rivista periodica a cura del museo storico in trento,
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ASSICURAZIONI
DAL 1937
anno nono
numero ventiquattro
dicembre 2007
IN QUESTO NUMERO
Natale: albero o presepe?
di Elena Tonezzer
La tradizione e l’arte del
presepio a Tesero
di Paolo Piffer
Un “altro” Natale
di Valentina Galasso
Un buon pranzo (di Natale)
di Quinto Antonelli
Il Natale del 1914 sul
fronte occidentale:
una proposta di lettura
(e di visione)
Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art. 1, comma 1, D.C.B. Trento - Periodico quadrimestrale registrato dal Tribunale di Trento il 9.5.2002, n.
1132. Direttore responsabile: Sergio Benvenuti - Distribuzione gratuita - Taxe perçue - ISSN 1720 - 6812
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Natale: albero o
presepe?
di Elena Tonezzer
Rovistando negli archivi a volte succede di
imbattersi in una carta
inaspettata, che non
risponde per niente ai
bisogni che la ricerca
impone in quel momento, ma per qualche motivo
rimane impigliata alla nostra
attenzione. Possono essere le
strane formule del linguaggio
burocratico a destare la curiosità dello storico, quando
si parla di bevande spiritose
a proposito degli alcoolici ad
esempio, oppure la presenza
stessa di un argomento in un
periodo o in un ambito del
tutto inatteso.
È quello che mi è successo a
proposito del titolo di un documento diligentemente riportato in uno dei repertori che
raccolgono anno per anno in
rigoroso indice alfabetico tutti
gli atti del Comune di Trento,
si trattava di quello del 1900,
che alla F di Forestale recitava: “Divieto di porre in vendita senza licenza ‘Alberi di
Natale’ pianticelle di pino ed
abete – da in vigilare”.
La notizia in sé, che vendessero alberelli tagliati abusivamente, apparentemente non è
straordinaria, i trasgressori alle
norme e in particolare a quelle
fiscali sono sempre esistiti. Lo
strano sta proprio nell’oggetto,
in quell’albero di Natale che
comunemente si sa diffuso in
Italia solo all’indomani della
seconda guerra mondiale, con
l’inizio del boom economico
e l’assunzione dei modelli di
comportamento e dei simboli
natalizi di derivazione statunitense.
Non era il presepio la tradizione per eccellenza del Natale cattolico e latino?
Questo frammento documentario sembra insinuare un
dubbio sulle abitudini trentine e confermare il carattere
plurimo dell’identità culturale
di questa regione, che si manifesterebbe anche nella celebrazione della più importante
festa religiosa cristiana.
La tradizione dell’albero di Natale risale ai popoli germanici,
mentre quella del presepio è
di origine italiana, tanto che lo
realizzò per la prima volta San
Francesco con i suoi frati nella
notte tra il 24 e il 25 dicembre 1223 a Greccio, vicino a
Rieti.
Le leggende circa l’origine
dell’abete come simbolo natalizio sono numerose e affondano nelle narrazioni precristiane, che attribuivano un
valore sacro alla caratteristica
dell’abete di essere un sempreverde e dunque di riuscire
a simboleggiare la vita anche
in pieno inverno. Fonti documentarie dicono che in Alsazia
si autorizzarono nel 1521 dei
contadini a tagliare il loro albero di Natale, e una cronaca
di Strasburgo del 1605 precisa
che si portarono in casa degli
abeti ornati con rose di carta,
mele, zucchero e oggetti dorati. Nel 1840 la principessa
Elena di Germania, sposa del
duca d’Orleans, stupì la corte
parigina decorando il suo albero alle Tuileries. La moda
dell’albero di Natale si diffuse
poi nelle corti europee attraverso i matrimoni con nobili
tedeschi, dopo la Francia fu
il caso dell’Inghilterra, dove il
principe Alberto di Sassonia,
tedesco e sposo della regina
Vittoria, inaugurò questa abitudine.
A differenza dell’albero di Natale, l’abitudine del presepio
ha le sue radici nella tradizione etrusca e latina, per la
precisione nella consuetudine
che i bambini di casa in prossimità della festa Sigillaria (il
20 dicembre!) lucidassero le
statue dei lari, che rappresentavano i defunti della famiglia,
per disporle in un piccolo recinto nel quale si costruiva in
miniatura un ambiente bucolico. Come in molti altri casi,
i cristiani tramutarono feste
già esistenti in feste cristiane,
mantenendo talvolta le date o
i nomi ma mutandone il significato. La tradizione tutta italiana del presepio risale come
detto all’intervento di San
Francesco, venne legittimata
dal Concilio di Trento per la
sua capacità di trasmettere la
fede in modo semplice, e proseguì nei secoli trovando nelle
famiglie nobili un terreno fertile perchè le statuine erano in
grado di fornire un argomento
in più per mostrare la ricchezza
e l’opulenza del casato.
La metafora del Trentino come
ponte tra mondo germanico e
italiano è nota e forse addirittura abusata, ma le tracce
dei due mondi affiorano nei
dialetti e nella cultura materiale della popolazione locale
soprattutto fino alla Grande
Guerra. La tradizione del presepio era sicuramente presente anche prima di questo
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terribile evento separatore,
sebbene solo in poche chiese
si costruisse l’intera scena
della natività e di solito si
preferisse porre la semplice
mangiatoia con la statua del
piccolo Gesù bambino a grandezza naturale, tuttavia è probabile che anche l’albero di
Natale fosse diffuso a livello
popolare. L’appiattimento operato dal fascismo, che tentò di
omologare l’intero Paese imponendo celebrazioni ovunque
uguali e ‘italianissime’, rende
però difficile recuperare ora la
presenza in Trentino di un’abitudine nordica come quella
dell’albero decorato. Non si
può escludere che la diffusione
del presepio latino a scapito
del albero natalizio tedesco
rientri nell’insieme delle strategie volte deliberatamente a
conquistare politicamente e
culturalmente anche l’ultima
delle regioni annesse al Regno d’Italia. A un fenomeno
di questo tipo sembra alludere
nel 1934 una frase pubblicata
sulla Stampa di Torino a proposito delle abitudini natalizie
delle valli del Tesino, quando si
sottolinea che «il Fascismo ha
pure ridato vita ad una antica
tradizione italica, quella del
Presepio, che in molte località
della nostra regione ha ormai
sostituito l’usanza nordica
dell’albero di Natale» («Folclore natalizio». La Stampa.
Torino, 26 dicembre 1934).
Se in quegli anni si era verificata una «sostituzione» di una
abitudine precedente con una
nuova, significa che l’albero di
Natale era almeno fino a quel
momento molto più presente
nella popolazione del presepio, e che la successiva diffusione di quest’ultimo è stata
in qualche modo indotta («il
fascismo ha ridato vita») in
modo artificiale. Il documento
da cui siamo partiti, sulla vendita abusiva degli alberelli per
Natale, sembra lasciare intendere che la presenza di tradizione dell’albero in quell’anno
non fosse nuova né limitata a
pochi sporadici casi. Si tratta
di un’indagine solo indiziaria
ma già capace di aprire dei
coni di luce su questo tema.
In primo luogo gli attori di
questa lettera sono esponenti
istituzionali di primo piano e
il loro interessamento fa sospettare che il fenomeno della
vendita degli abeti per Natale
avesse una certa importanza
e diffusione. Nella lettera il
Consigliere aulico chiede al
Magistrato civico di Trento di
intervenire per far osservare la
legge e “incaricare le guardie
municipali ad invigilare entro
il raggio della città sull’esatta
osservanza delle disposizioni
[…] e di passare alla confisca
degli ‘Alberi di Natale’ non
muniti della prescritta licenza
e del marchio del martello
d’ufficio, nonché denunciare
i contravventori a quest’ordine”.
La preoccupazione dell’autorità, prosegue la lettera, ha
addirittura motivazioni “di
precauzione forestale”, un’indicazione che aggiunge peso
all’ipotesi che il fenomeno
fosse molto diffuso, tanto da
far temere per la sicurezza
dei boschi, e abbastanza significativo da richiedere la
collaborazione dell’ispezione
forestale del capoluogo, di
Pergine e di Mezzolombardo.
