Due per la strada, anzi tre
Sono passati ormai otto mesi dal viaggio in bicicletta da Paullo a Innsbruck, i ricordi di
quell'avventura sono custoditi gelosamente nella mente e nel cuore, ora però è arrivata l'ora di
ripartire, abbiamo ancora un compito da svolgere.
Per anni ho insistito nel dire che dalla nostra città passa un itinerario ciclo turistico che collega la
Svizzera con la Laguna Veneta. Adesso, dopo il viaggio dello scorso anno, è il momento di
dimostrare la fruibilità anche del tratto che da Paullo porta al delta del Po e alla laguna.
Il tracciato
Durante l'inverno, con Paolo, grazie a mappe cartacee e informazioni in rete ho identificato due
diverse possibilità per raggiungere Cremona. La prima lungo il canale Vacchelli e il Naviglio civico
di Cremona, la seconda seguendo il fiume Adda fino alla confluenza con il Po per proseguire poi
lungo l'itinerario ciclistico Sinistra Po in direzione est.
Da Cremona in poi la scelta si limiterà (cosa da poco!) ai due itinerari Sinistra Po o Destra Po.
Il tracciato
Dopo attenta consultazione di Internet, mappe, ciclo guide e interviste in loco, ho infine scelto di
prendere la via a sud-est, facendomi guidare dall'Adda fino al “grande fiume”.
I ciclo viaggiatori
Ezio, Paolo e Giuseppe
Quest'anno oltre al tracciato c'è un'altra importante novità, a Paolo e me si è aggiunto Giuseppe,
vecchio amico con cui ho condiviso anni di lavoro e soprattutto, settimane ciclistiche all'estero con
le rispettive famiglie.
Le biciclette
Paolo ed io useremo le nostre collaudate “cavalcature”, rispettivamente una bellissima B'Twin
Riverside 7 da 28” con forcella ammortizzata, equipaggiata Shimano Deore XT e gomme Schwalbe
Marathon e una Olympia da trekking con forcella ammortizzata, telaio in allumino, cambio
Shimano Alivio 24 velocità e ruote da 28” attrezzata con gomme Schwalbe Supreme antiforatura da
1,65” e (memore dell'esperienza dello scorso viaggio) preventivamente provvista di parafanghi.
Giuseppe invece “monterà” una Atala nuova di zecca con ruote da 28” e telaio rigido in alluminio
già astutamente collaudata per ben 2.000 km.
Le tappe
Secondo le mie stime, che come al solito si dimostreranno calcolate per difetto, il percorso
dovrebbe essere lungo circa 400 km, occorrerà pertanto pianificare delle tappe per soste e
pernottamenti. Dopo laboriose, attente e ripetute consultazioni del materiale raccolto il piano di
viaggio è pronto:
1° tappa Paullo – Cremona
2° tappa Cremona – Borgoforte
3° tappa Borgoforte – Stellata
4° tappa Stellata – Taglio di Po
5° tappa Taglio di Po – Sottomarina
6° giorno trasferimento a Venezia per rientro a Paullo
quest'anno il viaggio sarà il risultato di un perfetto lavoro di squadra, io mi sono occupato del
percorso e delle tappe, mentre la logistica è stata quasi completamente a carico di Paolo che ha
passato ore tra internet e telefono per assicurarci le sistemazioni migliori (soprattutto
economicamente) per le varie soste. Giuseppe fungerà da osservatore (solo per questa volta!).
Il viaggio
La vigilia della partenza la trascorro occupandomi degli ultimi preparativi:
1) borse da viaggio; che riempio e svuoto un numero incredibile di volte, perchè quando si
approssima l'ora della partenza ho sempre l'impressione che l'esperienza accumulata in anni e anni
di viaggi in bici svanisca misteriosamente e mi ritrovo a dovermi districare in un mare di dubbi,
occorre o no il pantalone impermeabile? E' meglio portare una maglia a manica lunga? Porto la
felpa o il pile? Pedalo con le scarpe o con i sandali?
2) bici; lavo il telaio, pulisco e lubrifico la catena, monto nuovi pattini dei freni, verifico la
pressione degli pneumatici e il funzionamento delle luci.
Il tempo atmosferico non è certo dei più incoraggianti, piove e fa freddo ma del resto anche lo
scorso anno è stato così e poi ci è andata bene. Incrocio le dita e non ci penso più, prenderemo
quello che viene.
1° Tappa: Paullo – Cremona
Domenica 24 Maggio ore 09:00; splende un bel Sole, un saluto alla mia adorata moglie Daniela,
una serie infinita di baci e abbracci, conditi da qualche lacrima, da parte di mia figlia minore
Costanza e con la bici carica di tutto l'occorrente mi avvio verso il punto stabilito per il ritrovo.
Paolo, che a volte sembra soffrire della sindrome della bella donna (ma forse sono io che sono
troppo pignolo), questa volta riesce a stupirmi, è perfettamente in orario! Quasi sicuramente merito
della moglie Natalina che lo accompagna alla partenza!!
Le ultime raccomandazioni e via; il primo colpo di pedale è sempre un'emozione, la pedivella che
scende sotto la pressione del piede è per me come lo staccarsi da terra dell'aereo, come il primo
scossone del treno che si avvia, come il lento allontanarsi dal molo della nave.
Non ringrazierò mai abbastanza Daniela per avermi lasciato seguire ancora una volta i miei sogni.
Lei ha capito che, come dice Altan, sto portando a spasso il bambino che è in me.
Alle 9:30, come concordato, ci incontriamo con Giuseppe (Beppe) a Villa Pompeiana e insieme ci
dirigiamo chiacchierando verso Lodi che attraversiamo per raggiungere e seguire il vecchio corso
della Muzza.
Caviaga, Basiasco, Turano, Castiglione D'Adda con il bel Palazzo Serbelloni, Camairago con il
medievale castello Borromeo, Cavacurta con le signorili Ville Inzaghi e Medri e la storica città
murata di Pizzighettone dove facciamo sosta per il pranzo.
Beppe, memore dei nostri ciclo viaggi e ricco dell'esperienza scoutistica si è attrezzato per il pranzo
al sacco (leggesi panini) ma, senza troppa fatica, riusciamo a convincerlo ad accantonarli per la
merenda e ad entrare con noi in una piccola ma invitante trattoria affacciata sulla riva destra del
fiume, che incontriamo poco prima del bel ponte ciclo pedonale (ahimè chiuso) che conduce
all'altra riva del fiume Adda e al centro della città.
Il ponte ciclo pedonale di Pizzighettone
Pranziamo all'aperto sotto magnifici platani che ombreggiano il cortile della trattoria, nel frattempo
il sole che la mattina ha fatto solo qualche sporadica e timida apparizione, ora splende deciso. Prima
di ripartire facciamo un'abbondante scorta d'acqua ben sapendo che fino a Cremona non
incontreremo bar o fontanelle.
