un assaggio di bibbia
A cura di don Tommaso Castiglioni
Mangiare e nutrire
Secondo la prospettiva biblica
GIORNATA DI STUDIO CRE 2015 – 27 settembre 2014
C
letturae
cre-grest 2015 | letturae
on settecento riferimenti all’atto del mangiare possiamo dire con una certa sicurezza che
quel-la del mangiare è una delle immagini dominanti nella Bibbia. Nessuna immagine biblica
com-bina l’aspetto letterale e quello figurativo, l’aspetto fisico e quello spirituale in modo altrettanto inestricabile di quanto faccia l’immagine del mangiare1 .
Per questa riflessione di taglio biblico e teologico prendiamo le mosse da una celebre frase di
Gesù: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4). La
risposta che il Signore diede al tentatore nel deserto ci mette subito in guardia sul rischio di comprendere e considerare l’atto di mangiare come il semplice ingerire delle sostanze atte al sostentamento biolo-gico del corpo. Mangiare è più che «fare il pieno», come ci capita di fare con le nostre
automobili al distributore di benzina. Il mangiare – ce lo ricorda anche la riflessione puramente
filosofica e antro-pologica – è segno (simbolo, in accezione compiuta) della necessità che l’uomo
ha di nutrirsi; è se-gno in altri termini di quel debito costitutivo che ogni essere vivente (pianta,
animale, l’uomo stes-so) ha nei confronti della vita e di colui che lo ha suscitato all’esistenza. Potremmo dire che non ba-sta essere nati, per vivere: continuamente dobbiamo nutrire la nostra
vita. Primo e indispensabile nutrimento è certamente il cibo, senza del quale l’organismo non si
sostiene; ma non possiamo di-menticare che il cibo non basta: l’uomo ha bisogno di affetto, di bellezza, di relazioni per condurre un’esistenza autenticamente umana. Non è forse vero che capita
spesso che gli anziani rifiutino il cibo quando non vedono più prospettive di vita davanti a loro?
Non è neanche infrequente ascoltare di persone che se hanno occasione di «dover» preparare un
pasto per qualcuno, mangiano, altrimen-ti saltano volentieri il pasto.
Affrontare il tema del mangiare a partire dalla prospettiva più ambia del nutrire e del nutrirsi ci
permette anche – alla vigilia delle attività oratoriane della prossima estate 2015 – di porci in
preci-sa sintonia con il tema di EXPO: «Nutrire il pianeta. Energia per la vita». Oltre all’ascolto di
alcune pagine bibliche, sarà nostro riferimento il Theme statement del padiglione che la Santa
Sede realiz-zerà in occasione di EXPO, intitolato «Non di solo pane» 2.
Prendendo le mosse dalla frase già citata del vangelo di Matteo, strutturo il mio intervento in due
1 Cf voce «Mangiare», in L. RYKEN – J.C. WILHOIT – T. LONGMAN III, ed., Le immagini bibliche.
Simboli, figu-re retoriche e temi letterari della Bibbia, Edizioni San Paolo, Cinisello B.mo 2006, orig.
americano 1998.
2 Cf http://www.cultura.va/content/dam/cultura/documenti/pdf/expo.pdf.
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momenti. Anzitutto guardo a come il cibo è presente nella Scrittura (Gesù, affermando che «non
di solo pane» vive l’uomo, implicitamente dice che anche di pane si vive!), per poi concentrarmi
sul di più cui la Bibbia accenna in riferimento al nutrirsi dell’uomo.
1. ANCHE DI PANE
1.1 Coltivare e cucinare
La Bibbia parla del cibo fin dalle sue primissime pagine. Appena dopo aver creato e benedetto
l’uomo, Dio gli indica la sua «dieta»: «Io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra,
e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo» (Gn 1,29). Il mangiare fa dunque
parte della benedizione originaria del Signore, del suo progetto iniziale.
Al contrario, la fatica che richiede la coltivazione dei campi (necessaria per avere di che mangiare)
è conseguenza del peccato dell’uomo, come si legge al capitolo terzo di Genesi: «Maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà
per te e mangerai l’erba dei campi. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane» (Gn 3,17-19). Con
la sua ribellione al comando di Dio, l’uomo non ha soltanto infranto il proprio rapporto col Creatore, ma anche con la creazione stessa, la quale a sua volta non «collabora» più spontaneamente
con l’uomo stesso. Si noti che di fatto all’origine l’uomo – come tutti gli animali – è vegetariano.
