TRASFERIMENTI INTERNAZIONALI DI MINORI:
RIFLESSIONI DI CARATTERE GIURIDICO E SOCIALE
Nella mia lunga attività di avvocato, Agente, Consulente di calciatori e società di
calcio, ho sempre percorso “sentieri alternativi” rispetto alle comode autostrade
seguite dalla maggior parte degli operatori del settore, che per tale mia specificità del
modus operandi, non posso neanche definire veri e propri colleghi o compagni di
viaggio.
Ho scelto prevalentemente di operare, da circa 15 anni, nell’area orientale, medio
orientale, nelle zone più disagiate dell’Africa e dei Balcani.
La mia esplorazione si svolge prevalentemente con continuità in Cina, Giappone,
Corea, Iran, Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar, Serbia, Montenegro, Albania e per
l’Africa in Senegal.
Assisto numerosi importanti calciatori delle squadre nazionali di questi paesi e diversi
club, ma ho sempre seguito con interesse particolare il fenomeno dei trasferimenti di
giovani calciatori in ogni luogo del mondo, sempre ribadendo in tale ambito il mio
impegno sociale ed umanitario, al di là dell’aspetto puramente professionale e
lavorativo.
Con il progetto I.S.A. (International Sport Academy) ho avviato da circa 3 anni, un
programma di sostengo per i giovani calciatori delle aree più disagiate di ogni luogo
del mondo, volto soprattutto ad organizzare per loro degli stages, durante i quali, il
calcio viene vissuto in piena libertà e serenità, seppure con il dovuto impegno, e
rappresenta solo una parte di un percorso culturale prestabilito, ove c’è spazio per
l’apprendimento della lingua inglese (le 100 parole del calcio) per l’uso del computer,
per l’apprendimento delle nozioni utili al più corretto utilizzo del proprio corpo
(alimentazione, rifiuto del doping, ecc. …) e più in generale per l’apprendimento di
nozioni relative ai regolamenti F.I.F.A., per una minima conoscenza di carattere
storico e geografico mediante la quale i ragazzi possano capire “dove e chi siamo e
dove e chi sono gli altri”.
Oltre alla attività della I.S.A., sostengo economicamente e con attività di consulenza,
un club con annessa scuola calcio in Senegal, nella città di Thies, il quale grazie a tale
mio intervento, ha potuto partecipare nell’ultimo triennio al Campionato Nazionale di
1° divisione e continuare l’attività del proprio settore giovanile.
In questo mio viaggio fra il calcio e la vita, mi sono arricchito di esperienze,
sensazioni, sentimenti, passioni, che mi hanno fatto capire quanto il calcio sia
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importante come messaggio universale di comunicazione e pacificazione fra tutti i
popoli, mediante l’assimilazione e l’omologazione di consuetudini e regole,
naturalmente accettate in ogni paese, in ogni stadio con 100.000 spettatori o in ogni
campetto di periferia.
Ed in tal senso dico spesso paradossalmente che la condivisione spontanea di tali
regole del calcio, così penetrate nella variegata socialità del mondo, con la stessa
semplicità dei giochi dell’infanzia, pone la F.I.F.A. ben al di sopra dell’ONU, e fa
della F.I.F.A., l’organismo sovranazionale in assoluto più importante del mondo.
E quanto intensamente ho apprezzato la F.I.F.A., mentre assistevo a partite di calcio a
ridosso di zone di guerra o fra le nazionali di due paesi che si erano da poco affrontati
in una lunga guerra; i giocatori stavano in uno stadio pieno di 80.000 persone divise
nelle due tifoserie; i giocatori hanno scambiato maglie, lacrime e sudore alla fine di
un leale combattimento sportivo, ove l’autorità dell’arbitro, non è mai stata messa in
discussione.
