QUATTRO ITINERARI LICEO ARTISTICO “PRETI – FRANGIPANE” Reggio Calabria 1 LICEO ARTISTICO STATALE “M. PRETI / A. FRANGIPANE” Via A. Frangipane, 9 89129 Reggio Calabria - 0965/499458 0965/499457 - C. Fisc.: 92081290808 www.liceopretifrangipane.it e-mail: [email protected] / PEC: [email protected] Cod. Mecc.: RCSL030003 - Sezioni Associate: RCSL03050C (Corso serale) ACCOGLIENZA PER GRUPPI IN ARRIVO ALL’AEROPORTO ALUNNI COINVOLTI 10 DOCENTI 1 PER GRUPPI IN ARRIVO CON ALTRI MEZZI ALUNNI COINVOLTI 10 DOCENTI 1 INFOPOINT Meeting-point presso Aeroporto di Reggio Calabria a cura del Liceo Artistico “Preti-Frangipane” Infopoint presso sala Mostre del Liceo Artistico “PretiFrangipane” Esposizione: Arte-Tradizione-Innovazione. Rassegna di alcune produzioni esemplari delle diverse sezioni della Scuola (Tessitura-Moda, Pittura-Restauro, Ceramica, Architettura, Ebanisteria, Grafica). Consegna brochure dei percorsi EXPO (a cura del Liceo) Omaggi (segnalibro con texture di un arazzo del maestro Alfonso Frangipane a cura dei Laboratori) Consegna brochure promozionali in lingua inglese della città e della Provincia; Brochure promozionale in lingua inglese della Calabria; Piccolo angolo espositivo di prodotti al bergamotto, dai profumi ai liquori, ed eventuale degustazione. Nota: I tempi dei percorsi saranno comunque funzionali agli orari di arrivo dei gruppi. PROGRAMMA ITINERARI Sono previsti quattro itinerari: “Area dello Stretto” – “Area Grecanica” – “Area della Locride” – “Area Tirrenica”, che coprono la provincia di Reggio Calabria e quella di Vibo Valentia. All’interno degli itinerari, mirati alla conoscenza dei siti storici ed archeologici, verranno illustrate le peculiarità relative a due prodotti DOP: Bergamotto e Cipolla Rossa di Tropea, che rappresentano l’eccellenza Calabrese dal punto di vista gastronomico e non solo. 2 ITINERARIO – 1 AREA DELLO STRETTO DATA Settembre/Ottobre 2015 ALUNNI COINVOLTI 15 DOCENTI 2 LUOGHI REGGIO CALABRIA Percorso della città magno-greca Museo della Magna Grecia Il Lungomare Mura greche Piazza Italia Percorso della città attraverso i secoli Pinacoteca Civica Cattedrale Chiesa degli Ottimati Castello Aragonese SCILLA Il castello dei Ruffo Passeggiata nel borgo di Chianalea Nell’ambito dei percorsi guidati è previsto un approfondimento tematico su “Arte e cibo attraverso i reperti archeologici” DISTANZA (solo andata) Km 25 (circa) DURATA GIORNATA INTERA BREVE DESCRIZIONE DELL’USCITA Infopoint presso sala Mostre del Liceo Artistico “PretiFrangipane” Inizio Percorso REGGIO CALABRIA Una città tra Mito, Natura, Arte Luogo di miti e leggende, lo stretto tra Sicilia e Calabria è stato da sempre un passaggio obbligato delle rotte marittime. Per tale ragione le popolazioni greche della Calcide s’insediarono in questo 3 sito, fondando sulla riva continentale l’antica Reghion (VIII sec. a.C.). Alterne furono le fortune della città che, colpita più volte da catastrofi naturali e invasioni nemiche, rimase ancorata allo stesso sito per secoli, seppur con diverse evoluzioni della sua configurazione urbana. Dopo il sisma del 1908, Reggio fu interamente ricostruita seguendo un tracciato urbanistico molto regolare, a scacchiera, e un disegno architettonico prevalentemente di gusto eclettico, con richiami classici, liberty e déco. Le testimonianze superstiti (aree archeologiche e reperti di età greca, romana, bizantina, medievale e moderna) spiegano bene il passato della città e il ruolo di centro commerciale e culturale che essa continuò a mantenere per lunghi secoli nell’area dello stretto, crocevia e cuore del Mediterraneo. Il Museo Nazionale della Magna Grecia Il museo di Reggio Calabria è tra i luoghi di conservazione del patrimonio archeologico d’età magno-greca più importanti d’Italia. Progettato da Marcello Piacentini, architetto e accademico del periodo fascista, il Museo rappresentò la rinascita della città dopo il rovinoso terremoto del 1908 che aveva distrutto insieme all’abitato anche l’ottocentesco Museo Civico. Il Museo attuale, che prospetta sulla centrale Piazza Giuseppe De Nava, mostra uno stile austero e monumentale consono al gusto di regime, ma è al contempo moderno e aggiornato per la sua concezione funzionale degli spazi sull’esempio di altri musei europei. Recentemente è stato soggetto a un’ampia opera di ristrutturazione che ha modificato in parte l’originaria struttura e l’organizzazione interna degli spazi espositivi. Il Museo è considerato un vero e proprio scrigno di ricchezze archeologiche provenienti dalle colonie greche della Calabria, tra cui l’antica Reghion. Tra tutti gli esemplari meritano menzione capolavori unici nel loro genere: i due bronzi di Riace (Statua A e Statua B), la Testa del Filosofo e il Kouros di Reggio Calabria. I Bronzi, ritrovati casualmente nelle acque di Riace in provincia di Reggio Calabria nel 1972, sono esemplari unici per la raffinatissima fattura tecnica, realizzata con la fusione a cera persa, e per la resa anatomica dei corpi perfettamente armonici. Le figure, entrambe nude, raffigurano due guerrieri sebbene siano prive di scudo e di lancia. Essi rappresentano a pieno titolo l’ideale di bellezza greca. Per molti anni gli studiosi hanno variamente attribuito la paternità di questi due guerrieri a diversi bronzisti del V secolo. Per convenzione essi si distinguono in Bronzo A e Bronzo B. Le figure sono rappresentate in ponderazione a ritmo incrociato: alla gamba destra verticale su cui grava il peso del corpo corrisponde il braccio sinistro piegato a sorreggere il pesante scudo; alla gamba sinistra flessa ed avanzata corrisponde il braccio destro abbassato ad impugnare l'asta. Secondo il modello policleteo questo schema produce una sorta d’inclinazione 4 nella linea delle anche e delle spalle, tuttavia nel bronzo A si riscontra una postura più rigida rispetto al ritmo più flessuoso della statua B. Anche la possente muscolatura è resa con forte vigore plastico, ma in modo più geometrico e statico nel Bronzo A, più analitico e dinamico nel bronzo B. Per tali diversità d’insieme e di materiali, le due statue sono state collocate in periodi diversi. Tra le ipotesi più accreditate è quella che pone la loro realizzazione in Attica, nell'ambiente che ruotava attorno a Fidia: la statua A attorno alla metà del V sec. a. C., la statua B collocata un trentennio dopo, quando già circolava una nuova sensibilità artistica in seguito incarnata al massimo grado da Policleto. Altre ipotesi sono proposte dagli studiosi tra cui quella di Paolo Moreno che, avvalendosi dei risultati delle analisi sulla terra di fusione, indica la città di Argo come possibile luogo della loro provenienza; egli ipotizza, come autore del Bronzo A, lo scultore Agelada il Giovane, scultore di Argo e maestro di Mirone, Fidia e Policleto (450 a.C.), e per la statua B lo scultore Alcamene il Vecchio, attivo in ambiente attico. Altri esperti hanno ipotizzato la loro realizzazione in Magna Grecia, dove nel V secolo operavano famosi bronzisti, fra cui Pitagora di Reggio. Dopo il recente restauro del Museo, i Bronzi sono stati ricollocati nelle nuove sale dell’edificio, con un’impaginazione diversa rispetto al precedente allestimento. Il Lungomare Il lungomare, decantato da poeti e viaggiatori, è il luogo più frequentato dai Reggini e dai turisti. Il viale è considerato un vero e proprio salotto della città. Esso