SPAZIO LIBERO
Numero 28 – settembre 2006
Anno III
RUBRICHE:
Editoriale Mondo filiali Attualità C’era una volta Cinema e cultura Flash
EDITORIALE
DOMANDE AL COLOSSO
Con il via libera dei due Consigli d’Amministrazione, la fusione tra Banca Intesa e San Paolo di Torino
entra nella fase operativa. Nascerà un colosso bancario da 60 miliardi di euro, con 6.200 sportelli,
13 milioni di clienti e più di 100.000 dipendenti. Entro metà novembre, elaborato il piano di
integrazione, approvato il progetto di fusione e ricevute le necessarie autorizzazioni, l’operazione
verrà presentata al mercato. Con la fine dell’anno sarà avviata la nuova società.
“Il nuovo gruppo – si legge in una nota – avrà l’obiettivo e la responsabilità di promuovere gli
investimenti e l’innovazione e di contribuire all’ accelerazione della crescita e dello sviluppo della
società in cui opera in tutte le sue componenti”.
Un fiore nato ad agosto, è stato il commento di Giovanni Bazoli, presidente di Banca Intesa e regista
della fulminea campagna estiva che in quindici giorni ha dato il via all’accordo tra i due gruppi
bancari.
Unanimi o quasi i giudizi positivi: si chiude definitivamente l’era del dirigismo della Banca d’Italia e si
apre una nuova stagione in cui determinante è la volontà soggettiva degli operatori, la loro capacità
di definire strategie e di perseguirle concretamente. Si chiarisce che il Paese non è in vendita e si
dà vita a un gruppo bancario che per capitalizzazione, dimensione, forza organizzativa può
competere con i colossi continentali e annuncia già di guardare oltre i confini per crescere
ulteriormente. Rappresenta pertanto un forte cambiamento questo matrimonio tra grandi che, se
non erano a rischio immediato di scalata, dovevano però fare i conti con i soci esteri come il
francese Credit Agricole e lo spagnolo Santander il cui rilevante peso azionario risulterà diluito
nella nuova compagine che risulterà dalla fusione.
Un’operazione importante e alla operazioni importanti non si fanno le pulci.
Non saremo certo noi a farne, dal momento che abbiamo sempre auspicato la crescita dimensionale
delle nostre banche, giudicando insufficiente il grado di concentrazione, pure significativo,
realizzatosi dall’inizio degli anni ’90, quando il varo delle legge Amato e la riscrittura della legge
bancaria hanno dato il via alla riorganizzazione degli intermediari finanziari.
Tuttavia, proprio perché siamo consapevoli del valore del progetto e del ruolo di apripista che esso può
svolgere, fungendo da acceleratore per una nuova stagione di integrazioni e crescita, vogliamo
manifestare l’auspicio che tale stagione eviti gli errori di quella precedente.
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EDITORIALE
Segue: domande al colosso
Il Paese ha bisogno di banche grandi ma che siano anche moderne, in grado di soddisfar le esigenze
della nostra economia e di fornire i servizi adeguati ai loro clienti. Sono ancora troppo brucianti
le ferite inferte a tanti risparmiatori da una spregiudicata politica di gestione del risparmio e
altrettanto roventi sono le polemiche sull’efficienza e i costi dei servizi bancari. Da qui si deve
partire e per esprimere un giudizio compiuto occorrerà conoscere nel dettaglio il piano
industriale della fusione.
Un piano che cercasse solo sinergie da costo non ci vedrebbe consenzienti, non solo perché il costo
verrebbe pagato dai lavoratori che hanno subito più di un giro di vite, ma anche perché lo
sviluppo – per una banca come per qualsiasi altra azienda – si costruisce sulla crescita e
sull’innovazione dei prodotti. E qualche interrogativo lo porremo quando saremo interpellati: quali
sinergie tra le diverse aree di business, quale politica per le aree meridionali, quale disegno per i
centri direzionali.
Ad esempio il Credit Agricole, che potrebbe esercitare un diritto di veto sull’operazione, come farà
valere il rapporto di esclusiva che vincola per i prossimi anni la rete di Banca Intesa a vendere i
suoi prodotti?. Come potrà avvenire l’integrazione con il san Paolo sul terreno – determinante per
la crescita dei ricavi – del risparmio gestito e del rapporto banca/assicurazione dal momento che
l’Istituto torinese si è dotato a sua volta di strumenti operativi? Come potranno uniformarsi
linguaggi così diversi? Quale sarà, in fin dei conti, la vocazione imprenditoriale del nuovo gruppo
dal momento che sembra difficile realizzare sinergie di business e operare innovazione di
prodotto?
