• Babbo Natale giustiziato di Claude Lévi-Strauss
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Le festività natalizie del 1951 saranno ricordate in Francia per una polemica
alla quale la stampa e l’opinione pubblica si sono mostrate, sembra, molto
sensibili, e che ha introdotto, nell’abituale atmosfera gioiosa di questo
periodo dell’anno, una nota di asprezza inusitata. Il colmo lo si è raggiunto
il 24 dicembre con una manifestazione di cui il quotidiano France-Soir ha
fornito il seguente resoconto:
DAVANTI ai BAMBINI delle PARROCCHIE
BABBO NATALE E’ STATO GIUSTIZIATO
SUL SAGRATO della CATTEDRALE di DIGIONE
Digione, 24 dicembre
« Ieri pomeriggio Babbo Natale è stato impiccato all’inferriata del duomo di
Digione e arso pubblicamente sul sagrato. La spettacolare esecuzione, che
si è compiuta sotto gli occhi di parecchie centinaia di fanciulli dei patronati,
era stata fissata con il consenso del clero che aveva condannato Babbo
Natale quale usurpatore ed eretico. L’accusa è di aver paganizzato la festa
di Natale dopo essersi insediato come un parassita, occupando sempre
più spazio. Gli si imputa soprattutto d’essersi introdotto in tutte le scuole
pubbliche dalle quali, invece, è stato scrupolosamente bandito il presepe.
Domenica alle tre del pomeriggio l’infelice ometto dalla barba bianca, come
molti altri innocenti, ha pagato una colpa di cui si sono resi responsabili
coloro che applaudivano alla sua esecuzione. Il fuoco ha avvolto la barba
ed egli è svanito col fumo».
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Il giorno dell’esecuzione, non c’è giornale che non commenti l’incidente. La maggior
parte degli articoli hanno una tonalità sentimentale e delicata: Babbo Natale non ha
mai fatto del male a nessuno, i bambini ne ricavano grandi gioie e si appropriano
di delicati ricordi per l’età adulta, ecc. Ma non si tratta di spiegare il motivo per cui
Babbo Natale piaccia tanto ai bambini, bensì quello che ha spinto gli adulti ad
inventarlo. Malgrado il carattere minimo dell’incidente, si tratta di un fatto
importante poiché su questo punto si è verificato un divorzio tra opinione pubblica
e Chiesa. Gli anticlericali della tradizione, del resto, si sono accorti dell’inattesa
circostanza che si presentava: a Digione e altrove si sono improvvisati protettori di
un Babbo Natale minacciato. Babbo Natale, simbolo irreligioso, che paradosso! I
razionalisti che si fanno guardiani della superstizione! Un capovolgimento delle
parti tanto palese, basta a suggerire che il candido episodio copre realtà più
profonde.
Non succede tutti i giorni di trovare un’occasione simile a questa per esaminare,
nella nostra società, lo sviluppo repentino di un rito, e anche di un culto: la Chiesa –
forte di una tradizionale esperienza, in materia – non si è ingannata, almeno
nell’attribuire un valore significativo a quanto accade intorno a Babbo Natale. Del
resto sarebbe troppo semplice spiegare il recente sviluppo delle celebrazioni del
Natale, in Francia, solo per effetto dell’influenza americana. La diversità dei nomi
attribuiti ai personaggi che hanno il compito di distribuire i balocchi ai bambini –
Babbo Natale, San Nicola, Santa Claus - mostra che si tratta di un fenomeno di
convergenza e non di un antico prototipo, conservato dovunque. Ma lo sviluppo
moderno non inventa: si limita a ricomporre frammenti e brandelli di una vecchia
celebrazione che non è mai caduta definitivamente in oblio. La forma americana è
solo la più moderna di queste trasformazioni. In questo contesto, anche l’albero di
Natale si presenta come una soluzione sincretistica poiché concentra in un solo
oggetto esigenze fin qui presentate separatamente: albero magico, fuoco, luce
duratura, verde permanete. Inversamente, Babbo Natale, nella sua forma attuale, è
una creazione moderna.
