SOMMARIO
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Il santuario della
Madonna di Bonacatu è il più antico
della Sardegna: risale al VI secolo. La
fondazione è bizantina. Il tempio è
stato costruito su
un precedente edificio romano paleocristiano; si trattava
di una minuscola chiesetta a croce greca con una rudimentale cupola all’incrocio dei quattro bracci. Fra il
1246 e il 1263 la chiesa è stata ampliata fino a raggiungere le dimensioni attuali. Il santuario è attiguo
alla basilica romanica di Santa Maria (1200) di singolare valore artistico ed estetico, ed è anche adiacente ai ruderi del monastero dei Camaldolesi che
giunsero a Bonarcado nel 1211. Il santuario custodisce un’elegante e dolcissima Madonna con Bambino:
è in terracotta policroma di scultore fiorentino della
scuola di Donatello e sostituì la piccola statua o immagine che la tradizione diceva fosse stata trovata
casualmente da un cacciatore, da qui l’origine del nome bonacatu = buon incontro.
CARI lettORI
Marco Cardinali
Il MOndO dI SAn GIuSeppe
Il bastone con le ali
don Antonio pinna
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SpIRItuAlItà del FOndAtORe
l’oggi di dio
don Antonio donghi
12
pAROlA e CelebRAzIOne
la bellezza del mistero
don Carlo Cani
14
RIFlettIAMO Su...
Alleanza terapeutica
Mons. Ignazio Sanna
18
ARte e Fede
la parrocchia
di San bernardino a Mogoro
Le Figlie di San Giuseppe
Myriam deidda
BOLLETTINO BIMESTRALE
Una voce libera che propone:
¨ la spiritualità di San Giuseppe e del Ven. Padre Felice Prinetti;
¨ espressa nella vita dell’Istituto;
¨ operante nella Chiesa.
20
Marco Cardinali
RESpONSABILI DI REDAzIONE:
Suor paoletta Meloni - Suor Antonia Deidda
REDAzIONE: Le Figlie di San Giuseppe
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Intraprendere il viaggio
nella via della bellezza
DIRETTORE RESpONSABILE: Dr. Marco Cardinali
UFFICIO ABBONAMENTI: Suor Maria Lucis Scema
AttuAlItà e FORMAzIOne
22
VItA dell’IStItutO
le comunità raccontano
ItAlIA
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pReGhIAMO peR...
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RIFletteRe e... SORRIdeRe
Autorizazzione del Tribunale di Oristano n.15 del 16/12/1960
ABBONAMENTI 2014
Italia: Annuale ordinario € 15,00 - Sostenitore € 30,00
Una copia € 2,00 – Estero: annuale ordinario € 25,00
Shel Silverstein
HANNO COLLABORATO
Mons. Ignazio Sanna, Mons. Antonello Mura,
Madre Maria Daniela Cubadda,
Don Antonio pinna, Don Antonio Donghi,
Don Carlo Cani,Don Giuseppe Spiga,
Marco Cardinali, Myriam Deidda
l’albero e il bambino
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SCeltI peR VOI...
libri
Carissimi amici
questo numero della rivista vi
giungerà nel tempo estivo.
Probabilmente molti di voi
saranno in vacanza in qualche
luogo di villeggiatura, ma molti
altri saranno rimasti nelle loro
case cercando di affrontare al
meglio il caldo estivo.
Nonostante sia estate, infatti,
non dobbiamo mai dimenticare
che alcuni dei nostri fratelli e
sorelle non potranno fare le
agognate vacanze, perché
magari non ci sono i soldi,
oppure perché una malattia, un
infortunio o semplicemente il
lavoro rende l’assentarsi da casa
impossibile.
La nostra speranza è, però,
che dovunque leggerete la
nostra rivista, possiate essere
sereni e poter godere degli
articoli in essa contenuti.
Dovremmo, infatti, approfittare
del tempo libero, specie se ce lo possiamo permettere, per poter tornare al centro di noi stessi. Enzo
Bianchi, Priore della comunità Monastica di Bose, in una lettera ad un amico, proprio sulle vacanze e
sui suoi tanti progetti per questo tempo, scrive: “Questi giorni sono, infatti, un tempo conquistato con
fatica e atteso con ardore, ci fanno sentire liberi dalle abitudini e dai doveri quotidiani che ci sfidano
alla fin fine a vivere ‘la vita che desideriamo’ facendo spazio a ciò che per noi ha davvero valore e senso.
Ma se la ricerca di senso, assente dal tuo orizzonte domestico, desse forma solo al periodo delle
vacanze, se tu vivessi in preda a mode e convenzioni, dipendendo totalmente dalla mentalità corrente,
le vacanze finirebbero con l’essere per te giorni di schiavitù a un nuovo utilitarismo: questi giorni di
libertà si trasformerebbero in tempo funzionale, che mira a una migliore ripresa al ritorno... Di nuovo
vittima di un quotidiano che si è camuffato con abiti esotici, ti scoprirai a chiederti: Come può essere
la mia vita questa ‘bella straniera’, che mi sta di fronte, pur in un paesaggio di sogno?”.
Le vacanze sono importanti per ciascuno di noi, anche quando esse sono solo pochi istanti durante la nostra giornata piena di impegni. Possono essere un tempo di pace e di umanità; un’occasione di
rispondere ad un bisogno autentico che giace nascosto nel cuore di ciascuno di noi: cercare il senso
della vita quotidiana. Possiamo approfittare del tempo di “vacanza” per dare alle nostre giornate un
ritmo più umano e naturale, riscoprire il gusto della preghiera e del silenzio, dello stare con noi stessi e con gli altri senza frenesia alcuna.
Questo è l’augurio con cui inviamo la rivista nelle vostre case, perché possiate approfittare di un
momento più calmo per gustare e cercare il senso più vero. I nostri articoli sono solo un aiuto, certo! Solo un modo di essere insieme in questa pausa rigenerante. Potrete approfondire il tema della
bellezza e della contemplazione; accostarvi alla figura di S. Giuseppe, lo sposo della Vergine Maria;
capire meglio il concetto di “alleanza terapeutica” e di comunicazione sociale; conoscere un po’ meglio il Servo di Dio Felice Prinetti, Fondatore delle Figlie di San Giuseppe, fare un giro, seppur magari solo con la fantasia, nei luoghi artistici, che ci parlano di quel dialogo meraviglioso tra arte e fede e vedere come fare tutto questo con una libertà più vera. Buona estate e tutti, dunque, e… “buone vacanze”!
Marco Cardinali
Direttore responsabile
Le Figlie di San Giuseppe 3/2014
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Il MOndO dI GIuSeppe
un bastone con le ali
don Antonio pinna
1. L’abbiamo ricordato nella prima riflessione:
i vangeli dicono poche cose di san Giuseppe, perciò si rischia di parlare molto di quello che si ha
in testa e poco di quello che c’è nei testi. È noto
ad esempio come i predicatori di esercizi spirituali insistono sul “silenzio” di Giuseppe (la gente zitta fa comodo a molti), e trascurano che egli,
scegliendo di non pronunciare la condanna della
Legge, diventa invece capostipite di quanti “parlano il nome” della salvezza di Dio: Tu gli porrai
nome Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai
suoi peccati (Mt 1,21).
È vero: nei secoli, secondo l’antica tradizione
ebraica del “ricercare” sui testi (midrash), si è
sempre tentato di riempire i vuoti lasciati dai
racconti biblici, a partire dai vangeli apocrifi fino
San Giuseppe
e Gesù Bambino Tiepolo
Gian Domenico,
sec. XVIII.
Sinagoga dei Casale Monferrato - Il rotolo della Legge
al moderno genere letterario delle cosiddette “rivelazioni”, messe in bocca a Gesù o Maria, su come sarebbero avvenuti i fatti. Ma come in campo
musicale, una “variazione sul tema” ha senso come tale solo se è “sul tema”, e il tema è dato soltanto dallo sviluppo narrativo, letterario e teologico del testo evangelico.
Abbiamo applicato questo principio di metodo nelle prime due riflessioni. Per quanto interessanti possano essere le illustrazioni erudite
sulle usanze matrimoniali del tempo, per quanto
verosimili le introspezioni psicologiche sullo
sposo in preda al dubbio, per quanto dettagliate
le sedicenti “rivelazioni” sugli avvenimenti e sul
loro ambiente, in modo paradossale esse rischiano solo di “spaesare” il lettore dall’unico “mondo
di Giuseppe” a lui direttamente disponibile, il
mondo del testo evangelico.
2. Abbiamo visto così che per capire la figura
di Giuseppe, uomo giusto nei primi due capitoli
di Mt, è indispensabile tenere presente ciò che
Gesù dirà e farà nei ventisei capitoli seguenti. A
partire proprio dalle parole sulla giustizia sovrabbondante nel Discorso della montagna: Se la vostra giustizia non sarà sovrabbondante fino al su-
perfluo rispetto a quella degli scribi e dei farisei,
non entrerete nel regno dei cieli (Mt 5,20). La fiducia della comunità ebraica del Vangelo di Matteo di essere fedele alle “misure” della Legge solo
nella sovrabbondanza delle “misure” dell’amore
(cf Mt 22,34-40: Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti), ha la sua radice nella medesima fiducia di Giuseppe che, nella
contraddizione tra le esigenze della Legge e le
parole dell’Angelo, tutte e due provenienti da
Dio, è capace di vivere un sogno che fa posto insieme alla fede e all’amore. Giuseppe anticipa così quella libertà con cui il suo figlio, infrangendo
la Legge del Sabato, la riporterà a servizio della
vita: Se aveste compreso che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici, non avreste condannato persone senza colpa (cf Mt 12,1-14).
Riconoscere questa “nuova giustizia”, di Giuseppe prima e poi del figlio che egli educa insieme con Maria che egli aveva evitato di condannare senza colpa, lei che con lui ha per prima
condiviso la salvezza della misericordia, senza
vittime sacrificali di principi non negoziabili, riconoscere questa “novità” non può dipendere da
ricostruzioni chiuse in un passato ipotetico, ma
da una lettura testuale aperta all’esperienza di
Le Figlie di San Giuseppe 3/2014
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Il MOndO dI GIuSeppe
ogni persona o comunità credente sincera con
Dio, quando le vicende della vita la invitano, come sogno d’Angelo, a scommettere che pure Dio
è dalla parte di chi è sincero con chi ama. Varcare la soglia della “sincerità” di Dio, come entrare
nel mondo della “sincerità” di chi ama, è possibile solo attraverso una giustizia sovrabbondante,
quella che, non richiesta da nessuna “scrittura”,
introduce tuttavia nel “regno dei cieli”, in una
“cultura di Dio”, in un modo diverso di decidere
e di vivere, al di là di ogni obbedienza concepita
come “polizza di assicurazione”. Che il Figlio abbia imparato bene la lezione della esperienza dei
“suoi” appare fin dalla prima “uscita da casa”,
quando di fronte alla tentazione della falsa sicurezza che viene da una “scrittura”, la supera rispondendo: Sta scritto anche (Mt 4,5-7). La nuova giustizia di Giuseppe e di Gesù nasce nella libertà e nella sincerità di chi sa misurare due volte.
3. Questo tema della “nuova giustizia” trova
una “variazione” nel Vangelo di Giovanni, dove
Giuseppe è nominato due volte, ma di cui in genere non si parla mai a suo proposito. Fin dal
Prologo poetico il Quarto Vangelo pone i lettori
di fronte alla scelta di accettare o rifiutare il Verbo-fragile-carne che viene fra i suoi. L’accettazione ha come due modi o due tappe: l’accettazione
di chi, figlio della famiglia umana, deve riconoscere la sua “fragile giornata” di luce e tenebra, di
grazia e peccato, e l’accettazione di chi, già figlio
di Abramo e discepolo di Mosè, accetta di riconoscere grazia su grazia sempre nel Verbo-fragile-carne: Perché la Legge fu data per mezzo di
Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di
Gesù Cristo (Gv 1,17).
L’ostacolo alla prima accettazione sarà di chi,
come Pietro, immagina di essere santo subito.
Egli invece, per aver “parte con” il Maestro (Gv
13,8), deve imparare la sovrabbondanza di un
amore che va oltre il vanto di una giustizia data
per scontata, e arrivare infine a riconoscere nella
sua terza e finale risposta, Tu conosci tutto, tu sai
che ti voglio bene, che le sue buone intenzioni sono salvate insieme con i suoi tre rinnegamenti
(Gv 21,15-19).
L’ostacolo alla seconda accettazione sarà di chi
si prende il sicuro: Noi sappiamo che a Mosè ha
parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia
(Gv 9,29); di chi non accetta di seguire il consiglio di Nicodemo di obbedire alla Legge ascoltando le persone (Gv 7,5-52), e arriva infine a
perdere anche la figliolanza da Abramo, pur considerata anch’essa automatica: Se foste figli di
Abramo, fareste le opere di Abramo... Voi fate le
opere del padre vostro (Gv 8,39-41).
La differenza di esito tra Pietro e i Capi giudei
mostra la differenza tra l’aprirsi a grazia su grazia
e l’essere certi di una sola misura. Così, alla prima occorrenza del nome di Giuseppe (Gv 1,4546): Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di
Giuseppe, di Nàzaret, Natanaele oppone l’obiezione: Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?
In modo simile, nella seconda occorrenza (Gv
6,41-42), gli uditori di Cafarnao di fronte all’affermazione di Gesù: Io sono il pane disceso dal
cielo, obbiettano: Costui non è forse Gesù, il figlio
di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la
madre? Come dunque può dire: Sono disceso dal
cielo?
Nelle due occorrenze, le obbiezioni anticipano la sterilità di quelli che, imbalsamati in magniloquenti titoli religiosi, si escludono da ogni
vero discorso su Dio, pur convinti nel medesimo
tempo di aver ricevuto l’incarico di controllori di
Dio (cf Gv 7,52: Studia e vedrai che dalla Galilea
non sorge profeta!). Da una parte, con Pietro, anche Nicodemo: venuto all’inizio con le presunzioni “autorevoli” tipiche di ogni uomo che si
prende per credente (cf Gv 2,23-25 e 3,1-2), torna alla fine a seppellire Gesù, mostrando di aver
imparato a rendergli giusto onore nella assoluta
assenza dei segni divini di cui si faceva forte
(Gv 19,39-42).
Dall’altra parte, ancora i Capi giudei: espellono il cieco nato dalla sinagoga proprio perché
non riescono ad accettare che ci possa essere
qualcosa di divino al di fuori del loro controllo:
Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a
Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di
dove sia; e non arrivano a capire che il mondo e
Dio vanno avanti anche senza di loro: Rispose loro quell’uomo: Proprio questo stupisce: che voi non
sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi
(Gv 9,28-30).
Nel vangelo di Giovanni, dunque, Giuseppe è
lì a distinguere la fede di chi crede in fondo solo
nella propria illusoria grandezza, e di chi crede
davvero in un Padre più grande (Gv 14,28), che si
manifesta nella piccolezza dei “suoi”, i quali però
faranno anch’essi opere più grandi, per averlo con
il Paràclito riconosciuto nell’amore fino alla fine
del Verbo-fragile-carne (Gv 14,12).