Sarà solo dopo il diluvio che Dio, benedicendo nuovamente l’uomo, gli consegnerà l’intero creato
come proprio nutrimento: «Ogni essere che striscia e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo,
come già le verdi erbe. Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè con il suo sangue»
(Gn 9,3-4).
Appare già a questo punto della narrazione biblica un tema molto importante, che verrà sviluppato successivamente: nell’atto di nutrirsi l’uomo non può lasciarsi guidare solo dal proprio gusto,
sce-gliendo ciò che piace e rigettando ciò che non piace. Nel progetto di Dio c’è una precisa distinzione tra animali puri e altri impuri: dei primi ci si può nutrire, dei secondi no (si legga la precisa
casistica di Lv 11). Al tempo stesso la Bibbia contiene precise raccomandazioni su come preparare
gli ali-menti (ad es. «Non farai cuocere un capretto nel latte di sua madre»: Es 23,19b) né sono
assenti ve-re e proprie ricette sui piatti preparati («Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e
disse: “Presto, tre misure di fior di farina, impastala e fanne focacce”. All’armento corse lui stesso,
Abramo; prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese panna e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse [ai suoi ospiti]»: Gn 18,6-8).
Questi dati con-corrono a delineare un concetto di cibo tutt’altro che banale nella Scrittura. Anche
attraverso il cibo passa il rapporto tra uomo e Dio e pertanto anche il nutrimento è regolato precisamente dal Signore stesso. Il concetto di puro e impuro infatti non ha per la Bibbia un riferimento
morale, cioè un giu-dizio sulla bontà o meno, ma vuole indicare come tutta la realtà è sempre
in collegamento con la sfera divina, per cui alcune dimensioni della vita (emblematicamente il
sangue) sono così tanto se-gno della presenza di Dio da non potersi toccare impunemente. Gesù
radicalizzerà il comando anti-co insegnando a riconoscere che ciò che davvero contamina l’uomo
non è il cibo che entra nel suo corpo, ma la malizia che esce da esso (cf Mc 7,18ss).
Proprio perché dono di Dio, gli alimenti da cui l’uomo trae il suo nutrimento devono essere coltivati rispettando colui da cui provengono: collegato al tema del mangiare c’è senz’altro il tema del
cu-stodire il creato. È sempre affascinante ascoltare la benedizione originaria di Dio: «Dio benedisse [l’uomo e la donna] e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla
ter-ra”» (Gn 1,28). L’uomo è presentato come dominus del creato, ma non nel senso che possa
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spadro-neggiarlo, ma che ne deve essere il responsabile, il custode: «Il Signore Dio prese l’uomo e
lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gn 2,15). Se riconosciamo che il
cibo di cui noi abbiamo bisogno proviene da Dio, dobbiamo impegnarci anche a custodire il mondo
e l’ambiente, senza del quale non è possibile la coltivazione degli alimenti.
Così leggiamo del documento della Santa Sede:
L’evento della creazione è il racconto del primo gesto di nutrimento e di cura da parte di Dio nei
confronti degli uomini. La destinazione universale di questo gesto di Dio si traduce in modo immediato […] nell’indicazione di un compito rivolto ad ognuno di noi: quello della custodia e della
salvaguardia. Il creato ci è stato affidato da Dio come un dono perché lo custodissimo: si tratta di
un mondo da contemplare e non da consumare. […] La storia del cristianesimo è ricca di traduzioni
esemplari di questo compito; e ciò che hanno fatto i monaci e i loro monasteri a livello di recupero
del territorio, oltre che tutti i loro studi sulla natura, in più della conservazione della cultura, sono
esempi che illustrano bene come il tema del nutrire sia all’origine di tutta una riflessione ecologica
in chiave cristiana, che ha come proprio punto focale una ecologia dell’uomo.
