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Accordo Enel-Provincia: 10 anni di lavori sul fondale del lago Centro Cadore
ANNO 2010 - IL LAGO CHE NON C’E’
l restyling del lago Centro Cadore, vale a dire
I
lo svuotamento del bacino
con l’asportazione del materiale ghiaioso e dei fanghi,
sembra essere diventato ormai una necessità. Sia sotto
il profilo ambientale, quanto
per il proseguo dello sfruttamento energetico. Per proporlo, l’Enel deve avere fatto
i suoi calcoli. Che non collimano però con le aspettative
della popolazione dei paesi
rivieraschi, allarmata dalla
prospettiva di ritrovarsi immersa per forse 10 anni in
un paesaggio di fango e di
scavi. Altro che assicurazioni date da più parti di mantenere le acque del lago a livello, almeno nella stagione
estiva, per salvaguardare lo
splendido panorama ormai
acquisito e l’habitat della valle del Centro Cadore.
Riassumiamo quelli che
dovrebbero essere i lavori
previsti nel progetto Enel
una volta svuotato il bacino e
fatta salva la portata minima
se, potendo contare su tutti
i servizi alberghieri, cioè su
accoglienza, assistenza, ristorazione, spazi e ser vizi
comuni per gli ospiti, alloggiando in case e camere che
distano non oltre 200 metri
dal “cuore”: sono queste le
condizioni per istituire il cosiddetto “albergo diffuso” e
anche Zoppè, il piccolo Comune disposto sotto il Pelmo, è interessato all’interessante esperienza.
Una riunione ospitata in
municipio è valsa a verificare
se ci sono le condizioni perchè l’iniziativa decolli. Oltre
al sindaco Renzo Bortolot,
erano presenti come relatori
In montagna la sicurezza deve
essere posta al primo posto
adesso il Cadore ha scoperto il “nemico” neve.
Attesa e auspicata quale preziosa risorsa per il
E
decollo della macchina dell’industria turistica, è arri-
Con i lavori proposti, quali saranno i disagi per il territorio?
Il parere dell’esperto: operare in un piano generale di
protezione ambientale a monte, altrimenti, fra 10 anni, a
fine lavori, ci si troverà quasi nella medesima situazione
vitale del Piave: nei pressi
della diga di Sottocastello il
materiale ghiaioso verrà raschiato e smaltito via acqua;
nella zona del Molinà il fondale verrà raschiato ed il materiale convogliato al terminal ferroviario per venire trasportato in pianura; il mate-
riale prelevato all’imboccatura lago verrà invece portato
con camion nel vicino territorio di Cima Gogna. In tal modo saranno asportati 6 milioni di metri cubi, una volta
conclusi i lavori, forse nel
2020, e il bacino diventerebbe più capiente e più curato.
Come si diceva, ripulire il
lago è ormai una necessità,
pena il progressivo interramento. Ma gli interessi dell’Enel sono anche gli interessi della popolazione rivierasca? E la Provincia che dovrebbe dare il benestare, da
che parte sta? (segue a pag.4)
ZOPPE’ - SI PUO’ FERMARE IL DECLINO E
LO SPOPOLAMENTO METTENDOSI ‘IN RETE’
ffrire agli ospiti l’esperienza di vita di
O
un centro storico di un pae-
LA NEVE, CHE PROBLEMA
l’assessore provinciale Irma
Visalli, Renato Morena e Roberto De Filip; questi ultimi
hanno presentato le esperienze su questo tipo di ospitalità che si sta concretizzando a Fornesighe e in Alpago. Il sindaco ha sottolineato le opportunità concrete della prospettiva che punta, tra l’altro, al recupero del
patrimonio edilizio semiabbandonato e ad uno sviluppo
economico che potrebbero
fermare il declino e lo spopolamento del Comune; il sindaco ha quindi auspicato un
risveglio di interesse ed un
vero coinvolgimento di tutti
coloro che hanno a cuore il
futuro di Zoppè.
Per far partire l’iniziativa,
sarebbe sufficiente anche
I DUBBI DEI VECI ALPINI
solo mettere “in rete” l’offerta ricettiva esistente e potenziale: chi affitta già, o potrebbe affittare appartamenti e
stanze dovrebbe costituire
una cooperativa per la gestione e la promozione coordinata ed unitaria di questo
sistema di ospitalità diffusa.
BDV
I SINDACI
GIUDICANO IL
LORO MANDATO
vata in quantità da far paura determinando uno stato
di continua emergenza. Una vera sorpresa, questo inverno bianco, con alle spalle anni di magra in cui l’assenza dell’evento metereologico ci aveva abituato all’immagine dei cannoni in azione sulle piste per consentire almeno un surrogato artificiale in grado di
soddisfare legioni di impazienti sciatori. All’opposto,
stavolta le precipitazioni sono state tali e tante, da rischiare di compromettere la stagione, destando ansie
e apprensioni tra consorzi e operatori.
Lasciamo volentieri la parola agli esperti quanto all’interpretazione dell’eccezionale fenomeno. A noi, protesi
per mestiere sul versante della cronaca quotidiana, è bastato assistere ai veri e propri bollettini di guerra che
giornalmente ci pervenivano da stremate squadre di vigili del fuoco alla prese con decine e decine di interventi. Si era arrivati - ci hanno spiegato - ad una sorta di vera e propria psicosi, con timori più o meno fondati fra la
gente di crollo imminente del tetto di casa, gravato da
metri di coltre nevosa. In qualche caso il paventato rischio si è trasformato in realtà. In altri ansia e tensione
hanno determinato una specie di nevrosi collettiva.
Ora, avviatici verso l’uscita del tunnel invernale, l’emergenza che ci lasciamo alle spalle suggerisce una
riflessione. La neve, in mezzo ai disagi e danni che l’
hanno accompagnata, ha se non altro riportato alla luce l’idea dell’importanza di riscoprire quei valori di
solidarietà su cui le antiche comunità da cui discendiamo hanno basato la propria sopravvivenza per secoli. Abituati come siamo stati finora all’idea di un territorio sempre più inteso in chiave di appetibile prodotto turistico, siamo finiti con il sopravvalutarne pregi e fortune, dimenticandone svantaggi e rischi. Ciò
ha fatto sì che ogni sforzo sia stato rivolto alla promozione dell’immagine e dell’offerta di ospitalità, trascurando di tenere nel debito conto le condizioni indispensabili per una qualità della vita in montagna in
cui la sicurezza sia posta al primo posto. È vero che
l’emergenza è stata particolare. Ma ci si dovrebbe
chiedere se, quanto a misure per contrastarla, si era
veramente preparati ad una simile eventualità o non
ci si è affidati all’idea che c’è sempre qualcuno tenuto
a provvedere per tutti. E deve farlo presto e bene. Le
polemiche determinatesi in questo o quel paese nella
contingenza attestano che le cose stanno proprio così.
Tutto questo è frutto di una diffusa mentalità che, a nostro avviso, va cambiata. Insomma è mai possibile che
proprio nel momento in cui invochiamo forme di autonomia e autogestione in nome di un atavico spirito di intraprendenza, ci riduciamo alla “delega” permanente davanti a sfide della natura con cui i nostri vecchi, pur con i loro modesti mezzi, sapevano misurarsi? La lezione “neve”
forse qualche cosa ha insegnato. Facciamone tesoro.
Bruno De Donà
“L’opera che più mi
“Nostro orgoglio è
ha coinvolto è
aver creato la
la ristrutturazione
cittadella scolastica”
del rifugio Talamini”
a pag.7
SILVER DE ZOLT a pag. 6 Guido Calvani
LA FESTA DEL BATTAGLIONE
Il raduno di Belluno fa spostare il tradizionale
appuntamento del Battaglione Cadore a Pieve
a 55 anni si sono ritrovati
alla Caserma “Calvi” di
D
Tai i veci alpini che avevano
combattuto o che erano stati in
forza al “Battaglione Cadore”.
Era un’appartenenza, anche fisica, un modo per rivedere vecchi
commilitoni e comandanti, una
festa per ricordare le glorie del
corpo, un momento di preghiera per quanti se n’erano andati.
Era loro quella domenica di fine
agosto, non era la solita sfilata.
Ma si sa, a forza di ridimensionarsi (la “Cadore” è stata
sciolta nel 1997) e di omologare, si rimane senza niente. Ora i
“veci della Cadore” rischiano di
perdere anche questo appuntamento, l’ANA provinciale ha infatti chiamato gli alpini a Belluno in tale data per il raduno della Brigata Cadore.
Il malumore serpeggia, il
gruppo alpino di Pieve di Cadore ha deciso di prendere posi-
zione e di non inviare il gagliardetto a Belluno per protesta,
proseguendo invece nell’organizzazione della propria tradizionale manifestazione di fine
agosto a Pieve di Cadore.
Questo è quanto oggi è dato a
sapere a chi scrive. Domani,
forse, anche i “veci della Cadore” dovranno adeguarsi alle inevitabili mediazioni e così, passo
dopo passo, anche il ricordo degli alpini si allontanerà.
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A POINT OF YOU
mod. CHAMPION
RACING SUNGLASSES SINCE 1956
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MUSEO CHE E’ UN GIOIELLO DA VEDERE UN MONDO IN ARCHIVIO
l Museo dell’Occhiale
di Pieve di Cadore proI
segue la sua evoluzione
grazie ad una nuova collezione, ritenuta dagli esperti
di notevole importanza per
il settore, donata dall’illustre ottico Umberto Giacobbi. Il nuovo assortimento andrà così ad aggiungersi al già ricchissimo bagaglio di raccolte presenti all’interno della mostra.
Giacobbi, originario cadorino ma residente ad Udine,
è figlio di Emilio che da Calalzo emigra in terra friulana nel 1926 e dopo due anni
di esperienza nel negozio
dello zio Innocente nel 1928
apre una propria attività di
ottico. Questa verrà rilevata
poi proprio da Umberto e
da Ennio, il fratello, condotta con successo e competenza fino al 2008. Nel 1962
Umberto Giacobbi, diplomato perito ottico a Milano,
per tre anni ha insegnato alla scuola professionale di ottica a Pieve. Il legame con il
Alle raccolte presenti al Museo
dell’Occhiale si aggiungerà in
estate la nuova collezione
donata da Umberto Giacobbi
suo territorio di origine ha
spinto Umberto al dono al
Museo dell’Occhiale di importantissimi reperti che la
sua famiglia ha raccolto in
80 anni di attività.
Laura Zandonella, curatrice del Museo cadorino,
precisa: «La donazione
comprende molti occhiali di
tipo sportivo, macchinari di
ottica ancora perfettamente
funzionanti, stampi in celluloide di inizio novecento di
marche molto importanti.
Ci sono poi fotografie di alcune fabbriche cadorine, valige con set di lenti prova vista, binocoli, una rarissima
lanterna magica dell’Ottocento, lastre fotografiche,
astucci e molti altri reperti
di valore, utili per ricostruire e raccontare la storia e
l’evoluzione della lente e dell’occhiale nel XX secolo».
L’allestimento che consentirà di poter ammirare i
nuovi arrivi sarà disponibile però solo quest’estate, in
contemporanea ad un altro
grande evento che si terrà
sempre al museo di Pieve.
Nell’anno internazionale
dell’astronomia infatti anche il paese di Tiziano renderà omaggio al matematico Galileo Galilei che esattamente 400 anni fa, nel
1609, posizionò per la prima volta il suo telescopio
verso il cielo stellato e le cui
rivoluzionarie
scoperte
cambiarono completamente il modo di pensare e l’interpretazione dell’universo.
Numerose manifestazioni si sono tenute in tutta
Due occhiali del XX sec. a
prismi o a specchio per
riflettere il testo e leggere
senza dover sollevare la testa
Italia come a Firenze dove
da poco è stata inaugurata
la mostra “Galileo e l’Universo dei suoi libri” e a Padova dove si può visitare
l’esposizione “Il futuro di
Galileo”. Pieve dunque non
sarà da meno e all’interno
della sede del museo dell’occhiale allestirà nel prossimo luglio una prestigiosa
galleria con oggetti, strumenti ed apparecchiature
astronomiche. Verranno
inoltre installati dei telescopi all’ultimo piano dell’edificio dove i visitatori vi potranno accedere per poter
ammirare le bellezze e il fascino della volta celeste.
Un’iniziativa senz’altro
singolare e suggestiva creata per avvicinare tutta la comunità al mondo scientifico. La mostra rimarrà aperta da luglio ad ottobre per
permettere le visite guidate
anche agli studenti delle
scuole del territorio.
Daniele Collavino
Breviario con sagoma
per custudire occhiale
Esemplari presentati nel
1993 alla Biennale di
Venezia: “L’equilibrista”,
“Sogno infranto”,
“Scacco matto”
Fassamani del XVIII sec. e
astucci in madreperla e in seta
Da Lagole al Monte Calvario a Resinego, c’è tanto da
valorizzare e tutelare - Serve una mentalità diversa
Gruppi di studenti cadorini in
Magnifica Comunità per conoscere
il patrimonio storico artistico
rugare nel passato alla ricerca dei propri antefatti:
lo fanno gli storici di professione perché il loro comF
pito è quello di restituirgli una fisionomia riconoscibile; e
lo fanno tutti coloro per i quali la storia non è un repertorio di eventi, ma il presupposto di ogni comprensione del
presente, una rete di valori necessaria a impedire l’impoverimento del tasso morale e civile di un popolo.
Chi crede nella importanza della tradizione, ossia nella trasmissione - e nella lezione - di ciò che è stato, lavora anzitutto per il suo rispetto e la sua conservazione, e
i primi destinatari di una cultura della continuità sono e
devono essere i giovani: è grazie a loro soprattutto che
una civiltà si perpetua nel tempo ed è perciò a loro che
deve in primo luogo rivolgersi l’attenzione sociale. E essi rispondono, mostrandosi spesso capaci di una grande serietà di motivazioni e di intenzioni, che può stupire soltanto chi si ferma alle cronache della peggio gioventù. A loro spetta il compito, essenziale in tempi di
omologazioni diffuse, di rintracciare i connotati che disegnano una identità.
Tutto ciò come premessa per introdurre una notizia:
a Pieve di Cadore, per l’iniziativa della Magnifica Comunità e con la convinta collaborazione della scuola locale, gruppi di studenti sono periodicamente chiamati a
partecipare - da veri protagonisti - a un progetto di approccio conoscitivo al patrimonio storico e artistico della propria terra (di solito tra i più ignorati dagli stessi
cittadini). Un patrimonio che la cittadina del Cadore
raccoglie certo intorno al nome di Tiziano, ma anche - e
non secondariamente - nelle numerose e diverse attestazioni della sua storia: palazzi, musei, archivi in cui
sono ordinati documenti risalenti sino ai secoli XIII e
XIV; statuti, ordinamenti, delibere, tutta la vita di una
comunità che ha talora sofferto lo straniero, che è stata
coinvolta nelle vicende nazionali, ma ha sempre mantenuto orgogliosamente il segno distintivo di una autonomia prima amministrativa e poi culturale.
Ora un prezioso regesto viene così aperto alla conoscenza dei giovani cadorini: preparati dai loro insegnanti e sotto la guida di un curatore interno appassionato e
competente, essi possono accedere ai documenti che
dal fondo dei secoli riportano nella luce della attualità le
antiche cadenze della loro storia. E se è vero che noi siamo ciò che siamo stati, è proprio ripercorrendo il filo di
questo lungo racconto che essi potranno meglio comprendere le ragioni del loro essere come sono, e non altrimenti. Si è invocato un risveglio della coscienza cadorina: questa è una buona strada per ritrovarlo.
Ennio Rossignoli
QUESTO SCONOSCIUTO MUSEO ARCHEOLOGICO
olteplici volte e da
più versanti e punti
M
di vista ci si è occupati dei
beni culturali della provincia di Belluno. In certi momenti proponendo, incoraggiando altre volte sferzando senza tanti complimenti i politici, gli amministratori e gli operatori economici. Lo spunto per tornare sull’argomento è dato
da Paolo Finotti, un volontario culturale tra i più impegnati di Pieve di Cadore,
che tempo fa, sulle pagine
di un quotidiano locale,
lanciava l’allarme sullo
scarsissimo interesse delle
scuole, in particolare quelle bellunesi, nei confronti
della casa del Tiziano e del
Museo Archeologico, due
importanti particolarità
della cittadina che, tuttavia, non sono le sole perché andrebbero aggiunti
altri monumenti ecclesiastici come le chiese e il padiglione vetrato antistante,
il palazzo municipale che
contiene i cospicui resti di
una villa romana mosaicata con notevoli rimanenze
d’impianto di riscaldamento ad ipocausto. Un’opera
di valorizzazione terminata
giusto tre anni fa ma non
ancora fruita nel pieno delle sue potenzialità.
Nel merito dell’unicità e
ricchezza costituita dai reperti conser vati nel Museo archeologico ospitato
ai piani superiori del palazzo della Magnifica Comunità, non può certo sfuggire come, nonostante le ripetute inaugurazioni, l’apparato didascalico - esplicativo sia ancora deficitario ed incomprensibile ai
visitatori mancando, addirittura, dell’indicazione dei
centri di provenienza dei
tanti ed interessanti reperti. Qui allora non c’entrano
campanilismo o destino cinico e baro che fa scappare
i professori, le scuole, il
pubblico e gli appassionati
da Pieve o dal Cadore. Innanzi tutto si deve cambiare mentalità e, soprattutto,
la concezione verso i segni
della storia siano essi arte,
archeologia, architettura
ed altro ancora. Se, difatti,
i primi a non conoscere le
proprie ricchezze culturali
sono proprio i cadorini, o
continuiamo a ritenere la
tutela, la ricerca e la valorizzazione un’inutile e dannosa perdita di tempo e denari invece che un investimento al “pari”, se non meglio, delle gravi colate di
cemento che continuano a
devastare il territorio con
la benedizione dei nostri
amministratori, dovremo
finalmente renderci conto
come i risultati non possono essere che scarsi se
non addirittura nulli.
Di Lagole con gli scavi
clandestini, di Auronzo con
la mancata creazione di
un’area archeologica di
Piazza Santa Giustina e le
difficoltà negli stanziamenti
per il proseguimento dello
scavo dell’importantissimo
santuario del Monte Calvario ci siamo occupati altre
volte; più urgente diviene
ora spostarsi a S. Vito di Cadore dove qualche tempo
addietro sono stati scoperti,
nella frazione di Resinego, i
cospicui resti di un villaggio
risalente, probabilmente, al
periodo tardo antico (IV-V
sec d.C.). Qui a seguito dell’allargamento della strada
che porta agli impianti sciistici della zona sono venute
alla luce stratificazioni antropiche, per un totale che
oltrepassa, abbondantemente, i cento metri lineari,
lungo le quali si sono raccolti molti frammenti di ceramica. Anche quassù è intervenuta, come da prassi,
la Soprintendenza Archeologica e in seguito incominciate le indagini scientifiche
da parte di un operatore ar-
cheologo incaricato dal comune, ma sono anche i problemi, connessi con la difficoltà di ritenere questo agi-
Unicità e
ricchezza
dei reperti
conservati al
Museo della
Magnifica
Comunità
re un investimento al pari di
quello relativo all’allargamento della strada e costruzione del muro. Si è riscontrato anche qui, come altrove in Cadore e nel resto della provincia, una forte e distruttiva reazione accompagnata da una chiusura mentale di fronte al bene culturale di qualsiasi natura e
consistenza esso sia. Perdurando una simile mentalità
non si va da nessuna parte e
sono, purtroppo, completamente inutili le lamentazioni perchè i primi affossatori
delle nostre ricchezze culturali siamo noi ritenendole
ostacoli da abbattere, nascondere, distruggere per
poter completare il sistematico impoverimento dei nostri territori e centri.
Statuetta preromana in bronzo
con iscrizioni scoperta a Lagole
Elmo gallico rinvenuto a Vallesella
(Museo Magnifica Comunità)
Frammenti
di ceramica
rinvenuti
recentemente
nella frazione
di Resinego,
a San Vito di
Cadore
Questa è l’analisi e la lezione che potrebbe essere
completata con i disastri
sui beni artistici e architettonici. L’unica soluzione sarebbe quella di mandarla a
memoria e metterla in pratica; in caso contrario, è
perfettamente inutile lamentarsi e non ricercare
dentro e tra noi le vere cause di una simile e grave situazione destinata a pregiudicare il futuro dei nostri
giovani. Se tanto è stato
oramai distrutto, molto ancora rimane da tutelare e
valorizzare. Non resta che
impegnarsi e cambiare radicalmente mentalità se vogliamo far sopravvivere i
centri di montagna e complessivamente la provincia
di Belluno, perché dalla
crescita culturale non si
può prescindere e discende
tutto il resto.
Eugenio Padovan
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IL LAGO CHE NON C’E’
rganizzata dalla
Famiglia
EmiO
CERIMONIA E ATTESTATI A PIEVE
granti ed Ex Emigranti
dalla prima pagina
del Cadore, si è svolta
nella sala consiliare di
Pieve di Cadore il 29
gennaio la cerimonia
per la consegna degli attestati di benemerenza
per gli oltre trent’anni di
lavoro svolti all’estero, a
14 cadorini. Essi sono:
Marcella Agnoli, Gianpietro De March, Augusto Baldovin, Licinio
Coletti, Ugo Del Favero, Gianpaolo Da Col,
Gianna Da Ru, Angelo
Fumei, Paolo Masariè,
Angela Gei, Raffaele Da
Corte, Vittorio Toscani,
Agostino Svaluto, Giusto Da Vanzo.
Presenti, oltre al sindaco Antonia Ciotti con
l’assessore Giovanna
Coletti, l’assessore alle
politiche dei flussi migratori Oscar De Bona
e, per il direttivo della
Famiglia, il vice presidente Ruggero Valmassoi, il segretario Luigi
Querincig, Renato Munerati, Francesco Giavi
e Giuliano Tabacchi.
Il sindaco del comune
di Pieve di Cadore, dopo
i convenevoli di rito, ha
ricordato quanto fatto
dagli emigranti con tanti
E i Comuni, non saranno allettati dal ristorno proposto sulla vendita degli inerti? Interrogativi che non sono stati sciolti, neppure
nella riunione pubblica tenutasi a Calalzo a fine
febbraio con assessori e tecnici della Provincia,
presente il presidente Sergio Reolon che ha apprezzato il “progetto grandioso” che consente
“di liberare i bacini dalla ghiaia” e di riscuotere
consistenti proventi, pur rivendicando il diritto
di stabilire (ma davvero può?) il livello ottimale
dell’acqua dei laghi della provincia.
Un approfondimento del tema ci è stato fornito da un esperto ingegnere idraulico che ha
operato nell’ambito di dighe e difesa del suolo. Lasciando a lui un prossimo intervento tecnico, a noi preme solo sollecitare la discussione sul futuro del nostro territorio. Meditiamo,
finché possiamo, perché il consistente makeup del lago che dovrebbe iniziare dal prossimo anno non è propriamente urgente, neppure per l’Enel, che oggi da questo lago produce ben poca energia.