può definirsi una passeggiata che incanta il visitatore attraverso le bellezze naturali dello stretto, la ricca varietà di piante che ne fanno un’isola di biodiversità con specie provenienti da tutti i continenti, la letteratura e la poesia (monumenti celebrativi a Corrado Alvaro, a Pascoli, al poeta Ibico), le testimonianze del passato (la tomba ellenistica, le mura greche, i resti delle terme romane); la storia (il monumento a Vittorio Emanuele III e la statua di Athena Promachos; il monumento ai caduti della prima guerra mondiale di Francesco Jerace). Piazza Vittorio Emanuele II, denominata Piazza Italia. (La storia, il monumento simbolo dell’Italia e gli scavi archeologici). Piazza Italia può considerarsi il cuore pulsante della città oggi come nel passato poiché, come si rileva dagli scavi più recenti, era luogo di antica frequentazione sin dall’età greca, romana e bizantina. In occasione di un intervento di riqualificazione promosso dal Comune, che aveva previsto lo smantellamento della pavimentazione novecentesca di Piazza Italia, la Soprintendenza per i Beni Archeologici ha promosso campagne di scavo archeologico che si sono svolte, a più riprese nell’arco degli anni 2000-04, in un ristretto settore ubicato nell’angolo sud-orientale 5 della Piazza. Considerando i risultati emersi nel corso delle varie campagne di scavo, sono state individuate, per una profondità complessiva di sei metri, undici principali fasi di edificazione dell’area e due sotto-fasi, che coprono un ampio arco cronologico che dall’età greca (VII sec. a.C.) giunge fino all’epoca della prima sistemazione del sito come piazza, ai primi del XIX secolo. Oggi tutta l’area della piazza è stata riqualificata consentendo l’accesso dei visitatori alla zona sottostante relativa agli scavi di cui si possono osservare i brani architettonici rinvenuti e variamente attribuiti a diversi periodi storici. Attualmente, la piazza è luogo d’incontro dei cittadini ma simboleggia il centro politico amministrativo della città, infatti, su questa area di forma quadrangolare si affacciano i tre palazzi istituzionali, Palazzo Foti sede dell’Amministrazione provinciale, Palazzo San Giorgio (progettato dall’arch. Ernesto Basile) sede dell’Amministrazione comunale e Palazzo del Governo sede della Prefettura. Al centro campeggia una maestosa statua a figura intera, eretta nel 1868, opera dello scultore Rocco La Russa (artista patriota). Essa sostituì il monumento preesistente raffigurante Ferdinando I di Borbone, sovrano delle due Sicilie, celebrando così il sacrificio dei patrioti calabresi alla causa italiana. L’opera rappresenta una figura femminile idealizzata, l’Italia, che invita i suoi figli a impugnare la spada e allo stesso tempo promette loro una corona d’alloro. Commissionata dalla Provincia e inizialmente destinata a decoro del Palazzo provinciale, fu considerata così bella che i Reggini la vollero collocata al centro della piazza. All’epoca essa era l’unica statua che adornava Reggio e tutti la chiamavano la “Dea bianca”, tanto era bello ed espressivo quel volto di stile greco classico. Pranzo- lunch La Pinacoteca civica: un percorso tra arte e cibo. Arte e cibo attraverso alcuni esemplari pittorici del Seicento e Settecento. Le collezioni della Pinacoteca attraverso i secoli con i capolavori di: Antonello da Messina, Mattia Preti e il dipinto “San Pietro liberato dal carcere” di scuola pretiana, restaurato nei Laboratori di Restauro Pittorico della Scuola, Andrea Cefaly, Giuseppe Benassai, Francesco e Vincenzo Jerace, e alcune testimonianze del Novecento calabrese. Cattedrale della Vergine Maria Assunta in Cielo La storia della Cattedrale è lunga e travagliata come quella della città con cui ha condiviso nel corso dei secoli distruzioni, ricostruzioni e riparazioni. Il primo edificio a croce latina fu costruito nel VI secolo, venne poi distrutto intorno alla metà dell’XI ad opera dei Saraceni e riedificato subito dopo dai Bizantini con 6 pianta a croce greca. Verso la fine dello stesso XI secolo i Normanni costruirono un nuovo impianto a croce latina dedicato alla beata Vergine Maria Assunta in Cielo. Durante il XIV secolo la Cattedrale si arricchì di due nuove cappelle, ma per ben due volte fu incendiata dai Turchi, la prima nel 1574 e la seconda nel 1599. La Cattedrale seicentesca voluta dal Vescovo Martino Ybañez y Villanueva nel 1682 presentava un impianto planimetrico a croce latina, il cui asse era obliquo rispetto all’attuale Corso Garibaldi con l’ingresso rivolto verso Sud Ovest; in fondo alla navata laterale a sinistra vi era la Cappella del Sacramento. Tale impianto rimase inalterato fino al terremoto del 1783, quando la Cattedrale fu danneggiata tanto che si dovette procedere alla demolizione della facciata e alla successiva ricostruzione. La Cattedrale ottocentesca, pur conservando l’allineamento preesistente, fu sollevata rispetto al piano della piazza, che era di forma trapezoidale, e dotata di un’ampia scalinata. La cattedrale post -terremoto Dopo il terremoto del 1908, nonostante l’edificio potesse essere restaurato, prevalse l’opinione di demolire tutta la chiesa fin dalle fondamenta per ricostruirla integralmente su progetto dello studio di ingegneria del padre Carmelo Angelini, successivamente integrato dall’ing. Mariano Francesconi. L’asse della costruzione fu allora modificato situandolo secondo le direttrici del Piano Regolatore De Nava in modo che la facciata si aprisse sul Corso principale della città e su una piazza non più trapezoidale come la precedente, ma di forma geometrica regolare secondo lo schema a scacchiera del Piano. L’opera risente palesemente degli influssi culturali dell’epoca, in particolare dell’eclettismo medievalista che fa prevalere il gusto neoromanico coniugato con le esigenze moderne di funzionalità, con stilemi gotici e con motivi originali particolarmente nelle decorazioni interne delle pareti, dei transetti e delle absidi. Lungo le due navate laterali si aprono otto cappelle; accanto al presbiterio ve ne sono altre due, quella dell’Assunta a sinistra e quella di destra dedicata a S. Paolo, dove si trova il frammento di colonna risalente secondo la tradizione al momento della predicazione dell’apostolo. L’origine paolina della comunità ecclesiale reggina, è citata dagli Atti degli Apostoli (cap. 28 v. 13). La facciata neo-romanica è preceduta da un’ampia scalinata sulla quale nel 1933 furono collocate le due alte statue di S. Paolo e S. Stefano da Nicea, opere dello scultore Francesco Jerace. La Cappella del SS. Sacramento è il più importante monumento barocco dell’Arcidiocesi, eretto originariamente nel 1500 e riedificato ai tempi del Vescovo spagnolo Ybanez y Villanueva. L’opera fu risparmiata dai terremoti del 1783 e del 1908, ma a 7 seguito della ricostruzione della Cattedrale dopo il 1908 e del suo spostamento, la Cappella fu situata all’estremità del transetto sinistro. Essa fu poi gravemente danneggiata dall’incendio provocato da un bombardamento aereo nel 1943 e definitivamente restaurata e riaperta al culto nel 1965. La Cattedrale è arricchita da opere scultoree e pittoriche di gran pregio, testimonianze della sua storia passata e recente. Si segnalano tra le altre il Crocifisso in legno policromo posto sull’alto della trabeazione soprastante il transetto, per il quale l’analisi stilistica suggerisce una datazione