Convegno Internazionale di Studi Il tesoro di Misurata (Libia). Produzione e circolazione monetaria nell’età di Costantino il Grande Istituto Nazionale di Studi Romani - onlus Roma - Piazza dei Cavalieri di Malta, 2 19-20 aprile 2012 Abstract ANTONINO DI VITA Il tesoro di Misurata e la Tripolitania in età tardo-costantiniana Salvatore Garraffo mi ha chiesto di parlare della Tripolitania e del tesoro di Misurata, o meglio della Tripolitania quando il tesoro di Misurata andò perduto per chi lo possedeva. Comincerò dalla Tripolitania e, senza entrare per il momento nel merito del tesoro, torneremo a quest’ultimo dopo un lungo giro. Nel 363 una tribù maura componente della confederazione che nel VI secolo sarà quella dei Laguatan o Ilaguas che ne è il plurale 1 , gli Austuriani, raggiungevano Leptis e con una tale velocità, erano cavalieri, e talmente all’improvviso da poter prendere prigioniero addirittura un curiale della città, un certo Silva, che si trovava nella sua proprietà nella Gefara alle spalle di Leptis, o nel vicino Gebel Tarhuna. E, data la inattività del comes Africae, un tristo figuro di nome Romanus capo delle truppe comitatenses per tutta l’Africa 2, gli Austuriani torneranno nel 365, arrivando fino al territorio di Oea, e ancora nel 367 quando assediano Leptis per otto giorni ma, essendo la città cinta di mura, dopo aver devastato i suoi campi, ritorneranno da dove erano sorti, cioè dal cuore della Sirtica 3. Se ci chiediamo per quali vie queste torme di cavalieri erano arrivati a Leptis, la risposta pare imperiosa: essi sono passati lungo la costa attraversando l’aspro pianoro di Sedada costeggiando la sebcha di Tauorga. Un’ipotesi che viene rafforzata da quanto ci attesta la Notitia Dignitatum (primo quarto del V secolo) nella quale troviamo un praepositus limitis Maccomadensis, e sappiamo che Macomades era l’odierna Sirte, mentre dei milites appaiono stanziati, oltre che a Leptis, in castris Madensibus e Mada potrebbe essere una località da legare alla sebcha di Tauorga 4. Vale a dire che fra tardo IV e V secolo si era provveduto in qualche modo a difendere l’area per la quale erano passati gli Austuriani. Questi ritornano ancora nel V secolo e Flavius Ortygius, comes et dux provinciae Tripolitanae è ricordato per aver respinto tra il 408 e il 423 ancora un attacco degli Austuriani che, partendo dalla Sirte, forse dalle oasi di Zella ed Augila 5, conducevano i loro raids tanto contro i territori della Tripolitania quanto verso quelli della pentapoli cirenaica, come ci attesta Sinesio. È ora però di fare qualche passo indietro per chiarire come mai il passaggio lungo la costa e attraverso il pianoro di Sedada potesse essere la sola via, nella 1 Su Austuriani e Laguatan vedi MODÉRAN 2003, specie pp. 154-249, 266 ss. 2 Circa 22.000 uomini di cui quasi la metà a cavallo: MATTINGLY 1995, p. 187 3 Su questi raids ancora MODÉRAN 2003, pp. 279 ss. 4 MATTINGLY 1995, pp. 189-191, e fig. 10,1 a p. 190. 5 MODÉRAN 2003, p. 211. 1 seconda metà del IV secolo, ed anche certo nella prima metà, per piombare alle spalle di Leptis. Con la riforma di Diocleziano nel 303 quella che era già da circa un secolo la Regio Tripolitana diviene una provincia autonoma, retta da un praeses vir perfectissimus, dipendente dal vicarius Africae vir spectabilis e poi dalla tarda età costantiniana, anche dal comes Africae per quanto riguarda la disponibilità di truppe comitatenses. La provincia si stendeva da Turris Tamalleni e Tacapae (Gabes) in Tunisia all’ara dei Fileni, confine con la provincia di Cirenaica, e verso Sud occupava il predeserto fino a raggiungere i fianchi del grandioso massiccio dell’Hamada elHamra. Alle spalle delle città della costa il retroterra era però morfologicamente assai diverso perché ad Occidente è il Gebel a circondare con un arco la pianura costiera, la Gefára, partendo da Tacapae e finendo a Leptis, mentre ad Oriente di Leptis, è l’area dei grandi uidian – l’uadi Sofeggin, l’uadi Zemzem e il Bei el-Chebir – con i loro numerosi affluenti, che tagliano e movimentano il predeserto fra l’Hamada Rossa e il deserto sirtico. Con le ben note spedizioni della prima e della seconda metà del I sec. d.C. contro i Garamanti a Sud e i Nasamoni nella Sirtica, condotte dai legati della III Legio, Valerius Festus e Suellius Flaccus, quella che sarà la provincia tripolitana godette di pace per circa un secolo 6. Furono anni di prosperità sempre crescente per le città della costa e di romanizzazione o, meglio, di compenetrazione di interessi fra abitanti delle città e dell’interno, che portò prosperità agli uni e agli altri, sia per i commerci oltremarini e transahariani sia per la produzione agricola, specie quella dell’olio. Epperò gli imperatori avevano inteso che una linea di difesa a protezione delle città della costa era opportuna, e la scarna notizia dell’Itinerarium Antonini (73-77) di un limes alle spalle di esse: iter quod limitem tripolitanum per Turrem Tamalleni a Tacapas Lepti Magna ducit mp DCV 7,viene confermata sul terreno dai resti dei forti, quasi tutti piccoli, posti di controllo più che acquartieramenti di truppe, che troviamo lungo la via che segue la linea di cresta del Gebel almeno fino a Tentheos (Zintan). Fra Turris Tamalleni, al limite del Chott Djerid, già presidiata dalla fine del I secolo, e il campo di Remada, antica Tillibari, in cui da Adriano in poi ebbe guarnigione la Cohors Secunda Flavia Afrorum, in età di Commodo sorgono i castelli di Vezereos e Tisavar e forse anche il forte di Tentheos da dove partiva l’importante strada per Mizda, segnata da miliari di Caracalla. Mizda era la punta avanzata del sistema di difesa del Gebel sulla carovaniera, protetta da numerosi, piccoli posti fortificati, per Gheriat el Garbia e Gheriat esc Scerghia, e quindi verso il Fezzan e i Garamanti. 6 DI VITA 1982, pp. 531-532. 7 DI VITA 1964, p. 88. 2 Al di là di Tentheos e del massiccio di Garian mancano forti, ma vi sono delle road-stations presidiate da distaccamenti regolari ma senza opere fisse – le realizzerà poi Settimio Severo – come a Thenadassa (Ain Wif) e a Mesphe (oggi Medina Doga). Più avanti, oltre il Gebel, il paesaggio cambia completamente, ed è l’area dei grandi uidian. Qui, sfruttando soprattutto, attraverso dighe ripetute la fertilità dei letti degli uidian maggiori e di quelli più piccoli, e le loro piene, irregolari ma ricche, vediamo fin dal I sec. d.C. – ma vi erano certo già dall’età punica – gentiles Puni ma specie Libii con infarinatura culturale punica e qualche traccia di romanizzazione, occupare tutta l’area coltivabile talora anche con uliveti 8. Essi occupano l’area degli uidian scendendo a Sud fino a quasi i limiti della Hamada e costituiscono una classe di agricoltori che vivono la loro ricchezza in simbiosi con le città della costa. Alla fine del II secolo è imperatore di Roma un figlio di Leptis, Settimio Severo, e la Tripolitania, un po’ periferia estrema dell’Africa Proconsolare, diviene oggetto di una cura particolare. Nel 197 è legato della III legione Quinto Anicio Fausto e a lui Settimio Severo affida un programma di riorganizzazione del limes tripolitano che ponga in salvaguardia anzitutto gli occupanti dei grandi uidian. È allora che la legione stabilisce i propri quartieri nei grandi campi di Bu Ngem (l’antica Gholaia) e Gheriat el Garbia con i fortini di Gas Zerzi e Gheriat esc Scerghia e posti avanzati di osservazione e controllo delle vicine oasi, dei pozzi e delle vie carovaniere che andavano verso la costa. In questa ottica di controllo si costruiscono sul fianco orientale dell’area degli uidian i forti di Gasr Banat (Isawi) e di el Faschia, strutture a grandi blocchi in opera quadrata ad imitazione degli edifici severiani di Leptis. Ciò mentre ad Ovest della Hamada la legione pone una sua vexillatio a Ghadames, a controllo delle carovaniere verso la costa della regio tripolitana occidentale, fra Turris Tamalleni e Sabratha. Infine una serie di fortini rinforzarono il limes interno, quello ricordato dall’Itinerarium Antonini: Bir Tarsin, al di là del massiccio di Garian, a difesa del gébel alle spalle di Leptis e, sul limes stesso del gébel, il fortino di Dehibat (l’antica stazione ad Amadum dell’Itinerarium Antoninum ?), Tentheos, esistente forse già dall’età di Commodo, Auru, ed i già ricordati Thenadassa e Mesphe. E ancora, nel corridoio tra il grande erg orientale e il gébel, il fortino di Si-aoun, posto come Tisavar a controllo delle carovaniere verso il Chott Djerid. Della vita di questa imponente struttura difensiva siamo oggi abbastanza ben informati grazie anche allo studio accurato ed esteso dall’origine fino all’abbandono condotto da René Rebuffat sulla fortezza di Bu Ngem 9, uno dei tre grandi campi avanzati del progetto severiano. 8 MATTINGLY 1997, pp. 65-71; DI VITA 1997, pp. 312-316. 9 Rebuffat in numerosissimi contributi: si vedano almeno quelli pubblicati in Libya Antiqua III-IV, 1966-67, pp. 49-137; VI-VII, 1969-70, pp. 9-86, 107-158; IX-X, 1972-73, pp. 99-120, 121-134; XIXII, 1974-75, pp. 165-187, 189-241; XIII-XIV, 1976-77, pp. 37-77, 79-91; XV-XVI, 1978-79, pp. 125-138, ed ancora in Libya Antiqua, n.s. III, 1997, pp. 163-173. Il Rebuffat, collaboratore di 3 Esso fu costruito da una vexillatio della Legio III a partire dal 21 gennaio 201, ma nel 238, dopo la rivolta di Capelliano, legato della legione, la Legio III viene disciolta e il suo nome insieme a quello dell’imperatore Massimino il Trace appare eraso nelle iscrizioni del campo. La vexillatio che la occupava, forte di sei-otto centurie (480-640 uomini più una ventina di cavalieri) viene ritirata insieme ad un numerus di ausiliari. La legione disciolta, i grandi forti restano sguarniti, ma per poco perché qualche anno dopo, sotto Filippo l’Arabo, nel 244-247, una vexillatio Golensis, forte di 4-6 centurie torna a Bu Ngem sotto il comando di un decurione d’ala. Non solo, ma sull’importante strada Tentheos-Mizda, località anche questa fortemente presidiata, furono costruiti due centenari – così sono chiamati nelle iscrizioni questi fortini – quelli di Gasr Duid e Gasr Uames. La legione torna a Gholaia – ed è da supporre anche a Gheriat – nel 253, sotto Valeriano, ma vi resta pochi anni, e al più tardi nel 263 i grandi forti del Sud sono abbandonati per sempre: in quell’anno infatti troviamo che la coorte VIII Fida, già di stanza a Gholaia, è occupata alla costruzione del lontano fortino di Talalati (Ras elAin) nel Gebel alle spalle di Gightis, e Diocleziano vi aggiungerà quello di Tibubuci (303-305). Nel 297-298 Massimiano conduce una spedizione contro il popolo dei Laguatan, un coacervo di tribù fra cui, come si è detto, quella degli Austuriani, che minacciavano la regione, e sarà l’ultima spedizione offensiva condotta da colonne mobili 10. Dal 303 in poi la provincia Tripolitana – la meno importante delle province d’Africa – appare governata, come già detto, da presidi di rango equestre, i quali però manterranno, almeno fino al 360 circa, il comando anche militare che, stando alla Notitia Dignitatum, si esercitava attraverso dodici praepositi limitis, ognuno con un proprio settore. Di essi, a parte il limes sirtico di Maccomades, quelli localizzabili cadono tutti sulla linea del limes dell’Itinerarium Antonini (Talalati, Tillibari, l’odierna Remada, Dehibat, Tentheos). Vale a dire che il sistema difensivo in profondità realizzato sotto Settimio Severo appare abbandonato e la provincia si difende sulla linea del Gebel con un numero esiguo di soldati, 1500-2000 sotto Diocleziano, al di sotto dei 1000 agli inizi del V secolo 11. Epperò restano i gentiles dei grandi uidian e i capi delle tribù amiche. Nelle fattorie degli uidian è intanto avvenuta una trasformazione già durante il III secolo: al posto o nei pressi delle antiche fattorie aperte, costruite in opus africanum, sorgono i gsur, vere e proprie fattorie fortificate con planimetria simile a quella dei fortini, Gasr Maurice Euzennat, al quale la rinnovata esplorazione di Bu Ngem fu da me affidata nel 1964 nella mia qualità di Adviser per le antichità della Tripolitania, lo ha sostituito nella conduzione e direzione di questo importante scavo. 10 MODÉRAN 2003, p. 165; FELICI et alii, p. 597 e nota 16. 11 MATTINGLY, p. 192. 4 Zerzi, ad esempio, costruiti da Quinto Anicio Fausto. Questi gentiles che scrivono con alfabeto latino in un punico estremamente decaduto, mentre i loro nomi sono libici, romanizzati sempre meno man mano che ci si allontana dalla costa 12, continuano la loro vita vieppiù legata alla terra di cui dispongono, una volta che le città della costa hanno ridotto di molto, o smesso del tutto, di alimentare la loro economia. Una volta che i vincoli economico-culturali con il mondo della romanità cittadina si sono allentati si riformano gruppi tribali, che in età vandala e poi bizantina, saranno permeati dall’espansione verso Occidente dei Laguatan. Al momento dei Costantinidi la situazione appare dunque la seguente. La provincia ha ancora , attive e vitali, le sue città sulla costa, ma queste, profittando delle rovine del terremoto che ho potuto collocare dopo il 306, e probabilmente prima del 310, abbandonano una parte del loro abitato (Leptis si riduce a 130 ettari) e si cingono di mura per la prima volta dopo la lunga pax romana. Esse sanno che le forze limitanee a disposizione del praeses sono sufficienti, insieme con le clausurae, a controllare carovane e transumanti, ma difficilmente potranno salvarle da attacchi organizzati senza l’aiuto dei comitatenses, le truppe mobili a disposizione, dal 330 in poi, del vicarius Africae che risiedeva a Cartagine. Il limes del gébel è mantenuto e rinforzato e quanto all’area degli uidian i gentiles costituiscono con i loro gsur, le loro fattorie fortificate – che talora chiamano centenaria, come i fortini militari – una sorta di limes in profondità, invalicabile: in poche parole sono divenuti agricoltorisoldati. Fra loro vengono inseriti, a rinforzo, anche nuovi fortini, come Gasr Bularkan, ma di tali dimensioni da non poter ospitare una truppa importante. Questi gentiles avranno ricevuto anche qualche soldo per il loro impegno difensivo, ma la vera novità è che ora si pagano i capi delle tribù pacatae (gli Arzuges di S. Agostino) e la testimonianza più importante ci è fornita dalle stele di Bir Dréder nell’uadi Dréder, un affluente del Sofeggin nel bacino di Bir Scedua. A Bir Dréder, 45 km a Sud-Est di Mizda, presso un gruppo di pozzi antichi sulla sinistra dell’uadi, Richard Goodchild trova nel 1949 venti iscrizioni latinopuniche incise su stele che fanno parte di una necropoli di almeno 80 cremazioni, una tradizione questa derivata dal mondo punico 13. Dei morti, quattro portano come prenome il nome Flavius e tre il nome Iulius e di questi sette quattro ostentano il titolo latino di tribunus, che era il grado militare più alto al di sotto del praepositus limitis. Al prenome latino seguivano nomi libici come Masinthan, Masigama, Saicham, e dalla contemporanea presenza dei nomi Flavius e Iulius il Goodchild derivava una datazione per queste stele al 340-350 quando furono imperatori insieme Flavio Giulio Costante e Flavio Giulio Costanzo. Anche se i tribuni di Bir ed-Dréder andassero considerati come sostiene il Mattingly 14 facenti parte degli agricoltori abitanti dei gsur del vicino bacino di Bir Scedua, e non, come riteneva Goodchild, 12 Già DI VITA 1964, passim. GOODCHILD 1954, pp. 91-107; ed ancora MODÉRAN 2003, p. 262 (vedi anche LEVI DELLA VIDA 1963, pp. 80-82). 