1
CHRISTI
BONUS
ODOR
DEO:
L’ARTE
DEL
PROFUMIERE
IN
LITURGIA
di
Gian
Pietro
Caliari
∗ Il
profumo
sta
alla
bellezza,
come
la
gioia
alla
vita.
Nel
linguaggio
biblico,
profumarsi
non
significa
meramente
agghindare
la
bellezza
estetica
di
un
elemento
accessorio
e
olfattivo,
ma
sostanzialmente
estraneo
all’essenza
del
pulchrum.
Profumarsi
è,
prima
di
tutto,
esprimere,
manifestare
la
gioia
di
vivere
e,
ancor
più,
sensualmente
rivelare
la
vita
stessa!
Il
profumo
e
l'incenso
allietano
il
cuore,
la
dolcezza
di
un
amico
rassicura
l'anima
(Proverbi
27,9).
In
ogni
tempo
le
tue
vesti
siano
bianche
e
il
profumo
non
manchi
sul
tuo
capo
(Ecclesiate
9,8).
Come
cinnamomo
e
balsamo
ho
diffuso
profumo;
come
mirra
scelta
ho
sparso
buon
odore;
come
galbano,
onice
e
storace,
come
nuvola
d’incenso
nella
tenda
(Siracide
24,15)1.
1. IL
PULCRUM
SIVE
L’APTUM
DELLE
FRAGRANZE
CULTUALI.
Nelle
istituzioni
sociali
bibliche
così
come
nelle
pratiche
cultuali
dell’Antico
Testamento,
il
pulchrum
olfattivo
non
è
circoscrivibile
alla
mera
categoria
dell’estetica
filosofica.
Neppure,
è
comprensibile
in
una
dimensione
soggettiva
ed
emozionale,
che
la
eleverebbe
a
percezione
straordinaria,
incomprensibile
e,
da
ultimo,
irrazionale.
Il
pulchrum
olfattivo
di
cui
parliamo
è
essenzialmente
aptum.
È,
in
un’ultima
analisi,
ciò
che
è
peculiarmente
aptum
a
manifestare
e
rilevare.
La
sua
radice
prima
non
è
estetica,
bensì
epifanica.
Così,
l’uso
di
profumi
e
oli
profumati2
era
prescritto
ogni
qualvolta
che
la
gioia
pervadeva
la
vita:
ai
convitati
per
un
banchetto
(Bevono
il
vino
in
larghe
coppe
e
si
ungono
con
gli
unguenti
più
raffinati,
Amos
6,6)
o
agli
amanti
al
momento
dell’unione
fisica
(Ho
profumato
il
mio
giaciglio
di
mirra,
di
aloe
e
di
cinnamomo,
Proverbi
7,17).
∗
L’Autore
è
Maestro
delle
Celebrazioni
Liturgiche
della
Basilica
di
Santa
Maria
degli
Angeli
e
dei
Martiri
alle
Terme
in
Roma
(www.gianpietrocaliari.eu).
1
I
testi
biblici
sono
tratti
dalla
traduzione
italiana
della
Sacra
Bibbia
della
CEI,
editio
princeps,
1971.
L’autore,
tuttavia,
li
ha,
talora,
leggermente
modificati
così
che
il
testo
italiano
sia
più
atto
a
trasmettere
pienamente
il
senso
dell’originale
ebraico
e/o
greco.
2
Nel
Vicino
Antico
Oriente
e
ai
tempi
della
stesura
dell’Antico
Testamento
(dal
VII
al
II
secolo
a.C.
circa),
il
profumo
era
utilizzato
sotto
forma
di
preparati
oleosi,
chiamati
in
ebraico
puk,
di
oli
profumati,
di
polveri
a
base
di
henna,
ma
anche
di
sacchetti
di
erbe
aromatiche
portati
addosso
o
messi
fra
i
vestiti.
Da
quest’ultima
usanza
deriva
l’espressione
biblica
in
vesti
profumate.
Anche
gli
uomini
portavano
vesti
profumate.
2
Al
contrario,
non
farne
uso
è
obbligatorio
quando
la
vita
è
privata
della
sua
intrinseca
gioia,
e
alla
bellezza
viene
meno
la
sua
sensuale
fragranza.
Così
è,
nell’Antico
Testamento,
di
fronte
alla
morte
e
alla
violazione
dell’alleanza
stabilità
da
JHWH
con
il
suo
popolo:
Mettiti
una
veste
da
lutto,
non
ti
ungere
il
capo
(2
Samuele
14,2).
Allora,
il
lutto
e
la
penitenza
assumono
espressione
rituale
nel
mortificare
il
corpo
con
il
digiuno,
nell’umiliare
l’apparenza
stracciando
le
vesti
e
indossando
abiti
di
sacco,
nel
mutilare
la
bellezza
astenendosi
dall’uso
di
profumi
e
oli
profumati,
e
nell’esprimere
l’immensità
del
dolore
o
della
contrizione
nel
lamento.
La
stessa
percezione
olfattiva
del
profumo
rappresenta,
nell’Antico
Testamento,
la
vibrazione
silenziosa
che
esala
l’essenza
intima
dell’essere3.
Nel
Cantico
dei
Cantici,
la
sposa
indica
l’amato
come:
profumo
olezzante
è
il
tuo
nome,
per
questo
le
giovinette
ti
amano
(1,3); Per
la
fragranza4
sono
inebrianti
5
i
tuoi
profumi;
e
la
presenza
dell’amato
è
definita
colonna
di
fumo
che
sale
dal
deserto
,
esalando
profumo
di
mirra
e
d'incenso
e
d'ogni
polvere
aromatica
(3,6).
Parimenti,
lo
sposo
invoca
l’amata
come
mia
mirra,
mio
balsamo
(5,1);
e
così
la
descrive:
Le
tue
labbra
stillano
miele
vergine,
o
sposa,
c'è
miele
e
latte
sotto
la
tua
lingua
e
il
profumo
delle
tue
vesti
è
come
il
profumo
del
Libano
(4,11).
La
percezione
olfattiva
da
semplice
funzione
sensoriale
dei
chemiorecettori
è,
infine,
elevata
a
indice
e
manifestazione
della
benedizione
di
JHWH
per
i
suoi
prescelti.
Come
leggiamo
nel
racconto
biblico,
dove
si
narra
che
Giacobbe,
figlio
minore
di
Isacco,
riesce
a
carpire
al
padre
la
benedizione
di
primogenitura
a
scapito
del
fratello
maggiore
Esaù:
Avvicinati
e
baciami
figlio
mio,
disse
Isacco.
Giacobbe
gli
si
avvicinò
e
lo
baciò.
Isacco
aspirò
l’odore
degli
abiti
di
lui
e
lo
benedisse:
Ecco
l’odore
del
mio
figlio
come
l’odore
di
un
campo
che
JHWH
ha
benedetto
(Genesi
27,
26‐27).
