SOMMARIO 3 4 Il santuario della Madonna di Bonacatu è il più antico della Sardegna: risale al VI secolo. La fondazione è bizantina. Il tempio è stato costruito su un precedente edificio romano paleocristiano; si trattava di una minuscola chiesetta a croce greca con una rudimentale cupola all’incrocio dei quattro bracci. Fra il 1246 e il 1263 la chiesa è stata ampliata fino a raggiungere le dimensioni attuali. Il santuario è attiguo alla basilica romanica di Santa Maria (1200) di singolare valore artistico ed estetico, ed è anche adiacente ai ruderi del monastero dei Camaldolesi che giunsero a Bonarcado nel 1211. Il santuario custodisce un’elegante e dolcissima Madonna con Bambino: è in terracotta policroma di scultore fiorentino della scuola di Donatello e sostituì la piccola statua o immagine che la tradizione diceva fosse stata trovata casualmente da un cacciatore, da qui l’origine del nome bonacatu = buon incontro. CARI lettORI Marco Cardinali Il MOndO dI SAn GIuSeppe Il bastone con le ali don Antonio pinna 8 SpIRItuAlItà del FOndAtORe l’oggi di dio don Antonio donghi 12 pAROlA e CelebRAzIOne la bellezza del mistero don Carlo Cani 14 RIFlettIAMO Su... Alleanza terapeutica Mons. Ignazio Sanna 18 ARte e Fede la parrocchia di San bernardino a Mogoro Le Figlie di San Giuseppe Myriam deidda BOLLETTINO BIMESTRALE Una voce libera che propone: ¨ la spiritualità di San Giuseppe e del Ven. Padre Felice Prinetti; ¨ espressa nella vita dell’Istituto; ¨ operante nella Chiesa. 20 Marco Cardinali RESpONSABILI DI REDAzIONE: Suor paoletta Meloni - Suor Antonia Deidda REDAzIONE: Le Figlie di San Giuseppe Via Carmine, 34 - Tel. 0783 78357 - 09170 ORISTANO e-mail: [email protected] - C.C.p. n.14305098 pROGETTO GRAFICO, STAMpA, CONFEzIONE, SpEDIzIONE: Grafiche Sant’Ignazio srl - 09025 SANLURI (VS) Via Carlo Felice, 116 - Tel.-Fax 070 8002907 e-mail: [email protected] Intraprendere il viaggio nella via della bellezza DIRETTORE RESpONSABILE: Dr. Marco Cardinali UFFICIO ABBONAMENTI: Suor Maria Lucis Scema AttuAlItà e FORMAzIOne 22 VItA dell’IStItutO le comunità raccontano ItAlIA 40 pReGhIAMO peR... 42 RIFletteRe e... SORRIdeRe Autorizazzione del Tribunale di Oristano n.15 del 16/12/1960 ABBONAMENTI 2014 Italia: Annuale ordinario € 15,00 - Sostenitore € 30,00 Una copia € 2,00 – Estero: annuale ordinario € 25,00 Shel Silverstein HANNO COLLABORATO Mons. Ignazio Sanna, Mons. Antonello Mura, Madre Maria Daniela Cubadda, Don Antonio pinna, Don Antonio Donghi, Don Carlo Cani,Don Giuseppe Spiga, Marco Cardinali, Myriam Deidda l’albero e il bambino 43 SCeltI peR VOI... libri Carissimi amici questo numero della rivista vi giungerà nel tempo estivo. Probabilmente molti di voi saranno in vacanza in qualche luogo di villeggiatura, ma molti altri saranno rimasti nelle loro case cercando di affrontare al meglio il caldo estivo. Nonostante sia estate, infatti, non dobbiamo mai dimenticare che alcuni dei nostri fratelli e sorelle non potranno fare le agognate vacanze, perché magari non ci sono i soldi, oppure perché una malattia, un infortunio o semplicemente il lavoro rende l’assentarsi da casa impossibile. La nostra speranza è, però, che dovunque leggerete la nostra rivista, possiate essere sereni e poter godere degli articoli in essa contenuti. Dovremmo, infatti, approfittare del tempo libero, specie se ce lo possiamo permettere, per poter tornare al centro di noi stessi. Enzo Bianchi, Priore della comunità Monastica di Bose, in una lettera ad un amico, proprio sulle vacanze e sui suoi tanti progetti per questo tempo, scrive: “Questi giorni sono, infatti, un tempo conquistato con fatica e atteso con ardore, ci fanno sentire liberi dalle abitudini e dai doveri quotidiani che ci sfidano alla fin fine a vivere ‘la vita che desideriamo’ facendo spazio a ciò che per noi ha davvero valore e senso. Ma se la ricerca di senso, assente dal tuo orizzonte domestico, desse forma solo al periodo delle vacanze, se tu vivessi in preda a mode e convenzioni, dipendendo totalmente dalla mentalità corrente, le vacanze finirebbero con l’essere per te giorni di schiavitù a un nuovo utilitarismo: questi giorni di libertà si trasformerebbero in tempo funzionale, che mira a una migliore ripresa al ritorno... Di nuovo vittima di un quotidiano che si è camuffato con abiti esotici, ti scoprirai a chiederti: Come può essere la mia vita questa ‘bella straniera’, che mi sta di fronte, pur in un paesaggio di sogno?”. Le vacanze sono importanti per ciascuno di noi, anche quando esse sono solo pochi istanti durante la nostra giornata piena di impegni. Possono essere un tempo di pace e di umanità; un’occasione di rispondere ad un bisogno autentico che giace nascosto nel cuore di ciascuno di noi: cercare il senso della vita quotidiana. Possiamo approfittare del tempo di “vacanza” per dare alle nostre giornate un ritmo più umano e naturale, riscoprire il gusto della preghiera e del silenzio, dello stare con noi stessi e con gli altri senza frenesia alcuna. Questo è l’augurio con cui inviamo la rivista nelle vostre case, perché possiate approfittare di un momento più calmo per gustare e cercare il senso più vero. I nostri articoli sono solo un aiuto, certo! Solo un modo di essere insieme in questa pausa rigenerante. Potrete approfondire il tema della bellezza e della contemplazione; accostarvi alla figura di S. Giuseppe, lo sposo della Vergine Maria; capire meglio il concetto di “alleanza terapeutica” e di comunicazione sociale; conoscere un po’ meglio il Servo di Dio Felice Prinetti, Fondatore delle Figlie di San Giuseppe, fare un giro, seppur magari solo con la fantasia, nei luoghi artistici, che ci parlano di quel dialogo meraviglioso tra arte e fede e vedere come fare tutto questo con una libertà più vera. Buona estate e tutti, dunque, e… “buone vacanze”! Marco Cardinali Direttore responsabile Le Figlie di San Giuseppe 3/2014 3 Il MOndO dI GIuSeppe un bastone con le ali don Antonio pinna 1. L’abbiamo ricordato nella prima riflessione: i vangeli dicono poche cose di san Giuseppe, perciò si rischia di parlare molto di quello che si ha in testa e poco di quello che c’è nei testi. È noto ad esempio come i predicatori di esercizi spirituali insistono sul “silenzio” di Giuseppe (la gente zitta fa comodo a molti), e trascurano che egli, scegliendo di non pronunciare la condanna della Legge, diventa invece capostipite di quanti “parlano il nome” della salvezza di Dio: Tu gli porrai nome Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati (Mt 1,21). È vero: nei secoli, secondo l’antica tradizione ebraica del “ricercare” sui testi (midrash), si è sempre tentato di riempire i vuoti lasciati dai racconti biblici, a partire dai vangeli apocrifi fino San Giuseppe e Gesù Bambino Tiepolo Gian Domenico, sec. XVIII. Sinagoga dei Casale Monferrato - Il rotolo della Legge al moderno genere letterario delle cosiddette “rivelazioni”, messe in bocca a Gesù o Maria, su come sarebbero avvenuti i fatti. Ma come in campo musicale, una “variazione sul tema” ha senso come tale solo se è “sul tema”, e il tema è dato soltanto dallo sviluppo narrativo, letterario e teologico del testo evangelico. Abbiamo applicato questo principio di metodo nelle prime due riflessioni. Per quanto interessanti possano essere le illustrazioni erudite sulle usanze matrimoniali del tempo, per quanto verosimili le introspezioni psicologiche sullo sposo in preda al dubbio, per quanto dettagliate le sedicenti “rivelazioni” sugli avvenimenti e sul loro ambiente, in modo paradossale esse rischiano solo di “spaesare” il lettore dall’unico “mondo di Giuseppe” a lui direttamente disponibile, il mondo del testo evangelico. 2. Abbiamo visto così che per capire la figura di Giuseppe, uomo giusto nei primi due capitoli di Mt, è indispensabile tenere presente ciò che Gesù dirà e farà nei ventisei capitoli seguenti. A partire proprio dalle parole sulla giustizia sovrabbondante nel Discorso della montagna: Se la vostra giustizia non sarà sovrabbondante fino al su- perfluo rispetto a quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli (Mt 5,20). La fiducia della comunità ebraica del Vangelo di Matteo di essere fedele alle “misure” della Legge solo nella sovrabbondanza delle “misure” dell’amore (cf Mt 22,34-40: Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti), ha la sua radice nella medesima fiducia di Giuseppe che, nella contraddizione tra le esigenze della Legge e le parole dell’Angelo, tutte e due provenienti da Dio, è capace di vivere un sogno che fa posto insieme alla fede e all’amore. Giuseppe anticipa così quella libertà con cui il suo figlio, infrangendo la Legge del Sabato, la riporterà a servizio della vita: Se aveste compreso che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici, non avreste condannato persone senza colpa (cf Mt 12,1-14). Riconoscere questa “nuova giustizia”, di Giuseppe prima e poi del figlio che egli educa insieme con Maria che egli aveva evitato di condannare senza colpa, lei che con lui ha per prima condiviso la salvezza della misericordia, senza vittime sacrificali di principi non negoziabili, riconoscere questa “novità” non può dipendere da ricostruzioni chiuse in un passato ipotetico, ma da una lettura testuale aperta all’esperienza di Le Figlie di San Giuseppe 3/2014 5 Il MOndO dI GIuSeppe ogni persona o comunità credente sincera con Dio, quando le vicende della vita la invitano, come sogno d’Angelo, a scommettere che pure Dio è dalla parte di chi è sincero con chi ama. Varcare la soglia della “sincerità” di Dio, come entrare nel mondo della “sincerità” di chi ama, è possibile solo attraverso una giustizia sovrabbondante, quella che, non richiesta da nessuna “scrittura”, introduce tuttavia nel “regno dei cieli”, in una “cultura di Dio”, in un modo diverso di decidere e di vivere, al di là di ogni obbedienza concepita come “polizza di assicurazione”. Che il Figlio abbia imparato bene la lezione della esperienza dei “suoi” appare fin dalla prima “uscita da casa”, quando di fronte alla tentazione della falsa sicurezza che viene da una “scrittura”, la supera rispondendo: Sta scritto anche (Mt 4,5-7). La nuova giustizia di Giuseppe e di Gesù nasce nella libertà e nella sincerità di chi sa misurare due volte. 3. Questo tema della “nuova giustizia” trova una “variazione” nel Vangelo di Giovanni, dove Giuseppe è nominato due volte, ma di cui in genere non si parla mai a suo proposito. Fin dal Prologo poetico il Quarto Vangelo pone i lettori di fronte alla scelta di accettare o rifiutare il Verbo-fragile-carne che viene fra i suoi. L’accettazione ha come due modi o due tappe: l’accettazione di chi, figlio della famiglia umana, deve riconoscere la sua “fragile giornata” di luce e tenebra, di grazia e peccato, e l’accettazione di chi, già figlio di Abramo e discepolo di Mosè, accetta di riconoscere grazia su grazia sempre nel Verbo-fragile-carne: Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo (Gv 1,17). L’ostacolo alla prima accettazione sarà di chi, come Pietro, immagina di essere santo subito. Egli invece, per aver “parte con” il Maestro (Gv 13,8), deve imparare la sovrabbondanza di un amore che va oltre il vanto di una giustizia data per scontata, e arrivare infine a riconoscere nella sua terza e finale risposta, Tu conosci tutto, tu sai che ti voglio bene, che le sue buone intenzioni sono salvate insieme con i suoi tre rinnegamenti (Gv 21,15-19). L’ostacolo alla seconda accettazione sarà di chi si prende il sicuro: Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia (Gv 9,29); di chi non accetta di seguire il consiglio di Nicodemo di obbedire alla Legge ascoltando le persone (Gv 7,5-52), e arriva infine a perdere anche la figliolanza da Abramo, pur considerata anch’essa automatica: Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo... Voi fate le opere del padre vostro (Gv 8,39-41). La differenza di esito tra Pietro e i Capi giudei mostra la differenza tra l’aprirsi a grazia su grazia e l’essere certi di una sola misura. Così, alla prima occorrenza del nome di Giuseppe (Gv 1,4546): Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret, Natanaele oppone l’obiezione: Da Nàzaret può venire qualcosa di buono? In modo simile, nella seconda occorrenza (Gv 6,41-42), gli uditori di Cafarnao di fronte all’affermazione di Gesù: Io sono il pane disceso dal cielo, obbiettano: Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: Sono disceso dal cielo? Nelle due occorrenze, le obbiezioni anticipano la sterilità di quelli che, imbalsamati in magniloquenti titoli religiosi, si escludono da ogni vero discorso su Dio, pur convinti nel medesimo tempo di aver ricevuto l’incarico di controllori di Dio (cf Gv 7,52: Studia e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!). Da una parte, con Pietro, anche Nicodemo: venuto all’inizio con le presunzioni “autorevoli” tipiche di ogni uomo che si prende per credente (cf Gv 2,23-25 e 3,1-2), torna alla fine a seppellire Gesù, mostrando di aver imparato a rendergli giusto onore nella assoluta assenza dei segni divini di cui si faceva forte (Gv 19,39-42). Dall’altra parte, ancora i Capi giudei: espellono il cieco nato dalla sinagoga proprio perché non riescono ad accettare che ci possa essere qualcosa di divino al di fuori del loro controllo: Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia; e non arrivano a capire che il mondo e Dio vanno avanti anche senza di loro: Rispose loro quell’uomo: Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi (Gv 9,28-30). Nel vangelo di Giovanni, dunque, Giuseppe è lì a distinguere la fede di chi crede in fondo solo nella propria illusoria grandezza, e di chi crede davvero in un Padre più grande (Gv 14,28), che si manifesta nella piccolezza dei “suoi”, i quali però faranno anch’essi opere più grandi, per averlo con il Paràclito riconosciuto nell’amore fino alla fine del Verbo-fragile-carne (Gv 14,12). 