Rivestimenti Memorie >> EFFETTO DELLO SPESSORE SULLA RESISTENZA AD USURA E CORROSIONE DI RIVESTIMENTI WC-COCR DEPOSITATI SU LEGA DI AL TRAMITE TERMOSPRUZZATURA HVOF G. Bolelli, E. Gualtieri, L. Lusvarghi, S. Valeri Si sono esaminati gli effetti dello spessore e della presenza/assenza di un sottile bond coat in Ni sulla resistenza ad usura e a corrosione di rivestimenti in materiale cermet WC-CoCr, depositati tramite termospruzzatura HVOF su piastre in lega di alluminio AA 6082T6. Riporti con quattro diversi spessori, compresi nell’intervallo 50 μm – 150 μm, sono stati prodotti eseguendo, rispettivamente, un totale di 2, 3, 4 e 5 scansioni consecutive della torcia davanti al substrato. All’aumentare del numero di scansioni, la porosità del rivestimento cermet (sia con, sia senza bond coat) diminuisce; il cambiamento più sensibile si verifica fra i riporti depositati con 2 e 3 passaggi della torcia. Per spiegare questo fenomeno, si sono analizzati i meccanismi di deposizione di singole lamelle di WC-CoCr, esaminandole con tecnica Focused Ion Beam (FIB). All’aumento di densità del rivestimento corrispondono un incremento di microdurezza, un miglioramento della resistenza all’usura per strisciamento (misurata mediante test ball-on-disk) ed una maggior protezione del substrato contro la corrosione (valutata mediante spettroscopia di impedenza elettrochimica e monitoraggio del potenziale di libera corrosione). Rispetto a strati anodizzati, prodotti sulle stesse piastre, tutti riporti WC-CoCr (indipendentemente dallo spessore) sono molto più resistenti ad usura ma meno protettivi contro la corrosione del substrato. PAROLE CHIAVE: termospruzzatura high-velocity oxygen-fuel (hvof), rivestimenti cermet, test ball-on-disk, resistenza a corrosione, test di impatto ciclico. INTRODUZIONE Le leghe leggere, fra cui le leghe di alluminio, sono contraddistinte da peculiari caratteristiche, come la bassa densità, l’elevata resistenza meccanica specifica e l’elevata rigidezza specifica [1], grazie alle quali trovano crescente diffusione industriale, sia nel settore automobilistico ed aeronautico, sia in svariati altri ambiti (un esempio è la produzione di stampi per la formatura di materie plastiche [2,3]). Il principale limite delle leghe di alluminio è la loro scarsa resistenza ad usura [3-5], che rende necessario il ricorso a rivestimenti e/o trattamenti di superficie qualora un componente debba sostenere sollecitazioni tribologiGiovanni Bolelli*, Luca Lusvarghi Dipartimento di Ingegneria dei Materiali e dell’Ambiente, Università di Modena e Reggio Emilia, Via Vignolese 905, 41100 Modena (MO) Enrico Gualtieri, Sergio Valeri Dipartimento di Fisica, Università di Modena e Reggio Emilia, Via Campi 213/a, 41100 Modena (MO) * Corresponding author: Tel.: 059 2056281; Fax: 059 2056243; e-mail: [email protected] che: lo studio di rivestimenti protettivi per le leghe di alluminio è quindi un argomento di notevole interesse tecnologico. I processi di anodizzazione sono sicuramente i più diffusi fra i trattamenti di superficie delle leghe di alluminio: essi consentono l’accrescimento di strati a base di Al2O3 (contenenti una certa quantità di idrossidi ed altri composti) con spessori normalmente compresi fra 10 μm e 50 μm [6,7]. Normalmente, questi processi sono condotti in bagni di acido solforico o cromico a temperature di circa 50°C, e determinano la formazione di un sottile strato barriera, denso e protettivo contro la corrosione, sopra il quale cresce uno strato di ossido con numerosissimi pori colonnari di ridotte dimensioni, che vengono generalmente sigillati per conferire al riporto anodizzato una maggior protettività. Nei trattamenti di sigillatura, una parte dell’Al2O3 viene disciolta, facendo poi riprecipitare idrossidi di Al all’interno dei pori. Ciò migliora sensibilmente la protettività dello strato anodizzato contro la corrosione, ma ne riduce la durezza e la resistenza ad usura. Strati di ossido più duri e adeguatamente densi sono prodotti con trattamenti di anodizzazione dura, eseguiti in bagni a base di acido solforico mantenuti a bassa temperatura (≤5°C); tali strati non necessitano di sigillatura e possiedono una miglior resistenza ad usura [6,7]. la metallurgia italiana >> ottobre 2009 17 Rivestimenti Nonostante gli strati anodizzati offrano buone caratteristiche anti-corrosione ed anti-usura, hanno anche diversi svantaggi: innanzitutto, essendo strati puramente ceramici, sono intrinsecamente fragili; inoltre, elevati spessori (> 50 μm) sono difficili da ottenere e richiedono tempi lunghi (svariate ore), soprattutto nel caso dei processi di anodizzazione dura; l’anodizzazione richiede un’accurata preparazione della superficie del substrato (lucidatura, etching ed accurata pulitura), che aumenta i tempi ed i costi del trattamento [6]; infine, le caratteristiche dello strato anodizzato dipendono dalla composizione della lega trattata. In particolare, determinate composizioni causano la formazione di strati con caratteristiche abbastanza scadenti [6-8]. È pertanto necessario individuare rivestimenti alternativi, che non soffrano dei limiti dei processi di anodizzazione e che possano quindi sostituirli vantaggiosamente in alcune applicazioni. La termospruzzatura, in particolare, è già utilizzata industrialmente per produrre riporti anti-usura ed anti-corrosione ad elevate prestazioni su un’ampia gamma di componenti. Rispetto ai sopraccitati limiti dei processi di anodizzazione, le tecniche di termospruzzatura sono molto meno sensibili alla natura del substrato, non richiedono una preparazione altrettanto accurata della superficie (sgrassaggio e sabbiatura sono, in genere, le uniche operazioni necessarie), depositano spessori > 100 µm in tempi abbastanza ridotti e sono molto flessibili nella scelta del materiale da rivestimento [9-11]. È quindi possibile impiegare materiali come i cermet (WC-Co, WC-CoCr, CrxCy-NiCr, ecc…), che offrono una buona combinazione fra elevata durezza e buona tenacità a frattura, superando così la fragilità degli strati anodizzati, puramente ceramici [12-17]. Rivestimenti cermet particolarmente densi, con elevata coesione, buona adesione al substrato e ridotta alterazione termica, in particolare, possono essere prodotti con la tecnica di termospruzzatura HVOF (High Velocity Oxygen-Fuel flame spraying): tali rivestimenti hanno eccellente resistenza ad usura [13-16] ed anche buona resistenza a corrosione, soprattutto quando la matrice metallica sia una lega resistente a corrosione (come le leghe NiCr e CoCr) [16, 18-20]. Essi sono pertanto già impiegati per la protezione di componenti in acciaio e sono anche ritenuti una delle alternative tecnicamente più vantaggiose alla cromatura galvanica [13,14,16,18]. Poiché la natura del substrato, come già anticipato, ha un’influenza limitata sulle caratteristiche del rivestimento [3], è logico ritenere che riporti cermet HVOF possano offrire buona protezione anche a componenti in alluminio: i lavori di letteratura riguardanti quest’argomento sono tuttavia abbastanza recenti e non molto numerosi [1,3,4,21,22]. In particolare, in questi studi non è ancora stato esplicitamente considerato l’effetto dello spessore del riporto cermet sulla sua resistenza ad usura e a corrosione: questo è un aspetto di notevole importanza, poiché, se su un substrato a bassa durezza (come sono le leghe di alluminio) viene depositato un rivestimento molto più duro ma troppo sottile, incapace di sostenere interamente la distribuzione di sforzi di contatto prodotta in esercizio, il substrato, sul quale viene scaricata parte di questi sforzi, potrebbe snervare e deformarsi plasticamente, provocando la rottura del rivestimento o dell’interfaccia rivestimento/substrato [23,24]. Inoltre, un rivestimento termospruzzato con spessore molto basso può facilmente contenere porosità interconnessa, che ne compromette la protettività contro la corrosione del substrato. Tuttavia, depositare rivestimenti termospruzzati a basso spessore è vantaggioso economicamente, poiché si riducono sia i tempi di produzione, sia i consumi di gas e di polveri. È quindi necessario individuare il giusto compromesso. Lo scopo del presente lavoro è perciò la determinazione dell’ef- 18 << Memorie fetto dello spessore sulle caratteristiche microstrutturali e micromeccaniche, sul comportamento tribologico e sulla resistenza a corrosione di rivestimenti WC-CoCr, depositati tramite termospruzzatura HVOF su substrati in lega di Al. Quattro diversi spessori sono stati depositati eseguendo un diverso numero di scansioni della torcia di fronte al substrato (da 2 a 5). Si è inoltre considerato l’effetto di un sottile bond coat di Ni, preventivamente depositato sul substrato con una singola passata di torcia HVOF. Come termine di paragone, si è valutata la resistenza ad usura e a corrosione di due strati anodizzati, prodotti sulla stessa lega di Al: un’anodizzazione protettiva, prodotta con un processo convenzionale in bagno di acido solforico e sigillata in una soluzione acquosa contenente ioni Ni2+ ed F-, e un’anodizzazione dura, prodotta mediante il processo a bassa temperatura. MATERIALI E METODI Su piastre in lega di alluminio AA 6082T6 di dimensioni (80x80x8) mm3 sono stati prodotti, mediante termospruzzatura HVOF (torcia Praxair-Tafa JP5000 montata su un robot industriale), rivestimenti in materiale cermet WC-10%Co-4%Cr, ottenuti a partire da polveri commercialmente disponibili (Praxair 1350VM, distribuzione granulometrica nominale -45+15 μm). Quattro diversi spessori sono stati ottenuti eseguendo, rispettivamente, 2, 3, 4 e 5 scansioni complete della torcia davanti al substrato. Su metà delle piastre è stato preventivamente applicato, con una singola scansione della stessa torcia HVOF, un bond coat in Ni (polvere: Praxair 1166F, distribuzione granulometrica nominale -53+20 μm). I parametri di deposizione del riporto cermet e del bond coat in Ni sono riportati in Tab. 1. Le piastre sono state sabbiate con allumina (dimensione media 500 μm) prima della spruzzatura. Con gli stessi parametri indicati in Tab. 1, ma con una velocità trasversale del robot più elevata, sono stati depositate lamelle singole di WC-CoCr su piastre lappate in lega di Al e in acciaio al C. Come termine di paragone, sono state prodotte, sulle stesse piastre in lega AA 6082T6, due differenti tipologie di strati anodizzati; le piastre sono state lucidate fino a Ra ≈ 0.02 μm prima del trattamento. La prima tipologia è stata ottenuta con il processo convenzionale in bagno di acido solforico a 50°C, seguito da un trattamento di sigillatura in una soluzione acquosa contenente Ni2+ ed F-; la seconda con il processo di anodizzazione dura, in un bagno a base di acido solforico a 2°C. I due processi di anodizzazione sono stati effettuati in un impianto industriale, con parametri di processo confidenziali. Le fasi presenti nei riporti cermet HVOF sono state caratterizzate mediante diffrazione di raggi X (diffrattometro X’Pert Pro, PANAlytical, Almelo, NL), con radiazione Cu Kα1. La microstruttura è stata caratterizzata mediante osservazione SEM (XL30, FEI, Eindhoven, NL) delle sezioni trasversali, inglobate in resina e lappate con carte abrasive a base SiC (fino a 2500 mesh) e con sospensioni di diamante policristallino (fino a 0.5 μm). La porosità dei rivestimenti è stata valutata tramite analisi d’immagine (ImageJ versione 1.37) su 5 micrografie SEM a 1000 ingrandimenti. Sulle stesse sezioni trasversali è stata misurata la microdurezza Vickers dei riporti cermet (Micro-Combi Tester, CSM Instruments, Peseux, CH), con un carico di indentazione di 1 N (20 indentazioni per campione). La resistenza ad usura per strisciamento a secco dei rivestimenti è stata valutata mediante test ball-on-disk, (High-Temperature Pin-on-Disk Tribometer, CSM Instruments), con sfere in WC6%Co sinterizzato di diametro 3 mm. Le condizioni di prova prevedono un carico normale di 10 N, una velocità relativa ottobre 2009 << la metallurgia italiana Rivestimenti Memorie >> Lunghezza del barrel (mm) Portata di O2 (scfh) Portata di Kerosene (gph) Portata di gas vettore (slpm) Velocità di rotazione del piatto alimentazione polveri (rpm) Distanza di spruzzatura (mm) Pressione di combustione (psi) Velocità trasversale del robot (mm/s) s Tab. 1 Parametri di spruzzatura HVOF. HVOF deposition parameters. WC–10%Co–4%Cr 152.4 1850 6 11 330 380 98 500 Ni 101.6 1800 5.1 10 270 355 91 500 anodizzati. Le prove sono state fatte cominciare dopo 30 minuti di libera corrosione, per consentire la completa impregnazione del rivestimento da parte della soluzione di prova. Gli spettri di impedenza sono stati fittati con il software Frequency Response Analyser (Eco Chemie B.V., Utrecht, NL). Il potenziale di circuito aperto (OCP), misurato rispetto ad un elettrodo ad Ag/AgCl, è stato monitorato per un periodo di 1 settimana. Sulla superficie dei rivestimenti è stato incollato, con un adesivo siliconico, un barattolo di plastica che lascia una superficie esposta di circa 7 cm2, riempito con 200 cm3 della soluzione di NaCl al 3.5%. Al termine della prova, i campioni sono stati osservati mediante microscopia elettronica a scansione ambientale (ESEM, Quanta 200, FEI), e la composizione chimica della soluzione è stata determinata mediante spettrometria di emissione plasma (ICPAES, Liberty 500, Varian, Palo Alto, CA, USA), per determinare il rilascio di Al: i risultati sono espressi come massa di Al rilasciato per unità di superficie esposta del campione (in μg/cm2). di strisciamento di 0.20 m/s ed una distanza complessiva di 5000 m. Le prove sono state effettuate ad una temperatura di (21±2)°C col (56±2)% di umidità relativa. I rivestimenti cermet sono stati lucidati fino a Ra ≈ 0.02 μm con carte abrasive diamantate e lavati in acetone con bagno ad ultrasuoni prima della prova. Lo stesso test ball-on-disk è stato effettuato sui riporti anodizzati, per confronto. Il tasso di usura di tutti i rivestimenti è stato valutato mediante profilometria ottica confocale (Conscan Profilometer, CSM Instruments) ed il tasso di usura delle sfere è stato determinato misurando il diametro dell’impronta circolare prodottasi al termine della prova. Le tracce di usura dei rivestimenti sono inoltre state osservate mediante microscopia elettronica a scansione. Sui rivestimenti cermet e sugli strati anodizzati sono inoltre stati effettuati test di resistenza all’impatto ciclico contro una biglia RISULTATI E DISCUSSIONE di acciaio C100KU (temprato e disteso a 200°C) di diametro 39 mm, collegata ad un peso complessivo di 12 N. L’altezza di caCaratterizzazione microstrutturale, micromeccanica e triduta è di 90 mm, la frequenza di impatto è 3 Hz. Sono state bologica eseguite prove a 1000 impatti. Le superfici dei rivestimenti sono Le micrografie SEM (Fig. 1) mostrano una diminuzione delstate ispezionate mediante SEM. la porosità al crescere dello spessore del rivestimento, come Per meglio esaminare i meccanismi di deposizione delle polveri confermato anche dai risultati quantitativi ottenuti dall’analisi cermet termospruzzate, le lamelle singole raccolte su substrad’immagine (Tab. 2). La variazione più importante si riscontra ti lucidati in acciaio e in alluminio sono state osservate tramifra i rivestimenti depositati con 2 e con 3 scansioni della torcia te SEM e sezionate in-situ con tecnica Focused Ion Beam (FIB), HVOF. L’effetto della presenza o assenza del bond coat di Ni usando una macchina equipaggiata con una colonna FEG-SEM è invece molto meno significativo: solo il rivestimento cermet ad alta risoluzione ed una colonna FIB (StrataTM DB235, FEI). depositato con 2 scansioni della torcia risulta leggermente meno Il comportamento a corrosione dei rivestimenti WCCoCr e degli strati anodizzati è stato valutato a temPorosità (%) Spessore (μm) Rivestimento peratura ambiente, a contatto con una soluzione ac3.2 ± 1.1 58.6 ± 9.6 2 scansioni quosa di NaCl al 3.5% in peso. Sono state effettuate prove di spettroscopia di impedenza elettrochimica 1.5 ± 0.8 79.2 ± 10.2 3 scansioni (EIS) e prove di monitoraggio del potenziale di cir0.8 ± 0.2 104.4 ± 12.0 4 scansioni cuito aperto (OCP). Per le prove di spettroscopia di 0.5 ± 0.2 136.8 ± 10.9 5 scansioni impedenza elettrochimica, si è utilizzata una cella elettrochimica a tre elettrodi (EG&G K0235 flat cell) 2.7 ± 1.1 47.5 ± 9.4 2 scansioni + bond coat in cui il campione (elettrodo di lavoro) è premuto 2.6 ± 0.9 74.2 ± 8.0 3 scansioni + bond coat contro una guarnizione in teflon che lascia esposta 0.7 ± 0.2 una superficie di 1 cm2, il controelettrodo è una gri104.3 ± 11.6 4 scansioni + bond coat glia di Pt e l’elettrodo di riferimento è un elettrodo 0.4 ± 0.2 124.7 ± 11.7 5 scansioni + bond coat ad Ag/AgCl/KCl(sat.). Le prove di EIS sono state s effettuate con un potenziostato-galvanostato Ametek Versastat 3 (Princeton Applied Research, UK), Tab. 2 nell’intervallo di frequenza 100 kHz – 3 mHz (8 Spessori e porosità dei rivestimenti WC-CoCr depositati con diverso punti/decade), imponendo una variazione del po- numero di scansioni della torcia HVOF, con e senza bond coat in Ni. tenziale di ±10 mV rispetto al potenziale di riposo Porosity and thickness of the WC-CoCr coatings deposited using different per i rivestimenti cermet e di ±100 mV per gli strati numbers of torch scans, with and without Ni bond coat. la metallurgia italiana >> ottobre 2009 19 Rivestimenti << Memorie a b c d s Fig. 1 Micrografie SEM (1000X) delle sezioni trasversali dei rivestimenti depositati con 2 (a), 3 (b), 4 (c) e 5 (d) scansioni della torcia. SEM micrographs (1000X) of the cross-sections of the coatings deposited with 2 (a), 3 (b), 4 (c) e 5 (d) torch scans. poroso quando depositato sul bond coat. Per poter spiegare questo comportamento, si sono esaminate le lamelle singole di WC-CoCr depositate su substrato lappato in lega di Al ed in acciaio al C. L’impatto delle particelle semisolide di WC-CoCr (grani di WC solidi in una matrice metallica fusa) causa elevate pressioni impulsive sul substrato [30]: tali pressioni sono sufficienti a deformare plasticamente substrati a bassa durezza, come una lega di alluminio (Fig. 2a). Analoga deformazione è stata osservata anche in precedenti studi relativi all’impatto di particelle termospruzzate con tecnica HVOF od HVAF su substrati a bassa durezza [21,25]. A causa di tale deformazione, le particelle di cermet penetrano al di sotto della superficie del substrato in Al: ciò determina un’eccellente adesione all’interfaccia tra la singola particella e il substrato, ma impedisce il completo appiattimento per scorrimento viscoso della particella semisolida, al cui interno rimangono perciò piccole difettosità (Fig. 2a). Tale meccanismo spiega perché i primi strati depositati per termospruzzatura HVOF su un substrato in lega di Al risultino più porosi. La deposizione di nuovi strati riduce tale porosità per due motivi. Innanzitutto, l’impatto di nuove particelle di cermet esercita, sugli strati già depositati, un’azione di pallinatura, a causa delle 20 sopraccitate pressioni di contatto [26]: in letteratura, tale fenomeno di pallinatura è ben documentato, e ne sono stati evidenziati gli effetti sulla microstruttura ed anche sulle tensioni residue del rivestimento [27-29]. Ciò spiega perché la porosità degli strati sottostanti diminuisca con nuove scansioni della torcia. In secondo luogo, le particelle depositate sugli strati di WC-CoCr già presenti incontrano una superficie molto più dura rispetto alle prime particelle, spruzzate direttamente sulla superficie dell’Al, perciò il loro meccanismo di deposizione è significativamente differente. Le particelle singole di WC-CoCr spruzzate su acciaio, una superficie anch’essa più dura dell’alluminio, sono infatti ben appiattite su un substrato scarsamente deformato (Fig. 2b), perciò non contengono le difettosità precedentemente osservate in Fig. 2a. Analogamente, quindi, si può ritenere che le particelle di WC-CoCr che impattano su strati già depositati possano appiattirsi più facilmente e contengano meno porosità rispetto a quelle spruzzate nelle prime passate. Pertanto, all’aumentare del numero di scansioni della torcia, la porosità del rivestimento cermet diminuisce non solo per la pallinatura subita dagli strati sottostanti, ma anche perché i nuovi strati sono intrinsecamente meno difettosi dei primi. È chiaro che entrambi i meccanismi di densificazione (pallinatura degli strati sottostanti e differente ottobre 2009 << la metallurgia italiana Rivestimenti Memorie >> a b s Fig. 3 Microdurezza Vickers e tasso di usura (dopo test pin-on-disk) dei riporti cermet con e senza bond coat. Vickers microhardness and pin-on-disk wear rates of the cermet coatings with and without bond coat. s Fig. 2 Sezioni FIB delle lamelle singole depositate su substrati lappati in lega di Al (a) e in acciaio al C (b). FIB section of single splats deposited on polished Al (a) and steel (b) surfaces. meccanismo di deposizione delle nuove particelle) hanno il massimo effetto quando il numero di scansioni della torcia è ancora basso, cosicché le maggiori differenze si producono fra i riporti cermet depositati con 2 e con 3 scansioni della torcia, mentre diventano meno rilevanti su rivestimenti già densificati da diverse scansioni precedenti della torcia. Un miglior appiattimento delle lamelle depositate su substrati più duri può spiegare anche il motivo per cui la porosità del rivestimento cermet depositato con due scansioni sul bond coat in Ni sia leggermente inferiore a quella del rivestimento depositato direttamente sul supporto in lega di Al; tuttavia, l’effetto di densificazione e riduzione di porosità dei riporti cermet al crescere del numero di scansioni della torcia è decisamente preponderante rispetto all’effetto della presenza/assenza del bond coat, come evidenziato in Tab. 2. Coerentemente con la densificazione, al crescere del numero di scansioni della torcia aumenta la microdurezza Vickers e diminuisce il tasso di usura per strisciamento del riporto cermet (Fig. 3). Il cambiamento più rilevante è fra i riporti depositati con 2 e 3 scansioni della torcia, per i motivi sopra esposti. L’effetto della presenza o assenza del bond coat è molto meno rilevante di quello del numero di scansioni della torcia, ed è percettibile solo per il riporto cermet a 2 