ORGANISMO UNITARIO DELL’AVVOCATURA ITALIANA
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Rassegna
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1 agosto 2013
Responsabile: Claudio Rao (tel. 06/32.21.805 – email: [email protected])
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ORGANISMO UNITARIO DELL’AVVOCATURA ITALIANA
SOMMARIO
Pag. 3 DECRETO DEL FARE: Emendamento Buemi rinvia il taglio dei tribunali (Guida al Diritto)
Pag. 4 PARLAMENTO: Ingorgo parlamentare: è slalom tra decreti, ddl, ostruzionismo grillino e
fiducie (Europa)
Pag. 5 PARLAMENTO: Sprint finale a Montecitorio. Anche la diffamazione al voto
(Il Fatto Quotidiano)
Pag. 6 GEOGRAFIA GIUDIZIARIA: Tribunale, intesa sull’ex ospedale ma gli avvocati non ci
stanno (Il Mattino – Avellino)
Pag. 7 GEOGRAFIA GIUDIZIARIA: Tribunale, ditta di Cura finirà i lavori (La Provincia Pavese)
Pag. 8 GEOGRAFIA GIUDIZIARIA: Tribunale soffocato dalla carta L’anagrafe di Como va a
Pavia (Il Giorno)
Pag. 9 GEOGRAFIA GIUDIZIARIA: Il consiglio approva la proposta del consigliere barlettano
Mennea (Barletta Life)
Pag.10 AVVOCATI: Bruni: «Cancellieri si dimetta, offende chi tutela i cittadini» (Il Tempo)
Pag.12 AVVOCATI: Avvocati, la lobby è più forte di ogni legge
di Stefano Feltri (Il Fatto Quotidiano)
Pag.13 PROFESSIONI: I professionisti tornano al centro del Parlamento
di Gaetano Stella - Presidente Confprofessioni (Mondoprofessionisti)
Pag.14 CARCERI: Decreto svuota carceri 2013, testo modificato, scoppia la bufera
(News Supermoney)
Pag.15 CARCERI: Carceri, penalisti: politica sempre più debole e contraddittoria (Agv News)
Pag.16 REFERENDUM GIUSTIZIA: Referendum radicali: a Lecce la raccolta firme per una "Giustizia giusta"
(Lecce Prima)
Pag.17 DECRETO LAVORO: Casse, il risparmio va in welfare (Italia Oggi)
Pag.18 DECRETO LAVORO: Le Casse investiranno in welfare i risparmi da «spending»
(Il Sole 24 Ore)
Pag.19 DECRETO LAVORO: Tutte le srl potranno nascere con 1 euro (Italia Oggi)
Pag.20 FISCO: Redditometro, il Fisco utilizzerà soltanto dati certi (Il Corriere della Sera)
Pag.22 FISCO: Meno liti, boom di ricorsi per le addizionali (Il Corriere della Sera)
Pag.23 FISCO: Contenziosi, battuta d’arresto (Italia Oggi)
Pag.24 FISCO: Il nuovo redditometro vale dal 2009 (Il Sole 24 Ore)
Pag.25 FISCO: Tra Fisco e contribuenti contenzioso da 40 miliardi (Il Sole 24 Ore)
Pag.26 FISCO: Le verifiche «pesano» le spese (Il Sole 24 Ore)
Pag.28 FISCO: Nel contraddittorio la giustificazione sugli esborsi effettivi (Il Sole 24 Ore)
Pag.30 FISCO: Monitoraggio fiscale, sanzioni messe a dieta (Italia Oggi)
Pag.31 FISCO: Arriva il taglio alle sanzioni per RW (Il Sole 24 Ore)
Pag.32 L’INTERVENTO: E se lasciassimo in pace le Province?
di Giuseppe De Rita (Il Corriere della Sera)
Pag.33 CONDOMINIO: Attenzione alla delibera per sapere chi paga (Il Sole 24 Ore)
Pag.35 CASSAZIONE: Cautele sull'abuso penale (Italia Oggi)
Pag.36 CASSAZIONE: Accertamenti illegittimi alla moglie (Italia Oggi)
Pag.37 CASSAZIONE: L'abuso del diritto non è sempre reato (Il Sole 24 Ore)
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GUIDA AL DIRITTO
Dl Fare: Emendamento Buemi rinvia il taglio dei tribunali
Il provvedimento che rinvia di un anno l'entrata in vigore della riforma della Geografia Giudiziaria,
approvato dalla commissione Giustizia del Senato all'unanimità, non è stato messo nel calendario
dei lavori dell'Aula prima dell'estate, facendo gridare allo scandalo molti senatori della maggioranza
che temono che il testo diventi operativo già ai primi di settembre. Ma ora 'corre ai ripari’ il
senatore del Psi Enrico Buemi che presenta al decreto del Fare un emendamento che riproduce il
testo 'dimenticato’. Con la nuova proposta di modifica di Buemi si chiede cioè che la riforma voluta
dall'ex Guardasigilli Paola Severino e che prevede il taglio di molti Tribunali e uffici giudiziari,
slitti di un anno
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EUROPA
Ingorgo parlamentare: è slalom tra decreti, ddl, ostruzionismo grillino e fiducie
Entro il 9 agosto, ultimo giorno di attività parlamentare prima della pausa estiva, camera e senato dovranno
convertire molti decreti – tra cui dl fare, lavoro, salva-Ilva, Ecobonus – ma anche affrontare l'esame e il
voto di alcuni decreti a cominciare da quello sul finanziamento pubblico dei partiti. Il tutto mentre sale la
tensione nella maggioranza sull'Imu e c'è attesa per la sentenza della Cassazione su Berlusconi
Finale al fotofinish per la conclusione dell’attività parlamentare prima della pausa estiva. Con
camera e senato impegnate in audaci incroci di scambi di decreti e con il governo in ansia per
portare a casa il primo via libera sul finanziamento pubblico ai partiti dopo aver accettato di
posticipare il voto sul ddl riforme. E su tutto la spada di Damocle dell’attesa ansiogena per il
giudizio della Cassazione sul caso Berlusconi-Mediaset.
I prossimi nove giorni (7 al netto del week end) vedranno il parlamento lavorare a pieno regime in
vista della pausa estiva. Ed è già bufera sul decreto del fare che, approvato dalla camera, ora in
senato ha registrato 998 emendamenti nelle commissioni dove è al vaglio (Bilancio e Affari
Costituzionali). L’obiettivo dovrebbe essere quello di chiudere l’esame in commisisone entro la
settimana per consentire l’approdo in aula lunedì così da garantire un terzo passaggio alla camera
visto che governo e partiti hanno promesso a palazzo Madama numerose modifiche. A cominciare
dal Durt (documento unico di responsabilità tributaria) partorito dalle file grilline alla camera, salvo
dissociazioni postume dello staff di Grillo, con governo e maggioranza che, su impulso delle
imprese, hanno annunciato di voler eliminare. E che il parlamento stia lavorando sodo con
l’obiettivo di andare poi in ferie lo testimonia il fatto che ieri l’aula del senato ha approvato prima il
decreto lavoro e poi ha iniziato l’esame del salva-Ilva, misurandosi con un rispolverato
ostruzionismo grillino, mentre l’aula della camera ha votato il sì definitivo alla legge comunitaria.
Se il calendario dei lavori parlamentari prevede ormai lo stop per il 9 agosto con la ripresa ai primi
di settembre, quando il governo dovrà fare i conti con dossier scottanti come Imu, Iva e legge di
stabilità 2014 (che si preannuncia come una vera e propria finanziaria) oltre che con un vasto piano
privatizzazioni, ecco che gli scogli più duri in questi primi giorni di agosto rischiano di essere, oltre
al decreto del fare, anche l’ecobonus che ha ora appena 4 giorni di tempo per essere convertito in
legge dal senato in terza lettura.
E se il governo su molti decreti è pronto a mettere la fiducia in presenza di un allungamento dei
tempi, ieri le commissioni trasporti di camera e senato hanno dato il via libera ai nominativi indicati
dal governo per l’Authority (Camanzi, Marinali, Valducci).
Discorso a parte è quello dei disegni di legge, su cui la però la partita che si gioca è tanto delicata
quanto politica. Rinviato a settembre il ddl sulle riforme, il 6 agosto l’aula della camera dovrebbe
esaminare il finanziamento pubblico ai partiti per il primo voto, mentre resta al palo il
provvedimento contro l’omofobia che nonostante sia atteso sempre nell’aula di Montecitorio è di
fatto in alto mare. Così come il voto di scambio politica-mafia in senato o la legge sulla
diffamazione a mezzo stampa.
Se a questo si aggiunge che sull’Imu è attesa l’intesa prima della pausa estiva tanto che a giorni ci
sarà la cabina di regia si comprende come la strada che conduce a ferragosto è impervia tanto per il
governo che per il Parlamento.
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IL FATTO QUOTIDIANO
Sprint finale a Montecitorio
Anche la diffamazione al voto
Svuota carceri, e omofobia, ma anche diffamazione (il testo che impone regole più
severe ai giornali, ma toglie il carcere ai giornalisti) e (sulla carta) anche
finanziamento ai partiti: nello sprint finale i provvedimenti che dovrebbero essere
votati a Montecitorio prima della pausa estiva.
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IL MATTINO – Avellino
Tribunale, intesa sull'ex ospedale ma gli avvocati non ci stanno
AVELLINO - L’accordo trovato tra l’Azienda ospedaliera «Moscati» e l’amministrazione
comunale per il trasferimento del Tribunale nella struttura di viale Italia non tranquillizza gli
avvocati.
Il sindaco Paolo Foti ha presentato una richiesta ufficiale al direttore della Città ospedaliera Giuseppe Rosato
per la locazione di alcuni locali del vecchio «Moscati». Si tratta di quelli di più recente costruzione che
affacciano su via Colombo, già visionati e considerati funzionali da Piazza del Popolo a soddisfare le
esigenze del Tribunale. «Ho risposto subito al sindaco Paolo Foti comunicandogli la mia disponibilità. –
spiega nel dettaglio il direttore generale Rosato – Pregiudizialmente non sono contrario a questa soluzione
anche perché è mia intenzione mettere a reddito la struttura di viale Italia. Tuttavia, pur essendo nell’elenco
del patrimonio dell’Azienda ospedaliera, la locazione anche di parte della struttura dell’ex ospedale civile
dovrà essere autorizzata dalla Regione Campania».
I passaggi successivi alla richiesta da parte di Rosato pertanto, spetteranno agli uffici di Palazzo Santa Lucia
che prima di tutto, qualora accettasse la proprosta, dovrebbe cambiare innanzitutto la destinazione d’uso
della struttura e contestualmente dividere i locali di viale Italia in modo da poterne destinare una parte per gli
interventi e gli adeguamenti di edilizia giudiziari. Poi, però, bisognerà trovare una soluzione anche di
carattere prettamente economico. La Regione, infatti, ha inserito il vecchio ospedale «Moscati» nel monte
economico per il pagamento di debiti pregressi. «Alla luce di tutte queste valutazioni proveremo comunque a
percorrere la strada della locazione. – spiega Rosato – La relazione sulla proposta Foti al massimo entro
lunedì sarà sul tavolo del governatore Stefano Caldoro. La Regione si è sempre opposta alla vendita della
struttura nonostante sono siano mai mancate le offerte. Ma la strada della locazione potrebbe essere meno
accidentata e potrebbe intercettare il parere favorevole del presidente della giunta regionale».
I tempi non si prospettano brevi. Intanto, incassato il parere favorevole del manager di Contrada Amoretta e
in attesa dell’autorizzazione da Palazzo Santa Lucia, il sindaco Foti dovrà affrontare i malumori che da mesi
albergano nei corridoi di Piazza d’Armi.
«Quella di Palazzo De Peruta sarà soltanto una soluzione temporanea», ripete Foti, ma questo non basta a
rasserenare gli animi degli avvocati irpini che dopo un consiglio dell’Ordine straordinario andato in scena nel
pomeriggio di ieri proclamano «lo stato di agitazione dell’intera classe forense, sollecitando i destinatari
della presente ad adottare tutti gli opportuni provvedimenti necessari ed urgenti a far fronte al grave stato di
disagio denunziato riservandosi di adottare – in mancanza di concrete iniziative di riscontro alla presente –
ogni e più incisiva forma di protesta».
Gli avvocati contestano al sindaco Foti di non aver avanzato alcuna nuova proposta per la risoluzione dei
disagi che da mesi la categoria manifesta. «È troppo tempo che cerchiamo una soluzione e gli ufficiali
giudiziari non sono disposti a tollerare questa situazione in eterno. – afferma il presidente dell’Ordine, Fabio
Benigni – Parlare di cittadelle giudiziarie in un periodo storico come questo in cui non ci sono le risorse
necessarie mi sembra fuori luogo. L’iter per ottenere i locali del ”Moscati”, poi, sarà di sicuro lunghissimo. Il
sindaco non ci ha presentato alcuna novità, né tempi certi per la soluzione della questione De Peruta.
Avevamo avanzato anche delle proposte per utilizzare strutture cittadine come l’ex Distretto senza avere mai
risposta. Adesso chiediamo chiarezza, garanzie e tempi certi. Così non si può più andare avanti».
