G RUPPO FOTOGRAFICO ANTENORE, BFi
RASSEGNA STAMPA
Anno 7 o , n.4 - Aprile 2014
Sommario:
All’Ara Pacis retrospettiva di Henry Cartier-Bresson…………………….…...…......pag. 2
I grandi maestri della fotografia raccontano l’italia in una doppia mostra…....….pag. 2
David Seimour.........................................................................................pag. 5
Giù le mani dall’angolatura........................................................................pag. 7
Fotografia, la storia di Pecorino, il cane più fotografato che ci sia..….……..…….…pag. 10
Elliott Erwitt..……………...................................................................…..…….…pag. 15
Nasce Camera, il primo centro italiano per la fotografia....................……..….….pag. 16
Fotografia invasiva...….................................................................……..….….pag. 20
Rischiare la vita o la verità?.........................................................……..…..….pag. 21
Berengo Gardin boccia i selfie: non sono la vera fotografia.................….…......pag. 24
Douglas Beasley.........................................................................…….…......pag. 26
La forza di uno scudo di carta...................................................……....…...….pag. 29
Paolo Gioli.................................................................................…….…...….pag. 31
Una Italia Migliore......................................................................…….…...….pag. 33
Gianni Berengo Gardin Storie di un fotografo..................................………..….pag. 39
Fotografia Europea dalla lezione di Ghirri alla moderna società dell’immagine...pag. 40
Letizia Battaglia – Gli invincibili.....................................................…….…..….pag. 49
Wim Wenders............................................................................…….…...….pag. 53
E non ho trovato l’invasor (spiacente ragazzi)..................................………..….pag. 56
Philippe Halsman oltre i cliché. In mostra a Losanna.........................………..….pag. 59
Acido Dorado. Mostra di Mona Kuhn a Londra...................................……….....pag. 61
Ugo Mulas. La fotografia................................................................……….....pag. 63
La lotta ai ritocchi di Photoshop - (ma davvero serve una legge?)................….pag. 65
Cicche nel portacenere di platino....................................................………..….pag. 67
Ghirri, List e i grandi fotografi tra passato e futuro............................………..….pag. 69
O capitale, o umano?.....................................................................………....pag. 73
Lytro Illum: è una nuova era per la fotografia?..................................………....pag. 76
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All'Ara Pacis retrospettiva di Henri Cartier Bresson
da http://www.asca.it/
Sara' esposta a Roma dal 26 settembre 2014 al 6 gennaio 2015, presso il
Museo dell'Ara Pacis, la mostra retrospettiva Henri Cartier-Bresson a cura di
Cle'ment Che'roux, ora in corso al Centre Pompidou di Parigi. La grande
esposizione, promossa da Roma Capitale Assessorato alla Cultura, Creativita' e
Promozione Artistica - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e prodotta da
Contrasto e Ze'tema Progetto Cultura, viene presentata a dieci anni esatti dalla
morte di Henri Cartier-Bresson. Cle'ment Che'roux e' storico della fotografia e
curatore presso il Centre Pompidou, Muse'e national d'art moderne. La mostra
propone una nuova lettura dell'immenso corpus di immagini che CartierBresson ci ha lasciato: copre l'intero percorso professionale del grande
fotografo ed e' il frutto di un lungo lavoro di ricerca svolto dal curatore nel
corso di molti anni di studio nell'archivio di Cartier-Bresson. Saranno esposte
oltre 500 tra fotografie, disegni, dipinti, film e documenti, riunendo le piu'
importanti icone ma anche le immagini meno conosciute del grande maestro.
Le mostre retrospettive dedicate a Henri Cartier-Bresson, fin'ora hanno sempre
cercato di dimostrare il senso di unita' del suo lavoro sottolineando la sua
abilita' nel cogliere i ''momenti decisivi''. Questa esposizione vuole mostrare
invece come ci sia stato non uno ma diversi Cartier-Bresson: il fotografo, vicino
al movimento Surrealista intorno agli anni Trenta, il militante documentarista
della Guerra civile spagnola e della Seconda guerra mondiale, il reporter degli
anni Cinquanta e Sessanta e infine, cominciando negli anni Settanta, l'artista
piu' intimista. com-ram
I grandi maestri della fotografia raccontano
l'Italia in una doppia mostra
d a h t t p : / / w w w .lib r e r ia m o .it /
Il Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena fino al 2 giugno
ospita la doppia mostra intitolata ''Incursioni fotografiche nella nostra
terra''
2
Rendere omaggio ai numerosi stranieri che hanno posato lo sguardo sul nostro
Bel Paese, interpretando le sue bellezze e le sue numerose contraddizioni, con
questo obiettivo ilCentro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena ha
realizzato la mostra ''Incursioni fotografiche nella Nostra terra'', in esposizione
fino al 2 giugno, a cura di Enrica Viganò in collaborazione con ADMIRA+.
LA MOSTRA - La mostra presenta cento immagini del fotografo
americano Leonard Freed (IO AMO L’ITALIA) e una settantina di immagini di
autori che hanno fatto la storia della fotografia mondiale dalla collezione
Bertero (SGUARDI STRANIERI).
Per il soggetto, ma soprattutto per la straordinarietà dei fotografi che lo
interpretano e per l’unicità dell’esposizione che vanta il maggior numero di
stampe vintage di autori Magnum mai esposte in Italia, questa diventa
un’occasione unica per riappropriarsi, attraverso l’occhio fotografico degli
stranieri, della nostra terra.
E’ un percorso storico, sociale e fotografico di grandissimo spessore.
IO AMO L’ITALIA - L’esposizione presenterà cento immagini scattate in
diverse località della Penisola, dalla metà del Novecento agli inizi del nuovo
secolo. Cento immagini, tra vintage e modern print, ricostruiscono una sorta di
diario degli oltre quarantacinque soggiorni compiuti dal fotografo in Italia, terra
con la quale intrattenne un rapporto che lui stesso definì “una storia d’amore”.
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La selezione di scatti di Leonard Freed - dal 1972 membro della Magnum, la
celebre agenzia fotografica - spazierà dagli esordi fino alla maturità,
abbracciando le numerose tappe della sua prestigiosa carriera. Il percorso
espositivo, attraverso immagini analogiche rigorosamente in bianco e nero,
consentirà di cogliere il lato più dolce e commovente di Freed, capace di
ritrarre la nostra società senza usare stereotipi, con scenari che descrivono uno
spaccato umano nel quale sono evidenti le influenze maturate grazie agli
incontri che il fotoreportage ha reso possibili.
RICERCA E SCOPERTA - La ricerca di Leonard Freed, sensibile
all’antropologia culturale e all’indagine etnografica, scaturisce dalla necessità di
ritrovare il senso delle proprie origini attraverso lo studio di comunità
tradizionali, pur percependo una profonda distanza con la cultura ebraica della
sua famiglia. Lo stesso artista sostenne: “Sono come uno studente curioso, che
vuole imparare. Per poter fotografare devi prima avere un’opinione, devi
prendere una decisione. Poi quando stai fotografando, sei immerso
nell’esperienza, diventi parte di ciò che stai fotografando. Devi immedesimarti
nella psicologia di chi stai per fotografare, pensare ciò che lui pensa, essere
sempre molto amichevole e neutrale.” E ancora: “Voglio una fotografia che si
possa estrapolare dal contesto e appendere in parete per essere letta come un
poema.”
SGUARDI STRANIERI - La collezione è divenuta, negli ultimi dieci anni, una
delle più preziose in Italia. Il torinese Guido Bertero ha saputo riconoscere e
apprezzare i valori estetici, storici, culturali e sociali dell’arte fotografica. Ha
colto la necessità di costruire qualcosa che non fosse mera accumulazione di
pezzi pregiati, ma rappresentasse un discorso lucido e utile ad un’Italia ancora
fotograficamente incolta.
Alla collezione appartengono opere sia di artisti internazionali sia dei più noti
fotografi italiani. In particolare ci sono opere di maestri che hanno
documentato l’evoluzione storica e culturale del nostro paese, ma che hanno
portato anche sperimentazioni del linguaggio e ricerca di nuove espressioni,
affiancando passato e presente.
Al Centro Italiano della fotografia d’Autore pervengono per questa mostra
immagini straordinarie di autori stranieri, realizzate in Italia. Sono stampe
vintage di Bruno BARBEY, Robert CAPA, Henri CARTIER-BRESSON, Dimitri
KESSEL, William KLEIN, Herbert LIST, Thomas D. McAVOY, Carl MYDANS,
Walter SANDERS, Gotthard SCHUH, David SEYMOUR. Circa 70 immagini che
costituiscono un momento unico sia nella storia nazionale sia per la fotografia
internazionale.
Tags: Incursioni fotografiche nella nostra terra, Centro Italiano della
Fotografia d’Autore,Bibbiena, ADMIRA+
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David Seymour
Comunicato Stampa da http://undo.net/it
Davide Seymour: Un bambino di una famiglia numerosa con una bambola fatta in casa–Vienna 1948
“Voglio essere nel cuore dell’azione”
Le immagini e la storia di uno dei fondatori dell’Agenzia Magnum
Dal 3 aprile al 14 settembre 2014 Palazzo Reale di Torino ospita una
nuova
retrospettiva
organizzata
dalla
Silvana
Editoriale
in
collaborazione con Magnum Photos e la Direzione Regionale per i Beni
Culturali e Paesaggistici del Piemonte, dedicata a uno dei più
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leggendari fotoreporter del XX secolo: David Seymour (1911-1956)
co-fondatore nel 1947 dell’agenzia Magnum Photos insieme a Henri
Cartier-Bresson e Robert Capa.
Il percorso espositivo si compone di 127 fotografie in bianco e nero,
suddivise in 9 sezioni (Francia, La Guerra Civile in Spagna, Germania,
L'Europa dopo la Seconda guerra mondiale, I bambini della guerra,
Israele, Egitto, Celebrità, Ritratti di Chim), che illustrano le tappe
fondamentali dell'intensa carriera di Seymour.
David Seymour, nome d'arte di David Szymin – in seguito abbreviato
nello pseudonimo Chim –, è nato a Varsavia il 20 novembre 1911 da
una famiglia benestante di ebrei polacchi. Dopo gli studi in arti
grafiche a Lipsia, ha iniziato la carriera fotografica a Parigi nel 1933,
dove è diventato amico di Robert Capa e Henri Cartier-Bresson, con
cui ha fondato nel 1947 l’agenzia Magnum Photos, alla quale si
aggiunsero successivamente George Rodger e William Vandivert.
Intellettuale umanista, appassionato di politica, conoscitore di sei
lingue, David Seymour è uno dei primi fotoreporter di guerra: ama
considerarsi un artigiano della fotografia, non un artista; utilizza una
macchina fotografica all’avanguardia, una Leica 35mm, per riuscire a
rendersi anonimo nel momento dello scatto e poter così immortalare
persone e fatti nella maniera più autentica possibile, spingendosi fin
nel cuore dell’azione.
Segue i più significativi eventi politici dell’epoca per importanti riviste,
tra cui “Life” e “Regards”, a cominciare dalla Guerra Civile in Spagna,
durante la quale scatta la celebre foto della madre che allatta il suo
bambino nel corso di una manifestazione contadina, diventata
inconsapevolmente un simbolo e un’icona di quella rivolta.
Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, ripara a New York, ma
riesce a tornare in Europa nel 1943 arruolandosi nella US Air Force,
con il delicato compito di fotointerprete delle immagini aeree.
Documenta il suo tempo senza riserve, nutrito da una forte coscienza
sociale che lo porta a non sottrarsi mai, nemmeno di fronte alla
difficoltà di raccontare l’infanzia rubata degli orfani di guerra: in
questi scatti riversa tutta la sua sensibilità ed empatia. La sua serie
più celebre è infatti I bambini della guerra, realizzata per l’Unicef
negli anni del dopoguerra. Si tratta di immagini toccanti, che hanno
attirato l’attenzione dell’opinione pubblica sull’incredibile numero di
bambini orfani, mutilati fisicamente e spiritualmente.
David Seymour è stato ucciso a Suez nel 1956, mentre stava
preparando un servizio per "Newsweek” sul conflitto arabo-israeliano.
La mostra è accompagnata da un volume edito Silvana Editoriale che
comprende una selezione di fotografie e a un contributo critico di
Francesco Zanot.
Palazzo Reale, piazzetta Reale 1 - Torino
da martedì a domenica ore 8.30-19.30; ultimo ingresso alle ore 18.00
Chiuso il lunedì - Ingresso: intero 8 euro, ridotto 5 euro.
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Giù le mani dall’angolatura
di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it
Sopra, la fotografia di Michael Kenna
Sotto, quella utilizzata dalla Korean Air (dal Korea Herald)
Fotografare è creare? Direi di sì, è creare un’immagine che prima non esisteva.
Ma chi crea un’immagine, cosa possiede davvero? L’immagine materiale, la sua
forma, la sua idea, o addirittura l’oggetto fotografato? O una particolare
mistura delle quattro cose?
Michael Kenna comunque ha perso. Almeno il primo round. Sosteneva di
aver creato e quindi di possedere, in via esclusiva, non solo l’immagine
materiale, ma anche la forma ideale di quell’isoletta pittoresca di pini che si
specchiano sulle acque, in un angolo suggestivo della provincia di Guangwon,
in Corea del Sud.
Dell’isola di Solseom, minacciata dalla costruzione di un impianto industriale,
e poi salvata, pare, proprio dall’impatto della bellezza delle sue foto,
Kenna,fotografo dallo stile intenso ed emotivo, aveva tratto nel 2007 una serie
di studi, che avrebbero dovuto essere esposti in una mostra coreana,
mostra che però non si fece mai.
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La galleria che gestisce i diritti di Kenna sostiene che Korean Air
(promotrice proprio di quella mostra mai realizzata) doveva avere in mente le
immagini del suo cliente quando quattro anni dopo, alla conclusione di un
concorso tra fotoamatori, premiò una fotografia molto, molto simile e la utilizzò
per le sue campagne promozionali.
Così, la galleria ha chiamato in giudizio la compagnia aerea per plagio, o
qualcosa del genere. Non so molto del codice civile coreano, in ogni caso
Kenna ha rivendicato la violazione dei suoi diritti di primogenitura su qualcosa
di quell’immagine. Che cosa?
La compagnia ovviamente ha rigettato l’accusa, sostenendo che l’isola è lì
per chiunque la voglia fotografare, e ha fatto anche notare – cosa abbastanza
evidente – che la foto di Kenna è in bianco e nero mentre quella contestata è a
colori, che in cielo ci sono nuvole disposte diversamente, eccetera. Insomma,
che non c’è copia né plagio, semplicemente è lo stesso luogo geografico
fotografato da due fotografi diversi.
I legali di Kenna hanno ribattuto che il punto di vista è identico, così come
la scelta del controluce, il riflesso ottenuto grazie una lunga esposizione,
insomma ha sostenuto più o meno: è vero, si tratta di due fotografie
tecnicamente diverse, ma l’idea crerativa è la stessa, si basa sulle stesse scelte
tecnico-estetiche che la rendono unica e particolare, e che appartengonoal
primo che ha dato loro corpo in una immagine. Dunque, pagate. Circa 300
milioni di Won , più o meno 200 mila euro.
Comunque, Kenna ha perso. Stando al Korea Times, la corte gli
ha ricordato che un autore può proteggere un oggetto artistico e non un’idea. E
che l’isoletta è lì per tutti.
Ricerca su Google Images
Durante il processo sono state esibite, dopo una ricerca in
Rete, parecchie altrefotografie dell’isoletta con i pini in controluce, prese dallo
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stesso punto di vista. Del resto, “non ci sono molti punto da cui fotografare
quell’isola”, hanno deposto testimoni fotoamatori.
Ci sarà processo d’appello, quindi vedremo come andrà a finire. Di casi
come questo però è fitta la cronaca giudiziaria in materia di diritto
all’immagine, e in genere la giurisprudenza è sfavorevole ai fotografi “primi
arrivati”: sulla base del principio per cui il diritto d’autore copre la
concretizzazione materiale di un’idea, ma non l’idea in sé.
Qui vorrei però sottolineare il particolare punto di attacco di Kenna.
Fotografo che mi piace, proprio per la sua capacità di tingere in modo
fortemente emotivo i suoi paesaggi, qualcuno ricorderà la sua importante serie
su Auschwitz.
Bene, i legali di Kenna non hanno puntato sulla violazione del copyright di
una specifica immagine, ma sulla violazione della titolarità artistica e creativa
sulla visione unica e speciale di quel particolare luogo della terra.
State a sentire come la mettono, nelle loro stesse parole: “Un paesaggio
non è sempre uguale a quel che appare. Un paesaggio diventa qualcosa di
speciale quando viene visto sotto una certa angolatura scelta da un artista”. Il
paesaaggio diventa. La fotografia trasforma il paesaggio, e lo rende un oggetto
d’autore. Non la fotografia: proprio il paesaggio, capite?
L’isoletta è lì per tutti, sembra di capire, ma chi primo arriva e la vede
“sotto una certa angolatura”, secondo questa tesi, si accaparra e si porta via
come
esclusiva
quell’angolatura.
E
nessuno
può
più
riutilizzare
quell’angolatura, neanche cambiando i colori, le nuvole in cielo, la pellicola,
eccetera.
Kenna non è il primo ad avere questa idea. Nella seconda metà
dell’Ottocento, Platt D. Babbitt tentò di imporre la propria esclusiva
commerciale su una certa prospettiva delle cascate del Niagara, impedendo
fisicamente ai concorrenti di utilizzare il suo stesso punto di vista. Mi chiedo a
chi avrebbero dovuto pagare i diritti migliaia di fotografi di cartoline e di turisti
per la veduta del Vesuvio col pino di Posillipo.
Kenna insomma sostiene di essere non solo il titolare dei diritti d’autore
sulle sue fotografie dell’isoletta. Ma anche il propietario privato ed esclusivo
dell’angolo visuale sotto cui fotografarla, un punto di vista rintracciabile sulla
geografia dei luoghi, che però sarebbero stati in qualche modo plasmati dal suo
sguardo, un po’ come se avesse costruita quell’isola come una natura morta da
fotografare sul tavolo dello studio.
Ma se ha ragione, come farà il fotografo in buona fede a sapere che il
punto dello spazio in cui mette i piedi per scattare è già stato “appropriato” da
un altro fotografo? Bisognerà forse adottare un sistema di segnaletica, che so,
9
piantare dei cartelli nei luoghi dove sono passati i grandi fotografi, cartelli che
potrebbero essere così formulati: “La ripresa del panorama che avete sotto gli
occhi, da questa angolatura e con i seguenti accorgimenti tecnici, è proprietà
intellettuale privata ed esclusiva del signor XY e non può essere replicata con i
vostri strumenti. Per l’acquisto dei diritti, rivolgersi alla galleria YX, grazie.
Ogni abuso sarà denunciato”.
Personalmente, sto con Yi Sang-il, direttore del Goeun Museum of
Photography di Busan, che ha commentato maliconicamente: “Come fotografo
professionista, non replicherei la stessa inquadratura già scelta da un altro.
Credo che questa vicenda evidenzi qualche problema nella creatività dei
fotografi coreani”.
[Le fotografie oggetto di questo articolo, nel rispetto del diritto d'autore,
vengono riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65
comma 2, 70 comma 1 bis e 101 comma 1 Legge 633/1941.]
Tag: Copyright, Corea del Sud, fotografia di paesaggio, Korean
Air, Niagara, Platt D. Babbitt, Seong, Michael kenna,
Scritto in Copyright, creatività, dispute, Geografie, paesaggio | 44
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Fotografia, la storia di Pecorino,
il cane più fotografico che ci sia
di Leonello Bertolucci da http://www.ilfattoquotidiano.it/
foto © Toni Anzenberger
Anche in fotografia, come in generale nella vita, la semplicità è il massimo
punto d’arrivo della complessità.
Un cane questo forse non lo sa, ma lo sente, lo fiuta. Cosa avrà dunque
“fiutato” il cucciolo Pecorino quando ha visto per la prima volta Toni,
affermato fotografo austriaco?
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foto © Toni Anzenberger
Ricapitoliamo: Toni Anzenberger è un fotografo di Vienna, gira il mondo e
realizza servizi per molte riviste internazionali, soprattutto geografiche e di
viaggi. Nel 1998 si trova in Italia, nel Polesine, quando gli viene chiesto
caldamente di adottare il più piccolo e gracile della cucciolata di mamma Lady,
per il quale non si riesce a trovare un padrone.