diversa per il supporto (che è del 1922) e per il Cristo decisamente più antico. Nella già citata Cappella del SS. Sacramento, sull’altare maggiore spicca il dipinto del pittore messinese Domenico Marolì (1630 – 1676) raffigurante l’episodio biblico del Sacrificio di Melchisedec. Entrambe le opere sono state sottoposte a restauro nei Laboratori di restauro pittorico del Liceo “Preti-Frangipane”. La Chiesa degli Ottimati e il mosaico pavimentale. L’attuale chiesa di Santa Maria Annunziata degli Ottimati, un tempo ubicata tra le vie Incoronata e Liceo in un’area poco lontano da quella attuale di Piazza Castello, è stata ricostruita dopo il sisma del 1908 ma conserva all’interno antiche vestigia della precedente struttura, risalente secondo le fonti al X secolo circa. L’antica chiesetta rivestì un ruolo di grande importanza per la sua funzione di cappella palatina durante la dominazione normanna, essendo collegata da un passaggio sotterraneo al Castello. L’appellativo di Chiesa degli Ottimati deriva da un’antica confraternita di nobili reggini, “ottimati” appunto, che dal XVI secolo ebbero la loro sede in questo edificio. Capolavoro della chiesa è il preziosissimo mosaico pavimentale di stile cosmatesco (datato al XII sec.) ricomposto nell’attuale edificio. Si tratta di un manufatto realizzato in “opus tessellatum” con pietre policrome di marmo bianco e nero e di porfido verde e rosso, che si caratterizza nei riquadri centrali per una partitura geometrica con motivi intrecciati curvilinei; il manufatto conserva ancora il fascino e l’impronta di un’opera di grande pregio e costituisce nel panorama artistico locale una rara testimonianza di età medievale. Esposizione della riproduzione grafica e pittorica del riquadro centrale del mosaico a cura del Liceo “Preti/ Frangipane”. Il Castello Il Castello, probabilmente di fondazione bizantina (antico Kastron), si articola in posizione emergente rispetto al tessuto edilizio del centro storico della città e prospetta sull’omonima piazza nel luogo in cui, secondo alcuni studi, si è ipotizzato dovessero passare le mura che circondavano l’area urbana nella tarda età greca e poi in quella romana. Profondamente modificato nel corso dei secoli, ampliato in età 8 normanna con aggiunte in età aragonese, nel Seicento e nell’Ottocento, dopo il terremoto del 1908 si decise per l’abbattimento di gran parte della struttura, al fine di completare e rispettare il nuovo piano urbanistico della città. Oggi il Castello presenta una pianta rettangolare con due torri cilindriche (di età aragonese) scarpate ai vertici del lato sud; su tale lato sono collegate da una cortina muraria di età secentesca. Nella zona diroccata una serie di terrazze permette l’accesso alle torri; queste all’interno presentano una scala circolare centrale con cinque vani rettangolari che ospitavano i pezzi di artiglieria. La configurazione attuale, dovuta ai vari rimaneggiamenti, che ne hanno alterato l’originaria struttura architettonica, si relaziona ad un contesto ambientale anch’esso modificato. Dopo il restauro statico (1998-2000) e gli ultimi lavori di recupero e riqualificazione, il Castello sta riaprendo i battenti all’intera cittadinanza. Scilla e il castello dei Ruffo La storia di Scilla richiama antiche leggende legate al mito (Scilla il terribile mostro a sei teste che inghiottiva le navi) e alle narrazioni omeriche (Ulisse e il canto delle sirene), storie che spiegano l’importanza del sito, luogo strategico per il transito di navi lungo lo stretto. Il borgo è senza dubbio molto attraente per le bellezze naturali del luogo. Sullo scoglio che domina la “marina grande” si erge l’antico castello dei Ruffo. La fortificazione, risalente a tempi antichissimi, fu modificata nel corso dei secoli, e costituisce oggi una sorta di “genius loci” dell’intera area. Chianalea Il più antico quartiere di Scilla è Chianalea e deriva il suo nome da "piano della galea", ma è chiamato anche Acquagrande o Canalea, perché le piccole case che sorgono direttamente sugli scogli sono separate le une dalle altre da piccole viuzze, simili a canali, che scendono direttamente nel mare. Luogo abitato per lo più da famiglie di pescatori è diventato meta di turisti per la caratteristica atmosfera. 9 ITINERARIO - 2 AREA GRECANICA DATA Settembre/Ottobre 2015 ALUNNI COINVOLTI 15 DOCENTI 2 LUOGHI Percorso di visita L’antico borgo di Pentidattilo Condofuri marina/ Sosta presso un’azienda specializzata nella coltivazione e lavorazione del bergamotto. Bova Marina Bova Nell’ambito dei percorsi guidati è previsto un approfondimento tematico su “Arte e cibo attraverso i reperti archeologici” DISTANZA (solo andata) Km 55 (circa) DURATA GIORNATA INTERA BREVE DESCRIZIONE DELL’USCITA Infopoint presso sala Mostre del Liceo Artistico “PretiFrangipane” Inizio Percorso Il percorso comprende l’area della cosiddetta Bovesìa o Grecìa, dove si conservano antiche tradizioni e tracce dell’idioma definito “grecanico” simile al greco antico, che il glottologo Gerhard Rohls collegò all’ininterrotta tradizione linguistica della Magna Grecia e che altri studiosi hanno considerato di derivazione bizantina. Tutta l'isola ellenofona si estende lungo la vallata della grande fiumara Amendolea e dei torrenti Siderone e San Pasquale in provincia di Reggio Calabria. I paesi che ne fanno parte sorgono su alture un tempo di difficile accesso. Tra questi: Bova, Condofuri, Gallicianò, Roccaforte del Greco, Roghudi (borgo abbandonato dopo l’alluvione del ‘71). Nell’area dove scorre la fiumara di San Pasquale, intitolata al Santo protettore delle donne, si trova Bova, capoluogo culturale grecanico. Proprio lungo l’argine destro del fiume, in prossimità della foce, è stata ritrovata una sinagoga, una delle più antiche del Mediterraneo. 10 Lungo questa fiumara cresce il bergamotto, un agrume i cui frutti sono raccolti da novembre a marzo. L’antico borgo di Pentidattilo Pentidattilo, così denominato dalla strana morfologia della roccia, conserva tra le sue viuzze, le case superstiti e i ruderi del Castello, il ricordo e il fascino delle dominazioni bizantina e normanna e delle tragiche vicende delle nobili famiglie Alberti e Abenavoli. Pentedattilo, termine greco del periodo bizantino pentedáktylos, significa cinque dita, uno dei più incantevoli paesi abbandonati della Calabria e di tutto il Mediterraneo, nasce mimetizzato tra rocce rossastre di pietra arenaria. Si può solo immaginare il fascino che questo luogo dovette suscitare sui primi coloni greci, sugli ebrei, sugli arabi, sui monaci fuggiti dall'Oriente e dalla Sicilia, sui tanti popoli, perseguitati o invasori, che nel corso di una lunga storia arrivarono dal mare. Tutta l’area di Pentidattilo dalle alture alla costa fu interessata, verso il XVII secolo, alla coltura del bergamotto. La grande dinastia proprietaria degli Alberti favorì allora la discesa degli abitanti di Pentedattilo lungo le zone delle pianure e della marina. Fu il Marchese Domenico Alberti, nei primi decenni del XVII secolo, a estendere i terreni coltivati e ad aumentare le rendite del feudo, incoraggiando lo spostamento dei contadini dell’interno in una “vasta plaga, un tempo deserta e sterile”, che ben presto divenne fertile e rigogliosa d’agrumi, gelsi, bergamotti, ulivi e vigneti. La dimora estiva del Marchese, un palazzo situato in un luogo fertile e dal “clima