L’uso
di
profumi,
incensi
e
oli
profumati
è,
in
secondo
luogo,
strettamente
connesso
alla
più
alta
dignità
conferita
da
JHWH
al
suo
popolo:
quella
di
essere
una
stirpe
eletta
e
una
nazione
santa
per
il
culto
del
solo
e
vero
Dio.
3
Nell’ebraico
biblico,
le
essenze
profumate
sono
chiamate
shemen
e
il
sostativo
shem
significa
nome.
4
Si
noti
che
nell’ebraico
biblico
per
fragranza
si
usa
il
sostantivo
reah,
che
contiene
le
stesse
consonanti
del
sostantivo
ruah
(soffio,
spirito)
e
la
ruah
Elohim
è
lo
Spirito
stesso
di
Dio.
5
Il
termine
inebriante
è
reso
in
ebraico
dall’aggettivo
tob,
che
in
realtà
ha
il
significato
principale
di
bello,
buono
e
giusto.
Si
tratta
dello
stesso
aggettivo
che
JHWH
usa
nel
racconto
sacerdotale
di
Genesi
1,
1‐31
per
commentare
l’opera
compiuta,
al
termine
di
ognuno
dei
giorni
della
creazione:
Dio
vide
che
era
cosa
buona
(Genesi
1,
9;
12;
18;
21;
25),
Dio
vide
quanto
aveva
fatto
ed
ecco
era
cosa
molto
buona
(Genesi
1,
31).
3
Nel
culto
di
Dio,l’‘abodah,
il
popolo
d’Israele
non
mostra
semplicemente
la
sua
sottomissione
alla
mitsvah,
al
precetto
di
JHWH,
ma
è
associato
alla
stessa
opera
creatrice
di
Dio.
L’actio
cultuale
è,
infatti,‘asah:
il
medesimo
fare
del
Creatore
che
ricorre
come
leitmotiv
del
racconto
della
creazione
nel
primo
capitolo
del
libro
della
Genesi6.
Nel
culto
ebraico
l’olfatto
era,
pertanto,
la
funzione
sensoriale
principale.
Per
il
Talmud,
infatti,
l’olfatto
è
l’unico
senso
che
provoca
il
piacere
dell’anima,
mentre
tutti
gli
altri
sensi
sono
preposti
al
piacere
carnale7.
Per
i
Midrashim,
poi,
l’olfatto
fu
l’unico
dei
sensi
a
non
essere
stato
coinvolto
nel
peccato
originale.
Secondo
il
raccolto
biblico8,
invero,
Eva
vide
che
il
frutto
era
buono,
Adamo
ascoltò
la
voce
della
moglie,
e
ovviamente,
entrambi
toccarono
il
frutto
proibito
e
se
ne
cibarono.
L’olfatto
è,
perciò,
definito
come
il
più
spirituale
dei
sensi
ed
è
associato
alla
capacità
di
saper
cogliere
l’essenza
della
realtà
oltre
le
apparenze.
Commentando,
infine,
il
testo
messianico
di
Isaia:
Egli
avrà
il
profumo
del
timore
di
Dio,
non
giudicherà
secondo
ciò
che
appare
agli
occhi,
e
non
prenderà
decisioni
per
sentito
dire
(Isaia
11,3);
molte
scuole
rabbiniche
definiscono
l’olfatto:
il
senso
del
Messia.
La
liturgia
del
Tempio
di
Gerusalemme
era,
come
logica
conseguenza,
ricchissima
di
profumi.
C’è
un
altare
dei
profumi
o
dell’incenso9,
si
usano
incensieri
per
bruciare
l’incenso
10
e,
ogni
sera
e
ogni
mattina,
è
compiuto
un
sacrificio
di
profumo11.
Il
fumo
dei
profumi
e
degli
incensi
rende,
poi,
visibile
e
olfattiva
la
lode,
l’adorazione,
la
supplica
e
l’azione
di
grazie
rivolte
alla
divinità.
L’incenso,
la
sua
composizione
e
la
sua
fragranza
sono
così
importanti
nella
liturgia
cultuale
ebraica
che
la
sua
preparazione
e
la
stessa
composizione
sono
meticolosamente
descritte
dal
redattore
sacerdotale
del
libro
dell’Esodo.
Più
ancora,
l’autore
biblico
pone
sulla
bocca
stessa
di
JHWH
la
ricetta
autentica:
Il
Signore
disse
a
Mosé
:
Procurati
balsami:
storace,
onice,
galbano
come
balsami
e
incenso
puro:
il
tutto
in
parti
uguali.
Farai
con
essi
un
profumo
da
bruciare,
una
composizione
aromatica
secondo
l’arte
del
profumiere,
salata,
pura
6
Cfr.
Genesi
1,
1‐31.
7
Cfr.
Berakhòt
43b.
8
Cfr.
Genesi
3,
1‐24.
9
All’interno
del
Tempio
di
Gerusalemme,
l’altare
dei
profumi
o
dell’incenso
era
posto
nel
Santo
(hekal)
insieme
alla
tavola
dei
pani
davanti
all’ingresso
al
Santo
dei
Santi
(devir).
10
L’incenso
in
ebraico
è
indicato
con
il
sostantivo
di
lebonah,
quanto
è
puro.
Gli
incensi,
mescolati
ad
altre
fragranze
per
il
sacrificio
di
profumo
erano
chiamati
timiati.
11
Aronne
brucerà
incenso
aromatico,
lo
brucerà
ogni
mattina
e
lo
brucerà
anche
al
tramonto,
incenso
perenne
davanti
al
Signore
per
le
vostre
generazioni
(Esodo
30,
7).
Un
rito
ancora
in
uso
e
osservato
ai
tempi
di
Gesù,
come
ci
testimonia
l’Evangelista
Luca:
A
Zaccaria
toccò
in
sorte
di
entrare
nel
tempio
per
fare
l’offerta
dell’incenso.
Tutta
l’assemblea
del
popolo
pregava
fuori
nell’ora
dell’incenso
(Luca
1,
9‐10).
4
e
santa.
Ne
pesterai
un
poco
riducendola
in
polvere
minuta
e
ne
metterai
davanti
all’arca
della
Testimonianza,
nella
tenda
del
convegno,
dove
io
ti
darò
convegno
(Esodo
30,
34‐36).
L’impiego
d’incensi,
aromi
e
olii
era
così
frequente
che
dal
Tempio
di
Gerusalemme
si
alzava
una
ruah
nichoah,
un
soffio
di
serenità
e
che
da
sollievo.
Lo
stesso
monte
del
Tempio
har
ha­Moria
è
indicato
con
un
termine
che
contiene
le
stesse
consonanti
mr
che
in
ebraico
sono
contenute
nel
sostantivo
che
indica
la
mirra,
chiamata
anche
incenso
puro,
e
anche
nell’aggettivo
mar
che
significa
amarezza.
Quasi
a
indicare
che
il
potere
dei
profumi
dell’incenso
offerto
a
Dio
è
di
tramutare
le
pene
della
vita
in
gioia
e
i
dolori
in
felicità.