Altro esempio: come sarà risolto il problema degli sportelli che l’Antitrust giudicherà eccedenti nelle
diverse aree territoriali? Se tutto dovesse risolversi in un rinnovato intervento di compressione
dei costi e di riduzione coattiva degli organici, diciamo subito che non saremo d’accordo.
Ora, sarà anche vero che i corsi azionari reagiscono positivamente all’odore del sangue e che le
società di rating valutano i piani industriali un tanto al chilo…di esuberi di personale. Ma, questa
volta, occorrerà qualche criterio un po’ più sofisticato per valutare fino in fondo la portata
innovativa di un progetto di cui, per ora, si conosce soltanto l’annuncio.
NICOLETTA ROCCHI SEGRETARIO CONFEDERALE CGIL
MIMMO MOCCIA SEGRETARIO GENERALE FISAC/CGIL
MONDO FILIALI
PORTO CON ME OGNI MIO AVERE, MA…..
Circa
la fusione, le opinioni espresse, logicamente, sono le più diverse:
preoccupazioni, dubbi, speranze, sarcasmo, ma tra tutte mi ha colpito quella di
un collega che sottolineava come nessuna fusione al mondo potrà “rubargli” i
suoi valori e la sua essenza più profonda, per cui invitava a non farsi prendere
più del dovuto dalle ansie dell’episodio “contingente” del matrimonio SanpaoloIntesa.
Pur condividendo l’idea filosofica alla base del ragionamento mi permetto di
avanzare l’ipotesi che in questo momento i colleghi si stiano preoccupando non
tanto del “senso” del loro lavoro e/o della loro maggiore o minore realizzazione
personale e professionale dopo la
fusione quanto, più banalmente, se
conserveranno ancora lo stesso lavoro o se faranno parte di coloro che
verranno “sacrificati” sull’altare del contenimento dei costi.
Se qualcuno finirà a casa avrà, in effetti, un sacco di tempo per riflettere
filosoficamente sulla propria essenza più profonda, ma anche a non voler
prendere in considerazione eventualità così estreme, è difficile non farsi
prendere da una leggera preoccupazione al pensiero di trovarsi venduti alla
stregua di un arredo della filiale ad altra (sconosciuta) banca o dover
prendere atto che, siccome per ragioni di razionalizzazione il tuo
sportello/ufficio è stato soppresso, da domani ti devi mettere in macchina
ogni giorno per andare a lavorare in altro sportello/ufficio situato, guarda
caso, in altro paese o città, solo vagamente contiguo al tuo (chi accompagna
adesso i bambini a scuola?
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MONDO FILIALI
Segue: porto con me aogni mio avere, ma…..
Come mi riorganizzo con mia madre che è anziana e ha bisogno di assistenza? Cose,
forse, risolvibili ma che trascinano brutalmente verso il basso la qualità della vita...).
Nel mio banalissimo caso, per esempio, visto che non mi pare esista più un ufficio
recupero crediti alla Banca Intesa, che cosa pensano di fare di me e dei miei
colleghi? Boh... In ogni caso è difficile rimanere serafici e rilassati e non farsi
prendere da un’ansia strisciante. Il collega di cui sopra citava la massima latina
“omnia mea mecum porto” (porto con me ogni mio avere), nel senso che le cose più
importanti le portiamo dentro di noi e non cambiano col cambiare dei luoghi e dei
contesti in cui ci si trova a lavorare. Sarà anche vero ma confesso che per quanto mi
riguarda preferirei continuare a portare “ogni mio avere” in un ufficio di questa
banca che ritrovarmi domani in qualche società di recupero crediti ormai di proprietà
della Merrill Lynch o di chi per lei. La qual cosa non cambierà certo ciò che sono “nel
profondo” ma non contribuirà neppure, sospetto, a fare di me una persona più serena.
FUSIONE: SPIGOLANDO TRAI I GIORNALI
In questo periodo l’attualità dell’informazione coincide con la vicenda della fusione prossima ventura.
Spigolando tra la stampa ne abbiamo ricavato, tra le tante cose scritte, questa possibile lettura.
La fusione tra Intesa e San Paolo, secondo molti un’incorporazione della banca torinese da parte di quella milanese,
è una scossa di notevolissima intensità per gli equilibri tra i grandi gruppi italiani. Ma proietta i suoi effetti
anche oltre: nel campo dei rapporti politici e nell’arena della ristrutturazione bancaria continentale, di cui in
fondo è essa stessa un risultato.