Questo è il calcio migliore che ho visto e non quello governato solo dal regime
autoritario dei diritti televisivi in cui l’evento affaristico pubblicitario supera ogni
cosa: i campi gelati, gli orari assurdi, il crescente rischio di infortuni gravi, la sempre
crescente assenza di spettatori sugli spalti e soprattutto di ragazzi e famiglie, sostituiti
ormai, purtroppo, da gruppi di ultras inclini alla violenza e al razzismo.
Certo non può esserci calcio senza affari, senza finanziamenti, senza risorse, ma se
una sorta di effetto domino induce i club a spendere ben oltre i pur considerevoli
ricavi, il meccanismo non può funzionare. E non è questione di una auspicata
prevalenza dell’etica sull’economia, ma quanto di una palese incoerenza dello stesso
progetto economico, senza bisogno di scomodare l’etica.
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In questo contesto ed in questo articolato circuito che ho appena sommariamente
descritto, il tema dei trasferimenti internazionali dei giovani calciatori, assume
particolare importanza, poiché attraversa necessariamente, le strade della legge e
quelle dell’etica, i percorsi della socialità e quelli dell’economia.
Da un punto di vista strettamente normativo, la materia è chiaramente e
sinteticamente regolamentata dall’art. 19 reg. F.I.F.A., sullo status ed i trasferimenti
dei calciatori.
All’interno di detta disposizione troviamo due distinte e diverse ipotesi:
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1) l’enunciazione generale di principio che prevede il divieto di trasferimenti di
calciatori minori degli anni 18;
2) l’eccezione in deroga a questo principio generale applicabile ai seguenti casi:
a) i genitori del calciatore si trasferiscono per motivi indipendenti dal calcio
nel paese della nuova società;
b) il trasferimento avviene all’interno del territorio della U.E. o dello Spazio
Economico Europeo e il calciatore ha una età compresa fra i 16 ed i 18
anni, ma in questo caso la nuova società deve soddisfare le seguenti
obbligazioni minime;
i) deve fornire al calciatore un’adeguata educazione e/o formazione
calcistica secondo gli standards nazionali più elevati;
ii) deve garantire al calciatore una formazione accademica e/o scolastica
e/o una formazione, oltre alla sua educazione e/o formazione calcistica,
che permetterà al calciatore di fare una carriera diversa da quella calcistica
nel momento in cui dovesse cessare tale attività;
iii) deve adottare tutte le misure necessarie per assicurare che il calciatore
sia seguito nella migliore maniera possibile (ottime condizioni di vita in
una famiglia ospite o in una struttura della società, nomina di un tutor
all’interno della società, ecc.);
iv) deve, all’atto del tesseramento del calciatore, fornire alla Federazione
di appartenenza la prova che ha soddisfatto tutte le obbligazioni sopra
menzionate ovvero:
c) il calciatore vive in una località di frontiera, ad una distanza massima di 50
km dal confine nazionale e la società affiliata alla Federazione limitrofa
per la quale il calciatore desidera tesserarsi, ha la propria sede a non più di
50 km dal confine. La distanza massima fra il domicilio del calciatore e la
sede della società è di 100 km. In questi casi, il calciatore deve continuare
ad abitare nel proprio domicilio e le due Federazioni interessate devono
dare il loro esplicito consenso.
3) Le stesse condizioni si applicano per quanto riguarda il primo tesseramento dei
calciatori che hanno una nazionalità diversa da quella nel paese nel quale
richiedono di essere tesserati per la prima volta.
4) Ogni Federazione assicura il rispetto di questa disposizione da parte delle sue
società.
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5) La Commissione per lo Status dei Calciatori è competente per decidere su ogni
controversia che sorge in materia ed irroga le sanzioni adatte in caso di violazione
della presente disposizione.
L’art. 20 e l’art. 21 disciplinano il riconoscimento dell’indennità di formazione anche
attraverso un meccanismo di solidarietà, a favore del club o dei club che hanno
contribuito alla formazione del calciatore quando questi sottoscriveva il suo primo
contratto professionistico o in occasione di ogni suo successivo trasferimento, fino
alla stagione in cui compie il 23° anno ed un contributo di solidarietà ogni qualvolta il
calciatore si trasferisca prima della scadenza del suo contratto.