scansioni. Il rivestimento cermet depositato con 2 scansioni su bond coat è infatti risultato leggermente più denso di quello depositato sul substrato, poiché il bond coat in Ni limita il fenomeno della penetrazione delle particelle di cermet all’interno del substrato in Al, come precedentemente osservato. La durezza di tutti i rivestimenti, ad eccezione di quelli depositati con 2 scansioni, non ancora sufficientemente densificati, è pari o superiore a 1100HV0.1, valori paragonabili a quelli già riportati in letteratura per riporti cermet a base WC di buona qualità [13,30]. Conseguentemente, il tasso di usura dei rivestimenti depositati con 3 o più scansioni è ≤ 1*10-8 mm3/(Nm), valore indicativo di un regime di usura moderata, se paragonato ad altri tassi di usura riportati in letteratura relativamente a rivestimenti in materiale cermet [31-33] o ai valori tipici dei tassi di usura di materiali ceramici avanzati massivi (sinterizzati): per questi ultimi, ad esempio, si ritengono moderati i tassi di usura < 10-6 mm3/(Nm) [34]. L’anodizzazione dura subisce, nelle stesse condizioni, un tasso di usura molto più severo, pari a (8.2 ± 0.6)*10-6 mm3/(Nm), superiore di diversi ordini di grandezza a tutti i rivestimenti cermet. L’anodizzazione convenzionale sigillata non è in grado di sostenere queste condizioni di usura e viene completamente rimossa dopo circa 1000 m di strisciamento. Sulle tracce di usura dei riporti prodotti con 2 scansioni della torcia, caratterizzati da minor durezza e maggior difettosità, si notano una moderata microsolcatura abrasiva e limitati fenomeni di frattura fragile (Fig. 4a), mentre su tutti gli altri riporti tali fenomeni sono pressoché assenti (Fig. 4b) e l’usura procede quasi unicamente attraverso la rimozione della matrice metallica fra i grani di WC, il meccanismo di usura tipico dei cermet massivi (ottenuti tramite sinterizzazione) e di quei rivestimenti cermet termospruzzati in cui si è riusciti a mantenere l’alterazione termica dei carburi a livelli moderati [31]. È anche importante notare che nessuno dei rivestimenti cermet qui considerati, la metallurgia italiana >> ottobre 2009 21 Rivestimenti << Memorie a a b b s Fig. 4 s Fig. 5 Micrografie SEM delle tracce di usura per strisciamento sui riporti cermet depositati con 2 scansioni (a) e 4 scansioni (b) della torcia. SEM micrographs of the sliding wear tracks on the 2 scan (a)- and 4 scan (b)-cermet coatings (no bond coat). Micrografia SEM della traccia di impatto ciclico sul riporto cermet depositato con 4 scansioni (a) e sull’anodizzazione dura (b). SEM micrographs of the 4 scan-cermet coating without bond coat (a) and of the hard anodized layer (b) after cyclic impact testing. nemmeno i più sottili, mostra alcun segno di delaminazione dal substrato, nonostante i rischi evidenziati nell’introduzione: ciò è da attribuirsi all’eccellente adesione all’interfaccia fra i riporti cermet ed il substrato in lega di Al, come evidenziato dall’analisi FIB (che ha mostrato difettosità all’interno delle particelle non appiattite, ma un’eccellente qualità dell’interfaccia). A conferma di ciò, sono stati eseguiti i test di impatto ciclico: in nessun caso si sono verificati ampi e generalizzati distacchi dei rivestimenti cermet dal substrato, quali quelli mostrati nei riferimenti [35,36]. Il danneggiamento è molto contenuto, sotto forma di criccatura all’interno dell’area di impatto (Fig. 5a); al contrario, gli strati anodizzati, per la loro intrinseca fragilità, mostrano estese delaminazioni (Fig. 5b). desunto da alcuni di questi lavori [38-40] (Fig. 6b), costituito dalla serie di due paralleli R-C e della resistenza RS, che descrive la resistenza non compensata della cella elettrochimica. Il primo gruppo R-C simula il semicerchio ad alte frequenze, rappresentativo delle caratteristiche del rivestimento: la resistenza RC è la resistenza al passaggio di carica attraverso l’elettrolita che riempie i pori del rivestimento, ed è quindi correlata alla presenza di porosità aperta ed interconnessa nel riporto cermet; la capacità CC è la capacità del rivestimento i cui pori sono infiltrati dall’elettrolita. Il secondo gruppo R-C modella invece il semicerchio alle basse frequenze, descrittivo della reazione elettrochimica che ha luogo all’interfaccia fra elettrolita ed elettrodo: in questo caso, tale reazione è costituita dal processo di corrosione elettrochimica del substrato, raggiunto dall’elettrolita attraverso la porosità interconnessa del rivestimento [38,40,41]. Pertanto, RCT è la resistenza al trasferimento di carica all’interfaccia fra l’elettrodo (substrato) e l’elettrolita (la soluzione acquosa di NaCl che ha infiltrato la porosità interconnessa del rivestimento), e CDL è la capacità del doppio strato elettrico formatosi lungo quell’interfaccia. Il circuito descritto in Fig. COMPORTAMENTO A CORROSIONE Gli spettri d’impedenza dei rivestimenti cermet sono caratterizzati dalla presenza di due semicerchi parzialmente sovrapposti, come già notato in altri lavori di letteratura [37-40] (Fig. 6a). Tali spettri sono stati quindi modellati con un circuito equivalente 22 ottobre 2009 << la metallurgia italiana Rivestimenti Memorie >> s Fig. 6 Spettri di impedenza elettrochimica dei rivestimenti cermet depositati senza bond coat (a) e circuito equivalente utilizzato per la modellazione di tali spettri (b). Electrochemical impedance spectra of the cermet coatings without bond coat (a), and equivalent circuit employed for spectra fitting (b). 6b viene anche usato per modellare gli spettri di impedenza degli strati anodizzati [41], cosicché è possibile paragonare direttamente i risultati ottenuti sui rivestimenti termospruzzati a quelli sulle anodizzazioni. In questo caso, RC e CC descrivono le 2 scansioni 3 scansioni 4 scansioni 5 scansioni 2 scansioni+b.c. 3 scansioni+b.c. 4 scansioni+b.c. 5 scansioni+b.c. Anod. dura Anod. convenz. RS (Ω) 15.6 17.3 28.5 32.2 21.8 24.2 33.7 32.2 25.0 30.2 RC (Ω) 168 995 1180 1308 658 861 1107 1340 1.184*10 5 1.025*10 6 caratteristiche dello strato poroso esterno, mentre RCT e CDL descrivono le caratteristiche dello strato barriera, denso, lungo il quale avviene la reazione elettrochimica. Poiché, in molti casi, i processi elettrochimici reali non sono descritti da una singola costante di tempo, la capacità del doppio strato CDL è stata sostituita da un elemento a fase costante QDL, la cui impedenza è Z = 1/(YDL·(jω)nDL) , dove j = unità immaginaria, ω = f/(2π), f = frequenza. Dagli spettri di impedenza in Fig. 6a, è innanzitutto evidente che il comportamento a corrosione dei campioni con rivestimento HVOF è influenzato sia dalle caratteristiche del rivestimento, sia dalla corrosione del substrato, raggiunto effettivamente dall’elettrolita attraverso le porosità interconnesse; infatti, se il rivestimento non avesse porosità interconnessa, la reazione elettrochimica di corrosione avverrebbe non all’interfaccia col substrato, ma sul rivestimento stesso, intrinsecamente molto più resistente, cosicché dallo spettro sarebbe emerso un comportamento quasi puramente capacitivo, con valori elevatissimi di RCT, come evidenziato in letteratura [37]. I risultati ottenuti modellando gli spettri di impedenza con il circuito in Fig. 6b indicano inoltre che le resistenze RC ed RCT crescono all’aumentare numero di scansioni della torcia (Tab. 3). Un aumento di RC riflette una diminuzione nella porosità complessiva del rivestimento, che rende più difficile il trasporto di carica attraverso l’elettrolita infiltratosi all’interno dei pori. L’incremento di RCT conferma una diminuzione della porosità interconnessa: la resistenza al trasferimento di carica all’interfaccia col substrato è infatti inversamente proporzionale all’area del substrato effettivamente esposta all’elettrolita [42], dipendente dalla quantità di percorsi interconnessi che collegano la superficie del riporto all’interfaccia col substrato. Ciò è coerente con l’aumento dello spessore e la diminuzione di porosità precedentemente osservati nei riporti cermet all’aumentare del numero di scansioni della torcia. Il più notevole incremento di RC ed RCT è quello osservato fra il riporto depositato con 2 scansioni e quello depositato con 3 scansioni, in perfetto accordo con tutti i risultati presentati nella sezione precedente. Come già osservato in tale sezione, inoltre, l’effetto del bond coat di Ni è decisamente secondario, sensibile soltanto sui riporti cermet depositati con 2 scansioni, poiché, in tal caso, esso aiuta probabilmente a chiudere una parte dei numerosi percorsi interconnessi che esistono in un rivestimento più poroso e molto sottile come quello depositato con 2 scansioni. Gli strati anodizzati hanno valori di RC ed RCT superiori di due o CC (μF) 518 292 245 277 204 231 241 300 3.63*10 -2 7.80*10 -3 RCT (Ω) 5520 10800 10770 13710 11285 11900 12890 12405 1.44*10 11 9.03*10 6 YDL (μS*snDL) 39.7 33.1 31.2 39.3 47.2 35 55.7 22.9 1.38*10 -4 1.22*10 -4 nDL 0.73 0.70 0.67 0.66 0.73 0.66 0.72 0.66 0.67 0.80 s Tab. 3 Risultati ottenuti dalla modellazione degli spettri di impedenza elettrochimica. Results of electrochemical impedance spectra fitting. la metallurgia italiana >> ottobre 2009 23 Rivestimenti << Memorie il substrato, il potenziale di circuito aperto dipenderebbe dalle sole caratteristiche elettrochimiche RS (Ω) del rivestimento e sarebbe decisamente più nobile RC (Ω) [37]. Proseguendo la prova, il potenziale di circuito aperto dei rivestimenti cermet più spessi (4 e 5 scanCC (μF) sioni), depositati senza bond coat, tende a crescere RCT (Ω) leggermente, fino a valori di circa -300 mV (Fig. 7a). YDL (μS*snDL) Probabilmente, durante la prova, i prodotti della corrosione del substrato ostruiscono progressivanDL mente le porosità interconnesse, costituite spesso da canali di piccolissime dimensioni (minuti difetti s interlamellari, ecc…), riducendo quindi progressiTab. 4 vamente l’estensione della superficie anodica. La Risultati della modellazione degli spettri di impedenza elettrochimica ottenuti sul rivestimento cermet depositato con 4 scansioni della torcia (senza comparsa di bolle di gas sulla superficie del rivestimento durante la prova (Fig. 7d) può confermare bond coat), con sovratensioni pari a 0 mV, -100mV e +100mV vs. OCP. Results obtained by fitting the electrochemical impedance spectra acquired on the che quest’ultimo agisce come catodo, mentre il substrato viene disciolto anodicamente: tali bolle sono 4-scan coating (no bond coat) by applying baseline overpotentials of 0 mV, -100 presumibilmente H2, sviluppato dal processo catomV and + 100 mV vs. OCP. dico che ha luogo sul rivestimento. Precedenti studi di letteratura hanno infatti indicato l’evoluzione di più ordini di grandezza rispetto ai rivestimenti cermet (Tab. 3), H2, piuttosto che la riduzione dell’O2, come processo catodico indice di una protettività molto maggiore contro la corrosione. più probabile su sistemi con riporti cermet [38]; inoltre, le curve In particolare, lo strato ottenuto per anodizzazione dura ha vadi polarizzazione catodica dei rivestimenti WC-CoCr riportate lori elevatissimi di RCT, grazie alla notevole densità dello strato in letteratura suggeriscono l’esistenza di un processo catodico sotto controllo elettrochimico (come l’evoluzione di H2) piuttobarriera prodotto nel processo a bassa temperatura, mentre lo strato ottenuto col processo standard e successivamente sigilsto che sotto controllo diffusivo (come la riduzione dell’O2). lato ha minor RCT (strato barriera più sottile) ma maggior RC, Il potenziale di circuito aperto dei rivestimenti cermet più sottili prova dell’efficacia del trattamento di sigillatura. (2 e 3 scansioni), subisce invece, dopo qualche tempo, un repenPer verificare la corretta identificazione del significato fisico tino calo (Fig. 7a), avvicinandosi al potenziale della lega di Al degli elementi del circuito equivalente in Fig. 6b, sono stati esenon rivestita. Contemporaneamente, aree coperte da prodotti guite due prove aggiuntive di spettroscopia di impedenza eletdi corrosione di colore bianco compaiono sulla superficie del trochimica sul rivestimento cermet depositato con 4 scansioni rivestimento e il numero di bolle di gas aumenta decisamente della torcia (senza bond coat), applicando una sovratensione di (Fig. 7c), suggerendo un’accelerazione del processo catodico e base di +100 mV vs. OCP (polarizzazione anodica) e -100 mV quindi dell’intero processo corrosivo. Come già osservato davs. OCP (polarizzazione catodica), rispettivamente. Seguendo gli spettri di impedenza elettrochimica, i rivestimenti più sotl’interpretazione del significato fisico degli elementi del circutili hanno maggior porosità interconnessa; inoltre, la superficie del substrato è molto irregolare a causa sia della sabbiatura, sia ito equivalente fornita in precedenza, RC e CC non dovrebbedell’impatto delle particelle cermet; infine, la natura stocastica ro risentire significativamente della polarizzazione anodica o dei processi di termospruzzatura può determinare la presenza catodica imposta all’elettrodo di lavoro, poiché non riflettono processi elettrochimici ma descrivono semplicemente la natura di alcune aree maggiormente difettose, distribuite casualmendel rivestimento (spessore e porosità), mentre RCT, YDL and nDL te nel rivestimento (come già osservato in letteratura [21]). Per dovrebbero esserne sensibilmente alterati, perché dipendono tutti questi fattori, è possibile che nei rivestimenti cermet, ed dalle reazioni elettrochimiche di corrosione, profondamente in particolare in quelli più sottili, vi siano alcuni punti difetinfluenzate dall’applicazione di una sovratensione di base. I tivi ben definiti in cui l’elettrolita può raggiungere il substrarisultati sperimentali appaiono in ottimo accordo con questa to con particolare facilità e corroderlo più severamente che interpretazione (Tab. 4) e la confermano. altrove, sviluppando una grande quantità di prodotti di corIl monitoraggio del potenziale di circuito aperto (OCP) conrosione all’interfaccia, tale da provocare il distacco locale del sente di seguire l’evoluzione del processo corrosivo su tempi rivestimento. Quando ciò avviene, l’estensione dell’area anopiù lunghi (1 settimana). Nel caso dei rivestimenti cermet, il dica aumenta moltissimo ed il processo corrosivo accelera ultepotenziale di circuito aperto dipende primariamente dal rapriormente. L’aumento dell’area anodica e la perdita del rivestiporto fra la superficie anodica, cioè la superficie del substrato mento tendono a far coincidere il potenziale di circuito aperto raggiunta dell’elettrolita infiltratosi nelle porosità interconcon quello della lega non rivestita (Fig. 7a); la presenza di una nesse del riporto, e la superficie catodica, cioè il riporto stesso vasta area anodica completamente scoperta, circondata da aree (molto più nobile del substrato), come indicato in letteratura rivestite (catodiche), rende inoltre il processo di corrosione più [37]: tanto minore è l’area anodica esposta, tanto maggiore è veloce di quello sulla lega non rivestita: l’analisi chimica della tale potenziale. All’inizio della prova, tutti i rivestimenti cersoluzione al termine della prova indica un rilascio di Al di 187 met sono rapidamente infiltrati dall’elettolita e i valori di OCP μg/cm2 da parte del sistema con rivestimento cermet depositasi collocano nell’intervallo [-400 mV; -450 mV] (Fig. 7a). È coto con 2 scansioni, mentre tale rilascio è di soli 27 μg/cm2 dalla munque possibile notare, che, all’interno di questo intervallo, lega non rivestita. Il sistema con riporto depositato con 3 scansioni rilascia 23 μg/cm2, poiché il distacco del rivesitmento si il potenziale raggiunto inizialmente dal sistema è maggiore per verifica solo verso la fine del periodo di prova. Nei sistemi con i riporti più spessi (maggior numero di scansioni della torcia), rivestimenti depositati con 4 e 5 scansioni, dove tale fenomeno coerentemente con la loro minor porosità interconnessa, desundi distacco del rivestimento non si verifica, il rilascio di Al è di ta dagli spettri di impedenza elettrochimica. Se non esistessecirca 10 μg/cm2. ro percorsi interconnessi fra la superficie del rivestimento ed OCP 28.5 1180 245 10770 31.2 0.67 24 OCP - 100 mV 21.5 1093 235 8760 11.3 0.59 OCP + 100 mV 17.2 1183 213 6180 6.84 0.58 ottobre 2009 << la metallurgia italiana Rivestimenti Memorie >> a b c d s Fig. 7 Evoluzione del potenziale di circuito aperto dei rivestimenti cermet senza (a) e con bond coat (b), confrontati con gli strati anodizzati e con la lega non rivestita. Fotografie digitali dei rivestimenti cermet depositati con 2 (c) e 5 (d) scansioni senza bond coat, dopo 7 giorni. OCP evolution of the cermet coatings without (a) and with (b) bond coat, compared to those of anodised layers and of the uncoated substrate. digital photographs of the 2-scan (c) and 5-scan (d) cermet coatings without bond coat after 7 days. Nei sistemi con bond coat (Fig. 7b), gli andamenti sono simili ma, in questo caso, anche i rivestimenti depositati con 4 e 5 scansioni esibiscono la repentina caduta di potenziale con formazione di una singola area di distacco. È possibile che, per motivi casuali legati alla summenzionata natura stocastica del processo di termospruzzatura, una singola posizione difettiva fosse presente all’interno dell’area di prova in questi rivestimenti, oppure è possibile ipotizzare che il bond coat in Ni, anch’esso più nobile del substrato in Al, renda più severi gli effetti galvanici all’interfaccia, accelerando l’accumulo di prodotti di corrosione e facilitando il distacco locale del rivestimento. Gli strati anodizzati appaiono molto più protettivi dei riporti cermet (Fig. 7a,b), coerentemente con i risultati delle prove di spettroscopia di impedenza elettrochimica. In particolare, il potenziale di circuito aperto dello strato anodizzato sigillato raggiunge, dopo un transitorio iniziale, un valore particolarmente elevato di -140 mV. Quello dell’anodizzazione dura, invece, subisce alcune amplissime oscillazioni, diminuendo in taluni casi fino al valore del potenziale della lega non rivestita, ma anch’esso raggiunge infine un valore di circa -140 mV. È possibile che nello strato esterno dell’anodizzazione dura, che, pur prodotta a bassa temperatura, non è stata sottoposta ad alcun trattamento di sigillatura, sia presente una porosità leggermente superiore a quella dell’anodizzazione convenzionale sigillata (come confermato dal minor valore di RC della prima rispetto alla seconda): essa consente una moderata penetrazione dell’elettrolita fino a raggiungere lo strato barriera. Quest’ultimo, pur essendo molto denso (si vedano i risultati della spettroscopia di impedenza elettrochimica in Tab. 3), è comunque piuttosto sottile e, in alcuni punti, può essere attaccato e danneggiato dalla soluzione corrosiva, provocando così la locale corrosione del substrato. Poiché gli strati anodizzati, a differenza dei riporti cermet, sono isolanti, essi non producono effetti galvanici, quindi non si verifica un’accelerazione della corrosione nei punti in cui il substrato è raggiunto dall’elettrolita; al contrario, i prodotti di corrosione riprecipitano probabilmente all’interno delle porosità, richiudendole e ripristinando un valore di potenziale molto elevato (-140 mV). Il rilascio di Al da entrambi gli strati anodizzati è di 5 μg/cm2, cioè la metà di quello dai sistemi con rivestimenti cermet più spessi, a conferma della maggior protettività del trattamento di anodizzazione. È anche da osservare che parte dell’Al nella soluzione può provenire dallo strato anodizzato stesso, non dalla dissoluzione del substrato: quest’ultimo contributo potrebbe quindi essere inferiore a 5 μg/cm2. CONCLUSIONI Rivestimenti in materiale cermet WC-CoCr sono stati depositati su piastre in lega di alluminio AA 6082T6 tramite ter- la metallurgia italiana >> ottobre 2009 25 Rivestimenti mospruzzatura HVOF; il loro spessore è stato fatto variare nell’intervallo 50 μm – 150 μm eseguendo un diverso numero di scansioni della torcia. Tale variazione ha un notevolissimo effetto su tutte le caratteristiche del riporto; infatti, aumentando il numero di scansioni della torcia, aumentano la densità, la microdurezza e la resistenza ad usura per strisciamento. Le variazioni più rilevanti si verificano passando da 2 a 3 scansioni della torcia. L’analisi FIB ha evidenziato che le singole particelle di WC-CoCr spruzzate sul substrato in Al contengono al loro interno piccole difettosità perché il loro appiattimento è limitato dall’ampia deformazione plastica del substrato stesso. Ciò spiega perché, durante le prime scansioni della torcia, vengano prodotti strati più porosi. Eseguendo nuove scansioni, la porosità diminuisce progressivamente sia perché l’impatto delle nuove particelle densifica, tramite pallinatura, gli strati sottostanti, sia perché le nuove particelle, impattando su una superficie molto più dura (gli strati di WC-CoCr pre-esistenti), appiattiscono molto più efficientemente. A tale diminuzione si accompagna un miglioramento di tutte le caratteristiche meccaniche e tribologiche. Le particelle di WC-CoCr, deformando il substrato in Al all’impatto, mantengono al loro interno una certa difettosità ma sviluppano un’eccellente adesione, testimoniata dall’assenza di ampi fenomeni di delaminazione durante le prove di impatto ciclico. All’aumentare del numero di passate, i riporti cermet più densi e spessi proteggono sempre più efficacemente il substrato contro la corrosione. Nei rivestimenti più sottili vi sono infatti numerose porosità interconnesse; inoltre esiste una maggior probabilità di trovare, al loro interno, punti particolarmente difettosi, che permettono agli agenti corrosivi di attaccare severamente il substrato. Poiché i rivestimenti cermet sono più nobili della lega di Al, questo attacco severo produce una corrosione addirittura più veloce di quella dell’Al non ricoperto. I rivestimenti più spessi contengono meno porosità interconnesse ed è meno probabile la presenza di aree particolarmente difettive. Tuttavia, nell’intervallo di spessori esaminati, non è possibile eliminare completamente la presenza di porosità interconnesse, per cui un certo grado di attacco corrosivo ai danni del substrato si verifica sempre. La presenza di un sottile bond coat in Ni non produce effetti rilevanti, se non un modesto aumento della densità, durezza e resistenza ad usura del rivestimento cermet depositato con 2 scansioni. tuttavia, l’effetto del numero di scansioni è decisamente prevalente. La resistenza a corrosione non sembra migliorata dal sottile bond coat, è anzi possibile che esso la peggiori. Confrontati con diverse tipologie di strati anodizzati, i riporti in WC-CoCr depositati per termospruzzatura HVOF risultano avere caratteristiche tecniche profondamente differenti: sono molto più resistenti ad usura (il tasso di usura per strisciamento dei riporti cermet è, in tutti i casi, più basso di diversi ordini di grandezza) ma decisamente meno protettivi contro la corrosione (la differenza fra i risultati dei test di spettroscopia di impedenza elettrochimica, ad esempio, è di diversi ordini di grandezza a favore degli strati anodizzati). È quindi presumibile che queste due tipologie di ricoprimento possano avere campi di applicazione abbastanza differenti, a seconda del prevalere di sollecitazioni di usura o di corrosione. RINGRAZIAMENTI Gli autori desiderano ringraziare il Dr. Roberto Giovanardi per il prezioso aiuto nell’esecuzione delle prove di corro- 26 << Memorie sione e Dr.ssa Maria Cannio per le analisi chimiche ICP. Un sentito ringraziamento anche al dott. Fabio Pighetti Mantini e all’Ing. Andrea Bassani per il contributo all’attività sperimentale. Si ringrazia inoltre il Dr. Giancarlo Gazzadi (Dipartimento di Fisica, Università di Modena e Reggio Emilia) per l’assistenza nelle analisi FIB ed il sig. Gadda (Mochem s.r.l., Modena) per aver fornito i campioni anodizzati. Il lavoro è stato co-finanziato dal progetto PRRIITT (Regione Emilia-Romagna), Net-Lab “SUPerfici & Rivestimenti per la Meccanica Avanzata e la Nanomeccanica” (SUP&RMAN). BIBLIOGRAFIA 1] M.F. ASHBY, Y.J.M. BRÉCHET, D. CEBON and L. SALVO, Mater. Des. 25 (2004) p.51. 