Piegaro
Giovedì 10 Gennaio 2013 11:31
Piegaro
Alcune antiche tradizioni popolari ancora esistenti a Piegaro nel periodo tra la prima e la
seconda guerra mondiale, quali ad esempio quelle legate al carnevale, che furono mantenute in
vita dal sentimento e dalla fantasia dei progenitori, sono state quasi tutte spente dal rapido
progresso degli ultimi decenni.
Sopravvivono alcune manifestazioni di carattere religioso, come le processioni notturne del
giovedì e venerdì santo, la festa del patrono San Silvestro (31 Dicembre) e quella del Crocifisso
(11 Maggio) anche se per partecipazione di popolo e spettacolarità le prime due citate
sovrastino nettamente le altre.
La processione del giovedì santo, unica nel suo genere nell'ambito del comprensorio è detta
anche dell'Ecce Homo, perchè incentrata sul simulacro ligneo di Gesù, la cui iconografia si
richiama al Cristo presentato al popolo ebreo dopo la flagellazione ordinata dal proconsole
romano Ponzio Pilato, cioè rivestito di una tunica scarlatta, le mani legate, la testa coronata di
spine e grondante sangue. L'opera, assai venerata dai piegaresi, risale al XVIII secolo.
Tale processione si snoda dalla chiesa della Madonna della Crocetta a quella parrocchiale, per
tornare alla prima dopo un ampio giro per le vie e le piazze del paese suggestivamente
illuminate da fiaccole e da migliaia di "lumini" multicolori. Aprono la sfilata i componenti della
Confraternita della Morte, in cappa nera, uno dei quali porta a spalla il "tronco", una grande
croce nera alta più di tre metri e pesante oltre cinquanta chili, di legno cavo internamente.
Seguono i componenti della Confraternita del Sacramento, in cappa bianca e pellegrina rossa,
quattro dei quali a turno portano la statua, mentre altri sei reggono il baldacchino.
La processione del venerdì santo ricalca la precedente, diversificandosi sia perchè inizia e
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termina in corrispondenza della chiesa parrocchiale, sia perchè il tronco è tenuto in equilibrio
verticalmente, sia perchè al posto dell'Ecce Homo è la statua del Cristo morto, seguita da quella
della Madonna addolorata, portata da quattro ragazze completamente vestite di nero. Un tempo non molto remoto tali manifestazioni erano particolarmente sentite da tutta la
popolazione, che contribuiva attivamente alla loro perfetta riuscita. Pertanto esse assumevano
aspetti grandiosi e di forte impatto emotivo tanto da esercitare un potente richiamo sugli abitanti
dei paesi vicini. Oggi hanno perduto molto del loro antico fascino essendo cambiato il modo di
vivere e partecipare il sentimento religioso.
Anche la festa del patrono San Silvestro, il 31 Dicembre, che da tempo immemorabile si
svolgeva con grande solennità e partecipazione di popolo, è quasi del tutto spenta; sopravvive,
infatti, a livello puramente liturgico. Lo stesso dicasi per quella del Crocifisso, che si svolge a
maggio per ricordare il già citato evento miracoloso del 1738. Soltanto ogni 25 anni o in
occasione di avvenimenti straordinari, la festa assume l'aspetto e la spettacolarità di un tempo.
Per quanto concerne le feste non religiose, è opportuno ricordare quelle che si svolgevano
all'inizio e alla fine di carnevale. La sera del 17 Gennaio, che nel calendario folkloristico segna
quasi ovunque la data d'inizio del periodo carnevalesco che precede la quaresima, usciva da
una rimessa di porta Romana una carrozza trainata da due cavalli, all'interno della quale c'era
la personificazione del carnevale, sotto forma di un grande fantoccio, confezionato con vecchi
abiti riempiti di paglia. Preceduto e seguito da una schiera di maschere che cantavano liberi
versi, pieni di allusioni comiche, di doppi sensi e di battute scherzose, il Carnevale percorreva le
vie del paese per raggiungere infine la piazza principale dove, tra suoni, e balli veniva
incoronato. Altrettanto spettacolare era la festa di fine carnevale, il cui simulacro dopo un
farsesco processo veniva condannato a morte perchè sopra di lui si erano accumulati tutti i mali
ed i peccati del periodo di festa e licenza.