Alla lettera è accompagnato il
testo della circolare da rendere
pubblico alla popolazione, in
cui si avvertono soprattutto i
venditori abusivi dei rischi in
cui sarebbero incorsi se colti
in flagrante.
Il testo viene diffuso anche dai
giornali locali, che lo pubblicano senza particolari commenti nei giorni che precedono
la festa della natività. Anche
la Voce Cattolica, legata alla
Curia, non trova necessario
intervenire a rimarcare per
motivi religiosi una condanna
dell’albero di Natale o una difesa del presepio.
Sono passati più di cento anni
da quel natale del 1900 in cui
le autorità austriache erano
allarmate per i danni che un
taglio smodato degli alberi
avrebbe potuto infliggere al
patrimonio forestale trentino,
e la festa del Natale – con la
sua apparente immobilità – è
cambiata assecondando i gusti e le mode di una società
sempre più vasta e globalizzata. Negli anni cinquanta del
XX secolo l’albero di Natale si
è diffuso anche nell’Europa
mediterranea non da Nord,
dalla vicina Germania o dalla
Francia, ma da oltre oceano.
L’albero e le sue decorazioni
è approdato come fenomeno
di massa in Italia dagli Stati
Uniti, così come il rosso Babbo
Natale, che ha lentamente sostituito Gesù bambino come
destinatario delle letterine con
cui i bambini esprimono i loro
desideri. Il Trentino fa parte di
questo mondo che unisce in
modo indifferenziato ogni latitudine e smussa le specificità
delle storie locali, ma a volte
una singola carta in un archivio può almeno farci ricordare
di quante stratificazioni di tradizioni e culture è frutto.
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La tradizione e
l’arte del presepio
a Tesero
di Paolo Piffer
Il paese dei presepi:
intervista con
Walter Deflorian
In valle di Fiemme,
a Tesero, da 42 anni
l’associazione Amici del presepe ha il compito di rinverdire l’antica tradizione presepistica e da 12 propone la
manifestazione “I Presepi nelle
corti”. Tanto che i presepi del
paese hanno trovato anche
la strada del Vaticano dove
fanno bella mostra di sé. Oltre,
ovviamente, ad
incorniciare
il centro
fiemmese
nel corso
d e l l e
f e s t e
fin dopo
l’epifania.
“La tradizione
della realizzazione dei
presepi in legno
– dice Walter
Deflorian, presidente
dell’associazione
Amici
del presepe – è secolare.
È una tradizione le cui
fonti sono due affreschi
del 1534 che si trovano nella chiesa di
San Leonardo. L’altro simbolo è una
stufa ad olle del
1630 che riporta
delle immagini
sulla natività. Da
questi elementi
simbolici si sviluppa una tradizione
lignea, di carattere
scultoreo,
parecchio
significativa. Tanto che,
in diverse case private
del paese, sono ancora
conservati diversi
presepi
storici
che vanno dal
1780 al 1900.
Del secolo scorso, fino a circa
gli anni settanta, c’è invece
un intenso lavoro di copia dei
presepi storici. Un lavoro artigianale che, mano a mano, va
a scomparire a favore di figure
professionali specifiche ed
artistiche che si impegnano in
questo settore”.
Si può dire che ogni famiglia
di Tesero ha in casa un presepe?
“Diciamo così: nelle case private, di presepi storici veri e
propri ce n’è una trentina. Si
arriva ad un centinaio se consideriamo il periodo che va
fino al 1900.
E che attività svolgete, come
associazione, per far conoscere questa antica tradizione?
“I presepi più vecchi sono
stati raccolti per una mostra
in Vaticano, a Roma, che
andrà avanti fino al 2 febbraio e che vede presenti
anche presepi che arrivano
da altre valli trentine. Proprio
lì contribuiamo, inoltre, come
lo scorso anno, a realizzare
il presepe ad “altezza” naturale in piazza San Pietro. Qui
a Tesero, invece, allestiamo i
nostri presepi nelle corti. Sono
circa un centinaio tra storici,
artistici, realizzati da scultori.
Ma anche più moderni o interpretazioni di presepi”.
C’è qualche aspetto particolare che avete voluto mettere
in evidenza nell’edizione di
quest’anno dei “Presepi nelle
corti”?
Abbiamo fatto una mostra
personale di uno dei fondatori
dell’associazione, Leo Deflorian. È un’esposizione che propone gli oltre quarant’anni di
carriera di Leo in campo presepistico. E poi un’altra mostra,
questa volta fotografica, che
ripercorre le fasi della collaborazione dello scorso anno con
il Vaticano.
Quanti sono, a Tesero, gli arti-
giani che lavorano alla realizzazione dei presepi?
L’associazione ha 160 soci.
Una ventina di questi, tra artigiani e artisti, lavora con continuità il legno per realizzare i
presepi.
5
Una vita di
intervista con
Felix Deflorian
presepi: vecchio pastore del posto.
“Non so proprio quanti presepi in legno ho fatto. È 45
anni che lavoro e ogni anno
qualcuno l’ho realizzato”, dice
Felix Deflorian, 70 anni, scultore e pittore da una vita, uno
dei pionieri dell’associazione
Amici del presepe di Tesero,
diplomato alla scuola d’arte
di Moena. “Certo – prosegue
– quello grande, ad ‘altezza’
naturale, l’ho scolpito tanto
tempo fa e fu messo sul vecchio ponte romanico qui a
Tesero.
Allora, quarant’anni fa, fu il
primo presepe esposto, di quel
tipo, di tutto l’arco alpino. Ma
poi ne ho fatti tanti altri, sia
per enti e associazioni che per
le famiglie.
Quello ad altezza naturale
adesso lo allestiamo in piazza.
Nel corso degli anni lo rinnovo.
Magari metto nuove figure e
vestiti diversi. L’anno scorso
l’abbiamo portato a Roma dal
Papa”.
Dove sono tutti i suoi presepi?
Solo qui a Tesero o anche in
giro per l’Italia?
“No, no. In giro per l’Italia ma
pure in Europa e in America.
C’è un mio presepe a New
York, sulla quinta avenue,
nella sede dell’Alitalia e un
altro nella chiesa di San
Patrick. E un altro ancora a
San Francisco, nella chiesa di
padre Efrem Trettel. Poi anche
nell’America del sud”.
E che caratteristiche hanno?
“Mi ispiro molto all’ambiente
naturale, alle montagne della
valle. Inoltre, per i volti,
prendo spunto da personaggi
locali realmente esistiti. C’è,
ad esempio, la figura del Tita
Oca, rappresentazione di un
Adesso ho finito un trittico a
portele dove sono presenti un
po’ tutte le componenti del
presepe.
È bello grande, 70 centimetri
di larghezza per un metro e
venti di altezza.
C’è l’annunciazione dell’angelo ai pastori, la venuta dei
Magi e, al centro, la natività.
L’ho mandato alla mostra di
Roma insieme ad un dipinto,
sempre sullo stesso tema”.
Che cosa le piace del lavoro
che porta alla realizzazione
del presepe?
“È uno stimolo per la fantasia. Ci si può sbizzarrire prendendo spunto, come dicevo
prima, dall’ambiente naturale
ma anche dai rustici e dai
tabià. Ho inserito, ad esempio, il Corno Bianco con la
rocca. La mia ispirazione la
prendo quasi sempre da soggetti locali.
Un altro esempio è proprio il
trittico che ho finito da poco.
La scena centrale è ovviamente classica ma i pastori
indossano i nostri vecchi
costumi di valle. E le fisionomie sono quelle dei paesani di
una volta.
Anche perché è più difficile,
adesso, ritrovare i visi caratteristici, tipici, dei contadini del
passato che sono quelli giusti
in un presepe”.
Quanto tempo ci è voluto per
fare l’ultimo presepe e che
legno ha usato?
“L’ho iniziato nel luglio scorso.
Quattro mesi di lavoro in tutto.
Ho usato legno di cirmolo e
di tiglio. Continuerò fino a
quando riuscirò a lavorare il
legno.
La nostra, qui a Tesero, è veramente una tradizione popolare,
che si vive giorno per giorno,
perché è vicina alla gente”.
