QUATTRO ITINERARI
LICEO ARTISTICO
“PRETI – FRANGIPANE”
Reggio Calabria
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LICEO ARTISTICO STATALE “M. PRETI / A. FRANGIPANE”
Via A. Frangipane, 9 89129 Reggio Calabria - 0965/499458 0965/499457 - C. Fisc.: 92081290808
www.liceopretifrangipane.it e-mail: [email protected] / PEC: [email protected]
Cod. Mecc.: RCSL030003 - Sezioni Associate: RCSL03050C (Corso serale)
ACCOGLIENZA
PER GRUPPI IN ARRIVO
ALL’AEROPORTO
ALUNNI COINVOLTI
10
DOCENTI
1
PER GRUPPI IN ARRIVO
CON ALTRI MEZZI
ALUNNI COINVOLTI
10
DOCENTI
1
INFOPOINT

Meeting-point presso Aeroporto di Reggio Calabria a cura
del Liceo Artistico “Preti-Frangipane”

Infopoint presso sala Mostre del Liceo Artistico “PretiFrangipane”


Esposizione: Arte-Tradizione-Innovazione.
Rassegna di alcune produzioni esemplari delle diverse
sezioni della Scuola (Tessitura-Moda, Pittura-Restauro,
Ceramica, Architettura, Ebanisteria, Grafica).
Consegna brochure dei percorsi EXPO (a cura del Liceo)
Omaggi (segnalibro con texture di un arazzo del maestro
Alfonso Frangipane a cura dei Laboratori)
Consegna brochure promozionali in lingua inglese della
città e della Provincia;
Brochure promozionale in lingua inglese della Calabria;
Piccolo angolo espositivo di prodotti al bergamotto, dai
profumi ai liquori, ed eventuale degustazione.





Nota: I tempi dei percorsi saranno comunque funzionali agli orari di arrivo dei
gruppi.
PROGRAMMA ITINERARI
Sono previsti quattro itinerari: “Area dello Stretto” – “Area Grecanica” – “Area della Locride” –
“Area Tirrenica”, che coprono la provincia di Reggio Calabria e quella di Vibo Valentia.
All’interno degli itinerari, mirati alla conoscenza dei siti storici ed archeologici, verranno
illustrate le peculiarità relative a due prodotti DOP: Bergamotto e Cipolla Rossa di Tropea, che
rappresentano l’eccellenza Calabrese dal punto di vista gastronomico e non solo.
2
ITINERARIO – 1
AREA DELLO STRETTO
DATA
Settembre/Ottobre 2015
ALUNNI COINVOLTI
15
DOCENTI
2
LUOGHI
REGGIO CALABRIA
Percorso della città magno-greca




Museo della Magna Grecia
Il Lungomare
Mura greche
Piazza Italia
Percorso della città attraverso i secoli
 Pinacoteca Civica
 Cattedrale
 Chiesa degli Ottimati
 Castello Aragonese
SCILLA
 Il castello dei Ruffo
 Passeggiata nel borgo di Chianalea
Nell’ambito dei percorsi guidati è previsto un
approfondimento tematico su “Arte e cibo attraverso i reperti
archeologici”
DISTANZA (solo andata)
Km 25 (circa)
DURATA
GIORNATA INTERA
BREVE DESCRIZIONE
DELL’USCITA
Infopoint presso sala Mostre del Liceo Artistico “PretiFrangipane”
Inizio Percorso
REGGIO CALABRIA Una città tra Mito, Natura, Arte
Luogo di miti e leggende, lo stretto tra Sicilia e Calabria è stato da
sempre un passaggio obbligato delle rotte marittime. Per tale
ragione le popolazioni greche della Calcide s’insediarono in questo
3
sito, fondando sulla riva continentale l’antica Reghion (VIII sec.
a.C.). Alterne furono le fortune della città che, colpita più volte da
catastrofi naturali e invasioni nemiche, rimase ancorata allo stesso
sito per secoli, seppur con diverse evoluzioni della sua
configurazione urbana.
Dopo il sisma del 1908, Reggio fu interamente ricostruita
seguendo un tracciato urbanistico molto regolare, a scacchiera, e
un disegno architettonico prevalentemente di gusto eclettico, con
richiami classici, liberty e déco.
Le testimonianze superstiti (aree archeologiche e reperti di età
greca, romana, bizantina, medievale e moderna) spiegano bene il
passato della città e il ruolo di centro commerciale e culturale che
essa continuò a mantenere per lunghi secoli nell’area dello stretto,
crocevia e cuore del Mediterraneo.
Il Museo Nazionale della Magna Grecia
Il museo di Reggio Calabria è tra i luoghi di conservazione del
patrimonio archeologico d’età magno-greca più importanti
d’Italia.
Progettato da Marcello Piacentini, architetto e accademico del
periodo fascista, il Museo rappresentò la rinascita della città dopo
il rovinoso terremoto del 1908 che aveva distrutto insieme
all’abitato anche l’ottocentesco Museo Civico. Il Museo attuale, che
prospetta sulla centrale Piazza Giuseppe De Nava, mostra uno stile
austero e monumentale consono al gusto di regime, ma è al
contempo moderno e aggiornato per la sua concezione funzionale
degli spazi sull’esempio di altri musei europei. Recentemente è
stato soggetto a un’ampia opera di ristrutturazione che ha
modificato in parte l’originaria struttura e l’organizzazione
interna degli spazi espositivi.
Il Museo è considerato un vero e proprio scrigno di ricchezze
archeologiche provenienti dalle colonie greche della Calabria, tra
cui l’antica Reghion. Tra tutti gli esemplari meritano menzione
capolavori unici nel loro genere: i due bronzi di Riace (Statua A e
Statua B), la Testa del Filosofo e il Kouros di Reggio Calabria.
I Bronzi, ritrovati casualmente nelle acque di Riace in provincia di
Reggio Calabria nel 1972, sono esemplari unici per la
raffinatissima fattura tecnica, realizzata con la fusione a cera
persa, e per la resa anatomica dei corpi perfettamente armonici.
Le figure, entrambe nude, raffigurano due guerrieri sebbene siano
prive di scudo e di lancia. Essi rappresentano a pieno titolo l’ideale
di bellezza greca. Per molti anni gli studiosi hanno variamente
attribuito la paternità di questi due guerrieri a diversi bronzisti
del V secolo. Per convenzione essi si distinguono in Bronzo A e
Bronzo B. Le figure sono rappresentate in ponderazione a ritmo
incrociato: alla gamba destra verticale su cui grava il peso del
corpo corrisponde il braccio sinistro piegato a sorreggere il
pesante scudo; alla gamba sinistra flessa ed avanzata corrisponde
il braccio destro abbassato ad impugnare l'asta. Secondo il
modello policleteo questo schema produce una sorta d’inclinazione
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nella linea delle anche e delle spalle, tuttavia nel bronzo A si
riscontra una postura più rigida rispetto al ritmo più flessuoso
della statua B. Anche la possente muscolatura è resa con forte
vigore plastico, ma in modo più geometrico e statico nel Bronzo A,
più analitico e dinamico nel bronzo B. Per tali diversità d’insieme e
di materiali, le due statue sono state collocate in periodi diversi.
Tra le ipotesi più accreditate è quella che pone la loro
realizzazione in Attica, nell'ambiente che ruotava attorno a Fidia:
la statua A attorno alla metà del V sec. a. C., la statua B collocata
un trentennio dopo, quando già circolava una nuova sensibilità
artistica in seguito incarnata al massimo grado da Policleto. Altre
ipotesi sono proposte dagli studiosi tra cui quella di Paolo Moreno
che, avvalendosi dei risultati delle analisi sulla terra di fusione,
indica la città di Argo come possibile luogo della loro provenienza;
egli ipotizza, come autore del Bronzo A, lo scultore Agelada il
Giovane, scultore di Argo e maestro di Mirone, Fidia e Policleto
(450 a.C.), e per la statua B lo scultore Alcamene il Vecchio, attivo
in ambiente attico. Altri esperti hanno ipotizzato la loro
realizzazione in Magna Grecia, dove nel V secolo operavano famosi
bronzisti, fra cui Pitagora di Reggio.