1.2 Ospitalità
Un tema particolarmente caro alla tradizione biblica (e più in generale orientale) è quello dell’ospitalità, che coinvolge certamente la dimensione del nutrimento. Abbiamo già ricordato l’episodio in
cui tre uomini visitano Abramo e gli annunciano la futura nascita del sospirato erede. Il racconto
biblico è ricco di dettagli nel descrivere la premura del patriarca che ha anche un preciso riferimento al mangiare: «Appena [Abramo] vide [i tre uomini], corse loro incontro dall’ingresso della tenda
e si prostrò fino a terra, dicendo: “Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre
senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e ac-comodatevi
sotto l’albero. Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; dopo potrete prose-guire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo”» (Gn 18,2-5). Secoli più tardi l’autore
della lettera agli Ebrei commenterà così questo episodio: «Non dimenticate l’ospitalità; al-cuni,
praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli» (Eb 13,2).
L’ospitalità per l’uomo biblico è dunque sacra, nel senso che è connessa al mistero di Dio. Al tempo
stesso essa si pratica anche dando da mangiare al forestiero, come ci ricorda l’episodio di Elia e
della vedova di Sarepta (1Re 17,7-16). Proprio perché ha accolto il profeta, offrendogli tutto ciò
che le era rimasto da mangiare, la povera vedova riesce a superare la carestia che grava sul pae-se.
Anche il nuovo testamento è ricco di pranzi in cui ospite gradito è Gesù. La scena appare agli
oc-chi dei contemporanei come scandalosa, soprattutto quando Gesù è ospite di uomini poco
racco-mandabili: pensiamo al pubblicano Levi/Matteo (Mt 9,10 // Mc 2,15) oppure al celebre Zaccheo (Lc 19). Non mancano anche contesti più familiari (soprattutto a Betania, a casa di Marta e
Maria: Lc 10,38-42) e veri momenti di festa, come alle nozze di Cana (Gv 2,1-10). Come nel caso
di altri temi classici del giudaismo a lui contemporaneo, Gesù però propone una forte critica a un
concetto solo esteriore di ospitalità, che non parta cioè dal cuore. Emblematico è l’incontro, a
casa di un fari-seo, con la peccatrice della città, che viene esplicitamente lodata perché «ha molto
amato», a diffe-renza del padrone di casa che si era limitato a un’accoglienza fredda e formalistica
(Lc 7,36-50).
1.3 La giustizia sociale
La Bibbia è però anche attenta a mostrare come il tema del cibo e del nutrimento faccia parte di
quei diritti universali di ogni uomo e donna. È molto presente quindi il tema della denuncia di tutte
quelle situazioni di ingiustizia sociale, che portano i più poveri a soccombere di fronte alle difficoltà
della vita.
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In un contesto in cui l’economia è legata all’agricoltura appare di una umanità sorprendente l’indicazione del libro del Levitico di non mietere «fino ai margini del campo», né di raccogliere «ciò
che resta da spigolare della messe». Al momento della vendemmia il comando è di non coglie-re «i
racimoli» né di raccogliere «gli acini caduti»: essi infatti sono per «il povero e il forestiero», ovvero
le due categorie sociali, cui si aggiunge quella delle vedove, maggiormente soggette a indi-genza
(cf Lv 19,9; 23,22).
Nei libri sapienziali troviamo delle raccomandazioni molto esigenti e precise che ci mostrano come il nutrimento è un diritto che precede la bontà o meno di una persona: «Non si disapprova un
la-dro, se ruba per soddisfare l’appetito quando ha fame» (Pro 6,30) oppure: «Se il tuo nemico ha
fa-me, dagli pane da mangiare, se ha sete, dagli acqua da bere, perché così ammasserai carboni
ardenti sul suo capo e il Signore ti ricompenserà» (Pro 23,22s). Particolarmente grave è privare il
povero del nutrimento necessario: «Il pane dei bisognosi è la vita dei poveri, colui che glielo toglie
è un sanguinario. Uccide il prossimo chi gli toglie il nutrimento, versa sangue chi rifiuta il salario
all’operaio» (Sir 34,25-27). Tuttavia il nutrimento non è un diritto che non comporta alcun dovere
da parte dell’uomo; i testi sapienziali infatti avvertono che «la pigrizia fa cadere in torpore, e chi è
indolente patirà la fame» (Pro 19,15).