2] J.A. PICAS, T.A. FORN, R. RILLA and E. MARTÍN, Surf. Coat. Technol. 200 (2005) p.1178. 3] G.J. GIBBONS and R.G. HANSELL, J. Thermal Spray Technol. 15 (2006) p.340. 4] B. WIELAGE, A. WANK, H. POKHMURSKA, T. GRUND, C. RUPPRECHT, G. REISEL and E. FRIESEN, Surf. Coat. Technol. 201 (2006) p.2032. 5] G.W. STACHOWIAK and A.W. BATCHELOR, Engineering Tribology – Second Edition. 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WC-based cermet coatings deposited by High Velocity Oxygen-Fuel (HVOF) flame spraying are particularly promising as antiwear coatings, thanks to their excellent tribological properties, coupled with a good corrosion resistance. This work therefore aims to evaluate the effect of the thickness on the wear and corrosion behaviour of HVOF-sprayed WC-10%Co-4%Cr coatings, deposited onto AA 6082T6 plates using a kerosene-fuelled torch: four coatings having different thicknesses were produced by performing different number of torch scans (from 2 to 5). Decreasing the coating’s thickness may indeed be desirable in order to reduce production costs (shorter production times, lower consumptions of gas and powder), but thinner coatings may have technical problems, like interconnected porosity and tendency to delamination under contact loading. The effect of a thin Ni bond coat, deposited with a single HVOF torch pass, was also evaluated. The performances of the cermet coatings were also compared to those of state-of-the-art anodized layers, grown onto the same plates. Apart from an obvious increase in the coating’s thickness, a larger number of torch scans also results in lower porosity and higher microhardness. These effects are probably due to two concurrent phenomena. On the one hand, SEM+FIB combined analysis reveals that the semi-solid WC-CoCr particles penetrate into the soft surface of the Al, so that they cannot spread 28 completely and they retain small pores, thus explaining the lower density of the coatings deposited with few torch scans. The impingement of new particles during subsequent torch scans probably produces a peening effect, densifying the previously-deposited layers and reducing the overall porosity. On the other hand, the splat formation mechanism changes when the coating thickness increases, because the previously-deposited coating layers do not deform extensively upon impact of new impinging particles, so that the latter are free to spread, resulting in less porous layers. Obviously, the effects of both phenomena (peening of underlying layers and modified splat formation mechanism) are particularly remarkable when the number of torch scans is low; the largest changes in porosity and hardness indeed occur when the number of scans increases from 2 to 3. Consequently, the resistance of the coatings against sliding wear (tested by ball-on-disk tribometry using sintered WC-6%Co spheres as counterparts) and against cyclic impact (1000 impacts of a 39 mm-diameter tool steel ball) also increase when the number of torch scans increases, the most significant variation occurring between 2 and 3 scans. More specifically, impact damage consists in some transverse cracks and some near-surface delaminations, whereas no sign of delamination along the coating/substrate interface could ever be found, even for the thinnest coating, thus testifying to an excellent adhesion strength. The wear and impact resistances exhibited by the cermet coatings far surpassed the performance of anodized layers. The corrosion resistance (evaluated by impedance spectroscopy and free corrosion tests in contact with a 3.5wt.% NaCl aqueous solution) also improves as the number of scans increases, because the denser and thicker coatings clearly possess less interconnected porosity. Cermet coatings are, however, much less protective against corrosion than anodized layers: interconnected pores in the cermet layers are particularly dangerous because of the much less noble nature of the substrate, leading to accelerated corrosion of the latter once exposed to the corrosive medium. As a final remark, the addition of a thin Ni bond coat produces only minor effects on the wear and corrosion resistance of the cermet layers. ottobre 2009 << la metallurgia italiana Tribologia Memorie >> MATERIALI E TECNICHE DI MODIFICAZIONE SUPERFICIALE PER POMPE OLEODINAMICHE A PALETTE: VALUTAZIONE DEL COMPORTAMENTO TRIBOLOGICO A.Ori, L. Ceschini, C.Martini, G. Sambogna, D.Veschi L’accoppiamento paletta-statore in una pompa oleodinamica a palette a cilindrata variabile presenta problemi di usura per strisciamento al contatto fra la superficie interna dell’anello statorico e la pala rotante. Nel presente lavoro è stata valutata la possibilità di migliorare la resistenza ad usura della coppia tribologica, prendendo in considerazione materiali e/o trattamenti superficiali alternativi a quelli attualmente impiegati (acciaio rapido HS6-5-2C per le palette e acciaio da nitrurazione 41CrAlMo7-10 per lo statore). A questo scopo, sono stati considerati sia un diverso materiale base (acciaio da cementazione 17NiCrMo6-4), che la deposizione di rivestimenti PVD-AE (TiN o multistrato TiN/carbonio amorfo). Sono quindi state eseguite prove di strisciamento a secco, in contatto pattino su cilindro, contro l’acciaio rapido HS6-5-2C, in condizioni di prova (carico, velocità e percorso di strisciamento) tali da essere significative per il contatto tribologico in esame. I risultati ottenuti hanno evidenziato che l’applicazione di rivestimenti sottili PVD consente di migliorare le prestazioni del sistema, in particolare per quanto riguarda la combinazione costituita da acciaio da cementazione rivestito con TiN/carbonio amorfo PAROLE CHIAVE: acciaio; rivestimenti; trattamenti superficiali; tribologia; selezione materiali INTRODUZIONE Scopo del presente lavoro è la ricerca di materiali e/o trattamenti superficiali in grado di migliorare il comportamento tribologico dell’accoppiamento paletta-statore, in una pompa oleodinamica a palette a cilindrata variabile. Poiché la pala scorre lungo la superficie interna dell’anello statorico, il moto relativo tra le superfici porta ad un processo di usura per strisciamento. In queste condizioni prevale un meccanismo di usura adesiva, al quale può sommarsi una componente abrasiva [1, 2], dovuta all’azione dei frammenti di usura, eventualmente rimasti intrappolati tra le superfici, o degli eventuali detriti abrasivi in sospensione nell’olio lubrificante. Anche se il contatto paletta-statore è lubriA.Ori Metalcastello spa, Castel di Casio (BO) L. Ceschini, C.Martini, G. Sambogna Dipartimento di Scienza dei Metalli, Elettrochimica e Tecniche Chimiche, Università di Bologna D.Veschi Dipartimento di Ingegneria delle Costruzioni Meccaniche, Nucleari, Aeronautiche e di Metallurgia (DIEM), Università di Bologna ficato, la pellicola di olio in pressione, che dovrebbe teoricamente impedire il contatto diretto tra le superfici, non risulta efficace in tutte le posizioni angolari ed in tutte le condizioni d’esercizio. Esistono infatti diversi fattori, quali la forma costruttiva e la profilatura delle superfici, il potere lubrificante dell’olio, nonché l’alternanza di pressione, che possono provocare una temporanea riduzione o addirittura interruzione del velo di lubrificante, con conseguente danneggiamento per usura dei componenti. Le condizioni di contatto possono essere stimate come condizioni di attrito mediato quando la spinta esercitata dalla paletta sullo statore, derivante dalla coazione della forza centrifuga e dall’azione del fluido incamerato nei fori al di sotto della paletta alla pressione di mandata, è di lieve entità, e di attrito misto quando la pressione di contatto è maggiore. Il becco della pala, essendo di limitate dimensioni trasversali (Fig. 1), si comporta come una lama posta perpendicolarmente ad una superficie piana; lo statore presenta infatti una curvatura trascurabile nell’arco corrispondente alla lunghezza del contatto. Allo stato attuale i materiali impiegati nell’accoppiamento tribologico in esame sono l’acciaio rapido HS6-5-2C per le palette e l’acciaio da nitrurazione 41CrAlMo7-10 per lo statore; il contatto non è diretto, bensì mediato dalla presenza di un film di olio lubrificante. la metallurgia italiana >> ottobre 2009 29 Tribologia s Fig. 1 Schematizzazione del contatto paletta-statore e dimensioni della paletta. Schematic representation of the shovel-stator contact. Le problematiche attualmente riscontrate nell’accoppiamento paletta-statore sono schematizzabili in usura dell’anello esterno, con segni di solcature ed in casi estremi grippaggio, accompagnata da formazione di bava in esercizio sulle palette. Con l’obiettivo di risolvere tali problematiche, l’attenzione è stata anzitutto rivolta alla possibilità di applicare al diametro interno dell’anello statorico un rivestimento sottile depositato da fase vapore (Physical Vapour Deposition, PVD). Sono infatti note le caratteristiche antiusura/antiattrito dei rivestimenti PVD [3]: nel caso dei rivestimenti a base di nitruri PVD (es. TiN), infatti, l’elevata durezza contrasta in modo efficace gli eventuali meccanismi di usura adesiva ed abrasiva, soprattutto quando applicati a sostrati di adeguata durezza [4]. In particolare, si è deciso di studiare il comportamento tribologico dell’accoppiamento prevedendo per lo statore due diverse alternative: (i) un rivestimento PVD convenzionale a base di nitruro di titanio (TiN) ed (ii) un rivestimento multistrato a base di carbonio polimerico (indicato con la sigla PLC, Polimer-Like Carbon), depositato su un interstrato in TiN, avente lo scopo di migliorare l’adesione al sostrato, che svolge un ruolo determinante nell’influenzare le prestazioni dei rivestimenti sottili [4, 5]. Nel rivestimento PLC la percentuale dei legami ad ibridazione sp2 (tipo grafite) è superiore a quella dei legami ad ibridazione sp3 (tipo diamante) [6]; il PLC è infatti un rivestimento messo a punto per espletare prevalentemente funzioni antiattrito, grazie alla presenza dei legami graphite-like [7, 8]. Un aspetto di fondamentale importanza che, in fase di progettazione, condiziona fortemente la scelta dei materiali e/o delle tecniche di modificazione superficiale, è sicuramente il fattore costo. L’anello statorico, in particolare, assume un peso importante sul costo totale della pompa, costo che è necessario contenere entro un intervallo medio-basso. Le pompe a palette a cilindrata variabile occupano, infatti, una posizione intermedia tra quelle ad ingranaggi (semplici, poco costose, piuttosto rumorose ed adatte a sostenere pressioni elevate, ma limitate da un punto di vista della variabilità della cilindrata) e le pompe a pistoni, che presentano un ormai consolidato campo di applicabilità (poco rumorose, controllabili da un punto di vista della cilindrata, ma limitate dal costo piuttosto elevato). Se quindi, attualmente, la ricerca nel campo delle pompe a pistoni è volta 30 << Memorie ad un mantenimento delle prestazioni, affiancato ad un parallelo contenimento dei costi, l’ottica di mercato nel campo delle pompe a palette dovrà essere quella di mantenere costi, per quanto possibile, limitati, parallelamente ad un miglioramento prestazionale. È proprio in questo campo che uno studio del comportamento tribologico, affiancato da precise scelte progettuali, assume quindi una rilevante importanza. Essendo ormai riconosciuti i vantaggi ottenibili dal punto di vista tribologico a seguito dell’applicazione di rivestimenti PVD, si è quindi pensato di compensare il maggiore costo di un rivestimento di questo tipo, scegliendo un materiale di base meno costoso dell’acciaio da nitrurazione attualmente usato. La scelta di un acciaio da nitrurazione, infatti, può ad oggi essere giustificata dall’esigenza di ottenere un buon compromesso tra caratteristiche di tenacità a cuore (richieste allo statore per resistere alle sollecitazioni esterne, da parte del sistema di regolazione della cilindrata e della pressione interna del fluido) e di durezza in superficie allo scopo di limitare i problemi di usura (in caso contrario infatti, la paletta, troppo aggressiva, rischierebbe di usurare eccessivamente l’anello fino, al limite, al raggiungimento di una condizione di grippaggio). L’idea di applicare un rivestimento PVD cambia l’ottica di valutazione: per lo statore sarà in questo caso sufficiente possedere sufficienti caratteristiche di tenacità e di capacità di supporto del carico, dal momento che adeguati valori di durezza superficiale, atti a contrastare eventuali processi di usura, vengono garantiti dalla presenza del rivestimento. Da qui la decisione di affiancare, alla classica scelta progettuale che prevede l’utilizzo di un acciaio da nitrurazione, la proposta di sostituire quest’ultimo con un acciaio da cementazione, anch’esso dotato di adeguata tenacità e di elevata capacità di supportare i carichi applicati, ma sicuramente più economico. Tra le varie alternative possibili si è quindi scelto di prendere in considerazione l’acciaio 17NiCrMo6-4 cementato e temprato, che risulta, peraltro, essere il materiale costituente i rotori delle pompe analizzate. PARTE SPERIMENTALE Materiali La valutazione del comportamento tribologico dell’accoppiamento paletta-statore, in una pompa oleodinamica a palette, è stata condotta mediante prove di laboratorio, in condizioni di strisciamento, utilizzando un tribometro tipo “pattino-su-cilindro”. Il cilindro rotante (diametro: 40 mm; lunghezza: 400 mm) è stato realizzato nello stesso materiale attualmente impiegato per le palette (acciaio rapido HS6-5-2C temprato e rinvenuto), le cui caratteristiche, secondo norma UNI EN 4957, sono riassunte in Tab. 1. Per i pattini stazionari (barrette 5x5x70 mm3) sono stati, invece, impiegati i materiali candidati per la produzione dello statore nelle pompe considerate. In particolare, sono stati prodotti pattini con diverse combinazioni substrato/rivestimento; come substrato sono stati utilizzati due diversi acciai da trattamento termochimico: (i) acciaio da nitrurazione 41CrAlMo7-10, le cui caratteristiche principali, secondo norma UNI EN ISO 10085, sono riassunte in Tabella 2; (ii) acciaio da cementazione 17NiCrMo6-4, le cui caratteristiche principali, secondo norma UNI EN ISO 10084, sono riassunte in Tab. 3. Ad oggi, lo statore in acciaio 41CrAlMo7-10 subisce trattamenti termici di ricottura isotermica, bonifica e nitrurazione gassosa convenzionale, allo scopo di ottenere una durezza superficiale pari a 1100÷1200 HV per una profondità di 0.4÷0.6 mm, garantendo al contempo una buona tenacità al cuore; i provini per i pattini sono quindi stati sottoposti ai medesimi trattamenti. ottobre 2009 << la metallurgia italiana Tribologia Memorie >> L’acciaio da cementazione 17NiCrMo6-4, soluzione alternativa a quella attuale per lo statore, in vista della deposizione di un rivestimento antiusura, è stato cementato e temprato, allo scopo di ottenere una durezza minima di base pari a 60÷62 HRC, con profondità di cementazione di 0.3÷0.5 mm. Composizione chimica Durezza allo stato ricotto T di tempra T minima di rinvenimento Durezza minima Gli acciai trattati per via termochimica sono stati successivamente rivestiti mediante PVD-AE (Physical Vapour Deposition-Arc Evaporation) con TiN o con un rivestimento a base di carbonio polimerico (Polymer-Like Carbon, PLC); in Tabella 4 sono sintetizzate le principali caratteristiche dei rivestimenti PVD. Prima 0.86÷0.94% C; 5.9÷6.7% W; 4.7÷5.2% Mo; 1.7÷2.1%V 269 HB 1210°C (±10°C) 560°C (±10°C) 64 HRC s Tab. 1 Caratteristiche dell’acciaio da utensili HS6-5-2C secondo norma UNI EN 4957. Main features of the tool steel HS6-5-2C according to the UNI EN 4957 standard. Composizione chimica 0.38÷0.45%C; 0.4%Si max; 0.4÷0.7%Mn; 0.0025%P max; 0.035%S max; 0.8÷1.2%Al; 1.5÷1.8%Cr; 0.2÷0.35%Mo Durezza massima allo stato ricotto 248 HB T di ricottura di lavorabilità 650÷750°C T di tempra 870÷930°C T di rinvenimento 580÷700°C T di nitrurazione 480÷570°C s Tab. 2 Caratteristiche dell’acciaio da nitrurazione 41CrAlMo7-10 secondo norma UNI EN ISO 10085. Main features of the nitriding steel 41CrAlMo7-10 according to the UNI EN ISO 10085 standard. Composizione chimica T T T T di di di di cementazione tempra a cuore tempra superficiale rinvenimento 0.14÷0.20%C; 0.4%Si max; 0.6÷0.9%Mn; 0.035%P max; 0.035%S max; 0.8÷1.1%Cr; 0.15÷0.25%Mo ; 0.4÷0.7% Ni. 880÷980°C 830÷870°C 780÷820°C 150÷200°C s Tab. 3 Caratteristiche dell’acciaio da cementazione 17NiCrMo6-4 secondo norma UNI EN ISO 10084. Main features of the case hardening steel 17NiCrMo6-4 according to the UNI EN ISO 10084 standard. Rivestimento TiN PLC Struttura cristallina Interstrato - amorfa TiN Temperatura di deposizione °C 480 (su acciaio nitrurato) 140 (su acciaio cementato) 480 (su acciaio nitrurato) 140 (su acciaio cementato) Durezza nominalec 2300 HV0.005 1100÷2000 HV0.01 Dati del produttore [6] c s Tab. 4 Caratteristiche dei rivestimenti PVD depositati mediante evaporazione ad arco (AE). Main features (structure, interlayer, deposition temperature, hardness) of the PVD coatings deposited by Arc Evaporation (AE). la metallurgia italiana >> ottobre 2009 31 Tribologia << Memorie della deposizione PVD, le superfici dei provini sono state rettificate fino a rugosità Ra dell’ordine di 0.15 μm (Tab. 5). Caratterizzazione microstrutturale e tribologica La caratterizzazione dei materiali è stata effettuata mediante analisi metallografica con microscopio ottico (MO) ed analisi d’immagine, e microscopio elettronico a scansione (SEM) dotato di microsonda a dispersione di energia (EDS). Le fasi presenti sono state identificate mediante diffrattometria di raggi X (XRD), con geometria di Bragg-Brentano (radiazione Cu kα). Lo spessore dei rivestimenti PVD e le caratteristiche dell’interfaccia substrato/rivestimento, sono stati valutati in sezione trasversale, su campioni preparati metallograficamente dopo inglobamento in resina (preceduto da deposizione di uno strato protettivo di Ni chimico, di circa 20 μm). La topografia superficiale dei pattini rivestiti è stata caratterizzata mediante microscopia a forza atomica (AFM), in modalità a contatto. Sia i cilindri che i pattini sono stati inoltre caratterizzati, prima delle prove tribologiche, mediante profilometria a stilo (raggio di curvatura: 5 μm) e misure sclerometriche (microdurezza Vickers misurata in sezione trasversale per i provini trattati termochimicamente, se- Pattino rivestito in TiN Pattino rivestito in PLC Cilindro in HS6-5-2C Ei (GPa) 300 250 210 condo norma UNI4847-70, con carico di 1 kg (HV1) per l’acciaio cementato e di 0.5 kg (HV0.5) per l’acciaio nitrurato; microdurezza Vickers “composita” [9] HV0.05 valutata sulla superficie per i provini rivestiti). Le prove tribologiche sono state eseguite mediante un tribometro di tipo “pattino-su-cilindro” (descritto con maggiore dettaglio in [10]), che consente l’acquisizione continua, in funzione della distanza di strisciamento, della forza d’attrito, mediante una cella di carico a flessione, e dell’usura di sistema (pattino fisso+cilindro rotante), mediante un trasduttore di spostamento. Al termine delle prove, la profondità delle piste di usura è stata valutata mediante rugosimetro a stilo. Le prove sono state condotte in atmosfera di laboratorio (18÷24 °C; umidità relativa 40÷60%), con carichi applicati compresi tra 5 e 20 N, velocità di strisciamento di 0.8 m/s e per una distanza di strisciamento di 5000 m. La scelta delle condizioni di prova deriva dal tentativo di simulare, pur nei limiti di una sperimentazione da laboratorio, le condizioni reali di esercizio dei componenti interessati. La stima della velocità di strisciamento e delle pressioni di contatto è stata effettuata conformemente a quanto descritto nella sezione 2.3. a νi 0.2 0.2 0.3 s Tab. 5 Valori di modulo elastico e coefficiente di Poisson usati per la stima dei carichi applicati. Elastic modulus and Poisson’s ratio values used for the calculation of applied loads. b s Fig. 3 s Fig. 2 Vista in sezione di una pompa a palette a cilindrata variabile. Section of a variable displacement oleodynamic vane pump. 32 Sezione trasversale degli acciai trattati termochimicamente: acciaio 17NiCrMo6-4 cementato (a) e acciaio 41CrAlMo7-10 nitrurato (b); attacco con Nital 2. Cross section of thermochemically treated steel: carburised 17NiCrMo6-4 steel (a) and