Detto fatto, il traballante Pecorino – così è stato “battezzato” – ha trovato un
papà, ma un papà fotografo. Che questo non è un dettaglio da poco, Pecorino
avrà tutto il tempo per capirlo. E anche noi.
Raggiunti i sei mesi d’età, Pecorino accompagna casualmente Toni durante un
viaggio fotografico ancora in Italia, Toscana.
E ancora più casualmente s’intrufola nell’inquadratura di uno scatto.
È il cortocircuito che ti cambia la vita. Toni ha una folgorazione: Pecorino, in
quella foto, non è un elemento di disturbo o un intruso, ma
viceversa aggiunge vita, originalità e interesse alla foto e anche al luogo in
essa rappresentato.
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foto © Toni Anzenberger
Bene, inutile farla lunga: da quel giorno Pecorino ha accompagnato, docile
modello, Toni in tutti i suoi viaggi di fotografo, e in tutti i quattro angoli del
pianeta ha posato per la modica cifra di… una carezza.
Racconta Toni Anzenberger che Pecorino, senza alcuna indicazione, stava
fermo in posa fino a quando non si rendeva conto che gli scatti erano finiti.
Altro che bizze e capricci alla Naomi Campbell: col caldo e col freddo, passando
senza un plissé da un vulcano attivo a un ghiacciaio, utilizzando qualsiasi
mezzo di trasporto, il modello a quattro zampe diventava ogni giorno più
“professionale”. E ogni giorno il già molto professionale Toni diventava sempre
di più il fotografo esclusivo di Pecorino.
foto © Toni Anzenberger
Nata come grande gioco e atto d’amore, con la forza che solo i grandi
giochi e gli atti d’amore possono avere, un po’ alla volta la strana coppia
fotografica viene notata e… pubblicata.
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Insomma, nel giro qualche anno sono usciti una quantità di libri che hanno
Pecorino viaggiatore come unico protagonista; su di lui hanno
pubblicato servizi decine di riviste in tutto il mondo (Amica, Bild Zeitung, El
Pais, VSD, The Independent, Geo, National Geographic, solo per citarne
alcune), altrettante TV hanno trasmesso la sua storia, per non parlare di
mostre, calendari, premi.
Un enorme successo trascinato dalla simpatia e dall’originalità.
foto © Toni Anzenberger
Ma poi c’è l’aspetto specificamente fotografico, visto che di questo ci
occupiamo nel blog.
E credo che l’operazione sia sapiente anche vista così. Toni Anzenberger è un
fotografo “di razza” (contrariamente a Pecorino, senza nulla togliergli…) e si
vede.
Ma fosse solo per una composizione efficace, per la forza attrattiva di
un’anomalia che scodinzola e per il luogo sempre interessante, avremmo al
massimo un’ottima foto. Ma un’ottima foto, ancorché ottima, è “solo”
un’ottima foto. Così come due ottime foto sono due ottime foto.
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È quando diventano – per dire – cinquanta, che le ottime foto possono
decollare (e dico possono, che mica è automatico) verso un ottimo racconto,
ben altra cosa.
La forza del lavoro di Toni e Pecorino sta nella costanza e sulla distanza.
Messe in fila, queste foto sono la storia personale di un uomo e del suo fedele
amico,eroi di un’avventura moderna.
La faccenda prende una connotazione quasi epica, e in questo nostro
immaginario, probabilmente, va a far breccia l’inesausto viaggio che dietro
colori e armonie sottintende anche fatiche, chilometri, disagi, imprevisti.
foto © Toni Anzenberger
Ci appare come una storia d’altri tempi calata nella contemporaneità,
che della contemporaneità utilizza i canali e le risorse (non manca nemmeno la
fanpage dedicata a Pecorino su Facebook).
Pecorino, il cane più fotografico che ci sia, dopo un’onorata carriera da modello
e tante carezze, nel 2012 ha lasciato questo mondo non prima, però, di averlo
girato in lungo e in largo.
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Elliott Erwitt
Rassegna stampa da http://undo.net/it
Per iniziativa dell’Assessorato alla Cultura del Comune di San
Gimignano, dal 6 aprile al 31 agosto 2014, sarà aperta al pubblico,
presso la Galleria di Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De
Grada”, la mostra Elliot Erwitt, un progetto di Civita e SudEst57,
curato da Biba Giacchetti e organizzato da Opera Laboratori
Fiorentini.
La mostra ripercorre la carriera e i temi principali della poetica del
grande fotografo e artista americano Elliott Erwitt (1928), attraverso
42 scatti da lui stesso selezionati come i più rappresentativi della sua
produzione artistica. Sarà esposta inoltre una serie di 9 autoritratti,
esclusivi di questa mostra, che costituiscono un “evento nell’evento”.
Tra gli autoritratti esposti anche quelli a colori in cui l’artista veste i
panni di André S. Solidor, alter ego inventato per ironizzare sul mondo
dell’arte contemporanea e sui suoi stereotipi. Andrè S. Solidor (si noti
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l'acronimo irriverente) ed Elliott Erwitt saranno anche protagonisti del
film "I Bark At Dogs" che sarà proiettato in mostra.
Grande autore Magnum, reclutato nel 1953 all’interno della celebre
agenzia direttamente da Robert Capa, Elliott Erwitt ha firmato
immagini diventate icone del Novecento. Tra queste, in mostra a San
Gimignano alcune delle più celebri: il bacio dei due innamorati nello
specchietto retrovisore di un’automobile, una splendida Grace Kelly al
ballo del suo fidanzamento, un’affranta Jacqueline Kennedy al funerale
del marito, i ritratti di Che Guevara e Marilyn Monroe, alcune foto
appartenenti alla serie di incontri tra i cani e i loro padroni, iniziata
nel 1946.
E ancora, gli scatti che Erwitt, reporter sempre in viaggio, ha raccolto
per il mondo, a contatto con i grandi del Novecento ma anche con la
gente comune. E i paesaggi, le metropoli. Gli scatti di denuncia, in cui
al suo sguardo di grande narratore, si mescola sempre ironia e
leggerezza, e la sua capacità di trovare i lati surreali e buffi anche
nelle situazioni più drammatiche.
La mostra sarà corredata da una esclusiva pubblicazione curata da
Erwitt stesso in collaborazione con Sudest57 e disegnata da Anders
Weinar. Una collezione di stampe rilegate ed amovibili, ciascuna con
testi inediti di backstage, scritti da Biba Giacchetti che collabora con
Erwitt da circa 20 anni.
Ufficio Stampa:
Barbara Izzo - Arianna Diana Tel. 06 692050220-258
email: [email protected]
Salvatore La Spina Tel. 055 290383-331 5354957
email: [email protected]laboratori.com
Galleria di Arte Moderna e Contemporanea Raffaele De Grada - via
Folgore da San Gimignano, 11 San Gimignano (SI) - Orario: Tutti i
giorni
9:30
–
19:00
Biglietto: € 7,50 Intero; € 6,50 ridotto: minori dai 6 ai 17 anni, gruppi
di almeno 20 persone (fino a due accompagnatori con ingresso
gratuito), gruppi di alunni di scuole pubbliche in visita didattica (fino a
due accompagnatori con ingresso gratuito) ,ultrasessantacinquenni.
Ingresso gratuito: minori di 6 anni, residenti a San Gimignano,
soggetti diversamente abili che necessitino di accompagnamento e
relativi accompagnatori, guide turistiche, titolari tessere I.C.O.M. Agevolazione Gruppi: Sconto del 50% sul check in autobus per i
gruppi che avranno prenotato il biglietto d'ingresso alla mostra ed ai
Musei Civici di San Gimignano
Tel: 0577.286300 E-mail: [email protected]
Nasce Camera, il primo centro italiano per la fotografia
da http://www.libreriamo.it/
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Sostenuto da un comitato rappresentativo delle più importanti realtà
museali e di ricerca fotografica del mondo, sorgerà a Torino nella
primavera 2015 un centro interamente dedicato alla fotografia
MILANO - Creare in Italia un centro dedicato alla fotografia capace di
valorizzare, preservare e promuovere la fotografia italiana a livello nazionale
ed internazionale. Con questo obiettivo nasce a Torino, sostenuto da un
comitato consultivo internazionale rappresentativo delle più importanti realtà
museali e di ricerca fotografica del mondo, Camera, Centro Italiano per la
Fotografia. L’iniziativa, patrocinata e sostenuta dalla Città di Torino, dota il
nostro Paese di una struttura volta alla valorizzazione e alla promozione su
scala nazionale e internazionale della fotografia italiana. Accompagneranno le
attività espositive, didattiche, conservative e di ricerca Magnum Photos, che
per vocazione da sempre promuove attività culturali volte a valorizzare la
fotografia in ogni sua forma e Leica Camera Italia, lo storico produttore
tedesco di fotocamere e obiettivi che festeggia nel 2014 i suoi cento anni.
LUOGO DI INCONTRO - Pensato, voluto e organizzato dal direttore di
Magnum Photos Lorenza Bravetta, lo spazio di via delle Rosine sarà aperto al
pubblico, agli studiosi e agli estimatori a partire dalla primavera 2015. Il
progetto nasce dal desiderio di dotare l’Italia di un Centro dedicato alla
fotografia, in grado di interagire con i principali musei del mondo che di
fotografia si occupano e di valorizzare e promuovere la fotografia italiana in un
dialogo permanente e creativo con la fotografia internazionale.Un luogo di
incontro per i cittadini, con un’offerta culturale diversificata per tutte le
categorie di pubblico, di attrazione per appassionati e semplici amatori, di
studio e di formazione. Camera sarà una “piattaforma” per esposizione,
produzione, archiviazione, formazione, incontro e dibattito intorno alla
fotografia. Al centro delle attività, la produzione fotografica italiana del XX e
XXI secolo, la storia sociale e culturale delle immagini, le condizioni di
produzione e le modalità di diffusione e ricezione delle stesse.
I TRE FILONI - Lorenza Bravetta ci guida attraverso le iniziative principali di
Camera. “Le attività saranno legate a tre filoni: il primo è rappresentato
dal Centro Espositivo, di confronto e di dibattito sui molteplici ruoli
dell’immagine nella vita come nell’arte. Nello specifico, ospiteremo 3 mostre
istituzionali ogni anno di fotografia italiana e straniera, e diverse mostre legate
a dei progetti sperimentali e di ricerca, aperti alla giovane generazione di
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fotografi italiani; il secondo riguarda un filone Didattico dove, attraverso
workshop e masterclass a cura di grandi fotografi, chiunque lo desideri potrà
avvicinarsi o migliorare la pratica fotografica e dove saranno sviluppate una
serie di attività pedagogiche, in collaborazione con prestigiose istituzioni
nazionali e internazionali prevalentemente orientate ai giovani e agli studenti,
e di iniziative e laboratori per formare “cittadini/osservatori”, con l’obiettivo di
fornire gli strumenti per la lettura e la comprensione di un’immagine attraverso
l’esercizio dello “sguardo”; il terzo filone è quello Conservativo, dove possano
confluire, mediante acquisizioni, donazioni o comodati, importanti collezioni
pubbliche e private, con l’obiettivo di costituire un patrimonio di riferimento,
valorizzarlo, catalogarlo, archiviarlo, studiarlo, esporlo e salvaguardarlo”.
DARE PRESTIGIO ALL’ARTE DELLA FOTOGRAFIA - Un Centro dedicato alla
fotografia di cui si sentiva il bisogno. Sempre Lorenza Bravetta ci spiega come
mai in Italia la fotografia non sia abbastanza valorizzata e conosciuta a
carattere nazionale. “Ciò è dovuto alla nostra storia. L’Italia ha dato i natali a
Michelangelo e Leonardo, è la culla del Rinascimento, è ricca di beni artistici.
Probabilmente, la fotografia non è stata mai considerata in paese così ricco di
patrimonio artistico e culturale alla stregua di altre espressioni artistiche, come
invece è avvenuto in altri paesi come Francia, Inghilterra, Germania. Da un
lato, credo ci sia una ragione storica legata al patrimonio artistico italiano,
dall’altra credo che in Italia non ci sia mai stata una struttura capace di
mettere a sistema le competenze. L’Italia ha un patrimonio fotografico
importantissimo, ha grandi fotografi come Alex Majoli, Paolo Pellegrin,
Davide Monteleone, Fabio Bucciarelli, che poi individualmente si affermano
all’esterno vincendo premi e facendo parte di grandi realtà ed agenzie
internazionali. Quello che non si riesce a fare è presentare la fotografia italiana
in modo strutturale ed organico. Di solito ciò spetterebbe allo Stato, come
avviene in Francia, ma in Italia ciò non avviene. Ecco perché forse attraverso la
creazione di Camera si potrà colmare questa lacuna”.
18
19
Tags: Camera
–
Centro
Italiano
Bravetta, Magnum Photos, Leica
per
la
Fotografia, Lorenza
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Fotografia Invasiva
di Mauro Villone da http:/www.lastampa.it
Varanasi - mvillone
Non si tratta di un nuovo genere di fotografia, o forse sì, ma purtroppo non ha
niente a che vedere né con l’arte, né con la passione e nemmeno con la
professionalità. Sempre più spesso, da anni ormai, mi capita di osservare
fotografi, indifferentemente amatori o professionisti, che colonizzano
fotograficamente un ambiente, interessati solo a carpire un’immagine. È senza
dubbio fisiologico, ci mancherebbe, ma dovrebbe anche esistere un’etica della
fotografia che impedisse il verificarsi di situazioni al limite del grottesco. Che
frotte di turisti fotografino a migliaia gli stessi soggetti tutti i giorni, facendo
tutti la stessa fotografia uguale, è uno spettacolo a cui siamo ormai abituati da
decenni nelle meravigliose città italiane e di tutto il mondo. Ma con
l’intensificarsi dell’attività fotografica tale fenomeno è diventato selvaggio,
inarrestabile, senza regole e oltremodo invasivo.
Lo si può osservare soprattutto in occasione di eventi speciali. Sette anni fa fui
a Varanasi, in India, per qualche settimana. Era semideserta. Tornandoci lo
scorso anno l’ho trovata letteralmente invasa dai turisti, che scorrevano come
un fiume tra le tende dei sadhu e dei guru, i quali avrebbero dovuto essere
tranquillamente in meditazione e invece si ritrovarono a dover gestire
giganteschi obbiettivi puntati addosso da decine e decine di persone. Proprio
l’atmosfera sacra e mistica di Varanasi, la più antica città del mondo ancora
abitata, rendeva la situazione oltremodo triste e penosa. Persone abituate a
vivere sulla riva del Gange, Gangamata, Madre Gange, come la chiamano loro,
in meditazione costrette ad aver a che fare con persone presenti sul piano
fisico, ma totalmente assenti su quello etico e umano. Più volte, come nella
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foto pubblicata qui, ho visto i poveri monaci invitati, magari anche a
pagamento, a posare come modelle per alcuni fotografetti di quarta categoria.
I “professionisti” invece, con tripodi e monopedi puntati per decine di minuti a
mucchi verso l’interno delle tende dove qualcuno stava facendo
tranquillamente gli affari suoi. Ora io mi chiedo: hanno un valore, per belle che
siano, queste fotografie?
Rischiare la vita o la verità?
di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it
Michele Smargiassi, Uscita di sicurezza, Modena 2014, licenza Creative Commons
Rischiare la vita? Rischiare la verità? Rischiare entrambe? Non ci sono
alternative?
Quel che sta accadendo al fotogiornalismo nelle zone ad alto rischio è
qualcosa di vecchio e di doloroso, ma anche di nuovo e di inquietante.
Piangiamo un altro nostro occhio che si chiude: l’uccisione a Kabul di Anja
Niedringhaus, fotografa della Ap, premio Pulitzer. Esperienza, prudenza,
professionalità non sono un riparo sufficiente quando il mestiere e lo strumento
che ti sei scelta ti obbliga a “essere abbastanza vicino” alle cose, al fuoco, al
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pericolo, quando come straniero e come giornalista sei un bersaglio facile ed
eclatante. E questa è la cosa vecchia e dolorosa.
Quella nuova e preoccupante è che l’alternativa che molte agenzie di
stampa sembrano preferire con sempre maggior frequenza, ovvero l’acquisto
di immagini fornite da “contributori locali”, non diminuisce affatto il rischio per
la vita dei fotografi; in compenso ci aggiunge un certo rischio per l’affidabilità
dell’informazione.
Sì, anche gli stringer locali (ingaggiati con contratti precari, scarsamente
addestrati, raramente assicurati) muoiono fotografando i conflitti. Spesso sono
giovanissimi, come Molhem Barakat, che lavorava per Reuters, ucciso non
ancora diciottenne lo scorso dicembre ad Aleppo.
Ma lo strazio della morte di un ragazzino fotografo ha sollevato il velo su
qualcosa di molto inquietante. Molhem era fratello e figlio di ribelli siriani.
Aveva un buon occhio, le sue fotografie erano decisamente buone, ma
potevano esserlo anche perché, grazie ai suoi legami familiari, aveva accesso a
ambienti ed eventi che difficilmente un reporter occidentale può raggiungere.
E qui bisogna farci delle domande che non si fermino all’orrore e alla
commozione.
Abbiamo
giustamente
diffidato
della
pratica
del
fotogiornalismo embedded, la trovata con cui l’esercito più potente del mondo,
dopo essersi accorto durante la prima Guerra del Golfo che la censura assoluta
delle foto dal fronte non funzionava, ha pensato bene di combattere la guerra
delle immagini producendo proprie immagini gestibili e addomesticabili.
Ma la politica delle agenzie fotografiche sui teatri di guerra e di alto rischio
non sta forse producendo un nuovo genere di embeddment? La pratica
(consapevole e ammessa in certe situazioni) di reclutare fotografi locali, anche
se sono attivisti politici e magari combattenti, oltre a una necessità
(“Impossibile trovare una persona neutrale in Siria”) non doveva forse far
parte anche di una strategia di “riduzione del rischio” per i reporter inviati, più
esposti nelle situazioni estreme, dove sono meno protetti dall’ambiente? Non è
stato così. In compenso, sta aumentando il rischio per la qualità
dell’informazione.
Hanno cominciato qualche settimana fa James Estrin e Karam Shoumali
di Lens, l’ottimo blog fotografico del New York Times, a mettere il dito nella
piaga, facendodomande giuste e senza diplomazia: quali immagini, quali
informazioni, quale racconto, quale ideologia di una guerra abbiamo se
chiediamo immagini a chi quella guerra la combatte, o fa comunque parte di
uno degli schieramenti in campo? Come può questo potere che si attribuisce
loro non alimentare la tentazione di costruire immagini “utili alla causa”? Quale
è il confine tra informazione e propaganda? Come si può controllare che quel
confine non venga varcato?
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Purtroppo, in mancanza di risposte certe, domande come queste si stanno
accumulando. In un articolo severissimo, il British Journal of Photography chiama
apertamente e vigorosamente in causa Reuters (che non gli risponde,
limitandosi a una conferma ufficiale sulla correttezza e la veridicità dei propri
fotoservizi) per alcuni casi di fotografie provenienti da freelancer locali che
hanno lasciato perplessi diversi osservatori, inducendo anche la National Press
Photographers Association a rilanciare gli interrogativi del Nyt.
Screenshot dal sito Reuters
Il piccolo Issa che ripara un’arma da guerra: è una storia drammatica, o
inventata, o solo un po’ “dopata”? Giornalisti mandati a verificare non hanno
trovato traccia del bambino. E la strana insistenza con cui la
stessachitarra compare fra le mani di diversi ribelli che sembrano suonarla
festosamente (anche se ha solo due corde), e poi fra quelle del fotografo
stesso, Hamid Khatib, è davvero il riposo musicale del guerrireo, oppure solo
un prop, un accessorio di scena fornito dal fotografo per fabbricare belle storie
di euforia combattente?
E soprattutto, si chiede la Nppa, chi decifra per i lettori il contesto di senso
di quelle immagini? Chi scrive le didascalie che “raccontano” le foto fornite dai
“corrispondenti locali”? Loro stessi o lo staff dell’agenzia? Quelle didascalie
vengono sottoposte a una riscrittura editoriale? E in che misura questa può
forzare il significato di una foto fornita dallo stringer locale?
Reuters, come altre agenzie, com’è inevitabile per tutti i media, ha
affrontato altri incidenti fotografici in passato: è rimasto alle cronache il
licenziamento di Adnan Hajj che aveva “rinforzato” a colpi piuttosto maldestri
di timbro-clone Photoshop il fumo degli incendi sul cielo di Beirut. Si parlò
allora di “Reutersgate”.