Gli avvocati e gli ufficiali giudiziari si incontreranno oggi alle 11 a Palazzo De Peruta per confrontarsi su
ulteriori soluzioni da presentare ufficialmente all’amministrazione comunale. Gerardo De Fabrizio
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LA PROVINCIA PAVESE
Tribunale, ditta di Cura finirà i lavori
L’azienda Farina si aggiudica appalto per consegnare 41 uffici giudiziari di piazza Garavaglia
PAVIA. Ancora alcuni infissi da montare e gli impianti elettrici e dell’acqua da finire. Poi la nuova
ala degli uffici giudiziari in piazzetta Garavaglia, dove sarà trasferita buona parte del personale
dopo l’accorpamento a Pavia dei tribunali di Voghera e Vigevano, potrà dirsi pronta. Sui tempi,
però, restano parecchi interrogativi. «Noi stiamo lavorando per consegnare i lavori nel tempo più
breve possibile, ma non dipende solo da noi – spiegano gli operai che da qualche giorno sono
ritornati al cantiere –. Dipende anche dagli idraulici, dagli elettricisti».
Gli operai non sono più però quelli della Guerrini, la società che si era aggiudicata l’appalto del
nuovo tribunale e che da marzo è in liquidazione. L’ultimazione dei lavori è stata affidata a una
ditta pavese, la Aurelio Farina di Cura Carpignano. Questa nuova ditta ha il compito di terminare i
lavori di muratura della parte che ospiterà gli uffici giudiziari, visibile dalla piazza. In questa
porzione di edificio ci sono 41 stanze e gli archivi al piano interrato. E’ ancora uno scheletro,
invece, la parte, più interna, che dovrà ospitare le aule giudiziarie. Per questa seconda tranche di
lavori sono stati stanziati 5 milioni di euro, ma i lavori non sono stati ancora appaltati. E nemmeno
si discute, ancora, della possibilità di ristrutturare il vecchio e attuale edificio di corso Cavour, come
era previsto inizialmente. I soldi, a quanto pare, non bastano.
La priorità, in questo momento, è riuscire a consegnare almeno la parte degli uffici, per consentire il
trasloco del personale di Voghera e Vigevano in tempi brevi in vista dell’accorpamento, che è stato
ribadito di recente dalla Corte costituzionale. Per sistemare i circa 250 dipendenti in arrivo da
Voghera e Vigevano, tra cancellieri, personale dell’ufficio e magistrati, oltre all’edificio di piazza
Garavaglia si sta discutendo anche dei locali di via Porta, attualmente occupati dai giudici di pace, e
della palazzina di corso Garibaldi, che ospitava servizi dell'Asl e del Comune e che il sindaco di
Pavia Alessandro Cattaneo ha messo a disposizione della nuova organizzazione della giustizia in
città. L’edificio, però, deve essere ristrutturato (servirebbero due milioni di euro) e adattato a
ospitare un tribunale. L’ipotesi più probabile è che in corso Cavour restino tutte le attività legate
alla giustizia penale, mentre in via Porta potrebbero trovare spazio i giudici civili. Ancora da
definire, invece, la destinazione finale di corso Garibaldi.
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IL GIORNO
Tribunale soffocato dalla carta L’anagrafe di Como va a Pavia
Corsa contro il tempo per accogliere i fascicoli
Per ospitare una sola sezione, l’anagrafe dello stato civile dal 1930 al 2000 di Como, sono stati
impegnai otto chilometri e mezzo di scaffalature in un archivio a Morimondo, in provincia di Pavia.
È solo il dettaglio finale del lavoro di riordinamento dell’archivio del Tribunale di Como
Como, 1 agosto 2013 - Per ospitare una sola sezione, l’anagrafe dello stato civile dal 1930 al 2000
di Como, sono stati impegnai otto chilometri e mezzo di scaffalature in un archivio a Morimondo,
in provincia di Pavia. È solo il dettaglio finale del lavoro di riordinamento dell’archivio del
Tribunale di Como, che sta impiegando dodici dipendenti in mobilità, ricollocati su questo progetto,
e coordinati dal direttore dell’Archivio di Stato di Como, Lucia Ronchetti.
Nel piano interrato di palazzo di giustizia, che occupa l’intera aerea dell’edificio, detratti pochi
metri per le camere di sicurezza, si sta procedendo a creare nuovi spazi per accogliere i fascicoli
penali e civili che da settembre confluiranno a Como, in virtù dell’accorpamento delle sezioni
distaccate dei tribunali. Tuttavia il lavoro svolto finora è più che corposo: si parla di riordinare,
inventariare e imballare, aggregati per Comune e in successione cronologica, cinquemila faldoni di
allegati di stato civile, a cui si aggiungono duemila scatole di registi.
Raccolte il cui singolo peso, oscilla tra i quattro e i venti chili. I trasporti verso Morimondo sono
stati quasi del tutto completati, utilizzando un camion che ha lavorato quattro giornate, e che porterà
a termine il trasloco entro agosto. Rimane da ultimare lo sgombero del terzo deposito, dove sono
conservati gli atti dal 1866 al 1929. Dopo il 2000, lo stato civile è stato preso in carico dalla
Prefettura, ma questo passaggio non è bastato a contenere le tonnellate di carta che ogni anno si
stratificano nell’archivio del Tribunale: solo a quarant’anni dal termine dei processi, il Penale viene
trasferito all’Archivio di Stato, il Civile mandato al macero. Ora, oltre alla naturale produzione del
Tribunale Comasco, si aggiungerà quella prima dislocata in ben tre altre sedi, ora soppresse. Paola
Pioppi
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BARLETTA LIFE
Sì all'odg a difesa del tribunale di Barletta
Il consiglio approva la proposta del consigliere barlettano Mennea
Promessa di «salvaguardare la permanenza a Barletta della sezione distaccata del tribunale»
Il consigliere regionale del Partito democratico, Ruggiero Mennea, con un Ordine del giorno
presentato ieri in Consiglio, "impegna il Governo regionale ad assumere ogni iniziativa utile a
salvaguardare la permanenza a Barletta della sezione distaccata del tribunale, partendo dal
presupposto che la soppressione di qualsivoglia presidio giudiziario nella città di Barletta, andrebbe
in contrasto con la tanto declamata efficienza ed efficacia dell'azione pubblica, appesantendo
notevolmente i disagi e i tempi di attuazione dei diritti dei cittadini". Nell'Ordine del giorno,
Mennea ricorda la normativa nazionale che rivede la distribuzione giudiziaria e che prevede, tra
l'altro, la soppressione delle sedi distaccate dei tribunali. ''Un provvedimento - sottolinea il
consigliere - che deriva dalla spending review ma che invece di ridurre i costi a carico dei cittadini
causerebbe, nel caso di Barletta, la chiusura di un presidio giudiziario che funziona, con una spesa a
carico dello Stato tra 800.000 e un milione di euro, per consentire l'accorpamento della sezione
distaccata di Barletta al tribunale di Trani. Una decisione che provocherebbe, tra l'altro, anche
notevoli disagi ai cittadini''.
Il consigliere riporta inoltre una sentenza della Consulta che riconosce illegittima la soppressione
del tribunale di Urbino, in quanto capoluogo di provincia. Un caso analogo a quello di Barletta, cocapoluogo della Bat con Andria e Trani, dal momento che la soppressione della sezione distaccata
lascerebbe la città del tutto priva di un presidio giudiziario. "Inoltre - rileva Mennea - la sezione
distaccata di Barletta non potrebbe neanche godere della proroga quinquennale assegnata a molte
altre sezioni distaccate, tra cui Andria, Molfetta e Ruvo di Puglia, a causa del mancato
finanziamento di fondi statali nella realizzazione della sua struttura giudiziaria".
Per Mennea, infine, "la mancata proroga del funzionamento della sezione distaccata di Barletta
sarebbe assolutamente irragionevole per almeno quattro ordini di motivi: per il carico di lavoro che
grava sulla sezione distaccata di Barletta, sia nell'area civile che in quella penale, di gran lunga il
più ampio di tutto il circondario di Trani; per l'adeguatezza della struttura giudiziaria adibita ad
ufficio giudiziario, assolutamente senza pari rispetto a tutte le altre strutture esistenti nel circondario
del tribunale di Trani; per l'assurdo sperpero di denaro pubblico, essendo necessario reperire presso
la città di Trani un'altra struttura per l'accorpamento della sezione distaccata di Barletta, struttura
che sarà sicuramente meno adeguata, data l'inesistenza di immobili edificati con la specifica
destinazione a ufficio giudiziario; per l'immorale sperpero di denaro pubblico, dato che la
previsione di spesa a carico dello Stato per consentire l'accorpamento della sezione distaccata di
Barletta al tribunale di Trani, sarebbe stimabile in circa 800.000 – 1.000.000 di euro, mentre con il
mantenimento della struttura giudiziaria di Barletta non sarebbe necessario pagare un canone di
locazione, né spese di manutenzione, dato l'impegno dell'amministrazione comunale di Barletta a
farsene carico".
Il consiglio regionale ha infine, in conclusione di seduta, approvato all'unanimità un ordine del
giorno con il quale impegna il governo regionale ad "assumere ogni iniziativa atta a salvaguardare
la permanenza a Barletta della sezione distaccata del Tribunale.
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IL TEMPO
Bruni: «Cancellieri si dimetta, offende chi tutela i cittadini»
Gli avvocati? «Li vado ad incontrare, così ce li togliamo dai piedi». Questa frase pronunciata off
the record dal Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, all'inizio di...
Gli avvocati? «Li vado ad incontrare, così ce li togliamo dai piedi». Questa frase pronunciata off the
record dal Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, all'inizio di luglio, ha fatto sì che per «la
prima volta i cittadini italiani si siano posti una domanda: ma allora gli avvocati non sono ben visti
dalla politica. Io ringrazio il ministro personalmente perché abbiamo l'occasione di rispondere». A
dirlo è Fabrizio Bruni, avvocato, presidente dell'Associazione degli Avvocati Romani e Consigliere
dell'Ordine degli Avvocati di Roma che in questa intervista spiega perché la Cancellieri dovrebbe
dimettersi e perché i legislatori, da tempo, mirano ad indebolire e precarizzare una professione. A
scapito - dice - dei cittadini. «Tengo convegni dal 2011 dove spiego quale ritengo sia la manovra, e
da chi provenga, per deprimere le professioni ed in particolare la nostra. Sono interessi economici:
Confindustria, "poteri forti" - tra virgolette - hanno interesse a modificare la professione
dell'avvocato. Gli strumenti sono diversi, prima di tutto l'aumento dei costi della giustizia. La tariffe
professionali sono state eliminate e siamo alla mercé dei nostri clienti potenti perché dobbiamo
contrattare anche con loro e subire le loro imposizioni. Prima c'era un riferimento preciso: faccio
questo, mi devi tot. Un tariffario minimo. Non c'è più. E non si dica che questa eliminazione delle
tariffe va a vantaggio del cittadino perché non ottiene alcun vantaggio dalla libera determinazione
delle tariffe».
Quindi? «I grandi clienti (banche, assicurazioni) impongono convenzioni agli Avvocati, un tanto
"al chilo", con riduzioni che rendono impossibile lavorare dignitosamente mantenendo uno studio.
Prendere o lasciare».
Disincentivare il ricorso alle cause non è un modo per decongestionare il sistema? «Sì, ma le
misure che hanno intrapreso non servono a deflazionare il contenzioso ma a fare cassa per lo Stato.
Chi accede alla giustizia adesso paga 4-5 volte di più di due anni fa. Alzare i costi della giustizia in
modo esponenziale, ha due obiettivi. Il principale è fare cassa, non deflazionare il processo. Se
guardiamo ad esempio il processo del lavoro, il rito Fornero spezzetta il processo in due parti, per
incassare due contributi unificati».
Perché il doppio contributo penalizzerebbe i cittadini? «Con la legge precedente si faceva un
solo processo, licenziamento illegittimo, differenze retributive, etc. Adesso bisogna fare due
processi, uno per impugnare il licenziamento e l'altro per il resto. Altro esempio. Di rapporto tra
cittadino e Stato. Le opposizioni alle sanzioni amministrative furono pensate dal legislatore per
consentire ai cittadini di ricorrere contro una presunta ingiustizia subita dall'Amministrazione. Se
fare l'opposizione costa più di quanto devi pagare per la multa è chiaro che paghi e non ricorri. La
Confindustria ha scritto una elegia di questa cosa».
Ritorna Confindustria? «Il grande potere industriale sembrerebbe l'ispiratore di queste riforme (si
veda la relazione del Centro Studi di Confindustria del luglio 2011)».
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Che interessi avrebbe? «Si abbattono i costi per le imprese. Confindustria si appoggia ai grandi
studi legali. E i grandi studi legali diventano collaboratori delle grandi imprese; quasi tutti gli altri
avvocati subiscono gravi perdite di attività e i cittadini non fanno più causa rinunciando ai loro
diritti per il costo eccessivo della giustizia dello Stato».