nitrided 41CrAlMo7-10 steel (b); Nital 2 etching. ottobre 2009 << la metallurgia italiana Tribologia Memorie >> Stima della velocità di strisciamento e della pressione di contatto La velocità di contatto tra paletta e statore è stimabile come velocità periferica di scorrimento della paletta rispetto all’anello. La velocità periferica della paletta, libera di scorrere lungo le asole ricavate nel rotore, è data dal prodotto v = ω . r, dove r è la distanza tra il punto di contatto paletta-statore ed il baricentro della paletta stessa. Considerando un valore di ω pari a circa 1500 rpm ed un valore di r pari a 0.005 m, si ricava un valore di velocità di 0.78 m/s (da cui la scelta di effettuare le prove di strisciamento a 0.8 m/s). Per la determinazione della pressione specifica di contatto p, è fondamentale valutare il valore della forza che, agendo sulla paletta, la mantiene in continuo contatto con lo statore, come mostrato in Fig. 2. Questa forza può essere stimata come somma di tre contributi: (i) componente dovuta alla pressione nei fori sottostanti la paletta di riferimento; (ii) componente dovuta alla pressione del fluido intrappolato nel meato tra paletta e statore; (iii) componente dovuta all’azione centrifuga. Il punto di partenza per il calcolo di queste tre componenti, e quindi della loro somma, è l’acquisizione dei dati relativi all’andamento della pressione del fluido, ricavato tramite i valori forniti da un pressostato in funzione di coordinate spazio-temporali. a b I tre contributi di forza vengono rispettivamente calcolati, su tutti i vani, come somma delle forze presenti in ogni vano in un certo istante. Il calcolo è stato effettuato per ogni vano, cioè per ogni posizione angolare della paletta di riferimento, e la risultante viene fornita dalla somma dei contributi su ciascun vano. Il procedimento è stato poi ripetuto per ogni istante di calcolo, e la risultante complessiva è stata ottenuta mediando le forze risultanti per ciascun istante. La determinazione della pressione specifica di contatto tra paletta e statore richiede inoltre che, nota la forza di contatto tra i due componenti, si determini la superficie di accostamento relativo. Per questa determinazione occorre tenere presente che, per assicurare una tenuta adeguata con lo statore, le palette sono conformate con spigolo vivo in sommità, disposte in modo che il vertice dell’angolo generato dallo smusso risulti rivolto secondo il senso di rotazione (Fig. 2). Questa conformazione fa sì che, durante la rotazione, il contatto paletta-statore sia assimilabile teoricamente al contatto su una linea, coincidente in questo caso con lo spigolo estremo della paletta, raccordato per esigenze di progettazione. In questa situazione, per una stima della pressione specifica di contatto, si può fare riferimento alla teoria del contatto hertziano [11]. Tuttavia, la paletta non è un corpo indeformabile e, sotto l’azione della spinta di accostamento, tende a deformarsi, portando così il contatto ad espandersi su di un’area estesa. La valutazione di questa area dipende da diversi parametri, come la deformazione locale della paletta in corrispondenza del contatto, l’inflessione della stessa a seguito del moto di rotazione nonché dell’azione del fluido in pressione, gli inevitabili trafilamenti di olio lungo il contatto che impediscono il grippaggio ed il regime di moto del fluido entro i meati che vengono a formarsi: ulteriore difficoltà risiede nel fatto che, i parametri ora citati, assumono valori diversi sia al variare del tempo che della posizione assunta dai componenti in contatto. Allo scopo di ottenere una stima dell’area di contatto, si è scelto quindi di ricorrere ad un’analisi agli elementi finiti dell’elemento paletta: il programma utilizzato è un programma di Pre-Processor di tipo strutturale per la generazione automatica di maglie di elementi piani. Dal momento che il programma in questione non prevede casi di contatto tra due corpi, si è deciso di operare non secondo carichi imposti, bensì secondo spostamenti imposti: considerando il solo elemento paletta, si procede quindi iterativamente imponendo una precisa deformazione al corpo, fintanto che le reazioni interne non uguagliano il carico esterno. Il valore di deformazione che garantisce tale uguaglianza è stato in seguito utilizzato come stima dell’area effettiva di contatto. Dalla procedura di calcolo fin qui descritta si ricava quindi un valore indicativo della pressione specifica di contatto di contatto pari a 195 N/mm2. Dato che il tribometro impiegato nella sperimentazione realizza una condizione di contatto teoricamente localizzato su una linea, si può stimare la pressione massima di contatto p0 secondo la teoria hertziana [11] attraverso l’equazione (1): s Fig. 4 Profili di microdurezza in sezione trasversale per l’acciaio 17NiCrMo6-4 cementato (a) e per l’acciaio 41CrAlMo7-10 nitrurato (b). Microhardness profiles trough the cross section of carburised 17NiCrMo6-4 steel (a) and nitrided 41CrAlMo7-10 steel (b). (1) Dove L rappresenta la larghezza del pattino, R il raggio del cilindro e W il carico applicato, mentre E* è espresso come segue: (2) in funzione delle grandezze relative ai corpi a contatto Ei (mo- la metallurgia italiana >> ottobre 2009 33 Tribologia << Memorie a b c s Fig. 6 Spettri XRD dei pattini trattati e rivestiti PVD (radiazione Cu Kα). XRD patterns of thermochemically treated and PVD coated sliders (Cu Kα radiation). d dulo elastico del corpo i-esimo) e νi (coefficiente di Poisson del corpo i-esimo). Per questa valutazione sono stati impiegati i valori indicati in Tabella 5, considerando per il rivestimento di TiN i dati riportati in [12,13], mentre per il PLC è stata effettuata una stima indicativa sulla base dei dati riportati in [14,15]. Imponendo p0 = 195 N/mm2, L = 5 mm, R = 20 mm, si ricava quindi un valore di W pari a circa 90 N per la superficie rivestita in TiN e a 98 N per le superfici rivestite in PLC. Dato che il tribometro utilizzato nella sperimentazione non permette di simulare condizioni di contatto lubrificato, cioè opera in condizioni decisamente più gravose rispetto a quelle reali, si è ritenuto opportuno ridurre la forza specifica di contatto a valori compresi fra 5 e 20 N. RISULTATI E DISCUSSIONE s Fig. 5 Micrografie SEM delle sezioni trasversali dei pattini dopo rivestimento PVD: acciaio 41CrAlMo7-10 nitrurato + TiN (a); acciaio 41CrAlMo7-10 nitrurato + PLC (b); acciaio 17NiCrMo6-4 cementato +TiN (c); acciaio 17NiCrMo6-4 cementato + PLC (d). SEM images of the cross sections of PVD coated sliders: nitrided 41CrAlMo7-10 steel + TiN (a); nitrided 41CrAlMo7-10 steel + PLC (b); carburised 17NiCrMo6-4 steel +TiN (c); carburised17NiCrMo6-4 steel + PLC (d). 34 Caratterizzazione microstrutturale Le micrografie in Fig. 3 mostrano la microstruttura degli acciai sottoposti a trattamento termochimico, usati per la produzione dei pattini, atti a simulare il comportamento tribologico dello statore. Per quanto riguarda l’acciaio da cementazione (Fig. 3a), i risultati dell’osservazione confermano la corretta esecuzione del trattamento di cementazione, tempra e rinvenimento di distensione, mostrando la presenza di martensite rinvenuta. Per quanto riguarda l’acciaio da nitrurazione (Fig. 3b), la zona superficiale appare ricca di nitruri, mentre non risulta visibile lo strato di coltre bianca, in conseguenza del ottobre 2009 << la metallurgia italiana Tribologia Memorie >> HS6-5-2C 41CrAlMo7-10 nitrurato 41CrAlMo7-10 nitrurato + TiN 41CrAlMo7-10 nitrurato + PLC 17NiCrMo6-4 cementato 17NiCrMo6-4 cementato +TiN 17NiCrMo6-4 cementato + PLC Spessore efficace trattamento termochimico μm 400 Spessore rivestimento PVD μm - Durezza superficiale HV0.05 800 1200 Rugosità Ra μm 400 4.0±0.3 1400 0.25± 0.05 400 0.7±0.2 1200 0.19 ± 0.04 600 - 720 0.13 ± 0.04 600 2.2±0.2 1100 0.18 ± 0.05 600 1.1±0.2 720 0.16± 0.03 s Tab. 6 caratteristiche di materiali e rivestimenti studiati. Main features of materials and coatings under examination (thickness, hardness, roughness). fatto che i provini sono stati sottoposti a rettifica superficiale, allo scopo di ottenere valori rugosità sufficientemente bassi, così da favorire la successiva applicazione dei rivestimenti PVD. A cuore risulta evidente la struttura tipica di un acciaio bonificato. I profili di microdurezza in sezione trasversale per entrambi gli acciai trattati termochimicamente sono riportati in Fig. 4. Nel caso dell’acciaio 17NiCrMo6-4 (Fig. 4a) si è rilevato uno spessore efficace di cementazione dell’ordine di 0.6÷0.7 mm ed un valore di durezza massima in superficie di circa 720 HV1. Nel caso dell’acciaio da nitrurazione (Fig. 4b) lo spessore efficace è risultato pari a circa 0.4 mm e la durezza massima in superficie di circa 1100 HV0.5. Micrografie SEM delle sezioni trasversali dei pattini, dopo rivestimento PVD, sono mostrate in Figura 5. Tutti i rivestimenti PVD mostrano una buona continuità dell’interfaccia rivestimento/substrato e uno spessore relativamente uniforme; nel caso del rivestimento PLC su acciaio cementato (Fig. 5d), di spessore leggermente superiore al PLC su acciaio nitrurato (Fig. 5b), è visibile l’interstrato di TiN. Nel caso del PLC, lo spessore globale del rivestimento multistrato è risultato inferiore per l’acciaio da nitrurazione, rispetto a quello da cementazione (Tab. 6). In Fig. 6 sono riportati gli spettri di diffrazione acquisiti sulla superficie dei pattini rivestiti. Nel caso del campione nitrurato rivestito con PLC (Fig. 6a), l’analisi XRD conferma sia la presenza della fase γ’-Fe4N (prodotta dal trattamento termochimico), che dell’interstrato di TiN. Inoltre, i diffrattogrammi in Fig. 6 mostrano che tutti rivestimenti a base di TiN (Fig. 6-b, c) hanno un’orientazione preferenziale (111), tipica dei rivestimenti depositati mediante PVD-AE [16]. Non si rilevano invece riflessi attribuibili al rivestimento PLC, coerentemente con la struttura amorfa di quest’ultimo. L’analisi topografica mediante AFM (Fig. 7) mostra che tutti i rivestimenti PVD replicano la topografia del substrato, essen- 0.13 ± 0.02 0.14 ± 0.04 do ancora evidenti le tracce della rettifica; la deposizione sia di TiN che di PLC porta tuttavia ad un incremento di rugosità (come mostrato dai dati in Tab. 6), a seguito della formazione di gocce (in giallo chiaro nelle immagini AFM), durante la deposizione ad arco. Le caratteristiche principali rilevate sui materiali usati per le prove tribologiche sono riassunte in Tabella 6. I valori di microdurezza “composita” riportati in Tabella 6 (non indicativi delle proprietà intrinseche degli strati PVD, ma utilizzabili al fine di confrontare le diverse combinazioni rivestimento/substrato) mostrano che la deposizione degli strati di TiN incrementa la durezza del sistema substrato/rivestimento, mentre in queste condizioni di misura non si evidenzia il contributo degli strati PLC a causa del loro basso spessore. I valori più elevati si ottengono nel caso dell’acciaio da nitrurazione rivestito con TiN grazie, ovviamente, alla maggiore durezza del substrato. Caratterizzazione tribologica La valutazione della resistenza ad usura dei materiali della sperimentazione è stata effettuata misurando la profondità massima delle piste di usura sui pattini, al termine delle prove (5000 m), mediante profilometria a stilo. I risultati sono riportati negli istogrammi di Fig.8-a per l’acciaio da nitrurazione e in Fig.8-b per quello da cementazione, in funzione del carico applicato, per la velocità di strisciamento utilizzata nella sperimentazione (0,8 m/s). I dati evidenziano un danneggiamento per usura crescente con il carico applicato, per tutti i materiali studiati. Nel caso dei materiali non rivestiti è evidente la presenza di un valore critico del carico (20 N), in corrispondenza del quale si è osservata una transizione da un regime di usura moderata tribossidativa, ad un regime di usura severa, con componenti di delaminazione ed abrasione. Quest’ultima componente è risultata più importante nel caso dell’acciaio da nitrurazione, probabilmente per la maggiore durezza dei detriti di usura, conducendo a tassi di usura più elevati rispetto all’acciaio da cementazione. L’applicazione dei rivestimenti PVD ha condotto ad una significativa riduzione del danneggiamento per usura, al carico più elevato della sperimentazione (20 N). Un tale comportamento è da porsi in relazione all’efficacia di tali rivestimenti nel ridurre sia l’area reale di contatto, per l’elevata durezza, che la tendenza la metallurgia italiana >> ottobre 2009 35 Tribologia << Memorie a b c d s Fig. 7 Immagini AFM delle superfici dei pattini impiegati per le prove tribologiche: (a) acciaio 41CrAlMo7-10 nitrurato + PLC (a); acciaio 41CrAlMo7-10 nitrurato + TiN (b); acciaio 17NiCrMo6-4 cementato + PLC (c); acciaio 17NiCrMo6-4 cementato + TiN (d). AFM images of the surfaces of sliders for tribological testing: (a) nitrided 41CrAlMo7-10 steel + PLC (a); nitrided 41CrAlMo7-10 steel + TiN (b); carburised 17NiCrMo6-4 steel + PLC (c); carburised 17NiCrMo6-4 steel + TiN (d). a formare giunzioni adesive, per la modificazione della natura chimico-fisica delle superfici. Il miglior comportamento tribologico è stato rilevato per l’acciaio da cementazione rivestito con PLC, a tutte le condizioni di carico. Questo risultato può essere interpretato alla luce della natura di questo rivestimento multistrato, caratterizzato da uno strato superficiale di C amorfo, al di sotto del quale si trova uno strato di TiN (circa 1/3 dello spessore totale), a contatto con il sostrato. Lo strato di C amorfo esercita un’azione di lubrificazione solida a seguito della grafitizzazione che si verifica durante il contatto [15,17,18], riducendo così la resistenza a taglio delle giunzioni adesive, mentre il TiN, contribuisce, per l’elevata durezza, a ridurre l’area di contatto. Entrambi questi fattori contribuiscono a ridurre in modo significativo il meccanismo di usura adesiva, prevalente in condizioni di strisciamento. Meno efficace è risultata invece l’applicazione del PLC sull’acciaio 36 nitrurato, probabilmente a causa del minore spessore globale del rivestimento, che anticipa l’affioramento del sostrato e la conseguente formazione di detriti abrasivi di elevata durezza (per la presenza dei nitruri), che danneggiano il rivestimento stesso, più che nel caso dell’acciaio da cementazione. Analisi dei costi Un’analisi dei costi del ciclo completo di lavorazione per lo statore della pompa analizzata, basandosi su valori di mercato, ha mostrato che i costi di produzione dello stesso, in acciaio da cementazione rivestito con PLC, risultano inferiori rispetto a quelli che si avrebbero utilizzando l’acciaio da nitrurazione non rivestito, il tutto tenendo conto anche di un eventuale incremento di spessore dell’anello statorico, a seguito delle diverse caratteristiche resistenziali del materiale. Una tale riduzione è stata stimata pari a circa il 16% nel caso ottobre 2009 << la metallurgia italiana Tribologia Memorie >> L’applicazione dei rivestimenti PVD (TiN e PLC), sia su acciaio da cementazione che su acciaio da nitrurazione, consente di ridurre l’usura, soprattutto ad alti carichi. Il multistrato PLC, costituito da carbonio amorfo su TiN, è risultato il più idoneo ad incrementare la resistenza ad usura. Dal punto di vista dell’analisi dei costi, la produzione di uno statore in acciaio da cementazione, rispetto ad uno da nitrurazione, pur tenendo conto di un probabile incremento di spessore legato alle diverse caratteristiche resistenziali del materiale scelto rispetto a quello attualmente utilizzato, risulta estremamente conveniente, al punto tale che anche l’applicazione di un rivestimento PLC sul diametro interno dello statore porterebbe ad un costo totale inferiore rispetto a quello attuale. a RINGRAZIAMENTI Si desidera ringraziare l’ing. E. Tartarini della Berarma srl per la fornitura dei campioni e per la collaborazione alla sperimentazione. Si ringrazia inoltre il Dott. D. Romagnoli della STS Service and Tools srl di Monte S. Pietro (BO) per la deposizione dei rivestimenti PVD. b BIBLIOGRAFIA s Fig. 8 Profondità massima delle piste di usura rilevate sui pattini al termine delle prove (5 km), in funzione del carico: acciaio da cementazione (a), acciaio da nitrurazione (b), con e senza rivestimenti PVD. Maximum depth of wear tracks measured on the sliders at the ends of the tests (5 km) as a function of applied load: carburised 17NiCrMo6-4 steel (a), nitrided 41CrAlMo7-10 steel (b), with and without PVD topcoat. della pompa di minori dimensioni ed è stata valutata una possibile ulteriore riduzione dei costi, all’aumentare delle dimensioni della pompa stessa. CONCLUSIONI Lo studio del comportamento tribologico, in condizioni di strisciamento a secco, di materiali per l’accoppiamento paletta-statore in una pompa oleodinamica a cilindrata variabile, ha mostrato che l’applicazione di rivestimenti sottili PVD su acciaio da cementazione (relativamente al componente statore) conduce ad un miglioramento della resistenza ad usura. Rispetto alla soluzione progettuale attuale, che consiste nella produzione dello statore in acciaio da nitrurazione non rivestito, infatti, la soluzione proposta (acciaio da cementazione + PVD) incrementa sensibilmente la resistenza ad usura, soprattutto ad alti carichi applicati. [1] I.M. HUTCHINGS, “Tribology - Friction and Wear of Engineering Materials”, Edward Arnold (1992). [2] G. STRAFFELINI, “Attrito e usura – Metodologie di progettazione e controllo”, Tecniche Nuove (2005). [3] R.F. BUNSHAH, “PVD and CVD Coatings”, in: ASM Handbook on-line, Volume 18 “Friction, Lubrication, and Wear Technology”, ASM International, Materials Park, OH, USA (2007). [4] K.HOLMBERG, A.MATTHEWS, “Coatings Tribology” Elsevier (1994). [5] N. FUJISAWA, D. R. MCKENZIE, N. L. JAMES, J. C. WOODARD, M. V. SWAIN, Wear 260 (2006) 62–74. [6] Nota tecnica, STS Service and Tools, Italy (2007). [7] H. E. SLINEY, “Solid Lubricants”, in: ASM Handbook online, Volume 18 “Friction, Lubrication, and Wear Technology”, ASM International, Materials Park, OH, USA (2007). [8] S. YANG, D.G. TEER, Surface and Coatings Technology 131 (2000) 412–416. [9] A. THOMAS, Surface Engineering 3 (1987) 117–122. [10] L.CESCHINI, G.S.DAHEN, G.L.GARAGNANI, C.MARTINI, Wear 216 (1998) 229-238. [11] J. A. WILLIAMS, R. S. DWYER-JOYCE, “Contact between solid surfaces” in: Modern Tribology Handbook, Volume 1: Principles of Tribology, Ed. by B. Bhushan, CRC Press (2001). [12] K. HOLMBERG, A. LAUKKANEN, H. RONKAINEN, K. WALLIN, Tribology International (2008), doi:10.1016/j.triboint.2008.04.013 [13] G.M. LA VECCHIA, N. LECIS, S.TROGLIO, La Metallurgia Italiana 4 (2006) 21-28 [14] W. ÖSTERLE, D. KLAFFKE, M. GRIEPENTROG, U. GROSS, I. KRANZ, CH. KNABE, Wear 264 (2008) 505-517. [15] J.ROBERTSON, Materials Science and Engineering R 37 (2002) 129-281. [16] M. CARBUCICCHIO, C. MARTINI , G. PALOMBARINI, M. RATEO, Hyperfine Interactions 139/140 (2002) 259–265, 2002. [17] R. HAUERT, Tribology International 37, (2004), 991-1003 [18] S.NEUVILLE, A.MATTHEWS, Thin solid films 515(2007) 6619-6653 la metallurgia italiana >> ottobre 2009 37 Tribologia << Memorie ABSTRACT MATERIALS AND SURFACE MODIFICATION TECHNOLOGIES FOR VARIABLE DISPLACEMENT OLEODYNAMIC VANE PUMPS: EVALUATION OF THE TRIBOLOGICAL BEHAVIOUR Keywords: oledynamic vane pump, shovel, stator, sliding, wear, tribology, carburising, nitriding, PVD, TiN, PLC The aim of the present work was the selection of new materials and/or surface treatments for the improvement of the tribological behaviour of the vane-stator couple, in a variable displacement oleodynamic vane pump. In this application, the rotating vane slides against the stator and, even if the contact is mediated by a lubricating oil film, the relative motion between the two parts generates a sliding wear process. In this case, adhesive wear generally prevails, but in some cases also an abrasive component [1,2] can take part in the process, due to wear debris trapped between the contacting surfaces or dispersed in the lubricant. Moreover, in some working conditions, the lubricant film may locally decrease in thickness or be completely removed as a consequence of different factors, such as geometric features of the contacting bodies, lubricant efficiency of the oil, as well as the balance of pressures, with a consequent significant increase in the wear damage. The geometry of the contacting parts (vane-stator) is shown in Fig. 1 and 2. The following materials are currently used: (i) a HS6-5-2C high speed steel (Table 1) for the vanes and (ii) a 41CrAlMo7-10 nitriding steel (Table 2) for the stator. The main tribological problems, in this contact, are the wear damage of the outer ring of the stator (with the formation of ploughing marks or, in the worst situations, seizure), associated with formation of built-up edges on the vanes. In order to improve the tribological behaviour of the system, the application of a thin PVD coating on the surface of the stator has been proposed, on the basis of the well-known anti-wear and anti-friction properties of these coatings, mainly due to their high hardness, which is effective in limiting both abrasive and adhesive wear when the coatings are deposited onto substrates of adequate load bearing capacity [3,4]. Two different PVD coatings have been considered: (i) a conventional TiN and (ii) a polymer-like carbon (PLC) coating deposited onto a TiN inter-layer (in order to improve adhesion [4,5]). The fraction of graphite-like sp2 bonding in the PLC coating is higher than the fraction of diamond-like sp3 bonding [6], therefore PLC mainly acts as an anti-friction coating [7, 8]. The main features of the PVD coatings considered in the present work are listed in Table 4. Cost is another important aspect in material selection; we tried to compensate the increase of cost connected with the deposition of PVD coatings, with the selection of a different substrate. A 17NiCrMo6-4 carburising steel (the same presently used for the production of the rotors in the vane pumps) has been chosen as an alternative to nitriding steel, because of its good mechanical strength combined with lower cost. The main features of the 17NiCrMo6-4 steel are listed in Table 3. The microstructure and phase