14 MATTINGLY 1995, pp. 195-197, 207. 13 5 “ufficiali semibarbari dell’esercito di frontiera della tarda romanità a capo di nomadi libici” o meglio “capi tribù di foederati semibarbari che sorvegliavano la regione desertica ai limiti degli abitati di contadini sulla frontiera” 15, non c’è dubbio che ci troviamo davanti ad un gruppo tribale i cui leaders sono legati in una qualche misura – e di sicuro sono pagati per ciò – alla difesa della frontiera tripolitana, nel caso in ispecie alla difesa dell’area tra la Hamada el-Hamra, l’inizio degli uidian e Mizda. Lo stesso ruolo il Mattingly vorrebbe attribuire al grosso nucleo di Ghirza, ed anche ad altri gruppi tribali del predeserto che sembrano coinvolti, pur nella loro autonomia, dalle autorità romane alla difesa del territorio 16. Insomma, la provincia Tripolitana difendeva le sue città ancora produttive soprattutto stendendo trattati con i gentiles degli uidian, dando ad essi titoli militari, offrendo regali, e certamente anche denaro, e a questo riguardo ricorderò che a Ghirza, nella prima metà del IV secolo, i figli di Marchius Fydel e di Flavia Thesylgum e di Marchius Chullam e di Varnychsin spendono rispettivamente 90.000 e 45.600 folles, oltre al vitto per gli operai, per costruire le loro tombe monumentali 17 . Quella Ghirza che nel VI secolo, divenuta una delle capitali di Laguatan, fu saccheggiata dalle truppe di Giustiniano 18 In conclusione, solo cavalieri che passassero a Nord dell’area coltivata degli uidian potevano evitare di affrontare questi agricoltori-soldati e potevano sperare, grazie ad un attacco improvviso, di non scontrarsi con clan organizzati come quelli comandati dai tribuni di Bir Dréder. Ed ora parliamo del tesoro di Misurata che, a prescindere dal suo fondamentale interesse per gli studi numismatici, pone, e se li è già posti l’amico Salvatore Garraffo, tre principali interrogativi: 1- quale era la funzione di questo complesso monetale 2 - perché esso non fu mai recuperato 3 - quale era la funzione dell’edificio che lo conteneva Partiamo dall’ultimo. Il tesoro fu recuperato in un edificio che stava a 18 chilometri ad Ovest di Misurata, a poca distanza dal mare, in località Rimal Zariq nel comprensorio di Zawiath el-Mahjoub. Si tratta di una località ricordata nella Guida breve dell’Italia meridionale ed insulare. Libia del Touring del 1940 subito ad Est della piccola oasi di Bu Rueia posta al km 195 da Tripoli. Ora al km 195 da Tripoli finiva la lottizzazione del villaggio Garibaldi che con i suoi 300 lotti occupava un’area di 20 chilometri Est-Ovest (dal km 175 al 195) per una sessantina di 15 GOODCHILD 1954, p. 106, ove anche il richiamo ai capi delle “bande” irregolari al servizio dell’esercito italiano in Libia. 16 MATTINGLY 1995, pp. 197, 207. 17 BROGAN – SMITH 1984, pp. 135, 151, 261 (tombs North B,C); FONTANA 1997, pp. 155-159, ed anche MODÉRAN 2003, p. 499. 18 MODÉRAN 2003, p. 292. 6 chilometri Nord-Sud per un totale di 15.000 ettari. Nei lotti del villaggio Garibaldi – chiamato Dafnia una volta partiti gli Italiani – sono numerosi, anche se sparsi, i resti antichi, e quindi l’area in cui il tesoro fu trovato era coltivato, e almeno in certa misura, popolato 19. Non vi erano gsur e l’edificio in cui il compianto amico Omar Mahjoub, mudir di Leptis, mi condusse nel marzo del 1981, poche settimane dopo il ritrovamento del 17 febbraio, certamente non era un gasr. Arrivammo tardi, oltre l’imbrunire, vidi i resti di tre-quattro camere, in una delle quali, se non ricordo male, egli mi indicò che erano state trovate delle anfore, ma in realtà i vasi con monete furono rinvenuti seppelliti e non lontani l’uno dall’altro in un’ampia area aperta, verosimilmente un cortile, come appare dal rapporto steso dai funzionari del Dipartimento che le recuperarono nel corso degli scavi condotti tra il 18 febbraio ed il successivo 7 marzo. Dai pochi resti emergenti che io vidi, in fretta e male, e dalla schematica planimetria allegata alla relazione sembrerebbe trattarsi di strutture tarde, facenti parte di una fattoria con vasto cortile interno, e si tenga presente che i fortini o campi del limes tripolitano - tranne quello di Tillibari-Remada esteso per 1.95 ettari 20 -, hanno superfici di gran lunga inferiori all’ettaro esplorato dal Dipartimento nel territorio di Zawiath el-Mahjoub. Perciò, anche se fosse stato, come ritengo probabile, un posto presidiato da limitanei non doveva differire strutturalmente da tante altre fattorie del gébel e degli uidian. Quanto alla seconda domanda la risposta non può che essere quella che ha già dato Salvatore Garraffo: il tesoro non fu recuperato perché tutti coloro che erano a conoscenza del fatto che le brocche, olle e l’anfora contenenti le monete già selezionate erano state seppellite nel cortile non tornarono più sul posto e che il complesso sia stato distrutto dal fuoco è testimoniato dai numerosi livelli di cenere. Più tardi esso fu seppellito oltre che dalla sabbia anche da uno strato di limo. Per la terza domanda la risposta è più difficile. A ragione il Garraffo ricorda che il soldo militare veniva erogato in aurei e/o argentei, anche nel caso di truppe ausiliarie. E quanto al fatto che si provvedesse da privati o ufficialmente al ritiro di monete fuori corso per cavarne il po’ d’argento della patina, egli rileva giustamente che alla chiusura del tesoro, nel 333, non ci sono emissioni di Aes “che avrebbero reso possibile la svalutazione del precedente circolante”. A questo punto notiamo che i vasi recuperati intatti, o quasi, contenevano monete all’incirca tutte dello stesso peso – si va dai 12 grammi delle prime emissioni ai 2,5/2 grammi delle ultime – vale a dire che le monete erano state raccolte per gruppi omogenei per peso, e di conseguenza, per contenuto di argento (dal 4 all’1%). Quasi che si fosse voluto creare dei compartimenti di peso diverso e solo il peso del bronzo, più che il valore nominale che era uguale per tutti i nummi, doveva essere importante per coloro che quelle monete ricevevano. E costoro, secondo me, erano i gentiles, singoli o meglio clan e tribù che erano preposti a difendere quel corridoio 19 Una pianta della lottizzazione di questo villaggio ove sono segnati i vari rinvenimenti archeologici è conservata al Centro di documentazione e ricerca dell’Africa settentrionale a Macerata. 20 MATTINGLY 1995, tav. 10,3, p. 191. 7 che, attraverso l’inospitale pianoro di Sedada e correndo lungo la costa, portava alla prima delle mete più agognate, Leptis e il suo ricco territorio. Negli attacchi del 363-367 gli Austuriani non toccano Ghirza né Gasr Bularkan dai quali passano a Nord e sorprendono Leptis; ora, altri prima di essi, o essi stessi, in uno dei tanti raids di cui non abbiamo notizia nelle fonti 21, alcuni decenni prima è possibile che abbiano superato Tubactis e saccheggiato l’area abitata di Rimal Zariq, occupata nel 1939 dalla lottizzazione del villaggio Garibaldi. Fra le fattorie distrutte ce n’era una che ai saccheggiatori non parve diversa dalle altre, ma che doveva ospitare quei pochi limitanei addetti al pagamento regolare, con monetato valutato a peso, dei clan o delle tribù pacatae che avevano assunto su di sé l’onore di servire i capi romani e l’onere di contrastare il potente populus dei Laguatan che, come ho ricordato, si lanciava a saccheggiare, una volta ad Oriente la pentapoli cirenaica, e l’altra ad Occidente, la provincia Tripolitana. Naturalmente è questa l’ipotesi che la conoscenza diretta dell’area dei grandi uidian mi suggerisce e non mi riesce di trovarne una migliore. ABBREVIAZIONI BROGAN - SMITH 1984 = O. BROGAN – D.J. SMITH, Ghirza, A Libyan Settlement in the Roman Period, Roma 1984 DELLA VIDA 1963 = G. LEVI DELLA VIDA, Sulle iscrizioni latino-libiche della Tripolitania, in Oriens Antiquus II, 1963, pp. 65-94 DI VITA 1964 = A. DI VITA, Il limes romano di Tripolitania nella sua concretezza archeologica e nella sua realtà storica, in Libya Antiqua I, 1964, pp. 65-98 DI VITA 1982 = A. DI VITA, Gli Emporia di Tripolitania dall’età di Massinissa a Diocleziano: un profilo storico-istituzionale, in A.N.R.W. II, 10,2, pp. 515-595 DI VITA 1997 = A. DI VITA, Acqua e società nel predeserto tripolitano, in Uomo, acqua e paesaggio (Incontro di studio S. Maria Capua Vetere 22-23 novembre 1996), Atlante tematico di topografia antica, II suppl., Roma 1997, pp. 312-316 FELICI et alii 2006 = F. FELICI – M. MUNZI – I. TANTILLO, Austuriani e Laguatan in Tripolitania, in L’Africa romana 16, 2006, pp. 591-687 FONTANA 1997 = S. FONTANA, Il predeserto tripolitano: mausolei e rappresentazione del potere, in Libya Antiqua n.s. III, 1997, pp. 149-161 21 MODÉRAN 2003, specie pp. 209-213 8 GOODCHILD 1954 = R.G. GOODCHILD, La necropoli romano-libica di Bir ed-Dréder, in Quaderni di Archeologia della Libia 3, 1954, pp. 91-107 MATTINGLY 1995 = D. J. MATTINGLY, Tripolitania, London 1995 MATTINGLY 1997 = D. J. MATTINGLY, Modèles d’occupation agricole et archéologie des paysages dans les oueds de la Tripolitaine romaine, in La dynamique des paysages protohistoriques, medièveaux et modernes (XVIIe Rencontres Int. d’Archéologie et d’Histoire d’Antibes), Sophia Antipolis 1997, pp. 65-71 MODÉRAN 2003 = Y. MODÉRAN, Les Maures et l’Afrique romaine (IVe – VIIe siècle), Roma 2003 9 IL TESORO DI MISURATA SALVATORE GARRAFFO I FATTI (Le ipotesi saranno discusse nel corso della relazione). La scoperta del Tesoro in località Suk el Kedim (Mercato Vecchio), avvenuta nei mesi di febbraio-marzo 1981, a ca. 10 km. ad Est di Dafinia (Villaggio Garibaldi), 18 km. ad Ovest della odierna città di Misurata, nonché a ca. 4 km. dalla costa, fu effettuata a seguito dei lavori di sistemazione di un terreno per la realizzazione di uno stabilimento agricolo (serre), con impiego di macchine di movimento terra. Purtroppo il personale della Soprintendenza Archeologica di Leptis Magna, allora diretta da Omar Al Mahjub, fu in grado di intervenire solo dopo qualche tempo, allorquando la ditta incaricata dei lavori aveva già proceduto in parte allo spianamento del terreno e alla escavazione di buche per la messa in opera di pali per l’energia elettrica, con il parziale sconvolgimento di parte dell’area archeologica. Dalla documentazione grafica e fotografica realizzata a cura della Soprintendenza e dalla succinta relazione di scavo si deduce che, a poca profondità dall’attuale piano di campagna, si rinvennero le fondazioni e una piccola parte dell’elevato dei resti di due (?) piccoli edifici rustici a pianta rettangolare disposti quasi ad angolo retto, costruiti in muratura grossolana di pietre e calcina: il più grande dei due era partito all’interno tramite alcuni muri divisori, delimitanti una serie di piccoli ambienti in alcuni dei quali furono rilevate vistose tracce di bruciato. In uno di questi ambienti fu ritrovata una grossa anfora tripolitana con cenere all’interno, probabilmente residuo della combustione di granaglie. Tra le due strutture, fu rinvenuta una vasca di 1,50 x 1 m. ca. La funzione delle costruzioni non risulta, a prima vista, chiara. All’interno di uno degli ambienti si trovarono, tra l’altro, un capitello scolpito grossolanamente in pietra tenera e abbondanti frammenti di anfore e di ceramica non decorata. Indagini successive, volte ad accertare se le costruzioni scoperte fossero isolate o se invece facessero parte di un’area nella quale erano presenti altri edifici, ebbero esito negativo: tuttavia tale problema merita di essere ripreso, tenendo conto del fatto che la sua soluzione sarebbe certamente di grande aiuto sia per la caratterizzazione e identificazione del sito antico, e soprattutto per spiegare definitivamente il motivo della presenza in esso di una enorme quantità di monete. All’esterno dei due blocchi scoperti, e più precisamente nella zona intermedia tra di essi, fu rinvenuto, in parte già nel corso dello spianamento operato dalla ditta esecutrice dei lavori, in parte a seguito degli scavi successivamente eseguiti dalla Soprintendenza, un numero rilevante di grossi vasi (olle, brocche, anfore etc), interrati poco al di sotto del piano antico di campagna. Tali contenitori furono ritrovati, in situ, disposti in due gruppi: il primo (A), tra il lato est dell’edificio più grande e la vasca di cui sopra, con i vasi (6) quasi a semicerchio; il secondo (B), a circa 13 m. ad ovest della vasca, con un maggior numero di vasi (9), più vicini tra loro, ma disposti in maniera irregolare. Alcuni di essi erano più o meno integri, altri si rinvennero con la parte superiore spezzata; altri ancora con le pareti frantumate: tutti contenevano monete in bronzo in buono e, spesso, ottimo stato di conservazione, che si rivelarono pressoché esclusivamente nummi (folles) di età tetrarchica e costantiniana (databili tra il 294 e il 333 d.C.). I vasi del gruppo A contenevano complessivamente circa 20.000 pezzi; quelli del gruppo B, circa 74.500. Gruppi isolati di monete, per un totale di circa 13.500 nominali, apparentemente senza traccia di contenitore o con quest’ultimo completamente ridotto in frantumi, furono ritrovati a varia distanza dai due insiemi, A e B. Tale circostanza si spiega, con ogni evidenza, con l’azione del caterpillar e con il trascinamento dei reperti, in qualche caso a rilevante distanza dalla posizione originaria. Tutta l’area fu comunque successivamente indagata tramite un metal detector. Le monete recuperate da parte della Soprintendenza di Leptis sono state complessivamente circa 108.000. Qualche centinaio di esse fu distribuito agli operai della ditta e al proprietario del terreno quale premio di rinvenimento 1. Qualche tempo dopo la scoperta, lo studio e la pubblicazione del Tesoro furono affidati dal Dipartimento alle Antichità di Tripoli allo scrivente che conduceva da tempo le proprie ricerche a Leptis Magna essendo stato incaricato dello studio dei rinvenimenti 1 Devo questa indicazione al compianto prof. André Laronde. monetali effettuati in varie zone della città durante gli scavi condotti dalle missioni italiane tra il 1920 e il 1950. Tuttavia, solo a partire dal 2000 ca. la disponibilità di fondi adeguati a seguito di erogazioni da parte del CNR, del Ministero degli Esteri, e del MIUR, ha permesso di affrontare in maniera sistematica il restauro e lo studio delle monete. Sono state restaurate circa 107.000 monete e catalogate sinora oltre 67.000 con un apposito sistema informatico progettato e realizzato presso il CNR dal dr. Angelo Nicolosi, alle quali si aggiungono le 20.000 ca. catalogate con schede cartacee il cui trasferimento nel sistema informatico è tuttora in corso. Circa un migliaio di nummi, peraltro pienamente leggibili, sono state lasciati nel loro stato originario, quale testimone per studi