ASSOCIAZIONE INFORMAZIONI SU CRISTO
«INCHIESTA SU GESÙ. Chi era l’uomo che ha cambiato il mondo»
Scambi di idee sul libro di Corrado Augias e Mauro Pesce
Torino, 11 marzo 2007
Processo, morte e risurrezione di Gesù
Relatore: Prof. Giuseppe Ghiberti
Un brano problematico
Incomincio da un brano problematico del libro, al temine del capitolo sulla Resurrezione
in cui Pesce risponde alla domanda: «Senza l’accadimento straordinario della resurrezione
sarebbe stato più difficile costruire l’impalcatura ideologica e teologica del cristianesimo».
Ed ecco la risposta: «Gesù annunciava l’avvento imminente del regno di Dio. Di lì a
poco il mondo sarebbe stato redento, liberato dall’ingiustizia sociale, dalla malattia fisica,
da ogni male. Il messia Gesù, però, viene messo a morte, è sconfitto e il mondo rimane
irredento. Al posto del regno di Dio viene la resurrezione di Gesù, secondo la fede di molti
suoi seguaci. Gesù però aveva predicato l’avvento del regno di Dio e la resurrezione non
è la stessa cosa della redenzione del mondo. Quanto più si insiste sulla resurrezione, tanto
meno si aspetta la redenzione di questo mondo. Si ebbe così la fede in un messia, ma senza redenzione del mondo, e la fede nella resurrezione di tutti gli esseri umani, mentre tutti
continuavano a morire. Quando declinò anche la speranza in una resurrezione imminente
di tutta l’umanità, non rimase che credere a una redenzione interiore e a una resurrezione
puramente individuale e metaforica» (p. 185). È un po’ pesante questa frase.
Dove si trova questa affermazione?
Si trova in un libro scritto a due mani, da Augias e da Pesce. Corrado Augias ha un
cognome che lui stesso dice derivato da Eleazaro, attraverso una deformazione della lingua
in uso presso gli ebrei della Provenza nel Medioevo.
Mauro Pesce è ordinario di storia del cristianesimo antico all’università di Bologna,
mentre la moglie, Adriana Destro, lo è di antropologia culturale.
Questo libro conduce una inchiesta che è programmaticamente ed esclusivamente di tipo
storico nella convinzione che la storia non abbia nulla a che fare con la fede: «Sono convinto
che la ricerca storica rigorosa non allontani dalla fede, ma non spinga neppure verso di essa»
(p. 236). Alla fine della sua risposta alle critiche di Cantalamessa Pesce precisa: «Il padre
Cantalamessa dice concludendo che ci divide la fede. Non sono d’accordo. La fede non mi
divide da nessuno. La ricerca storica non divide se non da altre opinioni storiche».
Mi pare che la risposta non tenga conto di qualche dimensione nativa della fede, almeno
di quella cristiana: se nel mio cammino di ricerca ritengo di avere raggiunto conclusioni che
contrastino con alcuni dei dati fondamentali di una fede (che tra le componenti essenziali ha
anche quella storica), non posso dire che non sono diviso da quella fede (e da coloro che
la condividono), anche se il procedimento non aveva questa intenzione e se le conseguenze
provocano rincrescimento nel ricercatore o divulgatore. E d’altra parte, se il cammino di
ricerca porta a contatto con una realtà che coinvolge vitalmente, l’appello che ne deriva
non può non suonare a sostegno e stimolo per una fede conseguente. Augias allude a ciò
nell’ultimo capoverso dell’opera, accennando alla tensione che si crea fra «ciò che si doveva credere», nel dettato organico di un credo, e «l’evidenza che i testi sacri sono frutto di
disparate contingenze…». Viene infatti da domandarsi: «come continuare a credere se i testi
sacri sembrano sbagliare?» (p. 245).
Di conseguenza ci sarebbe una sola alternativa per salvare la fede: affermare che due
verità, quella storica e quella di fede, sono compossibili anche se contraddittorie. Io non la
condivido, però oggi tanti lo dicono con i fatti. Ad esempio circa la verginità della Madonna
o la nascita verginale di Gesù, storicamente viene dimostrato il contrario. Ma dicono alcuni:
io che ho la fede, posso continuare a crederci.
