Cara vecchia Parrocchia ti scrivo...
Un libro sulla parrocchia scritto da una parrocchia
per tutti quelli che amano la parrocchia.
Dalla presentazione di Mons. Angelo Comastri, arcivescovo
di Loreto:
«Sessanta anni fa, esattamente nel 1937, un parroco lanciò
una sfida d’amore: credette che il granellino di senapa seminato
da Cristo nei solchi della storia umana poteva esplodere in
una nuova stagione di fioritura, partendo dalla Parrocchia!
Nacque la Lettera sulla Parrocchia di Don Primo Mazzolari.
Essa sgorgò dal cuore di un parroco, che osava dichiarare: “Mi
sono stancato di tutto fuorché di fare il parroco. Vuol dire che è il
nostro vero mestiere: che la famiglia la ritroviamo soltanto con una
‘chiesa’ sul cuore, che ti schiaccia e che ti porta”.
Sessanta anni dopo, esattamente nel 1997, mentre la Chiesa
di Dio cammina verso il terzo millennio cristiano, un altro
parroco, assieme alla sua comunità, senza pretesa ma con
autentica passione ed evangelico entusiasmo, riprende la sfida
lanciata da don Primo Mazzolari e scrive Lettera alla Parrocchia.
Il Santo Padre nella “Tertio millennio adveniente” scrive così:
“Tutto dovrà mirare all’obiettivo prioritario del Giubileo che è il
rinvigorimento della fede e della testimonianza di cristiani.”(TMA,42).
Questo libro è un pungolo benefico che spinge nella direzione
indicata dal Santo Padre: per questo merita il nostro grazie...
e qualcosa di più; merita di essere preso sul serio!»
LETTERA ALLA PARROCCHIA
Un invito al dialogo e al confronto tra comunità
parrocchiali in preparazione al Giubileo.
LETTERA ALLA
PARROCCHIA
Il metodo ed il progetto
della parrocchia
verso il Giubileo del 2000,
a 60 anni da «Lettera sulla parrocchia»
di don Primo Mazzolari
Presentazione di
Mons. Angelo Comastri
arcivescovo di Loreto
L. 22.000
EDIZIONI BANCA DEL GRATUITO
EDIZIONI
BANCA DEL
GRATUITO
Un libro sulla parrocchia scritto da una parrocchia
per tutti quelli che amano la parrocchia.
Un invito al dialogo e al confronto tra comunità
parrocchiali in preparazione al Giubileo.
Dalla presentazione di Mons. Angelo Comastri, arcivescovo
di Loreto:
«Sessanta anni fa, esattamente nel 1937, un parroco lanciò
una sfida d’amore: credette che il granellino di senapa seminato
da Cristo nei solchi della storia umana poteva esplodere in
una nuova stagione di fioritura, partendo dalla Parrocchia!
Nacque la Lettera sulla Parrocchia di Don Primo Mazzolari.
Essa sgorgò dal cuore di un parroco, che osava dichiarare: “Mi
sono stancato di tutto fuorché di fare il parroco. Vuol dire che è il
nostro vero mestiere: che la famiglia la ritroviamo soltanto con una
‘chiesa’ sul cuore, che ti schiaccia e che ti porta”.
Sessanta anni dopo, esattamente nel 1997, mentre la Chiesa
di Dio cammina verso il terzo millennio cristiano, un altro
parroco, assieme alla sua comunità, senza pretesa ma con
autentica passione ed evangelico entusiasmo, riprende la sfida
lanciata da don Primo Mazzolari e scrive Lettera alla Parrocchia.
Il Santo Padre nella “Tertio millennio adveniente” scrive così:
“Tutto dovrà mirare all’obiettivo prioritario del Giubileo che è il
rinvigorimento della fede e della testimonianza di cristiani.”(TMA,42).
Questo libro è un pungolo benefico che spinge nella direzione
indicata dal Santo Padre: per questo merita il nostro grazie...
e qualcosa di più; merita di essere preso sul serio!»
Dedicato alle parrocchie
più piccole e più «esposte»
tra le 24.000
che sono in Italia.
Cara vecchia Parrocchia ti scrivo...
LETTERA ALLA
PARROCCHIA
Il metodo ed il progetto della parrocchia
verso il Giubileo del 2000
a 60 anni da «Lettera sulla parrocchia»
di don Primo Mazzolari
Presentazione di MONS. ANGELO COMASTRI
arcivescovo di Loreto
EDIZIONI BANCA DEL GRATUITO
Comunità Parrocchiale S. Famiglia, Fano
La comunità parrocchiale «S. Famiglia» di Fano
ringrazia il Prof. Carlo Piermattei e la Dott.ssa Irene Cavalli
per la correzione delle bozze, la Dott.ssa Maria Rosa Notaris,
Roberto Romano ed in modo speciale Monia Betti
per la battitura dei testi.
Ringrazia altresì Valter Toni, lo studio Kaleidon di Rimini
per la impaginazione grafica e la copertina;
Fara Editore per la collaborazione.
Il ricavato del libro sarà interamente devoluto alla
CASA FAMIGLIA NAZARETH, Via Pagano, 6 - Fano.
La casa famiglia Nazareth è una casa di accoglienza, per minori e ragazze
madri, gestita da famiglie che vivono insieme per alcuni anni, missionarie
«fidei donum» nella propria città.
Una comunità più ampia di famiglie, costituitasi in associazione denominata
«La Banca del Gratuito» le sostiene dall’esterno, condividendo con loro lo
spirito e la vita.
PRESENTAZIONE
Sessanta anni fa, esattamente nel 1937, un parroco lanciò una
sfida d’amore: credette che il granellino di senapa seminato da
Cristo nei solchi della storia umana poteva esplodere in una
nuova stagione di fioritura, partendo dalla Parrocchia!
Nacque la Lettera sulla Parrocchia di Don Primo Mazzolari. Essa
sgorgò dal cuore di un parroco, che osava dichiarare: «Mi sono
stancato di tutto fuorché di fare il parroco. Vuol dire che è il nostro vero
mestiere: che la famiglia la ritroviamo soltanto con una «chiesa» sul
cuore, che ti schiaccia e che ti porta» (Don Primo Mazzolari - Lettera a M.V. del dicembre 1950 in «Pensieri e lettere», La Locusta, Vicenza 1954, pp. 65-66).
Sessanta anni dopo, esattamente nel 1997, mentre la Chiesa di
Dio cammina verso il terzo millennio cristiano, un altro parroco,
assieme alla sua comunità, senza pretesa ma con autentica passione ed evangelico entusiasmo, riprende la sfida lanciata da don
Primo Mazzolari e scrive Lettera alla Parrocchia.
Questo fatto è meritevole di attenzione e di gratitudine.
Innanzi tutto mi commuove pensare che un parroco e la sua
gente si appassionino sinceramente all’azione di rinnovamento
della parrocchia: chi lo può fare più di loro? Chi lo può capire più
di loro? Chi lo può realizzare meglio di loro?
–5–
Nel 1929 Emmanuel Mounier così scriveva alla sorella molto
sofferente: «Bisogna non amareggiare l’anima, non colmarla di rimpianti, ma conservarla giovane, cioè fresca, presente di fronte alla vita
e all’avvenire. La grande tentazione è di credere che sia troppo tardi.
Bisogna pensare che il nostro privilegio, la nostra luce è che noi stessi
possiamo decidere di non invecchiare».
Questo lavoro a più mani della comunità parrocchiale della
Santa Famiglia in Fano (PS), è perfettamente fotografato dalle
parole di Mounier: per questo ho la certezza che il presente libro
farà del bene e susciterà una discussione per ritrovare, al di sotto
della polvere del tempo e delle infedeltà degli uomini polla
genuina del mistero della Chiesa che vive e pulsa nella parrocchia.
Questo libro è rivolto alla Parrocchia: pertanto vuole essere l’inizio di un dialogo, vuole servire il dialogo stesso, vuole consegnarsi come «prima parola» per rompere il ghiaccio e far sprigionare le energie nascoste e le potenzialità sconosciute.
Come si articola il discorso in questa Lettera alla Parrocchia?
Si parte da una premessa: «Ora stai per traghettare dal secondo al
terzo millennio e vorrei discutere con te sul volto col quale ti avvicini al
giubileo ed inizi questo nuovo periodo. Con quale volto e con quale
metodo. Alle verità di fede si obbedisce; il metodo invece si può studiare, si può discutere. Questa lettera vuol essere un invito alla discussione, ma anche un atto di fiducia in te.
Ed ecco una precisa convinzione che diventa indicazione di un
metodo: «Tu mi piaci perché non chiedi a nessuno dei tuoi figli niente di più e di diverso da ciò che è indispensabile e necessario per tutti.
Non carismi particolari, ma l’essenza, il pane solido della fede che ogni
cristiano deve mangiare. Allora, anche il tuo rinnovamento, passa attraverso quello che nel tempo ha costituito la tua fisionomia essenziale: il
radicamento tra la gente, una territorialità intesa come servizio, la celebrazione dell’Eucarestia domenicale e feriale, l’annuncio capillare del
–6–
Vangelo, la capacità di integrare nella tua vita le esperienze pastorali
che nascono fuori o accanto a te».
E poi si snodano i tre capitoli che sono semplici e profondi,
freschi come il pane appena sfornato e nutrienti come il pane
casereccio.
Il primo capitolo fa centro attorno alla urgenza di una autentica e sapiente promozione del laicato presentata come una vera
risorsa della Chiesa in questo momento storico: dal Concilio Vaticano II al Magistero degli ultimi Pontefici c’è tutto un susseguirsi
di impegnative affermazioni in questo senso; ora è necessario tradurle in azione pastorale.
Il secondo capitolo affronta il formidabile problema della rapporto tra separazione ed incarnazione visto con gli occhi della parrocchia, che è la Chiesa che fa casa con l’uomo (p. 64): il problema
è trattato in modo vitale; si ha l’impressione che sia un’esperienza che diventa riflessione e spinge ad ulteriori riflessioni, lanciando intuizioni attualissime (come quella sull’ecumenismo di
popolo), affinché la parrocchia ritrovi il respiro a pieni polmoni
nell’oggi della salvezza.
Il terzo capitolo vuole aiutare a superare il conflitto tra spiritualismo e carità: nel passato molto spesso è mancato l’equilibrio
tra le due istanze. Oggi ognuno comprende che nessuna delle due
istanze va mortificata «perché l’apostolato è una interiorità che affiora e diventa opere» (Charles De Foucauld).
La postfazione dà il senso della coraggiosa proposta di questo
libro: «Vuol essere la nostra una fotografia fatta col cuore di chi ama e
lavora in parrocchia, sognando ad occhi aperti a partire dai tanti segni
positivi che sperimentiamo ed intravediamo. Un sogno ad occhi aperti
ma anche un esame di coscienza ad alta voce evidenziando i limiti e
l’urgenza di un profondo rinnovamento» (p. 204).
–7–
Il Santo Padre nella «Tertio millennio adveniente» scrive così:
«Tutto dovrà mirare all’obiettivo prioritario del Giubileo che è il rinvigorimento della fede e della testimonianza di cristiani. È necessario,
pertanto, suscitare in ogni fedele un vero anelito di santità, un desiderio forte di conversione e di rinnovamento personale in un clima di sempre più intensa preghiera e di solidale accoglienza del prossimo, specialmente quello più bisognoso» (TMA, 42).
Questo libro è un pungolo benefico che spinge nella direzione indicata dal Santo Padre: per questo merita il nostro grazie... e
qualcosa di più; merita di essere preso sul serio!
+ Angelo Comastri
Arcivescovo di Loreto
–8–
CARA VECCHIA PARROCCHIA
TI SCRIVO...
Preferisco rivolgermi direttamente a te come si fa con gli amici
più cari, senza problemi di forma, con la sola preoccupazione di
aprirti interamente il cuore su ciò che in tanti anni ho sperimentato vivendo con te, sui tesori che porti, sui limiti che vedo, sulle
prospettive per traghettare al terzo millennio.
Ti ho chiamato «vecchia». Hai portato il peso e la gioia della
Chiesa per tanti secoli.
A volte mi chiedo che sarebbe stato della fede senza di te,
senza la parrocchia.
Non voglio far poesia: penso ai tuoi «curati» nei posti più sperduti, un’intera vita legati a te con una fedeltà di stampo nuziale.
Penso alla tua gente, che, in qualche caso, conosci per nome da
un millennio e con la quale hai condiviso gioie e dolori, dal
nascere al morire.
Ora stai per traghettare dal secondo al terzo millennio e vorrei
discutere con te sul volto col quale ti avvicini al giubileo ed inizi
questo nuovo periodo.
Con quale volto e con quale metodo. Alle verità di fede si
obbedisce; il metodo invece si può studiare, si può discutere.
Questa lettera vuol essere un invito alla discussione, ma anche
un atto di fiducia in te.
–9–
Quanto più una realtà è preziosa, tanto più ha bisogno di cura
e di rinnovamento. Non ti offendere se ritengo che negli ultimi
trent’anni, dopo il Concilio, sei, tra le realtà di Chiesa, quella che
ha fatto più fatica a rinnovarsi.
All’inizio pensavamo bastasse cambiarti nome e ti abbiamo
subito ribattezzata «comunità parrocchiale».
Ma era solo un segno.
Poi, a fatica, lo Spirito del Concilio ha cercato di cambiare il
tuo volto.
Non credo ti senta ancora realizzata.
È giusto allora ascoltare quanti ti amano e ti servono da sempre, per un confronto.
Anche se poi è vero che ognuno ti pensa e ti plasma a suo
modo.
Un momento favorevole
Il momento per iniziare il nostro dialogo epistolare è particolarmente favorevole: oggi, all’avvicinarsi del Giubileo, è un grande momento per te: documenti del magistero, studi, lettere pastorali, convegni, esperienze ti hanno posta con forza al centro della
vita della Chiesa.
Non ti avevo mai vista così in alto negli anni del post-Concilio.
Anzi, nei primi anni, si parlava di te come di chi è vicino alla
fine, una realtà superata sotto ogni aspetto.
Una realtà incapace di rispondere alle esigenze dell’uomo
moderno, non più legato alle radici, al territorio, estremamente
mobile, con una famiglia in crisi, cittadino del mondo.
In quegli anni le energie migliori della Chiesa, anche i preti,
preferivano impegnarsi altrove.
Oggi in molti puntano su di te come crocevia indispensabile
di ogni grande rinnovamento ecclesiale. Cara vecchia Parrocchia,
Gesù diceva: «Guai quando tutti dicono bene di voi...
– 10 –
Quando tutti dicono bene di noi non si è così lucidi sui rischi
che incombono e si può vanificare la congiuntura a noi favorevole.
Molti, legittimamente, preferiscono vivere la loro testimonianza di cristiani nei Movimenti o nelle Associazioni: sia perché lì
hanno incontrato la fede, sia perché lì trovano legami forti di
appartenenza, impegni specifici, non frammentati in mille servizi, come in Parrocchia, ma oggi anche i Movimenti e le Associazioni ti guardano con interesse quando ti scoprono viva e vitale
ed anche tu sei più disposta ad imparare da loro per la tua vita ed
il tuo metodo pastorale.
La realtà che ti circonda non è poi così tranquilla: riunisci
attorno a te una minoranza di persone (è un fatto assolutamente
nuovo!), molti ti rispettano ma ti sono sostanzialmente indifferenti, molti se ne vanno senza sbattere la porta, quasi in punta di
piedi, con un misto di stanchezza e di nostalgia: non sono sempre delusi da te ma non riescono ad amare Colui che tu annunci
e desideri tener vivo tra la gente.
Anzitutto la parrocchia
A fine secolo trovo ancora attualissima una frase di Peguy:
Ce qu’il faut refaire avant tout, ce qui est capital, c’est la paroisse.
L’ho trovata come motto di una bella lettera scritta su di te
esattamente 60 anni fa da uno di quei parroci che nel tempo ti
hanno fatto amare dalla gente (Don Primo Mazzolari - Lettera
sulla Parrocchia, 1937 - EDB Bologna, 1979).
Sessant’anni fa: Lettera sulla Parrocchia
La Parrocchia vista come qualcosa da rifare, da ricostruire, rivitalizzare.
Rileggendo la lettera sulla parrocchia mi sembrava utile tenerla costantemente sotto gli occhi per parlare oggi del tuo metodo
e della tua vita.
– 11 –
Riprendere un testo di sessant’anni fa, per quanto lungimirante possa essere stato l’autore, potrebbe essere scambiato per una
provocazione; quasi a dire: «tante cose che sono accadute potevano essere previste con un minimo di profezia e non abbiamo peccato di lungimiranza nei confronti della parrocchia!»
In realtà rivisitare le pagine ancora vive di Don Primo vuol
essere un segno di grande speranza nei tuoi riguardi.
Se già negli anni trenta, in contesti così differenti dal nostro, si
potevano intuire alcune grandi sfide della parrocchia, come non
sperare che tu possa essere viva e vitale all’inizio del terzo millennio. Una speranza ma anche un forte impegno a rendere missionaria la parrocchia in vista del Giubileo. Quasi un pellegrinaggio
all’interno ed in profondità.
Semmai una provocazione, rileggendo le parole del tuo famoso Don, ci può essere in questo: egli parlava con grande amore di
una piccola parrocchia, una come tante disseminate nel nostro
paese, forse più somigliante a quelle che a noi parroci vengono
date, a volte, per smaltire i giovanili entusiasmi. Eppure egli vi
vede dentro un mistero e vi scopre una bellezza straordinaria
intravedendo con gli occhi del cuore la parrocchia ideale.
Scavando nella tradizione
Oggi ci sono diversi progetti per il tuo rinnovamento, cara vecchia parrocchia, ma tu puoi rinnovarti in profondità partendo da
ciò che nel tempo ha costituito la tua ricchezza; non facendoti
prestare metodi o progetti che non sono tuoi, ma scavando nel
solco della tua millenaria tradizione.
Tu mi piaci perché non chiedi a nessuno dei tuoi figli niente di
più e di diverso da ciò che è indispensabile e necessario per tutti.
Non carismi particolari, ma l’essenza, il pane solido della fede
che ogni cristiano deve mangiare.
Allora, anche il tuo rinnovamento, passa attraverso quello che
nel tempo ha costituito la tua fisionomia essenziale: il radicamento tra la gente, una territorialità intesa come servizio, la cele-
– 12 –
brazione dell’Eucarestia domenicale e feriale, l’annuncio capillare
del Vangelo, la capacità di integrare nella tua vita le esperienze
pastorali che nascono fuori o accanto a te.
Una parrocchia rinnovata nel solco della grande tradizione
ecclesiale, imparando dall’esperienza monastica e dalla vita religiosa e dalla ricchezza dei movimenti e associazioni di base.
Questo nel grande rispetto reciproco per la propria identità,
senza mortificazioni, quasi una sorta di ecumenismo tra chiese
sorelle unite nell’unica chiesa locale e aperte a tutta la chiesa.
Questo rinnovamento nel solco della grande tradizione consente di aprire nuovi itinerari nella vita della parrocchia.
La parrocchia è vecchia e duttile insieme.
Ti confesso che sono stato molto colpito dalle intuizioni di
don Primo, profetiche dopo sessant’anni.
E dire che di acqua ne è passata sotto i ponti: la guerra, la ricostruzione, il boom economico, i difficili anni del 68, e i cambiamenti rapidi dei nostri decenni.
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Capitolo primo
LA PARROCCHIA OGGI
TRA ORGANIZZAZIONE E VITA
«La parrocchia come qualcosa da rifare, da ricostruire, da rivitalizzare» dice Peguy.
La parrocchia ha bisogno di profeti che la fanno vivere più che
di tecnici che la organizzano in modo confacente al tempo presente: non si tratta di sottovalutare i mezzi che in ogni epoca possono risultare preziosi se usati con intelligenza, ma si tratta di una
priorità: quella di seminare la vita in parrocchia.
La parrocchia si presta all’organizzazione: avendo una porzione di popolo di Dio abbraccia tutto; dai bimbi ai vecchi, ai problemi del quartiere, alle nuove povertà. Nulla di ciò che è umano
gli è estraneo.
Vi è anche una spesso tacita richiesta della gente ad organizzare: dalla gita serena al centro ricreativo.
Come tutta la gente di oggi anche tu devi imparare a stare nella
complessità: non si può semplificare la vita; si possono soltanto
evidenziare meglio le priorità e le emergenze: si cammina sempre
tra due carreggiate ma capire il senso di marcia è decisivo.
– 15 –
I rischi della parrocchia
Alcuni rischi ne vedo. Sono rischi che nascondono grandi
sfide.
Un primo possibile rischio è che tu possa diventare come una
piccola «azienda» efficiente dove l’organizzazione finisce per soppiantare la vita.
Anche se oggi, in una società fortemente secolarizzata, tante
iniziative non possano più attraverso di te, resti una fondamentale agenzia educativa e porti avanti molte cose, una dopo l’altra,
senza tregua ma spesso si rivelano poco incisive, fuochi di paglia,
bruciano subito, non incidono in profondità.
Anch’io, che lavoro con te da sempre, vedo quanto è difficile
stabilire delle priorità dicendo no ad alcune cose non essenziali.
Ti paragono ad una donna di casa che, non specializzata in
niente, si ritrova a fare tanti mestieri.
Devo, a questo punto, ammettere che il nostro più famoso collega da sessant’anni aveva intuito questo rischio. E niente era
ancora computerizzato! Ma tant’è, i profeti ci sono apposta!
La chiesa bella, le funzioni decorose, le campane, le congregazioni,
le associazioni, i ritiri, un clero numeroso (sic!) e volenteroso non
bastano... sono mezzi indispensabili eppure... lo si constata con pena
ogni giorno..., non bastano.
Si ha quasi l’impressione di armi a tiro corto, che non raggiungono
lo scopo...E allora, credendo di rimediarvi con la quantità, si moltiplicano le batterie, mentre potrebbe essere questione di portarle
avanti, in prima linea.
A parte il riferimento alla guerra (che per altro è ancora e sempre tragicamente presente) mi pare quest’ultima una parola davvero profetica: quella di portare avanti la parrocchia, in prima
linea. Ti scrivo proprio per discutere con te come tu, fra le tante
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diverse esperienze di Chiesa, puoi arrivare ad essere in prima
linea nella vita, nell’annuncio, nella testimonianza.
(Chi scrive è un ex cappellano militare) e aggiunge:
Il lavoro parrocchiale è divenuto un magnifico facchinaggio con
arsenale, ove nulla manca...
Chi dice che il nostro armamento è vecchio, sbaglia.
Siamo aggiornatissimi: statistiche alla mano come gli altri, raduni,
congressi, parate come gli altri, circolari, fogli d’ordine, giornali e
roba stampata come gli altri, decorazioni, avanzamenti, promozioni,
come gli altri...
(op. cit. pag. 23).
Cara vecchia parrocchia, ti senti colpita? Io sì! Anche per noi
oggi c’è un metodo che organizza e uno che fa vivere la Parrocchia.
Non ti nascondo la fatica, a volte, di incontri dove si ripetono
da decenni gli stessi proponimenti senza che maturino nella vita
della comunità: a volte perché non sono percepiti come emergenze, a volte per mancanza di unità e di coesione, a volte perché
il metodo non risponde alla maniera che la vita ha di nascere e
svilupparsi.
Il metodo che privilegia la vita all’organizzazione scruta nel
popolo di Dio i segni della vita nuova che il Concilio e tanti documenti sollecitano, ne propone con coraggio il cammino senza
annacquamenti, fa nascere un piccolo gruppo che ne sperimenta
la fattibilità, lo forma per resistere alle prime difficoltà, lo aiuta a
stare in parrocchia, a farlo accettare dagli altri cristiani come un
pollone nuovo nella pianta della Chiesa.
Se cresce poi, questo piccolo gruppo va educato alla comunione con tutte le membra del corpo di Cristo.
Poi si approfondisce, si fanno Convegni, ci si confronta con
chi già vive questo dono.
Cara vecchia parrocchia, la vita ha un suo procedimento natu-
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rale: sognata, desiderata, concepita, fatta crescere, messa in comunione.
E quanto l’impresa è più difficile, se si parte dalla vita, tanto
più ha probabilità di andare avanti.
Primum vivere!
Ogni bella esperienza pastorale è sempre partita da un piccolo
gruppo che ci ha creduto fino in fondo, l’ha concepita, fatta
nascere, poi l’ha organizzata.
Perché generare la vita è più difficile che organizzare.
Oggi gli avvisi dati dal pulpito, tanti fogli che girano, lasciano
il tempo che trovano.
Oggi ci si muove per amicizia e perché vi sono legami forti di
appartenenza tra le persone.
Cara vecchia parrocchia,
basta a volte un parrocchiano che creda fino in fondo in una
scelta di vita o di pastorale, per far nascere una nuova proposta,
un nuovo servizio, una nuova gemma nel tuo albero antico e
sempre nuovo...
Si avvia con grande fedeltà un’esperienza, la si verifica con il
pastore e la si mette in comunione con il resto della comunità.
Gli stessi incontri di aggiornamento, di formazione a volte,
anzi spesso, non raggiungono alcuno scopo: si lanciano proposte,
messaggi, anche nuovi e belli, senza prima aver verificato se vi
erano esperienza di vita in grado di raccoglierli: come creare una
bella scuola per maestri senza guardare se nascano ancora i figlioli che vanno a scuola!
Se un convegno si misura con la vita che c’è o sta nascendo,
farà proposte misurate, concrete. Il confronto con la vita elimina
ogni retorica, è spietato, sincero. Altrimenti potrebbe avverarsi
l’ammonimento evangelico:
..Legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma
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essi non vogliono muoverli neppure con un dito!
(Matteo 23, 4)
La vita, quando c’è, genera gioia, appartenenza, si crea uno
spazio, si confronta con esperienze simili, crea dinamismo, si dà
un’organizzazione.
L’organizzazione è un momento necessario ma conseguente
ed in rapporto al mantenimento e alla crescita della vita della parrocchia.
La vita precede l’organizzazione, la richiede, l’impone, la presiede, si
serve di essa: ma l’organizzazione non sostituisce la vita.
La parrocchia deve essere innanzitutto qualcosa di vivo, posta in
condizione di vivere nel mondo di oggi, poi organizzata in funzione
di questa vita...!
(op. cit. pag. 25).
Cara vecchia parrocchia,
anche le nostre strutture, pur necessarie, non sfuggono a questo percorso.
Non so se tra i tuoi locali vi sono stanze vuote inutilizzate o
utilizzate male, se addirittura vi sono grandi strutture vuote o in
affitto: se è così, lo è perché qualcuno ha detto: facciamo e prima
o poi useremo.
In un mondo come il nostro, con tanta povera gente, non credi
sia un peccato lasciare una casa senza vita, senza bimbi che vi crescano, senza opere di misericordia?
Quando la vita precede l’organizzazione è più facile individuare le strutture davvero necessarie.
In un mondo come il nostro, anche una stanza vuota, inutilizzata, è una responsabilità davanti a Dio e a quanti sono privi di
casa e del necessario.
– 19 –
PROMOZIONE DEL LAICATO
Parrocchia Miniera
Cara vecchia Parrocchia,
se vuoi che la tua vita rifiorisca e si moltiplichi tu conosci il
segreto: far crescere, formare, far spazio al cristiano comune,
uomo e donna.
In Parrocchia, di fatto, convivono due cerchi di persone, in
continuo movimento tra loro, l’uno più largo di cristiani anonimi, un altro più ristretto di laici che si sentono appartenenti ed
impegnati.
Per te sono tutti figli, alla pari, senza distinzione: anzi spesso
pensi di più a quelli che non incontri e ti si apre il cuore quando
li accogli anche solo per un matrimonio, un funerale, una festa.
Vi è un’osmosi tra i due cerchi e talora accade che qualcuno
esca dall’anonimato e si renda disponibile all’impegno ed altri, il
più spesso senza sbattere la porta, si ritirano dai servizi intrapresi
per le ragioni più varie.
Il segreto è aiutare il cerchio di quelli che «lavorano» con te a
valorizzare al meglio i doni umani e cristiani che ognuno porta
dentro, spesso doni nuovi e preziosi per la tua vita di parrocchia.
In questo senso la parrocchia oggi diventa miniera.
La parrocchia è la miniera, il grezzo. La grazia vi tesse la prima
trama gerarchica e vi opera la prima infusione di vita, che deve salire a unità senza fratture e saldarsi alla realtà senza limiti.
(op. cit. pag. 20).
Cara parrocchia puoi diventare miniera capace di estrarre
materiale prezioso dagli uomini e donne che ti circondano.
Devi fare un grande atto di fiducia nei tuoi laici: pur con
imperfezioni e limiti, hanno risorse splendide e capacità di sacri-
– 20 –
ficio incredibili, soprattutto quelli da cui meno te l’aspetti! Ogni
cristiano, quando scopre la bellezza dell’apostolato, ha una ferita
dentro che lo tormenta.
C’è un aspetto di fede che sente con una passione unica: lì
nasce il suo servizio in parrocchia.
La Parrocchia come miniera mi piace tantissimo!
Nella miniera si scava, si porta alla luce il prodotto ancora
grezzo ma già prezioso, nella miniera si rischia, ci si sporca le
mani.
Il sottosuolo della parrocchia è ricco di fermenti e prospettive
per il domani. C’è davvero speranza per il futuro della parrocchia!
So già cosa stai pensando dentro di te.
Se n’è fatta di strada: oggi i laici sono dappertutto, nei miei
consigli pastorali, economici, in tutti i servizi e le attività.
Hai ragione: per non dire che si comprende oggi in modo più
completo l’identità e la missione del laico. Son certo che ti vengono subito in mente le parole del Concilio:
È proprio e peculiare dei laici cercare il Regno di Dio trattando le
realtà temporali e orientandole secondo Dio. (L.G. 31)
Laici che siano sale e lievito nel lavoro, nella scuola, nella
famiglia, nella politica, nella cultura.
D’altronde non c’è oggi documento importante del magistero
che non sottolinei la presenza necessaria dei laici nell’evangelizzazione, dalla liturgia, alla catechesi, alla carità, alla missione.
E tutto questo come espressione del battesimo che tutti ci
accomuna.
Non è raro, ormai, entrando di domenica in chiesa vedere,
accanto al sacerdote, lettori a servizio della Parola, accoliti a servizio dell’Eucarestia, giovani e padri di famiglia, felici del loro
ministero all’altare.
– 21 –
Questo è vero.
Quand’ero chierichetto, nella mia chiesa, gli uomini per lo più
si vergognavano di stare vicini all’altare, e si mettevano in piedi,
mani dietro la schiena, a reggere la parete di fondo della chiesa
parrocchiale!
Allora tutto va bene?
Ad uno sguardo più attento non è così.
L’esigenza di promozione del laicato è antica, la realizzazione
ancora lontana.
Il nostro Parroco firmò il suo scritto: «un laico di Azione Cattolica», un po’ per nascondersi, un po’ per mostrare quale lucidità
sessant’anni fa era augurabile in un laico.
Questo mi pare il punto centrale del problema della parrocchia, di
dove si può anche misurare l’urgenza e la provvidenzialità dell’inserimento del laicato cattolico per la risoluzione del problema stesso.
Gli effetti nefasti della laicizzazione possono essere superati e neutralizzati soltanto da un laicato intelligente audace e disciplinato
(sic!) a servizio della chiesa.
La chiesa vuole e sollecita in tutti i modi la partecipazione dei laici
alla vita attiva e all’apostolato.
(op. cit. pag. 32)
Ausiliari o collaboratori?
Cara parrocchia,
mi chiedo, a 30 anni dal Concilio, se abbiamo sempre e veramente dato fiducia ai laici: se si sentono accolti, capiti, valorizzati quali uomini e donne che lavorano in parrocchia o che desidererebbero farlo.
Spesso si accettano come ausiliari preziosi, si temono come
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collaboratori intelligenti.
Devo dirti, sommessamente, che spesso siamo noi parroci ad
avere paura. Se son bravi ci mettono in discussione ma li accettiamo se sono nostri figli spirituali da sempre.
Il laico ha la sua testa, il suo cuore, le sue esperienze pur amando la chiesa ed essendo desideroso di servirla.
Alcuni sicuramente ti hanno confidato di sentirsi un po’ stretti.
Il laico oggi non rifiuta una formazione esigente ma vuole sentirsi protagonista nella comunità.
Se deve anche lui lavorare per vincere l’individualismo tipico
dei nostri tempi deve però trovare braccia aperte nel parroco e nei
fratelli che accolgano il suo servizio, i suoi doni e prima ancora la
sua vita.
Cara parrocchia,
è certamente più faticosa la tua vita con tanti laici «intelligenti
e audaci».
Dicendo questi aggettivi non credo che Don Primo volesse fare
una parrocchia d’élite e allontanare chi è privo di istruzione o di
prestigio. Oggi come ieri vi sono persone con la mente aperta, un
senso vivo delle cose di Dio e della Chiesa e una grande passione
per il mondo, benché occupati in lavori modestissimi e privi di
istruzione.
Audaci o servizievoli?
Si vuole invece evitare in tutti i modi di circondare la parrocchia di gente culturalmente chiusa ed incapace di avvertire la propria identità nel mondo moderno.
In genere sono gente traboccante di buon volere, ma la loro azione è
di scarso rendimento e di poco raggio la loro influenza
(op. cit. pag. 33).
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e aggiunge con qualche ironia:
Il parroco non deve rifiutare questa salutare esperienza che gli arriva a ondate.. portatagli da anime intelligenti e appassionate.
Se no, finirà per chiudersi maggiormente in quella immancabile
corte di gente corta, che ingombra ogni parrocchia e fa cerchio intorno al parroco.
I pareri di Perpetua son buoni quando il parroco è Don Abbondio!
Occorre salvare la parrocchia dalla cinta che i piccoli fedeli le alzano allegramente intorno e che molti parroci, scambiandola per un
argine, accettano riconoscenti.
Per uscirne, ci vuole un laicato che veramente collabori e dei sacerdoti pronti ad accogliere cordialmente l’opera rispettando quella felice, per quanto incompleta, struttura spirituale che fa il laicato capace di operare religiosamente nell’ambiente in cui vive.
(op. cit. pag. 42).
Certo i cammini di formazione, a tutti i livelli, sono oggi per i
laici più che necessari, indispensabili, preziosi. Fatti con metodo,
con sacrificio di tempo e di intelligenza, a livello parrocchiale,
vicariale, diocesano.
Il nostro è tempo di scuole di teologia. Ne sorgono per ogni
evenienza. E sono per lo più i laici che vi partecipano, uomini e
donne.
A volte è una scelta personale che li spinge. Quando invece è
tutta la comunità che li invia in vista di un ministero, di un servizio, la partecipazione è diversa: ci si sente dentro una missione,
c’è chi prega per questo, si è certi che la parrocchia lo accoglierà a
braccia aperte.
Eterni discenti o corresponsabili?
Molti laici, restano per tutta la vita eterni «discenti»: questo
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nasconde un po’ di paura e di mancanza di coraggio.
Ogni impegno da adulti deve avere uno sbocco, anche nell’apostolato.
A volte è vero che anche il parroco dice un collaboratore dovrà
essere come dico io... ma i collaboratori in parrocchia per lo più
non si scelgono, sono gradito dono a sorpresa.
A volte un fratello, una sorella vorrebbero impegnarsi ma lo
dicono con pochi cenni e solo una comunità attenta sa riconoscere quel desiderio.
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IDENTIKIT DEL CRISTIANO COMUNE IN PARROCCHIA
Cara vecchia parrocchia,
i tuoi laici hanno sicuramente qualcosa di singolare rispetto ad
altre esperienze di Chiesa.
Proviamo a tracciare un loro identikit.
Il cristiano comune è un cristiano che parla e non si vergogna
del Vangelo, che è capace di tradurre in parole la ricchezza della
sua vita e delle sue esperienze.
È colui che fa della parrocchia una «parrocchia parlante», capace di comunicare la fede.
«Il cristiano comune è colui che evangelizza per irradiazione e
per contagio. Le comunità parlanti hanno il compito di realizzare una mobilitazione sistematica dei cristiani comuni: cioè una
chiamata e una sollecitazione di ogni battezzato, memore del suo
battesimo, a una comunicazione personale, creativa ed espansiva
della sua fede.
La intendo, questa mobilitazione, come una priorità pastorale
assoluta». (L.Accattoli, Nuova evangelizzazione nelle Marche, Loreto
1994, pro-manuscripto)
Una sfida culturale quotidiana
La laicità è grazia, è vocazione per tutti i battezzati.
Ma il laico credente in parrocchia vive il suo essere laico non
tanto nell’ufficio, nella fabbrica, nel gruppo di lavoro o di servizio, nel sindacato, nella scuola, ma là dove vive la sua famiglia,
sotto lo sguardo di tutti, dove per così dire, la vita è una continua
radiografia soprattutto con i fratelli che lo conoscono e lo incontrano nei vari momenti della vita di parrocchia.
La sfida culturale abbraccia tanti ambiti, e sicuramente là dove
si vive la quotidianità non è più facile tenere insieme fede e vita,
idee e prassi.
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Si dice «nemo profetha in patria» ed è vero: quando ci rechiamo per una testimonianza un po’ fuori del nostro ambiente, in
genere torniamo soddisfatti: quel po’ di bene che tutti cerchiamo
di fare non è misurato dagli ascoltatori nella quotidianità della
vita di casa, di famiglia, di quartiere.
Al laico di parrocchia è chiesto di essere soprattutto un laico
vero: capace di animare cristianamente lo studio, il lavoro, l’economia, il tempo libero, l’organizzazione della vita civile perché
non tradisca e non allontani da Cristo.
Questa sfida culturale la vive in tanti ambiti che non sono
direttamente legati alla parrocchia: consigli di fabbrica, commercio, associazioni, gruppi, sindacati, movimenti...
Nelle parrocchie questa sfida si misura anzitutto sulle scelte
comuni della vita: i parrocchiani, lo sai bene, hanno un senso
molto sviluppato per riconoscere l’autenticità di vita di un laico.
Con lui, uomo e donna che sia, come si usa con i colleghi,
sono molto esigenti ed esigono una coerenza cristallina negli
ambiti che toccano la vita di ogni giorno: l’apertura di mente e di
cuore, il comportamento dentro la propria famiglia, una laboriosità e spirito di sacrificio, un profondo senso di legalità, la capacità di essere uomo di pace nei piccoli conflitti del vivere quotidiano, il modo di spendere soldi e il tempo, una grande passione
per ogni uomo.
Il tuo laico, se lo è veramente, di fronte ad ogni persona sa
vedere il bene che vi è nascosto e non giudica mai in base a singole scelte o comportamenti.
Sentirsi giudicati da cristiani è tristissimo, se si tratta di vicini,
amici di casa, nasce un distacco nel cuore sebbene celato a motivo della necessaria frequentazione.
Caratteristica di un tuo laico nell’ambiente in cui vive è il
distacco dai soldi: la tua gente è giustamente molto attenta a
come si guadagnano e a come si spendono i soldi al di là di tutte
le affermazioni di principio: lo stile della casa, della macchina, il
tenore di vita, le vacanze, la generosità discreta con chi è nel bisogno, l’ospitalità, l’accoglienza, la fraternità con il più umile e
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modesto dei vicini.
Non c’è dubbio che in questo stile di vita si riflette la tensione
culturale di problemi molto più grandi: l’iniqua distribuzione dei
beni della terra, il non rispetto della vita, la necessità urgente di
coniugare economia, libero mercato con solidarietà e aiuto alle
fasce più deboli, cultura della famiglia.
Ma ognuno di noi poi i grandi problemi li sminuzza nel quotidiano: nel frammento si può cogliere la tensione più vasta che
anima un cristiano: lo spirito di servizio si può esprimere anche
nel modo di tenere puliti gli spazi comuni e nel risolvere i problemi condominiali!
Non si tratta di pauperismo, quasi un rimasuglio di concezioni vecchie e ideologiche: la cronaca è piena di tangenti, truffe, illegalità, mancanza di senso dello stato, sperpero di pubblico danaro e ci si chiede dove erano i cristiani: non hanno visto, non
hanno parlato, erano complici silenziosi?
Dopo la caduta del muro tra est ed ovest dell’Europa il Papa
parla di un muro invisibile da abbattere dentro di noi e tra noi.
Il tuo laico vive in una grande libertà e serenità, senza farsi
omologare, senza nulla demonizzare. Nella lettera a Diogneto
questo atteggiamento è descritto in modo splendido.
Amare la parrocchia
Anzitutto, cara parrocchia, i tuoi laici si riconoscono per un
grande amore per te. Non sono molti a cogliere il mistero della
parrocchia: occorre vederti come porzione anche piccola ma
immagine autentica di chiesa radunata attorno alla Parola, all’apostolo, all’Eucarestia, nella fraternità e nella carità.
Scherzando spesso dico che ti si ama più per quello che non si
vede che per quello che si vede: quante volte, durante il Concilio
e dopo, ti abbiamo sognata e tante volte ridisegnata nel cuore per
rendere bello come di sposa il tuo volto!
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Né facciamo spreco di poesia. La parrocchia ha la sua poesia come
poche altre realtà sociali. Viene subito dopo la famiglia prima del
Comune. Ma per avvertirne e gustarne la bellezza ci vuol l’anima di
un Peguy, vale a dire un’incantevole semplicità di fede e di sentimento.
(op. cit. pag. 20)
Per amarti in modo durevole occorrerà certamente, come in
ogni grande amore, che si incontrino un cuore che abbia un’inclinazione ed uno spirito particolarmente predisposto verso la tua
vita di stampo «familiare»...
Chi sogna la pace dell’eremo (per qualche tempo tutti ne
avremmo bisogno) fa fatica a servirti tenendo in mano la Bibbia
e la scopa, facendo l’incontro teologico accanto al chiasso dei
bimbi dell’oratorio, unendo ad un grande spirito di iniziativa e
perseveranza una grande pazienza per ascoltarsi e raccordarsi con
fratelli e sorelle spesso così diversi da noi.
Chi vuol bene, starei per dire solo chi vuol bene, ha una vera e sofferente sensibilità, perché egli porta nello sguardo e nel cuore l’immagine della parrocchia ideale...
(op. cit. pag. 21)
Il parrocchiano, come ogni innamorato, ha due occhi e due
mani: per vedere ed operare nella parrocchia così com’è e per contemplare e preparare quell’immagine più piena e perfetta di parrocchia che porta nel cuore
Una fraternità aperta e fedele
Il cristiano comune si ritrova in parrocchia in una fraternità di
persone, corresponsabili e compartecipi della vita della comunità.
È la tua grande novità del post - Concilio.
Non c’è più solo il parroco alla testa del gregge: laici, uomini e
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donne, famiglie, responsabili dei vari ambiti della vita comunitaria, i diaconi e i ministri diventano una fraternità di persone che
si ritrovano fedelmente in una regola di vita non scritta ma a tutti
comune.
L’Eucarestia domenicale e quotidiana, l’ascolto delle Sacre
Scritture, i momenti salienti della comunità, i tempi di festa e di
riposo, ritmano la fraternità dove tutti si sentono corresponsabili.
Ai tuoi «don» non viene meno il compito decisivo della presidenza eucaristica, del perdono dei peccati, della armonizzazione
tra i vari doni che lo Spirito suscita dentro di te.
Diciamolo sottovoce: non è facile per i tuoi parroci passare, nel
rapporto coi laici, in breve tempo, dalla sottomissione alla collaborazione, dalla partecipazione alla corresponsabilità.
Una fraternità aperta a tutti i credenti, mai ripiegata solo su
quelli che esercitano un servizio: lo scambio delle persone rende
sempre aperta la porta. È una proposta per tutti, non fa coincidere la parrocchia con i più impegnati; sarebbe il rischio più grande.
La fraternità parrocchiale è atipica rispetto ad altre fraternità:
• in genere non c’è la figura del leader carismatico e questo
impegna la fraternità ad una grande fedeltà nell’appartenersi
basandosi più sul progetto che sulle persone;
• non vi sono mete comuni di impegno ma una molteplicità
di iniziative che tendono a isolare e disperdere i membri della
fraternità: emerge la necessità di momenti intensi di preghiera,
di programmazione e di verifica.
Essendo una fraternità essenzialmente missionaria si finisce
per amare più chi è «lontano» di chi è «vicino»; che a volte soffre
di isolamento, mancanza di accompagnamento e di confronto.
Il «vicino» ha anche lui tanto bisogno di crescere e non può
diventare solo colui che serve o che dà.
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Pluralismo sociale e politico
Il cristiano comune vivo e partecipe della tua vita di parrocchia
è chiamato a fare fraternità con persone molto diverse per classi
sociali ed opzioni politiche.
Tu sai bene, lo hai sperimentato a tue spese negli ultimi decenni, quanto è difficile tenere insieme nella quotidianità persone
che non sono dello stesso ceto sociale e soprattutto che non
fanno le stesse scelte politiche: in taluni momenti il disagio è
assopito, in altri riemerge prepotente.