4. Altre volte di fronte a un uditorio di “sorelle giuseppine” ho attirato l’attenzione sui mosaici
della loro chiesa in Donigala: a fronte degli angeli, ben dotati di ali, sta un povero Giuseppe con
un povero bastone. Se abbiamo capito il “mondo
di Giuseppe”, sappiamo già di quali sogni divini
parla quel bastone così umano.
Le Figlie di San Giuseppe 3/2014
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SpIRItuAlItà del FOndAtORe
l’oggi di dio
don Antonio donghi
anima vive il vero riposo in Dio, quando
con tutto il suo essere desiderare vivere
quel misterioso “oggi“, nel quale avviene
il misterioso, ma meraviglioso dialogo tra
il Dio della rivelazione cristiana e la Chiesa in ogni
suo membro. Per il credente esiste solo la gioia coraggiosa di vivere in quell’oggi nel quale ci si può dissetare alla pienezza divina. La bellezza feconda del
vivere questa relazione divina si coglie nella gioia che
il credente vive, mentre è in un cammino verso la
pienezza della comunione divina: partecipare alla
gloria di Gesù. Mediante i diversi frammenti temporali, egli percepisce in ogni oggi, in modo continuo, la sovranità divina.
La persona infatti è chiamata a “vivere“ l’oggi di
Dio, non a “conoscerlo“, poiché la bellezza della relazione con il divino è viverne la continua creatività, in quella fantasia divina che è veramente inesauribile. Vivere nella fantasia divina è scuola quotidiana di libertà evangelica. Spesse volte non riusciamo ad orientare in questa direzione la nostra
esistenza, perché siamo tentati di “conoscere“, non
d’essere docili solo all’oggi misterioso del Padre, che
ama essere festa e fantasia. Queste due caratteristiche rendono la creatura una persona estremamente libera. E’ nell‘oggi che dobbiamo ascoltare la ri-
L’
velazione divina, perché in questo oggi, vissuto nella dinamica dell’obbedienza amorosa e docile, possiamo gustarne quella fecondità che va al di là delle nostre prospettive semplicemente umane. Una simile coscienza di fronte alle dinamiche della vita ci
permette di vivere della volontà divina, esperienza
che appartiene a una delle caratteristiche della spiritualità di p. Prinetti
Il desiderio dell’unione
Ogni volta che ci richiamiamo alla volontà divina il nostro intendimento è facilmente catturato
dalle cose che dobbiamo fare, pensando che nella
azioni che compiamo entriamo nella volontà di
Dio. Questa visione è molto pericolosa, perché inconsciamente trascuriamo il valore costitutivo
della nostra esistenza che è l’unione con Dio. Qui
noi troviamo il senso e il significato di tutta la nostra esistenza.
Un’anima che soffre e prega e domanda l’unione
alla volontà di Gesù è pur cara! E questa unione
non si fa da Lui sentire viva perché toglierebbe quel
soffrire che ci stringe al Suo Cuore, che ci preserva
dal rivolgerci altrove vedendo pena dappertutto.
Opera nel Suo amore che vedremo chiaramente lassù, e di cui lo benediremo tutta l’eternità felice. Abbandoniamoci a Lui che ci ama (17 marzo 1916)
Lo stretto rapporto tra unione con Dio e il Crocifisso appartiene a una delle verità più originali
nell’evento cristiano. Qualche volta la sofferenza
della croce ci crea non poca impressione negativa.
Tuttavia se diventiamo alunni della parola di Dio,
ci accorgiamo che su quella croce si è realizzazione un meraviglioso, anche se tragico, dialogo di
amore tra il Padre e Gesù nello Spirito Santo. L’unione con il Padre era il senso della sua vita, e in
questa dinamica di comunione si può rileggere la
potenza di quella sofferenza. In questa contemplazione avvertiamo come ogni comunione con il Signore, condividendone la sofferenza ricca di amore, divenga luogo della fecondità divina che anima
la nostra esistenza.
Qui scopriamo la grandezza della vita teologale, che si lascia guidare dalle tre Persone divine,
per aprire il cuore a quel dialogo di amore intratrinitario che non è altro che il dilatarsi della fedeltà divina, che è sempre un evento di risurrezione. Qui scopriamo quella bellezza evangelica che
ha nel Crocifisso la sua espressione per eccellenza,
poiché la vera bellezza della creatura umana non è
altro che la concreta incarnazione dell’oggi di Dio.
A questo proposito intuiamo quella sintetica
espressione di p. Prinetti:
Ma se il Signore lo vuole, ci uniremo alla sua Volontà corde magno (26 settembre 1906)
In questo supporto spirituale avvertiamo come
la vita teologale sia lo sviluppo di una intensa reciprocità tra la benevolenza divina e l’affidamento
coraggioso dell’anima nelle sue mani.
E’ perfetto esercizio di fede e di carità il tranquillo abbandono alle disposizioni di Dio , quando
sono per noi oscure e penose. Accettiamo la sofferenza, consumiamo il sacrificio,provochiamo la
grazia (31 agosto 1906)
La gioia della comunione con Dio diventa la
forza che fa maturare in quella relazione divina
che rappresenta la gioia e il coraggio di ogni discepolo del Maestro.
l’importanza del quotidiano
Una delle tentazioni, a cui l’uomo contemporaneo è soggetto, è quello di pensare che Dio ci parli con linguaggi straordinari. E’ stata la tentazione
di molti personaggi presenti nelle scritture. L’illusione della cultura delle apparenze è sempre forte
in un mondo che ha come criterio di vita l’efficientismo e la superficialità esistenziale. Tuttavia
se entriamo nella rivelazione divina, ci accorgia-
mo che Dio si rivela a chi non conta e che ama
quel nascondimento del feriale che dovrebbe animare la vita di chi segue ogni giorno Gesù. E’ nel
feriale intensamente amato, compreso il nascondimento agli occhi degli uomini, che Dio desidera
rivelarci le sue meraviglie. Maria, la Madre di Gesù, ne esprime l’emblema profetico.
L’unione alla volontà di Dio santifica le tue giornate. L’azione del cuore dà valore alle preghiere più
che il moltiplicarle. La volontà è buona, dunque la
grazia dello Spirito Santo è attiva: riposa in questa
dolce persuasione. (8 marzo 1916).
Il vissuto quotidiano, costruito nella fecondità
della iniziazione cristiana, rende ogni gesto, parola...un meraviglioso sacramento del dialogo e della comunione con il Padre in Cristo e nello Spirito Santo. Se guardiamo attentamente il procedere
delle nostre giornate, ciò che ci stimola a vivere in
verità e in pienezza è la convinzione che stiamo lavorando con il Cristo e nel Cristo, per crescere
nella comunione con il Padre. La grandezza della
vita quotidiana riusciamo a costruirla, come ovvia
conseguenza, nella vivacità divina che diventa il
luogo della fecondità trinitaria nella nostra storia.
Se riuscissimo ad avere come criterio di vita la
creatività divina operante nel cuore di noi stessi e
delle nostre attese, potremmo sicuramente costruire l’istante nella misteriosa volontà creatrice
delle tre Persone divine. Scopriamo allora che il
pregare non è tanto un accumulare preghiere, ma
rendere la propria esistenza una coraggiosa e
amorosa obbedienza all’istante per maturare nella
comunione filiale. La grandezza della spiritualità
di p. Prinetti è stata quella di optare per le opere
nascoste per dare vita alla complessità delle realtà
che ogni giornata esige. Il silenzio del nascondimento si ritraduce nelle parole semplici e nella essenzialità delle azioni che hanno come un unico
intendimento quello di coinvolgere ogni fratello
nella fraternità della comunione propria del Dio
della rivelazione cristiana.-E’ quell’attività reale,
anche se misteriosa, dello Spirito Santo, che nel
nostro agire ci offre quelle energie necessarie per
dare consistenza storica alla volontà divina in Cristo di rendere il creato e l’intera umanità un inno
di lode alla Fonte di ogni dono.
Amare gli avvenimenti della storia
Dio ama rivelarsi nel feriale, poiché è li che si
manifesta la sua creatività. E’ quella vita interiore
che è sempre assetata del volto di Dio e che al mattino assume la sensibilità del desiderio della fede e
del cuore innamorato, perché nel concreto della
giornata Dio possa parlare e coinvolgere la creatuLe Figlie di San Giuseppe 3/2014
9
SpIRItuAlItà del FOndAtORe
Cristo in croce con Maria
e san Giovanni Rogier van der Weyden
(1460).
sere intrinsecamente fedele. Il dono di vivere
il quotidiano comporta che nella costruzione
della vita feriale siamo profondamente attenti
a quello che Dio vuole regalare perché possiamo coglierne il significato evangelico al di là
e all’interno degli avvenimenti concreti. D’altra parte ben sappiamo che Gesù è stato condotto fuori dalle mura, in una realtà “profana”,
come l’essere crocifisso fuori dalle mura, per
insegnare all’uomo che la storia di tutti i giorno rappresenta una efficace limatura del soggetto perché possa diventare effettivamente
un capolavoro divino.
Vivere l’oggi con gratitudine
ra nel suo progetto di amore. Dovremmo aprire il
cuore allo stupore, poiché in ogni oggi ci è comunicato solo amore, anche nelle forme della drammaticità del quotidiano. E’ la costante attualità del
mistero pasquale.
Preghiamo e speriamo sopratutto di ottenere che
la volontà di Dio regni in noi ed estingua ogni volontà nostra...Abbiamo bisogno di essere purificati
dalla Croce! Coraggio, figliola: ogni giorno reca il
suo manipolo di sofferenze accettate per amore di
Gesù: è il lavoro dell’Artefice amoroso, che ci forma
a sua somiglianza. Amare Lui, amara la Croce che
ci viene da lui, sono i due gradi. Il terzo è il più arduo: amare lo strumento che serve a Gesù per crocifiggerci ( 27 agosto 1905)
In quella espressione del lasciarci purificare
dalla croce, scopriamo come l’evento della croce si
sia realizzato attraverso l’incalzare drammatico di
avvenimenti storici che Gesù ha letto come il
compiersi del volere del Padre. Egli sapeva esattamente che la caratteristica del Padre è quella d’es-
Il cristiano, nell’itinerario della sua storia,
ama essere un quotidiano capolavoro della
grazia. E‘ il sentimento più profondo che anima la creatura, quando in semplicità vive il
dialogo con Gesù nello Spirito Santo. Qui si acquisisce quell’atteggiamento di libertà che diventa
il coraggio di saper sempre incarnare la figura del
Maestro , nella piena consapevolezza che Dio è in
noi e con noi . Chi vive una simile consapevolezza non può non costruire l’istante come un abbandono di gratitudine a Colui che opera continuamente nella sua vita. La gratitudine esprime la
libertà interiore dell’anima che si lascia guidare
dalle suggestioni che vengono dell’alto e modellano la creatura secondo il progetto divino. Sono
molte belle le espressioni di p. Prinetti.
La tua ultima lettera mi ha consolato. La grazia
è attiva in te e ti sospinge al perfetto abbandono in
Lui. Ringrazia il Signore (15 aprile 1916).
Il cammino spirituale, a cui p. Prinetti stimola
la baronessa, scaturisce dalla profonda consapevolezza che la vita di chiunque segua il Cristo rappresenta l’incarnazione di un itinerario di benevolenza. L’uomo percorre le vie della salvezza perché
si sente amato in modo veramente inesauribile e
ineffabile. La vera benedizione divina scaturisce
dalla libertà divina, che riversa nella persona della creatura la misericordia senza limiti che scaturisce dal cuore di Gesù trafitto in croce. L’attenzione costante a tale mistero fa spalancare il cuore
al canto della gratitudine. In questa attrazione scaturisce inevitabilmente il grazie del cuore innamorato e trasfigurato. Chi sa benedire Dio, proclama la sua fede nella grandezza divina e ne accoglie la meravigliosa fecondità.
La dinamica della benedizione, che conclude
alcune lettere, evidenzia molto bene il desiderio di
p. Prinetti: la baronessa divenga sempre il luogo
della benevolenza divina. Qui si acquisisce la speranza anche nelle situazioni impossibili della storia. Il cuore abitato dall’amore crede sempre possibile l’impossibile. L’ affermazione di p. Prinetti
ha lo scopo di mettere in luce la ricchezza della
benevolenza divina che deve avvolgere la baronessa in tutte le sue implicanze spirituali. Qui emerge
la bellezza di vivere l’oggi di Dio come una costante creatività divina nello Spirito Santo. Dio è
nuovo ogni giorno e l’anima canta ogni giorno il
canto nuovo, sognando l’evento del Regno che fa
nuove tutte le cose.
Gesù ti benedica , come io vi benedico di tutto
cuore. (5 aprile 1916)
Questo saluto di congedo frequente negli scritti di p. Prinetti, rappresenta insieme una grande
professione di fede e una intensa supplica perché
la fecondità divina operi continuamente nel cuore
di chiunque segua il Signore. Ogni comunicazione nello Spirito offre la gioia di una comunione
nell’oggi di Dio, e qui la divina fecondità è sempre
meravigliosamente attuale perché sappiamo costruire ogni istante della vita come accoglienza
nella gratitudine di tutto ciò che Dio può effettivamente regalare. La bellezza di non capire l’oggi
di Dio ci aiuta ad amarlo più intensamente perché
la vita divina trasfiguri tutto il nostro essere.
Conclusione
Queste semplici sollecitazioni diventano particolarmente interessanti per l’uomo dei nostri tempi che non sa più vivere l’oggi della storia con serenità e fiducia. Il correre in continuazione, le
oscurità del futuro, le solitudini esistenziali, l’incapacità di costruire relazioni nella semplicità impediscono di assaporare quella comunione divina in
cui l’anima assaporare la freschezza del dialogo
con Dio.
Le stanchezze spirituali, che tante volte avvolgono il consacrato, scaturiscono dall’incapacità di
vivere nel deserto esistenziale della storia la rivelazione dell’amore divino. Stiamo perdendo la
gioia di lasciarci amare da Dio per vivere nella
semplicità la gioia del Dio che ama essere con Dio
per rendere la nostra esistenza una esperienza di
capolavoro divino - umano, ad immagine della figura di Cristo Gesù. Se riuscissimo veramente a
comprendere tale ricchezza che ogni giorno la
provvidenza ci offre, avvertiremmo quella gioia
interiore che ci condurrebbe in ogni frammento
della vita a regalare agli uomini la benedizione divina: il suo sorriso sereno e dolce che infonde speranza in ogni cuore.
