Volume10 Numero2 Giugno2010 Aggiornamento e Formazione in Diabetologia e Malattie Metaboliche Direttori Scientifici A. Arcangeli, G. Medea Comitato di Redazione U. Alecci, A. Di Benedetto, A. Ozzello, M. Passamonti Presidente AMD S. Gentile Presidente SIMG C. Cricelli La rivista Media festeggia il suo decimo anno di vita: risultati di un questionario di gradimento e cronaca di un successo annunciato G. Medea.....................................................................................................55 Editoriale I vantaggi del trattamento ottimizzato e precoce del diabete mellito S. Gentile.....................................................................................................57 Diabete mellito e governo clinico Formazione per la qualità della cura del malato e dell’assistenza. Il modello diabete con sezione di autovalutazione A. Ozzello.....................................................................................................62 Carico di lavoro e complessità assistenziale nella gestione del paziente diabetico in Medicina Generale con sezione di autovalutazione G.C. Monti....................................................................................................68 Sezione di formazione per l’autovalutazione Direttore Responsabile Patrizia Alma Pacini Nuovi aspetti terapeutici della dislipidemia diabetica A. Giandalia, U. Alecci, C. Bonfiglio, G.T. Russo ............................................74 © Copyright by Pacini Editore S.p.A. – Pisa Il paziente con diabete mellito tipo 2 neo diagnosticato, dal punto di vista del medico di medicina generale: terapia farmacologica sempre? G. D’Ambrosio, M.D. Dell’Orco, D. Pasculli....................................................82 Edizione Pacini Editore S.p.A. Via Gherardesca 1 • 56121 Pisa Tel. 050 313011 • Fax 050 3130300 E-mail: [email protected] • www.pacinimedicina.it Marketing Dept Pacini Editore Medicina Andrea Tognelli Medical Project - Marketing Director Tel. 050 3130255 • [email protected] Fabio Poponcini Sales Manager Tel. 050 3130218 • [email protected] Manuela Mori Customer Relationship Manager Tel. 050 3130217 • [email protected] Editorial Office Lucia Castelli Tel. 050 3130224 • [email protected] Stampa Industrie Grafiche Pacini • Ospedaletto (Pisa) A.N.E.S. Associazione Nazionale Editoria periodica specializzata Articolo di aggiornamento I disturbi del comportamento alimentare. Un contributo dall’osservatorio ultraventennale di un Servizio per l’Adolescenza M. Tanzella..................................................................................................87 Caso clinico Diabete mellito tipo 2 in stato catabolico acuto alla diagnosi D. Gaia, E. Pergolizzi....................................................................................91 Report Congressi e Convegni 3° Congresso Nazionale Interassociativo ADI-AMD G. Marelli.....................................................................................................96 CODHy – Controversies to Consensus in Diabetes Obesity and Hypertension A. Lauria, G. Defeudis, P. Pozzilli...................................................................98 Notizie dal web Regioni italiane e gestione integrata del diabete G. Medea.....................................................................................................102 Pagina per il paziente Ecco cosa fare subito dopo la diagnosi di diabete mellito tipo 2, nella sua forma più comune C. Artale.......................................................................................................105 Notizie dal mondo del farmaco Terapia antiossidante e neuropatie G. Bax, F. Bellavere, F. Visioli.........................................................................107 Nuove evidenze di ezetimibe/simvastatina: risultati dello studio ELDERLY e di una sub-analisi dello studio SEAS P. Pintus....................................................................................................... 116 Ipoglicemizzanti orali: indagine sull’uso nella pratica clinica quotidiana in diabetologia A. Arcangeli, G. Medea................................................................................. 120 Notizie dal mondo della diagnostica Integrazione di albuminuria e filtrato glomerulare (GFR) nella stadiazione della nefropatia diabetica L. Pucci, D. Lucchesi, G. Penno....................................................................127 Sezione di autovalutazione Risposte ai precedenti questionari, n. 1, vol. 10, 2010..................................134 NORME REDAZIONALI MeDia Aggiornamento e Formazione in Diabetologia e Malattie Metaboliche è un periodico trimestrale patrocinato dall’Associazione Medici Diabetologi (AMD) e dalla Società Italiana di Medicina Generale (SIMG). La rivista pubblica contributi redatti in forma di Editoriali, Articoli di aggiornamento, Casi clinici, Report Congressi, Recensioni, Annunci di Congressi e di ECM. Gli articoli dovranno essere accompagnati da una dichiarazione firmata dal primo Autore, nella quale si attesti che i contributi sono inediti, non sottoposti contemporaneamente ad altra rivista ed il loro contenuto conforme alla legislazione vigente in materia di etica della ricerca. Gli Autori sono gli unici responsabili delle affermazioni contenute nell’articolo e sono tenuti a dichiarare di aver ottenuto il consenso informato per la sperimentazione e per la riproduzione delle immagini. La Redazione accoglie solo i testi conformi alle norme editoriali generali e specifiche per le singole rubriche. La loro accettazione è subordinata alla revisione critica di esperti, all’esecuzione di eventuali modifiche richieste ed al parere conclusivo del Direttore. Il Direttore del Giornale si riserva inoltre il diritto di richiedere agli Autori la documentazione dei casi e dei protocolli di ricerca, qualora lo ritenga opportuno. Nel caso di provenienza da un Dipartimento Universitario o da un Ospedale il testo dovrà essere controfirmato dal responsabile del Reparto (U.O.O., Clinica Universitaria …). Conflitto di interessi: nella lettera di accompagnamento dell’articolo, gli Autori devono dichiarare se hanno ricevuto finanziamenti o se hanno in atto contratti o altre forme di finanziamento, personali o istituzionali, con Enti Pubblici o Privati, anche se i loro prodotti non sono citati nel testo. Questa dichiarazione verrà trattata dal Direttore come una informazione riservata e non verrà inoltrata ai revisori. I lavori accettati verranno pubblicati con l’accompagnamento di una dichiarazione ad hoc, allo scopo di rendere nota la fonte e la natura del finanziamento. Gli Autori sono invitati ad inviare i manoscritti secondo le seguenti norme: Norme generali Sezione formativa: comprendono lavori con finalità formative e con argomenti che riguardano la gestione diagnostica e terapeutica del diabete, delle malattie metaboliche e delle relative complicazioni. Sono previsti anche argomenti relativi all’organizzazione dell’assistenza integrata. Di regola i testi non devono superare 8 cartelle da 2000 battute. Il testo deve essere corredato dal riassunto in italiano e dalle parole chiave. Sono ammesse 3 figure e 3 tabelle. Bibliografia: massimo 25 voci. Testo: In lingua italiana, con numerazione delle pagine a partire dalla prima e corredato di: • titolo del lavoro • parole chiave (dove richiesto) • riassunto (dove richiesto, non più di 200 parole) • nomi degli Autori e l’Istituto o Ente di appartenenza • il nome, l’indirizzo, il recapito telefonico e l’indirizzo e-mail dell’Autore cui sono destinate la corrispondenza e le bozze • la rubrica cui si intende destinare il lavoro (decisione che è comunque subordinata al giudizio del Direttore); • titolo e didascalie delle tabelle e delle figure • bibliografia • eventuale menzione del Congresso al quale i dati dell’articolo siano stati comunicati (tutti o in parte) Le bozze dei lavori saranno inviate per la correzione al primo degli Autori salvo diverse istruzioni. Gli Autori si impegnano a restituire le bozze corrette entro e non oltre 3 giorni dal ricevimento; in difetto i lavori saranno pubblicati dopo revisione fatta dalla Redazione che però declina ogni responsabilità per eventuali inesattezze sia del dattiloscritto che delle indicazioni relative a figure e tabelle. Tabelle: devono essere contenute nel numero (evitando di presentare lo stesso dato in più forme), dattiloscritte una per pagina e numerate progressivamente con numerazione romana. Bibliografia: va limitata alle voci essenziali identificate nel testo con numeri arabi ed elencate al termine del manoscritto nell’ordine in cui sono state citate. Devono essere riportati i primi tre Autori, eventualmente seguiti da et al. Le riviste devono essere citate secondo le abbreviazioni riportate su Index Medicus. Esempi di corretta citazione bibliografica per: Articoli e riviste: Bianchi M, Laurà G, Recalcati D. Il trattamento chirurgico delle rigidità acquisite del ginocchio. Minerva Ortopedica 1985;36:431-8. Libri: Tajana GF. Il condrone. Milano: Edizioni Mediamix 1991. Capitoli di libri o atti di Congressi: Krmpotic-Nemanic J, Kostovis I, Rudan P. Aging changes of the form and infrastructure of the external nose and its importance in rhinoplasty. In: Conly J, Dickinson JT, editors. Plastic and Reconstructive Surgery of the Face and Neck. New York: Grune and Stratton 1972, p. 84. Ringraziamenti, indicazioni di grants o borse di studio, vanno citati al termine della bibliografia. Le note, contraddistinte da asterischi o simboli equivalenti, compariranno nel testo a piè di pagina. Termini matematici, formule, abbreviazioni, unità e misure devono conformarsi agli standards riportati in Science 1954;120:1078. I farmaci vanno indicati col nome chimico. Solo se inevitabile potranno essere citati col nome commerciale (scrivendo in maiuscolo la lettera iniziale del prodotto). 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Sono previste parole chiave, 1/2 figure e al massimo 3 tabelle. Bibliografia: massimo 40 voci. Casi clinici: vengono accettati dal Comitato di Redazione solo lavori di interesse didattico e segnalazioni rare. La presentazione comprende l’esposizione del caso ed una discussione diagnostico-differenziale. Il testo (8 cartelle da 2000 battute) deve essere conciso e corredato, se necessario, di 1-2 figure o tabelle e al massimo di 10 riferimenti bibliografici essenziali. Devono essere suddivisi in tre blocchi temporali (Step). Alla fine di ogni fase devono essere esposti alcuni quesiti, che derivano dall’analisi dei problemi più importanti emersi con la presentazione del caso, seguiti dalle risposte e eventuali commenti. Evidenziare gli obiettivi del lavoro. Report Congressi: sono previste 5 cartelle da 2000 battute. Notizie dal web: sono previste 2,5 cartelle da 2000 battute; sono ammesse 2/3 tra figure e tabelle. Una pagina per il paziente: sono previste 4 cartelle da 2000 battute; sono ammesse 2/3 tra figure e tabelle. Abbonamenti MeDia Aggiornamento e Formazione in Diabetologia e Malattie Metaboliche è un periodico trimestrale. I prezzi degli abbonamenti annuali per i NON Soci sono i seguenti: Italia � 58,00; estero � 73,00. Questo fascicolo � 21,00. Le richieste di abbonamento ed ogni altra corrispondenza relativa agli abbonamenti vanno indirizzate a: MeDia Aggiornamento e Formazione in Diabetologia e Malattie Metaboliche, Pacini Editore S.p.A., via Gherardesca 1, 56121 Ospedaletto (PI) – Tel. 050 313011 – Fax 050 3130300 – E-mail: [email protected] – http://www.pacinimedicina.it I dati relativi agli abbonati sono trattati nel rispetto delle disposizioni contenute nel D.Lgs. del 30 giugno 2003 n. 196 a mezzo di elaboratori elettronici ad opera di soggetti appositamente incaricati. I dati sono utilizzati dall’editore per la spedizione della presente pubblicazione. Ai sensi dell’articolo 7 del D.Lgs. 196/2003, in qualsiasi momento è possibile consultare, modificare o cancellare i dati o opporsi al loro utilizzo scrivendo al Titolare del Trattamento: Pacini Editore S.p.A., via A. Gherardesca 1, 56121 Ospedaletto (Pisa). In copertina: Tropea Fotocopie per uso personale del lettore possono essere effettuate nei limiti del 15% di ciascun fascicolo di periodico dietro pagamento alla SIAE del compenso previsto dall’art. 68, comma 4, della legge 22 aprile 1941 n. 633 ovvero dall’accordo stipulato tra SIAE, AIE, SNS e CNA, CONFARTIGIANATO, CASA, CLAAI, CONFCOMMERCIO, CONFESERCENTI il 18 dicembre 2000. Le riproduzioni per uso differente da quello personale sopracitato potranno avvenire solo a seguito di specifica autorizzazione rilasciata dagli aventi diritto. di pubblicazione 55 MeDia 2010;10:55-56 La rivista Media festeggia il suo decimo anno di vita: risultati di un questionario di gradimento e cronaca di un successo annunciato Gerardo Medea Direttore Scientifico Media Dieci anni fa rappresentava una scommessa. Oggi è una realtà e un successo editoriale consolidato. Media è diventata adulta. Un’idea nata quasi per caso (insieme all’amico Andrea Tognelli della Pacini Editore), mangiando un panino e una birra al bar, si è guadagnata in poco tempo e senza indugi una posizione di primo piano nell’ampio parterre di riviste scientifiche divulgative destinate ai medici (in particolare di Medicina Generale). Numerosi sono gli aspetti originali e innovativi di questa esperienza, che ci piace ricordare: • una rivista mono-tematica (metabolismo e diabete) gestita in partnership “totale” (proprietà, composizione della redazione, realizzazione dei contenuti) tra due società scientifiche (AMD e SIMG), fortemente interessate e motivate alla gestione ottimale e integrata del diabete mellito e alla reciproca crescita professionale; • una redazione mista (MMG e diabetologi) “non virtuale” e “paritetica” sia dal punto di vista del peso scientifico sia operativo, e con un robusto controllo circa i contenuti degli articoli proposti e il rispetto della linea editoriale, ma tuttavia aperta al contributo di tutti gli esperti della materia; • una ricca varietà di temi trattati (formazione, aggiornamento, casi clinici, pagina paziente, informazioni dal web, report congressi) oltre allo sviluppo di specifiche e complesse tematiche (disease management, clinical governance, esperienze di gestione integrata del diabete); • una distribuzione ampia e plurisettoriale (medici di medicina generale, diabetologi, amministratori) per un totale di 30.000 invii. Media rappresenta, dunque, un raro esempio sia di longevità per una rivista in ambito medico, sia di integrazione e condivisione tra primary e secondary care. Se l’obiettivo ambizioso era di arrivare a delineare una visione comune della gestione dei pazienti diabetici armonizzando le esigenze del Sistema Sanitario Nazionale, dei pazienti, dei medici di medicina generale e dei diabetologi, Media ha certamente fornito un contributo sostanziale ed è un esempio virtuoso da replicare. Per confermare alcune nostre certezze e ricevere ulteriori stimoli per il futuro, abbiamo distribuito durante l’ultimo Congresso Nazionale SIMG (Firenze, novembre 2009) un breve questionario di cui riportiamo in sintesi i risultati (Tab. I). A parte i giudizi molto positivi non soltanto sul gradimento complessivo, ma soprattutto sull’intensità di lettura (il 52% legge almeno 2 articoli e il 36% quasi l’intera rivista), ci conforta il fatto che i colleghi intervistati ci stimolano ad arricchire la rivista di articoli dai temi più variegati (dalla prevenzione alla medicina legale). Significativo il fatto che il 66% richiede articoli sulla terapia insulinica, certamente uno dei bisogni formativi emergenti della Medicina Generale. Molto gradita, infine, anche la possibilità di ricevere con Media materiale integrativo (poster, schede, materiale informativo per i pazienti), cosa peraltro già molte volte attuata nel corso di questi 10 anni di attività. Per concludere un invito ai lettori: gli articoli della rivista Media sono scritti da Autori appositamente invitati dalla redazione, sulla base di un preciso programma editoriale e di specifici obiettivi didattico-scientifici, che essi sono tenuti rigorosamente a rispettare. La redazione, tuttavia, gradisce ricevere articoli pertinenti la materia trattata per un’eventuale loro pubblicazione, purché essi siano di reale e concreto aiuto ai medici per migliorare le loro conoscenze e la loro capacità di gestire bene i pazienti diabetici. Grazie a tutti i nostri affezionati lettori! Aggiornamento e Formazione in Diabetologia e Malattie Metaboliche 56 di pubblicazione Tabella I. Risultati del questionario distribuito in occasione del 26° Congresso Nazionale SIMG a Firenze. 1. Ricevi la rivista Media Sì 98% No 2% 2. Sfogli Media Non risponde 2% Sì 98% 3. Mediamente leggi uno o più articoli 1 11% 2 52% Più di due 36% Non risponde 2% 4. Qual è la tua opinione generale su Media Buona 38% Molto buona 56% Non risponde 2% 5. Puoi segnalare argomenti che ritieni particolarmente utili per la professione Strategie di prevenzione Comunicazioneeducazione dirette normative ai tuoi assistiti prescrittive (non ancora 47% diagnosticati) 72% Medicina legale e del lavoro 25% Normative prescrittive 48% Linee guida 70% Focus su nuovi farmaci orali 45% Terapia insulinica 66% Alimentazione 50% 6. Ritieni utile ricevere materiale informativo sulla prevenzione e trattamento del diabete da consegnare ai tuoi pazienti Sì 97% No 3% 7. Se sì, quali forme editoriali preferisci Opuscoli 75% Schede 67% Poster da ambulatorio 53% 8. Quali argomenti riterresti interessanti per i tuoi pazienti? Alimentazione/ dieta 9% Prevenzione 8% Attività sportiva 3% Stili di vita 3% Farmaci 2% La rivista Media festeggia il suo decimo anno di vita Editoriale 57 MeDia 2010;10:57-61 I vantaggi del trattamento ottimizzato e precoce del diabete mellito Sandro Gentile Cattedra di Medicina interna, Seconda Università di Napoli Secondo i dati dell’International Diabetes Federation, il diabete mellito è ai primi posti tra le cause di morte nel mondo per le malattie non trasmissibili 1. Le sue complicanze croniche come infarto e angina, arteriopatia periferica, stroke, neuropatia, nefropatia, amputazioni e cecità causano uno straordinario numero di disabilità e decessi, riducendo sia l’aspettativa sia la qualità della vita e rappresenta un enorme carico economico ed un problema di sanità pubblica di straordinaria portata (Fig. 1, Tab. I). Questa situazione rischia di determinare il collasso dei sistemi sanitari anche in considerazione del fatto che la malattia è in rapido aumento a livello planetario, coinvolgendo sia paesi industrializzati (Tab. II) che paesi in via di sviluppo, con una modalità molto vicina a quella che caratterizzava la diffusione delle epidemie che nel corso della storia hanno flagellato l’umanità (Tab. II). Nel nostro paese il quadro è analogo, per altro aggravato dall’allungamento della vita media, che in Italia raggiunge la sua massima espressione 2. Prima del ricorso all’ospedalizzazione, il sistema pubblico delle cure per il diabete prevede un primo livello, rappresentato dalle cure primarie, oggi in rapida riorganizzazione, e la rete di circa 650 Servizi di Diabetologia (SD) distribuiti su tutto il territorio nazionale. I due sistemi sono da tempo alla ricerca di una fattiva integrazione, sostenuti dal disegno ministeriale e da quello dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) 3, quale cerniera destinata alla riduzione del tasso di ospedalizzazione. I sistemi di integrazione tra i due livelli sono al momento operanti solo in alcune realtà regionali ed in modo NAC SEA MENA Eur WP SACA Afr 0 2 4 6 8 10 12 14 16 18 Mortalità relativa al diabete come percentuale di tutti i decessi (%) Corrispondenza Sandro Gentile [email protected] NAC: North America and Caribbean; SEA: South-East Asia; MENA: Middle East and North Africa; Eur: Europe; WP: Western Pacific; SACA: South and Central America; Afr: Africa Figura 1. Morti attribuibili al diabete (%) come percentuale di tutti i decessi (20-79 anni) per regione, 2010. Aggiornamento e Formazione in Diabetologia e Malattie Metaboliche Editoriale 58 Tabella I. Stima della situazione epidemiologica attuale per il diabete mellito nell’area europea (IDF, 2010). 2010 popolazione (20-79 anni) (migliaia) 2010 prevalenza di diabete (%) 2010 diabete prevalenza comparata (%) Italia 44509,9 8,8 5,9 Danimarca 3907,0 7,7 5,6 Estonia 994,0 9,9 7,6 Finlandia 3863,4 8,3 5,7 Francia 44091,3 9,4 6,7 Germania 62654,4 12,0 8,9 Grecia 8560,7 8,8 6,0 Ungheria 7514,8 8,8 6,4 Islanda 210,5 2,1 1,6 Irlanda 3171,2 5,7 5,2 Olanda 11943,4 7,7 5,3 Norvegia 3356,7 4,7 3,6 Polonia 28618,0 9,3 7,6 Portogallo 8033,8 12,4 9,7 Romania 16129,0 8,4 6,9 Federazione Russa 107183,9 9,0 7,6 21,6 8,0 5,9 Slovenia 1546,2 9,9 7,7 Spagna 33943,8 8,7 6,6 Svezia 6618,6 7,3 5,2 Svizzera 5569,1 11,3 8,9 Regno Unito 44056,1 4,9 3,6 Paese San Marino Tabella II. Previsioni IDF di aumento di diabete e ridotta tolleranza glucidica (IGT) dal 2010 al 2030. 2010 2030 Popolazione mondiale totale (miliardi) 7,0 8,4 Popolazione adulta (20-79 anni, miliardi) 4,3 5,6 Diabete e IGT (20-79 anni) Diabete Prevalenza globale (%) 6,6 7,8 Prevalenza comparativa (%) 6,4 7,7 Numero di soggetti con diabete (milioni) 285 439 Prevalenza globale (%) 7,9 8,4 Prevalenza comparativa (%) 7,8 8,4 Numero di soggetti con IGT (milioni) 344 472 IGT molto promettente, come ampiamente documentato da studi di settore 4-6. Dati ISTAT indicano un’elevatissima frequenza di complicanze micro- e macrovascolari correlate al diabete 2, contro cui i medici di medicina generale (MMG) i SD si riorganizzano seguendo linee guida dettate dalle Società Scientifiche e condivise anche dalle organizzazioni sindacali di categoria 7 8, attualmente in fase di ulteriore aggiornamento, rifondando un’alleanza destinata a produrre una razionalizzazione del sistema delle cure, in cui ciascuno ha un ruolo definito nel tempo e nei contenuti, anche grazie ad una comunicazione costante tra i vari livelli 3. Il sistema non è ancora a regime, sebbene l’ISS, attraverso il Centro di Controllo delle Malattie, abbia contribuito a disegnare i fondamenti di una concreta gestione integrata con la pubblicazione di documenti di indirizzo, descrittivi della qualità tecnico-organizzative 9, dei requisiti minimi necessari allo sviluppo del sistema informativo per i vari livelli assistenziali 10 e della formazione degli operatori 11. In questo sistema, destinato ad evolvere, il tasso medio di prime visite per diabetici presso la rete dei SD è oggi del 17% sul totale delle prestazioni erogate, con un valore di ingresso dell’HbA1c di 11 ± 3% e una durata nota di malattia di 4 ± 3 anni 12. La frequenza di complicanze di questi pazienti è altissima e ben superiore a quella di pazienti all’esordio di malattia, con diffe- I vantaggi del trattamento ottimizzato e precoce del diabete mellito Editoriale 59 renze evidenti in termini di costi. Questo semplice dato da solo giustifica l’utilità di un trattamento precoce fin dal momento della diagnosi di diabete. Ma la letteratura scientifica consente di documentare in modo preciso l’utilità di un trattamento precoce ed efficace sia per il diabete tipo 1 che per quello di tipo 2. Lo studio DCCT/EDIC (Diabetes Control and Complications Trial / Epidemiology of Diabetes Interventions and Complications) dimostra come la coorte di diabeti tipo 1, arruolata in fase iniziale di malattia e seguita per circa un decennio, confrontando l’effetto di un trattamento intensivo sulla prevenzione primaria e secondaria di eventi micro- e macrovascolari, indica un vantaggio significativo dal trattamento intensivo verso quello tradizionale, testimoniato dal diverso valore ottenuto nei due gruppi dal livello di Hba1c 13. Questo risultato può apparire quanto meno logico, ma la cosa straordinaria è che una volta usciti dal trial, entrambi i gruppi hanno raggiunto una condizione di controllo simile ed a distanza di oltre una decade dalla conclusione dell’osservazione, i soggetti che avevano ricevuto un vantaggio dal trattamento intensivo lo mantengono anche se il loro controllo glicemico peggiorava. Quasi a dimostrare che il trattamento precoce e intensivo con il raggiungimento del target di HbA1c consente di mantenere nel tempo i vantaggi nella prevenzione delle complicanze 13. Analogo fenomeno è osservabile con un altro grande trial dedicato a diabetici tipo 2 all’esordio 14. Anche in questo caso il trattamento intensivo consentiva una riduzione significativa di eventi microvascolari, mentre la riduzione di infarti del miocardio pari al 16% non raggiungeva, sebbene di poco, il livello di significatività (ma gli infarti miocardici acuti [IMA] erano pur sempre ridotti del 16%). Ancora una volta nel follow-up successivo, durato 10 anni e nel corso del quale i due gruppi erano entrambi trattati in modo meno aggressivo, raggiungendo obiettivi glicemici peggiori rispetto al periodo di osservazione, i pazienti che nei primi 10 anni avevano ottenuto un vantaggio in termini di complicanze microvascolari lo mantenevano 15. Anzi, anche la riduzione del numero di infarti raggiungeva la significatività statistica nel prosieguo del follow-up. Questo comportamento conferma che anche nel diabete tipo 2 il trattamento precoce e aggressivo all’esordio consente di ridurre mortalità e complicanze sia micro- che macrovascolari anche molti anni dopo. Va chiarito che il messaggio derivante da studi come ACCORD (Action to Control Cardiovascular Risk in Diabetes) 16, VADT (Long-Term Veterans Affairs Diabetes Trial) 17 in cui il trattamento aggressivo di ampie coorti di diabetici tipo 2 determinava maggior rischio di eventi cardiovascolari fatali, non rinnega quanto evidenziato dagli studi precedenti ma, anzi, lo rafforza. Infatti, i soggetti trattati aggressivamente non erano all’esordio di malattia ma erano diabetici già da molti anni, erano in cattivo compenso glicemico ed in numero rilevante avevano già avuto eventi cardiovascolari. Il trattamento era stato molto aggressivo, riportando i valori di HbA1c così rapidamente nel range normale da provocare numerosi episodi, anche gravi, di ipoglicemia. Quindi, gli studi ACCORD e VADT descrivono uno scenario completamente differente da quello dell’United Kingdom Prospective Diabetes Study (UKPDS-33). Poco dopo è stato pubblicato lo studio ADVANCE (Action in Diabetes and Vascular Disease: Preterax and Diamicron Modified Release Controlled Evaluation) 18 in cui, ancora una volta veniva confrontato un trattamento intensivo dell’iperglicemia con uno tradizionale. In questo studio però il livello di compenso al tempo basale era decisamente meno scadente rispetto ai precedenti, il trattamento intensivo raggiungeva più gradualmente il compenso ed i soggetti avevano il diabete da meno anni (Fig. 2). Le conclusioni dello studio ADVANCE dimostrano che un trattamento meno aggressivo ma in grado di raggiungere il target di HbA1c più gradualmente rispetto all’ACCORD (Figg. 3, 4), Intervento sulla glicemia precoce vs. tardivo Progressione della malattia UKPDS ADVANCE2 ADVANCE3 VADT4 n = 3867 n = 11.140 n = 10.251 n = 1791 Durata (anni) 0* 8,0 10 11,5 HbA1c basale (%) 7,1 7,5 8,3 9,4 FPG basale (mmol/L) 8,0 8,5 9,7 11,4 Età (anni) 53 66 62 60 * 1 1 Pazienti di nuova diagnosi senza CVD. Lancet 1998; 2 N Eng J Med 2008; 3 N Eng J Med 2008; 4 N Eng J Med 2008. Figura 2. Confronto tra alcune caratteristiche dei diabetici tipo 2 arruolati nei grandi trial UKPDS-33, ADVANCE, ACCORD, VADT. I soggetti studiati si pongono in vari momenti della malattia diabetica, quasi a descriverne la storia e la progressione. S. Gentile Editoriale 60 Eventi per 100 pazienti-anno 140 +40% * Controllo intensivo 120 Controllo standard 100 80 * p < 0,001 60 40 +87%* 20 0,4 0,7 0 Ipoglicemia grave Ipoglicemia minore Figura 3. Percentuale di ipoglicemia, minore e grave. riduce enormemente gli episodi ipoglicemici gravi (Tab. III) e gli eventi cardiovascolari letali e non letali e consente di dimostrare che il raggiungimento dei target glicemici è tanto più vantaggioso quanto più precocemente si raggiunge. Consideriamo ora il problema del diabetico ricoverato in ospedale. La letteratura scientifica indica chiaramente che la presenza di diabete allunga i tempi di degenza, accresce la complessità degli interventi sanitari, aumenta il rischio di complicanze invettive e cardiovascolari, peggiora la prognosi quaod vitam, rende più frequente la ricorrenza di nuovi ricoveri dopo la dimissione. Tutti questi problemi connessi alla diagnosi di diabete nel percorso intra-ospedaliero impegnano profondamente l’organizzazione sanitaria ed assorbano ingenti risorse economiche 19-23. Anche nel percorso intra-ospedaliero l’ottimizzazione precoce del controllo glicemico rappresenta un obiettivo necessario, dimostratosi efficace per ridurre i tempi di degenza, le complicanze infettive e non, il peso sull’organizzazione ed i costi 24 25. Queste osservazioni devono indurre a considerare con molta at- ACCORD ADVANCE 8,5 9,0 8,0 p < 0,001 Terapia standard Media emoglobina glicata (%) Emoglobina glicata (%) 8,5 8,0 7,5 7,0 6,5 6,0 0 0 1 2 3 Terapia standard 7,5 7,0 6,5 6,0 5,5 5,0 0 0 6 12 18 24 30 36 42 48 Mesi di follow-up Anni HbA1c basale = 8,1%; HbA1c a 6 mesi (intensiva) = 6,4% HbA1c basale = 7,5%; HbA1c a 6 mesi (intensiva) = 7,0% Figura 4. Confronto tra i valori di HbA1c di partenza e rapidità delle riduzioni operate dal trattamento intensivo e tradizionale negli studi ACCORD e ADVANCE. Tabella III. Frequenza di ipoglicemie e loro severità nei pazienti arruolati nello studio ACCORD, in funzione del trattamento aggressivo o standard. Trattamento intensivo n. casi (%) Trattamento standard n. casi (%) Ipoglicemie per cui è richiesto un intervento generico 830 (16,2) 261 (5,1) < 0,001 Ipoglicemie che necessitano di intervento medico 538 (10,5) 179 (3,5) < 0,001 p I vantaggi del trattamento ottimizzato e precoce del diabete mellito Editoriale tenzione come il sistema delle cure nel nostro paese deve concentrarsi sulla necessità di passare da una medicina di attesa ad una di iniziativa, volto alla ricerca dei casi a rischio di diabete o di soggetti già diabetici ma non identificati, nonché al trattamento precoce per l’ottimizzazione del controllo metabolico a tutti i livelli. La ricerca di nuovi casi, così come il trattamento precoce dei casi neo diagnosticati, deve partire da un corretto inquadramento del paziente all’esordio e da una altrettanto attenta pianificazione del percorso di cura successivo, volto al raggiungimento di un livello di controllo metabolico ottimale, secondo un preciso algoritmo terapeutico 26 fin da subito, senza latenze e senza scuse, perché da questo dipenderà il futuro e la vita stessa delle persone diabetiche. Da questo dipenderà la possibilità di risparmiare risorse e di destinarle alla cura dei nuovi casi previsti per i prossimi anni. Bibliografia International Diabetes Federation – 2010. http://www.who.Int/diabetes/publications/en/. 2 Dati e statistiche in Italia. www.istat.it (consultato il 3.5.2010). 3 Ozzello A. I fondamenti della gestione integrata. La gestione integrata del diabete tipo 2. Media 2009;9:107-14. 4 Giorda C, Petrelli A, Gnavi R; and the regional Board for Diabetes Care of Piemonte. The impact of second-level specialized care on hospitalization in persons with diabetes: a multilevel populationbased study. Diabet Med 2006;23:377-83. 5 Giorda CB, Guida P, Avogaro A, et al.; EFFECTUS Steering Committee. Association of physicians’ accuracy in recording with quality of care in cardiovascular medicine. Eur J Cardiovasc Prev Rehabil 2009;16:722-8. 6 Gnavi R, Picariello R, Karaghiosoff L, et al. Determinants of quality in diabetes care process: the population-based Torino Study. Diabetes Care 2009;32:1986-92. 7 AMD (Associazione Medici Diabetologi), SIMG (Società Italiana di Medicina Generale), SID (Società Italiana di Diabetologia). L’assistenza al paziente diabetico: raccomandazioni cliniche ed organizzative. Dall’assistenza integrata al team diabetologico e al disease management della malattia diabetica. www.campagnadiabete.it/documenti/ docassist.pdf 8 AMD (Associazione Medici Diabetologi), SID (Società Italiana di Diabetologia), FIMMG (Federazione Italiana Medici di Famiglia), SIMG (Società Italiana di Medicina Generale), SNAMI (Sindacato Nazionale Autonomo Medici Italiani), SNAMID (Società Nazionale di Aggiornamento Medico Interdisciplinare). Nuovi standard di cura e team di cura integrati per il diabete. L’assistenza integrata alla persona con diabete mellito tipo 2. 31 luglio 2008. http://www. progettodiabete.org. 9 Gestione integrata del diabete mellito tipo 2 nell’adulto. Documento di indirizzo. I ed. Roma: Pensiero Scientifico Editore 2008. www.epicentro.iss.it/Igea 10 Maggini M, Raschetti R, Giusti A, et al. Requisiti informativi per un sistema di gestione integrata del diabete tipo 2 nell’adulto. Documen1 S. Gentile 61 to di indirizzo. I ed. Roma: Pensiero Scientifico Editore 2008. www. epicentro.Iss.it/Igea 11 Guida metodologica per i formatori. Percorso formativo per la gestione integrata del diabete: obiettivi e organizzazione. I ed. Roma: Pensiero Scientifico Editore 2009. www.epicentro.Iss.it/Igea 12 Cimino A, de Bigontina G, Fava D, a cura di. Annali AMD 2009. www. aemmedi.it 13 The Diabetes Control and Complication Trial/Epidemiology of Interventions and Complications (DCCT/EDIC) Study Research Group. Intensive diabetes treatment and cardiovascular disease in patients with type 1 diabetes. N Engl J Med 2005;353:2125-31. 14 UK Prospective Diabetes Study Group. Intensive blood-glucose control with sulphonylureas or insulin compared with conventional treatment and risk of complications in patients with type 2 diabetes (UKPDS 33). Lancet 1998;352:837-53. 15 Holman RR, Paul SK, Bethel MA, et al. 10-year follow-up of intensive glucose control in type 2 diabetes. N Engl J Med 2008;359:157789. 16 Gerstein HC, Miller ME, Byington RP, et al. Effect of intensive glucose lowering in type 2 diabetes. The Action to Control Cardiovascular Risk in Diabetes Study Group. N Engl J Med 2008;358:2545-59. 17 Duckworth W, Abraira C, Moritz T, et al.; VADT Investigators. Glucose control and vascular complications in veterans with type 2 diabetes. N Engl J Med 2009;360:129-39. 18 ADVANCE Collaborative Group, Patel A, MacMahon S, Chalmers J, et al. Intensive blood glucose control and vascular outcomes in patients with type 2 diabetes. N Engl J Med 2008;358:2560-72. 19 Umpierrez GE, Isaacs SD, Bazargan N, et al. Hyperglycemia: an independent marker of in-hospital mortality in patients with undiagnosed diabetes. J Clin Endocrinol Metab 2002;87:978-82. 20 Pomposelli JJ, Baxter JK, III, Babineau TJ, et al. Early postoperative glucose control predicts nosocomial infection rate in diabetic patients. J Parenter Enteral Nutr 1998;22:77-81. 21 Baker EH, Janaway CH, Philips BJ, et al. Hyperglycaemia is associated with poor outcomes in patients admitted to hospital with acute exacerbations of chronic obstructive pulmonary disease. Thorax 2006;61:284-9. 22 Capes SE, Hunt D, Malmberg K, et al. Stress hyperglycemia and prognosis of stroke in nondiabetic and diabetic patients: a systematic overview. Stroke 2001;32:2426-32. 23 Bolk J, van der PT, Cornel JH, et al. Impaired glucose metabolism predicts mortality after a myocardial infarction. Int J Cardiol 2001;79:207‑14. 24 Williams LS, Rotich J, Qi R, et al. Effects of admission hyperglycemia on mortality and costs in acute ischemic stroke. Neurology 2002;59:67-71. 25 Fuentes B, Castillo J, San José B, et al.; Stroke Project of the Cerebrovascular Diseases Study Group, Spanish Society of Neurology. The prognostic value of capillary glucose levels in acute stroke: The GLycemia in Acute Stroke (GLIAS) Study. Stroke 2009;40:562-8. 