Le manipolazioni del testo di una foto sono un classico del rischio d’agenzia,
non solo con i freelance e gli stringer (dal collage di profughi che costò il posto
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a Brian Walski delLos Angeles Times alla videocamera cancellata da Narciso
Contreras di Ap da una scena di guerriglia, anche qui è stato rotto il contratto).
Ma le manipolazioni dei contesti in cui certe immagini vengono prese sono
ben più difficili da individuare e verificare. Il fatto che le agenzie spesso non
rendano noto il nome del fotografo, per la giusta preoccupazione di tutelarlo da
ritorsioni, non aiuta comunque la trasparenza.
E questo è un dilemma drammatico. Le agenzie hanno bisogno di immagini
da diffondere. Ogni giorno il mondo mediatico ne reclama di nuove. I
fotoreporter inviati costano, rischiano molto, possono garantire alta qualità e
affidabilità ma non continuità e accesso ai luoghi più caldi.
I freelance attivisti invece costano poco, hanno accesso ai luoghi caldi,
garantiscono un fusso costante di immagini, possono anche essere bravi, ma i
messaggi delle loro fotografie vengono inevitabilmente sospettati.
Il dramma è che gli uni e gli altri muoiono.
Tag: Adnan Hajj, agenzie, Anja Niedringhaus, Brian Walski, embedded British Journal of
Photography, ,fotogiornalismo, Hamid Khatib, James Estrin, Karam Shoumali, Lens blog, Molhem
Barakat, Narciso Contreras, Nppa, Reuters, Siria, The New York Times
Scritto in fotogiornalismo, manipolazioni, Testo e immagine | 8 Commenti »
Berengo Gardin boccia i selfie: non sono la vera fotografia
di Cristina Marconi da http://www.ilmessaggero.it/
LONDRA - Se c’è una cosa che non riesce proprio a capire, Gianni Berengo
Gardin, è perché la gente passi il proprio tempo ad «autofotografarsi» o a fare
scatti a «cose che non interessano nessuno». Il grande fotografo italiano, il cui
lavoro verrà celebrato dall’11 aprile al 23 maggio in una mostra a Londra alla
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galleria Prahlad Bubbar, ripercorre con il Messaggero la sua carriera e la sua
idea di foto perfetta, che nasce da un lavoro intellettuale prima ancora che da
un istinto: documentarsi, pensare prima di scattare e non, come spesso
accade, procedere al contrario. Di questo lavoro è la pellicola ad essere
complice ideale, mentre del digitale Berengo Gardin riconosce a fatica i
vantaggi: «Dà un un risultato freddo, metallico, piatto. E si scatta a mitraglia».
L’unica eccezione la concede ai fotografi di guerra, come la tedesca Anja
Niederhaus uccisa a Kabul, a cui manifesta la sua ammirazione. «Ci vuole un
gran coraggio per fare le foto di guerra. Io sono un fifone terribile, ho una sola
vita e ci tengo», spiega ironico e sincero. La mostra londinese, intitolata “The
sense of a moment”, il senso di un attimo, raccoglie circa una ventina di scatti
dell’India risalenti al 1977, quando Berengo Gardin andò più volte nel
subcontinente per preparare il suo libro, “L’India dei Villaggi”. Accanto a
queste, nello spazio londinese verranno esposte anche una decina di sue foto
classiche dell’Italia.
Che impressione le lasciò l’India di quegli anni? Perché si concentrò
sui villaggi?
«Naturalmente andai anche nelle grandi città - Calcutta, Bombay - ma quando
avevo 25 anni lessi un libro su Gandhi in cui diceva che gli occidentali cercano
l’India nelle grandi città, ma che l’India vera è in realtà quella dei villaggi.
Quello che trovai lì fu una grande civiltà contadina, molto simile alle nostre. Le
civiltà contadine, in fondo, si somigliano tutte. Certo lì c’erano pochi trattori e
molta manodopera, ma gli indiani erano molto simili ai contadini italiani.
Tranne ovviamente che per le regole dovute alla loro religione».
Sono quasi quarant’anni che lei non espone nel Regno Unito, è felice di
questo ritorno?
«Feci una mostra a Londra negli anni ’60 all’istituto di architettura, su Venezia,
voluta da Bruno Zevi. Con Massimo Vignelli, che poi è diventato uno dei
maggiori grafici a New York, avevamo preparato il menabò per un libro su
Venezia, che era stato rifiutato da otto editori. A Londra passò un editore
svizzero, Clairefontaine, lo vide e in 20 giorni fece il libro, Venise des saisons.
Per l’epoca era un record, visto che di solito ci volevano mesi e mesi».
Ma qual è il suo rapporto con il Regno Unito. La interessa come
soggetto fotografico?
«Dell’Inghilterra ho fotografato molto, ho fatto molti viaggi lì. Del Paese sono
un fanatico, mi piace il rapporto tra le persone, veramente democratico, mi
piacciono i tessuti, mi piacciono le auto, ho avuto una Austin e una MG, mi
piace fumare la pipa, mi piace tutto».
Mi scusi, ma come si fotografa il rapporto democratico tra le persone?
«Al pub, il signorotto di campagna che beve con l’imbianchino o con il
muratore. Non ce lo vedo in Italia l’industriale al bar con l’operaio. Forse allo
stadio…»
Del digitale lei pensa tutto il male possibile?
«Io sono rigorosamente a pellicola. Le uniche due possibilità in più del digitale
sono il fatto di poter mandare subito le foto a New York o a Nuova Delhi, ma a
me non serve, posso aspettare un giorno o due. L’altra è quella di cambiare la
velocità degli Iso se sei in un posto chiaro o scuro. Ma il digitale non mi
interessa, il Dna della fotografia è nella pellicola».
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E l’India? Cosa le ha lasciato? Per molti andare lí ha un impatto molto
forte.
«È stata sicuramente un’esperienza importante, ma ogni volta per me è un
argomento diverso, è un’esperienza importante. Ho lavorato per il Touring Club
italiano e per l’Istituto Geografico De Agostini per tanti anni, ho girato il
Paese».
Chi sta raccontando bene l’Italia in questo momento?
«Ma ci sono Ferdinando Scianna, Ivo Saglietti, Francesco Cito… Certo, sono per
lo più non giovanissimi».
Cosa c’è nei giovani fotografi che non la convince?
«Ai giovani direi di non fare il mestiere del fotografo, ma di fare il fotografo.
Sono tutti lì con il telefonino che si dicono fotografi, e quindi hanno una
concorrenza enorme. Quasi tutti ad un certo punto si buttano sulla pubblicità o
sulla moda per pagarsi il panino. Io direi di non dimenticare di interessarsi di
più alla cultura fotografica».
Tra selfies e digitale, lei deve vedere in continuazione immagini che
ritiene bruttissime.
«Purtroppo è una rovina, ma le garantisco, ci sono tante storie interessanti
ancora da raccontare».
Douglas Beasley
Ambiguous Relationships: Sacred body / Sacred ground. Beasley parla
della necessita' di una sintonia con il soggetto: "Fotografo per scoprire
il mio sentimento in relazione al soggetto".
Comunicato stampa da http://www.undo.net/it
Sempre, prima di iniziare a scrivere un testo per un artista, voglio
incontrarlo e parlare a lungo con lui del suo lavoro: solitamente ho
domande che nascono dall’osservazione delle opere e so con certezza
che nessuno mi potrà dire più di quanto l’artista stesso mi dica. Anche
se l’opera d’arte, quando è tale, parla di se e del suo autore, la voce
che l’accompagna mi aiuta ad approfondire la lettura, mi da conferme
o smentite (talora necessarie), in ogni caso arricchisce la mia
conoscenza.
Ma oggi Douglas Beasley è lontano.
L’ho conosciuto e ho parlato brevemente con lui durante la sua prima
mostra alla VisionQuest Gallery, ma non ho avuto la possibilità di
approfondire con lui il tema del suo nudo in fotografia, tema che resta
per me del tutto nuovo. Quando Clelia Belgrado mi ha fatto la gradita
richiesta di uno scritto per la sua prossima presentazione, ho letto ciò
che altri hanno già pubblicato su di lui e mi sono soffermata
soprattutto sulle sue dichiarazioni. Cercando di immaginare che fosse
proprio la sua voce ad accompagnarmi, ho iniziato a indagare le sue
fotografie.
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Beasley parla della necessità di un’intensa connessione e sintonia con
se stesso e quindi con il soggetto, di osservazione profonda, di
lentezza nel farsi del processo creativo, di ricerca spirituale che
esclude qualsiasi forma di intellettualismo. Per lui la fotografia è un
messaggio e non soltanto un mezzo, un messaggio per comunicare
“…la compassione assoluta che è l’espressione più totale dell’amore”.
Guardando ora i corpi nudi, quasi esclusivamente femminili, che
emergono purissimi, si fondono ma non scompaiono nel paesaggio
altrettanto puro che li ospita, lo esaltano e ne vengono esaltati, penso
alla rappresentazione del nudo in arte. Essa inizia con l’arte stessa,
all’alba dell’uomo, dai grafiti rupestri fino appunto alla fotografia, al
cinema, all’immagine digitale, non si interrompe mai. Gli esempi che
mi vengono alla mente sono assolutamente infiniti e qualsiasi
citazione sarebbe assurda e arbitraria. Ma, fingendo di partecipare al
gioco “… quale opera di nudo porteresti con te su un’isola deserta?”,
scelgo senza pentimenti “Amor sacro e profano” di Tiziano perché “…
nella visione neoplatonica la contemplazione della bellezza del creato
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era finalizzata
cosmo…”.
a
percepire
la
perfezione
divina
dell'ordine
del
Ecco, penso che questo stesso intento sia assolutamente evidente nel
lavoro di Beasley, e ne ho conferma da questa sua dichiarazione:
“Amo pensare le mie fotografie come metafore visuali. Fotografo per
scoprire il mio sentimento in relazione al soggetto, sentimento che
esprimo poi attraverso la stampa dell’immagine. Spero che le mie
immagini si offrano allo spettatore come poemi visuali o come
preghiere, e siano accolti come una spinta verso il punto di vista
personale di colui che guarda o come invito ad un viaggio spirituale.”
Caterina Gualco
Biografia
Douglas Beasley dopo la laurea (BFA) presso la University of Michigan,
Ann Arbor, dove studia anche religioni orientali e la cultura dei nativi
americani, lavora per diversi anni per alcuni importanti studi
fotografici commerciali come assistente fotografo ed in camera oscura.
Questo lo aiuta a sviluppare una attenzione per il dettaglio e la
competenza tecnica, ma non colma il suo desiderio di esplorare
l’espressione artistica.
Si trasferisce così a Minneapolis dove apre uno studio fotografico che
lo porta negli anni a lavorare su progetti commerciali per la pubblica
istruzione ed il servizio pubblico, e per associazioni non a scopo di
lucro in giro per gli Stati Uniti. Attualmente lavora su progetti
commerciali fine-art in tutto il mondo.
Molti dei suoi progetti personali, compreso Sacred Sites of the Lakota,
Dissapearing Green Space, Silent Witness: Genocide of the Landscape,
Earth Meets Spirit sono supportati da fondi privati e pubblici e da
borse di studio come il Minnesota Center for Photography, il McKnight
Fellowship e la Jerome Foundation Artists Grants.
Le sue fotografie sono state ampiamente esposte, collezionate,
pubblicate a livello internazionale e sono presenti in numerose riviste
come Zoom, The Sun, B&W, PDN e PhotoVision.
Il suo primo libro: "Japan; A Nisei's First Encounter", ci permette di
comprendere il suo primo viaggio nella patria di sua madre, il
Giappone.
Il suo secondo libro uscito nel 2011 “Earth meets Spirit” basato sulla
sua personale visione del paesaggio sacro. Come fondatore e direttore
di Vision Quest Photo Workshops, Beasley sottolinea l'espressione
personale e la visione creativa attraverso l’uso della fotocamera.
I suoi workshop sono tenuti in luoghi come Santa Fe (New Mexico),
nel Maine, New York, Hawaii, Guatemala, Perù, Giappone, Cina, Italia,
Kenya, Bali ed al Trade River Retreat Center nel nord-ovest del
Wisconsin.
fino al 17 maggio 2014, VisionQuesT gallery-piazza Invrea, 4r Genova
mercoledì - sabato. 15.30 - 19.30 e su appuntamento - ingresso libero
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La forza di uno scudo di carta
di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it
“Dormo bene la notte”, assicurò nel 1975 Paul Tibbets, il pilota del B29 che
sganciò l’atomica su Hiroshima, deludendo gli intervistatori che, trent’anni
dopo, speravano di fare un bel titolo sul bombardiere pentito.
I droni, gli aerei senza pilota, dormono ancora meglio. Danno l’impressione
di essere spietati, cinici e meccanicamente indifferenti, più dei velivoli da
guerra pilotati da esseri umani. Ma è solo, credo, un relitto di mitologia dei
robot.
Un drone è una macchina costruita e (tele)guidata da esseri umani come il
brigadiere generale Tibbets. Non credo che ci sia una qualche differenza etica
tra un massacro eseguito volando sul posto e un massacro eseguito stando
seduti davanti a uno schermo.
In entrambi i casi, il guerriero aeromontato manovra apparati tecnici e
vede il suo bersaglio solo attraverso il filtro di apparati tecnici. Impartisce una
morte che per lui non è immediata, ma solo l’esito di una procedura. Per
quanto sappia che il prodotto di questa procedura è la morte di esseri umani,
quello schermo tecnologico lo protegge. Il cosiddetto senso del dovere, il
patriottismo e altre ideologie fanno il resto.
La domanda vera non è dunque se i droni siano più spietati dei bombardieri
abitati, ma questa: un pilota che imvece di guardare manometri e schermi
vedesse in faccia, uno per uno, gli esseri umani che sta per uccidere premendo
un pulsante, lo premerebbe?
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C’è un gruppo internazionale di attivisti e artisti che scommette sul no. E
utilizza la fotografia per fare la prova. Hanno preso il nome collettivo
di NotABugSplat (“non è come schiacciare un insetto”), li aiuta un artista che
ha fatto una poetica personale di questo modo di invadere i paesaggi con le
immagini, il francese JR.
Hanno trovato il ritratto di una bambina che, affermano, è rimasta orfana
dopo un bombardamento di droni nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, al
nord-ovest del Pakistan, lungo il confine afghano, dove l’esercito Usa va a
caccia di basi guerrigliere con i suoi aeroplanini radiocomandati.
Ne hanno ricavato un ingrandimento di enormi proporzioni, alcune decine
di metri di lato. Lo hanno steso in un campo di fianco ad un villaggio a rischio,
con la collaborazione dei suoi abitanti.
Senza scritte, senza altro. Il monito dovrebbe essere chiaro: ehi tu che
guardi da lontano, attraverso l’occhio di una videocamera: ecco cosa,
ecco chi stai per bombardare. Non è un puntino grigio sul tuo computer. Non è
un “danno collaterale”. È un bambino.
Non so se funzionerà, non credo sia molto di più di un grido di protesta, di
un gesto, di una testimonianza. Di fatto, si tratta di un’installazione artistica.
Ma istintivamente sto dalla loro parte. Non dobbiamo mai stancarci di cercare,
di inventare forme di lotta, anche simbolica, contro la violenza e la ferocia, che
non siano altra violenza e altra ferocia.
Questo detto, l’esperimento ci dice anche qualcosa sul potere della
fotografia? Un potere specifico della fotografia deve essere in gioco, è ovvio
che stendere su un campo un’enorme scritta tipo “don’t kill the children”
sarebbe un’altra cosa: un monito morale
La fotografia viene invece qui mobilitata per la sua (abusiva, ma efficace)
virtù di veridizione. Ti mostro il vero volto del bambino che potresti uccidere.
Si salta il passaggio razionale attraverso la coscienza, il super-io morale, e si
punta all’istinto primario di protezione di specie. Guarda, è un bambino, e non
si uccidono i bambini: è iscritto nel nostro codice umano.
E questo anche se la fotografia è in bianco e nero, ovvero afferma nel modo
più inequivocabile “io sono una fotografia”, sono solo un’immagine. Ma una
foto a colori non sarebbe stata più realistica, quindi più efficace?
Credo di no. La fotografia, per la nostra cultura, implica una presenza. Una
fotografia che si mostri proprio come fotografia, afferma che quel che sta
mostrando esiste nel mondo reale. Proprio perché è una fotografia, dunque,
questo messaggio può sperare di arrivare al cuore e all’istinto di chi la guarda.
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Può sperare, naturalmente, solo sperare. Perché non funziona per tutti,
l’interdetto di non nuocere ai cuccioli. Come è noto, per molti esseri umani, più
di quanti siamo disposti ad ammettere e a tollerare, è stato possibile uccidere
un bambino guardandolo in faccia.
E la fotografia non fa miracoli, anzi la fotografia può essere complice: nel
Ghetto di Varsavia i solerti fotografi del criminale nazista Stroop seppero
fotografare senza far tremare l’obiettivo un bambino che verosimilmente era
destinato, anche grazie al loro lavoro, al macello dei lager.
“Scudi umani” si diceva, ricordate?, dello stratagemma di chi, come arma
di difesa contro la potenza schiacciante di un avversario, si riparava dietro altri
esseri umani: prigionieri, ostaggi, ma anche, a volte, i propri stessi figli. E in
questo caso lo si diceva con un certo disprezzo: guardate che vigliacchi, non si
lasciano bombardare. Mettono in mezzo i figli.
Che scudo è una fotografia? Debole, di carta. Ma anche la nonviolenza lo è,
eppure non sempre è sconfitta. L’unico punto di forza dell’azione nonviolenta,
che è anche il suo punto debole, è che funziona solo se il destinatario ha
ancora qualcosa di umano dentro di sé.
Ma non si può forse dire la stessa cosa, proprio la stessa cosa, di una buona
fotografia?
Tag: Afghanistan, droni, Hiroshima, JR, Khyber Pakhtunkhwa, Notabugsplat, Pakistan, Paul Tibbets
Scritto in Autori, etica, fotografia e società | 7 Commenti »
Paolo Gioli
di Giuliano Sergio da http://undo.net/it/
Paolo Gioli (Sarzano-RV 1942) è uno degli artisti italiani più apprezzati
della seconda metà del XX° secolo; pittore, filmmaker, fotografo, le
sue opere sono conservate nelle collezioni di musei internazionali
come il MoMA di New York, il Centre Georges Pompidou di Parigi e l'Art
Institute of Chicago. Il suo lavoro è attualmente al centro di un
particolare interesse scientifico e critico internazionale per le
innovazioni linguistiche che l’autore ha introdotto nel campo della
fotografia e del cinema. Nel 2015 la GNAM di Roma presenterà una
grande antologica dedicata ai molteplici aspetti della sua ricerca.
La mostra “Paolo Gioli- Abuses. Il corpo delle immagini” a cura di
Giuliano Sergio, vuole offrire una lettura inedita della sua opera
fotografica, attraverso una selezione di oltre un centinaio di immagini
che affrontano un tema centrale nella ricerca dell'artista veneto:
l’indagine sul corpo e sulla natura morta.
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Per Gioli la fotografia non è documento ma emanazione del corpo,
l'artista forza i limiti strutturali dell'immagine, le sue aberrazioni e gli
effetti ottici, per utilizzarli come elementi drammatici. La tecnica del
foro stenopeico –principio originario della camera oscura che rinuncia
all’uso dell’ottica- il montaggio di fotografie e di pellicole trouvée, gli
interventi di luce in sede di sviluppo, i trasferimenti della polaroid, gli
inserti di stoffa e gli interventi con la pittura, costituiscono una
narrazione visiva che trasforma il medium fotografico nell'icona che
incarna la seduzione, il desiderio, la sofferenza del corpo.
Nelle sale di Villa Pignatelli il pubblico si accosterà alla ricerca
dell'autore partendo da una serie di autoritratti che introducono una
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riflessione sul motivo del volto e della maschera, come opposizione tra
identità e simulacro.
Il ciclo delle nature morte (1986-1997), presentate in dialogo con le
“Autoanatomie” (1986-1987), sviluppano il tema dell’erotismo che
sarà ripreso dalla più recente serie delle “Naturae”(2007-2010). Lo
studio anatomico e di genere permette all’artista di misurarsi con la
carnalità della superficie polaroid trasferita su carta, seta e pittura. I
soggetti sono riferimenti di un corpo intimo che aderisce alla
fotografia
stessa.