Si parla di una unica fede che anima diverse scelte politiche e
di necessaria unità sui valori, ma nella pratica quotidiana della
vita questo implica riconoscere l’appartenenza di fede quale decisiva su ogni altra, essere pronti a riconoscere il bene compiuto
dall’altro senza pregiudizio, scambiarsi sincera stima ed amicizia
altrimenti il radunarsi in parrocchia non genera reciproca appartenenza, non fare mai prevalere le differenze sul grande impegno
e sulla grande sfida della coerenza nel lavoro, nell’economia,
nelle scelte sociali, nella famiglia. Essere luce, sale, lievito dove si
vive, è difficile per tutti.
Don Primo direbbe:
Il parrocchiano non deve pregiudizialmente credere che vi siano regimi politici ed economici che non possano risentire l’influenza cristiana.
(op. cit. pag. 40)
Tra i laici cristiani nasce quasi una sfida a calare lo Spirito del
Vangelo là dove ognuno ha scelto di operare o di offrire il proprio
sostegno.
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Fratture sociali e passione per l’uomo
Il tuo cristiano comune pur nel pluralismo delle opzioni sociali e politiche su un punto sicuramente si trova in sintonia con
tutti i fratelli di fede: nella passione per l’uomo, per la sua vita,
per i suoi drammi, per il suo futuro.
Tutto ciò che concerne la vita umana interessa il cristiano
comune e la parrocchia è estremamente attenta, in tutti i suoi
momenti, alla vita dell’uomo.
Il tuo laico sente ormai con chiarezza che non si può vivere la
fede senza rendersi presenti alle fratture sociali e alle persone che
ne sono coinvolte.
Il dramma tra il nord e il sud del mondo, i moderni fenomeni
di immigrazione, i problemi del lavoro e dell’occupazione si rendono presenti nel territorio della parrocchia in modo più o meno
visibile ad occhio nudo.
Sulla necessità di rispondere a queste emergenze, tutti i tuoi
cristiani dovrebbero ritrovarsi uniti. Anche le prime comunità cristiane formate da persone diverse per provenienza, cultura, opzioni politiche hanno saputo esprimere una solidarietà contagiosa
almeno come meta ideale.
Si potrà divergere sui mezzi, ma non si può discutere sulla
necessità di una distribuzione più giusta delle ricchezze e di dare
risposte urgenti alla fame, alla disoccupazione, ai nuovi poveri
che sono tra noi.
Un impegno unico con tre punte estremamente sensibili:
- fratture economiche e la capacità di pensare modelli nuovi di
condivisione; (C.v.p. perché non esorti gli imprenditori che sono
in te, spesso gente laboriosissima e con grandi capacità, a pensare in modo diverso il proprio lavoro come già accade in alcuni
paesi dove la gratuità ha sostituito il profitto?)
- fratture sociali e un grande impegno per la pace educando in
tutti i modi a superare la logica della guerra ed incoraggiando
quanti lavorano per questo;
- fratture familiari in un grande impegno per la famiglia a livel-
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lo culturale, filosofico e nelle concrete situazioni di vita.
La capacità di trovare un comune impegno trasversale su questi temi porrà le basi di un minimo comune dal quale tutti i parrocchiani possono partire per allargare gli spazi del consenso tra
i fratelli di fede e gli uomini e le donne del nostro tempo.
Con la Bibbia in mano
I tuoi cristiani comuni che sono passati dalla tradizione alla
proposta oggi si caratterizzano per un grande amore alla Santa
Scrittura. Brucio al pensiero che nelle nostre case coloro che arrivano con la Bibbia in mano non siano i fratelli di fede! I cattolici di parrocchia girano sempre con la bibbia in mano e sul cuore.
Mi ha commosso Don Giuseppe Dossetti (non era parroco ma
molti lo hanno preso anche come maestro per la parrocchia!) che
ha voluto nella bara accanto alla croce ed al rosario il libro delle
Sacre Scritture! Un esempio da imitare!
Ci pensi? Dopo tanti anni dalla riforma liturgica e la scelta
della liturgia in lingua italiana per molti è incomprensibile il linguaggio delle Scritture!
Mi pare di raccogliere un tuo invito: ritrovatevi insieme ogni
settimana, come preparazione e prolungamento dell’Eucarestia
domenicale, in Chiesa, con le porte aperte e le campane in festa,
per conoscere le Sante Scritture così da renderci capaci di leggere
ciò che Dio vuole da noi oggi!
E accanto alla catechesi biblica, la lectio divina quotidiana sul
vangelo del giorno, la lettura personale comunitaria della Parola
creano un profondo legame tra il cristiano di parrocchia e la Bibbia. Egli non l’ha certo in esclusiva ma può portarla in tanti luoghi che sono tipici della vita di parrocchia: centri di ascolto, preparazione ai sacramenti, catechesi, gruppi - famiglia, nelle case...
Don Primo direbbe:
Io non sono in grado di dare un nome all’attività...molto meno sono
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in grado di tracciarle un itinerario, che del resto è già scritto nel
Vangelo, nella dottrina della Chiesa e nelle grandi encicliche sociali degli ultimi pontefici.
(op. cit. pag. 37).
Un itinerario scritto nel Vangelo. Con tua grande gioia vedi sempre più spesso i tuoi laici che riconoscono l’efficacia potente della
parola di Dio. Per essi non è più solamente un libro ma una tenda
che, aperta, gli permette di vedere il volto di Gesù ed insieme una
griglia per decodificare i fatti e gli avvenimenti: c’è un itinerario che
il Vangelo rivela per noi come singoli, come famiglia, come comunità parrocchiale. Ed è proprio nell’ascolto delle Scritture che i tuoi
laici imparano a scegliere la regola di vita della comunità!
Un linguaggio stile famiglia
So che a questo poi tieni particolarmente: il tuo cristiano
comune lo vorresti con un linguaggio semplice e comprensibile.
Non si può usare un linguaggio da iniziati in parrocchia!
La semplicità è l’essenza, il nucleo. La banalità non ha nulla a
che spartire. Non è il linguaggio delle università, ma quello ugualmente vero della famiglia.
Don Primo direbbe. «Deve avere il sapore del pane casalingo!»
Ci sono laici capaci di comunicare se non si tirano indietro.
C’è un diavolo muto che impedisce al cristiano comune di prendere la parola in tante occasioni.
Il linguaggio semplice, incisivo, è anche una conquista. nasce
da una fede essenziale, che punta al cuore del messaggio.
Anche nell’annuncio del Vangelo essi dovranno ricercare una
esegesi semplice, capace di interpretare i fatti e svelarne il mistero
dell’amore di Dio.
Penso che vi sia una seconda sfida, in ordine al linguaggio.
Una volta si parlava di apologetica, poi più compiutamente di
teologia fondamentale.
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Oggi, specie per i catechisti, è necessario saper dire il valore
umano nascosto nel messaggio evangelico. Mostrare come lo Spirito del Vangelo è sempre profondamente umano. Svelare l’uomo
all’uomo.
Fedele a Dio e all’uomo
Il tuo cristiano comune in parrocchia non nasconde l’errore
ma lo distingue sempre dall’errante.
La chiarezza in campo morale è una esigenza di tutti in parrocchia ma sempre unita all’attenzione per le situazioni delle persone.
Dice il nostro Don:
C’è una bella fermezza o intransigenza dottrinale che, quando è sincera e intelligente, viene capita ed onorata dagli stessi che ne sono
colpiti. Ciò che guasta non è la saldezza dei principi, ma la loro
incauta e disumana applicazione.
(op. cit. pag. 41).
Il cristiano comune è chiamato a vivere una duplice fedeltà al
comandamento e all’uomo che vive la complessità della vita.
Conosce il bene supremo dell’unità del matrimonio e si fa
prossimo e sostegno delle coppie separate e divorziate, irregolari,
in situazioni di difficoltà.
Proclama con le parole e con i fatti il valore intangibile della
vita umana e incoraggia a ricominciare a credere nell’amore di
Dio alla donna che ha abortito.
Soffre per il giovane omosessuale che non è riuscito a far sentire accolto e rispettato dai coetanei e dagli amici di parrocchia e
non gli nasconde la strada impegnativa della castità.
Sa che occorre cambiare le cause strutturali che generano
povertà ed ingiustizie ma è pronto a dare subito pane, tetto e
tempo ai poveri che affollano le nostre comunità parrocchiali.
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MINIERA DI VOLTI NUOVI IN PARROCCHIA
Una comunità, tanti volti. Alcuni, tradizionali, si perdono per
strada, altri emergono per ministerialità e urgenza.
Alcuni volti, non nuovi, acquistano una coscienza più precisa
del proprio carisma.
I volti sono importanti: ogni comunità ne ha qualcuno di
unico, di singolare: il segno che lo Spirito agisce in parrocchia.
Tornino i volti: alcuni non dovrebbero mancare in nessuna
comunità come i giovani, i diaconi, i ministri, le donne, i consacrati, le coppie di sposi.
Possiamo sognare ad occhi aperti e cogliere la bellezza ideale
dei loro volti anche partendo da realizzazioni ancora parziali
nelle nostre comunità.
Lo sguardo ideale colto nella verità del Vangelo e nelle esortazioni dei pastori facilita poi un esame di coscienza sui limiti e
sulla distanza che c’è sempre tra l’ideale e la vita feriale nella
comunità.
Volti visti in positivo, quel che sono e quel che potrebbero
essere; volti in parte anche nuovi perché non erano presenti nella
parrocchia dei tempi passati.
I giovani. Il volto di Gesù che cerca
C.v.p., non ti è difficile capire chi ora ti scrive: siamo il tuo
volto più prezioso. Senza giovani infatti non avresti futuro, non
sapresti parlare al tuo domani. Siamo passati attraverso la crisi
adolescenziale ed ora ci sentiamo spiritualmente legati a te e desideriamo maturare assieme a te le scelte più decisive della vita perché tu possa essere viva e vitale in mezzo ai giovani. So bene che,
come una famiglia, tu ami i giovani e li accetti come figli di questo tempo. In ogni generazione c’è come un humus che accomuna i giovani, siano praticanti o non: è come un’aria che si respira
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o una rugiada che, quando cammini, non puoi scrollarti di dosso.
Come l’eschimo e certi cantautori impegnati erano il pane per i
quarantenni di oggi!
Tu già ci conosci, almeno in parte: rimaniamo giovani a lungo
oggi a motivo dello studio e della fatica a trovare occupazione e
perché non è facile maturare scelte definitive di vita come il matrimonio e la famiglia che per fortuna ancora per noi costituisce un
valore..
Non ti nascondo, c.v.p., che essendo noi sensibilissimi a ciò
che è personale e soggettivo mentre facciamo fatica a strutturare
ciò che è sociale e comunitario, anche verso di te abbiamo un rapporto non sempre facile nel senso che per noi sei una comunità
di persone e facciamo fatica a pensarti staccata da volti precisi e
concreti con cui vivere una esperienza di fede.
Volti non solo di coetanei: in questo ci aiuti a rompere gli schemi generazionali: per noi è decisamente importante il dialogo e
l’incontro con la generazione che ci precede per poter concretamente intravedere il nostro domani; penso a qualche giovane
famiglia disponibile a lasciarsi incontrare veramente, a delle
suore che consentano di ampliare la gamma delle possibilità con
cui spendere il nostro amore, a dei fidanzati che rendano a noi
trasparente il loro cammino verso il matrimonio, penso ovviamente ai tuoi sacerdoti e ai diaconi.
Accompagnamento vocazionale
Tu sai, c.v.p., quanto sia difficile per noi arrivare ad una scelta
di vita definitiva: non pensare che non ci poniamo anche la possibilità di consacrarci per il Regno, di aprirci alla missione per
tutta la vita, di scegliere cammini esigenti di contemplazione e di
carità.
Ti chiediamo un grande lavoro di accompagnamento: in genere sei molto impegnata con gli adolescenti e (scusaci lo sfogo
apparentemente egoista) non appena ci vedi un po’ staccati ed
indifferenti, con la «solita scusa» del «abbiamo rispetto per le
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vostre scelte» o del «assumetevi sempre le responsabilità di ciò
che fate», ci lasci un po’ soli, abbandonati a noi stessi.
Che ché se ne dica, è vero che noi giovani abbiamo tanta forza
e tanto entusiasmo che cerchiamo di mettere in tutto ciò che facciamo, ed in tutto quello per cui ci impegnamo in parrocchia e
fuori, ma è anche vero (ahimè dobbiamo ammetterlo) che la
nostra esperienza non è poi tanta e che quindi nel decidere, ancor
più se si tratta di scelte così importanti, diventa importante, se
non necessaria, la presenza di qualcuno: qualcuno che non prenda le decisioni al posto nostro, ma che sappia indirizzarci sulla
strada obiettivamente più giusta; qualcuno che non sia subito
pronto a giudicare, ma che condivida con noi gioie e dolori; qualcuno che non prenda questo «accompagnamento» come un compito da assolvere, ma che partecipi con noi alle gioie ed ai dolori
che verranno.
L’accompagnamento è fatto da tante persone perché crescendo
non riusciamo ad aprirci tutti con la stessa persona: guida spirituale per noi, come ti dicevo, può essere il Don, il diacono, una
suora, una giovane famiglia.
Certamente il rapporto con il Don nella confessione rimane
un punto fisso anche per la nostra ricerca vocazionale: lui poi so
che fa pregare per questo anche se è molto rispettoso di ogni
nostra scelta.
Consentici una annotazione: la chiarezza dei suggerimenti.
A volte abbiamo bisogno di un richiamo anche forte: sul
momento può far male, forse non lo ascolteremo neppure, poi
però diventa segno di amore vero perché si è preferito la verità al
lavarsi le mani.
Un cammino serio
C.v.p., un giorno sono andato dal Don e gli ho detto: «abbiamo molte iniziative per avvicinare i giovani, poche per aiutarli ad
andare avanti
Gesù non è a tutti i costi divertente». Passa parola: accanto ad
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un accompagnamento vocazionale cerchiamo itinerari seri di preghiera; tu in genere, a noi che ti siamo più vicini, chiedi tanti servizi dall’oratorio al catechismo, ma a volte sentiamo di dover
staccare la spina per ricaricarci prima che avanzi la stanchezza ed
il rifiuto per quello che abbiamo fatto per tanti anni in parrocchia.
Un cammino serio per noi giovani mi pare abbracci tre ambiti anzitutto: la formazione e la preghiera, l’imparare a stare nella
complessità, l’impatto culturale con il mondo del lavoro.
Sai bene che siamo esigenti: anche nella fede vorremmo sempre esperienze di qualità e di livello; anche nella catechesi e nella
preghiera. E vero che tu sei come la famiglia, importante perché
ci sei, ma siamo sempre più esigenti: non potremo dare a nostra
volta se non quello che abbiamo ricevuto ed interiorizzato. L’imparare a stare nella complessità non è facile per chi come noi ha
un animo fortemente puritano: vediamo lucidamente il non vero
che c’è attorno e vorremmo essere esenti da quella mediocrità che
ci sembra sconfini nell’ipocrisia.
C.v.p. la vita oggi è complessa: forse in questo i tuoi giovani
sono più preparati di altri perché ci fai vivere in una realtà varia,
frammentata e molteplice dove senza smarrire l’ideale occorre
misurarsi con la complessità delle scelte senza scoraggiarsi delle
cadute, ma ricominciando ogni giorno.
Stare nella complessità dona a noi giovani quell’equilibrio
interiore che non ci fa essere continuamente stressati ed inquieti
senza perdere la bellezza dell’ideale e la ricerca di un disegno esigente di vita in ordine alla famiglia, agli affetti, al lavoro, all’impegno sociale.
L’impatto culturale con la mentalità corrente è sicuramente il
nostro tallone d’Achille: con la maggiore età, nel lavoro o nell’università, i giovani di parrocchia spesso brillano per la loro incapacità di avere idee o progetti in sintonia con quanto hanno vissuto nei gruppi parrocchiali e con quanto hanno insegnato all’oratorio o al catechismo. In questo sentiamo l’urgenza di un confronto e di testimonianze credibili.
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Fidanzamento come tempo di grazia
I tuoi giovani ci credono al valore del fidanzamento ma senza
un gruppo di amici egualmente convinti è difficile viverlo.
Tu mi dirai: tanti incontri sull’amore e sulla sessualità ai campi
scuola, le lezioni degli esperti e le testimonianze di altre coppie,
gli incontri con il consultorio di ispirazione cristiana per i «fidanzatini in erba», la presenza di belle famiglie della comunità non
sono sufficienti?
C.p., vivere il fidanzamento come tempo di grazia non è semplice né scontato, ma alcuni dei tuoi giovani ci provano: educarsi
alla castità, alla comunione profonda delle persone, alla preghiera comune, alla comunicazione dei sentimenti, a progettare evangelicamente il domani di coppia, caratterizza i tuoi giovani fidanzati.
Dovresti, credo, anche offrire tempi e modi per vivere il fidanzamento come un vero cammino di iniziazione al sacramento
delle nozze.
A partire dall’inizio del fidanzamento quando i due che si
amano iniziano seriamente a verificare la possibilità di un amore
per la vita e la comunità si sente impegnata a pregare per loro che
iniziano un cammino vocazionale; agli sponsali che segnano la
decisione di formare insieme una famiglia e la preparazione ravvicinata alle nozze; alla preparazione immediata del sacramento:
in ognuna di queste tappe tu o parrocchia ti fai vicina alle coppie
dei fidanzati offrendo loro un vero accompagnamento vocazionale.
Riscoprire il fidanzamento, viverlo in modo diverso, concluderlo quando i due avvertono di poter mettere insieme la loro
vita mettendo in primo piano la famiglia e poi il lavoro. Essendo
decisamente in contro tendenza, non sfugge questa testimonianza dei tuoi giovani. In questo ti vorremmo molto presente: come
denuncia di carenze a livello legislativo, come sensibilizzazione
del territorio, e (perché no?) come sprone verso di noi a non
aspettare per sposarsi che tutto sia pronto ma solo il minimo
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indispensabile. Fai capire alle tue famiglie che offrire una casa a
prezzi modesti a due ragazzi che si sposano è grande segno di
amore e permette a dei fidanzati di concludere in modo naturale
il fidanzamento e iniziare nella gioia e con la benedizione di Dio
la vita matrimoniale!
I diaconi. Il volto di Gesù che serve.
C.v.p.
so bene che i diaconi sono inseriti con il sacramento dell’ordine nel ministero apostolico dei vescovi e dei presbiteri.
Ma rappresentano un volto nuovo in parrocchia, una vocazione dono del Concilio. E per lo più sono vocazioni nate in parrocchia a servizio della parrocchia, per non dire che tutti poi condividono la vita dei laici in ordine al lavoro, alla professione:
molti a motivo della famiglia e dei figli in quanto diaconi coniugati.
Le spose partecipano intimamente alla grazia del marito e si
potrebbe parlare di famiglia diaconale.
Il diacono fa cerniera tra la gerarchia e i laici; teologicamente
clero sociologicamente laico.
Nel Concilio (ricordi?) alcuni padri li videro come segno di
una nuova primavera nella Chiesa!
I padri del Concilio infatti li vedevano come il segno di una
Chiesa profondamente rinnovata cosicché non si riusciva a pensare ai diaconi dentro una comunità stanca e poco missionaria.
I tuoi diaconi sono ormai presenti da molti anni nella tua vita:
hanno ridisegnato lo spazio del presbitero e dei fratelli e sorelle
laici.
C.v.p.
ti ritrovi ad accogliere un volto nuovo: se saprai farlo con generosità ed intelligenza i diaconi ti apriranno possibilità inedite di
apostolato: lavoro interparrocchiale, evangelizzazione capillare,
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parrocchie suddivise in diaconie, vicinanza al mondo del lavoro,
servizi a parrocchie piccole e disperse, animazione del servizio e
della carità nella parrocchia, presenza di un ministero ordinato
uxorato accanto al ministero celibe del prete.
In quanto partecipe del ministero del vescovo e del prete è certamente una grazia essenziale per ogni comunità: in ogni parrocchia, anche piccola, non dovrebbe mai mancare.
Sembra impossibile che il Signore non susciti dovunque questo ministero, ma a volte non sappiamo riconoscere i segni di
possibili vocazioni.
Laici veramente laici, professionalmente seri e stimati per questo dalla gente, uomini capaci di servire in umiltà e nascondimento, con buone virtù umane ed un grande amore alla Chiesa,
si rendono disponibili se sono incoraggiati e se sono aiutati a
cogliere la preziosità del diaconato: la comunità li riconosce
come possibili vocazioni e li presenta al discernimento del vescovo; inizia la formazione teologica, spirituale e pastorale, non
senza il confronto e l’incoraggiamento della propria guida spirituale e con il consenso sereno e motivato della famiglia: ecco
come può maturare una decisione di prepararsi ad essere diaconi
di Gesù Cristo!
Il Giubileo del 2000 li vede, dopo secoli, di nuovo protagonisti della nuova evangelizzazione, i coniugati insieme alle loro
mogli.
Le mogli dei diaconi
Parlando con alcune di loro ho colto una certa solitudine ed il
desiderio di un coinvolgimento maggiore.
Avendo accettato consapevolmente l’ordinazione del marito,
con fine intuito femminile e materno, desiderano essere compartecipi della missione diaconale, ma, specie quando vi sono figli
ancora piccoli e numerosi, comprendono che nella complementarietà dei doni si può affrontare insieme la missione affidata al
marito.
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Anche durante la celebrazione dell’Eucarestia, soprattutto per i
bambini, a volte desidererebbero essere vicine al marito diacono,
tuttavia comprendono la grandezza del servizio che gli è affidato.
In realtà la loro presenza è essenziale e straordinaria e non
potrebbe esserci la missione del diacono coniugato senza la condivisione pastorale della sua sposa. La parrocchia dovrà in ogni
modo farsi vicina a queste sorelle che vivono il vangelo della
famiglia accanto al ministero ordinato.
Un nuovo colpo d’ali
Sono appena rinati i diaconi e già hanno incontrato qualche
difficoltà.
Sono certo che farai di tutto per sostenerli: un po’ l’impreparazione di alcuni, un po’ di gelosia da parte dei parroci, un po’ di
fatica a coniugare lavoro-famiglia e ministero, un po’ di abitudine che si fa a tutte le cose anche belle, hanno creato un momento di fatica nella vita dei diaconi.
Uno dei padri del diaconato nel nostro Paese l’aveva previsto
e annunciato con largo anticipo: il rischio che una volta accettato
nella prassi pastorale, il diacono finisse in una presenza di corto
respiro, trasformando l’accoglienza in un abbraccio soffocante.
Oggi però, con un nuovo colpo d’ali, i tuoi diaconi possono
ritrovare il loro volto giovane: quella primavera che i padri conciliari sognavano.
Sarebbe davvero inutile ogni forma di lamentela affermando,
anche con ragione, che i preti fanno fatica a sentirli colleghi del
collegio diaconale, come essi lo sono del collegio presbiterale;
sono le due braccia con cui il vescovo porta avanti il suo ministero nella Chiesa locale.
Il colpo d’ali può venire da te o parrocchia, dai tuoi diaconi se
insieme ritrovate le ragioni profonde di questo ministero ordinato.
Uomo del Vangelo il tuo diacono: questa è la splendida consegna dell’ordinazione: lo proclama, lo conosce sempre più, lo
spiega, lo prega nella lectio di cui è naturale animatore, lo porta
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ai lontani, lo introduce nella sua famiglia e nel suo lavoro, del
Vangelo si sente missionario in prima persona.
Col Vangelo traccia gli itinerari di catechesi per i catecumeni, è
aperto come diacono fidei donum, assieme alla sua famiglia, per
portarlo nel mondo intero.
Uomo della intermediazione: sull’altare fatto segno vivente di
Cristo, diventa il nesso vitale tra il presidente e l’assemblea, raccoglie e sollecita la preghiera della comunità, a lui il compito e la
gioia di pregare con cuore universale e insieme aperto ai drammi
della gente che vive attorno a lui.
Leggendo la vita nel Vangelo, esercita nella vita e nella parrocchia un dono straordinario: quello di portare il respiro della universalità della Chiesa e di essere memoria vivente dei fratelli e
delle sorelle più dimenticati e sofferenti.
E questo senza sostituirsi alla comunità, ma favorendo che
tutta l’assemblea lodi e supplichi il Signore.
E quello che fa nella Messa poi lo fa nella vita di ogni giorno!
Nel ricevere le offerte dell’assemblea che il diacono presenta al
presidente si fa interprete della necessità e dei desideri della
comunità cristiana.
Egli diventa l’animatore del servizio, come un apripista nella
vita della Chiesa, un missionario sia quando insegna sia quando
celebra i sacramenti, sia quando guida la comunità che gli è affidata.
Il diacono è l’uomo del calice: è il segno più espressivo del
legame tra diaconia ed Eucarestia, che si manifesta poi attraverso
il servizio della carità materiale e spirituale.
Alzando e porgendo il sangue di Cristo che si è totalmente
offerto per amore, il tuo diacono promuove ogni forma di carità
e di condivisione tra coloro che celebrano la stessa Eucarestia.
C.v.p.
se un nuovo colpo d’ali è necessario per il diaconato, per molte
parrocchie è ormai tempo di aprirsi a questo volto non più nuovo
della Chiesa del post-Concilio.
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I ministri. Il volto di Gesù che annuncia.
Cara vecchia parrocchia,
ci sono nella vita persone la cui presenza diventa un segnale al
di là dei compiti che rivestono: indicano un traguardo, sottolineano un impegno.
Vi sono gesti che cambiano la vita di chi li compie per le implicazioni che portano in sé o per il momento in cui il gesto si compie.
I ministeri istituiti, racchiusi nelle figure del lettore e dell’accolito, appartengono al quella categoria di persone e di gesti.
Se non li sai guardare con l’occhio giusto ti sembrano poca
cosa: un incarico che è proprio di ogni battezzato di leggere la
Parola di Dio nella liturgia escluso il Vangelo, e di servire all’altare al diacono e al sacerdote.
Servizi per ora riservati a uomini, dopo congrua preparazione.
Se all’inizio l’abito bianco, indossato da professionisti o operai o padri di famiglia poteva essere una novità, col tempo è consuetudine e non crea né scandalo né novità.
Per comprendere la ricchezza nascosta di questo dono che ti è
fatto dopo il concilio, devi cogliere anzitutto la novità e l’invito
che ne consegue.
La novità di un ministero istituito sancisce, per così dire, il passaggio dalla compartecipazione alla corresponsabilità dei laici
nella comunità.
Il sentire è di tutti ma l’urgenza che ogni servizio sia assunto in
prima persona, con grande responsabilità, con la necessaria preparazione, questo cambia il modo di concepire il ministero in
una Chiesa tutta ministeriale.
C’è, nell’istituzione, una provocazione per ogni ministero laicale: ciò che è di tutti alcuni lo vivono in modo unico, personale,
creativo.
Un invito a vivere in modo deciso la ministerialità, alcuni tuoi
laici da anni lo hanno preso sul serio rendendosi disponibili
come lettori e accoliti.
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È chiaro, cara parrocchia, che riassumendo in queste due
modalità ministeriali la ricchezza e la molteplicità dei servizi, la
Chiesa ti invita e ci invita a dare a questi due ministeri un significato più ampio, quasi sintesi di tanti servizi che ruotano attorno
alla Parola e alla Eucarestia.
Nel rispetto delle norme, i nostri lettori sentono nel cuore che
gli è affidato un compito enorme e stupendo: essere tra i laici
quelli che più si impegnano a conoscere e far conoscere le Sacre
Scritture nella Chiesa del Post-Concilio, quasi ricevendo dalle
mani dei padri conciliari i grandi documenti che restituiscono in
modo più vero ai credenti la fonte della fede, le Sacre Scritture del
Vecchio e Nuovo Testamento.
I tuoi lettori, quali amanti delle Sacre Scritture, la leggono, la
pregano, l’attualizzano per l’uomo di oggi, curano la loro formazione permanente sulle Scritture, stimolano tutta la comunità in
questa direzione.
Proclamandole nel momento solenne della vita della comunità, diventano artefici di questo sogno grande di ridare al cristiano comune una frequentazione assidua con la Bibbia.
Anche l’accolito (si potrebbe chiamare anche suddiacono)
avverte che affidandogli il suo tesoro più grande, l’Eucarestia, il
Signore gli chiede di approfondire, conoscere, e vivere il mistero
di cui è costituito servitore.
I tuoi accoliti li scegli tra coloro che vivono il mistero della
liturgia con consapevolezza e fedeltà e ricevono il grande dono di
servire per collegare insieme l’Eucarestia e la vita. Offrire ogni
giorno la propria vita, rimettersi continuamente in un atteggiamento ablativo, amare e far amare la Chiesa corpo di Cristo, collegare sempre più la liturgia con la vita attraverso un particolare
servizio ai poveri e agli infermi, essere uomini di riconciliazione
e di pace nei conflitti della comunità.
Come la Parola di Dio che il lettore proclama diviene luce per
la vita e per la storia di ogni uomo, così l’Eucarestia cui l’accolito
serve plasma la vita di ogni uomo.
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Il forte legame tra liturgia e vita è la tipicità del suo ministero.
Il loro abito bianco è memoria viva della dignità di ogni battezzato al quale è dato lo Spirito per credere nell’efficacia delle
Scritture e per comprenderle e gustarle come rivelazione di Cristo
e regola di vita per l’uomo e nello Spirito riconoscere il mistero
della Chiesa che genera ed è generata dall’Eucarestia.
Ministri o missionari?
Dobbiamo, cara parrocchia, allargare lo sguardo sui tuoi ministri istituiti per non ridurli a piccola cosa: essi sono essenzialmente missionari: avvertono forte nel cuore il desiderio di annunciare il Vangelo e rendere presente la salvezza nei sacramenti, specie l’Eucarestia.
È questo spirito missionario che allarga l’orizzonte del loro
servizio: il lettore proclama la Parola di Dio nella liturgia, è catechista, cioè educatore alla fede, cura la comprensione della Parola di Dio da parte dell’assemblea, è annunciatore della Parola di
Dio ai lontani negli incontri personali, nei centri di ascolto, nella
catechesi itinerante, e in tanti altri modi che la vita suscita in te,
cara parrocchia.
Si possono aumentare i nomi e le specificità dei ministeri che
hanno una istituzione liturgica ma non è meglio allargare e consolidare quelli esistenti allargando la loro prospettiva pastorale?
Essi, centrati sulla liturgia alla quale servono con dignità regale, si aprono alla totalità della vita cristiana e devi fargli uno spazio più grande nella tua vita di parrocchia.
Essi contribuiscono e sono essenziali per quella riscoperta
della Bibbia in questo anno di Cristo in preparazione al giubileo.
Parimenti l’accolito o suddiacono (il secondo nome ne illuminerebbe il compito!) è missionario in senso maggiormente pratico-operativo con la sua vita e il suo ministero.
In assenza del diacono ricorda a tutta la comunità le emergenze della carità perché dopo la gioia della celebrazione domenicale il popolo di Dio viva la messa nella vita.
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L’andare ai malati e anziani per portare l’Eucarestia lo fa missionario presso i piccoli e i poveri e questo lo spinge nella vita ad
una operosa carità: cura che a Messa ogni domenica non manchino le persone con handicap, si premura per eventuali fratelli
non vedenti, sordomuti, sordociechi, perché abbiano accoglienza
e aiuti adeguati, si fa missionario del Vangelo in una società consumista e indifferente.
Logica vuole, cara vecchia parrocchia, che crescendo in te la
consapevolezza del compito dei ministri istituiti ve ne siano
quanti sono necessari: non vi saranno più lettori «occasionali»
quanto più sarà apprezzato e vissuto il ministero del lettore istituito: parimenti crescendo la consapevolezza del dono di essere
accoliti, essi tendono a ridurre l’esigenza dei ministri straordinari
della comunione (benché gli uni e gli altri siano stati preziosissimi in questi anni dall’avvio dei ministeri) soprattutto se sarà sempre più aperta alle donne la strada dei ministeri istituiti.
Le donne. Il volto di Gesù che accoglie
Nella parrocchia miniera c’è una ricchezza in gran parte inesplorata: il ministero della donna nella parrocchia.
Non dirmi che le donne sono presentissime in parrocchia: alle
liturgie, alla catechesi, nella carità, presentissime nei servizi, la
catechesi è per lo più opera di donne, i servizi di organizzazione,
di segreteria, di decoro della chiesa sono spesso fatti da donne.
Hai ragione, ma per lo più la donna è una preziosa collaboratrice per l’esistente non ancora preziosa missionaria per il tuo
futuro! In questo è un tesoro ancora inesplorato nella miniera!
Essere donna oggi
C.v.p., pensare al volto della donna fuori e dentro la chiesa,
scoprire il suo apporto attivo e costruttivo in seno alla comunità,
mi sollecita in modo particolare il parlarne con te.
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Veloci mutamenti socioculturali hanno segnato gli ultimi
decenni, definendo una nuova immagine della donna e del suo
ruolo.
Ti basti pensare al lavoro extrafamiliare, al restringersi progressivo delle aree e delle competenze familiari, all’interesse rinnovato per i sentimenti e la sfera emozionale.
La donna ha pertanto acquistato una «identità», guadagnata
senza contrapposizioni, ma anche senza omologazioni; una parità
nonostante la diversificazione e la differenza che si compone in un
tutto unitario attraverso il dialogo e la reciproca osmosi.
«Reciprocità nella differenza»: scambio produttivo di altissimi
apporti che trae origine da due poli contrapposti che si integrano.
Tutta la chiesa si è impegnata nel ripensamento del ruolo della
donna nel suo interno.
Il papa ha voluto premiarla con la lettera «Mulieris Dignitatem», promuovendo l’inestimabile valore del genio femminile.
Nella parrocchia del futuro vedo più che mai ridisegnato il
compito della donna come protagonista, non nel senso di accampare diritti, ma per tradurre i doni ricevuti; esercitare il proprio
servizio, non in rivalità o in antagonismo con i cristiani di sesso
maschile, quanto piuttosto per attestare la necessaria interazione
di maschile e femminile nella vita della comunità stessa.
Dalla parrocchia miniera la donna va estratta con particolare
cura per la sua preziosità e inserita nel grande cantiere aperto di
una chiesa che si rinnova.
La parrocchia del domani, pluralista, multiforme che riassume
in sé persone, stati, situazioni, differenze di classe, di età, di scelte di vita, ha compiti molteplici che richiedono coraggio, quasi
un’attitudine materna a passare attraverso il travaglio che è di
un’epoca, di una cultura e di tante coscienze.
La vita dell’uomo, a volte, è troppo stretta dalla tecnica e dalla
scienza, La donna, il femminile, il materno, porta a vivere più di
intuizioni, di sentimenti, di emozioni, porta a ragionare con maggiore creatività e libertà. Questo carisma, questo talento la costituisce membro vivo, attivo della comunità e dei bisogni in cui la
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parrocchia si incarna.
Pensa quale contributo per aprire strade nuove legate all’infanzia, alla vecchiaia, all’immigrazione, alle nuove povertà.
Il compito della donna è variegato, è una sfida a cercare soluzioni rendendo più acuto lo sguardo, è coscienza che il servizio
nasce dalla fede, ma da una fede che si fa intelligenza, memoria,
dono di sé, sapienza.
Grande è la capacità della donna nell’amore, e la forma dell’amore al femminile si esplica nell’accoglienza, nella disponibilità
alla relazione interpersonale, nell’attenzione per la persona.
Attenzione alla persona è senso della gratuità, è essere attenti
ai più deboli in cui i valori sono custoditi in una forma più indifesa, è fedeltà all’altro, è disponibilità.
La donna è chiamata oggi ad esercitare le sue qualità, le sue
attitudini ed il suo carisma nella nuova evangelizzazione, perché
capace di annunciare la gioia di credere in una speranza nuova, in
un battito di cuore, in un gesto di fraternità spontanea.
La questione femminile nella parrocchia non è sicuramente
una questione fra le tante: è in gioco secondo me la credibilità
della parrocchia stessa.
Mi piace guardare alla parrocchia del terzo millennio come a
una comunità in cui alacremente convergono uomini e donne;
una comunità nel segno della gratuità e del dono, grazie anche
all’appassionato impegno della donna.
Volti di donna
Vi sono già in te tanti volti nuovi di donna: donne preparate
che hanno frequentato le scuole di teologia o desidererebbero
farlo, donne con grande talento e sensibilità, donne fortemente
impegnate nella vita civile che desiderano con eguale responsabilità essere accolte nella chiesa.
Tutti i volti della donna fanno bella la parrocchia!
Donne spose e madri con tutta la gioia e le responsabilità della
casa, donne single che per situazione di vita vedono sfumare un
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progetto serio di famiglia e sentono di avere tanto amore da mettere al servizio degli altri; donne consacrate che vivono e lavorano in parrocchia o pregano nel monastero, che portano un aspetto preziosissimo dell’essere donna quale la totalità dell’amore e la
purezza del corpo; donne separate o vedove che decidono di trasformare il loro stato di vita in una vocazione e una diaconia
verso i più poveri o verso coloro che cercano Dio.
C.v.p. devi pensare come poter sviluppare la ministerialità
della donna nella tua vita di parrocchia.
Donna e nuove forme di catechesi
La catechesi parrocchiale non va così com’è: è un dramma vero
e proprio in incubazione da tempo, scoppiato in questi anni: non
riesce a formare; è per lo più tollerata, raramente lascia un segno.
La donna educatrice o madre sente molto questo problema.
Qui puoi estrarre davvero dal tuo tesoro grandi ricchezze!
Oggi la maggioranza dei catechisti è donna; con grande fedeltà
ed impegno sebbene la catechesi per lo più non incida, non prenda.
Perché non ricercare alcune donne, con particolare carisma e
passione, di specializzarsi nella catechesi, non solo a livello teologico e didattico ma anche a livello creativo e sperimentale: strade nuove più coinvolgenti, capaci di trasmettere in profondità il
messaggio nel cuore di ragazzi adolescenti, valorizzando anche la
situazione di casalinga e di part-time entrambe così preziose per
organizzare il proprio tempo?
Le donne possono essere coinvolte nei ministeri di fatto e venire affidati a loro in prima persona i servizi preziosi della Parola e
dell’Eucarestia.
Valorizzare il rapporto fra donna e casa: ogni casa può diventare aperta, capace di attenzione e di ascolto, di accoglienza e di
concreta solidarietà.
Un particolare carisma la donna lo rivela nei problemi educativi e nella promozione del sociale.
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Donne catechiste itineranti
Cara vecchia parrocchia,
oggi la gente ha tanto bisogno di essere ascoltata e nessuno ha
tempo per ascoltare. Il confessore è sostituito spesso con lo psicologo ed è assai difficile la guida spirituale.
Anche chi è in ricerca di Dio e non viene in parrocchia qualche volta ha un desiderio di parlare di Dio e spesso chi bussa alla
sua porta non gli annuncia Gesù ma altre fedi.
Oggi a volte accade che i sacerdoti visitino una volta all’anno
le famiglie, frettolosamente, in occasione della visita pasquale. A
volte rimane solo una occasione di saluto, di uno scambio di
notizie senza andare in profondità.
È possibile oggi preparare alcuni in parrocchia e tra parrocchie
come catechisti itineranti, missionari nelle case per ascoltare e
parlare di Gesù.
Sono specialmente donne, madri di famiglia o più spesso consacrate: la donna è maggiormente capace di accogliere ogni situazione umana, più facilmente può essere accolta in casa, anche al
mattino dove trova più facilmente altre donne.
Sono persone che dotate di grande umanità, si sono preparate
per questo servizio missionario con lo studio e la preghiera.
Sono riconoscibili e la gente le riconosce subito come inviate
della comunità cristiana. Vanno nelle case e nei luoghi d’incontro
senza alcuna finalità immediata (libri, avvisi, presentazione di un
movimento o così via), ma si presentano «disarmate» solo per
parlare di Gesù, della fede, della fatica di credere.
L’ordo virginum
Si può ben dire con «santa invidia»: ho visto un volto nuovo di
donna nelle vergini consacrate; conosco un esempio splendido in
una parrocchia vicina!
Sono «sposate» a Cristo e vivono la loro consacrazione nel
mondo, in tutto simili alle altre donne, legate in modo speciale al
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vescovo e alla Chiesa locale.
Sono un segno nuovo e splendido anzitutto per il mistero di
Chiesa di cui sono l’immagine vivente: la Chiesa sposa del Cristo,
da amare in modo indissolubile, quel mistero che gli sposi cristiani esprimono nella loro comunione coniugale.
La sponsalità è il cuore attorno al quale si esprime e si organizza tutta la loro vita e la loro spiritualità: la preghiera è colloquio sponsale con Lui, la lettura del Vangelo è ascolto della Parola dello sposo, l’apostolato e le opere di misericordia sono partecipazione sponsale al mistero di Cristo vivente nella Chiesa, presente soprattutto nei piccoli e nei poveri.
Esse, legate alla chiesa locale, rispondono alle esigenze apostoliche che essa propone ed abitualmente sono inserite nella
loro parrocchia.
Sono tue figlie in modo speciale: non sono religiose, né membri di un istituto secolare, non fanno riferimento a un fondatore,
non assumono una regola monastica o uno statuto di vita religiosa, non si costituiscono in comunità, non hanno superiori o
superiore, sono laiche consacrate.
La verginità consacrata alimenta in loro uno spirito di grande
disponibilità al servizio anche se la loro consacrazione è già di per
sé un ministero indispensabile alla vita della Chiesa.
Impegnate nella preghiera, nella liturgia, nell’evangelizzazione, amano le S.Scritture, si dedicano ai fratelli in particolari difficoltà.
Per questa strada realizzano la propria femminilità: la verginità
infatti vista e vissuta nella fede è superamento della solitudine,
diventano madri nello Spirito perché tanti figli siano generati nel
Vangelo.
Che ne dici c.v.p.?
Non sarebbero un dono splendido per ogni parrocchia?
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Le coppie di sposi. Il volto di Gesù che ama
I coniugi cristiani ricevono un dono che secondo l’espressione paolina
(1° Cor,. 7, 7) è un vero e proprio carisma a servizio della comunità.
Essi ricevono così il compito di edificare la comunità ecclesiale. La
grazia conferita agli sposi dalla celebrazione delle nozze cristiane
oltre a generare una vita di santità, li rende protagonisti della vita
della chiesa e corresponsabili della sua edificazione.
(C.E.I., Sulle orme di Aquila e Priscilla - Roma 1997 - pag. 18)
Cara parrocchia,
suonano come miele ai tuoi orecchi queste parole dei vescovi
perché il volto nuovo della tua vita è dato proprio dal fatto che
coppie di sposi, insieme, siano impegnate nella pastorale.
Prima ancora di ciò che fanno o potranno fare, il fatto di lavorare insieme come coppie è già una forma di evangelizzazione.
Insieme pregano, insieme si formano, insieme annunciano,
insieme servono.
C’è un linguaggio non verbale che una coppia unita trasmette
con la sua vita: cogliere questo linguaggio nella comunità parrocchiale è di grande aiuto per le altre coppie, per i giovani, ma anche
per i singles e i celibi e le vergini consacrate.
Dicevano gli antichi «non multa sed multum»: sicuramente sarà
minore la quantità dei servizi possibili insieme, specie quando ci
sono figli piccoli, ma la qualità è sicuramente più grande quando
due sposi insieme annunciano, servono, pregano.
A volte i tuoi sacerdoti non sono sempre attenti alla coppia
come tale preferendo avere delle prestazioni pastorali: credo però
che di fronte a tensioni e stanchezze della vita di coppia dovranno scoprire che è più efficace il lavoro come coppia a costo, a
volte, di dover rinunciare a qualcosa per le esigenze familiari mai
trascurabili.
È perfino banale parlare di crisi della famiglia tanto è sperimentabile nella realtà: non solo situazioni di crisi ma il progetto
cristiano di famiglia vive una silenziosa e pericolosissima crisi.
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Crisi di identità e di un progetto credibile di famiglia.
Ciò che più colpisce nella tue coppie più mature è la mancanza di paura in ordine all’amore e al matrimonio: con la loro vita
di sposi e genitori trasmettono quasi per contagio, la certezza che
l’amore di coppia paga, nonostante i momenti di difficoltà e la
convinzione che i conti si fanno alla fine e non sono in rosso...
Questa convinzione li aiuta a non ingrandire le difficoltà, a
non nascondere ma neppure esasperare i momenti di stanchezza
nella coppia, di momentanea aridità, di un po’ di freddezza
vicendevole, certi che l’affetto può rifiorire nel rispetto e nel dono
vicendevole.
I tuoi sposi credono nella famiglia: il primo fondamentale servizio che rendono alla comunità.
Questa fiducia vicendevole fa sì che non abbiamo paura dei
figli e della vita. Giovani mamme con numerosi bambini stanche
e serene insieme in un paese che detiene il primato della denatalità.