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Invero non c’è niente di specificamente nuovo in quello che vorremmo chiamare –
senza giochi di parole - la rinascita del Natale. Perché suscita allora tanta emozione e
perché la figura di Babbo Natale ha richiamato su di sé tanta animosità? Babbo
Natale è vestito di scarlatto: è un re. La barba bianca, la pelliccia, gli stivali, la slitta su
cui si muove, evocano l’inverno. Si chiama “Babbo” ed è un vegliardo che incarna
l’aspetto bonario di una remota autorità. Tutto assai chiaro. Ma in quale categoria
collocarlo, dal punto di vista religioso? Non è un essere mitico, poiché non c’è mito
che renda conto dell’origine e delle sue funzioni. Essere soprannaturale e immutabile,
eternamente codificato nella forma e definito da una funzione esclusiva, egli
appartiene, piuttosto alla famiglia delle divinità. L’unica differenza tra Babbo Natale e
una divinità autentica è che gli adulti non credono in lui, benché incoraggino i propri
figli a prestarvi fede e ne alimentino la leggenda con un gran numero di inganni.
Dunque Babbo Natale rivela, innanzi tutto, una diversità di statuto tra i più piccoli da
un lato e gli adolescenti e gli adulti dall’altro. Sono davvero scarsi i gruppi umani in
cui, in una forma o nell’altra, i bambini non siano esclusi dalla comunità degli adulti
attraverso l’ignoranza di alcuni misteri o attraverso a credenza –accuratamente
celata- in qualche fantasticheria che i grandi si riservano di svelare al momento
opportuno, consacrando in questo modo l’aggregazione delle giovani generazioni alla
loro. Ma come non rimanere colpiti dall’analogia tra Babbo Natale e le kachina dei
pellerossa che vivono nel sud-ovest degli Stati Uniti? Questi personaggi travestiti e
mascherati incarnano le divinità e gli antenati; tornano periodicamente a visitare il
villaggio, a danzare, a punire e ricompensare i bambini; sono camuffati con
travestimenti tradizionali per impedire che costoro riconoscano parenti e familiari. E’
però estremamente significativo che le stesse tendenze pedagogiche che
bandiscono il ricorso alle Kachina punitive, oggi esaltino la figura benevola di Babbo
Natale, invece di coinvolgerla nella stessa condanna come effetto dello sviluppo dello
spirito razionalistico e positivo. Babbo Natale non è più “razionale” dell’Uomo nero o
dell’Orco. Su questo punto, la Chiesa ha ragione e noi assistiamo a un trasferimento
mitico, ed è ciò che si tratta di spiegare.
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Da cosa dipende, infatti, che i bambini godano di diritti e che questi si impongano
agli adulti in modo così perentorio da costringerli a elaborare una mitologia e un
rituale costoso e complicato per riuscire a moderarli e limitarli? La tradizione di Babbo
Natale, è evidente, non costituisce un affabile inganno deliberato dagli adulti alle
spalle dei bambini; è, in larga misura, il risultato di una transazione molto onerosa tra
le due generazioni. Nel rituale delle kachina cui si è accennato, i bambini sono
mantenuti all’oscuro sulla natura umana degli individui che impersonano le kachina,
solo perché debbono averne paura e onorarli comportandosi di conseguenza. Questa
è solo la funzione secondaria del rituale; il mito originario, racconta che le kachina
sono anime remote di fanciulli annegati tragicamente all’epoca di una ancestrale
migrazione. Le kachina raffigurano dunque l’esperienza della morte e la
testimonianza della vita dopo la morte. Secondo lo stesso mito, dopo che gli antenati
degli indiani di oggi si erano stabiliti nei loro villaggi, le kachina venivano a visitarli
ogni anno per rapire i fanciulli. Gli indigeni, disperati ottennero che gli spiriti
restassero nell’aldilà con la promessa di raffigurarli ogni anno mediante maschere e
danze. Se i bambini sono esclusi dal mistero delle kachina non è per spaventarli ma
per la ragione opposta: è perché sono loro le kachina. Sono esclusi dalla
rappresentazione perché costituiscono la realtà con la quale la mistificazione fonda
una sorta di compromesso. Il loro posto è altrove: non tra le maschere e con i vivi,
ma con le Divinità e con i morti; con le divinità che sono i morti. I morti sono i
bambini.