Dopo il recente restauro del Museo, i Bronzi sono stati ricollocati
nelle nuove sale dell’edificio, con un’impaginazione diversa
rispetto al precedente allestimento.
Il Lungomare
Il lungomare, decantato da poeti e viaggiatori, è il luogo più
frequentato dai Reggini e dai turisti.
Il viale è considerato un vero e proprio salotto della città. Esso può
definirsi una passeggiata che incanta il visitatore attraverso le
bellezze naturali dello stretto, la ricca varietà di piante che ne
fanno un’isola di biodiversità con specie provenienti da tutti i
continenti, la letteratura e la poesia (monumenti celebrativi a
Corrado Alvaro, a Pascoli, al poeta Ibico), le testimonianze del
passato (la tomba ellenistica, le mura greche, i resti delle terme
romane); la storia (il monumento a Vittorio Emanuele III e la
statua di Athena Promachos; il monumento ai caduti della prima
guerra mondiale di Francesco Jerace).
Piazza Vittorio Emanuele II, denominata Piazza Italia.
(La storia, il monumento simbolo dell’Italia e gli scavi
archeologici).
Piazza Italia può considerarsi il cuore pulsante della città oggi
come nel passato poiché, come si rileva dagli scavi più recenti, era
luogo di antica frequentazione sin dall’età greca, romana e
bizantina. In occasione di un intervento di riqualificazione
promosso dal Comune, che aveva previsto lo smantellamento della
pavimentazione novecentesca di Piazza Italia, la Soprintendenza
per i Beni Archeologici ha promosso campagne di scavo
archeologico che si sono svolte, a più riprese nell’arco degli anni
2000-04, in un ristretto settore ubicato nell’angolo sud-orientale
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della Piazza. Considerando i risultati emersi nel corso delle varie
campagne di scavo, sono state individuate, per una profondità
complessiva di sei metri, undici principali fasi di edificazione
dell’area e due sotto-fasi, che coprono un ampio arco cronologico
che dall’età greca (VII sec. a.C.) giunge fino all’epoca della prima
sistemazione del sito come piazza, ai primi del XIX secolo. Oggi
tutta l’area della piazza è stata riqualificata consentendo l’accesso
dei visitatori alla zona sottostante relativa agli scavi di cui si
possono osservare i brani architettonici rinvenuti e variamente
attribuiti a diversi periodi storici.
Attualmente, la piazza è luogo d’incontro dei cittadini ma
simboleggia il centro politico amministrativo della città, infatti, su
questa area di forma quadrangolare si affacciano i tre palazzi
istituzionali, Palazzo Foti sede dell’Amministrazione provinciale,
Palazzo San Giorgio (progettato dall’arch. Ernesto Basile) sede
dell’Amministrazione comunale e Palazzo del Governo sede della
Prefettura.
Al centro campeggia una maestosa statua a figura intera, eretta
nel 1868, opera dello scultore Rocco La Russa (artista patriota).
Essa sostituì il monumento preesistente raffigurante Ferdinando I
di Borbone, sovrano delle due Sicilie, celebrando così il sacrificio
dei patrioti calabresi alla causa italiana. L’opera rappresenta una
figura femminile idealizzata, l’Italia, che invita i suoi figli a
impugnare la spada e allo stesso tempo promette loro una corona
d’alloro. Commissionata dalla Provincia e inizialmente destinata a
decoro del Palazzo provinciale, fu considerata così bella che i
Reggini la vollero collocata al centro della piazza. All’epoca essa
era l’unica statua che adornava Reggio e tutti la chiamavano la
“Dea bianca”, tanto era bello ed espressivo quel volto di stile greco
classico.
Pranzo- lunch
La Pinacoteca civica: un percorso tra arte e cibo.
Arte e cibo attraverso alcuni esemplari pittorici del Seicento e
Settecento.
Le collezioni della Pinacoteca attraverso i secoli con i capolavori
di: Antonello da Messina, Mattia Preti e il dipinto “San Pietro
liberato dal carcere” di scuola pretiana, restaurato nei
Laboratori di Restauro Pittorico della Scuola, Andrea Cefaly,
Giuseppe Benassai, Francesco e Vincenzo Jerace, e alcune
testimonianze del Novecento calabrese.
Cattedrale della Vergine Maria Assunta in Cielo
La storia della Cattedrale è lunga e travagliata come quella della
città con cui ha condiviso nel corso dei secoli distruzioni,
ricostruzioni e riparazioni. Il primo edificio a croce latina fu
costruito nel VI secolo, venne poi distrutto intorno alla metà dell’XI
ad opera dei Saraceni e riedificato subito dopo dai Bizantini con
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pianta a croce greca. Verso la fine dello stesso XI secolo i Normanni
costruirono un nuovo impianto a croce latina dedicato alla beata
Vergine Maria Assunta in Cielo. Durante il XIV secolo la Cattedrale
si arricchì di due nuove cappelle, ma per ben due volte fu
incendiata dai Turchi, la prima nel 1574 e la seconda nel 1599.
La Cattedrale seicentesca voluta dal Vescovo Martino Ybañez y
Villanueva nel 1682 presentava un impianto planimetrico a croce
latina, il cui asse era obliquo rispetto all’attuale Corso Garibaldi
con l’ingresso rivolto verso Sud Ovest; in fondo alla navata laterale
a sinistra vi era la Cappella del Sacramento.
Tale impianto rimase inalterato fino al terremoto del 1783,
quando la Cattedrale fu danneggiata tanto che si dovette
procedere alla demolizione della facciata e alla successiva
ricostruzione.
La Cattedrale ottocentesca, pur conservando l’allineamento
preesistente, fu sollevata rispetto al piano della piazza, che era di
forma trapezoidale, e dotata di un’ampia scalinata.
La cattedrale post -terremoto
Dopo il terremoto del 1908, nonostante l’edificio potesse essere
restaurato, prevalse l’opinione di demolire tutta la chiesa fin dalle
fondamenta per ricostruirla integralmente su progetto dello
studio di ingegneria del padre Carmelo Angelini, successivamente
integrato dall’ing. Mariano Francesconi.
L’asse della costruzione fu allora modificato situandolo secondo le
direttrici del Piano Regolatore De Nava in modo che la facciata si
aprisse sul Corso principale della città e su una piazza non più
trapezoidale come la precedente, ma di forma geometrica regolare
secondo lo schema a scacchiera del Piano.
L’opera risente palesemente degli influssi culturali dell’epoca, in
particolare dell’eclettismo medievalista che fa prevalere il gusto
neoromanico coniugato con le esigenze moderne di funzionalità,
con stilemi gotici e con motivi originali particolarmente nelle
decorazioni interne delle pareti, dei transetti e delle absidi. Lungo
le due navate laterali si aprono otto cappelle; accanto al
presbiterio ve ne sono altre due, quella dell’Assunta a sinistra e
quella di destra dedicata a S. Paolo, dove si trova il frammento di
colonna risalente secondo la tradizione al momento della
predicazione dell’apostolo. L’origine paolina della comunità
ecclesiale reggina, è citata dagli Atti degli Apostoli (cap. 28 v. 13).
La facciata neo-romanica è preceduta da un’ampia scalinata sulla
quale nel 1933 furono collocate le due alte statue di S. Paolo e S.
Stefano da Nicea, opere dello scultore Francesco Jerace.
La Cappella del SS. Sacramento è il più importante monumento
barocco dell’Arcidiocesi, eretto originariamente nel 1500 e
riedificato ai tempi del Vescovo spagnolo Ybanez y Villanueva.
L’opera fu risparmiata dai terremoti del 1783 e del 1908, ma a
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seguito della ricostruzione della Cattedrale dopo il 1908 e del suo
spostamento, la Cappella fu situata all’estremità del transetto
sinistro. Essa fu poi gravemente danneggiata dall’incendio
provocato da un bombardamento aereo nel 1943 e
definitivamente restaurata e riaperta al culto nel 1965.
