Ragionare per assurdo
Liceo classico statale D’Adda di Varallo Sesia
11 dicembre 2006
Cominciamo con Lucrezio
Il brano che leggeremo è tratto da:
Lucrezio (De rerum nat., I, 238-249)
Copia del De rerum natura eseguita da Girolamo di Matteo
de Tauris per Sisto V, 1483.
Roma, Biblioteca Vaticana
Tesi T da dimostrare
Huc accedit uti quidque in sua corpora rursum
dissolvat natura neque ad nihilum interemat res.
Dimostrazione
Denique res omnis eadem vis causaque vulgo
conficeret, nisi materies aeterna teneret,
inter se nexus minus aut magis indupedita.
Tactus enim leti satis esset causa profecto,
quippe ubi nulla forent aeterno corpore, quorum
contextum vis deberet dissolvere quaeque.
At nunc, inter se quia nexus principiorum
dissimiles constant aeternaque materies est,
incolumi remanent res corpore, dum satis acris
vis obeat pro textura cuiusque reperta.
Haud igitur redit ad nilum res ulla, sed omnes
discidio redeunt in corpora materiai.
Abbiamo letto
un’argomentazione che procede
per reductio ad absurdum. La
sua struttura è indicata qui a
destra.
I passi dell’argomentazione
sono:
• l’antitesi ¬T
• la proposizione Q1
• la proposizione Q2
• la proposizione Q3
• l’ipotesi (data per vera) H
Ma ecco esattamente le
parole di Lucrezio.
Passiamo adesso ad Aristotele
I pitagorici scoprirono, nonostante il loro motto fosse «Tutto
è numero», che esistevano grandezze radicalmente diverse dai
numeri ordinari. Per esempio, la lunghezza della diagonale di
un quadrato non si può esprimere come multiplo della
lunghezza del lato, e nemmeno come sua frazione di numeri
interi. In questo consiste lo “scandalo degli irrazionali”, la cui
esistenza fu tenuta segreta dalla setta dei pitagorici. Il segreto
fu poi svelato da Ippaso di Metaponto che, proprio per questo
tradimento, fu messo al bando dalla comunità. Anzi, gli
innalzarono un monumento funebre, perché fosse chiaro che
per loro Ippaso era morto.
Il segreto non tarda a diffondersi, così Aristotele – negli
Analytica priora – non solo lo riporta, ma ci fornisce il
bandolo di una dimostrazione. Si noti che erano stati i
pitagorici a introdurre il concetto di dimostrazione
matematica!
Qui accanto: trad. latina (di Boezio) degli Analytica Priora, 1.46-2.2. Pergamena
inglese del XIV secolo.
Ἀναλυτικὰ πρότερα, βιβλίον Α´, 23, 41a
Niente paura, non
leggiamo questo brano
(che semmai potrà venire
utile per un lavoro
interdisciplinare).
Limitiamoci a rilevare le
considerazioni di metodo:
la dimostrazione nasce
dall’impossibilità delle
conseguenze dell’antitesi.
Per esempio, se la
diagonale del quadrato
fosse commensurabile
con il lato, i numeri
dispari sarebbero uguali
ai pari (… τὸ δ᾽ ἐξ
ἀρχῆς ἐξ ὑποθέσεως
δεικνύουσιν, ὅταν
ἀδύνατόν τι συμβαίνηι
τῆς ἀντιφάσεως
τεθείσης, οἷον ὅτι
ἀσύμμετρος ἡ
διάμετρος διὰ τὸ
γίνεσθαι τὰ περιττὰ ἴσα
τοῖς ἀρτίοις συμμέτρου
τεθείσης).