Comunque, ecco qualche indicazione dall’esperto. L’apporto medio annuo di materiale
portato dalle acque nel lago è di 600 mila metri cubi; se s’intende asportare in 10 anni 6 milioni di metri cubi di materiale, cioè 600 mila
m3 all’anno, il beneficio sarà solo apparente, al
massimo si otterrà un abbassamento del fondale del Piave all’altezza dello scarico della
centrale di Pelos e lo svuotamento dei depositi di fango in corrispondenza delle opere di
presa e dello scarico di fondo alla diga. In termini d’energia, l’Enel non avrà vantaggi. Si
pensa di asportare 6 milioni di m3 sui 35 milioni di m3 d’interramento stimati: non è una gran
cosa. I fanghi, inoltre, se smaltiti per fluitazione dallo scarico di fondo della diga, oltre che
produrre acri odori e stagnazioni per la minima portata di flusso d’acqua, sarebbero distruttivi per la fauna ittica del Piave. Una volta
poi completata la pulizia del lago nel decennio,
chi assicura uno specchio d’acqua a livello costante?
In definitiva, conclude l’esperto, nulla vieta
nell’operazione di pulizia del lago d’essere rispettosi dell’ambiente e sensibili alle esigenze
della popolazione della vallata, dragando dalla
superficie del lago il materiale ghiaioso e aspirando i fanghi, smaltendo poi il tutto attraverso il vicino terminal ferroviario.
Non ci alletta, dal 2010, un lago che non c’è.
Renato De Carlo
na scuola diversa:
è questo che ha
U
spinto gli studenti a rea-
COME ABBONARSI
A MANO: Segreteria Magnifica Comunità di Cadore, Pieve di Cadore
CONTO CORRENTE POSTALE: N. 12237327 intestato a
“Il Cadore” - Piazza Tiziano - 32044 Pieve di Cadore (BL)
ASSEGNO BANCARIO o VAGLIA POSTALE a:
”Il Cadore” Piazza Tiziano - 32044 Pieve di Cadore (BL) - Italia
BONIFICO BANCARIO DALL’ITALIA presso:
Unicredit Banca Spa di Pieve di Cadore (BL) UNCRITB1D41
Codice IBAN IT21I0200861230000000807811
intestato a “Magnifica Comunità di Cadore”, causale “abbonamento”.
BONIFICO BANCARIO DALL’ESTERO presso:
Unicredit Banca Spa di Pieve di Cadore (BL) - UNCRITB1M90
codice IBAN IT21I0200861230000000807811
intestato a “Magnifica Comunità di Cadore”, causale “abbonamento”.
TARIFFE INSERZIONI
(per un centimetro di altezza, base una colonna):
12 inserzioni mensili € 13,00; 6 inserzioni mensili € 10.20;
a 4 colori e in ultima pagina tariffa doppia. IVA sempre esclusa.
La Direzione e l’Editore non rispondono delle opinioni degli articolisti.
Foto e articoli non pubblicati saranno restituiti solo a richiesta.
QUESTO NUMERO E’ STATO CHIUSO AL 2.3.2009
Un plauso ai quattordici cadorini, veri
‘ambasciatori’ dell’operosità italiana nel mondo
sacrifici, citando una
prima originale forma di
emigrazione risalente alla prima metà del XIX secolo, quando alcune persone di Pozzale di Cadore formarono una società per la fabbricazione di
cappelli denominata “Società dei Cappellai”, operante in gran parte d’Italia e anche all’estero.
Il vice presidente
Ruggero
Valmassoi,
portando il saluto del
presidente dell’A.B.M
Gioachino Bratti, ha rin-
graziato i presenti, sottolineando la costante
partecipazione dell’assessore De Bona, attento e sempre disponibile
nel supportare le varie
“Famiglie”, anche aiutandole a risolvere i vari
problemi che si trovano
ad affrontare. Concludendo, Valmassoi ha rivolto un plauso particolare a coloro che hanno
onorato il nostro Paese
all’estero con il loro lavoro e il comportamento esemplare, “veri am-
basciatori dell’operosità
italiana nel mondo”.
Le varie Famiglie bellunesi sono costituite anche da uomini e donne
impegnati ancora oggi in
giro per il mondo, ad
esempio nella produzione del tradizionale gelato italiano. Dopo questo
esordio, nell’intervento
di Oscar De Bona, non è
mancato un doveroso richiamo ai sacrifici degli
emigranti, ad esempio
quelli sostenuti dai loro
figli, spesso costretti a
stare in collegio separati
dai genitori per lunghi
periodi, e al prezioso
contributo all’economia
locale (nei comparti del
turismo, del commercio
ecc.) apportato dai risparmi, frutto di tanti
sforzi, che per amore
della loro terra, i nostri
emigranti sono venuti a
investire nei loro paesi
d’origine. Ha inoltre ricordato l’operosità di Arturo Costella in Sud Africa e di altri che hanno
contribuito a portare in
alto il nome del Cadore
nel mondo. “Questa è la
gente che abbiamo la
fortuna di avere” sono
state le parole da lui pronunciate con orgoglio.
Non è mancato un accenno alla problematiche, anche lavorative,
connesse ai 400.000 immigrati presenti nella
nostra Regione.
Infine, l’assessore De
Bona ha consegnato i 14
attestati ai premiati, che
hanno anche ricevuto
da Giovanna Coletti il
bel volume “L’Arte in
Cadore al tempo di Tiziano”. La cerimonia si è
conclusa con un simpatico rinfresco.
Rina Barnabò
UNA SCUOLA DIVERSA - TEMI D’ATTUALITA’
ALL’ISTITUTO TECNICO COMMERCIALE DI PELOS
lizzare un progetto d’autogestione avviato all’istituto Tecnico Commerciale dalla Sua direttrice, la Prof. Ribul.
Non è quel tipo di sitin che alcuni studenti
fanno a Roma o Milano
per spesso
confusa protesta contro
la struttura
scolastica.
fondato nel 1953
Editrice
Tutt’altro. E’
DIRETTORE RESPONSABILE Magnifica Comunità di Cadore
una rassegna
Presidente
Renato De Carlo
su tematiche
Emanuele D’Andrea
VICE DIRETTORE
attuali e stiCancelliere
Livio Olivotto
molanti, scelMarco Genova
te dagli stesSegreteria
si studenti,
Annalisa Santato
REDAZIONE E AMMINISTRAZIONE
riguardo alle
Palazzo della Comunità - Piazza Tiziano 32044 Pieve di Cadore
quali parlano
tel. 0435.32262 fax 0435.32858 - EMail: [email protected]
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SOSTENITORE € 50,00 - BENEMERITO da € 75,00 in sù
personalità e
Resp. trattamento dati (ex D.lgs 30.6.03 n.196): Renato De Carlo
PER EMIGRANTI BENEMERITI
3
la sua fantasia, anche
con la musica.
I “nails chopper”,
gruppo rock del centro,
con brani “dreaming
reality” o “wrong education”, cantano e suonano
all’I.P.S.T.T.C. di Pelos di
Cadore: devono crescere, certamente, ma intanto si sentono realizzati
così. E’ un segno che,
quantomeno la musica
ha una certa importanza
in questa generazione.
Sono poi d’estrema attualità ed importanza,
per esempio, le testimonianze di una ex anoressica: legata ad una associazione provinciale contro l’anoressia ”Margherita”, la donna ventinovenne ripercorre di fronte ad un pubblico di giovani attentissimi, i passaggi della sua malattia,
che l’ha portata a pesare
35 kg. Attualmente anoressia e bulimia che riguardano molte donne,
può evolversi da malattia
episodica a disturbo continuo, rientrante comun-
Soccorso alpino
uno dei temi
Una rassegna di tematiche stimolanti nel progetto
d’autogestione voluto dagli studenti dell’Istituto
que nella patologia psichica. Vengono anche
esposti dalla esperta i
criteri diagnostici le terapie: si tratta di un approccio terapeutico pluridisciplinare, con l’ausilio
dello psicoterapeuta fino
ai gruppi di aiuto-mutuoaiuto presenti attualmente all’interno di alcune
strutture ospedaliere.
Altro tema, il soccorso alpino. Le guide alpina Maurizio Bergamo e
Gigi Peverelli parlano di
“Dolomity Emergency”,
un’associazione che esegue salvataggi , tramite,
se necessario, l’elicottero ed un medico a bordo
nel caso di persone dis-
perse o infortunatesi in
alta. Chi svolge questo
servizio deve sapere arrampicare, sciare fuori
pista, e, soprattutto possedere molto self-control. Per l’occasione, viene simulato all’esterno
della scuola un caso di
salvataggio: l’alpinista è
munito di un
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ANNO LVII
Marzo 2009
a comunità di Auronzo di Cadore e la coL
munità brasiliana di Ilòpolis
dal 19 ottobre 2008 sono ufficialmente legate da un patto di gemellaggio. Tutto è
nato da una trasferta che il
“Corpo Musicale di Auronzo di Cadore” ha effettuato
nel 2005 in Brasile - nello
stato di “Rio Grande do Sul”
- su invito della “Associazione Culturale e Industriale
Fenavinho” di Bento Gonçalves e della “Associazione
Bellunesi nel Mondo” in occasione delle manifestazioni
organizzate per celebrare i
130 anni dell’arrivo dell’emigrazione italiana, e Veneta
in particolare.
In occasione della visita
alla città di Ilòpolis, il Sindaco (Prefeito) Sig. Olmir Rossi, manifestò l’intendimento
di stabilire un rapporto di
gemellaggio con il comune
di Auronzo di Cadore. La
proposta formulata non fu
dettata solo dall’intensità
dell’emozione del momento,
ma dal forte proposito di allacciare un contatto duraturo con la terra bellunese,
terra degli avi di molti degli
attuali cittadini di Ilòpolis,
ove la discendenza degli immigrati italiani raggiunge
addirittura la percentuale
del 98%. Ilòpolis è il centro
della “Erva Mate”: si tratta
di un’erba aromatica, lavorata in modo particolare, dalla
quale si ricava il “Chimarrào”, un infuso che viene bevuto esclusivamente dalla
“cuja”, un caratteristico contenitore con apposito filtro.
La proposta venne accolta
con favore da parte dell’Amministrazione comunale di
Auronzo e il Consiglio comunale adottò all’unanimità
una deliberazione con la
quale aderiva, ritenendo
che questo gemellaggio, al
di là delle importanti similitudini che uniscono i due
paesi e al di là della necessità di affermare le radici storiche che le nostre comunità devono riscoprire, curare
e, se possibile, esaltare, fosse un’occasione di reciproco interesse. Per gli auronzani, soprattutto per le generazioni più giovani che
conoscono ben poco dell’emigrazione italiana, fenomeno che ha interessato
quasi tutte le famiglie; per
gli abitanti di Ilòpolis, perché, seppur lontani e nonostante i passi da gigante
fatti dalle comunicazioni e
dai mezzi di trasporto, possano sentirsi più vicini alla
loro terra d’origine, alla cultura ed alle tradizioni dei loro nonni e, perché no, meno
soli e dimenticati di quanto
non lo sono stati in passato.
A suggello di quanto avviato nel 2005, una delegazione del Comune di Auronzo di Cadore si è recata nel
5
DA UNA TRASFERTA DEL CORPO MUSICALE IL
GEMELLAGGIO FRA AURONZO E LA BRASILIANA ILOPOLIS
Ilòpolis è una
cittadina di 4
mila abitanti in
una zona a 800
m. di altitudine,
in territorio con
laghi e foreste
Una delegazione
si è recata in
Brasile per
portare a quella
cittadinanza il
saluto della loro
terra d’origine
periodo dal 11 al 24 ottobre
2008 in Brasile per la sottoscrizione in forma ufficiale e
solenne del gemellaggio.La
delegazione era composta
dal Sindaco Zandegiacomo
Orsolina Bruno, dall’Assessore al turismo Vittorio Dorigo, dall’Assessore regionale ai flussi migratori
Oscar De Bona, dall’Assessore provinciale alla sanità
e protezione civile Angelo
Costola, dalla Prof. Irene
Savaris in rappresentanza
dell’Associazione “Bellunesi nel Mondo” e dal “Corpo
Musicale di Auronzo di Cadore” con il Soprano Benedetta Botter.
Ciò che ha maggiormente colpito la delegazione nel
viaggio in Brasile è stato
l’attaccamento alle radici
della madrepatria e l’ospitalità con cui è stato accolta.
Varie sono le similitudini
che accomunano Ilòpolis
ad Auronzo di Cadore: l’altitudine, di circa 800 metri
sul livello del mare; l’entità
demografica, costituita da
circa 4.000 abitanti; la presenza di laghi e le vaste foreste che anche nella cittadina brasiliana ricoprono la
gran parte del territorio.
Anche la tipologia prevalente delle case e dei fienili ricalca gli stessi schemi.
L’auspicio ora è che le
due comunità, unite nella
storia da comuni origini,
possano vedere realizzati
progetti che contribuiscano a rafforzare i loro legami attraverso scambi culturali, destinati in particolare
a insegnanti e giovani, e
momenti di contatto tra imprese artigianali e commerciali per intraprendere
rapporti di collaborazione
e sviluppare progetti di cooperazione internazionale.
“cerca-persone”, collegato ad un telecomando, e di
un lungo bastone che individua sotto anche due metri di
neve la parte dura del terreno e la zona morbida, dove ci
potrebbe essere la sepolta.
In altra giornata interviene il Dr. Sandro Feltracco, che
parla sulle nuove tecnologie di disboscamento: adesso
esistono escavatrici che montano un processore al posto
della pala che taglia e pezza l’albero a seconda del diametro di recidività; di fatto tendono a sostituire la vecchia
motosega. Questa macchina, di cui la Provincia di Bolzano ne ha in quantità, è costosissima, anche se difficilmente manovrabile su terreni molto accidentati e ripidi. In
Comelico se ne dispone di una, la Harvester, che richiede
a chi la guida una competenze in elettrotecnica ed in meccanica.
Elena Palatini
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l mio mandato è stato senza
ombra di dubbio facilitato
“I
dalla precedente esperienza amministrativa che mi vedeva vicesindaco e che mi ha dato modo di
varare alcuni progetti che mi hanno veramente coinvolto.
- In primis a marzo 2005 l’inaugurazione della copertura dello
spazio polifunzionale presso gli
impianti sportivi comunali Palada,
un’opera eseguita a totale carico
della Regione Veneto per 400 milioni di lire e circa 180 milioni del
Consorzio BIM.
- Nel successivo mese di luglio
si è provveduto ad inaugurare i
“sentieri della grande Guerra”
sul Becco di Cuzze, un’iniziativa a
disposizione di un turismo specialistico amante della storia dei due
conflitti mondiali per un importo
di 350 milioni di lire a totale carico
della Regione Veneto.
- Abbiamo dotato la Scuola Materna S. Lucia di nuovi ed ulteriori
servizi igienici, obbligatori per la
normativa vigente, mediante un
contributo del consorzio BIM,
condiviso dal Comune di Borca, di
65.000 euro. Sono state totalmente
sostituite le tapparelle della Scuola Elementare e rifatto tutta la pavimentazione del piano terra.
- A Vinigo abbiamo allargato e
consolidato il tratto di via Savilla
dalla Cooperativa sin dopo le sede
ANA e l’abbiamo dotata di apposito steccato; un’opera da 50.000 euro a totale carico del Comune.
- Abbiamo consolidato e ricostruito il muro perimetrale posto a valle del cimitero di Vinigo
che era pericolante e quindi siamo
dovuti intervenire d’urgenza che a
fine lavori è costato al Comune circa 30.000 euro;
- A seguito della concessione di
un contributo di 6.000 euro avuto
dal Consorzio BIM, è stata acquistata un’autovettura data in comodato
al gruppo di volontariato “Pelego”
che si occupa in modo encomiabile
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Marzo 2009
per accompagnare gli anziani, per
motivi di salute, ovunque sia necessario. Di questo servizio andiamo
particolarmente fieri e gli anziani
del paese ne sono entusiasti.
- A seguito di un prevedibile sviluppo urbanistico di carattere residenziale dovevamo garantire, di
pari passo, anche una possibilità
occupazionale rivolta ai giovani: in
linea con ciò, una delle iniziative
più importanti, sulla quale abbiamo puntato e puntiamo molto, è
senz’altro la realizzazione dell’area artigianale di Peaio, al termine della quale il Comune di Vodo si troverà con un nuovo magazzino munito di ufficio, bagno, antibagno e spogliatoio, per i mezzi e
l’attrezzistica di circa 175 mq, ove
potranno trovare ricovero anche
la Gip dei VV.F. volontari ed il trattore dei cacciatori, ma soprattutto
a seguito dell’insediamento di
nuove attività artigianali, ci saranno posti di lavoro per il locali.
- Ma l’opera che ritengo veramente di aver realizzato compiutamente e che sento, anche indebitamente, più mia e che mi ha totalmente coinvolto, grazie anche a
tutti i miei collaboratori che ci
hanno creduto sin dall’inizio, è la
ristrutturazione ed ampliamento
del rifugio G.P.Talamini, che
spero presto, dopo aver finalmente raggiunto un accordo con la Regola, possa essere dato in gestione. Un’opera da 430.000 euro, di
cui 334.000 concessi dalla Regione
Veneto, 60.000 mediante l’accensione di un mutuo del Comune e
circa 36.000 totali a seguito di due
differenti contributi del Consorzio
BIM. Inutile rammentare le potenzialità di questa struttura che dovrà essere il biglietto da visita della nostra comunità sotto l’aspetto
turistico. E sarà anche una nuova
occupazione per una famiglia volenterosa che sicuramente sarà ripagata ampiamente.
- Ma vi sono anche alcune impor-
I SINDACI GIUDICANO “L’opera che più
mi ha coinvolto è
IL LORO MANDATO
la ristrutturazione
AMMINISTRATIVO
del rifugio Talamini”
3
Intervista a
Guido Calvani
Sindaco
di Vodo di Cadore
FRA LE PIU’ IMPORTANTI INIZIATIVE
A VODO, LA REALIZZAZIONE
DELL’AREA ARTIGIANALE DI PEAIO
tantissime opere che sono in via di
completamento come il tratto di
pista ciclabile per un importo di
2.050.000 di euro totalmente a carico della Regione Veneto, che vedrà
tra l’altro, completamente ristrutturata la ex stazione ferroviaria di
Vodo (lavori per circa 200.000 euro
da ultimare entro il 30 di giugno),
che sarà destinata a posto di ristoro e riparazione ed affitto di biciclette. E’ un’altra opera a costo zero per la Comunità di Vodo ed
un’ulteriore possibilità lavorativa
per i nostri giovani, verso i quali
abbiamo l’obbligo di creare i necessari presupposti per evitar loro
qualsiasi possibile forma di emigrazione lavorativa.
- Nel prossimo mese di aprile maggio inizieranno i lavori di realizzazione della sala polifunzionale e
biblioteca all’interno della vecchia
palestra sita in piazza
S. Lucia, che valorizzerà anche la
piazza centrale del
paese oltre a garantire una sala
ove potranno essere svolte innumerevoli attività e
resa finalmente
disponibile una biblioteca pubblicodidattica, considerata la contiguità
con le scuole elementari. Un’opera
da 300.000 euro, di cui 200.000 avuti
dalla Regione Veneto e 100.000 provenienti dal lascito del defunto Guido De Lorenzo Varonego. A costo
zero per il Comune.
- Altre opere, progettate e già finanziate, sono l’allargamento della
strada S.P. di Arnodei a Vinigo,
l’asfaltatura il rifacimento di muretti ed il collettamento delle acque meteoriche di un tratto di via
Strabain e la realizzazione di una
variante di una strada S.P. in località Ciandolada -Tasson.
Oltre a alle opere pubbliche abbiamo sostenuto tantissime valide
iniziative storico-culturali che ci
hanno ancor più legati alla nostra
Comunità. Purtroppo, vi sono anche opere che per vari motivi non
siamo riusciti ad eseguire, come il
completo allargamento della strada per Vinigo (troppe risorse), la
nuova piazza di Peaio, già progettata, ma per motivi indipendenti
dalla nostra volontà ancora non
potuta eseguire, e la sistemazione
di via di Salime a Vodo, altrimenti
tutti gli interventi elencati sull’iniziale documento programmatico è
stato realizzato.
Molte, anzi moltissime sono state le soddisfazioni anche se spesso
non hanno certo ripagato i sacrifici
sostenuti, ma d’altro canto la nostra è stata una libera scelta che,
come sapevamo, ci ha posto a disposizione dei nostri concittadini,
attraverso le nostre scelte politiche che possono essere state più o
meno condivise ma che senz’altro
sono state assunte con accurata e
coscienziosa oculatezza, scevra da
ogni coinvolgimento personale e
nel solo interesse della popolazione. Prova ne è che anche il gruppo
d’opposizione dopo circa 6 mesi ha
sempre condiviso le nostre iniziative, persino i bilanci.
Per il futuro, che per fortuna
non sappiamo cosa ci riserva, posso solo augurarmi che per una
realtà come la nostra di circa 900
anime, vi sia la giusta continuità e
si possa proseguire in questa direzione nella quale abbiamo fermamente creduto ed i risultati conseguiti ne sono la prova tangibile, e
poi… ai posteri l’ardua sentenza!”
SERVIZIO DI
BORTOLO DE VIDO
GLI HEADHUNTER AL Blues&Soul
festival DI SAN VITO DI CADORE
na serata con grande
musica. La prima ediU
zione invernale del SanVito
Blues&Soul festival, organizzata a San Vito dall’associazione
omonima, ha proposto uno
spettacolo dal respiro internazionale che ha coinvolto ed entusiasmato un pubblico numeroso, attento e competente.
La serata si è aperta con gli
HeadHunter, gruppo storico
trevigiano capitanato da uno
dei fondatori, Willy Mazzer,
che con voce e armonica ha
esaltato il sound della band,
un suono potente, colmo di
passione. La band ha percorso un viaggio attraverso i
classici del blues che Willy &
C, ha riproposto con vestiti
nuovi, moderni e con brani
da loro firmati, senza mai
perdere di vista le radici profonde del blues. Un grande
concerto premiato dall’entusiasmo del pubblico.
L’attesa per il secondo concerto è stata breve a testimonianza dell’ottima organizzazione dell’evento: sul palco
sono saliti Mike Sponza e la
sua band. Subito musica di
gran classe del trio di Sponza
fino al momento in cui il chitarrista triestino ha presenta
Joyce Juille, la cantante. L’artista newyorkese è entrata
sul palco mostrando grande
personalità, simpatia, una
forte presenza scenica ed
una voce coinvolgente. Attraverso una carellata di “cover”
e di brani di Sponza la cantante ha sfoggiato una straordinaria capacità interpretativa, passando con disinvoltura
dal soul al blues e al gospel
con una voce calda, sensuale,
a volte potente, a volte suadente. Una grande performance, che ha esaltato le interpretazioni della cantante
di colore.
Alla fine una “jam session”
con i musicisti delle due
band uniti per accompagnare la voce di Joyce in una
straordinaria interpretazione
di “Stormy Monday”. Grandi
applausi hanno accompagnato l’uscita di scena di tutti gli
artisti, protagonisti di una serata che resterà a lungo impressa nella mente del pubblico. Ancora una volta l’as-
sociazione sanvitese si è dimostrata punto di riferimento importante nel panorama
della musica afro-americana,
capace di organizzare eventi
di assoluta qualità, che nulla
hanno da invidiare a manifestazioni più note.
Il SanVito Blues&Soul festival tornerà in scena con
l’ottava edizione, il 10 e 11 luglio prossimi, ed il programma sembra in grado di assicurare la crescita culturale
ed artistica della manifestazione, oramai nota a livello
nazionale e diventata un finestra aperta sul territorio.
B.D.V.