La Cattedrale è arricchita da opere scultoree e pittoriche di gran
pregio, testimonianze della sua storia passata e recente. Si
segnalano tra le altre il Crocifisso in legno policromo posto
sull’alto della trabeazione soprastante il transetto, per il quale
l’analisi stilistica suggerisce una datazione diversa per il supporto
(che è del 1922) e per il Cristo decisamente più antico. Nella già
citata Cappella del SS. Sacramento, sull’altare maggiore spicca il
dipinto del pittore messinese Domenico Marolì (1630 – 1676)
raffigurante l’episodio biblico del Sacrificio di Melchisedec.
Entrambe le opere sono state sottoposte a restauro nei
Laboratori di restauro pittorico del Liceo “Preti-Frangipane”.
La Chiesa degli Ottimati e il mosaico pavimentale.
L’attuale chiesa di Santa Maria Annunziata degli Ottimati, un
tempo ubicata tra le vie Incoronata e Liceo in un’area poco
lontano da quella attuale di Piazza Castello, è stata ricostruita
dopo il sisma del 1908 ma conserva all’interno antiche vestigia
della precedente struttura, risalente secondo le fonti al X secolo
circa. L’antica chiesetta rivestì un ruolo di grande importanza per
la sua funzione di cappella palatina durante la dominazione
normanna, essendo collegata da un passaggio sotterraneo al
Castello. L’appellativo di Chiesa degli Ottimati deriva da un’antica
confraternita di nobili reggini, “ottimati” appunto, che dal XVI
secolo ebbero la loro sede in questo edificio.
Capolavoro della chiesa è il preziosissimo mosaico pavimentale di
stile cosmatesco (datato al XII sec.) ricomposto nell’attuale
edificio. Si tratta di un manufatto realizzato in “opus tessellatum”
con pietre policrome di marmo bianco e nero e di porfido verde e
rosso, che si caratterizza nei riquadri centrali per una partitura
geometrica con motivi intrecciati curvilinei; il manufatto conserva
ancora il fascino e l’impronta di un’opera di grande pregio e
costituisce nel panorama artistico locale una rara testimonianza
di età medievale.
Esposizione della riproduzione grafica e pittorica del
riquadro centrale del mosaico a cura del Liceo “Preti/
Frangipane”.
Il Castello
Il Castello, probabilmente di fondazione bizantina (antico
Kastron), si articola in posizione emergente rispetto al tessuto
edilizio del centro storico della città e prospetta sull’omonima
piazza nel luogo in cui, secondo alcuni studi, si è ipotizzato
dovessero passare le mura che circondavano l’area urbana nella
tarda età greca e poi in quella romana.
Profondamente modificato nel corso dei secoli, ampliato in età
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normanna con aggiunte in età aragonese, nel Seicento e
nell’Ottocento, dopo il terremoto del 1908 si decise per
l’abbattimento di gran parte della struttura, al fine di completare
e rispettare il nuovo piano urbanistico della città.
Oggi il Castello presenta una pianta rettangolare con due torri
cilindriche (di età aragonese) scarpate ai vertici del lato sud; su
tale lato sono collegate da una cortina muraria di età secentesca.
Nella zona diroccata una serie di terrazze permette l’accesso alle
torri; queste all’interno presentano una scala circolare centrale
con cinque vani rettangolari che ospitavano i pezzi di artiglieria.
La configurazione attuale, dovuta ai vari rimaneggiamenti, che ne
hanno alterato l’originaria struttura architettonica, si relaziona
ad un contesto ambientale anch’esso modificato.
Dopo il restauro statico (1998-2000) e gli ultimi lavori di recupero
e riqualificazione, il Castello sta riaprendo i battenti all’intera
cittadinanza.
Scilla e il castello dei Ruffo
La storia di Scilla richiama antiche leggende legate al mito (Scilla
il terribile mostro a sei teste che inghiottiva le navi) e alle
narrazioni omeriche (Ulisse e il canto delle sirene), storie che
spiegano l’importanza del sito, luogo strategico per il transito di
navi lungo lo stretto.
Il borgo è senza dubbio molto attraente per le bellezze naturali del
luogo. Sullo scoglio che domina la “marina grande” si erge l’antico
castello dei Ruffo. La fortificazione, risalente a tempi antichissimi,
fu modificata nel corso dei secoli, e costituisce oggi una sorta di
“genius loci” dell’intera area.
Chianalea
Il più antico quartiere di Scilla è Chianalea e deriva il suo nome da
"piano della galea", ma è chiamato anche Acquagrande o Canalea,
perché le piccole case che sorgono direttamente sugli scogli sono
separate le une dalle altre da piccole viuzze, simili a canali, che
scendono direttamente nel mare.
Luogo abitato per lo più da famiglie di pescatori è diventato meta
di turisti per la caratteristica atmosfera.
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ITINERARIO - 2
AREA GRECANICA
DATA
Settembre/Ottobre 2015
ALUNNI COINVOLTI
15
DOCENTI
2
LUOGHI
Percorso di visita




L’antico borgo di Pentidattilo
Condofuri marina/ Sosta presso un’azienda specializzata
nella coltivazione e lavorazione del bergamotto.
Bova Marina
Bova
Nell’ambito dei percorsi guidati è previsto un
approfondimento tematico su “Arte e cibo attraverso i reperti
archeologici”
DISTANZA (solo andata)
Km 55 (circa)
DURATA
GIORNATA INTERA
BREVE DESCRIZIONE
DELL’USCITA
Infopoint presso sala Mostre del Liceo Artistico “PretiFrangipane”
Inizio Percorso
Il percorso comprende l’area della cosiddetta Bovesìa o Grecìa,
dove si conservano antiche tradizioni e tracce dell’idioma definito
“grecanico” simile al greco antico, che il glottologo Gerhard Rohls
collegò all’ininterrotta tradizione linguistica della Magna Grecia e
che altri studiosi hanno considerato di derivazione bizantina.
Tutta l'isola ellenofona si estende lungo la vallata della grande
fiumara Amendolea e dei torrenti Siderone e San Pasquale in
provincia di Reggio Calabria. I paesi che ne fanno parte sorgono su
alture un tempo di difficile accesso. Tra questi: Bova, Condofuri,
Gallicianò, Roccaforte del Greco, Roghudi (borgo abbandonato
dopo l’alluvione del ‘71).
Nell’area dove scorre la fiumara di San Pasquale, intitolata al
Santo protettore delle donne, si trova Bova, capoluogo culturale
grecanico. Proprio lungo l’argine destro del fiume, in prossimità
della foce, è stata ritrovata una sinagoga, una delle più antiche del
Mediterraneo.
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Lungo questa fiumara cresce il bergamotto, un agrume i cui frutti
sono raccolti da novembre a marzo.
L’antico borgo di Pentidattilo
Pentidattilo, così denominato dalla strana morfologia della roccia,
conserva tra le sue viuzze, le case superstiti e i ruderi del Castello,
il ricordo e il fascino delle dominazioni bizantina e normanna e
delle tragiche vicende delle nobili famiglie Alberti e Abenavoli.
Pentedattilo, termine greco del periodo bizantino pentedáktylos,
significa cinque dita, uno dei più incantevoli paesi abbandonati
della Calabria e di tutto il Mediterraneo, nasce mimetizzato tra
rocce rossastre di pietra arenaria. Si può solo immaginare il
fascino che questo luogo dovette suscitare sui primi coloni greci,
sugli ebrei, sugli arabi, sui monaci fuggiti dall'Oriente e dalla
Sicilia, sui tanti popoli, perseguitati o invasori, che nel corso di una
lunga storia arrivarono dal mare.
Tutta l’area di Pentidattilo dalle alture alla costa fu interessata,
verso il XVII secolo, alla coltura del bergamotto. La grande
dinastia proprietaria degli Alberti favorì allora la discesa degli
abitanti di Pentedattilo lungo le zone delle pianure e della marina.