futuri. A parte alcune decine di monete – per lo più antoniniani, quasi tutti ancora in buono stato di conservazione, emessi soprattutto tra la riforma di Aureliano e quella di Diocleziano tutti gli esemplari appartenenti al Tesoro sono databili tra il 294 e il 333: sono infatti assenti nominali battuti a nome di Costante, nominato Cesare per l’appunto nel Natale del 333. Si tratta, nella stragrande maggioranza, di nummi, e solo in pochi casi di pezzi frazionari, quasi tutti dell’età della prima Tetrarchia. Tenendo conto della complessità del ritrovamento, le monete sono state catalogate per contenitore, al fine di chiarire il processo di raccolta in ciascuno di essi. Fin dall’inizio è risultato infatti chiaro che le monete non furono introdotte casualmente nei vasi, bensì raggruppate in relazione al decrescere del peso, del modulo e, in particolare, del contenuto in fino di argento, e pertanto, in ragione della storia e della evoluzione delle species, per fasce cronologiche. Nei casi di gruppi ritrovati con composizione fortemente promiscua si tratta sempre di monete recuperate non in giacitura primaria bensì in contesti stravolti dall’azione del mezzo meccanico. Tacendo dei gruppi di monete raccolti a livello sporadico o il cui punto esatto di ritrovamento, in ogni caso, non è stato purtroppo indicato nella pianta generale dello scavo, converrà soffermarsi sui gruppi di monete rinvenuti in contenitori più o meno integri e/o comunque esattamente collocati in pianta. Le monete complessivamente restituite dai vasi del gruppo A si dispongono, nella stragrande maggioranza, tra il 294 e il 312 ca.; tuttavia, circa 450 nummi, facenti parte dei gruppi 5 (soprattutto) e 17, rinvenuti all’interno di un piccolo vaso ridotto in frantumi (5), oppure apparentemente senza traccia di contenitore (17), si datano tra il 315 e il 333. Le monete del gruppo B si datano complessivamente dal 294 sino alla fine del 333. I nummi più antichi, di peso pieno, sono generalmente conservati a parte (vasi 3, 6, 13, 14, 18), talvolta insieme a quelli di Massenzio post riforma (p.e. 9, 10, 12): tuttavia, anche questi ultimi sono stati almeno in un caso, grosso modo, conservati separatamente, come prova il contenuto dell’anfora 11, che ha restituito circa 25.000 nummi, in corso di schedatura. La selezione, di massima, del materiale per cronologia è testimoniata anche dai gruppi di monete più tarde, complessivamente databili nel ventennio 313 / 333. Da questo punto di vista, è indicativo il caso del contenuto delle anfore nr. 2 e nr. 4 del gruppo B, che hanno restituito rispettivamente circa 22.500 e oltre 11.000 nummi: nel primo caso si tratta, nella stragrande maggioranza, di esemplari battuti prima del 318; nel secondo, di epoca posteriore, sino al 333. Anche in questi due casi, tuttavia, non mancano tra il materiale restituito, in misura invero percentualmente modesta, esemplari rispettivamente, più tardi (2) o più antichi (4). Le monete più recenti del Tesoro, databili tra il 324 e il 333, oltre che nell’anfora 4, sono rappresentate soprattutto dai gruppi 8 e 15; quest’ultimo contiene comunque ancora una buona percentuale di pezzi anteriori al 324. Una riflessione, infine, sulla possibilità che i due raggruppamenti di vasi (monete) A e B siano da spiegare con due diversi tesori (complessi). In realtà tale possibilità esisterebbe in linea teorica, tenendo conto della distanza, invero modesta, tra i due gruppi ed è stata da chi scrive messa in conto prima dello studio particolareggiato del ritrovamento. Tuttavia, l’analisi del sito; la similarità del sistema di distribuzione delle species nei vari contenitori; la giusta considerazione del fatto che l’ usura dei nummi del gruppo A è in generale pari di quella dei nummi simili del gruppo B; e, non in ultimo, la presenza, seppur modesta, anche nel gruppo A di pezzi databili tra il 316 ca. e il 333, ci indicano che siamo in presenza di un unico Tesoro, cd. à cachettes multiples. Ad ogni buon conto, la completa catalogazione di tutte le monete appartenenti ai due gruppi potrà dare ulteriore conferma o sottrarre evidenza al questa conclusione. Venendo ora ad alcune, brevi considerazioni generali, da un lato si ha innanzitutto l’impressione che i contenitori ceramici usati per l’interramento delle monete, siano il frutto della raccolta del materiale fittile trovato casualmente sul posto (vasi grandi, medi e di piccole dimensioni). D’altra parte, da quanto osservato in precedenza sulla composizione dei gruzzoli all’interno dei contenitori, sembra lecito dedurre che la ripartizione, certamente intenzionale, delle monete in ciascuno di essi per cronologia e per contenuto di argento, non fosse stata ultimata al momento dell’occultamento, forzato sicuramente da una situazione di pericolo imminente: non è tuttavia da escludere che in qualche caso, la presenza di piccoli gruppi di monete incoerenti, per cronologia e/o per contenuto in fino di argento, con la grande maggioranza degli altri esemplari contenuti nei singoli vasi, sia da spiegare con l’inquinamento causato dal caterpillar o determinatosi durante il successivo recupero delle monete, con particolare riguardo a quelle fuoriuscite dai vasi stessi. Per quanto più propriamente riguarda le caratteristiche del complesso delle monete recuperate, sono da notare almeno tre fatti peculiari. Il primo è costituito dall’intervallo di tempo piuttosto lungo tra l’emissione delle monete più antiche – senza contare i pochi antoniniani rinvenuti - e di quelle più recenti, un quarantennio, che non trova generalmente corrispondenza nei tesori dell’epoca: spazio temporale segnato da importanti riforme che hanno modificato la produzione e la tariffazione delle species presenti. Il secondo, è costituita dalla presenza molto rilevante, in assoluto e in percentuale, di nummi di peso pieno e ridotto, soprattutto di Massenzio, che costituisce sinora un unicum per quanto riguarda i tesori scoperti in Tripolitania (e in Africa) occultati verso la fine dell’età di Costantino il Grande. Considerando i nominali presenti nel sistema informatico, su un totale di 66.735 nummi attualmente identificati con precisione, la metà è costituita da pezzi emessi tra il 294 e il 312 (dei quali ca. 11.800 battuti da Massenzio); il 32% ca. da pezzi databili tra il 313 e la fine del 323, e il restante 18% da pezzi emessi tra il 324 e il 333 (il 43% dei quali appartenenti alle serie Gloria Exercitus, Urbs Roma e Constantinopoli(s). Il terzo consiste nel fatto che anche i pezzi più antichi, compresi quelli battuti nel periodo 294-312, si trovano non di rado in buono / ottimo stato di conservazione, nonostante il terminus ad quem del tesoro costituito della fine del 333. Le tre caratteristiche sopra citate costituiscono, essenzialmente, l’ atypie del tesoro di Misurata, per la quale, tuttavia, non è impossibile trovare una risposta, o sinanco più di una: per questo aspetto (e quindi per le ipotesi relative) si rimanda tuttavia alla relazione. Venendo infine alle zecche di produzione, i nummi del Tesoro di Misurata sono stati battuti da tutte quelle ufficiali del mondo romano, attive nell’arco cronologico 294-333. Ovviamente, il numero dei nominali rappresentati è direttamente connesso con i singoli momenti storici in funzione dell’area geo-politica ed economica di appartenenza della Tripolitania in età tardo imperiale, con il volume di produzione delle singole zecche imperiali, variabile nel corso del quarantennio di riferimento – che vide anche la chiusura di alcune -, nonché con la maggiore o minore distanza delle zecche stesse dal luogo di ritrovamento. Così, se fino alla riforma massenziana del 307 le zecche rappresentate sono, in larga parte, quelle di Cartagine (soprattutto), Roma, Lugdunum, Treviri, Ticinum, Aquileia e, successivamente, Ostia, a partire dal 313 iniziano a farsi numericamente significative le emissioni delle zecche orientali, che diventano, dopo l’ eliminazione di Licinio nel 324, quelle predominanti anche in ragione della loro massiccia produzione, di gran lunga superiore. Anche in questo periodo, tuttavia, il numero di monete presenti battute dalla zecca di Alessandria, del resto operativa solo con due officine, non è molto elevato. Tra l’enorme numero di nummi restituiti dal tesoro di Misurata, si notano non pochi esemplari inediti o rari, alcuni dei quali saranno presentati dalla dr.ssa Santangelo. Da segnalare le serie di L. Domitius Alexander, non poche varianti o inediti tra gli esemplari di Massenzio, e, più tardi, di Licinio, Costantino I e figli. Come è del resto ovvio, il nostro ritrovamento rappresenta innanzitutto un documento di prim’ordine per la storia economica e monetaria della Tripolitania tra la fine del III e il primo terzo del IV secolo. Peraltro, considerando anche il programma già avviato di indagini analitiche non distruttive in loco - sul quale riferiranno gli studiosi coinvolti - basato su campionature statisticamente significative, anche al fine della ricostruzione delle tecnologie di produzione delle species presenti, il Tesoro di Suk el Kedim costituirà un cantiere permanente per lo studio a tutto campo della monetazione in bronzo argentato del Tardo Impero Romano. JEAN-PIERRE CALLU L'atypie de l'ensemble monétaire de Suk el Kedim:une hypothèse Ma contribution s'appuie sur les informations et les réflexions du Prof. Garraffo par lequel fut généreusement rompu un long silence sur les circonstances de la trouvaille, la cartographie de la zone, la distribution des monnaies par phases, par récipients et par ateliers. L'atypie est produite par la durée sans parallèle de l'arc chronologique qui atteint donc une quarantaine d'années marquées pourtant par de nombreuses et importantes réformes. Après que la structure générale ait fait écarter l'idée d'un télescopage entre deux trésors consécutifs, la réunion d'espèces si différentes dans le poids, le module et la proportion en argent paraît mieux s'expliquer par un stockage qui ne serait ni une épargne privée, ni une encaisse militaire, ni une cache de trafiquants, mais une réserve de temple restée intouchable jusqu'aux confiscations de Constantin ca 331. Transporté par le cursus publicus sur la route côtière en direction d'un port vers l'Italie, le chargement, bloqué en chemin par un accident inconnu et enterré sommairement sur place, n'aurait pu être récupéré après coup. L'apport des ateliers, conforme à ce qu'on savait déjà, confirme le trait d'union offert par la Méditerranée. STEFANIA SANTANGELO Nuovi nummi inediti o rari del Tesoro di Misurata L’arco cronologico in cui si dispiegano le emissioni presenti nel tesoro di Misurata (294-333) copre in pieno uno dei momenti più travagliati della storia dell’impero romano. Le ben note complicazioni dell’assetto geopolitico trovano inevitabilmente riflesso nella produzione monetale a partire dalle progressive riduzioni ponderali e dai continui aggiustamenti del sistema monetario. Dobbiamo immaginare, inoltre, che l’intensificarsi delle attività all’interno delle zecche monetali possano aver generato particolari momenti di tensione e fermento che portarono gli stessi incisori ad operare distrattamente e frettolosamente. Per tutti questi motivi, la monetazione dell’età tetrarchica e costantiniana presenta una tale abbondanza di emissioni e varietà di soggetti che sembra non esserci fine alla possibilità di imbattersi in varianti inedite o rare. Il tesoro di Misurata, con i suoi 108 mila esemplari, offre il suo contributo anche a questo aspetto della monetazione romana, poiché contiene un considerevole numero di nummi (folles) che non hanno trovato riscontro nella letteratura numismatica. Le varianti rispetto ai tipi noti interessano tutti gli elementi formali della moneta: più frequentemente riguardano le officine, ovvero si tratta di esemplari coniati da officine diverse da quelle pubblicate; altre volte presentano differenti interruzioni nella spaziatura della legenda del Verso o tipi di busti non registrati per alcune autorità emittenti. In altri casi ancora i conii rivelano clamorose sviste da parte degli incisori che accoppiarono erroneamente legenda e ritratto. Considerando l'arricchimento che ne viene alla conoscenza della monetazione del IV secolo, in questo lavoro si presenta – in aggiunta a quelli pubblicati precedentemente- una nuova selezione di nummi (folles) inediti o rari provenienti dal tesoro di Misurata. ENGLISH VERSION The time span in which issues of the Misurata treasure fall (294-333) fully covers one of the most troubled periods in the history of the Roman Empire. The well-known geopolitical complications are inevitably reflected in the production of coins from the successive reductions in weight and continuous adjustments of the monetary system. We imagine, moreover, that the intensification of activities within the mints coins may have created special moments of tension and turmoil that led the engravers to work carelessly and hurriedly. For all these reasons, the coinage of Tetrarchy and Constantinian age has such a wide range of types and varieties of subjects that seems to be no end to the possibility of running into unusual or rare variation. The Misurata treasure with its 108 thousand folles also offers its contribution to this particular aspect of Roman coinage, as it contains a considerable number of nummi (folles) unrecorded in numismatic literature. The change to known-types regard all the formal elements of the coin: the most frequently regard the mintmark or the coins struck by different workshops than those published; at other times they have different breaks of the legend of Verso or types of busts unrecorded for some rules. In still other cases the dies reveal glaring oversights by the engravers who mated legend and portraits incorrectly. Considering the enrichment that comes to the knowledge of the coinage of the fourth century, in this paper we present - in addition to those previously published - a new selection of nummi (folles) unpublished or rare from Misurata treasure. Vincent Drost Le monnayage de Maxence: circulation et thésaurisation Maxence prit le pouvoir à Rome le 28 octobre 306 et régna durant six années sur l’Italie et sur l’Afrique du Nord, si ce n’est une parenthèse de deux ans qui vit le diocèse africain se rallier à son vicaire Domitius Alexander. Son abondant monnayage constitue la trace la plus palpable du règne de cet « usurpateur » décrié par la propagande constantinienne. Maxence contrôla six ateliers monétaires (Carthage, Aquilée, Ticinum, Rome et Ostie) dont l’organisation géographique évolua au gré des circonstances politiques. Seul l’atelier de Rome resta actif tout au long du règne. Celui de Carthage ferma dès la fin 307, préalablement à la révolte de Domitius Alexander, tandis que les centres de production nord-italiens cessèrent leur activité en 310, sans doute devant la menace que faisaient alors planer Constantin et Licinius sur la frontière nord du domaine. La Monnaie d’Ostie ouvrit quant à elle ses portes en 308. Ainsi, dans la seconde partie du règne, la production monétaire maxentienne se concentra à