Una famiglia normale
Le tue coppie credono in una famiglia «normale»: condividono e riaffermano l’importanza della figura paterna e materna per
la crescita equilibrata dei figli, la necessità di tempo per nutrire la
vita di coppia senza lasciarsi totalmente assorbire dal lavoro e dai
figli o...dagli impegni in parrocchia... (sic!)
La presenza preziosa di tutte le figure educative soprattutto i
nonni, amici e figure importantissime per le nuove generazioni.
Le tue coppie, se sono famiglie vere, diventano già missionarie;
vivere un progetto credibile di famiglia è oggi la prima grande
missione.
Oggi molti psicologi addebitano alla famiglia la prima responsabilità di ogni turbamento o devianza; gli operatori sociali fanno
perno sulla famiglia per la soluzione dei problemi più gravi, anche
psichici, mentre la famiglia è in grave crisi di identità e di vita.
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Famiglie vere
Una coppia è vera quando affronta la sfida di proporre un
modello e uno stile di vita alternativo e condiviso da genitori e
figli: fatto di fedeltà, di dialogo, di rispetto per tutti, di sacrificio.
La tua coppia è vera quando si rende visibile come chiesa
domestica, come luogo di accoglienza e accettazione della diversità vista come ricchezza nella complementarietà dei doni.
Una coppia è vera quando diviene luogo di condivisione dei
successi e insuccessi, dei problemi di tutti i giorni, delle preoccupazioni per la salute e la crescita dei figli, nelle esperienze spirituali e quotidiane, capace di stare al passo di tutti anche di chi fa
più fatica.
Una coppia è vera e quindi è missionaria quando non si lascia
condizionare dal mondo e si offrono alternative ai figli rispetto
alla cultura dei mass-media e quando l’andare al mondo non fa
paura ma da gioia.
In una famiglia vera la missione si manifesta come assunzione
di responsabilità, con l’impegno in prima persona, con la critica
costruttiva, con il dare prima del ricevere, con l’essere prima del
fare, la promozione della donna ne è il risultato visibile e tangibile.
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UN LAICO CLERICALIZZATO?
Un laico impegnato nelle realtà umane, nella famiglia, nel
lavoro, nel sindacato, nell’amministrazione della cosa pubblica,
nell’economia, nei molteplici servizi della vita di oggi, con tutta
la fatica di animare cristianamente queste realtà può anche vivere
la profondità dell’impegno apostolico in parrocchia?
Cara parrocchia negli ultimi decenni quando questa spaccatura si è verificata tra il laico impegnato in chiesa e quello impegnato nella società, i risultati si sono dimostrati sconfortanti. Ma
anche tenendo insieme famiglia ed affetti, professione e vita
sociale, comunità cristiana e servizi ecclesiali, non si può correre
il rischio di clericalizzare il laico?
Sessant’anni fa la distinzione tra prete e laico era più netta e si
voleva distinto l’ambito di impegno:
Un grave pericolo è la clericalizzazione del laicato cattolico, cioè la
sostituzione della mentalità propria del sacerdote a quella del laico,
creando un duplicato di assai scarso rendimento.
(op. cit. pag. 42)
Potremmo tranquillizzare Don Primo dicendogli che non è la
profondità dell’impegno apostolico che favorisce la clericalizzazione del laico.
Cara vecchia parrocchia,
ben altre sono le cause della clericalizzazione del laico.
«fuga mundi»
Forse una prima causa di clericalizzazione non sta nella teologia o nella prassi pastorale ma nell’animo di alcuni dei tuoi cristiani.
Una volta si chiamava la «fuga mundi»: il vedere il mondo di
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oggi nelle sue istituzioni e struttura in modo fortemente negativo,
come una realtà dove non vale più la pena di sporcarsi le mani:
di fronte a Sodoma e Gomorra ormai c’è la fuga, senza voltarsi
indietro... dimenticando che sarebbero bastati pochi «giusti» per
salvare la città...
Quando si fugge dal mondo si fugge nel sacro, nella chiesa: la
chiesa diventa il tutto e tutto si vive come sottile ricerca di realizzazione di se stessi. La chiesa non più serva dell’uomo ma bene
rifugio.
Oggi in parrocchia è più raro che accada tra i giovani, più facile tra gli adulti.
Quanto più si ama la gente, tanto più la gente diventa l’orizzonte del servizio; quanto più il mondo è visto come l’orizzonte
missionario del credente, tanto più si cercano i segni di bene presenti in ogni uomo e in ogni realtà umana.
La gente vede un laico clericalizzato quando non sa valorizzare la vita umana in tutte le sue espressioni.
I parrocchiani apprezzano quando la loro vita è riconosciuta
come valore: l’anniversario di nozze, anche civili, sottolineato
con un saluto e una lettera affettuosa e rispettosa insieme, la
nascita di un figlio, un posto di lavoro finalmente raggiunto, un
amore finalmente realizzato lo sviluppo di un’azienda, una meta
professionale conquistata.
L’animus clericale finisce per pensare che il bene stia solo sotto
il campanile e l’uomo moderno giustamente rifiuta uno schema
miope e angusto di giudizio.
Ecclesiocentrismo
Il clericalismo laicale nasce da uno sguardo non «vero» su
Gesù: quando Lui rimane sullo sfondo e la realtà religiosa in
primo piano. Lo chiamano il vizio dell’ecclesiocentrismo: Lui,
invece di crescere, diminuisce ai nostri occhi: in primo piano
viene l’organizzazione, il consenso, la sottile ricerca di prestigio e
potere. E questo può abbracciare entrambi gli ambiti della vita
– 58 –
laicale: quello più tipicamente ecclesiale e ministeriale ed anche
quello più culturale e sociale finendo per annacquare in entrambi la cosiddetta ispirazione cristiana. In cammino verso il grande
giubileo i tuoi laici possono inserirsi da protagonisti nella vita e
nell’apostolato parrocchiale e conservarsi immuni dal clericalismo.
Leaderismo
C.v.p., il clericalismo può ancora nascere da una falsa concezione di Chiesa: sebbene il Concilio abbia affermato la grande
dignità dei laici, se di fatto essi si sentono di dipendere dal clero
possono diventare clericali. Perché dove manca una vera corresponsabilità facilmente sboccia il leaderismo: nei movimenti di
frequente sono laici, in parrocchia più facilmente lo diviene il
prete e nasce un sottile mimetismo in coloro che riconoscono in
lui un leader.
Anche la separatezza è la radice di ogni clericalizzazione della
fede; l’incarnazione, al contrario, pone il credente come colui che
lava i piedi, lo pone come il sale, il lievito nella pasta, come colui
che si fa servo dei fratelli.
Per questo dobbiamo ora verificare come la parrocchia si pone
di fronte al mondo, se si sente una realtà separata o profondamente incarnata.
– 59 –
Capitolo secondo
LA PARROCCHIA
TRA SEPARAZIONE ED INCARNAZIONE
C.v.p.
la parrocchia declina per mancanza di comunione con la vita, ossia
per difetto di incarnazione.
(op. cit. pag. 37)
Cristo non ci ha salvato dal di fuori o dal di sopra, ma dal di
dentro.
Anche tu sei chiamata, per vocazione originale, a non essere
separata dalla vita dell’uomo, dai suoi problemi, dalla sua mentalità.
Vi sono religioni e spiritualità che concepiscono il sacro, il rapporto con Dio, come separazione dal mondo, come un elevarsi al
di sopra delle passioni, come un essere messi a parte: anche in
Israele la liturgia, tanto più era solenne, tanto più prevedeva gesti
di separazione.
La nostra religione, al contrario, c.v.p., pone al centro l’uomo
concreto in tutte le sue dimensioni e riconosce la Parola di Dio
dentro la vita e la storia dell’uomo.
Anzi la convinzione di essere sale e luce del cosmo ti ha con-
– 60 –
dotta ad una maternità sollecita e premurosa da abbracciare tutta
la vita dell’uomo.
Tutta la vita, in quanto subordinata e coordinata alla salvezza eterna dell’anima e all’avvento del Regno di Dio come aiuto alla salvezza delle anime, appartiene alla maternità della Chiesa.
(op.cit. pag. 31)
– 61 –
LA SECOLARIZZAZIONE E LA PARROCCHIA
Un tempo la parrocchia era tutta la vita della comunità.
(op. cit. pag. 26)
Diamo, solo per un attimo, uno sguardo all’indietro, ma senza
accuse e senza nostalgia perché quello che viviamo oggi non è
solamente la conseguenza di premesse poste e di situazioni accettate.
La crisi che attraversa la Chiesa oggi è dovuta in larga misura alla
ripercussione, nella Chiesa stessa e nella vita dei suoi membri, di un
insieme di mutazioni sociali e culturali rapide, profonde e di dimensione mondiale.
(Episcopato francese, Lettera ai cattolici di Francia, in Il Regno
n° 790, pag. 221)
Che cosa è successo?
Ecco come già ne parlava il nostro don:
Nel processo naturale e necessario di differenziazione durato vari
secoli - corrispondente al processo inverso di assimilazione di funzioni non religiose durato pure dei secoli - la parrocchia vide staccarsi a uno a uno parecchi di questi ministeri o funzioni, i quali
erano ad essa legati e da essa esercitati direttamente benché non
essenziali alla sua missione.
L’autonomia, conquistata a fatica e non senza contrasti dalla comunità, non vuol dire diminuzione o attentato al prestigio spirituale
della parrocchia. È un fatto normale, quindi cosa buona.
La parrocchia aveva assunto l’esercizio diretto delle principali funzioni sociali per una necessità storica, essendo le altre istituzioni
ancora incapaci di esercitarle o così decadute da non dar più garanzia. Essa compiva una carità, ma si preparava un pericolo.
(op. cit. pag. 26)
– 62 –
Don Primo comprende, giustifica, parla con delicatezza e con
forza: dietro ai grandi processi come quello della secolarizzazione vi sono cause complesse, mai un capro espiatorio.
Ma quello che era necessariamente temporaneo ed eccezionale non
poteva né doveva durare: ne avrebbero sofferto la parrocchia e la
comunità civile.
Ma poiché nessuno rinuncia spontaneamente a posizioni di dominio
acquisite per necessità e mantenute a lungo per il bene comune, il
processo di liberazione o di maggiorità del civile dall’ecclesiastico s’è
svolto con vicende irte di scontri e d’incomprensioni dolorose e fatali.
La parrocchia di fronte a una comunità in continuo sviluppo si
dimostrò ogni giorno più insufficiente a certi compiti culturali assistenziali economici e sociali.
La società civile, mentre prendeva coscienza attraverso i vari reggimenti politici della propria forza misurando l’insufficienza della
tutela, aspirava a buon diritto alla propria autonomia.
Donde un malessere e un dissapore tra le forze nuove e la chiesa, tra
lo spirito moderno e la religione, tra la parrocchia e la comunità, che
si veniva organizzando fatalmente con carattere d’opposizione quasi
irrisolvibile.
Il laicismo nacque da un’indipendenza ottenuta contro voglia, la
quale produsse una diffidenza reciproca, aggravata da parte secolare da sintomi e fatti di rivolta dottrinale e di manomissione del temporale sullo spirituale.
(op. cit. pag.27)
Se lo storico comprende il credente fa fatica a capire come
dopo secoli non si sia trovato un giusto equilibrio tra comunità
civile e comunità ecclesiale.
Il guaio maggiore consiste nel fatto che a distanza di secoli, l’animo
divergente e opposto de’ due contendenti, nonostante le dure esperienze dell’una e dell’altra parte, non si è molto rasserenato e che
ognuno dei due continua a camminare, per conto proprio, su strade
– 63 –
che non s’incontrano e a costruire con disegni propri una città che
non è la città di Dio, poiché quella degli uni è pietra senz’anima,
quella degli altri un’anima senza pietra[...] La politica, l’economia,
la cultura, la scuola, l’industria ecc. non sono funzioni direttamente connesse con lo spirituale.
La religione può averle esercitate in un momento storico particolare
e la società gliene deve essere riconoscente. Ad una comunità civile
pervenuta a maggiorità la chiesa riconsegna le sue funzioni o la
società stessa se le riprende. Io, laico cattolico, posso e debbo concorrere a questa naturale e legittima laicità che la chiesa ben lungi dal
condannare, difende in documenti fondamentali e solennissimi[...]
Per tali cause, incominciò per la chiesa e per la parrocchia in particolare un periodo criticissimo, tutt’altro che superato. Era caduta
una superstruttura storica, attraverso la quale, quantunque onerosamente, la parrocchia aveva esercitato un controllo e dato una direzione, sia pure difficile, a quasi tutta la vita.
(op.cit. pag. 28, 29 passim)
Nella parrocchia la chiesa fa casa con l’uomo ed inevitabilmente i grandi eventi della storia e del pensiero si riflettono sulla
parrocchia.
È un microcosmo in cui si riflettono aspetti di dimensioni planetarie.
Un tempo, quando vi era una certa unità culturale soprattutto
tra il popolo, la parrocchia era tutta la vita della comunità.
Avvenuta la rottura con la comunità civile che aspirava alla
propria autonomia la parrocchia navigò a vista tra la paura del
laicismo e l’accettazione serena di una sana laicità.
La secolarizzazione si è riversata sulla parrocchia a diverse
ondate...
Oggi dopo la caduta delle ideologie, si parla di crisi di trasmissioni di valori, di perdita di memoria, di profonde fratture
sociali, di pluralismo religioso, di privatizzazione della fede, di
indifferenza profonda, La parrocchia potrà dare un suo contributo originale al grande cambiamento?
– 64 –
All’inizio si esprimeva come anticlericalismo: lo ricordo da
bambino, i primi anni dopo la guerra.
Anche se nelle nostre terre non c’era un forte anticlericalismo,
era forte la distinzione tra quelli del prete e gli altri.
Ricordo che i pacchi dono del popolo americano si andavano
a prendere in parrocchia di notte per non offendere la suscettibilità degli altri che non erano dei «nostri».
All’inizio degli anni ‘70, era soprattutto il fronte ideologico e
l’impegno politico divergente a dividere gli animi dei parrocchiani. Con reciproche frecciate velenose durante i periodi elettorali.
Oggi la sfida è più direttamente una sfida culturale: i cristiani
si ritrovano in un mondo che ha modi profondamente diversi di
concepire la vita, la famiglia, i più profondi valori morali.
Per lo più, in parrocchia, si sono avute separazioni di fatto: la
vita feriale della gente, scuola, occupazione lavoro, uso dei soldi,
giustizia, raramente ha trovato un giudizio meditato e puntuale
vuoi per la complessità dei problemi, vuoi per quella necessità di
tutti abbracciare e tutti servire come fontana del villaggio.
Forse va aggiunto che si è prestato più attenzione a scelte
coraggiose e profetiche a discapito di quelle che finiscono poi per
avvolgere e plasmare la vita delle persone come sono tutti quei
legami naturali e sociali che decidono dello stile di vita del credente nella sua realtà quotidiana..
Oggi la separazione avviene con garbo, civilissimamente: i cristiani di parrocchia ripiegati su se stessi, barricati nella loro comunità spirituale non riescono spesso ad avanzare proposte, a purificare quelle esistenti, per proporre una santità che sfugga alla
mediocrità di una vita consumistico-borghese e alla perenne e
inquieta ricerca di una esistenza che voglia quasi slegarci dalla
nostra condizione terrestre e quotidiana.
I cristiani militanti si aggrappano giustamente ai Vangeli e alle
Scritture per descrivere la loro identità ma non riescono a tradurre in motivazioni umane convincenti i dettati della Rivelazione,
– 65 –
creando, specie nei giovani, una religiosità superficiale che non
regge all’impatto con il modo di pensare dei più..
Oggi stanno cambiando mondo e società: un mondo svanisce ed un
altro sta emergendo, senza che esista un modello prestabilito per la
sua costruzione.
(Episcopato francese, Lettera ai cattolici di Francia, in Il Regno
n° 790, pag. 221).
Parrocchia e mondo moderno
Il Concilio ha fatto un grande lavoro di avvicinamento tra
Chiesa e mondo, altrimenti le spaccature sarebbero state ancora
più gravi.
Il rischio di chiudersi a riccio per la parrocchia è tuttora reale:
potremmo chiamarlo il metodo del «lascia pur fare...»
Lascia pur fare...
Già Don Primo diceva che ai suoi tempi era quasi abbandonato.
Si tratta di lasciare che il mondo vada per la sua strada... Si
mettono lucidamente in luce dove conducano certe strade e la
mancanza di fede.
Non so, a dire il vero, se questo metodo è oggi completamente abbandonato in parrocchia.
So per esperienza che è facile nella vita parrocchiale tirare i
remi in barca, fermarsi, stare ad aspettare il mondo che passa.
Si è coscienti di non poter più incidere nella vita e che ognuno
ormai va per la sua strada, ma si continua a vivere.
Una certa parte di parrocchia resiste anche con i «remi in
barca».
Ogni anno nuovi bambini si affacciano ai sacramenti, così ci
sono sempre i fidanzati, i matrimoni, i lutti, le feste.
C’è comunque una qualche vita e non ci si accorge che i due
– 66 –
mondi si allontanano. Ci si lascia vivere, si cammina per inerzia.
Come quei genitori che, paghi di aver con loro in casa i figlioli
divenuti grandi, si guardano bene dall’affrontare con loro i punti
più scottanti del loro modo di pensare e di vivere; vivono come
separati in casa, convinti che alla fine le cose si aggiusteranno.
Si può acconsentire a questo metodo con ragioni diverse: non
spetta a noi vedere i frutti ma solo piantare il seme, non abbiamo
le forze, o ci si consola dicendo: la Chiesa, quella vera, è fatta di
pochi, il resto lo farà il Signore. È il grande rischio della Parrocchia: un’altra esperienza di Chiesa finirebbe o avrebbe un forte
declino quando venisse meno la capacità di presa e di comunicare con l’uomo moderno: la parrocchia può «tirare a campare»...
Attivismo separatista
Cara vecchia parrocchia,
di fronte alle grandi sfide culturali, se c’è chi incrocia le mani,
c’è anche chi non si arrende e risponde con grande impegno cercando di creare iniziative di tipo esclusivamente confessionale.
Sessant’anni fa Don Primo lo chiamava «attivismo separatista».
Ci si sforza di creare, di fronte all’altrui iniziativa, istituzioni similari di carattere esclusivamente confessionale: banche, cooperative,
sindacati, circoli, mutui, cinema, sport.
(op. cit. pag. 34)
Mi colpisce che non parli di scuola, non credo solo perché non
può essere «parrocchiale» una scuola che si rispetti, ma anche perché riconosce che a volte un tal metodo si impone.
Oggi si potrebbe parlare di banca Etica, di Commercio Equo e
Solidale, di radio, di televisione, di un sito Internet, di giornali, di
opere sociali.
Oggi molte iniziative possono essere interparrocchiali, vicariali, all’interno di unità pastorali.
– 67 –
Quando un tal metodo di attività separate si impone? Si impone quando è l’unica maniera di custodire dei valori o proporre
uno stile di vita.
La chiusura culturale nei confronti del vissuto cristiano (teoricamente siam tutti rispettosi e d’accordo) costringe le comunità
ad attrezzarsi in proprio, direi come dolorosa necessità, perché il
desiderio del parrocchiano militante è di poter esprimere se stesso, nel rispetto degli altri e senza pretendere privilegi, là dove tutti
si curano, vivono, studiano.
In questi ultimi decenni è accaduto anche il contrario: abbiamo lasciato cadere servizi per i ragazzi e i giovani che giudicavamo suparati e ora nei Comuni li stanno riscoprendo come utili e
preziosi e ci rimproverano un tale abbandono.
Cara vecchia parrocchia, penso che delle attività in proprio
continuerai a svolgerle..
Il credente dovrebbe sempre accorgersi con largo anticipo di
risposte che ancora la comunità civile non vede; poi pian piano le
fa sue e la parrocchia trova altri poveri da amare e da servire.
È anche utile oggi, porre segni di vita, follia della carità, che i
credenti gestiscono con sacrificio e gratuità non con spirito separatista ma in un fecondo dialogo con la comunità civile e come
provocazione ai fratelli di fede.
Oggi prevale il desiderio di collaborare lealmente con le istituzioni civili e mi pare un grosso fatto positivo.
Ci può essere il rischio di perdere di vista l’essenziale, ma è
importante potersi misurare con la vita concreta.
L’esperimento ci è pure servito a comprendere quello che molti cattolici benestanti o spiritualisti disincarnati stentano tuttora a capire:
quanto sia cosa malagevole e ben diversa d’ogni escursione teorica
l’avventurarsi nel campo materiale e come i problemi dello spirito
siano saldamente e delicatamente connessi a quelli, molto umili in
apparenza, del vivere quotidiano.
(op. cit. pag. 34)
– 68 –
Se vi fosse spirito separatista (mi sembra di pochi e non in
genere in parrocchia) varrebbe il monito di Don Primo:
Si crea un mondo contrapposto all’altro, con interessi e clientele che
si oppongono a interessi e clientele.
Diversa talvolta soltanto l’etichetta
(op. cit. pag. 35)
In questi ultimi decenni qualche tentativo c’è stato di usare il
metodo muro contro muro ma, almeno in parrocchia, è prevalso
il dialogo, il metodo di gettare i ponti.
Separatismo culturale
Oggi il separatismo più che nelle attività contrapposte è nella
cultura. Due mondi, due modi di pensare, due linguaggi: spesso
segue l’incomunicabilità.
Ognuno il suo modo di concepire la vita, il dolore, i soldi, il
morire. Si vive in condominio ma sono mondi lontani, tra famiglia e famiglia, persona e persona.
Cara vecchia parrocchia, di fronte al separatismo culturale il
tuo cristiano comune, superato il tentativo di chiusura e contrapposizione si apre ad un dialogo costruttivo con quanti gli sono
attorno per proporre la sua visione di vita e per ascoltare quelle
altrui certo di avere una parola da dare che è sale, luce, lievito.
La via del dialogo
La parrocchia ha scelto da molti anni la via del dialogo: dialogare è un atto di fiducia nella persona nonostante il relativismo a
livello etico e conoscitivo: è la convinzione che c’è un terreno
comune dove tutti gli essere umani possono ritrovarsi nella verità
della loro coscienza, senza maschere, nel rispetto e tolleranza
scambievoli.
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È vero c.p., che è più facile il dialogo con quelli di fuori dai
quali accettiamo dialetticamente ogni critica, che con quelli di
dentro: nella parrocchia, tra parrocchie e le varie realtà di chiesa
con le quali il dialogo è più difficile per non inasprire i modi
divergenti di concepire metodi e progetti pastorali.
Certamente però il dialogo è una carta vincente: confrontandoti con la realtà umana che ti circonda impari anche un confronto con te stessa, al tuo interno, superando paure ed immobilismo.
Tu hai una caratteristica nel dialogo: non scegli mai i grandi
sistemi del pensiero ma hai sempre di fronte la persona concreta,
la sua speranza e la sua salvezza.
Il dialogo necessita una fede forte, capace di credere contro
ogni speranza, ed insieme una grande libertà interiore per mettersi in ascolto dell’altro.
Dialogare è il rifiuto di ogni separazione, di ogni arroccamento, di ogni chiusura.
Anche la parrocchia sceglie la via del dialogo a 360 gradi.
Dialogare è anche un atto di fede nel mistero dell’incarnazione, di un Verbo seminalmente presente in ogni persona e in ogni
cosa vi sono tracce di Lui, e quindi sono possibili alcuni percorsi
comuni nella verità e nel rispetto vero di ciascuno.
Tu dovresti essere come una penisola nel mare, in modo semplice e spontaneo, senza barriere e distinzioni tra chi sta dentro e
chi sta fuori, ti protendi nel mare dell’uomo ed entri in contatto
con le realtà più diverse.
Il clima del dialogo è l’amicizia che presuppone la simpatia.
Dialogare esige una identità e chi è in ricerca della propria non
può farlo: in questi decenni, c.v.p., molti tentativi di dialogo sono
falliti, anche all’interno della chiesa con gruppi e movimenti, perché tu non avevi o non credevi in una tua identità; identità ancor
più necessaria per dialogare con sensibilità e culture differenti.
È davvero tollerante nel dialogare chi è contento di ciò che sta
vivendo: non si tratta di perdere la propria identità nel dialogo
ma di approfondirla se non addirittura riscoprirla.
– 70 –
I cerchi attorno alla parrocchia
Cara vecchia parrocchia,
anche con laici vivi e preparati (son sempre piccoli gruppi) ti
ritrovi un piccolo cerchio vitale ed un grande cerchio che è difficile definire o circoscrivere.
Oggi, in ogni tua realtà anche piccola, vi sono sempre questi
due gruppi di persone che non possono essere mai totalmente
distinti, sono fluttuanti. Del primo abbiamo già parlato.
Il secondo è più ampio, ti conosce, ti scruta, è gente sensibilissima comunque a ciò che accade o non accade in casa tua: ti frequenta spesso in modo anonimo, saltuariamente.
In alcuni c’è la nostalgia e il ricordo della gioventù vissuta con
te, in altri la delusione e l’amarezza per periodi di vita chiusi nell’aridità e nella rottura con gli amici.
Questi potremmo chiamarli, con termine Mazzolariano, i lontani.
C’è un altro cerchio formato da persone che non hanno mai
fatto una esperienza di fede, neppure da bambini. C’è in loro
magari del rispetto, ma ti sono sostanzialmente indifferenti.
Molti son giovani.
Non c’è nostalgia, a volte neppure inquietudine.
C’è oggi anche una cerchia di persone che non ti conoscono
affatto, pur vivendoti vicino: uomini o donne di altre religioni o
sette: è la prima volta che ti trovi accanto religioni diverse da te,
nella parrocchia.
La domanda che la vita ci pone è come comportarsi verso queste persone, e più generalmente come il cuore della parrocchia si
pone di fronte al mondo, alle persone che sono attorno a diversi
livelli.
Cara vecchia parrocchia,
navighi tra separazione ed incarnazione.
La separazione ti fa sentire protetta ma anche chiusa, due
mondi, due regni, due città, due culture.
– 71 –
Il metodo dell’incarnazione ti spinge ad entrare nella complessità della vita e a gettare ponti per deporre semi del Verbo
nella nostra società di fine millennio.
Come entrare in dialogo allora con i lontani, con i cristiani di
ritorno e coloro che chiedono il battesimo, con i non credenti,
con i cristiani di altre confessioni, con le altre religioni? C’è poi
un dialogo sui generis, sempre difficile e sempre nuovo, con i tuoi
adolescenti.
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DIALOGO CON GLI ADOLESCENTI
Cara parrocchia,
non ti sarà difficile capire che sono un tuo adolescente ad aprire il dialogo e ti prego di accettare il taglio decisamente allegro,
vivace.
Troppo spesso, io ed i miei colleghi ci sentiamo oggetti di
indagini, statistiche, ricerche, interviste, filmati: vorremmo sentirci sempre più soggetti e protagonisti capaci di dialogare a 360°
con tutti, anche con te, nella quale più o meno tutti siamo passati nell’infanzia e ora adolescenti viviamo con te, un momento di
ripensamento, di distanza, di riscoperta.
A volte abbiamo la sensazione che anche tu voglia mettere dei
«paletti» ai nostri confini: noi abbiamo dei «nostri» paletti, ci
diamo un limite, ci accorgiamo, crescendo, che i confini iniziano
a delinearsi sempre più chiaramente, ma siamo sospettosi quando altri vogliono metterli per noi.
Amiamo terribilmente «sporgerci» oltre i confini, i muretti, i
paletti che incontriamo quando intravediamo qualunque cosa la
voglia è quella di spingersi oltre, di sporgerci.
Ci «sporgiamo» in gruppo
Stare in gruppo, per molti miei coetanei, è «tutto»: è come
avere una seconda casa una dose giornaliera da passare in gruppo
è sempre presente nella mia alimentazione.
Un insieme di amici dove non ci sono capi, dove ognuno si
esprime al meglio di sé, si sente libero di parlare e dire ciò che
pensa, senza paura di essere deriso: è questo il gruppo in cui sentiamo davvero forte il desiderio di «sporgerci» di più.
Purtroppo, a volte, non riusciamo ad instaurare delle relazioni
autentiche, vere e profonde, non riusciamo a contagiarci a vicenda di voglia di vivere, ad essere brucianti nei rapporti umani; tra
– 73 –
di noi spesso i rapporti rimangono a livelli di grande superficialità, di tante parole ma pochi fatti.
È per questo motivo che vi sono giovani «andati in tilt!», anche
con Dio ! Il dolore, ci stiamo rendendo conto, segna molto l’esistenza di ognuno di noi; lo segna a tal punto da cambiare alcuni
valori, ideali, e anche credo religioso.
Ma è nella solidarietà non solo parlata ma anche sperimentata, nella reciproca comprensione, nel dialogo, che possiamo trovare la forza (e noi giovani ne avremmo davvero tanta se solo ci
sforzassimo un po’ di più di tirarla fuori) di affrontare questo tipo
di deserto, di sconforto, per ognuno di noi in prima persona o per
il nostro amico nel bisogno.
«Mettersi nei panni degli altri»: una frase fatta, che seguiamo
solo quando si tratta di condividere con «gli altri» un hobby, o
una partita del cuore.
Una grande umiltà è quello che ci vorrebbe un po’ di più in
noi giovani: un amico in difficoltà, che rallenta il suo passo nel
cammino di fede, attende che io mi faccia suo compagno, che
condivida con lui non solo le gioie ed i momenti più felici, ma le
stesse paure, gli stessi dubbi.
In questo modo possiamo davvero sentirci un «gruppo» e trovare il gusto, la gioia e la soddisfazione di «sporgerci» insieme, di
condividere insieme.
Gli amici del «muretto»
C.p., non so che idea ti sei fatta di quando ci vedi sul muretto:
spero non quella degli «scansafatica».
Ma non esiste solo quel tipo di muretto, ne esistono di invisibili a cui si appoggiano coloro che hanno abbandonato la scuola
senza un minimo di soddisfazione, che non hanno interessi,
diremmo noi che sono, o sembrano, completamente «apatici».
In questo contesto «sporgerci» per noi vuol dire non rompere
mai i ponti con nessun amico, non avere pregiudizi, essere dispo-
– 74 –
nibili senza limiti di orario(!)
Dobbiamo però andare con «i piedi di piombo»: il primo contatto è l’accettazione delle persone, la conoscenza reciproca, il frequentarsi.
Sarà poi la vita stessa a dettare il passo da tenere per entrare in
sintonia sulle reciproche esigenze, su quelle che sono le domande che stanno a cuore ad ognuno di noi.
Dobbiamo usare tutta la nostra maestria e arte nel «fare breccia» nella vita di un amico: serve tanta voglia di vivere, di condividere, di stare e di crescere insieme.
Chi ha un attivo cammino di fede in parrocchia parla, spesso,
con troppa facilità dei «lontani»..
Ma se per «lontani» intendiamo anche «lontani da Dio» allora
dovremmo farci un personale esame di coscienza...Oggi sentiamo
poco un autentico senso di appartenenza, non ci sentiamo davvero parte di una comunità, parrocchiale e meno che meno diocesana o mondiale.
Il problema non è tanto e non solo di coloro che aprioristicamente rifiutano Dio, ma anche del modo di come tanti, che apertamente dichiarano la loro fede in Dio, poi di fatto la vivono.
Molto spesso viviamo la fede come un fatto eccessivamente
personale, fino ad esasperarla in egoismo, in chiusura totale all’altro.
Certo non è facile dire da cosa sia dipeso questo nostro modo
di vivere e sentire la fede oggi, però è vero che sentiamo l’esigenza di riprendere in mano alcuni discorsi o temi che una volta facevano da padrone agli incontri e sui quali si faceva ora tarda.
Abbiamo una gran fretta di provare qualcosa di nuovo, di tentare di coinvolgerci e di coinvolgere gli altri con esperienze diverse, su temi diversi... Ma a volte è sufficiente il semplice confronto
sulle domande che quotidianamente sentiamo nel cuore e nella
mente, sui nostri interessi, sulle nostre speranze, che potremmo
davvero imparare ad aprirci e ad andare oltre, questo sì, ma nella
conoscenza di noi stessi e dei nostri amici...Senza niente di straordinario.
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Sporgersi non è facile in questo settore! Me ne rendo conto,
eccome! Ma se non ce la mettiamo tutta per farlo, come possiamo ribattere a quei nostri amici che ci fanno osservare come lo
stare in parrocchia, in gruppo, non attira poi così tanto visto che
la dimensione di felicità e di appagamento non è sempre né sentita né vissuta?
Giovani infelici e ripiegati su di sé sono il massimo della controtestimonianza!
Molto spesso, se ci guardassimo, mettendoci nei panni degli
altri, non avremmo sicuramente il desiderio di iniziare a frequentare lo stesso ambiente o ad interessarci delle stesse cose.
Noi e la parrocchia
Una porta aperta, una mano tesa, un volto accogliente. Così
noi giovani ti desideriamo cara vecchia parrocchia.
Una porta aperta intesa come luogo per entrare e uscire, oltrepassata la quale nessuno debba sentirsi obbligato, ormai «legato»...
La porta aperta è anche il cuore, la coscienza in cui possiamo
relazionarci con storie, realtà, vite a noi vicine, ma delle quali
poco, quasi mai, ci siamo interessati.
Ma la porta aperta è anche il segno dell’uscita, che noi giovani
sentiamo almeno in due modi: a volte, come per un fatto fisico,
sentiamo il bisogno di altro, di staccarci dai soliti ambienti, dalla
parrocchia in cui siamo sempre stati sin da piccoli, sin da quando le nostre madri hanno deciso, per noi, di mandarci a catechismo. (Ehi Don! Stai tranquillo! È solo che avevo bisogno di respirare altra aria, di allargare gli orizzonti. Al Signore gli voglio bene
anche se in alcuni periodi mi vedi poco in parrocchia.)
La porta è aperta poi anche per alzarci, uscire dalla sala dei
nostri incontri ed andare tra i nostri coetanei, che non sono poi
tanto diversi da noi.
Qui sì che si fanno forti il desiderio ed allo stesso tempo la
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paura di spingerci oltre. Molto spesso ci sentiamo inadeguati, non
sappiamo in quale modo instaurare un rapporto, andare incontro
ad un nostro giovane amico... Forse ci facciamo troppi problemi!
In realtà il modo lo sappiamo, eccome! È che troppo spesso ci
manca la grinta, abbiamo tanto brio, ma quando si deve esprimere nella fede...
Diciamo tanto di amare il rischio! Beh, qui dovrebbe essere la
stessa cosa. Dovremmo scuoterci un po’, spingerci oltre, arrivare a
suonare il campanello del nostro vicino senza la paura di essere
«deriso», molti di noi si sono incuriositi proprio dopo una telefonata, altri dopo una festa, altri ancora dopo una gita.
La parrocchia inoltre noi giovani la vogliamo vedere come una
mano tesa. Una mano che provoca e che allo stesso tempo attende.
Provoca perché ci chiede di non rimanere nel nostro guscio, al
di qua di quel «muretto» che ci protegge (da cosa, poi, non lo
ancora ben capito), una mano che ci mette in discussione.
Una mano che attende sempre e comunque, anche se per un
certo periodo siamo stati lontani, certi che per Lui non ci sono
orari, tempi, luoghi prestabiliti per incontrarlo. Mi ricorderò sempre di quel campo estivo al quale non volevo partecipare ed è
stato poi decisivo per il mio futuro.
Il don che mi dice: «Ti aspettavo!»; ma come, sono mesi, anni
che non metto piede in chiesa e non mi confesso e tu mi dici «ti
aspettavo»!... Che bello!
Una mano tesa ed una porta aperta che ci conducono ad un
volto accogliente e non giudicante.
Come è bello guardare un prete, osservare il modo in cui guarda noi, e vedere sempre comprensione nei momenti più difficili,
un sorriso nella gioia, partecipazione ai nostri sogni, alle nostre
speranze, alle nostre preoccupazioni, e sempre e comunque sentirsi accolti e non giudicati.
Ma una cosa in particolare ti prego di dire ai tuoi preti: di non
svenderci o annacquarci il Vangelo! «Grazie Don per quelle volte
che con noi siete stati duri nel parlare, abbiamo capito che non
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era per bastonarci, ma perché il Vangelo va presentato senza sconti.» È stata come una doccia fredda di cui, col tempo se non subito, si sentono e si apprezzano i benefici. Abbiamo bisogno di
parole vere: chiedi loro di parlarci sempre con il cuore.
La cosa di cui forse noi giovani abbiamo più bisogno è un progetto di vita.
Messaggi che bombardano la nostra quotidianità, esperienze
sempre nuove e diverse che ci ritroviamo a vivere e con cui dobbiamo fare i conti, ci invitano a vivere l’attimo, a pensare soprattutto, a volte solo, al presente, senza preoccuparci del futuro o
pensare al passato per capire meglio...
Ma ci rendiamo conto, anche solo estraniandoci un attimo
dalla frenesia che ci prende ogni giorno, che il presente non appaga.
Solo con un progetto di vita si arriva a valutare tutto in maniera molto più globale, a riconsiderare tutto sotto una nuova e più
fruttuosa prospettiva, ma per questo abbiamo bisogno del tuo
aiuto, cara vecchia parrocchia.
Un progetto in cui però i giovani non siano considerati come
spettatori, vuoi perché troppo inesperti, vuoi perché non possono
ancora occuparsi di «questioni da adulti»; un progetto in cui sicuramente la parrocchia sia parte attiva al progetto, ma cosciente
che in ballo ci sono altre persone che sempre più tra loro devono
dialogare, parlare, costruire insieme.
E chi può riuscirci meglio dei giovani che hanno tanta voglia
di fare, tanta energia, tanta voglia di vivere e di sporgersi oltre (a
volte, forse, dovremmo tirarla fuori un po’ di più...!).
Un favore: riferisci questo agli adulti...
Non lasciarci soli, c.v.p., è ora di far basta col cammino di fede
«fai da te»: per quanto liberante possa essere camminare da soli
ed essere degli avventurieri in tutto ciò che di nuovo facciamo, e
soprattutto con Dio, non sarà mai arricchente come in un rap-
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porto, non dico subito di gruppo, ma anche semplicemente tra
due persone che iniziano a credere su un progetto e si impegnano per portarlo avanti.
C.v.p., fa capire ai tuoi adulti che non devono limitarsi a dire
con aria sconsolata «eh ma i giovani di oggi...» oppure «che gioventù bruciata!»; non abbassate mai la guardia, «una guardia» che
sia però attenzione, accoglienza, accettazione, dialogo e non vigilanza sospettosa. Non capite che vi stanno «rubando il mestiere»
? Lo sappiamo tutti, oggi chi ha veramente capito il mondo dei
giovani non è la scuola, non è la Chiesa, non è il mondo dei genitori: è la ditta che mese dopo mese mette sul mercato motorini
che si differenziano per un fanalino o per una decorazione, è la
discoteca con quel settimanale cocktail di rumore (per alcuni,
ohibò, musica) luci, alcool e...
È lo stilista che ci obbliga ad indossare maglie e scarpe similpovere (lo sanno bene le tasche di mà e bà che sono tutto altro
che povere) perché altrimenti siamo dei «giurassici», delle persone fuori dal mondo, perché non siamo «grunge», non siamo
«punk» o «trendy» (alché l’ingenuo di turno potrebbe dirsi felice
di non esserlo scambiando queste denominazioni per misteriose
e pericolosissime malattie tropicali...) Non chiedete allora all’Istat
di intervistare il solito campione di mille giovani per avere le solite mille risposte, o peggio non fateci leggere dal barbiere su delle
riviste lettere del tipo «Mamma disperata chiede aiuto per capire
i figli» inserite in quelle rubriche da tono confessionale tra la
pagina delle ricette di Suor Germana e l’inserto sulla dieta dell’estate...
Più che fare tante ricerche su di noi, avremmo bisogno che chi
ha più esperienza, cammini, progetti, condivida con noi i suoi
interessi ed i suoi punti di vista.
Certo è che, per far questo, gli adulti stessi dovrebbero imparare a lavorare di più insieme, in un vicendevole scambio di capacità e professionalità; l’esempio per noi giovani non sta tanto nel
combattere la singola battaglia, ma nel mettere insieme forze
diverse per scopi comuni.
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Troppe volte ci sentiamo dire che ci stiamo imbarcando in
imprese più grandi di noi!
Io sono sempre più convinto che noi giovani siamo il sogno
presente, nel futuro di domani, ed è proprio per questo motivo
che mi sento di dire con tutto il cuore agli «amici più grandi»
(altro modo in cui chiamare gli adulti) che devono incoraggiarci
in ciò che facciamo, in quelli che sono i nostri sogni e progetti,
attese e speranze: non continuate a dirci solamente che il futuro
è di noi giovani (e di chi se no?) ma chiedetevi piuttosto se voi
adulti ci state aiutando a divenirne «padroni» e poi, permettetemi, chiedetevi anche che futuro ci state lasciando ! In termini
cinematografici mi sentirei di parlare della necessità di una grande coproduzione, una di quelle che mettono sul mercato quei filmoni che ci fanno impazzire: giriamolo insieme questa volta,
negli studios della vita, non scegliamo come protagonisti attori
che passano da una parte ad un’altra, saremo noi stessi, giovani e
meno giovani a recitare il copione della nostra vita: poco emozionante, poco «smerciabile»? Può darsi, ma sicuramente non
sarà della squallida fiction.
Come uno splendido uccello cui, appena intrapreso un volo,
vengono tarpate le ali e a fatica riuscirà a riprendersi, con la stessa fatica un giovane come me riuscirà a ripartire con lo stesso
entusiasmo e la stessa voglia di fare e di sognare se ogni volta,
appena spiccato il volo, gli vengono tarpate le ali.
Noi giovani siamo entusiasti, chi più chi meno, per natura, ma
ti prego, c.v.p., aiutaci a non sentirci soli e ad avere negli adulti
che ci sono accanto, dei maestri di volo che ci indichino alte vette.
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PARROCCHIA - PONTE:
UN PONTE CON I LONTANI
Il tuo primo ponte lo costruisci verso i lontani.
Il termine «lontani» è tipico di Don Mazzolari, a questa realtà
ha legato il suo cuore e le sue pagine migliori.
I lontani: la parola sa di nostalgia: di ponti mantenuti almeno da
una parte: di desideri taciuti: d’incontri o di ritorni auspicati, cercati, preparati nella preghiera e nella carità del cuore e dell’intelligenza. Sa di esilio.
(P. Mazzolari, I lontani, EDB 1981, pag. 31)
Esistono i lontani?
Non siamo noi per caso, agostiniani nello spirito, a pensare
che il Signore ci ha fatti per lui e il nostro cuore è inquieto finché
non riposa in lui? E finiamo per vedere nostalgia ed inquietudine, ricerca, desideri, voglia di ritorni?
È proprio vero che i nostri parrocchiani sono lì quasi aspettando il Pastore che corre nella notte per cercare la pecorella e
rimetterla sulle spalle e ricondurla con gioia all’ovile?
Confesso che per quanto mi aggiri per le strade del mondo, di tali
figlioli ne trovo pochissimi.
Trovo gente così distratta e sciocca o così immersa negli affari e nei
piaceri che non sa neppure se esista un Padre, né che abbia una casa.
Ché se sapesse d’averla, l’avrebbe già venduta, almeno per la parte
che le spetta.
(I lontani, pag. 13).
Esistono davvero i lontani: chi è abituato a trattare con il cuore
della gente non è mai così sicuro di una diagnosi fredda e senza
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appello: in ogni parrocchia ve ne sono gran parte.
Chi sono i lontani? Non facciamo inutili elenchi.
Un po’ tutti possiamo ritrovarci in quella situazione.
La parrocchia con sottile intuito, si muove sicura per i delicati
sentieri lungo i quali, con motivi e volti diversi, sorelle e fratelli si
sono allontanati, col loro dramma nel cuore.
Cara vecchia parrocchia,
oggi è facilissimo sentirsi lontani da te e da ciò che vuoi portare nel mondo.
In genere il parroco si accorge subito di una lontananza in
atto: gli basta un saluto, uno sguardo per capire che qualcosa si è
rotto e che ora quel fratello o quella sorella si sente «lontano».
La lontananza è nell’animo:
Adesso è il permanere di uno stato d’incertezza e d’indifferenza, la
quale è come il senso di qualcosa di superato.
C’è la scettica inconsistenza di chi sente di non avere più la fede di
ieri, che sa di non aver ancora trovato, che dubita di trovare...
(I lontani, pag. 35)
Quello stato di incertezza e di indifferenza lo ritrovo in tanti
che sono attorno alla parrocchia.
In alcuni c’è un animo disponibile e aperto, in altri prevale
l’indifferenza che li porta ad una silenziosa eutanasia della fede.
Alcuni hanno gustato la bellezza della fede, poi uno spirito
puritano, la complessità della vita, il mistero del dolore hanno
creato la lontananza.
Tutto porta vicino come tutto porta lontano dalla religione. Prima di
divenire perdita o assenza, la crisi della fede non ha niente di drammatico...Il lento sciogliersi di un abbraccio che non è più se non
un’abitudine, la quale pesa stranamente insopportabile.