Lo
esprime
chiaramente
il
profeta
Isaia,
con
un
preciso
riferimento
alla
ruah
nichoah,
che
si
eleva
perennemente
dal
Tempio
di
Sion:
Per
allietare
gli
afflitti
di
Sion,
per
dare
loro
una
corona
invece
della
cenere,
olio
di
letizia
invece
dell'abito
da
lutto,
canto
di
lode
invece
di
un
cuore
mesto.
Essi
si
chiameranno
querce
di
giustizia,
piantagione
del
Signore
per
manifestare
la
sua
gloria
(Isaia,
61,3).
Similmente
gli
oli
profumati
trovano
largo
impiego
sia
nella
vita
quotidiana
sia
in
quella
rituale
del
popolo
dell’Antica
Alleanza.
Il
loro
uso
indica
gioia
ed
esultanza,
ma
anche
elezione.
Su
questo
monte
essi
berranno
la
gioia,
berranno
vino:
si
ungeranno
con
olio
profumato
su
questo
monte
(Isaia
25,
6‐7).
Per
questo,
la
gioia
messianica
è
contraddistinta
dal
profumo
dell’olio
di
esultanza.
Nella
vita
quotidiana,
infine,
l’utilizzo
di
olii
aromatici
serve
a
onorare
l’ospite
per
significare
e
augurargli
l’abbondanza
dei
favori
divini:
Dinnanzi
a
me
tu
prepari
una
mensa
di
fronte
ai
miei
avversari;
mi
profumi
il
capo
con
una
unzione
(Salmo
23,5).
Così
come,
nel
culto,
tutti
i
luoghi
e
gli
oggetti
necessari
erano
consacrati
con
unzioni
per
significarne
l’eminente
santità.
2.
PULCHRUM
ET
APTUM
AD
CONSACRANDUM.
Particolare
riguardo,
per
la
sua
importanza
sia
nel
linguaggio
dell’Antico
e
del
Nuovo
Testamento
sia
per
la
teologia
e
la
pratica
liturgica
della
Chiesa
merita
l’uso
dell’unguento
riservato
alla
consacrazione
delle
persone,
chiamato
olio
per
l’unzione
o
chrisma.
Similmente
alla
preparazione
dei
profumi
e
dell’incenso
da
offrire
a
Dio,
il
redattore
sacerdotale
del
capitolo
trentesimo
del
libro
dell’Esodo
trasmette
un’accurata
e
dettagliata
composizione
che
JHWH
stesso
comunica
a
Mosé:
Procurati
balsami
pregiati:
mirra
vergine
per
il
peso
di
cinquecento
sicli,
cinnamomo
odorifero,
la
metà,
cioè
duecentocinquanta
sicli,
canna
odorifera,
duecentocinquanta,
cassia
cinquecento
sicli,
secondo
il
siclo
del
santuario,
e
un
hin
d’olio
d’oliva.
Ne
farai
l’olio
per
l’unzione
sacra,
un
unguento
composto
secondo
l’arte
del
profumiere
(Esodo
30,
22‐25).
5
Si
tratta
di
un
olio
veramente
prezioso
per
composizione
così
come
intensamente
profumato
per
le
distinte
fragranze
che
lo
compongono.
Nell’Antico
Testamento,
l’unzione
era
espressamente
riservata
ai
re
e
ai
sacerdoti.
Saul
e
Davide
furono
unti
e
consacrati
re
da
Samuele
(1
Samuele
10,1
e
16,13);
Jehu
da
un
profeta
inviato
da
Eliseo
(2
Re
9,6);
Salomone
da
Sadoq
(1
Re
1,39)
e
Joas
da
Jehojada
(2
Re
11,12).
Parimenti,
JHWH
prescrive
che
Mosè
conferisca
l’unzione
ad
Aronne
(Esodo
29,7)
stabilendolo
quale
sommo
sacerdote,
il
sacerdote
consacrato
mediante
l’unzione
(Levitico
4,5),
e
la
sua
discendenza
quale
tribù
sacerdotale
fra
le
dodici
d’Israele.
L’unzione,
ma
si
tratta
certamente
di
una
tradizione
del
post‐esilio,
è
poi
conferita
anche
ai
semplici
sacerdoti
figli
di
Aronne
(Esodo
28,41
e
Numeri
3,3).
L’Antico
Testamento
riporta,
infine,
almeno
due
casi
di
profeti
che
hanno
ricevuto
l’unzione
a
segno
della
loro
investitura:
Eliseo
e
Isaia.
Del
primo
abbiamo
la
testimonianza
nel
primo
libro
dei
Re
quando
Elia
riceve
da
Dio
l’ordine
di
ungerlo
quale
profeta
(1
Re
19,16).
Di
Isaia
abbiamo,
invece,
una
testimonianza
indiretta:
Lo
Spirito
di
JHWH
è
su
di
me,
perché
mi
ha
unto
(Isaia
61,1).
Si
tratta,
tuttavia,
di
unzioni
extra‐rituali
che
indicano
metaforicamente
l’investitura
ricevuta
per
disseminare
la
darwan,
la
parola
profetica
che
illuminava
la
dahat,
la
legge
rivelata,
e
ne
incitava
alla
vera
obbedienza
e
al
sincero
ossequio.
L’unzione‐consacrazione
era,
così,
riservata
alla
guida
e
al
capo
del
popolo
d’Israele.
In
epoca
monarchica
fino
alla
conquista
della
Giudea
da
parte
di
Nabucodonosor
(598
a.C.),
l’unto
del
Signore
(1
Samuele
26,16)
è
il
re;
dopo
l’esilio
in
Babilonia,
dal
531
a.C.,
è
invece
il
sommo
sacerdote.
L’unzione‐consacrazione
tramite
un
olio
di
grande
fragranza,
reah,
rende
l’unto
partecipe
dello
spirito,
ruah
di
JHWH,
come
ci
testimonia
la
prima
unzione
regale
narrataci
dall’Antico
Testamento,
quella
di
Davide:
Samuele
prese
il
corno
dell’olio
e
lo
unse
in
mezzo
ai
suoi
fratelli.
Da
quel
giorno
lo
spirito
di
JHWH
s’impadronì
di
David
(1
Samuele
16,13).
La
fragranza,
reah,
del
chrisma
possiede
la
forza
di
suscitare
nell’unto‐
consacrato
lo
stesso
spirito,
ruah,
di
Dio.
La
stessa
fragranza,
poi,
diffondendosi
fra
gli
astanti
li
porta
all’estasi
cultuale
e
gioiosa
che
suscita
l’olio
di
esultanza
(Isaia
61,3;
Ebrei
1,9),
come
ci
testimonia
l’affascinante
Salmo
45,
noto
anche
come
l’Epitalamio
12
regale.
Effonde
il
mio
cuore
liete
parole,
io
canto
al
re
il
mio
poema.
La
mia
lingua
è
stilo
di
scriba
veloce.
Tu
sei
il
più
bello
tra
i
figli
dell’uomo,
sulle
tue
labbra
è
diffusa
la
grazia,
ti
ha
benedetto
Dio
per
sempre.
12
Epitalamio,
dal
greco
epi­talamoi:
canto
nuziale
che
era
eseguito
davanti
al
talamo.
