LEGGERE LA BIBBIA
L’ignoranza delle Scritture è, infatti, ignoranza di Cristo
(S. Girolamo)
1) I libri della Bibbia
2) Gli autori della Bibbia
Leggere la Bibbia
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L’argomento principale di questa serata dovrebbe essere il decidere come impostare la nostra
catechesi e quale contenuto darle.
Vi sono già alcune proposte. A Pia interesserebbe conoscere i documenti del Concilio. Carla ha
proposto una catechesi dei sacramenti. Qualcun altro propone di legare la catechesi all’anno della
fede.
Siamo qui per parlarne. Ma per evitare che la serata passi tutta solamente in una discussione, vi
propongo una introduzione sulla Bibbia. Anch’io ho una proposta: trasformare la catechesi per
adulti in “gruppo biblico”. E’ una proposta che vale come le altre. Quale sia poi la differenza tra
catechesi e gruppo biblico, la dirò in seguito.
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Comincio con alcune affermazioni che possono essere lette anche come provocazioni.
1) Molti testimoni di Geova si propongono di leggere tutta la Bibbia, una volta all’anno. Chi di noi
ha letto una sola volta tutto il Nuovo Testamento?
2) Immaginiamo che un padre o una madre scriva una lettera al figlio lontano. Questi la prende e
senza aprire la busta la mette in un cassetto: “Ah sì! Poi la leggerò”. Ogni tanto apre il cassetto,
vede la lettera, ma non ha voglia di leggere lo scritto: gli sembra di perder tempo, ha altre cose più
importanti da fare che non leggere quanto gli scrivono i suoi.
Non potrebbe essere un nostro atteggiamento nei confronti della Bibbia?
3) “A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di
più.” (Luca 12:48) A noi è stata affidata la parola di Dio. Che cosa ci sarà richiesto?
4) “A me, che sono l'infimo fra tutti i santi, è stata concessa questa grazia di annunziare ai Gentili le
imperscrutabili ricchezze di Cristo, e di far risplendere agli occhi di tutti qual è l'adempimento del
mistero nascosto da secoli nella mente di Dio, creatore dell'universo, perché sia manifestata ora nel
cielo, per mezzo della Chiesa, ai Principati e alle Potestà la multiforme sapienza di Dio, secondo il
disegno eterno che ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore, (Efesini 3:8-11)
C’è in Dio un disegno eterno sull’umanità (e quindi anche su ciascuno di noi) attuato in Gesù
Cristo. Questo disegno Dio ce lo rivela con la sua parola. Lo conosciamo?
Ma è importante conoscerlo? In questo mondo soggetto alla caducità, una persona si sente realizzata
se fa carriera, se raggiunge una posizione di riguardo nella società, se ha potere, ricchezze, onori…
Nell’ottica di Dio l’uomo si realizza se entra nel suo piano, nel suo disegno. Don Carlo al mattino in
questi giorni insiste sull’espressione “noi siamo nel mistero di Dio”: è la stessa cosa. Anche il senso
della nostra esistenza è solo in questo disegno di Dio. Se noi entriamo in questo disegno, la nostra
esistenza acquista il suo significato pieno e la sua piena realizzazione. E’ dunque questione non
tanto della mia vita che prima o poi finirà, ma della mia esistenza, che va oltre la morte;
un’esistenza proiettata in una vita che non avrà termine. Ma questo piano di Dio lo conosciamo? E
se non lo conosciamo, come possiamo realizzare la nostra esistenza?
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CHE COSA E’ LA PAROLA DI DIO
“E’ la manifestazione di Dio all’uomo, per mezzo di Cristo, la “Parola fatta uomo” per
manifestarci il suo Piano di salvezza”
E’ LO STESSO DIRE “PAROLA DI DIO” E “BIBBIA”?