6
Un “altro” Natale
di Valentina
Dariya Rozlohysta è
ucraina. Vive in Italia dal 2002, e quello
Galasso
che si appresta a
festeggiare è il suo
sesto Natale lontano
da casa.
I cittadini ucraini che come
Dariya vivono e lavorano nella
provincia di Trento, e che
rappresentano il 4,3% della
popolazione di origine straniera presente in Trentino,
sono circa 1.400.
Le cifre sono riportate dal
rapporto 2007 sull’immigrazione in Trentino, secondo
il quale gli immigrati stabilmente residenti in provincia
di Trento sono circa 33.300,
con un’incidenza totale sulla
popolazione locale pari al
6,6% (percentuale superiore
a quella riferita al territorio
nazionale nel suo complesso,
ma in linea con la media delle
province settentrionali) (L’immigrazione in Trentino. Rapporto annuale 2007, a cura
di Maurizio Ambrosiani, Paolo
Boccagli e Serena Piovesan,
Trento, Provincia autonoma di
Trento, 2007, p. 34-37).
Parlare oggi di immigrazione
dovrebbe richiamare alla
mente, quasi naturalmente,
le grandi ondate migratorie di
cui gli italiani, e tra loro i trentini, furono protagonisti fino
alla fine degli anni sessanta
del XIX secolo.
Eppure parole come “integrazione”, “discriminazione”, “cittadinanza” o “seconda generazione”, sono troppo spesso
applicate univocamente e
talvolta semplicisticamente ai
fenomeni immigratori attuali,
tralasciando di ricordare, volutamente o inconsciamente,
quando le stesse definizioni
venivano attribuite alle esperienze migratorie degli italiani
all’estero.
Lo studio della memoria e
della storia della grande emigrazione italiana (e trentina),
infatti, rappresenta una stra-
ordinaria opportunità di ridiscutere criticamente quei
fenomeni che accomunano
gli emigrati italiani del secolo
scorso e gli immigrati di oggi,
in modo che la comprensione
di eventi recenti ed incalzanti
come quello immigratorio, sia
più agevolata e facilitata da
preziosi strumenti interpretativi. Del resto, se la presenza
ed il radicamento di comunità
straniere sul territorio trentino
rappresentano ormai un dato
incontrovertibile, molto meno
scontata è la conoscenza dei
loro costumi e delle loro abitudini.
Da questo punto di vista, un
primo passo verso una necessaria apertura a ciò che di
“diverso” oggigiorno riscontriamo nel nostro vivere collettivo, può essere quello di avvicinarsi alle differenti modalità
di celebrazione che festività
così largamente ed internazionalmente diffuse, come il
Natale, assumono al di fuori
dell’Italia.
Il ricordo delle Feste trascorse
con la famiglia in un piccolo
paese nella provincia di Leopoli è per Dariya molto vivo,
a cominciare dai giorni che lo
precedono, all’inizio del primo
mese dell’anno.
I cristiani ortodossi, infatti,
celebrano il Natale il 7 gennaio, dal momento che la religione russo-ortodossa ha conservato per le festività religiose
il vecchio calendario giuliano,
sostituito nel 1582 da quello
introdotto da Papa Gregorio
XII, da cui il nuovo calendario,
tuttora in uso, prese il nome.
Per questo motivo per gli ortodossi il Natale ricade il 7 gennaio del nostro calendario, che
corrisponde al 25 dicembre
del calendario giuliano.
Dariya racconta come il
“suo” Natale sia all’insegna
della sobrietà ma allo stesso
tempo di una forte compartecipazione tra i membri della
famiglia. In Ucraina infatti, il
Natale rappresenta una delle
festività “familiari” più impor-
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tanti dell’anno, secondo solo
alla Pasqua.
Come per i cattolici, la Natività
è preceduta da una quaresima
di 40 giorni, allo scadere della
quale ogni nucleo familiare si
ritrova a casa dei genitori.
Fin dalla mattina del 6 gennaio,
le donne si occupano della
preparazione della cena della
Vigilia, riservata ai componenti
della famiglia. Il digiuno mantenuto durante tutto il giorno
che precede il Natale, viene
rotto all’apparire della prima
stella nel cielo, che, tradizionalmente, viene considerata
quella di Betlemme.L’inizio
dei festeggiamenti è preceduto da una serie di antichi
gesti tradizionali che tuttora
sopravvivono: il capofamiglia
si reca nella stalla ed offre agli
animali un pezzo di pane; successivamente rientra in casa
portando con sé un ciuffo di
erba secca (ricordando in questo modo quella sulla quale
nacque Gesù), e ringrazia Dio
per l’anno appena trascorso.
Il pasto non può cominciare
prima che il
pane,
rigorosamente senza lievito,
venga tagliato e distribuito
dal capofamiglia a tutti i commensali.
La cena della vigilia, priva di
carne ed a base di piatti semplici e di “cutià”, un impasto
di frumento secco, sbucciato,
cotto e condito con il miele,
ha finalmente inizio.
È tradizione che gli invitati
si servano tutti dallo stesso
piatto, mentre le dodici portate, il cui numero richiama gli
apostoli, tra le quali troviamo
pietanze a base di pesce,
crauti, funghi, e ravioli di
patate (i famosi “varenyky”),
vengono sistemate in mezzo
alla tavola.
Durante la cena alle preghiere
ed ai canti natalizi si alternano
le chiacchiere ed i ricordi condivisi dai numerosi componenti della famiglia, fino a
che, alle 24.00, si assiste, in
chiesa, alla Messa di Natale.
Da quel momento cominceranno le vere e proprie celebrazioni tradizionali della
Natività, in ucraino il “Krystos
Razhdaietsia”, e cioè il giorno
di “Gesù nato”.
Durante il 7 di gennaio,
infatti, le case si aprono ad
amici e conoscenti, mentre
il cibo, terminata la quaresima, sarà più ricco e variegato.
Per tutto il giorno di
Natale gruppi di adolescenti animano i tradizionali presepi viventi
percorrendo le strade
e le abitazioni dei villaggi e dei paesi, porgendo gli auguri ed
intonando le tipiche
canzoni natalizie.
Anche nei centri
abitati di maggiori
dimensioni,
o
nella capitale
Kiev, può
capitare di
assistere al
passaggio
dei presepi
viventi, anche se meno frequentemente e generalmente
in seguito alla esplicita richiesta di una o più famiglie.
Per gli ucraini ortodossi non è
abitudine scambiarsi regali nel
giorno di Natale, come accade
invece il 19 di dicembre,
al passaggio di San Nicolò,
quando bambini ed adulti al
loro risveglio trovano dolci,
caramelle ed oggetti sotto al
proprio cuscino. Dal racconto
di Dariya traspare che festeggiare il Natale fa ormai parte di
una tradizione condivisa dalla
maggioranza delle famiglie
ucraine, al contrario di ciò che
avveniva negli anni precedenti
la caduta del regime sovietico.
Secondo Dariya, infatti, le
persone che occupavano posti
importanti all’interno della
struttura di partito e burocratica del sistema sovietico, nel
caso in cui fossero comunque
legate alle tradizionali celebrazioni natalizie, non erano
solite festeggiare il Natale, o lo
facevano il più segretamente
possibile.
A dimostrazione di come la
comunità ucraina sia presente
in Trentino, ogni 7 gennaio,
nella chiesa di San Giuseppe
a Trento, viene celebrata la
messa di Natale ortodossa.
Segue un pranzo nell’oratorio cui i fedeli contribuiscono
portando qualcosa di caldo e
tipico preparato in casa.
Indipendentemente dal valore
che ognuno di noi attribuisce
al Natale, è ormai indispensabile prendere atto dell’esistenza e del radicamento di
culture e religiosità distinte sul
territorio trentino. Sentirsene
minacciati sarebbe del tutto
ingiustificato, apprezzarne la
diversità e la ricchezza culturale non può che contribuire
alla costruzione di una comunità più tollerante ed inclusiva.
Così che… SROZHDESTOVOM KRISTOVYM (Buon
Natale) a tutti!
