogliere e portare in luce,
cor-rispondendovi, ciò che è Lo spirito umano viene ad essere se stesso in questa sua estasi, e la realtà
tutta avviene per questa sinergia di essere e spirito. Queste opere artistiche di Gino. Prandina sono
attestazione di questo farsi, di questo venire in luce della verità e del senso. L'augenblick dell'artista (cioè il
colpo d'occhio istantaneo e la visione immediata, il balenare luccicante dell'idea e della forma che, mai
compiutamente disponibile a una qual descrizione, pur si consegna allo spirito) ferma il tempo del fluire,
cosicchè questo gli si rivela, per un attimo e con una espressività indicibile al concetto, in una profondità
imprevista e in una luce insospettata. Una tale esperienza, per se stessa incatturabile e impermanente, rivive
nel gesto, nel segno e nel colore, perché questi, pur cristallizzati trasfondono il senso vivo di ciò che li ha
suscitati, e cioè !'incontro dischiudente tra l'essere e lo spirito. Il gesto, nella sua sorprendente subitaneità, il
segno nel suo fissarne e liberarne la fugacità, il colore nel riverberarne ed esaltarne le modulazioni e le
temperature, manifestano sul fragile materiale i moti spirituali: il tocco armonico e quieto, la forza veemente,
il cerchio conchiudente e gli orizzonti infiniti. Tali gestualità umane discoprono la vitalità dello spirito e della
libertà che animano la realtà e la vivificano: lo spirito umano mette in luce lo spirituale del reale, ovvero il
mistero della sua origine e del suo essere, che è vita, la quale si offre e si impone alla libera apertura dello
spirito di colui che lo aiuta a dischiudersi. Il visitatore è condotto da queste opere a compiere lui pure
un'esperienza "spirituale" (o "aperturale"), scoprendo con stupore che tutto ciò che innanzi tutto e per lo più
gli sembra ovvio e quotidiano, racchiude un plus, che indica e invita ad accogliere, interrogando si e
indagando, la realtà come mistero della vita, superando l'atteggiamento del puro "disincanto del mondo" .
Tale mistero si fa visibilmente vicino per l'alleanza fra l'uomo e le cose, tra lo spirito e l'essere: l'opera d'arte
è invito ad entrare in questo evento dove l'uomo e l'essere, nella loro asimmetrica reciprocità, scoprono e
comprendono qualcosa di più dell'origine e della profondità di se stessi.
Adveniente aletheia, semper indaganda
Roberto Tommasi
DA: L’ATTESA
Sono passati sette anni dai primi lavori su carta e cartone dipinti in velocità all'aria aperta, quasi per
necessità interiore. Fino ad allora avevo lavorato sempre in studio, preferibilmente con l'olio o al massimo
con acrilici, pensando e progettando con cura la composizione, le cromìe, le proporzioni. E poi,
improvvisamente, un non so che d'istinto ha fatto scaturire ciò che "dal di dentro" sembrava voler guidare il
pennello sulla carta. La carta è un supporto semplice, mutevole, fragile: è diversa dalla tela. Proprio la sua
fragilità, quasi inconsistente mi aveva condotto a considerarla inadatta. Ma adesso l'esigenza è diversa: il
pensiero e l'operare hanno bisogno di supporti semplici, poco ingombranti. D'altra parte questi disegni
rappresentano fogli sparsi di un "diario di viaggio". C'è chi scrive sulla carta, sia per fissare gli istanti
fuggevoli di vita, sia per esercitarsi in una qual "scrittura automatica" dalla quale lasciar trasparire una verità
più "vera" perché più intima e sorgiva... Sono apparsi via via centinaia di "istanti di vita", pensieri, meglio
emozioni, raccolti sulla carta. Mi aveva colpito allora una frase di Bachelard: "Il brulicare della natura che è'
"l'ora blu", in cui le presenze della notte sono sul punto di ritirarsi e quelle del mattino di entrare in scena. Era
proprio quello l'orizzonte verso il quale mi ero incamminato. E così ho preferito i colori del pensiero e del
sogno, il blu e tutte le brume del mattino, le nebbie del tramonto invernale, le ombre lunghe del tempo che
rallenta. Penso che in quegli "istanti disparenti", la razionalità riesca con maggiore fatica ad imbrigliare una
verità "altra" che scaturisce. Verità che si fa di volta in volta canto, gesto, scrittura recondita di un linguaggio
in cifre; mi sono sempre piaciuti l'ideogramma e la pittura cinese! Penso che il segreto sia quello di agire con
immediatezza, il massimo dell'immediatezza, quasi a sfuggire dalle operazioni di miraggio del cervello. Ho
bisogno di quei momenti per capire. Prima ancora della preoccupazione di presentare un prodotto. Intravedo
resti di fondali infiniti, resti diurni o irreali, scritture e gesti... mi piace soprattutto quell'operazione di scavo
interiore. Gran parte di questi disegni sono frutto di un operare immediato: qui la velocità è essenziale, come
la non-premeditazione di forme o gesti, frutto soltanto di uno stato di concentrazione profonda. Auguro a chi
li potrà considerare, o acquisire, di collocarsi nel "fondo del mare" in quegli orizzonti inesplorati, e poi di
seguire le tracce, come quando io da bambino giocavo con il dito a seguire le rughe dei legni secolari.
Gino Prandina
DALLA MOSTRA A ASOLO – SAN LUIGI 1999
Dell'arte di Prandina si è già detto molto in questi ultimi anni, grazie anche ad alcune esposizioni di sue
opere in diverse città venete. A una prima lettura emerge con forza l'evento simbolico, decantato e
finalmente sciolto negli ultimi lavori, grazie ad un desiderio analitico che si è fatto sempre più evidente e
creativo. Il simbolo, che per sua natura "rinvia ad altro", nei colori e nelle forme di Prandina assume spesso
venature esotiche e orientaleggianti, o caldi sapori espressionistici: ma non è quella la strada per seguirne il
senso, che anzi tende a non omologarsi a tendenze e culture, per farsi spiritualità pura. Forte e quasi mistico
è il desiderio di sacro e di infinito; nel contempo, è individuabile il progressivo abbandono delle forme
consuete, del figurativo c1assicheggiante, degli schemi retorici. Questo lavoro, di catarsi e di nascondimento
insieme, rappresenta una delle fasi più sofferte delle opere di Prandina e probabilmente quella che per
l'artista è più cara e personale. Cammin facendo, però, Prandina ha percepito che il sacro a cui vuole
approdare non solo è infinito e mai del tutto "compreso" (ecco il valore noumenico dei suoi dipinti), ma è
anche sottratto ad ogni ragione culturale e ad ogni modello antropologico. Quasi che il tempo, la storia e
finanche la civiltà siano incrostazioni che tolgono splendore e bellezza al trascendente, termine ultimo (non
ancora raggiunto) dell'itinerario artistico di Prandina. E' il trascendente, dunque, la cifra che caratterizza e
interessa l'ultima stagione creativa di Prandina, stagione appena cominciata, ricca di corrispondenze e di
attesa.
Possagno, 3 gennaio 1999 Giancarlo Cunial
BASSANO DEL GRAPPA (VI)galleria civica d'arteCHIESA DELL'ANGELOHAIKU cifra d'infinito2000
Il brulicare della natura che è "l'Ora blu" (G.Bachelard)... l'ora in cui le ombre disfano le forme: e lo sfarsi
delle forme è proprio il lavoro che Gino Prandina Prandina avvia negli anni '90. Un inconscio passaggio
metafisico muta le forme suscitando uno spaesamento spazio-temporale. In questa operazione non sono
esenti rapporti con la poesia visiva, con i calligrammi di Apollinaire, con le espansioni cromatiche dei grandi
informali, Wols, Fautrier, ma anche, Mathieu, Kline, ai quali approda nella serie dell'Ora blu", fra il '92 e il
'97. E’abbastanza evidente il parallelismo fra poesia e pittura, e, in certo senso all'ermetismo poetico del
nostro Ungaretti. Questi dipinti si possono leggere come espressioni segnico-gestuali, calligrafiche, ma
soprattutto pittografiche.Non solo superamento dell'informale, ma astrazione segnica di notevole valore
contenutistico. Il blu cede lentamente ad altre tonalità, prima sul giallo ocra leggero, quasi rosato, poi via via
l'ocra si fa sempre più importante fino ad arrivare a queste pennellate di ocra scuro che imprimono proprio
gestialmente delle incisioni segniche sul supporto, un supporto che adesso trova una solidità ben diversa da
quella cartacea. L'andamento si fa più raccolto, il gesto più breve, graficamente più insistito e incisivo: è una
vera azione segnica che percorre uno spazio astratto dal profondo significato spirituale. Non più parole, ma
pura gestualità spaziale, cioè "cifra d'infinito".
Flavia Casagranda
BASSANO DEL GRAPPA (VI)galleria civica d'arteCHIESA DELL'ANGELOHAIKU cifra d'infinito2000
Il brulicare della natura che è "l'Ora blu" (G.Bachelard)... l'ora in cui le ombre sfanno le forme: e lo sfarsi delle
forme è proprio il passaggio che Prandina attua negli anni '90. Nel 1992 giunge a un approdo decisamente
informale, in quegli acquarelli esposti nel veneto. Come arriva a questo passaggio? tecnicamente è una
domanda urgente. Il passaggio da posizioni espressionista a posizioni informali non avviene d'un tratto: ci
dev'essere un filo sottile che lo conduce e lo permea. A mio avviso il filo conduttore non è soltanto
l'astrattismo. È forse un inconscio passaggio metafisico a mutare le sue forme rendendole una pittura che
spazia in uno spaesamento spazio-temporale. Un passaggio quindi per la metafisica, in cui non sono esenti
rapporti con la poesia visiva, con i calligrammi di Apollinaire, con l'espansioni cromatiche che saranno
proprie dei due grandi informali del nostro secolo, Wols e Fautrier, ai quali approda prorio nella serie dell'Ora
blu", fra il '92 e il '97, ma molto più specificatamente fra il '95 e il '97. D'altronde è abbastanza evidente, se
riflettiamo su questi passaggi e continui parallelismi tra poesia e pittura, come le forme sintetiche dell'"ora
blu" possano corrispondere in certo senso all'ermetismo poetico del nostro Ungaretti. Con gli acquarelli
espansi dell'Ora blu arriviamo a ridosso del '97. Ed ora ci si presentano questi dipinti che sono tutti inediti:
un'assoluta primizia per La Chiesetta dell'angelo, e che sono tutti racchiusi nel biennio '98-2000; e qui il
superamento dell'informale è evidentissimo. Non più di informale si tratta ma di suggestioni orientali, in parte
tratti ancora da quella che è la "scuola del Pacifico", la scuola americana di Tobey e di Kline, ma memore
forse di un parallelismo ancora più antico, quel giapponesismo che nell'arte occidentale dilaga, domina e
affascina negli anni dell'ultimo ottocento e del primissimo novecento.Possiamo assistere qui ad un
parallelismo: come quell'arte che aveva come matrici Gauguin e Van Gogh si ispirava a quelle che erano le
forme poeticamente leggere e vuote di Okusai (muore nel 1849), così questa nuova generazione, questo
nuovo giapponesismo poetico di ritorno, riprende gli haiku giapponesi di Matsuo Basho, un poeta ancora più
antico vissuto fra il 1644 e il 1694: quindi ritorniamo addiritura al 1600, per questi delicatissimi componimenti
di sillabe raggruppate in 5+7, come esempio di riferimento che non descrive come è descrittiva l'arte
occidentale, ma evoca, suggerisce, è come un volo d'ala che con un pensiero che introduce tutto uno spazio
d'infinito. Così vogliono essere questi dipinti: una forma espressiva segnico-gestuale, calligrafica, ma
soprattutto pittografica.Questa perdita dell'informale, cioè il rifiuto del non-contenuto, porta a un'astrazione
segnica di un'importanza enorme.
Cromaticamente il blu cede lentamente ad altre tonalità, prima sul giallo ocra leggero, quasi rosato, poi via
via l'ocra si fa sempre più importante fino ad arrivare a queste pennellate di ocra scuro che imprimono
proprio gestialmente delle incisioni segniche sul supporto, un supporto che adesso trova una solidità ben
diversa da quella cartacea.
E gestualmente l'andamento si fa più raccolto, il gesto più breve, graficamente più insistito e incisivo: è una
vera calligrafia segnica che percorre uno spazio astratto di un'astrazione che porta ad un profondo
significato spirituale.