Fu il Marchese Domenico Alberti, nei primi decenni del XVII secolo,
a estendere i terreni coltivati e ad aumentare le rendite del feudo,
incoraggiando lo spostamento dei contadini dell’interno in una
“vasta plaga, un tempo deserta e sterile”, che ben presto divenne
fertile e rigogliosa d’agrumi, gelsi, bergamotti, ulivi e vigneti. La
dimora estiva del Marchese, un palazzo situato in un luogo fertile e
dal “clima dolce” lungo l’attuale strada provinciale, ai cui lati
erano apposte due iscrizioni marmoree, è la conferma dell’impulso
che egli diede allo spostamento – sdoppiamento dell’antico
abitato. La piantagione dei gelsi incrementò l’industria della seta,
che diventò la principale fonte di ricchezza di quelle contrade.
Melito, pertanto, si espanse progressivamente come un doppio
costiero di Pentedattilo. Dopo il terremoto del 1783, che sconvolse
Pentedattilo e altri paesi dell’interno, Melito conobbe un nuovo
incremento demografico. Durante il periodo francese fu capoluogo
amministrativo, e arrivò a comprendere Pentedattilo, Chorio, S.
Lorenzo, Bagaladi, Montebello, e Fossato. Dopo l’unificazione
italiana si confermò comune maggiore, centro di tutta l’area e
Pentedattilo diventò una frazione. La costruzione della linea
ferroviaria ionica, cominciata negli anni sessanta dell’Ottocento e
finita nel 1876, ribadì la definitiva supremazia di Melito su tutti i
paesi della zona, tanto che ormai, a inizio Novecento, grazie anche
alla produzione del bergamotto, il centro costiero era diventato
uno dei paesi più importanti della provincia di Reggio Calabria.
Condofuri marina
Sosta presso un’azienda specializzata nella coltivazione e
lavorazione del bergamotto.
Piccolo momento di ristoro con degustazione di prodotti al
bergamotto.
11
Pranzo-Lunch
Bova Marina
Visita al Parco Archeologico ArcheoDeri e ai resti della più
antica sinagoga del territorio.
Intorno all’area che faceva capo all’antico scalo di Bova, detto in
greco Yalo tu Vua (Marina di Bova), verso la fine dell’Ottocento si è
costituito un vero e proprio centro urbano. Le diverse campagne di
scavo nella zona hanno evidenziato che l’intera area fu interessata
a diversi insediamenti, presenti già in età neolitica fino all’età
magno-greca e oltre.
A circa tre kilometri da Bova marina in direzione Taranto, presso
il Parco ArcheoDeri, nelle sale dell’ Antiquarium, si conservano
reperti che documentano il culto di Demetra e di Kore, e altri
ritrovamenti relativi a un insediamento romano del I e II secolo
d.C. Le fonti riportano che queste terre erano in origine abitate
“dalla gente di Aramea”, ebrei chiamati appunto “aramei”. Tale
fonte ha trovato ragione nel ritrovamento di una sinagoga del IV
secolo d.C., tra le più antiche del Mediterraneo, decorata con uno
splendido mosaico pavimentale. La trama decorativa di questo
mosaico raffigura diversi simboli legati ai rituali ebraici (la
menoràh o candelabro a sette bracci, lo shofar o corno d’ariete,
allusivo del sacrificio d’Isacco, la foglia di palma o lulab, il nodo di
salomone, ecc.).
Bova
Passeggiata lungo le vie del borgo.
Centro ellenofono ubicato nell’area denominata grecanica
conserva antichissime tradizioni della cultura pastorale, quali la
tessitura con fibra di ginestra e la produzione di manufatti lignei.
Il centro è ricco di testimonianze artistiche e architettoniche che
spiegano il suo passato. Le origini della città risalgono al Neolitico,
successivamente essa fu un avamposto magno-greco e
probabilmente un abitato fortificato nel periodo bizantino, ma le
prime testimonianze storiche appartengono al tempo della
dominazione normanna.
Sede vescovile, Bova conservò il rito greco fino al 1572, quando
esso fu abolito e fu imposto il rito latino, provocando anche nel
tempo la scomparsa dell’antica lingua grecanica parlata dal
popolo, che il Rohlfs definì «più arcaica della lingua di Aristotele e
Platone», e la sostituzione degli arredi sacri e delle statue in
conformità con i dettami della Controriforma.
Il centro storico conserva nella planimetria tracce dell’antica
conformazione risalente all’Alto Medioevo e presenta diversi nuclei
con slarghi, testimonianza delle varie fasi storiche della città.
La passeggiata per le vie del borgo permette di osservarne le
caratteristiche, di contemplare gli scorci panoramici e di
ammirare i signorili palazzi settecenteschi costruiti dalla nobiltà
terriera bovese: Palazzo Mesiani Mazzacuva con la vicina Chiesa
12
del Carmine, sua antica cappella gentilizia, collocati nell’antico
quartiere ebraico, Palazzo Marzano (demolito nella prima metà
del Novecento per far spazio all’attuale Palazzo Municipale, sul cui
fianco destro rimane la Cappella dell’Immacolata con un portale in
pietra tardo-barocco, opera di scalpellini locali), Palazzo Tuscano
e sulla piazza principale il Palazzo Nesci di Sant’Agata composto
di due corpi di fabbrica disposti ad L, con pianta quadrata e
cortile centrale; la facciata presenta una muratura “a faccia
mista”.
La Concattedrale di S. Maria dell’Isodia, di origine normanna, fu
ricostruita tra la fine del XVII e l’inizio del XIX secolo; recenti scavi
sotto la pavimentazione hanno permesso di documentare le varie
fasi della costruzione dall’età bizantina al XVII. Sono stati ritrovati
inoltre i resti di due edifici precedenti risalenti rispettivamente ai
secoli X-XI e XII.
L’impianto attuale è a tre navate di tipo basilicale e conserva la
statua in marmo bianco della Madonna dell’Isodia (o della
Presentazione) probabilmente opera dello scultore messinese
Rinaldo Bonanno e pregevoli altari attribuiti a maestranze
messinesi.
Il Santuario di San Leo, molto caro ai bovesi potrebbe risalire al
XV o più probabilmente al XVI secolo e presenta una pianta
rettangolare a navata unica con cappelle laterali. L’altare
maggiore della metà del Settecento, opera di artisti messinesi,
conserva una statua del Santo in marmo bianco attribuita al
Bonanno; un altro prezioso altare decorato con tarsie marmoree
orna la Cappella della Reliquie.
La Chiesa di San Rocco, collocata nella zona sud del borgo, risale
al XVI secolo e presenta sulla facciata un portale in pietra
intagliata, sormontato dallo stemma vescovile.
I ruderi del Castello normanno consentono di ipotizzare un piano
inferiore con un grande salone, un piano superiore con due stanze
e un altro piano più in alto con una cappella. Le ipotesi sulla
datazione sono diverse, è probabile che risalga all’età angioina.
Note sul Bergamotto
Il Bergamotto ha un habitat esclusivo, costituito dalla sottile
striscia costiera lunga un centinaio di chilometri, che si stende
tra Villa S. Giovanni e Gioiosa Jonica, tra il mar Jonio e il Tirreno,
in provincia di Reggio Calabria.
La sua peculiarità risiede nelle proprietà dei suoi olii essenziali
che, noti fin dal Seicento (nelle officine di Versailles e Colonia).
Il Bergamotto è un agrume i cui frutti sono raccolti da novembre
a marzo.
13
Con i suoi 350 componenti chimici, l’olio essenziale di
bergamotto è indispensabile nell’industria della profumeria
internazionale. Oltre nella vasta gamma di acqua da toilette,
profumi, deodoranti lozioni, chypres,
etc.., l’essenza di
bergamotto viene anche impiegata nell’industria Farmaceutica
tanto da essere inserita nella farmacopee di diversi Paesi. Esso
produce anche effetti anti depressivi e regolatori del benessere,
in quanto modula il rilascio naturale della melatonina. Il succo
invece viene utilizzato in gastronomia e nell’industria dolciaria
per la preparazione di pasticceria fresca e secca, caramelle
canditi, gelati, sorbetti, nonché nella preparazione di bibite,
drink, thè e liquori. Ultimamente, grazie agli studi condotti dal
chimico Prof. Giovanni Sindona e dalla sua equipe con brevetto
dell’Università della Calabria, sono stati isolati dei principi attivi
presenti solo nel succo di bergamotto, che inibiscono la
produzione del colesterolo nel sangue determinando quindi un
abbassamento del colesterolo totale, dei trigliceridi e dei glucidi
con effetti benefici anche nella lotta al diabete. Infatti
somministrando circa 50 ml di estratto di bergamotto al giorno
per un mese si avrà una forte riduzione del colesterolo con un
41% in meno di trigliceridi.
www.bergamottoconsorzio.it
14
ITINERARIO - 3
AREA DELLA LOCRIDE
DATA
Settembre/Ottobre 2015
ALUNNI COINVOLTI
15
DOCENTI
2
LUOGHI
Palizzi marina

Sosta presso un’azienda di produzione e trasformazione
del bergamotto.