Non troviamo indicazioni, segnavia o altro ma il fiume è una guida infallibile. Attraversiamo Crotta
d'Adda con la sfarzosa Villa Stanga e poco dopo, allo scoccare del 64° km, ecco apparire davanti a
noi l'imponente confluenza Adda – Po. Lasciamo quindi l'Itinerario Regionale IR3 Adda per
imboccare l'Itinerario Regionale IR8 Po.
La confluenza Adda - Po
Pedaliamo tra verdi campi di frumento e folti pioppeti che a intervalli nascondono con la loro
ombrosa cortina la vista del fiume. Ci muoviamo in un paesaggio immutato, dominato dalla
presenza del grande fiume. L'argine sui cui ci spostiamo ha un fondo sterrato non sempre in ottime
condizioni, che non facilita certo la marcia. In lontananza scorgiamo i campanili degli abitati che
punteggiano il percorso ma nessuna presenza umana intorno a noi.
Al 76° km arriviamo al ponte stradale di Cremona e alla “marina”. Numerose e leggere
imbarcazioni ricamano veloci traiettorie sulle acque del Po, plumbee nonostante il Sole quasi estivo.
L'albergo scelto da Paolo si trova in centro proprio alle spalle del Palazzo Comunale, voltiamo
quindi le spalle alla fiume, risaliamo Viale Po e Corso V. Emanuele e ci troviamo in piena Festa
delle Famiglie tra il Torrazzo e la Cattedrale mentre una banda suona sul podio quasi a festeggiare il
nostro arrivo!
Arrivati all'hotel sistemiamo le bici, prendiamo possesso delle camere, una doccia ristoratrice e poi
fuori a passeggiare per le affollate strade di Cremona.
La Cattedrale
Palazzo Trecchi
Abbiamo pensato all'albergo ma non al ristorante, comunque non è un problema irrisolvibile. Una
telefonata all'amico Piercarlo, coordinatore FIAB di Regione Lombardia oltre che presidente di
Biciclettando, ed ecco la nostra guida cultural/eno/gastronomica per la serata.
Il Duomo, Il Torrazzo, il Battistero, la Loggia dei Militi, Palazzo Trecchi numerose sono le cose da
vedere e visitare a Cremona e di certo merita una sosta più lunga ma purtroppo non questa volta.
Torta fritta, risotto alla mousse di zucchine con menta e crema di crescenza il tutto annaffiato da un
ottima bottiglia di Ortrugo e condito dagli inarrestabili racconti di Pier, sanciscono la fine ufficiale
della tappa. Alle 23 tutti a letto e domani alle 9 ci si trova per colazione. Buona notte!
2° Tappa: Cremona – Scorzarolo
Alle 9 quando, come concordato, scendo per colazione trovo Beppe che seduto all'aperto sotto un
ombrellone sfoglia un quotidiano. Si è svegliato troppo presto, ha già fatto un giro per il centro e
comprato il giornale. Forse domani decideremo di anticipare la sveglia.
Questa mattina il Sole è testimone della nostra partenza, ne godiamo a fondo perchè le previsioni
per domani non sono buone.
Lasciamo il centro e ci dirigiamo verso il grande fiume che da oggi e fino alla fine del viaggio ci
accompagnerà fedele testimone della nostra impresa.
Arriviamo al Lungo Po Europa, svoltiamo a sinistra e seguiamo l'indicazione per Bosco ex
Partigiani che ci porta sull'argine maestro (o almeno così credo) del Po.
Purtroppo il bel fondo del lungo fiume termina e proseguiamo sul fondo malmesso dello sterrato
che ci fa sobbalzare continuamente. All'altezza di Isola Provaglio l'itinerario piega a est
allontanandosi dal fiume. Non abbiamo ancora incontrato alcun cartello che indichi la famosa
Ciclovia del Po citata dalla nostra ciclo guida ma in compenso sembrano esserci molti altri itinerari
che portano a est e che decidiamo di seguire.
Il Lungo Po Europa
Pedaliamo sempre sull'alto argine e ci dirigiamo verso Stagno Lombardo per entrare nella terra dei
“bodri”,. Questi sono specchi d'acqua originati dai vortici generati delle piene del Po e collegati alla
falda . Alcuni tra questi sono classificati come monumenti naturali da Regione Lombardia.
Proseguiamo superando il bodrio di Cascina Santa Margherita, con il Po ormai lontano a sud
superiamo gli abitati di Straconcolo, Somma con Porto e San Daniele Po.
Una dei tanti cartelli segnaletici
Pioppeti e campi di mais si susseguono in basso ai lati della pista arginale come fedeli compagni di
viaggio mentre, pedalando ora lungo la ciclabile Golena di Po, lasciamo alle spalle i centri di
Solarolo, Motta Baluffi e l'indicazione per l'Acquario del Po, Torricella del Pizzo dove fanno una
timida apparizione sparuti campi di pomodori, Gussola, Martignana.
Sotto le nostre ruote sfilano lunghi e noiosi tratti di argine asfaltato affiancato da alberi di pioppo e
gelso che sembrano ripetersi in un continuo e ipnotico dejavù.
Un bodrio
All'improvviso, in basso alla sinistra dell'argine, appare un bellissimo e attrezzatissimo parco
didattico permanente per l'Educazione Stradale annesso ad un grosso complesso scolastico, siamo
al 58mo chilometro della tappa odierna e abbiamo raggiunto l'abitato di Casalmaggiore, annunciato
da lontano dall'alta cupola del Duomo di Santo Stefano, giusto in tempo per il pranzo.
Casalmaggiore: la piazza
il Duomo di S. Stefano
Questa volta Beppe non ci prova nemmeno a menzionare i panini e di comune accordo ci mettiamo
alla ricerca dell'immancabile trattoria per camionisti, dove forse il menù non sarà da alta cucina ma
è sicuramente buono e, cosa che più conta dopo tanti chilometri, abbondante.
La nostra ricerca ci porta a costeggiare il complesso scolastico e rimaniamo stupiti e quasi travolti
dalla fiumana di studenti in bicicletta che, al termine delle lezioni, da soli escono da scuola e si
dirigono verso casa.
Per un attimo ci sembra di essere stati teletrasportati in un altro Paese, cose così si vedono solo in
Olanda!
Superato lo shock ci rivolgiamo agli studenti/ciclisti per avere informazioni e in breve troviamo la
tanto desiderata trattoria. Uno spuntino “leggero” e via di nuovo in sella per cercare di individuare
dove parte la deviazione per Sabbioneta che ci risparmierà un lungo giro per l'ansa del Po.
spuntino leggero
Apprezziamo molto la bella pista per Sabbioneta (patrimonio Unesco), soprattutto nell'ultimo tratto
ampio e dal fondo liscio e scorrevole. Da una ombrosa strada alberata, raggiungiamo la piazza della
città, per la verità una delle due piazze, con un misto di curiosità e di soggezione. Il ricordo di
quanti in questa zona hanno subito sulla propria pelle le discriminazioni e patito le privazioni
inflitte dalle infami Leggi Razziali fasciste del 1938, così come il ricordo di alcuni passi del famoso
e triste romanzo di Bassani fanno da contrappeso all'emozione della visita.