4. Altre volte di fronte a un uditorio di “sorelle giuseppine” ho attirato l’attenzione sui mosaici della loro chiesa in Donigala: a fronte degli angeli, ben dotati di ali, sta un povero Giuseppe con un povero bastone. Se abbiamo capito il “mondo di Giuseppe”, sappiamo già di quali sogni divini parla quel bastone così umano. Le Figlie di San Giuseppe 3/2014 7 SpIRItuAlItà del FOndAtORe l’oggi di dio don Antonio donghi anima vive il vero riposo in Dio, quando con tutto il suo essere desiderare vivere quel misterioso “oggi“, nel quale avviene il misterioso, ma meraviglioso dialogo tra il Dio della rivelazione cristiana e la Chiesa in ogni suo membro. Per il credente esiste solo la gioia coraggiosa di vivere in quell’oggi nel quale ci si può dissetare alla pienezza divina. La bellezza feconda del vivere questa relazione divina si coglie nella gioia che il credente vive, mentre è in un cammino verso la pienezza della comunione divina: partecipare alla gloria di Gesù. Mediante i diversi frammenti temporali, egli percepisce in ogni oggi, in modo continuo, la sovranità divina. La persona infatti è chiamata a “vivere“ l’oggi di Dio, non a “conoscerlo“, poiché la bellezza della relazione con il divino è viverne la continua creatività, in quella fantasia divina che è veramente inesauribile. Vivere nella fantasia divina è scuola quotidiana di libertà evangelica. Spesse volte non riusciamo ad orientare in questa direzione la nostra esistenza, perché siamo tentati di “conoscere“, non d’essere docili solo all’oggi misterioso del Padre, che ama essere festa e fantasia. Queste due caratteristiche rendono la creatura una persona estremamente libera. E’ nell‘oggi che dobbiamo ascoltare la ri- L’ velazione divina, perché in questo oggi, vissuto nella dinamica dell’obbedienza amorosa e docile, possiamo gustarne quella fecondità che va al di là delle nostre prospettive semplicemente umane. Una simile coscienza di fronte alle dinamiche della vita ci permette di vivere della volontà divina, esperienza che appartiene a una delle caratteristiche della spiritualità di p. Prinetti Il desiderio dell’unione Ogni volta che ci richiamiamo alla volontà divina il nostro intendimento è facilmente catturato dalle cose che dobbiamo fare, pensando che nella azioni che compiamo entriamo nella volontà di Dio. Questa visione è molto pericolosa, perché inconsciamente trascuriamo il valore costitutivo della nostra esistenza che è l’unione con Dio. Qui noi troviamo il senso e il significato di tutta la nostra esistenza. Un’anima che soffre e prega e domanda l’unione alla volontà di Gesù è pur cara! E questa unione non si fa da Lui sentire viva perché toglierebbe quel soffrire che ci stringe al Suo Cuore, che ci preserva dal rivolgerci altrove vedendo pena dappertutto. Opera nel Suo amore che vedremo chiaramente lassù, e di cui lo benediremo tutta l’eternità felice. Abbandoniamoci a Lui che ci ama (17 marzo 1916) Lo stretto rapporto tra unione con Dio e il Crocifisso appartiene a una delle verità più originali nell’evento cristiano. Qualche volta la sofferenza della croce ci crea non poca impressione negativa. Tuttavia se diventiamo alunni della parola di Dio, ci accorgiamo che su quella croce si è realizzazione un meraviglioso, anche se tragico, dialogo di amore tra il Padre e Gesù nello Spirito Santo. L’unione con il Padre era il senso della sua vita, e in questa dinamica di comunione si può rileggere la potenza di quella sofferenza. In questa contemplazione avvertiamo come ogni comunione con il Signore, condividendone la sofferenza ricca di amore, divenga luogo della fecondità divina che anima la nostra esistenza. Qui scopriamo la grandezza della vita teologale, che si lascia guidare dalle tre Persone divine, per aprire il cuore a quel dialogo di amore intratrinitario che non è altro che il dilatarsi della fedeltà divina, che è sempre un evento di risurrezione. Qui scopriamo quella bellezza evangelica che ha nel Crocifisso la sua espressione per eccellenza, poiché la vera bellezza della creatura umana non è altro che la concreta incarnazione dell’oggi di Dio. A questo proposito intuiamo quella sintetica espressione di p. Prinetti: Ma se il Signore lo vuole, ci uniremo alla sua Volontà corde magno (26 settembre 1906) In questo supporto spirituale avvertiamo come la vita teologale sia lo sviluppo di una intensa reciprocità tra la benevolenza divina e l’affidamento coraggioso dell’anima nelle sue mani. E’ perfetto esercizio di fede e di carità il tranquillo abbandono alle disposizioni di Dio , quando sono per noi oscure e penose. Accettiamo la sofferenza, consumiamo il sacrificio,provochiamo la grazia (31 agosto 1906) La gioia della comunione con Dio diventa la forza che fa maturare in quella relazione divina che rappresenta la gioia e il coraggio di ogni discepolo del Maestro. l’importanza del quotidiano Una delle tentazioni, a cui l’uomo contemporaneo è soggetto, è quello di pensare che Dio ci parli con linguaggi straordinari. E’ stata la tentazione di molti personaggi presenti nelle scritture. L’illusione della cultura delle apparenze è sempre forte in un mondo che ha come criterio di vita l’efficientismo e la superficialità esistenziale. Tuttavia se entriamo nella rivelazione divina, ci accorgia- mo che Dio si rivela a chi non conta e che ama quel nascondimento del feriale che dovrebbe animare la vita di chi segue ogni giorno Gesù. E’ nel feriale intensamente amato, compreso il nascondimento agli occhi degli uomini, che Dio desidera rivelarci le sue meraviglie. Maria, la Madre di Gesù, ne esprime l’emblema profetico. L’unione alla volontà di Dio santifica le tue giornate. L’azione del cuore dà valore alle preghiere più che il moltiplicarle. La volontà è buona, dunque la grazia dello Spirito Santo è attiva: riposa in questa dolce persuasione. (8 marzo 1916). Il vissuto quotidiano, costruito nella fecondità della iniziazione cristiana, rende ogni gesto, parola...un meraviglioso sacramento del dialogo e della comunione con il Padre in Cristo e nello Spirito Santo. Se guardiamo attentamente il procedere delle nostre giornate, ciò che ci stimola a vivere in verità e in pienezza è la convinzione che stiamo lavorando con il Cristo e nel Cristo, per crescere nella comunione con il Padre. La grandezza della vita quotidiana riusciamo a costruirla, come ovvia conseguenza, nella vivacità divina che diventa il luogo della fecondità trinitaria nella nostra storia. Se riuscissimo ad avere come criterio di vita la creatività divina operante nel cuore di noi stessi e delle nostre attese, potremmo sicuramente costruire l’istante nella misteriosa volontà creatrice delle tre Persone divine. Scopriamo allora che il pregare non è tanto un accumulare preghiere, ma rendere la propria esistenza una coraggiosa e amorosa obbedienza all’istante per maturare nella comunione filiale. La grandezza della spiritualità di p. Prinetti è stata quella di optare per le opere nascoste per dare vita alla complessità delle realtà che ogni giornata esige. Il silenzio del nascondimento si ritraduce nelle parole semplici e nella essenzialità delle azioni che hanno come un unico intendimento quello di coinvolgere ogni fratello nella fraternità della comunione propria del Dio della rivelazione cristiana.-E’ quell’attività reale, anche se misteriosa, dello Spirito Santo, che nel nostro agire ci offre quelle energie necessarie per dare consistenza storica alla volontà divina in Cristo di rendere il creato e l’intera umanità un inno di lode alla Fonte di ogni dono. Amare gli avvenimenti della storia Dio ama rivelarsi nel feriale, poiché è li che si manifesta la sua creatività. E’ quella vita interiore che è sempre assetata del volto di Dio e che al mattino assume la sensibilità del desiderio della fede e del cuore innamorato, perché nel concreto della giornata Dio possa parlare e coinvolgere la creatuLe Figlie di San Giuseppe 3/2014 9 SpIRItuAlItà del FOndAtORe Cristo in croce con Maria e san Giovanni Rogier van der Weyden (1460). sere intrinsecamente fedele. Il dono di vivere il quotidiano comporta che nella costruzione della vita feriale siamo profondamente attenti a quello che Dio vuole regalare perché possiamo coglierne il significato evangelico al di là e all’interno degli avvenimenti concreti. D’altra parte ben sappiamo che Gesù è stato condotto fuori dalle mura, in una realtà “profana”, come l’essere crocifisso fuori dalle mura, per insegnare all’uomo che la storia di tutti i giorno rappresenta una efficace limatura del soggetto perché possa diventare effettivamente un capolavoro divino. Vivere l’oggi con gratitudine ra nel suo progetto di amore. Dovremmo aprire il cuore allo stupore, poiché in ogni oggi ci è comunicato solo amore, anche nelle forme della drammaticità del quotidiano. E’ la costante attualità del mistero pasquale. Preghiamo e speriamo sopratutto di ottenere che la volontà di Dio regni in noi ed estingua ogni volontà nostra...Abbiamo bisogno di essere purificati dalla Croce! Coraggio, figliola: ogni giorno reca il suo manipolo di sofferenze accettate per amore di Gesù: è il lavoro dell’Artefice amoroso, che ci forma a sua somiglianza. Amare Lui, amara la Croce che ci viene da lui, sono i due gradi. Il terzo è il più arduo: amare lo strumento che serve a Gesù per crocifiggerci ( 27 agosto 1905) In quella espressione del lasciarci purificare dalla croce, scopriamo come l’evento della croce si sia realizzato attraverso l’incalzare drammatico di avvenimenti storici che Gesù ha letto come il compiersi del volere del Padre. Egli sapeva esattamente che la caratteristica del Padre è quella d’es- Il cristiano, nell’itinerario della sua storia, ama essere un quotidiano capolavoro della grazia. E‘ il sentimento più profondo che anima la creatura, quando in semplicità vive il dialogo con Gesù nello Spirito Santo. Qui si acquisisce quell’atteggiamento di libertà che diventa il coraggio di saper sempre incarnare la figura del Maestro , nella piena consapevolezza che Dio è in noi e con noi . Chi vive una simile consapevolezza non può non costruire l’istante come un abbandono di gratitudine a Colui che opera continuamente nella sua vita. La gratitudine esprime la libertà interiore dell’anima che si lascia guidare dalle suggestioni che vengono dell’alto e modellano la creatura secondo il progetto divino. Sono molte belle le espressioni di p. Prinetti. La tua ultima lettera mi ha consolato. La grazia è attiva in te e ti sospinge al perfetto abbandono in Lui. Ringrazia il Signore (15 aprile 1916). Il cammino spirituale, a cui p. Prinetti stimola la baronessa, scaturisce dalla profonda consapevolezza che la vita di chiunque segua il Cristo rappresenta l’incarnazione di un itinerario di benevolenza. L’uomo percorre le vie della salvezza perché si sente amato in modo veramente inesauribile e ineffabile. La vera benedizione divina scaturisce dalla libertà divina, che riversa nella persona della creatura la misericordia senza limiti che scaturisce dal cuore di Gesù trafitto in croce. L’attenzione costante a tale mistero fa spalancare il cuore al canto della gratitudine. In questa attrazione scaturisce inevitabilmente il grazie del cuore innamorato e trasfigurato. Chi sa benedire Dio, proclama la sua fede nella grandezza divina e ne accoglie la meravigliosa fecondità. La dinamica della benedizione, che conclude alcune lettere, evidenzia molto bene il desiderio di p. Prinetti: la baronessa divenga sempre il luogo della benevolenza divina. Qui si acquisisce la speranza anche nelle situazioni impossibili della storia. Il cuore abitato dall’amore crede sempre possibile l’impossibile. L’ affermazione di p. Prinetti ha lo scopo di mettere in luce la ricchezza della benevolenza divina che deve avvolgere la baronessa in tutte le sue implicanze spirituali. Qui emerge la bellezza di vivere l’oggi di Dio come una costante creatività divina nello Spirito Santo. Dio è nuovo ogni giorno e l’anima canta ogni giorno il canto nuovo, sognando l’evento del Regno che fa nuove tutte le cose. Gesù ti benedica , come io vi benedico di tutto cuore. (5 aprile 1916) Questo saluto di congedo frequente negli scritti di p. Prinetti, rappresenta insieme una grande professione di fede e una intensa supplica perché la fecondità divina operi continuamente nel cuore di chiunque segua il Signore. Ogni comunicazione nello Spirito offre la gioia di una comunione nell’oggi di Dio, e qui la divina fecondità è sempre meravigliosamente attuale perché sappiamo costruire ogni istante della vita come accoglienza nella gratitudine di tutto ciò che Dio può effettivamente regalare. La bellezza di non capire l’oggi di Dio ci aiuta ad amarlo più intensamente perché la vita divina trasfiguri tutto il nostro essere. Conclusione Queste semplici sollecitazioni diventano particolarmente interessanti per l’uomo dei nostri tempi che non sa più vivere l’oggi della storia con serenità e fiducia. Il correre in continuazione, le oscurità del futuro, le solitudini esistenziali, l’incapacità di costruire relazioni nella semplicità impediscono di assaporare quella comunione divina in cui l’anima assaporare la freschezza del dialogo con Dio. Le stanchezze spirituali, che tante volte avvolgono il consacrato, scaturiscono dall’incapacità di vivere nel deserto esistenziale della storia la rivelazione dell’amore divino. Stiamo perdendo la gioia di lasciarci amare da Dio per vivere nella semplicità la gioia del Dio che ama essere con Dio per rendere la nostra esistenza una esperienza di capolavoro divino - umano, ad immagine della figura di Cristo Gesù. Se riuscissimo veramente a comprendere tale ricchezza che ogni giorno la provvidenza ci offre, avvertiremmo quella gioia interiore che ci condurrebbe in ogni frammento della vita a regalare agli uomini la benedizione divina: il suo sorriso sereno e dolce che infonde speranza in ogni cuore. Le Figlie di San Giuseppe 3/2014 11 pAROlA e CelebRAzIOne CelebRAndO Il MeMORIAle la bellezza del mistero: contemplazione ed esperienza don Carlo Cani