Casignana/Bianco

Visita agli scavi della Villa romana di Palazzi di Casignana
Locri

Visita al sito e al Museo Archeologico Nazionale di Locri
Epizefiri
Piana di Gerace

Chiesa di santa Maria delle Grazie e Convento dei Frati
Cappuccini
Gerace

Passeggiata lungo le strade del borgo.
Visita:





Cattedrale e Museo Diocesano;
Il Castello
Chiesa di San Francesco
Chiesetta di San Giovanni Crisostomo
Chiesa dell’Addolorata
Nell’ambito dei percorsi guidati è previsto un
approfondimento tematico su “Arte e cibo attraverso i reperti
archeologici”
DISTANZA (solo andata)
Km 110 (circa)
DURATA
GIORNATA INTERA
BREVE DESCRIZIONE
DELL’USCITA
Infopoint presso sala Mostre del Liceo Artistico “PretiFrangipane”
Inizio Percorso
Palizzi marina
Sosta presso un’azienda di produzione e trasformazione del
bergamotto.
15
Visita al sito di Palazzi di Casignana
Si tratta di una vasta area archeologica ubicata sulla costa del
mar Jonio tra Bovalino e Bianco, a circa 15 km a sud di Locri. I
ruderi oggi visibili costituiscono il nucleo centrale e monumentale
di un’area archeologica più vasta, che si estende lungo l’odierna
strada statale 106 per quasi un chilometro e per circa 300 mt dalla
spiaggia verso l’interno, con un’estensione complessiva di circa 15
ettari. Le campagne di scavo eseguite dalla Soprintendenza hanno
consentito agli archeologi di evidenziare un complesso
architettonico importante, interessato da almeno otto fasi
costruttive; si tratta di una grande villa attorno alla quale forse si
sviluppava un esteso insediamento, grazie alla possibilità di
approdo offerta dalla foce del Bonamico.
Gli edifici più antichi risalirebbero al I secolo d.C. in un’area già
frequentata in età greca, ma massimo sviluppo e prosperità
dell’insediamento possono collocarsi tra il III e IV secolo d.C.
Il complesso centrale della struttura individuata è appunto una
villa articolata attorno a un cortile centrale con un imponente
prospetto monumentale affacciato sulla spiaggia e con ambienti
destinati a impianto termale; preziosissimi sono i mosaici
superstiti che si caratterizzano per un disegno geometrico
ornamentale fino a quelli che presentano composizioni complesse,
con scene figurali di grande raffinatezza.
Visita al sito e al Museo Archeologico Nazionale di Locri
Epizefiri
Poco più a nord rispetto al sito di Casignana si trova la grande
area archeologica di Locri Epizephiri, una delle città di fondazione
greca più importanti della Calabria.
Il sito offre la possibilità di una visita intorno alle strutture
superstiti del luogo, come il tempio di Marasà (edificio in stile
ionico, che costituisce una rarità nell’ambito delle costruzioni
templari della Magna Grecia), o l’abitato di Centocamere con le
grandi fornaci per le produzioni di ceramica, o il Teatro. L’antica
Locri era una città potente e luogo di grande frequentazione per il
culto della dea Persefone, testimoniata da centinaia di Pinakes
rinvenuti in contrada Mannella (sito in cui sorgeva il santuario
dedicato alla dea). La città era anche famosa per la ricca
produzione coroplastica di stile corinzio che è ampiamente
testimoniata nelle sale del Museo, posto appunto all’interno del
sito. Altri importantissimi reperti provenienti dall’antica Locri
oggi sono custoditi presso il Museo Nazionale di Reggio Calabria.
Casino Macrì
All'interno dell'area archeologica, raggiungibile utilizzando il
percorso interno al parco, sorge il Casino Macrì. Un edificio,
originariamente privato, adibito a masseria; inglobava ampie
porzioni originali di una struttura di epoca romana, tra cui una
sala con copertura a volta. Acquisito e restaurato, ospita la sezione
di Età romana e tardo-antica.
16
In uno degli ambienti si trova esposta la famosa statua delTogato
di Petrara (dal luogo del ritrovamento), rinvenuta nel territorio
dell'antico Municipum romano. È il primo esempio di “togato”
rinvenuto sul territorio locrese, pertanto gli studiosi ipotizzano la
presenza di botteghe di scultori che nulla avevano da invidiare a
quelli di Roma. La statua, realizzata in marmo e risalente al I sec.
d. C., è alta circa m. 2,30 e raffigura un uomo di età matura che
indossa una toga. Tale abito, unitamente all' espressione severa e
autorevole del volto, fa pensare ad un magistrato del Municipium.
Ristoro con snack
Piana di Gerace
Chiesa di santa Maria delle Grazie e Convento dei Frati
Cappuccini.
Prima di salire al centro di Gerace si propone una sosta presso il
convento dei Frati Cappuccini e la chiesa annessa per l’importanza
che tale struttura ha rivestito nella storia religiosa del borgo e per
la ricchezza di arredi lignei che ivi si conservano alcuni restaurati
nei Laboratori di Restauro della Scuola.
Si tratta di un grandioso complesso architettonico, ubicato nel
Fondo di Sant’Alessio nella Piana di Gerace. Dopo lunghissimi anni
d’incuria è stata avviata l’opera di restauro che ha consentito la
riqualificazione di questo importante sito. La chiesa a due navate
disuguali, dedicata a Santa Maria delle Grazie, fu assegnata ai
frati cappuccini nel 1538. La struttura, più volte rimaneggiata nel
XVII secolo e poi riconsacrata nel 1734, presenta un prospetto con
caratteri barocchi- sei-settecenteschi. La facciata divisa da quattro
paraste sporgenti presenta un grande arco a mo’ d’ingresso con
una finestra soprastante che spezza la cornice marcapiano che
definisce il prospetto in due porzioni; in alto nella zona centrale
della facciata si colloca un timpano curvilineo e ancora sopra
corre un coronamento a cornice mistilinea a chiusura del
prospetto. Molti degli arredi sacri e delle opere d’arte che si
trovavano all’interno oggi sono dispersi; perfino antichissimi
manoscritti della biblioteca del convento sono stati saccheggiati
negli anni ’70 per lo stato di abbandono in cui versava tutto il
complesso. Tra gli arredi si annoverano un ciborio e tre altari,
manufatti lignei del 1720 realizzati a intaglio e intarsi dal famoso
scultore Fra’ Ludovico da Pernicari.
Il ciborio e gli altari della chiesa sono stati restaurati nei
Laboratori di Restauro Opere Lignee della Scuola.
Visita al borgo di Gerace
Adagiato su un promontorio a circa 500 metri rispetto il litorale
ionico, il borgo di Gerace è meta obbligata per gli amanti dell’arte
e della natura. Il suo primo insediamento si deve al progressivo
spopolamento della costa in età altomedievale, tra il VII e VIII sec.
d. c., diventando dapprima sede vescovile e quindi centro
17
strategico durante l’età bizantina. Nonostante i danni provocati
dai terremoti e dal tempo, Gerace conserva ancora l’impianto
antico, ove edifici bizantini e normanni si alternano ad
architetture rinascimentali e barocche. In questo centro è ancora
viva la tradizione dell’artigianato tessile e ceramico.