Non posso illudermi di essere indipendente nella mia ricerca; d’altra parte non c’è nessuno che si avvicini ad una problematica senza precomprensione. Onestà vuole che io cerchi
di essere così chiaro con me stesso da dire: questa conclusione deriva dai dati che ho a
disposizione o dalla voglia che ho che le cose siano così? È necessario oggettivare questa
precomprensione.
Vi faccio un esempio che dal punto vista della fede è abbastanza neutro: quanta gente
vuole, desidera che la Sindone sia «autentica» e allora spinge in una direzione che alla fine
permette di dire: è autentica, mentre in realtà è solo il loro desiderio. Dall’altra parte a me
sembra di dover dire: la Sindone non ha bisogno delle nostre bugie; chiamiamo le cose come
sono: c’è grande probabilità e non assoluta certezza.
Come si colloca questa affermazione nel dibattito moderno sul senso della vicenda
di Gesù?
È molto più impegnativa questa domanda perché ci immerge in una grossa problematica
che ha circa 250 anni di storia, forse anche un po’ di più.
Secondo alcuni è incominciata nel 1600 con il deismo inglese. Certamente è stata tematizzata 250 anni fa con l’opera di Hermann Samuel Reimarus, il quale morì nel 1766 dopo
aver scritto un libro che non osò pubblicare.
Dieci anni dopo la sua morte, venne pubblicata un’opera di Gotthold Lessing con un
estratto di quelle pagine: sette frammenti che lui chiama frammenti di uno sconosciuto. Fra
questi frammenti uno porta un titolo molto indicativo: Dello scopo di Gesù e dello scopo
degli apostoli dove quell’e, non è una e di uguaglianza, ma è una e di contrasto. Lo scopo
di Gesù è stato uno, lo scopo degli apostoli è stato un altro.
Qual è stato lo scopo di Gesù? E perché in contrasto con lo scopo degli apostoli? Lo
scopo di Gesù è stato quello di un operatore politico che cercava di liberare con un movimento politico militare il suo popolo dall’asservimento nei confronti dei dominatori romani.
Venne ucciso come un ribelle e gli apostoli, invece di disperdersi, riuscirono a conservare
la sua eredità, comprendendo però che così come l’aveva predicata Gesù, quella causa non
poteva continuare.
Come mai vengono fatte queste questioni? Facciamo un passo indietro, per vedere quali
reazioni c’erano state prima, a proposito del Gesù proposto dalla chiesa ufficiale dei cristiani. All’inizio, sull’attendibilità dei Vangeli c’erano state polemiche, ma fra cristiani e
pagani, come Celso e Porfirio, che avevano trovato risposte in pensatori cristiani di vaglio,
per esempio Origene.
Durante i secoli successivi la discussione riguardo a Gesù si mantiene fervida, ma su
questa pista: come è da interpretare il mistero di Gesù partendo dai Vangeli? Dei Vangeli
però non si dubita. I Vangeli ci sono e offrono questi dati, come li interpretiamo? Di qui
tutte le discussioni cristologiche dei primi secoli, che furono di natura teologica e non storiografica.
Invece a partire dall’epoca moderna la domanda è: i Vangeli sono attendibili o no? E
ora – si noti – questa polemica sorge all’interno del cristianesimo ed è destinata a rimanere
praticamente all’interno del cristianesimo (con partecipazione di studiosi ebraici).
Quale è la componente nuova che ne ha caratterizzato l’insorgere? Mentre prima l’accettazione del dato evangelico era abbastanza facile, perché le due dimensioni della figura
di Gesù presentate dal Vangelo, la dimensione umana naturale e quella trascendente erano
accolte come compossibili, con la crisi del pensiero illuminista le cose cambiano.
Dal deismo inglese e H.S. Reimarus sono costanti le componenti del sospetto e del riduzionismo. La spiegazione del dato evangelico passa attraverso la categoria dell’inganno o
dell’illusione o del mito. Diversa è la convinzione sulla possibilità di raggiungere il Gesù
storico e sull’importanza di questa possibilità per la scelta di fede.
Mi pare che sia possibile leggere la successione delle domande fondamentali con cui si
scontrano i lettori dei vangeli da oltre duecento anni in questo ordine:
1) È possibile che ciò che i vangeli narrano di straordinario (nel senso di «soprannaturale», come si direbbe nella tradizione del dogma cristiano) su Gesù sia vero?
2) Anche se non si accetta la presentazione di Gesù fatta dai vangeli, è possibile ricostruire attraverso il racconto l’immagine storica di Gesù?