Ognuno ha la sua crisi, ...poiché le anime sono inconfondibili, specialmente nei rapporti con l’eterno.
(I lontani, pag. 37)
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I lontani vi sono anche oggi, vi saranno sempre. Non serve
contarli.
A volte la comunità cristiana è, insieme al pastore, causa di
allontanamento.
Ma oggi, più che per cause legate alla Chiesa, la lontananza
nasce per una delusione nei confronti di Cristo, specialmente
quando il male mette a dura prova la fede.
Come la parrocchia dialoga con i lontani
Cara vecchia parrocchia,
chi per qualche ragione si sente lontano la prima cosa che
esige è quella di essere amato nella sua lontananza pur sapendo
quanto desideri averlo in modo vivo e vitale tra i tuoi figli. Amare
il lontano è riconoscere che lui vale per quel che è, non per la
situazione spirituale che vive in quel momento, amarlo è riconoscere la gratuità della nostra religione, l’estremo rispetto della
coscienza, la capacità di intuire quel che gli passa nel cuore!
Ogni sguardo, ogni rimprovero, ogni sottile ricatto in qualche
occasione in cui chiedono un servizio, li allontana.
Ogni forma di facile proselitismo (quasi bastasse una botta
sulla spalla e tutto ricomincia), irrita.
Come figli maggiorenni vogliono essere accettati così come
sono. Non chiedono in genere sconti o annacquamenti del Vangelo, esigono un rispetto sincero per una situazione di vita.
Si parla ai lontani come si parla dei lontani: credendo nell’amore e
nel metodo dell’amore. Nessuno è fuori dalla carità.
(I lontani, pag. 41)
In questo spesso i laici vicini hanno molta responsabilità: «So
quello che dicono e pensano di me e non potrò mai stare in quell’ambiente». E la lontananza cresce.
...La questione è delicata: pensa ai separati, ai divorziati rispo-
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sati, a persone che vivono situazioni difficili ed irregolari...che
aspettano di trovare in te un luogo di certezze intrise di comprensione e di amore!
Far parlare i lontani. La parrocchia è un permanente centro di
ascolto. La sua porta è sempre aperta, a tutti, giorno e notte. Questo mi affascina di te, cara vecchia parrocchia. Un cuore aperto ad
ogni situazione umana. Un tempo le chiese erano rifugio per
tutti, oggi la parrocchia è la casa di tutti perché Cristo è nato ed è
morto per tutti.
Ascoltando si impara a cogliere il cuore di chi è lontano:
...il lontano è un cuore il più delle volte retto, un’anima quasi sempre sofferente, un fratello al quale forse è mancata un’assistenza,
una difesa, un’interpretazione, un esempio degno della verità.
(I lontani, pag. 33).
Ascoltando si coglie la ferita del cuore ed improvvisamente ci
si sente più vicini, si porta insieme la croce, pur lasciando al
Signore i suoi tempi. A noi è chiesto di abbassare continuamente
i ponti.
Vivere sotto lo sguardo dei lontani! Anche quando non dialoghiamo c’è sempre un dialogo non verbale che scaturisce dal
modo di vivere. I «lontani» ti guardano.
I lontani ci aiutano a ritrovare l’essenzialità della fede, la
profondità del mistero del male.
L’umanità di Gesù, sempre e comunque!
Basta il dialogo?
Basta una comunità che accolga a braccia aperte il prodigo perché torni e si sieda nella casa del Padre?
Certamente no. È questione d’incontro personale, di apertura
d’ali, di disponibilità alla Grazia. È il dramma tra Grazia e Libertà.
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Hai visto anche tu nascere vocazioni splendide in parrocchie assai
poco vive!!!
Tutto è necessario, nulla è sufficiente purché scaturisca la scintilla della conversione.
Il dialogo con i lontani è un modo di essere, non pretende
«convertire» nessuno.
È un modo di amare.
Non lo guarirò ma lo amo.
Il miracolo non è la guarigione, è l’amore.
Gesù non m’ha fatto ricco: Gesù mi ha amato.
Io sono un redento: uno scampato dal deserto dell’amore.
(I lontani, pag. 21)
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I CRISTIANI DI RITORNO ED I NUOVI BATTEZZATI:
CAMMINI CATECUMENALI
Cara vecchia parrocchia,
il regalo più bello per le nostre comunità è dato dai cristiani di
ritorno e dai nuovi battezzati che si impegnano ad avviare cammini catecumenali.
Cristiani di ritorno
Ad ogni prima comunione c’è sempre il ritorno alla pratica
della fede di qualche famiglia, ma in genere questo accade nei
modi più imprevedibili: a volte un’omelia ascoltata occasionalmente è all’origine di un ritorno; spesso è la testimonianza gioiosa di un amico e di un’amica.
Non c’è nulla di più misterioso del ritorno.
A volte è un prete amico che fa da tramite per sentirsi di nuovo
parte della Chiesa.
Spesso sono momenti colti al volo, altre volte è il frutto di lunghe attese spirituali.
C’è dentro come una voce che ti chiama e all’inizio non sai
precisamente di dove viene: poi arriva il momento di scegliere.
È come svegliarti tardi la mattina e sapere che sei in ritardo e
che ci sono tante cose da fare, delle quali senti l’urgenza e riconosci l’importanza: allora balzi giù dal letto e cominci così come
sei, senza indugiare oltre, un nuovo cammino: quello che prima
ti sembrava difficile e cercavi di rinviare, oggi puoi farlo con serenità e semplicità.
La fede ritrovata è come una stanza che era nella tua casa da
sempre, una stanza che tenevi chiusa e scopri adesso che è la più
luminosa ed è quella che abiti di più.
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L’animo di chi «torna»
Chi torna nella Chiesa, nei tempi e nei modi che solo la Provvidenza conosce, cerca una comunità dove si respira un clima di
accoglienza che lo metta a suo agio, dove viene offerta una fraternità gioiosa, dove si possa quasi toccare la gioia di credenti che
hanno «visto» il Signore, dove l’amore si fa reciprocità anche tra
generazioni diverse e cadono i muri dell’isolamento, delle distanze anche di età.
Si riaccende allora nel cuore di chi è «in ritorno» la simpatia
per la Chiesa e per il Signore perché gli incontri sono con persone vere, profonde, dalle quali senti che puoi essere accompagnato nel tuo cammino di ritorno...
Un luogo di ascolto
Anzitutto oggi, cara vecchia parrocchia, c’è bisogno di ascolto:
le persone avvertono un enorme bisogno di essere ascoltate con
amore e partecipazione effettiva, senza che l’interlocutore sia
ossessionato dalla mancanza di tempo e dalla fretta.
Di un luogo dove si abbia tutta l’attenzione e la tensione verso
la persona. Mi diceva un amico che regalare ascolto è un gesto di
amore raffinato, l’atteggiamento di ascolto è così prezioso che
può diventare un dono.
Non servono professionisti, esperti, analisti, psicologi: perché
invece non preparare alcune persone con una abilità naturale
all’incontro per un luogo di ascolto che miri semplicemente a
mettersi a disposizione dell’altro sinceramente, liberamente, gratuitamente?
Ci sono uomini e donne che, partendo da un momento come
questo, possono ritrovare il gusto di un nuovo cammino spirituale.
Nell’ascolto vero, umile, fraterno si coglie più facilmente il Dio
dentro di noi, è il soffio leggero dello Spirito, è la voce sottile
della coscienza: c’è bisogno di ascoltarsi e c’è bisogno di dirsi, di
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raccontarsi ciò che sta emergendo dentro, nel cuore.
Accanto ai centri d’ascolto della carità, vi sono questi centri
d’ascolto della coscienza: chi meglio di una donna potrebbe esercitare questo ministero dell’ascolto e della speranza?
Religiosa o sposata la donna è madre e nell’esercizio della sua
maternità spirituale prepara la strada al perdono sacramentale del
sacerdote.
Ad essa si confidano ragazzi e ragazze con facilità e parlando
da donna a donna può raggiungere le situazioni più profonde di
tante consorelle che non sarebbero ancora arrivate direttamente
alla paternità del sacerdote o del diacono.
Il desiderio di ricominciare da capo
Nei cristiani di ritorno spesso c’è il bisogno di ricominciare da
capo...
Dicono: è come se non fossi mai stato cristiano! Molte cose
nella comunità sono date per scontate; non lo sono per me! Vorrei un aiuto come se per la prima volta ricevessi l’annuncio del
Vangelo.
C.v.p., dobbiamo imparare di nuovo un accompagnamento
che preveda un itinerario essenziale, che parta dalle fondamenta
della fede. Un annuncio del Vangelo sul tipo delle prime comunità cristiane, di tipo kerigmatico.
Un’idea, cara v.p. potrebbe essere quella di differenziare lo
stile delle celebrazioni domenicali e pensarne una per i «catecumeni». Magari il sabato sera, dove si celebra la messa pre-festiva.
Non un incontro di discussione ma il gesto più antico con l’unica differenza di una particolare attenzione nello stile della celebrazione, nell’omelia (anche dialogata!), nelle preghiere e nelle
testimonianze, per le ragioni fondamentali del credere, per un
confronto con le altre fedi che consenta di cogliere la novità della
proposta cristiana, per ripartire dalla scoperta del battesimo.
Siamo convinti che la fede non si può dare ma possiamo offri-
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re con umiltà e coraggio occasioni per avvicinarsi a Cristo nei
modi rispondenti ai bisogni delle persone. Di lì, con coloro che
lo desiderano potrebbe partire un vero cammino di iniziazione
alla fede.
C.v.p., c’è tra noi gente che desidera ricominciare a credere:
uomini e donne che vivono una religiosità di tipo privato senza
alcuna visibilizzazione della fede; famiglie che non vanno più a
Messa la domenica o ci vanno molto saltuariamente e che desiderano, anche per i figli, riavvicinarsi al giorno del Signore; persone che, dopo anni di silenziosa attesa, avvertono, anche in
modo confuso, una spinta a ritrovarsi con altri a pregare, a riflettere, a interrogarsi su Dio; famiglie che vivono in situazioni difficili o irregolari ma desiderano, con un po’ di coraggio, mantenere aperto un dialogo religioso; giovani che fanno fatica a credere..
La festa del ritorno
La festa del ritorno è nella capacità di accoglienza di quelli che
sono sempre rimasti a lavorare nella casa del Padre. Una festa
fatta di attenzione, delicatezza, braccia aperte ad un fratello o una
sorella che rientra nella comunità parrocchiale: nelle occasioni
più solenni o più umili o apparentemente meno prevedibili.
Alcuni desiderano subito ritrovare spazi di impegno ecclesiale,
altri ricercano un cammino per tappe dove possano approfondire e raccontare il loro rapporto interiore. Potremmo offrire loro
uno spazio di catechesi e di approfondimento del Vangelo in
chiave catecumenale; se lo desiderano potrebbero fare un cammino assieme ai catecumeni; col tempo proprio alcuni di loro
potranno aiutare quelli che per la prima volta bussano alla comunità cristiana.
Quel che è certo è che è festa grande per te per ogni uomo
donna che «ritorna» in parrocchia!
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UN CAMMINO DI CATECUMENATO
PER I NUOVI BATTEZZATI
C.v.p., fino a non molti anni fa non sentivi neppure parlare di
catecumenato. poi il nome era tornato abbastanza familiare grazie al movimento ecclesiale dei neo-catecumeni; oggi la Chiesa in
Europa e in Italia parla, come nei primi secoli, di catecumenato
per uomini e donne che desiderano ricevere da adulti il Battesimo.
Oggi anche nel tuo territorio vi sono persone che arrivano a
maturare nella libertà questo desiderio. Non sono molti ma costituiscono un grande dono ed una grande sfida per te. Impari ad
essere missionaria al tuo interno: la missione viene a te e sei come
i missionari partiti per terre lontane. La presenza dei catecumeni
ti aiuta a riscoprire una ricca ministerialità in ordine al Battesimo:
sacerdoti, diaconi, garanti, padrini, catechisti, famiglie cristiane si
fanno vicini ai nuovi battezzati.
Un progetto di tutta la Chiesa locale
No, non sei sola, ne puoi esserlo, in questo servizio della iniziazione cristiana degli adulti. Il tuo Vescovo la segue con responsabilità diretta e globale perché anche il tuo servizio sia all’altezza del compito che ti è affidato.
Un sevizio diocesano al catecumenato ti sostiene nella preparazione degli itinerari e nella formazione degli accompagnatori e
mantiene i contatti con le altre esperienze europee che è necessario tu conosca e cali nella tua realtà. Ma anche l’esperienza del
catecumenato trova in te la sua attuazione ordinaria. Uomini di
altre culture o religioni, persone non battezzate da piccole ti chiedono un cammino di iniziazione alla fede e tu ti fai missionaria
del primo annuncio del Vangelo seguendo itinerari antichissimi e
ponendo in campo tutta la tua premura di madre.
C.v.p., la prima tappa di un cammino verso il catecumenato è
quello di formare già da ora un piccolo gruppo in cui sperimen-
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tare alcuni itinerari a livello di catechesi, di preghiera, di vita cristiana, per formare i catechisti, i garanti, i padrini e le madrine
che poi accompagneranno nel tempo del pre-catecumenato, catecumenato e mistagogia il battezzando. Insieme si porta avanti
una lettura del Vangelo in chiave catecumenale, si prende familiarità con le tappe e i tempi del cammino, si approfondisce con
il servizio diocesano e con le varie esperienze già esistenti. Spesso
possono essere gli stessi cristiani di ritorno, fratelli e sorelle che
come la samaritana, incontrando Gesù, diventano apostoli.
Spesso sono giovani che hanno sperimentato che cosa significhi essere affaticati ed oppressi e mai sazi; adulti che sono passati attraverso lacerazioni profonde a livello affettivo e familiare e
che hanno con tutte le loro forze cercato il volto di Dio; una volta
riscoperta la propria fede e la grandezza e la dignità del loro battesimo si rendono disponibili per accompagnare i catecumeni.
Tra questi potrà emergere il catechista che assieme ai sacerdoti e
diaconi animerà la catechesi, il garante che seguirà in modo tutto
speciale il futuro cristiano accompagnandolo nelle varie tappe, i
padrini che nel momento del sacramento si renderanno responsabili di un sostegno e di una testimonianza ma l’intero gruppo
sarà prezioso nell’accompagnamento globale dei catecumeni.
Prima accoglienza
Come sempre la prima scintilla verso la fede è misteriosa e tu
devi curare con particolarissima attenzione materna la prima
accoglienza di un fratello o di una sorella che ti si avvicina per il
battesimo. Non per semplici ragioni umane ma per il rispetto
dovuto a quella delicatissima situazione di una creatura umana
che con timore e a volte con fatica si avvicina alla persona di
Gesù.
Nell’accoglienza è allora possibile, con tutta la sincerità del
cuore, allontanare ogni forma di proselitismo e lasciare assoluta
libertà di risposta pur presentando a grandi linee l’itinerario catecumenale.
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Pre-catecumenato
Precede il rito di ammissione al catecumenato. Quasi una
sorta di noviziato che consenta di maturare la decisione di divenire cristiani.
Viene dato un primo annuncio della fede ed un primo approccio al Vangelo.
Si instaura un rapporto fraterno e personale con il gruppo e
specialmente con gli accompagnatori.
Il tempo del cammino può variare: si potrebbe iniziare con
l’avvento e proseguire fino alla quaresima per il rito di ammissione al catecumenato, se matura la decisione di prepararsi al battesimo.
«La durata del precatecumenato dipende dalla grazia di Dio e
dalla collaborazione di ciascun candidato. Non è possibile stabilire a priori un definito cammino formativo, né si può fissare in
anticipo la data della sua conclusione. Durante tutto il processo
di iniziazione cristiana, soprattutto in questa prima fase, occorrono flessibilità, adattamento, paziente attesa e rispetto della libertà
e dei tempi di crescita di ogni persona. È auspicabile, però, che il
tempo del precatecumenato abbia una durata di almeno alcuni
mesi per assicurare una responsabile scelta, una iniziale sincera
fede e una prima vera conversione « (C.E.I., Orientamenti per il
catecumenato per gli adulti, 1997)
La catechesi è graduale ed essenziale: Cristo è annunciato
come Colui che risponde alle attese dell’uomo ed infinitamente
le supera.
Viene annunciato il mistero della Resurrezione di Cristo, il
Vivente ed il Vincitore della morte, che fa nascere una festa nel
cuore dell’uomo.
Di qui aiutare a maturare liberamente la volontà di seguire Cristo abbandonando il peccato e cooperando con la grazia.
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Catecumenato
I catecumeni ascoltano la parola per tre anni. Tuttavia, se uno è
zelante e si applica lodevolmente, non si giudicherà il tempo, ma solo
la sua condotta.
Quando il dottore ha finito di fare la catechesi, i catecumeni pregheranno a parte, separati dai fedeli. Le donne pregheranno in un
luogo a parte della chiesa insieme alle catecumene. Terminata la preghiera i catecumeni non si daranno il bacio di pace, perché il loro
bacio non è ancora santo.
Terminata la preghiera comune, il dottore, dopo aver imposto la
mano sui catecumeni, pregherà e li dimetterà.
(Ippolito di Roma, La tradizione apostolica, SC 11 bis)
C.v.p., siamo al cuore del cammino di iniziazione. Come
tempo minimo si potrebbe pensare da quaresima alla Pasqua dell’anno successivo: la prima quaresima è l’ingresso nel catecumenato, la seconda è la preparazione prossima ai sacramenti. Certamente non è molto ma, se vissuto intensamente, potrebbe costituire il minimo indispensabile del cammino catecumenale.
Credo però, come insegnano coloro che da tempo vi lavorano,
che non sia cosa buona fissare dei tempi ma parlare di crescita e
di maturazione. Il cammino è decisamente personalizzato. La
decisone spetta in ultima analisi al vescovo.
Parlare di tempi minimi può essere utile per impedire che circostanze, che vorrebbero affrettare il percorso, finiscano per svuotarlo di ogni serietà.
Penso che se la disponibilità è sincera sarà poi la formazione
permanente e la vita della comunità a completare la formazione
del catecumeno.
C.v.p., i catecumeni potranno vivere la catechesi con il gruppo
di accompagnamento ed attraverso un rapporto più personale
con i garanti e i catechisti.
Penso ad un momento settimanale per l’approfondimento del
Vangelo, per ripercorrere le grandi tappe della storia della salvez-
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za, per attualizzare nella chiesa di oggi la Parola di Gesù.
Anche le celebrazioni della Parola di Dio, gli esorcismi minori, le benedizioni potranno essere degnamente celebrati con coloro che accompagnano i catecumeni.
Il sostegno di una guida spirituale e l’invito a divenire fin d’ora
testimoni del Vangelo e di ciò che il Signore sta operando in loro,
sorreggeranno i primi passi della conversione.
C.v.p., il tuo compito più grande è fare la strada con i tuoi catecumeni. Farsi compagno, mangiare lo stesso pane. Provare insieme la gioia di certe scoperte e la delusione di fallimenti e lentezze: accompagnare una melodia è farla risaltare, non sopraffarla.
C.v.p., devi fare attenzione però a certe ambiguità:
Quella della debolezza, che ha paura di offendere, quando si deve
dire la verità del Vangelo: rispettare vuol dire non imporre, ma proporre con sincerità e franchezza il dono di Dio; quella della pigrizia,
che per un falso rispetto lascia dormire l’altro in convinzioni o situazioni contrarie all’impegno che si è assunto; quella della confusione:
bisogna che il cammino abbia una strada ben tracciata, e non si
vada avanti a tentoni, oppure seguendo un giorno le idee di un
accompagnatore, e un’altra volta quelle di un altro. Non si escludono rettifiche di percorso, ma un programma di massima deve essere
tracciato e rispettato; quella della illusione, che crede che tutto possa
sempre procedere bene.
Ogni tanto sono necessarie verifiche, (non solo quelle legate alle
celebrazioni liturgiche), che ci possano dare il punto della situazione: com’è cambiato il nostro modo di credere? di pregare? di trattare con gli altri? di confrontarsi con la comunità o con altri gruppi?;
quella della specificità: insistere solo e sempre sulla catechesi, senza
integrarla nell’anno liturgico: o proporre facili e gratificanti esperienze di vita di gruppo, senza un’attenzione alla crescita nella fede
o ad una sincera e forte revisione della propria vita.
In conclusione, accompagnare nel catecumenato vuol dire, prima
ancora di badare al cammino degli altri, che la Parola di Dio tra-
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sformi la nostra vita. L’avventura del catecumenato bisogna conquistarla insieme. È per questo che il catecumenato è un grande dono
alla comunità cristiana: è l’invito di Dio a raddrizzare la nostra strada della salvezza, se vogliamo poi percorrerla con i nuovi fratelli che
lui ci ha dato.
(A.Giuliani, Catecumenato in casa nostra, pro-manuscripto
pag.25)
Mistagogia
Cara parrocchia, come vedi il termine è antico ed un po’ misterioso: si tratta, per i neofiti, di intensificare i rapporti personali
con i diversi membri della comunità, prendere atto della vita parrocchiale e delle sue attività pastorali, conoscere forme ed iniziative di formazione permanente dei fedeli adulti, alle quali aderire per continuare il cammino di fede. In questo inserimento
comunitario dei neofiti hanno grande responsabilità i padrini, i
catechisti, i presbiteri. È il momento di completare una formazione ancora lacunosa specie dal punto di vista morale, ripensare
ai scramenti ricevuti approfondendone il mistero, abituarsi a riconoscere la dimensione «simbolica» della fede, aiutarli a trovare il
loro posto nella comunità, introdurli nella storia della Chiesa,
presentare loro le grandi tradizioni spirituali del cristianesimo.
Anche qui potrà esserci un utile scambio tra i cristiani di ritorno e i nuovi battezzati.
Il catecumenato rinnova la parrocchia
I catecumeni, c.v.p., diventano il segno della freschezza e della
novità della Chiesa.
Le nostre parrocchie anche se frequentate da una minoranza,
sono spesso estremamente esigenti all’interno ed indifferenti
verso quelli che si sono allontanati: il catecumenato abbatte le
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mura, sposta i confini, impegna tutta la comunità a considerare
comunitario e di tutti la missione di evangelizzare.
Il catecumenato ti educa ad una mutua accoglienza, dove ciascuno dà e riceve: è anzitutto come uno spostarsi verso l’altro e
l’accoglienza non è mai a senso unico o da una posizione di superiorità.
Anche il puritanesimo, che preferisce il tutto o il niente, è
sconfitto dalla pastorale catecumenale: è la pastorale dei primi
passi e lascia tempo al cammino di ognuno, rendendo così testimonianza alla gratuità incondizionata dell’Amore di Dio.
Come già ti dicevo, il catecumenato non è proselitismo, non
nasce da spirito di conquista, è mettersi a servizio dell’azione
dello Spirito in ogni essere umano, non ci potrà d’altronde essere
un vero spirito di catecumenato in te, o parrocchia, senza l’audacia della carità, l’impegno per la giustizia, l’opzione preferenziale
per i poveri e quello sforzo umile e ciclopico insieme di umanizzare il mondo con la solidarietà verso ogni uomo.
Tutta la parrocchia infatti rende vitale il cammino di iniziazione costruendo una vita più giusta e fraterna.
Il catecumenato, come vedi, è davvero una grazia grande per
te: ti metti al servizio di tutti poiché tutti hanno la capacità di credere in Gesù e questo diritto viene pubblicamente riconosciuto
ed efficacemente organizzato.
Ed è per tutti un invito ad approfondire in modo permanente
il proprio battesimo: tutti siamo in cammino per la professione
di fede nella grande veglia pasquale!
Ma soprattutto è motivo di grande gioia perché è la vita che
cresce intorno a noi.
– 96 –
DIALOGO TRA CREDENTI E NON CREDENTI
Esiste il non credente?
Cara parrocchia,
so che per te è difficile dare una risposta e ti capisco...
Per chi crede che Cristo è dentro tutte le cose, il tessuto dell’universo, è difficile pensare che in ogni creatura non vi sia il seme
di Lui, la traccia di una presenza e di un amore che ci ha preceduto.
Io ti capisco, perché quando tu guardi un cuore gelido e freddo in ordine alla fede, tu già cerchi tracce di germogli, come in
campagna si cercano ai primi caldi, dopo un gelido inverno.
Perché sei convinta che Lui, come un tarlo o un lottatore, è lì
a inquietare il cuore dell’uomo.
Ma questo accade quando si guardano le cose con gli occhi
della fede, non partendo dalla sensibilità delle persone ma dal
mistero di un Dio fatto uomo che tutti ama, tutti cerca, a tutti
desidera rivelarsi.
Di fatto il non credente esiste: vi sono tra noi uomini e donne
che tali si ritengono, a volte con qualche sofferenza, talora come
scelta di vita non più in discussione. Vanno accettati e riconosciuti
come tali.
Riconoscerli è per te, cara parrocchia, come andare nel profondo, rimetterti in discussione anche nelle questioni più essenziali
e decisive: l’esistenza di Dio, il rapporto scienza - fede, la questione del significato dell’esistente, il problema del male, la possibilità di pensare il tutto senza Dio e le tracce «razionali» della
sua esistenza.
Con i giovani questo è pane quotidiano.
Finora per lo più il dialogo era concepito come mettere in
discussione le certezze dell’altro con il ragionamento pacato, con
la polemica a distanza.
Il non credente rimproverava il credente di non essere libero
– 97 –
nel dubitare, nel cercare, nell’interrogarsi: come chi non riesce più
a guardare lucidamente i fatti.
Alla polemica si univa spesso il sospetto che tutto l’interesse a
dialogare fosse strumentale, una forma di proselitismo, o il volere rivestire di dimensioni culturali la fede che per sua natura
sarebbe cieca ed irrazionale.
Dall’altra rimproveravamo al non credente di essersi come
messo sul piedistallo, su un piano di superiorità, incapace di mettersi con chi crede a guardare insieme la complessità della vita,
dalla stessa sponda del fiume. Il piedistallo come residuo del
razionalismo e dell’Illuminismo che a priori giudica «irrazionale»
la fede e con la parola «scientifico» mortifica una ricerca a tutto
campo del senso della vita.
È vero, cara parrocchia, che questo dialogo alto non nasceva
generalmente in te, ma ne sentivi l’eco dal libro, dal giornale, dal
reportage televisivo.
Dialogo tra credenti e non credenti in parrocchia
Cara vecchia parrocchia,
a volte vi sono delle intuizioni che decidono per sempre il
modo di affrontare il problema.
Alcune righe di una premessa del Cardinale Martini ad un
libro «Cattedra dei non credenti», sono state decisive per illuminare di nuova luce questa forma di dialogo e per farci comprendere che anche la parrocchia, da sola o insieme ad altre può
costruire una forma di dialogo prezioso per credenti e non.
Ecco le parole:
Io ritengo che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente che si parlano dentro, che si interrogano a vicenda che rimandano continuamente domande pungenti l’uno all’altro.
Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa. È importante l’appropriazione di questo dialogo interiore, poiché permette a ciascuno di crescere nella coscienza di sé.
– 98 –
La chiarezza e la sincerità di tale dialogo si pongono come sintomo
di raggiunta maturità umana.
Queste parole hanno rinnovato un desiderio che covava dentro di una comunicazione spirituale sulle ragioni fondamentali
del credere e sui dubbi e la fatica di credere. Un desiderio antico
che non riusciva a trovare una forma che non fosse il dibattito o
la conferenza sulla fede.
Ora mi pare di aver trovato una metodologia che l’autore definisce: «una esercitazione dello spirito, quasi una ricerca su di sé,
sulle ragioni del credere e del non credere, ...compiendo questo
esercizio senza difese e con radicale onestà, ...un dirsi autenticamente che ha una sua dignità e una sua intoccabilità, che poi
insieme coinvolge».
Cara parrocchia,
penso che una tale proposta sia possibile in questo momento
che ritengo assai propizio per questa comunicazione.
Il credente che è in noi infatti è più consapevole di non potere dire tutto di Dio: avverte la necessità di un’umile ricerca, di un
annuncio essenziale, di riscoprire le ragioni fondamentali di un
assenso religioso da rinnovare e da vivere.
Cadute le ideologie (anche se altre subentreranno!) sembra
più aperto al dialogo, libero e sereno di poter esprimere le ragioni e i sentimenti del cuore. Reso esperto dalla vita che la fede non
è qualcosa di «commerciabile», ha imparato una libertà di dialogo che non mira a convincere ma ad ascoltare quel che c’è nella
mente e nel cuore di ogni persona.
Anche il non credente che c’è in noi è più capace di esaminare, a livello di coscienza, le radici della propria lontananza e insieme disponibile a riconoscere domande, segni, tracce che ripropongano la questione decisiva e globale della vita.
Liberi da remore adolescenziali possiamo tutti, quasi in modo
nuovo, guardarci dentro, nel mistero comunque imprevedibile e
affascinante della vita. Nella misura in cui ci rendiamo trasparenti alla nostra coscienza sapremo essere fino in fondo liberi nella
comunicazione spirituale.
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Sono consapevole che un tale dirsi autenticamente i pensieri e
i sentimenti, talora contrastanti del cuore non è possibile che ad
alcune condizioni che, con mio maestro, riassumerei così: «la
volontà sincera di confrontarsi; l’accoglienza, umile, benevola di
ciascuno verso l’altro, senza bisogno subito di rispondere rimbeccando o correggendo o chiarendo, ma lasciando che le interrogazioni prendano la forma del proprio corpo e della propria esperienza...»
Un interrogarsi, ordinato, paziente, seguendo alcuni itinerari
che insieme riteniamo essenziali e che sono maggiormente ritornanti nel pensiero e nel cuore. Come poi da questa ricerca potrebbero nascere alcuni momenti di incontro, nuovi per te, con la presenza di testimoni che accettino lo stile della proposta: meno
intellettuale, più intimo, senza per nulla rinunciare all’infaticabile controllo della ragione, testimonianze scelte in quella zona di
confine dove il credente e il non credente che è in noi sinceramente si parlano.
Che ne dici c.v.p.? Personalmente, anche per le esperienze già
fatte, la ritengo una bellissima idea. Il titolo «cattedra dei non credenti» è curioso, provocatorio, liberante: far salire in cattedra il
non credente che è dentro di noi. Questi incontri sono possibili
in parrocchia o tra parrocchie, specie in questo anno di Cristo in
preparazione al grande Giubileo. Una intuizione, senza snaturarla, può diventare pane comune per tanti.
Le esperienze iniziate dicono che i frutti non mancheranno se
il dialogo sarà fatto con metodo e ben preparato. Nell’incontro
occasionale o nel dialogo fraterno può nascere un piccolo gruppo
di persone sensibili al dialogo credenti non credenti. Altri si uniranno dopo le prime esperienze.
Nasce così un gruppo di lavoro formato da credenti e non e
questo è decisivo per preparare e verificare lo spirito dell’incontro:
su un piano di profondo e reciproco rispetto, senza fretta, senza
strumentalizzazione di sorta, senza nascondere nulla della propria fede e senza nulla esigere dall’altro, capaci di spostarsi in luoghi diversi dalla chiesa. Insieme si lavora, insieme si programma.
– 100 –
Ciò che rimane decisivo è l’intuizione di fondo: svelare il proprio itinerario spirituale in quel frammento di vita che insieme si
è scelto di esplorare. Si possono alternare le testimonianze con
brani musicali che consentano di appropriarsi di quanto detto e
sollecitare nei partecipanti una risposta ed una comunicazione
personale diversa dal dibattito.
Oltre la cattedra
Accanto alla cattedra il ponte credenti non credenti può essere
costruito con obiettivi comuni di carità e di impegno per la
dignità e la liberazione dell’uomo. Ci può essere un percorso
comune, cara parrocchia, per i tuoi figli e quelli che non credono
in Cristo, quando si lotta per la dignità della vita umana in tutte
le sue fasi, per superare i conflitti e per costruire la pace: la via
della carità è come un dialogo non verbale, preziosissimo e permette di scoprire spazi inediti di amore nel cuore di uomini e
donne che vivono accanto a te.
Il territorio della parrocchia offre tanti spazi di lavoro in comune per rendere più vivibile il quartiere, creare strutture per la vita
dei ragazzi e dei giovani, per la difesa della vita, per la costruzione della pace.
Il dialogo più intimo
Nella coppia il dialogo si fa intimo, personalissimo. C.v.p.,
sono sempre più frequenti le coppie tra un credente e un non credente: una scelta difficile, certamente, perché nella comunione
sponsale l’unità dello spirito è una componente essenziale per la
comunione di tutta la persona: è reciproca sofferenza trovarsi
divisi sul modo di concepire la vita, la morte, il dolore, il legame
con gli altri. Il rispetto è essenziale per entrambi ma, penso al
coniuge credente, spesso si sente il bisogno di un sostegno, di un
aiuto per quella vita spirituale che non trova nel partner e che
– 101 –
dovrà cercare in un legame forte con fratelli o sorelle di fede.
Quale dialogo è possibile all’interno della coppia?
Occorre mantenere vivo un dialogo spirituale: a volte il coniuge non credente si nasconde interrogando o criticando il credente e non dice a sua volta ciò in cui crede, per cosa è disposto a lottare e a sacrificarsi; il credente d’altra parte, a volte non cerca di
cogliere i valori ai quali il coniuge attribuisce un valore grande,
quasi assoluto. Da un dialogo spirituale nasce poi una sfida alla
coerenza e ad una certa radicalità: non si può infatti affermare un
valore al proprio partner e poi lasciarlo nella mediocrità e nella
tiepidezza.
Per quanto difficile, il matrimonio tra un cristiano e un non
credente può divenire una sfida positiva per la coppia e, di riflesso, una educazione per tutta la parrocchia. Il coniuge credente
con la sua vita ricorda a te, c.p., e a ciascuno di noi che nell’intimità si può annunciare Gesù non tanto con parole ma solo con
un più grande amore: di fronte ad un partner che ama, che perdona, che sa soffrire per amore, che prende la persona di Gesù
come criterio del suo amore coniugale, l’altro coniuge potrebbe
chiedersi chi sia mai Colui che è capace di generare un così più
grande amore!
– 102 –
IL PONTE DELL’ECUMENISMO
Intuizioni
C.v.p., ci sono pagine di vita, progetti che restano chiusi per
tanto tempo, poi improvvisamente si intuiscono possibilità inedite e la capacità di scrivere pagine preziose di vita. A te è accaduto nei riguardi dell’ecumenismo: un ponte splendido che tu, e
vorrei dire particolarmente tu, puoi oggi gettare e costruire
lasciando poi ai tempi di Dio i frutti della piena unità tra tutti i
discepoli del Signore.
Nuova presa di coscienza.
Già dal momento che si è parlato di nuova evangelizzazione,
iniziando un dialogo tra credenti e non credenti che conduca al
cuore della fede, avviando cammini di iniziazione al battesimo, le
divisioni tra cristiani sono apparse come il grande dramma della
evangelizzazione. Il villaggio globale, i mass media, i viaggi,
anche là dove varie confessioni cristiane non vivono l’una accanto all’altra, hanno generato una coscienza nuova in ordine alle
nostre divisioni.
La consapevolezza che non ci potrà essere una nuova evangelizzazione senza ricercare cammini di unità tra i cristiani nella
vecchia Europa e nel mondo. Il nostro continente uscito dall’illuminismo si ritrova in un profondo relativismo culturale: un Cristo diviso accresce quel soggettivismo religioso già così diffuso.
Il moltiplicarsi esasperante nel mondo di chiese cristiane fa si
che specie tra i paesi più poveri si crei una miriade di proposte
religiose incentrate su Gesù. Ed ecco, allora, la profonda intuizione: non si può fare buona evangelizzazione se non si fa serio ecumenismo.
La preghiera di Gesù: «Che siano, Padre, una cosa sola perché
il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv. 17, 21) sta a dire che
le divisioni tra i credenti in Cristo sono quanto mai deleterie, per-
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ché impediscono di credere nella natura divina di Gesù e nella
origine divina della sua missione.
La fedeltà al Concilio, perciò, tutto proteso alla nuova evangelizzazione del mondo, comporta necessariamente l’impegno ecumenico, che non è una pastorale speciale, ma un «clima» che permea di sé tutta la pastorale, giacché tutti i documenti del Concilio
sono attraversati dalla problematica e dalla prospettiva ecumenica.
Dice il Papa: «La ricerca dell’unità e la preoccupazione ecumenica sono una dimensione necessaria di tutta la vita della Chiesa...La Chiesa cattolica è impegnata nel movimento ecumenico
con una decisione irrevocabile...Per me, Vescovo di Roma, ciò
costituisce una delle priorità pastorali. Questo movimento è
suscitato dallo Spirito Santo». «L’impegno ecumenico è un imperativo della coscienza cristiana, illuminato dalla fede e guidato
dalla carità» (UtUS 8); ed è anche una «via senza ritorno», inevitabile anche se rischiosa e complessa, un percorso «irreversibile»
(UtUS 3).
Potremmo oggi chiederci: a che punto si trova il dialogo ecumenico in Italia? Certamente è un dialogo in crescita: ci si incontra, si parla liberamente, ci si stima, si collabora con sincerità.
Parrocchia ed Ecumenismo nel Concilio e nel post-Concilio
C. v. p., negli anni del concilio e del post-Concilio, sebbene lo
sentivi lontano da te, ti commuovevi nel vedere i primi passi del
cammino ecumenico.
I tuoi parrocchiani, non più giovanissimi, hanno nel cuore
quell’abbraccio tra il patriarca ecumenico Athenagoras ed il Papa
Paolo VI come un avvenimento ed una tappa miliare.
Una commozione seguita da un’intensa preghiera tra i tuoi cristiani più vivi. Allora sembrava molto vicina l’unità ed i profeti
dell’ecumenismo suscitavano grandi speranze. Tu pregavi per l’ecumenismo ma lo sentivi un problema lontano al quale non
potevi dare un personale contributo.
In questi ultimi anni c’è stato un grande risveglio ecumenico.
– 104 –
Ieri ci chiamavamo fratelli separati; oggi ci sentiamo chiese sorelle, custodi dell’unica chiesa di Dio.
Non dobbiamo fare l’unità della chiesa ma l’unità dei cristiani!
Questo fa nascere fra i cristiani il perdono e la riconciliazione
scambievole che genera rapporti di fraternità e di collaborazione
attiva a tutti i livelli. È per te una rivoluzione copernicana: partire
dalla comprensione della mentalità altrui, evitare ogni fondamentalismo, arrivare ad uno scambio di doni perché ognuno possa
portare all’unica chiesa la ricchezza della propria tradizione.
Siamo spinti ad avere una conoscenza dei «simboli» delle
diverse confessioni e siamo chiamati a rispondere insieme ai
grandi problemi dell’uomo moderno: le sfide infatti sono identiche per tutte le chiese. È nata una grande regola di fede e di vita:
non si può più fare da soli, quello che si può fare insieme.
Una nuova consapevolezza
Oggi una nuova consapevolezza è maturata in te: di poter dare
un tuo contributo prezioso alle soglie del millennio anche in
campo ecumenico. Una intuizione sul metodo e sul progetto.
Dopo essere stata a lungo immobile ora stai muovendo lunghi
passi, come per ricuperare il terreno.
Hai fatto come quei ragazzi a scuola che stanno a lungo immobili sul foglio bianco e poi iniziano a scrivere il tema di getto perché hanno intravisto un possibile svolgimento.
L’ecumenismo certamente cammina su strade a più livelli: c’è
il misterioso lavorio della preghiera, e qui i contemplativi hanno
un grande carisma e non a caso il monachesimo in tutte le confessioni è in prima linea nel cammino ecumenico; c’è poi il dialogo teologico vero e proprio e qui i teologi delle varie confessioni cristiane hanno un compito immane e delicatissimo nelle sedi
universitarie e nella preparazione dei grandi incontri ecumenici.
C’è poi il dialogo a livelli di pastori e responsabili di Chiese
che impegnano e stimolano le rispettive comunità a mettere l’e-
– 105 –
cumenismo come esigenza prioritaria, che pongono gesti di grande rilievo per creare varchi e prospettive nuove sia con incontri
bilaterali sia con grandi incontri a livello continentale come l’assemblea che si è svolta in questi mesi a Graaz.
Tutti questi livelli non possono mancare nel dialogo, ma c’è
un ecumenismo di base, un ecumenismo di popolo, dove i credenti imparano a conoscersi, a rispettarsi, a stimarsi, a sentirsi fratelli davvero e qui (ecco l’intuizione!) le parrocchie possono svolgere un ruolo di grandissimo rilievo che finora non è stato realizzato se non in piccole élites.
C.v.p., ecumenismo pratico, spirituale, di base, significa tutto
quello che oggi è già possibile vivere nel rispetto del cammino
delle chiese, escluso il dialogo teologico vero e proprio.
Una spiritualità ecumenica così vissuta, potrà produrre frutti eccezionali. Ma, lo si intuisce, avrà soprattutto un particolare effetto:
perché comunitaria, legherà in uno tutti coloro che la vivono, sicché
si sentiranno solidali tra loro e, in certo modo, già uno. Avvertiranno di formare, per così dire, un solo popolo cristiano che potrà essere - con tutto ciò a cui conducono le altre forze suscitate dallo Spirito in questo tempo ecumenico - un lievito per la piena comunione tra
le Chiese. Sarà quasi l’attuarsi di un altro dialogo, dopo quello della
carità, della preghiera e quello teologico: il dialogo del popolo. Popolo non formato certo solamente dai laici, ma da tutto il popolo di
Dio. Dialogo più che urgente ed opportuno se è vero, come la storia
insegna, che vi è poco di garantito in campo ecumenico, quando non
vi è coinvolto il popolo. Dialogo che farà scoprire con maggior evidenza e con maggior interesse e farà valorizzare tutto il grande patrimonio già comune fra i cristiani, costituito dal battesimo, dalla
Sacra Scrittura, dai primi Concili, dai Padri della Chiesa...e lo farà
vivere insieme. Attendiamo di vedere questo popolo, che già qua e là
sta apparendo, e desidereremmo ammirarlo dovunque esiste una
Chiesa.
(Chiara Lubich, Una spiritualità per la riconciliazione, Seconda
Assemblea Ecumenica Europea, Graaz 1997 ms.)
– 106 –
Proposta: lettera aperta alla parrocchia.
Come proposta abbiamo pensato una lettera aperta a tutte le
parrocchie per contagiare dell’idea le tue consorelle. Sai quando
una idea ti nasce dentro e non puoi fare a meno di pensarci, di
accarezzarla, di studiare come trasformarla in realtà dalla quale
non riesci a liberarti?
È successo proprio così: il classico colpo di fulmine..ecumenico! Come di una luce che ti si accende dentro e, pur sentendo che
si tratta di una cosa nuova e non facile, non puoi fare a meno di
proporla: legare spiritualmente in questi pochi anni che ci separano dal duemila ogni parrocchia cristiana con le altre parrocchie
di altre confessioni per generare un movimento ecumenico a
livello di parrocchie, un gemellaggio tra parrocchie cattoliche,
ortodosse e delle Chiese della Riforma.
Ecco la lettera aperta:
Grande impulso ecumenico alle soglie del terzo millennio
Tutte le Chiese Cristiane hanno preso solenne impegno di operare per l’unità tessendone trame tra i discepoli di Cristo ed è cresciuta la consapevolezza che la nuova evangelizzazione del terzo
millennio non sarà possibile con una chiesa cristiana divisa.
Potrebbero essere raccolti innumerevoli atti di Convegni ed
incontri ecumenici ad altissimo livello che testimoniano la tensione delle Chiese verso l’unità, né si potrà misurare l’efficacia
della preghiera che, specie nella settimana annuale, sale da tutte
le Chiese al Signore.
Se il primo millennio si è chiuso con una dolorosa frattura, il
secondo millennio si chiude con una grande preghiera per l’unità.
Può la parrocchia diventare protagonista
in questo grande cammino ecumenico?
La Parrocchia, in quanto unità ecclesiale radunata attorno alla
– 107 –
S.Scrittura, all’Eucarestia, sotto la guida dello Spirito, deve essere
e proclamarsi luogo dell’autentica testimonianza ecumenica e
anche se nel territorio di una Chiesa particolare non fossero presenti più confessioni cristiane, non verrebbe meno il dovere di
partecipare all’impegno per l’unità.
Può, la cara vecchia Parrocchia, dare un suo contributo prezioso ed originale al grande dono dell’unità? Noi crediamo di sì!
I mezzi di informazione di massa rendono sempre più presente la frattura fra i Cristiani; la molteplicità dei viaggi e degli incontri, la drammatica testimonianza di missionari che vedono in uno
stesso territorio tante Chiese Cristiane annunciare il Vangelo, il
moltiplicarsi delle sette, fanno sì che la base del popolo di Dio sia
oggi molto più a contatto con il problema ecumenico ed i credenti più sensibili avvertano l’urgenza inderogabile dell’impegno
per l’unità.