Nei “Torsi” (1997-2007) Gioli affronta l’iconografia classica del corpo
“martirizzato”, sublimato nel celebre autoritratto “Omaggio a
Hyppolite Bayard” (1981), fino alle ultime ricerche delle “Vessazioni”
(2009-2010) dove ritorna il tema della maschera. Simboli del
passaggio inesorabile del tempo sono, infine, i due cicli che chiudono
la mostra: gli “Sconosciuti” (1994) e i “Luminescenti” (2006-2010),
che riprendono rispettivamente foto di identità degli anni Cinquanta e
resti di antiche sculture greco –romane, frammenti visivi dove quel
che resta del corpo è la corruzione della materia.
In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo a cura di
Giuliano Sergio edito da Peliti Associati.
La mostra è promossa e organizzata dalla Soprintendenza Speciale per
il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo
Museale della città di Napoli e della Reggia di Caserta con Incontri
Internazionali d’Arte.
E’ realizzata con la collaborazione di Civita Cultura; con il sostegno
della Provincia di Napoli e con il patrocinio della Regione Campania;
grazie al supporto di MN Metropolitana Napoli, Clemart Srl e la
collaborazione tecnica di MAG-JLT.
A Napoli fino al 1 giugno 2014 al Museo di Villa Pignatelli - via Riviera
di Chiaia, 200. Orario: tutti i giorni 10-14; la biglietteria chiude un'ora
prima - intero Euro 2, ridotto Euro 1.
Un’Italia Migliore
di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it
«Ma sei tu!», gli disse Luigina, la sua compagna, un paio d’anni fa. «Eh sì,
sono io», riconobbe Mario Carnicelli.
La faccia per metà coperta dalla Hasselblad che il pennello di Renato
Guttuso ha un po’ idealizzato, circondato dai volti austeri di Ingrao, Breznev,
Iotti, Pajetta, Visconti, Alicata, Pasolini, quasi al centro di quell’epica nazionalpopolare di bandiere rosse, eccolo, il fotografo dei funerali di Togliatti.
Di quelli dipinti, nel capolavoro real-socialista all’italiana che oggi sta a
Bologna, e di quelli veri, colossali, di cinquant’anni fa, a Roma.
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Anche dopo tutto quel tempo, però, per Mario non è stata una sorpresa.
Semmai, una cascata proustiana di ricordi.
«Sono io, anche perché Guttuso mi avrà fissato bene nella mente. Fui il
primo fotografo a entrare nella camera ardente. Gli feci un ritratto mentre era
sull’attenti, di fianco alla bara, nel primo picchetto d’onore. Mi sbirciava con
curiosità mentre mi muovevo piano, in quella sala di assoluto silenzio».
Cose che non si scordano. Ma si possono chiudere in un cassetto della
memoria, o dello studio. «Son rimaste lì rimpiattate per tanti anni», un po’
rimpiange Mario, sfogliando le stampe nella sua luminosa casa-giardino a due
passi dal Duomo, «ogni decennale mi dicevo: adesso le tiro fuori, poi non lo
facevo. Per pudore, credo. Per rispetto. Non mi sembrava mai il momento
giusto».
Ma questa volta no, ora o mai più, «mezzo secolo è abbastanza», e quel
reportage straordinario e quasi del tutto inedito è andato finalmente
in mostra (a Palazzo Fabroni di Pistoia, a cura di Marco Signorini e Bärbel
Reinhard), e in stampa (in un cofanetto di legno, quasi fosse ancora quel
cassetto della memoria privata, pubblicato con grande cura dall’editore
ravennate Danilo Montanari) e fa rimpiangere che non sia successo prima.
Perché in queste immagini c’è il racconto di un’altra Italia, non solo politica, ma
anche umana, etica, sociale.
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E il giovane Mario, ventisette anni, era la persona giusta per raccontarla.
Fotografo figlio di fotografi, comunista figlio di comunisti, quando da Yalta
arrivò la notizia peggiore sul Migliore, lui cominciò a fare la borsa degli
apparecchi, prima ancora che la valigia di biancheria.
Era un fotografo “sul territorio”, aveva una bottega (più tardi rilevò e gestì
a lungo un negozio in piazza Duomo a Firenze), vendeva macchine, stampava,
faceva i matrimoni, ma aveva anche un occhio. Dai suoi viaggi in Usa tornava
con borsoni pieni di rullini di inconsapevole street photography, tutti immersi
nel mood che correva in quegli anni sulla pelle della nuova fotografia
americana, anche quelli ancora chiusi nei cassetti.
La sua carriera non è stata quella dei fotografi d’arte, dei reporter, ma
neppure quella dei magnifici outsider: dentro il mondo della fotografia, come
profesisonista del mercato, ma con la voglia di scattare. Avrebbe voluto andare
anche in Vietnam, ma naturalmente in quello del Nord, andò fino a Parigi con
Piero Calamandrei per impetrare un invito alla delegazione Vietcong, allora al
tavolo della conferenza di pace, ma lo delusero: non se ne fa niente, non
potremmo garantire la tua sicurezza.
Intanto andava foto ai concorsi, e uno dei critici più autorevoli dell’epoca,
Giuseppe Turroni, l’aveva avvistato, e la 3M, industria di pellicole, gli aveva
messo a disposizione la sua galleria al Pirellone di Milano per esporre un suo
lavoro curioso su “individuo e massa”: ritratti di donne e uomini mentre
assistono a comizi politici, assorti nella loro doppia dimensione, appunto,
singolare e collettiva.
Quando arrivò la notizia, dunque, e si profilò l’evento di un funeralemanifestazione di proporzioni quali l’Italia non aveva mai visto, non fu solo la
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molla della militanza che scattò dentro il cuore di Mario, ma anche quella
dell’antropologo visuale. Coi dirigenti del Pci di Pistoia si mise in macchina e
all’alba arrivò a Botteghe Oscure dove si allestiva l’ultimo saluto al segretario
del Pci.
«Ero l’unico fotografo nella camera ardente. Mi presentarono Sandro
Curzi, dell’ufficio stampa. Mi disse: va bene compagno, eccoti un passi, mettiti
lì e non disturbare troppo». Gli chiese anche il ritratto ufficiale, a colori, di Luigi
Longo, il nuovo segretario, «mai più rivista, quella diapositiva…».
Ma fu solo quando si aprirono le porte che Mario capì che quel che stava
accadendo non aveva paragoni con le cose che aveva fotografato fino ad
allora. «Non era un lutto. Non era un funerale. Era partecipazione a qualcosa,
una dichiarazione politica collettiva, muta, fatta con i volti, i vestiti, i gesti».
Due giorni di processione davanti al feretro, pugni chiusi e segni della croce,
ma l’evento doveva ancora venire.
Il 25 agosto del 1964, quando il carro funebre solcò un mare di corpi fino a
piazza San Giovanni, Mario si sentì per un momento sopraffatto. C’erano le
cineprese della Incom e quelle dei grandi registi, c’erano le fotocamere di
decine di reporter, che fare?
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Mario fece, senza saperlo, la scelta di Cartier-Bresson all’incoronazione di re
Giorgio VI: girò l’obiettivo sull’altro lato dell’evento, lo puntò su chi guardava.
Raccontò quei funerali riflessi nei volti e nei corpi assorti di chi credeva di
assistere, e invece partecipava. «E io ero come loro, ero loro. Il mio soggetto è
sempre stato l’uomo, ma in quei giorni anche io ero quell’uomo. Non cercavo,
le foto mi venivano incontro. Erano tutti bellissimi. Fotografarne uno solo era
fotografarli tutti, uno solo era già la massa».
Erano venuti tutti, tutta la famiglia, come quando ai matrimoni, ai funerali
dei parenti. Con il vestito migliore. Giacche di fustagno e flanella, era un
agosto caldo, ma erano le uniche giacche dei loro armadi. Le donne, con la
borsetta. La spilla sul bavero, un rosario fra le dita.
Gli uomini, la penna nel taschino. La cravatta storta, il cappello in mano. Le
bimbe col cerchietto per i capelli, i bambini con la cartella della scuola, forse
dentro c’era il panino, perché la giornata era lunga, tanti erano partiti di notte,
in treno, per tornare in treno la notte dopo».
Più che i pugni chiusi («eccoli qui, ma è la foto che mi piace di meno, è
retorica»), i dettagli che non erano lì per essere esibiti. Un fiasco. Una
permanente. Le scarpe lucidate. «Rispetto: per il capo? Per se stessi».
E il silenzio, «quel che ricordo è il silenzio, assoluto, si sentiva lo
scalpiccìo». Non era ancora l’Italia televisiva che applaude anche i morti.
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Silenzio del rispetto, silenzio dell’ascolto. Nelle fotografie quadrate di
Carnicelli «nessuno guarda nessun altro, neanche me che li fotografo, ero
invisibile, guardano come si guarda chi ti sta parlando».
Ma se non si guardano, si toccano: ci si tiene per mano, braccia
sottobraccio, braccia sulle spalle, i corpi si cercano, si stringono, ognuno è
legato all’altro in un corpo enorme legato da mani braccia dita.
Poi, passato il feretro, qua e là, un sorriso, uno sguardo scambiato, «il senso
era: non è finito nulla, domani si ricomincia. C’era la speranza».
Esaurì i rullini 6×6. Tornò a Pistoia e stampò tutto. Per farne cosa? «Qualche
federazione mi chiese una foto incorniciata, mandai le più ufficiali». Il resto,
«rimpiattato».
Erano immagini, allora forse incomprensibili, degli italiani come erano. Oggi,
a distanza, capiamo meglio quel che gli italiani non sono più.
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Guttuso, SandroCurzi
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Gianni Berengo Gardin Storie di un Fotografo
di Martina Brusin da http://news.leonardo.it/
«Un consiglio per i giovani aspiranti fotografi? Fatevi una cultura, guardate le
immagini dei grandi del passato, imparate da loro. Dalle scuole di fotografia
non si impara niente. Quello che dovete fare è pensare, prima di scattare. Poi
fare la foto, forse. Oggi le macchine fotografiche fanno tutto da sole. Ma non
possiamo far sì che ragionino anche al posto nostro». A dirlo non è un
fotografo qualunque, ma uno dei più grandi: Gianni Berengo Gardin che, a
83 anni, ha ancora voglia di imparare: «Continuo a studiare le foto di Ugo
Mulas, Gabriele Basilico, Henri Cartier-Bresson. Per me loro sono sempre stati
amici, colleghi e maestri».
200 immagini tratte dall’immenso archivio di Berengo Gardin (più di 1 milione
e 500 mila negativi), considerato da molti il più rappresentativo fra i fotografi
italiani, fino all’8 giugno resteranno esposte nel Sottoporticato di Palazzo
Ducale nell’ambito della rassegna “Gianni Berengo Gardin – Storie di un
fotografo“. Dopo le tappe di Milano, Venezia e Verona, la mostra approda
infatti a Palazzo Ducale in versione rinnovata e arricchita di un intero capitolo
dedicato a Genova: fotografie, in buona parte inedite, che coprono un ampio
periodo, dal 1969 al 2002, appositamente selezionate per questa edizione della
mostra.
Conosciuto in Italia e all’estero come il profeta della fotografia, Gianni
Berengo Gardin più di ogni altro ha saputo restituire e rinnovare il linguaggio
visivo del nostro paese: Venezia, Milano, i manicomi e la legge Basaglia, la
Liguria, l’entusiasmante esperienza con Renzo Piano, il grande reportage
“dentro le case”, la Biennale d’arte di Venezia, ma anche New York, Vienna, la
Gran Bretagna e la straordinaria esperienza con il Touring Club, fino alle
fotografie finora rimaste inedite e qui presentate per la prima volta.
Con occhio sempre vigile, attento a cogliere le svolte della storia, così come i
passaggi minimi, più discreti del reale, Gianni Berengo Gardin ha narrato, e
continua a farlo (basti pensare al suo lavoro su L’Aquila, prima e dopo le
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devastazioni del terremoto) gli avvenimenti che hanno segnato la storia del
nostro paese, oltre ai momenti di vita quotidiana nelle strade, agli incontri
casuali con le persone, ai gesti spontanei. Le sue immagini sono uno spaccato
della vita politica, sociale, economica e culturale dell’Italia dagli anni del boom
a oggi, sia nei suoi risvolti felici, sia nelle sue pieghe drammatiche e a volte
tragiche, ponendo sempre al centro dell’attenzione l’uomo e la sua dignità.
Instancabile testimone del nostro tempo, nei suoi scatti in bianco e nero
traspare la capacità di raccontare le storie senza pregiudizi e una ricchezza di
sentimenti che si scioglie in narrazione sempre lineare e coerente: la sua
grandezza è la semplicità, o meglio, la capacità di rendere leggibile la
complessità del mondo.
« La mostra inizia con gli scatti realizzati a Milano, dove è iniziata la carriera di
Berengo Gardin » spiega Denis Curti, curatore della rassegna. Poi ci sono i
reportage: da “Morire di classe”, realizzato su richiesta di Franco Basaglia, a
“Dentro le case”, «lavoro fondamentale, che ha riscritto il linguaggio del
reportage contemporaneo» spiega Curti. E ancora, il reportage sulla vita dei
Rom in Italia, e le foto dedicate al lavoro e alla sua importanza sociale:
«Ho collaborato per 15 anni con grandi aziende come Olivetti, Alfa Romeo,
Italsider, Ansaldo. Ero e sono comunista, e passando del tempo con gli operai
ho capito l’importanza di esserlo» ha dichiarato il fotografo. In mostra,
poi, lasezione dedicata ai baci: «Nel 1954 in Italia era proibito baciarsi in
pubblico. Si rischiava di essere arrestati per oltraggio al pudore», ricorda
Berengo Gardin, «Quando sono arrivato a Parigi, ho scoperto che lì tutti si
baciavano per strada. Così li ho fotografati, soprattutto per denunciare la
situazione italiana. Ogni fotografo, però, è un po’ guardone , deve esserlo per
far bene il suo lavoro, così, anche quando in Italia le cose sono cambiate, ho
continuato a immortalare le coppie innamorate». Cuore della mostra, infine,
la sala dedicata a Genova, una città che assomiglia alle sue idee e ai suoi
ricordi: «Renzo Piano mi ha spesso chiesto di fotografare il porto e chi ci
lavora. Adoro poi i caruggi e i loro negozietti. Genova è il luogo dove vorrei
venire a vivere» ha dichiarato il fotografo.
"Fotografia Europea": dalla lezione di Ghirri alla
moderna società dell'immagine
da http://www.affaritaliani.it/
Con le giornate inaugurali, dal 2 al 4 maggio 2014, prende il via la nona
edizione di Fotografia Europea. Promosso dal Comune di Reggio Emilia e
ormai punto di riferimento nel panorama nazionale e internazionale delle
manifestazioni dedicate alla fotografia, quest'anno il festival propone come filo
conduttore la riflessione sullo sguardo, prendendo spunto dalla lezione del
maestro Luigi Ghirri e sviluppandosi attraverso un articolato programma di
mostre e installazioni.
Le immagini di Ghirri hanno fatto scuola: suddivise in icone, Paesaggi ed
Architetture ora raccolte e presentate in una eccezionale retrospettiva ai
Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia. Trecento scatti che testimoniano la forza
e l'attualità del suo Pensare per immagini(titolo della mostra) e una ricca
selezione di cartoline, libri, riviste e dischi che ne ricordano il ruolo di
illuminato animatore culturale degli anni Settanta e Ottanta del Novecento.
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Luigi Ghirri, Alpe di Siusi, 1979, da “Topografia-Iconografia” (1980-81) Courtesy Istituto Nazionale per la Grafica, Roma
L'esposizione dedicata all'artista emiliano, scomparso nel 1992, è il faro della
nona edizione del festival: la luce che accende e guida un percorso di ricerca
nel quale le immagini non si limitano a provocare dei pensieri, ma li
evidenziano in tutta la loro autonomia. Al pubblico di Fotografia Europea viene
offerta la possibilità di affrontare questo cammino seguendo un ventaglio di
possibili
focus
tematici:
dall'approfondimento
sul
ruolo
del libro
fotografico (le
mostre Senza
meta.
Il
libro
come
pensiero
fotografico e Divine Violence di Adam Broomberg e Oliver Chanarin) al
dipanarsi
dell'elemento
surrealista nella
fotografia
(Illusionismo
surreale sulle cartoline fotografiche del primo Novecento, la personale
dedicata alla fotografa di moda francese Sarah Moon, gli sguardi alternativi
di Silvia Camporesi, Paolo Simonazzi e Andrea Ferrari), dalle esposizioni
focalizzate
sulla visione
del
presente
e
nel
presente (Simone
Bergantini e Massimiliano Tommaso Rezza) per arrivare al tema
della perdita del progetto Speciale Diciottoventicinque.
Quest’anno la manifestazione si caratterizza per la partecipazione diMagnum
Photos, la famosa agenzia fotografica internazionale, protagonista di una serie
di iniziative come la grande retrospettiva, presentata per la prima volta a
Reggio
Emilia in
occasione
di
Fotografia
Europea,
di Herbert
List, comprendente un centinaio di opere provenienti da Herbert List Estate e
la mostra collettiva No Place Like Home, in cui otto fotografi contemporanei
della Magnum si confrontano con il tema dell’abitare. Alcuni dei fotografi
presenti in mostra saranno protagonisti dei workshop che si terranno durante
le giornate inaugurali.
Arricchiscono la proposta espositiva del festival l'affascinante ritratto – tra
immagine e musica – del percorso artistico dei CCCP Fedeli alla linea e della
loro “soubrette” Annarella, la personale dedicata a Erich Lessing su
fotografia e industria (a cura del MAST di Bologna) e una selezione di opere dei
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fotografi che dal 2006 hanno partecipato a Fotografia Europea dando vita
alla Collezione, conservata nella Fototeca della Biblioteca Panizzi.
Come sempre, le giornate inaugurali accompagnano il vernissage delle
mostre con una serie di incontri, conferenze, workshop, visite guidate
alle esposizioni, book signing e spettacoli, in cui gli artisti, i curatori e altri
protagonisti del mondo della fotografia, della cultura e dell'arte si confrontano
con il pubblico. Ad animare Piazza San Prospero venerdì 2 maggio sarà
la Giovane Fotografia Italiana#03 con una proiezione di immagini dagli
archivi GAI accompagnate dal dj set di Daniele Baldelli, il precursore dei dj
italiani. La mattina di sabato 3 maggio sarà invece caratterizzata dalla tavola
rotonda “Come si inquadrano le immagini. Riflessioni sulla cornice”,
protagonisti i filosofi Armando Massarenti e Maurizio Ferraris, in dialogo
con il curatore Riccardo Panattoni (ore 11, Musei Civici Palazzo San
Francesco). Nel pomeriggio (ore 16, Musei Civici Palazzo San Francesco)
l’incontro “Alchimie. Il mondo parallelo di Sarah Moon” con la
fotografa Sarah Moon e la curatrice Laura Serani coinvolgerà la giornalista e
photo editor Giovanna Calvenzi e Olga Sviblova direttrice MAMM –
Multimedia Art Museum Moscow. Alle ore 18 invece in occasione della
conferenza “Una divina violenza” il curatore Walter Guadagnini e Oliver
Chanarin dialogheranno
della
mostra
di Adam
Broomberg & Oliver
Chanarin legata al tema del conflitto. Alle ore 22, nell'area del Parcheggio ACI
di via Secchi, concerto dei Marta sui Tubi, band storica dell'underground rock
italiano, applaudita nel 2013 sul palco del Festival di Sanremo. Le conferenze
proseguono domenica 4 maggio, a partire dalle ore 10 con l’appuntamento
“Sfogliare. Il libro fotografico” con il curatore Elio Grazioli e i
fotografi Valeria Accili, Carlos Cancela Pinto, Piergiorgio Casotti,
Amaury
Da
Cunha,
Stefano
Graziani,
Edward
Newton e Eva
Vermandel. Alle ore 12 si prosegue con “Collezionare fotografie nell’età
post-fotografica”: Walter Guadagnini storico della fotografia e curatore
della Collezione Unicredit di arte contemporanea dialoga con Urs Stahel,
direttore della Collezione MAST di Bologna e con Margit Zuckriegl direttrice
della Collezione Nazionale di Fotografia Museum der Moderne Rupertinum di
Salisburgo e Collezione Fotografis di Bank Austria. Alle 16, ai Musei Civici
Palazzo San Francesco, in occasione della conferenza “La fotografia per la
memoria. Gli archivi fotografici patrimonio della contemporaneità” la
giornalista e photo editor Giovanna Calvenzi dialogherà con la responsabile
della Fototeca Biblioteca Panizzi Laura Gasparini e la storica della
fotografia Maria Antonella Pelizzari coordinate dalla giornalista e photo
editor Renata Ferri (in collaborazione con Premio Tempo Ritrovato.