3) Nel caso che il Gesù storico non fosse più raggiungibile, sarebbe ancora possibile
essere cristiani?
4) Se si ritiene che i vangeli diano anche informazioni storicamente attendibili su Gesù
di Nazaret, è poi possibile, partendo dal loro racconto, presentare una «vita» di Gesù?
1. Coloro che non hanno ammesso che ciò che i vangeli narrano di straordinario (nel
senso di «soprannaturale», come si direbbe nel dogma cristiano) su Gesù sia vero, come
hanno spiegato allora quello che c’è di più? Perché oltre ai sospetti e ai riduzionismi resta
comunque una zona inspiegabile. Si ricorre – come dicevo – alla spiegazione dell’inganno,
dell’illusione, del mito.
Quello che c’è di più è frutto di un inganno, ed è l’atteggiamento di Reimarus che ha
continuato a serpeggiare anche più vicino a noi.
La teoria dell’illusione non è simile a quella dell’inganno, perché esclude la malafede.
Ad esempio, è la moneta comune che circola per decenni e decenni a riguardo della resurrezione: le visioni sono frutto di illusione.
Poi c’è una spiegazione più fine, quella del mito che ha avuto parecchi stadi. Si parte da David Friedrich Strauss intorno al 1830 per arrivare agli sviluppi diversi portati da
Bultmann. Il mito è una concezione che circola tra la gente, è un fatto non di singoli ma
un fatto collettivo a riguardo di una certa prospettiva che in questo caso è una prospettiva
di salvezza: il mito messianico. Sulla scena della storia compare a un certo punto un personaggio eccezionale: Gesù di Nazaret. La gente desidera che il mito si realizzi e, vedendo
Gesù che compie cose straordinarie, spontaneamente gli attribuisce la funzione di messia.
Caratteristica del mito è quella di non avere nessuna pretesa di verifica storica. Il mito è
effetto di cause storiche, ma non ha nessuna verifica di tipo storico.
Questo discorso sorge in ambito protestante e passa poi con una certa lentezza in ambito
cattolico dove è penetrato pochissimo. Tuttavia anche le chiese evangeliche spesso non lo
hanno condiviso. Ma queste idee erano diffuse in quelle facoltà teologiche e alcuni pastori
vi aderirono almeno in parte, pur continuando a impegnarsi nel loro servizio pastorale.
2. Anche se non si accetta la presentazione di Gesù fatta dai vangeli, è possibile ricostruire
attraverso il racconto evangelico l’immagine storica di Gesù? Parecchi studiosi ritennero che
fosse possibile individuare il Gesù della storia. Altri no.
3. Ma allora è sorta ineludibile la domanda: se non si può trovare il Gesù della storia, è
ancora possibile essere cristiani? Anche qui c’è stato chi ha risposto di sì e chi no.
Bultmann ha risposto: sì, perché la storia non è componente della fede. Se la storia fosse
determinante per la fede, la fede non sarebbe gratuita, ma necessaria.
Invece tra i suoi allievi qualcuno ha cominciato a dire che è possibile recuperare la dimensione storica di Gesù, anche se non sarà moltissimo quello che si riesce ad appurare.
Infatti si può arrivare a dei buoni risultati grazie alla evoluzione della scienza esegetica.
Oltretutto se non fosse possibile, non si potrebbe essere cristiani, perché la fede si fonda
sulla vita di Gesù, su come lui si è comportato e sulle relative motivazioni.
La terza ricerca su Gesù
Qual è oggi la posizione a questo riguardo? Dopo la Leben-Jesu-Forschung (studio sulla vita di Gesù) e il successivo stadio della new quest, oggi si vive in una fase che viene
chiamata third quest, la terza ricerca a proposito di Gesù.
Questo momento è caratterizzato da una maggiore fiducia verso i documenti, a causa
della migliore conoscenza dell’ambiente giudaico e delle circostanze storiche nelle quali è
venuta a svolgersi la vita di Gesù.
Per esempio, siccome si è scoperto che nell’ambiente soprattutto ellenistico, ma anche
giudaico, vi era la presenza di operatori di miracoli, di taumaturghi, e si è parlato con una
certa frequenza di miracoli, non fa stupire che anche nei Vangeli si attribuiscano a Gesù
dei miracoli.