26 Associazione Medici Diabetologi – Società Italiana di Diabetologia. Standard italiani per la cura del diabete mellito 2009-2010. Torino: Infomedica Ed. 2010. www.aemmedi.it MeDia 2010;10:62-67 62 diabete mellito e governo clinico Formazione per la qualità della cura del malato e dell’assistenza. Il modello diabete Riassunto L’impegno quotidiano nel campo della salute richiede specifiche competenze ed una particolare disponibilità e sensibilità 1. L’acquisizione di competenze distintive è l’oggetto della formazione professionale nel contesto di ogni lavoro che intenda rispondere a un bisogno dell’utente; spesso ancora oggi il bisogno formativo dei professionisti non viene pensato dal punto di vista dell’utente finale, il paziente. La gestione della malattia diabete mellito è un modello di riferimento per la ricerca sanitaria 2; nel setting di cura l’innovazione, scientifica e tecnologica, riverbera nella relazione con la persona e impone non solo un aggiornamento delle conoscenze e abilità del diabetologo ma un continuo adeguamento delle competenze per coniugare i bisogni delle persone, della popolazione, dei professionisti e dell’organizzazione dell’assistenza in un sapere clinico e manageriale. Nel diabete, per il paziente, la cronicità si esprime attraverso la “quotidianità della glicemia”; egli manifesta bisogni che stimolano i professionisti a cercare nuove capacità e strumenti per curare “attraverso la glicemia” valorizzando le capacità del malato e delle persone coinvolte nella cura. Questo bisogno di competenze distintive concrete ha generato esperienze formative e strumenti che, in Italia, hanno trovato riscontro e riconoscimento nell’attività di alcune società scientifiche e professionali e realizzazione nel lavoro di alcuni gruppi. I “bisogni della cronicità” sono ben noti anche al medico di medicina generale; questo fatto rende le due discipline, non a caso, attente da sempre al problema della formazione e alla ricerca di possibili soluzioni e spesso con iniziative condivise. Nel progetto IGEA per la prevenzione delle complicanze del diabete, la definizione di un programma di formazione, puntuale e specifico, per realizzare il miglioramento della qualità dell’assistenza diabetologica e dei risultati di salute, è il core del processo in cui i professionisti, medici di base, specialisti diabetologi, infermieri e altri, l’organizzazione e gli utenti condividono i bisogni di salute dei cittadini, le modalità organizzative e gli strumenti per l’implementazione delle cure. Alessandro Ozzello S.S.V.D. Diabetologia e Malattie Metaboliche, Ospedali Riuniti di Pinerolo, ASL TO 03 (Torino) Parole chiave Formazione professionale • Cinical governance • Miglioramento della qualità e dell’assistenza diabetologica Introduzione Molti sono convinti che per curare servono conoscenze, capacità, memoria e esperienza; la cura delle persone in un sistema sanitario impone anche un impegno quotidiano, una particolare disponibilità, e sensibilità a acquisire precise competenze che rispondano ai bisogni degli utenti, i pazienti, nel rispetto dei bisogni di altri professionisti, clienti interni o esterni, che concorrono ai processi di cura. L’aggiornamento delle conoscenze, teoriche e pratiche, è uno degli elementi per essere buoni medici per soddisfare i bisogni di salute, risponde anzitutto a un’esigenza di mantenere la propria identità così connotata da un particolare sapere per essere; così che si sa che “il medico non finisce mai di studiare”. Aggiornamento e Formazione in Diabetologia e Malattie Metaboliche Corrispondenza Alessandro Ozzello [email protected] diabete mellito e governo clinico La formazione del medico è un insieme di attività che, sulla base delle conoscenze aggiornate, mira a fornire quelle competenze generali e distintive per assumere un ruolo e una responsabilità nei processi di cura che si realizzano nel sistema sanitario per rispondere a un bisogno di salute. Per ottenere risultati di salute è necessario che la complessità, della cura e delle cure, venga affrontata in modo sistematico e proposta in termini di sistema organizzato, un ambiente in cui vanno ricercati e soddisfatti i bisogni formativi, per ottenere quei risultati. La formazione del medico oltre l’aggiornamento Oggi il “bisogno di salute” si declina in domanda e offerta sanitaria che cerca un equilibrio nel principio dell’appropriatezza, la capacità di erogare l’intervento giusto, al momento giusto, per la giusta durata, dal professionista giusto nel setting assistenziale giusto; il “giusto” deve essere misurabile in base all’aderenza a processi assistenziali, definiti da evidenze scientifiche e/o aspetti normativi, per i risultati attesi. L’erogazione dell’assistenza, nuovo determinante di salute, nasce dall’applicazione dell’Evidence Based Medicine, nuovo strumento di pratica professionale, in Evidence Based Health Care, strategia con cui l’organizzazione si affida ai professionisti perché possano esprimere interventi efficaci, appropriati, con conoscenze aggiornate e nel rispetto di equità, accessibilità, economicità e uniformità. Clinical Governance e formazione per l’erogazione dell’assistenza Tutto questo si inscrive nel concetto di Clinical Governance, governo clinico o meglio gestione clinica, nel quale le organizzazioni si rendono responsabili della qualità dei loro servizi 3 e che si propone di costruire i legami tra formazione, organizzazione dei servizi, ricerca e sviluppo dentro un servizio sanitario 4. Il fenomeno della governance, in atto da qualche decennio, ha generato un modo nuovo di fare ricerca e ha cambiato il modo di pensare e agire l’assistenza sanitaria che si fonda sulla medicina transazionale, dalle linee guida alla pratica nel mondo reale, per passare da medicina di attesa a medicina di iniziativa. Nel nostro paese per Governo Clinico si intende “un approccio integrato per l’ammodernamento del Sistema Sanitario Nazionale, che pone al centro della programmazione e gestione dei servizi sanitari i bisogni dei cittadini e valorizza il ruolo e la responsabilità dei medici e degli altri operatori sanitari per la promozione della qualità” 5 . Il riferimento alla responsabilità delle organizzazioni, programmazione e gestione tramite le direzioni generali, di condividere gli obiettivi di salute è più sfumato mentre è chiaro quello, promozione della qualità, degli operatori sanitari. Il problema principale è allineare i bisogni dell’organizzazione sanitaria con quelli professionali e la centralità del paziente, un problema sfaccettato in molti bisogni che solo la formazione può affrontare. A. Ozzello 63 La “gestione clinica” promuove una serie di iniziative per realizzare un processo innovativo per promuovere il passaggio della cultura sanitaria da una logica prestazionale (prestazioni = bilancio e obiettivi finanziari) a quella di risultato (attività = livello qualitativo dei servizi); essa si propone anche come “asse di riferimento per determinare le relazioni e sviluppare gli strumenti operativi che permettano l’interazione tra le varie componenti professionali” 4. Un processo innovativo genera prodotti innovativi che richiedono un’adeguata preparazione; la formazione classica intesa come descrizione del problema-malattia, della cura prodotto e delle sue caratteristiche in termini di vantaggi efficacia e rischi deve evolvere attraverso conoscenze e strumenti per una valutazione globale costo-efficacia delle attività portanti (non sempre rispecchiate in prestazioni valorizzate) nel processo di miglioramento di qualità di vita ed esiti finali. Per fare ciò la formazione professionale medica deve essere inscritta in un modello di riferimento che possa guidare un progetto di gestione e miglioramento della qualità, e questa stessa cultura deve entrare nel patrimonio del nuovo sapere del medico 6 affiancando e integrando l’etica del medico. Oltre alla formazione continua gli elementi portanti del “governo clinico” sono l’efficacia clinica, l’audit clinico, la gestione del rischio, la ricerca, lo sviluppo e la trasparenza 1. La capacità di governare l’appropriatezza che in Italia si definisce 6 “un intervento sanitario (preventivo, diagnostico, terapeutico, riabilitativo) correlato al bisogno del paziente (o della collettività), fornito nei modi e nei tempi adeguati, sulla base di standard riconosciuti, con un bilancio positivo tra benefici, rischi e costi” va progettata, declinata in bisogni e competenze distintive, insegnata e monitorata per rendere capace il sistema, attraverso i comportamenti professionali, di raggiungere obiettivi e risultati di salute coerenti con una politica sanitaria per la qualità dell’assistenza nei diversi contesti operativi. Per creare un tale ambiente serve la valorizzazione del lifelong learning e del lifewide learning, intesi come aggiornamento e formazione continua e in ogni ambito di lavoro, anche nel rispetto delle “pratiche locali” ma riferite a criteri di uniformità e valutate tra pari 7; in tal modo l’audit clinico diventa strumento formativo, di monitoraggio e miglioramento. La scoperta del bisogno formativo La vita è breve, l’arte è lunga, l’occasione è fugace, l’esperienza è fallace, il giudizio è difficile. Bisogna che non solo il medico sia pronto a fare da sé le cose che debbono essere fatte, ma anche il malato, gli astanti, le cose esterne. Ippocrate vedeva il bisogno formativo del medico? Sicuramente sì, con una metodologia, in una continuità temporale, in una dimensione di conoscenza di comunità; immaginava una formazione “classica” del medico, che conosce le malattie, capace di modellare le risposte sui bisogni delle persone e anticipava una visione “moderna gestionale”, forse già orientata a una logica partecipativa e collaborativa in un’ottica “ecologica” di salute di popolazione. 64 Il progresso scientifico aggiunge “nuovi” farmaci, tecniche diagnostiche e terapeutiche, nel modificare le cose che debbono essere fatte e quelle che il medico sia pronto a fare da sé, che confermano il bisogno di aggiornamento ma anche “nuove parole” 8 (linee guida, protocolli, indicatori, prove di evidenza, farmaci innovativi, tecnologie, centri di prossimità, gestione integrata, équipe, gruppi di cure primarie, strutture organizzative, aziendalizzazione, budget, consenso informato, privacy, sicurezza e gestione del rischio, ecc.) che testimoniano concetti e affermano il bisogno di formazione continua per acquisire competenze, tra il sapere clinico e il sapere manageriale. La ricerca di metodologie e strumenti formativi che assicurino la costante comunicazione tra i diversi ambienti del sapere medico teso a migliori risultati di salute è connotata dagli stessi criteri di qualità che sottendono il principio di appropriatezza. La formazione medica “obbligata” Meglio sarebbe … noblesse oblige, tuttavia il medico ha l’obbligo, richiamato dal codice deontologico, di aggiornare le proprie conoscenze al progresso clinico-scientifico. Al dovere etico si è aggiunto l’obbligo istituzionale come richiesto dall’ECM, istituita nel 2000, ma già richiamato dalle disposizioni per l’accreditamento istituzionale 9 in cui tra i requisiti da soddisfare per essere accreditate, le strutture sanitarie devono promuovere anche l’accreditamento dei professionisti con appositi piani formativi per il progresso organizzativo. A prescindere dalle modalità di attuazione dell’ECM nazionale, che esulano da questo contesto, il fatto è che l’evoluzione del sistema socio sanitario ha imposto una pressione che ha fatto uscire la formazione professionale dai canali dell’autoeducazione e dell’incontro tra colleghi per assumere la dimensione di una preparazione continua. Il medico, nelle organizzazioni e tramite esse, è esposto a una verifica continua della capacità di adeguamento di rispondere all’evoluzione dei bisogni di salute in una dimensione clinico-organizzativa che l’evoluzione dei modelli sociali impone ai modelli sanitari in un feedback continuo riferito ai principi di universalità, solidarietà e sostenibilità. Quale formazione per raggiungere risultati La conoscenza di strumenti efficaci per insegnare a migliorare è fondamentale; la letteratura ci conferma che la formazione migliora le conoscenze, come per i pazienti, ma meno i risultati di salute perché incide ancora poco sui comportamenti. Le linee guida sono oggi uno strumento irrinunciabile per la pratica clinica; la sfida ancora aperta è l’implementazione delle stesse nel contesto di lavoro quotidiano di ogni medico, cosa che potrebbe ridurre l’inerzia clinica. Negli U.S. la stessa efficacia dell’ECM è stata messa in discussione; nonostante l’ECM proponga continuamente in varie modalità l’argomento i medici utilizzano in modo disomogeneo le diabete mellito e governo clinico linee guida; comprendere quali strumenti e metodologie sono più efficaci nella disseminazione è focale per diminuire il gap tra evidence e pratica 10. Molto lavoro è stato prodotto nell’analisi delle possibili cause di insuccesso e delle possibili soluzioni, da cui derivano raccomandazioni e suggerimenti di strumenti per l’implementazione è necessaria una migliore accuratezza del disegno degli studi che parta da una analisi del bisogno da soddisfare, guidi la progettazione di interventi formativi in cui sia chiara l’articolazione di metodologia e strumenti per misurare l’efficacia 11. In sintesi il problema è che nessuno strumento formativo è efficace di per sé e in modo taumaturgico e anche per la formazione dovrebbero essere applicate le stesse regole di un trial clinico di intervento. La definizione articolata dei bisogni di salute e di obiettivi sanitari, il collegamento pianificato di questi in documenti normativi e di indirizzo (Piani Sanitari nazionali e Regionali; Leggi quadro, Leggi finanziarie,) con disposizioni regolatorie (ECM, Piani di Intervento) e contrattuali (obiettivi e budget; responsabilità) e strumenti di diffusione (Sistema Nazionale Linee Guida) e monitoraggio (ISTAT) possono produrre indicatori che, nella valutazione di un risultato di salute migliorabile, rendano interpretabili anche i bisogni, gli interventi formativi e le competenze e attività necessarie. La formazione nella relazione con il malato nella cura: la centralità del paziente “Paziente al centro sì ma non come bersaglio”, mi disse un paziente; si dà per scontata una buona relazione, “in fondo è lui che ha bisogno di noi per stare bene …”, pensiamo spesso noi medici. Forse può valere nel ricovero, quando il paziente è “passivo», ma quando “ambula” è attivo, dovrebbe sapere che al di là di ricette e esami gli soddisfiamo davvero un bisogno, gli offriamo dei servizi utili per i suoi problemi. I pazienti che hanno una buona relazione con il medico, ben preparato, ottengono un’assistenza migliore 12. Il medico riconosce la malattia ma oggi proporre la cura non è, quasi mai, una semplice prescrizione di un farmaco o di un esame, curare è anche indirizzare e sostenere il malato nel suo percorso tra i servizi che operano nell’organizzazione sanitaria, tenendo in considerazione la sua individualità. Il diabete mellito, paradigma di malattia cronica, è caratterizzato dalla quotidianità dei problemi da affrontare per il malato e la famiglia. In diabetologia l’attenzione alla centralità della persona con la malattia e la cura della dimensione relazionale paziente-professionista, allargata a servizi-risultati, offre un modello anche in termini di opportunità formative volte a migliorare la comunicazione e l’integrazione di abilità per la gestione dei problemi di salute in modo personalizzato, integrato e conforme alle evidenze di buona pratica. Là dove il bisogno della persona è più complesso, come nel diabete mellito e nelle malattie croniche, perché le viene richiesto Formazione per la qualità della cura del malato e dell’assistenza. Il modello diabete diabete mellito e governo clinico di partecipare continuamente alla cura della propria malattia, il medico, “che visita”, entra con la sua scienza e conoscenza nell’esperienza del malato e cerca insieme a lui di riconoscere le certezze che possono essere agite con strategie e pratiche non ripetitive ma creative, il counselling e l’educazione terapeutica, per la scelta di un progetto di vita con la malattia e di salute. Quali bisogni di competenze distintive in diabetologia? Nelle varie linee guida per la cura del diabete si declinano i processi e le attività, di provata efficacia per realizzare gli obiettivi terapeutici identificati per migliorare i risultati di salute, ciò nonostante i conti non tornano. La cura delle malattie croniche è un’attività sanitaria che richiede un approccio di sistema, multidisciplinare e multiprofessionale in cui la relazione, malato-professionista-servizi, è determinante per creare valore cioè soddisfare bisogni del malato e dei malati, che per il diabetologo sono tanti. Se il paziente non partecipa alla cura o se la cura proposta non è integrata in una declinazione sistematica delle risposte ai bisogni del paziente, che succede? Il 50% dei malati cronici entro l’anno abbandona la terapia, o non aderisce ai programmi di controllo. Negli Standard Italiani per la Cura del Diabete 13, capitolo X, il sistema di erogazione è individuato come il maggior responsabile del relativo successo di un sapere, medico scientifico, potenzialmente efficace per il miglioramento della cura del diabete se applicato nella pratica quotidiana e a tutti. Se cerchiamo di ritrovare, nelle linee guida, la descrizione di competenze distintive per un’erogazione appropriata, cioè chi deve fare cosa, ecco che o molte cose sono date per implicite o sono al più tratteggiate come bisogno di personale formato e addestrato, per l’erogazione di prestazioni delimitare a uno specifico setting, paziente ricoverato, e in relazione a specifiche pratiche, infusione continua di insulina. Le linee guida IDF (International Diabetes Federation) 14 analogamente descrivono un bisogno di training o trained staff per alcune attività generali inserite nei capitoli della care delivery dell’inpatient care organization o dell’eye screening, specialmente correlati all’utilizzo di tecnologie o procedure, in cui il paziente è visto dal sistema come passivo. Per l’educazione del paziente, strumento terapeutico fondamentale con un paziente attivo, centrale, tenendo conto dell’eterogeneità dei vari sistemi sanitari e delle figure professionali coinvolte nella cura del diabete l’IDF ha definito le competenze che gli educatori devono acquisire per l’erogazione di interventi efficaci 15, ha realizzato un modulo specifico per il ruolo del personale sanitario dedicato alla cura del diabete e ha accreditato centri di riferimento per la formazione. Il gruppo europeo per lo studio dell’educazione, DESG (Diabetes Education Study Group) 16 e il gruppo italiano per l’erogazione di prestazioni delimitate a uno specifico setting, GISED (Gruppo Italiano di Studio per l’Educazione sul Diabete), si rifanno alle linee di indirizzo IDF. A. Ozzello 65 Insomma, fatta eccezione per l’educazione terapeutica, manca una “raccomandazione esplicita” per qualificare l’erogazione dell’assistenza al diabete con la definizione di ruoli e competenze basata su una formazione per rispondere ai bisogni del paziente. Le competenze dipendono dalle attività e dagli strumenti necessari per il risultato Questo assetto peculiare di cronicità percepita ogni giorno, ha stimolato, nel diabetologo e negli altri operatori coinvolti nella cura, un bisogno istintivo di formazione specifica per offrire al malato una preparazione a gestire i problemi. Da questo bisogno sono nate iniziative di ricerca e sviluppo di una metodologia di formazione che hanno segnato e diffuso un modello di approccio interprofessionale per offrire risposte, appropriate al bisogno della persona, integrate e condivise da vari “soggetti” di responsabilità. Nella “visita” il diabetologo deve saper esprimere e imparare una sapienza pratico riflessiva per ricercare soluzioni appropriate, EBM, alle richieste del malato, il suo voler fare, della malattia e del tempo, il dover fare, usando strumenti per legittimare il paziente, il poter fare, attraverso la valutazione e nel rispetto di determinati di risultato che attengono alle capacità del paziente e nel confronto con la realtà, che gli porta la persona. Forse è per questa sua quotidiana esperienza di un tempo che col malato va contenuto (memoria metabolica) e valorizzato (precocità, tempestività e regolarità), per questa sua consapevolezza del bisogno dell’altro, che il diabetologo ha forse iniziato prima, tra altre discipline, a valorizzare l’organizzazione del lavoro intesa come insieme di competenze distintive per realizzare attività sequenziali e correlate per sviluppare il processo di cura in un dato tempo per un risultato di salute Questo insieme di competenze diventa un sapere progettare e misurare la cura come un risultato, che tenga conto della qualità della vita del paziente, anche quella quotidiana, fatto di prodotti ciascuno con requisiti che soddisfano il bisogno del cliente: lavorare sulla glicemia per migliorare la glicata e ridurre le complicanze è lavorare col paziente per motivarlo a identificare quelle attività (alimentazione, attività fisica, regolarità dei pasti e dell’assunzione della terapia, dell’autocontrollo della glicemia, o dei controlli programmati, ecc.) che sono importanti e per le quali deve sapere e poter decidere in modo informato e consapevole agendo le scelte compatibili con la strategia. In questo lavoro le capacità di fare team con il paziente e altri professionisti vanno promosse con l’obiettivo di generare una dimensione operativa di integrazione e valorizzazione delle differenze. Alcune esperienze italiane Negli ultimi vent’anni il bisogno spontaneo dei diabetologi di una formazione che permettesse di coniugare le conoscenze diabete mellito e governo clinico 66 scientifiche e le esperienze assistenziali quotidiane si è concretizzata nell’offerta che la società scientifica AMD (www. aemmedi.it) ha promosso, con una spiccata attenzione al disegno di strumenti utili per realizzare prodotti, per la cura della persona nella logica della Clinical Governance (Agenzia Qualità, Gruppo ETS, Annali, Comunicazione, Percorsi Diagnostico-Terapeutici, Guida all’EBM) in un disegno di sviluppo professionale orientato a migliorare la qualità dell’assistenza per la cura del diabete, fondato su conoscenze aggiornate (Standard italiani per la cura del diabete). Da momento di confronto delle esperienze lavorative e educative di alcuni, il bisogno formativo si è trasformato in una risposta strutturata; nel 1998 fu promosso il primo corso per “animatori di formazione”, un titolo suggestivo per significare una call to action a professionisti che si facessero partecipi per dare una dimensione concreta al bisogno dei pazienti e al loro proprio di medici che per essere dovevano condividere un sapere e fare (formazione formatori) riferito a criteri riconosciuti dalla comunità scientifica, e con requisiti misurabili e trasferibili con la “capillarizzazione” in eventi formativi progettati per raggiungere risultati dichiarati. È nata la Scuola Permanente di Formazione Continua AMD, certificata ISO 9001-2000, che sull’esperienza “documentata” ha costruito e validato una metodologia “trasferibile”, al di là delle persone, perché fondata sul riconoscimento del valore del peso scientifico e della crescita personale di ogni singolo professionista alla ricerca di nuove abilità e strumenti per rispondere con competenza a una necessità dell’organizzazione dell’assistenza diabetologica. Questo processo ha validato per la diabetologia l’efficacia di una progettualità formativa, documentata e misurabile, che permette la creatività sulla base di solide conoscenze, che si avvale della metodologia andragogica, attiva-interattiva, del formatore-tutor qualificato per testimoniare il rigore dell’approccio e dell’utilizzo di strumenti come il team building, il “metaplan”, il righello e la radar chart” che sono fondamentali per permettere una reale integrazione tra professionisti ciascuno dotato di preziose esperienze e conoscenze. Con un percorso analogo è nata la Scuola degli Operatori Sanitari della Diabetologia Italiani (wwww.osdi.it) per rispondere alle carenze della formazione di base che non prevede competenze distintive per un ruolo dell’operatore non medico nella cura della malattia cronica. Anche nell’ambito delle cure primarie la SIMG, fin dal 1982, ha fondato la prima scuola di formazione e ricerca in Medicina Generale, sperimentando e applicando metodiche formative innovative (rilevazione dei bisogni, lavoro in piccoli gruppi, interazione docente-discenti, ecc.) e recentemente integrate da programmi di self-audit e audit di gruppo per la verifica dei risultati della formazione stessa e della qualità dell’assistenza”. Numerose attività formative, negli ultimi anni, sono state di fatto realizzate a livello nazionale e locale in tema diabetologico e molte di queste sono il frutto del concorso e della condivisone della metodologia tra le società scientifiche della diabetologia e della medicina generale e con i rispettivi formatori per promuovere l’integrazione professionale necessaria alla gestione del malato con diabete. Ricadute pratiche La gestione integrata delle malattie croniche da tempo è oggetto di ricerca ma le evidenze disponibili non validano completamente questo modello 18 . La partita in gioco è la dimostrazione che programmi di cura della malattia mediante la “gestione dell’erogazione di prestazioni, EBM, “integrata” tra professionisti è costo-efficace. Ci sono esempi nella realtà diabetologica italiana 19 20, dove è stato costruito uno sviluppo professionale per assicurare la centralità del paziente e l’integrazione delle competenze necessaria per i risultati di salute, in cui la formazione così intesa è efficace per migliorare l’assistenza. Oggi è in atto un progetto nel quale si esprime l’importanza della formazione per realizzare risultati di salute in Italia, l’implementazione del Progetto IGEA in diabetologia. Per questo l’Istituto Superiore di Sanità ha definito un preciso piano di formazione 21 “a cascata” con formatori IGEA qualificati, ha individuato una metodologia andragogica, per un processo di apprendimento cooperativo e collaborativo (interprofessionale), e argomenti come il team building, l’analisi e la misurazione dei processi e degli esiti per modificare comportamenti organizzativi, professionali e in definitiva individuali, nella partecipazione dei pazienti, e coniugare una appropriatezza prescrittiva con l’efficacia in termini di risultati per prevenire le complicanze del diabete mellito. Un progetto che potrebbe scrivere nuove pagine in letteratura sull’importanza della formazione e della competenza dei professionisti dell’assistenza diabetologica. Conclusioni La formazione professionale in medicina richiede una visione sistemica per declinare i bisogni dei vari attori concorrenti all’erogazione dell’assistenza, organizzazioni, professionisti e utenti finali, in risposte adeguate per fornire le competenze necessarie per realizzare un miglioramento continuo e sostenibile della qualità dell’assistenza e dei risultati di salute, assicurando conoscenze aggiornate. È necessario che anche la formazione professionale segua le regole della ricerca clinica per dimostrare che le metodologie e i metodi che vengono proposti sono efficaci in termini di miglioramento dei comportamenti professionali riferiti a pratiche di provata evidenza. “Se mi insegni imparo, se mi coinvolgi cambio” la formazione professionale è importante per guidare il cambiamento che “si può fare, se ci prepariamo” in un disegno di Clinical Governance che indica ai professionisti le variabili principali da gestire per migliorare la salute e gli strumenti per affrontare la sfida. Bibliografia Inecco A, Pressato L, Tognoni C, et al. Governare la formazione per la salute. I ed. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore 2005. 2 Ozzello A. I fondamentali della gestione integrata. La gestione integrata del diabete mellito tipo. Media 2009;9:107-114. 3 Scally G, Donaldson LJ. Clinical Governace and the drive for quality 1 Formazione per la qualità della cura del malato e dell’assistenza. Il modello diabete diabete mellito e governo clinico improvement in the new NHS in England. BMJ 1998;317:61-5. Grilli R, Taroni F. Governo clinico. Governo delle organizzazioni sanitarie e qualità dell’assistenza. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore 2004. 5 Governo clinico, qualità e sicurezza delle cure. http://www.salute.gov. it/qualita/paginaMenuQualita.jsp?menu=qualita&lingua=italiano 6 Boonyasai RT, Windish DM, Chakraborti C, et al. Effectiveness of teaching quality improvement to clinicians: a systematic review. JAMA 2007;298:1023-37. 7 Heaton C. External peer review in Europe: an overview from the ExPeRT Project. Int J Qual Health Care 2000;12:177-82. 8 Federici A. Le parole della nuova sanità. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore 2002. 9 D.P.R. 14 gennaio 1997. 10 Marinopoulos SS, Dorman T, Ratanawongsa N, et al. Effectiveness of Continuing Medical Education. Evidence Report/Technology Assessment No. 149 (Prepared by the Johns Hopkins Evidence-based Practice Center, under Contract No. 290-02-0018.) AHRQ Publication No. 07-E006. Rockville, MD: Agency for Healthcare Research and Quality January 2007. 11 Baker R, Camosso-Stefinovic J, Gillies C, et al. Tailored interventions to overcome identified barriers to change: effects on professional practice and health care outcomes. Cochrane Database Syst Rev 2010;3:CD005470. 12 Atlas S, Grant R, Ferris T, et al. Patient-physician connectedness and quality of primary care. Ann Intern Med 2009;150:325-35. 3 Associazione Medici Diabetologi – Società Italiana di Diabetologia. 67 Standard italiani per la cura del diabete mellito 2009-2010. Infomedica 2010. Sezione di autovalutazione 4 A. Ozzello Global Guideline for type 2 diabetes. International Diabetes Federation 2005. 4 International curriculum for diabetes health professional education. International Diabetes Federation 2008. 5 Basic curriculum for health professionals on diabetes therapeutic education. The Diabetes Education Study Group (DESG) 2001. www. desg.org. 6 Vademecum della Scuola Permanente di Formazione Continua AMD - II edizione. 1998-2008 10 anni di Scuola di Formazione AMD Insieme per ... continuare. http://www.aemmedi.it/gruppi-amd/in-staff/ scuola-formatori/pdf/vademecum_scuola_2008.pdf 17 Smith SM, Allwright S, O’Dowd T. Effectiveness of shared care across the interface between primary and specialty care in chronic disease management. Cochrane Database Syst Rev 2007;(3):CD004910. 18 Musacchio N, Cogliati S, Errichelli C, et al. Centro di Integrazione Territoriale: da UOS di diabetologia a centro per la gestione della cronicità. Progetto di ristrutturazione in una logica di percorso diagnostico terapeutico e di medicina centrata sulla persona. G It Diabetol Metab 2008;28:111-9. 19 Trento M, Basile M, Borgo E, et al. A randomised controlled clinical trial of nurse-, dietitian- and pedagogist-led Group Care for the management of type 2 diabetes. J Endocrinol Invest 2008;31:1038-42, 20 Gestione integrata del diabete tipo 2 nell’adulto: obiettivi e organizzazione. Manuale di formazione per gli operatori sanitari. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore 2009. 21 1. Gli elementi portanti del “governo clinico” sono: a. efficacia clinica, l’audit clinico, la gestione del rischio b. la ricerca, lo sviluppo, la trasparenza e la formazione continua c. tutti i precedenti 2. I pazienti ottengono un’assistenza migliore se hanno un medico con: a. conoscenze aggiornate b. capace di instaurare una buona relazione medico paziente c. tutte le precedenti 3. Per l’implementazione della gestione integrata del diabete secondo il progetto IGEA sono necessari: a. una formazione programmata per realizzare risultati di salute e conoscenze aggiornate b. l’informatizzazione dei dati da condividere e conoscenze aggiornate c. tutte le precedenti MeDia 2010;10:68-73 68 diabete mellito e governo clinico Carico di lavoro e complessità assistenziale nella gestione del paziente diabetico in Medicina Generale Riassunto Le dimensioni del problema diabete e delle sue complicanze, le difficoltà nel raggiungere e mantenere un buon compenso metabolico, lo scarso coordinamento nell’erogazione delle cure, la sovrapposizione di ruoli e l’appropriatezza terapeutica non ottimale, evidenziano i limiti dell’attuale modello assistenziale del paziente diabetico Affrontare tali criticità significa ridefinire il contesto organizzativo di erogazione dei servizi, suddividendolo in livelli di intensità di cura e rivedere il ruolo ed i compiti degli attori coinvolti nella presa in carico dei pazienti affetti da diabete. Sarà necessario pertanto adeguare, in tempi rapidi, le strutture e le organizzazioni delle cure primarie ai nuovi e sempre maggiori carichi di lavoro affinché siano in grado di erogare cure a livelli di complessità sempre più avanzati. Le dimensioni del problema diabete e delle sue complicanze, i dati ISTAT 2008 indicano che è diabetico il 4,8% degli italiani (5,2% le donne e 4,4% gli uomini), pari a circa 2.900.000 persone con un incremento costante nel tempo, fanno si che si debba ripensare il modello assistenziale sino ad oggi adottato nella gestione del paziente diabetico. Le difficoltà intrinseche della patologia nel raggiungere e mantenere un buon compenso metabolico, lo scarso coinvolgimento/responsabilizzazione del paziente, il difficile coordinamento nell’erogazione delle cure, la sovrapposizione di ruoli, l’appropriatezza terapeutica non ottimale, le difficoltà di gestione del percorso diagnostico terapeutico, la disordinata offerta di servizi, la scarsa attenzione alla prevenzione rendono infatti difficoltoso perseguire quel miglioramento della qualità dei servizi tanto auspicato dai pazienti diabetici. Sono a tutti evidenti i limiti di un sistema salute che, nella sua riorganizzazione recente, ha privilegiato le strutture deputate al trattamento dell’acuto (l’ospedale) trascurando quel comparto sanitario (il territorio) che si occupa principalmente del malato cronico. Solo recentemente si è posta la dovuta attenzione a tale criticità evidenziando la necessità di ridefinire il contesto organizzativo assistenziale territoriale, il ruolo ed i compiti degli attori coinvolti, il rapporto ospedale territorio. Affinché tale riorganizzazione sia efficace e raggiunga gli obiettivi di salute auspicati è indispensabile che faccia riferimento a modellistiche consolidate e universalmente validate quale il Chronic Care Model. Wagner nel presentare il suo modello sottolineò l’importanza degli interventi legislativi nel definire il contesto ambientale idoneo alla gestione del malato cronico, così come il coinvolgimento e la responsabilizzazione del team di cure e del paziente stesso. È evidente come in questa riorganizzazione il ruolo del medico di medicina generale nella gestione del malato cronico sia di assoluto primo piano. La consapevolezza di dover affrontare le malattie croniche con mezzi e strumenti diversi rispetto al passato ha spinto le istituzioni (stato, regioni), compatibilmente alla disponibilità di risorse economiche, ad individuare e proporre interventi mirati a ridefinire l’intero comparto delle cure primarie. Tale riorganizzazione avverrà presumibilmente in modalità diverse da realtà a realtà (regionale); è la disponibilità di risorse infatti, organizzative, umane, economiche Aggiornamento e Formazione in Diabetologia e Malattie Metaboliche Giorgio C. Monti Responsabile Area Management & Office Tecnology, SIMG Parole chiave Chronic care model • Complessità assistenziale • Carico di lavoro • Isogravità Corrispondenza Giorgio C. Monti [email protected] diabete mellito e governo clinico che condiziona pesantemente la quantità e la qualità delle cure erogate. Alla luce di quanto sopraesposto, sulla falsa riga di quanto proposto nelle Global Guideline del 2005 dall’International Diabetes Federation nella gestione del diabete, (ma anche in qualsiasi altra malattia cronica), è possibile considerare quattro possibili livelli di erogazione di servizi e di presa in carico del paziente: un livello minimo di cura based care (ciò che non si può non fare), un livello di cure ottimali standard care secondo i dettami dell’EBM (Evidence Based Medicine) e delle linee guida, un livello avanzato di gestione totale del malato cronico advanced care, un livello di cure intensive specialistiche intensive care. Il primo livello di cura è costituito da ciò che un medico fa quale livello minimo di assistenza garantita, è la tradizionale assistenza erogata al paziente diabetico dalla Medicina Generale che applicava ed applica ancora diffusamente una medicina d’attesa. Il secondo livello rappresenta quell’insieme di cure erogate secondo i dettami dell’EBM e delle linee guida del diabete, prevede un maggior impegno ed una maggior attenzione nella cura dei pazienti, attività di educazione e prevenzione ed un maggior controllo del follow-up del paziente. Le cure avanzate comportano una tipologia di erogazione di cura che oltre alla cura standard privilegia la medicina di iniziativa, comporta una presa in carico totale del paziente diabetico, un offerta di servizi ulteriori, un maggior coinvolgimento del paziente, il coinvolgimento di specialisti, l’utilizzo di nuove figure professionali e/o di tecnologia. Le cure intensive sono quelle erogate in regime specialistico ambulatoriale ed ospedaliero e concernono quei pazienti di difficile gestione ed affetti da complicanze (Tab. I). In Italia oggi è garantito ovunque dalla Medicina Generale il primo livello di cura, così come le cure intensive erogate dai centri specialistici e dagli ospedali. Sta aumentando la diffusione di iniziative che consentono l’offerta di cure standard, sono isolate ed ancora poco diffuse le realtà in cui si erogano prestazioni territoriali avanzate. Questo contesto sanitario è destinato però in tempi rapidi ad un profondo mutamento. L’invecchiamento della popolazione e l’auTabella I. Livelli di cura e corrispettivi servizi erogabili. Tipologia di cura Servizi erogati Based care Medicina d’attesa Standard care Medicina di iniziativa: adozione ed implementazione linee guida ed EBM Advanced care Gestione e presa in carico del paziente da parte del team di cure primarie (medico di medicina generale, specialista, infermiere, case manager, ecc.) che pratica medicina di iniziativa, terapia di gruppo, educazione sanitaria, diagnostica di primo livello, telemedicina Intensive care G.C. Monti Cure intensive specialistiche ambulatoriali ed ospedaliere 69 mento delle malattie croniche obbligano la medicina del territorio ad una profonda trasformazione dovendo inevitabilmente farsi carico di compiti sempre maggiori. Sarà necessario pertanto adeguare, in tempi rapidi, le strutture e le organizzazioni delle cure primarie ai nuovi e sempre maggiori carichi di lavoro affinché siano in grado di affrontare questa sfida, ed erogare cure a livelli di complessità sempre più avanzati. Ogni livello di cura comporta una sua struttura, un organizzazione e risorse umane dedicate che devono gestire un diverso e sempre maggiore carico di lavoro. Per carico di lavoro s’intende la quantità di lavoro necessario, dato un contesto operativo e un periodo di riferimento, per trattare i casi che vengono sottoposti ad una unità organizzativa. È strettamente legato alle esigenze/bisogni degli utenti, all’organizzazione complessiva della struttura erogatrice di servizi, agli obiettivi che si intendono perseguire. Si rileva utilizzando come riferimento la quantità totale di atti e operazioni compiuti, i tempi standard di esercizio delle attività, il grado di copertura del servizio reso in rapporto alla domanda reale o potenziale. Il carico di lavoro è inoltre pesantemente condizionato dalle caratteristiche cliniche dei pazienti affetti da una o più patologie, caratteristiche che nel loro insieme rappresentano la complessità clinica del malato. Misurare la complessità assistenziale è indispensabile per: 1. monitorare qualitativamente il carico complessivo di lavoro; 2. allocare le risorse umane e di tempo disponibili secondo il peso assistenziale effettivo; 3. gestire il personale; 4. valutare se l’organico è adeguato rispetto al carico assistenziale complessivo; 5. misurare e documentare il lavoro della struttura; 6. confrontare le performance di professionisti e strutture diverse. Le dimensioni ed il peso della complessità assistenziale sono determinate da diversi fattori: 1. gravità della patologia; 2. instabilità della patologia; 3. livello di dipendenza dalle cure mediche ed infermieristiche; 4. tempo necessario a compiere gli interventi diretti ed indiretti previsti; 5. livello delle procedure necessarie; 6. tecnologia necessaria per erogare l’assistenza; 7. competenze professionali e livello di formazione necessario. In questi ultimi anni sono stati proposti innumerevoli metodi di misurazione della complessità clinica, per lo più utilizzati in regime di ricovero ospedaliero. Sono sistemi di misurazione del case-mix che classicamente si distinguono in: 1. sistemi isogravità orientati a classificare i pazienti in base alla gravità clinica (disease staging e computerized severity index); 2. sistemi isorisorse che classificano i pazienti secondo la quantità di risorse assorbite dal profilo di cura ricevuto e sono finalizzati a descrivere la complessità dell’assistenza erogata (DRG, Patient Management Categories). Un esempio di come costruire un sistema di isogravità per la Me- diabete mellito e governo clinico 70 Tabella II. Coorti di isocomplessità per alcune patologie in Medicina Generale. Coorte 1 Coorte 2 Coorte 3 Coorte 4 Asma Stadio 1 Stadio 2 Stadio 3 Stadio 4 BPCO Stadio 1: lieve Stadio 2: moderata Stadio 3: grave Stadio 4: molto grave Cancro FACT-AN 1 FACT-AN 2 FACT-AN 3 FACT-AN 4-5 Depressione Disagio Lieve Moderata Resistente Diabete Classe 1 Classe 2 Classe 3 Classe 4 Autosufficienza FIM-SF36 Non autosufficienza parziale FIM-SF36 Non autosufficienza FIM-SF36 Normale alta Grado 1-2 Grado 3 Acuta Cronico Yellow flag Cronico Red flag Pregressa IMA recente IMA complicato MD NYHA 1 NYHA 2 NYHA 3 NYHA 4 Ictus-TIA Ipertensione Lombalgia Malattia coronarica Scompenso BPCO: broncopneumopatia cronica ostruttiva; TIA: attacco ischemico transitorio; IMA: infarto miocardico acuto. dicina Generale è rappresentato in Tabella II, dove per le maggiori patologie presenti sul territorio si è proposto un raggruppamento per coorte di isocomplessità. In tali coorti si è cercato di riunire quei pazienti con necessità assistenziali simili per gravità di patologia e bisogni di assistenza infermieristica. Il case-mix ed in particolare l’indice di case-mix permette di definire il livello di complessità assistenziale della casistica trattata. Indica se il singolo o più professionisti o la struttura in oggetto tratta una casistica maggiore (valori > 1) o inferiore di quella osservata nella popolazione standard di riferimento (normalmente lo standard di riferimento è rappresentato dai dati regionali) Indice di case-mix = (peso medio) locale (peso medio) generale Si definisce comunemente: 1. bassa complessità per valori di case-mix < 0,80; 2. media complessità per valori di case-mix > 0,80 < 1,50; 3. alta complessità per valori di case-mix > 1,50 < 3,00; 4. assistenza intensiva per valori di case-mix > 3,00. Nel territorio un medico o un gruppo di medici possono calcolare il proprio case-mix utilizzando i dati di prevalenza delle maggiori e più frequenti patologie presenti confrontandosi con le rispettive realtà regionali. In regione Lombardia tutto questo è stato possibile grazie al progetto RRO (progetto rischio cardiovascolare) che ha consentito ai medici di medicina generale di raccogliere i dati di prevalenza di diciotto patologie, confrontarli e calcolare il casemix regionale di riferimento. Nella gestione del paziente diabetico è possibile identificare 4 classi di complessità assistenziale: 1. diabetici senza eventi cardiovascolari e senza complicanze d’organo; 2. diabetici con eventi cardiovascolari e senza altri danni d’organo; 3. diabetici con una o più complicanze d’organo incluso il piede e senza eventi cardiovascolari (retinopatia o complicanze oculari o insufficienza renale\complicanze renali\proteinuria\ microalbuminuria\dialisi); 4. diabetici con eventi cardiovascolari e una o più complicanze d’organo. E per ogni classe è possibile definire quali livelli di cure fornire (Tab. III). Il confronto tra le esigenze di cura dei pazienti per classe di complessità ed il livello di cura erogato evidenzia come solo le forme organizzate avanzate possono garantire l’offerta quali/quantitativa adeguata di servizi per tutti le classi di complessità (Tab. IV). È importante considerare che la Complessità Clinica e la Complessità Assistenziale non necessariamente coincidono. Per questa ragione è indispensabile utilizzare un sistema di misurazione dell’intensità delle cure e della complessità assistenziale infermieristica. Nella determinazione dell’intensità delle cure e dei carichi di lavoro esiste una variabilità di metodi che spazia da sistemi evoluti e sofisticati a metodologie artigianali costruite occasionalmente ad hoc. Sono prevalentemente tre le metodologie utilizzate nei sistemi di misurazione più diffusi, e che utilizzano: 1. i profili del paziente; 2. gli indicatori di assistenza; 3. la documentazione delle attività svolte. Il primo metodo prevede la definizione di categorie di pazienti con caratteristiche specifiche e costanti anche nelle necessità assistenziali. Il carico di lavoro dipende dal numero di pazienti da assistere assegnati a quella categoria e quindi può essere predeterminato e standardizzato in base a dati di attività. Attraverso l’utilizzo degli indicatori di attività si identificano i bisogni specifici del paziente riguardanti sia le necessità assistenziali sia quelle derivanti dalle sue condizioni cliniche. A tali indicatori Carico di lavoro e complessità assistenziale nella gestione del paziente diabetico in Medicina Generale diabete mellito e governo clinico 71 Tabella III. Livelli di cura erogabili per classe di complessità. Classe 1 Classe 2 Classe 3 Classe 4 Based care Standard care Advanced care Intensive care Tabella IV. Interventi erogati in base al livello di cura, la periodicità per i pazienti diabetici appartenenti alla prima classe di complessità. Tipologia Interventi erogati in base al livello di cura e loro periodicità 1a classe di complessità Esami ematochimici Medicina Generale Based care Standard care Advanced care Intensive care Occasionale Annuale Annuale effettuato direttamente Al bisogno effettuato direttamente Trimestrale Trimestrale effettuato direttamente Annuale Annuale effettuato direttamente Al bisogno effettuato direttamente Annuale Terapia complicanze vascolari Esami ematochimici ECG Occasionale ABI Educazione sanitaria Specialistica Occasionale Occasionale Piede diabetico Semestrale + terapia di gruppo Annuale Trattamento piede diabetico Peso/pressione arteriosa Occasionale Semestrale Trimestrale Visita medica Occasionale Occasionale Semestrale Visita specialistica al bisogno Fundus oculi Occasionale Annuale Annuale effettuato direttamente Visita specialistica terapia complicanze viene attribuito un punteggio ed il carico di lavoro viene determinato dalla somma dei punteggi dei singoli indicatori. I sistemi appartenenti all’ultima categoria forniscono un elenco di compiti svolti dagli infermieri e ne temporizzano la durata. Si possono definire i cariche di lavoro collegando le attività ai bisogni di uno specifico paziente. Le attività assistenziali della Medicina Generale sono suddivise in tre gruppi: 1. l’assistenza sanitaria diretta che comprende le attività del personale relative all’assistenza che sono centrate sul singolo malato e attuate alla sua presenza; 2. l’assistenza sanitaria indiretta che comprende le attività che vengono svolte non alla presenza del malato ma che sono in relazione con: •• l’assistenza (preparare il materiale necessario, intrattenersi con la famiglia del malato); •• la gestione del personale; •• la gestione del servizio (rari di lavoro, turni); G.C. Monti •• altre attività; 3. le attività amministrative. Nella Medicina Generale tali attività vengono svolte dal medico o dai medici, dai collaboratori di studio, dall’infermiere. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sottolinea come l’obiettivo da raggiungere nella pianificazione delle risorse umane in ogni paese sia quello di “assicurare la presenza delle giuste professionalità con la giusta qualificazione nel giusto ruolo al giusto momento e nel giusto posto, con la opportuna autorità e appropriata ricognizione per incontrare i bisogni e i comportamenti correnti dei pazienti della popolazione”. In Italia però nel territorio tutto ciò non avviene, siamo infatti in presenza di un ampia offerta di professionalità mediche, ma di una scarsa presenza di collaboratori di studio e di infermieri. Se sino ad ora a questa criticità i medici hanno risposto facendosi carico personalmente di molte delle attività burocratico amministrative ed infermieristiche, tutto questo, alla luce dei nuovi compiti, non potrà più avvenire. 72 diabete mellito e governo clinico Tabella V. Criteri per il calcolo del fabbisogno di risorse umane in Medicina Generale. Criteri per il calcolo del fabbisogno di collaboratori di studio per attività amministrative e di front office: 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. Orario e giorni di apertura di studio Numero di medici presenti nella struttura Numero di ambulatori presenti e/o collegati Numero di assistiti Carico di lavoro (telefono, ….) Ore effettuate per turno Ore medie lavorate annue La nuova medicina delle cure primarie non potrà non dotarsi di risorse umane dedicate avvalendosi di specifiche professionalità, ricordando che nel moderno management sanitario vanno sempre valutate almeno quattro dimensioni: •• il fabbisogno (quanti operatori); •• le competenze (quali operatori); •• la logistica (in quale contesto); •• il management (con quale integrazione). E che tali dimensioni vanno sempre commisurate alla valutazione globale del paziente tenendo in considerazione oltre alle dimensioni della complessità clinica: 1. le aree di soddisfacimento dei diversi bisogni del paziente; 2. le attività di relazione con il paziente ed il suo ambiente famigliare; 3. il tempo da dedicare ad ogni singola attività; 4. il contenuto/livello tecnico delle prestazioni da erogare. A questo scopo andranno utilizzati parametri di riferimento qualitativi e quantitativi per determinare i bisogni di risorse umane. Le analisi dei carichi di lavoro diretto, indiretto ed amministrativo e della complessità assistenziale consentiranno di determinare tali bisogni permettendo di identificare le professionalità necessarie per comporre l’équipe assistenziale e di calcolare l’attività oraria necessaria per l’ottimale distribuzione della quantità di assistenza da erogare nei turni di lavoro (Tab. V). Questo nuovo modo di operare implica conoscenze avanzate Criteri per il calcolo del fabbisogno infermieristico: 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. Numero assistiti Tipologia prestazioni infermieristiche Carico di lavoro diretto e indiretto Indice di case mix Indici di complessità assistenziale Ore effettuate per turno Giorni di assistenza annui Ore medie lavorate annue di management professionale che la Medicina Generale deve far proprie. Il care management infatti consente di definire e pianificare la propria attività, misurare la complessità assistenziale per malato, determinare le competenze necessarie (mix delle competenze), definire gli strumenti di integrazione organizzativa (modelli, procedure e istruzioni operative), implementare strutture organizzative basate sull’indice dei complessità. Una corretta valutazione del fabbisogno di risorse umane infatti deve tenere conto che un’assistenza efficace qualificata e personalizzata si basa sulla stima e sulla verifica sistematica della complessità della situazione assistenziale di ogni singolo paziente (espressione reale della domanda di assistenza) e sulla pianificazione delle tipologie d’intervento necessarie (espressione efficace ed efficiente della risposta assistenziale). Bibliografia di riferimento Global guidelines for type 2 diabetes. International Diabetes Federation 2005. Maso G, Semenzato A. Infermiera e medico di famiglia. Passoni Ed. 2005. Silvestro A, Maricchio R, Montanaro A, et al. La complessità assistenziale - Concettualizzazione, modello di analisi e metodologia applicativa. McGrawHill 2009. Vanzetta M, Vallicella F, Caldana P. La gestione delle risorse umane, strumenti operativi per le professioni sanitarie. McGrawHill 2008. Bodenheimer T, Wagner EH, Grumbach K. Improving primary care for patients with chronic illness: the chronic care model, Part 2. JAMA 2002;288:1909-14. Carico di lavoro e complessità assistenziale nella gestione del paziente diabetico in Medicina Generale Sezione di autovalutazione diabete mellito e governo clinico G.C. Monti 73 1. Cosa si intende per valutazione di isogravità? a. la classificazione dei pazienti in base alla gravità clinica delle malattie di cui sono affetti b. la quantità di risorse economiche assorbite dalle prestazioni sanitarie erogate c. l’insieme delle malattie croniche di cui è affetto un paziente 2. Le dimensioni ed il peso della complessità assistenziale da quali fattori sono determinate? a. gravità della patologia b. instabilità della patologia c. livello di dipendenza dalle cure mediche ed infermieristiche d. tempo necessario a compiere gli interventi previsti e. tecnologia necessaria f. a + b + c g. tutte le risposte 3. L’indice di case-mix permette di definire: a. il livello di complessità assistenziale della casistica trattata rispetto a quella osservata nella popolazione standard di riferimento b. le differenze, in termini di incidenza, delle malattie croniche esistenti nel territorio in osservazione c. la stadiazione delle malattie croniche in base alla presenza o meno di complicanze 4. Cosa si intende con il termine Chronic Care Model? a. le linee guida dell’assistenza medico infermieristica alle malattie croniche b. l’insieme degli interventi sanitari che definiscono il contesto istituzionale, organizzativo e strutturale indispensabile per una erogazione ottimale delle cure nei confronti dei malati cronici c. un modello organizzativo alternativo al percorso diagnostico terapeutico MeDia 2010;10:74-81 74 SEzione di formazione per l’autovalutazione Nuovi aspetti terapeutici della dislipidemia diabetica Riassunto Anche nei soggetti diabetici, la dislipidemia gioca un ruolo cruciale nello sviluppo della malattia aterosclerotica. Sebbene la riduzione dei livelli di colesterolo-LDL entro i target consigliati costituisca il principale obiettivo del trattamento della dislipidemia nei soggetti con diabete, una terapia aggressiva non riesce a garantire una riduzione superiore al 20-30% degli eventi cardiovascolari maggiori: occorre quindi mirare alla correzione di tutti i componenti della dislipidemia diabetica e, soprattutto, dei bassi livelli di colesterolo-HDL. A tale scopo è prioritario l’intervento sullo stile di vita; quando questo non si rivela efficace, è necessario ricorrere all’uso appropriato di tutti i farmaci disponibili, anche in associazione. Le statine sono i farmaci di scelta nei soggetti diabetici, data la loro provata efficacia nel ridurre gli eventi cardiovascolari, sia in prevenzione primaria che secondaria. Per intervenire sul rischio cardiovascolare residuo, appare razionale associare le statine ad altri farmaci che agiscono specificatamente sul colesterolo-HDL e sulla trigliceridemia. Annalisa Giandalia Umberto Alecci* Concetta Bonfiglio** Giuseppina T. Russo Dipartimento di Medicina Interna, Università di Messina; * Medico di Medicina Generale, SIMG Messina; ** Dipartimento Farmacologia, Università di Messina La dislipidemia del paziente diabetico Le malattie cardiovascolari (CVD) rappresentano ancora oggi un’importante causa di morbilità e mortalità nei paesi industrializzati 1, occupando anche in Italia il primo posto come causa di mortalità, essendo responsabili del 44% di tutte le morti con stime, nel 2000, di più di 50.000 nuovi eventi coronarici negli uomini e più di 25.000 nelle donne e con una prevalenza di infarto miocardico rispettivamente dell’1,5 e 0,4% nei due sessi 2. Il diabete è un ben riconosciuto fattore di rischio indipendente per la CVD, la quale risulta essere fino a quattro volte più comune nei soggetti diabetici 3 e nel 50% dei casi già presente al momento della diagnosi di malattia. Il diabete è oggi considerato un fattore di rischio CVD “equivalente”, il che significa che un soggetto con diabete ma senza precedente CVD presenta un rischio di infarto del miocardio uguale a quello di un soggetto non diabetico che abbia avuto un precedente infarto, il tutto per di più gravato da una mortalità post-infarto significativamente più alta. Si stima infatti che circa l’80% delle morti correlate al diabete sia attribuibile alle complicanze macrovascolari della malattia. Data l’epidemiologia del diabete e delle sue complicanze si intuisce come la prevenzione e la gestione del rischio della CVD in questi pazienti diventi un obiettivo di primaria importanza per la sanità pubblica. L’esposizione a lungo termine ad elevati livelli di glucosio non è la sola causa responsabile di questo eccesso di rischio CVD nei soggetti con diabete 4 ed oggi si guarda con particolare enfasi alla cosiddetta “ipotesi lipidica”. Ampi studi osservazionali, condotti anche su popolazioni diabetiche, hanno infatti dimostrato come esista un’associazione lineare e diretta tra il rischio di CVD e le concentrazioni di colesterolo-LDL (LDL-C). Nell’United Kingdome Prospective Diabetes Study (UKPDS), in particolare, i livelli di LDL-C erano all’analisi multivariata, la prima variabile associata alla co- Aggiornamento e Formazione in Diabetologia e Malattie Metaboliche Parole chiave Diabete mellito • Dislipidemia • Rischio cardiovascolare • Statine Corrispondenza Giuseppina T. Russo [email protected] SEzione di formazione per l’autovalutazione 75 ronaropatia, seguiti dalla pressione arteriosa e dall’emoglobina glicosilata 4. L’ipercolesterolemia gioca infatti un ruolo cruciale nello sviluppo della malattia aterosclerotica in generale e della cardiopatia ischemica (coronary heart disease, CHD) in particolare. Il rischio di progressione da aterosclerosi a CHD aumenta progressivamente all’aumentare dei livelli di colesterolo totale (TC) e di LDL-C, sia a livello individuale che a livello di popolazione, anche nei soggetti affetti da diabete 5. Attualmente, infatti, i livelli di LDL-C rimangono il principale target lipidico nello sforzo di ridurre la morbilità e mortalità per CVD. Poiché l’associazione tra ipercolesterolemia LDL ed incidenza di CHD spazia tra valori molto diversi di colesterolo, includendo valori di LDL-C considerati normali o solo modestamente elevati, un’ampia mole di studi clinici sostiene l’utilità di un atteggiamento terapeutico aggressivo nei confronti del LDL-C, stigmatizzato nel motto lower is better nelle varie categorie di rischio, fino a suggerire valori di LDL-C < 70 mg/dl in pazienti in prevenzione secondaria a rischio elevato 5. Tuttavia una terapia ipocolesterolemizzante aggressiva garantisce, in generale, una riduzione del rischio di CVD del 25-40%, il che, guardando l’altra faccia della medaglia, significa che una certa percentuale di pazienti continua ad andare incontro ad eventi cardiovascolari, nonostante la terapia. L’ulteriore riduzione di questa quota di eventi può essere ottenuta indirizzando contemporaneamente il trattamento verso le altre componenti della dislipidemia diabetica, cioè correggendo i bassi livelli di colesterolo-HDL (HDL-C), gli elevati valori di trigliceridi (TG), l’iperlipidemia postprandiale e la presenza di LDL piccole e dense (sLDL) 6. Le basi fisiopatologiche della dislipidemia diabetica sono da ricondursi all’alterazione del metabolismo delle lipoproteine ricche in TG (triglyceride-rich lipoprotein, TRL), cioè dei chilomicroni (CM) e delle lipoproteine a bassissima densità (VLDL) e di quel che resta del loro catabolismo (remnants). La prima tappa nel metabolismo dei CM e delle VLDL è l’idrolisi dei lipidi da parte della lipoprotein-lipasi; nel diabete di tipo 2, l’attività di questo enzima è ridotta, il che, associato all’eccessiva secrezione di VLDL da parte del fegato, soprattutto nel periodo post-prandiale, contribuisce alla loro ridotta clearance. Queste alterazioni sono alla base dell’ipertrigliceridemia e dell’iperlipidemia postprandiale. Anche la presenza delle LDL piccole e dense e dei bassi livelli di HDL-C è riconducibile all’eccesso di TRL ed all’aumentata residenza in circolo delle VLDL. Infatti, la presenza di grandi VLDL in circolo induce lo scambio di lipidi tra VLDL e LDL, mediato dell’enzima cholesteryl ester transfer protein (CETP). Tale processo rende le LDL particolarmente ricche in TG e quindi substrato ideale per la lipasi epatica, la cui attività è esaltata nei soggetti con diabete di tipo 2. La lipasi epatica idrolizza la quota lipidica e riduce le dimensioni delle LDL, formando così le LDL piccole e dense, particelle con diametro massimo inferiore a 25,5 nm, caratterizzate da un ridotto rapporto colesterolo/TG; queste particelle lipidiche risultano particolarmente aterogene, anche quando la concentrazione assoluta di LDL-C non è elevata, a causa A. Giandalia et al. di maggiore suscettibilità all’ossidazione e maggiore permeabilità attraverso la parete vascolare, ridotta affinità per i recettori LDL-R, maggiore suscettibilità all’uptake da parte delle grosse arterie e da parte dei macrofagi 7 8. L’eccesso di TG circolanti, grazie all’azione della CETP, favorisce anche lo scambio di TG ed esteri del colesterolo tra VLDL e HDL. Questo scambio arricchisce le HDL di TG, destinandole così, al pari delle LDL, ad una maggiore idrolisi da parte della lipasi epatica e infine ad una maggiore clearance. Nei soggetti con diabete la riduzione della concentrazione plasmatici di HDL-C, associata a modificazioni strutturali e presumibilmente funzionali delle sue varie sottopopolazioni 9, si traduce, di fatto, in una ridotta efficienza del trasporto inverso del colesterolo (reverse cholesterol transport, RCT) 10, cioè della rimozione del colesterolo in eccesso dai vasi e dai tessuti periferici e del suo trasporto al fegato, oltre a perturbare le molteplici funzioni antiaterogene delle HDL. Le HDL svolgono, infatti, un ruolo primario nella prevenzione dell’aterosclerosi dal momento che fungono da lipoproteine di scambio nel metabolismo dei lipidi, sono responsabili del trasporto inverso del colesterolo, agiscono come antiossidanti, riducono l’infiammazione e migliorano la risposta endoteliale 11. Diversi studi clinici hanno ormai dimostrato come elevati livelli di HDL-C siano un forte ed indipendente fattore protettivo per la CHD 12-14. Nel Framingham study, che ha valutato una coorte di uomini e donne senza CHD basale, i livelli di HDL-C erano il fattore lipidico più potente nel predire la CHD dopo 12 anni di follow-up, con una riduzione del 50% di eventi nei soggetti nel quartile più elevato rispetto a quelli nel quartile più basso di HDL-C 12. Risultati simili sono stati ottenuti dopo follow-up di minor durata anche dal Prospective Cardiovascular Munster study (PROCAM) 13 e dall’Atherosclerosis Risk in Communities study (ARIC) 14, che hanno dimostrato una forte e continua associazione tra livelli di HDL-C e riduzione del rischio CHD, tanto negli uomini quanto nelle donne. L’introduzione della stima del rischio cardiovascolare globale sulla base di algoritmi che tengano conto di vari fattori di rischio ha enfatizzato l’importanza dei livelli di HDL-C, dal momento che elevati livelli di HDL-C riducono il punteggio e quindi la stima del rischio cardiovascolare a 10 anni 5. Sebbene le linee guida NECP ATPIII identifichino valori di HDL-C < 40 mg/dl negli uomini e < 50 mg/dl nelle donne come “bassi valori di HDL-C” nella sindrome metabolica 15, non vi sono dei valori target di HDL-C universalmente definiti cui mirare per ottenere la riduzione del rischio cardiovascolare. Tuttavia è stata stimata una riduzione del rischio CHD del 2-3% per ogni aumento di 1 mg dei livelli circolanti di HDL-C 16. Questo significa che un aumento dei livelli di HDL-C, anche modesto, può risultare “protettivo” non solo nei soggetti con livelli di HDL-C bassi, come quelli affetti da diabete di tipo 2 e sindrome metabolica, ma più in generale, anche nei soggetti con livelli di HDL-C quasi normali, in cui si abbia uno sbilanciamento tra il colesterolo aterogeno e quello anti-aterogeno (rapporto LDL/HDL), a favore del primo. Questo atteggiamento è giustificato dalla necessità di indirizzare il trattamento a quella percentuale di eventi che la sola riduzione 76 dello LDL-C non riesce a prevenire. Infatti, i risultati dello studio INTER-HEART 17 suggeriscono che strategie che mirino contemporaneamente alla riduzione del colesterolo delle LDL ed all’aumento di quello veicolato dalle HDL possano essere più efficaci in termini di riduzione del rischio CVD. Gli obiettivi terapeutici nel trattamento della dislipidemia diabetica L’American Diabetes Association (ADA) indica la riduzione dei livelli di LDL-C come primo obiettivo (< 100 mg/dl), seguito dallo HDL-C (> 40 mg/dl) e dai TG (< 150 mg/dl) 18. Il National Cholesterol Education Program (NCEP) Adult Treatment Panel (ATP) III suggerisce anch’esso un’attenzione prioritaria allo LDL-C (< 100 mg/dl) nei soggetti diabetici ed eventualmente al colesterolo non-HDL (130 mg/dl) se i livelli di TG sono elevati (> 200 mg/dl) 15. Per quanto riguarda specificatamente il trattamento, l’ADA nelle sue più recenti “Raccomandazioni cliniche” suggerisce di iniziare la terapia farmacologia dopo le modifiche dello stile di vita (alimentazione corretta ed attività fisica). La terapia farmacologica dovrebbe essere iniziata contemporaneamente all’intervento sullo stile di vita, a prescindere dai livelli basali di LDL-C, nei pazienti con CVD; nei soggetti con età > 40 anni senza CVD preesistente, ma con uno o più fattori di rischio; nei soggetti senza CVD manifesta e con età < 40 anni, va considerata l’opportunità di intraprendere la terapia con statine quando i livelli di LDL-C rimangono > 100 mg/dl, malgrado le modifiche dello stile di vita o nei soggetti con fattori di rischio CVD multipli 18. Anche il NCEP, nei pazienti ad alto rischio, raccomanda di iniziare la terapia ipolipemizzante contemporaneamente ai cambiamenti dello stile di vita. L’ADA sottolinea inoltre come la riduzione di circa il 30% dei livelli di LDL-C sia efficace nella prevenzione degli eventi CVD, indipendentemente dai valori basali di LDL-C. Approcci terapeutici per ridurre i livelli plasmatici di LDL-C nei soggetti con diabete di tipo 2 Statine Se la riduzione dei livelli di LDL-C entro i target consigliati dalle società scientifiche resta il primo obiettivo per la prevenzione cardiovascolare nel diabete di tipo 2, non v’è alcun dubbio che, vista la loro provata efficacia in termini di riduzione di eventi CVD sia in prevenzione primaria che secondaria 5 15 19, le statine siano i farmaci di scelta. Tutte le statine hanno proprietà farmacodinamiche simili, essendo inibitori reversibili dell’enzima microsomiale HMG-CoA reduttasi, che catalizza la conversione dello HMG-CoA a mevalonato, tappa limitante precoce nella via sintetica del colesterolo 20. Si- SEzione di formazione per l’autovalutazione Tabella I. Possibili approcci terapeutici alla dislipidemia nei soggetti con diabete mellito di tipo 2. Modifiche dello stile di vita: • esercizio fisico • dieta – – – – consumo di acidi grassi saturi < 7% calorie totali ridotto consumo di acidi grassi trans preferire alimenti a basso indice glicemico moderato consumo di bevande alcoliche Approcci terapeutici per ridurre i livelli plasmatici di LDL-C: • statine • ezetimibe • sequestranti acidi biliari Approcci terapeutici per ridurre i livelli plasmatici di TG: • acidi grassi ω3 • fibrati Approcci terapeutici per aumentare i livelli plasmatici di HDL-C: • • • • fibrati niacina inibitori CETP altro curezza ed efficacia sono paragonabili tra le varie statine, che consentono, in generale, una riduzione media dei livelli di LDL-C del 20-35%. L’effetto della terapia con statina sugli altri componenti della dislipidemia diabetica è modesto, con un incremento di HDL-C dell’1-10% 21 ed una riduzione dei TG del 7-30% 15. Anche gli studi sugli effetti delle diverse statine su vari end-point clinici hanno dimostrato una riduzione del rischio CVD del 2540%, fornendo così evidenza della loro efficacia, tanto in prevenzione primaria che secondaria, in un ampio range di pazienti con caratteristiche diverse 5 19. Anche nei pazienti diabetici la sicurezza e l’efficacia della terapia con statine è stata ampiamente documentata 21 22. Lo studio CARDS (Collaborative Atorvastatin Diabetes Study), ad esempio, condotto su pazienti diabetici con altri fattori di rischio, ha documentato una riduzione del 37% di eventi CVD, nei pazienti trattati con atorvastatina, al dosaggio di 10 mg/die 21. Le statine sono efficaci nei confronti della CVD a prescindere dai valori basali di LDL-C, come dimostrano gli studi che hanno documentato l’efficacia della terapia nella prevenzione CVD, pur includendo soggetti con livelli basali di LDL-C non elevati 23. Vari studi hanno inoltre dimostrato come l’effetto benefico delle statine sul rischio CVD non si limiti alla sola riduzione dei livelli di LDL-C, ma sia riconducibile anche ad effetti aggiuntivi, cosiddetti pleiotropici, che includono quelli anti-infiammatori ed anti-trombotici, in grado di contribuire alla stabilizzazione della placca aterosclerotica ed alla conseguente prevenzione precoce di eventi CVD maggiori 24. Queste osservazioni hanno portato l’US Food and Drug Administration (FDA) ad autorizzare l’impiego delle statine sulla base del “rischio” CVD globale, variamente calcolato attraverso algoritmi Nuovi aspetti terapeutici della dislipidemia diabetica SEzione di formazione per l’autovalutazione 77 specifici o la loro trasformazione grafica (carte del rischio), piuttosto che in base al grado di ipercolesterolemia. Ezetimibe La recente introduzione in commercio di ezetimibe, inibitore selettivo dell’assorbimento intestinale del colesterolo, ha offerto un’ulteriore arma per la correzione dei livelli plasmatici di LDL-C. Ezetimibe produce inoltre un lieve ma significativo incremento dei valori di HDL-C ed una riduzione della trigliceridemia 25. Negli studi clinici condotti utilizzando ezetimibe in monoterapia o in associazione con una statina, il farmaco ha mostrato un profilo di sicurezza paragonabile al placebo (o statina + placebo) e si è dimostrato capace di aumentare il numero di pazienti che raggiungevano gli obiettivi terapeutici 25 26. Dati clinici confermano l’efficacia della combinazione statina-ezetimibe anche nei pazienti con diabete di tipo 2: nello studio VYTAL (Vytorin vs Atorvastatin in Patients With Type 2 Diabetes Mellitus and Hypercholesterolemia) la combinazione simvastatina + ezetimibe al dosaggio di 40 mg/10 mg si è rivelata più efficace nel ridurre i valori di LDL-C e TG e nell’aumentare quelli di HDL-C, rispetto alla sola terapia con atorvastatina (40 mg/die) 27. Anche se la terapia combinata statina-ezetimibe rispetto alla sola statina, può permettere di raggiungere risultati più soddisfacenti sul profilo lipidico, sono necessari ulteriori dati per confermarne i benefici sul rischio CVD 18. Sequestranti degli acidi biliari Sono disponibili tre sequestranti degli acidi biliari: colestiramina, colesevelam e colestipol. Il loro principale meccanismo d’azione consiste nella parziale rimozione degli acidi biliari, il cui precursore è il colesterolo, dalla circolazione enteroepatica. Durante la normale digestione, gli acidi biliari vengono secreti nell’intestino, per buona parte sono riassorbiti e tornano al fegato attraverso la circolazione portale. I sequestranti degli acidi biliari ne ostacolano il riassorbimento e ne favoriscono la perdita attraverso le feci (perdita del 40% circa) 28. Questo porta ad una maggiore sintesi di acidi biliari a partire dal colesterolo, con conseguente riduzione dei livelli serici di LDL-C del 15-26% e del rischio di CHD del 19%, come dimostrato dal Lipid Research Clinics Coronary Primary Prevention Trial, disegnato per valutare l’efficacia della colestiramina in monoterapia 29. I sequestranti degli acidi biliari possono però causare stipsi ed altri disturbi gastrointestinali, oltre ad interferire con l’assorbimento di altri farmaci 30. L’effetto sui livelli di HDL-C e TG è marginale 28. Approcci terapeutici per ridurre i livelli plasmatici di TG nei soggetti con diabete di tipo 2 Fibrati I fibrati (gemfibrozil, fenofibrato), ligandi dei recettori PPARa con moderata affinità di legame, sono armi efficaci nel modulare il A. Giandalia et al. profilo lipidico pro-aterogeno del paziente diabetico: incrementano i livelli di HDL-C del 5-15%, riducono la trigliceridemia fino al 50% 31 e sembrano anche ridurre i livelli delle sdLDL 32. L’effetto sulle concentrazioni di HDL-C varia da individuo ad individuo, ma riflette in gran parte quello ipotrigliceridemizzante, in fase pre- e post-prandiale. I fibrati stimolano la sintesi di apolipoproteina (Apo) AI e Apo AII, inducono l’espressione della LPL e quindi l’idrolisi delle VLDL e riducono la produzione epatica di Apo CIII; è inoltre possibile che i fibrati influenzino il metabolismo delle HDL anche attraverso i loro effetti antinfiammatori sistemici 33. I benefici dei fibrati nella popolazione diabetica, in termini di prevenzione CVD, non sono stati dimostrati in maniera univoca: infatti, sebbene il Veterans Affairs High-Density Lipoprotein Cholesterol Intervention Trial study (VAHIT) abbia dimostrato la riduzione degli eventi CVD anche nell’ampio sottogruppo di pazienti diabetici trattati con gemfibrozil 34, nello studio Fenofibrate Intervention and Event Lowering in Diabetes (FIELD), specificatamente disegnato su soggetti diabetici, la terapia con fenofibrato (200 mg/die) non ha dato i risultati sperati in termine di riduzione degli specifici endpoint cardiovascolari 35. Sebbene la terapia combinata con statina e fibrati si possa associare ad un aumentato rischio di ipertransaminasemia, di miolisi e della temibile rabdomiolisi, questi eventi sembrano non frequenti e legati al tipo di fibrato, al dosaggio ed alle condizioni cliniche generali del paziente 35 36. Acidi grassi w-3 Gli acidi grassi w-3 sono acidi grassi poliinsaturi (PUFA) che l’organismo non è in grado di sintetizzare e pertanto deve assumere con gli alimenti. I PUFA w-3 sono contenuti nel pesce (salmonidi e pesce azzurro) e negli oli che ne derivano, oltre che in numerosi vegetali. Gli w-3 sono in grado di ridurre l’aggregazione piastrinica ed i livelli plasmatici di TG (45%), hanno proprietà antinfiammatorie e migliorano la funzione endoteliale 37. L’efficacia degli acidi grassi w-3 sui livelli di TG e sulla mortalità CVD è ben documentata 37; in uno studio italiano 38 l’assunzione di 1-3 g di acidi w-3 al giorno ha causato una riduzione del 20% della mortalità totale e del 45% della morte improvvisa per CVD. Pertanto la terapia con questi farmaci è indicata in prevenzione secondaria nel paziente con pregresso infarto miocardio. Gli acidi grassi w-3 migliorano inoltre il profilo lipidico dei pazienti in trattamento con statine, con effetto dose-dipendente. La dose quotidiana raccomandata è di 3-5 g 37. Approcci terapeutici per aumentare i livelli di HDL-C nei soggetti con diabete di tipo 2 Statine Sebbene alcune statine siano in grado di aumentare i livelli di HDL-C, il meccanismo con cui questo si verifica non è del tutto noto. Inoltre, in una recente metanalisi su numerosi studi di intervento con rosuvastatina, simvastatina o pravastatina, l’in- 78 cremento dei livelli di HDL-C era correlato alla dose ma, in ogni caso, non sembrava superare il 10% 39. Sono tuttavia piuttosto esigui gli studi di confronto tra le varie statine sulla loro efficacia relativa nell’aumentare i livelli di HDL-C e sugli eventuali benefici aggiuntivi sul rischio CVD. Acido nicotinico L’acido nicotinico o vitamina B3 o niacina, è il più efficace tra i farmaci oggi disponibili in grado di influenzare il metabolismo e la concentrazione delle HDL. Sebbene questo composto sia conosciuto sin dagli anni ’50, i suoi meccanismi di azione sono stati chiariti solo di recente. La niacina fa parte del complesso vitaminico B, partecipa alle reazioni tissutali di ossido-riduzione e riduce l’uptake epatico e quindi il catabolismo delle Apo A I 40; essa è inoltre in grado di inibire la lipasi nel tessuto adiposo e, direttamente, la sintesi di VLDL, grazie all’azione sull’enzima diacilglicerolo-aciltrasferasi-2, con conseguente riduzione della trigliceridemia 28. Tutti questi effetti si traducono, oltre che in una riduzione dei livelli plasmatici di TG e LDL-C, in un aumento di circa il 30% dei livelli plasmatici di HDL-C, con modifiche delle proprietà strutturali delle particelle di HDL, che hanno maggiori dimensioni e sono quindi più efficienti nello RCT e dunque nella protezione nei confronti della CVD 41. Gli effetti benefici della niacina sul profilo lipidico si traducono in una riduzione del rischio di eventi CVD. Infatti, il Coronary Drug Project (CDP), uno studio randomizzato, in doppio cieco con placebo, che ha coinvolto 8341 soggetti con pregresso infarto del miocardio, ha documentato per la prima volta una riduzione della mortalità dell’11% nei pazienti in trattamento con questo farmaco rispetto al placebo 42. Tali effetti persistevano dopo 15 anni dall’inizio della terapia. Studi recenti hanno inoltre dimostrato l’efficacia e la sicurezza della terapia con acido nicotinico in combinazione con una statina: nello studio HATS (HDL-Atherosclerosis Treatment Study) è stata osservata una regressione delle lesioni coronariche, documentata attraverso esame angiografico, significativamente maggiore nei pazienti con coronaropatia trattati con simvastatina ed acido nicotinico rispetto ai soggetti trattati solo con simvastatina 43. Risultati simili sono emersi dallo studio ARBITER 2 (Arterial Biology for the Investigation of the Treatment Effects of Reducing Cholesterol 2), che ha dimostrato un rallentamento della progressione dell’aterosclerosi carotidea nei pazienti trattati con acido nicotinico e statina 44. La niacina esiste in commercio in tre formulazioni: a rilascio immediato, a rilascio sostenuto ed a rilascio prolungato; quest’ultima formulazione è l’unica approvata dalla Food Drug Administration (FDA) negli USA per il trattamento della dislipidemia 45. L’utilizzo clinico della niacina è stato finora di fatto limitato dagli effetti collaterali, che comprendono alterazioni del metabolismo dei carboidrati 46, tossicità epatica e flushing. Il flushing, che si osserva fino nel 70-80% dei casi con l’utilizzo delle formulazioni a rilascio immediato, è l’effetto avverso di maggiore impatto per il paziente 28 ed è dovuto al rilascio della prostaglandina D2 (PGD2) da parte delle cellule di Langerhans della cute, indotto dall’ acido nicotinico. Tale effetto collaterale è SEzione di formazione per l’autovalutazione Tabella II. Principali effetti dei farmaci ipolipemizzanti (da Parhofer, 2009, mod.) 48. Effetto sui Lipidi Statine LDL-C ↓↓↓, TG ↓ Fibrati TG ↓↓↓, HDL-C ↑, LDL-C ↓ Acido nicotinico/niacina LDL-C ↓↓, TG ↓↓, HDL-C ↑↑ Ezetimibe LDL-C ↓↓ Sequestranti acidi biliari LDL-C ↓↓, TG ↑ Acidi grassi w-3 TG ↓↓, HDL-C ↑↑ stato attenuato dall’introduzione di formulazioni a lento rilascio, che sembrano però associarsi al rischio di epatotossicità, probabilmente causata dai metaboliti della nicotinamide 47. Per questo motivo è stata creata l’associazione della niacina con il laropiprant, un potente antagonista selettivo del recettore per la PGD2, che permette di raggiungere le dosi terapeutiche del farmaco minimizzandone gli effetti collaterali 48. Il farmaco, già in commercio in alcuni Paesi dell’Unione Europea, sarà presto disponibile anche in Italia. I due principi attivi sono contenuti in compresse a rilascio modificato; la dose va titolata gradualmente monitorando la tollerabilità individuale (1-2 g di acido nicotinico al dì). Il suo impiego è stato approvato per il trattamento di pazienti affetti da dislipidemia mista combinata o ipercolesterolemia primaria (eterozigote familiare e non-familiare). Esso va utilizzato in combinazione con una statina o in monoterapia, se la terapia con statine è inappropriata o non tollerata. Sebbene l’acido nicotinico ad alte dosi possa causare alterazioni del metabolismo dei carboidrati, con tendenza all’iperglicemia ed insulino-resistenza, tali effetti, forse mediati da quelli sul metabolismo lipidico, sono di fatto modesti 49 e si osservano meno frequentemente con la formulazione a rilascio prolungato; recenti studi condotti su pazienti diabetici dimostrano inoltre che dosi comprese tra 750 e 2000 mg/die, a fronte di un significativo miglioramento del profilo lipidico, causano solo modeste variazioni della glicemia 50 51, ben controllabili adeguando la terapia ipoglicemizzante. Rimane comunque fondamentale, in pazienti diabetici o ad alto rischio di diabete in trattamento con questo farmaco, un attento monitoraggio glicemico. Inibitori della CETP Un altro strumento potenzialmente utile ad incrementare i livelli plasmatici di HDL-C è rappresentato dagli inibitori dell’enzima CETP. Sebbene alcuni studi clinici abbiano dimostrato l’efficacia degli inibitori della CETP sui valori di HDL-C, con incrementi anche superiori al 40% 52 53, gli effetti di questa classe di farmaci sul rischio CVD devono essere ancora chiariti. Il torcetrapib è stato il primo tra gli inibitori della CETP ad essere testato in ampi studi di intervento, randomizzati e controllati. Tuttavia, i grandi trial clinici condotti con questa molecola, quali lo studio ILLUSTRATE (The Investigation of Lipid Level management Using coronary Ultrasound to Asses Reduction of Atherosclerosis by CETP inhibition and HDL elevation), ILLUMINATE (Investigation of Lipid Nuovi aspetti terapeutici della dislipidemia diabetica SEzione di formazione per l’autovalutazione 79 Level Management to Understand its Impact in Atherosclerotic Events) e lo studio RADIANCE 2 (Rating Atherosclerotic Disease Change by Imaging with a new CETP inhibitor), sono stati tutti prematuramente interrotti poiché, anche a fronte di un netto e significativo miglioramento del profilo lipidico, nel braccio in trattamento attivo, vi era un aumento degli eventi avversi legati soprattutto all’aumento pressione arteriosa 54-56. I più nuovi inibitori della CETP, JTT-705 e MK-825, non sembrano associarsi ad aumenti della pressione arteriosa, anche se non si può escludere un effetto di “classe”. È a tutt’oggi in studio l’efficacia in termini di prevenzione CVD di altri farmaci che aumentano le concentrazioni di HDL-C con diverso meccanismo d’azione (beta-glucani, peptidi ApoAI-mimetici, inibitori-ACAT ed altri) 57. Conclusioni La riduzione dei livelli di LDL-C entro i target consigliati resta il principale obiettivo del trattamento della dislipidemia diabetica. Le attuali evidenze indicano, infatti, che la terapia con statine porta ad una riduzione del 20-30% circa degli eventi CVD maggiori nei pazienti con diabete. Guardando l’altra faccia della medaglia, questo significa che nel 70-80% dei casi questo tipo di terapia non è in grado di prevenire tali eventi. Lo studio Steno-2 58 ha dimostrato come l’intervento terapeutico intensivo, mirato ed a lungo termine verso tutti i fattori di rischio, è in grado di ridurre di oltre il 50% gli eventi macrovascolari nei pazienti con diabete di tipo 2 ad alto rischio. Per tale motivo è importante, nell’ottica della prevenzione del rischio cardiovascolare globale, rivolgere l’attenzione anche agli altri componenti della dislipidemia diabetica, primi tra tutti i livelli di HDL-C. Tra le strategie per aumentare i livelli di HDL-C e ridurre la trigliceridemia, si deve considerare di importanza prioritaria l’intervento sullo stile di vita: occorre incoraggiare l’incremento dell’attività fisica aerobica, l’astensione dal fumo di sigaretta, una dieta a basso indice glicemico, povera di acidi grassi saturi ed acidi grassi trans, un moderato consumo di alcool. Qualora l’intervento sullo stile di vita non sia efficace, è necessario intervenire in modo aggressivo attraverso l’uso appropriato di tutti i farmaci disponibili oltre ad un’eventuale combinazione degli stessi. In quest’ottica è razionale pensare quindi ad una combinazione delle statine con farmaci che agiscono specificatamente su questi parametri, alcuni dei quali sono già disponibili da tempo (i fibrati), altri lo erano ma solo oggi possono essere utilizzati con minimi effetti collaterali (la niacina) ed altri infine sono in via di sviluppo, con interessanti prospettive ma anche con problemi ancora non risolti (gli inibitori della CETP). Bibliografia Petersen S, Peto V, Rayner M. Coronary heart disease statistics 2004. London: British Heart Foundation 2004. 