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Tutti gli storici delle religioni e gli studiosi del folklore ammettono che origini remote di
Babbo Natale si trovano in figure in cui si riconoscono gli eredi del re dei Saturnali
d’epoca romana. Ora, i Saturnali erano la festa delle larvae ovvero dei morti deceduti
di morte violenta o rimasti privi di sepoltura; così, dietro il vecchio Saturno, divoratore
di fanciulli, si delineano, per quanto possibile, il simpatico Babbo Natale, benefattore
dei fanciulli, il Julebok scandinavo, demone cornuto del mondo sotterraneo,
procacciatore di regali, San Nicola che resuscita i fanciulli e li riempie di doni e, infine,
le Kachina, bambini morti precocemente che rinunciano al ruolo di uccisori per
trasformarsi, a fasi alterne, in dispensatori di castighi e di regali. Aggiungiamo che,
come nel caso delle Kachina, il modello arcaico di Saturno è un dio della
germinazione.
Ma le spiegazioni che ricorrono alla “sopravvivenza” sono sempre incomplete perché
le usanze non spariscono né sopravvivono senza motivo. Analizziamo, piuttosto, il
ruolo dei bambini. Nel Medioevo i bambini non aspettano pazientemente che i loro
giocattoli scendano per il camino. Completamente travestiti e organizzati in bande,
vanno di casa in casa cantando e esternando promesse e ricevono in cambio frutti e
bagattelle. Fatto significativo: per far valere il loro credito, evocano la morte. Ora le
questue dei bambini, come si sa, non si limitano al periodo di Natale, ma si
susseguono da Hallowen a Santa Lucia, periodo critico dell’autunno in cui la notte
minaccia il giorno come i morti assillano i vivi. L’inoltrarsi dell’autunno, dal principio al
solstizio che segna la ricuperata certezza della luce e della vita, s’accompagna, sul
piano del rituale, a un susseguirsi dialettico di tappe: il ritorno dei morti, il loro
atteggiamento minaccioso e persecutorio, la definizione di un modus vivendi coi vivi
mediante lo scambio di favori e doni e, infine, il trionfo della vita, quando a Natale i
morti ricompensano i regali e lasciano in pace i vivi, fino all’autunno seguente.
Siamo ora in grado di rispondere a due domande poste all’inizio. Perché la figura di
Babbo Natale è diventata così popolare, e perché la Chiesa guarda al suo sviluppo
con inquietudine?
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Interroghiamoci sulla tenera cura che riserviamo a Babbo Natale: le precauzioni e i
sacrifici per mantenere intatto il suo credito tra i bambini. Non significa, forse, che al
fondo di noi sia sempre vigile il desiderio di credere, almeno un po’, in una
generosità senza calcoli, in una gentilezza senza tornaconti, in un breve intervallo in
cui siano sospesi ogni timore, ogni invidia e ogni amarezza? Certo, noi adulti non
possiamo più condividere per intero quella illusione, ma essa giustifica il nostro sforzo
perché, mantenerla viva negli altri –i piccoli- ci procura per lo meno la possibilità di
riscaldarci alla fiamma accesa in queste giovani anime. La fiducia, dietro cui
preserviamo i nostri piccoli, che i doni vengano dall’al di là, ci fornisce un alibi per
l’impulso segreto che spinge a offrirli noi all’al-di-là, nella forma di regali donati ai
bambini.
In questo modo, i doni di Natale restano un sacrificio sincero offerto alla dolcezza del
vivere, che consiste in primo luogo nel non morire.
La grande differenza tra religioni antiche e moderne sta nel fatto che i pagani
pregano i morti, mentre i cristiani pregano per i morti. Senza dubbio c’è molta
differenza tra una preghiera rivolta ai defunti e quel misto di fervore e cospirazione
che, di anno in anno, rivolgiamo ai nostri piccini -personificazione classica dei morti affinché, con la loro fiducia in Babbo Natale, ci aiutino a credere alla vita.
Ma in questo modo, abbiamo dipanato il filo che assicura la coerenza tra due
manifestazioni di una stessa realtà. Di certo la Chiesa non sbaglia quando, nella
credenza in Babbo Natale, denuncia il bastione più solido e uno dei più attivi focolai
di paganesimo dell’umanità moderna. Resta da sapere se, invece, non competa
all’uomo moderno il diritto di restare pagano.
Le Père Noël supplicié è apparso nel 1952 sulla rivista Les Tempes Modernes.
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Le Pére Noel supliciée