Ὅτι μὲν οὖν οἱ δεικτικοὶ περαίνονται διὰ τῶν προειρημένων
σχημάτων, φανερόν· ὅτι δὲ καὶ οἱ εἰς τὸ ἀδύνατον, δῆλον ἔσται διὰ
τούτων. πάντες γὰρ οἱ διὰ τοῦ ἀδυνάτου περαίνοντες τὸ μὲν ψεῦδος
συλλογίζονται, τὸ δ᾽ ἐξ ἀρχῆς ἐξ ὑποθέσεως δεικνύουσιν, ὅταν
ἀδύνατόν τι συμβαίνηι τῆς ἀντιφάσεως τεθείσης, οἷον ὅτι ἀσύμμετρος
ἡ διάμετρος διὰ τὸ γίνεσθαι τὰ περιττὰ ἴσα τοῖς ἀρτίοις συμμέτρου
τεθείσης. τὸ μὲν οὖν ἴσα γίνεσθαι τὰ περιττὰ τοῖς ἀρτίοις
συλλογίζεται, τὸ δ᾽ ἀσύμμετρον εἶναι τὴν διάμετρον ἐξ ὑποθέσεως
δείκνυσιν, ἐπεὶ ψεῦδος συμβαίνει διὰ τὴν ἀντίφασιν. τοῦτο γὰρ ἦν τὸ
διὰ τοῦ ἀδυνάτου συλλογίσασθαι, τὸ δεῖξαί τι ἀδύνατον διὰ τὴν ἐξ
ἀρχῆς ὑπόθεσιν. ὥστ᾽ ἐπεὶ τοῦ ψεύδους γίνεται συλλογισμὸς
δεικτικὸς ἐν τοῖς εἰς τὸ ἀδύνατον ἀπαγομένοις, τὸ δ᾽ ἐξ ἀρχῆς ἐξ
ὑποθέσεως δείκνυται, τοὺς δὲ δεικτικοὺς πρότερον εἴπομεν ὅτι διὰ
τούτων περαίνονται τῶν σχημάτων, φανερὸν ὅτι καὶ οἱ διὰ τοῦ
ἀδυνάτου συλλογισμοὶ διὰ τούτων ἔσονται τῶν σχημάτων. ὡσαύτως
δὲ καὶ οἱ ἄλλοι πάντες οἱ ἐξ ὑποθέσεως· ἐν ἅπασι γὰρ ὁ μὲν
συλλογισμὸς γίνεται πρὸς τὸ μεταλαμβανόμενον, τὸ δ᾽ ἐξ
ἀρχῆςπεραίνεται δι᾽ ὁμολογίας ἤ τινος ἄλλης ὑποθέσεως. εἰ δὲ τοῦτ᾽
ἀληθές, πᾶσαν ἀπόδειξιν καὶ πάντα συλλογισμὸν ἀνάγκη γίνεσθαι διὰ
τριῶν τῶν προειρημένων σχημάτων. τούτου δὲ δειχθέντος δῆλον ὡς
ἅπας τε συλ-λογισμὸς ἐπιτελεῖται διὰ τοῦ πρώτου σχήματος καὶ
ἀνάγεται εἰς τοὺς ἐν τούτωι καθόλου συλλογισμούς.
L’incommensurabilità della
diagonale con il lato del
quadrato, cioè l’irrazionalità di
 si dimostra con la medesima
procedura di riduzione
all’assurdo che abbiamo
considerato nel ragionamento di
Lucrezio.
L’unica differenza è che qui il
ragionamento presenta una
biforcazione: si assume
dapprima che m sia dispari,
quindi si perviene a una
chiusura del discorso, indicata
dal simbolo “×” (infatti,
sarebbero vere simultaneamente
le proposizioni H e ¬H).
A un’analoga chiusura del
discorso si perviene se si assume
che m sia pari.
2
1
Lo schema presentato
nella schermata
precedente dovrebbe
essere di per sé
eloquente, una volta
chiarito il significato dei
simboli.
Comunque, ecco una
spiegazione diffusa
della biforcazione
sinistra del
ragionamento.
Sviluppiamo il ragionamento di dimostrazione passo passo, in base allo schema riportato nella
schermata precedente, dove ogni passo del ragionamento è numerato progressivamente, da 1 a 6: il
passo 1 corrisponde alla fascia verdolina in alto, il passo 2 corrisponde alla fascia cilestrina sottostante
ecc. Ecco dunque il ragionamento:
1.
Una proposizione P o è vera o è falsa, per il principio del terzo escluso. In logica si scrive:
P  ¬P
dove il simbolo  significa “oppure” e il simbolo ¬ significa “non”. Dunque al passo 1 del nostro
ragionamento affermiamo: “La proposizione P è vera, oppure P non è vera”. Questo è un principio
generale, e vale anche per la tesi T che intendiamo dimostrare: T  ¬ T.
2.
A questo punto affermiamo la nostra tesi T: affermiamo cioè che 2 è un numero irrazionale. In
altre parole, siano m e n sono due numeri interi e positivi. Sarà allora:
 m/n
Questa relazione significa che non è possibile esprimere 2 come rapporto di due interi. In questo
senso si dice, appunto, che 2 non è razionale (ratio in latino significa “rapporto”).
Poiché però non siamo capaci di dimostrare la tesi T con un’argomentazione diretta, concediamo che
sia vera la tesi opposta ¬T (antitesi), che cioè 2 sia un numero razionale. Ci proponiamo di
verificare che l’affermazione dell’antitesi comporta logicamente una conseguenza, o un insieme di
conseguenze, in contraddizione con il resto delle nostre conoscenze (con ipotesi che sono accettate
come vere). Dunque abbandoniamo (per il momento) la tesi T e spostiamoci, nella schermata
precedente, a destra della linea spessa verticale, nel ramo dell’antitesi ¬T. Cioè, sia 2 = m/n e,
conseguentemente, sia 2 = m2/n2.