dolce” lungo l’attuale strada provinciale, ai cui lati erano apposte due iscrizioni marmoree, è la conferma dell’impulso che egli diede allo spostamento – sdoppiamento dell’antico abitato. La piantagione dei gelsi incrementò l’industria della seta, che diventò la principale fonte di ricchezza di quelle contrade. Melito, pertanto, si espanse progressivamente come un doppio costiero di Pentedattilo. Dopo il terremoto del 1783, che sconvolse Pentedattilo e altri paesi dell’interno, Melito conobbe un nuovo incremento demografico. Durante il periodo francese fu capoluogo amministrativo, e arrivò a comprendere Pentedattilo, Chorio, S. Lorenzo, Bagaladi, Montebello, e Fossato. Dopo l’unificazione italiana si confermò comune maggiore, centro di tutta l’area e Pentedattilo diventò una frazione. La costruzione della linea ferroviaria ionica, cominciata negli anni sessanta dell’Ottocento e finita nel 1876, ribadì la definitiva supremazia di Melito su tutti i paesi della zona, tanto che ormai, a inizio Novecento, grazie anche alla produzione del bergamotto, il centro costiero era diventato uno dei paesi più importanti della provincia di Reggio Calabria. Condofuri marina Sosta presso un’azienda specializzata nella coltivazione e lavorazione del bergamotto. Piccolo momento di ristoro con degustazione di prodotti al bergamotto. 11 Pranzo-Lunch Bova Marina Visita al Parco Archeologico ArcheoDeri e ai resti della più antica sinagoga del territorio. Intorno all’area che faceva capo all’antico scalo di Bova, detto in greco Yalo tu Vua (Marina di Bova), verso la fine dell’Ottocento si è costituito un vero e proprio centro urbano. Le diverse campagne di scavo nella zona hanno evidenziato che l’intera area fu interessata a diversi insediamenti, presenti già in età neolitica fino all’età magno-greca e oltre. A circa tre kilometri da Bova marina in direzione Taranto, presso il Parco ArcheoDeri, nelle sale dell’ Antiquarium, si conservano reperti che documentano il culto di Demetra e di Kore, e altri ritrovamenti relativi a un insediamento romano del I e II secolo d.C. Le fonti riportano che queste terre erano in origine abitate “dalla gente di Aramea”, ebrei chiamati appunto “aramei”. Tale fonte ha trovato ragione nel ritrovamento di una sinagoga del IV secolo d.C., tra le più antiche del Mediterraneo, decorata con uno splendido mosaico pavimentale. La trama decorativa di questo mosaico raffigura diversi simboli legati ai rituali ebraici (la menoràh o candelabro a sette bracci, lo shofar o corno d’ariete, allusivo del sacrificio d’Isacco, la foglia di palma o lulab, il nodo di salomone, ecc.). Bova Passeggiata lungo le vie del borgo. Centro ellenofono ubicato nell’area denominata grecanica conserva antichissime tradizioni della cultura pastorale, quali la tessitura con fibra di ginestra e la produzione di manufatti lignei. Il centro è ricco di testimonianze artistiche e architettoniche che spiegano il suo passato. Le origini della città risalgono al Neolitico, successivamente essa fu un avamposto magno-greco e probabilmente un abitato fortificato nel periodo bizantino, ma le prime testimonianze storiche appartengono al tempo della dominazione normanna. Sede vescovile, Bova conservò il rito greco fino al 1572, quando esso fu abolito e fu imposto il rito latino, provocando anche nel tempo la scomparsa dell’antica lingua grecanica parlata dal popolo, che il Rohlfs definì «più arcaica della lingua di Aristotele e Platone», e la sostituzione degli arredi sacri e delle statue in conformità con i dettami della Controriforma. Il centro storico conserva nella planimetria tracce dell’antica conformazione risalente all’Alto Medioevo e presenta diversi nuclei con slarghi, testimonianza delle varie fasi storiche della città. La passeggiata per le vie del borgo permette di osservarne le caratteristiche, di contemplare gli scorci panoramici e di ammirare i signorili palazzi settecenteschi costruiti dalla nobiltà terriera bovese: Palazzo Mesiani Mazzacuva con la vicina Chiesa 12 del Carmine, sua antica cappella gentilizia, collocati nell’antico quartiere ebraico, Palazzo Marzano (demolito nella prima metà del Novecento per far spazio all’attuale Palazzo Municipale, sul cui fianco destro rimane la Cappella dell’Immacolata con un portale in pietra tardo-barocco, opera di scalpellini locali), Palazzo Tuscano e sulla piazza principale il Palazzo Nesci di Sant’Agata composto di due corpi di fabbrica disposti ad L, con pianta quadrata e cortile centrale; la facciata presenta una muratura “a faccia mista”. La Concattedrale di S. Maria dell’Isodia, di origine normanna, fu ricostruita tra la fine del XVII e l’inizio del XIX secolo; recenti scavi sotto la pavimentazione hanno permesso di documentare le varie fasi della costruzione dall’età bizantina al XVII. Sono stati ritrovati inoltre i resti di due edifici precedenti risalenti rispettivamente ai secoli X-XI e XII. L’impianto attuale è a tre navate di tipo basilicale e conserva la statua in marmo bianco della Madonna dell’Isodia (o della Presentazione) probabilmente opera dello scultore messinese Rinaldo Bonanno e pregevoli altari attribuiti a maestranze messinesi. Il Santuario di San Leo, molto caro ai bovesi potrebbe risalire al XV o più probabilmente al XVI secolo e presenta una pianta rettangolare a navata unica con cappelle laterali. L’altare maggiore della metà del Settecento, opera di artisti messinesi, conserva una statua del Santo in marmo bianco attribuita al Bonanno; un altro prezioso altare decorato con tarsie marmoree orna la Cappella della Reliquie. La Chiesa di San Rocco, collocata nella zona sud del borgo, risale al XVI secolo e presenta sulla facciata un portale in pietra intagliata, sormontato dallo stemma vescovile. I ruderi del Castello normanno consentono di ipotizzare un piano inferiore con un grande salone, un piano superiore con due stanze e un altro piano più in alto con una cappella. Le ipotesi sulla datazione sono diverse, è probabile che risalga all’età angioina. Note sul Bergamotto Il Bergamotto ha un habitat esclusivo, costituito dalla sottile striscia costiera lunga un centinaio di chilometri, che si stende tra Villa S. Giovanni e Gioiosa Jonica, tra il mar Jonio e il Tirreno, in provincia di Reggio Calabria. La sua peculiarità risiede nelle proprietà dei suoi olii essenziali che, noti fin dal Seicento (nelle officine di Versailles e Colonia). Il Bergamotto è un agrume i cui frutti sono raccolti da novembre a marzo. 