Segnicamlente il calligrafico diventa un paradigma parallelo, perde ogni connotazione semantica: non sono
più cifre, non sono più parole, sono puri segni è pura gestualità spaziale, cioè "cifra d'infinito".Di questo
punto d'arrivo dobbiamo essere essere estremamente riconoscenti a Gino Prandina ma anche meditre
profondamente queste opere perchè sono opere che aprono una pagina nuova e diversa dell'operare
artistico.
Flavia Casagranda Critico d'arte
DA: HAIKU / MOSTRA A BASSANO CHIESETTA DELL’ANGELO
La pittura di Gino Prandina parte di lontano: dalle giovanili, ora archiviate tendenze secessioniste tra il liberty
e l'art decò, alle suggestioni iconiche di un espressionismo a volte ossessivo sino ad apparentemente
placarsi in fitoantropomorfismi graficamente elaborati che lo conducono, per strade diverse, ad approdare ad
una pittura assolutamente informale, caratterizzante il suo linguaggio della metà degli anni Novanta.
Le due vie che conducono alla serie degli acquarelli su carta de L'ORA BLU (1992-97) sono estremamente
indicative di quelli che saranno i successivi sviluppi della sua elaborazione artistica: un intrinseco
simbolismo, mai disatteso, di radice espressionista, retaggio di profonde ragioni culturali ed etiche e la
tensione calligrafica della sua pittura in cui, esaltato dalla materica dilatazione del mezzo tecnico, il
paradigma si allenta, il colore si fa introspezione psichica. Dalle sfumate evanescenze delle insistite gamme
del blu emergono in superficie scritture segrete, arcani contenuti crittografici, riferimenti memori degli
orientalismi della americana "scuola del Pacifico" di Kline e Tobey, in particolare del "corsivo" di Tobey, delle
sue continue ricerche sulla calligrafia orientale risalenti ai primi anni Cinquanta.
Se attinenze all'ORA BLU di Prandina si vogliono trovare nel milieu culturale complessivo occidentale degli
stessi anni, il riferimento più puntuale può essere ai grafismi di espansione cromatica di Wols e Fautrier e
all'ermetismo poetico di Giuseppe Ungaretti. Di lì nasce l'ultima esperienza pittorica di Gino Prandina che ora
appare nella attuale, recentissima, ancor inedita produzione 1998-2000: la radice calligrafico-gestuale si
evidenzia marcatamente mentre il blu lentamente si riassorbe cedendo a calibrature più meditate, meno
espanse ed espansive di giallo-rosato, aranciato, sino all'ocra intenso che matura contemporaneamente al
linguaggio-segno sempre più crittografico. Si tratta, nelle opere estreme, di una autentica pittografia più
raccolta conclusa che, in brevi e concise pennellate, riassorbe ed esplicita una tensione poetica di nuovo
riferibile a canoni letterari, ora decisamente accostata alla poesia orientale giapponese degli HAIKU, brevi
componimenti di 5+7+7 sillabe che, nella loro sintesi spazio-temporale racchiudono, in scarni versi, una vera
e propria "cifra d'infinito".
Nello stesso modo queste recentissime opere di Prandina su carta ma spesso di più consistente supporto,
imprimono una sintesi altamente simbolica di cifra cromatica e segnico-gestuale decifrabile e indecifrabile,
scrittura arcaica e primordiale come un graffito o un'iscrizione lapidea in via di decrittazione oppure gesto
grafico che, nella sua dinamica esecuzione spaziale, lasci del tutto cadere la propria valenza semantica.
Il tenace parterre simbolico di Prandina abbraccia in tal modo valenze universali: cromo-segni che assumono
a cifra mistico-contemplativa.
maggio 2000
Casagranda
Flavia
DA :
L’ATTESA
La vicenda di Gino Prandina, pittore, è abbastanza remota e complessa: inizialmente tentato da tendenze
secessioniste e simboliste, non disdegnando nemmeno l'assemblaggio e le lusinghe dell' art decò, rielabora
lentamente le molte suggestioni iconiche dell'espressionismo e dell'orientalismo per approdare, nei primi
anni Novanta, a fito-antropomorfismi graficamente elaborati, a volte ossessivi, con qualche reminescenza
cubo-surrealista ancor memore di esiti della pittura europea anni Trenta. Difficile la decantazione del simbolo
che, per ragioni culturali ed etiche, lo trattiene fino alla metà di questo decennio: quindi, lentamente, la
scrittura si scioglie, il paradigma si allenta, il colore si fa introspezione psichica, diversi orizzonti e diverse
tendenze si insinuano a dilatare la forma sino a farla sfumare in evanescenti apparenze che cedono al puro
cromatismo il compito di far emergere in superficie scritture segrete, arcani contenuti, geroglifici memori della
americana "scuola del Pacifico" e delle inquietudini, gorghi oscuri fanno emergere in superficie un vissuto
che inaspettatamente racconta di sofferenze ancestrali, calate nel profondo dell'umanità e della storia, di
cadute e salvezze, che sono quelle della crisi dell'arte europea di metà secolo, dalla lacerazione esistenziale
alla speranza, dall'annientamento formale nel tachisme alla ricostituzione di una intelligibile scrittura affidata
alle potenzialità comunicative ed emozionali del gesto cromatico e dell'organismo pittorico in un intrico
grafico, a volte ermetico, che insieme trattiene e rivela, nei reticoli guizzanti, una verità interna pronta a
convertire in assoluti ideogrammi i limiti dell'irrazionale e del razionale, dell'essenza universale e del
contingente: formulati per essere portatori di un messaggio di forza espressiva e di profonda spiritualità.
Flavia Casagranda
ASIAGO
PERSONALE d’ARTE
Anche a me serve svegliare l'artista che è dentro di noi.
Mi sono applicato a capire il suo ultimo ciclo e dirò qualcosa. Mi accorgo nel nuovo ciclo Gino è passato dal
micro-cosmo-uomo, è passato al macro-cosmo, e nei nuovi quadri trovo un interessante dialogo
interculturale. Voi saprete dell'arte zen: i giapponesi sono famosi in questa concentrazione mentale: il piccolo
particolare te lo trasformano in un clima che ora cercherò dicdescrivere.
Non so che sensazioni suscitano in voi i quadri. Ogni persona è stimolata a risvegliare mediante l'arte
l'artista che è in lui.
Rifletto sul blu, che usa in maniera così varia e interessante. Il blu è la profondità del cielo, recipiente infinito,
recipiente vuoto. Il concetto di "vuoto" che proviene dalla tradizione buddista aiuta a capire questa
percezione di forme che non sono descritte, sono veanescente, che producono illusione-delusione.
Le forme descrivono il grande grembo di vita che cerca di declinare e portare in armonia i vari elementi.
Vedo nella pittura di Prandina quel richiamo alle quattro grandi radici della vita: noi siamo fatti di sole, di aria,
di acqua e di terra. Vedo anche nel colore questa ricerca di percepire il "grande grembo di vita" che si
esprime mediante questi quattro grandi cosmici benefattori che sempre utilizziamo. Questo macro-cosmo
rende possibile il nostro micro-cosmo. Non siamo molto distanti dal grande cantico delle Creature di San
Francesco in cui queste radici della vita appaiono.
Ma soprattutto il blu mi richiama un famoso elemento che va oltre a questi quattro che vi ho elencato e che
gli orientali hanno tradotto dalla parola greca "etere": quel blu dentro al quale Prandina elabora altre forme
che poi analizzeremo (ne ho individuate tre).
1. Unità-legame- continuità fra i tre elementi: c'è molta ecologia suggerita da questi quadri; non c'è quel
famoso sentirci separati come è avvenuto nella recente cultura occidentale: da un lato l'uomo come
intelligenza, dall'altro la natura-quantità e materia. Emerge un paradigma che anche fra noi occidentali sta
rispuntando, paradigma nuovo: non più la natura macchina da comporre e ricomporre, ma la natura come
"super organismo" capace di auto-regolarsi per rendere possibile la vita.
Nelle pitture emerge questo sentire profondo, sentirci simbioticamente dentro al grande grembo che ci rende
possibile l'esistenza. Noi apparteniamo a questo grande grembo di vita che ci circonda. C'è dunque nelle
opere di P. questo rapporto di unità-totalità che non distanza dalla vita: siamo abitatori di questa universale
energia. Anche i colori richiamano il sentirci in comunione con la vita.
Il sentire pittorico di P. ben è raccontato nella riflessione poetica di un autore indiano, Tagore:
"Lo stesso ruscello di vita che notte e giorno scorre nelle mie vene
danza in ritmica armonia coi palpiti maestosi della vita del mondo.
Mi alzai nella notte pensando: anche nel sonno il respiro procede,
il cuore pulsa, il sangue circola a ritmo dei pianeti orbitanti
Miliardi di cellule vibrano in tono con le corde dell'arpa e danzano nel coro di una immensa vita.
Questa pittura dice espressione di una vita del micro cosmo che danza col macro cosmo e vedo il sentire
orientale che sfuma i confini delle cose. Il sentire buddista (luminoso) vede questa reciproca appartenenza:
uomo e natura in armonia reciproca.
ASIAGO (VI) luglio-agosto 2000
Duomo di San Matteo
Esposizione di dipinti
"QUALE BELLEZZA SALVERA' IL MONDO?"
Lezione introduttiva di GABRIELE GASTALDELLO
docente di teologia e filosofie orientali
Non so che emozioni suscitano sul visitatore queste opere, e sarebbe interessante saperlo, perchè ognuno
di fronte a un quadro diventa l'artista che fa emergere la sua arte interpretativa, capace a sua volta di
scoprire nuovi significati.
Riflettevo sul blu, che P. usa in maniera così interessante: il blu è la profondità del cielo, recipiente infinito,
recipiente vuoto. La cultura buddista aiuta a cogliere il senso di queste forme che non sono definite, ma che
danno il senso dell'illusione-delusione, i grandi canoni della cultura orientale in cui sono attualmente
immerso. Essi descrivono questo grande grembo di vita cercando di declinare i vari elementi e portarli ad
armonia.
Anche in queste pitture c'è il richiamo alle quattro grandi radici della vita e di ogni vita: noi siamo fatti di sole,
di aria, di acqua e di terra; come potremo vivere se il sole non ci scaldasse, se l'aria non ci desse il respiro,
se l'acqua non offrisse gli umori della vita (siamo fatti per il 75% di acqua!) se la terra non si sostenesse e ci
nutrisse? E vedo anche nel colore la ricerca di sentire questo grande grembo di vita che si esprime
soprattutto con questi quattro grandi cosmici benefattori che utilizziamo: il macro-cosmo che rende possibile
il nostro piccolo cosmo. Non siamo molto lontani dal cantico delle creature di Frate Francesco, nel quale
queste quattro radici della vita appaiono.
Il blu mi richiama un famoso elemento che va aldilà di questi quattro elementi nominati e che traducendo
dalle culture orientali hanno chiamato con una parola greca: "etere". Quel blu entro al quale Gino Prandina
ricama altre forme che analizzeremo.
Richiamo quella unità, continuità, appartenenza di uomo-natura, ecologia suggerita dai quadri: non c'è
sensazione di separazione, come nell'opera della filosofia occidentale in cui l'uomo con la sua intelligenza
sta da una parte e la natura quantità-materia dall'altra. Invece appare quel paradigma (che oggi anche da noi
sta rispuntando, paradigma nuovo): non più la natura, macchina gigantesca che si può imbullonaresbullonare separare-riparare, un pò come si fa con le macchine.
Sta emergendo anche da parte della cultura occidentale questo sentire profondo: la terra (ipotesi gaia) è
quel grande super-organismo il "sangue caldo" capace di auto-reagolarsi per rendere possibile la vita. In
queste pitture emerge un sentire profondo, questo sentirci simbioticamente dentro al vasto grembo di vita
- che ci assicura l'esperienza di essere sotto questo vasto cielo,
- di calpestare questa vasta terra
- che ci unisce al grande ciclo di vita che ci circonda.
C'è anche in queste pitture un rapporto di unità-totalità che non ci permette di prendere le distanze dal
grande "grembo di vita": siamo abitatori di questa universale energia, e anche i colori richiamano la comunione con la grande vita che ci circonda.
Mi piace qui citare una poesia di Tagore, che con linguaggio lirico offre analogie e interpretazioni alla ricerca
pittorica di Prandina:
"Lo stesso ruscello di vita che notte e giorno scorre nelle mie vene danza in ritmica armonia coi palpiti
maestosi della vita del mondo.
Mi alzai nella notte pensando: anche nel sonno il respiro procede, il cuore pulsa, il sangue circola insieme al
ritmo di pianeti orbitanti.
Miliardi di cellule vibrano intorno al ritmo delle corde dell'arpa e danzano nel coro di una immensa vita."