Rome et dans son port. Maxence mit en place un système monétaire fort, soutenu par une politique fiscale lourde, qui se situe dans la lignée des préceptes de la réforme monétaire de Dioclétien en 294. Jusqu’à la fin de son règne, il conserva le standard de l’aureus au 1/72e de livre tandis que Constantin instituait le solidus taillé au 1/96e de livre. Les ateliers maxentiens procédèrent à la frappe régulière d’argentei, espèce dont la production était devenue très épisodique dans les autres parties de l’Empire. Quant au bronze argenté, si Maxence est à l’initiative de la réduction du nummus au 1/48e de livre, il ne céda en revanche pas à la tentation d’une nouvelle réduction comme le fit Constantin en 310. Le numéraire maxentien fut apparemment favorablement reçu par les populations d’Italie et d’Afrique du Nord. Il n’entraîna pas de vague de thésaurisations, contrairement celle qui s’observe en 310 dans le domaine de Constantin. De ce fait, les « trésors maxentiens» - c’est-à-dire les accumulations constituées dans le domaine de Maxence - sont relativement peu nombreux. Les quelques ensembles numériquement très importants qui nous sont parvenus constituent une source d’information primordiale sur la circulation monétaire à l’intérieur du domaine de Maxence. Toutefois, ces trésors ont pour la plupart connu des destins mouvementés depuis leur découverte et la connaissance que nous en avons est souvent partielle. Par ailleurs, le fait ces ensembles résultent le plus souvent de convoiements en provenance quasi-directe des ateliers limite leur portée en termes de circulation monétaire. La trouvaille la plus spectaculaire est sans conteste le trésor de Partinico, découvert au large des côtes de la Sicile. Constituée de près de 200 aurei et multiples d’or, cette épargne a été perdue en mer à partir du printemps 308, période qui coïncide avec le début de la révolte africaine. Elle a été alimentée pour une large part par les distributions impériales successives dont aurait bénéficié un important personnage au service de Maxence. Hormis cette fabuleuse trouvaille, tous les trésors maxentiens connus sont constitués de monnaies de bronze, des nummi en l’occurrence puisque les fractions en ont été systématiquement écartées. Un aperçu des trésors clos au cours du règne illustre notamment la rapide disparition des circuits des nummi lourds de la réforme. Certains ensembles enfouis à proximité de la frontière nord du domaine de Maxence témoignent d’événements militaires non attestés par ailleurs. Les trésors de Čentur (Slovénie), clos en 309/310, sont à mettre en relation avec la présence de troupes maxentiennes à la frontière du domaine de Licinius. Enfouis à proximité d’Aquilée, ils se composent pour l’essentiel de monnaies issues de cet atelier. Mais ils montrent également le rôle important joué jusqu’en 308 par l’atelier de Ticinum dans l’alimentation en numéraire du nord-est de l’Italie, avant que les ateliers de Rome et d’Ostie ne prennent le relais. Le trésor de Kellmünz (Allemagne), découvert dans un fort du limes rhétique, s’achève avec des monnaies frappées à Ticinum au printemps 308. Il témoignerait d’un poste avancé des Maxentiani en Rhétie. En ce qui concerne l’Italie, les informations relatives aux trésors maxentiens sont souvent lacunaires. Pourtant, deux ensembles majeurs de ce type ont été signalés à la fin du XIXe siècle à Annicco et à Bellinzago Lombardo (Lombardie), non loin de l’atelier de Ticinum. Pour la pars suburbicaria, des notices font notamment état d’importants dépôts en Sardaigne (Teulada I et Sulcis). L’Afrique du Nord, et en particulier la Libye, est une région particulièrement prolifique en trésors d’époque maxentienne. À côté de l’important de Mangub (Libye), qui représenterait une encaisse militaire en provenance d’Italie perdue en mer en 310/311, le gigantesque trésor de Misurata, quoique nettement plus tardif mais amassé sur le long terme, pourrait également être en partie considéré comme un trésor maxentien puisque certaines jarres s’achèvent avec des monnaies frappées sous l’autorité de Maxence. À ces deux trésors libyens majeurs s’ajoutent plusieurs autres ensembles africains de moindre ampleur (Cap Bon et Henchir Thina en Tunisie, Cirta en Algérie, etc.). Cette abondante documentation est d’un grand intérêt historique puisqu’elle confirme que Maxence avait, dès 310, repris possession du diocèse d’Afrique. Pour ce qui est de la circulation monétaire, elle montre que, dans la seconde partie du règne, les ateliers de Rome et d’Ostie approvisionnèrent sans difficulté apparente cette région qui ne disposait plus d’un atelier. Un tel afflux de numéraire italien trouve des justifications évidentes : rémunération des troupes stationnées en Afrique pour prévenir une nouvelle révolte, reprise des convois de l’Annone et achats de denrées alimentaires pour nourrir la plèbe de Rome. Il faut enfin mentionner le trésor de Gruissan (France) qui constitue un cas à part parmi les trésors maxentiens. Formé quasi-exclusivement de monnaies de Maxence, il a été perdu au cours d’un naufrage survenu début 313 à proximité des côtes gauloises. Cet ensemble en provenance d’Italie ou d’Afrique illustre le rapatriement du numéraire de Maxence en Gaule après la bataille du Pont Milvius, que ces monnaies aient été destinées à la refonte ou bien à être réinjectées dans les circuits. En prenant le pouvoir au mépris de l’ordre tétrarchique établi, Maxence se retrouva d’emblée isolé au plan diplomatique, si ce n’est une brève période de concordia avec Constantin. Le recours aux trésors permet de déterminer si les circuits économiques sont ou non en adéquation avec une telle situation politique. Avant l’avènement de Maxence, les monnaies produites en Gaule ou dans les Balkans alimentaient de manière non négligeable le stock monétaire en circulation en Italie, ce que montrent les trésors de Kellmünz et de Čentur C, clos en 308 et en 309 et constitués pour bonne part avant 306. Dans les trésors enfouis à partir de 310, la proportion de monnaies frappées en dehors du domaine de Maxence chute considérablement, la présence de monnaies « étrangères » devenant même assez exceptionnelle. Néanmoins, malgré l’absence totale de relations avec Galère ou Licinius, la frontière orientale de l’Italie n’était pas totalement hermétique puisque quelques monnaies issues des ateliers balkaniques ou orientaux se retrouvent parfois dans les trésors maxentiens. Les monnaies en provenance des ateliers constantiniens ne sont guère plus nombreuses, ce qui laisse penser que la concordia avec Constantin ne s’accompagna pas d’échanges soutenus entre les états centraux et occidentaux. Dans les nombreux trésors gaulois ou bretons enfouis autour de l’année 310, on relève néanmoins souvent la présence de quelques monnaies maxentiennes, frappées pour l’essentiel à Ticinum avant la rupture de la concordia. Pour les autres parties de l’Empire, les données disponibles sont peu nombreuses. On note toutefois la présence non négligeable de monnaies maxentiennes sur les sites de la péninsule ibérique, région que l’on pensait un temps faire partie du domaine de Maxence. Dans les provinces balkaniques ou orientales, les découvertes de monnaies maxentiennes sont très exceptionnelles. Les trésors enfouis dans les états de Galère n’en contiennent généralement pas. Les quelques exemplaires signalés dans des trésors égyptiens méritent d’être signalés au regard de l’hypothétique rapprochement entre Maxence et Maximin Daïa à la fin du règne qui est évoqué par Lactance et par Eusèbe. Une dernière question se pose: qu’advint-il du numéraire émis par Maxence après la bataille du Pont Milvius? S’il ne fait pas de doute que Constantin rappela, dans la mesure du possible, les monnaies d’or à l’effigie de son rival pour alimenter ses propres émissions, les enjeux durent être moindres en ce qui concerne le bronze. L’hypothèse d’un décri politique des nummi maxentien est peu probable. Il faut plutôt se demander si ces nummi taillés au 1/48e de livre ont pu trouver leur place dans la circulation alors que la taille au 1/96e de livre avait été instituée dans tout l’Empire dès 313. Or, certains trésors clos jusqu’en 318 contiennent toujours d’importantes proportions de nummi de Maxence. Ces thésaurisations sélectives qui privilégient les anciennes espèces, les plus lourdes, ne sauraient toutefois être le gage de la circulation prolongée des nummi maxentiens. Ceux qui subsistèrent disparurent des circuits avec la réforme de 318, ce que montrent clairement les trésors butant sur cette mesure. Les trésors monétaires reflètent bien l’image de l’ «autarcie maxentienne totale» qu’évoquait J.-P. Callu: la pénétration des monnaies « étrangères » en Italie et en Afrique du Nord comme la diffusion des monnaies maxentiennes au-delà des frontières fut quasi-nulle tout au long du règne. En revanche, les modalités de la circulation des monnaies maxentiennes à l’intérieur même de son domaine demeurent assez mal cernées et seule l’apparition et l’étude approfondie de trésors importants permettra de combler cette lacune. En ce sens, le trésor de Misurata offre de formidables perspectives. GUILLAUME MALINGUE La circulation monétaire en Afrique à la fin du troisième et au début quatrième siècle Le but de ce travail est d’étudier les flux d’approvisionnement monétaire de l’Afrique à la fin du IIIème et au début du IVème siècle. Plutôt que la durée de circulation de chaque type monétaire, je m’attacherai à observer l’origine géographique de cet approvisionnement, entre 285 et 337. 1) Synthèse des études précédemment menées En raison du faible nombre de dépôts disponibles, peu de savants se sont penchés sur la circulation africaine. L’essentiel de la documentation a été rassemblé par P. Salama et J-P. Callu. De leurs travaux on peut retenir les points suivants : - Absence complète des empereurs illyriens dans les trésors africains. Après 270, l'Afrique semble recevoir en masse les imitations radiées retirés de Gaule. - Au court de la première tétrarchie l'Afrique semble ouverte sur le monde, avec une prédominance de Carthage et de l'Italie, et une forte présence des ateliers orientaux. - Sous le règne de Maxence l’Afrique n’est plus approvisionné que par Rome est Ostie. - Les monnaies gauloises, fréquentes à partir de 313 ont probablement transité par l’Italie. Quelques trésors « exceptionnels » à forte proportion de monnaies gauloises pourraient être la propriété de personnes commerçant directement avec la Gaule. 2) Présentation de l'échantillon d'étude Dans le cadre d’un travail sur la circulation tétrarchique, et sur les monnaies de Carthage en particulier, j’ai cherché à inventorier les dépôts contenant des monnaies frappées entre 285 et 324. Le nombre de trésors publiés étant limité, j’ai augmenté l’échantillon avec les monnaies issues de fouilles et de musées locaux. De nombreux trésors publiés trop succinctement n’ont pas été inclus. L’échantillon est formé de 30 dépôts totalisant 88.000 monnaies frappée entre 285 et 337 identifiées précisément (dont 60.000 pour Misurata, toujours en cours d’inventaire). Cet échantillon ne tiens donc pas compte du numéraire ancien qui devait continuer à circuler abondement. 3) Circulation entre 294 et 306 J’ai choisi d’observer dans un premier temps la circulation entre 294 et 306, c'est-à-dire durant la période de stabilité politique et monétaire. Le tableau suivant donne par province les pourcentages (pondérés) de chaque atelier et les compare à la distance en kilomètre entre province et atelier. On constate immédiatement la grande homogénéité des résultats. Carthage est systématiquement l’atelier le plus proche, et le mieux représenté. Il pourvoit à la moitié des besoins du diocèse en espèce. Rome arrive toujours en seconde position, aussi bien géographique que monétaire, avec environ un quart de la masse circulante. Alors que Ticinum arrive en troisième position « géographique », son importance économique semble moins nette. La « troisième position » revient souvent à un atelier oriental (Cyzique ou Alexandrie). Cette poussée « orientale » se retrouve cependant surtout dans les provinces illustrées par des dépôts d’antoniniens. A Misurata, constitué uniquement de nummi, Ticinum arrive en troisième position. Cette importance des antoniniens orientaux dans les fouilles n’est cependant pas propre à l’Afrique. On la retrouve en proportions similaire sur l’ensemble du littorale méditerranéen. Les ateliers gaulois représentent environ 10% du numéraire. La seule exception notable est la Maurétanie Césaréénne, où ils représentent 21%. Mais cette province se caractérise aussi par une plus grande proximité géographique avec la Gaule, Lyon y arrive en deuxième position, devant Rome. Mauretania Caesariensis Ouest Londinium Treveri Lugdunum Continental Centre Ticinum Aquileia Roma Karthago Balkanique Siscia Thessalonica Serdica Orient Heraclea Nicomedia Cyzicus Antiochia Alexandria % 21% 5% 5% 12% 72% 2% 28% 42% 2% 2% 5% 2% 2% 100% dist. 1800 1700 1200 1600 1300 1600 1200 900 1700 2000 2100 2700 2600 2400 3200 2800 Numidia Militiana % 69% 2% 21% 47% 31% 16% 15% 100% dist. 2000 1700 1300 1700 1200 1400 1000 500 1500 1600 1800 2300 2200 2000 2700 2300 Numidia Cirtensis % 12% 1% 6% 4% 1% 65% 8% 4% 26% 26% 5% 4% 1% 19% 2% 10% 1% 5% 100% dist. 1800 1500 1100 1600 1100 1200 900 400 1400 1600 1700 2300 2200 2000 2700 2300 Africa Procons. % 6% 4% 2% 72% 6% 3% 22% 42% 1% 1% 21% 1% 1% 7% 2% 10% 100% dist. 1900 1500 1100 1600 1000 1200 800 200 1300 1400 1500 2100 2000 1800 2500 2100 Byzacena % 9% 9% 91% 18% 27% 45% 100% dist. 2000 1700 1300 1800 1200 1300 900 300 1400 1400 1500 2100 1900 1800 2500 2000 Tripolitana Tripolitana % 6% 0% 5,5% 94% 5,3% 5,4% 19% 65% 0% 0% 0% 0% 0% 0% % 6% 0% 3% 3% 83% 9% 6% 25% 43% 5% 4% 1% 0% 6% 1% 0% 1% 2% 1% (hors Misurata) 100% dist. 2600 2200 1800 2300 1600 1600 1200 800 1600 1300 1500 1900 1700 1600 2100 1500 (Misurata) 100% dist. 2500 2100 1800 2300 1600 1500 1100 700 1500 1200 1400 1800 1700 1500 2000 1500 Africa % 8% 1% 2% 5% 0% 78% 5% 5% 24% 44% 2% 2% 0% 0% 12% 1% 0% 5% 1% 4% 100% Il apparait donc que la circulation en Afrique est très homogène. Le diocèse entretient une relation privilégié avec l’Italie, mais échange aussi avec l’Orient et la Gaule. Ces résultats montrent également l’origine locale de la thésaurisation de Misurata. Seule la Maurétanie Césaréénne, par sa situation géographique semble entretenir des relations plus directes avec la Gaule. 