8
Un buon pranzo
(di Natale)
di Quinto Antonelli
I pranzi delle feste
natalizie d’ambiente
contadino dovevano
essere
innanzitutto
abbondanti. Non sembra di notare in autobiografie, diari e ricettari la
presenza di cibi rituali, a parte
lo zelten che appare nella
seconda metà dell’Ottocento.
Come scrive Giorgio Bugna
nella sua arte culinaria (1915)
un buon pranzo (anche di
Natale) si compone di tre galline cotte dapprima nell’acqua
e poi arrostite nel burro per
mezz’ora; di una minestra di
riso cotto nel brodo delle galline; di paste concie, ovvero
condite con formaggio e burro.
“Si mangia quindi la minestra,
poi le paste, poi
le galline
arrostite
col pane, poi il caffè coll’acquavite, poi i sigari di virginia”.
Un pranzo abbondante, ma
semplice, di poche portate.
Invece per un’anonima cuoca
di Primiero, un buon pranzo
deve prevedere tutto ciò che si
conosce ed è possibile preparare; nell’ordine (o nel disordine): zuppa, fritto, carne,
verdura, salame, “allesso con
dolce, paste e sopra conza”,
lingua salata, pollame, budino,
offelle, arrosto, una torta, il
caffé.
Sono
desideri,
propositi,
modelli di pranzi festivi che
dovevano celebrare, almeno
per un giorno, l’abbondanza.
Ma c’era chi quell’abbondanza poteva
permettersela per davvero. Il
31 dicembre 1905, secondo il
ricettario della cuoca, la facoltosa famiglia Oss-Mazzurana
cena in questo modo:
“Brodo ristretto, pesce con
maijones, tartufi con pasta
sfoglia e intingolo di latticini,
cottole[tte] di vitello con tegoline e piselli, arrosto di pollo
con broccolo, dolce plombier
a 4 colori, formaggio, castagne e frutta. A ½ notte budino
fiamante e scampang”.
Già, il pesce a Natale. Non è
solo la facoltosa famiglia trentina a rispettare quella che
appare una tradizione aristocratica e borghese. Sappiamo
dall’autobiografia di Angelo
Michele Negrelli che il consumo natalizio di pesce in quel
di Primiero esiste già a
metà Settecento.
Quando
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può lo porta lui stesso dai suoi
frequenti viaggi a Venezia,
dove ha amici e conoscenti.
Ecco come racconta il ritorno
a casa da uno di questi:
“Sul far della sera rimontando a cavallo, e facendo a
tutta notte lo Schener senza
aver incontrato alcun altro
sinistro, Dio volle, che arrivassimo felicemente a casa
prima del giorno, e gli amici
continuando verso le loro
famiglie, congedatisi da me
io entrai tutto consolato nella
mia famiglia dove ancora tutti
dormivano, e fù quello il primo
viaggio, ossia vero il secondo
ch’io facessi di notte tempo,
protestando di non farne mai
più alcun altro di notte.
Tanto la Bettina, che i genitori, e sorella si mostrarono
contenti, nonché sorpresi
dell’innaspettato mio arrivo,
ed io rimasi ancora più di essi
contento, e pel viaggio felice
che aveva fatto, e per averli
ritrovati tutti sani.
Io aveva portato con me una
sporta di pesce Veneziano
nella supposizione, che la mia
famiglia non ne avesse avuto
da altre parti, ma rimasi
sorpreso, quando mi
si disse, che per
parte degli amici di
Venezia e senza mia
presaputa avevano
ricevuto altre 2 sporte
di pesca, cosicché ho
potuto farne parte ad alcuni
amici”. È un rituale che dura
nel tempo.
Quasi un secolo dopo, nel
1878, il figlio Michele Angelo
annota nel “giornale di famiglia” di aver consumato in
ritardo il “pesce veneziano”.
Ma ecco l’intero brano del giudice Negrelli dedicato al mese
di dicembre 1878:
“Mese cattivissimo. Poco sole,
freddo a 9 gradi e più, neve e,
sul finire, scirocco e pioggia.
Il 20 cadette in Rolle una
valanga che ammazzò un
cavallo di Siror ed un uomo di
Mezzano.
Il 23 venne aperta la Latteria
sociale di Primiero con spari,
illuminazione, fuochi di artificio, cena sociale e benedizione. Tutto passò bene. Il
contadino però osteggia l’istituto. Non sa quel che fa.
Il 30 ebbi a pranzo Costanza
e consumammo il pesce veneziano per Natale venuto in
ritardo. L’anno 1878 fu buono
per Primiero ma cresce col
vizio la povertà. Laus Deo
Semper”.
In anni più recenti il pranzo
natalizio si caratterizza per la
presenza dello zelten, che troviamo in ogni ricettario.
Il 28 dicembre 1929 Emerina
Grigolli di Mori scrive la ricetta
del “suo” zelten “di Natale”:
“fioco [farina di] 28-30 dec;
burro 14 d; zucchero 14 dec.
due uova intere un ottavo di
latte fichi 20 d; pinoli a piacere uva passa noci, corteccia
di un limone, ed arancio poco
sale.
modo: si lavora le uova col
burro e farina ben bene, poi
si aggiunge a poco a poco il
resto, per fine 1/2 polvereta.
forno caldo”.
Una delle tante ricette, tutte
piuttosto simili, ma tutte
diversissime da quel “Celtem”
primierotto e contadino di fine
Ottocento che si faceva mescolando una libbra di mandorle,
una di pinoli (“pignolli”), una
di uva passa con mezzo pane
di segala ammorbidito nell’acqua.
*Nell’articolo si fa riferimento
all’Autobiografia di Giorgio
Bugna; al ricettario manoscritto anonimo proveniente
da Fiera di Primiero (seconda
metà dell’Ottocento); al ricettario di Angelina Andreoli,
cuoca presso la famiglia OssMazzurana; alle Memorie
di Angelo Michele Negrelli
(1764-1851); al “Giornale
della famiglia Negrelli” tenuto
da Michele Angelo Negrelli
(1805-1881); al ricettario di
Emerina Grigolli.
Tutti i manoscritti consultati sono depositati presso
il Museo storico in Trento,
Archivio della scrittura popolare.
10
Una proposta di
lettura (e visione):
il Natale del 1914
sul fronte occidentale raccontato da
Michael Jürgs e
Christian Carion
Accade che il corso
di eventi maggiori
sia attraversato da
episodi all’apparenza
piccoli, quasi privati, che si sottraggono alla logica della
Storia e, pur non
potendo modificarne
le sorti, possiedono
una forza sovversiva
straordinaria. Il testo,
La
Piccola
pace
nella Grande Guerra:
Fronte occidentale,
1914: un Natale
senza armi (Milano, Il
Saggiatore, 2006) di
Michael Jürgs ne racconta uno, un lampo
di umanità tra gli
orrori che hanno fatto
del primo conflitto
mondiale la Grande
Guerra. Sono passati
sei mesi dall’inizio
delle ostilità e lungo
la linea che dalla
Manica corre giù fino alle Alpi
svizzere si fronteggiano le
truppe tedesche e quelle alleate. Una guerra di posizione,
estenuante, combattuta corpo
a corpo da ragazzi di vent’anni
che, per conquistare pochi
metri di terreno, trascorrono
settimane nel fango delle
trincee sotto i colpi del fuoco
nemico, della fame, del freddo
e del terrore. Ma d’improvviso, alla vigilia di Natale, c’è
qualcosa di nuovo sul fronte
occidentale: in un luogo imprecisato delle Fiandre, dalle
trincee tedesche si levano
canti natalizi e cartelli con la
scritta We not shoot, you not
shoot. Superata la diffidenza,
gli inglesi abbassano le armi e
rispondono con i loro canti di
Natale. A poco a poco i soldati
dei due schieramenti escono
allo scoperto e concordano
una tregua di tre giorni, ribellandosi agli ordini delle autorità militari. Ciò che accade in
quelle ore nella “terra di nessuno” ha il fascino e il mistero
delle vicende umane: i soldati
fraternizzano, mostrano le foto
dei propri cari, seppelliscono i
cadaveri rimasti a marcire sul
campo, organizzano partite di
calcio con mezzi di fortuna.