13 Con i suoi 350 componenti chimici, l’olio essenziale di bergamotto è indispensabile nell’industria della profumeria internazionale. Oltre nella vasta gamma di acqua da toilette, profumi, deodoranti lozioni, chypres, etc.., l’essenza di bergamotto viene anche impiegata nell’industria Farmaceutica tanto da essere inserita nella farmacopee di diversi Paesi. Esso produce anche effetti anti depressivi e regolatori del benessere, in quanto modula il rilascio naturale della melatonina. Il succo invece viene utilizzato in gastronomia e nell’industria dolciaria per la preparazione di pasticceria fresca e secca, caramelle canditi, gelati, sorbetti, nonché nella preparazione di bibite, drink, thè e liquori. Ultimamente, grazie agli studi condotti dal chimico Prof. Giovanni Sindona e dalla sua equipe con brevetto dell’Università della Calabria, sono stati isolati dei principi attivi presenti solo nel succo di bergamotto, che inibiscono la produzione del colesterolo nel sangue determinando quindi un abbassamento del colesterolo totale, dei trigliceridi e dei glucidi con effetti benefici anche nella lotta al diabete. Infatti somministrando circa 50 ml di estratto di bergamotto al giorno per un mese si avrà una forte riduzione del colesterolo con un 41% in meno di trigliceridi. www.bergamottoconsorzio.it 14 ITINERARIO - 3 AREA DELLA LOCRIDE DATA Settembre/Ottobre 2015 ALUNNI COINVOLTI 15 DOCENTI 2 LUOGHI Palizzi marina Sosta presso un’azienda di produzione e trasformazione del bergamotto. Casignana/Bianco Visita agli scavi della Villa romana di Palazzi di Casignana Locri Visita al sito e al Museo Archeologico Nazionale di Locri Epizefiri Piana di Gerace Chiesa di santa Maria delle Grazie e Convento dei Frati Cappuccini Gerace Passeggiata lungo le strade del borgo. Visita: Cattedrale e Museo Diocesano; Il Castello Chiesa di San Francesco Chiesetta di San Giovanni Crisostomo Chiesa dell’Addolorata Nell’ambito dei percorsi guidati è previsto un approfondimento tematico su “Arte e cibo attraverso i reperti archeologici” DISTANZA (solo andata) Km 110 (circa) DURATA GIORNATA INTERA BREVE DESCRIZIONE DELL’USCITA Infopoint presso sala Mostre del Liceo Artistico “PretiFrangipane” Inizio Percorso Palizzi marina Sosta presso un’azienda di produzione e trasformazione del bergamotto. 15 Visita al sito di Palazzi di Casignana Si tratta di una vasta area archeologica ubicata sulla costa del mar Jonio tra Bovalino e Bianco, a circa 15 km a sud di Locri. I ruderi oggi visibili costituiscono il nucleo centrale e monumentale di un’area archeologica più vasta, che si estende lungo l’odierna strada statale 106 per quasi un chilometro e per circa 300 mt dalla spiaggia verso l’interno, con un’estensione complessiva di circa 15 ettari. Le campagne di scavo eseguite dalla Soprintendenza hanno consentito agli archeologi di evidenziare un complesso architettonico importante, interessato da almeno otto fasi costruttive; si tratta di una grande villa attorno alla quale forse si sviluppava un esteso insediamento, grazie alla possibilità di approdo offerta dalla foce del Bonamico. Gli edifici più antichi risalirebbero al I secolo d.C. in un’area già frequentata in età greca, ma massimo sviluppo e prosperità dell’insediamento possono collocarsi tra il III e IV secolo d.C. Il complesso centrale della struttura individuata è appunto una villa articolata attorno a un cortile centrale con un imponente prospetto monumentale affacciato sulla spiaggia e con ambienti destinati a impianto termale; preziosissimi sono i mosaici superstiti che si caratterizzano per un disegno geometrico ornamentale fino a quelli che presentano composizioni complesse, con scene figurali di grande raffinatezza. Visita al sito e al Museo Archeologico Nazionale di Locri Epizefiri Poco più a nord rispetto al sito di Casignana si trova la grande area archeologica di Locri Epizephiri, una delle città di fondazione greca più importanti della Calabria. Il sito offre la possibilità di una visita intorno alle strutture superstiti del luogo, come il tempio di Marasà (edificio in stile ionico, che costituisce una rarità nell’ambito delle costruzioni templari della Magna Grecia), o l’abitato di Centocamere con le grandi fornaci per le produzioni di ceramica, o il Teatro. L’antica Locri era una città potente e luogo di grande frequentazione per il culto della dea Persefone, testimoniata da centinaia di Pinakes rinvenuti in contrada Mannella (sito in cui sorgeva il santuario dedicato alla dea). La città era anche famosa per la ricca produzione coroplastica di stile corinzio che è ampiamente testimoniata nelle sale del Museo, posto appunto all’interno del sito. Altri importantissimi reperti provenienti dall’antica Locri oggi sono custoditi presso il Museo Nazionale di Reggio Calabria. Casino Macrì All'interno dell'area archeologica, raggiungibile utilizzando il percorso interno al parco, sorge il Casino Macrì. Un edificio, originariamente privato, adibito a masseria; inglobava ampie porzioni originali di una struttura di epoca romana, tra cui una sala con copertura a volta. Acquisito e restaurato, ospita la sezione di Età romana e tardo-antica. 16 In uno degli ambienti si trova esposta la famosa statua delTogato di Petrara (dal luogo del ritrovamento), rinvenuta nel territorio dell'antico Municipum romano. È il primo esempio di “togato” rinvenuto sul territorio locrese, pertanto gli studiosi ipotizzano la presenza di botteghe di scultori che nulla avevano da invidiare a quelli di Roma. La statua, realizzata in marmo e risalente al I sec. d. C., è alta circa m. 2,30 e raffigura un uomo di età matura che indossa una toga. Tale abito, unitamente all' espressione severa e autorevole del volto, fa pensare ad un magistrato del Municipium. Ristoro con snack Piana di Gerace Chiesa di santa Maria delle Grazie e Convento dei Frati Cappuccini. Prima di salire al centro di Gerace si propone una sosta presso il convento dei Frati Cappuccini e la chiesa annessa per l’importanza che tale struttura ha rivestito nella storia religiosa del borgo e per la ricchezza di arredi lignei che ivi si conservano alcuni restaurati nei Laboratori di Restauro della Scuola. Si tratta di un grandioso complesso architettonico, ubicato nel Fondo di Sant’Alessio nella Piana di Gerace. Dopo lunghissimi anni d’incuria è stata avviata l’opera di restauro che ha consentito la riqualificazione di questo importante sito. La chiesa a due navate disuguali, dedicata a Santa Maria delle Grazie, fu assegnata ai frati cappuccini nel 1538. La struttura, più volte rimaneggiata nel XVII secolo e poi riconsacrata nel 1734, presenta un prospetto con caratteri barocchi- sei-settecenteschi. La facciata divisa da quattro paraste sporgenti presenta un grande arco a mo’ d’ingresso con una finestra soprastante che spezza la cornice marcapiano che definisce il prospetto in due porzioni; in alto nella zona centrale della facciata si colloca un timpano curvilineo e ancora sopra corre un coronamento a cornice mistilinea a chiusura del prospetto. Molti degli arredi sacri e delle opere d’arte che si trovavano all’interno oggi sono dispersi; perfino antichissimi manoscritti della biblioteca del convento sono stati saccheggiati negli anni ’70 per lo stato di abbandono in cui versava tutto il complesso. Tra gli arredi si annoverano un ciborio e tre altari, manufatti lignei del 1720 realizzati a intaglio e intarsi dal famoso scultore Fra’ Ludovico da Pernicari. Il ciborio e gli altari della chiesa sono stati restaurati nei Laboratori di Restauro Opere Lignee della Scuola. Visita al borgo di Gerace Adagiato su un promontorio a circa 500 metri rispetto il litorale ionico, il borgo di Gerace è meta obbligata per gli amanti dell’arte e della natura. Il suo primo insediamento si deve al progressivo spopolamento della costa in età altomedievale, tra il VII e VIII sec. d. c., diventando dapprima sede vescovile e quindi centro 17 strategico durante l’età bizantina. Nonostante i danni provocati dai terremoti e dal tempo, Gerace conserva ancora l’impianto antico, ove edifici bizantini e normanni si alternano ad architetture rinascimentali e barocche. In questo centro è ancora viva la tradizione dell’artigianato tessile e ceramico. Per apprezzare Gerace bisogna passeggiare lungo