3.
Il terzo passo del nostro ragionamento fa nuovamente ricorso al principio del terzo escluso.
Perciò nello schema tracciamo una seconda linea verticale (in tratto più sottile). Infatti, possiamo
ipotizzare che m sia dispari, o che sia pari. Chiamiamo queste due ipotesi, rispettivamente, Q e ¬Q.
Ammettiamo che Q sia vera (m è dispari) e sviluppiamo le conseguenze di questa affermazione
(nello schema, a sinistra della linea verticale sottile). Lo stesso faremo in seguito per ¬Q.
4.
Dunque, se m è dispari, anche m2 sarà dispari. Questa proposizione (chiamiamola H) è
conseguenza di quanto si è affermato al passo 3, applicando la ben nota proprietà dei numeri, per cui il
quadrato di un numero dispari è anch’esso dispari.
5.
Abbiamo visto però, al passo 2, che 2 = m2/n2: dunque m2 = 2n2 e, quale che sia il valore di n, m2
risulta – in base al passo 2 – pari. Così affermiamo ¬H.
6.
Dunque le proposizioni 4. e 5. sono in contraddizione, e questo è precisamente ciò che significa
il crocino (×) nell’ultima fascia cilestrina del nostro schema. In altre parole, se m è dispari, l’antitesi
¬T non è accettabile.
Fondamenti logici della dimostrazione
per assurdo
La dimostrazione per assurdo era
probabilmente già conosciuta da
Pitagora. Parmenide, il fondatore
della scuola di Elea, fu il primo a
farne uso in pubblico. Il suo
discepolo Zenone, che Aristotele
indicherà come l’inventore della
dialettica, vi fece ricorso nei suoi
celebri paradossi.
Parmenide in un’illustrazione del Liber
Chronicarum (o Cronaca di Norimberga), del
1493, una delle più celebri opere iconografiche
del XV secolo.
Fondamenti logici
Lo schema di
ragionamento della
riduzione all’assurdo è
quello di un sillogismo
ipotetico
Nella dimostrazione per assurdo, dovendosi dimostrare che una certa tesi T è vera,
si assume invece che sia vera l’antitesi, cioè il contrario della tesi. Di qui si deduce
una serie di conseguenze contraddittorie o errate. E poiché queste conseguenze sono
errate, ne risulta che sono errate le premesse a partire dalle quali sono ricavate, in
particolare l’antitesi. Lo schema di ragionamento è sostanzialmente quello del
modus tollens: il quale – ricordiamo – è una forma di sillogismo, cosiddetto
ipotetico.1 Cioè, tanto per intenderci, un sillogismo del tipo: “Se Giulia è felice,
allora sorride. / Giulia non sorride / Dunque Giulia non è felice”. Lo schema
generale del modus tollens è il seguente:
pq
¬q
––––––––
¬p
dove il segno è il simbolo logico di implicazione (se… allora…) e il segno ¬ è il
simbolo logico di negazione. Una proposizione come p  q è dunque una
proposizione ipotetica, perciò il modus tollens è un sillogismo ipotetico. Possiamo
leggere lo schema del modus tollens in questi termini: “Se la proposizione p è vera,
allora è vera anche la proposizione q. Ma la proposizione q è falsa. Allora è falsa la
proposizione p.” Dunque attraverso la negazione del conseguente q si perviene alla
negazione dell’antecedente p.
––––––––––––––––––––––––––
Numerosissime sono le varietà di sillogismo. Rivestono particolare importanza com’è noto, i
sillogismi categorici (del tipo “Tutti i greci sono mortali. / Socrate è greco. / Dunque Socrate è
mortale”). In linea teorica, è possibile costruire 256 tipi di sillogismi categorici, combinando
opportunamente proposizioni: 1. universali affermative; 2. universali negative; 3. particolari
affermative; 4. particolari negative. In realtà quelli validi sono 24, gli altri sono fallaci.
1
Fondamenti logici (segue)
Sviluppo delle
conseguenze logiche
dell’antitesi
Nel ragionamento per assurdo dall’antitesi ¬T si sviluppa una conseguenza ¬H che
è in contraddizione con un’ipotesi ritenuta vera o con un’altra conseguenza ottenuta
da ¬T introducendo un’ipotesi ritenuta vera. Ma H è vera. Dunque è falsa l’antitesi
che comporta ¬H. Ecco lo schema del modus tollens adattato alla dimostrazione per
assurdo:
¬T  ¬H
H
–––––––––
T
Anche in questo caso la negazione del conseguente (che qui è ¬H: la seconda
premessa del modus tollens, H, può essere letta come ¬(¬H)) comporta la negazione
dell’antecedente (che qui è ¬T: la conclusione del sillogismo ipotetico, T, può esser
letta come ¬(¬T))
Sull’arte di ragionare
La dimostrazione per assurdo è un modo di
ragionare. Ma i ragionamenti non sono soltanto
dimostrazioni, e le dimostrazioni non sono soltanto
per assurdo.