Fotografie da non perdere che propone a Reggio Emilia la mostra Archivio
Federico Garolla vincitore della prima edizione del premio). Il libro Annarella
Benemerita Soubrette CCCP Fedeli alla Linea (Quodlibet, 2014) sarà al
centro dell’incontro con gli autori Annarella Giudici, Giovanni Lindo
Ferretti e Rossana Tagliati, lo scrittore e critico letterario Marco Belpoliti e
lo psichiatra e scrittore Benedetto Valdesalici (ore 18, Spazio Gerra). Alle
ore 20 ai Musei Civici è in programma la presentazione del libro Cose
ritrovate (Marsilio,
2014)
con
il
fotografo Paolo
Simonazzi,
lo
scrittore Ermanno Cavazzoni, lo storico e critico della fotografia Denis Curti
e l’attore Ivano Marescotti, coordinati dal direttore dell’Agenzia informazione
e comunicazione della Regione Emilia Romagna Roberto Franchini.
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La scelta della location per molte conferenze ha un significato particolare. Uno
dei momenti
speciali
di Fotografia
Europea
2014 sarà
infatti
l’inaugurazione del Palazzo dei Musei, oggetto di un intervento di
ristrutturazione firmato dall’architetto Italo Rota, che mette in dialogo le
collezioni storiche con i nuovi linguaggi e temi della contemporaneità. In
occasione dell’inaugurazione dei nuovi allestimenti della sede museale verrà
esposta l’opera “Alfabeto” di Claudio Parmigiani, creata dall’artista nel 1973
con la collaborazione di Luigi Ghirri che scattò le 21 diapositive che ne
costituiscono il corpus fotografico. L’opera trae spunto proprio dalle collezioni
dei Musei Civici di Reggio Emilia per creare un cosmo-museo, un alfabeto
visivo per gli occhi. Nei suoi lavori sono presenti immagini della storia dell’arte
ben lontane dal concetto di citazione; perché a Parmiggiani interessa “il
frammento inteso come reliquia, come emblema, come lettera di alfabeti
perduti e parola sottratte alla distruzione.” Il weekend delle giornate inaugurali
coinvolgerà comunque l'intero territorio di Reggio Emilia e della provincia,
anche attraverso gli appuntamenti del circuito Off, il programma alternativo di
mostre, progetti e installazioni. Tra le tante iniziative ormai consolidate del
festival,
si
rinnovano
nel
2014
il
progetto Giovane
Fotografia
Italiana#03 (curato da Daniele De Luigi in collaborazione con GAI –
Associazione Circuito Giovani Artisti Italiani e Circulation(s) Festival de la Jeune
Photographie Européenne al Teatro Valli), le letture internazionali di Portfolio
Europa (curate da Gigliola Foschi alla Biblioteca Panizzi).
Sono confermate anche tutte le storiche location cittadine del Festival: Chiostri
di San Pietro, Chiostri di San Domenico, Palazzo Casotti, Galleria Parmeggiani,
Spazio Gerra, Sinagoga, Musei Civici, Biblioteca Panizzi.
Fotografia Europea è organizzata dal Comune di Reggio Emilia con l’apporto di
numerosi curatori. Oltre alle partecipazioni di Elio Grazioli, Walter Guadagnini,
Marinella Paderni, Laura Serani, quest’anno si aggiungono Denis Curti, PeerOlaf Richter, Harri Kalha, Laura Gasparini, Francesca Fabiani, Giuliano Sergio,
Daniele De Luigi, Urs Stahel, 3/3 (Chiara Capodici e Fiorenza Pinna) Francesco
Zanot.
LUIGI GHIRRI. PENSARE PER IMMAGINI
Trecento scatti, menabò, libri, cartoline, copertine di dischi, riviste.Pensare
per immagini offre il ritratto a 360 gradi di una delle figure fondamentali della
fotografia internazionale del secondo Novecento: Luigi Ghirri. Nata in
collaborazione con il Comune di Reggio Emilia e la Biblioteca Panizzi,
presentata nel 2013 al Maxxi di Roma e curata da Francesca Fabiani, Laura
Gasparini e Giuliano Sergio, la mostra approda a Fotografia Europea nella
cornice dei Chiostri di San Pietro di Reggio Emilia. È suddivisa in tre sezioni
tematiche (Icone, Paesaggi, Architetture) che permettono di ripercorrere
le fasi della ricerca artistica di Ghirri, i luoghi e le storie da lui immortalate,
spesso lungo l'amata via Emilia (l'artista nacque a Scandiano nel 1943 e morì a
Reggio Emilia nel 1992). Basata sui due nuclei più importanti dell'archivio
Ghirri, quello della Biblioteca Panizzi (che per volontà dello stesso artista
conserva il patrimonio fotografico di oltre 150.000 tra negativi e diapositive) e
quello dei vintage prints conservati nella casa di Roncocesi, Pensare per
immagini non solo proietta la forza di uno sguardo che riuscì ad anticipare e
affrontare temi cari alla contemporaneità, come il rapporto con la società
dell'immagine o la dialettica tra visione e percezione, ma testimonia la
complessità, la ricchezza e la statura artistica della figura di Ghirri: il suo
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lavoro di editore e curatore, la sua passione di critico e collezionista, la
missione di animatore culturale condotta – a partire dagli anni Settanta –
attraverso il costante dialogo con artisti concettuali, architetti, scrittori e
musicisti (in particolare, CCCP e Lucio Dalla). In un'epoca in cui la società
sembra essere quasi sopraffatta dalla tecnologia e dall'abbondanza di contenuti
informativi dal basso significato, Pensare per immagini aiuta a recuperare il
valore di un'attività unica, in grado di lasciare segni tangibili ancora evidenti e
influenti oltre vent'anni dopo la scomparsa dell'artista.
IL LIBRO FOTOGRAFICO: DALLA BIBBIA AI GIORNI NOSTRI
Strumento simbolico del pensare per immagini e mezzo democratico caro
all'editoria indipendente e al self publishing, il libro fotografico è il tema attorno
cui si muovono due importanti mostre di Fotografia Europea 2014. Allestita nei
Chiostri di San Pietro e curata da Elio Grazioli, Senza meta. Il libro come
pensiero fotografico propone sessanta volumi d'autore in cui fotografi
come Wolfgang Tillmans e Juergen Teller, Annelies Štrba e Ola Rindal, Joan
Fontcuberta e Armin Linke, Mark Borthwick e Cristina de Middel utilizzano la
forma del libro per indagare e mettere in atto il pensiero visivo. Non cataloghi
o raccolte, ma “collezioni” che si costruiscono di mano in mano – per
accostamenti e salti, spostamenti e intervalli, dinamiche e attenzioni –
riproponendo l'idea del libro come luogo ideale di deposito del pensiero
fotografico (come è stato nella storia, quando i più grandi fotografi non
“esponevano” le loro opere ma ambivano a pubblicarle in volumi).
Curata da Walter Guadagnini e presentata in anteprima mondiale nei
Chiostri di San Domenico, anche Divine Violence di Adam Broomberg
& Oliver Chanarin prende spunto da un libro: The Holy Bible, ultimo progetto
della coppia di artisti, innovativo incontro tra il testo sacro cardine della cultura
occidentale e immagini sul tema del conflitto. Seguendo le annotazioni
ritrovate su una Bibbia appartenuta a Bertolt Brecht, i due autori hanno
setacciato le immagini dell'immenso Archive of Modern Conflict,
componendo un libro che è al tempo stesso esplorazione della violenza, della
calamità e dell'assurdità della guerra attraverso i cliché della sua
rappresentazione visiva; riproposizione del principio del filosofo Adi Ophir
secondo
cui
Dio
si
rivela
prevalentemente
attraverso
la
catastrofe; attualizzazione delle tematiche che, partendo da Luigi Ghirri,
fanno da filo conduttore dell'edizione 2014 di Fotografia Europea: la riflessione
sulla natura dell'immagine, sulla sua nascita e interpretazione e sull'importante
ruolo del curatore (che – come Broomberg, Chanarin e lo stesso Ghirri – a
volte non scatta le fotografie ma le sceglie).
FOTOGRAFIA E SURREALISMO
Un corpus importante delle mostre di Fotografia Europea lambisce
trasversalmente l'idea, i temi e i linguaggi del surrealismo. Illusionismo
Surreale. Fantasie fotografiche del primo Novecento in Europa(Palazzo
Casotti) è un'esposizione curata da Harri Kalha e presentata in collaborazione
con The Finnish Museum of Photography e Laura Serani in cui trecento
cartoline trasportano il visitatore nel mondo della fotografia di inizio XX secolo:
tra fantasie impossibili, sogni misteriosi e dive glamour. Un percorso visivo che
da un lato anticipa nel rapporto con il sogno la lezione surrealista degli anni
Venti e dall'altro permette la riscoperta delle tecniche fotografiche di un'epoca
lontana: la quasi totalità delle cartoline in esposizione sono stampe al
bromuro d'argento, con interventi di colore realizzati a mano. È invece negli
ultimi decenni del Novecento che inizia a brillare la stella di Sarah Moon,
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protagonista a Reggio Emilia di due appuntamenti (curati da Laura
Serani): Alchimies, una grande esposizione nei chiostri di San Pietro
e Journal de Voyageuna nuova produzione dedicata ai musei cittadini,
esposta nelle sale dei Musei Civici San Francesco. Nella mostra Alchimies sono
ben visibili le caratteristiche della scrittura visiva di Sarah Moon, una scrittura
unica e inconfondibile: l’esposizione, una piccola antologia di riferimento al
lavoro di questa grande artista, è un viaggio tra i soggetti a lei più cari, dove
nature morte, paesaggi, ritratti di animali e vegetali perdono la loro
connotazione e offrono una nuova percezione della realtà. Fotografie in bianco
e nero di piccolo formato che ricordano stampe antiche si alternano ad altre di
grandi dimensioni e a colori, e i processi tecnici utilizzati, spesso limitati all’uso
di polaroid, accentuano l’evanescenza delle immagini e partecipano al mistero
che avvolge l’universo di Sarah Moon.Journal de Voyage è invece una
produzione realizzata in esclusiva per Fotografia Europea 2014 che ha invitato
la fotografa, da sempre affascinata dai musei di storia naturale e dai Cabinet
de Curiosités, a lavorare sulle collezioni dei Musei Civici cittadini. Tra le
maggiori fotografe di moda contemporanee (nel 1972 fu la prima donna a
scattare le foto per il calendario Pirelli), dal 1985 l'artista francese ha ampliato
gli orizzonti del suo sguardo e dell'attività artistica, soffermandosi in particolare
su tre temi – l'evanescenza della bellezza, l'incerto e lo scorrere del tempo – in
un percorso declinato anche attraverso il video e oggetto di numerosi
riconoscimenti, tra cui il Grand Prix National de la Photographie nel 1995 e il
Prix Nadar nel 2008. Dotata di uno stile personale e ricco di fantasia, Sarah
Moon propone a Reggio Emilia due percorsi a sfondo naturalistico, in cui gli
scatti di animali, vegetali, paesaggi e delle fantastiche collezioni di reperti dei
Musei Civici perdono la loro connotazione e offrono una nuova percezione della
realtà.
Racconti magici che traggono spunto dal mito e dalla vita reale: è il terreno su
cui si muove Silvia Camporesi, l'artista forlivese che il festival ha invitato a
riflettere sulla prospettiva dei luoghi-fantasma. Cosa trattiene della sua storia
un luogo abbandonato? Quali depositi riesce a conservare, quali frammenti di
passato? La risposta è in quella sorta di atlante visivo che Silvia
Camporesi sta componendo da molti anni e di cui a Reggio Emilia si vedrà –
nella mostra Planasia allestita nella Sinagoga e curata da Marinella
Paderni – il capitolo dedicato a Pianosa, isola dell'Arcipelago Toscano adibita
a colonia penale nel 1856 e restituita al dominio della natura dopo la chiusura
del carcere nel 2011. A completare questa sezione “surrealista” di Fotografia
Europea sono i lavori di due giovani e apprezzati artisti italiani: Paolo
Simonazzi e Andrea Ferrari. In Cose ritrovate (Galleria Parmeggiani, a
cura di Denis Curti), Paolo Simonazzi conduce il visitatore nel cuore della
pianura emiliana, presentando quei personaggi – burattinai, clown, pittori,
musicisti – che sostengono di “sentire le voci del plenilunio”, catturando parole
portate dal vento e recitandole sul palco della vita. “Coloro che non vedono le
cose come gli altri, matti in senso buono”, li amava definire Federico Fellini ai
tempi del film La voce della luna. Nel progetto Wild Window (Galleria
Parmeggiani, a cura di Walter Guadagnini), Andrea Ferrari passa dal surreale
al visionario, costruendo attraverso il linguaggio della natura un instabile gioco
di sguardi tra colui che osserva e colui che viene osservato. Senza una vera
linearità, la mostra si sviluppa su una griglia che riflette la complessità della
natura ed è accompagnata da un libro d'artista, con un testo tratto dalla Guida
45
agli animali fantastici di Ermanno Cavazzoni e un saggio critico di Laura
Gasparini.
FOTOGRAFIA E VISIONE
Due possibili declinazioni dello sguardo – in particolare in rapporto con la
visione del presente e nel presente – sono quelle proposte nelle mostre di
Simone Bergantini e Massimiliano Tommaso Rezza. In Addiction
(Chiostri di San Pietro, a cura di Daniele De Luigi), Simone Bergantini offre
una meditazione sulla natura dell'immagine e sul suo status attuale, in una
società contemporanea e digitale che spinge verso direzioni sempre più distanti
dall'età dell'oro della tradizione fotografica. Produrre immagini oggi è un
processo reso ormai quasi istantaneo e naturale dall'onnipresenza di dispositivi
in grado di fotografare, come telefonini, tablet e smartphone. Tutti fotografano
tutto e l'atto stesso della fotografia diventa parte integrante dell'evento che
viene immortalato. La natura sempre più incerta e prolifica della fotografia è
anche al centro di The Narrow Door, un'installazione di Massimiliano
Tommaso Rezza (Sinagoga, a cura di 3/3) in cui le immagini si ritrovano
rinchiuse in buste sottovuoto e da lì prendono forme diverse, nuove, effimere,
sfuggendo al controllo (e all'intento originario) di chi le ha create.
PERDITA: SPECIALE DICIOTTOVENTICINQUE
Per il terzo anno consecutivo torna Speciale Diciottoventicinque, il progetto
di Fotografia Europea dedicato ai ragazzi tra i 18 e i 25 anni. Con la
supervisione dei quattro tutor Alessandro Bartoli, Fabio Boni, Fabrizio Cicconi e
Laura Sassi, sessanta giovani fotografi sono protagonisti della mostra Vedere
le cose perdute (Chiostri di San Pietro): al centro del loro obiettivo c'è il
racconto della perdita, il ritrovamento di qualcosa di nuovo, la possibilità di
considerare questo passaggio come una ripartenza. In omaggio ai
cinquecentoquaranta anni dalla nascita del grande autore reggiano Ludovico
Ariosto (il cui personaggio più famoso, il paladino Orlando, perse addirittura il
senno) e lungo un percorso di workshop e laboratori che condurrà
all'installazione finale presentata nelle giornate inaugurali di Fotografia Europea
2014.
MAGNUM PHOTOS
Retrospettiva di Herbert List / Magnum Photos
Ospite speciale dell'edizione 2014 di Fotografia Europea è Magnum Photos.
La storica agenzia fondata nel 1947 da giganti della fotografia mondiale tra cui
Robert Capa e Henri Cartier-Bresson, oggi operativa attraverso quattro uffici a
New York, Londra, Parigi e Tokyo, è protagonista di diversi appuntamenti il
primo dei quali consiste nella retrospettiva dedicata a Herbert List The
Magical in Passing che sarà allestita nei Chiostri di San Domenico. Curata
da Peer-Olaf Richter, la mostra comprende un centinaio di opere provenienti
da Herbert List Estate. Intento della retrospettiva è restituire l’intera ricerca
dell’artista tedesco, presentando i capolavori accanto ad opere meno note. Il
risultato è un viaggio visivo che accompagna il visitatore dagli enigmatici scatti
notturni, attraverso composizioni surreali e cupe, alla abbagliante luce del
Mediterraneo che si riflette sui corpi di giovani uomini e sulle rovine dell’antica
Grecia. Proseguendo attraverso i ritratti di celebri artisti del ventesimo secolo
si giunge alla dichiarazione d’amore di List per l’Italia e alla celebrazione
dell’eterna bellezza della vita. The magical in passing è una produzione di The
Herbert List Estate e Magnum Photos realizzata in coproduzione con Fotografia
Europea e Silvana Editoriale. La mostra viene presentata per la prima volta a
Reggio Emilia in occasione di Fotografia Europe
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HOST
Magnum Photos è protagonista, inoltre, della nuova edizione di HOST, la
sezione del festival in cui un'agenzia fotografica internazionale cura – durante
le giornate inaugurali – una serie di incontri, proiezioni, workshop ed
esposizioni. Per questa edizione di Fotografia Europea è in programma
la collettiva No Place Like Home (Via Secchi, 11) a cura di Francesco Zanot.
La mostra raccoglie una selezione da opere di otto fotografi contemporanei
che indagano sul modo in cui negli ultimi vent'anni è stato occupato,
trasformato e sfruttato a fini urbanistici il territorio. Lo sguardo della mostra
non conosce confini di stile architettonico, respiro sociale o latitudine
geografica: ci sono le ville borghesi di Martin Parr, i prefabbricati americani di
Bruce Gilden, gli slum metropolitani di Jonas Bendiksen, l'umanità sorpresa da
Mikhael Subotzky intorno al grattacielo Ponte City a Johannesburg, le famiglie
australiane riprese da Trent Parke, gli scenari della Groenlandia nell'obiettivo di
Jacob Aue Sobol, gli orizzonti di Brooklyn catturati da Christopher Anderson, la
precarietà dei migranti del Mediterraneo raccolta da Patrick Zachmann nella
serie Mare Mater. La mostra è una collaborazione tra Magnum Photos, il
Fotofestival Mannheim Ludwigshafen Heidelberg, e il MUCEM e il Musée
Nicéphore Niépce per la sezione Mare Mater di Patrick Zachmann. Inoltre i
fotografi Abbas, Jonas Bendiksen, David Alan Harvey, Patrick Zachmann
saranno a Reggio per le giornate inaugurali e condurranno una masterclass, il
cui esito sarà presentato sabato 3 maggio (ore 21) al Teatro Valli. Durante
questa serata verrà presentata la mostra/video Community e seguirà un
dibattito con i fotografi di Magnum e François Hebel (Direttore Les
Rencontres d’Arles). Non è tutto: i fotografi Magnum Olivia Arthur, Alex Majoli,
Peter Marlow, Moises Saman, daranno vita ad un informale seminario su un
tema specifico suggerito dall’artista nel corso di un pranzo d’autore che si
svolgerà sabato 3 maggio (ore 12.30-15.30) presso il Caffè Arti e Mestieri e
sarà firmato dallo chef Gianni D’Amato. Novità di questa edizione, Host Books
con la partecipazione della libreria MiCamera e un bookshop d’eccezione
comprendente libri fotografici da tutto il mondo, ultime pubblicazioni, edizioni
rare, ma anche attività dedicate come book signing e presentazioni. Le mostre,
i workshop e i pranzi d'autore dedicati a Magnum Photos e ai suoi autori, ma
anche Host Books e tutte le attività collegate fanno parte del nuovo
programma di HOST, la sezione di Fotografia Europea curata e coordinata da
aBcM. Il programma dettagliato, le informazioni e le modalità di iscrizione
suhttp://www.fotografiaeuropea.it/fe2014/host/.