6
Dio
il
tuo
Dio
ti
ha
consacrato
con
olio
di
letizia.
Le
tue
vesti
son
tutte
mirra,
aloe
e
cassia
così
i
popoli
ti
loderanno
in
eterno,
per
sempre
(2‐3;
9;
18b).
Potenza
di
una
mistura
sapiente,
di
una
fragranza
di
profumi,
effluvio
di
aromi
che
stimola
l’olfatto,
ma
soprattutto
eccita
alla
tehillah,
la
lode
infinita
di
Dio!
Nel
Nuovo
Testamento,
l’unto
del
Signore
è
Gesù
stesso,
il
Cristo
da
chrisma,
che
è
Messia
(Atti
2,36
e
Filippesi
2,11)
nell’accezione
più
piena
e
triplice:
di
Re,
Sacerdote
e
Profeta.
É
lui,
infatti,
l’Uomo‐Dio,
che
Dio
ha
unto
di
Spirito
Santo
e
di
Potenza
(Atti
10,38).
Su
di
lui,
infatti,
scese
lo
Spirito
Santo
in
apparenza
corporea
di
colomba
e
vi
fu
una
voce
dal
cielo:
Tu
sei
il
mio
figlio
prediletto,
in
te
mi
sono
compiaciuto
(Luca
3,22).
La
sua
unzione,
tuttavia,
non
è
rituale
ma
divina,
ontica,
sostanziale,
ed
eterna:
Ti
unse
Dio
il
tuo
Dio
con
olio
di
esultanza
più
de
tuoi
compagni.
Terra
e
cieli
periranno,
ma
tu
rimani;
invecchieranno
come
un
vestito.
Come
un
mantello
li
avvolgerai,
come
un
abito
e
saranno
cambiati;
ma
tu
rimani
lo
stesso
e
tuoi
anni
non
avranno
fine
(Ebrei
1,
9‐12).
L’effluvio
di
fragranze
che
l’unzione
cristica
suscita
non
ha
confini
né
nel
tempo,
né
nello
spazio,
né
nel
numero
di
coloro
che
possono
inebriarsi
degli
aromi
che
emano
dalla
regale
maestà
di
Gesù
il
Cristo:
Alleluia!
Il
suo
profumo
sale
per
i
secoli
dei
secoli!
(Apocalisse
19,3).
Siano
rese
grazie
a
Dio,
il
quale
ci
fa
partecipare
al
suo
trionfo
in
Cristo
e
diffonde
per
mezzo
nostro
il
profumo
della
sua
conoscenza
nel
mondo
intero!
(2
Corinzi
2,14).
3.
PULCHRUM
ET
APTUM
AD
REVELANDUM.
Il
Nuovo
Testamento,
come
l’Antico,
ci
riferisce
di
episodi,
dove
profumi
e
unguenti
profumati
non
solo
entrano
della
narrazione,
ma
ne
costituiscono
l’elemento
centrale
e
l’annuncio,
il
kerigma
essenziale.
A
Betlemme,
il
bambino
Gesù
è
onorato
dai
Magi
con
l’offerta
di
oro,
incenso
e
mirra13.
Durante
la
sua
predicazione,
in
più
occasioni,
il
capo
e
i
piedi
di
Gesù
13
I
Padri
della
Chiesa
hanno
identificato
in
ognuno
dei
tre
doni
uno
specifico
omaggio
e
riconoscimento
all’umanità
e
divinità
di
Gesù.
Oro,
per
omaggiarne
la
regalità;
incenso,
per
adorarne
la
divinità;
mirra,
sia
per
significarne
la
vera
umanità
sia
per
riconoscere
la
sua
dignità
di
Sommo
ed
Eterno
Sacerdote.
L’evangelista
Matteo,
l’unico
dei
quattro
evangelisti
canonici
a
riportare
l’episodio
della
visita
dei
Magi
(màgoi),
definisce
in
greco
líbanos
il
tipo
di
incenso
offerto
a
Gesù
(cfr.
Matteo
2,
11‐12).
Il
termine
greco
líbanos,
designa
primariamente
l’albero
dell’incenso.
Dobbiamo
dedurne
che
l’autore
del
primo
dei
quattro
vangeli,
certamente
un
cristiano
proveniente
dall’ambiente
giudaico
che
scriveva
per
le
comunità
cristiane
provenienti
dal
giudaesimo,
volesse
distintamente
fare
riferimento
al
lebonah,
l’incenso
puro
(direttamente
dall’albero)
di
cui
JHWH
aveva
comandato
l’uso
per
la
composizione
dei
timiati
che
erano
offerti
nel
sacrificio
dei
profumi
nella
liturgia
del
Tempio.
7
sono
unti
con
olii
profumati
e
preziosi.
Una
peccatrice,
durante
una
cena
a
casa
di
un
fariseo,
cosparge
il
capo
e
i
piedi
di
Gesù
con
olio
profumato14.
Un
gesto
di
omaggio
che
il
Signore
stesso
così
commenta:
Tu
non
mi
hai
cosparso
il
capo
di
olio
profumato,
ma
lei
mi
ha
cosparso
di
profumo
i
piedi.
Per
questo
ti
dico:
le
sono
perdonati
i
suoi
peccati,
perché
ha
molto
amato
(Luca
7,50).
L’olio
profumato
ha
onorato
il
Messia,
ma
poiché
il
suo
effluvio
era
stato
sparso
con
molto
amore,
la
sua
fragranza
s’è
diffusa
come
aroma
di
perdono.
Nel
brano
di
Luca
rivive
lo
stesso
moto
di
compassione
di
JHWH,
quando
dopo
il
Diluvio
Universale
riceve
da
Noè
un
sacrificio
di
lode:
Il
Signore
ne
odorò
la
soave
fragranza
e
pensò:
Non
maledirò
più
il
suolo
a
causa
dell'uomo,
perché
l'istinto
del
cuore
umano
è
incline
al
male
fin
dalla
adolescenza;
né
colpirò
più
ogni
essere
vivente
come
ho
fatto
(Genesi
8,21).
L’episodio
riecheggia,
poi,
la
stessa
liturgia
del
Tempio
e
l’incontro
fra
Cristo
e
la
peccatrice
segna
l’ora15
della
seconda
e
serotina
offerta
cultuale
dei
profumi,
dei
timiati,
quella
serale.
L’unzione
e
il
perdono
squarciano
l’ombra
delle
tenebre
e
avvolgono
il
tempo
dello
splendore
cosparso
di
profumi
del
corpo
dell’Unto
di
Dio
e
da
Dio
stesso
unto
come
Cristo
(Atti,
4,27).
La
ruah
nichoah,
il
soffio
di
serenità,
che
emana
non
più
dal
Tempio
dell’Antica
Alleanza
ma
dal
Corpo
di
Gesù,
Nuova
ed
Eterna
Alleanza,
unto
di
olio
profumato
dalla
peccatrice,
è
ora
e
per
sempre
quello
della
Misericordia.