Le Figlie di San Giuseppe 3/2014
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pAROlA e CelebRAzIOne
CelebRAndO Il MeMORIAle
la bellezza del mistero:
contemplazione ed esperienza
don Carlo Cani
ioia, rendimento di grazie, celebrazione
della luce e della vita, tale è il tempo pasquale. È il tempo del Signore Risorto e dello Spirito Santo. I catecumeni che divengono nella notte di Pasqua fedeli a pieno titolo con il
Battesimo, non ricevono più l’istruzione catechistica
ma la mistagogia, catechesi mistagogica, in quanto
sono ormai iniziati al Mistero di Gesù Cristo, morto
e Risorto. Gli adulti che hanno riscoperto nella notte di Pasqua il valore del loro Battesimo, si impegnano a vivere una vita nuova in Cristo. La conversione
è dono di Dio, l’uomo è chiamato a rispondere e collaborare ogni giorno, perché è un “rinnovato” che sempre si rinnova. L’uomo, credente adulto nella fede, deve
sì avere entusiasmo e slancio religioso, ma questi devono emergere dal mistero di Gesù Cristo, il Risorto
di cui egli è testimone, dall’approfondimento della Parola, dai Sacramenti, dalla Liturgia che diventa vita,
dalla ferialità del mistero di Cristo nella nostra storia
quotidiana. Dall’antichità riceviamo la testimonianza di un tempo particolare, il tempo della mistagogia,
che, compiuto il percorso della ricezione dei sacramenti
– battesimo, confermazione ed eucaristia – apre alla
piena partecipazione alla vita della comunità cristiana. Questo tempo
“forte” per l’azione
dello Spirito ha segnato profondamente la coscienza ecclesiale nei primi secoli, come ci testimoniano la tradizione
e gli scritti dei Padri.
Il termine mistagogia affonda le radici nella parola
greca mystérion che
a sua volta deriva
G
Guido Reni.
Battesimo di Cristo
(1623).
dal verbo myéô che significa: insegnare una dottrina, iniziare ai misteri; infatti erano chiamati mystai
coloro che venivano introdotti (= ago) nella comprensione piena dei santi misteri della fede al termine del catecumenato e dopo aver ricevuto i tre sacramenti di iniziazione: battesimo, confermazione,
eucaristia.
Ecco come ne parla Teodoro di Mopsuestia nelle
sue Omelie catechetiche: «Ogni sacramento è l’indicazione, attraverso segni e simboli, di realtà invisibili e ineffabili. Una rivelazione e una spiegazione su
tali realtà sono certamente necessarie, se qualcuno
vuole conoscere la forza di questi misteri. Se ciò che
accade effettivamente fosse soltanto quello che si vede fare, la spiegazione sarebbe superflua, perché basterebbe la vista a mostrarci le cose che si verificano.
Ma nel sacramento si trovano i segni di ciò che avverrà (nel futuro) o di ciò che è già avvenuto (nel
passato), e perciò è necessario un discorso che spieghi il senso dei segni e dei misteri».
E Cirillo di Gerusalemme, rivolgendosi ai suoi
neofiti che chiama «figli genuini e desideratissimi
della Chiesa», così spiega il tempo e lo stile della catechesi mistagogica: «Siccome sapevo che si crede di
più a quello che si vede che a quello che si ode, ho
aspettato questo momento...Ormai siete divenuti
capaci dei più divini misteri, perché fatti degni anche del battesimo vivificatore. Dal momento che ormai bisogna imbandire a voi il banchetto degli insegnamenti più perfetti, incominciamo dunque a insegnarveli diligentemente, affinché comprendiate
quello che avete veduto compiersi su di voi nella
notte del battesimo».
Alla mistagogia, nei riti di iniziazione cristiana,
era dedicata tutta la settimana che segue la Pasqua;
il Vescovo sentiva la necessità di imbandire ai «neofiti» (= nuove piante) «il banchetto degli insegnamenti più perfetti»; si concludeva con la domenica
in albis, con la deposizione delle vesti bianche. La
mistagogia aveva dunque la funzione di condurre,
attraverso i segni, oltre la soglia del mistero cristiano dove è possibile incontrare il Signore risorto che
misticamente, e realmente, si fa presente alla sua
Chiesa. La sacra Liturgia, benché sia principalmente culto della maestà divina, è anche una ricca fonte
di istruzione per il popolo fedele. Nella liturgia, in-
fatti, Dio parla al suo popolo e Cristo annunzia ancora il Vangelo. Il popolo a sua volta risponde a Dio
con i canti e con la preghiera. Anzi, le preghiere rivolte a Dio dal sacerdote, che presiede l’assemblea
nella persona di Cristo, vengono dette a nome di
tutto il popolo santo e di tutti gli astanti. I segni visibili, poi, di cui la sacra liturgia si serve per significare le realtà divine invisibili, sono stati scelti accuratamente da Cristo o dalla Chiesa. Perciò non solo
quando si legge «ciò che è stato scritto a nostra
istruzione» (Rm 15,4), ma anche quando la Chiesa
o prega o canta o agisce, la fede dei partecipanti è
alimentata, le menti sono elevate verso Dio per rendergli un culto spirituale e ricevere con più abbondanza la sua grazia (SC 33).Esiste pertanto una pedagogia liturgica che prevede la crescita nella fede e
nella grazia non solo attraverso l’ascolto della Parola di Dio e la ricezione dei Sacramenti, ma anche
mediante la preghiera, il canto, l’uso dei «santi segni». Scopo dei segni visibili è quello di permettere
il passaggio «agli invisibili misteri».
Per questo la Costituzione liturgica incoraggia
«una catechesi più direttamente liturgica, e negli
stessi riti si prevedano delle brevi monizioni, che il
sacerdote o il ministro competente leggerà, solo nei
momenti più opportuni, su formule stabilite o simili» (SC 35).
Questa funzione «didattica» della liturgia tende
ad una partecipazione attiva dei fedeli in modo che
essi non assistano come estranei o muti spettatori
alla celebrazione dei santi misteri, ma che, con una
comprensione piena dei riti e delle preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e
attivamente (SC 48).
Fin dall’antichità è esistita nella Chiesa una speciale metodologia catechistica che, proprio a partire
da una comprensione piena dei riti e delle preghiere,
tende a far partecipare attivamente i fedeli alla celebrazione liturgica.
“Oggi nel mondo della catechesi si parla tantissimo di catecumenato, che è una grande riscoperta.
Siamo obbligati a riscoprirlo, perché nelle nostre comunità hanno iniziato gli adulti a chiedere il Battesimo; poi ci siamo accorti che le famiglie che domandano il Battesimo per i bambini spesso sono
minimamente iniziate a capire ciò che chiedono; lo
si fa per tradizione, a volte con un certo tono di spirito religioso, ma non si apprezza, non si conosce
ciò che si chiede. Ecco allora che tutto il mondo della catechesi si è diretto giustamente alla riscoperta di
questa dimensione catecumenale, cioè l’annuncio
che precede la celebrazione del mistero. Ma non
dobbiamo dimenticare la mistagogia, l’accompagnamento dentro il mistero celebrato. Sono come la
sistole e la diastole di un cuore che batte. Noi sempre dobbiamo entrare dentro il mistero anche se
Il luogo del Battesimo di Gesù lungo il Giordano.
non siamo catecumeni. Grazie a Dio siamo battezzati cresimati comunicati; questo è un dono che abbiamo ricevuto, ma sempre dobbiamo interrogarci,
come mondo della catechesi, su quale sia l’annuncio
da fare. E sempre dobbiamo accompagnare la sua
comprensione, la sua possibilità di entrare nel mistero. Il cuore che batte di chi è? Vedete voi: può essere il cuore delle nostre comunità, dove opera ciascuno di noi, ma certamente è anche il cuore di Cristo. E un po’ anche il cuore di ciascuno di noi. L’importante è che battano insieme” (Guido Benzi, La
dimensione catechistica della Liturgia, Mantova
2009).
“La Chiesa porrà i credenti nella condizione di
poter vivere della liturgia nella misura in cui saprà
insegnare loro un metodo per la comprensione della liturgia che celebrano. Per questo si fa urgente insegnare una sorta di lectio della liturgia che permetta ai cristiani di conoscere i significati dei testi e dei
gesti liturgici al fine di interiorizzare il mistero che
celebrano. Come le sante Scritture così anche la liturgia ha bisogno di essere compresa, meditata, interiorizzata al fine di diventare preghiera. La domanda che negli Atti degli Apostoli (8,26-40) l’apostolo Filippo pone all’etiope intento a leggere il profeta Isaia – “Capisci quello che stai leggendo?” – vale anche per la liturgia: “Capisci quello che stai celebrando?”. La risposta è la stessa dell’etiope: “E come
potrei capire, se nessuno mi guida?”. Guidare al mistero, in greco mystagogéin. La mistagogia è il metodo e lo strumento che la chiesa antica ci consegna
per far si che i credenti vivano di ciò che celebrano.
Quello che la lectio divina è per le Scritture, la mistagogia lo è per la liturgia. Ciò che è avvenuto in
questi ultimi anni attraverso la lectio divina insegna
che ogni rassegnazione è ingiustificata e ogni cinismo è del tutto fuori posto. La progressiva affermazione della lectio divina ha infatti dimostrato che è
possibile educare i cristiani ad abbeverarsi alle fonti
pure della fede. Questo per le Scritture ormai da anni avviene, mentre per la liturgia attende ancora in
larga parte di realizzarsi”. (G. Boselli, La comunità
che celebra, Palermo, 2011).
(continua)
Le Figlie di San Giuseppe 3/2014
13
RIFlettIAMO Su...
Alleanza terapeutica
Riflessione di carattere antropologico pastorale
Mons. Ignazio Sanna, Arcivescovo
educazione terapeutica, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, “…consiste nell’aiutare il paziente e la sua famiglia
a comprendere la malattia ed il trattamento, a collaborare alle cure, a farsi carico del proprio
stato di salute ed a conservare e migliorare la propria qualità di vita”. Per alleanza terapeutica si intende il rapporto che si stabilisce tra medico curante
e paziente per raggiungere l’obiettivo comune di
mantenere o ristabilire lo stato di salute. Per una corretta alleanza terapeutica, ora, bisogna tener conto
di diversi valori: libertà, vita, dignità, dolore e sofferenza. Vorrei fare qualche considerazione su alcuni
aspetti di questi valori (libertà, vita, dignità), che ritengo molto importanti per la formazione delle convinzioni personali.
L’
1. Relativamente al valore della libertà, va ricordato che il concetto di libertà cristiana è legato
all’immagine di Dio, perché, secondo il concilio,
la libertà è il segno altissimo dell’uomo creato a
immagine di Dio. La libertà umana è una libertà
partecipata, perché l’uomo non è Dio, ma solo immagine di Dio. L’immagine, infatti, in se stessa, è
un limite. Non è l’archetipo, non è l’originale. Ma
essa è sempre in rapporto con l’archetipo e con l’originale. La creatura è sempre in rapporto con il
Creatore. L’uomo immagine è in se stesso un limite. Un limite verso l’alto, perché non è Dio, è un
essere che sfida gli dei, secondo Eschilo, un essere
che parla degli dei, secondo Platone, un essere che parla a Dio, secondo S. Agostino. E’ dalla parte di
Dio. E’ vicino a Dio, parla con Lui,
sfida il suo divieto, ma non è Dio.
Però è immagine di Dio, cioè deriva da Dio, dipende da Dio. Per capire l’uomo bisogna partire da Dio.
L’immagine ha in se stessa qualcosa
di fragile, di debole, di corruttibile,
ma allo stesso tempo ha una valenza di eternità. Essa respinge sia il
dualismo ontologico, che divide
l’uomo in due sostanze, che il monismo materialistico, che lo riduce
alla sola materia, al cosiddetto uomo neuronale. L’uomo è immagine
di Dio in tutta la sua realtà fisica e
spirituale, ed è, a priori, un essere responsabile
verso Dio e creato per Lui. Proprio in base a questa sua somiglianza divina, che costituisce la sua
vera dignità, egli è fondamentalmente diverso da
tutto il mondo infraumano.
La libertà, dunque, è limitata, partecipata, verso l’alto, cioè Dio, ma è limitata e partecipata anche verso il basso, cioè la società. Il principio di
autonomia, infatti, presuppone che la persona
possa giudicare il valore della propria vita indi-
Per quanto riguarda il valore
della vita, nel campo della
bioetica, persistono tuttora due
categorie tradizionali
interpretative della sacralità
della vita e della disponibilità
della medesima. Secondo la
prospettiva della sacralità, la
norma fondamentale della
bioetica consiste nell'imperativo
assoluto di difendere la vita. Tale
imperativo ha un carattere
deontologico assoluto e quindi
non è suscettibile di eccezione
alcuna.
pendentemente da ogni altra relazione con gli altri uomini, facendo riferimento in modo esclusivo
ai propri criteri e al proprio vissuto. Nella realtà
ciò non si dà mai, perché gli uomini non sono atomi, come afferma una concezione individualistica
estrema, ma dipendono in modo reale gli uni dagli altri. L’immagine che un uomo ha di sé dipende non da ultimo da chi egli è agli occhi degli altri; la valutazione del valore della propria vita rappresenta nell’una o nell’altra direzione sempre anche una reazione alla valutazione ch’egli riceve nel
giudizio degli altri. E’ semplicemente irrealistico
pensare che una persona possa prendere una decisione definitiva, libera e razionale, sulla propria
esistenza e sul suo valore complessivo, senza essere influenzata dalle persone con cui vive e dall’ambiente sociale che lo circonda.
Inoltre, la libertà è limitata anche dal fattore
tempo. In un avanzato stadio della malattia, il desiderio di morire spesso intende dire qualcosa di
diverso dal significato diretto delle parole adoperate. Non solo. Nelle singole fasi che precedono la
morte, l’umore del malato cambia spesso; il desiderio di morire presto, espresso in una fase di depressione, può cedere successivamente il posto a
un nuovo desiderio di vivere, che permette al moribondo di accettare consapevolmente la propria
morte. In un secondo momento simili desideri di
morire sembrano un appello disperato a non essere lasciati soli nel difficile momento della morte.
Dietro di essi si cela il desiderio di essere in quel
frangente efficacemente aiutati, desiderio che
un’interpretazione letterale della richiesta di eutanasia o addirittura il suo immediato appagamento
potrebbero solo deludere. In secondo luogo la
realtà delle cure palliative ha mostrato che la vera
richiesta della popolazione è quella di non soffrire inutilmente e di essere accompagnati in modo
attento e umano alla morte, mentre non è affatto
quella di anticipare la morte.