Vedo questa espressione di una vita del micro-cosmo che danza col macro cosmo: io piccola vita dentro una
grande vita; e vedo anche questo sentire orientale che sfuma i confini delle cose. Anche il sentire buddista
(Budda=Luminoso) vede la reciproca appartenenza: l'uomo e la natura in armonia reciproca. Se osservate
c'è quel senso di impermanenza che rende le forme leggere, come a dire: nella vita non lasciarti troppo
prendere dalle pesantezze, dal creare confini; tutto è in continuo divenire, tutto precede. Allora non
imprigionarti nelle cose ma tieniti libero e leggero, proprio per poterle apprezzare. Se tu vuoi possedere le
forme definitivamente finisci col diventare prigioniero...
In queste opere vedo l'invito ad essere semplice: più sei semplice più gusti il valore delle cose, le cose
semplici sono anche le più belle, non c'è nulla che renda più indipendenti che il vivere con poco. Non
lasciarti opprimere da bisogni ricchi.
Queste pitture le usiamo in oriente nella forma di painting-meditation, meditare dipingendo: lascia che la tua
mano scorra, dipingi questi contorni sfumati, questi orizzonti profondi; lasciati andare sull'onda dell'artista
che abita dentro di te, che puoi liberare in te il modo "bello" di vivere: questa è la paiting-meditation. Quanto
aiuta la concentrazion mentale e quanto rende belli dentro il fatto di abitare quei colori!
E da ultimo commento alcuni quadri nel mio modo di percepirli.
Vedo oceanic feeling / cosmic conscienceness / universal mind, Cosmica solidarietà, come una grande
barca che trasporta fra i colori della vita; inquieto vagare verso un approdo. Vedo una metafisica solitudine:
io e il mare della vita.
Noto il valore della imprecisione: annientare la figura descrittiva nella sua materialità per proporla nelle linee
dinamiche in cui l'osservante coglie molteplici significati:
braccia cercanti, braccia imploranti tese alla comunicazione col cielo.
E quel colore ocra di luce mattutina mi richiama l'intuizione di colui che apre la mente oltre lo sguardo
ordinario verso lo sguardo illuminato. E quando c'è questo sguardo illuminato la vita si popola di significati
importanti. R.Tagore, grande poeta indiano dice: "Viaggiai per vasti mari ed alti monti e non mi accorsi della
goccia di rigiada sulla spiga di grano dietro a casa mia". E questo vale per ogni cosa che tu incontri oltre
l'abitudine nell'insolita gratuità.
Infine colgo sul cristallo della mente i depositi dell'esperienza. Nella meditazione orientale si dice:
"considera la tua mente come un cristallo; pulisci, strofina fino alla trasparenza". IL cristallo della mente è il
prezioso deposito dell'esperienza. Lo sguardo illuminato conduce dai vortici della periferia alla pace del
centro. Da questo flusso psicomentale irelato alla pulizia, alla trasparenza, alla mente quieta, pacificata,
pulita.
Vedo in questi segni lo scivolare veloce degli accadimenti: tutto scorre come relitti sull'acqua. La bottiglia
scorre fra i sassi del fiume e sobbalza fra i salti, ma alla fine se la prende il mare.
Questo tipo di pittura l'ho vista nelle nuove forme della filosofia zen. In Giappone è nata una specie di
modernizzazione del buddismo tradizionale. Io vivo nel buddismo Theravada, il buddismo più severo, ma il
Giappone, che è patria di tutti i modernismi, ha modernizzato la meditazione che secondo la tradizione
buddista va intesa così:
1. meditare = Samathi / la pace del lago (quando ci sono onde il lago non riflette il cielo): quando pacifichi la
mente allora vedi questi pensieri pellegrini che ti vengono a visitare e puoi stabilire amicizia con ciascuno di
essi.
2. Fermare il flusso dei pensieri, come il ciclista che, stanco, interrompe la corsa, ferma il ciclo, scende e
riposa.
3. Wipassanaa: siccome la mente non può stare ferma, allora ci si sofferma su qualche cosa che cattura la
mente: arco e freccia, concentrazione come il trarre la corda e fissare l'attenzione verso il centro da colpire .
Educa la mente a non essere "zingara", o "mente scimmia" che salta da una parte all'altra.
La medicina e il medico di quest'arte è la meditazione.
La concentrazione si può ottenere con il respiro, visitando il cuore, con tanti punti interni e esterni, astratti o
concreti. Quando gusti la pienezza della mente concentrata, allora immagazzini quella energia che puoi
utilizzare in una molteplicità di situazioni di vita.
La pittura di Prandina può diventare uno strumento interessante di concentrazione mentale: disegno che
interpreti, disegno su cui ti concentri.
VILLA THIENE
GINO PRANDINA
Personale d’Arte
7- 29 giugno 2008
A cura di Pietro Buia, coordinatore degli Eventi Culturali a Villa Thiene.
Presentazione critica di Marifulvia Matteazzi Alberti
Con il Patrocinio di:
Regione del Veneto
Provincia di Vicenza
Comune di Quinto Vicentino
Nell'anno del cinquecentenario della nascita di Andrea Palladio ( 1508-2008 ) e nella rassegna 2008 di “Arte
in Villa", promossa dall'Assessorato alla Cultura, continuano le manifestazioni d'arte nelle soffitte di Villa
Thiene (Patrimonio UNESCO) a Quinto Vicentino con la personale d'arte dell'artista Gino Prandina, artista
vicentino. La mostra viene inaugurata sabato 7 giugno alle ore 17,30 nella sala consiliare degli affreschi della
Villa.
La mostra, intitolata "Nero Sembiante", presenta trenta opere dell’Artista, realizzate nell’ultimo decennio,
prevalentemente con l’uso del catrame su supporto di carta intelata.
“L’azione pittorica di Gino Prandina rende concreta e tattile la spinta dettata dalla necessità di elaborare le
vibrazioni, i richiami, le cariche emotive della sua straordinaria realtà fenomenica interiore. L’Artista esterna e
traspare verità che si danno nel segno e nel gesto nero di catrame come offerta e negazione: unisce
l’intreccio di spazi preesistenti socchiusi dall’anima alla mente e proiettati verso orizzonti inattesi, tessuti ad
assorbire visioni evocate”, scrive il critico d’arte Marifulvia Matteazzi Alberti nella presentazione critica.
Il percorso espositivo si snoda dalle ombre, narrate mediante l’uso del nero - catrame e di resine, ai chiarori
dell’alba, dal rosso del sole e del fuoco alla preziosa sacralità dell’oro. “E’ tutta un’incalzante ricerca
espressiva contraddistinta da un iniziale processo di dissoluzione della forma, quasi scioglimento in informe
materia magmatica, artificio alchemico volto ad un successivo risolvere, quasi uno sciogliere per condensare
in un rinnovato comporsi”. Le opere di Gino Prandina sono il risultato di un lungo lavoro di ricerca, sia sul
segno che conserva l’impeto dell’action painting (le colature del catrame liquido sulla carta), sia sull’uso degli
effetti cromatici ottenuti mediante numerose tecniche innovative di aggregazione di materiali diversi (dal
pigmento puro, alla lamina d’oro e d’argento, dalle lacche di garanza, fino ai materiali più recenti come resine
e solventi). E’ pittura di fervore, vitalità, movimento con tempi regolati da quiete apparente, alle volte pure da
un urlo di silenzio, da un equilibrio sempre scosso e veicolato tra le infinite occasioni del bianco e del nero,
nella continua esplorazione delle due grandi possibilità della nascita e della morte, della luce e dello scuro,
dell’Origine come introduzione all’Eternità stessa.
L’uso del nero catrame carnoso e sanguigno, non è nuovo nella tradizione pittorica veneta, e richiama i fondi
densi e bituminosi della pittura cinque-seicentesca. Ma gli interventi dell’artista sono guidati da un’opera di
condensazione, in cui si raggruma il materiale nero-assoluto, e di ablazione, fino a dissolvere la densità di
superficie e lasciar trasparire luminosi fondali. Questo operare “è guidato da tempi lunghissimi di ascolto del
consapevole e dell’inconscio, da un esercizio che osa e capta folgorazioni, clamori, sospensioni ed espande
segreti e drammi o l’abbandono dolce a dissolvenze aeree, ad avventure di libertà che fluiscono o
stratificano, concedono o si sottraggono, sono casuali o causa stessa dell’interloquire con misteri
affascinanti, liriche emersioni.”
NERO SEMBIANTE (cioè che ha la somiglianza del nero)
“L'oscurità dissolve e libera il colore dei pensieri”
di Marifulvia Matteazzi Alberti 2009
Nero sembiante: là dove ogni oscurità dissolve per liberare il colore dei pensieri e "Di quei miei
sogni/di quel vedere/talvolta qual incubi/o più rare scintille/testimone segreto".
Sembrano tracce emotive di materia e luce, sospese in un tempo denso di memorie, gremite e scosse, da
colature di catrame liquido su supporti di carta intelaiata (cioè montata sul supporto della tela e del telaio).
Queste opere sono frutto di movimento, di vitalità che vanno emergendo in riverberi o gorghi, abbandoni o
ansie d'emozione inattesa.
Sembrano spinte provenienti dall'inconscio, richiami dal nero della notte, affioramenti che traspaiono lo scuro
del mare, come offerta e insieme negazione, profili incalzanti che si sfaldano, baluginano, si svincolano "nel
fondo sapido (cioè saporoso)/a rubare misteri/e suoni/presenze impercettibile/ombre " .
La pittura e l'azione artistica di Gino Prandina sono frutto di un lungo lavoro di studio e di ricerca
sul segno, mosso dalla necessità di elaborare le cariche emotive provenienti dall’interiorità, guidate da tempi
lunghissimi di ascolto del consapevole e dell’inconscio.
Il gesto capta e osa folgorazioni, clamori, sospensioni a dissolvenze aeree, avventure di libertà alle volte
casuali o causa stessa dell'interloquire con misteri affascinanti.
Protagonista è il catrame carnoso ed elastico, quasi cartilagine vischiosa che prende forma dalla"nerezza"
dell' inconsapevole (cioè dell'inconscio) fino al pertugio (vedi: sta per via o per apertura) razionale, occasione
che affiora dal buio al chiarore dell'alba, dal rosso del sole e del fuoco alla preziosa sacralità dell'oro: è un
iniziale processo di dissoluzione della forma, quasi uno scioglimento in informe materia magmatica, artificio
alchemico volto poi a un successivo risolvere, quasi uno sciogliere per condensare in un rinnovato comporsi,
metamorfosi verso l'Essere completo, individuo assoluto, Universale.
Gino Prandina, pittore, designer e poeta, è appassionato d'arte da sempre: la madre, da bambino, gli
insegnava a seguire con il dito i segni del tronco tagliato, quasi per capire "le tracce del tempo/sulle croste
dei legni/come nel cuore/indagando", come recita una sua lirica.
2010 La pittura in catrame rinvia alla “nerezza” dell’inconscio,
da cui emergono immagini e memorie deprivate
dal filtro della razionalità come delle prospettive consuete di spazio e di tempo. Perlopiù si tratta di “ombre”
che affiorano alla consapevolezza mediante un’operazione pittorica non premeditata. Sulla superficie si
concentrano addensandosi forme nebulose di sapore antropomorfico. L’operazione di condensazione
conserva le tessiture del dripping aumentando in questa maniera lo spaesamento tra ciò che acquista valore
fra il primo piano e lo sfondo, lasciando intuire le tracce di una primitiva articolazione
gestuale-segnica.
F.S.
L’azione pittorica di Gino Prandina
rende concreta e tattile la spinta dettata dalla necessità di elaborare le vibrazioni, i richiami, le cariche
emotive della sua realtà fenomenica interiore.
L’Artista esterna e traspare verità che si danno nel segno e nel gesto nero di catrame come vibrazioni, i
richiami, le cariche emotive della sua straordinaria realtà fenomenica interiore.
L’Artista esterna e traspare verità che si danno nel segno e nel gesto nero di catrame come offerta e
negazione: unisce l’intreccio di spazi preesistenti socchiusi dall’anima alla mente e proiettati verso orizzonti
inattesi, tessuti ad assorbire visioni irrisolte. Dal buio delle ombre, delle tenebre, ai chiarori dell’alba, dal
rosso del sole e del fuoco alla preziosa sacralità dell’oro è tutta un’incalzante ricerca espressiva
contraddistinta da un iniziale processo di dissoluzione della forma, quasi scioglimento in informe materia
magmatica, artificio alchemico volto ad un successivo risolvere, quasi uno sciogliere per condensare in un
rinnovato comporsi, metamorfosi verso l’ Essere completo, individuo assoluto, universale. E’ pittura di
fervore, vitalità, movimento con tempi regolati da quiete apparente, alle volte pure da un urlo di silenzio, da
un equilibrio sempre scosso e veicolato tra le infinite occasioni del bianco e del nero, nella continua
esplorazione delle due grandi possibilità della nascita e della morte, della luce e dello scuro, dell’Origine
come introduzione all’Eternità
stessa. Protagonista è il catrame carnoso e sanguigno, guidato da tempi lunghissimi di ascolto del
consapevole e dell’inconscio, da un esercizio che osa e capta folgorazioni, clamori, sospensioni ed espande
segreti e drammi o l’abbandono dolce a dissolvenze aeree, ad avventure di libertà che fluiscono o
stratificano, concedono o si sottraggono, sono casuali o causa stessa dell’interloquire con misteri
affascinanti, liriche emersioni.