In questi ultimi anni nelle comunità di base (parrocchie, gruppi, associazioni) non sembra si siano fatti passi significativi per
quanto riguarda la coscienza ecumenica dei battezzati.
Prevalentemente l’ecumenismo si è sviluppato a livello di
responsabili di Chiese ma oggi si impone una sensibilizzazione
delle comunità cristiane all’interno delle Chiese locali.
La storia antica e recente della Chiesa ci insegna che ogni grande rinnovamento passa attraverso comunità vive e partecipi.
Le parrocchie attuino gemellaggi tra chiese sorelle
Facciamo una proposta di avviare, in vista dell’anno duemila,
gemellaggi tra comunità cristiane parrocchiali che non mettano in
primo piano il dialogo teologico, da farsi nelle sedi proprie, ma
anzitutto cerchino di ristabilire un clima di rispetto e fiducia reciproca perché, aprendo i cuori, lo Spirito possa spingere verso l’unità.
Questo può essere fatto tra Parrocchie di Chiese sorelle che
vivono in paesi che per ragioni di viaggi, di solidarietà, di affinità
culturali ed ambientali sono venuti o potrebbero venire a contatto fra loro.
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Un itinerario!
Si potrebbe partire facendo nascere in ogni parrocchia cristiana il gruppo ecumenismo con persone che di fatto vivono
profondamente questo aspetto della fede. La scelta delle Parrocchie con cui gemellarsi può essere lasciata alla creatività pastorale di ognuno e ci si potrebbe anche aiutare con una qualche
forma di collegamento per arrivare nel modo migliore alla scelta
del gemellaggio.
Il contatto potrebbe partire da lettere di fraternità dei responsabili delle Parrocchie da leggersi nelle rispettive Chiese; ci si
potrebbero scambiare doni piccoli ma significativi dell’unica fede
in Cristo morto e risorto (una Bibbia, una croce, un’Icona) che
rimarrebbero esposti nelle rispettive Chiese parrocchiali come
segno del gemellaggio spirituale e come invito alla preghiera reciproca.
Passeggeri sul treno del dialogo
Adulti preparati delle rispettive comunità potrebbero, appositamente o in occasione di viaggi, recarsi a far visita alla Chiesa cristiana con cui si è a contatto creando così legami di stima e rispetto reciproci.
In questo modo potrebbero veramente nascere condizioni di
un sano ecumenismo tra Chiese cristiane.
Imparando dalla vecchia Europa...
Come la vecchia Europa in questi anni ha trovato vie e mezzi
per favorire lo spirito di unità tra città che si ignoravano o si consideravano nemiche, così il Cristianesimo potrebbe dar vita a questo ecumenismo di base capace di riproporre capillarmente cammini di unità.
La meta di questi gemellaggi sarà quella di proporre in modo
incisivo il cammino ecumenico come via obbligata della nuova
– 109 –
evangelizzazione e si moltiplicherà la preghiera per l’unità senza
nasconderci le differenze che permangono fra noi; si passerà dalla
non conoscenza e dalla reciproca indifferenza alla consapevolezza di essere tutti discepoli di Cristo.
Vi sono già in tutte le Chiese Cristiane esperienze significative
di gemellaggi ecumenici e questo ci dà certezza che il nostro non
è un sogno ma una strada possibile.
Non potrebbe essere anche questa una tappa nel «grande
avvento» dell’anno Duemila?
Ci siamo chiesti: come diffondere l’idea, con chi parlarne, come
muoverci?
Cara parrocchia, abbiamo cercato di diffonderla il più possibile ed abbiamo trovato in tutti un grande interesse; ora lo facciamo attraverso questa lettera aperta sperando che anche parrocchie
che non vivono fianco a fianco con fratelli e sorelle di altre confessioni possano impegnarsi nel grande cammino ecumenico.
Abbiamo contattato alcune parrocchie del nostro paese che da
tempo vivono un grande impegno ecumenico con i cristiani di
altre confessioni presenti nel territorio. Testimonianze splendide
ed incoraggianti.
Prospettive: ecumenismo di popolo.
C.v.p.,
se nascerà in questi prossimi anni un ecumenismo di popolo
(l’assemblea di Graaz pur evidenziando tante fratture lascia ben
sperare a questo riguardo) prospettive feconde di collaborazione
si apriranno tra le nostre Chiese sorelle.
Sul piano pastorale, nei nostri rispettivi incontri, ci sentiremo
impegnati a conoscere la spiritualità di ciascuno di noi in modo
serio e profondo.
– 110 –
Una prospettiva feconda di collaborazione è diffondere e leggere insieme la Bibbia tra fratelli: dalle parole arriveremo insieme
alla Parola, dalla Parola alla Parola fatta Persona. Potremo anche
praticare tra noi lo scambio di ambone, anche in momenti
importanti dell’anno liturgico.
Potremo dare alle nostre catechesi una impronta ecumenica
non polemica, specie nella formazione dei giovani e nella preparazione dei matrimoni misti.
Potremo moltiplicare forme e tempi di preghiera in comune
come fondamentale momento di apertura.
Parteciperemo con gioia alle celebrazioni di altri fratelli cristiani pur soffrendo di non poter fare la comunione insieme.
Potremo intraprendere una collaborazione pastorale nella
liturgia e nella prima evangelizzazione e studiare i comuni cammini catecumenali, cercheremo di evitare in ogni modo ogni
forma di proselitismo nei confronti dei membri di Chiese sorelle.
L’ecumenismo guarisce ogni parrocchia dal di dentro: la riconciliazione che le Chiese cristiane ricercano in se stesse, con gli altri,
con Dio e con il Creato, ci impegna a darne testimonianza nella
propria diocesi tra le varie parrocchie, i gruppi, i movimenti.
Un ecumenismo che genera un nuovo ecumenismo!
Potremo soprattutto sostenerci nelle reciproche necessità, aiutando le Chiese più povere di ogni confessione attraverso collette
ecumeniche che esprimano il desiderio sincero della riconciliazione.
Tutto questo nascerà quasi spontaneamente dai gemellaggi che
potremo far nascere in tutte le nostre comunità.
Anche se il 2000, come è ardente desiderio del Papa e di tanti
cristiani, non dovesse vederci tutti pienamente riuniti, sarebbe un
segno straordinario questo ecumenismo di popolo nato tra le
nostre parrocchie.
– 111 –
Parrocchia e i fratelli ebrei
C.v.p.,
il rapporto con i nostri fratelli maggiori meriterebbe una riflessione molto più ampia, ma non pensavo di parlartene in questa
lettera.
Partecipavo un giorno ad un incontro con tanti giovani di varie
parrocchie sulla pace e vi era anche una donna ebrea, credente,
che da piccola aveva conosciuto l’olocausto, concluse il suo intervento così: «Voi cari giovani credete che Gesù è il Messia e aspettate il suo ritorno alla fine dei tempi; noi, come sapete, attendiamo ancora la venuta del Messia che porterà a compimento le promesse dei Padri: e se Colui che noi aspettiamo e Quello di cui voi
attendete il ritorno, fossero la stessa persona?»
Un silenzio commosso scese tra i giovani, poterlo trascrivere
sarebbe un bel modo per iniziare il dialogo tra la parrocchia ed i
nostri fratelli ebrei. Sono convinto che quanto più tu ti nutrirai di
S.Scrittura, tento più sentiremo gli Ebrei come fratelli maggiori e,
forse per la prima volta, il parrocchiano comune avvertirà il
misterioso legame della Chiesa con questi nostri fratelli.
La parrocchia e l’Islam
C.v.p.,
in molti posti nel mondo eri già preparata ma da noi solo ora
hai incontrato un certo numero di fratelli e sorelle dell’Islam:
viaggi, lavoro, emigrazione, portano gruppi numerosi di musulmani nel territorio delle nostre parrocchie.
I più poveri spesso bussano alla Chiesa per un aiuto di prima
necessità.
Alcuni trovano ospitalità in te in nome della comune umanità
e della comune fede nel Dio di Abramo.
Sono convinto che il problema, pur aprendo generosamente le
tue braccia, te lo sei posto: è giusto accogliere con grande rispetto
– 112 –
per la libertà religiosa questi fratelli quando nei loro paesi a volte
a fratelli cristiani è impedito di professare la fede (abbiamo un
amico convertito al cristianesimo che è fuggito tra noi perché
temeva la morte) quando fenomeni di fondamentalismo costituiscono una delle minacce più gravi del nostro tempo?
Può valere il nostro esempio per aiutare a far nascere la libertà
religiosa in quei paesi?
Si può chiedere le reciprocità?
Sarebbe un discorso lungo da affrontare e forse costituirà
materia di dialogo epistolare nei prossimi anni. In un dialogo con
uno dei giovani mussulmani accolti in parrocchia un giorno il
discorso è caduto su Gesù e il giovane credente ha detto con un
sospiro: Gesù, questo è il problema! Mi pareva di risentire il
muezzin di Betlemme che dal minareto a due passi dalla grotta
della Natività ripete: non date figli a Dio, non date figli a Dio...
Anche i fratelli islamici, pur in un dialogo ancora da costruire aiuteranno la parrocchia a ritrovare il nostro monoteismo, la fede in
un solo Dio, Comunione infinita di amore del Padre, del Figlio e
dello Spirito Santo, ci aiuteranno a ritrovare il filo comune con
tutti i figli di Abramo, ci aiuteranno soprattutto a fissare lo sguardo su Gesù lo scandalo e il tesoro della nostra fede!
La sfida delle sette
Cara parrocchia, ho preferito parlare di sfida più che di dialogo perchè ti confesso che è uno dei dialoghi più difficili in questo
momento. Sarebbe molto importante per te capire perché tante
sette nascono e si moltiplicano e a quali esigenze rispondono:
probabilmente scopriremmo delle lacune che anche noi abbiamo
contribuito a creare!
Per molte parrocchie il confronto più immediato è con i «testimoni di Geova». Sai bene che a volte lo scontro prevale sul dialogo ma credo dobbiamo sempre più in parrocchia passare dallo
scontro alla testimonianza.
– 113 –
Possiamo cara parrocchia affrontare la sfida delle sette ed in
particolare dei testimoni di Geova, in un clima di grande serenità
e tolleranza e nel rispetto del sacrosanto diritto della libertà religiosa, imparando anzitutto da loro la necessità della catechesi itinerante in parrocchia : potranno essere certamente diverse le
modalità ma, così come le missioni già fanno, non può essere
solo la visita pasquale l'incontro nelle case: visita permanente di
donne credenti, centri di ascolto, alcune suore che si consacrano
alla missione itinerante in modo che tutti coloro che desiderano
un dialogo religioso non debbano incontrare solamente i testimoni di Geova. A volte, la gente li accoglie per poter avere un dialogo che, specie in momenti di grave dolore non riesce ad avere
con altri.
C.p., quanto più tu diventerai una comunità parlante e i tuoi
cristiani sapranno rendere ragione della propria fede, tanto più
sarà possibile un confronto sereno con le sette ed in particolare
quanto più la bibbia tornerà ad essere il pane quotidiano, tanto
più sarà evidente la strumentalizzazione che alcuni gruppi fanno
della parola del Signore! Se è vero, come dice Gerolamo, che l'ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo, non c'è dubbio che,
nutriti fin dall'infanzia delle S.Scritture, i tuoi figli non si lasceranno strappare il tesoro della fede cristiana!
Per vincere(passami questa parola molto mondana) la sfida
delle sette occorre una parrocchia missionaria in tutte le sue componenti e di questo vorrei ragionare con te nell'ultima parte del
nostro colloquio.
– 114 –
Capitolo terzo
LA PARROCCHIA OGGI
TRA SPIRITUALISMO E CARITÀ
Cara vecchia parrocchia,
di fronte alla complessità della vita moderna, alla fatica di animare le realtà temporali, spesso puoi cadere nella tentazione
dello «spiritualismo», di una preghiera disincarnata dalla carità.
La preghiera è stata e resta il centro della tua vita: segnavi con
«Ave Maria» i ritmi del giorno e della preghiera, e anche dopo il
concilio il rinnovamento della liturgia ha ridato nuovo vigore ai
tuoi tempi di preghiera.
Non sarà mai troppa la preghiera e come potrà diventare un
rischio per la tua vita se Gesù ha detto: «Senza di me non potete
far nulla»?
Mi pare, per esperienza, che vi siano due tipi di preghiera: la
preghiera di chi cammina e chiede la forza del Signore per il viaggio incominciato e la preghiera di chi sta fermo e chiede al Signore di fare quello che lui non ha alcuna voglia di intraprendere.
Se il mondo non bussa continuamente alla porta della parrocchia, se la nostra vita in parrocchia non è impregnata di carità,
staccata dai soldi, se non sente la preoccupazione del disoccupato o non sogna le follie della carità, la preghiera (che deve essere
il cuore ed il centro di tutto) finisce per essere ripetitiva e stanca.
Come un grido che non genera vita!
– 115 –
Tu cara parrocchia navighi non tra preghiera e carità, perché
entrambe sono essenziali per la tua vita, non tra liturgia e carità,
entrambi essenziali come i polmoni per respirare, ma tra certo
devozionalismo e carità.
Soprannaturalismo disumano
Don Primo parla di «soprannaturalismo disumano»: è una
denominazione forte, provocatoria, come è il suo modo.
Di fronte alle resistenze e alle delusioni, molte anime delicate e poco
inclini all’azione, si rifugiano nell’attività puramente religiosa...
Il Signore mi guardi dal diminuire un iota la fiducia nei mezzi
soprannaturali - da noi non possiamo far niente - mi riferisco esclusivamente a quel genere di fiducia presuntuosa e passiva, alla quale
volentieri qualcuno si appiglia in quanto essa non ci compromette in
alcun modo, mentre ci tiene in un’area dove la religione e tutto il
resto non esiste...
Si sopprime un termine, il mondo, cioè un campo dove il Signore
vuole che lavoriamo.
Ci si estrania da esso, mentre per darci illusione del nuovo e del vivo
si moltiplicano le devozioni.
(op. cit. pag. 36)
Oggi, anche sotto la spinta di una sensibilità che ricerca ed
esalta le emozioni spirituali, si può facilmente credere di poter
misurare la verità e la bellezza della preghiera dalla forza dei sentimenti che genera, dal senso di gioia e di pace che ne segue, dall’intensità della gente che vi partecipa, siamo tentati anche in casa
nostra di imitare una spiritualità carica di pesanti ipoteche.
Intendiamoci: lo Spirito soffia dove e come vuole e tutto ciò
che nasce dallo Spirito è urgente e necessario per la vita della
Chiesa.
Ma la parrocchia, credo, predilige e sente più vera una preghiera che, senza eliminare intensità e bellezza, sfoci in un forte
– 116 –
impegno di missione e carità.
Preghiera, anima della carità pastorale
Cara vecchia parrocchia,
non diremo mai che la preghiera guasta: solo una grande,
intensa preghiera può dare all’apostolo la forza di aprire i cantieri, di gettare ponti, di aprire strade nuove.
Basta pensare a Teresa di Lisieux, patrona delle Missioni: ci
sono missioni in ampiezza e missioni in profondità.
La preghiera è l’anima della carità pastorale:
Mi sono stancato di tutto, fuorché di fare il parroco. Vuol dire che è
il nostro vero mestiere: che la famiglia la troviamo solamente con
una chiesa sul cuore che ti schiaccia e ti porta.
(op. cit. pag. 9)
La chiesa sul cuore esige una continua preghiera perché azione
e contemplazione si fondano insieme, per tenere duro, per ricominciare ogni giorno.
Uno stile di preghiera
Cara vecchia parrocchia,
ognuno ha il suo modo di amare e di pregare, tu hai il tuo che
ti è più confacente, più proprio.
Alcuni cercano luoghi lontani, isolati, per la preghiera, carichi
di emotività. Non c’è alcun male. Tu preferisci suonare la campana tra le case e, se fosse possibile, fare di vetro qualche tuo muro
perché l’operaio o l’impiegato che parte per il lavoro possa gettarvi lo sguardo e magari fermarsi un istante con te.
Alcuni cercano espressioni di preghiera forti, vibranti, molto
coinvolgenti, capaci di riscaldare e scuotere gli animi: ed in questo non c’è niente di male ma, al contrario, tanto da imparare.
Tu preferisci uno stile di preghiera semplice e familiare, forse
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anche un po’ riservato, ma sempre vero come le carezze dei genitori ai loro figli adolescenti.
Alcuni chiedono guarigioni e miracoli e il buon Dio è così
grande che per lui è quotidiano ciò che sembra impossibile.
In casa tua, cara vecchia parrocchia, si chiedono soprattutto i
miracoli della carità e un «prodigo» che torna è già un miracolo
come uno storpio che cammina.
Alcuni scelgono i momenti di preghiera, tu, per lo più, ti lasci
guidare dai ritmi di vita della tua gente: sacramenti, matrimoni,
funerali, feste, circostanze varie segnano i ritmi della preghiera
parrocchiale; possono sembrare gesti consumati: sono espressioni di fede e di solidarietà occasioni preziose di prima evangelizzazione.
Questo peraltro non ti impedisce di avere un tuo ritmo di preghiera che plasma la tua vita di ogni giorno: la lectio divina sul
Vangelo del giorno, l’eucarestia quotidiana, la liturgia delle ore
specialmente delle Lodi e del Vespro, il Rosario che ci tiene legati
a Maria Madre della Chiesa e delle nostre comunità parrocchiali.
Il cuore «nascosto» della parrocchia
È morto recentemente Don Giuseppe Dossetti: un maestro di
preghiera.
Lo ricordo a Gerico: una preghiera intensissima nella notte e
una vicinanza estrema alla vita di Israele e dei Palestinesi, alla
Chiesa Italiana, alla sua diocesi di Bologna. Mai mi sono sentito
così dentro la vita, ecclesiale e sociale del nostro paese e capivo
che quella passione per la vita sociale e politica proveniva dalla
preghiera.
Egli vedeva anche in parrocchia un’intensa preghiera «monastica» calata in profondità dentro la vita della gente, una spiritualità incarnata.
La parrocchia, diceva, ha un cuore: rubando un po’ di spazio
– 118 –
alla notte ci si ritrova all’alba, nella chiesa parrocchiale, per la
«lectio divina» e l’Eucarestia, nella quale è tutto».
Il mistero è l’Eucarestia del Cristo nel quale è tutto: tutta la creazione, tutto l’uomo, tutta la storia, tutta la Grazia: tutto Dio, il
Padre, il Figlio e lo Spirito Santo: per Gesù Dio e uomo, nell’atto
operante in noi della sua morte, della sua resurrezione e della sua
gloriosa Ascensione.
(dalla piccola regola della famiglia dell’Annunziata)
Questo consente di rifare il tessuto cristiano della parrocchia.
Il «cuore» della vita della parrocchia è l’Eucarestia feriale e
quotidiana, celebrata possibilmente prima del lavoro per lasciare
ampio spazio, la sera, ai servizi di evangelizzazione, preceduta
dalla «lectio divina» fatta assieme e dalla celebrazione delle lodi.
Questo momento di preghiera è partecipato dai presbiteri
della comunità, dai diaconi, che non dovrebbero mancare neppure nelle comunità più piccole, dai ministri che, istituiti o non,
esercitano un servizio stabile nella comunità, dai laici, uomini e
donne, soprattutto quanti sono più impegnati nel vivere lo specifico della propria vocazione laicale nella professione, nella politica, nei vari ambiti della società.
L’ora mattutina ci ricollega alla grande tradizione monastica
che oggi chiede di essere coniugata con le esigenze della vita della
società industriale.
Questo momento, se accolto anche da appartenenti a gruppi
ed associazioni, può favorire un’intesa di fondo e un riconoscimento decisivo attorno a ciò che è assolutamente comune a tutti
i battezzati e diviene sorgente di comprensione e di pace.
Le coppie cristiane, specie quando hanno i bimbi ancora piccoli, si alternano nella preghiera con un arricchimento spirituale
vicendevole e un grande esempio per i figlioli, quando possono
vi partecipano insieme per rinsaldare la vita di coppia.
La parrocchia ha un «cuore» antico a cui diamo nuova vita alle
soglie del 3° millennio: un «cuore» capace, negli anni, di soste-
– 119 –
nere l’impegno dei missionari della nuova evangelizzazione.
Coloro che nella comunità vivono nella verginità, nel celibato
o nella vedovanza trovano nel ritmo della preghiera una precisa
regola di vita e una famiglia spirituale che comprende e sorregge
la loro scelta di donazione a Cristo.
Un incontro aperto dalla «lectio divina» sul vangelo del giorno
come scuola quotidiana e permanente di ascolto delle Scritture,
seguita dalla celebrazione delle lodi come ringraziamento e offerta della giornata, concluso con la celebrazione dell’Eucarestia
offerta per tutta la comunità, rinsalda i partecipanti nella fede e
nella mutua appartenenza ecclesiale.
Questo «cuore pulsante» di tutta la vita liturgica, catechetica e
caritativa della parrocchia recupera il tesoro mai interrotto che ha
caratterizzato da secoli la vita delle parrocchie: non più legando
esclusivamente la messa quotidiana al ricordo dei morti ma anzitutto vivendola come forza indispensabile per la vita della Chiesa.
La presenza dei cristiani stabilmente impegnati e dei fratelli e
sorelle occasionali, specie di quelli più umili, impedisce di sentirsi «gruppo a parte» ma ci educa all’umiltà e al servizio.
La lectio divina riconduce alla grande tradizione dei padri che
mai si è persa nella Chiesa e prepara i catechisti, i lettori e tutti i
ministri della Parola ad un annuncio semplice, saporoso, non
libresco del testo.
Per questo tutti i tuoi operatori pastorali si impegnano ad essere presenti alla lectio anche alternandosi nei periodi di maggiore
difficoltà.
Pregare è compromettersi
Ma la preghiera conduce sempre all’impegno, alla carità, all’amore: pregare è compromettersi.
Pregare è come una dichiarazione di amore che anche oggi
resta dichiarazione impegnativa: nasce subito una vita insieme.
Pregare, specie quando la preghiera si nutre di vangelo, ci
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mette in movimento verso la carità. O se non lo facciamo diventa subito richiesta di misericordia.
La Provvidenza ha bisogno di collaboratori in coloro che la
pregano: altrimenti si resta ad un livello di bambini che, riuniti
insieme per il pasto, ringraziano Gesù del cibo che dona loro e lo
pregano di portarlo a chi non l’ha; non sapendo, l’innocenza è
sempre perdonata, che, grazie allo Spirito che è in noi, dobbiamo
essere noi a dividere e a portare il cibo che la terra produce per
tutti i bambini del mondo.
Ecco la profezia:
I lontani non si possono interessare con una preghiera che non diviene carità, con una processione che non aiuta a portare le croci dell’ora. Senza volerlo, li spingiamo sulle strade di una carità senza Dio
e di una attività sociale senza preghiera.
(op. cit. pag. 37)
Cara vecchia parrocchia, abbiamo in questi decenni sperimentato a sufficienza che una attività sociale senza preghiera finisce
per servirsi della parrocchia e per inaridire ogni prospettiva di servizio.
Non vorremmo che nei prossimi anni qualcuno ci rimproverasse di una preghiera senza carità.
Se è vero che non si dà spirito di orazione che non generi vita
di carità, nella parrocchia il legame tra preghiera, carità e missione si fa visibile e sperimentabile. Diventa metodo di vita.
Domenica, icona della parrocchia
Cara vecchia parrocchia,
forse è esagerato dire che tu abbia un’ «icona» che riproduca il
tuo mistero.
La tua icona è la domenica. Un giorno in cui si riflette la tua
vita, si intensifica, si celebra, si comunica.
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La domenica è la decima del nostro tempo, offerto a Dio.
Un giorno per vivere insieme preghiera, carità e missione. Da
sempre la domenica è il tuo giorno: quasi non esisteresti tolta la
domenica.
Oggi, in una società profondamente cambiata ti viene affidato
un grande compito: immaginare e sperimentare in modo creativo
come nel mondo moderno può vivere questo giorno.
Domenica in una società post-industriale
Ricreare lo spazio della domenica in una società post-industriale è uno dei compiti più essenziali della parrocchia, nel
rispetto di tutti, ovviamente, e sapendo che le motivazioni religiose non sono le idee guida del commercio, del turismo, dello
sport e della vita di gran parte delle famiglie.
Una minoranza di famiglie, viva e creativa, può diventare proposta in un paese o in una città: proposta nell’uso del tempo libero, nell’organizzazione del «riposo», nel divertimento, nel gusto e
nello stile della preghiera.
Da sempre i cristiani, come civette, hanno intravisto nella
notte possibilità nuove di cammino: oggi è particolarmente
urgente salvare la domenica, in una società moderna, con il lavoro creativo delle comunità parrocchiali.
Di qui potrebbero nascere anche stili di vita riconosciuti come
proposte valide per l’uomo di oggi, credente e non. Il vero, il
bello, il buono, presto o tardi è riconosciuto da tutti come tale. La
domenica è gioioso dovere per il cristiano ma è un bene per tutti.
Certo i cristiani, nel rispetto di tutti, dovranno anche chiedere
per legge il minimo indispensabile per vivere la domenica: lo si
chiede come diritto fondamentale della persona umana!
Nella domenica si fa visibile e sperimentabile il profondo legame fra preghiera, carità e missione.
– 122 –
Al cuore della Domenica l’Eucarestia
C.p., non sempre le nostre messe domenicali sono preparate e
vissute al meglio ma non c’è dubbio che l’Eucaristia vissuta in
modo consapevole e gioioso sia il momento, più bello della
domenica e permetta di vivere l’esperienza più completa di preghiera.
La domenica e l’Eucaristia «fanno» la parrocchia: se crediamo
fino all’estremo in questo giorno e viviamo tutta la ricchezza del
mistero tu o cara parrocchia vivi e rifiorisci: d’altra parte sono personalmente convinto che se non è questo che fa vivere la parrocchia, qualsiasi progetto pastorale, anche innovativo, non sarà che
un medicamento che per un po’ copre il dolore..
Eucarestia domenicale e preghiera
Cara vecchia parrocchia,
di domenica la preghiera raggiunge il suo massimo e trova la
sua sorgente.
Già alla vigilia, la sera del sabato, la famiglia entra nella domenica con il sacramento della riconciliazione, con uno sguardo alla
Parola del Vangelo se già nella settimana non c’è stato modo di
pregare.
Perché non ritrovarsi già al risveglio insieme con i figli per un
momento di dialogo, di intimità e di preghiera?
Ma è soprattutto nell’Eucarestia che la preghiera raggiunge il
suo culmine.
La dolcezza di canti alternati tra il coro e l’assemblea, la corale dei bambini che vi apporta la chiarezza delle loro voci, tutta
l’assemblea che canta motivi semplici ma sempre dignitosi in cui
si riconosce e gioisce, la presenza nel coro parrocchiale di uomini e donne di tutte le età, tanti giovani che suonano vari strumenti
per sostenere il canto di tutti: ecco una prima bella esperienza di
preghiera nella celebrazione.
– 123 –
Poi la pausa ampia per l’esame di coscienza, entrare in un
profondo silenzio nel proprio cuore, portare davanti al Signore il
proprio peccato e quello della chiesa e degli uomini dell’universo, invocare il perdono con un sincero pentimento, il proponimento di ritrovare il senso più vero del sacramento della riconciliazione; tutto questo dona una grande pace dal momento che
non siamo mai degni di accostarci all’altare del Signore.
Potremmo, senza retorica, cara parrocchia, cantare con stupore la bellezza della preghiera nell’Eucarestia domenicale: la forza
concisa e solenne delle orazioni; l’ascolto vero, perché capito e
gustato, della Parola di Dio, specie del Vangelo che rimane come
un sigillo per tutta la comunità sulla fronte, sulle labbra e sul
cuore; il servizio dell’omelia insieme difficile ed esaltante, l’abbraccio con i vivi e i morti nella preghiera universale che il diacono introduce e stimola la comunità a proseguire, la splendida
professione di fede scritta quando ancora i cristiani non erano
divisi e che oggi, come fiume fecondo, ci porta il tesoro immutabile della Tradizione. Offrendo il Sacrificio e mangiando il suo
Corpo, lo Spirito ci rende capaci di non vivere più per noi stessi
ma per Lui..e per i fratelli. La prehiera più alta ci apre alla carità
più esigente!
Eucarestia domenicale e carità
Già la preparazione accurata del «tuo» giorno stimola tanti servizi e diventa esercizio di carità.
Anche i tanti ministeri liturgici sono preghiera e carità insieme.
Quanta carità attorno all’Eucarestia domenicale: l’aiutarsi con
i bambini piccoli per permettere alle giovani coppie di partecipare all’Eucarestia senza gravare sempre sui nonni; un padrino o
una madrina del battesimo che se ne fanno carico o una famiglia
amica o un giovane che ama la gratuità ed il volontariato; una
telefonata affettuosa agli amici ricordando loro il giorno del
Signore ed invitandoli a far festa con noi come il pastore con la
pecorella ritrovata invita gli amici ed i vicini.
– 124 –
Poter accompagnare alla Messa della comunità vecchi o persone malate come gesto di condivisione e di carità e rimanere loro
vicini nella celebrazione.
Preparare in chiesa testi e strumenti per aiutare non-vedenti,
sordomuti, sordo-ciechi e non far mancare la traduzione gestuale
per i sordomuti, almeno in qualche chiesa.
Curare la presenza stimolante e affettuosa dei «piccoli», i
disturbati psichici, che spesso mancano all’incontro domenicale e
sono per noi il segno più vivo oggi della sofferenza e della solitudine dell’uomo moderno.
Ripensare e riproporre gesti di attenzione ai bambini che partecipano alla messa con gli adulti rendendoli protagonisti con un
canto, un loro disegno, una brevissima riflessione per loro, una
liturgia della Parola «separata» e curata in modo esemplare.
L’esercizio, mai interrotto la domenica, della condivisione con
la raccolta delle elemosine per le varie necessità della propria
chiesa e del mondo intero; per le tante iniziative di volontariato
che la comunità sostiene e promuove, per le missioni, per necessità urgenti e impreviste.
La presenza del diacono o di chi per lui che al termine della
messa evidenzia non solo incontri da tenere ma le necessità corporali e spirituali emerse e le urgenze a cui la comunità è chiamata.
La comunione e la visita ai malati che gli accoliti e i ministri
straordinari dell’Eucarestia fanno nelle case e che diviene anche
gesto di carità e di attenzione ai fratelli anziani e malati.
E poi ancora in qualche occasione l’invito a pranzo rivolto ad
una persona sola o sofferente per passare un’ora di gioia e di pace.
Una visita ad un parente o ad un ammalato per fargli trascorrere anche solo un momento di serena amicizia.
La domenica è intrisa di carità: sono i piccoli gesti che costruiscono il grande amore!
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Eucarestia domenicale e missione
Anche la missione parte dall’Eucarestia.
Le monizioni dei ministri e l’omelia del sacerdote o del diacono fatta con lo sguardo rivolto a chi fa fatica a credere e cerca di
recuperare l’essenzialità della proposta cristiana, così la preghiera
sempre puntuale per chi cerca il volto di Dio e lo sguardo sempre
aperto al mondo intero, ai poveri della terra, ai missionari che
sono partiti dalla nostra chiesa, ci ripropongono l’urgenza di sentirci ed essere missionari.
Cara vecchia parrocchia,
ogni domenica gioisci con i tuoi figli presenti ma con lo sguardo vai fuori dalla chiesa, a quanti per varie ragioni non sono con
te a celebrare l’Eucarestia, a quanti non praticano e li porti nel
cuore.
La parrocchia missionaria non rinuncia mai a guardare ai
molti, a tutti quelli che sono a lei «affidati».
Anche tra coloro che vivono in te molti sono in ricerca, dubbiosi, catecumeni: le monizioni del sacerdote e dei ministri, il linguaggio dell’omelia tiene sempre davanti agli occhi chi cerca la
fede ed in qualche modo chiede un primo annuncio.
L’accoglienza dei fratelli e delle sorelle che vengono da altre
comunità e portano la loro testimonianza ad una chiesa sorella
allargano l’orizzonte della parrocchia.
Guardando l’icona della domenica tu ritrovi continuamente il
legame profondo tra spiritualità e missione e diventi davvero parrocchia «missionaria»: ogni parrocchia oggi è terra di missione e
la missione caratterizza il metodo e il progetto della parrocchia
del futuro.
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Parrocchia «apripista»
Una parrocchia per il nostro tempo è come una costruttrice di
nuove strade per il Vangelo.
...il tentare delle strade che non sono poi nuove - son le grandi strade dei santi d’ogni tempo, le vere strade della Chiesa, che è di tutti
i tempi - diventa almeno un dovere disperato.
(op. cit. pag. 39)
Un dovere disperato ed insieme una grande gioia aver avviato
questo dialogo apostolare con te per rinnovarti profondamente
sul tronco antico e fecondo.
Tu, ne siamo certi, hai ancora un grande servizio da compiere:
hai risposto ai bisogni di una società contadina, ora devi rispondere alle sfide di una società post - industriale.
La prospettiva è affascinante. Il Concilio e tutti i documenti
della Chiesa, a partire dalle grandi encicliche, ne hanno tracciate
di strade nuove e formidabili.
Oggi più che mai i documenti precedono la vita - sono bellissimi, ma molti restano lettera morta, e non è un problema di idee
e di contenuti: manca il metodo per calarli nella vita vissuta del
popolo di Dio.
Le strade cristiane del mondo si tracciano camminando con integrità
di fede, con passione di apostolo, con audacia di carità, con disciplina di figlioli.
E – non illudiamoci – son strade di dolore prima che strade di conquista e di gloria.
(op. cit pag. 37)
Vorrei riprendere queste tracce di Don Primo e farne i punti
riassuntivi delle grandi strade della parrocchia di domani.
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CON INTEGRITÀ DI FEDE
Cara parrocchia,
tocca il cuore sentirlo dire da un prete che aveva avuto sofferenze e incomprensioni da parte della Chiesa e che si firmava
«obbedientissimo in Cristo».
Si può soffrire per la fede, ma non la si può offendere.
L’integrità è un bene, l’integrismo no.
Anche dopo il Concilio, coloro che, stretti nelle difficoltà o
spinti dal rinnovamento hanno messo in discussione alcuni
aspetti della fede, già ora hanno poco da dire.
La verità, il dogma, nella parrocchia non può essere mai nascosto, annacquato, sminuito, ma va riscoperto, compreso, ricondotto dentro la concretezza e la complessità della vita delle persone.
L’uomo moderno è alle prese con questioni radicali: l’amore e
la famiglia, il dolore, la persona umana e le sue manipolazioni, le
grandi fratture sociali, la solitudine.
Il dialogo con questo uomo non avrebbe possibilità di svilupparsi se non fossimo altrettanto radicali.
Il rischio grande per te, o parrocchia, è quello di essere nella
fede come il dottore della mutua di una volta: ci si va per le cose
scontate poi si va a consultare lo specialista. Abbiamo tanti incontri con il rischio della mediocrità, senza precisione di contenuti e
alla fine un messaggio sbiadito, incolore, difficile da accogliere
per chi si trova di fronte a drammi e scelte di vita davvero molto
grandi. Parrocchiale non può essere più sinonimo di dilettantismo, di infantilismo, di pressapochismo, almeno per ciò che
riguarda la fede!
La formazione permanente dei tuoi operatori pastorali è questione fondamentale. Oggi tutto invecchia in fretta ed anche l’annuncio della Parola va continuamente ripensato.
Perché non pensare ad una settimana estiva di ferie con un
occhio alla formazione permanente? Con incontri tenuti da persone molto preparate che ci ridonano il gusto e l’ampiezza delle
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problematiche spirituali? Molte tue consorelle già lo fanno.
Oggi le cose difficili, severe, hanno più probabilità delle cose
facili di essere attuate, come un vangelo integrale è molto più
appetibile in parrocchia di tanti momenti di routine privi di passione e di verità.
Cercatori appassionati di verità
Dio è mistero sempre, anche per chi crede rimane il totalmente altro.
Quanto più Dio si avvicina all’uomo, tanto più la sua luce
diviene abbagliante. Non siamo gente che possiede Dio ma gente
che lo cerca appassionatamente. In questo le parrocchie hanno
grandi responsabilità: cercatori delusi, cercheranno altrove.
I parrocchiani spesso non si stupiscono più di fronte all’incredibile evento e per certi versi dovremmo stupirci più di chi crede
che di chi non crede: il cristiano comune, divenuto adulto nella
fede, sente il bisogno di studiare, di approfondire, di non ripetere stancamente delle verità dove non si sente, né la lotta con Dio,
né la passione della ricerca del suo Volto.
A volte, anche in chiesa, specie in quella parrocchiale, si
dimentica il mistero: spesso si chiacchiera, tutto diviene ordinario, banalizzato.
Le nuove generazioni ci spronano a recuperare il bisogno di
intimità e di silenzio.
La parrocchia è il luogo dove si può ritrovare nel silenzio sia la
lotta del ricercatore che la contemplazione del credente!
È davvero bello cara parrocchia, entrare in una delle tue chiese ordinate, semplici, belle e trovare gente in adorazione davanti
all’Eucarestia.
Alcune delle tue comunità si son date l’impegno di una adorazione permanente e continua, a volte anche notturna. Un segnale splendido: in ogni ora del giorno entri in una chiesa parroc-
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chiale e trovi qualcuno, un uomo, una donna, un giovane, un
bimbo che a nome di tutti è lì davanti al segno più grande dell’Amore per entrare in se stesso, rappacificarsi con la coscienza, leggere la vita alla luce del Vangelo.
Mi piace anche pensare allo stupore di chi, passando nel cuore
della notte, (in tante piccole città, per fortuna, ancora è vivibile la
notte!), vede illuminata la chiesa parrocchiale e fratelli e sorelle
che pregano: cercatori appassionati della verità.
Con lo sguardo fisso su Gesù
Cara vecchia parrocchia,
cercavo una parola del Vangelo per riassumere il cammino
della fede in parrocchia ai nostri giorni e mi son fermato a quella del Battista: «chi possiede la Sposa è lo Sposo...» ma l’amico
dello Sposo esulta di gioia alla voce dello Sposo. Egli deve crescere e io invece diminuire (Gv. 3, 29.30 passim).
Immagino un grande e antico mosaico del Cristo pantocrator:
Lui troneggia immenso e la Chiesa piccola ai piedi del trono.
Oggi più che mai devi ricentrare e focalizzare tutto su di Lui. E tu
sentirti piccola ai suoi piedi.
In questo la laicità è provvidenziale: sei nata per Lui, lavori con
Lui e per Lui, esisti per Lui.
L’uomo moderno è geloso della sua umanità. Teme che qualcuno possa violarla, tarparle le ali, mettervi una museruola,
restringere gli spazi della libertà.
A volte il cristianesimo è visto come non pienamente umano.
Dobbiamo riscoprire l’umanità di Gesù: quando sono in amicizia con Lui preferisco chiamarlo «il più umano degli umani»;
questo mi piace molto.
Un uomo capace di abbracciare tutti e tutto della vita degli altri
uomini. Capace di svelarci una umanità più vera e più grande.
Credo che i nostri giovani non accoglieranno Gesù se non lo
sentiranno sempre come...
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«il più umano degli umani»
Il più umano degli umani...
perché valorizza ogni creatura non per ciò che ha di diverso
dagli altri ma per ciò che ha assolutamente in comune: la vita, la
dignità della persona, la capacità di amare; umanissimo se raffrontato con uno stile di vita in cui per affermarmi devo rimarcare le differenze. Io valgo perché ho ciò che tu non hai. !
Il più umano degli umani...
perché non fa preferenze di persone e chiede a tutti assolutamente le stesse cose; cambia solo la modalità: quel che non è vero
per i piccoli, non lo è per i vecchi; quel che conta per gli eterosessuali vale anche per gli omosessuali; quel che caratterizza gli sposati vale per i celibi; quel che è chiesto al ricco vale anche per il
povero: nessuno è scusato, nessuno condannato, nessuno è poverino, nessuno è mostro.
Il più umano degli umani...
perché Egli va verso i più perduti degli uomini, i piccoli, gli
esclusi, i malati, i peccatori: sceglie gli ultimi perché nessuno
possa sentirsi escluso, perché condivide tutto della nostra umanità: la sofferenza e la violenza, l’ingiustizia e la morte, fino alla
croce. Totalmente umano fino a offrirci di condividere la sua stessa vita.
Il più umano degli umani...
perché essendo Egli il tessuto di tutte le cose ed avendole Lui
create e redente, non ci può essere vera contraddizione tra ciò che
ha scritto nel nostro cuore e dentro la nostra pelle e ciò che ci
chiede nel Vangelo. Questa umanità di Gesù oggi in parrocchia va
continuamente riscoperta nel dialogo, nella guida spirituale, nel
confronto con i fatti e le situazioni della vita.
Penso sia un punto indispensabile di quel progetto culturale
così presente nel cuore dei nostri vescovi.
– 131 –
La prova del male
Cara vecchia parrocchia,
la realtà, lo scandalo del male che la televisione ci porta ogni
giorno, che tocca, ferisce la vita di tutti noi, è il grande problema
per accogliere la verità di Dio.
Come si può affermare che l’amore di Dio è più forte del male?
Specie quando la religione stessa sembra all’origine delle guerre,
di violenze, di antichi rancori?
A volte in parrocchia, in tante occasioni, si dicono parole
vuote di fronte al male. È difficile farsi vicini nel dolore: spesso si
soffre nel vedere la comunità parrocchiale latitante, lontana.
«Non so cosa dire»; la vicinanza di tutta la comunità è preziosa
per sostenere chi è nel dolore.
C’è un silenzio affettuoso più forte di molte parole ed è triste
quando, proprio in seguito a grandi sofferenze, alcuni tuoi figli
abbandonano la fede.
Il «perché» del male ci è nascosto, ma ci è data la possibilità di
dargli un senso: possiamo trasformare il dolore in amore.
È uno dei tuoi compiti più delicati quello di aiutare chi è dentro il male ad offrirlo, a farne offerta di amore: è la verità più
misteriosa e più consolante: anche la lacrima più nascosta può
essere trasformata in un misterioso atto di amore.
Così è prezioso anche il servizio di aiutare chi è attorno a chi
soffre perché tragga dal male un grande invito a vivere, ad amare
a non sciupare in alcun modo la vita.
C’è oggi un rischio in parrocchia che poi ferisce l’integrità della
fede: il pensare che l’essere liberi dal male o la sua guarigione sia
segno della benedizione di Dio.
Dio e il male: attraverso il male si giunge all’intimità con Dio.
Il male non è esterno all’uomo, non è esterno a Dio.
C’è del manicheismo, in parrocchia, in giro: quasi voler essere
indenni da ogni male, considerare il male come lontananza da Dio.
– 132 –
Attraverso la croce siamo stati salvati.
Una sofferenza trasformata in dono d’amore senza limiti: la
ricerca ossessiva del miracolo di guarigione (tutto è possibile a
Dio!) offusca a volte una verità più profonda: che Dio ama tantissimo anche quelli che non guarisce e quelli per i quali (sono
tanti) non c’è alcun gruppo a chiedere guarigioni come sono i
dannati della terra, a milioni, ogni anno.
Il mistero del male si immerge in quello della croce: anche Egli
gridò e fu esaudito non con la guarigione ma con la forza di
offrirsi al Padre per generare un mondo liberato dal male e dalla
morte.
Con integrità di fede: la fede integra è nuda di fronte al mistero.
Il dramma della catechesi parrocchiale
C.v.p.
non ti sembri esagerato parlare di dramma: sai che non mi
manca l’ottimismo: se parlo di dramma puoi ben credere che io
non sia esagerato!
Posso sbagliarmi ma, per quanto mi giri attorno, vedo che la
catechesi parrocchiale, a tutti i livelli, non morde, non fa presa,
non fa crescere.
Convegni, riflessioni, sussidi, catechismi hanno in questi anni
del post Concilio acceso speranze spesso assai presto naufragate.
Anche i tuoi parroci più attenti parlano di catechesi sclerotizzata: «quando la catechesi è intaccata, il motore di una comunità
cristiana, prima o poi, va in avaria. La parrocchia si trova sull’orlo di una grave malattia, proprio perché la catechesi è debole,
incompleta e occasionale.» (A.Fallico, Le cinque piaghe della parrocchia italiana, Catania 1995, pag.85)
Cara parrocchia, non mi piace parlare di dramma e poi non
individuare segni di speranza e di rinnovamento. Ve ne sono, certamente anche di molto belli. A livello di bambini, di ragazzi, di
adolescenti.Il mio è solo un grido per incoraggiare ogni tentativo
– 133 –
possibile di rinnovamento: credo che tu questa sofferenza la porti
dentro non da oggi
Una catechesi troppo scolastica, che non diventa esperienza di
vita che (per quanto ancora?) abbraccia la quasi totalità dei bambini quando la gran parte delle giovani famiglie è perlomeno in
ricerca.Te ne accorgi ogni anno in occasione della prima Comunione: quasi un lembo di deserto che progressivamente cresce tra
il sacramento ancora richiesto per i figli ed il vuoto religioso della
famiglia.