L’aspetto normativo di detto regime di trasferimenti non presenta particolari problemi
interpretativi, ma pone d’altra parte grandi problematiche in relazione alla sua
effettiva pratica applicazione, alla sua adeguatezza, al sistema dei controlli, alla
necessità di pervenire a diverse soluzioni che meglio possano coniugare uno schema
rigido di regolamentazione dei flussi, con l’aspirazione di migliorare la qualità della
vita e dell’esistenza, di molti giovani calciatori e delle loro famiglie.
Sappiamo che l’attuale normativa per la parte che riguarda gli extracomunitari, è stata
ispirata all’inizio degli anni 2000, dalla necessità di difendere il continente africano,
da un fenomeno predatorio di “espropriazione” di giovani calciatori da parte
soprattutto di club europei, con conseguente sradicamento di detti giovani dal proprio
ambiente di origine, senza la previsione di alcuna garanzia circa il loro percorso di
vita, senza l’obbligo di alcuna assistenza nel caso di fallimento totale o parziale del
progetto sportivo.
Abbiamo infatti conosciuto storie odiose di ragazzi prelevati dalla propria terra di
origine da mediatori mercenari senza scrupoli, che si sono trovati dopo poco tempo a
raccogliere pomodori nelle campagne in semiclandenstinità o a vendere merce
falsificata agli angoli delle strade.
Ben venga quindi in questi casi un regime di controlli rigidi e l’obbligo di trasferire
l’intero nucleo familiare al seguito del calciatore presso il nuovo club, costituisce
certo uno strumento se non di completa garanzia, certamente di attenuazione del
rischio di disadattamento, fallimento, abbandono.
Ma è sufficiente per questi giovani calciatori extracomunitari questo viaggiare solo
esclusivamente al seguito dei propri genitori?
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Se non c’è una idea chiara sul progetto da seguire, l’eventuale fallimento del progetto
sportivo, senza la presenza di un “paracadute” di tutela, non finirebbe per
coinvolgere anche il fallimento dell’intero nucleo familiare?
Certo è pur vero che il trasferimento anche dei genitori del calciatore implica quasi
certamente, quantomeno nei paesi più evoluti, l’obbligo di reperire per almeno uno di
loro un posto di lavoro ai fini dell’ottenimento del permesso di soggiorno, ma si tratta
quasi sempre di lavori umili e marginali che senza la prospettiva di una precoce
affermazione del calciatore anche a livello economico, non consentono il
superamento di uno stato di emarginazione e precarietà.
In tal senso molti club europei ben organizzati e dotati di strutture adeguate per
l’accoglienza di giovani calciatori, hanno da tempo adottato l’istituto dell’affidamento
di detti giovani a parenti o nuclei familiari disposti ad assumersene la totale
sorveglianza, così evitando il trasferimento dell’intero nucleo familiare dei minori.
Tale soluzione, da molti operatori e da molte federazioni considerata come un
inopportuno pretesto di aggiramento delle norme F.I.F.A., si presta comunque a
talune riflessioni non necessariamente di carattere critico.
Sappiamo tutti ed io personalmente ho constatato di persona, come alcuni promettenti
calciatori, soprattutto dei paesi dell’Africa, vivano in una condizione di assoluta
povertà, denutrizione, precarietà, abbandono familiare o peggio, a ridosso di conflitti
sociali, violenze, guerre civili, ove il confine fra la vita e non vita, è spesso questione
di coincidenze, fatalità, ove lo spazio di confine fra esistenza e non esistenza è
veramente questione di centimetri.
Possiamo in tali casi esasperare l’applicazione di norme rigide seppur dettate da
principi eticamente indiscutibili, in danno di tali giovani, relegandoli per sempre al
loro destino di una vita senza futuro e senza speranze?