2010 Marifuvia Alberti
Through his pictorial art Gino Prandina makes concrete and tactile the need of working out the vibrations, the
calls and the emotional charge of his extraordinary inner phenomenal reality.
The Artist shows the thruth by means of the dark tar mark both as an offer and a denial: pre-existent spaces
half-closed by the soul to the mind are joint together and projected into unexpected horizons which engross
unsolved visions. From the dark of the shadows to the first light of dawn, from the red of the sun and the fire
to the precious sacredness of gold; all of this, is a deep research which is marked with an initial proceed of
forms dissolution; it is nearly a melting process into a shapeless magmatic substance, in order to condense
into a renewed constitution, a metamorphosis to the complete Being, absolute and universal individual.
This is a fervent and lively painting sometimes marked by times of apparently calm, even by a cry of silence,
by a balance which is always shaken and spread between white and black in a continuous exploration of
birth
and death, of light and dark, of the Origin as an introduction of the Eternity itself.
The tar is the Protagonist, the pulpy and “blood-red” tar, guided by long times of listening of the awareness
and the unconscious, through the practice which captures clamours, suspensions and spreads secrets,
drama or the sweet abandonment to airy fadings, to adventures of freedom which either flow or stratify, either
by giving or taking away, they can be accidental or even the reason of the interlocution with fascinating
mysteries,
lyrical emersions.
Marifulvia Matteazzi Alberti
GINO PRANDINA Nero Sembiante
Il titolo del percorso pittorico, "Nero Sembiante",
si riferisce al materiale frequentemente usato dall’Artista nell’amalgama cromatico. L’uso del catrame liquido
non è nuovo nella pittura veneta premoderna, basti ricordare i fondi bituminosi del Magnasco e di molti pittori
veneziani. Il dipingere con il catrame rinvia alla “nerezza”, all’ombra come al mistero. Nel quotidiano
percorriamo le vie di ciò che “appare”, e conosciamo le consuete forme del divenire, della cultura,
dell'interpretazione. Eppure ogni esperienza lascia inappagati, come se ogni cosa emergesse appena da un
fondale sconosciuto (la verità) dal quale siamo attratti e verso il quale vorremmo andare.Le opere di
Prandina fermano la corsa sulle superfici delle cose e immergono nell'essenziale, nel sotterraneo oggettivo,
sulle orme di un sentiero che pare interrotto tanto tempo fa. Una lettura in parallelo alla psicologia può
evocare forme dell’inconscio dalle quali emergono immagini e memorie arcaiche, deprivate dal filtro della
razionalità come dalle dimensioni consuete di spazio e tempo. Nelle opere di Prandina appaiono “ombre”
affioranti alla coscienza mediante un’operazione pittorica dichiaratamente non premeditata. La tecnica usata,
quella cosiddetta del “dripping”, prende in prestito le metodologie dell’informale americano, ben noto sia nella
cosiddetta “pittura d’azione” (action-painting) (Pollock, Kline o De Kooning, per citarne alcuni) o nella “pittura
d’inazione” (in-action painting) (Rotkho o Reinhard).Azione o contemplazione, silenzio saturo o dinamismo
esplosivo: è una pittura tutto fervore, vitalità, movimento, con tempi regolati da quiete apparente, alle volte
pure da un urlo di silenzio, da un equilibrio sempre scosso e veicolato tra le infinite occasioni del bianco e del
nero, dell’Origine come introduzione all’Eternità stessa.L’operazione pittorica si presenta come un gioco di
tessiture prodotte dalle filamentose colature del colore liquefatto. Il gioco dei segni e dei curvilinei ha libero
gioco nello spazio neutro, oppure sovrapposto ai colori bianco, azzurro, rosso, o su preziose lamine
d’argento o d’oro. L’operazione pittorica di Prandina, conserva il lungo esercizio della gestualità e elaborata
fino a diventare segno. Le opere, generalmente su carta intelata ma spesso di più consistente supporto,
imprimono una sintesi cromatica e segnico-gestuale insieme decifrabile e indecifrabile, scrittura arcaica e
cifra primordiale: come un graffito o un'iscrizione lapidea in via di decrittazione. In altri casi il gesto grafico si
trasforma in pura danza, lasciando così cadere ogni riferimento semantico.Il tenace parterre simbolico di
Prandina abbraccia in tal modo valenze universali: cromo-segni che assumono a cifra mistico-contemplativa.
Il percorso si snoda a partire dalle ombre, narrate mediante l’uso del nero - catrame e di resine, ai chiarori
dell’alba, dal rosso del sole e del fuoco alla preziosa sacralità dell’oro. E’ un’incalzante ricerca segnata da un
iniziale processo di dissoluzione della forma, quasi scioglimento in informe materia magmatica, artificio
alchemico volto ad un successivo risolvere, quasi uno sciogliere per poi giungere alla condensazione in un
rinnovato comporsi. L’azione pittorica di Prandina rimanda ancora una volta, con linguaggi e metodologie
contemporanee, a quel fluttuante baluginare di luce e ombra che, in fondo, è il morbido gioco chiaroscurale
della terra veneta.
Pietro Buia villa Thiene Quinto vicentino
GINO PRANDINA Black Sembiante
The title of pictorial journey, "Black Sembiante",
refers to material frequently used by the artist in channeling color.
The use of liquid tar is not new in pre-modern Venetian painting, is enough to recall the funds of bituminous
of Magnasco and many Venetian painters. The painting with tar refers to "blackness" shade as the mystery.
In the daily walk the streets of what "appears", and we know the usual forms of becoming, of culture,
interpretation.
Yet each experience leaves unsatisfied, as if everything emerges just a backdrop unknown (the truth) from
which we are attracted and to which we would like to go. The works of Prandina stop the run on the surface
of things and immersed in the essential, objective in the basement, in the footsteps of a path that seems
broken long ago.
A reading in parallel to the psychology of the unconscious forms can evoke images and memories as they
emerge from the archaic, deprived by the filter of rationality as usual on the size of space and time. Prandina
appear in the works of "shadows" surfacing to consciousness by a painting admittedly unpremeditated. The
technique, known as the "drip", borrows the methods of the informal American, well known both in the socalled "action painting" (Pollock, Kline and De Kooning, to name a few) or in the 'painting' s inaction "(Rotkho
or Reinhard).
Action or contemplation, silence saturated or explosive dynamics: a painting is all excitement, vitality, motion,
with times adjusted by apparent quiet, sometimes even by a scream of silence, still shaken by a balance and
vehicles between the white and the endless opportunities black, Origin as an introduction to Eternity itself.
The paintings shows a play of textures produced by filamentous drips of color liquified. The game of signs
and curvilinear have free space game neutral, or overlapped with the colors white, blue, red, or precious
silver or gold foil. The paintings by Prandina, retains its long practice of gestures drawn up to become a sign.
The works, usually on linen paper, but often more substantial support, instilling a summary of signs and
color-sign with decipherable and indecipherable writing archaic and primitive figure: like a stone inscription
engraved or in the process of decryption.
NELLE SOFFITTE Dl VILLA THIENE A QUINTO VICENTINO
Vertigini dell'inconscio nei catrami di Prandina –
2008
Di Maurizia Veladiano
Un percorso denso, visionario, che dall'inconscio irrompe sulla tela con bruciante furore. Gino Prandina
propone un percorso decennale di ricerca. Le opere sono realizzate per lo più con l'uso di catrami su carta
intelata, ma anche con pigmenti puri, lacca di garanza, solventi, resine, lamine d'oro e d'argento.Il segno è
rapido, potente, circolare, cremoso. La forma un caleidoscopio di chiaroscuri intricati e mutevoli. La
narrazione, un gioco di specchi che dal profondo riflettono immagini e memorie disincarnate, che emergendo
improntano la superficie di sagome nebulose.La pittura in catrame come spia di un inconscio vertiginoso e
oscuro, dal quale tempo e spazio fuggono nella metamorfosi di un inquieto presente, dove tutto evolve e si
trasforma in un procedimento a spirale dentro cui a tratti, si aprono improvvisi squarci d'azzurro.
Ed è proprio qui, in queste fulminee aperture stellari, che il magma di un’istintività baluginante e fiera lascia
libero campo a un battito più meditato e riflesso. Il segno di Prandina, risultato di un'operazione pittorica
dichiaratamente "non premeditata", nelle tessiture del dripping (filiformi colature di colore n.d.r.) lascia
tuttavia trasparire una razionalità guizzante e golosa, che dal nero catrame scivola verso il chiarore di albe
luminose e palpitanti, ma anche lungo sentieri incendiati da fuochi danzanti che ardono e si stemperano
nella linea dorata di orizzonti filanti e lontani. Le colature di catrame liquido, frammiste all'unione di materiali
diversi condensano le intuizioni pittoriche dell'artista marosticense in quella tensione verso un nero assoluto
dal quale si dipartono vibrazioni più ficcanti e sottili. Ed è qui che la lima dell'ablazione scava e dissolve, fino
a scoprire al di sotto di tante possenti stratificazioni la lucetrasparente di cieli tersi e infiniti.La realtà traluce in
differita, attraverso spiragli intermittenti, capaci di aprirsi e di chiudersi nel movimento di cerchi concentrici
gocciolanti un sentimento del tempo frammentato e pulsante, che quando si veste di nero rimanda
all'evocazione di mondi sotterranei e quando invece cattura qualche stilla di sole si apre su territori silenziosi
e amplissimi sfiorati dall'ala di una musicalità rapida e sommessa .
Maurizia Veladiano (29 giugno 2008 )
IN THE ATTIC OF THE VILLA THIENE IN QUINTO VICENTINO
Dizziness unconscious in the tar of Prandina
2008
By Maurizia Veladiano
A journey dense, visionary, who breaks from the unconscious to the canvas with searing fury. Gino Prandina
offers a course of decades of research. The works are mainly performed with the use of tar on canvas paper,
but also with pure pigments, lacquer warranty, solvents, resins, gold leaf and silver. The sign is fast,
powerful, round, creamy. Form an intricate and ever-changing kaleidoscope of light and shade. The
narrative, a game of mirrors that reflect images and memories from the deep disembodied, emerging
approach given the area of shapes nebulae. The painting tar as a spy of an unconscious dizzying and
obscure, from which space and time fleeing in the metamorphosis of a restless mind, where everything
evolves and changes into a spiral process in which at times start unexpected glimpses of blue.
It is precisely here, in this instantaneous stellar openings, that the magma of an instinct glimmering and
proud to leave the field open to a more considered and reflected pulse. Prandina's sign, the result of an
overtly pictorial "unpremeditated", in the texture of the drip (needle drips of color) suggests, however, reveal
a wriggling rationality and tasty, the black tar that slips into the bright glow of dawn, breathing but also along
paths burned by fires that burn and melt dancing in the line of golden streamers and distant horizons. The
leakage of tar liquid, mixed with the union of different materials condense the pictorial artist from Marostica
insights into the tension to an absolute black, from which radiate vibrations insightful and subtle. And that is
where the file ablation digs and dissolves, to discover beneath layers so powerful lens of the light blue skies
and endless. The reality reflected in deferred through intermittent openings, capable of opening and closing
movement of concentric circles dripping a fragmented sense of time and button, that when he dresses in
black, leads to the evocation of the underworld and even though some drop of capture Sun opens on silent
and vast territories touched by alcohol for a rapid and subdued musicality.
Maurizia Veladiano (29 June 2008)
Una lettura psicologica “per libere associazioni”
Al visitatore viene offerta la possibilità di condividere e di compartecipare un percorso indicato dall'Autore
che va verso lo schiudersi alle esperienze emotive.
C’è un quadro appoggiato sul cavalletto e incorniciato a sua volta
in uno spazio diverso quasi a richiedere al visitatore una attenzione
particolare, speciale. Un invito a soffermarsi per un attimo proprio lì. Come a
suggerire: è lì la chiave di volta, è lì il motore, la fonte dell'ispirazione,
in quel corpo che si mostra e si cela insieme., che provoca in quella torsione
un flusso associativo che non può essere che insieme soggettivo e condiviso .