4) Circulation entre 285 et 337 A la lumière de ce premier résultat, nous pouvons élargir notre périmètre pour observer l’évolution de la circulation entre 285 et 337. Si jusqu’en 285, l’Afrique n’est pas alimentée en numéraire frais, l’alimentation de la province ne semble pas non plus la priorité de Dioclétien. Les antoniniens pré-réforme y sont très rares, provenant principalement de Lyon puis d’Italie et d’Orient. Avant l’ouverture de Carthage en 297, les monnaies semblent venir principalement d’Orient. Ce sont essentiellement des antoniniens. Les nummi eux, proviennent en majorité de Siscia et de Ticinum. Ce résultat est très significatif. Ces ateliers étant très rares après 297, il illustre le fait que les soldats accompagnant Maximien en Afrique viennent certainement du nord de l’Italie et de Pannonie, apportant avec eux ces nummi. Cela signifie également que l’Afrique n’a pas été alimentée en monnaies réformées avant l’ouverture de Carthage. En 297 Carthage devient l’atelier majoritaire, et comme nous l’avons vu, la circulation s’ouvre largement sur l’ensemble de l’empire. Cette situation perdure jusqu'à l’avènement de Maxence en 306. L’Afrique se referme alors et son numéraire ne provient plus que des territoires de ce prince. dist. 1900 1500 1100 1600 1000 1100 600 0 1100 1200 1300 1900 1800 1600 2400 2000 Le fort taux de monnaies maxentienne observé pour la période 308-310 (que l’on retrouve dans tous les dépôts) est certainement dû à une importation massive après la reconquête par Maxence, plutôt qu’a un commerce avec l’Italie durant de règne de Domitius Alexander. Jusqu'en 312 le numéraire africain provient quasiment exclusivement d’Italie. A partir de l’ouverture d’Ostie, cet atelier semble jouer un rôle majeur dans l’approvisionnement de l’Afrique. Après la victoire de Constantin, le monnayage italien reste majoritaire, mais l’Afrique s’ouvre très largement sur la Gaule, et reçoit notamment des espèces de Trèves, jusqu’alors peu représenté. Ce numéraire arrive peut-être via un brassage en Viennensis. En effet, après l’ouverture d’Arles cet atelier devient le deuxième pourvoyeur de l’Afrique derrière Rome. Géographiquement Arles est également le deuxième atelier le plus proche de l’Afrique, devant Ticinum. Entre 317 et 324 La part des ateliers italiens est identique à ce qu’elle était sous la première tétrarchie. Arles, Trèves et Siscia comblent le vide formé par la fermeture de Carthage. A partir de 324, l’approvisionnement de l’Afrique semble marquer une nouvelle rupture. Les ateliers « des détroits » très éloignées et jusque ici très peu représenté fournissent désormais les troisquarts du numéraire. La prééminence de ces ateliers reflète l’installation du pouvoir politique à Constantinople, et est probablement dû, à leur grande activité plus qu’a une volonté politique de changer les circuits d’approvisionnement. On retrouve ce facies aussi bien à Misurata que dans les autres dépôts africains, ce qui montre, encore une fois, l’origine locale de la thésaurisation libyenne. 285 294 294 jan. 297 Jan. 297 Mai 305 Mai 305 Juil. 306 Ouest Londinium & Camulod. Treveri Continental Lugdunum Arelate Centre Ticinum Aquileia Roma Ostia Karthago Siscia Balkans Sirmium 48% 4% 3% 9% 5% 1% 3% 6% 0% 3% 3% 0% 1% 1% 0% 6% 0% 5% 8% 1% 0% 2% 2% 1% 1% 7% Thessalonica & Serdica 41% 27% 12% Juil. 306 Oct. 306 fin 308 Oct. 306 fin 308 Mai 310 13% 20% 5% 2% 1% 83% 6% 4% 25% 92% 5% 5% 16% 98% 11% 11% 20% 92% 11% 10% 29% 11% 9% 48% 1% 0% 62% 4% 1% 56% 1% 0% 41% 2% 8% Mai 310 oct 312 Oct 312 Juil. 313 1% 1% 0% 15% 2% 13% 98% 1% 87% 4% 4% 69% 9% 1% 0% 1% Juil. 313 Jan. 317 Jan. 317 Sept. 324 44% 6% 13% 39% 3% 11% 11% 13% 51% 5% 0% 43% 3% 22% 45% 6% 3% 25% 17% 80% 79% 3% 0% 52% 21% 1% 0% 3% 2% 2% 2% Sept. 324 Mai 337 4% 0% 1% 0% 3% 16% 1% 0% 11% Heraclea Constantinopolis Orient Cyzicus Nicomedia Antiochia Alexandria 8% 9% 0% 0% 0% 1% 0% 1% - 0% 0% 0% 0% 2% 0% 0% 2% 11% 10% 1% 5% 4% 17% 1% 5% 11% 62% 8% 1% 0% 53% 11% 7% 0% 1% 2% 4% 2% 0% 0% 2% 1% 0% 0% 1% 0% 0% 0% 0% 4% 1% 0% 0% 3% 1% 0% 0% 0% 0% 3% 1% 0% 0% 2% 3% 0% 1% 0% 1% 6% 2% 2% 0% 2% 4% 33% 0% 10% 11% 12% 47% 24% 16% 4% 3% Zone du prince régant Zone "alliée" Zone "enemie" 27% 69% 4% 20% 80% 83% 17% 92% 8% 98% 2% 92% 6% 1% 1% 8% 87% 17% 82% 1% 92% 8% 93% 7% 94% 100% 93 854 6 175 13 501 12 261 3 587 Nb de monnaies étudiés 5) 15 288 3 008 725 6% 13 429 8 142 10 483 Conclusion Apres avoir été négligé par le pouvoir durant tout le dernier quart du IIIème siècle, l’approvisionnement monétaire de l’Afrique retrouve un nouveau souffle avec l’ouverture d’un atelier a Carthage. Cela fut la seule tentative dans toute l’histoire romaine d’établissement d’un atelier monétaire impérial en Afrique. Au début du IVème siècle la région offre l’image d’une économie ouverte sur l’ensemble du monde méditerranéen, entretenant des liens étroit avec l’Italie et le sud de la Gaule. Néanmoins cette étude montre également un diocèse fortement soumis au contexte politique. 90% des monnaies proviennent systématiquement des ateliers aux mains du prince régnant sur l’Afrique. Giacomo Manganaro Tesaurizzazione “povera” di aes perpetuum nel III-V sec. d. C. in Sicilia. In epoca imperiale e tardoimperiale la Sicilia, ma certamente non la sola nell’Impero ecumenico, è abitata da molti pauperes e da pochi divites. Il tema dei poveri è stato trattato pochi anni fa a Palermo dal gruppo di ricerca organizzato da Cettina Molè Ventura e Nino Pinzone e ora recentemente in un saggio di Chiara Corbo, Paupertas.., Univ. Federico II, Napoli 2006, la quale si è soffermata su due costituzioni di Costantino il Grande, C. Th XI 27, 1 del 315 d. C. e 2 del 322 d. C.: in questa seconda Costantino vuole impedire che in Africa Provinciales egestate victus atque alimoniae inopia laborantes vendano i figli o li diano in pegno , se non li ammazzino. Il costo della vita e del sostentamento alimentare era cresciuto oltre misura per privati cittadini, come per i soldati in epoca tetrarchica: Diocleziano ne dava la colpa alla avaritia dei mercanti, e credeva rimediare col suo Edictum ( vd. SPEIDEL, Historia 2009, 486 ss.): la tariffa della libra di oro saliva continuamente ( nell’ Edictum da 50 mila , Framm. di Elatea , a 72 mila Framm. di Aezani) fino a raggiungere in Papiri oltre tre milioni di d e n a r i ( R. RÉMONDON, Chr. Eg., 1957, 146 ; HOSTEIN, Ant. Tard. 2008, 250 s.). Naturalmente il denario è ormai aeris denarius ( come si legge nel cap.9, 7 della vita di Aureliano di Flavio Vopisco siracusano ). Le monete di bronzo brutte e sempre pù piccole dei ripostigli sicelioti, che mi accingo a enumerare , sono denari ? Sarebbero questi l’aes perpetuum del titolo della mia comunicazione! In Sicilia in zone rurali del territorio di città o in ipogei, soprattutto di Siracusa, a Catania, in centri periferici dell’isola in una mansio ( Sofiana) o in una villa ( Tellaro), colpite dal sisma del 365 d. C., in zone prossime alla costa ( Marsala, Naxos, Caucana ) e sul Monte Rosa a Lipari sono stati raccolti all’incirca 13 ripostigli , alcuni ancora inediti, di brutte monete di bronzo, in prevalenza minimi. Notevoli tre ripostigli di sesterzi imperiali di II e III sec. d. C. da zone siracusane, non recuperati dai risparmiatori per episodi di peste Il ripostiglio dell’ipogeo Attanasio a Siracusa e quello di Naxos potrebbero essere connessi piuttosto con incursioni di Alarico. Forse appena due i ripostiglietti di Antoniniani rinvenuti in Sicilia. In zona di Noto, a Gela e ad Agrigento sono stati raccolti tre ripostiglietti con nummi alessandrini di III sec. d. C.. A parte vanno considerati tre ripostigli di radiati gallici anomali, pescati in mare, uno a Marzamemi( o Avola), uno nel porto di Siracusa , uno enorme di 5 mila a Camarina ( in corso di pubblicazione a cura di G. Guzzetta): erano probabilmente destinati al mercato dell’Africa, che risulta inondata da questi radiati anomali ( Chameroy ). A riscontro pochi ripostigli di monete di oro : uno eccezionale a Partinico, pubblicato recentemente da DROST (lo connetterei col sisma del 308/310 d. C. ); tre da connettere con le incursioni dei Vandali di Genserico rinvenuti rispettivamente a Butera, a Comiso ( di almeno sei librae di solidi), e a Campobello di Mazara, probabilmente appartenuti a Siculi possessores, della classe di quelli, cui nel 440 d. C. Valentiniano III ha concesso la remissio tributorum ( Nov. Valent. I 2). La società della Sicilia tardo romana vive una dignitosa povertà e raramente può disporre di monete di oro. Tra tante epigrafi funerarie in greco di V sec. d.C. nelle Catacombe di S. Giovanni a Siracusa soltanto in due il prezzo di acquisto della tomba è segnato 1 solido di oro, ojlok(otivnou) aV , in una terza ejbdomhvkonta duvwn muriavdwn ( vd. S. L. AGNELLO, Silloge Iscr. Paleocristiane della Sicilia, Roma 1953, 23 nr. 21; IG XIV 142; Med. Ant, V 2002, 634). La cifra di 72 myriades, cioè 720.000 denari, pone un problema: dovrebbe indicare un importo monetale di un peso notevole, se si richiama l’aneddoto nr. 80 riportato nel Philogelos, dello scolastico ( il Simplicissimo), il quale dalla cifra registrata nel suo chirographos, diremmo la carta di credito, di 150 myriades ne avrebbe detratto 50 , al fine di alleggerire il peso sulla nave colta dalla tempesta, sulla quale viaggiava (vd. C. WESSELY, Ein Altersindizium im Philogelos, Stzber. Akad. Wien 149, 1904, V. 1-47, 44 s.e 9). In una grande città come Siracusa nel V sec. d. C. viveva una comunità in cui prevalevano i pauperes/ tenuiores , che si accontentavano di una tomba senza pretese, anche se segnata da una epigrafe in greco, ottenuta per carità cristiana o in moneta di bronzo, ed erano pochi i divites , che, come quelli delle tre epigrafi esaminate, potevano spendere per l’acquisto della loro tomba moneta pregiata ! Uno spaccato della società della Sicilia tardoantica, nella quale molti possono tesaurizzare le brutte monete di bronzo e soltanto pochi la valuta pregiata. Vorrei credere che in epoca costantiniana in Sicilia non si siano verificati episodi, come quelli denunziati nella costituzione del 322 d. C. per l’Africa, in cui i padri non potendo allevare i figli erano ricorsi non soltanto a venderli o a darli in pegno, come schiavi, ma addirittura al parricidium ! Giacomo Manganaro Un milione di denari sulla collina di Čentur Bruno Callegher (Università di Trieste): [email protected] Raccolto a più riprese – tra il 1934 e il 1962 – in una località il cui toponimo, Čentur, rinvierebbe a un insediamento militare, il tesoro (composto quasi esclusivamente di folles) era contenuto in più anfore/giare, interrate lungo i margini di un piccolo pianoro (Mali Čentur), a poca distanza dalla via Flavia, un itinerario tra Aquileia e l’Istria. La vicenda del ritrovamento, però, presenta non pochi lati oscuri, incertezze e incongruenze destinate probabilmente a restare irrisolti per mancanza di sicura documentazione coeva e per essere state le circostanze della scoperta tramandate a voce con successivi racconti dei protagonisti, spesso tra loro distanti molti anni. I personaggi/protagonisti, citati in bibliografia (Ana Babić, Peter Babić, Bogomir Babić e Lazar Krmac), sono invece documentati. Dopo aver ripercorso le varie fasi della scoperta di più gruzzoli, appartenenti però ad un medesimo ripostiglio, l’intervento si propone dapprima di stabilire quanti esemplari siano ad oggi sopravvissuti e quanti siano irreparabilmente scomparsi. Infatti, alla documentazione monetale edita (Gabinetto Numismatico del Museo Nazionale di Lubiana: A. Jeločnik, Čenturska zakladna najdba folisov Maksencija in tetrarhije/ The Čentur Hoard: folles of Maxentius and of the Tetrarchy, Ljubljana 1973 (Situla 12); A. Jeločnik – Peter Kos, Zakladna Najdba Čentur - C / The Čentur - C Hoard: folles of Maxentius and of the Tetrarchy, Ljubljana 1983 (Situla 23); Museo di Pola: R. Matijašić, Il ripostiglio di monete romane di Centora (Čentur) custodito presso il Museo Archeologico dell’Istria di Pola, “Atti del Centro di Ricerche Storiche – Rovigno”, XII (19811982), pp. 35-56; parte dispersa nel mercato:V. Picozzi, Un ripostiglio di folles di Massenzio, “Numismatica” V, 3 (1964), pp. 181-198) si aggiunge ora una cospicua quantità di monete inedite, pertinenti alla prima scoperta del 1935 e a quella del 1962. Di seguito la sintesi Serie ritrovamenti Čentur (1935) Čentur (1938) Čentur (1944) Čentur (1950) Čentur (1962) N. esemplari 3.378 ca. 5.000 ca. 25.000 ca. 3.000 + 6.000 Totale ca. 42.378 Monete pervenute 2.195 + 562 (inedite) = 2.757 2.276 5.032 2.042 + 695 = + ca. 500 (inedite) = 3. 327 13.302 Disperse 621 ca. 2.500 ca. 20.000 ca. 3.000 ca. 2673 ca. 29.346 La revisione analitica dell’insieme, sulla base degli studi degli ultimi quarant’anni, è appena iniziata e necessiterà del restauro di non pochi pezzi, molti dei quali, specialmente il migliaio di inediti di recente acquisizione, sono ancora ricoperti da uno strato terroso facilmente asportabile. Sono altresì previste la fotografia digitale di tutte le monete, la redazione di una scheda informatizzata per il catalogo (scheda NU) e l’analisi sia delle patine superficiali sia della lega (Spettroscopia di Emissione Atomica al Plasma Induttivamente Accoppiato (ICP- AES); Spettroscopia di Assorbimento Atomico con Fornetto di Grafite (GFAAS); Spettroscopia di Emissione di Fluorescenza a raggi X (XRF) nei laboratori dell’Università di TriesteDipartimento di Analisi chimiche e Sincrotone). Nonostante la fase prodromica della ricerca, che rende inattuale una presentazione dettagliata dell’intero tesoretto, sono state individuate alcune linee tematiche. - - - - Emerge una netta divisione quantitativa tra nummi (folles) pesanti e ridotti. Rispetto al totale, il primo gruppo (ca. g 10) è qui presente in una percentuale di poco superiore al 10%. Lo studio disaggregato delle monete di pieno peso dimostra una prevalenza di pezzi prodotti a Ticinum e a Roma, non nella vicina Aquileia. La data di apertura di questa zecca (post 294) è ancora discussa. Poiché la produzione di numerario fu avviata probabilmente da maestranze trasferite da Roma o da Ticinum (similitudini stilistiche nel ritratto della prima emissione), i suoi folles potrebbero datare tra la fine del 295 se non all’inizio del 296 (le fonti attestano la presenza di Massimiano in Aquileia nel mese di marzo 296). Tipo più presente: sacra moneta avgg et caess nostr . Percentualmente poco rilevanti le emissioni di Cartagine (tipo salvis avgg et caess fel kart), Lugdunum, Treviri, Siscia, Serdica, Tessalonìca, Eraclea, Nicomedia, Cizico, Antiochia, Alessandria (in tutte queste, quasi un solo tipo: genio popvli romani). Il nucleo principale (ca. 90%) del tesoro è composto da folles ridotti, la cui coniazione iniziò nel 307, quando il peso di questo divisionale subì un taglio di circa un terzo, attestandosi su una media ponderale di ca. 6-6,5 g. Anche il contenuto d’argento fu ridotto (ca. 1,5-2 % rispetto a ca. 5 % precedente). La maggior parte dei folles di questa seconda fase (post 307) è di produzione aquileiese (ca. 65%). Una così ampia presenza della vicina zecca alto adriatica - ancora tutta da indagare nel dettaglio per individuarne i caratteri iconografici dei ritratti imperiali, per la determinazione del fino d’argento, per lo studio dei coni di D/ e R/ come pure dei loro possibili legami al fine di stimare almeno un ipotetico stock produttivo - costituisce ad oggi la documentazione più significativa e valida per affrontare una ricerca complessiva sul funzionamento della zecca di Aquileia tra il 307 e il 310, forse più significativa della stessa raccolta numismatica del locale Museo Archeologico Nazionale. Si segnala altresì che in questa stessa zecca, nella fase di