club milano n. 24 Il modernariato conquista i milanesi: un oggetto che ha già vissuto ha sempre una storia da raccontare. Daria Bignardi ha ricevuto talmente tanto affetto dai lettori che ha deciso di pubblicare un nuovo romanzo. Cattelan: “Amo Milano per quello che non può darmi New York. Forse non è molto, ma per me è essenziale”. La cucina nordeuropea ha radici antiche e sapori in grado di prendere per la gola anche noi italiani. gennaio - febbraio 2015 Claudio Cecchetto: “Se fai il talent scout, un po’ di bravura devi per forza averla pure tu”. − pagina 16 Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% - LO/MI 3,00 euro Porsche consiglia Porsche consiglia www.milano.porsche.it Elogio della leggerezza. 911 Carrera GTS. Con formula Carrera GTS Light Leasing. Vieni a scoprirla presso i Centri Porsche di Milano. Rate a partire da 993 euro e zero costi di bollo e superbollo per un anno*. Centro Porsche Milano Nord Porsche Haus srl - Concessionario Porsche Via Stephenson 53, Milano Tel. 02 3560911 Centro Porsche Milano Est Porsche Haus srl - Concessionario Porsche Via Rubattino 94, Milano Tel. 02 21080000 *Esempio per Porsche 911 Carrera GTS. Prezzo finale 143.987,00 euro (IPT prov. MI e messa su strada incluse). Leasing Porsche Financial Services Italia: durata 48 mesi. Anticipo, spese e bolli: 58.132,46 euro. 47 rate mensili da 993,50 euro cadauna. Riscatto finale opzionale 54.847,73 euro e chilometraggio totale 80.000. TAN 5,25%. Tasso Leasing 5,38%. Spese istruttoria pratica 366 euro. Spese d’incasso canone 4,88 euro. Tutti i valori IVA inclusa. L’offerta è valida per immatricolazioni entro il 31/03/2015. La copertura assicurativa furto/incendio (prov. MI), è disponibile a partire da 140,72 euro mensili per tutta la durata della locazione (TAEG 8,43%) in presenza di antifurto satellitare approvato dalla casa. 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Il gap di attrattività che inevitabilmente viene scontato a livello turistico rispetto alle più ricercate città d’arte come Roma, Firenze, Venezia o Verona, viene ampiamente colmato dalla capacità del capoluogo meneghino di essere sempre un passo avanti e di reinventarsi. La proiezione verso il futuro è la vera caratteristica distintiva della nostra città, che non a caso ha una concentrazione di start up e incubatori inimmaginabile nel resto del nostro Paese. Per non parlare degli aspetti urbanistici e architettonici che, mai come in questi anni, hanno stravolto il nostro stesso sguardo, mai annoiato. Tutto questo è la migliore risposta per coloro che recentemente mi hanno chiesto come facciamo a trovare sempre, ogni due mesi, degli argomenti di cui parlare su Milano. Chi non vive in una redazione forse neppure immagina quanti temi, altrettanto interessanti, abbiamo dovuto selezionare, scartare o posticipare in questi quattro anni di attività, tante sono le storie da raccontare. Con questo numero entriamo nel nostro quinto anno. Un periodo volato via velocissimo e un traguardo che all’inizio pareva davvero un’utopia, soprattutto vista la crisi che ha colpito a più livelli ogni settore economico. Se siamo ancora qua, se siamo cresciuti, e se ora ci siamo persino rinnovati, a partire dalla copertina con una nuova veste grafica, è solo grazie al fatto che in questi anni siamo stati lo specchio fedele di una città che come una donna volubile e geniale ti fa impazzire, spesso arrabbiare, ma alla fine vince sempre lei. Teo Teocoli, Flavia Pennetta, Linus, Andrea Berton, Sergio Scariolo, Giovanni Soldini, Fabio Novembre, Nicola Guiducci, Paolo Rossi, Elio Fiorucci, Eugenio Finardi, Marco Lodola, Giulio Cappellini, Elio, Gino e Michele, Carla Sozzani, Stefano Bollani, Giovanni Gastel, Stefano Giovannoni, Beppe Bergomi, Benedetta Arese Lucini, Claudio Bisio, Gualtiero Marchesi e ora Claudio Cecchetto. Sono i personaggi delle 24 copertine di Club Milano che ci hanno accompagnato fin qua, ognuno con una storia unica, a proprio modo straordinaria. Non tutti di Milano, ma con un solo comune denominatore: la storia di ciascuno di loro si sarebbe potuta realizzare solo qua. Stefano Ampollini 4 contents point of view 10 focus Gente fiduciosa e ladri di biciclette Gli oggetti raccontano di Roberto Perrone di Marilena Roncarà inside 26 12 Brevi dalla città a cura della Redazione di Club Milano outside 14 Brevi dal mondo a cura della Redazione di Club Milano cover story 16 Giocare… Creare… Superman! di Simone Sacco interview 28 Una famiglia sullo sfondo di Nadia Afragola focus 30 Servizio in guanti bianchi di Elisa Zanetti interview 32 Milano (quasi) meglio di New York di Nadia Afragola focus 36 L’almanacco dei desideri portfolio 20 di Carolina Saporiti Seguendo le orme di Bonatti Testo di Andrea Zappa Foto di Walter Bonatti focus La web-tv su Milano di Marilena Roncarà 6 38 contents design 42 wellness Manifesto Scandinavia Ayurveda in alta quota di Davide Rota di Simona Lovati 56 overseas 58 Arte, tradizione e curry di Elena Cappelletti food 44 Intrigo (culinario) a Stoccolma food di Simone Zeni 60 Enrico Derflingher weekend 46 di Andrea Zappa Museo vista Mar Baltico di Carolina Saporiti style 48 The vernissage di Luigi Bruzzone free time 62 Da non perdere di Enrico S. Benincasa secret milano 64 Il mondo sotterraneo dei Cobianchi di Marilena Roncarà wheels 52 “Carrozze” da sogno di Andrea Zappa In copertina hi tech 8 54 Claudio Cecchetto Godersi il tecno-comfort di casa Foto di di Paolo Crespi Matteo Cherubino. point of view roberto perrone Giornalista e scrittore dalle radici zeneisi si occupa di sport, enogastronomia e viaggi per Il Corriere della Sera. Il suo ultimo romanzo si intitola La cucina degli amori impossibili edito da Mondadori che coniuga le sue passioni: la Liguria, la cucina, le donne, i viaggi e lo sport. Design & MoDern Living Gente fiduciosa e ladri di biciclette Mia moglie mi ha guardato con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che mette su quando deve farsi perdonare qualcosa. “Mi hanno rubato la bici”. Ho aggiornato il cahier des doleances dei furti milanesi subiti della signora (per quelli around the world ho un altro cahier): due biciclette; due monopattini; un trapano; le chiavi di casa (ho dovuto rifare le serrature). I due monopattini mi stanno ancora qui perché li avevo portati per i bambini da Sydney. Un viaggio di 24 ore, tre scali e poi vennero abbandonati sul pianerottolo. Adieu. La storia del trapano è troppo lunga. Perché deve farsi perdonare? Perché sono tutti furti dovuti alla sua fiducia nel prossimo, malgrado i miei avvertimenti. Lasciare la bici con una catenina che sembra quella della Cresima e non attaccarla nemmeno a un pilone/ palo/guardrail è un invito a farsela portare via, come mollare i due monopattini sul pianerottolo della nostra vecchia casa, diventato una specie di deposito. Pensava che lì non sarebbe venuto nessuno a prendersi quei due gioiellini cromati made in Australia. Penso alla fiducia di mia moglie, al fatto che va in giro per Milano come se fosse il paesino ligure dove abbiamo il nostro buen retiro, senza guardarsi le spalle come faccio io, ignorando certi recenti, e più gravi, racconti di micro-criminalità che testimoniano l’imbastardimento della metropoli. Non è solo sconsideratezza, è un atteggiamento del cuore. Infatti mi piace quel suo sguardo, anche se dovrebbe stare più attenta. Mi piace perché io non ce l’ho, perché faccio fatica a non guardarmi le spalle e a fissare con sospetto certe facce, certi angoli, certe ore. Milano è una grande città, ha un fascino che mi colpisce ancora, anzi forse ancora di più rispetto al passato. Offre scorci indimenticabili e luoghi incantati che ora diventeranno patrimonio dei milioni di persone che arriveranno tra poco per l’Expo. Nelle pagine che seguono questi miei pensieri in (molta) libertà ci sono i racconti di persone che hanno vissuto e vivono la città, che hanno costruito qui le loro vite, magari venendo da fuori, come me. A loro, a noi stessi, a tutti quelli che vengono qui dovremmo saper offrire una città funzionale, moderna, rispettosa del suo passato. Una città sicura. Una città dove i ladri di biciclette siano una minoranza, anzi scompaiano del tutto. Una Milano sicura, che sappia ripagare la fiducia che persone come mia moglie le regalano ogni giorno. Roberto Perrone 10 www.spotti.com [email protected] SPOTTI MILANO + VALCUCINE MILANO PIAVE Viale Piave, 27 20129 - Milano T +39 02 781953 F +39 02 794272 LOGISTICA + CENTRO CONSEGNE Viale Nobel, 26/A 20851 - Lissone - MB T +39 039 2457955 F +39 039 484973 VALCUCINE MILANO BRERA C.so Gribaldi, 99 20121 - Milano T +39 02 6597588 F +39 02 62912163 SEDE LEGALE Viale Piave, 27 20129 - Milano P.IVA 12645280153 C.F. 07343480153 www.citroen.it INSIDE Click and ticket ATM ha lanciato la sua nuova app, ATM Milano Official App. La principale novità è la possibilità di comprare i biglietti (anche quello singolo urbano) pagando con Paypal o carta di credito. Disponibile in italiano e inglese, per iOS, Android e Windows Phone, è aggiornata costantemente sul traffico di Milano e consente di calcolare il percorso più veloce per raggiungere la propria destinazione. www.atm.it LA LUCE SVELA CHI SEI La cucina del mondo Dal 12 al 16 gennaio a Expo Gate si è parlato di cucina “dell’altro mondo”, in collaborazione con Identità Golose. A pochi mesi dall’inizio di Expo i milanesi hanno potuto scoprire chi sono e cosa cucinano i migliori chef stranieri della città. Il ciclo di incontri La cucina internazionale a Milano ha incluso racconti seguiti da showcooking di cuochi provenienti da Giappone, Perù, Cina, India, Brasile, Egitto, Tunisia, Mali, Congo e Vietnam. Le nuove serie di Kris Ruhs www.expogatemilano.org Ha inaugurato lo scorso 17 gennaio la mostra, che andrà avanti fino al primo febbraio, di Kris Ruhs presso la Galleria Sozzani di Milano. I lavori di New Series esplorano la divisione tra spazio, tela e soggetto attraverso la costruzione di “schermi” al di sotto dei quali altre superfici sono svelate e in cui la mano dell’artista è visibile. www.galleriacarlasozzani.org Training puro Un White da wow Si è conclusa il 19 gennaio l’ultima edizione di White Show, questa volta inaugurata con il rapper Marracash che ha scelto proprio il salone della moda contemporanea per lanciare la sua prima collezione KG. Tra gli spazi di Superstudio Più e dell’Ex Ansaldo hanno esposto le loro linee 180 marchi; nuovo il progetto WOW 0.15, un esclusivo brandmix dedicato al web e studiato dal team di Highsnobiety insieme a White. www.whiteshow.it 12 Ha aperto a Milano in via Borgogna 5 San Babila PURE che supera il concetto di palestra e lancia quello di Personal Training Studio. Qui i clienti si allenano in esclusive lezioni one-to-one. In programma ci sono anche collaborazioni con esperti internazionali e un calendario eventi per scoprire metodologie di allenamento sperimentali. purewellness.it DS 3 CON NUOVI FARI XENO FULL LED DS 3 1.4 VTi 95 GPL. Consumo su percorso misto: 5,9 l/100 Km (uso benzina) - 8,2 l/100 Km (uso GPL). Emissioni di CO2 su percorso misto: 136 g/Km (uso benzina) - 129 g/Km (uso GPL). La foto è inserita a titolo informativo. CRÉATIVE TECHNOLOGIE Ti aspettiamo presso i nostri showroom e su www.citroenmilano.it CITROËN ITALIA S.P.A. FILIALE DI MILANO VIA GATTAMELATA 41 - VIALE MONZA 65 TEL 02.39.76.22.19 – 02.26.11.23.47 – www.citroenmilano.it – [email protected] outSIDE A ritmo scandinavo Ancora più Premium Dopo il successo della passata stagione, PREMIUM (che si è svolto dal 19 al 21 gennaio scorsi) ha deciso di ingrandirsi. Con un aumento della superficie del 17%, PREMIUM quest’anno ha infatti ospitato 1.000 marchi e 1.800 collezioni disposti su circa 27.000 metri quadrati, rafforzando il ruolo internazionale di Berlino nel mondo della moda. Nella nuova sala hanno esposto solo marchi di lusso, nuovi brand internazionali e giovani designer di talento. www.premiumexhibitions.com Watch/lab, nuova realtà distributiva specializzata in marchi di nicchia, debutta con il lancio degli orologi di design svedese Daniel Wellington, che esprimono il successo della creatività scandinava. Sottili ed eleganti, questi cronografi hanno la cassa tonda e priva di eccessivi dettagli. Elemento distintivo è il classico cinturino NATO. La collezione comprende 24 modelli con cinturini in cuoio più 10 cinturini NATO interscambiabili. www.danielwellingtone.it MORE house La collezione di case prefabbricate MORE si è arricchita della wowhouse, realizzata con il nuovo sistema legno, che permette di realizzare una casa durevole, sicura in caso di sisma ed ecosostenibile. La forma si ispira al modello archetipo di casa il cui cuore è rappresentato da un vano strutturale che si occupa della distribuzione architettonica ed energetica. MORE è un sistema innovativo di progettazione architettonica e costruzione prefabbricata per case su misura del gruppo Terra Moretti. www.morettimore.it 15 anni di puro gusto Versace apre a San Paolo Una nuova boutique, presso lo Shopping Iguatemi, che esprime il concept pensato da Donatella Versace in collaborazione con l’architetto inglese Jamie Fobert. Il negozio, che si sviluppa su un’area di 135 metri quadrati, fonde sapientemente opulenza e tradizione architettonica italiana con il dinamismo e l’energia Versace di oggi: un dialogo tra passato e futuro e tra la maison e i suoi clienti. www.versace.com 14 Havana Club Gran Reserva Añejo 15 Años riflette la prodigiosa essenza dell’identità cubana. Un’edizione limitata, per la prima volta disponibile in Italia, che nasce dalla ripetuta miscelazione, in fusti di quercia, delle migliori riserve custodite nelle cantine Havana Club e invecchiate almeno 15 anni. Un rum unico, custodito in un’elegante bottiglia in vetro slanciata e sinuosa e impreziosita dal lettering in rilievo e da un’etichetta sofisticata. La confezione è completata da un astuccio total black. havana-club.it Cover story Cover story claudio cecchetto GIOCARE… CREARE… SUPERMAN! Ha inventato personaggi mediaticamente potentissimi (Jovanotti, Fiorello, gli 883, Fabio Volo), ha baciato sulle labbra il successo e l’etere italiano non sarebbe stato lo stesso senza le sue “visioni” sfociate in Radio Deejay e Radio Capital. Avrebbe potuto vivere di rendita in quella Milano che l’ha accolto fin dagli anni Cinquanta, ma ancora oggi è alla ricerca di qualcosa che non c’è. Ha provato a raccontarcelo nella sua sincera autobiografia In Diretta e poi è andato decisamente più a fondo in questa chiacchierata con Club Milano. Lui è Claudio Cecchetto e, se da piccoli ballavate il Gioca Jouer o sognavate l’Italodisco, è inutile aggiungere altro… di Simone Sacco Foto di Matteo Cherubino Come se si accendesse la lucina rossa dell’On Air e tu, travolto da quel comando, ti sentissi improvvisamente libero di parlare col mondo. La magia della radio, sapete? Solo che chi parla alla fine è sempre lui: Claudio Cecchetto da Ceggia (vicino a Venezia), classe 1952, di professione “talent-scout”, “discografico”, “disc jockey”. O “spirito warholiano” nel senso di colui che trascina il pop alle masse. E tu, cronista, devi solo riannodare i fili del discorso e seguire il suo coinvolgente flow. Anche perché l’ex proprietario di Radio Deejay (prima della lunghissima “guerra fredda” con il successore Linus scongelatasi solo di recente) sarebbe qui per promozionare In Diretta, l’autobiografia che ha scritto