Però questo discorso ha due facce: da una parte apre la strada ad una accettazione della
possibilità dei miracoli, ma dall’altra parte è anche una diminutio, perché se i miracoli di
Gesù sono come i miracoli di Apollonio di Tiana, ciò non coincide con quello che dicono i
Vangeli. A buon conto questo ha fatto sì – e lo si verifica anche nel libro di Augias e Pesce
– che per i miracoli ci sia una certa apertura.
Questa fiducia è anche dovuta alla scoperta di nuove fonti, risalenti soprattutto alla seconda parte del secolo scorso. Ci riferiamo ai documenti del deserto di Giuda, di Qumran,
di quelli scoperti nel deserto egiziano a Nag Hammadi e, soprattutto, agli apocrifi.
Qui entriamo in uno dei discorsi che sono particolarmente cari ai nostri autori, i quali
sostengono che la presenza degli apocrifi completa e corregge ciò che noi sappiamo dai
Vangeli.
Oltre a questa maggiore fiducia verso i documenti, oggi si assiste ad un forte ricupero della ebraicità di Gesù. Questo è un altro degli elementi su cui il nostro libro insiste
maggiormente, sostenendo che esiste contrapposizione tra l’interpretazione della vicenda di
Gesù alla luce della natura e delle tradizioni ebraiche e quella che viene data alla luce delle
interpretazioni suggerite dal mondo e dalle ideologie ellenistiche, che sono in dialogo molto
stretto con l’ebraismo, ma che si qualificano diversamente dall’ebraismo.
Quale interpretazione generale dà questo libro della vicenda di Gesù?
1. Una prima forte affermazione sostiene che la figura di Gesù non può essere ricavata
solo dai Vangeli canonici, perché si deve ricorrere anche agli apocrifi. Emerge qui la questione delle fonti.
Intanto, perché nascono gli apocrifi? Gli apocrifi nascono sostanzialmente in risposta a
due esigenze. Anzitutto per completare un po’ la mancanza di notizie nei Vangeli canonici.
Secondo, per offrire una fondazione documentaria a correnti di pensiero, a ideologie non tanto
ben viste nella Chiesa ufficiale, fornendo una propria interpretazione di Gesù, a sostegno delle
loro idee.
Non tutti gli apocrifi sono inficiati da questa mentalità, che la «grande chiesa» chiama
eretica, perché altri sono soltanto frutto di fantasia o elaborazione di tradizioni tardive.
I nostri autori affermano la possibilità che qualcuno di questi documenti non appartengané all’una né all’altra categoria, bensì sia ugualmente originale come i cosiddetti Vangeli
canonici, di Marco, Matteo, Luca e Giovanni.
Sappiamo che i Vangeli canonici sono sorti sostanzialmente a partire da trent’anni dopo
la morte di Gesù, morto nel 30. Questi scritti vanno dal 60-70 con il vangelo di Marco fino
alla fine del primo secolo. Qualcuno afferma che qualche Vangelo apocrifo abbia una equivalente antichità, qualcuno si spinge a dire che il Vangelo di Pietro (o anche di Tommaso)
sarebbe addirittura precedente.
A me pare che ciò non è vero. Questo è un Vangelo molto antico, ma credo che più
indietro della metà del secondo secolo non si possa andare sia per il Vangelo di Pietro sia
per il Vangelo di Tommaso che sono i due testi più interessanti e più antichi.
Il vangelo di Tommaso è importante perché contiene molti detti e insegnamenti orali di
Gesù. Il Vangelo di Pietro perché dà una versione molto bella, interessante della passione
e della risurrezione di Gesù. Si tratta di un frammento che comincia da un certo punto del
processo di Gesù e finisce ad un certo punto dell’apparizione di Gesù. È un testo pieno di un
simbolismo per un verso trasparente, per un altro verso suggestivo e commovente, ma di tipo
leggendario, mentre i Vangeli hanno un forte simbolismo ma di tipo didascalico. Attraverso
il simbolismo didascalico si viene a conoscere la realtà, mentre il simbolismo leggendario è
indicativo per le idee che lo ispirano, ma non per l’evento che vi sottostà.
In questo testo, ad esempio, la scoperta del sepolcro vuoto è raccontata come la discesa
di due esseri che toccano con la testa il cielo, entrano dentro il sepolcro e poi escono con
un terzo personaggio in mezzo che con la sua testa va al di sopra del cielo ed è seguito da
una croce. Da questo simbolismo si capisce che i due sono esseri celesti e il terzo che c’è in
mezzo è Gesù risorto, il quale ha una dignità e un potere. Ma non si comprende che cosa sia
accaduto né che senso abbia questa croce che lo segue visto che non c’era nel sepolcro.