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ieci anni come sindaco
(più due per completare
D
un altro mandato), dieci anni come consigliere provinciale, cinque anni come amministratrore
della Regola di Campolongo. Un
curriculum amministrativo di tutto rispetto per Silver De Zolt, sindaco di S. Stefano di Cadore. Ha
già annunciato che non si candiderà nelle prossime elezioni di
giugno. “La voglia di fare ci sarebbe” ci dice nel suo ufficio di
piazza Roma “ma penso sia giusto
fermarsi per un po’ e lasciare spazio ad altri”.
Quale bilancio può tracciare
per questi dieci anni di impegno
politico e amministrativo? “Nel
complesso, nonostante le mille
difficoltà incontrate, la mia valutazione è positiva. Quando ho iniziato il mio mandato il nostro paese, centro amministrativo e dei
servizi per il Comelico, era un po’
trascurato.
L’amministrazione da me guidata si è mossa con la priorità per
diversi settori di intervento. Per
gli aspetti scolastici e formativi
un nostro orgoglio è aver creato
la cittadella scolastica: la nuova
sede delle scuole elementari e
medie, la biblioteca nell’ex asilo
con collegamento a Internet e
nuove dotazioni, l’edificio a servizio della formazione per la piccola e media impresa completamente ristrutturato grazie anche all’apporto del BIM, dei Comuni e
della Comunità Montana. Questi
interventi sono costati anche sacrifici spostando per esempio i
bambini da Casada e Costalissoio
a S.Stefano, ma sono comunque
provvedimenti comprensibili anche nell’ottica del calo demografi-
co. Analogamente a Campolongo
si è realizzata la centralizzazione degli asili comunali con un
edificio ristrutturato a norma di
legge che fornisce supporto anche per l’asilo di S. Pietro per la
preparazione dei pasti. Per quanto riguarda i giovani e le iniziative
sportive e sociali, abbiamo messo
a nuovo il Cinema Piave che è
divenuto sala polivalente per ospitare spettacoli e incontri. E’ stato
realizzato il parco Medola, il
campetto sintetico a Campolongo e stiamo collaborando per
la nuova copertura in sintetico
del campo sportivo di Lacuna. Infine è stata riattivata la sciovia
Gei, dopo il fallimento di molti
anni fa, per un utilizzo sociale e ricreativo e per il campo scuola sci.
Per la promozione turistica il
gemellaggio con gli amici toscani
di Montespertoli sta dando bei risultati. Nel settore della opere
pubbliche va ricordato il nuovo
impianto di illuminazione per
S. Stefano, Campolongo e Casada, il completamento delle
passeggiate di Ronco e Tarigole, molto apprezzate nella stagione estiva, la grande spinta per la
riapertura del collegamento con
il Friuli attraverso la strada di
Forcella Lavardet chiusa dal
1966. Su questa tratta altri finananziamenti sono appena stati ricevuti dalla Provincia di Belluno
per lavori di oltre 1,6 milioni di
euro.
Altri lavori sono in fase di realizzazione come l’elipiazzola
per il soccorso notturno e la riqualificazione dell’area del cimitero di Costalissoio. Da
tempo ci stiamo impegnando per
il secondo tunnel della galleria
I SINDACI GIUDICANO
IL LORO MANDATO
AMMINISTRATIVO
la sala consiliare del Comune di Santo Stefano di Cadore, alla presenza di varie autorità tra le quali il Prefetto
di Belluno Provvidenza Raimondo, per la consegna degli attestati del corso di cultura turistica.
“Voi giovani siete il cuore
della vostra terra e la speranza di un futuro che è nelle vostre mani. Questo percorso
culturale è la più bella delle
iniziative che si potessero organizzare per esprimere concretamente l’amore per la
cultura e la storia dei propri
paesi. Il 2009 è l’anno internazionale della creatività e
dell’innovazione; chi meglio
dei giovani può rappresentare queste qualità?”
Così il Prefetto di Belluno ha voluto salutare i 24
corsisti, le autorità ed il pubblico inter venuto alla cerimonia. In precedenza il sindaco Silver De Zolt aveva
ringraziato il Prefetto per
l’attenzione e la sensibilità
nei confronti del Comune
comeliano visitato due volte
nello spazio di pochi mesi.
Visibilmente emozionata anche Nevia Comis, presidente del ‘Circolo Culturale del-
la Donna’, promotore e organizzatore del corso, con il
patrocinio del Comune e
della Comunità Montana.
Ma la vera anima dell’iniziativa è stato Guido Buzzo
che ha voluto creare una
opportunità culturale per i
giovani proponendo un corso dedicato all’approfondimento storico, geografico e
artistico del Comelico e
Sappada. Senza dimenticare
però quegli aspetti annedotici, curiosi e sorprendenti
che sanno calamitare l’attenzione dei turisti, ma anche dei valligiani.
La risposta sul territorio è
stata sorprendente: ben ventiquattro adesioni di ragazzi
e ragazze, tutti molto giovani. Tra loro studenti universitari, delle scuole superiori,
qualcuno già laureato e impegnato nel settore turistico. Tutti hanno voluto ringraziare Guido Buzzo e Nevia Comis per questa iniziativa che hanno particolarmente gradito e apprezzato.
L’auspicio e che vi possano
essere in futuro altre opportunità formative da parte
delle competenti autorità
istituzionali per la creazione
di figure professionali qualificate da impiegare nel settore turistico, unica vera ri-
I corsisti: Beatrice Bertoldi, Tamara Buzzetto, Alessia
Buzzo, Kristian Cesco Fabbro, Valentina Comis, Enrico
D’Ambros, Daniel De Francesco D’Ambros, Giulia Da
Rin, Valentina De Candido, Francesca Della More, Alessia
De Lorenzo Buratta, Barbara De Mario, Giulia De Mario,
Raffaella De Monte Nuto, Tomas De Martin Deppo, Chiara De Monte Pangon, Debora Emiliani, Daniele Fontana,
Chiara Mazzier, Chiara Osta, Valentina Osta, Gloria Tona,
Marco Zambelli Mariani, Pamela Zambelli Tortoi.
Intervista a
Silver De Zolt
Sindaco di
S. Stefano di Cadore
MOLTI INTERVENTI A S. STEFANO
HANNO RIGUARDATO I GIOVANI
IN FUTURO SERVIRAANNO NUOVE
ENERGIE ED ENTUSIASMO
Comelico, fondamentale per l’accesso alla valle. Infine tra le opere
più rilevanti segnalo la centrale a
biomasse che, nonostante le polemiche, funziona perfettamente e
consentirà nuovi allacciamenti a
utenze pubbliche e private”.
Cosa lascia in eredità alla nuova amministrazione e al nuovo
Sindaco? “Non sono e non saranno tempi facili per gli amministratori pubblici. Sono convinto che
dopo la crisi dell’occhiale e di tutto l’indotto collegato, l’unica spe-
VENTIQUATTRO I PARTECIPANTI
AL CORSO DI CULTURA TURISTICA
erimonia semplice,
ma significativa quella
C
svoltasi a meta febbraio nel-
“Nostro orgoglio
è aver creato
la cittadella
scolastica”
sorsa per lo sviluppo socio
economico del comprensorio Comelico e Sappada. Alla cerimonia hanno presenziato anche il direttore de “Il
Cadore” Renato De Carlo e
lo scrittore e giornalista Mario Ferruccio Belli che ha
voluto complimentarsi con
i giovani diplomati.
L.O.
Gli attestati
consegnati in
municipio alla
presenza del
prefetto
Provvidenza
Raimondo
ranza per il Comelico è il turismo.
Abbiamo delle eccellenze da valorizzare e ricordo Comelico Superiore con i suoi impianti di sci e
con le Terme di Valgrande, la meravigliosa Val Visdende da fruire
nel pieno rispetto del suo valore
ambientale, la zona di Casera
Razzo con il suo potenziale di sviluppo verso il Friuli. Poi un po’ di
attenzione andrà rivolta all’arredo urbano e all’immagine del paese. Certo non è facile. Ser vono
importanti sinergie tra pubblico e
privato, serve la piena collaborazione con Regole e operatori economici e l’impegno di tutti per ottenere risultati soddisfacenti.
Servono soprattuto le energie e
l’entusiasmo dei giovani, per questo auspico che alle prossime elezioni vi siano candidati che vogliano impegnarsi per il nostro e
il loro futuro”.
SERVIZIO DI
LIVIO OLIVOTTO
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Lettere & Opinioni • Lettere & Opinioni • Lettere & Opinioni
MICHELE SPOSA YAZMINA A LAS PALMAS UNA SCUOLA A PIEVE NEL 1957 PER
MERCEDES E LE CROCEROSSINE
Lo scorso 18 ottobre si è
celebrato presso la Basilica di San Juan in Telde,
isola di Gran Canaria -Spagna-, lo sposalizio tra Michele Piazza e Yazmina Castro Gonzalez.
Michele Piazza, cadorino DOC, ha cercato la propria fortuna nella stupenda
isola dell’arcipelago canario, dove attualmente insegna come docente del Master in Diritto ed arbitrato
societario presso l’Università di Las Palmas de Gran
Canaria (Spagna), lavorando anche per il Ministero
di Giustizia in qualità di interprete; inoltre, non trascurando la laurea in Giurisprudenza ottenuta presso
l’Università di Bologna,
svolge funzione di consulente legale in uno studio
associato.
Il 18 ottobre ha realizzato anche il sogno d’amore,
unendosi in matrimonio
con Yazmina Castro Gonzalez. Bellissimo lo scenario: Michele entra alle
18,30 nella Basilica di San
Juan in Telde accompagnato dalla madre Manuela
Piazza; pochi minuti dopo
fa il proprio ingresso la
sposa che, radiosa, indossava uno stupendo vestito
color bianco sfumato, accompagnata dal fratello,
David Castro Gonzalez. La
cerimonia viene celebrata
in due lingue, italiano e
spagnolo, allietata dalla
musica del coro “Magnificat”, venuto dal Teatro
Reale di Madrid per l’occasione.
Egregio Direttore,
voleva esprimere attraverso lei ai Sigg. Musizza De Donà il mio ringraziamento e compiacimento
per l’articolo sulle crocerossine. Abbiamo compiuto 100 anni! Sono una crocerossina con 50 anni di
servizio attivo, proprio quest’anno, e sono ancora sulla
breccia…! Ho spedito alla
mia Ispettrice Nazionale II.
VV. CRI a Roma copia dell’articolo, certa che sarà oltremodo apprezzato.
Le Crocerossine di Pieve
di Cadore e dintorni, sono
uscite dalla scuola creata
nel 1957 presso l’allora Clinica Cadore. Scuola severissima. Primario dr. Cappellari, Direttore del corso
Dr. Vianello. La nostra severa preparazione è stata
ben apprezzata nei vari ser-
vizi richiesti in pace e nelle
calamità entro e fuori del
Cadore, con riconoscimenti da parte dei superiori e
autorità.
Tornando all’articolo, desidererei sapere la casa editrice del libro “Nella Tormenta”, uscito nel 1939. Ne
ho molti, ma questo mi manca. Gli ospedali militari nella
guerra 1915-18, in Cadore,
erano un po’ dappertutto. A
Pieve, ex caserma Buffa
Persero, ce n’era uno ed ho
una foto con crocerossine e
dame della CRI; a Tai, presso l’ex Hotel Cadore - altro
ospedale, di cui ho una foto
tutta sua. A Valle, in quella
bella casa (o villa) sulla destra della nazionale. In tutti
questi ospedali operavano le
crocerossine. Parecchie decorate - l’ unica donna che
ha avuto l’onore di essere
sepolta a Redipuglia è la crocerossina Parodi, morta a
18 anni in servizio! …
Sani
Mercedes Genova
Treviso
Con tanto servizio alle
spalle (anche nelle calamità, si pensi alla tragedia del
Vajont) Mercedes ha certamente tanto da raccontarci.
Arrivederci a presto.
FABBRO, EDUCATORE E GENTILUOMO
Gli sposi e relativo corteo si sono poi spostati al
Grand Hotel Villa del Conde, ricevuti con l’esibizione di un coro gospel; i quasi duecento invitati si sono
quindi accomodati al ristorante, per il classico brindisi al grido di “Viva los novios!” e “Viva gli sposi!”,
dovuto alla rappresentanza
degli invitati italiani alla cerimonia, e successivo taglio della torta nuziale. Fine giornata romantico in
discoteca con danze e l’immancabile “Sul bel Danu-
bio blu” di Strauss.
Colgo l’occasione per
porgere i miei migliori saluti.
Micki Piazza
Las Palmas - Gran Canaria
Giungano anche le nostre
felicitazioni e gli auguri a
Michele e a Yazmina in
quella bella città che è Las
Palmas.
E’ un piacere leggere questi spunti di vita di cadorini
che si fanno onore nel mondo e vogliono mantenere un
caldo legame col Cadore.
Signor Direttore,
la ringrazio vivamente
per la pubblicazione dell’articolo di Mario Ferruccio Belli riguardante
mio padre il Maestro Corrado Fabbro, sul “Cadore” di gennaio 2009.
In questi tempi in cui la
figura paterna viene sempre più sminuita, mi rendo conto dell’enorme fortuna d’avere avuto un Padre come Lui; che ha permesso a noi figli di crescere nei veri valori della
vita e di trasmetterli ai
nostri figli.
Cordiali saluti
Cesare Fabbro
Pesaro
E’ un piacere annoverare il Maestro Titta fra i
personaggi che hanno reso
illustre il Cadore.
Come ben ha ricordato
Belli, le tante esperienze in
Italia e all’estero, le conoscenze che aveva maturato ,
il mettersi a disposizione di
tutti, uniti al carattere franco e non privo di ironia, gli cero difficili.
Soprattutto, come ben lei
conferirono una solida popolarità. Che lo protesse, ricorda - da figlio - fu un
anche quando i tempi si fe- buon padre.
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Lettere & opinioni • Lettere & opinioni • Lettere & opinioni
UN NUOVO GIORNALINO STUDENTESCO UN GRAZIE AGLI AMICI DELLA FERROVIA
colare N° 2 dell’Apnle 2009
Egregio Direttore,
IRROMPE SULLA SCENA DI AURONZO
durante una riunione di uscirà un articolo inerente
Egregio Direttore,
siamo gli alunni delle classi 2A e 2 B della Scuola secondaria di primo grado di
Auronzo di Cadore. Durante le attività pomeridiane abbiamo realizzato, con l’insegnante di Italiano e di Tecnologia, un giornalino scolastico che tratta vari argomenti di nostro interesse.
Grazie al laboratorio del
giornalino, abbiamo potuto
avvicinarci al mondo della
carta stampata, anche con
lo scopo di diventare lettori
attenti di quotidiani e periodici.
Durante questa attività
abbiamo avuto modo di sfogliare e leggere anche il
giornale che Lei dirige, scoprendo molte notizie interessanti sul nostro territorio. (…)
Con i nostri più cordiali
saluti.
Francesca, Daniele,
Carlotta, Sivia,
Sharon, Elisa, Sara,
Marta, Lorenzo,
Romina, Patrik,
Giulia, Prof. Carmen
Martignon
Complimenti per l’iniziati-
nostri Soci e simpatizzanti,
un avvocato facente parte
degli Amici, molto probabilmente un abbonato a “Il
Cadore “, avendo letto alcune nostre Circolari con articoli a soggetto ferroviario
riguardanti sia manifestazioni ferroviarie tenutesi in
provincia di Belluno sia la
stazione di Calalzo, segnalava l’opportunità di inviarVi dette Circolari.
Allego pertanto copie
delle medesime contenenti
scritti al riguardo, segnalando che anche nella Cir-
Presentata a gran
voce una richiesta
al Vescovo
va dei ragazzi della Scuola
Secondaria di primo grado
di Auronzo. Sia perché è
sempre complicato ed impegnativo far nascere un giornale, sia perché farsi leggere
oggigiorno è ancora meno
semplice.
Certamente però è un ottimo modo per gli studenti
d’interessarsi ai problemi
che stanno intorno. Chissà
che poi non cresca fra loro
qualche nuova “penna” che
continui la tradizione del
giornalismo in Cadore. Un
giornalismo che sa farsi valere, basti pensare a Gianpietro Talamini fondatore de
Il Gazzettino e ad Andrea
Pais Tarsilia primo direttore-redattore de Il Cadore.
RIVIVA IL SANTUARIO DEL CRISTO
Da tempo la stampa riporta notizie che segnalano una
situazione di disagio che si
sta vivendo nel territorio.
Parrocchie e volontariato si
stanno attivando per sopperire concretamente coloro che
si trovano in difficoltà.
In questo clima di incertezza, la spiritualità assume un
ruolo sempre più importante
e, nella parte alta della provincia di Belluno, continua a
tematiche ferroviarie nella
Provincia Bellunese.
Ricordo che la pubblicazione è una Circolare Interna alla nostra Associazione.
Sperando di aver fatto cosa
gradita...
Gino R. Savaris
Presidente A.F.I
I problemi della mobilità
in Cadore sono sentiti e la
ferrovia col suo terminal di
Calalzo è stata una parte
importante della storia del
territorio. Ne abbiamo parlato spesso.
vizi molto approfonditi degli
Seguiremo volentieri i ser- Amici della Ferrovia.
vivere e crescere nell’animo
dei fedeli la speranza che il
Santuario del Cristo di Valcalda di Pieve di Cadore, prediletto luogo di preghiera, ritorni al suo antico valore.
Dopo la recente chiusura,
con la partenza dei Padri
Carmelitani Scalzi, che sono
stati attivi cultori del Santuario ed esemplari artefici di fede per quasi ottanta anni, si è
costituito un gruppo di stu-
diosi e di operatori sociali
che ha voluto analizzare la
storia ed il valore del Santuario dalla sua origine ai giorni
nostri; l’opera svolta dai Padri durante la loro intera permanenza nel convento di
Pieve di Cadore; gli eventi
successivi alla chiusura del
Santuario; il disagio giovanile ed il dialogo religioso; il
servizio sanitario domiciliare; il volontariato per l’assi-
stenza di infermi e bisognosi; la necessità di supporto
spirituale.
Si è ritenuto opportuno
chiedere un colloquio a S.E.
il Vescovo Mons. Andrich ed
effettuare una ricerca afferente la storia del Santuario,
il lodevole operato dei Padri
Carmelitani Scalzi, la riduzione del servizio religioso,
anche se l’Arcidiacono del
Cadore nonostante i suoi già
gravosi impegni, riesce a celebrarvi due S. Messe settimanali. Tutti gli interventi
sono stati raccolti in un corposo dossier in cui sono stati
inseriti anche i bollettini parrocchiali e le recensioni della
stampa locale e nazionale
che trattavano l’argomento;
nella conclusione si è evidenziata la necessità della riapertura giornaliera e continuativa del Santuario e l’affido dell’edificio sacro ad una comunità religiosa di consacrati.
Durante l’incontro, avve-
nuto nella sede vescovile, è
stata consegnata una copia
del dossier all’illustre Presule anzitutto per la sua primaria ed autorevole presenza
religiosa nella Provincia intera ed in secondo luogo in
quanto profondo conoscitore della realtà locale, della
cultura, delle radici cattoliche del territorio. Il gruppo,
composto da fedeli del luogo, incoraggiato anche dalle
oltre duemila persone che
durante l’estate in pochi giorni hanno espresso per iscritto il desiderio di un ripensamento sulla chiusura del
Santuario, ha inteso rappresentare il pensiero di gran
parte del territorio per espri-
mere in una unica voce una
condivisa speranza non discosta dal desiderio che con
la riapertura del sacro edificio, luogo di eccellenza per i
pellegrini ed i fedeli locali, il
Cadore possa di nuovo disporre di un costante e continuo dialogo religioso sia collettivo che individuale godendo dei benefici che ne
derivano.
Sua Eccellenza il Vescovo
ha ascoltato con molta attenzione, significando partecipazione al disagio evidenziato nella relazione che gli
è stata consegnata, ha promesso il suo autorevole interessamento. (...)
Ivana Francescutti
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Lettere & opinioni • Lettere & opinioni • Lettere & opinioni
Omero Giacomelli, il capitano pilota GIOVANI BRAVI E VOLENTEROSI
Sono Giorgio Cecchinato,
nipote del Capitano Pilota,
in quanto figlio della defunta Danila Giacomelli, sorella di Omero. Innanzitutto
intendo sottolineare la data
di morte di Riccardo Giacomelli attribuita erroneamente nel 1934 invece che
nel 1954, significando che
anche mio nonno, alla pari
della moglie Eugenia, ebbe
modo di vivere il dolore per
la scomparsa del figlio.
Per ciò che riguarda l’assegnazione della medaglia
d’argento, di cui attualmente sono il possessore, la
motivazione, il contesto in
cui è maturata e la data risultano
completamente
estranee alla realtà dei fatti.
Dal “curriculum” ufficiale
di Omero Giacomelli in
mio possesso riporto. “Il 16
gennaio 1940 assume il co-
mando della Compagnia
Avio-Sahariana e dell’Aeroporto di Cufra. Dopo lo
scoppio delle ostilità, nell’agosto 1940, chiede ed ottiene di far parte della 127a
Squadriglia di Aviatori scelti, in zona di guerra, quale
“Ricognitore”. Il 1 ottobre
rientra nei quadri ed è assegnato al 73° Gruppo Autonomo Osser vazione Aerea. La sua ultima destinazione di servizio è l’Aeroporto di Bardìa, in Cirenaica, ove viene dichiarato
“disperso in zona di guerra”, in data 10 dicembre
1940, a seguito di azione
bellica di ricognizione. Al
Capitano Pilota Omero Giacomelli è stata concessa in
data 5 giugno 1942 la Medaglia d’Argento al Valor
Militare ...
Da documenti di testimo-
Risponde Mario Ferruccio Belli
Ho letto quanto scrivono
i nostri due lettori, entrambi nipoti del Capitano pilota
di Calalzo Omero Giacomelli, caduto da eroe in Libia, durante la seconda
guerra mondiale.
Ringrazio il lettore Cecchinato per la precisazione
circa l’anno di morte di Riccardo, padre di Omero che,
per una svista negli appunti,
avevo involontariamente invertito. Confermo invece
per intero il profilo del nostro valoroso e sfortunato
compatriota cadorino. Per
farne il profilo umano e professionale ho contattato anzitutto suo cugino, da parte
di madre, l’ingegnere Felice De Carlo (vivente a Treviso), che nei suoi anni giovanili lo conobbe e ne fu
amico. Ho letto quindi attentamente la corrispondenza scritta alla famiglia
da Omero durante il servizio militare in Africa, in parte pubblicata nel volume
“Lettere di Caduti e Reduci
del Cadore nella Seconda
guerra mondiale, Marsilio
editore Venezia, 1988”. Non
mi è riuscito, purtroppo, di
visionare le lettere inviate
alla fidanzata dottoressa
Susanna Pansier - che ho
conosciuto personalmente
a Nervi- giacché sono an-
I LETTORI che intendono partecipare
con lettere, articoli e foto alla vita del
nostro storico mensile, possono indirizzare a:
REDAZIONE “IL CADORE”
Palazzo Magnifica Comunità
Piazza Tiziano
32044 PIEVE DI CADORE
nianze militari aeronautiche in mio possesso risulta
che il giorno prima, il 9 dicembre 1940, gli inglesi
avevano sferrato una decisa offensiva ed il Fronte
Italiano stava cedendo sotto l’urto delle ingenti e preponderanti forze corazzate,
aeree e contraeree nemiche. In uno scenario di inferiorità di mezzi e armamenti maturò il rischio ineluttabile sempre maggiore
delle azioni di ricognizione
e combattimento della Nostra Aviazione ed il sacrificio di molte vite umane
compresa quella di mio zio.