per Baldini & Castoldi dopo anni di corteggiamento editoriale. Solo che Cecchetto preferisce liquidare la pratica in poche battute (“Il libro? È stata un’idea dell’editore, ma ho preferito scriverlo io per evitare una sequenza di nozioni modello Wikipedia. A mia moglie 16 è piaciuto molto fin dall’inizio e questo mi ha dato coraggio nel portarlo a termine”) e comincia subito a sviare sul copione. Mi rendo conto dal suo sguardo vispo e dalle sue occhiate ficcanti che crede molto in quello che dice. E comprendo che è stata questa sua incrollabile sicurezza ad averlo tramutato nell’uomo “del prima e del dopo” che diverte l’Italia fin dagli anni di piombo. Pensateci bene: prima di Cecchetto non avevamo il funky trasmesso nell’aria, le scarpe da ginnastica portate audacemente con lo smoking (a Sanremo, per di più!), Radio Deejay, People from Ibiza, Jovanotti, il karaoke, i punti cardinali cantati dagli 883, i bestseller di Fabio Volo, la bonomia di Gerry Scotti e molte altre cose. Dopo invece era già tutta cultura di massa. E nel mezzo ci stava questo veneto dai capelli lunghi: enigma per molti; grande burattinaio del mainstream per chi lo critica; genio per chi fa fatica oggigiorno a vendere un sogno, figuratevi un disco. Partiamo subito in quarta: Cecchetto si nasce o si diventa? Vallo a capire! (sorride, NdR) Nel mio caso credo si sia trattato di una buona combinazione tra talento, analisi, passione e fortuna. Il talento devo per forza includerlo perché, se fai il talent scout, un po’ di bravura devi averla pure tu. Poi però serve anche l’analisi, capire su cosa stai investendo. E infine una bella botta di fondoschiena perché io ce l’ho fatta venendo da Ceggia, un comune di 5 mila anime. Che non è come dire Londra o New York… Ti riconosci nella definizione di “talent scout”? Perché è facile inquadrarti come una specie di icona-pop che ha segnato il confine tra il peso ideologico degli anni Settanta e la leggerezza (apparente) del decennio successivo… In tutta sincerità, io continuo a sentirmi un semplice disc jockey. In fondo qual è il compito di un dj? Selezionare il prodotto migliore tra le centinaia che sente ogni giorno. Avere quell’intuizione che 17 Cover story Cover story “Non ho mai voluto spendere tutta la mia vita su un solo artista perché a me piace più costruire che gestire” Il Gioca Jouer, il ballo di gruppo declamato da Cecchetto nel 1981 (uno dei singoli più venduti quell’anno), nacque grazie “al grande lavoro di Claudio ciò che piace in primis a te, può piacere anche agli altri. A molti altri. Ecco perché non mi ritengo un predestinato. Chiunque, con la giusta dose di passione e un pizzico di metodo, potrebbe raggiungere i miei stessi risultati. Anche in quest’epoca? Certo: cos’ha che non va il terzo millennio? Beh, crollo della discografia a parte, è palesemente nostalgico. Ritengo che sia difficile proporre qualcosa di nuovo se accendi la radio e ci trovi dentro un’orgia di evergreen degli ultimi trenta/quarant’anni. Ma quella è solo una conseguenza di Internet. Il web ha aperto questo scrigno di cose belle e il grosso pubblico ci si è buttato. Sai, non ci trovo grandi differenze da quando i CD fecero la loro prima apparizione sul mercato, alla metà degli anni Ottanta. Anche lì cosa credi che si vendessero? Le ristampe dei Beatles o l’ultimo gruppo più innovativo? La gente, ciclicamente, ha bisogno di passato. Ma poi va avanti… Quindi ci sarà futuro per la musica? O ci ritroveremo anche nel 2025 a fare la fila per le prevendite di Springsteen o degli U2? La vedo dura, durissima se restringiamo il discorso alla sola musica. Nel senso che il gusto popolare si è spostato altrove. Nei talentshow, ad esempio, dove per me le innovazioni sono ancora consentite. L’importante è non intestardirsi a ricreare il passato. O a cercare ossessivamente nuovi generi musicali visto 18 che le note restano sette. Cosa intendi quando dici che nei talent si può ancora innovare? Che la voce non è tutto. Proprio in questi mesi sto lavorando a un mio talent (di prossima uscita) in cui voglio scoprire esattamente chi sei, che “attitude” hai, prima di metterti davanti a un microfono e mandarti in televisione rischiando di rovinarti la carriera. E considera che io ho prodotto degli album da milioni di copie senza che il cantante solista fosse al livello di Pavarotti… Ti riferisci al Jovanotti di ‘Gimme Five’? Esattamente. For President, il debutto di Lorenzo datato 1988, vendette qualcosa come 500 mila copie e, musicalmente parlando, era abbastanza povero. Però aveva dentro quell’energia, quella faccia tosta che oggi faccio fatica a trovare nei dischi contemporanei. L’input, in quel caso, chi te lo diede? Il primo rap che arrivava dagli States? Il rap, certo, ma anche Malcolm McLaren. L’inventore dei Sex Pistols fu uno degli artisti che trasmisi di più a Radio Deejay ai tempi dei suoi singoli Buffalo Gals e Double Dutch. E comunque, quando arrivò il punk, mi dissi: “Ok, anch’io voglio ricreare quella botta!”. Prima mi citavi i Beatles. So che uno dei tuoi modelli principali è stato Brian Epstein, il cosiddetto “Quinto Beatle”. Il loro manager morto in circostanze tragiche nel 1967… I Beatles erano il massimo, collezionavo ogni singola cosa su di loro. A me però intrigava anche la figura di Epstein visto che fu lui a dargli quell’aria da bravi ragazzi, a consigliarli di fare l’inchino ogni volta che terminavano una canzone, a suggerirgli di sorridere... Anni dopo avrei capito a fondo il suo ruolo basilare sintetizzandolo in una frase che ho messo pure nel libro: il talento è un dono, ma il successo è un lavoro che va fatto bene. Ogni singolo giorno. I Beatles significano anche BBC. Secondo te un modello simile è esportabile in Italia dove imperano radio improntate sul “cazzeggio”, sugli zoo e sulla parlantina vuota dei dj? Gli inglesi sanno fare radio e musica di qualità esattamente come noi siamo bravi con gli spaghetti. Nei nostri network manca innanzitutto il gusto del rischio: sintonizzi una stazione a caso e le trovi tutte accomodanti nei confronti dell’ascoltatore, legatissime alle classifiche Top 30, quasi come se non volessero disturbare... Torniamo un attimo ad Epstein: a lui, ad un certo punto, il “bel giocattolo” scappò di mano in quanto i Beatles erano diventati troppo grandi. A te è mai successo con qualcuno dei tuoi protetti? Ogni singola volta e sempre per mia volontà. Non ho mai voluto spendere tutta la mia vita su di un solo artista perché a me piace più “costruire” che “gestire”. Un uomo deve essere ricordato non per ciò che è, ma per le cose che fa. Ed io fortunatamente ne ho fatte tante... Simonetti dei Goblin. Gli chiesi una melodia sulla falsariga di Whatever You Want degli Status Quo e lui tornò con quella base: direi che ha funzionato”. Qual è il segreto? Agire per me stesso e non per il pubblico. Che tanto poi quest’ultimo ci arriva. Quando ho fondato Radio Deejay, mi sono sentito dare spesso dell’esterofilo dai colleghi, ma che colpa avevo io se mi piacevano la new wave e l’hip hop? Certe cose la Rai manco si sognava di mandarle in onda! Vorrei aggiungere una cosa… Prego. Mi piace ancora oggi non appiattire le mie emozioni. Se incontro Celentano o De Gregori, non mi metto a fare l’amicone e preferisco starmene in disparte. Godo a sapere che quello non è lavoro, ma che ho ancora dei veri miti di fronte ai miei occhi. Che poi questo pudore, questa genuinità da “forever fan” è anche quella che ha reso grandi gli 883, no? Sì, Max e Mauro (Pezzali e Repetto, NdR) raccontavano un mondo, quello delle grandi compagnie di paese, che mi invaghì da subito. Un mondo che non avevo mai vissuto di persona a causa dei numerosi traslochi della mia famiglia, ma che sentivo profondamente mio. Diciamo che gli 883 hanno posto rimedio a questa mia mancanza. Cosa porti nel cuore di Milano? Affettivamente parlando, il quartiere della Chiesa Rossa perché è lì che sono cresciuto. E poi tutta la zona dei Navigli, dalla Darsena fino a Corsico: mi è sempre piaciuta l’energia dei suoi localini aperti tutta la notte anche se ora vivo dalle parti di San Siro, un luogo decisamente più rilassante! (ride) I vecchi negozi di dischi ti mancano? Quelli storici, intendo. No, non sono nostalgico da questo punto di vista. Pensa che tutti i miei 33 giri e mix devo averli lasciati nei magazzini delle varie radio in cui ho lavorato: Radio Milano International, Radio studio 105, Deejay, Capital… Mi sembra incredibile sentirlo dire da uno cresciuto a pane e vinile … Il fatto è che sul vinile si è fatta troppa filosofia negli ultimi tempi. Oggi è inutile comprarlo se si parla di un artista moderno: l’ultimo album di Beyoncé suona esattamente uguale su vinile come nell’iPod. Un altro paio di maniche è Songs In The Key Of Life di Stevie Wonder. Che è del 1976 ed è stato studiato per essere suonato esclusivamente sul giradischi. Manco su CD rende, figurati compresso in tanti mp3... Ultima domanda: sei su una torre assieme a tutti i personaggi che hai scoperto e gli esperimenti vincenti in cui ti sei avventurato. Solo che state un po’ stretti: chi butti giù per fare spazio? Mi butto io. Che dici, la torre è bella alta? Immaginati quelle costruite e non ancora finite per l’Expo… Allora adopero il paracadute. E, una volta atterrato, penso subito a un nuovo progetto. 19 Portfolio Portfolio In questa pagina. Isola di Pasqua, Cile. Novembre 1969. Nella pagina a fianco. Cascate Murchison, Nilo Vittoria, Uganda. Giugno 1966. SEGUENDO LE ORME di BONATTI “Ho cercato di mettermi nei panni del primo uomo sulla Terra, un uomo che guarda affascinato e attento il mondo intorno a lui per trarne una lezione di vita”, questo l’approccio che il grande esploratore e alpinista Walter Bonatti, classe 1930, ha sempre mantenuto nei suoi viaggi di scoperta. Chi ama le terre lontane e le spedizioni può ripercorrere 30 anni di avventure attraverso la mostra “Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi” presso il Palazzo della Regione Fotografia in Piazza dei Mercanti 1 a Milano fino all’8 marzo. Un’esposizione ampia caratterizzata da innumerevoli scatti, ma anche da video e documenti inediti che danno vita a un percorso visivo coinvolgente, che fa invidiare un po’ la vita del grande fotoreporter bergamasco. Testo di Andrea Zappa Foto di Walter Bonatti / Contrasto 20 21 Portfolio Portfolio In questa pagina. Villaggi e popolazioni toradja (centro isola Sulawesi), Indonesia. Dicembre 1974. Nella pagina a fianco. Michaelmas Cay, Grande barriera corallina, Australia orientale, 1969. 22 23 Portfolio Portfolio In questa pagina. Gruppo dell’Illampu (6362 metri) nella Cordillera Real de Bolivia. Ottobre 1973. Nella pagina a fianco. Vulcano Krakatoa, Indonesia. Dicembre gennaio 1968. 24 25 FOCUS FOCUS gli oggetti raccontano Gli oggetti che hanno già vissuto piacciono perché hanno una storia da raccontare, che poi è la storia della nostra umanità. E lo testimoniano i tanti negozi di modernariato sparsi in giro per la città, un invito a riscoprire il gusto del bello e a rinnovarsi di continuo. di Marilena Roncarà indirizzi Aria D’Italia via Giovenale 7 via delle Tofane 5 Mauro Bolognesi Kindergarten Ripa di Porta Ticinese 47 Galleria Colombari via Maroncelli 10 Galleria Anna Patrassi via Maroncelli 3 Galleria Wabi via Garigliano 3 Fragile Milano via San Damiano 2 Nilufar via della Spiga 32 Spazio 900 viale Campania 51 corso Garibaldi 42 01 01. La galleria Nilufar, “fiore di loto” in lingua farsi, nasce dalla passione di Nina Yashar per il design. Sono 3 piani al 32 di via della Spiga, dove pezzi di Carlo Mollino, Ettore Sottsass, Piero Fornasetti e Giò Ponti si mischiano con lampadari cinesi, tappeti scandinavi e cabinet tibetani. 26 “Tante cose belle” non è solo un saluto un po’ formale di congedo, con cui ci si augurano accadimenti felici, ma è anche un’espressione che in senso ampio allude a quanto la felicità sia legata agli oggetti che ci circondano, che a volte solo a guardarli mettono di buonumore, sanno di casa, raccontano di persone e storie lontane. Insomma, le cose, per dirla con le parole del filosofo Remo Bodei, continuano a “rappresentare nodi relazionali con la vita degli altri, anelli di continuità tra le generazioni, ponti che collegano storie individuali e collettive”. E tutto questo diventa subito evidente entrando in un negozio di modernariato, dove ogni oggetto pare messo lì per provocarci un senso di curiosità misto a meraviglia. “Noi che facciamo questo lavoro siamo come degli esteti, abbiamo una specie di istinto nei confronti di alcune cose e nella maggior parte dei casi ci innamoriamo degli oggetti che proponiamo”, racconta Maiter Ferrario, teorica dell’arte, amante della fotografia e del modernariato, nonché collezionista appassionata che sette anni fa ha aperto, nel cuore del quartiere Isola, la Galleria Wabi. “La bellezza degli oggetti che tratto è che raccontano delle storie, perché hanno già vissuto in un’altra casa”, continua Ferrario, il cui prossimo obiettivo è aprire a Parigi, anche perché “fuori dall’Italia lavorare è più facile” ci dice, come a rimarcare un leitmotiv che accomuna anche gli ambiti più impensabili. Chi invece già da tempo lavora soprattutto con il mercato internazionale è Nina Yashar, fondatrice nel 1979 della Galleria Nilufar, nella centralissima via della Spiga. Nota come una delle più importanti dealer della scena mondiale, Nina Yashar, orginaria di Teheran ma in Italia dall’età di 6 anni, nella sua galleria combina, come in un gioco sempre ben riuscito, pezzi di design di epoche differenti. “A chi entra da Nilufar voglio trasmettere la sensazione di essere dentro una casa immaginaria – ci spiega la “Queen of Design” (così la chiamano) – quello che cerco sono i pezzi meno visti, pezzi che poi sono speciali anche nel prezzo, dato che rarità coincide con costosità”. Dell’importanza di essere presenti sul mercato internazionale, data la staticità di quello italiano è convinto anche Walter Mondavilli che, assieme 02 il bistrot d’antan Per chi vuole godere delle meraviglie dell’arredo anche tra una forchettata e l’altra di una cucina semplice e casalinga il bistrot da provare è Aromando, in zona Sempione. Qui ogni cosa: credenze, sedie, tavoli stoviglie, senza tralasciare i dettagli, dalle vecchie stufette elettriche a qualche pregevole oggetto design, è rimasto fermo agli anni Cinquanta e sembra di entrare nel salotto buono della zia. Insomma la ricercatezza estetica è assicurata, per la cucina non resta che andare a provare. Aromando Bistrot, via Moscati 13. 