La prospettiva dei profeti è invece quella di aiutare i propri contemporanei a leggere i segni che Dio
manda nella storia. A Israele spesso è capitato di doversi scontrare con la fame e la carestia: drammatica e realistica è la descrizione del libro delle Lamentazioni. Nella predicazione dei profeti essa
appare come un preciso disegno di Dio, per richiamare a sé il suo popolo che si è allontanato dal
Signore: «Così dice il Signore Dio: “Batti le mani, pesta i piedi e di’: Ohimè, per tutti i loro or-ribili
abomini il popolo d’Israele perirà di spada, di fame e di peste! […] La spada all’esterno, la pe-ste e
la fame di dentro: chi è in campagna perirà di spada, chi è in città sarà divorato dalla fame e dalla
peste… Getteranno l’argento per le strade e il loro oro si cambierà in immondizia, con esso non
si sfameranno, non si riempiranno il ventre, perché è stato per loro causa di peccato”» (Ez 6,11;
7,15.19). Allo stesso modo è impressionante la ricorrenza nel libro di Geremia della triade «fame,
spada e peste», indicata come conseguenza del peccato e della ribellione dell’uomo: essa ricorre
più di venti volte.
Commenta a questo proposito il testo del Vaticano:
Prima di essere mio o tuo, il cibo ci ricorda che il creato è nostro, è di tutti; l’operazione del nutrire diventa in questo modo una via per generare comunione. Una simile acquisizio-ne rischia nel
presente di essere dispersa. […] Emergenze come lo spreco delle risorse e l’enorme diseguaglianza
nella loro distribuzione, con la piaga conseguente e ancora più grave della povertà e della fame;
o il fenomeno altrettanto attuale e ugualmente grave dell’inquinamento e dello sfruttamento selvaggio delle risorse del pianeta contrastano con l’originario disegno creatore e sono il segnale di
un modo ancora molto immaturo di gesti-re l’azione del nutrire.
2. NON DI SOLO PANE
Il testo biblico assegna dunque un’importanza grande e molto concreta al tema del mangiare e alle
tematiche ad esso connesse. Tuttavia c’è anche altro nella vita dell’uomo e la Scrittura si impegna
a indicarlo.
2.1 Nutrirsi della Parola di Dio
Il profeta Amos ha un testo molto bello che indica come l’uomo non si può nutrire solo di pane:
«“Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore Dio – in cui manderò la fame nel paese; non fame
di pane né sete di acqua, ma di ascoltare le parole del Signore”. Allora andranno errando da un
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mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la
trove-ranno» (Am 8,11-12). Nell’ambito del libro, il riferimento è all’episodio nel quale ad Amos
viene impedito di parlare davanti al re, perché egli è critico nei confronti del sovrano (Am 7,1017). Al contrario, occorre prendere sul serio la parola del profeta, che è l’unica garanzia, dopo la
distruzione del tempio, della presenza di Dio nella storia.
Per comprendere come Dio nutra il suo popolo, dobbiamo rifarci a un momento decisivo e para-digmatico dell’esperienza di Israele: il cammino nel deserto. Nel viaggio dalla schiavitù egiziana
verso la terra promessa, l’incertezza del percorso e la fatica fanno sì che il popolo protesti e mormo-ri contro Dio e contro Mosè. È Dio stesso allora a farsi attento alla paura del popolo donando
l’acqua dalla roccia per saziare la sete (Es 17,1-7) e le quaglie e la manna per saziare la fame (Es
16,1-36). Questa cura provvidente di Dio per il suo popolo è successivamente oggetto di rilettu-ra
da parte dell’Israele credente. Nel libro del Deuteronomio leggiamo infatti queste parole rivolte
da Mosè al popolo per comando di Dio: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha
fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere
quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato,
ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non
ave-vano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive
di quanto esce dalla bocca del Signore» (Dt 8,2-3).
In questa prospettiva la «Parola di Dio» rappresenta il giudizio che Dio stesso pone sulla storia degli uomini, quel giudizio capace di giungere nell’interiorità dell’uomo, come afferma la lettera agli
Ebrei: «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa pe-netra
fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discer-ne i
sentimenti e i pensieri del cuore» (Lc 4,12). Il testo sembra suggerire che lo sguardo di Dio giunge
ancora più in profondità di quanto il cibo entri nel corpo. Essa dunque richiama il fatto che l’uomo,
che non è mai senza il proprio corpo, è sempre più della propria dimensione materiale.