Con gli adolescenti la difficoltà più grande consiste nel non
accompagnamento al di fuori della parrocchia: incontri, esperienze, intense e toccanti svaniscono immediatamente quando si
ritrovano soli senza una mediazione che li aiuti nella scuola, nel
tempo libero, nel lavoro ad acquisire mentalità ed atteggiamenti
coerenti.
Ripartiamo, cara parrocchia, con la catechesi degli adulti, una
sorta di formazione permanente della comunità.
Potrà mai esserci integrità di fede senza una catechesi capace di
iniziare alla vita cristiana per poi dare una formazione permanente?
Formazione permanente in parrocchia
C.v.p.
per rinnovare la nostra catechesi ai ragazzi, agli adolescenti, e
in tutti i cammini di prima evangelizzazione, dobbiamo imparare a vivere con gusto e frutto personale la nostra catechesi di adulti per la formazione permanente.
Maestri e discepoli
Nella misura in cui ci facciamo discepoli, sapremo farci anche
maestri.
Discepoli partecipando ad una catechesi per tutta la comunità,
– 134 –
che nei modi, nei contenuti, nello stile divenga come l’icona e lo
specchio di ogni altra catechesi in parrocchia.
La catechesi degli adulti dovrebbe, a mio avviso, rispondere a
questi criteri:
Criterio delle porte aperte
Una catechesi che pur ponendosi come formazione permanente di tutti gli uomini e le donne che servono e vivono nella
parrocchia, partecipata quindi dai presbiteri, dai diaconi, dai laici
impegnati nel sociale ed in politica, dai ministri, dai catechisti, da
tutti i volontari e gli operatori pastorali, è una catechesi aperta a
tutti, in chiesa, a porte aperte, annunciata col suono delle campane come di domenica, in modo tale che ognuno possa entrare in
ogni momento e parteciparvi come accade per la messa.
Criterio della continuità
Criterio della continuità, con un ritmo settimanale, senza
interruzione estiva o di altro genere.
La discontinuità non aiuta a creare uno stile di formazione ed
una abitudine all’incontro.
La parrocchia ha il senso dell’eterno ed idealmente occorre un
programma di formazione ciclico che consenta negli anni di avere
un cammino sicuro, così come accade per tanti altri aspetti della
vita cristiana ed in primo luogo per quel gioiello della liturgia.
Criterio della sistematicità:
È necessario infatti che in modo ciclico, lungo tutto l’arco di
una vita, i grandi temi della fede siano esplorati ed approfonditi
con una certa organicità, in modo che aspetti fondamentali non
vengano trascurati.
– 135 –
Criterio della adattabilità
Vi sono infatti situazioni particolari in ogni tua comunità,
determinate dai tempi liturgici, da avvenimenti propri a quella
parrocchia: feste, urgenza di una particolare catechesi, temi proposti dai vescovi, documenti del Santo Padre, avvenimenti sociali di rilievo: tutti questi fatti richiedono di essere tenuti presenti
nella catechesi della comunità, senza peraltro stravolgerla nella
continuità e nel metodo.
Criterio della spiritualità:
Un momento di formazione permanente va visto come prolungamento e preparazione dell’Eucarestia domenicale, il
momento più alto della preghiera di ascolto della comunità e
non può essere quindi disgiunto da uno stile di preghiera, riflessione, contemplazione.
Criterio della partecipazione
I tuoi adulti non possono vivere con frutto un momento formativo senza sentirsi partecipi e protagonisti: questo esige che
nell’incontro comune di formazione permanente vi sia concretamente la possibilità di esprimersi liberamente, in un gruppo assai
ristretto, e di approfondire senza remore gli aspetti trattati, magari alternando un momento comune a tutti e poi successivamente
la riflessione a piccoli gruppi.
La proposta
C.v.p.,
l’incontro di catechesi e di formazione permanente in parrocchia è costituito da una lettura continua, attualizzata, spirituale
della S. Scrittura del Nuovo e Vecchio Testamento, cosicché ogni
fratello e sorella della comunità, nell’arco della sua vita, possa
– 136 –
nutrirsi di tutta la Parola di Dio!
C.v.p.,
ti parlo di lettura della S. Scrittura nel senso più ampio del termine che comprende certamente la lettura ordinata dei libri, una
esegesi essenziale e corretta, una lettura attenta alla «lettera» che
si serve di tutto ciò che ci può aiutare a comprendere il senso
(anche se il lavoro vero e proprio di esegesi con l’uso dei necessari strumenti di analisi sta a monte, da coloro che guidano l’incontro o che possono accostare il brano nella lingua originale);
talora sarà necessaria una introduzione o un vero studio biblico
su qualche aspetto, talora una lettura più sapienziale e spirituale
a modo di lectio-divina, talora una lettura che divenga vera e propria esperienza di preghiera.
Una lettura «popolare», senza mai scadere nella banalità, ma
che necessariamente rinvia alla scuola teologica per l’approfondimento, una lettura viva e attualizzata e nel contempo rispettosa
del testo che deve restare in primo piano.
Lettura spirituale ed ecclesiale perché fatta nello Spirito che ne
è stato l’ispiratore e che ora è dato ai cristiani, pastori e laici in
comunione tra loro.
Questa proposta, come ti dicevo, è preparazione e prolungamento ideale dell’Eucarestia domenicale, anche quando i testi
proposti per la catechesi non coincidono con la liturgia della
Parola della domenica!
C.v.p.,
ritengo superfluo a 30 anni dal Concilio e scrivendoti proprio
nell’anno di Cristo che è riscoperta del suo volto nascosto nella
rivelazione, motivare la necessità per te di nutrirti della Parola di
Dio: più difficile per me invece parlarti di questo incontro vissuto secondo quei criteri che dicevamo, come momento di catechesi vera e completa.
– 137 –
Bibbia e catechesi
Se è vero che la Scrittura letta con fede e interpretata secondo
la tradizione cattolica ci apre in ogni sua pagina al mistero di Cristo, della Chiesa, della storia, ed è quindi «insegnamento» nel
senso forte del termine, è altrettanto vero che un chiaro intento
catechistico ha presieduto alla stesura di molti libri del Vecchio e
del Nuovo Testamento.
Gli scritti del Nuovo Testamento focalizzano spesso alcune
urgenze della comunità alla quale erano diretti, cercano di chiarire comportamenti morali o aspetti della fede minacciati dall’eresia per cui è possibile tracciare un itinerario catechistico partendo
dai libri sacri così da ripercorrere tutti i misteri della salvezza e
tutte le verità della fede.
C.v.p., insieme alla lettura personale, quotidiana, continua
delle Scritture, nella catechesi per la formazione permanente della
comunità tu puoi ripercorrere tutta la Scrittura. Ricordi? (capisci
che qui non è proprio giovanissimo chi ti scrive...) Abbiamo iniziato tanti anni fa con il Vangelo di Marco per chiederci chi è
Gesù, poi la prima lettera ai Corinti per un primo approccio alla
Chiesa, poi di nuovo il Vangelo di Giovanni e le Lettere per
approfondire il mistero di Gesù e subito gli Atti degli Apostoli per
approfondire ancora il nostro essere Chiesa.
I primi cinque anni sono volati!
E poi, con fedeltà, via via alternando Vecchio e Nuovo Testamento, abbiamo potuto ripercorrere i cinque libri del Pentateuco,
le grandi Lettere di Paolo e alcune della tradizione paolina, per
riprendere poi il Cantico, il Libro di Ruth, Ester, Giuditta, poi le
Lettere cattoliche e l’Apocalisse per riprendere poi il Vangelo di
Luca, l’intero Libro del profeta Isaia, il Vangelo di Matteo e il profeta Geremia...
Ogni parrocchia può fare un suo percorso: se si progettasse a
livello vicariale ci potrebbe essere più facilmente lo scambio di
ambone ed anche alcuni momenti di approfondimento o una
introduzione tenuta da un «maestro», potrebbe essere fatta insieme.
– 138 –
La catechesi degli adulti così concepita integra scrittura, tradizione, magistero. La lettura spirituale della Bibbia si apre, dopo la
comprensione del senso, all’approfondimento e alla sintesi operata dalla tradizione.
Si possono prendere testi dei padri e documenti del Magistero
e tra essi una attenzione costante va riservata al Catechismo. Tradizione e magistero entrano così al loro posto nella catechesi: vi
sono già in circolazione commentari della scrittura che collegano
la spiegazione con testi dei padri e del magistero così da ripercorrere tutto il Concilio e le encicliche del Papa.
Nulla vieta poi che in un programma pluriennale ci si soffermi a lungo su un aspetto alla luce del magistero della Chiesa.
Incontro di formazione permanente e anno liturgico
Una catechesi degli adulti così configurata permette un collegamento con la Liturgia sia nella scelta dei testi-guida che possono tener conto della liturgia festiva e dei tempi forti dell’anno
liturgico.
Così nulla vieta che il momento settimanale di catechesi possa
trasformarsi in una celebrazione penitenziale o in un momento
di preghiera: in tal caso la Parola del Signore diviene libro di preghiera e riferimento per l’esame di coscienza. Tali momenti aiutano a capire il sacramento come momento di massima attualizzazione della Parola sempre efficace di Dio.
Una griglia per leggere i fatti della della vita
Con il passare degli anni tale catechesi fondata su una lettura
spirituale della Parola di Dio diviene per il singolo e per la comunità come uno specchio dentro cui leggere tutti i fatti della vita,
avvenimenti di gioia e di dolore, problemi sociali, ideologie, avvenimenti della nazione e problemi ecclesiali: tutto questo trova un
giudizio puntuale e non dettato dall’emozione del momento.
Soprattutto l’ascolto del Vangelo ci apre necessariamente agli
– 139 –
spazi sconfinati della carità, della solidarietà, della condivisione
verso i poveri.
Un momento per scoprirci appartenenti
Questa proposta di catechesi settimanale ha un carattere
«popolare», partecipata da tutte le componenti del popolo di Dio:
è giusto che nella chiesa fratelli di diversa cultura e situazione si
trovino insieme davanti al Vangelo. Può divenire momento di raccordo tra i gruppi e le varie iniziative della parrocchia.
Catechisti, lettori, accoliti, operatori della carità, educatori dei
ragazzi ecc. trovano qui il pane buono per il nutrimento spirituale e poi logicamente si ritrovano fra loro per svolgere meglio il
proprio servizio.
Così rimane l’importanza dei corsi per catechisti, corsi di teologia per laici, iniziative diocesane di vario livello e quant’altro
aiuti a gustare la fede!
L’accompagnamento
Questo momento così prezioso potrebbe affievolirsi senza un
grande lavoro di accompagnamento affidato in modo specialissimo ai presbiteri, ai diaconi, ai lettori e a tutti coloro che amano
la «Parola».
La proposta di partecipare alla catechesi va fatta in modo diretto e personale, portando la propria personale esperienza; è necessario creare prima, durante e dopo l’incontro un clima forte di
amicizia, di appartenenza, di collegamento pastorale, di verifica.
Vanno accolti con affetto sincero quanti si avvicinano per la
prima volta, facendoli subito sentire parte di una famiglia; curare
particolarmente l’invito per i nostri familiari, vicini di casa o di
lavoro, assicurando loro un sostegno concreto nella fase iniziale
perché non si scoraggino.
C.p., il sacerdote responsabile della comunità sarà sempre presente, introduce, attualizza, conclude con la preghiera e potrebbero esserci tanti collaboratori per la catechesi biblica qualora egli
– 140 –
non fosse disponibile: alcuni confratelli amici o collaboratori, i
suoi diaconi, i lettori, donne consacrate o non che abbiano familiarità con le Scritture, biblisti disponibili, monaci che vivono
vicino alla parrocchia.
Facendo un programma annuale diventa possibile il sostegno
e l’aiuto fraterno nell’ambito di unità pastorali che si possono
costituire per questo ambito così importante. Per favorire la partecipazione attiva di tutti si può alternare un momento comune e
successivamente un incontro in piccoli gruppi anche nella stessa
chiesa.
Che ne pensi, cara vecchia parrocchia?
– 141 –
CON PASSIONE D’APOSTOLO
Una parrocchia missionaria
Cara vecchia parrocchia,
nei momenti più critici si ricuperano i doni più grandi. La
drammaticità della fede nel nostro tempo ne favorisce la missionarietà. Chiamato a ridefinire la mia fede, riscopro come ogni
uomo è chiamato a rincontrare Gesù. Una fede per il cosmo, per
tutti.
Una parrocchia missionaria nel territorio, nell’ambiente che la
circonda, aperta al mondo.
Come all’inizio, la missionarietà è il segreto della chiesa. Per
molti motivi è calato l’impegno missionario in questi anni ‘80 e
‘90; a volte siamo più preoccupati di distinguerci tra noi che di
vivere l’urgenza della missione: nei confronti di chiese sorelle
povere o lontane ho visto pochi missionari e missionarie partire,
qualche sacerdote fidei donum solamente, persino i volontari
laici sono ormai pochi nel terzo mondo.
La missionarietà è il metodo che fa rifiorire la parrocchia: la
parrocchia del domani sarà necessariamente una parrocchia missionaria.
La missione: uno stile pastorale
Si è prima di tutto missionari dentro, nel cuore: sentendoci
chiamati e mandati, scoprendo che tutto quel che ci è sussurrato
all’orecchio va gridato sui tetti, credendo che ogni uomo può
accogliere il Vangelo, pregando come Teresina di Gesù per i missionari.
Anche la parrocchia è sempre in missione. Tutto ciò che scopri,
va ridonato, nella stessa comunità parrocchiale. Pensa se tutti
quelli che fanno un’esperienza di fede, di vita, di incontri dices-
– 142 –
sero: «come posso riportare in parrocchia questo che ho scoperto,
sperimentato, vissuto?» Il cantiere brulicherebbe di progetti e il
pastore farebbe veramente il presbitero, l’anziano che modera,
coordina, mette in comunione.
Cara vecchia parrocchia,
un problema fondamentale delle nostre comunità oggi è
quello dell’accompagnamento pastorale.
È importante non solo cosa facciamo, ma come lo proponiamo, come accogliamo chi aderisce alle proposte, come accompagniamo coloro che iniziano i vari cammini spirituali.
Tutti, a partire dai preti e dai diaconi, per perseverare in un
cammino di fede, hanno bisogno di essere sorretti, accompagnati.
Ogni operatore pastorale dovrebbe chiedersi, una volta fissata
una qualche iniziativa: «come posso coinvolgere i miei fratelli?»
Come, attraverso questa proposta, posso creare legami di amicizia, di stima, di rispetto per le persone che per prime aderiranno?»
È l’animo del missionario che da vita ad una comunità cristiana.
Il missionario dopo aver generato la fede sa che deve accompagnarla. Siamo tutti accompagnatori e tutti presi per mano in
parrocchia. Un progetto pastorale, anche nobile e necessario, non
cammina senza un grande lavoro di insieme.
Famiglia al centro della parrocchia missionaria
Cara vecchia parrocchia,
la famiglia ti richiede tanta formazione e tanta attenzione: va
posta sempre al centro della tua vita.
La missione in parrocchia parte dalla famiglia e pone al centro
la famiglia.
Accanto alla formazione e all’accompagnamento spirituale,
tanti piccoli gesti possono dire quanto tu apprezzi e stimi la vita
che è nella famiglia.
I parrocchiani apprezzano quando la loro vita di famiglia è
riconosciuta come valore.
– 143 –
Nell’anniversario di nozze, anche civili, di ciascuna delle tue
famiglie non fai mai mancare una lettera affettuosa della comunità, un gesto graditissimo anche se atteso. Sei vicina alla nascita
di un figlio, gioisci di un posto di lavoro finalmente raggiunto,
per un amore finalmente realizzato, per lo sviluppo di un’azienda, per una meta professionale raggiunta, per un figlio che ritrova la via di casa.
Le tue feste, sempre aperte a tutti, del papà e della mamma, la
festa degli anniversari ogni anno, gli sponsali, per il fidanzamento e la cura dei giovani che si preparano a nozze, la celebrazione
del matrimonio, costituiscono le tue gioie e valorizzano il dono
preziosissimo della famiglia.
La missione della famiglia inizia nell’ambiente della casa e
degli amici.
Il cristiano comune parla, trasmette, contagia: questo è essenziale che accada oggi.
I cristiani convertiti ce lo insegnano ogni giorno: sono contagiosi e immediatamente un convertito al Vangelo diventa missionario.
Vi sono al contrario laici preparatissimi che vivono come le
piramidi nel deserto, colonnelli senza esercito, perché non riescono a contagiare il loro ambiente.
Certo il neofita con la sua freschezza ha una marcia in più per
farlo, ma a tutti è chiesta la missione nel proprio «oixos».
Cara vecchia parrocchia qui si innescano tanti progetti pastorali tendenti a formare piccoli gruppi, cellule ecclesiali di base per
rendere tutti corresponsabili e compartecipi della missione della
Chiesa.
Ogni progetto è buono quando pone in missione la parrocchia, per lo più sono strade di prima evangelizzazione.
Nel rinnovamento della parrocchia in piccole comunità, alcuni privilegiano il territorio, altri la condizione di vita, in special
modo la famiglia.
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Gruppi famiglia
I gruppi famiglia sono un modo di mettere la famiglia al centro della missione. Sono nati ormai da molti anni, stimolati dall’Azione Cattolica, e sono diventati un riferimento per la spiritualità coniugale. Ricordi? Si era partiti con i corsi diocesani per i
fidanzati prossimi al matrimonio. Essi hanno costituito un
momento importante per l’annuncio del Vangelo della famiglia:
spesso però erano una breve parentesi, si concludevano con le
nozze, erano partecipati da un numero eccessivo di coppie che
non favoriva l’incontro personale. I tuoi gruppi famiglia aprivano
nuovi spazi e colmavano una grande lacuna pastorale.
Questi gruppi sono poi diventati un modo di renderti missionaria tra le tue famiglie, specialmente tra le giovani coppie. Sono
propedeutici ad una partecipazione più matura alla tua vita di
chiesa.
Le famiglie oggi, specialmente quelle giovani, sono per lo più
ricche di valori umani ma si pongono con molti dubbi di fronte
alla fede e vi è una parte assai consistente di coppie o non credenti o che fanno fatica a credere. Questo, almeno per noi, ha
fatto sì che i gruppi famiglia tenessero costantemente presente
questo dato di partenza.
Essi si pongono quindi come luogo di prima evangelizzazione
attraverso uno stile e un metodo più rispondente alle esigenze
spirituali della coppia che si trova all’inizio di un cammino spirituale.
Si moltiplicano per gemmazione: dopo diversi anni alcune
coppie del gruppo diventano animatrici di nuovi piccoli gruppi.
Gruppi Nazareth
I tuoi gruppi famiglia li potremmo chiamare gruppi Nazarteh:
per sottolineare lo spirito di famiglia, l’assenza di ogni fatto
straordinario se non il lavoro, la casa, gli amici, la comunità cristiana.
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Il criterio di aggregazione in piccoli gruppi non è dato dal territorio (famiglie di un palazzo, di un quartiere, di una zona pastorale) ma da alcuni bisogni reali tra famiglie, affinità, amicizia,
legami di appartenenza maturati nella vita, i gruppi famiglia sono
a servizio delle famiglie; nascono per rispondere a dei bisogni e
muoiono quando si son date risposte o si è stati incapaci di darle.
Nascono dalla vita, e muoiono perché la vita che nasce o che
cambia lo esige.
Per questo i gruppi famiglia sono molteplici, diversi, complementari. Durano alcuni anni e poi devono di nuovo aprirsi al
grande campo della Chiesa. La famiglia moderna ha in genere un
gruppo di amici, per lo più coppie con i quali si vive una certa vita
di comunione, ci si vede con una certa regolarità e che costituiscono un punto importante di riferimento.
Altri incontri, come quelli dei gruppi Nazareth, non possono
dunque essere un tentativo di semplice aggregazione tra coppie
ma devono offrire degli stimoli molto forti e rispondere a bisogni
molto concreti sia sul piano della vita di coppia, sia su quello
ecclesiale e di fede. Solo così riescono a trovare spazio ed anche a
coinvolgere più o meno direttamente il giro di amici nel gruppo
famiglia.
Oggi ci si muove solo quando si vede subito lo scopo e la concretezza dell’incontro; un incontro dura nel tempo se risponde al
desiderio di sanare le «ferite» che sono dentro e inquietano il
cuore. Questo ci ha condotto a concepire il gruppo famiglia come
luogo che risponde ai bisogni concreti delle famiglie che s’incontrano a cominciare da quel bisogno fondamentale che è riscoprire il senso e il valore della famiglia stessa. Di qui l’intuizione e la
necessità di dare ai gruppi famiglia un’identità pastorale rispondente ai bisogni della parrocchia.
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Una parrocchia: tanti gruppi famiglia
Cara vecchia parrocchia,
i bisogni emergono facilmente quando si guarda con attenzione alla vita delle tue famiglie.
Luna di miele
Le coppie giovanissime sentono forte il bisogno di un gruppo
di amici che le aiuti a dialogare tra loro, ad aprirsi agli altri, a contemplare la grandezza del matrimonio da poco celebrato. A volte
soffrono di solitudine e cercano uno scambio sereno di idee sulla
impostazione della vita familiare. Se provengono da paesi e città
diversi sentono anche il bisogno di socializzare con le famiglie
del quartiere; e questo specialmente per quelle di modeste condizioni economiche che non possono permettersi grandi cose e preferiscono gesti semplici di vita e di fraternità.
Giovani famiglie
Una seconda esigenza sembra quasi naturalmente scaturire dal
battesimo dei figli. Dopo la preparazione al sacramento fatta dal
sacerdote e da alcune famiglie, le coppie vengono invitate a continuare un itinerario spirituale.
Alcune di loro sentono la responsabilità di come educare e di
come trasmettere la fede nei primi anni di vita del bambino. Sono
mesi fondamentali per la strutturazione della personalità del
bambino anche da un punto di vista spirituale ed è raro trovare
aiuti adeguati per questi primissimi anni di vita.
C’è anche il desiderio di riscoprire il dono immenso del figlio:
quante volte lacrime furtive scendono sul volto delle madri quando percepiscono in tutta la sua portata cosa significhi aver generato per la vita eterna una creatura!
Parlare insieme dei bambini, sostenersi nelle inevitabili difficoltà, aiutarsi a non trascurare la vita di coppia intenti unicamen-
– 147 –
te ai figli, essere più attenti ai bambini che soffrono e che sono
intorno a noi: ecco alcuni dei bisogni reali e concreti che sono
alla base di diversi gruppi di giovani famiglie.
Primi passi nella fede
L’esperienza del sacerdote e dei catechisti, cara vecchia parrocchia, insegna che la prima comunione e la prima confessione dei
figli sono per la famiglia un momento di grande disponibilità e
l’acuirsi di esigenze spirituali. In questi anni può nascere un gruppo famiglia molto bello per fare un cammino di riscoperta dei
sacramenti, soprattutto Confessione ed Eucarestia, di evangelizzazione, soprattutto per quelle famiglie che, pur non essendo praticanti, desiderano riprendere un cammino di fede insieme grazie
ai figli.
C’è spesso tra coppie una conoscenza a motivo della scuola e
dei figli e questo può favorire il loro incontro.
Non mancano bisogni veri per genitori con figli di questa età:
aiutarsi nell’educazione, essere attenti e capaci di accogliere le
famiglie con situazioni difficili facendo un cammino che non
escluda nessuno, sostenere eventuali bambini ammalati o con
handicap ed educare i propri figli a solidarizzare con loro, farsi
vivi con i responsabili dell’amministrazione per sottolineare esigenze o proposte per tutto il quartiere, educarsi all’affidamento,
all’adozione e all’adozione a distanza, aprirsi ai bambini del
mondo attraverso le missioni.
Gruppo figli adolescenti
Vi è poi un bisogno forte: aiutare i figli adolescenti. Si può
costruire un laboratorio attorno a questa domanda di molti genitori ridando fiducia e protagonismo ai genitori stessi e mettendo
in secondo piano gli esperti, che sono pure necessari. L’incontrarsi diventa anche un’occasione di verifica per i genitori al fine di
esaminare il proprio ruolo educativo in ordine alla affettività, al
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tempo libero, alla crescita con le conseguenti crisi della religiosità
adolescenziale. Il gruppo accopagna dall’esterno e con l’aiuto dei
catechisti ed esperti i «fidanzatini in erba», le prime esperienze
affettive degli adolescenti così decisive per una prima educazione
all’amore, alla comunicazione dei sentimenti, ad un modo vero e
responsabile nel vivere la sessualità.
Gruppo figli giovani
Anche un gruppo di genitori i cui giovani partecipano assiduamente alla vita della comunità alla quale essi stessi collaborano
partecipando ai campi scuola e ad altre iniziative, potrebbero
ritrovarsi tra loro per riflettere su come crescere con i figli che crescono.
Gruppo fidanzati
Imparando dai gruppi famiglia, anche i fidanzati prossimi al
matrimonio si ritrovano per uno o due anni insieme con una coppia animatrice per la preparazione prossima alle nozze. Questi
incontri sono caratterizzati da un clima di grande amicizia e
spontaneità e costituiscono per le coppie un modo di riprendere
dopo anni un dialogo spirituale, di aprirsi spesso ad una vera conversione attraverso gli incontri, il dialogo con la coppia e con il
sacerdote, i ritiri, gli incontri di festa, l’amicizia vera che nasce tra
le coppie.
C.v.p., anche il gruppo adulti di azione cattolica potrebbe
acquisire maggiormente la fisionomia di gruppo famiglia pur
rimanendo fedele ai contenuti e al metodo dell’associazione
Dalla vita e dalla fantasia pastorale possono nascere altri gruppi se vi saranno coppie animatrici disposte a prepararsi e a rinnovarsi: un gruppo che accetti di preparare con stile catecumenale il
battesimo dei loro piccoli, gruppi ricerca di famiglie che desiderano fare un cammino di riscoperta della fede, gruppi famiglia a
– 149 –
sostegno della missione, e quant’altro potrà suscitare la fantasia
dello Spirito..
Le famiglie si autoevangelizzano
Cara vecchia parrocchia,
i gruppi famiglia sono un’idea per la nuova evangelizzazione e
tendono a trasformare la parrocchia in piccole comunità familiari. Le famiglie si autoevangelizzano.
Ogni coppia è chiamata ad essere protagonista della vita del
gruppo nella preparazione e nella conduzione degli incontri, nel
dibattito, nei momenti di preghiera, nelle iniziative fraterne e di
carità. La coppia animatrice, benché necessaria, anima il protagonismo di tutte le singole coppie: non chiama, fa chiamare; non
prepara, fa preparare, e così via. Il segreto è scoprire il dono di
ogni coppia e metterlo subito a frutto nel gruppo. Solo se ogni
coppia sente il gruppo come «suo», inciterà altri amici, prenderà
iniziative, e così via.
La coppia animatrice
Per la nascita del gruppo è estremamente importante la scelta
e la disponibilità della coppia animatrice: è una coppia più matura nella fede e più cosciente nella sua appartenenza ecclesiale. Il
sacerdote la propone o lei stessa si offre o qualche famiglia la suggerisce. Alla coppia animatrice si richiedono innanzitutto virtù
umane ed una intensa preghiera che sola può trasformare i gruppi in luoghi di prima evangelizzazione. La coppia animatrice non
deve anzitutto preoccuparsi del numero, delle persone o della
durata del gruppo, ma della qualità ed intensità dell’esperienza.
Questo non impedirà alla coppia di far sì che le famiglie siano
sempre avvisate personalmente anche quelle che saltuariamente
sono intervenute. L’importante (è questo davvero un segreto di
riuscita) è che la coppia animatrice abbia come scopo primario di
servire la famiglia e non il gruppo, senza secondi fini, in modo
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laico e concreto, così che tutti possano capirlo senza peraltro mai
nascondere la fede con tutte le esigenze che essa richiede.
Può essere molto utile un confronto tra coppie animatrici
della parrocchia e non, per verificare lo stile, le difficoltà, le proposte e programmare l’insieme della vita dei gruppi Nazareth.
È essenziale che la coppia animatrice sia sentita dalle altre coppie come molto vicina per sensibilità ed esperienze altrimenti si
crea un muro che impedisce l’apertura del cuore.
Spetta alla coppia animatrice, specie all’inizio, riproporre lo
stile del gruppo famiglia. Durante gli incontri la coppia responsabile è custode del tempo e del metodo di lavoro scelto, guida il
gruppo con tatto, ma con fermezza attraverso i vari momenti dell’incontro, intervenendo per fermare gli interventi troppo lunghi
o per riportare la comunicazione sul tema proposto.
Insieme al sacerdote propone l’invito a partecipare al gruppo
alle famiglie che hanno mostrato qualche sensibilità spiegando
con chiarezza le finalità e le modalità del gruppo Nazareth. Se c’è
una risposta significa che è stato colto un bisogno ed inizia la vita
del gruppo famiglia.
Il sacerdote e il gruppo famiglia
Il modo con cui il sacerdote si relaziona con le coppie di un
gruppo famiglia ha delle caratteristiche diverse da quelle cui è
stato abituato spesso nella pratica pastorale: nel gruppo famiglia,
infatti, il sacerdote si mette su un piano di parità con gli altri
membri del gruppo pur senza venir meno allle proprie prerogative e al proprio ministero sacerdotale.
Nella vita di un gruppo ci sono delle iniziative che il sacerdote, nei limiti del possibile, non deve prendere: non tocca a lui
infatti ricordare gli impegni e le scadenze (questo è compito della
coppia responsabile) e neppure deve essere sempre lui a tenere
relazioni, fare conferenze, avere l’ultima parola su un argomento.
Al contrario, come adulto tra adulti, pur restando responsabile
dei catechisti, porta nel gruppo i carismi del ministero e, come
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segno della comunità, svolge la funzione di congiunzione e
comunione con gli altri gruppi parrocchiali. Egli permette inoltre
la complementarietà dei due carismi: quello del celibato e quello
del matrimonio, rendendo così il gruppo autentica esperienza di
chiesa.
Nello svolgersi della vita del gruppo famiglia dobbiamo ascoltare molto le idee dei più «piccoli» nel gruppo senza lasciar cadere le intuizioni che lo Spirito Santo suscita nel cuore dei fratelli.
Anche questo è un segreto!
La vita dei gruppi Nazareth
L’incontro quindicinale in parrocchia o nelle case è il momento fisso del cammino. Accanto a questo momento dovrebbero fiorire contatti e incontri personali, momenti di fraternità, e soprattutto tanta vicinanza e solidarietà tra le famiglie nei momenti difficili o significativi della vita.
Ogni gruppo può privilegiare un metodo a seconda dei
momenti e delle necessità: non dovrebbe mai mancare una educazione alla Lectio Divina che permette di trasformare in preghiera quanto si è scoperto insieme.
Avendo in genere i gruppi molti bambini occorre pensare un
piccolo itinerario anche per loro durante gli incontri con persone
preparate perché sentano come momento di gioia il radunarsi dei
loro genitori.
Il segreto della riuscita del gruppo famiglia sta nella capacità di
stupirsi reciprocamente dei doni che ogni coppia porta con sé pur
nella diversità di lavoro, cultura, etc.
Lo stupore genera amicizia e rispetto: questo sentimento
profondo del cuore se c’è si vede! Di qui nasce il gusto di stare
insieme, di parlare dell’esperienza con gruppi di amici; se l’ambiente familiare è contagiato dall’esperienza del gruppo vuol dire
che le famiglie si sentono accolte e fanno un’esperienza autentica.
Pur essendo i gruppi Nazareth gruppi di famiglie, questo non
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va inteso in modo esclusivo: parliamo di famiglie in senso esteso
così da comprendere qualche persona anziana legata a queste
coppie, persone sole, coppie irregolari o in situazioni difficili che
la vita ci ha posto accanto.
Una testimonianza confortante
Cara parrocchia, questi due anni di gruppo Nazareth sono stati
a dir poco meravigliosi. Essi infatti sono stati sicuramente determinanti per il nostro avvicinamento alla Parrocchia e a Dio.
Tutto è nato in modo così semplice e spontaneo che ci siamo
sentiti coinvolgere pian piano in un’esperienza favolosa, dove
Dio ci è entrato nel cuore come mai avremmo pensato che accadesse.
Ma ciò che è più sconvolgente è che è bastato dire un semplice sì alla sua chiamata (perché il gruppo Nazareth è sicuramente
una chiamata) perché Egli cambiasse tutta la nostra vita.
Gli incontri, i colloqui, lo scambio di idee, la lettura del Vangelo ci hanno insegnato quali sono i veri valori della vita e quanto bisogno abbiamo di avere Dio sempre vicino. La famiglia, l’amicizia, la collaborazione tra le persone, l’aiuto al prossimo: queste sono le cose per cui vale la pena di lottare.
Abbiamo imparato a vedere oltre il nostro naso, dove la famiglia non comprende solo marito e moglie ma abbraccia tante persone che si sentono unite tra loro. Ed è per questo che in occasione di avvenimenti belli gioiamo insieme ed insieme ringraziamo Dio. E quando qualcosa di speciale accade a qualcuno di noi,
tutti ne veniamo coinvolti e ci ritroviamo insieme per dargli
conforto, anche con una sola e semplice preghiera.
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Famiglie «fidei donum»
Nella propria città
La famiglia in quanto tale oggi è sempre più soggetto della
missione della chiesa.
L’evangelizzazione e l’azione missionaria trovano nella famiglia il primo e insostituibile referente. Se valorizzata come Chiesa
domestica, la famiglia cristiana offre un grande contributo all’evangelizzazione già con il suo essere, ancor prima che nel suo
fare. Una migliore integrazione della famiglia nell’opera della
nuova evangelizzazione aiuta le stesse famiglie a sentirsi maggiormente responsabili e dà all’azione della Chiesa più incisività
e concretezza.
Già nel fidanzamento sarebbe bello aprirsi ad orizzonti missionari: nella formazione dei fidanzati al matrimonio cristiano è
ancora poco evidenziato il valore missionario del sacramento. La
grazia del matrimonio sostiene gli sposi nel cammino di santità e
li rende protagonisti della missione della chiesa in quanto testimoni della comunione trinitaria e interpreti dell’amore salvifico
di Cristo verso la Chiesa e l’umanità. Tra i giovani che si preparano al matrimonio saranno dunque da favorire esperienze missionarie nello spirito di uno scambio e di un arricchimento tra
comunità cristiane di antica e di recente costituzione. Oggi si
aprono possibilità inedite alle famiglie di farsi missionarie: anche
quella di mettere alcuni anni della loro vita di coppia a servizio
della chiesa nella propria città o presso altre chiese sorelle nel
terzo mondo.
Una scelta ovviamente che va maturata insieme anche con i
figli che costituiscono una preziosa quanto delicatissima presenza. Per analogia potresti chiamarle famiglie «fidei donum».
La famiglia cristiana si trova spesso ad annunciare il Vangelo
nella quotidianità e nella ferialità della vita arrivando là dove
spesso le strutture pastorali non riescono ad arrivare. La storia
della chiesa conosce anche esempi luminosi di famiglie che si
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sono rese disponibili per andare nei luoghi di prima evangelizzazione. (C.E.I., Sulle orme di Aquila e Priscilla, Roma 1997, pag.22)
Cara vecchia parrocchia,
è davvero grande la disponibilità delle tue famiglie quando
hanno un cuore missionario! Rivelano una generosità incredibile
e quello che sembrerebbe impossibile si realizza come dimostrano segnali confortanti in diverse comunità del nostro paese.
L’intuizione di una famiglia di vivere una esperienza di tipo
missionario nella propria città nasce dal fatto che a volte una
comunità parrocchiale o più parrocchie desiderano attuare un
progetto che richiede un più grande impegno ed una presenza più
continua e vi possono essere una o più famiglie che, sostenute
spiritualmente e materialmente dalle altre, mettono a disposizione alcuni anni della loro vita per un servizio di evangelizzazione
e di carità nell’ambito della parrocchia. Può anche accadere di
dover spostare la propria abitazione per risiedere nella casa che la
comunità si è data per quel progetto. Missione e carità si fondono insieme: spesso infatti sono le necessità dell’accoglienza e
della carità verso i più diseredati a far nascere la vita in comune di
più famiglie, segni di speranza dentro le nostre città.
Ad gentes
Il nostro tempo ha aperto tanti spazi alla famiglia che solo ieri
sembravano impossibili, data la delicatezza e la complessità della
vita coniugale in ordine alla casa, al posto di lavoro, alla educazione dei figli, alla vita di coppia. Anche nella parrocchia la famiglia è ormai soggetto di evangelizzazione, carica di ministerialità
come famiglia nel suo insieme.
Può la famiglia aprirsi alla missione come nel secolo scorso
hanno fatto tanti consacrati, uomini e donne?
È vero che nel Nuovo Testamento conosciamo famiglie impegnate nella missione, capaci di viaggiare, spostarsi, assumere veri e
propri impegni missionari. Non a caso una bozza degli uffici e servizi nazionali C.E.I. si intitola: «Sulle orme di Aquila e Priscilla».
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Nel nostro cuore c’è una intuizione carica di conseguenze:
vista l’estrema urgenza nella Chiesa cattolica di missionari dopo
il Concilio Vaticano II, visto l’esempio che viene da alcuni movimenti e associazioni ecclesiali che inviano famiglie per la missione, crediamo che sia giunto il momento che anche le parrocchie,
in una chiesa diocesana, possano esprimere famiglie missionarie.
Le famiglie «per la missione» possono far proprio lo statuto
dei sacerdoti «fidei donum» i quali, benché incardinati in una
chiesa locale, per alcuni anni offrono un servizio missionario in
una chiesa sorella bisognosa di aiuto.
Perché non immaginare famiglie «fidei donum» inviate da una
chiesa locale e accolte in un’altra chiesa per un tempo determinato, con un servizio preciso ed una preparazione adeguata?
Ovviamente non vanno esclusi fratelli e sorelle non sposati
che intendono consacrarsi alla missione come inviati della Chiesa diocesana. I loro tempi forse potranno essere anche più ampi.
Ma la novità pastorale è data dalla figura di una famiglia «in
missione».
Il lavoro ed il turismo hanno messo già da tempo gli uomini
in comunicazione tra diversi continenti: non potrebbe essere il
momento di una grande stagione missionaria in vista del grande
Giubileo del 2000? Uno scambio tra chiese ed anche, per quanto
è possibile, un sostegno ai nostri sacerdoti «fidei donum»?
Con chi condivide la possibilità di questo progetto pastorale,
occorre avviare un grande e serio lavoro per approfondire i vari
aspetti legati alla scelta della missione, i criteri richiesti alle famiglie che partono, la necessaria preparazione delle coppie ed eventualmente dei figli, l’individuazione degli obiettivi, anche se poi
andranno verificati in loco con chi già opera in missione; i problemi legati al mantenimento del posto di lavoro, gli aspetti assicurativi, economici, sanitari...
Ovviamente un sogno così grande non potrà realizzarsi senza
una grande e insistente preghiera. Dovremo invitare a pregare i
gruppi missionari presenti nelle nostre parrocchie ed i contemplativi che vivono lo spirito di S. Teresina di Gesù Bambino.
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Attorno a questo progetto potranno ritrovarsi tantissime famiglie e giovani con l’adozione a distanza, con l’aiuto a chi parte,
con visite anche brevi alle famiglie in missione, creando così una
rete di collaboratori missionari.
Laici missionari: identità e presenza in missione
Cara parrocchia,
come tutti i grandi avvenimenti di chiesa si precisano man
mano, ma già ora alcune intuizioni sono maturate. A Piombino il
centro interregionale di formazione dei missionari laici è legato
ad una parrocchia (sorpresa o te l’aspettavi?) per imparare a camminare con i ritmi della gente comune.
È importante non partire come singoli ma come piccola fraternità (due famiglie o una famiglia con qualche fratello o sorella) per essere una presenza di Chiesa in ascolto, povera, fraterna,
che conosce e rispetta la cultura che incontra, inserita nella Chiesa locale, vicina alla gente di cui studia la lingua, corresponsabile.
Si va per coscientizzare e per evangelizzare con l’annuncio
esplicito e con una forte testimonianza di vita
dove l’annuncio è impedito.
La promozione umana deve essere necessariamente preceduta
da un periodo iniziale di amicizia e di conoscenza reciproca. Va
fatta comunque con i loro mezzi, con i loro ritmi, con professionalità.
Anche se la vocazione di un missionario laico è «a vita» sono
importanti tempi abbastanza lunghi: alcuni sono disposti a licenziarsi dal lavoro affidandosi completamente al Signore e alla
comunità; in diverse diocesi si suggerisce la permanenza di alcuni anni, quanti sono compatibili con il mantenimento del posto
di lavoro.
C.p., strade davvero nuove e splendide si aprono ora davanti a
te m, sono certo, ti accompagneranno per tutto il terzo millennio
dell’era cristiana!
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Parrocchia aperta al mondo
Si può già intuire che la missionarietà sarà sempre più la caratteristica della parrocchia del domani.
Chi torna dalla missione porterà sempre nel cuore i fratelli che
ha incontrato e continuerà ad animare una sensibilità missionaria in parrocchia.
È più facile, dopo aver visto, sentire vicini quei fratelli e quelle
sorelle, creare occasioni di scambio, mobilitare i giovani attorno
a piccoli progetti concreti. La missionarietà apre la mente, mostra
la bellezza e la missionarietà della chiesa, ci fa guardare con
rispetto esperienze diverse ed ugualmente ricche di chiesa.
L’educazione alla mondialità e la risposta alle grosse domande che ci
giungono dal sud del mondo sono dimensioni fondamentali, in particolare nell’ottica di una chiesa missionaria. Si ravvisa l’esigenza
che i problemi della missione ad gentes e della solidarietà internazionale siano sempre più presenti negli interventi pastorali della
CEI, anche utilizzando l’apporto congiunto dei tre organismi (Ufficio nazionale per la cooperazione missionaria tra le chiese, Caritas
italiana, FOCSIV) che possono fungere da supporto culturale attraverso riflessioni ed esperienze sviluppate in questi anni. Alcuni dei
percorsi qui elencati sono da studiare e approfondire, altri sono più
immediatamente proponibili:
- Impegno riguardo al debito internazionale dei paesi poveri:
«...nello spirito del libro del Levitico (25, 8-28), i cristiani dovranno farsi voce di tutti i poveri del mondo, proponendo il giubileo come
un tempo opportuno per pensare, tra l’altro, a una consistente riduzione, se non proprio al totale condono, del debito internazionale,
che pesa sul destino di molte nazioni» (TMA 51; EV 14/1805); a
tale sforzo dovranno affiancarsi misure atte a favorire processi di
vera democratizzazione.
- Scambio di doni tra chiese all’interno della cooperazione missionaria, superando interessi particolare e offrendo il meglio in termini
di risorse umane ed economiche attraverso reciprocità. Anche l’inse-
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rimento in Italia di sacerdoti, religiosi e religiose delle chiese del sud
del mondo (e ultimamente anche dall’est) va posto in questa prospettiva, senza tuttavia dispensarci dal verificare in che misura l’immissione di risorse umane da altre chiese è causata da nostre carenza vocazionali e dalla perpetuazione di servizi di sempre più difficile gestione.
- Lavoro congiunto nelle diocesi a sostegno di gemellaggi (in particolare con chiese del sud del mondo e dell’est europeo), progetti di
sviluppo, microrealizzazioni...
- Rilancio, in particolare tra i giovani, del volontariato internazionale e del «laicato missionario».
- Diffusione di proposte quali il commercio equo e solidale, i bilanci
di giustizia, le forme di finanza etica, l’economia di comunione ecc.,
sviluppando un adeguato supporto culturale e informativo a sostengo di queste nuove piste di solidarietà.
(Comitato Nazionale per il Giubileo del 2000,
Amore preferenziale per i poveri, in «Il Regno», 1997, pag. 397)
Servizio temporaneo in missione
C.p., inizialmente erano un gruppo di medici e paramedici che
desideravano mettere le loro ferie per un servizio temporaneo in
missione, poi anche altri fratelli e sorelle, specie giovani, hanno
intutito l’importanza di questa scelta, piccola e grande insieme. In
alcune diocesi (penso a Trento, ma il loro impegno missionario è
a tutt’oggi straordinario) è diventato un servizio coinvolgente per
tante parrocchie!
Possono essere esperienze estive o, se si forma una collaborazione di più persone nello stesso luogo, si potrebbero scaglionare le ferie in modo che vi sia una certa continuità nel servizio.
Vi è intanto una preparazione che matura una sensibilità missionaria superando l’idea di un turismo religioso con telecamera
che a volte affatica le comunità di missione, e scandalizza i poveri che essi servono.