In questo intermezzo vedremo come un
ragionamento possa essere dimostrativo o
argomentativo e come quello argomentativo possa
eventualmente essere fallace o irrilevante.
Frontespizio dell’Opera omnia di Giovanni Duns Scoto (Lione,
1639), contenente fra l’altro due opere fondamentali dello
Pseudoscoto: In librum primum Priorum Analyticorum Aristotelis
Quaestiones e In librum secundum Priorum Analyticorum Aristotelis
Quaestiones. Allo Psuedoscoto viene attribuito l’aforisma Ex
absurdis sequitur quodlibet (v. Dante, Par., VI, 19-21).
I modi di ragionare
•
Ragionamento dimostrativo (premesse vere, inferenze necessarie):
• diretto:
sillogismo con premesse (e conclusione) categoriche
sillogismo disgiuntivo
sillogismo ipotetico (modus ponens, modus tollens)
entimema
polisillogismo
sorite
ecc.
• indiretto: ragionamento per assurdo
•
Ragionamento argomentativo (premesse non sempre vere e/o inferenze non
sempre necessarie):
•
•
•
•
•
•
pseudodeduttivo (fra questi, è celebre il dilemma di Protagora)
a priori
a posteriori (sono importantissimi fra questi, nella scienza moderna, gli
argomenti induttivi)
ecc.
Ragionamento argomentativo fallace (premesse non sempre vere, inferenze
invalide).
Ragionamento argomentativo razionalmente irrilevante:
•
ad baculum, ad verecundiam, ad misericordiam, ad iudicium, ad populum,
ad personam (questo è, spesso, il modo di ragionare degli avvocati e dei politici).
Un’applicazione moderna del principio
di dimostrazione per assurdo
Il principio d’induzione matematica
può essere considerato un assioma,
o anche una conseguenza degli
assiomi stabiliti da Peano per
descrivere la struttura dei numeri
naturali.
In particolare il principio di
induzione matematica (che non va
confuso con il ragionamento
induttivo) può essere dimostrato per
assurdo.
A sinistra: curva di Peano in 3-D.
Principio o assioma d’induzione
Se P(n) è una proposizione dipendente da n e si sa che:
• P(0) è vera;
• l’essere vera P(n) implica la validità di P(n + 1);
––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––
allora P(n) è vera per ogni n naturale.
Per esempio, si dimostra in questo modo che:
n
 p  1 2 
p 1
n
n( n  1)
2
o anche che:
a  b
n
n
    a nk bk
k 0  k 
n
Dimostrazione per assurdo del principio d’induzione
1)
2)
3)
4)
5)
5)
6)
7)
Abbiamo visto che se P(n) è una proposizione dipendente da n e che se valgono le
proposizioni 1) e 2):
P(0) è vera;
l’essere vera P(n) implica la validità di P(n + 1);
allora P(n) è vera per ogni n naturale.
Neghiamo la tesi e stabiliamo che esiste almeno un numero naturale m tale che la
proposizione P(m) sia falsa. In generale, si avrà m = m0, m1 … . Poniamo cioè
l’antitesi:
¬P(m)
Inoltre, se vi sono parecchie proposizioni P(m0), P(m1) ecc. false,
consideriamo quella dipendente da m0 minimo. Se la proposizione falsa è una
sola, m = m0. Sarà in ogni caso:
¬P(m0) [cioè P(m0) è falsa: segue dalla 5)]
P(m0 – 1) [cioè P(m0 – 1) è vera: segue dalla 5)]
Chiaramente m0 non può essere zero. Infatti, per la 1), P(0) è vera. Dunque,
necessariamente, m0 – 1 non è un numero negativo, ma un numero naturale. Ma se
P(m0 – 1) è vera, deve anche essere vera P(m0). È una conseguenza di quanto
abbiamo ammesso con la 2): se è vero l’antecedente, è parimenti vero il
conseguente (o anche “successore”, come si dice). Dunque:
P(m0)
× [Qui il discorso si chiude, perché la 7) è in contraddizione con la 5). Dunque
la 4), dalla quale il nostro ragionamento ha preso le mosse, è falsa, ed è vera la 3)].
c.v.d.
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