Il nuovo gruppo è già oggi, secondo “La Stampa” , il primo sul mercato italiano, che controlla al 20%.. Con 538
miliardi di asset, Intesa San Paolo resta distante dal livello, più che doppio, dei primi gruppi europei, oltre che
fuori dalla classifica dei primi dieci istituti UE. Accorcia però le distanze che prima separavano i due istituti da
UniCredit-HVB, prima italiana con 787 miliardi di asset e distanzia notevolmente, in Italia, Capitalia e Monte
Paschi, entrambe con asset intorno ai 150 miliardi. Oltre sette miliardi di cassa, stimati, ne fanno un candidato
naturale alla shopping bancario nel resto d’Europa. L’allarme che trapela dai media tedeschi conferma
indirettamente, ad esempio, la vulnerabilità di un Istituto come Commerzbank.
Massimo Mucchetti, “Corriere delle Sera”, vede nella fusione il segno che “L’Italia non è tutta in vendita.
L’operazione rimette all’ordine del giorno la “difesa dell’italianità”: certamente nella versione odierna di quella
linea, l’aggregazione dimensionale ha giocato più dell’indirizzo di Bankitalia; quello che non viene meno, anzi pere
certi verso ne è esaltato, è il ruolo delle Fondazini, azionisti chiave con il 20% del nuovo gruppo.
Nota il “Financial Times” che con questa fusione l?italia occupa “l’inattesa posizione” di paese ospite della terza e
quarta tra le maggiori banche dell’eurozona per capitalizzazione. La sorpresa del quotidiano della City è
rivelatrice. Negli ultimi anni un’immagine ricorrente accomunava Italia e Germania nella condizione di veentre
molle della ristrutturazione bancaria europea. A consuntivo, una combinazione tra pressione
esterna e
consolidamento interno ha portato il mercato italiano a selezionare un paio di grandi gruppi bancari in grado di
condurre offensive all’estero: è una condizione simile al mercato spagnolo.
E’ un esito non scontato, che combina l’azione di un decennio di consolidamento del sistema bancario con la reazione
dei gruppi italiani alla pressione dei concorrenti europei, fattasi via via più intrusiva, come mostrano le vicende
recenti delle OPA di BNP-Paribas su BNL e di ABN Amro su Antonveneta.
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segue:fusione…spgolando tra i giornali
Più che un punto d’arrivo, però, la fusione promette d’essere un punto di partenza per altre mosse. I
riflettori sono puntati su Capitalia (comunque di Cesare Geronzi) e sul Monte dei Pasvhi di Siena, ma
anche sulle scelte future degli azionisri esteri della nuova aggregazione, Banco Santander e Crédit
Agricole, che non celano le proprie ambizioni nella “battaglia d’Italia”.
Tornando alla fusione, la nuova banca è azionista di primo piano in una serie di reatà nevralgiche, in
primis gruppo Fiat (6,45%), RCS Mediagroup (4,79%) e Generali (25%), di cui non sfugge il rilievo
politico. L’intera operazione, comunque, è una svolta per gli equilibri lungo la direttrice MilanoTorino, Il rafforzamento del polo bancario guidato da Giovanni Bazoli alimenta valutazioni sul
ridimensionamento di Torino, sia nel senso stretto delle parità economiche tra piazza San Carlo e
piazza Ferrari, sia nel senso della dialettica tra Luca di Montezemolo e Giovanni Bazoli
nell’azionariato del “Corriere delle Sera”, dove lo scontro sulla nomina di Antonello Perricone ad
amministratore delegato è stato letto come una sconfitta del presidente di Intesa. Depone in senso
opposto l’ipotesi del possibile coinvolgimento della famiglia Agnelli, tramite IFIL, nell’azionariato del
nuovo gruppo.
Su qualsiasi scenario, però, è destinata a prevalere la novità di correlazioni ormai europee.
Luigi La Spina, su un editoriale apparso su “La Stampa” saluta l’avvento , sull’asse sabaudo-ambrosiano,
della “prima megalopoli industrial-finanziaria-commerciale”. A 25 anni dalle prime teorizzazioni su
“MI-TO”, l’alta velocità “ha ristretto i tempi”, mentre l’Europa allargata, con quasi mezzo milardo di
abitanti, “ha allargato gli spazi”. Nelle nuove correlazioni europee “l’Italia ottocentesca ha trovato
degna sepoltura”.