Il Sole batte a picco su di noi, l'unica ombra adesso è quella scura, fresca e invitante dei portici dove
sarebbe bello sostare ma la strada è ancora lunga e dobbiamo ripartire. Beppe, come al solito
previdente, si spalma manate di crema solare su viso, braccia e gambe mentre io e Paolo stiamo a
guardare con dissimulata sufficienza.
Commessaggio: il ponte di barche
Le indicazioni delle piste anche in questo tratto sono alquanto lacunose e, superato il ponte di
barche, facciamo fatica a trovare la giusta direzione. Alcuni giri viziosi e poi finalmente una gentile
signora che interpelliamo ci indica la strada per Bocca di Chiavica e l'itinerario destra Oglio.
L'argine è ora contornato da nuove presenze, i pioppi che fino ad ora si erano accompagnati a ricchi
alberi di gelso bianco e nero, sono stati sostituiti da molti e imponenti alberi di noci. La strada
scorre sotto di noi sempre uguale ma è il contesto in cui si sviluppa che cambia sensibilmente con il
passare dei chilometri.
A Sabbioni ritroviamo l'itinerario destra Po, abbandonato a Casalmaggiore, che qui si sovrappone a
quello Sabbioneta-Mantova, in questo tratto e per qualche chilometro corriamo su una bella pista a
fondo compatto, peccato che in seguito all'opera di potatura degli alberi, molti rami recisi siano stati
abbandonati proprio sulla pista. Proviamo a spostarne qualcuno ma è un lavoro immane e così, per
poter proseguire, siamo costretti a deviare sulla parallela e trafficata strada provinciale.
La pista invasa dagli sfalci della potatura
A Torre d'Oglio, dove l'omonimo fiume si getta nel Po, riprendiamo l'argine maestro di quest'ultimo
per i pochi chilometri che ci separano da Scorzarolo dove ci attende il b&b prenotato da Paolo.
Seguendo il foglio con le indicazioni stampato prima della partenza, scendiamo dall'argine e
imbocchiamo una stradina sterrata che si inoltra nei campi di mais oltre la provinciale. Alcune
centinaia di metri ed il miraggio di una doccia e di un morbido letto ci appare tra i campi coltivati.
Miraggio appunto perchè appena entrati nella corte dell'agriturismo ci accoglie il titolare che con
fare contrito e porgendo mille scuse ci dice che, a causa di un disguido con le prenotazioni, le nostre
camere sono già state occupate da altri turisti.
Dopo 96 km di pedalata, accogliamo la notizia con vero disappunto e il malumore comincia a
serpeggiare tra “l'equipaggio”. Per rimediare ci propone due possibili alternative; arrangiarci in due
camere d'emergenza oppure spostarci in un vicino agriturismo che lui ha già contattato e che
potrebbe ospitarci.
Nonostante il “preludio” piuttosto negativo, scegliamo di vedere le camere. Saliamo al primo piano
e come il titolare spalanca le porte siamo catapultati attraverso una finestra spazio-temporale e ci
ritroviamo sul set della Famiglia Addams!! Due macabre e buie camere, addobbate con letti dalla
dimensione e l'aspetto inquietante si mostrano ai nostri occhi esterrefatti. Mentre osserviamo le due
spelonche una terza porta si apre lentamente e fa la sua apparizione, quasi levitando, un anziano
signore che immobilizzandosi ci fissa a sua volta stupito.
Inutile dire che, senza nemmeno perdere tempo a consultarci, all' unanimità optiamo per la seconda
possibilità, ovvero l'altro agriturismo, il Gambino2.
Agriturismo Gambino2
Risaliamo veloci in bici e proseguiamo per alcune centinaia di metri lungo la strada sterrata che ci
conduce fino ad una bella, grande e bianca costruzione.
Una cordialissima signora, nonostante l'ora tarda, ci accoglie con un radioso sorriso che fuga in un
attimo perplessità e diffidenza, eredità della precedente visita. Siamo i soli ospiti e la famiglia
proprietaria dell'agriturismo, deve assentarsi per il saggio di danza della figlia ma nonostante i poco
tempo a disposizione, ci viene preparata e servita una gustosa cena a base di pasta asciutta, salumi,
frittata e arrosto. Niente male per degli ospiti inattesi come noi!
L'agriturismo giace isolato in mezzo alla campagna, così dopo cena decidiamo di recarci sull'argine
dove, arrivando nel tardo pomeriggio, abbiamo visto un ristorante/bar e concederci una sempre
meritata birra.
Il cielo dell'imbrunire alto e scuro sopra di noi, punteggiato qua e là da qualche rara stella e il
profondo silenzio che ammanta la campagna sono gli unici testimoni di questa passeggiata serale.
La strada bianca che corre diritta davanti a noi sfuma nell'oscurità della notte imminente.
Una birra gelata, che se comprata in gioielleria sarebbe costata sicuramente meno, alcune
considerazioni sulla tappa odierna, qualche scherzoso commento sulla Famiglia Addams, un
accenno alle previsioni meteo, pessime, per l'indomani e accompagnati dallo scricchiolio della
ghiaia sotto le ruote e dal chiarore intermittente delle lucciole torniamo alle nostre camere.
3° Tappa: Scorzarolo – Ficarolo
Dopo aver tuonato tutta la notte, questa mattina diluvia. Unica consolazione l'abbondante colazione
imbandita sulla tavolata della bella sala ristorante dal soffitto a volte, ricavata dall'intelligente
ristrutturazione di due ex stalle contigue. Questa mattina fa la sua comparsa anche il marito della
gentile signora che ci ha accolto, si scambiano chiacchiere e informazioni sul nostro viaggio e sul
lavoro dei campi. Si ride e si scherza per esorcizzare il maltempo ma questo, del tutto indifferente a
noi e ai nostri riti, ci attende imperterrito e paziente di là dai vetri.
Rassegnati a prendere quello che verrà, estraiamo dalle borse delle bici, come dall'inesauribile borsa
di Eta Beta, i più vari capi e modelli di abbigliamento antipioggia. Sfiliamo, ci fotografiamo e ci
ammiriamo reciprocamente con ironia, prede di una non ben definibile sensazione che varia
dall'ammirazione al disgusto!
pronti per la pioggia
La pioggia ha rinfrescato notevolmente la temperatura e il contatto della plastica ancora fredda della
giacca antipioggia sulla pelle nuda dà una sensazione fastidiosa. Salutiamo i nostri ospiti e ci
avviamo sotto un diluvio di proporzioni bibliche.
Beppe munito di scafandro e Paolo con la sua leggiadra mantellina rossa partono in testa, io (che ho
deliberatamente scelto di lasciare a casa i pantaloni impermeabili) li seguo rimuginando tra me e me
se ho fatto la cosa giusta.
Risaliamo sull'argine e pedaliamo seguendo la corrente del fiume. L'asfalto davanti a noi è un nastro
lucido di pioggia, l'acqua del fiume è di un colore plumbeo che rispecchia quello del cielo, non
parliamo e l'unico rumore è il fruscio delle ruote sul fondo bagnato.