2. Una seconda sottolineatura insiste su un Gesù totalmente ebreo – affermazione in
sé ineccepibile – che va liberato da alterazioni ellenistiche. Ma allora, se tutto ciò che in
qualche maniera viene qualificato come interpretazione ellenistica viene eliminato, la figura
di Cristo risulta sistematicamente ridotta.
Ad esempio, Pesce spiega come Gesù concepisce la remissione dei peccati nella preghiera
del Padre nostro, una preghiera che qualsiasi ebreo potrebbe pronunciare. In questa preghiera si dice: «rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Tutto si
svolge in questo triangolo: Dio, noi, il prossimo e Gesù non c’entra.
Diversamente, l’interpretazione della remissione dei peccati che fa san Paolo nella prima
lettera ai Corinzi (1Cor 15,3) afferma: «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture». Qui è Cristo che con la sua morte ci dà la remissione dei peccati. Pesce sostiene che
questo è ellenismo e, pertanto, si tratta di una evoluzione che è estranea alla prospettiva del
Gesù storico.
In realtà, dobbiamo tenere presente che la formula di san Paolo è stata scritta a metà
degli anni 50, visto che la prima lettera ai Corinzi è datata verso il 54-55. In questa lettera
Paolo ricorda che lui ha già offerto questo insegnamento ai Corinzi nel viaggio precedente,
quindi attorno all’anno 50. A sua volta Paolo ha appreso questa formula da altri, poiché
dice espressamente: «vi ho trasmesso quello che ho ricevuto». Quindi, questa formula gli
è stata trasmessa prima del 50, probabilmente verso il 45. Ciò significa che questa era una
espressione di fede già formulata e circolante tra i primi cristiani. Teniamo conto che una
formula di fede ha avuto bisogno di un po’ di tempo per acquistare questa precisione. Si
tratta infatti di una formula molto bella, composta di quattro elementi; una formula elaborata
che non è nata spontanea. Tutto ciò significa che si deve retrocedere fin verso l’anno 40 per
ritrovarne l’origine e, pertanto, siamo certamente in ambiente palestinese.
3. Un altro aspetto considerato nel libro è Gesù protagonista di proposte ideologiche
proprie di un suo insegnamento specifico, per esempio la prossimità dell’avvento del Regno. Secondo Pesce Gesù era convinto della imminente fine del mondo cui avrebbe seguito
l’avvento del Regno.
Si tratta di una teoria che ha una vita lunghissima e che di tanto in tanto ritorna. Pesce
ne è convinto. È vero che Gesù parla del Regno come prossimo, addirittura già in mezzo a
noi. Ma la questione è di vedere qual è la natura di questo Regno.
Inoltre, Pesce afferma che Gesù ha lasciato al mondo la consapevolezza della necessità
della sua presenza. Infatti, per tutte le forme di cristianesimo il rapporto con lui è sempre
stato sentito come necessario. Pur contrapponendosi, tutti i cristiani hanno sempre ritenuto
il rapporto con lui come indispensabile, altrimenti non si è cristiani. Perché «la religiosità
che egli ha suscitato esige la sua mediazione». Tuttavia il nostro autore afferma di essere
convinto che in realtà «ciò sia avvenuto contro la sua volontà. Solo conta il rapporto degli
uomini con Dio e viceversa. Null’altro. Nessun mediatore. Ciò che ha lasciato a chiunque
gli creda è il desiderio del Regno di Dio, che Dio, Lui solo regni! Gesù era un ebreo, non
un cristiano» (p. 221).
Lo stesso Pesce aveva scritto parecchi anni fa un libro intitolato: «Dio senza mediatore»,
dove aveva preso in esame una corrente all’interno di un determinato periodo del giudaismo
nella quale si afferma che Dio ha operato la salvezza del popolo e del mondo da solo.
Tuttavia, poiché proprio nel giudaismo emerge a un certo punto la persona di Gesù,
che cosa dire al riguardo? Pesce risponde nel nostro libro affermando che Gesù non è un
mediatore, perché non ha voluto esserlo.
Direi solo questo: è tragico pensare che il cristianesimo si sia sbagliato su questo elemento fondamentale!
E in particolare sulla Passione e Risurrezione?
Sulla Passione e Resurrezione che cosa ci dicono questi due autori? Occorre distinguere
tra Augias e Pesce.