Insieme,
l’abodah
–
il
culto
–
la
torah
–
la
legge
–
e
la
misericordia,
la
khesed,
sono
le
colonne
del
mondo.
Il
Corpo
unto,
il
Cristo
emana
la
suprema
khesed
mostra
le
viscere
dell’amore,
l’essere
stesso
del
Dio
cristiano
–
Deus
Caritas
est!
(1
Giovanni
4,16)
‐
e
si
svela
come
cosmogonia
del
creato
ed
eukosmía
della
Salvezza.
Il
vangelo
di
Giovanni,
poi,
racconta
di
Maria
di
Betania,
che
sei
giorni
prima
della
Pasqua
versa
olio
profumato
sulla
testa
di
Gesù16.
Il
testo
giovanneo
riferisce
con
scrupolo
che:
Maria,
allora,
presa
una
libbra
di
olio
profumato
di
vero
nardo,
assai
prezioso,
cosparse
i
piedi
di
Gesù
e
li
asciugò
con
i
suoi
capelli,
e
tutta
la
casa
si
riempì
del
profumo
dell’unguento
(Giovanni
12,
3).
L’Evangelista,
nel
testo
greco,
fa
notare
la
quantità
María
laboúsa
lítrav:
14
Cfr.
Luca
7,
36‐50.
15
L’evangelista
Luca
non
precisa,
nel
testo
greco,
se
si
trattava
del
pasto
serale.
Scrive
genericamente
che
un
fariseo
eróta
ína
fáge
met’autoú,
gli
chiese
di
mangiare
con
lui
(Luca
7,
36).
Tuttavia,
precisa
che
entrato
nella
casa
del
fariseo,
Gesù
aneklíthe,
si
sdraiò;
e
introducendo
la
narrazione
dell’unzione,
specifica
che
la
donna
epignoúsa
óti
avákeitai,
sapendo
che
Gesù
si
era
sdraiato
(Luca
7,37).
Il
verbo
greco
avaklíno
indica
lo
sdraiarsi
su
di
un
fianco.
Quella
di
cenare
straiati
su
di
un
fianco,
e
non
seduti
o
in
piedi,
era
un’abitudine
introdotta
dai
romani
in
Palestina.
Il
testo
lucano,
dunque,
lascia
intendere
che
Gesù
entrò
nella
casa
del
fariseo
per
il
pasto
serale
e
che,
dunque,
l’unzione
ebbe
luogo
nell’ora
in
cui
era
offerto
nel
Tempio
il
sacrificio
serale
dei
profumi.
16
Cfr.
Giovanni
12,
1
–
7.
8
Maria
prese
un’intera
libbra
che
in
epoca
romana
equivaleva
a
327,
168
grammi.
Specifica
pure
la
tipologia
dell’olio
usato
múrou
nárdou
pistikés:
olio
di
mirra
pura.
La
stessa
che
JHWH
prescrive
a
Mosè
d’utilizzare
per
la
composizione
dell’olio
dell’unzione.
Giovanni,
inoltre,
annota
che
la
mirra
usata
era
polutímou,
costosa.
Non
doveva
trattarsi,
dunque,
della
mirra
usata
normalmente
per
le
sepolture
dalla
popolazione
d’Israele,
ma
proprio
di
quella
mirra
vergine
prescritta
in
Esodo
30,
22.
La
pericope
evangelica,
infine,
rileva
come
a
causa
dell’unzione
l’oikía
epleróthe
ék
tés
osmés,
la
casa
fu
riempita
di
profumo.
L’aggettivo
greco
epléros
–
pieno,
riempito,
ricolmo
–
è
lo
stesso
che
ritroviamo
per
descrivere
lo
stato
interiore
degli
apostoli
e
dei
discepoli
quando
ricevono
il
dono
dello
spirito:
reah
e
ruah,
fragranza
e
Spirito
stesso
di
Gesù
il
Risorto.
Sono
loro,
apostoli
e
discepoli,
ora
l’oikía,
la
casa
del
Signore.
Nel
ricevere
il
dono
dello
Spirito,
nell’oikía
della
Nuova
Alleanza
si
ripete
lo
stesso
effluvio
che
riempi
e
ricolmò
quella
di
Betania,
epleróthe
ék
tés
osmés:
ed
essi
furono
tutti
pieni
di
Spirito
Santo
(Atti,
2,4).
Lo
stesso
aggettivo
e
usato,
sempre
negli
Atti
degli
Apostoli,
quando
lo
Spirito
è
donato
alla
Chiesa
nascente
e
ai
discepoli:
Quand'ebbero
terminato
la
preghiera,
il
luogo
in
cui
erano
radunati
tremò
e
tutti
furono
pieni
di
Spirito
Santo
e
annunziavano
la
parola
di
Dio
con
franchezza
(4,
31);
mentre
i
discepoli
erano
pieni
di
gioia
e
di
Spirito
Santo
(13,
52).
Clemente
Alessandrino
definisce
lo
Spirito
Santo,
santo
profumo
e
profumo
regale
di
Cristo.
Questo
è
il
profumo
che
Cristo
prepara
ai
suoi
discepoli:
un
unguento
fatto
con
gli
aromi
dei
cielo17.
Jean‐Marie
Vianney,
noto
come
il
Santo
Curato
d’Ars,
diceva,
poi:
Esce
da
un'anima
in
cui
risiede
il
Santo
Spirito
un
buon
profumo,
come
di
vigna
quando
è
in
fiore.
Maria,
sorella
di
Marta,
anticipa
con
il
suo
gesto
l’unzione
aromataria
da
fare
al
corpo
di
Gesù,
dopo
la
sua
morte
in
croce
prima
della
sepoltura.
Ancor
di
più,
Maria
di
Betania
preannuncia
con
quell’unzione
pistiké
kai
polutíma
‐
pura
e
ricca
‐
quella
autentica
cristologia
della
bellezza
che
è
la
fonte
del
nuovo
culto,
della
Liturgia
nuova
e
perenne
che
il
Cristo
ha
inaugurato
con
il
suo
Mistero
Pasquale.
In
questa,
a
differenza
dell’antico
culto,
tutti
i
sensi,
non
solo
l’olfatto,
e
tutte
le
dimensioni
corporee
sono
implicate
perché
dignos
nos
habuisti
astare
coram
te
et
tibi
ministrare18.
Dio
stesso
in
Cristo,
per
lui
e
con
lui
ci
ha
trovato
degni
di
stare
eretti
davanti
a
lui:
mai
potremmo
esserne
degni
da
noi
stessi!
E
di
celebrare
il
suo
culto:
e
mai
lo
potremmo
senza
Lui!
Degni
nella
nostra
totale
interezza
corporea,
sensuale
e
intellettuale.
Degni
di
astare
di
assumere
la
stessa
posizione
eretta
che
il
Cristo
glorificato
per
potenza
di
Spirito
Santo
nella
Resurrezione
assume
17
Pedagogo,
II,
8;
PG
8,
472
B‐C.
18
Anafora
Eucaristica
II:
Ti
rendiamo
grazie
per
averci
fatto
degni
di
stare
davanti
a
Te
e
di
servirTi.