LE ALTRE MOSTRE
Un evento speciale che impreziosisce la nona edizione del festival è la
mostra Annarella Benemerita Soubrette CCCP Fedeli alla Linea Senz’altro l’abito…. Allestita presso lo Spazio Gerra (e curata dal medesimo
in collaborazione con Annarella Giudici e Rossana Tagliati), l'esibizione
prende spunto da libro fotografico Annarella Benemerita Soubrette CCCP
Fedeli alla Linea, edito da Quodlibet (2014), nel quale si ripercorre l'inedito
cammino punk/emiliano/filosovietico del gruppo musicale dei CCCP attraverso
il ruolo e la presenza della sua anima femminile: Annarella Giudici. La storica
formazione rock di Reggio Emilia e la sua “benemerita soubrette” vengono
raccontate attraverso gli scatti di Vittorio Catti, Roberto Serra, Gianni Ingrosso,
Diego Cuoghi, Toni Contiero e di Luigi Ghirri, che fu autore della copertina
di Epica Etica Etnica Pathos, ultimo album pubblicato dalla band nel 1990.
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La Fototeca della Bibloteca Panizzi in occasione della nona edizione del festival
presenta la mostra collettiva La collezione di Fotografia Europea. Sguardi
contemporanei, che vede una selezione di opere tratte dalla Collezione
Fotografia Europea. Conservata nella Fototeca, la collezione custodisce i
lavori di quasi duecento fotografi che dal 2006 hanno liberamente interpretato
l’argomento individuato dagli organizzatori per ogni edizione. La collezione è
quindi un insieme di opere legate ai temi del paesaggio urbano, della figura
umana e dello sguardo, affrontati con una particolare attenzione alla ricerca e
alla sperimentazione. La mostra, ospitata nella sala espositiva della Biblioteca
Panizzi, è articolata in quattro sezioni: lo sguardo, gli oggetti, il paesaggio
urbano e il paesaggio soggettivo. Raccoglie opere di Luigi Ghirri, Benedetta
Alfieri, Giorgio Barrera, Gabriele Basilico, Jean Baudrillard, Cristina de
Middel, Paola De Pietri, Vittore Fossati, Paolo Gioli, François Halard,
Jitka Hanzlovà, Valery Jouve, Esko Mannikko, Walter Niedermayr,
Bernard Plossu, Martin Parr, Pentti Sammallahti, Ferdinando Scianna,
Klavdij Sluban e Marco Zanta. La mostra e il catalogo sono a cura di Laura
Gasparini, con testi di Elio Grazioli, Francesca Fabiani, Ilaria Campioli, Ilaria
Ghirri e Francesco Zanot. Gli apparati sono di Laura Gasparini, Giulia
Lambertini e Monica Leoni.
Dalla collezione sull’industria della Fondazione MAST di Bologna provengono
invece le immagini della mostra Il lavoro e i lavoratori dopo la guerra del
viennese Erich Lessing, uno dei più attenti testimoni di quella straordinaria
fase di ricostruzione sociale, umana e industriale che furono in Europa i primi
decenni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Gli scatti di Lessing sono il
cuore della mostra sul tema dell'industria curata da Urs Stahel e presentata ai
Chiostri di San Pietro in collaborazione con GD4 PhotoArt.
EVENTI
Nell'ambito delle giornate inaugurali si rinnovano molti altri appuntamenti
ormai consolidati. Anche quest'anno il circuito Off accompagna il festival con
il suo ricco programma alternativo che quest’anno conta complessivamente
255 progetti, mostre e installazioni organizzate nei bar, nei ristoranti, nelle
librerie, nelle gallerie e in altri spazi di Reggio Emilia e provincia. Confermata è
anche l'esperienza di Portfolio Europa – International Portfolio Review, il
progetto di letture portfolio a cura di Gigliola Foschi e in collaborazione con
FIAF Federazione Italiana Associazioni Fotografiche e InSide Professional
Training.
Quest'anno
i
protagonisti
delle
letture
saranno Xavier
Canonne (direttore
del
Musée
de
la
Photographie
di
Charleroi,
Belgio), Deirdre MacKenna (curatore della galleria STILLS – Scotland's
Centre
for
Photography
di
Edimburgo,
Gran
Bretagna), Marc
Prust (responsabile relazioni esterne del Photofestival di Noorderlicht,
Olanda), Margit Zuckriegl (curatrice dell'Austrian Photographic Gallery presso
il Museum der Moderne Rupertinum di Salisburgo, Austria), Fulvio
Merlak (presidente d'onore di FIAF) e Carine Dolek curatrice di Circulation(s)
Festival de la Jeune Photographie européenne di Parigi. L'appuntamento è per
sabato 3 maggio (10-13, 15-18) e domenica 4 maggio (10-13) nel cortile della
Biblioteca Panizzi (le iscrizioni e la presentazione dei propri progetti sono
aperte suwww.fotografiaeuropea.it). I tre portfolio migliori verranno premiati il
pomeriggio di domenica 4 maggio (presidente di giuria la curatrice Laura
Serani) e il programma di Portfolio Europa prevede anche la conferenza
Fotografie in dialogo. A confronto le nuove tendenze artistiche della
fotografia europea (venerdì 2 maggio, ore 21.30) in cui gli esperti stranieri
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invitati a Portfolio Europa presenteranno una selezione di significativi fotografi
contemporanei dei rispettivi paesi – Belgio, Gran Bretagna, Olanda e Austria –
con lavori attinenti al tema dell’edizione 2014 di Fotografia Europea.
Giunge alla terza edizione il progetto Giovane Fotografia Italiana #03,
curato da Daniele De Luigi e nato dalla Collaborazione tra Comune di Reggio
Emilia, GAI Associazione Circuito Giovani Artisti Italiani e Circulation(s) Festival
de la Jeune Photographie Européenne di Parigi. La terza edizione del progetto
prevede la realizzazione di una produzione originale, presentata in anteprima
nell'ambito del Festival durante una serata-evento a base di fotografia e
musica in Piazza San Prospero. Lo spettacolo comprenderà la proiezione delle
immagini dei giovani artisti selezionati. Tra le altre iniziative confermate e in
programma
durante
le
giornate
inaugurali,
non
mancano
i workshop e seminari rivolti
a
fotografi,
grafici,
operatori
della
comunicazione e a tutti coloro che desiderano perfezionare le proprie abilità
nell'approccio fotografico.
IL CATALOGO
Le opere in mostra, i saggi dei curatori e i contributi dei critici e dei
protagonisti della nona edizione di Fotografia Europea sono raccolti nel
catalogo, a cura di Silvana Editoriale.
Letizia Battaglia – Gli invincibili
da [email protected]
Gli invincibili. Un'ampia produzione d'immagini legate a personaggi e
situazioni problematiche secondo il sentire comune. La sua ricerca
fotografica è di un esasperato realismo, ma sempre raccoglie la sfida
della bellezza. da
Comunicato stampa a cura di Francesca Alfano Miglietti
“Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l'assemblea delle stelle. Considero
valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario, la
stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.”
(Erri De Luca)
Oggi è giorno di letizia. Come ogni giorno d'altronde. Oggi è il giorno
in cui una gioia silenziosa appare tra le maglie di una serie di opere
che intessono, scegliendole, infinite esistenze. Storie, miti, simboli e
un'umanità visionaria e incosciente che nel gioco del mondo gioca la
sua parte. Letizia Battaglia sembra ‘spingere dentro’ chi guarda le sue
foto, e una volta dentro ci si accorge che esistono, nelle sue immagini,
molti strati: la narrazione, il linguaggio dei simboli, la denuncia, la
pietà, l’ammirazione, e poi la filosofia. Bisogna saper guardare.
Letizia Battaglia sempre raccoglie la sfida della bellezza e torna
ancora ed ancora con sguardo poetico a rivelare i molteplici paradossi
dell’esistenza. La maestria visiva della fotografa palermitana è
indiscutibile in questa rievocazione che mostra una fotografia
sontuosa che incontra volti e gesti e passioni, le chiavi di volta che
sorreggono l'intera struttura di una visione intensa, di immagini ricche
49
di significato in ogni singolo frammento. Un completo silenzio circonda
queste immagini dense di rimandi e richiami, e di nomi e cognomi,
nomi e cognomi carichi di fatti, eventi, rivolte, storie e
leggende.
In mostra una nuova serie di opere, realizzate tra il 2013 e il 2014,
esposte per la prima volta, Gli Invincibili: Gabriele Basilico, Paolo
Borsellino, Che Guevara, Giovanni Falcone, Sigmund Freud, James
Joyce, Rosa Louise Parks, Pier Paolo Pasolini, Ezra Pound, Luisa
Senzani, Il Crocifisso di Santo Spirito, la Venere di Urbino.
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Scrive Erri De Luca: "Invincibile non è chi sempre vince, ma chi mai si
fasbaragliare dalle sconfitte. Invincibile è chi da nessuna disfatta, da
nessuna batosta si fa togliere la spinta a battersi di nuovo. Chisciotte
che risorge ammaccato dai colpi e dalla polvere è invincibile".
Un’ampia produzione d’immagini, quelle di Letizia Battaglia, legate a
personaggi e situazioni problematiche per il sentire comune, un
allontanarsi da ogni schema omertoso, un modo di vedere la realtà
che ha rappresentato un momento di profondo cambiamento tanto nei
codici linguistici della fotografia, quanto nella percezione comune della
realtà. Soprattutto la sua straordinaria capacità di mostrare quello che
abitualmente si nega. Quello che non si vuol vedere. Certo, se Letizia
Battaglia avesse potuto scegliere, non avrebbe certo scelto di
fotografare morti, sangue, violenza, paura, disperazione. Ma ha scelto
di avvicinare e riprendere la scabrosità d’argomenti che abitualmente
e per anni si sono voluti negare. La ricerca di Letizia Battaglia è di un
esasperato realismo, agli antipodi della falsificazione cosmetica del
reale, riprendendo sistematicamente, e per anni, ciò di cui si ha
paura.
Contro ogni rassicurante e noiosa convenzione borghese Letizia
Battaglia sceglie di schierarsi più scopertamente ed attivamente
contro ogni moralismo. Fotografa colta e raffinata, rivoluziona il modo
di ‘riprendere’ gli accadimenti: composizioni classiche nelle quali le
persone ritratte sembrano avere la consapevolezza di non essere più
persone ma uno strumento d’investigazione. Letizia Battaglia è
interessata a uno scambio d’emozioni fra la fotografia e il pubblico,
tra lei e il pubblico, e nel suo lavoro questo emerge come dato
potente, colpisce proprio la ricerca di un’empatia sentimentale: il suo
stile classico conferisce solennità alle sue immagini, Letizia sembra
saper intercettare gli sguardi carichi di sentimenti, di passioni, di vita.
E poi dopo anni e anni di cronaca, ‘decide’ cosa vedere quando
guarda: “Ho sognato spesso di bruciare i miei negativi della cronaca
degli anni 70, 80 e un po’ dei 90. Per disgusto, forse per
disperazione.
Per annullare dalla mia vista lo schifo che aveva vissuto Palermo. Un
giorno del 2004 mentre stavo guardando con rabbia e tristezza una
grande foto di una madre e tre figli poveri, coricati a letto
perennemente per il freddo e per la fame, mi venne come un guizzo.
Io queste foto, quelle che girano per il mondo, potevo distruggerle.
Cioè potevo farle diventare altro: una vita, un corpo nudo, un sorriso
mescolato alla foto di cronaca. Così dal 2004 sono nate le
Rielaborazioni. Rielaborando le mie foto di cronaca nera in modo
diverso. Ancora oggi le uso come fondali di altre foto, non più
protagoniste.’ Gli Invincibili, invece, sono stati realizzati nel 2013, mai
esposti e visti: Pier Paolo Pasolini, Rosa Parks, Il Crocifisso di Santo
Spirito di Michelangelo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Questi
nomi non necessitano ulteriore spiegazione, parlano da sè.”
Per Letizia Battaglia, a questo punto, etica ed estetica sono tutt’uno,
nelle sue immagini si evidenzia che l’unità di etica ed estetica è in un
modo di vedere il mondo per cui esso non appare come fonte di
51
limitazione. L’etica è un’estensione al mondo, dunque alla vita, della
capacità di conferire significato, l’attenzione è posta sul fatto che la
radice dell’etica è in un certo modo di vedere le cose, in un
atteggiamento verso la vita. Si tratta della prospettiva di un valore
non connesso a come il mondo è e che è evocato dalla meraviglia per
l’esistenza del mondo.
Francesca Alfano Miglietti
Letizia Battaglia
Letizia Battaglia è nata a Palermo, e inizia la sua carriera
di giornalista nel 1969 lavorando per il giornale palermitano L'Ora. Nel
1970 si trasferisce a Milano dove collabora come fotografa con varie
testate. Nel 1974 ritorna a Palermo e crea, con Franco Zecchin,
l'agenzia Informazione fotografica. Ha esposto in Italia, nei Paesi
dell'Est, Francia, Gran Bretagna, America, Brasile, Svizzera, Canada.
Premi:
1985 a New York l’ Eugene Smith Grant;
1986 New York Times Award;
1999 a San Francisco il Mother Johnson Achievement for Life;
2007, in Germania, il Dr. Erich Salomon Preis;
2009, a New York, il Cornell Capa Infinity Award
Pubblicazioni:
Siciliana, Belvedere Electa, 2006;
Passione, Giustizia. Libertà, Federico Motta Editore, 1999;
Dovere di cronaca (con Franco Zecchin), Peliti, 2006.
Letizia Battaglia. Sulle ferite dei suoi sogni, Bruno Mondadori, 2010
Alcune mostre
1986 - Palermo amore amaro, Palermo.
2002 - Fotografie dalla Sicilia, Cantieri Culturali della Zisa, Palermo.
2003 - Sorelle, Passione, giustizia e libertà, Amsterdam, Olanda.
Omaggio a Letizia Metis-nl, Amsterdam, Olanda.
Expo Fotografe Italiane, Hasseblad center, Germania.
2006 - Passione, giustizia e libertà, Torino.
2006 - Siciliana, Galleria Belvedere, Milano,.
Dovere di cronaca, Festival Internazionale di Roma.
2011 - Letizia Battaglia 1974 – 2011, palazzo Chiaramonte, Palermo
pride
2010 -Attraverso le tenebre: Goya, Battaglia, Samorì - Raccolta
Lercaro, Bologna
Galleria d’Arte Paola Meliga
2012 - Letizia Battaglia / Francesca Woodman- Galleria Massimo
Minini, Brescia
2014 - Letizia Battaglia: Breaking The Code of Silence, Open Gallery
Eye, Liverpool
'Invictus', ovvero 'non vinto'. E' questa la forza che Nelson Mandela ha
tratto da questi versi, per sua stessa ammissione fonte di sostegno
52
nei 26 anni di prigionia. E' la consapevolezza di essere 'invitto', mai
sconfitto. Arrestato per tradimento, il futuro premio Nobel in prigione
legge e studia, impara a padroneggiare la lingua afrikaner e fa sue
queste parole:
Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un pozzo che va da un polo all'altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per l'indomabile anima mia.
Nella feroce stretta delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.
Oltre questo luogo d'ira e di lacrime
Si profila il solo Orrore delle ombre,
E ancora la minaccia degli anni
Mi trova e mi troverà senza paura.
Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.
fino al 18 Maggio 2014 al Circolo Marras, via Cola di Rienzo, 8 (cortile
interno) , Milano - Orari: 10-19,Ingresso libero
Wim Wenders, le fotografie
di Alessia Carlino da http://www.insideart.eu/
A Roma, palazzo Incontro, gli scatti del regista tedesco, esplicito il suo amore
per Hopper e Ghirri
«La fotografia rappresenta sempre meno un processo di tipo cognitivo che
offre delle risposte, ma rimane un linguaggio per porre delle domande sul
mondo. E io, con la mia storia, ho percorso esattamente questo itinerario,
relazionandomi continuamente con il mondo esterno, con la convinzione di non
trovare mai una soluzione alle domande, ma con l’intenzione di continuare a
porne. Perché questa mi sembra già una forma di risposta». Luigi Ghirri,
Dimenticare se stessi, 1989.
Non vi è presenza umana nelle fotografie di Wim Wenders, le architetture
urbane si stagliano magniloquenti senza dare forma a una narrazione diretta e
univoca, lo sguardo si intreccia tra le rughe di un edificio, negli anfratti di un
caseggiato, nel silenzio del paesaggio.
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Wenders incontra Ghirri all’inizio della sua carriera cinematografica. Ghirri
incita il regista tedesco a proseguire la sua ricerca visiva, Wenders raccoglie le
parole del fotografo emiliano e continua il suo percorso professionale anche
attraverso i lavori del maestro di Scandiano, quel pensare per immagini che è
divenuto il dogma di una nuova generazione di fotografi. Esiste un senso di
smarrimento negli scatti di Wenders, un’attesa di matrice Beckettiana, dove
l’uomo è sospeso in un interstizio temporale senza soluzione di continuità.
Mosca, Berlino, Tokyo, divengono luoghi immaginifici, contesti anonimi dove
spazi e forme divengono storie e significati. Le immagini, rigorosamente a
colori, fissano un concetto, delimitano lo spazio di uno sguardo, laddove la
frammentarietà della superficie rappresenta la scelta linguistica del fotografo
che lascia allo spettatore il compito di proseguire il racconto, di raccogliere una
testimonianza, di essere il narratore inconsapevole di una storia trascritta a
metà.
Wenders scopre il tessuto urbano anche attraverso i retaggi storico artistici che
ha immagazzinato nel suo percorso formativo, il primo importante influsso
deriva dalla pittura di Hopper, quella volontà di sospendere, di filtrare lo spazio
circostante in attesa di un evento, di un cambiamento che rivoluzioni
l’esistenza ma che inevitabilmente non avrà mai luogo. La sospensione del
tempo scaturisce un processo cognitivo dove svanisce ogni punto di
riferimento, come fosse all’interno di un’opera di Hopper, Wenders dilata lo
scenario, rende inaccessibile le prospettive incomplete dei palazzi, estremizza
la sua ricerca espressiva fino a mettere in discussione l’approccio estetico e
concettuale dell’inquadratura fotografica. «Per me vedere significa sempre
immergersi nel mondo, pensare, invece, prenderne le distanze», nelle parole
del cineasta si percepisce il dogma fondante del suo lavoro, il rapporto elettivo
che ha costruito con la narrazione del paesaggio frutto di una rappresentazione
mai scontata della realtà, che permette di rallentare lo sguardo e di cercare
immagini immerse nel contemporaneo. Urban solitude diviene un monito
esistenziale, uno status intellettivo che innesca il dialogo consegnando allo
54
spettatore un repertorio iconografico del quotidiano dove è possibile costruire
le identità espressive di anonime geografie metropolitane.
Fino al 6 luglio; palazzo
info: www.fandangoincontro.it
Incontro,
via
dei
Prefetti
22,
Roma;
Foto Micaela Lattanzio
55
E non ho trovato l’invasor (spiacente, ragazzi)
di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it
Uno più uno fa tre, e scatta lo sdegno contro gli “inesperti eccellenti”.
Nel giro di un paio di settimaneLa Repubblica ha ospitato unlungo articolo
di Alessandro Baricco su Vivien Maier, la bambinaia fotografa, e un altrettanto
lungo reportage di Roberto Saviano sulla mostra newyorkese delle foto a colori
di Bob Capa.
E i bottoncini rossi delle notifiche hanno cominciato a spuntare frenetici
sulla mia bacheca Facebook, e rimandavano a grida di allarme, alcune garbate
e argomentate, altre più sentenziose e insofferenti.
Tutte comunque più o meno su questa linea: basta con questi outsider che
si permettono di scrivere di fotografia senza saperne nulla, senza avere una
solida cultura fotografica alle spalle, senza maneggiare un linguaggio
appropriato, basta con questi media che danno spazio alle firme famose e non
ai veri esperti.
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Mi è dispiaciuto polemizzare, in privato e in pubblico, con questi critici,
alcuni dei quali sono veri amici, oltre che stimabili esperti di fotografia. Ma non
sono d’accordo neanche con i loro dubbi più garbati. Anche se penso di capire
le motivazioni dell’irritazione di tutti.
Quasi nessuno, per fortuna, metteva in discussione il diritto di chiunque
abbia facile accesso ai media, come i due noti scrittori-giornalisti in questione,
a scrivere dell’argomento che crede. La domanda un po’ più sottile era invece:
queste “incursioni” nel campo del fotografico da parte di scrittori e giornalisti
sono utili o dannose alla cultura fotografica?