A Correggio Micheli abbandoniamo il Po per dirigerci verso il Mincio, l'argine di nuovo sterrato è
una distesa di fango dove le ruote sprofondano e facciamo fatica ad avanzare e a mantenere il
controllo della bici. Decidiamo di scendere e proseguire per un po' sulla Strada Provinciale asfaltata
che corre parallela alla'argine.
Alle 11:30 cessa la pioggia e un tenue bagliore che si intravede oltre la coltre di nubi, è sufficiente
per farci tornare il sorriso.
A Governolo, piccolo centro che conserva importanti tracce della passata storia e complesse opere
di ingegneria fluviale, ci fermiamo per la sosta caffè di rito.
La simpatica barista del circolo ARCI di Governolo ci racconta che spesso il piccolo paese è
utilizzato come “giro di boa” per le gite organizzate provenienti da Mantova o Venezia.
Paolo e Beppe nel frattempo si cambiano le maglie fradice di sudore, i capi impermeabili (quelli di
bassa gamma) fermano la pioggia ma al tempo stesso non permettono la traspirazione bloccando il
sudore sulla pelle. Questo è il motivo per cui ho evitato di indossare i pantaloni (astuto eh!?).
Superiamo poi la conca di navigazione edificata sul Mincio dove transitano i battelli turistici
provenienti dai porti di Venezia e di Mantova, e abbiamo la fortuna di transitare sulla conca proprio
in tempo per vedere un battello allontanarsi lentamente in direzione nord.
Governolo: Conca di navigazione
Pedaliamo ora in riva sinistra al Mincio fino a Ca' Vecchia, alla confluenza con il Po, e proseguiamo
per Sustinente, Torriana, Serravalle Po e Ostiglia.
La “romana” Hostilia, che fu un importante centro per gli scambi commerciali tra l'Emilia e
l'ostrogota Verona, ospita ancora oggi testimonianze del ricco passato; Palazzo Bonazzi sede del
Municipio, Palazzo Foglia sede del Museo civico che purtroppo non abbiamo il tempo di visitare.
Anche oggi la tappa è piuttosto lunga e dobbiamo ancora pranzare.
Ostiglia: Palazzo Foglia
Trovata quella che sembra un'accogliente trattoria, leghiamo le bici nel giardino e ci dedichiamo ai
nostri affamati stomaci. I sostenitori della dieta leggera durante un impegno muscolare,
impallidirebbero difronte ai piatti che ci vengono serviti ma noi non tentenniamo e ci gettiamo
indomiti sui rispettivi piatti brandendo luccicanti forchette.
All'improvviso alzando lo sguardo dal piatto vedo attraverso la finestra che ha ricominciato a
piovere a dirotto. Ci gettiamo di corsa fuori dalla trattoria per riparare le borse delle bici con le
coperture impermeabili. Sarebbe un vero disastro scoprire questa sera che i cambi d'abito sono
zuppi di pioggia!
Finita la sosta riprendiamo il cammino, ancora argine e poi argine e poi argine ma almeno ha
smesso di piovere.
La pista sull'argine maestro
A Castelmassa ci fermiamo sulla prima area di sosta che incontriamo (una delle poche) per togliere
gli ormai inutili indumenti impermeabili. Osserviamo il paese ai nostri piedi e siccome la
prospettiva mi sembra interessante scatto qualche foto.
Sosta a Castelmassa
Mentre aspetto che Beppe e Paolo finiscano la loro spogliazione, mi soffermo consultare una tabella
informativa per i turisti e leggo con sorpresa che siamo fermi nello stesso identico punto in cui si
fermò nel 1941, in uno dei suoi tanti giri in bicicletta, Giovanni Guareschi l'inventore di Peppone e
Don Camillo, per scattare anche lui un'identica foto del paese.
Il ritorno del sole e del bel tempo sembra aver elettrizzato Beppe che parte all'improvviso inizia a
spingere come un forsennato sui pedali, 20, 22, 24, 26 28km/h!! Delle persone coscienziose lo
avrebbero lasciato sfogare, per raggiungerlo con comodo all'ormai vicino arrivo ma ovviamente non
è il nostro caso.
Un'occhiata d'intesa con Paolo e subito risuona la musica dei cambi, la catena scatta sul rapporto più
piccolo e forzando l'andatura, piegati sul manubrio, partiamo all'inseguimento del fuggitivo. Questa
sera ci prenderemo in giro a turno per questa volata finale.
Il campanile pendente di Ficarolo, visibile da lontano, annuncia la fine di questa tappa.
Ficarolo: il campanile
Anche per questa sera l'albergo trovato da Paolo è situato fuori dal paese e lo raggiungiamo
percorrendo per alcune centinaia di metri la strada provinciale che corre fuori dall'abitato.
Un albergo in stile moderno ma che per qualche verso ricorda, forse anche a causa dell'annesso
night club, un motel o un albergo a ore! Si sprecano battute e prese in giro a Paolo.
Ci accoglie un cortese, muscoloso e rapato “concierge” dall'attillata t-shirt e dallo spiccato accento
dell'est e l'insieme non serve certo a mettere a tacere le nostre perplessità.
Il concierge si rivela invece, alla faccia dei nostri pregiudizi, un gentile e premuroso ospite che,
dopo averci assegnato le camere, si fa in quattro per mettere in piedi una sorta di lavaggio bici per
permetterci di liberare dal fango le nostre amate compagne di viaggio.
Cena, buona ed economica, nel ristorante annesso all'albergo poi a nanna a riposare i muscoli un po'
indolenziti dopo gli 87 km di oggi.
4° Tappa: Ficarolo – Taglio di Po
Al risveglio l'acqua scorre a fiumi sui vetri della finestra, il cielo è un'accozzaglia di minacciose
nubi in lotta tra loro e con il vento.
Facciamo un'abbondante colazione (abbondante è ormai uno standard per noi) nella hall dell'albergo
poi ci affacciamo sconsolati alla porta d'ingresso e scrutiamo il cielo in cerca di una squarcio di
azzurro che ci dia qualche speranza.
Un incoraggiante sms (messaggio) di mia moglie Daniela, informa che la pioggia dovrebbe smettere
nella mattinata intorno alle 9, speriamo che anche Giove pluvio lo abbia letto.
Calziamo le solite coperture impermeabili sulle borse, indossiamo giacche e copri casco
impermeabili e tentiamo di immetterci sulla strada provinciale, sfruttando il primo varco possibile
tra la interminabile processione di auto in transito in folle corsa tra di loro.
Raggiungiamo in breve la salvezza dell'argine e ci dirigiamo a est lungo la riva del Po per varcare,
dopo alcuni chilometri, il confine provinciale ed entrare in provincia di Rovigo.
Ancora una volta, mentre i principali interpreti del paesaggio restano il fiume e l'argine, mutano i
dettagli di quanto ci sta intorno.
Pista sull'argine
I primi appezzamenti coltivati a vigneto interrompono la monotonia dei campi di mais mentre i
colorati e ricchi gelsi sono stati sostituiti da slanciati ed argentei salici.
Vaste bianche spiagge golenali, che farebbero invidia ai bagnini romagnoli, si intravedono alla
nostra destra in basso rispetto all'argine su cui stiamo viaggiando.