2 Giampaoli S, Palmieri L, Pilotto L, et al. Incidence and prevalence of ischemic heart disease in Italy: estimates from the MIAMOD method. Ital Heart J 2001;2:349-55. 1 A. Giandalia et al. Kannel WB, McGee DL. Diabetes and glucose tolerance as risk factors for cardiovascular disease: the Framingham study. Diabetes Care 1979;2:120-6. 4 UK Prospective Diabetes Study (UKPDS) Group. 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Secondo le indicazioni dell’American Diabetes Association (ADA) e del National Cholesterol Education Program (NCEP) Adult Treatment Panel (ATP) III, per prevenire le CVD nei soggetti diabetici occorre: a. considerare la riduzione dei livelli di LDL-C come primo obiettivo (< 100 mg/dl), seguito dal colesterolo HDL (> 40 mg/dl) e dai TG (< 150 mg/dl) b. mirare sempre alla riduzione dei livelli di LDL-C al di sotto di 70 mg/dl c. considerare come obiettivo primario il raggiungimento di livelli di HDL-C >40 mg/dl 2. Nella prevenzione CVD dei soggetti affetti da diabete mellito di tipo 2: a. le statine sono efficaci nel ridurre i livelli di LDL-C, ma non l’incidenza di eventi CVD b. le statine sono i farmaci di scelta, vista la loro provata efficacia sia in prevenzione primaria che secondaria c. solo in associazione con l’ezetimibe, le statine hanno efficacia in termini di riduzione di eventi CVD 3. I fibrati sono efficaci nel modulare il profilo lipidico pro-aterogeno del paziente diabetico in quanto: a. incrementano i livelli di HDL-C e di sdLDL del 5-15% b. riducono in maniera significativa i livelli plasmatici di LDL-C e di TG c. incrementano i livelli di HDL-C del 5-15% e riducono la trigliceridemia fino al 50% 4. Gli approcci terapeutici per ridurre i livelli plasmatici di LDL-C nei soggetti con diabete di tipo 2 comprendono: a. statine, fibrati, sequestranti degli acidi biliari b. statine, ezetimibe, sequestranti degli acidi biliari c. ezetimibe, sequestranti degli acidi biliari, acidi grassi w-3 5. Gli approcci terapeutici per ridurre i livelli plasmatici di TG nei soggetti con diabete di tipo 2 comprendono: a. fibrati e acidi grassi w-3 b. fibrati e statine c. fibrati e sequestranti degli acidi biliari 6. Gli approcci terapeutici per aumentare i livelli di HDL-C nei soggetti con diabete di tipo 2 comprendono: a. intervento sullo stile di vita, acidi grassi w-3, acido nicotinico, inibitori della CETP b. intervento sullo stile di vita, statine, acido nicotinico, inibitori della CETP c. intervento sullo stile di vita, statine, acido nicotinico, ezetimibe 7. L’intervento sullo stile di vita per aumentare i livelli di HDL-C e ridurre la trigliceridemia: a. è secondario all’utilizzo di farmaci quali statine, acido nicotinico ed inibitori della CETP b. prevede l’incremento dell’attività fisica aerobica, l’astensione dal fumo di sigaretta, un moderato consumo di alcool ed una dieta a basso indice glicemico, povera di acidi grassi saturi ed acidi grassi trans c. si basa sull’incremento dell’attività fisica aerobica e sulla dieta ad elevato indice glicemico 8. Il trattamento della dislipidemia del soggetto diabetico: a. l’unico intervento efficace è quello sullo stile di vita b. richiede l’uso appropriato di tutti i farmaci disponibili, anche in associazione c. deve sempre basarsi sull’associazione delle statine con la niacina A. Giandalia et al. MeDia 2010;10:82-86 82 SEzione di formazione per l’autovalutazione Il paziente con diabete mellito tipo 2 neo diagnosticato, dal punto di vista del medico di medicina generale: terapia farmacologica sempre? Riassunto La diagnosi di diabete mellito tipo 2 comporta l’avvio di un percorso diagnostico-terapeutico finalizzato al conseguimento di stringenti obiettivi di cura e alla prevenzione delle complicanze micro- e macrovascolari. La terapia comprende interventi sugli stili di vita e la somministrazione di metformina, che le linee guida dei diabetologi americani consigliano di somministrare, se non controindicata, fin dal momento della diagnosi. Una ricerca condotta sugli archivi di un gruppo di medici di medicina generale ha evidenziato come un numero non irrilevante di pazienti, che dovrebbero essere considerati come diabetici per il riscontro di almeno due glicemie ≥ 126 mg/dl, non vengano trattati con farmaci, talora non ricevano la diagnosi di diabete mellito tipo 2 ma mantengano un buon compenso metabolico anche per anni. Dal punto di vista del medico di medicina generale, quindi, almeno in alcuni casi appare giustificato un atteggiamento di attesa, soprattutto per quanto riguarda la somministrazione della terapia farmacologica, senza tuttavia rinunziare ad una valutazione attenta e costante di tutti i pazienti con alterato metabolismo glucidico. Introduzione Le linee guida sul diabete tipo 2 (DM2) pongono l’accento sulla necessità di trattare il paziente diabetico molto precocemente ed in modo intensivo, con l’obiettivo di raggiungere rapidamente e mantenere costante nel tempo uno stretto controllo metabolico. In particolare, i diabetologi americani 1 2 sostengono la necessità di iniziare un trattamento con metformina, se non controindicato, fin dal momento della diagnosi. Tale atteggiamento sarebbe giustificato dalla constatazione che i soli interventi sugli stili di vita non consentono di raggiungere gli obiettivi di cura nella maggior parte dei pazienti diabetici. Le linee guida italiane 3, invece, raccomandano la terapia farmacologica “quando gli interventi sullo stile di vita non sono più in grado di mantenere il controllo della glicemia ai valori desiderati (HbA1c ≤ 7%)”. Entrambe le raccomandazioni non sono supportate da solide evidenze scientifiche ma sono il frutto di un consenso di esperti. Un atteggiamento terapeutico molto aggressivo appare distante dalla prassi comune, soprattutto in Medicina Generale. In questo contesto, infatti, non è infrequente osservare pazienti che presentano valori glicemici elevati, anche al di sopra della soglia diagnostica, ma che poi, spontaneamente o per effetto della dieta, ritornano alla norma. Un andamento “altalenante” della glicemia può persistere per anni. Allo scopo di verificare la reale consistenza di questo fenomeno è stata effettuata una ricerca interrogando gli archivi clinici di un gruppo di medici di medicina generale (MMG). Metodi La ricerca è stata condotta nell’autunno del 2009. Sono stati invitati a partecipare un gruppo di MMG, operanti in Puglia, aderenti alla SIMG, il cui interesse in ambito diabetologico e Aggiornamento e Formazione in Diabetologia e Malattie Metaboliche Gaetano D’Ambrosio Mario Domenico Dell’Orco Domenico Pasculli SIMG, Puglia Parole chiave Diabete mellito tipo 2 • Diagnosi • Terapia farmacologica • Medicina Generale Corrispondenza Gaetano D’Ambrosio [email protected] SEzione di formazione per l’autovalutazione 83 la cui accuratezza nella registrazione dei dati in cartella erano documentati dalla partecipazione a precedenti iniziative di audit clinico sul DM2. Ai medici partecipanti è stata distribuita una procedura di interrogazione (query in formato sql) che, inserita nel software gestionale, consente di estrarre i dati clinici relativi ai pazienti con le seguenti caratteristiche: •• soggetti di qualsiasi età e sesso; •• con almeno due registrazioni in cartella di glicemia con valore superiore a 126 mg/dl; •• ai quali non sono mai state effettuate prescrizioni di farmaci antidiabetici (classe ATC A10). Nella Tabella I sono elencati i parametri estratti mediante la suddetta procedura. I dati estratti dalle cartelle cliniche dei medici partecipanti sono stati aggregati per l’analisi in forma anonima. Ogni paziente, infatti era identificato mediante un codice alfanumerico interpretabile esclusivamente dal suo medico curante. A ciascun medico è stato restituito un report personalizzato in base al quale era possibile individuare con facilità i pazienti che presentavano criticità di gestione (diagnosi non registrata, cattivo controllo metabolico) per attuare eventuali interventi correttivi. tificati 329 pazienti con una prevalenza del 1,2% (IC 95% 0,981,22%). Di questi, 149 (45%) avevano la diagnosi di diabete mellito nella lista dei problemi, 223 (68%) avevano almeno un valore di emoglobina glicata registrata in cartella. Il dosaggio della glicata era presente nell’89% dei pazienti con diagnosi registrata e nel 51% dei pazienti senza diagnosi di diabete (p < 0,01). La durata del follow-up (Fig. 1), calcolata come intervallo in giorni dalla data della prima glicemia > 126 alla data dell’ultima glicemia o dell’ultima glicata, è risultata molto variabile con un valore mediano di 3,9 anni ed un intervallo interquartile di 5,1 anni. La distribuzione delle glicemie medie (Fig. 2) ha presentato un valore mediano di 122 mg/dl con un intervallo interquartile di 15 mg/dl. La distribuzioni dei valori dell’ultima glicata (Fig. 3) e della glicata media (Fig. 4) sono simili con valori mediani rispettivamente di 6,1 e 6,2% ed intervalli interquartili di 1,0 e 1,0%. Rappresentando il valore della glicata media in funzione della durata del follow-up (Fig. 5) si è ottenuta una distribuzione che 20 N:329 75° percentile: 6,8 Mediana:3,9 25° percentile: 1,7 18 Risultati 16 Hanno aderito all’iniziativa 19 medici (elenco in calce), tutti utilizzatori del software Millewin per la gestione della cartella clinica informatizzata. In una popolazione complessiva di 27592 assistiti sono stati iden- 12 10 14 8 6 4 Tabella I. Elenco dei parametri clinici ottenuti mediante la procedura di interrogazione degli archivi clinici dei MMG. •Numero di glicemie richieste con valore registrato in cartella • Numero di glicemie con valore registrato in cartella ≥ 126 • Valore della prima glicemia ≥ 126 mg/dl • Data della prima glicemia ≥ 126 mg/dl • Valore dell’ultima glicemia ≥ 126 mg/dl • Data dell’ultima glicemia ≥ 126 mg/dl • Valore dell’ultima glicemia (in ordine di data) registrata in cartella •Data dell’ultima glicemia (in ordine di data) registrata in cartella • Numero di valori di emoglobina glicata registrati in cartella • Valore dell’ultima emoglobina glicata (in ordine di data) registrato in cartella • Data dell’ultima emoglobina glicata (in ordine di data) registrata in cartella • Media dei valori di emoglobina glicata registrati in cartella • Media delle glicemie a partire dalla prima glicemia > 126 • Intervallo in giorni dalla data della prima glicemia > 126 alla data dell’ultima glicemia o dell’ultima glicata • Presenza della diagnosi di diabete (ICD9 250) nella lista dei problemi G. D’Ambrosio et al. 2 0 0% 10% 20% 30% 40% 50% 60% 70% 80% 90% 100% Durata fu Mediana 25° percentile 75° percentile Figura 1. Distribuzione della durata del follow-up (fu) in anni. 180 160 140 120 100 N:329 75° percentile: 130 Mediana:122 25° percentile: 115 80 60 40 0% 10% 20% 30% 40% 50% 60% 70% 80% 90% 100% Glicemia media Mediana 25° percentile Figura 2. Distribuzione della glicemia media (mg/dl). 75° percentile 84 non mostra alcuna correlazione significativa tra le due variabili documentando come in alcuni casi un buon compenso metabolico possa essere presente anche oltre 10 anni dopo il primo riscontro di valori glicemici elevati. 9,0 8,5 8,0 7,5 7,0 6,5 6,0 5,5 5,0 4,5 Discussione N:223 75° percentile: 6,6 Mediana:6,1 25° percentile: 5,6 4,0 3,5 3,0 0% 10% 20% 30% 40% 50% 60% 70% 80% 90% 100% Ultima glicata Mediana 25° percentile 75° percentile Figura 3. Distribuzione del valore dell’ultima glicata (%). 9,0 8,5 8,0 7,5 7,0 6,5 6,0 5,5 5,0 4,5 N:223 75° percentile: 6,7 Mediana:6,2 25° percentile: 5,7 4,0 3,5 3,0 0% 20% 40% Glicata media 60% Mediana 80% 25° percentile 100% 75° percentile Figura 4. Distribuzione dei valori di glicata media (%). 9,0 8,0 7,0 Glicata media (%) SEzione di formazione per l’autovalutazione 6,0 5,0 4,0 3,0 2,0 1,0 N:223 0,0 0 2 4 6 8 10 12 14 16 18 Durata della malattia (anni) Figura 5. Glicata media (%) vs. durata del follow-up (anni). 20 L’analisi dei dati estratti dalle cartelle cliniche dei MMG partecipanti allo studio, anche se effettuata su di un campione di modeste dimensioni, suggerisce che i pazienti ai quali può essere applicata la diagnosi di diabete mellito ma che non sono sottoposti a terapia antidiabetica non sono numericamente irrilevanti. La prevalenza stimata nel campione studiato, infatti, deve farci attendere circa 12 pazienti per ogni MMG con 1000 assistiti in carico. Considerando una prevalenza della malattia diabetica nella popolazione adulta nel Sud Italia pari al 7,5% 4 si può stimare che i pazienti non trattati con terapia farmacologica rappresentino circa il 16% di tutti i diabetici. Avendo utilizzato come unico criterio diagnostico la presenza di almeno 2 glicemie superiori a 126 mg/dl, è possibile che la prevalenza sia sottostimata. Non sono stati identificati, infatti, i pazienti in cui la diagnosi di diabete mellito avrebbe potuto essere posta sulla base dei risultati del test da carico orale di glucosio, anche se le glicemie a digiuno risultavano costantemente inferiori alla soglia diagnostica. All’epoca in cui lo studio è stato ideato e realizzato il criterio basato sui valori di emoglobina glicata non era ancora stato introdotto nella pratica clinica. Oltre la metà (55%) dei pazienti diabetici non trattati farmacologicamente non avevano la diagnosi di “diabete mellito” nella lista dei problemi, nonostante che i criteri diagnostici fossero soddisfatti. È possibile che in questi casi al medico sia sfuggita la diagnosi o che egli, pur avendola formulata, abbia dimenticato di registrarla in cartella. Non è da escludere, tuttavia, la possibilità che il MMG abbia deliberatamente omesso di registrarla, in attesa di un approfondimento diagnostico. Molti partecipanti allo studio, infatti, hanno dichiarato di essere perplessi nei confronti dei casi, non infrequenti, nei quali la soglia diagnostica viene superata sporadicamente, in due momenti anche molto distanti nel tempo, mentre il paziente continua a manifestare valori glicemici prevalentemente inferiori alla soglia. Le linee guida, infatti, prevedono la possibilità di formulare la diagnosi di diabete se due glicemie a digiuno superano il valore di 126 mg/dl ma non danno indicazioni tassative in merito all’arco temporale nell’ambito del quale tali valori devono essersi manifestati. Un altro elemento che potrebbe giustificare questo atteggiamento nel formulare la diagnosi di diabete, è rappresentato dal fatto che la maggior parte dei pazienti esaminati, pur in assenza di terapia farmacologica, mantiene nel tempo un discreto compenso metabolico, anche a distanza di molti anni dal primo riscontro di valori glicemici elevati. La Figura 3, infatti, mostra chiaramente che, nei pazienti in cui essa è stata determinato, l’ultimo valore di emoglobina glicata supera la soglia del 7%, considerata limite del buon compenso glicemico, solo nel 10% circa dei casi. Non vi è dubbio che non classificare come diabetici pazienti che presentano valori di emoglobina glicata superiori a 7% sia un errore, anche alla luce dei nuovi criteri che fissano al 6,5% la Il paziente con diabete mellito tipo 2 neo diagnosticato, dal punto di vista del medico di medicina generale: terapia farmacologica sempre? SEzione di formazione per l’autovalutazione 85 soglia diagnostica. Altrettanto errato è non trattare con farmaci (in prima ipotesi con metformina) questi pazienti. Infatti, è ormai ampiamente condiviso il principio che un controllo metabolico stretto (HbA1c < 7%) e precoce è in grado di produrre benefici in termini di complicanze microvascolari e, con una prospettiva temporale più ampia, anche macrovascolari. Purtroppo nella pratica quotidiana questi pazienti possono sfuggire all’attenzione del medico mentre una revisione periodica delle cartelle consente di individuarli e mettere in atto opportune strategie di intervento. Vi sono poi molti pazienti che mantengono a lungo nel tempo valori di glicata normali o bassi nonostante non siano stati sottoposti ad alcuna terapia farmacologica. Come interpretare questo fenomeno? In alcuni casi potremmo trovarci di fronte a pazienti diabetici con malattia molto lentamente evolutiva, che possono mantenere a lungo un buon compenso metabolico spontaneamente o per effetto delle modificazioni dello stile di vita che possono essere state indotte, anche implicitamente, dall’intervento del medico. Questi pazienti spesso non vengono classificati come diabetici, non vengono sottoposti a valutazioni specialistiche, non rientrano quindi nelle casistiche in base alle quali vengono formulate le raccomandazioni contenute nelle linee guida ma sono quotidianamente all’osservazione del MMG. Una seconda ipotesi è rappresentata dalla possibilità che la diagnosi di DM2, basata solo su due glicemie a digiuno, sia errata. È stato, infatti, rilevato che “il dosaggio della glicemia è molto meno accurato e preciso di quanto molti ritengano e che più del 12% dei soggetti in cui viene misurata la glicemia potrebbero essere classificati in maniera erronea, anche per instabilità pre-analitica” 3. La glicemia a digiuno, inoltre, è affetta da una significativa variabilità biologica. Per queste ragioni le più recenti linee guida propongono di sostituire il dosaggio della glicemia a digiuno con quello della emoglobina glicata (Tab. II) 3 5. Questo parametro, infatti, è dotato di minore variabilità biologica e di minore instabilità pre-analitica, è molto poco influenzato da variazioni acute della glicemia e rappresenta un indice più fedele di esposizione dei tessuti a livelli glicemici elevati. È quindi verosimile, anche se andrebbe documentato in modo prospettico, che, se avessimo adottato il criterio diagnostico basato sull’emoglobina glicata, non avremmo considerato molti pazienti che nel nostro studio sono stati inclusi sulla base dei valori delle glicemie a digiuno. Conclusioni Alla luce delle suddette considerazioni, l’atteggiamento terapeutico proposto dalle linee guida italiane, ovvero di “iniziare una terapia farmacologica orale quando gli interventi sullo stile di vita non sono più in grado di mantenere il controllo della glicemia ai valori desiderati (HbA1c < 7%)” appare più appropriato rispetto alla prescrizione di metformina fin dal momento della diagnosi, soprattutto nel contesto della Medicina Generale. Resta inteso che, anche in assenza di un intervento farmacologico, i pazienti con valori glicemici al di sopra della soglia diagnostica meritano la massima attenzione. È opportuno innanzi tutto perfezionare la diagnosi, ripetendo la glicemia e ricorrendo al dosaggio dell’emoglobina glicata. È necessario, inoltre, individuare e modificare, G. D’Ambrosio et al. Tabella II. Criteri diagnostici per DM2 (linee guida AMD-SID 2010). In assenza dei sintomi tipici della malattia (poliuria, polidipsia e calo ponderale), la diagnosi di diabete deve essere posta con il riscontro, confermato in almeno due diverse occasioni di: • glicemia a digiuno ≥ 126 mg/dl (con dosaggio su prelievo eseguito al mattino, alle ore 8 circa, dopo almeno 8 ore di digiuno) oppure • glicemia ≥ 200 mg/dl 2 ore dopo carico orale di glucosio (eseguito con 75 g) oppure • HbA1c ≥ 6,5% (A condizione che il dosaggio dell’HbA1c sia standardizzato, allineato a IFCC e che si tenga conto dei fattori che possono interferire con il dosaggio della glicata) In presenza di sintomi tipici della malattia, la diagnosi di diabete deve essere posta con il riscontro, anche in una sola occasione di: • glicemia casuale ≥ 200 mg/dl (indipendentemente dall’assunzione di cibo) Per formulare la diagnosi di diabete non sono necessarie le misurazioni di: • glicemia post-prandiale o profilo glicemico ove possibile, i fattori di rischio concomitanti, valutare l’eventuale presenza di complicanze, attuare adeguate modificazioni dello stile di vita, effettuare un follow-up attento e sistematico. La Medicina Generale rappresenta il contesto ideale per identificare i pazienti con dismetabolismo glicidico ma è indispensabile attuare una revisione periodica dei dati raccolti in cartella (audit clinico) per riconoscerli precocemente ed assumere nei loro confronti un atteggiamento di cura proattivo. Medici partecipanti Antonio Ancora, Luigi Caliandro, Pasquale Calò, Francesco Cigliola, Pasquale Claudio Barbato, Cherubino Inguscio, Salvatore Coluccia, Gaetano D’Ambrosio, Mario Domenico Dell’Orco, Nicola Gallicchio, Cosimo Lillo, Antonio Metrucci, Claudio Paci, Domenico Pasculli, Giuseppe Piazzolla, Giuseppe Rauzino, Paolo Santoro, Ciro Schiavone, Marco Urago. Bibliografia Nathan DM, Buse JB, Davidson MB, et al. Medical management of hyperglycemia in type 2 diabetes: a consensus algorithm for the initiation and adjustment of therapy. Diabetes Care 2008;32:193-203. 2 American Diabetes Association. Standards of medical care in diabetes – 2010. Diabetes Care 2010;33(Suppl 1):S11-61. 3 AMD-SID. Standard italiani per la cura del diabete mellito 20092010. Torino: Infomedica 2010. www.infodiabetes.it/standard_di_ cura/linee_guida_07.pdf 4 V Report Health Search. www.healthsearch.it 5 International Expert Committee. International Expert Committee Report on the role of the A1C assay in the diagnosis of diabetes. Diabetes Care 2009;32:1327-34. 1 Sezione di autovalutazione 86 SEzione di formazione per l’autovalutazione 1. Secondo le linee guida AMD-SID 2010, in quale momento è opportuno iniziare la terapia farmacologica nel paziente con diabete mellito tipo 2? a. se è documentata una ridotta tolleranza a glucosio (IGT) o una iperglicemia a digiuno (IFG) b. al momento della diagnosi di diabete mellito tipo 2 c. quando gli interventi sugli stili di vita non sono più in grado di mantenere un buon compenso glicometabolico d. se la glicemia a digiuno supera i 140 mg/dl 2. Uno solo dei seguenti criteri non è considerato utile per la diagnosi di diabete mellito tipo 2 secondo le linee guida AMD-SID 2010. Individuare quale: a. glicemia a digiuno ≥ 126 mg/dl b. glicemia dopo carico orale di glucosio ≥ 200 mg/dl c.HbA1c ≥ 6,5% d. glicemia post prandiale ≥ 200 mg/dl 3. Quale dei seguenti valori di emoglobina glicata (HbA1c) è considerato come obiettivo di cura nella maggior parte dei pazienti con DM2? a. ≤ 6,0% b. ≤ 6,5% c. ≤ 7,0% d. ≤ 7,5% 4. Una sola delle seguenti caratteristiche NON può essere attribuita all’emoglobina glicata. Individuare quale: a. indipendenza da altri fattori fisiopatologici b. necessità di standardizzazione c. ridotta instabilità pre-analitica d. ridotta variabilità biologica Il paziente con diabete mellito tipo 2 neo diagnosticato, dal punto di vista del medico di medicina generale: terapia farmacologica sempre? Articolo di aggiornamento 87 MeDia 2010;10:87-90 I disturbi del comportamento alimentare. Un contributo dall’osservatorio ultraventennale di un Servizio per l’Adolescenza I DCA costituiscono un argomento tuttora controverso. Per alcuni sono da mettere in discussione in quanto entità autonoma, separata da altre patologie. Per altri è in corso una vera epidemia. Come orientarsi? Marco Tanzella Premessa Psichiatra, Servizio Adolescenza ASL 4 Prato La funzione alimentare risponde, nell’uomo, alle esigenze della nutrizione, ovvero all’apporto calorico necessario al comparto energetico dell’organismo e all’apporto di sostanze specifiche necessarie alle specifiche funzioni dei vari apparati. Nello stesso tempo, tuttavia, essa trascende la mera dimensione nutritiva, ad esempio collegandosi alla soddisfazione libidica. L’alimentazione è inoltre condizionata da fattori di ordine culturale sociale, familiare, economico e, più in generale dallo stile di vita. Normalmente, le abitudini alimentari si sviluppano all’interno del nucleo familiare per tradizione, piuttosto che in base a nozioni e considerazioni relative alle esigenze del singolo. Spesso, fra l’altro, il cibo assume significati ulteriori, a seconda del tipo di investimento emotivo e psicologico che ogni asse familiare opera su di esso, sia positivi che negativi. I disturbi del comportamento alimentare (DCA) rappresentano un problema di larga diffusione. Peraltro, ciascuna entità nosologica contiene un gruppo complesso di situazioni, non tutte uguali tra loro. Differenze si riscontrano soprattutto relativamente alla rigidità della organizzazione di personalità, che spazia da funzionamenti neurotici, fino a funzionamenti al limite della psicosi. Molti casi che giungono all’osservazione sono forme iniziali, che, se affrontate correttamente e per tempo, possono non evolvere verso livelli di maggiore gravità, o regredire. Viceversa, alcuni casi, per profondità psicopatologica, sono destinati comunque ad esprimersi compiutamente. A fronte di ciò, basandosi solo sulla presenza dei sintomi, vengono inclusi nei DCA molti altri casi che non presentano l’organizzazione psicopatologica di questa categoria, potendo costituire, ad esempio, una espressione morfologica dell’ansia o della psicopatologia dissociativa (isterica), che risente del battàge relativo a questo tipo di disturbi. Dunque, se da un lato il tema dei DCA propone situazioni gravi e bisognose di adeguate attenzioni, dall’altro ricondurre tutte le condotte alimentari a morfologia anoressico-bulimica ad una epidemia di DCA appare fuorviante e rischia anzi di sottrarre impropriamente risorse. L’inquadramento controverso, la presenza di molti comportamenti “sommersi”, il grande polimorfismo del problema, rendono spesso arduo riconoscere i segnali significativi per individuare la giusta categoria diagnostica e attivare, di conseguenza, il percorso terapeutico adeguato. Peraltro, va sottolineato che la trattazione di un argomento così complesso e controverso richiederebbe uno spazio di gran lunga più ampio di quanto possibile in questo breve lavoro. Parole chiave DCA • Anoressia • Bulimia Cenni storici Corrispondenza Marco Tanzella [email protected] Nel 1400-500, le fanciulle-miracolo restavano in vita “senza cibarsi”; alcune venivano, però, scoperte a mangiare di nascosto e punite per ciò. La loro collocazione era incerta, fra il mistico e la stregoneria. In Oriente, il digiuno rappresentava un mezzo di coercizione verso l’altro, tanto che usava digiunare contro qualcuno: basti pensare a Gandhi. Aggiornamento e Formazione in Diabetologia e Malattie Metaboliche 88 Nel 1600 troviamo la prima descrizione medica, dovuta a Richard Morton, inglese (1689): “atrofia o consunzione nervosa”. Nel 1767, Whytt, neurologo inglese, ne parlò, attribuendola ad un disturbo “dei nervi dello stomaco”. Nel 1789, Nandeau, medico francese, riferì un singolo caso, ad esito letale. È nella seconda metà del 1800 che venne definito il quadro sintomatologico specifico e l’attribuzione psichica. Gli autori principali furono Lasègue, a Parigi e Gull, a Londra. Lasègue 1 parlò di anoressia isterica (1873), per quanto preferisse (e aveva ragione) il termine inanizione, in alternativa ad anoressia, che letteralmente significa mancanza della brama di mangiare. Egli descrisse benissimo e in modo tuttora valido, il quadro: “Dopo pochi mesi viene infine raggiunto uno stato che giustifica la qualifica di anoressia isterica. La famiglia è tutta sossopra. Preghiere e minacce non producono che una più ostinata resistenza. Il mondo delle idee e degli interessi dell’ammalata si restringe sempre più e possono intervenire idee ipocondriache o deliranti. Il medico ha perso tutta la sua autorità, i medicamenti non fanno né bene né male, ad eccezione dei lassativi, che influenzano la stitichezza. Le ammalate affermano di non essersi mai sentite meglio. Esse non si lamentano di nulla, non hanno alcuna coscienza di malattia, né alcuna volontà di guarire. La descrizione delle ammalate sarebbe tuttavia incompleta ove non si includesse anche la descrizione del loro ambiente. Entrambe (le malate e la famiglia) sono strettamente legate e noi ricaveremmo un falso concetto della malattia se ci limitassimo alla sola osservazione delle pazienti”. Lasègue ipotizzò anche la possibile influenza positiva, seppure difficile, di un intervento psicoterapico. Gull, nel 1873, parla di “apepsia isterica” e, successivamente, di anoressia nervosa, ipotizzando che il digiuno sia determinato da una patologia psichica, dimostrando che turbe della sfera emotiva possono portare a patologie funzionali e che strumenti terapeutici sono anche la “influenza morale” del medico e l’allontanamento dall’ambiente familiare. Più tardi, anche altri, fra cui Charcot, confermarono la natura psichica dell’anoressia. Vennero poi identificate una serie di condizioni in cui si trovano sintomi anoressici, ma che non sono anoressia (melancolia, paranoia, mania, nevrosi). Seguì una fase di ritorno a ipotesi organiche, poi rientrate drasticamente. Per dare risposta alla domanda fatidica: “perché l’anoressica non mangia?”, si sviluppò così la ricerca psicologica. Contributi forti provennero da Janet, Freud, Binswanger, Kuhn, Zutt. Di particolare rilevanza, in tempi più recenti, il lavoro di Hilde Bruch, grande studiosa ed esperta delle patologie del comportamento alimentare. Ancora, Thoma, Meyer, Dally. Tutti questi autori confermano peraltro, nelle loro ricerche, che l’anoressia mostra grande polimorfismo, nonostante che in tutte le forme siano presenti i sintomi cardinali. Ad esempio, la Bruch 2 parla di anoressia e pseudo-anoressia. Dally parla di anoressia ossessiva, isterica, poligenetica. Articolo di aggiornamento Inquadramento diagnostico Il manuale diagnostico-statistico delle malattie mentali (DSM IV) 3 indica i criteri attualmente riconosciuti come necessari per formulare diagnosi di anoressia nervosa (AN) e cioè, sinteticamente: a. rifiuto di raggiungere o mantenere il peso minimo normale per l’età e la statura b. intensa paura di aumentare di peso, anche se si è sottopeso; c. alterazione del modo in cui viene vissuto il peso o la forma corporea; d. assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi (eccetto i rari casi maschili). e. Tutto ciò, con o senza abbuffate o condotte di eliminazione (vomito provocato, lassativi, diuretici). La bulimia nervosa (BN), come definita dal DSM IV è caratterizzata da: a. ricorrenti episodi di abbuffate (assunzione, in breve tempo, di un’enorme quantità di cibo, con sensazione di perdita di controllo); b. ricorrenti condotte di compensazione (vomito provocato, lassativi, diuretici, iperattività); c. frequenza degli episodi di due volte (media) alla settimana, da almeno tre mesi; d. autostima strettamente connessa a peso e forma del corpo; e. autonomia degli episodi, rispetto ad un eventuale quadro principale di anoressia. Infine, è semi-riconosciuta una terza entità, il Binge Eating Disorder (BED), una sorta di bulimia senza condotte eliminatorie, dunque associata ad aumento ponderale fino alla grande obesità. I DCA iniziano generalmente nell’adolescenza, con un picco massimo fra i 16 ed i 18 anni. La bulimia può iniziare anche più tardivamente. La frequenza visibile è calcolata fra il 4 ed il 9% della popolazione femminile adolescente, in aumento. Come già accennato, però, le statistiche possono variare molto a seconda che si usino criteri di inclusione basati sui sintomi (diagnosi DSM) o sulla psicopatologia (diagnosi di funzionamento). Esistono anche fattori di ordine genetico, per quanto, probabilmente, non determinanti. Ad esempio, le gemelle omozigoti hanno una concordanza del 23% circa, per la bulimia, contro il 9% di quelle dizigoti. Un altro elemento degno di interesse è il fatto che sia il digiuno che l’abbuffata producono stati particolari a livello neuropsichico (ben nota l’estasi da digiuno), indotti da mediatori. Lo sforzo nosologico del DSM non appare ancora sufficiente a identificare AN e BN, a isolarle da quadri più complessi, di cui il comportamento alimentare è la componente più visibile, ma non centrale. Ponendo l’attenzione sul funzionamento, al di là dei sintomi, osserviamo come l’anoressica continui a definirsi grassa anche quando il proprio corpo raggiunge aspetti scheletrici. In un certo senso, vi è, quindi, un difetto dell’esame di realtà, come accade nel delirio. Di conseguenza, anche la preoccupazione è assente o, comunque, inadeguata alla condizione obiettiva: l’anoressica trova esagerato l’allarme circostante, relativo alla propria salute e continua a comportarsi come se il proprio corpo fosse rego- I disturbi del comportamento alimentare Articolo di aggiornamento larmente alimentato, compresa un’iperattività tesa a consumare calorie. In ciò manifesta una rigidità assoluta del comportamento e dell’atteggiamento. L’anoressica teme infatti in modo esasperato che possano verificarsi delle crepe nel controllo che esercita sull’istinto famelico, paventando che esse possano far cadere la diga, facendola precipitare nelle pulsioni iperfagiche. L’anoressica, infatti, non è certo disappetente, ma, al contrario, ha un forte impulso famelico, che decide di controllare a qualsiasi costo. Ossessivamente incapace di modularlo, vede solo i due possibili estremi: la negazione o il cedimento incontrollato (tutto o nulla). Non a caso, l’anoressica, nel corso della propria storia clinica, spesso presenta periodi di bulimia, tanto che si parla sempre più spesso di bulimanoressia. Questo funzionamento coincide con il fatto che grandissima parte delle ragazze con DCA presenta un vero e proprio disturbo ossessivo-compulsivo, o, quantomeno, una personalità di questo tipo. Ciò ha a che fare, appunto, con un’esigenza esasperata di ipercontrollo, sia relativamente agli stati interni (controllo delle emozioni), sia alle relazioni (controllo dei comportamenti dell’altro), sia alle rappresentazioni esterne (controllo degli eventi). Nella bulimia, alla rigidità ossessiva si aggiungono un funzionamento affine alla tossicodipendenza e difetto del controllo degli impulsi, che porta spesso anche a condotte a rischio. Tipica, se non addirittura patognomonica, è l’assenza, nelle abbuffate, di un qualsiasi “ordine” nell’assunzione del cibo, a dispetto della dimensione del gusto. Sul piano strategico, si può dire che, rispetto al temuto impulso famelico e aumento di peso, l’anoressica fa prevenzione, mentre la bulimica rimedia. Descrizione Il più spesso, l’esordio di un DCA coincide con una dieta (tipicamente, a causa delle gambe grosse), che, peraltro, non è un agente causale, ma, semmai, slatentizzante. Pertanto, deve essere drasticamente ridimensionata la credenza che i media, con le immagini delle modelle, ecc., abbiano un ruolo di significativa rilevanza. Ciò che noi vediamo, nei casi tipici, è una ragazza che si applica in modo intenso per il raggiungimento di risultati misurabili e suscettibili di giudizio positivo: nello studio, nello sport, nella buona condotta. A fronte di ciò, una bassa autostima, sentimenti di incapacità ed una aleatorietà del sentimento di identità. La conquista di un sempre maggiore controllo su impulsi primari, come quello famelico, assume il senso di un esercizio di bravura. Il tentativo di realizzare un ideale di perfezione rappresenta il diligente svolgimento di un compito e, nello stesso tempo, un’operazione di modifica di sé in qualcosa di migliore. Il corpo è il terreno sul quale appare possibile attuare tutto ciò, perché ci si muove nella dimensione del fare, anziché dell’essere. Il tentativo di realizzare questo Sé reificato perfetto è, però, destinato alla frustrazione, poiché si scontra con i principi di realtà, che tale perfezione non consentono. Tuttavia, anziché tollerare ed elaborare la frustrazione e ridefinire modelli e obiettivi più adeguati, la reazione va nel senso di M. Tanzella 89 rinforzare gli stessi comportamenti, nell’ipotesi (ossessiva) che il fallimento derivi da non averli agiti in modo efficace. Da qui la condanna alla reiterazione e al vedere la meta rimanere sempre alla stessa distanza, pur correndogli incontro sempre più forte, come negli incubi. Per fornire, almeno in piccola parte, un’idea di cosa stiamo parlando, mi sembra utile riportare all’interno di questo lavoro – in corsivo – alcune frasi tratte in “presa diretta” da alcuni incontri di gruppo. … si dicono delle cose, anche in televisione, che non corrispondono alla realtà. Come se una è cretina, si vede grassa, comincia una dieta ed ecco l’anoressia … … dicono che abbiamo l’immagine delle modelle in mente, vogliamo apparire … forse una comincia una dieta per questo motivo, però non sono questi i reali motivi. Poi tu passi da stupida … … all’inizio sembra facile … una si mette a dieta: sembra una soluzione a tutto, perché si sta bene, ci si diverte; c’è pure un certo godimento nel dimagrire “certe cifre assurde”. Però poi questa soluzione, scelta per stare meglio, diventa il centro di tutta la tua vita. La vita scorre e tu sei lì che pensi alle calorie … Ciò che viene sperimentato va ben al di là del dimagrire. Il digiuno diviene una sorta di esercizio mistico, che ha a che fare con l’assunzione di potere su sé stesse e sugli altri, prendendo la strada dell’onnipotenza e dell’ideale di perfezione. … è l’unica cosa che ti fa sentire forte; il fatto di riuscire a non mangiare, perché riesci a controllarti un giorno su un alimento, così ti dici: “oggi sono riuscita a controllarmi su questo, domani mangerò ancora meno” … La dimensione onnipotente invade al punto di portare all’isolamento, al distacco dalla realtà, soprattutto sul piano delle relazioni: … inizi a controllare gli impulsi della fame, però poi ti senti anche più forte nei confronti degli altri. Per esempio, io mi ero staccata quasi da tutti: se non volevo affezionarmi ad un ragazzo, non mi ci affezionavo, perché non me ne importava assolutamente niente. Con i miei, ho cominciato a dir loro bugie; prima non le dicevo. Mi distaccavo anche dalle mie amiche; questa cosa ti porta a metterti da una parte e sentirti più sicura … A nulla vale fare osservare il danno che può venirne alla salute. La risposta è di negazione. L’invincibilità dell’anoressica coinvolge anche il funzionamento fisiologico, che, in effetti, salvo stati gravi e molto avanzati, rimane per lungo tempo accettabile. … non mi vengono le mestruazioni, ma non so se dipende dall’alimentazione. Mi vogliono convincere che sono malata, ma io sto bene. Per esempio, quando avevo le mestruazioni avevo mal di testa … L’iperattività, tipica di queste condizioni, contrasta con il deperimento fisico: … mi sono segnata in piscina, poi ho perso questo chilo e stavo bene. Mangiavo meno e non mi sembrava succedesse niente e sono andata avanti così, eliminando di volta in volta alcuni cibi. E intanto perdevo sempre qualche chilo. Poi ho cominciato a non mangiare più quello che mangiavano i miei, cucinando io stessa i miei pasti: senza olio, fritti, grassi … ero sempre a controllare Articolo di aggiornamento 90 le calorie e, quando ne prendevo di più, cominciavo a fare mille cose: lavare, stirare, uscire. È diventata una specie di ossessione: appena finisco di mangiare, devo fare qualcosa per bruciare le calorie … Intanto si innesca, in famiglia, la “guerra per il cibo” e si cominciano ad evidenziare le dinamiche circolari con i genitori: meno l’anoressica mangia, più i genitori dicono “mangia!” e viceversa. L’ossessione di corrispondere alle aspettative, che investono fondamentalmente gli aspetti visibili, esteriori, penalizzando la dimensione della calda emozionalità affettiva, coarta la sfera dell’esplorazione e dell’autonomia, come pure lo sviluppo del sentimento di autostima, per un valore del sé che vada oltre il giudizio sui risultati concreti: che attenga, cioè, all’essere e non al fare. Il versante bulimico presenta gli stessi temi: … non ero libera di scegliere niente: i miei vestiti, i giochi da fare. C’era sempre qualcosa che stavo sbagliando e, secondo lei (la madre), tutto doveva essere fatto in maniera diversa. C’erano dei giorni in cui mi sentivo vuota, terribilmente sola e senza alcun valore; nessuno mi ha mai fatto sentire di essere importante. Sapevo soltanto che dovevo essere “buona e brava” e non dare problemi … mi abbuffavo di dolci, pane, surgelati, sottaceti, merendine e tutto quanto trovavo … Rispetto all’anoressica, non comportando di solito dimagramenti eclatanti, la bulimia può andare avanti per anni senza svelarsi, svolgendo i suoi riti di nascosto, provandone vergogna, ma senza innescare le dinamiche di guerra per il cibo Ciò ritarda, però, anche le misure terapeutiche. … apparentemente, avevo un’alimentazione corretta. In realtà, sola, in segreto, le mie abbuffate si moltiplicavano … poi, gli sforzi disumani per provocarmi il vomito … il timore che qualcuno scoprisse i miei tetri rituali … era la mia unica preoccupazione … Conclusioni Tutti gli aspetti visti fin qui evidenziano come il problema del trattamento di questi disturbi sia complesso. Nessuna strategia appare adeguata, se standardizzata. Caso per caso, la singola situazione può spingere a mettere in posizione più centrale degli altri un tipo di intervento, piuttosto che un altro: la psicoterapia individuale, la terapia farmacologica, la terapia cognitiva, la terapia familiare sistemica, il gruppo di sostegno. Va anche detto che non sempre è possibile arrivare alla scom- parsa del disturbo; tuttavia, in questi casi, una stabilizzazione del quadro, che renda possibile la convivenza, da parte della giovane e della sua famiglia, con il disturbo, è da vedere come un successo terapeutico, almeno all’attuale stato dell’arte. In considerazione di tutto quanto detto fin qui, l’iter più adeguato appare essere: •• precisazione diagnostica, attraverso una consultazione specialistica; •• coinvolgimento di tutto l’éntourage nel programma terapeutico: famiglia, curante; •• stesura del programma terapeutico personalizzato, che comprenda anche uno spazio per i genitori. Un’indicazione molto generica ed elementare, ma immediata, è quella di evitare da subito la guerra per il cibo, che serve soltanto ad esasperare le dinamiche intrafamiliari e aggrava, di fatto, il comportamento disturbato. In alcuni casi, può essere indicato l’allontanamento temporaneo della giovane dalla famiglia. L’inserimento in gruppi di auto-aiuto, utile sotto molti aspetti, può tuttavia innescare insane competizioni. L’approccio a questi disturbi è, comunque, difficile e necessita di strategie complesse e molta tolleranza. Mi pare importante lavorare per ridurre i livelli di ansia presenti nei genitori, come negli operatori, essendo entrambi esposti ad alto rischio di frustrazione, vista la difficoltà dei percorsi terapeutici e, quindi, l’alta percentuale di risultati giudicati mediocri, rispetto alle attese. Infine, vista la grande risonanza mediatica dell’argomento, sarà bene tenere presente il rischio di poter essere oggetto di speculazioni intellettuali, narcisistiche, quando non prettamente commerciali. L’invito che formulo, in generale, è quello di rivolgersi, innanzi tutto, al medico curante, quale primo anello di una catena qualificata, evitando di contattare direttamente strutture o singoli professionisti, circa i quali non si possono avere, da parte dei non addetti ai lavori, informazioni attendibili relativamente alla effettiva competenza ed alla indispensabile esperienza. Gli eventuali scarsi risultati devono per lo meno, a mio parere, poter essere frutto di oggettivi limiti e non di approssimazione e improvvisazione. Bibliografia Lasègue EC. De l’anorexie hystérique. Arch Gén Méd 21, 1873, p. 385: In: Selvini Palazzoli M. L’anoressia mentale. Milano: Feltrinelli 1981. 