03 al socio Marco Arosio e soprattutto con l’obiettivo comune di coniugare gusto e qualità, sei anni fa fonda Aria d’Italia, una galleria per due sedi: una in via Giovenale, con oggetti e mobili degli anni Trenta, Cinquanta e Sessanta; l’altra in via delle Tofane, dove un grande spazio è dedicato all’oggettistica e in particolare ai vetri di Murano e all’illuminazione. Ma davvero tante, per tutti i gusti e tutte le tasche, sono le possibilità per chi sceglie il modernariato a Milano: dalla tappa obbligata in via Maroncelli per la Galleria Anna Patrassi, la nota “imperatrice del modernariato” (al civico 3), e per la Galleria Rossella Colombari (civico 10) nata agli inizi degli anni Ottanta e specializzata anche in arte del XX secolo, alla grande esposizione permanente di mobili d’antan di Spazio 900 fino a Fragile, altro luogo di riferimento per modernariato e l’home decoration, da poco trasferitosi nella nuova location di via San Damiano, con il restyling firmato Alessandro Mendini. Tutt’altra atmosfera, ma non meno affascinante è quella che si respira invece al 47 di Ripa di Porta Ticinese, dove ad accoglierci è un tripudio di mo- bili di design scandinavo: tavoli, poltrone, sedute, ma anche lampade, specchi e librerie che in un rimando di linee e forme fanno rimbalzare di continuo la nostra attenzione da un oggetto all’altro. Qui il padrone di casa è Mauro Bolognesi e la sua Galleria nasce nel 2004. “Prima mi occupavo di antiquariato fine ‘800 e inizi ‘900, poi mi sono appassionato di design scandinavo e ho aperto questo negozio. E tutto sommato funziona, anche se è meno facile di qualche anno fa” – ci racconta lo stesso Bolognesi – “Gli oggetti che hanno vissuto piacciono molto e poi ognuno si fa la fantasia che vuole sulla loro storia, a meno che non ci sia già una storia che posso raccontare io, come nel caso delle lampade Fontana Arte di cui avevo la ricevuta originale firmata dallo stesso signor Fontana. Sono brividi che riempiono di soddisfazione. Per questo non ci si stanca mai di questo mestiere e anche se da qui a 20 anni bisognerà reinventarsi qualcosa di nuovo, io continuo a immaginarmi in mezzo a mobili e mobiletti fino a 90 anni. E conto di arrivarci”. Come a dire che il modernariato, tra l’altro, mantiene giovani. 02. La Galleria Mario Bolognesi, in via Ripa di Porta Ticinese 47, è un riferimento in fatto di design e mobili scandinavi. 03. La sede espositiva di via delle Tofane 5, quella specializzata in oggettistica, illuminazione e vetri di Murano, della Galleria Aria d’Italia. Riceve su appuntamento. 27 Interview interview daria bignardi La cover di L’amore una famiglia sullo sfondo che ti meriti, l’ultimo romanzo di Daria Bignardi edito da Mondadori. Custodisce i segreti delle interviste “scoop”, lei che con il suo programma Le invasioni barbariche occupa dal 14 gennaio 2015 la prima serata del mercoledì sera su La7. Ha alternato la conduzione del Grande Fratello, della Fattoria a programmi intellettuali capaci di catturare ascolti come pochi altri e scrive romanzi (anche per sé stessa), raccontando di famiglie, ingranaggi estremamente delicati e complessi. di Nadia Afragola Dopo l’autobiografico Non vi lascerò orfani (vincitore dei premi Rapallo e Elsa Morante) è la volta de L’amore che ti meriti, un noir sentimentale che parla di segreti ma anche di donne, di generazioni diverse e di Ferrara, città dove è nata. Questo suo quarto romanzo cosa custodisce? I segreti ti fanno sentire più forte ma allo stesso tempo più solo. Dentro questo romanzo c’è una storia familiare piena di misteri. C’è sempre una famiglia sullo sfondo dei miei romanzi e poi c’è un segreto da rivelare. Mi hanno chiesto se avessi un problema con le fughe, forse perché anche ne L’acustica perfetta c’era una sparizione. Nel libro si parla di verità negata, ci spieghi meglio… Dire la verità è un privilegio. Antonia, giallista in attesa del primo figlio, ha un padre che l’ha educata in questo senso, vuol dire essere consapevoli di chi siamo. Vale per i protagonisti del mio libro, ma vale anche nella vita reale. Nel libro prende vita un gioco delle generazioni in cui il tempo dirà quanto i protagonisti sono pronti a mettersi in gioco. E Daria, quanto è ancora pronta a mettersi in gioco? Ancora tanto. Il coraggio è qualcosa che non mi è mai mancato. È più difficile farlo nella vita privata, mettersi in gioco. Per quanto riguarda il lavoro è più facile, basta seguire delle regole ben precise, e soprattutto avere sempre la coscienza a posto. Ha recentemente dichiarato: “Quando hai successo in televisione ti vergogni di scrivere: ti sembra che ti pubblichino perché fai televisione”. La risposta a questo dubbio è il successo di pubblico? 28 Sono solo i lettori a decretare il successo di un libro. Sono loro a decidere se al primo romanzo ne farà seguito un altro o meno e devo ammettere di aver ricevuto, nel corso degli anni, tanto affetto, talmente tanto che spero nel tempo e con i miei libri di poter in qualche modo ricambiare la fiducia ricevuta. L’amore si merita e per amore si muore, sempre più spesso, in Italia come nel resto del mondo. Parliamo di femminicidio e di cosa l’Italia non fa per tutelare le sue donne. In questi casi non parliamo di amore, sono rapporti involuti, sono donne che hanno smesso di amare se stesse, prima del proprio compagno o marito e si lasciano maltrattare da uomini che hanno bisogno del possesso più che dell’amore. Come ha fatto a collegare in un libro sentimenti, deportazione degli ebrei, dipendenza da droghe, suicidio, menzogna. Basta veramente solo un segreto? A volte come nella vita reale basta un segreto a cambiare l’ordine della carte in tavola. Ogni verità non condivisa diventa un peso e fa sì che ogni singolo problema cambi intere esistenze, di famiglie e generazioni. Il suo libro è una sceneggiatura pronta. Lo ha fatto apposta? Lo dicono in tanti, ma dicono che i produttori preferiscano investire nelle commedie. Diciamo che il mio libro ha la fortuna di farsi leggere anche in modo divertente. Sta già lavorando a un nuovo libro? Un’idea c’è, ma devo covarla il giusto tempo e la gestazione è ancora lunga. Come si diventa un personaggio televisivo oggi? Basta dare del comunista a Lucio Dalla come ha fatto tempo fa Fedez in una puntata di XFactor? Questo episodio devo ammettere di essermelo perso. Credo che le scemenze lascino spazio al tempo che trovano e che il pubblico non sia per nulla stupido come invece spesso lo disegnano. Se diventi un personaggio televisivo, di quelli capaci di superare una stagione e magari anche una decade, è perché sei stato onesto con il tuo pubblico. È un dare e un avere, come in ogni rapporto che si rispetti. Com’è cambiata la sua professione, oggi che si sente tanto parlare di giornalismo digitale? Dipende da cosa si fa. La tv digitale è diventata un canale molto importante, la tv in chiaro è più spettacolo. Trovo che il cambiamento sia relativo, cambiano solo i modi in cui una notizia è fruita. Interviste Barbariche. Chi manca all’appello? Chi non rifarebbe? Moggi? All’appello manca Nanni Moretti e spero di averlo presto ospite in studio. Quella di Moggi non fu una brutta intervista, diciamo che non fu semplicissima. È riuscita laddove neppure Renzi riuscì: uscire indenne da uno scontro con la D’Urso. Come ha fatto? Barbara è simpatica, è una donna che lavora tanto ed è stato divertente averla ospite nel mio programma. Abbiamo due stili diversi ma ci stiamo simpatiche. Dal 1984 vive a Milano, tra poco, tutto il mondo punterà gli occhi sulla sua città, per Expo2015. L’Italia è pronta? Non saprei dirle se siamo pronti per Expo. Lo scopriremo come sempre quando scatterà l’ora X. 29 FOCUS FOCUS Servizio in guanti bianchi Li abbiamo incontrati più spesso sul grande schermo e nei libri che nella realtà, ma non si sono certo “estinti”: i maggiordomi esistono ancora. Oggi si chiamano assistenti personali e a Milano si trova la loro associazione nazionale. corsi gratuiti per diventare maggiordomi Dal 2013 l’Associazione Italiana dei Maggiordomi, in collaborazione con Formawork, organizza corsi di formazione gratuiti per disoccupati. Il 70% dei partecipanti all’ultima edizione ha trovato lavoro nei primi sei mesi di ricerca. Lo stipendio di partenza per un maggiordomo di primo livello è di 1.500 euro. di Elisa Zanetti 02 01 01. Galateo a tavola e nella conversazione, cura della propria immagine e gestione di uno staff sono solo alcuni dei corsi proposti dall’Associazione. 30 I guanti bianchi non li mettono quasi più, ma li tengono pronti all’uso nelle tasche. Spesso indossano blazer abbinati a jeans, ma hanno l’immancabile uniforme appesa nell’armadio. Lavorare per loro può anche volere dire saper condurre una partita a scacchi, fumare la pipa davanti al camino o scegliere un buon vino. Parliamo dei maggiordomi, dal latino “maior domus”, maggiore della casa, ovvero chi si occupa di governare una dimora. Qualcuno di voi si starà probabilmente chiedendo se queste figure che così tante volte hanno popolato film e romanzi davvero esistono ancora. Ebbene sì e proprio a Milano, in via Silvio Pellico 8, dal 2009 ha sede la loro associazione. Nella storia il maggiordomo fa la sua prima comparsa presso la corte dei Merovingi, prima dinastia dei Franchi, nel V secolo. Inizialmente schiavo predisposto alla sovrintendenza della casa, assunse poi grande rilievo, tanto da ottenere la gestione delle pubbliche finanze e da partecipare con il Re all’amministrazione della giustizia. Successivamente il suo potere diminuì, ma non il suo presti- gio. Il maggiordomo tornò a indicare chi all’interno di palazzi signorili si occupava di amministrare la servitù e il buon andamento della casa. “L’idea di creare l’Associazione dei Maggiordomi è nata dal desiderio di riportare in auge un mestiere che si stava andando a perdere e che invece è molto attuale – spiega Elisa Dal Bosco, presidente dell’Associazione – Maggiordomo è un termine obsoleto, che abbiamo scelto di mantenere per il suo valore simbolico, anche se oggi è più opportuno parlare di assistente personale: una figura che può operare non soltanto presso un’abitazione privata, ma anche durante un viaggio, un trasloco o un periodo di permanenza in un albergo”. L’associazione annovera 200 iscritti e propone corsi in italiano e in inglese sia per chi desidera intraprendere questa professione, sia per chi sogna di trasformarsi in un perfetto padrone di casa. Si va dall’house keeping al galateo a tavola e nella conversazione, dal personal shopping alla cura della propria immagine, dalla gestione dello staff a quella degli acquisti, dalla mise en place, all’organizzazione di un viaggio. E poi ancora: l’arte del thè, il rammendo, la cura delle calzature, l’organizzazione del guardaroba. “Fare il cambio di stagione può essere un incubo quando si hanno stanze piene di armadi – racconta Dal Bosco – spesso molte signore ci contattano semplicemente per essere aiutate nel cambio dei vestiti”. Un altro elemento fondamentale è la conoscenza di culture diverse. I maggiordomi lavorano all’interno di hotel e boutique di lusso, oppure durante eventi organizzati da consolati, ambasciate e organizzazioni che si rapportano con persone provenienti da tutto il mondo. Risulta dunque fondamentale sapere ad esempio che: in Giappone chi serve la cena non comunica con i commensali, ma si limita a un saluto; la cultura musulmana prevede che le donne siano accolte da altre donne e che un uomo non le guardi mai negli occhi; i rumori a tavola sono un segno di apprezzamento del cibo nella cultura orientale, mentre la nostra stretta di mano è considerata fuori luogo nelle presentazioni, meglio chinare il capo porgendo con le mani un biglietto da visita. Oltre a proporre corsi l’associazione mira a valorizzare le passioni degli iscritti: “Si tratta di una professione particolare: un maggiordomo è una sorta di angelo custode, vive a stretto contatto con le persone per le quali lavora ed è importante che sappia entrare in sintonia con loro: alle volte un hobby può rappresentare un punto di incontro e fare la differenza. Ricordo anni fa una signora che si era rivolta a noi per trovare un’assistente personale che però come lei amasse lavorare a maglia, in modo da farle compagnia”. Per noi i nostri maggiordomi non sono semplici iscritti abbinati a un numero, ma “Mario Rossi che sa cucinare e ama fumare il sigaro” e “Sara Bianchi che ha il pollice verde e sa come comportarsi su una barca a vela”, conclude Dal Bosco. “Dopo averli formati cerco di incontrarli spesso e di conoscere le loro famiglie, in modo da accompagnarli nel mondo del lavoro e da poter proporre alle persone che si rivolgono a noi collaboratori che calzino a pennello, proprio come un abito su misura”. 02. Saper preparare al meglio una valigia è un’abilità fondamentale per i maggiordomi, che spesso accompagnano i loro datori di lavoro in viaggio. 31 Interview interview maurizio cattelan milano (quasi) meglio di new york È tornato a far parlare di sé con una mostra a Torino, Shit and Die, che ha portato a Palazzo Cavour quasi 30 mila visitatori. Provocatorio come pochi altri artisti dell’arte contemporanea mondiale; irriverente al pari del suo dito medio di marmo di Carrara, a Piazza Affari; spregiudicato al punto da appendere (realmente) al muro il suo gallerista. Disincantato come solo un bambino, che non ha smesso di sognare, saprebbe essere. di Nadia Afragola Foto di Pierpaolo Ferrari È un caso nazionale: genio o sberleffo? Ogni impero ha avuto bisogno del suo buffone, ma era pur sempre lui a dire la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità, al re. Non mi sento investito di un ruolo così rilevante, ma ammetto che ogni tanto credo di essere stato una lingua che batte dove il dente duole. Nel 2011 ha annunciato il suo pensionamento e l’anno scorso ha curato una mostra a Torino, appena conclusa, dal titolo Shit and Die. Nuova carriera? C’è chi dice “scegli un lavoro che ti piace e non lavorerai un giorno della tua vita”. Nel 2011 ho smesso di produrre perché mi sembrava di ripetere un pattern già visto, mi sentivo in un déjà vu. Non per questo ho smesso di aver bisogno di lavorare: dopo tre giorni in vacanza mi sento a disagio. A partire dalla rivista Toilet Paper fino alla mostra di Torino mi sono dedicato a progetti che prima erano collaterali e che nella vita da pensionato sono diventati la mia occupazione principale. Intuizione o concetto: cosa arriva prima al Cattelan curatore? Non essere curatori professionisti ha dato a Myriam, Marta e me una certa libertà. Non ci siamo preoccupati di regole o convenzioni. La mostra si basa sulle sensazioni “di pancia” e sulle no32 stre intuizioni, più che su concetti organizzati a tavolino. È stato un privilegio poter sbirciare il rapporto curatore/ artista. Mi sono reso conto che gli artisti possono essere fantastici ma anche impegnativi, e sempre di più ammiro la pazienza e la flessibilità dei curatori. La prossima estate arriverà nelle sale un documentario su di lei, opera della regista inviata di solito a descrivere scenari di guerra, Maura Axelrod. Ci può raccontare qualcosa di questa esperienza? Maura è stata molto abile a intrufolarsi di soppiatto in alcune situazioni, come avrebbe fatto un gatto. Ricordo che era a Milano durante uno shooting di Toilet Paper. Quel giorno il set era un laboratorio in cui stavamo cercando di scoprire quanti würstel sarebbero entrati nella bocca di una ragazza, e quanto ci mette una carrozzina per neonati a trasformarsi in una palla di fuoco con le ruote. Non era pericoloso quanto uno scenario di guerra, ma era abbastanza incendiario. Expo 2015 per Cattelan che sembianze ha? È un’occasione di trasformazione per Milano: ogni tanto ho l’impressione che se non ci fossero questi eventi/raduni mondiali nelle nostre città mancherebbero dei servizi basilari. C’è una linea della metropolitana costruita apposta, mi chiedo se ci sarebbe stata comunque. E credo che momenti di vitalità come il Salone dovrebbero essere potenziati. Le nostre città stanno diventando questo: contenitori di eventi. Ovviamente questo genere di trasformazioni rischia di diventare un autogol devastante, e proprio per questo va guidato con cura. Ha pronta un’opera inedita, uno dei