ioia, rendimento di grazie, celebrazione della luce e della vita, tale è il tempo pasquale. È il tempo del Signore Risorto e dello Spirito Santo. I catecumeni che divengono nella notte di Pasqua fedeli a pieno titolo con il Battesimo, non ricevono più l’istruzione catechistica ma la mistagogia, catechesi mistagogica, in quanto sono ormai iniziati al Mistero di Gesù Cristo, morto e Risorto. Gli adulti che hanno riscoperto nella notte di Pasqua il valore del loro Battesimo, si impegnano a vivere una vita nuova in Cristo. La conversione è dono di Dio, l’uomo è chiamato a rispondere e collaborare ogni giorno, perché è un “rinnovato” che sempre si rinnova. L’uomo, credente adulto nella fede, deve sì avere entusiasmo e slancio religioso, ma questi devono emergere dal mistero di Gesù Cristo, il Risorto di cui egli è testimone, dall’approfondimento della Parola, dai Sacramenti, dalla Liturgia che diventa vita, dalla ferialità del mistero di Cristo nella nostra storia quotidiana. Dall’antichità riceviamo la testimonianza di un tempo particolare, il tempo della mistagogia, che, compiuto il percorso della ricezione dei sacramenti – battesimo, confermazione ed eucaristia – apre alla piena partecipazione alla vita della comunità cristiana. Questo tempo “forte” per l’azione dello Spirito ha segnato profondamente la coscienza ecclesiale nei primi secoli, come ci testimoniano la tradizione e gli scritti dei Padri. Il termine mistagogia affonda le radici nella parola greca mystérion che a sua volta deriva G Guido Reni. Battesimo di Cristo (1623). dal verbo myéô che significa: insegnare una dottrina, iniziare ai misteri; infatti erano chiamati mystai coloro che venivano introdotti (= ago) nella comprensione piena dei santi misteri della fede al termine del catecumenato e dopo aver ricevuto i tre sacramenti di iniziazione: battesimo, confermazione, eucaristia. Ecco come ne parla Teodoro di Mopsuestia nelle sue Omelie catechetiche: «Ogni sacramento è l’indicazione, attraverso segni e simboli, di realtà invisibili e ineffabili. Una rivelazione e una spiegazione su tali realtà sono certamente necessarie, se qualcuno vuole conoscere la forza di questi misteri. Se ciò che accade effettivamente fosse soltanto quello che si vede fare, la spiegazione sarebbe superflua, perché basterebbe la vista a mostrarci le cose che si verificano. Ma nel sacramento si trovano i segni di ciò che avverrà (nel futuro) o di ciò che è già avvenuto (nel passato), e perciò è necessario un discorso che spieghi il senso dei segni e dei misteri». E Cirillo di Gerusalemme, rivolgendosi ai suoi neofiti che chiama «figli genuini e desideratissimi della Chiesa», così spiega il tempo e lo stile della catechesi mistagogica: «Siccome sapevo che si crede di più a quello che si vede che a quello che si ode, ho aspettato questo momento...Ormai siete divenuti capaci dei più divini misteri, perché fatti degni anche del battesimo vivificatore. Dal momento che ormai bisogna imbandire a voi il banchetto degli insegnamenti più perfetti, incominciamo dunque a insegnarveli diligentemente, affinché comprendiate quello che avete veduto compiersi su di voi nella notte del battesimo». Alla mistagogia, nei riti di iniziazione cristiana, era dedicata tutta la settimana che segue la Pasqua; il Vescovo sentiva la necessità di imbandire ai «neofiti» (= nuove piante) «il banchetto degli insegnamenti più perfetti»; si concludeva con la domenica in albis, con la deposizione delle vesti bianche. La mistagogia aveva dunque la funzione di condurre, attraverso i segni, oltre la soglia del mistero cristiano dove è possibile incontrare il Signore risorto che misticamente, e realmente, si fa presente alla sua Chiesa. La sacra Liturgia, benché sia principalmente culto della maestà divina, è anche una ricca fonte di istruzione per il popolo fedele. Nella liturgia, in- fatti, Dio parla al suo popolo e Cristo annunzia ancora il Vangelo. Il popolo a sua volta risponde a Dio con i canti e con la preghiera. Anzi, le preghiere rivolte a Dio dal sacerdote, che presiede l’assemblea nella persona di Cristo, vengono dette a nome di tutto il popolo santo e di tutti gli astanti. I segni visibili, poi, di cui la sacra liturgia si serve per significare le realtà divine invisibili, sono stati scelti accuratamente da Cristo o dalla Chiesa. Perciò non solo quando si legge «ciò che è stato scritto a nostra istruzione» (Rm 15,4), ma anche quando la Chiesa o prega o canta o agisce, la fede dei partecipanti è alimentata, le menti sono elevate verso Dio per rendergli un culto spirituale e ricevere con più abbondanza la sua grazia (SC 33).Esiste pertanto una pedagogia liturgica che prevede la crescita nella fede e nella grazia non solo attraverso l’ascolto della Parola di Dio e la ricezione dei Sacramenti, ma anche mediante la preghiera, il canto, l’uso dei «santi segni». Scopo dei segni visibili è quello di permettere il passaggio «agli invisibili misteri». Per questo la Costituzione liturgica incoraggia «una catechesi più direttamente liturgica, e negli stessi riti si prevedano delle brevi monizioni, che il sacerdote o il ministro competente leggerà, solo nei momenti più opportuni, su formule stabilite o simili» (SC 35). Questa funzione «didattica» della liturgia tende ad una partecipazione attiva dei fedeli in modo che essi non assistano come estranei o muti spettatori alla celebrazione dei santi misteri, ma che, con una comprensione piena dei riti e delle preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente (SC 48). Fin dall’antichità è esistita nella Chiesa una speciale metodologia catechistica che, proprio a partire da una comprensione piena dei riti e delle preghiere, tende a far partecipare attivamente i fedeli alla celebrazione liturgica. “Oggi nel mondo della catechesi si parla tantissimo di catecumenato, che è una grande riscoperta. Siamo obbligati a riscoprirlo, perché nelle nostre comunità hanno iniziato gli adulti a chiedere il Battesimo; poi ci siamo accorti che le famiglie che domandano il Battesimo per i bambini spesso sono minimamente iniziate a capire ciò che chiedono; lo si fa per tradizione, a volte con un certo tono di spirito religioso, ma non si apprezza, non si conosce ciò che si chiede. Ecco allora che tutto il mondo della catechesi si è diretto giustamente alla riscoperta di questa dimensione catecumenale, cioè l’annuncio che precede la celebrazione del mistero. Ma non dobbiamo dimenticare la mistagogia, l’accompagnamento dentro il mistero celebrato. Sono come la sistole e la diastole di un cuore che batte. Noi sempre dobbiamo entrare dentro il mistero anche se Il luogo del Battesimo di Gesù lungo il Giordano. non siamo catecumeni. Grazie a Dio siamo battezzati cresimati comunicati; questo è un dono che abbiamo ricevuto, ma sempre dobbiamo interrogarci, come mondo della catechesi, su quale sia l’annuncio da fare. E sempre dobbiamo accompagnare la sua comprensione, la sua possibilità di entrare nel mistero. Il cuore che batte di chi è? Vedete voi: può essere il cuore delle nostre comunità, dove opera ciascuno di noi, ma certamente è anche il cuore di Cristo. E un po’ anche il cuore di ciascuno di noi. L’importante è che battano insieme” (Guido Benzi, La dimensione catechistica della Liturgia, Mantova 2009). “La Chiesa porrà i credenti nella condizione di poter vivere della liturgia nella misura in cui saprà insegnare loro un metodo per la comprensione della liturgia che celebrano. Per questo si fa urgente insegnare una sorta di lectio della liturgia che permetta ai cristiani di conoscere i significati dei testi e dei gesti liturgici al fine di interiorizzare il mistero che celebrano. Come le sante Scritture così anche la liturgia ha bisogno di essere compresa, meditata, interiorizzata al fine di diventare preghiera. La domanda che negli Atti degli Apostoli (8,26-40) l’apostolo Filippo pone all’etiope intento a leggere il profeta Isaia – “Capisci quello che stai leggendo?” – vale anche per la liturgia: “Capisci quello che stai celebrando?”. La risposta è la stessa dell’etiope: “E come potrei capire, se nessuno mi guida?”. Guidare al mistero, in greco mystagogéin. La mistagogia è il metodo e lo strumento che la chiesa antica ci consegna per far si che i credenti vivano di ciò che celebrano. Quello che la lectio divina è per le Scritture, la mistagogia lo è per la liturgia. Ciò che è avvenuto in questi ultimi anni attraverso la lectio divina insegna che ogni rassegnazione è ingiustificata e ogni cinismo è del tutto fuori posto. La progressiva affermazione della lectio divina ha infatti dimostrato che è possibile educare i cristiani ad abbeverarsi alle fonti pure della fede. Questo per le Scritture ormai da anni avviene, mentre per la liturgia attende ancora in larga parte di realizzarsi”. (G. Boselli, La comunità che celebra, Palermo, 2011). (continua) Le Figlie di San Giuseppe 3/2014 13 RIFlettIAMO Su... Alleanza terapeutica Riflessione di carattere antropologico pastorale Mons. Ignazio Sanna, Arcivescovo educazione terapeutica, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, “…consiste nell’aiutare il paziente e la sua famiglia a comprendere la malattia ed il trattamento, a collaborare alle cure, a farsi carico del proprio stato di salute ed a conservare e migliorare la propria qualità di vita”. Per alleanza terapeutica si intende il rapporto che si stabilisce tra medico curante e paziente per raggiungere l’obiettivo comune di mantenere o ristabilire lo stato di salute. Per una corretta alleanza terapeutica, ora, bisogna tener conto di diversi valori: libertà, vita, dignità, dolore e sofferenza. Vorrei fare qualche considerazione su alcuni aspetti di questi valori (libertà, vita, dignità), che ritengo molto importanti per la formazione delle convinzioni personali. L’ 1. Relativamente al valore della libertà, va ricordato che il concetto di libertà cristiana è legato all’immagine di Dio, perché, secondo il concilio, la libertà è il segno altissimo dell’uomo creato a immagine di Dio. La libertà umana è una libertà partecipata, perché l’uomo non è Dio, ma solo immagine di Dio. L’immagine, infatti, in se stessa, è un limite. Non è l’archetipo, non è l’originale. Ma essa è sempre in rapporto con l’archetipo e con l’originale. La creatura è sempre in rapporto con il Creatore. L’uomo immagine è in se stesso un limite. Un limite verso l’alto, perché non è Dio, è un essere che sfida gli dei, secondo Eschilo, un essere che parla degli dei, secondo Platone, un essere che parla a Dio, secondo S. Agostino. E’ dalla parte di Dio. E’ vicino a Dio, parla con Lui, sfida il suo divieto, ma non è Dio. Però è immagine di Dio, cioè deriva da Dio, dipende da Dio. Per capire l’uomo bisogna partire da Dio. L’immagine ha in se stessa qualcosa di fragile, di debole, di corruttibile, ma allo stesso tempo ha una valenza di eternità. Essa respinge sia il dualismo ontologico, che divide l’uomo in due sostanze, che il monismo materialistico, che lo riduce alla sola materia, al cosiddetto uomo neuronale. L’uomo è immagine di Dio in tutta la sua realtà fisica e spirituale, ed è, a priori, un essere responsabile verso Dio e creato per Lui. Proprio in base a questa sua somiglianza divina, che costituisce la sua vera dignità, egli è fondamentalmente diverso da tutto il mondo infraumano. La libertà, dunque, è limitata, partecipata, verso l’alto, cioè Dio, ma è limitata e partecipata anche verso il basso, cioè la società. Il principio di autonomia, infatti, presuppone che la persona possa giudicare il valore della propria vita indi- Per quanto riguarda il valore della vita, nel campo della bioetica, persistono tuttora due categorie tradizionali interpretative della sacralità della vita e della disponibilità della medesima. Secondo la prospettiva della sacralità, la norma fondamentale della bioetica consiste nell'imperativo assoluto di difendere la vita. Tale imperativo ha un carattere deontologico assoluto e quindi non è suscettibile di eccezione alcuna. pendentemente da ogni altra relazione con gli altri uomini, facendo riferimento in modo esclusivo ai propri criteri e al proprio vissuto. Nella realtà ciò non si dà mai, perché gli uomini non sono atomi, come afferma una concezione individualistica estrema, ma dipendono in modo reale gli uni dagli altri. L’immagine che un uomo ha di sé dipende non da ultimo da chi egli è agli occhi degli altri; la valutazione del valore della propria vita rappresenta nell’una o nell’altra direzione sempre anche una reazione alla valutazione ch’egli riceve nel giudizio degli altri. E’ semplicemente irrealistico pensare che una persona possa prendere una decisione definitiva, libera e razionale, sulla propria esistenza e sul suo valore complessivo, senza essere influenzata dalle persone con cui vive e dall’ambiente sociale che lo circonda. Inoltre, la libertà è limitata anche dal fattore tempo. In un avanzato stadio della malattia, il desiderio di morire spesso intende dire qualcosa di diverso dal significato diretto delle parole adoperate. Non solo. Nelle singole fasi che precedono la morte, l’umore del malato cambia spesso; il desiderio di morire presto, espresso in una fase di depressione, può cedere successivamente il posto a un nuovo desiderio di vivere, che permette al moribondo di accettare consapevolmente la propria morte. In un secondo momento simili desideri di morire sembrano un appello disperato a non essere lasciati soli nel difficile momento della morte. Dietro di essi si cela il desiderio di essere in quel frangente efficacemente aiutati, desiderio che un’interpretazione letterale della richiesta di eutanasia o addirittura il suo immediato appagamento potrebbero solo deludere. In secondo luogo la realtà delle cure palliative ha mostrato che la vera richiesta della popolazione è quella di non soffrire inutilmente e di essere accompagnati in modo attento e umano alla morte, mentre non è affatto quella di anticipare la morte. 