O sarà forse il caso di cominciare a distinguere i nuovi mercanti da operatori ispirati
al massimo rispetto dei diritti umani per compiere un salto di qualità ed una sintesi,
che seguano il passaggio dai valori dell’etica pura e semplice ad una filosofia
dell’etica “del fare” più idonea ad affrontare le emergenze che ora ci si presentano?
E dunque rimanga l’enunciazione di principio dell’assoluto divieto di trasferimento
dei calciatori minorenni, extracomunitari, con la previsione delle seguenti eccezioni:
a) il calciatore si trasferisca al seguito dei propri genitori, per motivi
indipendenti dal calcio o anche ad esso connessi;
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o in alternativa
b) il club in cui il calciatore viene trasferito sia in grado di garantire un
progetto di sviluppo sportivo culturale e di vita del calciatore nel rispetto
di un protocollo standard specificamente elaborato dalla F.I.F.A. e se
trattasi di club europei in collaborazione con l’U.E.F.A. o se trattasi di
club operante nella U.E. con l’intervento degli Organi della stessa Unione
ed in tal caso in sostituzione dei genitori e con il loro consenso può essere
nominato un tutore affidatario, nel pieno rispetto delle leggi vigenti in
materia, sia nel paese di provenienza del calciatore, sia in quello ove andrà
a trasferirsi.
In tale percorso normativo, si potrebbe anche prevedere il riconoscimento di una sorta
di “licenza per la formazione dei giovani” a beneficio di quei club che già per storia,
predisposizione all’accoglienza, efficienza delle strutture, livello di istruzione
scolastica, offrano piene garanzie o di quelli che in ogni caso, dimostrino con assoluta
certezza di poter rispettare i parametri dovuti.
L’Unione Europea può svolgere in tale materia un ruolo essenziale, poiché è chiaro
che la quasi totalità dei flussi dai paesi più disagiati e calcisticamente più interessanti
a livello giovanile, avviene verso i paesi dell’Unione. Ed è chiaro che, ferme restando
tutte le articolate distinzioni di status fra i cittadini comunitari e quelli
extracomunitari, si rende necessaria l’adozione di criteri più elastici per il
trasferimento (accesso) dei calciatori extracomunitari minorenni, nel rispetto di una
politica di vera accoglienza, in cui l’affermazione della identità dei valori dell’U.E.,
possa coniugarsi con i grandi temi della solidarietà.
Sappiamo bene del resto che, una volta inseritisi i giovani calciatori extracomunitari
nei loro nuovi club di appartenenza , diventano a tutti gli effetti “patrimonio” dei
settori giovanili senza alcuna distinzione (se non di Status) rispetto ai loro coetanei
“indigeni”, con i quali perfettamente convivono, grazie a quel messaggio universale
che è il calcio e più in generale lo sport.
Ed un po’ cinicamente può aggiungersi che sono spesso gli extracomunitari ad
incidere in modo determinante e positivo sui bilanci dei club europei, poiché quasi
sempre il rapporto fra il loro basso costo di acquisizione e il ricavato della loro
cessione o il beneficio indotto dal livello delle loro performaces, è mediamente
quantificabile fra 1/200 – 1/300.
Ed in tempi di Salary cup e Robin Hood Tax, non è poco.
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°°°°
Un altro importante capitolo che è necessario affrontare, è quello del trasferimento
dei giovani calciatori comunitari, all’interno degli stati membri dell’Unione Europea
e dello S.E.E..
Attraverso l’eccezione del principio sancito dall’art. 19 già citato, i giovani calciatori
in età compresa fra il 16° ed il 18° anno di età, possono liberamente circolare anche in
assenza dei genitori e anche senza il consenso del precedente club di appartenenza, se
il nuovo club che ne acquisisce le prestazioni, si obblighi a soddisfare tutto un
complesso percorso educativo e scolastico mediante l’utilizzo di idonee strutture,
volto ad evitare il rischio di un dannoso parziale o totale fallimento del progetto
sportivo, con conseguenti decisive ripercussioni sull’intero progetto di vita di detti
giovani.