– 159 –
Questo piccolo e iniziale servizio missionario è consapevole
della propria incapacità di risolvere problemi tanto gravi, quale
quello dell’aiuto ai popoli del terzo mondo, e si propone allora,
più semplicemente, di creare un ponte tra noi e il mondo dei
nostri missionari, quasi una elemosina data guardando negli
occhi chi la riceve, al fine di una vicinanza sempre più forte ai
nostri missionari, sacerdoti e laici, e come piccolissimo segno di
un nuovo modo di concepire la vacanza: alcune giovani coppie
sono andate in viaggio di nozze ! Chi torna porta la missione nel
cuore e con altri fratelli continua una sensibilità missionaria.
È più facile, dopo aver visto, sentire vicini quei fratelli e sorelle incontrate, mantenere i contatti, impegnarsi nell’adozione a
distanza, stimolare il volontariato interno e internazionale.
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CON AUDACIA DI CARITÀ
Parrocchia «casa della carità»
Cara vecchia parrocchia,
credo, e perdonami se stravedo per te, che non ci sia altra
espressione di chiesa dove la carità, in tutte le sue forme, possa
essere vissuta nella concretezza di vita delle persone: malattie, fallimenti economici, sofferenze familiari tra le coppie o coi figli,
cadute morali che angosciano il cuore e la vita trovano nella
comunità parrocchiale una porta aperta e cuori sensibili e vicini.
Direi che in parrocchia non occorre tanto cercare per vivere la
condivisione e la solidarietà: basta non chiudere la porta a chi
bussa.
Ogni tipo di sofferenza oggi bussa alla tua porta: disturbi e
malattie psichiche che impoveriscono totalmente la persona, solitudini esasperanti di vecchi soli, bambini bisognosi di sostegno e
affidamento famigliare.
E le folle degli immigrati che da anni, ad ogni ora, suonano
alla tua porta.
Mai dire: «non posso farci niente»: lasciamo sempre uno spiraglio aperto per la carità. Se la tua porta è socchiusa i poveri
entrano e cambiano la tua vita.
Per te accogliere le persone, ascoltarne il dolore, lenire anche
un poco le ferite, non ha niente a che fare con l’assistenzialismo.
Per te è accogliere il Signore che bussa, acquistare degli amici
che ci accoglieranno un giorno nella casa del Padre.
Comunque ogni piccolo gesto di carità verso i poveri è una fortuna per noi, perché copre una moltitudine di peccati e mette
anche a nudo la nostra incapacità di amare i vicini e i colleghi:
aiutando gli «ultimi» è più stridente e visibile l’incapacità di
amarci tra «vicini».
Audacia e follia della carità: la carità come l’amore è sempre un
po’ folle: se misuri il tuo dono, la tua carità non sarà certo «audace».
– 161 –
Un bagaglio leggero
Sai per esperienza quanto è forte il rischio di appesantirti.
Volendo fare opere di misericordia con un bagaglio pesante ti
carichi di pesi che non riesci a portare e che ti costringono a
dimenticare altri aspetti del Vangelo.
Il missionario ha un bagaglio leggero. Il pensare che possedendo tanto possiamo donare di più, è una pia illusione. Per questo le nostre comunità dovrebbero puntare al minimo vitale,
tanto da poter porre dei segni di speranza e di amore, altrimenti
l’assillo dei debiti o la pesantezza delle strutture finisce per prevalere sulla gioia e la libertà di servire.
Un bagaglio leggero dunque a livello di strutture da gestire in
proprio, a livello di conto in banca, a livello di iniziative di carità.
Non ti nascondo: facile a dirsi, difficile a farsi.
È già difficile decidere lo stile della Chiesa parrocchiale: uscendo da case dove tutto è curato, anche il sopramobile, non possiamo certo lasciare la chiesa indecorosa, ma ogni lusso sarebbe un
affronto e una dimenticanza verso i tanti che non hanno nemmeno un tetto o vivono sulla soglia della povertà! Per non parlare di tutte le altre strutture della parrocchia che dobbiamo sempre
commisurare sulla vita dei più poveri dei fratelli!
Una constatazione l’hai fatta tanta volte: i tuoi ricordi più belli
sono per i periodi di massima semplicità, in genere, legata agli
inizi: ti bastava una baracca, uno scantinato, poche stanze ma con
tanta vita e tanto entusiasmo! Ti sentivi più vicina alla gente e più
vicina ai poveri del mondo. Ogni giorno è per te un grande compito: comporre, insieme a tutti i parrocchiani, l’incontro tra semplicità e necessità, tra il bagaglio leggero ed i segni concreti della
vita nuova. I sussidi più moderni sono sempre utili se non diventano «ingombranti»: lo sono quando diventano più importanti
del fine per cui sono stati acquistati.
La parrocchia...seppe, in ogni tempo, acclimatarsi e usare i sussidi
dell’epoca senza lasciarsi ingombrare da essi. Ci vuol bene una terra
– 162 –
senza dogane, senza passaporto, senza tessere. La casa dell’anima
non può avere la stess’aria della casa degli uomini. Si può essere del
proprio tempo senza rinunciare ad essere uomini spirituali e intelligenti.
(op. cit pag. 44).
Senza correzione fraterna in parrocchia non è facile mantenere un bagaglio leggero...
Viviamo in un mondo drammatico: io sono persuaso, e credo
lo sia anche tu che nel giorno del giudizio il Signore ci chiederà
conto dei bimbi morti per fame o per l’indifferenza del nostro
tempo, le opere di misericordia saranno per noi l’unico appiglio
quando sarà messa a nudo la tragica inconsistenza di tante realtà
della nostra vita.
In ogni parrocchia un segno di gratuità e di accoglienza
È cambiata in questi anni la parrocchia ed è cambiata anche la
gente: le case sono più piccole, più chiuse, c’è più diffidenza e più
paura.
Ogni parrocchia ha una chiesa ed una casa, magari provvisoria, una baracca: è la casa di Dio tra le case degli uomini; un’idea:
porre in ogni parrocchia un segno di gratuità e di accoglienza,
una piccola casa - famiglia. La gente vive sempre più chiusa nelle
sue case, le ville sono difese da cani terribili, almeno nell’aspetto!
La casa di Dio è senza muro di cinta, libera dalla paura dell’altro,
del nuovo.
Una piccola casa di accoglienza accanto ad ogni parrocchia, un
piccolo segno di gratuità in un mondo dove tutto si paga, è solamente un segno, capace di risvegliare il grande dono dell’ospitalità in ogni casa; interroga comunque i cristiani a non lasciare una
sola casa inutilizzata: pensa quante nuove famiglie potrebbero
formarsi se trovassero a prezzi modesti un affitto dove iniziare la
propria vita coniugale.
Così ci esorta il comitato nazionale per il Giubileo..: «Dobbia-
– 163 –
mo realizzare strutture di accoglienza a livello diocesano e nelle
parrocchie di dimensione significativa, che visualizzino la carità
come percezione della presenza di Dio nei poveri, così come sono
«visibili» il luogo della presenza del Signore nella Eucaristia e gli
spazi dedicati all’attività catechistica e formativa. Ciò impegna a
ripensare la progettazione delle strutture parrocchiali, in modo da
dar vita ad «opere segno» in risposta ai problemi del territorio.Il
giubileo potrebbe segnare l’inizio di uno stile nuovo nella progettazione delle opere parrocchiali attraverso spazi da riservare
alle opere di carità».
I cristiani comuni e i mille volti della carità
Tutti e ciascuno in parrocchia siamo chiamati all’audacia della
carità. Secondo il proprio dono e la propria vocazione.
In qualunque situazione di vita è possibile scoprire un grande
appello ad amare. Anche in situazioni oggettivamente difficili.
Pensa, cara parrocchia, alle situazioni di celibi e nubili di fatto,
non per scelta. Non è facile finché si resta tra coloro che son
sospesi tra una possibile famiglia e la vita da «single», una volta
accettata però la propria situazione, si aprono grandi prospettive
di carità. Disponibilità di tempo, libertà di movimento, qualche
possibilità economica proveniente dal lavoro o dalla famiglia,
consentono di vivere una vita dinamica, oblativa, serena.
Tu ne conosci tante di persone così: padri e madri di tanti figli
non generati nella carne ma con l’audacia della carità, donne
vedove o separate che non cercano un nuovo matrimonio e riscoprono come vocazione e nuova chiamata quel che era nato come
dolore o difficoltà insanabile nella vita di coppia.
Tu puoi fare davvero molto per valorizzare queste persone aiutandole a trasformare in servizio di amore situazioni di vita che
hanno lasciato ferite profonde nel cuore.
Negli anni settanta era culturalmente più facile per i giovani
compiere gesti di gratuità e di volontariato ma anche oggi di fronte a proposte precise ed esigenti alcuni rispondono con il corag-
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gio proprio della loro età; anche in questo è decisivo l’accompagnamento di alcuni adulti altrimenti si finisce per compiere gesti
isolati che non incidono nella formazione e nella crescita della
persona.
Famiglia «aperta»...e ospitale
È un termine diffuso, anche troppo: necessariamente indica
tante cose. Presuppone una forte coesione nella coppia: ci si può
aprire tanto più quanto si è uniti e ci si vuol bene.
Se la parrocchia è ospitale, anche la famiglia può esserlo; in un
mondo come il nostro, l’ospitalità diventa una grande opera di
misericordia. Nei prossimi decenni si avrà una richiesta continua
di questa carità.
A volte una camera e un bagno consentono a dei poveri di
sopravvivere: vi sono stanze vuote nelle nostre case e sono stanze
tristi. Come quando si vedono quei saloni tipo museo, inutilizzati, coperti da teli per proteggerli dalla polvere: sono carichi di
tristezza.
Il bello delle tue famiglie, cara parrocchia, sono i tanti bambini. Come alcuni gruppi ecclesiali li puoi riconoscere dalla generosità nell’accogliere i figli nel matrimonio: famiglie con tanti
bimbi attorno al tavolo sono una scena indimenticabile.
Anche le famiglie della parrocchia si caratterizzano per avere
tanti bimbi. Aperte alla vita.
Pur richiedendo tanta fatica, i bambini sono il segno di una
vita spesa nell’amore.
Custodi irreprensibili della vita all’interno della coppia, sostegno preziosissimo per incoraggiare altre coppie a portare avanti
una gravidanza, vicini e disponibili al dramma di bimbi non sani.
In questi ultimi anni, in tante tue comunità, hai scovato gesti
incredibili di coraggio e di amore alla vita pur sapendo quanta
sofferenza e quanta tristezza ti hanno procurato quelle offese alla
vita consumate anche tra le tue famiglie.
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In questo ultimo decennio tante famiglie si sono rese disponibili per l’affidamento di bambini.
Un segno bellissimo e di grande gratuità quello di non prendere un bimbo per sé ma di offrirgli il proprio servizio.
Specie per gli affidamenti difficili si è rivelata preziosa la parrocchia con i suoi gruppi famiglia che hanno sorretto dall’esterno
la famiglia affidataria, che ha avuto anche il sostegno di istituzioni, creando un bel rapporto privato-istituzioni.
Diverse tue famiglie hanno comprato una casa vicino o nel tuo
stesso palazzo per potersi più facilmente aiutare in questo delicato compito, altre si sono unite in una sorta di comunità familiare allargata perché nel rispetto della intimità e della privacy di
ogni nucleo, fosse possibile dar vita a forme di maternità e paternità spirituale.
Penso che San Giuseppe rida contento dal Paradiso vedendo
che oggi tanti ricopiano il suo modello di padre affidatario!
Le adozioni sono più difficili, per questo ricercatissime.
Quelle internazionali sono molto delicate ed esigono strade
rette e trasparenti perché a volte abbiamo peccato nei confronti di
bimbi impoveriti nei tanti paesi del mondo.
Ci sono comunque esperienze bellissime: i genitori adottivi si
sentono impegnati a sostenere in ogni modo i bimbi nel paese di
origine con una grande lotta per rimuovere le cause dell’ingiustizia: a te, cara parrocchia, il dovere di accoglierli e seguirli in modo
tutto particolare.
So che in alcune adozioni ti sei commossa fino alle lacrime nel
vedere coppie con tre o più figli adottare serenamente bimbi sieropositivi e bambini down.
Fantasia della carità in vista del Giubileo
La fantasia e l’audacia della carità non conosce confini: la
nascita in tutto il mondo ed anche in parrocchia di case famiglia
per dare un affetto a chi non l’ha, case di accoglienza dove giova-
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ni e famiglie si ritrovano in fraternità per aprire il loro cuore e la
loro casa a chi fa fatica a vivere, le tantissime organizzazioni di
volontariato che spesso sono la faccia bella e solidale del nostro
paese.
In questi ultimi anni la Caritas parrocchiale è diventata in te
un servizio di propulsione e di spinta per tante idee ed iniziative
a volte raccolte solo da pochi, perché la carità, ancor più se audace, dona tanta gioia anche se richiede tanto sacrificio.
Cara parrocchia, ti stanno giungendo proposte interessanti per
questo triennio di preparazione al duemila, stimoli per cercare
nuovi stili di vita, scanditi dai riferimenti che la Terzio millennio
adveniente ci propone .
Nel primo anno (1997):
- Destinazione costante di una percentuale del proprio reddito a fini
di condivisione e solidarietà (preferibilmente sostenendo iniziative
comunitarie)
- Offerta di parte del proprio tempo libero settimanale per anziani
soli, malati di AIDS, bambini handicappati..., suggerendo possibilmente alcuni criteri: individuazione di povertà e bisogni più diffusi
sul territorio, coinvolgimento attraverso gruppi di volontariato, occasione di formazione operativa e motivazionale.
- Rinuncia periodica ad un pasto, con finalizzazione per realizzazioni concrete.
- Ferie o vacanze «alternative»: servizio in paesi poveri, in regioni
d’Italia meno sviluppate, ma anche la possibilità di inserire nella
propria vacanza o villeggiatura persone povere o svantaggiate.
- Diverso modo di festeggiare compleanni, anniversari di nozze e di
avvenimenti, all’insegna della sobrietà e della condivisione.
- Diffusione della proposta dell’affido di minori e altre forme di accoglienza familiare, anche temporanea e occasionale.
Nel secondo anno (1998):
- Assistenza domiciliare, costante e continuativa, di persone sole e
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con problemi.
- Impegno nel sociale per cambiare le logiche di potere in logiche di
giustizia, di pace, di fraternità, di rispetto e garanzia dei diritti di
tutti a partire dai più deboli e meno tutelati.
- Lettura attenta della situazione del proprio territorio per cogliere le
caratteristiche più significative e le indicazioni di tendenza della
società
- Attività socio-culturale e politica intervenendo soprattutto dove si
può incidere sulla salvaguardia dei diritti e sulla tutela dei più deboli, a partire dall’attenzione alle voci specifiche nei bilanci degli enti
locali come pure all’organizzazione e al funzionamento dei servizi
sociali, assistenziali e sanitari di base.
- Uso propositivo e critico dei mass media e ricerca di forme di comunicazione alla portata di tutti, valorizzando il positivo a partire dalla
dimensione locale.
Nel terzo anno(1999):
- Riflessione e confronto su alcune povertà emergenti per operare una
diffusa sensibilizzazione, contrastare la colpevolizzazione non motivata dei soggetti e «riconciliarsi» con queste realtà anche quando ciò
comporta gesti profetici e scelte da pagare di persona.
- Avvio di forme di condivisione: fondo di solidarietà tra famiglie più
o meno fortunate, bilanci comunitari inter-parrocchiali e gemellaggi tra famiglie e comunità del nord e sud dell’Italia, iniziative antiusura, forme di riconciliazione con chi è senza casa, superamento di
logiche di esclusiva difesa dei propri patrimoni o addirittura di incremento speculativo.
- Proposta di forme di reinserimento sociale per i detenuti di lunga
pena, offrendo l’approntamento di servizi e strutture a supporto della
reintegrazione sociale, lavorativa e familiare. Sostenere le famiglie
dei detenuti.
(Comitato nazionale per il giubileo del 2000,
Amore preferenziale per i poveri,
in Il Regno n°13, pag. 397-398)
– 168 –
La società del gratuito
L’avventura del mondo diventa tragica perché mancano anime cristianamente avventurose.
All’avanguardia non ci sono più i segni del Cristo: almeno non si
scorgono. Pare che sia stato sciolto il corpo dei pionieri, mentre una
santa arditezza dovrebbe formare lo sfondo dell’apostolato moderno.
(Primo Mazzolari, I lontani, pag.43-44)
Sognando con profeti
Dalla qualità della vita, alla civiltà dell’amore, alla società del
gratuito.
La denominazione è di Don Oreste Benzi, un profeta dei
nostri giorni; la realizzazione è nei segni che già l’attualizzano e
nel sogno che ogni credente porta nel cuore.
I profeti, così diversi, si assomigliano tantissimo:
Un altro motivo di speranza, oltre alla corrispondenza della società
del gratuito alla natura più profonda dell’essere umano, è rappresentata dai segni di un fermento in atto nella società.
Di fronte all’arroganza del potere politico ed economico e all’acuirsi
delle contraddizioni sociali si sta formando una reazione popolare
che contiene forti potenzialità. Dopo l’illusione delle ideologie degli
anni ‘70 e il riflusso nel privato degli anni ‘80, si diffonde sempre
più, soprattutto a livello giovanile, il bisogno di aggregarsi per dar
vita a mondi vitali nuovi, basati su nuove relazioni e non più sull’ideologia.
E in questo cammino di ricerca che fioriscono comunità basate sulla
condivisione di vita, imprese sociali che dimostrano come si possa
produrre con efficienza senza inchinarsi alla logica del profitto,
forme di risparmio etico, famiglie e professionisti che tengono per sé
il necessario per vivere e restituiscono il resto ai poveri, famiglie che
si aprono all’accoglienza di bambini, handicappati, anziani.
Oggi più che mai, mentre nelle forze politiche l’esigenza di un rin-
– 169 –
novamento da tutti proclamato si scontra con la scarsità di proposte
concrete per un nuovo modello di società, c’è bisogno di promuovere
un cambiamento dal basso attraverso la proposizione di nuovi
modelli di vita.
(Don Oreste Benzi, Relazione introduttiva al convegno internazionale su «Società del gratuito», pro manuscripto.)
C.v.p., anche nella tua vita stanno nascendo segnali di una
nuova società, a livello di famiglia, a livello di impresa, a livello
di quartiere e di città.
Società del gratuito a livello di famiglie
La società del gratuito in famiglia passa attraverso l’organizzazione familiare. È anche una questione di «bilancio»: bilancio in
ordine all’uso del tempo, bilancio in ordine all’uso dei soldi,
bilancio in ordine alla priorità delle scelte.
Io credo che tutto inizi dai consumi.
Consumo critico
Non ho tempo qui di illustrare né tanto meno di sviluppare, il
circolo virtuoso prodotto, nell’ambito del bilancio familiare, da
un tenore di vita più essenziale e rigoroso, volto a soddisfare davvero i bisogni primari e comunque più importanti, anche se sono
convinto che, intorno a queste intuizioni, sia possibile costruire
un preciso «modello» economico.
È soprattutto la dilatazione dei consumi, indotta con autentici
bombardamenti di persuasione occulta, la causa principale degli
stress e dei dissesti delle nostre famiglie. Quando bisogni che sono
assolutamente superflui, e in taluni casi addirittura dannosi, vengono spacciati per essenziali, tutto diventa più complicato: un
lavoro in casa non basta più a soddisfare queste esigenze sempre
crescenti; entrambi i genitori devono lavorare, e, addirittura, quan-
– 170 –
do ne esistono le condizioni si ricorre ad un secondo lavoro.
Non c’è più tempo e spazio per la famiglia, i figli, che molto
spesso crescono allevati da nonni e baby sitter, figuriamoci se c’è
tempo per scelte di solidarietà, di gratuità e di condivisione.
I figli vanno educati e non frustrati ad uno stile di sobrietà,
che, in taluni casi, può significare rinunciare a qualcosa, anche se
è una gara dura.
Bilanci di giustizia
Il segreto, il dato di partenza, è comunque, quello di una maggior morigeratezza e sobrietà nei consumi familiari.
Ciò innanzitutto determinerà una minor esigenza di entrate,
con minor assillo per «i soldi che non bastano mai» con maggior
disponibilità di tempo per la famiglia e di tempo e di denaro da
dedicare a coloro che non riescono a soddisfare nemmeno i bisogni più elementari.
Ciò, soprattutto, consentirà a tutta la famiglia, avendo cura di
coinvolgere anche i figli, di coltivare e far esplodere il gene della
gratuità.
Non deve esistere credente nel Cristo risorto non orientato e
teso a gesti di solidarietà e gratuità e che, nel limite delle sue condizioni e situazioni, non dedichi almeno un «pezzo» di se stesso
e della sua giornata al servizio gratuito di amici e fratelli più bisognosi. In fondo è questo, solo questo, il nostro «pass» per la via
eterna.
Il gene della gratuità sta già mobilitando il cuore ed anche la
vita delle tue famiglie: alcune di queste imparando anche da altri
gruppi e movimenti ecclesiali, si sono date una regola di vita per
cui tutto ciò che può essere dato (il superfluo) viene messo in una
cassa comune perché non vi siano bisognosi tra noi.
Come la preghiera è la decima del tempo offerto a Dio, così la
decima dei beni viene donata a servizio dei fratelli: è bellissimo
pensare che anche i due spiccioli della vedova creano la società
del gratuito e fanno rifiorire la speranza di questa umanità!
– 171 –
Alcune tue famiglie, specie giovani, hanno scelto di abitare in
case vicine, a volte in uno stesso condominio, per sorreggersi
nella accoglienza dal momento che si ha enorme bisogno di aiuto
reciproco per questa. Iniziative di condivisione, specie in grandi
città, sono così diventate possibili grazie ad un sostegno «condominiale».
Cenobio familiare
Altre famiglie, non solo giovani, si sono date regole di vita
comune per creare una sorta di cenobio familiare per sorreggersi
nella preghiera e nell’uso dei beni: una sorta di monachesimo
moderno dove famiglie, ma anche celibi o persone consacrate,
vivono insieme, nel rispetto della privacy familiare, o si ritrovano
insieme in una casa comune mettendo in comune i loro beni.
C.v.p., questa strada non ha alcuna pretesa di esclusività ma
vuole porsi come una possibile via per alcune famiglie cristiane,
così come un tempo la nascita del monachesimo non fu l’affermazione della vera ed unica via di realizzazione del cristiano ma
l’intuizione forte di un segno dei tempi, una delle strade possibili attraverso cui alcuni cristiani possono contribuire alla costruzione del Regno di Dio.
Occorre chiedersi allora: in che modo realizzare l’evangelico
«nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma
ogni cosa era fra loro comune»? Come realizzare una scelta di vita
che non sia elitaria ma al contrario sia alla portata di tutti? Come
conciliare l’esigenza di spazi e tempi riservati alle singole famiglie, accanto a spazi e tempi comuni? Penso ad una comunità di
cristiani che si caratterizzi internamente per un forte amore per la
Parola e per la preghiera e verso l’esterno per una ospitalità praticata, sia per brevi soggiorni che più a lungo, nei confronti di giovani, anziani o famiglie in difficoltà. Penso ad una comunità di
cristiani che sia punto di riferimento per le tante famiglie di oggi
sbandate o in difficoltà, che faticano a restare unite, ad essere
aperte alla vita, che non riescono a dare un senso spirituale forte
– 172 –
alla propria esistenza, che non sanno educare alla fede i propri
figli.
C.v.p., so che non ti sorprendi: anche i primi monaci erano
laici che cercavano una vita rigorosamente evangelica in un
mondo che sembrava sfaldarsi, insieme non per fare ghetto: allora molti di loro furono a salvare i tesori della società classica e
sicuramente i nuovi «monaci» potranno custodire tanti valori che
sono pure presenti in questa società di fine millennio.
Società del gratuito a livello di imprese
Il gene della gratuità
C.v.p.
cosa sono i geni?
No, non mi riferisco ad Albert Einstein o a Guglielmo Marconi, ma a quelle unità biologiche ereditarie che contengono tutte
le informazioni relative ad un individuo. Gli esperti del ramo
dicono che sono dei segmenti del DNA cromosomico.
Insomma, è attraverso questo patrimonio genetico che le persone ereditano, dai genitori i capelli biondi o gli occhi azzurri,
anche se cronache recenti ci dicono che gli individui - per fortuna non ancora gli esseri umani - possono essere clonati, e quindi,
il colore degli occhi e dei capelli possono anche prenderlo dallo
scienziato che li ha prodotti.
Spero che il povero Mendel non si rivolti nella tomba a sentirmi parlare così della sua eccezionale scoperta, - si sa, gli scienziati sono sempre un po’ snob - ma, forse se ci si riflettesse bene,
capirebbe che questo mio «minimo» ragionamento potrebbe
schiudergli orizzonti impensati.
Come noi, credenti nel Cristo risorto, ci ripetiamo spesso,
accanto ad una paternità e ad una maternità carnale, ci sono
anche una paternità e, perché no, una maternità spirituali. In che
cosa consistono? Semplicemente, nella «generazione» alla fede
– 173 –
dei nostri figli: figli nella carne e non.
Con tutte le conseguenze che ciò comporta.
Sappiamo bene che la fede è puro dono del Signore, e la generazione alla fede non può essere che Sua, ma sappiamo altrettanto bene che il Signore si serve degli uomini: per piantare e per irrigare, anche se poi, indubitabilmente, è Lui che fa crescere.
È dunque dal «patrimonio genetico spirituale» con cui siamo
riusciti e riusciremo a «marcare», nella maniera più indelebile
possibile, i nostri figli spirituali, e che i nostri padri spirituali sono
riusciti ad imprimere su di noi, che dipendono l’autenticità, la
tensione evangelica e il «tasso di profezia» delle comunità cristiane.
Nell’ambito del patrimonio genetico del credente, sono convinto che un posto a parte meriti il gene della gratuità. Quello della
gratuità è un tema che viene da lontano, nella storia della salvezza, a partire dalla creazione del mondo fino alla croce, che, tra le
tante letture possibili, credo possa essere considerato anche il
massimo gesto di gratuità della storia del creato.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date, dice Gesù ai
suoi. È necessario che qualcuno spieghi ai credenti che quello
della gratuità è un imperativo evangelico, non un’opzione tra
altre. Deve pervadere le nostre scelte, deve essere trasversale alle
nostre azioni e al centro delle nostre preoccupazioni. Insomma,
la gratuità dev’essere nel DNA del cristiano di parrocchia.
Rimuovere le cause dell’ingiustizia
Prima di tutto dobbiamo metterci d’accordo su quale sia «l’ingiustizia» di cui parliamo, dato che non facciamo riferimento alle
ingiustizie, ma alla ingiustizia, quasi si trattasse di una per antonomasia, di una sintesi delle ingiustizie possibili.
Ebbene, «l’ingiustizia» a cui facciamo riferimento, almeno io la
vedo così, è l’ingiustizia distributiva.
Il buon Dio ha dato in dote all’umanità una montagna di
risorse abbondantemente in grado di sfamare e far vivere in
– 174 –
maniera più che dignitosa, tutti i sei miliardi di essere umani che
calcano le loro orme su questo pianeta, insieme a tutte le altre
specie viventi.
Il problema poi è sorto quando è nata la statistica, che, a quel
che ne so è una invenzione umana, che è quella curiosa scienza
per cui - come già qualcuno ha detto - se uno mangia due polli e
uno non ne mangia nessuno è come se entrambi avessero mangiato un pollo. La prudenza, poi, ha sempre sconsigliato ai fautori di questa scienza di andare a chiedere l’opinione di quello «statisticamente sazio», per evitare reazioni verosimilmente scomposte, ma questo interessa a pochi.
Tra la marea di dati statistici, (e ci risiamo con la statistica) di
cui disponiamo, tra la molteplicità di immagini che ci sono state
proposte (l’economia dei due terzi - 1/3 della popolazione mondiale che dispone dei due terzi delle risorse -, che, nel frattempo
che ci siamo distratti un attimo, è diventata l’economia dell’80/20%, ecc.).
Ci chiediamo: «Possiamo far finta di continuare a non sapere
e a non vedere? Noi in assoluto, ma, in particolare, noi che diciamo, in verità un po’ spudoratamente, di credere che Gesù è morto
in croce per ogni uomo?» Il nostro amico D.Oreste dice che il
silenzio dei «buoni» è il principale fiancheggiatore di questa
società disumana.
Può anche la parrocchia dare un suo personale contributo a
rimuovere le cause dell’ingiustizia?
La disuguaglianza, la sperequazione, l’ingiustizia distributiva,
non esiste solo a livello di macrocosmo mondiale: imperversa
anche dietro l’angolo della nostra casa, del nostro quartiere, della
nostra città.
C.v.p., sicuramente devi uscire dallo scacco e dall’inganno dell’impotenza, che porta a farci concludere che di fronte all’immensità del problema, tanto vale non far niente.
Sicuramente devi spolverare e mettere in azione il «gene della
gratuità», che personalmente, ritengo essere il motore principale
«della ribellione necessaria e della rivoluzione possibile».
– 175 –
Il gene della gratuità non è scontato né automatico nell’uomo.
Non fa parte del patrimonio genetico carnale, ma solo del patrimonio genetico spirituale, che non è patrimonio comune a tutti
gli uomini, ma prerogativa dei cristiani, o almeno così dovrebbe
essere. Voglio solo dire che, se non cominceremo a prendere sul
serio la Parola del Signore, non riusciremo mai e poi mai, ad incidere, neanche un po’, sulle cause dell’ingiustizia distributiva. Solo
ad una mobilitazione generale e «militante» dei credenti in Cristo
risorto possiamo affidare la speranza.
Sono consapevole che non sarà né ora, né presto.
Ma nel frattempo, che fare?
Nel frattempo, cominciare a seminare qualche germoglio della
società del gratuito!
I have a dream
C.v.p., voglio raccontarti un sogno. Non so perché ho deciso di
raccontartelo, forse perché tanti ti hanno scritto e non volevo
rimanere escluso da questo dibattito aperto, da questa collaborazione con te...
Tutto è successo in una di queste prime calde notti d’estate:
una giornata piena in azienda, sono arrivato molto tardi a casa,
uno sguardo tra il tenero e il preoccupato di mia moglie perché la
cosa succede ormai spesso, una doccia e poi l’anticamera del
sonno davanti al televisore che, quella sera, in seconda serata, trasmetteva uno di quei dossier pieni di cifre preoccupanti alle quali
ci siamo un po’ abituati: non era la prima volta che sentivo quelle parole e quelle cifre; «Nella società del profitto il potere economico, politico, finanziario ha come fine principale se stesso.
Le leggi che lo regolano non tengono conto dell’uomo, del suo
bene, del suo progresso. « e poi le cifre «Nel Nord del mondo
abbiamo un miliardo e duecento milioni di persone (cioè il 23%
della popolazione mondiale) che sono padroni dell’84% del PIL.
Nel Sud del mondo abbiamo quattro miliardi cento milioni di
persone (il 77% della popolazione mondiale) con il 16% del
– 176 –
P.I.L. Tremilacinquecentottanta persone nel mondo possiedono il
45% del P.I.L. del mondo «, e concludeva con queste parole che
ascoltai con un certo fastidio: «una concentrazione di potere che
dà luogo ad un sistema di oppressione strutturale ed arrogante,
capace di autolegittimarsi facendo passare lo sfruttamento sistematico per lecito guadagno, la costrizione al sottosviluppo per
arretratezza culturale, la penetrazione economica per aiuti allo
sviluppo.»
Poi andai a letto (i miei erano già tutti in braccio a Morfeo) e
sulle prime non riuscivo a prendere sonno: ti accennavo al fastidio accresciuto dal fatto che ho sempre lavorato tanto, mi son
fatto da solo essendo figlio di gente povera, ho cresciuto delle
aziende con stile familiare, ho dato lavoro a tante famiglie: quella sera non mi sentivo proprio l’affamatore di bambini del sud
del mondo!
Tu sai bene(anche se non mi piace il chiasso ed il.mettermi in
mostra)che quando posso non mi tiro indietro se si può fare un
po’ di bene e ho collaborato con te in tante iniziative di solidarietà.
Ora, è vero, l’agiatezza, gli impegni, mi hanno un po’ allontanato dalla tua vita più attiva...
Ti dicevo, non so se suggestionato da questi pensieri, mi sono
addormentato ed ho fatto un sogno....
Mi trovavo in mezzo a tanti giovani operai tutti di pelle nera e
capii che ero in Africa, in un’azienda molto simile alla mia sia per
i prodotti sia per l’impostazione del lavoro; giravo un po’ smarrito per i vari reparti ed incontro un mio tecnico, stimato, che lavora con me da anni, che mi guarda e mi saluta appena come farebbero due persone che lavorano assieme e si sono appena lasciate..
Ero sorpreso e preoccupato anche nel sogno: gli operai avevano nei miei riguardi quell’atteggiamento tipico del dipendente
verso il suo datore di lavoro, un atteggiamento al quale peraltro
ero abituato..
A colpo d’occhio vidi che l’azienda era competitiva e ben
avviata. Il mio cervello lavorava nel sogno: non capivo perché ero
– 177 –
lì e perché fosse nata quell’azienda in quel luogo.
Pensai, in prima battuta, trattarsi di una joint-venture che
avevo già realizzato nell’est europeo e che aveva fruttato bene pur
con qualche rischio. Dai reparti, nel sogno, passo agli uffici: sorridenti e graziose ragazze con variegati colori, tutti su uno sfondo
scuro, mi accolgono compite. Non sembravano notare il turbamento e la meraviglia che mi aveva preso: mi dicono di due
telefonate da parte di una scuola professionale e di un non lontano ospedale che mi ringraziavano perché, a loro dire, gli avrei
destinato tutti gli utili dell’azienda una volta pagate le spese e gli
ammortamenti. Mi ringraziavano e mi invitavano entrambi ai
loro consigli perché potessi verificare di persona quanto stavano
facendo con quei soldi.
Ero sorpreso nel sogno ma sentivo anche una grande leggerezza: in fondo l’imprenditore era l’unica cosa che sapevo fare e
credo assai bene; non mi dispiaceva essere là e avere trasformato
la società del profitto almeno in quell’angolo in una società del
gratuito.
Pensavo questo guardando, senza parlare, le scurette ragazze
dell’ufficio e poi mi svegliai di botto, nel cuore della notte, agitato come quando da bambini si fanno sogni inquietanti.
Solo un sogno?
Non capii subito se era realtà o sogno quel che avevo visto,
guardai mia moglie che per fortuna non avevo svegliato e ripensai a quel mio strano sogno.
Mi sembrò una bella utopia e subito pensai: «e ci sarà un luogo
invece dove è possibile, l’avrà già fatto qualcuno, e se fosse un
segno di svolta per il mio mestiere di imprenditore?»
Mi alzai, piano, per bere qualcosa e sbirciare con affetto nella
stanza dei bambini che dormivano saporitamente.
Pensai alle folle sterminate di bimbi dei paesi poveri del
mondo...
Pensai a te, c.v.p., dove da ragazzo ascoltavo con ammirazione
– 178 –
i missionari e mi affaticavo alle raccolte di carta e stracci per il
terzo mondo.
Decisi che non volevo lasciare cadere quel sogno.
Puoi immaginare che il resto della notte l’ho passato a pensare serenamente a questa «visione».
Mi son fatto un po’ di conti: ho capito che nella mia posizione di imprenditore la mia famiglia ha più del necessario per vivere; lavorare il resto degli anni per accumulare altri denari mi sembrava inutile per me e rischioso per i miei figli che vorrei crescessero sani e amanti del sacrificio. D’ora in poi, mi son detto, potevo lavorare con soddisfazione per aiutare altra gente: ho rivisto
con chiarezza ingiustizie di cui avevo già preso coscienza: il perverso meccanismo del commercio internazionale che prende
materie prime ai paesi più poveri al minor costo possibile; d’altra
parte capivo che senza una scuola seria ed una sanità organizzata
non ci potrà essere un riscatto per i poveri se non si interveniva a
cambiare le regole del gioco come nel sogno avevo intravisto.
Sognando ad occhi aperti
Da quella notte sogno ad occhi aperti la possibilità di diventare un imprenditore cristiano: non ho più pace: sto cercando se vi
siano già esperienze nel mondo a livello di piccole e medie
imprese; ho scritto al Ministero del Commercio Estero per verificare quali leggi regolano questa materia.
Soprattutto noto che la cosa non mi sembra poi così assurda:
molti miei colleghi lo fanno già per puro profitto, non potrei io
farlo come seme di una società del gratuito?
Ho iniziato a parlarne in famiglia, ma ora ho deciso di aprirmi con te c.v.p.: senza il tuo sostegno e quello di tante tue famiglie so che il sogno non potrà diventare realtà.
Dalla società del profitto alla società del gratuito: ti rendi
conto di quanto sei in grado di inquietare il cuore di un imprenditore con questi tuoi discorsi?
– 179 –
Società del gratuito a livello di quartiere e città:
la banca del gratuito.
Tra i tanti semi di nuova società che stanno nascendo, ti racconto una mia esperienza, nata nel quartiere della parrocchia
C.v.p., potresti dar vita, tra la tua gente, alla «Banca del gratuito»: lo scopo, che il nome stesso evoca, è quello di seminare qualche seme della «società del gratuito», che costituisce un elemento
fondante di quel «modello economico sociale» radicalmente
evangelico che emerge a partire dai primi capitoli degli Atti degli
Apostoli (At.2 - At.4).
La società del gratuito in un mondo come il nostro è una sfida
incredibile ed anacronistica, ma, al tempo stesso, è una intuizione profetica. Sicuramente non potranno essere cambiati in radice
i meccanismi che regolano economia e società del mondo in cui
viviamo, ma altrettanto sicuramente va preso atto che esistono
ambiti, disponibilità, situazioni -marginali finché si vuole- in cui,
appunto, qualche seme della società del gratuito può essere sparso, può attecchire ed essere fecondo, e può costituire un segno.
Il richiamo al concetto di banca, invece, è, per certi versi, paradossale - ma il paradosso è la categoria principale del linguaggio
evangelico - e richiama un organismo che intermedia e traffica, in
questo caso i doni e i «talenti» per metterli a disposizione di chi
fa più fatica ad andare avanti.
A tutti coloro che vorranno collaborare, è richiesto, compatibilmente alle proprie condizioni di vita, di mettere a disposizione gratuitamente una parte del proprio tempo, la propria professionalità, la propria casa - qualora ne sussistano le condizioni -, o
semplicemente un contributo economico, al fine, ad esempio, di
creare reti di solidarietà, amicizia, assistenza nei confronti di chi
ne ha più bisogno; svolgere la propria opera presso le case di
accoglienza, presso famiglie affidatarie o altri centri di assistenza;
accogliere in famiglia minori e persone in difficoltà, effettuare
adozioni a distanza, seguire e disbrigare pratiche presso uffici,
offrire assistenza ed amicizia a persone sole, visitare ammalati,
– 180 –
rappresentare le istanze di persone bisognose e portare avanti
un’azione politica e di sensibilizzazione sulle tematiche sociali.
Si tratta, insomma, di «depositare» presso la Banca del gratuito la propria disponibilità, al fine di incrociarla con i bisogni che
emergono.
– 181 –
CON DISCIPLINA DI FIGLIOLI
Cara vecchia parrocchia,
il linguaggio anticato di Don Primo ha un suo fascino ed una
sua precisione.
Discepoli e figli: alla sequela di Gesù ci riconosciamo tutti figli
di Dio e fratelli con Lui e tra noi. La nostra è una disciplina fraterna:
La parrocchia pur essendo un organismo che ha bisogno d’ordine e
di disciplina, non si costruisce né si difende more castrorum.
(op. cit. pag. 43).
Noi oggi preferiamo parlare di comunione ecclesiale: termine
bellissimo con un solo vizio, che ognuno lo intende a partire dal
proprio punto di osservazione quando invece il termine suggerisce, con coraggio, di riconoscere ciò che è comune a tutti per poi
rispettare le differenze di ognuno.
Ciò che ci accomuna è l’essere davvero fratelli, più che se fossimo nati da una stessa madre e questo genera necessariamente
uno stile di vita dove si costruisce ogni giorno la libertà interiore,
la correzione reciproca, l’unità di intenti, l’obbedienza a chi tra i
fratelli è padre in nome di Cristo.
Il coraggio di parlare e di proporre
Ogni cristiano comune in parrocchia ha sciolto il nodo della
lingua che lo rendeva silenzioso e ha trovato il coraggio di parlare e di proporre.
La critica tra fratelli ha senso solo se nasce da un amore grande e da una appartenenza sincera.
La critica in genere ha valenza negativa: dissento da qualcosa,
da qualcuno. In realtà è sempre positiva quando di fronte a situazioni complesse e a volte drammatiche vi sono proposte diverse;
– 182 –
ancor più preziose se complementari.
Il nostro «don» è davvero un maestro in questo.
La stessa esigenza spirituale dei migliori parrocchiani può indurre in
tentazione, poiché, lo dico una volta per sempre, la critica agli uomini più che alle istituzioni, non vuol dire comunemente animo indisposto o avverso.
Chi vuol bene, ha una vera e sofferta sensibilità, perché egli porta
nello sguardo e nel cuore l’immagine della parrocchia ideale.
(op. cit. pag. 21)
Il parrocchiano che parla e propone ed è disposto a sporcarsi
le mani (ché di gente che suggerisce ad altri di fare ve ne sono a
schiere!) deve trovare un ascolto pronto e affettuoso.
Le iniziative più fresche, più rispondenti all’animo della gente,
nascono in genere da suggerimenti di fratelli o sorelle che hanno
trovato il coraggio di far sentire la loro voce. Qui diventano preziosi gli spazi e gli organismi di partecipazione perché la voce di
nessuno sia dimenticata.
Coraggio di parlare e di proporre ne serve tanto in parrocchia.
Con tanta tenacia e pazienza.
Noi, abituati ai fast-food, vogliamo tutto e subito; abbiamo
intuito l’importanza di una cosa e vorremmo che tutti subito la
recepissero ed iniziassero ad agire.
Ci vuole pazienza!
Non tutti arriviamo nello stesso tempo a capire l’urgenza di
quella proposta. Occorre pazientemente riproporre, rimotivare,
cercare consenso. Le idee non possono essere fatte piovere dall’alto ma devono maturare nell’incontro personale o di gruppo; il
cuore deve restare libero e sereno se davvero lavoriamo per il
Signore!
Non avere paura, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono
con te e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo
numeroso in questa città... (At. 18, 9-10)
– 183 –
Correzione fraterna in parrocchia
La necessità della correzione nella parrocchia è palese: coloro
che fanno fatica a credere ci possono perdonare tutto ma non la
mancanza di correzione fraterna tra noi ed il conseguente perdono.
Quando intravvedono in noi il gusto che i fratelli o le sorelle
abbiano fallito o si trovino in difficoltà o sentono che parliamo
di altri fratelli dietro le spalle, si allontanano con un profondo
disgusto per la parrocchia e per la religione.
La sede della correzione fraterna può essere nella verifica dei
cammini pastorali, nei rapporti personali, negli organismi collegiali; ma è soprattutto nell’ascolto comunitario delle Sante Scritture che la Parola di Dio diventa un giudizio sulla vita che stiamo
vivendo e l’ascolto della Parola potrebbe sempre più diventare il
luogo della correzione di rotta per recuperare gli atteggiamenti più
veri, ben sapendo che tutti siamo sotto il giudizio del Vangelo.
C’è un fascino nei monasteri quando si entra nella stanza della
confessione o sala del capitolo. Anche in te, o parrocchia, la liturgia penitenziale o il consiglio pastorale possono divenire i luoghi
privilegiati per precisare e correggere i nostri rapporti personali ed
il servizio in comunità.
Il discernimento fraterno con i pastori
Cara parrocchia,
credo che una comunità parrocchiale, viva e corresponsabile,
avrà sempre tanti progetti in cantiere: è necessario proporre con
libertà, confrontarsi apertamente, ascoltare le osservazioni di chi
poi deve lavorare al progetto, accettare con umiltà la decisione di
colui al quale spetta l’ultima parola su quanto si è proposto. E
non mettere mai le nostre persone davanti al servizio della comunità. Penso alla catechesi così difficile, così anemica, così poco
incisiva: ogni proposta di rinnovamento va esaminata con attenzione, specie quando viene da chi poi è disposto a sacrificarsi. I
nostri consigli senza questo spirito missionario e di rinnovamen-
– 184 –
to finirebbero per essere più un impedimento che un aiuto alla
tua vita di parrocchia.
Il discernimento con i pastori nella parrocchia di oggi e di
domani sarà difficile e prezioso: in una comunità viva, propositiva, creativa, assai simile alla comunità di Corinto, il rapporto con
l’apostolo conosce necessariamente la dolcezza ed anche l’amarezza, ma è indispensabile alla fecondità della missione.
Cara parrocchia, in questi anni ho incontrato non solo preti
appesantiti dalla fatica di essere centro di riferimento e di comunione, ma ho visto anche tanti laici soffrire per la parrocchia perché non riuscivano ad avere un dialogo franco ed aperto con i
pastori.