È una polemica ricorrente, molto vicina a quella dei “fotologi” contro
l’”interdisciplinarità” degli studi antropologici, sociologici, politologici sulla
fotografia. E ha qualche somiglianza anche con le intemperanze di alcuni
fotografi contro chi scrive di fotografia senza essere lui stesso un fotografo.
È una polemica che a mio parere mette a nudo una debolezza, che è la vera
questione di cui bisognerebbe discutere.
Personalmente non sopporto le privative culturali, i recinti accademici sacri,
i monopoli specialistici, le diffide esoteriche. Anche perché nessuno è stato
ancora in grado di dirmi come si ottiene la patente di esperto fotologo, e chi
siede nella commissione d’esame.
Chi scrive su un giornale generalista scrive per tutti, e tutti possono a loro
volta leggerlo, non leggerlo e magari scrivere cosa pensano di quel che ha
scritto e, se riescono, scrivere qualcosa di meglio: ci guadagnano tutti. Non
conosco altra dialettica culturale.
Il protezionismo sicuramente non è tale. In Francia questo genere di
interazione si esercita ad esempio su una piattaforma di blog coordinati di
studiosi diversi, ma che hanno fatto rete. Da noi?
In un numero recente di Aperture, rivista imprescindibile per chi si occupa di
fotografia, il critico indiano Aveek Sen rileggeL’avventura di un fotografo di
Italo Calvino, un racconto scritto vent’anni prima della Camera chiara di
Barthes e di Sulla fotografia di Sontag, e lo definisce “una parabola molto più
contemporanea dei testi della trinità fotografica Barthes-Sontag-Benjamin”.
Mi domando come reagirebbero tanti, oggi, se Calvino scrivesse di
fotografia sul paginone di Repubblica. Forse trattandolo con irritazione come “il
solito scrittore famoso che viene messo in pagina per vendere qualche copia”,
e che “pensa di avere capito tutto sulla fotografia”.
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Queste reazioni, ripeto e spiego, sono indice di profonda insicurezza e
debolezza. E capisco perché. La fotografia come campo di studio, come oggetto
culturale, in Italia, per quanto non siano mancati studiosi seri e originali, non
ha fondato alcuna vera comunità, neppure fatta di scuole o tendenze
contrapposte, alcun sapere condiviso o conflittuale che sia, ma messo in
comune. Solo isolati, per quanto validi, contributi individuali.
E dove non c’è una “disciplina” non c’è interdisciplinarità, dove non c’è
un side non può neppure esistere un outsider, c’è solo un territorio vago dove
le incursioni dei non addetti ai lavori, invece di essere, come ovunque sono,
preziosi sguardi dall’esterno, sani stimoli e magari provocazioni, vengono
percepiti, da volonterose spaventate sentinelle che si accorgono di dover
presidiare un paese spopolato, come intromissioni pericolosissime, invasioni di
campo, minacce mortali.
Si può certo dire che non tutto quel che si legge sui giornali a proposito della
fotografia ha la profondità e l’intuizione di quello splendido testo di Calvino,
che ci svelò in anticipo più cose sulla bulimia delle immagini in Rete (della cui
futura esistenza lui neppure sospettava) di tutto quello che scrivono, almeno
da noi, gli “esperti”.
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Ma anche quel che si scrive semplicemente per raccontare la fotografia a
lettori non specializzati, semplicemente traducendo in parole il sentire diffuso
su un autore, di un’opera fotografica, insomma interpretando il “pensiero
sociale” sulle fotografie, io credo sia utile. È anche questa una cosa che fanno
gli scrittori, gli “outsider”, e che spesso non riescono a fare gli “esperti”.
Quindi: più che scacciare gli invasori, i custodi del recinto sacro pensino un
po’ a riempirlo meglio, a organizzare reti, scambi, spazi, linguaggi condivisi. I
vuoti, qualcuno li riempie sempre.
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Saviano, Vivian Maier
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Philippe Halsman oltre i cliché. In mostra a Losanna
Musée de l'Elysée, Losanna - fino all'11 maggio 2014. Una mostra dal taglio
scientifico riassume la carriera del grande fotografo. Riunendone le icone, ma
soprattutto esplorandone motivazioni e rapporti col contesto artistico e
culturale.
di Stefano Castelli da http://www.artribune.com/
Philippe Halsman
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Tra i musei europei più importanti nel campo della fotografia, l’Elysée di
Losanna svolge un lavoro di ricerca fondamentale quanto quello espositivo.
Ogni mostra è il frutto di anni di catalogazione, riscoperta e archiviazione di
provini e scatti d’epoca (la collezione conta 100mila pezzi).
E questo approccio scientifico si riflette anche nelle mostre temporanee. Tanto
più quando si tratta di autori di scatti notissimi come Philippe Halsman (Riga,
1906 – New York, 1979), protagonista di una retrospettiva aperta fino all’11
maggio. Nonostante non manchino le icone dell’artista (ad esempio l’immagine
dei corpi nudi che formano un teschio o la serie della Jumpology) la mostra
non riduce la poetica di Halsman a una sequela d’immagini celebri, ma analizza
cronologicamente e tematicamente i passaggi della sua carriera, mostrandone
ragioni profonde e rapporti col contesto.
A partire dagli Anni Trenta a Parigi, segnati da un’adesione al Surrealismo mai
scontata, allo stesso tempo ortodossa ed eccentrica. Con una poetica sempre
raffinatissima, tanto che le sue foto del periodo colpiscono ancora oggi per
sobrietà e freschezza. Per passare poi al periodo in cui definisce il suo stile,
dando vita a una personalissima fusione dei canoni della fotografia soggettiva
con le reminiscenze del Surrealismo.
Philippe Halsman
Il percorso successivo è segnato da incontri con star e artisti – sempre
interpretati con ritratti originali e in parte dissacranti, dalla lunga serie di
copertine per la rivista Life, dai lavori per il cinema, in particolare con
Hitchcock, e dalla serie dei Jump – in cui l’artista inventa un espediente oggi
diffusissimo, quello di riprendere le celebrità nell’atto di saltare. E alcuni degli
scatti più curiosi della mostra sono proprio tra quelli dellaJumpology: non solo
le star ma anche insospettabili come i duchi di Windsor si prestarono al gioco.
La conclusione della mostra, poi, analizza con dovizia di particolari l’intensa
collaborazione di Halsman con Salvador Dalí.
Nel complesso, la carriera di Halsman è una lunga esplorazione della società di
massa, mai puramente celebrativa ma condotta con spirito e ironia. Come a
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voler scovare ciò che di esteticamente valido c’è anche in soggetti abusati e
universali, e proprio per questo estremamente rappresentativi. A patto di
strapparli ai luoghi comuni.
Losanna // fino all’11 maggio 2014, Philippe Halsman – Etonnez-moi!
a cura di Sam Stourdzé e Anne Lacoste- MUSEE DE L’ELYSEE18, avenue de
l’Elysée - [email protected] - www.elysee.ch
Acido Dorado. Mostra di Mona Kuhn a Londra
di Claudia Colia da CultFrame - Arti Visive [email protected]
Da oltre 40 anni la Flowers Gallery di Londra ha contribuito a promuovere le
carriere di artisti come Anish Kapoor, Anthony Gormley e Anthony Caro,
mettendo in scena mostre di fotografia, performance e installazioni
d’avanguardia. Oggi, la galleria opera a livello internazionale, unendo a due
sedi londinesi, uno spazio a New York.
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La Flowers di Shoreditch ospita la mostra di Mona Kuhn, dal titolo Acido
Dorado. Il titolo della serie fotografica dell’artista di origini brasiliane, nota per
aver rielaborato in chiave contemporanea e intimista il nudo d’arte, deriva
dalla struttura modernista realizzata dall’architetto Robert Stone nel deserto
del Joshua Tree National Park. L’edificio è un padiglione minimalista, i cui
ambienti, per la maggior parte rivolti verso l’esterno, tramite ante scorrevoli,
cambiano d’aspetto nel corso della giornata, mimetizzandosi con il paesaggio
oppure risaltando di iridescenze nella luce del deserto.
© Mona Kuhn. AD6046, 2013/14. Chromogenic print, 114 x 152 cm.
La nudità fa parte integrante dell’ambiente in cui si situa e le forme si
dissolvono in esso, ma in questa serie la reinterpretazione del corpo umano
viene approfondita, mediante l’uso di tecniche ed espedienti che propendono
verso l’astratto e il surreale.
La luce e la natura arida e minimalista del deserto, unite ai riflessi delle vetrate
dell’Acido Dorado, creano un gioco di ripetizioni e frammentazioni.
Il corpo è sempre la sede delle emozioni, involucro senza tempo e senza
inibizioni, che in questo lavoro si tramuta in un miraggio, espressione astratta,
pregna di libertà e solitudine.
La meditazione sulla figura umana e l’ambiente che la contiene, si focalizza più
su aspetti cromatici e sensoriali: la ruvidezza della sabbia, la coriaceità delle
sparute piante grasse, la luce dorata che accarezza le forme, i piani
multidimensionali delle strutture moderniste, in cui il corpo si riflette.
La Kuhn ottiene ulteriori effetti mediante interventi personali, come fogli di
carta argentata per rifrangere le luci oppure tagli casuali, che includono la
vegetazione e le ombre delle varie ore del giorno.
I confini tra esterno e interno si fanno labili. Aleggia sempre una sensazione di
disorientamento allucinato, propria del deserto, che con i suoi miraggi, le
rifrazioni, e le ombre allungate, vanifica i profili, immergendo lo spettatore in
un sogno frammentato e senza tempo.
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© Mona Kuhn. AD7272, 2013/2014. Chromogenic print, 152 x 114 cm.
Acido Dorado è forse il lavoro più astratto di Mona Kuhn, e deve le sue qualità
oniriche alla fortuita combinazione di elementi naturali ed artificiali (la luce, la
sabbia, il vetro, gli specchi) nonché alla collaborazione di vecchia data con la
modella olandese, che appare nelle foto. Ispirazione, osservazione, mutuo
rispetto e la capacità di catturare il nudo come astrazione, conferiscono a
questa serie delle qualità accattivanti e misteriose. Elementi naturali ed astratti
finiscono per fondersi in una narrativa inimitabile, dove il nudo è il punto di
partenza per l’esplorazione concettuale della forma umana.
INFORMAZIONI
Mona Kuhn – Acido Dorado - Dal 4 aprile al 10 maggio 2015 - Flowers Gallery / 82
Kingsland Road, Londra / Tel.: +44(0)2079207777 - Orario: martedì – sabato 10.00 –
18.00 / Ingresso libero
LINK : Il sito di Mona Kuhn - Flowers Gallery, Londra
Ugo Mulas. La fotografia
Comunicato stampa da http://www.exibart.com/
A poco più di 40 anni dalla sua morte, Brescia dedica al grande fotografo Ugo
Mulas, nato Pozzolengo nel 1928, un importante tributo, che è anche una
riflessione sul suo imprescindibile lavoro di sintesi, La fotografia (Einaudi
1973).
Promossa da Comune di Brescia e organizzata da Fondazione Brescia Musei,
la mostra che si apre il 16 aprile ( e che rimarrà aperta sino al 15 luglio) nello
splendido complesso del Museo di Santa Giulia, patrimonio Unesco, è il frutto
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di una condivisione di intenti con l’Archivio Ugo Mulas - nelle persone di
Valentina e Melina Mulas - che con la courtesy di Galleria Lia Rumma ha
accolto l’invito della città e del fotografo Renato Corsini a partecipare a
questo progetto.
Ugo Mulas - Jasper Johns, New York, 1967
Fotografie Ugo Mulas © Eredi Ugo Mulas. Tutti i diritti riservati Courtesy Archivio Ugo Mulas,
Milano - Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli
[Vedi la foto
Valore aggiunto di questa occasione bresciana, la curatela critica e attenta di JeanFrançois Chevrier, storico dell’arte e della fotografia, docente all’Ecole nationale
superieure des Beaux-Arts di Parigi, autore di numerose pubblicazioni e curatore di
importanti rassegne.
Il percorso costruito da Chevrier attraverso una ricca selezione di fotografie tra
quelle che lo stesso Mulas aveva scelto di riprodurre nel 1973, mette in relazione i
tre principali filoni in cui si è espressa la sua opera: i reportages sull’arte e sugli
artisti, le indagini documentarie sul contesto urbano e, infine, l’analisi degli elementi
costitutivi del procedimento fotografico.
Le fotografie che si riferiscono al primo ambito evidenziano come Ugo Mulas sia stato
un grande osservatore e interprete delle novità apparse nel mondo dell’arte in Italia
e negli Stati Uniti durante gli anni ’60. Il suo libro sulla “nuova scena artistica
newyorkese” (New York: The New Art Scene, 1967), comprova che un reportage
artistico può essere anche il risultato del lavoro di un critico d’arte. I suoi ritratti di
artisti, spesso intenti nel loro lavoro, e gli interni d’atelier mostrano personaggi e
opere, certo, ma documentano anche atteggiamenti e comportamenti.
Bresciano di nascita ma milanese di adozione, Mulas concepiva la sua attività di
fotografo come un processo di apprendimento - applicato in particolare al territorio
vissuto e al contesto urbano - nel corso del quale ha sempre tenuto legate arte e
conoscenza, sperimentazione ed esperienza.
Questo approccio è riconoscibile in tutto il corpus della sua opera, e in modo quanto
mai evidente nello studio metodico – in cui si combinano immagini e testi – che egli
riservò all’operazione fotografica.
Museo di Santa Giulia - Via Musei, 81/b, 25121 Brescia - fino al 15.07.2014
orario: fino al 15 giugno: da martedì a domenica ore 9.30-17.30 (chiusura
biglietteria ore 16.30) - dal 16 giugno al 15 luglio: da martedì a domenica ore
10.30-19.00 (chiusura biglietteria ore 18.00) Chiuso tutti i lunedì non festivi
(possono variare, verificare sempre via telefono
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La lotta ai ritocchi di Photoshop (ma davvero serve una legge?)
di Maria Luisa Agnese da http://27esimaora.corriere.it/
–>> clicca sulla foto ed entra nella gallery La mania dei ritocchi Photoshop –>>
Una Beyoncé quasi emaciata, riconoscibile solo dai capelli, che gioca a golf
con le celebri gambotte ridotte a due stecchini, ma con l’agognato buchetto fra
le cosce, quel thigh gap tanto inseguito dai codici di magrezza contemporanea:
è l’ultimissima diavoleria firmata Photoshop che ha acceso la Rete e provocato
le urticate proteste dei fan della cantante/attrice.
La famosa matitina che cancella imperfezioni e infelicità psicologico-estetiche è
ormai inarrestabile, corre e modifica le immagini, creando cortocircuiti nel
sistema della comunicazione. E danni irreversibili nelle menti di chi vuole
emulare modelli troppo perfetti. Non resta che fermarla per legge? Se lo sono
chieste due politiche americane (Ileana Ros-Lehtinen, repubblicana, e Lois
Capps, democratica) che ora ci stanno provando con un manifesto bipartisan
che invoca più attenzione e vigilanza, almeno in campo pubblicitario.
Ma non è esagerato pensare di fermare quel mouse fissando un limite
perregolamento? Non sarebbe più ragionevole ipotizzare che il limite possa
scaturire da una regola interna? «Molto meglio la seconda, se ci si riesce»
sostiene il fotografo Bob Krieger, autore di indelebili ritratti della società
italiana e internazionale, avversario del Photoshop al suo apparire, e adesso
pentito della sua iniziale severità: «All’inizio ho reagito male, sfido io, anni di
sudore per cercare di cancellare un brufolo o una rughetta solo con le luci e le
inquadrature. Poi ho capito che quest’arma nuova uccideva il mestiere di
fotografo, ma ti dava grandi possibilità come artista. E ora mi diverto anch’io».
In fin dei conti il Photoshop non è peccato molto più veniale di un lifting, che
cambia i connotati per sempre? Almeno Photoshop non è irreversibile.
Anche se indubitabili, ça va sans dire, sono i danni che il photoshop sta
producendo nel suo dilagare: poco prima del caso Beyoncé c’era stato quello
di Lady Gaga. Alcune sue foto, fatte per la campagna Versace, erano sfuggite
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al controllo interno e pubblicate sul web prima del ritocco. E chissà se
davvero siano sfuggite o se lei stessa, nella sua ansia di creare enfasi
mediatica, non le abbia lasciate scappare.
Ma anche i maschietti ormai cercano di coprire le borse sotto gli occhi e le
incipienti calvizie con ritocchi malandrini: piccole vanità a cui non si
sottraggono neppure i politici e la nobiltà, l’ormai stempiato principeWilliam
d’Inghilterra per esempio è apparso sulla copertina della rivistaHello con
capigliatura rinfoltita e ben composta. E chissà quante tartarughe (quegli
addominali sempre più esibiti) sono frutto, anche loro, di sapienti ritocchini.
Ma in fin dei conti la fotografia è stata sempre tentata dalla deriva estetica, a
meno che fosse documento del dramma, avverte Krieger: «Io stesso ho
visto Avedon che nel suo studio sostituiva le mani a una modella. E quante
lamette di rasoio han levigato, nel passato, le zampe di gallina? E poi mi
chiedo, la schiena perfetta vista da dietro del Violon d’Ingres di Man Rayera
solo dono di madre natura?».
Quella che era nata come nobile arte del ritocco, poi transitata dalle parti della
storia per riscriverne i brani meno edificanti (ricordate i nemici cancellati da
Hitler, Stalin, Mao nelle immagini ufficiali?) ora rischia di ridursi schiava di
quello che ci appare come il nuovo codice unico di bellezza. «E non
pensiamo che sia facile liberarsene tanto facilmente, io sono malato di
estetica… ma sicuri che ormai non lo siamo tutti?».
Tutti immersi nella melassa superpatinata senza possibilità di scampo? Basta
pensare all’imprevisto capitato persino a Lena Dunham, autrice della serie di
culto americana «Girls» e paladina del corpo rappresentato nella sua genuinità,
inciampata anche lei nel Photoshop, per paradosso, sulla copertina di Vogue
america. «Io resto io con il mio corpo irregolare e fuori dai codici, e una rivista
come Vogue resta una fantasia della bellezza di un attimo» si è difesa un po’
imbarazzata Lena. Come dire: per un giorno il sogno non si nega a nessuna. E
il ritocco è meno invasivo, impegnativo e costoso di un lifting. Tanto più che,
se non piace, si può sempre dire: «Domani è un altro giorno».
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Cicche nel posacenere di platino
di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it
Irving Penn, Black and White Vogue Cover (Jean Patchett), New York, 1950. Copyright © by Condé Nast Publications,
Inc. , g.c.
Erano ritratti perfetti e costosissimi, come tutti i suoi. Grandi fotografie
stampate al platino-palladio su carta Rives Arches, la migliore.
Cinque giorni di set, poi quasi un anno in camera oscura per raffinare la
perfezione. Ritratti di chi? Di cicche. Sì, cicche, butts,mozziconi di sigarette
Camel e Chesterfield, cicche raccolte da terra, masticate e sporche, però
messe in posa come modelle di haute couture.
Quando nel 1975 Irving Penn espose al MoMa il suo pattume d’alta classe,
molti si chiesero cosa volesse mai dimostrare, dopo trent’anni di successo sulle
pagine patinate diVogue. Di essere un artista e non solo un grande tecnico, un
artista capace di esercitare il suo stile anche su un posacenere?
Oppure il suo era sarcasmo feroce sulla vuota supponenza del mondo della
moda, dell’eleganza, del glamour? Che era poi il suo stesso mondo, e lo
sarebbe stato per oltre mezzo secolo, quel mondo che ora riecheggia
inResonance, la grande retrospettiva che Palazzo Grassi dedica a Irving Penn,
a cinque anni dalla morte.
Forse le cicche glamour erano solo un piccolo sberleffo alla vita. Neanche il
primo.
Due fratellini dotati, erano i figli dei signori Penn, papà orologiaio e mamma
infermiera di Plainfield, New Jersey. Arthur sarebbe diventato un famoso
regista.
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Irving studiò grafica e design, e trovò lavoro subito, nel 1940, come art
director della pubblicità di Saks, celebre boutique di accessori della moda di
lusso sulla Quinta Strada: mica male come debutto, e tuttavia da lì si licenziò
appena un anno dopo, per andare a dipingere in Messico.
