La morte in croce di Gesù:
evento e significato
• La morte in croce di Gesù è uno dei fatti più certi della sua storia.
• Meno certa è la data; probabilmente egli morì, secondo precisi
calcoli astronomici, il 7 aprile del 30
• È controverso se la morte si verificò il 14 oppure il 15 di Nisan
(marzo-aprile); da un punto di vista storico ha ragione l’evangelista
Giovanni. Gesù muore in croce mentre nel tempio venivano sgozzati
gli agnelli pasquali (durante la Parasceve della Pasqua, il 14 Nisan)
• Gesù muore in croce. Questo tipo di esecuzione era utilizzato dai
romani soprattutto per gli schiavi (cf la vicenda di Spartaco); i
cittadini romani non potevano essere crocifissi ma solo decapitati
• La crocifissione esprimeva tutto il disprezzo del popolo romano verso
lo schiavo che aveva cospirato ed era diventato un ribelle politico;
come ci attesta anche il titulus crucis, Gesù viene giustiziato dai
romani con l’accusa di essere un rivoltoso.
• accanto a quella romana, c’è anche una
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condanna da parte dell’Alto Consiglio, ovvero
una condanna di natura giudaica
i motivi della condanna a morte furono due
– la questione messianica, sfruttata anche per costruire
l’accusa davanti a Pilato
– il detto di Gesù sulla distruzione del tempio, cose che
lo rendevano un falso profeta e un bestemmiatore e
come tale meritevole di morte
Il conflitto con l’autorità religiosa
• Gesù si attirò l’ostilità e il rifiuto dei gruppi dominanti fino alla decisione di farlo
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condannare a morte.
Gesù parlava e si comportava infrangendo la legge e la tradizione religiosa di Israele;
rivendicava per sé un’autorità unica che lo poneva al di sopra della stessa legge,
arrogandosi il diritto di agire come Dio (il perdono dei peccati) senza alcuna
legittimazione dalle tradizioni
Fattore della condanna fu anche il rapporto con il tempio, da cui scacciò i venditori e
su cui pronunciò parole profetiche
Il motivo che determinò più di altri la crisi e suo rifiuto, fu la concezione della
messianicità espressa nel comportamento: il messianismo di Gesù sconvolgeva le
attese di Israele
La morte in croce e la derisione (cf Mt 27,42) segnano la trasformazione del
messianismo teocratico nella linea di quello del servo sofferente ma tale morte venne
interpretata come la prova della falsità della pretesa di Gesù, la smentita delle sue
rivendicazioni, confermata dalla fuga dei discepoli
Gesù fu condannato per bestemmia e questa più che consistere nell’essersi Gesù
proclamato figlio di Dio o essersi comportato da falso profeta consisteva nell’aver
affermato di essere il messia
La pretesa di essere il messia non può essere considerata di per sé una “bestemmia”
Gesù non aveva quasi nessuna delle prerogative che ci si aspettava dovesse avere il
messia né aveva realizzato in alcun modo quanto ci si aspettava dovesse realizzare il
messia
Il conflitto con il potere politico
• Il conflitto con il potere politico spiega il modo della morte, cioè la
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crocifissione
Secondo la legge ebraica il bestemmiatore doveva essere lapidato,
come accadrà a Stefano, ma Gesù fu crocifisso dai romani che
esercitavano il potere politico.
Essi lo condannarono in quanto sobillatore e rivoltoso; e Gesù non
eluse l’accusa di essere re, pur non riconoscendo l’esercizio della
potenza
“Gesù il Nazareno il Re dei Giudei”
Il comportamento e la predicazione di Gesù avevano un risvolto
politico, soprattutto se si considera che egli contestava al potere
politico un carattere di assolutezza, il rivestirsi di un’autorità quasi
divina
L’abbandono di Dio e in Dio
• Gesù morì “con forti grida e lacrime” (Eb 5,7) e secondo
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Mc 15,34 emise un alto grido che Matteo e Luca
riportano in una frase del salmo 22: «mio Dio, mio Dio,
perché mi hai abbandonato?»