Per la precisione trattasi a livello statistico, esclusivamente di giovani calciatori non
professionisti, che decidono di abbandonare senza preventiva alcuna approvazione (e
di solito senza alcun preavviso), il proprio club di appartenenza, per andare a
sottoscrivere il loro primo contratto professionistico, presso altri club dell’U.E. o
dello S.E.E., elemento questo (il contratto) determinante per il cambiamento della
propria vita.
E così, in perfetta sintonia, con il contenuto della norma, i più grandi club europei e
soprattutto inglesi, hanno organizzato una folta rete di osservatori verso il sud
dell’Europa (soprattutto Italia) che segnalano i migliori giovani calciatori a ridosso
del 16° anno di età e propongono a loro il trasferimento all’estero, con relativa
sottoscrizione del 1° contratto professionistico, di solito più che vantaggioso.
L’allargamento dell’Unione verso i nuovi confini, ha fatto si che attualmente, un
giovane di 16 anni può quindi recarsi a vivere da solo presso un club scozzese o che
un ragazzo della Repubblica Ceka può recarsi senza i propri genitori, a vivere a Malta
per svolgere attività calcistica.
Ciò ha indotto il Presidente dell’U.E.F.A., M. Platini, ad evocare l’applicazione di
norme più rigide, al fine di contrastare il fenomeno dello sradicamento di detti
giovani calciatori minorenni dalle proprie famiglie e dal contesto sociale in cui hanno
vissuto il periodo formativo più importante della loro esistenza.
Tale apprezzata posizione ben si colloca nel contesto delle “nuove frontiere etiche”
più volte tracciate dallo stesso Presidente Platini (non solo in tema di giovani
calciatori), ma necessità di approfondimenti e riflessioni che tengano conto di una più
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generale esplorazione giuridica e sociale dell’intero fenomeno della circolazione dei
giovani all’interno dell’Unione Europea.
Vi sono minorenni che ormai si spostano all’interno dell’Unione, per motivi di studio,
di arte, spettacolo, lavoro e per tante altre opportunità; si tratta di solito di particolari
eccellenze che nel loro campo di attività, necessitano di particolari nuovi strumenti di
apprendimento o di comunicazione per la valorizzazione del loro talento, che non
riescono più a trovare nel loro paese di origine.
Le famiglie partecipano a questi percorsi, quasi sempre con ansia, con gioie e dolori;
in un nucleo familiare normale la partenza di un giovane figlio rappresenta sempre un
momento triste, di distacco, di solitudine; ma se la partenza si rende necessaria per un
miglioramento decisivo della vita del giovane, vi è certamente l’obbligo morale e
giuridico, di conciliare il dolore della lontananza, con l’interesse superiore del
miglioramento della sua qualità della vita.
D’altra parte la partenza di un minore, non è mai definitiva ma è sempre transitoria;
nel calcio ad esempio il contratto professionistico di un minorenne, non può
assolutamente superare i tre anni e se la famiglia resta vicina al giovane partente, con
la propria presenza costante che certamente gli attuali mezzi di comunicazione ci
consentono, l’esperienza può rivelarsi utile ed il ritorno assai più gradito.
Del resto i genitori, in accordo o in disaccordo con il giovane, possono decidere di
non lasciarlo andare per ogni loro più opportuna valutazione ed in tal caso il problema
del trasferimento si va a chiudere ancor prima di iniziare.
Se questo è il mondo in cui viviamo, se la precocità dei giovani ha raggiunto livelli
inimmaginabili grazie anche alla velocità dei sistemi di comunicazione, possiamo
immaginare solo per il sistema calcio una norma che semplicemente vieti il
trasferimento dei minori nell’ambito dei paesi dell’Unione Europea?
Possiamo relegare il calcio in una isola di coercizione in cui non sono più le famiglie
a decidere, ma solamente il valore supremo di una norma?