NO. Dio ci parla attraverso il creato, attraverso la natura, i colori dell’autunno, i cieli sereni, i
ghiacciai, le distese dei mari:
Romani 1,18-20: In realtà l'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di
uomini che soffocano la verità nell'ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro
manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue
perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la
sua eterna potenza e divinità
Dio ci parla attraverso la tradizione della Chiesa: nella catechesi sul credo ho accennato alla enorme
produzione letteraria dei Padri della Chiesa. Ci parla attraverso i documenti della Chiesa, come per
esempio i documenti del Concilio. Attraverso la liturgia. Attraverso il nostro Vescovo. Attraverso la
vita di tutti i giorni. Per gli Ebrei “avvenimento” e “parola” sono indicati con un unico termine:
“DABAR”: Dio disse, e la luce fu. Tempo fa in un incontro avevo detto: “Il caso è il modo in cui
Dio si nasconde quando vuole dirci qualcosa”.
Ma Dio ci parla in modo particolare attraverso la BIBBIA. Lì è la sua parola scritta.
PERCHE’ SI CHIAMA BIBBIA?
Il termine Bibbia deriva dal greco ta biblia, « i libri », termine usato da Giuseppe Flavio nel 1°
secolo dopo Cristo per designare i libri sacri degli Ebrei. Soltanto nel Medioevo, tramite la lingua
latina, la parola Biblia diventa un singolare: LA BIBBIA.
Si chiama anche con altri nomi: Sacra Scrittura, Libro santo, Libri sacri.
CHE COSA E’ LA BIBBIA?
E’ una piccola biblioteca di 73 libri, contenuta in un solo libro.
Gli ebrei per designare la Bibbia usano una sigla, TANAK, parola formata dalle iniziali delle tre parti
che compongono quest’insieme di testi secondo il canone ebraico:
-
Torah (la Legge);
-
Nebiim (I Profeti);
-
Ketubim (Gli altri scritti).
Nel secolo … … … per quegli ebrei che, vivendo nella diaspora, fuori della Palestina, non
conoscevano più la lingua dei loro padri in cui erano scritti i testi sacri fu fatta una traduzione in
greco, secondo la traduzione per opera di intellettuali. E’ la cosiddetta Bibbia dei LXX che
aggiunge altri 7 libri, ovviamente scritti solo in greco.
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E siamo al canone della Bibbia cristianas, riconosciuto dalla maggioranza delle Chiese d’Oriente e
d’Occidente E’ strutturata in quattro parti: il Pentateuco (o i cinque libri di Mosè), i Libri storici, i
Libri Sapienziali e i Profeti. I cristiani, dalla metà del secondo secolo, hanno chiamato Antico
Testamento = Antica Alleanza, questo corpus di scritti, per distinguerlo da quelli che formano il
Nuovo Testamento = Nuova Alleanza. Si tratta dunque di una “biblioteca”, che comprende in tutto
73 libri:
VECCHIO TESTAMENTO
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•
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Pentateuco – 5 libri: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio
Libri storici – 16 libri: Giosuè, Giudici, Rut, 1° e 2° Samuele, 1° e 2° Re, 1° e 2° Cronache,
Esdra, Neemia, Esther, Tobia, Giuditta, 1° e 2° Maccabei.