composition of both the substrates and the coated materials have been checked by optical and scanning electron microscope and XRD analysis, respectively. Figure 3 shows the cross-section of the thermochemically treated steels; in particular, Figure 3b shows that the white layer has been removed from the nitrided surface, before PVD deposition. The microhardness profiles in Figure 4 show the thickness of the hardened layers (summarised also in Table 6, together with surface hardness and roughness values). The PVD treatment was carried out in an Arc Evaporation (AE) industrial unit. The deposition temperature was 480 °C for the nitriding steel and 140 °C for the carburising steel. The thickness of the coatings was estimated by SEM analyses of the cross sections (Fig.5) as 4 μm for TiN and 0.7 μm for PLC deposited on the nitrided steel, while it was 2.2 μm for TiN and 1.1 μm for PLC deposited on the carburised steel (Table 6). XRD analysis of PVD coated sliders showed the presence of the TiN interlayer below the PLC amorphous coating (Fig. 6). AFM topographies of PVD coated surfaces showed a roughness increase, due to the formation of droplets during the PVD depo- 38 sition (Fig. 7). The composite microhardness values, summarised in Table 6, point out that the highest values of hardness are achieved by the nitriding/ TiN combination. The tribological behaviour of the presently used materials (HS6-5-2C high speed steel against 41CrAlMo7-10 nitrided steel), as well as of the proposed alternative solutions, has been evaluated by dry sliding tests (slider on cylinder contact geometry). All the sliders (both uncoated and PVD coated) were tested against a rotating cylinder made of a HS6-5-2C high speed steel (quenched and tempered to 63 HRC, with an average surface roughness Ra=0.1 μm). The testing conditions have been selected by comparison with the in-service conditions of the pump: the same sliding speed (0.8 m/s) has been used, whereas the applied loads have been chosen on the basis of the evaluation of the specific contact pressure (estimated in the real case by the finite element method, FEM) by the hertzian contact theory [11]. The applied loads were therefore set to 5, 10 and 20 N, and the total sliding distance was fixed at 5000 m. During the tests, the friction force and total wear (i.e. cumulative wear of both fixed slider and rotating cylinder) were continuously measured by means of a load cell and a linear variable displacement transducer (LVDT), respectively, and the data were recorded as a function of sliding distance. After the tests, separated values of the wear scar depth on both slider and countermaterial, were evaluated by means of a stylus profilometer. Worn surfaces and wear debris were observed and analysed by SEM, in order to identify the dominant wear mechanisms. The results of the wear tests for the nitrided steel and the carburised steel, with or without PVD coatings, are shown in the histograms of Fig.8 (a and b), respectively. The plots give the maximum wear scar depth, measured at the end of the tests on the fixed sliders and shows that the wear damage increases with the applied load, for all the tested materials. In the case of the uncoated steels, a critical load (20 N) that leads to a transition from a mild oxidative wear regime to a severe wear regime, with components of both delaminative and abrasive wear, can be identified. The contribution due to abrasive wear was higher for nitrided steel, probably due to the superior hardness of the wear debris, which lead to higher wear rates than for carburised steel. Deposition of PVD coatings significantly reduced the wear damage of the thermochemically treated steels, mainly at the highest applied load of 20 N. This can be related both to the reduction in the contact area and to the lower tendency to form adhesive junctions. The best tribological performance was given by the carburised steel coated with PLC, under all the conditions tested in this work. This result can be explained on the basis of the nature of this multilayer coating, characterized by a surface layer of amorphous C, below which there is a TiN interlayer (about 1/3 of the total coating thickness). The amorphous C layer acts as a solid lubricant, due to its graphitization during the sliding contact, which leads to a decrease in the shear strength of the adhesive junctions, while the TiN layer, due to its high hardness, significantly reduces the contact area. Both factors contribute to a significant decrease of the adhesive wear component. The PLC coating deposited on the nitrided steel, instead, was less effective in improving the wear resistance, probably due to its lower thickness, that reduces the life of the coating and leads to the formation of hard debris from the substrate (due to the presence of nitrides), with a consequent severe wear damage of the coating itself. A cost analysis of the whole production cycle of the stator, for the pump considered in this work, showed that the total production cost, in the case of a carburising steel coated with PLC, was about 16% lower than in the case of using an uncoated nitrided steel. This cost reduction is possible even taking into account the increase of the thickness of the stator, which is needed because of the lower material strength of the carburised steel. As a conclusion, the deposition of PVD coatings on a carburised steel substrate led to a significant improvement of the wear resistance, under dry sliding conditions, of the investigated tribological couple, mainly at high applied loads. In particular, the best performance was given by the multilayer PLC coating, consisting of amorphous C on TiN. This solution allowed also a reduction of the production costs. ottobre 2009 << la metallurgia italiana Tribologia Memorie >> MICROSTRUTTURAZIONE SUPERFICIALE IN ACCIAI PER IL MIGLIORAMENTO DELLE PERFORMANCES TRIBOLOGICHE E. Gualtieri, C. Menabue, L. Rettighieri, A. Borghi, S. Valeri Nell’ambito delle tecnologie per l’ottimizzazione di contatti striscianti, una soluzione interessante è la microingegnerizzazione superficiale mediante la tecnica Laser Surface Texturing (LST). Il presente lavoro sperimentale mira a chiarire il beneficio tribologico garantito dalla micro-strutturazione laser in superfici di acciaio. I provini in acciaio sono stati micro-strutturati mediante LST creando micro-cavità circolari distribuite uniformemente sulla superficie. Sono stati effettuati test di prestazione mediante tribometri “pin-on-disk” e “ballon-disk” in regimi di “piena lubrificazione”, “scarsa lubrificazione”, e “contatto a secco” accoppiato con un rivestimento sottile in CrN cresciuto mediante deposizione da fase vapore-magnetron sputtering. A fini comparativi, sono stati contemporaneamente testati in analoghe condizioni provini in acciaio non micro-strutturati (lisci). L’analisi morfologica delle tracce d’usura è stata effettuata mediante un sistema dual beam che combina un fascio elettronico (SEM) ed un fascio ionico (FIB), ambedue ad alta focalizzazione. Nelle condizioni di contatto lubrificato, la micro-strutturazione superficiale contribuisce ad un significativo abbassamento del coefficiente d’attrito dell’acciaio. In assenza di lubrificante, la presenza di micro-cavità rallenta i processi di usura abrasiva. PAROLE CHIAVE: tribologia, acciaio, trattamenti superficiali, microscopia elettronica INTRODUZIONE La ricerca di soluzioni tecnologiche anti-attrito ed anti-usura finalizzate a ridurre le dissipazioni termiche e ad ottimizzare le prestazioni di contatti striscianti va nella direzione di rispondere alla crescente domanda di risparmio energetico [1]. Numerosi studi di recente pubblicazione dimostrano che la presenza di micro-strutturazioni superficiali può contribuirne al miglioramento tribologico, riducendo frizione ed abrasione ed aumentando il tempo di vita dei materiali [2-4]. L’introduzione di specifiche micro-cavità regolarmenE. Gualtieri, S. Valeri Dipartimento di Fisica, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, via Campi 213/a, 41100 Modena, Italy CNR-INFM-National Research Centre on nanoStructures and bioSystems at Surfaces (S3), via Campi 213/a, 41100 Modena, Italy C. Menabue, L. Rettighieri Dipartimento di Fisica, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, via Campi 213/a, 41100 Modena, Italy A. Borghi CNR-INFM-National Research Centre on nanoStructures and bioSystems at Surfaces (S3), via Campi 213/a, 41100 Modena, Italy te distribuite su superfici in contatto strisciante favorisce la cattura di detriti, ed in presenza di lubrificante ne promuove e ne supporta la spinta idrodinamica [5,6]. Diverse tecniche vengono utilizzate per la micro-strutturazione superficiale: le più diffuse si basano su metodi meccanici e litografici; altre sfruttano processi di rivestimento; altre ancora impiegano fasci energetici ad elevata focalizzazione (elettronico, ionico, laser ecc.) [7]. Tra quest’ultime, il Laser Surface Texturing (LST) si distingue per l’elevata industrializzazione: si basa su processi estremamente rapidi e flessibili di micro-ablazione selettiva, che non necessitano di camere sottovuoto né costringono a particolari operazioni di stoccaggio dei residui. Controllando l’orientazione di un fascio laser, e monitorando le caratteristiche dello spot incidente, è possibile micro-strutturare una vasta gamma di materiali secondo matrici regolari di micro-cavità con eccellente controllo di dimensione e forma delle stesse. L’obiettivo del presente lavoro di ricerca è l’indagine degli effetti di micro-strutturazioni laser su superfici in acciaio attraverso l’analisi dei comportamenti tribologici in differenti regimi di lubrificazione. Mediante test tribometrici e successive osservazioni morfologiche, si è studiata l’influenza delle micro-cavità sui contatti striscianti, valutandone il dupli- la metallurgia italiana >> ottobre 2009 49 Tribologia << Memorie s Fig. 2 s Fig. 1 Immagine SEM: superficie in acciaio microstrutturata laser secondo matrici regolari di fori circolari (densità 40%, profondità 10 µm, diametro 50 µm). SEM image: laser textured steel surface exhibits regular arrays of circular micro-dimples (density 40%, depth 10 µm, diameter 50 µm). ce ruolo di “tasche idrodinamiche” e “trappole di detriti”. Gli effetti della micro-strutturazione laser in acciaio sono stati studiati in differenti configurazioni di contatto: “scarsa lubrificazione”, “povera lubrificazione”, “contatto a secco” accoppiato con un rivestimento sottile in CrN direttamente cresciuto sulle superfici di acciaio mediante deposizione da fase di vapore-magnetron sputtering. PROCEDURE SPERIMENTALI In fase preliminare, i provini in acciaio sono stati sottoposti a lappatura meccanica fino ad ottenere una rugosità superficiale di 0.05 μm; in un secondo tempo sono stati micro-strutturati mediante LST ed infine lucidati al fine di rimuovere il materiale di riporto, accumulato sui bordi delle micro-cavità. Questi i principali parametri dell’apparato laser (“Spectron Nd:YAG”) utilizzato per il trattamento LST in acciaio: - Lunghezza d’onda del fascio laser: 1.06 μm; - Durata delle singole pulsazioni: 30 ns; - Energia del fascio per singola pulsazione: 4 mJ. I provini in acciaio micro-strutturato presentano matrici regolari di fori circolari distribuiti con densità superficiale 40% (Fig. 1). I test di attrito sono stati effettuati utilizzando tribometri TRN (CSM® Instruments) e UMT-2 (CETR®instruments) utilizzando controparti statiche in acciaio 100Cr6. Per ottenere un confronto sperimentale delle performances tribologiche sono stati testati nelle medesime condizioni campioni micro-strutturati e non micro-strutturati (lisci). Sono state prese in esame tre diverse configurazioni: - “piena lubrificazione”: le controparti dinamiche sono completamente immerse in un bagno d’olio commerciale; - “scarsa lubrificazione”: una goccia di olio commerciale (concentrazione pari a circa 2·10-3 ml.cm-2) è stata applicata 50 Test di durata in configurazione “piena lubrificazione”. Il grafico rappresenta l’evoluzione del coefficiente di attrito in funzione del tempo e permette il confronto tra la prestazione dell’acciaio non microstrutturato (curva grigio chiaro) e l’acciaio microstrutturato (curva grigio scuro). Ball-on-disk endurance test under “full lubrication” configuration: comparison of the evolution of the friction coefficients plotted as a function of the elapsed time relative to untextured (light grey curve) and textured (dark grey curve) steel surfaces. tra le superfici a contatto ad inizio test; - “contatto a secco”: strisciamento in assenza di lubrificante. Sui provini in acciaio (micro-strutturati e lisci) è stato cresciuto mediante deposizione da fase di vapore-magnetron sputtering un rivestimento sottile in CrN di spessore 3 µm. La trattazione dettagliata della ricetta di deposizione e dei relativi parametri è oggetto di altra memoria scientifica [8]. La caratterizzazione morfologica è stata effettuata mediante dual beam system (FEI® StrataTM DB235) che combina un fascio ionico ad alta focalizzazione (Focused Ion Beam - FIB) equipaggiato con sorgente di ioni Ga+ Liquid Metal Ion Source (LMIS) ad un fascio elettronico SEM (Secondary Electron Microscopy) equipaggiato con sorgente elettronica Schottky Field Emission Gun (SFEG). RISULTATI E DISCUSSIONE “Piena lubrificazione” Un test di durata è stato effettuato su provini in acciaio micro-strutturati e lisci per verificare il differente comportamento tribologico durante sollecitazioni prolungate in condizioni di pieno bagno d’olio. In questo caso il tribometro è stato configurato in modalità “ball-on-disk”: una pallina (diametro: 4 mm) è stata scelta come controparte statica su cui è stato applicato un carico normale di 4 N (la pressione di contatto nominale è stata stimata in circa 1 GPa secondo modello Hertziano). Il test si è esteso per un tempo di 4 ore ad una velocità di strisciamento di 40 cm s-1. L’evoluzione del coefficiente d’attrito è riportata in Fig. 2. Durante l’intera prova sperimentale entrambi i sistemi (acciaio micro-strutturato e liscio) operano in regime di lubrificazione idrodinamica, vista la considerevole presenza di lubrificante. La superficie micro-strutturata esibisce coefficienti d’attrito notevolmente più bassi (ridotti del 50%) ri- ottobre 2009 << la metallurgia italiana Tribologia Memorie >> s Fig. 3 Immagini SEM ricavate a seguito dei test di durata in configurazione “scarsa lubrificazione” in corrispondenza delle tracce di usura. (a) acciaio non micro-strutturato (liscio): la traccia presenta evidenti micro-solchi, ed aggregati viscosi (olio+detriti); (b) acciaio micro-strutturato: le micro-cavità fungono da serbatoi di lubrificante e siti di aggregazione di prodotti erosivi. SEM images: steel surfaces after the endurance test performed under “single drop lubrication” configuration. Wear track is more evident on untextured surface (a) with respect to the textured one (b), where micro-dimples act as reservoirs of lubricant and debris. On the contrary, the untextured surface exhibits wear debris that gradually aggregate and transform the oil into highly viscous gel. derazioni correlate ai diversi meccanismi di usura dell’acciaio. Le tracce di usura sono più evidenti sulla superficie liscia (Fig. 3a) rispetto a quella micro-strutturata (Fig. 3b). Nel primo caso, il test di durata produce sulla superficie del provino evidenti tracce di usura severa. Nella stessa traccia è riconoscibile un impasto di detriti ed olio, la cui presenza all’interfaccia di contatto verosimilmente influisce sull’instabilità della curva di attrito: allorché i prodotti erosivi aggregano, il lubrificante cambia le proprie caratteristiche evolvendo in una sorta di gel viscoso che in certi casi, come riportato in letteratura [9], inibisce l’effettiva lubrificazione. Differente la morfologia della superficie micro-strutturata. In corrispondenza dell’effettiva interfaccia di contatto, detriti ed olio vengono progressivamente intrappolati all’interno delle micro-cavità che in questo modo garantiscono maggiore supporto alla spinta idrodinamica, incremento della portanza del meato e migliore scorrevolezza. “Contatto a secco” con film CrN Nel tentativo di approfondire il contributo tribologico della micro-strutturazione laser in funzione anti-usura, si è deciso di aggiungere alla campagna sperimentale un test in condizioni di “contatto a secco” mediato dalla presenza di spetto alla superficie liscia. Il beneficio tribologico è dovuto all’effetto integrato di spinta idrodinamica assicurato dalle micro-cavità regolarmente distribuite sull’area di contatto, la cui presenza contribuisce ad incrementare la portanza del meato [5-7]. “Scarsa lubrificazione” Analogamente, si è eseguito un test di durata su provini in acciaio micro-texturati e lisci per verificarne il differente comportamento tribologico durante sollecitazioni prolungate in regime di scarsa lubrificazione. In questo caso, il tribometro è stato configurato in modalità “pin-on-disk” e l’intera prova si è svolta in condizioni di contatto conforme: un perno cilindrico (diametro di base: 1.2 mm; rugosità: 0.04 μm) è stato scelto come controparte statica su cui è stato applicato un carico normale di 7 N (la pressione di contatto nominale è stata stimata in circa 7 MPa). Il test si è svolto per un tempo di 8 ore ad una velocità di strisciamento di 12 cm s-1. Durante il test, il coefficiente d’attrito relativo all’acciaio micro-strutturato evolve in maniera costante, senza oscillazioni significative: il valore medio registrato ad inizio prova (0.16±0.01) non si discosta dal valore medio di fine prova (0.15±0.01). Al contrario l’acciaio liscio mostra un comportamento instabile: il coefficiente d’attrito diverge notevolmente dal valore iniziale (0.14±0.02): dopo aver raggiunto un picco attorno a 0.70 si stabilizza nell’intervallo 0.55±0.03. Il comportamento riflette la transizione tra contatto mediato da lubrificazione idrodinamica e contatto in lubrificazione limite (o “boundary”). Il confronto tra immagini SEM ricavate in corrispondenza delle superfici usurate (Fig. 3) permette di aggiungere consi- s Fig. 4 Test di performance in configurazione “contatto a secco”: prove pin-on-disk con carichi crescenti da 4 N a 12 N, incrementi di 2 N, ed intervalli di 10’ a carico costante. Il grafico rappresenta l’evoluzione del coefficiente di attrito in funzione del tempo e permette il confronto tra la prestazione dell’acciaio non microstrutturato (curva grigio chiaro) e l’acciaio microstrutturato (curva grigio scuro). Pin-on-disk performance test carried out under “dry contact” configuration on CrN coated steels: comparison of the evolution of the friction coefficients relative to untextured (light grey curve) and textured (dark grey line) surfaces. Applied load was varied from 4 N to 12 N, with increment of 2 N every 10’. la metallurgia italiana >> ottobre 2009 51 Tribologia s Fig. 5 Immagini SEM. (a) Traccia di usura conseguente a test di performance eseguito su acciaio liscio (la freccia indica la direzione di strisciamento): distinguibili alcuni siti caratterizzati da totale delaminazione del rivestimento in CrN, dovuta a danneggiamento di tipo abrasivo. (a’) Dettaglio di Fig. 5a (vedi riquadro): superficie di frattura del rivestimento in CrN. (b) Traccia di usura conseguente a test di performance eseguito su acciaio micro-strutturato (la freccia indica la direzione di strisciamento): le micro-cavità tracimano di riporti erosivi; (b’) Micro-sezione FIB, ricavata per erosione ionica al bordo di una micro-cavità (riquadro in Fig. 5b): l’immagine evidenzia l’accumulo di detriti all’interno della microcavità (vedi freccia nera); il rivestimento in CrN (vedi freccia bianca) non risulta delaminato per via abrasiva. Il danneggiamento è confinato: si individuano cricche di fatica sub-superficiale circoscritte al gomito della micro-cavità. SEM images. (a) Wear track relative to untextured steel surface coated with a CrN thin film (dark arrow indicates the sliding direction of static counterpart): spalled or scuffed regions are clearly visible. The square indicates the successively scanned area (a’): the enlarged detail highlights the complete delamination of CrN thin film due to abrasive wear. (b) Wear track relative to laser textured steel surface coated with a CrN thin film after performance test (dark arrow indicates the sliding direction of static counterpart). The square indicates the “FIB-micro-cross-sectioned” area successively imaged (b’). Black arrow indicates the accumulation of abrasive wear debris inside the micro-dimple. No abrasive scuffing affects CrN/ steel interface (white arrow). Few traces of microcracking (ascribable to fatigue wear) are circumscribed at the elbow of the micro-depression. un film duro e sottile. A tale scopo, si è eseguito un test di performance su provini in acciaio micro-texturati e lisci per verificare la tenuta del rivestimento in CrN e l’effetto della presenza di micro-cavità durante sollecitazioni prolungate in assenza di lubrificante. Il tribometro è stato configurato 52 << Memorie in modalità “pin-on-disk” e l’intera prova si è svolta in condizioni di contatto conforme: un perno cilindrico (diametro di base: 2 mm; rugosità: 0.04 μm) è stato scelto come controparte statica su cui è stato applicato un carico normale variabile ascendente (rampa da 4 N fino a 12 N, con incrementi di 2 N ed intervalli di 10 minuti a carico costante). Il test si è svolto per un tempo di 50 minuti ad una velocità di strisciamento di 50 cm s-1. L’evoluzione del coefficiente d’attrito è riportata in Fig. 4. Anche in questo caso la micro-strutturazione superficiale comporta stabilità e riduzione del coefficiente d’attrito (sebbene in misura inferiore rispetto a quanto osservato in configurazioni in contatto lubrificato). In mancanza di lubrificante, il ruolo delle micro-cavità si riduce a quello di “trappole per detriti”. Tale apporto non contribuisce ad un sostanziale e duraturo smorzamento delle dissipazioni termiche in condizioni di strisciamento, ma gioca tuttavia un ruolo importante nell’evoluzione dei meccanismi di usura. In Fig. 5 viene riportato il confronto fra immagini SEM ricavate in corrispondenza delle tracce d’usura conseguenti al test su superfici lisce (Fig. 5a e Fig. 5a’) e micro-strutturate (Fig. 5b e Fig. 5b’). La superficie micro-strutturata non presenta siti di delaminazione locale del rivestimento in CrN, mentre la superficie liscia esibisce un danneggiamento più severo, ascrivibile a processi abrasivi (Fig. 5a e Fig. 5a’). All’interno delle piste sono riconoscibili isole caratterizzate da completa rimozione del film dovuti a processi d’usura per strisciamento. Al contrario, la regolare distribuzione di “micro-cavità” può inibire, o quantomeno rallentare, tali processi. L’immagine in Fig. 5b evidenzia l’accumulo di detriti all’interno delle micro-cavità. Tali detriti sono probabilmente generati dall’usura della controparte (acciaio) piuttosto che dal danneggiamento del rivestimento in CrN (Fig. 5b’) CONCLUSIONI Il presente lavoro di ricerca sperimentale ha illustrato alcuni effetti di micro-strutturazioni laser in acciaio attraverso l’analisi dei comportamenti tribologici in differenti configurazioni di contatto: piena lubrificazione”, “povera lubrificazione”, e “contatto a secco” in presenza di un rivestimento sottile in CrN. Test di prestazione e successive osservazioni morfologiche hanno permesso di evidenziare l’influenza di una distribuzione superficiale di micro-cavità sulle performances tribologiche di contatti striscianti. Nelle configurazioni di contatto lubrificato, la micro-strutturazione contribuisce ad un sostanziale e prolungato abbassamento del coefficiente d’attrito, stimabile intorno al 50%. In regimi di “piena” e “scarsa lubrificazione” le microcavità agiscono in funzione di “tasche idrodinamiche”: il beneficio tribologico si spiega con l’incremento di portanza del meato. In condizioni di “contatto secco” in presenza di rivestimento sottile, il ruolo delle micro-cavità è quello di “trappole per detriti”. RINGRAZIAMENTI Si ringrazia FriCso Ltd per la collaborazione tecnica e la realizzazione di trattamento LST in acciaio. Le attività sono state realizzate al Net-Lab SUP&RMAN (Distretto Hi-Mech ottobre 2009 << la metallurgia italiana Tribologia Memorie >> per la meccanica avanzata) grazie al supporto della Regione Emilia Romagna (LR no. 7/2002, PRRIITT misura 3.1A). BIBLIOGRAFIA 1] A. ERDEMIR, Review of engineered tribological interfaces for improved boundary lubrication. Tribol. Int., 2005. 