Settore tributario. Se un cittadino subisce un accertamento fiscale deve solo pregare? «Nel
tributario si cerca di imporre il principio che se ha più cartelle il contribuente deve pagare un
contributo unificato moltiplicato per il numero di atti impugnati. È vietato anche a norma della
convenzione sui diritti dell'uomo (CEDU), articolo 6, imporre un onere eccessivo ai cittadini per
accedere alla giustizia. Poi c'è un problema tecnico: se è una tassa, il contributo unificato deve dare,
in cambio, un servizio. Che servizio dà lo Stato rispetto a due anni fa? È migliorato per l'abnorme
aumento delle entrate. No, anzi lo Stato offre un servizio peggiore perché non solo non si destinano
i soldi presi con il contributo alla giustizia ma non si assume personale volutamente. Le statistiche
parlano da sole: 20% in meno dei dipendenti dal 1993 con aumento notevole dei giudizi da allora».
Perché la professione legale sarebbe penalizzata se in Parlamento è pieno di avvocati? «Gli
avvocati non sono mai stati una lobby. La lobby ha i suoi canali parlamentari, è informata dei lavori
in merito alla propria attività. Il numero di avvocati e i rami di attività rendono difficile parlare con
voce unanime. Gli avvocati che entrano in Parlamento, ci vanno per amicizia, per vicinanza politica.
Quindi, generalmente, non si occupano della loro categoria».
Decreto del fare: cosa non va? «Abbiamo chiesto modifiche sostanziali a vari punti. Tra questi la
mediazione obbligatoria che riteniamo sia uno strumento coercitivo che tende a privatizzare
l'esercizio della giustizia. Se analizzassimo la legge, ci sono una impreparazione e
un'approssimazione da far paura. In Usa la mediazione la fa una persona laureata. In Italia con la
legge anche riformata dal decreto, lo potrebbe fare un'estetista. Un esempio: la può fare un
geometra su una vicenda di responsabilità professionale di un medico».
I requisiti per diventare mediatore? «Corso di laurea breve in tre anni o iscrizione ad un albo.
Quello che noi combattiamo con forza, insisto, è la obbligatorietà della mediazione. È un percorso
obbligatorio: non puoi fare la causa davanti al giudice naturale se non fai causa prima davanti a
questi, violando l'articolo 24 della Costituzione».
Come agisce un mediatore? «Con la legge attuale di solito fa così: Tizio vs Caio: gli devi 100?
Vabbé facciamo 50 e via. Non funziona. In un paese civile il mediatore analizza i diritti e poi crea
una ipotesi di merito per chiudere la mediazione. In Italia non lo fa nessuno».
Torniamo al Ministro Cancellieri: dovrebbe dimettersi? «Sì. Non può fare il Ministro della
Giustizia se offende i cittadini che amministra, operatori di giustizia posti dalla Costituzione come
professionisti che attuano la tutela concreta dei diritti dei cittadini».
Per chiudere, le «riforme Costituzionali» sono necessarie? «Penso che non ci sia alcun bisogno
di riforme del testo costituzionale. La Costituzione dovrebbe essere attuata in maniera migliore
senza fare modifiche di cui nessuno preannuncia neppure il senso. Ritengo invece necessaria
l'immediata riforma del sistema elettorale perché con l'attuale si rischia di avere sempre la stessa
maggioranza, che sembra degli opposti (e a termine) e che rischia di rimanere bloccata per
fronteggiare una emergenza che mai finisce». Massimiliano Lenzi
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IL FATTO QUOTIDIANO
Avvocati, la lobby è più forte di ogni legge
di Stefano Feltri
31 lug. – Se volete capire perché questo Paese pare immobile, placido nel suo affondare verso il
disastro, c'è una lettura utile: l'istruttoria di questa settimana dell' Autorità antitrust contro il
Consiglio nazionale forense, l'organismo di rappresentanza degli avvocati italiani presso il
ministero della Giustizia. Tutto parte da una buona idea, "Amica Card", un portale web
che consente alle imprese di promuovere i propri servizi e fare offerte speciali ai soci del circuito,
pagando un canone al sito. Il Consiglio nazionale forense si ribella: come si permette Ami-ca Card
di offrire servizi di avvocati "promiscuamente insieme a proposte di altro genere" con "svìlimento
della prestazione professionale da contratto d'opera intellettuale a questione di puro prezzo". Dopo
la scomunica del Consìglìo, scrive l' Antitrust, molti avvocati in tutta Italia hanno rescisso i contratti
con Amica Card, temendo sanzioni dagli ordini. E Amica Card si è rivolta all'Autorità.
Il punto non è discutere se è legittimo pubblicizzare e commerciare l'assistenza legale tra un
condizionatore e un centro estetico. Qualcuno dice che la giustizia è cosa troppo seria per ridurla a
merce, altri pensano che solo il mercato e la concorrenza depurano il settore da ciarlatani e
incompetenti, garantendo qualità del servizio e dignità della professione.
La questione è un' altra: chi fissa le regole? Può una lobby, non importa quando autorevole,
ribaltare l'esito del processo democratico?
Come ricostruisce l'Antitrust nel suo provvedimento, una prima legge del 2006 abroga le tariffe
minime e il divieto di pubblicizzare le prestazioni professionali. Un decreto del2011 cancella
- di nuovo - "prezzi minimi o commissioni" e stabilisce che la "pubblicità informativa [ ... ] è
libera". Un altro decreto nel 2012 rimuove il concetto stesso di tariffe. E un decreto della presidenza
della Repubblica del 7 agosto 2012 precisa che non c'è proprio alcuna restrizione alla pubblicità.
Non bastasse, un'ulteriore legge del febbraio 2013 sancisce la "libera contrattazione tra
professionista e cliente?'. Ma il Consiglio forense ha deciso che la legge (anzi, le molte leggi) sono
incompatibili con la deontologia: compensi "irrisori" non rispettano la "dignità dell' avvocato" e
quindi viene violato l'articolo 36 della Costituzione, non garantendo una "esistenza libera e
dignitosa". E quindi il Consiglio continua di fatto a indicare tariffe minime minacciando sanzioni
contro chi non le rispetta, Gli avvocati (quelli affermati, che prosperano sul lavoro gratuito dei
praticanti e quello sottopagato dei "giovani di studio") preserveranno la propria dignità' ma noi
veniamo degradati da cittadini a clienti.
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MONDOPROFESSIONISTI
I professionisti tornano al centro del Parlamento
di Gaetano Stella - Presidente Confprofessioni
Certo, la macchina del confronto e del dialogo sociale ogni tanto si inceppa, soprattutto quando entrano in
gioco i poteri forti; ma qualcosa si sta muovendo nel rapporto tra professionisti e politica. Negli ultimi mesi,
in diverse occasioni, l'intensa attività legislativa del governo e del parlamento ha dato prova di una rinnovata
attenzione verso le problematiche del mondo degli studi professionali, dei liberi professionisti e, più in
generale, del lavoro autonomo. In una sorta di inedito “continuum” tra le promesse elettorali e la
conseguente azione legislativa. Un'apertura al dialogo che Confprofessioni e tutto il sistema delle professioni
ha da sempre auspicato e incoraggiato, attraverso una serie di proposte e misure che, molto spesso, vanno
ben al di là del comparto professionale e si inseriscono nel più ampio contesto economico, sociale e
produttivo del Paese. Già il manifesto elettorale di Confprofessioni, presentato nel febbraio scorso alle forze
politiche in campo nella campagna elettorale, era pervaso da un profondo spirito di collaborazione con la
classe politica per individuare possibili soluzioni allo stallo economico che blocca il Paese. Dopo una prima
fase di assestamento, il parlamento e la compagine di governo sembrano aver imboccato uno stretto sentiero
che, al netto delle continue polemiche interne ai partiti, potrebbe assicurare quella stabilità politica necessaria
per condurre in porto riforme fondamentali per il rilancio dell'economia. Questo nuovo atteggiamento della
classe politica verso i professionisti ha imposto una forte accelerazione sul fronte delle relazioni istituzionali
e politiche della Confederazione che, senza indugio, ha messo in moto tutte le commissioni e le delegazioni
confederali, coordinate dalla Giunta esecutiva con il supporto del Centro Studi e, per monitorare da vicino il
processo legislativo in atto e intervenire con misure ad hoc che potessero agevolare in prima battuta l'attività
degli studi professionali, senza però dimenticare l'apporto di competenze e di saperi che i liberi professionisti
possono dare al processo normativo al fine di raggiungere il comune obiettivo di una sana e robusta ripresa
economica del Paese. Negli ultimi quattro mesi Confprofessioni ha svolto un’intensa attività di relazione: ha
incontrato il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini e decine di parlamentari di ogni schieramento politico;
ha depositato presso le commissioni parlamentari e i ministeri competenti una mole notevole di audizioni,
atti e documenti che, in alcuni casi, riaffiorano nei decreti e nelle proposte di legge che stanno
caratterizzando questo scorcio di legislatura, prima della pausa estiva. Non si tratta chiaramente di un
eccesso di presunzione, bensì la consapevolezza acquisita di una forza sociale al servizio del Paese. Il
cosiddetto decreto del fare è una prima diretta testimonianza della “sintonia” che passa tra le proposte di
Confprofessioni e la mano del legislatore. Tuttavia l'azione istituzionale della Confederazione ha avuto modo
di far pesare le sue idee e proposte in numerosi altri atti legislativi che hanno già raggiunto la pubblicazione
in Gazzetta Ufficiale o che si accingono a farlo. Qualche esempio, sicuramente non esaustivo. Dopo un lungo
iter che ha visto passare tre governi e due legislature, il 5 giugno scorso l’Aula della Camera ha dato il via
libera al decreto legge per il pagamento dei debiti della P.A. consentendo anche ai professionisti di rientrare
nel novero dei soggetti beneficiari. Un lungo iter accompagnato da Confprofessioni fin dal 2008 quando è
stata introdotta la certificazione dei crediti verso la P.A. e quindi lo scorso anno quando sono stati emanati i
regolamenti ministeriali attuativi. Il testo approvato dal Parlamento ha assorbito numerose osservazioni che
indicavano un ruolo proattivo dei professionisti verso gli enti locali fino a specificare le prestazioni
professionali nel novero delle attività oggetto del pagamento. E anche il decreto lavoro (AS 890) ha appena
concluso il suo iter presso le Commissioni riunite Finanze e Lavoro del Senato, tenendo in debita
considerazione le specificità del mondo professionale, anche così come evidenziate da Confprofessioni nel
corso dell’audizione in Senato che si è tenuta il 9 luglio scorso. Senza dubbio, il testo approvato dalle
Commissioni riunite ha rimosso alcune rigidità presenti nella Riforma del lavoro vigente, venendo incontro a
chi, come Confprofessioni, invocava “maggior flessibilità in entrata” per favorire il rilancio dell’occupazione
giovanile.
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NEWS SUPERMONEY
Decreto svuota carceri 2013, testo modificato, scoppia la bufera
Il decreto svuota carceri 2013 approvato al Senato con importanti modifiche al testo. Ed è polemica
Decreto svuota carceri 2013, testo modificato ed è subito dura battaglia: al Senato sono state varate
modifiche molto importanti con tetto di pena per la custodia cautelare alzato a 5 anni, cambiamento
che di fatto esclude la misura per reati come favoreggiamento, falsa testimonianza e abuso d'ufficio.
Il PD accusa il governo di cambiare il testo del decreto svuota carceri in maniera poco oculata e
promette conseguenze.
Il testo del decreto svuota carceri 2013 cambia sulla base dell'emendamento proposto da Lucio
Barani di GAL (Grandi Autonomie e Libertà) e con l'innalzamento a 5 anni del tetto per la custodia
cautelare, oltre ai reati già citati, scompaiono anche le misure entro chi è accusato di stalking.
Dura la risposta di Danilo Leva del PD: "Il Senato ha svuotato di senso il decreto carceri, tradendo
quelli che erano gli obiettivi originali del governo". E intanto il PD propone subito emendamenti
per il testo del decreto svuota carceri 2013 originario. Fa eco a Leva Walter Verini, che dichiara
dopo il "grande allarme" rappresentato dalle modifiche apportate al decreto di lottare per ripristinare
il precedente testo del decreto carceri proposto dalla Cancellieri.