Con l’auspicio di vedere
pubblicate queste mie rettifiche in una Vostra prossima edizione, invio distinti
saluti.
Giorgio Cecchinato
Martellago
date disperse dopo la sua
morte. Ho consultato, infine, il volume edito a cura
della Magnifica Comunità
di Cadore intitolato “Cadorini decorati al valore militare, caduti e dispersi nelle
guerre della patria. Castaldi Feltre, 1964”, dove appaiono assieme alla foto degli eroi anche le motivazione letterali delle decorazioni loro assegnate.
Sono, per l’occasione, lieto di ringraziare anch’io il
giornale che mi consente,
ogni mese, di raccontare
la storia degli uomini e delle donne che con la loro vita hanno reso onore alla
nostra piccola patria.”
M.f.b.
oppure inviare una E-MAIL al direttore
[email protected]
Si prega di segnalare se la corrispondenza
è strettamente personale.
La Direzione non risponde delle opinioni
espresse dai lettori.
Lettere ed articoli possono essere ridotti
per esigenze di spazio o convenienza.
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Gentile Direttore,
ho letto con molta emozione l’articolo pubblicato
sul Suo giornale nel mese
di dicembre 2008, dedicato al Capitano pilota Omero Giacomelli. Mia madre,
maestra Ermenegilda nata nel 1907 era una delle
sorelle di Omero e perciò
noi, suoi nipoti, siamo cresciuti nel suo ricordo giacché in famiglia, fin da
bambini, abbiamo udito
squarci di storia della sua
purtroppo breve vita, donata alla patria.
Dal profilo che ne ha fatto Mario Ferruccio Belli
ho appreso tanti particolari a me sconosciuti, che
hanno fatto rivivere il suo
ricordo ben al di là delle
cerimonie ufficiali. Assieme alle mie figlie ed a tutti
i parenti che, forse, non conoscevano l’aspetto umano dello zio Omero, caduto in Libia quando non eravamo ancora nati, non possiamo che dire grazie al
giornale Il Cadore e a tutti
coloro che scrivendo di
questi uomini generosi
danno un grande esempio
ai giovani.
Iside Toffoli Roat
Calalzo
peraltro figlio unico, ha, fin
dal liceo, passato le proprie
estati e successivamente tutti i fine settimana e le feste
infrasettimanali, lavorando,
non certo per necessità, ma
per il piacere di farlo e soprattutto che da marzo a settembre 2005 ha frequentato
uno stage all’estero c/o la
Fedon e Figli S.p.A., sospendendo pertanto il corso di
studi. Non mi si dica dunque
che i figli unici sono dei ragazzi viziati, certamente non
Daniele!, ma non è tutto.
Non ci sono vacanze che
tengano, per inserirsi a pieno
titolo nel mondo del lavoro bisogna perfezionare la lingua
Daniele Martini di Pelos
Nel nostro bellissimo Cadore ci sono tanti giovani
bravi, volonterosi, studiosi,
laboriosi, ma voglio parlarvi
di uno in particolare, che mi
è anche molto caro: Daniele
Martini di Pelos, classe 1981.
Figlio di Giovanna Zancolò
e di Tullio (assidui lettori del
Cadore), fin da ragazzino ha
dimostrato un carattere forte
e deciso e, finite le scuole
dell’obbligo, ha frequentato
con profitto il liceo scientifico
di Pieve per iscriversi, senza
tentennamenti, alla Facoltà
di Scienze Politiche dell’Università di Padova.
Il profilo internazionale del
corso scelto ha coniugato
aspetti relativi alla macroeconomia e all’interscambio fra
paesi, con materie relative alla
gestione aziendale e, nel novembre 2003, (a soli 22 anni)
ha conseguito la Laurea Triennale in “Economia Internazionale” discutendo la tesi dal titolo: Aspetti di valutazione dei
fornitori. Il caso della Giorgio
Fedon e Figli SPA”, Relatore il
Prof. Renato Guseo, Ordinario
di Statistica presso l’Università di Padova, con la votazione
finale di 110/110.
Nel marzo 2007, presso la
stessa Facoltà, dopo aver puninglese ed eccolo, da giugno
2007 a Febbraio 2008, assunto
come cameriere presso il
Dylan Hotel a Dublino, albergo a 5 stelle e “Boutique Hotel” facente parte della catena
“Preferred Boutique” che
raggruppa i migliori Boutique
Hotels nel mondo, per frequentare, da ottobre 2007 a
Febbraio 2008, presso la Dublin Business School (DBS) il
corso in Project Management
ed ottenere il diploma.
Le nebbie ed il cielo plumbeo di Dublino gli fanno rimpiangere le nostre crode ed il
nostro sole, i superiori ed i
colleghi di lavoro non vorrebbero perdere un bravo lavora-
tato su un corso di laurea di
ampio raggio, indirizzato principalmente alla conoscenza
delle problematiche relative
allo sviluppo delle PMI, consegue la Laurea Specialistica
(o Magistrale) in “Economia
dei sistemi produttivi” discutendo la tesi dal titolo: “Marketing Esperienziale nel settore immobiliare. Il caso della
Costruzioni Baldan SPA”, relatore: Prof.ssa Eleonora Di
Maria, Ordinaria di Marketing presso l’Università di Padova, con 110/110.
Sembrerà che Daniele
(che a tale data non ha ancora compiuto i 26 anni), seppur bravo, abbia fatto nulla di
più del proprio dovere, ma
non sa che questo ragazzo,
tore e un caro amico, ma il lavoro lo richiama in Italia ed il
6 marzo 2008 viene assunto
presso la Accenture a Verona, nel ramo outsurching ed
impegnato, da subito, in un
progetto relativo alla contabilità presso una nota compagnia italiana di Assicurazioni.
Ai genitori, alle nonne e parenti tutti, che lo hanno costantemente seguito con affetto, le più vive felicitazioni e
a Daniele, oltre alla congratulazioni per l’ambito traguardo
raggiunto, i più fervidi auguri
di una vita lavorativa ricca di
soddisfazioni e “ad maiora”
Anna Rosa De Martin
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Dicono di loro
Piccolo racconto
autobiografico
’idea di fare un piccolo
rifugio, ristoro per tuL
risti, venne a mia mamma
Maria Kratter dopo la seconda guerra mondiale.
Allora a Sappada la fienagione di alta montagna si faceva in agosto e la mamma
quando falciava o rastrellava
il fieno vedeva spesso nella
Valle dell’Olbe i turisti che
salivano ai laghi che si trovano a monte. Quindi d’accordo con mio papà Egidio
Kratter, con mille sacrifici e
con l’aiuto di paesani volonterosi, portando tutto a spalle e recuperando i resti di
una baracca partigiana, costruirono un rifugio. Il rifugio era piccolo ma costituiva
un punto di riferimento in
quanto la mamma da brava
e generosa cuoca ci sapeva
fare con la gente e si accattivava la simpatia di tutti; noi
eravamo piccoli, io avevo 9
anni e mio fratello Rino poco
più di 7 ma cercavamo, venendo in paese per prendere
il pane e qualche piccola cosa, di aiutare i genitori anche se le fatiche più grosse
le faceva il papà.
•
Dicono di loro
•
Dicono di loro
STORIA DI UN RIFUGIO MAI DIMENTICATO
“Bellissimi quei tempi
passati alla Valle
d’Olbe, fatti di niente,
ma pieni di solidarietà
Un sogno che finì con
la morte dei genitori
e... l’emigrazione
Non così i ricordi”
Ben presto il rifugio divenne insufficiente e bisognava
ingrandirlo. Venne aggiunto
un altro pezzo, fatto di tavole, sempre tutte portate a
spalla dal paese ma a noi pareva un Hotel; i paesani venivano volentieri a trovarci ed
alla sera, durante la fienagione, la valle luccicava di fuocherelli davanti ad ogni baita. I contadini, dopo il lavoro,
salivano al rifugio e tra un
bicchiere e l’altro, si raccontavano vecchie storie. Bellissimi tempi scomparsi, fatti di
niente, ma pieni di solidarietà e di contatto umano!
Alla fine papà decise di fare, per modo di dire, il piano
superiore, fatto di uno stan-
disegno da
Notizie Storiche
di Giovanni
Fontana
zone più grande e di una cameretta piccola per noi. Siccome era troppo gravoso
portare tutto a spalla, decisero, con sacrifici, di comprare un mulo che poi sarebbe diventato la mascotte di
tutti. “Pippo”, forte e testardo, a me e Rino non sempre
ubbidiva, ma come vedeva il
papà scattava immediatamente al comando: quante
strade ha fatto! Tutte le mattine Rino con lui portava il
latte delle nostre mucche alla colonia sita in paese e risaliva con la spesa al rifugio.
Purtroppo tante fatiche sono
andate distrutte quando la
struttura, fatta di tavole,
non resse il peso della neve
dell’inverno 1950 - 51 e venne raso al suolo quello che
per noi era un “gioiello” di rifugio. I miei genitori decisero pertanto, con ulteriori e
grossi sacrifici, di farlo in
muratura, con sassi enormi,
presi da residue costruzioni
della Grande Guerra; una
volta ultimato sembrava indistruttibile, era la gioia soprattutto della mamma. Povera mamma, qualcuno in
Le foto della grande nevicata a Sappada del 1951, pubblicate sul
numero di gennaio, provengono dall’ “archivio Roberto Tach”
Una bella foto della
recente nevicata
a Cima Sappada
paese si ricorda ancora le
buone pastasciutte che preparava dove la razione ed il
condimento abbondavano!
Alla fine di giugno trasferivamo al rifugio il mulo, le
mucche, i maiali e le galline;
le mucche fino alla fine di
Settembre uscivano dalla
stalla al mattino ed al pascolo venivano raggiunte da
Pippo, che di ritorno da Sappada sapeva trovarle ovunque si trovassero e la sera
tutte le bestie tornavano al
rifugio da sole.
Erano tempi fatti di piccole cose, di albe meravigliose
e di tramonti infuocati, di fiori, di natura selvaggia, di solitudine e di sere al lume di
candela, in compagnia di
qualche paesano o di un nostro piccolo amico con il quale giocavamo a carte; è un
mondo che non esiste più
anche se a noi le fatiche hanno insegnato tanto.
E’ stata poi costruita da ex
internati nei campi di concentramento la cappelletta,
tutt’ora esistente che domina la piccola valle; ricordo
che la mamma ci diceva
spesso di andare a vedere
dal cocuzzolo dove ora si
trova se arrivavano turisti.
Improvvisamente il nostro
sogno finì con la morte della
mamma avvenuta nel 1955.
Nostro padre, distrutto dal
dolore, e noi due ragazzi abbiamo cercato per un anno di
andare avanti lo stesso anche
se c’erano, oltre al rifugio, i
campi da falciare a Sappada,
le mucche e l’altro bestiame
da governare. Poi anche il papà si ammalò ed il rifugio fu
abbandonato ma lasciato
aperto e disponibile come bivacco agli escursionisti. Purtroppo il rifugio incustodito
divenne oggetto di vandalismi
di ogni genere da parte di presunti amanti della montagna
che non pensarono a quanto
sacrificio e sudore quelle pietre fossero costate. Un’altra
valanga lo distrusse definitivamente nell’inverno del 1975
e non fu più ricostruito.
Io e Rino, nel frattempo,
avevamo preso la strada dell’emigrazione, con tante lacrime e rimpianti ed una ferita sempre aperta specie
per mio fratello; ora che non
c’è più penso a quanti passi
ha fatto in Svizzera, in 43 anni di lavoro, con nel cuore
una grande nostalgia e come pure io a Milano.
La vita ha diviso le nostre
strade ma siamo rimasti
sempre uniti dai ricordi degli anni più belli della nostra
fanciullezza e nel ricordo e
nell’amore dei nostri genitori che furono dei pionieri
dell’epoca.
***
Vorrei ricordare ai compaesani di Sappada, soprattutto ai ”meno giovani” che
hanno vissuto insieme a me
ed alla mia famiglia quel periodo, i sacrifici dei miei genitori e di mio fratello Rino
che è venuto a mancare
qualche anno fa.
Lidia Kratter
S. Donato Milanese
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LA GRANDEZZA DEL CADORE
N
ato a Pozzale di Pieve, dopo il seminario a Belluno, era stato inviato a
compiere gli studi all’ università Gregoriana di Roma dove, peraltro, alloggiava nel
Collegio Lombardo. I conoscitori delle cose ecclesiastiche sanno che frequentare
quella università era significativo, ma vivere nel piccolo esclusivo collegio era realmente un privilegio. Tradotto in <linguaggio vaticanese> voleva dire essere destinati a grandi mete. Purtroppo, all’improvviso, il giovane Longiarù si ammalò gravemente tanto che venne rispedito a casa.
L’anima pia, forse un prete bellunese, che
lo accompagnò a Pozzale (in auto?) gli disse fuori dei denti che si preparasse al
grande <passo di addio>, ma don Giovanni
non voleva morire e fece un voto. Se fosse
vissuto avrebbe rinunciato all’università di
Roma, non avrebbe preso la laurea in teologia come gli piaceva e si sarebbe accontentato di fare il semplice prete, andando
nella più disagiata cura d’anime che gli
avessero assegnato. Il <miracolo> avvenne e il vescovo- che peraltro non sapeva
del voto!- lo mandò, guarda caso, ad Erto
Casso, allora fra i luoghi più dimenticati
della diocesi. Di quei parrocchiani aveva
un ricordo compassionevole, memore della loro dignitosa indigenza. Ancora nella
tarda età diceva: “mi pareva d’essere il santo curato d’Ars!”
Nel 1939 era arrivata la promozione a
parroco di Selva di Cadore, dove era rimasto per tutti gli anni di guerra. Nel 1947
era passato per alcuni mesi a Farra d’Alpago, altro incarico fra i più difficili per motivi che non confidò mai a nessuno. Infine,
nel 1948, venne mandato a Vigo, dove rimase parroco per 43 anni, cioè fino ai giorni del meritato riposo. La seconda lunghissima stagione nuovamente nel <suo> Cadore é quella delle molte frequentazioni
con il cardinale Piazza, di cui diventò
<amico>. Ma lui non usava quella parola,
che riteneva non sufficientemente rispettosa nei confronti di un cardinale di <santa
romana chiesa>. Più e più volte fu il fedele
depositario delle sue confidenze, osservatore silenzioso del commensale che si cibava distrattamente, perduto nei lontani e
di Mario Ferruccio Belli
Giovanni Maria Longiarù
EBBE UN CUORE GRANDE
E UNA PENNA FACILE
Ecclesiastico fuori moda,
don Longiarù fu scrittore
brillante e prolifico
Nato a Pozzale, fu parroco
a Selva e nel 1948 a Vigo
dove iniziò il periodico
L’Oltrepiave
angoscianti problemi della chiesa universale. Del grandissimo prelato cadorino,
morto praticamente sul lavoro soleva dire
solamente che “non lo invidiava”, allargando le braccia e alzando gli occhi al cielo, come tacita invocazione. Col trascorrere del tempo don Longiarù era stato colpito da quella patologia che si suole definire <male oscuro>, ovvero la <depressione>, di cui anche la medicina ufficiale non
sa molto. Per tenerla sotto controllo egli
ricorreva all’arma dell’ironia. Era diventato famoso per le battute fulminanti. Al suo
vescovo che gli aveva affidato “sette chiese a Vigo“ aveva garbatamente risposto
che “un prete dovrebbe averne una sola, come gli uomini hanno una sola moglie”. Un
giorno d’autunno che lo fotografarono in
mezzo ad un gregge in transumanza, osservò “finalmente mi sento pastore”.
GIORNALISTA E SCRITTORE
Era soprattutto scrittore brillante e prolifico. Conscio dell’importanza dei mezzi
di comunicazione, allora solo i libri e la
stampa, in ogni parrocchia dove venne
mandato fra i suoi primi atti fu la creazione
del bollettino per dialogare con i suoi parrocchiani, essendo giornali scritti con
buon stile e perfetta lingua. Non gli mancavano i lettori, anche forestieri e non solo
3
fra i parrocchiani, essendo fogli scritti con
buon stile e in perfetta lingua. A Selva nel
1939 fondò “Val Fiorentina” ricco di notizie storiche, profili di personaggi locali dei
tempi andati che pochi, anzi nessuno, ricordava più.
Fra le cure pastorali trovò il tempo e la
voglia di mettere il suo vasto sapere nei libri. “Selva di Cadore - Notizie storiche”,
scritto con la collaborazione del maestro
Luigi Nicolai, uscì a Treviso nel 1943, (ristampato nel 1984). Infervorato dall’entusiasmo giovanile, pubblicò presso la tipografia Benetta un testo interessante intitolato “Saggi apologetici- Divagazioni”; e, poco dopo, presso Castaldi a Feltre, il secondo di carattere più polemico, “Cristianesimo o comunismo?”. Si era nel 1945. La
guerra era appena finita e i partiti stavano
occupando lo spazio della nuova democrazia. Perciò esporsi senza paure richiedeva
coraggio che, per fortuna, non gli mancava. Forse anzi si ser viva di questi strumenti appunto per contrastare le crisi depressive. Nel 1946 lasciò Selva per Farra
d’Alpago, dove pose subito mano al bollettino, di cui peraltro fece tempo a seguirne
soltanto i primi tre numeri, perché presto
venne definitivamente assegnato a Vigo.
Quella parrocchia passava per la culla
della cultura umanistica cadorina e quasi
come risposta ad un’attesa, con ammire-
vole solerzia, subito pubblicò un periodico
glorioso destinato a lunga vita. Gli diede il
titolo “L’Oltrepiave”, che ricordava quello
dell’antica centuria ai tempi della Comunità di Cadore. Era atteso nelle famiglie e
dai concittadini emigrati, perché miniera
di informazioni di ogni genere e non solo
per le cronache locali. Anche a Vigo ebbe
il tempo e la voglia di mettere il suo sapere nei libri, così nel 1984 uscì la sua monografia intitolata “Vigo di Cadore e il suo
cardinale”, stampata presso la Tipografia
Tiziano di Pieve. A proposito dei libri, sua
grande passione in tutta la vita, si ricorda
che essendosi impegnato a mantenere
agli studi un giovane futuro sacerdote,
qualche volta s’era trovato tanto a corto di
denaro tanto da dover rinunciare persino
ad acquistarne di nuovi. Ma ne leggeva
avidamente i titoli occhieggiandoli dietro
la vetrine, quando scendeva a Belluno per
doveri professionali. Conosceva le Sacre
Scritture che leggeva correntemente in latino e in greco; ma con umiltà, sia nell’antico che nel nuovo testamento. Aborriva le
manifestazioni di vanità, purtroppo così
comuni fra i suoi confratelli, anche le meno vistose e più tollerabili. Quando nel
1959 da Roma gli arrivò la nomina a cameriere segreto, anzi a cappellano del papa,
la gente lo seppe unicamente da un articolo apparso sull’Amico del popolo. Egli, che
non avrebbe voluto fosse noto, si schermì
con una battuta di spirito e mai, assolutamente mai, accettò di esternare pubblicamente quell’onore altissimo che avrebbe
consentito l’uso di berretti speciali, calze
di porpora, filetti rossi sulla talare, tiare
dorate, ecc. ecc. A chi lo invitava a indossarli rispondeva asciutto: “orpelli”. E se gli
sembrava che non avessero compreso il
significato, aggiungeva ancora più deciso
“carnevale!”. Un ecclesiastico fuori moda
che ha onorato il Cadore e che vogliamo
ricordare prima che ne svanisca il ricordo.
LE DOLOMITI IN GUERRA VISTE DA ITALICO BRASS
i chiamavano i pittori-soldato ed erano artisti, il più delL
le volte davvero validi, ai quali veniva richiesto di riprodurre fedelmente i luoghi e le vicende delle
battaglie, nonché, molto spesso,
di propagandare la stessa guerra.
Da Gerolamo Induno ad Ippolito
Caffi, da Giovanni Fattori a Giulio
Aristide Sartorio, molte sono le figure che hanno lasciato preziose
testimonianze storiche ed artistiche nell’intero arco del nostro Risorgimento, Grande Guerra compresa.
Uno dei più grandi pittori che si
cimentarono in tale attività, talvolta rischiosa e comunque sempre
faticosa, fu Italico Brass, al quale
sono state recentemente dedicate
due belle mostre in rapida successione, una al Castello di Udine e
l’altra a Gorizia, a Palazzo Attems
Petzenstein, entrambe a cura di
Maurizio Buora, Enrico Ferrara,
Enzo Savoia e Andreina Zatta.
Queste esposizioni hanno permesso di conoscere diverse opere
dell’artista dedicate alle Dolomiti
e in particolare al Cadore, al quale
- va osservato per inciso - il nostro
fu sempre legato, non solo per i
suoi soggiorni, ma pure per essere riconosciuto ancor oggi come il
vero salvatore della Sacca della
Misericordia a Venezia, minacciata di interramento negli anni ’20
del secolo scorso, e ciò sulla base
proprio dei diritti storici, da lui appunto dimostrati, dei nostri zattieri, che per secoli vi ebbero il loro
punto di arrivo in laguna.
Sono state così esposte al pubblico una cinquantina circa di opere, realizzate da Brass fra il 1911
ed il 1922, con alcuni preziosi
omaggi pittorici alla città di Venezia, dove l’artista – nato nel 1870 a
Gorizia – si spense, improvvisamente, il 16 agosto 1943. Alla prima Guerra mondiale Italico Brass
partecipò da attento osservatore,
facendo schizzi e studi al fronte
su incarico del Comando Supremo e della Regia Marina. Ottenne
perfino l’autorizzazione a viaggiare su autocarri di servizio nella
zona della III armata, quella al comando del Duca d’Aosta, e della
IV Armata in Cadore, comandata
dal De Robilant. Nel 1917 pubblicò le sue opere di guerra più significative, frutto di quei due anni
di lavoro, in una pubblicazione intitolata Sulle Orme di San Marco.
Nel 1918 partecipò anche a Milano ad una mostra alla Galleria Pesaro intitolata Arte di guerra marinara ed organizzata dall’Ufficio
Speciale della Marina.
Le tavole di Brass non puntano
certo all’esaltazione retorica, ma
si propongono come “paesaggi di
guerra”, resoconti di vita contemporanea, dove l’artista
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ai di Cadore, uno sguardo carico di dolci malin“T
conie” è il titolo del bel libro che
Mario Rossi ha da poco dato alle
stampe e che sta riscuotendo davvero l’apprezzamento di tanti estimatori, spesso semplici cittadini
felici di poter finalmente conoscere in modo approfondito la storia
della popolosa frazione del Comune di Pieve di Cadore.
Tra i vari capitoli spicca quello
dedicato alla Grande Guerra e in
modo particolare al ruolo avuto
da Tai in quei drammatici frangenti. Il lettore potrà quindi apprendere che nel corso del conflitto i militari avevano realizzato
un piccolo aeroporto di emergenza nella località di “Prà de Tai”.
Nel 1916 la Regia Aeronautica
venne riordinata e a Belluno fu organizzato un primo vero campo
d’aviazione, appartenente alla I Armata, con il 48° Gruppo dotato di
aerei Farman, al comando del Cap.
Maurel e alle dipendenze del Comando VII Gruppo Aeroplani Verona, diretto dal Magg. Costanzi.
Solo chi conosce le difficoltà di
volo nelle zone di montagna e ricorda le caratteristiche degli aeroplani di allora, in particolare del
superato Farman, può comprendere cosa volesse dire sorvolare
catene e valli, portandosi su zone
impervie e per nulla assistite.