2. Per quanto riguarda il valore della vita, nel
campo della bioetica, persistono tuttora due categorie tradizionali interpretative della sacralità della vita e della disponibilità della medesima. Secondo la prospettiva della sacralità, la norma fondamentale della bioetica consiste nell’imperativo
assoluto di difendere la vita. Tale imperativo ha un
carattere deontologico assoluto e quindi non è suscettibile di eccezione alcuna. Ne segue che, secondo questa prima prospettiva, la vita umana andrebbe considerata sempre e comunque come indisponibile. Secondo la prospettiva della disponibilità, invece, la norma fondamentale della bioetica consiste nell’imperativo di difendere la qualità
della vita. Di conseguenza, la vita non andrebbe
mai difesa di per sé, ma solo nei limiti in cui essa
appare meritevole di essere vissuta. La valutazione
sulla qualità della vita, poi, non deve essere agganciata a riferimenti assoluti, bensì affidata all’individuo stesso e alle sue capacità di autonoma
scelta. La diversità di impostazione qui sommariamente riferita, secondo F. D’Agostino, è dovuta
principalmente a due modalità differenti di lettura della stessa ragione umana. L’etica della sacralità della vita riconosce la presenza in ogni vivente
di una intrinseca e specifica ragione d’essere, che
va rispettata nel suo principio. L’etica della dignità
della vita ritiene, invece, che sia o che comunque
debba essere il vivente stesso a fornire alla propria
esistenza una ragione.
3. Per quanto riguarda il valore della dignità,
è degno di nota il fatto del tutto particolare, e,
cioè, che molto spesso la dignità è riconosciuta e
promossa a partire da una condizione di “indegnità”. Secondo questa concezione, l’uomo non
perde mai la sua dignità di persona umana, neppure nelle peggiori condizioni di vita e di salute,
perché la dignità dell’uomo ha la sua radice nella
“sussistenza spirituale”, nel fatto cioè che è uno
spirito, sia pure incarnato in una materia. L’uomo è uno spirito che, a motivo della sua incarnazione nella materia, può andare incontro a condizioni di vita dolorose e gravemente deficitarie,
ma che conserva sempre la propria dignità di essere spirituale.
E’ ovvio che se si ha una visione soltanto materialista dell’uomo, per cui egli fa parte dell’universo materiale e ciò che in lui si designa come spirito, che si esprime nell’intelligenza e nella volontà
libera, non è che un prodotto della materia nel suo
processo evolutivo, non ha senso parlare di dignità umana, quando l’uomo è colpito nel suo corpo
e nelle sue capacità intellettive e volitive ed è ridotto a vivere una vita quasi solamente vegetativa.
Se, invece, si ha dell’uomo una visione spiritualista, per cui egli conserva il suo essere spirituale
anche quando le sue capacità intellettive e volitive
sono gravemente colpite nella loro funzionalità e
il corpo non è capace di svolgere le sue funzioni
essenziali, la dignità della sua persona resta intatta e la sua vita non diviene indegna di essere vissuta.
C’è, dunque, anche nell’apparente indegnità
della vita umana una dignità permanente, che non
può mai essere perduta e che merita rispetto. Si
tratta, cioè, di rispettare la persona umana anche
nella sua “indegnità”. Anzi, è proprio la condizione di “indegnità”, in cui vivono alcune persone,
che costituisce la loro dignità, che li rende degni
di rispetto.
Le Figlie di San Giuseppe 3/2014
15
VItA dellA ChIeSA
GIORnAtA COMunICAzIOnI SOCIAlI
Chi comunica (bene)
si fa prossimo
Mons. Antonello Mura, Vescovo
Premessa
Domenica 1° giugno si è celebrata la 48 Giornata Mondiale delle
Comunicazioni Sociali. Papa Francesco nel suo Messaggio, dal titolo Comunione al servizio di un’autentica cultura dell’uomo ha evidenziato l’importanza della cultura dell’incontro nelle strade digitali odierne.
I media sono un dono
Il giorno d’inizio del mio ministero in Diocesi,
il 27 aprile, dialogando con i giovani risposi a questa domanda di Paolo: “Le nuove tecnologie come
devono essere valutate nell’ottica della Chiesa?”.
Dissi senza indugio che sono una grande opportunità e, utilizzando le parole di papa Francesco
per la Giornata delle Comunicazioni sociali aggiunsi: “Sono un dono di Dio”. La domanda e la risposta mi sono venute in mente in questi giorni,
fino a interrogarmi sulla comprensione del messaggio che la Chiesa propone sul senso attuale delle comunicazioni sociali. In questo senso le parole del Papa sono uno scrigno da cui trarre numerosi elementi per arricchire il linguaggio e i contenuti del messaggio della Chiesa.
C’è subito un equivoco da superare, forse anche
presente nella domanda di Paolo. Le nuove tecnologie, pur in presenza di limiti e aspetti problematici – che papa Francesco nel Messaggio per la
Giornata elenca senza ritrosie - non vanno ritenute un ostacolo per la Chiesa e la sua missione;
piuttosto sono un alleato per percorrere le strade
digitali del nostro tempo. “Non abbiate timore di
farvi cittadini dell’ambiente digitale”, scrive il Papa. La parabola del buon samaritano diviene, nelle parole di Francesco la parabola del buon comunicatore.
Il Papa, sottolineando quanto sia importante
“l’attenzione e la presenza della Chiesa nel mondo
della comunicazione”, si chiede se siamo capaci in
particolare di comunicare il volto della Chiesa che
”esce per strada”, dove “la gente vive”; strade “affollate di umanità, spesso ferita” e seguire così l’esempio del buon samaritano, “che fascia le ferite
dell’uomo percosso versandovi olio e vino”.
Il giovane Paolo, e tutti noi che magari utilizziamo le nuove tecnologie
con assiduità, forse,
non abbiamo ancora
scoperto o sperimentato
un particolare potere della comunicazione, quello che il Papa
chiama potere “come prossimità”.
E’ possibile, anzi necessario, che
la connessione offertami dai media diventi una grande opportunità di incontro:
“La rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane”.
“Chi comunica - allora - si fa prossimo”. Perché,
aggiungiamo, le vie digitali si possono percorrere
cercando volti più che sembianze; accogliendo
storie più che situazioni virtuali.
Una Chiesa che sa mettersi
in cammino con tutti
Connettersi con la realtà quindi non è solo per
i credenti un’opportunità, ma anche un dovere. E
il Papa ne sottolinea un altro aspetto quando ricorda che se è vero che le strade digitali “sono affollate di umanità” la Chiesa, che non ha paura di
essere “accidentata” – tutto il contrario di quella
“ammalata di autoreferenzialità” – deve aprire le
sue porte senza paura “perché la gente entri, in
qualunque condizione di vita si trovi”. “Siamo
chiamati - ricorda il Papa - a testimoniare una
Chiesa che sia casa di tutti”.
Come i discepoli di Emmaus bisogna dialogare
“con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze, e offrire loro il
Vangelo, cioè Gesù Cristo”. Per farlo, “senza trucchi o effetti speciali”, la via maestra della comunicazione passa dal seguire l’esempio del buon samaritano, che offre “olio profumato per il dolore e
vino buono per l’allegria”. Per fare tutto questo – e
papa Francesco sembra rivolgere un appello – abbiamo bisogno di “energie fresche e un’immaginazione nuova per trasmettere agli altri la bellezza di
Dio”.
MeSSAGGIO del SAntO pAdRe FRAnCeSCO peR
lA XlVIII GIORnAtA MOndIAle delle COMunICAzIOnI SOCIAlI
Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro
Cari fratelli e sorelle, oggi viviamo in un mondo che sta
diventando sempre più “piccolo” e dove, quindi, sembrerebbe essere facile farsi prossimi gli uni agli altri. Gli sviluppi dei trasporti e delle tecnologie di comunicazione ci stanno avvicinando, connettendoci sempre di più, e la globalizzazione ci fa interdipendenti. Tuttavia all’interno dell’umanità permangono divisioni, a volte molto marcate. A livello
globale vediamo la scandalosa distanza tra il lusso dei più
ricchi e la miseria dei più poveri. Spesso basta andare in giro per le strade di una città per vedere il contrasto tra la
gente che vive sui marciapiedi e le luci sfavillanti dei negozi. Ci siamo talmente abituati a tutto ciò che non ci colpisce
più. Il mondo soffre di molteplici forme di esclusione,
emarginazione e povertà; come pure di conflitti in cui si
mescolano cause economiche, politiche, ideologiche e,
purtroppo, anche religiose. In questo mondo, i media possono aiutare a farci sentire più prossimi gli uni agli altri; a
farci percepire un rinnovato senso di unità della famiglia
umana che spinge alla solidarietà e all’impegno serio per
una vita più dignitosa. Comunicare bene ci aiuta ad essere
più vicini e a conoscerci meglio tra di noi, ad essere più uniti. I muri che ci dividono possono essere superati solamente se siamo pronti ad ascoltarci e ad imparare gli uni dagli
altri. Abbiamo bisogno di comporre le differenze attraverso forme di dialogo che ci permettano di crescere nella
comprensione e nel rispetto. La cultura dell’incontro richiede che siamo disposti non soltanto a dare, ma anche a
ricevere dagli altri.
I media possono aiutarci in questo, particolarmente oggi, quando le reti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi. In particolare internet può offrire
maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e
questa è una cosa buona, è un dono di Dio. Esistono però
aspetti problematici: la velocità dell’informazione supera
la nostra capacità di riflessione e giudizio e non permette
un’espressione di sé misurata e corretta. La varietà delle
opinioni espresse può essere percepita come ricchezza, ma
è anche possibile chiudersi in una sfera di informazioni che
corrispondono solo alle nostre attese e alle nostre idee, o
anche a determinati interessi politici ed economici. (...)
Questi limiti sono reali, tuttavia non giustificano un rifiuto
dei media sociali; piuttosto ci ricordano che la comunicazione è, in definitiva, una conquista più umana che tecnologica. Dunque, che cosa ci aiuta nell’ambiente digitale a
crescere in umanità e nella comprensione reciproca? Ad
esempio, dobbiamo recuperare un certo senso di lentezza
e di calma. Questo richiede tempo e capacità di fare silenzio per ascoltare. Abbiamo anche bisogno di essere pazienti se vogliamo capire chi è diverso da noi: la persona
esprime pienamente se stessa non quando è semplicemente tollerata, ma quando sa di essere davvero accolta.
Se siamo veramente desiderosi di ascoltare gli altri, allora
impareremo a guardare il mondo con occhi diversi e ad apprezzare l’esperienza umana come si manifesta nelle varie
culture e tradizioni. Ma sapremo anche meglio apprezzare
i grandi valori ispirati dal Cristianesimo, ad esempio la visione dell’uomo come persona, il matrimonio e la famiglia,
la distinzione tra sfera religiosa e sfera politica, i principi di
solidarietà e sussidiarietà, e altri.
Come allora la comunicazione può essere a servizio di
un’autentica cultura dell’incontro? E per noi discepoli del
Signore, che cosa significa incontrare una persona secondo
il Vangelo? Come è possibile, nonostante tutti i nostri limiti e peccati, essere veramente vicini gli uni agli altri? Queste domande si riassumono in quella che un giorno uno
scriba, cioè un comunicatore, rivolse a Gesù: «E chi è mio
prossimo?» (Lc 10,29). Questa domanda ci aiuta a capire la
comunicazione in termini di prossimità. Potremmo tradurla così: come si manifesta la “prossimità” nell’uso dei mezzi di comunicazione e nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Trovo una risposta nella parabola del buon
samaritano, che è anche una parabola del comunicatore.
Chi comunica, infatti, si fa prossimo. E il buon samaritano
non solo si fa prossimo, ma si fa carico di quell’uomo che
vede mezzo morto sul ciglio della strada. Gesù inverte la
prospettiva: non si tratta di riconoscere l’altro come un
mio simile, ma della mia capacità di farmi simile all’altro.
Comunicare significa quindi prendere consapevolezza di
essere umani, figli di Dio. Mi piace definire questo potere
della comunicazione come “prossimità”. Quando la comunicazione ha il prevalente scopo di indurre al consumo o alla manipolazione delle persone, ci troviamo di fronte a
un’aggressione violenta come quella subita dall’uomo percosso dai briganti e abbandonato lungo la strada, come
leggiamo nella parabola. In lui il levita e il sacerdote non
vedono un loro prossimo, ma un estraneo da cui era meglio tenersi a distanza. A quel tempo, ciò che li condizionava erano le regole della purità rituale. Oggi, noi corriamo il
rischio che alcuni media ci condizionino al punto da farci
ignorare il nostro prossimo reale. Non basta passare lungo
le “strade” digitali, cioè semplicemente essere connessi:
occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro
vero. (...) Abbiamo bisogno di tenerezza. Non sono le strategie comunicative a garantire la bellezza, la bontà e la verità della comunicazione. Anche il mondo dei media non
può essere alieno dalla cura per l’umanità, ed è chiamato
ad esprimere tenerezza.
La rete digitale può essere un luogo ricco di umanità,
non una rete di fili ma di persone umane. La neutralità dei
media è solo apparente: solo chi comunica mettendo in
gioco se stesso può rappresentare un punto di riferimento.
(...) Le strade sono quelle del mondo dove la gente vive,
dove è raggiungibile effettivamente e affettivamente. Tra
queste strade ci sono anche quelle digitali, affollate di
umanità, spesso ferita: uomini e donne che cercano una
salvezza o una speranza.
Anche grazie alla rete il messaggio cristiano può viaggiare «fino ai confini della terra» (At 1,8). (...) Siamo chiamati a testimoniare una Chiesa che sia casa di tutti. Siamo
capaci di comunicare il volto di una Chiesa così? La comunicazione concorre a dare forma alla vocazione missionaria
di tutta la Chiesa, e le reti sociali sono oggi uno dei luoghi
in cui vivere questa vocazione a riscoprire la bellezza della
fede, la bellezza dell’incontro con Cristo. Anche nel contesto della comunicazione serve una Chiesa che riesca a portare calore, ad accendere il cuore. (...) Occorre sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per
comprenderne le attese, i dubbi, le speranze, e offrire loro
il Vangelo, cioè Gesù Cristo, Dio fatto uomo, morto e risorto per liberarci dal peccato e dalla morte. La sfida richiede
profondità, attenzione alla vita, sensibilità spirituale. Dialogare significa essere convinti che l’altro abbia qualcosa di
buono da dire, fare spazio al suo punto di vista, alle sue
proposte. Dialogare non significa rinunciare alle proprie
idee e tradizioni, ma alla pretesa che siano uniche ed assolute. (...) Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale. È importante l’attenzione e la presenza della
Chiesa nel mondo della comunicazione, per dialogare con
l’uomo d’oggi e portarlo all’incontro con Cristo: una Chiesa
che accompagna il cammino sa mettersi in cammino con
tutti. In questo contesto la rivoluzione dei mezzi di comunicazione e dell’informazione è una grande e appassionante sfida, che richiede energie fresche e un’immaginazione
nuova per trasmettere agli altri la bellezza di Dio.
Le Figlie di San Giuseppe 3/2014
17
ARte e Fede
I luOGhI dellA Fede
la parrocchia
di San bernardino a Mogoro
Myriam deidda
a Chiesa Parrocchiale di Mogoro (OR)
è intitolata a San Bernardino da Siena, un
religioso appartenente all’Ordine dei Frati Minori, vissuto a cavallo tra il XIV e il XV
secolo, e proclamato santo nel 1450 da Papa Niccolò V.
L’opera di San Bernardino si caratterizzò per aver
portato un forte rinnovamento nella Chiesa cattolica e
in tutto il movimento francescano.