E adesso, cosa accadrà? Il nuovo testo del decreto svuota carceri 2013 dovrà essere sottoposto
all'esame della Camera dei Deputati, e data la situazione venutasi a delineare ci si aspettano forti
tensioni. Il PD vuole recuperare il testo precedente, ma dal PDL arriva un messaggio chiarissimo:
"Non si torna indietro". Ma oltre al PD sono in tanti a chiedersi a chi, in verità, giova questo
cambiamento. L'Adoc chiede che non si applichi per stalker e contraffazione parlando di decisione
"antistorica e incomprensibile". A ogni modo, prestissimo sapremo se il testo del decreto svuota
carceri 2013 manterrà le modifiche o meno. Matteo Carriero
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AGV NEWS
Carceri, penalisti: politica sempre più debole e contraddittoria
"Incapace di operare le riforme di cui la giustizia necessita con urgenza"
La conversione in legge del decreto svuota carceri “è iniziata male e rischia di proseguire addirittura
peggio”. Così in una nota l’Unione Camere Penali, che fa notare come dopo il ripristino in Senato
delle preclusioni a carico dei recidivi, che ha “restaurato gli effetti carcerogeni della legge Cirielli
cui si voleva mettere la parola fine, adesso la Camera dovrebbe adoperarsi per recuperare lo spirito
iniziale dell’intervento legislativo, riammettendo i recidivi di piccolo spessore criminale alla
detenzione domiciliare ed alle misure alternative, cosa che avrebbe un primo – anche se non
risolutivo - effetto deflattivo sul numero dei detenuti. Preoccupa, invece, che nelle ultime ore questi
temi siano andati progressivamente in ombra – sottolineano i penalisti - per discutere del limite
minimo per la custodia cautelare in carcere, peraltro con argomenti che contraddicono la posizione
ufficiale delle maggiori forze politiche in tema di carcerazione preventiva”. Per l’Ucpi, la “facile
demagogia” di indicare specifici reati che sarebbero sottratti al carcere è “sufficiente a provocare la
retromarcia di una politica sempre più sconsolantemente debole, nonostante sia risaputo che le
carceri sono piene di persone in attesa di giudizio, in barba al principio di civiltà che vorrebbe la
detenzione prima della sentenza definitiva come assolutamente eccezionale e, comunque, contenuta
- dove possibile, e cioè nella quasi totalità dei casi - nella misura degli arresti domiciliari”. In
definitiva, concludono i penalisti, “mentre la civiltà e la tenuta del sistema richiederebbero, tolti i
pochi casi di pericolo attuale, il divieto tout court del carcere prima della sentenza definitiva,
viceversa assistiamo all’incapacità di attuare questa elementare modifica. Il che dimostra che la
politica attuale è incapace di operare le riforme di cui la giustizia necessita con urgenza assoluta”.
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LECCE PRIMA
Referendum radicali: a Lecce la raccolta firme per una "Giustizia giusta"
Lo storico partito politico ha presenziato con un banchetto stamattina, in Viale De Pietro, davanti
alla sede del Tribunale Penale, per raccogliere adesioni alla campagna referendaria: obiettivo
raggiungere 500mila firme
30 lug. - LECCE - Si è tenuta questa mattina, davanti al Tribunale Penale di Lecce, in Viale De
Pietro, la raccolta di firme, organizzata dai Radicali, sul tema della "Giustizia Giusta", dei diritti
umani, della vita e della libertà in Italia, dove, secondo gli esponenti dello storico partito, c'è una
condizione di illegalità per la quale la Repubblica sarebbe fuori dalla sua stessa Costituzione ed è da
decenni pluricondannata dalla giustizia europea.
Nel corso della manifestazione, si è tenuta una conferenza stampa alla quale hanno partecipato i
dirigenti Radicali Sergio D’Elia, Elisabetta Zamparutti e Giuseppe Napoli, insieme all’avvocato
Tania Rizzo del direttivo della Camera Penale, all’avvocato Domenico Attanasi, coordinatore
regionale Puglia dell’associazione nazionale giovani avvocati, all’avvocato Luisa Carpentieri,
presidente sezione Aiga di Lecce, ad Alessandro Gallucci, dell’Aduc, all’avvocato Leonardo Calò,
esponente di Io Sud.
L’obiettivo è raccogliere almeno 500 mila firme entro metà settembre, perché nella primavera del
2014 gli italiani possano essere chiamati a votare per dodici riforme possibili che, secondo i
Radicali, il Parlamento non metterà mai all’ordine del giorno perché sgradite ai potenti e che solo
una nuova, immediata mobilitazione – istituzionale, civile, sociale, nonviolenta – attraverso i
Referendum popolari può imporre all’agenda della politica.
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ITALIA OGGI
DECRETO LAVORO/ La novità prevista da un emendamento approvato ieri dal senato
Casse, il risparmio va in welfare
Sì a interventi per giovani e professionisti in difficoltà
Professionisti più tutelati. Le casse infatti potranno investire i risparmi in misure di welfare a favore
degli iscritti, quali tra l'altro prestazioni ai professionisti in crisi, interventi a sostegno delle pensioni
o all'ingresso dei giovani nel mondo delle professioni. A stabilirlo il nuovo art. 10-bis inserito nel dl
n. 76/2013 in sede di conversione al senato il quale, tuttavia, vi destina soltanto i risparmi che le
casse conseguiranno in più rispetto alla spending review (10% dei costi 2010). Il dl lavoro ha
ricevuto ieri il via libera con 203 sì, 35 no e 32 astenuti; adesso è atteso alla camera per la seconda
lettura.
Un welfare per i professionisti. La novità fa parte degli emendamenti accantonati martedì e
approvati ieri: uno del governo sulla riforma Fornero (altro articolo in pagina); uno del senatore
Santini e altri sui debiti delle p.a. (si veda articolo a pagina 23); il terzo del senatore Maurizio
Sacconi e altri riguardante, appunto, i risparmi di gestione degli enti di previdenza privati. Sono
interessati, dunque, sia i cosiddetti enti privatizzati ex dlgs n. 509/1994 (tra gli altri cassa forense,
Inpgi, Enpam, Inarcassa, Enpacl, cassa commercialisti, cassa ragionieri), sia gli enti previdenziali
dei liberi professionisti costituiti dopo la riforma Dini del 1995, ex dlgs n. 103/1996 (tra gli altri
Enpap, Enpapi, Eppi, Inpgi2). Tre le principali finalità della nuova norma: destinare risorse
aggiuntive all'ingresso dei giovani nel mondo delle professioni e sostenere i redditi dei
professionisti nelle fasi di crisi. Al tal fine gli enti possono attuare misure di welfare a favore degli
iscritti e per le finalità di assistenza, mediante utilizzo di economie e risparmi derivanti dal ricorso a
forme associative di gestione. Tuttavia, deve trattarsi di risparmi «aggiuntivi» rispetto a quelli
previsti dalla spending review (dl n. 95/2012) che, si ricorda, obbliga le casse a un dazio di
contribuzione forzosa del 10%, da quest'anno, della spesa sostenuta per consumi intermedi nell'anno
2010 (5% nel 2012).
Adepp in cabina di regia. La seconda finalità mira ad anticipare l'ingresso dei giovani professionisti
nel mercato del lavoro. Il nuovo art. 10-bis riconosce agli enti previdenziali, singolarmente o
mediante l'Adepp (Associazione enti previdenziali privati), la facoltà di investire ulteriori risparmi
in misure volte alla promozione e al sostegno dell'attività professionale anche in forma societaria.
Soddisfazione è stata espressa dal presidente dell'Adepp, Andrea Camporese, «per il ruolo attivo e
sussidiario affidato alle casse di previdenza» dalla nuova norma. «È importante che misure urgenti
sul lavoro per i giovani includano finalmente anche i giovani professionisti», ha detto Camporese.
«Da tempo sosteniamo che la previdenza non possa essere scollegata dal lavoro; è assolutamente
necessario», ha concluso, «che il professionista venga garantito e sostenuto lungo l'intero arco della
sua vita lavorativa». Daniele Cirioli
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IL SOLE 24 ORE
PREVIDENZA DEI PROFESSIONISTI
Dl lavoro: le Casse investiranno in welfare i risparmi da «spending»
Soddisfazione dell'Adepp per la novità introdotta dal disegno di legge per la conversione del
decreto legge sul lavoro. «L'articolo 10 bis – ha affermato il presidente dell'Adepp Andrea
Camporese – riconosce agli enti di previdenza privati la possibilità di poter destinare i risparmi
derivanti dagli interventi di razionalizzazione per la riduzione della spesa sostenuta per consumi
intermedi per quel welfare integrato che da tempo sosteniamo, convinti che sia uno strumento
indispensabile per rispondere a una crisi che sta travolgendo il mondo dei professionisti». Il
provvedimento recepisce una richiesta che da tempo le Casse di previdenza dei professionisti
avevano avanzato al fine di poter sostenere gli iscritti lungo tutto l'arco della vita lavorativa.
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ITALIA OGGI
Ma il 20% degli utili dovrà essere accantonato a riserva
Tutte le srl potranno nascere con 1 euro
Tutte le srl potranno nascere prive di capitale. Basterà 1 euro, infatti, d'ora innanzi per la costituzione di tale
tipologia societaria. In questi casi, tuttavia, qualora non si opti per la formula semplificata, la società dovrà
accantonare il 20% degli utili fino a quando capitale più riserve non raggiungano i 10 mila euro. La società
semplificata continuerà a esistere ma chi vorrà costituirla dovrà utilizzare un «blindato» statuto standard. È
questo il contenuto di un emendamento al dl lavoro che in materia di srl, reintroduce di fatto, ma con
rilevanti novità, le società a capitale ridotto, depotenziando, non poco le srl semplificate. Ma andiamo per
ordine.
Srl semplificate. Il decreto legge 28 giugno 2013, n. 76 (cosiddetto decreto lavoro) aveva già apportato alle
srl semplificate rilevanti novità. Con l'art. 9, comma 13 dello stesso si era infatti prevista, da un lato
l'abrogazione delle società a capitale ridotto costituite sulla base dell'art. 44 del dl 83/2012 convertito con
legge n. 134/2012 nonché la ridenominazione delle srl a capitale ridotto fino ad allora costituite, in società
semplificate. In merito a queste ultime, poi, veniva estesa la possibilità di attrarre soci di qualsiasi età
(purché persone fisiche), la libera alienazione di quote fra i soci e la possibilità di nominare amministratori
(atto costitutivo permettendo) anche soggetti non soci. Ora però, viene reintrodotto un vincolo che il
ministero dello sviluppo economico aveva superato con una sua interpretazione (circ. Mise 2/1/2013 n.
3657/C) e cioè che l'utilizzo del modello standard risulti inderogabile. Viene infatti, a riguardo inserito
nell'art. 2463-bis, c.c., il comma 2-bis, nel quale si prevede: «le clausole del modello standard tipizzato sono
inderogabili». Da notare, in proposito che il fac simile di statuto dovrà essere opportunamente rielaborato e
corretto dai tecnici ministeriali (in particolare nei commi 1, 4 e 5) per tenere conto delle intervenute novità.
Nel frattempo, tuttavia, il Notariato nazionale in risposta al quesito di impresa n. 621/2013 del 30 luglio
scorso ha evidenziato la possibilità di adottare il vecchio standard di cui al dlgs. 138/2012, cassando le
clausole divenute incompatibili alla luce delle nuove disposizioni.
Srl a «capitale ridotto». All'interno del mondo delle srl viene introdotta una nuova possibilità costitutiva,
peraltro già in auge da anni sia in Inghilterra che in Francia, cioè la società a 1 euro. Non si tratta, invero, di
una vera e propria diversa tipologia societaria, poiché le regole amministrative e gestionali, sono poi le stesse
delle srl ordinarie, con la conseguenza che queste si diversificano dalle ordinarie solo nella fase costitutiva e
nei periodi di startup laddove vengono previste regole particolari sia per la nascita e per gli accantonamenti
degli utili a riserva. A livello costitutivo viene previsto che nei casi di versamenti inferiori a 10 mila euro, i
conferimenti dovranno realizzarsi in denaro ed essere versati per intero alle persone cui è affidata
l'amministrazione. Da notare che il versamento iniziale nelle mani degli amministratori, anziché in banca è
esteso a tutte le srl, ma nelle ordinarie tale esborso iniziale obbligatorio può essere limitato all'attuale 25%
del capitale. Inoltre, anche in questo caso per tutte le srl, i mezzi di pagamento (tipicamente assegni)
dovranno essere indicati nell'atto. Ai fini di una rapida capitalizzazione della società, poi, viene previsto che
dagli utili netti risultanti in ciascuno dei primi bilanci almeno il 20% vada a costituire una riserva legale ai
sensi dell'art. 2430 c.c.. Tale accantonamento forzoso cesserà quando la riserva non abbia raggiunto,
unitamente al capitale, l'ammontare di diecimila euro. Si tratta, invero, di un meccanismo non
particolarmente originale, dato che lo stesso è già da tempo utilizzato nell'ambito delle srl minori in diversi
stati europei (Germania e Belgio in primis). La riserva così formata potrà essere utilizzata solo per
imputazione a capitale e per copertura di eventuali perdite. Essa deve essere reintegrata, nella misura
prevista, qualora venisse diminuita per qualsiasi ragione. Luciano De Angelis
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IL CORRIERE DELLA SERA
Redditometro, il Fisco utilizzerà soltanto dati certi
Possibili scostamenti fino al 20%
ROMA—Atteso come l’arma letale della lotta contro l’evasione fiscale, il nuovo redditometro entra
da oggi nell’arsenale dell’Agenzia delle Entrate. Con la circolare operativa diffusa ieri, il direttore
dell’Agenzia, Attilio Befera, ha dato istruzioni agli uffici che da subito potranno avviare la
selezione dei contribuenti a maggior rischio di evasione, partendo dai redditi del 2009. Il
redditometro è un meccanismo presuntivo di determinazione del reddito basato sulla ricostruzione
delle spese sostenute dai contribuenti, gran parte delle quali sono già note all’amministrazione
fiscale. In pratica gli ispettori tributari saranno in grado di comparare i redditi dichiarati da ciascun
contribuente con le spese ed il tenore di vita effettivo, ricostruito in buona parte, ma non solo, sulla
base di elementi certi. E quando questo scostamento tra i redditi denunciati al fisco e la spesa
effettuata in un determinato anno eccede il 20%, scatterà l’accertamento vero e proprio. Rispetto al
passato, il nuovo redditometro è ben più penetrante e molto meno aleatorio, così che le
contestazioni del fisco siano più circostanziate e puntuali. Nello stesso tempo il nuovo meccanismo
prevede precise garanzie per i contribuenti, sui quali ricade l’onere della prova, con i quali il fisco
instaurerà un doppio contraddittorio. Ad esser presi come riferimento per calcolare lo scarto del
20% saranno solo i redditi determinabili grazie ad elementi certi, come le spese note, e alla
disponibilità di beni di cui il fisco conosce esistenza e caratteristiche, rapportati anche al reddito
dell’intera famiglia. Il caso può chiudersi subito se il contribuente dimostra la correttezza del suo
operato, ma può essere approfondito e dare luogo ad un vero e proprio accertamento, con l’invito da
parte del fisco a pagare il dovuto.