La tentazione è troppo forte e ovviamente noi non sappiamo resistere, al primo accesso che
individuiamo tiriamo i freni, svoltiamo e ci fiondiamo giù per la discesa sterrata che porta in riva al
fiume.
Una spiaggia enorme, deserta, di sabbia bianca che digrada dolcemente verso l'acqua evoca in noi
paesaggi lontani ed esotici. I piedi affondano nella sabbia finissima, intatta, punteggiata da piccole
conchiglie, che conserva l'impronta dei nostri passi, quasi fossimo i primi uomini a posarvi piede.
Nessun rumore se non lo stormire delle fronde mosse dal vento, siamo estasiati.
Le spiagge golenali
Dopo aver gironzolato in lungo e in largo per la spiaggia, a malincuore risaliamo l'argine e
ripartiamo. Nel frattempo il traffico veicolare si è fatto via via più fastidioso, abbiamo l'impressione
che qui tutti si possano enumerare tra i veicoli “autorizzati” a transitare sull'argine.
Sfilano alla nostra sinistra Occhiobello, Santa Maria Maddalena, la bella e contesa (tra Repubblica
di Venezia e Ducato Estense) Polesella che riporta alla memoria anche la tragica e disastrosa
alluvione del 1951, Guarda Veneta e ci fermiamo a Crespino per il pranzo.
Un giro per la bella piazza porticata, ora inondata di Sole, è d'obbligo prima di sederci a tavola, del
resto qualcuno (di certo non noi) ha detto giustamente che non si vive di solo pane.
Crespino: la piazza
Quando ripartiamo un Sole caldo e fulgido domina in cielo. Beppe, gentilmente, offre di spartire la
sua crema solare che questa volta non rifiuto anche perchè mi sono accorto che gambe e braccia
hanno assunto una coloritura che vira in modo inquietante sul rosso acceso.
Superata Villanova Marchesana arriviamo a Papozze, famosa per aver dato i natali al nostro amico
Antonio, la foto è d'obbligo quale tributo all'amico lontano.
Dopo Bottrighe l'itinerario ciclabile svanisce, almeno per come lo abbiamo conosciuto fino ad ora, e
ci ritroviamo a pedalare sulla SP80 con traffico intenso e soprattutto pesante. Per arrivare a Taglio
di Po e al nostro b&b siamo costretti a percorrere il ponte della SS39 Romea che è una fila senza
soluzione di continuità di camion, frammezzata da qualche sporadica auto.
Al 94mo km entriamo finalmente in paese sani e salvi, percorriamo la statale e arriviamo a
destinazione, una piccola casa ad un piano che ospita il “B&B di Manu”.
Una non più giovane ma elegante ed estremamente cortese signora ci accoglie sulla soglia e nel
tempo occorrente a registrare i nostri documenti, ci racconta parte della sua vita. Da giovane
olimpionica a professoressa di italiano e latino, per convertirsi al termine della carriera di docente a
giornalista e organizzatrice di eventi per informatori sanitari e albergatrice.
La gentile signora Alessandra (Sandra per i suoi ospiti) ci fa sistemare le biciclette nel giardino ben
curato sul retro della casa e ci accompagna poi a vedere la nostra sistemazione.
Il giardino del B&B di Manu
Paolo ed io condivideremo un appartamentino (due camere da letto e un bagno) mentre Beppe si
sistemerà nella mansarda di in una casetta adiacente al b&b
.
Intanto che Paolo prende possesso della camera matrimoniale riservata a lui (il premio per aver
prenotato il soggiorno), io do un'occhiata agli innumerevoli ninnoli e ricordi che affollano la mia
cameretta a due letti singoli. Foto ricordo dei parenti si mischiano a poster di attrici degli anni '50,
immagini sportive, forse della partecipazione della signora Sandra alle Olimpiadi, contendono lo
spazio a piccoli specchi dalle arzigogolate cornici, soprammobili e abatjour dalla fioca luce
occupano gran parte dei ripiani orizzontali o almeno quella porzione lasciata libera da vecchie e
polverose riviste illustrate. Il tocco finale è dato dai due copriletto di raso (credo) azzurro a balze
che rivestono i letti e dai centrini disposti qua e là.
L'insieme dell'arredamento mi ricorda il film del 1944 di Frank Capra “Arsenico e vecchi merletti”.
Scena dal film: Arsenico e vecchi merletti
Stiamo uscendo per la cena quando veniamo intercettati dalla gentile signora Sandra che ci illustra
la movimentata storia della casa, ereditata dal nonno ufficiale (se ben ricordo), da lei ceduta alla
figlia Manu e da questa ritornata alla madre per soverchi impegni di lavoro.
Casa che pur apparendo di modeste sembianze è arricchita, al piano superiore, da una bellissima
ringhiera in ferro battuto con motivi “bella epoque” o “liberty” che, a suo dire, annovera tra gli
estimatori perfino Vittorio Sgarbi venuto fin qui apposta per ammirarla.
La cortese signora Sandra ha pensato proprio a tutto, per cena ci indirizza ad un ristorante/pizzeria,
per la verità dall'aspetto piuttosto dimesso, da lei conosciuto e caldamente consigliato (e a cui ha già
preannunciato il nostro arrivo), ristorante dove mangeremo del buon pesce pagandolo però un
prezzo forse eccessivo.
La mattina si presenta come una splendida giornata, siamo ansiosi di completare il viaggio, quella
di venerdì dovrebbe essere infatti una semplice tappa di trasferimento a bordo del battello (così mi
illudo che sia non sapendo ancora quali sorprese ci riserverà il prossimo futuro).
La proprietaria ci fa accomodare sotto il gazebo in giardino, dove ha approntato la colazione, e per
intrattenerci ci racconta l' interessante e per noi sconosciuta storia del paese.
Anticamente l'abitato di Taglio di Po non esisteva, fu creato proprio con il taglio del Po di Viro,
gigantesca opera idraulica attuata dalla Repubblica di Venezia tra il 1600 e il 1604.
L'antico corso del Po delle Fornaci giunto alle dune di Loreo si divideva in tre rami, verso nord est
(tramontana), verso est (levante), e successivamente un altro verso sud (scirocco), così questi tre
rami furono chiamati rispettivamente Po di Tramontana, Po di Levante e Po di Scirocco.
Dopo la rotta di Ficarolo del XII secolo le alluvioni del Po di Tramontana, oltre a ostacolare la
navigazione interna, minacciavano di interrare progressivamente la laguna verso Chioggia e
avevano reso, con il passar degli anni, sempre più precario anche il complesso sistema idraulico
basso-polesano. I Veneziani temevano inoltre la confluenza dello stesso Adige nel Po di
Tramontana, con un ulteriore aggravamento della situazione.
La mappa del 1585 (sopra) raffigura quasi nello stesso alveo Adige e Po di Tramontana. Il Po di
Goro non è più il ramo principale del Po ed il Po dell'Abate è ben poca cosa; infatti nel 1568 il Duca
Alfonso II d'Este lo staccò dal Po di Goro (taglio) riducendolo a canale di scolo per la bonifica del
Polesine di Ferrara, sperando così di mantenere sufficiente per la navigazione la portata del Po di
Goro (tratto da Wikipedia). Da questa immane opera idraulica prese vita e nome il comune di Taglio di
Po.