9
quando
si
manifesta
alla
sua
Chiesa:
Venne
Gesù
dove
erano
radunati
i
discepoli
per
timore
dei
giudei
ed
stava
in
piedi
in
mezzo
a
loro
(astabat
in
medio
eorum)
(Giovanni
20,19).
La
potenza
della
Resurrezione
abilità
la
dignità
del
battezzato
a
ministrare,
non
un
semplice
servire
–
come
ambiguamente
e
in
modo
inadatto
dice
la
traduzione
italiana
della
Prece
Eucaristica
II
–
ma
a
un
servire
in­liturgia,
ad
agire
nel
culto
ed
esserne
ministri.
4.
PULCHRUM
ET
APTUM
AD
CELEBRANDUM.
La
liturgia
cristiana
non
è
una
semplice
congregatio,
una
riunione
o
un
insieme
di
persone.
La
liturgia
convoca
in
assemblea
santa
i
battezzati,
stirpe
eletta,
sacerdozio
regale,
nazione
santa,
popolo
che
Dio
si
è
acquistato
perché
proclami
le
opere
meravigliose
di
lui
(1
Pietro
2,9).
Come
membra
del
Corpo
di
Cristo
(Efesini
5,30),
i
battezzati‐in‐liturgia
hanno
in
Cristo
stesso
il
loro
Sommo
ed
eterno
Sacerdote
e
sono
adunati
cum
Christo
Capiti,
con
Cristo
Capo.
Solo
in‐liturgia
i
battezzati
rendono
pienamente
visibile
la
loro
identità
ontologica,
quella
conferitagli
con
l’acqua
e
l’unzione
crismale
del
battesimo
con
cui
Cristo
stesso
li
consacra
con
il
crisma
di
salvezza,
perché
inseriti
in
Cristo,
sacerdote,
re
e
profeta,
perché
siano
sempre
membra
del
suo
corpo
per
la
vita
eterna19.
La
liturgia
cristiana,
poi,
non
è
una
velleitaria
sequenza
di
parole
e
neppure
l’occasione
di
un
insegnamento
o
di
una
catechesi,
che
sia
altra
dalla
liturgia
stessa.
La
liturgia
è
la
suprema
mistagogia
che
porta
l’essere
del
cristiano
a
Cristo
e
che
lo
fa
Cristo,
come
ci
ricorda
efficacemente
sant’Agostino:
Estote
quod
videtis
et
accipite
quod
estis20.
La
liturgia
cristiana,
infine,
ha
un
triplice
inscindibile
e
perentorio
ordine:
quello
del
corpo,
della
dignità
e
della
bellezza.
Corporalmente
l’assemblea‐in‐liturgia
è
totalmente
assunta
a
Cristo
Capo
e,
per
questo,
ogni
battezzato‐in‐liturgia
è
chiamato
a
esercitare
ogni
capacità
intellettuale,
motoria,
e
ogni
aspetto
della
sua
sensualità,
incluso
l’olfatto.
Per
la
dignità,
poi,
è
quel
buon
ordine
–
eutaxía
–
che
i
Padri
della
Chiesa
prescrivevano
e
che
Cirillo
di
Gerusalemme
così
spiegava
ai
neo‐batezzati:
Sei
entrato,
sei
stato
giudicato
degno,
e
il
tuo
nome
è
stato
registrato;
ormai
puoi
ammirare
la
nostra
santa
struttura
ecclesiale,
contemplare
l’ordine
e
la
dottrina,
sentire
come
vi
si
leggono
le
Scritture
e
conoscere
i
membri
del
clero,
la
sequenza
logica
dell’insegnamento
che
viene
dispensato,
e
lasciati
educare
da
quello
che
è
sotto
i
tuoi
occhi21.
19
Rituale
del
Battesimo,
Unzione
Crismale.
20
Sant’Agostino,
Sermones,
272.
21
Cirillo
di
Gerusalemme,
Protocatechesi
4.
10
E
cos’era
sotto
gli
occhi
dei
battezzati‐in‐liturgia,
ai
tempi
dei
Padri
della
Chiesa?
Lo
descrive
lo
scrittore
siriaco
Narsai:
L’altare
è
qui
coronato
di
bellezza
e
splendore;
sopra
di
esso
c’è
l’Evangelo
di
vita
e
il
Legno
adorabile.
I
misteri
sono
disposti
in
ordine,
i
turiboli
fumano,
le
lampade
brillano,
i
diaconi
agitano
ventagli
alla
maniera
dei
Vigilanti22.
Questi
due
testi
ci
testimoniano
quale
fosse
l’esperienza
olfattiva
in‐
liturgia
del
neo‐battezzato,
all’epoca
una
persona
adulta.
L’unzione
del
capo
con
il
crisma
che
gli
permetteva
di
entrare
perché
giudicato
degno.
E,
poi,
i
turiboli
fumano,
le
lampade
–
all’epoca
alimentate
da
olii
e
resine
profumate
–
brillano,
i
diaconi
agitano
ventagli
aumentando
così
la
dispersione
degli
effluvi
di
olii
e
incensi
e
rendendo
l’oikía
leitourgías,
l’aula
liturgica,
epleróthe
ék
tés
osmés,
ripiena
di
quel
profumo.
Nell’ordine
della
bellezza,
infine,
la
liturgia
è
eukosmía.
La
stessa
perenne
e
inesauribile
cosmogonia
del
Creatore,
che
rende
e
dichiara
bello,
buono
e
giusto
(tob
nel
testo
della
Genesi)
la
perpetuazione
dell’atto
creativo,
che
in
liturgia
diventa
teandrico,
perché
efficacemente
e
misteriosamente
congiunge
Dio
e
il
credente‐in‐liturgia.
Eukosmía,
insieme,
perché
è
l’eterno
e
il
bell‐agire
di
Cristo
Sacramentum
Salutis.
La
liturgia,
ancora,
arte
per
eccellenza;
ars
artium,
l’albero
stesso
che
porta
tutte
le
arti
e
le
fa
fiorire
alimentandole
dall’interno23.
La
bellezza
liturgica
non
deriva
dal
senso
dell’estetica.
È
diretta
emanazione
dell’epifania
del
Cristo‐
Pasqua
e
per
essere
compresa
esige
una
radicale
cristologia
della
bellezza24,
non
con
fine
estetico
ma
con
alfa‐omega
epifanico
e
cristico,
incoativo
ed
escatologico,
nella
pienezza
delle
sue
dimensioni
visibili
e
invisibili,
temporali
ed
eterne.
Confrontando
le
testimonianze
liturgiche
dei
Padri
della
Chiesa,
potremmo
osservare
che
nell’attuale
ordinamento
della
liturgia
cattolica,
in
realtà,
poco
è
cambiato
rispetto
agli
usi
liturgici
della
Chiesa
antica.
Ancora,
oggi,
l’uso
di
olii,
in
particolare
del
crisma,
è
richiesto
nel
Battesimo,
nella
Cresima,
e
nelle
Ordinazioni.