In questa prospettiva possiamo ben comprendere i costanti richiami della Scrittura alla fiducia nella divina provvidenza, espressione della consapevolezza che è Dio stesso colui che – fin dall’origine
– ha donato all’uomo il suo nutrimento. Comprendiamo allora l’affermazione del salmo: «Tutti da
te aspettano che dia cibo a tempo opportuno. Tu lo provvedi, essi lo raccolgono; apri la tua mano,
si saziano di beni» (Sal 104 [103], 27s). È per questa ragione che nel discorso della montagna Gesù
raccomanda ai suoi discepoli di non preoccuparsi di ciò che mangeranno o berranno, dal momento
che il Padre vostro sa ciò di cui hanno bisogno (cf Mt 6,25).
2.2 Astenersi dal nutrimento
Probabilmente perché ben convinta dell’importanza del nutrirsi, la Bibbia conosce anche la pratica
dell’astensione volontaria dal cibo, cioè il digiuno. Con questo gesto il credente della Bibbia vuole
esprimere la tristezza per il proprio peccato e implora da Dio il perdono. Lo richiamano in modo
convinto i profeti; ascoltiamo per esempio Gioele: «“Or dunque – oracolo del Signore –, ritornate
a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate
al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto
a ravvedersi riguardo al male”. Suonate il corno in Sion, proclamate un solenne digiuno, convocate
una riunione sacra» (Gl 2,12-13.15). Sono noti il digiuno collettivo di tutto il popolo di Ninive dopo
la predicazione di Giona (cf Gio 3,5), ma anche atti personali come il digiuno di Davide dopo il suo
peccato con Betzabea (cf 2Sam 12,16ss) o quello della regina Ester prima di entrare alla presenza
del re Artaserse (cf Est 4,16).
Anche in questo caso però la Scrittura si impegna a radicalizzare questa prassi cultuale diffusa in
tutte le religioni, scagliandosi contro un digiunare falso e formalistico: «Ecco, nel giorno del vostro
digiuno curate i vostri affari, angariate tutti i vostri operai. Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi
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e colpendo con pugni iniqui. Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro
chiasso» (Is 58,3-4). Ben diverso è il digiuno che piace al Signore: «…sciogliere le catene inique,
togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo… dividere il pane
con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire uno che vedi nudo, senza trascurare
i tuoi parenti» (Is 58,5-6). Lo stesso Gesù nel discorso della montagna inviterà i suoi discepoli a
non digiunare per farsi vedere dagli altri, accontentandosi dello sguardo benedicente del Padre
dei cieli (cf Mt 6,16-18).
Il documento della Santa Sede in preparazione a EXPO 2015 osserva il valore educativo della pra-tica del digiuno:
Attraverso la disciplina del cibo l’uomo può imparare molto circa il suo legame con il crea-to come
anche circa la sua relazione con Dio. Non soltanto il cristianesimo, ma più am-piamente la stessa
storia delle religioni ci racconta che strumenti come l’ascesi e l’astinenza […] hanno saputo costruire percorsi di educazione in grado di trasformare in modo anche radicale singole persone o gruppi
di persone, rendendoli esemplari e modello di vita, il cui stile resta valido ed attuale ancora oggi.
Accanto al digiuno la Bibbia conosce anche la raccomandazione alla sobrietà: «Quando siedi a
mangiare con uno che ha autorità, bada bene a ciò che ti è messo davanti; mettiti un coltello alla
go-la, se hai molto appetito» (Pro 23,1-2). Allo stesso modo l’equilibrio nel mangiare è una delle
virtù indicate da Paolo nella scelta dei vescovi: «Bisogna che il vescovo sia irreprensibile, marito
di una sola donna, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino,
non vio-lento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro» (1Tim 3,7), ma è anche raccomandato per le donne: «Allo stesso modo le donne siano persone degne, non maldicenti, sobrie,
fedeli in tutto» (1Tim 3,11).
2.3 Favorire la comunione
Il cibo nella Bibbia però è soprattutto fonte di comunione. Il valore dell’ospitalità già richiamato,
come pure la dimensione sociale del nutrirsi, trovano il proprio compimento nella dimensione
co-munionale del mangiare e del mangiare insieme. La Bibbia è ricca di banchetti, soprattutto in
quei testi dove si narrano le vicende dei «grandi» della Terra che amavano intrattenersi a tavola
con i propri alleati (cf. i libri di Ester e Giuditta). Il banchetto era già allora la degna conclusione
delle ce-lebrazioni matrimoniali, nelle quali si sancivano alleanze tra famiglie differenti (cf il banchetto – con inganno – che Labano offre a Giacobbe in occasione delle sue nozze in Gn 29,22).