Libri Sapienziali – 7 libri: Giobbe, Salmi, Proverbi, Qoèlet (o Ecclesiaste), Cantico dei Cantici,
Sapienza, Siracide (o Ecclesistico)
Profeti – 18 libri: Isaia, Geremia, Lamentazioni, Baruc, Ezechiele, Daniele, Osea, Gioele,
Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia
NUOVO TESTAMENTO
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•
Vangeli e Atti degli Apostoli – 5 libri
Lettere di San Paolo – 14 libri
Lettere Apostoliche – 7 libri
Apocalisse
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CANONE DELLA CHIESA CATTOLICA
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AUTORI
DELLA BIBBIA
Quando prendiamo in mano un libro, pensiamo anche ad un autore che, sedutosi a tavolino, ha
cominciato a scrivere un’opera che grosso modo aveva già in testa prima di cominciare. Non è così
per la Bibbia. Per la sua composizione si parla di “stratigrafia”: i testi non sono stati scritti di getto e
da una sola persona, ma manifestano varie tappe redazionali, cioè i vari testi biblici, soprattutto nei
cinque libri del Pentateuco, sono il risultato di una lunga esperienza e riflessione religiose. La
Torah o Pentateuco è composta da 5 libri che hanno subito tante variazioni: varie fonti
(tradizioni orali o anche scritte) sono state messe insieme da un redattore finale, costituendo
così l’attuale Pentateuco. È quindi probabile che ogni generazione abbia riflettuto sulla
propria esperienza di fede e interpretato nuovamente i testi alla luce dell’oggi dando origine
ad una crescita organica del testo biblico
Soffermiamoci sul racconto della creazione. Tutti conosciamo l’incipit: “In principio Dio creò il
cielo e la terra”; seguono i sette giorni della creazione, compresa la creazione dell’uomo:
Genesi 1,26-28: Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del
mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che
strisciano sulla terra». Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e
femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra;
soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che
striscia sulla terra».
Ed ecco la conclusione dell’opera di creazione:
Genesi 2,1-3: Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Allora Dio,
nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo
lavoro. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro
che egli creando aveva fatto.
Ma immediatamente dopo si riapre lo scenario della creazione:
Genesi 2,4-7: Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.
Quando il Javhe Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna
erba campestre era spuntata - perché Jahve Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno
lavorava il suolo e faceva salire dalla terra l'acqua dei canali per irrigare tutto il suolo -; allora
Javhe Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo
divenne un essere vivente.
Si riprende da capo la creazione della terra e dell’uomo, con un secondo racconto (e in questo
secondo racconto si parla della creazione di Eva da Adamo). Perché? Perché il “redattore” (non l’
“autore”) si trovava davanti due versioni raccontate dalla comunità in cui viveva e le inserisce tutte
e due nella sua opera. La prima è detta dagli studiosi “eloista” dal termine ebraico “El – Elohim”
che significa Dio in generale. La seconda è detta “Javista”, dal nome proprio di Dio, “Jahve”. La
parola di Dio, rivelata all’uomo attraverso eventi e parole e accolta da una comunità viva, il popolo
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d’Israele, è stata messa per iscritto durante un periodo di circa un millennio. Nel periodo dell’esilio
e in quello immediatamente successivo, questi testi sono stati raccolti da uno o più redattori finali
per formare il TaNaK, il libro sacro degli Ebrei
Chi è allora l’autore della Bibbia? Possiamo dire che è la comunità nel cui seno si formano questi
racconti? Allora l’ispirazione non è solo di un individuo, ma anche di una comunità? Dio parla non
solo attraverso singoli uomini, ma anche attraverso un popolo: il popolo ebreo una volta, la chiesa
(nuovo popolo di Dio) oggi.
Ma Dio non potrebbe parlare attraverso la nostra comunità, chiesa di San Marco? Rileggiamo la
seguente frase:
“È quindi probabile che ogni generazione abbia riflettuto sulla propria esperienza di fede e
interpretato nuovamente i testi alla luce dell’oggi dando origine ad una crescita organica
del testo biblico”.
E allora ecco alcune domande provocatorie:
Noi, oggi, come chiesa di San Marco, e non solo come singole persone, siamo capaci di fare
altrettanto, cioè di riflettere sulla nostra esperienza di fede? Siamo capaci di interpretare
nuovamente i testi alla luce dell’oggi? Siamo capaci di far crescere in modo organico la nostra
comunità di fede? Oppure siamo appiattiti su una sorta di inerzia abitudinaria? Come possiamo
trasformare queste catechesi per adulti da semplici lezioni, come sono state in questi tre anni, a
qualcosa di più vivo, di attuale attraverso la lettura della parola di Dio?