38 (3), p. 249. 2] A. KOVALCHENKO, O. AJAYI, A. ERDEMIR, G. FENSKE, I. ETSION, The effect of laser surface texturing on transitions in lubrication regimes during unidirectional sliding contact. Tribol. Int., 2005. 38 (3), p. 219. 3] G. RYK, Y. KLIGERMAN, I. ETSION, Experimental Investigation of Laser Surface Texturing for reciprocating automotive components. Tribol. Trans., 2002. 45 (4), p. 444. 4] A. RONEN, I. ETSION, Y. KLIGERMAN, Friction-redu- cing surface-texturing in reciprocating automotive components. Tribol. Trans., 2001. 44 (3), p. 359. 5] A.O. PARRY, P.S. SWAIN, J. FOX, Fluid adsorption at a non-planar-wall: roughness-induced first order wetting. Am. J. Phys.: Condens. Matter, 1996. 8, p. L659. 6] T.S. CHOW, Wetting of rough surfaces. J. Phys.: Cond. Matter, 1998. 10. p. L445. 7] H. HAEFKE, Y. GERBIG, G. DIMITRU, V. ROMANO, Microtexturing of functional surfaces for improving their tribological performance. Proc. of the Int. Tribol. Conf., Nagasaki 2000, p. 217. 8] C. MENABUE, F. CAPOTONDI, E. GUALTIERI, L. RETTIGHIERI, P. FERRARINI, S. VALERI, Realizzazione e caratterizzazione di rivestimenti CrN. 32° Convegno Nazionale AIM, 2008. Memoria n. 91. 9] M. MAILLAT, H.E. HINTERMANN, Proc. 5th Int. Congress on Tribology, Eurotrib 89, Helsinki, Vol. 3 (1989), p. 16. ABSTRACT SURFACE MICRO-TEXTURING FOR IMPROVING TRIBOLOGICAL BEHAVIOUR OF STEEL Keywords: tribology, steel, surface treatments, electron microscopy “Surface Engineering” named the sub-discipline of material science dealing with the optimization of solid surface phase in order to functionalize the items during their interaction with the environment and the surrounding systems. From the technological point of view, Surface Engineering is meant to be considered an attractive instrument for tribological challenges stimulated by the need to reduce thermal dissipations, the desire to increase power, and the will to save energy and materials requiring effective antifriction and anti-wear strategies. Several solutions involving chemical, structural and morphological modification by means of adding material or reshaping surface topography, can be adopted with the aims of improving the performances of mating contacts. Indeed, it has been demonstrated that the presence of artificially created micro-features can significantly affect tribological behaviour of such applications: specific textures may trap wear particles and reduce ploughing and friction of surfaces, thus increasing the lifetime of the sliding contacts. Especially in presence of a lubricant, when micro-irregularities cover the surface with a sufficient density, they can improve the lubricating film formation, promoting its retention between mating bodies, thus acting as hydrodynamic pressure pockets, reducing friction, and damping wear. Among the various manufacturing techniques suitable for micro-texturing (typically based on mechanical processes, lithographical methods, coatings and energy beam techniques), Laser Surface Texturing (LST) offers promising features: this technique allows to cover samples by regular arrays of laser ablated micro-dimples with different size and shape through extremely fast manufacturing processes clean to the environment. The goal of the present work is to investigate the effects of laser texturing on steel surfaces, by studying the tribological behavior of contact surfaces of steel working under different lubrication regimes. In particular, intensive pin/ball-on-disk campaigns and further morphological analysis (by means of Secondary Electron Microscopy -SEM- and Focused Ion Beam -FIB- imaging) were carried out comparing the performances of textured and untextured samples under different lubrication configurations: “full lubrication”, “poor lubrication”, and “dry contact” in presence of a hard thin CrN coating, directly grown by sputtering deposition onto textured steel surfaces. In “full lubrication” configuration, micro-texturing was observed to halve average friction coefficients: this benefit is ascribable to the well known hydrodynamic lift effect ensured by micro-dimples. In “single drop” configuration, micro-dimpling ensured even better performances due to oil-holding and debris-trapping capabilities inhibiting the transition between mixed and boundary lubrication regimes, thus determining a wear damping and a remarkable friction reduction (up to 75%). In “dry contact” configuration, micro-texturing seem to have a considerable impact on wear mechanisms, inhibiting or at least delaying abrasive scuffing phenomena. la metallurgia italiana >> ottobre 2009 53 Rivestimenti Memorie >> RIVESTIMENTI DI NI-W AMORFO PER ELETTRODEPOSIZIONE A. Vicenzo, F. Pomati, A. Pezzei, P. L. Cavallotti Si è studiato un processo di deposizione da bagno acido di rivestimenti di lega amorfa Ni-W, esaminando da una parte gli effetti di alcuni parametri di composizione dell’elettrolita e dall’altra l’influenza della densità di corrente e della sua modulazione a impulsi unipolari, pur in un campo limitato di parametri operativi. I depositi ottenuti presentano un insieme di proprietà, allo stato di deposizione o dopo trattamento termico, di sicuro interesse applicativo. La caratterizzazione dei depositi di lega amorfa Ni-W ha fatto emergere in particolare quanto segue: (1) la struttura allo stato di deposizione è amorfa per tenore di tungsteno superiore a circa 18% at., valore poco superiore al limite di solubilità del W nel Ni; (2) la durezza dei depositi aumenta col tenore di W nell’intervallo di composizione 17-32%at. da circa 5 a 7,5 GPa, rispettivamente; (3) la struttura di deposizione si mantiene inalterata dopo permanenza a 450°C per 6 h, secondo l’analisi di diffrazione di raggi X; (4) le leghe al 30%at. di W manifestano all’aumentare della temperatura dapprima la trasformazione da struttura amorfa a struttura cristallina quindi la separazione di una seconda fase entro la matrice Ni-W; (5) le trasformazioni della struttura producono un aumento considerevole della durezza fino a valori di oltre 20 GPa, secondo misure di indentazione a carco massimo di 50 mN. PAROLE CHIAVE: nichel e leghe, trasform. di fase, rivestimenti, caratterizz. materialiprocessi INTRODUZIONE Rivestimenti di lega Ni-W, con tenore di W variabile in un ampio intervallo, fino a circa 30%at., possono ottenersi mediante elettrodeposizione da soluzioni di composizione relativamente semplice. Il limite di solubilità ad alta temperatura del W nel Ni è ampiamente superato nei depositi ottenendo facilmente leghe a struttura nanocristallina o amorfa. Questi rivestimenti presentano un insieme di proprietà molto interessante dal punto di vista applicativo: durezza relativamente elevata (tipicamente 6-7 GPa, allo stato di deposizione (1), incrementabile per trattamento termico fino a 10-14 GPa (2)); elevata resistenza a corrosione (3) e buona resistenza ad usura (4); buona stabilità termica (2). Tra i possibili impieghi proposti per i rivestimenti di Ni-W vi è quello come sostituto del cromo duro; altri sono nell’ambito della micro-tecnologia (MEMS, Micro-ElectroMechanical Systems)(5), in microelettronica come strato barriera e/o protezione di metallizzazioni (6), in elettrocatalisi come strato attivo di elettrodi per l’evoluzione di idrogeno (7). Il processo di elettrodeposizione di Ni-W è stato sviluppato negli anni 40 del secolo scorso (8), ma soltanto negli ultimi decenni attorno a queste leghe ha preso piede un vivo interesse, in vista dell’ottenimento di rivestimenti nanocristallini e amorfi. Antonello Vicenzo, Filippo Pomati, Andrea Pezzei, Pietro L. Cavallotti Dipartimento CMIC - Politecnico di Milano Via Mancinelli, 7 - 20131 Milano I processi tradizionali per l’elettrodeposizione di leghe Ni-W sono elettroliti complessi a base citrato e alcalini per ammoniaca (8). Questa eredità si è mantenuta sostanzialmente inalterata, cosicché un fattore comune alle soluzioni impiegate per l’elettrodeposizione di Ni-W è il loro carattere basico o neutro. In queste condizioni, emergono limiti di processo quali: una velocità di deposizione relativamente bassa; un tenore di tungsteno in lega limitato; la difficoltà di ottenere strutture completamente amorfe. D’altra parte l’utilizzo di elettroliti acidi per la deposizione di leghe Ni-W è scarsamente documentato nella letteratura. Il motivo di questa lacuna è da imputarsi principalmente alla tendenza degli elettroliti acidi a dare depositi più fragili e porosi di quelli ottenuti da bagni alcalini. La relativa difficoltà di preparazione e soprattutto l’instabilità degli elettroliti ne hanno regolarmente scoraggiato uno studio approfondito. Tuttavia, come già aveva notato Brenner negli anni 1960 (8), la caratteristica di questi elettroliti di permettere un incremento del tenore di W in lega, rispetto ai corrispondenti depositi ottenuti da bagni alcalini, è un buon presupposto per lo sviluppo di ottime caratteristiche meccaniche e di resistenza alla corrosione. Nel presente lavoro si è sperimentato un bagno acido, di composizione base simile a quella tradizionale, anche sulla scorta di un isolato esempio trovato in letteratura (9). Scopo del lavoro è stato, da una parte, lo studio degli effetti dei principali parametri operativi e di composizione, in vista di un’ottimizzazione del processo rispetto alle caratteristiche di composizione (tenore di tungsteno) e rendimento di corrente; dall’altra, la caratterizzazione della struttura, della durezza e della stabilità termica dei rivestimenti di lega Ni-W amorfa. la metallurgia italiana >> ottobre 2009 39 Rivestimenti Reagente NiSO4·6H2O Na2WO4·2H2O C6H8O7 pH mol l–1 0,076 0,182 0,258 6 s Tab. 1 Composizione base dell’elettrolita per la deposizione di lega Ni-W (9). Base composition of the electrolyte for the electrodeposition of Ni-W alloy (9). DETTAGLI SPERIMENTALI Le soluzioni di deposizione sono state preparate con reagenti di grado analitico e acqua distillata. I componenti principali della soluzione sono: nichel solfato NiSO4·6H2O, sodio tungstato Na2WO4·2H2O e acido citrico C6H8O7. Il pH della soluzione è regolato mediante aggiunta di NH4OH o H2SO4 diluiti. La deposizione è stata eseguita a corrente imposta su substrato di rame a spessore di circa 20 μm, salvo diversamente indicato. Il rendimento faradico è stato determinato per via gravimetrica, nota la composizione dei depositi. I depositi sono stati caratterizzati secondo la composizione e la struttura cristallografica mediante spettrofotometria al plasma, ICP, microscopia elettronica a scansione e microanalisi, SEM-EDS, e/o fluorescenza di raggi X, XRF, e diffrazione di raggi X, XRD, rispettivamente. La caratterizzazione ha poi preso in esame: la morfologia superficiale, mediante analisi SEM; la microdurezza e il modulo elastico mediante misure di indentazione strumentata; la stabilità termica, mediante analisi di calorimetria differenziale e misure di indentazione dopo trattamento termico. << Memorie RISULTATI La composizione dell’elettrolita impiegato per la deposizione di leghe Ni-W è indicata in Tab. 1. I parametri operativi di deposizione sono i seguenti: temperatura 70°C, densità di corrente (ddc) 0,150 A cm–2, assenza di agitazione. Secondo gli autori del lavoro succitato (9) il rendimento catodico di corrente è circa 20% (velocità di deposizione circa 0,62 μm min–1) per la deposizione di lega Ni-W30%at. nelle condizioni indicate, dato sostanzialmente confermato dai risultati qui ottenuti. Questa soluzione permette di operare in un ampio intervallo di ddc, circa 0,02-0,200 A cm–2, con riduzione del rendimento di corrente da circa 44 a 16% ed aumento del tenore di W da 15 a oltre 30%at. I depositi presentano un aspetto lucido, seppur con estese zone di puntinatura superficiale, a causa dell’intenso sviluppo di idrogeno. La struttura dei depositi è nanocristallina per il tenore inferiore di W e diviene amorfa per tenore di W > 18%at. Con l’incremento del tenore di W in lega la microdurezza aumenta da circa 3,7 a 6,6 GPa (50 mN). I valori di ddc ottimali per l’ottenimento di depositi di lega Ni-W ad alto tenore di W (>25%at.), compatibilmente con un accettabile rendimento di corrente ed un aspetto superficiale lucido ed uniforme, sono tra 0,120 e 0,150 A cm–2. La soluzione è relativamente stabile pur manifestando un’evoluzione evidente dello stato di speciazione, come si è potuto evincere dalla variazione di colore con l’uso e mediante analisi per assorbimento UV-VIS (qui non mostrata), e variazioni sensibili di pH in senso acido attribuibili prevalentemente alla perdita di ammoniaca per evaporazione. La vita utile dell’elettrolita è tuttavia limitata. I depositi presentano una morfologia globulare fine e difetti quali pit e discontinuità superficiali che appaiono associate ai bordi dei globuli (Fig. 1). La struttura dei depositi risulta amorfa all’analisi XRD. La dimensione media dei domini coerenti di diffrazione secondo Debye-Scherrer è calcolata pari a 1,8 nm. s Fig. 1 Morfologia superficiale SEM (a sinistra) e spettro di diffrazione di raggi X (a destra) di un deposito NiW30%at. dalla soluzione in Tabella 1; 0,150 A cm–2, 70°C. SEM surface morphology (left) and XRD pattern (right) of a Ni-W 30at % alloy deposit from the base electrolyte (Table 1); current density (cd) 0.150 A cm–2 and T 70°C. 40 ottobre 2009 << la metallurgia italiana Rivestimenti Memorie >> s Fig. 2 Rendimento di corrente in funzione del rapporto molare catione nichel / anione tungstato (a sinistra) ed in funzione della somma delle concentrazioni degli ioni (a destra); 0,150 A cm–2, 70°C. Current efficiency versus the nickel cation to tungstate anion molar ratio (left) and versus the overall metal ionic concentration (right); cd 0.150 A cm–2, T 70°C. Elettrolita e parametri operativi Un limite importante di questo elettrolita è rappresentato, come già accennato, dall’intenso sviluppo di idrogeno che accompagna la deposizione, con ovvie conseguenze deleterie sull’aspetto superficiale, la morfologia e le proprietà meccaniche dei depositi. Allo scopo di migliorare la formulazione del bagno sono stati esaminati diversi parametri di composizione: in particolare l’influenza del pH, del rapporto molare in soluzione tra ione nichel Ni2+ e ione tungstato WO42– (nel seguito [Ni]/[W]), dell’aggiunta di un agente tampone (acido borico) e di un antipuntinante (sodio lauril-solfato). Si sono esaminati gli effetti di queste variabili sul rendimento di corrente e sul tenore di tungsteno dei depositi ottenuti. Si è inoltre esaminata l’influenza della ddc quale parametro operativo più significativo. Un resoconto completo del lavoro di sviluppo del processo sarà pubblicato altrove; qui ci si limita a presentare i risultati ottenuti nello studio degli effetti della variazione del pH, della concentrazione dei sali metallici e della densità di corrente di deposizione. La concentrazione di Ni2+ e WO42– è stata variata s Fig. 3 Rendimento di corrente in funzione del pH (a sinistra; 0,150 A cm–2) ed in funzione della densità di corrente (a destra; pH 6); 70°C. Current efficiency versus pH (left; cd 0.150 A cm–2) and versus the deposition cd (right; pH 6); T 70°C. la metallurgia italiana >> ottobre 2009 41 Rivestimenti << Memorie s Fig. 4 Tenore di tungsteno nei depositi in funzione del rapporto molare catione nichel / anione tungstato (a sinistra) ed in funzione della somma delle concentrazioni degli ioni (a destra); 0,150 A cm–2, 70°C. Tungsten content versus the nickel cation to tungstate molar ratio (left) and versus the overall metal ionic concentration (right); cd 0.150 A cm–2, T 70°C. mantenendo costante la molarità complessiva o mantenendo costante il rapporto molare tra i due (pari a 0,417 - come nella soluzione originaria). I risultati di queste prove si compendiano nelle osservazioni che seguono. (1a) Il rendimento supera il 20% soltanto per rapporto [Ni]/ [W] superiore a circa 0,5 e molarità complessiva pari a quella della soluzione di partenza; ovvero, per molarità complessiva superiore a circa 0,3 M per rapporto molare [Ni]/[W] pari a quello della soluzione originaria (Fig. 2). (1b) Il rendimento di corrente mostra un massimo in funzione del pH per un valore pari a circa 5,5 (Fig. 3). (1c) Il rendimento di corrente diminuisce all’aumentare della densità di corrente di deposizione come mostrato nel grafico in Fig. 3 a destra. (2a) Il tenore di tungsteno nei depositi è superiore a 28%at. per rapporto molare [Ni]/[W] superiore a circa 0,33 e molarità complessiva pari a quella della soluzione di partenza; si mantiene entro l’intervallo 28-32%at. al variare della molarità complessiva da 0,1 a 0,5 M per rapporto molare [Ni]/[W] pari s Fig. 4 Tenore di tungsteno nei depositi in funzione del rapporto molare catione nichel / anione tungstato (a sinistra) ed in funzione della somma delle concentrazioni degli ioni (a destra); 0,150 A cm–2, 70°C. Tungsten content versus the nickel cation to tungstate molar ratio (left) and versus the overall metal ionic concentration (right); cd 0.150 A cm–2, T 70°C. 42 ottobre 2009 << la metallurgia italiana Rivestimenti Memorie >> s Fig. 5 Tenore di tungsteno nei depositi in funzione del pH (a sinistra; 0,150 A cm–2) ed in funzione della densità di corrente (a destra; pH 6); 70°C. Tungsten content versus pH (left; cd 0.150 A cm–2) and versus the deposition cd (right; pH 6); T 70°C. a quello della soluzione originaria (Fig. 4). (2b) Il tenore di tungsteno nei depositi da elettrolita in Tab. 1 varia in funzione del pH come illustrato dal grafico a sinistra in Fig. 5: si rileva un andamento con massimo a pH tra 5,0 e 5,5. (2c) Il tenore di tungsteno nei depositi da elettrolita in Tab. 1 aumenta all’aumentare della densità di corrente (grafico a destra in Fig. 5); per ddc pari o superiore a 0,100 A cm–2 il tenore di tungsteno è superiore a 28%at. A margine dei risultati presentati più sopra, è opportuno commentare tra questi quello più interessante, vale a dire l’andamento riscontrato per rendimento di corrente e tenore di tungsteno in funzione del pH. In effetti, rendimento massimo e massimo tenore di tungsteno si trovano a valore del pH circa 5 o poco più. Una possibile spiegazione di questa occorrenza può ricercarsi negli equilibri di speciazione dell’elettrolita; infatti, secondo Brenner (8), la concentrazione del complesso [(WO4)(H)2(Cit)]3-, plausibile specie precursore nella formazione della lega, raggiunge il suo valore massimo a pH 5-5,5. L’esistenza di questo complesso, pur non suffragata da certezza sperimentale, è opinione plausibile, in accordo con i lavori di Moussa e Ibrahim (10) e Younes (11). f / Hz 2,5 4 4 4 4 10 ton /( ton + toff) 0,5 0,8 0,6 0,4 0,2 0,5 ton / ms 200 200 150 100 50 50 Con riferimento alla variazione di composizione dei depositi con la composizione dell’elettrolita è opportuno rilevare come l’incremento del rapporto molare [Ni2+] / [WO42–], pur provocando una lieve flessione del tenore di W in lega (circa il 2% at.) permetta un incremento del rendimento di corrente fin oltre il 25 %. La composizione della soluzione di partenza è stata inoltre modificata con ulteriori aggiunte: acido borico 0,4 M e sodio lauril-solfato 0,10 g l–1. In presenza di acido borico si è rilevato un lieve incremento del rendimento di corrente e del tenore di tungsteno insieme con un apprezzabile miglioramento dell’aspetto dei campioni. Parimenti, in presenza dell’agente bagnante, si è osservato un miglioramento dell’aspetto della superficie dei campioni grazie all’azione preventiva sulla puntinatura da idrogeno e al contenimento di altre forme di difettosità superficiale. Lo sviluppo di processo è stato ulteriormente perseguito vagliando gli effetti della deposizione in corrente pulsata in modalità unipolare. Si è eseguito un numero limitato di prove con un’attenta selezione dei parametri di impulso, ciclo di impegno catodico ton/(ton+toff) e densità di corrente di picco. Le diverse condizioni sperimentate sono elencate in Tab. 2. toff / ms 200 50 100 150 200 50 jon / A cm–2 0,150 