2 Bruch H. Patologia del comportamento alimentare. Milano: Feltrinelli 1973. 3 American Psychiatric Association. Manuale diagnostico-statistico dei disturbi mentali, DSM-IV. Milano: Masson 1994. 1 I disturbi del comportamento alimentare CASO CLINICO 91 MeDia 2010;10:91-95 Diabete mellito tipo 2 in stato catabolico acuto alla diagnosi Daniela Gaia Enrico Pergolizzi Struttura Semplice Dipartimentale di Diabetologia, ASL TO 03, OORR di Pinerolo (TO) Obiettivi 1.Efficace e rapido recupero dell’equilibrio glicemico e stabilizzazione del compenso nel medio-lungo termine 2.Coinvolgimento attivo del paziente nel percorso di cura (patient empowerment) 3.Adozione di un protocollo diagnostico-terapeutico condiviso da tutti i soggetti interessati (diabetologo, medico di medicina generale, infermieri, dietisti, paziente) Caso clinico: 1° step AB è un uomo di 79 anni, altezza 173 cm, peso 99,5 kg, indice di massa corporea (body mass index [BMI]) 33,2 kg/m2, vedevo, pensionato. Nell’agosto del 2006 giunge in accesso diretto c/o il nostro Servizio di Diabetologia e Malattie Metaboliche (SD) inviato dal DEA del nostro nosocomio per riscontro di iperglicemia marcata (563 mg/dl). AB risiede per circa 6 mesi all’anno in abitazione isolata in montagna. Negli ultimi mesi sintomatologia caratterizzata da poliuria, polidipsia e calo ponderale (circa 7 kg), associata a balanopostite. Non si è recato dal medico di medicina generale (MMG) se non recentemente. Il MMG ha prontamente prescritto terapia antimicotica per os e, nel sospetto di iperglicemia, ha inviato il suo assistito in DEA per gli accertamenti e le cure del caso. In DEA AB è stato sottoposto a idratazione e.v. e infusione insulinica breve fino all’invio al nostro SD. Nel nostro SD è attivo un Profilo di cura per i nuovi accessi, tra cui anche i casi di nuovo esordio clinico, secondo criteri di priorità clinica previsti dalla normativa regionale (DGR 14-10073 BU n. 38 del 18/05/2003); il protocollo clinico-organizzativo prevede la registrazione informatica di parametri bio-antropometrici e clinici su supporto informatico che permette l’estrazione di indicatori di processo e di esito intermedio. Gli esami in visione, la glicemia (385 mg/dl) e la glicata (HbA1c 12,3%, esecuzione estemporanea su sangue capillare con DCA2000) deponevano per scompenso glicemico inveterato con glucotossicità. Si poneva diagnosi di diabete mellito tipo 2 (DMT2) di nuovo riscontro in scompenso glicometabolico. Altri esami ematici a disposizione evidenziavano un valore di creatinina di 1,3 mg/dl, GFR (secondo la formula di Cockroft-Gault normalizzato per la superficie corporea) 41 ml/min/1,73 mq, modesta iponatriemia (128 mEq/l), emocromo e transaminasi in norma. Alla raccolta anamnestica AB riferiva ricovero nel 1999 per infarto miocardico acuto (IMA) e ipertensione arteriosa; non altre patologie degne di nota. Riferiva inoltre un fratello affetto da diabete mellito. Riferiva come terapia domiciliare cardioASA, beta-bloccante, ACE-inibitore e furosemide. Durante la prima visita di accoglienza (T0) è stata proposta e motivata la scelta di terapia insulinica intensiva (analogo rapido ai pasti + lento serale) ed ottenuto il consenso del paziente. AB è stato addestrato dall’infermiere professionale alla gestione della terapia (somministrazione dell’insulina, misurazione della glicemia e gestione dell’ipoglicemia) e giudicato “idoneo”. Dopo valutazione dietistica con consegna e spiegazione dello schema alimentare appropriato al fabbisogno energetico, AB è stato dimesso al domicilio dal SD con attestato di patologia e piano di automonitoraggio glicemico (PAG). Corrispondenza Enrico Pergolizzi [email protected] Domanda Perché si è optato per una terapia insulinica intensiva? Aggiornamento e Formazione in Diabetologia e Malattie Metaboliche CASO CLINICO 92 Risposta La Consensus dell’American Diabetes Association (ADA)/European Association for the Study of Diabetes (EASD) 2006 1 per la terapia dell’iperglicemia nel DMT2 prevede la terapia insulinica nello stato catabolico. Nel DMT2 di nuova diagnosi con elevata glicemia a digiuno, un trattamento insulinico intensivo breve migliora la glucotossicità e il compenso glicemico a lungo termine 2-4. Domanda Poteva essere valutata una terapia farmacologia alternativa a quella insulinica o anche solo una modifica dello stile di vita? Risposta lo stato catabolico, caratterizzato da marcata iperglicemia, glucotossicità e sintomatologia da scompenso glicemico acuto aumenta il rischio di malattie sovrapposte con meccanismo “proinfettivo” e anche pro-trombotico e il solo intervento sullo stile di vita non è in grado di ripristinare l’omeostasi glicemica per lo meno in tempi relativamente rapidi. L’iperglicemia costituisce l’alterazione metabolica specifica del diabete mellito ed è Il principale obiettivo del trattamento. Infatti, la nuova sfida nella terapia del diabete è contrastare la “memoria metabolica” 5, ovvero l’ambiente glicemico nella fase iniziale viene tenuto a memoria dall’organismo con persistenza negli organi, in particolare nell’endotelio, del danno indotto dall’iperglicemia mediante aumento dello stress ossidativo, principale meccanismo fisiopatologico delle complicanze. Questo dato è supportato da numerose evidenze e confermato da nuovi studi come l’ADVANCE (Action in Diabetes and Vascular Disease: preterAx and diamicroN-MR Controlled Evaluation) 6, che ha dimostrato che un compenso glicemico rigido del diabete mellito tipo 2 riduce il rischio di sviluppare l’endpoint composito di eventi micro- e macroangiopatici, e dai risultati del follow-up a lungo termine dell’UKPDS 7 che hanno dimostrato la persistenza negli anni dell’effetto benefico sulle complicanze vascolari di un trattamento intensivo della glicemia iniziato precocemente, cioè dal momento della diagnosi di diabete. Come già detto, la Consensus dell’ADA/EASD 2006 1 per la terapia dell’iperglicemia nel DMT2 prevede la terapia insulinica nello stato catabolico. Studi precedenti 8 9 avevano sperimentato le sulfaniluree a dosaggio massimo in pazienti con diabete mellito scompensato (glicemia > 400 mg/dl) e avevano dimostrato di poter raggiungere il goal glicemico in un intervallo temporale relativamente breve (dimezzamento della glicemia a digiuno dopo 1 settimana e ulteriore dimezzamento dopo 4 mesi). Peraltro, l’obiettivo della terapia diabetologica non deve essere unicamente focalizzata a normalizzare i livelli glicemici ma a preservare la funzione beta-cellulare residua in modo da procrastinare nel tempo il fenomeno del fallimento secondario. Infatti, l’iperglicemia persistente rappresenta, come noto, il meccanismo fisiopatologico della glucotossicità sulle beta-cellule pancreatiche. A tal proposito è stato condotto un ampio studio clinico controllato, l’ADOPT 10, che metteva a confronto sulfaniluree (glibenclamide), metformina e glitazone (rosiglitazone) in pazienti mai trattai prima con farmaci. Dopo 4 anni il fallimento della monoterapia si osservava nel 34% dei pazienti trattati con glibenclamide, nel 21% di quelli che assumevano metformina e solo nel 15% di quelli che utilizzavano rosiglitazone, mettendo in evidenza quindi che la “durability”, cioè la capacità di mantenere nel tempo l’efficacia ipoglicemizzante senza necessità di terapie aggiuntive, era minore per la sulfanilurea. La “durability” è secondaria alla preservazione della funzione secretoria beta-cellulare che si può ottenere con farmaci insulino-sensibilizzanti dopo un breve trattamento con terapia insulinica in caso di diabete mellito tipo 2 in stato catabolico alla diagnosi. Caso clinico: 2° step AB è stato pertanto dimesso dal nostro SD dopo addestramento alla gestione della terapia insulinica e all’automonitoraggio glicemico (consegnato il fabbisogno insulinico per iniziare il trattamento prescritto e il reflettometro). Sono state programmate successive rivalutazioni ambulatoriali a 3 (al primo controllo è prevista la verifica infermieristica dell’autosomministrazione insulinica e dell’autocontrollo glicemico), 8, 15 e 30 giorni e secondo necessità, in base alla remissione dei sintomi e ai valori della misurazione della glicemia per confronto con gli obiettivi definiti, personalizzati per età anagrafica (pre-pasti 90-140/150, dopo < 180/200). Sono stati richiesti esami di screening delle complicanze (fundus oculi, ECG, microalbuminuria). Al primo controllo programmato il personale infermieristico ha dato parere positivo alla verifica dell’autosomministrazione insulinica e dell’automonitoraggio glicemico; è stato rispiegato il protocollo di correzione dell’ipoglicemia perché AB non aveva con sé le zollette di zucchero. È stata rivista con AB la necessità di una terapia alimentare con quantità costanti di carboidrati per ogni pasto (pesare gli alimenti che contengono glucidi). La terapia insulinica è stata confermata al dosaggio prescritto in precedenza. AI successivi controlli ambulatoriali sono stati adeguati i dosaggi insulinici in base ai valori glicemici capillari rilevati da AB, fino al ripristino dell’omeostasi glicemica (valori glicemici negli obiettivi suddetti nella maggior parte delle determinazioni degli ultimi 10 giorni). La terapia insulinica pertanto è stata sospesa dopo circa 4 settimane dall’inizio del trattamento (T1). Al T1 sono stati ripetuti gli esami ematochimici di routine con glicemia a digiuno di 109 mg/dl, HbA1c migliorata di 3 punti percentuali (9,1%), normalizzazione di creatinina e normalizzazione del GFR 66 ml/ min/1,73 mq e della natriemia. AB ha anche eseguito ECG e valutazione cardiologica che rilevava un buon compenso emodinamico in cardiopatia ischemica nota e stabilizzata. Al T1 in base agli esiti degli esami suddetti e ai valori dell’autocontrollo glicemico è stata sospesa la terapia insulinica e impostata la terapia ipoglicemizzante orale con insulino-sensibilizzante, metformina, iniziando con un dosaggio di 500 mg b.i.d. a colazione e cena. È stato peraltro confermata la prosecuzione, temporanea, dell’autocontrollo glicemico (PAG prescritto in deroga al T0 per 3 mesi per scompenso glicemico). Diabete mellito tipo 2 in stato catabolico acuto alla diagnosi CASO CLINICO 93 Caso clinico: 3° step 14,00 12,30 12,00 HbA1c 10,00 9,10 8,00 5,50 6,00 6 5,60 4,00 2,00 0,00 T0 T1 T2 T3 T4 Tempo Figura 1. Variazione HbA1c. Dopo circa 20 giorni dallo switch terapeutico, ci contattava il MMG per comunicare valori glicemici capillari: in alcune misurazioni pre-pranzo e cena erano presenti valori tra 70 e 80, legati anche alla ripresa di una attività fisica più intensa (agricoltura e taglio della legna). Per tale motivo veniva consigliata la sospensione della metformina di colazione. Al successivo controllo ambulatoriale già programmato a un mese dalla sospensione insulinica si rilevavano valori glicemici a digiuno frequentemente vicino a 80; per questo AB si era autosospeso la metformina di cena. Si confermava pertanto la sola terapia alimentare e si sospendeva l’automonitoraggio glicemico domiciliare, consigliando ad AB il controllo del peso corporeo settimanale e di proseguire una alimentazione corretta e un’attività fisica regolare e con l’indicazione di contattarci in caso di malattie intercorrenti. Al controllo programmato ai 6 mesi dalla diagnosi (T2) sono stati nuovamente ripetuti gli esami ematochimici di routine con glicemia a digiuno di 98 mg/dl, HbA1c ulteriormente migliorata (5,6%), creatinina 0,6 mg/dl, GFR 89 ml/min, microalbuminuria in norma, lipidi a target (colesterolo-LDL < 100, trigliceridi < 150 mg/dl) e transaminasi in norma; peso corporeo ridotto di 10 kg rispetto alla diagnosi. Al fundus oculi non segni di retinopatia diabetica e quadro compatibile con l’età anagrafica. AB riferisce benessere soggettivo. Viene confermata la sola terapia alimentare. Domanda Si è osservata un’aderenza sufficiente al Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) proposto? Risposta AB si è presentato a tutti i controlli ambulatoriali programmati e ha riferito un progressivo miglioramento soggettivo (riduzione dei sintomi specifici di scompenso glicemico acuto a 3 giorni dall’inizio del trattamento e remissione dopo 8 giorni). I dubbi esposti dal paziente sono stati risolti durante le visite mediche (es. un’iniziale riduzione del visus dopo l’inizio della terapia intensiva motivata dalla progressiva riduzione dei valori glicemici si è risolta al T1). D. Gaia, E. Pergolizzi Alla rivalutazione programmata a 12 mesi dalla diagnosi (T3) gli esami ematochimici evidenziavano: glicemia a digiuno di 108mg/ dl, HbA1c stabile (5,5%), microalbuminuria in norma; peso corporeo in moderato aumento (+2 kg da T2, -8 kg da T0). Buona aderenza alla terapia alimentare. Viene riconfermata la sola terapia alimentare, dimesso dal nostro SD e avviato al monitoraggio glicometabolico con il MMG secondo protocollo di Gestione Integrata. Dopo 24 mesi (T4) di Gestione Integrata AB è stato inviato dal MMG al nostro SD per rivalutazione. Dal raccordo anamnestico che AB esibisce non si rileva nulla di nuovo in anamnesi patologica in questo intervallo di tempo; ha mantenuto la sola terapia diabetologica alimentare. Ha eseguito recente controllo del fondo oculare senza evidenza di retinopatia diabetica; ha eseguito inoltre ECG e visita cardiologica con valutazione di buon compenso emodinamico e pressorio in cardiopatia ischemica nota, stabilizzata. Peso in lieve aumento (+2 kg). Gli esami ematochimici rilevano un compenso glicemico ancora adeguato (HbA1c 6,0%) con glicemia a digiuno di 124 mg/dl. Profilo lipidico, funzione renale ed epatica in norma. Al T4 è stato sottoposto a screening del piede (non rilevate alterazioni della sensibilità al monofilamento, non significative deformità né lesioni cutanee) e a rivalutazione dietistica. Confermata la terapia alimentare, AB è stato reinviato alla Gestione Integrata con il MMG. Tutti i dati biometrici ed ematochimici principali e il numero di viste specialistiche diabetologiche effettuate per intervallo di tempo per il paziente AB sono riassunte in Tabella I. Domanda Perché dopo la visita al T3 non è stata programmata una successiva visita di controllo presso il nostro SD? Risposta Nella nostra ASL è in atto l’assistenza integrata alla persona con diabete mellito tipo 2 secondo il protocollo della “Gestione Integrata”. Infatti, con l’accordo Stato-Regione del 23-03-2005 è stato approvato il Piano Nazionale di Prevenzione (PNP) 2005-2007 che ha focalizzato tra gli obiettivi prioritari: la prevenzione delle malattie cardiovascolari e la riduzione delle complicanze del diabete mellito. Per il diabete mellito il PNP ha identificato il Progetto IGEA, come strumento di realizzazione capillare in ogni Regione e per ogni ASL, delle modalità di assistenza da erogare alle persone con diabete per raggiungere il risultato atteso. Nell’ambito di tale progetto è stato prodotto un documento di indirizzo dal titolo “Gestione Integrata del diabete mellito tipo 2”, contenente informazioni sulle modalità organizzative essenziali per la gestione integrata della malattia da parte del Team multidisciplinare di cura, in particolare della Medicina Generale e delle Strutture Specialistiche per l’assistenza alle persone affette da diabete mellito (SD). Pertanto nel caso di AB, il nostro SD ha definito la diagnosi, effettuato un inquadramento terapeutico e l’Educazione Terapeutica CASO CLINICO 94 Tabella I. Dati biometrici ed ematochimici, numero di visite per intervallo di tempo. T0 T1 T2 T3 T4 Età 79 79 79 80 82 Sesso (M/F) M 29,8 30,4 31,1 108 124 BMI 33,2 Glicemia a digiuno 385 109 98 HbA1c 12,3 * 9,1 5,6 Creatinina 1,3 0,9 0,6 5 2 1 1 Numero visite * 5,5 6,0 0,7 Terapia diabetologica in corso Nessuna Insulina s.c. Metformina Dieta Dieta Terapia diabetologica prescritta Insulina s.c. Metformina Dieta Dieta Dieta T0: prima visita, start terapia insulinica; T1: stop insulina, start terapia non insulinica; T2: 6 mesi dalla sospensione della terapia insulinica; T3: 12 mesi dalla sospensione della terapia insulinica; T4: 36 mesi dalla sospensione della terapia insulinica (24 mesi di gestione integrata – follow-up con il MMG). * p < 0,01. e, infine, formulato un Piano di Cura personalizzato e condiviso con il MMG. Il MMG ha poi effettuato una valutazione periodica del paziente secondo il Piano di Cura adottato, finalizzato al buon controllo metabolico e alla diagnosi precoce delle complicanze. Commento Nel periodo compreso tra l’inizio del 2006 e la fine del 2008 abbiamo valutato i dati di 44 pazienti (tra i quali AB) con DMT2 di nuova diagnosi in stato catabolico, trattati con terapia insulinica intensiva breve. I nostri risultati hanno confermato che nel DMT2 di nuova diagnosi, in stato catabolico all’esordio, la terapia insulinica intensiva breve permette sia un efficace e rapido recupero dell’equilibrio glicemico sia la stabilizzazione del compenso nel medio-lungo periodo dopo la sospensione della terapia insulinica; i dati a 12 mesi evidenziano una stabilità del compenso, mantenuta senza significativi cambiamenti della strategia terapeutica impostata alla sospensione. Questi dati trovano conferma anche in un più recente studio effettuato su pazienti diabetici di tipo 2 di nuova diagnosi con iperglicemia severa (glicemia a digiuno > 300 mg/ dl o random > 400 mg/dl) trattati con terapia insulinica intensiva per 10-44 giorni 11. La possibilità di trasferire la maggior parte dei pazienti, 43 su 44, a terapia non insulinica, avvalora le osservazioni che una rapida riduzione della glucotossicità migliora l’insulino-sensibilità e verosimilmente anche l’insulino-secrezione, riduce l’apoptosi betacellulare e pone le basi per un periodo prolungato di compenso adeguato 12. L’adesione da parte dei pazienti verso tale approccio è stata positiva nella maggior parte dei casi. È possibile anzi che il trattamento domiciliare intensivo dell’iperglicemia favorisca la consapevolezza e la motivazione del paziente e migliori la partecipazione attiva all’autogestione globale della sua condizione. Sono peraltro auspicabili studi di confronto con altre modalità di trattamento per la valutazione dei costi e dell’efficacia preventiva sui rischi di ricovero correlati allo stato catabolico all’esordio e sugli esiti di salute a lungo termine conseguenti alla riduzione del tempo di esposizione dell’organismo alla cronica iperglicemia e quindi al miglioramento della memoria metabolica. Sono note altre strategie di trattamento dell’iperglicemia 13 in scompenso cronico. Sicuramente l’elemento determinante, al di là della scelta farmacologica raccomandata, è la tempestività dell’intervento che in generale presuppone una preparazione del paziente. Pochi studi hanno valutato l’approccio insulinico all’esordio; tale terapia prevede un alto coinvolgimento del paziente e del team e richiede competenze e pianificazione di interventi articolati e coerenti ai bisogni del paziente. Secondo la nostra esperienza l’approccio insulinico intensivo è time-consuming ma “rende” in termini di migliore motivazione del paziente e in termini di riduzione del numero di accessi al followup. È possibile che questa dimensione operativa favorisca un più elevato grado di consapevolezza della malattia diabetica e delle opzioni terapeutiche, modifichi il livello di attenzione del paziente e il suo all’approccio generale allo stile di vita necessario che richiede una partecipazione quotidiana e che può essere molto redditizia in termini di esiti di salute personale e collettiva. La registrazione di alcuni dati di attività può servire a diversificare il lavoro necessario per il miglioramento della qualità dell’assistenza e degli esiti di salute. La riduzione del carico di visite necessarie per il follow-up del paziente tempestivamente stabilizzato evidenzia l’efficienza di un disegno assistenziale orientato a dare concretezza alle raccomandazioni in termini di obiettivi condivisi e risultati percepibili soprattutto dal paziente come risposta al suo impegno in un tempo definito. La centralità del paziente e del suo bisogno di salute si declina nella risposta appropriata ai suoi bisogni per una partecipazione attiva alla gestione della sua condizione; ciò è realizzabile con una diabetologia organizzata per offrire attività/prestazioni coerenti con le evidenze e coniugati con le diversità delle persone. Diabete mellito tipo 2 in stato catabolico acuto alla diagnosi CASO CLINICO Bibliografia Nathan DM, Buse JB, Davidson MB, et al. Management of hyperglycemia in type 2 diabetes: a consensus algorithm for the initiation and adjustment of therapy: a consensus statement from The American Diabetes Association and The European Association for the Study of Diabetes. Diabetes Care 2006;29:1963-72. 2 Ryan EA, Imes S, Wallace C. Short-term intensive insulin therapy in newly diagnosed type 2 diabetes. Diabetes Care 2004;27:1028-32. 3 Alvarsson M, Sundkvist G, Lager I, et al. Beneficial effects of insulin versus sulphonylurea on insulin secretion and metabolic control in recently diagnosed type 2 diabetic patients. Diabetes Care 2003;26:2231-7. 4 Li Y, Xu W, Liao Z, et al. Induction of long-term glycemic control in newly diagnosed type 2 diabetic patients is associated with improvement of beta-cell function. Diabetes Care 2004;27:2595-602. 5 Ceriello A. La “memoria metabolica”: la nuova sfida nella terapia del diabete. Il Diabete, 2008;20:205-14. 6 ADVANCE Collaborative Group, Patel A, MacMahon S, Chalmers J, et al. Intensive blood glucose control and vascular outcomes in patients with type 2 diabetes. N Engl J Med 2008;358:2560-72. 1 D. Gaia, E. Pergolizzi 95 Holman RR, Paul SK, Bethel MA, et al. 10-year follow-up of intensive glucose control in type 2 diabetes. N Engl J Med 2008;359:1577-89. 8 Peters Al, Davidson MB. Maximal dose glyburide therapy in markedly symptomatic patients with type 2 diabetes: a new use for an old friend. J Clin Endocrinol Metab 1996;81:2423-7. 9 Davidson MB. Early insulin therapy for type 2 diabetic patients: more cost than benefit. Diabetes Care 2005;28:222-4. 10 Kahn SE, Haffner SM, Heise MA, et al.; ADOPT Study Group. Glycemic durability of rosiglitazone, metformin or glyburide monotherapy. N Engl J Med 2006;355: 2427-43. 11 Harn-Shen C, Tzu-En W, Tjin-Shing J, et al. Beneficial effects of insulin on glycemic control and beta-cell function in Newly diagnosed type 2 diabetes with severe hyperglycemia after shortterm intensive insulin therapy. Diabetes Car 2008;31:192732. 12 Wajchenberg BL. Beta-cell failure in diabetes and preservation by clinical treatment. Endocr Rew 2007;28:187-218. 13 Standl E, Schnell O. Insulin as a first-line therapy in type 2 diabetes. Should the use of sulfonylureas be halted? Diabetes Care 2008;31:S136-9. 7 MeDia 2010;10:96-97 96 Report congressi e convegni 3° Congresso Nazionale Interassociativo ADI-AMD Stresa, 4-6 marzo 2010 Nella meravigliosa cornice del lago Maggiore nei giorni dal 4 al 6 marzo 2010 si è tenuto a Stresa, la vecchia longobarda “strixia” (striscia di terra), il 3° Congresso Nazionale Interassociativo organizzato congiuntamente dall’ Associazione Medici Diabetologi e dall’Associazione Italiana di Dietologia e Nutrizione Clinica. Questo convegno promosso dal Gruppo di Lavoro Interassociativo ADI-AMD “Alimentazione e diabete” rappresenta il terzo atto di una iniziativa di sensibilizzazione sulla tematica della nutrizione artificiale iniziato a Napoli nel dicembre 2006 e proseguito ad Assisi nel febbraio 2008. Quello di Stresa è l’atto conclusivo di un percorso che ha visto centrata l’attenzione sulla importanza di individuare e trattare sia la malnutrizione ospedaliera sia l’iperglicemia che spesso si associa alla nutrizione artificiale e che rappresenta un ulteriore fattore di rischio per il paziente ricoverato. L’interesse suscitato nella 2 precedenti edizioni ha posto le basi per l’organizzazione di questo convegno che a differenza dei 2 precedenti, nei quali gli argomenti trattati hanno riguardato quasi esclusivamente la malnutrizione del paziente ricoverato e la nutrizione artificiale, ha affrontato tematiche inerenti l’obesità e la resistenza insulinica, la problematica della patologia tumorale nella persona con diabete, i nuovi farmaci per la cura della malattia diabetica, l’autocontrollo delle glicemia e le nuove tecnologie nella terapia insulinica. Il valore aggiunto di questo convegno è stata la realizzazione nell’ambito del programma di sessioni organizzate congiuntamente con altre società scientifiche del settore: la SIFO (Società Italiana Farmacisti Ospedalieri) e la SIO (Società Italiana Obesità). Inoltre il Convegno è stata l’occasione per presentare ufficialmente le nuove “Raccomandazioni ADI/AMD sul trattamento insulinico in Nutrizione Artificiale” con una lettura del prof. Fatati a nome del gruppo di lavoro. Questo documento, pubblicato in seguito su diverse riviste scientifiche italiane, è un aggiornamento di un precedente documento del 2004, e di certo rappresenta un importante punto di riferimento per chi si occupa di nutrizione artificiale, iperglicemia e terapia insulinica. La giornata di apertura del convegno ha visto la presentazione di 2 letture che hanno riguardato temi di grande attualità quali” La resistenza insulinica nel paziente critico” a cura del dott. Luca Monge e “Diabete e tumori” a cura del prof. Emanuele Bosi. Nella prima lettura sono stati evidenziati i meccanismi con i quali si instaura nel paziente critico la resistenza insulinica, che può essere considerata una risposta fisiologica “protettiva” allo stress, che si trasforma poi con la comparsa dell’iperglicemia in un patologico e pericoloso ipercompenso. Nella seconda lettura Emanuele Bosi ha affrontato la possibile relazione tra diabete, terapia farmacologia e lo sviluppo di tumori nella persona con diabete. Successivamente il Convegno si è articolato in quattro sessioni scientifiche. La prima dal titolo “Attualità in tema di nutrizione artificiale” effettuata in collaborazione con la SIFO nella quale nelle relazioni che si sono succedute sono stati dibattuti sia argomenti pratici quali la preparazione delle sacche nutrizionali con la corretta utilizzazione insulinica sia quali procedure vengono adottate a livello regionale nella preparazione delle miscele nutrizionali. Infine sono state messe a confronto alcune interessanti esperienze pratiche effettuate Aggiornamento e Formazione in Diabetologia e Malattie Metaboliche Giuseppe Marelli Responsabile U.O. Diabetologia e Malattie Metaboliche, Ospedale di Desio (MI) Corrispondenza Giuseppe Marelli [email protected] Report congressi e convegni nella regione Piemonte e presentate dalla dott.ssa Maria Luisa Amerio di Asti. La seconda sessione è stata organizzata con la SIO ed è stata dedicata alla diabesità e al ruolo del calo ponderale nel controllo metabolico. Nella sua interessante relazione il prof. Vettor ha affrontato l’argomento del controllo neuroendocrino dell’apporto alimentare e la regolazione del bilancio energetico, individuando quali possano essere i mediatori del controllo dell’apporto calorico a livello centrale. Di seguito nella sua relazione il dott. Leotta ha sottolineato che gli effetti metabolici del calo ponderale sono principalmente a carico del compenso glicemico e lipidico, ma effetti favorevoli sono anche a carico di pressione arteriosa e dello stato generale psicofisico del soggetto, sottolineando le strategie basate sulle modifiche dello stile di vita. Il dott. Muratori invece ha parlato di quali siano oggi a disposizione le strategie farmacologiche per il trattamento dell’obesità nel diabete mellito tipo 2. Nell’ultima parte della sessione è stato prospettato dal dott. Sciangula il possibile utilizzo di alcuni farmaci con meccanismo specifico, quali gli analoghi del glucagon-like peptide-1 (GLP-1) che hanno mostrato, oltre alla nota azione di stimolo sulla produzione insulinica, un interessante e significativo calo ponderale nella quasi totalità dei pazienti trattati mediato da una riduzione dell’introito calorico con una azione a livello cerebrale. Da ultimo un up to date sull’impiego della chirurgia bariatrica nel diabete mellito. Il dott. Angrisani ha illustrato le diverse procedure chirurgiche utilizzabili oggigiorno, mentre nella sua relazione il dott. Busetto ha posto l’attenzione sui risultati positivi della chirurgia bariatrica nel paziente diabetico evidenziando l’indicazione a questa strategia quando l’obesità è severa (body mass index, BMI > 35 kg/m2) e il diabete di difficile controllo. Inoltre quando altre strategie si siano rivelate inefficaci, la chirurgia bariatrica può essere considerata un’opzione in grado di prevenire lo sviluppo di diabete tipo 2 in soggetti con obesità severa e alterata tolleranza al glucosio (IGT). La terza sessione è stata incentrata sul trattamento intensivo nella persona con diabete in cui il ruolo dei nuovi farmaci e la loro corretta utilizzazione è stato esaminato in base all’algoritmo terapeutico di consenso. La sessione è stata aperta dal dott. Perriello che ha affrontato le varie proposte terapeutiche degli algoritmi presenti in letteratura concludendo che la terapia farmacologia del diabete mellito di tipo 2 va “sartoriata”. A seguire i dott. Tatti e Arcangeli si sono occupati di mettere in risalto le caratteristiche farmacologiche dei farmaci consolidati e delle nuove terapie G. Marelli 97 farmacologiche. Il dott. Marelli invece si è occupato della terapia insulinica intensiva valutando alcuni aspetti della terapia, e cioè quali tipi di insulina, quando è meglio utilizzare questa opzione e con quali schemi terapeutici. Nella seconda parte della sessione la dott.ssa Suraci ha parlato delle raccomandazioni nazionali e internazionali in tema di autocontrollo domiciliare delle glicemia e dell’importanza che questa pratica riveste in un ottica della persona con diabete sempre più gestore della propria patologia: quindi dall’autocontrollo all’autogestione. Il pomeriggio si è concluso con la relazione del dott. Grassi che ha illustrato quali sono le potenzialità, le indicazioni e i risultati della terapia insulinica con microinfusore. Inoltre sono stati presentati alcuni risultati inerenti il concetto di “chiusura dell’ansa” con l’utilizzo di sensori sottocutanei o esterni per la determinazione della glicemia. L’ultima sessione, la quarta, ha riguardato lo stile di vita con una puntualizzazione sul ruolo dei nutrienti per una corretta alimentazione e su quali possono essere i protocolli applicativi per una giusta attività fisica. L’aderenza ad un corretto stile di vita è forse la cosa più difficile da ottenere e richiede una forte motivazione sia da parte dei pazienti che da parte degli operatori. Come già successo nelle altre 2 edizioni il Convegno si è chiuso con una tavola rotonda su “L’attenzione alla persona con patologia cronica” con interventi di esperti del settore, del Ministero della Salute, l’associazione dei pazienti, gli operatori sanitari stessi. Il convegno, che ha visto la partecipazione di circa 200 tra medici diabetologi, medici nutrizionisti, infermieri e dietisti, è stato seguito con attenzione da tutti i partecipanti ed è stata l’occasione per far il punto della situazione su tematiche di notevole interesse e di attualità. Il “percorso formativo” disegnato, l’indiscusso valore e disponibilità di tutti i relatori e moderatori, l’elevato livello scientifico delle relazioni e la cornice del lago Maggiore hanno fatto sì che questo evento sia stato una “piccola perla” nel panorama delle iniziative scientifiche dell’anno 2010. I dolcetti tipici di Stresa sono le “Margheritine”, ideate nel 1857 dal pasticcere Piero Antonio Bolongaro per farne omaggio all’allora principessa Margherita di Savoia, futura prima regina d’Italia. L’auspicio finale è che non si sia terminato di sfogliare la “margherita” della nutrizione artificiale, e che quest’ultimo atto del percorso di sensibilizzazione possa essere anche l’inizio di eventi che si occupino di questo importante argomento che riguarda principalmente il paziente diabetico ospedalizzato. MeDia 2010;10:98-101 98 Report congressi e convegni CODHy – Controversies to Consensus in Diabetes Obesity and Hypertension Sessione 13 “Therapy in complex patients with T2D current limitations and future treatment options” Renally impaired T2DM Commento e discussione sulla presentazione del prof. E. Ritz La nefropatia diabetica (ND) è la causa principale di insufficienza renale terminale nel mondo occidentale e comporta un aumentato rischio di mortalità cardiovascolare (CV). Nelle fasi iniziali della nefropatia, quando l’albuminuria è presente in minime quantità nelle urine (microalbuminuria) e si assiste alla comparsa di ipertensione arteriosa, la funzione renale è ancora normale e i pazienti possono rispondere bene a una terapia di prevenzione. La microalbuminuria, non solo caratterizza la storia naturale della ND, ma deve anche essere considerata un fattore di rischio di morbilità e mortalità CV indipendentemente dalla presenza degli altri fattori di rischio CV 1 2. La ND è clinicamente definita, nella sua fase conclamata, dalla presenza di proteinuria persistente, cioè di un’escrezione urinaria di proteine uguale o superiore a 500 mg nelle 24 ore (o un’albuminuria uguale o superiore a 300 mg nelle 24 ore o 200 μg/min). Devono essere escluse altre malattie renali o la coesistenza di insufficienza cardiaca o di infezioni delle vie urinarie. Sono numerosi i fattori che giocano un ruolo nello sviluppo della ND 3 4: ipertensione sistemica e glomerulare; albuminuria/proteinuria; controllo glicemico; sesso; durata del diabete; insulino-resistenza; obesità; iperlipidemia; apporto di proteine con la dieta; iperomocisteinemia; fattori endoteliali (fattore di von Willebrand); anemia; fumo; fattori genetici; etnia. Il controllo glicemico è sicuramente importante. Nello studio UKPDS pazienti con nuova diagnosi di diabete tipo 2 (T2DM) sono stati randomizzati a trattamento ipoglicemizzante intensivo o convenzionale. È stata osservata una riduzione della percentuale di pazienti che hanno sviluppato microalbuminuria solo 9 anni dopo l’inizio dello studio 5. Parallelamente nel gruppo in trattamento intensivo è stata rilevata una riduzione anche del numero dei pazienti che progredivano a nefropatia manifesta e raddoppio del valore di creatinina sierica. Tali dati, sull’efficacia del controllo glicemico come strategia per la prevenzione primaria della ND, sono stati confermati anche dallo studio Kumamoto condotto su un’ampia popolazione di diabetici di tipo 2 6. Tuttavia, mancano studi di intervento specifici che valutino l’efficacia del controllo glicemico intensivo sulla progressione della ND nelle fasi più avanzate del danno renale. Il controllo dell’ipertensione arteriosa è un altro obiettivo fondamentale dal momento che rappresenta un importante fattore di rischio di ND ed è chiaramente riconosciuto come promotore della progressione del danno renale 7. Il ruolo del trattamento anti-ipertensivo e dell’impiego di farmaci bloccanti il sistema RAS nello sviluppo della microalbuminuria è stato testato, negli anni scorsi, in diversi studi, come l’EUCLID nel diabete tipo 1, lo stesso UKPDS (UK Prospective Diabetes Study), l’HOPE Study Aggiornamento e Formazione in Diabetologia e Malattie Metaboliche Angelo Lauria Giuseppe Defeudis Paolo Pozzilli Area di Endocrinologia e Diabetologia, Università Campus Bio-Medico di Roma Corrispondenza Paolo Pozzilli [email protected] Report congressi e convegni 99 Soggetti con microalbuminuria (%) 20 Senza ACE-inibitore 15 10 5 0 ACE-inibitore 6 0 12 18 24 30 36 42 48 Follow-up (mesi) N. a rischio ACE-inibitore Senza ACE-inibitore 601 603 503 463 469 424 441 405 417 376 399 357 380 338 311 270 220 188 Figura 1. Curve di Kaplan-Meier con percentuale di soggetti che sviluppano la microalbuminuria durante il trattamento con e senza ACE i. (Heart Outcomes Prevention Evaluation) e l’ABCD (Appropriate Blood Pressure Control in Diabetes) nel T2DM, con risultati contrastanti 