Della data di edificazione della chiesa mogorese non si hanno notizie certe, di sicuro era già costruita nel 1524 come indicato nella Visita Pastorale dell’allora Vescovo Mons. Andrea Sanna.
L’edificio, di stile tardoromanico, ha subito numerose modifiche nei secoli, che gli hanno conferito l’aspetto attuale (fig.1) con impianto absidato a
navata unica e copertura a volte a botte su sottarchi. Sulla navata si affacciano otto cappelle, quattro per parte, intitolate rispettivamente a San Giuseppe, al Sacro Cuore, all’Immacolata, alla Madonna del Carmine, quelle a destra, e a San Pietro,
a Sant’Antonio, a San Sebastiano, alla Madonna
del Rosario, quelle a sinistra, ciascuna delle quali
ospitante un altare marmoreo o ligneo. Le prime e
L
1
le ultime due cappelle riprendono la copertura a
volta a botte della navata, mentre le quattro centrali hanno copertura a costoloni incrociati con gemma centrale (fig.2).
Nel presbiterio campeggia l’altare maggiore
(fig.3), fulcro dell’edificio, realizzato, alla fine del
XVIII secolo, in marmo bianco con elementi in
marmi policromi. La nicchia accoglie una statua lignea del santo patrono, risalente al XIX secolo;
sempre raffigurante San Bernardino è l’immagine
scolpita in bassorilievo al centro della mensa d’altare.
La chiesa presenta una ricca decorazione pittorica che fu eseguita tra il 1932 e il 1935 a opera dei
pittori Battista Scano e Francesco Puddu di Cagliari. La navata è decorata con scene della vita di San
Bernardino e con raffigurazioni di Santi all’interno
di clipei. Nella cupola si possono ammirare immagini dedicate alla Madonna del Carmelo, mentre
nelle pareti laterali del presbiterio si trovano due
quadri racchiusi da cornici a stucco dorato raffiguranti il Miracolo Eucaristico del 1604 e la Processione Eucaristica che si tiene ogni anno in ricordo
del miracolo. Queste due opere si riferiscono a un
avvenimento accaduto in occasione della Pasqua
del 1604: mentre il parroco, don Salvatore Spiga,
distribuiva davanti all’altare l’Eucarestia, due fedeli, noti per i loro costumi dissoluti, lasciarono cadere sul pavimento le particole come se avessero
scottato loro la lingua. Il sacerdote, dopo aver raccolto le ostie, si mise a ripulire la pietra, secondo
quanto indicato dalla Chiesa nei casi in cui l’ostia
consacrata cada a terra, ma si accorse che le due
particole avevano lasciato sul pavimento un’impronta indelebile, visibile ancora oggi sulla pietra
conservata e venerata nell’altare. In ricordo del mi2
3
racolo del 1604 ogni anno, nel giorno di Pasqua, si
svolge una solenne processione eucaristica.
Esternamente la facciata (fig.4) si presenta animata da quattro paraste scanalate che sorreggono
una serie di cornici e racchiudono il portale maggiore, sormontato da timpano curvilineo spezzato,
sovrastato da un oculo circolare che taglia le cornici sorrette dalle paraste. Il prospetto ha terminale a
“lucerna di carabiniere”, con cornice aggettante
che è ripresa nel paramento murario adiacente l’edificio, sul quale si apre una grande trifora. A sinistra della facciata è addossato il campanile a canna
quadrata, alto 30 metri, diviso in tre ordini da cornici sporgenti.
4
5
Nel mese di maggio la comunità mogorese celebra i riti in onore del Santo Patrono Bernardino
da Siena, che la Chiesa ricorda il 20 maggio. È in
questa occasione che la statua lignea del santo
(fig.5), collocata in una nicchia dietro l’altare maggiore, viene esposta al centro della chiesa per essere venerata dai fedeli, per sei mesi, sino alla festa
di Ognissanti, quando con il rito de “S’Inserru”, essa è riposta per altri sei mesi nella sua nicchia, sino al 10 maggio successivo, inizio della Novena in
onore di San Bernardino.
Si rimanda alla pubblicazione “La Comunità
Parrocchiale”, a cura di Franco Broccia. Mogoro,
marzo 2012.
Glossario
Clipei: sono così definite le immagini inscritte in un cerchio.
Parasta: è un elemento architettonico strutturale verticale inglobato in una parete, dalla quale sporge solo leggermente.
Terminale a “lucerna di carabiniere”:
che richiama nella forma il copricapo da carabiniere.
Timpano: parte triangolare, liscia o, più spesso, decorata a rilievo, compresa fra la trabeazione orizzontale e le cornici oblique
del frontone.
Trifora: è una finestra costituita da tre aperture divise verticalmente da una colonnina
o da un pilastrino su cui poggiano tre archi,
a tutto sesto o acuti.
Le Figlie di San Giuseppe 3/2014
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AttuAlItà e FORMAzIOne
Intraprendere il viaggio
nella via della bellezza
Marco Cardinali
n uno dei passaggi dell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium Papa Francesco afferma: “È bene che ogni catechesi presti una
speciale attenzione alla via della bellezza”. In
questo numero della rivista vogliamo affrontare
proprio questo tema ritenendolo troppo spesso
tralasciato a scapito di ciò che, al contrario, è brutto, triste e senza colore. “Annunciare Cristo – scrive il Santo Padre – significa mostrare che credere
in Lui e seguirlo non è solamente una cosa vera e
giusta, ma anche bella”. La bellezza, dunque, diventa una via privilegiata per vivere appieno il cristianesimo e per parlare di Dio al mondo contemporaneo, anche a chi credente non è.
In una cultura come la nostra, dominata dall’immagine, potremmo pensare di essere tutti
esperti di bellezza, ma al contrario siamo solo
fruitori, troppo spesso inconsapevoli e impreparati, di una certa immagine di bellezza che corrisponde a quella delle pubblicità, tendente a massificare i gusti e che ha una finalità ben precisa:
creare necessità lì dove non ce ne sono allo scopo
di far acquistare. Il tema è importante,
basti pensare, infatti, che nella
tradizione cattolica, l’immagine ha sempre avuto
un ruolo centrale ai
fini educativi, per la
formazione, per la
preghiera, nella
liturgia, come
modello morale
per l’uomo. Eppure, al di là dell’immagine, oggi
sembra difficile
definire il concetto
di bellezza e se ne
parla e la si usa in modo improprio, equivoco e
confuso. La prima cosa da
comprendere per sgombrare il
campo da ogni equivoco, è che bellezza, nella
tradizione cristiana, sia nella spiritualità “orientale”, sia in quella “occidentale”, è legata alla sfera
spirituale, alla santità, non alla ricchezza fine a se
stessa.
I
Non è, dunque, un bene materiale, non può essere rappresentata esclusivamente con qualcosa
che abbia a che fare con il lusso, i soldi o il potere.
La bellezza è attributo di Dio e citando il teologo
Hans Urs von Balthasar possiamo dire che è “la
gloria di Dio”. Noi dobbiamo recuperare proprio
questo, altrimenti parlare di bellezza potrebbe
portarci a considerazioni vacue, inutili, superficiali e dare ragione a falsi moralisti. Poiché in quel
caso intenderemmo la bellezza secondo una visione “dandistica”, quindi estetizzante, estetistica,
delle cose, del mondo, dell’uomo, della vita, fraintendendone il vero significato e riducendola ad un
elemento di tipo materiale. La bellezza, in realtà,
ha proprio in sé la gloria di Dio, che per noi è un
volto, il volto stesso di Cristo.
E quel volto è talmente
La bellezza, in realtà,
bello, è talmente splenha proprio in sé la
dente che ha
per così dire,
gloria di Dio, che per
ri-
noi è un volto, il volto stesso di Cristo.
empito di sé tutta
l’attività artistica.
Quindi, la bellezza alla quale
ha teso la cultura carolingia,
gotica, romanica, rinascimentale, barocca e via via
fino ai nostri giorni,
lì noi scorgiamo la rappresentazione della bellezza. L’esperienza di fede che
dovrebbe vivere il credente, quando entra in una chiesa, ad esempio, è quella di
entrare in un locus mirabilis, nel paradiso, nella dimora di Dio, in cui tutto parla di lui, dalla struttura alle suppellettili, dai dipinti alla liturgia. A questo punto sorge spontanea una domanda che la-
scio senza una risposta: “Quante delle nostre chiese contemporanee riescono in quest’intento?”.
Quando noi abbiamo a che fare, per esempio, con
un portale gotico, abbiamo tutta una serie di archi
concentrici che rappresentano
ognuno dei cieli; vengono messi in
prospettiva simbolica tutti i sei cieli
che ci separano dal settimo cielo – il
luogo dove abita Dio; si apre una
porta e noi entriamo nel settimo
cielo. Quello è il luogo della bellezza: per questo che è splendente d’oro, è ricca di immagini, di canto, di
profumi, di luce, di silenzio!
Vorrei concludere con quest’ultima riflessione: la bellezza non basta
a se stessa. La via della bellezza, infatti, è la via dell’ineffabile; sorprende, perché sembra inarrivabile e nello stesso tempo lascia sgomenti per
la sua concretezza. Circonda ciascuno di noi, eppure necessita di occhi
nuovi per poterla scorgere in tutta la
sua potenza...bisogna in qualche
modo aprirle la strada. Affonda le
radici nel luogo più intimo di noi
stessi, lì dove lo Spirito Santo sussurra con gemiti inesprimibili. Da
questo luogo nascosto s’irradia e dona nuova luce a noi stessi e all’intero
creato, eco inconfondibile del suo e
nostro Creatore e della sua bellezza incomparabile e terribile di fronte alla quale persino Mosè dovette velarsi lo sguardo. La bellezza non è semplicemente data, seppur gratuitamente offerta. Perché se è vero che siamo circondati dalla bellezza
potremmo anche non essere mai in grado di scoprirla. Essa va, infatti, ri-conosciuta, ri-conquistata e accolta in una specie di processo circolare: è
suscitata in noi da una sorta di stupore, per poi
tornare di nuovo in noi stessi trasfigurata da una
luce nuova e vivificante.
In questa sorta di conversione, in cui il cuore si
dilata per aprirsi oltre i sensi, ci riscopriamo più
piccoli e nello stesso tempo immensamente più
grandi, perché parte di un’Eternità senza fine dalla cui Bellezza tutto sgorga e tutto chiama all’unità. Solo allora possiamo scoprire la vera bellezza,
anche lì dove sembra non ne alberghi alcuna: nello sguardo magari spento di chi ci è accanto; o nel
nostro in un momento in cui tutto sembra senza
speranza. Nel povero e nel ricco, nell’alba e nel
tramonto, nella vita e nella morte, al di là di ogni
nostro limite e peccato. Bisogna essere degni della bellezza il che non vuol dire essere perfetti, ma
capaci di lasciarsi sorprendere e attrarre, da quel
Silenzio affascinante che più di ogni altro è capace di pronunciare ogni vera parola, perché trova la
s ua essenza nel Verbo stesso di Dio, Gesù Cristo,
Somma Bellezza.
Madonna della Seggiola Raffaello Sanzio, (1513-1514 circa)
conservato nella Galleria Palatina
di Palazzo Pitti a Firenze.
Bisogna essere degni della
bellezza il che non vuol dire
essere perfetti, ma capaci di
lasciarsi sorprendere e attrarre,
da quel Silenzio affascinante
che più di ogni altro è capace di
pronunciare ogni vera parola,
perché trova la sua essenza nel
Verbo stesso di Dio, Gesù
Cristo, Somma Bellezza.
Le Figlie di San Giuseppe 3/2014
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VItA dell’IStItutO
le comunità raccontano
I TA L I A
Maria nella
Pentecoste di P.P. Rubens,
2004.
Vieni Spirito Santo manda a noi
dal cielo un raggio della tua luce
Vieni, padre dei poveri, vieni datore dei doni,
vieni, luce dei cuori.
Consolatore perfetto; ospite dolce dell’anima,
dolcissimo sollievo.
Nella fatica, riposo, nella calura riparo,
nel pianto conforto.
O luce beatissima, invadi nell’intimo
il cuore dei tuoi fedeli.
Senza la tua forza, nulla è nell’uomo,
nulla senza colpa.
Lava ciò che è sordido bagna ciò che è arido,
sana ciò che sanguina.
Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido,
drizza ciò che è sviato.
Dona ai tuoi fedeli che solo in te confidano
i tuoi santi doni.
Dona virtù e premio, dona morte santa,
dona gioia eterna.
a solennità dell’Ascensione del Signore ci
apre alla speranza dei tempi nuovi inaugurati dalla presenza del Signore che rimane con noi sempre come la sua Parola
ci permette, in modalità nuova rispetto a quella
vissuta dai discepoli fino alla Risurrezione, ma
sempre una presenza che ci assicura la comunione con Dio e in lui con ogni uomo divenuto fratello in Gesù Cristo. L’Ascensione ci rivolge l’invito a guardare in alto, ad orientare il nostro sguardo verso il cielo che, aperto per noi, con Gesù siamo chiamate ad attraversarlo per vivere con Lui la
pienezza della Risurrezione. “Nel tuo Figlio asceso
al cielo, la nostra umanità è innalzata accanto a
te… e noi viviamo nella speranza”, così ci fa pregare la Chiesa. E’ il tempo dello Spirito, il tempo della Chiesa, il tempo della missione. La nostra fede
ci aiuta a leggere ogni esperienza esistenziale alla
luce del compimento della gioia della Pasqua che
riveste di vita nuova nello Spirito ogni tratto di debolezza, di peccato, di povertà, propria della nostra umanità ferita. E questo lo crediamo possibile per ogni uomo e donna che attende liberazione
e pace, desidera vita e speranza, senso e fiducia
nella difficile parabola della vita. Nel mistero della Risurrezione e Ascensione del Signore mentre
Gesù si allontana dallo spazio e dal tempo del suo
vivere insieme con i suoi discepoli, Egli si avvicina a loro in modo nuovo nella comunione dello
Spirito, entrando in una relazione più intima e
forte, al di là dell’amicizia
e della comunione di vita
per entrare e dimorare in
Dio realmente, rendendo
possibile l’inabitazione
della Trinità, dimora e
possesso di Dio.
L’Ascensione apre il
tempo dell’attesa dello
Spirito, non solo quella
cronologica vissuta dai
discepoli su comando del
Signore, quando si radunano nel Cenacolo, con
Maria la Madre di Gesù,
ma si rinnova nel tempo
anche per noi per vivere
la presenza nella relazione spirituale oltre il tempo e lo spazio che l’amore
rende vero e concreto
nella vita eucaristica e la
partecipazione ai misteri
della salvezza. La settimana tra l’Ascensione e la
Pentecoste è da viversi
L
come la Liturgia ci orienta nella preghiera assidua
che prepara all’accoglienza dello Spirito. E’ la solennità che celebra l’amore del Signore nella sua
infinita grandezza e nell’universalità cosmica del
cielo e della terra. Come scrive un grande teologo:
“Lo Spirito santo guida il moto d’amore tra cielo e
terra, ed Egli dà così compimento al rapporto, annodato in Cristo, con la Sposa-Sion-Maria-Ecclesia.