Nella tarda primavera del 1916
il 48° Gruppo diventava Squadriglia e veniva assegnato alla IV Armata che operava nell’Alto Bellunese, cosicché nell’autunno dello
stesso anno aumentarono le ricognizioni su tutto il Cadore, grazie
anche all’adozione del nuovo aereo, il Caudron G4, dotato di ottime qualità ascensionistiche, e ai
piloti Palli, De Claricini, Finzi,
Massoni e Sarti, che poi avrebbero partecipato con D’Annunzio al
volo su Vienna il 9 agosto 1918.
L’estensione, la profondità della zona da esplorare e la grande
distanza dal campo di Belluno,
imposero ben presto l’organizzazione di una serie di campi di fortuna a Sappada, Padola, Tai di Ca-
Una pista aerea d’emergenza per i raids sul fronte dolomitico
PROVVIDENZIALI QUEGLI ATTERRAGGI A TAI
dore, Cortina, Agordo, Fiera di
Primiero e Fonzaso, dimostratisi
poi assolutamente provvidenziali
per numerosi piloti costretti ad atterraggi d’emergenza.
Ancora nel 1915 la Direzione
Generale Aeronautica aveva incaricato il S.Ten. Giulio Laureati di
effettuare una ricognizione per la
ricerca di possibili campi di volo
nell’Alto Cadore, Carnia e Friuli,
ma sia per lo spazio disponibile,
sia per l’ubicazione e il tipo di fondo, solo poche zone potevano essere utilizzate per la costruzione
di un campo di volo. Un problema
che accomunava i terreni di alta
montagna era quello della neve,
che li copriva per quasi tutto l’an-
di Walter Musizza
Giovanni De Donà
Nel 1917 la Regia
Aeronautica attrezzò
dei ‘campi di volo’,
importante
strategicamente
quello a “Prà di Tai”
Memorabile
l’atterraggio del
Caudrom G4 di
Contratti e Laghini
Atterraggi d’emergenza a Pra di Tai
no, rendendo ancor più difficoltosi gli atterraggi e causando diversi incidenti.
Il “campo di volo” non era assolutamente come gli aeroporti dei
nostri giorni con le piste, la torre
di controllo, ecc., ma un grande
terreno in erba, pianeggiante,
con baracche di legno e qualche
grande ricovero per i velivoli
(hangar), sul quale gli apparecchi potevano svolgere le manovre
di “decollaggio e atterramento”.
Il più importante di questi cam-
pi, sia per la sua posizione centrale
che il buon fondo, era proprio
quello di Tai (855 metri s.l.m.), che
fu attrezzato nel 1917 anche con
degli hangar. La costruzione di
questo campo fu ritenuta di valenza strategica, visto che da Sappada
a Cortina (ove vi erano altri due
campi) fino a Belluno non ne esistevano altri. Dopo vari sopralluoghi effettuati dal personale del XII
Gruppo, fu scelto l’unico luogo
che, con poco lavoro, si prestava
ad essere utilizzato per una pista.
Si doveva solamente spostare la
palificazione telefonica sino alla
strada, predisporre il segnale d’atterraggio e togliere il rialzo a croce
che attraversava la zona.
Atterraggi di emergenza si ebbero il 6 agosto 1917, con il Nieuport del ten. Bonomi della 83a
Squadriglia da caccia che, a causa
del motore in panne, atterrò fuori
campo fracassando l’apparecchio,
e il 29 agosto 1917 con un Caudron G4 della 48a. L’aereo, impiegato per sorvegliare le retrovie
nemiche e per ricognizioni a vista,
alle 6.39 era decollato da Belluno
con il pilota S.Ten. Contratti e l’osservatore Ten. Laghini, con una
dotazione di 2000 freccie. Giunto
all’altezza del Tudaio e di Lorenzago, quando già era stato deciso
di tralasciare la ricognizione a
causa della zona coperta, il mezzo, per il cattivo funzionamento
d’ambo i motori, patì assai la forte
resistenza del vento contrario e rimase fermo un’ora, impossibilitato ad eseguire ogni manovra. Il pilota, sopraffatto infine da un temporale e da raffiche di vento, riuscì attraverso uno squarcio di
nubi a riconoscere le case di Domegge e tentò l’atterraggio sul
campo di soccorso di Tai. In pochi
secondi perse 1200 metri di quota
e riuscì poi a portarsi sul campo,
dove un’ultima raffica lo investì,
provocando uno scivolamento d’ala e il fracassamento del mezzo al
suolo. Gli aviatori per fortuna restarono incolumi.
Un altro atterraggio a Tai di un
Caudron si ebbe il 1° novembre
1917, mentre fervevano i preparativi per la nostra ritirata nel bailamme del dopo-Caporetto.
Nei mesi seguenti altre piste
dovettero essere organizzate nel
Veneto dai nostri e dal nemico
per assecondare il teatro di operazioni spostatosi sul basso Piave
ed altri paesi, compresa Venezia,
dovettero convivere con la minaccia delle bombe piovute dal cielo.
Per un lungo anno di occupazione austriaca i cadorini guardarono al cielo solo per attendere l’apparire di qualche velivolo tricolore capace di regalare sciami di
manifestini inneggianti alla speranza e alla fede nella Patria, lontana ma non vinta.
Parecchi e suggestivi Con tavolozza e pennelli, inviati speciali sul fronte della Grande Guerra
gli spunti cadorini
Passo della Sentinella
Batteria
taglia in Carnia” (cm 55 x 46).
nella mostra
Facevano da corollario alle mostre
altre opere di pittori al fronte,
recentemente
come quella, bellissima, di Achille
Beltrame “Alpini sul nevaio”, in
dedicata al pittore
grado di rendere nella drammatica
al Castello di Udine
scansione di tanti volti di alpini accucciati in trincea l’angoscia dele a Palazzo Attems
l’imminente attacco, o ancora quella di Giuseppe Montanari, col suo
a Gorizia
fissa l’istante in cui si svolge
il singolo episodio e i soldati, impegnati nell’azione o colti nei
momenti di riposo nelle retrovie,
si fondono con i luoghi, diventando protagonisti dell’epopea del
quotidiano.
Con pennellata rapida, schizzando direttamente le scene su tavolette di legno poco ingombranti e facili da trasportare, l’artista annotava
luoghi ed eventi, seguendo un procedimento documentato da alcuni
bozzetti già parte del suo archivio.
Ci piace qui sottolineare che un
posto di rilievo nelle mostre era occupato da opere che interessano le
Dolomiti Bellunesi, dove evidentemente il nostro era venuto a scarpinare alquanto, portandosi anche
molto a ridosso della prima linea.
Ricordiamo in particolare “Alpini
in avanzamento sul nevaio al Passo
Sentinella”, del 1916 (cm 50 x 61,
olio su tela, coll. privata), in cui
Brass scandisce sapientemente il
lento incedere di uomini e muli
lungo l’erta mulattiera che sale ai
3000 metri del passo: una visione
che non poteva che essere fatta
dalla zona dei laghi oltre l’attuale rifugio Berti. E poi c’era ancora “Postazione del Passo Sentinella a Cre-
ston Popera” (e perdoneremo se la
didascalia della mostra diceva Popero), olio del 1916 (cm 61 x 50). A
queste si aggiungevano poi altre
due opere che Brass dipinse quello
stesso anno nel suo passaggio in
Carnia-Cadore: “Soldati in avanzata tra le rocce” (cm 50 x 65) e “Bat-
intenso “Pezzi in batteria”, del 1917
che richiama la guerra dolomitica.
Ma i bellunesi in visita alla mostra avranno avuto pure l’occasione di visitare l’annessa pinacoteca
di Palazzo Attems, dove, al primo
piano, nel salone centrale, spicca
un grande olio su compensato del
1947, di Marcelliano Canciani
(1873-1953), intitolato “Il Sacro
Piave a Sappada”. Non c’è nulla
da fare: al pensare che l’altro fiume sacro alla Patria, l’Isonzo, scorre solo qualche centinaio di metri
più in là, viene un brivido di emozione. Anche 90 anni dopo.
Walter Musizza
Giovanni De Donà
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Valle, poco distante dalla statale di Alemagna e
A
dalla chiesa di San Rocco, esiste una chiesetta di composta
suggestione dedicata alla Madonna del Carmine.
Risale probabilmente al
1610, quando la fecero costruire i fratelli Bartolomeo
e Baldassarre Galeazzi, appartenenti ad una delle famiglie più in vista di Valle. I
Galeazzi, di origine romagnola, erano giunti in Cadore nel Quattrocento, ma si
erano col tempo divisi in vari rami, fra cui quello denominato appunto del Carmine. Il piccolo edificio, come
ricorda un’iscrizione posta
sulla sinistra dell’ingresso,
aveva ottenuto nel 1637 il riconoscimento del patriarca
di Aquileia, Marco Gradenigo, dal momento che era
stato dotato dalla famiglia
Galeazzi di beni adeguati al
suo mantenimento e alle sacre celebrazioni.
Era il 18 luglio, due giorni
dopo la ricorrenza della Madonna del Carmine (più propriamente Beata Maria Vergine del monte Carmelo), la
cui devozione è rimasta viva
un po’ dovunque da quando
la Vergine apparve nel 1257
al superiore generale dei
Carmelitani, Simone Stock,
al quale donò lo “scapolare”:
si tratta di due quadratini di
stoffa di saio con impressa
l’immagine della Madonna e
collegati da una cordicella,
indossati dai devoti per ottenere protezione spirituale e
corporale e salvezza eterna.
Fra i tanti che hanno fatto
SPIRITUALITA’ E
SUGGESTIONE
di Antonio Chiades
uso dello “scapolare”, in anni recenti, vi è stato anche
papa Giovanni XXIII.
Il Carmelo è una catena
montuosa che si estende dal
golfo di Haifa sul Mediterraneo fino alla pianura di
Esdrelon ed è citato più volte
nella Sacra Scrittura per il
lussureggiare della sua vegetazione. In quel territorio, un
primo gruppo di eremiti aveva abitato già nel primo secolo dopo Cristo, costruendovi
una cappella dedicata alla
Vergine. Ma fu nel XII secolo
che giunsero dei pellegrini
occidentali i quali, proseguendo il culto mariano già
esistente, si unirono in un Ordine religioso denominato
col tempo dei Carmelitani.
Costretti a lasciare la Palestina a causa dell’invasione saracena, i monaci fuggirono in
Occidente dove fondarono
diversi luoghi di preghiera e
di culto.
Il 16 luglio, data dell’apparizione al beato Simone
Stock, viene festeggiato con
particolare solennità, in Cadore come ovunque. Attraverso i secoli, l’Ordine Carmelitano è andato annoverando figure straordinarie
di santi, fra cui Teresa d’Avila, Giovanni della Croce, Teresa del Bambin Gesù,
Edith Stein l’ebrea convertita deportata ad Auschwitz..
Carmelitana era diventata
anche la veggente di Fatima
suor Lucia.
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La chiesetta di Valle, pur
essendo di dimensioni assai
ridotte, offre la sensazione,
nitida e forte, di possedere
una avvolgente compiutezza
corale. E’ scarna, ma curata
nei particolari, individuabili
ad esempio nelle nervature
intrecciate del soffitto in
muratura e negli archi decorati a finto marmo. L’altare
ligneo, dove è collocata la
statua della Madonna, è di
fattura secentesca, intagliato e dorato. In alto, frontalmente, domina un Crocifisso ligneo del Settecento
che, inserito armonicamente nell’insieme, svetta con
limpida essenzialità.
Durante la buona stagione la chiesetta è aperta e
La chiesetta
del Carmine a
Valle fu fatta
costruire dai
Galeazzi verso
il 1610
Pregievoli
l’altare ligneo
e crocefisso
Qui è ancora
viva la
devozione dello
‘scapolare’
quotidianamente viene celebrata la Messa, in un silenzio assorto e rarefatto, privo
di superfluità.
Il tetto è spiovente, a scandole, la tipica copertura cadorina. Vi sono inoltre un
campaniletto in legno e la
sacrestia. Anche la facciata
si presenta semplice ed elegante, ponendosi quasi a
spartiacque fra due strade:
quella che scende verso la
statale e quella che sale verso il tracciato della vecchia
ferrovia. Accanto al portale
vi sono due finestrelle e, subito sopra, un affresco risalente probabilmente al XIX
secolo che a suo tempo era
stato osservato con interesse da Filippo De Pisis. Il
grande pittore ferrarese
aveva soggiornato in Cadore, scrivendo nel periodo fra
le due guerre anche alcuni
articoli sulle opere d’arte in
particolare di Valle e dintorni.
E nel dipinto collocato sulla facciata della chiesetta del
Carmine, De Pisis aveva individuato un’impronta “popolaresca eppur ripiena di
un certo sapore classico”.
Alla base, è riconoscibile lo
stemma della famiglia Galeazzi con le parole “sub
tuum praesidium”. L’affresco propone la Madonna col
3
Bambino e, da una parte,
l’angelo della narrazione biblica che accompagna Tobiolo, dall’altra i santi Rocco
e Sebastiano.
Torna anche qui dunque,
sia pure in maniera sfumata,
la memoria protettrice di
San Rocco, il cui culto è diffusissimo in Cadore. Fra
l’altro, ad alcune centinaia
di metri dal Carmine, sorge
la chiesa dedicata proprio al
santo, consacrata nel 1865,
ma costruita sul posto di
una precedente struttura
cinquecentesca distrutta da
un incendio.
San Rocco da Montpellier,
dopo la morte dei genitori,
aveva donato i suoi averi ai
poveri, mettendosi in viaggio dalla Francia verso Roma. In Italia infuriava la peste e lui si era presto distinto nel soccorso ai contagiati.
Si narra che tracciando un
segno di croce sugli appestati ed invocando la potenza di Dio, Rocco operasse
guarigioni. Giunto a Roma,
aveva risanato perfino un
cardinale. Di ritorno, durante un’epidemia, a Piacenza,
era stato colpito anche lui
dalla peste, trascinandosi in
una grotta dove ad assisterlo e a cibarlo, secondo la tradizione, era accorso provvidenzialmente un cane. Morì
poco più che trentenne a Voghera dove, per un malinteso, era finito perfino in carcere: era la notte fra il 15 e
16 agosto di un anno fra il
1376 e il 1379.
Uscendo dalla chiesetta
del Carmine, prima di avviarsi verso la vicina San
Rocco, si può notare sulla
destra anche il palazzetto
dei Galeazzi di Sotto, utilizzato come ricovero per militari durante la prima guerra
mondiale e dove è ancora riconoscibile, anche se sbiadita, la scritta “ospedale da
campo” con a fianco la Croce rossa. Anche a questa
struttura aveva fatto riferimento De Pisis nella sue descrizioni di Valle, notando le
finestre ornate da “teste
marmoree a tutto tondo”,
non prive di un certo carattere.
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LE AMARE DELUSIONI DEL 1864
l 16 ottobre 1864 una cinquantina di uomini armati di fucili
I
e bombe a mano, con il tricolore
Firenze rimasi fino al 17
Giugno 1861, anno in
“A
cui mi arruolai nel 40° Regg. Fan-
in testa, guidati dal dottor Antonio
Andreuzzi, amico di Garibaldi e
Mazzini, partirono dal piccolo ed
isolato borgo montano di Navarons alla volta di Spilimbergo e
Maniago per attaccare la locale caserma della gendarmeria ed invitare le popolazioni ad insorgere
contro gli Austriaci.
Tutto ciò doveva costituire l’incipit di una complessa guerra
per bande di mazziniani e garibaldini, atta a provocare l’intervento
dell’esercito regio italiano e di Garibaldi per una definitiva liberazione dalla dominazione austriaca
del Friuli, della Venezia Giulia, del
Veneto e del Trentino. Mazzini e
forse la stessa monarchia sabauda
speravano di prendere l’Austria
tra due fuochi, costringendola a
fronteggiare sollevazioni indipendentiste di ungheresi e polacchi,
ma così non fu.
La gente non aderì alla sollevazione, cosicché la banda prima si
avviò verso Tramonti di Sopra e
poi si mise in cammino con l’intento di unirsi, al Passo della Morte, ai preventivati insorti del Bellunese e del Cadore. Furono però
costretti a tornare indietro, perché le truppe austriache avevano
occupato la zona di Ampezzo e
stavano dando loro la caccia.
Se è vero che tale moto, nonostante la dedica di un poemetto
celebrativo da parte di Luigi Mercantini, non ebbe risonanza e gloria nei decenni successivi, è ancora più vero che gli studi in proposito hanno sempre trascurato la
sua componente bellunese. Anzitutto la preparazione della rivolta
nel Bellunese, dove agiva l’ing.
Beniamino Dal Fabbro di Sedico,
e in particolare in Cadore, dove i
fratelli Giovanni e Pietro Ferucis
ebbero frequenti contatti con patrioti a Rivalgo, Perarolo e Longarone. Grazie ad un arruolamento
di volontari a Pieve di Soligo, Conegliano, Serravalle e Ceneda furono costituite due colonne che,
messesi in movimento tra il 14 e
15 ottobre, avrebbero dovuto
prendere Belluno. All’ultimo momento però tutto fu sospeso ed i
militi vennero rimandati alle loro
case. E per finire ricordiamo che
l’oste Lorenzo Fiorin a Fortogna,
poi morto suicida, ospitò più volte
emissari veneti e friulani nella sua
locanda, mentre diversi cadorini
rimasero diversamente coinvolti
nella preparazione dell’insurrezione, come Ferdinando Coletti di
Pieve, un Valmassoni di Domegge, il dr. Giovanni Corradini di S.
Nicolò di Comelico, il maestro Federico Serafini di Valle…
Il racconto ci conferma che i contatti erano diffusi in quei mesi in
Cadore, i preparativi molto meno.
teria Brigata Bologna, con deposito in Tortona. Nel tempo che rimasi a Firenze da gennaio a giugno,
frequentai biblioteche, gallerie artistiche, musei e tutti gl’incantevoli
dintorni della bella città; presi parte ai festeggiamenti in marzo per
la proclamazione di Roma capitale d’Italia.
Il 6 Giugno mi trovavo a Livorno, ove mi era recato per arruolarmi nel Corpo Bersaglieri, ma non
fui accettato perché mancante di un
centimetro per la misura regolamentare. In quel giorno medesimo
giunse colà la triste notizia della
morte del Conte di Cavour, avvenuta in Torino, che mise in lutto tutta
l’Italia. Ritornai a Firenze e mi arruolai in Fanteria e il 18 Giugno
partii dì nuovo per Livorno, Genova e Tortona, dove fui assegnato
quale scritturale alla 3a compagnia della quale era furiere certo
De Col di Belluno.(...) Fui promosso caporale furiere e destinato alla
1a compagnia del reggimento di
stanza a Reggio Emilia. Nel 1862
fui promosso sergente alla 10a compagnia, comandata dal conte Castellini di Forlì e nei mesi di luglio e
agosto la compagnia venne distaccata a Castelnuovo nei Monti. Lassù mi giunse la dolorosa notizia della catastrofe di Aspromonte, della
ferita al piede di Garibaldi e del
conseguente arresto1. Noi che speravamo che il grido di Roma o morte
svegliasse tutti gl’italiani ed obbligasse il Governo ad agire in senso
favorevole all’idea di Garibaldi, a
dispetto di Napoleone e sua moglie,
rimanemmo costernati. (...)
Nel gennaio del 1864 fui destinato al deposito di Tortona quale
sergente d’amministrazione. In
quell’epoca si vociferava d’una spedizione nel Trentino che si sarebbe
rovesciata pel Cadore, Carnia e
Friuli, auspici Garibaldi, Benedetto Cairoli e vari altri ex ufficiali
garibaldini. Le sedi degli arruolamenti erano Milano, Genova e Torino. Io seppi che certo Giovanni
Ferrucis di S.Vito del Tagliamento
ex ufficiale del 1860, da me conosciuto nel 1859 nel 46°, faceva parte del comitato di Genova2; gli scrissi in proposito, esternando il desiderio di partecipare alla spedizione,
avvertendolo che io compiva la mia
ferma di tre anni il 17 giugno di
quell’anno. Egli venne in maggio a
trovarmi a Tortona, e rimanemmo
d’accordo ch’egli mi avrebbe avvertito del momento di agire; io gli lasciai il mio recapito in Voghera,
presso Luigi Vecellio Mattia di Auronzo, sarto in quella città.
Arrivata l’epoca di ricevere il
mio congedo, il maggiore Giachino comandante il deposito, mi
chiamò dicendomi che se avessi accettato una raf ferma di altri tre
anni mi avrebbe promosso furiere,
Importanti dettagli
sui moti del 1864,
organizzati in Friuli
ma ramificatisi
a Belluno e
in Cadore
Enrico Monti tornò
in Auronzo ma
non vi era nulla
di preparato
per insorgere
e così avrei potuto fare carriera,
ma io non accettai. Avuto il congedo mi portai a Voghera in attesa di
ordini, intanto m’impiegai quale
scritturale copista presso il notaio
Berretta, ove rimasi tutto luglio.
In agosto ricevetti lettera da Ferrucis che mi chiamava a Genova; di
là partimmo insieme per Milano,
ove ci attendevano i vari capi per
disporre la spedizione.
Nelle varie località del Trentino,
Cadore e Carnia, dove era preparata l’insurrezione, si erano venuti
formando vari Comitati segreti. Il
Comitato del Cadore, dove fui io
destinato, era composto dal dottor
Sartorio medico in Auronzo3, Valmassoni di Domegge e Marco Ciani di S. Stefano del Comelico4; Domenico Tolazzi e Giovanni Ferrucis furono destinati in Carnia. Io
partii pel Cadore, in ferrovia fino a
Desenzano, poscia in vettura per
una strada consorziale per raggiungere e passare il confine; ma, o
che il vetturale ci abbia traditi, o la
casualità, ci fecero incontrare con
una pattuglia di austriaci che ci
arrestò e ci condusse a Peschiera.
Questo succedeva il 14 agosto;
noi, già d’accordo, rispondevamo
alle domande del Commissario
con risposte evasive ed uniformi,
che non soddisfecero quel Commissario di polizia ed egli ci fece tradurre a Bardolino dove, fattici esaminare dal pretore, si persuase che
noi rimpatriavamo perché stanchi
di stare all’estero. Fummo rimessi
in libertà, mediante un foglio di
via da presentare al commissario
distrettuale al nostro arrivo a destinazione. Viaggiammo uniti da
Peschiera a Conegliano dove ci separammo, loro proseguendo per
Udine e la Carnia, io per il Cadore, con l’intesa che io avrei loro dato notizie ad Arta, presso Tolmezzo, delle novità e dello spirito patriottico dei cadorini.
Arrivai in Auronzo incognito di
mattino, mi presentai al mio padrino Giosafatte Monti e gli comunicai lo scopo del mio viaggio. Egli
rimase dolorosamente impressionato della mia nuova audacia sapendomi renitente alla leva au-
3a Puntata
DAL DIARIO DI
ENRICO MONTI
Ufficiali delle
Bande Armate
Cadorine
striaca e, senza perder tempo, volle
consultarsi col Dr. Sar torio raccontandogli il fatto. Il dottore uniformandosi alla opinione del mio
padrino, trovò che il mio arrivo
era sommamente pericoloso, tanto
più che non vi era nulla di preparato per insorgere e che le armi
erano nascoste a Perarolo. Il Governo Austriaco era entrato in sospetto e mandava forza in Cadore
e in Carnia, specialmente nel
Trentino, per cui fu deciso che io
avrei dovuto scapparmene a scanso di compromettere seriamente
me e altri vari cittadini. Viste deluse le mie speranze, dovetti rassegnarmi ad abbandonare nuovamente il Cadore; nottetempo andai
ad abbracciare mia madre, i fratelli e stabilire per il giorno successivo
la partenza; mio padre non lo vidi
perché trovavasi a Federavecchia
per la divisione dei beni incolti.