suoi classici coup-de-théâtre? Non mi interessa tornare sui miei passi, un ciclo è finito e ne ho cominciato un altro. Sarebbe come pretendere di correre in una gara di Formula Uno con una moto, non è proprio lo stesso sport. Una volta ho letto su una tomba “nel mio principio è la mia fine e nella mia fine è il mio inizio”, sto valutando di scriverlo anche sulla mia. Corro per la vittoria in un nuovo circuito, ma non escludo di arrivare ultimo. Talenti. Ce ne indichi uno, escluso lei ovviamente… Stelios Faitakis, Pugnaire, Raffini, Davide Balula, Julius Von Bismarck: tutti gli artisti che abbiamo invitato a Shit and Die hanno un lavoro che ci ha colpito, altrimenti non sarebbero lì. Ha fondato con Pierpaolo Ferrari la rivista Toilet Paper, un’affascinante fanciulla dalla fervida immaginazio33 Interview “Mettere in discussione l’autorità è il mio primo istinto, da sempre” sentenzia Cattelan e in molti lo vorrebbero alla guida del Castello di Rivoli, orfana da tempo di un direttore. ne. Come definisce questo progetto? È una rivista di sole immagini, puoi descriverla durante una cena con gli amici, ma non arriverai mai a spiegarla del tutto, devi vederla coi tuoi occhi per capirla, come una ragazza. È una raccolta di gesti quotidiani, immortalati nel momento in cui deliberatamente si discostano dalla normalità e prendono una piega inaspettata. Sembra una seduta dallo psicanalista! Ha stravolto Torino in occasione di Artissima. Non pensa che stravolgere Milano durante il prossimo Fuorisalone sarebbe una bella scommessa? Non credo che la mostra abbia stravolto Torino: è stata un commentario fatto da tre turisti curiosi. Abbiamo capitalizzato gli spunti trovati in città e convogliato le energie sotto un unico tetto. Ripeterei l’esperienza a Milano, dove le stesse modalità darebbero risultati molto diversi. C’è una figura che mi assilla come un fantasma, la Pietà Rondanini di Michelangelo grida vendetta nella mia testa. Se i due bronzi di Riace sono riusciti a rilanciare un’intera 34 regione, quel tesoro rinascimentale dimenticato, una volta tirato fuori, aiuterebbe a rilanciare l’intera città. Nato a Padova ma è a Milano che inizia a lavorare. Chi deve ringraziare? Prima di Milano ho fatto cinque anni di limbo. A Milano mi ha portato la determinazione, il volere una vita diversa da quella che avevo. Mi ero ripromesso che non avrei più lavorato alle dipendenze di qualcuno e Milano è stata la città dove ho capito come potevo riuscirci. Era una città aperta al nuovo e tutti erano pronti a incoraggiare i giovani artisti. Una rete relativamente piccola, ma molto ricettiva. Tristemente, per essere riconosciuto in Italia, sono dovuto andare a New York: Milano è stata un trampolino, un momento di passaggio tra essere all’asciutto e immerso in acqua. Cosa la lega a questa città? Ha il sistema di piscine più efficiente ed economico che abbia mai sperimentato e ne ho visti parecchi negli anni. E poi c’è Toilet Paper, che la maggior parte delle volte è ideato e prodotto a Milano, tra casa di Pierpaolo e lo studio dove scattiamo le foto. Amo Milano per quello che non può darmi New York. Forse non è molto, ma per me è essenziale. Indimenticabile quando attaccò al muro con lo scotch il suo gallerista Massimo De Carlo. Una dimostrazione di affetto e di stima reciproca. Un rito di passaggio da superare per poter continuare a lavorare insieme. Avendo accettato quelle prove di buon grado mi hanno dimostrato che potevo fidarmi di lui. Cos’è il bello? L’ha detto Kermit: “La bellezza è negli occhi di chi guarda e può essere necessario di tanto in tanto, a uno stupido o malinformato osservatore, causare un occhio nero”. È approdato all’arte senza studi. Sarebbe ancora possibile oggi? Certo che sì: se è vero che l’arte si fa per dare agli altri i propri problemi, non credo che il mondo possa essere cambiato tanto. I problemi rimangono e anche gli artisti! FOCUS FOCUS L’ALMANACCO DEI DESIDERI 50 anni di Calendario Pirelli celebrati in una mostra a Milano. Un viaggio, non cronologico, che celebra uno degli oggetti di culto più desiderati di sempre. di Carolina Saporiti 03 02 01 01. Peter Beard, Abu Camp/Jack’s Camp, Botswana, 2009. Foto courtesy The Cal - Collezione Pirelli. 36 Di cosa parlano gli uomini quando non ci sono donne tra i piedi? Sesso e motori? Si dice sia uno stereotipo, sta di fatto che il Calendario Pirelli, la massima incarnazione di questo binomio, è capace ancora oggi di suscitare interesse mondiale e non è esagerato parlare di uno status symbol cresciuto negli anni. La storia è abbastanza nota, la casa di pneumatici nel 1963 decide di realizzare un calendario per la promozione dei propri prodotti e affida il compito al fotografo Terence Donovan. Il resto è leggenda. Da subito però non viene commercializzato, è un regalo che Pirelli fa ai suoi clienti “più importanti” e ad alcuni VIP, ed è proprio questa scelta a renderlo status symbol: averlo vuol dire “contare”. E così sono le donne che vengono fotografate: belle, bellissime, inarrivabili a meno che non si appartenga a quella piccola schiera di gente che conta, appunto. L’ultimo Calendario Pirelli, quello del 2015, è del “fotografo che non c’è”, Steven Meisel. Non ama apparire e parlare in pubblico, ha scattato in stu- dio a New York, in tempi record, anche perché questo 50° almanacco torna un po’ alle origini, abbandonando la ricerca concettuale e gli astrattismi e concentrandosi sulle immagini. E così, siccome le cifre tonde si festeggiano, Pirelli ha acconsentito alla realizzazione della mostra Forma e desiderio. The Cal – Collezione Pirelli, promossa dal Comune di Milano-Cultura con il patrocinio di Expo. 200 fotografie tra quelle scattate per i 50 calendari (50 perché dal 1975 al 1983 il Calendario non venne realizzato) suddivise non in ordine cronologico, ma tematico. I curatori, Walter Guadagnini e Amedeo M. Turello, pur sapendo che il Calendario Pirelli è stato ed è interprete di cambiamenti sociali e culturali, hanno preferito un percorso narrativo che esplorasse e accostasse relazioni, analogie e contrasti tra le varie edizioni. Cinque le aree tematiche, cinque le sale: L’incanto del mondo, Il fotografo e la sua musa (sedotti dall’arte), Lo sguardo indiscreto, La natura dell’artificio, Il corpo in scena. “Il calendario è inevitabilmente lega- to a un limitato periodo storico – spiega Amedeo M. Turello – coglie lo spirito del momento e lo mostra al pubblico, mentre l’intenzione di questa mostra è guardare come i diversi autori abbiano saputo dare nuova vita ai temi ricorrenti della propria ricerca: come la fotografia ha raccontato la scoperta del nudo e il pudore dell’intimo, la presenza di simboli evocativi e muse ispiratrici, la seduzione e il desiderio di provocazione, la natura del reale e l’artificio dell’immaginazione, l’eleganza e la bellezza senza tempo”. Perché chi lo dice che i lavori su commissione non possano avere valenza artistica o segnare un’epoca? E in fondo, come riflette Walter Guadagnini, è anche così che è nata la fotografia artistica: il portfolio Électricité di Man Ray era un cadeau della Compagnia parigina della distribuzione dell’elettricità fatta realizzare in 150 esemplari, la Migrant Mother di Dorothea Lange rientrava nel progetto Farm Security Administration e anche alcuni scatti di Anonyme Skulpturen dei coniugi Becher furono realizzati a uso aziendale. Parlare di artisticità del Calendario Pirelli e organizzare una mostra a Palazzo Reale a Milano con alcuni di questi scatti iconici non è dunque fuori luogo. The Cal si chiude con gli scatti dell’ultima edizione, quella curata da Carine Roitfeld, ex direttrice di Vogue Francia, che ha vestito le donne di latex: mutande, stivali, guanti, reggicalze e corpetti di questo materiale, “la rappresentazione degli stereotipi che la moda e lo star system ci impongono in questo momento”, sostiene Meisel. Non un lavoro concettuale, ma dove protagonista è la donna, come lo era alle origini, un po’ eccessivo (forse) ma coerente con la voglia di concedersi qualche vizio, per dimenticarsi della crisi. Meisel dice addio, o arrivederci, ai lavori astratti, segnando un ritorno a un prodotto più vicino alla cultura popolare, come lo era quello di Donovan, dove anche la presenza dell’azienda era percettibile. Perché, in fondo, agli uomini al bar di provincia o nella sala di un ristorante stellato, piacciono le stesse cose, o quasi. 02. Herb Ritts, Los Angeles, California, Stati Uniti, 1999. 03. Hans Feurer, Isole Seychelles, 1974. Foto courtesy The Cal - Collezione Pirelli. 37 focus Focus La web-tv su Milano In tempi di memoria super corta, a farcela recuperare, almeno per quel che riguarda la città di Milano, ci pensa uno dei media più contemporanei e accessibili dei nostri giorni: la web-tv. Il progetto si chiama memoMI e oltre 100 sono i video già online. Ma scordatevi ogni operazione amarcord. di Marilena Roncarà nasce la casa della memoria È prevista per il 25 aprile 2015, a 70 anni esatti dalla Liberazione, l’inaugurazione della Casa della Memoria, una struttura in costruzione in zona Isola, all’ombra dei grattacieli di Porta Nuova e destinata in primo luogo alle associazioni storiche della città. Sarà la sede dei partigiani, dei deportati, delle vittime del terrorismo e della strage di piazza Fontana, ma l’intento è produrre cultura e riflessioni che a partire dall’identità storica sappiano farsi interpreti luminosi del presente. 02 03 01 01. Galleria Stazione di Milano Centrale, 1935. Foto courtesy Fondazione Ferrovie dello Stato. 38 Lo sapevate che la stazione di Porta Genova è la più antica di Milano? E che, sempre da quelle parti, l’amato odiato ponte, che a oggi è l’unico modo per superare i binari e raggiungere il quartiere Tortona-Savona, ha più di 100 anni? O ancora che, fra i suoi tanti primati, Milano vanta anche un caso antichissimo di welfare? E qui bisogna indietreggiare fino al 787 quando l’arciprete Dateo creò il primo istituto di assistenza per l’infanzia abbandonata. Ma potremmo continuare per ore a raccontare aneddoti e a dare corpo e storia a quelli che per molti di noi sono solo nomi delle fermate della metro, o facciate di edifici lì da sempre. Eppure basterebbe approfondire per scoprire luoghi che sono stati teatro di gesta addirittura epiche, testimonianze di delitti più o meno risolti o attrazioni per gli appassionati di sport, come l’oasi circondata dai palazzi di cemento del Tennis Club Bonacossa, tutt’ora in piena attività ma inaugurato nel 1923, piuttosto che ritrovare la storia, sconosciuta ai più, dei Gran Premi al parco Sempione, quando Nuvolari sfrecciava fra gli alberi e l’Arco della Pace. Del resto si sa, la memoria, di questi tempi, ha una gittata piuttosto corta e allora a farcela recuperare ci pensano loro, gli oltre 100 video che compongono l’archivio (in continua crescita) di memoMi, un portale web che ha l’ambizione di raccontare la storia e il presente della città di Milano. “Se un uomo o una donna perdono la memoria, la prima conseguenza è lo smarrimento: non ricordano più chi sono, da dove vengono e non sanno neppure bene dove andare. E se a perdere la memoria è una città? Che ne è della sua identità?”. A parlare è Didi Gnocchi, direttore editoriale di memoMi, nonché fondatrice della 3D Produzioni a cui è affidata la realizzazione dei video. “Quello che vogliamo evitare – prosegue Gnocchi – è l’effetto nostalgia. Ci interessa piuttosto far conoscere ciò che è stato”. E tutto questo è ancora più importante in una città come Milano, dove gran parte dei cittadini sono acquisiti, per cui declinare una nuova relazione con gli spazi, che poi sono i luoghi in cui si fanno le esperienze, “è sia un processo verso una maggiore responsabilità, sia una sfida per la costruzione di una cittadinanza consapevole”, ha sottolineato in sede di presentazione l’assessore alla cultura Filippo Del Corno, il Comune di Milano è infatti tra gli enti patrocinatori della web-tv. Il progetto, promosso dall’Associazione Chiamale Storie, con il sostegno della Fondazione Pasquinelli, nasce da un lavoro di ricerca in collaborazione con archivi pubblici e privati, dall’Istitituto Luce (che ha fornito cinegiornali dagli anni Trenta agli anni Settanta) a Medialogo, fonti generose di materiali altrimenti poco raggiungibili e dalla collaborazione con firme prestigiose della cultura e del giornalismo: da Giovanna Milella ad Andrea Kerbaker, da Maria Perosino a Lea Melandri, solo per citarne alcuni. Sul portale memoMi sono possibili tre livelli di approccio: uno più classico, che fa riferimento a una suddivisione per palinsesti (storia, società, lavoro, arte, architettura, musica, design, moda, teatro, cinema e sport) e uno più narrativo, in cui le storie sono ricostruite dalla viva voce dei protagonisti o dei testimoni. In più c’è un terzo livello dedicato alla scuola, dato che memoMi vorrebbe diventare anche uno strumento a disposizione de- gli insegnanti. Ma basta mettersi un po’ a guardare, questi video, per non riuscire quasi più a staccarsi, tra le storie dei quartieri, le web series, come quella sui delitti della metropoli, o ancora l’avventura della grande industria, fino ai personaggi del Novecento: architetti, designer e signore della moda. Di più si può visitare la città in compagnia di Pier Paolo Pasolini, grazie alla Nebbiosa, la sceneggiatura mai diventata film e scritta di getto nel 1959, da rileggersi per ritrovare una “metropoli irrisolta e lampeggiante” esplorata nel corso di una notte brava, o ancora si può riscoprire la Stazione Centrale attraverso le parole della scrittrice Anna Maria Ortese. Tutti i materiali video sono fruibili in maniera gratuita sulla web-tv memomi.it, ma si sta già pensando anche a postazioni disponibili in giro per la città: dalle biblioteche agli infopoint. L’intento è di colmare un vuoto e ricostruire un tessuto di ricordi a partire dal racconto e dalle emozioni di chi certi eventi li ha vissuti per davvero. Perché ritrovare la memoria è come ritrovare le radici: un buon primo passo per pensare di andare lontano. 02. Padiglione Breda Fiera campionaria, 1951. Foto courtesy Fondazione ISEC. 03. Donne alla Ercole Marelli. Foto courtesy Fondazione ISEC. 39 Nordic mood advertorial Sulle tracce della leggenda Alcuni orologi hanno il privilegio di diventare icone grazie alla loro storia e ovviamente alle qualità tecniche che li contraddistiguono. I modelli Tudor appartengono a questa categoria, tanto da dare vita a un’esposizione itinerante di grande successo. Lo Swiss Corner di via Palestro 2 a Milano allestito in occasione dell’esposizione itinerante di Tudor: 1946-2014. Oltre 60 anni di storia reinterpretati. Nessun accessorio come l’orologio è in grado di definire e raccontare la personalità e lo stile del soggetto che lo indossa, sia per la sua ricercatezza meccanica ed estetica sia per quello che il marchio rappresenta e ha rappresentato nel corso dei decenni. Tudor, con oltre 60 anni di storia alle spalle, ne è un degno testimone. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Hans Wilsdorf decide di dare impulso al brand, nato nel 1926, e di conferirgli un’identità tutta sua, garantendo però la qualità tecnica Rolex. È così che, il 6 marzo 1946, fonda la società Montres TUDOR S.A., specializzata in modelli da uomo e da donna. Da quel momento è solo una storia di successi. Tra i principali, nel 1952 viene lanciata la linea Tudor Oyster Prince e nel 1954 è la volta del modello Tudor Oyster Prince Submari40 ner, di cui alcune versioni saranno poi prodotte anche per la US Navy negli anni Sessanta e per la Marine Nationale Française fra gli anni Sessanta e Ottanta. È il 1970 quando fa la sua comparsa il cronografo Tudor Oysterdate ed è il 1976 quando viene lanciato il Tudor Prince Oysterdate Big Block, il primo cronografo automatico del marchio. Negli anni successivi il marchio continua a crescere, così come il valore dei suoi modelli ed il loro fascino. Non è un caso se a fine 2014, dopo più di mezzo secolo, è stata realizzata l’esposizione itinerante 1946 – 2014. Oltre 60 anni di storia reinterpretati dedicata alla linea Heritage che, per l’appunto, reinterpreta alcuni dei più emblematici segnatempo della storia Tudor. Ne è nata una mostra composta molto più che da semplici riedizioni di modelli vintage, ma da autentiche reinterpretazioni in grado di costituire un punto d’incontro tra passato, presente e futuro. Orologi classici ma moderni in cui forma e funzione hanno trovato un equilibrio perfetto e hanno dato vita a quelle che si possono definire delle vere icone a lancette. L’esposizione ha toccato a ottobre lo Swiss Corner di via Palestro a Milano, a novembre il MAXXI, il Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, di Roma e infine nel mese di dicembre il PAN, il Palazzo delle Arti di Napoli. Per mezzo secolo, dunque, TUDOR ha lasciato la sua impronta nella storia dell’orologeria attraverso prodotti caratterizzati da uno stile unico e da una qualità tecnica senza compromessi. Ebbene sì, il “mood scandinavo” è ormai diventato un trend sotto le più svariate declinazioni: dalla cucina, al design passando anche per il turismo. I paesi nordici, con la loro sobrietà, il loro stile e il loro modello sociale quasi perfetto e a misura d’uomo stanno conquistando i gusti di mezza Europa. Compresi quelli di noi italiani, sempre più influenzati dalle loro creazioni in ogni campo. www.tudorwatch.com/it Illustrazione di Virassamy NON SOLO SALMONE E IKEA 41 design design Stockholm Design Week A Stoccolma, dal 2 al 5 febbraio andrà in scena la kermesse dedicata al design scandinavo. Novità, tendenze e non solo. David Design - Fondue Lamp Fondere le tradizioni del Sud Europa con quelle del Nord Europa. Questa è l’ispirazione da cui è nata la nuova lampada Fondue, progettata da Luca Nichetto Design Studio. daviddesign.se Muuto - Elevated Vase Manifesto Scandinavia Il designer Thomas Benzen ha tratto ispirazione dalla natura per il suo vaso Elevated. Una base solida come la terra e un corpo sottile come lo stelo di un fiore. Ha ormai contagiato ogni parte del globo. Il design nordico si è fatto avanti negli ultimi anni come uno dei fenomeni di maggior successo del design internazionale, e non sembra volersi fermare. www.muuto.com di Davide Rota Una suggestiva immagine del vaso in vetro e cemento Willmann Vase, progettato dalla designer Hanne Willmann per la danese Menu A/S. 42 Ci sono mode che durano il tempo di una stagione. E ci sono meteore che durano ancora meno. Ma quello del design nordico è senz’altro un trend che dura da tempo e che offrirà ancora molti spunti agli addetti ai lavori e agli appassionati. Ma come nasce questo fenomeno? Per dare una giusta risposta a questa domanda, si devono ripercorrere alcune tappe fondamentali della storia del design scandinavo. Eero Saarinen, Alvar Aalto, Verner Panton e Arne Jacobsen sono solo alcuni dei grandi maestri che hanno costellato il firmamento del design nordico e che hanno prodotto alcuni tra i pezzi di design più famosi del mondo. Come la Panton Chair, che il designer danese ha progettato nel 1960 per Vitra e che è riconosciuta universalmente come un must-have per tutti gli appassionati di design. Riduttivo chiamarla sedia, è un oggetto da collezione che Vitra propone ancora oggi con numerose varianti di colore e che si adatta a ogni tipo di ambiente, contemporaneo o tradizionale che sia. E come dimenticarsi dello sgabello Stool 60, forse l’archetipo di sgabello contemporaneo, progettato agli inizi degli anni Trenta da Alvar Aalto per Artek: un oggetto che ancora tante aziende ripro- pongono in diverse varianti (Ikea docet). Insomma, una tradizione progettuale di tutto rispetto, che può dare un’idea delle capacità dei designer contemporanei e delle aziende provenienti dal Nord Europa. Tra queste, Normann Copenhagen è quella che forse, negli ultimi anni, ha mostrato alcune tra le novità più interessanti. Sgabelli, vasi, accessori per la casa, lampade e tanti altri oggetti legati da uno stile minimale e materiali semplici che potrebbero essere l’esempio perfetto per un vero e proprio manifesto del Nordic Style: un grande uso del bianco o comunque di colori tenui, che rispecchiano a pieno le tipiche colorazioni degli interni delle abitazioni scandinave; un largo uso di parti in legno, che dona calore e pulizia formale agli oggetti; una serie di tessuti con colorazioni tenui e dai disegni minimal e rigorosi. Simon Legald, Cecil Manz o lo studio F.U.W.L. (Form Us With Love) sono solo alcuni dei nomi che hanno saputo esprimere al massimo questi concetti e che hanno contribuito all’affermazione del fenomeno. Un vero e proprio dream team che negli ultimi anni ha lasciato a bocca aperta tanti addetti ai lavori, e che ha attirato anche i designer nostrani verso lidi più freddi. B&O - Play A2 L’ultimo nato in casa Bang & Olufsen è il sistema audio Play A2, progettato da Cecile Manz e caratterizzato da una grande pulizia formale. www.beoplay.com Finno - Aura Armchair Una poltrona pensata per la zona lounge e dall’alto tasso di comfort. Un progetto del designer finlandese Mikko Laakkonen. www.inno.fi Normann Copenhagen - Block GUBI - Masculo Chair Un carrello multiuso per la casa. Block è uno dei progetti più Il perfetto incontro tra il design scandinavo e quello famosi degli ultimi anni proposti dalla azienda danese. Design italiano: minimale ma in grado di raccontare molte Simon Legald. cose con le sue forme. Design Gamfratesi. www.normann-copenhagen.com www.gubi.dk 43 food food Intrigo (culinario) a Stoccolma Dai dolci di Mud alle rivisitazioni di Smøøshi, dal brunch di Upcycle alla star dei ristoranti nordici Bjork. Salmone, gamberetti, aringhe, rafano e salumi di alce: a Milano ora si mangia scandinavo. di Simone Zeni indirizzi Bjork Swedish Brasserie & Side Store via Panfilo Castaldi 20 Mud Art Cafè viale Bligny 42 Smøøshi via Vincenzo Monti 27 via Vigevano 34 Upcycle Bike Café via André-Marie Ampère 59 02 01 01. Rebecca Varjomaa, chef di Bjork Brasserie Milano e Julien Chiudinelli, chef di Bjork Aosta, i due collaborano da qualche tempo: ogni piatto servito nel capoluogo lombardo è un lavoro di squadra. 44 La maniacale attenzione per le tendenze del momento, per stabilire cosa si indosserà o di cosa si parlerà nella prossima stagione, a Milano, si sa, è abitudine e la pratica non esclude nemmeno il cibo. In questa città, più piccola di Roma ma con un numero ben maggiore di ristoranti rispetto alla capitale, pare proprio sia arrivato il momento della cucina svedese, anzi di quella scandinava. Precisiamo, benché la regione geografica della Scandinavia comprenda soltanto Norvegia, Svezia e parte della Finlandia, nei Paesi di lingua tedesca il termine include anche la Danimarca e in quelli di lingua inglese addirittura l’Islanda. Se ci si sofferma con un poco più di attenzione, si capisce che questo fenomeno va ben oltre il costume momentaneo, la cucina nordeuropea ha infatti radici antiche e piatti tradizionali di tutto rispetto, rimasti per molto tempo meno noti in confronto a quelli di altri Paesi. Lo sa bene Giuliana Rosset, l’imprenditrice del brand Napapijri (ora stra- niero) che, dopo il grande ristorante ad Aosta, ha aperto a Milano, nella multietnica via Castaldi, il secondo Bjork Swedish Brasserie & Side Store, brasserie fornita di una serie notevole di birre e di una gastronomia in cui acquistare il meglio dei prodotti alimentari in una sorta di piccolo Eataly svedese. In questo luogo, inaugurato di recente e già segnalato sulla Louis Vuitton City Guide dedicata a Milano, l’architetto Nicola Quadri ha dato il meglio per far apprezzare un originale design scandinavo molto accogliente ma pur sempre minimal. In questa brasserie, unica nel suo genere lo chef Rebecca Varjomaa propone aringhe, salmone, polpette e zuppe come ci si trovasse in una sofisticata locanda di Stoccolma. Ma come saprà qualsiasi persona che ha visitato lo Stato scandinavo (e anche, diciamolo, chi si accontenta di fare tappa alla bottega food di Ikea) anche la tradizione dolciaria non è da meno. E lo sa bene anche il Mud Art Cafè che, come suggeri- sce il nome, oltre a ospitare eventi e vernissage, è specializzato in pasticceria svedese tra torte glassate, pasta di mandorle e dolci alla cannella per il momento del tè. S’ispira alla Danimarca invece Smøøshi, che nel capoluogo meneghino ha due sedi. Più precisamente i due ristoranti partono da uno dei piatti apparentemente più semplici della cucina danese e scandinava in generale, gli smørrebrød, le tradizionali tartine di pane di segale da guarnire con i più differenti ingredienti, per poi fare molto di più: ridimensionarli facendo il verso al sushi (Smøøshi è infatti un acronimo che unisce due parole) e utilizzando ingredienti tipici della cucina italiana, per un risultato del tutto inedito, unico. Dimenticatevi quindi la segale e lasciatevi guidare da un tripudio di formaggi, totani, tempura di salvia, scampi, bocconcini di manzo marinati su basi ora di pane nero, ora di polenta, ora di riso saltato. Ma non è finita qui: Upcycle Bike Café, che ospita al suo interno anche uno spazio dedicato al coworking, propone una serie di piatti scandinavi per il brunch della domenica, su tutti il mix di smørrebrød regna sovrano, senza però dimenticare i piatti di carne e le zuppe, accompagnati da bevande biologiche. La particolarità di questo luogo sta nel suo essere dichiaratamente “bike friendly”: è così possibile parcheggiare la propria due ruote all’interno (coperto) della struttura e, d’estate, farci aperitivo restando seduti accanto. All’interno di Upcycle Bike Café anche una serie di informazioni, proposte ed eventi per gli amanti della bicicletta che lo rendono un luogo di riferimento, decisamente in linea con le politiche “green” del Nord Europa. E se certi piatti ci sono sempre sembrati più prettamente invernali, state certi che i ristoranti scandinavi di Milano sanno adeguare e rivisitare le proprie offerte a seconda della stagione, svecchiando ancora di più quell’idea che questo cibo fosse soltanto adatto alla temperature più rigide. 02. All’interno di Smøøshi, il design minimal d’ispirazione svedese si incontra con l’accoglienza e il calore di dettagli tutti italiani. 45 WEEKEND WEEKEND MUSEO VISTA mar baltico Artipelag è un polo museale immerso nella generosa natura dell’arcipelago di Stoccolma. Qui, secondo un brillante progetto di Johan Nyrén, i quattro elementi si uniscono in una struttura multifunzionale e in perfetta armonia con l’ambiente circostante. di Carolina Saporiti 03 02 01 01. Vista sull’ingresso di Artipelag, un distretto artistico aperto nel 2012 a opera dell’imprenditore svedese Björn Jakobson. Foto courtesy Charlie Bennet. 46 Stoccolma è sempre in cima alla lista delle città più vivibili al mondo. Sarà pure fredda e buia in inverno, ma gli svedesi hanno saputo rendere la città adatta alle temperature basse, offrendo servizi eccellenti che non fanno sentire la mancanza del sole (almeno a loro). La capitale svedese si estende su 14 isole attraversate dal mar Baltico e dal lago Mälaren, ed è inserita in un arcipelago incredibilmente vasto. A una decina di chilometri dal centro della città, ad Hålludden, che si trova sulla Värmdö Island, sorge Artipelag. Nonostante la lingua svedese c’entri poco o niente con la nostra, il nome in questo caso non inganna: Artipelag è un polo d’arte costruito su un’isola dell’arcipelago e completamente immerso nella natura. Il nome è la composizione delle parole “arte”, “attività” e “arcipelago” e comprende un museo di arte contemporanea, un negozio di de- sign, due ristoranti e sale per spettacoli ed eventi. È aperto da giugno 2012, ma il patron del progetto rifletteva sulla sua realizzazione da almeno una decina di anni. Lui è Björn Jakobson, un nome che in Italia non dice molto, ma in Svezia invece sì perché è un importante imprenditore e fondatore del brand per bambini BabyBjörn. Nello stesso anno in cui ha dato vita a questo polo culturale, Jakobson ha ricevuto anche la Medaglia di Sua Maestà per il suo contributo all’industria svedese. Un imprenditore illuminato, insomma. Per il progetto Jakobson ha chiamato l’architetto Johan Nyrén che ha disegnato una struttura in contrasto, per le forme, con quelle della natura attorno, ma comunque in armonia con essa. Sagome spigolose che si oppongono a quelle sinuose dell’isola, e materiali – legno di pino, pietra e vetro – accordati con gli alberi e il mare che circon- dano la struttura, che è un vero e proprio punto panoramico per ammirare l’arcipelago. Artipelag è un luogo multifunzionale che coniuga l’arte con l’ambiente: dalle ampie vetrate con vista sulle calme acque del mare, alle passerelle in legno e agli interni in roccia levigata, tutto è pensato per esaltare l’unicità del posto in un gioco architettonico tradizionale e moderno al tempo stesso. Il complesso si estende su 3.500 metri quadrati ed è la più grande galleria d’arte di Stoccolma. Il salone dedicato alle mostre, esposto a nord e di 1.000 metri quadrati, ha delle ampie vetrate che garantiscono una perfetta illuminazione e al quarto piano c’è una terrazza: d’estate è usata per banchetti e come luogo di ritrovo, in inverno è bello salirci per ammirare il panorama e scoprire che il profilo dei muri del museo segue quello naturale della baia. Artipelag si raggiunge con una navetta (che costa dieci euro A/R) o con l’autobus di linea o in automobile e, in estate, quando il mare non è ghiacciato c’è anche un porticciolo per attraccare con le imbarcazioni; il biglietto d’ingresso costa 20 euro, una cifra non particolarmente alta rispetto al resto delle iniziative culturali svedesi. La mostra d’inaugurazione Platsens själ (Genius Loci) è stata un tentativo di mescolare natura e architettura, come in fondo fa Artipelag. Successivamente sono seguite personali, come quella della fotografa tedesca Candida Höfer, o altre collettive come Sidekick che ha affiancato gli artisti Poul Gernes a Cosima von Bonin. Il 6 febbraio inaugura invece una mostra tematica che continuerà fino al 3 maggio, Earth Matters - When Natural & Creative Forces Meet, una riflessione sulla via sostenibile da percorrere in futuro, a protezione del nostro pianeta. Il polo museale è una bella destinazione anche “soltanto” per fare una passeggiata nella natura e per sedersi a uno dei due ristoranti. Artipelag, al terzo piano, offre una cucina svedese con vista sulla baia di Baggen, mentre il Buffet & Cafe Bådan, al piano terra, è un bar e ristorante a buffet. Il nome Bådan deriva da una pietra liscia che spunta dal pavimento del locale. A fianco una scritta dice: “Our oldest work of art”. Dopo il cibo, se sono rimasti soldi, è tempo di dedicarsi allo shopping. D’altronde al design scandinavo è davvero difficile resistere. Dai vasi in ceramica di Siri Seger, al kit per pic-nic di Björn Jakobson fino alle immancabili shopper, a Stoccolma si tornerà con qualcosa di nuovo tra le mani. 02. L’opera F for Fake di Christian Andersson del 2002 Foto courtesy Jean-Baptiste Beranger. 