Grati alla signora Sandra per questa affascinante lezione storico/idraulica, approfittiamo delle sue
conoscenze per chiedere conferma che, seguendo fedelmente la pista sull'argine che si innalza dietro
casa, arriveremo a Porto Tolle sul cui ponte attraverseremo il Po di Venezia per dirigerci a nord
verso Porto Levante e poi Sottomarina (meta odierna).
Rassicurato dalle ripetute conferme e fidando nella conoscenza del luogo non perdo tempo a
consultare la carta (errore che pagheremo molto caro) e ci avviamo. Raggi di Sole piovono
sull'argine e un leggero vento contrario rinfresca il nostro andare, tetti rossi in basso a destra,
l'acqua del fiume in basso a sinistra, verdi campi e piccoli vigneti compongono il panorama odierno.
La temperatura si riscalda con il passare del tempo e il vento, sempre contrario, soffia con più forza
costringendoci a spingere con energia sui pedali mentre fanno la loro comparsa i primi casoni per la
pesca, eretti tra l'argine e il bordo dell'acqua.
Porto Viro: casoni
Dopo 13 km di pedalata scorgiamo davanti a noi il ponte di Porto Tolle che attraversa il fiume e che
ci permetterà di iniziare la risalita a nord verso Porto Levante e Sottomarina.
Il ponte di barche a Santa Giulia
Attraversiamo l'azzurro ponte di barche e ci fermiamo e decidiamo di festeggiare l'evento con il
caffè di mezza mattina. Superato di slancio il ripido ultimo tratto del ponte notiamo davanti a noi il
mitico Roxy Bar (un suo emulo, più probabilmente), dove fermarci se non qui?
Sorbiamo il caffè mentre Beppe, che non lo beve, sorveglia le biciclette. Chiedo quindi alla giovane
barista se per raggiungere Ca' Venier dobbiamo svoltare a destra o a sinistra, la ragazza ci guarda
con occhi stupiti e mi risponde sorpresa:<<ma Ca' Venier è da tutt'altra parte!>>
<<Come da tutt'altra parte?>> chiedo sbalordito. Con fare paziente la giovane mi conduce verso
una cartina appesa alla parete e mi mostra, con un sorriso dispiaciuto, dove in effetti siamo arrivati,
ovvero in località Santa Giulia, quindi completamente fuori strada!!!
In alto a sn Taglio di Po, a ds Porto Tolle e in basso S. Giulia
Il tempo di assimilare la notizia e risaliamo in sella, determinati a recuperare almeno parte del
tempo perso. In fila indiana filiamo lungo l'argine sinistro alternandoci in testa al gruppo, come veri
professionisti, per mantenere velocità e forze.
Risaie e cascine sfilano davanti ai nostri occhi, le poche volte che alziamo lo sguardo dalla ruota
posteriore della bici che ci precede cui restiamo quasi incollati per sfruttarne la scia.
Dopo 26 inutili chilometri e 3 ore buttate, scorgiamo finalmente in lontananza le ciminiere della
centrale elettrica di Porto Tolle.
Percorriamo il ponte munito di pista ciclabile e puntiamo verso Ca' Venier per la sosta pranzo.
Porto Tolle: ponte sul Po
il Po di Levante (finalmente)
Un parcheggio affollato di camion suggerisce la presenza di una trattoria dove la saggezza popolare
dice che si dovrebbe mangiare bene, neanche il tempo di formulare il pensiero e le bici si arrestano
in uno “stridor di freni”.
Dopo pranzo il Sole picchia inesorabile su di noi; io e Beppe (Paolo no perchè lui è un vero uomo e
non una donnetta come noi!) ci spalmiamo di crema solare, rabbocchiamo le borracce e con un
balzo atletico (almeno questa è l'intenzione) saltiamo in sella.
Pochi chilometri e il paesaggio muta sensibilmente, non più argine che divide nettamente la terra
dall'acqua bensì una strada semi deserta che si insinua in un mondo dominato dall'acqua. Tentiamo
di distinguere il confine tra fiume e mare ma è un'impresa impossibile, almeno per noi abitanti della
pianura Padana.
Il delta si offre ai nostri occhi nella ricchezza della sua biodiversità; gabbiani, fenicotteri, cigni e
persino un cavaliere d'Italia (quello pennuto) abitano questi spazi contesi tra terra e mare.
Tra valle e valle, con i fenicotteri sullo sfondo
Ammiriamo sorpresi un volo di cormorani sopra di noi e finalmente in una luce abbagliante si apre
davanti a noi la laguna nella sua vastità. Fermi ci indichiamo l'un l'altro le varie specie di volatili,
facendo a gara a chi ne identifica di più. Poi proviamo anche a passare alle specie arboree ma è un
tentativo penoso e quindi riprendiamo la marcia. Mancano solo pochi chilometri a Porto Levante,
poi inizieremo un percorso a zig zag in questa parte di delta per visitarlo e anche per evitare di
transitare sulla famigerata SS39 Romea.
Quasi contemporaneamente all' apparire del cartello segnaletico ci giunge il grido di Paolo dal
fondo del gruppo:<<ho bucato!>>.
Dopo il tempo perso questa mattina non ci voleva proprio, comunque ci prepariamo ad estrarre dalle
borse gli attrezzi necessari quando, guardando attentamente la bici, notiamo con disappunto che il
problema è ben più serio di una semplice foratura, Paolo ha rotto un raggio della ruota posteriore!
Non abbiamo gli strumenti necessari né tanto meno l'esperienza per rimediare a questo danno,
perciò decidiamo di proseguire a bassa andatura fino a Porto Levante per cercare un meccanico.
Raggiungiamo l'abitato e ci rivolgiamo ad un gruppetto di avventori seduti fuori da un piccolo bar
per chiedere se in paese c'è un riparatore di bici.
Un breve consulto e ci rispondono che, vicino alla chiesa, c'è un meccanico di barche che forse può
aiutarci. Seguendo le istruzioni troviamo l'officina e il meccanico chino su un un fuori bordo che è
intento a riparare, ci rivolgiamo a lui spiegando l'accaduto ma, inizialmente ci dice che non ha
tempo, che deve consegnare il motore entro sera. Ci guardiamo un po' smarriti e indecisi poi, forse
impietosito dalla nostra espressione, il meccanico si pulisce le mani con uno straccio e viene verso
di noi per visionare la bicicletta.
Fortunatamente il raggio rotto non è dalla parte del pignone (non dispone della chiave per
smontarlo) e con un sospiro si accinge a capovolgere la bici, sotto lo sguardo allarmato di Paolo, e a
scalzare il copertone senza togliere la ruota!!
La riparazione
e il nostro salvatore
Estrae poi da un cassetto una serie di raggi legati insieme come un mazzo di asparagi, ne sceglie
alcuni, li soppesa, ne controlla diametro e lunghezza e al terzo tentativo trova e monta quello giusto,
siamo salvi!