Non manca il condividere il cibo anche in contesti più solenni ed esplicitamente legati alla religio-sità. Emblematico è quanto accade dopo che il re Davide ricondusse nel tempio l’arca del
Signore rubata dai Filistei: «Introdussero dunque l’arca del Signore e la collocarono al suo posto…
Davide offrì olocausti e sacrifici di comunione davanti al Signore… Davide benedisse il popolo nel
nome del Signore degli eserciti e distribuì a tutto il popolo, a tutta la moltitudine d’Israele, uomini
e don-ne, una focaccia di pane per ognuno, una porzione di carne arrostita e una schiacciata di
uva passa» (2Sam 6,18).
In questo contesto è facile per il profeta Isaia descrivere il regno dei cieli come un grande banchet-to escatologico: «Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un
banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli
strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte
le nazioni. Eliminerà la morte per sempre» (Is 25,6-8). Troviamo traccia di questa concezione del
regno di Dio come banchetto anche nei discorsi di Gesù. Si pensi alla parabola che paragona il
regno alla «festa di nozze che un re fece per suo figlio» (Mt 22,2-14) o al severo monito di Mt
8,11s: «Molti verran-no dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e
Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori…». Il libro dell’Apocalisse riprenderà invece l’oracolo di Isaia descrivendo il momento conclusivo della storia dell’umanità
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come il «banchetto delle nozze dell’Agnello» (Ap 19,9) con «la città santa, la Gerusalemme nuova,
che scende dal cie-lo, da Dio, pronta come una sposa per il suo sposo» (Ap 21,2), segno dell’umanità finalmente ricon-ciliata con Dio, che è «beata» proprio perché invitata a partecipare a questo
banchetto (cf Ap 19,9).
Non va dimenticato in questo contesto anche all’unico miracolo compiuto da Gesù e narrato da
tutti e quattro gli evangelisti, quella della cosiddetta «moltiplicazione dei pani e dei pesci». Il gesto
del Signore è sicuramente provocato dalla «commozione» suscitata in lui dal vedere la condizione
delle persone che da giorni lo seguivano: «Poiché vi era molta folla e non avevano da mangiare,
[Gesù] chiamò a sé i discepoli e disse loro: “Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni
stanno con me e non hanno da mangiare”» (Mc 8,1-2). Che l’intenzione di Gesù vada oltre al neces-sario prendersi cura della fame della gente è ben attestato da Giovanni, che riconosce come
Gesù volesse mettere alla prova i suoi discepoli , quando li invitò a dare loro da mangiare alla folla
(cf Gv 6,6). Successivamente lo stesso Gesù farà ricordare ai Dodici questo episodio, quando essi
sulla barca saranno preoccupati di aver preso «un solo pane» (cf Mc 8,14-21). In questo modo
Gesù vuo-le educarli a riconoscere in lui il vero pane che sfama l’uomo, come emergerà chiaramente alla vigi-lia della sua Passione
Dobbiamo infatti parlare anche del gesto estremo di comunione che Gesù ha voluto fare con i suoi
discepoli, quando – prima della sua passione – ha cenato per l’ultima volta con i suoi discepoli,
do-po «aver desiderato tanto» farlo (cf Lc 22,15). Nel gesto dello spezzare il pane e distribuire il
calice, la tradizione teologica successiva ha letto il segno dato da Gesù ai suoi discepoli per comprendere e rileggere quanto sarebbe successo di lì a poco. L’arresto, il processo e la morte di Gesù
non sono l’esito infausto di una vicenda sfortunata, bensì l’estremo consegnarsi (nel senso che più
di così non si poteva fare) di Gesù alla volontà del Padre, per la salvezza del mondo. Nell’ultima
cena di Gesù si intrecciano anche le tematiche tipicamente pasquali: è lui il vero agnello che porta
a compimento la Pasqua mosaica, tuttora celebrata dagli ebrei mangiando (!) l’agnello pasquale
(cf Es 12).
L’eucaristia è letta già dai testi neotestamentari in termini comunionali e quindi ultimamente
ec-clesiali. È quanto Paolo richiama con forza ai cristiani di Corinto: «Il calice della benedizione che
noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non
è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un
solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane» (1Cor 10,16-17). A sua volta la comunione è
già dono offerto graziosamente da Dio all’uomo nel battesimo, come Paolo spiega ai Romani: «Per
mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui [letteralmente il greco ha: con-sepolti] nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così
an-che noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a
so-miglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione» (Rm 6,3-5).