La morfologia della battaglia tra i grandi gruppi è ormai europea; i suoi effetti sulla dinamica politica
nostrana sono per questo, se possibile, anche più forti. Non è il caso di stabilire in maniera
meccanica una corrispondenza diretta tra partiti bancari e correnti politiche. Nondimeno è impossibile
ignorare il nesso dell’ambito prodiano sia con il circuito cattolico di Bazoli, che con quello di origine
liberale di Enrico Salza. A prendere sul serio il gioco delle affiliazioni politiche, verrebbe da dire che
gli interlocutori bancari del nocciolo centrista del “partito democratico” hanno avuto successo,
sfuggito invece all’Unipol e ai suoi referenti diessini.
La realtà, comunque, è assai più ricca, tant’è che all’operazione Intesa-San Paolo è giunto un plauso
trasversale, incluso quello di personalità quali Giulio Tremonti e Bruno Ermoli. La nuova aggregazione
si profila come una centrale bancaria del “nordismo plurale”. Un fascio di forze e interessi di cui ogni
forza politica dovrà tener conto, facendo esperienza di come spinte e nessi europei siano la chiave
degli equilibri in Italia,
Una miniera …..Marcinelle
Mezzo secolo fa, esattamente l’8 agosto del 1956, ben 136 lavoratori italiani morivano nell’esplosione di
una miniera belga, a Marcinelle, da allora simbolo dell’emigrazione italiana del dopoguerra nel mondo.
Ogni anno sul luogo della tragedia la commemorazione di quelle vittime avviene in un “clima”pieno di
retorica, ma rischia di essere uno “ specchietto per le allodole”, una lavata di mani, “un monumento al
milite ignoto”: commemorarne “uno” per ricordarne “cento”.
E invece no: c’è differenza tra uno e cento. E c’è differenza tra 136 e 957.
Perché sono 957 ( dai dati ufficiali del governo) i morti italiani nelle miniere del Belgio, inclusi i 136 che
morirono a Marcinelle, dal 1946 al 1992, anno di chiusura dell’ultima miniera di carbone in Belgio.
Qui di seguito l’anno e il numero di persone decedute nelle miniere belghe dal dopoguerra in poi:
1946 – 17 ; 1947 – 32 ; 1948 – 37 ; 1949 – 41 ; 1950 – 40 ; 1951 – 51: 1952 – 53 : 1953 – 101 ; 1954 – 56;
1955 – 38 ; 1956 – 157 ; 1957 – 47 ; 1958 - 32 ; 1959 – 25 ; 1960 – 34…e l’elenco continua per un
altro trentennio.
È uno stillicidio quotidiano, anche senza la grande catastrofe del 1956: un morto ogni settimana nei primi
15 anni dal 1946 al 1960 .
Sono quelli gli anni in cui l’Italia si avvia prima lentamente, poi in maniera tumultuosa verso quello che
sarà ricordato come il “ boom economico” e intanto il ministro belga Van den Daele dichiara:
“gli Italiani sono solo buoni per venire a crepare da noi”; sono gli anni in cui per poter
interrompere la giornata lavorativa di un sito minerario, secondo la legge belga, devono esserci
almeno 5 morti nello stesso giorno.
I minatori vivono in baracche simili a quelle che pochi anni prima “ospitarono” milioni di ebrei nel lager
nazisti, con un bagno ogni 300 persone.
Sono inoltre decine di migliaia i lavoratori morti prematuramente per silicosi, di cui nessuno parla e che
nessuno commemora mai, è un delitto perpetrato nel tempo con la connivenza esplicita di due Stati.
Segue: Una miniera…..Marcinelle
Connivenza, sì, questa è la parola giusta, perché a fronte di annunci murali che
tappezzavano i paesi del profondo nord e profondo sud dell’Italia e che recitavano
più o meno così: “ Grande occasione di impiego nelle miniere del Belgio. Lavoro poco
faticoso e ottimamente retribuito. Vitto alloggio convenientissimi. Possibilità di
farsi raggiungere dalla famiglia dopo qualche
mese. Non sprecate questa
opportunità,
presentatevi
all’ufficio
di
collocamento
del
paese,
accorrete,accorrete!”
tutti e due gli Stati, Italia e Belgio avevano le loro
“convenienze”. Un tacito e non scritto accordo permetteva al Belgio di reperire
manodopera a basso prezzo, all’Italia, uscita distrutta dalla guerra, di reperire
materie prime e combustibile a prezzi “ convenienti”.
Per questo si può ben dire che se la tragedia di Marcinelle può essere un caso della
sorte, tutto ciò che accadde prima e dopo no.
Nell’Europa unita dalla moneta unica, nell’Europa dalla Costituzione incerta, il vocabolo
miniera” potrebbe apparire come qualcosa di arcaico, un vocabolo che evoca
appunto lavori massacranti, disagi estremi e tragedie umane.