Ecco le spese di lusso nel mirino
Così i controlli
Gli accertamenti con il nuovo redditometro scatteranno subito e riguarderanno in questa prima fase i
redditi del 2009. Saranno selezionati i contribuenti che presenteranno gli scarti più consistenti tra il
reddito dichiarato e quello ricostruito dall’Agenzia sulla base di spese certe e disponibilità di beni di
cui il fisco è a conoscenza e di cui conosce le caratteristiche (come barche, auto di lusso, ville). In
ogni caso lo scarto registrato dovrà essere superiore al 20% anche su un solo periodo di imposta.
Nella selezione dei contribuenti l’Agenzia delle Entrate terrà conto anche del reddito complessivo
dichiarato dalla famiglia, per evitare di avviare controlli nei confronti di contribuenti la cui capacità
di spesa risulterebbe pienamente coerente a livello di reddito familiare. Nella ricerca dei
contribuenti da sottoporre a controlli ulteriori e più incisivi il fisco comunque non considererà le
spese per i beni di uso corrente, che vengono calcolate dal redditometro sulla spesa media Istat, e
che entrano in gioco , eventualmente, in una fase successiva. Se gli agenti del fisco rilevano lo
scarto superiore del 20% invitano il contribuente a presentarsi per offrire spiegazioni, indicando gli
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elementi e le circostanze rilevanti.
Dialogo aperto, ai contribuenti l’onere della prova
L’accertamento sintetico con il redditometro prevede una doppia garanzia per il contribuente, con
un doppio contraddittorio con il fisco prima di arrivare alla definizione degli addebiti. Appena
ricevuto l’invito a presentarsi e chiarire quella discrasia tra il reddito dichiarato e quello che risulta
al fisco sulla base delle spese conosciute e presunte, il contribuente potrà dare tutte le spiegazioni
necessarie. Trattandosi di contestazioni basate su spese certe, occorreranno prove certe: una fattura
per dimostrare l’inesattezza delle informazioni del fisco, il verbale di sequestro di un mezzo per
giustificare la mancata disponibilità. Sarà possibile dimostrare che le spese che risultano al fisco
sono state sostenute con redditi maturati in anni diversi, o esenti, o già soggetti a imposta
sostitutiva, oppure che siano state sostenute da terzi. Bisognerà esser pronti a rispondere in modo
convincente anche sugli investimenti effettuati nel corso del periodo d’imposta oggetto dei controlli
e sul risparmio eventualmente accumulato. Se il contribuente fornisce elementi esaustivi il controllo
degli ispettori fiscali si chiude qui, in questa primissima fase, senza alcuna conseguenza.
L’accertamento con adesione per chiudere la partita
Se le prove prodotte dal contribuente non fossero sufficienti, il fisco deciderà di andare più a fondo
e chiederà conto anche delle spese più comuni, come quelle per il vitto ed i trasporti, che vengono
stimate sugli indici Istat. In questo caso il contribuente potrà contestare le presunzioni degli ispettori
fiscali non necessariamente presentando prove documentali, ma anche argomentazioni logiche.
L’uso dell’automobile di un parente, di una mensa aziendale per i pasti. Fermo restando che sarà
sempre possibile dimostrare che certe spese sono state sostenute da terzi, o affrontate con redditi
esenti o per i quali non c’è obbligo di dichiarazione. Tutto questo avviene sempre nell’ambito del
contraddittorio, con incontri verbalizzati. Nel processo di determinazione sintetica del reddito il
fisco è obbligato ad attivare l’accertamento con adesione. Se gli ispettori non sono convinti delle
argomentazioni dei contribuenti invieranno un nuovo invito al contraddittorio con la quantificazione
del maggior reddito accertabile e delle maggiori imposte e la proposta di adesione ai contenuti
dell’invito. Occorrerà pagare entro quindici giorni per avere le sanzioni ridotte. Oppure avviare un
contenzioso, ricorrendo alla giustizia tributaria.
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IL CORRIERE DELLA SERA
Contenzioso. Scendono a 686 mila le cause tra l’Erario e i contribuenti. Una su quattro riguarda le imposte federali
Meno liti, boom di ricorsi per le addizionali
Le verifiche su 3.200 grandi imprese e la formula del tutoraggio
ROMA - Cala il contenzioso tributario nel 2012 per la prima volta dopo cinque anni. E' il dato che emerge dalla
relazione animale sul monitoraggio pubblicata ieri dal dipartimento delle Finanze del ministero dell'Economia Le
domande che pendono attualmente presso le Commissioni tributarie provinciali e quelle regionali sono circa 686
mila, in calo per la prima volta dopo cinque anni e del 6% rispetto all'anno scorso. E di queste la maggior parte (il
58% presso le commissioni provinciali e il 75% di quelle pendenti presso le commissioni regionali) riguardano
proprio l'Agenzia delle entrate. Le tasse più contestate sono l'Ire, l'Irpef e le addizionali (il 23% tra ricorsi e
appelli), l'Irap (13%), l’Iva (9%).
Ma anche se il valore complessivo dei ricorsi presentati nel 2012 è di poco inferiore ai 40 miliardi, solo una piccola parte riguarda grandi importi. TI 72% delle controversie davanti alle commissioni provinciali e il
54% di quelle .davanti alle commissioni regionali vale dai ventimila euro in giù. Anzi, soprattutto davanti alle
commissioni provinciali, la fetta più grossa (il 44%) è rappresentato da cause con valore inferiore a 2.582 euro.
Questo spiega anche la diminuzione dei ricorsi: la possibilità di bypassare la soluzione giudiziale, usando la
mediazione riservata ai casi sotto i 20 mila euro, ha dato una sforbiciata alle controversie.
Intanto l'Agenzia delle entrate continua la lotta all'evasione fisca- le battendo i! terreno dei grandi contribuenti,
delle piccole e medie imprese e dei lavoratori autonomi.
Nella circolare diramata ieri, contenente gli indirizzi operativi, il Fisco delinea quattro linee di azione.
La prima riguarda i big: 3.200 grandi imprese saranno sottoposte ad un vero e proprio tutoraggio, una sorta di
affiancamento. Poi ci sono le imprese con fatturato superiore ai 25 milioni di euro, che sono tenute sotto controllo
con l'ausilio di Asso, una banca dati dei soci delle imprese di medie dimensioni. Occhi puntati anche sui piccoli,
soprattutto quelli con attività economiche svolte di fatto in maniera totalmente irregolare, e sugli autonomi,
ma solo se vengono riscontrate anomalie ripetute negli anni. L'ultimo fronte a rischio, quello degli enti non
commerciali e delle onlus, dove è fondamentale non solo recuperare le imposte evase, ma scoraggiare i
comportamenti scorretti. Va. San.
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ITALIA OGGI
La relazione del Mef sul 2012: oltre la metà dei ricorsi è in giacenza da meno di due anni
Contenziosi, battuta d'arresto
Calano sia le controversie pendenti sia quelle presentate
Dopo cinque anni consecutivi di crescita il contenzioso tributario accusa una battuta d'arresto, nel
2012: a fine anno sono state 686.234, rispetto alle 727.345 del 2011 (-6% circa), le controversie
pendenti presso le Commissioni tributarie provinciali (Ctp) e le Commissioni tributarie regionali
(Ctr).
A fotografare l'evoluzione del contenzioso è la relazione annuale del ministero dell'economia
secondo cui, analizzando la serie storica delle giacenze dal 2004 a oggi, il 2011 è stato l'anno record
per numero di controversie pendenti.
Sul totale dei ricorsi pendenti lo scorso anno oltre il 60% (414.108) sono in giacenza da meno di 2
anni, il 30% da un periodo compreso tra 2 e 5 anni e meno del 10% (64.159) da più di 5 anni.
Segno meno anche per i ricorsi pervenuti complessivamente alle commissioni tributarie: sono
passati da 330.130 a 264.583. Un calo che ha però dato il via libera per il sorpasso del numero di
cause decise rispetto al numero dei ricorsi presentati: le prime sono state oltre 40 mila in più rispetto
alle seconde. Stando all'analisi del Mef, il quadro è riconducibile, per le controversie instaurate in
primo grado per valori non superiori ai 20 mila euro, all'introduzione del reclamo/mediazione (art.
17-bis dlgs 546/92) oltre che, per entrambi i gradi di giudizio, per il contributo unificato per
l'iscrizione a ruolo nel processo tributario. Spulciando ancora tra i dati, guardando all'attività svolta
dai giudici tributari, ci sono state 23.458 udienze (17.732 presso le Ctp e 5.726 presso le Ctr) in cui
sono state discusse 409.357 controversie: il che significa che ogni giudice di primo grado ha svolto
in media 24 udienze all'anno e trattato 149 ricorsi. Mentre in secondo grado si passa a 18 udienze e
65 appelli. Ma spiccano commissioni nelle quali il numero di ricorsi per giudice è oltre il doppio del
valore medio: tra queste Ragusa (418,26 ricorsi) e Catanzaro (399). Per le Ctr si segnalano le
Commissioni Campania (158,26 appelli per giudice) e Lazio (126,64). All'opposto, ad Aosta ogni
giudice affronta 22,15 ricorsi di primo grado e 9 appelli.
Un cenno all'esito dei contenziosi è arrivato dal commento di Enrico Zanetti, responsabile fisco
Scelta civica e vicepresidente commissione finanze alla camera: «Anche per il 2012, le statistiche
ufficiali del Mef evidenziano che, quando i contribuenti fanno ricorso alle commissioni tributarie, in
primo grado di giudizio hanno ragione, nel merito della pretesa, più spesso loro che non le p.a. che
emanano gli atti impositivi: 46,11% contro 39,80%. Guardando nel dettaglio delle diverse tipologie
di enti impositori, Agenzia delle entrate ed Equitalia non si discostano da questi dati, vincendo in
misura piena i loro contenziosi, rispettivamente, il 36,58% e il 44,85% delle volte in primo grado e
il 37,85% e 55,41% delle volte in secondo grado», prosegue Zanetti lamentando che si tratta di
«numeri incompatibili con un sistema di riscossione che impone al contribuente che fa ricorso di
versare comunque il 30% delle maggiori imposte contestate mentre è ancora in attesa del primo
grado di giudizio». Roxy Tomasicchio
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IL SOLE 24 ORE
Il nuovo redditometro vale dal 2009
Lo strumento non sarà applicato per i periodi precedenti anche se più favorevole al contribuente
L'agenzia delle Entrate spiega il nuovo redditometro con la circolare 24/E. L'Agenzia mantiene la posizione basata sul solo dato letterale della norma - secondo la quale il nuovo redditometro troverebbe applicazione
solo dal 2009 (e non anche per il passato). Le Entrate non considerano, però, che la stessa norma parla di
"aggiornamento" e di "adeguamento" dell'accertamento sintetico, termini che sembrano in contraddizione
con un'applicazione dello strumento soltanto per il futuro. L'amministrazione non tiene conto del fatto che il
redditometro appartiene al genere degli accertamenti standardizzati, per i quali vale la regola che la forma
più evoluta prevale su quelle precedenti, se più favorevole al contribuente (in questo senso si stanno
pronunciando molte commissioni tributarie di merito).
A ogni modo, il documento dell'Agenzia sottolinea che lo strumento del redditometro verrà, per prima cosa,
utilizzato per individuare le posizioni a maggiore rischio di evasione. Saranno, quindi, selezionati quei
contribuenti che presentano scostamenti significativi tra il reddito dichiarato e la capacità di spesa
manifestata. Quest'ultima è rappresentata essenzialmente dalle spese effettive sostenute nonché dalla
concreta disponibilità di beni di cui l'amministrazione risulta essere a conoscenza. Nella selezione non
verranno considerate le voci di spesa previste dal redditometro per le quali entrano in gioco i valori Istat.
Verrà invece tenuto conto del reddito complessivo dichiarato dalla famiglia, in modo da evitare che vengano
intraprese attività di controllo nei confronti di coloro le cui spese risultano coerenti a livello di reddito
familiare. Questa prima fase di selezione potrebbe non portare, comunque, ad esperire, da parte dell'Agenzia,
l'accertamento sintetico, ma quello analitico, in particolare nei confronti di imprenditori e lavoratori
autonomi, se l'amministrazione ritiene che tale ultima metodologia risulti più proficua. Una volta selezionato
il contribuente, quest'ultimo, se l'amministrazione deciderà di "azionare" il sintetico, verrà invitato a fornire
dati e notizie rilevanti ai fini dell'accertamento. In questa fase il contribuente potrà dare tutte le dimostrazioni
del caso. Il "confronto" con l'amministrazione si baserà, in primo luogo, sulle spese certe sostenute, per le
quali il contribuente, ad esempio, potrà dimostrare l'inesatta informazione in possesso dell'amministrazione.