Si avverte in quel corpo una tensione il cui esito è successivamente e solo
parzialmente rappresentato (l'artista ha ancora molto da esprimere).
S.Freud, in una sua descrizione dell'inconscio e del percorso psicoanalitico: 'Si procede per levare'. I quadri
di Prandinami hanno fatto pensare allo scultore che “tira fuori” dalla materia le forme trattenute, ma in
qualche modo già vive, presenti, insite nella materia stessa.
La bellezza sta nello svolgersi di un discorso che è dapprima tutto interno e forse trattenuto, ma nello
sviluppo si può cogliere nella ricchezza espressiva.
Anche i quadri che esprimono i momenti più difficili , più sofferti si
arricchiscono retrospettivamente, come se un lampo di luce squarciasse un claustrum denso, concreto e
aprisse a nuove possibilità espressive e cromatiche più forti, più libere e questa luce creasse un riverbero
che consente di ricomprendere e di riempire di significato i momenti più trattenuti.
C’è infine il 'mistero', che i quadri di Prandina lasciano intravedere, ma non svelano del tutto. Offrono a
ciascuno la possibilità di immergersi nella sensorialità, in piena libertà. Forse lasciando libero anche l'Artista
di non dirsi del tutto.
Annamaria Maruccia, giugno 2008
INTERVISTA DAL MOVIMENTO STUDENTI UNIVERSITARI
Giugno 2008
da quale spinta nasce il gesto artistico?
Dalla constatazione che c'è qualcosa di infinito che si può proiettare su una tela. E’ insieme Conoscenza e
condivisione per chiarire che anche a partire dall'ombra può scature una relazione, relazione che poi si fa
strada, si schiarisce, chiede traccia, lascia traccia, testimonianza, speranza.
Che implicazioni di conoscenza, umanità ed esperienza porta con sé?
Anche nell'arte si hanno dei modelli: la nostra storia culturale, altri artisti. Si può constatare che per giungere
alla luce, prima bisogna restare nell'ombra e attendere con pazienza. L'arte non si limita, l'infinito fora la tela
e diventa parola anche assorbendo e metabolizzando altre tradizioni culturali, fino a divenire parola densa,
poesia: haiku.
Quali sono i riferimenti artistici e antropologici che ti hanno ispirato?
Dal punto di vista antropologico nella mostra si parte da quei luoghi soggettivi che normalmente non si vuol
vedere, quello che voi con il prof. Fornari definivate la “visione della vittima”. Pensiamo al segno di Congdon,
o anche più dinamico ...un po' alla Pollock.
Ma infine, nel caos si intravvede, in fondo, l'azzurro ( come nel retro del Cenacolo..) e poi si ritorna alla
forma umana: la drammaticità percorsa non è eliminata ma nella Speranza diventa una via sostenibile.
Penso al Salmo 138,12: nemmeno le tenebre per te sono oscure,e la notte è chiara come il giorno;per te le
tenebre sono come luce.
NERO SEMBIANTE
Personale d’arte di Gino Prandina a Vigardolo di Monticello Conte Otto –
2009
Nella preziosa e suggestiva chiesetta di Santa Maria Assunta di Vigardolo in Monticello Conte Otto, si
inaugurerà, alle 18, la personale d’arte di Gino Prandina.Resterà aperta fino a domenica 17 maggio.La
mostra si intitola Nero sembiante, là dove ogni oscurità dissolve per liberare il colore dei pensieri e "Di quei
miei sogni/di quel vedere/talvolta qual incubi/o più rare scintille/testimone segreto".Il titolo si riferisce pure
all'uso di catrami su carta intelata a cui si aggiungono materiali diversi e preziosi: dal pigmento puro, alla
lamina d'oro e d'argento, dalle lacche di garanza, fino ai materiali più recenti come resine e solventi.“Il segno
è rapido, potente, circolare, cremoso. Il catrame usato in pittura rende un segno carnoso ed elastico, “quasi
cartilagine vischiosa che prende forma dall’affondo nella "nerezza" dell' inconscio fino all’elevazione
razionale, percorso che affiora dal buio al chiarore dell'alba, dal rosso del sole e del fuoco alla preziosa
sacralità dell'oro: è un iniziale processo di dissoluzione della forma, quasi uno scioglimento in informe
materia magmatica, artificio alchemico volto poi a un successivo risolvere, quasi uno sciogliere per
condensare in un rinnovato comporsi, metamorfosi verso l'Essere completo, individuo assoluto, Universale.”
Gli interventi risultano essere un'opera che raggruma lo scuro, dove tremano inquieti equilibri modulati, quasi
nebulose di sapore antropomorfico, fino a dissolvere la superficie per lasciar trasparire la luce azzurra ed
eterna dei fondali.
La forma un caleidoscopio di chiaroscuri intricati e mutevoli. La narrazione, un gioco di specchi che dal
profondo riflettono immagini e memorie disincarnate, che emergendo improntano la superficie di sagome
nebulose.
“La pittura in catrame come spia di un inconscio vertiginoso e oscuro, dal quale tempo e spazio fuggono
nella metamorfosi di un inquieto presente, dove tutto evolve e si trasforma in un procedimento a spirale
dentro cui a tratti, si aprono improvvisi squarci d'azzurro.” (Maurizia Veladiano)
Ed è proprio qui, in queste fulminee aperture stellari, che il magma di un’istintività baIuginante e fiera lascia
libero campo a un battito più meditato e riflesso. Il segno di Prandina, risultato di un'operazione pittorica
dichiaratamente"non premeditata", nelle tessiture del dripping (filiformi colature di colore n.d.r.) lascia tuttavia
trasparire una razionalità guizzante e golosa, che dal nero catrame scivola verso il chiarore di albe luminose
e palpitanti, ma anche lungo sentieri incendiati da fuochi danzanti che ardono e si stemperano nella linea
dorata di orizzonti filanti e lontani.
“Sembrano tracce emotive di materia e luce, sospese in un tempo denso di memorie, gremite e scosse. da
colature di catrame liquido su supporti di carta intelaiata, queste opere di movimento, di vitalità che vanno
emergendo riverberi o gorghi, abbandoni o ansie d'emozione inattesa.”
NERO SEMBIANTE
“L'oscurità dissolve e libera il colore dei pensieri”
di Marifulvia Matteazzi Alberti 2009
Nero sembiante: là dove ogni oscurità dissolve per liberare il colore dei pensieri e "Di quei miei sogni/di
quel vedere/talvolta qual incubi/o più rare scintille/testimone segreto".
Sembrano tracce emotive di materia e luce, sospese in un tempo denso di memorie, gremite e scosse, da
colature di catrame liquido su supporti di carta intelaiata. Queste opere sono frutto di movimento, di vitalità
che vanno emergendo in riverberi o gorghi, abbandoni o ansie d'emozione inattesa.Sembrano spinte
provenienti dall'inconscio, richiami dal nero della notte, affioramenti che traspaiono lo scuro del mare, come
offerta e insieme negazione, profili incalzanti che si sfaldano, baluginano, si svincolano
"nel fondo sapido/a rubare misteri/e suoni/presenze impercettibili/ombre " .
La pittura e l'azione artistica di Gino Prandina sono frutto di un lungo lavoro di studio e di ricerca sul segno,
mosso dalla necessità di elaborare le cariche emotive provenienti dall’interiorità, guidate da tempi
lunghissimi di ascolto del consapevole e dell’inconscio. Il gesto capta e osa folgorazioni, clamori,
sospensioni a dissolvenze aeree, avventure di libertà alle volte casuali o causa stessa dell'interloquire con
misteri affascinanti.Protagonista è il catrame carnoso ed elastico, quasi cartilagine vischiosa che prende
forma dalla"nerezza" dell' inconsapevole fino al pertugio razionale, occasione che affiora dal buio al chiarore
dell'alba, dal rosso del sole e del fuoco alla preziosa sacralità dell'oro: è un iniziale processo di dissoluzione
della forma, quasi uno scioglimento in informe materia magmatica, artificio alchemico volto poi a un
successivo risolvere, quasi uno sciogliere per condensare in un rinnovato comporsi, metamorfosi verso
l'Essere completo, individuo assoluto, Universale. Gli interventi risultano essere un'opera che raggruma lo
scuro, dove tremano inquieti equilibri modulati, quasi nebulose di sapore antropomorfico, fino a dissolvere la
superficie per lasciar trasparire la luce azzurra ed eterna dei fondali: sono straordinari effetti cromatici
ottenuti mediante tecniche innovative di diversi materiali, dal pigmento puro, alla lamina d'oro e d'argento,
dalle lacche di garanza, fino ai materiali più recenti come resine e solventi.Gino Prandina, pittore, designer e
poeta, è appassionato d'arte da sempre: la madre, da bambino, gli insegnava a seguire con il dito i segni del
tronco tagliato, quasi per capire "le tracce del tempo/sulle croste dei legni/come nel cuore/indagando", come
recita una sua lirica.
Trasfigurazione
Galerie Berchtoldvilla
Salzburg
30 08 2010
Der Begriff der Transfiguration ist im engsten Sinn ein Terminus aus der
Kunstwissenschaft. Er steht für einen bestimmten ikonographischen
Typus: Der Verklärung Christi auf dem Berg Tabor.
Im weitesten Sinn, wenn man auf die ursprüngliche lateinische
Wortbedeutung zurückgeht, bedeutet Transfiguration Umwandlung, oder
Verwandlung, bezeichnet also den Vorgang einer Form- oder
Gestaltveränderung, einer sinnlich erfass- und erfahrbaren
morphologischen Veränderung.
Das Motiv der Verwandlung scheint also zunächst ein tief religiöses Thema
zu sein. Gott bezeugt im Vorgang der Verklärung die Gottessohnschaft
Christi und gewährt in der Verwandlung Christi in eine Lichtgestalt den
Jüngern Jakobus, Paulus und Johannes an Menschen statt einen Ausblick
auf die Wiedererlangung des paradiesischen Zustands. Im Ritus der
Wandlung der katholischen Kirche wird die Realpräsenz Christi gefeiert
und die Verwandlung von Brot und Wasser in sein Fleisch und Blut.
Der Topos der Umwandlung oder der Verwandlung ist aber auch schon viel
früher als wiederkehrendes kulturgeschichtliches Motiv zu finden. In der
griechischen Mythologie sind es die göttergleichen Heroen; ein Thema das
ab den 1950er Jahren in den Gestalten der Superhelden wieder
aufgegriffen wird. Später finden sich Erzählungen von Verwandlungen in
Ovids „Metamorphosen“, einem Initialwerk der europäischen
Kulturgeschichte, das auch noch Jahrhunderte später als Vorlage für
weitere Bearbeitungen in Literatur, Musik, Bildender und Darstellender
Kunst dient. Später echot das Motiv der Verwandlung in den klassischen
Märchenerzählungen wieder, wie im Froschkönig oder im Hässlichen
Entlein. Bis heute erzählen Filme wie District 9 oder Avatar von modernen
Verwandlungsmythen, man denkt auch an Franz Kafkas „Verwandlung“
und Gandalf der Graue wird sowohl in der literarischen Vorlage, als auch
in der filmischen Umsetzung in einer christusgleichen Transfiguration zu
Gandalf dem Weissen. Das Motiv der Verwandlung durchzieht von jeher
Hoch- und Trivialkultur, und scheint bis heute noch nicht zu Ende erzählt
worden zu sein. Für was steht also dieser Topos, wenn er Element unserer
Kulturgeschichte ist, das immer wieder kehrt?
Der Begriff der Transfiguration trägt aber auch den Begriff der „figura“ in
sich, die kunstwissenschaftliche Bezeichnung für den menschlichen
Körper. Der Mensch – genauer – Bedingungen und Möglichkeiten des
Menschseins ist neben dem Motiv der Verwandlung der zweite zentrale
Themenschwerpunkt, der die Künstler Agnes Winzig, Paul Moroder, Gino
Prandina und Peter Wiener verbindet.
Bei gleicher Inspirationsquelle sind Zugang, Sichtweise und Vokabular
jedoch individuell je nach Künstler verschieden.
Gino Prandina
Sichtweise auf die Motive der Transfiguration und des
menschlichen Körpers ist ein philosophisch-humanistischer. Er löst sich in
seinen malerischen Arbeiten von der konkreten menschlichen Form. Der
Körper wird in der künstlerischen Umsetzung nur angedeutet, nicht
ausformuliert. Seine Greifbarkeit bleibt gleichsam in der Schwebe.