Dopo la condanna il Carnevale veniva portato per le vie del paese, tra il pianto della moglie e
delle maschere che seguivano il condannato. Giunti nella piazza, antistante il municipio gremita
di popolo veniva eseguita la sentenza. Il fantoccio rappresentante il carnevale veniva posto
sopra una grande catasta di legna e arso tra le grida "disperate" della consorte e delle
maschere e le risa del pubblico presente.
A metà quaresima in alcune località del territorio comunale, ma specialmente a Castiglion
Fosco, Gaiche e Greppolischieto, si svolgeva una specie di farsa rusticana, detta: Sega la
vecchia. Si trattava di una sceneggiata burlesca in prosa e in versi, risalente con molta
probabilità al lontano Medioevo, che gruppi di giovani mascherati recitavano sulla pubblica
piazza o nelle case dei vari signorotti locali. Il ricavato di tali goliardiche rappresentazioni veniva
utilizzato dai protagonisti per una cena e per il rinnovo dei costumi.
Le note folkloristiche più interessanti del capoluogo e delle frazioni vanno ricercate in tutte
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quelle pratiche e credenze superstiziose, miste a contaminazioni di origine pagana,
particolarmente presenti negli scongiuri e negli amuleti.
Per quanto concerne gli scongiuri, il più noto era quello contro la grandine. Poichè tale
fenomeno meteorologico era considerato come una punizione divina contro i bestemmiatori, si
credeva potesse essere allontanato con il suono delle campane, o lanciando in aria del sale,
oppure mettendo all'esterno della casa un rametto di olivo benedetto. A Piegaro, fino a pochi decenni fa, un piccolo frammento della tunica dell'Ecce Homo, racchiuso
in un sacchettino di tela, era utilizzato come amuleto propiziatorio da mettere al collo o sotto al
cuscino degli ammalati.
Altra usanza, tuttora presente in alcune zone del comprensorio, era quella di accendere in
mezzo ai campi grandi fuochi la sera precedente la festa dell'Ascensione e della Natività della
Vergine (8 Settembre).
Prima di chiudere il capitolo delle tradizioni e del folklore sembra interessante ricordare l'attività
della filodrammatica piegarese.
Nella seconda metà dell'Ottocento fu realizzato, con finalità educative e di divertimento, il teatro
comunale, utilizzando alcuni locali dell'antico palazzo dei conti Bulgarelli. La struttura era
costituita da una platea con 120 posti, attorno alla quale girava un palco per gli spettatori,
sostenuto da eleganti colonne, da un ampio palcoscenico e dai camerini per gli attori.
Il maestro Angelo Gregori, nobile figura di letterato ed educatore, realizzò una scuola di
recitazione, da cui sortì un primo gruppo di attori dilettanti, che infiammò e commosse per
diversi anni il popolo piegarese, il quale accorreva in massa a tale piacevole forma di
spettacolo. A questo primo gruppo ne seguì un secondo, che riscosse anch'esso risultati
lusinghieri.
Il secondo conflitto mondiale non solo determinò lo scioglimento della nobile iniziativa ma
arrecò anche gravi danni allo stabile, colpito da varie cannonate. All'inizio del 1945 un gruppo di
giovani, tra cui l'autore di queste note, decise di riparare l'edificio, dopo aver ottenuto
l'autorizzazione del sindaco prò tempore, e di ricostituire la filodrammatica. I nuovi dilettanti,
sotto la regia del dottor Alceo Tiberi, furono ben presto in grado di cimentarsi in un repertorio
che andava da testi semplici ma piacevoli e divertenti a opere di Giacosa e Nicodemi. L'attività
del gruppo teatrale cessò nel 1950 allorchè alcuni protagonisti si allontanarono da Piegaro.
Tratto da: "Memorie di una terra: Piegaro e i suoi castelli"
di Senofonte Pistelli e Gianluca Pistelli
Città della Pieve, Luglio 1992
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