Un
altro
olio,
meno
aromatico
del
crisma,
è
usato
nel
Battesimo
e
chiamato
olio
dei
catecumeni.
Un
altro
ancora,
olio
degli
infermi,
è
impiegato
per
amministrare
il
sacramento
dell’Unzione.
Nulla
è
cambiato,
poi,
circa
l’utilizzo
di
lampade
e
candele;
anzi
i
Prenotanda
del
Messale
Romano
ne
indicano
come
obbligatorio
l’uso,
insieme
alle
tovaglie,
al
corporale
e
alla
croce:
La
celebrazione
dell'Eucaristia,
nel
luogo
sacro,
si
deve
compiere
sopra
un
altare;
fuori
del
luogo
sacro,
invece,
si
può
compiere
anche
sopra
un
tavolo
adatto,
purché
vi
siano
sempre
una
tovaglia
e
il
corporale,
la
croce
e
i
candelabri25.
22
Narsai,
Omelie
17
(Esposizione
sui
Misteri).
23
Cfr.
F.
Cassingena‐Trévedy,
La
Liturgie:
art
et
métier,
pp.
13‐19.
24
Cfr.
Sant’Agostino,
Commento
ai
Salmi,
XLIV,
3.
25
Istitutio
Generalis
Missalis
Romani,
297.
11
Circa
l’uso
dell’incenso,
anche
in
questo
caso
nulla
è
cambiato.
Anzi,
se
il
Messale
Romano
e
i
Rituali
della
Riforma
Tridentina
ne
limitavano
espressamente
l’uso
alla
sola
Messa
Solenne
e
a
quella
Cantata,
il
Messale
Romano
promulgato
da
Papa
Paolo
VI
prevede,
al
contrario,
che:
Incensum
ad
libitum
adhiberi
potest
in
qualibet
forma
Missae
(l’incenso
si
può
usare
a
piacimento
in
qualunque
forma
della
Messa)26.
Gli
stessi
Prenotanda
ai
Libri
Liturgici
ne
codificano
le
modalità
d’impiego
in
tutte
le
celebrazioni
liturgiche:
Eucarestia,
Rituali
Sacramentali,
Rituali
di
Benedizione
e,
non
da
ultimo,
nella
celebrazione
della
Liturgia
delle
Ore.
Nonostante
questo,
tuttavia,
assai
raramente
le
nostre
chiese
sono
epleróthe
ék
tés
osmés,
ripiene
di
profumo!
Ci
pare
anche
questa
una
delle
ragioni,
in
primo
luogo,
che
rendono
necessario
e
urgente
che
le
celebrazioni
liturgiche
siano
riscoperte
quale
“sacramento,
quale
gesto
ecclesiale
di
Gesù
Cristo
verso
l’uomo”27.
Appare,
in
secondo
luogo,
necessario
riscoprire
che
ogni
liturgica
actio
è
l’Assenso
del
Mistero
di
Dio
al
Suo
popolo,
e
non
il
facile
consenso
degli
astanti
al
celebrante
o
a
coloro
che
animano
o
hanno
preparato
l’azione
litugica.
Sembra,
inoltre,
utile
ripetere
che
la
liturgia
per
sua
natura
è
actio,
il
medesimo
agire
creaturale
di
Dio,
e
non
una
mera
e
stanca
auditio.
Ciò
che
per
sua
essenza
è
leitourgía
azione
comune
del
Cristo
Capo
con
il
suo
Corpo,
fattosi
assemblea‐in‐liturgia,
non
può
mai
e
non
deve
essere
trasformata
in
una
modestissima,
trascurata
e
trascurabile
cerimonia,
per
altro
noiosa.
La
liturgia,
somma
regola
del
credere,
infine,
non
può
mai
essere
distinta
o
persino
dissociata
dalla
bellezza
di
Colui
che
è
la
bellezza
stessa,
come
scrive
ancora
sant’Agostino:
Interroga
la
bellezza
della
terra,
del
mare,
dell’aria
rarefatta
e
ovunque
espansa,
interroga
la
bellezza
…
La
loro
bellezza
è
un
inno
di
lode
–
confessio
laudis
–
e
chi
ha
fatto
tutto
questo
se
non
uno
che
è
bello
–
pulcher
–
in
modo
immutabile?28
Bisogna
riconoscere
che
dall’oíkia
leitourgías
da
troppi
anni
è
stata,
spesso,
assente
l’arte
del
profumiere!
Come
abbiamo
visto
nel
capitolo
trentesimo
dell’Esodo
per
ben
due
volte
JHWH
ordina
a
Mosè
che,
nella
preparazione
dell’incenso
per
l’offerta
e
in
quella
dell’olio
per
l’unzione,
tutto
si
compia
secondo
l’arte
del
profumiere.
È
questa
un’arte
necessaria
perché
i
segni
liturgici
e
sacramentali
ritornino
a
significare,
anche
all’olfatto,
ciò
che
manifestano.
A
dire
il
vero,
pochi
accorgimenti
con
l’aiuto
dell’arte
del
profumiere
26
Istitutio
Generalis
Missalis
Romani,
276.
Si
dovrebbe
far
notare
che
nella
tertia
editio
tipica
dell’Ordinamento
Generale
del
Messale
Romano
pubblicata
a
cura
della
Conferenza
Episcopale
Italiana
(2000),
il
traduttore
ha
commesso
un
pericoloso
e
fuorviante
errore
di
traduzione
dal
latino:
ad
libitum
vuol
dire
a
piacimento,
quando
si
ritiene,
e
non
significa
facoltativo.
La
traduzione
italiana
recita
al
contrario:
l’uso
dell’incenso
è
facoltativo!
27
H.U.
von
Balthasar,
Gloria
I,
p.
542.
28
Sant’Agostino,
Sermones,
241.
12
potrebbero
ridare
verità
alle
nostre
liturgie.
Sostituire
le
false
candele
di
plastica,
così
impietosamente
diffuse
nelle
nostre
chiese,
con
candele
vere
e
aromatizzate
con
essenze
proprie
della
tradizione
biblica
e
liturgica.
L’assemblea
liturgica
potrebbe
riscoprire
anche
sensualmente
la
bellezza
dell’esortazione
del
Siracide:
Come
incenso
spandete
un
buon
profumo,
fate
fiorire
fiori
come
il
giglio,
spargete
profumo
e
intonate
un
canto
di
lode;
benedite
il
Signore
per
tutte
le
opere
sue
(39,14).
Il
buon
senso
–
più
che
i
divieti
della
normativa,
che
per
altro
non
sono
mai
rispettati
–
dovrebbero
poi
spingere
a
far
scomparire
dalle
nostre
chiese
i
ceri
pasquali
di
plastica,
e
a
utilizzare
sempre
e
solo
ceri
di
vera
cera
e
profumati,
così
come
esige
il
senso
e
la
lettera
del
magnifico
Preconio
Pasquale,
che
apre
la
Madre
di
tutte
le
Veglie
nella
notte
della
Pasqua:
Oramus
ergo
te,
Domine,
ut
cereus
iste
in
honorem
tui
nominis
consecratus,
ad
noctis
huius
caliginem
destruendam,
indeficiens
perseveret.