Prandina bindet ihn vielmehr in seine gestisch-abstrakten
Farbkompositionen ein, integriert ihn hin bis zu einer fast vollständigen
Auflösung der Form. Nicht eine naturgetreue Darstellung des
menschlichen Körpers ist wichtig, sondern das Zustandekommen einer
Verständigung und Einigung zwischen dem Figurativen und dem
Abstrakten. Alle Arbeiten sind dabei von einer schwer zu fassenden,
farbigen und bewegten Intensität, die von einem lyrisch-sinnlichen Ton
getragen werden. Prandina schafft hier in einer Art Auflösungsprozess der
Darstellung des menschlichen Körpers in eine abstrakte Formensprache
Neues. Die Transfiguration vollzieht sich hier zum einen auf formalästhetischer
Ebene. Die inhaltliche Auseinandersetzung mit dem Thema
der Überwindung der Materie hin zum Geistigen findet sich dagegen in
konzentrierter Form in einer vierteiligen Serie, in der Prandina Dantes
„Göttliche Komödie“ aufgreift. In den vier zusammenhängenden Arbeiten
zeichnet er sukzessiv in einem rein gestisch-abstrakten Vokabular den
Entwicklungsprozess von Materie hin zum Geistigen bis zu einem Zustand
paradiesischer Erleuchtung nach.
Das Motiv der Transfiguration (sowohl im spirituellen Sinne der
Verklärung, als auch im weiteren Sinne der Umwandlung) und die Frage
nach der Eigenschaft Mensch sind philosophische Themen. Neben den
Philosophen sind es die Kunstschaffenden, die sich intensiv auseinander
setzen mit Fragen nach der „Eigenschaft Mensch“. Denn die Befindlichkeit
einer Zeit und ihrer Gesellschaft sieht sich ständig im Wandel begriffen.
Ihr Blick auf sich selbst und ihrer Beziehung zu ihrer Umwelt verändert
sich fortlaufend. Dem Künstler – dem die Funktion eines introspektiven
Mediums dieses Wandels zufällt - kommt es zu, diese Veränderungen und
Brüche zu artikulieren und zu spiegeln und den Menschen bewusst zu
machen. Ausgangspunkt des daraus initialisierten Schaffensprozess ist das
geistige künstlerische Konzept. Im Akt der Ausführung vollzieht sich die
Umwandlung in die Materie, dem für den Rezipienten sinnliche erfahr- und
erfassbaren Ergebnis in Form des Kunstwerks. Im Betrachter – in der
neuerlichen Umkehrung vom Materie zum Geistigen- vollzieht sich damit
fortlaufend das Phänomen der Transfiguration.
Christine Penedsdorfer
M.A.G. Salzburg
WOHNTIPP STADT SALZBURG
„Trasfigurazione“
Festspielausstellung
der Berchtoldvilla 2010
„Trasfigurazione“ ist der viel versprechende Titel der diesjährigen
Sommerausstellung der Berchtoldvilla, Berufsvereinigung bildender
Künstler Salzburg, die am Donnerstag den 29.7.2010 um
19:00 in der Josef Preis Allee 12 durch Mag. Christina Penetsdorfer vom
Museum der Moderne und Mag. David Brenner, LH-Stv. und Kulturreferent
des Landes Salzburg, eröffnet wird.
Paul de Doss Moroder aus St. Ulrich, Gino Prandina aus Vicenza, Peter H.
Wiener aus Salzburg und Agnes Winzig, ebenso aus Salzburg,
präsentieren in einer Gemeinschaftsausstellung ihre Arbeiten zu
diesem philosophisch weit interpretierbaren Titel.
Jeder der vier Künstler hat einen eigenen Zugang, eine eigene Sichtweise,
eine eigene Technik und
Formensprache, doch immer wieder Werkgruppen, Serien und Variationen
zu diesem humanistisch und
spirituell geprägten Themenbereich. Eine Gemeinsamkeit, die trotz
Spartenvielfalt auffallend ist und sich
wie ein roter Faden durch die Ausstellung zieht.
Eine geheimnisvolle Intensität ist zu spüren.
Paul de Doss Moroder ist Bildhauer und ein äußerst erfolgreicher Künstler
im sakralen Bereich.
Zahlreiche Kirchen, Kapellen und Klöster vom Norden bis in den Süden
Italiens wurden von ihm künstlerisch gestaltet bzw. ausgestattet. Seine
typischen, plastischen Arbeiten sind voll Kraft und Energie
und erzählen Geschichten.
Malerei ist jene Sparte, in der Gino Prandina aus Vicenza hauptsächlich
arbeitet. Experimentelle Techniken, stark herausgearbeitete Gegensätze,
angedeutete menschliche Formen und ungelöste Visionen verstärken den
Eindruck, ständig auf der Suche nach Antworten und Erklärungen zu sein.
Viel bleibt offen und wirft Fragen auf über die menschliche Existenz.
Vernissage: Do 29. Juli 2010, 19.00 Berchtoldvilla
Ausstellungsdauer: 30. Juli – 10. September 2010
„Trasfigurazione“ - Stadt Salzburg - Wohintipp 05/10/10 18:22
http://www.wohintipp.at/2010/jul/stadt-salzburg/btrasfigurazione
„Trasfigurazione“
ist der viel versprechende Titel der diesjährigen Sommerausstellung derBerchtoldvilla, Berufsvereinigung
bildender Künstler Salzburg, die am Donnerstag den 29.7.2010 um 19:00 in der Josef Preis Allee 12 durch
Mag. Christina Penetsdorfer vom Museum der Moderne und Mag. David Brenner, LH-Stv. und Kulturreferent
des
Landes Salzburg, eröffnet wird.
Paul de Doss Moroder aus St. Ulrich, Gino Prandina aus Vicenza, Peter H.
Wiener aus Salzburg und Agnes Winzig, ebenso aus Salzburg,
präsentieren in einer
Gemeinschaftsausstellung ihre Arbeiten zu diesem philosophisch weit
interpretierbaren Titel.
Jeder der vier Künstler hat einen eigenen Zugang, eine eigene Sichtweise,
eine eigene Technik und Formensprache, doch immer wieder
Werkgruppen, Serien und
Variationen zu diesem humanistisch und spirituell geprägten
Themenbereich. Eine Gemeinsamkeit, die trotz Spartenvielfalt auffallend
ist und sich wie ein roter Faden durch
die Ausstellung zieht.
Eine geheimnisvolle Intensität ist zu spüren.
Malerei ist jene Sparte, in der Gino Prandina aus Vicenza hauptsächlich
arbeitet. Experimentelle Techniken, stark herausgearbeitete Gegensätze,
angedeutete menschliche Formen und ungelöste Visionen verstärken den
Eindruck, ständig auf der Suche nach Antworten und Erklärungen zu sein.
Viel bleibt offen und wirft Fragen auf über die menschliche Existenz.
Vernissage: Do 29. Juli 2010, 19.00 Berchtoldvilla
Ausstellungsdauer: 30. Juli – 10. September 2010
M.Z. Salzburger Volkskultur
Salzburger Veranstaltungs-Tipp
[29.07.2010] [SALZBURG.AT]
In der Europaregion Salzburg ist was los.
SALZBURG.AT
präsentiert die interessantesten Veranstaltungen.
Heute: Festspiel-Ausstellung in der Berchtoldvilla ...
Die diesjährige Festspielausstellung in der Berchtoldvilla steht unter dem
Motto "Trasfigurazione". Die Ausstellung in der Josef-Preis-Allee 12,
Salzburg, ist bis 10. September 2010
geöffnet. Die Kunstschaffenden Paul de Doss Moroder, Gino
Prandina, Peter Wiener und Agnes Winzig präsentieren ihre Arbeiten zum
Ausstellungstitel "Trasfigurazione" in einer Gemeinschaftsausstellung.
Sie alle haben unterschiedliche Zugänge und Sichtweisen und verwenden
voneinander abweichende künstlerische Methoden zu diesem
Thema.
Trotzdem zieht sich der rote Faden derphilosophisch-spirituellen
Herangehensweise an dieAufgabenstellung durch die variierenden
Ergebnisse der drei Künstler und der Künstlerin.
Paul de Doss Moroder ist Bildhauer und gestaltet vor allem Kirchen und Kapellen, seine typischen
plastischen Arbeiten sind voll Kraft und Energie. Die
Malerei ist die Sparte, in der Gino Prandina
hauptsächlich arbeitet. Experimentelle Techniken, hervorgehobene Gegensätze sowie angedeutete
menschliche Formen verstärken den Eindruck, er sei
auf der Suche nach Antworten und Erklärungen. Der Bildhauer Peter Wiener schöpft aus der Natur, um die
Eindrücke und die daraus resultierenden
Erkenntnisse in Formen und Gestalten umzusetzen. Agnes Winzig zeigt in dieser Ausstellung großformatige
Malereien sowie Arbeiten in den
Sparten Zeichnung und Plastik. Durch ihre Kunst versucht sie Lösungsansätze für zeitaktuelle
Problemstellungen zu finden.
Die Berchtoldvilla ist eine Berufsvereinigung von mehr als 200 bildenden Künstlerinnen und Künstlern aus
den Sparten Malerei, Bildhauerei, Objektkunst, Fotografie, Keramik, Design, Neue Medien und
Schmuck. Das Erarbeiten gemeinsamer Ausstellungen, die Auseinandersetzung mit zeitaktuellen Themen
sowie rege Auslandskontakte sind wichtige Grundlagen der künstlerischen Arbeit in der Berchtoldvilla.
Landkreis BGL Landkreis Traunstein
SALZBURG.AT – Plattform für die Europaregion.
http://www.salzburg.at/themen/freizeit/event.html?NewsID=
da: DREH-PUNKT-KULTUR team
http://www.drehpunktkultur.at
Von Reinhard Kriechbaum
reundlichen Grüßen
Ihr DrehPunktKultur-Team
31/08/10 Um die Fantasie in Schwung zu bringen, taugen Olivenbäume
seit den Zeiten, da die Griechen sich ans Erdichten ihrer eigenen
Mythologie machten.
"Metamorphosen" heißt ein Zyklus von Klein-Bronzen, in denen man
Abstraktionen ineinander verschlungener und verwachsener Stämme von
Olivenbäumen ebenso erkennen mag wie solche von menschlichen
Figuren. In diesen vielgestaltigen und mit jeder kleinen Drehung neuen
Objekten werden altes Holz und lebendes Wesen auf geheimnisvolle Weise
eins. Auch in einigen malerischen Arbeiten, die näher am menschlichen
Körper bleiben, denkt man unmittelbar an Torsionen, wie sie den
Olivenbäumen eigen sind.
"Trasfiguratione" ist Thema einer Ausstellung der Berufsvereinigung
Bildender Künstler, für die man erstmals mit dem Palazzo Bonaguro im
Bassano del Grappa gemeinsame Sache macht. Agnes Winzig und Peter
Wiener stellen von Salzburger Seite aus, der Maler Gino Prandina
(Vicenza) und der Bildhauer Paul de Doss Moroder sind die Gäste. Nach
der Präsentation in Salzburg wandert die Schau weiter, erst nach Verona
und dann nach Bassano di Grappa.
Künstler mit sehr ähnlichen Ansätzen und Absichten sind da beisammen.
Auch den stelenartigen Objekten von Paul de Doss Moroder würdfe man
jederzeit zutrauen, dass die Grundform unmittelbar in der Natur
hochgeschossen sei. Aus Terrakotta oder Bronze sind diese Figuren, die
sich als Heilige (Frauen vornehmlich) entpuppen. Der Weg in den Himmel
ist bei den Engeln - dem Markenzeichen für Peter Wiener - gleichsam
zwingend vorgegeben. Egal ob gegossen, gemalt oder gezeichnet: Es geht
in beinah gotischer Manier aufwärts. Peter Wiener variiert so konsequent
wie im Detail doch immer aufs Neue erfindungsreich die hoch
aufschießende menschliche Grundform. Ob mit Flügel oder ohne, oder mal
ganz ohne Engels-Anspruch als "Ballerina della luna".
Gino Prandina liebt die Bewegung, er malt spiralartige oder flammende
Gebilde, von denen man annimmt, dass sie für Bewegung und mithin eben
auch für "Trasfiguratione" stehen. Das Motto der Schau trifft also auch er
ganz genau.