Per apprezzare Gerace bisogna passeggiare lungo le sue stradine e
scoprire via via angoli di rara bellezza per le architetture del luogo
e per la singolare atmosfera che il sito regala ai visitatori.
Il cuore civile della cittadina si trova in Piazza del Tocco ove si
affacciano i palazzi delle nobili famiglie e il medievale palazzo del
Tocco, sede del Municipio. Per via Zaleuco si sale a Piazza Vittorio
Emanuele, detta piazza della Tribuna, dove prospettano le
maestose absidi della cattedrale.
Gerace- Cattedrale
La Cattedrale di Gerace è una costruzione monumentale che
annovera complesse vicende costruttive dovute a ricostruzioni e
rifacimenti succedutesi nei secoli. La fondazione dell’edificio
risalirebbe ai secoli XI e XII. Si tratta di una struttura basilicale a
tre navate divise da una successione di arcate sostenute da colonne
(materiale di spoglio), con transetto sporgente impostato su
robusti pilastri a croce, con un profondo coro e una cupola
ottocentesca. Sulle due ali del transetto s’impostano le absidi. La
destra fu demolita tra la fine del Trecento e i primi decenni del
Quattrocento per la costruzione voluta dai conti Caracciolo della
Cappella del SS. Sacramento e la sottostante Cappella di San
Giuseppe. Alla parete destra del transetto è collocato il sarcofago
di Giovanni e Battista Caracciolo, conti di Gerace. La facciata
occidentale, racchiusa in uno stretto cortile, si presenta a salienti
ed è affiancata dal robusto campanile ottocentesco, semplice e
austera richiama il linguaggio romanico di ascendenza nordica. La
facciata orientale con le caratteristiche volumetrie delle absidi
prospetta sulla piazza della Tribuna. Proprio su questo lato, nel
1669, fu aperta una porta d’accesso alla cripta sormontata da una
loggia delle benedizioni (oggi non più esistente). All’Ottocento
risale invece il portale di gusto barocco. Ulteriori rifacimenti
furono avviati nel 1829 dopo il rovinoso sisma del 1783. A questi
ne seguirono altri, nel 1930, su progetto dell’arch. Gaetano Nave
che restituì alla struttura l’immagine originale.
Cripta
Il “soccorso” della Cattedrale fu realizzato nella sua prima fase
insieme alla grande fabbrica; esso è collocato sotto il transetto
dell’edificio superiore. I numerosi ambienti che lo compongono,
risalenti a epoche diverse testimoniano la sacralità del luogo sin
da epoca antichissima. All’interno si collocano ben 24 colonne di
spoglio che delimitano piccole campate irregolari sormontate da
volte a crociera. La pianta si presenta a T rovesciata nel cui
braccio trasversale si aprono tre vani ipogei; uno di essi ospita la
Cappella dell’Itria. La cripta fu realizzata inglobando una cellula
18
ecclesiastica preesistente. Secondo gli studi più accreditati si
ritiene che si tratti della primitiva cattedrale della diocesi locrese,
costruita subito dopo che gli abitanti dell’antica città situata sulla
costa si stabilirono definitivamente sul rilievo dove sarebbe sorta
Santa Ciriaca, poi Gerace (X sec.). Il vano centrale è oggi occupato
dalla cappella dell’Itria, ovvero della Vergine Odegitria, chiamata
così per un’antica icona della Vergine poi scomparsa e sostituita
da una statua marmorea trecentesca detta di Prestarona, perché
rinvenuta in un’edicola di una località così denominata. La
cappella fu abbellita nel XVII secolo con marmi a intarsio
policromo dal vescovo Mattei e fu arricchita da rivestimenti
murari, da una cancellata in ferro battuto e un pavimento in
maiolica. Accanto al coro centrale si apre la cappella di san
Giuseppe a pianta quadrata sormontata da una volta a crociera
accessibile all’esterno da un portalino tardo gotico.
Museo Diocesano
Il Museo Diocesano e del Tesoro della Cattedrale è allestito nella
Cappella di San Giuseppe posta nella cripta e conserva una
rassegna esemplare di arredi liturgici. Le opere esposte
provengono dalle chiese cittadine di Sant’Anna, San Martino e
Sacro Cuore e dalla Cattedrale. I manufatti coprono un arco
temporale che va dalla fine XVI al XIX secolo, fatta eccezione per
una croce reliquiario in lamina d’oro ascrivibile al XII secolo. Di
particolare nota è la statua in argento sbalzato raffigurante
l’Assunta ricondotta all’argentiere napoletano Gaetano Dattilo,
datata 1772 realizzata su commissione del vescovo Scoppa.
Il Castello
Fondato in età bizantina e poi ampliato dai Normanni, il castello
fu rimaneggiato e modificato nei secoli successivi. Costruito in
posizione strategica sopra una roccia tagliata a picco, un tempo
collegato alla cittadina per mezzo di un ponte levatoio, oggi del
maestoso maniero restano dei ruderi superstiti. I terremoti del
XVII secolo e quello del 1783 lo distrussero quasi totalmente. Della
struttura originaria sono rimasti un torrione cilindrico, tratti di
mura e qualche rudere. Anche i resti della torre angolare furono
distrutti durante la seconda guerra mondiale.
Chiesa di San Francesco
La chiesa di san Francesco, dichiarata bene d’interesse nazionale,
fu costruita verso la metà del XIII secolo (1252). L’edificio si
presenta con uno schema planimetrico ad aula unica. Essa faceva
parte di un complesso conventuale di Minori Francescani. Come
buona parte degli edifici calabresi visse fasi alterne. Danneggiata
dal terremoto del 1783 e adibita nel corso dell’Ottocento a carcere,
la struttura versò per lungo tempo in uno stato di profondo
degrado. Finalmente nel 1951, grazie alla Sovrintendenza alle
antichità della Calabria, iniziarono i lavori di recupero e restauro
dell'edificio che si protrassero per oltre vent'anni e consentirono
19
all'intero complesso architettonico di essere recuperato e riportato
all'antico splendore. Di purissime linee gotiche, un fianco della
chiesa prospetta sulla “Piazza delle Tre Chiese” e presenta un
portale ad arco ogivale a triplice archivolto con motivi decorativi
d’ispirazione arabo-normanna. All’interno la sobrietà della
struttura è arricchita da un altare seicentesco di grande pregio
realizzato a intarsi marmorei policromi e arco trionfale, opera del
frate Bonaventura Perna (1664) nativo del luogo. Alle sue spalle si
erge un monumentale sarcofago di Nicola Ruffo (1372), opera di
un artista di scuola pisana, forse della bottega di Tino da Camaino.
Chiesetta di San Giovanni Crisostomo
Poco distante da San Francesco è collocata la chiesetta dedicata a
San Giovanni Crisostomo (dalla bocca d’oro), denominata “San
Giovannello”, per le sue ridotte dimensioni. La struttura, databile
tra la fine XI e XII secolo, si presenta ad aula unica con abside
sporgente rivolta a oriente e due absidiole ricavate nello spessore
del setto murario che fungono da diakonikòn e da prothesis, come
in molti edifici bizantini. Secondo le fonti, questa chiesa costituiva
il Katholikon del monastero femminile greco dedicato a San
Giovanni (Arcivescovo di Costantinopoli nel IV secolo); del
monastero rimangono soltanto tracce di fondazione. La chiesa, per
lungo tempo abbandonata, rimase in uno stato di rudere fino a
quando, nel 1960, fu restaurata dalla Soprintendenza ai
Monumenti. La valorizzazione della chiesa si deve soprattutto alla
riapertura del culto originario di rito bizantino (1995) facendola
assurgere a madre di tutte le chiese ortodosse d’Italia.