03. Entendre un’opera realizzata da Ebba Bohlin, che ha fatto parte della mostra No Man Is An Island del 2014. Foto courtesy Jean-Baptiste Beranger. 47 style style New shades Montature contraddistinte dalla cura per i dettagli e dal design essenziale. blauer Sciarpa con stampa cravatteria. herno Fa parte del progetto Herno Air Tech Transpiration Project il Blazer realizzato in tessuto impalpabile. berwich Pantaloni di cotone con fantasia paisley e interni a contrasto. ash Slip-on in pelle stampata. Lanvin Mykita Occhiale da sole con montatura in Occhiale da sole con lenti a goccia in Occhiale da sole in acetato con metallo e lenti in nuance. acetato matt effetto pietra. doppio ponte. www.lamygroup.com www.derigovision.com www.mykita.com Blackfin Michel Henau Giorgio Armani Eyewear Occhiale da sole modello Pacific in Occhiale da sole in acetato stampa Occhiale da sole con montatura titanio fresato. tartaruga e lenti sfumate. squadrata in acetato. www.blackfin.eu www.michelhenau.com www.armani.com Maui Jim Conservatoire International de Lunettes Tod’s Eyewear Occhiale da sole Holoholo in metallo Occhiale da sole in acetato e metallo Occhiale da sole in acetato con sottile silver e acetato nero lucido. dalle linee vintage. ponte metallico. www.mauijim.com www.conservatoireinternationaldelunettes.com www.marcolin.com L.G.R. Eyepetizer G-Star Raw Eyewear Occhiale da sole in metallo della Occhiale da sole con montatura in Occhiale da sole con lenti collezione Mauritius. acciaio ultraleggero e lenti colorate. tondeggianti e aste in metallo piatto. www.lgrworld.com www.eyepetizer.it www.marchon.com the vernissage Sir Paul Smith propone per la primavera estate 2015 un uomo elegante ma rilassato, ispirandosi all’atmosfera della Biennale di Venezia dove artisti e galleristi reinterpretano i codici di abbigliamento con creatività ed eccentricità. di Luigi Bruzzone 48 Balmain 49 retail Il mondo di Hackett Londra, Lisbona, Amsterdam e Macao. E poi di nuovo Londra. Queste sono le nuove e prossime aperture del brand inglese fondato nel 1979 da Jeremy Hackett. Se nel 2015 Hackett London atterrrerà nella capitale olandese e poi in Asia, a Macao, in Europa il 2014 è stato un anno ricco di opening per il brand inglese che ha confermato il successo degli anni, costruito intorno all’essenza britannica, alle abilità sartoriali e anche alle collezioni casual. Fin dalle origini Hackett ha saputo accontentare i più esigenti clienti non solo grazie alla qualità dei tessuti, dei capi e degli accessori, ma anche per i servizi Tailor Made offerti nei negozi, da quelli di sartoria, alle cifrature, fino alla personalizzazione di cravatte e gemelli. Sulla Old Broad Street ha aperto a novembre un flagship store articolato in cinque stanze, separate da archi georgiani. Elementi come il granito, i pavimenti in pietra calcarea e i pannelli di vetro rendono il negozio elegante e moderno e le pareti sono arricchite dalle opere d’arte di Brian Blow, artista inglese noto per le stampe realizzate tra 50 gli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo. Gli stessi disegni decorano anche il nuovo negozio Hackett di Lisbona, in Avenida de Liberdade, inaugurato anche questo lo scorso novembre e il primo in assoluto in Portogallo. Come a Londra, anche nella capitale portoghese, la collezione casual affianca quella più formale e sono sempre disponibili i capi legati alle sponsorizzazioni di Hackett come la Oxford & Cambridge Boat Race e l’Aston Martin Racing. Ma il fiore all’occhiello di Hackett London è una delle ultime aperture: il flagship store in Regent Street, a Londra. Con i suoi tre piani, questo negozio è la vetrina di tutto il mondo Hackett che si evolve di stagione in stagione. Al primo piano, che si raggiunge attraverso un’imponente scala, si trovano i capi formali e la collezione Mayfair che per la prossima stagione primavera estate si ispira agli sport tradizionalmente amati dai gentlemen inglesi, armatori di un equipaggio o proprietari di una scuderia e comunque sempre al centro di eventi sociali. Per il 2015 Hackett continua poi con la sua campagna Le regole di Jeremy, uno sguardo sulla vita del gentiluomo moderno, dal punto di vista del fondatore e presidente del marchio, Jeremy Hackett. Non mancano la linea accessori e un bar in collaborazione con Beefeater 24 dove i clienti possono intrattenersi durante la personalizzazione dei loro capi (e anche della pelletteria) con monogrammi o messaggi personali stampati a caldo. La sartoria affaccia su Regent Street e Oxford Circus, luogo simbolo dello stile britannico che da sempre Hackett rappresenta. Oltre alle sponsorizzazioni sportive Hackett, è a Official Menswear Stylist ai British Academy Film Awards (BAFTA), il più prestigioso evento cinematografico annuale in Gran Bretagna che si tiene ogni febbraio. 51 wheels wheels “Carrozze” da sogno Nel cuore di Milano l’officina Castagna continua una tradizione artigianale che dura ormai da 165 anni, dalla carrozza per andare a prendere il tè alla 500 da spiaggia modello James Bond. Ancora una volta il made in Italy costruisce finemente e fa sognare. di Andrea Zappa 02 03 01 01. Aria su chassis Ferrari fa bella mostra di sé all’interno dell’Atelier Castagna Milano. Foto courtesy Massimo Listri. 52 Famiglie aristocratiche, reali europei, ma anche artisti e letterati, gli appassionati delle quattro ruote personalizzate di ieri e di oggi hanno da sempre bussato alla porta dell’officina Castagna, quando ancora si trovava nella contrada di San Celso, oggi corso Italia. Era il 1849, le strade erano in terra battuta e la potenza massima di una “vettura” era di due, massimo quattro cavalli, ma di quelli veri con zoccoli e criniera. Tra gli estimatori di questa sapienza artigianale tutta made in Milan lo stesso Alessandro Manzoni, che si fece consegnare, dicono le cronache di allora, una leggera e veloce carrozza da passeggio chiamata Spider in legno limone filettato in rosso. Sembra che anche la Regina Margherita di Savoia fosse un’appassionata di “allestimenti premium” e commissionò a Carlo Castagna nel 1905 una double phaeton di colore bianco su autotelaio Fiat 24-32 HP, allestita con il non plus ultra dei gadget dell’epoca. Cambiano i tempi, cambia la tecnologia ma non l’amore per trasformare il proprio mezzo in qualcosa di diverso così da goderne maggiormente il fascino e il carattere. Oggi l’atelier Castagna ha il proprio centro stile dietro piazzale Loreto e dal 1994 è diretta dall’architetto Gioacchino Acampora: “Quello che cerchiamo di fare è di produrre oggetti su misura, automobili come vuole la tradizione, ma anche prodotti di design di altra natura richiesti magari dagli stessi clienti. L’idea è quella di lavorare su più fronti, diciamo che tutto quello che è particolarmente difficile o richiede una grande artigianalità la nostra officina è in grado di farlo, sia che abbia o non abbia le ruote”. L’attività del carrozzaio di una volta era un lavoro estremamente raffinato, dove il prodotto seriale di fatto non esisteva e chi se lo poteva permettere possedeva una carrozza per ogni occasione. Con l’avvento dell’automobile all’inizio le cose non cambiarono molto e fino agli anni Venti era il carrozziere stesso che influenzava la scelta del mezzo in base ai suoi suggerimenti e alle sue idee di telaio e motore. Era lui che condizionava il mercato, non come oggi dove tutto è omologato e deciso dalle case automobilistiche. Le sei persone in studio e le otto in carrozzeria (con sede a Rozzano) mantengono questa filosofia tramandata da oltre 150 anni. “Abbiamo un ciclo finito, tutto viene fatto da noi, possediamo il forno, le frese, le stampanti 3D, il reparto di selleria, tutto quello che serve, insomma, per realizzare l’oggetto finito”, prosegue Acampora. “Offriamo tre livelli di allestimento. Il primo è il light tuning, un intervento dove ci si concentra sui materiali degli interni, su qualche accessorio e sui colori esterni. La vettura non viene stravolta ma si capisce che ha qualcosa di diverso. Poi c’è il coachbuilding: è quando prendiamo per esempio una vettura coupé, la allunghiamo dietro e la trasformiamo in una shooting break, o quando una 500 la facciamo diventare una macchina da spiaggia o una station wagon. Cambia radicalmente l’aspetto però la vettura è ancora riconoscibile; lo definirei un taglia e cuci parziale. Infine, c’è il livello one-off, quello premium, in cui si parte da una base e con il cliente si va a rileggere la sua visione di un dato marchio come Ferrari, Bentley o Aston Martin. Si realizza una carrozzeria completamente ex novo che interpreta i gusti del soggetto e si arriva a un mezzo che non ha nulla a che vedere con quello che esce dall’azienda automobilistica. Tutte le nostre creazioni sono comunque omologate per circolare in strada”. La clientela dell’officina è quasi esclusivamente straniera, sono poche le vetture che circolano a Milano o in Italia, sono piuttosto automobili “indossate” da italiani ma che vengono tenute per esempio in Costa Azzurra. Sembra che lungo il litorale francese siano diverse le quattro ruote firmate Castagna, anche perché uno dei loro must sono proprio le auto da spiaggia: “Non servono assolutamente a nulla ma sono bellissime e si prestano a innumerevoli trasformazioni. Sono ironiche e possono essere attrezzate come delle barche, facendoti sentire un po’ 007. Se prima ci piaceva lavorare molto sulla Mini ora quelle che vanno per la maggiore sono le 500”. La lista di gadget creata negli anni attraverso le richieste dei vari clienti è lunghissima, si va per esempio da un chiller per il vino gestito tramite monitor touch screen, al set di valigie con la medesima pelle degli interni conformato al millimetro al bagagliaio, fino alla mini cassaforte per lasciare in macchina gli oggetti di valore che non si vogliono portare in spiaggia. “Quando una persona viene da noi – conclude Acampora – fa due tipi di esperienze: quella di godersi il prodotto finito una volta messo in strada, e soprattutto la fase antecedente, quella più importante, quella del concepimento del mezzo, coadiuvato dai nostri tecnici. In quei momenti si ragiona veramente sull’intimo della vettura, non solo sul materiale o il colore. Il rapporto che si crea con il proprio mezzo è totalmente differente. La volontà dell’appassionato non è il desiderio di distinguersi dalla massa, che è anche una cosa brutta da dire, ma piuttosto consiste nel piacere di volersi non solo comperare ma costruire qualcosa. Plus impossibile da avere con un prodotto di serie”. 02. 03. Il modello Tender2+2 su chassis FIAT 500 per il mercato americano. Foto courtesy Archivio Castagna Milano. 53 hi tech New arrivals Tante le novità presentate a Las Vegas: ecco una selezione tra quelle che ci hanno più colpito. Oregon Scientific - AW133 Il termometro per alimenti con connessione Bluetooth è ideale per controllare da smartphone il punto di fusione del cioccolato e cuocere a puntino qualsiasi manicaretto. it.oregonscientific.com GODERSI IL TECNO-COMFORT DI CASA Cuffie e diffusori, vasi smart e sonde Bluetooth, occhi elettronici e schermi mozzafiato sempre più definiti e avvolgenti. Quando fuori fa (molto) freddo, la tecnologia amica riscalda il cuore e rende più piacevole il lungo “fermo biologico”. Netatmo - Welcome È una videocamera intelligente per la casa in grado di riconoscere ciascun membro della famiglia: i nomi dei presenti appaiono immediatamente sullo di Paolo Crespi schermo del cellulare. www.netatmo.com/it Con i sistemi multiroom e gli schermi 4k di nuova generazione, Sony è stato, tra i big, uno dei protagonisti del Ces di Las Vegas. 54 Inverno, interno giorno. O notte. Come gli animali vanno in letargo, così l’homo technologicus si prende le sue pause di riflessione dal lavoro e dalla vita outdoor coltivando le proprie passioni fra le mura domestiche. Coccolandosi e facendosi coccolare, da solo o in compagnia, dai suoi gadget preferiti. Audio e video la fanno naturalmente da padroni, con l’ultradefinizione degli schermi OLED (per chi può già permetterseli) e la comodità delle cuffie (per ascolti privati) e dei sistemi wireless che uniscono qualità musicale e design, garantendo l’accesso a qualunque fonte sonora. Ma non c’è solo la tecnologia costosa e raffinata nell’immaginario degli “sdraiati” di ogni età. Curiosando tra le novità del CES, la fiera dell’elettronica di consumo più importante del mondo che si è appena celebrata a Las Vegas, sono numerosissime le applicazioni della tecnologia ai vari campi di attività “indoor” della famiglia rintanati in casa quando la temperatura scende e le giornate si accorciano, aumentandone il nostro tasso di sedentarietà. Come i vasi smart, in grado di rilasciare progressivamente e secondo necessità l’acqua per le piante da appartamento, selezionando tra le va- rie specie vegetali e facendo sembrare verde anche il pollice (impigrito dal telecomando) di chi non saprebbe distinguere una rosa da un carciofo. O come le webcam di autosorveglianza, che fanno lo scanner (facciale) a tutti quelli che varcano la soglia e ne segnalano discretamente la presenza con una notifica sul display del cellulare agli altri membri della tecno-family che possono così regolarsi di conseguenza (funzione utile soprattutto a coloro che abitano in villa o in un attico stile Bertone). Chi, emulo degli chef televisivi, decide di sperimentare qualche piatto insolito, di non banale esecuzione, può invece trarre vantaggio da una sonda hi-tech che rileva la temperatura degli alimenti durante la cottura e calcola in tempo reale quanti minuti mancano all’ora X, senza più dover andare “a occhio” rischiando figuracce e dense colonne di fumo. E così via, insomma, in attesa della primavera tecnologica in cui sfoggiare i droni, gli smartwatch, i robottini e i dispositivi indossabili tanto sbandierati al Consumer Electronic Show, accontentiamoci di quello (molto) che ci offre il convento per vivere (o sognare) una casa hi-tech in cui nasconderci e svernare in santa pace. Parrot - Zik Sport La nuova cuffia wireless è firmata Philippe Starck e sembra fatta apposta per lo sport indoor, quello che inizia sul tapis roulant: con tanto di sensori biometrici e fascia brevettata. www.parrot.it Lg Electronics - Tv OLED 4K La gamma 2015, appena presentata al CES, comprende sette nuovi modelli flessibili, curvi e piatti con schermi da 55, 65 e 77 pollici e base trasparente che aumenta l’effetto immersivo. Bang & Olufsen - BeoSound Moment www.lg.com/it Il sistema audio intelligente integra le tue playlist musicali e i servizi di streaming in un unico dispositivo con doppia interfaccia touch-sensitive, in legno e in alluminio. www.bang-olufsen.com 55 WELLNESS wellness Una scienza millenaria Originaria dell’India, l’ayurveda oggi è conosciuta anche in Occidente grazie ai trattamenti sviluppati dalle Spa, ideali per rigenerarsi dopo una giornata di sci. Ayurveda in alta quota Parola d’ordine: prevenzione. L’ayurveda è un’antica pratica medica indiana che mira a ristabilire l’equilibrio psico-fisico prima che il malessere diventi una vera e propria patologia. di Simona Lovati La bellezza fiorisce