A rafforzare queste domande, porto un altro esempio, questa volta dal Nuovo Testamento.
Come insegna la “Dei Verbum”, i Vangeli si sono formati attraverso tre tappe:
1a tappa: Gesù opera e insegna, e gli apostoli sono i testimoni privilegiati e oculari della sua azione
e della sua predicazione. Dopo la risurrezione del loro maestro, gli apostoli trasmettono quello che
egli ha detto e fatto e operano con fedeltà al suo insegnamento, ma anche con ‘quella più completa
intelligenza di cui essi, ammaestrati dagli eventi gloriosi di Cristo e illuminati dallo Spirito di verità,
godevano’ (DV n. 19).
Già in questa prima tappa, dunque, la tradizione evangelica non è una semplice memoria
documentaria, ma una memoria che medita, approfondisce e comprende.
2a tappa: Ogni Vangelo è preceduto da una tradizione orale, che non è soltanto apostolica, ma
ecclesiale, fatta nella Chiesa e, soprattutto, per la Chiesa (per il suo culto, per l’insegnamento). In
altre parole i bisogni della comunità operano un lavoro di scelta, di accentuazione, di
organizzazione. Questa seconda tappa è importante per comprendere il valore positivo delle
notevoli differenze che troviamo tra vangelo e vangelo.
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3a tappa: Ogni vangelo infine è opera di un preciso evangelista. Questi evangelisti sono rispettosi
della predicazione che lo ha preceduto. Ma questo rispetto non impedisce di perseguire anche un
personale progetto, un modo particolare di scorgere l’evento di Gesù. Anche per questo ogni
vangelo è diverso dall’altro. Diversità da rispettare e da apprezzare. Nessun tentativo di annullarle.
Ogni vangelo è un ritratto di Gesù a sé, fatto da un artista geniale e perché artista geniale e non
semplice fotografo di cronaca – tratteggia il suo personaggio dal suo punto di vista. Non si
accontenta delle apparenze cronachistiche, ma vuole coglierne l’identità profonda”. Per questo si
dice “Vangelo secondo San Luca”; secondo cioè il suo punto di vista, secondo la sua particolare
sensibilità, secondo le caratteristiche e i bisogni della comunità in cui l’evangelista vive e a cui
indirizza il suo scritto.
Leggiamo ora la conclusione della parabola della pecora smarrita “secondo” Luca e “secondo”
Matteo.
Luca 15,5-7: Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini
dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci
sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno
bisogno di conversione.
Matteo 18,13-14: Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le
novantanove che non si erano smarrite. Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche
uno solo di questi piccoli.
Il contesto in cui Luca inserisce la parabola è costituito dagli scribi e farisei che mormorano perché
Gesù siede a mensa con pubblicani e peccatori che gli si avvicinano.
Il contesto di Matteo è l’episodio in cui Gesù, chiamato a sé un fanciullo, avverte che se non ci si fa
piccoli come bambini non si entra nel regno dei cieli.
La comunità di Luca, attualizza la parabola in un contesto di perdono, di misericordia. Per Luca,
Gesù è il rivelatore della misericordia di Dio: insiste dunque sulla ricerca della pecora perduta e
sulla gioia quando è ritrovata.
La comunità di Matteo attualizza la parabola nella vita in Chiesa, in cui nessun membro deve
smarrirsi. L’autorità dei pastori è così presentata come un servizio nella comunità ecclesiale. Le
istruzioni di Matteo valgono per tutti i discepoli ma principalmente per i responsabili delle comunità
che hanno per missione di impedire ai piccoli di smarrirsi.
Chi dei due ha ragione? Tutti e due. Perché è la comunità, qualunque comunità ecclesiale, anche la
comunità di San Marco, che deve saper attualizzare la parola di Dio nella propria vita, nelle proprie
esigenze.
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