0,150 0,150 0,150 0,150 0,150 ja / A cm–2 0,075 0,120 0,090 0,060 0,030 0,075 s Tab. 2 Parametri di impulso nelle prove di deposizione con modulazione di corrente a programma unipolare. Pulse parameters for pulsed current deposition of Ni-W coatings. la metallurgia italiana >> ottobre 2009 43 Rivestimenti << Memorie Nella valutazione degli effetti della deposizione in corrente pulsata si è considerato in particolare quello del ciclo di impegno catodico sul tenore di tungsteno e sul rendimento di corrente, vedi grafici in Fig. 6. Le prove eseguite a frequenza diversa da quella prescelta hanno fornito indicazioni circa l’influenza di questo parametro operativo sul tenore di tungsteno. Il tenore di tungsteno mostra un andamento lineare crescente con l’aumento del ciclo di impegno catodico; il rendimento di corrente mostra un andamento a gradino con brusca variazione da circa 30% a meno di 20% con l’aumento del ciclo di impegno catodico. s Fig. 6 Tenore di tungsteno in lega (in alto) e rendimento di corrente (in basso) in funzione del ciclo di impegno catodico nella deposizione a corrente pulsata; jon 0,150 A cm–2, 70°C. Tungsten content (up) and current efficiency (down) versus duty cycle in the pulsed current deposition of Ni-W from the base electrolyte; jon 0.150 A cm–2, T 70°C. Proprietà dei depositi Per studiare l’influenza del tenore di tungsteno sulla struttura, provini a diversa composizione sono stati sottoposti ad analisi XRD, scandendo l’intervallo 2θ = 30°-50° (0,01° s–1), all’interno del quale si presenta la campana della fase amorfa (grafico a sinistra in Fig. 7). Allo scopo di avere un indice quantitativo da associare alla struttura si è calcolata la dimensione media dei domini di diffrazione secondo Debye-Scherrer (grafico a destra in Fig. 7). La dimensione media dei domini di diffrazione si riduce rapidamente all’aumentare del tenore di tungsteno e con l’approssimarsi del limite di solubilità del tungsteno nel nichel (circa 18% at.), in accordo con i risultati pubblicati da Detor e Schuh (12). Assumendo come limite di amorfizzazione della struttura il valore di 2 nm delle dimensioni dei cristalli, si può quindi osservare che l’ottenimento della struttura amorfa è legato alla capacità di ottenere un grado spinto di sovrasaturazione nell’estensione del limite di solubilità della soluzione solida. Misure di microindentazione sono state eseguite su tutti i campioni preparati. La ripetibilità dei risultati, in relazione al tenore di tungsteno in lega, è limitata dalla modificazione nel tempo dell’elettrolita; nel caso di elettroliti di composizione diversa, risente inoltre della variazione delle condizioni di deposizione a parità della composizione di lega. In generale, la microdurezza mostra valori superiori a circa 5,5 GPa per teno- s Fig. 7 Spettri di diffrazione di raggi X di depositi di lega Ni-W al variare del tenore di tungsteno come indicato nel grafico (a sinistra). A destra, dimensione media dei domini di diffrazione secondo Debye-Scherrer (CSD) in funzione del tenore di tungsteno in lega; 0,150 A cm–2, 70°C. XRD patterns of Ni-W alloy coatings at varying tungsten content, as indicated in the graph, (left), and coherent scattering domains size (CSD) versus tungsten content (right); Ni-W deposits from the base electrolyte at cd 0.150 A cm–2 and T 70°C. 44 ottobre 2009 << la metallurgia italiana Rivestimenti Memorie >> s Fig. 8 s Fig. 9 Evoluzione dello spettro di diffrazione XRD di depositi di Ni-W30%at con la temperatura di ricottura (6 h), come indicato nel grafico. Depositi da elettrolita base, 0.150 A cm–2 e 70°C. XRD pattern evolution of Ni-W30at% alloy coatings with the annealing temperature (6 hours), as indicated in the graph. Deposits from the base electrolyte at cd 0.150 A cm–2 and T 70°C. Dimensione media dei domini di diffrazione secondo Debye-Scherrer (CSD) in funzione della temperatura di trattamento termico (6 ore) per depositi di lega Ni-W30%at. (0,150 A cm–2, 70°C). Average size of coherent scattering domains (CSD) versus the annealing temperature (6 hours) for Ni-W30at%. Deposits from the base electrolyte at cd 0.150 A cm–2 and T 70°C. re di tungsteno superiore a 15%at, con tendenza ad aumentare col tenore di tungsteno tra 15 e 34% at. Il valore massimo di durezza (7,3 GPa) si è misurato per tenore di tungsteno di 34,4%. La caratteristica di processo che incide in modo più sensibile sulla microdurezza dei depositi è il rendimento di corrente: al ridursi di questo si osserva una riduzione di durezza a pari composizione di lega ed un’accresciuta dispersione dei dati. Le trasformazioni di fase che possono interessare la struttura sono state studiate sottoponendo un campione di lega NiW30%at. ad analisi termica differenziale DTA. L’analisi DTA è stata condotta in un intervallo di temperatura tra 150°C e 1300°C ad una velocità di scansione di 0,33°C s–1. Nel tracciato DTA (qui non mostrato) si possono riconoscere due trasformazioni a temperatura di circa 740°C e 1050 °C, in accordo sostanziale con quanto già riportato da Yamasaki (2), tenuto conto della differenza di composizione (30%at rispetto a 25%at, rispettivamente). La prima transizione avviene in prossimità della temperatura di Tamman. Essa è riconducibile alla formazione della fase Ni-W a struttura cfc, cioè alla trasformazione amorfo-cristallino della lega. La seconda transizione può essere interpretata come dovuta alla separazione del composto intermetallico Ni4W con reticolo tetragonale e/o alla formazione di carburi complessi di nichel e tungsteno [13]. La stabilità termica e l’evoluzione microstrutturale dei depositi di Ni-W 30%at. e spessore di 20 μm sono stato oggetto di ulteriore indagine eseguendo trattamenti termici a T da 300 a 700 °C per un tempo di 6 ore. La dimensione dei domini coerenti di diffrazione si mantiene praticamente invariata fino a 450°C (grafico in Fig. 9). Il grafico di variazione della microdurezza con la temperatura (in Fig. 10) mostra una variazione sigmoidale. L’incremento di durezza ha luogo nell’intervallo da 400 a 600°C e si sovrappone all’incremento lineare delle dimensioni dei domini coerenti di diffrazione, con uno sfalsamento di circa 50°C verso le temperature più basse. A seguito di trattamen- s Fig. 10 Durezza HV da misure di indentazione (carico massimo 50 mN) in funzione della temperatura di trattamento termico (6 ore) per depositi di lega NiW30%at. (0,150 A cm–2, 70°C). Vickers hardness from indentation measurements at 50 mN maximum load versus the annealing temperature (6 hours) for Ni-W30at%. Deposits from the base electrolyte at cd 0.150 A cm–2 and T 70°C. to termico i rivestimenti di Ni-W30%at. si coprono di una fitta rete di cricche e manifestano comportamento fragile. Misure di indentazione a carico di 200 mN inducono difatti frattura del la metallurgia italiana >> ottobre 2009 45 Rivestimenti << Memorie rivestimento (ragione per cui ci si è limitati a carico massimo di 50 mN). CONCLUSIONI Si è studiata l’elettrodeposizione di leghe amorfe Ni-W a tenore di tungsteno variabile (15-34%at.) da un elettrolita di composizione ordinaria salvo per il pH, in campo blandamente acido. Si sono considerati gli effetti della variazione dei principali parametri di composizione. Le osservazioni eseguite permettono di indicare alcune modifiche mirate di composizione e operative. È opportuno mantenere il rapporto molare [Ni2+ ] / [WO42–] a valori superiori a 0,45 per massimizzare il rendimento senza variazioni significative di composizione della lega. La molarità complessiva degli ioni precursori deve essere mantenuta al contempo a valori inferiori a 0,5 M. Il pH deve essere mantenuto tra 5,0 e 6,0 -compatibilmente con la stabilità della soluzione- allo scopo di massimizzare il rendimento di deposizione e conseguire le più elevate caratteristiche di durezza dei depositi. La densità di corrente di deposizione deve essere compresa tra 0,125 e 0,150 A cm–2. La deposizione in corrente pulsata con modalità unipolare permette di incrementare in modo significativo il rendimento di corrente (a scapito di un sostanziale allungamento del tempo di deposizione, a pari spessore); in particolare, per ciclo di impegno catodico inferiore a 0,5 a frequenza di 4 Hz e corrente di picco pari a 0,150 A cm–2. I depositi di Ni-W con tenore di tungsteno intorno a 30%at mostrano, nelle condizioni ottimali, durezza circa 7 GPa allo stato di deposizione, incrementabile per trattamento termico a valori in eccesso di 20 GPa (secondo misure di indentazione a carico massimo di 50 mN) a scapito di una sostanziale riduzione di duttilità. I depositi di lega amorfa mostrano una buona stabilità termica, fino a circa 450°C; a temperatura più elevata la lega amorfa cristallizza e separa presumibilmente carburi misti nicheltungsteno e/o intermetallico Ni4W. BIBLIOGRAFIA 1] C.A. SCHUH, T.G. NIEH, H. IWASAKI, Acta Mater. 51 (2003) 431. 2] T. YAMASAKI, P. SCHLOßMACHER, K. EHRLICH AND Y. OGINO, Nanostructured Materials, 10 (1998) 375. 3] Y. YAO, S. YAO, L. ZHANG, H. WANG, Materials Letters 61 (2007) 67. 4] A.S.M.A. HASEEB, U. ALBERS, K. BADE, Wear 264 (2008) 106. 5] A. S. M. A. HASEEB, K. BADE, Microsyst Technol 14 (2008) 379. 6] Y. SHACHAM-DIAMAND, J. Electronic Mat. 30 (2001) 336. 7] E. NAVARRO-FLORES, Z. CHONG, S. OMANOVIC, J. Molecular Catalysis A: Chemical 226 (2005) 179. 8] A. BRENNER, Electrodeposition of alloys, Vol.2. Academic Press - New York, Londra, 1963. 9] K. NISHIDO, T. OMI, H. MATSUMOTO, H. YAMAMOTO, J. Surf. Finish. Soc. Jpn., 40 (1989) 1287. 10] S.O. MOUSSA, M.A.M. IBRAHIM, S.S. ABD EL REHIM, J. Appl. Electrochem. 36 (2006) 333. 11] O. YOUNES, E. GILEADI, J. Electrochem. Soc. 149 (2002) 100. 12] A.J. DETOR, C.A. SCHUH, Acta Mater 55 (2007) 371. 13] R. JUŠKĖNAS, I. VALSIŪNAS, V. PAKŠTAS, R. GIRAITIS, Electrochim. Acta 54 (2009) 2616. ABSTRACT AMORPHOUS NI-W COATINGS BY ELECTRODEPOSITION Keywords: nickel alloy, phase transformation, coatings, material characterization, processes Ni-W electrodeposits show a unique ensemble of properties, including high hardness, good wear resistance, excellent corrosion resistance, a smooth surface finish and also a good thermal stability. Not surprisingly a number of applications for Ni-W coatings have been envisaged; particularly, Ni-W electrodeposits are candidate for substitution of hard chromium coatings. Other possible applications, depending on alloy composition, include: micro-electroforming, barrier or capping layer in microelectronic circuitry, highly textured tape conductors for high temperature superconductors, and electrocatalytic coatings for hydrogen evolution electrodes. The literature on Ni-W electrodeposition deals almost entirely with alkaline baths. More recently electrolytes of nearly neutral pH have been developed and studied in some detail. Acid baths were studied as long ago as in the forties of the twentieth century but with the only result of raising quite a strong prejudice against the feasibility of an acid process for Ni-W electrodeposition. In fact, according to Brenner: “The acid tungsten alloy plating baths are of no practicable value because sound deposits cannot be obtained from them” The present work was undertaken to study the electrodeposition of amor- 46 phous Ni-W alloy from an acid electrolyte. An early work entirely devoted to the development of an acid electrolyte for Ni-W deposition was published by Nishido et al. (see ref. 9) in 1989. This remained the only paper proposing an acid formulation for a Ni-W bath, to the best of authors’ knowledge, up to 2006 when a paper by Moussa et al. (see ref. 10) was published. The electrolyte by Nishido et al. –in Tab. 1– was assumed as a starting electrolyte formulation in the present work. This electrolyte was characterized in detail studying the effects of composition parameters on current efficiency and tungsten content of the alloy, with the objective of identifying critical parameters for the optimization of the electrolyte composition. A further direction of investigation was a preliminary study into the deposition of Ni-W with pulsating current, considering a limited set of pulse parameters as detailed in Tab. 2. Electrodeposition tests were carried out at current density (cd) of 0.150 A cm–2 and temperature of 70°C, under stagnant conditions, using a copper substrate and a platinum coated titanium sheet as anode. Using the base electrolyte, the current efficiency was about 20% in the conditions leading to the deposition of a Ni-W30 at% alloy. The structure of this alloy appears to be amorphous according to the XRD analysis (Fig. 1); the average size of coherent scattering domains is about 1.8 nm; the surface morphology is characterised by fine globular features and defects such as pits and cracks, the latter at the boundary of the globules (Fig. 1). In order to improve the formulation of the bath, the effect of different composition parameters on current efficiency and deposits composition was studied. In the present work the following parameters were considered: the ottobre 2009 << la metallurgia italiana Rivestimenti Memorie >> electrolyte acidity, the molar ratio between the nickel cation Ni2+ and the tungstate anion WO42– (in the following also [Ni]/[W]), and the overall metal ionic concentration. Besides, the influence of the deposition current density was studied. The results of this work can be summarised as follows: (1a) current efficiency increases above 20% when the [Ni]/[W] ratio becomes higher than 0.5 –the overall concentration of metal ions being the same as in the base electrolyte; alternatively, when the overall metal ions concentration is higher than about 0.3 M –the [Ni]/[W] ratio being the same as in the base electrolyte (Fig. 2); (1b) for the starting electrolyte formulation, current efficiency shows a maximum with the pH at about 5.5 (Fig. 3); (1c) for the same formulation, current efficiency decreases with current density increase, as shown in the graph of Fig. 3; (2a) the tungsten content is higher that 28 at.% for a [Ni]/[W] molar ratio in the electrolyte higher than about 0.33, at the overall metal ion concentration of the base electrolyte; the coating composition changes within the range 28-32 at.% as the overall metal ion concentration increases in the range 0.1 to 0.5 M, at the [Ni]/[W] molar ration of the base electrolyte (Fig. 4); (2b) the tungsten content of Ni-W coatings from the base electrolyte changes with the pH as shown in Fig. 5, on the left; a maximum of the tungsten content is found at pH 5.0-5.5; (2c) the same changes with current density as shown in Fig. 5; as cd increases above 0.100 A cm–2 tungsten content remains in the range 28-32 at.%. Electrodeposition was performed also under pulsating current. Pulse current density was kept constant at the value used in DC plating, i.e. 0.150 A cm–2. The composition of pulse plated coatings was not significantly affected compared to direct current plating when operating at 4 Hz pulse frequency, with only a small increase of the W content with duty cycle increase. On the other hand, the tungsten content appeared to increase with decreasing pulse frequency (Fig. 6). As the duty cycle decreased (in the range of pulse period values considered in the present work) the current efficiency increased. These preliminary results suggest that there is a complex relationship between duty cycle, frequency and W content. Further work is required to shed light on process sensitiveness to pulse plating parameters. The second part of this work was concerned with coating characterization and only direct current Ni-W alloy deposits were examined. The composition was determined either by ICP or EDS analysis; structure was cha- racterized by XRD analysis; hardness by indentation measurements (50 mN maximum load). The structure of deposits is nanocrystalline or amorphous depending on composition. According to XRD analysis, the average size of coherent scattering domains becomes lower than 2 nm for tungsten content above about 18 at.%. The hardness of Ni-W coating was found to increase from about 5 to 7.3 GPa with W content increasing from 15 to 34 at.%, respectively. Standard deviation of hardness measurements was relatively high and the higher the lower was the current efficiency. The structure stability was preliminary studied by differential thermal analysis in the temperature range between 150 and 1300°C at scan rate 0,33°C s–1. The structure undergoes two transformations at temperature of about 740°C and 1050 °C, in agreement with the findings of Yamasaki (see ref. 2). The first transformation occurred at about the Tamman temperature of the alloy and is obviously related to the amorphous to crystalline transformation of the fcc Ni-W alloy. The second transformation can be interpreted as either due to the formation of the tetragonal phase Ni4W or to the formation of complex nickel tungsten carbide (see ref 13). The thermal stability and the microstructural evolution of Ni-W 30%at. alloy coatings with thickness of 20 μm were further investigating after heat treatment at temperature varying in the range from 300 to 700°C for 6 h in argon. The average size of coherent diffraction domains remains unchanged up to 450°C (see Fig. 9). Microhardness changes in a sigmoidal fashion with temperature (see Fig. 10): the hardness raise occurs in the temperature range 400-600°C. After heat treatment the Ni-W30%at. coatings show extensive microcracking and display a fragile behaviour during indentation measurement at load in excess of about 50 mN. From the present work the following conclusions can be drawn: - Ni-W coatings from the acid bath show an amorphous structure for W content above about 18% at., i.e. a composition close to the solubility limit of W in Ni; - the hardness increases almost linearly with W content in the range 17-32 at.% reaching a maximum value of about 7.3 GPa; - hardness increases with lower standard deviation without apparent XRD structure modification after heat treatment at temperature up to 450 °C for 6 h; - nanocrystallization of Ni-W fcc solid solution and the precipitation of nickel-tungsten carbide (and possibly Ni4W intermetallic) result in a strong increase of hardness after heat treatment at T>450°C, up to 20 GPa, according to indentation measurements at maximum load of 50 mN. la metallurgia italiana >> ottobre 2009 47 Memorie >> Acciaio inossidabile CARATTERIZZAZIONE METALLURGICA E MECCANICA DI GIUNTI SALDATI IN ACCIAIO INOX UNS S32750 OTTENUTI MEDIANTE MATERIALE D’APPORTO INNOVATIVO F. Bonollo, P. Ferro, R. Cervo, B. Vianello, M. Durante L’eccellente combinazione di proprietà meccaniche e di resistenza alla corrosione degli acciai Superduplex è dovuta al controllo della composizione chimica e del bilanciamento della microstruttura. Un processo di saldatura può tuttavia alterare il materiale nella zona del giunto, andando così a modificare le vantaggiose caratteristiche di questi materiali. In particolare, a causa delle elevate velocità di raffreddamento, nel cordone di saldatura spesso la fase ferritica eccede quella austenitica, a discapito delle proprietà chimiche e meccaniche. Per ovviare a questo inconveniente, si usano solitamente dei fili d’apporto arricchiti di elementi austenitizzanti, in modo da ottenere a fine saldatura un rapporto tra le fasi che si avvicina a quello ottimale (1:1). In questo lavoro, si sono confrontati gli effetti di due diversi materiali d’apporto (uno tradizionale e uno innovativo) su un giunto in acciaio superduplex UNS S32750 di spessore 5 mm, eseguito tramite saldatura GTAW (Gas Tungsten Arc Welding). Si sono effettuate analisi al microscopio ottico ed elettronico, analisi EDS, profili di micro durezza e test di trazione sui campioni as-welded, e infine test di corrosione secondo normativa ASTM G48. Il materiale d’apporto innovativo, caratterizzato da una percentuale di Nichel equivalente più elevata, garantisce un giunto con una quantità di austenite maggiore. Le proprietà meccaniche e di resistenza alla corrosione dei giunti as-welded invece, non sono sensibilmente condizionate dalla diversa composizione chimica dei due fili d’apporto confrontati. PAROLE CHIAVE: acciaio inox, trasformazioni di fase, saldatura, caratterizzazione materiali, processi, selezione materiali INTRODUZIONE Gli acciai inossidabili Superduplex, aventi una microstruttura costituita da austenite e ferrite in egual proporzione, combinano le vantaggiose proprietà degli acciai inossidabili ferritici e austenitici: ottima resistenza meccanica, eccellente resistenza alla corrosione generalizzata, sotto sforzo, e a pitting, soprattutto in ambienti particolarmente aggressivi (ad esempio contenenti cloruri o solfuri). F. Bonollo, P. Ferro, R. Cervo DTG, Università degli Studi di Padova, Vicenza B. Vianello TFA Filinox, S.Vendemiano (Treviso) M. Durante E.Zanon S.p.A., Schio (Vicenza) Nelle applicazioni industriali, il maggior problema quando si lavorano gli acciai inossidabili bifasici, consiste nel mantenere la loro microstruttura bilanciata durante i vari processi coinvolti nella fabbricazione di componenti. Uno dei processi più critici e ampiamente utilizzato è la saldatura, durante la quale il materiale è sottoposto a severi cicli termici. Dall’esame del diagramma di Fig. 1, in cui sono indicati alcuni dei più diffusi DSS e SDSS, si osserva come tali acciai solidifichino completamente in campo ferritico (ferrite δ). Nel corso del raffreddamento successivo alla solidificazione, al di sotto della temperatura di δ-solvus (compresa tra 1200 e 1300°C e variabile con la composizione dell’acciaio), avviene la reazione in fase solida ferrite δ → austenite, con conseguente ottenimento della struttura bifasica austeno-ferritica. La cinetica di tale reazione è stata variamente studiata in letteratura. Southwick e Honeycombe [2] hanno condotto uno la metallurgia italiana >> ottobre 2009 55 Acciaio inossidabile s Fig. 1 Diagramma WRC relativo agli acciai DSS e SDSS [1]. WRC diagram related to DSS and SDSS. studio in condizioni isoterme su un acciaio 26%Cr-5%Ni, individuando una reazione di tipo Avrami per la crescita dell’austenite dalla ferrite: (1) in cui Vγ Vm T b,n = frazione volumetrica di austenite formata al tempo t; = frazione volumetrica di austenite all’equilibrio; = temperatura; = parametri