dove c’è la salute, così come la longevità. È questo il concetto alla base della medicina ayurveda, che in sanscrito, la madre di tutte le lingue indoeuropee, significa conoscenza della vita. “L’obiettivo di questa disciplina – spiega Elisa Annita Santoni, terapista ayurveda e titolare del centro Piccolo Mekong di Pogliano Milanese (www.piccolomekong.com) – è quello di compiere un percorso che mira a ripristinare l’equilibrio nella persona trattata sia a livello fisico, sia spirituale e mentale, a compiere un percorso di crescita a diversi piani, tramite molteplici metodiche, come i massaggi, che si avvalgono dell’ausilio di tutto ciò che la natura ci offre. Fra i primi: cristalli, pietre ed erbe”. Questa filosofia si fonda sulla convinzione che la prevenzione sia la migliore cura. Per questo, secondo i principi dell’ayurveda, è essenziale non alterare la tipologia costituzionale con la quale siamo nati, aiutandoci con una buona igiene di vita, una dieta bilanciata e un po’ di movimento. “Molto importante è il ruolo del massaggio – continua l’esperta – che utilizza oli medicamentosi che passano attraverso gli strati della pelle per apportare benessere e salute secondo le tre tipologie costituzio56 nali dei soggetti trattati: vata, pitta e kapha, che ci caratterizzano già dai primi 20 giorni di età”. I vata sono dominati dall’aria. Sono persone alte, magre, longilinee, dalla cute secca, che si muovono in fretta e apprendono velocemente. Soffrono di emicranie, artrosi e di dolori di ogni tipo. I pitta sono invece personalità cerebrali, sempre in prima linea, molto esigenti e che tengono tutto sotto controllo. Mangiano molto e in modo vorace. Il loro appetito va sedato con cibi freschi e un’alimentazione priva di carni rosse, insaccati, cibi piccanti e alcolici. Non a caso, il loro punto debole è lo stomaco e l’intestino tenue. I kapha hanno un’ossatura possente e ben visibile, spesso con pelle e capelli grassi. Sono pigri, hanno un metabolismo lento e tendono a ingrassare. Hanno bisogno di essere stimolati con manovre e massaggi che rilanciano il drenaggio e il dimagrimento, nonché con un regime dietetico adeguato e attività fisica. “Il ruolo di un bravo operatore – conclude Santoni – è quello di valutare la costituzione del proprio cliente e cercare di capire quali sono i suoi obiettivi, ristabilendo ciò di cui è carente o abbassando i valori in eccesso”. Hotel Col Alto La Réserve Naturhotel Lüsnerhof Corvara è la mèta per testare il Ratna In Abruzzo, nel cuore della Majella, Nella Valle di Luson, in Alto Adige, Abhyanga con i cristalli. La forza la Spa della struttura invita a scoprire il trattamento energizzante Prana primordiale delle pietre aiuta il corpo i rituali viso vata, pitta e kapha e il rilancia le energie corporee, ripor- a ritrovare il corretto funzionamento massaggio Pinda Swedana con fagot- tando tutto l’organismo a un benefico e la mente a essere calma, vigile e tini di erbe calde associato alla grotta stato di equilibrio energetico, così da consapevole. termale ai vapori sulfurei. tornare in perfetta forma sulle piste. www.colalto.it www.lareserve.it www.luesnerhof.it Il Cavallino Bianco Belvita Hotel Mirabell Alpenroyal Grand Hotel, A Ortisei, il trattamento Shiro- A Valdaora (BZ) la proposta è un Gourmet & SPA Mukabyanga è una combinazione di bagno Rasul per due, che prevede pe- Destinazione Val Gardena per massaggi ayurvedici dedicati a testa, eling e maschera nel bagno di vapore, provare lo Shirodara, una pratica di viso e piedi, con effetto rilassante e seguito da un massaggio Abhyanga e purificazione effettuata versando sul- benefico per emicranie, disturbi del da un bagno ayurvedico con sali e oli la fronte un filo di olio a temperatura sonno e della cervicale. essenziali. corporea. www.cavallino-bianco.com www.belvita.it www.lhw.com 57 overseas overseas Arte, tradizioni e curry Regione a sud ovest di Delhi, il Rajasthan testimonia la ricchezza di un passato fatto di mercanti e maharaja, haveli decorate e templi nascosti. Meta francese per eccellenza anche gli italiani iniziano a percorrerne le polverose strade. Testo e foto di Elena Cappelletti 02 01 01. Puskar, città sacra a Brahma. Uomini e donne si radunano lungo i ghat del lago per le loro abluzioni. 58 La strada è la prima, inevitabile, esperienza forte. Il caldo afoso, il rumore incessante dei clacson (incitati dagli imperativi "Blow horn" sul retro dei camion in circolazione), le mucche, i pellegrini e i tuk tuk danno un benvenuto pittoresco a chi arriva a Delhi, la capitale dell’India in cui ogni giorno si svegliano oltre tredici milioni di abitanti. Ingaggiare un autista privato è il modo migliore per affrontare le affascinanti ma caotiche strade della città e raggiungere incolumi le ampie distese erbose, i villaggi e i maestosi palazzi del Rajasthan, la terra della stirpe dei Rajput. Questa regione è talmente variegata da soddisfare i gusti più disparati, dal turista che ama seguire la corrente e visitare Jodhpur, Jaisalmer e Jaipur, a chi preferisce intraprendere vie poco battute alla scoperta di realtà remote e tesori nascosti. In questo caso il tour inizia nello Shekawati dove, nel XVIII e XIX secolo, i ricchi mercanti avevano preso residenza data la posizione strategica all'incrocio delle strade che dalle coste della regione del Gujarat portavano alla via della seta. Per ostentare le fortune accumulate si facevano costruire dimore, le haveli, sfarzosamente affrescate con scene ispirate alla mitologia, alla storia oppure alle invenzioni ammirate in paesi lontani, come treni e aeroplani. Solo così, attraverso i cicli pittorici delle mura di casa in cui erano costrette per tutta la vita, le donne potevano immaginarsi cosa succedeva altrove e celebrare i successi dei loro uomini. I villaggi di Mandawa, Nawalgarh, Dundlod ne sono ricchi, ma è raccomandata una deviazione a Fatehpur dove trent'anni fa la pittrice francese Nadine Le Prince acquistò una dimora in rovina, ristrutturandola e adibendola a centro culturale. Abbandonando i villaggi e inoltrandosi nella giun- gla si arriva a uno dei templi giainisti più importanti dell'India: è il complesso di Ranakpur, un sito religioso in cui vivono famiglie dedite alla preghiera, allo studio e alla conservazione del luogo. Dai variopinti colori delle haveli al candore del marmo, dagli affreschi alle 1444 colonne del tempio, lavate ogni mattina con il latte: Ranakpur è una vera perla nel cuore della giungla. Non da meno il tempio induista di Karni Mata, nel villaggio di Deshnok, famoso per la notevole presenza di topi. Gli “amabili” roditori sono venerati dai fedeli i quali, nella speranza di scorgere il topo bianco (segno di grande fortuna), camminano scalzi e si entusiasmano se uno di questi passeggia loro sui piedi. Per ritornare sulla strada di mercanti e maharaja vale la pena dirigersi a Udaipur, sulle sponde del lago Pichola: si possono programmare visite al City Palace del Maharaj (il più grande del Rajasthan), organizzare tour in barca, provare una lezione di yoga o assistere a spettacoli di musica folkloristica indiana. Si può anche soggiornare in una delle haveli adibite ad albergo, come la Madri Haveli, trasformata da un imprenditore francese in un raffinato hotel-boutique. Negli ultimi anni sono molti gli albergatori che hanno convertito palazzi decadenti del Rajasthan in eleganti strut- sul web www.cultural-centre.com/index.swf www.madrihaveli.com www.udaipur.org.uk ture ricettive, così che è possibile fare un soggiorno magico in ciascuna delle tappe del viaggio. Ma Udaipur è anche la sosta ideale per gustare i sapori della cucina locale. Il curry (masala in hindi) è indubbiamente quello predominante ed è impiegato in piatti come il gatta curry, gnocchetti di farina di ceci cucinati in una salsa speziata, il mutton curry, montone cotto in una crema di curry, e il chicken Lababdar; si può chiedere di regolare l'intensità del curry in base al proprio gusto, ma sarà sempre bene ordinare, oltre al riso, anche naan, chapati, parhata oppure roti, le versioni indiane del nostro pane, per smorzarne la forza. Come contorno alle prelibatezze della tavola non si deve rinunciare alla vista: la maggior parte dei ristoranti di Udaipur offre una terrazza sul lago, ma vale la pena informarsi sulla cucina del proprio albergo, che spesso vince per scenografia e palato sui ristoranti locali. La sosta al Madri Haveli dovrebbe prevedere anche un passaggio per la sua terrazza-ristorante. Dalla strada alla cucina, tutte le esperienze in Rajasthan permangono con forza nei sensi; e anche una volta tornati a casa, il desiderio di ritornare in questa terra dalle mille sfaccettature permane senza affievolirsi un po’ come il piccante sapore del primo curry assaggiato in India. 02. Ranakpur. Il suggestivo interno tutto decorato del tempio gianista. 59 food food La ricetta dello chef ENRICO DERFlINGHER Enrico Derflingher, il “cuoco della Regina”, ci svela il procedimento per realizzare Queen Victoria, il piatto più amato da Elisabetta II d’Inghilterra. A 27 anni diviene lo chef personale della Casa Reale inglese, interrompendo il “monopolio” francese. Nel 1991 è chiamato da George W. Bush senior per sfamare la Casa Bianca. Ha creato e gestito La Terrazza dell’Eden di Roma, passando poi al Palace Hotel di St. Moritz e all’Armani Ginza Tower di Tokyo. A gennaio è stato nominato presidente di Euro Toques International. di Andrea Zappa foto di Gabriele Basilico Una carriera incredibile e ora un ulteriore riconoscimento: è stato nominato presidente di Euro Toques International. Quali sono le finalità di questa importante associazione? Euro Toques è un’organizzazione fondata nel 1984 che raduna i migliori chef del Vecchio Continente, è l’associazione di riferimento per l’Unione Europea. La finalità è quella di proteggere i piccoli produttori e le loro prelibatezze, coloro insomma che rappresentano maggiormente la cultura culinaria di ogni nazione. Ci adoperiamo per farli conoscere in tutto il mondo. È un lavoro di lobby presso le istituzioni. Ci battiamo per la ristorazione di livello, ma anche contro gli OMG e la fame nel mondo. Cerchiamo di sviluppare un nuovo approccio all’alimentazione: il 50% del cibo prodotto viene buttato nella spazzatura, ci stiamo battendo perché questa percentuale si riduca progressivamente attraverso politiche e progetti mirati. Come se non bastasse ha anche una delega per l’Expo 2015… Essendo anche presidente Euro Toques Italia sono a capo di un progetto per Expo. Stiamo ristrutturando una bellissima villa sul lago di Como. Villa Lario Eurotok sarà pronta a marzo e porteremo lì i cuochi più grandi del mondo a cucinare e a confrontarsi. Avremo anche la presenza di capi di stato, famiglie reali e personaggi del mondo dello spettacolo. Lo scopo è sensibilizzare tutti in merito ai temi dell’Expo. 60 Studiando il suo curriculum una domanda sorge spontanea, come ha fatto a 27 anni a diventare lo chef della famiglia reale inglese? Diciamo che a 27 anni avevo già lavorato in 10 ristoranti tre stelle, quindi un po’ di carriera l’avevo fatta. Semplicemente ho partecipato a una selezione, all’inizio si pensava che fosse un posto come chef per l’ambasciatore italiano e in realtà poi si è scoperto che si diventava il cuoco personale del Principe Carlo e della Principessa Diana. È stata una grande soddisfazione anche perché sono stato il primo italiano dopo 400 anni tra francesi e inglesi. Perché la sua cucina è stata molto apprezzata dai reali? Perché è una cucina semplice, molto genuina, di grandi prodotti, senza troppi accostamenti: 4 - 5 ingredienti per piatto che si devono riconoscere tutti, con tante erbe e profumi. Insomma, la vera cucina mediterranea accompagnata da un buon olio extravergine di oliva. Negli ultimi anni la cucina italiana vive un momento d’oro all’estero… Verissimo, una stagione molto positiva in tutto il mondo. A Tokyo, Dubai, Hong Kong e non solo la grande cucina italiana di livello sta rimpiazzando quella francese. Ha costi inferiori e una materia prima sulla quale lavorare di grande valore. La nostra forza sono i primi piatti, le paste e i risi, che ci rendono famosi a ogni latitudine. Il suo piatto più famoso, il Queen Victoria, è stato presentato per la prima volta in un’occasione molto importante alla presenza di 30 capi di stato e 16 reali. Un aneddoto? Alla fine della cena la Regina, come accade nei film, mi ha chiamato al tavolo e davanti a tutti mi ha detto: “Ho mangiato il risotto più buono della mia vita, cosa vuoi in regalo?”. Io le ho chiesto la pentola nella quale avevo cucinato il risotto, una pentola molto bella, particolare, di rame del 1900 con sopra l’emblema della Regina Vittoria. Facendo invece un salto oltreoceano, cosa piaceva ai Bush? Da buoni texani impazzivano per le carni, però non disdegnavano anche le paste corte, oppure lasagne, cannelloni e ravioli. Sicuramente erano delle buone forchette! Ha cucinato per principi, principesse e per i più svariati capi di stato o ambasciatori, ma per la sua famiglia a casa cosa prepara? Abito sul lago e ho voluto realizzare per i miei figli un piatto non a chilometri ma a “metri zero”. Mi sono affacciato alla finestra e ho pescato un bellissimo cavedano, l’ho fatto bollire, poi ho preso due uova dal pollaio di mia mamma e con l’olio della pianta che abbiamo davanti al parcheggio ho fatto la maionese, un po’ di prezzemolo dai vasi di mia moglie per una salsa, un purè con delle patate di scarto e spendendo poco più di un euro abbiamo mangiato in dieci e mio figlio di sei anni mi ha detto: “Papà non ho mai mangiato così bene in vita mia!”. Risotto Regina Vittoria Ingredienti per quattro persone. 