Il Cristiano vive nel centro di questo evento, che
vuole farsi realtà anche in lui e per lui, attraverso la
sua dedizione amorosa all’amore. La sua esistenza
dev’essere sempre traduzione creativa, futuro di Dio
perennemente nuovo nello Spirito” (H. Urs Von
Balthasar).
Lo Spirito Santo rianima la nostra speranza.
Le parole del Signore: “non vi lascerò orfani”, ripetute con infinita dolcezza, fanno nascere in noi
una fiducia interiore che, al di là dei nostri smarrimenti, delle solitudini e delle desolazioni in cui
talvolta ci troviamo privi di comprensione e di appoggio, ci fa sentire l’amore del Signore che accoglie tutta la sofferenza umana, la fa sua e la dissipa con la luce della vita nuova nello Spirito. Con
tutto il nostro mondo interiore Egli ci accoglie e ci
fa vivere nella dimensione dell’eterno. La realtà
dell’eternità non è solo una dimensione che sorge
al venir meno del tempo ma è già qui nel vivere in
modo nuovo e con attenzione la presenza di Cristo in noi che ci fa entrare con lui nell’intimità col
Le Figlie di San Giuseppe 3/2014
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VItA dell’IStItutO
I TA L I A
Padre. “In quel giorno conoscerete che io sono nel
Padre e voi siete in me e io in voi”. Quel giorno è
oggi, adesso, è il momento in cui lo Spirito che
abita in noi, ci fa entrare nella circolazione d’amore tra Gesù e il Padre.
Lo Spirito Santo artefice di comunione. Questa azione è compiuta nell’intimo del cuore umano
fino a prima incapace di amare con cuore nuovo, e
che rende capaci di comunicazione nella narrazione delle grandi opere di Dio così che tutti possono
comprenderle. La comunione si realizza nella diversità delle lingue che si accompagna alla diversità dei carismi e delle manifestazioni. La Pentecoste
si contrappone all’umana costruzione dell’antica
babele che aveva comportato la confusione delle
lingue e la dispersione dei popoli. Il dono dello
Spirito rende possibile nei credenti la capacità di
aprirsi alla comprensione delle culture e all’accoglienza della diversità che si realizza nell’unità dell’amore che Dio ha donato in Cristo Gesù. Il discepolo del Signore col dono dello Spirito assume le
capacità spirituale di entrare in relazione e in comunicazione con tutti gli uomini accogliendoli come fratelli. Rende possibile l’apertura positiva verso l’altro, aperti all’accoglienza della diversità, nel-
l’incontro e nella comunione superando la tendenza egoistica che porta alla chiusura.
Lo Spirito Santo anima della nostra preghiera. Egli si manifesta soprattutto come il dono che
viene in aiuto alla nostra debolezza. “Noi nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare,
ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi,
con gemiti inesprimibili”. La preghiera per opera
dello Spirito diventa espressione sempre più matura dell’uomo nuovo, che per mezzo di essa partecipa alla vita divina. Con la grazia dei sacramenti, come già nel soffio di vita che riceviamo al
momento della nascita, lo Spirito aleggia sulla nostra esistenza e anima la nostra vita di credenti. E’
una presenza interiore nel nostro cuore, viva ed
efficace che completa l’opera della salvezza in noi,
dà forza e rianima la speranza. Sentiamo la sua
presenza, come ospite dolce dell’anima, è conforto
nella nostra attesa, è pegno della speranza nella
futura realizzazione dei suoi doni, è luce alle nostre menti e dà splendore alle nostre anime. Vivere nella presenza e con la presenza dello Spirito è
rendere possibile il compiersi della promessa del
Signore Gesù: io sarò con voi sempre.
Madre Maria Daniela
J.M.J.
Suor Doloretta Massidda
nata a Mamoiada il 16 dicembre 1923
Morta a Cuglieri il 11 maggio 2014
S
uor Doloretta Massidda nata a Mamoiada nel 1923
entrò nella nostra Famiglia
religiosa nel 1949 e fece la sua prima professione nel 1951. La sua
vita fu subito segnata dall’esperienza del dolore che vissuto alla
luce del mistero di Cristo è sempre
annuncio di luce e di risurrezione.
Così mi scriveva qualche anno
fa: “Sono rimasta orfana di entrambi i genitori fin dalla più tenera età.
Ho vissuto nella famiglia materna
fino all’ingresso in comunità. Anche i nonni e gli zii mi hanno lasciato presto, ma il Signore si è
preso cura di me, chiamandomi alla sua sequela. Tutti i giorni lo ringrazio di vero cuore”. Sentiva forte
l’attaccamento all’Istituto come l’unica e vera famiglia che l’amore
del Signore le aveva provveduto e
per questo ringraziava continuamente.
La sua vita consacrata è stata
all’insegna della semplicità, della
laboriosità e della disponibilità nell’umiltà e nell’obbedienza. Fu in diverse case dell’Istituto in Sardegna
come in Penisola nel servizio della
cucina, della guardaroba, nei se-
minari, negli Istituti e anche nelle
scuole materne. Amava partecipare alla vita parrocchiale, visitare gli
ammalati e consolare le persone
sole e bisognose di compagnia.
Forse per l’esperienza personale
vissuta era vicina a quanti vivevano nel dolore per la perdita di persone care ed esercitava il ministero della consolazione con spirito
veramente fraterno e solidale.
Mentre l’affidiamo alla misericordia
del Signore, Pastore buono che ha
preso sulle sue spalle con amore
Suor Doloretta per condurla ai pascoli ubertosi della vita senza tramonto, lo ringraziamo per il dono
della nostra sorella all’Istituto e offriamo suffragi per la sua anima.
Suor Maria Gabriella Manai
I
nata a Ruinas l’8 dicembre 1922
Morta a Genoni il 6 giugno 2014
l Signore ha visitato ancora
una volta la nostra Famiglia religiosa e in particolare questa
comunità di Casa Madre chiamando a sé a celebrare la pienezza
della Pasqua che si compie nella
Pentecoste, la nostra sorella Suor
Maria Gabriella Manai. La nostra
sorella, figlia di San Giuseppe per
settant’anni lasciò la casa paterna
a vent’anni, nel 1942 e fece la prima professione nel 1944.
Attiva collaboratrice in seno alla parrocchia nel suo paese natale
Ruinas, si impegno con ferma volontà e desiderio di donarsi al Signore e, attraverso il suo servizio,
spendere le sue capacità e doti dove l’obbedienza la chiamava e la
destinava. In particolare, dopo
avere conseguito il diploma per
l’insegnamento, profuse il suo
amore e la sua dedizione con i
bambini in numerose scuole della
Sardegna e anche negli Istituti assistenziali dove fu per molti anni
anche responsabile.
Di carattere forte e volitiva era particolarmente attenta e gentile verso tutti,
e quando aveva la consapevolezza di aver recato dispiacere a qualcuna non mancava di chiedere subito scusa e perdono. La sofferenza della sua ultima malattia certamente ha purificato il suo cuore
preparandola all’incontro col Signore Gesù e con la Vergine santissima di cui era devotissima e ne
portava anche il nome proprio del
Battesimo, essendo nata il giorno
dell’Immacolata. Ringraziamo il Signore per il dono della nostra consorella e mentre preghiamo per lei
imploriamo la sua intercessione
per noi presso il Signore.
Un grazie particolare alle consorelle di Casa Madre che l’hanno
assistita in questi ultimi anni. Il Ve-
nerabile Fondatore anche oggi ci ripeterebbe: “Ho pregato per le inferme e non cesserò di pregare per le
defunte. E mi consola la speranza
che nella Famiglia di san Giuseppe
abbiano avuto dal Signore mezzi
per vivere più santamente, morire
con più cordiale assistenza, e ricevere poi più numerosi ed affettuosi
suffragi. Ed esse si ricorderanno di
noi davanti al trono di Dio per riunirci un giorno tutti insieme”
Madre Maria Daniela
Le Figlie di San Giuseppe 3/2014
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VItA dell’IStItutO
Il nuovo Santo Giovanni XXIII venne accolto
nel seminario romano da un sacerdote arborense:
Mons. G. littarru
l 25 novembre 1981 al seminario romano del
Laterano, fu una giornata indimenticabile,
“festa di famiglia”, come ebbe a dire tra gli altri il compagno di canonizzazione papa Giovanni
Paolo II. Quella giornata, infatti, iniziò di buon
mattino con la celebrazione Eucaristica presieduta dal Papa alle grotte Vaticane nei pressi della
tomba di Roncalli con la partecipazione di presuli ed amici del seminario. Tra gli altri spiccò la figura di mons. Loris Capovilla, già segretario personale, venuto appositamente da Sotto il Monte.
Subito dopo la Santa Messa, sostando davanti alla
tomba di papa Roncalli, mons. Capovilla, volle ricordare con brevi parole alcuni avvenimenti della
vita di papa Giovanni, tra cui la nascita, il suo ingresso in seminario, la sua ordinazione sacerdotale a Roma senza alcuno dei suoi parenti, e soprattutto la devozione alla Madonna della Fiducia.
Dopo il canto dell’inno mariano, giungemmo tutti nella cappella Clementina, dove don Angelo
Roncalli il 10 agosto 1904 celebrò la sua prima
santa Messa votiva dei SS.mi Pietro e Paolo.
Al pomeriggio nel presbiterio della cappella
maggiore del seminario dominava la scena il quadro del festeggiato e tenne una commemorazione
il cardinale Paolo Bertoli; inoltre, con il suo primo
famoso “Magnificat” a 4 voci miste ed orchestra,
debuttava il M° Marco Frisina allora agli inizi della sua carriera di sacro compositore. All’armonioso canto e suono dell’orchestra, si intercalarono
I TA L I A
I
scritti e ricordi di papa Giovanni: fu in questa circostanza del centenario che sfogliando un numero del “Sursum corda” (n° 1-2 1973, pp.12-14) periodico del seminario, venni a scoprire un articolo a firma di mons. Capovilla, che mi è sempre rimasto impresso perché vi collaborò con la sua testimonianza mons. Giuseppe Littarru di Desulo
deceduto ad Oristano il 17 gennaio 1972 all’età di
94 anni.
Ad un certo punto si legge nel servizio: alle
6,40 del 4 gennaio 1901 scesero a Termini, provenienti da Bergamo: Angelo Giuseppe Roncalli,
Achille Ballini e Guglielmo Carozzi, inviati dal loro vescovo mons. Guindani, per usufruire a Roma
di una borsa di studio detta “fondazione Cerasola”
ancora oggi in vigore, lascito in favore di studenti
bisognosi di un antico prelato morto nel 1640, il
titolo contestato a favore di laici era stato appena
restituito dal Tribunale al seminario di Bergamo. I
tre amici avevano viaggiato tutta la notte ma non
erano stanchi al punto di rinunciare, prima dell’ingresso in seminario, ad una rapida corsa nel
centro storico dell’Urbe.
Da non dimenticare che anche in occasione
del Giubileo del 1900 Roncalli era già stato a Roma per la prima volta. Il rettore del seminario
che allora aveva sede nel palazzo dell’Apollinare
(piazza s. Apollinare) il severo mons. Vincenzo
Bugarini aveva incaricato il neo sacerdote Giuseppe Littarru della diocesi di Oristano ad acco-
La prima camerata
a cui appartenne
il Ch. Roncalli
(l’ultimo a destra,
in piedi) nell’anno
scolastico 1901
appena entrato
nel Seminario Romano.
Ricordo della
seconda visita
del Papa
al Seminario Romano
in occasione
della festa
della “Madonna
della Fiducia”
(7 febbraio 1959)
gliere e prelevare i tre bergamaschi nella prima
peregrinazione di cui siamo informati non tanto
da Roncalli, quanto dall’agendina sgualcita dell’amico Carozzi.
Ecco il fatto centrale di questo articolo che stabilisce la prima intesa di una lunga amicizia tra
Roncalli e mons. Littarru per proteggere la compagnia dei “nuovi arrivati”. Dice l’arida nota di
cronaca del canonico arborense di Desulo mons.
Littarru: “Nell’attraversare piazza del Pantheon,
potei osservare un primo tratto di squisita bontà,
delicatezza di coscienza e rettitudine d’animo del
chierico Roncalli, il più giovane dei tre, per contegno da lui dimostrato nei riguardi dei compagni.
Gli altri due avvistato un gabellotto (bancarella) vi
entrarono di filato e senz’ombra di scrupolo si
provvidero dell’occorrente per fumare, cosa allora
severamente proibita ai chierici. Roncalli non si
mosse, stette a vedere visibilmente mortificato per
il comportamento dei due ed esprimendo il disgusto che ne aveva provato.
La sera, però, ad evitare che il Littarru riferisse
l’increscioso episodio, suggerì timidamente all’assistente: la vita di seminario comincia stasera.
Non parli col rettore dell’accaduto odierno. Sono
buoni giovani, un po’ più vivaci di me, ma niente
altro”. Roncalli contava 19 anni e due mesi. Divenuto papa visitò il seminario romano il 27 novembre 1958 a neppure un mese dall’elezione e la
villa estiva di Roccantica per un celebre discorso
sul sacerdozio il 12 settembre 1960. Con il nostro
canonico Giuseppe Littarru coltivò una profonda
amicizia che culminò con una famosa udienza del
18 maggio 1960, la cui foto venne pubblicata su
“Vita Nostra” in occasione del settantesimo di sacerdozio del can. Littarru (22 settembre 1900)
udienza a cui parteciparono anche il nostro caro
Mons. Cosssu e la signorina Ernestina sempre legatissima nipote del can. Littarru.
Da ultimo con il permesso speciale della S. Sede, mons. Littarru fu privilegiato con la presenza
della SS.ma Eucarestia nella sua casa di via Carmine. Ed anche quel tanto severo rettore mons.
Vincenzo Bugarini, educatore a Roma di una immensa schiera di prelati, al quale il giovane Roncalli e il neo sacerdote Littarru d’accordo decisero
di nascondere “un particolare pericoloso” del
giorno stesso d’ingresso al seminario dell’Apollinare. Morì tra le braccia del suo carissimo don
Angelo il 14 febbraio 1924 a santa Maria in via Lata.
Don Gerardo Pitzalis
Le Figlie di San Giuseppe 3/2014
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VItA dell’IStItutO
CAGlIARI - Scuola dell’Infanzia
Festeggiamo insieme San Giuseppe
ome ogni anno la nostra scuola
ha organizzato un momento
d’incontro con le famiglie per
onorare in solennità il nostro protettore
San Giuseppe e festeggiare la festa del papà. E quale miglior modo se non celebrare una bella messa durante la quale i piccoli alunni sono stati i protagonisti incontrastati.