Verrà considerata anche - sempre nella prima fase - la disponibilità di determinati beni, le spese per
investimenti sostenuti nell'anno e la quota di risparmio, sempre dell'anno.
Per gli investimenti, la circolare afferma che il contribuente potrà fornire prova della provvista e dell'utilizzo
della stessa per effettuare l'investimento. Molte volte però si tratterà di una prova "diabolica" (anche si di
prova in senso tecnico non si può parlare) in pagina) in quanto, per talune tipologie di redditi, come quelli
d'impresa - che non vengono determinati per cassa e tengono conto di una serie di elementi figurativi - è
quasi impossibile dimostrare la formazione della provvista, per usare le parole della circolare.
La circolare spiega che se il contribuente fornisce chiarimenti esaustivi, l'attività di controllo basata sulla
ricostruzione sintetica del reddito si verrà ad esaurire. In caso contrario, entrano in gioco le spese medie Istat
(per le voci di spesa per cui rilevano) connesse all'ambito territoriale e familiare a cui il contribuente
appartiene. Anche in questo caso il contribuente potrà dare conto di una diversa rappresentazione della sua
posizione. Se l'ufficio ritiene che le argomentazioni del contribuente non sono esaustive, darà luogo
all'accertamento con adesione vero e proprio. In questa sede il contribuente potrà fornire ulteriori
giustificazioni e ulteriore documentazione. Solo se non viene trovato un accordo in sede di accertamento con
adesione, l'ufficio emetterà l'atto di accertamento vero e proprio.
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IL SOLE 24 ORE
Tra Fisco e contribuenti contenzioso da 40 miliardi
Fisco e contribuenti in causa per 40 miliardi. Ma nonostante questo si litiga di meno: calano del 5,6% i
ricorsi presentati nei due gradi di giudizio, pari complessivamente a 686.234 contro le oltre 727mila cause
instaurate nel 2011. E soprattutto, rispetto al triennio precedente, il numero dei ricorsi definiti supera quello
dei pendenti. L'imposta regina delle liti resta l'Irpef, calano i ricorsi per il registro (-35%) e Irap (-32%),
mentre sulle tasse locali, amministrazioni e cittadini si scontrano soprattutto su Ici e Tarsu.
È quanto emerge dalla relazione sul monitoraggio dello stato del contenzioso tributario nel 2012 presentato
ieri dal dipartimento delle Finanze. Se il contenzioso in Italia vale quanto una manovra finanziaria, il valore
medio della controversia si attesta sui 144.000 euro e solo 1,5% dei ricorsi riguarda liti per importi superiori
a un milione di euro. Ma nonostante questo le maxi-liti corrispondono a quasi il 75% del valore complessivo
del contenzioso tributario.
La strada intrapresa è quella di ridurre le liti. L'aumento del contributo unificato e il ricorso dell'istituto del
reclamo/mediazione per le cause fino a 20mila euro hanno contribuito al crollo dei ricorsi presentati
complessivamente nelle commissioni tributarie, che sono passati dagli oltre 330mila del 2011 ai 264.583
dello scorso anno. Questo ha portato a bloccare il trend in crescita dal 2007 dei ricorsi pendenti: nel 2012 il
numero delle cause decise ha superato il numero dei ricorsi presentati, tanto che le cause decise sono state
oltre 40mila in più rispetto a quelle chiuse nel 2011.
A testimoniare l'efficacia della mediazione – su cui pende il giudizio della Corte costituzionale in merito
all'elevazione del limite del valore delle cause, oggi fissato fino a 20mila euro – è dato dal fatto che l'89%
della riduzione del numero complessivo dei ricorsi depositati nelle Ctp nel biennio 2011-2012 è imputabile
alle controversie instaurate nei confronti dell'agenzia delle Entrate. Guardando sempre ai dati sulle liti, divisi
per enti impositori, non sembra diminuire la propensione alle cause con Equitalia, che toccano quota 30.594
pari al 14% del totale dei ricorsi pervenuti in Ctp. Ma chi vince di più? La lettura dei dati forniti dal
monitoraggio va incrociata con le appendici statistiche. Infatti a spuntarla sia in primo che secondo grado
sono quasi sempre gli uffici dell'amministrazione: in Ctp il Fisco vince nel 39,3% dei casi contro il 30,5% di
cittadini e imprese; in Ctr le percentuali salgano rispettivamente al 41,8% e al 36,2 per cento. Ma se si
guardano le vittorie nel merito le percentuali di vittoria si ribaltano. Come sottolinea Enrico Zanetti (Sc) nel
merito della pretesa, sono «più spesso i contribuenti che non le pubbliche amministrazioni le quali emanano
gli atti impositivi a spuntarla: 46,11% contro 39,80% (14,09% i pareggi). Anche in secondo grado di
giudizio, prosegue Zanetti, la percentuale di vittorie piene dei contribuenti rimane elevata, attestandosi al
40,20% (10,60% i pareggi). Dati che, conclude Zanetti, «pongono fortemente in dubbio la legittimità della
riscossione in pendenza di giudizio, ovvero dell'obbligo imposto al contribuente che fa ricorso di versare
comunque il 30% delle maggiori imposte contestate, mentre è ancora in attesa del primo grado di giudizio».
La sospensione del giudizio resta una "chimera" a Roma e Napoli: su 13.523 istanze presentate nella Capitale
soltanto 100 sono state quelle decise, così sotto il Vesuvio dove la percentuale sale al 2% con 241 istanze di
sospensione decise a fronte di 12.623 domande presentate. Eppure le istanze di sospensione aumentano: nel
2102 quelle presentate sono state quasi il doppio di quelle presentate, ovvero 125.467 contro 65.271 su cui i
giudici si sono pronunciati. Di queste ultime circa la metà è stata accolta.
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IL SOLE 24 ORE
Le verifiche «pesano» le spese
Nella prima fase focus sulle uscite certe - Le medie Istat rilevano in fase di confronto
Spese medie Istat più facili da "aggirare" e selezione dei contribuenti da controllare che esclude le
posizioni "marginali". Con la pubblicazione della circolare n 24/E, a più di tre anni dal varo del
decreto che ha riscritto l'articolo 38 del Dpr n. 600/73 (Dl n. 78/2010) e a 7 mesi dal decreto
attuativo (24 dicembre 2012), l'Agenzia delle entrate dirama i primi chiarimenti ufficiali in tema di
accertamento sintetico delle persone fisiche. Tuttavia, rimangono punti sui quali mancano prese di
posizione sostanziali come, ad esempio, la rilevanza dei dati attinenti agli incrementi e ai
disinvestimenti patrimoniali e gli effetti transitori nel passaggio tra vecchie e nuove regole di
accertamento. L'auspicio, anche per evitare defatiganti contraddittori vista le future attività di
controllo degli Uffici, è che le Entrate possano implementare i chiarimenti anche perché, è bene
ricordarlo, i contribuenti hanno applicato al buio il nuovo redditometro per almeno tre anni (dal
2009 al 2011).
La circolare è principalmente incentrata sulle modalità in base alle quali le spese rileveranno nella
selezione e nell'accertamento del contribuente mirato. La logica sulla quale poggia il nuovo
accertamento sintetico per le persone fisiche è infatti quella di intercettare una sperequazione
sospetta tra capacità di spesa dimostrata e reddito dichiarato. In tale contesto la circolare
apprezzabilmente evidenzia che non tutte le spese individuate dal decreto del 24 dicembre avranno
la medesima rilevanza e che, ulteriormente, in relazione alle spese basate sulle medie statistiche
Istat, la prova contraria per il contribuente potrà essere, almeno in linea di principio, agevole. Ma
vediamo di procedere con ordine.
Le Entrate classificano le spese che possono essere utilizzate per la ricostruzione del reddito in
cinque macro gruppi:
- Spese certe. Si tratta delle spese tracciate e come tali oggettivamente riscontrabili e conosciute dal
Fisco. In quest'ambito il contribuente potrà, eventualmente, dimostrare in contraddittorio l'errore o
l'inesattezza delle informazioni in possesso dell'Agenzia.
- Spese per elementi certi. Sono le spese riferibili ad elementi presenti in anagrafe tributaria o
comunque nella disponibilità del soggetto, determinate però su valori statistici (Istat o medie del
settore). In quest'ambito, quindi, è certa la presenza dell'elemento base ma è determinata su base
presuntiva la spesa riferibile al contribuente. Casi tipici sono le auto e le imbarcazioni. In merito
alle "spese per elementi certi" il contribuente potrà produrre in contraddittorio fatti e situazioni che
possano dimostrare l'inesattezza della ricostruzione della spesa operata a livello statistico.
- Investimenti patrimoniali.
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- Quota di risparmio riscontrata formatasi nell'anno.
- Spese per beni e servizi di uso corrente. Si tratta delle spese Istat previste dal decreto del 24
dicembre, diverse da quelle riferibili ad informazioni presenti in anagrafe tributaria. Si è in
presenza, quindi, di voci di spesa la cui attendibilità, sul piano presuntivo, è molto meno fondante
rispetto alle precedenti voci.
Nella fase propedeutica di selezione dei contribuenti da verificare, rileveranno esclusivamente gli
elementi di spesa certi a disposizione del Fisco. In pratica, quindi, entreranno in gioco spese certe,
spese su elementi certi, investimenti patrimoniali e quota di risparmio dell'anno. Nella selezione si
avrà cura di non scegliere posizioni caratterizzate da marginalità economica. Le spese per beni di
uso corrente che fanno riferimento alla medie Istat, rileveranno solo in sede di contraddittorio ed
ove il contribuente non abbia già fornito chiarimenti esaustivi in merito alla regolarità della propria
posizione.
Da ultimo si evidenzia che nella circolare le Entrate confermano l'irretroattività del nuovo
redditometro alle annualità antecedenti al 2009. Sul tema la giurisprudenza tributaria, nell'ottica
favorevole al contribuente, si è già orientata più volte in senso diametralmente opposto.
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IL SOLE 24 ORE
Nel contraddittorio la giustificazione sugli esborsi effettivi
Per contrastare le presunzioni semplici da redditometro ampio spazio agli elementi di prova forniti
dal contribuente al fine di giustificare lo scostamento tra reddito dichiarato e capacità di spesa
attribuita. Secondo i chiarimenti forniti dall'agenzia delle Entrate, con la circolare 24/E del 31 luglio
2013, le spese Istat non operano in fase di selezione ma intervengono solo in via residuale nella fase
di contraddittorio quando non siano forniti chiarimenti esaustivi circa le spese certe, quelle per
elementi certi, gli investimenti e la quota di risparmio dell'anno. Per vincere la presunzione delle
spese Istat saranno sufficienti evidenze e argomentazioni logicamente sostenibili anche se non
supportate da documentazione.
I chiarimenti circa le spese presuntivamente individuate come sintomo di un maggior reddito
imponibile possono essere forniti già in seguito al ricevimento del primo invito trasmesso ai
contribuenti selezionati dall'amministrazione finanziaria. Occorrerà in questa fase dimostrare che gli
acquisti effettuati nel periodo di imposta sono stati finanziati con redditi diversi da quelli posseduti
nel medesimo periodo, con redditi esenti oppure soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d'imposta o
con redditi legalmente esclusi dalla base imponibile. Inoltre per tutte le tipologie di spesa si può
dimostrare che le spese sono state sostenute da terzi o con redditi per i quali non vi è obbligo di
dichiarazione.
Il contraddittorio si svilupperà attraverso l'analisi di quattro potenziali tipologie di spese. Nel
dettaglio, si tratta delle spese certe e cioè di quelle sostenute direttamente dal contribuente o dal
familiare fiscalmente a carico, quali i costi per abitazione o per mezzi di trasposto. La prova
contraria dovrà essere certa e diretta oltreché basata su idonea documentazione tale da dimostrare
l'errata imputazione della spesa o l'inesattezza delle informazioni in possesso dell'amministrazione.
A tali costi verranno sommate le spese per elementi certi ottenute applicando ai dati certi i valori
medi rilevati dai dati dell'Istat o da analisi degli operatori di mercato. Si tratta cioè delle spese di
mantenimento derivanti dalla concreta disponibilità di un bene, quale l'abitazione, di cui l'Agenzia
possiede le caratteristiche tecniche quali, ad esempio, ampiezza e categoria catastale. La prova
contraria alle spese per elementi certi potrà consistere in fatti, situazioni e circostanze, supportate
anche indirettamente da documentazione, da cui si possa riscontrare l'inesattezza o la diversa
imputazione della spesa.