La mattina del 19 agosto di buon’ora, dopo avermi procurato un
passaporto a nome di Macchietto
Giovanni, partii con una vettura
di Liberale Corte Metto che mi accompagnò, senza fermate intermedie non consigliabili per precauzione, fino a Perarolo. Una corsa di
25 km tutta di un fiato, con mezzo
di trasporto un po’ antidiluviano e
su strade malagevoli, oh! un vero
piacere! A Perarolo cambiai cocchiere e vettura e proseguii per
Serravalle e Sacile, di dove in ferrovia mi trasportai a Mantova,
nella quale città ebbi il piacere di
trovare Antonio Rizzardi di Auronzo impiegato in quella pretura.
Egli era incaricato di farmi passare il confine, ma siccome il Governo Austriaco in quei giorni aveva
adottato misure eccezionali di vigilanza, mi dissuase dal tentarne il
passaggio e mi consigliò invece di
entrare nel Veronese. (...) Dalle
Grazie, a piedi per sentieri di campagna percorsi la strada fino al
confine ove felicemente passai in
terra libera. Il vetturino era un liberale ex tamburino a Roma nel
1849 sotto gli ordini di Garibaldi.
Passai per Viadana, Guastalla e
Reggio, dopo per ferrovia a Voghera; di là diedi una relazione scritta
Walter Musizza - Giovanni De Donà
al Comitato di Milano sullo stato
delle cose in Cadore. (...)
Mi diressi alla Spezia, ove trovavansi due miei cugini Frescura
della Molinà; mediante loro conoscenze fui accettato dall’ing. Luigi
Albanesi fino ai primi di novembre, quando un giorno lessi sui
giornali che vari paesi della Carnia erano insorti e che Tolazzi, il
mio compagno di viaggio di agosto, aveva disarmato vari posti di
gendarmeria e che a si preparava
una spedizione per il Trentino.
Corsi immediatamente colà, mi
presentai coi miei titoli al medico
Andreuzzi, prete Coiz e Marcora
capi del Comitato, i quali realmente in unione a Benedetto Cairoli e
ad altri ex ufficiali garibaldini, cercavano uomini ed armi per la spedizione. Ma il Governo italiano
non approvò tali moti e ordinò l’arresto di tutti gli emigrati veneti e di
altri giovani che erano accorsi a
Milano per lo scopo. Io pure la vigilia di S. Martino venni arrestato
alla trattoria ove alloggiavo e tradotto alla questura; dopo due giorni venni accompagnato da un questurino in borghese a Genova e di
là nuovamente alla Spezia sotto
sorveglianza della polizia5 ”.
(continua)
Note:
1 - Il 29 agosto 1862.
2 - Giovanni Ferrucis, pizzicagnolo di
S. Vito al Tagliamento, aveva allora
35 anni. Era chiamato “il capitano”.
3 - Il dr. Cristoforo Sartorio di Abano e fu medico condotto ad Auronzo per 10 anni, poi ad Arsiè e a Feltre. Morì ad Abano nel gen. 1903, a
78 anni. Grande patriota combatté a
Marghera nel 1849.
4 - Marco Ciani Tonello di Bortolo
n. a Domegge il 7 giugno 1828 e
morì il 26 febbraio 1884 a S. Stefano, dove era negoziante. Fu assessore e Sindaco per più anni, combatté in Cadore nel 1848.
5 - Sui moti del 1864 si vedano C. Tivaroni, “I moti del Veneto nel 1864”,
Genova 1887, e G. Cassi “Un pugno
d’eroi contro un impero”, Modena,
1932.
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a figura del maestro Edoardo, educatore di molte geL
nerazioni di lozzesi, è di quelle
che, a distanza di oltre 40 anni
dalla scomparsa, è ancora ricordata in paese con rispetto, stima
ed affetto. Edoardo Zanetti era
nato a Lozzo da una delle famiglie
più in vista del borgo.
L’albero genealogico, disponibile fra le carte di famiglia, va dal
1646 al 1837. Due date simbolo: la
prima segna il debutto della stirpe
con l’arrivo a Lozzo, proveniente
da Laggio, di tale Simeon De Zanetto, il quale doveva impalmare
tale Dorotea Borca. Narrano le
cronache che il nubendo dovette
sborsare una cifra enorme per
quei tempi al fine di essere considerato partecipe, a tutti gli effetti,
della locale Regola; la seconda data è quella della scomparsa del
dott. Marino Zanetti, benemerito
medico di Lozzo, Vigo, Lorenzago
e Domegge. Dalla consultazione
di tale albero genealogico si evince che nella famiglia erano annoverati religiosi anche di grande lignaggio, religiose, preti secolari,
notai, avvocati, ingegneri, medici,
pittori, militari di carriera ecc.. Basti citare uno per tutti: padre Marino da Cadore (al secolo Giuseppe
Zanetti) che assurse ai massimi
gradi della gerarchia dell’ordine
dei cappuccini, resse le sorti della
congregazione e la ricostruì dopo
la bufera napoleonica.
Edoardo Zanetti nasce a Lozzo il
24-2-1893 da Pio e da Lucia Da Pra
Grandelis, secondo di 5 figli (gli altri erano: Dorotea (1891-1945)
maestra e direttrice didattica; Santina (1895-1982); Maria (19041958) pure maestra; Nicolò (morto
dodicenne). Il secondogenito manifesta subito propensione allo studio e, dopo le elementari, si trasferisce a Legnago dove consegue l’abilitazione magistrale presso l’Istituto salesiano di quella città. Siamo
nel 1912 ed il giovane rientra a Lozzo dove inizia ad insegnare presso
la Suola Elementare (allora si chiamava “Scuola Popolare”). Dopo
qualche tempo, Edoardo parte per
la Francia dove frequenta (presso
l’Université des Italiens di Grenoble) un corso di perfezionamento
ed abilitazione all’insegnamento
della lingua francese, allora considerata lingua ufficiale nei commerci e nella diplomazia (così come lo
è ora la lingua Inglese). Il padre,
Pio, è perito agrimensore e diventa
in breve tempo una autentica istituzione per l’intero comprensorio cadorino: stila mappe e tipi, appronta
successioni e divisione fra eredi, effettua confinazioni di campi, prati e
boschi. Il suo studio è una autentica miniera di pratiche e faldoni ed
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3
EDOARDO ZANETTI, BENEMERITO EDUCATORE
Il maestro Zanetti
era la mente storica
di Lozzo dove
insegnò per 47 anni
Si distinse nella
Grande Guerra, fu
uomo pubblico
adamantino
un importante archivio-memoria
storica. Il figlio, oltre all’insegnamento, aspira a seguire le orme paterne per poi subentrare al padre
nella florida attività. Sarà però un
progetto che potrà essere realizzato soltanto diversi anni dopo. All’esperienza in terra d’oltralpe segue
infatti il subitaneo rientro in patria
giacché incombe la guerra ‘15-’18.
Edoardo viene arruolato nel 45°
reggimento fanteria con il grado di
sergente maggiore. Combatte sull’Isonzo, vive la tragedia di Caporetto, poi partecipa ai fatti d’arme
di monte Sief, combatte sul Grappa, sul Montello e sul Col di Lana.
Si comporta valorosamente tanto
da essere insignito di una croce di
guerra e di ben 5 medaglie al valore, fra cui alcune interalleate. Congedato, riprende il suo antico progetto e si iscrive all’Istituto Belzoni
di Padova dove il 12/1/1924 consegue il diploma di perito agrimensore. Può così seguire le orme professionali del padre, nella tradizione di famiglia, professione che è
punto di riferimento della popolazione in fatto di cura e gestione della proprietà.
Nel frattempo riprende la sua
opera di educatore alle scuole elementari di Lozzo dove insegnerà
complessivamente per ben 47 anni.
Nel contempo collabora con il padre nella gestione dello studio tecnico fino a succedergli nella titolarità dell’attività. Come uomo pubblico, Edoardo Zanetti fu consigliere Comunale, e per diversi lustri
membro del Cons. di Amministrazione della Latteria Sociale e della
Coop. di Consumo, nonchè membro dei collegi sindacali, Presidente della Commissione censuaria
(parificabile alla odierna Comm.
Edile). Durante il fascismo, egli,
che in gioventù era stato un fervente mazziniano, fu dal regime promosso al grado di Tenente capo
manipolo e visse quel periodo nella
scuola con gli amici Ezio Baldovin,
Lapania, G.Battista Fabbro, Dino
Neri ed altri.
Come uomo dalla adamantina dirittura morale, io lo ricordo per lo
stretto vincolo di amicizia che lo legò al mio genitore, per il fatto che
era parente dei miei nonni e perché fu mio insegnate per 4 anni, oltre che insegnante di entrambi i
miei genitori.
Ogni mattina ed ogni pomeriggio, egli immancabilmente faceva
tappa, nel suo transito verso la
scuola, presso la bottega di papà. E
soprattutto, all’atto del rientro serale, egli si fermava a chiacchierare
con papà ed altri amici. Facevano
“filò” e raccontavano fatti e storie di
molti personaggi del paese, di gente emigrata negli Usa che aveva fatto fortuna o che si era... smarrita e
la fortuna non aveva saputo afferrarla. Parlavano di politica, di attualità, di avventure amorose di questo o di quello. Il maestro era la vera memoria storica del paese, conosceva fatti ed episodi di vita riguardanti molte generazioni di lozzesi. Ed io ascoltavo attento, dietro
la forgia che continuavo ad azionare, ed ero estasiato nel constatare
quante cose l’uomo conoscesse,
quale cultura profonda avesse acquisito. Quella fu la mia prima autentica scuola di vita. Ricordo come
il maestro citasse sovente gli zii,
fratelli del proprio genitore e le loro particolari doti d’intelletto (i sacerdoti Ettore, segretario del vescovo Cherubini e poi parroco di
Salce, GiovanniBattista, vicario foraneo e parroco di Forno Canale
(l’odierna Vallada), Achille, commercialista, emigrato in Sud America e colà progenitore di una numerosa discendenza, Angelo, segretario comunale e Annetta, perpetua dei fratelli).
Il maestro Edoardo sapeva declamare Dante, Petrarca e Boccaccio
a memoria, era insomma un autentico antesignano di Benigni. Della
scuola poi serbo un caro ricordo.
Negli invernali e uggiosi pomerig-
stato insignito della “Medaglia d’oro e del diploma di Benemerenza”
della Pubblica Istruzione, onorificenza cui sarebbe poi andato ad aggiungersi il Cavalierato di Vittorio
Veneto. All’atto della sua dipartita,
il 7-9-1968, ho ancora presente gli
occhi lucidi di mio padre la cui sincera amicizia con il maestro Edoardo era durata una intera vita ed il
cui sodalizio testimonia tuttora la
solidità dei rapporti interpersonali
a quei tempi vigenti.
Giuseppe Zanella
gi egli mandava le ragazze a cucito
dalla sorella maestra Maria e faceva esercitare noi maschi nella lettura: “l’Isola misteriosa”, “Robinson
Crosuè”, “25mila leghe sotto i mari”, “Dalla Terra alla Luna”, “I 15
anni di vacanza”, erano i testi del
Verne della mia iniziazione alla lettura e la mia buona dizione era sovente premiata con un buffetto sulla guancia. Dopo 47 anni di onoratissimo servizio, il “maestro” fu collocato in quiescenza. Anni prima,
esattamente il 4-5-1953, egli era già
I KAPELER DI POZZALE
ESEMPIO D’OPEROSITA’
da POZZALE di G.B. Da Forno P.
n bel esempio di associazionismo e dell’operosità
U
dei cadorini si può riscontrare ripercorrendo l’interessante storia
della “Società dei Cappellai” (o
Cooperativa di mutuo soccorso
dei kapelèr).
Le notizie sulle sue origini ne
fanno risalire la nascita alla prima
metà del XIX secolo o forse più
precisamente al 1850. Artefice dell’operazione Francesco Comis
che, con la collaborazione di G.
Maria Da Forno Ciro e G. Battista
Da Forno Panizza, diede vita a
Bassano del Grappa alla “Società
dei Cappellai”. Inizialmente i soci
erano 5 o 6, per poi raggiungere
nel giro di alcuni lustri, quota 30
(come riportato da “La provincia
di Belluno - notizie economico statistiche - raccolte da Riccardo Volpe, segretario della camera di
commercio e presentate dalla
stessa camera come relazione per
l’anno 1870”), dotandosi inoltre di
statuto e cassa di risparmio. La Società, diretta da un presidente e
un vice presidente, esercitava il
commercio dei cappelli di cui si riforniva a Valstagna nella Provincia
di Vicenza e a Sesto e S. Candido
nel Tirolo. Nei primi anni di attività, la compagnia ne smerciava annualmente oltre
40.000 nei vari mercati del
Veneto.
La sua attività non si
esauriva in questo ambito,
ma si estendeva anche al
commercio di pelli di ogni
tipo (che vendeva a grosse partite in Italia e all’estero), di lane (che venivano date in gran parte alle
fabbriche di cappelli) e
persino di caglio. I precursori degli odierni agenti di
commercio erano ben organizzati. Ogni membro
aveva un territorio ben
definito nel cui ambito
esercitare il proprio commercio, con il divieto di
invadere quello assegnato
ad altri suoi colleghi.
Ogni componente prelevava dagli incassi giornalieri L. 3,50 per spese di
vitto e alloggio. Erano conosciuti non solo nel Veneto, ma in tutta Italia. Per
Il principio di
mutuo soccorso
per la Cooperativa
dei kapelèr
Nata verso il 1850
con Francesco
Comis, smerciava
oltre 40 mila
cappelli all’anno
quanto concerne l’estero, la Società aveva rappresentanze commerciali in Austria e in Germania.
Ai primi di agosto di ogni anno
la compagnia si riuniva a Pozzale
per “regolare i conti individuali e
formare il bilancio generale”. Una
parte degli utili veniva divisa fra i
soci “classificati a seconda del
guadagno fatto”, mentre l’altra andava ad aumentare il capitale sociale. Nella base dell’associazione
vi era un principio di mutuo soccorso: i membri colpiti da lunghe
malattie o vittime di infortuni o comunque in difficoltà, venivano assistiti a spese comuni. La Società
dei Cappellai costruì anche il caseggiato che ospitava la latteria sociale di Pozzale (operativa dal dicembre 1874), al cui piano superiore per l’appunto si riuniva.
Francesco Comis fu un uomo
benemerito e alla sua morte, nel
1869, i soci posero in cimitero una
lapide a sua memoria.
La “Società dei Cappellai” e soprattutto le basi di moralità e mutualità sulle quali si reggeva, meritano davvero di essere ricordate,
specialmente di questi tempi.
Rina Barnabò
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RECENSIONI
CULTURA
MUSEI
Ha in progetto la catalogazione generale e
specialistica delle opere del sommo pittore
USCIRA’ UNA MONOGRAFIA
CLASSICA SU TIZIANO
nrico Maria Dal
Pozzolo, professore
E
associato di Museologia e Enrico Maria
Storia dell’Arte Veneta all’Università di Verona, è
componente del Comitato
Scientifico della Fondazione Centro Studi Tiziano e
Cadore. La sua ultima
pubblicazione, Colori d’amore (Ed. Canova), verte
in parte sull’opera di Tiziano. Da anni è presente
ad ogni edizione dell’Estate tizianesca con conversazioni e presentazioni.
Da un anno fa parte
del Comitato scientifico
della Fondazione Tizianesca, ne è il
più giovane componente, segno di
riconoscimento per la sua carriera,
che ci auguriamo ricca di contributi
scientifici. Quale sarà il suo apporto
nell’attività del Centro Studi?
Sarà di appoggio, per quel che potrò,
alle tante iniziative di ricerca ed editoriali cui la Fondazione si dedica con grande
successo e riconoscimento internazionale. Ma potrebbe anche prendere le forme di un impegno assai gravoso. Da anni
infatti sto accumulando materiale per un
progetto che, se realizzato, sarebbe
straordinario: ovvero la catalogazione
generale delle opere di Tiziano. A tutt’oggi, a distanza di quarant’anni, manca
un catalogo generale impostato con criteri di scientificità. Le ultime iniziative di
catalogazione completa delle opere del
maestro cadorino risalgono al 1969, al
opera di tre importanti studiosi come Rodolfo Pallucchini, Francesco Valcanover
e Harold Wethey.
Come mai, pur avvertendone la
necessità negli ultimi decenni, la catalogazione resta ancora allo stato di
progetto?
Le ragioni stanno nei numeri: le opere
da schedare sono circa 700, non poche
delle quali di ubicazione ignota, mentre
la bibliografia da verificare risulta mastodontica; infine la pubblicazione dovrebbe comprendere diversi tomi. L’operazione impegna molto tempo, risorse
umane e costi molto alti, anche se il progetto costituisce una sfida editoriale vera
e propria.
Non basta quindi riprendere il lavoro fatto precedentemente.
No, non basta, pur essendo importante il lavoro precedente perché negli ultimi anni nuove acquisizioni storiografiche e documentali, nonché di opere, impongono di rivedere molte delle conclusioni finora raggiunte. Ad esempio, anche grazie alla ricerca condotta dalla
Fondazione, oggi va delineandosi una
nuova figura di Tiziano uomo e artista rispetto a qualche decennio fa. Oggi emerge inoltre l’aspetto di Tiziano imprenditore, per il modo straordinariamente moderno di organizzare le sue botteghe, in
grado di soddisfare le richieste di una
committenza in scala europea.
Come configura la pubblicazione?
L’impianto della pubblicazione è immaginabile come una monografia classica, suddivisa in due parti: la prima con
un’ampia sezione introduttiva che illustri
lo sviluppo dell’arte di Tiziano nel contesto in cui venne a operare; la seconda
con la schedatura di tutte le opere ritenute autografe e perdute e dei materiali
documentali e bibliografici.
Quindi un’operazione di importanza internazionale destinata ad una
fascia di specialisti del settore.
E’ evidente la valenza di tale operazione di assoluto rilievo internazionale,
nonché di straordinario impatto visivo,
Dal Pozzolo,
del comitato
scientifico
della
Fondazione
Centro Studi
Tiziano e
Cadore
A MADRID CON LA FONDAZIONE
ma deve essere un’opera di lunga durata
scientifica. La pubblicazione sarà utile alle università, dovrà trovare posto nelle
biblioteche perlomeno specialistiche, e
costituire anche un ottimo supporto per
il settore privato, come quello dei collezionisti, dei mercanti e delle case d’asta.
Quali i tempi di realizzazione e
quale la provenienza dei finanziamenti?
Calcoliamo sei anni di lavoro. Le risorse finanziare dovrebbero vedere la partecipazione pluriennale di importanti
istituzioni pubbliche e private unite nel
nome di un grandissimo artista di fama
internazionale.
Gli impegni più immediati?
Ci sono, ma fuori dal Centro Studi. Ho
appena consegnato una monografia su
Giorgione che uscirà presumibilmente a
settembre per Federico Motta. Inoltre,
con Lionello Puppi e Antonio Paolucci
stiamo curando la mostra su Giorgione a
Castelfranco per l’inizio 2010, l’evento
più importante delle celebrazioni per i
500 anni della sua morte. Tali ricerche in
qualche modo si collegano comunque a
Tiziano, dato che Giorgione ne fu il primo maestro e che molte opere famosissime sono in bilico tra i due artisti: basti
pensare al Concerto campestre del Louvre, alla Venere di Dresda e al Cristo portacroce di San Rocco.
E dunque?
Dunque vedremo come andrà a finire.
C.S.T.T.
Quattro importanti musei di Madrid sono stati la meta del viaggio
organizzato fra i soci della Fondazione Tiziano e Cadore (nella foto, i
partecipanti) dal 13 al 16 novembre scorso.
Oltre alla visita della sempre
splendida città di Madrid, i nostri
hanno potuto sostare davanti a
quei capolavori dell’arte che solitamente si osser vano sui libri. Alcuni per tutti: al museo del Prado la
“Venere e Adone” di Tiziano, da la
“Maya desnuda” del Goya, al centro d’arte Regina Sofia “Guernica”
di Picasso, la grande pinacoteca al
museo Thissen, e infine Palazzo Liria. Emozioni, appunto.
foto VIANI
Fontana
Arreda
Santo Stefano di Cadore
Ambientazioni personalizzate anche su misura
Via Medola, 21 - Tel. 0435.62377 Fax 0435.62985 - Cell. 338.9418974 e-mail: [email protected]
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MANIFESTAZIONI
CULTURA
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MANIFESTAZIONI
IL CARNEVALE VA A STOCCARDA INAUGURATA CON UN CONVEGNO
LA CASA MUSEO “ANGIUL SAI”
P
I
l carnevale del Comelico
affascina la città di Stoccarda. Nell’ultimo fine settimana
di gennaio, un gruppo di circa
cento persone di Comelico Superiore ha avuto modo di partecipare ad una importante manifestazione organizzata nel capoluogo del Baden-Württemberg, nella Germania meridionale, che va sotto il nome di
Narren Fest e richiama gruppi
in maschera da tutta Europa. A
rappresentante l’Italia, oltre ad
un gruppo della Sardegna, c’era il variopinto carnevale dolomitico di Dosoledo , Candide,
Casamazzagno e Padola.
L’invito è partito direttamente
dalla Germania, dove il comitato
organizzatore ha ritenuto significativo invitare le maschere comeliane. Lo hanno accolto i
gruppi che in Comelico mantengono viva la tradizione del carnevale e cioè Chei d Santa Plonia, il
Gruppo Candide, il Comitato del
carnevale di Padola. Non è stato
difficile ottenere la disponibilità
di tante persone a vestire i panni
dei “matazins”, “laché”, paiazi,
mascri da bel e da veciu e riempire un paio di pullman.
Come sempre accade nelle sfilate delle maschere comeliane è
stata grande l’allegria e la vivacità che esse hanno comunicato a
quanti guardavano e seguivano
l’incedere danzante dei personaggi in costume tradizionale. Si
è parlato di circa 300 mila persone arrivate nel centro cittadino
per vedere la festa delle maschere. E tra le 15 nazionalità partecipanti, sicuramente i ladini dolomitici hanno riscosso attenzione
ed applausi. Infatti l’incedere a
ritmo di musica, con suono di fisarmonica, chitarra, contrabbasso, violini, ha fatto apprezzare molto la caratteristica del carnevale comeliano. Al ritorno ne parlano con entusiasmo tutti i
partecipanti, che hanno avuto modo di allietare in particolare i numerosi emigranti
italiani, tra cui molti bellunesi e cadorini,
accorsi ad ammirare ed applaudire i figuranti lungo i quattro chilometri di sfilata
nel centro di Stoccarda.
Ormai la fama del carnevale di Comeli-
A rappresentare l’Italia al
grande carnevale europeo
c’erano i variopinti gruppi
di Dosoledo, Candide,
Casamazzagno, Padola
co Superiore ha travalicato i confini nazionali, per farsi apprezzare ovunque ci siano
manifestazioni che fanno conoscere la varietà e la ricchezza di questo rito laico ed
allegro che è il carnevale.