8. È riconosciuto che non tutti i farmaci anti-ipertensivi hanno la stessa azione anti-proteinurica e lo stesso effetto nefroprotettivo. Infatti, farmaci che inibiscono il sistema renina-angiotensina (RAS), quali gli inibitori dell’enzima di conversione (ACE-i) o bloccanti del recettore AT1 (ARB), pare conferiscano un effetto nefroprotettivo nei pazienti con diabete che va oltre la loro funzione anti-ipertensiva. A queste strategie se ne accompagnano altre quali l’interruzione del fumo, la riduzione dell’apporto proteico con la dieta e il trattamento delle anomalie dell’assetto lipidico. Il trattamento di questi fattori di rischio dovrebbe essere intrapreso il più precocemente possibile, cioè nello stato di normoalbuminuria. Se il trattamento è aggressivo e multifattoriale, l’effetto di prevenzione degli eventi CV e microvascolari è efficace come ben dimostrato dallo studio Steno 2 nei diabetici di tipo 2 con microalbuminuria persistente 9. T2DM with vascular complications. What is the target? Which treatment? Commento e discussione sulla presentazione del prof. P. Pozzilli Le complicanze macrovascolari del diabete nella loro localizzazione coronarica, cerebrale e periferica degli arti inferiori, rappresentano ancora oggi la maggiore causa di mortalità ed invalidità nei pazienti diabetici. A. Lauria et al. Numerose evidenze epidemiologiche indicano il T2DM come fattore di rischio indipendente per malattie CV. Lo studio Multiple Risk Factor Intervention Trial (MRFIT), che ha coinvolto circa 365.000 persone (di cui 5.000 con diabete) 10, ha chiaramente mostrato come la presenza di diabete mellito sia associata ad aumentato rischio di malattie cardio- e cerebrovascolari indipendentemente da altri fattori di rischio, quali ipertensione arteriosa, fumo di sigaretta e ipercolesterolemia. Per valori crescenti di HbA1c (compresi tra 6 e 11%) il rischio relativo di eventi CV aumenta in maniera lineare e questo tipo di relazione si conferma anche in pazienti con valori di HbA1c considerati nella norma (tra il 5 e il 7%) 11. Queste osservazioni supportano l’idea che l’iperglicemia nel paziente diabetico possa essere considerata un fattore di rischio CV indipendente e che la normalizzazione dei livelli glicemici possa prevenire l’insorgenza di eventi microvascolari e CV. Questa ipotesi, peraltro, ha ritrovato finora solo parziale conferma negli studi clinici di intervento in soggetti con T2DM. I dati indicano infatti che il trattamento intensivo dell’iperglicemia contribuisce in modo limitato (~20%) a ridurre il rischio CV, almeno nei primi 3-5 anni di trattamento 12. Lo studio UKPDS ha dimostrato che la riduzione al 7% del valore medio di HbA1c raggiunto nel gruppo in trattamento intensivo, rispetto al valore di 7,9% ottenuto nel gruppo in terapia convenzionale (7,0 vs. 7,9%, p < 0,001) ha indotto, nel corso di 10 anni di osservazione, una diminuzione del 16% del rischio di infarto del miocardio che non raggiungeva la soglia della signifi- Report congressi e convegni 100 catività (p = 0,052) e nessuna significativa riduzione del rischio di ictus 5. Un recente follow-up a distanza di 10 anni dalla conclusione dello studio UKPDS ha però confermato i benefici osservati durante la prima fase dello studio sulla microangiopatia ed evidenziato effetti favorevoli sulle macroangiopatie. Infatti, nel gruppo inizialmente trattato in maniera intensiva si è riscontrata una significativa riduzione del 15% del rischio di infarto del miocardio e del 13% del rischio di mortalità 13. L’importanza dello stretto controllo della glicemia su morbilità e mortalità CV è stata oggetto di tre recenti importanti trial clinici: Action to Control Cardiovascular Risk in Diabetes (ACCORD) 14, Action in Diabetes and Vascular disease: preterAx anddi amicroN-MR Controlled Evaluation (ADVANCE) 15 e Veterans Affairs Diabetes Trial (VADT) 16. I dati emersi evidenziano come perseguire un target di HbA1c < 7,0% è efficace nel ridurre il rischio CV se il trattamento è implementato sin dalla diagnosi del diabete. Al contrario, in soggetti con lunga durata di malattia il trattamento ipoglicemizzante troppo aggressivo può essere controindicato a causa di frequenti casi di ipoglicemie gravi. Va inoltre ricordato che nello studio Steno-2 9, su un campione relativamente esiguo di soggetti con T2DM, il trattamento intensivo dell’iperglicemia, dell’ipertensione, della dislipidemia e della microalbuminuria comportava, nell’arco degli 8 anni di follow-up, una diminuzione di oltre il 50% del rischio CV. Nel T2DM non bisogna quindi dissuadere dalla ricerca di un buon controllo glicemico purché questo sia individualizzato sulla base di fattori quali durata del diabete, età, comorbidità e presenza di complicanze, e sia compatibile con la prevenzione del rischio ipoglicemico. Multidrug treatment of T2DM, a challenge for compliance Commento e discussione sulla presentazione del prof. S. Del Prato La terapia farmacologica del T2DM è uno degli strumenti fondamentali per ridurre l’impatto individuale e sociale di una malattia a diffusione crescente. D’altro canto, le importanti innovazioni terapeutiche nel settore diabetologico registrate negli ultimi anni, se hanno offerto la possibilità di disporre di opzioni terapeutiche multiple, hanno contemporaneamente reso più complesso il momento decisionale. Si discute pertanto da tempo su quale possa essere l’approccio terapeutico più corretto nei confronti del paziente con T2DM. Le analisi dello UKPDS sono tutte “intention to treat”. In altre parole, la valutazione comparativa avveniva in funzione della randomizzazione iniziale indipendentemente dal fatto che il singolo paziente venisse mantenuto per l’intero periodo di osservazione con il farmaco iniziale. Uno dei risultati chiave dello studio inglese è proprio quello di avere dimostrato come, nell’evolvere della patologia, sempre maggiore è il numero di soggetti che richiede un trattamento combinato con due e più farmaci 5. Il trattamento combinato è, di fatto, una realtà e le linee guida di vari organismi internazionali hanno tentato di razionalizzarne l’indicazione 17-19. L’associazione di più farmaci, utilizzati a dosaggi anche non massimali, produce livelli di HbA1c inferiori rispetto a quelli che si ottengono utilizzando un solo farmaco alla dose massima, e può quindi comportare anche una minor incidenza di eventi avversi. È, per esempio, il caso dell’associazione metformina/glitazone, ma risultati analoghi li aveva anche prodotti la più tradizionale associazione metformina/sulfonilurea. Con l’introduzione dei nuovi farmaci incretino-mimetici e inibitori della DPP-4, che producono riduzioni apprezzabili nei livelli di HbA1c in aggiunta a quanto si ottiene con praticamente qualsiasi altro farmaco ipoglicemizzante nei regimi terapeutici di associazione, si possono esplorare ulteriori combinazioni e immaginare terapie di approccio alla diagnosi costituite anche da tre farmaci diversi. Nell’ottica del mantenimento di un controllo glicemico ottimale e costante, l’instaurazione di varie forme di terapia associata dovrà essere presa in considerazione ogni qualvolta i livelli soglia vengano superati. Ma se aggressivo dovrà essere l’atteggiamento nei confronti del metabolismo glucidico, altrettanto pronto ed efficace dovrà essere il trattamento delle patologie associate: in particolare, ipertensione e dislipidemia. Il concetto di trattamento combinato dovrebbe però essere allargato a includere quello di trattamento complesso o multiplo. Ancora una volta lo UKPDS ha fornito dati di estrema solidità a sostegno dell’importanza del trattamento di patologie frequentemente associate al T2DM 20. La randomizzazione dei pazienti UKPDS a un trattamento antipertensivo aggressivo (PAO 144/82 mmHg) rispetto a uno meno aggressivo (PAO 154/87 mmHg) ha comportato una significativa riduzione del rischio di micro- e macroangiopatia. Lo studio 4S 21 ha egualmente dimostrato la potenza, in termini di riduzione della mortalità CV, del trattamento con statine nel paziente diabetico. Nei pazienti diabetici una valutazione globale e la correzione non solo del profilo glucidico, ma anche degli altri fattori di rischio CV, ha dimostrato notevoli vantaggi nella riduzione degli eventi CV successivi; l’applicazione estensiva di questa strategia nella pratica clinica quotidiana è però tutt’altro che facile e destinata a modesti e temporanei risultati senza un approccio specifico, centrato sull’adesione attiva del paziente alle prescrizioni terapeutiche, sia non farmacologiche che farmacologiche. Bibliografia de Zeeuw D. Albuminuria, not only a cardiovascular/renal risk marker, but also a target for treatment? Kidney Int Suppl 2004;92:S2-6. 2 de Zeeuw D, Parving HH, Henning RH. Microalbuminuria as an early marker for cardiovascular disease. J Am Soc Nephrol 2006;17:2100-5. 3 Keller CK, Bergis KH, Fliser D, et al. Renal findings in patients with short-term type 2 diabetes. J Am Soc Nephrol 1996;7:2627-35. 4 Ravid M, Brosh D, Ravid-Safran D, et al. Main risk factors for nephropathy in type 2 diabetes mellitus are plasma cholesterol levels, mean blood pressure, and hyperglycemia. Arch Intern Med 1998;158:998-1004. 5 UK Prospective Diabetes Study (UKPDS) Group. Intensive blood glucose control with sulphonylureas or insulin compared with con1 CODHy – Controversies to Consensus in Diabetes Obesity and Hypertension Report congressi e convegni ventional treatment and risk of complications with type 2 diabetes (UKPDS 33). Lancet 1998;352:837-53. 6 Shichiri M, Kishikawa H, Ohkubo Y, et al. Long-term results of the Kumamoto Study on optimal diabetes control in type 2 diabetic patients. Diabetes Care 2000;23(Suppl 2):B21-9. 7 Viberti G. The need for tighter control of cardiovascular risk factors in diabetic patients. J Hypertens Suppl 2003;21:S3-6. 8 Fioretto P, Solini A. Antihypertensive treatment and multifactorial approach for renal protection in diabetes. J Am Soc Nephrol 2005;16:S18-21. 9 Gæde P, Vedel P, Larsen N, et al. Multifactorial intervention and cardiovascular disease in patients with type 2 diabetes. N Engl J Med 2003;348:383-93. 10 Stamler J, Vaccaro O, Neaton JD, et al. Diabetes, other risk factors, and 12-yr cardiovascular mortality for men screened in the Multiple Risk Factor Intervention Trial. Diabetes Care 1993;16:434-44. 11 Khaw KT, Wareham N, Bingham S, et al. Association of hemoglobin A1c with cardiovascular disease and mortality in adults: the European prospective investigation into cancer in Norfolk. Ann Intern Med 2004;141:413-20. 12 Stratton IM, Adler AI, Neil HA, et al. Association of glycaemia with macrovascular and microvascular complications of type 2 diabetes (UKPDS 35): prospective observational study. BMJ 2000;321:405-12. 13 Holman RR, Paul SK, Bethel MA, et al. 10-year follow-up of intensive glucose control in type 2 diabetes. N Engl J Med 2008;359:1577-89. 14 Gerstein HC, Miller ME, Byington RP, et al.; Action to Control Cardiovascular Risk in Diabetes (ACCORD) Study Group. Effects of intensive glucose lowering in type 2 diabetes. N Engl J Med 2008;358:2545-59. A. Lauria et al. 101 Patel A, MacMahon S, Chalmers J, et al.; ADVANCE Collaborative Group. Intensive blood glucose control and vascular outcomes in patients with type 2 diabetes. N Engl J Med 2008;358:256072. 16 Duckworth W, Abraira C, Moritz T, et al. Glucose control and vascular complications in veterans with type 2 diabetes (VADT). N Engl J Med 2009;360:129-39. 17 Nathan DM, Buse JB, Davidson Sherwin R, et al. Management of hyperglycemia in type 2 diabetes: a consensus algorithm for the initiation and adjustment oftherapy: a consensus statement from the American Diabetes Association and the European Association for the Study of Diabetes. Diabetes Care 2006;29:1963-72. 18 Nathan DM, Buse JB, Davidson MB, et al. Management of hyperglycemia in type 2 diabetes: a consensus algorithm for the initiation and adjustment of therapy: update regarding thiazolidinediones: a consensus statement from the American Diabetes Association and the European Association for the Study of Diabetes. Diabetes Care 2008;31:173-5. 19 Nathan DM, Buse JB, Davidson MB, et al. Medical management of hyperglycemia in type 2 diabetes: a consensus algorithm for the initiation and adjustment of therapy: a consensus statement of the American Diabetes Association and the European Association for the Study of Diabetes. Diabetes Care 2009;32:193-203. 20 Tight blood pressure control and risk of macrovascular and microvascular complications in type 2 diabetes: UKPDS 38. UK Prospective Diabetes Study Group. BMJ 1998;317:703-13. 21 Pyorala K, Pedersen TR, Kjekshus J, et al. Cholesterol lowering with simvastatin improves prognosis of diabetic patients with coronary heart disease. A subgroup analysis of the Scandinavian Simvastatin Survival Study (4S). Diabetes Care 1997;20:614-20. 15 MeDia 2010;10:102-104 102 NOTIZIE DAL WEB Regioni italiane e gestione integrata del diabete È da rilevare, in premessa, che esiste un’ampia variabilità in Italia circa sia l’attuazione di programmi di gestione integrata del diabete mellito, sia su come essa stessa è intesa, sia infine sugli strumenti con i quali essa dovrebbe essere realizzata. Ne deriva che le varie Regioni espongono sul web materiali molto diversi tra loro (come tipologia e\o contenuti). Una panoramica sulla situazione nelle diverse regioni italiane della gestione integrata del diabete mellito si può trovare alla pagina http://www.epicentro.iss. it/igea/regionali/progetti_reg.asp. Cliccando sulle relative regioni si può prendere visione dello stato dell’arte del progetto IGEA (documenti prodotti, normative, avanzamento del programma formativo, responsabili, elenco formatori, eventuali risultati ottenuti, ecc). Di seguito si segnalano le pagine più significative pertinenti i progetti di gestione integrata presenti sui siti regionali. La regione con la documentazione più ricca e completa è certamente il Piemonte: all’indirizzo http://www.dors. it/diabete/el_diabete. php?cat=B1 sono presenti, linee guida, indicatori, descrizione della modellistica, LEA e la definizione del programma formativo. Gerardo Medea Area Metabolica SIMG, Brescia Corrispondenza Gerardo Medea [email protected] Aggiornamento e Formazione in Diabetologia e Malattie Metaboliche NOTIZIE DAL WEB 103 La regione Emilia-Romagna pubblica documenti sull’impatto sui costi, la prevenzione delle complicanze e la diagnosi precoce dei programmi di assistenza integrata. http://asr.regione.emilia-romagna.it/wcm/asr/aree_di_programma/governoclinico/gr_fun/pr_qualita/stpr_diabetici/pubblicazioni.htm La regione Lazio pubblica un documento non direttamente pertinente la gestione integrata, ma interessante perché introduce il concetto dei PAC (Pacchetti Ambulatoriali Complessi, vale a dire l’accorpamento di prestazioni ambulatoriali) per un’appropriata ed efficiente gestione dei pazienti diabetici. http://www.epicentro.iss.it/igea/pdf/PAC_Lazio.pdf Composizione Per configurarsi il PAC di diabete devono essere erogate almeno 5 prestazioni tra quelle sotto indicate (le analisi cliniche, indipendentemente dal loro numero, vengono conteggiate come una singola prestazione). La definizione del programma diagnostico viene effettuata dal medico referente sulla base delle necessità cliniche del paziente. Nel PAC non possono rientrare prestazioni non comprese nell’elenco sottostante. Le prestazioni dell’elenco, tranne quelle della branca 00 - laboratorio analisi, possono essere erogate una sola volta nell’ambito del PAC. codice P2500 89.01 89.03 93.82.1 G. Medea Prestazione Visita e gestione del PAC Anamnesi e valutazione, definite brevi. Storia e valutazione abbreviata, visita successiva alla prima Anamnesi e valutazione, definite complessive. Visita medico nucleare pretrattamento e successivo follow-up. Visita radioterapica pretrattamento. Stesura del piano di trattamento di terapia oncologica e successivo follow-up. Visita di terapia del dolore e stesura del piano di trattamento. Visita da parte di Team Diabetologico. Stesura del piano di trattamento nutrizionale. Valutazione idoneità al trapianto di rene (trimestrale) Terapia educazionale del diabetico o dell’obeso Programma di educazione pre-dialisi (pep). Per seduta individuale (ciclo di dieci sedute) Costo 25,00 12,76 20,70 4,40 104 NOTIZIE DAL WEB Una panoramica invece su Leggi, circolari e normative regionali circa il diabete mellito si può trovare all’indirizzo: http://www.progettodiabete.org/indice_net1000.html?leggi/r3.html Regioni italiane e gestione integrata del diabete PAGINA PER IL PAZIENTE 105 MeDia 2010;10:105-106 Ecco cosa fare subito dopo la diagnosi di diabete mellito tipo 2, nella sua forma più comune Corrado Artale Medico di Medicina Generale e Diabetologo Corrispondenza Corrado Artale [email protected] Egregio Signore, La Sua malattia adesso non le arreca nessun disturbo apparente ma è in grado di procurarle vasti danni in futuro, se non impara a conoscerla, gestirla ed a controllarla insieme al suo medico. Se ci riuscirà, il suo futuro sarà quasi identico a chi non è ammalato di diabete. La prima cosa da fare sarà di cambiare, anche gradualmente, il proprio modo di vivere. Non sarà facile, come tutte quelle cose che richiedono sacrificio (lo studio, il duro lavoro, ecc.), ma porterà risultati dei quali Lei sarà orgoglioso. Qualunque sia la Sua età, dovrà necessariamente aumentare la propria attività fisica, e ciò non vuol dire solo sport tipici, ma soprattutto marcia a passo svelto quanto più a lungo possibile o cyclette da camera. Questo presidio ha la stessa importanza delle medicine e deve essere quotidiano. Dovrà accuratamente evitare di fare sforzi tali da causare affaticamento respiratorio o cardiaco. I sacrifici più duri saranno quelli che riguardano il proprio rapporto con il cibo, soprattutto se Lei ha l’abitudine di cucinare per sé. Sarebbe ideale che Lei trovasse il proprio pasto già pronto, in maniera che chi l’ha preparato abbia già calcolato la quota calorica che Le spetta per quel pasto. Se non siete così fortunati da avere chi si occupa della vostra alimentazione, ricordatevi di quanto vi ho consigliato e preparate il cibo, sapendo che anche un assaggio per il nostro organismo ha un significato calorico e una ripercussione glicemica. Vi consiglio di dedicare tempo e applicazione alla ricerca di libri o corsi che vi facciano conoscere il valore calorico degli alimenti, aiutandovi a capire la loro composizione. La dieta ed il cambio dello stile di vita sono, infatti, l’unico vero rimedio per la vostra malattia, anche quando siete sicuri che la soluzione sia la compressa o l’insulina. Chi non segue un regime dietetico adeguato, in effetti, ha solo l’impressione di essere curato e si aggrappa ai farmaci con la convinzione che possano arginare le conseguenze del cattivo controllo glicemico. è inoltre molto frequente che, dopo aver raggiunto risultati di qualche importanza, si ritorni gradualmente alle vecchie abitudini di vita, vanificando, in pratica, tutto l’operato precedente. è meglio concedersi tempi più lunghi e obiettivi più semplici, pur di arrivare a modifiche stabili del proprio tenore di vita. Anche una perdita di pochi chilogrammi è un obiettivo vantaggioso, purché sia stabile. L’alimentazione tipica della nostra società attuale, in questo momento storico, è francamente molto distante da quella tipica della specie umana fino a qualche secolo fa. Allora per procurare il cibo era necessario spendere una gran quantità di energie e i cibi erano grezzi, ricchi di fibre e materiale indigeribile. I compiti digestivi erano semplici da svolgere per l’intestino e il metabolismo aveva poche occasioni per ingolfarsi. L’attività svolta dai muscoli favoriva il dispendio energetico e pochi erano gli individui in sovrappeso. Oggi la facilità con la quale è possibile aver a disposizione gli alimenti, e per giunta raffinati e Aggiornamento e Formazione in Diabetologia e Malattie Metaboliche 106 ricchi di calorie, diventa per molti un’occasione per farsi del male non volendolo, provando il piacere irrinunciabile di alimentarsi anche oltre il limite della sazietà. La società consumistica crea nuove false esigenze nutrizionali ed esorta i più deboli culturalmente a modificare le proprie abitudini alimentari in senso deteriore (dolci e gelati tutti i giorni, salumi, latticini ecc.). Il risultato è che troppa gente ha un peso corporeo superiore al consentito, mangia cibi raffinati, ipercalorici e per aver un sufficiente senso di sazietà, non utilizzando cibi ricchi di fibre, introita il doppio delle calorie. Per andare controcorrente bisognerà informarsi di più, resistere ai richiami di chi propone il cibo come modello di conquista sociale e come premio. Bisognerà pesarsi ogni settimana e in mancanza di apprezzabili risultati verificare, magari scrivendo una lista, tutto quello che si è mangiato, in alcuni giorni della settimana. Se non si è rispettato il programma di attività fisica o altro è meglio comunicarlo al medico. è meglio precisare che inequivocabilmente ogni mancato successo nella perdita di peso corporeo è dovuto ad errori nell’applicazione dei consigli dietetici. PAGINA PER IL PAZIENTE Spesso la responsabilità di questi errori è dello stesso medico che non sa comunicare con il proprio paziente e non riesce a far comprendere che osservare una dieta è rivoluzionare il proprio modo di vivere. Altre volte è il paziente che, magari inconsciamente, resiste al cambiamento, perché fare una rivoluzione è difficile e soprattutto faticoso. La fase del mancato raggiungimento degli obiettivi preposti è la più delicata sia per il medico sia per il paziente. Nella fase della verifica possono avvenire turbative del rapporto di fiducia. Quando i risultati non sono valutati positivamente sia il medico, sia il paziente possono attribuirsi reciprocamente la responsabilità del fallimento. Il recupero della reciproca fiducia è facilitato dal capirsi meglio e dall’essere conscio fin dall’inizio che il percorso non è dei più facili. Nessun timore di dire al medico che non si riesce a cambiare il proprio modo di alimentarsi o di vivere, perché è naturale che sia così. Sapere accettare l’insuccesso e chiedere aiuto più volte sono la strada da percorrere. I risultati alla fine arriveranno giacché, se veramente volete cambiare il vostro futuro, riuscirete. Ecco cosa fare subito dopo la diagnosi di diabete mellito tipo 2, nella sua forma più comune SEzione di formazione Notizie dal mondo perdel l’autovalutazione farmaco 107 MeDia 2010;10:107-115 Terapia antiossidante e neuropatie La neuropatia diabetica: questa sconosciuta Giuseppe Bax, Federico Bellavere* U.O. di Diabetologia, Dietologia e Malattie del metabolismo, Università di Padova; * U.O. di Medicina Generale, Ospedale “Villa Salus”, Mestre Corrispondenza: Giuseppe Bax, [email protected] Introduzione L’associazione tra diabete mellito e neuropatia è stata individuata già dall’antichità. Il primo autore che ha identificato i segni compatibili con la neuropatia diabetica è stato il medico indiano Susruta che nel 5 secolo a.C. in sancrito scrisse “ il paziente lamenta una sete profonda, bruciori alla piante dei piedi e alle mani, la pelle diventa untuosa e viscida, le complicazioni includono diarrea, costipazione e sincope”. Anche i medici persiani come Ibn Sina e il filosofo e medico arabo Avicenna segnalarono, come complicanze del diabete, la gangrena e il “collasso della capacità sessuale” 1. Le osservazioni cliniche di questi autori furono puntualizzate in età moderna prima da Rollo nel 1798, e poi da Marchal de Calvi che segnalarono la similitudine dei sintomi neurologici con quelli della sifilide, e da Pavy a Cardiff, Pryce a Nottingham che documentarono rispettivamente la clinica e le lesioni anatomo-patologiche dei nervi del diabetico descritte più tardi magistralmente da Charcot a Parigi 1. L’impatto epidemiologico La polineuropatia simmetrica distale colpisce circa 1 paziente diabetico su 3, rappresenta un problema clinico emergente e spesso non studiato 2-4. La prevalenza della neuropatia è eccezionalmente alta, si passa dal 36% dello studio italiano al 28% dello studio di americano, al 46% della coorte di Rochester e al 25% del San Luis Valley 3. Più sofisticata è la batteria di strumenti diagnostici utilizzati e più è elevata la sensibilità e specificità diagnostica nei confronti della complicanza neurologica; si raggiungono percentuali del 50% quando la diagnosi viene valutata usando test obiettivi come la conduzione nervosa. Esistono fattori legati all’ambiente, allo stile di vita e alla genetica 3 4. Recentemente uno studio inglese ha documentato come le etnie asiatiche che vivono in Inghilterra hanno una percentuale più bassa di neuropatia sia delle piccole che delle grandi fibre nonostante abbiano la medesima esposizione ai tradizionali fattori di rischio 5. Spesso la presenza di questa complicanza sconosciuta (perché non si cerca clinicamente) si manifesta con la forma dolorosa che secondo alcuni autori è nell’ordine dell’1% nel tipo 2 e del 6% nel tipo 1, per altri si attesta tra il 10-20% 6. La prevalenza della neuropatia e dei suoi sintomi peggiora con la durata della malattia. Nello studio Monica/Kora la prevalenza del disturbo era 13,3% nei diabetici, 8,7% nei pazienti con alterata glicemia a digiuno, 4,2% in quelli con alterata glicemia a digiuno, mentre 1,2% nei pazienti normoglicemici 2. Infine bisogna ricordare che il 5% della neuropatie nel diabetico non sono legate alla malattia, la presenza di neuropatie infiammatorie croniche demielinizzanti nel diabetico è 10 volte più Aggiornamento e Formazione in Diabetologia e Malattie Metaboliche 108 Tabella I. Neuropatie associate al diabete basate sul pattern anatomico. Simmetrica Polineuropatia diabetica Neuropatia autonomica (DAN) Neuropatia con IGT Neuropatia dolorosa sensitiva con perdita di peso: cachessia diabetica Neurite da insulina Neuropatia ipoglicemica Polineuropatia dopo chetoacidosi Poliradiculopatia cronica infiammatoria demielinizzante Asimmetrica Neuropatia dei nervi cranici Mononeuropatia Neuropatia del nervo mediano al polso Neuropatia dell’ulnare al gomito Neuropatia del peroneo alla testa della fibula Radiculoplessopatie Cervicale Toracica Lombosacrale alta che nella popolazione generale, la presenza di neuropatia delle piccole fibre nell’IGT sembra essere più alta che nel diabete manifesto, anche se recentemente vi sono dati discordanti 7. Il danno ai vari tipi di fibre che sono rappresentate nel sistema nervoso periferico è collegato a un diffuso e lungo processo che interessa anche altri fattori oltre che l’iperglicemia. La neuropatia diabetica inizia con un lungo periodo di latenza la cui identificazione e gestione è difficile, ma è indispensabile diagnosticarla in tempo e negli stadi più precoci poiché può progredire e produrre morbilità severa e alti costi sanitari 2 3. Negli Stati Uniti è stato documentato che il costo della neuropatia diabetica rappresenta il 27% dei costi totali del diabete (circa 13.7 miliardi di dollari l’anno) 8. Il costo annuale per paziente con complicanze microvascolari, associabili a neuropatia, rispetto a quello senza è di 14.414 vs. 8669 dollari 9. La classificazione e la diagnosi Recentemente Djck 10 ha proposto una classificazione molto utile per la pratica clinica di tutti i giorni (Tab. I). Nella valutazione il medico deve chiedere se il paziente ha sintomi correlabili a neuropatia, visitarlo, sommistrare un protocollo minimo che si compone di una valutazione qualitativa o semiquantitativa delle sensibilità tattile vibratoria e dolorosa. La presenza di una positività clinica dubbia impone l’approfondimento con test strumentali più sofisticati di tipo elettrofisiologico per lo studio delle fibre di grosso calibro e/o per la diagnostica di neuropatie da intrappolamento; lo studio quantitativo della sensibilità, lo studio dell’innervazione della cornea, il riflesso cutaneo con laser Notizie dal mondo del farmaco doppler e il prelievo cutaneo sono riservati alle fibre di piccolo calibro. Attualmente la diagnosi clinica viene fatta tardi e non a tutti i pazienti principalmente per la mancanza di tempo del personale sanitario. Ciò è forse associato anche alla convinzione che nulla si possa fare per pazienti colpiti da neuropatia e che quindi il tempo impegnato nella sua diagnosi sia “buttato” tanto che qualcuno in tempo non troppo lontano ha sostenuto che a diagnosi fatta non resta altro che commiserare il paziente. Al contrario, la neuropatia, quando rilevata nelle prime fasi è curabile oltre che contenibile nella sua evoluzione. Per ovviare all’importante deficit assistenziale sopra citato è forse il caso di considerare l’opportunità di intervenire su due livelli: a) da un lato sulla clinical governance dei medici nella gestione di questa complicanza (i cui costi sociali sono per altro elevatissimi) con l’accreditamento di quelle strutture che sono in grado di supportare adeguatamente la diagnostica e la cura delle complicanze della malattia diabetica; b) dall’altro è anche auspicabile si eserciti una (giusta) pressione sociale da parte dei pazienti diabetici (che sono circa il 7-8% della popolazione), tramite le loro associazioni, per un corretto più vasto controllo di tutte le complicanze della malattia da parte dei medici curanti. Questo significa assicurare standard assistenziali più elevati, diminuire costi sociali (e individuali) diagnosticando e trattando meglio questa complicanza ancora misconosciuta che evolve spesso (quasi sempre) con quadri clinici devastanti: ulcera trofica del piede (i.e. grave invalidità e sofferenza), cardiopatia ischemica silente (i.e. elevato rischio di morte improvvisa), deficit erettile (i.e. depressione, scadente qualità di relazione). È forse giunto il momento di percorrere ogni tentativo per porre rimedio a questa sofferenza di proporzioni epidemiche 11. Tra i farmaci che intervengono sulla fisiopatologia della neuropatia diabetica quello più conosciuto è l’acido α-lipoico. La molecola è stata utilizzata, usando differenti disegni di studio, durata di trattamento e posologia in 7 studi Aladin I-III, Dekan, l’Orpil, il Sydney, il Nathan II e il Sydney II. Una metanalisi eseguita su circa 1258 pazienti diabetici che avevano assunto 600 mg di farmaco per ridurre i sintomi di neuropatia ha dimostrato che: a) esiste un effetto anche sul deficit neuropatico; b) l’uso orale per 3-7 settimane riduce i deficit neurologici e migliora la neuropatia autonomica cardiovascolare. (da Ziegler D. Thioctic acid for patients with symptomatic diabetic polyneuropathy: a critical review. Treat Endocrinol 2004;3:17389, mod.; Ziegler D, Ametov A, Barinov A, et al. Oral treatment with alpha-lipoic acid improves symptomatic diabetic polyneuropathy: the SYDNEY 2 trial. Diabetes Care 2006;29:2365-70). Terapia antiossidante e neuropatie Notizie dal mondo del farmaco 109 Bibliografia 6 Aspetti clinico-farmacologici sici che portano a necrosi cellulare. La produzione di radicali liberi è tuttavia controllata, in situazioni fisiologiche, da sistemi enzimatici e da fattori non-enzimatici e può essere vista come il risultato di un bilancio tra pro-ossidanti e antiossidanti. Tra gli enzimi ad attività antiossidante si ricordano la superossido dismutasi, la catalasi, la tiol transferasi e la glutatione perossidasi; i fattori antiossidanti devono essere forniti dalla dieta, come parte dei cosiddetti micronutrienti, e comprendono alcune vitamine, metalli e numerosi altri composti come i flavonoidi e i fenoli. Il crescente interesse verso gli antiossidanti è dovuto da una parte all’accumularsi di dati sperimentali che identificano nell’incontrollata produzione di radicali liberi specifici eventi dell’eziologia di varie malattie quali il cancro, l’artrite reumatoide, l’aterosclerosi, i processi degenerativi associati all’invecchiamento e la neurodegenerazione (Fig. 1). Dall’altra parte, altri dati indicano che un’aumentata assunzione di antiossidanti riduce l’incidenza di queste patologie. In realtà, non è scientificamente corretto parlare di radicali liberi come i soli responsabili dello stress ossidativo. Il termine “specie reattive dell’ossigeno” (ROS) è più corretto e viene spesso usato per includere, non solo i radicali idrossile (OH˙), alcossile (ROO˙), superossido (O2˙-), ma anche le specie non radicaliche come acido ipocloroso (HOCl), ossigeno singoletto (1O2), perossinitrito (ONOO-), ozono (O3) e perossido di idrogeno (H2O2). È noto ormai da anni che i più importanti radicali coinvolti nei processi biologici sono il radicale idrossile, l’anione superossido, il monossido d’azoto e il perossile. Stress ossidativo è quindi il termine che indica lo squilibrio tra la generazione di ROS e la difesa degli antiossidanti. Un grave stress ossidativo può causare danno e conseguente morte cellulare. L’importanza del danno causato dallo stress ossidativo dipende dal target molecolare, dalla gravità dello stress, dal meccanismo mediante il quale l’ossidazione è imposta. Skljarevski V, Lledo A. Diabetic neuropathies. Arch Neurol 2006;63:1502-4. 2 Ziegler D, Rathmann W, Dickhaus T, et al.; KORA Study Group. Neuropathic pain in diabetes, prediabetes and normal glucose tolerance: the MONICA/KORA Augsburg Surveys S2 and S3. Pain Med 2009;10:393-400. 3 Perkins BA, Orszag A, Ngo M, et al. Prediction of incident diabetic neuropathy using the monofilament exam: a 4-year prospective study. Diabetes Care 2010 Mar 31 [Epub ahead of print]. 4 Boulton AJ, Vinik AI, Arezzo JC, et al.; American Diabetes Association. Diabetic neuropathies: a statement by the American Diabetes Association. Diabetes Care 2005;28:956-62. 5 Abbott CA, Chaturvedi N, Malik RA, et al. Explanations for the lower rates of diabetic neuropathy in Indian Asians versus Europeans. Diabetes Care 2010;33:1325-30. 1 Francesco Visioli Universitè Pierre et Marie Curie, Parigi e Nutrition Foundation of Italy, Milano Corrispondenza: [email protected] La neuropatia diabetica è associata ad aumentato stress ossidativo, in misura maggiore di quanto si verifica in pazienti affetti da diabete senza questa ulteriore complicanza. Questo indica che il componente “stress ossidativo” gioca un ruolo importante nello sviluppo delle complicanze neurologiche del diabete e che potrebbe rappresentare un target importante per migliorare la prognosi in questi pazienti. Dal punto di vista meccanicistico, esistono ragioni biochimiche ben definite per spiegare l’aumentato stress ossidativo come fattore complicante il diabete. In particolare, alte concentrazioni di glucosio stimolano la produzione di radicali liberi (anione superossido e, quindi, perossinitrito, vedi sotto) a livello mitocondriale. Questo processo innesca un circolo vizioso, in cui l’aumentata produzione di radicali liberi da parte dei mitocondri porta a disfunzione mitocondriale, a disaccoppiamento della catena respiratoria e, a sua volta, a maggior produzione di specie reattive dell’ossigeno. Il ciclo può continuare fino all’apoptosi, ma in ogni caso porta conseguenze gravi a livello strutturale. Stress ossidativo – come si forma La formazione di radicali liberi dell’ossigeno, specie molecolari molto reattive, è un processo diffuso nell’organismo che ha luogo nel caso di eventi come quelli di natura infiammatoria quali la fagocitosi, oltre ad essere coinvolta in processi citotos- G. Bax, F. Bellavere, F. Visioli Argoff CE, Backonja MM, Belgrade MJ, et al. Consensus guidelines: treatment planning and options. Diabetic peripheral neuropathic pain. Mayo Clin Proc 2006;81:S12-25. 7 Boulton AJ, Malik RA. Neuropathy of impaired glucose tolerance and its measurement. Diabetes Care 2010;33:207-9. 8 Gordois A, Scuffham P, Shearer A, et al. The health care costs of diabetic peripheral neuropathy in the U.S. Diabetes Care 2003;26:1790-5. 9 Tunis SL. A cost-effectiveness analysis to illustrate the impact of cost definitions on results, interpretations and comparability of pharmacoeconomic studies in the US. Pharmacoeconomics 2009;27:735-44. 10 Sinnreich M, Taylor BV, Dyck PJB. Diabetic neuropathies classification, clinical features and pathophysiological basis. The Neurologist 2005;11:63-79. 11 Boulton AJ. Whither clinical research in diabetic sensorimotor peripheral neuropathy? Problems of end point selection for clinical trials. Diabetes Care 2007;30:2752-3. 110 L’incontrollata produzione di radicali liberi specifici è implicata nell’eziologia di varie malattie quali il cancro, l’artrite reumatoide, l’aterosclerosi, i processi degenerativi associati all’invecchiamento e la neurodegenerazione Specie reattive dell’ossigeno (ROS) è il termine più corretto che annovera i radicali idrossile (OH˙), alcossile (ROO˙), superossido (O2˙-), ed altre specie non radicaliche I radicali più importanti coinvolti nei processi biologici sono il radicale idrossile, l’anione superossido, il monossido d’azoto e il perossile Stress ossidativo è il termine che indica lo squilibrio tra la generazione di ROS e la difesa degli antiossidanti Un grave stress ossidativo può causare danno e conseguente morte cellulare Tra gli enzimi ad attività antiossidante si ricordano la superossido dismutasi, la catalasi, la tiol transferasi e la glutatione perossidasi. I fattori antiossidanti devono essere forniti dalla dieta o da specifici integratori di micronutrienti, come alcune vitamine, metalli e numerosi altri composti tra i quali i flavonoidi e i fenoli Antiossidanti ROS (es. O2˙-) Notizie dal mondo del farmaco Tabella I. Emivita di alcuni tra i principali radicali liberi. Radicale Emivita Idrossile 10-9 s Superossido 10-6 s Ossido nitrico da 1 a 10 s acido grasso o zucchero) si trovi nelle vicinanze. Dal punto di vista quantitativo, si è calcolato che circa l’1-2% dell’ossigeno respirato sfugge alla normale catena di produzione di energia mitocondriale e si trasforma in anione superossido. Sempre secondo questi calcoli, ogni individuo produce quasi 2 kg di anione superossido l’anno. È proprio in virtù dell’elevata reattività dell’anione superossido e della sua rilevanza quantitativa che si stanno preparando strategie terapeutiche per contrastarne la produzione o rimuoverlo prontamente una volta formato. In particolare, si deve evitare che l’anione superossido reagisca con il nitrossido per Infiammazione • Dolore • IBD/Crohn • Osteoartrite • Artrite reumatoide • Dermatite/psoriasi CV/neuro/polmonare • Ischemia-reperfusione • Shock (citochine/interleuchine) • Trapianto • Ictus • Asma Oncologia • Inibizione della crescita tumori • Riduzione effetti collaterali chemio- e radioterapia ROS: specie reattive dell’ossigeno (reactive oxygen species); IBD: inflammatory bowel disease. Figura 1. Patologie in cui è coinvolto lo stress ossidativo e potenziali bersagli della terapia antiossidante. Radicali liberi: focus sull’anione superossido (O2˙-) Questa specie reattiva è prodotta da un certo numero di sistemi enzimatici ed è un radicale con reattività selettiva. In soluzione acquosa il superossido può ossidare l’acido ascorbico, e può ridurre complessi del ferro come il citocromo C e il Fe-EDTA (acido etilendiamminotetraacetico). L’anione superossido è uno dei radicali liberi più reattivi, con un’emivita di un milionesimo di secondo (Tab. I). Proprio la sua reattività fa si che, una volta prodotto, possa reagire con qualunque macromolecola (proteina, formare perossinitrito (Fig. 2), molto reattivo ed estremamente dannoso (Fig. 3). Dal punto di vista fisiologico, le cellule sono attrezzate con la superossido dismutasi (SOD), che catalizza la dismutazione del superossido in H2O2 e O2. L’interesse per il ruolo che l’anione superossido svolge nelle patologie neurodegenerative è stato inizialmente stimolato dagli studi di Joe Beckman et al., che hanno dimostrato come una mutazione della SOD fosse implicata nella patogenesi di alcune forme di sclerosi laterale amiotrofica. Da questi studi ne so- Terapia antiossidante e neuropatie Notizie dal mondo del farmaco 111 producono maggiori flussi di glucosio attraverso la glicolisi, la decarbossilazione del piruvato e il ciclo dell’acido citrico. La maggior produzione di glucosio porta a un sovraccarico della catena di trasporto mitocondriale che, a sua volta, conduce a produzione di anione superossido e concomitante minor produzione di nitrossido, risultante in disfunzione endoteliale. La somma di queste reazioni è un danno ossidativo alle macromolecole vascolari, come DNA e zuccheri. Proprio il ruolo giocato dall’anione superossido nell’insorgenza di tali patologie spiega perché la terapia con antiossidanti classici non ha effetti benefici. La vitamina E, ad esempio, è inefficace nei confronti dell’anione superossido e il suo utilizzo, quindi, non ha basi biochimiche nel caso di neuropatia diabetica. Infatti questa vitamina non risulta sufficiente da sola ad inibire la formazione di radicali liberi secondari. Molti tra i farmaci in questo momento in uso per il controllo del microcircolo nel diabete, come gli ACE-inibitori, i bloccanti del recettore dell’angiotensina e le statine, hanno attività antiossidante e modulano la produzione di anione superossido. Proprio queste attività – oltre a quelle più farmacologicamente proprie di dette molecole – spiegano in parte le loro azioni terapeutiche. Tra le molecole di più recente impiego vi sono la SOD e l’acido alfa-lipoico. L’impiego della SOD in terapia deriva dalla scoperta che l’orgoteina, una metallo-proteina dipendente da Cu+ e Zn++ preparata da tessuto animale, ha potenti attività antinfiammatorie e che la sua struttura corrisponde a quella della SOD isolata da eritrociti bovini. Il ruolo della SOD in neurodegenerazione è stato chiarito grazie all’uso di animali transgenici, che hanno dimostrato come un’attività insufficiente della SOD porta alla formazione di aggregati proteici nel citoplasma e a morte neuronale a causa della formazione di perossinitrito. ONOO NO (6,7 X × 109 M-1s-1) - O2˙SOD (2 × 109 M-1s-1) ½ H2O2 + ½ O2 Figura 2. L’anione superossido (O2˙-) reagisce con il nitrossido (NO) per formare perossinitrito (ONOO-). La reazione è molto rapida e la SOD, presente nella cellula in alte concentrazioni, impedisce proprio il formarsi di perossinitrito. no originati altri che stanno chiarendo il ruolo dei ROS e degli antiossidanti nelle patologie neurologiche e nelle complicanze a loro associate. Dal punto di vista nutrizionale la SOD si trova in diversi alimenti di origine animale e vegetale. Esistono però problemi di assorbimento di questa proteina, che l’industria farmaceutica ha aggirato grazie a procedimenti innovativi. Dal momento che la sintesi chimica è troppo costosa e laboriosa, la fonte più importante di SOD è attualmente rappresentata dai semi di melone, dai quali si ricavano estratti titolati in SOD. Stress ossidativo e neuropatie Lo stress ossidativo interviene sia nella patogenesi sia nell’evoluzione di numerose neuropatie. Un esempio è quello della neuropatia diabetica. In condizioni d’iperglicemia, le cellule endoteliali O2.