Occhio ai dettagli: l’art-director che gli aveva lasciato quel posto di lavoro
era Alexander Brodovich, che sarebbe poi diventato il dio-in-terra di Harper’s
Bazaar; mentre Penn lo lasciò a sua volta ad Alexander Liberman, che sarebbe
diventato il plenipotenziario diVogue. Curiosa questa staffetta. Un destino
succulento stretto come tra due fette di unsandwich.
Infatti, di ritorno dal suo sabbatico messicano, trovò Liberman già
insediato sulla tolda dell’impero patinato della moda, ben disposto a
ricambiargli il favore assumendolo come progettista e supervisore delle
copertine della rivista.
Penn, tipo taciturno e perfezionista, le trovò di basso livello. “Vi faccio
vedere io come si fa”, prese in mano la fotocamera di persona, e in pochi giorni
realizzò una elegante natura morta di cinture borse e guanti. La prima delle
sue 156 cover. Il battesimo di una carriera.
Pochi anni dopo, in coppia con Richard Avedon, che Liberman intanto aveva
strappato ad Harper’s, era già uno dei dioscuri, invidiatissimi, intoccabili, della
fotografia di moda internazionale. Non si pestarono mai i piedi: erano troppo
simili e troppo diversi.
Irving Penn, Cuzco Children, 1948, Copyright © by Condé Nast Publications, Inc., g.c.
Penn era il divo anti-divo dell’epoca in cui Michelangelo Antonioni celebrava
il mito del fotografo dandy nel suo Blow-Up, genere “scarpe da ginnastica e
niente cravatta”.
Lui era così, ma con in più un rispettosacrale per il bello classico e una
dissimulata conoscenza della storia dell’arte. Di un suo ritratto di gruppo degli
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Hell’s Angels, teppisti motomontati, si disse a ragione che somigliava a un
fregio di centauri di Fidia.
Nel ’44, in servizio come autista di un’ambulanza militare in Italia,
riconobbe Giorgio De Chirico a passeggio per le vie di Roma, e prima ancora di
presentarsi lo abbracciò di slancio, “per me lui era un eroe, io per lui
probabilmente un deficiente”, però il pittore lo prese in simpatia e per un paio
di giorni gli fece da cicerone nella “città aperta”, esperienza incancellabile.
Un rivoluzionario sommesso, ma senza esitazioni: con lui, e dopo di lui, le
fotografie di moda non furono più obbligate a descrivere nei dettagli le pieghe
dei vestiti, né a fornire precise informazioni su borsette e cappellini.
Certe sue copertine, in un contrasto bianco e nero tirato quasi al
tratto, pattern di scacchi e righe, sono sfide alla comprensione dello spazio,
sono pastiche in sile pop. Uomo fedelissimo a se stesso: il tono dei suoi
monocromi è inconfondibile, come una firma. Uomo fedelissimo ai propri
affetti: conobbe la sua futura moglie, la modella e poi artista Lisa
Fossangrives, su un set, nel 1942, e rimase con lei fino alla sua morte,
cinquant’anni dopo.
Con Avedon, prima rivali poi colleghi di testata, fu un curioso rispettosissimo
duello a distanza, “Richard mi terrorizza, è preciso come un sismografo”.
Soprattutto sui ritratti di celebrità.
Avedon sbatteva i suoi soggetti contro un fondale bianco che sospendeva il
loro ego in un vuoto imbarazzante. Penn invece li costringeva letteralmente
nell’angolo: ecco Strawinskij, ecco Duchamp mentre tentano di darsi un
contegno con le spalle incastrate nel cuneo strettissimo fra due pareti bianche
che Penn si era fatto appositamente costruire in studio.
Dietrich, Picasso, Auden, Capote, il medagliere di grandi che non mise a
loro agio davanti al suo obiettivo è infinito.
Ma abbandonò più volte il jet set per fuggire, come da ragazzo, nei paesi
assolati e desolati, Perù, Dahomey, Marocco, Nuova Guinea, a far ritratti di
indigeni, gente comune e bimbi e donne di villaggio, messi in posa davanti al
suo celebre fondale grigio perla, anche quello un suo brand.
Bagni di alterità per dimostrare a se stesso di essere un fotografo e non un
cliché meccanico. Convinto com’era che la fotocamera fosse un difficile
strumento da maneggiare, “a volte uno Stradivari, a volte uno scalpello”.
Tag: Alexander Liberman, Alexej Brodovitch, Arthur Penn, fotografia di moda, Giorgio De
Chirico,Harper's Bazaar, Igor Strawinskij, Irving Penn, Lisa Fossangrives, Marcel Duchamp, Marlene
Dietrich,Michelangelo Antonioni, MoMa, Pablo Picasso, Richard Avedon, Truman Capote, Vogue, W.H.
Auuden
Scritto in moda, ritratto, riviste, Venerati maestri
Ghirri, List e i grandi fotografi tra passato e futuro
di Giulio Mandara da http://www.fotozona.it/Torna per la nona edizione la kermesse
fotografica di Reggio Emilia: tra i protagonisti l'agenzia Mngnum, con le mostre su
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Luigi Ghirri ed Herbert List; e poi i fotografi contemporanei e i giovani, e tanti eventi
nelle giornate inaugurali del 2-4 maggio, compresa una European Portfolio Review
GHIRRI PROTAGONISTA A FOTOGRAFIA EUROPEA 2014 - Il nome di Luigi
Ghirri, uno dei protagonisti della fotografia internazionale del Novecento
(vissuto solo 49 anni, dal 1943 al 1992), è solo quello di punta e di maggior
richiamo tra gli autori delle mostre in programma a Fotografia Europea 2014,
nona edizione della rassegna di mostre ed eventi centrati sulla fotografia
a Reggio Emilia.
Sono confermate le location delle scorse edizioni: Chiostri di San Pietro,
Chiostri di San Domenico, Palazzo Casotti, Galleria Parmeggiani, Spazio Gerra,
Sinagoga, Musei Civici, Biblioteca Panizzi.
La mostra dedicata a Ghirri è una grande retrospettiva dal titolo “Pensare per
immagini” che raccoglie, insieme a 300 scatti, anche materiale d'altro genere,
come menabò, libri, cartoline, copertine di dischi, riviste, a comporre un
ritratto a 360 gradi dell'artista, che fu anche editore e curatore, critico e
collezionista, oltre che fotografo. La mostra sarà aperta nelle giornate
inaugurali di Fotografia Europea 2014, dal 2 al 4 maggio, in cui si concentrano
anche gli eventi correlati per poi proseguire, come le altre, fino al 15 giugno.
Divisa in tre aree tematiche, Icone, Paesaggi e Architetture, la mostra
permette di ripercorrere più agevolmente le fasi della ricerca artistica di Ghirri,
i luoghi e le storie che ha raccontato con le sue foto, spesso nella sua terra
natale e nei dintorni, lungo la via Emilia). La mostra proviene per la maggior
parte dai due principali arichivi dell'opera di Ghirri: negativi e diapositive dalla
Biblioteca Panizzi, da una parte, vintage prints (stampe d'epoca) dalla casa di
Roncocesi. L'autore risulta ancora attuale “per la forza di uno sguardo che
riuscì ad anticipare e affrontare temi cari alla contemporaneità, come il
rapporto con la società dell'immagine o la dialettica tra visione e percezione”,
spiegano i curatori nella presentazione. “Pensare per immagini” aiuta a
recuperare il valore di un'attività unica, in grado di lasciare segni ancora
evidenti e influenti oltre vent'anni dopo la scomparsa dell'artista. Collegata alla
figura di Ghirri nell'ambito di Fotografia Europea 2014 è infine la presentazione
della nuova edizione dei suoi scritti da parte di Francesco Zanot, nell'ambito
degli eventi durante le giornate inaugurali della manifestazione.
Luigi Ghirri, Parigi, 1972, da Fotografie del periodo iniziale (1969-1972) Courtesy Fototeca Biblioteca
Panizzi, Reggio Emilia, Courtesy © Eredi Ghirri
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Luigi Ghirri, Alpe di Siusi, 1979, da Topografia-Iconografia (1980-1981), Courtesy Istituto Nazionale per
la Grafica, Roma
HERBERT LIST E MAGNUM PHOTOS - Tra le altre mostre ospitate da
Fotografia Europea 2014 spicca la retrospettiva su Herbert List curata da
Magnum Photos, storica agenzia fotografica che ebbe tra i fondatori Henri
Cartier-Bresson e Robert Capa, e che è l'ospite d'onore di questa edizione della
rassegna.
Anche qui, come per Luigi Ghirri, lo scopo è “restituire l'intera ricerca
dell'artista tedesco, figura di riferimento per la fotografia metafisica del
Novecento e maestro del sottile gioco tra classico e glamour, tra nostalgia per
un mondo perduto e possibile ritorno del medesimo attraverso l'immagine colta
e curata”.
Tra le sue opere, anche i nudi maschili e i ritratti di italiani celebri dell'epoca,
come l'attrice Anna Magnani o gli artisti Giorgio De Chirico e Giorgio
Morandi, e moltre altre opere ancora, che definiscono uno stile detto
“classicismo visionario”.
I PROTAGONISTI DEGLI SCORSI ANNI E I GIOVANI - E ancora, tra
l'altro, ci sarà una selezione di autori che sono stati protagonisti delle
precedenti edizioni di Fotografia Europea (una selezione di opere tratte dalla
Collezione Fotografia Europea, con le opere di quasi 200 fotografi che hanno
interpretato liberamente il tema scelto per ogni edizione, che sono stati, tra
l'altro, il paesaggio urbano, la figura umana e lo sguardo, riletti secondo una
particolare prospettiva di ricerca e sperimentazione.
E poi, tra le altre, Fotografia Europea 2014 ospita una mostra dedicata ai
giovani fotografi, attraverso il progetto Speciale Diciottoventicinque,
dedicato quest'anno al tema “Ciò che è perduto”, a 150 anni dalla nascita di
Ludovico Ariosto (il cui personaggio Orlando perse il senno).
Un'altra serie di mostre di Fotografia Europea 2014 è accomunata dal tema del
surrealismo, altre due possono andare sotto il titolo comune “fotografia e
visione”.
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Silvia Camporesi, Planasia #7 (Forte Teglia), Isola di Pianosa, 2014, Stampa bn su carta fotografica
archival matte colorata a mano, Courtesy Silvia Camporesi
LE MOSTRE “ALTERNATIVE” E GLI EVENTI INAUGURALI - Ancora, è in
programma come gli scorsi anni un circuito “Off” di Fotografia Europea: una
serie di mostre, installazioni, progetti e incontri in location solitamente non
dedicate alle esposizioni, quali bar, ristoranti, librerie e altri spazi a Reggio
Emilia e in provincia.
Infine ricordiamo, in una manifestazione dal titolo “Vedere - uno sguardo
infinito”, gli eventi che si terranno nelle giornate inaugurali: incontri,
proiezioni, workshop ed esposizioni. La collettiva “No Place like Home”
raccoglie la ricerca svolta da otto fotografi contemporanei su come il territorio
è cambiato, è stato occupato e anche sfruttato a fini urbanistici.
Sarah Moon, Calao Trompette, Paris, août 2013, © Sarah Moon dalla serie "Alchimies"
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Ci sarà anche un pranzo d'autore con alcuni fotografi di Magnum che daranno
vita a un seminario informale su un tema specifico suggerito da Francesco
Zanot, curatore della mostra, presso il Caffé Arti e Mestieri.
In programma nelle giornate inaugurali ci sono anche una lettura di portfolio
da parte di professionisti della fotografia italiani e internazionali (il 3 e il 4
maggio, su prenotazione, alla Biblioteca Panizzi); l'International Portfolio
Review è realizzato in collaborazione con la FIAF (Federazione Italiana
Associazioni Fotografiche), InSide Professional Training, e vedrà tra i lettori
la curatrice della kermesse di Reggio Emilia, Laura Serani.
Da ultimo una conferenza: “Fotografie in dialogo. A confronto le nuove
tendenze artistiche della fotografia europea” (la sera di sabato 3 maggio, ore
21.
O capitale, o umano?
di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it
Sebastião Salgado, Brest, France, 1990 © Sebastião Salgado/Amazonas Images/Contrasto, g.c.
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Eroi o vittime. Automi o creatori. No, non c’è un’immagine univoca dell’uomo al
lavoro, nella storia della fotografia. Ce ne sono molte. Spesso incompatibili.
Perché è qui, quando l’obiettivo del fotografo fruga dentro la fabbrica,
dietro le mura dell’azienda, nei detriti del cantiere, che è più difficile, direi
impossibile fare a meno di un punto di vista, di una posizione ideale, politica,
morale, spesso di un’ideologia.
E alla terza tappa del suo percorsoattraverso la storia dell’immagine
industriale, con l’esposizione Capitale umano, il museodella fotografia
industriale italiana, il Mast di Bologna, affronta ora proprio questo territorio di
contraddizioni e di contrasti.
Quando si occupa solo di edifici, di macchinari, il fotografo può aggirare il
problema corteggiando il mito: la monumentalità degli impianti, l’imponenza
della tecnologia quando è priva di uomini, rendono più semplice mettere in
forma epica e simbolica il cuore produttivo della società. Ma l’uomo, l’uomo al
lavoro non è mai solo una forma.
Cos’è allora? Molte cose. Maestranze. Personale. Dipendenti. Salariati.
Proletari. Risorse. Collaboratori. Ogni parola che puoi scegliere dal vocabolario
ha la sua sfumatura, la sua posizione nel piano cartesiano delle visioni del
mondo.
E c’è anche, appunto, “capitale umano”: scegliendo questa definizione
forse il curatore Urs Stahel ha voluto affrontare di petto il suo implicito
ossimoro: il lavoratore è un fattore materiale del processo di produzione, un
valore quantificabile, monetizzabile; ma è anche carne viva, impagabili sangue
e anima. Bisogna non ignorare il fatto che le due cose raramente nella storia
dell’industrialismo sono state in equilibrio.
Fra le 254 immagini di 41 autori diversi selezionate per questa tappa del
percorso, alcune sono anonime. Sono le fotografie “dall’alto”, le foto
commissionate dai dirigenti aziendali, a volte documentarie, altre volte
paternaliste (le foto di gruppo ottocentesche con le maestranze schierate in file
sovrapposte nel cortile davanti allo stabilimento, con il padrepadrone
all’angolo, pastore soddisfatto del suo gregge così numeroso), altre volte
propagandiste: “Vedrai com’è bello / lavorare con piacere / in una fabbrica di
sogno / tutta luce e libertà” si cantava nel ’68, con sarcasmo, ma c’erano
opuscoli aziendali illustrati che la raffiguravano davvero così. E qualche
imprenditore provò persino a farlo veramente.
Ma sul lavoro umano gettarono sguardi consapevoli anche fotografi-autori
che si presero la responsabilità di quel che raccontavano. Invitati, tollerati o
abusivi, embedded o intrusi, molti sguardi d’autore sono riusciti a superare il
muro della fabbrica, fra i più invalicabili dei tanti che segmentano la società.
Cosa trovarono al di là? Quel che c’era, quel che non si vedeva, a volte quel
che loro stessi volevano vederci.
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Max Alpert , Worker, 1930 © Max Alpert, Courtesy of Nailya Alexander Gallery, New York
Dopo aver denunciato l’ignominia dei lavoratori-bambini nelle cotton mills,
ottanta anni fa Lewis Hine esaltò la danza aerea dei costruttori di grattacieli
sospesi fra le impalcature dell’Empire State Building. Con lui, la figura del
lavoratore-eroe prometeico scavalca le cortine di ferro e mostra i muscoli
anche nel mondo capitalista, non solo nelle coeve fotografie sovietiche.
La selezione di Stahel ci offre la visione di alcuni di questi indagatori
visuali, da Ansel Adams, August Sander e Robert Doisneau fino a Sebastião
Salgado, David Goldblatt, Larry Sultan, Ugo Mulas…
Ognuno si aggancia a un momento diverso all’evoluzione del rapporto fra
l’uomo e i mezzi di produzione. Lavoro come condanna biblica, nella fangosa
miniera di Salgado. Lavoro come liberazione delle energie umane, per Hine.
Lavoro che definisce l’identità e la dignità privata: lo pensava Sander.
Colletti blu, colletti bianchi, il declino del ruolo e del peso di una classe si
riflette visivamente nelle immagini. I ritratti eroicizzanti ripresi da sotto in su di
Max Alpert diventano man mano i racconti solodali presi ad altezza di sguardo
da Tano D’Amico.
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Il passaggio dalla fucina all’ufficio, dalla produzione materiale alle reti
immateriali: ecco infine la cosa più facile da far vedere e più difficile da
spiegare con la fotografia, che non riesce a mostrare le cause, ma solo gli
effetti, delle molte rivoluzioni industriali dall’era paleotecnica a quella del Web.
Ma mostrando chiede a noi di capire cosa, in questi passaggi, è successo
all’uomo dentro la tuta da lavoro.
Tag: August Sander, Bologna, David Goldblatt, fotografia industriale, Larry Sultan, Lewis
Hine, Mast,Max Alpert, Sebastião Salgado, Tano D'Amico, Ugo Mulas, Urs Stahel
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Lytro Illum: è una nuova era per la fotografia?
da http://www.creabiz.it/
Ricordate Lytro? Qualche anno fa sembrava che che con la sua Field Camera stesse per
ribaltare il mondo della fotografia, tanto che il furbissimo Steve Jobs incontrò Ren Ng, il
ceo della piccola azienda, per capire come integrare ai suoi device mobili la fotocamera
che metteva a fuoco le immagini dopo averle scattate. Poi non se ne fece più niente, Jobs
morì e la Lytro sparì dai radar senza rivoluzionare il mondo dellʼimaging: la tecnologia era
forse ancora immatura, la risoluzione troppo bassa (1,2 Mpixel), il formato limitatissimo,
lʼottica troppo ridotta e non girava i video. In ogni caso Apple nel novembre scorso ha
depositato un brevetto per un sistema di refocus molto simile a quello di Lytro, da
implementare sui suoi dispositivi.In realtà gli ingegneri della casa con sede a Mountain
View hanno lavorato duramente per arrivare allʼannuncio di ieri: dal 15 luglio sarà in
vendita la Lytro Illum, ovvero lʼevoluzione della specie, la seconda generazione. Si tratta
di una vera fotocamera, pensata per i professionisti, dal look simile alle dslr e dalla
tecnologia Light Field molto più potente.
La Illum, il cui corpo in magnesio ricorda un poʼ la Samsung Nx30 e la Blackmagic Cinema
Camera, ha un obiettivo in alluminio anodizzato con zoom da 30-250 mm molto veloce
e con apertura fissa di f/2.0lungo tutta lʼescursione. Il sensore, completamente nuovo,
cattura 40 milioni di raggi luce, contro gli 11 del modello precedente; quanto ai megapixel
non è molto chiaro quanti siano, nel senso che la Lytro ragiona in termini diversi dagli altri
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produttori rispetto alla risoluzione. La Illum registra dentro il frame la direzione, il
colore e la brillantezza dei raggi di luce (ovvero lʼintero ʻcampo di luceʼ), immortalando,
come recita il sito, “non solo una sezione della realtà, ma una finestra interattiva sul
mondo”.
Tradotto dal linguaggio pubblicitario, significa che, se scatti unʼimmagine, il potente
processore (un Qualcomm Snapdragon 800, roba da tablet) che lavora nel corpo
macchina non produce un file bidimensionale come siamo abituati a vedere, ma crea
unʼimmagine in cui possiamo muoverci (grazie a un software apposito) modificando
prospettiva, dimensioni e punti di messa a fuoco.
Per ora ci limitiamo a riportare le caratteristiche della Illum, in attesa di metterci le mani
sopra. A prima vista notiamo un corpo semplice e piuttosto massiccio per la presenza
di molti elementi in vetro che devono catturare e correggere il campo di luce (pesa circa
1,5 kg). Pochi i tasti, uno per scattare e uno ʻLytroʼ per modificare la profondità di campo:
in sostanza la camera fa quasi tutto da sé. Manca il mirino, si fa tutto attraverso un display
lcd orientato verso il basso. Si può scattare in modalità marco. Si registra su schede sd,
per poi condividere tutto tramite wi-fi. Uscirà al prezzo di 1599 dollari, con la possibilità di
preordinarla a 100 dollari in meno.
Lʼera della post-fotografia è cominciata?
guarda il video
Rassegna Stampa del Gruppo Fotografico Antenore
www.fotoantenore.org
[email protected]
a cura di G.Millozzi
www.gustavomillozzi.it
[email protected]
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rassegna stampa n.4-2014