2. Per quanto riguarda il valore della vita, nel campo della bioetica, persistono tuttora due categorie tradizionali interpretative della sacralità della vita e della disponibilità della medesima. Secondo la prospettiva della sacralità, la norma fondamentale della bioetica consiste nell’imperativo assoluto di difendere la vita. Tale imperativo ha un carattere deontologico assoluto e quindi non è suscettibile di eccezione alcuna. Ne segue che, secondo questa prima prospettiva, la vita umana andrebbe considerata sempre e comunque come indisponibile. Secondo la prospettiva della disponibilità, invece, la norma fondamentale della bioetica consiste nell’imperativo di difendere la qualità della vita. Di conseguenza, la vita non andrebbe mai difesa di per sé, ma solo nei limiti in cui essa appare meritevole di essere vissuta. La valutazione sulla qualità della vita, poi, non deve essere agganciata a riferimenti assoluti, bensì affidata all’individuo stesso e alle sue capacità di autonoma scelta. La diversità di impostazione qui sommariamente riferita, secondo F. D’Agostino, è dovuta principalmente a due modalità differenti di lettura della stessa ragione umana. L’etica della sacralità della vita riconosce la presenza in ogni vivente di una intrinseca e specifica ragione d’essere, che va rispettata nel suo principio. L’etica della dignità della vita ritiene, invece, che sia o che comunque debba essere il vivente stesso a fornire alla propria esistenza una ragione. 3. Per quanto riguarda il valore della dignità, è degno di nota il fatto del tutto particolare, e, cioè, che molto spesso la dignità è riconosciuta e promossa a partire da una condizione di “indegnità”. Secondo questa concezione, l’uomo non perde mai la sua dignità di persona umana, neppure nelle peggiori condizioni di vita e di salute, perché la dignità dell’uomo ha la sua radice nella “sussistenza spirituale”, nel fatto cioè che è uno spirito, sia pure incarnato in una materia. L’uomo è uno spirito che, a motivo della sua incarnazione nella materia, può andare incontro a condizioni di vita dolorose e gravemente deficitarie, ma che conserva sempre la propria dignità di essere spirituale. E’ ovvio che se si ha una visione soltanto materialista dell’uomo, per cui egli fa parte dell’universo materiale e ciò che in lui si designa come spirito, che si esprime nell’intelligenza e nella volontà libera, non è che un prodotto della materia nel suo processo evolutivo, non ha senso parlare di dignità umana, quando l’uomo è colpito nel suo corpo e nelle sue capacità intellettive e volitive ed è ridotto a vivere una vita quasi solamente vegetativa. Se, invece, si ha dell’uomo una visione spiritualista, per cui egli conserva il suo essere spirituale anche quando le sue capacità intellettive e volitive sono gravemente colpite nella loro funzionalità e il corpo non è capace di svolgere le sue funzioni essenziali, la dignità della sua persona resta intatta e la sua vita non diviene indegna di essere vissuta. C’è, dunque, anche nell’apparente indegnità della vita umana una dignità permanente, che non può mai essere perduta e che merita rispetto. Si tratta, cioè, di rispettare la persona umana anche nella sua “indegnità”. Anzi, è proprio la condizione di “indegnità”, in cui vivono alcune persone, che costituisce la loro dignità, che li rende degni di rispetto. Le Figlie di San Giuseppe 3/2014 15 VItA dellA ChIeSA GIORnAtA COMunICAzIOnI SOCIAlI Chi comunica (bene) si fa prossimo Mons. Antonello Mura, Vescovo Premessa Domenica 1° giugno si è celebrata la 48 Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Papa Francesco nel suo Messaggio, dal titolo Comunione al servizio di un’autentica cultura dell’uomo ha evidenziato l’importanza della cultura dell’incontro nelle strade digitali odierne. I media sono un dono Il giorno d’inizio del mio ministero in Diocesi, il 27 aprile, dialogando con i giovani risposi a questa domanda di Paolo: “Le nuove tecnologie come devono essere valutate nell’ottica della Chiesa?”. Dissi senza indugio che sono una grande opportunità e, utilizzando le parole di papa Francesco per la Giornata delle Comunicazioni sociali aggiunsi: “Sono un dono di Dio”. La domanda e la risposta mi sono venute in mente in questi giorni, fino a interrogarmi sulla comprensione del messaggio che la Chiesa propone sul senso attuale delle comunicazioni sociali. In questo senso le parole del Papa sono uno scrigno da cui trarre numerosi elementi per arricchire il linguaggio e i contenuti del messaggio della Chiesa. C’è subito un equivoco da superare, forse anche presente nella domanda di Paolo. Le nuove tecnologie, pur in presenza di limiti e aspetti problematici – che papa Francesco nel Messaggio per la Giornata elenca senza ritrosie - non vanno ritenute un ostacolo per la Chiesa e la sua missione; piuttosto sono un alleato per percorrere le strade digitali del nostro tempo. “Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale”, scrive il Papa. La parabola del buon samaritano diviene, nelle parole di Francesco la parabola del buon comunicatore. Il Papa, sottolineando quanto sia importante “l’attenzione e la presenza della Chiesa nel mondo della comunicazione”, si chiede se siamo capaci in particolare di comunicare il volto della Chiesa che ”esce per strada”, dove “la gente vive”; strade “affollate di umanità, spesso ferita” e seguire così l’esempio del buon samaritano, “che fascia le ferite dell’uomo percosso versandovi olio e vino”. Il giovane Paolo, e tutti noi che magari utilizziamo le nuove tecnologie con assiduità, forse, non abbiamo ancora scoperto o sperimentato un particolare potere della comunicazione, quello che il Papa chiama potere “come prossimità”. E’ possibile, anzi necessario, che la connessione offertami dai media diventi una grande opportunità di incontro: “La rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane”. “Chi comunica - allora - si fa prossimo”. Perché, aggiungiamo, le vie digitali si possono percorrere cercando volti più che sembianze; accogliendo storie più che situazioni virtuali. Una Chiesa che sa mettersi in cammino con tutti Connettersi con la realtà quindi non è solo per i credenti un’opportunità, ma anche un dovere. E il Papa ne sottolinea un altro aspetto quando ricorda che se è vero che le strade digitali “sono affollate di umanità” la Chiesa, che non ha paura di essere “accidentata” – tutto il contrario di quella “ammalata di autoreferenzialità” – deve aprire le sue porte senza paura “perché la gente entri, in qualunque condizione di vita si trovi”. “Siamo chiamati - ricorda il Papa - a testimoniare una Chiesa che sia casa di tutti”. Come i discepoli di Emmaus bisogna dialogare “con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze, e offrire loro il Vangelo, cioè Gesù Cristo”. Per farlo, “senza trucchi o effetti speciali”, la via maestra della comunicazione passa dal seguire l’esempio del buon samaritano, che offre “olio profumato per il dolore e vino buono per l’allegria”. Per fare tutto questo – e papa Francesco sembra rivolgere un appello – abbiamo bisogno di “energie fresche e un’immaginazione nuova per trasmettere agli altri la bellezza di Dio”. MeSSAGGIO del SAntO pAdRe FRAnCeSCO peR lA XlVIII GIORnAtA MOndIAle delle COMunICAzIOnI SOCIAlI Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro Cari fratelli e sorelle, oggi viviamo in un mondo che sta diventando sempre più “piccolo” e dove, quindi, sembrerebbe essere facile farsi prossimi gli uni agli altri. Gli sviluppi dei trasporti e delle tecnologie di comunicazione ci stanno avvicinando, connettendoci sempre di più, e la globalizzazione ci fa interdipendenti. Tuttavia all’interno dell’umanità permangono divisioni, a volte molto marcate. A livello globale vediamo la scandalosa distanza tra il lusso dei più ricchi e la miseria dei più poveri. Spesso basta andare in giro per le strade di una città per vedere il contrasto tra la gente che vive sui marciapiedi e le luci sfavillanti dei negozi. Ci siamo talmente abituati a tutto ciò che non ci colpisce più. Il mondo soffre di molteplici forme di esclusione, emarginazione e povertà; come pure di conflitti in cui si mescolano cause economiche, politiche, ideologiche e, purtroppo, anche religiose. In questo mondo, i media possono aiutare a farci sentire più prossimi gli uni agli altri; a farci percepire un rinnovato senso di unità della famiglia umana che spinge alla solidarietà e all’impegno serio per una vita più dignitosa. Comunicare bene ci aiuta ad essere più vicini e a conoscerci meglio tra di noi, ad essere più uniti. I muri che ci dividono possono essere superati solamente se siamo pronti ad ascoltarci e ad imparare gli uni dagli altri. Abbiamo bisogno di comporre le differenze attraverso forme di dialogo che ci permettano di crescere nella comprensione e nel rispetto. La cultura dell’incontro richiede che siamo disposti non soltanto a dare, ma anche a ricevere dagli altri. I media possono aiutarci in questo, particolarmente oggi, quando le reti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi. In particolare internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio. Esistono però aspetti problematici: la velocità dell’informazione supera la nostra capacità di riflessione e giudizio e non permette un’espressione di sé misurata e corretta. La varietà delle opinioni espresse può essere percepita come ricchezza, ma è anche possibile chiudersi in una sfera di informazioni che corrispondono solo alle nostre attese e alle nostre idee, o anche a determinati interessi politici ed economici. (...) Questi limiti sono reali, tuttavia non giustificano un rifiuto dei media sociali; piuttosto ci ricordano che la comunicazione è, in definitiva, una conquista più umana che tecnologica. Dunque, che cosa ci aiuta nell’ambiente digitale a crescere in umanità e nella comprensione reciproca? Ad esempio, dobbiamo recuperare un certo senso di lentezza e di calma. Questo richiede tempo e capacità di fare silenzio per ascoltare. Abbiamo anche bisogno di essere pazienti se vogliamo capire chi è diverso da noi: la persona esprime pienamente se stessa non quando è semplicemente tollerata, ma quando sa di essere davvero accolta. Se siamo veramente desiderosi di ascoltare gli altri, allora impareremo a guardare il mondo con occhi diversi e ad apprezzare l’esperienza umana come si manifesta nelle varie culture e tradizioni. Ma sapremo anche meglio apprezzare i grandi valori ispirati dal Cristianesimo, ad esempio la visione dell’uomo come persona, il matrimonio e la famiglia, la distinzione tra sfera religiosa e sfera politica, i principi di solidarietà e sussidiarietà, e altri. Come allora la comunicazione può essere a servizio di un’autentica cultura dell’incontro? E per noi discepoli del Signore, che cosa significa incontrare una persona secondo il Vangelo? Come è possibile, nonostante tutti i nostri limiti e peccati, essere veramente vicini gli uni agli altri? Queste domande si riassumono in quella che un giorno uno scriba, cioè un comunicatore, rivolse a Gesù: «E chi è mio prossimo?» (Lc 10,29). Questa domanda ci aiuta a capire la comunicazione in termini di prossimità. Potremmo tradurla così: come si manifesta la “prossimità” nell’uso dei mezzi di comunicazione e nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Trovo una risposta nella parabola del buon samaritano, che è anche una parabola del comunicatore. Chi comunica, infatti, si fa prossimo. E il buon samaritano non solo si fa prossimo, ma si fa carico di quell’uomo che vede mezzo morto sul ciglio della strada. Gesù inverte la prospettiva: non si tratta di riconoscere l’altro come un mio simile, ma della mia capacità di farmi simile all’altro. Comunicare significa quindi prendere consapevolezza di essere umani, figli di Dio. Mi piace definire questo potere della comunicazione come “prossimità”. Quando la comunicazione ha il prevalente scopo di indurre al consumo o alla manipolazione delle persone, ci troviamo di fronte a un’aggressione violenta come quella subita dall’uomo percosso dai briganti e abbandonato lungo la strada, come leggiamo nella parabola. In lui il levita e il sacerdote non vedono un loro prossimo, ma un estraneo da cui era meglio tenersi a distanza. A quel tempo, ciò che li condizionava erano le regole della purità rituale. Oggi, noi corriamo il rischio che alcuni media ci condizionino al punto da farci ignorare il nostro prossimo reale. Non basta passare lungo le “strade” digitali, cioè semplicemente essere connessi: occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro vero. (...) Abbiamo bisogno di tenerezza. Non sono le strategie comunicative a garantire la bellezza, la bontà e la verità della comunicazione. Anche il mondo dei media non può essere alieno dalla cura per l’umanità, ed è chiamato ad esprimere tenerezza. La rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane. La neutralità dei media è solo apparente: solo chi comunica mettendo in gioco se stesso può rappresentare un punto di riferimento. (...) Le strade sono quelle del mondo dove la gente vive, dove è raggiungibile effettivamente e affettivamente. Tra queste strade ci sono anche quelle digitali, affollate di umanità, spesso ferita: uomini e donne che cercano una salvezza o una speranza. Anche grazie alla rete il messaggio cristiano può viaggiare «fino ai confini della terra» (At 1,8). (...) Siamo chiamati a testimoniare una Chiesa che sia casa di tutti. Siamo capaci di comunicare il volto di una Chiesa così? La comunicazione concorre a dare forma alla vocazione missionaria di tutta la Chiesa, e le reti sociali sono oggi uno dei luoghi in cui vivere questa vocazione a riscoprire la bellezza della fede, la bellezza dell’incontro con Cristo. Anche nel contesto della comunicazione serve una Chiesa che riesca a portare calore, ad accendere il cuore. (...) Occorre sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze, e offrire loro il Vangelo, cioè Gesù Cristo, Dio fatto uomo, morto e risorto per liberarci dal peccato e dalla morte. La sfida richiede profondità, attenzione alla vita, sensibilità spirituale. Dialogare significa essere convinti che l’altro abbia qualcosa di buono da dire, fare spazio al suo punto di vista, alle sue proposte. Dialogare non significa rinunciare alle proprie idee e tradizioni, ma alla pretesa che siano uniche ed assolute. (...) Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale. È importante l’attenzione e la presenza della Chiesa nel mondo della comunicazione, per dialogare con l’uomo d’oggi e portarlo all’incontro con Cristo: una Chiesa che accompagna il cammino sa mettersi in cammino con tutti. In questo contesto la rivoluzione dei mezzi di comunicazione e dell’informazione è una grande e appassionante sfida, che richiede energie fresche e un’immaginazione nuova per trasmettere agli altri la bellezza di Dio. Le Figlie di San Giuseppe 3/2014 17 ARte e Fede I luOGhI dellA Fede la parrocchia di San bernardino a Mogoro Myriam deidda a Chiesa Parrocchiale di Mogoro (OR) è intitolata a San Bernardino da Siena, un religioso appartenente all’Ordine dei Frati Minori, vissuto a cavallo tra il XIV e il XV secolo, e proclamato santo nel 1450 da Papa Niccolò V. L’opera di San Bernardino si caratterizzò per aver portato un forte rinnovamento nella Chiesa cattolica e in tutto il movimento francescano. Della data di edificazione della chiesa mogorese non si hanno notizie certe, di sicuro era già costruita nel 1524 come indicato nella Visita Pastorale dell’allora Vescovo Mons. Andrea Sanna. L’edificio, di stile tardoromanico, ha subito numerose modifiche nei secoli, che gli hanno conferito l’aspetto attuale (fig.1) con impianto absidato a navata unica e copertura a volte a botte su sottarchi. Sulla navata si affacciano otto cappelle, quattro per parte, intitolate rispettivamente a San Giuseppe, al Sacro Cuore, all’Immacolata, alla Madonna del Carmine, quelle a destra, e a San Pietro, a Sant’Antonio, a San Sebastiano, alla Madonna del Rosario, quelle a sinistra, ciascuna delle quali ospitante un altare marmoreo o ligneo. Le prime e L 1 le ultime due cappelle riprendono la copertura a volta a botte della navata, mentre le quattro centrali hanno copertura a costoloni incrociati con gemma centrale (fig.2). Nel presbiterio campeggia l’altare maggiore (fig.3), fulcro dell’edificio, realizzato, alla fine del XVIII secolo, in marmo bianco con elementi in marmi policromi. La nicchia accoglie una statua lignea del santo patrono, risalente al XIX secolo; sempre raffigurante San Bernardino è l’immagine scolpita in bassorilievo al centro della mensa d’altare. La chiesa presenta una ricca decorazione pittorica che fu eseguita tra il 1932 e il 1935 a opera dei pittori Battista Scano e Francesco Puddu di Cagliari. La navata è decorata con scene della vita di San Bernardino e con raffigurazioni di Santi all’interno di clipei. Nella cupola si possono ammirare immagini dedicate alla Madonna del Carmelo, mentre nelle pareti laterali del presbiterio si trovano due quadri racchiusi da cornici a stucco dorato raffiguranti il Miracolo Eucaristico del 1604 e la Processione Eucaristica che si tiene ogni anno in ricordo del miracolo. Queste due opere si riferiscono a un avvenimento accaduto in occasione della Pasqua del 1604: mentre il parroco, don Salvatore Spiga, distribuiva davanti all’altare l’Eucarestia, due fedeli, noti per i loro costumi dissoluti, lasciarono cadere sul pavimento le particole come se avessero scottato loro la lingua. Il sacerdote, dopo aver raccolto le ostie, si mise a ripulire la pietra, secondo quanto indicato dalla Chiesa nei casi in cui l’ostia consacrata cada a terra, ma si accorse che le due particole avevano lasciato sul pavimento un’impronta indelebile, visibile ancora oggi sulla pietra conservata e venerata nell’altare. In ricordo del mi2 3 racolo del 1604 ogni anno, nel giorno di Pasqua, si svolge una solenne processione eucaristica. Esternamente la facciata (fig.4) si presenta animata da quattro paraste scanalate che sorreggono una serie di cornici e racchiudono il portale maggiore, sormontato da timpano curvilineo spezzato, sovrastato da un oculo circolare che taglia le cornici sorrette dalle paraste. Il prospetto ha terminale a “lucerna di carabiniere”, con cornice aggettante che è ripresa nel paramento murario adiacente l’edificio, sul quale si apre una grande trifora. A sinistra della facciata è addossato il campanile a canna quadrata, alto 30 metri, diviso in tre ordini da cornici sporgenti. 4 5 Nel mese di maggio la comunità mogorese celebra i riti in onore del Santo Patrono Bernardino da Siena, che la Chiesa ricorda il 20 maggio. È in questa occasione che la statua lignea del santo (fig.5), collocata in una nicchia dietro l’altare maggiore, viene esposta al centro della chiesa per essere venerata dai fedeli, per sei mesi, sino alla festa di Ognissanti, quando con il rito de “S’Inserru”, essa è riposta per altri sei mesi nella sua nicchia, sino al 10 maggio successivo, inizio della Novena in onore di San Bernardino. Si rimanda alla pubblicazione “La Comunità Parrocchiale”, a cura di Franco Broccia. Mogoro, marzo 2012. Glossario Clipei: sono così definite le immagini inscritte in un cerchio. Parasta: è un elemento architettonico strutturale verticale inglobato in una parete, dalla quale sporge solo leggermente. Terminale a “lucerna di carabiniere”: che richiama nella forma il copricapo da carabiniere. Timpano: parte triangolare, liscia o, più spesso, decorata a rilievo, compresa fra la trabeazione orizzontale e le cornici oblique del frontone. Trifora: è una finestra costituita da tre aperture divise verticalmente da una colonnina o da un pilastrino su cui poggiano tre archi, a tutto sesto o acuti. Le Figlie di San Giuseppe 3/2014 19 AttuAlItà e FORMAzIOne Intraprendere il viaggio nella via della bellezza Marco Cardinali n uno dei passaggi dell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium Papa Francesco afferma: “È bene che ogni catechesi presti una speciale attenzione alla via della bellezza”. In questo numero della rivista vogliamo affrontare proprio questo tema ritenendolo troppo spesso tralasciato a scapito di ciò che, al contrario, è brutto, triste e senza colore. “Annunciare Cristo – scrive il Santo Padre – significa mostrare che credere in Lui e seguirlo non è solamente una cosa vera e giusta, ma anche bella”. La bellezza, dunque, diventa una via privilegiata per vivere appieno il cristianesimo e per parlare di Dio al mondo contemporaneo, anche a chi credente non è. In una cultura come la nostra, dominata dall’immagine, potremmo pensare di essere tutti esperti di bellezza, ma al contrario siamo solo fruitori, troppo spesso inconsapevoli e impreparati, di una certa immagine di bellezza che corrisponde a quella delle pubblicità, tendente a massificare i gusti e che ha una finalità ben precisa: creare necessità lì dove non ce ne sono allo scopo di far acquistare. Il tema è importante, basti pensare, infatti, che nella tradizione cattolica, l’immagine ha sempre avuto un ruolo centrale ai fini educativi, per la formazione, per la preghiera, nella liturgia, come modello morale per l’uomo. Eppure, al di là dell’immagine, oggi sembra difficile definire il concetto di bellezza e se ne parla e la si usa in modo improprio, equivoco e confuso. La prima cosa da comprendere per sgombrare il campo da ogni equivoco, è che bellezza, nella tradizione cristiana, sia nella spiritualità “orientale”, sia in quella “occidentale”, è legata alla sfera spirituale, alla santità, non alla ricchezza fine a se stessa. I Non è, dunque, un bene materiale, non può essere rappresentata esclusivamente con qualcosa che abbia a che fare con il lusso, i soldi o il potere. La bellezza è attributo di Dio e citando il teologo Hans Urs von Balthasar possiamo dire che è “la gloria di Dio”. Noi dobbiamo recuperare proprio questo, altrimenti parlare di bellezza potrebbe portarci a considerazioni vacue, inutili, superficiali e dare ragione a falsi moralisti. Poiché in quel caso intenderemmo la bellezza secondo una visione “dandistica”, quindi estetizzante, estetistica, delle cose, del mondo, dell’uomo, della vita, fraintendendone il vero significato e riducendola ad un elemento di tipo materiale. La bellezza, in realtà, ha proprio in sé la gloria di Dio, che per noi è un volto, il volto stesso di Cristo. E quel volto è talmente La bellezza, in realtà, bello, è talmente splenha proprio in sé la dente che ha per così dire, gloria di Dio, che per ri- noi è un volto, il volto stesso di Cristo. empito di sé tutta l’attività artistica. Quindi, la bellezza alla quale ha teso la cultura carolingia, gotica, romanica, rinascimentale, barocca e via via fino ai nostri giorni, lì noi scorgiamo la rappresentazione della bellezza. L’esperienza di fede che dovrebbe vivere il credente, quando entra in una chiesa, ad esempio, è quella di entrare in un locus mirabilis, nel paradiso, nella dimora di Dio, in cui tutto parla di lui, dalla struttura alle suppellettili, dai dipinti alla liturgia. A questo punto sorge spontanea una domanda che la- scio senza una risposta: “Quante delle nostre chiese contemporanee riescono in quest’intento?”. Quando noi abbiamo a che fare, per esempio, con un portale gotico, abbiamo tutta una serie di archi concentrici che rappresentano ognuno dei cieli; vengono messi in prospettiva simbolica tutti i sei cieli che ci separano dal settimo cielo – il luogo dove abita Dio; si apre una porta e noi entriamo nel settimo cielo. Quello è il luogo della bellezza: per questo che è splendente d’oro, è ricca di immagini, di canto, di profumi, di luce, di silenzio! Vorrei concludere con quest’ultima riflessione: la bellezza non basta a se stessa. La via della bellezza, infatti, è la via dell’ineffabile; sorprende, perché sembra inarrivabile e nello stesso tempo lascia sgomenti per la sua concretezza. Circonda ciascuno di noi, eppure necessita di occhi nuovi per poterla scorgere in tutta la sua potenza...bisogna in qualche modo aprirle la strada. Affonda le radici nel luogo più intimo di noi stessi, lì dove lo Spirito Santo sussurra con gemiti inesprimibili. Da questo luogo nascosto s’irradia e dona nuova luce a noi stessi e all’intero creato, eco inconfondibile del suo e nostro Creatore e della sua bellezza incomparabile e terribile di fronte alla quale persino Mosè dovette velarsi lo sguardo. La bellezza non è semplicemente data, seppur gratuitamente offerta. Perché se è vero che siamo circondati dalla bellezza potremmo anche non essere mai in grado di scoprirla. Essa va, infatti, ri-conosciuta, ri-conquistata e accolta in una specie di processo circolare: è suscitata in noi da una sorta di stupore, per poi tornare di nuovo in noi stessi trasfigurata da una luce nuova e vivificante. In questa sorta di conversione, in cui il cuore si dilata per aprirsi oltre i sensi, ci riscopriamo più piccoli e nello stesso tempo immensamente più grandi, perché parte di un’Eternità senza fine dalla cui Bellezza tutto sgorga e tutto chiama all’unità. Solo allora possiamo scoprire la vera bellezza, anche lì dove sembra non ne alberghi alcuna: nello sguardo magari spento di chi ci è accanto; o nel nostro in un momento in cui tutto sembra senza speranza. Nel povero e nel ricco, nell’alba e nel tramonto, nella vita e nella morte, al di là di ogni nostro limite e peccato. Bisogna essere degni della bellezza il che non vuol dire essere perfetti, ma capaci di lasciarsi sorprendere e attrarre, da quel Silenzio affascinante che più di ogni altro è capace di pronunciare ogni vera parola, perché trova la s ua essenza nel Verbo stesso di Dio, Gesù Cristo, Somma Bellezza. Madonna della Seggiola Raffaello Sanzio, (1513-1514 circa) conservato nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze. Bisogna essere degni della bellezza il che non vuol dire essere perfetti, ma capaci di lasciarsi sorprendere e attrarre, da quel Silenzio affascinante che più di ogni altro è capace di pronunciare ogni vera parola, perché trova la sua essenza nel Verbo stesso di Dio, Gesù Cristo, Somma Bellezza. Le Figlie di San Giuseppe 3/2014 21 VItA dell’IStItutO le comunità raccontano I TA L I A Maria nella Pentecoste di P.P. Rubens, 2004. Vieni Spirito Santo manda a noi dal cielo un raggio della tua luce Vieni, padre dei poveri, vieni datore dei doni, vieni, luce dei cuori. Consolatore perfetto; ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo. Nella fatica, riposo, nella calura riparo, nel pianto conforto. O luce beatissima, invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli. Senza la tua forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa. Lava ciò che è sordido bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato. Dona ai tuoi fedeli che solo in te confidano i tuoi santi doni. Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna. a solennità dell’Ascensione del Signore ci apre alla speranza dei tempi nuovi inaugurati dalla presenza del Signore che rimane con noi sempre come la sua Parola ci permette, in modalità nuova rispetto a quella vissuta dai discepoli fino alla Risurrezione, ma sempre una presenza che ci assicura la comunione con Dio e in lui con ogni uomo divenuto fratello in Gesù Cristo. L’Ascensione ci rivolge l’invito a guardare in alto, ad orientare il nostro sguardo verso il cielo che, aperto per noi, con Gesù siamo chiamate ad attraversarlo per vivere con Lui la pienezza della Risurrezione. “Nel tuo Figlio asceso al cielo, la nostra umanità è innalzata accanto a te… e noi viviamo nella speranza”, così ci fa pregare la Chiesa. E’ il tempo dello Spirito, il tempo della Chiesa, il tempo della missione. La nostra fede ci aiuta a leggere ogni esperienza esistenziale alla luce del compimento della gioia della Pasqua che riveste di vita nuova nello Spirito ogni tratto di debolezza, di peccato, di povertà, propria della nostra umanità ferita. E questo lo crediamo possibile per ogni uomo e donna che attende liberazione e pace, desidera vita e speranza, senso e fiducia nella difficile parabola della vita. Nel mistero della Risurrezione e Ascensione del Signore mentre Gesù si allontana dallo spazio e dal tempo del suo vivere insieme con i suoi discepoli, Egli si avvicina a loro in modo nuovo nella comunione dello Spirito, entrando in una relazione più intima e forte, al di là dell’amicizia e della comunione di vita per entrare e dimorare in Dio realmente, rendendo possibile l’inabitazione della Trinità, dimora e possesso di Dio. L’Ascensione apre il tempo dell’attesa dello Spirito, non solo quella cronologica vissuta dai discepoli su comando del Signore, quando si radunano nel Cenacolo, con Maria la Madre di Gesù, ma si rinnova nel tempo anche per noi per vivere la presenza nella relazione spirituale oltre il tempo e lo spazio che l’amore rende vero e concreto nella vita eucaristica e la partecipazione ai misteri della salvezza. La settimana tra l’Ascensione e la Pentecoste è da viversi L come la Liturgia ci orienta nella preghiera assidua che prepara all’accoglienza dello Spirito. E’ la solennità che celebra l’amore del Signore nella sua infinita grandezza e nell’universalità cosmica del cielo e della terra. Come scrive un grande teologo: “Lo Spirito santo guida il moto d’amore tra cielo e terra, ed Egli dà così compimento al rapporto, annodato in Cristo, con la Sposa-Sion-Maria-Ecclesia. Il Cristiano vive nel centro di questo evento, che vuole farsi realtà anche in lui e per lui, attraverso la sua dedizione amorosa all’amore. La sua esistenza dev’essere sempre traduzione creativa, futuro di Dio perennemente nuovo nello Spirito” (H. Urs Von Balthasar). Lo Spirito Santo rianima la nostra speranza. Le parole del Signore: “non vi lascerò orfani”, ripetute con infinita dolcezza, fanno nascere in noi una fiducia interiore che, al di là dei nostri smarrimenti, delle solitudini e delle desolazioni in cui talvolta ci troviamo privi di comprensione e di appoggio, ci fa sentire l’amore del Signore che accoglie tutta la sofferenza umana, la fa sua e la dissipa con la luce della vita nuova nello Spirito. Con tutto il nostro mondo interiore Egli ci accoglie e ci fa vivere nella dimensione dell’eterno. La realtà dell’eternità non è solo una dimensione che sorge al venir meno del tempo ma è già qui nel vivere in modo nuovo e con attenzione la presenza di Cristo in noi che ci fa entrare con lui nell’intimità col Le Figlie di San Giuseppe 3/2014 23 VItA dell’IStItutO I TA L I A Padre. “In quel giorno conoscerete che io sono nel Padre e voi siete in me e io in voi”. Quel giorno è oggi, adesso, è il momento in cui lo Spirito che abita in noi, ci fa entrare nella circolazione d’amore tra Gesù e il Padre. Lo Spirito Santo artefice di comunione. Questa azione è compiuta nell’intimo del cuore umano fino a prima incapace di amare con cuore nuovo, e che rende capaci di comunicazione nella narrazione delle grandi opere di Dio così che tutti possono comprenderle. La comunione si realizza nella diversità delle lingue che si accompagna alla diversità dei carismi e delle manifestazioni. La Pentecoste si contrappone all’umana costruzione dell’antica babele che aveva comportato la confusione delle lingue e la dispersione dei popoli. Il dono dello Spirito rende possibile nei credenti la capacità di aprirsi alla comprensione delle culture e all’accoglienza della diversità che si realizza nell’unità dell’amore che Dio ha donato in Cristo Gesù. Il discepolo del Signore col dono dello Spirito assume le capacità spirituale di entrare in relazione e in comunicazione con tutti gli uomini accogliendoli come fratelli. Rende possibile l’apertura positiva verso l’altro, aperti all’accoglienza della diversità, nel- l’incontro e nella comunione superando la tendenza egoistica che porta alla chiusura. Lo Spirito Santo anima della nostra preghiera. Egli si manifesta soprattutto come il dono che viene in aiuto alla nostra debolezza. “Noi nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili”. La preghiera per opera dello Spirito diventa espressione sempre più matura dell’uomo nuovo, che per mezzo di essa partecipa alla vita divina. Con la grazia dei sacramenti, come già nel soffio di vita che riceviamo al momento della nascita, lo Spirito aleggia sulla nostra esistenza e anima la nostra vita di credenti. E’ una presenza interiore nel nostro cuore, viva ed efficace che completa l’opera della salvezza in noi, dà forza e rianima la speranza. Sentiamo la sua presenza, come ospite dolce dell’anima, è conforto nella nostra attesa, è pegno della speranza nella futura realizzazione dei suoi doni, è luce alle nostre menti e dà splendore alle nostre anime. Vivere nella presenza e con la presenza dello Spirito è rendere possibile il compiersi della promessa del Signore Gesù: io sarò con voi sempre. Madre Maria Daniela J.M.J. Suor Doloretta Massidda nata a Mamoiada il 16 dicembre 1923 Morta a Cuglieri il 11 maggio 2014 S uor Doloretta Massidda nata a Mamoiada nel 1923 entrò nella nostra Famiglia religiosa nel 1949 e fece la sua prima professione nel 1951. La sua vita fu subito segnata dall’esperienza del dolore che vissuto alla luce del mistero di Cristo è sempre annuncio di luce e di risurrezione. Così mi scriveva qualche anno fa: “Sono rimasta orfana di entrambi i genitori fin dalla più tenera età. Ho vissuto nella famiglia materna fino all’ingresso in comunità. Anche i nonni e gli zii mi hanno lasciato presto, ma il Signore si è preso cura di me, chiamandomi alla sua sequela. Tutti i giorni lo ringrazio di vero cuore”. Sentiva forte l’attaccamento all’Istituto come l’unica e vera famiglia che l’amore del Signore le aveva provveduto e per questo ringraziava continuamente. La sua vita consacrata è stata all’insegna della semplicità, della laboriosità e della disponibilità nell’umiltà e nell’obbedienza. Fu in diverse case dell’Istituto in Sardegna come in Penisola nel servizio della cucina, della guardaroba, nei se- minari, negli Istituti e anche nelle scuole materne. Amava partecipare alla vita parrocchiale, visitare gli ammalati e consolare le persone sole e bisognose di compagnia. Forse per l’esperienza personale vissuta era vicina a quanti vivevano nel dolore per la perdita di persone care ed esercitava il ministero della consolazione con spirito veramente fraterno e solidale. Mentre l’affidiamo alla misericordia del Signore, Pastore buono che ha preso sulle sue spalle con amore Suor Doloretta per condurla ai pascoli ubertosi della vita senza tramonto, lo ringraziamo per il dono della nostra sorella all’Istituto e offriamo suffragi per la sua anima. Suor Maria Gabriella Manai I nata a Ruinas l’8 dicembre 1922 Morta a Genoni il 6 giugno 2014 l Signore ha visitato ancora una volta la nostra Famiglia religiosa e in particolare questa comunità di Casa Madre chiamando a sé a celebrare la pienezza della Pasqua che si compie nella Pentecoste, la nostra sorella Suor Maria Gabriella Manai. La nostra sorella, figlia di San Giuseppe per settant’anni lasciò la casa paterna a vent’anni, nel 1942 e fece la prima professione nel 1944. Attiva collaboratrice in seno alla parrocchia nel suo paese natale Ruinas, si impegno con ferma volontà e desiderio di donarsi al Signore e, attraverso il suo servizio, spendere le sue capacità e doti dove l’obbedienza la chiamava e la destinava. In particolare, dopo avere conseguito il diploma per l’insegnamento, profuse il suo amore e la sua dedizione con i bambini in numerose scuole della Sardegna e anche negli Istituti assistenziali dove fu per molti anni anche responsabile. Di carattere forte e volitiva era particolarmente attenta e gentile verso tutti, e quando aveva la consapevolezza di aver recato dispiacere a qualcuna non mancava di chiedere subito scusa e perdono. La sofferenza della sua ultima malattia certamente ha purificato il suo cuore preparandola all’incontro col Signore Gesù e con la Vergine santissima di cui era devotissima e ne portava anche il nome proprio del Battesimo, essendo nata il giorno dell’Immacolata. Ringraziamo il Signore per il dono della nostra consorella e mentre preghiamo per lei imploriamo la sua intercessione per noi presso il Signore. Un grazie particolare alle consorelle di Casa Madre che l’hanno assistita in questi ultimi anni. Il Ve- nerabile Fondatore anche oggi ci ripeterebbe: “Ho pregato per le inferme e non cesserò di pregare per le defunte. E mi consola la speranza che nella Famiglia di san Giuseppe abbiano avuto dal Signore mezzi per vivere più santamente, morire con più cordiale assistenza, e ricevere poi più numerosi ed affettuosi suffragi. Ed esse si ricorderanno di noi davanti al trono di Dio per riunirci un giorno tutti insieme” Madre Maria Daniela Le Figlie di San Giuseppe 3/2014 25 VItA dell’IStItutO Il nuovo Santo Giovanni XXIII venne accolto nel seminario romano da un sacerdote arborense: Mons. G. littarru l 25 novembre 1981 al seminario romano del Laterano, fu una giornata indimenticabile, “festa di famiglia”, come ebbe a dire tra gli altri il compagno di canonizzazione papa Giovanni Paolo II. Quella giornata, infatti, iniziò di buon mattino con la celebrazione Eucaristica presieduta dal Papa alle grotte Vaticane nei pressi della tomba di Roncalli con la partecipazione di presuli ed amici del seminario. Tra gli altri spiccò la figura di mons. Loris Capovilla, già segretario personale, venuto appositamente da Sotto il Monte. Subito dopo la Santa Messa, sostando davanti alla tomba di papa Roncalli, mons. Capovilla, volle ricordare con brevi parole alcuni avvenimenti della vita di papa Giovanni, tra cui la nascita, il suo ingresso in seminario, la sua ordinazione sacerdotale a Roma senza alcuno dei suoi parenti, e soprattutto la devozione alla Madonna della Fiducia. Dopo il canto dell’inno mariano, giungemmo tutti nella cappella Clementina, dove don Angelo Roncalli il 10 agosto 1904 celebrò la sua prima santa Messa votiva dei SS.mi Pietro e Paolo. Al pomeriggio nel presbiterio della cappella maggiore del seminario dominava la scena il quadro del festeggiato e tenne una commemorazione il cardinale Paolo Bertoli; inoltre, con il suo primo famoso “Magnificat” a 4 voci miste ed orchestra, debuttava il M° Marco Frisina allora agli inizi della sua carriera di sacro compositore. All’armonioso canto e suono dell’orchestra, si intercalarono I TA L I A I scritti e ricordi di papa Giovanni: fu in questa circostanza del centenario che sfogliando un numero del “Sursum corda” (n° 1-2 1973, pp.12-14) periodico del seminario, venni a scoprire un articolo a firma di mons. Capovilla, che mi è sempre rimasto impresso perché vi collaborò con la sua testimonianza mons. Giuseppe Littarru di Desulo deceduto ad Oristano il 17 gennaio 1972 all’età di 94 anni. Ad un certo punto si legge nel servizio: alle 6,40 del 4 gennaio 1901 scesero a Termini, provenienti da Bergamo: Angelo Giuseppe Roncalli, Achille Ballini e Guglielmo Carozzi, inviati dal loro vescovo mons. Guindani, per usufruire a Roma di una borsa di studio detta “fondazione Cerasola” ancora oggi in vigore, lascito in favore di studenti bisognosi di un antico prelato morto nel 1640, il titolo contestato a favore di laici era stato appena restituito dal Tribunale al seminario di Bergamo. I tre amici avevano viaggiato tutta la notte ma non erano stanchi al punto di rinunciare, prima dell’ingresso in seminario, ad una rapida corsa nel centro storico dell’Urbe. Da non dimenticare che anche in occasione del Giubileo del 1900 Roncalli era già stato a Roma per la prima volta. Il rettore del seminario che allora aveva sede nel palazzo dell’Apollinare (piazza s. Apollinare) il severo mons. Vincenzo Bugarini aveva incaricato il neo sacerdote Giuseppe Littarru della diocesi di Oristano ad acco- La prima camerata a cui appartenne il Ch. Roncalli (l’ultimo a destra, in piedi) nell’anno scolastico 1901 appena entrato nel Seminario Romano. Ricordo della seconda visita del Papa al Seminario Romano in occasione della festa della “Madonna della Fiducia” (7 febbraio 1959) gliere e prelevare i tre bergamaschi nella prima peregrinazione di cui siamo informati non tanto da Roncalli, quanto dall’agendina sgualcita dell’amico Carozzi. Ecco il fatto centrale di questo articolo che stabilisce la prima intesa di una lunga amicizia tra Roncalli e mons. Littarru per proteggere la compagnia dei “nuovi arrivati”. Dice l’arida nota di cronaca del canonico arborense di Desulo mons. Littarru: “Nell’attraversare piazza del Pantheon, potei osservare un primo tratto di squisita bontà, delicatezza di coscienza e rettitudine d’animo del chierico Roncalli, il più giovane dei tre, per contegno da lui dimostrato nei riguardi dei compagni. Gli altri due avvistato un gabellotto (bancarella) vi entrarono di filato e senz’ombra di scrupolo si provvidero dell’occorrente per fumare, cosa allora severamente proibita ai chierici. Roncalli non si mosse, stette a vedere visibilmente mortificato per il comportamento dei due ed esprimendo il disgusto che ne aveva provato. La sera, però, ad evitare che il Littarru riferisse l’increscioso episodio, suggerì timidamente all’assistente: la vita di seminario comincia stasera. Non parli col rettore dell’accaduto odierno. Sono buoni giovani, un po’ più vivaci di me, ma niente altro”. Roncalli contava 19 anni e due mesi. Divenuto papa visitò il seminario romano il 27 novembre 1958 a neppure un mese dall’elezione e la villa estiva di Roccantica per un celebre discorso sul sacerdozio il 12 settembre 1960. Con il nostro canonico Giuseppe Littarru coltivò una profonda amicizia che culminò con una famosa udienza del 18 maggio 1960, la cui foto venne pubblicata su “Vita Nostra” in occasione del settantesimo di sacerdozio del can. Littarru (22 settembre 1900) udienza a cui parteciparono anche il nostro caro Mons. Cosssu e la signorina Ernestina sempre