La Narren fest di Stoccarda è stata ripresa e trasmessa sui canali satellitari di
Sky e vista anche in Italia da chi era informato dell’evento.
Lucio Eicher Clere
robabilmente il costaltese Angiul (Angelo) Sai non avrebbe mai
immaginato tanti anni fa
che la sua casa sarebbe diventata un museo, una testimonianza storica di quell’architettura rurale montana che a Costalta si è conservata così bene. E’ invece è proprio quello che è
accaduto grazie alla costanza, all’impegno e alla passione della Regola di Costalta e dell’Associazione
“Amici del Museo” che a fine dicembre hanno inaugurato il manufatto, alla presenza di molte autorità e
pubblico. Naturalmente tutto ciò non sarebbe stato
possibile senza il contributo
di due enti in particolare: la
Regione del Veneto cui si
deve il primo sostegno alla
Regola per l’acquisto dell’immobile agli inizi degli
anni ‘90 e la Fondazione Cariverona che in più occasioni ha contribuito per gli
indispensabili lavori di recupero e sistemazione della
struttura anche con riferimento alla sua fruizione
pubblica in forma di museo.
Le motivazioni di questa
scelta sono state ampiamente illustrate nel convegno
presso la sala della Regola,
dall’architetto Stefano De
Vecchi, consulente per gli entri patrocinatori, sia sotto l’aspetto storico culturale, sia
per gli aspetti tecnici e architettonici che hanno indubbia
valenza e pregio. “A Costalta” ha detto De Vecchi “ la comunità ha voluto recuperare
e valorizzare il suo passato
per aprirsi e guardare al futuro. Una scelta importante,
consapevole e convinta che
ha raggiunto un primo obiettivo concreto. Ma l’inaugurazione del museo non è un
punto di arrivo. Anzi è il pun-
to di partenza per una fruizione allargata della struttura come riferimento per nuove attività culturali, per nuove ricerche storiche, per
nuovi contatti con la rete delle strutture museali”.
Su questo punto è intervenuto anche il presidente della Provincia Sergio Reolon
che ha assicurato l’impegno
dell’Amministrazione per un
stinetto per la Fondazione
Cariverona, Massimiliano
Pachner per la Regione Veneto, l’on. Gianvittore Vaccari, Sindaco di Feltre.
In apertura anche il saluto di Silvano Eicher Clere,
presidente della Regola e
Ruggero Casanova, presidente dell’Associazione, che
hanno ricordato brevemente
la storia di questa iniziativa e
Da anni Costalta è divenuta
importante centro culturale per
la valorizzazione del legno
collegamento con le altre
realtà di rilievo provinciale.
“Mi complimento con tutti
voi” ha detto Reolon “ che
con questa iniziativa avete dimostrato grande sensibilità e
attenzione nei confronti delle
vostre tradizioni e del patrimonio culturale. Anche questo può essere un segno di
ottimismo e di volontà attiva
per lo sviluppo locale”. Piergiorgio Cesco Frare ha invece illustrato al pubblico alcuni interessanti spunti di carattere storico che saranno la
base per una nuova pubblicazione da dedicare alla casa
museo, ma anche alla gente
di Costalta. Durante l’incontro sono intervenuti il
sindaco di San Pietro, Silvano Pontil Scala, l’arch. Ago-
i molti che hanno collaborato
per la riuscita della stessa. E’
noto che ormai da anni Costalta, specialmente in estate,
è divenuta centro culturale
per la valorizzazione del legno, materia primaria per la
vita e le opere in alta montagna. Anche in questa senso
la casa museo “Angiul Sai”
potrà rappresentare uno spazio “vivo” per le mille iniziative programmate. Infine nell’occasione è stato anche
presentato un opuscolo con
foto a colori che rappresenta
una piccola ma esauriente
guida alla visita della stuttura, con la descrizione degli
ambienti anche con i termini
ladini opportunamente tradotti.
Livio Olivotto
FESTA E TRADIZIONE A SAPPADA
C
on l’arrivo dell’Epifania si chiude
forse il più bel periodo dell’anno per
quanto riguarda le festività che lo attraversano, ma guardando a quello nuovo che
inizia, certamente il Carnevale è l’appuntamento che per primo rinnova l’allegria e la
voglia di divertirsi. E anche nel nostro piccolo paese di Sappada il Carnevale è sempre stato un qualcosa di coinvolgente, divertente, e molto legato a quelle che sono
la sua storia e le sue tradizioni.
A Sappada il tutto ruota intorno alle tre
domeniche principali per questa festa: quella dei poveri, quella dei contadini e l’ultima,
dei signori. Ognuna di queste porta la festa
in diverse zone del paese, a Cima Sappada,
alla borgata Kratten e alla borgata Granvilla; le maschere, protagoniste assolute delle
giornate, rievocano scene di quotidianità,
danzano e coinvolgono il pubblico, e allo
stesso tempo raccontano quella che era la
vita di qualche tempo fa a Sappada.
La peculiarità delle maschere locali è sicuramente il fatto di essere fatte in legno,
intagliate e dipinte a mano:dei piccoli capolavori, ognuno dei quali è effettivamente un
pezzo unico, con un’espressione particolare
che racconta una delle tante facce del passato: fatica, lavoro, allegria.
E proprio durante l’ultima delle tre domeniche (dove a fare da padrona di casa c’era
una “sicurezza” per quelle che sono le manifestazioni a Sappada, ovvero Gemma, con
la sua bravura e il suo entusiasmo) anche
quest’anno si è svolta la gara in onore a questa tradizione di intaglio, il premio Schnitzar
Bette, trofeo a memoria del grande maestro
“Checchi” Francesco Solero. A premiare i
creatori delle maschere vincitrici il figlio,
Pierfrancesco Solero, che porta avanti in
maniera magistrale questa tradizione familiare e la nipote Beatrice Solero.
La festa di domenica ha visto come protagonista anche la musica di Fabrizio, Francesco, Carlo e Paolo, bravissimi musicisti degli Holzhockar, cha hanno fatto ballare tutta
la piazza.
Ma non si può parlare del Carnevale di
Sappada senza nominare la maschera che
più lo rappresenta e simboleggia da ormai
molti molti anni, il Rollate. Presenza immancabile per tutta la durata del Carnevale,
presenza signorile e maestosa per la sua
grandezza e allo stesso tempo che incute un
po’di paura per lo stesso motivo, a questa
regale maschera è dedicata anche un’ intera
giornata, il lunedì dei rollate.
Durante il martedì grasso, ultima giornata di Carnevale, segna poi la conclusione
della festa la “competizione” del Noclub: varie squadre di bambini e non, ma tutti rigorosamente in maschera, si confrontano e si
sfidano lungo una sorta di gimcana sulla neve, che li condurrà all’arrivo e alla vittoria finale. Un modo originale per salutare questa
festa, e per darle appuntamento all’anno
successivo.
Nicole Quinz
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MUSICA
MUSICA E TEATRO
O
rmai da qualche anno, l’istituto superiore Enrico Fermi si è attivato per premiare coloro
che l’arte ce l’hanno nel
sangue. Per l’anno scolastico 2008/2009 sono stati
organizzati due corsi, uno
a carattere musicale e uno
a carattere teatrale. Gregorio De Podestà, diciottenne di Laggio, studente all’ottica di Pieve, è uno dei
partecipanti e, in un’intervista, ci illustra così le attività promosse dalla scuola
cadorina. ”Entrambi i corsi
si svolgono una volta a settimana, nel pomeriggio.
Per quanto riguarda la musica, si sono costituiti due
gruppi: del primo fanno
parte tutti coloro che vedono una chitarra per la prima volta; si svolgono lezioni
finalizzate ad istruire i ragazzi sui rudimenti della
musica, praticamente si
parte dall’ “abc”. Nel secondo, invece, il cosiddetto
“avanzato”, vi sono tutti coloro che hanno una base
musicale, più o meno solida, che comunque conoscono le “sette note” già da un
po’ di tempo. Io, che, tra parentesi sono un bassista, appartengo a quest’ultimo e
suono insieme a un batterista e due chitarristi. Il corso
è realizzato in collaborazione con la scuola “La Sorgente”, di cui fanno parte gli insegnanti. Un ringraziamento, per la realizzazione di
Musica e teatro
sono due mondi
che mi attraggono
- riconosce
Gregorio De
Podestà per ora non è
nulla di più
che semplice
passione
tutto questo, va al professore dell’ITI Fischetti,
che tra l’altro è anche un
grande chitarrista.
Per quanto riguarda il corso di teatro, il gruppo di “attori” che si è formato conta
una dozzina di ragazzi. Il fine non è tanto quello di proporre uno spettacolo, ma,
piuttosto, quello di istruire i
partecipanti, attraverso degli esercizi specifici, nell’impostazione della voce e nel
controllo del proprio corpo.”
Un altro scopo, continua
Gregorio, è sicuramente
quello di divertirsi, di socializzare con altri che hanno
in comune con te la stessa
passione; dopo aver preso
confidenza con il gruppo,
tutti diventano più “estroversi” e si lasciano trasportare liberamente. ”Nel corso
teatrale, credo che la difficoltà maggiore, per ciascuno,
sia quella di aprirsi totalmente agli altri. Mi spiego
APPUNTAMENTI
I giovani del “Fermi” ci provano
L’Istituto ha attivato due corsi
Per quanto riguarda le finalità pratiche dei corsi, verranno organizzate, prossimamente, due esibizioni,
che saranno eseguite esclusivamente per le scuole appartenenti all’istituto.
”Musicalmente” parlando,
si può dire che c’è in previsione la creazione di un gruppo
dell’istituto, da far esibire durante l’autogestione oppure
in altre occasioni particolari
inerenti sempre al contesto
scolastico…In realtà, non ne
abbiamo ancora parlato seriamente, ma sarebbe davvero un qualcosa di bello. Sarei
meglio: il nostro maestro, Ro- felicissimo di fare parte del
berto Faoro, ci invita a cimentarci in diversi esercizi
che, a volte, hanno un po’ del
ridicolo, nel senso che dobbiamo esibirci in qualcosa di
strano: poco ordinario, potremmo dire. Insomma, si
creano situazioni in cui, inizialmente, ci si può sentire in
imbarazzo di fronte ad altri
che non conosci: devo dire la
verità che, per uno alle prime armi, sono davvero realtà comiche…. Una volta però che si prende confidenza
con il gruppo e in generale
con la recitazione, si comprende che tutto ha un preciso significato e l’atmosfera
diventa estremamente piacevole. Ci divertiamo moltissimo al punto che, visti dall’esterno, sembriamo dei matti,
tanto siamo coinvolti in ciò
che facciamo…”
Non si può parlare di carnevale sappadino senza nominare la
maschera del Rollate - Quest’anno, una gara nella tradizione
d’intaglio in memoria del grande maestro Francesco Solero
TEATRO
complesso, spero che la cosa
vada in porto. In ogni caso,
per la fine dell’anno scolastico, ci stiamo preparando per
un concerto e, al momento,
siamo alle prese con due brani stile rock moderno.
Per quanto riguarda il teatro, le cose saranno un po’ diverse rispetto all’anno scorso,
quando presentammo uno
spettacolo completo sulla Divina Commedia. Nella prossima esibizione proporremo
delle brevi scene dal tema filosofico, non intendo, però,
svelare altro. Posso aggiungere, solamente, che è uno
spettacolo comico e quindi ci
sarà da ridere.”
Gregorio, per concludere,
ci spiega i motivi per cui ha
scelto di partecipare a que-
ste attività e sottolinea la
sua grande passione per i
due “mondi” artistici. “Beh,
musica e teatro sono due
mondi che mi attraggono
moltissimo. Fin dai tempi
della scuola elementare, mi
piaceva esibirmi sul palcoscenico, nelle varie rappresentazioni organizzate dai
maestri… Preciso, però, che
non ho intenzione di far sì
che questi diventino qualcosa di più di una semplice
passione per il tempo libero;
per il mio futuro o altri progetti. In ogni caso, voglio fare
tesoro di ciò che sto imparando, perchè il tutto mi dà
energia e vitalità: è davvero
molto bello suonare e recitare, soprattutto in gruppo!
Mario Da Rin
ANNO LVII
Marzo 2009
20
Inte chesto sfoi se dora la
grafia de l Istituto Ladin
de la Dolomites
a cura di FRANCESCA LARESE FILON
Cadorins
Zun duce i pöide d Comelgo
d Sora iné sintida la tradizion dal carnaval
LA LUS D FEBRARO SORA
I COLORES DLE MASCRE
ebraro iné al möis dal carnaval. La
lus inà slargiò so confine verso la
F
söra e al peso dl inverno, st ota particolarmöinte duro, taca a des-ciariesse incontra
a dornade pi ciaude, ch riva a deslegà
anch la geza.
Al bianco dal nöio inà inmatonù i vöi e
crösse ape la voia d ciaudo anche cöla di
colores.
Eco alora la sodisfazion da vöde a gni fora da na ceda, apöna che spicia l dì dna
dmönia d febraro, i colores e al lustro dna
bela mascra, al matazin.
De corsa sta mascra va a ciamà chelietre, al laché, i paiazi, el mascri da bel e da
veciu e duce a una se ceta al confin dal
pöis par podöi föi fora dute el strade co l
aconpagnamöinto dla musica.
Co dute el mascre iné radunede taca la
porzession, verta dal matazin e dal laché,
e con chelietre mascre ch va dòi conpagnede dal son dla musica da carnaval.
A Comelgo d Sora la tradizion inà resistù zi secui, sbögn che la predicazion dal
clero iné senpro stada contra la legria e l
cubiesse dal balà. Sti ultme ane iné tornada a fiorì, co la dente anziana che gode a
dì ze pieza a spié e la dovantù che si vistis
e n se straca a föi baldoria duta al dì e duta nöte dla dornada dedicheda a la mascrada.
A Comelgo d Sora taca Dudlè co la dmönia pi arente a Santa Plonia, podopo tocia
a Padla, inveze Ciandide e S-ciamazen n
se inzarza a föi ogni ön, ma co i se mola
iné senpro in grön numar e con nascuance ceres ch mostra e tol in giro situazioni
dal pöis.
Anche al pöis d San Colò inà conservò
la tradizion dal carnaval e la fa zal dmönia
pi arente al patrono San Valentin. St ota inveze, par n interfizié con Padla, i organisadores dal grupo La Baita inà stablù la dornada de dmönia 22 d febraro par tgni legre i pöide da Comun d San Colò e par sarà su in beleza sto apuntamöinto co la legria.
Zi programes dal carnaval comelön, inpi dle porzesiogn, iné anche la roiezion d
foto e filmes su par i carnavai di ane passade. Ma la novità de st ota iné anche la
presentazion dal libro d Ferruccio Sacco,
“Mascrade a San Colò”, mandò fora da l
Union Ladina dal Comelgo in colaborazion aped la famöia dl autor de ste satire d
carnaval e al grupo La Baita, ch inà tornò
a böte in pese l porzessiogn in mascra ple
strade di pöide basse, par rivé finamai in
Costa. El satire d Ferruccio iné ncamò bele da sintisse al dì d incöi, sbögn ch el parla d fate e situaziogn di ane Cuaranta e
Zincuanta.
Zi dòi, tröi poste gno ch al libro iné stò
presentò a la dente à piadù ntoco e invoiò
a tole al libro d Ferruccio Sacco.
Lucio Eicher Clere
3
Union Ladina del Cadore de Medo
CHE CHE AVON FATO N TEL
2008 E CHE VOLON CONTINUA’
ar le scole avon stampou apede de la scola
P
de Domeje e de l’Asociazion
Arcobaleno an libruto de
storiele inventade da i tosate de Cialauz, Domeje, Loze, Auronzo e del Comelgo
scrite par ladin de i diverse
paes. Inte nte l libro é anche
n CD co le registrazion de le
storie contade.
Con la scola Media de
Loze colaboron par al sito
n internet che al vien sistemou da i tosate.
Con tute le scole avon fato n concorso par n disegno-logo che avon dorou
par stanpà na borsa de coton da regalà a dute.
Con la scola Media de
Auronzo avon idou la stanpa de n libro su par l’emigrazion fato da Ilde Pais e i
so tosate con tanta pasion.
Con la scola Media de
Domeje avon stanpou n
abecedario par ladin par idà
i tosate a scrie e n parà la
nostra mare lenga. Al libro
l’é stou fato con tanta pasion
da la maestra Ermes Vincenzotto apede i tosate.
Con la scola elementare
de Cialauz avon contribuiu
a la stanpa de n CD su par
al paes.
Par dute continuon la colaborazion co al Museo de la
Lateria de Loze che al vien
verto d’istade e cuanche la
dente domanda. Visin a Museo menon la dente a la
ruoia de i mulin de Loze.
Avon stanpou al libro de i
proverbi de Loze apede del
Comun de Loze. La edizion
l’é stada curada da Carla
Laguna e dute le famee de
Loze à podesto ritirà na copia de l libro.
Avon curou al manteni-
mento del Troi Botanico
“Tita Poa” de Loze.
Continua la pagina de Il
Cadore scrita par ladin e
dute chi che vo scrive par
dialeto può mandà a l’Union chel che i vo.
Continua la colaborazion
co l’Istituto Ladino de la
Dolomites par progete su
par al ladin nte al Cadore
de Medo.
MUSICA, TEATRO E
CABARET PAR LADIN
Nte al Cadore de Medo é
senpre tanta dente che scrive, fa teatro e musiche dorando al ladin. E’ bel che sea
così e speron che dute vade
avante con pasion zercando
de dorà la nostra mare lenga. Nte al 2008 avon stampou an CD de Andrea da
Cortà e avon contribuiu a n
CD de la scola de Cialauz.
Francesca Larese Filon
LI “SCOLI VECI” D CIANDIDI E S-CIAMAZEN
’ stad fati a ciaval tra i ani
‘20 e ‘30 dal seculu passó,
E
n à nanch 80 ani d vita, e ion
bel ciamadi “Li scoli veci”.
Li scoli d Ciandidi e S-ciamazen é stad progetadi dal 1928
da Ricardo Alfarè, n inportanti
architetu originariu da Ciandidi. É senpar lì ch à progetó, par
mod da dì, li scoli elementari d
Lozi, cheli d Padla, i asili-monumenti d Vilagranda e Vilapizla
d Uronzi, al munizipiu d Sa Stefi e tanci edifizi dù a Blun.
La popolazion era tanta n chi
ani, li scoli ch era a S-ciamazen
e a Ciandidi era sgnal pizli par
cinì inzi duci i canai, csì l aministrazion à pensó ben da fei na
scola par duci ze n palazu neu e
gran. Al sedimi par fei su é sto
ciató “sora al Cristu d Ciamurin”, n legu a cunfin tra li dov
frazion.
La grandeza dla scola é stata
calculada n basi a i canai di ani
‘20-‘25 e la media d ogni an era
d 250 canai tra i doi peidas cu n
52 % par S-ciamazen e l 48% par
Ciandidi.
Li scoli à doi piani cun li auli
a val, auti 4,20 m., cun funestrogn gregn. Da la banda a
monti é la loda e i gabinetti.
Nzima é na sufita granda e na
tori anó ch avé pensó da bet l
arloiu e la cianpana par ciamà i
canai. Danti a stu palazu é n bel
curtil anó ch i canai pudé ‘sanburdì sgnal gnanti da dì inzi a
fei scola o anó ch pudé fei ricreazion o li ginastichi durant l
era dal fassiu.
I prim scolari é dud inzi zal
neu palazu al 9 genaru dal
1932. Tanti generazion e passadi par cli porti, su par cli sali e z
cli auli à nparó a ledi e a scrivi,
a fei d contu e tanti robi ncamò.
Tanci é stad anchi i maestar ch
à nsignó liò, un par classi e savé cinì i canai a tamon. Era ncamò al rispetu par la figura dal
maestar ch gné vista com na
persona nportanti par al peis e
a lì se ubdì senza tant lumantassi.
N s pé d siguru dismantié
duti cli coghi ch à luró liò a fei
da mangé par i canai. Era bona
roba su cli tauli e tanci ncamò
ades ricoda gusti e savor d zert
piati. Anch i bideli scogn ricurdà parché era figuri afetuosi e
boni aped duci e duci i ricorda
luntera.
Zi ani setanta zal stes palazu
é sto purtó l asilu che gnanti
era a S-ciamazen. Liò alora era l
asilu, li elementari e cul tenpu
anch li médi. Li scoli era pieni
de canai de ogni ité, dut li stanzi era ‘sunpidi d dovantù, la scola vivé, era legra e ciantà cu la
os di canai ch a ora d ricreazion, zal cortili liò danti, ‘sanburdì e bagarà e s lagudé sgnal
gnant da turnà inzi. Cu era ora
da dì a ceda a marenda era n
furmiei d mulas ch ciapà ognun
la sò strada cu la sò borsa su li
spali.
Ma ades ne n é pi
csì. S é preferù fei
su etar scoli, costruì etar struturi
par na bet sgnal a
postu cheli ch era.
Vist ch i canai é
senpar da mancu s
à vulù fei dì ze scoli
nevi nveza da cinì
verti cheli ch era
bel, chi bei palazi
ch é na mar veia a
vardai e no n pugn
zal vuiu!
La legria e li os
ch gné fora da chi
muri ades ne n é pì.
La scola é muta, nuda, al ventu zert oti
passa inzi par li funestri verti e sofia n
ranzài, com s l avessa da demi e patì d
cuntinu.
Li auli é voiti,
calch armer a muru lassa tumà fora
fois, cuaderni e libar ch é restad là.
N zert stanzi li carti
geografichi ch nota
era tacad su pi muri
ades fà da tapetu ai
sioli. Tanci libar é
là ch speta che caldugn i rincuri parché à ncamò tantu
da cuntà sben chi seia veci. La
cultura n s lassa par tera o n bocia a li surizi! Li sali ch mena al
scond pian é freidi e muti, n
mena pì su nsugn. Li targhi d
marmu a ricordu di vec maestar é liò, npiantadi, cu li fotografì che n ion pì vardadi da
nsugn ma ch varda inz pì muri
e par li funestri cal tenpu fà gni
veci e speta ch torni cal bon
profumu d café ch gné fora dal
scabuzin di maestar. Dut li os e
li ridati e i bagari di canai ades
é snoma n ricordu ch à lassó al
spaziu al voitu, al silenziu.
Tanci dis ch li scoli é davoi a
dì dù, ch ormai n s fà pi nenti. E
nveza no, li scoli cion duru, li
scoli n mola. I travi dal cuertu
continua a cinis cun forza un
cun clautar, segn e resistenti.
Nanch la gran maieda de stota
ne à ncamò fat mulà. I muri
cion su li malti cu li ongi, cheli
ch é gnud dù é parché se ciapad dl avilimentu. Li funestri fà
guera continua cul ventu ch vé
dì inzi, i vieri strend i denti e n
mola! I sioli d len reclama li
corsi e i sauti di canai e é liò
pronti e solidi par spité calcdugn ch poi al pé. Fora danti,
zal cortil, cres erba auta ch forsi ion sieta n ota a l an. Ma sot l
erba é ncamó cla giara ch i canai tlé su par garbié e divirtissi
a fei la farina. Al purton dli scoli n la fà pì a stà cu li ciadeni zli
cunoi, lì ch era abituó a es vertu e fei passà tanta denti. Anch
lì speta calcdugn, calcdugn ch
iona a verdi e fei algu, a sistemé sta marveia d na strutura
ch i vilegianti tant oti damanda
s é n castel! Al capitel ch é liò
arenti da seculi s damanda d
continu com fà a es npiantada
csì na scola dal generi e spera
ch zla sò storia ne n ebia da ved
tumà dù n bucon a l ota! Ma se
sà ch al tenpu laora, ch li piovi,
li tanpesti, al nevi, al ventu e al
freidu é liò ch ogni an dai inzi
par li scoli che par cuantu seia
forti e resistenti à bisognu d na
man par tiré n gnanti, ma n
gnanti n meiu e no n pedu. Savon ch li Reguli di doi peidas e
davoi a nformassi e cori cà e là
par fei algu, spron ch i ebia risultati e che s possa salvà li
scoli “veci”!