di derivazione sperimentale. Più recentemente, Atamert e King [3] hanno introdotto la relazione Vγ = C1 + C2 · (Creq- Nieq) + C3 · Δt1250-800(2) in cui, oltre ai simboli già definiti, Δt1250-800 = intervallo di tempo trascorso, durante il raffreddamento, per passare da 1250 a 800°C, C1, C2 e C3 = costanti. Una formulazione sostanzialmente analoga è stata proposta da Lindblom e Hannerz [4]: Vγ = K (Δt12-8)m (3) in cui, oltre ai termini già definiti, Δt12-8 è l’intervallo di tempo trascorso, durante il raffreddamento, per passare da 1200 a 800°C e m è un parametro dipendente dalla composizione. In sostanza, quindi, la quantità di austenite che si forma a partire dalla ferrite è inversamente dipendente dalla velocità di raffreddamento nell’intervallo compreso tra 1200°C (temperatura alla quale inizia ad essere termodinamicamente possibile la reazione ferrite δ → austenite) e 800°C (temperatura al di sotto della quale il rapporto tra le due fasi non varia in maniera apprezzabile – si veda il diagramma di Fig. 1) e i fenomeni diffusivi che consentono la reazione sono comunque significativamente rallentati). La fase ferritica e quella austenitica presenti a temperatura am- 56 << Memorie biente nell’acciaio hanno una composizione differente. L’austenite è arricchita di elementi gammageni (Ni, N, Mn, Cu, C), la ferrite di elementi alfageni (Cr, Mo, Si, Nb). E’ utile definire, per ciascun elemento in lega, il coefficiente di ripartizione, inteso come il rapporto tra le quantità di quell’elemento presenti nella ferrite e nell’austenite. Si deve mettere in evidenza che i coefficienti di ripartizione sono strettamente dipendenti dalla velocità di raffreddamento. La ripartizione degli elementi tra le austenite e ferrite è un fenomeno di tipo diffusivo. Un raffreddamento lento consente di ripartire efficacemente gli elementi tra le due fasi, sulla base delle loro caratteristiche termodinamiche. Un raffreddamento rapido, inibendo la diffusione, tende a rendere omogenea la composizione di austenite e ferrite, dando così luogo a coefficienti di ripartizione molto prossimi all’unità. La quantità di ferrite e austenite a fine saldatura dipende quindi dall’apporto termico, che controlla la velocità di raffreddamento e quindi la trasformazione diffusionale ferrite-austenite. Se si utilizzano elevati apporti termici, e di conseguenza una bassa velocità di raffreddamento, si tende a promuovere la trasformazione austenitica [5], permettendo quindi di ottenere un giunto più bilanciato. D’altra parte, queste condizioni tendono a produrre un grano ferritico ingrossato, ampie zone termicamente alterate, e la possibilità di formazioni di fasi secondarie, come la fase σ [6], la quale riduce drasticamente le proprietà meccaniche e di resistenza alla corrosione [7]. Oltre alla velocità di raffreddamento, la quale dipende dai parametri utilizzati e dal tipo di saldatura effettuato, la quantità di ferrite e austenite a fine saldatura dipende dalla composizione chimica del materiale. Nella saldatura eterogenea di acciai inossidabili Duplex o Superduplex, come ad esempio la saldatura GTAW, si utilizza del metallo d’apporto con composizione chimica arricchita del 2-4% in Ni rispetto al metallo da saldare. Muthupandi et al. [8] hanno dimostrato che il rapporto ferrite-austenite è controllato in maggior parte dalla composizione chimica e in particolare dalla percentuale di nichel del materiale d’apporto, più che dalla velocità di raffreddamento del processo di saldatura. Lo stesso gruppo di ricercatori ha inoltre constatato che, per promuovere la formazione di austenite, è possibile aggiungere modeste quantità di azoto al gas di copertura in una saldatura GTAW [9]. Oltre alla microstruttura finale, sono di rilevante importanza le proprietà meccaniche e di resistenza alla corrosione del giunto saldato. È stato documentato [10] che la presenza di elementi austenitizzanti nel filo d’apporto, come nichel o azoto, influenza soprattutto la proprietà di resilienza, per un miglior bilanciamento delle fasi nel giunto, anziché la durezza. Una ulteriore evoluzione microstrutturale è ovviamente possibile per effetto di un trattamento termico. Se un acciaio bifasico viene riscaldato al di sopra dei 1100-1150°C, l’austenite inizia a dissolversi, e la sua quantità diminuisce all’aumentare della temperatura, in relazione alla composizione chimica della lega (fig.1). Quando l’acciaio subisce un raffreddamento veloce da elevate temperature, la trasformazione ferrite-austenite è parzialmente soppressa. Nel presente lavoro, si è analizzato l’effetto del filo d’apporto su una saldatura GTAW di un acciaio Superduplex 2507. In particolare, si sono confrontati due materiali d’apporto (uno tradizionale e uno innovativo) aventi composizione chimica diversa, mantenendo costanti i parameri di saldatura. Si è valutata quindi la loro influenza su microstruttura finale del giunto, proprietà meccaniche e di resistenza alla corrosione, sia allo stato saldato che dopo trattamento termico. ottobre 2009 << la metallurgia italiana Acciaio inossidabile Memorie >> ANALISI SPERIMENTALI Le analisi condotte in questo lavoro riguardano delle saldature eseguite su un acciaio inossidabile Superduplex UNS S32750. Le piastre, di spessore 5 mm (preparate con cianfrino a V di 75°), sono state saldate testa a testa mantenendo costanti i parametri di processo, e andando a variare solamente la composizione del materiale d’apporto. In Tab. 1 si riportano le composizioni del materiale base, e dei due fili d’apporto (sotto forma di bacchette di diametro 1.6 mm). Il filo d’apporto indicato con la lettera A è il filo innovativo. Dall’analisi delle composizioni si nota che il filo innovativo contiene più Nichel rispetto al filo tradizionale, e inoltre non contiene elementi micro leganti (Co, V, Ti, Nb, W), presenti invece nel filo B. Sono state inoltre calcolate le percentuali di cromo e nichel equivalente secondo le formule riportate da Datta et al. [11] (equazioni (4) e (5)), e i rispettivi valori sono riportati in Tab. 2 : Creq=(Cr)+2(Si)+1.5(Mo)+5(V)+ 5.5(Al)+1.75(Nb)+1.5(Ti)+0.75(W) (4) Nieq=(Ni)+(Co)+0.5(Mn)+0.3(Cu)+25(N)+30(C) (5) Il filo A risulta avere una percentuale di Nichel equivalente superiore di quasi 1.5 punti percentuali rispetto al filo B, perciò è dotato di un maggior potere austenitizzante. Il procedimento di saldatura è stato di tipo GTAW (Gas Tungsten Arc Welding) manuale, eseguito in due passate in modo da assicurare completa penetrazione del giunto. I parametri di saldatura sono riportati in Tab. 3 (il gas di copertura è Argon al 99.9%): L’apporto termico è stato calcolato sulla base dell’equazione (6) [12]: (6) dove η è il rendimento del processo (che in una saldatura GTAW vale mediamente 0.4 [13]), V è la tensione media in Volt, I l’intensità di corrente media in Ampere, vel la velocità di avanzamento in mm/s e 1000 è un fattore di conversione. Macrografie dei giunti Sulle sezioni ricavate dai cordoni di saldatura, inizialmente sono state effettuate delle analisi allo stereoscopio, in modo da stimare il rapporto di diluizione del processo considerato. L’area totale del cordone è stata ricavata tramite un software di C Cr Cu Mn Mo N Ni Si P Co V Ti Nb W S Materiale 0.016 25.75 0.28 0.51 3.33 0.27 6.83 0.32 0.022 <0.0003 base Filo 0.020 25.240 0.030 0.370 3.990 0.266 9.930 0.440 0.018 - 0.010 0.001 d’apporto A Filo 0.014 25.12 0.096 0.45 3.91 0.238 9.39 0.39 0.016 0.085 0.050 <0.005 0.01 <0.01 0.0006 d’apporto B s Tab. 1 Composizioni chimiche percentuali dei materiali considerati. Chemical composition of base and filler metals, wt.%. Rivestimento Materiale Base Filo d’apporto A Filo d’apporto B Creq 31.385 32.1125 32.0475 analisi d’immagine, l’area fusa del metallo base invece è stata calcolata come differenza tra area totale del cordone e area del cianfrino (calcolata geometricamente dato l’angolo di 75°). Nieq 14.399 17.374 16.0988 s Tab. 2 Percentuali di Cromo e Nichel equivalente per i materiali considerati. Calculation of chromium/nichel equivalent of the materials considered. (7) Il rapporto di diluizione risulta essere del 28,6%, valore compreso tra quelli riportati per una saldatura TIG, che solitamente vanno dal 20 al 40%. Microstrutture dei giunti Dalle piastre saldate sono stati ricavati dei saggi trasversali e longitudinali i quali sono stati levigati mediante carte abrasive in carburo di silicio P180, P500, P1200 e P2400 e successivamente lucidati con panni di pasta diamantata di granulometria 6 e 3 μm. I campioni sono stati in seguito attaccati Corrente Passata 1 2 Tipo di Tipo di Processo polarizzazione GTAW DC-SP GTAW DC-SP Range d’intensità [A] 80-90 130-140 Range di tensione [V] 11.5-12 13.5-14 Velocità di avanzamento [mm/s] 1 2.33 Apporto termico [kJ/mm] 0.4 0.32 s Tab. 3 Parametri delle saldature effettuate. Welding conditions. la metallurgia italiana >> ottobre 2009 57 Acciaio inossidabile << Memorie chimicamente con una soluzione di 70 ml di H2O, 30 ml di HCl e 1 g di K2S2O5 (attacco Beraha’s).Nelle Fig. 3 e 4 si riportano le microstrutture rispettivamente del cordone e della zona termicamente alterata per le due tipologie di filo. L’austenite risulta essere di color biancastro, mentre la ferrite marroncino. Una prima comparazione delle immagini a 100x del cordone permette di far notare che il filo A garantisce una quantità di austenite maggiore rispetto al filo B; inoltre l’austenite del filo A è caratterizzata da una morfologia più ingrossata e tondeggiante rispetto a quella del filo B, che risulta essere più appuntita. Per quanto riguarda invece le zone termicamente alterate non si notano particolari differenze né a livello di quantità e morfologia dell’austenite (in queste zone infatti non c’è l’effetto della diversità di metallo d’apporto), né di dimensioni del grano ferritico (i parametri di saldatura sono gli stessi). È stata notata la presenza di precipitati all’interno del grano ferritico in ZTA (fig. 5), probabilmente nitruri di cromo o austenite secondaria; ulteriori analisi sono in corso per la conferma della composizione di questi precipitati. Per il calcolo della distribuzione delle fasi invece, si è utilizzato un software di analisi d’immagine, LEICA QWIN, considerando una sezione trasversale e una longitudinale in prossimità dell’asse del cordone di saldatura (fig. 6) per tipologia di metallo d’apporto. Per le sezioni trasversali, si sono analizzate 5 zone: zona del cordone e ZTA in corrispondenza della prima passata, zona del cordone e ZTA in corrispondenza della seconda passata, materiale base. Per le sezioni longitudinali invece, si sono analizzate 7 zone a distanza regolare di 3 mm l’una dall’altra, in modo da a a b b s Fig. 2 Macrografia del cordone di saldatura. Macrographs of the fusion zone. s Fig. 4 s Fig. 3 Micrografie dei cordoni dei due giunti (100x) a) Filo d’apporto A – b) Filo d’apporto B. LOM micrographs of the fusion zone (100x). 58 Micrografie delle zone termicamente alterate dei due giunti (100x) - a) Filo d’apporto A – b) Filo d’apporto B. LOM micrographs of the heat-affected zones (100x). ottobre 2009 << la metallurgia italiana Memorie >> Acciaio inossidabile Si può concludere quindi, che a parità di parametri di processo e di tipologia di saldatura, il filo d’apporto innovativo assicura in media una maggior quantità di austenite sia nella sezione trasversale che in quella longitudinale, moderando quindi il tipico sbilanciamento in ferrite derivante da un processo di saldatura. s Fig. 5 Particolare dei precipitati in ZTA (200x-500x). LOM micrographs of precipitates detected in the HAZ (200x-500x). Analisi SEM/EDS Sono state effettuate analisi al microscopio elettronico a scansione e delle analisi EDS, per valutare l’eventuale differenza di composizione chimica delle fasi per i due tipi di filo d’apporto. In Fig. 8 sono riportate due immagini dei cordoni di saldatura a 1000x, rispettivamente per il giunto saldato col filo d’apporto A e B. Nella Fig. 9 invece sono riportati i risultati delle analisi EDS sulla distribuzione degli elementi nell’austenite e nella ferrite per il filo A e per il filo B. Dalle analisi EDS effettuate, si nota che le fasi austenite e ferrite all’interno del cordone di saldatura, non mostrano rilevanti differenze a livello di composizione chimica dei principali elementi in lega. Proprietà meccaniche Per caratterizzare i giunti saldati dal punto di vista delle proprietà meccaniche, si sono effettuate delle prove di microdurezza Vickers (con carico di 100 g) e delle prove di trazione. s Fig. 6 a Schema delle sezioni prelevate dal cordone di saldatura. Scheme of cross sections picked up from the welded zone. b s Fig. 7 Distribuzione delle fasi nelle sezioni considerate. Phase distribution in the analysed cross and longitudinal sections. creare un profilo di distribuzione. Per ogni zona considerata si è effettuata la media dei conteggi su 8 campi contigui. I risultati delle analisi micrografiche si riassumono in fig. 7. Dall’analisi degli istogrammi rappresentanti la distribuzione delle fasi, si può confermare quanto detto in precedenza; si nota infatti che il filo d’apporto A garantisce nella condizione as welded una maggior quantità di austenite nella zona del cordone, in entrambe le sezioni. s Fig. 8 Immagini dei cordoni di saldatura (1000x); a) Filo d’apporto A – b) Filo d’apporto B. SEM micrograph of the welded zone (1000x). la metallurgia italiana >> ottobre 2009 59 Acciaio inossidabile s Fig. 9 Distribuzione degli elementi nelle fasi δ e γdei rispettivi cordoni. Chemical composition of ferrite and austenite in fusion zone. Test di corrosione Dai giunti saldati sono stati prelevati dei campioni per il test di corrosione secondo normativa ASTM G48 metodo A (“Standard Test Methods for Pitting and Crevice Corrosion Resistance of Stainless Steels and Related Alloys by Use of Ferric Chloride Solution”) [14]. I campioni, ciascuno di dimensione 25x50x5mm, dopo decapaggio con una soluzione di acqua distillata, 20% di HNO3 e 5% di HF, sono stati sottoposti a test per 24 h in una soluzione di FeCl3 · 6H2O a 50 ± 2°C. Si sono rilevate le perdite in peso assolute, e si sono calcolate le perdite in peso per unità di superficie dei campioni saldati con i due fili d’apporto. La resistenza alla corrosione dei campioni as-welded per entrambi i fili risulta essere confrontabile, con perdite in peso medie per unità di superficie di 150 g/m2. Alcune normative americane ed europee (ASTM A 928/A928M, NORSOK MDS D42) prescrivono un trattamento termico postsaldatura in grado di omogeneizzare la microstruttura e riportare all’equilibrio le fasi. Essendo le perdite in peso anche molto superiori al valore di soglia per accettazione secondo normativa (4 g/m2), su alcuni s Fig. 11 s Fig. 10 Profili di microdurezza dei cordoni di saldatura analizzati. Microhardness profiles across the bead of the analysed joints. Per le misure di microdurezza si sono considerati due profili: uno in corrispondenza della passata di saldatura superiore, e uno di quella inferiore, entrambi ad 1 mm dai rispettivi bordi (fig. 10). I profili di microdurezza sono pressoché costanti per entrambi i campioni e i valori medi si attestano su quelli previsti per un materiale di questo tipo (intorno ai 300 HV). Sono stati effettuati dei test di trazione su tre saggi per tipologia di filo d’apporto, prelevati dai rispettivi giunti, secondo la normativa UNI EN 895. Tutti i provini hanno manifestato la rottura in corrispondenza del materiale base (fig. 11); i valori medi della tensione di snervamento, carico di rottura e modulo elastico sono rispettivamente: 685 MPa, 855 MPa e 205 GPa. La curva di trazione ingegneristica σ-ε si riporta in Fig. 12. 60 << Memorie Immagine dei provini prima e dopo test di trazione. Picture of tensile test specimens. s Fig. 12 Curva di trazione ingegneristica ricavata dai test di trazione. Stress-strain curves obtained from tensile test. ottobre 2009 << la metallurgia italiana Memorie >> Acciaio inossidabile TRATTAMENTO TERMICO Perdite/Superficie [g/m2] T [°C] 1050 1050 1050 1100 1100 1100 t [min] 4 11 18 4 11 18 FILO A 152,50 69,12 7,50 6,07 0,00 0,00 FILO B 80,78 151,41 47,70 4,63 4,37 4,47 s Tab. 4 Perdite in peso dopo test di corrosione dei campioni trattati termicamente. Weight losses after corrosion test of heat treated specimens. dei campioni ricavati dai giunti saldati sono stati effettuati dei trattamenti termici per valutare eventuali miglioramenti nel comportamento a corrosione, come già illustrato in altri lavori ([15],[16]). I trattamenti termici sono stati caratterizzati da diversi tempi e temperature di permanenza in forno. Le perdite in peso dei campioni sottoposti a test di corrosione, a seconda del trattamento termico, sono riportate in Tab. 4. Dall’analisi della Tab. 4 si nota innanzitutto come le perdite in peso abbiano andamento decrescente con l’aumentare della temperatura e del tempo di permanenza in forno; inoltre il filo A risulta avere perdite inferiori rispetto al filo B. La spiegazione di questo comportamento è stata attribuita alla presenza di elementi microleganti presenti nel filo di tipo B, che vanno ad agire sulla cinetica di ingrossamento e sulla coalescenza dell’austenite secondaria, che precipita in seguito al trattamento termico [16]. Un’importante osservazione è legata al fatto che alcuni campioni (in particolare quelli trattati a temperatura di 1100°C), superano il test di corrosione secondo normativa ASTM G48, in quanto presentano perdite in peso inferiori a 4 g/m2. CONCLUSIONI In questo lavoro si è considerato un processo di saldatura GTAW eterogenea su acciaio superduplex SAF 2507; in particolare si è valutata l’influenza del metallo d’apporto, confrontando due diverse tipologie di filo. Sulla base delle analisi effettuate si può concludere che: - il materiale d’apporto innovativo, caratterizzato da un valore del Nichel equivalente più elevato, garantisce una maggior quantità di austenite nel giunto in condizioni as-welded; - per quanto riguarda le proprietà meccaniche, una differenza anche marcata nella distribuzione delle fasi non comporta un’apprezzabile differenza in termini di durezza nella zona del giunto; inoltre la saldatura si comporta alla stessa maniera se sottoposta a test di trazione: la rottura avviene nel materiale base per entrambe le tipologie di filo; - infine, la resistenza alla corrosione del giunto in condizioni aswelded è confrontabile per i due fili d’apporto; dopo trattamento termico post-saldatura invece, la resistenza a pitting del filo A risulta essere migliore rispetto a quello del filo B. RINGRAZIAMENTI Gli autori desiderano ringraziare il sig. Giacomo Mazzacavallo e il dott. Enrico Della Rovere (tecnici del laboratorio di metal- lurgia del DTG – Università degli Studi di Padova) per il loro supporto durante le analisi di laboratorio. BIBLIOGRAFIA 1] J.O. NILSSON, Mat. Sc. And Tech. 8 (1992), p. 685. 2] P.D. SOUTHWICK, R.W.K. HONEYCOMBE, ”Decomposition of ferrite to austenite in 26%-5%Ni stainless steel”, Met. Sci., 14, 1980, 253. 3] S. ATAMERT, J.E. KING, Mat. Sci. Tech. 1992, 8, 896-911. 4] B.E.S. LINDBLOM, N. HANNERZ, Proc. 3rd World Conf. Duplex Stainless Steels ‘91, Beaune (1991), Les Editions de Phisique, Courtaboeuf (1991), p 951 5] H. SIEURIN, R. SANDSTROM, Materials Science and Engineering A418 (2006), p. 250. 6] G. MELOTTI, R. BERTELLI, M. ZANESCO, I. CALLIARI, E. RAMOUS, La Metallurgia Italiana 4 (2005), p. 39. 7] M.POHL, O.STORZ, T.GLOGOWSKI, Materials Characterization 58 (2007), p. 65. 8] V.MUTHUPANDI, P.BALA SRINIVASAN, S.K.SESHANDRI, S.SUNDARESAN, Materials Science and Engineering A358 (2003), p. 9. 9] V.MUTHUPANDI, P.BALA SRINIVASAN, S. 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A 34A (2003), p. 1575. la metallurgia italiana >> ottobre 2009 61 Acciaio inossidabile << Memorie ABSTRACT METALLURGICAL AND MECHANICAL CHARACTERIZATION OF UNS S32750 WELDED JOINTS WITH INNOVATIVE FILLER WIRE Keywords: stainless steel, phase transformation, welding materials characterization, processes, materials selection Superduplex stainless steels (SDSSs) are suitable for many industrial applications thanks to their outstanding combination of mechanical strength, corrosion resistance in various types of environments and weldability. For ensuring such excellent combination of properties, it is essential to maintain a ferrite-austenite ratio close to 50:50. This phase balance, however, is altered during welding, because of the rapid cooling involved in most weld thermal cycles. This can result in a ferrite content, in fusion zone (FZ), over the 50%. In order to restore the phase balance, weld filler materials are usually overalloyed with Ni increased to 8-10%. In this work, welding of a superduplex stainless steel was studied (chemical composition is listed in table 1 and calculation of nickel and chromium equivalent are shown in table 2). In particular, the effects of two different filler metals on microstructure, mechanical properties and corrosion resi- 62 stance were analyzed. The material studied was an UNS S32750, GTA welded both with an innovative filler metal and with a traditional one (welding conditions are given in table 3). Microstructural evaluations at LOM showed that filler metal with enhanced nickel equivalent ensures a greater amount of austenite in FZ (Figs. 3, 4, 5, 7) while SEM/EDS analysis didn’t show pronounced difference between partitioning of elements in FZ (Fig. 9). Concerning the mechanical properties, little differences in filler metal composition, and thus in ferrite-austenite ratio, didn’t lead to significant differences in hardness or strength (Figs. 10, 12). Corrosion tests were performed according to ASTM G48 - method A. The pitting corrosion resistance of the as-welded specimens was comparable (weight losses were about 150 g/m2); however, after post-welding heat treatment, the corrosion behaviour of the samples improved. Weight losses of the joints obtained with different filler metal were different. It was found that innovative filler wire assured a better corrosion resistance, as reported in table 4. This behaviour could be attributed to micro-alloying elements (Co, Ti, V, Nb) that affect the precipitation kinetic of secondary austenite consequent to the heat treatment. ottobre 2009 << la metallurgia italiana