350 gr di riso carnaroli, 8 scampi, 50 g di burro, 50 gr di Parmigiano Reggiano, 1 bicchiere di prosecco all’inizio e ½ bicchiere alla fine per la manteca tura, erbe aromatiche fresche miste: timo, cerfoglio, prezzemolo, erba cipollina e coriandolo, olio e cipolla q.b., brodo di pesce pronto o da preparare con il guscio degli scampi, cipolla, sedano e carota. Far asciugare la cipolla, tritarla e farla appassire con il burro e l’olio di oliva, aggiungere il riso. Farlo tostare bene, sfumarlo con le bollicine, un buon prosecco o un Franciacorta, e poi, ag- simposio del gusto Una splendida location quale è il CastaDiva Resort & Spa di Blevio (Como), un gruppo di chef straordinari capitanati da Enrico Derflingher e la “frittata” è fatta! Battute a parte dal 22 al 24 novembre si è tenuta la terza edizione di un evento che celebra in grande stile la rinomata gastronomia italiana. Ospiti di eccezione, grandissima professionalità e menù in grado di stupire anche i palati più raffinati hanno dato vita a tre giorni di grande made in Italy in riva al lago. www.simposiodelgusto.com giungendo il brodo di pesce, cominciare a farlo cuocere per 15 minuti circa. A metà cottura aggiungere gli scampi sgusciati. Alla fine mantecare con burro, Parmigiano, olio di oliva ed erbe. 61 free time free time Da non perdere... Una selezione dei migliori eventi che animeranno la città nei prossimi mesi. Robert Capa in Italia a cura di Enrico S. Benincasa Billy Cobham Uno dei più grandi batteristi jazz-fusion contemporanei torna a Milano per una tre giorni di concerti (in totale sei esibizioni). Il suo ultimo disco, Tales of The Skeleton Coast, è uscito giusto un anno fa, l’ennesimo di una carriera che lo ha visto suonare e collaborare con chiunque. Innovatore del suo strumento e modello per molti che sono arrivati dopo di lui, è senza dubbio l’evento da non perdere di questo inizio anno in via Borsieri. Blue Note - Milano dal 19 al 21 febbraio www.bluenotemilano.com Exp(l)oration Fa' la cosa giusta! Alimentazione biologica e a km zero, cruelty free, moda etica, mobilità a basso impatto ambientale e tutto ciò che riguarda la “green culture” saranno i temi della 12esima edizione di questa fiera, ormai evento irrinunciabile per tutti gli interessati all’universo del consumo critico. Spazio allo shopping da piccoli artigiani ma anche a eventi, spettacoli e incontri, per un weekend all’insegna della sostenibilità. Fieramilanocity - Milano dal 13 al 15 marzo www.falacosagiusta.org Al Museo della Scienza e della Tecnologia - Milano dal 12 febbraio al 15 marzo www.museoscienza.org Allo Spazio Oberdan - Milano dal 30 gennaio al 26 aprile www.provincia.milano.it/cultura Sopra il Sotto Terza edizione per l’iniziativa ideata da Monica Nascimbeni che porta forme, colori e disegni su un pezzo di arredo urbano che ai più passa inosservato. Dopo street artist italiani e internazionali, questa volta saranno i nostri stilisti a decorare i tombini del quadrilatero della moda. Il progetto di Metroweb, con il patrocinio del Comune di Milano e in collaborazione con la Camera Nazionale della Moda e Oxfam Italia, verrà inaugurato nel mese di febbraio. Via Montenapoleone e via S. Andrea - Milano il 24 febbraio 62 Il Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo Da Vinci è pronto a ospitare il nuovo progetto espositivo di No Curves, artista che, a differenza della maggior parte dei colleghi della sua generazione, alle bombolette preferisce forbice e nastro adesivo. I suoi strumenti del mestiere lo rendono senza dubbio riconoscibile nel panorama artistico contemporaneo, cosa che gli ha dato la chance di proporre diversi progetti interessanti personali – come per esempio Aracne 8.0 – e anche altri per conto di brand importanti dello sportswear, che lo hanno scelto per la forza delle sue spigolosità. Exp(l)oration, che arriva al Museo di Sant’Ambrogio a partire dal prossimo 12 febbraio, è forse il lavoro più ambizioso dell’artista milanese: frutto di un anno di lavoro, è interamente dedicato al tema dell’esplorazione umana nel corso del tempo. 800 i metri quadri su cui si estende, divisi in quattro aree tematiche, ognuna legata a ogni luogo in cui l’uomo cerca di espandersi – acqua, terra, aria e spazio. L’ambizione, come dichiarato dallo stesso artista, è quella di raffigurare il desiderio dell’uomo di essere in constante movimento con il nastro, oggetto statico per eccellenza. La mostra, organizzata in collaborazione con Red Bull, Tatras, Vibram, Tucano e Pixartprinting, chilometri di nastro adesivo che interagiranno con gli ambienti e le opere già presenti, una su tutte il famoso sottomarino Enrico Toti. Un mese di tempo per visitarla e rendersi conto di quello che questo artista è in grado di fare con un paio di forbici. Lo Spazio Oberdan è pronto a ospitare la retrospettiva dedicata ai lavori italiani di uno dei più grandi fotoreporter del secolo scorso, Robert Capa. Una mostra non inedita in Italia, che ha già riscosso successi a Roma, Firenze e Genova, e che arriva al centro culturale di Porta Venezia per iniziativa della Provincia di Milano, della Fondazione Fratelli Alinari e del Museo Nazionale Ungherese di Budapest. Saranno 78 gli scatti presenti, tutti ovviamente in bianco e nero e realizzati da Capa nel nostro Paese durante il biennio 194344, in piena Seconda Guerra Mondiale. La selezione fa parte delle Master Collection del fotografo di origini ungheresi ed è a stata effettuata da Cornell Capa, fratello di Robert, e da Richard Whelan, il suo biografo. Lo scenario di questi scatti è l’arrivo degli alleati nel sud del nostro Paese, dallo sbarco in Sicilia fino ad Anzio passando per Napoli. I conflitti bellici sono sempre stati l’oggetto delle sue fotografie, portando Robert a girare il mondo per ritrarli in tutta la loro crudezza: il suo obiettivo ha immortalato anche la guerra civile spagnola, la guerra sino-giapponese, la guerra arabo-israeliana e la prima guerra d’Indocina, dove purtroppo perì saltando in aria su una mina a soli 41 anni. La mostra è inoltre accompagnata da un catalogo di 192 pagine e 80 fotografie al prezzo di copertina di 35 euro. Olis Festival Torna per la terza volta il format dedicato alle discipline olistiche e bio-naturali ospitato presso Lo Spazio Ex Ansaldo. A metà strada tra convegno, fiera e laboratorio esperienziale, Olis vedrà la partecipazione di oltre 90 scuole e centri olistici, 30 conferenze e oltre 100 eventi di diversa natura dedicati a tutti, sia per i più esperti sia per i neofiti di questo mondo che continua a conquistare appassionati. Spazio Ex Ansaldo - Milano dal 6 all’8 febbraio www.olisfestival.it 63 secret milano network Puoi trovare Club Milano in oltre 200 location selezionate a Milano Il mondo sotterraneo dei Cobianchi Dimenticato per anni sotto l’asfalto di piazza Duomo c’è un universo sotterraneo: l’Albergo Diurno Cobianchi, che comprende tutta l’area di via Silvio Pellico. Solo che per scovarlo bisogna guardare all’ingiù, tra le colonne dei portici, fino a imbattersi in quell’insegna ancora intatta. Foto e testo di Marilena Roncarà Aperto nel 1924, il primo diurno milanese era molto di più di un semplice bagno pubblico: accanto a docce e bagni in tinozza, forniva servizio di deposito bagagli, lavanderia e ancora barbiere, parrucchiere, manicure, noleggio ombrelli, manutenzione cappelli, divanetti di lettura e scrittura, fino alla vendita dei biglietti per treni e spettacoli. Insomma era una vera e propria città sotterranea, costruita per rispondere a un’esigenza igienico sanitaria, ma divenuta in breve luogo di passaggio e svago. E soprattutto la storia degli alberghi Cobianchi, tutti a gestione familiare, non è circoscritta a Milano, ma coinvolge l’Italia intera dove, da nord a sud, ne sorsero in 10 anni all’incirca una quindicina. L’idea è di Cleopatro Cobianchi che, di ritorno da un viaggio a Londra (era il 1911) decide di importare anche da noi questa struttura dedicata alla cura della persona. Il successo è 64 immediato (come anche l’appoggio del re Vittorio Emanuele III e del Duce) e in più i costi per usufruire del servizio sono alla portata di tutti. “Entrando era come varcare la soglia di un altro mondo”, ci racconta Laura Bolognini Cobianchi, pronipote di Cleopatro, il cui padre, assieme allo zio, gestiva il Diurno di piazza Duomo. “Ci si lasciava alle spalle il caos della città, per entrare in una dimensione ovattata, ma familiare. C’erano i profumi del vapore e gli odori del legno, il rumore delle vecchie macchine da scrivere con i tasti e ancora il banco dei cambi e una serie di cunicoli che correvano nel ventre della città”. Di grande impatto sociale per il tempo, il luogo è diventato anche riferimento per l’immaginario collettivo, non a caso al suo interno sono state girate alcune sequenze del film La vita agra con Ugo Tognazzi e Giovanna Ralli. Tuttavia dagli anni Sessanta la diffusione del ba- gno in casa portò al progressivo disuso di queste strutture, anche se quella di Milano fu l’ultima a chiudere nel 1999. Da allora, a parte una breve parentesi tra il 2003 e il 2006, quando fu riaperto come punto informativo dell’azienda autonoma del turismo, il Cobianchi ha versato in uno stato di abbandono, ma lo scorso settembre è stato utilizzato da Elita per il suo festival. Ma a Milano questo non è l’unico Diurno, il suo gemello, anche se non gestito dalla famiglia Cobianchi, è il Diurno Venezia di piazza Oberdan. Costruito tra il 1923 e il 1925, con decori e arredi attribuiti all’architetto Portaluppi, pare ora godere di una sorte più fortunata, dato che con la complicità del FAI potrebbe essere recuperato in seguito alla riqualificazione della piazza. Certo questa volta non si arriverà in tempo per Expo ma, assicura l’assessore ai Lavori pubblici, Carmela Rozza, si farà. night & restaurant: Al fresco Via Savona 50 Angolomilano Via Boltraffio18 Antica Trattoria della Pesa V.le Pasubio 10 Bar Magenta Largo D’Ancona Beda House Via Murat 2 Bento Bar C.so Garibaldi 104 Bhangra Bar C.so Sempione 1 Blanco Via Morgagni 2 Blue Note Via Borsieri 37 Caffè della Pusterla Via De Amicis 24 Caffè Savona Via Montevideo 4 Cape Town Via Vigevano 3 Capo Verde Via Leoncavallo 16 Cheese Via Celestino IV 11 Chocolat Via Boccaccio 9 Circle Via Stendhal 36 Colonial Cafè C.so Magenta 85 Combines XL Via Montevideo 9 Cubo Lungo Via San Galdino 5 Dada Cafè / Superstudio Più Via Tortona 27 Deseo C.so Sempione 2 Design Library Via Savona 11 Elettrauto Cadore Via Cadore ang. Pinaroli 3 El Galo Negro Via Taverna Executive Lounge Via Di Tocqueville 3 Exploit Via Pioppette 3 Fashion Cafè Via San Marco 1 FoodArt Via Vigevano 34 Fusco Via Solferino 48 G Lounge Via Larga 8 Giamaica Via Brera 32 God Save The Food Via Tortona 34 Goganga Via Cadolini 39 Grand’Italia Via Palermo 5 HB Bistrot Hangar Bicocca Via Chiese 2 Il Coriandolo Via dell’Orso 1 Innvilllà Via Pegaso 11 Jazz Cafè C.so Sempione 4 Kamarina Via Pier Capponi 1 Kisho Via Morosini 12 Kohinoor Via Decembrio 26 Kyoto Via Bixio 29 La Fabbrica V.le Pasubio 2 La rosa nera Via Solferino 12 La Tradizionale Via Bergognone 16 Le Biciclette Via Torti 1 Le Coquetel Via Vetere 14 Le jardin au bord du lac Via Circonvallazione 51 (Idroscalo) Leopardi 13 Via Leopardi 13 Les Gitanes Bistrot Via Tortona 15 Lifegate Cafè Via della Commenda 43 Living P.zza Sempione 2 Luca e Andrea Alzaia Naviglio Grande 34 MAG Cafè Ripa Porta Ticinese 43 Mandarin 2 Via Garofano 22 Milano Via Procaccini 37 Mono Via Lecco 6 My Sushi Via Casati 1 - V.le Certosa 63 N’ombra de Vin Via San Marco 2 Noon Via Boccaccio 4 Noy Via Soresina 4 O’ Fuoco Via Palermo 11 Origami Via Rosales 4 Ozium t7 café - via Tortona 7 Palo Alto Café C.so di Porta Romana 106 Panino Giusto P.zza Beccaria 4 - P.zza 24 Maggio Parco Via Spallanzani - C.so Magenta 14 Patchouli Cafè C.so Lodi 51 Posteria de Amicis Via De Amicis 33 Qor Via Elba 30 Radetzky C.so Garibaldi 105 Ratanà Via De Castillia 28 Refeel Via Sabotino 20 Rigolo Via Solferino 11 Marghera Via Marghera 37 Rita Via Fumagalli 1 Roialto Via Piero della Francesca 55 Serendepity C.so di Porta Ticinese 100 Seven C.so Colombo 11 - V.le Montenero 29 - Via Bertelli 4 Smeraldino P.zza XXV Aprile 1 Smooth Via Buonarroti 15 Superstudio Café Via Forcella 13 Stendhal Via Ancona 1 Tasca C.so Porta Ticinese 14 That’s Wine P.zza Velasca 5 Timè Via S.Marco 5 Tortona 36 Via Tortona 36 Trattoria Toscana C.so di Porta Ticinese 58 Union Club Via Moretto da Brescia 36 Van Gogh Cafè Via Bertani 2 Volo Via Torricelli 16 Zerodue_Restaurant C.so di Porta Ticinese 6 3Jolie Via Induno 1 20 Milano Via Celestino 4 stores: Ago Via San Pietro All’Orto 17 Al.ive Via Burlamacchi 11 Ana Pires Via Solferino 46 Antonia Via Pontevetero 1 ang. Via Cusani Bagatt P.zza San Marco 1 Banner Via Sant’Andrea 8/a Biffi C.so Genova 6 Brand Largo Zandonai 3 Brian&Barry via Durini 28 Brooksfield C.so Venezia 1 Buscemi Dischi C.so Magenta 31 Centro Porsche Milano Nord Via Stephenson 53 Centro Porsche Milano Est Via Rubattino 94 C.P. Company C.so Venezia Calligaris Via Tivoli ang. Foro Buonaparte Dantone C.so Matteotti 20 Eleven Store Via Tocqueville 11 Germano Zama Via Solferino 1 Gioielleria Verga Via Mazzini 1 Henry Cottons C.so Venezia 7 Joost Via Cesare Correnti 12 Jump Via Sciesa 2/a Kartell Via Turati ang. Via Porta 1 La tenda 3 Piazza San Marco 1 Le Moustache Via Amadeo 24 Le Vintage Via Garigliano 4 Libreria Hoepli Via Hoepli 5 MCS Marlboro Classics C.so Venezia 2 - Via Torino 21 - C.so Vercelli 25 Moroso Via Pontaccio 8/10 Native Alzaia Naviglio Grande 36 Open viale Monte Nero 6 Paul Smith Via Manzoni 30 Pepe Jeans C.so Europa 18 Pinko Via Torino 47 Rossocorsa C.so porta Vercellina 16 Rubertelli Via Vincenzo Monti 56 The Store Via Solferino 11 Valcucine (Bookshop) C.so Garibaldi 99 showroom: Alberta Ferretti Via Donizetti 48 Alessandro Falconieri Via Uberti 6 And’s Studio Via Colletta 69 Bagutta Via Tortona 35 Casile&Casile Via Mascheroni 19 Damiano Boiocchi Via San Primo 4 Daniela Gerini Via Sant’Andrea 8 Gap Studio C.so P.ta Romana 98 Gallo Evolution Via Andegari 15 ang. Via Manzoni Gruppo Moda Via Ferrini 3 Guess Via Lambro 5 Guffanti Concept Via Corridoni 37 IF Italian Fashion Via Vittadini 11 In Style Via Cola Montano 36 Interga V.le Faenza 12/13 Jean’s Paul Gaultier Via Montebello 30 Love Sex Money Via Giovan Battista Morgagni 33 Massimo Bonini Via Montenapoleone 2 Miroglio Via Burlamacchi 4 Missoni Via Solferino 9 Moschino Via San Gregorio 28 Parini 11 Via Parini 11 Red Fish Lab Via Malpighi 4 Sapi C.so Plebisciti 12 Spazio + Meet2Biz Alzaia Naviglio Grande 14 Studio Zeta Via Friuli 26 Who’s Who Via Serbelloni 7 beauty & fitness: Accademia del Bell’Essere Via Mecenate 76/24 Adorè C.so XXII Marzo 48 Caroli Health Club Via Senato 11 Centro Sportivo San Carlo Via Zenale 6 Damasco Via Tortona 19 Palestre Downtown P.za Diaz 6 - P.za Cavour 2 Fitness First V.le Cassala 22 - V.le Certosa 21/a - Foro Bonaparte 71 - Via S.Paolo 7 Get Fit Via Lambrate 20 - Via Piranesi 9 - V.le Stelvio 65 - Via Piacenza 4 - Via Ravizza 4 - Via Meda 52 - Via Vico 38 - Via Cenisio 10 Greenline Via Procaccini 36/38 Gym Plus Via Friuli 10 Intrecci Via Larga 2 Le Garcons de la rue Via Lagrange 1 Le terme in città Via Vigevano 3 Orea Malià Via Castaldi 42 - Via Marghera 18 Romans Club Corso Sempione 30 Spy Hair Via Palermo 1 Tennis Club Milano Alberto Bonacossa Via Giuseppe Arimondi 15 Terme Milano P.zza Medaglie d’Oro 2, ang. Via Filippetti Tony&Guy Gall. Passerella 1 art & entertainment: PAC (Padiglione Arte Contemporanea) Via Palestro 14 Pack Foro Bonaparte 60 Palazzo Reale P.zza Duomo Teatro Carcano C.so di Porta Romana 63 Teatro Derby Via Pietro Mascagni 8 Teatro Libero Via Savona 10 Teatro Litta C.so Magenta 24 Teatro Smeraldo P.zza XXV Aprile 10 Teatro Strehler Largo Greppi 1 Triennale V.le Alemagna 6 Triennale Bovisa Via Lambruschini 31 hotel: Admiral Via Domodossola 16 Astoria V.le Murillo 9 Boscolo C.so Matteotti 4 Bronzino House Via Bronzino 20 Bulgari Via Fratelli Gabba 7/a Domenichino Via Domenichino 41 Four Season Via Gesù 8 Galileo C.so Europa 9 Nhow Via Tortona 35 Park Hyatt (Park Restaurant) Via T. Grossi 1 Residence Romana C.so P.ta Romana 64 Sheraton Diana Majestic V.le Piave 42 inoltre: Bagni Vecchi e Bagni Nuovi di Bormio (SO) Terme di PreSaint-Didier (AO) 65 Colophon club milano viale Col di Lana, 12 20136 Milano T +39 02 45491091 [email protected] www.clubmilano.net direttore responsabile sales manager Stefano Ampollini Filippo Mantero T +39 02 89072469 art director [email protected] Luigi Bruzzone publisher C caporedattore M.C.S. snc Andrea Zappa via Monte Stella, 2 M 10015 Ivrea TO Y redazione Enrico S. Benincasa, distribuzione Carolina Saporiti [email protected] CM MY CY grafico editore Anna Tortora Contemporanea srl via Emanuele Filiberto, 7/a collaboratori CMY K 20149 Milano Nadia Afragola, Cédric Bouvard, Elena Cappelletti, Paolo Crespi, stampa Simona Lovati, Roberto Perrone, Arti Grafiche Fiorin Marilena Roncarà, Davide Rota, via del Tecchione, 36 Simone Sacco, Elisa Zanetti, 20098 San Giuliano Milanese MI Simone Zeni. 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