legatissima nipote del can. Littarru. Da ultimo con il permesso speciale della S. Sede, mons. Littarru fu privilegiato con la presenza della SS.ma Eucarestia nella sua casa di via Carmine. Ed anche quel tanto severo rettore mons. Vincenzo Bugarini, educatore a Roma di una immensa schiera di prelati, al quale il giovane Roncalli e il neo sacerdote Littarru d’accordo decisero di nascondere “un particolare pericoloso” del giorno stesso d’ingresso al seminario dell’Apollinare. Morì tra le braccia del suo carissimo don Angelo il 14 febbraio 1924 a santa Maria in via Lata. Don Gerardo Pitzalis Le Figlie di San Giuseppe 3/2014 27 VItA dell’IStItutO CAGlIARI - Scuola dell’Infanzia Festeggiamo insieme San Giuseppe ome ogni anno la nostra scuola ha organizzato un momento d’incontro con le famiglie per onorare in solennità il nostro protettore San Giuseppe e festeggiare la festa del papà. E quale miglior modo se non celebrare una bella messa durante la quale i piccoli alunni sono stati i protagonisti incontrastati. Le settimane precedenti alla ricorrenza abbiamo lavorato insieme ai piccoli per preparare i canti della funzione e riflettere sulla figura di San Giuseppe, papà devoto del suo figlio Gesù, che con amore l’ha guidato nella sua crescita come i nostri papà fanno con noi. La festa si è svolta nello spazioso salone della scuola, dove con gioia abbiamo accolto i numerosi familiari intervenuti. La celebrazione ha avuto inizio con la presentazione, da parte di Suor Marilisa, del fondatore dell’Istituto delle “Figlie di San Giuseppe”, Padre Felice Prinetti, grazie al quale l’Istituto esiste e dal 1888 si dedica all’assistenza dei bisognosi e all’educazione della gioventù. E’ seguita la Santa Messa, celebrata da Mons. Ottavio Utzeri e dal diacono permanente Don Ignazio Boi , che durante l’omelia si è rivolto direttamente ai bambini che hanno partecipato con entusiasmo e giubilo. Il sacerdote, facendo riferimento alle parole del Santo Padre Papa Francesco, ha poi spronato i papà presenti a prendere esempio da San Giuseppe, ad essere custodi della crescita dei propri figli e a camminare con loro senza mai sostituirsi ad essi. Tutta la celebrazione è stata accompagnata dai canti festosi e ricchi di significato intonati dai bambini. Al termine della funzione religiosa i bambini si sono esibiti in un bel canto e una poesia per il papà, ai quali è seguito un rinfresco in un clima familiare, gioviale e allegro che ha lasciato in tutti noi serenità e letizia. Viva San Giuseppe tutti i giorni dell’anno! I TA L I A C Manuela VIllASOR Festa di Sant’Antioco iò che anche a Villasor caratterizza la festa di Sant’Antioco è la religiosità e la tradizione. Infatti come da tradizione consolidata nel tempo, la festa si svolge quindici giorni dopo la Pasqua. Il santo conosciuto come il martire sulcitano, patrono dell’omonima città del Sulcis, e per bolla papale della Sardegna è molto invocato dai Sorresi e da quanto riferiscono gli stessi cittadini, dispensatore di molte grazie. I festeggiamenti ricchi di appuntamenti civili e religiosi sono iniziati sabato 26 Aprile con la vestizione del santo, la recita del rosario meditato e i goccius, nella chiesa dedicata al santo, nel quartiere chiamato “su guventu”, in quanto la chiesa è strettamente legata al convento dei frati Cappuccini. Non si sa con certezza se la chiesa di Sant’Antioco sia stata costruita contemporaneamente al convento, oppure se, come sostengono alcune fonti, si tratti della ristrutturazione di una chiesa già dedicata al Santo costruita nei primi anni del ‘600. C Grazie all’impegno di un comitato prevalentemente formato da giovani, anche quest’anno in occasione della festa, c’è stata una forte partecipazione dei cittadini accorsi a tutti i momenti della festa organizzati come sempre alla perfezione grazie ad una profonda sinergia tra la popolazione, che sempre si distingue per generosità, il comitato, il parroco don Salvatore Collu, e l’amministrazione comunale. Giovedì primo maggio è iniziato il triduo solenne con la Santa Messa, la recita del rosario meditato e i goccius. Domenica 4 maggio è stato il giorno più importante della festa. Al mattino, dopo la messa del primo mattino, si è svolta la concelebrazione della santa messa solenne all’aperto in piazza Nino Brundu, presieduta dal rev.issimo Mons. Francesco Soddu, direttore della Caritas nazionale,e animata dal coro “Schola Cantorum” di San Sperate. La presenza di Mons. Soddu per molti di noi è stato un nuovo regalo di Dio , perché come lui stesso ha ricordato durante la celebrazione, è nella nostra comunità che si è preparato al sacerdozio fino al 1987, e dopo aver partecipato alla sua ordinazione sacerdotale, abbiamo mantenuto nel tempo un legame di amicizia e di profonda stima per la sua preparazione e per le sue grandi doti umane come la semplicità e la sua attenzione pastorale verso tutti, in particolare per i poveri e coloro che soffrono nell’anima e nel corpo. Nell’omelia, mons. Soddu , ha sottolineato come la liturgia della Parola ci esorta a restare concentrati sul mistero pasquale anche se a dire il vero ogni celebrazione ci esorta su questo mistero, fondamento della vita cristiana, ma lo fa con una peculiarità, con la proclamazione della vicenda dei discepoli di Emmaus: “Ed ecco in quel primo giorno della settimana” è il segno del sentiero della vita per raggiungere la meta. Ci insegna ad orientare la vita dove vuole il Signore. Da qualche decennio, nella nostra società si parla del “fine settimana” che inizia dal venerdì e getta la domenica alla fine, quando siamo stanchi. Invece “il primo giorno” è il giorno più bello, che dà sostentamento a tutta la nostra esistenza. I discepoli stavano chiudendo la loro esperienza con il Signore e stavano ritornando da dove avevano iniziato il cammino ed ecco che appare loro il Signore. Anche noi possiamo affrontare dei momenti belli in cui siamo felici e momenti meno belli, e alla sera possiamo ritrovarci affranti per le ombre che non siamo riusciti a diramare. Ecco noi come cristiani siamo nati in questo giorno, per tanto in ogni momento dobbiamo cammina- Le Figlie di San Giuseppe 3/2014 29 VItA dell’IStItutO I TA L I A La statua di Sant’Antioco. re con il Signore senza lasciarci rubare la speranza. Ma come possiamo comprendere le Scritture se non le visitiamo? Preghiamo perché il Signore ci faccia comprendere non tanto il senso esegetico della Parola quanto il sentiero per la nostra vita. Nel vangelo il Signore viene invitato a restare e lui spezza il pane, da questo lo riconoscono e poi scompare. Noi potremo fare e partecipare a tante liturgie ma non riconosceremo il Signore se non condividiamo “lo spezzare il pane”. Antioco era educato alla fede cristiana dalla madre: accoglie pienamente questo messaggio. Aveva studiato per diventare medico e lui esprime la sua professione nella carità servendo l’altro come ci ricorda l’E.G. N.188. Oggi la solidarietà ha perso il suo significato se non è calata nella comunità. In ogni parte quando si parla in questi termini della solidarietà creiamo fastidio, così come Antioco dette fastidio all’imperatore Adriano che cercava di distoglierlo dalla fede, ed è stato tradotto nell’isola del Sulcis: allora noi, insieme ai discepoli di Emmaus, dovremmo dire, resta con noi Antioco nella sera delle incertezze perché sia luce e faro. Sant’Antioco proteggi tutti e abbi uno sguardo di benevolenza per chi non ti conosce e manifesta attenzione per le preghiere di chi per vari motivi è in crisi , benedici i giovani e dona a tutti noi la forza di testimoniare la fede. Con questa preghiera si è conclusa la breve ma significativa omelia. Altro momento suggestivo della celebrazione è stata la presentazione dei doni all’offertorio accompagnati dal suono delle launeddas . Subito dopo la celebrazione si è svolta la processio- ne col simulacro del santo trainato da un carro di buoi, lungo alcune vie della cittadina addobbate con rami di palme, simbolo del martirio, e fiori vari che hanno reso il tragitto come un sentiero dentro un giardino vivente. Ad accompagnare il santo oltre a tanti fedeli, le autorità religiose e civili, i suonatori di launeddas di Gigi Arisci e Giacomo Lampis, la banda musicale San Biagio di Villasor, i gruppi folk San Biagio di Villasor, il gruppo folk Pro Loco Gonnosfanadiga e il gruppo Folk Sant’Agata di Santadi. Tanti i momenti che hanno caratterizzato il programma civile dalla gara di pesca, al torneo di scacchi , tennis, calcio e tanti spettacoli musicali , animazione per i bambini condotta e diretta dal gruppo “Palloncino blu” e la premiazione della strada più addobbata per la processione oltre alla premiazione da parte del C.C.N. VILLASOR del concorso “ Giardini Fioriti”. In ultimo ma non per importanza, le suore Giuseppine che operano nella nostra comunità, hanno organizzato come ogni anno una straordinaria pesca miracolosa i cui proventi andranno ad aiutare le Missioni. Concludiamo con la preghiera, recitata da tutti alla fine della celebrazione comunitaria in onore di Sant’Antioco: O Santissima Trinità. Padre, Figlio e Spirito Santo, fonte di vita e di comunione, che al giovane Antioco, cristiano fedele e coraggioso, hai dato la grazia di testimoniare con il sangue del martirio, la sua dedizione al Vangelo, concedi anche a noi devoti e alle nostre famiglie, di rimanere radicati e fondati nell’amore del Cristo, per vivere pienamente nel suo mistero di vita, morte e risurrezione, e annunziare e testimoniare il suo vangelo di pace e fraternità Amen M.G.M. “la giornata dei benefattori” nche quest’anno, il due giugno a Torregrande, come è ormai tradizione, le Figlie di San Giuseppe hanno organizzato un incontro che è la nostra festa! “Giornata dei benefattori”, ma anche e soprattutto festa delle missioni, se il nostro piccolo impegno è d’aiuto. Ci siamo incontrati provenienti dalle opposte parti della Sardegna, sono presenti infatti, gruppi da Calasetta, Iglesias, Decimomannu, Villasor, Cabras e noi che da Olbia accompagniamo Padre Rozivaldo Freitas Moraes, un sacerdote brasiliano proveniente da Roma dove si trova per ragioni di studio. Suor Armida, salutando i presenti, ha ringraziato quanti con il loro aiuto hanno sostenuto l’attività delle missioni dell’Istituto presente in India, mostrando uno degli ultimi lavori in fase di completamento. Il saluto di Padre Rozivaldo ha aperto le danze, (è proprio il caso di dire) con l’invocazione allo Spirito Santo, accompagnata con strumenti a corde e percussioni dalle nostre sorelle missionarie.Proseguendo, ha lanciato una provocazione “dimenticando” di presentarsi, traendone spunto per invitare tutti alla curiosità per approfondire la reciproca conoscenza e invitare ad una sempre maggiore condivisione di esperienze. Don Rozivaldo inizia la sua riflessione citando una frase di Dom Helder Camara: -la grazia Divina è il buon inizio; grazia ancora più grande è perseverare nel giusto cammino, ma la grazia più grande per cui ringraziare Dio è non arrendersi mai.-, frase che ci fa riflettere e che ci trasmette lo spirito giusto con cui ogni impegno va affrontato, compreso quello del sostegno alle missioni. Suor Ivana ha portato il saluto di Madre Maria Daniela, la Superiora Generale, che non ha potuto essere presente a causa degli impegni nelle varie comunità dell’Istituto. La Santa Messa, momento centrale di questa giornata, è stata un susseguirsi di canti in varie lingue e tradizioni, nell’omelia ci è stata chiaramente argomentata la perfetta corrispondenza della missione al comandamento che la pagina evangelica dell’Ascensione di Gesù esprime e chiede anche a noi. Abbiamo concluso in allegria condividendo il pranzo nella sala mensa, salutandoci alla fine per tornare alle nostre case con una bella sensazione di leggerezza! A Alcuni momenti della “Giornata dei benefattori”. Antonio Mallica Le Figlie di San Giuseppe 3/2014 31 VItA dell’IStItutO VIllASOR - Scuola Materna la crescita dei bambini è il nostro sogno! n nuovo anno è giunto al termine nella scuola dell’infanzia San Giuseppe. E si è concluso, come sempre, in una girandola di emozioni uniche per bambini, maestre, mamme e papà, nonni e nonne! Il saggio finale, è un’occasione che permette ai bambini e alle insegnanti di esprimere tutto il lavoro di un intero anno, rendendo partecipi i genitori, che ansiosi ed emozionati assistono allo spettacolo delle piccole stelle di famiglia. I bambini prendono molto sul serio il loro spettacolo, tutti s’impegnano a provare le coreografie, mimare le canzoni, imparare la propria parte di discorso, Chi con timidezza, chi con maggiore esuberanza, tutti con la stessa voglia di fare bene e divertirsi. E tra risate e lacrime di commozione, assistiamo al saggio finale che inizia con il percorso di psicomotricità dei bambini di cinque, quattro e tre anni. Si continua poi con il progetto di lingua inglese e le canzoni mimate, per proseguire con l’educazione stradale e la fantastica coreografia della danza indiana in cui si sono esibite le bambine di quattro e cinque anni. Ed ecco arrivare i piccolini della scuola, la sezione primavera, che mima una canzoncina sui I TA L I A U colori e ci costringe a togliere un altro fazzoletto dalla borsa perché vederli così piccoli su quel palco, rappresenta una vera gioia per il cuore. Infine, dulcis in fundo, la cerimonia di diploma per i bambini di cinque anni che inizieranno, a settembre, una nuova avventura nella scuola primaria. Per loro un’esperienza si è conclusa, ma si porteranno dentro un bagaglio ricchissimo di insegnamenti che vanno oltre la didattica. Sono inse- gnamenti di vita che resteranno nel cuore dei nostri bambini per sempre: aiutare il prossimo, pregare per chi è in difficoltà, essere solidali, essere amici, sapersi comportare secondo le buone regole del vivere insieme. E questi insegnamenti non sono solo teorici ma anche pratici. Ad esempio durante l’anno i bambini hanno fatto un cartellone con tanti disegni