Spesso si dice: i vecchi, i piccoli, si scandalizzano: è il ritornello quando c’è qualcosa di nuovo in parrocchia. In realtà i semplici e gli umili sono i primi a capire il nuovo che cerca di rinnovare la vita.
Né il nuovo è accettabile perché nuovo, né il vecchio da conservarsi
perché vecchio (op cit pag. 44).
Si richiede un discernimento fraterno con i pastori perché non
resti mortificata l’iniziativa del singolo cristiano e il cammino
unitario dell’insieme.
Il coraggio di saper camminare in solitudine
Spesso in parrocchia occorre saper camminare anche in solitudine, vi sono tante strade che la chiesa ha già indicato da tempo
come strade essenziali e che pochi iniziano a percorrere. Chi parte
è sempre un po’ solo: ma se la Chiesa chiede, qualcuno deve partire.
All’inizio c’è tanta solitudine, poi pian piano il progetto si
chiarisce, qualcuno si entusiasma, nasce una vita.
In genere chi dice «i tempi non sono maturi» è sicuramente in
buona fede, ma di scarsa sensibilità: se ti guardi bene attorno
tante cose che ti sembran novità son già vecchie: abbiam peccato
più per difetto che per eccesso in questi anni del post-Concilio!
– 185 –
Cara parrocchia, se osservi la vita di tutti i santi, anche di quelli «cresciuti» in parrocchia, ti accorgi che sono tutti dei camminatori solitari nel grande solco della fede: anche madre Teresa, don
Bosco, il Cottolengo, l’abbè Pierre, don Oreste, all’inizio erano
proprio soli: il coraggio di partire in solitudine dice libertà da noi
stessi, totale fiducia in Dio, consapevolezza di «lavorare» per Lui!
Profeti in parrocchia?
Anche la parrocchia può avere i suoi profeti, come ogni esperienza di chiesa ha avuto i suoi. Capisco che la parrocchia ha il
sapore dell’ordinario ed il profetismo dello straordinario: in
verità non è così. Senza profeti non si rinnova la parrocchia. Il
vero profeta è ancorato al passato, vive intensamente e talora
drammaticamente il presente, è proiettato ed apre al futuro.
Chi è profeta oggi in parrocchia?
Ogni cristiano comune, con una identità essenziale, ha nel
cuore come una ferita quando pensa alla vita di fede, alla comunità cristiana: qualcosa che vorrebbe con tutte le forze realizzare
insieme ai fratelli. Una ferita maturata da un peccato cui è seguito
il pentimento, o da una intuizione che in un momento della vita
il Signore ha inoculato nel cuore. Come un segno in profondità.
Bisogna far emergere la ferita del cuore, verificare con i fratelli e
la guida spirituale se viene da Dio, se è conforme al Vangelo, se è
nel segno della missione e del rinnovamento della parrocchia e poi
tradurla in vita: parlarne in comunità, trovare un piccolo nucleo
che ci creda davvero, proporla ai pastori e al Consiglio Pastorale,
verificare che contribuisca alla comunione di tutto il Corpo. Profeta è ogni uomo e ogni donna che nella società che cambia rapidissimamente sa custodire con forza e serenità le cose che non
cambiano nella fede e nella morale, profeta è colui che sperimenta nella fede che non può non fare ciò che gli arde nel cuore, come
una febbre, come un fuoco che non si può contenere. E in ogni
parrocchia il Signore di profeti e profetesse ne suscita tanti poiché
tutti dal battesimo abbiamo la possibilità di essere profeti!
– 186 –
Gli organi collegiali della parrocchia
Consiglio pastorale parrocchiale
Il C.P.P. è un grande dono del Concilio: parla di collegialità, di
corresponsabilità, di comunione tra ministri ordinati e fratelli e
sorelle laici. Tutte le cose belle sono difficili: penso che, dall’alto
della tua esperienza, di consigli parrocchiali ne hai visti tanti nel
post-Concilio, diversi per scelta, per funzionamento, ma tutti con
una vita assai difficile. All’inizio erano eletti tra tutti i battezzati
come una sorta di elezione democratica, poi erano eletti dai messalizzanti (scusami la brutta parola), poi per lo più venivano formati dai responsabili dei vari servizi della comunità. Ogni soluzione era criticabile ma pur creando una nuova mentalità di chiesa i nostri consigli parrocchiali hanno sempre avuto una vita un
po’ stentata. Dopo quasi trent’anni di esperienza non ti nascondo
un po’ di fatica: oggi, in vista del Giubileo dobbiamo certamente
ripensarli come qualcosa di vivo a servizio della tua vita.
Gruppi di servizio
Penso che, tutto sommato, prevedendo anche alcuni momenti di assemblea di tutta la comunità, il Consiglio parrocchiale sia
l'espressione dei tanti servizi che la comunità esprime per coordinarli e metterli tutti in comunione attorno al Vangelo e all'Eucarestia. I vari gruppi di servizio sono le braccia del C.P.P., se, sono
davvero vivi nella parrocchia:
Accanto ai presbiteri, ai diaconi, ai ministri, il gruppo di animazione liturgica, il cuore della parrocchia, che anima tutti i servizi del giorno del Signore, dal decoro della Chiesa, alla corale, ai
ministranti, ai molteplici servizi e proposte per la formazione
liturgica, i ritmi quotidiani e settimanali di preghiera ed in particolare l'Eucarestia feriale e la lectio divina, il calendario della lettura continuata delle Scritture, la liturgia delle ore, la preghiera
mariana, l'adorazione continuata e notturna della Eucarestia;
– 187 –
il gruppo di animazione vocazionale, prezioso perchè ogni
chiamata del Signore trovi risposte pronte e coraggiose;
il gruppo di animazione missionaria per animare e coordinare i servizi missionari della comunità ed
il gruppo Caritas per animare la carità di tutti ed indicare le
nuove frontiere dell'amore, sono le «braccia» della parrocchia e
collaborano strettamente con quanti si sono consacrati alla missione e ai vari servizi di condivisione nel volontariato e nella casa
famiglia;
i vari gruppi di coordinamento della catechesi, che sono la
«voce» della parrocchia: dei bambini, degli adolescenti, in modo
tutto particolare dei giovani, della formazione degli adulti, dei
servizi per anziani e malati, della catechesi in preparazione ai
sacramenti, della catechesi itinerante;
i vari gruppi di pastorale familiare che sono il «tesoro» della
parrocchia che animano, oltre i gruppi Nazareth, tutto ciò che
riguarda la vita e la centralità pastorale della famiglia;
i piccoli gruppi che animano l'Ecumenismo, il dialogo con i
non credenti, i cammini catecumenali che sono gli «orizzonti» e
le speranze della parrocchia;
il consiglio economico parrocchiale indispensabile perché
tutta la comunità viva evangelicamente l'uso dei soldi e l'utilizzo
delle strutture;
i tanti servizi di ministerialità diffusa nel popolo di Dio che
sono il segno della creatività della parrocchia: dall'Oratorio, al
Centro Sportivo, a mille altre forme di attività e di servizi.
Non potranno mancare nel C.P.P. anche rappresentanti di
coloro che non svolgono servizi all'interno della parrocchia ma
impegnati da cristiani nelle varie realtà sociali possono dare un
contributo prezioso alla programmazione pastorale. Quanto più
la comunità sarà creativa e profetica, tanto più saranno necessari
gli organi collegiali della parrocchia!
– 188 –
La parrocchia porzione della Chiesa Diocesana
Cara vecchia parrocchia,
anche se sei grande per abitanti e vitalità, non puoi mai
dimenticare di essere una piccola porzione della Chiesa locale; sei
immagine autentica di Chiesa solo in quanto legata alla Chiesa
del Vescovo, alla diocesi.
Allora per te il rapporto parrocchia-Vescovo, parrocchia-diocesi è essenziale.
Ripenso con commozione alle tante visite pastorali dei vescovi nelle parrocchie tue colleghe. pur sperdute, segno di un legame
sacramentale profondissimo.
Di qui il tuo legame con il Vescovo e le altre comunità parrocchiali e non, nella Chiesa locale.
Oggi si parla di unità pastorali: tu sai che a volte abbiamo peccato di autosufficienza: ognuno il suo campanile, impenetrabile
come le vecchie torri campanare.
Cara parrocchia, lo diciamo sottovoce, a volte una conoscenza
incompleta del metodo e del progetto della parrocchia crea delle
situazioni di stallo: linee comuni della diocesi che non vengono
attuate e sembrano rifiutate quando in realtà la diocesi aiuta la
parrocchia a vivere, la conferma, la collega alle altre realtà di
Chiesa.
Ti sarai accorta. Ti han sempre amata i Vescovi con amore di
predilezione ma, ultimamente, è nata una passione: non so se per
paura di perderti o perché hai bisogno di cure molto profonde.
Ogni vita che nasce in te non può crescere e portare frutto
senza la benedizione del Vescovo: direttamente, attraverso i tuoi
sacerdoti, i tuoi diaconi, con i delegati ai vari incontri in diocesi
egli segue, corregge, esorta, promuove la vita che è in te. La sua
persona è per te un «Padre» e la sua presenza e la sua.parol.a.
sono un dono e un impegno per te.
A volte vi possono essere tensioni, sofferenze reciproche ma
l’esempio del nostro «don» ci ricorda che si può obbedire in Cristo e che la verità prima o poi viene a galla; ricordo quando per
– 189 –
la prima volta un direttore dell’Osservatore Romano fece un paginone su don Mazzolari anche se preferì allora non firmare la
nostra lettera sulla parrocchia per le sue difficoltà con la Chiesa
Più spesso possiamo essere come parrocchia motivo di sofferenza per il Vescovo: quanto più una comunità è viva, tanto meno
è facile la comunione e l’obbedienza, tanto più è preziosa, necessaria, feconda
Non si può separare il Vescovo da quella realtà della diocesi
che sono le sue braccia pastorali.
Mi pare che nel rapporto parrocchia-diocesi vi possa essere un
peccato per parte: il peccato della parrocchia è quello di pensare di
poter elaborare il metodo e il progetto pastorale prescindendo dal
cammino che lo Spirito suscita nella Chiesa locale: l’ispirazione
per estrarre doni dalla miniera, per gettare ponti, per porre altri
lavori nel cantiere, viene da un popolo che cammina con il Vescovo e legge i segni dei tempi in quel luogo, in quel momento.
Il peccato a volte degli uffici diocesani è quello di non partire
dalla vita delle singole comunità, quasi fossero sezioni staccate
dell’ufficio, proponendo modelli e riflessioni generali, anche
belle, ma che non tengono conto dei cammini intrapresi
Parrocchia: immagine autentica di Chiesa
Tu cara parrocchia sei un organismo vivente ed una differisce
dall’altra. Occorre, come con una persona, partire sempre dal
riconoscere la vita che c’è in te: non si può uniformare la vita delle
parrocchie! Vi sono in ognuna incontri che la grazia suscita nei
modi più imprevedibili e che segnano poi a lungo tutto il resto
della vita. Credo che.il primo compito della diocesi sia quello di
riconoscere, sorreggere, allargare la vita che nasce.
Se il DNA è comune in ogni parrocchia in quanto porzione
autentica di Chiesa, la fisionomia poi è diversa da parrocchia a
parrocchia.
– 190 –
Una volta era solo il prete a determinarne la.fisionomia: oggi
sono certo i sacerdoti, i diaconi, le famiglie., gli incontri che si son
fatti, le testimonianze che han lasciato segni profondi, vicende di
dolore che hanno determinato svolte, riprese, che hanno configurato in certo modo la vita. Si potrebbe quasi ricostruire la storia
spirituale e pastorale di ogni parrocchia!Considerare le diversità
ricchezze nell’unica Chiesa locale può essere un metodo prezioso.
Valorizzare la storia, cogliere i segnali di novità e di rinnovamento perché tutto quello che di vero, di bello, di buono nasce
in una parrocchia, nasce per la diocesi, per tutta la Chiesa locale!
Solamente da questo atteggiamento di accoglienza vera del vissuto di ciascuno, potranno nascere le convergenze e le unità pastorali. Il punto dolente te lo leggo negli occhi: e quando una parrocchia è agonizzante dal punto di vista della sua vitalità?
Lì si tratta di scavare nella miniera, con l’aiuto di tutta la chiesa locale: anche nella parrocchia più «fredda» vi sono laici capaci
di farla vivere, magari in forma iniziale, se vengono aiutati alla
corresponsabilità.
– 191 –
LA PARROCCHIA A SCUOLA DAI GRUPPI E MOVIMENTI
C’è stato un momento,
cara parrocchia,
in cui sono stato molto geloso dei movimenti e delle associazioni che nascevano accanto e fuori di te.
Più che gelosia, santa(sic!) invidia!
Avremmo voluto lo stesso entusiasmo in parrocchia, la stessa
folla, la stessa capacità di organizzazione e di sacrificio. Alcuni di
loro dicevano che tu saresti finita presto. Poi ho capito che erano
stati mandati a te per imparare il tuo rinnovamento.
Oggi, superati i tempi della polemica, tu devi imparare dai
gruppi e dai movimenti pur restando te stessa.
Anche i parroci che in passato hanno sposato l’una o l’altra
esperienza e messo la parrocchia sotto quello o quell’altro carisma, l’hanno capito.
Tu resti te stessa e rispetti e favorisci la loro esperienza autonoma da te, senza catturarli, senza lasciarti catturare.
Questo riconoscersi cordialmente come esperienze autentiche
di Chiesa, capaci tutti di generare la vita e la santità, non vuol dire
ignorarsi o peggio farsi del male.
È possibile lo scambio di «ambone» tra gruppi, associazioni e
parrocchie: tu movimento vieni in parrocchia a parlare della tua
esperienza e mi chiami nel tuo gruppo per conoscere la vita della
mia. Ognuno ha da dare e da ricevere.
Nel rispetto dei cammini formativi di ogni movimento e associazione, sono sopratutto i momenti di preghiera che ci legano
come l’Eucarestia quotidiana: un sol pane, un sol corpo, una sola
Chiesa.
I locali in comune: strutture vuote sono un peccato: uno stesso spazio può ospitare esperienze diverse di Chiesa quando c’è
chiarezza e rispetto vicendevole.
Spirito di amicizia e grande collaborazione e comuni impegni
caritativi: ognuno rimane se stesso ma siamo membra di un unica
– 192 –
Chiesa diocesana, unita attorno al vescovo.
A livello diocesano si fa stretta la partecipazione a tutti i
momenti di pastorale di settore della chiesa diocesana: pastorale
della famiglia, della carità, del lavoro, della scuola, della catechesi, della liturgia, delle vocazioni, delle missioni, della pastorale
giovanile, della sanità, nell’ecumenismo, nei ministeri laicali.
Abbiamo in comune tutte le grandi sfide della Chiesa del
nostro tempo!
In ogni esperienza di Chiesa ciò che distingue non è mai esclusivo e quanto più è chiara la coscienza della propria «spiritualità»,
tanto più è facile il dialogo e il confronto con tutte le esperienze
«sorelle» di Chiesa.
In questi ultimi anni spesso le parrocchie, non avendo un
metodo, un progetto, una regola di vita spirituale, assumevano di
frequente l’uno o l’altro dei carismi proprio di quel gruppo o
movimento.
Oggi non è più così: tu, cara parrocchia, riconosci apertamente e con simpatia, ciò che la Chiesa riconosce, sei felice se qualcuno dei «tuoi» matura in quel movimento un cammino di fede,
e nel contempo vivi serenamente il tuo progetto!
È talmente vasto il campo per la semina che c’è spazio e lavoro per tutti!
Si vive un ecumenismo con le altre confessioni cristiane,
dovremmo ben viverlo tra noi!
La parrocchia «copia» dai movimenti e delle associazioni
Credo anche che tu oggi debba imparare dai movimenti, associazioni, almeno da quelli più vivi.
Copiare i doni di Dio non è peccato.
Vuol dire anzitutto riconoscere che si tratta di grazia!
Quando si andava a scuola si poteva copiare in modo intelligente o a «pappagallo»
Parlando seriamente con te si tratta di far proprio ciò che nei
– 193 –
secoli ha arricchito la vita della Chiesa.
Ciò che è proprio non è mai esclusivo.
Copiare, imparare senza «mimetismi».
Guardarsi dal mimetismo, cioè imparare dagli altri senza copiare
dagli altri
(op cit pag. 43)
Don Primo lo diceva nei confronti di tutte le realtà perché tutti
hanno del bene da darci ma credo valga anche tra cristiani che
abbiano metodi ed esperienze diversi.
Il credere, perché si è custodi della verità, di possedere anche l’intelligenza gratuita di essa e la migliore maniera d’usarla, è orgoglio
farisaico.
(op cit 43)
Non staremo a fare i conti su chi ne ha avuto di più di orgoglio in questo post - Concilio nel servire nella propria porzione di
Chiesa: ora ci accorgiamo che abbiamo bisogno di tutte le voci
del coro anche se vi può essere qualche stonatura.
Cara vecchia parrocchia,
la sincerità è base di ogni rinnovamento.
Se oggi parliamo della centralità della cultura, dell’urgenza dei
cammini catecumenali, di riscoprire la forza e la presenza dello
Spirito, l’esigenza dell’ecumenismo, l’impegno per la pace, lo
dobbiamo anche a tante realtà di chiesa che il Signore ha suscitato in mezzo a noi in questi anni: movimenti, associazioni e varie
realtà ecclesiali non parrocchiali.
Molte di queste associazioni e movimenti diventano oggi ordini religiosi moderni dove gli aderenti vivranno integralmente il
loro carisma e la loro spiritualità ma la parrocchia, mantenendo
il suo metodo, si arricchisce ed impara.
– 194 –
Conclusioni
LA PARROCCHIA - CANTIERE
È una lunga lettera, cara vecchia parrocchia, ti chiedo perdono,
ma ti assicuro che ho fatto fatica a sfrondare le tante cose che
fanno anche oggi di te una bellissima realtà di Chiesa. Tu dirai
che sono innamorato e l’amore, si sa, è cieco!
Rischi, sfide, non mancano! Sotto certi aspetti la situazione
ancora è drammatica ma non disperata.
Ti sono ancora aperte grandi opportunità se si scava nella
miniera, se si gettano ponti e si ha il coraggio di aprire il cantiere
della Parrocchia.
Come le mura della Chiesa esigono sempre nuovi cantieri di
lavoro, la Parrocchia comunità va considerata un cantiere permanente, aperto, come in certe grandi basiliche antiche dove non
mancano mai i lavori, anche profondi, di ristrutturazione.
La presenza di un gruppo di laici, vivi, preparati, partecipi,
coinvolti in una certa vita comune, genera l’effetto della parrocchia - cantiere, laboratorio di pastorale.
Un cantiere è qualcosa di incompiuto, anche di un certo disordine ma è pur sempre qualcosa che nasce e che cresce quando
promuove ed incoraggia le vocazioni laicali per il bene di tutta la
comunità.
I piani pastorali unitari sono utili ed importanti per offrire
orizzonti unitari, favorire confronti, sottolineare le urgenze verso
– 195 –
cui tutti devono muoversi.
Ma essi esigono poi la fatica di aprire «cantieri» in parrocchia
per sperimentare quel che si è colto come urgente e necessario per
la vita delle persone.
Un cantiere fa al pensionato l’impressione d’un mondo in rivoluzione, come il passaggio dal fiore al frutto pare, a chi non è contadino,
un malanno della pianta.
(op. cit. pag. 38)
Non erano più facili i tempi all’inizio del Concilio ma lo
sguardo profetico di Papa Giovanni XXIII° poté dire nel suo
discorso di apertura del Vaticano secondo: «Dissentiamo dai profeti di sventura...» e fù veramente primavera per la Chiesa.
Cara parrocchia, c’è un grande sogno che sta per diventare
realtà: anche oggi può rifiorire la vita nella parrocchia. Nella chiesa la stagione della primavera non finisce mai perché Lui l’ha promesso.
Nel passaggio dal primo al secondo millennio sono stati in
gran parte i monaci gli infaticabili operai della prima evangelizzazione. Negli anni che traghettano verso il terzo millennio sono
soprattutto i laici, le famiglie, gli artefici della nuova evangelizzazione!
Lavorare nel cantiere
L’invito per tutti è di lavorare nel cantiere.
La parrocchia, per rinnovarsi, ha bisogno dei tanti che si sono
allontanati o di quelli che l’han sempre vista da lontano. È uno
dei pochi posti dove non c’è disoccupazione: se lavorare nella
«vigna» è frutto della Grazia a volte occorre farsi avanti, offrire con
semplicità il proprio dono: non sempre chi già vi lavora è capace
di intuire il desiderio di chi vorrebbe offrire un servizio! L’importante è lo Spirito di servizio.
Cara parrocchia in quanto piccola porzione ma immagine
– 196 –
autentica della Chiesa locale, ti si addice il titolo di sposa di Cristo.
Il rapporto tra Cristo sposo e la Chiesa sposa guida ed illumina il matrimonio cristiano e può illuminare anche la tua vita:
ora se nella coppia la diversità è complementarietà e vicendevole ricchezza, tanto più lo sarà nella comunità parrocchiale!
Guai se siamo degli innamorati dei piccoli schemi, dei quadri ben
allineati e manovrati come in piazza d’armi nei giorni di rivista!
(sic!)
Chi lavora sul serio ha volto, mani e abito, linguaggio tutt’altro che
da cerimonia e spesso si trova con nulla di consistente davanti, neanche quel poco che il passato gli offriva.
Se non ha la forza di camminare lo stesso e di sperare contro le facili previsioni della gente troppo savia che s’improvvisa profeta per
scansare ogni servizio, non è un operaio degno! (op. cit. pag. 38)
Dobbiamo cercare chi lavora sul serio, chi si sporca le mani, e
non scansa il servizio, tanto più è umile.
A volte, scherzando, si dice che in parrocchia c’è chi ha la vocazione a vescovo e non a diacono: quella del «sorvegliante» più che
quella del «servo»!
Il vero operaio è quello che cammina nonostante le difficoltà
e non quello che molla di fronte alla tentazione di scappare in
convento!
Senza morderci a vicenda
C’è nella parrocchia o tra parrocchie un certo disprezzo della
«vita» come hanno molti giovani, il sabato sera.
S’impara l’arte del distruggere più che del costruire.
Come nei primi tempi di un condominio c’è la terribile paura
che l’altro mi impedisca di vivere, così tra noi si guarda con
sospetto il lavoro dell’altro, nel timore che crei scandalo, confusione o si sovrapponga al nostro.
– 197 –
Si finisce per inaridire, soffocare.un’idea, una iniziativa, un
progetto nel grande cantiere della chiesa. C’è ben sempre un
responsabile nel cantiere che vigila sulla bontà del lavoro e se i
materiali sono buoni: ognuno di noi deve giovarsi del lavoro dell’altro.
Ieri, (anzi l’altro ieri, che il tempo scorre veloce), il timore dell’ideologia (eri per forza comunista o anticomunista) segnava il
sospetto su ogni tentativo pastorale nuovo.
Oggi, ci si guarda con un certo sospetto perché difficilmente
tutto rientra nei nostri schemi.
In parrocchia con il grembiule
L’allegoria è di don Tonino Bello. Oggi siamo tutti un po’ più
umili in casa tua. L’avrai notato. Dal momento che nessuno ha la
chiave magica per risolvere il problema.
Un tempo, quando in parrocchia cambiava il prete, spesso
accadeva che, in buona parte, si distruggeva quel poco che si era
costruito pensando che ormai le cose prendevano il verso giusto...
Oggi i più saggi custodiscono gelosamente quel poco sapendo
che costruire non è facile per nessuno.
Ti occorre una mente lucida e un cuore grande, alle soglie del
millennio, per aprire strade nuove alla rievangelizzazione e alla
carità.
Sapendo che ogni tentativo mette in luce un aspetto e ne trascura un altro!
Se qualcuno, per scusare la propria accidia spirituale o per non
esporre la propria anima al pericolo di perdersi, pretende veder chiaro e sicuro, pronto a gridare al fallimento del tentativo per ogni passo
sbagliato e per ogni esperienza che va ripresa, non si metta neppure
in strada.
(op. cit. pag. 38)
– 198 –
Se il fine è ben fermo e l’intenzione è pura e retta, i mezzi son
sempre provvisori e da perfezionare.
Penso ai tanti tentativi a livello di metodo, per ridare la Bibbia
ai cristiani di parrocchia e per avere accanto all’Eucarestia un
momento settimanale fisso, aperto a tutti di ascolto delle Sacre
Scritture, senza interruzione nel periodo estivo, come per la
Messa.
Penso alle tante esperienze di catechesi sempre da reimpostare
e da riprendere.
Il grembiule del parrocchiano che lavora, è quello dell’artigiano nella sua bottega che non può fare niente in serie o con catena di montaggio.
Per questo ogni parrocchia, pur ponendosi mete comuni, è
così unica, con un tocco tutto suo, come i prodotti che escono
dalla bottega dell’artigiano che segue la tradizione antica e la rinnova per l’esigenza dell’oggi
Soffrire per la parrocchia
Non c’è chiesa che nasca o cresca senza un prezzo, senza la sofferenza di qualcuno.
Il rinnovamento della parrocchia in vista del giubileo ha un
suo prezzo: c’è un soffrire che conoscono quanti danno la vita per
la Chiesa.
Alcuni tuoi parrocchiani, anche generosi, pensano che una
proposta debba subito trovare consenso e di fronte a fratelli o
sorelle che.nicchiano si disamora ben presto. Sembra che la storia del chicco che deve morire sotto terra valga solo per i bambini del catechismo. Per non dire che il buon Dio spesso ci regala
nella comunità le cose che gli chiediamo quando abbiamo smaltito quel po’ di personalismo e vanagloria che mettiamo dappertutto come il peperoncino in certe pietanze!
– 199 –
Il Calvario e il Cireneo
Il calvario ha le sue cadute e le sue ignominie e chi non sa compatirle non può neppure fare da Cireneo a Gesù, che muore ogni giorno nel nostro mondo disumanizzato.
(op. cit. pag. 38)
Già, il Cireneo: se penso a quale immagine evangelica paragonarti, cara vecchia parrocchia, sono sempre indeciso.
Nei momenti più sereni ti paragono alla strada verso il Tabor,
dove è possibile vedere lo splendore di Gesù (la mia parrocchia
ideale l’avrei chiamata «la trasfigurazione»):, altre volte, più
modestamente, ad un sicomoro dove, salendo, si può vedere Gesù
che passa e invitarlo alla nostra cena.
Non mi dispiace neppure quella del cireneo: quasi per caso si
entra dentro un mistero che ha segnato per sempre la vita; anche
noi, in parrocchia, ci troviamo da sempre e quasi per caso a fare i
Cirenei a Gesù che cammina ancora fra le nostre dimore.
«Chi mette mano all’aratro e si rivolge indietro...»
«Gli uccelli dell’aria hanno un nido, le volpi una tana...»
«Lascia che i morti seppelliscano i loro morti...»
«E quando avrete fatto ogni cosa dite: sono un servo inutile...»
(op. cit. pag. 39)
C.p., come avrai notato non sono molte le citazioni del Vangelo nel nostro testo di riferimento ideale che dopo sessanta anni
ho ripreso in mano per dialogare con te.
A sorpresa il nostro «don» pone qui insieme ben quattro parole evangeliche accuratamente scelte: certamente erano per lui
espressive e riassuntive dell’animo di chi cammina e lavora in parrocchia.
Ho detto l’animo: ma chi può descrivere l’animo di un apostolo?
M’accontento dell’aria che l’animo nostro dovrebbe respirare se vuol
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ricostruire la parrocchia.
(op cit. pag.39)
Anch’io, se me lo consenti, vorrei metterle a modo di saluto di
questa, spero utile, conversazione.
Chi mette mano all’aratro e si rivolge indietro...
Nella parrocchia vero il 2000, cantiere e laboratorio di evangelizzazione, il primo impegno da prendere è non voltarsi indietro,
non interrompere ciò che è iniziato, il tenere duro «con pazienza».
Ci si può voltare indietro in tanti modi: si inizia una proposta,
si rimane in pochi, si interrompe.
Quanti gruppi biblici hanno seguito questa traiettoria! O
quante esperienze catechistiche innovative si sono interrotte!
La molteplicità e frammentarietà delle proposte impedisce di
andare fino in fondo. Si rimane a livelli di grande superficialità;
l’incomprensione tra pastori e fedeli che tarpa le ali alle intuizioni di entrambi i quali continuano a discutere mentre la città è
espugnata. Esperienze innovative di catechesi che non giungono
a maturare un progetto e rimangono «esperimenti»; ministeri che
si interrompono e servizi che si lasciano così che come operatori
pastorali non diventeremo mai preparati ma resteremo sempre
novizi ed insicuri; fratelli e sorelle che partono con entusiasmo
ma non trovano l’accompagnamento e la guida spirituale e il
sostegno di una fraternità e alla fine si sentono aridi e svuotati nel
loro servire in parrocchia!
Gli uccelli hanno un nido, le volpi una tana
Vi sono tante forme di insicurezza e ve n’è una che rende forti:
quella che nasce dal lasciarsi guidare dai segni che Dio ci invia
nella vita della parrocchia. Il metodo si può sempre ridefinire, il
progetto è sempre aperto: siamo più liberi degli uccelli del cielo e
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più mobili delle volpi che ricercano la loro tana.
Essere fedeli al cuore mutevole. e insondabile dell’uomo e
all’ascolto di un Dio libero e imprevedibile ci rende tutti insicuri
e leggeri.
Chi dice che la vita della parrocchia è all’insegna della fissità e
della ripetitività denuncia una triste realtà che non ha però alcuna seria giustificazione.
La comunità parrocchiale attenta ai «segni dei tempi», letti e
filtrati con la Parola di Dio è continuamente in atteggiamento di
novità e di rinnovamento.
Dobbiamo ritrovare tutti leggerezza e capacità di sognare.
Lasciateci sognare: dicono i tuoi preti e i tuoi laici più vivi e più
consapevoli.
Quella che abbiamo abbozzato è la parrocchia del presente.
Anzi ci sono ritardi imperdonabili a trent’anni dal Concilio.
Quale sarà la parrocchia del futuro?
Dobbiamo sognarla insieme perché abbia l’apporto di tutti.
Lascia che i morti seppelliscano i loro morti
È una frase forte di Gesù che ripropone l’urgenza del Regno.
C’è un male cronico: la lentezza con cui in parrocchia ci si
muove e basterebbe così poco, tante volte, essendovi grande
libertà di movimento. Vale anche qui il detto: ogni lasciata è
persa! Ci sono grazie che non tornano anche nella vita della parrocchia.!
A volte, in taluni fatti, si vede chiaramente il da farsi: poi ritorna la semioscurità e i contorni svaniscono. È urgente in parrocchia non attardarsi anzitutto in ogni forma di discussione senza
frutto.
Quando l’incendio divampa in casa sarebbe sciocco chi continuasse a guardare la televisione ma anche chi si fermasse a discutere su quale soprammobile lasciare e quale portare in salvo!
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E quando avrete fatto ogni cosa dite: sono un servo inutile
Vi sono regole non scritte nella vita di parrocchia: spesso le iniziative più belle son quelle che non hai pensato ma hai solo
accolto; Lui... fa di tutto perché non ci arroghiamo dei meriti.
Lavoratori seri sì, ma l’architetto è Lui...
Le cose che desideri te le dona quando meno te l’aspetti.
È gelosissimo del suo primato su tutto.
Anche la parrocchia del futuro è opera sua: a noi è chiesto il
coraggio di renderla aperta e missionaria, capace di accogliere il
nuovo. Il problema è poter dire di aver fatto tutto quello che era
possibile fare....
Ma se tutti siamo inutili servi in quanto strumenti nelle sue
mani, tutti diventiamo ugualmente necessari per collaborare con
Lui. La parrocchia non seleziona mai. Sono necessari tutti anche
i bambini con il loro chiasso e la loro allegria. E forse può essere
stato utile anche il nostro colloquio a più voci che desidero chiudere con l’ultima pagina di «Lettera sulla parrocchia» di Don
Primo Mazzolari.
Ti chiedo scusa della lunghezza, ti ringrazio della pazienza,
Cara Vecchia Parrocchia.
Voglio chiudere benché il discorso sia appena avviato. È bene che il
dibattito resti sui punti fondamentali, a costo di parere teorico ed
inconcludente.
Il mio non è che un invito. Indicare dei rimedi e delle strade è molto
e niente, se i rimedi non vengono ben applicati, se le strade non vengono camminate per arrivare, ma solo per dire che ci muoviamo.
Il professionismo, sottospecie di fariseismo, sta in agguato anche
nella parrocchia, mentre il laicismo - pensiero e vita staccati da ogni
senso religioso - può essere superato soltanto da un audace laicato
cattolico, al quale spetta, come compito principale e urgente, di
ricreare cristianamente la vita della parrocchia senza portarla fuori
dalla realtà e senza imporle delle mutilazioni in ciò ch’essa possiede
di buono, di vero, di grande, di bello.
– 203 –
Bisogna ritrovare il coraggio di porsi in concreto i veri problemi dell’apostolato parrocchiale.
Molti temono che la discussione prenda la mano all’azione. In certi
spiriti superficiali purtroppo è possibile. Ma nei cuori profondi che
vivono con pura passione questa grande ora cristiana (cuori che sentono in tal maniera sono legioni dentro e ai margini della chiesa) la
discussione, anche se vivace, è sempre una protesta d’amore e un
documento di vita.
Il papa ha bisogno di gente che «non corra invano» e sappia rispondere con un presente consapevole e operoso.
Un laico di Azione Cattolica
(la Lettera è firmata 4 Novembre 1936 e fu pubblicata nel 1937)
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POSTFAZIONE
Sebbene scritta al singolare, alla maniera di una confessione o
di una confidenza, questa lettera alla parrocchia è frutto di un
cammino vissuto insieme da molte persone in una comunità cristiana parrocchiale e riflette esperienze e propositi maturati nel
corso di molti anni.
Abbiamo preferito partire da una esperienza concreta per
suscitare un confronto sul tessuto vivo della parrocchia ben
sapendo che tanti problemi hanno un contesto ampio e complesso e non possono essere rinchiusi nell’ambito «parrocchiale».
Vuol essere la nostra una fotografia fatta col cuore di chi ama
e lavora in parrocchia, sognando ad occhi aperti a partire dai tanti
segni positivi che sperimentiamo ed intravediamo. Un sogno ad
occhi aperti ma anche un esame di coscienza ad alta voce evidenziando i limiti e l’urgenza di un profondo rinnovamento.
Non ci siamo posti il problema se la parrocchia sia ormai
superata ma siamo partiti dal presupposto della sua attualità e
preziosità per il futuro della Chiesa, senza assolutizzarne l’esperienza e con una grande apertura verso esperienze autentiche e
complementari di chiesa.
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Pur conoscendo le problematiche attuali e le proposte sul
modo di reimpostare la vita delle parrocchie e ritenendo comunque indispensabili alcune di quelle intuizioni metodologiche,
abbiamo scelto la pista di rinnovare la parrocchia ricuperando ciò
che da sempre e almeno in questi ultimi secoli ha costituito la
tipicità della sua presenza e in modo particolare la celebrazione
vera e degna dell’Eucarestia feriale e nel giorno del Signore.
Quasi una sfida. Quel che non riesce ad operare una celebrazione vera e degna del «mistero», nessuna altra proposta, in tempi
lunghi, potrà rinnovare la parrocchia.
Con celebrazione vera e degna intendiamo prendere sul serio,
fino all’estremo, le conseguenze di tale mistero.
Poiché nella chiesa nulla di ciò che è proprio è esclusivo, riteniamo che la parrocchia debba imparare da altre grandi esperienze di chiesa.
Dal grande magistero dei Padri e dalla multiforme esperienza
monastica del primo millennio trarre l’imperativo di mettere al
centro di tutta la preghiera, la carità e la vita, l’ascolto sapiente,
orante, spirituale, profetico della Bibbia.
La centralità della Santa Scrittura nella vita della parrocchia
come base di tutto l’annuncio, la catechesi, la formazione spirituale, l’evangelizzazione della cultura e l’inculturazione della
fede.
Dai grandi movimenti religiosi del secondo millennio la parrocchia ha progressivamente imparato la necessità di una «regola
di vita» che generi l’obbedienza e l’appartenenza tra i membri più
consapevoli della comunità parrocchiale e che si risolva in cammini spirituali comunitari, in una fraternità di persone aperta e
fedele: quasi il «cuore» della parrocchia.
Dai movimenti e associazioni del nostro secolo ed in particolare del post-Concilio sta faticosamente imparando la necessità di
un profondo rinnovamento, di creare legami veri di appartenen-
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za tra i suoi «figli», di darsi un metodo ed un progetto capaci di
generare una sua «spiritualità», di riscoprire l’urgenza della centralità della cultura, della riscoperta del battesimo e di cammini
di iniziazione, di riscoprire la forza e la operatività dello Spirito
nella comunità e nella preghiera, l’urgenza dell’ecumenismo e
della fraternità con tutti, l’impegno per la pace e per l’ambiente.
Questa proposta ci sembra meritevole di attenzione perché è
possibile in ogni parrocchia, anche di modeste dimensioni, senza
peraltro frenare il cammino già iniziato di unità pastorali ed una
collaborazione più profonda tra parrocchie.
La nostra esperienza è maturata in una parrocchia di non grandi dimensioni, alla periferia di una piccola città di provincia, di
nuova fondazione e dunque abbastanza libera da legami e tradizioni che rendono difficile il rinnovamento
Il nostro intento è quello di aprire un dialogo tra parrocchie in
vista del Giubileo. Un dialogo ed uno scambio di esperienze.
Oggi infatti è sempre più necessario confrontarsi sul metodo e sul
progetto della parrocchia per far nascere convergenze che generano cammini comuni.
Parrocchia S. Famiglia, Agosto 1997
P.S. Per continuare il dialogo il nostro fax è: 0721. 861911
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INDICE
PRESENTAZIONE di Mons. Angelo Comastri
5
CARA VECCHIA PARROCCHIA TI SCRIVO
9
Un momento favorevole
Anzitutto la parrocchia
60 anni fa... lettera sulla parrocchia
Capitolo primo
LA PARROCCHIA OGGI
TRA ORGANIZZAZIONE E VITA
I rischi della parrocchia
15
16
Primum vivere
PROMOZIONE DEL LAICATO
Parrocchia miniera
20
20
Ausiliari o collaboratori
Audaci o servizievoli
Eterni discenti o corresponsabili
IDENTIKIT DEL CRISTIANO COMUNE IN PARROCCHIA
26
Una sfida culturale quotidiana
26
Amare la parrocchia
28
Una fraternità aperta e fedele
29
Pluralismo sociale e politico
31
Fratture sociali e passione per l'uomo
32
Con la Bibbia in mano
33
Un linguaggio stile famiglia
34
Fedele a Dio e all'uomo
35
MINIERA DI VOLTI NUOVI IN PARROCCHIA
I giovani. Il volto di Gesù che cerca
36
36
Accompagnamento vocazionale
Un cammino serio
Fidanzamento come tempo di grazia
I diaconi. Il volto di Gesù che serve
41
Le mogli dei diaconi
Un nuovo colpo d'ali
I ministri. Il volto di Gesù che annuncia
45
Ministri o missionari?
Le donne. Il volto di Gesù che accoglie
48
Volti di donna
Donna e nuove forme di catechesi
L’ordo virginum
Le coppie di sposi. Il volto di Gesù che ama
54
Una famiglia normale
Famiglie vere
UN LAICO CLERICALIZZATO?
57
Fuga mundi
Ecclesiocentrismo
Leaderismo
Capitolo secondo
LA PARROCCHIA OGGI
TRA SEPARAZIONE ED INCARNAZIONE
LA SECOLARIZZAZIONE E LA PARROCCHIA
Parrocchia e mondo moderno
60
62
66
Lascia pur fare...
Attivismo separatista
Separatismo culturale
La via del dialogo
69
I cerchi attorno la parrocchia
71
DIALOGO CON GLI ADOLESCENTI
Gli amici del «muretto»
73
74
Noi e la parrocchia
76
Un favore: riferisci questo agli adulti
78
PARROCCHIA - PONTE: UN PONTE CON I LONTANI
Esistono i lontani?
81
81
Come la parrocchia dialoga con i lontani
83
Basta il dialogo?
84
I CRISTIANI DI RITORNO ED I NUOVI BATTEZZATI:
CAMMINI CATECUMENALI
Cristiani di ritorno
86
86
L’animo di chi torna
Il desiderio di ricominciare da capo
La festa del ritorno
Un cammino di catecumenato per i nuovi battezzati
90
Un progetto di tutta la Chiesa locale
Pre-catecumenato
Catecumenato
Mistagogia
Il catecumenato rinnova la parrocchia
DIALOGO TRA CREDENTI E NON CREDENTI
95
97
Esiste il non credente?
97
Dialogo tra credenti e non credenti in parrocchia:
la cattedra dei non credenti
98
Il dialogo più intimo...
IL PONTE DELL’ECUMENISMO
Intuizioni
101
103
103
Nuova presa di coscienza
Parrocchia ed Ecumenismo nel Concilio e post-Concilio
Una nuova consapevolezza
Proposta: lettera aperta alle parrocchie
107
Grande impulso Ecumenico alle soglie del terzo millennio
Può la parrocchia diventare protagonista in questo grande cammino Ecumenico?
Le parrocchie attuino gemellaggi tra Chiese sorelle
Prospettive: Ecumenismo di popolo.
110
La parrocchia e i fratelli ebrei
112
La parrocchia e l’Islam
112
La sfida delle sette
113
Capitolo terzo
LA PARROCCHIA OGGI
TRA SPIRITUALISMO E CARITÀ
115
Soprannaturalismo disumano
Preghiera, anima della carità pastorale
Uno stile di preghiera
Il cuore «nascosto» della parrocchia
118
Pregare è compromettersi
Domenica icona della parrocchia
121
Domenica in una società post - industriale
Al cuore della domenica l’Eucarestia
123
Eucarestia domenicale e preghiera
Eucarestia domenicale e carità
Eucarestia domenicale e missione
Parrocchia apri pista
CON INTEGRITÀ DI FEDE
Cercatori appassionati di verità
127
128
129
Con lo sguardo fisso su Gesù
130
La prova del male
132
Il dramma della catechesi parrocchiale
133
Formazione permanente in parrocchia
134
I criteri
La proposta
Bibbia e catechesi
L’accompagnamento
CON PASSIONE D'APOSTOLO
La missione: uno stile pastorale
Famiglia al centro della parrocchia missionaria
142
Gruppi famiglia
145
Gruppi Nazareth
Una parrocchia: tanti gruppi famiglia
La coppia animatrice
Il sacerdote e il gruppo famiglia
La vita dei gruppi Nazareth
Famiglie «fidei donum»
154
Nella propria città
Ad gentes
Laici missionari: identità e presenza in missione
Parrocchia aperta al mondo
158
Servizio temporaneo in missione
159
CON AUDACIA DI CARITÀ
Parrocchia «casa della carità»
161
161
Un bagaglio leggero
In ogni parrocchia un segno di gratuità e di accoglienza
I cristiani comuni e mille volti della carità
Famiglia aperta ed ospitale
Fantasia della carità in vista del Giubileo
166
La società del gratuito
169
sognando con i profeti
La società del gratuito a livello di famiglie
170
Consumo critico
Bilanci di giustizia
Cnobio familiare
La società del gratuito a livello di imprese
173
Il gene della gratuità
Rimuovere le cause dell'ingiustizia
I have a dream
La società del gratuito a livello di quartiere e città:
la banca del gratuito
180
La banca del gratuito
CON DISCIPLINA DI FIGLIOLI
Il coraggio di parlare e di proporre
Correzione fraterna in parrocchia
Il discernimento fraterno con i pastori
Il coraggio di saper camminare in solitudine
Profeti in parrocchia?
182
Gli organi collegiali della parrocchia
187
Consiglio pastorale parrocchiale
Gruppi di servizio
La parrocchia porzione della Chiesa diocesana
189
Parrocchia immagine autentica di Chiesa
190
LA PARROCCHIA A «SCUOLA»
DAI GRUPPI E DAI MOVIMENTI
192
La parrocchia «copia» dai movimenti e associazioni
Conclusioni
LA PARROCCHIA - CANTIERE
195
Lavorare nel cantiere
Senza morderci a vicenda
In parrocchia con il grembiule
Soffrire per la parrocchia
Il Calvario e il Cireneo
Chi mette mano all'aratro e si rivolge indietro
Gli uccelli hanno un nido,le volpi una tana
Lascia che i morti seppelliscano i loro morti
E quando avrete fatto ogni cosa dite:sono un servo inutile
POST-FAZIONE.
205
© Copyright Edizioni Banca del Gratuito 1997
61032 FANO - via Pagano 6 - Tel. 0721/861911
Progetto grafico: alidon - Rimini
Finito di stampare nel mese di settembre 1997
presso Grafiche Tevere - Città di Castello (Perugia)
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Lettera alla parrocchia