La nozione di
Auctoritas
nel medioevo
Annamaria De Simone
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Premessa
Innanzitutto è utile riportare la distinzione fatta da san Bonaventura
nel proemio ai Commentaria in Sententias Magistri Petri
Lombardi, tra scriptor, compilator, commentator e auctor:
“Ci sono quattro modi di fare un libro:
Alcuni scrivono parole altrui, senza aggiungere o cambiare alcunché,
e chi fa questo è uno scriba (scriptor).
Altri scrivono parole altrui e aggiungono qualcosa, però non di
proprio. Chi fa questo è un compilatore (compilator).
Poi ci sono quelli che scrivono sia cose altrui sia proprie, ma il
materiale altrui predomina e quello proprio è aggiunto come un
allegato a scopo di chiarimento. Chi fa questo si definisce
commentatore (commentator), non autore.
Chi invece scrive sia cose che vengono da lui stesso sia cose di altri,
riportando il materiale altrui allo scopo di confermare il proprio,
questi è da chiamare autore (auctor)”.
* vedi nota
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Premessa
Vedi anche R. Barthes, La retorica antica, Bompiani, 1972,
p. 31:
1) “Lo scriptor ricopia puramente e semplicemente;
2) il compilator aggiunge a quel che copia, ma mai niente
che provenga da lui;
3) il commentator s’introduce, è vero, nel testo ricopiato,
ma solo per renderlo intellegibile;
4) l’auctor, infine, dà le sue idee, ma sempre appoggiandosi
su altre autorità”.
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Cosa significa auctoritas?
• C’è una caratteristica costante negli scrittori del
Medioevo: quella di ricorrere a citazioni di opere
precedenti e di usarle come garanzia di verità di
quanto essi stanno esponendo, come appoggio,
come credenziali di credibilità.
• L’uomo medievale cioè sente, nello scrivere
qualcosa di nuovo, la necessità di rifarsi a
un’autorità che legittimi ciò che dice, la tesi che
espone.
• Il riportare “il materiale altrui allo scopo di
confermare il proprio” di cui parla Bonaventura
indica proprio il far ricorso all’auctoritas.
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L’auctoritas
• Il concetto di autorità (auctoritas) era stato
elaborato già in epoca romana, dove aveva
assunto una vasta gamma di accezioni.
• Poteva indicare la garanzia della legge, la
competenza del senato, il potere
dell’imperatore, il prestigio di un oratore.
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L’auctoritas
• Il concetto arriva fino al medioevo, precisandosi e
restringendosi: auctoritas è innanzitutto quella della
Sacra Scrittura, la fonte divina da cui proviene, il
valore sacro che riveste, la reverente sottomissione che
richiede.
• Oltre all’auctoritas della Bibbia, c’era quella della
tradizione interpretativa ecclesiastica;
• S. Agostino parla di eminentissima auctoritas, a
proposito della Sacra Scrittura, e di Ecclesiae
auctoritas, a proposito della tradizione interpretativa
della Chiesa. Rientrano in quest’ultima anche gli scritti
dei Padri della Chiesa (la Patristica: Ambrogio,
Girolamo, Agostino, Gregorio Magno…).
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L’auctoritas
• Dal concetto di auctoritas deriva quello di auctores: il
termine designa nel Medioevo quegli scrittori ai quali
bisogna rifarsi come garanzia di verità di ciò che si
sostiene.
• La citazione di questi scrittori è un mezzo, una tecnica di
argomentazione imprescindibile per dare valore e
comprovare le proprie opinioni.
• Dante parla di argomenti “di ragion” (basati sulla logica
della ragione) e argomenti “di autoritade” o “ex
auctoritate” (testimonianze autorevoli di scrittori del
passato che “dimostrano” che il discorso, il ragionamento
che si sta facendo è giusto); vis rationis vel auctoritatis.
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L’auctoritas
Esempi:
1) Dante, Convivio I, I 1: Sì come dice lo Filosofo nel principio de la
Prima Filosofia (Aristotele nella Metafisica), tutti li uomini
naturalmente desiderano di sapere.
• Qui Dante cita l’auctoritas di Aristotele per puntellare una sua
affermazione e dare a essa maggior peso.
2) Dante, Monarchia II, III (trad. dal latino): Pongo dunque come tesi alla
mia dimostrazione che il popolo romano si è assunto a buon diritto, non
già usurpandolo, l'ufficio di Monarca, detto Impero, su tutti gli uomini.
E questo si dimostra anzitutto così: al popolo più nobile si addice essere
preposto a tutti gli altri […]. La nobiltà infatti è virtù e ricchezza
antica, secondo che dice il Filosofo (Aristotele) nella Politica; e,
stando a Giovenale, nobiltà è, sola e unica, la virtù dell'animo.