Questo concetto di comunione deve essere inteso in termini dinamici e non statici, né tantomeno
«magici». Ricevuto il dono di condividere la vita del Signore, il credente deve sforzarsi per confor-mare (= rendere simile, con la stessa forma) la sua esistenza a quella di Cristo. Questo è ciò che
lo stesso Paolo confessa essere il suo programma di vita: «Per Cristo ho lasciato perdere tutto…
per-ché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze,
fa-cendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (Fil
3,8b.10-11). Per questo occorre superare l’immagine eccessivamente infantile e limitante di Gesù
«che viene nel mio cuoricino» al momento della comunione eucaristica. All’autentica com-prensione del mistero eucaristico giova non poco riscoprire la radice battesimale della vita cristiana e
quindi dell’eucaristia stessa (può essere simpatico ricordare che nel medioevo i teologici si erano
interessati a comprendere se un topolino che mangi accidentalmente delle particole consacrate
fac-cia la comunione, giungendo a escluderlo proprio per il fatto che non è – né può esserlo – battezza-to!).
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Potremmo allora tracciare una sorta di parallelismo tra il nutrimento del cibo e quello dell’eucaristia: come il cibo non serve semplicemente a «riempire la pancia» ma dà forza all’organismo per
realizzare una vita autenticamente umana, così l’eucaristia non serve a «saziare l’anima» per poi
lasciarla oziosamente ferma, ma al contrario offre all’uomo la possibilità di com-piere la propria
vocazione cristiana, appunto quella di conformare la propria esistenza con quella del Signore e
giungere alla santità.
«Non di solo pane vivrà l’uomo» (Lc 4,4). Di che vive allora? La risposta di Gesù è la sua Eucaristia, il
dono totale di sé: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo» (Mt 26,26). Il pane che l’uomo desidera è Dio stesso che si offre in dono. Solo così egli può essere defi-nitivamente saziato. I cristiani,
partecipando ogni domenica all’Eucaristia, sono introdotti nella logica del dono come legge della
vita. L’esistenza umana acquista allora una forma eucaristica, il culto umanamente conveniente
(Rm 12,1)3 .
Per comprendere appieno il senso dell’eucaristia è poi anche fondamentale recuperare – proprio
nell’ottica battesimale – il ruolo dello Spirito santo, che è all’opera in ogni sacramento. Ci è di
grande aiuto una preghiera della liturgia della messa, durante la quale il presbitero dice: «Perché
non viviamo più per noi stessi, ma per Cristo che è morto e risorto per noi, ha mandato, o Padre,
lo Spirito Santo, primo dono ai credenti, a perfezionare la sua opera nel mondo e compiere ogni
santi-ficazione. Ora ti preghiamo, Padre: lo Spirito Santo santifichi questi doni perché diventino
il corpo e il sangue di Gesù Cristo…» (Preghiera eucaristica IV). Lo Spirito che trasforma il pane
e il vino nel corpo e sangue di Cristo è lo stesso che trasforma la vita del credente a somiglianza
di quella di Cristo. Pertanto considerare l’eucaristia come il solo nutrirsi di Gesù è riduttivo tanto
quanto consi-derare che nel gesto del mangiare noi ingeriamo degli alimenti.
A scanso di equivoci, è bene concludere questa riflessione sul tema del mangiare nella Bibbia
ri-chiamando due testi del vangelo di Matteo che ci aiutano a scoprire quanto profondamente la
realtà umana sia attraversata dal mistero di Dio. Concludendo le istruzioni ai suoi discepoli, prima di in-viarli in missione, Gesù afferma: «Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua
fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa» (Mt 10,42). Ancora più sorprendente è la rivelazione della parabola del giudizio universale
che ci permette di comprendere qual è il modo in cui è possibile incontrare il Signore nella vita: «I
giusti risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare,
o asseta-to e ti abbiamo dato da bere? […] E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello
che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”» (Mt 25,37.40).
3 A. SCOLA, Cosa nutre la vita? Expo 2015, Centro Ambrosiano, Milano 2013, 60.
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Un assaggio di Bibbia