In Europa non ci sono praticamente più, ma nel mondo si continua a morire nelle miniere,
e i tumultuosi sviluppi di quella parte del mondo che corre veloce verso il miraggio
del progresso e della crescita economica senza limiti non sarebbero possibili senza
centinaia di migliaia di uomini che ancora, nel 2006, lavorano e rischiano la vita ogni
minuto nelle viscere del pianeta.
“
SUPERMAN RETURNS” e “THE SNOW WALKER”
L’uomo tecnologico e l’uomo naturale
Mai come in questa epoca “tecnologica”, si consumano prodotti culturali nei quali è
evidenziato il comportamento che l’uomo,pieno di cultura “tecnologica”, ha
nell’affrontare e risolvere i problemi che vive.
Uno di questi prodotti è il nuovo “Superman Returns”, presente nei cinema, dove è
descritta la storia dell’adattamento del Super-eroe alla nuova realtà terrestre,
alla quale ritorna dopo 5 anni di lontananza. Il nuovo adattamento passa
attraverso la riscoperta della sua identità di essere proveniente dallo spazio, la
riscoperta dei suoi poteri e dei suoi limiti (la kriptonite), il rivedere i suoi rapporti
umani e sentimentali - senza più interessarsi alla conservazione della sua identità
segreta di Clark Kent - nei confronti delle persone sue amiche e nemiche. In ogni
caso, Superman mantiene la sua caratteristica di super-eroe, capace di imprese
da super-eroe, in un mondo sconvolto da modifiche planetarie prodotte dalla
tecnologia applicata; un mondo dove vivono uomini che affrontano, nel bene e nel
male, la vita attraverso la cultura tecnologia moderna e che aspirano ad essere,
nei fatti, essi stessi come Superman (gli autori del film fanno balenare
addirittura, tra le righe della storia, come se egli fosse una sorta di semi-dio
sceso in terra).
Di converso, nel film “The snow walker” (diretto da Charles Martin Smith, attore già
di “Non gridare mai al lupo”, dove egli svela la funzione ecologica dei lupi bianchi
nel dare la caccia alle renne permettendone il ripopolamento perché mangiano solo
gli esemplari deboli e malati) è narrata l’odissea di un uomo della civiltà
tecnologica che vive nel profondo nord del mondo.
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segue:superman returns e the snow walker
Costui, assieme ad una nativa inuit (popolo esquimese) ammalata di tubercolosi, è
costretto ad affrontare lo sterminato e gelido territorio causa un forzato
atterraggio per la rottura del motore del suo biplano.
In un ambiente ostile e nel quale tutte le conoscenze e i prodotti della civiltà
tecnologica si rivelano inutili, egli è costretto a utilizzare le tecniche di
sopravvivenza e di integrazione col territorio trasmessogli dalla antica cultura
dalla nativa inuit, che gli fornisce gli strumenti utili a restare incredibilmente
vivo, dalla costruzione di abiti e scarpe alle tecniche di caccia alle renne
imitando quella fatta dai lupi, scoprendo così la superiorità della cultura
intimamente inserita nella “natura selvaggia” rispetto alla cultura “tecnologica” in
situazioni dove l’ambiente è dichiaratamente ostile. L’integrazione culturale nel
(non la violenza al) territorio, si rivela essere la chiave di volta di uscita dai
problemi che la drammatica situazione richiede. Mentre gli uomini della civiltà
moderna ne sanciscono la definitiva morte anche in assenza del corpo non
trovato, attraverso il sapere della nativa, portatrice
di una cultura di
sopravvivenza e solidarietà nell’ambiente ostile, l’uomo supera tutti gli iniziali
pregiudizi, razziali e non.
La lezione che bisogna trarre da queste due storie pensiamo sia che il mondo della
cultura tecnologica non deve significare la scomparsa delle culture di
integrazione all’ambiente naturale : la natura ha sempre dimostrato di avere una
forza anche terrificante; gli strumenti e i concetti creati dalle culture
intimamente legati alla natura possono essere funzionali al vivere in armonia con
il mondo e tra gli uomini.
Per noi, in effetti, il vero Superman è l’uomo che affronta e risolve situazioni, che
possono essere eccezionali e drammatiche, non attraverso super-poteri
artificiosi e artificiali ma attraverso la propria cultura, la propria sensibilità, i
propri sentimenti e nel rispetto dell’ambiente nel quale vive.
FLASH
La Redazione
Giorgio Campo
Alfredo Conte
Antonio Coppola
Antonio D’Antonio
Mario De Marinis
Antonio Forzin
Amedeo Frezza
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Raffaele Meo
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Anna Maria Russo
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