• Qui Dante ricorre a due auctoritates come argomenti che sostengano e
confermino la validità del suo ragionamento.
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L’auctoritas
Sono auctoritates nel Medioevo:
Auctoritates cristiane:
– Bibbia: Antico e Nuovo Testamento
– Patristica greca e latina (Patres)
– Scrittori ecclesiastici dell’alto medioevo: p. es. Boezio considerato cristiano -, Isidoro di Siviglia… (Scriptores)
e
Auctoritates profane:
Poeti e filosofi antichi - greci e latini (Antiqui o Philosophi)
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L’auctoritas
Tra i poeti e filosofi antichi:
• Virgilio, Ovidio, Lucano, Terenzio etc.
• Aristotele, Ippocrate, Galeno, Tolomeo etc.
(queste sono autorità “scientifiche”)
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Brani critici
• S. Battaglia, La tradizione di Ovidio nel Medioevo,
in La coscienza letteraria del Medioevo, Liguori,
1965, pp. 32 e sgg.:
• “Da nessuna civiltà intellettuale la citazione
autorevole o l’episodio esemplare, da qualunque
parte provenissero, sono stati sentiti con tanta
urgenza e indispensabilità come nel Medioevo [...].
• Un’opera nuova poteva aspirare al credito nella
misura con cui le testimonianze degli auctores
suffragavano i suoi argomenti e ne puntellavano e
accompagnavano lo sviluppo”.
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Brani critici
• E. R. Curtius, Il libro come simbolo, in Letteratura
europea e Medio Evo latino, La Nuova Italia, 1992,
p. 361:
• “Per il Medio Evo, l’acquisizione di ogni verità
equivale all’acquisizione di auctoritates tradizionali;
[…] la comprensione del mondo non si concepisce
come funzione creatrice, bensì come accoglimento e
ripresentazione di fatti preesistenti […]”.
• “Scopo e lavoro del pensatore: concatenare tutti
questi dati sotto forma di summa. Anche l’universale
poema dantesco è una summa di tal genere: questo è
almeno uno dei suoi vari aspetti”.
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Medioevo e cultura classica
Come vengono in contatto gli scrittori medievali con la cultura classica?
• I manoscritti che contenevano le opere classiche per intero nel medioevo sono
rari, poco diffusi.
• Gli scritti letterari degli antichi vengono molto spesso fruiti non dai testi
originali, ma “di seconda mano”, ossia da raccolte antologiche, i cosiddetti
“florilegi” (florilegia), in latino o in volgare.
• Persino un grande filosofo come Abelardo, ad esempio, confessa chiaramente
di citare gli autori classici di seconda mano: «quae enim superius ex
philosophis collegi testimonia, non ex eorum scriptis, quorum pauca novi,
immo ex libris Sanctorum Patrum collegi: le testimonianze che ho citato più
su dai filosofi (antichi), le ho prese non dai loro scritti – ne conosco pochi –
ma dai libri dei Santi Padri (della Chiesa)».
• Il pensiero degli scrittori classici viene quindi trasmesso al medioevo sotto
forma di un mosaico di citazioni, sentenze (sententiae), o appunto “fiori”
(flores).
• Da queste raccolte di sentenze è agevole trarre una citazione che serva da
autorità per il proprio scritto.
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Medioevo e cultura classica
• Uno dei florilegi di sentenze antiche più utilizzati dell’epoca furono gli
Ammaestramenti degli Antichi (circa 1305) di Bartolomeo da San Concordio
(1262-1347).
• Ecco qualche esempio delle citazioni che riportava, e che potevano fungere da
auctoritates:
• Aristotile, nel primo [libro] dell’Etica. “Quelli che si veggiono non sapere, si
maravigliano di coloro che dicono alcuna grande cosa e sopra lo ‘ntendimento
loro”.
• Tullio [Cicerone], nel primo della Vecchia Rettorica. “Molto si conviene
studiare di variare lo dire, però che in ogni cosa simiglianza è madre di
saziamento”.
• Tullio, nel terzo della Nuova Rettorica. “La varietà massimamente diletta
l’uditore”.
• Quintiliano, octavo de Oratoria Institutione. “Ne’ grandi conviti spesso
addiviene che, quando dell’ottime cose siamo saziati, la varietà eziandio delle
vili piacevoli ci sia”.
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Aspetti negativi del ricorso all’auctoritas
• Il continuo ricorso all’auctoritas da parte
dei pensatori medievali:
1. impedisce un reale progresso degli studi e
delle acquisizioni intellettuali (al di là di ciò
che gli antichi hanno già detto);
2. è un tutt’uno con uso disinvolto della cultura
classica.