La piccola pace si diffonde
come corrente elettrica lungo
l’intera linea del fronte, e fa
notizia. Ma non avrà lunga
vita: i soldati imbracceranno
di nuovo i fucili, i giornalisti
per lo più saranno costretti al
silenzio e la guerra per altri
quattro anni mieterà le sue
vittime. Materiali d’archivio,
diari, fotografie, lettere hanno
consentito a Michael Jürgs di
raccontare quegli incredibili
giorni come in un lungo piano
sequenza, regalando al lettore
una piccola grande storia.
l volume ha anche ispirato il
film “Joyeux Noël” di Christian
Carion, una cooproduzione di
Francia, Gran Bretagna, Germania, Belgio e Romania del
2005.
Primi passi della Fondazione Museo storico del Trentino
Si è svolta nel pomeriggio di mercoledì 19 dicembre 2007 la riunione di insediamento del Consiglio di
amministrazione della Fondazione Museo storico del Trentino. Sono stati approvati il primo bilancio e
il piano di attività. Inoltrte su proposta del presidente Lorenzo Dellai, il Consiglio ha nominato con voto
unanime Stefano Graiff, sindaco di Romeno e Assessore del Comprensorio valle di Non, vicepresidente
della Fondazione, e Giuseppe Ferrandi, direttore del Museo storico in Trento, direttore generale.
Comitato di amministrazione: Lorenzo Dellai (presidente), Franca Broseghini, Stefano Graiff (vicepresidente), Claudio Martinelli, Alberto Pacher, Alessandra Schiavuzzi, Guglielmo Valduga.
Collegio revisori dei conti: Fulvia Deanesi (presidente), Mauro Angeli, Ettore Luraschi.
Soci fondatori: Museo storico in Trento onlus, Comune di Trento, Provincia autonoma di Trento, Comune
di Rovereto, Comune di Brentonico, Comune di Lavarone, Comune di Levico Terme, Comprensorio della
valle di Non, Comprensorio delle Giudicarie, Comprensorio di Primiero, Camera di commercio industria
artigianato e agricoltura di Trento, Unione dei comuni valle di Ledro, Museo storico italiano della guerra onlus, Associazione trentini nel mondo onlus, Centro studi sulla storia dell’Europa Orientale, Centro
documentazione Luserna onlus, Fondazione Stava 1985 onlus, Ordine dei farmacisti della provincia di
Trento, Comunità delle regole di Spinale e Manez, Magnifica Comunità di Fiemme, Federazione trentina
della cooperazione, Cassa rurale di Trento.
11
INFOMUSEO
NOVITÀ EDITORIALI DEL MUSEO STORICO IN TRENTO
Sommario: Quinto Antonelli – Anna Iuso, Scritture popolari e idolo mediatico nell’Italia del Miracolo: l’archivio di Gigliola Cinquetti; Andrea
Giorgi – Alessandra Pedrotti, Lo zio in archivio: sulle tracce del sistema
di gestione dell’archivio di Gigliola Cinquetti; Serenella Baggio, Lettere a
Gigliola Cinquetti: aspetti storico-linguistici; Silvia Cocco – Laura Crosara,
Lettere a Gigliola Cinquetti da Vicenza e provincia; Serenella Baggio –
Francesca Bolza, Lettere a Gigliola Cinquetti dal Trentino; Rita Fresu – Ugo
Vignuzzi, «Scusami gli errori ma in italiano non sono molto brava»: scrittura
giovanile degli anni Sessanta e alfabetizzazione di massa in un corpus
di lettere dell’archivio di Gigliola Cinquetti; Attilio Bartoli Langeli, Note
sull’uso popolare della macchina da srivere; Alessandro Casellato, Santi
e madonne per l’Italia del boom: lettere a papà Cervi e a Gigliola Cinquetti; Liviana Gazzetta, Eredità cattolica e modelli femminili nelle lettere
dell’archivio di Gigliola Cinquetti; Günther Pallaver, Gigliola Cinquetti come
testimonial politico: la cantante del centro che guarda a sinistra; Felice
Ficco, Un’ancora di salvezza; Anna Iuso, Presentazione; Alessio Catalini
– Francesco Della Costa, Cara Gigliola mi scusate se chiedo...; Tiziana
Franceschini – Caterina Giannottu, «Non ho l’età (per amarti)»: Gigliola
Cinquetti e il trionfo di Lolita; Anna Iuso, Scrivere agli idoli: lineamenti di
un’epistolografia fra Gutenberg e i media; Daniele Fabre, Anni Sessanta:
una giovinezza tra due mondi; Emmanuel Ethis, Relazionarsi alla star: una
modalità del sentimento di esistere; Sophie Maisonneuve, Il medium ed i
suoi usi: il disco, tra cultura di massa e individualizzazione delle pratiche
e dei gusti; Dominique Cardon – Smaïn Laacher, Scrivere all’amica delle
onde: le lettere alla trasmissione radiofonica di Menie Grégoire (19671981); Paolo De Simonis, Distinti saluti. Viva Villa, Bella ciao, claudio.it;
Stefano Moscadelli, «Volta la carta: suggestioni dall’archivio Fabrizio De
André; Bibliografia complessiva; Indice dei nomi.
SCRIVERE AGLI IDOLI
Quando, nel 2002, Gigliola Cinquetti volle depositare presso il Museo storico
in Trento-Archivio della scrittura popolare le lettere che i suoi fans le avevano
scritto nell’arco della sua carriera (dal 1964 fino al termine degli anni Settanta, con un piccolo rivolo che correva anche nel decennio successivo),
un rapido calcolo fornì l’impressionante numero di 150.000. Un fondo
di ricchezza straordinaria che permette ai ricercatori di oggi di leggere
attraverso diversi approcci disciplinari e metodologici il grande sommovimento sociale che avvenne in quegli anni e di indagare le trasformazioni
e le permanenze culturali.
Il volume, che raccoglie gli atti del IX seminario internazionale della scrittura
popolare, tenutosi a Trento nel novembre 2005, va in questa direzione, svelando come le lettere a Gigliola Cinquetti possano offrire uno straordinario
racconto soggettivo (quasi una giovanile autobiografia collettiva) di quegli
anni stessi.
a cura di Anna Iuso e Quinto Antonelli
Anna Iuso e Quinto Antonelli (a cura di), Scrivere agli idoli: la scrittura popolare
14
negli anni Sessanta e dintorni a partire dalle 150.000 lettere a Gigliola Cinquetti, pp. 456, E 20.00 (Quaderni di Archivio trentino, 14).
Quando, nel 2002, Gigliola Cinquetti volle depositare presso il Museo storico in
Trento-Archivio della scrittura popolare le lettere che i suoi fans le avevano scritto
nell’arco della sua carriera (dal 1964 fino al termine degli anni Settanta, con un
piccolo rivolo che correva anche nel decennio successivo), un rapido calcolo fornì
l’impressionante numero di 150.000. Un fondo di ricchezza straordinaria che
permette ai ricercatori di oggi di leggere attraverso diversi approcci disciplinari
e metodologici il grande sommovimento sociale che avvenne in quegli anni e di
indagare le trasformazioni e le permanenze culturali. Il volume, che raccoglie gli
atti del IX seminario internazionale della scrittura popolare, tenutosi a Trento nel
novembre 2005, va in questa direzione, svelando come le lettere a Gigliola Cinquetti possano offrire uno straordinario racconto soggettivo (quasi una giovanile
autobiografia collettiva) di quegli anni stessi.
SCRIVERE AGLI IDOLI
a cura di
Anna Iuso e Quinto Antonelli
Quinto Antonelli è responsabile dell’Archivio della scrittura popolare
presso il Museo storico in Trento nonché autore di numerosi studi nei quali
si è occupato perlopiù delle cosiddette scritture «minori» e popolari, ma
anche della formazione del senso comune, dell’immaginario folklorico,
di storia della scuola e dell’alfabetizzazione.