Chiesa Oratorio di Maria SS.ma Addolorata
La denominazione della chiesa deriva dalla fondazione di una
confraternita, istituita nel 1733, che prese il titolo dell’Addolorata
e che scelse come sede del sodalizio questo tempio. L’edificio sorto
su una struttura preesistente (intitolata a San Pietro) subì diversi
rifacimenti e restauri. Oggi la chiesa si presenta a pianta ellittica
sormontata da cupola. Esternamente si trova un bel portale a
timpano spezzato di fattura settecentesca; sull’architrave è
riportata la data 1776, anno in cui la chiesa fu radicalmente
modificata rispetto al precedente impianto medievale. La
semplicità dell’esterno contrasta con la ricca ornamentazione
interna; il decoro della cupola è lavorato con stucchi ottocenteschi
che riproducono racemi e fiori bianco e oro e altri disegni
decorativi. Si segnala la pala d’altare raffigurante San Filippo Neri
in preghiera davanti all’Addolorata. All’interno trova posto anche
la statua lignea dell’Addolorata (1762) realizzata dall’artista
napoletano Vincenzo Vitozzi su commissione del vescovo Scoppa;
altri manufatti, quali gli scranni lignei della confraternita e
l’organo a canne di fattura ottocentesca, arricchiscono
ulteriormente l’apparato decorativo dell’edificio. Nel 2000 grazie
al Progetto “Salviamo un Monumento” l’Oratorio è stato
sottoposto a una sapiente opera di restauro.
20
Il rifacimento della pavimentazione, con mattonelle in
ceramica decorate a mano, è stato realizzato nei Laboratori
di Ceramica del Liceo “Preti/Frangipane”, come pure il
restauro degli stucchi della cupola è stato progettato e
realizzato nei Laboratori di Plastica della Scuola.
Le immagini utilizzate sono tratte da:
Rossella Agostino e Roberta Schenal Pileggi a cura di, Le pratiche alimentari nella Calabria antica. Un percorso
archeologico tra quotidianità e ritualità, Reggio Calabria, Il Museo Nazionale 2004-2005, Graphic e -Business di
Florio G. Scilla (RC), 2006
21
ITINERARIO – 4
AREA TIRRENICA
DATA
Settembre/Ottobre 2015
ALUNNI COINVOLTI
15
DOCENTI
2
LUOGHI
VIBO VALENTIA
Visita:



Museo Archeologico /Castello Normanno Svevo
La Cattedrale
Sosta presso un’azienda di produzione della cipolla di Tropea
TROPEA
Visita:




Chiesa di Santa Maria dell’Isola
Passeggiata nel centro storico
La Cattedrale
Il Museo Diocesano
Nell’ambito dei percorsi guidati è previsto un
approfondimento tematico su “Arte e cibo attraverso i reperti
archeologici”
DISTANZA (solo andata)
Km 100 (circa)
DURATA
GIORNATA INTERA
BREVE DESCRIZIONE
DELL’USCITA
Infopoint presso sala Mostre del Liceo Artistico “PretiFrangipane”
Inizio Percorso
VIBO VALENTIA
La moderna città di Vibo Valentia si sovrappone ai tre centri più
antichi di Monsleonis, in epoca medievale, di Vibo Valentia, ricco
municipium romano, e di Hipponium, polis greca sub colonia della
potente Locri Epizefiri.
22
Visita al Museo Archeologico Nazionale
Il Museo Archeologico Nazionale è intitolato a Vito Capialbi,
illustre studioso ottocentesco, e insigne archeologo vibonese che
per primo raccolse nella sua casa una ricchissima collezione
antiquaria. Il Museo è ospitato nel castello normanno svevo che
nato come fortezza diventò in seguito sede signorile della famiglia
Pignatelli. Dal 1995 ospita il Museo che accoglie le testimonianze
delle varie fasi storico-archeologiche di Vibo, in particolare
costituisce un approfondimento delle epoche greca e romana del
centro antico.
I materiali provenienti dai Santuari di Scrimbia e Cofino, esposti
nel grande salone al piano superiore articolato da quattro grandi
arcate, sono stati rinvenuti in vari depositi votivi del VI e del V sec.
a. C., seppelliti ritualmente in grandi fosse (favissae),
appositamente realizzate all'interno dello spazio delimitato e
consacrato del santuario.
Si trattava di una seconda consacrazione alle divinità, dopo il
momento dell'offerta, che comportava la rottura intenzionale
degli oggetti, per scongiurarne il riutilizzo.
Questi depositi votivi sono densissimi di reperti, in molti casi si
evidenzia la serialità e ripetitività di offerte simili, come veri e
propri cumuli di micro-ceramica oppure gruppi di statuette fittili
accostate tra loro.
Le offerte di vasellame ceramico sono contenitori di profumi e di
olii pregiati (aryballoi e alabastra) o vasi Attici (lekythoi).
Le rappresentazioni a figure nere contengono scene dionisiache o
gigantomachie.
I pinakes locresi sono presenti in frammenti, caratterizzati da
terrecotte votive ispirate a Demetra con fiaccola e porcellino o
alla figlia Persefone, protettrice del passaggio sociale delle
fanciulle verso il ruolo di sposa e poi di madre, dea delle messi e
della fertilità. Questi "quadretti" in terracotta erano prodotti in
serie con matrici; si tratta di ex voto che venivano appesi agli
alberi lungo la via sacra e nei santuari.
Culti di divinità maschili combattenti (Epimachos) sono riferiti alle
abbondanti offerte di armi difensive in bronzo: elmi, schinieri e
scudi; si ringraziava la divinità di una vittoria sui nemici.
Al piano terra è presente l'esposizione degli oggetti provenienti
dalle necropoli. Il rito funebre era l'inumazione. In una vetrina è
esposto il corredo della tomba n. 19, che tra l'altro è costituito da
un oggetto molto importante; si tratta di una laminetta aurea
iscritta trovata ripiegata sul petto della defunta cui apparteneva.
L'oggetto è da collegare alla religione orfica e fornisce le istruzioni
necessarie per guidare la sua anima nell'itinerario ultraterreno.
Al secondo quarto del VI sec. risale una statua femminile in
marmo di Paros (materiale pregiato d'importazione) rinvenuta sul
colle del Cofino. La scultura acefala presenta numerose fratture,
conserva il plinto che doveva essere inserito nella base e
un'uniforme patina di color giallo dorato la ricopre.
La veste che la figura indossa è un amplio peplo dorico che dalle
23
spalle scende fin sui fianchi in un lungo risvolto, il cui orlo inferiore
disegna una larga curva. Sopra il peplo è indossato un mantello:
copre il dorso e ricade in pieghe sul davanti. La figura matronale è
stante, con il peso spostato sulla gamba sinistra e la gamba destra
arretrata e flessa, così che il piede, scartato lateralmente, poggia
al suolo solo con la parte anteriore; questo movimento si
ripercuote nel tronco dove il seno e l'anca a destra appaiono
leggermente abbassati rispetto alla parte sinistra del corpo.
E' possibile capire, quindi, come la postura della statua fosse
abilmente costruita con un bilanciamento incrociato della
posizione degli arti che rivela l'assimilazione della teoria artistica
di Policleto. Il panneggio, plastico e sobrio, non occulta le linee del
corpo, ma ne accompagna con misura il movimento.
Al periodo romano appartiene il ritratto in marmo di Marco
Vipsanio Agrippa, il suo ruolo politico e militare emerge
nell'espressione concentrata e nello sguardo apparentemente
accigliato. L'attenzione ai dettagli fisionomici ne esalta il carattere
morale e la singularis virtus.
La Cattedrale di San Leoluca
Il Duomo, costruito nel 1680, presenta un’ampia facciata a due
ordini, tra due campanili quadrati. Imponenti sono le due porte
bronzee, “porte del tempo”, con rilievi dello scultore Giuseppe
Niglia (1975), raffiguranti la storia della città.
L'interno è vasto, a croce latina a una navata con cappelle
comunicanti, decorato con stucchi e grandi statue di gesso, e
contiene significative opere d'arte.
Nel transetto sinistro si trova l'altare, ornato di marmi rari, che
ospita nelle tre nicchie le statue marmoree della Madonna delle
Grazie, San Giovanni evangelista e Santa Maria Maddalena: il
trittico di Antonello Gagini. Nella nicchia sull'altare è presente il
busto in argento di San Leoluca del napoletano Francesco
Manzone (1745).
Il presbiterio è arredato da un coro ligneo finemente intagliato.