transizione tra il novembre 306 e la primavera del 307, furono battuti folles di Massenzio seguendo lo standard precedente. La riduzione ponderale sembra essere stata applicata solo alla fine del 307 o forse all’inizio del 308, con una cronologia leggermente successiva rispetto a Ticinum e Roma. Altre zecche presenti: tra quelle ubicate nella parte controllata da Massenzio si segnalano Ticinum, Roma e Cartagine (quest’ultima ben presente nella documentazione inedita) per ca. 30%. Il rimante 5% sono emissioni balcaniche (Siscia) o orientali. Massenzio prevale con ca. l’85% rispetto alle altre autorità emittenti. Il fatto che la parte più cospicua del tesoro sia di produzione aquileiese focalizzerà la ricerca proprio su questa zecca. Nella fase iniziale (post 307) vi fu coniata moneta per i due augusti Massimiano e Massenzio come pure per il Cesare Costantino nell’unico tipo conserv vrb svae. Per questo periodo i folles possono essere raggruppati nei tre tipi proposti in RIC VI: Primo gruppo (RIC 116):Roma in tempio esastilo; sul frontone: corona d’alloro Secondo gruppo (RIC 121) : Roma in tempio esastilo; sul frontone: ᴗ - x - * Terzo gruppo (RIC 113): Roma in tempio tetrastilo porge globo all’imperatore; ai piedi un prigioniero; nel frontone lupa e gemelli. La prima ricognizione sull’intero complesso permette di ipotizzare una sostanziale uniformità produttiva nelle tre officine attive in Aquileia. In termini percentuali, però, la maggior quantità di folles appartiene al terzo tipo (= RIC 113) con più di 2.500 esemplari dai quali si potrà partire per un calcolo dei coni e la verifica dei possibili legami non solo all’interno dello stesso tipo, ma anche con gli altri della stessa serie in modo da chiarire se le tre officine operavano in autonomia oppure se si potevano verificare scambi di coni nel corso della lavorazione. Potrebbe inoltre emergere che analoga indagine sia percorribile anche per la zecca di Ticinum, in particolare per Massenzio tipo RIC 91 e RIC 92, per Roma sempre per Massenzio tipo RIC 210 e forse perfino per Ostia tipo RIC 35. La data di chiusura di tutti i vari gruzzoli viene fissata a partire dalla concomitante presenza di monete di tre diverse zecche (Aquileia, Roma e Siscia), tutte collocabili tra la fine del 309 e l’estate del 310. Ad Aquileia l’ultima emissione, quella del terzo gruppo (RIC 113), fu battuta alla fine del consolato di Massenzio (inizio 309) e si colloca quindi tra i primi mesi del 309 e la metà del 310. Allo stesso periodo si data il follis ridotto di Roma, tipo RIC 210 (esergo: RBP/ ; RBP/-). Ancor più stringente la cronologia fornita da Siscia (allora controllata da Licinio), dove furono coniate monete di Massimiano, Licinio Massimino e Costantino, tutti con titolo di IMP [---] P F AVG (esemplari attestati a Čentur), coincidenza databile solo a partire dall’estate del 310. Quanto alle cause dell’occultamento, indicate in un qualche evento bellico di cui non resta traccia nelle fonti e, per quanto noto, neppure in situ a motivo dell’esiguità di rinvenimenti archeologici riconducibili a una postazione militare, si ritiene possibile trattarsi di un prelievo fiscale effettuato probabilmente nelle città costiere di Trieste, Pola, Parenzo e/o in insediamenti interni dell’Istria, una massa monetaria cospicua (ca. un milione in denari conto), conservata in contenitori ceramici e in movimento sul confine tra le Diocesi d’Italia e di Pannonia verso un luogo destinato a rimanere sconosciuto. COSTANTINA KATSARI Misurata hoard from an eastern perspective: Preliminary results We have in our hands a treasure of extraordinary proportion by any standards. I opted calling it a treasure and not a hoard because this is exactly what it is. A scientific treasury that will increment our knowledge significantly once the database of its coins is completed. For the purposes of this conference I have been asked to compare Misurata hoard with the hoards from the eastern provinces. Since there is no complete publication of the early fourth century coin hoards from the east, the task of compiling a catalogue of all of them is daunting. I started by focussing on the Balkan provinces of Dacia, Pannonia Superior, Pannonia Inferior, Moesia Superior and Moesia Inferior. The results are interesting and I will be happy to present them here. Once these were searched, I moved on to Asia Minor and Syria but, so far, the compilation of the catalogue is incomplete. I am in the fortunate position to present some of these results, though, which are based on silver and bronze hoards ending during the reign of Diocletian. I would like to start by stating that the comparison between Misurata hoard and the coin hoards from the eastern provinces prove conclusively that our treasure is exceptional, unique, unusual, one of its kind for a multitude of reasons. This does not mean that it is not comparable. On the contrary, we should focus on the differences in order to highlight possible issues that should be explored further. Hoard Size The first difference that should be noted is the size of the hoard. The number of coins it contains exceed 100,000, a fact that gives it the unique place at the top of the board. There is no other hoard that includes as many coins from the eastern provinces from the reign of Augustus until the end of the reign of Constantine. Regarding the hoards ending during the reigns of Diocletian, Tetrarchy or Constantine I, from Pannonia Superior we have six hoards -Brigetio II, Siscia, Solva, Winden am See, Gornji and Grosshofflein. One includes a small number of aurei (Brigetio II). Siscia hoard includes the highest number of silver coins (1434), while Solva hoard also includes a high number of both antoniniani and nummi ((1204). The other three hoards include very low quantities of nummi (no more than 51. See chart 1. From Pannonia Inferior came one hoard of 33 aurei (Sirmium III), three hoards of antoniniani (Intercisa IV, Intercisa V and Kulcs) containing 69, 150 and 1058 coins respectively and three hoards containing nummi ( Batinice, Bikic-Dol and Nagyteteny). From the nummi hoards Batinice contains no more than 9 coins, while Bikic-Dol and Nagyteteny contain an astonishing 10589 and 10585 coins respectively. These are two of the largest hoards I have encountered. See chart 2. There are no gold hoards coming from Moesia Inferior. One hoard, Novae, contains 366 of both silver and bronze coins. From the four hoards that include nummi, only one (Kailka) is as large as 441 coins, while the rest (Storgosia III, Tropaeum, Tomis) contain only 80, 14 and 51 coins respectively. See chart 3. From Syria come at least two hoards, one (Syria 4) including antoniniani and amounting to 480 coins, and a second (Iafa) containing both silver and bronze coins and amounting to 123. See chart 4. There are obvious methodological problems that need to be addressed when we are comparing hoards of vastly different size. The most pressing point that should be made is that statistics may be heavily distorted, even if we turn numbers of coins into percentages. Chris Lockyear (REF) advises that we can only use hoards which include more than twenty coins for any comparisons. However, I doubt he had in mind the case of Misurata which exceeds 100,000 coins. For this reason, I decided to keep the statistical analysis to the minimum and pursue qualitative rather than quantitative explanations, whenever that is possible. Hoard content Another issue that we should take into consideration is the content of the hoard. The vast majority of coins included in it are bronzes. Usually bronzes, in our case folles, represent lower denomination coins used for daily transactions. If the value of the hoard represents or indicates the wealth of its owner, then a hoard containing bronzes probably would belong to the lower strata of the society. Hence, the vast majority of lower denominations are uncovered during excavations and are not part of treasures. Bronze hoards usually include a small number of coins and represent a very low overall value. In the case of Misurata we are witnessing a paradox. The hoard includes enough lower denominations to be described as a high value hoard. Although in the majority of the cases, such hoards do not exist, I would like to present two finds that are in many ways similar to Misurata. Specifically, the Bikic-Dol and Nagyteteny hoards from Pannonia Inferior include more than 10,000 nummi. We could characterise these hoards of low denominations as of higher value, even if it is not as high as Misurata. It is possible that their owners shared similar characteristics or that the money were destined for similar purposes. Hoard Length of time Another interesting difference is the chronological span this hoard covers. Despite it size, the coins included in it were issued during the reigns of Diocletian, the Tetrarchy and Constantine I (from 296 to 333). In this case, Misurata actually resembles the most of th eastern hoards I have seen. Specifically,in Pannonia Superior two hoards cover a span of 31 years (Gornji and Grosshoflein), while the other two belong to the opposite ends of the spectrum, Solva covers 64 years and Winden am See covers 6 years ( mainly because it includes only 8 nummi). In Pannonia Inferior, if we exclude the two abnormal hoards Intercisa V with a span of 83 years (150 mostly antoniniani) and Batinice with a span of 6 years ( only 9 nummi), the other 4 hoards (Intercisa IV, Kulcs, Bikic-Dol and Nagytetevy) cover an average of around 34 years. In Moesia Inferior, if we exclude the odd Nova that contains 270 year old coins and Tropaeum, a hoard of only 14 nummi with a span of 12 years, the other 3 hoards cover a span of around 25 years. The short chronological span of coins included in the above mentioned hoards as well as in Misurata reflect the continuous recalling of the billon and bronze issues by the Roman emperors. The continuous reforms of the coinages created an exceptional situation at the end of the third and the beginning of the fourth century that should be studied in more detail. Ways of burial For most of the eastern hoards we do not have detailed information about their burial or recovery practices. In any case, I seriously doubt they would have resembled in any way the mode of burial of Misurata hoard, whose coins were divided in pots according to their silver content. Once more, the reason for such a difference should be sought at the particular type of its owner. Mint percentages Here I would like to thank Salvatore for sending me a list of the mints represented in the hoard. He included more than 60000 coins including their mint provenance. I have not been able to incorporate these results in this study for two reasons. First of all, since only a little more than half of the coins have been included in this list there is a strong possibility that I will face statistical distortions. After all, there is at least fifty percent chance that I will be wrong, whatever results I chose to present. Secondly, from a quick look I had I realised that there is a tendency to include coins from the west. I am not certain if this was the choice of the original owner or if it was the subconscious choice of the modern researchers. Until these issues are clarified, I would like to refrain from presenting any opinions. DANIELE CASTRIZIO Tre aree di circolazione monetale nell’Egitto tardoantico La storia della circolazione di moneta nell’Egitto dopo la conquista di Alessandro Magno è ampiamente nota. Essa è caratterizzata dalla costante contrapposizione fra due opposte tendenze economiche: l’apertura verso i mercati mediterranei e la creazione di barriere per la realizzazione di un’area di circolazione monetale chiusa. L’adozione del sistema monetale attico da parte di Tolemeo I Soter nel 321 a.C., reso obbligato dal pagamento del soldo militare in stateri di peso euboico-attico sotto Alessandro III, era stato rapidamente modificato per scoraggiare operazioni di speculazione nel cambio fra oro e argento, essendo quest’ultimo più caro nel nord Africa rispetto all’Europa. Nel 310 a.C. il tetradrammo in argento era coniato con il peso di 15,7 g contro i 17,44 g teorici delle prime emissioni. Dal 305 a.C. era stata istituita di fatto un’area di circolazione monetale chiusa con rapporti di cambio tra i nominali nei vari metalli imposti dall’autorità politica e non rispondenti alle leggi di mercato. Nel 304 a.C. lo statere aureo venne coniato a 7,12 g contro gli 8,72 g teorici del sistema attico. Nel 300 a.C. il sistema egiziano diviene più stabile con la coniazione dello statere con testa di Tolomeo/aquila, pesante 14,3 g di argento. Parallelamente alla riforma delle coniazioni nei metalli preziosi, l’Egitto realizzò un sistema di emissioni in bronzo pesante: nel 260 a.C. una serie articolata su 8 nominali bronzei rappresentava la perfetta trasposizione nel mondo greco del sistema ponderale egizio basato sul deben di 91 g. In seguito alle spese militari, e al conseguente debito pubblico, Tolemeo III diminuì di un terzo il peso dei nominali bronzei, innescando una caduta ponderale progressiva degli esemplari, che portò al sistema che i Romani trovarono in vigore nel 31 a.C. sotto Cleopatra. Augusto e i suoi successori, di fatto, mantennero il sistema tolemaico, adeguandolo alle nuove esigenze romane mediante l’introduzione di monete che potessero fungere da interfaccia fra i due sistemi. La chiusura dell’area di circolazione egiziana rimase in vigore fino alla riforma monetale di Diocleziano del 294, quando tutte le zecche dell’impero furono obbligate a coniare i medesimi nominali con pesi teorici identici. In particolare, in Egitto, con la caduta della barriera protezionistica, si può registrare l’arrivo di monete da tutto l’impero romano, anche se quelle della zecca di Antiochia sembrano avere una certa preminenza quantitativa. Durante il governo di Costantino, il sistema dioclezianeo era ancora pienamente in vigore, anche se sembra accertato che la riforma del solido aureo nel 309/310, che portò alla coniazione di un follis di mistura ponderalmente più leggero, si rifletté sul mercato con la subitanea scomparsa delle migliori emissioni precedenti. Dal punto di vista della legge di circolazione monetale, il successivo passo è caratterizzato dall’introduzione del centenionalis e del successivo mezzo centenionalis, in seguito conosciuti come nummi. Si arrivò, tra la fine del IV e gli inizi del V secolo, a una circolazione di monete di bronzo pesanti tra il grammo e il mezzo grammo, provenienti da varie zecche imperiali. Anche la successiva riforma di Anastasio I nel 498, con l’introduzione del follis da 40 nummi, venne applicata in Egitto come nel resto dell’impero, anche se la zecca di Alessandria, che aveva perso importanza con la creazione della Dioecesis Aegyptus, non fu autorizzata a battere moneta in questo periodo. La relativa difficoltà di fare giungere moneta divisionale nel Medio e nell’Alto Egitto portò gradualmente a una circolazione monetale diversa rispetto al Sinai, più permeabile da parte delle emissioni