Marco
Zambelli Mariani
3
ANNO LVII
Marzo 2009
21
ALLO SC VALZOLDANA
IL TROFEO CIBIANA DI FONDO
A
nello sciistico e panorama stupendi a
Passo Cibiana per il “16°
Trofeo Cibiana sci di fondo” curato dal locale sodalizio domenica 1 marzo. Gli
atleti di ben 22 squadre si
sono cimentati per categorie nelle prove di sci nordico, con il successo finale
della società Sci Valzoldana, seguita dal Ladinia e
dal Ga Centro Cadore.
Incitati da un pubblico
numeroso fin dal via al cancelletto di partenza, gli atleti si sono dati battaglia sulla
scintillante pista Deona
sciando in tecnica libera.
Ma, poiché contano i risultati, segnaliamo i vincitori. Aspiranti m - 10 km: 1.
Claudio Alfarè Lovo (Sc Valvisdende); Aspiranti f - 5
km: 1. Marta Fabris (2A
Asiago); Juniores m - 10 km:
1. Gianluca Lorenzini (Castionese); Juniores f - 5 km:
1. Giulia Moè (Ladinia); Seniores m - 10 km): 1. Manuel De Col (Sc Cibiana);
Seniores f - 5 km: 1. Maria
Rosa Moè (Ladinia); Master
A1 - 10 km: 1. Nicola De Lorenzo (Sn Sportfull); Master A2: 1.Eudio De Col (Sc
La Valle); Master A3: 1. Italo
Refosco (Valzoldana); Master A4: 1. Valentino B. De
Martin (Bassano); Master
A5: 1. Bruno L. Savio
(VV.FF.BL); Master B1: 1.
Aldo Armellin (Orsago);
Master B2: 1. Elso Viel
(VV.FF.BL); Master B3: 1.
Giuseppe Da Col (Sc Cibiana); Master C1: 1. Emilia
Campo (Valzoldana); Master
C3: 1. Luisa Casagrande.
Baby m/f – 2 km: 1. Leonardo De Biasi (Sc Valzoldana); 1. Lara De Bon (Ga
Centro Cadore); Cucciole:
1. Silvia Del Longo (Valzoldana); Ragazze – 3,75 km:
1. Noemi Durighello (Val-
lada); Ragazzi 5 km: 1.
Franz Vieser (Sc Ladinia);
Allievi – 7,5 km: 1. Ivan
Bianchi (Gs Cibiana).
Ottima l’organizzazione
dello Sci Club Cibiana e soprattutto lodevole l’apporto
del suo presidente Umberto Olivotti, pure piacevole
speaker della gara.
(intervista sotto)
SCI CLUB CIBIANA
UN GRAN BEL GRUPPO
A PASSO CIBIANA
CIRCUITO DI
SCI NORDICO
IMPEGNATIVO
“P
ossiamo essere più
che soddisfatti di
questa 16a edizione del Trofeo Cibiana”. E’ il commento
del presidente del Club Umberto Olivotto. “Abbiamo
avuto la presenza di ben 21
sci club di tutto il Veneto e
uno della Val Badia (segno
questo che i ladini si sentono uniti anche nello sci da
fondo, perché no?). Oggi siamo stati gratificati dalla presenza dello Sci Club della
Canins e ricordo con molto
orgoglio che ho ricevuto i
complimenti per l’ottima pista e l’organizzazione da Bonaldi, famoso atleta allenatore.
I valori dei fondisti sul
campo erano ottimi ed è stato di grnde soddisfazione veder vincere Manuel Da Col
forte atleta di Cibiana, che
adesso ha ripreso e va da
Dio. Nella categoria generale regionale, fra le donne, è
salita sul podio Maria Rosa
Moè del Ladinia, donne che
questa volta hanno fatto man
bassa del podio, anche con
Marta Fabris del Sc Asiago,
con Giulia Moè del Ladinia;
molto forte fra i nostri è pure
Nicola De Lorenzo, che corre per la Sn Sportfull; sempre fra i nostri, buona la performance di Giuseppe Da
Col classe 1939 del Sc Cibiana. Il Trofeo è stato assegnato quest’anno allo squadrone dello Sc Valzoldana, 2°
piazzamento per la Ladinia
della Val Badia e 3° al Ga
Centro Cadore.
Da questa stagione siamo
entrati a far parte del circuito Nord Sky Dolomiti, siamo
nell’area n.11 Civetta-Pelmo,
e siamo stati scelti per la naturalezza e tecnica di sciata
che si ha su questa pista. E’
una pista impegnativa, a una
quota di 1563 altitudine accettabile per lo sforzo fisico,
vai a scorrere questi 7,5 km
arrivando sulla malga di Valle a Copada, transiti sulla zona Lufe di Nebbiù, è una pista che consente di portare
gli atleti in condizione ottimale, ma è anche una pista
che consente al turista di girare e destressarsi in mezzo
alla natura. È in funzione fino verso Pasqua, quando la
stagione si conclude con le
gare sociali delle società.
Sul percorso di 7,5 km totali, abbiamo vari anelli, utili
per le varie categorie in gara, poi c’è il percorso di 2,5
km circa che è un percorso
illuminato e dà possibilità di
allenarsi o semplicemente di
divertirsi con la famiglia o
gli amici magari mangiando
una buona pastasciutta nei
vicini ristoranti. Ticket pista
e pastasciutta a modico prezzo.
E’ il risultato di 20 anni di
lavoro e di sacrifici uniti alla
volontà di tutta la popolazione cibianese di valorizzare il
Soddisfatto
dei risultati
e dell’
organizzazione
il presidente
del Club
Umberto
Olivotti
che ricorda
anche il lavoro
e i sacrifici
per valorizzare
il territorio
SERVIZIO DI
RENATO DE CARLO
nostro territorio. Il Comune
stesso ci ha creduto e attraverso fondi europei siamo riusciti a valorizzare questa
bellissimo Passo Cibiana,
non solo per lo sci di fondo:
da qui si parte per lo sci d’alpinismo e per bellissime passeggiate su per il Rite con le
ciaspe, in estate poi si può
‘vivere’ il parco avventura.
Lo Sci Club Cibiana fa pure
dell’altro, la cispadeona, la
campestre cadorina, ad
esempio, ed è motore della
locale economia turistica. Il
che non è male per i tempi
che corrono.
Il Rite? E’ un plus, uno scenario a 360 gradi, è talmente
bello che uno dà per scontato il doverci andare per godere il panorama delle vicine
vallate.
Chi vorrei ringraziare
dello staff? Tutti, difficile fare nomination. C’è Mauro
che gira di notte col gatto
battipista, c’è Marco che sacrifica le sue prestazioni atletiche per insegnare ai ragazzi, la Katia sempre presente, i segretari Ugo e Giovanni, Lorenzo e Agostino
sempre con la valigia in mano, ci sono i genitori che si
adattano ai sacrifici domenicali per accompagnare i
ragazzi… Fra tutti siamo
proprio un bel gruppo”.
ALCUNE FASI DELLA GARA
MARZO 22-23:MARZO 22-23
6-03-2009
11:15
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ANNO LVI
Marzo 2009
22
3
74°CAMPIONATO ANA DI SCI DA FONDO A PADOLA - Quasi 400 gli atleti iscritti
ALLA SEZIONE CADORE IL TROFEO TARDIANI
I
l 7 e l’8 febbraio Padola ha
ospitato nuovamente dopo 16
anni, il 74° campionato Ana di sci
di fondo tra neve abbondante e nuvole insistenti. Con il successo nella manifestazione Alfio Di Gregorio della Sezione di Vicenza ha conquistato il terzo titolo dopo quelli di
Forni Avoltri (2002) e Piancavallo
(2004). Piuttosto netta la sua affermazione sulla impegnativa pista
Tavella La Varda, con un tempo finale sui 15 chilometri a tecnica libera di 36’54.9. Al 2° posto Luciano Fontana, Sezione Ana Cadore,
distanziato però di 1’48; 3° gradino del podio per il friulano Osvaldo
Primus della Sezione Carnica con
2’31 di ritardo dal vincitore.
Per la prima volta, su decisione
della commissione sportiva, concorrevano al titolo assoluto ben tre
categorie: oltre ai seniores anche
i master A1 e A2 , ampliando così
le possibilità per i concorrenti quarantenni. Oltre a De Gregorio
(classe 1970), ne ha tratto profitto
Luciano Fontana (classe 1965), già
campione Ana a Lavarone nel 1995.
Anche l’altro grande atleta della Sezione Cadore, il padolese Stefano
De Martin Pinter vincitore del titolo assoluto per ben sette volte (di
cui 6 consecutive) ci ha provato.
Pur autore di una splendida gara si
è piazzato al 4° posto, con un distacco di 2’50 dal vincitore. Nel complesso molto positive le prestazioni
degli alpini di casa che hanno portato alla Sezione Cadore il trofeo
Tardiani (2141 punti) davanti a
Bergamo e a Belluno.
Durante le premiazioni, svoltesi
davanti al simbolo del Cadore
Vince Alfio Di Gregorio,
secondo il comeliano
Luciano Fontana
Il ringraziamento del presidente nazionale Ana Corrado Perona al
Gruppo di Comelico Superiore per la perfetta organizzazione
scolpito nella neve a grandezza naturale, tutta la soddisfazione del
presidente nazionale Ana Corrado
Perona con il ringraziamento agli
alpini del Gruppo di Comelico Superiore per la perfetta organizzazione nonostante le condizioni
meteo non facili. “Gli alpini non si
fanno certo spaventare dalla neve”
- ha detto Perona - “sanno affrontare con spirito e iniziativa ogni difficoltà. Ed un grazie di cuore va a
tutti voi. Quasi 400 atleti per me
tutti vincitori. che avete dato ancora una volta l’immagine di una associazione viva, importante, al
passo con i tempi”. In precedenza
era intervenuto anche il presidente sezionale del Cadore Antonio
Cason, nella sua veste di responsabile nazionale per lo sport, ricordando i prossimi appuntamenti
dei campionati ana di sci alpini-
smo il 29 marzo a Foppolo in provincia di Bergamo e il 43° campionato ana di slalom gigante il 5
aprile a Limone Piemonte. Alle premiazioni erano presenti anche il
presidente della Provincia Sergio
Reolon, Max Pachner in rappresentanza dell’assessore regionale
Oscar De Bona, l’assessore provinciale Angelo Costola. Quest’ultimo
in particolare ha voluto ringraziare
gli alpini per l’impegno costante ed
efficace profuso nel settore delicatissimo della protezione civile.
Nella giornata di sabato il maltempo aveva dato un po’ di tregua agli organizzatori, così da rendere possibile la cerimonia di
apertura Solo un piccolo ritardo
nell’inizio a causa dei problemi di
viabilità che hanno complicato il
viaggio di molti partecipanti ed in
particolare del Corpo Musicale
Val di Gorto di Ovaro, che ha accompagnato la cerimonia. Tutto
però si è svolto come da programma con la sfilata alpina per le vie
del paese, aperta dalle autorità militari e civili, e formata dalle foltissime rappresentanze alpine con
vessilli e gagliardetti provenienti
da tutta Italia. Quasi 400 gli atleti
iscritti in rappresentanza di trenta
sezioni. Questi i numeri che il presidente dell’Ana Cadore Antonio
Cason ha illustrato nel suo intervento dopo l’alzabandiera e l’Onore ai Caduti. In apertura degli
indirizzi di saluto il capogruppo
Marco De Martin Pinter ha ringraziato tutti quelli che si sono dati da fare in queste settimane per
preparare al meglio il prestigioso
appuntamento. “Speriamo che il
vostro soggiorno sia piacevole e speriamo di rivedervi ancora in Co-
melico” ha concluso il capogruppo
salutando gli atleti. Il sindaco Luca De Martin ha ricordato gli
eventi che specialmente nel primo
conflitto mondiale videro le dolomiti del Comelico come teatro di
tragedie belliche ma anche di imprese alpine. Il presidente nazionale Corrado Perona, ha voluto
essere presente a questo appuntamento “prima di tutto come omaggio ad Antonio Cason, da lunghi anni collaboratore nel consiglio direttivo nazionale proprio con la delega
allo sport. Ma un doveroso riconoscimento va a tutti gli splendidi atleti alpini che si cimentano in una
prova tra le più intense e sentite del
panorama sportivo dell’Ana”.
Durante la messa celebrata da
Padre Bruno anche il bell’attestato di stima ed affetto della comunità verso gli alpini “buoni samaritani di oggi che sono vanto ed orgoglio della nostra Italia”.
Livio Olivotto
SCOPONE - AL ‘SNACK
IL TROFEO MEMORIAL
I
mpugnano una scopa di saggina (appositamente sagomata e
irrigidita attraverso l’utilizzo di
scotch da pacchi) e si destreggiano
sul ghiaccio con scarpe da ginnastica spingendo la pallina oltre la riga
della porta avversaria, come nel più
classico gioco del calcio. Il tutto con
spettacolarità e sano agonismo.
Anche quest’anno, i giocatori di
“scopone” si sono sfidati allo stadio
polifunzionale di Pieve di Cadore
per la terza edizione dell’ormai affermato Memorial Federico Faccin.
Dal 25 gennaio al 15 febbraio ben 9
squadre si sono contese l’ambito
trofeo, ma solo una ha vinto: il
Snack al Check, che è alla sua seconda affermazione consecutiva
nel Memorial.
Fino ad una quindicina di anni fa
questo sport era una vera e propria
attrazione, praticato da decine e decine di squadre in tutto il Cadore e
sugli spalti si accalcavano maree di
spettatori. Il torneo più famoso ed
ambito (raccontano i veterani) era
sicuramente quello di Vodo, che
raggruppava squadre da Cortina al
Comelico ed era considerato, esagerando, la Champions League dello scopone. Negli ultimi anni, quantomeno in Centro Cadore, lo scopone sembrava esser stato dimenticato, fino a tre anni fa quando, grazie
alla volontà di Marco Faccin di ricordare il fratello Federico, è ritornato in auge, tant’è che ogni anno il
numero di squadre aumenta e, cosa molto importante, tanti giovani
si avvicinano per la prima volta a
questo sport. Ne sono un esempio
la squadra de I PROF, tutti giovani
neofiti che hanno chiuso il girone
di qualificazione con zero punti, ma
certamente si sono divertiti e si so-
Spettacolarità e
sano agonismo
fra le 9 squadre in
lizza per il trofeo
Qualche amarezza
per i DA ANGELA
Polato è il miglior
realizzatore
no dichiarati pronti per la sfida del
prossimo anno.
Dall’unico e combattuto girone
(all’italiana, tutti contro tutti) al
quale hanno partecipato le squadre
ASA STAR, SNACK AL CHECK,
DA ANGELA, MUSelecao, I DOVIN, VALLE TEAM, IRA DI DIO,
TRATTORIA AL PONTE, I PROF,
sono uscite le quattro semifinaliste.
Escludendo gli ASA STAR che l’hanno concluso al primo posto con
7 vittorie e 1 pareggio (una singola
rete subita), gli altri tre accessi alle
semifinali sono rimasti contesi fino
all’ultima partita da 5 squadre.
La prima semifinale fra MUSelecao e DA ANGELA è stata vinta da
quest’ultimi per 2 reti ad 1, al termine di una partita che ben si rispecchia nel risultato. L’altra semifinale,
indiscutibilmente dal sapore di finale anticipata, vedeva contro le due finaliste dello scorso anno. Al termine
dei 40 minuti di gioco hanno strappato il biglietto per la finale gli
SNACK AL CHECK, vincendo di misura. Sfortunati gli ASA STAR, che
nel secondo tempo hanno dominato
la metà campo avversaria, colpendo
ben due pali e facendo i conti con un
risultato forse un po’ bugiardo.
MARZO 22-23:MARZO 22-23
3
6-03-2009
11:15
Pagina 3
ANNO LVI
Marzo 2009
A
Pelos di Cadore è nata
la prima società sportiva
natatoria
cadorina,
la Dolomiti Nuoto che ha già
partecipato di recente ad alcune gare di propaganda a
Montebelluna nel trevigiano
e ad Agordo nel bellunese.
Grande entusiasmo e subito
buoni risultati per un gruppo
di giovanissimi davvero molto compatto e unito. L’associazione sportiva ha iscritti
bimbi dall’ultimo anno di asilo fino ai ragazzi della prima
classe media.
La prima uscita ufficiale
della Dolomiti Nuoto in quel
di Montebelluna ha visto i
piccoli atleti cadorini gareggiare con molto impegno e
con una passione sfrenata appena entrati in acqua, raggiungendo in alcuni casi anche i vertici della classifica.
Moltissima emozione durante il riscaldamento e la sfilata
iniziale, a cui è stato conferito un piccolo omaggio a tutti
i partecipanti.
Nella manifestazione successiva tenutasi ad Agordo
erano presenti ben 140 ragazzi pronti a sfidarsi in vasca.
Ottimi risultati anche in questa occasione con il podio
completo nei 50 rana, con al
1° posto Martina Da Rin Perette, al 2° Giulia Da Pra ed al
3° Alessia Poclener. Bravissimo Federico Tonizzo che ha
conquistato i 50 stile libero e
si è classificato secondo nei
50 dorso. Altro splendido
piazzamentoquello di Veronica Da Pra che nei 50 rana ha
centrato la seconda posizione. Terzo gradino del podio
23
per Anna Bombassei nei 50
stile libero e per Martina Da
Rin Perette nei 50 dorso. Ottime le prove comunque anche
di Francesca Corte, Giada
Busato, Debora ed Elena
Baggio, Giorgia Caiazzo,
Martina Da Rin, Vanessa Zanetti e Nicole Fausti.
Entrambi gli eventi hanno
avuto una cornice di pubblico tra familiari ed appasionati davvero non indifferente.
Silvia Vecellio, responsabile
della piscina Sporting di Pelos e promotrice della neonata associazione Dolomiti
Nuoto è raggiante: “Le manifestazioni sono state veramente fantastiche e i bambini sono
rimasti tutti molto entusiasti
e soddisfatti. Ringrazio i genitori che hanno collaborato accompagnando i bambini, il
panificio De Meio per le medaglie biscotto e il Lavaredo
Sport che ci ha regalato le
magliette. E’ bellissimo veder
gareggiare i bimbi piccolissimi con l’unico scopo di divertirsi e partecipare.
L’ambiente di queste gare di
propaganda è stupendo e tutti
i partec panti sono molto affiatati tra loro. In questi eventi esce in ogni bimbo ed in
ogni genitore lo spirito sportivo e c’è molta disponibilità e
collaborazione. Ora ci prepariamo per le prossime gare del
2009 che, viste le premesse,
spero portino alla squadra altri grandi successi. Il nuoto è
una disciplina speciale ed il
nostro motto ormai è che il
nuoto è l’unico sport che salva
la vita”.
Daniele Collavino
A Pelos di Cadore la prima società cadorina di nuoto
“DOLOMITI NUOTO” PUNTA SUI BIMBI
Buoni i primi risultati - raggiante la responsabile Silvia Vecellio
I ragazzi della
Dolomiti Nuoto:
Anna Barnabò, Giulia
Barnabò, Stella Dolmen,
Alessia Zannantonio,
Rinaldo Da Pra, Roul De
Martin, Mattia De Martin,
Veronica Deppi, Vanessa
Da Rin, Arianna Zanella,
Matilde Bombassei,
TommasoBombassei, Elisa
Zanella, Alessia Caiazzo,
Martina Da Rin, Elisa
Zambelli, Greta Tabacchi,
Alessia Tabacchi, Davide
De Silvestro, Federico
Tonizzo, Vanessa Zanetti,
Alessia Poclener, Nicole
Fausti, Giulia Da Pra,
Enrico Giacobbi, Michela
Zandegiacomo, Anna
Bombassei, Matteo
Tommasini, Elisa Fontana,
Gianluigi Del Favero,
Martina Da Deppo,
Martina Da Rin Perette,
Barbara Nobile, Flavio
Nobile, Isabella Frigo,
Veronica Da Pra,
Francesca Corte, Giorgia
Caiazzo, Debora Baggio,
Elena Baggio, Giada Busato.
AL CHECK’ DI TAI
FEDERICO FACCIN
ASA STAR che si sono presi
la soddisfazione di battere
nella finalina per il 3° posto i
MUSelecao per 4 a 0, dopo
una match più orientato al divertimento che all’agonismo.
Tutt’altra cosa la partita culminante del torneo: le facce
dei giocatori delle due squadre finaliste erano tiratissime
prima del fischio d’inizio, tutti
concentratissimi, nessuno voleva perdere. Da una parte lo
SNACK AL CHECK, i veterani con anni d’esperienza, dall’altra i DA ANGELA, ragazzi
poco più che ventenni, che
puntavano tutto sulle gambe e
sulla corsa per vincere l’ambito Memorial.
Cronaca della finale. Le
squadre si studiano, in difesa
non si scoprono, provano a
segnare, si giunge così a pochi minuti dalla sirena di metà tempo quando, con azione
ben strutturata, lo SNACK
AL CHECK si porta in vantaggio. Alla ripresa delle ostilità i DA ANGELA cambiano
completamente strategia di
gioco, attaccano in velocità e
provano il tutto per tutto; ma
la difesa dello SNACK AL
CHECK tiene bene ed annienta ogni attacco fino ad
una punizione a metà ripresa.
Tiro da circa 12 metri dalla
porta, traiettoria “sporca”, difensori che si concedono la
prima e unica distrazione della partita a portiere coperto:
1 a 1. La partita si accende,
quasi ai limiti del regolamento. A due minuti dal termine
dell’incontro, un fallo dello
SNACK AL CHECK scatena
le polemiche dei DA ANGELA che si fermano, ma l’arbitro fa proseguire cosicché è
facile per lo SNACK AL
CHECK portarsi in attacco e
segnare. Da qui, nervosismo
e poca lucidità impediscono
ai DA ANGELA di riportarsi
in pareggio e lo SNACK AL
CHECK vince il Memorial
per il secondo anno consecutivo. Risultato accettato con
grande sportività anche dalla
squadra battuta.
Da segnalare anche il miglior realizzatore, Polato (dei
IRA DI DIO) con 12 marcature, e la miglior difesa, quella
degli ASA STAR con una sola
rete subita. Il premio “squadra simpatia” è andato alla
MUSelecao, vera rivelazione
del torneo che durante tutti
gli incontri ha associato buon
gioco ad esilaranti cadute enfatizzate dai compagni di
squadra con battute di spirito
in grado di strappare risate a
giocatori e pubblico.
L’appuntamento a tutti è
per il prossimo anno, sempre
nel periodo di gennaio-febbraio, con l’auspicio di poter
usufruire della nuova copertura del stadio del ghiaccio,
che eviterebbe (come accaduto più volte durante questa
edizione) di giocare sotto copiose nevicate.
Paolo Andreola
FOTO DELLE SQUADRE
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MARZO 1:MARZO 1