Anna Iuso è docente di antropologia culturale all’Università degli studi di
Roma «La Sapienza», e membro del laboratorio di ricerca LAHIC; lavora su
tematiche come i monumenti abitati, la case degli scrittori, il patrimonio e
la scrittura. Impegnata da anni su questioni riguardanti la patrimonializzazione delle scritture autobiografiche, ha lavorato sugli archivi autobiografici
europei. È vicedirettore della rivista Primapersona.
ISBN 978-88-7197-093-6
E 20.00
Copertina Monografia 14.indd 1
«Forse mai prima di allora la fotografia aveva svelato, attraverso la morte di un uomo,
il legame indissolubile tra l’immagine, che è la produzione del simile, e l’aggressività, che
è la distruzione del simile, assumendo nel simbolo (l’immagine-icona) il sacrificato».
Come si porta un uomo alla morte
la fotografia della cattura e dell’esecuzione di Cesare Battisti
PROVINCIA
AUTONOMA
DI TRENTO
libro fotografico a cura di Diego Leoni
saggi di Ando Gilardi, Diego Leoni,
Sonia Pinato, Fabrizio Rasera
a cura di Diego Leoni
Trento 2007, pagine 286
ISBN 978-88-7197-097-4
` 58,00
MUSEO STORICO IN TRENTO ONLUS
www.museostorico.it – [email protected]
telefono: 0461 230482 – fax 0461 237418
14
06/12/2007 9.07.43
Diego Leoni (a cura di), Come si porta un uomo alla morte: la fotografia della
cattura e dell’esecuzione di Cesare Battisti, pp. 286, E 58,00.
Cuore di questo volume di grande formato – e ciò che in fondo lo giustifica – è la
straordinaria serie fotografica che documenta la cattura di Cesare Battisti, il suo
trasferimento a Trento, l’esecuzione nella fossa del Castello. Tale serie, costituita da immagini, è stata predisposta attingendo da archivi pubblici e collezioni
private, fotografie di origine e natura affatto diverse (diversi i formati, i supporti,
diverse e molte le mani che le fecero), sì da ricomporre una sorta di film dell’accaduto. “Forse mai prima di allora la fotografia aveva svelato, attraverso la morte
di un uomo, il legame indissolubile tra l’immagine, che è la produzione del simile,
e l’aggressività, che è la distruzione del simile, assumendo nel simbolo (l’immagine-icona) il sacrificato”. Hanno collaborato con propri saggi Ando Gilardi, Diego
Leoni, Sonia Pinato e Fabrizio Rasera.
60 anni dopo: ricordi di vita, guerra e Resistenza in Fiemme e Fassa, Istituto «La Rosa Bianca-Weisse Rose» di
Cavalese (TN), pp. 190, E 5.00 (Quaderni di costruire storia, 4)
Nell’anno scolastico 2003-2004 (avvicinandosi il sessantesimo anniversario della conclusione del secondo conflitto
mondiale) alcuni docenti e studenti del Liceo di Cavalese si sono proposti di indagare sugli avvenimenti conclusivi
della guerra nelle valli di Fiemme e di Fassa. Nelle ultime fasi convulse della ritirata tedesca si verificarono, infatti,
in queste zone alcuni episodi cruenti che coinvolsero tragicamente la popolazione civile. La sollecitazione ulteriore
a indagare è derivata dalla constatazione della scarsa conoscenza di
questi eventi tra le nuove generazioni: un chiaro indizio della difficoltà
(o forse della reticenza) da parte di famigliari e anziani nel fornire informazioni su eventi controversi e dolorosi. È così iniziato un lavoro di
raccolta di informazioni sugli eventi della seconda guerra mondiale,
scegliendo – come fonte privilegiata, ma non esclusiva – il racconto
degli anziani e dei nonni che quegli eventi hanno vissuto. Ne è risultato
il lavoro presentato in questo volume realizzato per ricordare in modo
meno formale e più autentico le vicende della guerra e della Liberazione, mettendo a confronto la memoria storica locale con le vicende
più generali del periodo storico considerato.
I lettori che volessero informarsi sull’insieme delle pubblicazioni del Museo storico in Trento possono collegarsi al
seguente indirizzo internet: http://www.museostorico.it/editoria_ricerca/bookshop • e-mail: [email protected]
12
Settembre 2007
La FilmWork di Trento dona al Museo storico in Trento
un fondo di 166 videonastri degli anni 1988-1992:
l’intervento di riversamento e schedatura del materiale finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di
Trento e Rovereto
La FilmWork di Trento ha donato al Museo storico in
Trento un fondo di 166 videonastri relativo all’attività
svolta dalla società VIDEO REPORTER (poi FILMWORK)
nel periodo 1988-1992.
Il grande interesse del materiale acquisito ha suggerito
l’opportunità di affidare a Matteo Gentilini l’incarico di
riversare e schedare tutti i nastri. L’intervento, conclusosi
nell’agosto del 2007 e sostenuto dalla Fondazione Cassa
di risparmio di Trento e Rovereto, si è articolato nelle
seguenti fasi:
• trasferimento in copia dei materiali filmici dal supporto
originale U-matic a supporto DVD con contestuale
segnatura del time code;
• compilazione della scheda di catalogazione già predisposta e utilizzata dal Museo per tutti gli altri materiali
filmici conservati;
• descrizione del contenuto dei filmati.
Risulterà così più agevole la consultazione del materiale
ai fini sia della ricerca, sia della produzione interna di
documentari tematici.
Questi in sintesi i contenuti dei nastri:
• centro storico della città di Trento;
• cantieri nella città di Trento;
• luoghi del Trentino;
• materiali per spot pubblicitari di società e attività
locali;
• attività ed eventi sportivi (sci, tennis, tennis tavolo,
hockey, calcio, calcetto, arrampicata, mountain bike,
corsa campestre);
• “5 minuti con gli aquilotti”, programma settimanale
sulla squadra di calcio del Trento;
• spettacoli teatrali e festival;
• attività rurali, artigianali e manifatturiere;
• moda e costume;
• cronaca locale per i tg regionali e per il tg nazionale
“Studio Aperto”;
• attività del presidente del Consiglio regionale (Franco
Tretter);
• materiali preparatori per alcune delle prime puntate
della trasmissione televisiva “Girovagando in Trentino”.
Storia regionale del Trentino-Alto Adige
Il 5 settembre 2007 è stato presentato presso la Facoltà
di Giurisprudenza dell’Università degli studi di Trento il
primo volume dell’opera edita dal Museo storico in Trento
La regione Trentino-Alto Adige/Südtirol nel XX secolo
dedicato agli aspetti politico-istituzionali.
Hanno partecipato con i curatori, Giuseppe Ferrandi e
Günther Pallaver, il presidente della Provincia autonoma
di Trento Lorenzo Dellai, il rettore dell’Università di
Trento, Davide Bassi e il preside della Facoltà di Giurisprudenza Roberto Toniatti.
E… state con la storia
Anche ques’anno si è rinnovato il tradizionale appuntamento con la Festa della storia, giunto alla sua settima
edizione.
Promosso dal Museo storico in Trento nei giorni 5-8
settembre l’iniziativa è stata occasione epr offrire alla
cittadinanza incontri pubblici, proiezioni filmiche e una
serata di intrattenimento musicale.
Il programma di quest’anno si è aperto con la presentazione del primo volume dell’opera edita dal Museo storico
“La regione Trentino Alto Adige/Südtirol nel XX secolo”.
Sono seguite, in collaborazione con Format-Centro audiovisivi del Trentino, le proiezioni su due serate dei documentari prodotti nell’ambito del progetto memoria per il
Trentino: Zambana ’55-’56: memorie di una comunità
(regia di L. Pevarello) e L’epopea di S. Giustina: storie di
una valle (regia di L. Pevarello). L’evento conclusivo si è
svolto nel parco della Predara dove la sera dell’8 settembre si è esibito il quartetto “Barrio Mundo”.
Ottobre 2007
La raccolta di memorie: interventi sul territorio
Il Museo storico in Trento, il Comprensorio di Primiero
e l’Ente Parco naturale Paneveggio-Pale di San Martino
hanno proposto il 6 ottobre a Tonadico un incontro pubblico nel corso del quale è stata presentata, alla presenza
del presidente della Provincia autonoma di Trento Lorenzo
Dellai, una proposta collegata al Progetto memoria per il
Trentino, che individua nella promozione della raccolta di
memorie e nella loro valorizzazione uno degli strumenti
fondamentali per rafforzare il senso di appartenenza alle
comunità che abitano il territorio provinciale.