di zecca antiochena, che hanno sopperito alla mancanza di circolante, e rispetto al Delta, in cui gli afflussi dal resto del Mediterraneo furono maggiori. Con Giustiniano I l’Egitto tornò a essere un’area di circolazione monetale chiusa, grazie alla introduzione delle nuove monete da 33, 12, 6 e 3 nummi, che divennero le uniche utilizzate nell’Egitto fino alla riforma di Abd al-Malik ibn Marwān dell’inizio dell’VIII secolo, che portò la terra del Nilo nel sistema monetale arabo diffuso in tutto l’Islam. La politica monetale adottata nel periodo tardoantico nell’Egitto ha lasciato molte tracce di problemi economici irrisolti, il principale dei quali è stato certamente la penuria monetae che lo ha caratterizzato almeno dal 382, dopo la creazione della Dioecesis Aegyptus e la conseguente diminuzione delle coniazioni da parte di Alessandria. Tale problema, a ben guardare, dovette essere stato anche precedente, dato che si segnalano vari rinvenimenti di matrici per la realizzazione di folles in mistura del periodo di Costantino e Licinio. Questo dato viene confermato da un tesoretto rinvenuto ad Antinoupolis dalla Missione di Scavi dell’«Istituto Papirologico G. Vitelli» di Firenze negli anni ’60, composto da 160 folles a nome di Licinio I, Licinio II, Costantino I, Crispo e Costantino II, databili tra il 313 ed il 320, tutti riconoscibili tranne un esemplare assolutamente illeggibile. La straordinarietà di questo ripostiglio è costituita dal fatto che si tratta di esemplari fusi. Di più, il loro stato di conservazione, con totale assenza di patina e costante presenza di resti delle matrici, lascia intuire che il rinvenimento originario sia consistito in un cilindro di argilla composto dalla sovrapposizione delle matrici per le monete, al cui interno erano ancora contenuti gli esemplari. Per un evento accidentale ignoto, coloro che realizzarono la fusione dimenticarono il cilindro di argilla nel quale avevano versato il metallo fuso, oppure non furono in grado di recuperarlo, forse per cause di forza maggiore. Il cilindro, rinvenuto intatto, deve essere stato rotto dai fortuiti scopritori e successivamente consegnato alla Missione di scavo italiana. Per quanto riguarda la data di realizzazione del ripostiglio, essa sembra essere indicata dagli esemplari che hanno imitato le emissioni più tarde. Ciò ci riporta agli anni immediatamente precedenti la battaglia di Crisopoli del 324, perché, come si comprende, dopo la sconfitta di Licinio e il dominio universale di Costantino, i " falsari" non avrebbero certo ritenuto conveniente fondere monete con i ritratti e i nomi degli imperatori sconfitti. Dal punto di vista della motivazione della fusione di tali esemplari, crediamo, seppure in maniera preliminare e con tutte le cautele del caso, che il tesoretto di folles non debba essere visto come il tentativo di introdurre falsi nella circolazione di Antinoupolis,ma la sua realizzazione va considerata come la spia di un reale problema di mancanza di circolante, avvertito a livello locale, cui si è tentato di rispondere con la fabbricazione di monete fuse, forse anche da parte di autorità municipali. Per rispondere alla mancanza di numerario spicciolo fu adottata la misura della realizzazione di gussmünzen, che ebbe particolare importanza soprattutto dopo il 425, anno in cui la zecca di Alessandria fu chiusa, per poi riaprire in una data imprecisata durante il governo di Giustiniano I (527-565). Insieme alla realizzazione di un numero imponente di monete fuse, la mancanza di adeguato numerario spicciolo, indispensabile per il pagamento dei braccianti giornalieri nei latifondi, venne affrontata facendo entrare in circolazione esemplari del vicino Regno Vandalo. Le coniazioni in bronzo, realizzate dalla zecca di Alessandria da Giustiniano I fino a Eraclio, fecero venire meno tale necessità, che si ripresentò con l’avanzata araba nell’Egitto. Tale periodo storico ci viene testimoniato da un tesoretto dal santuario di San Colluto ad Antinoupolis, comprendente 306 dodecanummi e 1 esanummo dell’Egitto bizantino e 1 nummo della zecca di Ticino a nome di Totila. Tale tesoretto è caratterizzato dalla presenza di imitazioni locali realizzate a nome di Eraclio ed Eraclio Nuovo Costantino, spesso con caratteri stilistici assolutamente rozzi. A nostro avviso, piuttosto che vedere in queste monete anomale delle coniazioni di livello inferiore effettuate dalle officine statali alessandrine, crediamo sia possibile ipotizzare delle emissioni imitative, prodotte probabilmente su scala locale all’insorgere dei primi problemi di approvvigionamento da parte della zecca ufficiale. La conquista araba dell’Egitto, secondo le fonti, iniziò già nel 639, con la presa di Rhinocolura sulla costa mediterranea della penisola del Sinai; nel 640 cadde la città fortificata di Pelusio, vera porta dell’Egitto, e nello stesso anno fu conquistata l’importante fortezza di Bilbeis e iniziarono i saccheggi nel Faiyum; nell’aprile del 641 fu presa Babilonia, chiave militare dell’intera regione. Come si vede, quindi, già dal 640, con la conquista del nodo strategico di Bilbeis, che interrompeva i contatti tra il Basso e l’Alto Egitto, la Tebaide si trovò, di fatto, tagliata fuori da possibili rifornimenti di moneta proveniente dalla zecca di Alessandria.Le difficoltà logistiche e di approvvigionamento in cui si vennero a trovare Antinoupolis e l’intero Ducato da essa dipendente, ci sembrano autorizzare l’ipotesi di una coniazione di emergenza, avente come modelli le ultime emissioni ufficiali della zecca di Alessandria. Dopo la conquista degli arabi, i problemi di approvvigionamento del Medio e dell’Alto Egitto vennero ad acuirsi, al punto che è facile riscontrare una circolazione monetale completamente differente tra l’area del Sinai, il Delta del Nilo e il resto dell’Egitto. La sensazione è che le difficoltà di reperimento di monete dovettero acuirsi sempre di più con la mancanza di un coordinamento economico centrale. La Tebaide, la cui capitale era ad Antinoupolis, rispose allora alle necessità realizzando una moneta sua peculiare, rarissima nel resto d’Egitto, caratterizzata dalla tipologia del recto con due imperatori e con il verso occupato da una croce affiancata da alfa e omega e dalla leggenda PAN. Dal punto di vista della circolazione monetale la serie PAN sembra essere quella preminente nei primi decenni della conquista araba. La chiusura dell’area di circolazione di Antinoupolis rispetto al Delta ed al Fayum ci sembra confermata anche dalla già notata scarsa presenza di monete sicuramente arabo-bizantine, nonché dalla significativa assenza delle serie a leggenda MACP, battute sicuramente nell’area della fortezza di Babilonia/Fustat, presso l’odierno Cairo, che sembrano avere circolato quasi esclusivamente nel Basso Egitto. Il presente contributo, in conclusione, intende essere di stimolo allo studio della comprensione del fenomeno monetale nell’Egitto tardoantico, che necessita ancora del perfezionamento della legge di circolazione monetaria e dell’individuazione delle diverse aree economiche in cui la terra del Nilo era divisa per motivi geografici. Daniele Castrizio (Prof. Associato di Numismatica Università di Messina [email protected]) DANIELE FORABOSCHI I papiri e la circolazione monetaria tardoantica - Anche nella circolazione monetaria l’Egitto manifesta una sua indiscussa originalità: Dai Tolemei a Diocleziano osserviamo una monetazione separata dal resto del Mediterraneo e sostanzialmente chiusa su se stessa. Monete egiziane si trovano un poco ovunque, ma sono valutate a peso, mentre in Egitto i denari romani sono circoscritti ad alcun pochi tesoretti e scarse sono le attestazione di aurei sui papiri (Christiansen, Coinage). - L’argento tolemaico viene svalutato dai Romani che, dopo Cleopatra, importano quintali di argento dall’Egitto (E. Christiansen). - Fenomeni strani vengono documentati dai Papiri (P.Sarap. 90): agli inizi del II sec. d.C. crolla il prezzo dell’ oro rispetto all’argento (oro dei Daci?), che però poi rapidamente si stabilizza. - Nel 260 d.C. i banchieri non accettano più le monete perché troppo brutte (stesso fenomeno denunciato dall’Anonimo del De rebus Bellicis). - L’inflazione si scatena di mille volte tra il 295 e il 352 (Van Minnen)e l’oro torna ad essere un bene rifugio: il tesoro di Karnak si compone di circa 1200 aurei, quello di Abukir di 600. E sono entrambi del III secolo. Così la moneta divisionale viene valutata a peso: alcuni chili di monetine contenute in 2 anfore equivalgono a 9 solidi d’oro di circa 40 grammi (P. Oxy. 2729). - Il raffronto con il resto dell’Impero pare difficile perché i papiri ci forniscono ad esempio vari prezzi dell’oro anche in epoca tardoantica (Bagnall), mentre altrove è difficile trovarne uno dopo Diocleziano, a parte qualche attestato più recente dei Vandali dell’Africa nelle Tavolette Albertini. L'ARRICCHIMENTO SUPERFICIALE NEI NUMMI: STUDIO DEGLI ORIGINALI E SIMULAZIONI SPERIMENTALI Marco Ferretti, CNR-ITABC Roma Giuseppe Guida, ISCR Roma Alberta Manda, Dip. di Chimica, Università "Sapienza" Roma Introduzione Il rivestimento superficiale di argento caratteristico dei nummi e i metodi anticamente usati per ottenerlo sono da tempo oggetto di studio [1-4]; partendo dall’osservazione diretta degli originali, questo lavoro si propone di formulare alcune ipotesi e di verificarle sperimentalmente riproducendo l’arricchimento su provini metallici appositamente realizzati. Studio degli originali Sono state osservate con la microscopia elettronica a scansione (SEM) le sezioni di quattro nummi: un frammento della zecca di Cartagine, una moneta di Elena e due monete di Massenzio. La composizione macroscopica delle leghe misurata con la microanalisi del SEM (EDXA) è in accordo con i dati reperibili in letteratura: in particolare si nota il contenuto basso ma relativamente costante di argento (1.4÷2.3% Ag) e variabile degli altri alliganti (2.2÷6.0% Sn e 1.1÷8.5% Pb). L’osservazione delle superfici e delle sezioni mostra che lo strato di argento occupa una porzione relativamente ridotta della superficie della moneta e che, laddove è presente, il suo spessore è compreso fra 0.5 e 1.5 µm. Due aspetti sono particolarmente importanti ai fini dell’ipotesi che viene qui formulata. Uno è la coesistenza di argento e piombo nelle segregazioni interne: si osservano infatti due fasi distinte ma strettamente connesse, una ricca in Pb e l’altra in Ag, che segregano a bordo grano. L’altro aspetto è la presenza di resti di piombo metallico negli strati superficiali. L’insieme di queste osservazioni porta ad ipotizzare che il piombo sia il vettore dell’argento dall’interno della lega verso la superficie [1]. Secondo questo modello il processo comincia con la ricottura dei tondelli, che ha il doppio effetto di malleabilizzare la lega – e dunque di facilitare la coniatura – e di permettere l’essudazione verso la superficie di una fase liquida piombo-argento [5]. Un “effetto coppellazione”, favorito dall’alta temperatura, e un successivo “decapaggio”, per esempio in aceto bollente, permettono infine di eliminare il piombo ossidato e di lasciare sulla superficie della moneta uno strato di argento, che si trova allo stato metallico perchè è più nobile. Simulazioni sperimentali Il modello sopra ipotizzato è stato riprodotto su provini di quattro leghe, appositamente realizzate e di composizione simile a quella dei nummi; allo scopo di ridurre l’influenza degli altri alliganti, si è mantenuta costante la loro concentrazione e si è fatta variare solo quella del piombo (Tab.I). I provini sono stati lucidati, ricotti (30 minuti a 600°C in atmosfera ossidante) e il decapati in acido acetico bollente; in seguito sono stati osservati al SEM. La Fig.1 mostra un’immagine agli elettroni retrodiffusi con le mappe di Ag e Pb di una sezione della lega L1 (4% Pb) dopo la ricottura; si nota che, analogamente a quanto succede nella coppellazione, gli ossidi di Pb tendono a disporsi sopra l’Ag, il quale resta invece abbastanza a contatto con il substrato di bronzo. La Fig.2 mostra invece un’immagine agli elettroni retrodiffusi e la mappa dell’Ag relative alla superficie della lega L3 (7% Pb) dopo il decapaggio; le “macchie” di argento hanno dimensioni di qualche centinaio di µm. Quanto illustrato finora descrive abbastanza bene l’andamento qualitativo del fenomeno di arricchimento superficiale. Per stabilire relazioni quantitative fra i parametri in gioco, sopratutto fra la quantità di argento presente sulla superficie e la concentrazione di piombo in lega, i provini sono stati analizzati con la fluorescenza a raggi X (XRF) nelle tre fasi: iniziale, dopo la ricottura e dopo il decapaggio. La Fig.3 mostra i risultati delle misure XRF e, in particolare, l’andamento del rapporto dei ratei di conteggio Ag-Kα/Sn-Kα in funzione della concentrazione iniziale (cioè prima della ricottura) di Pb. La tecnica analizza le prime decine di µm sotto la superficie: nella fase iniziale il rapporto resta sostanzialmente costante perchè i provini sono lucidati e le concentrazioni di Ag e Sn sono costanti. Dopo la ricottura e il decapaggio, invece, la superficie dei provini mostra un arricchimento in Ag tanto maggiore quanto più alta è la concentrazione iniziale di Pb nella lega. Questi dati confermano il ruolo di questo elemento nel meccanismo di trasporto dell’Ag verso la superficie: quanto più abbondante è il Pb, tanto più efficiente è il meccanismo stesso. Conclusioni L’osservazione diretta delle superfici e delle sezioni di quattro nummi ha portato a formulare un’ipotesi secondo cui lo strato di argento che riveste le monete è di natura endogena; nel meccanismo di trasporto verso la superficie, che avviene a seguito di un riscaldamento del tondello, ha un ruolo essenziale il piombo che forma con l’argento una fase liquida che essuda dalla superficie. Le simulazioni sperimentali, condotte su provini appositamente realizzati, hanno prodotto strati superficiali di argento di omogeneità confrontabile con quella degli originali e hanno confermato le ipotesi sul meccanismo di trasporto: si è osservato che, dopo la ricottura e il decapaggio, la superficie dei provini si arricchisce in argento tanto più quanto maggiore è la concentrazione iniziale di piombo nella lega. Ringraziamenti Siamo grati a tutti coloro che a vario titolo hanno contribuito a questa ricerca, in particolare desideriamo ringraziare: D. Batista, Istituto Superiore di Sanità, Roma; L. Campanella, Dip. di Chimica, Università “Sapienza”, Roma; C. Caneva, Dip. di Ingegneria Chimica, Università “Sapienza”, Roma; F. Felli, Dip. di Ingegneria Chimica, Università “Sapienza”, Roma; P. Imperatori, CNR-ISM, Roma; D. Loepp, Roma; C. Panzironi, Dip. di Ingegneria Chimica, Università “Sapienza”, Roma; L. Paoletti, Istituto Superiore di Sanità, Roma; P. Piccardo, Dip. di Chimica e Chimica Industriale, Università di Genova; C. Polese, Dip. di Chimica, Università “Sapienza”, Roma. Bibliografia 1. L.H. Cope Surface-silvered Ancient Coins, in E. T. Hall and David Michael Metcalf, eds. Methods of Chemical and Metallurgical Investigation of Ancient Coinage. RNS Special Publication 8. London: Royal Numismatic Society (1972) 261-278. 