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1. Impedisce un reale progresso…
• …degli studi e delle acquisizioni intellettuali (al di là di
ciò che gli antichi hanno già detto):
• conoscere vuol dire accettare la “verità” trasmessa dai
predecessori e riprodurla nella forma in cui è stata
tramandata;
• questa accettazione esime da:
– verifica diretta della validità del sapere trasmesso;
– critica aperta dei contenuti del sapere trasmesso;
– progresso e superamento del sapere trasmesso – la
curiositas intellettuale è colpevole superbia e atto di
follia (cfr. Ulisse in Inferno XXVI). *
* vedi nota
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2. Uso disinvolto della cultura classica
• I classici sono sì citati e utilizzati come auctoritates, ma spesso
il testo non è rispettato nel suo dettato originale; lo si modifica,
alterandone le parole e il senso complessivo, per adattarlo
forzatamente agli scopi di chi lo cita: «li autori usano l’altrui
autoritadi arrecare a loro sententia [piegarle, adattarle alle
proprie opinioni], quando comodamente vi si possono
arrecare» (Francesco da Buti).
• Inoltre, si fa un uso quasi esclusivamente moralistico dei testi
classici, per trarne massime e norme di comportamento etico
ammissibili anche secondo l’ottica cristiana.
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Uso disinvolto della cultura classica
•
Oppure, i classici vengono citati – e forzati – come prova a
favore, come sostegno dell’argomentazione: tipico l’uso
che Dante fa delle opere di Virgilio. Due esempi:
Enea e Didone:
1.
–
–
•
nel Convivio (IV XXVI 8) Dante afferma che Enea ha
lasciato Didone, considerata emblema della lussuria, per
seguire onesta e laudabile via e fruttuosa;
nel Monarchia (II III 14-17) Didone è diventata la seconda,
legittima, moglie di Enea.
Nel Monarchia Dante forza il testo dell’Eneide, arrivando a
dire che Enea ebbe tre mogli, di tre continenti diversi,
perché il suo interesse primario è di “dimostrare” che
l’impero romano (di cui Enea è il progenitore) è universale
per legittimo diritto.
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Uso disinvolto della cultura classica
2. la IV Bucolica di Virgilio:
–
–
Nel canto 22 del Purgatorio, Dante traduce i vv. 5-7
della IV bucolica per riaffermare la secolare
immagine di Virgilio quale profeta inconsapevole
del cristianesimo;
Nella VII epistola e nel Monarchia fa riferimento
alle stesse parole di Virgilio mostrandosi, invece,
perfettamente consapevole del loro reale significato
(Vergine = la giustizia; regni di Saturno = età di
felicità ideale). *
* vedi su questo il mio documento Virgilio nel medioevo e in
Dante
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Uso disinvolto della cultura classica
Questi due esempi ci mostrano che, in uno stesso
autore (nel nostro caso Dante), il medesimo
brano può subire forzature interpretative
diverse a seconda del contesto e del fine per
cui lo si cita.
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Uso disinvolto della cultura classica
• L’esegesi dei testi antichi conosce forzature anche
macroscopiche, spesso grazie all’uso della
interpretazione allegorica, che consente di
strumentalizzare, di piegare il testo, anche il più
refrattario a un uso edificante (es. Ovidio), ai significati
voluti dal commentatore.
• Esemplare il caso della IV bucolica di Virgilio (puer =
Cristo)….
• ….o l’Eneide stessa, che già Fulgenzio (nel V sec. d.C.)
interpreta come il racconto, sotto veste allegorica, delle
sei età dell’uomo.
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Una nuova idea di progresso della cultura
• Tuttavia, a partire dal XII secolo, si fa strada l’idea che il
pensiero e la cultura, sempre grazie e a partire dalla
conoscenza del sapere antico, possano e debbano
EVOLVERE;
• Anche nella celebre similitudine di Bernardo di Chartres
(XII secolo), tramandata da Giovanni di Salisbury nel
suo Metalogicon, osserviamo un concetto come “vedere
di più e più lontano di loro”:
«Diceva Bernardo di Chartres che noi siamo come nani seduti su
spalle di giganti, così che possiamo vedere di più e più lontano
di loro, non certo per l’acume della nostra vista o per l’altezza
del nostro corpo, ma perché siamo portati e sollevati in alto
dalla loro gigantesca statura». *
* vedi nota
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Una nuova idea di progresso della cultura
• L’idea stessa di auctoritas cambia accento:
• da imperioso comando, diventa modello da imitare per
andare oltre.
• Dice Gilberto di Tournai nel XIII secolo:
«Noi non troveremo mai la verità, se ci accontenteremo
di ciò che è stato già trovato… Coloro che scrissero
prima di noi non furono dei tiranni, ma delle guide. La
verità è aperta a tutti, essa non è stata ancora
posseduta per intero». *
* vedi nota
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Fine
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