- +NO Perossidazione lipidica ONOO- Rilascio citochine Formazione fattori chemotattici (LTB4) Inattivazione neurotrasmettitori (NE, Epi) Figura 3. Attività nocive del perossinitrito (ONOO-). G. Bax, F. Bellavere, F. Visioli Molecole d’adesione Citotossicità Danno DNA Inattivazione recettori (es. steroidi) Inattivazione enzimi (es. MnSOD) Notizie dal mondo del farmaco 112 riduce la percentuale di radicali liberi che sfuggono alla catena respiratoria. Una recente meta-analisi di quattro trial randomizzati e controllati con placebo che hanno coinvolto un totale di 1258 pazienti diabetici ha mostrato che la somministrazione di 600 mg/die di acido alfa-lipoico è in grado di migliorare le misure di neuropatia periferica (Fig. 4). A questa meta-analisi si è recentemente aggiunto un altro trial, il SYDNEY 2 condotto da Ziegler et al. che ha coinvolto 182 pazienti affetti da diabete di tipo I o di tipo II, nei quali un trattamento di cinque settimane con acido alfa-lipoico ha prodotto un miglioramento dei sintomi neurologici. In particolare, i pazienti sono stati trattati con 600, 1200 o 1800 mg/die di acido alfa-lipoico (contro placebo), per cinque settimane. La dose di 600 mg/die si è rivelata la più efficace in termini di rischio/beneficio, apportando un significativo miglioramento dei sintomi neurologici rispetto al placebo (Total Symptom Score, TSS), una riduzione del dolore ed un miglioramento generale della qualità della vita percepita dai pazienti (Fig. 5). Superossido dismutasi È un enzima intracellulare che rimuove l’anione superossido, uno dei radicali liberi più reattivi, responsabile della formazione dei ROS secondari È utilizzata in neuropatia diabetica e potrebbe essere di grande aiuto nella terapia delle neuropatie, in cui la componente di stress ossidativo gioca ruoli importanti Esiste in formulazioni farmaceutiche innovative che ne permettono l’assorbimento A margine degli studi sulle correlazioni tra neuropatie e stress ossidativo se ne inseriscono altri mirati a valutare l’attività di enzimi antiossidanti (in particolare della SOD) sui livelli di fatica percepiti. Si tratta di sintomi cui spesso il medico di base, in assenza di segni clinici manifesti, non riesce a far fronte. Anche in questo caso, la somministrazione di SOD estratta dal melone migliora la sintomatologia, suggerendo un legame tra stress ossidativo ed insorgenza di fatica, forse su base neurologica. È da sottolineare come la formulazione farmaceutica utilizzata sia in grado di aumentare le concentrazioni cellulari di SOD (Tab. II), dimostrando l’aumentata biodisponibilità. L’acido alfa-lipoico (acido 1,2-ditiolan-3-pentanoico, una volta conosciuto come acido tioctico) è un composto di tiolico che si trova in natura e che è sintetizzato nei mitocondri come cofattore dell’alfa ketoacido deidrogenasi. Come tale, l’acido alfalipoico è indispensabile al metabolismo energetico dei mitocondri. Oltre alla sintesi endogena, parte dell’acido alfa-lipoico che si trova nell’organismo deriva dalla dieta (o dagli integratori). Ad oggi, l’acido alfa-lipoico è stato descritto come un potente antiossidante biologico, un agente detossificante (tramite l’attivazione degli enzimi di fase II) e una molecola terapeutica da utilizzare nel diabete e nelle sue complicanze. Sulla scorta delle molteplici attività biologiche dell’acido alfa-lipoico, la sua diffusione come integratore sta aumentando rapidamente. In effetti, nonostante l’acido alfa-lipoico si trovi in carne, frattaglie, frutta e verdure, tutti gli studi sono stati eseguiti con quantità farmacologiche (da 50 a 600 mg), disponibili solo tramite integrazione. I meccanismi d’azione dell’acido alfa-lipoico sono vari. Grazie alla sua struttura chimica agisce da chelante dei metalli (limitandone quindi la tossicità intracellulare), da mediatore del segnale cellulare, da precursore della sintesi del glutatione e da antiossidante intracellulare. In particolare, l’acido alfa-lipoico ripristina il corretto rapporto tra glutatione ridotto e glutatione ossidato (a favore del primo). Infine, agendo a livello mitocondriale (dove, ricordiamo, è anche prodotto) l’acido alfa-lipoico Sicurezza d’uso Dal punto di vista della maneggevolezza, l’acido alfa-lipoico mostra un ottimo profilo di sicurezza, di molto superiore a quello di farmaci tradizionalmente usati in terapia neurologica. Il numero di pazienti che è necessario trattare perché si verifichi un effetto collaterale (number needed to harm, NNH), tra l’altro quasi esclusivamente di natura gastrointestinale, è molto elevato e quindi non pone problemi per la sua aggiunta alla terapia farmacologica standard (vedi Spallone et al., 2009). Il particolare profilo di sicurezza dell’acido alfa-lipoico è stato anche recentemente sottolineato da H.-J. Ruessman che, in un articolo in cui si valutano gli effetti dell’acido alfa-lipoico basandosi sull’esperienza quotidiana, sottolinea come questa molecola sia più economica e sicura del gabapentin, rispetto al quale migliora anche le funzioni sensoriali. Conclusioni Sono ormai numerosi gli studi che dimostrano l’implicazione dello stress ossidativo in neuropatogenesi. Anche se l’origine delle specie reattive dell’ossigeno è varia, è chiaro che i mitocondri giocano un ruolo quantitativamente importante nella produzione di radicali liberi, soprattutto di anione superossido che sfugge alla catena di trasporto degli elettroni. Dal punto di vista terapeutico, quindi, è importante scegliere antiossidanti mirati all’anione Tabella II. Contenuto in SOD di fegato e globuli rossi di ratti cui è stata somministrata una dieta standard (STD) o arricchita con SOD biodisponibile (Extramel®) a tre diversi dosaggi crescenti (da Decordé et al., 2009, mod.). STD sod1 sod2 Fegato (IU/mg proteina) 21,9 ± 1,4 20,7 ± 0,7 20,2 ± 0,7 45,1 ± 4,6* Gobuli rossi (IU/g Hb) 880 ± 21 1242 ± 31 1305 ± 28 1342 ± 24* * sod3 * * p < 0,05 rispetto alla dieta standard. Terapia antiossidante e neuropatie Notizie dal mondo del farmaco 113 Differenze relative (%) di TSS tra acido lipoico e placebo 40 30 20 10 0 1 2 3 5 6 7 8 9 -10 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 LV Giorni Figura 4. Valutazione globale dei sintomi - Differenze giornaliere relative tra acido lipoico e placebo nei trial svolti finora con questo composto (da Ziegler et al., 2004, mod.). 11 10 TSS (punti) 9 8 7 6 5 4 3 Screening sett. 0 Baseline sett. 1 sett. 2 Run-in Media ± SEM: sett. 3 sett. 4 sett. 5 Trattamento Placebo ALA600 ALA1200 ALA1800 Figura 5. Studio SYDNEY 2: sintomi neurologici in pazienti trattati con diverse dosi (800, 1200, o 1800 mg/die) di acido alfa-lipoico o placebo, per 5 settimane. La dose di 600 mg/die si è rivelata quella con il miglior rapporto rischio/beneficio (da Ziegler et al., 2006, mod). G. Bax, F. Bellavere, F. Visioli 114 Notizie dal mondo del farmaco Iperglicemia Neuropatia Figura 6. Vie di segnale tramite le quali l’iperglicemia provoca neuropatia. La maggior produzione di anione superossido da parte dei mitocondri e la sua combinazione con il nitrossido porta alla formazione di perossinitrito e a danno alle macromolecole. Dal punto di vista terapeutico si può intervenire con acido alfa-lipoico (a livello mitocondriale) e con superossido dismutasi (SOD), per limitare la formazione di prodotti ossidanti. superossido ed ai mitocondri, senza disperdersi in tentativi con molecole dall’azione antiossidante generica, ma non diretta ai radicali liberi responsabili dei danni ossidativi. Tra le molecole più studiate, come descritto in quest’articolo, vi sono la superossido dismutasi e l’acido alfa-lipoico, entrambi presenti nei mitocondri ed entrambi impiegati con successo come supporto alla terapia di varie patologie su base ossidativa (Fig. 6). Appare quindi opportuno avvantaggiarsi delle nuove formulazioni farmaceutiche e prendere in considerazione la loro aggiunta al regime terapeutico delle neuropatologie, al fine di limitare i danni irreversibili da loro indotti alle strutture vascolari e nervose. Bibliografia Ceriello A, Motz E. Is oxidative stress the pathogenic mechanism underlying insulin resistance, diabetes, and cardiovascular disease? The common soil hypothesis revisited. Arterioscler Thromb Vasc Biol 2004;24:816-23. Cumbie BC, Hermayer KL. Current concepts in targeted therapies for the pathophysiology of diabetic microvascular complications. Vasc Health Risk Manag 2007;3:823-32. Decorde K, Ventura E, Lacan D, et al. An SOD rich melon extract Extramel((R)) prevents aortic lipids and liver steatosis in diet-induced model of atherosclerosis. Nutr Metab Cardiovasc Dis 2009 Aug 18 [Epub ahead of print]. Estevez AG, Crow JP, Sampson JB, et al. Induction of nitric oxide-de- pendent apoptosis in motor neurons by zinc-deficient superoxide dismutase. Science 1999;286:2498-500. Lyons TJ, Gralla EB, Valentine JS. Biological chemistry of copper-zinc superoxide dismutase and its link to amyotrophic lateral sclerosis. Met Ions Biol Syst 1999;36:125-77. Milesi MA, Lacan D, Brosse H, et al. Effect of an oral supplementation with a proprietary melon juice concentrate (Extramel) on stress and fatigue in healthy people: a pilot, double-blind, placebo-controlled clinical trial. Nutr J 2009;8:40. Muizelaar JP, Marmarou A, Young HF, et al. Improving the outcome of severe head injury with the oxygen radicals cavenger polyethylene glycol-conjugated superoxide dismutase: a phase II trial. J Neurosurg 1993;78:375-82. 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MeDia 2010;10:116-119 2009;9:00-00 116 SEzione Notizie di formazione dal mondo per l’autovalutazione del farmaco Nuove evidenze di ezetimibe/simvastatina: L’uso dello delle studio statine:ELDERLY appropriatezza risultati e di unaprescrittiva. sub-analisi Progetto Regionale SISA SIMG Regione dello studioSicilia SEAS Gli eventi ischemici cardiovascolari rappresentano un’importante causa di morte nel mondo occidentale e sebbene l’ipercolesterolemia ne rappresenti il più importante fattore di rischio, ancora oggi soltanto la metà dei pazienti ad alto rischio cardiovascolare trattati con terapia ipolipemizzante con statine raggiunge il target di colesterolo LDL (C-LDL) raccomandato 1 2. Si calcola, quindi, che il 50% dei pazienti trattati con statine è comunque esposto ad un alto rischio d’insorgenza di eventi cardiovascolari quali infarto miocardico o ictus. Numerosi studi clinici hanno dimostrato che l’associazione ezetimibe/simvastatina (EZE/SIMVA) rappresenta una valida strategia terapeutica per il trattamento dell’ipercolesterolemia con un’efficacia superiore alle statine nella riduzione dei livelli di colesterolo LDL e con un buon profilo di tollerabilità e sicurezza 3. L’utilizzo della terapia combinata EZE/SIMVA, con una doppia azione complementare e sinergica, inibisce sia la sintesi epatica che l’assorbimento intestinale del colesterolo ovviando a quel meccanismo compensatorio, volto al mantenimento dell’equilibrio omeostatico, che potrebbe rendere meno efficace la terapia ipocolesterolemizzante con alte dosi di statine. È noto che la mortalità correlata ad eventi coronarici riguarda maggiormente i pazienti anziani (≥ 65 anni), nei quali il trattamento con statine determina una riduzione del rischio cardiovascolare non sempre ottimale a causa degli effetti collaterali legati alla terapia. Purtroppo pochi studi sono stati condotti con l’obiettivo specifico di valutare l’efficacia e la sicurezza delle terapie ipolipidemizzanti nei pazienti anziani. Un trial presentato come abstract nel corso dell’American Heart Association (AHA) 2009, denominato ELDERLY, 4 è stato il primo studio condotto su pazienti anziani che ha dimostrato la superiorità dell’associazione EZE/SIMVA rispetto alle statine per quanto riguarda la riduzione dei livelli di C-LDL e soprattutto il suo miglior profilo di tollerabilità in una popolazione di pazienti più esposta al rischio di eventi avversi (sono pazienti con capacità metaboliche talvolta ridotte, spesso farmacologicamente politrattati). Si tratta di uno studio multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, della durata di 12 settimane, che ha confrontato EZE/SIMVA (10/20 e 10/40 mg) vs. atorvastatina 10, 20 e 40 mg in 1.289 pazienti di 65 anni con C-LDL ≥ 130 mg/dl con o senza malattia cardiovascolare. L’endpoint primario era la variazione percentuale dai livelli sierici basali di C-LDL. Gli endpoint secondari erano il raggiungimento di C-LDL < 70 mg/dl e < 100 mg/dl, la sicurezza e la tollerabilità e infine la variazione percentuale dal basale dei valori di lipidi e del rapporto ApoB/ApoA1. I pazienti che avevano assunto EZE/SIMVA hanno mostrato una maggiore riduzione percentuale di C-LDL e un maggior numero di essi ha raggiunto i target raccomandati (LDL-C < 70 mg/dl e < 100 mg/dl) rispetto a quelli trattati con atorvastatina (Fig. 1). Con EZE/SIMVA vi era anche un miglioramento significativamente maggiore dei livelli di colesterolo totale, colesterolo-non HDL, Apo-B e del rapporto ApoB/ApoA1. L’analisi dei gruppi di rischio ha evidenziato che una percentuale significativamente maggiore di pazienti ad alto rischio trattati con EZE/SIMVA 10/20 mg vs. atorvastatina 10 mg, e di pazienti trattati con EZE/SIMVA 10/40 mg vs. atorvastatina 40 mg, ha raggiunto valori di C-LDL < 70 mg/dl. Anche nei pazienti con rischio intermedio (senza CVD) la percentuale di coloro che hanno raggiunto valori di C-LDL < 100 mg/dl è risultata significativamente maggiore per Aggiornamento e Formazione in Diabetologia e Malattie Metaboliche Paolo Pintus S.S.D. Centro per le Malattie Dismetaboliche e l’Aterosclerosi, AO Brotzu, Cagliari Corrispondenza paolo pintus [email protected] % di pazienti che raggiungono livelli predefiniti di LDL Notizie dal mondo del farmaco 117 100 EZE/SIMVA 10/20 90 ATORVA 20 80 ATORVA 10 70 60 EZE/SIMVA 10/40 ATORVA 40 50 40 30 20 10 0 LDL < 70 mg/dl Figura 1. Endpoint secondario: raggiungimento del valore di LDL-C < 70 mg/dl. LDL-C 150 Placebo 125 Livelli medi (mg/dl) p < 0,001 100 75 Simvastatina più ezetimibe 50 25 0 0 0,5 1,0 1,5 2,0 2,5 3,0 3,5 4,0 4,5 5,0 5,5 Anno Figura 2. Livelli di LDL-C nel corso dello studio; EZE/SIMVA vs. placebo. P. Pintus 118 Notizie dal mondo del farmaco EZETIMIBE/SIMVASTATINA 60 Riduzione proporzionale incidenza eventi (SE) 50 SEAS T1 40 SEAS T2 30 20 10 0 -10 0,5 1,0 1,5 2,0 SEAS T3 2,5 Riduzione di colesterolo LDL (mmol/L) -20 Figura 3. Riduzione proporzionale di eventi vascolari maggiori alla riduzione della colesterolemia LDL: collocazione dei tre sottogruppi dello studio SEAS per gravità della stenosi aortica (da Baigent C, Keech A, Kearney PM, et al.; Cholesterol Treatment Trialists’ (CTT) Collaborators. Efficacy and safety of cholesterol-lowering treatment: prospective meta-analysis of data from 90,056 participants in 14 randomised trials of statins. Lancet 2005;366:1267-78, mod.). quelli trattati con EZE/SIMVA 10/20 mg rispetto a quelli trattati con atorvastatina 10 mg. Il numero di reazioni avverse per EZE/SIMVA era basso e sovrapponibile a quello evidenziato in precedenti studi clinici. In questo ampio studio randomizzato su pazienti anziani con o senza malattia cardiovascolare, EZE/SIMVA ha prodotto un miglioramento significativamente maggiore dei parametri lipidici chiave e un più alto raggiungimento dei valori target rispetto ad atorvastatina, con un profilo di tollerabilità sovrapponibile. L’associazione EZE/SIMVA ha pertanto dimostrato di essere un’utile opzione terapeutica per il trattamento della dislipidemia in pazienti anziani, in particolare in quei pazienti in cui gli effetti collaterali delle statine possono limitarne l’utilizzo o il dosaggio. Nello studio SEAS (Simvastatin and Ezetimibe in Aortic Stenosis) è stata evidenziata una riduzione del 22% del rischio relativo di eventi ischemici cardiovascolari in pazienti trattati con EZE/SIMVA 10/40 mg/die rispetto al gruppo placebo, correlata al grado di riduzione dei livelli di colesterolemia LDL (Fig. 2). Una sub-analisi 5 dello studio SEAS ha suddiviso la popolazione dello studio in tre terzili di severità secondo i valori di velocità di picco del getto transaortico (JV). Sono stati inclusi e valutati 1.709 pazienti con dati completi su JV, C-LDL, C-HDL e Apo-B, senza eventi ischemici cardiovascolari dopo un anno. Sono state valutate le relazioni tra la riduzione di eventi ischemici e il profilo lipoproteico nei tre terzili di velocità del flusso transaortico: sono state confrontate le riduzioni di rischio di eventi ischemici cardiovascolari osservate e attese ed è stato dimostrato che nei pazienti meno compromessi si è avuta una riduzione di eventi pari a quella attesa, e nei pazienti con JV al basale più bassa si sono evidenziate le riduzioni maggiori (Fig. 3). I livelli di Apo-B e il rapporto colesterolo totale/C-HDL erano i migliori predittori dell’effettiva riduzione del rischio di eventi ischemici cardiovascolari basata sulla risposta al trattamento nei terzili 1 e 2 di JV. La variazione dei componenti lipoproteici non ha invece avuto alcun effetto sulla riduzione di eventi ischemici cardiovascolari nel terzile 3 (la mancanza di una relazione significativa può essere dovuta al quadro clinico stesso trattandosi di stenosi aortica più grave, che comporta un incremento della mortalità legata all’evoluzione della valvulopatia, indipendente dall’aterosclerosi coronarica). La riduzione di rischio di eventi ischemici cardiovascolari con EZE/SIMVA osservata in pazienti con minor JV basale (terzili 1 e 2) era dunque effettivamente quella attesa alla luce delle mo- Nuove evidenze di ezetimibe/simvastatina: risultati dello studio ELDERLY e di una sub-analisi dello studio SEAS Notizie dal mondo del farmaco dificazioni dei componenti lipoproteici, mentre nel terzile 3 la lesione valvolare fisiopatologicamente avanzata non è più sensibile all’effetto antinfiammatorio della terapia ipolipidemizzante. Sulla base di questi risultati, ci si può attendere che lo studio IMPROVE-IT, raggiungendo l’endpoint prefissato, dimostri la riduzione degli eventi cardiovascolari anche in pazienti che hanno già avuto un evento coronarico acuto. 119 (Adult Treatment Panel III). Third Report of the National Cholesterol Education Program (NCEP) Expert Panel on Detection, Evaluation, and Treatment of High Blood Cholesterol in Adults (Adult Treatment Panel III) final report. Circulation 2002;106:3143-421. Goldberg AC, Sapre A, Liu J, et al. Efficacy and safety of ezetimibe coadministred with simvastatin in patiens with primary hypercholesterolemia: a randomized, double-blind, placebo controlled trial. Mayo Clin Proc 2004;79:620-9. 3 Foody JA, Brown WV, Zieve F, et al. Abstract 1459: Safety and efficacy of ezetimibe/simvastatin combination versus atorvastatin in older patients. Circulation 2009;120:S507. 4 Bibliografia Grham I, Atar D, Borch-Jhonsen K, et al. European Guidelines on Cardiovascular Disease Prevention in Clinical Practice: executive summary. Eur Hearth J 2007;28:2375-414. 2 National Cholesterol Education Program (NCEP) Expert Panel on Detection, Evaluation, and Treatment of High Blood Cholesterol in Adults 1 P. Pintus Holme I, Rossebo A, Pedersen T. Consistency between lipid lowering and reduction of ischemic cardiovascular events (ICE) in the Simvastatin and Ezetimibe in Aortic Stenosis (SEAS) trial. XV International Symposium on Atherosclerosis. ISA, Boston, 2009;10(Suppl.), abstract n. 28. 5 MeDia 2010;10:120-126 2009;9:00-00 120 SEzione Notizie di formazione dal mondo per l’autovalutazione del farmaco L’uso delle Ipoglicemizzanti statine: appropriatezza orali: indagine prescrittiva. sull’uso nella Progetto pratica Regionale clinica quotidiana SISA SIMG in Regione diabetologia Sicilia Premessa L’indagine presentata è il frutto di una ricerca quantitativa su questionario via internet. Su indicazione di GSK, KC (ramo d’azienda della multinazionale indiana di Business Process Outsourcing WNS Ltd) ha attivato un link web sul quale i medici hanno risposto al questionario in modo anonimo. La selezione dei medici è stata fatta da 12 ISF (Rete di Informazione Scientifica) di GSK, equamente distribuiti sul territorio, i quali hanno fornito ai medici gli estremi del link web. GSK ha fornito ai suoi 12 ISF indicazioni sulla numerosità dei medici da coinvolgere (minimo 90, 7-8 in media per ISF) e sui criteri di distribuzione geografica dei medici da selezionare. Hanno partecipato 98 diabetologi. La selezione dei medici è stata fatta dagli ISF GSK, si tratta di medici normalmente visitati dagli ISF GSK nella loro attività di informazione medico-scientifica. Tutti i medici hanno dato il loro assenso all’informativa della privacy e al trattamento dei dati personali. Il campione così disegnato è rappresentativo della popolazione medica visitata da GSK, ma non necessariamente dell’universo italiano dei diabetologi. Il field è stato condotto nel periodo 9 febbraio 2010-9 marzo 2010. I risultati sono stati analizzati e forniti a GSK da KC unicamente in forma aggregata e anonima. Il report con i risultati aggregati a livello nazionale è stato successivamente consegnato ad ogni medico partecipante alla survey. Riassumendo, gli obiettivi principali della survey sono: 1) esplorare la pratica clinica e l’utilizzo, attuale e prospettico, di farmaci ipoglicemizzanti in diabetologia, alla luce anche dei nuovi farmaci disponibili e dei nuovi meccanismi di azione; 2) valutare la percezione attuale e prospettica delle sulfoniluree; oltre alla metodologia di esplorare approcci innovativi nell’informazione medico-scientifica al fine di renderla maggiormente appropriata ed allineata ai bisogni della classe medica. Commento del diabetologo Adolfo Arcangeli E-mail: [email protected] Alla prima domanda su quali farmaci vengano solitamente utilizzati dopo il fallimento della terapia con metformina in un paziente sovrappeso e con uno stile di vita attivo, risulta una preferenza per l’uso dei glitazoni (TZD), in contrasto con quanto in realtà avviene nella pratica clinica. Ciò può essere, almeno in parte, spiegato con il fatto che l’indagine era presentata da ISF di GSK. Appare però consolidato il concetto di agire prevalentemente sull’insulino-resistenza, a livello epatico, muscolare ed adiposo, piuttosto che sull’insulino-secrezione quale secondo step dopo la metformina. Per questo motivo vengono indicati i TZD come principale associazione alla metformina, mentre i “nuovi” farmaci (inibitori DPP-IV e analoghi GLP-1) scontano ancora una scarsa esperienza da parte dei diabetologi, ma l’orientamento futuro dimostra l’interesse per una classe di farmaci che presentano un meccanismo di azione diverso, glucosio-dipendente, con un effetto più o meno importante anche sul peso corporeo. Aggiornamento e Formazione in Diabetologia e Malattie Metaboliche Notizie dal mondo del farmaco 121 Per le sulfaniluree il gap di preferenza sulle prescrizioni future è il più marcato. I TZD rimangono tra i preferiti, ma con preferenza in calo Nota metodologica: più il numero è alto più il farmaco è percepito come ultima scelta 4,1 Sulfaniluree 5,3 3,8 Glinidi Tiazolidinedioni Differenza sui punteggi medi -0,5 4,3 1,7 -0,4 2,1 5,2 Insuline 4,7 2,9 Inibitori DPP-IV -1,2 0,5 0,7 2,2 3,4 Incretino-mimetici 0,9 2,5 Mean Score Classi farmacologiche preferite Classi farmacologiche preferite per prescrizioni future Q2 Quali farmaci utilizza solitamente dopo il fallimento della terapia con metformina in un paziente sovrappeso e con uno stile di vita attivo? (indichi il grado di scelta con 1a scelta, 2a scelta, 3a scelta, fino a 6) Q3 Relativamente alle classi farmacologiche indicate nella domanda precedente, per quali sta incrementando o pensa di incrementare in futuro l’utilizzo nella pratica clinica quotidiana? (indichi il grado di scelta con 1a scelta, 2a scelta, 3a scelta fino a 6) Considerando complessivamente l’orientamento attuale e futuro, si coglie la convinzione che le sulfaniluree non possono rappresentare il primo step dopo la metformina, ma se ne ipotizza l’uso in triplice terapia, una volta che con la sola insulino-sensibilizzazione non si sono ottenuti risultati adeguati. Mi sembra di cogliere una nuova consapevolezza da parte dei diabetologi sulla necessità di un intervento farmacologico precoce e come tale più mirato sui meccanismi patogenetici del diabete di tipo 2. Quanto più ritardiamo l’intervento, tanto più prevale l’insulino-deficienza e quindi ci precludiamo la possibilità di una terapia in grado, sia pur parzialmente, di preservare il degrado della beta-cellula. Altro elemento da considerare è la prudenza con la quale vengono prese in considerazione le terapie innovative. L’uso di incretino-mimetici e inibitori della DPP-IV, infatti, è visto più come una tendenza futura che un’ipotesi attuale, man mano che l’esperienza ne permette l’uso in sicurezza. È indicativo, a questo proposito, la maggior preferenza nei confronti dei tiazolidinedioni (TZD), che ormai contano non solo anni di esperienza, ma anche una inconfutabile documentazione scientifica in termine di sicurezza e rischi. Ormai, in pratica, sappiamo che una prescrizione appropriata di tale classe di farmaci ed un monitoraggio conseguente ne permette un uso sicuro ed efficace. A. Arcangeli, G. Medea La flessione prevista per sulfaniluree e glinidi deve essere interpretata in questa ottica di precocità di intervento e di preservazione della beta-cellula, ma anche di una maggiore attenzione al peso corporeo ed al rischio ipoglicemico. Ne abbiamo conferma nella dichiarazione prevalente di un uso delle sulfaniluree in triplice associazione, quando cioè gli insulino-sensibilizzanti e gli incretino-mimetici non permettono più di mantenere un buon compenso glicemico. È infatti la loro capacità nel ridurre in maniera più marcata il valore di HbA1c la principale caratteristica riconosciuta, pur nella consapevolezza dell’impatto negativo sul peso corporeo e sul rischio ipoglicemico. Altra caratteristica attribuita alle sulfaniluree è quella del maggior impatto sugli eventi macrovascolari. Questa convinzione può derivare da una lettura parziale dei grandi trial clinici di recente pubblicazione (ACCORD [Action to Control Cardiovascular Risk in Diabetes], ADVANCE [Action in Diabetes and Vascular Disease], VADT [Veterans Affairs Diabetes Trial]): se infatti in questi trial la terapia intensiva ha portato ad una riduzione, peraltro non significativa, degli eventi macrovascolari, accompagnata da grosse limitazioni, va considerato che si trattava di pazienti con una storia già consolidata di malattia, mentre il proseguimento dell’UKPDS (UK Prospective Diabetes Study) ci indica chiaramente che il “segreto” per una 122 Notizie dal mondo del farmaco L’efficacia nella riduzione dell’HbA1c è la caratteristica maggiormente attribuibile alle sulfaniluree, insieme ad un buon rapporto costo/efficacia Media ponderata 4% 33% Riduzione eventi macrovascolari Persistenza del controllo glicemico nel tempo Bassa incidenza di ipoglicemie 16% 50% 19% in disaccordo (-1) 13% 39% 49% 52% 43% 74% 22% 94% parzialmente d’accordo (0) 0,7 26% 46% Protezione beta-cellulare 1,0 0,7 5% -0,4 -0,5 -0,7 5% -0,9 1% Aumento di peso 21% d’accordo (1) Ordine di preferenza Buon rapporto costo/efficacia 56% 4% 1% 1% 21% 2% 1% Efficacia nella riduzione dell’HbA1c totalmente d’accordo (2) Q5 In che misura è d’accordo sul fatto che le seguenti caratteristiche siano attribuibili alle sulfaniluree? riduzione degli eventi macrovascolari non sta tanto nel riportare e mantenere a target i pazienti dopo 10 anni di malattia, ma fin dall’inizio, ed in questo caso le sulfaniluree non sono il farmaco più indicato. Va sottolineata, in questo ambito, la consapevolezza di una efficacia dei TZD nel ridurre le complicanze macrovascolari quando se ne fa uso appropriato: forse ad oggi è la classe di ipoglicemizzanti orali con i maggiori studi in termini di sicurezza, il che non vuol dire che non hanno rischi, bensì che questi sono noti, prevedibili e prevenibili attraverso un’adeguata scelta dei pazienti e della fase di malattia nella quale vanno prescritti. Per quanto riguarda gli inibitori della DPP-IV, è stato ben recepito l’effetto positivo sul peso corporeo, così come la possibile protezione beta-cellulare ed il basso rischio ipoglicemico (peraltro presente solo nell’associazione con metformina), mentre l’ipotesi di una loro durability è solo presunta e non valicata da studi prospettici, che sono al contrario ben documentati per i TZD. In conclusione, l’analisi di questa survey vista dal punto di vista del diabetologo, ne evidenzia, a mio avviso, un’evoluzione verso terapie che vanno al di là della mera riduzione dell’HbA1c, anche se i tempi necessari per il raggiungimento di un buon compenso sono necessariamente più lunghi. Il vantaggio che però ne deriva è un mantenimento più duraturo del compenso glicemico, un basso rischio di ipoglicemie, una maggiore protezione verso le complicanze macrovascolari, un effetto positivo sul peso corporeo (limitatamente agli inibitori della DPP-IV). Questa maggiore consapevolezza, che si traduce in una maggiore adeguatezza prescrittiva, presuppone però, a mio avviso, un profondo cambiamento nell’organizzazione dell’assistenza ai diabetici di tipo 2, peraltro ampiamente già in atto. Se è necessario un intervento precoce, è indispensabile che vi sia un’integrazione con la Medicina Generale perché la diagnosi di diabete venga posta quanto prima possibile, quando ancora terapie non farmacologiche e farmacologiche “semplici”, di basso costo e impattanti sulla insulino-sensibilità ne possono permettere la cura efficace e una durability, altrimenti non possibile. Il secondo momento nel qual è cruciale questa integrazione è l’implementazione della terapia dopo il fallimento di una monoterapia. Anche in questo caso la Medicina Generale è chiamata ad un follow-up attento, per ridurre i periodi di iperglicemia “evitabili” e permettere l’intervento specialistico nel condividere lo step terapeutico successivo più appropriato. Da questa collaborazione possono sicuramente derivare benefici innanzi tutto per i diabetici, che vedranno ridotte le complicanze, ma anche per la comunità che vedrà ridotti nel tempo i costi sanitari, anche a fronte di un investimento econo- Ipoglicemizzanti orali: indagine sull’uso nella pratica clinica quotidiana in diabetologia Notizie dal mondo del farmaco 123 Tra TZD, inibitori DPP-IV e incretino-mimetici la classe terapeutica per cui i medici intervistati si sentono maggiormente confidenti risulta essere quella dei TZD Media ponderata 2% Inibitori DPP-IV 3% Incretino-mimetici 7% 33% 16% 52% 27% nullo (1) 3,6 65% 36% basso (2) 3,1 29% 2,9 31% medio (3) Ordine di preferenza Glitazoni/tiazolinedioni alto (4) Q6 Qual è il Suo grado di confidenza nei confronti delle seguenti classi terapeutiche? Tabella I. Consumo ed esposizione al trattamento con i farmaci (principi attivi) antidiabetici nei soggetti con diabete mellito di tipo II nel 2007 (da V Report Health Search, Istituto di Ricerca della Società Italiana di Medicina Generale, Anni 2007/2008 – www.healthsearch.it). Consumo Esposizione Prevalenza CAGR % ∆ % 07-03 DDD/1000 diabetici die % CAGR % ∆ % 07-03 18,9 18,8 17,0 10,5 3,4 3,3 3,0 1,9 +32,5 +7,7 >100 -14,8 3,7 2,9 3,4 2,0 +39,4 +11,3 >100 -10,1 173,0 30,7 +12,4 33,1 +14,1 77,2 35,1 14,6 13,7 6,2 2,6 +3,5 -14,4 -19,0 9,9 8,6 2,2 +1,8 -5,7 -13,6 122,9 1,1 0,7 0,7 21,8 0,2 0,1 0,1 -8,9 -46,2 -22,7 -21,9 16,2 0,2 0,1 0,1 -6,2 -43,5 -22,0 -16,6 4,6 3,0 2,1 0,8 0,5 0,4 +93,6 1,1 0,6 0,4 +48,3 30,6 0,9 5,4 0,2 +19,5 -15,2 5,7 1,0 +19,6 -11,1 * Insuline Insulina aspart Insulina lispro Insulina umana biosintetica da rDNA Insulina umana Biguanidi Metformina Sulfonamidi Glimepiride Gliclazide Glibenclamide Combinazioni orali Glibenclamide + metformina Glibenclamide + fenformina Clorpropamide + metformina Clorpropamide + fenformina Glitazoni Pioglitazone Metformina + rosiglitazone Rosiglitazone Altri Repaglinide Acarbosio * Calcolata sul consumo totale. A. Arcangeli, G. Medea Notizie dal mondo del farmaco 124 La bassa incidenza di ipoglicemie risulta essere la caratteristica maggiormente attribuibile ai TZD, seguono il controllo glicemico nel tempo, la protezione beta-cellulare e studi a lungo termine Media ponderata Controllo glicemico 5% nel tempo Protezione beta-cellulare in disaccordo (-1) 12% 8% 1,4 32% 66% 18% 1,3 24% 58% 24% Aumento di peso 6% Buon rapporto costo/efficacia 63% 9% Studi a lungo termine Riduzione eventi macrovascolari 48% 17% 55% 22% 0,9 9% 59% 31% d’accordo (1) 0,9 20% 56% parzialmente d’accordo (0) 1,2 0,6 Ordine di preferenza 1% 5% 46% 2% Bassa incidenza di ipoglicemie 0,3 totalmente d’accordo (2) Q7 In che misura è d’accordo sul fatto che le seguenti caratteristiche siano attribuibili ai TZD? mico iniziale maggiore, sicuramente ripagato nel tempo dalla riduzione delle complicanze stesse. Solo in questa logica i farmaci attualmente a disposizione e l’innovazione terapeutica risponderanno ai bisogni di salute della popolazione. Commento del medico di medicina generale Gerardo Medea E-mail: [email protected] Le risposte al questionario da parte dei 98 diabetologi italiani intervistati da KC mostrano che i TZD risultano essere i farmaci maggiormente preferiti al primo fallimento della terapia con metformina in un paziente sovrappeso e con uno stile di vita attivo e che al contempo le sulfaniluree rappresentano farmaci di 3-4a, 5a o 6a scelta addirittura per quasi il 90% degli intervistati. Le sulfaniluree sono usate in triplice terapia nel 77% dei casi. Tali dati sembrano in contraddizione con quanto rilevato (Tab. I) a livello nazionale sulla prevalenza d’uso dei vari antidiabetici orali. Pur non potendo chiarire analizzando tali dati (che si riferiscono fino all’anno 2008) se effettivamente le sulfaniluree rappresentino effettivamente i farmaci di 3a scelta, studiando il consumo e l’esposizione (prevalenza d’uso) dei farmaci per principio attivo si evince che, complessivamente, la metformina è il farmaco di maggior utilizzo in assoluto (173 DDD/1000 pazienti diabetici/ die), ma immediatamente dopo il maggior uso riguarda l’associazione metformina-glibenclamide (122,9 DDD/1000 pazienti diabetici /die). L’uso della repaglinide, inoltre, ha avuto nel corso degli ultimi 5 anni un incremento del consumo e dell’esposizione inferiore solo all’insulina aspart e al rosiglitazone. L’esposizione all’uso delle sulfaniluree non in associazione, inoltre, dimostra valori nettamente superiori a quelli di tutte le altre molecole (dopo la metformina ovviamente) con 77, 35 e 14 DDD rispettivamente per glimepiride, glicazide, glibenclamide. Vero è che l’analisi (Tab. II) dei trend (dal 2003 al 2007) per categorie terapeutiche fa registrare un importante aumento nella prevalenza d’uso della metformina (19,6% nel 2003 vs. 33,1%, nel 2007), accompagnata da una riduzione delle sulfonamidi (dal 24 al 20% rispettivamente), ma è anche vero che le sulfaniluree rappresentano la seconda categoria di farmaci più prescritti dopo le biguanidi. Ipoglicemizzanti orali: indagine sull’uso nella pratica clinica quotidiana in diabetologia Notizie dal mondo del farmaco 125 Tabella II. Prevalenza d’uso di farmaci per il diabete mellito di tipo 2 stratificata per categorie terapeutiche (anni 2003-2007) (da V Report Health Search, Istituto di Ricerca della Società Italiana di Medicina Generale, Anni 2007/2008 – www.healthsearch.it). Prevalenza d’uso (%) 80 60 40 20 0 Insuline Biguanidi Sulfonamidi Combinazioni orali Glitazoni Altri 2003 2004 2005 2006 2007 11,0 19,6 24,2 22,9 0,1 4,3 11,0 23,2 23,6 21,6 0,1 4,6 11,0 26,6 23,1 19,9 0,6 5,2 10,9 28,6 21,4 17,8 1,2 5,8 11,2 33,1 20,8 16,5 2,4 6,5 La bassa incidenza di ipoglicemie è la caratteristica maggiormente attribuibile agli inibitori DPP-IV, seguita da protezione beta-cellulare e controllo glicemico nel tempo Media ponderata Controllo glicemico 7% nel tempo Buon rapporto costo/efficacia Studi a lungo termine Aumento di peso in disaccordo (-1) 47% 56% 7% 34% 35% 13% 51% 43% 47% 48% 9% parzialmente d’accordo (0) 7% d’accordo (1) A. Arcangeli, G. Medea -0,2 -0,3 -0,4 8% 5% -0,6 totalmente d’accordo (2) Q8 In che misura è d’accordo sul fatto che le seguenti caratteristiche siano attribuibili agli inibitori DPP-IV? 0,3 5% 47% 80% 0,6 Ordine di preferenza 4% 42% 1,2 3% Protezione beta-cellulare Riduzione eventi macrovascolari 30% 60% 1% 7% 1% 3% Bassa incidenza di ipoglicemie 126 Notizie dal mondo del farmaco Confronto tra le caratteristiche attribuibili a TZD e DPP-IV secondo i medici intervistati Media pesata Caratteristiche Riduzione eventi macrovascolari -1,0 0,0 In disaccordo 1,0 Parzialmente -0,2 d’accordo 0,6 0,3 Controllo glicemico nel tempo 0,9 0,6 Protezione beta-cellulare Buon rapporto costo/efficacia -0,3 1,2 0,3 Bassa incidenza di ipoglicemie Aumento di peso Totalmente d’accordo 1,3 -0,4 Studi a lungo termine 2,0 D’accordo 1,2 1,4 0,9 -0,6 TZD inibitori DPP-IV Q7 In che misura è d’accordo sul fatto che le seguenti caratteristiche siano attribuibili ai TZD? Q8 In che misura è d’accordo sul fatto che le seguenti caratteristiche siano attribuibili agli inibitori DPP-IV? Il profilo prescrittivo è sensibilmente differente in relazione all’area geografica, con maggiore esposizione alle biguanidi ed all’insulina nelle