le sue stradine e scoprire via via angoli di rara bellezza per le architetture del luogo e per la singolare atmosfera che il sito regala ai visitatori. Il cuore civile della cittadina si trova in Piazza del Tocco ove si affacciano i palazzi delle nobili famiglie e il medievale palazzo del Tocco, sede del Municipio. Per via Zaleuco si sale a Piazza Vittorio Emanuele, detta piazza della Tribuna, dove prospettano le maestose absidi della cattedrale. Gerace- Cattedrale La Cattedrale di Gerace è una costruzione monumentale che annovera complesse vicende costruttive dovute a ricostruzioni e rifacimenti succedutesi nei secoli. La fondazione dell’edificio risalirebbe ai secoli XI e XII. Si tratta di una struttura basilicale a tre navate divise da una successione di arcate sostenute da colonne (materiale di spoglio), con transetto sporgente impostato su robusti pilastri a croce, con un profondo coro e una cupola ottocentesca. Sulle due ali del transetto s’impostano le absidi. La destra fu demolita tra la fine del Trecento e i primi decenni del Quattrocento per la costruzione voluta dai conti Caracciolo della Cappella del SS. Sacramento e la sottostante Cappella di San Giuseppe. Alla parete destra del transetto è collocato il sarcofago di Giovanni e Battista Caracciolo, conti di Gerace. La facciata occidentale, racchiusa in uno stretto cortile, si presenta a salienti ed è affiancata dal robusto campanile ottocentesco, semplice e austera richiama il linguaggio romanico di ascendenza nordica. La facciata orientale con le caratteristiche volumetrie delle absidi prospetta sulla piazza della Tribuna. Proprio su questo lato, nel 1669, fu aperta una porta d’accesso alla cripta sormontata da una loggia delle benedizioni (oggi non più esistente). All’Ottocento risale invece il portale di gusto barocco. Ulteriori rifacimenti furono avviati nel 1829 dopo il rovinoso sisma del 1783. A questi ne seguirono altri, nel 1930, su progetto dell’arch. Gaetano Nave che restituì alla struttura l’immagine originale. Cripta Il “soccorso” della Cattedrale fu realizzato nella sua prima fase insieme alla grande fabbrica; esso è collocato sotto il transetto dell’edificio superiore. I numerosi ambienti che lo compongono, risalenti a epoche diverse testimoniano la sacralità del luogo sin da epoca antichissima. All’interno si collocano ben 24 colonne di spoglio che delimitano piccole campate irregolari sormontate da volte a crociera. La pianta si presenta a T rovesciata nel cui braccio trasversale si aprono tre vani ipogei; uno di essi ospita la Cappella dell’Itria. La cripta fu realizzata inglobando una cellula 18 ecclesiastica preesistente. Secondo gli studi più accreditati si ritiene che si tratti della primitiva cattedrale della diocesi locrese, costruita subito dopo che gli abitanti dell’antica città situata sulla costa si stabilirono definitivamente sul rilievo dove sarebbe sorta Santa Ciriaca, poi Gerace (X sec.). Il vano centrale è oggi occupato dalla cappella dell’Itria, ovvero della Vergine Odegitria, chiamata così per un’antica icona della Vergine poi scomparsa e sostituita da una statua marmorea trecentesca detta di Prestarona, perché rinvenuta in un’edicola di una località così denominata. La cappella fu abbellita nel XVII secolo con marmi a intarsio policromo dal vescovo Mattei e fu arricchita da rivestimenti murari, da una cancellata in ferro battuto e un pavimento in maiolica. Accanto al coro centrale si apre la cappella di san Giuseppe a pianta quadrata sormontata da una volta a crociera accessibile all’esterno da un portalino tardo gotico. Museo Diocesano Il Museo Diocesano e del Tesoro della Cattedrale è allestito nella Cappella di San Giuseppe posta nella cripta e conserva una rassegna esemplare di arredi liturgici. Le opere esposte provengono dalle chiese cittadine di Sant’Anna, San Martino e Sacro Cuore e dalla Cattedrale. I manufatti coprono un arco temporale che va dalla fine XVI al XIX secolo, fatta eccezione per una croce reliquiario in lamina d’oro ascrivibile al XII secolo. Di particolare nota è la statua in argento sbalzato raffigurante l’Assunta ricondotta all’argentiere napoletano Gaetano Dattilo, datata 1772 realizzata su commissione del vescovo Scoppa. Il Castello Fondato in età bizantina e poi ampliato dai Normanni, il castello fu rimaneggiato e modificato nei secoli successivi. Costruito in posizione strategica sopra una roccia tagliata a picco, un tempo collegato alla cittadina per mezzo di un ponte levatoio, oggi del maestoso maniero restano dei ruderi superstiti. I terremoti del XVII secolo e quello del 1783 lo distrussero quasi totalmente. Della struttura originaria sono rimasti un torrione cilindrico, tratti di mura e qualche rudere. Anche i resti della torre angolare furono distrutti durante la seconda guerra mondiale. Chiesa di San Francesco La chiesa di san Francesco, dichiarata bene d’interesse nazionale, fu costruita verso la metà del XIII secolo (1252). L’edificio si presenta con uno schema planimetrico ad aula unica. Essa faceva parte di un complesso conventuale di Minori Francescani. Come buona parte degli edifici calabresi visse fasi alterne. Danneggiata dal terremoto del 1783 e adibita nel corso dell’Ottocento a carcere, la struttura versò per lungo tempo in uno stato di profondo degrado. Finalmente nel 1951, grazie alla Sovrintendenza alle antichità della Calabria, iniziarono i lavori di recupero e restauro dell'edificio che si protrassero per oltre vent'anni e consentirono 19 all'intero complesso architettonico di essere recuperato e riportato all'antico splendore. Di purissime linee gotiche, un fianco della chiesa prospetta sulla “Piazza delle Tre Chiese” e presenta un portale ad arco ogivale a triplice archivolto con motivi decorativi d’ispirazione arabo-normanna. All’interno la sobrietà della struttura è arricchita da un altare seicentesco di grande pregio realizzato a intarsi marmorei policromi e arco trionfale, opera del frate Bonaventura Perna (1664) nativo del luogo. Alle sue spalle si erge un monumentale sarcofago di Nicola Ruffo (1372), opera di un artista di scuola pisana, forse della bottega di Tino da Camaino. Chiesetta di San Giovanni Crisostomo Poco distante da San Francesco è collocata la chiesetta dedicata a San Giovanni Crisostomo (dalla bocca d’oro), denominata “San Giovannello”, per le sue ridotte dimensioni. La struttura, databile tra la fine XI e XII secolo, si presenta ad aula unica con abside sporgente rivolta a oriente e due absidiole ricavate nello spessore del setto murario che fungono da diakonikòn e da prothesis, come in molti edifici bizantini. Secondo le fonti, questa chiesa costituiva il Katholikon del monastero femminile greco dedicato a San Giovanni (Arcivescovo di Costantinopoli nel IV secolo); del monastero rimangono soltanto tracce di fondazione. La chiesa, per lungo tempo abbandonata, rimase in uno stato di rudere fino a quando, nel 1960, fu restaurata dalla Soprintendenza ai Monumenti. La valorizzazione della chiesa si deve soprattutto alla riapertura del culto originario di rito bizantino (1995) facendola assurgere a madre di tutte le chiese ortodosse d’Italia. Chiesa Oratorio di Maria SS.ma Addolorata La denominazione della chiesa deriva dalla fondazione di una confraternita, istituita nel 1733, che prese il titolo dell’Addolorata e che scelse come sede del sodalizio questo