Ripartiamo e questa volta la sosta forzata ci costringe a cambiare percorso, invece del largo giro nel
delta per evitare la temuta SS39 Romea, ci toccherà percorrerla per un lungo tratto.
Lasciamo Porto Levante e il traffico, man mano più intenso, ci fa capire che tra poco saremo alle
prese con il drago sputa fuoco, la Romea. Più che fuoco questa strada sembra vomitare a getto
continuo camion sempre più grossi e sempre più rumorosi. Filiamo in silenzio lungo l'esigua
banchina, sola protezione dalle gigantesche ruote gommate che si sfiorano, piegati sul manubrio
sperando di veder presto apparire lo svincolo per Sottomarina.
Cinque, sette, dieci, quattordici i chilometri di strada che sfilano sotto di noi e finalmente, ormai
quasi ipnotizzati dal flusso ininterrotto dei mezzi pesanti che ci sorpassano in continuazione, con un
sospiro di sollievo vediamo alto davanti a noi stagliarsi il cartello blu e bianco che indica la nostra
meta, l'incubo è finito siamo a Sottomarina.
Entrati nel colorato centro abitato iniziamo la ricerca del b&b, ricerca che presto ci porta sul caotico
ma ampio e bellissimo lungo mare (anticipo della classica riviera romagnola) dove infine un gentile
barman, abbandonando per un attimo la preparazione di un gustoso aperitivo (almeno così sembra a
noi affaticati pedalatori), ci indica la strada.
Sottomarina
Sottomarina, la spiaggia
Dopo ben 105 km raggiungiamo il b&b, sistemiamo al riparo le bici e prendiamo possesso delle
camere. Dopo una meritata ma soprattutto doverosa doccia, usciamo per recarci alla vicina
Chioggia e localizzare il molo da cui domani partiremo per Venezia. Notiamo stupiti una miriade di
bici elettriche che sfrecciano per la città, adulti, giovani, anziani, donne, bambini, siamo sbalorditi
dall'impressionante numero di bici a pedalata assistita in circolazione in questa piccola città. Ancora
increduli e frastornati dalla scoperta, transitiamo sul ponte che separa Sottomarina dall'isola
dell'unione e sul quello che collega quest'ultima con Chioggia.
Chioggia, isola dell'Unione e Sottomarina,
Messo piede a Chioggia percorriamo l'antica via dei cantieri (Fondamenta San Domenico)
caratterizzata da vecchie case, che spesso non fanno mistero della propria età, da colorati
pescherecci allineati in paziente attesa lungo il bordo del canale e da un forte odore di pesce che
pervade tutto.
Fondamenta San Domenico
Gli equipaggi stanno lavorando alacremente per preparare reti, ceste e imbarcazioni per l'uscita
notturna e noi guardiamo ammirati questi uomini, che sembrano scolpiti dal mare, ripetere gesti
antichi frutto di un lavoro e di una tradizione millenaria.
Svoltiamo a sinistra in calle San Domenico e ci troviamo ai piedi della bianca scalinata di Ponte
Vigo che immette nella raccolta omonima piazzetta da cui si gode una splendida vista d'insieme di
Canale Vena e dello storico Corso del Popolo.
Ponte Vigo
Corso del Popolo
Si fatta ormai sera, i raggi del sole calante illuminano di rosa le mura di San Domenico in una sorta
di “enrosadira” adriatica, è ora di cercare un posto dove cenare.
Passeggiamo lungo Corso del Popolo ammirando i bei palazzi e il pregevole lastricato ma anche
gettando un occhio famelico a trattorie e ristoranti. Alla fine decidiamo di tornare sui nostri passi e
fermarci in un ristorante (menù degustazione!) sulla bella Piazzetta Vigo antistante il bacino da cui
partiremo domani.
Cena, uno ultimo breve giro lungo Corso del Popolo poi l'ennesimo controllo agli orari del traghetto
esposti all'imbarcadero e torniamo a Sottomarina per trascorrere la notte. Domattina presto saremo
qui con le nostre biciclette per imbarcarci per Venezia.
Venerdì 29 Maggio, ore 7:30, in via del tutto eccezionale il proprietario del b&b ci ha fatto trovare
pronta la colazione, te, caffè, torte preparate dalla moglie, brioches, salumi, yogurt e marmellate,
insomma una panoplia di squisitezze.
Fatto onore alla tavola, usciamo e iniziamo i preparativi di viaggio agganciando le borse alle bici e
riempiendo d'acqua (che non deve mai mancare) le borracce. Ripercorriamo, questa volta in bici,
sotto uno splendido sole la strada esplorata la sera prima.
Appena sbuchiamo in Piazzetta Vigo notiamo che la biglietteria del traghetto è presa d'assalto da
una torma di ciclisti che, dai suoi gutturali che si scambiano, intuiamo essere tedeschi. Ci
rivolgiamo alla biglietteria e scopriamo con smarrimento misto a irritazione che né sulla corsa delle
8:45, che avevamo in programma di prendere, né sulle successive due (partenza ogni ora) c'è posto
per noi.
Per un attimo siamo tutti e tre preda dello sconforto, abbiamo il treno a Venezia alle 12:12
rischiamo di perderlo! Chiedo quindi al bigliettaio se c'è un altro mezzo e questi mi indica un
bragozzo ormeggiato li accanto che dovrebbe fare il servizio bici.
Il marinaio del bragozzo
Corriamo all'attracco per scoprire che già un gruppo di 30 ciclisti ha prenotato il passaggio, ci
dicono di attenere e se resterà posto ci imbarcheranno.
Per nostra fortuna alcuni componenti del gruppo sono in ritardo e partiranno con il giro successivo,
perciò veniamo invitati a salire a bordo noi e le nostre bici. Una volta sistemati scopriamo con
sorpresa e una buona dose di invidia (magari riuscissimo ad organizzare anche a Paullo una gita in
bici con la scuola) che il gruppo di ciclo turisti è formato dagli studenti della classe IV del Liceo
delle Scienze Umane di Sottomarina, accompagnati da tre volonterosi (e coraggiosi, aggiungo io)
professori e diretti come noi a Pellestrina.
Pellestrina si, avete capito bene. La sera prima parlando con il proprietario dell'albergo abbiamo
scoperto con sorpresa che la linea 11 Chioggia - Lido di Venezia non è composta da un semplice
traghetto, bensì da un'alternanza di traghetti e autobus e questi ultimi non caricano le bici!!!
trasporto modale sulla linea 11, ma non per le bici
Il bragozzo stipato di biciclette inizia a vibrare e sotto la spinta del motore si stacca lentamente dal
molo, salutiamo Chioggia che sotto un fulgido sole rimpicciolisce piano piano alle nostre spalle
mentre il chiacchiericcio degli studenti fa da colona sonora al breve viaggio attraverso questo
braccio di mare.