2. K. Anheuser and P. Northover Silver plating on Roman and Celtic coins from Britain - A technical study. British Numismatic Journal 64 (1994), 22-32. 3. K. Anheuser Where is all the amalgam silvering? In Materials Issues in Art and Archaeology V, P. Vandiver, J. R. Druzik, J. F. Merkel, and J. Stewart (Eds.), Boston Massachusetts, USA: Materials Research Society (1997) 127-134. 4. C. Vlachou, G. McDonnell et al. The experimental investigation of silvering in late Roman coinage. In Materials Issues in Art and Archaeology VI, P.B. Vandiver, M. Goodway, and J. L. Mass, (Eds.), Boston Massachusetts, USA: Materials Research Society, II 9.2. (2002) 1-9. 5. G. Agricola De Re Metallica, Libro XI, traduzione di H.C. Hoover e L.H. Hoover, Dover Publications Inc., New York, (1950) 492-544. Tabelle e figure LEGA Cu % Pb % Ag % Sn % L4 91 1 3 5 L1 88 4 3 5 L3 85 7 3 5 L2 82 10 3 5 Tab.I – Composizione nominale delle leghe usate per le simulazioni sperimentali. Fig.1 - SEM-EDXA: immagine agli elettroni retrodiffusi, mappa dell’Ag e mappa del Pb di una sezione della lega L1 (4% di Pb) dopo la ricottura. Fig.2 - SEM-EDXA: immagine agli elettroni retrodiffusi e mappa dell’Ag di una zona superficiale della lega L3 (7% di Pb) dopo il decapaggio. 3.0 2.5 2.0 1.5 Ag-Ka/Sn-Ka 1.0 .5 ricott. + decap. iniziale 0.0 0 2 4 6 8 10 Pb iniziale [%] Fig.3 - XRF: andamento del rapporto Ag-Kα/Sn-Kα in funzione della concentrazione iniziale di Pb per la fase iniziale e per i provini decapati. Determinazione non distruttiva del contenuto di Hg nei nummi Romani del Tesoro di Misurata mediante l’utilizzo del sistema portatile BSC-XRF del laboratorio LANDIS F. P. Romano1,2, S. Garraffo3, G. Pappalardo2, L. Pappalardo1,2, F. Rizzo2,4 1) IBAM, CNR, Via Biblioteca 4, 95124 Catania, Italy 2) LNS, INFN, Via S. Sofia 62, 95123 Catania, Italy 3) ITABC, CNR, Via Salarai Km 29,300, 00016 Monterotondo, Roma, Italy 4) Dipartimento di Fisica e Astronomia, Università di Catania, Via S. Sofia 64, 95123 Catania, Italy L'applicazione di tecniche non distruttive e l'uso della strumentazione portatile sviluppata presso il laboratorio LANDIS dei LNS-INFN e IBAM-CNR di Catania, ha consentito negli ultimi anni una indagine archeometrica approfondita dei nummi del Tesoro di Misurata ( Libia), uno dei più importanti ritrovamenti di monete Romane avvenuti nell’area del Mediterraneo. Il Tesoro, conservato presso il Museo di Leptis Magna nella cittadina di El-Khomes (Libia), si compone di circa 108 mila nummi in buono stato di conservazione e coniate in un periodo compreso tra il 294 e il 333 d.C. Tale tipologia di moneta, introdotta da Diocleziano a partire dal 294 d.C., è realizzata mediante una lega quaternaria Cu-Sn-Pb-Ag (con un tenore di Ag tipicamente dell’1-2%) ed una patina argentata superficiale avente uno spessore di appena 1-2 µ m. Il tesoro di Misurata contiene monete coniate in 19 zecche ufficiali attive nell’Impero nel suddetto periodo; conseguentemente, la loro analisi offre l’opportunità di affrontare alcune delle questioni di maggiore interesse dal punto di vista storico ed archeometrico, tra le quali: a) la variazione del contenuto di argento delle monete nel corso del tempo; b) lo studio delle tecniche di fabbricazione delle stesse ed in particolare dell’argentatura superficiale. Negli ultimi anni, il laboratorio LANDIS ha dedicato molti sforzi allo sviluppo di nuovi metodi nondistruttivi al fine di poter correttamente affrontare le suddette questioni. Recentemente, l'interesse generale si è focalizzato allo studio della tecnica di fabbricazione dei nummi e, in particolare, al processo utilizzato per realizzare la sottile patina argentata. Precedenti studi hanno ipotizzato differenti metodi di produzione della patina tra i quali, recentemente, quello dell’utilizzo dell’amalgama al mercurio. Alcune evidenze a supporto di tali tesi erano emerse da indagini XRF (X-Ray Fluorescence) su un numero limitato di esemplari appartenenti al Tesoro. Al fine di poter definire se la tecnica dell’amalgama sia stata effettivamente utilizzata in modo esteso (nel periodo 294-333 d.C. e in differenti zecche) per una produzione di massa dei nummi, a partire dal 2007 e fino alla guerra civile del 2011, il laboratorio LANDIS ha compiuto campagne di misura in situ per una analisi sistematica delle monete di Misurata. Le misurazioni sono state compiute in situ impiegando la tecnica BSC-XRF (Beam Stability Controlled - XRF) messa a punto in precedenza dal gruppo LANDIS. In particolare recentemente è stata realizzata una versione potenziata dello spettrometro BSCXRF, dotato di una fascio X emesso da un tubo da 50 kV e 2 mA e da un rivelatore SDD da 80 mm2 di area attiva e 138 eV di risoluzione energetica a 5.9 keV in grado di operare fino a 500 MHz di rate di conteggio. Tale spettrometro consente di effettuare misure sulla singola moneta in circa 150 sec. con un MDL (Minimum Detection Limit) per il mercurio inferiore a 100 ppm. I risultati analitici delle campagne di misura hanno consentito di verificare la presenza sistematica di mercurio solo in alcune zecche dell’Impero (tra le quali Roma e Costantinopoli) e nel periodo tardo (dopo il 320 d.C.). Il tesoro di Misurata (Libia). Produzione e circolazione monetale nell’età di Costantino il Grande. Convegno internazionale di studi. Roma 19-20 aprile 2012 ANALISI PIXE-α DELLE SUPERFICI DI NUMMI TARDO-ROMANI L.PAPPALARDO 1,2, F.P.ROMANO1,2, C.CALI’2, S.GARRAFFO3, P.LITRICO2, G.PAPPALARDO2, F.RIZZO2,4 1) IBAM, CNR, Via Biblioteca 4, 95124 Catania, Italy 2) LNS, INFN, Via S. Sofia 62, 95123 Catania, Italy 3) ITABC, CNR, Via Salaria Km 29,300, 00016 Monterotondo, Roma, Italy 4) Dipartimento di Fisica e Astronomia, Università di Catania, Via S. Sofia 64, 95123 Catania, Italy ABSTRACT Viene presentato un metodo che permette l’analisi elementale non distruttiva delle superfici argentate di nummi romani. La tecnica suggerita è il PIXE (Particle Induced X-Ray Emission) basata sulla emissione di fluorescenza X indotta dalla interazione di particelle cariche sugli atomi degli elementi presenti. Lo spessore analitico (penetration depth) è ben definito e, per α da 5 MeV su materiali metallici, tipicamente è di qualche micron (5-10 microns). L’analisi può essere effettuata simultaneamente su tutti gli elementi di interesse (dal Na al Pb). Viene illustrato il nuovo sistema spettroscopico portatile PIXE-alpha che opera con l’uso di una sorgente radioattiva di 210Po quale emettitore di particele cariche (particelle α). Particolare attenzione è stata posta alla risoluzione in energia dello strumento al fine di potere analizzare e separare le varie righe X. La risoluzione in energia è di 124 eV a 5.9 keV con un tempo di formazione del segnale di appena 1µsec. Una misura richiede circa 30 minuti. Lo spettrometro è stato realizzato dal laboratorio LANDIS dei LNS–INFN nel quadro di una convenzione tra i LNS-INFN e l’IBAM-CNR, in collaborazione con il Politecnico di Milano e la ditta XGlab. Vengono presentati i risultati di misure sulle superfici di 5 nummi e analizzati i dati sugli elementi Na, Mg, Al, Si, S, Cl, K, Ca, Fe, Cu (L), Hg(M), Pb(M), Ag(L), Sn(L). Una importante correlazione positiva è stata riscontrata fra i conteggi di Ag e Hg tra le due facce della stessa moneta. Tale correlazione è stata, inoltre, evidenziata fra zone della stessa faccia che, da un’indagine visiva, sembravano diversamente arricchite in Ag. La detta correlazione non si evidenzia, però, in seguito alle analisi mediante BSC-XRF ottenute a 50 kV per le quali lo spessore analitico è di circa 30-40 micron e l’analisi interessa quindi anche il substrato. Quest’ultima considerazione potrebbe essere indicativa dell’origine esogena del deposito di Hg/Ag (amalgama?). Il nuovo spettrometro consentirà l’avvio di un’indagine statisticamente significativa riguardo alle associazioni fra elementi chimici presenti sulle superfici di nummi provenienti da varie zecche ed emessi in differenti epoche. Le proprietà superficiali dei nummi e le tecniche di argentatura Enrico Ciliberto, Dipartimento di Scienze Chimiche dell’Università di Catania, viale Andrea Doria 6, 95125 Catania email: [email protected] Le proprietà di superficie di ventitre nummi che coprono un periodo storico da Diocleziano a Costantino II sono state investigate mediante microscopia elettronica a scansione (SEM) munita di microanalisi EDX e Spettroscopia di fotoelettroni a raggi X. L’indagine ha permesso di valutare la composizione elementare e lo stato di ossidazione dei vari elementi fornendo utili indicazioni di carattere archeometrico e conservativo. In particolare è stato dimostrato come lo strato di argento depositato sulla superficie del bulk bronzeo delle monete sia estremamente sottile (1-2 micrometri) e come siano state utilizzate almeno due diverse tecniche di argentatura per la finitura superficiale delle monete. Infatti, la presenza di notevoli quantità di mercurio in alcuni nummi punta, sicuramente, verso l’utilizzo di una tecnica ad amalgama. Questa tecnica, costosa, poco pratica e pericolosa per gli operatori, consisteva nell’ottenere una lega fusa di mercurio-argento e nella successiva applicazione sulla superficie delle monete. Un trattamento in fornace ed una successiva pulitura delle superfici con opportuni liquidi decapanti terminava il processo. Un secondo metodo non prevedeva l’uso delle amalgame; l’argento di finitura si presenta, infatti, assolutamente privo di mercurio. Senza escludere processi di arricchimento superficiale indotti da processi termici a partire da leghe quaternarie contenenti argento, l’autore propone un metodo ossido riduttivo estremamente economico ed efficace che poteva essere utilizzato anche con leghe molto povere in argento o, al limite, assolutamente prive di questo elemento. Questo metodo parte dal presupposto che alcuni sali di argento naturali, in particolare il cloruro, sono solubili nell’urina fermentata; ciò avviene a causa della formazione di complessi ammoniacali di argento. Tali complessi, in soluzione acquosa e a temperatura ambiente, sono in grado di reagire con il rame formando argento metallico. L’autore ha realizzato molti esperimenti individuando le più idonee condizioni operative ed ha dimostrato la validità di questo metodo. ANGELO NICOLOSI Il sistema informativo del Tesoro di Misurata Moneta nasce dalla necessità di disporre di un database di numismatica antica accessibile in remoto attraverso l’ attuale protocollo di Internet TCP/IP e consultabile anche in maniera off-line. La sua architettura rispecchia il modello Client/Server ed è costituita da un database relazionale realizzato con Oracle DB Server ™, replicato su diversi database locali Oracle™ su piattaforma MS Windows™ ed accessibile mediante un’applicazione front-end realizzata in linguaggio di programmazione Java . La perfetta sinergia fra queste tecnologie software, risulta strategica per la realizzazione di un’interfaccia grafica utilizzata per l’accesso alle schede del DB che sia indipendente dalla piattaforma hardware/software in cui viene eseguito. Tra le caratteristiche e funzionalità innovative: Dati strutturati per rendere possibile la pubblicazione delle monete secondo le regole catalografiche universalmente accettate dagli studiosi di numismatica antica; Codifica numerica dei campi Autorità, Zecca, Diritto Giro, Diritto Tipo, Rovescio Giro, Rovescio Tipo, Officina, Bibliografia; Ordinamento Automatico delle schede per Zecca di emissione secondo le attuali regole catalografiche; Searchable fonts per inserimento di elementi figurativi, utilizzabili in tutti i form di interfaccia utente nonché nei vari formati di output; Creazione file di output in formato .doc, .pdf, .xls nonché di report utili per ottenere una rappresentazione intuitiva dei dati memorizzati (ad. esempio distribuzione dei pesi); Completamento automatico della compilazione delle schede presente in tutti i campi dei form di interfaccia utente, utile per la creazione di un unico dizionario di definizione dati; Immagini dei coni in formato JPEG, TIFF, BMP e GIF modificabili anche successivamente all’inserimento nelle schede; Consultazione e inserimento in modalità off-line ovvero senza essere necessariamente collegati al server, mediante la creazione di un file in formato proprietario contenente le schede da analizzare estratte mediante la normale procedura di ricerca; Creazione dinamica delle stringhe di ricerca mediante operatori AND, OR, NOT presente in ogni campo del form di ricerca. E’ possibile accedere al database anche mediante un qualsiasi browser, senza quindi il supporto di ulteriori software, attraverso il sito internet www.misurata.unict.it offrendo così la possibilità di interrogare le schede attraverso l’inserimento delle credenziali di accesso ottenute mediante la procedura di registrazione. Inoltre è possibile effettuare il download dal sito web www.misurata.unict.it di una versione dimostrativa del client Moneta che illustra le funzionalità elencate precedentemente.(è necessaria la registrazione per ottenere le credenziali di accesso). Moneta is a new informative system designed to manage ancient coins data, accessible in remote through actual TCP/IP Protocol as well as in off-line mode. Its architecture mirrors the Client/Server model and its core is an Oracle™ engine with databases replied on local MS – Windows™ clients, accessible through a front-end Java application. The synergy among these software technologies allows the implementation of a graphic interface to access DB forms not depending on various base hardware/software at disposal. Main features and functions: Data output immediately suitable to scientific publication according to international rules in the field of numismatic research; Encoding of following key-fields: minting authority, mint-state, dating, obverse and reverse description (6 fields), mint-officina, bibliography; Automatic arrangement of the records in sequential order according to international rules to catalogue ancient coins; Searchable fonts for symbols and monograms suitable to all forms of user interface as well as to various output formats; Managing of chemical-physical data related to the blanks; Output files in doc., pdf., xls, as well as in report-format; Data input aided system by means of a new type thesaurus; Coins raster data in JPEG, TIFF, BMP and GIF formats editable even after their insertion in the database; Dynamic creation of queries through AND/OR/NOT operators; Accessibility of the databases even in off line mode, through downloading from server of searchable and editable files; You can also access the database via any browser, so without the support of additional software programs, through the website www.misurata.unict.it with the credentials obtained by the registration procedure. Also you can download from the website www.misurata.unict.it a demo version of Moneta that can demonstrate the features listed above. (Registration is required to obtain access credentials).