Isole rispetto a tutte le altre regioni italiane. La considerazione, pertanto, è che i risultati del questionario esprimono (e per ciò essi sono importanti da tenere in considerazione) più le tendenze prescrittive future (piuttosto che quelle attuali) come coerentemente evidenziato peraltro dalle risposte alla domanda Q3. È evidente, inoltre, l’interesse (e quindi le simpatie per un futuro maggiore utilizzo) degli intervistati verso alcune caratteristiche “ancillari” di taluni antidiabetici orali: in particolare la protezione beta-cellulare e la bassa incidenza di ipoglicemie. Esattamente i motivi per cui (per ragioni diametralmente opposte) sarebbe in calo la fiducia e la simpatia nei confronti delle sulfaniluree. Il basso costo delle sulfaniluree evidentemente è uno dei motivi fondamentali per cui tali molecole sono molto prescritte. Le valutazioni da parte dei diabetologi sull’efficacia nella riduzione degli eventi cardiovascolari relative a sulfaniluree, inibitori del DPP-IV e glitazoni riflettono evidentemente lo stato dell’arte e le conoscenze attuali sull’argomento (molto critiche per le sulfaniluree, 35% parzialmente o totalmente in disaccordo per i pochi studi disponibili per gli inibitori del DPP-IV e 24% degli intervistati parzialmente o totalmente in disaccordo per i glitazoni, forse ciò frutto di alcune recenti metanalisi che hanno fatto un po’ di terrorismo sull’argomento). Dal punto di vista della Medicina Generale l’auspicio è che si riduca progressivamente da parte dei MMG l’uso di alcune sulfaniluree (quali la glibenclamide) che per profilo farmacinetico/ dinamico, possibilità di effetti collaterali (aumento di peso, ipoglicemie) non garantiscono una buona sicurezza d’uso. Ipoglicemizzanti orali: indagine sull’uso nella pratica clinica quotidiana in diabetologia SEzione didal Notizie formazione mondo per della l’autovalutazione diagnostica 127 MeDia 2010;10:127-133 Integrazione di albuminuria e filtrato glomerulare (GFR) nella stadiazione della nefropatia diabetica Laura Pucci Daniela Lucchesi Giuseppe Penno Dipartimento di Endocrinologia e Metabolismo, Azienda Ospedaliero Universitaria di Pisa World Kidney Day, 11 March 2010: we must act on diabetic kidney disease “Act now or pay later” 1 sotto l’egida di: International Society of Nephrology (ISN) – http://www.isn-online.org/isn/index.html International Federation of Kidney Foundations (IFKF) – http://www.ifkf.net/ International Diabetes Federation (IDF) – http://www.idf.org/ Introduzione Corrispondenza Laura Pucci [email protected] L’incidenza di malattia renale cronica (chronic kidney disease, CKD) e quella di insufficienza renale (end-stage renal disease, ESRD) sono in aumento in tutti i paesi industrializzati, negli Stati Uniti così come in Europa 2, ma anche nei paesi emergenti. L’aumento della patologia renale è da attribuire all’invecchiamento della popolazione, alla maggior efficacia degli interventi di protezione cardiovascolare e, soprattutto, all’aumentata prevalenza di obesità, diabete ed ipertensione. Nei soggetti con CKD e ancor più in quelli con ESRD il rischio cardiovascolare, l’incidenza di angina, l’infarto del miocardio, lo scompenso cardiaco, l’ictus, la patologia vascolare periferica, l’aritmie e la morte improvvisa, e la mortalità per cause cardiovascolari e per tutte le cause sono aumentati 3. Nel 2007, in tutto il mondo, 246 milioni di persone avevano il diabete; nel 2025 saranno 380 milioni. Nel 2007, in tutto il mondo, 308 milioni di persone avevano una ridotta tolleranza glucidica (IGT); nel 2025 saranno 418 milioni. Il primo passo nella riduzione dell’impatto globale della malattia renale cronica è quindi basato sulla prevenzione del diabete tipo 2. Il diabete, infatti, è la principale causa di CKD e di ESRD negli Stati Uniti 2 e lo diventerà presto in numerosi paesi europei. In Australia, il numero di soggetti con diabete tipo 2 che ogni anno iniziano il trattamento dialitico è aumentato di 5 volte tra il 1993 ed il 2007. Globalmente, la nefropatia diabetica contribuisce da sola al più del 30% dei costi sanitari per la dialisi 1. In Italia, il diabete è preceduto dall’ipertensione quale principale causa di ESRD, ma l’incidenza di ESRD attribuibile al diabete tipo 2 sta rapidamente crescendo 4. Nel 2007, infatti, in Italia, il diabete è stato causa del 19,8% dei nuovi casi di ESRD (incidenza di ESRD) ed era secondo (25,2%) all’ipertensione (32,0%) quale condizione di comorbidità nei casi incidenti di insufficienza renale 4. In Nord America, in Europa ed in Australia, l’incidenza di CKD e quella di ESRD sono in progressiva riduzione nei soggetti con diabete mellito tipo 1 5, ma in progressivo aumento nei pazienti con diabete mellito tipo 2. Nel DCCT/EDIC (Diabetes Control and Complications Trial/Epidemiology of Diabetes Interventions and Complications) 5, dopo 30 anni di durata del diabete, le incidenze cumulative di retinopatia, nefropatia e patologia cardiovascolare erano rispettivamente pari a 50, 25 e 14% nel gruppo di diabetici tipo 1 in terapia convenzionale; il gruppo in terapia intensiva aveva incidenze nettamente minori per retinopatia (21%), nefropatia (9%) ed eventi cardiovascolari (9%). In particolare, l’incidenza di insufficienza renale era ridotta dal 4 all’1% 5. Aggiornamento e Formazione in Diabetologia e Malattie Metaboliche 128 Notizie dal mondo della diagnostica Nei diabetici tipo 2 di nuova diagnosi reclutati nell’UKPDS (United Kingdom Prospective Diabetes Study), la progressione tra gli stadi di normoalbuminuria, microalbuminuria, macroalbuminuria ed insufficienza renale, stadi che descrivono la storia naturale della patologia renale nel diabete, era del 2-3% per anno. Dopo 15 anni di follow-up, l’incidenza cumulativa di microalbuminuria era pari al 38%, quella di riduzione della funzione renale (GFR < 60 ml/min/1,73 m2) pari al 28% 6. Nello studio DEMAND (circa 32.000 soggetti con diabete tipo 2, in 33 nazioni) la prevalenza della microalbuminuria era del 39%, correlata con l’età, la durata del diabete e la presenza di ipertensione. Nefropatia nel diabete tipo 1 e nel diabete tipo 2 La nefropatia diabetica è caratterizzata da modificazioni ultrastrutturali di tutti i compartimenti renali. Tali modificazioni includono: l’ispessimento delle membrane basali, l’ipertrofia glomerulare e tubulare, l’espansione mesangiale, la glomerulosclerosi e la fibrosi tubulo-interstiziale 7. Mentre particolare attenzione è sempre stata dedicata alle alterazioni glomerulari, è attualmente evidente che anche le strutture tubulari rivestono un ruolo importante sia nell’induzione che nella progressione della nefropatia diabetica in un intenso “cross-talk” con il glomerulo. Dal punto di vista funzionale, la storia naturale della nefropatia diabetica, così come classicamente tracciata da Mogensen et al. 8, sebbene modificata e ridisegnata dalle migliorate strategie di prevenzione e di intervento, è descritta da complesse modificazioni sia della funzione renale (filtrazione glomerulare) che dell’escrezione urinaria di albumina. Il processo, geneticamente modulato 9, inizia, in presenza di una normale escrezione urinaria di albumina, con la comparsa di ipertrofia renale (ipertrofia tubulare) associata ad iperfiltrazione e ipertensione glomerulare. Una recente meta-analisi ha dimostrato che l’iperfiltrazione glomerulare (almeno del diabete tipo 1) è di per se associata ad un aumento del rischio di sviluppare la nefropatia diabetica. In questa meta-analisi, il rischio di progressione almeno alla microalbuminuria, in un follow-up di 11,2 anni, era 2,71 volte superiore nei soggetti iperfiltranti (∆GFR = 13,8 ml/min/1,73 m2) rispetto ai soggetti normofiltranti (95% CI = 1,20-6,11). L’iperfiltrazione è seguita da alterazioni delle proprietà di membrana della barriera glomerulare a cui consegue, in una condizione di completo silenzio clinico, un progressivo aumento dell’escrezione urinaria dell’albumina fino alla comparsa della microalbuminuria 8. La microalbuminuria, l’escrezione urinaria di albumina (albumin excretion rate, AER) compresa tra 30 e 300 mg/24 ore (20‑200 µg/min) è considerata il più semplice e sensibile parametro per rilevare il rischio di nefropatia nel diabete mellito. Sia nel diabete tipo 1 che nel diabete tipo 2, ne sono stati riconosciuti, confermati e ridefiniti dopo gli studi iniziali, il valore predittivo per nefropatia, ESRD e morbilità e mortalità per cause cardiovascolari. Progressive alterazioni strutturali glomerulari, vascolari e tubulo-interstiziali, retinopatia diabetica, aumento della pressione arteriosa, sfavorevole profilo lipidico (sindrome metabolica), attivazione del processo infiammatorio, disfunzione ed attivazione endoteliale, insulino-resistenza si associano alla comparsa della microalbuminuria sia nel diabete tipo 1 che nel diabete tipo 2, e preludono alla progressione verso la proteinuria e la perdita di GFR. La microalbuminuria, associata o meno a iperfiltrazione glomerulare, è storicamente considerata la più precoce evidenza clinica di nefropatia diabetica 8. Sia nel diabete tipo 1 che nel diabete tipo 2, la prevalenza di microalbuminuria è pari a circa il 20%. La microalbuminuria e talvolta anche la nefropatia conclamata, raramente riscontrate nei primi 5-7 anni dopo l’insorgenza del diabete di tipo 1, possono essere presenti già alla diagnosi, anche nel 10-15% dei casi, nei soggetti con diabete tipo 2 6. In entrambi i contesti, diabete tipo 1 e tipo 2, la microalbuminuria può regredire, rimanere per lungo tempo nel range che la identifica, oppure progredire 8. Quando progredisce, in media con un aumento del 10-15% per anno, evolve verso la macroalbuminuria (albuminuria > 300 mg/24 ore o > 200 µg/min; proteinuria > 500 mg/24 ore) e, eventualmente, la sindrome nefrosica (proteinuria > 3,5 g/24 ore). Al comparire della macroalbuminuria, ma già in presenza di microalbuminuria, secondo la lettura tradizionale della storia naturale della nefropatia 8, meglio delineata nel diabete tipo 1, ma ampiamente applicabile alla più eterogenea condizione del diabete tipo 2, il GFR comincia a ridursi progressivamente 8. Dopo 20 anni dalla diagnosi, la nefropatia conclamata si manifesta in circa il 20-30% dei pazienti diabetici siano essi di tipo 1 che di tipo 2. La riduzione del GFR, graduale, progressiva, ma modificabile dal trattamento, procede in modo estremamente variabile con velocità pari a 2-20 ml/min per anno fino, eventualmente, all’ESRD. L’ESRD non interessa più del 2-4% dei diabetici con CKD. La classificazione della nefropatia diabetica, così come sviluppata da Mogensen et al. 8 in 5 strati basati essenzialmente, ma non solo, sull’escrezione urinaria di albumina (stadi 2, 3 e 4), è riportata in Tabella I. Fattori di rischio e fattori di progressione Sono stati identificati numerosi fattori di rischio per lo sviluppo e la progressione della nefropatia diabetica in un complesso intreccio tra meccanismi emodinamici e metabolici. La durata del diabete e il grado del controllo glicemico, espresso dai valori dell’emoglobina glicata, sono i fattori che leggono l’intensità dell’esposizione all’iperglicemia. L’iperglicemia è il più forte fattore di rischio per la comparsa della microalbuminuria. La relazione tra HbA1c (o esposizione all’iperglicemia) e incidenza o prevalenza di microalbuminuria e nefropatia conclamata è, con maggior evidenza nel diabete tipo 1, progressiva (esponenziale) e senza soluzione di continuità 5. Condizioni associate all’insulino-resistenza (ipertrigliceridemia, sindrome metabolica, adiposità addominale) sono stati identificati quali altrettanti fattori di rischio indipendenti. L’aumento della pressione arteriosa e l’ipertensione rappresentano l’altro fondamentale fattore coinvolto nell’induzione e nella progressione della nefropatia. Forte e ampiamente documentata è inoltre la relazione tra Integrazione di albuminuria e filtrato glomerulare (GFR) nella stadiazione della nefropatia diabetica Notizie dal mondo della diagnostica 129 Tabella I. Classificazione per stadi della nefropatia diabetica basata prevalentemente su dati ottenuti nel diabete mellito tipo 1 8. Time course (anni dalla comparsa/ diagnosi del diabete) Significato del trattamento 0-5 Prevenzione primaria Albuminuria Pressione arteriosa Filtrato glomerulare (GFR) 1 Stadio di iperfiltrazione Assente Normale Aumentato 2 Stadio latente (clinicamente) Assente Normale Aumentato 3 Microalbuminuria 30-300 mg/24 ore Normale, ma in aumento Normale, ma in riduzione 5-15 Prevenzione secondaria 4 Nefropatia conclamata > 300 mg/24 ore Aumentata Normale o in progressiva riduzione 10-15 Prevenzione terziaria 5 ESRD > 300 mg/24 ore Aumentata Ridotto 15-30 pressione arteriosa sistemica e declino della funzione renale. Elevati valori basali dell’AER, ancorché entro il range della normoalbuminuria, rappresentano un indipendente e universalmente riconosciuto fattore di rischio per la comparsa della microalbuminuria, mentre la proteinuria contribuisce di per sé al danno glomerulare e tubulare e rappresenta, sia nel diabete tipo 1 che nel tipo 2, un importante predictor di insufficienza renale. Il sesso maschile, l’appartenenza razziale o etnica (forse in relazione ad una differente predisposizione all’ipertensione) e la familiarità per ipertensione arteriosa, per nefropatie o per malattie cardiovascolari, sono associati ad un aumentato rischio di sviluppare la microalbuminuria e la nefropatia. L’importanza di elusivi fattori genetici 9 è fortemente sostenuta dalle osservazioni epidemiologiche, cioè dal profilo dell’incidenza e della prevalenza della nefropatia in funzione della durata del diabete (ridursi dell’incidenza della nefropatia nei soggetti con diabete di durata particolarmente lunga quasi a suggerire l’esaurirsi della popolazione geneticamente suscettibile), nonché dalla forte aggregazione familiare della nefropatia con evidente tendenza alla condivisione del destino renale tra consanguinei diabetici. Rilevante è il significato della coesistenza della retinopatia diabetica. La presenza di retinopatia è predittiva della comparsa della microalbuminuria nel diabete tipo 1. La coesistenza di retinopatia riflette l’esposizione all’iperglicemia o la suscettibilità allo sviluppo delle complicanze microvascolari, confermando la diagnosi specifica di nefropatia diabetica. Sempre maggiori evidenze si vanno accumulando sul ruolo della dislipidemia diabetica, della disfunzione endoteliale, dello stress ossidativo e sul significato del fumo di sigaretta. Classificazione del danno renale sviluppata dalla National Kidney Foundation (NKF) La più generale classificazione delle patologie renali croniche (CKD) sviluppata dalla Kidney Disease Quality Outcomes Initiative L. Pucci et al. (KDOQI) della NKF è riportata in Tabella II. Questa classificazione ha simili definizioni degli stadi 1 (iperfiltrazione) e 5 (ESRD), ma, mentre nella classificazione “diabete specifica” 8 gli stati 2, 3 e 4 sono basati principalmente sull’escrezione urinaria di albumina (Tab. I), nella classificazione KDOQI, gli stadi 2, 3 e 4 enfatizzano il significato del GFR (Tab. II). L’aumento dell’albuminuria e la riduzione del GFR possono essere entrambe manifestazioni precoci di danno renale ma non sono sempre necessariamente e strettamente associate. Inoltre, le modificazioni dell’albuminuria sono “dinamiche” (un processo attivo che può essere soggetto a cambiamenti in direzioni opposte), mentre le modificazioni del GFR sono di solito, anche se non sempre, progressive (un processo che tende ad aumentare in severità). Soprattutto nel diabete tipo 2, numerosi studi dimostrano che modificazioni dell’albuminuria e modificazioni della funzione renale (GFR) possono intervenire indipendentemente l’una dall’altra. È così possibile che macroalbuminuria compaia in soggetti con normale GFR e viceversa che riduzioni del GFR possano intervenire in assenza dell’albuminuria. In circa 300 pazienti con diabete tipo 2 nei quali il GFR è stato misurato con tecnica radioisotopica, il 24% dei soggetti con GFR < 60 ml/min/1,73 m2 risultava normoalbuminurico anche in assenza di terapia con bloccanti sul sistema renina-angiotensina, RAS 10. La comparsa di insufficienza renale in assenza di albuminuria (e di retinopatia) in pazienti con diabete tipo 2 è stata confermata nel NHANES III (Third National Health and Nutrition Examination Survey) 11. In questo studio, 171 diabetici tipo 2 su 1197 (13%) presentano GFR stimato (eGFR) < 60 ml/min/1,73 m2. Più della metà (59%) dei diabetici con ridotto eGFR non presenta albuminuria, circa un quarto non presenta albuminuria né retinopatia. Nell’UKPDS, nel corso di un follow-up di 15 anni, 1544 soggetti con diabete tipo 2 (38%) su 4031 sviluppano albuminuria; 1449 (29%) su 5032 sviluppano riduzione della funzione renale (eGFR < 60 ml/min/1,73 m2). Tra questi ultimi, circa il 50% non aveva avuto un precedente aumento dell’albuminuria 6. Inoltre, tra i pazienti con albuminuria, il 64% non aveva sviluppato riduzione della funzione renale, il 24% avrebbe sviluppato riduzione 130 Notizie dal mondo della diagnostica Tabella II. Stadiazione della malattia renale cronica (CKD) secondo la NKF. * Stadio Descrizione eGFR (ml/min/1,73 m2) 1 Danno renale* con eGFR normale o aumentato ≥ 90 2 Danno renale* con eGFR lievemente ridotto 60-89 3 Moderata riduzione di eGFR 30-59 4 Grave riduzione di eGFR 15-29 5 Insufficienza renale terminale < 15 o dialisi Il danno renale è definito dalla presenza di albuminuria, anormalità del sedimento urinario, anormalità ematochimiche, anatomopatologiche o degli esami strumentali. del GFR dopo la comparsa dell’albuminuria e il 12% prima della comparsa della albuminuria 6. Insiemi distinti di fattori di rischio sono associati allo sviluppo di albuminuria e ridotta funzione renale in armonia con l’ipotesi che le due condizioni non sempre sono associate nei soggetti con diabete tipo 2. Più di 1800 soggetti con diabete di tipo 2 sono stati seguiti per 11 anni nello studio ARIC (Atherosclerosis Risk in Communities) 12. L’incidenza di CKD è stata pari a 17,0 casi per 1000 persone-anno (361 casi negli 11 anni di follow-up). I casi incidenti di CKD erano così distribuiti: 29,4% nei diabetici con albuminuria e retinopatia, 13,0% nei soggetti con sola albuminuria, 24% in quelli con solo retinopatia. Il 33,6% dei casi incidenti di CKD si verificava tuttavia nei soggetti che non presentavano albuminuria né retinopatia 12. È d’altra parte interessante notare che nell’ARIC l’associazione tra livelli di HbA1c e incidenza di CKD, forte, graduale ed indipendente da altri fattori di rischio, era presente anche in assenza di albuminuria e retinopatia 12. Nello studio ADVANCE (Action in Diabetes and Vascular disease: preterAx and diamicroN-MR Controlled Evaluation), 2033 diabetici tipo 2 (19,1%) presentavano eGFR < 60 ml/min/1,73 m2; il 61% di questi (1252 soggetti) presentava normoalbuminuria (UACR < 30 mg/g). Al contrario il 31% di 2611 individui con eGFR ≥ 90 ml/min/1,73 m2 presentava micro- o macroalbuminuria 13. Ancora più importante, elevata albuminuria e ridotto filtrato sono risultati fattori di rischio indipendenti per eventi cardiovascolari e renali nei pazienti con diabete tipo 2. Nello studio ADVANCE, dopo correzione per i fattori di rischio cardio-renale tradizionali, la combinazione di macroalbuminuria e eGFR < 60 ml/min/1,73 m2 si associa ad un rischio (Hazard Ratio) pari a 3,23 (95% CI: 2,20-4,73) per eventi cardiovascolari, 5,93 (95% CI: 3,45-10,20) per mortalità cardiovascolare e 22,20 (7,62-64,72) per eventi renali (dialisi, trapianto, raddoppio della creatininemia, mortalità da causa renale) 13 rispetto ai soggetti con normoalbuminuria e normale funzione renale (eGFR ≥ 90 ml/min/1,73 m2). È evidente che osservazioni recenti depongono per una visione bidimensionale della nefropatia diabetica in cui l’evoluzione spesso indipendente dei due principali parametri, albuminuria e GFR, che descrivono la progressione del danno renale identifica fenotipi eterogenei che possono progredire a lungo in maniera distinta per congiungersi successivamente all’avanzare della patologia renale 14. Da qui, l’ipotesi di due diversi percorsi, uno albuminurico e l’altro non-albuminurico nella progressione della patologia renale (danno d’organo) verso l’insufficienza renale 14. In questo contesto è suggestivo pensare che l’intervento multifattoriale e soprattutto l’esteso impiego di bloccanti del RAS abbia accentuato la separazione tra i due percorsi di progressione della nefropatia diabetica. Il trattamento con ACE-inibitori o sartanici induce nei soggetti con micro- o macroalbuminuria una riduzione di circa il 50% dell’escrezione urinaria dell’albumina rendendo più complessa la stadiazione della nefropatia basata sull’albuminuria 15. Tale stadiazione, infatti è attualmente basata sull’albuminuria residua piuttosto che sull’albuminuria spontanea (non-trattata). È evidente che in questo modo la microalbuminuria (“microalbuminuria residua”) identifica uno stadio più avanzato della storia della nefropatia diabetica. Il trattamento intensivo con antiipertensivi e soprattutto quello con bloccanti del RAS ha anche influenzato il decorso del GFR (iniziale riduzione del GFR nel primi tre mesi di trattamento seguito da rallentamento nel declino del GFR). Nei soggetti con diabete ed insufficienza renale, l’iniziale “acuto” aumento della creatininemia o “acuta” riduzione del GFR (fino al 30%) sono associati con la conservazione a lungo termine della funzione renale. Lo screening della microalbuminuria, la stadiazione della nefropatia, il monitoraggio Le raccomandazioni relative allo screening della microalbuminuria e della nefropatia diabetica, benché derivanti principalmente dall’esperienza clinica e da consensus di esperti, presentano un elevato grado di omogeneità tra diverse linee guida. Valutazione dell’escrezione urinaria di albumina Il test di screening per misurare l’escrezione urinaria di albumina (AER) e valutare la presenza della microalbuminuria dovrebbe essere preceduto, dopo aver escluso la presenza di infezione sintomatica delle vie urinarie, dall’esame standard delle urine su campione “early morning”. Se questo esame dimostra la presenza di proteine (dipstick positivo), potrebbe essere più opportuna la valutazione quantitativa della proteinuria anch’essa su un campione di urine “early morning”, per misurare il rapporto proteinuria/creatininuria (protein-to-creatinine ratio, PCR). Integrazione di albuminuria e filtrato glomerulare (GFR) nella stadiazione della nefropatia diabetica Notizie dal mondo della diagnostica 131 Tabella III. Variabilità dell’escrezione urinaria dell’albumina. Rilevanza nella pratica clinica 1. Variabilità intra-individuale biologica dell’AER e del rapporto albuminuria/creatininuria (CV 30-40%) 2. Diabete in cattivo controllo glicemico o diabete di nuova diagnosi Sì (?) Sì 3. Esercizio fisico/postura Sì 4. Infezione asintomatiche delle vie urinarie No 5. Insufficienza cardiaca Verosimile 6. Malattie intercorrenti No 7. Carico idrico (effetto transitorio) No 8. Ematuria, flusso mestruale, infezioni genitali ed infezioni sintomatiche delle vie urinarie Sì 9. Carico orale di proteine (effetto transitorio) No Se l’esame delle urine (dipstick) è negativo si può procedere al test di screening della microalbuminuria. Attività fisica intensa, infezioni (ma non l’infezione asintomatica delle vie urinarie), febbre, scompenso cardiaco, grave iperglicemia e marcata ipertensione possono dare risultati falsamente positivi. In presenza di tali condizioni il test di screening deve essere rimandato (Tab. III). La valutazione dell’AER può essere effettuata con la misurazione su urine “early-morning” del rapporto albuminuria/creatininuria (albumin-to-creatinine ratio, ACR, mg/g o µg/mg). L’analisi sul campione di urine “early morning” per il calcolo dell’ACR è, per la sua semplicità, una metodica di screening adeguata e raccomandata dalla maggior parte delle linee guida. Al contrario, la misurazione della sola concentrazione urinaria dell’albumina senza il contemporaneo dosaggio della creatinina urinaria è suscettibile di falsi positivi e negativi per le ampie variazioni delle concentrazioni urinarie e, pertanto, non è raccomandata. La valutazione dell’AER, può essere anche effettuata attraverso altre modalità: a) misurazione dell’albuminuria (mg/24 ore) su raccolta urinaria delle 24 ore; b) misurazione dell’albuminuria su raccolta temporizzata, preferibilmente notturna (“overnight”), delle urine (µg/ min). Le misurazioni sulle raccolte temporizzate sono più indaginose e poco aggiungono in termini di precisione ed accuratezza. La stratificazione dei livelli di AER, in relazione alle modalità di raccolta del campione urinario e di espressione del risultato, è riportata in Tabella IV. A causa della variabilità intra-individuale dell’escrezione urinaria dell’albumina, prima di classificare un paziente come micro- o macroalbuminurico è generalmente ritenuto necessario riscontrare valori anormali di AER in almeno due su tre test eseguiti in un periodo di 3-6 mesi 16. Lo screening è raccomandato almeno annualmente nei soggetti con diabete tipo 1 e durata del diabete superiore a 5 anni (la microalbuminuria raramente compare nel paziente con diabete tipo 1 di breve durata) e in tutti i pazienti con diabete tipo 2 fin dal momento della diagnosi del diabete (significativa prevalenza di micro- e macroalbuminuria già alla diagnosi). Lo screening deve essere eseguito inoltre nelle diabetiche in gravidanza. Infatti, nel diabete gestazionale la microalbuminuria (in assenza di infezioni delle vie urinarie) è un forte predittore di pre-eclampsia. Per misurare concentrazioni urinarie di albumina nel range della microalbuminuria sono necessari test specifici poiché i metodi di dosaggio standard delle proteine urinarie non sono sufficientemente sensibili. I metodi radioimmunologico, immunonefelo-metrico e immunoturbidimetrico sono altrettanto adeguati per la misurazione delle concentrazioni di albumina urinaria. Si definisce microalbuminuria l’escrezione urinaria di albumina ≥ 30 mg/24 h e < 300 mg/24 h (equivalente a 20200 µg/min su un campione di urine “overnight” o a 25-250 (uomini) e 35-350 (donne) mg/g di creatinina su un campione di urine “early morning”) (Tab. IV). Il rapporto albumina/creatinina urinario, può essere espresso non solo in mg/g (o µg/mg), ma anche in mg/mmol; questa modalità di espressione, descri- Tabella IV. Definizione delle alterazioni dell’escrezione urinaria dell’albumina. Raccolta delle urine delle 24 ore (mg/24 h) Raccolta delle urine della notte (µg/min) Raccolta delle urine “early morning” (mg/g o µg/mg creatinina) Normoalbuminuria < 30 < 20 < 25 (M) < 35 (F) Microalbuminuria 30-299 20-199 25-250 (M) 35-350 (F) Albuminuria clinica ≥ 300 ≥ 200 ≥ 250 (M) ≥ 350 (F) L. Pucci et al. 132 Notizie dal mondo della diagnostica ve come microalbuminuria il range di valori compreso tra 2,5 e 25 mg/mmol nei soggetti di sesso maschile e tra 3,5 e 35 mg/ mmol nei soggetti di sesso femminile 17. La maggior parte delle Linee Guida concorda nel raccomandare una sorveglianza almeno semestrale della micro/macroalbuminuria sia per valutare la risposta alla terapia, che per monitorare la progressione della malattia. Sebbene non sia stato formalmente dimostrato in studi prospettici, si ritiene comunque che la riduzione della micro/macroalbuminuria possa associarsi nei soggetti con diabete ad un miglioramento della prognosi renale e cardiovascolare 18. Misurazione e stima del GFR La creatinina sierica deve essere misurata almeno annualmente per la stima del GFR e per stadiare il livello di CKD in tutti gli adulti con diabete indipendentemente dal grado di escrezione urinaria di albumina (Tab. II) 18. La presenza di CKD in soggetti con normoalbuminuria è infatti molto frequente sia nel diabete tipo 2 11 che nella popolazione non diabetica 19. Entrambi i parametri siano necessari per la definizione dello stadio e della progressione della nefropatia diabetica. La concentrazione della creatinina non dovrebbe mai essere impiegata quale misura diretta della funzione renale, ma piuttosto utilizzata per stimare il GFR. Il GFR stimato (eGFR) è comunemente fornito nei referti di laboratorio. In alternativa, può essere calcolato tramite semplici formule ormai desueta: clearance della creatinina (in ml/min) = = [(140-età) x peso (in chilogrammi)] / [72 x creatinina (in mg/dl)] (x 0,85 se donne) o con la formula più precisa ma più complessa recentemente proposta da Levey: clearance della creatinina (in ml/min) = = 170 x (creat)-0,999 x (età)-0,176 x (BUN)-0,170 x (alb)+0,318 x 1 (0,762 se donne). La più usata attualmente è però l’equazione proposta dallo studio MDRD (Modification of Diet in Renal Disease): GFR (in ml/min/1,73 m2) = = 186 x creatinina (in mg/dl)-1,154 x età (in anni)-0,203 x 0,742 (nelle femmine) x 1210 (in soggetti di razza nera) 40. L’eGFR in base all’equazioone MDRD può essere facilmente calcolato su: http://www.nkdep.nih.gov oppure su: http://www.kidney.org/professionals/KDOQI/gfr_calculator.cfm L’eGFR dovrebbe essere valutato annualmente nei pazienti normoalbuminurici e più frequentemente in presenza di microalbuminuria e soprattutto in presenza di nefropatia conclamata. La performance della formula MDRD è accettabile nei pazienti con CKD ma essa sottostima il GFR nelle popolazioni con funzione renale normale o non nota. Una nuova equazione è stata recentemente proposta ancora da Levey et al. per la CKD-EPI (Chronic Kidney DIsease Epidemiology collaborations) 20. L’equazione è stata sviluppata in 10 studi (8254 individui) e validata in 16 studi (3846 individui). Sia nel dataset di sviluppo che in quello di validazione il GFR è stato misurato con l’impiego di marker esogeni (iotalamato o altri). La formula CKD-EPI ha dimostrato performance migliore della equazione MDRD specialmente ai valori di GFR più elevati. Il bias rispetto alla misura diretta del GFR si è ridotto, precisione ed accuratezza sono migliorate. Nello studio NHANES, la mediana dell’eGFR è risultata 94,5 verso 85,0 (MDRD) ml/ min/1,73 m2 e la prevalenza di CKD 11,5% verso 13,1% (MDRD) 20. In quanto più accurata della MDRD, l’equazione CKD-EPI potrebbe sostituire la prime nella comune pratica clinica. CKD-EPI può essere calcolata su: http://www.kidney.org/professionals/KDOQI/gfr_calculator.cfm L’equazione CKD-EPI sembra individuare una minore prevalenza di CKD e consentire una miglior predizione del rischio. Conclusioni La nefropatia diabetica è in tutto il mondo la principale causa di ESRD. In tutto il mondo il diabete mellito e, in particolare, il diabete tipo 2 è in progressivo e straordinario aumento. La prevenzione della nefropatia diabetica e la riduzione del suo impatto Tabella V. Confronto ed integrazione degli stadi della nefropatia diabetica 8 e degli stati della CKD secondo NFK 15. Stadi della nefropatia diabetica Stadi della CKD (KDOQI) ml/min/1,73 m2 1 Iperfiltrazione ≥ 90* 2 Normoalbuminuria 60-89* 3 Microalbuminuria 30-59 4 Macroalbuminuria 15-29 5 ESRD < 15 Stadio della nefropatia * Il danno renale è definito dalla presenza di albuminuria, anormalità del sedimento urinario, anormalità ematochimiche, anatomo-patologiche o degli esami strumentali. Integrazione di albuminuria e filtrato glomerulare (GFR) nella stadiazione della nefropatia diabetica Notizie dal mondo della diagnostica 133 quale causa di ESRD passano quindi inevitabilmente attraverso la prevenzione del diabete di tipo 2. Albuminuria ed eGFR sono complementari per lo screening, la diagnosi e la stadiazione della nefropatia diabetica (Tab. V). Albuminuria ed eGFR associati alla nefropatia diabetica sono fattori di rischio indipendenti per eventi cardiovascolari e mortalità per tutte le cause. Strategie dedicate allo screening sistemico dell’albuminuria e della funzione renale sono quindi fondamentali per la prevenzione della nefropatia e della patologia cardiovascolare. Scarsa è la consapevolezza della “propria situazione renale” nella popolazione diabetica. Solo il 10% della popolazione generale identifica nel diabete un fattore di rischio renale. Solo il 10% della popolazione diabetica conosce la propria “situazione renale”. L’educazione è importante per migliorare la prognosi renale della popolazione diabetica. Le terapie attualmente disponibili inquadrate in un intervento multifattoriale sono efficaci nel rallentare la progressione e nel favorire la regressione dell’albuminuria. Il trattamento precoce con terapie “evidence-based” è quindi irrinunciabile per il controllo del danno renale e la prevenzione dell’ESRD. Nuove e più efficaci terapie sono indispensabili per contrastare quello che potremo definire il “rischio renale residuo”. Bibliografia Atkins RC, Zimmet P. Diabetic kidney disease: act now or pay latter. J Nephrol 2010;23:1-4. 2 US Renal Data System, USRDS 2009 Annual Data Report: Atlas of Chronic Kidney Disease and End-Stage Renal Disease in the United States, National Institutes of Health, National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases. Bethesda, MD, 2009. http:// www.usrds.org/adr.htm 3 Go AS, Chertow GM, Fan D, et al. Chronic kidney disease and the risks of death, cardiovascular events, and hospitalization. N Engl J Med 2004;351:1296-305. 4 SIN-RIDT 2009. Report Referring to the Calendar Year 2007. http:// www.sin-ridt.org/sin-ridt.org.htm 5 Diabetes Control and Complications Trial/Epidemiology of Diabetes Interventions and Complications (DCCT/EDIC) Research Group, Nathan DM, Zinman B, Cleary PA, et al. Modern-day clinical course of type 1 diabetes mellitus after 30 years’ duration: the diabetes control and complications trial/epidemiology of diabetes interventions and complications and Pittsburgh epidemiology of diabetes complications experience (1983-2005). Arch Intern Med 2009;169:1307-316. 1 L. Pucci et al. Retnakaran R, Cull CA, Thorne KI, et al.; UKPDS Study Group. Risk factors for renal dysfunction in type 2 diabetes: U.K. Prospective Diabetes Study 74. Diabetes 2006;55:1832-9. 7 Fioretto P, Caramori ML, Mauer M. The kidney in diabetes: dynamic pathways of injury and repair. The Camillo Golgi Lecture 2007. Diabetologia 2008;51:1347-55. 8 Mogensen CE. Microalbuminuria, blood pressure and diabetic renal disease: origin and development of ideas. Diabetologia 1999;42:263-85. 9 Pezzolesi MG, Poznik GD, Mychaleckyj JC, et al.; DCCT/EDIC Research Group, Doria A, Rogus JJ, Rich SS, et al. Genome-wide association scan for diabetic nephropathy susceptibility genes in type 1 diabetes. Diabetes 2009;58:1403-10. 10 MacIsaac RJ, Tsalamandris C, Panagiotopoulos S, et al. Nonalbuminuric renal insufficiency in type 2 diabetes. Diabetes Care 2004;27:195-200. 11 Kramer HJ, Nguyen QD, Curhan G, et al. Renal insufficiency in the absence of albuminuria and retinopathy among adults with type 2 diabetes mellitus. JAMA 2003;289:3273-7. 12 Bash LD, Selvin E, Steffes M, et al. Poor glycemic control in diabetes and the risk of incident chronic kidney disease even in the absence of albuminuria and retinopathy: Atherosclerosis Risk in Communities (ARIC) Study. Arch Intern Med 2008;168:2440-7. 13 Ninomiya T, Perkovic V, de Galan BE, et al.; ADVANCE Collaborative Group. Albuminuria and kidney function independently predict cardiovascular and renal outcomes in diabetes. J Am Soc Nephrol 2009;20:1813-21. 14 Jerums G, Premaratne E, Panagiotopoulos S, et al. New and old markers of progression of diabetic nephropathy. Diabetes Res Clin Pract 2008;82(Suppl 1):S30-7. 15 Jerums G, Panagiotopoulos S, Premaratne E, et al. Integrating albuminuria and GFR in the assessment of diabetic nephropathy. Nat Rev Nephrol 2009;5:397-406. 16 Chadban S, Howell M, Twigg S, et al. Assessment of kidney function in type 2 diabetes. Nephrology 2010;15:S146-61. 17 Miller WG, Bruns DE, Hortin GL, et al.; National Kidney Disease Education Program-IFCC Working Group on Standardization of Albumin in Urine. Current issues in measurement and reporting of urinary albumin excretion. Clin Chem 2009;55:24-38. 18 American Diabetes Association. Standards of Medical care in Diabetes – 2010. Diabetes Care 2010;33(Suppl 1):S11-61. 19 Thomas MC, Macisaac RJ, Jerums G, et al. Nonalbuminuric renal impairment in type 2 diabetic patients and in the general population (national evaluation of the frequency of renal impairment cO-existing with NIDDM [NEFRON] 11). Diabetes Care 2009;32:1497-502. 20 Levey AS, Stevens LA, Schmid CH, et al.; CKD-EPI (Chronic Kidney Disease Epidemiology Collaboration). A new equation to estimate glomerular filtration rate. Ann Intern Med 2009;150:604-12. 6 MeDia 2010;10:134-135 134 SEZIONE di autovalutazione Risposte ai precedenti questionari n. 1, vol. 10, 2010 Il piede diabetico: la prevenzione • A. Aiello • L. Cocco 1. Qual è la metodica di screening validata per la neuropatia diabetica? a.DNI b. riflessi achillei c. test del monofilamento d. presenza di sintomi di neuropatia 2. Il test del monofilamento è considerato positivo quando a. il monofilamento è avvertito almeno 2 volte su tre su almeno tre diverse aree plantari b. il monofilamento è avvertito almeno 1 volta su tre su almeno tre diverse aree plantari c. il monofilamento deve essere avvertito 3 volte su tre su almeno tre diverse aree plantari d. b oppure c indifferentemente 3. L’indice ABI è ritenuto positivo per quale valore del rapporto tra le PAS di caviglia e braccio? a. > 1 b. > 1,3 c. < 0,9 d. < 1 4. La sede classica di una tipica lesione neuropatica è: a.dorsale b.plantare c. al tallone d. tutte le precedenti 5. La vasculopatia periferica costituisce il fattore più importante nel determinare l’esito dell’ulcera; quale di queste indagini ritieni più utile per diagnosticarla: a. ecocolordoppler e fotopletismografia b. capillaroscopia e ossimetria c. esame obiettivo (polsi), indice di Windsor ed ecocolordoppler d. anamnesi patologica prossima (claudicatio), esame obiettivo ed ecodoppler e.arteriografia 6. Una delle cause di mancata guarigione di un’ulcera neuropatica è: a. la presenza di una vasculopatia periferica b. mancato scarico della lesione c. utilizzo di antibiotico topico d. la presenza di un’osteomielite sottostante la lesione e. tutte le precedenti Aggiornamento e Formazione in Diabetologia e Malattie Metaboliche Sezione di autovalutazione 135 Reazioni avverse da statine e loro gestione • G. Polimeri, M.A. Catania, U. Alecci, S.E. Giustizi, A.P. Caputi 1. L’inibizione dell’enzima HMG-CoA reduttasi da parte delle statine: a. è di tipo competitivo, irreversibile e dose-dipendente b. è di tipo competitivo, reversibile e dose-indipendente c. è di tipo competitivo, reversibile e dose-dipendente d. è di tipo non competitivo, reversibile e dose-dipendente 2. L’uso concomitante di quali farmaci aumenta il rischio di miopatia da statine? a.fibrati b. antifungini azolici c.macrolidi d. tutte le risposte sono corrette 3. La miopatia è definita come: a. un aumento di almeno 10 volte delle concentrazioni di CK b. un aumento di almeno 100 volte delle concentrazioni di CK c. un aumento di almeno 1000 volte delle concentrazioni di CK d. un aumento di almeno 10.000 volte delle concentrazioni di CK 4. Nel corso di un trattamento con statine, in assenza di riscontri clinici, si raccomanda di misurare i livelli delle transaminasi epatiche: a. solo prima di iniziare la terapia b. ogni 2 mesi per tutta la durata della terapia c. prima di iniziare la terapia, a 3 e a 12 mesi dall’inizio del trattamento d. prima di iniziare la terapia e poi ogni 6 mesi per tutta la durata della terapia 5. Di quale dei seguenti neurotrasmettitori si ipotizza il coinvolgimento nei disturbi della sfera onirica associati a statine? a.noradrenalina b.serotonina c.GABA d.proopiomelanocortina 6. In caso di sospetta miopatia da statine, quali esami di laboratorio sono previsti? a. CK e ormoni tiroidei b. CK, ormoni tiroidei, transaminasi, panel lipidico c. CK, ormoni tiroidei, transaminasi d. CK, ormoni tiroidei, transaminasi, panel lipidico e, se si sospettano patologie reumatologiche, VES, PCR, ANA e anticorpi anti-Jo Aggiornamento e Formazione in Diabetologia e Malattie Metaboliche