tempio. L’edificio sorto su una struttura preesistente (intitolata a San Pietro) subì diversi rifacimenti e restauri. Oggi la chiesa si presenta a pianta ellittica sormontata da cupola. Esternamente si trova un bel portale a timpano spezzato di fattura settecentesca; sull’architrave è riportata la data 1776, anno in cui la chiesa fu radicalmente modificata rispetto al precedente impianto medievale. La semplicità dell’esterno contrasta con la ricca ornamentazione interna; il decoro della cupola è lavorato con stucchi ottocenteschi che riproducono racemi e fiori bianco e oro e altri disegni decorativi. Si segnala la pala d’altare raffigurante San Filippo Neri in preghiera davanti all’Addolorata. All’interno trova posto anche la statua lignea dell’Addolorata (1762) realizzata dall’artista napoletano Vincenzo Vitozzi su commissione del vescovo Scoppa; altri manufatti, quali gli scranni lignei della confraternita e l’organo a canne di fattura ottocentesca, arricchiscono ulteriormente l’apparato decorativo dell’edificio. Nel 2000 grazie al Progetto “Salviamo un Monumento” l’Oratorio è stato sottoposto a una sapiente opera di restauro. 20 Il rifacimento della pavimentazione, con mattonelle in ceramica decorate a mano, è stato realizzato nei Laboratori di Ceramica del Liceo “Preti/Frangipane”, come pure il restauro degli stucchi della cupola è stato progettato e realizzato nei Laboratori di Plastica della Scuola. Le immagini utilizzate sono tratte da: Rossella Agostino e Roberta Schenal Pileggi a cura di, Le pratiche alimentari nella Calabria antica. Un percorso archeologico tra quotidianità e ritualità, Reggio Calabria, Il Museo Nazionale 2004-2005, Graphic e -Business di Florio G. Scilla (RC), 2006 21 ITINERARIO – 4 AREA TIRRENICA DATA Settembre/Ottobre 2015 ALUNNI COINVOLTI 15 DOCENTI 2 LUOGHI VIBO VALENTIA Visita: Museo Archeologico /Castello Normanno Svevo La Cattedrale Sosta presso un’azienda di produzione della cipolla di Tropea TROPEA Visita: Chiesa di Santa Maria dell’Isola Passeggiata nel centro storico La Cattedrale Il Museo Diocesano Nell’ambito dei percorsi guidati è previsto un approfondimento tematico su “Arte e cibo attraverso i reperti archeologici” DISTANZA (solo andata) Km 100 (circa) DURATA GIORNATA INTERA BREVE DESCRIZIONE DELL’USCITA Infopoint presso sala Mostre del Liceo Artistico “PretiFrangipane” Inizio Percorso VIBO VALENTIA La moderna città di Vibo Valentia si sovrappone ai tre centri più antichi di Monsleonis, in epoca medievale, di Vibo Valentia, ricco municipium romano, e di Hipponium, polis greca sub colonia della potente Locri Epizefiri. 22 Visita al Museo Archeologico Nazionale Il Museo Archeologico Nazionale è intitolato a Vito Capialbi, illustre studioso ottocentesco, e insigne archeologo vibonese che per primo raccolse nella sua casa una ricchissima collezione antiquaria. Il Museo è ospitato nel castello normanno svevo che nato come fortezza diventò in seguito sede signorile della famiglia Pignatelli. Dal 1995 ospita il Museo che accoglie le testimonianze delle varie fasi storico-archeologiche di Vibo, in particolare costituisce un approfondimento delle epoche greca e romana del centro antico. I materiali provenienti dai Santuari di Scrimbia e Cofino, esposti nel grande salone al piano superiore articolato da quattro grandi arcate, sono stati rinvenuti in vari depositi votivi del VI e del V sec. a. C., seppelliti ritualmente in grandi fosse (favissae), appositamente realizzate all'interno dello spazio delimitato e consacrato del santuario. Si trattava di una seconda consacrazione alle divinità, dopo il momento dell'offerta, che comportava la rottura intenzionale degli oggetti, per scongiurarne il riutilizzo. Questi depositi votivi sono densissimi di reperti, in molti casi si evidenzia la serialità e ripetitività di offerte simili, come veri e propri cumuli di micro-ceramica oppure gruppi di statuette fittili accostate tra loro. Le offerte di vasellame ceramico sono contenitori di profumi e di olii pregiati (aryballoi e alabastra) o vasi Attici (lekythoi). Le rappresentazioni a figure nere contengono scene dionisiache o gigantomachie. I pinakes locresi sono presenti in frammenti, caratterizzati da terrecotte votive ispirate a Demetra con fiaccola e porcellino o alla figlia Persefone, protettrice del passaggio sociale delle fanciulle verso il ruolo di sposa e poi di madre, dea delle messi e della fertilità. Questi "quadretti" in terracotta erano prodotti in serie con matrici; si tratta di ex voto che venivano appesi agli alberi lungo la via sacra e nei santuari. Culti di divinità maschili combattenti (Epimachos) sono riferiti alle abbondanti offerte di armi difensive in bronzo: elmi, schinieri e scudi; si ringraziava la divinità di una vittoria sui nemici. Al piano terra è presente l'esposizione degli oggetti provenienti dalle necropoli. Il rito funebre era l'inumazione. In una vetrina è esposto il corredo della tomba n. 19, che tra l'altro è costituito da un oggetto molto importante; si tratta di una laminetta aurea iscritta trovata ripiegata sul petto della defunta cui apparteneva. L'oggetto è da collegare alla religione orfica e fornisce le istruzioni necessarie per guidare la sua anima nell'itinerario ultraterreno. Al secondo quarto del VI sec. risale una statua femminile in marmo di Paros (materiale pregiato d'importazione) rinvenuta sul colle del Cofino. La scultura acefala presenta numerose fratture, conserva il plinto che doveva essere inserito nella base e un'uniforme patina di color giallo dorato la ricopre. La veste che la figura indossa è un amplio peplo dorico che dalle 23 spalle scende fin sui fianchi in un lungo risvolto, il cui orlo inferiore disegna una larga curva. Sopra il peplo è indossato un mantello: copre il dorso e ricade in pieghe sul davanti. La figura matronale è stante, con il peso spostato sulla gamba sinistra e la gamba destra arretrata e flessa, così che il piede, scartato lateralmente, poggia al suolo solo con la parte anteriore; questo movimento si ripercuote nel tronco dove il seno e l'anca a destra appaiono leggermente abbassati rispetto alla parte sinistra del corpo. E' possibile capire, quindi, come la postura della statua fosse abilmente costruita con un bilanciamento incrociato della posizione degli arti che rivela l'assimilazione della teoria artistica di Policleto. Il panneggio, plastico e sobrio, non occulta le linee del corpo, ma ne accompagna con misura il movimento. Al periodo romano appartiene il ritratto in marmo di Marco Vipsanio Agrippa, il suo ruolo politico e militare emerge nell'espressione concentrata e nello sguardo apparentemente accigliato. L'attenzione ai dettagli fisionomici ne esalta il carattere morale e la singularis virtus. La Cattedrale di San Leoluca Il Duomo, costruito nel 1680, presenta un’ampia facciata a due ordini, tra due campanili quadrati. Imponenti sono le due porte bronzee, “porte del tempo”, con rilievi dello scultore Giuseppe Niglia (1975), raffiguranti la storia della città. L'interno è vasto, a croce latina a una navata con cappelle comunicanti, decorato con stucchi e grandi statue di gesso, e contiene significative opere d'arte. Nel transetto sinistro si trova l'altare, ornato di marmi rari, che ospita nelle tre nicchie le statue marmoree della Madonna delle Grazie, San Giovanni evangelista e Santa Maria Maddalena: il trittico