Et
in
odorem
suavitatis
aceptus,
supernis
luminaribus
misceatur29.
L’incenso,
anche
quando
e
assai
scarsamente
usato,
più
che
uno
stimolo
all’olfatto
è,
spesso,
un
fastidio,
perché
dai
turiboli
esce
molto
fumo
ma
quasi
nessuna
fragranza.
L’abitudine,
molto
commerciale
ma
assai
poco
liturgica,
d’acquistare
incensi
di
produzione
industriale
e
non
artigianale,
di
dozzinale
composizione
e
di
non
selezionata
fragranza
ci
priva
di
poter
esercitare
quando
siamo
battezzati‐in‐liturgia
uno
dei
componenti
della
nostra
fisicità:
l’olfatto.
Per
gli
olii,
spesso
conservati
non
in
ampolle
ma
in
piccoli
contenitori
pieni
di
bambagia,
e
in
particolare
per
il
crisma
è
necessario
che
ritornino
alla
loro
funzione
originaria
e
sacramentale:
ungere
e
profumare.
Questi,
poi,
andrebbero
effusi
direttamente
da
un’ampolla
e
non
trasmessi
per
contatto
dal
celebrante
che
bagna
il
pollice
su
di
un
cotone
intriso
d’olio.
L’arte
del
profumiere
sarebbe
pure
necessaria
per
la
conservazione
delle
vesti
liturgiche.
Queste,
in
primis,
per
il
celebrante
ma
anche
per
chi
svolge
uno
specifico
ministero
liturgico,
sono
sovrabbondanza
di
vesti,
non
un
essere
svestiti,
e
la
liturgia
ci
conduce
sulla
via
di
questa
sovrabbondanza
di
vesti,
sulla
via
della
salvezza
del
corpo
nel
corpo
di
Cristo
risorto
che
è
la
nuova
casa
che
dura
in
eterno,
nei
cieli,
non
costruita
da
mano
d’uomo30.
La
doverosa
dignità
e
il
decoro
delle
vesti
liturgiche
sono
stati
spesso
sminuiti
dall’abusato
e
–
a
dire
il
vero
‐
poco
compreso
concetto
di
nobile
semplicità,
dove
quest’ultima
soggiaceva
inerte
sotto
l’impellente
aggettivo.
Dignità
e
decoro
possono,
invece,
trovare
maggiore
trasparenza
liturgica
se
accompagnati
dal
buon
profumo
del
pulito
e
dell’ordine.
29
Ti
preghiamo
dunque,
o
Signore,
che
questo
cero
offerto
in
onore
del
Tuo
nome
per
illuminare
l’oscurità
di
questa
notte,
risplenda
di
luce
che
mai
si
spegne.
Salga
a
Te
come
profumo
soave,
si
confonda
con
le
stelle
del
cielo.
30
Joseph
Ratzinger,
Einfuhrung
in
den
Geist
der
Liturgie,
214.
13
Sono
questi
solo
alcuni
esempi
di
come
la
scienza
e
l’arte
del
profumiere
siano
ancora
quanto
mai
necessari
per
ridare
verità
d’intenzioni
ai
segni
e
alle
celebrazioni
liturgiche.
In
nessun
ambito
–
infatti,
come
ammoniva
Guardini
‐
la
profanazione
della
parola,
lo
svuotamento
dell'agire,
la
vanificazione
del
segno
è
così
terribile
quanto
nella
vita
liturgica31.
Ci
ha
lasciato
scritto
Basilio
di
Cesarea:
Se
il
mare
è
bello
e
degno
di
lode
davanti
a
Dio
quanto
non
è
più
bella
quest’assemblea
liturgica
nella
quale
il
suono
delle
voci
miste
di
uomini,
donne
e
bambini,
come
quello
dei
flutti
che
si
frangono
sulla
riva,
s’innalza
nelle
nostre
preghiere
rivolte
a
Dio.
Una
calma
profonda
la
conserva
imperturbata32.
Il
battezzato‐in‐liturgia
trova
la
pienezza
del
suo
essere
Cristo
e
di
Cristo.
Lo
può
quando
il
suo
essere‐in‐liturgia
coniuga,
nella
calma
profonda
che
rende
imperturbabili,
ordine,
dignità
e
bellezza;
non
per
una
mera
ricerca
dell’estetica,
ma
per
celebrare
l’avvento
epifanico
del
Mistero
ed
essere
parte
dell’estasi
eterna
della
Liturgia
celeste
di
cui
è
già
partecipe
e,
per
il
battesimo,
ministro
e
sacerdote.
Proprio
per
il
essere
ontologicamente
liturgico,
il
battezzato
può
essere
nel
mondo
la
viva
testimonianza
che
il
suo
essere‐in‐liturgia
è
l’indice
della
bellezza
più
certa
al
mondo.
Una
tale
bellezza
che,
come
l’olio
profumato
di
Maria
di
Magdala,
riempie
lo
spazio
e
il
tempo
del
Christi
bonus
odor
Deo,
del
buon
odore
di
Cristo
per
Dio,
che
i
battezzati‐in‐liturgia
sono,
per
coloro
che
si
salvano
e
per
coloro
che
si
perdono
(2
Corinti
2,15).
[email protected]
31
R.
Guardini,
I
santi
segni,
p.
5.
32
Basilio
di
Cesarea,
Omelie
sull’Esamerone,
4,7.
14
Summary
La
liturgia
arte
per
eccellenza;
ars
artium,
l’albero
stesso
che
porta
tutte
le
arti
e
le
fa
fiorire
alimentandole
dall’interno.
La
bellezza
liturgica
non
deriva
dal
senso
dell’estetica.
È
diretta
emanazione
dell’epifania
del
Cristo‐Pasqua
e
per
essere
compresa
esige
una
radicale
cristologia
della
bellezza,
non
con
fine
estetico
ma
con
alfa‐omega
epifanico
e
cristico,
incoativo
ed
escatologico,
nella
pienezza
delle
sue
dimensioni
visibili
e
invisibili,
temporali
ed
eterne.
A
questa
arte
e
bellezza
può
e
deve
potere
contribuire,
ancor
oggi,
quella
che
il
libro
dell’Esodo
chiama
a
più
riprese
l’arte
del
profumiere.
Un’arte
che
riecheggia
anche
nel
Nuovo
Testamento
e
che
fin
dalle
origini
del
culto
cristiano
è
stata
pulchra
et
apta
alla
celebrazione
del
mistero
che
nascosto
da
secoli
e
da
generazioni
è
ora
celebrato
dai
credenti‐in‐liturgia.
Pubblicato
in:
Rivista
liturgica,
Psicologia
e
culto,
Terza
Serie,
Anno
XCVIII,
fascicolo
1,
gennaio‐febbraio
2011,
pp.
149‐160.

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di Gian Pietro Caliari ∗ Il profumo sta alla bellezza, come la gioia