Bis 10.9. in der Berchtoldvilla. - www.artbv-salzburg.com
Brenner
bei Eröffnung der Ausstellung "trasfigurazione"
in der Berchtoldvilla
Salzburger Landeskorrespondenz, 29.07.2010
(LK) Gerade mit diesen beiden Ausstellungen werde die "art bv Berchtoldvilla" wieder ihrem eigenen
Anspruch gerecht, die Auseinandersetzung miteinander oder mit aktuellen Themenstellungen sowie rege
Auslandskontakte zu fördern, betonte
Kulturreferent Landeshauptmann-Stellvertreter Mag. David Brenner heute, Donnerstag, 29. Juli, bei der
Eröffnung der Ausstellungen "trasfigurazione" und "xu zhongou – in the name of calligraphy" in den Räumen
des Landesverbandes Salzburg
der Berufsvereinigung Bildender Künstler Österreichs in der Berchtoldvilla in der Josef Preis-Allee. Die
Ausstellungen sind bis zum 10. September zu sehen. "trasfigurazione" wird danach ab 15. Oktober auch in
Bassano del Grappa gezeigt.
Es handle sich um zwei Ausstellungen mit höchst unterschiedlichen Künstlerinnen und Künstlern, mit höchst
unterschiedlichen
Herangehensweisen und ganz unterschiedlichen Interpretationen, so Mag. Brenner weiter: Auf der einen
Seite vier Künstlerinnen
und Künstler aus dem In- und Ausland, die sich mit dem Thema Wandlung, Verwandlung auseinandersetzen,
und um chinesische Kalligraphie und Druckgrafik auf der anderen Seite. Der Begriff "trasfigurazione"
bedeutet Verwandlung, Verklärung, Wandlung oder Umgestaltung, eine Thematik, die philosophisch weit
interpretiert werden kann. In der Ausstellung könne man, so Mag. Brenner, nun unmittelbar erleben und
erfahren, wie sich die vier Künstler Paul de Doss Moroder, Gino Prandina, Peter H. Wiener und Agnes
Winzig diesem fundamentalen Thema genähert haben – nicht nur durch die verschiedenen Werk- und
Darstellungstechniken von der Bildhauerei über plastische Arbeiten, die Malerei bis zur Zeichnung, sondern
auch durch ihre manchmal wuchtig zur "An-Schauung" und Betrachtung
gebrachten, manchmal aber auch latenten und ganz subtilen Ausdrucksweisen. o165-24
© 2010 Land Salzburg, Landespressebüro | www.salzburg.gv.at
LA VOCE DEI BERICI
Su
TRASFIGURAZIONE
Mostra a Palazzo Bonaguro
Ottobre 2010
Unmese espositivo a Palazzo Bonaguro di Bassano della rassegna d’arte “Trasfigurazione”. Gli artisti Peter
Wiener e Agnes Winzig di Salisburgo e Paul Moroder di Ortisei e Gino Prandina di Vicenza espongono le
loro opere nelle 15 sale del prestigioso sito nei pressi di Ponte Vecchio.
La rassegna conclude il percorso avviato a luglio a Salisburgo presso la Galleria Bercholdvilla, in occasione
del Festival internazionale della musica, e dopo la tappa di settembre presso l’abside della Cattedrale di
Verona. Importanti sono i patrocini per questa interessante esperienza: il Forum Cultura del Land Salisburgo,
l’Ambasciata austriaca a Milano, la Diocesi di Verona con il Capitolo della Cattedrale, le Associazioni artisti
per l’arte sacra di Vicenza, il Comune di Bassano del Grappa.
Nelle intenzioni dei promotori l’inizio di una collaborazione fra Bassano del Grappa e Salisburgo: due grandi
Città votate all’arte e alla cultura. Non solo un gemellaggio culturale ma pure un singolare confronto fra
linguaggi e itinerari formativi molto diversi. Singolari le evidenze per una mostra di notevole spessore.
Il presidente del land Salisburgo e assessore alla Cultura della Regione, che ha presentato la Mostra a
Salisburgo ha inviato un messaggio letto da un suo rappresentante a Bassano del Grappa: “Credo che
questo sia l’inizio di una splendida amicizia. Ho tra le mani il catalogo di questa prima mostra di scambio fra
la Bercholdvilla Salisburgo e il Palazzo Bonaguro di Bassano del Grappa. Il primo passo è stato fatto nella
speranza di una lunga e - per tutti i partecipanti - fruttosa collaborazione fra i rinomati Istituti culturali
dell’Austria e dell’Italia. L’arte vive già dall’antichità come superamento dei confini, nazionalità e popoli.
L’Europa cresce unita economicamente, socialmente e culturalmente. Questo ci conferma ulteriormente sulla
via della collaborazione: solamente una sola lunga collaborazione fra due città di Cultura può sopravvivere
alla globalizzazione europea.
Le opere d’arte di Agnes Winzig, Gino Prandina, Paul Moroder, Peter Wiener dimostrano una
grande sintonia come pure il fascino di espressioni artistiche così diverse.
Auguro una buona visita alla mostra quale avventura culturale sul tema della “Trasfigurazione”.
Lasciatevi coinvolgere dalla magia espressiva di queste opere!”
La rassegna d’arte si intitola “Trasfigurazione”: si tratta di pregevoli opere scultoree e pittoriche, alcune di
grandi e grandissime dimensioni in alluminio e bronzo, ma anche in vetro, argento, pietra.
(…)Con la pittura si esprime Gino Prandina di Vicenza. Nella rassegna presenta un caleidoscopio di tecniche
pittoriche e materiali diversi: oro, catrame, carta, legno, argento, cera, lacche… Segni antropomorfi, visioni
abbozzate esprimono emozioni e rinviano a domande sull’esistenza umana. Per la prima volta viene esposta
la serie dei calici in argento della linea artistica “Braggio per l’Arte”, con cui l’omonima ditta gli affida la
progettazione delle opere d’arte sacra di alta gamma. (…)
Trasfigurazione è il titolo comune che è stato scelto per la presentazione di questa mostra ed è una parola
carica di significati, che - a mio parere - possono tutti essere ricondotti a una sola trama, che tutti e tutto
ricongiunge: subire una metamorfosi prodigiosa. Come sosteneva Giuseppe Antonio Borgese, che mi fu
guida a Milano nella mia gioventù, “...che cos’è la poesia e ogni altra arte se non è realismo lirico,
figurazione al tempo stesso e trasfigurazione?...” I quattro artisti si misurano al tempo stesso con la realtà e
col sogno: nella diversità delle loro creazioni il segno può farsi musica e ritmo, e tutto si sdoppia restando
complementare ed uno, gli spazi, i colori, le linee. Se ben vogliamo comprendere, abbiamo -in questo caso
di artisti che tra di loro si trovano e si affratellano- un’ulteriore testimonianza di come si possa rendere visibile
la parola dipinta o scolpita. Come dice Dante del buon Dio: “Colui che mai non vide cosa nova / produsse
esto visibile parlare, / novello a noi perché qui non si trova” (Purg. X, 94-96), oppure si può anche trovare,
ma solo perché Dio ha instillato questo “visibile parlare” nello spirito di certi uomini.”
MARIA LUCIA FERRAGUTI
La Domenica di Vicenza
Ottobre 2010
«Papa Paolo VI, ricevendo nella Cappella Sistina, il 7 maggio 1964, gli artisti, nel Suo interessante intervento
ebbe a dire: "Bisogna ristabilire l'amicizia tra la Chiesa e gli artisti... Non è che l'amicizia sia stata mai rotta,
ma voi ci avete un po' abbandonati... E noi vi abbiamo fatto un po' tribolare... Rifacciamo la pace? Vogliamo
ritornare amici?». È strettamente collegato al sempre attuale intervento del Pontefice l'esposizione, che
attraverso le opere di pittori e scultori, vuole essere la testimonianza della voce di Dio. Si trovano nella
rassegna i lavori di Gino Prandina, artista vicentino. Nelle opere lo spazio varia, attraversato da pennellate,
che lo aprono e lo sfondano in profondità.
Per l’inaugurazione di “Trasfigurazione”
Palazzo Bonaguro
Bassano del Grappa (VI)
15 ottobre 2010
Davanti a voi, chi ora vi parla, è il vecchio assessore alla cultura, colui che ha voluto a suo tempo,
quando si reggeva meglio in piedi, questa mostra carica di elementi simbolici e di riferimenti che si
intersecano tra di loro nel segno della molteplicitá e dell’unitá, piena di finezze e invenzioni compositive e
artistiche e soprattutto di genialitá creativa.
Il nuovo assessore Carlo Ferraro ha voluto che dicessi almeno qualche parola all’inaugurazione di
questo evento, che gli artisti hanno voluto portasse il nome di “Trasfigurazione”, con chiara allusione
all’apparizione prodigiosa di Gesú in divina bellezza e splendore accanto ai profeti Mosé ed Elia sul motne
Tabor, un Gesú non piú umano, ma divino: è giá il tema della duplicitá, il Gesú terreno e il Gesú celeste, una
duplicitá che ritroviamo anche nella presenza dei due profeti e nella riflessione sull’arte e poi … anche qui
noi – forse piú banalmente- lo ritroviamo nel legame funzionale tra la grande Verona e la piccola Bassano,
nei collegamenti culturali e linguistici tra Ortisei e Salisburgo.
La trasfigurazione (ma Matteo, uno dei tre evangelisti, che citano l’evento, usa un vocabolo che
nasce in lingua greca ed è sinonimo di trasfigurazione, e cioè metamorfosi ) avviene sul Monte Tabor, un
dosso isolato di forma conica che emerge per circa 600 metri sulla pianura di Esdrelon nella Galilea. Il mare
si trova a circa 500 metri. Sulla cima del Tabor oggi una basilica bizantina e due cappelle dedicate a Mosé e
ad Elia ricordano il sacro e misterioso evento: l’umanitá e la divinitá del Cristo, la trasfigurazine voluta dalla
divinitá, che ha una qualche umana somiglianza con quella che è tipica dell’arte, perché –come di buon Dio
ci ha concesso- l’arte trasfigura la realtá.
L’assessore alla cultura della regione di Salisburgo, David Brenner, cita nel catalogo della mostra
una celebre frase derivata dal film Casablanca:” Credo che questo sia l’inizio di una meravigliosa amicizia”.
Credo che voi sappiate che chi vi parla in questo memento non è un critico d’arte ma piuttosto un letterato,
che si è dedicato allo studio delle parole, un filologo insomma: forse una figura non proprio indicata ad
aiutarvi nella comprensione di queste opere d’arte. Sono comunque convinto che anche attraverso certe
parole significative voi potrete avvicinarvi a queste manifestazioni che nascono dall’animo, perché l’arte (e
qui mi rifaccio al titolo della mostra ) trasfigura la realtá e tutti quelli che si sono dedicati alla lettura del
Vangelo avranno scoperto che la trasfigurazione serví a fortificare l’uomo Cristo in vista delle sofferenze e
della morte. Fu insomma una visione anticipata della futura gloria di Cristo. Vorrei insistere sul concetto di
David Brenner, la meravigliosa amicizia che coinvolge persone soprattutto, ma anche lingue e culture: noi
cercheremo di fare qualche piccola osservazione che metta in rilievo come non solo le persone, ma anche le
cose possono –per cosi dire- stringersi la mano. Per esempio anzitutto i collegamenti dei uoghi: Verona e
Bassano che sono poste come al confine tra i monti del grande Nord e la pianura, e poi quella regione
trilingue (tedesco, italiano, ladin), che ha come centro Ortisei (St. Ulrich) e si congiunge con la realtá
dell’Austria, in particolare con la mia amata Salisburgo. Una Verona tutta italica, una Bassano che nei suoi
figli si sente vicina a quel luogo meraviglioso da cui provengono i pittori Dal Ponte, che è l’Altopiano dei Sette
Comuni di Asiago, ove si parla anche una delle mille varianti del tedesco, quindi giá una presenza della
cultura germanica in questa sede, ma certo ancor piú in Sankt Ulrich, l’Ortisei della Val Gardena, ove –come
ho giá detto- accanto al tedesco convivono anche il ladino e l’italiano, un luogo dove trionfa l’intaglio del
legno e cioè giá l’arte della scultura. Insomma tutto un legame che prelude all’amicizia cui faceva allusione
David Brenner, tutta una serie di legami che va al di lá della lingua, quando pensiamo – come ci spiega
Danila Serafini- che per esempio Paul Moroder opera a stretto contato con un liturgista (un esperto del
mondo della Chiesa) e con un architetto, con il quale afrronta per i suoi bronzi e per le sue pietre le
tematiche dell’occupazione dello spazio.
E cosí in Agnes Winzig, che –come sostiene il prof. Schönwetter- cerca e parla le lingue degli oggetti
del mondo, che lei sa interpretare e fa tra l’altro in modo che gli olivi, testimoni di mille vicende, personaggi
della nostra attuale, ma anche della nostra passata esistenza, ch in se stessi raccolgono centinaia d’anni di
vita, possano raccontare le loro storie. Ma vi voglio anche citare una osservazione meravigliosa di
Agnes:”L’arte è uno stimolo, che ci conduce all’incontro con ció che le cose sono in se stesse”.