Alle spese certe e a quelle per elementi certi vanno sommati anche gli investimenti patrimoniali
sostenuti nell'anno: la prova contraria potrà riguardare la formazione della provvista e l'utilizzo
della stessa per l'effettuazione dello specifico investimento. Non viene quindi richiesta l'indicazione
della fonte reddituale da cui deriva la provvista né sono richieste documentazioni a riguardo. Infine
il reddito sarà ricostruito tenuto anche conto del risparmio, o meglio della quota dello stesso
formatasi nell'anno. Non si fa riferimento, neppure per il risparmio, a documentazione utile a
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vincere la presunzione. Se il contribuente non si presenta al contraddittorio a seguito del primo
invito, l'Ufficio deve comunque considerare a fini reddituali anche la quota parte delle spese Istat
attribuibile.
L'attività di controllo si esaurisce nella prima fase del contraddittorio se il contribuente fornisce
chiarimenti esaustivi. Al contrario, il contraddittorio verrà esteso anche alle spese Istat. Il
contribuente potrà in questo caso utilizzare argomentazioni logiche a sostegno della diversa
rappresentazione della situazione di fatto. Per assicurare economicità ed efficacia dell'azione
amministrativa, gli Uffici dovranno considerare anche le evidenze e le argomentazioni in concreto
rappresentate dal contribuente, logicamente sostenibili, anche se non supportate da documentazione.
La persistenza di elementi di incertezza a seguito del contraddittorio, oppure anche la mancata
presentazione del contribuente all'invito legittimano l'ufficio ad attivare indagini finanziarie e
richieste di dati e notizie a soggetti terzi. Prende così avvio la seconda fase del contraddittorio con
la trasmissione di un nuovo invito contenente la quantificazione di maggior reddito accertabile e
maggiori imposte oltre che la proposta di adesione. Benedetto Santacroce
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ITALIA OGGI
Il sì della camera al ddl di recepimento degli obblighi Ue
Monitoraggio fiscale, sanzioni messe a dieta
Monitoraggio fiscale più snello e con sanzioni ridotte: la mancata dichiarazione degli investimenti
all'estero sarà punita con un importo che varia dal 3 al 15% di quanto non dichiarato e, se
l'investimento è detenuto in stati o territori black list, l'importo è raddoppiato. Saltano gli
adempimenti legati alla sezione I e III del quadro RW e la sanatoria effettuata entro 90 giorni
mediante la dichiarazione degli investimenti esteri sconta una sanzione di 258 euro. È questo il
quadro che emerge dall'approvazione definitiva del disegno di legge che recepisce le disposizioni
per gli adempimenti derivanti da obblighi fissati dalla Ue, con specifico riferimento a quanto
previsto in materia di monitoraggio fiscale e conseguente compilazione del quadro RW. A questo
punto, ci sarà anche da chiedersi quale sarà l'impatto delle nuove disposizioni sulle dichiarazioni in
scadenza il prossimo 30 settembre 2013 nonché la concreta applicazione di un principio indubbio
quale quello del favor rei. Si conclude, dunque, la vicenda legata alle abnormi sanzioni previste in
caso di mancata compilazione del quadro RW, adempimento che, in linea di principio, non ha
rilevanza reddituale diretta ma, correttamente, si limita a chiedere contezza degli investimenti
detenuti all'estero dai contribuenti diversi dalle società residenti in Italia. Le sanzioni in materia
erano state inasprite in occasione dello scudo fiscale incontrando però lo stop della Ue, che aveva
aperto una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia. Ora, le modifiche normative riportano in
un ambito più ragionevole le eventuali violazioni commesse alla disciplina contenuta nel decreto
legge n. 167 del 1990 ponendo, come accennato, delicati problemi di ordine transitorio soprattutto
in relazione agli adempimenti dichiarativi afferenti il periodo di imposta 2012. Nell'ambito delle
novità va subito detto come, in linea di principio, vi sia un legame molto rilevante con le
disposizioni in materia di antiriciclaggio laddove si parla, per esempio, di soggetti effettivi titolari
degli investimenti all'estero. Ai fini degli adempimenti dichiarativi di fatto sembra rimanere in piedi
esclusivamente l'obbligo di dichiarazione mediante la compilazione della sezione II del quadro RW
mentre dovrebbe sparire l'obbligo di compilazione della sezione I e della sezione III. Soprattutto
tale ultimo adempimento aveva poco senso pratico in relazione al fatto che i trasferimenti Italiaestero ed estero-Italia sono monitorati a opera degli intermediari finanziari i quali, attraverso
l'emanazione del recente provvedimento in materia di anagrafe dei conti hanno ulteriori obblighi di
comunicazione nei confronti dell'amministrazione finanziaria. Un dato, dunque, che era ripetuto
all'interno del modello Unico e che ora non viene più previsto. Un tema da approfondire sarà quello
del limite numerico degli investimenti da segnalare. Se, infatti, la disposizione ancora in vigore
prevede l'obbligo al superamento dell'ammontare di 10 mila euro (anche in relazione ai
trasferimenti), alla luce della nuova disposizione ci si deve chiedere se il limite in questione debba
essere legato alla normativa anti riciclaggio (15 mila euro) ovvero scatti un obbligo generalizzato
rispetto a un limite di investimento più basso degli attuali 10 mila euro. Da segnalare, la
disposizione relativa alla presentazione del quadro RW entro i 90 giorni successivi alla scadenza del
termine: in questo caso, la sanzione sarà di 258 euro analoga nell'importo a quella della omessa
presentazione della dichiarazione sanata entro lo stesso termine. Duilio Liburdi
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Arriva il taglio alle sanzioni per RW
Il taglio alle sanzioni del quadro RW della dichiarazione dei redditi è legge. La Camera ha dato ieri il via
libera definitivo (con 438 sì, 11 no e 4 astensioni) alla legge europea e alla legge di delegazione che demanda
al Governo l'attuazione di oltre venti direttive europee (dal coordinamento della disciplina interna in materia
di Iva con l'ordinamento Ue all'estensione dell'ambito dei beneficiari delle misure di protezione
internazionale). Tra le misure previste dal primo provvedimento, invece, c'è l'intera revisione della disciplina
sul monitoraggio fiscale delle attività detenute all'estero. Una revisione resa necessaria dalla richiesta arrivata
dalla Commissione europea (caso Eu Pilot 1711/11/TAXU) di rendere la normativa nazionale più
proporzionale agli obiettivi perseguiti dallo Stato.
Così vengono riviste al ribasso le penalità per omissioni o irregolarità nella compilazione del quadro della
dichiarazione dei redditi dedicato alle attività finanziarie, immobiliari o agli altri patrimoni detenuti
all'estero. Le sanzioni scendono così dal 3 al 15% dell'ammontare degli importi non dichiarati (rispetto alla
versione attuale dal 10% al 15%) e viene eliminata la possibilità di confisca dei beni di corrispondente
valore. Allo stesso tempo, chi sana la carente o l'erronea indicazione entro 90 giorni dalla scadenza del
termine di presentazione della dichiarazione dovrà pagare una sanzione fissa di 258 euro. Le penalità sono
più alte (dal 6% al 30% degli importi non dichiarati) per le mancanze relative agli investimenti e alle altre
attività di natura finanziaria detenuti in Paesi a fiscalità di vantaggio.
Allo stesso tempo si riducono anche gli adempimenti dichiarativi con l'eliminazione della sezione I e della
sezione III del quadro RW. Attenzione, però: gli obblighi di dichiarazione vengono estesi anche ai soggetti
che, pur non essendo possessori diretti degli investimenti esteri e delle attività estere di natura finanziaria,
siano «titolari effettivi».
Ma a questa riduzione delle sanzioni per i contribuenti fa da contraltare un aumento per gli operatori
finanziari che non provvedano alla comunicazione dei dati. L'omessa comunicazione all'agenzia delle Entrate
– e non soltanto, quindi, l'omessa registrazione – da parte degli intermediari finanziari, come banche, sim,
Sgr, fiduciarie, eccetera, inclusi i money transfer, dei trasferimenti da o verso l'estero di fondi di persone
fisiche, enti non commerciali e società semplici ed equiparate sarà soggetta a sanzioni dal 20 al 25%
dell'importo non segnalato. Il monitoraggio a fini fiscali dei flussi transfrontalieri riguarderà tutti i
trasferimenti di valore pari o superiore a 15mila euro previsto dalla disciplina antiriciclaggio, anche nel caso
di operazioni "frazionate" (il limite attuale è di 10mila euro per ogni operazione).
Ma quella sul monitoraggio fiscale è solo una delle tante procedure di infrazione che Governo e Parlamento,
con la legge europea, puntano a chiudere con Bruxelles. Tra queste vi sono anche le novità introdotte sulle
società tra avvocati che riguardano in particolare la soppressione della necessità che l'avvocato stabilito in
Italia possa essere socio di una società tra avvocati solo se almeno uno dei soci sia in possesso del titolo
nazionale.
C'è poi la riscossione locale, dove viene abrogata la disposizione che consente ai Comuni di ampliare
l'oggetto dei contratti di affidamento del servizio di accertamento e riscossione dell'imposta comunale sulla
pubblicità, affidando agli stessi concessionari anche il compito di procedere all'incasso di altre entrate
comunali senza indire nuove gare.
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IL CORRIERE DELLA SERA
E se lasciassimo in pace le Province?
di Giuseppe De Rita
Chi osserva dall'esterno la vicenda infinita della cosiddetta «abolizione delle Province» resta
prigioniero di due spiacevoli sensazioni: se ha propensione all'ironia vede in filigrana la ripetizione
della fantozziana nuvoletta che perseguita il malcapitato fino al suo volontario annullamento; se ha
invece propensione drammatica sente in sottofondo Berlioz e la sua «marcia al supplizio» che
accompagna il malcapitato alla sua sorte ormai segnata. In entrambi i casi deve constatare la
damnatio d'opinione di uno dei più antichi assi portanti della nostra società: la Provincia come ente
territoriale intermedio.
Per carità, di propensione alla damnatio vivono da sempre la nostra opinione pubblica, la
nostra politica, la nostra attività parlamentare. Ma per l'abolizione delle amministrazioni provinciali
abbiamo visto di tutto: lettere francofortesi e direttive brussellesi (sarebbe interessante sapere cosa
ne sapessero i loro redattori delle Province italiane); campagne giornalistiche a tutto volume e
decreti legge compositi e variabili; improvvisate proposte sostitutive (l'idea di 36 distretti intermedi)
e richiami costituzionali a una modesta continuità; con una quasi tacita accettazione di una fretta per
molti versi inspiegabile. Siamo addirittura arrivati ad una incredibile consecutio temporis, quando
in un preciso giorno la Corte ha ridato fiato all'istituzione provinciale e ai suoi diritti costituzionali;
ventiquattro ore dopo alcuni grandi opinionisti hanno gridato di nuovo al «crucifige»; e quarantotto
ore dopo il governo dichiarava la presentazione di un nuovo disarticolante decreto legge. Un ritmo
da guerra-lampo più che da lavoro politico-legislativo.
Nessuno ha potuto, o avuto il coraggio, di ricordare tre cose, forse banali ma decisive: la prima
è che la giustificazione finanziaria della battaglia abolizionista è molto fragile, visto che i risparmi
previsti sono lontani dal conclamato ammontare di 2 miliardi e probabilmente, a cose fatte essi si
ribalteranno in costi aggiuntivi, specialmente per la sistemazione del personale dipendente. La
seconda è che nessuno ha pensato che il sistema italiano vive di un intreccio fra sviluppo
economico e coesione sociale tutto calibrato sul fronteggiamento dei fenomeni e problemi di «area
vasta» (in materia di conservazione ambientale e idrogeologica, come di potenziale crescita
dell'economia «verde»). E infine nessuno ha ricordato che la potenziale cancellazione dell'identità
provinciale (quella che ancora oggi fa dire a un viterbese di essere prima viterbese e poi laziale, o
cittadino del Centro Italia) è un disinvestimento molto pericoloso in una società la cui crisi
antropologica si basa essenzialmente sull'esplosione di un individualismo che si gloria di vivere
senza appartenenze.
La fretta del fare sembra scavalcare queste preoccupazioni, e sembra anche dimenticare
l'esigenza che dell'argomento possa intervenire il lavoro in corso sulla revisione costituzionale, e
quindi anche sul futuro di un possibile «Stato delle autonomie», da noi sempre sacrificato al
verticismo istituzionale. Non sarebbe invece male prendersi un po' di tempo; senza correre dietro
alla coazione alla «politica-opinionista» che è stata tipica degli ultimi venti anni.
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IL SOLE 24 ORE
Attenzione alla delibera per sapere chi paga
PAGINA A CURA DI Edoardo Riccio
Gli interventi sulle parti comuni possono avere per oggetto la manutenzione (straordinaria,
ordinaria, riparazione, dirette a conservare l'esistenza delle cose e ad impedirne il deterioramento),
la ricostruzione (volta a ripristinare il bene distrutto), le innovazioni (dirette al miglioramento o
all'uso più comodo o al maggior rendimento delle parti comuni) e le spese per il godimento (cioè
per i vari scopi dell'uso comune). Vi sono interventi necessari (diretti ad assicurare alle cose comuni
la destinazione e il servizio, che costituiscono le finalità del condominio), quelli utili (diretti a
migliorare le parti comuni) e quelli voluttuari (destinati ad abbellire le parti comuni).
I tempi
Non c'è mai coincidenza tra i diversi momenti della delibera, dell'esecuzione e del pagamento: in
quest'arco temporale può variare la "compagine" condominiale. Per sapere quali sono i condomini
tenuti alla contribuzione è necessario individuare il momento in cui sorge l'obbligo al pagamento.