di Antonello Gagini. Nella nicchia sull'altare è presente il busto in argento di San Leoluca del napoletano Francesco Manzone (1745). Il presbiterio è arredato da un coro ligneo finemente intagliato. Annessa al Duomo si trova l'elegante e imponente costruzione in stile rinascimentale oggi ribattezzata VALENTINIANUM, dal notevole chiostro. Pranzo Lunch Sosta presso un’azienda di produzione della cipolla di Tropea TROPEA Come molti centri calabresi anche Tropea vanta un passato antichissimo caratterizzato da dominazioni, scontri e contaminazioni con diversi popoli. Il nome di Tropea deriverebbe dal termine “tropaia”, trofei, innalzati sul sito delle vittorie compiute da illustri personaggi della storia romana come Publio Cornelio Scipione L'Africano, 24 Sesto Pompeo e perfino Ottaviano. Altre leggende legherebbero il nome di Tropea al Tropaìa, il vento che spira dal mare verso la terra, e ancor oggi i marinai locali definiscono tropèe i vortici improvvisi che possono causare problemi durante la navigazione (il termine è riportato anche nel Dizionario dialettale della Calabria di Gerhard Rohlfs ). Ubicata sopra un masso di arenaria compatta, la cittadina mostra un impianto medievale arricchito da palazzi sei-settecenteschi. Il centro caratterizzato da strade strette e diverse piazze è un susseguirsi di scorci e affacci sul mare dal colore turchese. Le sue origini sono poco note, ma i reperti emersi durante le campagne di scavo fanno ipotizzare un insediamento del luogo fin dall’età pre-ellenica. Divenuta sede vescovile verso l’VIII secolo, visse un’epoca di splendore in epoca angioina e aragonese. Dopo il sisma del 1783 fu sottoposta a una profonda trasformazione che la modificò profondamente. Abbattuto il castello, ormai in rovina, furono demolite anche le mura di cinta, consentendo l’espansione del tessuto urbano. Il centro cittadino s’identifica con piazza Ercole in cui si affaccia un bellissimo palazzo settecentesco, sede un tempo del Sedile dei Nobili. La piazza si prolunga su corso Emanuele, fino alla balconata a mare da cui è possibile ammirare uno scenario d’incredibile bellezza. Chiesa di Santa Maria dell’Isola La chiesa che sorge su uno scoglio dominante la baia di Tropea ha origini medioevali (circa XI sec.) come monastero benedettino, trasformato poi in epoca gotica e rinascimentale. Per la spettacolare ubicazione l’edificio rappresenta uno dei siti più affascinanti del luogo. Come molte strutture calabresi, ha subito rimaneggiamenti e modifiche, in particolare nel periodo barocco, con l’aggiunta in facciata di un portico, poi murato per ampliare la navata centrale; il prospetto attuale è dovuto ad altre opere di ristrutturazione avviate nei primi anni del Novecento. Nonostante la sua storia architettonica così travagliata, la chiesa continua a suscitare il suo fascino. Passeggiata nel centro storico La Cattedrale Il Duomo è un edificio a pianta basilicale con tre navate, di stile romanico ma con ascendenze siculo-normanne, eretto nel XII secolo. Ricco di sculture preziose appartenenti ai secoli XIV, XV, XVII, conserva l'Icona della Madonna di Romania, protettrice della Città, posta sopra l’altare maggiore. Il quadro, eseguito su tavola, è datato al XIII secolo, sebbene molto rimaneggiato da pesanti restauri. La pietà popolare attribuisce al dipinto numerosi miracoli a protezione della città. Tra le sculture si annoverano: un Crocifisso 25 nero di fine ‘400, probabilmente opera spagnola o d’influsso spagnolo, e la Madonna del Popolo (1555), grande statua di fra’ Agnolo Montorsoli. Il Museo Diocesano Il Museo Diocesano, aperto nel 2004, è ospitato nelle sale dell'antico Palazzo Vescovile, di fronte alla Cattedrale normanna. L'esposizione contiene diverse opere marmoree e pittoriche di pregio. Molti manufatti sono di artisti locali, tra i quali si segnala una consistente parte della produzione dell'autore tropeano Giuseppe Grimaldi (1690-1748), comprendente il Martirio di Santa Domenica. Interessanti anche le opere commissionate ad artisti napoletani, come le tre grandi tele - una Madonna del Rosario, una Madonna del Carmine e un'Incredulità di San Tommaso - di Nicola Menzele (1729-1789), allievo di Francesco De Mura. Infine il Museo accoglie una preziosa raccolta di pezzi appartenenti al Tesoro della Cattedrale. Note sulla Cipolla Rossa di Tropea La regina dei prodotti tipici locali, alla base della cucina meridionale, è la “Cipolla Rossa di Tropea”, che si contraddistingue dalle altre varietà di liliacee per il fatto di essere composta da più tuniche concentriche di polpa bianca dentro involucri rossi. E' coltivata nelle zone vicino Tropea da oltre duemila anni e si racconta fosse importata addirittura dai Fenici. Oggi è abbinata al turismo della zona, con il quale contribuisce allo sviluppo socio economico. La dolcezza della “rossa di tropea” dipende dal microclima particolarmente stabile nel periodo invernale, senza sbalzi di temperatura per l’azione di mitezza esercitata dalla vicinanza del mare, e dei terreni freschi e limosi, che determinano le caratteristiche pregiate del prodotto. Oltre che per il colore dunque, essa si contraddistingue anche per il sapore delicato e dolce, dovuto in particolare alla consistente presenza di zuccheri, come il glucosio, il fruttosio e il saccarosio (per citare i più noti). Grazie a questa sua caratteristica peculiare qualcuno la utilizza per preparare il gelato o la marmellata di cipolla (ottima per condire arrosti, o da spalmare sulle bruschette come antipasto). Per questi motivi è tra le più note in Italia, assieme alla “dorata di Parma”, la “bianca di Chioggia” e la “gialla Borettana”. Solo i suoli della zona di Tropea, infatti, grazie alle particolari sostanze in essi contenute, rendono la cipolla rossa dolce e non amara. La cipolla contiene le vitamine C ed E, ma anche ferro, selenio, iodio, zinco e magnesio. La sua forma è rotonda od ovoidale a seconda delle specie e dei periodi. Gli effetti benefici principali si devono al suo bulbo: ha un potere antisclerotico che fa 26 bene al cuore e alle arterie. Le sue proprietà curative sono comunque note sin dall'antichità: nella Naturalis Historia di Plinio il Vecchio infatti, c'è un riferimento alla cipolla rossa come rimedio per curare alcuni mali e di disturbi fisici. In cucina è un ottimo ingrediente per l'insalata mista. La sua alta digeribilità, contribuisce infine a renderla prodotto ideale della ormai famosa dieta alimentare mediterranea, con circa 20 calorie per 100 grammi di prodotto fresco. http://www.prolocotropea.eu/public/cipolla.html Gruppo di Lavoro: Dirigente Scolastico Albino Barresi. Docenti: Antonio Barbera, Giovanna Bellantoni, Francesca Battaglia, Andrea Casile, Vincenzo Errigo, Roberta Filardi, Rosanna Fiore, Paola Minniti, Anna Quattrone, Giuseppina Tripepi, Annunziato Tripodi. Assistente Tecnico Saverio Settimio. Partner: Consorzio di Tutela del Bergamotto di Reggio Calabria (D.O.P.) Consorzio di Tutela della Cipolla Rossa di Tropea (I.G.P.) Comuni di: Bova, Gerace, Reggio Calabria, Scilla, Tropea, 27 LICEO ARTISTICO “PRETI – FRANGIPANE” Reggio Calabria Via A. Frangipane, 9 – Reggio Calabria Tel. 0965 – 499458 Fax 0965 – 499457 E-Mail [email protected] Sito Web www.liceopretifrangipane.it Dirigente Scolastico Avv. Albino Barresi Referente Prof. Annunziato Tripodi Tel. 3939780197 E-Mail [email protected] 28