Augias afferma che il Vangelo di Tommaso e il Vangelo di Pietro non raccontano l’episodio dell’ultima cena, dunque non è un evento storico.
Afferma che il colpo di lancia è stato infitto al costato di Gesù per abbreviarne l’agonia,
mentre nel vangelo di Giovanni si dice esplicitamente che era già morto. Che il colpo di lancia
avesse la funzione del colpo di grazia, è vero. Però a proposito dei crocifissi normalmente
si interveniva con la rottura delle gambe. Nella Sindone di Torino c’è corrispondenza con la
descrizione evangelica perché il colpo al costato denota la presenza di sangue cadaverico.
A proposito della resurrezione Augias sostiene che essa è un presupposto di fede che
viene affermato nonostante la putrefazione fosse già avviata. E chi l’ha detto che la putrefazione fosse già avviata? Si può constatare al riguardo che nella Sindone non c’è nessun
segno di putrefazione avviata. Ciò significa che il cadavere non è stato avvolto nel lenzuolo
più di tante ore.
A riguardo delle visioni del Risorto, intese come manifestazioni dello Spirito, sarebbero,
sempre secondo Augias, riferite solo da Paolo mentre quella di Maria Maddalena nel giardino
sarebbe semplicemente una fatto isterico o allucinatorio. Ma non è vero che le apparizioni
di Gesù sono riferite solo da Paolo. Paolo parla della propria esperienza, gli evangelisti le
riferiscono raccontandole.
Qui ritorniamo a teorie molto vecchie. Qualche volta si ha l’impressione del déjà vu, perché
effettivamente questi duecentocinquant’anni di critica evangelica hanno lasciato traccia di sé.
Pesce asserisce cose molto interessanti dovute agli studi compiuti da lui e da sua moglie
nell’ambito della antropologia culturale e sociologia applicate ai Vangeli. In un bel libro
intitolato La nascita di una religione descrivono i discorsi di addio presenti nel vangelo di
Giovanni come un rito di iniziazione. Ed è utile indagare su questa dimensione di natura
antropologia all’interno della comunità giovannea. Certamente San Giovanni non usò questo
termine e, d’altra parte, alcune parole che lui mette in bocca a Gesù, probabilmente non
furono mai pronunciate da lui. Tuttavia si deve accettare l’equivalenza del contenuto.
Il nostro autore suggerisce che l’interpretazione che Giovanni dà alla causa della morte di
Gesù sia di ordine cosmico e cioè frutto della lotta eterna fra il bene e il male che produce
l’annientamento del redentore.
Ora che Giovanni ideologizzi è un fatto, ma che ci sia questo concetto mi par proprio di
no, perché in Giovanni l’interpretazione della storia è lettura del dialogo tra Dio e l’uomo,
dove da una parte c’è la componente del dono incondizionato di Dio e dall’altra la componente della risposta umana. Il suo è un discorso morale. Non si tratta della lotta tra i due
sistemi (coeterni?) del bene e del male, quanto piuttosto di usare la facoltà di decidere pro
o contro Dio.
Si può ammettere che egli veda lo schema della colpa di Adamo ripetersi nella colpa che
porta alla morte Gesù. Ma anche qui siamo indubbiamente in campo morale.
Questo libro ha l’inconveniente che non può permettersi di dare le dimostrazioni di ciò
che afferma. Pertanto se la cava dicendo: è da tutti ammesso. Ad esempio, Pesce nega la
storicità di una serie di episodi come la scena di Barabba o quella di Pilato che si lava le
mani. Chi poi è addentro in queste questioni sa che gli studiosi non sono affatto concordi
al riguardo e quindi la pretesa che la cosa sia pacifica è gratuita.
Il linguaggio dei documenti sulla Passione e Risurrezione di Gesù
I documenti della passione e della resurrezione di Gesù ci parlano mediante formule
e tradizioni narrative. Faccio l’esempio di una formula: prima lettera ai Corinzi 5, 3-7. A
Paolo erano stati posti quesiti e qui fornisce una sequenza di elementi di soluzione. L’ultimo
quesito dice: risorgiamo o non risorgiamo dopo la nostra morte? Sì, risorgiamo, dice Paolo.
Risorgiamo perché Gesù è risorto e, come Gesù, risorgiamo con il corpo.
Per avviare questa dimostrazione afferma innanzitutto di trasmettere lo stesso vangelo
che ha ricevuto: Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture; è stato sepolto; è
risorto il terzo giorno secondo le Scritture; è apparso.