Io personalmente, per dirla tutta in modo chiaro, sono più favorevole
sociologicamente alla linea del divieto, seppur con delle eccezioni; ma mi pongo il
problema di una ghettizzazione del calcio, quantomeno a livello normativo. Ed è per
questo che è auspicabile un sistema di divieti con eccezioni, che possa affrontare il
problema non già in generale, ma da caso a caso, magari sotto la vigilanza di una
Autority, appositamente costituita.
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Si pensi ad esempio ad una figura simile ad un Giudice per i Minorenni da insediarsi
in ambito calcistico, al quale ogni singolo caso può essere sottoposto e che può
concedere o meno il consenso al trasferimento.
Se ad esempio un giovane calciatore sta vivendo nel proprio paese in una realtà
familiare e sociale complessa e disagiata o peggio in totale assenza di una famiglia di
riferimento, l’esperienza in un nuovo paese non dovrebbe essere negata se vi fossero
tutte le strutture idonee alla sua accoglienza, all’apprendimento di un nuova lingua,
alla crescita del proprio percorso di vita presso il nuovo club.
Lo stesso dicasi per quelle famiglie agiate, unite e di buon livello economico ove in
tutta serenità si voglia incoraggiare, con la vicinanza morale al giovane calciatore,
l’apprendimento di una lingua all’estero o la frequentazione di particolari istituti
scolastici, certamente utili per la sua formazione culturale.
Per questo forse, la strada del divieto, con delle specifiche deroghe, può essere quella
percorribile, sempre che non vi siano motivi di ostacolo a livello normativo generale.
In conclusione vorrei brevemente soffermarmi su alcun disdicevoli comportamenti
che su questo argomento occorrerebbe immediatamente ed assolutamente vietare.
Molti club italiani hanno subito l’offesa di vedere “sparire” improvvisamente alcuni
fra i più promettenti giovani minorenni del calcio italiano che si sono trasferiti in
Inghilterra per sottoscrivere importanti contratti con importanti club.
Queste “fughe notturne” indotte da interessati mediatori, Agenti e faccendieri di
vario tipo, debbono assolutamente cessare, poiché denotano senso di disprezzo,
mancanza di etica sensibilità e riconoscenza, nei confronti degli originari club di
appartenenza e dell’ambiente tutto di riferimento.
Queste partenze clandestine, sono inoltre certamente diseducative per i ragazzi che le
affrontano, poiché provocano stress, distacco traumatico, depressione, senso di colpa.
Occorre quindi predisporre un codice etico che preveda una via della trasparenza
dell’iter del trasferimento, nell’ambito del quale vi sia la possibilità di informare
l’originario club di appartenenza del giovane calciatore, circa la proposta ricevuta del
nuovo club straniero, per consentire al predetto originario club che si intende
“abbandonare”, di formulare una qualche controproposta economica e tecnica, volta
ad indurre la famiglia del giovane calciatore, ad una ponderata riflessione sulle due
chances che gli si presentano.
Tale soluzione certamente comprime la libertà di circolazione dei giovani calciatori,
soprattutto in considerazione delle pressioni psicologiche e di vario tipo, che
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l’originario club potrebbe mettere in atto, nelle concitate fasi del trasferimento, ma
sembrerebbe eticamente più corretta.
Molti giovani calciatori da me assistiti in Italia, hanno ricevuto importanti richieste
per recarsi all’estero “clandestinamente”; non lo hanno mai fatto anche in virtù del
mio decisivo intervento, ma soprattutto perché sentivano un senso di grande
appartenenza alla maglia del club che indossavano.
Questo ci sia di lezione; i dirigenti sappiano sempre trasmettere fortemente questo
senso di appartenenza ed i ragazzi ci insegneranno ovunque che c’è sempre un angolo
di purezza dentro questa variegata gioventù, verso la quale bisogna guardare, al di là
delle nostre antiche convenienze.
Avv. Oberto Petricca
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