A Caroman (nome che mi ricorda luoghi e personaggi de Il Signore degli Anelli) sbarchiamo
insieme all'allegra brigata di studenti e ci accingiamo a percorrere tutta l'isola di Pellestrina per
raggiungerne l'altro capo e imbarcarci per l'isola del Lido di Venezia. Gli studenti scelgono di
attraversare l'abitato mentre noi proseguiamo veloci verso Santa Maria del Mare per prendere il
secondo traghetto.
Spiaggia a Pellestrina
L'autobus della linea 11 ci ha già sorpassato un paio di volte quando ci fermiamo per scattare
qualche foto di una spiaggia bella e deserta dove timidi fiorellini di un tenue rosa sbucano dalla
sabbia come giovani crochi dalla neve.
fiori nella sabbia
Riposti macchina fotografica e smartphone, riprendiamo a pedalare veloci verso l'attracco del
traghetto anzi per l'esattezza del ferry boat che, al nostro arrivo, si sta già allontanando dal molo
elegante e indifferente alle nostre ansie, la sosta per le foto ci è costata cara!
Approfittiamo della sosta forzata per bere un caffè al camioncino bar che staziona nei pressi del
molo, riempiamo con calma le borracce e salutiamo con gioia l'arrivo del rumoroso e allegro gruppo
di liceali perso di vista a Pellestrina.
Lasciamo Pellestrina
Mentre scambiamo qualche parola con loro e qualche commento tra noi, la prua del ferry di ritorno
dalla traversata, spunta dietro la diga foranea (credo si dica così) del piccolo porto.
Come piccoli Giona veniamo inghiottiti dalla bocca spalancata del grosso ferry, il tempo di
sistemare le bici, di pagare il biglietto e già Punta Alberoni è davanti a noi pronta ad accoglierci.
Sullo sfondo Punta Alberoni
Appena il portellone del battello si abbassa sul molo scattiamo, in sella alle bici, per raggiungere
Santa Maria Elisabetta (e l'ultimo imbarco) nel minor tempo possibile. L'isola del Lido è in tutto e
per tutto una località balneare con grandi viali ombreggiati da pini centenari e fiancheggiati da
lunghe, comode e sicure piste ciclabili, negozi che espongono originali copricapi da spiaggia,
costumi multicolori e variopinti e bizzarri galleggianti, insomma tutti gli ingredienti per una perfetta
vacanza.
Arriviamo in volata alla biglietteria del porto e questa volta, con sollievo, scopriamo di essere i
primi in fila allo sportello. Chiedo tre biglietti per noi e le bici, mi accingo ad estrarre il portafoglio
per pagare quando una voce perentoria mi pietrifica:<<il traghetto non carica le bici>>, un
improvviso silenzio cala intorno a noi <<come non carica le bici?>> chiedo <<noi dobbiamo andare
a Venezia per prendere il treno per Milano!>>, l'impiegata imperterrita dietro il vetro che ci separa
ripete monotona <<il traghetto non carica le bici>>.
<<Come può essere? In piena stagione turistica il traghetto per Venezia non carica le bici? Come
possiamo fare per raggiungere Piazzale Roma? Non possiamo certo pedalare sull'acqua!>>
proseguo con la voce che tradisce l'irritazione e una sfumatura di panico.
Forse mossa a pietà dalle nostre facce contrite o forse colpita da improvvisa illuminazione,
l'impiegata ci indica l'attracco del ferry boat, all'altro capo della baia (o golfo?). Saltiamo sulle bici
e, memori dell'esperienza di Pellestrina, pedaliamo come forsennati prima di veder scomparire
all'orizzonte anche questo ferry.
Arriviamo all'attracco per scoprire che la biglietteria non è qui bensì in fondo ad una via poco
lontano, giriamo le bici e via di nuovo sempre con il timore di arrivare in ritardo. Alla biglietteria ci
mettiamo in coda a tre grossi, rumorosi e puzzolenti camion con i potenti motori accesi.
Acquistiamo i biglietti e scopriamo che la partenza avverrà solo tra 20 minuti, torniamo quindi in
tutta tranquillità verso il molo, sorpassando con finta indifferenza (e vero orgoglio ciclistico) la fila
di auto ferma per l'imbarco.
Santa Maria Elisabetta
Una volta imbarcati e appena il ferry inizia a scivolare via dall'attracco, ci rilassiamo comodamente
seduti sulle poltrone del ponte superiore per goderci quest'ultima traversata.
Beppe e Paolo
Beppe ed io
Venti minuti dopo, doppiando la punta di un isolotto, si apre davanti a noi la vasta e trafficata
laguna di Venezia, il campanile di San Marco e la cupola della Basilica di Santa Maria della Salute
indicano che il nostro viaggio è prossimo alla fine.
La Laguna di Venezia
Il ferry costeggia rispettosamente da lontano, Piazza San Marco e il Ponte dei Sospiri per imboccare
il canale che conduce ai moli turistici dove, novelli Colombo, metteremo piede a terra.
Il campanile di San Marco
S.M. Della Salute
L'ultimo tratto di navigazione si svolge in un canale trafficatissimo, motoscafi privati, taxi d'acqua,
motobarche da trasporto, traghetti e natanti di ogni tipo intrecciano le loro scie con la nostra.
Un ultima impressionante immagine è quella delle mastodontiche navi da crociera che sovrastano
come giganti di acciaio i bassi edifici del Tronchetto.
Navi da crociera ai moli d'imbarco
Con un quasi impercettibile sussulto il nostro ferry accosta e apre il portellone. Pedaliamo per poche
centinaia de metri e arriviamo ai piedi del famoso ponte di Calatrava, ultimo ostacolo che ci divide
dalla Stazione Ferroviaria.
Ponte di Calatrava
Slanciata e avveniristica costruzione, vanto del celeberrimo “archistar”, il ponte supera con un balzo
aereo il largo canale. Unica pecca, i gradini, infatti sia per salire che per scendere ci sono solo e
soltanto gradini, gradini e poi ancora gradini, una vera e propria apoteosi di barriera architettonica!
Per sua fortuna il rinomato “'archistar” non può sentirci, altrimenti rimarrebbe profondamente
colpito dalla varietà di epiteti e di contumelie che gli dedichiamo mentre arranchiamo sotto il peso
delle bici cariche, lungo le rampe del ponte.
Piazzale Roma e la Stazione Ferroviaria se ergono infine davanti a noi, pietre miliari che sanciscono
la fine del viaggio. Con una sensazione intrisa di soddisfazione e di rimpianto per essere giunti al
termine della nostra “impresa”, mi accingo a consultare l'orario delle partenze per cercare un treno
(quello programmato lo abbiamo ovviamente perso) che, dopo 492 km ci riporti finalmente, a casa.
Adesso ho solo voglia di rivedere e abbracciare forte mia moglie Daniela, che in mia assenza ha
dovuto sobbarcarsi anche la mia parte di lavoro in famiglia, e le mie “ragazze” Costanza e Cristina,
poi verrà il tempo dei racconti e dei ricordi e infine (già lo so per esperienza) la tentazione sempre
più forte di programmare un nuovo viaggio, anzi ad essere sincero qualche idea in proposito inizia
già a venirmi in mente ma questa, come si usa dire, è un'altra storia.
FINE
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Due per la strada, anzi tre