e raccolto fondi per manifestare la solidarietà nei confronti delle vittime dell’alluvione che ha colpito la nostra terra, nel mese di novembre, e hanno pregato ogni giorno, per una piccola compagna di scuola che è stata male. Dal punto di vista didattico, l’anno è stato altrettanto intenso. Il progetto di psicomotricità, il progetto di lingua inglese e quello dell’educazione stradale hanno arricchito le loro conoscenze e la gita didattica nella fattoria ha dato loro, nientemeno che l’attestato di panettieri! Questo è quello che insegnano le nostre maestre della scuola dell’infanzia San Giuseppe. Sono insegnanti preziose, non solo per i nostri bambini, ma anche per noi mamme perché sono sempre presenti, con una parola, con una preghiera, con un ab- braccio, in un dialogo aperto e reciproco che fa della scuola e delle famiglie due istituzioni che collaborano per l’educazione dei bambini, in una parola: una grande famiglia. Le Figlie di San Giuseppe 3/2014 35 VItA dell’IStItutO ISIlI - Scuola dell’Infanzia Angeli, messaggeri d’Amore rano gli angeli i protagonisti della recita di Natale della Scuola dell’Infanzia Giuseppe Orrù di Isili. Con i loro abitini scintillanti e l’aureola dorata, hanno proclamato ai presenti il vero messaggio del Natale. Nel salone gremito di mamme, babbi, nonni, zii e amici, i cinquantaquattro bambini della scuola hanno rappresentato in maniera suggestiva la storia della natività. La partenza degli angeli, ognuno con la sua pergamena consegnata da Dio stesso, il loro arrivo, i messaggi ai diversi destinatari dell’annuncio, come Maria e Giuseppe, i pastori, i Magi. Per la prima volta in una recita così, sono state celebrate anche le nozze dei due futuri genitori con tanto di danze. Fino alla scena clou della nascita di Gesù Bambino, attorniato dai pastori, dai Magi, dai messaggeri di Dio. Ogni scena veniva annunciata da un angelo tra flash e video che rubavano avidi ogni parola, ogni movimento, ogni suono. Commozione da parte di tutti nel vedere quei giovani attori disinvolti nel calcare le scene del piccolo palcoscenico, realizzato per l’occasione nella sala da pranzo che si affaccia sul salone. I bambini si sono mossi con maestria e senza timore, seguendo la musica che si diffondeva dappertutto e le mani delle insegnanti che davano lo- A F R I C A E Recita del Santo Natale. ro l’aiuto e il sostegno necessari. I grandi, più sicuri, i piccoli con un po’ di incertezza, a scrutare tra il pubblico il volto familiare nascosto nella penombra, ma pronti a cantare a pieni polmoni. E nella scena finale sono arrivati anche gli angioletti più piccoli, i bambini della Sezione Primavera, per niente intimoriti, ma tanto incuriositi dal movimento, dalla musica, da quei genitori commossi che continuavano a riprenderli e fotografarli. Ancora una volta, questa piccola scuola di provincia è riuscita a regalare ai bambini e alle loro famiglie una forte emozione. Ancora una volta ha reso i bambini protagonisti di qualcosa di speciale con semplicità, ma anche con tanta professionalità. Grazie per quanto fanno e soprattutto per l’amore che c’è dietro ogni cosa che fanno, instancabili, impagabili, tutti quanti. Sonia, una mamma * * * Da non dimenticare la festa di San Giuseppe, un appuntamento indimenticabile dove bambini e genitori si sono ritrovati formando un’unica e grande famiglia e tutti insieme hanno cantato e pregato con un’unica voce. Siamo giunti ormai a a fianco: La celebrazione in onore di San Giuseppe; al centro: La Sezione Primavera in posa; in basso: È arrivato il giorno del diploma. fine anno con la rappresentazione teatrale dal titolo “Mariedda, piccola Jana” dove unitamente alla conclusione del progetto di ballo sardo i bambini hanno dato il massimo con grande entusiasmo, dimostrando un’eccellente spirito di squadra. Da ammirare la partecipazione dei bambini della Sezione Primavera che hanno svolto il loro piccolo ruolo in modo ammirevole, commuovendo tutti. Infine, il saggio di attività motoria e il saggio di chiusura del progetto di inglese. Ma la festa più emozionante è quella della consegna dei diplomi per i bambini che inizieranno un nuovo percorso nella scuola primaria. Una festa indimenticabile, ricca di emozioni e un po’ di nostalgia. A loro, noi insegnanti e personale della “Fondazione Giuseppe Orrù”, auguriamo ogni bene. Le Figlie di San Giuseppe 3/2014 37 1° campo-scuola: 3 - 7 luglio Età: 2ª-3ª media - 1ª Superiore (frequentata) 2° campo-scuola: 10 - 14 luglio Età: 5ª Elementare - 1ª media (frequentata) 3° campo-scuola: 16 luglio - 20 luglio Età: dalla 2ª alla 5 ª Superiore (frequentata) * Per contribuire alla copertura delle spese la quota da versare è di € 65. 23-25 luglio Dai 20 anni in su Per i giovani che hanno già partecipato a numerosi campi. Per coloro che desiderano condividere momenti di preghiera e di gioia all’insegna dell’amicizia, del rispetto e della condivisione. * Per contribuire alla copertura delle spese la quota da versare è di € 35. EDUCARE ED EDUCARSI ALLA VERITA’ 27 luglio: Giornata di formazione per gli adulti (genitori, educatori, catechisti, insegnanti) 9.30: arrivi e accoglienza. 10.00: Preghiera di inizio. 10.30: Primo incontro. 12.00: Celebrazione Eucaristica. 13.15: Pranzo. 16.00: Secondo incontro. 18.30: Preghiera conclusiva. L’obiettivo dei campi è quello di farti vivere un’esperienza intensa di amicizia, di gioia, di confronto con te stesso, con la Parola di Dio e con gli altri. Sono giorni di amicizia, di divertimento ma anche e soprattutto di impegno per far sì che l’esperienza ti aiuti a crescere come persona e come cristiano. Per questo è necessario desiderare, sognare, volere e impegnarsi, perché ciò sia possibile per te e per gli altri con cui condividerai l’ esperienza. La partecipazione ai campi richiede impegno, serietà e anche qualche rinuncia ai ritmi abituali che si hanno in famiglia, all’uso non responsabile del cellulare, richiede l’osservanza di orari e delle regole che facilitano il rispetto reciproco e una serena convivenza. Solo con questi atteggiamenti farai e farai fare agli altri una esperienza bella e costruttiva per la tua crescita: traguardo indispensabile nell’esperienza del campo estivo. INFORMAZIONI UTILI il numero massimo per ogni campo è di 30. Colonia montana - Via Vittorio Emanuele, 63 - Tel. 0785 39633 - 09073 Cuglieri (OR) la Bibbia, un quaderno per i tuoi appunti, biro, lenzuola, asciugamani, tovaglioli di carta, uno strumento (se sai suonare). Ricorda che l’arrivo è previsto per le ore 17,00 (e non oltre) del giorno di inizio del campo. I corsi iniziano il pomeriggio e terminano col pranzo dei giorni indicati. Per le adesioni puoi chiamare i numeri: Tel. 0783 70260 oppure 346 6363028 * * * Centro Pastorale Giovanile “FiGlie di San GiuSePPe” - Via Carmine, 34 - 09170 ORISTANO - Tel. 0783 70260 Partecipanti: La sede dei campi è: Da non dimenticare: pReGhIAMO peR... Maria Bonaria Piras sorella di suor Clelia † 4 maggio 2014 La fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono. (Ebrei 11,1) Anna Sanna sorella di suor Flavia † 7 maggio 2014 Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. (Mt 5) i NosTri DEFUNTi SALVATORE BEL MONTE cognato di suor Angela Maria JOSEPH SCARIA zio di suor Elise MARCO OGGIANO nipote di suor Maria Lucia ANTONIETTA MANAI sorella di suor Severina Le Figlie di San Giuseppe 3/2014 41 RIFletteRe e SORRIdeRe l’albero e il bambino Shel Silverstein era una volta un albero che amava un bambino. Il bambino veniva a visitarlo tutti i giorni. Raccoglieva le sue foglie con le quali intrecciava delle corone per giocare al re della foresta. Si arrampicava sul suo tronco e dondolava attaccato al suoi rami. Mangiava i suoi frutti e poi, insieme, giocavano a nascondino. Quando era stanco, il bambino si addormentava all’ombra dell’albero, mentre le fronde gli cantavano la ninna nanna. Il bambino amava l’albero con tutto il suo piccolo cuore. E l’albero era felice. Ma il tempo passò e il bambino crebbe. Ora che il bambino era grande, l’albero rimaneva spesso solo. Un giorno il bambino venne a vedere l’albero e l’albero gli disse: “Avvicinati, bambino mio, arrampicati sul mio tronco e fai l’altalena con i miei rami, mangia i miei frutti, gioca alla mia ombra e sii felice”. “Sono troppo grande ormai per arrampicarmi sugli alberi e per giocare”, disse il bambino. “Io voglio comprarmi delle cose e divertirmi. Voglio dei soldi. Puoi darmi dei soldi?”. “Mi dispiace”, rispose l’albero “ma io non ho dei soldi. Ho solo foglie e frutti. Prendi i miei frutti, bambino mio, e va’ a venderli in città. Così avrai dei soldi e sarai felice”. Allora il bambino si arrampicò sull’albero, raccolse tutti i frutti e li porto via. E l’albero fu felice. Ma il bambino rimase molto tempo senza ritornare... E l’albero divenne triste. Poi un giorno il bambino tornò; l’albero tremò di gioia e disse: “Avvicinati, bambino mio, arrampicati sul mio tronco e fai l’altalena con i miei rami e sii felice”. “Ho troppo da fare e non ho tempo di arrampicarmi sugli alberi”, rispose il bambino. “Voglio una casa che mi ripari”, continuò. “Voglio una moglie e voglio dei bambini, ho dunque bisogno di una casa. Puoi danni una casa?”. “Io non ho una casa”, disse l’albero. “La mia casa è il bosco, ma tu puoi tagliare i miei rami e costruirti una casa. Allora sarai felice”. Il bambino ta- C’ DUE RISATE gliò tutti i rami e li portò via per costruirsi una casa. E l’albero fu felice. Per molto tempo il bambino non venne. Quando ritornò, l’albero era così felice che riusciva a malapena a parlare. “Avvicinati, bambino mio”, mormorò “vieni a giocare”. “Sono troppo vecchio e troppo triste per giocare”, disse il bambino. “Voglio una barca per fuggire lontano di qui. Tu puoi darmi una barca?”. “Taglia il mio tronco e fatti una barca”, disse l’albero. “Così potrai andartene ed essere felice”. Allora il bambino tagliò il tronco e si fece una barca per fuggire. E l’albero fu felice... ma non del tutto. Molto molto tempo dopo, il bambino tornò ancora. “Mi dispiace, bambino mio”, disse l’albero “ma non resta più niente da donarti... Non ho più frutti”. “I miei denti sono troppo deboli per dei frutti”, disse il bambino. “Non ho più rami”, continuò l’albero “non puoi più dondolarti”. “Sono troppo vecchio per dondolarmi ai rami”, disse il bambino. “Non ho più il tronco”, disse l’albero. “Non puoi più arrampicarti”. “Sono troppo stanco per arrampicarmi”, disse il bambino. “Sono desolato”, sospirò l’albero. “Vorrei tanto donarti qualcosa... ma non ho più niente. Sono solo un vecchio ceppo. Mi rincresce tanto...”. “Non ho più bisogno di molto, ormai”, disse il bambino. “Solo un posticino tranquillo per sedermi e riposarmi. Mi sento molto stanco”. “Ebbene”, disse l’albero, raddrizzandosi quanto poteva “ebbene, un vecchio ceppo è quel che ci vuole per sedersi e riposarsi. Avvicinati, bambino mio, siediti. Siediti e riposati”. Così fece il bambino. E l’albero fu felice.” Forse ogni tanto dovremmo sederci in un angolo tranquillo e aiutare il nostro cuore a ringraziare tutti gli “alberi” della nostra vita... SCeltI peR VOI sToria Di UNa laDra Di liBri Zusak Markus Editore Frassinelli (collana Narrativa) Prezzo 16,90 € - Pagine 563 È il 1939 nella Germania nazista. Tutto il Paese è col fiato sospeso. La Morte non ha mai avuto tanto da fare, ed è solo l’inizio. Il giorno del funerale del suo fratellino, Liesel Meminger raccoglie un oggetto seminascosto nella neve, qualcosa di sconosciuto e confortante al tempo stesso, un libriccino abbandonato lì, forse, o dimenticato dai custodi del minuscolo cimitero. Liesel non ci pensa due volte, le pare un segno, la prova tangibile di un ricordo per il futuro: lo ruba e lo porta con sé. Così comincia la storia di una piccola ladra, la storia d’amore di Liesel con i libri e con le parole, che per lei diventano un talismano contro l’orrore che la circonda. Grazie al padre adottivo impara a leggere e ben presto si fa più esperta e temeraria: prima strappa i libri ai roghi nazisti perché “ai tedeschi piaceva bruciare cose. Negozi, sinagoghe, case e libri”, poi li sottrae dalla biblioteca della moglie del sindaco, e interviene tutte le volte che ce n’è uno in pericolo. Lei li salva, come farebbe con qualsiasi creatura. Ma i tempi si fanno sempre più difficili. Quando la famiglia putativa di Liesel nasconde un ebreo in cantina, il mondo della ragazzina all’improvviso diventa più piccolo. E, al contempo, più vasto. Raccontato dalla Morte - curiosa, amabile, partecipe, chiacchierona - “Storia di una ladra di libri” è un romanzo sul potere delle parole e sulla capacità dei libri di nutrire lo spirito. Questo libro è stato pubblicato con il titolo “La bambina che salvava i libri”. lE «PiCColE» DoNNE DEi VaNGEli Rocco Quaglia Edizione Paoline Prezzo 13,00 € - Pagine 240 I Vangeli narrano l’opera della croce, un’opera che attraversa le folle e, di quando in quando, coinvolge singole persone con le loro storie; tra queste troviamo alcune figure femminili: la suocera di Pietro, la peccatrice, la vedova povera, la samaritana, la vedova di Naim ecc., che non contano nulla sul piano sociale, ma acquistano un valore eterno su quello umano. Appaiono inattese sulla scena, quasi interrompendo il racconto, per inserirvi la loro piccola esistenza, così ordinaria e, per questo, così vicina alla nostra. Senza dottrina, insegnano; senza autorità, ispirano; senza nome, sono. I loro incontri con il Figlio di Dio, pur nel dramma, rasserenano e fanno gioire. Quale il loro segreto? Esse, a differenza degli altri, non cercano il Messia, ma nel Messia vedono Gesù. La grande lezione che ci danno è che Dio è umano. «Le piccole donne dei Vangeli sono figure appena tratteggiate, fredde meteore che s’infiammano a contatto con gli occhi vivi dell’uomo di Nazareth» (dalla premessa dell’Autore). Le Figlie di San Giuseppe 3/2014 43 Il presente numero dI “ FIglIe dI san gIuseppe” è stato chIuso In redazIone Il gIorno 20 gIugno 2014.