La scelta del Primiero è nata dal rapporto di collaborazione che oramai da anni lega quest’area e le istituzioni
che lo rappresentano al Museo storico in Trento, testimoniato dalla realizzazione di numerose iniziative editoriali,
di ricerca ed espositive, fra le quali, la più recente, l’inaugurazione a Prà del Cimerlo della “Frabica delle scritture
di montagna”.
Memorie di comunità
Il Museo storico in Trento e la Circoscrizione Centro storico/Piedicastello del Comune di Trento hanno proposto
per sabato 6 ottobre 2007 presso la Sala circoscrizionale
di Piedicastello una riflessione pubblica cui hanno partecipato il Presidente della Circoscrizione Centro storico-
13
Piedicastello Melchiore Redolfi, il direttore del Museo
storico in Trento Giuseppe Ferrandi, il sindaco di Trento
Alberto Pacher e il presidente della Provincia autonoma
di Trento Lorenzo Dellai.
Scopo dell’iniziativa era quello di avviare un confronto
fra la cittadinanza, a partire dai residenti di Piedicastello
e dei quartieri interessati, e le istituzioni cittadine e provinciali, per elaborare insieme idee e proposte su alcuni
temi di interesse collettivo quali:
la valorizzazione del Doss Trento e del suo complesso
monumentale, in luogo della memoria di valenza nazionale dal doppio significato storico e ambientale; la
ricerca di un nuovo rapporto con la città e con l’intero
Trentino; la proposta di allestire un percorso sulla storia
e la memoria del Trentino e della città di Trento.
Il dibattitto è stato introdotto dalla proiezione del
documentario “Memorie di comunità”, un percorso tra
storie, biografie e immagini (a cura del Museo storico in
Trento).
I libri di famiglia: una fonte, un convegno
Il Museo storico in Trento, la Fondazione Bruno KesslerIstituto per gli studi storici italo-germanici e l’Università
degli studi di Trento-Dipartimento di filosofia, storia e
beni culturali, hanno organizzato nei giorni 4-5 ottobre
2007, presso la Sala Grande della Fondazione Kessler,
un convegno sul
tema “Famiglia,
memoria,
identità tra Italia ed
Europa
nell’età
moderna”.
Hanno
partecipato con proprie
relazioni: James
Amelang
(Universidad
Autonoma de Madrid),
Quinto Antonelli
(Museo storico in
Trento), Marina
Caffiero (Università di Roma La
Sapienza), Giovanni
Ciappelli
(Università
di
Trento), Siglinde
Clementi (Archivio
Provinciale
Bolzano), Rudolf
Dekker (Erasmus Universiteit Rotterdam), Rita Foti (Università di Palermo), James Grubb (University of Maryland), Sylvie Mouysset (Université de Toulouse), Claudia
Ulbrich (Freie Universität Berlin).
Alpinismo e ricerche storiche: nuove pubblicazioni e
prospettive di studio per una storia alpina
La Società degli alpinisti tridentini, l’Università degli
studi di Trento e il Museo storico in Trento hanno proposto per il 25 ottobre 2007 un confronto aperto sul
tema “Alpinismo e ricerche storiche: nuove pubblicazioni
e prospettive di studio per una storia alpina”.
Al centro dell’incontro, condotto da Claudio Ambrosi,
Luciana Palla e Michael Wedekind, la presentazione dei
tre testi “Alla conquista dell’immaginario: l’alpinismo
come proiezione di modelli culturali e sociali borghesi
tra Otto e Novecento” (Treviso, Antilia edizioni, 2007, a
cura di Claudio Ambrosi e Michael Wedekind), “Ricordi
Alpini: diario di Pino Prati” (Trento, SAT, 2006, a cura
di Claudio Ambrosi) e “Tita Piaz a confronto con il suo
mito” (Trento, Museo storico in Trento; Vigo di Fassa,
Istituto ladino, 2006 di Luciana Palla).
L’autobiografia di Renato Ballardini
Il Museo storico in Trento in collaborazione con la Casa
editrice “Il Margine” ha proposto per il 30 ottobre presso
la sede del Comune di Trento a Palazzo Geremia, la presentazione del libro di Renato Ballardini “I guizzi di un
pesciolino… rosso: ricordi di vita e di politica”. L’autore,
avvocato, deputato e parlamentare europeo, il più autorevole rappresentante della sinistra trentina – racconta
in chiave autobiografica la sua vita pubblica e gli affetti
privati e familiari.
Entrato nella Resistenza a 16 anni sfugge alla strage
nazista del 28 giugno 1944 che vede l’uccisione di molti
compagni del gruppo di giovani resistenti costituitosi a
Riva del Garda. Parte importante della sua esperienza
è la militanza nel Partito socialista, fino allo scontro con
Craxi e all’espulsione dal partito nel 1981.
Importante la sua attività di avvocato e militante nelle
aule di tribunale e in quelle parlamentari su temi quali
la questione altoatesina, la legge sul divorzio, l’incontro
con i protagonisti della grande politica a Roma e a Strasburgo, fino ai suoi viaggi politici negli Stati Uniti e in
Unione Sovietica negli anni settanta.
A conclusione dell’incontro, in cui hanno preso la parola
l’ex presidente della Giunta provinciale Flavio Mengoni
e il senatore Roland Riz, l’assessore alla cultura Lucia
Maestri ha consegnato ufficialmente, a nome del presidente del Museo sindaco Alberto Pacher, il diploma di
socio onorario dell’Associazione Museo storico in Trento.
Tale titolo è stato attribuito negli anni scorsi ad eminenti
figure nel campo della storiografia nazionale ed internazionale.
A Ballardini è riconosciuto il ruolo di protagonista e testimone delle lotte per la libertà e la democrazia oltre che
l’importante contributo come parlamentare all’elaborazione e al consolidamento dell’autonomia speciale del
Trentino Alto Adige/Südtirol.
14
Novembre 2007
Bando per tesi di laurea sulla storia dell’emigrazione
trentina
L’Assessorato all’emigrazione, solidarietà internazionale,
sport e pari opportunità della Provincia autonoma di
Trento e il Centro di documentazione sulla storia dell’emigrazione trentina, attivo presso il Museo storico in Trento,
hanno pubblicato un bando finalizzato a premiare tesi
di laurea relative alla storia dell’emigrazione trentina.
Al premio erano ammessi autori di tesi di laurea (vecchio ordinamento, triennale, specialistico) discusse nelle
Università italiane negli anni accademici 2005-2006 e
2006-2007.
La memoria della Shoah: incontro con Leo Zelikowski
Il Museo storico in Trento ha proposto per l’8 novembre
2007 un incontro con Leo Zelikowski, diretto testimone
della tragedia della Shoah. Leo Zelikowski, nato a Wilna
il 15 aprile 1910, arrivò in Italia, e per la precisione
ad Arco, il 12 aprile 1937. Qui fu arrestato il 27 aprile
1940 e trasferito al carcere di Trento in quanto cittadino
di razza ebraica di uno stato nemico (la Polonia). Rilasciato il 6 agosto 1940 fu assegnato al domicilio coatto
sempre ad Arco. Fu nuovamente arrestato il 21 dicembre
1943 e trasferito al carcere di Trento. Di qui transitò
successivamente nel campo di concentramento di Fossoli ed infine Auschwitz (il 22 febbraio 1944) dal quale
potè rientrare ad Arco circa un anno e mezzo dopo, il 9
settembre 1945.
Dal 1991 vive e risiede in Canada. Il Museo è in procinto
di pubblicarne l’autobiografia che ricostruisce in forma di
cronaca tutta la sua vicenda esistenziale alla luce della
tragica esperienza vissuta durante l’internamento nei
campi di concentramento tedeschi.