Annessa al Duomo si trova l'elegante e imponente costruzione in
stile rinascimentale oggi ribattezzata VALENTINIANUM, dal
notevole chiostro.
Pranzo Lunch
Sosta presso un’azienda di produzione della cipolla di
Tropea
TROPEA
Come molti centri calabresi anche Tropea vanta un passato
antichissimo caratterizzato da dominazioni, scontri e
contaminazioni con diversi popoli.
Il nome di Tropea deriverebbe dal termine “tropaia”, trofei,
innalzati sul sito delle vittorie compiute da illustri personaggi
della storia romana come Publio Cornelio Scipione L'Africano,
24
Sesto Pompeo e perfino Ottaviano. Altre leggende legherebbero il
nome di Tropea al Tropaìa, il vento che spira dal mare verso la
terra, e ancor oggi i marinai locali definiscono tropèe i vortici
improvvisi che possono causare problemi durante la navigazione
(il termine è riportato anche nel Dizionario dialettale della
Calabria di Gerhard Rohlfs ).
Ubicata sopra un masso di arenaria compatta, la cittadina mostra
un impianto medievale arricchito da palazzi sei-settecenteschi. Il
centro caratterizzato da strade strette e diverse piazze è un
susseguirsi di scorci e affacci sul mare dal colore turchese.
Le sue origini sono poco note, ma i reperti emersi durante le
campagne di scavo fanno ipotizzare un insediamento del luogo fin
dall’età pre-ellenica. Divenuta sede vescovile verso l’VIII secolo,
visse un’epoca di splendore in epoca angioina e aragonese. Dopo il
sisma del 1783 fu sottoposta a una profonda trasformazione che la
modificò profondamente.
Abbattuto il castello, ormai in rovina, furono demolite anche le
mura di cinta, consentendo l’espansione del tessuto urbano. Il
centro cittadino s’identifica con piazza Ercole in cui si affaccia un
bellissimo palazzo settecentesco, sede un tempo del Sedile dei
Nobili.
La piazza si prolunga su corso Emanuele, fino alla balconata a
mare da cui è possibile ammirare uno scenario d’incredibile
bellezza.
Chiesa di Santa Maria dell’Isola
La chiesa che sorge su uno scoglio dominante la baia di Tropea ha
origini medioevali (circa XI sec.) come monastero benedettino,
trasformato poi in epoca gotica e rinascimentale.
Per la spettacolare ubicazione l’edificio rappresenta uno dei siti
più affascinanti del luogo.
Come molte strutture calabresi, ha subito rimaneggiamenti e
modifiche, in particolare nel periodo barocco, con l’aggiunta in
facciata di un portico, poi murato per ampliare la navata centrale;
il prospetto attuale è dovuto ad altre opere di ristrutturazione
avviate nei primi anni del Novecento.
Nonostante la sua storia architettonica così travagliata, la chiesa
continua a suscitare il suo fascino.
Passeggiata nel centro storico
La Cattedrale
Il Duomo è un edificio a pianta basilicale con tre navate, di stile
romanico ma con ascendenze siculo-normanne, eretto nel XII
secolo. Ricco di sculture preziose appartenenti ai secoli XIV, XV,
XVII, conserva l'Icona della Madonna di Romania, protettrice della
Città, posta sopra l’altare maggiore. Il quadro, eseguito su tavola, è
datato al XIII secolo, sebbene molto rimaneggiato da pesanti
restauri.
La pietà popolare attribuisce al dipinto numerosi miracoli a
protezione della città. Tra le sculture si annoverano: un Crocifisso
25
nero di fine ‘400, probabilmente opera spagnola o d’influsso
spagnolo, e la Madonna del Popolo (1555), grande statua di fra’
Agnolo Montorsoli.
Il Museo Diocesano
Il Museo Diocesano, aperto nel 2004, è ospitato nelle sale
dell'antico Palazzo Vescovile, di fronte alla Cattedrale normanna.
L'esposizione
contiene diverse opere marmoree e pittoriche di
pregio. Molti manufatti sono di artisti locali, tra i quali si segnala
una consistente parte della produzione dell'autore tropeano
Giuseppe Grimaldi (1690-1748), comprendente il Martirio di Santa
Domenica.
Interessanti anche le opere commissionate ad artisti napoletani,
come le tre grandi tele - una Madonna del Rosario, una Madonna
del Carmine e un'Incredulità di San Tommaso - di Nicola Menzele
(1729-1789), allievo di Francesco De Mura. Infine il Museo
accoglie una preziosa raccolta di pezzi appartenenti al Tesoro
della Cattedrale.
Note sulla Cipolla Rossa di Tropea
La regina dei prodotti tipici locali, alla base della cucina
meridionale, è la “Cipolla Rossa di Tropea”, che si contraddistingue
dalle altre varietà di liliacee per il fatto di essere composta da più
tuniche concentriche di polpa bianca dentro involucri rossi.
E' coltivata nelle zone vicino Tropea da oltre duemila anni e si
racconta fosse importata addirittura dai Fenici. Oggi è abbinata al
turismo della zona, con il quale contribuisce allo sviluppo socio economico. La dolcezza della “rossa di tropea” dipende dal
microclima particolarmente stabile nel periodo invernale, senza
sbalzi di temperatura per l’azione di mitezza esercitata dalla
vicinanza del mare, e dei terreni freschi e limosi, che determinano
le caratteristiche pregiate del prodotto.
Oltre che per il colore dunque, essa si contraddistingue anche per il
sapore delicato e dolce, dovuto in particolare alla consistente
presenza di zuccheri, come il glucosio, il fruttosio e il saccarosio
(per citare i più noti).
Grazie a questa sua caratteristica peculiare qualcuno la utilizza
per preparare il gelato o la marmellata di cipolla (ottima per
condire arrosti, o da spalmare sulle bruschette come antipasto).
Per questi motivi è tra le più note in Italia, assieme alla “dorata di
Parma”, la “bianca di Chioggia” e la “gialla Borettana”.
Solo i suoli della zona di Tropea, infatti, grazie alle particolari
sostanze in essi contenute, rendono la cipolla rossa dolce e non
amara. La cipolla contiene le vitamine C ed E, ma anche ferro,
selenio, iodio, zinco e magnesio. La sua forma è rotonda od
ovoidale a seconda delle specie e dei periodi. Gli effetti benefici
principali si devono al suo bulbo: ha un potere antisclerotico che fa
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bene al cuore e alle arterie. Le sue proprietà curative sono
comunque note sin dall'antichità: nella Naturalis Historia di Plinio
il Vecchio infatti, c'è un riferimento alla cipolla rossa come rimedio
per curare alcuni mali e di disturbi fisici. In cucina è un ottimo
ingrediente per l'insalata mista. La sua alta digeribilità,
contribuisce infine a renderla prodotto ideale della ormai famosa
dieta alimentare mediterranea, con circa 20 calorie per 100
grammi di prodotto fresco.
http://www.prolocotropea.eu/public/cipolla.html
Gruppo di Lavoro:
Dirigente Scolastico Albino Barresi.
Docenti: Antonio Barbera, Giovanna Bellantoni, Francesca Battaglia, Andrea Casile, Vincenzo Errigo,
Roberta Filardi, Rosanna Fiore, Paola Minniti, Anna Quattrone, Giuseppina Tripepi, Annunziato Tripodi.
Assistente Tecnico Saverio Settimio.
Partner:
Consorzio di Tutela del Bergamotto di Reggio Calabria (D.O.P.)
Consorzio di Tutela della Cipolla Rossa di Tropea (I.G.P.)
Comuni di: Bova, Gerace, Reggio Calabria, Scilla, Tropea,
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LICEO ARTISTICO
“PRETI – FRANGIPANE”
Reggio Calabria
Via A. Frangipane, 9 – Reggio Calabria
Tel. 0965 – 499458
Fax 0965 – 499457
E-Mail [email protected]
Sito Web www.liceopretifrangipane.it
Dirigente Scolastico Avv. Albino Barresi
Referente Prof. Annunziato Tripodi
Tel. 3939780197 E-Mail [email protected]
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