Le settimane precedenti alla ricorrenza abbiamo lavorato insieme ai piccoli per
preparare i canti della funzione e riflettere sulla figura di San Giuseppe, papà devoto del suo figlio Gesù, che con amore
l’ha guidato nella sua crescita come i nostri papà fanno con noi.
La festa si è svolta nello spazioso salone della scuola, dove con gioia abbiamo
accolto i numerosi familiari intervenuti.
La celebrazione ha avuto inizio con la
presentazione, da parte di Suor Marilisa,
del fondatore dell’Istituto delle “Figlie di
San Giuseppe”, Padre Felice Prinetti, grazie al quale l’Istituto esiste e dal 1888 si
dedica all’assistenza dei bisognosi e all’educazione della gioventù.
E’ seguita la Santa Messa, celebrata da
Mons. Ottavio Utzeri e dal diacono permanente Don Ignazio Boi , che durante
l’omelia si è rivolto direttamente ai bambini che hanno partecipato con entusiasmo e giubilo.
Il sacerdote, facendo riferimento alle
parole del Santo Padre Papa Francesco,
ha poi spronato i papà presenti a prendere esempio da San Giuseppe, ad essere
custodi della crescita dei propri figli e a
camminare con loro senza mai sostituirsi
ad essi.
Tutta la celebrazione è stata accompagnata dai canti festosi e ricchi di significato intonati dai bambini.
Al termine della funzione religiosa i
bambini si sono esibiti in un bel canto e
una poesia per il papà, ai quali è seguito
un rinfresco in un clima familiare, gioviale e allegro che ha lasciato in tutti noi serenità e letizia.
Viva San Giuseppe tutti i giorni dell’anno!
I TA L I A
C
Manuela
VIllASOR
Festa di Sant’Antioco
iò che anche a Villasor
caratterizza la festa di
Sant’Antioco è la religiosità e la tradizione. Infatti come da tradizione consolidata
nel tempo, la festa si svolge
quindici giorni dopo la Pasqua.
Il santo conosciuto come il martire sulcitano, patrono dell’omonima città del Sulcis, e per bolla
papale della Sardegna è molto
invocato dai Sorresi e da quanto
riferiscono gli stessi cittadini,
dispensatore di molte grazie.
I festeggiamenti ricchi di appuntamenti civili e religiosi sono iniziati sabato 26 Aprile con
la vestizione del santo, la recita
del rosario meditato e i goccius,
nella chiesa dedicata al santo,
nel quartiere chiamato “su guventu”, in quanto la chiesa è
strettamente legata al convento
dei frati Cappuccini. Non si sa
con certezza se la chiesa di Sant’Antioco sia stata costruita contemporaneamente al convento,
oppure se, come sostengono alcune fonti, si tratti della ristrutturazione di una chiesa già dedicata al Santo costruita nei primi anni del ‘600.
C
Grazie all’impegno di un comitato prevalentemente formato da giovani, anche quest’anno
in occasione della festa, c’è stata
una forte partecipazione dei cittadini accorsi a tutti i momenti
della festa organizzati come
sempre alla perfezione grazie ad
una profonda sinergia tra la popolazione, che sempre si distingue per generosità, il comitato,
il parroco don Salvatore Collu, e
l’amministrazione comunale.
Giovedì primo maggio è iniziato il triduo solenne con la
Santa Messa, la recita del rosario meditato e i goccius. Domenica 4 maggio è stato il giorno
più importante della festa. Al
mattino, dopo la messa del primo mattino, si è svolta la concelebrazione della santa messa solenne all’aperto in piazza Nino
Brundu, presieduta dal rev.issimo Mons. Francesco Soddu, direttore della Caritas nazionale,e
animata dal coro “Schola Cantorum” di San Sperate.
La presenza di Mons. Soddu
per molti di noi è stato un nuovo regalo di Dio , perché come
lui stesso ha ricordato durante
la celebrazione, è nella nostra
comunità che si è preparato al
sacerdozio fino al 1987, e dopo
aver partecipato alla sua ordinazione sacerdotale, abbiamo
mantenuto nel tempo un legame di amicizia e di profonda stima per la sua preparazione e per
le sue grandi doti umane come
la semplicità e la sua attenzione
pastorale verso tutti, in particolare per i poveri e coloro che
soffrono nell’anima e nel corpo.
Nell’omelia, mons. Soddu ,
ha sottolineato come la liturgia
della Parola ci esorta a restare
concentrati sul mistero pasquale anche se a dire il vero ogni celebrazione ci esorta su questo
mistero, fondamento della vita
cristiana, ma lo fa con una peculiarità, con la proclamazione
della vicenda dei discepoli di
Emmaus: “Ed ecco in quel primo giorno della settimana” è il
segno del sentiero della vita per
raggiungere la meta. Ci insegna
ad orientare la vita dove vuole il
Signore. Da qualche decennio,
nella nostra società si parla del
“fine settimana” che inizia dal
venerdì e getta la domenica alla
fine, quando siamo stanchi.
Invece “il primo giorno” è il
giorno più bello, che dà sostentamento a tutta la nostra esistenza. I discepoli stavano chiudendo la loro esperienza con il
Signore e stavano ritornando da
dove avevano iniziato il cammino ed ecco che appare loro il Signore.
Anche noi possiamo affrontare dei momenti belli in cui siamo felici e momenti meno belli,
e alla sera possiamo ritrovarci
affranti per le ombre che non
siamo riusciti a diramare. Ecco
noi come cristiani siamo nati in
questo giorno, per tanto in ogni
momento dobbiamo cammina-
Le Figlie di San Giuseppe 3/2014
29
VItA dell’IStItutO
I TA L I A
La statua
di Sant’Antioco.
re con il Signore senza lasciarci
rubare la speranza.
Ma come possiamo comprendere le Scritture se non le
visitiamo? Preghiamo perché il
Signore ci faccia comprendere
non tanto il senso esegetico della Parola quanto il sentiero per
la nostra vita. Nel vangelo il Signore viene invitato a restare e
lui spezza il pane, da questo lo
riconoscono e poi scompare.
Noi potremo fare e partecipare a
tante liturgie ma non riconosceremo il Signore se non condividiamo “lo spezzare il pane”.
Antioco era educato alla fede
cristiana dalla madre: accoglie
pienamente questo messaggio.
Aveva studiato per diventare medico e lui esprime la sua professione nella carità servendo l’altro
come ci ricorda l’E.G. N.188.
Oggi la solidarietà ha perso il
suo significato se non è calata
nella comunità. In ogni parte
quando si parla in questi termini
della solidarietà creiamo fastidio,
così come Antioco dette fastidio
all’imperatore Adriano che cercava di distoglierlo dalla fede, ed
è stato tradotto nell’isola del Sulcis: allora noi, insieme ai discepoli di Emmaus, dovremmo dire, resta con noi Antioco nella
sera delle incertezze perché sia
luce e faro. Sant’Antioco proteggi
tutti e abbi uno sguardo di benevolenza per chi non ti conosce e
manifesta attenzione per le preghiere di chi per vari motivi è in
crisi , benedici i giovani e dona a
tutti noi la forza di testimoniare
la fede. Con questa preghiera si è
conclusa la breve ma significativa omelia.
Altro momento suggestivo
della celebrazione è stata la presentazione dei doni all’offertorio
accompagnati dal suono delle
launeddas . Subito dopo la celebrazione si è svolta la processio-
ne col simulacro del santo trainato da un carro di buoi, lungo
alcune vie della cittadina addobbate con rami di palme,
simbolo del martirio, e fiori vari che hanno reso il tragitto come un sentiero dentro un giardino vivente. Ad accompagnare
il santo oltre a tanti fedeli, le autorità religiose e civili, i suonatori di launeddas di Gigi Arisci e
Giacomo Lampis, la banda musicale San Biagio di Villasor, i
gruppi folk San Biagio di Villasor, il gruppo folk Pro Loco
Gonnosfanadiga e il gruppo
Folk Sant’Agata di Santadi.
Tanti i momenti che hanno
caratterizzato il programma civile dalla gara di pesca, al torneo di scacchi , tennis, calcio e
tanti spettacoli musicali , animazione per i bambini condotta
e diretta dal gruppo “Palloncino
blu” e la premiazione della strada più addobbata per la processione oltre alla premiazione da
parte del C.C.N. VILLASOR del
concorso “ Giardini Fioriti”.
In ultimo ma non per importanza, le suore Giuseppine che
operano nella nostra comunità,
hanno organizzato come ogni
anno una straordinaria pesca
miracolosa i cui proventi andranno ad aiutare le Missioni.
Concludiamo con la preghiera, recitata da tutti alla fine della celebrazione comunitaria in
onore di Sant’Antioco:
O Santissima Trinità. Padre,
Figlio e Spirito Santo, fonte di vita e di comunione, che al giovane
Antioco, cristiano fedele e coraggioso, hai dato la grazia di testimoniare con il sangue del martirio, la sua dedizione al Vangelo,
concedi anche a noi devoti e alle
nostre famiglie, di rimanere radicati e fondati nell’amore del Cristo, per vivere pienamente nel
suo mistero di vita, morte e risurrezione, e annunziare e testimoniare il suo vangelo di pace e
fraternità Amen
M.G.M.
“la giornata
dei benefattori”
nche quest’anno, il due giugno a Torregrande, come è ormai tradizione, le Figlie
di San Giuseppe hanno organizzato un
incontro che è la nostra festa! “Giornata dei benefattori”, ma anche e soprattutto festa delle missioni, se il nostro piccolo impegno è d’aiuto.
Ci siamo incontrati provenienti dalle opposte
parti della Sardegna, sono presenti infatti, gruppi
da Calasetta, Iglesias, Decimomannu, Villasor,
Cabras e noi che da Olbia accompagniamo Padre
Rozivaldo Freitas Moraes, un sacerdote brasiliano proveniente da Roma dove si trova
per ragioni di studio.
Suor Armida, salutando i presenti, ha
ringraziato quanti con il loro aiuto hanno
sostenuto l’attività delle missioni dell’Istituto presente in India, mostrando uno degli
ultimi lavori in fase di completamento. Il saluto di Padre Rozivaldo ha aperto le danze,
(è proprio il caso di dire) con l’invocazione
allo Spirito Santo, accompagnata con strumenti a corde e percussioni dalle nostre sorelle missionarie.Proseguendo, ha lanciato
una provocazione “dimenticando” di presentarsi, traendone spunto per invitare tutti
alla curiosità per approfondire la reciproca
conoscenza e invitare ad una sempre maggiore
condivisione di esperienze. Don Rozivaldo inizia
la sua riflessione citando una frase di Dom Helder
Camara: -la grazia Divina è il buon inizio; grazia
ancora più grande è perseverare nel giusto cammino, ma la grazia più grande per cui ringraziare
Dio è non arrendersi mai.-, frase che ci fa riflettere e che ci trasmette lo spirito giusto con cui ogni
impegno va affrontato, compreso quello del sostegno alle missioni.
Suor Ivana ha portato il saluto di Madre Maria
Daniela, la Superiora Generale, che non ha potuto essere presente a causa degli impegni nelle varie comunità dell’Istituto.
La Santa Messa, momento centrale di questa
giornata, è stata un susseguirsi di canti in varie
lingue e tradizioni, nell’omelia ci è stata chiaramente argomentata la perfetta corrispondenza
della missione al comandamento che la pagina
evangelica dell’Ascensione di Gesù esprime e chiede anche a noi. Abbiamo concluso in allegria condividendo il pranzo nella sala mensa, salutandoci
alla fine per tornare alle nostre case con una bella
sensazione di leggerezza!
A
Alcuni momenti
della “Giornata
dei benefattori”.
Antonio Mallica
Le Figlie di San Giuseppe 3/2014
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VItA dell’IStItutO
VIllASOR - Scuola Materna
la crescita dei bambini
è il nostro sogno!
n nuovo anno è giunto al termine nella
scuola dell’infanzia San Giuseppe. E si è
concluso, come sempre, in una girandola
di emozioni uniche per bambini, maestre, mamme e papà, nonni e nonne!
Il saggio finale, è un’occasione che permette ai
bambini e alle insegnanti di esprimere tutto il lavoro di un intero anno, rendendo partecipi i genitori, che ansiosi ed emozionati assistono allo spettacolo delle piccole stelle di famiglia.
I bambini prendono molto sul serio il loro
spettacolo, tutti s’impegnano a provare le coreografie, mimare le canzoni, imparare la propria
parte di discorso, Chi con timidezza, chi con maggiore esuberanza, tutti con la stessa voglia di fare
bene e divertirsi. E tra risate e lacrime di commozione, assistiamo al saggio finale che inizia con il
percorso di psicomotricità dei bambini di cinque,
quattro e tre anni.
Si continua poi con il progetto di lingua inglese e le canzoni mimate, per proseguire con l’educazione stradale e la fantastica coreografia della
danza indiana in cui si sono esibite le bambine di
quattro e cinque anni.
Ed ecco arrivare i piccolini della scuola, la sezione primavera, che mima una canzoncina sui
I TA L I A
U
colori e ci costringe a togliere un altro fazzoletto
dalla borsa perché vederli così piccoli su quel palco, rappresenta una vera gioia per il cuore.
Infine, dulcis in fundo, la cerimonia di diploma
per i bambini di cinque anni che inizieranno, a
settembre, una nuova avventura nella scuola primaria.
Per loro un’esperienza si è conclusa, ma si porteranno dentro un bagaglio ricchissimo di insegnamenti che vanno oltre la didattica. Sono inse-
gnamenti di vita che resteranno
nel cuore dei nostri bambini per
sempre: aiutare il prossimo, pregare per chi è in difficoltà, essere solidali, essere amici, sapersi comportare secondo le buone regole
del vivere insieme.
E questi insegnamenti non sono solo teorici ma anche pratici.
Ad esempio durante l’anno i bambini hanno fatto un cartellone con
tanti disegni e raccolto fondi per
manifestare la solidarietà nei confronti delle vittime dell’alluvione
che ha colpito la nostra terra, nel
mese di novembre, e hanno pregato ogni giorno, per una piccola
compagna di scuola che è stata male. Dal punto di
vista didattico, l’anno è stato altrettanto intenso. Il
progetto di psicomotricità, il
progetto di lingua inglese e quello dell’educazione stradale hanno arricchito le loro conoscenze e la gita didattica nella
fattoria ha dato loro,
nientemeno che l’attestato di panettieri!
Questo è quello che
insegnano le nostre maestre della scuola dell’infanzia San Giuseppe.
Sono insegnanti preziose, non solo per i nostri bambini, ma anche
per noi mamme perché
sono sempre presenti,
con una parola, con una
preghiera, con un ab-
braccio, in un dialogo aperto e reciproco che fa
della scuola e delle famiglie due istituzioni che
collaborano per l’educazione dei bambini, in una
parola: una grande famiglia.