Protagonisti e racconti dell’emigrazione trentina dal
Vanoi
L’Assessorato all’emigrazione, solidarietà internazionale,
sport e pari opportunità della Provincia autonoma di
Per informazioni:
Museo storico in Trento,
via Torre d’Augusto, 41 – 38100 Trento
tel. 0461.230482 • fax 0461.237418
www.museostorico.tn.it
[email protected]
[email protected]
Trento, in collaborazione con il Museo storico in Trento-Centro di
documentazione per la
storia dell’emigrazione
trentina, ha proposto
per il 13 novembre
2007, in occasione
della riunione annuale
della Conferenza dei
Consultori
Trentini
all’Estero, la presentazione del volume di
Renzo Maria Grosselli
“Oltre ogni confine: l’emigrazione da un distretto alpino
tra Ottocento e Novecento: il Vanoi nelle testimonianze
orali”. Hanno partecipato con l’autore l’assessore Iva
Berasi e Quinto Antonelli.
La montagna scritta: alfabetizzazione alpina e scritture
popolari
Il Museo storico in Trento ha organizzato, con la collaborazione del Laboratoire d’anthropologie et d’histoire
de l’institution de la culture di Parigi, dell’Ente Parco
di Paneveggio e Pale di San Martino e della Biblioteca
della montagna-SAT, nei giorni 15-17 novembre 2007
presso la Casa della SAT a Trento, il X Seminario Archivio
della scrittura popolare sul tema “La montagna scritta:
alfabetizzazione alpina e scritture popolari”. Il nesso con
l’alfabetizzazione (evidenziato nel titolo) ha inteso sottolineare il cosidetto “paradosso delle Alpi”, ovvero il fatto
che uno dei tratti distintivi dell’area alpina è costituito da
una alfabetizzazione precoce (a partire dal XVII secolo)
e che i livelli di istruzione, per quanto differenziati da
valle a valle, sono mediamente più alti che nelle pianure
circostanti. Nel seminario si è cercato di mettere a fuoco
pratiche e scritture popolari diffuse, connotate dal loro
“essere di montagna”, dal loro legame con il territorio,
con una determinata struttura
economica e sociale, nonché
con radicate tradizioni cultuX Seminario Archivio della
scrittura popolare
rali e religiose.
Il seminario, aperto dall’asLa montagna scritta
Alfabetizzazione alpina
sessore provinciale Margherita
e scritture popolari
Cogo e dal direttore del Museo
storico in Trento Giuseppe
Ferrandi, è proseguito con un
intervento di Quinto Antonelli
sui vent’anni dell’Archivio della
scrittura popolare e l’illustrazione delle attività promosse
15-17 novembre 2007
all’interno della collaborazione
Trento, Casa della SAT,
Palazzo Saracini-Cresseri
tra il Parco di Paneveggio e il
via Manci 57
Museo storico stesso. Hanno
nella farmacia di Condino
bondi,
i
TRENTO
7418
15
presentato relazioni nelle sessioni successive Claudio
Ambrosi, Quinto Antonelli, Marta Bazzanella, Enrico
Camanni, Pierre Campmajo, Denis Crabol, Christian
Desplat, Daniel Fabre, Gian Paolo Gri, Anna Iuso, Giovanni Kezich, Diego Leoni, Nathalie Magnardi, Luciana
Palla, Glauco Sanga e Silvia Vinante.
La storia della farmacia a Brentonico: esperienze
musea­li a confronto
Il Museo storico in Trento, il Comune di Brentonico, l’Ordine dei farmacisti della provincia di Trento e l’Ordine dei
medici chirurghi e degli odontoiatri del Trentino, hanno
organizzato per il giorno 24 novembre 2007 presso
Palazzo Baisi a Brentonico un seminario sul tema “La
storia della farmacia a Brentonico: esperienze museali
a confronto”. Brentonico e il particolare contesto naturale nel quale sorge il paese, a ridosso delle pendici del
Baldo, da secoli meta di vagabondaggi botanici da parte
di esperti ed appassionati erboreggiatori, quali il celebre Francesco Calzolari, si collocano al centro di una
riflessione sulla storia della professione e delle arti farmaceutiche cui il Comune di Brentonico sta guardando
nell’ambito di una
collaborazione con
La storia
vari soggetti: fra quedella
sti il Museo storico
farmacia a
in Trento, l’Ordine
Brentonico
esperienze museali a
dei farmacisti della
confronto
provincia di Trento,
l’Associazione titolari di farmacia della
provincia di Trento,
l’Ordine dei medici
della provincia di
Trento e la Provincia
autonoma di TrentoAssessorato alla cultura. Uno degli obietCoordinamento:
tivi possibili
è anche
Romano Cainelli, Edoardo
de Abbondi,
Dante Dossi, Rodolfo Taiani
la realizzazione
di
Per informazioni:
Museo storico in Trento
24 novembre 07
un’esposizione
pervia Torre d’Augusto, 35/41, 38100 TRENTO
tel. 0461.230482 – fax 0461.237418
Brentonico,
manente
che sappia
www.museostorico.tn.it
[email protected]
palazzo Baisi
valorizzare la storia
della professione farmaceutica e di tutte le scienze collegate al tema della
salute e del benessere. L’incontro pubblico «La storia
della farmacia a Brentonico» ha inteso fornire una prima
occasione per trarre dalle esperienze museali presentate
utili spunti e suggerimenti per lo sviluppo futuro dell’intero progetto. Hanno presentato proprie relazioni Marco
Berni, Alessio Bertolli, Antonio Corvi, Livio Cristofolini,
Giorgio Du Ban, Alberto Foletto, Secondino Gatta, Valentino Mercati, Fabrizio Zara.
Dicembre 2007
Storia regionale del Trentino-Alto Adige
Il 4 dicembre 2007 è stata riproposta presso l’Università
degli studi di Bolzano la presentazione del primo volume
dell’opera edita dal Museo storico in Trento La regione
Trentino-Alto Adige/Südtirol nel XX secolo dedicato agli
aspetti politico-istituzionali. Hanno partecipato con i
curatori, Giuseppe Ferrandi e Günther Pallaver, la rettrice
della Libera Università degli studi di Bolzano Rita Franceschini, il presidente della Provincia autonoma di Trento
Lorenzo Dellai, il presidente della Provincia autonoma di
Bolzano Luis Durnwalder.
Foto: il farmacista Luigi Maturi e la moglie Mariella Casagrande nella farmacia di Condino
COMUNE DI
BRENTONICO
ORDINE DEI
FARMACISTI DELLA
PROVINCIA DI TRENTO
ORDINE DEI MEDICI
CHIRURGHI E DEGLI
ODONTOIATRI DEL TRENTINO
Via Torre d’Augusto, 35/41
38100 TRENTO
Tel. 0461.230482 Fax 0461.237418
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La storia
della
farmacia a
Brentonico
esperienze museali a
confronto
Protagonisti e racconti dell’emigrazione trentina dal
Vanoi
L’Assessorato all’emigrazione, solidarietà internazionale,
sport e pari opportunità della Provincia autonoma di
Trento, in collaborazione con il Museo storico in TrentoCentro di documentazione per la storia dell’emigrazione
24 novembre
07
trentina,
ha riproposto
il 20 dicembre 2007 a Canal San
Brentonico,
Bovo la presentazione del volume di Renzo Maria Grospalazzo Baisi
selli “Oltre ogni confine: l’emigrazione da un distretto
alpino tra Ottocento e Novecento: il Vanoi nelle testimonianze orali”. Hanno partecipato con l’autore, l’assessore
provinciale Iva Berasi e il responsabile dell’area editoria
e servizi del Museo storico in Trento Rodolfo Taiani.
ALTRESTORIE - Periodico di informazione - Direttore responsabile: Sergio Benvenuti
Comitato di redazione: Giuseppe Ferrandi, Patrizia Marchesoni, Paolo Piffer, Rodolfo Taiani
Hanno collaborato a questo numero: Quinto Antonelli, Valentina Galasso ed Elena Tonezzer
Periodico quadrimestrale registrato dal Tribunale di Trento il 9.5.2002, n. 1.132 ISSN 1720-6812
Progetto grafico: Graficomp - Pergine (TN)
Per ricevere la rivista o gli arretrati, fino ad esaurimento, inoltrare richiesta al Museo storico in Trento.
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