Poi passa a trattare dell’asserzione: è apparso. Se è apparso, è apparso a qualcuno. Seguono le liste dei testimoni delle apparizioni: «apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito
apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora,
mentre alcuni sono morti», quindi si poteva andare a verificare. Poi la seconda terna: «a
Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto» che era probabilmente l’insulto con cui Paolo veniva trattato dagli ebrei, perché lui che
prima aveva combattuto i cristiani, dopo non poteva pensare niente di più interessante che
lavorare per loro.
Questa è una formula molto elaborata e nello stesso tempo anche molto antica. In essa
c’è da una parte un elemento di elaborazione di fede e dall’altra c’è già una narrazione,
perché c’è una sequenza di elementi: la morte, la sepoltura. Alcuni elementi sono storicamente, facilmente riscontrabili, come la morte e le apparizioni, altri di meno, per esempio
la resurrezione.
A partire da queste formule e dalle tradizioni narrative che evidentemente le accompagnano, si arriva a un racconto della passione che forse è fra i nuclei più antichi dei racconti
che sono poi andati a sfociare, messi insieme ed elaborati in modo organico, nei Vangeli. Il
più antico: l’agonia, il processo, quello giudaico e quello romano, e poi le torture.
Mi viene spontaneo qui il rimando alla Sindone che è lo specchio della narrazione evangelica, anche in quelle cose che sono non riscontrabili nei documenti antichi. La flagellazione
era abbastanza abituale prima della crocifissione. Invece la corona di spine e il colpo di
lancia al costato si ritrovano entrambi sia nei racconti evangelici sia nella Sindone. Questo
è uno degli elementi che per me sono maggiormente suggestivi.
Le chiavi interpretative dei fatti riguardanti la passione sono espresse soprattutto nel
modello del profeta, del giusto sofferente, dell’amico di Dio. Questi modelli prendono ispirazione dagli scritti del Primo Testamento e ne vedono la realizzazione in Gesù.
Riguardo alla risurrezione abbiamo una struttura di racconti che è abbastanza fissa che
consiste nella scoperta del sepolcro vuoto e nelle successive apparizioni. Mi riferisco alle
grandi apparizioni, riguardanti i testimoni qualificati. Ci sono anche quelle che vengono
chiamate, con terminologia di comodo, le apparizioni a privati, per esempio ai discepoli
di Emmaus, alla stessa Maddalena. I testimoni qualificati sono gli apostoli, i dodici! Tanto
sono qualificati che continuano a essere chiamati «i Dodici» anche quando sono soltanto
undici, oppure dieci. Anche l’apparizione a Giacomo e a Pietro sono apparizioni a testimoni
qualificati.
Come per la passione, anche qui ci sono chiavi interpretative, perché il mistero è enorme.
Mentre riguardo alla passione il mistero riguardava il motivo per cui è capitato, qui il mistero
riguarda quello che è capitato, perché nessuno ha mai visto qualche cosa di analogo.
Nei racconti della risurrezione troviamo una serie di vocaboli o di chiavi linguistiche che
descrivono in modi diversi la stessa realtà.
Ri-sorgere significa che io sono seduto, sono coricato e mi tiro su, sorgo, ri-sorgo. Posso risorgere dalla malattia, posso risorgere dalla morte. È un verbo che riguarda un campo
di applicazioni che tutti capiscono ma che richiede di volta in volta la specificazione «da
morte». Nel Nuovo Testamento di fatto c’è sovente questa specificazione «da morte», perché
ciò che interessa nei riguardi di Gesù, non è che lui da malato è guarito ma che è risorto
da morte.
Il linguaggio della esaltazione si riferisce alle espressioni «salì al cielo e sedette alla destra
del Padre», una espressione che non dice direttamente la resurrezione ma che la presuppone.
Essa vuol esprimere il risultato che la resurrezione ha avuto nei confronti di questo uomo
che non è soltanto uomo. Questa è una chiave d’interpretazione presente per esempio nei
discorsi degli Atti degli Apostoli.
È il capovolgimento della situazione: «colui che voi avete riprovato», perché di peggio
non potevate fargli, costui è stato approvato da Dio. La resurrezione è l’approvazione da
parte di Dio di colui che Egli ha inviato, il Figlio suo Gesù.
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Processo, morte e risurrezione di Gesù