Per gli interventi di manutenzione ordinaria la nascita dell'obbligazione coincide con il compimento
effettivo dell'attività di manutenzione. Tenuto al pagamento è pertanto chi è condomino quando si
compie l'intervento autorizzato dall'amministratore (che è autorizzato a erogare le spese per la
manutenzione ordinaria e per l'esercizio dei servizi comuni). Per le opere di straordinaria
manutenzione, ricostruzione o innovazioni è invece tenuto a sopportare i relativi costi chi era
proprietario al momento della delibera. Se tali spese siano state decise prima della stipulazione
dell'atto di trasferimento dell'unità immobiliare, ne risponde il venditore; a nulla rileva che tali
opere siano state, in tutto o in parte, eseguite successivamente (Cassazione, sentenza 24654/2010).
Prima di eseguire gli interventi straordinari, l'amministratore, se richiesto dall'assemblea, è tenuto
ad adeguare i massimali della polizza per l' importo di spesa deliberato e va effettuato
contestualmente all'inizio dei lavori. Nel caso in cui l'amministratore sia coperto da una polizza di
assicurazione per la Rc professionale generale per l'intera attività svolta, tale polizza deve essere
integrata con una dichiarazione dell'impresa di assicurazione che garantisca le condizioni previste
per lo specifico condominio. Trattandosi di una garanzia aggiuntiva, si ritiene che detti costi
debbano essere sopportati dai condomini. Al momento della deliberazione delle opere di
manutenzione straordinaria, riparazioni, ricostruzioni, innovazioni, l'assemblea deve
obbligatoriamente costituire un fondo speciale di importo pari all'ammontare dei lavori.
L'interpretazione più diffusa di questa disposizione vede la costituzione del fondo speciale quale
condizione di rispondenza alla legge della delibera assembleare di approvazione dell'intervento. Ne
consegue che, sino a che tutti i denari non sono stati raccolti, l'amministratore non può sottoscrivere
il contratto di appalto. Ci si chiede se una delibera che autorizzi in ogni caso alla sottoscrizione
possa essere nulla (quindi impugnabile in ogni tempo) oppure annullabile (impugnabile entro 30
giorni). È pur vero che l'articolo 1135 (dove è scritto questo obbligo del fondo) non è tra le norme
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inderogabili ai sensi dell'articolo 1138 codice civile e potrebbe quindi essere derogato. Tuttavia esso
contiene un obbligo dichiarato tale dallo stesso legislatore e, pertanto, il rischio di nullità esiste in
quanto contraria alla legge. In ogni caso, in base al principio di correttezza e buona fede che
governa i contratti, l'amministratore, prima della sottoscrizione, deve informare l'appaltatore della
mancata raccolta dell'integrale somma. Un'altra soluzione è quella di considerare l'obbligo del
fondo sotto il profilo contabile (si veda Il Sole 24 Ore del 22 luglio scorso).
Gli adempimenti fiscali
Tra le attribuzioni dell'amministratore c'è anche l'esecuzione degli adempimenti fiscali: quindi non
c'è bisogno di apposito incarico per l'espletamento delle pratiche necessarie ai fini del godimento
dei benefici. In qualsiasi momento dovrà fornire al condomino che ne faccia richiesta, tutta la
documentazione e l'attestazione relativa allo stato dei pagamenti ai fini della detrazione fiscale (oggi
del 50 per cento). Le deliberazioni che concernono manutenzioni straordinarie di notevole entità e
le innovazioni "virtuose" (articolo 1120, comma 2, del Codice civile) devono essere approvate con
almeno 500 millesimi. La legge speciale che prevede un quorum inferiore è la 10/1991 in
riferimento a interventi su edifici e impianti volti al contenimento dei consumi energetici, però
fondati su diagnosi energetica o attestato di prestazione energetica. In questo caso la delibera
richiede almeno 1/3 dei millesimi. Per le innovazioni non "virtuose" occorrono i 2/3 dei millesimi e
la maggioranza degli intervenuti.
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ITALIA OGGI
Un freno dalla Cassazione: non basta il riferimento generico al reato
Cautele sull'abuso penale
Necessario violare una fattispecie codificata
La Cassazione frena sull'abuso del diritto in campo penale. Infatti, il contribuente non è punibile in
assenza di una violazione di norma antielusiva che vieta il raggiro posto in essere dal contribuente.
Quindi, chi dichiara pochissimo pur avendo un rilevante giro d'affari, al fine di eludere il controllo
automatizzato sulla dichiarazione, non risponde di omessa presentazione della dichiarazione stessa
né di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. Al più può essere condannato per
dichiarazione infedele e sempre che venga superata la soglia di punibilità. Ad avviso della terza
sezione penale, sentenza n. 33184 di ieri, ha quindi sbagliato il tribunale a ritenere sussistente la
responsabilità penale per abuso del diritto senza indicare quale norma antielusiva sarebbe stata
violata. Infatti, l'articolo 37 del dpr 600/1973 non contempla fra le sue fattispecie quella di
dichiarazione prossima allo zero, nonostante il rilevante giro d'affari.
Quindi, spiega il Collegio di legittimità, se da un lato i reati tributari di dichiarazione infedele o di
omessa dichiarazione possono essere integrati anche da comportamenti elusivi posti in essere dal
contribuente per trarre vantaggi dall'utilizzo in modo distorto di strumenti giuridici idonei a ottenere
un risparmio fiscale in mancanza di ragioni economicamente apprezzabili che possano giustificare
l'operazione», dall'altro è pur sempre necessaria la violazione di una fattispecie codificata. Ad
avvalorare la tesi della rilevanza penale dei comportamenti elusivi speficamente previsti dalla
normativa di settore è la stessa linea di politica criminale adottata dal legislatore, nell'ambito delle
scelte discrezionali che gli competono. Per questo, scrivono ancora i Supremi giudici, il tribunale ha
ritenuto che ci si trovasse in presenza dl un abuso di diritto, senza indicare quale norma anti elusiva,
specificatamente prevista dalla legge sia stata violata. Si è limitato a far riferimento a un generico
principio di buona fede e correttezza, rinvenibile nell'art. 10 dello Statuto del contribuente. Né ha
indicato quale sia stato il risparmio fiscale ottenuto attraverso l'operazione posta in essere. Non è
ancora tutto. In motivazione la Cassazione chiarisce che al più gli imprenditori avrebbero potuto
essere puniti per dichiarazione infedele e sempre e solo in caso di superamento della soglia di
punibilità. Interessante è anche la valutazione fatta dalla Corte sul reato di sottrazione fraudolenta al
pagamento delle imposte. Pure in questo caso i Supremi giudici hanno rinviato al tribunale
bocciando la decisione del riesame che aveva sancito la punibilità penale dei contribuenti
sostenendo che si può arrivare alla condanna solo se sussiste un reale pericolo di depauperamento
dei beni dell'azienda che può nuocere il fisco. Debora Alberici
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ITALIA OGGI
Redditometro
Accertamenti illegittimi alla moglie
È illegittimo l'accertamento basato sul redditometro notificato alla contribuente a carico del marito
che dichiara al fisco grosse entrate. Fra l'altro a queste condizioni è del tutto irrilevante che la
donna, negli anni in cui non ha dichiarato redditi, abbia acquistato un immobile e iniziato a pagare
le rate del mutuo.
Lo ha sancito la Corte di cassazione che, con l'ordinanza n. 18388/2013, ha accolto il ricorso di una
contribuente alla quale era stato notificato un accertamento. La sesta sezione tributaria ha quindi
ribaltato il verdetto espresso dalla Ctr di Milano che aveva invece ritenuto legittimo l'atto
impositivo. Sul punto i Supremi giudici hanno chiarito che il nucleo della motivazione della
sentenza di secondo grado consiste nell'affermazione che la contribuente, non avendo mai
presentato alcuna dichiarazione dei redditi per gli anni contestati, non disponeva di alcun reddito in
questo periodo o comunque disponeva di un reddito familiare modesto. Da tale accertamento di
fatto il giudice trae la conseguenza che, pur tenendo conto di quanto dedotto dalla contribuente con
riferimento alla stipula di un mutuo, ai riscatti di polizze e ad altri disinvestimenti effettuati
contestualmente, risulterebbe non provato come la donna potesse, in assenza di redditi personali,
sostenere il servizio del mutuo. A prescindere dall'illogicità insita nell'argomentazione che pretende
di desumere la presenza di redditi personali della contribuente nell'anno 2002 dal fatto che questa ha
iniziato nel 2005 a sostenere le spese di servizio del mutuo e di mantenimento dell'immobile, appare
comunque decisiva la considerazione che l'accertamento di fatto contenuto nella sentenza secondo
cui il reddito familiare della contribuente negli anni dal 2001 al 2005 sarebbe ammontato a 18 mila
euro contrasta con la circostanza menzionata dalla prima sentenza e cioè che dai modelli di
dichiarazione dei redditi presentati per gli anni 2004 e 2005 dal coniuge della contribuente
emergerebbe che i redditi da lui dichiarati sarebbero a circa 80 mila euro. Debora Alberici
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IL SOLE 24 ORE
Cassazione. I giudici di legittimità fissano le linee guida che vanno seguite per poter dar corso alle
contestazioni di maggiore gravità
L'abuso del diritto non è sempre reato
Condotta penalmente rilevante solo se viene violata una disposizione antielusiva specifica
Non sono penalmente rilevanti le condotte genericamente riconducibili all'abuso del diritto in
quanto violerebbero i principi di determinatezza e tassatività, per tale ragione, al contrario, al
superamento delle previste soglie di punibilità, possono invece integrare reati tributari le fattispecie
antielusive espressamente previste dalla normativa tributaria.
A fornire questa interpretazione è la Cassazione, con la sentenza 33187 e con altre analoghe
pronunce (riguardanti la medesima vicenda ma differenti indagati) tutte depositate ieri.
La vicenda trae origine dalla contestazione di una serie di reati tributari – tra cui l'omessa
presentazione della dichiarazione – nei confronti dei rappresentanti legali di alcune imprese che
avevano presentato la dichiarazione entro i 90 giorni successivi dalla scadenza ma indicando
importi per pochi euro del tutto avulsi dalla realtà aziendale. Successivamente, entro il termine per
presentare la dichiarazione integrativa era presentata un'altra dichiarazione con importi che
comunque non tenevano conto delle risultanze contabili (anche perché i relativi bilanci non
risultavano approvati).
Secondo la tesi del Pm, e verosimilmente della Guardia di Finanza, si era di fronte a un caso di
omessa presentazione in quanto la dichiarazione presentata entro i 90 giorni in considerazione degli
importi assolutamente irrisori (5 euro) serviva esclusivamente per evitare il controllo automatizzato
da parte dell'amministrazione. Peraltro, anche i dati indicati nella dichiarazione riguardavano solo le
informazioni indispensabili per la consentirne la trasmissione telematica.
Da tali circostanze conseguiva, verosimilmente, il disconoscimento, da parte dell'amministrazione,
della dichiarazione integrativa presentata l'anno successivo e l'emissione di un accertamento
induttivo per svariati milioni. Era così disposto il sequestro per equivalente sui beni dei
rappresentanti legale, che veniva confermato dal competente Tribunale del riesame.
Secondo il Tribunale, in particolare, vi era stato un abuso del diritto tributario, essendo stata posta
in essere una condotta in violazione dei principio di buona fede e correttezza previsti dall'articolo 10
dello Statuto del contribuente. Si trattava, cioè, di un adempimento soltanto strumentale per evitare
di esporre la società ad un sicuro accertamento automatizzato.
Avverso tale decisione, i contribuenti indagati avevano presentato un ricorso per cassazione
evidenziando innanzitutto, relativamente alla contestata fattispecie di omessa presentazione della
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dichiarazione, che la dichiarazione era stata presentata e integrata in base alla normativa vigente
(Dpr 322/1998). In ogni caso, l'abuso del diritto non costituiva fattispecie penalmente rilevante e
infatti il diritto penale tributario non sanziona qualsiasi comportamento finalizzato al risparmio di
imposta. Nella specie, peraltro, non era chiaro in cosa sarebbe consistito il risparmio essendo stato
adempiuto l'obbligo di presentazione della dichiarazione dei redditi.
I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso. La sentenza evidenzia che i comportamenti elusivi
possono avere rilevanza penale. Ma tali comportamenti devono contrastare con specifiche
disposizioni per salvaguardare il principio di legalità.
Per non violare i principi di determinatezza e tassatività è necessario cioè che l'interpretazione sia
tassativa e letterale, e, in tale contesto, specifiche norme antielusive sono rinvenibili nell'articolo 37,
comma 3 (interposizione fittizia) e nell'articolo 37 bis del Dpr 600/73. Ne consegue che la condotta,
per assumere rilevanza penale, deve integrare uno dei comportamenti antielusivi previsti dalle
predette disposizioni tributarie.
Nella specie, il Tribunale si era genericamente limitato a ritenere sussistente la presenza di un abuso
senza indicare quale norma, prevista dalla legge, fosse stata violata. Da qui l'accoglimento del
ricorso.
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Rassegna Stampa - Organismo Unitario dell`Avvocatura Italiana