Le Figlie di San Giuseppe 3/2014
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VItA dell’IStItutO
ISIlI - Scuola dell’Infanzia
Angeli, messaggeri d’Amore
rano gli angeli i protagonisti della recita di
Natale della Scuola dell’Infanzia Giuseppe
Orrù di Isili. Con i loro abitini scintillanti e
l’aureola dorata, hanno proclamato ai presenti il
vero messaggio del Natale. Nel salone gremito di
mamme, babbi, nonni, zii e amici, i cinquantaquattro bambini della scuola hanno rappresentato
in maniera suggestiva la storia della natività.
La partenza degli angeli, ognuno con la sua
pergamena consegnata da Dio stesso, il loro arrivo, i messaggi ai diversi destinatari dell’annuncio,
come Maria e Giuseppe, i pastori, i Magi. Per la
prima volta in una recita così, sono state celebrate
anche le nozze dei due futuri genitori con tanto di
danze. Fino alla scena clou della nascita di Gesù
Bambino, attorniato dai pastori, dai Magi, dai
messaggeri di Dio. Ogni scena veniva annunciata
da un angelo tra flash e video che rubavano avidi
ogni parola, ogni movimento, ogni suono. Commozione da parte di tutti nel vedere quei giovani
attori disinvolti nel calcare le scene del piccolo
palcoscenico, realizzato per l’occasione nella sala
da pranzo che si affaccia sul salone.
I bambini si sono mossi con maestria e senza
timore, seguendo la musica che si diffondeva dappertutto e le mani delle insegnanti che davano lo-
A F R I C A
E
Recita del
Santo Natale.
ro l’aiuto e il sostegno necessari. I grandi, più sicuri, i piccoli con un po’ di incertezza, a scrutare
tra il pubblico il volto familiare nascosto nella penombra, ma pronti a cantare a pieni polmoni. E
nella scena finale sono arrivati anche gli angioletti più piccoli, i bambini della Sezione Primavera,
per niente intimoriti, ma tanto incuriositi dal movimento, dalla musica, da quei genitori commossi
che continuavano a riprenderli e fotografarli.
Ancora una volta, questa piccola scuola di provincia è riuscita a regalare ai bambini e alle loro
famiglie una forte emozione. Ancora una volta ha
reso i bambini protagonisti di qualcosa di speciale con semplicità, ma anche con tanta professionalità. Grazie per quanto fanno e soprattutto per l’amore che c’è dietro ogni cosa che fanno, instancabili, impagabili, tutti quanti.
Sonia, una mamma
* * *
Da non dimenticare la festa di San Giuseppe,
un appuntamento indimenticabile dove bambini e
genitori si sono ritrovati formando un’unica e
grande famiglia e tutti insieme hanno cantato e
pregato con un’unica voce. Siamo giunti ormai a
a fianco: La celebrazione
in onore di San Giuseppe;
al centro: La Sezione Primavera
in posa;
in basso: È arrivato
il giorno del diploma.
fine anno con la rappresentazione teatrale
dal titolo “Mariedda,
piccola Jana” dove unitamente alla conclusione del progetto di
ballo sardo i bambini
hanno dato il massimo
con grande entusiasmo,
dimostrando
un’eccellente spirito di
squadra. Da ammirare
la partecipazione dei
bambini della Sezione
Primavera che hanno
svolto il loro piccolo
ruolo in modo ammirevole, commuovendo
tutti. Infine, il saggio
di attività motoria e il
saggio di chiusura del
progetto di inglese. Ma
la festa più emozionante è quella della
consegna dei diplomi
per i bambini che inizieranno un nuovo
percorso nella scuola
primaria. Una festa indimenticabile, ricca di
emozioni e un po’ di
nostalgia.
A loro, noi insegnanti e personale della “Fondazione Giuseppe Orrù”, auguriamo ogni bene.
Le Figlie di San Giuseppe 3/2014
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1° campo-scuola: 3 - 7 luglio
Età: 2ª-3ª media - 1ª Superiore (frequentata)
2° campo-scuola: 10 - 14 luglio
Età: 5ª Elementare - 1ª media (frequentata)
3° campo-scuola: 16 luglio - 20 luglio
Età: dalla 2ª alla 5 ª Superiore (frequentata)
* Per contribuire alla copertura delle spese la quota da versare è di € 65.
23-25 luglio Dai 20 anni in su
Per i giovani che hanno già partecipato a numerosi campi. Per coloro che desiderano condividere momenti di preghiera
e di gioia all’insegna dell’amicizia, del rispetto e della condivisione.
* Per contribuire alla copertura delle spese la quota da versare è di € 35.
EDUCARE ED EDUCARSI ALLA VERITA’
27 luglio: Giornata di formazione per gli adulti
(genitori, educatori, catechisti, insegnanti)
9.30: arrivi e accoglienza.
10.00: Preghiera di inizio.
10.30: Primo incontro.
12.00: Celebrazione Eucaristica.
13.15: Pranzo.
16.00: Secondo incontro.
18.30: Preghiera conclusiva.
L’obiettivo dei campi è quello di farti vivere un’esperienza intensa di amicizia, di gioia, di confronto
con te stesso, con la Parola di Dio e con gli altri. Sono giorni di amicizia, di divertimento ma anche e soprattutto di impegno per far sì che l’esperienza ti aiuti a crescere come persona e come cristiano. Per questo è necessario desiderare, sognare, volere e impegnarsi, perché ciò sia possibile per
te e per gli altri con cui condividerai l’ esperienza. La partecipazione ai campi richiede impegno,
serietà e anche qualche rinuncia ai ritmi abituali che si hanno in famiglia, all’uso non responsabile
del cellulare, richiede l’osservanza di orari e delle regole che facilitano il rispetto reciproco e una
serena convivenza. Solo con questi atteggiamenti farai e farai fare agli altri una esperienza bella e
costruttiva per la tua crescita: traguardo indispensabile nell’esperienza del campo estivo.
INFORMAZIONI UTILI
il numero massimo per ogni campo è di 30.
Colonia montana - Via Vittorio Emanuele, 63 - Tel. 0785 39633 - 09073 Cuglieri (OR)
la Bibbia, un quaderno per i tuoi appunti, biro, lenzuola, asciugamani, tovaglioli di carta,
uno strumento (se sai suonare).
Ricorda che l’arrivo è previsto per le ore 17,00 (e non oltre) del giorno di inizio del campo.
I corsi iniziano il pomeriggio e terminano col pranzo dei giorni indicati.
Per le adesioni puoi chiamare i numeri: Tel. 0783 70260 oppure 346 6363028
* * *
Centro Pastorale Giovanile “FiGlie di San GiuSePPe” - Via Carmine, 34 - 09170 ORISTANO - Tel. 0783 70260
Partecipanti:
La sede dei campi è:
Da non dimenticare:
pReGhIAMO peR...
Maria Bonaria Piras
sorella di
suor Clelia
† 4 maggio 2014
La fede è certezza di cose che si sperano,
dimostrazione di cose che non si vedono.
(Ebrei 11,1)
Anna Sanna
sorella di
suor Flavia
† 7 maggio 2014
Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno
dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati
quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati. Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia. Beati i puri di
cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di
pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i
perseguitati a causa della giustizia, perché di essi
è il regno dei cieli. Beati voi quando vi
insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo,
diranno ogni sorta di male contro di voi per
causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché
grande è la vostra ricompensa nei cieli.
(Mt 5)
i NosTri DEFUNTi
SALVATORE BEL MONTE
cognato di suor Angela Maria
JOSEPH SCARIA
zio di suor Elise
MARCO OGGIANO
nipote di suor Maria Lucia
ANTONIETTA MANAI
sorella di suor Severina
Le Figlie di San Giuseppe 3/2014
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RIFletteRe e SORRIdeRe
l’albero e il bambino
Shel Silverstein
era una volta un albero che amava un bambino. Il bambino veniva a visitarlo tutti i giorni. Raccoglieva le sue foglie con le quali intrecciava delle corone per giocare al re della foresta. Si
arrampicava sul suo tronco e dondolava attaccato al suoi
rami. Mangiava i suoi frutti e poi, insieme, giocavano
a nascondino. Quando era stanco, il bambino si addormentava all’ombra dell’albero, mentre le fronde gli
cantavano la ninna nanna. Il bambino amava l’albero
con tutto il suo piccolo cuore.
E l’albero era felice. Ma il tempo passò e il bambino crebbe. Ora che il bambino era grande, l’albero rimaneva spesso solo. Un giorno il bambino venne a
vedere l’albero e l’albero gli disse: “Avvicinati, bambino mio, arrampicati sul mio tronco e fai l’altalena
con i miei rami, mangia i miei frutti, gioca alla mia
ombra e sii felice”. “Sono troppo grande ormai per
arrampicarmi sugli alberi e per giocare”, disse il bambino. “Io voglio comprarmi delle cose e divertirmi.
Voglio dei soldi. Puoi darmi dei soldi?”. “Mi dispiace”, rispose l’albero “ma io non ho dei soldi. Ho solo
foglie e frutti. Prendi i miei frutti, bambino mio, e va’
a venderli in città. Così avrai dei soldi e sarai felice”.
Allora il bambino si arrampicò sull’albero, raccolse tutti i frutti e li porto via. E l’albero fu felice.
Ma il bambino rimase molto tempo senza ritornare... E l’albero divenne triste. Poi un giorno il bambino tornò; l’albero tremò di gioia e disse: “Avvicinati, bambino mio, arrampicati sul mio tronco e fai l’altalena con i miei rami e sii felice”. “Ho troppo da fare e non ho tempo di arrampicarmi sugli alberi”, rispose il bambino. “Voglio una casa che mi ripari”,
continuò. “Voglio una moglie e voglio dei bambini,
ho dunque bisogno di una casa. Puoi danni una
casa?”. “Io non ho una casa”, disse l’albero. “La mia
casa è il bosco, ma tu puoi tagliare i miei rami e costruirti una casa. Allora sarai felice”. Il bambino ta-
C’
DUE RISATE
gliò tutti i rami e li
portò via per costruirsi una casa.
E l’albero fu felice. Per molto tempo il bambino non
venne. Quando ritornò, l’albero era così felice che riusciva a malapena a parlare. “Avvicinati, bambino
mio”, mormorò “vieni a giocare”. “Sono troppo vecchio e troppo triste per giocare”, disse il bambino.
“Voglio una barca per fuggire lontano di qui. Tu puoi
darmi una barca?”. “Taglia il mio tronco e fatti una
barca”, disse l’albero. “Così potrai andartene ed essere felice”. Allora il bambino tagliò il tronco e si fece
una barca per fuggire. E l’albero fu felice... ma non
del tutto. Molto molto tempo dopo, il bambino tornò ancora. “Mi dispiace, bambino mio”, disse l’albero
“ma non resta più niente da donarti... Non ho più
frutti”. “I miei denti sono troppo deboli per dei frutti”, disse il bambino. “Non ho più rami”, continuò l’albero “non puoi più dondolarti”. “Sono troppo vecchio per dondolarmi ai rami”, disse il bambino. “Non
ho più il tronco”, disse l’albero. “Non puoi più arrampicarti”. “Sono troppo stanco per arrampicarmi”, disse il bambino.
“Sono desolato”, sospirò l’albero. “Vorrei tanto donarti qualcosa... ma non ho più niente. Sono solo un
vecchio ceppo. Mi rincresce tanto...”. “Non ho più bisogno di molto, ormai”, disse il bambino. “Solo un
posticino tranquillo per sedermi e riposarmi. Mi
sento molto stanco”. “Ebbene”, disse l’albero, raddrizzandosi quanto poteva “ebbene, un vecchio ceppo è
quel che ci vuole per sedersi e riposarsi. Avvicinati,
bambino mio, siediti. Siediti e riposati”. Così fece il
bambino. E l’albero fu felice.”
Forse ogni tanto dovremmo sederci in un angolo
tranquillo e aiutare il nostro cuore a ringraziare tutti
gli “alberi” della nostra vita...
SCeltI peR VOI
sToria Di UNa laDra Di liBri
Zusak Markus
Editore Frassinelli (collana Narrativa)
Prezzo 16,90 € - Pagine 563
È il 1939 nella Germania nazista. Tutto il Paese è col
fiato sospeso. La Morte non ha mai avuto tanto da fare, ed è solo l’inizio. Il giorno del funerale del suo fratellino, Liesel Meminger raccoglie un oggetto seminascosto nella neve, qualcosa di sconosciuto e confortante al tempo stesso, un libriccino abbandonato lì, forse,
o dimenticato dai custodi del minuscolo cimitero. Liesel non ci pensa due volte, le pare un segno, la prova
tangibile di un ricordo per il futuro: lo ruba e lo porta
con sé. Così comincia la storia di una piccola ladra, la
storia d’amore di Liesel con i libri e con le parole, che
per lei diventano un talismano contro l’orrore che la
circonda. Grazie al padre adottivo impara a leggere e
ben presto si fa più esperta e temeraria: prima strappa
i libri ai roghi nazisti perché “ai tedeschi piaceva bruciare cose. Negozi, sinagoghe, case e libri”, poi li sottrae
dalla biblioteca della moglie del sindaco, e interviene
tutte le volte che ce n’è uno in pericolo. Lei li salva, come farebbe con qualsiasi creatura. Ma i tempi si fanno
sempre più difficili. Quando la famiglia putativa di Liesel nasconde un ebreo in cantina, il mondo della ragazzina all’improvviso diventa più piccolo. E, al contempo, più vasto. Raccontato dalla Morte - curiosa,
amabile, partecipe, chiacchierona - “Storia di una ladra
di libri” è un romanzo sul potere delle parole e sulla capacità dei libri di nutrire lo spirito.
Questo libro è stato pubblicato con il titolo “La
bambina che salvava i libri”.
lE «PiCColE» DoNNE
DEi VaNGEli
Rocco Quaglia
Edizione Paoline
Prezzo 13,00 € - Pagine 240
I Vangeli narrano l’opera della croce, un’opera che attraversa le folle e, di quando in
quando, coinvolge singole persone con le
loro storie; tra queste troviamo alcune figure
femminili: la suocera di Pietro, la peccatrice,
la vedova povera, la samaritana, la vedova di
Naim ecc., che non contano nulla sul piano sociale, ma acquistano un valore eterno su
quello umano.
Appaiono inattese sulla scena, quasi interrompendo il racconto, per inserirvi la loro
piccola esistenza, così ordinaria e, per questo,
così vicina alla nostra.
Senza dottrina, insegnano; senza autorità,
ispirano; senza nome, sono.
I loro incontri con il Figlio di Dio, pur nel
dramma, rasserenano e fanno gioire.
Quale il loro segreto? Esse, a differenza
degli altri, non cercano il Messia, ma nel
Messia vedono Gesù. La grande lezione che
ci danno è che Dio è umano.
«Le piccole donne dei Vangeli sono figure
appena tratteggiate, fredde meteore che s’infiammano a contatto con gli occhi vivi dell’uomo di Nazareth» (dalla premessa dell’Autore).
Le Figlie di San Giuseppe 3/2014
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Il presente numero dI “ FIglIe dI san gIuseppe” è stato chIuso In redazIone Il gIorno 20 gIugno 2014.
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Maggio-Giugno - Le Superiore Generali