E cosí nel catrame liquido di Gino Prandina, nei suoi pigmenti, il nero dell’ombra è come il mistero
che avvolge le cose quel baluginare di luce e ombra sottolinea che il morbido gioco chiaroscurale che in
Gino Prandina è cosí tipico: le nerezze all’ombra come mistero, come la nebbia (IHWH) che cancelló la
visione dei tre personaggi celesti agli occhi dei tre Apostoli. La luce che i suoi catrami o le sue ombre fanno
nascere appartiene in fondo al morbido gioco chiaroscurale della terra veneta ed è congiunto con la ricerca
di una verità nascosta. Lasciatelo dire al nostro artista: il suo –cito- “è quasi un percorso che si snoda a
partire dalle ombre … e arriva ai chiarori dell’alba, dal rosso del sole e del fuoco fino alla preziosa sacralitá
dell’oro”.
In Paul Moroder dё Doss c’è –come splendidamente osserva la critica Danila Serafini- questo suo
tipico accostamento tra “ i timbri rilucenti del bronzo e quelli … silenti della pietra”. “La sua attenzione è
sempre volta a non impadronirsi di troppo spazio” come appunto Paul volesse non cedere all’artificio e alla
retorica, ma mettere in rilievo la lettura degli assunti religiosi nella sua arte, nella quale trionfano la lirica
compostezza e il sincero sentimento, la perfetta tecnica e la superba fattura.
In Peter Wiener dopo l’affermazione nelle prime opere di una ricerca applicata alle catene montuose
e alla complessitá delle valli, non vi è una pura e semplice rappresentazione della realtá, e nemmeno una
ricerca fondata sull’astrazione, ma soprattutto –specie nelle realizzazioni piú recenti- il tionfo di nuova
dimensione che è la sfida della luce.
Ma noi abbiamo cominciato nel segno del monte Tabor, ove avvenne la sfolgorante visione di Gesù
con Mosé ed Elia, in cui lo splendore del volto di Cristo, la luce delle sue vesti è in fondo l’irradiazione della
trascendenza e vorrei concludere con la citazione da Matteo, uno dei tre evangelisti che parlano della
metamorfosi di Cristo “… Risplendette il suo volto come il sole e le sue vesti divennero bianche come la luce
… Insomma la trasfigurazione di Cristo viene assunta nella nostra interpretazione a simbolo dell’arte, che è
un modo per guardare dentro alla realtá, per ricreare la realtá, cosí come Cristo mostrava se stesso in una
sfolgorante visione, una visione anticipata della sua futura gloria, l’irradiazione della sua trascendenza. E
allora permettetemi di fare una riflessione sulla parola trasfigurazione che – come ho giá detto- ha anche
come corrispondente in italiano un vocabolo preso a prestito dalla lingua greca, metamorfosi. Ma in tedesco
– anche nel segno della duplicitá- trasfigurazione si dice Verklärung, una parola che indica al tempo stesso
l’illuminare e il trasfigurare, perché la luce crea e ricrea e l’arte scopre ció che invisibile rendono visibile ci
´che non ha luce, che è nascosto. L’arte trasfigura la realtá, di Kunst verklärt die Wirklichkeit. L’arte ha come
compito, come disse Papa Adriano I giá alla fine dell’VIII secolo, di demonestrare invisibilia per visibilia, cioè
comunicare le veritá nascoste facendo in modo che divento visibili: ed è cosí che l’arte puó offrire un
nutrimento allo spirito di chi sa guardare.
Giorgio Pegoraro
Pittura e scultura Nuovi percorsi di
Trasfigurazione
MOSTRE /1. A Bassano dopo Salisburgo
GIORNALE DI VICENZA
26 ott. 2010
Espongono Wiener, Winzig, Moroder e il vicentino Prandina
È aperta nelle 15 sale di Palazzo Bonaguro a Bassano la rassegna d'arte "Trasfigurazione", protagonisti
Peter Wiener e Agnes Winzig di Salisburgo, Paul Moroder di Ortisei e Gino Prandina di Vicenza. La
rassegna conclude il percorso iniziato a luglio a Salisburgo alla Galleria Bercholdvilla, in occasione del
Festival musicale
internazionale e proseguito con la tappa di settembre nell'abside della Cattedrale di Verona.
Si tratta dunque di una "mostra di scambio", una specie di gemellaggio culturale fra Bassano e Salisburgo:
due città ugualmente votate all'arte e alla cultura.La rassegna s'intitola "Trasfigurazione": si tratta di pregevoli
opere scultoree e pittoriche, alcune di grandi e grandissime dimensioni in alluminio e bronzo, ma anche in
vetro, argento, pietra.
(…) Con la pittura si esprime Gino Prandina di Vicenza. Esperimenti tecnici, espressioni molteplici, forme
umane intuite, visioni abbozzate esprimono una grande carica emotiva e ricerca di risposte… e le molte
risposte rinviano a nuove domande sull'esistenza umana. I materiali usati da Prandina spaziano dall'oro al
catrame liquido, dalle lacche cinesi ai colori in polvere (indaco) africani e indiani.
MARIA LUCIA FERRAGUTI
La domenica di vicenza
Novembre 2010
La ricchezza del richiamo evangelico della Trasfigurazione motiva l'esposizione, che diventa scoperta e
rivelazione di un'arte protesa verso la spiritualità. Per attivare una maggior conoscenza è stata organizzata
la mostra itinerante "trasfigurAzione", che si basa sull'attività di Peter Wiener ed Agnes Winzig di Salisburgo,
Paul Moroder dë Doss di Bolzano e Gino Prandina di Vicenza. Dopo Bertholdvilla di Salisburgo e della
Cattedrale di Verona, la mostra trova il suo punto di arrivo a Palazzo Bonaguro a Bassano. Colpisce negli
artisti dotati di carattere e di accesa individualità trovare una precisa forma all'anelito verso il trascendente,
che nella scultura si manifesta anche nella grande misura in alluminio, bronzo e inoltre in vetro, argento,
pietra.
(…) Gino Prandina articola segni ogivali in pittura, in visioni di forme architettoniche, sull'idea di una
cattedrale celeste posta su un punto d'arrivo cosmico. L'immediata gestualità circolare porta all'intuizione di
uno spazio profondo suggerito dal roteare dei segni, che riprendono e trascendono pareti, costoloni ed archi
rampanti, sfondano intuibili pareti per arrivare, fra calde tonalità cromatiche, alla presenza della luce. Alle
opere sperimentate con «l'uso del catrame su supporto di carta intelaiata» Prandina espone, per la prima
volta, un calice celebrativo, della serie dei calici in argento della linea artistica "Braggio per l'Arte".
TRASFIGURAZIONE
Testo critico di Paolo Bortoli
Bassano sabato 6 novembre 2010
Una mostra generosa di lavori plastici e pittorici, apprezzabile per la ricchezza e la qualità delle opere
esposte. Interessante il dialogo tra la scultura e la pittura; in particolare per i quadri di Prandina.
Mi sembra che il fondamento di questo dialogo sia la contrapposizione tra le categorie del caldo e del freddo.
Contrapposizione che esalta sia le sculture ( in particolare alcune ) che le pitture, come in un gioco di
figura/sfondo.
I quadri di Gino sono un riposo che stempera un’atmosfera satura di “deità numinosa”.
Il calore dei bruni e dei rossi e anche del nero del catrame che è comunque riscaldano una riflessione
plastica spesso “nordica”, fredda. La morbidezza delle forme accentua il tono emotivo decisamente “caldo”
delle pitture. Caldo anche l’accordo bianco nero. Leggendo le opre di Gino da me, pittore, è trovo sia molto
felice l’uso del bianco ( nei fiori per esempio ) – il classico, dei neri e i rossi – ma anche l’uso dell’arancio
(che non avevo mai visto nella sua produzione) non posso che approvare, anche perché arancio e bianco è
un accordo che io ho usato spesso e volentieri!
Su tutte le opere si sente la propensione alla forma e alla terra, anche vulcanica (L’influsso del
mediterraneo?)
certe pennellate troppo “pesanti” o “sporche” sono equilibrate dalla freschezza del gesto, che compensa
ampiamente il tutto.
Paolo Bortoli 7-11-10
Annotazioni e domande
B. Ho trovato interessante il dialogo tra la scultura di Wiener e la pittura di Prandina:
P. E’ vero, riscopro la vocazione a una pittura “nordica” in grado di compensare il calore del mediterraneo
con una pennellata più riflettuta.
B. Mi sembra che il fondamento di questo dialogo sia la contrapposizione tra le categorie del caldo e del
freddo. Contrapposizione che esalta sia le sculture ( in particolare alcune) in un gioco di figura/sfondo.
Partendo dal contrasto di queste due categorie, che mi hanno fatto vedere meglio i tuoi quadri, mi sono
venute in mente alcune riflessioni.
P. Si, il gioco dei contrasti rende il tutto più leggibile, credo siano molte le differenze di approccio al tema, ad
esempio il contrasto “luce – tenebre”. Il senso del mistero incute anche il senso dell'alterità e
dell'"incombenza"... R.Otto parlerebbe del TREMENDUM, del numinoso.
B. I tuoi quadri in questo contesto “freddo” li ho visti al meglio. Il contrasto con le corazze metalliche e
spigolose degli angeli di Wiener, esalta il calore dei bruni e dei rossi e anche del nero del catrame che è
comunque caldo. La morbidezza delle forme accentua il tono emotivo decisamente “caldo” delle tue pitture.
P. Inevitabile per me l'orizzonte di un approccio all'umano più mediterraneo e più "corporeo" e sensoriale.
B. E per l’uso del rosso e dell’aranciato?
P. Pensavo a Turner
B. Talvolta ti lasci andare a pennellate “pesanti” o “sporche” ; sono solo gestualità?
P. Nella gestualità pittorica è un rischio che si corre sempre. La nitidezza emerge dopo tanto lavoro che
purtroppo non posso applicare in maniera continua, o non quanto vorrei. Confido di riprendere nei due filoni:
quello mistico dei lavori con fondo azzurro e quello dei corpi analizzati con la pittura a resina e catrami.
Gino Prandina .
Reggenza Comunità Montana 7 Comuni – Asiago (VI)
10- 21 agosto 2011
di Maria Lucia Ferraguti
Gino Prandina, insegue, nella sua poetica attraverso il segno e il colore, un’idea di vortice, che pari ad una
voce d’eco originaria scorre nell’ascesa verso l’origine della luce. Sulla ricerca della fonte luminosa Prandina
intraprende un viaggio di segni, da interpretare per il loro valore simbolico ed emotivo, che costruiscono
nell’accelerazione del moto lo spazio interno di sacre architetture. Lo spazio, nel definire l’ambiente, appare
espressione di una metafora privata della conoscenza e nello stesso tempo assume un valore pubblico nel
precisare la fonte luminosa. Simile ad un progettista Prandina estende lo sguardo attraverso segni a vortice
aspiranti all’ascesa; inserisce in forme circolari brani di giallo, così da circoscrivere luminosità concentrate; le
sviluppa quantitativamente nell’introdurre nuove occasioni di chiarori. Entrano accerchiate da trame di larghi
segni di colore nero bituminoso, in una materia aspra nel precisare energiche aperture sfondanti dello
spazio. I quadri hanno un’intonazione notturna resa dalla cupa dicotomia del largo tracciato, che pone in
risalto d’improvviso, nelle aree circolari, una rinnovata luminosità. Altri dipinti sviluppano un richiamo diverso:
lasciano a segni circolari, leggeri nell’impulsività del gesto d’ampio respiro, indicare nell’andamento il
richiamo sorgivo di una luminosità perenne. Segni s’affollano lievi mentre s’intersecano con intuitivi tratti
pittorici ed indicano, tra sciabolati cromatismi nell’esito di un’ampia gestualità, il richiamo ad architetture
aperte all’infinito, di forme ogivali, di presenze vitree in grandi aule cariche di silenzio e di attese, nella
suggestione cromatica di un azzurro trasparente. Un’attitudine diversa all’interno della mostra caratterizza
alcune forme dalforte impatto cromatico, dominata da un rosso intenso, dal richiamo espressionista-astratta,
piuttosto lontano dalla pittura dal richiamo aereo. Una scelta sostenuta dalla presenza del colore, simile ad
un’energia in crescita, mossa sulla voce di un richiamo primordiale, incombente nel dominare, nella sinuosità
della forma, lo spazio. L’artista attivo fin da 1980, espone in numerose mostre nazionali ed estere. Numerose
sono le mostre e le sue opere si trovano in gallerie pubbliche e private
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testi critici su di me fino al 2012