Allo stesso tempo Gesù spira non pieno di rabbia ma
pacificato, consegnando il suo spirito nelle mani del
Padre
Nella morte in croce convivono una drammaticità
notevole e la fiducia che alla fine viene riposta nel Padre
L’abbandono di Gesù, significato dalla frase del salmo 22,
ha un duplice senso: da parte di Dio e in Dio
L’abbandono di Dio e in Dio
Tre motivi causano la desolazione e la passione di Cristo
• il fallimento della missione: la storia conferma ancora un volta il trionfo dei forti e
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dell’ingiustizia
la sofferenza del giusto consegnato alla persecuzione dei suoi nemici
l’abbandono doloroso del Padre nella cui comunione egli ha vissuto tutta la vita
Nel dramma tragico della croce, Gesù è abbandonato dai discepoli, deriso da quelli
che erano presso la croce e non c’è nulla che mostri un agire di Dio al suo fianco
il suo grido è quello di qualcuno che ha scandagliato le profondità dell’abisso e si
sente avvolto nelle tenebre; Gesù s’interroga sul silenzio di colui che chiama “mio
Dio”, cioè Padre
Non si tratta di ridurre o relativizzare questo grido per paura che si finisca con negare
la divinità di Gesù o considerarlo un disperato
la sua preghiera è già di per sé segno di speranza e del resto il modo in cui muore fa
confessare al centurione che egli è “figlio di Dio”, cosa che non si sarebbe certo
potuto dire se a morire fosse stato un disperato
L’abbandono di Dio e in Dio
• Nel momento in cui più Gesù desidera la confortante presenza del Padre ne
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sperimenta il più assoluto silenzio e abbandono, generatore di un’angoscia
unica come unico era il rapporto esistente fra loro
Questa è la ragione ultima della sofferenza di Gesù: l’abbandono da parte di
quel Dio che è suo padre in modo unico, nel seno del quale Egli da sempre
riposa
A questa esperienza dolorosa Gesù unisce l’offerta fiduciosa di sé nelle mani
del Padre: egli è sì l’abbandonato, ma non il disperato. All’abbandono di Dio
corrisponde da parte di Gesù l’abbandono in Dio
La morte di Gesù significò anche la crisi della sequela; i discepoli
percepivano nella morte ignominiosa sula croce la maledizione di Dio, la
smentita della pretesa così radicale e unica di Gesù
Dio lasciandolo morire lo aveva pubblicamente smentito, per cui i discepoli
videro in quella morte la fine delle loro speranze
Intenzionalità che Gesù
attribuì alla sua morte
• Subito dopo la Pasqua, alla morte di Gesù venne attribuito un rilevante
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spessore soteriologico: Gesù morì per noi, per i nostri peccati (cf 1Cor 15,3;
Rm 3,25; Gv 1,29)
Gesù almeno da un certo momento della sua vita dovette mettere in conto
l’eventualità sempre più probabile di una morte violenta (cf il Battista e i
Profeti)
Gesù non vedeva la propria morte come pura fatalità storica ma vi attribuiva
una valenza religiosa (cf le tematiche del profeta rifiutato, del figlio ucciso,
del calice da bere)
Non è da escludere che egli dava alla sua morte un significato espiatore,
salvifico; lo si ricava guardando alla sua predicazione e al suo
comportamento (cf il comandamento dell’amore per i nemici)
Tutta la predicazione ci permette di definire Gesù e la sua vita come “proesistenza”, cioè essere fuori di sé, a disposizione tanto degli altri
(dimensione orizzontale) quanto dell’Altro (dimensione verticale)
Gesù è dunque nella sua vita come nella sua morte l’uomo per gli altri e
questo costituisce la sua più profonda essenza, perché lo rivela essere
l’amore personificato di Dio per gli uomini
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